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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 dicembre 2011 alle ore 11:22
    Il Mendicante

    Come comincia: Arrostiti su una lamina tagliente restano, carbonizzati, pietrificati, i pensieri di un lontano mendicante che tutto osserva con l’occhio spento del proprio cuore.

    Osserva uomini arricchiti dal proprio egoismo, che volteggiano come pavoni nel grande circo della carriera individuale... hanno i gomiti consumati a furia di spingere e se gli offri una stella da guardare ti chiedono:

    “Cos’è?”

    Uomini di cultura che hanno dedicato il proprio circuito temporale a saturare le proprie fibre cerebrali caricandole di dati e nozioni, quando gli porgi un fiore non sentono il profumo né colgono il colore, sanno solamente indicarne la specie e la classificazione botanica.

    Uomini di scienza che dividono il mondo tra ciò che si dimostra e ciò che non si dimostra... quando gli parli di amore non sanno bene cosa rispondere...

    Uomini di teatro che hanno dedicato la propria chance esistenziale ad indossare maschere senza rendersi conto che la vera parodia era imitare il mondo che li circonda in cui tutti recitano e pochi, pochissimi “sono”.

    Uomini di politica, ingrassati dalla propria sete di potere, viscidi ippopotami imbalsamati preoccupati solamente di ormeggiare la propria barca accanto ad una più piccola, a guardare il mondo dall’alto, annegati nella propria presunzione e nella voragine di ipocrisia in cui propagano falsi valori per guadagnare privilegi... se gli porgi un dono si chiedono:
    “Cosa ci sarà sotto?”
    Non sanno donare e non sanno ricevere, vivono nel dubbio, nel timore dell’inganno perché solo questo conoscono!

    Donne dal grande portamento, eleganti e sensuali si massacrano la muscolatura pur di indossare trampoli affilati che ne slancino la silouhette: hanno dedicato la vita a tirarsi la pelle, abbronzarla, idratarla, rassodarla, depilarla e truccarla ma se le porti in un prato non sanno camminare a piedi nudi sull’erba...

    Il mendicante, ricco di cuore, profondo di amore, osserva, osserva solamente...

    Loro lo chiamano:

    “Pezzente”

    “Barbone”

    “Straccione”

    Si sentono benevoli quando allungano una misera monetina, credono di fargli del bene ma è lui che concede a loro la possibilità di un gesto, minimo, di amore...

    La carità è un gesto di amore.

    Quando gli porgi una moneta i suoi occhi ti rimandano sincera gratitudine e il suo cuore osserva la tua capacità di amare...

    Ringrazialo...

  • 13 dicembre 2011 alle ore 10:12
    Nelle finite sfumature del grigio

    Come comincia: Ogni volta che suonavamo, lei c’era, confusa tra la gente, a guardare verso il palco. Dai locali fumosi di periferia ai torridi concerti delle sere d’estate, ogni volta, riuscivo a vedere il viola dei suoi occhi brillare nel vortice indistinto del pubblico. Le cose stavano andando bene, dopo la recensione che aveva definito il nostro EP di debutto “il disco che farebbe Springsteen se avesse trent’anni oggi e nessun futuro all’orizzonte”. Nessuno aveva capito cosa significasse, neanche noi, ma aveva funzionato. Non eravamo famosi, non facevamo soldi, ma le date andavano esaurite e suonare per tutte quelle persone era nuovo ed eccitante. Una sera, dopo il concerto, l’avevo raggiunta al bar e mi ero presentato. Eravamo usciti a bere, seduti sul marciapiede davanti al locale, mentre il pubblico, lentamente, tornava a casa. Visti da vicino, i suoi occhi avevano il colore viola dei tramonti d’inverno. Avevamo vagato tutta la notte, perdendoci nelle strade buie della città, parlando, fumando, lasciandoci liberi. L’aria dell’autunno era curiosa e pungente, si infilava sotto i vestiti e graffiava la pelle. Noi la sfidavamo con il coraggio e l’incoscienza di chi sta per cominciare un viaggio. Le avevo raccontato del mio lavoro alla fabbrica di vernici, della speranza di vivere di sola musica, di cosa voglia dire crescere orfano nella periferia di una città, di come si possa trovare una famiglia in tre ragazzi di strada, del garage in cui avevamo trovato il nostro suono, un mondo anche per noi. Lei mi aveva portato nella sua vita, mi aveva parlato della sua famiglia numerosa ma distante, del fallimento del negozio di suo padre, delle notti passate a studiare dopo interminabili giornate di lavoro, delle supplenze in attesa di un posto da insegnante di letteratura, del manoscritto carico di desideri riposto nel cassetto. Guardandomi negli occhi mi aveva chiesto: cosa faresti se non avessi paura? Senza aspettare la mia risposta, si era avvicinata al mio orecchio, le mani chiuse intorno alla bocca. Qualunque cosa sia, aveva sussurrato, falla.
    Alle prime luci dell’alba ero innamorato di lei di un amore che credevo esistesse solo nelle canzoni, nei libri, nei sogni.
    Pochi mesi dopo, con i cuori gettati nell’anno nuovo, eravamo già una coppia, stavamo insieme. Mi piaceva tutto di lei. Il modo in cui viveva, il modo in cui viveva me, come mi faceva vivere. Amavo ogni sua grandezza e impazzivo per quelle piccole cose che la rendevano unica. Il modo vezzoso di fingersi offesa, chiudendo gli occhi e alzando le sopracciglia. La cicatrice che vedevo solo io. Come stringeva i pugni, quando era felice.
    E felici lo eravamo veramente. Era bello stare bene.
    A metà giugno l’etichetta discografica ci aveva convocati per darci un importante annuncio. Ci avevano fatto sedere su un divano e ci avevano spiegato che, grazie ad un accordo con una major e uno sponsor generoso, avrebbero organizzato un tour promozionale in alcune città in giro per il mondo e che volevano ne facessimo parte. Le nostre espressioni dovevano essere abbastanza eloquenti perché non avevano neanche aspettato la risposta e ci avevano posato penna e contratto davanti. Per correttezza, come se per noi cambiasse qualcosa, ci avevano informato che l’ultimo posto disponibile era stato inizialmente proposto ad un rapper, che però la settimana prima era stato arrestato per aggressione. Avevano pensato a noi per sostituirlo e non per affinità artistica, evidentemente. Non ci importava, eravamo solo grati, all’etichetta, alla major, al rapper, alla fortuna che ci regalava un’opportunità simile. Avremmo fatto cinque date, alla fine dell’estate, aprendo i concerti con una manciata di canzoni. Saremmo stati via poco più di una settimana, volando da una città all’altra, su e giù da furgoni e palchi, fuori e dentro camere d’albergo e sale d’attesa. Avevamo passato i mesi successivi ad aspettare, trepidanti, ansiosi, spaventati ed eccitati. Non conoscevamo neanche l’itinerario e le città in cui avremmo suonato. Ci bastava partire. La sorte era dalla nostra, ne avevamo avuto conferma quando ci avevano avvertito che potevamo portare con noi le nostre compagne, se volevamo. Una cosa così non si era mai vista nella storia della musica. Neanche i più grandi avevano avuto un’occasione simile. Avevamo paura fosse tutto uno scherzo e che all’ultimo non se ne sarebbe fatto niente. Invece all’inizio di settembre eravamo saliti sul primo aereo e decollati nel sogno che si avverava. E lei era con noi, seduta di fianco a me, a guardare le nuvole dall’alto, con i suoi occhi viola.
    Forse le rockstar, ad un certo punto della loro carriera, finivano per non sopportare quella vita, ma noi non chiedevamo altro. Volavamo nel sole della mattina, dall’aeroporto un furgone ci portava direttamente al soundcheck, dopo le prove avevamo qualche ora per assaporare le città, suonavamo per primi e vivevamo la notte, dopo il concerto, fino all’ultima scintilla di energia. Prima dell’ultima data ci avevano detto che avremmo avuto una giornata intera a disposizione. Non volevamo perderne neanche un secondo.
    Quella mattina avevo aperto gli occhi presto, lei mi dormiva addosso, sentivo il suo respiro sul collo e, prima di svegliarla, ero rimasto ad ascoltarla dormire.
    Gli altri ci aspettavano in strada. Avevamo camminato verso sud. Era una giornata meravigliosa, era martedì, il cielo era limpido e pieno di sole. Eravamo arrivati alla punta estrema, dove si vedeva il mare. Tutti quanti volevano salire a guardare la città dall’alto, ma io avevo deciso di non seguirli. C’era qualcosa che sognavo di vedere fin da bambino e volevo gustarmelo fino in fondo. Li avevo guardati andare via e poi mi ero appoggiato al parapetto. Avevo acceso una sigaretta e gettato il fumo nell’aria del mattino.
    In quel momento avevo ringraziato il destino.
    Per essere lì, con loro, con lei.
    Per quella giornata. Per quella città.
    Era l’11 settembre del 2001. Era New York.

    Quando alle 8:46 il primo aereo aveva colpito la torre nord del World Trade Center, stavo guardando la Statua della Libertà dal Battery Park. L’istinto mi aveva fatto gettare a terra, ma un attimo dopo guardavo verso l’alto, fiamme e fumo uscivano dal vetro brillante di sole. Avevo cominciato a correre, prima piano, con la testa al grattacielo, poi sempre più veloce, con il cuore fermo, la paura nel sangue, il terrore. Perché lei era lì, tutti quanti loro erano diretti lassù. Le strade, prima assalite dal traffico caotico della mattina, parevano congelate, immobili. La gente guardava verso l’alto, con le mani sulla bocca, le borse del lavoro gettate a terra. Io correvo, senza sapere dove andare. C’erano persone che scappavano, altre che mi sembravano andare verso le torri. Cercavo di seguirle. Le sirene gridavano sempre più vicine. Il rumore della città spariva nel dolore dei suoni spaventosi che venivano dal grattacielo colpito. L’odore della paura riempiva l’aria. Un taxi mi aveva quasi investito, salendo sul marciapiede. Avevo svoltato un angolo e le torri erano davanti a me. Il fuoco era di un colore che non avevo mai visto. Fogli di carta volavano ovunque. Gli specchi del grattacielo sembravano sciogliersi. Ovunque c’era caos e silenzio. Urla e fiato sospeso. Movimento e immobilità. Sembrava di poter sentire ogni cuore battere il ritmo della paura e dello stupore, il lento incedere della consapevolezza della tragedia. Io non riuscivo neanche a vedere cosa avevo intorno, l’unica cosa che volevo vedere era lei, vicino a me, in salvo. Avevo preso il telefono e lo avevo acceso. Le dita erano come di pietra. Non sapevo neanche se avrebbe funzionato, ma avevo composto il suo numero, poi quello degli altri. Nessun segnale, nessuna risposta. Niente. Il display del telefono segnava le 9:03.
    Prima del rumore dell’aereo erano arrivate le grida assordanti di chi lo aveva visto avvicinarsi. Poi il rombo acuto di motori fuori rotta, il fischio allarmante dell’aria tagliata, come un lamento. Il tempo di alzare la testa, di scatto, per vedere l’enorme Boeing della United Airlines schiantarsi contro la torre sud ed esplodere in un inferno di fuoco e detriti, di morte e fumo nero come la notte. Intorno a me tutti scappavano, solo io restavo bloccato. Inerme. Fino a quel momento non avevo capito cosa stesse succedendo, credevo si trattasse di un incidente, volevo solo ritrovarla e tenerla tra le braccia, portarla al sicuro. Poi avevo visto la cattiveria assoluta, la malvagità, l’odio, nell’impietosa virata di quell’aereo lanciato a morte contro il mondo. E con il corpo, mi si era bloccato anche il cuore.
    Ero rimasto così, fermo, immobile, con tutti i colori del male a balenarmi negli occhi, per non so quanto tempo, fino a quando un poliziotto mi aveva gridato in faccia di muovermi, spingendomi via. Avevo cominciato a correre, veloce e stavo ancora scappando quando la torre sud era crollata su se stessa con il suo carico di vite perdute, per sempre. Una donna anziana guardava in cielo, inginocchiata a terra, lungo la strada. Pregava, un rosario sgranato tra le mani. L’avevo alzata di forza e portata via. Pregare non le avrebbe aperto una strada nella polvere grigia che avanzava, come tempesta, a oscurare il sole e il futuro. Le sirene della polizia e dei vigili del fuoco erano assordanti, i cani abbaiavano, la città intera gridava. Non vedevo niente, correvo e basta. Tutto era grigio. Non mi ero più fermato. Una corsa angosciata, la mia, alimentata da un anelito aggrappato alla disperazione ed alla speranza. Ci saremmo ritrovati in albergo, mi dicevo, come quando, semplicemente, ci si perde. Era quello il mio pensiero, quella la verità di cui volevo ostinatamente convincermi.
    Avevo aspettato, in quelle prime ore, nella hall di ingresso, attonito di fronte alle immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. Sarebbe arrivata, da un momento all’altro, seguita dai miei amici. Non desideravo altro. Avevo fissato la porta della stanza per ore, per giorni interi. Un’interminabile, atroce, sequenza di secondi sospesi nell’attesa. In silenzio, da solo, con la polvere negli occhi come un triste presagio, avevo aspettato, ma lei non era tornata. Mai più nessuno era tornato.

    Non accadde subito. Prima ci furono le chiamate ai parenti a casa, il ritrovamento e poi il riconoscimento dei corpi, il ritorno a casa, i funerali, gli abbracci di persone sconosciute, le canzoni di addio, le lacrime che non finivano mai, fino a quando non finirono anche quelle e non rimase che l’assenza. La scomparsa di ogni abitudine, della vita per come l’avevo conosciuta. Il vuoto assoluto, fuori e dentro. I giorni di sollievo, per essere ancora vivo. Le notti di colpa, per lo stesso motivo.
    Poi, una mattina, mi svegliai presto. Mi faceva male la testa, avevo freddo. Uscii dal buio della stanza, aprii gli occhi e la mia vita crollò ancora una volta.
    Ogni colore era sparito. Tutto quello che vedevo era in bianco e nero. Ogni cosa aveva perso la sua tinta. Il rosso laccato del frigorifero, il verde della mele sul tavolo, l’azzurro del pacchetto di sigarette, il blu della mia maglia. Tutto era in bianco e nero.
    Mi spaventai. Mi tremavano le gambe, era assurdo. Guardai fuori dalla finestra. Nessun colore. Le strade, i palazzi, le auto, il cielo. Niente.
    Ero terrorizzato. Pensai di avere un’allucinazione, forse stavo sognando, un incubo reale come la paura più vera. Provai a chiudere gli occhi e a riaprirli. A tenerli chiusi sempre più a lungo, ma non serviva. Tornai a letto, forse dovevo dormire, dimenticare, svegliarmi di nuovo e rendermi conto che era tutto troppo insensato per essere possibile. Rimasi immobile, al buio, con gli occhi spalancati. Non c’era verso di dormire, il panico mi scorreva velenoso nelle vene. Tornai alla luce, trovai il telefono, chiamai il medico. Lo aspettai a casa, per ore, seduto in un angolo, una sola prospettiva a disposizione del mio sguardo, per cacciare via la paranoia, il fantasma della follia. Il medico mi fece sdraiare sul letto, prima ancora di lasciarmi parlare e mi diede qualcosa per calmarmi. Dovevo averlo spaventato. Dopo avermi ascoltato e osservato decise di portarmi in ospedale per fare esami più approfonditi. Dal modo in cui mi parlava, dal suo sguardo velato di ombre grigie, preoccupato e allo stesso tempo mestamente rassegnato, capii che in qualche modo aveva già fatto la sua diagnosi. Pazzia.
    Un’ambulanza mi portò in ospedale dove, nel corso delle settimane successive, venni visitato da ogni tipo di dottore: oculisti, neurologi, psicologi. Fecero esami, domande, analisi, confronti, mandarono gli esiti a colleghi e luminari, studiarono il caso a fondo. Non potevano escludere che dicessi la verità, ma i risultati degli esami non confermavano nulla. Esiste una sindrome chiamata acromatopsia che indica l’incapacità totale di percepire qualunque colore e che si manifesta in diversi modi e forme. Io non presentavo nessuno dei sintomi, se non la mia completa incapacità di vedere i colori. Nessun medico poté diagnosticarmi l’acromatopsia né qualsiasi altra malattia. Così, un giorno, il primario mi comunicò che sarei stato dimesso. Non avevo niente, sarebbe passato. Il suo problema, mi disse: stress post traumatico.
    Raccolsi le mie cose e tornai alla mia vita, a quei brandelli scoloriti che ne erano rimasti, sopravvissuti come reduci di guerra, abbandonati, incapaci di stare al mondo. E se forse conservavo ancora qualche flebile speranza di recuperarla, dovetti presto rinunciare anche a quella. Il lavoro alla fabbrica di vernici era ormai un beffardo scherzo del destino. Lo lasciai. Il solo pensiero di suonare, il mio sogno, la mia unica ragione di vita, mi uccideva. La musica era come un cancro che mi divorava da dentro, nutrendosi di ricordi, lasciando vuoti enormi, buchi neri voraci e incolmabili. L’assenza di colore era una marea che trascinava via ogni cosa. Il cibo non aveva più gusto, i profumi sparirono. Il giorno, la notte, lo scorrere del tempo erano solo un cambiamento di luce, una diversa percezione della stessa, desolante, tonalità. Vivevo in uno scadente film del passato, in una graffiata pellicola in bianco e nero rovinata dagli anni. Il mondo in cui mi trascinavo era solo una fotocopia sbiadita dell’originale. Un deserto acromatico, un labirinto pallido. Imprigionato, tra il nero che tutto racchiude e il bianco che tutto cancella. Ero perso, smarrito, nelle finite sfumature del grigio.
    Ovunque, dalla strada alla televisione, non facevano che parlare della tragedia dell’11 settembre, di come il mondo fosse cambiato, stravolto, per sempre. Parlavano. Parole. Io non potevo ascoltare. Non potevo ascoltare neanche il respiro tra una parola e l’altra. Non riuscivo. Rimasi chiuso in casa. Lontano da tutto, isolato. Mi mancava lei. Mi mancavano tutti. L’assenza era la mia unica compagna. L’unica compagnia nella solitudine e l’unico feroce pensiero.
    Lentamente, faticosamente, i giorni diventarono settimane e poi mesi, fino a quando non decisi di uscire. Viaggiavo in macchina, di notte, con il braccio fuori dal finestrino per accarezzare la strada, in silenzio, senza meta. Più chilometri percorrevo, più asfalto mi lasciavo scorrere sotto e più forte si faceva strada in me un’idea semplice e potente: farla finita. Senza giri di parole, uccidermi, liberarmi di una vita privata con forza e cattiveria di tutto quello per cui valeva la pena viverla. L’amore, l’amicizia, i sogni. Il colore.
    La domanda era: cosa faresti se non avessi paura? La mia risposta era sempre e solo una.
    Armato di tali pensieri, una mattina, alle prime luci dell’alba, arrivai sul mare. Avevo guidato tutta la notte. Mi incamminai sul molo, verso sud. Il mare era in tempesta, all’orizzonte il grigio del cielo era scuro. Guardai la violenza delle onde con brama, le alte scogliere che si estendevano a occidente, il lungo salto nel vuoto che offrivano, con desiderio. Chiusi gli occhi per trovare la forza che mi serviva. Sentii delle voci, alle spalle, una risata di bambina. Una famiglia si avvicinava. Tornai a guardare il mare. La bambina arrivò di corsa, si arrampicò sulla base di un lampione, puntando il dito verso il largo. Il vento le agitava i capelli, sembrava bionda. Era felice, si voltò a sorridermi.
    La guardai, la vidi.
    E i suoi occhi, i suoi occhi erano viola.
    Le andai incontro. Viola. Mi inginocchiai di fronte a lei. Viola. Le presi le spalle, la tenni vicino, la strinsi forte. Viola. Viola. Viola. I genitori arrivarono di corsa a portarla via, il padre mi spinse a terra. Si allontanarono velocemente. La bambina mi guardò ancora una volta. Viola.
    Presi una camera in albergo, di fronte al mare. Quella notte piansi tutte le lacrime che non ero stato capace di piangere da quel dannato giorno di settembre. Il colore viola di quello sguardo mi bruciava negli occhi. Piansi fino a sfinirmi, fino a cadere in un sonno profondo.
    Quando mi svegliai il cuscino era imbrattato di nero e grigio, colato sulla federa, fino alle lenzuola. Mi alzai nel buio, le gambe tremavano, aprii la finestra con l’ansia di un bambino al primo sguardo sul mondo. Guardai fuori e vidi il mare. Il mare blu.

    Da quel giorno, i colori sono tornati nella mia vita, adagio, come una continua scoperta, una dura riconquista quotidiana di territori che credevo perduti per sempre. Come un timido pittore aggiungevo tinte alla mia tavolozza dipingendo l’esistenza, un pezzo alla volta. Se toccavo una foglia si colorava di verde, la birra bevuta diventava gialla, il sole all’alba si sfumava di rosso, il grigio lasciava spazio al rosa, all’arancione, al marrone, all’azzurro. Ci sono voluti anni interi per ritrovarli tutti, per riappropriarmi di ogni gradazione possibile, di ogni frammento dello spettro visibile.
    Oggi ogni colore è tornato al suo posto, ma non completamente. A volte vedo ancora delle cose in bianco e nero. Capita di rado e in occasioni particolari.
    Una volta un camion senza colori mi è passato di fronte a un incrocio, due semafori dopo aveva provocato un terribile incidente. Un vicino di casa è stato ucciso in una rapina, da giorni lo vedevo in bianco e nero. Il ponte sul fiume che, anche dopo essere stato ridipinto, ai miei occhi restava grigio spento, ieri è crollato. E come queste, molte altre volte in cui, dove non c’era colore, trovavo morte, dolore, sconfitta, tragedia.
    Ora credo di avere capito. Io percepisco il male, prima che si manifesti.
    Lo vedo, nelle finite sfumature del grigio.
    E non so ancora se sia un dono da sfruttare o una maledizione da cui fuggire. Lo scoprirò. In ogni caso, questa è la mia storia. Il mio destino.
    Penso sempre a lei, mi manca. Adesso vorrei che fosse qui e che, guardandomi negli occhi, mi domandasse: cosa faresti se non avessi paura?
    Vivere, sarebbe la mia risposta.

  • 10 dicembre 2011 alle ore 18:35
    Battaglia materna

    Come comincia: Tuono nella tempesta,sopraggiunge un rumore di terremoto.
    No,sono calzature.
    D'acciaio.
    E percorrono tutta la valle sguarnita di alberi, solo qualche capanna bruciata qua e là, e l'amaro sapore di carne bruciata.
    La spada si alza sola ,ed il sangue cala copioso dal manico: del nemico..e suo.
    L'unica figura rimasta in piedi davanti a quella distruzione,e sovrasta un uomo steso a terra,,che rantola la sua parola in un fiato -perché?
    E il suo cuore smette finalmente di battere,
    Il respiro del soldato si fa regolare, può riposare.
    La sua spada ha reclamato e bevuto la linfa vitale del nemico.
    Un ombra passa sul suo volto , un pensiero si insinua nella sua mente.
    -chi era?avevi anche lui dei cari?aveva anche lui una mamma ?
    Certo che l'aveva ,come ogni altro presente su quella stramaledetta vallata.
    Uno stridio acuto gli penetra nella testa,egli alza lo sguardo e i suoi occhi tremolano dalla rabbia: una testa attaccata ad una picca dona la propria carne in pasto agli avvoltoi.
    Lo sguardo si abbassa lentamente fino a vedere un muro,di acciaio e carne.
    L'intero esercito nemico.
    Si guarda intorno. Non c'è  nessuno dalla sua parte.
    Una lacrima solitaria scende dal suo viso.
    Un pensiero si insinua nella testa e percorre tutte le sinapsi fino a fare del suo corpo tutt'uno con l'angoscia.
    Morirò.
    E non lo rivedrò più.
    Una freccia sibila,la spalla viene trafitta e il suo osso viene spezzato.
    Il dolore pare risvegliare tutti i suoi sensi , e i suoi pensieri mutano.
    E vanno all'unica donna della sua vita che l'abbia mai amata.
    Sua madre.
    A tutti i sacrifici che aveva fatto.
    E i pensieri mutano ancora,presi dalle correnti della memoria.
    Pensa a quel cane di suo padre.
    A come gli aveva abbandonati per un altra donna,e penso a quanto lo aveva odiato.
    Poi ,come un raggio di luce nell'oscurità più totale, penso al suo bambino,a cui stava dando la vita.
    Chissà se penserà a quel soldato sperduto nel campo di battaglia.. chissà se penserà a lei,a sua madre.
    Si alza,sola, donna contro quel muro di uomini fatti di acciaio e carne.
    Altre lacrime scendo giù dal suo viso,quasi a darle forza.
    E in quella landa desolata , solo tre parole furono udite e furono udite con la stessa forza del rombo del tuono -per mio figlio!

    Poi il tuono,e si sveglia.
    Ancora il sole  non è sorto, e piove ancora.
    Il respiro del suo bambino sulla barella è regolare.
    Lo stringe forte, accarezza il suo cranio rasato per la terapia contro la laucemia  .
    Piange in silenzio,distrutta.
    Ma le era stata accanto, ed avevano vinto. Insieme.

  • 09 dicembre 2011 alle ore 17:06
    Lettera

    Come comincia: Ehi..
    sei lì?
    Ma quanto lontana?
    "lontana come una lunga fila di formiche".
    Senti la mia voce?
    Io non sento più la mia.
    Ho chiuso tutto dentro pacchi e scatoloni.
    Come per un trasloco.
    Ma è per metter tutto via, come i ricordi di qualcun'altro che se ne è andato.
    Non voglio lasciar disordine.
    Sei partita o no?
    E cosa aspetti?
    I treni partono sempre.
    Non trovare scuse.
    Non fare come quelli che sono sempre in vacanza e dicono di non  essere mai andati via.
    Manda, manda le cartoline.
    Fammi vedere i bei posti dove non sono andato mai.
    Non mi farà rabbia.
    Almeno saprò dove sei.
    E' vero dovrei chiamarti.
    Potrei telefonarti.
    Il numero, anzi due..li ho sempre...
    Ma non saprei in che stanza entrerei...e poi, lo sai, un mInuto dopo avrei voglia di sentire la tua voce di nuovo e...ancora...ancora...e ancora.
    Ma non si può...non è da fare...no e no....
    E poi..lo sai ..c'e' chi non capirebbe....e tu...sei troppo brava a metterti nei casini...e io ne morirei.
    Non ho più nemmeno una tua foto...nulla di te...si..una cartolina....quella si....catene e lucchetti...e mi ricordo..quei giorni.......ma con te non sono mai tornati....eppure...forse per quello conti ancora...
    Non arrovellarti tanto a capire tutto....ogni frase....
    Questa è una lettera REM...una serie di associazioni d'idee...i pensieri che la notte ti portano ai sogni...
    Già...non ho più foto...ma le ricordo tutte....
    Un matrimonio, un ultimo dell'anno...risate su una sedia..un abbraccio...una venere su un lettino...e altre...ma quelle non le racconto..ma scorrono...scorrono nella mia mente....
    Ma lo sai....è la tua voce che ricordo meglio....anche quella quando urlavi...o quando ridevi....mosca tze tze....
    E' scesa la sera insieme ai ricordi..e alla malinconia.....
    E alla sera seguirà la notte...e tu...nella notte ci sei sempre

  • 09 dicembre 2011 alle ore 15:35
    Pranzo di famiglia

    Come comincia: Il sole splende alto, i suoi raggi colpiscono con forza animalesca la strada cementata.
    Il sapore delle torte di pesca entra nel finestrino dell'auto,l'abitacolo è silenzioso, solo il rumore del motore rompe la marea di ricordi.
    La macchina si ferma nel vialetto della casa,bianca e abbagliante.
    Ma nella finestra traspare solo il buio,nessun rumore.
    La porta si apre con uno scricchiolio sinistro,mortale.
    Rumore di passi infrangono quell'atrio, quella tomba.
    Sono in due,due anime che entrano silenzioso nel soggiorno.
    Foto dappertutto, sono appoggiate su mobili,appese sui pareti.
    Ma oggi non rappresentano più nulla.
    Ma sono ancora portatrici di memoria ,e di dolore.
    E le foto sono fatte per essere guardate.
    Gli occhi del prima anima non reggono,lacrime fredde calano sulle guance mentre si inginocchia sul tappeto oramai impolverato.
    Una mano calda si poggia sulla spalla,l'altra anima.
    Egli non parla, il silenzio è confortante.. come una coperta calda che si poggia sulle spalle del primo,il favorito.
    Quello che se ne era andato bestemmiando contro i genitori, che da decenni non aveva più contatti con loro.
    E mai più li avrebbe avuti.
    Voglia di passato, rimorso.
    L'altro , il secondo era sempre stato accanto ai loro genitori.
    E loro parlavano sempre del primo ,di quella sorta di figliol prodigo,ma mai di lui.
    Ma non ha importanza.,perché in quel momento importava solo dare forza a loro,mamma e papà.
    Sopratutto a sua madre,anche nel suo ultimo momento,quello del suo ultimo respiro,pieno di rammarico.
    Poi il silenzio,quello mortale.
    Allora il secondo andò a cercare il fratello perduto,per sua madre.
    Per se stesso.
    Non andavano d'accordo,per niente.
    In effetti molto probabilmente due persone più diverse di due fratelli.
    Dove uno è irascibile , l'altro è calmo.
    Sono due facce della stessa medaglia,perché in fondo sono tutt'e due un simbolo: la vita.
    Donata dagli stessi genitori,anche se il sangue era diverso.
    Il secondo in realtà era stato adottato,ma non importava, perché era stato condiviso tutto.
    Tutta la loro vita.
    Il primo si alza dal tappeto,la sua mano chiusa si apre come un fiore.
    E la regala al fratello:una carezza nel viso dell'altro.
    E sorride.
    Avanzano insieme all'unisono,verso la cucina.
    Ogni passo è lento,ma deciso.
    Una figura è seduta al tavolo..suo padre.
    Il respiratore attaccato alla bocca,che rimane eternamente aperta.
    Egli ha perso la voglia di vivere.
    Solo gli occhi si muovono,ora fissi sul primo.
    Entrambi i fratelli si siedono alla sua destra.
    Uno schiaffo,velocissima la mano del padre colpisce la guancia del primo.
    I suoi occhi si gonfiano velocemente ,ma una mano sorregge il suo animo.
    L'altro.
    E le lacrime scendono,e sono quelle del padre,che sussurra parola di rimorso e affetto.
    E la mano dell'altro è ancora stretta.
    È d'altronde suo fratello...e lo sarà sempre.

  • 09 dicembre 2011 alle ore 0:44
    Un incontro particolarissimo in terra di Spagna

    Come comincia:  Un vecchio con i capelli brizzolati e la barba lasciata incolta stava al centro del ponte che attraversava il fiume Ebbro di Zaragoza. Dal ponte vi era una vista  bellissima della cattedrale del Pilar ed era anche un’importante area di passaggio, attraversato da autobus, macchine, biciclette, motori e passanti. Nel ponte vi era un movimento incredibile, a volte vi si formava anche del traffico, ma il vecchio se ne stava là, in piedi senza fare alcun movimento.
    Mi trovavo lì perché dovevo attraversare il ponte e consegnare dei volantini pubblicitari d’un importante compagnia telefonica nella parte della città che precede la zona dell’ Expo. Ero stato molto fortunato a trovare quel lavoretto, mi permetteva di contribuire in piccola parte al pagamento dell’affitto.
    Impiegai tre ore per distribuire tutti i volantini, poi tornai al ponte. Si era fatto tardi e non c’era più tutto il movimento di prima, ma il vecchio era sempre nello stesso punto .
    Decisi di parlargli, almeno avrei potuto praticare lo spagnolo. Questi cinque mesi di Erasmus avrebbero dovuto pur servire a qualcosa!
    “Da dove viene?” gli chiesi
    “Sono di Zaragoza” disse lui, e mi fissò dritto negli occhi. Poi sorrise. “Ma è come se fossi straniero , adesso”.
    “Ah” dissi, senza aver capito bene quello che volesse dirmi.
    “Sì” disse lui “ ho vissuto in Inghilterra per più di sessant’anni. Sono tornato solo da una settimana”
    “Perché ha lasciato la Spagna?” gli domandai.
    “Fui costretto a lasciare la mia terra!” mi rispose. “Quando ero ancora adolescente scoppiò la guerra civile e i miei genitori  decisero di mandarmi a Liverpool, dove viveva una mia zia”.
    In effetti, sentendolo parlare, mi sembrava di percepire uno strano, seppur minimo, accento inglese e io guardai i suoi capelli bianchi e la sua barba ispida e dissi:  “ E i suoi genitori? Non partirono con Lei?”
    “No” rispose. “ Mi dissero che mio padre non poteva lasciare il lavoro nella bottega. In realtà rimasero qui per combattere con le forze repubblicane, ma morirono. L’ultima volta che li vidi fu su questo ponte. Mi fecero salire su un carro diretto a Barcellona, dove mi sarei imbarcato per l’ Inghilterra”.
    Io guardavo il vecchio sbigottito, non credevo che avrei ascoltato da quest’uomo una storia così interessante. Conoscevo la storia della guerra civile spagnola, me ne ero appassionato leggendo Orwell ed Hemingway. Non pensavo, però, che venendo in Spagna avrei incontrato un testimone di quel terribile evento.
    “In verità” mi disse, “ sono tornato in spagna già qualche anno prima. Tornai poco dopo la morte di Franco. Volevo sapere dove erano finiti i corpi dei miei genitori”.  La sua voce era soffocata dalla tristezza.
    “Lì ha trovati?” gli chiesi.
    “Come?”
    “Ha trovato i corpi dei suoi genitori?”
    “No” mi rispose. “Sai, saranno in una delle 800 fosse comuni disseminate per tutta la Spagna. Credo sia un’impresa impossibile riesumare 30 mila cadaveri”
    Gli dissi: “ se non sa che fine abbiano fatto i loro corpi, come può avere certezza che i suoi genitori siano morti in combattimento?”
    “Lo seppi  subito” mi rispose. “Mi arrivò una lettera in Inghilterra da parte di un soldato  repubblicano. Mi avvisarono della morte dei miei genitori, causata da un attacco aereo tedesco”.
    Vidi l’orologio e si era fatto tardissimo. Gli domandai perché non se ne andasse, faceva molto freddo. “Grazie” disse lui e guardò anch’egli l’orologio. “Rimango qualche altro minuto”.
    C’era poco da fare, quel vecchio sarebbe rimasto tutta la notte sul quel ponte. Penso, in quel posto, gli era più facile ricordare il volto dei suoi amati genitori, era lì che li vide per l’ultima volta.

  • 05 dicembre 2011 alle ore 15:16
    Adda passà a nuttata.

    Come comincia: C’è un allievo nuovo in quinta “X”. Dovrei dire “ci sarà”, visto che in questi giorni pre natalizi i nostri allievi stanno facendo tutto tranne che studiare (almeno la massa di loro), noi professori delle più svariate materie, così come ha scritto il nostro preside in una “circolare”, siamo presenti e a disposizione per quanti volessero fare lezione. Facciamo l’appello al mattino, se c’è assemblea di istituto, seguiamo qualcuno di loro, a richiesta, per un parere ed un consiglio, ma il mondo ci appare oggi, 5 dicembre 2011, con le ultime novità date dal Governo tecnico, più complesso del solito, incomprensibile, almeno in parte. Un po’ come la tastiera per il computer, che il nostro gentile assistente tecnico ha sostituito alla precedente (non segnava gli spazi), che mi ha lasciata perplessa quando “ad orecchio”, cercavo la V e ci ho messo qualche momento di smarrimento per rendermi conto che, semplicemente, assurdamente, “non c’era”. Non c’è, perché, evidente mente per necessità, l’assistente tecnico ha sostituito un tasto rotto o mancante, (quello della V, appunto), con un tasto “M”.
    Così, “ad orecchio”, ho cominciato a considerare la M di sinistra come V ed ho continuato a scrivere.
    E’ appunto questa la situazione attuale: trovare situazioni, fatti, persone, al posto sbagliato e continuare ad “usarle”, giacché, semplicemente, non c’è alternativa.
    Il collega di matematica, intanto, alle mie spalle, parla, discute…
    Ha ragione: è un ottimo insegnante, si sgola nelle ore di lezione, recupera allievi in difficoltà, rispiega, "trispiega", finanche. Ma non riesce a sopportare l’idea che le sue già insufficienti ore di lezione, gli siano proibite a causa di agitazioni studentesche “senza ragione”.
    Guardando verso l’uscita notiamo che, a gruppetti (sono le 12,25), alcuni nostri allievi si avviano fuori. Hanno con loro chitarre ed altri strumenti musicali che, evidentemente, sono occorse come sottofondo musicale alle loro discussioni filosofiche sui cinque, quattro o tre ritardi permessi dall’istituzione scolastica, o sulle tapparelle rotte o su qualche insegnante che non sembra troppo o abbastanza (per loro), disponibile al dialogo.
    Questa mattina, facendo l’appello in classe alla mia quinta, prima che sciamasse giù per l’assemblea, ho fatto come quei sacerdoti che in chiesa, appena possono, riempiono i loro fedeli di raccomandazioni e indicazioni, ottenendo il solo scopo di annoiarli. Ho detto loro le solite cose che dico sempre, con l’aggiunta di una punta di panico dovuta al momento difficile che sta attraversando l’Italia (l’Europa? Il mondo?). Che il loro futuro è, appunto, il loro, che non debbono studiare per accontentare i genitori e gli insegnanti, ma per loro stessi…
    Il preside ha una convocazione presso un Istituto di Napoli per le 15 per discutere, assieme ad altri colleghi, sulle agitazioni studentesche di questi giorni.
    Intanto la collaboratrice scolastica, instancabile, gira per raccogliere le firme per presa visione di una circolare.
    Noi, qui in sala professori, perché siamo in orario scolastico, attendiamo che i ragazzi decidano per il futuro e vadano via tutti ed intanto parliamo tra noi degli allievi,  delle tasse, delle pensioni, dell’ICI sulla prima casa.
    “…loro sono convinti che alle 8.10 sia l’ora per entrare nella scuola”.
    Dice il prof di matematica. Ha ragione: l’ingresso è sì, alle 8, ma è concesso un ritardo di dieci minuti, che poi diviene un quarto d’ora per cui la prima ora è punteggiata di arrivi in ritardo. Ed ogni volta si riprende daccapo.
    In realtà ci sembra assurdo che, in una situazione così difficile che ingloba nella disoccupazione studenti efficientissimi, non si renano conto che…
    Ma forse è proprio così: si rendono conto.
    Se, studiando, laureandoci, addottorandoci, specializzandoci, facciamo la fame, tanto vale non studiare.
    Dico loro: “ragazzi, la scuola non è soltanto un dovere, è un diritto, a cui siamo giunti con decenni di crescita sociale. C’è stato un tempo, neanche molto lontano, in cui il concetto di infanzia neanche esisteva. In cui i bambini lavoravano in fabbrica coi genitori per 12/14 ore al giorno. Nelle miniere, anche.
    Oggi, ancora, in tante parti del mondo i bambini soffrono la fame, la sete, la violenza. Lavorano o, addirittura, vivono nelle discariche alla ricerca di qualcosa con cui cibarsi e vestirsi. Voi siete fortunati!” Mi osservano perplessi, poi “Maria” dice: -ma vi sembra giusto che le tapparelle non funzion(i)ano?-
    Già. Non funzionano. Che importa il resto quando c’è una validissima ragione per fare un sacrosanto “casino”?
    E, intanto, attendiamo. “l’idea che questo sfascio si aggiusti con la riforma delle pensioni…”
    “Il lavoro dove sta?”. Parliamo. Parlano.
    “La questione è che dagli anni ’90 l’Italia ha iniziato un processo di deindustrializzazione…”
    “manca il tessuto produttivo. Noi non possiamo permetterci le pensioni perché non abbiamo più un’Italia che lavora…” (e’ il collega che “comprende” di economia, a parlare).
    Già. “a Napoli non fatica più nessuno”… “in nero, la camorra…” “la ceramica di Capodimonte”… “non ne parliamo del turismo… una città turistica piena di spazzatura…”.
    Un collega viene a chiedermi se l’auto lasciata fuori senza antifurto è al sicuro. Gli dico di no. Mi guarda stranito, ma, in verità, l’unica volta che ho lasciato “fuori” l’auto l’ho ritrovata sì, però con uno sfregio lungo la fiancata che significava: “questo posto non è per te”.
    Che fanno i ragazzi? Pare siano saliti ai piani superiori perché non riuscivano a “sentirsi” bene nel luogo dove tenevano l’assemblea. Pare che qualcuno di loro abbia detto:”Non possiamo farla finita così, altrimenti abbiamo perso inutilmente due settimane”.
    Che significa? Che debbono perderne tre?
    Sono le 12.45. In verità è, in assoluto, la prima volta che un’assemblea dura tanto, anche se, a restare in assemblea, sono soltanto i rappresentanti di classe e di istituto. Gli altri hanno già tagliato la corda.
    “Si deve rendere lo Stato più snello, più controllabile… ”.
    Ho trovato su internet la proiezione ortogonale della sezione conica che debbo spiegare alle quarte, quando me lo permetteranno. L’ho stampata:stranamente la stampante funziona, ci sono i fogli e non manca il toner.
    Ho girato tante scuole. Da quattro anni ad oggi, se dovessi disegnare un grafico della negatività rispetto alla scuola, sarebbe crescente. “Mettere in campo un’idea della riforma fiscale…”. “…con le banche dati”… “Io ho fatto una pratica statale…”.
    Noi, insegnanti, attendiamo le decisioni dei ragazzi. Di quelli che sono restati a decidere per tutti, insomma, proprio come i nostri politici a cui, senza neanche averli votato, abbiamo messo tra le mani la nostra vita e quella dei nostri figli e nipoti. Senza averli votato.
    Mi viene fatto di pensare ad una persona che conosco, un operaio, diciamo così. Rosso in viso mi ha confessato che la figlia, diciassettenne, ha un bimbo di sei mesi. L’ha chiamato come lui. Mi ha detto che “il ragazzo non ne ha voluto sapere”. Poi, quasi come per scusarsi: “Che potevo fare, io? Cacciarla di casa?”. Certamente no. Quindi adesso cresce anche il nipotino. “Pensavo di stare un po’ meglio, che, coi figli grandi, avrei avuto respiro… ma, invece”.
    Già. Invece tutto accapo. Brava persona.
    Adesso intorno c’è agitazione. Forse si sta pensando a dove conservare i registri di classe per l’ipotesi di una forma di cogestione o di autogestione. Su Facebook si legge, testualmente: “Ci vogliono ignoranti, ma ci avranno ribbelli”. Con due b, dal che si desume che li avremo sia ribelli che ignoranti.
    Dal Web apprendiamo: “Finestre rotte, muri imbrattati, estintori ovunque. E' stato ridotto così dai vandali l'edificio centrale della scuola "Madre Claudia Russo" a Napoli. Eppure solo 48 ore fa qui si festeggiava la nascita della prima classe 2.0 nel capoluogo campano, vincitrice del bando ministeriale per portare la tecnologia nelle scuole. Le apparecchiature tecnologiche erano custodite e sono salve, ma per il resto i danni sono gravi e l'istituto è stato costretto a chiudere. Dobbiamo andare avanti, ha commentato il dirigente scolastico Rosa Seccia. Nella scuola per ora non può rimanere neanche il personale per sistemare lo scempio, a causa delle polveri di estintore spruzzate ovunque che, pur non essendo tossiche, creano difficoltà respiratorie.”
    L’ho scritto anche nel mio blog e lo confermo: “Confesso: Non sono facile all'emozione: non piango neanche di fronte a questioni personali. Ma mi viene da piangere quando vedo vandalismo che vorrei chiamare "inutile", ma inutile non è: ha il chiaro senso di non permettere crescita culturale e morale a Napoli. Non è inutile per chi lo effettua e per chi lo programma. E' indirizzato.”
    "Allo Striani hanno distrutto tutto". Sospira una collega.
    Già: la cultura è potere, l’ignorante è più gestibile. E’ per questo che, specialmente a Napoli, è più difficile fare cultura.
    Noi insegnanti, alle 13.05, siamo ancora qui, in attesa. Alcuni di noi, per le 15, hanno da fare i Consigli di classe e non si muoveranno affatto.
    Noi tutti, noi italiani, un po’ tutti, tranne quelli che difendono, e possono farlo, i loro diritti economici. Attendiamo,
    Da professori, le decisioni dei nostri allievi, da lavoratori, le decisioni “dei grandi” che ci hanno tra le mani, e non li abbiamo neanche votato.
    “Adda passà a nuttata”, direbbe De Filippo.

  • 04 dicembre 2011 alle ore 22:32
    Così potrò curare il mio amore

    Come comincia: Fabio Bolognesi stava scrivendo qualcosa in un fogliettino, quando suonò il citofono di casa.  Fabio si mise il fogliettino in tasca ed andò ad aprire. Quel pomeriggio aspettava ospiti. Dovevano venire da Como due vecchi amici d’università, Pietro e Maria.
    “Weee Fabio! Quanto tempo…come stai?” disse immediatamente Fabio.
    “Va tutto bene vecchio amico mio” rispose Fabio. “Fammi salutare Maria”. Fabio salutò Maria con due baci sulle guance e li invitò ad accomodarsi in salotto.
    “Elisa dov’è?” chiese Maria. “ Ci piacerebbe salutarla. È possibile?”
    “Sicuramente” rispose Fabio, “è in camera da letto, è stata poco bene. Adesso sediamoci che dopo la andrò a chiamare”.
    “Come sta reagendo alla malattia?” domandò Pietro.
    “Beh, abbastanza bene direi. Solo in questi ultimi giorni sta avendo piccole crisi…ahimè amici, ci sono momenti che non si ricorda neanche di me”.
    “Non ti abbattere Fabio” disse Maria. “Stai facendo tanto per Lei, sono tanti anni che la curi con dolcezza e affetto. L’amore reciproco che provate vi darà la forza per andare avanti”.
    “Bah, dai , cambiamo discorso. Sono anni che non ci vediamo. Come procedono le vostre vite?” disse Fabio. “Ah, una curiosità: ancora non avete raggiunto le nozze d’oro, no?”
    “No, ancora ci mancano sette anni” rispose Pietro.
    “ Vergognati, non ti ricordi neanche la data del nostro matrimonio!” disse Maria accennando un sorriso.
    “Ah, se è per questo a fatica ricordo quella del mio matrimonio”.
    Intanto Fabio chiese a loro se gradivano un amaro. Risposero dì sì. Gli offrì un liquore al cioccolato fatto in casa. Glielo donò una cugina che viveva nel loro stesso quartiere a bologna. Questa cugina era diventata come una sorella per Fabio, e si prendeva cura di Elisa quasi al pari di lui, da quando gli diagnosticarono, dieci anni prima, la patologia dell’ Alzheimer.
    “  Vado a svegliare Elisa” disse Fabio. Nel frattempo gli pose dei biscotti sul tavolino. “Mangiateli” disse. “Sono buonissimi”.
      Salì nel piano di sopra dove stava la camera da letto. Quando aprì la porta la trovò a terra, stava cercando di salire nella sedia a rotelle da sola. “Ma cosa stai facendo!” gli urlò Fabio. “ Perché non mi hai chiamato?”. Così la mise sulla sedie a rotelle e si assicurò che non avesse niente di rotto. Stava bene, quindi la portò dagli ospiti.
    Nonostante la sedie a rotelle non era difficile scendere le scale : avevano montato una specie di sedia – ascensore, che avrebbe permesso ad Elisa di scendere con facilità al piano di sotto.
    Quando Fabio portò Elisa in salone, Maria e Pietro rimasero sorpresi nel vederla in sedie a rotelle. Non si aspettavano che fosse già arrivata a questo stadio.
    Maria si alzò per dargli un bacio. “Come stai Elisa?” gli domandò. “Io sono una tua amica, sono venuta da lontano solo per vedere te”.
    Elisa , però , non rispose nulla.
    “Non  pretendere che ti risponda” disse Orlando. “Spesso non risponde neanche a me. Probabilmente non ti ha ascoltato neanche, è semplicemente persa nel suo mondo”.
    “Capisco” rispose Maria. “ Comunque, è sempre un piacere rivederla”.
    La visita durò fino ad ora di cena. Fabio li invitò a  stare per mangiare, ma loro rifiutarono. Volevano tornare presto a casa che domani avrebbero lavorato.
    Quando i due uscirono dalla casa, Fabio tornò in salotto, dove si accese una sigaretta. Era l’ultima sigaretta del pacchetto, cosi attorcigliò  il pacchetto e lo pose sul tavolo. Elisa sembrava essersi addormentata: aveva la testa piegata, appoggiate sulla spalla destra. Fabio si sedette sulle ginocchia proprio di fronte a lei e le prese le mani. Ivi si mise a piangere. Le lacrime cadevano come pioggia sopra la sua mano, ma lei continuava a dormire.
    Un’ ora dopo troveranno due corpi senza vita nel giardino che fa da entrata ad un condominio della periferia di Bologna. I corpi erano quelli degli anziani coniugi “Bolognesi”.
    Nel giornale del mattino si leggerà che Fabio bolognesi “ Getta la moglie dalla finestra, poi si lancia nel vuoto”.
    Nelle tasche del suo pantalone troveranno un fogliettino con scritto: “ Così potrò curare il mio amore”.

  • 03 dicembre 2011 alle ore 13:14
    Carapax

    Come comincia: Carapax

    Che cosa usciva a fare dal suo guscio protettivo che tanto amorevolmente la proteggeva dal freddo, dal buio, dai predatori e dai rapaci, dai cacciatori e dai voraci sciacalli che si cibano di tutto ciò che può essere trasformato in piacere, interesse, denaro?

    Il carapace era il suo esoscheletro, scudo alle intemperie esistenziali, nido per rintanarsi, tana per annidarsi, casa, letto, tetto, abitazione e residenza in un unico, minuscolo spazio esistenziale, decorato da geometrici ricami che armonizzavano con i colori dell’ambiente, della terra e del cielo, delle acque...

    Prima di uscire dal proprio abitacolo annusava lo spazio per percepire eventuali pericoli... con un ditino percepiva la temperatura e, se faceva troppo freddo, decideva che sarebbe tornata a dormire per risvegliarsi il mese successivo.

    Aspettava la primavera inoltrata, quando il sole sarebbe stato una torcia benefica in grado di scaldare il suo sangue, la sua pelle e il suo cuore... nell’attesa sonnecchiava sognante, ascoltando le melodie disperse nella rete magica della propria immaginazione...

    C’era tutto all’interno del guscio: veramente tutto! Poteva pensare qualunque cosa, progettare pensieri di ogni genere, immaginare in assoluta libertà qualunque situazione: dipingeva così nell’abitacolo interiore paesaggi e mondi meravigliosi, coglieva il sapore delle acque tiepide di un  mare lontano in cui giostrava nei coralli, tra alghe sinuose e petali di mare, stelle del fondale e astri del cielo quando saliva sui piccoli scogli per baciare la luna... nel silenzio delle onde infrante in una schiuma d’amore...

    La cercavo, la sentivo, la amavo da tempo ma era sempre chiusa, invisibile, impercettibile... sentivo la sua presenza calda e il suo cuore vibrava note musicali che disorientavano i miei sensi, seduzione seducente di ormoni spaziali che mi attiravano al suo cosmo forse per custodirla, vegliarla, forse per amarla...

    Poi ho capito che la sua luce era spenta, come una lucciola stanca aveva deposto i colori della vita e ora restava fredda e impaurita in attesa del ritorno... tornava un cavaliere bianco, scendeva il principe dal cielo, venivano gli angeli e gli dei a riportare scintille dorate, profumi temporali, raggi di luce tropicale, frutti esotici dal sapore infinito, polveri profumate, pietre preziose, brillanti, diamanti, ori e tesori, ricchezze e cibi pregiati, abiti firmati, gioielli incastonati... ma lei era spenta, silenziosa, rinchiusa, immobile...

    Volevano seppellirla nella sabbia bianca di una spiaggia d’autunno ma qualcosa, qualcuno mi chiamava... come un’antenna criptata sentivo e percepivo codici di soccorso, un grido di allarme che ristagnava intorno a questo involucro semantico mimetico, impenetrabile, cos’era? chi era? dove andava? qual’era il cammino, dove sorgeva il sole e dove... soprattutto... ascendeva la luna?

    Cercavo tracce di un riflesso argentato, seguivo le orme di una rondine smarrita, aprivo le ali per andare lontano, nelle rotte migratorie dei grandi esodi stagionali: ho attraversato mari glaciali, scavato passaggi nella terra nuda, arida e deserta, ho toccato fiori fossilizzati e paludi bonificate, orchidee sensuali e vellutate, sono stato nel giardino degli anturium, nel campo di margherite, nel regno dei girasoli e delle stelle alpine... ti cercavo nei fiori come un’ape regina in cerca del suo re, ti cercavo nelle acque, sulle isole, tra le nuvole... forse eri aquila, forse colibrì... forse eri figlia di un anemone, forse dischiudevi le tue palpebre come una ninfea o forse ancora ti adagiavi sulle lacrime sorgive come un fiore di loto bagnato di rugiada... ero perso, preso, smarrito, ritrovato, sentivo e seguivo questa scia di selvatico desiderio che mi chiamava come una goccia di miele, attrazione irresistibile, richiamo magnetico, ho viaggiato tanto, amore... ho corso, percorso mondi, vicini e lontani, ho visto la fine degli orizzonti e il principio dell’eternità...

    Loro hanno preso il tuo guscio, l’hanno sepolto sulla riva baciata di schiuma, lasciando una lapide al vento che l’ha portata in cielo, al cielo, dove giungono i lamenti e le preghiere di chi crede nella vita e, quindi, anche nella morte...

    Ma io sentivo, capivo, che questo brivido d’amore era una voce più forte del tempo e più profonda di qualunque abisso... non c’erano voragini, non c’erano pareti invalicabili. Adesso.
    Cercavo.
    Tocco, smuovo, ribalto le montagne.
    Apro.
    Entro.

    Apri mondo apriti!

    Milioni di anni.

    Miliardi di secoli.

    Milioni di miliardi di processi evolutivi, dalla prima cellula al perfetto sistema di concezione che unisce gli insiemi lontani per creare.

    Armonia.

    Arte.
    Amore...

    Sono io, amore... sono io...

    Sono la primavera...

    Vengo a prenderti tra le mie braccia, baciarti di sole caldo, di pioggia fresca e benefica per fertilizzare la tua anima... loro vedevano solamente la tua apparenza, il tuo profilo esteriore, ti davano un nome, un’età anagrafica, un indirizzo, un codice fiscale... ti hanno persino valutato, quotato, quantificato... e quando si sono ritrovati tra le mani il tuo carapace non sono stati neppure in grado di capire che era solamente un guscio senza vita, una buccia esterna, una corteccia protettiva... no! loro vedevano solamente con lo sguardo, valutavano solamente con la ragione...

    Ti hanno sepolta, dimenticata...

    Ma io porto semi da germogliare e petali da impollinare, sono energia del risveglio, linfa di un desiderio di rinascita che da sempre riporta vita alla vita, colori e luci, sogni, desideri...

    Ora sei tra le mie braccia, amore...

    Ora sei al sicuro, al caldo, protetta dagli scudi dell’amore, ora mi poso sulle tue labbra come la più leggera delle libellule, volteggio sulla tua bocca e mi congiungo, non sei più sola, sepolta, abbandonata, è giunta l’ora di aprire il forziere del grande tesoro.

    Accolgo il tuo cuore come un dono da amare, accolgo il tuo bacio come un tesoro da propagare, diffondere, spalmare, irradiare al mondo, sulle foreste e sugli oceani... deliziosamente smarrito tra le tue braccia ti tengo per mano e vado, andiamo oltre, lassù... per sempre...

  • 03 dicembre 2011 alle ore 12:43
    Paradise cove

    Come comincia: “Ero tornato,finalmente,dopo un’assenza di due settimane”, mi era sembrata un’eternità. La mia scrivania, il mio studio, la luce del giorno ora mi si mostrava diversa,non sapevo spiegarmi perché ,o forse ero così sicuro di sapere il perché da occultarlo a me stesso. Eppure era vero, tutto mi sembrava diverso come estraneo ora mi  sentivo in quel luogo di sempre,tra gli oggetti di sempre .
    Ero tornato ma già pronto a ripartire se non fisicamente almeno con il pensiero perché ,era giusto che lo dicessi una volta per tutte, il mio posto non era più lì .
    Erano state quelle due settimane a ridurmi così,mi chiedevo sorridendo superficialmente,o al contrario era stato il tempo precedente a quelle due settimane a provocare in me questo cambiamento? Che cosa poteva essermi successo in quel lasso di tempo, breve come un fulmine e corrosivo come un acido, se adesso esitavo persino a sedermi in quel luogo prima amato e venerato?
    Non potevo far altro che ricordare le cose accadute ma adesso lo avrei fatto a sangue freddo, nudo e immune dalla trappola delle emozioni, senza compromessi con gli affetti, quasi un alter ego di me che presentava il conto a se stesso in quella stanza impreziosita dalla mia vita precedente.
    Solo così avrei potuto trovare la forza di ricordare ….. e sperare.

    …Non ci vedevamo più da cinque lunghi anni,non lo avevo mai più cercato ne lui mi aveva cercato. Eravamo scomparsi l’un l’altro, peggio di come si dissolva imperturbabile una conoscenza occasionale in un fastidioso  confuso ricordo.

    Lo rincontrai lì dove mi ero rifugiato dalle stanchezze del lavoro e dalle amarezze della mia maldestra vita matrimoniale,al Paradise Cove  suggestivo ritrovo della piccola insenatura di…Sissi.. sull’isola di Rodi.
    Mi guardò fugacemente ,poi in modo più attento, e fu allora che scorsi sul suo viso quella sardonica risata che ancora mi perseguita. Non fece niente altro che guardarmi negli occhi come per invitarmi a fare una mossa qualsiasi e aspettò.
    E in quel preciso momento, in una frazione di secondo, decisi quello che adesso mi ritrovo ad essere, gli sorrisi e  lentamente gli andai incontro.
    Forse fu proprio quel gesto imbarazzato e tenero a decidere per lui, si affrettò a raggiungermi e ci ritrovammo seduti  su un morbido divanetto in quel posto fuori dal mondo ma dentro il mondo di tutti, un posto di pace,anche per  due come noi..
    .Non posso affermare che fu facile  per entrambi, avevamo dato sfogo a un  odio reciproco nel tempo precedente e non fu particolarmente gradevole scorgere ,in quel volto stanco e provato, se fosse rimasto ancora lì quel risentimento che aveva caratterizzato i nostri cinque anni di assenza. Non mi chiese perché fossi in quel luogo, forse lo reputava superfluo dal momento che quel posto era una meta ambita per tanti turisti, ma fui  ancora io che mi ritrovai a parlare e a spiegare la scelta di quella vacanza
    E nell’attimo successivo al mio chiacchierare imbarazzato mi disse che lui  ormai viveva da tempo lì . Era cambiato, invecchiato e quella  stessa sensazione ,ero certo ,l’avesse percepita in me.
    Ci scrutammo come se volessimo denudare la nostra mente,come se ci volessimo denudare di quel verminaio di parole dette l’uno all’altro in passato.
    Riaffiorarono tutte insieme legate ,ora ,solo da un senso comune del pudore ,le stavamo ricordando all’unisono ,sottovoce, nel nostro animo avvizzito dal rancore e dalla disistima , ma erano là, io le percepivo ,tutte, e così lui.
    Quante volte gli avevo gridato, non sussurrato, che non valeva niente, che non era riuscito a imbrigliare la sua vita, che creava solo casini dappertutto,quante volte gli aveva arrogantemente sibilato che solo  grazie a me aveva avuto un lavoro, una speranza,….. 
    Quante volte mi aveva ripetuto che io ragionavo solo con il portafoglio,con il denaro, non ero capace di accettare, di capire, di sopportare,quante volte mi aveva disprezzato per la mia aridità ,per il mio orgoglio,….
    Fino a quell’ultima volta in cui ci svestimmo di ogni parvenza di decoro e di umiltà e venimmo alle mani, dolore reale su corpi reali, accanimento incontrollato dei nostri più infidi istinti aggressivi.
    Ero diventato per lui un monolite,una ruvida pietra contro la quale battere ferro o metallo non sarebbe servito a niente,perché i componenti più teneri, più fragili, più plasmabili si sciolgono, si distruggono, si fondono contro la pietra ruvida e millenaria.
    Così fu per lui, fu distrutto dalle mie parole, dal mio agire, dalla mia indifferenza ai suoi dolori alle sue insicurezze  alle sue incapacità di giovane uomo colpevole, ai miei occhi, di non risolvere la sua vita e le sue emozioni sul solido tavolo della compravendita del denaro e dell’arrivismo.
    E fu la fine del nostro rapporto, io lo evitavo e lo disprezzavo , lui andava cercando qualsiasi pretesto per parlare male di me. Quella resa incondizionata al massacro delle nostre anime e dei nostri corpi fu il punto di non ritorno. Lo cancellai dalla mia vita come lui cancellò me.
    La mia vita continuò in un alternarsi di periodi più o meno buoni,ero completamente immerso dal mio lavoro .Ci credevo .
    Tutto ciò che facevo mi sembrava ben fatto,raccoglievo consensi, manipolavo le persone, cresceva il mio conto in banca.
    Anno dopo anno andava crescendo in me la consapevolezza di sfondare, di toccare i vertici di uno strato sociale che incominciava a permettermi il lusso di non investire più tanto energie,lasciavo fare,come tirava il vento, come solo un uomo desideroso di potere sa fare,contatti, favori,assensi, imposizioni.
    Più cresceva il mio ego più sprofondavo lungo quel sottile confine tra la malinconia e il disinteresse per le cose e le persone. Più mi spingeva il motore del mondo, la ruota dell’affermazione, più intravedevo sempre più forte in me la trappola della inadeguatezza,dello svuotamento
    . Ne subirono gli effetti le persone a me più vicine, mia moglie, i miei figli,: si ritrovarono a convivere con una persona aliena in casa,andavo ,venivo, impassibile e inerte ai loro richiami,alle loro richieste di aiuto, di affetto ,di attenzione.
    Avevo creato con le mie stesse mani un personaggio spietato a se stesso,indifferente alle piccole cose, incapace di sorridere spensierato, inabile alle emozioni semplici, ovvie.
    Ogni tanto mi ravvedevo e nasceva in me la voglia di esserci, di vivere per loro e con loro, ma questi momenti si intervallavano con altri dove le assenze, le urgenze erano là ad aspettarmi  ,mi illudevo di essere necessario e indispensabile là dove il vento girava, là ai posti di comando.
    E svuotavo lentamente la mia vita di ogni conforto emotivo,immune alle ferite, agli attacchi e alle richieste degli altri, della famiglia ,del mondo dei deboli.
    Credevo di essere forte e corazzato dai pericoli del vuoto ma non fu così e lentamente  mentre maggiore percepivo la sensazione di sconfitta interiore più la subdola propaggine della depressione andava allargandosi dentro di me.
    L’ultimo anno l’avevo trascorso così in un’altalena di sensazioni,il fisico incominciava a risentirne e così anche chi viveva intorno a me scoprì il modo di crearsi delle alternative ,il modo di colmare i vuoti che senza accorgermene del tutto avevo creato.
    Ero ferito dentro e non conoscevo la medicina per guarire, o forse non la volevo la medicina,sarebbe stata amara, pungente debilitante,e l’allontanavo da me come lo spettatore che per non provare paura allontana le immagini più dure ,più crude, semplicemente con un telecomando tuttofare,uno zip e la paura si placava ,uno zip e il magone per le sofferenze e i lutti e il dolore degli altri scompariva, in un attimo, per lasciare posto alla solita tranquilla vita amorfa,indifferente,sicura.
    La vacanza di due settimane era stata l’ultimo dei miei tentativi di calmare i demoni del passato, il mio orgoglio ferito di uomo solo tra la folla,l’ultima ricerca di tranquillità se non di pace con me stesso, e fare spazio al mio cuore inaridito,tramortito dalla banalità della mia vita e addolorato dalla perdita degli affetti della mia famiglia.

    Ora su quel divanetto spartano dal quale potevo ammirare un mare cristallino e il volteggiare dei gabbiani che si venivano ad ammarare sull’acqua  o si ancoravano a spuntoni di scogli nerastri,noi due cercavamo di sciogliere i grumi di dolore del nostro cuore malato. Il mio cuore  fatto di infinito ,inutile orgoglio e superbia  il suo  modellato sui propri insuccessi ,la sua  vita bohemienne e vagabonda . In quelle due settimane infrangemmo sugli scogli delle nostre vite fallimentari il duro involucro delle nostre emozioni,e per due settimane tornammo ad essere i due giovani di tanto tempo prima quando  semplicemente eravamo contenti di essere fratelli.

  • 02 dicembre 2011 alle ore 22:22
    LUCE

    Come comincia:                                      LUCE ROMA 1982 Era una giornata piena di luce e mi ritrovavo a bordo di una Alfa Romeo  decapottabile anni trenta con un vestito di lino bianco sulla pelle e un cappello di paglia poggiato sul sedile passeggero.Guidavo adagio su strade assolate e silenziose con una leggera brezza che veniva dal mare in lontan

  • 02 dicembre 2011 alle ore 13:56
    BLACK DRAKO (Primo capitolo)

    Come comincia: Il detective David Benson si risvegliò in un luogo che non riconosceva. La testa gli pulsava violentemente e un grosso livido violaceo gli era comparso sulla mano sinistra. Ora ricordava: era quasi giunto alla porta d'ingresso della sua villetta, quando sentì una tremenda botta sulla nuca... e il buio lo avvolse.
    Era seduto a terra con le spalle poggiate alla parete. "Dove accidenti mi trovo?" si chiese con voce flebile mentre si massaggiava il collo indolenzito.
    La luce era scarsa e faticava a mettere a fuoco. La stanza in cui si trovava era alta pressappoco quattro metri ed aveva una pavimentazione in cemento; un tavolo in legno con delle sedie erano debolmente illuminate da una finestra con delle inferriate posta a circa un metro e mezzo dal suolo; un grosso vecchio mobile a due ante fiancheggiava il muro scrostato e degli enormi ammassi di paglia secca erano posti davanti ad una porta in ferro.
    Il detective si alzò faticosamente da terra e per qualche istante gli mancò l'equilibrio. La testa gli girava come un dopo-sbornia. Passarono una manciata di secondi e si riprese. Fece i primi passi e iniziò a perlustrare la stanza.
    Si avvicinò al tavolo e vide che vi erano appoggiati alcuni coltelli da macellaio ed una mannaia insanguinata. Nel momento in cui vide dei pezzi di carne di un animale che non riusciva ad identificare, esclamò: "Almeno il cibo non mi manca..."
    Sbarazzò una parte del tavolo e vi saltò sopra con l'aiuto di una sedia malconcia. Riusciva a malapena a scorgere qualcosa dietro quei vetri sudici. Ciò che intravedeva era un paesaggio di aperta campagna coltivata a cereali. Cercò inutilmente di rimuovere le sbarre e si disse: "Non uscirò mai da questo maledetto posto!"
    Saltò giù dal tavolo e si ricordò del telefono cellulare che aveva nella tasca dei pantaloni color antracite; lo estrasse e sbraitò: "Merda!". La batteria non c'era e anche la sim card era stata rimossa dal suo alloggiamento. Ripose il cellulare nella tasca e si avviò verso un accumulo di paglia. La scostò dalla parete e trovò la porta d'uscita. Era la sua giornata sfortunata: uno spesso catenaccio bloccava la maniglia. "Figli di puttana!" gridò furioso tirando un calcio alla porta.
    Affranto, si sedette a terra e dal taschino della camicia tirò fuori un pacchetto di sigarette ed un accendino Zippo; estrasse una sigaretta, la accese e aspirò a pieni polmoni; butto fuori il fumo e si disse: "Calmati David, ragiona. Ti sei trovato in situazioni peggiori... e senza sigarette". Mentre fumava, rifletteva su chi fosse stato a condurlo in quel luogo e sul motivo del suo rapimento.
    Il pallido sole autunnale si stava perdendo all'orizzonte.
    Improvvisamente, la luce di due fari appesi alle pareti si accese.
    "Devono essere automatizzati" ipotizzò David schermandosi gli occhi con le mani.
    Si alzò da terra e fu attratto da una scatoletta di plastica collocata su una delle pareti. Vi si avvicinò e rimase sorpreso dalla frase scrittavi affianco. La scritta diceva: -SE VUOI COMPAGNIA, PREMI IL BOTTONE-.
    "Compagnia? Cosa diavolo vorrà dire?" si chiese grattandosi il capo dolente.
    Il detective era indeciso sul dafarsi. "Se premessi il bottone e non succedesse niente?" si domandò.
    Sollevò lo sportellino e pigiò sul bottone.
    Non accadde nulla.
    "Ma che scherzi sono questi?" si chiese aggrottando le sopracciglia.
    Alcuni secondi dopo, le luci si spensero e fu colto dal panico. "Oh cazzo, e ora? Non vedo un accidente!" sbottò. Cominciò a girare lentamente su sé stesso con le mani tese in avanti. Sentì improvvisamente dei rumori provenire da poco distante: udiva una sorta di suono gutturale e qualcuno o qualcosa che graffiava su una superficie metallica.
    Prese lo Zippo dal taschino e lo accese per farsi un pò di luce. "Spero che non sia quello che mi immagino..." sospirò.
    All'improvviso, una specie di botola si aprì dal pavimento provocando una spessa nuvola di polvere e detriti. Uno spaventoso ruggito uscì da quella apertura. "Ma che diavolo succede?" disse con voce tremante.
    David si ricordò dell'armadio visto poco prima e vi si rifugiò al suo interno. Chiuse faticosamente le pesanti ante e spense l'accendino soffiandovi sopra. Il suo cuore batteva all'impazzata e, nonostante il freddo, aveva la fronte imperlata di sudore.
    Dopo un attimo di silenzio, il detective udì dei suoni provenire al di là dell'armadio. "Cazzo, cazzo, cazzo..." bisbigliò a denti serrati.
    Il giaguaro muoveva la testa a destra e a sinistra come in cerca di qualcosa e fiutava l'aria in continuazione. Le sue poderosi zampe lambivano il duro pavimento. Andò verso il tavolo e con un rapido salto felino vi saltò sopra. Era senz'ombra di dubbio attratto dall'invitante odore della carne. Cominciò prima a leccarla lentamente e poi ad addentarla. Qualcosa di più sostanzioso attendeva l'enorme animale nell'armadio, ma per ora lo ignorava.
    David cercava con tutte le forze di fare il meno rumore possibile, ma ad un tratto starnutì. "Merda" sussurrò subito dopo coprendosi la bocca.
    Il giaguaro si voltò scattosamente verso l'armadio con un brandello di carne che gli pendeva dalla bocca e, incuriosito, balzò a terra. Vi si avvicinò e ricominciò ad annusare l'aria.
    "Sono spacciato" pensò alzando il pugno come per difendersi. Ma ben poco avrebbe potuto fare al cospetto del pericoloso giaguaro.
    Improvvisamente, la famelica belva fu attratta da dei rumori provenienti dall'esterno della buia stanza e si allontanò dall'armadio.
    David colse l'occasione al balzo e, prendendo finalmente coraggio, diede un calcio alle ante e uscì. Accese lo Zippo e lo scagliò verso gli ammassi di paglia secca che prese immediatamente fuoco.

    "Siamo arrivati sul presunto luogo dove riteniamo sia rinchiuso il detective Benson!" disse a voce alta al ricetrasmettitore il tenente Allerton scendendo velocemente dall'autovettura insieme ad un agente. E correndo verso la cascina diroccata proseguì: "Si vede del fumo uscire da una finestra! Mandate subito i vigili del fuoco e un'ambulanza! Fate presto!"
    Una seconda auto-pattuglia li raggiunse frenando bruscamente sul terreno sdrucciolevole.

    La stanza si stava riempendo velocemente di un fumo acre e la visibilità era scarsa.
    Il giaguaro era intimorito dalle fiamme e soffiava verso il detective, il quale cominciava a tossire e camminava carponi. Una manciata di metri lo separava dall'animale che lo guardava con occhi minacciosi. David si alzò da terra e corse verso il tavolo. Afferrò un grosso coltello che scagliava contro il possente felino. "Sotto! Fatti sotto!" continuava a urlare.
    Il giaguaro gli andò contro e, con movimenti repentini, allungava l'enorme zampa verso il detective. Una zampata lo investì sulla guancia destra. Un fitto dolore come mai ricordava di aver provato lo invase. "Ahh! Figlio di puttana!"

    Uno degli agenti applicò alla porta del plastico esplosivo e si allontanò. "Attenti! Ora attiverò la detonazione! Al riparo!" esclamò. Premette sul detonatore, facendo brillare l'esplosivo. La porta saltò in aria e gli agenti, dopo aver aspettato alcuni secondi, corsero verso l'entrata.
    David stava lottando con l'animale e gridò: "Presto! Sparategli!"
    Il tenente estrasse repentinamente la sua pistola, prese la mira e sparò contro il giaguaro che si accasciò al suolo.
    I due cani entrarono nella stanza e andarono verso il detective.
    Fu condotto all'esterno dagli agenti e lo fecero sdraiare sul terreno.
    "Non si preoccupi, i soccorsi stanno arrivando..." lo rassicurò Allerton "...tutto ok?"
    David premeva con la mano destra sulla ferita. Il sangue gli scorreva sul collo, impregnando la camicia. Il tenente prese un fazzoletto di stoffa e glielo premette sulla guancia. "Eccoli, i soccorsi sono arrivati"
    Delle sirene si udirono in lontananza. I vigili del fuoco si apprestarono a spegnere le fiamme. I medici sistemarono il detective su un lettino e lo condussero nell'ambulanza.
    "Helen! Dove si trova Helen?" chiese agitato al tenente.
    "Sua moglie la aspetta già in ospedale. Tra poco la vedrà... non si preoccupi" rispose sorridendo Allerton.
    L'ambulanza, seguita da una delle due auto-pattuglie, si allontanò dalla cascina.
    Ci volle quasi mezz'ora per estinguere l'incendio.
    Il tenente entrò nella stanza con un agente. "Chiama la scientifica. Voglio che questo posto sia ispezionato da cima a fondo. E fai rilevare qualsiasi probabile impronta" gli ordinò facendosi luce con una torcia elettrica che puntò in direzione dell'animale.
    Il giaguaro giaceva inerme sul pavimento.
    "Povera bestia..." mormorò fra sè.

    L'ambulanza con a bordo il detective Benson giunse in una ventina di minuti presso il poco distane ospedale di Hartford. I medici condussero la barella verso il pronto soccorso.
    "Il paziente ha perso molto sangue! Necessitano subito due sacche di plasma del gruppo B Rh negativo! E preparate la sala operatoria per le suturazioni!" ordinò a voce alta la caposala agli infermieri.
    Helen era in ansia per il marito e, appena lo vide entrare trasportato sul lettino, corse verso di lui. "David!" esclamò con gli occhi gonfi di lacrime. "Come sta?" chiese con voce tremolante ai soccorritori.
    "Ha subito gravi ferite alla guancia destra e ha perso parecchio sangue, ma non è in pericolo di vita" le spiegò uno dei medici. E lo trasportarono di corsa in sala operatoria.
    Ora la donna si era quantomeno risollevata nel sentirsi dire che David non avrebbe corso gravi rischi. Si asciugò le lacrime con un fazzoletto di stoffa e si sedette ad aspettare fuori dalla sala operatoria.

    L'intervento durò circa un'ora. Il primario uscì, levandosi la mascherina verde dal volto.
    Helen si alzò e andò in sua direzione. "Com'è andato l'intervento?" gli chiese con aria preoccupata.
    "L'intervento è proceduto regolarmente e senza intoppi. Abbiamo dovuto operare in anestesia generale. A breve dovrebbe risvegliarsi. La informeremo quando potrà ricevere visite" le disse con voce rassicurante il primario mentre si sfilava i guanti in lattice.
    "La ringrazio immensamente". La donna gli strinse calorosamente la mano.

    Il mattino seguente, David si svegliò nella stanza dell'ospedale. Sulla guancia destra gli avevano applicato un ampio cerotto bianco per proteggere le ferite che erano state ricucite. Era ancora lievemente intontito dall'effetto dell'anestesia e si guardò in giro. Sulla poltrona affianco al suo letto vide Helen che dormiva con il capo pendente verso sinistra. Fu contento nel vederla accanto a sè. Allungò il braccio e le sfiorò delicatamente la mano.
    La donna aprì gli occhi. "David, amore" gli sussurrò avvicinandosi. "Come ti senti?"
    Lui si sfiorò il cerotto. "Mi fa un pò male la guancia" le confessò. "Sei stata qui tutta la notte?"
    Lei sorrise. "Certo, tesoro. Ho vegliato su di te"
    "Sei il mio angelo. Come farei senza di te?"
    Qualcuno bussò alla porta. "Avanti!" esclamò Helen.
    Ad entrare fu Allerton, il quale sfiorò quasi la porta con la testa. Corti capelli neri; profondi occhi neri; carnagione scura; alto un metro e novantatre; spalle massicce. Ad una prima impressione, il nerboruto tenente poteva incutere timore nel suo interlocutore. Ma una volta conosciuto, si scopriva una persona comprensiva e disponibile. "Come sta il nostro detective?" fece ai due con la sua profonda voce da baritono.
    "Ci sono stati giorni migliori" ironizzò David. "Prego tenente, si accomodi.
    L'uomo si tolse la giacca e si sedette vicino al letto. "A quanto pare, l'operazione è andata bene..."
    "Sì, è andato tutto liscio, per fortuna" rispose David.
    Dopo alcuni attimi di silenzio, il tenente riprese: "Ha qualche idea su chi possa averla rapita?"
    Il detective mosse leggermente il capo da destra a sinistra. "No. Buio totale. Non ne ho la minima idea. Forse qualche folle, o qualcuno che vuole vendicarsi di qualcosa..."
    "Comunque, non si preoccupi. L'indagine è già partita, e degli agenti sono di guardia davanti la vostra abitazione" comunicò loro Allerton, guardando prima David e poi Helen.
    L'agente posto all'esterno della stanza dove si trovava David ricevette una lettera da una infermiera e bussò alla porta.
    Il tenente si alzò e andò ad aprire.
    "Tenente! Un'infermiera ha trovato questa sul bancone della reception!" disse il poliziotto porgendogli una busta da lettere.
    Sul retro della busta c'era la scritta "Per il detective Benson". Allerton si voltò verso David. "C'è una lettera indirizzata a lei. Credo che sia della stessa persona che l'ha sequestrata" ipotizzò.
    "Prima di aprirla, indossi dei guanti. Oramai la busta esterna è stata toccata da più persone, ma faremo analizzare il contenuto per eventuali tracce o impronte digitali" gli consigliò il detective.
    Il tenente si infilò dei guanti in lattice e strappò un lato della busta. Sfilò la lettera e la aprì tenendola di fronte a sè.
    "Vuole leggere anche a noi il contenuto?" osservò David.
    "Caro detective Benson. Com'è andato l'incontro con il giaguaro? Spero vi siate divertiti. Non volevo farti fuori. Volevo soltanto farti provare un pò di terrore. Ti sei domandato come mai ti abbiano trovato così velocemente? Sono stato io ad avvisare la polizia in tempo perchè l'animale non ti uccidesse. Sono stato gentile nei tuoi confronti. Non trovi? Ora è tempo di salutarci, ma ben presto mi farò vivo". Allerton lesse tutto d'un fiato.
    Il detective rimase un attimo in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto. Poi disse al tenente: "Ecco perchè non avete impiegato molto tempo per trovarmi..."
    "Già... Un agente ha trovato vicino all'ingresso della Centrale di polizia un biglietto con scritte le istruzioni sul come trovarla..." gli spiegò Allerton. E proseguì: "Ci troviamo di fronte ad uno squilibrato o ad un mitomane..."
    Helen afferrò la mano del marito e la strinse. "David, sei in pericolo. Ora che facciamo?"
    "Non ti preoccupare, tesoro. Hai sentito quello che ha detto il tenente? La nostra casa sarà sorvegliata giorno e notte. Non c'è nulla da temere" cercò di tranquillizzarla David.
    I due si strinsero in un forte abbraccio.

  • 30 novembre 2011 alle ore 11:43
    1984

    Come comincia: SLAIS di Ignazio Ruzzi
    LA BIRRA DEL 1984
    Cosa si beve solitamente, mangiando un toast?. La risposta, nasce spontanea: una birra!.
    Strano come si ricordino benissimo alcuni fatti, episodi, ormai passati da anni, e si scordino le cose recenti.
    “Iganazino dimmi “nome e cognome”, delle tue ultime sette fidanzate!”. Disastro totale, ricordo a malapena i nomi, ma i cognomi…Troppo, per me. Nebbia in Val Padana!!. Buio totale.
    “Ignazino, dimmi cosa facesti nel 1984”. Whow, mi piace questa domanda!!. Pigio il pulsante…Drrrinnn!!.
    “Le so tutte”, come direbbe lo Zelighiano Fabrizio Fontana.
    1984. Non devo nemmeno chiudere gli occhi per pensare, concentrarmi. L’ho dentro di me.
    Fu l’anno di Rubbia. Premio Nobel per la Fisica.
    Non fu l’anno di Andropov. Muore.
    Fu l’anno di Paoletta Magoni. Quel furetto sbuca dalla nebbia e mi va a vincere l’oro alle olimpiadi invernali di Sarajevo. Mitica!!.
    Non fu l’anno di Indira Ghandi. Muore assassinata (bastardi).
    Fu l’anno della Juve. Scudetto.
    Non fu l’anno dei critici ed esperti d’arte. A Livorno, in un fosso, vennero ritrovate, tre teste scolpite da Modigliani.Autentiche, la prima versione. Bufala clamorosa, la seconda. Ricordo che su diverse teste, e non di Modigliani, piovvero svariati secchi di merda.
    Fu l’anno di Steve Job. Esce il Macintosh della Apple, primo compiuter per famiglie.
    Per concludere, fu anche l’anno mio, di Andy, e Duccio.
    Bello avere venticinque anni. Da stronzi capirlo solo ora. Sei spensierato, pur credendo di avere problemi su problemi. Oggi ti rivedi con tenerezza e pensi “ah, potessi averli ora!!”. Banale?. Si, ma vero.
    Lei mi dice di scrivere...LO TROVI SU AMAZON!!!
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  • 30 novembre 2011 alle ore 8:59
    Mascali

    Come comincia: Turi viveva da sempre nella grande casa.
    Era una specie di villa secolare che era stata divisa in otto grandi appartamenti in uno dei quali la sua famiglia viveva da diverso tempo, forse dagli anni ’60.
    La casa affacciava sulla strada che da Catania va a Messina, fuori del centro abitato di Mascali. Il portone d’ingresso stava a chiudere un grande arco che portava ad un interno caratterizzato da portici stilizzati che cingevano un grande giardino, pieno di alberi,cespugli, aiuole, fioriere, vialetti, numerose fontanelle, una fontana grande al centro, diverse statue che ti sbucavano davanti a sorpresa.
    Il giardino Turi lo ricordava sempre molto curato e un giardiniere se ne era preso cura da sempre. Di fronte alla grande casa, oltre la strada, c’era una spiaggia molto larga ed il mare si presentava con quel colore caratteristico di quel tratto, un azzurro intenso, quello stesso mare da cui era partita la barca dei Malavoglia carica di lupini.
    Era d’estate, Turi era rimasto a studiare per quel maledetto esame di procedura civile che tentava di superare, dopo aver subito per la prima volta nella sua vita una solenne bocciatura. I suoi stavano in vacanza sulla Sila, a Lorica, dove avevano una casetta e dove a sua madre piaceva trascorrere tutta l’estate. Suo padre, che faceva l’architetto, rientrava a Mascali il lunedì pomeriggio e se ne andava a Lorica il giovedì mattina. Ma ora che si avvicinava agosto aveva detto che si sarebbe assentato completamente fino a dopo ferragosto.
    Era venerdì pomeriggio,Turi interruppe il suo studiare stanco e distratto. Vagava inquieto per quelle pagine del manuale, alla ricerca forse di qualche ispirazione,  si aggirava tra le competenze dei diversi giudici e non riusciva ad inquadrarle, capì che doveva staccare, che i suoi occhi cercavano tra quelle parole astruse una qualche immagine che non riuscivano a trovare, che la sua mente andava altrove.
    Squillava il suo cellulare, ecco, era quello che aspettava, guardò sul display e capì che era Rosa, rispose con tono quasi seccato (o perlomeno che doveva sembrare tale) per l’interruzione, lei gli chiese come andava e lui le accennò che era andato avanti di una ventina di pagine, ma che era in difficoltà, lei gli chiese se si potevano vedere quella sera, lui rispose di sì, che però sarebbe stato meglio per lui non uscire per niente, perché aveva paura che se si allontanava fisicamente il manuale si sarebbe chiuso, e tu poi lo riapri, gli fece lei con una risata, il fatto è che se si chiude poi riaprirlo è comunque un’impresa,, io invece io vorrei tenerlo aperto ed ogni tanto dargli un’occhiata, così capisce che sei tu che comandi, gli fece lei con un’altra risata, sì, è così, fece lui. Inaspettatamente Rosa gli disse subito di sì e che sarebbe stata lì tra un’oretta. Turi chiuse con un va bene, poi rimase perplesso, non se l’aspettava che cedesse così in fretta, e cominciò a gioire da una parte, ma dall’altra  iniziavano a montargli dentro i sospetti più diversi.
    Forse lei ha in mente qualcun altro. Forse mi vuole lasciare.
    Poi però cominciò a pensare che lei stava per venire lì, e che si sarebbero trovati da soli e tranquilli, lontani da qualunque occhio indiscreto, loro due soli, che avrebbero fatto l’amore. Turi cominciò a desiderarla, lui non amava correrle appresso con i pensieri, però in quel momento cominciò a pensarla, si smarrì in un ricordo d’amore, amore fatto in macchina, era una delle prime volte che erano usciti insieme, lui l’aveva baciata appassionatamente e poi aveva cercato il suo seno, lei non faceva altro che allontanare le sue mani, era stata una battaglia prolungata per qualche minuto, poi lei aveva ceduto o forse aveva lottato per fargli capire che gli cedeva, infine aveva preso la sua mano e l’aveva accompagnata a passeggio sul suo seno.
    Turi sorrise ed il dolce ricordo gli stimolò il desiderio di Rosa. E cominciò a vagare con l’immaginazione.
    Si prospettava un pomeriggio davvero interessante. E chiuse il libro, tanto era servito per lo scopo che era stato raggiunto ormai.
    Ed il manuale si lasciò chiudere docilmente.

  • 30 novembre 2011 alle ore 8:54
    Il pesce Camillo

    Come comincia: Sull’autostrada del mare i pesci stavano incolonnati.
    Il traffico era intenso e l’afa era insopportabile.
    Ogni tanto una folata di acqua fresca veniva a migliorare un pochino la temperatura generale, e tutti i pesci boccheggiavano, c’erano un gruppo di sogliole che viaggiavano insieme  che stendevano le loro spine ad un ritmo di samba, forse erano brasiliane, i pesci non si identificano per il loro linguaggio perché con esso non si esprimono, essi parlano con i loro movimenti, con i loro scatti, con i ritmi della loro danza.
    Un pesce palla si mise improvvisamente a rotolare su se stesso, un gruppo di sarde si lasciarono trascinare appresso e si formò un piccolo vortice di pesci che cercavano di attirare l’attenzione con dei moti imprevisti, l’afa continuava insopportabile,  un gruppo di cefali si incamminò in direzione opposta alla ricerca di un poco di refrigerio.
    Un allarme improvviso cominciò a circolare, non si può dire di bocca in bocca, in quanto le bocche boccheggiavano appena e si sa non sono usate che per mangiare,  era invece come una scarica elettrica che passava, faceva ondeggiare i gruppi li faceva scattare improvvisamente a destra o a sinistra.
    Il pesce Camillo se ne stava tranquillo, incolonnato in fila indiana da oltre una settimana, si nutriva di alghe sorseggiava una Coca e non si preoccupava degli allarmi e dei ritmi.
    Il pesce Camillo se ne andava felice a trovare l’amore in un mare lontano. Si era mosso per tempo.
    Il pesce Camillo sopportava  ogni cosa, era un pesce temprato, anche un poco abbronzato.
    Il gruppo di spigole si mise a guardarlo con un certo interesse e con occhi diversi. Anche una triglia  che stava un poco persa e isolata spalancò i suoi occhi. Non fu molto apprezzata.
    Finalmente arrivarono i soccorsi da una schiera di dentici che soffiavano  come mantici e con rapidi vortici  e muovendo le squame crearono dei moti di acqua che fecero abbassare la temperatura.
    Il clima si fece subito migliore, si sentì un’improvvisa folata di ossigeno nuovo che veniva a percorrere le vie dell’acqua.
    Il pesce Camillo, rinfrancato,  riprese a sorseggiare la sua Coca.
    All’improvviso un nugolo di torpedini arrivò repentino e scaricò le sue correnti su tutta la colonna di pesci incolonnati.
    Per alcuni la scarica fu fatale, ci sono pesci che hanno poca sopportazione per le scariche elettriche, altri invece le sopportavano tranquillamente.
    Si creò una situazione anomala di pesci intolleranti che cercavano disperatamente ogni via di fuga e di altri che invece approfittavano degli spazi lasciati vuoti e sgomitavano per farsi avanti nella colonna.
    Il pesce Camillo non si mosse di molto, ma non fu toccato dalle scariche delle torpedini e fu fortunato per questo, perché lui aveva una forte sensibilità elettrica. Si accorse degli spazi che si facevano ma non gli andava di sgomitare e se ne stette tranquillo a sorseggiare la sua Coca.
    Un improvviso allarme si diffuse, arriva la balena, arriva la balena, non è che si gridava, però si vedeva la sua ombra gigantesca che si faceva avanti, i pesci cominciarono a scappare disperati, la balena li avrebbe mangiati tutti insieme, le balene fanno così, il loro pasto è vorace ed immenso, i pesci erano terrorizzati.
    Il pesce Camillo, imperturbabile, rimase al suo posto a sorseggiare la sua Coca.
    La balena gli passò vicino, nemmeno lo guardò,  ma gli rubò la Coca.
    Il pesce Camillo allora si arrabbiò furiosamente, si lanciò all’inseguimento e siccome la balena se l’era ingoiata la sua Coca, si infilo dentro la balena per riprendersela. E sono diversi anni che la va ricercando ma non riesce più a trovarla.

  • 30 novembre 2011 alle ore 0:53
    Perché smetterò di fumare

    Come comincia: Non so perché iniziai a fumare, credo non lo sappia nessun fumatore. Ricordo invece la mia prima sigaretta, ovvero la prima sigaretta dopo la quale divenni fumatore. Sì, perché la prima sigaretta non coincide obbligatoriamente con la prima tirata di fumo che si è fatta. Da bambino andavo con gli amici a raccogliere i mozziconi lasciati ancora accesi a terra, ma non furono quelle le mie prime sigarette. Per un fumatore la prima sigaretta è quella che per la prima volta ti fa assaporare il gusto del fumo, che ti fa amare quella sigaretta per la gestualità che porta a fumarla, che ti fa da iniziazione in quello che sarà il vizio più brutto della tua vita.
    La mia prima sigaretta la fumai a 19 anni. Una sera chiesi una sigaretta a mio fratello, non so perché avevo voglia di fumare. Accesi la sigaretta. Diedi i primi tiri di fumo. Cavolo, la testa mi girava, stavo bene, mi sentivo rilassato, estraniato, mentre la nicotina mi avvisa che avrei avuto bisogno di lei per star bene. La fumai tutta e l’indomani mi comprai il mio primo pacchetto di sigarette. Dissi a me stesso:” fumerò al massimo due sigarette al giorno!”  Il risultato fu che arrivai in poco tempo a superare le dieci sigarette in un giorno.
    Dopo un poco no mi girò più la testa, il fumo sembrava non aver più nessun effetto estraniante sul mio corpo. Intanto, continuava a piacermi. Anzi, mi piaceva sempre di più.
    Mi giustificavo con me stesso e con gli altri dicendo: “ Amo la gestualità del fumo. Non ne posso più fare a meno”. Ed era vero: amavo sentirmi la sigaretta tra le labbra. Amavo la fiamma dell’accendino che si avvicinava alla punta della sigaretta per dare l’inizio a tutto. Amavo il fumo che usciva dalla mia bocca.
    La sigaretta per me era un rituale. C’erano situazioni che avrebbero perso di significato senza la solita sigaretta. Ero come obbligato da me stesso a fumare. Obbligo della sigaretta dopo il caffè. Obbligo di una o più sigarette da accompagnare ad una bevuta di birra con gli amici. Obbligo sigaretta  durante la pausa studio, che io facevo praticamente ogni ora: considerando che le mie giornate di studio sono all’incirca di 6 0 7 ore , ciò vuol dire che mi fumavo 6 o 7 sigarette – ma anche di più – durante le mie ore di studio.
    Ho deciso di smettere, dopo un anno e mezzo. L’ho deciso questa mattina, dopo aver fatto un sogno. Il sogno fu così:
    Era una giornata nuvolosa ma decisi lo stesso di andare a passeggio. Camminando arrivai in ospedale. C’era gente malata ovunque: sinistra , destra, avanti, indietro, ma entrai lo stesso, infilandomi con forza tra le persone. Vidi da lontano dei medici che guardavano delle lastre e lì decisi di fermarmi. Erano delle radiografie, ma non riuscivo a capire di quale parte del corpo.
    “Ah, sei qui povero ragazzo” mi parlo così uno dei tre dottori. “ Abbiamo i risultati delle radiografie. Purtroppo non danno delle belle notizie”.
    “Cosa c’è che non va?” chiesi stupito.
    “Il tumore sembra maligno, sarà difficile sconfiggerlo”
    “Come? Un tumore? Di  Cos cosa state parlando?”
    “Sì ragazzo , un tumore” disse. “Sei un fumatore no?...Guarda questa macchia suo polmoni è tipica dei fumatori”.
    “Ma io sono ancora giovane” dissi.
    Il medico accennò un sorriso e mi disse:” significa che devi aver fumato molto intensamente”.
    Qui mi svegliai, sudato fradicio. Avevo le gambe che mi tremavano. Mi alzai e gettai il mio pacchetto di sigarette nella spazzatura.

  • 29 novembre 2011 alle ore 22:22
    Scimmia

    Come comincia:      

    Era ora di pranzo ed io, in cucina, impegnato nella mia solita lotta per la sopravvivenza, tentavo di dare una parvenza di commestibilità a quello che con ostinazione stavo cucinando. Uno dei miei "manicaretti" era quasi pronto, quando squillò il telefono:  "Pronto  zio, ho scritto un racconto"  "Ciao  Ale… come? Hai scritto un racconto?" "Sì, vieni… te lo voglio leggere". La telefonata mi si impresse nella mente diventando un'immagine: un fiore, un piccolo fiore in mezzo a un campo in una giornata di sole. Tra le chiamate pubblicitarie, le proposte di altri gestori telefonici e i disturbi più vari, quello squillo  mi aveva dato un'emozione inaspettata. La mia nipotina Alessandra ha sette anni: è una bambina molto sveglia. Non le sfugge niente ed è come una spugna: assorbe tutto quello che la circonda.
    Ogni volta che le parlo, lei risponde a tono e  mi stupisce con la sua capacità discorsiva; ma un racconto non me lo sarei aspettato. In effetti quasi ogni volta che siamo tutti riuniti per leggere  le mie ultime storie, lei è  lì:  attenta, interessata, a volte un po' dispettosa e in cerca di attenzioni, ma c'è. Una presenza consequenziale: fa parte della famiglia e vuole partecipare a quello che succede, anche se i miei racconti spesso non sono del tutto comprensibili per una bambina. Ascoltatrice autonoma e spontanea. Probabilmente molto più attenta di quanto pensassi!
    Sicuramente più capace di recepire di quanto mi aspettassi.
    Ci mettiamo tutti seduti sui divani e la lettura può iniziare:  è suo padre che legge, perché lei vuole così. Del resto anche io lo considero mio "lettore" ufficiale! Sono un po' emozionato e incuriosito. La storia è semplice e interessante e stupisce per la fantasia. La ascolto con meraviglia e di tanto in tanto sbircio verso di lei, che rimane vicina a sua madre: ha lo sguardo compiaciuto e allo stesso tempo in attesa di un riscontro. Alla  fine non posso fare a meno di applaudire:  "Brava  Alessandra!"  Guardando il foglio mi accorgo che la "furbetta" ha impostato il titolo e il nome dell'autore proprio come faccio io. Devo dire di essere rimasto colpito e… perché no, anche inorgoglito: contento di averla incuriosita, di avere attirato la sua attenzione e di avere stimolato in lei la voglia di mettersi in evidenza in un modo nuovo, esponendosi senza vergogna. Il piacere di dire qualcosa e di condividerlo. Un momento di espressione per un sorriso. Una "porta" si apre ed è lei che gira la maniglia. In quel momento un mondo appare ai suoi occhi:  é un mondo che vive di fantasia, di capacità descrittive e del piacere di interessare e di esprimersi. Manifestare quello che sentiamo e che sogniamo.
    Non avrei mai pensato di sentirmi così: un esempio, qualcosa da imitare." Mia piccola "scimmia" sono stato felice di quella chiamata: i tuoi racconti sono belli, sintetici, sereni e divertenti. Chissà che effetto ti faranno le mie storie, quando tra qualche anno le leggerai: forse riderai per qualche aneddoto divertente; ti ritroverai tra le righe, in un pensiero, una frase, un'idea. Probabilmente sarò io tra un po' di tempo a trovarmi immerso nella lettura di qualcosa di tuo: curioso come un bambino andrò avanti nella scoperta; affascinato continuerò a divorare le pagine finchè non tornerò con la mente a quello squillo e alla tua vocina che quel giorno diceva:- zio... ho scritto un racconto -."

    Ad Alessandra

  • 29 novembre 2011 alle ore 22:20
    La fattoria

    Come comincia:          

    Era l'alba di una mattina di luglio. Il gallo aveva già cantato diverse volte nella fattoria Peterson. Si annunciava una giornata calda: il cielo era terso e l' aria ancora frizzantina. Fred Peterson e sua moglie Diane vivevano nella loro proprietà dedicandosi all'allevamento del bestiame e coltivando il granturco.
    Avevano da poco rimesso a nuovo il corpo centrale, che era la loro abitazione, con grande forza di volontà  e sacrifici economici. I loro due figli non avevano voluto saperne del lavoro in campagna e seguivano gli studi universitari in un college. Nella fattoria il lavoro era continuo: le grandi stalle da pulire, i box per i Quarter da tenere in ordine, il recinto dei maiali  e il pollaio. Le giornate erano fatte di lunghe ore di lavoro e pochi svaghi, ma l'amore per la terra e l'unione che regnava tra di loro li faceva andare avanti sereni. Fred era un uomo di poche parole, dotato di un fisico robusto e di una fede incrollabile. Diane,originaria del Texas, si era trasferita in Iowa sposando Fred. Erano passati ormai vent'anni. Aveva un carattere dolce e affettuoso ma allo stesso tempo sapeva  dimostrarsi decisa e ferma nelle sue idee. Era stata lei a convincere Fred che era ora di dare a quella casa un aspetto rinnovato e più fresco. Lui all'inizio aveva  storto un po' il naso, legato com'era ad ogni particolare che lo riportava con la memoria ai suoi genitori. Alla fine aveva ceduto e il risultato era ottimo. Era proprio bella la casa rimessa a nuovo, e la zona davanti all'ingresso era stata arricchita con aiuole, un vialetto in pietra e un bel dondolo nella veranda. Avevano fatto colazione e subito dopo Fred si era messo al lavoro: poteva contare sull'aiuto di due giovani che svolgevano i compiti più pesanti. I due lavoranti arrivavano ogni mattina alle sette con un furgone rosso sgangherato e pieno di ammaccature; qualche parte della carrozzeria era di un altro colore e un paraurti mancava. "Ciao Jo, ehi Mich  volete assaggiare le frittelle che ha fatto mia moglie? Sono insuperabili" "Grazie signor Peterson, ma ci siamo fermati da Mc Donald's e siamo satolli"
    "Ok, cominciamo allora". Jo si diresse verso le stalle mentre Fred con Mich si preparava a ferrare un paio di cavalli. La temperatura si era alzata notevolmente, le galline razzolavano nel loro spazio emettendo il caratteristico "coo-cooo";  il gallo ne rincorreva qualcuna. Nel recinto i maiali si rotolavano,pigri, nel fango. Diane era rimasta in casa per sbrigare qualche faccenda e occuparsi del pranzo.
    Era quasi mezzogiorno quando il postino si fermò davanti alla cassetta della posta che era all'ingresso della proprietà: Diane lo vide mentre risaliva sul suo scooter e andava via. Uscì dalla casa e andò a prendere una busta indirizzata a lei.
    Il pranzo era sempre preceduto da una preghiera che Fred recitava con raccoglimento. Avevano da poco iniziato a mangiare, quando la donna disse: "Fred ho intenzione di andare a trovare i ragazzi, non li vedo da troppo tempo". Lui la guardò e con voce calma rispose:" Diane io non posso muovermi in questo momento. Il granturco è quasi maturo per il raccolto, ci sono alcune mucche che stanno per partorire, non possiamo lasciare la fattoria". "Lo so Fred,andrò io; tu riuscìrai a cavartela anche senza di me per qualche giorno". Diane non era una donna di grandi pretese, ma Fred sapeva che se lei si era messa in testa di andare, sarebbe stato inutile cercare di trattenerla. C'era però qualcosa di strano nella sua espressione ma, anche se Fred lo aveva notato, non volle dargli peso. "Sei sicura?" si limitò a domandarle. Lei fece un sorriso. Ok, quando parti? Stasera alle sei con il Greyhound."  "Ti accompagno con l'auto" fece lui. "Grazie Fred, ti lascio il frigo pieno."
    Lui la guardò ancora per un attimo negli occhi: c'erano tante parole in quello sguardo…poi con finta indifferenza disse:"Devo tornare al lavoro". Si alzò e uscì richiudendo la porta dietro di sè. Il sole era a picco, non si muoveva una foglia: l'aria ferma rendeva il calore quasi insopportabile.
    I maiali grufolavano, intenti a finire gli ultimi resti nella mangiatoia. Fred entrò nelle scuderie dove Jo e Mich stavano rifacendo le lettiere. Notò che i cavalli erano nervosi, alcuni scalciavano contro le pareti in legno dei box. "Non so perché fanno così signor Peterson" disse Jo, "Da un po'  sono inquieti" aggiunse Mich.
    Anche lui aveva notato qualcosa che lo aveva stupito: le mucche avevano fatto meno latte del solito e non facevano allattare i vitellini. "Che giornata strana" pensò Fred, riflettendo sul fatto che sua moglie non si era mai allontanata da sola dalla fattoria, a parte quella volta che la madre era stata molto male.
    Alle tre del pomeriggio la temperatura superava i 40°. Il gallo non la smetteva di cantare, con una voce roca, sembrava si sforzasse. Le galline si muovevano freneticamente nonostante il calore. Diane aveva messo in ordine la cucina, come ogni giorno, e stava preparando le poche cose che pensava di portare con sè. Il suo viso era tirato, l'espressione contratta. Sembrava preoccupata, ma fece in modo che suo marito non se ne accorgesse. Con il passare del tempo gli animali diventavano  sempre più nervosi e anche Fred, ad un certo punto, cominciò ad avvertire un tremore interno e una irrequietezza crescente.Il suo cane,un Border  Collie gli si era avvicinato con la coda tra le gambe e lui lo aveva scacciato con un calcio. Il sole bruciava e i pensieri si sovrapponevano nella sua mente, perdendo lucidità. Il termometro segnava ormai quasi 50° quando le mucche scapparono dalla stalla e i cavalli distrussero i box, ferendosi le zampe. Era un putiferio!  I maiali addossati al recinto, premevano accalcati gli uni sugli altri,urlando, terrorizzati. Nel pollaio le galline tentavano di rompere la rete con il becco e molte se lo erano già spezzato nel tentativo di fuggire. Il gallo ormai rauco, sbatteva le ali e correva da un lato all'altro del pollaio. Dappertutto erano grida, urla di paura, versi inarticolati. Qualcosa stava per accadere, qualcosa di terribile: l'aria era elettrica!  Fred stava in mezzo al caos, in ginocchio:  sembrava in trance, aveva la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue che sembravano dover schizzare fuori dalle orbite. I due giovani erano presi dal panico e non sapevano come fare per trattenere gli animali. Fred si alzò, come se avesse avuto una visione: con lo sguardo fisso entrò in casa e andò dritto verso la vetrina dove teneva il suo fucile a pompa. Non trovò la chiave e spaccò il vetro con una sedia; riempì il caricatore e tornò fuori. Si avvicinò a Jo,che era in prossimità della stalla, ed esplose un colpo quasi a bruciapelo, fulminandolo. Sangue e brandelli di carne schizzarono sulla porta della stalla. Come un automa diresse lo sguardo verso Mich che intanto, inorridito e quasi paralizzato dal terrore, cercava di raggiungere  il furgone. Fred fu più veloce colpendolo alla schiena con due colpi mortali. Il ragazzo si accasciò battendo la faccia sul parafango. Una pozza rossa si allargò sotto di lui. I colpi avevano forato anche una gomma del furgone e il radiatore, rendendolo inservibile.  L'uomo  si diresse verso la casa. Diane aveva trovato le chiavi dell'auto di Fred e stava accendendo il motore: le mani le tremavano, non ci vedeva quasi per le lacrime che continuavano a scendere copiose. Fred sentì il rumore del motore e andò di corsa verso il garage. Diane uscì sgommando e con la forza della disperazione riuscì a sfuggire all'inspiegabile furia.Una mucca impazzita le si parò davanti e lei la scansò per un pelo.  Aveva percorso qualche chilometro, erano passati pochi minuti, gli animali si disperdevano nei campi, il granturco bruciava forse per effetto di autocombustione generata dall'enorme calore, quando il cielo si oscurò,il sole rimase coperto da qualcosa di enorme.Un attimo dopo un fragore assordante fu avvertito fino a chilometri di distanza e si levò una nuvola scura che rese l'aria irrespirabile per molte ore. Quando la situazione cominciò a normalizzarsi, fu chiaro quello che era successo: un enorme meteorite si era abbattuto sulla fattoria e ora al suo posto c'era un cratere di dimensioni impressionanti. Diane era in salvo ma ancora incredula e sotto choc.
    Aveva  in tasca una busta indirizzata a lei; dentro c'era un foglio con poche righe, scritte in fretta: "Va' via Diane, allontanati dalla fattoria prima che il sole tramonti. Prima che sia troppo tardi. Non cercare spiegazioni e non parlare con nessuno di questo. Non c'è niente che tu possa fare per cambiare il destino, per modificare quello che avverrà! L' autore."

  • 29 novembre 2011 alle ore 20:56
    Futuro incerto

    Come comincia: La mattina era finito tutto. La festa del Pilar si era conclusa. Mi svegliai verso le dieci, feci la doccia, mi vestii e scesi. La piazza era deserta e non c’era nessuno per le strade. Solo gli addetti alle pulizie che raccoglievano le varie bottiglie sparse per la piazza. I caffè stavano appena aprendo e si riusciva a sentire già l’odore delle prime brioche pronte.
    Entrai in un bar, dove mi sedetti in una sedia di vimini. La festa ormai era finita, ma tutto intorno ne restavano i segni, gli stessi segni che restavano ad una persona dopo aver trascorso una serata a bere. Un cameriere in camicia bianca uscì dal bar con una scopa e iniziò a spazzare la strada davanti al bar, forse glielo aveva ordinato il proprietario che stava dietro al bancone.
    Bevvi un caffè e dopo un po’ arrivò Fabio. Si sedette al mio tavolo e anche lui ordinò un caffè.
    “Allora Paolino” disse, ”è finita questa bellissima festa”.
    “S’” dissi io. “Inizierai a studiare adesso?”
    “Non credo. Adesso vorrei fare un viaggio. Mi piacerebbe andare a San Sebastian o a Salamanca. Tu inizierai a studiare per gli esami di dicembre?”
    “No. Mi rilasserò ancora una settimana. Penso che proverò a scrivere un racconto che invierò ad un concorso per autori emergenti”.
    “Cosa scriverai?”
    “Non so ancora, ma credo riuscirò a tirar fuori qualcosa da questi due mesi trascorsi in Spagna”.
    “Bene, ti auguro di trovare l’inspirazione giusta” disse. “Io ho una gran voglia di tornare in Italia, non so tu!2
    “Anch’io” risposi. “Questi mesi stanno risultando più difficili di quanto immaginassi”.
    “Parli così a causa della tua ragazza?”
    “No, almeno non è solo quello. Avevo già messo in conto la difficoltà della lontananza.”
    “Allora? Perché mi sembri così giù di morale?”
    “Fabio, credo di star percorrendo la strada sbagliata” dissi. “E adesso è troppo tardi per correggerla”.
    Intanto Fabio finì il suo caffè. Ci alzammo e uscimmo per fumarci una sigaretta. Si stava bene in piazza. C’era molto silenzio.
    “In che senso hai sbagliato strada?” mi chiese.
    “Nel senso che sto male nel sentir parlare di spread, rendimenti, valori attivi e passivi e di tutte quelle dannate cose che hanno a che vedere con l’economia. Sono uno scrittore, non riesco proprio ad appassionarmi ai modelli di markowitz. Amico, sto male nel dover dedicare quasi tutte le mie energie allo studio di queste materie”.
    “Perché mai hai deciso di darti all’economia mi chiedo!”  mi disse. “Comunque non è mai troppo tardi nella vita. Puoi mollare tutto e dedicarti alla tua passione”.
    “Sono al mio ultimo anno, sarei uno stupido”.
    “Non saresti stupido, perché dopo c’è la specialistica. Perché non ti iscrivi alla facoltà di filosofia?”
    “ Per poi cosa fare?” risposi io. “ Questa società non da più spazio ai filosofi. Non troverei mai un lavoro, e tu sai che ho necessità di iniziare al più presto di lavorare”.
    “Paolo, non so che dirti. Ti auguro che il destino ti dia la forza di realizzare tutti i tuoi sogni”.

  • 29 novembre 2011 alle ore 15:51
    Il mare degli sbagli

    Come comincia: Un giorno ero su un aereo che sorvolava l’Inghilterra.Viaggiavo per affari.
    Vicino a me un signore di carnagione chiara, ma di razza incerta.
    Quel che è certo che incominciammo a chiacchierare.
    Parlavamo in inglese, ma io capii che non era inglese. Alla fine incuriosito gli chiesi di dove era.
    Mi guardò sorridendo e mi disse un nome che non conoscevo. “Nel Mare degli Sbagli, un’isola” aggiunse.
    Non conoscevo questo mare, tantomeno il posto che mi aveva nominato; però, tra la curiosità e la paura di chiedere troppo, prevalse quest’ultima.
    Riprese lui la conversazione.
    “La vedo perplesso, signore. Vengo da un’isoletta bagnata dal mare degli Sbagli, un posto meraviglioso. Lei non conosce questo mare. Ebbene, gliene parlerò. Vede, da noi c’è un’usanza antica come il mondo: quella di buttare tutti gli sbagli nel mare, in una cerimonia alla quale debbono partecipare tutti, vecchi, bambini, uomini e donne.”
    “Mi scusi, non ho compreso bene- lo interruppi- lei è un abitante di...?”
    “Nossignore, io sono uno Sbaglio, non sono altro che uno Sbaglio e per puro caso noi ci incontriamo; lei non dovrebbe incontrare gli Sbagli!”
    Più che sorpreso, interdetto, pensai che fosse matto.
    “E’ una creatura umana, parla in inglese con me, eppure non c’è  e forse chissà.......” cominciai ad alta voce, facendo finta di parlare tra me e me, ma come se stessi al gioco.
    “Appunto - fece lui - mi dia uno schiaffo e se ne accorgerà!”
    “Nossignore, non darei mai uno schiaffo ad uno sbaglio: sarebbe un errore!” esclamai.
    “Suvvia, provi, mi dia uno schiaffo”
    “Ma lei, mi scusi, ci tiene poi tanto a farsi dare uno schiaffo da me?”
    “Me lo dia, e la faccia finita, così si renderà conto della forza della sua curiosità”
    Effettivamente, e per mia fortuna, la curiosità è sempre stata una grossa molla per me; e così, senza rendermene conto, la mia mano si era alzata e colpii, con media forza.
    Era proprio uno sbaglio : infatti colpii in pieno la signora cinese che viaggiava vicino e che si rivoltò inviperita verso di me.
    Scoppiò un parapiglia sull’aereo. Tanto che il pilota perse quota e ci avvicinammo precipitosamente al mare. Lo sorvolavamo ormai di pochi metri. E il terrore serpeggiava tra i passeggeri. Si udivano grida di sconforto.
    A quel punto una quindicina di passeggeri si alzarono, tra cui il mio vicino.
    L’aereo si fermò, sissignori proprio si fermò in mezzo all’aria, a pochi metri del mare.
    Guardammo sotto e vedemmo qualcosa, come un canotto gigantesco, sotto di noi. L’aereo sembrava come attratto da una forza magnetica e aveva smesso di volare, anche se si sentiva bene il rombo dei suoi motori.
    Uno dei quindici aprì il portello e tutti insieme dissero:
    “Signori, questa è l’isola degli Sbagli e noi siamo arrivati: Chi vuole seguirci può scendere con noi”
    Parlavano tutti benissimo. Strano, trattandosi di sbagli.
    Noi, insospettiti, non li seguimmo.Non bisogna mai seguire degli sbagli che destino sospetti sulla loro natura.
    Scesero tranquillamente e ci salutarono.
    L’aereo riprese quota, senza sbagli.
    E da allora voliamo con una precisione cronometrica, senza sosta.
    Sono ormai parecchi mesi.............che non atterriamo più.

  • 29 novembre 2011 alle ore 15:35
    Un giorno dell'ira

    Come comincia: Fu per caso che mi accorsi che Michele mi aveva truffato.
    Proclamava ai quattro venti la nostra amicizia e mi aveva fatto credere nel suo disinteresse assoluto da ogni punto di vista economico. La nostra era una vera, solida, amicizia.
    Io d’altra parte non avevo potuto fare a meno di crederci. Michele si era messo in tale buona luce con tutti, con i miei familiari, i miei amici, i miei colleghi di lavoro, mia moglie; non potevo proprio  vederla diversamente.
    Dopo un po’ di tempo Michele mi disse che stava attraversando un periodo difficile. Lui era solo, senza famiglia, che aveva lasciato nel lontano paese della Calabria da cui era venuto nella capitale; disperatamente stava cercando di trovarsi un’occupazione dignitosa. La sua posizione economica cominciava, però, a vacillare, il denaro su cui aveva potuto finora contare era quasi finito, doveva risolvere questo problema al più presto. Non chiedeva aiuto, però era chiaro che gli serviva se non altro un sostegno morale ed io mi offrii subito di aiutarlo nei limiti delle mie possibilità.
    Dopo alcuni giorni Michele mi confidò che aveva pensato di affittare una lavanderia, si trattava di affrontare una piccola spesa iniziale, poi si sarebbe tuffato nel lavoro e dopo qualche mese avrebbe avuto sicuramente un discreto guadagno mensile.
    L’idea sembrava proprio buona, un’attività che avrebbe potuto rendergli un sicuro guadagno mensile, l’unico problema era il denaro, la lavanderia c’era, il titolare cedeva l’attività, il prezzo della cessione era incluso nell’affitto mensile, solo chiedeva una caparra di sei mesi per garanzia sui macchinari e sull’intera attività.  Michele aveva però bisogno di un forte aiuto economico per affrontare le spese iniziali, questi benedetti sei mesi di caparra.
    Ne riparlammo, mi accorsi che era pieno di speranze e che aveva deciso di buttarsi a capofitto, era troppo tempo che era disoccupato in tutti i sensi, niente lavoro, niente attività, niente amore, cercava di apparire spensierato al massimo ma si vedeva lontano un miglio che era alla disperazione e che quella doveva apparire come una delle ultime occasioni per la sua vita, non intendeva in alcun modo tornare indietro al paese con una sconfitta che non avrebbe potuto facilmente raccontare e dalla quale poi non si sarebbe potuto mai più liberare.
    E così mi fu naturale convincermi a prestargli la somma che gli occorreva per pagare la caparra per rilevare la lavanderia. Il locale era un negozio alquanto malandato in una strada poco trafficata, vicino ad un grosso ospedale ma la cosa non so se poteva essere di aiuto per l’attività. Ciò che mi stupì fu il fatto che Michele aveva preso il locale ma non poteva cominciare a lavorare perché doveva superare un esame presso la Camera di Commercio e questo io non lo sapevo ed ora c’era questa novità, che tutto poteva essere subordinato al superamento o meno di quest’esame, Michele cercò subito di tranquillizzarmi dicendo che era una pura formalità, che doveva solo aspettare un pochino, chissà cosa vuol dire un pochino mi chiedevo, forse qualche mese ed intanto poteva giocarsi quel poco di clientela che la lavanderia aveva, cominciai a pentirmi di averlo aiutato, ma ciò che contribuì molto al mio pentimento fu il fatto di accorgermi che Michele non si preoccupava per niente, anzi usciva molto più volentieri di prima e si era messo con una ragazza che non mi piaceva affatto e spendeva discretamente, tanto che cominciai a sospettare che non avesse versato la somma della caparra, ma che se ne fosse tenuta una parte che non si faceva alcuno scrupolo di spendere in divertimenti. Tanto che ,insospettito, volli vederci chiaro e contattai il vecchio titolare della lavanderia che confermò i miei sospetti. Michele non gli aveva versato che un sesto della caparra tenendolo impegnato e lui non sapeva ora che cosa fare.
    Andai su tutte le furie e cercai Michele che però da alcuni giorni si era reso irreperibile. Pensai che forse era tornato al paesello, lo cercai in ogni modo ma da tutte le parti ricevevo risposte negative e che non avevano idea di dove fosse finito.
    L’affannosa ricerca durò due settimane, poi un comune amico mi disse che aveva ricevuto una cartolina da Michele da Parigi.
    Potete figurarvi come rimasi interdetto. Così il caro amico se ne era andato in viaggio di piacere con i miei soldi che dovevano servirgli per la caparra della lavanderia. Cominciai col maledirlo in ogni modo possibile, tentando ogni cosa perché le mie maledizioni lo raggiungessero. Poi cominciai a pensare ad una vendetta, a qualche cosa che lo facesse soffrire, ma mi ritrovai a rimuginare che desideravo ucciderlo. Sul modo mi misi a vaneggiare.
    Mi vedevo che lo trovavo e  che gli sparavo con una rivoltella uno dopo l’altro tutti i colpi di un caricatore. Mi chiedevo quanti colpi avessi a disposizione. Mi sarei preoccupato comunque di munirmi di un’arma con il maggior numero di colpi possibile. Ma mi rendevo conto che purtroppo non lo avrei fatto soffrire più di tanto, perché sarebbe bastato un colpo ben assestato in un punto vitale per finirla. Altro, ci voleva altro. E allora pensavo che forse era meglio pugnalarlo ripetutamente, con un grosso pugnale indiano,  però Michele era forte, era più robusto di me, avrebbe potuto immobilizzarmi, avrebbe potuto togliermi l’arma di mano e poi…. Forse avrei rischiato troppo con quel pugnale.  Allora immaginavo di colpirlo con un fucile lanciafiamme, sì, lo avrei voluto bruciare, il fuoco lo avrebbe distrutto tra dolori lancinanti, io sarei stato distante a gustarmi lo spettacolo. Ma l’ira mi prendeva sempre di più e mi accorgevo che desideravo ardentemente una vendetta che lo facesse soffrire molto. Il veleno, avvelenarlo con un potente veleno che lo facesse soffrire terribilmente e a lungo, questa idea mi affascinava, poi pensai che  lo strangolamento forse era il modo migliore per eliminarlo, poi passai all’annegamento con un grosso masso che lo tenesse giù, poi  ad un soffocamento lento chiuso in una bara. Sognavo come  toglierlo di mezzo, poi ci fu un pensiero ossessivo, la miglior vendetta è il perdono, questa frase ritornava sempre più forte nella mia mente. E così dopo aver passato un paio di ore in fantasticherie, presi in mano le pagine gialle e andai a cercare nella voce “killers” e mi decisi a telefonare.

  • 29 novembre 2011 alle ore 15:32
    Uro il preistorico

    Come comincia: Nel museo preistorico c’era il grande esemplare di Uro, il  grande antenato dei bovini,  era un toro enorme dalle corna gigantesche,  ricostruito sulla base delle scoperte fossili che via via si erano seguite nei secoli. Uro aveva un aspetto sicuro, come di un grande progenitore che avesse coscienza del suo ruolo nella preistoria e se ne volesse vantare davanti al pubblico dei visitatori del museo.
    Per lo più il museo era visitato da gruppi di studenti, erano gli alunni delle scuole medie il numero maggiore dei visitatori, poi c’erano gli studiosi, sia gli  archeologi che gli storici, e Uro se ne stava fiero a mostrare tutto il suo fisico possente, la sua dentatura eccellente, la sua schiena forte, il suo zoccolo duro, la sua coda forte.
    Nonostante questa forza  gli studenti non avevano paura di Uro, si erano abituati alle ricostruzioni degli animali preistorici, il museo mostrava anche esemplari di dinosauri, di tartarughe giganti, di mammut. Uro non era certo  uno di cui preoccuparsi, che mettesse molta paura. E bisogna dire che la statua, se così possiamo chiamarlo, era un pochino annoiata da tanta indifferenza nei suoi confronti. E lo spirito di Uro, che stava ancora nella statua, sentiva una forte sofferenza. Si sentiva imprigionato in quella ricostruzione da museo e sentiva la mancanza di timore reverenziale nei suoi confronti. E ricordava quando era il padrone delle praterie, quando lanciava il suo grido di guerra terribile, quando insieme alla sua mandria percorrevano le vallate a passo di carica ed al suono dei loro zoccoli duri.
    Però tra gli studenti ce n’era uno che veniva spesso a guardarlo ed Uro si accorse dell’assiduità e sottilmente lo interrogò con lo sguardo e lo studente gli fece capire che era il suo gigante preistorico prediletto, che  insomma lo studente lo preferiva agli altri abitatori del museo, che lo guardava non solo con attenzione ma provava una qualche emozione segreta nel guardarlo. E Uro cominciò a compiacersi, e gli voleva mostrare la sua riconoscenza, ma purtroppo gli mancavano i modi, se non lo sguardo che sembrava fisso nel vuoto ma che lui usava per guardare dentro nei visitatori.
    Il giovane Arcibaldo, che così si chiamava il ragazzo, un giorno si presentò nel museo con un orsacchiotto di peluche e si rivolse ad Uro dicendo:” Ho pensato che ti farebbe piacere un po’ di compagnia, chissà la notte se hai paura da solo in questo museo, quando spengono tutte le luci….”
    Uro fu preso da una grande tenerezza al contatto dell’orsetto e i suoi occhi presero un colore più delicato, la sua espressione si raddolcì e guardò il ragazzo volendo manifestare tutta la sua gratitudine ed il suo piacere. Arcibaldo capì e gli disse che non era il caso di commuoversi, che il suo era solo un piccolo pensiero gentile, e poi si scusò e disse che doveva tornare a casa a fare i compiti.
    Quando passò il guardiano Uro nascose così bene l’orsetto che quello non si accorse di niente.
    La mattina dopo però Uro mostrava con fierezza il suo orsacchiotto e fu molto invidiato dagli altri inquilini del museo, che seppure inanimati, vivevano la loro vita di reperti come si addice a dei reperti, con grande compostezza , ma non per questo non parlavano tra di loro e non si scambiavano i loro chiacchiericci, e se no come avrebbero potuto sopportare la noia terribile del museo!?
    L’invidia si sa è una cosa brutta che spinge  talvolta a fare delle cose poco edificanti, e così avvenne nei giorni successivi che due dinosauri invidiosi cercavano di distrarre Uro con delle domande difficili, uno gli chiese da quanti millenni era scomparso, ed Uro non lo sapeva e cominciò a grattarsi la testa perplesso e mentre era occupato in tale attività uno dei due dinos tentò di fregargli l’orsetto, ma Uro se ne accorse in tempo e ingaggiò una lotta furibonda con il dinos, arrivò il guardiano ed il dinos si era già allontanato facendo finta di niente, il guardiano rimase perplesso, chissà chi faceva quei rumori, certo è impensabile che fossero questi reperti preistorici, e siccome era tornato il solito silenzio di tomba il guardiano pensò che forse aveva sognato, o forse aveva bevuto un goccetto di troppo, si ricordò che la sera prima si era fatto un grappino guardando la televisione e pensò guarda guarda che effetto  strano il grappino, si tranquillizzò e se ne tornò nel suo gabbiotto dove restava tutto il giorno a leggere i giornaletti di cui era un  fanatico.
    Uro era fiero del suo peluche e volle  adottarlo ufficialmente come suo discendente, pensò anche che gli avrebbe lasciato la sua eredità, il mammut cominciò a scuotere la testa in segno di disapprovazione, come si fa a pensare di lasciare la propria eredità ad un peluche,  i due dinos disapprovarono ufficialmente e dissero che la cosa non poteva essere lasciata passare, avrebbero consultato uno studio legale preistorico.
    Ma Uro si disinteressò delle critiche, ma per fare qualunque cosa bisognava  che il peluche avesse un nome e che fosse regolarmente iscritto all’anagrafe, forse già lo aveva fatto il ragazzo, pensò Uro, quando viene glielo chiederò.
    Il fatto è che Uro non riusciva a parlare con gli esseri viventi, con loro c’era il contatto del suo sguardo e basta,  quando erano presenti si ammutoliva come una mummia e non c’era verso, così era la natura delle cose, i reperti dovevano stare al loro posto, non si poteva pensare che rivolgessero addirittura la parola agli esseri viventi e figuriamoci ad un ragazzo, chissà come si sarebbe spaventato, tutta la storia sarebbe cambiata in un attimo per una inconsulta ed imprevedibile espressione di un reperto preistorico.
    E fu così che quando venne il ragazzo cominciò col congratularsi con Uro per come aveva trattato il peluche e Uro lo guardava con aria interrogativa, voleva chiedere se aveva un nome, Arcibaldo vide lo sguardo interrogativo e pensò che Uro gli voleva chiedere qualcosa e allora gli disse:” Senti, se vuoi sapere qualcosa e non riesci a dirmelo, allora io farò le domande e tu mi darai una risposta con lo sguardo”.
    Uro aveva capito ed assentì con lo sguardo. Ma Arcibaldo fu più preciso:”Ti farò delle domande cui dovrai rispondere o Si o No. Ma siccome tu  non parli la mia lingua, userai il tuo sguardo: se si allargherà, sarà sì, se si restringerà sarà no.” E  Uro allargò il suo sguardo per dargli la risposta positiva.
    Allora Arcibaldo gli chiese:”Vuoi sapere se beve ancora il latte o è stato già svezzato?”. Uro non ci aveva pensato, e certo voleva saperlo, perché se lo aveva adottato doveva pensare anche alla sua crescita e avrebbe se necessario dovuto procurargli del cibo. E fece capire allargando lo sguardo che voleva saperlo. Il piccolo peluche prendeva ancora il biberon. Allora Uro cominciò a chiedersi come avrebbe fatto a procurarsi del latte ma Arcibaldo gli disse subito che non doveva preoccuparsi, che gli avrebbe portato lui il biberon una volta al giorno.
    E così cominciò il fatto che Uro nutriva il peluche con il biberon, e il peluche cresceva, aumentava di peso, tanto che Uro si chiese se non era il caso di farlo controllare da un pediatra di peluches, per vedere se la dieta era giusta e lo sviluppo regolare. E Arcibaldo portò il pediatra di peluches, che era una bambina di nome Susanna, che aveva intrapreso questa professione e  la svolgeva con grande serietà ed era molto onesta, chiedeva compensi equi ed adeguati alle tariffe professionali. Susanna disse che gli sembrava un poco rachitico, il fatto però secondo lei non dipendeva dalla nutrizione ma dall’ambiente museale, il peluche aveva bisogno di sole, e si sa, nei musei non viene mai il sole, ci sono le lampadine che illuminano tutto.
    E così un grave problema si presentava per Uro. Come poteva fare per fargli prendere il sole, al suo piccolo peluche? E si arrovellava su questa domanda, e nessuno gli poteva dare un piccolo aiuto, finché un giorno prese il coraggio a quattro mani o a quattro zoccoli, non so come sia più giusto dire, e imboccò l’uscita del museo e se ne andò a spasso per il parco e salutava le mamme che fuggivano terrorizzate, e si sedette su una panchina che  però si ruppe in mille pezzi. E allora si sedette sul prato, ma arrivò la polizia in gran carriera, si era sparsa la voce e la città era paralizzata dal terrore, i poliziotti non sapevano come fare, avevano una fifa stramaledetta, quel reperto preistorico a spasso per il parco era una cosa incredibile ma vera e proprio a loro doveva capitare, non c’erano precedenti ed il comando non sapeva che cosa comandare e loro se ne stavano lì e lo tenevano accerchiato, pensando che qualcuno avrebbe procurato una immensa rete per catturarlo.
    E difatti fu costruito a tempo di record un grandissimo retino simile a quelli che si usano per prendere i pesci o per catturare le farfalle, solo che si dimostrò subito inadatto allo scopo, perché i poliziotti  tutti in fila lo tenevano per il manico e Uro li guardò con compatimento dette uno scrollone ed il retino fu in mille pezzi.
    I poliziotti chiedevano istruzioni al comando, l’ordine era di non sparare, ma quando Uro rivolse il suo sguardo dalla loro parte molti furono terrorizzati e cominciarono a sparare, solo che quei proiettili non facevano niente ad Uro,  che soffiava e li rimandava indietro al mittente cosicché i poliziotti furono messi in fuga dalle loro proprie pallottole.
    Alle cinque della sera, tranquillo Uro si avviò verso il museo. Il sole stava scendendo all’orizzonte e non scaldava più. Rientrò al museo, riprese maestosamente il suo posto e fu subito travolto dalle domande dei dinos e del mammut. Rispose tranquillamente.

  • 29 novembre 2011 alle ore 15:24
    La formica Tamara

    Come comincia: Arrivò la primavera nel grande bosco.
    Era tutto un rifiorire, ogni cespuglio tirava fuori le sue gemme, gli alberi si adornavano di collane di rampicanti, i pini producevano grandi quantità di resina che sgorgava dalle loro cortecce, e c’erano  gli uccelli che intonavano melodie ed anche  la cicala aveva cominciato a far sentire il suo canto.
    Erano finalmente riprese le rappresentazioni del grande teatro della natura dopo la pausa invernale.
    La formica Tamara doveva lavorare in allegria, in fila indiana, avanti e indietro a portare nel formicaio i tesori che trovava.
    Gli usignoli cinguettavano poemetti amorosi, i mosconi ronzavano sulle arie di grandi sinfonie, arrivavano le farfalle sfavillanti nei colori e nei disegni che battevano le ali e si posavano nei posti più impensati. Lo spettacolo aveva ormai avuto inizio in pieno, gli attori entravano in scena uno alla volta o in gruppi, la luce del sole li accompagnava nella coreografia.
    La formica Tamara  cercava di non distrarsi dal suo oscuro lavoro, doveva portare chicchi preziosi, se li caricava sul dorso e a volte le cadevano e allora con grande forza lei li sospingeva, per non perdere il posto nella fila di formiche lavoratrici. Eppure aveva un grande desiderio di fermarsi a guardare lo spettacolo, sentiva i canti, vedeva i colori sempre più vivaci ed accesi, sentiva anche i profumi forti ed inebrianti, ma non poteva interrompere il suo lavoro, e le dispiaceva.
    Chiese un piccolo permesso ma le fu negato, quando arriverà il momento potrai riposarti , ora è il tempo di lavorare sodo.
    E pensare che era da mesi che lavorava continuamente senza un attimo di interruzione.
    Avevano costruito un grande edificio, un magazzino enorme, ed ora stavano riempiendolo con le provviste, per poter affrontare serenamente la stagione fredda, in cui la pioggia e la neve avrebbero reso tutto più difficile.
    La formica Tamara stringeva i denti e spingeva il suo carico.
    Ogni giornata era preziosa, l’organizzazione del lavoro era meticolosa, e mentre sentiva che la natura si predisponeva alla stagione dell’amore e della fioritura sentiva anche che quello era il momento migliore per il lavoro del gruppo, nell’interesse comune di tutte le formiche.
    La formica Tamara però sentiva anche lei il richiamo della bella stagione. E voleva disperatamente interrompere quel lavoro così faticoso, voleva dare uno sguardo, voleva sentire anche lei le liete novelle che con lo spettacolo venivano portate.
    E si fermò. Cominciò a  lasciare il suo chicco e si guardò intorno. Fu subito ammonita dal caposquadra, non ci si poteva fermare, non si poteva intralciare la fila, fu invitata a riprendere immediatamente il suo posto, fu minacciata di severe sanzioni.
    Ma la formica Tamara desiderava solo una sosta, non è che non volesse più lavorare, voleva però anche gustare qualcosa, un suo piccolo momento, e si fermò a guardare lo spettacolo.
    E allora fu travolta dalla fila irruente delle altre formiche, cercò disperatamente di schivare i colpi, ma quelle procedevano senza guardare perché erano abituate a non trovare ostacoli e la schiacciarono con diversi chicchi.
    Malconcia, la formica Tamara quando fu passata l’intera fila cominciò a leccarsi le ferite e finalmente osservava lo spettacolo, ma era tutta indolenzita.
    E fu travolta dalla fila che tornava indietro a raccogliere altri chicchi.
    Se sapessi volare, mormorò tra sé, mi leverei da questa scomoda posizione in un attimo. E provò a volare, ma non le riusciva, era da diverso tempo che la maggior parte delle  formiche  aveva perduto le capacità di volo.
    Il caposquadra nel ripassarle vicino la ammonì sempre più severo, ma lei era talmente tramortita che non lo sentì quasi per niente, cosicché ad un certo punto venne una squadra di sorveglianti che la prese di peso e la trascinò via con la forza e la rinchiuse in una piccolissima celletta buia in fondo al formicaio, in attesa che si celebrasse il suo processo.
    Dopo un paio di giorni in cui fu lasciata digiuna la formica Tamara fu portata davanti alla Corte di giustizia.
    C’era il signor Giudice anziano, il giudice a latere ed il giudice relatore, era un collegio di tre giudici, tre formiche anziane che  avrebbero deciso il suo caso.
    C’era una formica in toga nera con un colletto bianco che era il Pubblico Ministero, cioè l’accusa pubblica.
    E venne chiamato a testimoniare il caposquadra, che dopo aver prestato giuramento disse che per ben due volte l’aveva invitata a riprendere il lavoro, ma invano, era stata disubbidiente. Tanto che era stato costretto a farla rinchiudere, anche perché non desse un cattivo esempio alle sue compagne.
    Il suo avvocato difensore, un difensore nominato d’ufficio, era una formica giovane, che le chiedeva continuamente informazioni, ma la formica Tamara era spaventata, non si sarebbe mai aspettata di incappare nelle severe maglie della giustizia, e rispondeva con pochi cenni, era scoraggiata, era smarrita.
    L’avvocato difensore invocò le sue difficoltà di salute, era piena di lividi, qualcuno doveva averla malmenata, invocò una valutazione clinica delle sue condizioni fisiche, e poi anche delle sue condizioni psichiche, perché le sembrava che la formica Tamara non fosse nel pieno delle sue capacità.
    Dopo le esposizioni dell’accusa e della difesa, dopo aver sentito i testimoni, che erano tutti dell’accusa, il collegio si ritirò per decidere.
    La formica Tamara aveva paura, la sua avvocatessa la incoraggiava ma si vedeva che non aveva un grande interesse per la vicenda, e così lei cominciò a tremare come una foglia.
    Finalmente i giudici rientrarono e lessero la sentenza.
    In nome del popolo del formicaio, considerati i fatti, valutate le testimonianze, considerate le eccezioni della difesa, i giudici stabilirono che la formica Tamara fosse lasciata senza cibo e senza compagnia fuori dal formicaio per un mese.
    La formica Tamara cominciò a disperarsi. Voleva strapparsi i capelli, ma purtroppo le formiche non hanno capelli e non le fu possibile. Voleva piangere, ma purtroppo le formiche non hanno l’apparato lacrimatorio, per cui non le fu possibile. Così espresse la sua disperazione con estrema compostezza, senza pianti ed isterismi di sorta e fu condotta a forza lontano dal formicaio, dove avrebbe trascorso il mese di esilio cui era stata condannata.
    La formica Tamara aveva finito appena di disperarsi quando incontrò il formico Romiro anche lui condannato all’esilio. Cominciarono a scambiarsi  le opinioni, Romiro aveva avuto una condanna più grave,  era stato accusato di cospirazione contro il lavoro e di incoraggiamento allo sciopero, Romiro le disse che si doveva lavare la faccia. Ed andarono ad una piccola fontanella per formiche dove Tamara si sciacquò. Poi Romiro le portò un chicco ed insieme si misero a mangiare. E arrivarono le altre formiche condannate, e c’era anche qualcuno che portava una fiaschetta di vino per cui Tamara si rifocillò.
    E si rese conto che c’erano molte formiche che avevano avuto il coraggio di ribellarsi, qualcuno addirittura aveva cercato una rivoluzione, il problema era il lavoro, la formica Tamara capì che il lavoro chiedeva delle pause che non venivano concesse e le formiche che si ribellavano venivano condannate all’esilio.
    Un formicone maschio anziano  si reggeva a malapena sulle sue zampe, erano ormai due anni che viveva nell’esilio e non poteva ritornare nella comunità del formicaio.  La formica Tamara voleva protestare per queste ingiustizie e pensò che si doveva rivolgere a qualche potente per perorare la sua causa, un lavoro più a misura delle formiche, non un lavoro senza sosta, un lavoro che consentisse anche alle formiche di gustare il grande spettacolo della natura e di parteciparvi.
    Alla sera veniva nel campo degli esuli un funzionario mandato dal Governo, veniva a controllare e però si fermava a parlare con le formiche e cercava di recuperarle alla dottrina del lavoro indefesso. Era un funzionario un pochino avanti negli anni che ripeteva spesso le stesse frasi usandole come slogan e cercava di inculcare le idee nelle formiche un poco ribelli.
    La formica Tamara pensò che quella fosse l’occasione per esprimere la sua opinione e cominciò ad interrompere il funzionario, che invece non gradiva di essere interrotto mentre recitava gli slogan. E fu così che la pena di Tamara venne subito raddoppiata per due volte con un decreto dello stesso funzionario, che ne aveva potere.
    Dopo un mese la formica Tamara si ammalò veramente di malinconia. Non riusciva a capire perché l’avessero condannata così severamente, ma soprattutto era avvilita e si sentiva umiliata. E cominciò a dimagrire e non voleva più mangiare tanto che furono costretti a ricoverarla nell’infermeria del campo. La formica Tamara passava le sue giornate in un lettino dell’infermeria e rifiutava ormai il cibo da settimane e cominciò anche a rifiutare l’acqua. Il personale medico e paramedico era impotente, nessuno riusciva a darle soccorso  e lei deperiva sempre di più , tanto che mandarono un fonogramma al comandante delle carceri chiedendo che le fosse concessa la grazia e che  tornasse libera.
    La formica Tamara fu rimessa in libertà una settimana prima della scadenza del terzo mese e riportata a lavorare. Ma siccome era molto deperita fu lasciata in disparte nel formicaio affinché si rimettesse.
    Finalmente si riprese  e fu riammessa al lavoro. E ricominciò a spingere i chicchi e sentiva la voglia di fermarsi ma si faceva forza e diceva che non poteva, l’avrebbero condannata un’altra volta e magari ad una pena più grave, considerando il fatto che era recidiva. E così la formica Tamara non chiese più di fermarsi per guardare lo spettacolo della natura.
    E finì l’estate, cominciò l’autunno, cadevano le foglie dagli alberi, continuava il lavoro senza soste delle formiche anche perché d’inverno ci sarebbero state soste forzate, per la pioggia e per la neve.
    Arrivò l’inverno, le formiche si rintanarono nel formicaio a consumare i viveri accumulati, la stagione delle piogge era iniziata, un grande torrente d’acqua percorreva il bosco grande ed era pericoloso per le formiche avventurarsi fuori dal formicaio, che era stato costruito  molto bene anche in grado di fronteggiare qualunque infiltrazione d’acqua.
    Allora la formica Tamara capì che nessuno le poteva impedire di guardare e si avventurò in mezzo alla bufera. Si costruì una zattera di aghi di pino e ci si mise sopra e coperta da una buccia di pinolo si mise alla ricerca del campo degli esuli che erano stati abbandonati da tutti ed anche dalle guardie che si erano rifugiate nel formicaio.
    Arrivò presto al campo degli esuli sospinta dalle acque. Il campo era ridotto ad un acquitrino. Dentro una piccola tana su di una corteccia di un albero stavano gli esuli che erano stati abbandonati da tutti senza cibo ed acqua.
    Allora la formica Tamara ritornò al formicaio, prese delle provviste e le portò agli esuli. Poi presa dall’entusiasmo ritornò al formicaio e volle fare un ulteriore rifornimento. Anche perché le formiche stavano riposando tutte ordinate nelle loro brande e nessuno le chiese che cosa stesse facendo.
    E lei si imbarcò di nuovo sulla zattera di aghi di pino. Che si erano appesantiti notevolmente e riempiti di acqua. E cominciò un altro viaggio. E non contenta ne fece un altro ancora. Ogni volta che arrivava gli esuli la festeggiavano con calore sempre crescente.  E promisero che se ne sarebbero ricordati sempre. Ma ad un certo punto un millepiedi si mise sotto la zattera di Tamara e cominciò a portarla via. E lei si infilò in un viaggio diverso in compagnia del millepiedi. E gli esuli da una parte e anche nel formicaio tutti i suoi amici la aspettarono a lungo. Ma il nuovo viaggio era cominciato con le nuove peripezie che fanno parte di un’altra storia. Però nel mondo così severo del lavoro delle formiche oggi viene concesso un momento di pausa, in omaggio alla formica Tamara.

  • 29 novembre 2011 alle ore 15:19
    La libertà

    Come comincia: Ognuno di noi ha un’idea diversa della libertà.
    L’idea di Franco stava in un’immagine di donna bella, giovane, vestita di panno bianco leggero e comodo per lei, mentre attraversava un prato fiorito, libera di tirarsi su la veste e gioiosa, danzante : al punto quasi di volare. Libera nei suoi pensieri, nei suoi desideri, con lo sfondo senza limiti.
    Ma questa idea, questa immagine, non era sempre presente : a volte gli sfuggiva . E sentiva sempre più vivo il rischio di dimenticarla, di perdere un giorno quella sua bellezza.
    Fu così che decise di fermare la sua immagine su una tela.
    Cominciò a dipingere quasi per gioco,  ma via via l’immagine che era nella sua mente acquisiva forma ed egli si rese conto, dopo molti giorni passati a cercarla, che era giunto alla sua meta ; la sua raffigurazione della libertà era ormai passata sulla tela. Era finalmente riuscito a dare concretezza alla propria idea. E gli sembrava che finalmente non poteva più sfuggirgli.
    Dopo tanti giorni di accanito lavoro, Franco si concesse una pausa meritata; ed uscì. Era tranquillo, ormai sicuro che le sue paure non avevano più un senso.
    Girò tranquillamente per la città, fece uno spuntino ed andò a visitare la Galleria, per vedere se c’erano novità.
    Ed eccola lì, improvvisamente gli apparve.
    Nel suo splendore, accanto ad altre due tele raffiguranti paesaggi campestri, la sua Libertà . Se ne stava tranquillamente appoggiata  alla parete della Galleria, e faceva la sua bella figura, tra quei paesaggi. E poi, si era lasciata tranquillamente inserire in una cornice. Una cornice dorata, che faceva la sua bella figura, ma certo le restringeva i suoi spazi.
    C’era una coppia di giovani che stavano fermi ad ammirarla.
    - Dev’essere di un pittore nuovo, è nuovo lo stile - disse lui.
    - E’ molto bella - fece lei - sembra quasi che voglia uscire dalla cornice!-
    Franco aveva la sensazione che gli avessero carpito la sua Libertà.
    Non riusciva a capacitarsi come mai la sua tela, o almeno così gli sembrava, si trovasse lì. Pensò ad un furto e che avrebbe denunciato il tutto alla polizia. Ma gli sembrava impossibile, in così poco tempo. E pensò anche alla straordinaria coincidenza che qualcun altro, nello stesso tempo, avesse avuto la sua stessa idea, e che lui avesse ritrovato la sua immagine, tale e quale, nella Galleria, incorniciata.
    Ma se quella non era la sua Libertà, allora doveva ritrovarla a casa. E tutto si sarebbe spiegato.
    Rientrò in fretta a casa. Aprì la porta  con estrema cautela, perché non sapeva che cosa avrebbe trovato.
    La tela era al suo posto, dove l’aveva lasciata, anzi era spostata di pochi centimetri verso la finestra ; ma era bianca, assolutamente vuota e come se mai fosse stata sfiorata dal colore. Franco allora chiamò la polizia.
    ° ° ° ° °
    Il Commissario lo ascoltò con discrezione. Non lo interruppe e sembrava disinteressato. Franco descrisse tutti i particolari di ciò che aveva vissuto, con estremo calore. Alla fine il Commissario gli chiese :
    “E così, lei è convinto che gliel’hanno rubata, la sua Libertà?”
    “Sospetto fortemente di sì, signor Commissario, - fece Franco- anche se non capisco come abbiano fatto. Nessuno sapeva della sua esistenza e non riesco nemmeno a pensare a chi possa averlo immaginato”
    “E’ sicuro di non averne parlato con nessuno?” gli chiese il Commissario.
    “Con nessuno, glielo giuro su quanto ho di più caro!” fece Franco scaldandosi.
    “E allora vuol dire che la sua Libertà ha preso il volo da sola” fece il Commissario.
    “E da sola si è messa nella cornice, naturalmente” gli rimbeccò Franco, ironico.
    “E certamente, ma lei pare proprio non lo voglia capire” gli fece il Commissario spazientito e innervosito dall’ironia.
    Franco non lo capì. E tutta la vicenda divenne incomprensibile per lui quando gli fu contestato di aver simulato tutta la storia e di essersi preso gioco di un Commissario di polizia. E fu processato per direttissima, condannato severamente e rinchiuso.
    ° ° ° ° °
    Nella prigione, Franco rifletteva su quanto gli era accaduto.
    “Certo, mancava la cornice, alla fine è questo quello che posso aver capito”
    Ma, ripensandoci, si diceva che lui mai e poi mai l’avrebbe rinchiusa dentro una cornice, la sua Libertà.
    Tuttavia nei lunghi giorni di riflessione che forzatamente gli toccarono, giunse alla conclusione che la cornice, anche se restrittiva, era necessaria; altrimenti l’immagine sfuggiva via, come aveva fatto.
    Ma una notte Franco la sognò. Era bellissima. E lo sfondo su cui si appoggiava era sfumato.
    Al risveglio fu ripreso dalle sue paure ; dalla paura che l’immagine gli sfuggisse.
    E allora chiese di poter dipingere in carcere. Chiese colori, pennelli, la tela ed anche una cornice. Molto rigida.

  • 28 novembre 2011 alle ore 20:57
    Il portico

    Come comincia:                                                                                                                  

    Il portico, era esposto ad ovest.
    La balconata, costruita con assi squadrate disposte verticalmente, era completata da un corrimano arrotondato, con la vernice un po' screpolata.
    Tutto in legno, piuttosto rustico, come la casa.
    Dipinta di bianco molti anni prima, lasciava trasparire qualche segno di incuria.
    Sembrava poggiata delicatamente su quell' altura, da dove si poteva apprezzare la maestosità della natura  intorno.
    L' ampia vallata  ricca di prati e fiori in primavera , intervallati da macchie alberate,
    faceva  spaziare lo sguardo.
    Oltre la valle, montagne dalle vette aguzze innevate per molti mesi all' anno , davano un effetto selvaggio al panorama.
    Non era raro avvistare rapaci intenti nella caccia, che si producevano in picchiate velocissime e spettacolari.
    Un posto strategico, per godersi il tramonto.
    é quello che faceva Jack quasi ogni sera, quando di ritorno dal suo lavoro poteva finalmente rilassarsi.
    Grandi baffi e un' espressione bonaria, non molto alto di statura; zoppicava leggermente per un incidente occorso in gioventù, durante una partita di football.
    Jack, era il veterinario del piccolo centro che distava circa tre miglia  dalla sua casa.
    Un paesino come tanti, della provincia americana : una strada principale  molto larga, ricca di negozi, diversi locali e più o meno, tutto quello che può servire .
    Il suo Studio era situato in una strada secondaria, ma molto vicina ala "main street".
    Ovviamente lo conoscevano tutti e, con tutti quelli che incontrava ogni giorno, scambiava quattro chiacchiere.
    Questo lo  aiutava a non sentirsi solo;  era vedovo, ormai da più di cinque anni e nonostante si sentisse ancora in gamba, non aveva mai considerato seriamente l' idea di risposarsi.
    Troppo legato ai ricordi, e troppo impegnato nel suo lavoro.
    Quanti animali  aveva salvato con le sue cure:  non si arrendeva mai.
    Se c' era una seppur minima possibilità di riuscire nel suo intento, lui non mollava!
    A volte, rimaneva nell' ambulatorio veterinario fino a notte, se il caso lo imponeva.
    La moglie  lo aveva assistito nel suo lavoro, fino a poco prima di morire.
    Poi aveva dovuto arrendersi al tumore, che se l' era portata  via, in poco tempo.
    Nel periodo che seguì, Jack si era arroccato nella sua casa, incapace di farsene una ragione : aveva vissuto oltre trent' anni con quella donna e adesso, niente sembrava avere più un senso.
    Ogni oggetto, ogni spazio, era fonte di ricordi che si trasformavano in gocce di dolore;  e allo stesso tempo cementavano ancora di più, la  sua sensazione di appartenenza a quella casa.
    Ogni giorno  il tramonto lo trovava sul portico, seduto sulla sua poltroncina, con un sigaro in mano.
    Quello, era il momento dei pensieri più dolci, in cui  a volte,  si sentiva trasportato verso la valle, come se una forza  potesse sollevarlo dal suo stato di tristezza, riconciliandolo per un momento con la vita.
    Rimaneva a pensare per ore, in compagnia di qualche birra, osservando il cielo che diventava scuro.
    D' estate al calare della sera, capitava che le lucciole facessero la  loro apparizione.
    Come tanti piccoli lumini volanti, danzavano al ritmo della natura.
    Gli piaceva pensare  che portassero notizie, messaggi di saluto.
    Qualche volta  Jack, si assopiva sul portico e, al suo risveglio, le stelle erano già accese!

    Si dice che il tempo ricuce le ferite.
    Forse fu così ,che Jack riprese la sua occupazione ; ancora con più impegno e dedizione.
    Poi,tornava a casa e poteva gustarsi il suo momento.
    Erano passati circa sei anni dalla scomparsa della moglie e ogni giorno, lui trovava un pensiero da dedicarle.
    Anche quel pomeriggio, al tramonto, arrivò a casa.
    Salì i tre gradini  che lo separavano dal pavimento di assi scricchiolanti del portico, entrò in cucina e prese una birra dal frigo.
    Uscì di nuovo, sedendosi di fronte alle montagne.
    C' era un' aria strana, che sapeva di fatica…
    Un vento leggero trasportava il suono delle cicale e asciugava alcune gocce di sudore sulla sua fronte.
    Due  cavalli bradi,  nella valle  brucavano  tranquilli.
    L' ultimo sole scendeva, lento.
    Non so, per quale frase ebbe il tempo  ma…lo trovarono lì,  con un sorriso spento, il sigaro ancora in mano,  seduto sul suo portico,  nella luce del mattino…