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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 settembre 2012 alle ore 20:55
    Solo

    Come comincia: Si trattava di un specie di fiera, e stavo gironzolando nei dintorni per conto mio  quando mi imbattei in lei.
    Era con altre persone, mi salutò e aprofittando del fatto che gli altri si erano fermati si avvicinò e mi disse:"Dobbiamo parlare".
    Non la vedevo da alcuni giorni.
    "Non qui, aspettami nel bagni, ti raggiungo fra un attimo".
    Annuii e mi diressi dove stabilito.
    Arrivò poco dopo di me.
    "Bimba!!! che bello incontrarti! Dimmi... cosa c'è?".
    "Non possiamo continuare così...e comunque io non posso... dobbiamo metterci un freno e lo sai... ho deciso che sia oggi.
    Adesso. Ora. Salutiamoci così".
    Rimasi senza parole...
    "Lo so... lo so che avevamo deciso così... ma credevo che avessimo ancora un pò di tempo..."
    "Lo credevo anch'io... ma non ha senso tirare avanti. Visto che ci siamo incrociati salutiamoci adesso e amen".
    Ci fu un attimo che sembrò eterno, calò il silenzio e ci fissammo senza aprire bocca, senza sapere o volere fare o dire la parola o il gesto successivo...quello definitivo.
    Fu in quel momento che entrò lui.
    "Amore sei qui? Ah hai incontrato qualcuno vedo... ?"
    C fu un attimo di smarrimento, lei si girò è gli rispose: "No amore, solo un vecchio collega... ci stavamo giusto salutando"
    "Non credo di conoscerlo..."
    Presentazioni di rito.
    "Magari può venire a bere qualcosa con noi, così finite di parlare, no? Mi sembrava di aver interrotto qualcosa"
    "Ma no, non hai interrotto niente...veramente... ci stavamo proprio salutando... ".
    Lui insistette e non so come mi ritrovai insieme a loro  e ad altre persone che non conoscevo intorno a un tavolaccio di legno grezzo con delle panche, lei era a capotavola, lui accanto a lei e io un paio di posti più in là.
    Nel chiacchiericcio generale lei mi disse: "Comunque deve finire, non ci rivedremo".
    Lui colse il discorso e le disse: "Perchè non dovreste rivedervi, scusa?"
    "Lascia fare amore, non è niente, non preoccuparti, è giusto così..."
    Lui si girò verso di me e chiese: "Ma.. come mai non dovreste più rivedervi? Che c'è? Sembravate amici poco fa... tu cosa dici?".
    "Vedi, lei per me è..." Mi interruppe: "Scusa se ti interrompo ma devo proprio andare al bagno, continuiamo quando torno".
    Lei mi guardò severa: " Taglia corto, comunque la metta non cambierà le cose e lo sai, deve finire".
    "Lo sai quanto tengo a te".
    "Non ha la minima importanza, non cambia, perciò..."
    Quando tornò  decisero di andare via, e io dovevo finire quello che avevo cominciato, così mi diressi con loro alla fermata dell'autobus... non so per quale coincidenza eravamo venuti  tutti in autobus.
    Salì molta gente, e mi ritrovai dall'altra parte rispetto a loro... dovevo raggiungerli, mi era stata fatta una domanda e tenevo a rispondere.
    Ci misi un pò a guadagnare l'altro lato del bus, ma quando lo raggiunsi erano spariti.
    Mi guardai intorno smarrito ma non c'erano più... una vecchietta con il fazzoletto in testa e il viso pieno di rughe che era stata seduta con noi al tavolo mi disse: "Sono scesi qualche fermata fa, lascia perdere, non ti hanno aspettato.. lascia perdere, è meglio così"
    "Ma.. io dovevo parlargli... dovevo rispondergli... non può capire"
    "Lascia stare, è meglio così, hanno deciso di scendere prima che tu  li potessi raggiungere"
    "Mi dica soltanto una cosa... chi l'ha deciso?"
    "Lei"
    Mi sentii mancare il cuore.
    "Lui voleva aspettarti ma lei gli ha detto: scendiamo, dammi retta, lascia stare amore, ti prego scendiamo... l'ha afferrato per la mano ed è scesa. Meglio così, ascoltami figliolo..."
    "Grazie signora..."
    Senza sapere dove fossi, inebetito, scesi alla prima fermata, nella notte.
    Fu a questo punto che mi svegliai, con un'amarezza enorme nel petto, pesante come un macigno, una sensazione di vuoto enorme dentro e intorno a me, come se dentro si fossero appollaiati degli avvoltoi.
    Il letto era vuoto.
    Fuori soffiava la prima bora e la pioggia picchiava sui vetri.
    SOLO.
    Adesso si, mi sentivo veramente solo.
    Mi sentivo tradito, deluso, amareggiato, ferito, abbandonato.
    Se n'era andata senza neppure salutarmi, come un ladro notturno, era sgusciata via  anche dal sogno.
    Non l'avrei più rivista.
    Che potevo fare? Che potevo farci?
    Il cuore in tumulto anche se spento... mi rigirai con la tristezza addosso come un  lenzuolo e mi misi a fare l'unica cosa che potevo fare.
    Aspettai come un pacco dimenticato in una stazione di essere consegnato a un' alba qualsiasi.

  • 13 settembre 2012 alle ore 10:16
    Vivere

    Come comincia: Pensare ossessivamente al passato frena il cammino del presente verso il futuro, è complicato non farlo specie se il passato è migliore della nostra vita attuale ma il rischio è di stallare e cadere giù come un' aereo con i motori in avaria .
    Dovremmo indurire le vene per ammorbidire la nostra esistenza, dovremmo prendere a schiaffi la nostalgia e abbracciare un presente che non apprezziamo , che diventerà anch'esso , inevitabilmente passato.
    Vivere è stordimento, vivere è una vertigine di emozioni , non è semplice vivere.
    Non saremo mai subito pronti a fronteggiare le asperità che la vita ci scaglia contro, all'inizio siamo preda della forza che si espande dall’ evento rovinoso che essa produce ma poi ci rialziamo, usciamo dalle macerie feriti si, ma non a morte.
    Dunque, che fare ? Ammassiamo il dolore in un cassetto e tiriamolo fuori solo per non dimenticarlo, perchè anche periodi laceranti , se sono stati vissuti al cento per cento , possono diventare solo un ricordo, coglierne l'essenza è il segreto e cioè che vivere significa anche soffrire e quindi un passato che ci ha lasciato dentro frammenti di tristezza ma che ci ha insegnato a reagire e a vivere il presente ed il futuro con più determinazione.
    L'occultamento del dolore è cagionevole, è come non volersi specchiare perchè abbiamo timore di vedere dentro il nostro animo, è un'errore farlo, anzi dovremmo avere una stanza di specchi dove poter setacciare la nostra immagine in tutte le sue sfaccettature.
    E' tutto così difficile ma è questa la sfida che la vita ci lancia, essa è spietatamente bella come una donna sensuale ma crudele.
    Vivere è valere e valere è interagire con ogni singolo evento, vivere è sposarne la parola e rimanerne legati nella gioia e nel dolore.
    Vivere significa amare , dalle cose più semplici alle cose più scontate che poi non lo sono, come l’amore che ti viene consegnato dagli altri.
    Ma è la sofferenza che ci mette alla prova e riuscire a viverla in tutta la sua afflizione è un filtro per la nostra esistenza, perché vivere il dolore in tutte le sue taglienti angolature è consapevolezza , è raziocino , è già reazione.
    Quando stiamo male siamo come un foglio di carta spiegazzato dove le parole sopra scritte restano imprigionate, sgualcite e tremolanti ; si’ , è vero ci chiudiamo e non esprimiamo perché abbiamo paura.
    Paura di stare peggio di quanto già stiamo, ma non serve a niente, soffocare uccide, respirare il dolore fa rinascere.
    Nessuno è in grado forse di attuare questi esempi di connubio uomo/vita ma una cosa è certa e cioè che se noi dipingessimo la nostra vita somiglierebbe ad un quadro di Picasso ; scombinato, strano , incomprensibile ma pur sempre bellissimo.

  • 13 settembre 2012 alle ore 9:41
    Rosa rossa del deserto

    Come comincia: Mia madre mi diceva sempre, non guardare all'apparenza, poichè chi ti sembra amico e che con sole  parole,  ti sta donando il suo cuore, non credere mai, non sono le parole a fare i fatti, ma la reatà, sento ancora il suo eco, la sua voce, e se fosse qui le direi : HAI RAGIONE.
    Destino ha voluto che questo mi accadesse, di fidarmi ciecamente di una "amica", ma alla fine la verità esce allo scoperto prima o poi... E con un pò di astuzia, sono riuscita a saper il tutto, questo mi ha ferita molto, mi ha cambiata, mi ha fatto maturare, e mi ha fatto capire che non bisogna dare il bene solo ad una persona, ma a tutti quelli che ne hanno veramente bisogno, che hanno l'umiltà nel cuore e nell'anima, e non cercano di fregare il prossimo, io da oggi in poi mi fiderò soltanto di quelle rose rosse del deserto, come lo sono io, possiamo sembrare aride di sentimenti , invece siamo piene e rigogliose in tutto, e sentirne il  profumo e la  passione in tutto come una rosa rossa del deserto .Morale del tutto:fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, questo è certo ed è sicuro...

  • 12 settembre 2012 alle ore 13:01
    Fame

    Come comincia: Quella sera non c’era nessuno. Il freddo irrigidiva i polpastrelli e seccava le mani. Anche gli alberi giacevano solitari, soli, senza foglie ad armonizzare il paesaggio. Erano giorni che non c’era nessuno. Forse mesi. Anni.
    La solitudine logora, lo sapete? Eh sì, la solitudine fa brutti scherzi. La solitudine gioca con le nostre emozioni e si sfoga attraverso le nostre azioni.
    Chi potevo chiamare? Con chi sarei andato a bere quella sera? No, ormai non vi era rimasto più nessuno che fosse disposto a frequentarmi. Pericoloso. È questo che sono diventato. Eppure, giacendo al suolo con me stesso, sono sempre più popolare. Popolare e temuto.

    Ho ucciso il mio migliore amico quattro anni fa. Perché l’ho fatto? È stato un incidente. È quello che mi dico e che dico a tutti. Nessuno ci crede, nemmeno io.
    Lo uccisi perché avevo fame. E sete. Questo è quello che pensavo mentre affondavo il taglierino attraverso l’arteria femorale di quel disgraziato.
    Il sangue eruttò come un vulcano che sta esplodendo e fu a quel punto che sentii fame. E poi sete.
    Lo morsi ripetutamente sul suo grasso collo, mentre con gli occhi sgranati sembrava implorare, più che pietà, solo una spiegazione. La giugulare esplose al terzo morso e iniziai a nutrirmi.

    Non sono un vampiro. I vampiri non esistono, sono pura finzione. I vampiri non fanno nemmeno paura, sapete? I vampiri sono conosciuti da tutti, sono famosi. È ciò che non conosciamo che ci fa paura.
    L’inaspettato provoca stupore … e lo stupore è il sentimento più vicino alla paura.

    Sono nato e cresciuto in una famiglia di orientamento cattolico. Mio padre nacque a Gaeta e mia madre visse tra la Sicilia e Roma, la mia città.
    Ho frequentato le scuole pubbliche e il liceo scientifico del quartiere. Ricevetti un’educazione severa, ma non opprimente. I miei genitori sono sempre stati nel giusto. Quasi sempre.
    Era il 2011 e frequentavo il quinto anno, ultimo prima del diploma. Quell’anno cambiò la mia vita. Mi sentivo solo, anche se ho sempre avuto molti amici. Soprattutto avevo fame. Più ero solo e più avevo fame, ma era una fame difficile da saziare.

    Iniziò lui ad essere sempre più ostile nei miei confronti, senza motivo. Soffrivo d’ansia quel periodo ed ero in cura da una psicologa. Lui non mi era vicino. Non mi era vicino per niente. Mi stava lasciando solo, e io avevo sempre più fame. Litigammo un giorno e mi trattò male, sapete? Non mi ero mai sentito così male. E così solo. E morivo di fame. Gli ansiolitici e antidepressivi che prendevo a quel tempo non mi aiutavano. Io volevo mangiare, volevo bere!
    Io dovevo.
    Decidemmo di parlarne faccia a faccia, così una sera passai sotto casa sua. Lui urlava continuamente contro di me. E più urlava e più la mia gola era secca e il mio stomaco brontolava. Cazzo non ce la facevo più.
    Ma fu lui ad attaccarmi, ad aggredirmi. Dovevo difendermi, capite? Solo che non resistevo più.
    Io avevo fame e in quella gelida notte non c’era niente –nessuno- da mangiare, tantomeno da bere. E io ero furioso e solo, sempre più solo. La polizia venne dopo le chiamate del vicinato, dopo le urla.

    Mi trovarono in un bagno di sangue. La barba incolta che portavo di solito era bagnata e sporca di sangue, del suo sangue.
    Quando l’agente avanzò verso di me intimandomi di tenere le mani alte e ben in vista, puntandomi una Beretta carica, io stavo ancora mangiando.
    Prima di farmi ammanettare ebbi anche il tempo di bere dal suo collo, perché l’agente, poco più che ventenne, non riusciva a muoversi. Era paralizzato. Si concluse così, quella notte di febbraio.

    Sono uscito dal carcere di Regina Caeli, dopo quattro anni di isolamento perché mi ritenevano pericoloso. Hanno sbagliato. Mi hanno ucciso. Sono riuscito a uscire grazie alla mia “infermità mentale”. Ma io non ero pazzo. Avevo bisogno di compagnia. Sono rimasto in una fogna per quattro anni senza vedere nessuno. Sapete la cosa peggiore? Non ricevetti mai una visita in quattro anni, nemmeno dalla mia famiglia. Ero stato cancellato, escluso. Morivo di fame, sapete? Io stavo morendo di fame. E avevo sete. Ma questo lo tenni sempre per me.

    Fa freddo e un venticello invernale scuoteva di brividi il mio corpo. Mi ritrovo di nuovo qui, solo, illuminato dalla fioca luce dei lampioni. Sono solo. Ed ho fame. Muoio di sete. Rompe il silenzio solo il rumore dei passi di una ragazza che percorre la strada per tornare a casa. Com’è bella. Io conosco quella ragazza. È bellissima. Era la mia ragazza quattro anni fa. Non la vedo da quattro anni. Mi avvicino lentamente. Lei mi vede, ma non mi riconosce. Oppure fa finta di non conoscermi. Velocizza il passo. Le vado dietro. Sto morendo di fame.

  • 09 settembre 2012 alle ore 8:40
    Credere

    Come comincia: Credere:
    “ Ritenere vera una cosa, avere la persuasione che una cosa sia tale quale appare in sé stessa o quale ci è detta da altri, o quale il nostro sentimento vuole che sia.”
    Proprio a Cuba, di fronte ai manifesti del Che, alle sue frasi, incollate sui muri, al suo sorriso, al suo volto, quasi un’immaginetta sacra su oggetti d’uso, ho avuto una sorta di nostalgia nel credere. Quest’atto di certezza, proprio di una stabilità di giudizio e frutto di una elaborazione del nostro cervello. La Chiesa taglia corto e della certezza ne fa un dono di Dio, la fede. Se non c’è, pazienza!  Credere, deve essere una sensazione inebriante, estremamente totalizzante in ogni sua manifestazione corollaria. Ricordo mio padre che mi disse, una sera, sui moli del porto di Genova: -“ Era una nave, così, quanto quella. Tutta piena di giovani. C’erano i miei compagni. Credevano in Lui. Massacrati tutti, in Africa, tutti. Non se ne salvò uno. “- Possibile che il credere generi chimere così allettanti da non far scorgere gli abissi della vita? Quale luce, quale miraggio sorge nella mente di chi, improvvisamente crede? “ Lo stato nascente”- dice Alberoni: l’esplosione iniziale di un innesco di una reazione chimica, difficilmente controllabile. La miccia appena accesa di una mina. Il fascino di una configurazione nuova, inattesa, inimmaginabile.  “FANATICO”, un insulto. Non basta insultarlo, se non mi è chiaro il fuoco che gli arde dentro, quando il kamikaze, s’imbottisce di plastico, salutando moglie e figli, e va a farsi esplodere tra la gente, a lui nemica. Non credo alle novantanove vergini che lo attendono all’aldilà. La religione, in questo compenso, è tristemente terrena. Il sorriso di suo figlio vale ben altro, ma lui riesce a ignorarlo. O la mente del bonzo, che si da fuoco sui gradini del tempio per un’ideale, una protesta, lui, che quando spegne una candela, teme la piccola fiammella.
    Nostalgia del credere…in quante cose ho creduto da bambino!  E le più ingenue, quelle travolte da una pronta delusione, sono quelle che sopravvivono negli anni.  Una per tutte: nonno Angelo, teneva sotto il letto, in un paniere, avvolto con maglie di lana, una decina d’uova di gallina. Una mattina, un pigolio nuovo in quella stanza buia, mi annunciò la nascita dei pulcini.  Far credere a un bimbo di quattro anni, d’allora, che bastasse star accovacciato, sul cesto, su altre uova, senza romperle e generare qualsiasi animale, fu cosa facile. Mi ricordo che scelsi da covare da un piccolo uovo, un animale che mi affascinava, l’elefante. Villa Adela per un giorno non ebbe le mie scorribande.

  • 08 settembre 2012 alle ore 11:38
    Un Penziero Profonno

    Come comincia: Dar treno da S. Marinella a Roma,
    su le mura gialle, de 'n cimitero, vicino a Palidoro
    'na scritta riportava come 'n tesoro:

    MASSIMO VIVE!

    Tra li campi de pannocchie e le chiome de li pini a faje 'n po' da tetto...
    anche dar treno in corsa se leggeva su quer muro, ch'appresso ar treno, coreva come 'n grido drento ar petto!
    Come pe dì: amico mio, che stai à annà lontano... smiccia quì
    indove c'è massimo nostro sotterato,
    tra 'sti pini l'avemo lassàto
    indove st’arberi che danno retta ar mare, movono le chiome ne 'la sera...
    a riportà l'ebbrezza de chi più non spera... e
    de quanno in moto, ariccojeva er vento su ' la pelle
    e faceva 'sta strada millanta vorte, a la serena, sotto ' er manto de stelle!
    Forse puro quà vorta, che je correva appresso er sole, ner mentre che se vortava a guardà er mare...
    quanno che tanta bellezza l'ha tradito
    e l'ha lassàto a terra, tramortito... e mo tace.

    'sta scritta oggi c'è pè arubba l’attenzione a te, viaggiatore giocònno,
    pè fa arifiorì un penziero profònno, e dasse er core in pace,
    svortà la testa ar mare, e poi dall'antra parte, a Massimo, che è scritto vive, ma nun è più a 'sto monno!”

  • 07 settembre 2012 alle ore 11:40
    Res publica

    Come comincia: Mi addormento col trucco sbiadito, sbiadita io come la sera,  è la notte, l'unico modo per sparire, per placare quella sofferente lagna del giorno, dopo che ti spacchi in tante te. No, non è lamento, non è immaturità o impreparazione, è solo stanchezza, la testa si rifiuta, non questione di ricordarsi dei valori, dei buoni propositi, di spingersi oltre. Troppe ne ho dentro di fotografie interrotte, troppa la mezz'aria che ho dovuto respirare spalancando la bocca, rimboccandomi le maniche. Sarà dura, lo è sempre stata e lo sarà, anche quando i cantanti si ritirano dal palcoscenico perchè troppo stressati dalla carriera, è dura guardare chi si diverte, chi è felice, fa  quasi male anche provare a sentirsi bene. Perchè mi viene così assurdo emozionarmi per un giorno di festa comandato, dal momento che passo tutti gli altri a commuovermi per fiori spuntati, becchi di uccellini e labbra semiaperte di mio figlio che dorme. E non provo nemmeno più rabbia, è tutto solo torpore, sotto una pelle che digita ideogrammi invisibili e porta a casa il conto. Lì vedo tutti i miei terrori, sono lì ogni sera come i sette nani, i sette sosia, le sette bellezze e le sette nere. Non mollano il mio passo probabilmente dalla scorsa vita già infiammata da un'altra me insofferente. E pur quella vocina mite a volte, vince su tutti gli altri baritoni, quell'occhio grande di donna forte si riflette in me dandomi la carica, miracolosamente. E il tempo dei ringraziamenti lo passo al telefono con la mamma e la sorella, le amiche. Lo so è incommentabile la sofferenza altrui, ma condivisibile. E le mie braccia non finiscono mai.

  • 06 settembre 2012 alle ore 9:43
    Dov'è?

    Come comincia: Il cuore batte?
    Siamo sicuri che batta davvero?
    Non ricordo l’ultima volta in cui mi sono sentito realmente vivo. Non ricordo l’ultimo sorriso sincero.
    Ricordo i momenti in cui le lacrime hanno preso il sopravvento, interiormente.
    Sono sempre stato bravo a nascondermi dietro la facciata di stronzo insensibile.
    Non ricordo dove l’ho perso, il cuore.
    Credo che sia annegato nel lago insieme a te, sorellina.
    Dove mi trovo adesso?
    Vedo le luci dei bar, vedo donne che mi chiedono se voglio divertirmi con loro. Sono talmente perso e ubriaco da non ricordare la strada di casa. Dove sto andando, sorellina?
    Quando ho iniziato a ubriacarmi come uno stronzo?
    Non esisto più. Sono un corpo pieno d’alcool. Sono uno stronzo che sputtana i suoi soldi nel calore della vodka, nel sorriso di un bicchiere di whiskey.
    Ho gli occhi che sanguinano. Li sento sanguinare, lo vedo, il sangue. Sangue così trasparente da sembrare pioggia. Piove dentro ai miei occhi spenti. Piove e sembrano quasi lacrime, ma io non piango, io, io non piango, sorellina.
    Tutto il mio corpo piange.
    Le puttane continuano a chiedermi soldi, ho già pagato la mia puttana, la tengo in mano ed è fredda e calda come voi, ed è liquida come voi, come me.
    Sono fatto di niente. Sono fatto di lacrime, stasera.
    Umiliatemi pure, uccidetemi con le vostre parole, stasera sono un uomo solo senza faccia. Invisibile a me stesso. Ho creato un rifugio sicuro nella mia mente perversa. Un rifugio talmente sicuro che nemmeno io ci posso entrare. Non conosco la combinazione. Sono fottuto.
    E sento gli urli della gente stasera, vi sento urlare come se aveste ritrovato la voce solo ora.
    Stanotte ho perso la mia anima in un qualche bar.
    Mi sveglio la mattina senza capire quello che mi sta succedendo intorno, faccio finta di non capire.
    Ma stanotte, stanotte capisco bene tutto. Stanotte tutto mi è chiaro.
    Sono estremamente fragile, questa sera.
    Prego, prego perché non mi è rimasto niente.
    Prego e vorrei strangolarmi, affogarmi, martoriarmi.
    Estremamente solo.
    La solitudine ti uccide, mi uccide.
    Mi infilzo la testa con stupide frasi tipo :” Sto bene” – “Non ho bisogno di nessuno”.
    No, non sto bene.
    Ho perso quello che sono. Ho perso quello che potevo essere.
    Smettila di piangere, urlo, e devo proprio sembrare un pazzo, con la bottiglia in mano e l'altra in faccia per uccidere le lacrime.
    Bruciano come olio bollente, scorticano la mia faccia. Lava calda sul mio viso di latte ed espressioni.
    Avrei voluto essere io quello morto affogato.
Avrei voluto essere io il figlio frocio perfetto con la moglie traditrice perfetta.
    Avrei voluto essere chiunque tranne me stesso.
    L’alcool mi brucia la gola, alcool scadente comprato in un negozio scadente.
    Alcool che mi fotte la gola e lo stomaco, mi uccide il fegato.
    Sto bruciando e nessuno se ne accorge.
    Nessuno mi aiuta ad alleviare il dolore.
    La gente mi scansa, puzzo di vodka e sigarette, puzzo di lacrime e paure.
    Tutti hanno una storia da raccontare. Tutti hanno cicatrici dentro e fuori il corpo.
    Io non sono diverso da tutti loro.
    Non sono diverso dalla puttana 50enne che vende ancora il suo corpo per cercare di dare qualcosa a suo figlio. Non sono diverso dal venditore di hotdog in cima alla strada.
    Loro hanno le loro storie scritte in faccia, sulle dita e sulle rughe.
    Hanno scritto la loro storia col sangue, il sudore, le lacrime.
    Io l’ho scritta con la penna della sconfitta. Col malessere interiore.
    Non so nemmeno più dov’è l’inizio, forse su una spalla? Oppure su un piede?
    Da dove inizia tutto?
    Dove sono finite le mie ossa di cenere?
    Non riconosco il suono della mia voce, non riconosco le pieghe delle mie mani.
    Chi cazzo sono?
    Di che cosa sono fatto?
    Ossa, ossa, ossa. Ossa e Odio.
    Ossa e delirio costante.
    Ossa e merda.
    Sono l’uomo che si è perso nel mondo.
    Tutti cercano di mangiarmi coi loro problemi.
    Tutti vogliono qualcosa da me.
    Non riesco ad aiutare me stesso figuriamoci gli altri.
    Piango silenzio. Piango parole mai dette.
    Cosa sono diventato? Mi sto rammollendo.
    Un uomo solo che piange.
    Dio quanto mi faccio schifo. Quanto sono debole. Essere cinici aiuta, nessuno proverà mai compassione o pena per te. La compassione degli altri è sinonimo di morte.
    Stanotte, qui, in questa strada piena di puttane, turisti, spacciatori, drogati e alcolizzati, io sono vestito, per la prima volta, di me stesso, dei miei problemi.
    Stanotte tornerò a casa e rimetterò tutto nel cassetto.
    Sono così stanco di me stesso.
    Credo di aver esagerato.
    Lo ripeto ogni giorno.
    Mi ripeto ogni giorno che la smetterò di bere.
    Sono il figlio ribelle di me stesso.
    Ho il fegato che piange da quanto ho bevuto.
    Solo un ultimo sorso.
    Solo un altro ultimo sorso.
    Per stasera è abbastanza.

  • 05 settembre 2012 alle ore 18:36
    Il Sapore di un Bacio

    Come comincia: Il sapore di un bacio, se Ti lasci andare e chiudi gli occhi, Ti mette i brividi; se poi Ti dimentichi di tutto il resto, se capisci di non voler allontanare le Tue labbra dal Tuo “lui” o dalla Tua “lei” e quando Ti allontani, apri gli occhi, ed è sempre troppo presto...
    Il sapore di un bacio non lo dimentichi se è una vita che lo aspetti. Il sapore di un bacio arriva dritto al cuore e, se poi Ti perdi e non rifletti, è quasi forte come far l'amore...
    Il sapore di un bacio accende la notte, colora una giornata uggiosa.
    Il sapore di un bacio è il raggio di sole che colpisce chi non sogna più.
    Il sapore di un bacio è una pennellata di bianco su una parete nera e vuota.
    Il sapore di un bacio è un’onda che Ti pervade, Ti bagna ma Ti restituisce asciutta dalla paura di darlo.
    È forte come il sole a primavera, dolce come lo sguardo di un neonato, puro come l’affetto di un genitore, trasgressivo come il “primo” bacio.
    Non importa se dopo prendi anche le botte, il sapore di un bacio Ti ripaga di tutto. No, non è sapore normale, devi godertelo piano, con gusto, con sincerità, con passione, con tenerezza; con quella voglia matta che hai di riceverlo e di donarlo.
    Il sapore di un bacio Ti lascia sospeso tra la luna e le stelle per non farlo cadere...
    Il sapore di un bacio Ti fa riflettere, così Ti senti un po’ diverso da come Ti sentivi prima e pensi, fra Te, "però, che strano" sarà più bello ora o domattina quando ci penserò e ripenserò e lo sognerò?!...
    Il sapore di un bacio dato è Dio. Perché, se ci pensi, è solo Lui che può consegnarTi ad una emozione unica, irripetibile, meravigliosa.

    Quindi dateli, i Vostri baci, niente c’è di più meraviglioso ed eterno di quella emozione…
    Potrete dire, con amore e gloria, “io l’ho vissuta, quella emozione…”

  • 04 settembre 2012 alle ore 16:37
    L'oscena sensazione

    Come comincia: Forse non potete immaginare l’oscena sensazione del medico, che, dopo complesse analisi e meditazioni, ha la certezza del vostro male. Non sempre le cose, in medicina, si svolgono con la linearità degli schemi che si rinvengono nei trattati. Il male è sempre, il più delle volte, oscuro e gioca una partita astuta e disperata di propria sopravvivenza con il medico. Io mi trovo spesso, di fronte al malato, come a cercare una soluzione di un romanzo giallo, dove l’assassino è la malattia. Il male sa nascondersi, mutare volto. Se lo stai per afferrare, a volte, una prova, analisi o sintomo, ti svia e ti ritrovi a vagare per un labirinto. Il paziente ti osserva, attende, valuta il tuo agire. Vuole la risposta, la esige. Se tu, medico, stai tardando, spesso non hai il coraggio di guardarlo negli occhi. Ed ecco che un giorno, improvvisamente, il male ti compare davanti, chiaro, nudo. Finalmente lo hai braccato, gli dai un nome, valuti le sue possibilità distruttive. –“Cazzo, ti ho preso, dove ti eri cacciato?”- Si scatena, allora una sensazione endorfinica di scoperta, di vittoria, di trionfo della tua perspicacia diagnostica. Sei attraversato da un brivido di onnipotenza. Hai in mano il male, quel che siano le sue future possibilità. Sensazione oscena, avevo detto? Spesso il tuo intimo, serpiginoso piacere non è lo stesso del tuo paziente, anzi…

  • 04 settembre 2012 alle ore 0:22
    Vernice

    Come comincia: Da ragazzino davo fuoco alle rane.
Non lo facevo con cattiveria, per me non c’era niente di sbagliato, era scienza.
Capire cosa poteva succedere ad un anfibio se gli davo fuoco.
Iniziai ad avere questi comportamenti dopo la morte dell’unica persona che abbia mai amato. Mia sorella.
    Lei era la mia parte buona.
Lei coi suoi capelli nero pece, piume di corvo. Gli occhi verde smeraldo, come le rane che uccidevo.
Aveva 15 anni, io 12. Lei era la mia vita. Anche i cinici bastardi hanno avuto un cuore, io ne sono l’esempio. Io e lei eravamo una famiglia, ci sentivamo a disagio insieme.
    L’acqua. Lei. Io. La morte.
    Si può morire in tanti modi. Il risultato è sempre quello.
    Mia sorella, i suoi capelli neri, i suoi occhi dolci. Mia sorella e il laghetto. Affogata come se non avesse mai imparato a nuotare.
    Ma lei sapeva nuotare, lei ha deciso di chiudere la sua vita senza lottare, lei ha fatto la scelta giusta.
Tornare da scuola e vedere l’ambulanza e la polizia. Le lacrime di mia madre miste a quelle di mio padre. “La nostra piccolina..!” Lacrime.
    Stai zitta stronza. Torniamo piccolini solo dopo che siamo solo mangime per vermi.
    Sono sicuro che si sia uccisa. Nessun rimpianto o rimorso, perché aspettare qualcosa che dovrà comunque succedere?
    “… Perché siamo qui? Perché siamo vivi? Siamo esche, esche per sciagure e merda. Non siamo altro che questo. Non saremo mai niente di bello. Ci può sembrare di fare qualcosa di buono, ma qualcosa di buono è seguito da merda. Lo sai vero? Devi capirlo bene, questo. La morte sarà il nostro premio per essere stati pazienti. Magari.. magari siamo già morti. Non pensi?”
    Magari, sorellina, magari sono già morto. Magari..
    I giorni dopo alla sua morte sono stati la mia caduta nel baratro.
    Il cibo non aveva sapore, i fiori non avevano odore. Mi sentivo come un quadro squarciato, accoltellato dalla natura distruttiva dell’uomo, di noi stessi.
    Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere le piume di corvo dei suoi capelli sparsi sull’erba, il suo sorriso rivolto alle nuvole bianche, alle forme della nostra fantasia. Riesco a sentire la sua mano nella mia.
    Lei mi ha dipinto, mi ha dipinto come voleva. Tutti i colori cupi sono stati buttati sulla tela, la mia anima.
    Lei ha preso le sue mani minute e ha urlato mentre affondava le sue dita scheletriche nei colori dell’odio e dell’amore. Ha intinto il mio corpo nel blu, nel verde, nel rosa, nel rosso. In tutti quei colori accesi che piacciono alle persone. Così io sono un dipinto dai mille colori. Ancora fresco. Ancora bagnato. Ancora pieno dei graffi delle sue unghie verniciate.

  • 01 settembre 2012 alle ore 17:09
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 30 agosto 2012 alle ore 18:54
    Anime morte

    Come comincia: Il Nevskij Prospeckt, un fiume pedonale di una cittá russa, un fiume di anime morte e vive, disperate e non. Penso che ogni luogo possieda questa via, non solo S.Pietroburgo. Riflettevo questa mattina passeggiando su quest´ísola, senza strade, dove il pedone cammina su viottoli di sabbia o sull´immensitá della riva abbandonata dalla bassa marea. L´uomo si deve ritrovare, si deve esporre,deve giudicare e farsi giudicare per esistere. La miseria dello spirito cerca nell´incontro, un´assoluzione qualsiasi, fors´anche l´indifferenza che allevi quel senso di colpa, che deve pur esserci in alcuni. Mi camminava davanti, aveva forse la mia etá, capelli bianchi, alto, un andatura agile, maglietta, calzoni a mezza gamba, piedi scalzi. Al suo fianco, una bambina di 12, 13 anni, minuta di altezza, con un tanga scomparso tra le pieghe di due glutei neri come il carbone. Il reggiseno raccoglieva seni immaturi. Un volto di putto negro, tra bagliori di pupille e di lacca su riccioli crespi. Un sorriso affiorante, indeciso. Quella mano che scende dalla vita lentamente e si posa sui glutei in movimento. Li possiede entrambi. Lui avverte il mio sguardo. Per un attimo ci guardiamo da uomini. La mano si ritrae.

                       Morro de S.Paulo

  • Come comincia: Questa pagina vuota,questo foglio di carta ,bianco,nudo. Mi trovo qui a volerlo colmare,riempire,ricoprire di parole,renderlo nero,grassetto,senza quell’ossessione dell’horror vacui però;potrei parlare di tante cose. Potrei parlare un po’ di me,dei miei pensieri più profondi, potrei,vorrei,ei,ei. Sono sempre stato così,anche in questo istante,a scrivere ,scrivere ,scrivere “chissacheccosa“. Sempre il solito,dubbi,incertezze,potrei,vorrei. Ma stavolta voglio,posso. Potrei parlare di qualcosa a caso ,di New York ,delle meraviglie della natura,di Napoleone o Cristoforo Colombo,ma la mia testa già ha deciso di cosa parlare: ha scelto una cosa eterna ,insignificante,misera ,infinita;un sorriso. Un sorriso cos’è? Questo non so dirlo ancora, forse è il paradiso,è la porta verso l’Infinito? E’ una piccola cosa, così piccola da essere eterna. Il sorriso della persona che ami,quel sorriso che blocca la mente,interrompe il ciclo vitale del mondo,quel sorriso che non dimentichi mai. Quel sorriso sembra solito ,banale,innocuo ,ma dentro di te si scatena il tormento,un temporale. Fa rumore,in silenzio. Ecco di cosa voglio parlare: un sorriso . Voglio essere più preciso ,il sorriso di una donna. Perché forse è unico il sorriso di una donna,è l’immensità in trentadue denti,e due labbra. S’inarcano appena le labbra quando Lei ride;lì il Sole cesserebbe di splendere se lo vedesse, si spegnerebbe così, sarebbe la fine.

    Pace. Serenità. Niente . Tutto.

    Quando vidi un sorriso così,fu devastante ,distruttivo, mi mancavan le forze . Passai giorni a pensarlo ,senza agire. Ora ho solo quel sorriso,il suo,ed è tutto quel che ho.

    Facciamo qualche passo indietro però,

    Era l’ignaro ottobre quando la vidi per la prima volta. Non sorrideva,andava di fretta,ansiosa,correva ,di spalle. Non potevo afferrare il suo sorriso,se lo teneva stretto stretto,nascosto solo per sé. Camminava stranamente,non si voltava, non si fermava,“rotolava “un dito tra i suoi riccioli color rame,color autunno,come ottobre. Decisi che non volevo vivere più per grandi cose,ma avrei vissuto per quel ramato inaspettato. Non avrei chiesto molto a Babbo Natale,soltanto quei ricci. Non erano rossi ,né castani ,era una sfumatura speciale .

    Mi chiedevo perché l’arcobaleno non avesse il ramato ,adesso è qui accanto a me ,solo per me. Mi dispiace per l’arcobaleno.

    Cosa chiederò mai quest’anno per Natale? Non posso chieder nulla. Potrei chiedere il sorriso di mia madre, gli occhi della mia donna, l’abbraccio di mio padre,ma già c’è tutto questo. Quel riccio ramato sarà tutto mio quest’anno ,tutto da accarezzare,da odorare,tutto da amare. Il suo sorriso spero splenda almeno a Natale,l’ha tenuto nascosto troppo tempo ,ora posso toccarlo ,posso sentirlo.

    Concludo ora.

    Grazie Babbo Natale,l’anno scorso non ti ho potuto ringraziare,lo faccio ora che un altro Natale è ormai alle porte,coglievo l’occasione perché sai,i Maya,il 2012 ,non si sa mai.

    All I wanted fot Christmas,was you.

  • 29 agosto 2012 alle ore 23:23
    Quattro dita sotto l'orizzonte

    Come comincia:

  • 25 agosto 2012 alle ore 13:31
    Senza il tuo sorriso

    Come comincia: Dedicato a Floriana , la mia seconda mamma che se ne è andata..

    Il ricordo… per fortuna esiste il ricordo. E’ una pellicola registrata nella nostra mente che possiamo rivedere quando vogliamo , quando piu’ ne sentiamo il bisogno, basta pensare e il film parte ed inizia.. e poi finisce… e i film della vita hanno tutti lo stesso finale…
    Ma cio’ che e’ importante sono le scene di questo meraviglioso film e le persone che ne hanno fatto parte , persone che, in questo ricordo hanno avuto al centro un irripetibile esempio di bonta’ e amore per gli altri , alla quale la vita ha dato tanto , un marito, dei figli, dei nipoti e degli amici ,ma anche un nemico oscuro e maledetto che l’ha perseguitata ininterrottamente per troppi anni.
    Io non credo che abbia vinto , mamma Floriana l’ha combattuto ostinatamente trovando nutrimento nell’amore per Luciano e la sua famiglia e alla fine e’ lei che ha deciso che lui vincesse… Si, e’ cosi’, mamma Floriana era troppo forte e come una guerriera non ha permesso che nel suo castello dorato entrasse il male, lei ha protetto tutti da questo schifoso essere .
    Era sempre sorridente ma dentro urlava , combatteva il dolore, l’inquietudine e la paura di non farcela, quante volte avrebbe voluto mollare ! Ma non l’ha fatto..
    I ricordi… quanti ricordi … tutti colmi di amore e gioia insieme alla mia seconda mamma.
    Con lei ho respirato aria salubre, ha disegnato, nel mio allora piccolo cuore, baci e abbracci indelebili e sorrisi , sorrisi fatti di amore materno, di comprensione .. mi manca il tuo sorriso Floriana, mi manca da morire.
    Noi cuccioli ci sentivamo in una reggia nella nostra casetta in campagna, avevamo tutto cio’ che potevamo desiderare, alberi di ciliege, rovi di more, campi di grano, uno stagno affollato di ranocchi, ma soprattutto avevamo intorno a noi calore, considerazione e noi lo sentivamo.
    Erano anni che chiunque ci invidierebbe nel sentirne parlare, troppo belli, troppo perfetti.
    E poi… eccoci qui, un fiore di primavera che diventa una foglia d’autunno, un vento impetuoso l’ha staccata dal suo ramo e l’ha fatta volare per anni da un’ospedale ad un altro, da una preoccupazione ad un’altra, senza sosta , senza alcuna pieta’ !
    Le ha tolto tutto questo malvagio mostro, ma non la dignita’…
    Il finale doveva essere questo per te e tu l’hai sempre saputo ma nessuno ha mai pensato che un giorno tu lasciassi che lui vincesse.
    Io non voglio piu’ pensare a questi giorni come giorni di sola sofferenza, io devo pensare che tu adesso sei finalmente serena e che nessuno di noi in questi giorni sta soffrendo quanto quello che hai sofferto tu in questi ultimi anni.
    Devo essere felice che tu adesso hai finito di sentire dolore, sono certo che adesso la serenita’ sara’ la tua casa , noi siamo qui a piangerti perche’ tu hai lasciato tracce di amore e altruismo rare da trovare in questo mondo da schifo, io ti sento ancora anche se non ci sei piu’ .
    Senza te tutto e’ piu’ complicato, una spada ha perforato i nostri cuori e cosi’ deve essere, guai a dimenticarti, tu non ci hai lasciati.
    Senza il tuo sorriso il sole che sorge ha meno luce ma vedrai che io, che tutti noi, riusciremo a vincere la tua assenza sapendo che tu ci guardi e che ci guardi con quegli occhi pieni di vita che tu avevi e con quel sorriso che mi manchera’ per sempre.

    Con amore
    Stefano

  • 22 agosto 2012 alle ore 22:38
    Le elemosine emozionali non aiutano i disabili

    Come comincia: Il mio istintivo interesse per i problemi sociali, supportato da approfonditi studi della materia, mi ha portato a constatare che i disabili e, in genere, i diversi continuano a essere discriminati. Da sempre l'essere umano ha temuto non solo il diverso, ma più in generale ciò che non riesce a spiegarsi immediatamente. Anche se studiosi come Freud, Winnicott e tanti altri hanno tentato di illustrare le motivazioni psicologiche, sociologiche e evoluzionistiche di questo fenomeno negativo, il principale motivo di ogni forma di discriminazione resta sempre l'ignoranza.
    Conseguenza di questo atteggiamento è una almeno parziale emarginazione dei diversamente abili. Una loro completa integrazione è invece possibile. Come già accennato, l'emarginazione è una condizione che scaturisce dall'analfabetismo psico-sociale, pertanto attraverso un costante impegno da parte di tutti noi le cose possono sicuramente migliorare. Per il futuro sono piuttosto ottimista, perché lavorando nelle scuole e con la diversità posso appurare quotidianamente che i bambini non sono mai prevenuti di fronte a nessun tipo di disabilità: sono gli adulti che, attraverso il cattivo esempio dettato dal pregiudizio, li condizionano negativamente. La strada da percorrere è comunque ancora lunga e tortuosa, nonostante la tradizione cristiana del nostro Paese faccia pensare a un più radicato senso di solidarietà. Ma, a mio parere, tale contraddizione è spesso figlia della rigidità. Una condizione che si ritrova in tutte le religioni e quella cristiana, purtroppo, non fa eccezione.
    Aggiungo che, personalmente, non mi piace il concetto con cui la cristianità concepisce il disabile. Il diversamente abile non è un "poverino" che va aiutato in quanto sfortunato, ma è una persona come qualsiasi altra. Egli non cerca l'elemosina emozionale o l'accettazione da parte di una comunità in quanto persona disagiata, ma vuole essere considerato, amato e anche odiato, purché possa vivere la propria esistenza con la stessa dignità che si dovrebbe attribuire sempre a qualunque essere umano.
    E invece i tempi non sono ancora maturi. Paradossalmente, le cose andavano meglio in epoca preistorica. Studi recenti hanno dimostrato che tra gli uomini di Neanderthal, (parliamo di circa 100 mila anni fa e di una specie umana che non è la nostra) quanti avevano subito un'amputazione a causa di un incidente o per motivi di caccia continuavano a vivere, perché altre persone della comunità si occupavano di loro. Gli uomini primitivi, nel campo della diversità, hanno dunque mostrato una civiltà talvolta più evoluta della nostra, ma è giusto aggiungere che negli ultimi trent'anni le cose sono molto migliorate, e questo fa ben sperare per il prossimo futuro. Dove invece si è ancora lontani dall'equilibrio è nel riconoscere il diritto ad amare della persona con disabilità. Ma l'amore è un sentimento che nessuno può imbrigliare.
    Il fatto che spesso la società si contrapponga a questo diritto non significa che non si possa concretizzare. Certo spesso mancherà l'approvazione, ma il diritto di provare un sentimento e di essere ricambiati resta. Altra questione spinosa, complessa e talvolta controversa riguarda l‘emarginazione che coinvolge anche la famiglia del disabile. In generale, purtroppo, non posso esimermi dall'ammettere che spesso il nucleo familiare, a causa dell'enorme impiego di energie che un disabile richiede (e qui la gravità ha un ruolo importante) tende esso stesso a isolarsi. Inoltre ci sono anche casi in cui è più difficile metabolizzare una disabilità (specialmente se acquisita) per un familiare, che non per la persona che "incappa" in questa peculiare e svantaggiata condizione. Per alleviare il fardello di chi ha in casa una persona con disabilità bisognerebbe mettere il prossimo in condizione di dare il meglio, ma senza chiedergli l'impossibile. A tale proposito vorrei citare una massima di Antimo Pappadia, scrittore e saggista professionalmente impegnato nel sociale. Una frase che, naturalmente, (vale per tutte le categorie di abilità) bambini compresi: "Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza; mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali affinché possano dare il meglio, allora ci sbalordiranno, perché supereranno se stessi".

  • 22 agosto 2012 alle ore 12:59
    Piumetta

    Come comincia: Se Piumetta quel giorno avesse adunato intorno a sè il coraggio perduto/ritrovato e narrato in mille storie d’amore e cento poemi oggi non saremmo qui a parlarne. Non avremmo a sorridere di certi buffi aneddoti ne a fermar con un singhiozzo lacrime che cercano acerbe una collocazione.
    Non staremmo qui a disquisir sui parenti. Ne a sparar giudizi dozzinali. Che poi finiam d’esser noi quelli che strisciano mentre gli diamo pure dei serpenti. Proprio tutti. Artigiani concubine e tenenti. Perché se Piumetta lo voleva davvero quel che voleva non ha fatto il muso duro e se l’è preso? Si chiesero i più quando a frittata fatta si passò dritti a vergar lutti su anonimi verbali tralasciando di tutta questa storia il senso esteso? Perché non ha fatto spalluccia alle malelingue ed è andata diritta per la sua strada con quello scemo? C’era davvero bisogno di un gesto così estremo?

    Ci rimasero spiazzati tutti. Quasi come quando la videro tirar su il bandone del suo frutta e verdura la prima volta. Proprio nel centro del paese. Che all’inizio e ancor più dopo quando la gente osservava passando quei cento chili di carne morbida con quelle labbra carnose cantare ben intonata le canzoni del suo gruppo preferito, si voltava a guardarla e i maschi a farci sopra pensieri poco altolocati che sapevan di peccati alla melassa. Nacque in quei giorni lì quel nomignolo che si sarebbe portata dietro sino agli annunci mortuari. Uno disse ridendo: “E’ così grassa ma si muove come una piuma”. E per tutti diventò Piumetta.
    Che a Piumetta piaceva il sesso più che mangiare ed era tutto dire. Le piacevano le parole un po’ sboccate e lavorarsi gli uomini e piegarli al suo volere con quelle labbra voluttuose ed esperte. Che poi a sindacar non si capiva mai bene, se lo faceva per buttarsi via o per godersela o per fare un carezza alle sue pene. Perché a Piumetta si poteva dar di tutto ma non della zoccola. Teorizzava l’ingegner Mantovani. Grande trombè de femme. Come lo definì in un francese azzardato il Tanzi che da quando votava commenda si era messo pure a parlar fino. Spiegando e un pò ammiccando all’auditorio di pensionati che quella lì: “C’ha la lallera in fibrillazione. Il segreto è tutto qua.” Ma lo diceva senza voler offendere o con un tono di volgarità. Che anche a lui la Piumetta attizzava. Ma da quando ci si era messo in mezzo il maresciallo la cosa era diventata pericolosa.
    Che poi a Piumetta, cosa strana, l’adoravano pure le mamme e le donne per non dire le nonne. Che conosceva delle fantastiche ricette di cui svelava i segreti senza gelosia e poi quelle battute svelte e sarcastiche sugli uomini mentre con qualche frutto o verdura in mano alludeva facendole ridere tutte di gusto. Che Piumetta c’aveva pure i prezzi buoni. E sapeva mestierante trasformar cassette piene di merce in lucidi dobloni. E così andava a finir che gli chiedevano pure i consigli. Come la moglie del Romeo. Piumetta scusa. Le chiese a negozio vuoto sottovoce e un po’ impacciata. Tu sei così brava con gli uomini che. Cioè. Vedi io e mio marito. Insomma. Non è che. Vabbè ho capito. Tagliò corto Piumetta. Non lo fate più. È così? Francesca arrossendo annuì. Senti un po’. Ma glieli fai i servizietti? le chiese ridendo obliqua. La Francy diventò come un pomodoro. Ma sei matta? Sobbalzò con un senso di colpa ereditato a catechismo. Ecco fatti un piacere. Inizia da lì. Vedrai che le cose cambieranno. Agli uomini piacciono le donne un po’ porcelle! Concluse allungandogli la borsa della spesa e strizzando l’occhio complice.
    Francesca uscì dal negozio ancora arrossita ed imbarazzata ma quella sera dopo la doccia si piazzò davanti allo specchio e selezionò delle cosette sexy. Ravanò tra i profumi mignon e seguì pure il suo consiglio. C’erano due figli in ballo e lei con tutta una vita selezionata per loro fin su al suo matrimonio. E si ricordò di essere -oltre che mamma casalinga e moglie- ancora una bella femmina. Fu un successone. Da quel giorno il Romeo smise di andar a cercar furtivo nei dopocena la Piumetta ben attrezzato e con la promessa di un week-end a Parigi insieme. Fu invece la Francesca che proprio da Parigi, dove un mese dopo con il marito andò a “far la seconda luna di miele”, che le spedì una cartolina con la Torre e su scritto un bel grazie dentro un cuore disegnato. Quando l’appuntò insieme alle altre fissando un pò imbarazzata l’icona di Padre Pio, della cui figura era grande sostenitrice, con il rametto d’ulivo immortalato proprio sopra la cassa le confessò candida: “C’hai ragione a guardarmi così. Ma quando quello mi metteva le mani addosso non capivo più nulla!”. Facendola franca anche con i santi.
    Poi ogni tanto a Piumetta la sera veniva il magone.
    Poi più spesso Piumetta la notte seduta sul letto che aspettava le ore.

    (Vorrei uscire stanotte/dimenticare il tuo nome)

    “Marescià. Dice sua moglie che si ricordasse il pane“. Riportò asettico l’appuntato Rocco al superiore seduto in quella scrivania anonima come le imprese che non c’erano da raccontare. Con la foto del presidente e un ritaglio di giornale ingiallito che incorniciava un vecchio e minuscolo successo a proposito di autoradio rubate nel bergamasco ancor lontano da esser padano. Roba di vent’anni fa e poi. Che da quando il maresciallo Raffaele Greco. In arte Don Raffaè. Si era infatuato della Piumetta non ci si parlava più. “Dì a mia moglie che si fottesse!” Urlò alzando gli occhi da una richiesta di passaporto aggiungendo un po’ imbarazzato quando l’appuntato si allontanava: “Stavo scherzando Rocco! Fatti lì fatti tuoi!”.
    Don Raffaè era un ex ‘uagliò venuto da Napoli. Per toglier subito di mezzo i dubbi e metterli al sicuro in banca. Cresciuto in uno di quei quartieri dov'è difficile farla franca. Con la panza da carboidrati a valanga ed un odore che sapeva di acido. Bruttoccio diciamolo. Fin quando con quello sguardo da impunito fissava i passanti come a voler intendere che infrazione avessero appena combinato. Stava sulle scatole un po’ a tutti. Affermavano sottovoce le comari nel negozio della Piumetta a gioco ultimato.
    Che poi tutto nacque quella volta che la Piumetta gli offrì un servizietto veloce nella jeep di pacca. Una fatica più perché la eccitava veder una divisa aperta ansimante che non dettava inquisizioni o timori o che altro. Che anche a lei Don Raffaè non piaceva per niente. Era sboccato e approfittava della sua posizione. Ed era pure brutto. Dai diciamocelo. Ed aveva stufato davvero tutti quando tiriterava che da giovane era stato uno di quelli che, citando Mario Merola, doveva scegliere se diventare camorrista o carabiniere. E andava a finir che se la menava  con questa storia, i più pensavano senza dirlo che di sicuro aveva sbagliato mestiere.
    Per lei fu una leggerezza ma lui invece la prese dura. Solo perchè per un attimo si sentì da mezz’uomo trasformato in un adone. Anche e soprattutto perché aveva travisato l’obbiettivo reale di quel gesto. Che sintetizzava sia l’arroganza sia quanto fosse farfallone.
    “Rocco prendi la jeep che andiamo in paese a controllare“. Ordinava all’appuntato che sapeva già che si sarebbero poi piazzati davanti al negozio della Piumetta per verificare il movimento.
    La sera a cena Rocco abbassando la televisione confessò le sue preoccupazioni alla moglie Carmela quando i figli era già a letto. “Carmè. U’ maresciallo sta uscendo pazzo“. Lasciando scivolare la conversazione verso faccende scomode.

    Quando entrò per la prima volta nel negozio della Piumetta a comprare agli e vino rosso a buon mercato Adrian, che giù al cantiere tutti lo canzonavano Mutu in onore al calciatore del quale non aveva di certo il profilo sorvolando sul conto corrente, se ne innamorò immediatamente. Non che pensasse al sesso tutt’altro. Forse e alla fine in quella donnona rassicurante vedeva più la mamma. Un senso di morbida protezione. Era un po’ grassotto e ben stempiato. Un romeno anonimo e spento e distante che prima o poi ti passa davanti agl’occhi. Non aveva una buona parlantina ed era pure timido. Il fatto poi che bevesse robusto invece di sciogliergli la lingua lo bloccava ancora di più. E finiva così sempre ubriaco a cercare tra i ricordi quei due o tre che sapevano un po’ di buono cullandosi su fotogrammi dai colori pallidi della famiglia e del suo piccolo paese al nord della Romania dal quale era scappato dopo un matrimonio finito male.
    La Piumetta provava una grande tenerezza per quel ragazzotto timido e impacciato che raramente alzava lo sguardo da terra. Sorridendo tra sé gli veniva istintiva di proteggerlo come un figlio. E gli piaceva trastullarsi due minuti con lui e infilargli a conto fatto qualche verdura extra nella sportina della spesa.
    Poi quel pomeriggio di vicino Natale entrando in bottega dopo aver scolato una bottiglia di rhum importante con gli amici Adrian le pronunciò due parole che cambiarono le bisettrici della sua vita. Due parole che avrebbero portato venti di incomprensioni e tempesta. Gli sussurrò due parole che nessuno le aveva mai dichiarato prima. Gli disse: “Sei bellissima“.
    Piumetta arrossì insieme a lui anche se non era sua abitudine e si sistemò la ciocca civetta dietro l’orecchio.
    Il maresciallo osservando tutto dalla penombra del parcheggiò sibilò ad un appuntato che non sapeva più dove guardare: “A chisti ‘i fotto“.
    E ce la mise tutta Don Raffaè. Iniziò nello sguinzagliare sua moglie in giro a parlar male della Piumetta che anche se tutti conoscevano la storia qualche vipera sua pari l’avrebbe sicuramente trovata. E donna Concetta, che aveva già inteso avvisaglie losche nell’aria da vecchia donna del sud dimessa con un’acidità indirizzata verso l’obbiettivo sbagliato, Quasi con un senso di inutile rivincita., Si dette ben daffare.
    Ed anche per Adrian le cose non si misero affatto bene. Anzi con lui fu tutto molto semplice. Una pendenza per uno scooter rubato anni prima nella periferia romana. Quella scazzottata con due albanesi che gli costò una denuncia per rissa e otto punti di sutura. Insomma. Uno con le sue piccole colpe che a guardar bene non si distinguevano molto dalle piccole colpe che ognuno di noi si porta dietro in una vita. Ma a differenza delle nostre. Lui le sue le pagò fino all’ultima stilla.
    Lo fermò persino una sera nei giardini pubblici umiliandolo davanti a tutti perquisendolo. Sibilando poi ai passanti intimoriti che quello è uno spacciatore ed è pericoloso. Anche se Adrian odiava la droga e i drogati. “E poi che minchia ci faceva tutte le sere nel negozio della Piumetta? Non è che?“. Spargendo il germe del dubbio dette il meglio di sé. Don Raffaè.

    Cambiò la vita di Piumetta e di Adrian ma cambiò anche quella del paese credetemi. Una coltre di stoltezza iniziò a coinvolgere invisibile ma decisa un po’ tutti. Si partì nei bar a straparlar gratis e male. Dalle briscole all’’asso di bastoni si passò dritti a far battutacce da stucchevoli cafoni. Intorno a quello schiocco confessionale le voci al curaro delle tossiche da tre funzioni al giorno rimbalzarono acide ed inquisitorie protette dalle antiche pietre della chiesa. Persino l’ingegnere affermava che si era passato il limite. Donna Concetta comiziava e dispensava oramai ad un plotone di casalinghe represse parole piene di disgusto moralista verso la Piumetta che almeno all’iniziò incassò quegli affondi come un pugile rintronato stretto alle corde. Fino al giorno in cui seppe che Adrian era stato arrestato. Giusto fino a lì.
    Don Raffaè l’aveva trovato ubriaco su una panchina e lo aveva portato dentro in manette quando si era permesso di apostrofarlo con un chiaro stronzo all’ennesima richiesta dei documenti.
    Ecco. Le cose iniziarono a precipitare proprio da quel preciso momento.
    Non perché il lavoro di due anni era andato a puttane in due settimane no.
    Non perché persone che fino al giorno prima la salutavano solari adesso la guardavano come la fonte di tutti i mali no. Con ogni probabilità si scollò inconsapevole dalla bieca realtà.
    Chissà se sentì improvvisa la pesantezza del vivere e ne ebbe timore.
    O forse guardando quei cento chili allo specchio vide per la prima volta quei cento chili che aveva sempre nascosto ai suoi occhi.
    Ci fa più sollievo pensare che percepì il suo gesto come un obolo supremo e necessario all’amore che non si può consumare.
    Non lo sappiamo che cazzo successe diciamocelo. Ma il giorno dopo Piumetta non aprì il negozio. E neanche il giorno dopo. E neanche quello dopo ancora. Quando la Francesca preoccupata andò con il Romeo a casa a cercarla e trovarono la porta aperta e le stanze vuote scattò l’allarme.
    Troppo tardi.

    La ritrovarono due fungaglioli  che salivano su per quell’anonima pinetina di un sabato mattina dal sole generoso.
    I referti dissero poi che era rimasta appesa a quell’inconsapevole ramo almeno un giorno.
    Appena la notizia travolse i pettegolezzi sul paese calò un silenzio pieno di vergogna e disagio. Tardivo ed inutile. L’ipocrisia del viver solo di facciata criticando la vita di chi invece ci prova davvero a vivere dietro quella patetica facciata aveva vinto ancora. Per l’ennesima volta.

    Quando il dottor Germi arrivò nella collinetta, Don Raffaè era piazzato impresario sulla cima ad osservare capo branco il via vai operativo. “Che è successo maresciallo?” Gli chiese tra barellieri e sbirri incuriositi e borghesi dalle curiosità incancreniti. “Che è successo dottò. Si è suicidata“. Borbottò lanciando un calcio ad un sasso che ostruiva il suo nobile passo. Poi su quella frazione di silenzio aggiunse sistemando la cinta in abbondanza sul pantalone d’ordinanza.: “Comunque. Quel che è stato è stato. Finiamola qua ‘sta sceneggiata“. E stringendogli il braccio e allontanandolo dalla folla di presenti sommò in un napoletano sprezzante ghiacciandolo: “E poi dottò. Pè mè ‘na femmena italiana che s’amazza pè nù romeno se l’è solo cercata“.

    (E crolla la fortezza/Del mio debole per te)

     

  • 22 agosto 2012 alle ore 12:53
    Danny Ocean

    Come comincia: Lo chiamavano tutti Danny Ocean perché le donne quando parlavano di lui lo sospiravan più bello del Clooney. Il fatto poi che giocasse e scommettesse praticamente su tutto gli incollò quel nome direttamente sul set di documenti. Lo chiamavano così gli amici del bar ed i nemici del poker. Tutti i parenti ed il nonno finanche il sindaco. L’appuntato mamma e papà. Persino lo psicologo e all’anagrafe lo chiamavano Danny.
    Solo la Mariella si ostinava con quel pomposo Giammarco che appena la sentivano scattavan tutti sugl’attenti. Anche se quello era il suo vero nome e lei la fidanzata sto(r)ica. Quindici anni a patire e piangere per questo fannullone bell’imbusto che di metter su famiglia non ne voleva proprio sapere. Che la Mariellina era una trentacinquenne da sposare altrochè. Brava disponibile e gentile sempre con tutti. Bella e con un fisico ben tenuto ad illudere la palestra mentre si sfogava di steep. Seria e tutte le domeniche alla funzione a impressionar del Vangelo.
    E poi il padre e la madre. Gente tanto per bene.
    Se le malelingue avevan da ridir qualcosa su di lui era solo sul fatto che era ricco di famiglia. Ma si trattava di piccole gelosie e niente di più. Anche se di questa fortuna non se n’era mai fatta una colpa intendiamoci. Come della vita non ne aveva mai fatto questioni di classe sociale o concetti filosofici e men che meno meritocratici. Che a lui del ceto e della politica fregava come una tris che va di fantini sleali buttati in contumacia dietro sbarre cassate. Ed il mondo lo divideva con semplicità in due categorie. I giocatori e tutti gli altri. Anche se sui giocatori aveva poi una serie infinita di profili e teorie che esponeva incessante. Ma riconosceva convinto che alzarsi tardi e giusto per lo spuntino delle15dici era un bel privilegio. Soprattutto se hai finito quella dannata Teresina alle sei del mattino a casa del Certini lasciando sul tavolo (verde) della cucina tre bei pezzi da cento mentre la moglie si alzava ad inveire contro tutti incazzata nera.
    Che al Danny se lo guardavi bene era bello per davvero. Alto sull’ottanta e pettorali da tre volte a settimana. Che anche se era diventato un vizioso del gioco di tener tonico l’aspetto non s’era mai dimenticato. Dentatura vip e i capelli scuri da copertina che andava ogni quindici giorni in città in quel famoso salone a farsi fare i ritocchini. Due pacchetti di Marlboro rosse Mercedes cabrio e via andare. La mascella da telenovellla ma senza tirarsela fino ad usar persino creme antirughe. Che a 40anni scalpitano. Ma questa non si doveva sapere in giro e quindi non ve l’ho detta. Mi raccomando.

    Sul Danny e la sua cricca giravano delle leggende da far impallidire il Batman.
    Come quella volta che partiron per Venezia perché aveva sognato chiaro il suo preferito Lucio Battisti che gli ordinava (Sì sì ordinava. Mi ha detto proprio così) di andar subito a puntar deciso tremila robusti euri sul ventidue al tavolo 4 del casinò su in laguna.
    Chiaramente la proposta passò all’unanimità in due minuti secchi perché con i sogni non ci si scherza mica. L’unico problema casomai era trovare una scusa per la moglie del Certini che passavano un momentaccio. I funerali credibili oramai se li eran giocati tutti e far morire la gente due volte pare brutto. Ed il Bianchetto si era stancato di dover passar sempre per quello che si sentiva male e lo dovevan portar d’urgenza che alla fine mi succede qualcosa sul serio diceva. Poi con la promessa che avrebbe viaggiato seduto davanti andata e ritorno cedette e si optò per una colica di reni che anche se gli veniva davvero di solito non son pericolose. Lo tranquillizzò il Danny. Ed i preparativi diventarono operativi.

    Tutti sanno che quella mattina quando si fermarono a fare il pieno nel distributore e a al bancomat del paese erano lui il Certini il Bianchetto e basta. Ma acquattato dietro c’era pure il mitico dott. Gattai. Anche se questa ce la teniamo per noi dato che la moglie è sempre stata convinta che fosse andato a Benevento per un simposio sulla prostata.
    Di quella serata lì esistono almeno quattro versioni di cui due poco attendibili. Di sicuro fu il Certini che nell’atto dell’entrata trionfale ricambiato come un modello e con i mocassini neri Paciotti che li aveva pagati una fortuna scivolò sui marmi crollando a terra indecoroso. E gìà da qui le versioni cambiano. Sì perché c’è chi sostiene che mentre cadeva si aggrappò stappandolo al tailleur di una signora austera lasciandola scandalizzata in biancheria ma rialzandosi tirò via due pezzi da 500ento e glieli mise tra le mani persuadendola con un bondiano e seducente mi scusi e se ne compri un altro cara.
    Ma questa era una mossa che non rientrava nel suo baget né nel suo stile e dunque non solo bollata come un’esagerazione emozional/narrativa. Ma con grande disappunto del Certini medesimo che la vedeva invece bene raccontata così. Tracimata senza appello tra le versioni poco attendibili.
    L’entrata del Danny invece ce l’hanno ancora tutti davanti agli occhi. Con le mani in tasca fasciato in quell’Armani fumo di Londra e la marlboro piegata tra le labbra che infilava un cinquanta nel taschino di un security chiedendo distante ed ispirato mi può indicare dov’è locato il tavolo numero 4? Che il Bianchetto sostiene che si precipitò addirittura il direttore ad accompagnarlo.
    Tutte e quattro le versioni concordano che si sedette alla desta del croupè sistemando giocoliere le fishes e le sigarette mentre ordinava un Lagavoline. Doppio. Fece poi passare un giro osservando competente gli altri giocatori ed al successivo fate il vostro gioco posò tre fishes sul nero ventidue. Quelle da mille euro cadauna per intenderci. In due versioni si sostiene che il croupiè prima di lanciare la pallina lo radiografò e stupì dell’indifferenza e della classe. Quando la sfera destina iniziò a girare il Certini e Bianchetto erano appoggiati ad una slot con visuale ottimale che il Certini. Anche se adesso non lo dice. Non ci credeva che.
    Il Danny era solo ed instillato perché al tavolo della roulette non voleva gente dietro mentre il Gattai senza perder d’occhio gli eventi si stava scaldando al Black Jack con poca fortuna. Ma il dott era un diesel. Lo dicevano tutti.
    Furono momenti interminabili che si stamparono nell’espressioni dei compari. Danny invece in quel momento era da un’altra parte. Con ogni probabilità nel nirvana dei giocatori a cerimoniar quei due secondi che per qualcuno voglion dire una vita. O forse catapultato in quel cono d’intensità che si sintetizzava tra semi numeri combinazioni e impossibili possibilità. Di sicuro però era lì quando la pallina si fermò incasellata nella ghiera della roulette. E vide ben bene dove si era fermata. Dove aveva deciso di dare una spallata alle norme e alle regole. Che sberleffo stava dispensando alla vita ordinaria ed ai suoi patetici numeri.
    Proprio sul ventidue. Proprio lì.
    108.000 euro si ritrovò appoggiati di fianco al balon svuotato e al mezzo pacchetto di Marlboro.
    Centoooottomila.
    Conosco gente per bene che c’ha impiegato due generazioni per metter su una cifra così.

    E secondo voi cosa fece a questo punto Danny? Tirò su il malloppo e se ne andò? Si mise a saltare dalla felicità? Fece stappare lo champagne migliore? Si mise a messaggiare la vincita a tutti?
    Niente di tutto questo. Lanciò una fishes nera al croupiè che annuì e con freddezza calcolata radunò gli amici che complimentavano mentre si viveva quel momento di trance che riassumeva il compendio del giocatore. Tirò via ottomila euro per le spese e smazzò in quattro parti la vincita pronunciando una di quelle frasi che ti fanno entrare direttamente nella leggenda senza neanche passar dal via.
    Prego ragazzi servitevi e divertitevi.
    E si divertirono eccome. Si sguinzagliarono per le sale del casinò a dispensare fishes sfidando con ardore la dea bendata che però quel giorno il suo obolo l’aveva pagato e quindi poi fu picche per tutti. Così al mattino non solo avevano perso tutto ma Danny e il Gattai ci misero sopra altri tremila. Quasi con soddisfazione verrebbe da dire. Senza contare poi i mille a testa che spesero nel selezionare dal catalogo de luxe dell’agenzia di modelle più cool della città le quattro ragazze che omaggiarono il loro riposo in laguna.
    Perché come sentenziò un Certini particolarmente ispirato lungo la strada del ritorno mentre il Gattai confidava un po’ arrossito le acrobazie della signorina avendo però da dir la sua sull’obolo.
    Quando si va in trasferta non ci si deve far mancar niente!

    Carlino! Racconta un po’ ai pivelli qua del video poker perché ti chiamano tutti Bianchetto! Al Certini piaceva sfottere quei cupi giocatori imbambolati da quelle macchinette che lui e pure il Danny disprezzavano. Per loro il gioco era movimento e fantasia. Una sfida alle regole e alla logica. Cervello ed imprevedibilità. Esperienza e un po’ di culo. E non capivano quei quattro bischeri che dilapidavano i salari a spingere bottoni lampeggianti.
    Non erano giocatori veri per loro.
    Lascia perdere che oramai la sanno tutti. Replicò il Bianchetto falso modesto.
    Ma se lui si crede di star lì a far la star infierendo su quei poveri spingibottoni per sviare gli indizi allora ve la racconto io.

    Tutto iniziò quando il Danny si mise a teorizzare un’uscita di classe al casinò di Montecarlo. Con un puntiglio di dettagli e cifre che impressionò tutti. Secondo i suoi calcoli per un week end senza rischiare figuracce tra tavoli verdi e vizietti vari ci volevano un 70mila a testa. Se poi si vinceva era un’altra storia. Per lui non c’erano problemi a rimediare il baget ed il Certini. Se riusciva a far passare sotto il naso della moglie quel monolocale che aveva appena ereditato dalla ricca zia fiorentina era coperto. Il problema rimaneva Carlino che era impiegato nell’azienda dello zio e c’aveva il salario che era quel che era e diversi debitucci in giro ma senza strafare. Un bell’ostacolo. Anche se aveva già deciso che se non ce la faceva una mano gliela avrebbe data lui. In trasferta senza il Carlino no davvero. Concluse in privato il Danny che. A modo suo. C’aveva un cuori grande così.
    Si scervellò il mitico Carlino in quei giorni. Dalla razionalità alla fantasia provò e riprovò ma non trovava la soluzione. Poi quando ricevette l’acconto che aveva chiesto allo zio che c’ho la macchina da riparare gli si accese la lampadina. In fondo cosa ci voleva pensò. Bastava con un po’ di bianchetto cancellare dall’assegno quella quasi offensiva cifra di 7cento euro e cambiarla con un bel 70mila. Che tra l’altro pensò convinto che per un uomo con uno scopo come il suo eran più che meritati.
    E lo fece. Spalmò il bianchetto e con la penna dello stesso colore scrisse la cifra e si presentò in banca tranquillo per riscuotere l’assegno. Il cassiere quando lesse l’importo alzò gli occhi e su un gioco di luce scoprì chiaramente la correzione chiamando immediatamente il direttore mentre il Carlino un po’ in fragrante protestava con un lei comunque me lo cambi. Poi casomai passa mio zio. Gli andò di lusso che un impiegato che lo conosceva lo chiamò e arrivò appena in tempo che il direttore stava già telefonando ai carabinieri. E tutta la faccenda fu archiviata con una pedata nel culo e un quanto sarai coglione eh?
    Che il Ghianda gli voleva bene a suo nipote. Anche se lui giocatore non lo era ma puttaniere sì.
    Per i night della zona ci aveva lasciato orgogliosamente due agriturismi e non so quanti ettari di castagno.
    Per la cronaca. Quella trasferta purtroppo rimase solo una chimera ma da quel giorno il Carlino cambiò pelle e nome e diventò per tutti Bianchetto.

    Giammarco scusami ma oggi dobbiamo parlare seriamente. Eccoci. Era passato un altro mese. Infatti il Danny aveva notato che da tempo la Mariella. Precisa come un ciclo mestruale. Gli attaccava il bottone che più odiava. Questa volta però aveva tirato fuori la salute del padre e quando iniziava da lì bisognava portar pazienza. Giammarco hai quarant’anni. Lo capisci? Non sei più un ragazzino. Quando comprenderai che la vita non è solo gioco e divertimento? Quando inizierai ad assumerti delle responsabilità?
    Piccola Mariella. Aveva ragione e in fondo la capiva se era delusa dal suo comportamento. Vedeva la vita come un gioco. Era proprio così. Era più forte di lui. Aveva preferito e deciso di usare la fortuna di esser ricco per divertirsi e godersela con gli amici. Era vero. A differenza di tanti ricchi di sua conoscenza che nell’arroganza e nella saccenza propiziavano l’agio sociale e sul peso del loro conto corrente la giustificazione per porcate di inutile ingordigia e guardando senza mai fissar codardi gli sguardi di nessuno.
    E a lui quel genere di gente lì stava proprio pesa.
    Perché ci son mille modi per esser ricchi ma solo uno per esser signori.
    Si ripeteva insospettabile e samurai quando li sentiva parlare sempre a voce troppo alta.
    Più di uno l’aveva persino criticato ad una noiosa cena dei Lions che suo padre pover’uomo ci teneva tanto per l’amicizia “con quel morto di fame” del Carlino. Pensa un po’ che classe e che finezza. Raccontò poi sprezzante ad un Certini che si aggiunse intonato al coro di infamie perché guai a toccargli il Bianchetto.
    Però sulla storia della responsabilità la Mariella si sbagliava dai. Concludeva tra sé. Andare a vedere il Gattai servito di mano con un tris di re gli era sembrata invece una bella responsabilità presa giusta tre ore prima. Anche se aveva capito da subito che bluffava. Ma non era questo il momento di dirle certe cose. Anzi. Le prese tra le mani quel dolce viso candido impreziosito da un trucco leggero e dopo un bel bacio le sussurrò. Amore hai ragione. Ma le cose stanno per cambiare te lo prometto. Intanto ho una sorpresa per te. Andiamo a fare un bel viaggio. Ti porto in America. La Mariella lo acquerellò di paesaggio con moglie sognante e si mise a piangere dolcemente petali di rose mentre sospirava un bel ti amo a colori.

    E che cavolo ci vai a fare in America? La porti a vedere l’orso Yoghi? Lo canzonavano al bar gli amici e le comparse che il Danny lo ammiravano come ad un divo. Girandosi con il prosecchino a mezz’asta fissò tutti con quell’occhiata canaglia che gl’intimi conoscevano bene e li stupì ancora una volta con un branco di bifolchi. Mai sentito parlare di Las Vegas?
    E fu proprio dopo una settimana passata ad aspettarlo tra i casinò di Las Vegas che la dolce Mariella dissanguò le ultime speranze di vedere il suo Giammarco cambiato e maritato e si immolò rassegnata definitivamente senza giocarsela. Guadagnando però del calendario una posizione di tutto rispetto con tanto di nominativo in rosso. A viver nell’ombra della leggenda del grande Danny Ocean.

  • 22 agosto 2012 alle ore 12:48
    Barman

    Come comincia: Gli aperitivisti dal gomito infiammato affermavano unisoni che il Marcellino era l’unico barman che sapeva miscelare un Negroni con i terzi esatti e dargli il tocco giusto d’angostura e star fino con l’arancia che lì sbagliavan sempre tutti. E poi era stato lui che aveva raccontato unico la storia di com’era nato. Che il mitico conte Negroni. Figura leggendaria in quel di Firenze di ritorno da un viaggio di piacere negli States. Iniziò ad ordinare il classico e già famoso Americano con la variante gin al posto del selz. Si tramanda che il barman del Giocosa -il Bar di Firenze- un giorno lo avvicinò rispettoso e gli domandò Dottore. Tutti mi stanno ordinando l’aperitivo come quello del Conte. Avrei pensato onorandola di chiamarlo con il suo nome. Se a lei non disturba chiaramente. Il Conte annuì impeccabilmente vestito e da quel giorno e via e via.
    Era pure eccelso nell’Americano stesso che teneva giusto un po’ più alto di Campari che tanto piaceva alle ragazze dal sorriso e la scollatura generosa e non faceva mai il furbo con il selz.
    Che certi bar senza lode te lo riempiono di soda e poco più e ti tiran via 5 euro. Se poi ordinavi un cocktail Martini extra dry andava di competenza e gesti giusti e minimali. Tre gocce di vermouth per insaporire il ghiaccio e via di strainer tutto con cura. Dodici cl di gin rigorosamente Tanquirai e chiamalo pure aperitivo pensava tra sé. Una botta di burbero distillato prima di andare a tavola non era esattamente la cosa più adatta. Che poi lo sa perché si chiama Martini? Domandava all’avvocato che il sabato passava per il rituale dell’aperitivo concedendosi una mezz’ora da (in)esperto di cocktail. Non c’entra niente la Martini azienda. Anche se hanno avuto un bel culo con questa storia. Si chiama così dal nome del barman che lo creò. Un messicano di nome Martinez. Infatti se vede la composizione è praticamente tutto gin ed i codici di miscelazione parlano di vermouth. Non Martini. Concludeva strizzando l’occhio e la scorza di limone per il tocco finale. Quante ne saprà il Marcellino eh! domandava l’avvocato celebrandolo in giro tra i presenti.
    Era proprio vero. Ci sapeva fare il nostro Marcellino. Non perché nel suo lavoro vedesse qualcosa di un po’ mistico e trascendentale che aveva notato esibito da certi colleghi di chiara fama durante gli stage della Bacardi no. E neanche perché la gente paga ed è giusto darglielo. Lui quando aveva le bottiglie in mano sapeva sempre “quando era il momento giusto”. Confidava ai pochi intimi tra bevute competenti senza mai tirarsela. Appena stringeva quei vetri tra le dita entrava come in sintonia con i loro contenuti. Le loro storie di distillo fermento e stagionatura.
    E ne diventava complice e messo.
    Perché il Marcellino se voleva adesso era a New York. Sosteneva qualcuno. Ma era nel bar di famiglia che era cresciuto e in qualche maniera si sentiva barman solo lì. Nella vecchia pedana che avevano calpestato il babbo e la mamma per anni. Aveva rifatto il trucco al bar con un gusto sobrio e quel crema mai stizzito da certi tocchi di pastello rosa che all’inizio sembrò così poi invece a star seduto scoprivi che rilassava. Rinnovò i tavoli di un faggio essenziale e misurato meritandosi una postazione american bar da far invidia ai migliori di Firenze. Le foto in macro seppia che celebravano uno dei mestieri più antichi del mondo con su ritagli di lavoro appese nelle prospettive giuste. Ma la Faemina da due gruppi che l’espresso suo era tra i migliori e la pedana giusto scartata e trattata rimasero al loro posto. Si devono riconoscere i segni del tempo e sapergli dare onore e riconoscenza. Si ricordava tra sé quando tirava giù qualche tot di grappa barricata e rivedeva suo padre che gli insegnava a fare i cappuccini e gira questa manopola qui che attiva il vapore e stai attento a farlo roteare bene. Che il latte non deve bollire ma mussare. Ricordatelo. La differenza è tutta lì.

    Il giovedì era chiusura per turno ed era il giorno che il Marcellino si toglieva la maschera lontano
    da tutti e si spostava in città per gli acquisti. Ad impreziosir la sua cambusa di etichette di vermouth Carpano e cognac Remy Martin e tequila Sauza Reposade. Per la quale aveva un debole che persino il suo fegato iniziava a detestare. Quattro set di scotch scelti a modo e due di barbon più classici. Che il Jack è sempre il Jack e si vende bene. Anche se lui lo trovava troppo ruvido e scomposto. E intimamente pensava che quel barbon lì più probabilmente doveva la sua fortuna a gente come Belushi e Keith Richard. E molta meno a cantinieri esperti enfatizzati dagli spot. A sostener degustazioni a largo raggio con venditori che nel Marcellino riconoscevano il cavallo di razza e che omaggiavano di costosi assaggi attenti alle sue considerazioni e critiche.
    A ricomporre le batterie di bicchieri. Dieci Old Fashioned e due da sei di Tumbler medi.
    Che i ragazzi al bar ne rompevano uno scatolone a settimana. Qualche accessorio per decorare e pagamenti lunghi e ben distesi. Che il Marcellino era cliente cinque stelle e andava accontentato. Poi relax su aperitivi spesi nei bar del Lungarno che visto seduto da lì ti illude immobile. Osservando come ipnotizzato la storia che trasuda discreta da Ponte Vecchio.
    Ad aspettar la bimba.

    Ciaooo amore mio! La voce stridula ed abbondante della Giulia lo riportò sulla terra mentre inseguiva flash back dell’infanzia sparati dalla memoria in ordine sparso con l’airone che svolazzando tra i tavoli seminava sguardi allo sbando. Azz com’è vestita.
    Realizzò ricomponendosi.
    Con quel tovagliolo ceruleo Prada che fasciava un culo biz class. La maglietta last minute dei D&G che esaltava un seno fiero ed eccessivo. Due grattacieli al posto dei tacchi su collant appariscenti e costosi. E poi il viso della Giulia. Occhi verdi di taglio orientale. Naso alla luna e due labbra così. Capelli neri lunghi adescati dal parrucchiere ogni giorno.
    Gli zigomi discretamente perfetti. Sembrava cesellata di bisturi. Sorrise tra sé.
    Poi con la Giulia a desinar nel ristorante rinomato di splendida veduta affacciato. Battute svelte e complicità. E portate e vino buono. E Marcello bevi troppo! E Giulia almeno tu! E allora garçon! una bottiglia di Solaia! Scialacquando un’ordinazione con battuta che lasciò uno sfregio nella sua carta di credito che si risarcì  tre mesi dopo e risate con la Giulia a dissacrar per un momento la vita ordinaria. Poi con la Giulia a perdersi in quel letto d’albergo di camera stretta. Pagando un extra in lenzuola di seta per muoversi in fretta. A cercar in quel corpo e nei suoi morbidi baci un oblio che lo portasse lontano dalla stupida facciata di quella stupida movida che è la vita. Con la sua voce che a volte cambiava ambigua e che lo scivolava in quella lussuria proibita che almeno per una notte anestetizzava le sue paure e le sue debol/incertezze. E con quell’occhiate che si perdevano in sguardi che lo sorpassavano arrivando a sfogliarne il segreto fondo. Dove solo lei sapeva approdare e far crollare le barricate fino a tradurre il suo vero mondo.
    Poi con la sigaretta tra le labbra e le carezze lente della Giulia a ritornare nella bieca sfera degli onnivori controvoglia. Con la Giulia che lo sfiorava al mattino quasi percependo il baratro dove stava camminando fin anche cadendo. Come/meglio di una donna. Perché sarà pure cara. Sarà pure eccessiva. Sarà pure matta. Pensava un po’ confuso ma rilassato lungo le curve del rientro in un carteggio di immagini che protocolla a se stesso le riverenze.
    Ma la Giulia rimaneva il più bel trans di Firenze.

    Ci sei andato? La voce della Debby lo distolse da quel macchiato che stava preparando un po’  distante. Marcello la guardò scocciato. Dove dovevo andare sorellina? Rispose deciso con un sorriso poco convinto e non condiviso. Lo sai bene dove dovevi andare. Aggiunse lei con far di mamma preoccupata. Senti un po’ sorellina. La devi smettere con questa storia. Guardami! Ti sembra che abbia dei problemi? Si. Ribatté d’impulso lei. Anche se per adesso riesci a mascherarli. Ma fino a quando Marcello. Fino a quando? Concluse girando i tacci ed andandosene strisciando via dal bar che li guardava un po’ imbarazzati. Con tre clienti confusi che sfogliavano inutili quotidiani di brioche impacciati e curiosi in mezzo a the liofilizzati.
    Marco glielo ripeteva all’infinito. Guarda che sei tu quella che ci rimette il fegato non lui. Ricordatelo. Che Marco gli voleva bene davvero alla Debby. Che a 23anni lavorava nel sociale con passione e competenza e delle tossicodipendenze ne aveva fatto intreccio di vita. Lascia perdere. È grande. Insisteva lui. Ma quale grande Marco. Ma lo vedi che recita un copione che non potrà durare ancora per molto. Non lo vedi? Singhiozzava stringendosi tra le sue braccia di muratore temprato.
    Lo vedeva eccome Marco quando passava dal bar. Di come scivolava in tutti quei gottini di tutto dispensando indisturbato battute efficaci e commenti calcistici competenti. Ma il Marcellino era quello lì. Lui per primo non ne vedeva un altro anche quando cercava di scrutare l’androne del suo anelito tormentato. Ma si sbagliava. Come tutti. A parte la Debby. Chiaramente.

    Quella notte Marcello si ritrovò prigioniero di un brutto sogno. Eran ragni marcantoni che lo inseguivano nel mezzo di una gigantesca tela che non trovava conclusioni. Con un contorno di visi e refrain di vite passate che parlavano barbaro e deserti e strane pedonali costellazioni. E lui legato ad una grande Croce a inseguire le sue lisergiche allucinazioni che fu un brutto sogno di orchi e fate sgualcite e nani brutti che giudicavano le sue azioni. Quando si svegliò completamente sudato con su un odore sgraziato pianse nel buio della stanza. Pianse sui resti della sua anima terremotata.
    Pianse come uno che aveva capito di essere arrivato all’ultima fermata.

    Stranì in quei giorni Marcello. Se ne accorsero i clienti tutti e se ne preoccupò la Debby. E quando arrivò il giovedì di chiusura partì per la city ma non si presentò a far le solite spese ne a deglutir le degustazioni ed anzi andò di caffè e cioccolata amara. Ed evitò di rispondere alle telefonate incalzanti della Giulia che lo inseguivano vos di sirena mascherate dietro rasoi affilati e  Chanelle n°5 comprato bello mio nella profumeria più cara.
    Camminò per un po’ lungo le strade piene di storia del centro scecherando quel biglietto tra le mani che sua sorella gli aveva allungato tempo prima. Cercando finto/distratto di sbagliare la strada/rima. Arrivato di fronte ad un antico portone consumato dal tempo esitò un attimo e poi suonando al pian terreno entrò guardingo ma a vederlo rilassato. Si ritrovò in una stanza eccessiva dove una decina di sedie messe in cerchio smorzavano lo spazio poco illuminato. Come a dar l’idea di un peccato che non avrà fine perché non è mai iniziato.
    Salutò tutte quelle persone che erano sedute. Alcune un po’ spente.
    Altre più avanti nel gioco che sembravan contente.
    E stupendosi ancor prima di sedersi chiese la parola e riconobbe quello che non aveva mai avuto il coraggio di confessare persino a se stesso.
    Avendo sempre reinserito sbadato quel problema tra gli ultimi della sua lunga lista.
    Disse mi chiamo Marcello. E sono un’alcolista.

  • 21 agosto 2012 alle ore 7:13
    Che ne sarà di noi?

    Come comincia: “ Mi ricordi papà, quando ogni mattina, lo vedevo attraversare Piazza degli Artisti con due valige, per traslocare i suoi libri, nella nuova abitazione; noi tutti si rideva, ben lontani da dargli una mano.” Avevo dimenticato questo quadro, che la voce di mia sorella, al telefono, ricrea. E dire che mi ritrovo a compiere, da qualche giorno, lo stesso rito, con la medesima sacralità, che lui dava al possesso dei libri. Già..ma che ne è stato della sua biblioteca? A ben pensare ho solo una sua Letteratura Italiana, rilegata in pelle, a lettere d’oro. Quale distratta vita ho mai condotto da non chiedermi, almeno una volta e solo ora, a tarda età: -“ I libri di papà, dove sono finiti?”-  Quale frettolosa pulizia, alla sua morte, l’ha scacciato di casa con tutti i suoi libri? Distratti dalle onde della vita, perdiamo i punti cardinali dell’esistere. Eccoli, ora, i miei libri, trasportati a mano, uno per uno, collocati al loro posto nella nuova biblioteca. A guardarli, in questa varietà di toni e di grandezze (non amo geometrie né tonalità di colori) fanno parte di una rappresentazione, la mia vita. Basterebbe soffermarsi sui titoli, le date, le sottolineature, le note, scritte a matite, per comprendere ciò che è stato, ciò che è avvenuto negli anni. Li ho portati qui, in questa nuova dimora, come a sembrare un tappeto su cui riposare; tappeto anziano, polveroso, macchiato dall’uso. Una quotidianità nel nuovo incerto mondo che mi attende e ancora non mi appartiene. Ora che vi guardo, miei cari libri, sento il vostro sguardo di cose che hanno anima. Ed è come se mi chiedeste:-“ Che ne sarà di noi ? ”-

  • 19 agosto 2012 alle ore 9:16
    Savina

    Come comincia:      Una mattina d’estate ligure, quando i raggi del sole possiedono vibrazioni musicali, tanto da accenderti note inusitate nell’animo. Il mare, un azzurro stanco e fermo, lo s’intravvedeva dalle sberciature delle creuse diroccate, oltre gli orti. Il basilico, raso a terra, inaspriva le narici. Passeri, a stormi, facevano retrocedere rari gabbiani, intraprendenti. Era l’anno del congedo dalla scuola. Un esaltarsi di mille desideri trattenuti, per anni, tra i libri. La voglia di essere uomini e non fanciulli. Nel buio di quel magazzino, noi a recuperare remi e scalmi per armare il nostro vascello, una lancia ligure, scolpita nel legno di faggio. Vedo i volti di voi compagni, solcati dai raggi che entrano dalla porta socchiusa. Sorrisi, risa, lazzi, volti a ignorare il tanfo di umido e marcio che regnava tra cumuli di oggetti lasciati lì, per disuso. Nel ricordo, i volti più vivi, più accesi da una luce, che li delimita con cura, sono quelli di due compagni, che la vita ha portato via da tempo. Tremenda e salutare inconsapevolezza del proprio destino. Il mio sguardo è fermo sulla lama di luce che penetra dalla porta. Hai il profilo di un cammeo, inciso, con arte, in una conchiglia di mare. Il rosso crespo dei tuoi capelli, annodati dietro la nuca, scende sulle spalle scoperte. La linearità del tuo corpo snello, veloce, accompagna la verticalità accesa dell’ombra, scura, della porta. Sorridi, trattenendo una timidezza che ti si confà. Una polvere di lentiggini s’intrattiene sul tuo volto. Da dove vieni?  Forse, docili desideri ti hanno creata dal mare.  Note bitonali di un antico dialetto ligure ti donano il suono. Nella vita, sappiamo scegliere, ma anche perdere.                    

  • Come comincia: Come è semplice, più di un sorso d'acqua fresca, cadere giù nei pensieri molli, come fossi inerme e senza idee.
    Scrivere di me è l'unica pillola, solo che per incostanza,  prendo quando capita, quando non posso farne a meno e così rischio di star bene solo a metà. Non ho voglia di congedi fruediani, non mi va una lettura scialbadi un passato che non voglio più scandagliare, rivivrei solo ricordi a colori effetto melange, e non si sopportano allungo in testa pezzi di vetro, o frammenti di alito trapassato, come alberi di arance e limoni pronti da mangiare ma impossibili da afferrare. E'così che mi fanno sentire i ricordi, e non ho fatto altro in questo tempo che ricordare, fino e solo ad addormentarmi.
    I versi di una poesia aiutano a non mostrare mai del tutto noi stessi, o a farlo con grazia,
    e quando la debolezza di alcune sofferenze si doma con la parola scritta,
    è come aver toccato la migliore seta senza poterla indossare. E' tutta un'illusione,
    una scavatrice che fa solo rumore ma non sa scavare,
    una farfalla che respira solo a mezz'aria sopra le cose, dietro le cose, volando tra cieli di carta
    e si accorge atterrando della smagliatura del tempo che non sa più ghermire, e che sta solo perdendo.
    Me lo ha scritto anche il mare che la vita è un'opportunità, accerchiandomi l'anima alla riva, ma io ho ubriacato di vino rosso la mia malinconia e adesso randagia mescolo l'assurdità di un momento scadente ad un pensiero affranto di vanagloria.

  • 18 agosto 2012 alle ore 15:30
    Storia di un funambolo stabile

    Come comincia: Precarietà, fragilità. E’ la vita stessa, incerta, instabile. Non vi è alcuna legge, non vi è alcuna logica. Noi crediamo di camminare su forti e consolidate strade asfaltate, e invece…mille crepe, fratture, placche litosferiche in movimento che aprono vortici, essi ci risucchiano in un nulla perpetuo; la strada sotto i nostri piedi, che pare a noi cosi ampia, forse non è altro che una sottile fune oscillante nell’infinito spazio dell’aria. E’ la vita di Salvo Stabile, ma è la tua vita, la mia, di tutti noi.
    Egli è un giovanotto disilluso,deluso. Ora Salvo è un “uomo senza inconscio”, ma un tempo non era così, un tempo sognava, desiderava, aspirava, viveva. La speranza, l’ottimismo sono svaniti ed egli riesce a guardare alla realtà soltanto con lo sguardo labile della nostalgia, con lo sguardo del viaggiatore prossimo al naufragio. Sognava con quella biro e un foglio di carta bianco, candido, puro eppure così irreale, illusorio. Quel foglio non gli avrebbe mai dato da vivere, ma scrivere lo rendeva libero; riempirlo, colmarlo di parole, di inchiostro, era come un rifugio, le dita s’appoggiavano a quella biro come fosse la tastiera di un pianoforte. Scrivere, una melodia.
    Aveva studiato, s’era dannato, ma in concreto era riuscito a scrivere qualche storiella qui e li, qualche esigua “cosuccia”. Quella biro non gli aveva concesso la vita tanto sognata, e neppure denaro per arrivare a domani. Un bel giorno la realtà gli sferrò un colpo troppo forte, una botta violenta che annullò in lui il sogno, la speranza, i desideri nascosti: la morte del padre.
    Quel giorno fu una svolta, terribile. Salvo aveva sentito il peso del vuoto, del nulla, dietro le mille “pseudo - certezze” che la vita ci offre. Davanti  all’apparente solidità del mondo, Salvo era ora solo, senza alcuna guida o supporto, non aveva didascalie o “istruzioni per l’uso della vita”, ma catapultato nel labirinto, in bilico tra vivere e guardarsi vivere. Quella biro la buttò via, lontano lontano; il foglio di carta ebbe simil sorte.
    Decise di voler conseguire una laurea in Lettere poiché, in cuor suo, aveva sempre quel desiderio, in un misero cassettuccio della sua testa ripose il sogno di diventare scrittore, era sublime alle sue orecchie questa parola, aveva un suono infinito. Tuttavia doveva pur sempre pagarsi gli studi e aiutare la madre; almeno doveva provarci, a vivere. Così tra un impiego e l’altro, tra perpetue vicissitudini, la zia decise di prenderlo con sé.  Nemesi era una donna saggia, aveva vissuto una vita intera nel suo amato circo. Lì, tra i suoi funamboli e giocolieri, era una sorta di dea, una dea della giustizia, ma una “giustizia compensatrice”, distribuiva  gioia al momento opportuno, era una via d’uscita, una possibilità per Salvo, di liberarsi dal suo torpore e dalla sua inerzia.
    Un destino,un futuro che per Salvo era tutt’altro che Stabile, e sempre meno lo sarebbe stato. S’immerse così nel mondo circense, in quei profumi e quegli odori che sembravano estraniarlo dal mondo reale. Non aveva una vita felice, non aveva una vita, forse. L’unica donna che aveva avuto con sé era sua madre, e ora la zia Nemesi ,al suo fianco per indicargli un giusto equilibrio. L’equilibrio. Parola ignota a Salvo, la parola più dolce del mondo ad udirla, l’equilibrio come scopo di vita, come senso della vita stessa, forse meta irraggiungibile. Salvo scelse un’umile compagna di vita, con lei era difficile mantenersi in equilibrio, ma forse più facile che farlo con l’esistenza stessa,precaria e priva di un senso definito. La fune era la sua scelta. La fune non era né una bellissima donna, né un “posto fisso” di lavoro, e non era quella laurea in lettere (mai conseguita), ma era tutto ciò di cui aveva bisogno. Per una volta era a suo agio, era se stesso, era Salvo. Paradossalmente, su quella fune cosi sottile, cosi sul punto di cedere, era in equilibrio, in armonia, più di quanto lo fosse mai stato nella vita, su metri e metri di mattonelle e strade asfaltate. La erra gli era sempre tremata sotto i piedi, come in un eterno terremoto, ma la fune no. Lei lo cullava, lo amava mentre deliziava la gente nei suoi spettacoli, con poche acrobazie e qualche sorriso. Talvolta cadeva, e si rialzava, cadeva, e si rialzava di nuovo. La fune l’aveva capito: era un amore, un amore precario. Come il resto, del resto. Era quello che un tempo era la biro, come il pianoforte per un pianista, la racchetta per un tennista, una semplice fune era la felicità dopo il dolore, era la fuga dal grigio quotidiano, era però un amore precario.

  • 18 agosto 2012 alle ore 12:26
    Tutto questo non è invenzione

    Come comincia: Stare con un narcisista patologico è come stare sulle montagne russe, però il biglietto lo paga il cervello.
    Fiumi di amorose formule magiche sfoggiate dopo pochi giorni, ripetute talmente tante volte da intontire, da portare, malauguratamente, a crederci.
    I narcisi di oggi sono piccoli cesari, con un'immagine di sé grandioso che però non permette loro di vedere di essere composti essenzialmente da mancanze.
    La loro più evidente caratteristica, a detta di molti psicologi e riconosciuta anche da molte vittime, è la totale mancanza di empatia.
    Dal momento in cui state con un narcisista, siete una sua appendice.
    Dimenticate i vostri impegni, i vostri amici, le vostre preferenze.
    Fate quello che vuole lui, anche se vi chiederà di raggiungerlo da un momento all'altro.
    Richieste mai chiare, codici da decifrare.
    Se li lasciate da parte, iniziano quelli che da bambini avremmo chiamato capricci, ma che adesso, a questa età, quando questi individui hanno un vocabolario molto più ampio, ora che sanno più o meno ragionare e fare strategie, si sono evoluti su una cattiva strada, e hanno preso il nome di Bastonate Emotive e vi lasceranno, a lungo andare, senza fiato.
    Loro sanno benissimo quello che fanno quando vi fanno del male, ma è anche vero, fidatevi, che pensano sia giusto.
    Punizioni. Le stesse che si danno ai cani per addestrarli a fare qualcosa.
    Giorni di silenzio totale che seguiranno attimi esaltanti, per i quali non vi sarà data alcuna spiegazione, spingendovi a mettere in dubbio tutte le vostre azioni.
    Le vostre.
    Perché sarà impossibile pensare che lui, la perfezione, quello che vi ama così tanto, possa fare qualcosa di sbagliato.
    Sarà incredibile la facilità con il quale vi reputerete sbagliate, orrende, insensibili spietate senz'anima.
    Vagonate di scuse per cose che non vi sembra di aver fatto ma che, se ci pensate bene, avete fatto eccome.
    In nome dell'amore, dell'infanzia terribile di cui lui vi ha raccontato e che la crocerossina che è in ognuna di noi si è messa in testa di curare.
    La situazione che state irrimediabilmente aggravando.
    Quello che accadrà, è che mentre voi sarete messe alla gogna per qualsiasi cosa, lui avrà mentito almeno la metà delle volte in cui avrà parlato, anche su cose banali.
    Se cercate un benedetto confronto diretto, sarà uno show senza precedenti, con un happy ending in cui voi siete delle visionarie.
    Un rapporto di soggezione, non di coppia. Dove ogni vitalità vi sarà succhiata via dal re, a fondo, fino a quando ne avrete qualcuna. Fino a quando servirete.
    Saprete cosa si prova ad essere una bambolina. Un gioco da veri maschi.

    Per quanto mi riguarda, prima di conoscere la patologia per puro caso, variavo da angoscia colpevole a felicità nel giro di un secondo.
    Poi è stato come essere svegliati non da un bacio, ma da una voce che diceva“mentre dormivi ti è stato fatto questo, questo e questo”. Ho provato a negare, per prendermi la colpa ancora una volta come mi aveva insegnato, ma ho sentito le macerie di un cervello distrutto da mani diverse dalle mie.
    Finché non si trova il coraggio di ripercorrere ogni cosa, di ridare un nome di chiamarla con il nome di Violenza Psicologica, non si comincerà il percorso di rinascita.
    I casi di donne distrutte sono molti di più di quelli che pensavo, e non sempre hanno il coraggio di confrontarsi.
    Sul forum http://narcisismo.forumup.it/ potrete trovare un valido aiuto, una spiegazione ad ogni vostra domanda.
    Mille mani tese di donne fortissime, rese splendenti da orrori simili.

    La cosa è sfiancante. ma lo è molto di più stare zitti.
    Testa Alta.