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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 17 marzo alle ore 9:34
    DONNE...DONNE...DONNE.

    Come comincia: In via Placida a Messina, in una palazzina a due piani abitavano due famiglie di marocchini, ormai erano alla seconda generazione ed i maschi si erano integrati in quanto a lavoro. Ahmed da semplice muratore era diventato costruttore sia perché lavoratore indefesso sia perché riusciva  ad eseguire costruzioni a minor prezzo della concorrenza  perché si riforniva di materiali presso negozi arabi. Ultima furbata, disonesta, quella di pagare meno del previsto gli operai, tutti paesani, facendosi restituire in contanti parte dello stipendio ufficialmente erogato. Altra peculiarità, che non aveva nulla a che fare col lavoro era quella di ‘avvicinare’ donne  italiane che, sia per curiosità che per l’avvenenza del marocchino ben volentieri lo facevano usufruire delle loro ‘grazie’. Allora tutto bene? Non proprio:  Un dio non  della sua religione, Hermes, pensò bene di ostacolarlo facendolo cadere dal quinto piano di un palazzo in costruzione con ovvia conclusione. Le forze dell’ordine e l’Autorità Giudiziaria non ritennero opportuno far eseguire l’autopsia al cadavere, sembrava un  incidente di lavoro come purtroppo ne succedono tanti in Italia ma Malika, la moglie, per istinto pensò che qualcuno interessato alla sparizione del marito lo avesse spinto nel vuoto per motivi…ce ne potevano essere vari: da concorrenti nel campo del lavoro od anche da parte di mariti che non avevano apprezzato gran che le corna arabe. Ahmed oltre che con la moglie  conviveva con una concubina a nome Naima e con la figlia Amina diciassettenne di rara bellezza, sembrava un’indossatrice per altezza, comportamento e faceva la sua bella figura anche perché, vestiva all’occidentale e si era sempre rifiutata di indossare il burqa come le donne di casa sua. Amina frequentava la seconda classe di un liceo di via Cavour. Inutile dire che i compagni di classe erano come i mosconi sulla marmellata ma la ragazza se ne faceva beffe, i giovani non la interessavano anche perché non avevano le possibilità di far a lei raggiungere gli obiettivi che si era prefissa. Leggendo Platone aveva compreso il concetto che ‘chi più sa più vale’ ed allora, oltre ad impegnarsi sui  libri di testo si recava spesso in biblioteca per farsi prestare romanzi per migliorare la sua cultura. Il giovane bibliotecario, molto volentieri, le forniva i libri dei vari autori: gli italiani  Moravia, Svevo, Pirandello e Flaiano,i francesi Camus e Yourcenar, l’ungherese Szabó, gli americani Steinbeck e Cronin, il russo Dostoevskij.  Amina  così impegnata non usciva di casa se non per frequentare le lezioni.  La madre Malika, che nel suo paese non aveva frequentato la scuola era preoccupata: “Figlia mia non studiare troppo, a che ti serve, sei una donna!” “Mamma non voglio diventare una schiava come te e come Naima, in Italia le donne posso far carriera in qualsiasi campo, dovresti essere orgogliosa di avere una figlia come me.” Malika dopo la morte del marito era stata avvicinata da Said capo cantiere di Ahmed  che abitava al piano terreno del suo stabile e che le aveva proposto di firmare un atto per delegarlo a seguitare il lavoro del marito, le avrebbe dato metà degli intrioti. Malika accettò, non aveva altre forme di guadagno e  strinse amicizia con Said che aveva circa la sua età. Vedendo le donne italiane che si godevano la libertà di far quello di loro gradimento, prese anche lei a vestirsi all’occidentale seguita da Naima, erano rinate a nuova vita. Ovviamente in fatto di maschietti non se ne parlava proprio,  le due donne rimpiangevano  certe buone prestazioni  sessuali di Ahmed. Stavolta Hermes, ormai diventato, sua sponte, protettore delle due signore pensò come aiutarle in quel campo…il candidato più indicato era  Said  il quale, però’  non aveva mai avuto il coraggio di avanzare proposte alle due dame anche se dal suo sguardo di poteva capire che…Hermes ancora una volta si diede da fare: Malika una mattina si risvegliò con un febbrone da cavallo, Naima non sapeva a chi rivolgersi ed interpellò Said il quale fece venire in casa un medico amico che sentenziò un forte mal di gola e prescrisse delle medicine che Said andò a comprare in farmacia a sue spese. “Dimmi quanto ti debbo dare.” “È un mio omaggio anche se tu potresti sdebitarti…” Il ghiaccio era rotto, in due giorni la febbre di Malika diminuì sino a scomparire, madame si era ripresa in piena forma ed una sera: “Said mi son finite le pillole contro il mal di gola, che ne dici domattina per andare in farmacia?” Malika al ritorno di Said si fece trovare abbigliata con una vestaglia trasparente e… ‘sotto il vestito niente’ come da film di Carlo Vanzina, conclusione: un ‘approccio’ sessuale durato tutta la mattinata con Naima che controllava la situazione per accertare  che Amina non rientrasse in casa prima del tempo. L’eredità sessuale di Ahmed era stata doppia e quindi anche la concubina, alternativamente usufruiva delle ‘grazie’ del focoso Said. Anche se la situazione era gestita dagli interessati con la massima discrezione, le frequenti assenze dal lavoro di Said erano state notate dagli operai che sparsero la voce ed il pettegolezzo si diffuse fra gli abitanti della via fino a giungere alle orecchie di Amina la quale, benché non accettasse le severe leggi islamiche era preoccupata che qualche fanatico islamico  potesse fargli fare la fine di suo padre. Anche l’Imam intervenne e, con molta diplomazia ricordò ad Amina i principi indissolubili della religione musulmana. Amina ricordò all’Imam un pensiero filosofico di Nietzsche per cui ‘fra religione e scienza non esistono parentele né amicizia né inimicizia, essi vivono in sfere diverse’, lei con lo studio aveva compreso ed applicava questo principio. Aggiunse anche che era amica di una maresciallo dei Carabinieri a cui avrebbe fatto riferimento in caso che dovesse accadere qualcosa di spiacevole alla sua famiglia. L’Imam sicuramente non gradì la spiegazione della ragazza ma non lo fece comparire, ormai considerava quella famiglia ‘perduta’ per quanto riguardava la fede ma non trovandosi al paese di nascita…. Amina convocò la madre e Said e fece loro comprendere che la miglior soluzione era per loro quella di sposarsi in maniera laica al comune e così finalmente sarebbero cessate le chiacchiere anche se qualcuno si domandava che ruolo potesse avere Naima in quella famiglia…il maligno c’aveva azzeccato nel senso che la ragazza riprese il ruolo di concubina quando era vivo Ahmed. Amina malgrado i molti pretendenti alla sua mano si dedicava solo allo studio. Una mattina nella sua classe entrò il bidello: “La direttrice desidera parlare con la signorina Amina.” La ragazza si domandò quale potesse essere il motivo di quell’incontro, a scuola era brava in tutte le materie, non aveva problemi disciplinari…”Carla, la preside le andò incontro sorridendo: “Cara eccellenti notizie per te, il notaio Ruggero ti ha convocato perché tu prenda visione del  testamento di tuo zio  Nabil recentemente deceduto in Algeri. Il signore era un paperone in senso finanziario, récati appena possibile dal notaio, auguri.” Amina ricordava che da piccola il padre Ahmed le aveva parlato di un suo fratello ricco ma con cui però non aveva rapporti e allora…” La ragazza, eccitata dalla notizia preferì usare un taxi per raggiungere viale Europa, aprì al secondo piano una porta a vetri con la scritta ‘Matilde notaio’ e si trovò dinanzi ad un donnone. “Signor notaio io sono Amina, ha notizie per me.” Il donnone aveva poco di femminile, a parte l’altezza superiore alla media aveva una mascella quadrata, poco seno, capelli corti ed espressione piuttosto maschile. “Novità stupende per lei, Hassan un mio collega di Algeri mi ha trasmetto via fax il testamento di suo zio Nabil, ora è lei molto ricca, è divenuta proprietaria di raffinerie, centrali elettriche, stabilimenti balneari ed altro, legga lei stessa il fax e poi prepari un viaggio ad Algeri, le ci vorrà una guardia del corpo per allontanare i mosconi, lei è così bella…” Lo sguardo della professionista era diventato languido, probabilmente  avrebbe voluto tramutarsi lei in moscone… Amina rientrando in casa voleva dare lei  alle due signore la buona notizia ma fu preceduta dalla madre che abbracciandola: “Cara una novità bellissima, diventerai zia…” A dir la verità la novità della madre non era stata di suo gradimento, la vecchia (per lei una quarantenne era vecchia) poteva starci attenta, rimandò a più tardi fornire le sue novità, nel frattempo  compose il numero telefonico del notaio Nabil: “Dottor Nabil sono Amina, ho letto il suo fax.” “Carissima le faccio innanzi tutto le mie congratulazioni e poi le chiedo di venire appena possibile ad Algeri  per sistemate le pratiche burocratiche.” “Egregio dottore, non è mia intenzione ritornare in Marocco per dei fatti accaduti a ragazze tornate in patria, fatti di cui lei  è  sicuramente a conoscenza quindi la prego di contattarmi tramite  la notaia Matilde di Messina,.” “Mi dispiace avrei voluto conoscerla, mi risulta che lei è molto bella…” ‘Si ed anche molto ricca.’ pensò Amina. Malika ed Naima avevano  appreso  della fortuna capitata a Amina ma non fecero commenti. La ragazza incaricò Hassan di vendere i suoi beni, ci vollero due mesi prima che il suo conto corrente  si gonfiasse a dismisura con lo stupore del direttore e degli impiegati della sua banca con la conseguenza che quando Amina entrava nell’istituto di credito la ossequiavano con un inchino. Alberto,  il nome del dirigente era un classico impiegato di banca: elegante ma non pacchiano, cravatta in linea con il colore della giacca, camicia con risolti, scarpe in pelle e non come quelle di moda che sembravano scarpe da tennis, insomma un tipo piacevole anche fisicamente. Quello che più Amina apprezzò in lui era l’eloquio brillante ma non esagerato, lo sguardo serio e soprattutto il fatto che le aveva dato dei consigli come investire il denaro lasciandone poco nel conto corrente. “Signorina non vorrei essere considerato invadente, se lo desidera potrei invitarla a pranzo in un ristorante qui vicino ma qualora…”Amina lo scrutò a lungo, voleva rendersi conto di che tipo fosse il direttore poi: “Mi sembra che il nome Alberto voglia significare illustre e famoso, lei lo è?” “Non penso proprio, i miei genitori erano agricoltori, hanno fatto molti sacrifici per farmi studiare, li ho ricompensati con una laurea in economia e commercio con 110 e lode, purtroppo sono deceduti, il nome Alberto era quello del padrone del terreno coltivato dai miei.” Il proprietario del ristorante era un signore anziano, ex pescatore aveva messo i remi in barca, come si dice in gergo ed aveva aperto quel locale famoso per il pesce freschissimo, lui se ne intendeva. “Allora Salvatore che ci propina oggi?”  “Di propina non ne ho posso servirvi saraghi, gamberi, polipi, seppie, un brodetto misto o, se avete qualcosa da festeggiare ho un’aragosta viva che ancora sta  nuotando nel mio piccolo acquario.” Alberto guardava in faccia il padrone del locale senza ordinare, era in panne, venne in suo aiuto Amina: “Signor Salvatore vada per il brodetto come secondo, per  primo fettuccine al sugo di gamberi, poi un’insalatona mista mi raccomando senza cipolla!” Alberto era diventato rosso in viso, se ne accorse Amina che volle venirgli in aiuto ma mettendosi a ridere  peggiorò la situazione. “Io ho diciott’anni, sto frequentando il terzo liceo classico, in questo momento m’è venuto in mente un verso di Dante: ‘Un picciol fiumicello la cui rossore ancora mi raccapriccia’, mi scusi se l’ho messa in difficoltà, di solito non sono invadente, non so cosa mi sia successo.” “Io sono un vecchietto di trentadue anni, voglio stupirla con dirle il significato del suo nome appreso in passato da una sua conterranea: vuol dire ‘che dice la verità ed anche moglie fedele’.” “Io le rispondo citando Telemaco figlio di Ulisse: ‘l’onore degli uomini dipende dalla lor fedeltà verso le loro mogli.’”  “Ora che abbiamo fatto sfoggio di cultura caro il mio direttore che ne pensa se riempiamo il pancino che sta gorgogliando?” Consumato il primo piatto  Amina: “Vado in bagno.” Bugiarda, la signorina si era diretta in cucina ad ordinare l’aragosta che quando giunse in tavola, Alberto…”Salvatore non ti ho ordinato l’aragosta, non ho nulla da festeggiare.” “Dottore si metta d’accordo con la sua fidanzata!” “Allora sei stata  tu ad ordinare l’aragosta cara la mia fidanzata!” “Che ne dice se la innaffiamo con un buon Prosecco!” “Mi vuoi far ubriacare ma te lo puoi dimenticare…”Alberto non riuscì a finire la frase, la sua bocca era stata occupata dalle labbra di Amina. Quando il direttore era riuscito a riprendersi: “Dicono della riservatezza delle donne musulmane, a me sembra il contrario…” “Ti assicuro che è la prima volta che mi succede, non ti chiedo scusa, spero ti sia piaciuto.” “In passato ho avuto una triste esperienza con una ragazza e per questo sono…sono…”  “Ormai sei mio, mi sei piaciuto dal primo istante, non ti mollo, le donne marocchine hanno un carattere forte, lo proverai a tue spese, bello mio.” “Salvatore il conto…”Questa volta offro io per festeggiare dottore il suo fidanzamento, auguri.” “Ormai hai sparso la voce, cosa dirò alle mie amiche?” “Non fare il buffone, io sono possessiva con le persone che amo, attento a te, non ti illudere, la cosina te la dovrai conquistare!” Il direttore con la sua Golf accompagnò a casa Amina che trovò le due donne in apprensione:”Che t’è successo?” “Mi sono fidanzata ma non vi dico con chi, buona notte!” Gli esami di stato furono superati senza problemi, ora c’era l’università ma Amina non aveva ancora deciso in quale facoltà. Alberto ‘non stava più nella pelle’ ma pensò ad una tattica dilatoria per far arrabbiare la ormai fidanzata, dopo due giorni: “Stai facendo il furbastro, ti pagherò con ugual moneta anzi pensandoci bene ti farò fare un figura di c…o davanti ai tuoi dipendenti. E così fu, Amina una mattina di agosto si abbigliò in modo provocante: camicetta senza reggiseno scollatissima, minigonna abissale con slip dello stesso colore della pelle per far sembrare che…, tacchi vertiginosi, andatura ondeggiante, entrata trionfale in banca. Il direttore era nel suo ufficio nel retro, fu avvisato dell’entrata  della ragazza da un suo dipendente. Alla vista di Amina Alberto quasi svenne, la portò di corsa dentro il suo ufficio questa volta pallido in viso. Nessuno dei due profferiva verbo ma Alberto questa volta decise di reagire: prese Amina per mano e la condusse al centro della sala: “Signori impiegati questa è Amina che si dichiara mia fidanzata e addirittura vorrebbe sposarmi, giudicate voi se potrei mai convivere con un clown di tal genere, meglio farmi frate francescano…” La ragazza cercò di imitare il romanesco appreso leggendo i versi del Belli e di Trilussa ed in tale dialetto gli rispose: “A cocco nun te dimenticà la mia origine marocchina, se ce ripensi e nun me metti l’anello ar dito farai la fine di quell’americano… sui giornali apparirà  n’articolo così concepito: ‘anche in Italia abbiamo il nostro Bobbit per mano di una bellissima ragazza marocchina, si chiama Alberto ed è un direttore de banca o meglio era perché senza attributi nun potrà più esserlo’, che me dichi?” Il vicedirettore: “Alberto  mi sa che è meglio che te la sposi, se la lasci me la prendo io!” “Tu t’attachi  come il Taracchi, forse ci stò ripensando, siete tutti invitati alla cerimonia in Comune poi pranzo afrodisiaco da Salvatore.” Grande battuta di mani, dopo un mese la cerimonia:  Malika con in braccio il neonato Hassan seguita da Said e da Naima testimoni. Il ristorante era stato prenotato tutto per neo sposi e invitati che poterono dar la stura ad un casino indiavolato. La sera, a casa: “Anche se non ne abbiamo parlato ti debbo dire che sono vergine.” “Vergine in senso zodiacale o quella dai candidi manti?” “Dì un’altra spiritosaggine e…” L’amore fisico prevalse, Alberto fu molto delicato cosa  apprezzata da Anima che finalmente comprese che Alberto era ‘l’omo suo’. Nei giorni seguenti Alberto e consorte erano in salotto dinanzi alla TV quando passò dinanzi a loro Naima, Alberto: “Lo sai che quella ragazza non è male, ci sto facendo un pensierino.” “ Dicono che i marocchini ce l’abbiano più grosso degli italiani, vorrei provare se è vero, chissà com’è quello di Said…”Alberto finalmente comprese che per lui ‘non c’era trippa pè gatti!’

  • 15 marzo alle ore 20:13
    Terza generazione cresce

    Come comincia: Un post di #MaestraMary recita:
    <<I bambini non ricordano ciò che cerchi di insegnare loro. Ricordano ciò che sei>>

    Ho mutuato la frase in: <<I bambini imparano da ciò che sei, ed anche da ciò che dici, se le tue parole sono coerenti con ciò che fai>>.

    E, come mi capita da quando ho l'età di sei anni, mi ha ispirato una favola.

    Titolo: Terza generazione cresce.

    L'insegnamento di irridere gli altri, parlare male degli altri così sei più in alto tu, essere contento che gli altri stanno male: significa che sei meglio tu.

    23 maggio 2013.
    Esequie di mio padre.
    Ferruccio Amoloro, 15 anni, mi guarda e ride sotto i baffi che non ha.
    Sa che sono una 'malata immaginaria' da due anni e ride.
    L'ipocondria che non mi abbandona da due anni ha avuto una recrudescenza da fine aprile: mi sono sottoposta ad un esame ed il 'salsicciotto' che mi hanno visto nell'addome due anni prima ed anche l'anno successivo è diventato un palloncino e di nuovo mi parlano di intervento chirurgico.
    Ma io sono una 'malata immaginaria' di cui ridere. 
    Non una persona da aiutare a valutare il da farsi e da confortare.

    Il papà di Ferruccio l'estate precedente ha aiutato a trasportare mio padre, sulla carrozzina a rotelle, dal piano superiore al piano terra della casa al mare. Per ringraziarlo di questo atto di carità di cristiana, mio padre gli ha regalato la propria minicar che i sedicenni possono guidare senza patente. L'estate ancora prima, il papà di Ferruccio aveva manifestato interesse per quella minicar e mio padre gliel'aveva offerta per mille euro. Il papà di Ferruccio aveva declinato l'interesse.
    Questa estate invece, gratis, l'accetta.

    14 maggio 2017.
    Incrocio nel sottopasso Bibiana Landri, 16 anni. Anche lei se la ride sotto i baffi. 
    Sì, sono molto paranoica.
    Quando era una bimbetta di due o tre anni per Natale le regalai uno zainetto di Winnie the Pooh: avevo deciso fin dal primo momento di fare un regalino a tutti i bambini del palazzo, dato che eravamo una piccola comunità. Bibiana corre tutta contenta del regalo e strilla entusiasta: "Sono contenta che Lilly e Pino sono venuti a stare qua!". I genitori mi spiegano che avevo proprio indovinato il regalo: Winnie the Pooh era il suo personaggio preferito.

    Febbraio 2004. Il ragioniere Casoria invita insistemente me e mio marito ad una cena. Adduco scuse vere ed inventate, ma queste scuse non fannoo desistere l'aspirante anfitrione, lasciandomi come ultima spiaggia quella di dire la verità: "Voi non siete gente che vogliamo frequentare". Purtroppo non approdo a quest'ultima spiaggia. Purtroppo riferisco ai miei genitori che hanno una mezza parentela con il ragionier Casoria di questa insistenza. Ed i miei genitori, sempre aperti e disponibili verso tutti, fanno: <<E perché non ci andateeeee?>> Che dovevo fare dire loro la verità? Sì, avrei fatto molto meglio. Non si può salvaguardare se stessi ed i propri cari se alle soglie dei quaranta ti ritrasformi in una bambina obbediente. E la verità era: <<Quillo è 'na carogna.>>. 
    Qualcosa che disse il mio ospite durante quella cena, mi dette l'occasione di dire: "Zio Furio, tu leggi Guareschi, Guareschi diceva: <<La gente è stupida: non è contenta quando sta bene, è contenta quando vede gli altri stare male>>. Guardavo il mio interlocutore, ma osservavo le reazioni del'altro commensale, il padre di Bibiana e potei constatare che la frase aveva colto nel segno. Ma naturalmente il padre di Bibiana non cambiò. E come poteva essere diversa la figlia con cotale padre e cotale nonna?

    DISCLAIMER. Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. I nomi, i cognomi, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con omonimi o altri che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati. E' pura invenzione. Sono solo le mie favole che prendono spunto dai fatti di cronaca e dai post che mi capitano davanti gli occhi. Favole per far ridere i polli.

  • 14 marzo alle ore 9:38
    TUTTO BENE QUEL...

    Come comincia: Alberto un pomeriggio stava passeggiando in via Risorgimento a Messina quando, passando dinanzi ad un negozio di biancheria intima ricordò di dover acquistare degli slip. All’interno c’erano due signore che stavano perdendo tempo nello scegliere delle magliette. Quando si decisero e ‘sloggiarono’ Alberto si trovò dinanzi alla ragazza longilinea, piuttosto alta vestita di nero, priva di trucco in viso e dall’aria triste, doveva esser molto giovane e quell’aria dimessa era inusuale ai tempi d’oggi quando le signorine si riempiono di piercing e di tatuaggi. Alberto nel ragionare doveva aver perso del tempo e fu richiamato da un: ”Posso esserle utile?” “Mi occorrono tre slip.” “Non preferisce dei box, sono più alla moda.” “Io sono ancora ‘ancorato’ai vecchi e simpatici slip, misura cinque.” “Mi sembra una misura eccessiva per lei.” “Vorrei provarli, col suo permesso vado in camerino.” Al rientro dinanzi al bancone: “Aveva ragione lei, la quattro va bene per me.” Alberto era stato colpito dall’aspetto della giovane, volle rivederla ed il pomeriggio successivo si presentò in negozio, era vuoto.” Signorina mi occorrono due paia di calzini rossi e due marroni, porto il quarantuno di piede.” “Non mi dica che vuole provarli come ha fatto con gli slip  ieri.” Un pallido sorriso era apparso sula volto della signorina. “Non penso…mi cambia cinquanta Euro? Grazie e arrivederci.” E l’arrivederci fu il pomeriggio successivo. “Oggi mi occorrono tre magliette misura quattro.” “Che ne dice di guardarsi intorno e vedere tutto quello che le occorre…” Al silenzio di Alberto proseguì: “Non capisca male, non volevo essere garbata, sono Leda, faccia con comodo.” “Io sono Alberto, non mi sono offeso ho il senso dello humour, le debbo confessare che più della merce mi interessa…io abito qui vicino in via Centonze, sono di passaggio.” “Io non sono in vendita ma se le fa piacere venga in negozio, , ci sono pochi clienti, la crisi si fa sentire.” Per Alberto passare a vedere Leda in negozio era diventata un’abitudine alla quale si era abituata anche la ragazza. “Che ne dice se stasera ceniamo insieme, qui vicino c’è un ristorante in cui hanno una cucina casalinga, io benché orfano ricordo ancora i sapori della cucina di mia madre.” “Vada per la cucina di sua madre, io chiudo il negozio alle diciannove, abito qui sopra al quinto piano, le do anche il numero del mio telefonino, a stasera.” Ad Alberto non parve vero aver ‘strappato’ un appuntamento a Leda che si presentò sempre vestita di nero e senza trucco ma era molto affascinante.  “Sono amico del padrone, Flavio…” “Amico mio benvenuto, è da tempo…vedo che sei in buona compagnia.” “Ottima direi è… (è una vecchia battuta di Carosello), ci affidiamo a te per il menu” Dopo un quarto d’ora si presentò al loro tavolo Omar un giovane marocchino che Flavio aveva assunto come cameriere, portava due piatti di un brodetto che alla sola vista faceva venire l’acquolina in bocca. In seguito Omar si presentò con pesce alla griglia spinato ed una frittura di gamberi poi un’insalatona e solito ananas con finale un caffè lungo, caldo aromatico, Flavio aveva fatto onore alla fama del suo ristorante. Omar da parte di Leda ricevette una mancia di cinquanta Euro, moneta che il marocchino girò fra le mani incredulo e poi un inchino di ringraziamento. “In giro fa freddo, preferisco rifugiarci a casa mia, come ti ho detto abito sopra il negozio ma…non sperare nulla!” “Io non spero…” “Dal tuo sguardo grifagno…” “Mai nessuna mi aveva detto che ho uno sguardo ….” “Questo bel calduccio invita a …rilassarsi, io sono rilassato e tu…” “Gutta cavat lapidem, ci stai riprovando…” “Dare da mangiare agli affamati, è un’opera di misericordia, non sei religiosa?” “A parte la religione, la tua è un'altra genere di fame, seriamente non me la sento, ti avvertirò io quando…” E così il buon Alberto andò in bianco! “Una sera di sabato Leda era particolarmente triste, Alberto: “Confessati con l’Albertone tuo, si fa per dire, dimmi quel che ti porta a tanta inquietudine.” “È un fatto accaduto mesi fa, mio padre era il padrone di una falegnameria in via don Blasco, un giorno mentre tagliava un pezzo di legno si è avvicinato troppo alla sega elettrica ed….è morto, una morte atroce, non mi hanno fatto vedere il suo cadavere, da allora le cose sono peggiorate, mia madre è risultata affetta da ‘sclerosi multipla’, non poteva essere ricoverata troppo a lungo in ospedale e quindi ora si trova in una casa di cura per lungo degenti, sono sola ma…” “Ho capito, è piovuto sul bagnato, volevo invitarti ad una gita a Parigi organizzata dal Comune di Messina dove sono impiegato, ho accettato per il prezzo particolarmente conveniente.” “Buon viaggio sono contenta che almeno tu possa svagarti.” Aereo da Catania fino all’aeroporto Charles De Gaulle’  di Parigi e poi in pullman sino all’albergo De La Paix, in serata riposo dopo la cena all’interno dell’hotel. La Torre Eiffel si trovava  a cinquecento metri dall’albergo, Alberto prima di salire sulla celebre torre, passando dinanzi ad una edicola: “Monsieur je voudrais un journal italien.” “Io parlo italiano, le posso dare il ‘Messaggero’ e poi una pubblicazione particolare dato che lei è italiano.” L’opuscolo  era una rivista di donne ‘scollacciate’, particolarmente una foto colpì Alberto, era in prima pagina ed assomigliava in modo notevole a Leda col titolo: ‘Une beautè de Messine (Sicile) solo che la ragazza era truccatissima e quindi Alberto scartò l’idea che fosse lei.  Alberto si mise un tasca la rivista, visitò in una settimana i luoghi più cari ai turisti e all’ottavo giorno fece il viaggio inverso rispetto all’andata ritrovandosi a casa in una serata uggiosa. Per prima cosa telefonò a Leda: “Novità?” “Ci possiamo vedere domani sera, stasera vado a trovare mia madre.” Era una scusa, Leda per mantenere se stessa e la genitrice si era messa in mano ad un prosseneta di nome Adelfo con abitazione a Musolino sui Peloritani che  ad ogni ‘incontro’ con un professionista del porno gli ‘mollava’ cinquemila Euro. Leda aveva avuto una motivazione importante per prendere quella decisione, era per soddisfare il bisogno  di sopravvivenza,  esigenza impellente quanto essenziale era stata la ragione  a spingerla a realizzarla, la mancanza di soldi. Ovviamente durante gli amplessi venivano girati sia un filmino che delle foto. Adelfo aveva preteso da Leda di firmare un contratto in cui lei,  qualora avesse rifiutato le sue ‘prestazioni’ doveva pagare una penale di cinquantamila Euro, la ragazza nel contratto aveva fatto aggiungere di voler  lei scegliere  le persone con cui avere rapporti sessuali. Leda non aveva messo al corrente Alberto di quella parte importante della sua vita, anche se poteva avere rapporti sessuali di suo gradimento non voleva più saperne, si era innamorata di Alberto ma quel contratto scritto… La situazione era a quel punto. Il pomeriggio successivo alla vista dell’amato Leda lo abbracciò e: “Devo raccontarti quanto mi è successo: il giorno dopo che tu sei partito si sono presentati in negozio tre brutti ceffi che mi hanno obbligato ad aprire la porta di casa mia, cercavano qualcosa che non hanno trovato, mi hanno lasciato la casa in subbuglio, non li ho denunziati, non sapevo nemmeno chi fossero o almeno…Quei tali hanno frugato particolarmente in questo armadio che abbiamo alle spalle, l’ha costruito mio padre che mi confidò che all’interno c’era una sorpresa, non mi sono mai interessata di scoprila ma il giorno stesso della perquisizione, nel togliere un cassetto e dopo aver fatto scorrere un piccolo pannello in basso ho scoperto una cavità, dentro tanti Euro ed un biglietto con una numero di cellulare, questa era la sorpresa di cui parlava mio padre.” “Che intenzione hai di fare?” “Non mi resta che comporre il numero del telefonino, lo farò dinanzi a te.” “Sono la figlia di…ho bisogno di parlare con qualcuno amico di mio padre.” “Domattina.” La conversazione fu interrotta. Come promesso dall’anonimo interlocutore per telefono, la mattina dopo una Jaguar si fermò dinanzi al negozio di Leda, ne scese uno dei due occupanti, sicuramente un mafioso,  che fece cenno alla ragazza di venire fuori dal negozio.  Senza presentarsi: “Dimmi quello che ti è accaduto.” Leda raccontò sia della perquisizione subita che del fatto che era costretta a …Il cotale, peraltro elegantissimo risalì in macchina. La sera sul telefonino di Leda apparvero due ‘OK’ bisognava interpretarli.  Leda capì tutto quando telefonò ad Adelfo per un incontro. “Da ora in poi sei libera, ho stracciato il tuo contratto.” Un evviva dentro di sé da parte di Leda. Il sabato sera successivo: “Domani gran giorno, pranzo leggero e poi e poi e poi…” Finalmente Leda si era sbloccata, ‘ciccio’ percepì che per lui c’era della ‘pappatoia’ in arrivo ed esultò come solo lui sapeva fare. “Calma amico mio, ancora siamo a casa nostra!” Alberto e Leda decisero di sposarsi, la neo sposa riprese a truccarsi, a vestirsi di abiti con colori vivaci e dopo nove mesi mise al mondo una piccola e bellissima ‘Ledina’ cui venne imposto il nome di Anna che vuol dire molto desiderata. Gran festa con tutti gli amici dei due genitori, ovviamente esclusi quelli ‘particolari’di Leda!

  • 14 marzo alle ore 4:24
    Un giardino

    Come comincia: Non vorrei scriverle queste cose.
    Ma sono a Battipaglia.
    C'ero anche una decina di giorni fa.
    Dieci giorni fa sono uscita verso le 13:00 dal portone con il mio cagnolino Oscar e nonostante il freddo pungente era uscito un bel sole e lo spettacolo poteva rallegrarti il cuore.
    Ho detto ad Oscar: "Oscar, hai capito che (omissis)".
    Poi, uscendo uscendo, ho continuato: "Hai capito che per questo giardino ... è morto?".
    Oramai ero fuori il cancello e, camminando camminando, continuavo: "Hai capito che per questo giardino che, ancora adesso, fa gola a tanti, sono morta pure io?".

    Poco fa sono rientrata dalla passeggiata con il mio Oscar, c'era il sole (ora, come potete vedere anche voi, ha ripreso a piovere). 
    Oscar si è messo a piagnucolare perché voleva affacciarsi alla finestra della cucina per comunicare con i cani nel giardino della villa dei vicini. Così ho aperto la finestra e l'ho posizionato sull'ampio davanzale. C'era il sole e di nuovo la vista del giardino dei vicini dove tante volte ho giocato da bambina (mio fratello piccolo no, perché aveva un anno quando ci siamo trasferiti) poteva rallegrare il cuore. E la strada che separa la nostra 'villa' da quella dei vicini, dove pure ho giocato da bambina e sono andata sul calessino tirato dal pony dei vicini pure poteva rallegrarti il cuore.

    Tutte bellezze che tanti ti invidiavano e sembravano contestartele come se gliele avessi rubate loro.

    Una persona sensibile come te (ma tu non lo sapevi di essere una persona sensibile) non poteva sopravvivere circondata da tanta invidia.

    P.S. Chi mi ha detto che sono molto sensibile?
    Lo so, non farà loro piacere essere nominati, ma lo faccio lo stesso.
    Un anno fa, in separata sede ed in tempi un po' sfalsati tra loro, mi hanno detto: "Si vede che sei molto sensibile":
    - mia cugina Ant...... Cat......;
    - la cugina di mia madre M..... B......;
    - il mio amico di vecchia data R...... C........

     
    Un commento: Lotta per il solo giardino per cui vale la pena,quello interiore, perché tutti gli altri non appartengono alla realtà, ma a alla idealizzazione che ne abbiamo fatto.I giardini in cui giocavamo da piccoli,i giardini dei nostri nonni o i giardini in cuiabbiamo passeggiato con il primo amore,sono innanzitutto entità fisiche mutevoli e caduche, mentre rimangono immutabili solo nel contesto sentimentale ed emozionale che non sempre coincide con la realtà. Lascia il giardino della tua infanzia dove deve stare, nel ricordo indelebile,ed accetta che non coincide con quello fisico attualmente esistente. Accettare i cambiamenti e le diversità non significa uniformarci ad essi se non li condividiamo, ma imparare a vivere nonostante e insieme ad essi.

    Linda Landi
    3 febbraio

    Linda Landi
    3 febbraio · 
    Stamattina mi ha svegliato un lamento. Un lamento continuato "Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa..........."
    Mi sono chiesta: "Sono io che mi sto lamentando?". E mi sono svegliata. Così ho realizzato che prima stavo dormendo.
    Quindi mi sono chiesta: "Ero io che mi lamentavo nel sonno?"
    Mi è venuto il sospetto di no. Mi è venuto il sospetto che il lamento fosse di qualcuno che vorrebbe che mi comportassi e pensassi meglio, così starei meglio io, le persone intorno a me e lui stesso.

     

  • 12 marzo alle ore 17:27
    L'onore dei Landri

    Come comincia: Il profilo FB #Briganti ha commentato questa notizia:
    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_sgominata_paranza_bambini_verbali_pizzaiolo_di_matteo_spremuti_come_limoni-4351262.html

    Commentandola così:

    <<I soci della pizzeria Di Matteo:

    «La verità è che questi per troppi anni ci hanno spremuti come dei limoni. 
    Prima i cento euro alla settimana per le famiglie dei carcerati, poi 5 o 10mila euro per Natale e Pasqua e non è ancora finita».

    Aggiunge un altro socio: «Vengono nel locale, sono venti di loro, si seggono e prendono panini, pizze, panzarotti, oppure se li fanno mandare a casa senza pagare».

    I pizzaioli, non sanno di essere intercettati dai carabinieri mentre danno vita allo sfogo che dà il via alle indagini sul racket nel centro storico.

    Dopo gli spari nella saracinesca nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 febbraio rompono il silenzio, lasciano alle spalle il regime di omertà, ed è grazie alle loro testimonianze che i carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno eseguito il fermo di Ingenito, Matteo, Napolitano e Sibillo al termine delle indagini condotte dai pm Francesco De Falco e John Henry Woodcock, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.

    Non abbiate paura, lo stato c’è, e ha bisogno del nostro coraggio contro questo cancro chiamato camorra.

    “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.

    Giovanni Falcone.

    da Luigi Leonardi>>

    Estrapolando le seguenti parole
    <<...
    Non abbiate paura, lo stato c’è, e ha bisogno del nostro coraggio contro questo cancro chiamato camorra.>>

    ho commentato

    Speriamo. Per Libero Grassi, e chiedo scusa se una persona indegna come me si permette di scrivere questo nome, lo Stato forse non c'è stato abbastanza.
    Libero Grassi che chiese di sorvegliare la sua fabbrica perché non dovevano pagare i suoi dipendenti per le sue scelte, ma non volle una scorta per sé.

    Mentre dalle seguenti parole ho estratto una favola.
    “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.
    ... >>

    Una favola di pizzo ed omertà. E di risate da parte di chi legge la favola.
    Favola:

    Veramente Liliana, detta Lilly, fino a quando ha taciuto, ha vissuto. Magari non felice e contenta, ma serena. No, veramente Liliana credeva anche di essere felice e contenta.
    Ma quando (per quale sghiribizzo?) le è saltato in testa di parlare, la sua pace, e quella della sua famiglia, è finita. 
    E se vogliamo dirla tutta non è chissà cosa avesse detto.
    Aveva chiesto semplicemente: "Mi attestate la data di consegna del verbale di assemblea?". Apriti cielo! 
    Il suo interlocutore ha scambiato anche questa semplice richiesta come una ribellione, come una minaccia.
    E per Liliana è stata la fine.
    I signori hanno interpretato la richiesta come una ribellione al pagamento del pizzo.
    Figurati!
    Cinque anni prima Liliana aveva pagato un pizzo annuale ammontante a più di 600 euro, figurati se non poteva pagare adesso un pizzo di 240 euro!

    Liliana voleva solo assicurarsi che il pizzo non fosse troppo esagerato.
    Cinque anni prima il tentativo di estorcerle altri tre milioni di lire (l'euro era appena nato e si usavano ancora entrambe le valute) era fallito grazie alla solidarietà delle altre vittime del pizzo. 
    Ed a pensarci bene 600 euro sembravano niente cioè seicentomila lire, ma in realtà era già un'estorsione di un milione e duecentomila lire. 
    Ma, in seguito, una o due vittime del pizzo si sono trasformati in pizzaioli pure loro, vedendo che il loro interesse era stare con il capo-pizzaiolo.

    Ed invece è proprio così: Liliana sa da anni che la sua vita è stata rovinata, ed addirittura accorciata, per 240 euro.
    Ma poi ha capito che non si è trattato solo della sua vita.
    Quei signori, magari indirettamente, hanno provocato una strage per 240 euro. O Liliana ha provocato una strage per aver dato involontariamente ad intendere (grazie all'intervento di un avvocato messo in mezzo dal marito dopo aver ricevuto una lettera di insulti e calunnie) che non voleva pagare 240 euro?

    Dalla fiction L'Ispettore Coliandro. "Quando hai a che fare con criminali da quattro soldi ed in mezzo a loro c'è una psicopatica ...", ha replicato il magistrato al commento dell'ispettore: "Oh, e questi hanno fatto una strage, hanno combinato tutto questo casino per 100000 euro!?!".

    E' proprio così. Tante vite rovinate e terminate anzi tempo per 240 euro.
    E non è ancora finita.
    Le bimbe di Liliana hanno detto anni fa: "Ma noi pensavamo di andare a vivere in via Vattelapesca!". "No", ha dovuto rispondere Liliana, "Quello è un posto pericoloso: vi fanno il malocchio come la mia madrina di battesimo lo ha già fatto a me".

    Ma è stato uno stillicidio continuo.
    Un anno prima Liliana era corsa nella città vicina ad aprire una casella presso l'ufficio postale perché aveva scoperto che le sue bollette, prima di arrivare in mano a lei, venivano aperte con il vapore. 
    Arrivano le prepotenze che già c'erano state in passato.

    Ed arriva una citazione per chiedere 58 euro.
    ["58 euro?!", ha esclamato questa estate un'amica sedicenne, molto matura, della figlia maggiore di Liliana, "ce li ho io 162 euro nel salvadanaio! Glieli davo io". Questa ragazzina vive con la sua famiglia di cinque persone in un bilocale.]

    Il giudice, paziente, chiede: "Volete fare a metà?"
    Il convenuto, anche se sa che non deve quei soldi, dice: "Va bene".
    Ma l'attore non è d'accordo.

    Ed arriva un decreto ingiuntivo di 240 euro. 
    Liliana, stupefatta, va a vedere in Tribunale su quali documenti fosse basato il decreto ingiuntivo. Aria fritta: due dichiarazioni (parole) dell'attore, un riparto spese approvato dall'assemblea due mesi dopo l'esecuzione dei presunti lavori ed un computo metrico di due anni prima per altri lavori per un ammontare totale completamento diverso dalla cifra dichiarata adesso. Ma il marito di Liliana le consiglia di non perdere tempo e non fare opposizione. Sul non perdere tempo Liliana è più che d'accordo.
    ["Ha sbagliato!", le ha detto di recente un brigadiere della Finanza, "Doveva fare opposizione e denunciarli per truffa".]

    Già, figuratevi che Liliana poteva fare anche una cosa molto più semplice. Senza che Liliana se lo aspettasse, i pizzaioli si erano sentiti alle strette e le avevano mandato per la prima ed unica volta la copia di una fattura. Una fattura che sapeva di falso lontano un miglio. "Aspetto un anno e la porto alla guardia di finanza", aveva pensato Liliana. Perché un anno? Perché Liliana pensava che la ditta avesse ancora tempo di mettere i registri in ordine. Dopo un anno ci saremmo visti. Le cose vanno fatte a tambur battente. Un anno dopo Liliana ha altri pensieri, altri pesi si sono aggiunti, ma fermare quella gente avrebbe dovuto essere prioritario, vitale. Con quella fattura in mano alla finanza chi aveva fatto emettere decreto ingiuntivo contro di lei avrebbe dovuto pagare una multa perché non aveva funto da sostituto d'imposta. 
    E Liliana ancora tratta quella gente con i guanti gialli? Ma Liliana, come Andreotti, a sentire Massimo Troisi, è 'fesso', nel senso buono, napoletano, precisa Massimo Troisi, nel senso di ingenuo. Ancora crede che quella gente, grata per l'attenzione, scriva una lettera di scuse e ritiri tutto? E crede che si possa continuare a vivere in quel condominio come tra persone per bene? E poi oramai Liliana è succube del marito che dice: "Ogni volta che ti muovi tu, succede un disastro!" ed ha paura di prendere l'iniziativa per timore di conseguenze peggiori.
    [""Non si tratta di essere scemi: è che lei è buona.", le ha detto ancora una volta lo stesso brigadiere della Finanza di poc'anzi, "Doveva venire da noi. Quelli sono come bambini: hanno bisogno di uno scappellotto ogni tanto!". Oh, in due parole che ha detto Liliana, quel brigadiere ha compreso immediatamente la psicologia di quei personaggi.]

    Ed arriva l'ufficiale giudiziario davanti la porta di Liliana: anche se Liliana aveva pagato quanto richiesto, aveva sbagliato. Aveva fatto il vaglia direttamente al richiedente e non al suo avvocato. Ed il richiedente aveva nascosto al proprio avvocato di aver ricevuto quanto richiesto, pensando di intascarsi anche il compenso dovuto al proprio avvocato.

    E l'avvocato, che come amico di famiglia, aveva prestato gratuitamente la sua opera per la citazione dei 58 euro, per quella gente non farà più niente.

    E questo è un guaio.
    Perché si affidano ad un avvocato ancora più agguerrito. Talmente sfrontato che fa arrivare un'altra citazione per chiedere: 1) 460 euro, negando o nascondendo anche quanto, nero su bianco, è dichiarato nella citazione che chiede 58 euro [ha visto che era possibile alzare il tiro]; 2) 1500 euro, negando, visto che non siamo tra galantuomini, che erano stati gli attori a chiedere al marito di Liliana, per cortesia, vuoi occuparti tu, con questi 1500 euro, di pagare i restanti creditori del condominio?

    Ma gli attori sono pensionati con pensione retributiva, mica devono pensare a sbarcare il lunario come devono fare Liliana ed il marito.

    Va bene, ci pensano gli avvocati. 
    Poco tempo dopo Liliana vede entrare nella sala ristoro dell'azienda un collega con l'aria stravolta. Era stato in Tribunale, racconta, per un rimborso per un incidente stradale. Era sconvolto: aveva assistito alla scena dei due avvocati delle controparti ed il giudice che si mettevano d'accordo come spartirsi tra di loro i 700/800 euro di rimborso.
    Avrà capito bene?

    E che gliene importa all'attore del fatto che vive da quarant'anni in un appartamento che gli ha regalato il padre di Liliana?
    E che gliene importa all'attrice del fatto che vive nel suo appartamento (e possiede un ripostiglio gratis et amore deo nel seminterrato) anche grazie al lavoro ed all'impegno gratuito (ed al fare finta di chiudere gli occhi ed il naso) del padre di Liliana?
    E che gliene importa ad entrambi che nella famiglia di Liliana ci sono seri problemi di salute? 
    Cosa è la vita di una terza persona in confronto a 5 centesimi in tasca loro?

    Che cosa è un po' di onore di fronte a 2000 euro? 
    (Mutuo la frase dal film "L'onore dei Prizzi".
    Nel film, se non erro, la frase era: "Che cosa è un po' di onore di fronte ad un milione di dollari?". Ai Landri bastano 50 euro ed anche meno per vendersi l'onore.)

    OK. Siamo ancora al ridicolo.

    Ma poi il pizzo sale. 
    Liliana dovrebbe pagare 250 euro al mese.
    50 per l'amministrazione ordinaria.
    200 fondo cassa per non precisati lavori di cui alcun documento né perizia attesta la necessità. Solo le loro solite dichiarazioni. nessuna prova documentale.
    Liliana sa che il capo-pizzaiolo ha per vizio di dire: faremo i lavori, faremo i lavori, e poi i lavori non cominciano mai.
    250 euro al mese, pensa Liliana 
    50 la mia quota ordinaria. 
    Con le altre 200 pago le quote ordinarie di tutti gli altri.

    Cento niente ammazzarono il ciuccio.
    E dal comune di ... in Calabria le arriva di nuovo una richiesta di pagamento per tasse non pagate. Richieste che arrivano da un anno o due. Non sono per lei, Liliana lo sa. Sono per la sua zia omonima. Liliana le ha chiesto più volte di chiarire l'equivoco, ma la zia le ha sempre detto: "Non li pensare! Quelli ancora devono capire che io ho venduto e queste tasse le deve pagare il nuovo proprietario." Sì, intanto le richieste arrivano a Liliana e Liliana capisce che quella è l'ultima richiesta prima magari di un altro decreto ingiuntivo. Prende la lettera, la manda per raccomandata alla zia. Poi scrive lei una raccomandata al comune di ... in Calabria e, facendo presente il proprio codice fiscale, fa notare loro che non è lei la Liliana Landri che cercano. Senza fare la spia però: non rivela dove possono trovare la Liliana Landri che a loro interessa.
    Ma da quando riceve quella lettera via raccomandata, Liliana ha l'impressione che la zia le metta il muso. La zia che le aveva proposto di comprare il suo appartamento, facendole così intendere che riteneva non ci fossero problemi per la nipote ad andare a vivere in via Vattelapesca, mentre sarebbe dovuta andare dalla nipote e dirle: "Liliana, so che tuo padre vuole che tu vada a vivere in via Vattelapesca. Ti scongiuro in ginocchio, non ci andare!"

    Ed uno dei parenti di Liliana si aggrava, ma Liliana sta tutta 'scimunita' e mortificata per l'indignazione del marito che non molto tempo dopo dirà: "Gente 'e m.... l'ho conosciuta, ma gente 'e m.... come la famiglia Landri non l'avevo mai vista."

    Ed il marito di Liliana procura una perizia tecnica sullo stato delle cose e quei signori, visto fallito il colpo dei 200 euro in più al mese, chiamano un architetto loro amico che fa un computo metrico, facendo risultare la spesa cinque volte maggiore rispetto a quello che realmente vogliono fare.
    Come, nei primi mesi quando convivevano ancora lire ed euro, volevano far passare una pittatella nelle scale per sedici milioni di lire, mentre ne bastavano tre.

    E Liliana, inaspettatamente scopre di 'attendere', ma oramai sta talmente stanca che la sua mente, ed il suo organismo, non ce la fa.
    Ci sono carezze che aggiunte sopra un carico lo fanno vacillare. [Erri De Luca, Il peso della farfalla]
    E Liliana si ammala.
    E non è più in grado di aiutare chi aveva bisogno di lei.
    O aiutare se stessa.
    Fine della favola.
    Seconda stella a destra. E' una favola. E' solo fantasia.

  • 12 marzo alle ore 10:56
    Ritornando a casa...

    Come comincia: Ritornando a casa scopro i sapori di un tempo, quando tutto sembrava non avesse mai fine. La città non è cambiata e mentre mi dirigo verso il tetto natio, camminando sui marciapiedi dall'asfalto brunito, sferzate di vento salmastroso mi sfiorano il viso.
    Sui binari di una piccola stazione ormai abbandonata, rivedo una figura conosciuta e subito accenno un sorriso...... E' mio padre, che veniva a prendermi, quando tornavo dall'università, mentre mia madre era a casa, intenta a cucinare cibi succulenti.
    Poi all'improvviso mi soffermo e mi rendo conto che quell'immagine è solo la flebile trasfigurazione di un ricordo indelebile nella mia memoria.
    Che brutti scherzi gioca l'età, oppure è solo colpa del caldo estenuante e afoso di un maggio senza stagione.

  • 11 marzo alle ore 20:21
    E ADESSO...

    Come comincia: I rimpianti solo la peggior cosa per un anziano, Alberto ottantaquattrenne tornava indietro con la memoria quando ventenne, finanziere, guidava una Alfa Romeo 1900 che poteva paragonarsi ad un camion, senza servo sterzo e con volante durissimo, per non parlare della moto Guzzi Falcone  che non aveva alcuna ‘parentela’ con gli ammortizzatori, al contrario i contrabbandieri  erano dotati di Lancia Aurelia auto decisamente più performanti e signorili. D’accordo qualche soddisfazione gli veniva elargita quando una macchina dei contra forzavano un posto di blocco e duecento metri più avanti le gomme cominciavano a fare ‘slap slap’ per essere passate su una catena chiodata. Unica gratificazione, si fa per dire, era il fumare gratis eccellenti sigarette svizzere e talvolta anche ‘sgranocchiare’ cioccolato che venivano condivisi con i colleghi ed amici. Come ricambiava lo Stato i suoi dipendenti delle loro fatiche diurne e notturne? Con una misera paga, non stipendio, paga vuol dire remunerazione per ogni giorno di servizio, stipendio sempre uguale ogni mese. Altro compenso di altro genere la possibilità di avvicinare qualche pulsella indigena, magari parente di contrabbandieri sia per motivi …personali e talvolta per conoscere i segreti itinerari dei loro congiunti. Unico lato positivo ‘la giovinezza che si fugge tuttavia…’, come dice Lorenzo dei Medici tanto è vero che Alberto,  dopo anni di servizio si era ritrovato a Messina da maresciallo aiutante, grado guadagnato faticosamente durante gli anni con frequenza di corsi, di  campi invernali ed estivi, con l’appartenenza presso reparti disagiati e per finire, con un divorzio alle spalle, in questo caso la Guardia di Finanza non centrava nulla, era stato una ‘minchiata’ (termine siciliano) in quanto la ex consorte apparteneva alla Trinacria. Alberto aveva messo a frutto un suo hobby giovanile, quello della fotografia in quanto, oltre ad essere comandante di Sezione era anche capo laboratorio fotografico, qualifica che portava con sé qualche disagio come quello di essere chiamato di notte per fotografare gli arrestati ma anche qualche soddisfazione quando si trattava di riprendere i signori ufficiali che nel loro circolo tenevano feste con le autorità della città e con le relative consorti che talvolta apprezzavano la professionalità di Alberto ma più spesso la sua prestanza fisica in paragone di quella dei relativi mariti che talvolta lasciava a desiderare. Alberto per i suoi…bisogni personali aveva affittato una stanza in via Ghibellina dove teneva i suoi vestiti borghesi ed anche dove sollazzarsi con  ‘vogliose’signore. Il Comandante della Legione lo aveva nominato suo segretario, sapeva delle sue ‘scappatelle’ e lo seguiva in quel campo. Durante le feste anche presso altri circoli, ambedue col petto pieno di medaglie folleggiavano e rimorchiavano anche se una volta…”Alberto quella è la figlia del  Generale Comandante di Zona, è una ‘chiavica’ tu me la fotografi e domani mattina le sue foto sul mio tavolo!” “Comandante lei scherza, manco un miracolo, la cotale ha la bocca in dentro, il naso lungo, la ‘scucchia’ interminabile, i capelli alla negra, è piatta di petto…” “È un ordine!” Alberto fra di sé  ‘ordine un cazzo’ intanto si scervellava come trarsi d’impaccio. “Signorina il sono Alberto il fotografo della Legione, il mio comandante mi ha ordinato di fotografarla…” “Il Colonnello è il suo Comandante non il mio!” Alberto le prese le mani e guardandola in viso: ”Signorina io vorrei fumare la pipa, qui è proibito che ne dice di seguirmi nell’altra stanza del circolo?” “Non penso che voglia far fumare la pipa anche a me…” Alberto pensò: ‘non ti farei fumare nemmeno il mio ‘sigarone’ invece: “È un favore personale che le chiedo, io sono militare, lei da figlia del Generale sa come vanno le cose di chi indossa le stellette, vorrei…” Va bene, mi chiamo Sofia…” “Un nome che le si addice perfettamente, vuol dire saggia, lo sia con me, nell’altra stanza c’è un lettore di compact disc, io da anziano, amo i vecchi brani di Sinatra, Armstong, Bongusto…” Le musiche ammorbidirono la ragazza che prese a ballare con Alberto che la abbracciò sempre più stretta sino a che si accorse che ormai la ‘racchia’ era cotta. E qui venne fuori la maestria del fotografo: posizionò le luci in modo di  minimizzare i difetti di Sofia, le slacciò un fermaglio che tenevano alti i capelli, si accorse che l’espressione della ragazza si era addolcita, forse si era eccitata nel contatto col corpo di Alberto fatto sta che sembrava un’altra ovviamente entro certi limiti. Alberto scattò tre rullini in bianco e nero così aveva la possibilità di ritoccarli. Prese congedo dalla baby e, ricordando che la mattina dopo doveva consegnare le foto al Colonnello si ritirò nel laboratorio e si mise all’opera. I negativi erano perfetti, li  posizionò su un vetro trasparente e cominciò a ritoccarli con uno ’sgarzino’ (una specie di bisturi) riuscendo a eliminare i lati negativi del viso, e ottenendo anche di far ‘crescere’ il seno a Sofia. Ci volle del tempo, mise i negativi nell’ingranditore e stampò trentasei foto 18 x 24 e li asciugò col la smaltatrice poi  la stanchezza gli consigliò di andare in branda. Un furioso scuotimento del suo letto lo fece svegliare, era il piantone del Colonnello che: “Il Comandante lo cerca da stamattina, si alzi.” Alberto sapeva che il Colonnello ci teneva per quelle foto, per lui volevano dire la promozione la grado superiore e così senza guardarle si presentò dal Comandante e le posizionò sul suo tavolo. Il viso del Colonnello cambiò più volte espressione, Alberto non sapeva che pensare, più di quello che aveva fatto…”Il Comandante chiamò il suo aiutante maggiore: “Bastiano che ne dici di queste foto?” “Comandante di chi si tratta, non conosco questa ragazza.” “Imbranato, è la figlia del Comandante di Zona il nostro fotografo ha fatto un miracolo, dagli cinquantamila lire dagli utili dello spaccio.” Lo cosa non finì lì in quanto il Generale fece pervenire ad Alberto un biglietto significativo: “Bravo il nostro fotografo, anche il fidanzato non ha riconosciuto mia figlia!” L’episodio ebbe più di un seguito non apprezzato dall’interessato: era luglio e la moglie del Comandante che risiedeva a Roma con la figlia, decise di passare le vacanze a Messina in particolare al mare alla Colonia della Guardia di Finanza di Mortelle. La prima volta che Alberto la vide in costume rimase basito, come aveva fatto il Colonnello ad impalmarla, boh un mistero. La cotale piccola di statura aveva una naso lungo e bocca in dentro, seno eccessivo e pancetta che non mimetizzava con un costume intero, col due pezzi assomigliava ad un  clown. Dopo un doveroso saluto con finto baciamano Alberto si allontanò in fretta da quella bruttura e domandandosi il motivo per cui il Colonnello l’aveva sposata, in seguito  venne a sapere che la cotale era ricchissima ed aveva anche una villa splendida a Patti. Il Comandante al mare si avvicinò ad Alberto il quale prevenendolo: “Comandante non mi faccia lo scherzo dell’altra volta, niente foto per favore.” “Peggio devi accompagnare mia moglie in giro per i negozi di Messina, deve fare delle compere, io ho preso la scusa di motivi di servizio e sparirò per dieci giorni, andrò a Catania, Siracusa e Ragusa.” Una mattina Alberto era in ufficio a sbrigare delle pratiche quando si presentò il piantone del Colonnello. “Quando ti vedo sento puzza di guai, il Capo è fuori che cacchio debbo fare?” “Accompagnare la moglie, è in ufficio del marito e l’aspetta. Madame si era appropriata della poltrona del consorte  fumando una sigaretta con bocchino.”È un po’ che l’aspetto, mio marito m’ha detto che lei conosce vari negozi di Messina dove posso fare delle compere, che ne dice di accompagnarmi?” Quell’ ’a disposizione’ di Alberto era stato pronunziato a denti stretti, si andò a cambiare in borghese e si presentò alla signora già scalpitante. “Non amo aspettare ma lei è un così bel giovane…” “Cazzo, ci mancava pure che la vecchia facesse delle avances. Madame pure il nome aveva brutto  Adalgisa (vuol dire nobile ostaggio); a piazza Cairoli cominciò dal primo negozio di scarpe sempre seguito dal ‘prode’ Alberto per poi passare in tutti gli altri, nell’ultimo, una gioielleria, il padrone che conosceva bene Alberto lo prese bellamente per i fondelli: “Mi fa piacere maresciallo conoscere sua madre!” “Ma quale madre, sono la moglie del Comandante della Legione!” Alberto fu interpellato da Adalgisa: “Le piace questo Rolex d’oro?” “Gentile signora non posso dire altro che è favoloso.” Al padrone del negozio: “Lo metta in un astuccio con confezione di regalo, questa è la mia carta di credito.” Hemes, protettore di Alberto era more solito ‘a mignotte’ e così il buon maresciallo ebbe una cattiva sorpresa: un pomeriggio mentre usciva dal portone dove aveva affittato una stanza incrociò Adalgisa che: “Hai capito il signorino, non si fa mancare nulla nemmeno una stanza per portare le sue conquiste, mio marito lo sa?” Valle a rispondere. “Veramente…” “Veramente non lo sa, io sono curiosa, mi fa visitare il suo boudoir?” “Non è gran che ma per quello che le serve, a proposito com’è il letto, non male che ne dice…prima una sorpresa per lei, riconosce questo astuccio?” “Mi pare quello
     visto dal gioielliere, ma non ne sono sicuro.“ “Lo apra.” Era il Rolex.  Adalgisa cominciò a spogliarsi, aveva pagato il prezzo della prestazione e mise mani sul vestiario di Alberto che ben presto si ritrovò ignudo con ‘ciccio’ che non ne voleva sapere di alzare la testa, ti credo a quella visione! Adalgisa non si perse d’animo, sbatacchiò Alberto sul letto e si mise in bocca ‘ciccio’,che fu costretto a rizzarrsi sempre più in alto sino a quando la signora: “E tu volevi nascondere stò cosone!” La dama aveva una fame arretrata, ingoiò un bel po’ di vitamine, poi, in posizione cavalcante entrata nella cosina piuttosto stretta (forse non la usava da tempo) ed infine finale trionfante nel popò che la portò all’estasi, ormai era senza forze. “Cazzo mi hai distrutto!” Alberto pensò il contrario ma tenne per sé la riflessione. Il ritorno del Colonnello fu per Alberto una liberazione. “Giovane ti vedo sciupato, datti meno da fare!”  Alberto non capì se il Comandante lo prendeva per il culo essendo venuto a sapere delle ‘prodezze’ della moglie fatto sta che gli concesse quindici giorni di licenza, una liberazione! Alberto si ‘rifugiò’ presso i genitori a Roma, ripensando agli avvenimenti passati capì che in fondo Adalgisa erano una povera donna, disprezzata dal marito,  si era presa una ‘vacanza’ con lui, non era certo da condannare. Al ritorno a Messina Alberto pensò giustamente di disfarsi del Rolex, poteva esser accusato di essersi fatto corrompere ed andò dal gioielliere che l’aveva venduto per riportarglielo e farsi restituire la somma pagata. Il cotale fece il furbastro riconoscendo una cifra ben inferiore al valore dell’orologio. Per principio Alberto rinunzio e pensò ad una vendetta che ‘giunse sulle spalle’ dell’orefice una anno dopo con una verifica fiscale effettuata da un collega di Alberto che fece all’orafo pelo e contropelo in senso fiscale. E il Colonnello Comandante? Ritornata la moglie a Roma ‘prese amicizia’ con la formosa consorte di un brigadiere il quale ogni sabato accompagnava al cinema le due figlie dalle diciassette alle diciannove… il graduato, in compenso, divenne l’autista del Colonnello Comandante della Legione.

  • 11 marzo alle ore 18:06
    AMORI APPASSIONATI

    Come comincia: Cominciare un racconto con una sequela di nomi molto probabilmente vuol dire che l’autore è un pò ‘partito di testa e quindi vuole trascriverli per non dimenticare i personaggi che sono: Zeno, Isotta, Marbella, Rodolfo, Zaccaria,  Gioele . Vi sarete accorti che sono nomi non proprio comuni, i meno giovani ricorderanno che era  abitudine consolidata degli antenati, soprattutto di quelli più ricchi di pretendere che i loro nomi fossero ’appiccicati’ ai discendenti forse pensando che sarebbero stati meglio ricordati, bah! Cominciamo da Zeno, sapete il significato? Vita, solo che il cotale era deceduto per il solito  male incurabile che la consorte Isotta, che vuol dire colei che protegge, medico  presso l’ospedale S.Giovanni di Roma non lo aveva proprio protetto! Marbella proviene dall’arabo Marbil-la, dal significato oscuro, i genitori Zeno ed Isotta l’avevano cambiato in Mia più adatto alla beltade di cui la baby era dotata. Rodolfo (lupo glorioso) era il vice direttore di una nota banca, dotato di un  fisico non eccezionale (per usare un eufemismo) il cotale lo faceva dimenticare con la sua generosità pecuniaria soprattutto verso le femminucce. Zaccaria, che vuol dire memoria di Dio era istruttore di body building presso una palestra, il significato del suo nome non aveva nulla a che fare con la sua professione ed infine Gioele, (Dio è il mio signore) morto il padre, era diventato il padrone di una farmacia in via Cavour. Una strana sorte li aveva riuniti tutti nello stesso stabile in via Alessandro Manzoni a Roma la cui portiera  Alma longilinea, alta, sguardo fiero  il cui nome era appropriato al suo seno prosperoso, il significato di Alma è balia! Che ti combinano queste signore e signori? Tutti decisamente anticonformisti avevano elevato il sesso a loro divertimento precipuo cominciando dalla piccola, di età, Mia che a quattordici anni cominciava ad avere pruriti dovuti al cambiamento ormonale ma, alunna di terza media presso un istituto di suore veniva ammonita dalla incartapecorita madre superiora a non toccarsi le parti intime, avrebbe fatto piangere Gesù! Mia invece fece piangere Gesù, nel toccarsi il fiorellino provò un piacere inusitato tanto che ogni giorno il povero Gesù versava lacrime a più non posso! Mia talvolta incontrava Zaccaria dal sorriso invitante il quale le faceva  domande sui suoi studi talvolta addentrandosi sui suoi amori giovanili da teen. A Mia il giovane non dispiaceva affatto  e pensò che le sarebbe piaciuto un bacio appassionato ma dove? Un pomeriggio: “Mamma a scuola la professoressa di ginnastica mi ha detto che per evitare problemi alla colonna vertebrale debbo andare in palestra, forse il nostro vicino di casa Zaccaria potrebbe darmi qualche lezione.” “Sei sicura di quello che ti ha consigliato la professoressa di ginnastica?” “L’anno passato ad una mia collega hanno dovuto mettere il busto per la colonna vertebrale cresciuta  storta, dovrei fare esercizi di pilates per migliorare la postura e dello stretching per mettere in asse la colonna.” “Da come parli sembri il gobbo di Notre Dame!” Mia si era trascritti i termini dettati da Zaccaria, per lei ardui da comprendere. Il pomeriggio successivo  si presentò in palestra in tuta, fu accolta molto calorosamente dal titolare che affermò che, prima degli esercizi occorreva massaggiare il corpo per evitare strappi muscolari. Mia si stese su un lettino che si trovava in una stanza in fondo alla palestra, si tolse i pantaloni della tuta e, rimasta in slip e postasi in posizione supina cominciò a sentire le sapienti mani di Zaccaria prima sfiorarle le gambe, poi salire un po’ più in su per poi trovarsi sdraiata sul dorso con  Zaccaria che le baciava il fiorellino… ’lo sventurato rispose!’ Rimasta sola Mia un po’ confusa rientrò in palestra: “Cara per oggi basta, quando vorrai un pomeriggio sono a tua disposizione.” Subbuglio totale nella mente della ragazza, era entrata di colpo nel mondo dei grandi, doveva abituarsi all’idea di…oppure era troppo presto? Per fortuna la gioventù ebbe il sopravvento, la notte Mia fece un lungo sonno tanto da dover essere svegliata dalla madre. “Stai male?” “No mammina sto benissimo, ieri sera ho studiato sino a tardi ed ho dormito poco.” Mia pensò allora a ricorrere a quella ragazza che aveva avuto problemi alla spina dorsale, più grande di età molto probabilmente aveva avuto delle esperienze sessuali. “Amelia sono Mia, quando possibile vorrei incontrarti.” Quando vuoi anche subito, vengo a casa tua, abitiamo vicino.” Amelia il cui nome significava ‘vergine dei boschi’ era piuttosto addentrata nella materia sessuale: spiegò a Mia, piuttosto impressionata,  quali erano di solito gli ‘approcci’ fra uomo e donna. “Ma tu li hai provati tutti?” “Io sono fidanzata, se Amleto non viene con me va con altre femminucce, ne sono innamorata, prendo la pillola e tutto va bene.” A Mia si era aperto un mondo nuovo, sconosciuto, un po’ pauroso soprattutto pensando al coso dell’uomo così grosso ed al suo fiorellino sì piccino per non parlare del resto degli approcci, sentirsi in bocca quel liquido …mah se lo hanno fatto tutte le donne anche lei si sarebbe adattata, forse le sarebbe anche piaciuto ma…occorreva scegliere la persona giusta che le andasse a genio,  Zaccaria non era affidabile, aveva intorno troppe femminucce. Il destino che, a detta degli antichi greci era superiore agli dei e quindi anche agli uomini le diede una mano. Una mattina che Alma, la portiera, aveva lavato in terra l’ingresso del palazzo, Mia scivolò e batté il popò rimanendo a terra. Stava entrando Gioele che si precipitò ad aiutarla. “Ti sei fatta male?” “Un pochino ma penso di riuscire a camminare, preferisco rientrare a casa.” Gioele era un ragazzo di media statura, sempre sorridente, in passato aveva notato Mia ma la sua timidezza gli aveva impedito di contattarla, quella situazione gli fu provvidenziale. Aiutò Mia ad entrare in ascensore, ad andare a casa e a sdraiarsi sul letto, premurosamente la coprì con una copertina e rimase a guardarla. Mia aveva gli occhi chiusi, sperava di non essersi procurata una frattura,  il dolore era sempre persistente. “Cara resto sino a quando non rientra tua madre.” “Mia madre è di servizio all’Ospedale per ventiquattro ore, torna domattina, non ti preoccupare, mi arrangerò.” “Ora entra in funzione la mia qualità di boy scout, oggi ancora non ho effettuato un’opera buona, andrò a casa mia, spiegherò la situazione a mia madre e poi ritornerò.” Dopo un quarto d’ora mamma Emma (significa gentile) e Gioele si presentarono col ben di Dio da mangiare. “ “Siete due angeli custodi, grazie di tutto, potete andar via, mi spoglierò e, dopo mangiato mi metterò a dormire.” Il dolore era ancora forte ed Emma, cacciato dalla stanza il figlio, aiutò Mia a spogliarsi a mettersi il pigiama ed a rifugiarsi fra le coperte. La giovane fu anche imboccata da Emma, un bel quadretto di bontà. “Ora devi riposare, stasera verremo a vedere come stai.” Gioele voleva rimanere ma, guardando in viso la madre capì che non era il caso. Alle venti in punto una cena leggera, Mia disse di sentirsi un po’ meglio, fu ripulito tutto il cibo, non era la fame che le mancava, madre e figlio augurata la buona notte rientrarono in casa. Gioele  pensò intensamente a Mia, tutto di colpo era nato in lui in sentimento mai provato, la madre se ne accorse e lo baciò in fronte, suo figlio era ancora un  cucciolone! Nel teatrino del palazzo non mancava che la presenza di Alma (colei che nutre) figlia del portiere che faceva le veci del padre ricoverato in ospedale. Stava scopando l’ingresso del palazzo quando si presentò Rodolfo al solito sorridente. “Buon giorno signorina vedo che sta…facendo pulizie.” “Lei si vede poco in giro ma quando appare ha la battuta facile, si sto scopando ma con la scopa, lei ha l’espressione del grifagno ma con me non attacca!” “Non sono un attacchino, quale funzionario di banca…” “Anche i funzionari possono essere degli zozzoni, lei…” “Ha detto bene possono ma nel mio caso…stavo notando che le sue ballerine hanno…ballato per troppo tempo, andrebbero cambiate!” “E se la padrona delle ballerine non ha la pecunia per comprarle nuove?” “C’è il qui presente Rodolfo che conosce vari negozianti di scarpe, qualora volesse acquistarle delle nuove potrei darle dei consigli…” “Consigli pelosi bello mio le ho detto che non ho soldi, quelle che ho debbono bastare.” “Io sono addetto ai prestiti potrebbe approfittarne senza secondi fini…” Alma era perplessa, in fondo il giovane sorridente non sembrava il solito maiale: “E se io dicessi di si…nel senso che potrei acquistare scarpe nuove?” “Potremmo andare in un negozio in via Condotti, il padrone è un mio cliente ed amico, potrà scegliere quelle di suo gusto.” Rodolfo, da galantuomo, aprì la portiera di una vecchia Cinquecento Fiat per far salire Alma. “Tante arie e poi hai un rottame, ma almeno cammina?” “Uso il rottame come la definisci tu perché in città ho più facilità di parcheggio, la prossima volta verrò con una Alfa Romeo Giulia rossa fiammante!” Il locale, immenso, sembrava la hall di un albergo di lusso, si vendevano sia scarpe che vestiario di alta moda, i commessi e le commesse erano impeccabili,  alcuni  stranieri, ce se ne accorgeva dal loro accento.” Si era avvicinato un addetto alle vendite dallo stile non proprio mascolino per usare un eufemismo: “Madame in cosa posso esserle utile?” “Te che me proponi, me sa che non ciai niente pé me!” La situazione  stava per farsi pesante, fu risolta con l’arrivo del direttore del negozio, Venanzio (vuol dire cacciatore) che non aveva nulla in comune col suo commesso, alto massiccio, faccia quadrata, stretta di mano forte: “Rodolfo è una vita che non ti fai vedere, non mi dire che si tratta di lavoro, vedo che ti tratti bene…”disse lo ‘sciagurato’ riferendosi ad Alma. “A coso hai capito male, io so venuta qui pé comprà, non te fà idee sbajate!” “Signorina mi dispiace di essere stato male interpretato, vi invito a prendere un aperitivo nel nostro bar interno. “A te il solito Campari soda con buccia di limone ed alla signorina? Ancora non ne conosco il nome.” “Signore mi scusi, talvolta esagero ma mi capitano certi…sono Alma, prendo lo stesso del mio amico Rodolfo.” La ragazza aveva sottolineato con la voce il sostantivo amico. “ “Ora che bravo sono stato posso ….” “Venanzio ha riproposto una battuta di un vecchio ‘Carosello’, Alma ti affido al altro commesso non gay, scegli tutto quello che ti piace.” Venanzio e Rodolfo si allontanarono per parlare dei loro problemi. Dopo circa mezz’ora trovarono Alma con a terra cinque scatole di scarpe e due scatoloni contenenti  dei vestiti.  Rodolfo dentro di sé: ‘Alla faccia!’ “Cara preferisci che portiamo con noi la merce o ce la facciamo recapitare a casa?” “Intanto penso al prezzo totale, lo salderò a rate se il signore lo permette.” “Il signore lo permette perché garantisco io per te, ciao Venanzio, a presto.” “Non mi hai chiesto quanto vale tutta la merce, mi ci vorrà un anno per pagarla.” “Ho sistemato io il conto ma non ti porre problemi non mi devi nulla e soprattutto...” Istintivamente Alma baciò in bocca Rodolfo che rispose al bacio e conseguentemente ‘ciccio’ alzò le testa…”Non ti preoccupare, lo metto a cuccia.” “Sono confusa, portami a casa, questo è il mio numero del telefono, chiamami fra qualche giorno, per ora non me la sento di…” Alma era una forza della natura dovuta ad una infanzia travagliata, figlia di contadini appena adolescente aveva dovuto difendersi da assalti sessuali di giovani e meno giovani, non aveva ceduto, credeva al vero amore…Drin, drin: “Sono Rodolfo il banchiere, se hai bisogno di qualcosa sono a disposizione, qualcosa di lecito ovviamente.” ”Sono in crisi, non riesco a capire quello che mi è successo, qualcosa di mai provato, quando puoi vienimi a prendere, devo trovare chi mi sostituisca in portineria.” “Se a te va bene propongo sabato pomeriggio, Alfa Romeo Giulia perfettamente lucidata, destinazione una villetta che posseggo in riva al mare.” Alma si era presentata elegantissima indossando un vestito ‘comprato’in via Condotti; truccata faceva una bella anzi bellissima figura, Rodolfo la guardava estasiato. “Quando avrai finito  di ammirarmi che ne dici di mettere in moto?” Dove siamo diretti?” “Guarda il navigatore satellitare.” “Sperlonga! È tua la casa?” “Ereditata da mio nonno come il nome, rilassati, ti vedo sempre tesa.” La villetta era situata a dieci metri dalla battigia, la baby si mostrò in tutta la sua bellezza indossando un costume non proprio castigato, la pressione arteriosa del giovin signore era alle stelle...La cena consisteva in panini farciti di formaggio e di prosciutto’innaffiati’ da birra, cena che interessava poco ai due giovani che si recarono sulla spiaggia al chiaror lunare, tutto molto romantico ma….”Mio caro, penso proprio di poterti chiamare così, sei il primo uomo che… ho paura del sentimento che provo per te…vorrei dirti tante cose…sto pensando a come finirà questa mia gita… sono vergine…sarà il  dono all’uomo di cui mi sarò stata innamorata, l’idea mi è stata inculcata da mia madre.” Si baciarono a lungo e poi rientro in casa con la conseguenza che la mattina inoltrata li trovò diventati marito e moglie. Un po’ tutti gli abitanti dell’isolato di via Manzoni a Roma trovarono la giusta dimensione amorosa compresa Isotta che scoprì in un giovin collega un toy boy di suo gusto, ovviamente diventò oggetto degli strali di dileggio da parte della figlia Mia ma l’amor…
     
     

  • 11 marzo alle ore 11:24
    Il dolce pentagramma

    Come comincia: E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, ovunque spingano la barca. 
    Dare un senso alla vita può condurre alla follia ma una vita senza senso è la tortura dell'irrequietudine e del vano desiderio.
    Edgar Lee Masters

    E' uno di quei giorni in cui vorrei essere su una barca a vela. 
    Non necessariamente in mezzo al mio adorato mare. 
    Magari in un piccolo porticciolo, o in una caletta, raggiungibile solo con il flusso della marea.
    Me ne starei un pò sul ponte a godermi la brezza di questa fine d'inverno, inaspettatamente dolce e temperata.
    Al calare del sole scenderei sottocoperta.
    Aspetterei la quiete del sonno ascoltando lo sciabordio delle onde, il tintinnio delle sartie mosse dal vento e il cigolare dei cavi di ormeggio al ritmo della risacca.
    Poi, ammaliata dai colori dell'aurora, isserei la vela al vento propizio, e sulla mappa dei miei giorni a venire imprimerei una nuova rotta alla mia anima.
    Il dolce pentagramma di Offenbach agevola il pensiero.

  • 10 marzo alle ore 14:58
    Volevo solo vivere

    Come comincia: "Volevo solo vivere treno 8017 l’ultima fermata."
    E' il titolo di un film di 30 minuti che narra la tragedia ferroviaria di Balvano.
    Prodotto da Giuseppe Esposito, regia Antonino MIele e Vito Cesaro.
    Nel cast anche Carlo Croccolo, che compare, mi sembra, come commentatore. Compare spesso il suo volto che ripete in continuazione:
    Volevo solo vivere.
    Volevo solo vivere.
    Volevo solo vivere.

    Volevo solo vivere.

    Non 'fare i soldi'.

    Volevo solo vivere.

    Non diventare dirigente d'azienda.

    Volevo solo vivere.

    Non trovarmi in mezzo ad una stupida guerra.

    Ad una guerra iniziata da chi, pur avendo ricevuto solo bene, deve dimostrare che è il più grande, è il migliore.
    Non il suo benefattore.
    E' il migliore: tiene i soldi ed i suoi figli sono dirigenti, "hanno fatto i soldi".

    Però è geloso, perché i figli, per diventare dirigenti, per "fare i soldi", se ne sono andati lontano.
    Mentre il figlio del suo benefattore ha un buon lavoro ed è rimasto vicino ai genitori. Inammissibile per un cuore geloso.
    Ed in questa guerra coinvolge altri.
    Altri sciacalli famelici.

    Volevo solo vivere.

    Volevo solo vivere.

    Volevo solo vivere.

    Linda Landi 
    17 febbraio alle ore 07:46
     

  • 10 marzo alle ore 9:53
    FEDELE IL RICCIO

    Come comincia: Cari lettori che ne pensate di un signore che si chiama Fedele? Se non lo sapete ve lo suggerisco io: molto probabilmente un suo antenato era figlio di N.N., uno di quei trovatelli abbandonati nella famosa ‘ruota’ dei conventi e poi allevati dai religiosi i quali, per un motivo non ben specificato o forse con un po’ di sadismo lo battezzavano con un cognome che facesse conoscere la sua provenienza (vedi Fedele, Diotallevi, Innocenti, Casadei, Angelici, Vacondio). Uno dei protagonisti della nostra storia si chiamava proprio  Fedele denominato il riccio e l’ammazzagatti, in seguito capirete il perché. Ci troviamo in provincia di Macerata a Colle S.Valentino una frazione di Cingoli in un raggruppamento di case: più lussuose quelle dei padroni, più modeste quelle occupate dai contadini. In questi edifici  interagivano vari personaggi tutti con caratteristiche particolari: lo zio Camillo un novantenne allampanato, un solo dente visibile proprietario di un isolato di cinque piani soprannominato dal popolino con un nome spregevole ‘il casino’ , in tempo di guerra era stato abitato da cittadini Anconetani. I cotali, sfollati per via dei bombardamenti della loro città,  essendo in gran parte pescatori non sapevano coltivare la terra ed allora la parte femminile della loro famiglia per mandare avanti la ‘baracca’si arrangiava nel senso che…si avete capito bene. Per motivi vari: chi deceduto in guerra chi per malattie, Alberto era rimasto l’unico nipote dello zio Camillo ed aveva ereditato sia l’edificio suddetto con relativa dépendence insieme ad  un terreno di venti ettari in cui aveva fatto costruire una piscina da venticinque metri per dodici riscaldata d’inverno, un orto per le esigenze giornaliere degli occupanti la villa , terreno coltivato con cura da Fedele. In fondo alla proprietà c’era un capanno con intorno degli alberi su cui riposavano gli uccelli di passaggio che vi trovavano il cibo per rifocillarsi ed il richiamo dei loro simili ma anche la loro fine uccisi dai cacciatori appostati dentro il casotto. Alberto, trentenne, aveva conseguito  la laurea in economia dei mercati finanziari e ben presto l’aveva messa a frutto ‘giocando’ in borsa. Con la sua specializzazione aveva stretto legami con persone cui dava consigli per guadagnare quattrini nel comprare e vendere azioni al momento opportuno; in questo campo oltre alle informazioni finanziarie seguiva molto il suo istinto che la maggiore parte dei casi era vincente, aveva inoltre sfruttato al meglio l’uscita sul mercato della moneta virtuale Bitcoin con cui si potevano guadagnare (e perdere) notevoli somme di denaro, Alberto ne aveva ricavato considerevoli utili. Alla morte dello zio Camillo  provvide a ristrutturare completamente in maniera moderna l’edificio diventato di sua proprietà: a pian terreno un garage ed un ripostiglio, al primo piano cucina, sala mensa e salotto con sedie,  divani e televisione, al secondo piano alloggi divisi in singole unità con due letti ognuno ed un bagno, per sé riservò un’ampia camera da letto con tutti gli accessori ed una toilette con vasca da bagno Jacuzzi . Alberto aveva confermato a Fedele il suo incarico di tuttofare,  quello di  autista della sua Volvo XC90 e custode di tutta la sua proprietà, gli aveva consentito anche di abitare nella dépendance con la moglie Concetta anch’essa facente parte dello staff addetta  alla pulizia dei locali ed il vitto. Fedele aveva un struttura fisica molto particolare, il segno geometrico del quadrato si addiceva al suo fisico cominciando dai piedi e finendo al capo che era talmente quadrato che più quadrato non di può! Compagnia inseparabile del nostro colono erano due alani che ubbidivano solo al loro padrone: Alec (protettore degli uomini) e Devil (demonio). Fedele, da buon contadino cervello fino, aveva insegnato ai due cani di mangiare solo il cibo da lui offerto e questo per evitare avvelenamenti da parte di qualche suo nemico. Fedele per il popolino aveva due soprannomi: ‘riccio’ per le sue qualità sessuali e ‘ammazza gatti’ per la sua assoluta antipatia per quei poveri animali per un fatto avvenuto durante un giro notturno. Un felino svegliato di botto dai suoi due cani, aveva graffiato profondamente il naso di Alec procurandogli una ferita dolorosa e sanguinante. Devil gli era corso appresso senza poterlo intercettare, da allora… guerra totale ai gatti. Alberto  vicino all’edificio principale, al posto di una fontanella con ‘L’enfant qui pisse’ fece costruire una piscina di dodici  metri per sei, riscaldata d’inverno,  con intorno ombrelloni e sdraie. L’acqua, bene prezioso da quelle parti proveniva da un pozzo esistente nell’orto coltivato da Fedele. L’estate stava prendendo il posto di una primavera che aveva portato un ottimismo generale dopo un inverno freddissimo che aveva  costretto i  contadini abitanti della zona ad un riposo forzato ed a  rifugiarsi in casa, spesso nelle stalle per giocare a ‘bestia’. Per Alberto la solitudine non era una buona compagnia, non gli bastavano la lettura di buoni libri né le trasmissioni televisive sempre più ripetitive dei programmi precedenti, si era giunti in estate e quindi pensò di invitare gli amici,  con cui aveva stretto un rapporto di affari, a recarsi nella sua magione per passare insieme ore spensierate, fra di loro c’erano anche delle fanciulle degne di nota. Fedele fece presente al suo padrone che l’arrivo di dieci persone avrebbe comportato un lavoro eccessivo per la moglie Concetta, propose allora per quel periodo di assumere un ragazzo gran lavoratore ma perseguitato dai soliti conformisti perché omosessuale. Alberto aveva come filosofia di vita  l’edonismo e quindi  la ‘compagnia’ di femminucce giovani, belle  e disponibili,  non sopportava gli appartenenti di estrema destra che si rifacevano delle loro frustrazioni picchiando i gay e così assunse Roberto che per ringraziamento gli baciò una mano. “Roberto, premesso che non ho nulla contro gli omo ma ti prego in questo periodo in cui sei alle mie dipendenze di evitare di truccarti e di  vestirti in modo eccentrico, magari una tuta, vedi tu….” I dieci invitati, cinque maschi e cinque femmine giunsero a Colle S.Valentino una mattina presto a bordo di tre Mercedes, sembrava un corteo presidenziale. Poiché il padrone di casa non si faceva vedere, molto probabilmente dormiva, organizzarono quindi un concerto di suoni di clacson che fece ben presto rinvenire Alberto dal mondo dei sogni, era finita la pace ma era previsto. Erano scesi dalle auto: Alessandro, Ernesto, Leonardo, Gabriele ed Andrea  gli uomini,  le donne: Miriam, Berta,  Sofia, Aurora inaspettatamente con un’amica quarantenne  Diamante, vedova ancora piacente e Rosanna, quest’ultima una longilinea alta, occhi marroni sorriso accattivante, carattere gioviale era la preferita di Alberto cui sorse il problema di come avvicinarla. I giovani arrivati erano in numero dispari fra maschietti e femminucce e quindi ad un maschio, Andrea,  fu assegnata  una stanza per dormire in solitudine. Hermes protettore di Alberto, stavolta non distratto da qualche amante, combinò la situazione in maniera tale che il padrone di casa poté avvicinare la sua preferita offrendole un mazzo di rose rosse bellissime provenienti dal suo giardino.  Andrea  di notte spariva dalla circolazione;  aveva stretto  amicizia con Roberto, preferendo un gay  aveva dimostrato le sue tendenze. L’imbrunire era per i dodici  propizia per passeggiare nei campi coltivati a grano in cui spiccavano le lucciole per la maggior parte di loro una novità assoluta. Il solito furbacchione, Alessandro ne catturò un buon numero mettendole in un fazzoletto e poi rilasciandole in casa. Conseguenza le lucciole girovagavano per le varie stanze e col loro accedere e spegnere il lumicino che avevano addosso impedirono  agli occupanti di dormire! Altro aiuto di Hermes ad Alberto:  gli consigliò di invitare  Rossana a fare un bagno nella sua Jacuzzi, invito accettato dall’interessata che gradì  le avances del padrone di casa che finalmente riuscì a conquistare il …cuore della fanciulla come tanto desiderato. Alberto volle movimentare le cose all’interno della comunità: appese un cartello in sala mensa in cui stabiliva che chi frequentava la piscina dovevano esibirsi: se donne in topless, se maschietti nessuna prescrizione, se gay con slip ridottissimi in  cui far apparire i glutei. Tutti accettarono ridendo le prescrizioni del padrone di casa, inaspettatamente anche Andrea che si presentò col prescritto costume suscitando l’ilarità dei compagni. Diamante per un bisogno fisico uscì dalla piscina ed andò in bagno. Al ritorno incontrò per strada Fedele che rimase abbagliato dalla signora tanto da impedirle il passaggio in una strettoia del sentiero che conduceva alla piscina. Rimasero un po’ a guardarsi finché Fedele chiese scusa e si scansò, non la signora che inaspettatamente ‘attaccò bottone’ con l’uomo, evidentemente preferiva le persone grezze e fu accontentata  con un appuntamento notturno nel garage. Fedele ritenne opportuno informare Alberto, di cui non conosceva eventuali reazioni di questa sua ‘scappatella’. Alberto fu d’accordo, si fece grandi risate, e la sera, in compagnia di Rosanna, si appostò dentro il garage per far da guardoni. Ben presto giunsero i due amanti che cominciarono a dar vita ad uno spettacolo sessuale degno di un  film porno.  Fedele si presentò con un ‘cosone’ che all’inizio fece emettere alla signora un oh oh di sorpresa  che evidentemente era abituata a ‘cosi’ di altro calibro. Ad Alberto venne in mente Dante col suo scritto: ‘Mutar lo canto in un ‘oh’ lungo e roco’, l’espressione non aveva nulla in comune con la condizione attuale ma la mente umana…Fedele e Diamante misero in atto tante posizioni previste dal Kamasutra;  chi l’avrebbe detto che un uomo grezzo come Fedele in campo sessuale fosse così ‘preparato’. La storia durò a lungo sin quando i due, ormai spossati, decisero di ritirarsi. Alberto e Rosanna presi  dall’atmosfera erotica li imitarono: Sodoma e Gomorra avrebbero esclamato i puritani benpensanti. Nelle altre stanze del caseggiato in campo sessuale la situazione era un po’ la stessa, tutti sfruttavano il presente nel modo migliore, Seneca, Schopenhauer e Nietzsche docent. Andrea (a proposito è un nome che si adatta a maschi ed a femmine) e Roberto si incontravano in casa di quest’ultimo, ormai la loro era diventata una relazione. Anche le cose belle finiscono e tutti decisero di rientrare al proprio domicilio con molto rimpianto per i giorni passati con la variante che Rosanna decise di rimanere a far compagnia ad Alberto a Colle S.Valentino e che Andrea condusse con sé Roberto a casa sua per loro fortuna ben accettati dai parenti anticonformisti.

  • 10 marzo alle ore 9:48
    UNA TOY GIRL

    Come comincia: Un compagno di vita per gli  umani può essere un uomo,  una donna o, in alternativa, un animale, i tali possono esplicare la loro funzione di alleviare  i problemi della esistenza in maniera piacevole e significativa. Alberto ….seienne era diventato lamentoso, spiacevolmente lamentoso per coloro che gli stavano accanto ma aveva le sue buone ragioni: soffriva di forti dolori cronici in tutto il corpo, vi grazio delle diagnosi ma le sofferenze erano vere torture che gli condizionavano  la vita. Alcuni politici, sotto le elezioni, avevano promesso di presentare disegni di legge ad hoc in favore dei sofferenti legalizzando la vendita di prodotti che leniscono i dolori (per lo più stupefacenti) ma, more solito,  ‘passata la festa, gabbato lo santo’. Ovviamente tra i contrari c’erano i soliti benpensanti che non solo non avevano idea cosa volesse dire il dolore acuto e cronico ma erano spinti nel loro giudizio da moralismi per lo più religiosi. Alberto era agnostico e seguace del paganesimo, in particolare ‘affezionato’ a Hermes  dio  anche degli imbroglioni, cosa che lui non era. Dal suo difensore ebbe il  suggerimento di frequentare il campo sentimentale femminile (tradotto scopa come un riccio!) Nel frattempo usufruiva dei massaggi da parte di un fisioterapista cieco venuto ad abitare nel suo palazzo o di apporre sui glutei dei cerotti antidolorifici ed antinfiammatori che lui volgarmente chiamava ‘pezze al culo!’. Non aveva come cespite la sola pensione ma fruiva di una sostanziosa somma di denaro ereditata da parte di una zia che gli era molto affezionata sia perché assomigliava molto al suo defunto marito e sia perché ne portava  il nome. La zia Armida, che vuol dire battagliera, aveva il senso dello humour e nel testamento aveva chiesto di non portare sulla sua tomba dei fiori perché…ne era allergica! In Italia l’auto è il primo segno di distinzione in fatto di ricchezza, Alberto, da sempre appassionato di motori, a mezzo di una rivista specializzata scelse una Alfa Romeo ‘Stelvio’ color rosso fiammante, pluriaccessoriata sul cui cruscotto spiccava un navigatore satellitare che, un pó puerilmente, metteva in funzione per arrivare anche in posti  di cui conosceva bene la strada. Dalla zia benefattrice Alberto aveva ereditato anche una casa a due piani situata nella pineta vicino ad Ostia col doppio vantaggio di aver un’abitazione in mezzo al verde ma anche di poter usufruire della brezza marina. Ed ora il problema di scegliere una femminuccia che gli alleviasse i suoi affanni ma sceglierla giovane e pimpante o più avanzata di età ma navigata e disponibile? Stavolta Hermes era distratto da una delle sue tante amanti e che ti capita ad Alberto? Incredibile ma vero, uscendo dalla casetta vicino ad Ostia incontra un tale a nome Paolo conosciuto quando era a Domodossola in servizio da finanziere, il cotale aveva una peculiarità preferiva i piselli ai fiorellini, capiamoci bene era un gay. “Alberto che ci fai da queste parti così lontano dalla mia città?” “La stessa domanda posso farla a te, io sono romano ma tu ossolano ed allora.” “Non mi far parlare, ho seguito uno sciagurato che mi ha illuso e poi abbandonato, si proprio abbandonato.” “E ti preoccupi, in giro ci sono tanti…” “Ti devo confessare che tu mi sei rimasto nel cuore, non mi hai dato mai confidenza, eri per me un tipo perfetto.” “Non ti offendere ma preferisco le femminucce.” “Va bene ma almeno andiamo a mangiare insieme, conosco un ristorante che ha del pesce ottimo, parlo del pesce di mare…” “Bon, andiamo ad assaggiare stó pesce di mare.” Il ristorante Bellavista era veramente raffinato, dal menù risultava anche molto costoso ma il denaro non era un problema per Paolo. A tavola si era presentata una gnocca che più gnocca non si può: “I signori hanno scelto nel menu cosa mangiare?” Paolo provvide ad ordinare mentre Alberto: “Mi scusi signorina ma dall’accento non mi sembra essere di queste parti. “Mi son veneta, son qui per lavoro.” “La veneta ha un nome?” “Mi son Giulietta ma non quella degli spiriti.” Alberto con la scusa di andare in bagno la seguì e: “Che ne dici di vederci dopo che hai finito il tuo lavoro?” “Mi ho pensato male vedendola in compagnia di…” “Ora pensa bene e aspettami nella mia macchina l’Alfa Romeo Stelvio rossa posteggiata qui fuori, l’ho lasciata aperta.” “Ostregheta una Stelvio, mi me ne intendo di macchine.” “A presto.” “Sei un vigliacco, appena rivisti mi fai le corna e per di più con una donna!” “Paolo non ti offendere, sono un anticonformista e non mi permetto di dare giudizi su chiunque anche diverso da me ma vorrei che una volta per tutte…” “Ho capito, ciao per sempre!” Alberto salì in macchina dove si era già ‘piazzata’ Giulietta, era proprio una bella ragazza, doveva avere circa venticinque anni, bionda  con occhi verdi, bellissimi, anche tutto il resto…”Quando hai finito da me fotografarmi che ne dici di partire’” “Dico di si ma chère, non mi sono ancora presentato sono Alberto, forse potrei essere tuo padre…” “Non mi piacciono i giovani, sempre con le mani addosso a me, io sono una romantica, sono scappata da Chioggia perché mia madre, vedova, si è messa con uno sporcaccione che mi dava fastidio, ora sono libera.” “Non tanto sei mia prigioniera.” “Tu mi sembri una persona per bene, non vorrei rimanere delusa.” “Sarai la mia regina.” “Mi son repubblicana, scherzavo mi pare di sognare, mi son confusa…” “Se non ti piace stare al mare possiamo andare a Roma, io abito in via Labicana, vicino alla stazione Termini.” “Che ne dici se  lascio il lavoro e vengo con ti…” “Vieni con mi,  andremo al tuo ristorante così potrai licenziarti poi vorrei passare il pomeriggio in spiaggia.” In costume Giulietta era una favola. “Mai vista una donna in costume?” “Non ci fare caso, ad una certa età si diventa patetici.” “Non so quel che vuol dire patetici ma tu mi piaci, appena ti ho visto…” “Bene, amore a prima vista, che ne dici di sposarci?” “Ora non mi prendere in giro, non sono alla tua altezza…” “Giulietta lasciamo stare i discorsi  insulsi.” “Vedi tu usi parole che non capisco…” “ Un favore, non parliamo sino a Roma, se poi mostri le gambe sino alle cosce io vado fuori strada.” “Non l’ho fatto apposta, fa caldo.” “Scherzavo per me ti puoi anche spogliare, meglio se a casa mia.” Posteggiata la macchina in cortile il portiere Romolo: “Dottore ieri notte son venuti dei ladri ma ho chiamato i Carabinieri e li hanno arrestati, tutto a posto, vedo…” “Alessio grazie, questa è Giulietta una mia amica.” “Piacere io son Romolo sempre a vostra disposizione…” “Dì la verità al portiere molli tanti soldi, è troppo ossequioso.” “Ha cinque figli di cui uno handicappato, un poveraccio.” “Giulietta girava per i locali di casa di Alberto con occhi estasiati: “Tutto moderno, pareti con colori distensivi, mobili di buon gusto ci potrei stare una vita!” Alberto guardava la ragazza con tristezza, la differenza di età era notevole, poteva avere con lei un’avventura ma ormai  desiderava  avere una relazione fissa, le avventure erano un desiderio passato e poi i suoi acciacchi… decise che la sera sarebbero andati al ristorante, dinanzi ad un buon cibo…” “Dottor Alberto benvenuto, è fortunato oggi pomeriggio mi hanno portato del pesce freschissimo, comincerei con un brodetto.” Cesare, il padrone del locale non aveva fatto alcun cenno alla compagna di Alberto, la discrezione era il suo motto, non da meno Ferdinando vecchio cameriere che nel portare a tavola i piatti e si limitava ad un inchino senza parlare.” “Quelli del ristorante non mi hanno nemmeno guardato, di solito…” “È per rispetto nei miei confronti, non sono invadenti soprattutto il cameriere che si aspetta una buona mancia, anche lui ha tanti problemi.” “Ho trovato San Francesco, scherzo, anch’io amo le persone riservate.” A casa Alberto mise in funzione il condizionatore nelle varie stanze, specialmente quello in camera da letto fu di gradimento di Giulietta che tutta vestita si ‘gettò’ supina sul letto matrimoniale, poi si girò bocconi e vi rimase a lungo, Alberto rimase male, voleva essere una ‘chiusura’nei suoi confronti?  Giulietta piangeva silenziosamente, sicuramente qualche brutto ricordo. Ci volle del tempo prima che la ragazza, asciugate le lacrime, si girasse e poi  spiegasse ad Alberto la ragione del suo atteggiamento: “Mettendomi sul letto mi è venuto in mente una mia tristissima esperienza: era un sabato, nei locali dove seguivo un corso di ‘operatore del turismo’ c’era una festa, maschi e femmine in allegria, il vino spumante  scorreva a fiumi, io non abituata a bere alcolici son partita di testa e non ha capito più nulla sino alla mattina successiva quando mi son trovata sola nella mia camera, distesa sul  letto, senza slip e con la…cosina che mi faceva male, arrossata e piena di sangue, un mascalzone mi aveva violentata! Ho ricordato il nome dell’ultimo ragazzo con cui avevo ballato e capii che era stato lui. Mi recai dalla direttrice del corso, gli esposi i fatti. Lei stupefatta  mi fece ragionare: se avessi denunziato ai Carabinieri il fatto, il ragazzo sarebbe andato in galera ma io sarei stata esposta alla derisione dei miei compagni di corso e la mia reputazione, anche se non colpevole, sarebbe stata rovinata, inoltre col tempo sarei dovuta andare in tribunale per testimoniare, un calvario, anche mia madre ed il suo amico sarebbero venuti a conoscenza del fatto, inoltre ci sarebbe andato di mezzo il buon nome dell’istituto. Proposta: un risarcimento in denaro da parte di quel delinquente, sua cacciata dal corso e, per ultima concessione il rilascio di un diploma come se avessi superato a pieni voti gli esami di ‘Operatore del turismo’. Ci pensai una notte intera, capii che la direttrice mi aveva dato dei consigli a me favorevoli, feci le valige e…son qua. Il diploma mi arriverà fra un anno quando finirà il corso triennale…mi sento meglio, come se mi fossi confessata con un prete anche se mi non sono religiosa.” Alberto abbracciò Giulietta, niente di sessuale, solo affetto che già sentiva per lei, una ragazza preda dalle cattiverie del mondo. La prima notte  passò in pieno romanticismo ma la mattina quello zozzone di ‘ciccio’ si alzò prima del’padrone’, Giulietta nel girarsi se ne accorse e, per fortuna dei due, (Alberto e ‘ciccio’) si mise a ridere. Alberto ricordò il detto francese che tradotto: “Donna che ride è già nel tuo letto!’ Giulietta si era svegliata allegra ma deluse i due: “Tutto rimandato a stasera,  vorrei fare la turista per  Roma, non la conosco.” E così fu, con la ‘Stelvio’ andarono a visitare i classici luoghi apprezzati dai turisti: Colosseo, Altare della Patria, via del Corso dove Giulietta fece degli acquisti, Villa Borghese ma…il tempo passava molto a rilento. Il pranzo e la cena furono poco apprezzati da Alberto anche se Giulietta aveva dimostrato che in culinaria, nel senso di cucina, era piuttosto brava. Alberto faceva l’indifferente dinanzi alla televisione quando fu richiamato…  Alberto con al seguito ‘ciccio’ si catapultarono sotto la doccia in cui erano stato preceduti dalla damigella che giaceva sul letto invitante a gambe nude, senza slip e col sorriso un po’ di sfottò. Alberto pensò bene di ricambiare Giulietta con: “Non so dove cominciare, che mi consigli?” “Ti consiglio di non fare lo sciocco, per me è come se fosse la prima volta, sii romantico!” Alberto a occhi chiusi cominciò a baciare in bocca Giulietta, poi le tette sensibili ed infine sul fiorellino ma: “Imbrogliona non sei bionda naturale!” “A coso, scusa l’espressione romana, vedi di datte da fà!” Il sapore della ‘grazia di Venere’ era semplicemente delizioso, non classificabile,  di una dolcezza infinita, Alberto ci rimase a lungo il che portò la baby ad orgasmi multipli sinché: “Dammi un po’ di tregua, non sono ancora abituata…” Alberto fece finta di non sentire e pian piano penetrò nella ‘gatta’ sino al fondo ‘sprizzando’ il suo liquido sul collo dell’utero, Giulietta provò sensazioni ancora più piacevoli, non immaginava che…Alberto per ultimo prese in bocca un piede di Giulietta e cominciò a succhiarlo, il piede era bellissimo, lungo e stretto, una meraviglia, roba da comparire come modella in una rivista di moda per sandali da donna “Come si chiama quello che stai facendo, mi fai il solletico, non pensi di essere un po’ sporcaccione?” “Si chiama feticismo, io non l’ho mai fatto perché mi capitavano donne con piedi bruttissimi ma tu…da questo momento sarai ‘pulcher pes!” “Mi devo offendere o è un complimento.” “Vuol dire bel piede in latino, io sono poliglotta.” “Che fa rima con…” “La signorina o meglio la signora è diventata spiritosa…ho sempre apprezzato le persone con un ‘bel esprit’.” “Questa l’ho capita, è francese durante il corso c’era un ora di lezione di questa lingua, mi piace stare con te, non ci si annoia, ormai sei l’amore mio, forse ho un po’ di paura che tu ti stanchi di me.” Ad Alberto venne da ridere, anche lui pensava la stessa cosa ma al contrario. Passa un giorno passa l’altro i due erano sempre più uniti. Alberto pensò bene di fare testamento lasciando tutti i suoi beni all’amata Giulietta, dovette scrivere la sua data di nascita e si accorse che la baby aveva ben trenta anni meno di lui, erano di moda i toy boy soprattutto fra le attrici ma nel suo caso era una toy girl. Alberto, spinto dal suo amico ‘zozzone’ a letto, una volta, chiese a Giulietta di ‘voltare pagina’…risposta stupefacente, “Sarà il mio regalo di nozze!” “ Io lo chiamo ricatto!” “Io lo chiamo desiderio di mettermi al dito anulare sinistro una bella fede con i nostri nomi.” C’era poco da scegliere, ad Alberto Giulietta era entrata nel cuore, si era innamorato come un ragazzino, per lei avrebbe fatto qualsiasi cosa e…la fece. Alla delegazione municipale testimoni di nozze per la sposa la madre con il compagno, per lo sposo il portiere e la consorte. Festeggiamenti nel ristorante messo a disposizione dal padrone Cesare che come regalo di nozze offrì il pranzo gratis. Allora tutto bene…sin ad un certo punto, Alberto soffriva sempre più di dolori ed i medicinali facevano sempre meno effetto, per sua fortuna Giulietta guidava con molta sportività la Stelvio, lui rimaneva sempre più in casa e passava le ore dinanzi alla TV, leggendo o lavorando al computer, tutti i problemi esterni (ed anche quelli interni di casa) erano compito di Giulietta che li espletava con molto entusiasmo, aveva capito che suo marito stava andando in discesa. Alberto da giovane aveva chiesto a suo padre in cosa consistesse la vecchiaia, il buon Armando era stato esplicito: “Pian piano capirai che ti saranno precluse alcune tue attività e ti chiuderai in te stesso, sarai fortunato se avrai vicino una persona che ti ama.” Del papà prima funzionario di banca e poi apprezzato pittore Alberto aveva ereditato lo spirito dello humour che lo aveva aiutato a superare gli ostacoli della vita, lo ricordava con rimpianto, aveva assistito da vicino alla sua morte per tumore, un ricordo molto doloroso. Un giorno Giulietta si presentò a casa con un cane, voleva che facesse compagnia ad Alberto durante le sue assenze da casa, un pastore tedesco a nome Rex ben addestrato che presto fece amicizia col padrone; fu una mossa azzeccata, i due giocavano insieme ed Alberto era costretto ad uscire di casa per i ‘bisogni’ di Rex, lo portava in uno spiazzo dedicato ai cani e così poteva togliergli la museruola mal accettata dall’animale. Talvolta Rex dormiva sul letto matrimoniale ma solo in assenza di Giulietta che non apprezzava la perdita dei suoi peli. Ogni giorno ad Alberto venivano a mancare la sue forze; la loro dottoressa medico di base fece capire a Giulietta che la fine poteva essere vicina e così fu. Una mattina presto Rex cominciò ad emettere lamentosi guaiti, Giulietta toccando il corpo del marito si accorse che era freddo, Alberto era deceduto nel sonno. Per suo volere  sulla sua lapide  fu posta una sua foto da giovanissimo con la frase “ ‘Hodie mihi  cras tibi’. Ignoranti studiate il latino!’”  Una scritta in stile col suo spirito che vuol dire ‘oggi a me domani a te.’

  • 10 marzo alle ore 8:15
    In questo mondo di ladri

    Come comincia: Quando la zia omonima vendette il proprio appartamento, andò da Liliana e le disse: "Guarda che ho lasciato un divano giallo a casa tua nella stanzetta col pavimento nero. L'ho lasciato per Gilla ché le piaceva. Poi nel salotto ho lasciato delle cose per tuo padre, tra cui il servizio di tazze di tua nonna". [La nonna era venuta a mancare nel 1937.]

    Va bene, Liliana sbagliò. Non andò subito a prelevare la roba. Andò in quell'appartamento solo tre anni dopo, quando decise di iniziare i lavori di ristrutturazione.
    Nella stanzetta nera il divano giallo non c'era, come si aspettava. Segno che Gilla era passato a prelevarlo. 
    Tutto a posto. Niente da eccepire.

    Però Liliana andò anche nel salotto e vi trovò due vecchie grosse damigiane vuote piene di polvere e la gigantografia della nonna con la sua cornice in legno.
    Nient'altro.
    Del servizio di tazze della nonna neanche l'ombra.

    Liliana non indagò.

    Liliana è da un po' tentata di chiedere a due suoi amici di indagare.
    Ad uno vorrebbe chiedere di indagare presso la sua amica di FB per farle chiedere alla madre se sa qualcosa.
    All'altro vorrebbe chiedere di indagare presso l'esperto di filatelia per sapere se sa qualcosa.

    P.S. Quasi un anno dopo la constatazione della sparizione del servizio di tazze e tazzine della nonna, l'esperto di filatelia dice con entusiasmo a Liliana: <<Ti ricordi quei due quadretti che tuo padre teneva appesi fuori la porta di casa? Ce li ho io!>>.

    Liliana se li ricordava benissimo: uno ritraeva una bambina castana chiara con coda di cavallo alta, vestitino verde che per una mano teneva un palloncino mentre l'altra mano era tenuta da un signore magro alto con bombetta e bastoncino, la didascalia recitava "Scegli la moglie giovane, dura di più" (Liliana pensò che da tempo quel quadretto, invece che una vignetta spiritosa, sarebbe stata considerata istigazione alla pedofilia); l'altro ritraeva il profilo di un saggio cinese seduto in un ambiente bucolico collinare, alcune rondini nel cielo, alcuni ideogrammi cnesi nell'angolo in alto a sonistra e la didascalia diceva "Se c'è rimedio, perché ti arrabbi. Se non c'è rimedio, perché t'arrabbi?".

    Alla domanda e rivelazione: <<Ti ricordi quei due quadretti che tuo padre teneva appesi fuori la porta di casa? Ce li ho io!>>, Liliana replica: "Ah. Ce li hai tu.". 
    Neutra come la Svizzera.

  • 10 marzo alle ore 7:59
    Grave turbamento

    Come comincia: Lo so da 12 anni che non ho agito bene. Anzi "reagito" bene.
    "Come loro agiscono fa parte della loro storia, come tu reagisci fa parte della tua".
    Non mi sono saputa difendere.
    Ero in casa mia e potevo approfittarne.

    La tipa ha chiesto di entrare in casa mia perché voleva parlare con l'altro abitante della casa.
    L'ho fatta accomodare.
    La tipa sceglie di sedersi su una sedia di quelle intorno al tavolo invece che sul divano e questa scelta si rileva essere un guaio. Un grosso guaio. 
    Per me, non per lei.
    Perché così la tipa ha modo di notare che al centro del tavolo c'è un nuovo oggetto rispetto a quello che c'era l'ultima volta che era entrata nel soggiorno di casa mia. La cosa evidentemente la indispettisce ("un cuore geloso sempre vede quello che l'altro ha ed io non ho" [papa Francesco, aprile 2017]) e la tipa prorompe: <<No, perché se le cose continuano così, io qualsiasi cosa ci sta su questo tavolo la prendo e la butto per terra!>>.
    Secondo voi sono stata "gravemente turbata"?

    La prima cosa che pensai di dire fu: <<Signora, esca>>.
    O <<Signora, per favore, esca>>? Non ricordo esattamente. Con il "per favore" sarebbe stato certamente meglio

    Sei anni e mezzo dopo, nel luglio 2012, partendo dal mio mal di gola, di cui stavamo parlando, andò a finire che riferii questo episodio a Mariella. 
    Mariella, che nonostante la situazione aveva molta più presenza di spirito di me, commentò subito con le parole: <<Signora, si accomodi fuori>>. E continuò: <<Quelli sono zingari. Tu non li devi proprio frequentare.>> [senza offesa per i veri gitani, l'uso del termine "zingari" è solo un brutto retaggio verbale"].

    Perché 'partendo dal mio mal di gola'?

    Perché non riuscii a pronunciare le parole <<Signora, esca>> (o meglio <<Signora, per favore, esca>>) perché la gola mi si strinse, immagino per la collera, e realizzai che la voce sarebbe uscita alterata, mentre naturalmente intendevo mostrarmi calma per padroneggiare la situazione. Se avessi fatto trapelare la collera, se le avessi chiesto di uscire con un tono di voce solo di poco leggermente alterato temevo che quella si sarebbe rifiutata e la situazione sarebbe degenerata. 
    Ed io ero ancora educata alla 'non-violenza'.
    Così in attesa di riprendere il pieno controllo di me, attesi troppo. Arrivò l'altro abitante della casa; quella sembrava si stesse controllando meglio ed io uscii dalla stanza senza una parola.
    E fu un errore, un grosso errore.
    Perché anche se credevo di avere archiviato la cosa, non era così.

    Pino ha commentato un paio di anni fa questa storia con: "E tu sei cresciuta nel centro. Se ero io: "La tua mano, prima che arrivi solo a toccare il vaso, te la frantumo"." [O un concetto del genere].

    Conclusione? Un anno e mezzo dopo, evidentemente essendomi dimenticata con chi avessi a che fare, risposi alla sua petulanza, anzi, precisamente, alla sua affermazione petulante e fuori luogo che avrebbe disturbato mio padre, imitai, però credendo che trapelasse la mia ironia, quello che lei aveva detto in casa mia. Evidentemente non avevo archiviato l'episodio come credevo. Forse perché ne erano seguiti altri.  Non pensai che gente che si comporta in quel modo, anche se laureata, non ha cultura, e quindi ironia? O meglio, non avevo capito, come subito invece aveva capito la mia amica Mariella, che quella era gente con cui non avere niente a che fare?
    E la tipa mi mise le mani addosso le ebbi veramente. Ero in una zona di proprietà comune.
    Ed un anno dopo ancora le ebbi (le mani ed i piedi addosso, le mani sulla testa e sul braccio, i piedi sulla gamba). 
    Di nuovo in un'area di proprietà comune.

    Perché erano autorizzati? 
    1) Perché il sangue del mio sangue le mani addosso me l'aveva messe lui per primo tre anni prima. [Un anno dopo, quando gli feci notare che nostro fratello minore si era controllato molto meglio di lui, protestò: <<E quante volte è successo?!? Una volta!>>.]
    2) Ed al sangue del sangue di mio padre andava fin troppo bene che mi mettessero le mani addosso.

    Un anno dopo la prima aggressione fisica. 
    Altro episodio in cui un ospite in casa mia mi ha causato 'grave turbamento'. 
    Viene il sangue del mio sangue in casa mia, nemmeno si accomoda, io sto seduta sul divano e lui comincia a camminare avanti ed indietro e mi fa il terzo grado. Un anno prima aveva detto all'altro abitante in casa mia: <<I fatti vostri non li voglio sapere>>.
    L'altro abitante della mia casa ricorda questo episodio in questo modo: <<Io ero in bagno. Sento questo entrare e penso: "Ma che devo andare a tenerlo?". Con decenza parlando, accorro praticamente tenendomi i pantaloni che non mi ero neanche fermato ad allacciare. Entro nel soggiorno, lo abbraccio e lo bacio.>>.

    E se c'è una persona che è già profondamente turbata per fatti suoi come poteva salvarsi in un ambiente del genere?
    La prima cosa è la serenità e la solidarietà in famiglia.

    E chi non ha approfittato dell'occasione per reagire ed eliminare chi gli/le causa "profondo turbamento" in casa propria verrà eliminato. Ne approfitteranno gli altri.

    DISCLAIMER. Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. I nomi, i cognomi, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con omonimi o altri che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati. E' pura invenzione. Sono solo le mie favole che prendono spunto dai fatti di cronaca. Favole per far ridere i polli. I panni sporchi si lavano in famiglia e chi non rispetta questa regola si ritrova in manicomio, come insegna "Il berretto a sonagli" di Luigi Pirandello. Ed io non mi sognerei mai di violare questa regola.

    E' una favola, è solo fantasia.

    [Rubo l'incipit del disclaimer al disclaimer di "Non avevo capito niente" di Diego Da Silva]

    Background ovvero spunto della favola:
    Ho visto il monologo di Maurizio Crozza sulla vittoria del centrodestra in Sardegna e sulla legittima difesa.
    Maurizio Crozza ha espresso una preoccupazione che temevo da tempo.

    Discussione decreto legittima difesa. Quello che ti autorizza a sparare dentro una tua proprietà anche se non sei sotto minaccia: basta che tu ti senta turbato.
    Non è male l’idea, continua Crozza, tu inviti a cena uno che ti sta sui coglioni...

    Preoccupazione che ho espresso nei miei racconti e favole:

    In casa di quella gente la mia amica Liliana non ci va, ma quelli possono considerare loro proprietà la corte condominiale, le scale. "Uh, non l'avevo riconosciuta! Era buio!" E con la luce fuori il portone che di notte deve essere spenta perché si consuma corrente non è difficile.
    O magari dire: "Mi aveva aggredito!", quando magari Liliana stava cercando solo di difendersi.

    Liliana già si trovò afferrata per il braccio che le fu torso e lei spintonata verso le scale e dopo l'autore del gesto andò a piagnucolare che era stato picchiato e che aveva paura e così poi i figli dell'autore aggredirono ancora Liliana prima verbalmente e poi fisicamente. E di nuovo rivoltarono la frittata.

    I miei racconti esprimono la paura attuale di essere aggrediti in casa propria in questo clima di odio, di rancore, di frustrazione e di 'garantismo' e 'complicità'. 

  • 09 marzo alle ore 20:13
    La Funambola

    Come comincia: “Stiamo per assistere al più incredibile spettacolo di traversata, all’esibizione della più grande professionista di funambolismo. Sosteniamola con un applauso di incoraggiamento! Tra pochissimo -Sandy Air Queen- tenterà la sua più grande impresa!” La telecamera era puntata verso l’alto a inquadrare un filo che legava due montagne e un esiguo gruppetto di operatori teneva lo sguardo fisso lassù, attendendo che la donna comparisse per affrontare il vuoto. Tutto cominciò da bambina. Era timida, impacciata, riservata. Aveva perso entrambi i genitori all’età di due anni. Quel giorno, come sempre, la accompagnarono all’asilo nido per poi imboccare la strada statale per sbrigare una commissione di routine. Il terribile incidente capitò durante quel tragitto. Fu allevata con amore dai nonni materni, per fortuna ancora piuttosto giovani. La educarono con affetto ma presto sopraggiunse il momento di svelarle l’accaduto: “ il tuo papà e la tua mamma ti vogliono un immenso bene e ti proteggono dal cielo!” Le sussurrava dolce la sua nonna, trattenendo a gran stento le lacrime agli occhi. I numerosi dottori e psicologi che la visitarono le diagnosticarono una rara patologia: le “gambe senza riposo” e sin dalla scuola primaria questa malattia divenne ovvio motivo di scherno da parte di qualche suo compagno e il problema si accentuò quando frequentò la scuola media. Le era impossibile restare tranquillamente seduta al banco. Le sue gambe cominciavano ad informicolarsi, a farle male e se rimaneva ferma per più di mezz’ora, immancabilmente veniva colta da forti dolori, un misto tra una scossa elettrica e dei crampi. La muscolatura si irrigidiva, senza intenzione alcuna, causando degli spasmi che tiravano continui calci all’aria. A volte il suo disturbo era così intenso da riuscire a capovolgere persino il suo banchetto con tutto il materiale che gli era stato appoggiato sopra. Di riflesso ne risentì anche il rendimento scolastico poiché disattenta alle spiegazioni dei vari professori, Sandy tentava in continuazione di tenere a bada e senza riscontro i suoi arti inferiori. Tuttavia, nell’ora di educazione fisica, tutti i suoi compagni procedevano tremanti e instabili sull’asse di equilibrio mentre Sandy lo percorreva senza la minima fatica, in maniera del tutto naturale. La sindrome di cui soffriva, per contro, svaniva del tutto durante un qualsiasi movimento. Sull’asse era guidata dal suo istinto, ne carpiva rapida la direzione e allineava i piedi perfettamente, uno davanti all’altro. Le risultava facile camminare così, centrando le sue suole a quello scarso spessore offerto dall’attrezzo. Durante un’altra lezione di ginnastica qualcuno le avanzò addirittura la proposta di eseguirlo bendata; Sandy accettò. Come dotata di un terzo occhio e grazie a un talento naturale, arrivò senza indugi alla fine, come fosse niente. I suoi piedi riuscivano a percepirne la materia, l’energia, nello stesso modo in cui e a volte, un cieco può compiere azioni davvero straordinarie. Senza barcollare, dritta e perpendicolare avanzò decisa captando anche nel buio ogni sguardo di incredula ammirazione. “Brava Sandy!” “Ma come fai?” “Sei fantastica!”. Quei complimenti erano una rara occasione di gioia. Sandy lavorava al suo baricentro, riusciva così a dosare forza e equilibrio in maniera del tutto eccezionale. Non era raro incontrarla per strada mentre passeggiava sullo stretto bordo di un marciapiede oppure sorprenderla a qualche metro da terra, arrampicata su un albero mentre ne percorreva in perfetto equilibrio un ramo. Quella sua forte passione era ritenuta da molti stravagante o bizzarra, da pochi altri quasi affascinante. Tuttavia, al di fuori della scuola, tutti preferivano ignorarla a causa delle sue stranezze. Poco tempo dopo, assistendo ad uno spettacolo circense, venne folgorata da un numero di equilibrismo. Un clown passeggiava su una corda tesa a pochi metri da terra, con le sue grosse scarpe e nonostante lo trovasse ridicolo, Sandy si illuminò di gioia, entusiasta. Un filo! Non aveva mai pensato di poter restare in equilibrio su un filo! Da quel giorno scoprì il funambolismo. Quel cavo lungo circa ottocento metri aveva ricevuto amore e infinita cura. Per anni aveva trovato posto all’aperto, nell’erba alta, affinché pioggia e sole potessero ripetutamente penetrare nelle sue fibre temprandole, educandole e rendendole così perfette e resistenti. Sandy, successivamente, ne aveva personalmente sgrassato ogni sua trama con una precisione tale da poter sfiorare il maniacale. Lo impugnava ben stretto, centimetro dopo centimetro, flettendolo un poco e riscaldandolo. Le mani le scivolavano decise sulle sue turgidità e per tutta la sua lunghezza. Per preparare un ottimo filo di una tale misura occorrono mesi; è necessario captarne ogni possibile difetto e l’essenza di ogni suo minuscolo rilievo. Per mantenerlo immobile, Sandy se lo infilava tra le cosce serrate e poi lo strofinava con cura utilizzando un panno di daino inumidito di benzina e infine lo spazzolava energicamente. In questo modo il filo veniva privato dì ogni possibile, singola e minuscola traccia di grasso che, da sola, sarebbe potuta bastare a compromettere l’intera impresa. Il miglior funambolo e il suo strumento devono raggiungere una simbiosi totale, divenendo un tutt’uno, occorre entrare in completa confidenza con la sua microstruttura, conoscerne i punti opachi o le lucidità, i piccoli rilievi o ogni debolezza e il lieve cedimento della sua trama. Sandy presenziò anche “all’aggancio”. Al mondo non esisteva nulla di più affascinante che osservare un cavo metallico “legare” due vette con la trazione e la durezza necessarie a tagliare di netto il mirabolante vuoto che naturalmente le separa, rendendole “diversamente raggiungibili”, unite artificialmente tra loro da un segmento di contatto semi-rigido. Una tangibile rappresentazione di sfida alla natura e in contemporanea al destino e il tutto a due passi dal cielo. Il filo deve essere fissato alla roccia con l’essenziale esperienza e occorre affidarsi in tutto e per tutto al volere della montagna, affinché le sue pareti possano donare la giusta sicurezza e un valido appiglio. Ogni minimo errore di valutazione del terreno o delle sue sporgenze avrebbe potuto risultare fatale. E’ sempre importante capire il punto preciso in cui sistemare il moschettone e come regolarne il tirante in modo che il cavo possa oscillare nell’ottenimento del gioco perfetto, rendendolo una specie di filo conduttore tra spazio e tempo. Il team, servendosi di un elicottero, portò egregiamente a termine quel lavoro. Il brusio dei pochi spettatori, la cui eco risuonava grave nella valle, cessò rapidamente. La sagoma della donna, divenuta ormai solo un piccolo puntino nero, aveva raggiunto la base di partenza: una piccola piattaforma in acciaio, sporgente e quasi in cima alla vetta che, a ben vedere, si stagliava violenta spezzando l’armoniosa discesa del pendio. Sandy era pronta, in linea perfetta con il cavo. Lassù, ogni volta, sentiva svanire ogni timidezza. Tutti sostavano immobili a testa in su, in riverente attesa, in un rigoroso e innaturale silenzio nel quale anche un normale respiro avrebbe regalato a chiunque un vero e proprio sussulto di spavento. Era la trentaduesima esibizione di Sandy ormai soprannominata “Air Queen”. La donna aveva sfidato e sovrastato il cielo di ogni stato del mondo. Attraversò la Senna a venticinque metri da terra e a Tokio raggiunse i sessanta. Poi fu il turno di Cina, Germania e Londra dove passeggiò a centocinquanta metri, nell’aria e quasi toccando le nuvole. Appena in tempo riuscì ad effettuare la sua impresa anche tra le Twin Towers, soltanto qualche anno prima della loro terribile distruzione, percorrendo un cavo lungo sessanta metri a un’altezza di 200 metri e aiutata da un bilanciere che, per l’occasione, raggiunse gli otto metri. Chi riuscì ad ammirare quello spettacolo, restò per circa due ore senza fiato e a bocca aperta, osservando con tensione quell’esile e sinuoso corpicino danzare con il suo attrezzo in bilico tra vita e morte. Sandy aveva rinunciato da tempo ad ogni tipo di protezione o di messa in sicurezza. Quello che desiderava era proprio il rischio, la sensazione adrenalinica di sentirsi viva, in balia del destino. Desiderava dimostrare una sorta di invincibilità, era alla ricerca della fama e dell’immortalità. Tuttavia, in quota, si era reso necessario rinunciare al bastone. A quelle altezze l’aria sopraggiunge con folate brevi, intense e piuttosto improvvise per cui un bilanciere esposto al vento risulterebbe più pericoloso che utile. Effettuare quella traversata rappresentava la massima aspirazione di Sandy. Si era preparata e allenata per moltissimi anni, sempre supportata e incitata dal suo team. Probabilmente quella spettacolare esibizione avrebbe rappresentato l’apice della sua carriera, l’impresa straordinaria per cui tutti l’avrebbero dovuta ricordare. Avrebbe stabilito il record assoluto: la più alta traversata mai eseguita da un funambolo. Sul filo doveva avanzare leggera, non poteva permettersi alcun pensiero, alcuna emozione. Non percepiva nemmeno la brezza gelida che la carezzava sul viso. Rimase per qualche istante con gli occhi chiusi, immobile. Gli spettatori la osservavano incantati, impazienti, ammirati. Lei si percepiva importante, onnipotente. Sovrastava il mondo circondata dalle nuvole. Avanzò il piede d’appoggio, l’alluce e l’indice divennero filo e il filo si trasformò in suola. Si inginocchiò nell’aria, lentamente. Lasciò il suo ringraziamento e il suo saluto. Poi, rialzandosi con grazia e leggerezza, mosse i suoi passi fermi, stabili. Il tempo modificò la sua essenza, divenne superfluo. Tutti erano concentrati sull’attimo, sul presente, in una visione di eternità. Sandy avanzava con le braccia aperte e osservata dal basso poteva sembrare un uccello, forse un elegante falco. Tutta la tecnica risiedeva nel contatto, nella calma, nel ritmo. Sandy non riteneva di dover dimenticare il filo, viceversa anelava impadronirsene. Sapeva addirittura inghiottirlo, passo dopo passo renderlo suo, assecondando con dolcezza ogni minima vibrazione. La sua mente avrebbe soltanto dovuto mantenere ben fermo il baricentro del suo corpo situato all’incirca sopra l’ombelico. L’enormità dello spazio vuoto che la circondava le permetteva di percepirsi un perfetto microcosmo nel macrocosmo e un solo secondo di immobilità, in quella condizione, suscitava un’incredibile armonia di tutte le cose ma soprattutto della mente. Il vuoto sotto di lei le regalava ondate eccitanti di adrenalina, la vetta che stava raggiungendo emanava la più rara energia attirandola a sé, magnetica. Il suo respiro era alleggerito, non sarebbe bastato a far vibrare un solo vessillo di una piuma. Sandy aveva affidato alla terra la sua natura umana, lassù era diventata soltanto arte, in ogni possibile forma. I suoi passi si tramutarono presto in una danza ammaliante e ipnotica che suscitava negli spettatori una miriade di pulsioni, alimentava tutti i possibili desideri e i sogni di ciascuno. I raggi del sole la raggiungevano lassù meno obliqui, regalandole una luminosità quasi divina e nel suo gioco cavalcava il vuoto trasmettendo destrezza, passione, e una grande dose di erotismo. Si arrestò e tutto si fermò attorno a lei. Azzardò piano una verticale. La sua spettacolare evoluzione rasentava l’impossibile. Un cavo di ventiquattro millimetri di diametro fungeva d’appoggio alla sua nuca. Tornò delicata in posizione, ricominciò a camminare. Ora dominava il mondo che si trovava completamente ai suoi piedi. Non esisteva davvero impresa più ardua di questa, tuttavia Sandy non faticava affatto durante quell’esecuzione. Ciò che stava compiendo, di colpo, non le sembrò più nemmeno straordinario come ogni cosa che si realizza perde presto il suo fascino. Ormai era quasi alla fine, alla fine di tutto. Stava raggiungendo l’arrivo, la seconda vetta, l’altra piattaforma. Si domandò cosa sarebbe accaduto dopo. Forse la sua impresa avrebbe potuto esser presto dimenticata. Giunse una discreta folata di vento. Nemmeno la scalfì. Rimase stabile e nella postura ottimale ma percepì quell’aria trapassarla e scivolarle via, tra le gambe. Mancavano pochi metri alla meta. Si arrestò di nuovo, ancora immobile con le gambe ben ancorate all’anima della corda. Si sedette su di essa. Si lasciò scivolare all’esterno afferrandola salda con le mani e si lasciò penzolare nel vuoto. Persino le telecamere tremavano riprendendo la scena. Osservò il panorama. Per la prima volta provò l’emozione sul filo. Assaporò quella parziale assenza di gravità. Lasciò la presa di una mano. Lasciò anche l’altra. Volò via, libera e vulnerabile compiendo una caduta memorabile nel vuoto assoluto e così lo sconfisse, per sempre. Neanche gli spettatori giù a valle riuscirono ad urlare, il presentatore dimenticò di parlare. La scena fu calcata dal nulla, dal silenzio. Tutti avrebbero ricordato quell’esibizione per il resto della propria vita. “Sandy! Tocca a te. A cosa stai pensando? Non te la senti neanche oggi di salire sull’asse di equilibrio?” Sandy non rispose, abbassò soltanto lo sguardo. Il professore dispose: ” Allora ragazzi, ora potete anche cambiarvi!” Sandy seguì a distanza e solitaria i compagni mentre si avviavano agli spogliatoi della piccola palestra, il solito gruppetto di bulli si burlava di lei ridendo:” Sandy gambe matte! Perché non provi a salire sull’asse? Hai paura?” Oppure… Sandy fu ricordata per aver perso la vita nel tentativo di realizzare la più grande impresa di funambolismo in quota. Non ha importanza, forse. …Perché le nostre paure, spesso si incontrano lungo la strada che abbiamo intrapreso per dimenticarle. Allora, può darsi che occorra più coraggio nel camminare con i piedi ben saldi alla terra, piuttosto che cercare di fuggire percorrendo fili sottili e campati in aria. (Dedicato a Tancrède Melet, glorioso funambolo).

  • 07 marzo alle ore 23:32
    Il destino di Teresa

    Come comincia: Capelli sciolti sulle spalle, lunghi, neri, ondulati, come veli al vento ombreggiavano il suo sguardo di fuoco, Teresa era bella da togliere il fiato. Filippo la vide, mentre guardava estasiata l’immensità del mare, e se ne innamorò.
    Il loro amore sbocciò come una rosa, era di maggio, e i profumi dei glicini e rose avvolgevano i giardini di Villa Cimbrone, situata a strapiombo sulle alture dei monti Lattari, e l’atmosfera di sensuale carezza primaverile, contribuì a farli innamorare.
    L'inizio fu da favola…
    Filippo follemente innamorato copriva di doni e d'attenzioni Teresa.
    Teresa amava perdutamente Filippo e faceva di tutto perché il sogno durasse…Fissarono la data del loro matrimonio: 16 luglio 1958…
    Filippo, impiegato modello, in una banca, Teresa moglie perfetta, tutto filava per il meglio.
    Dopo sei mesi iniziarono i primi screzi, lui, marito innamoratissimo, ma influenzabile, lasciò che il dubbio s’insinuasse nei suoi pensieri, alimentato da discorsi volutamente architettati, da alcuni suoi colleghi, sulla fedeltà.
    Teresa, era troppo bella per lui tutto solo, e la loro invidia li spingeva alla cattiveria, ed il dubbio cresceva, come il baco nella mela, scavando nel cervello di Filippo un tunnel senza uscita.
    Filippo guardava Teresa con occhio indagatore, ogni volta che usciva, la madre di Filippo, la sorella oppure sua zia doveva accompagnarla.
    Inizialmente, Teresa non s’era resa conto della sua gelosia morbosa, lei lo amava ed accettava tutto senza avere alcun dubbio sul suo amore.
    Poi, le cose si complicarono: Filippo impediva a Teresa d’uscire se non che in sua compagnia.
    Teresa iniziava ad avere paura della sua gelosia.
    La notte, quando l’amava, la copriva prima di baci e poi la tormentava, le domandava se quei baci, fossero stati di un altro, come li avrebbe accolti?
    La povera Teresa, se non rispondeva si rendeva colpevole e se rispondeva, sarebbe stata  la stessa cosa, perché le rinfacciava d’essere una bugiarda.
    Così, Filippo la torturava e le infliggeva carezze amare, lasciandole i segni sul corpo, che cambiava colore di notte in notte…
    Teresa copriva le sue scollature, le sue gambe con calze scure, non parlava più con nessuno, se non con lui, che col suo sguardo destreggiava il suo potere.
    L’amore di Filippo trasformatosi in ossessione, gelosia morbosa alimentata dal dubbio, cresceva sempre più nella sua mente, lui le vietava di parlare con la sua famiglia, erano mesi che Teresa trovava sempre una scusa, per rifiutare le visite dei suoi cari.
    Filippo l’amava, l’amava tanto, e poi l’odiava allo stesso tempo; i suoi colleghi, insinuando, alimentavano il suo dubbio, finché un giorno, all'improvviso, deciso, rientrò a casa per cogliere sua moglie con l’amante inesistente.
    Sì, la trovò con qualcuno, ma era solo la madre che, di nascosto, era andata a trovarla. 
    Filippo entrato in casa senza farsi sentire, ascoltò la madre che suggeriva a Teresa di lasciarlo, non le diede neppure il tempo di ribattere, che irruppe in cucina, puntando la pistola contro di loro. Gridarono scappando, Teresa aprì svelta la porta, terrorizzata corse giù per le scale, quando vide sua madre al suolo stramazzare. Filippo l’inseguiva con l’arma in mano puntata su di lei. Teresa correva, era tutta affannata, il destino infame, s’aggrappò alla maglietta che le copriva i lividi, s’impigliò alla ringhiera, quando quasi aveva raggiunto l’uscita…Filippo anche, la raggiunse…sparò tre colpi, e poi rivoltò l’arma contro la sua tempia, fermando quella corsa contro il dubbio, che annegò in una pozza di sangue rosso, come le rose a maggio, rosso come l’amore immenso, rosso come la follia di una  gelosia devastante.

     

  • 05 marzo alle ore 10:08
    ANSELMO

    Come comincia: Chiamarsi Anselmo può essere una fortuna sempre che la persona corrisponda alle caratteristiche del suo nome. A parte il significato  che vuol dire ‘Elmo di Dio’ cosa che lascia perplessi  i  religiosi che si domandano cosa ci faccia Dio con un elmetto in testa… ma tralasciando il significato letterale Anselmo dovrebbe essere: persona spigliata, flessibile, disponibile,  organizzata, che fa più del dovuto, dalla compagnia piacevole e dai consigli sensati ed utili. Sinceramente penso che nessuno di noi penserà di incontrare un simile fenomeno invece esisteva: Anselmo, trentenne, abitava in viale Parioli a Roma che dal nome dava l’idea del lusso del suo attico di trecento metri quadrati con intorno piante di ogni genere ben curate dal un giardiniere per non parlare dell’interno tipo villa Hollywoodiana. Tutto merito suo? Quando mai, tutto ereditato dai genitori a loro volta beneficiari delle speculazioni dei loro antenati, insomma una razza di affaristi che con gli anni avevano ‘messo su’ un patrimonio notevole. Figlio unico di Mafalda e di Rodolfo che si erano trasferiti alla Seychelles per passare al meglio gli ultimi anni della loro vita e dove avevano acquistato una villa sul mare con relativo motoscafo per effettuare la pesca d’altura. Ovviamente Anselmo era invidiato da uomini e da donne, soprattutto queste ultime l’avrebbero molto volentieri ‘impalmato’ ma il giovane era decisamente allergico a questo vincolo e sinora era riuscito a svicolare. Il suo maggior impegno era nel seguire l’andamento di terreni, di supermercati, dei panifici, delle pasticcerie ed anche di una Scuola Guida. In fatto di auto era un nazionalista , nel suo garage sostavano una Fiat Abarth 695 da usare in città e poi un Alfa Romeo Stelvio, una Lamborghini Aventador e, come fuoristrada, una Jeep Renegate.  Usava la Lamborghini solo su circuiti , era facile con questa auto superare i limiti di velocità imposti nelle autostrade ed Anselmo ci teneva alla sua patente. Anche una Lancia Ypsilon era parcheggiata nel suo garage, la prestava (ed una volta l’aveva pure regalata) ad  amiche con cui  intrecciava qualche temporanea relazione. Anselmo era amato dai suoi dipendenti ai quali elargiva paghe e stipendi superiori a quelli previsti dai contratti di lavoro; per lui avrebbero fatto qualsiasi cosa soprattutto le commesse con cui aveva avuto anche degli incontri boccacceschi come quando  una addetta alle vendite al supermercato una mattina prima dell’apertura delle vendite, si era alzata la gonna per mostrare a tutti una ‘cosina’ pelosissima priva di mutande! Ovviamente tutto era finito in una risata generale. Un giorno Anselmo recatosi al supermercato incontrò il direttore Efisio che gli rappresentò una situazione che si era creata: due gemelle si erano presentate per cercare un posto di lavoro ma l’organico era al completo ma lui non riusciva a farle ‘sloggiare’ dal locale. Entrato in direzione Anselmo fece accomodare le due ragazze e: “Rappresentatemi i vostri problemi.” “Padrone (era il titolo con cui i dipendenti del Super lo appellavano) siamo Alida e Claudia, abbiamo bisogno assoluto i lavorare, nessuno ci vuole dare retta, abbiamo mamma ammalata grave con una rara malattia cronica, nostro padre…è a Regina Celi. Nostra madre è una lunga degente ed in ospedale ci hanno detto che non possono più tenerla, non abbiano i soldi per andare avanti né per acquistare medicine per lei indispensabili, se lei potesse…abbiamo raccontato la verità, abitiamo a Tor Bella Monaca…” “ Efisio trova un’occupazione a…ripetetemi come vi chiamate e quanti anni avete?” “siamo Alida e Claudia, abbiamo diciannove anni.” “Datemi un documento di riconoscimento, non vorrei che foste minorenni.” Le ragazze presentarono due carte d’identità di cui Efisio fece una fotocopia e le riconsegnò alle interessate.” “Lei è un signore, se fossimo religiose pregheremo per lei ma in ogni caso…siamo a disposizione.” Una stretta di mano, Anselmo, anche se non era un Boy Scout  aveva fatto la sua buona azione quotidiana. C’era un motivo per cui il giovane aveva chiesto alla due ragazze la loro carta di identità: in passato stava per avere guai seri con una francese a nome Josephine che si era presentata alla sua Scuola Guida per conseguire la patente. Aveva presentato una ‘carte d’identité’  da cui risultava avere vent’anni. Peppe, il direttore, si era rivolto ad Anselmo in quel momento presente in ufficio per avere un suo parere circa l’età della ragazza. Anselmo, abbagliato dalla beauté della demoiselle rassicurò Peppe ed invitò Josephine a casa sua. La ragazza con i capelli tinti di azzurro e dal fisico piacevole affermò di essere un’attrice di varietà di passaggio a Roma per recitare una commedia al teatro Brancaccio e fece capire che in quel momento aveva qualche difficoltà finanziaria per motivi di famiglia. La difficoltà fu presto superata dalla baby con  Anselmo che si rifece della ‘cortesia’ pecuniaria invitando la demoiselle a farle compagnia  in camera letto. Un pomeriggio di fuoco ma prima di uscire da casa Josephine, in francese ‘brandendo’ la carte d’identitè: “Imbecile, je suis mineur, j’ai dix-sept ans e te vais dènoncer pour viol.” Anselmo con uno scatto riuscì a strapparle di mano la carta d’identità, nel frattempo la ragazza aveva  aperta la porta d’ingresso ed era sparita ‘fra la pazza folla’. Anselmo preoccupato si recò alla più vicina Stazione dei carabinieri e denunziò i fatti accadutigli. Piantone era una Carabiniere a nome Attilio (Tillo) nativo della Valle d’Aosta che conosceva bene il francese, prese a cuore la situazione e telefonò al teatro Brancaccio per sapere se avessero fra gli attori francesi una certa Josephine. Risposta negativa, nessun attore francese. Anselmo , contrariamente al suo stile era proprio arrabbiato pensando ai guai che quella…avrebbe potuto  causargli,  chiese allora a Tillo o a chi per lui di rilevare le impronte digitali di Josephine sia sulla sua carta di identità che su quelle lasciate in casa sua. Fu accontentato. Nel frattempo le indagini andavano avanti; da Parigi giunse la notizia che la carta di identità era falsa, le impronte digitali della ragazza inviate alla Gendarmeria di Parigi rilevarono la vera identità della giovane: si chiamava Sophie ma non faceva onore al suo nome che vuol dire saggezza. La ragazza aveva effettivamente diciassette anni e tramite amici delinquenti si era procurata il documento di identificazione falso. Anselmo trasse un sospiro di sollievo, la storia gli aveva insegnato di cercare le sue conquiste femminili solo fra le italiche mura. Si ricordò allora di una vecchia amica (vecchia si fa per dire era una quarantenne) che aveva conosciuto anni prima e: “Cara Carlotta, un soldino se riconosci chi sono.” “Sei Anselmo uno zozzone  matricolato, ancora ricordo le tue imprese ed i tuoi gusti in fatto di sesso, immagino perché vieni a bussare a stó convento.” “Si ma senza pioggia e senza vento, che ne dici di fare una scappata a casa mia in via Parioli, dopo cena potremmo…” “Non ci sono problemi, appena mi restauro un po’ sarò da te.” Il ‘restauro’ durò poco, Carlotta faceva ancora la sua porca figura, a tavola fece onore soprattutto alle aragoste ed al Pro Secco: “Vedo che hai bisogno di cibi afrodisiaci, una volta…” “È tutto in tuo onore ed or  Melisenda accomando di aprire ad Anselmo il tuo popó!” “Non ricordavo male i tuoi gusti da sporcaccione, sarò la tua Melisenda per tutta la notte sempre che il mio popò resista…” La mattina dalle tapparelle semichiuse giunse agli occhi di Anselmo un fastidioso raggio di sole, erano le undici e Carlotta era sparita dalla circolazione portando con sé un braccialetto d’oro trovato sul comodino con un biglietto di ringraziamento per la sua prestazione. L’ottimismo aveva ripreso il sopravvento sull’umore di Anselmo che si ricordò delle due gemelle che aveva fatte assumere nel suo grande magazzino. “Efisio che fine hanno fatto quelle due ragazzine …” “Non sono ragazzine, da quando guadagnano hanno cambiato look, non le riconoscerai, sono laggiù alle casse, si impegnano nel loro lavoro a parte che…” Anselmo si diresse verso le casse ma non riuscì a riconoscere Alida e Claudia sino a che: “Padrone non ci riconosce, ancora la dobbiamo ringraziare…” Era incredibille loro trasformazione: lunghi capelli castani scuri con meches, occhi grandi truccati alla perfezione, labbra…invitanti, seno non eccessivo, minigonna… uno schianto. “Penso che qualche cliente maschio abbia avuto con voi dei problemi, forse si sarà dimenticato il resto sul bancone…”Alida: “È accaduto varie volte, ma non era una dimenticanza ma un invito palese che abbiamo respinto, non ci piace far la parte delle…ha capito, poi si sarebbe sparsa la voce…” “Belle ed intelligenti come piace a me, che ne dite di seguirmi con la vostra macchina ed andare al ristorante?” “ Niente auto solo tram e autobus ed il cavallo di S.Francesco!” Ed allora che ne dite di una Stelvio?” Le due ragazze si guardarono negli occhi: “Se tornassimo a Tor Bella Monaca con lei in quella macchina saremmo marchiate per sempre come…va bene per il ristorante ma poi ci dovrebbe lasciare un po’ lontano da casa nostra.” “Nessun problema.” Il ristorante scelto era ai Parioli, ‘Chez Mimì’ famoso per i  piatti di pesce’ Il maître fece accomodare il trio in un tavolo lontano dall’orchestra come chiesto da Anselmo e poi lasciò sul tavolo il menù ritirandosi senza parlare, solo un inchino e soprattutto nessun commento. Alida e Claudia leggendo il menù si facevano matte risate, Anselmo comprese che non riuscivano a capire di quali cibi si trattasse, le tolse d’impaccio, fece un cenno al maître che si avvicinò. “Mi scusi, posso sapere il suo nome.” “Alessandro signore.” “Bene Alessandro non scegliamo nulla nel menu, preferiamo affidarci a lei con la sola preferenza di vini italiani e di acqua non gassata.” “Grazie della fiducia, signore.” Mal gliene incolse a tutti e tre: un cameriere giunse con un carrello dove spiccavano tre piatti con al centro qualcosa che assomigliava a dei crostini con salsa verde, ma erano ben poca cosa rispetto alla fame dei tre. Altro cenno al maître: “Alessandro non si offenda ma abbiamo fame, veda di farci portare qualcosa di più  sostanzioso, magari meno sofisticato.” Alessandro aveva capito l’antifona, la successiva portata consisteva in un piatto cupo pieno di tortellini in brodo che fu presto ‘spazzolato’ dai tre. Il successivo fu di tagliatelle al sugo di pernice, un squisitezza innaffiate da un Amarone d’annata. Successivamente giunse sul tavolo della cacciagione con contorno di insalate cotte e crude, un ananas e poi il trionfo con uno spumante Asti De Miranda, favoloso, corredato da cannoli siciliani, evidentemente il pasticcere era  proveniente dalla Trinacria. Anselmo porse la carta di credito ad Alessandro con sotto cinquanta Euro, che l’interessato fece finta di non vedere ma che portò ad ossequi profondi all’uscita dei tre dal ristorante. “Ragazze che ne dite di passare il resto della serata da me, non è lontano, ma se avete problemi …” Alida e Claudia si consultarono poi: “Telefoneremo ad una vicina di casa per far compagnia a nostra madre ma non sappiamo come…” “Compris, nella  camera da letto rosa ci sono due armadi con abiti da donna per ogni occasione e di ogni taglia, a voi la scelta.” Le ragazze giravano per tutto l’appartamento con gridolini di meraviglia, per loro era una reggia, alla fine del ‘giro’ abbracciarono Anselmo senza parlare…”Che ne dici se indossiamo una camicia da notte?” La camicia da notte consisteva in  un baby doll di colore differente, azzurro quello di Alida e rosa quello di Claudia, sotto il baby doll…niente come nel film. Anselmo: “Mie care, abbiamo mangiato e bevuto un po’ troppo, che ne dite di rimandare a domani…” Erano le nove di mattina quanto Anselmo sentì solleticare piacevolmente il  petto da mani delicate, aprì gli occhi, si ricordò che dovevano venire a casa Emma la cameriera ed Eugenio il cuoco. “Ragazze vestitevi, stanno per arrivare i miei camerieri…sento dell’odore di caffè, una doccia, mi vesto e dopo colazione una sorpresa. Giunsero Emma ed Eugenio che salutarono le due ragazze senza scomporsi più di tanto, conoscevano il loro ‘padrone’ e gli volevano bene. “Voglio fare uno scherzo a Efisio: troverete una mascherina nei cassetti dell’ingresso ed in un armadio cappelli a falda larga, vi presente al magazzino  camuffate e vedremo.”Appena entrati il direttore: “Padrone le due ragazze stamattina non ci sono, ho telefonato a casa loro senza esito, non so che pensare.” “Non pensare nulla, te ne ho portate altre due per sostituirle, che ne dici?” “È proibito girare in città mascherate, non siano a carnevale, veda lei.” “Braciolettone non le riconosci, ragazze via maschera e cappello.” “Lei è il solito burlone ora non so che dire né che fare.” “Bravo non dire nulla, Alida e Claudia le ho… licenziate, trovane altre due al loro posto.” Efisio finalmente capì la situazione e, un pó puritano pensò che il suo padrone era tanto ma tanto ‘cochon’.  La storia cambiò la vita ad Anselmo che finalmente trovò un equilibrio sia spirituale che sessuale, il trio funzionava perfettamente, le ragazze ogni tanto ritornavano a Tor della Monaca con una delle auto di Anselmo beccandosi l’epiteto di ‘mantenute’ ma a loro poco importava. Avevano ripreso a studiare e si erano iscritte alla facoltà di medicina, la mamma era passata a miglior vita, il padre…sempre ospite delle patrie galere! La storia non finisce qui: Anselmo a mezzo di skype prese contatto con i genitori alle Seychelles, in particolare con la madre che sentiva molto la lontananza del figlio: “Mamma come state?” “Figlio mio mi manchi moltissimo ma non me la sento di fare un viaggio sino a Roma, gli anni si fanno sentire…io sono sempre in lotta con quello sporcaccione di tuo padre Vittorio che ha la faccia come il culo…sai cosa ha scovato per nascondere le scappatelle con le bellezze femminili locali? Che è colpa del suo nome che vuol dire conquistatore!” “Si mamma ma se non ricordo male il tuo nome Malfalda significa possente in battaglia, sicuramente gli renderai la vita dura.  Voglio darti le ultime novità che riguardano me: gli affari vanno bene come pure la mia vita sentimentale, convivo con due ragazze Alida e Claudia favolose sotto ogni punto di vista,  come ultima meravigliosa novità…tu e papà diventerete nonni di Rodolfo e di Mafalda che fra sei mesi verranno ad allietare la mia vita, che mi dici? “Che sei un maialone come tuo padre ma che ti voglio un bene dell’anima e faccio tanti auguri ai nascituri, ciao mi hai fatto commuovere…”

  • 05 marzo alle ore 10:05
    EVVIVA LA...

    Come comincia:  La locuzione  nel greco moderno per significare una cosa piacevole per maschietti è: ‘biastikò mouvi’  ma per il professor Tiziano, docente di materie letterarie all’Istituto D’Azeglio  di Roma non aveva  più  un significato.   Insegnante in una classe mista al terzo liceo classico il professore era mancato per un lungo periodo dalla scuola per una sua tragedia personale, moglie e figlia decedute in un incidente stradale, l’auto guidata dalla consorte si era conficcata nel retro di un TIR. Rientrato in classe gli alunni maschi e femmine si erano alzati in piedi e lo avevano accolto con un lungo applauso, il professore si era commosso di tanto affetto. Aveva ripreso le lezioni col solito eloquio brillante  ma il suo viso  esprimeva sempre una tristezza profonda, era di colpo invecchiato e si era chiuso in se stesso, non usciva di casa se non per andare a scuola, aveva rapporti solo con una alunna di nome Asia che, di sua iniziativa, andava nell’abitazione del  professore per sbrigare le faccende domestiche. Asia era una ragazza dal tono deciso, dal fisico robusto e dai capelli cortissimi che la rendevano piuttosto mascolina, cosa indifferente al professore che non era più interessato al sesso femminile, passava il tempo a leggere ovvero a guardare la televisione. Tiziano si distingueva dai suoi colleghi per essere aitante e distinto e di una eleganza raffinata, si serviva solo da sarti napoletani. Stranamente per i nostri tempi in cui gli alunni insultano i professori ed i genitori addirittura arrivano a picchiarli per una bocciatura ai loro pargoli, in quella classe regnava la più assoluta correttezza, tutti gli alunni attenti alle spiegazioni degli insegnanti per  imparare il più possibile e quindi superare gli esami di stato. In un afosa giornata di luglio vennero esposti i ‘quadri’ con l’esito delle prove, tutti gli alunni della terza A erano stati dichiarati maturi a pieni voti. Alberto figlio del proprietario di una villa sulla via Appia, col consenso paterno decise di organizzare una festa con i colleghi e con la partecipazione del professor Tiziano il quale aderì malvolentieri e solo  dopo l’insistenza di tutti i suoi alunni.  Pian piano giunsero in villa  i neo promossi,  c’erano tutti, il professore in auto con Asia. Un gran salone, in sottofondo una musica dolce che invitava ad un ballo sensuale il kizomba, le luci attenuate aiutavano rendere l’atmosfera più sexy,  alcune coppie sparirono dalla circolazione rifugiandosi in una delle stanze della villa. Alberto era il solito simpaticone sempre pronto agli scherzi più impensati ed anche questa volta… Dopo la mangiatoria di pasticcini ‘innaffiati’ col suo liquore preferito il Caffè Sport Borghetti, il padrone di casa: “Signori dobbiamo festeggiare al meglio la promozione ed il passaggio all’Università, propongo una cosa inusuale ma avverto prima di tutto che chi non è d’accordo alzi la mano e sloggi, non sopporto i puritani. Professor Tiziano che ne direbbe di aver lei un rapporto sessuale con Asia?” Tiziano si sentì ‘preso dai turchi’,  anche Asia che considerava il professore un fratello, fra l’altro i gusti della ragazza in fatto di sesso erano…particolari. Gli alunni insistettero a lungo  sottolineando la richiesta con ‘bacio, bacio, bacio…’ sembrava di essere ad un matrimonio. I due ‘sposi’ guardarono in viso, si misero a ridere e inaspettatamente accettarono, un solo studente alzò la mano, Silvano fervente cattolico e il meno simpatico degli studenti. “Silvano da questo momento non fai più parte della nostra ‘combriccola’ ma non provare a divulgare quello che ho proposto, per te sarebbe estremamente spiacevole e sai che mantengo le promesse, sparisci dalla circolazione.” Silvano obbedì rimpiangendo di essere costretto a subire le indicazioni puritane della sua religione. Tiziano ed Asia si abbracciarono e si appartarono in una stanza con letto matrimoniale. All’inizio molto imbarazzo, furono socchiusi gli ‘scuri’, ci volle del tempo prima che il ‘ciccio’ del professore ‘alzasse la testa’. Asia abituata ai vibratori ed ai rapporti omo provò per la prima volta il piacere di un amplesso ‘in carne’, le piacque e in quel momento pensò di diventare almeno bisessuale! Nel frattempo in sala erano riprese le musiche ma tutti erano in attesa del responso dell’incontro fra Tiziano ed Asia, responso che giunse dopo circa un’ora con Asia che  fece una V con le dita per annunziare che l’incontro aveva avuto esito positivo. La festa si ravviò ancora di più con musiche tecno fortissime che arrivarono sino alle ville vicine. Tutti iscritti all’Università  seguivano le lezioni ed iniziarono a dare degli esami con profitto quando Alberto un giorno li convocò per telefono ad una riunione in villa: sabato alle venti con cena per festeggiare…”Per ultimi giunsero Tiziano ed Asia decisamente ingrassata, una pancia prominente annunciava una prossima maternità. Applausi ed abbracci a non finire e poi una votazione per il nome da dare alla piccola, era una femminuccia. Prevalse Giada votata dalla maggior parte dei presenti. A scuola la situazione era mutata, anche gli alunni erano cambiati,  il professor Tiziano aveva riacquistato la serenità, era sempre insieme alla convivente ed alla bimba di una bellezza favolosa. Ad un anno ne dimostrava molti di più con i suoi capelli biondi, gli occhi verdi e la risatina sempre pronta, era diventata la mascotte dell’istituto e, insieme ai genitori, veniva spesso invitata alle feste indette dal Preside. Troppo bello per durare,  Giunone, sempre in lite con Minerva (questa ultima protettrice dei due) per vendetta  minò la felicità della coppia con l’arrivo nella classe di Tiziano di una ragazza molto bella  che attirava l’attenzione dei presenti per la peculiarità del suo sguardo e dal corpo di statua greca per non parlare dell’altezza superiore alla media. Tiziano aveva ripreso ad essere molto sensibile alle bellezze femminili e Lucrezia, questo il suo nome della baby, divenne la sua preferita.  Avrebbe voluto incontrarla fuori dalla scuola ma la missione sembrava impossibile in quanto la ragazza, di nobili origini, veniva accompagnata all’inizio ed alla fine delle lezioni da un autista in divisa con una BMV serie 8, auto di gran lusso, in giro se ne vedevano poche. D’altronde Lucrezia era molto riservata anche con i colleghi, vestiva in maniera non appariscente, pareva avere la famosa ‘puzza sotto il naso’. Ogni giorno l’autista, sceso dalla vettura, si ‘impossessava’ della cartella di Lucrezia, una grossa borsa di pelle nera con dentro i libri, borsa   con inciso in oro lo stemma  baronale della nobile famiglia, la ragazza si accomodava nel sedile posteriore e poi la partenza. Come superare l’ostacolo? Tiziano ricordò un proverbio latino che recitava: ‘Mater artium necessitas.’ Tradotto in maniera maccheronica:  ‘la necessità aguzza l’ingegno’. Questa volta l’ingegno di Tiziano fu ‘cattivello’, avvicinò un alunno con cui era in confidenza e lo pregò di  mettere dei chiodi triangolari da lui forniti sotto le ruote posteriori della BMV di Lucrezia mentre l’autista l’aspettava dinanzi alla scuola. L’effetto fu quello voluto: quando l’autista stava per partire si accorse che le gomme posteriori erano sgonfie, cercò allora un taxi ma in giro non ce n’erano a quel punto  si presentò Tiziano: “Signorina posso esserle utile, ho qui la mia Alfa Romeo Giulietta.” Lucrezia fece un cenno di assenso col capo e l’autista andò ad aprire la portiera posteriore della Giulietta ma male gliene incolse. “Lei mi ha scambiato per un autista di taxi, io sono il suo professore, la signorina si accomoderà nel posto vicino al guidatore, lei…si cerchi un gommista!” Dentro di sé Tiziano se la rideva alla grande, tutto era andato come previsto  era solo dispiaciuto per aver  umiliato quel povero autista che faceva il suo dovere. Lucrezia inaspettatamente ‘si aprì: “Vedo che ha il navigatore satellitare, se me lo permette inserirò i dati di casa mia e così eviterò di segnalarle di volta in volta la strada.” Giunsero a destinazione in fondo alla via Appia. La ‘casa’ consisteva in un castello di quattro piani con intorno un giardino all’inglese ed alberi di alto fusto, alla faccia della casa! La porta d’ingresso fu aperta da Battista un classico maggiordomo che sfoggiava  lunghe basette, sembrava un inglese. Il barone Ruggero e la baronessa Isabella erano nel salone in attesa di andare a desinare (si dice così, mangiare è volgare). I due entrarono  nella sala degli scudi così chiamata per gli scudi e le spade appese alle pareti, Il barone fu piuttosto freddo con Tiziano solo una formale stretta di mano, la contessa invece fu più espansiva: “Finalmente un professore di mia figlia elegante, i suoi colleghi che ho conosciuto erano piuttosto mal messi e rivolgendosi alla figlia: “Cara siediti vicino a Tiziano, vi vedo bene insieme (un inaspettato nulla osta all’avvicinamento dei due). Il pranzo consisteva in ‘brodaglie’ con pezzi di pane integrale fritto e di palline di carne, poi gamberi arrosto, uova strapazzate con pancetta e tanta verdura sia cotta che cruda, un ananas e per finirei caffè. Tiziano uscito con Lucrezia in giardino si era fatto più audace: “Cara posso darti del tu…” “Te lo volevo proporre io, come vedi qui si vive in un’atmosfera molto fredda e formale, avrai notato a tavola oltre a mia madre anche quella ragazza bionda con occhi azzurri, è Lucia, svedese, l’amante ufficiale di mio padre, dormono insieme; tra i miei genitori sono intervenuti accordi in tal senso per evitare di divorziare e conseguenti liti e spese legali. Ti descrivo il mio ‘casermone’: a piano terra garage ed officina per riparazione auto, ti sembrerà strano avere un officina attrezzata ma mio padre  ha per hobby di fare il meccanico, spesso combina guai con le auto e deve chiamare un tecnico di professione, oltre alla BMW abbiamo due Mini, di colore verde la mia e nera quella di mia madre  ed un fuori strada Jeep. Al primo piano a sinistra camera da letto di mio padre con bagno e ripostiglio, a destra idem di mia madre che la divide con me,  al piano superiore gli alloggi per gli ospiti, al terzo quello dei dipendenti, in soffitta con tetto spiovente le gabbie dei piccioni viaggiatori, altro hobby del barone mio padre, ora andiamo in giardino a rilassarci.” Il cinguettio degli uccelli sugli alberi rallegrava un’atmosfera silenziosa che invitava a…ed infatti Lucrezia senza preavviso incollò le sue labbra su quelle di Tiziano, subito ricambiata; anche ‘ciccio’ ebbro dell’atmosfera romantica, uscito dai pantaloni fu preso in ‘ostaggio’ dalle labbra di Lucrezia… Tiziano ed Asia avevano stretto un accordo di estrema reciproca sincerità e così il professore, al rientro a casa, informò la compagna delle  novità in fatto di sesso. Asia si mise a ridere perché anche lei aveva ‘trovato un’amica’ come lei  laureata in scienze motorie ed insegnante nella scuola media vicino casa. Tiziano mise al corrente sia Lucrezia che la madre Isabella della sua posizione familiare, nessun commento, ormai si stava sempre più consolidando la loro posizione sentimentale  tanto che erano stati autorizzati a ‘dormire’ nel ‘castello’ in una stanza riservata agli ospiti. Conclusione: “Mamma diventerai nonna!” “Non ci credevo più, speriamo in un maschietto così quell’orso  di tuo padre non protesterà più di non avere un discendente alla corona di barone. Il barone Ruggero ebbe notizia della novità: “Caro sarai  nonno dato che non riesci proprio a diventare padre, contento?” “Contento un cazzo!” fu la risposta volgare del non tanto nobile barone. Stavolta Mercurio si impegnò e nacque il piccolo barone Ferdinando che conquistò anche il nonno Ruggero, era bellissimo e soprattutto era dotato di un  magnifico  uccellino…Poiché ben pochi conosceranno il greco traduco l’espressione iniziale, vuol dire: ‘evviva la…si proprio quella!

  • 04 marzo alle ore 18:58
    Il Diavolo

    Come comincia:  <<"Il diavolo non è brutto come lo si dipinge". Il significato che si dà a questo proverbio è un altro, ma è un significato sbagliato. Infatti il diavolo deve essere bellissimo, altrimenti come farebbe a sedurre, ad ingannare, a farci cadere in trappola?>>
    [Cito a memoria (e male) da "Don Camillo ed i giovani d'oggi" di Giovannino Guareschi]
    Quindi sono in buona compagnia e non vi meravigliate se già trent'anni fa il dubbio mi sia venuto:"Ma fosse il diavolo travestito da angelo?". 
    Ma poi per tanti anni me ne sono dimenticata riprendendo questo pensiero di tanto in tanto ed oramai con insistenza negli ultimi anni.
    Tranquilli. Lo so. L'ho letto anch'io già tanti anni fa (e nel caso voi non lo abbiate letto, lo riporto qua): Persone che hanno bisogno di un supporto psichiatrico: ...; persone che parlano di argomenti religiosi; ...
    E comunque sulla scorta del proverbio "Il diavolo non è brutto come lo si dipinge" ho trovato questa riflessione che mi sembra interessante:
    https://zariele.wordpress.com/…/il-diavolo-non-e-mai-cosi-…/
    Di cui sottolineo: "In effetti quando apro la pagina di Fb, che sembra un angelo benefattore, so di stringere un patto col diavolo. La prima cosa che mi viene chiesta è a cosa sto pensando. E io abbocco."
    E ricordo quando nel 2009 dicevo all'amico Giuseppe N. che non volevo registrarmi su FB perché non volevo vedere violata la mia privacy (ero ancora abbastanza prudente ed intelligente allora).
    E la conclusione: "E se, in un modo o nell’altro, chi più chi meno, sotto mentite spoglie fossimo tutti diavoli? "
    Ricordavo con la collega Annalisa S. la telenovela "Dancing days" (1983). L'unica che ho visto (a partire dalla 245ma puntata ma sono riuscita ad entrare nell'argomento ugualmente). Mi colpì perché per la prima volta in una finzione narrativa i personaggi non si distinguevano nella visione manichea in 'buoni' e 'cattivi', ma, nell'evolversi delle situazioni, coloro che sembravano decisamente 'cattivi' potevano trovarsi ad agire bene, da 'buoni', e coloro che sembravano 'buoni' potevano trovarsi ad agire da 'cattivi'.

    P.S. A proposito de "Il diavolo non è brutto come lo si dipinge", Giovannino Guareschi concludeva: "Insomma quello che intendo dire è che Cat era il diavolo" [Cat è il soprannome della nipotina (da parte di sorella) Elisabetta di don Camillo, detta Cat, da Caterpillar].
    Io concludo:"Insomma quello che intendo dire è che P. è il diavolo".

    Post di ​Linda Landi
    27 settembre 2018

  • 04 marzo alle ore 15:56
    1983-Viaggio in Inghilterra

    Come comincia: Guardando stamattina un servizio girato a Londra ed in varie città d'Inghilterra, m'è venuto in mente che quando mi trovavo in Germania, negli anni ’80, m'era capitato di fare alcuni viaggi in Europa.
    Oggi vi racconterò di quel mio viaggio in Inghilterra del lontano 1983, premio ottenuto con i miei compagni di squadra di calcio per aver vinto un torneo estivo e che ricordo ancora oggi benissimo perché, evidentemente, vi era più di un motivo per renderlo indimenticabile
    Sarò sincero; mi era sempre piaciuto visitare l'Inghilterra ma il mio vero desiderio era farlo in aereo, volare, che fino a quel momento non l’avevo mai fatto.
    Ricordo che mentre salivo sull'aereo sorridevo per nascondere l’emozione e, dopo, mentre si alzava in volo, non lo nascondo, un po’ di sudore comparse sulla mia fronte.
    "Ci siamo", pensai, mentre osservavo sbalordito e nello stesso tempo impaurito, il panorama dall'alto.
    Del tutto velocemente, abbiamo iniziato a volare sopra le nuvole. Incredibile.
    Mi sembrava di essere sopra una coltre immensa di neve.
    Veramente magico.
    Poi guardai dall’oblò verso l’alto e l’altra magia, il cielo azzurro.
    Effettivamente, quando scesi dall'aereo ormai a Londra, vidi cose diverse, l'erba era verde, gli alberi anche, le strade erano coperte da asfalto grigio. Veramente rimasi stupito.
    Chissà cosa immaginavo di trovare dopo quella esperienza in aria.
    Si sa quanto bella sia Londra con i suoi tantissimi monumenti e così piena d'umanità colorata, profumata, multiculturale.
    Ma non racconterò questo.
    Racconterò le cose che più mi hanno emozionato, a parte il volo, come i grandissimi tappeti verdi dei parchi con i laghetti, le fontane, gli scoiattoli che, incredibilmente, mangiavano sulle mia mani, il vento, per esempio, che mi ha fatto capire la differenza che c’è tra il Nord Europa e l’Italia, riguardo a questo evento naturale e il silenzio che ho riscontrato come rispetto della privacy altrui, soprattutto.
    Poi Il Portobello market con le sue tante merci, la National Gallery, i magazzini Harrod's, che consiglio a tutti quelli che visiteranno Londra, mete obbligate per ogni turista che si rispetti.
    Ho camminato tanto in quei tre giorni in cui, con i miei amici abbiamo visitato Londra.
    Sicuramente come non avevo mai fatto nella mia vita.
    Forse, penso, almeno per 25 km.
    Ricordo che io e tutti i miei compagni camminavamo e protestavamo, c'arrabbiavamo e inveivamo contro il “Cicerone” che invece di dirci "siamo quasi arrivati", ci diceva " dobbiamo arrivare lì" e indicava con la mano un posto lontano che non arrivava mai e noi c’incavolavamo di più perché lui sghignazzava, avendo delle scarpe più comode delle nostre.
    Ma quando la sera, col treno, rientravamo, alcuni prendevamo sempre il taxi per tornare in albergo e gli altri ci prendevano in giro chiamandoci ”snob”.
    Anche il taxi,quello tradizionale inglese che tutti conosciamo, non è da “buttare”.
    Veramente confortevole e, per la verità, mi sono sentito, un po’ “snob”.
    Vi devo dire un’altra di verità.
    Una delle cose che mi sono piaciute di più sono, non ci crederete, i tramezzini.
    E sì. Perché mangiando in vari ristoranti (inglese, messicano, spagnolo, il cinese, no, non ci sono riuscito ), il mio stomaco non ci capiva più nulla e allora i tramezzini erano l'unica cosa che cercavo da mangiare, anche se in un ristorante italiano, io ed altri,abbiamo mangiato tagliatelle e pizza ed al rientro,abitando da solo, mi sono preparato un bel piatto di spaghetti alla carbonara, uno dei miei preferiti.
    Dicevo del verde.
    Nei dintorni di Londra abbiamo fatto, in quei giorni, un paio di escursioni visitando la campagna inglese dove in mezzo a grandi boschi c'erano i villaggi che mi ricordavano le fate, folletti e gnomi, almeno come li ricordavo io.
    Casette tipiche con i tetti di paglia, bei giardini puliti e fiori alle finestre. Come quelli dei puffi, per intenderci.
    Ho camminato in mezzo a prati verdi, cose che io, in Calabria, mai avevo avuto l’occasione di fare.
    Beh, ho fatto soprattutto tante tante di quelle risate, veramente dei momenti spensierati, momenti felici vissuti con amici, che in quei cinque anni vissuti in Germania, mi hanno fatto passare un periodo della mia vita indimenticabile.

  • 04 marzo alle ore 9:41
    ADDIO MONDO

    Come comincia: Alberto …quattrenne, in un momento di crisi stava ripercorrendo la sua lunga vita. Come inizio era tornato agli anni cinquanta quando leggeva il ‘Travaso’,  giornale  scomunicato dalla Chiesa Cattolica. Ricordava una vignetta  in cui un poveraccio malandato, con metà del corpo dentro un water closet stava per tirare la catena dicendo la frase: “Addio mondo crudele!”Il giovane stava ripercorrendo la sua lunga vita non sempre piacevole come d’altronde per ognuno di noi, ricordava il detto ‘tirato’ fuori non si sa da chi che recitava: ‘anche i ricchi piangono’, detto che faceva incazzare notevolmente i poveri! Alberto non essendo riuscito a vincere il concorso per frequentare l’Accademia della Guardia di Finanza aveva fatto domanda per il più modesto corso di allievo finanziere, fu accettato anche perché col suo titolo di studio di liceo classico non era uno sprovveduto. Il nostro buon amico pensava di dover studiare su libri che riportavano materie giuridiche, tributarie e penali, fu subito smentito quando,  dopo aver indossato una tuta da combattimento fu portato in piazza d’armi per imparare a marciare insieme ad altri ottantanove colleghi. Ovviamente talvolta c’era da ridere quando qualche allievo non riusciva a sincronizzare i movimenti delle braccia con quelli delle gambe e li muoveva contemporaneamente o qualche allievo che scambiava la destra con la sinistra, non tutti anzi quasi nessuno era figlio di papà, alcuni erano ‘braccia rubate alla terra’ ed erano motivo di derisione da parte dei brigadieri istruttori molto probabilmente perché a loro volta, da allievi,  erano stati oggetto di scherno. Un esempio: “Chi sa suonare il pianoforte?” Ai due fattisi avanti una cocente delusione: “Andate in sala mensa e portate il pianoforte che troverete lì in casa del comandante di battaglione all’ultimo piano.” Oppure: “Chi conosce il latino?” ai tre presente tisi: “Andate ai  piani per pulire le latrine.”  Chiamarle gabinetti sarebbe stato eufemistico, per rendere l’idea della pulizia sulla porta d’entrata il solito ‘plein d’esprit’ aveva affisso un cartello con scritto: ‘Non dico nel centro ma almeno, figli di puttana, cacate dentro!’ Alberto, prima di arruolarsi, ben istruito dal nonno ex commissario di P.S. si guardava bene dall’offrirsi volontario ma fu notato dal brigadiere Luca che: “Mi sembra che fai il furbetto, tu non sai fare niente?” “Mi comandi e farò tutto, vorrei solo dirle una cosa, anch’io  dovevo essere chiamato Luca ma poi il mio nonno paterno si è opposto in quanto diceva che poteva capitare che io fossi chiamato’Lu… cacaro’ oppure ‘Lu..cazzito’. “Tu mi stai offendendo!” “Brigadiere non mi permetterei mai, ho il massimo rispetto dei superiori di grado anche se sono dei ‘son of the bithc’.” “Che cavolo vuole dire, io non conosco il tedesco.” “Buono di cuore.” Il brigadiere Luca si allontanò poco convinto. Era il 1954 anno di inizio dei programmi televisivi in bianco e nero, il cappellano del battaglione dal nome greco di Sospiros era riuscito ad ottenere dal comando della Legione allievi di Roma una TV e con questa riusciva a ‘catturare’ tanti allievi finanzieri soprattutto perché di libera uscita non se ne parlava proprio. Alberto aveva ‘annusato’ il cappellano e lo aveva classificato come ‘ortaggio’…e come tale da tenere lontano. Dopo venticinque giorni finalmente la libera uscita dalle diciotto alle ventidue solo per coloro che non erano ‘consegnati’ ossia non potevano uscire per punizioni riportate ma in quattro ore non c’era modo di andare a Roma e ritornare per soddisfare le ovvie ‘pulsioni’ di giovani ventenni ed allora cosa pensarono i superiori? Autorizzare la libera uscita dalle dodici e trenta alle ventidue solo a coloro che avevano riportato bei voti nelle prove scritte riguardanti le  materie insegnate. Alberto non aveva problemi sia per il suoi titolo di studio che gli permetteva di superare le prove ed anche perché conosceva bene la capitale in quanto era stato lungamente ospite di una zia a lui molto affezionata. Era stato fortunato  perché iscritto nel Distretto Militare di Ancona (i suoi abitavano a Jesi) in quanto gli arruolati nel Distretto di Roma venivano inviati a seguire il corso a Predazzo località freddissima in mezzo alle montagne trentine.  Un detto di quella scuola: “Predazzo riposo del c…o’ in quanto di femminucce disponibili in giro non ce n’erano proprio. Vicino di banco di Alberto c’era Dario un ex agricoltore un po’ ‘leticato’ con l’italiano e quindi per lui la libera uscita era un miraggio, Alberto dal cuore d’oro lo aiutava nel senso che gli faceva copiare il suo scritto e così il buon Dario poteva recarsi a Roma in qualche ‘casa accogliente’in via della Scrofa o in via Cimarra ovvero a Piazza di Spagna per conoscere da vicino qualche ‘signorina’ disponibile. Un altro genere di libera uscita veniva usufruita per le vie di Sora dal comandante del battaglione tenente colonnello Oronzo  Il cotale non era stato baciato dalla fortuna nel senso che, alto appena un metro e sessantacinque, siciliano di Gela, durante la vita era diventato leggermente ‘immurutu’ come si direbbe dalle sue parti, aveva sposato, per la legge dell’opposto, un donnone a cui lui arrivava alle spalle che gli aveva ‘donato’ tre discendenti ma non un maschio tanto desiderato per  fargli seguire la carriera paterna ma tre femminone alte come la madre dai nomi: Grazia, la seconda per  fortuna della successiva non a nome Graziella (per un detto volgare che le sarebbe stato appioppato) ma Giuditta e la terza Giuseppina, insomma le tre  Grazie che non nulla avevano a che fare con quelle del Canova. Fra l’altro il nome Oronzo ha una certa rima …Alberto alla fine del corso durato sei mesi venne sottoposto ad esami per modo dire, tutti promossi con la consegna delle Fiamme Gialle ma una novità spiacevole venne a turbare la felicità dei neo-finanzieri: una campo nelle campagne romane, campo consistente nel dormire sotto una tenda messa su dai finanzieri che quando pioveva lasciava passare più di qualche goccia d’acqua ed inoltre esercitazioni portando in spalla zaini pesanti e strisciando per terra per fare il passo del leopardo, il passo del gatto ed altre ‘amenità’ inventate chissà da chi;  per ultimo esercitazioni con armi da fuoco. Il solito imbranato stava per fare accadere una tragedia perché nello sparare si era girato verso i compagni e non verso l’obiettivo. Ritornato a Roma con i colleghi Alberto fu destinato alla Compagnia Ausiliaria che comprendeva anche il distaccamento della Zecca di Stato ma, con un ‘aiutino’, riuscì ad evitare le ronde esterne ed a diventare scrivano del reparto. Finalmente una vita ben vissuta, la sera Alberto usciva in abiti civili, mentre l’amico Dario, fucile in spalla, vegliava sull’integrità delle monete dello Stato. Una sera, arrivato a piazza Barberini ricordò  che nella vicina via degli Avignonesi c’era una casa di tolleranza famosa per la bellezza delle sue ‘signorine’ e tanto ma tanto costosa, pensò che una volta tanto se lo poteva permettere. Entrato nella sala comune dove sostavano anche tante giovani straniere fu attratto dalla bellezza fuori dal comune di una donna che dimostrava una personalità aristocratica e sofisticata. Stranamente le diede del lei: “Signorina le sarei grato…” Una risata accolse la sua richiesta: “Dato che molto probabilmente andremo in camera non pensi che potremo darci del tu, dimostri di essere un gentiluomo e questo mi fa piacere.” Rivolta alla maîtresse seduta alla cassa: “Federica penso che ci rivedremo piuttosto tardi…” “Il mio vero nome è Ginevra, non lo uso con i clienti ma tu mi sei piaciuto subito, non penso sia…” ‘Ciccio’ fu subito soddisfatto oralmente ma non ne voleva sapere di tornare a ‘cuccia’ e così entrò in un tunnel caldo e ben lubrificato, la signorina aveva avuto un orgasmo! “Questo non deve succedere, non mi posso permettere di godere con i clienti, non so cosa mi sia successo…” I due restarono vicino in silenzio  sinché Alberto: “Sai il significato del tuo nome? Dal latino ‘nomen omen’ che, tradotto, significa che il destino di una persona è nell’appellativo.’Ginevra era la moglie del Re Artù,  il nome ha per significato ‘risplendente fra gli elfi’ che sono esseri soprannaturali, i latini affermavano che dal nome si poteva intuire la personalità degli individui…quanto mai vero nel tuo caso.” Ginevra dopo essersi lavata si era rivestita pronta a ritornare in sala ma indugiava seduta sul letto poi: “Mi va di restare in camera, ti prego va da Federica per pagare.” La cifra era piuttosto alta, un quarto dello stipendio mensile di Alberto il quale fregandosene dei soldi si ripresentò una settimana dopo in via degli Avignonesi mentre dalla sala Ginevra stava uscendo in compagnia di una persona anziana per andare in camera, solo uno sguardo fuggente. Alberto rimase nella sala comune in attesa…”Qui si viene per chiavare egregio signore, ci sono tante belle signorine…” Quel richiamo non piacque ad Alberto che mostrando alla maîtresse  il tesserino di finanziere le fece capire di non rompere…Dopo circa un quarto d’ora Ginevra scese in compagnia del vecchietto e rivolgendosi a Federica: “Non lo far pagare, non ha combinato nulla…” e poi sedendosi vicino ad Alberto: “Che ci fai da queste parti?” “Vengo illustrarti il Vangelo di S.Matteo che è il protettore delle Fiamme Gialle!” Risate da parte della maîtress e delle altre ‘signorine’, Ginevra si alzò dalla sedia seguita da Alberto.” “Non comprendi che non voglio più vederti, non ci vuole molto a capirlo, io non ti guardo solo con gli occhi ma anche col…cuore, maledizione mi sto innamorando di te, mi è successo anche in passato ed è il motivo per cui sono finita qui!” Tutti bei discorsi ma fra i due il legame diventava sempre più forte sino a quando un giorno Alberto: “Mi hanno trasferito alla Legione di Torino, partirò domani alle quattordici dalla stazione Termini, decidi tu cosa fare.” Alle tredici in compagnia dell’amico Dario, Alberto era sul marciapiede in attesa…Alle quattordici il capo stazione fece vedere la paletta verde al conduttore ed il treno partì con tutti i finanzieri diretti a Torino. Quel che successe dopo fu per Alberto un mistero, evidentemente era svenuto, si trovò supino su un sedile di uno scompartimento del treno, i finanzieri intorno silenziosi, avevano capito che qualcosa aveva turbato profondamente il loro collega. Ci volle del tempo per riprendersi, Dario aiutò Alberto  a camminare nel corridoio, niente cibo solo acqua. Arrivo a Torino alle ventitré, il Comando della Legione aveva inviato delle pattuglie con un foglio di viaggio per ogni finanziere. Alberto e Dario erano stati assegnati con altri colleghi ad una Brigata sopra Domodossola, località che raggiunsero alla cinque di mattina,  nome della Brigata:   Montecrestese. Dopo una colazione frugale a letto sino alle dieci di mattina. Il reparto era comandato da un brigadiere anziano che, per acquisire i requisiti per diventare maresciallo era stato trasferito in quel reparto di confine, lo stesso requisito era previsto per i finanzieri che volevano accedere alla Scuola Sottufficiali, insomma lo Stato Italiano contro i contrabbandieri! Alberto all’inizio della permanenza a Montecrestese fu in un certo senso soddisfatto, il reparto era situato a trecento metri di altezza ma presto l’illusione svanì, la brigata aveva alle dipendenze un distaccamento vicino al Lago Matogno a duemila metri d’altezza raggiungibile dopo ventinove chilometri di viottoli dirupati. Non assistito da Hermes, more solito dietro a gonnelle, Alberto seguito da Dario, (ormai erano come don Chisciotte e Sancio Panza) fu il primo ad essere assegnato al  distaccamento con al comando un vicebrigadiere a nome Annibale, grasso e sempre triste che non faceva onore al nome del condottiere cartaginese. Il sabato  era dedicato dai componenti il distaccamento all’amusement’ consistente all’approccio con giovani baitane che si rifacevano delle fatiche quotidiane con le loro bestie ‘frequentando’ i giovani finanzieri al suono di una radio a batteria di proprietà di Alberto. L’unico che non ‘frequentava’ era Annibale che, per vendetta talvolta comandava di pattuglia metà dell’organico dei finanzieri ma male gliene incolse in quanto un Alberto, arrabbiato, mise nel minestrone del vicebrigadiere un potente lassativo con ovvie spiacevoli conseguenze per l’interessato. Alberto aveva conoscenze ‘in alto loco’ e, stanco, della vita alpestre, si fece trasferire alla brigata di Piaggio Valmara sul Lago Maggiore al confine con la Svizzera Ticinese. Tutta un’altra vita: di giorno e di notte passavano centinaia di macchine in entrata ed in uscita dall’Italia, la maggior parte auto di gran lusso i cui proprietari per liberalità offrivano ai finanzieri dolciumi di ogni genere e pacchetti di sigarette che non potevano importare in Italia perché in numero superiore al consentito. Alberto spesso vedeva passare  una giovane circa venticinquenne  classica ragazza del nord, corpo stupendo, bionda, occhi azzuri che dimostravano una  grande personalità. Un giorno la cotale era entrata negli spazi doganali con la sua lussuosa ‘Borg Word Isabella’ quando Alberto le chiese un passaggio. La signorina: “Non amo far salire a bordo della mia auto degli sconosciuti ma la sua divisa mi da una certa sicurezza, si accomodi dove deve andare?” “Mi chiamo Alberto, sono diretto ad Intra…” “ Io Ingrid.” La signorina dimostrò di essere una furbacchiona e si mise a ridere.  “Vorrei ridere anch’io se lei mi dicesse la causa della sua allegria.” “Non si offenda di quello che le sto per dirle, io sono uno spirito libero e talvolta commetto delle gaffes…penso che lei sia diretto in via Castelletto dove c’è una casa…accogliente.” Alberto restò in silenzio, in via Castelletto c’era veramente una casa chiusa e lui era diretto lì, come cacchio faceva…”Io leggo nel pensiero delle persone, in ogni caso le chiedo scusa della mia invadenza.” Alberto si fece più audace: ”Potrei rinunziare ad andare in quel posto qualora riuscissi a rimpiazzare…lei che ne dice?” “Che dal viso sembrava un timido mi accorgo invece che ha una bella faccia tosta!” “Avevo un nonno favoloso, mi ha dato tanti buoni consigli, fra l’altro mi ha suggerito di chiedere anche cose impossibili da ottenere ma che talvolta…” Fra i due si era creato un  clima amichevole, Ingrid: “Non si offenda ma penso che lei avrebbe bisogno di migliorare il suo vestiario, col suo consenso l’accompagnerò ad Intra in un negozio di moda maschile di un mio conoscente.”Appena entrati furono avvicinati dal proprietario dell’esercizio:”Mia cara quanto tempo, dove l’hai trovato tal bel giovane?” “Alberto questo signore è Andrea, se tu volessi…” “Alberto non vuole perché ama i fiorellini…” risata dei due poi Alberto cominciò a provare vestiti, camice, calzini, cravatte e scarpe, ne mise da parte un bel po’ poi: “ Andrea col suo permesso potrò pagarle la merce a rate mensili.” Ingrid con tono di comando: “Alberto non ha alcun permesso perché provvederà la qui presente con la sua carta di credito, intanto Alberto tu ti cambi indossando uno dei nuovi abiti, tutto il resto, compresa la divisa, Andrea li farà depositare nel bagagliaio della mia auto, ciao caro.” Ingrid volle fermarsi ad un bar all’aperto per sorseggiare un amaro, vicino a loro passarono tre colleghi di Alberto che sgranarono gli occhi e…”Ciao collega, buon divertimento!” Frase di cattivo gusto che mostrò dell’invidia da parte dell’improvvido interlocutore. “Meglio essere invidiato che compatito, non è un proverbio svizzero ma io sono d’accordo, che ne dici?” “Mi sento strano, vicino a te sto provando sensazioni piacevoli come non mi succedeva da molto tempo, sei la mia fatina…” “La tua fatina dice che è ora ti tornare a casa.” “Ho un problema, in caserma non saprei dove mettere il vestiario, passerò nell’abitazione di Anna proprietaria del bar sito al confine e li depositerò nel suo appartamento.” “Prima che me lo chieda tu …vorrei rivederti ed anche…passare una notte con te, mio marito mi vuole un gran bene e non avrà problemi a concedermi il permesso, a sabato prossimo.” Alberto, un po’ sbalordito,  chiese ed ottenne tre giorni di licenza, sarebbe stato libero da sabato sino al lunedì successivo, poteva uscire senza permesso in abiti civili. Una settimana è lunga quando si è in attesa di un evento desiderato. Alberto il pomeriggio di venerdì andò a Cannobio a radersi i capelli, la mattina del sabato barba e doccia e, ovviamente, vestito alla grande. Ingrid arrivò alle otto anche lei in gran forma, elegantissima e…desiderabilissima. Mentre andava in Dogana a timbrare il trittico di entrata in Italia, la sua auto, dove Alberto aveva già preso posto,  fu circondata da finanzieri sorridenti e ben auguranti nei confronti del collega (in fondo solo invidiosi). Fu la dama a dettare l’iter della giornata. Arrivo a Stresa all’albergo ‘Eden’ a cinque stelle, camera con vista sul lago e…aperitivo sessuale ben gradito da entrambi. Il denaro non avrà odore ma fece piegare in due i dipendenti dell’hotel. Abbracciati, passeggiata sino ai traghetti che toccavano varie località del Lago Maggiore. Stavolta Hemes si accorse del suo protetto e dell’amica e fece apparire una giornata di sole splendida, Ingrid era di buon umore e ne fece una delle sue: un signore, non più giovane, si mise a guardare insistentemente Alberto ed Ingrid che, per celia, si alzò l’ampia gonna sino a mostrare gli slip…A tavola camerieri premurosi e pronti ad accondiscendere ad ogni desiderio dei due i quali  preferirono ‘stare leggeri’: cappelletti in brodo seguiti da un pesce di lago e da verdure, ananas e caffè, carta di credito con sotto un cinquantino di mancia.  “Ingrid sei meravigliosa, attraente, sensuale, incantevole, stupenda, splendida mi dispiace solo di non aver portato la macchina fotografica…” “Si così il mio fiorellino ed il popò sarebbero finiti nell’album dei ricordi di un giovane ‘séducteur de femmes’ da far vedere, da anziano ai propri nipotini.” Alberto ed Ingrid furono la meraviglia degli impiegati dell’albergo in quanto non uscirono dalla stanza sino al lunedì mattina consumando tutti i pasti in camera. “Mio marito è stata la mia salvezza, ero iscritta all’università quando in un incidente stradale i miei genitori morirono contemporaneamente, mio padre era il titolare di una fabbrica di mobili ma dopo la sua morte io non ero in grado di proseguire il suo lavoro;  mi sono impiegata nella fabbrica di orologi del mio attuale marito. Lui si è innamorato di me e, malgrado la notevole differenza di età ha voluto sposarmi, naturalmente sono diventata la moglie del padrone ma ho giurato a me stessa di essere leale con lui e non darmi a facili avventure, questa è la prima volta e …sarà pure l’ultima, non ci rivedremo più, eviterò per il futuro di passare in Dogana dove tu presti servizio.” Dopo due giorni di felicità sessuale e non solo, quella doccia fredda fece intristire Alberto che già si stava innamorando di Ingrid e forse anche lei…”Sei una donna speciale, tuo marito è un uomo fortunato, io non voglio condizionarti, mi farò trasferire a Domodossola così saprai dove trovarmi qualora…” Non ci fu ‘qualora’, Ingrid era di carattere nordico, anche se desiderava ardentemente rivedere il suo amore mai si recò a Domodossola. Alberto dopo un anno vinse il concorso e fu ammesso alla Scuola Sottufficiali del Lido di Ostia, non comunicò il suo nuovo indirizzo ad Ingrid, sarebbe solo stata una sofferenza rivederla. Alberto, ottantaquattrenne, abitava a Roma in via Conegliano con la consorte Anna, molto più giovane di età che lo accudiva amorevolmente anche se ambedue avevano compreso che Átropo stava per tagliare il filo della vita di Alberto. La morte lasciò un Alberto sorridente, aveva vissuto una vita intensa lasciando dietro di sé un bel  ricordo alle donne che aveva amato. Una precisazione: ‘immurutu’,  parola un po’ onomatopeica, in siciliano vuol dire persona con gobba.

  • 03 marzo alle ore 16:13
    Reazioni esagerate

    Come comincia: 2002.
    Marzo.
    Azione. Un tizio presenta un preventivo nel nome di una ditta dalla quale so che si serve anche mio padre per lavoretti personali. 
    Reazione. A me il preventivo appare evidentemente scritto dal tizio stesso, ma non parlo. 
    Reazione corretta?

    Gennaio-Marzo.
    Azione ripetuta. Una vicina mi attende al varco quando esco alle 06:50 del mattino per recarmi al lavoro e mi ordina che la luce fuori al portone deve essere spenta perché consuma troppa corrente.
    Reazione: Le elargisco il consiglio che anni addietro il mio padrone di casa mi dette per la lampada della cucina: "Signora, questo è un neon: consuma di più ad accenderlo e spegnerlo ogni momento che a tenerlo acceso tutta la notte.".
    Reazione corretta? No, sbagliata. Ve lo dico io.
    Perché una persona che ti attende nell'ingresso del palazzo da quando? dalle 06:30 del mattino? per darti un ordine con prepotenza su una quisquilia del genere dimosta una grettezza con la quale non si può ragionare. L'unica reazione corretta era: "Certamente, signora. E' quello che dico anch'io!"

    Luglio. Sto per assentarmi da casa per lavoro per tre mesi e faccio una domanda [azione scorretta? no lecita, magari imprudente, ma non avevo ancora dato il nome di 'pizzo' a quelle richieste impudenti] sui lavori legati a quel preventivo e per i quali sto pagando, ma di cui non ho alcuna notizia.
    Reazione: Il tizio si mette ad urlare senza che si capisca niente.
    Siamo in casa d'altri.
    Il padrone di casa scuote la testa e fa: "Ecco lo sapevo".
    Dopo il primo attimo di sbigottimento, mi metto ad urlare anch'io.
    Reazione corretta?
    Però urlo parole chiare: "Ma che ti urli?"
    Il padrone di casa fa un'aria sbigottita, allora mi rivolgo a lui e urlo: "Ma che si urla? Sappia che se lui urla, io so urlare più forte di lui!".
    Però per rivolgermi al padrone di casa ho voltato la testa ed entrano nel mio campo visivo sua moglie e la sua bambina di circa due anni, sedute sul divano.
    Allora rientro in me, mi metto le mani sulla bocca ed in tono tornato normale dico: "Scusa, ho urlato in casa tua".
    Vado a sedermi accanto alla bambina, mentre quel tizio continua ad urlare, senza che nessuno lo rimproveri o lo butti fuori casa, e la rassicuro: "Stiamo giocando".
    Azione corretta per riparare alla reazione scorretta?

    Dicembre.
    Il nipote del tizio dice che la ditta, della quale né io né mio marito abbiamo mai visto nemmeno un operaio, ha presentato la fattura e bisogna pagare l'ultima rata. 
    So che non esiste alcuna fattura. Non dico che il nipote mentisse: stava solo ripetendo quello che lo zio gli aveva detto. Pago. 
    Reazione corretta?

    2003.
    Febbraio.
    L'amica del tizio, direttamente interessata a quei lavori, bussa alla mia porta. "Ho di nuovo problemi", afferma.
    "Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?", rispondo. 
    Reazione corretta?
    La tizia fa: "Ah, oh" e se ne va.

    2004.
    Febbraio.
    In treno incontro un vicino. In passato abbiamo frequentato la stessa università. Sa che conosco quel tizio del preventivo fin da quando ero bambina.
    Azione. Allusivo mi chiede: "Ma quel tizio è sempre stato così?"
    Reazione. Faccio in parte la gnorri, ma non troppo e mi sfugge: "Mah, so che ha avuto qualche problema con la sorella ..." Lui vorrebbe approfondire, ma devio il discorso. So che si occupa di attività di ricerca in un settore di cui in passato mi ero per un po' occupata anch'io e gli chiedo di parlarmene.
    Reazione corretta?
    [By the way, dovetti intervenire nel suo discorso con osservazioni appropriate, anche se da dieci anni non mi occupavo di quegli argomenti, perché ad un certo punto il vicino ebbe un moto di stizza dicendo: "Ma perché non sei rimasta all'università!?! Una come te!"]

    Maggio.
    Azione. Mio fratello maggiore mi aggredisce verbalmente (e naturalmente l'atteggiamento fisico nemmeno scherza) di fronte a nostro padre, uscito di ospedale da meno di due settimane.
    Secondo lui sono una cretina perché non ho capito che devo telefonare io all'ospedale per sapere quando mio padre deve iniziare la terapia e non viceversa.
    Su sua insistenza avevo già telefonato due volte al reparto ed entrambe le volte mi avevano ribadito che avrebbero chiamato loro. E la seconda volte si erano, giustamente, anche mostrati seccati e pensato che io fossi un po' tonta. 
    Reazione. Naturalmente non ritelefono ed il sabato successivo, quando so che c'è anche mio fratello maggiore con la sua famiglia a casa dei miei, non ci vado.
    Reazione corretta?
    Azione. Mi telefona mia cognata per chiedere spiegazioni. Le spiego cosa fosse accaduto. "Lo sai che animale è! E non capisce che in un momento delicato come questo, uno può anche essere più sensibile e suscettibile.", replica a mo' di giustifica.
    Ed allora? E' un animale: lo devo giustificare gratis et amore deo e bisogna permettergli di continuare ad essere un animale? E' questo che intende mia cognata? Se è un animale, bisogna agire per riportarlo tra le persone civili.
    Reazione. "Sa dove abito", replico.
    Intendevo dire: "Venga qui a scusarsi".
    Reazione corretta?
    Mia cognata sembra risentita e chiude la telefonata. 
    Nessuno viene a scusarsi con me.
    Evidentemente chi è un animale nella mia famiglia e nel mio vicinato, è giustificato e ha il diritto di continuare a comportarsi da animale, mentre chi è in torto è colui che non accetta supinamente che le persone intorno a lui si comportino da animali e si rifiuta di subire in silenzio.
    Per la cronaca, finalmente telefonano dall'ospedale per comunicare quando mio padre deve iniziare la terapia.
    E le cose continuano come prima. Ed io mi ritroverò di nuovo a tavola con mio fratello maggiore e mia cognata. Senza che nessuno si sia scusato.
    Reazione corretta? 
    A mio avviso, no. Continuare a frequentarlo come niente fosse successo è la reazione errata.

    Luglio.
    Mio padre è ricoverato d'urgenza in ospedale. Me lo sono visto morto tra le mani.
    Il giorno dopo, il primario pronunzia una diagnosi infausta e mi parla di intervento palliativo. Sono sola. Devo decidere io.
    Mio marito mi porta a parlare, giustamente, con chi aveva operato mio padre tre mesi prima. Pronuncia una diagnosi direi quasi di routine e dice: "Portatemelo qui". Non so chi abbia ragione, ma decido di affidare mio padre a lui.
    Con enorme fatica, senza dirgli niente delle due diagnosi, riesco a convincere mio padre a farsi trasferire di ospedale.
    Azione. Non appena mio padre accetta di essere trasferito, mio fratello maggiore, appena arrivato, si volta verso di me e dice: "Se papà muore, è colpa tua".
    Reazione. E' come se avessi ricevuto una mazzata. Ma reagisco a me stessa. Lo ignoro e continuo a sovrintendere al trasferimento di mio padre.
    Reazione corretta?
    La sera e la mattina dopo sono una pezza, incapace di muovere un muscolo o applicare il cervello a qualsiasi cosa.
    Il pomeriggio vado a casa dei miei per raggiungere il resto della famiglia e andare a trovare mio padre in ospedale.
    Azione. Mio fratello maggiore mi aggredisce di nuovo. Verbalmente, ma stavolta anche fisicamente. Cado all'indietro.
    Reazione. Mi alzo, afferro la mia borsa e scappo via da casa.
    Reazione corretta?
    Mio padre viene operato il giorno dopo, l'intervento conferma la diagnosi di un problema "quasi" di routine, ma, di nuovo, nessuno si scusa con me. 
    Nonostante il primario abbia ingiunto ai miei fratelli: "E lasciate in pace questa povera signorina!".

    Dicembre.
    Mio marito è da un anno l'amministratore interno del palazzo dove viviamo. Compito che viene assolto a turno da tutti i condòmini tranne dal tizio che presentò il preventivo e si mise ad urlare alla richiesta di informazioni. Sta preparando il bilancio consuntivo da presentare in assemblea. Nessun altro vicino lo ha mai presentato in passato.
    Azione. Mio marito viene da me e dice allibito e forse un po' scandalizzato: "Quello si sta rubando 300 euro!"
    Reazione. Capisco di chi stia parlando e lo guardo ocn aria interrogativa ed alzando leggeremnte le spalle per dire: "Embè? Lo sapevamo che ruba. Qual è la novità?"
    Reazione corretta?

    Ma mio marito non si ferma là.
    Azione. Fa venire in casa il vicino che mi aveva fatto domande sul tizio in treno e gli comunica la stessa notizia mostrandogli i conti.
    Reazione. Se in treno avevo fatto la gnorri, ora mi sento in dovere di farmi vedere imbarazzata, perché quel tizio secondo l'anagrafe risulta essere un mio mezzo parente.

    E le mie reazioni da quel momento cominciano ad essere stupide, veramente stupide.
    Perché se fino a quel momento avevo sempre fatto finta di niente, ora mi sento in dovere di partecipare allo smascheramento dell'imbroglione/ni.
    E perché questa reazione stupida? Per quel specifico caso forse perché fosse chiaro che io non c'entro, che non sapevo nulla.
    E poi? Perché quel tizio diventa insistente. Lui ed i suoi amici petulanti, maleducati (ancora più spesso di prima), prepotenti (ancora più di prima), arroganti (ancora più di prima), pretenziosi all'assurdo ed io prima, stupidamente, mi esaspero e poi credo di dovermi schierare al fianco di mio marito.

    Dimenticando che in Italia l'unica legge che viene rispettata è quella dell'omertà.
    E che in Italia si è deboli con i forti e forti con i deboli.
    E come ci ricorda Pirandello ne "Il berretto a sonagli", i rapporti sociali sono basati sull'ipocrisia.
    E, Collodi c'insegna, è il derubato Pinocchio ad andare in prigione.

    Preciso: favola, storia di pura invenzione ispirata alla massima "Quello che fanno gli altri, fa parte della loro storia. Come reagisco io, fa parte della mia."

  • 28 febbraio alle ore 12:24
    Aspettando il taxi giallo

    Come comincia: Union Square, ore quattro pomeridiane di una tiepida giornata di un aprile newyorchese denso di profumi di tiglio e vaniglia che solo là si addensa forte e si mescola a quel salmastro che l’oceano scaglia contro i grattacieli di Manhattan. 
    Nella polaroid è rimasto l’ultimo di una serie di scatti che hanno catturato un pezzo di mondo che mi stupisce e mi inquieta. 
    Tu sei là. A tratti ti dondoli su una panchina verde che dividi con un piccolo scoiattolo affamato a cui regali parte dell’ hot dog che l’anziana signora giapponese che ti siede dirimpetto ti ha offerto e che tu hai tardato ad afferrare. 
    Il mio ultimo scatto ti ha sorpreso mentre ti chinavi, così i tuoi occhi scuri liquidi da indio che un attimo prima volgevi in alto sono rimasti solo a te. 
    Non potrò mai sapere altro…dove vivi …chi sei…qual è il tuo nome…perché tanto dolore tra le pieghe delle tue guance. Non potrò mai sapere se le tue braccia sono ancora trafitte da minuscoli fori rossi e violacei o se invece sono coperte da piccole cicatrici e da pelle nuova. 
    Non potrò mai sapere se ci sei ancora, piccolo uomo solo nella folla. 
    Stanotte ho voglia di scrivere. 
    Incomincio a battere veloce sui tasti una lettera che potrei inviare a un amico. 
    Ma in quest’ora buia non riesco a scorgerne i tratti. 
    Scrivo a te, ragazzo solo come tanti, immagine priva di uno sguardo che mi avrebbe imbarazzato. 
    Sei il divo di fronte alla platea che non vede l’altro ma la folla. 
    Sei il ragazzo che il sabato sera afferra la vita per i rumori assordanti di un ritmo intenso che nasconde il battito vicino. 
    Sei l’uomo tranquillo che non sa più amare né odiare. 
    Sei la signora spenta che indossa una veste sfilacciata creata per lei dal sarto che voleva indurla a desiderare ripartendo da uno straccio. 
    Sei il pittore di un ritratto che nessuno acquisterà. 
    Sei il navigante solitario in un mare dei bit. 
    Sei l’amante respinto. 
    Lo scrittore non letto. 
    Sei il viados con il seno gonfio per contraddire. 
    Sei, forse, il disperato che in un angolo buio di mondo scaglia mine nella mischia polverosa della guerriglia. 
    Sei il kamikaze che per esistere ruba la vita con un boato. 
    Sei uno o tutti i personaggi dei miei racconti…sei il professore, sei Maria Velaska, sei Lenìn, sei Camilla, sei Samuele…sei l’Americana…sei il ragazzo del ’99….. 
    Sei, come me, come molti, un minuscolo frammento d’amore e di dolore. 
    Sei, come me, come tutti, il viaggiatore del taxi giallo. 
    Stanotte ho avuto voglia di scriverti. 

     

  • 27 febbraio alle ore 9:35
    BEATA SOLITUDO

    Come comincia: Alberto M. era  febbricitante  a letto in via Colapesce a Messina. Rimpiangeva il fatto di non essersi vaccinato per pura dimenticanza, lui un ‘Vergine’ di oroscopo sempre preciso e puntuale stavolta aveva ‘toppato’. Oltre alla malattia era particolarmente giù di morale per la ‘fuitina’ della consorte Laura che gli aveva comunicato la notizia a mezzo mail dicendo che si era trasferita a Milano, ormai il loro rapporto era logoro. Niente di più falso pensò Alberto, la baby si era scoperta omosessuale e si era innamorata di Alma sua compagna di lavoro in banca secondo quanto a lui riferito dalle di lei colleghe. Alberto si domandò se le corna con una donna potessero essere meno dolorose di quella ‘confezionate’ con un uomo, domanda oziosa che non risolveva il problema.  Mezzogiorno, Alberto si rese conto che, qualora non avesse cucinato qualcosa sarebbe rimasto a pancia vuota e si recò in cucina per la bisogna. Citofono: “Pronto?” “Il postino, salgo al suo piano.” Strano, di solito la posta veniva messa nella sua buca delle lettere…”C’è un raccomandata A.R., una firma prego.” Vedendo il mittente ad Alberto si ghiacciò il sangue nelle vene, proveniva dal supermercato ove lavorava, poteva trattarsi di una sola cosa: il licenziamento, ne  aveva parlato con la segretaria Sofia che  nei giorni passati l’aveva informato del provvedimento in atto infatti: ‘Le comunico che, causa la diminuzione delle vendite e quindi l’eccedenza di personale, da domani Lei è licenziato.” Pure la presa per il culo con la elle maiuscola. Ad Alberto era passata la fame, un dolore profondo pensando al futuro, tutte le aziende stavano mandando ‘a spasso’ parte dei dipendenti e lui, essendo uno dei più giovani era stato il prescelto. La notte in bianco e poi la mattina Alberto si fece forza, si vestì e a bordo della sua Cinquecento cominciò a fare il giro della città in cerca di lavoro. Alcuni titolari si limitavano a dare una risposta negativa altri si erano messi a ridere: “Io sto licenziando quasi tutto il personale, si figuri.” Il pomeriggio Alberto si recò nel suo ex posto di lavoro, Sofia lo salutò con tristezza: “Mi sei stato sempre particolarmente caro, ho tentato di salvarti dal licenziamento ma il direttore è stato inflessibile.” Alberto in silenzio guardò Sofia: quanti anni poteva avere? Ne dimostrava quaranta-cinquanta difficile da stabilire, la signorina curava molto il suo aspetto: capelli che davano sul turchino come la famosa fata, piuttosto alta aveva un corpo che Alberto definì armonioso, forse frequentava una palestra, era simpatica. “Stavo pensando a lei, immagino che avrà avuto ‘negativa’ (dialetto siciliano) nel cercare un altro posto di lavoro, forse potrò darle una mano, non le prometto nulla, devo parlare con delle mie amiche, mi farò viva io.” Alberto aveva smesso di cercare una occupazione, inutile fatica avrebbe accettato qualsiasi incarico ma nemmeno delle ditte di pulizia avevano bisogno di personale. Dopo una settimana: “Sono Sofia, devo parlarle, se lei è d’accordo potremmo incontrarci al bar situato a piazza Cairoli.” Cosa era accaduto nel frattempo? Sofia aveva convocato le sue amiche, facenti parte di un circolo privato in un locale in via Garibaldi : “Mie care buona sera, prima di  prospettarvi le località dove fare tappa della programmata gita nei più bei posti italiani, come suggerito da Barbara, vorrei avanzare una proposta un po’ particolare: invece di affittare un pullman con autista vorrei fare guidare il mezzo da un mio amico licenziato dal posto di lavoro, garantisco per la sua preparazione come autista e per la sua serietà. Dalle vostre facce mi accorgo che la proposta ha lasciato perplesse  alcune di voi , sinora nessun maschietto era entrato a far parte del nostro circolo, siamo state un po’ tutte toccate in senso negativo nel rapporto con gli uomini ma questo non vuol dire…” Lavinia: “Allora facciamo così, mettiamo la proposta ai voti come in passato quando c’era da prendere una decisione importante, il voto di Sofia, quale presidente del consesso, more solito,  varrà il doppio chi è contraria alzi la mano, allora sono contrarie: Cristina, Aurora, Grazia, Elisabetta e Clarissa, favorevoli: io, Barbara, Alice e Vittoria, Sofia?” “Favorevole.”  “Proposta approvata per sei a cinque, vorremmo conoscere l’autista prescelto da Sofia che mi sembra piuttosto interessata a lui…” Sofia fece la gnorri ed indisse la prossima riunione il sabato successivo alle diciassette sempre nello stesso locale per la presentazione di Alberto. Qualcosa era accaduto nel cervello della dama: stanca di vivere sola come tutte le sue amiche, finita la riunione,  col pretesto di fargli vedere la sua casa,  si fece accompagnare in auto da Alberto nella sua abitazione Ora che siamo a casa mia puoi metterti comodo, voglio darti del tu potresti essere mio…” “Lasci stare le nostre età, ho sempre avuto un debole per te, la tua classe e la tua signorilità sono difficili da trovare nelle signore che vedo in giro, vado in bagno ad indossare il tuo accappatoio.” Alberto si presentò con un capo di color nero, difficilmente riscontrabile nei negozi infatti Sofia l’aveva acquistato online. “Sembri Marte il dio della guerra!” “Da buon pagano preferirei essere paragonato a Hermes mio protettore.” “Io non sono religiosa e quindi chiudiamo l’argomento.” Sofia si presentò indossando una vestaglia di seta color oro,  sfoderò un corpo da modella; senza parlare si sdraiò sul letto seguito da Alberto dal cui accappatoio faceva ‘capolino’ un ‘ciccio’ alla massima potenza, capì che doveva aver dei ‘riguardi’ nel confronti della signora, non  sapeva da quanto tempo lei non avesse avuto dei rapporti sessuali e quindi dopo un bacio in bocca ed una altro sulle tette  si dedicò alla ‘chatte’. Il clitoride di Sofia era piccolino e sicuramente poco allenato e ci volle del tempo prima che la dama mostrasse segni di orgasmo, un orgasmo silenzioso. Alberto comprese che Sofia stava  pensando ad un suo antecedente amante che le era rimasto nel cuore infatti si accorse che stava piangendo. Niente di più problematico per Alberto le lacrime femminili, ‘ciccio’ si ritirò in buon ordine anche lui era sensibile alle lacrime! “Ti chiedo scusa, stavo pensando a mio marito che è morto in un incidente stradale andandosi ad infilarsi nella parte posteriore di un camion con la spider che gli avevo regalato, non ho voluto vedere la salma per ricordarlo sempre da vivo e vivo è ancora in me il suo ricordo, scusami.” Sofia si riprese e prese lei l’iniziativa  e ‘per tutta conclusione tu te baci stò cordone’ pensò Alberto ricordando una vecchia freddura che non c’entrava nulla con la situazione attuale ma il cervello del giovane talvolta andava per conto suo. Il ‘beneamato’ riversò alla grande il suo ‘latte’ nella bocca di Sofia che inaspettatamente  ingoiò tutto. ‘Ciccio’ non era ancora contento e avviò ‘le pratiche’ per entrare nella gatta di Sofia che dimostrò di non essere stata usata da molto , Alberto fu molto delicato e ci mise del tempo fino ad arrivare in fondo, lo schizzo finale fece un effetto prodigioso sulla  dama che ebbe un orgasmo che  fece tremare tutto il suo corpo. Un po’ di riposo guardandosi negli occhi e poi inaspettatamente Sofia si girò di spalle…Quello fu il primo rapporto fra i due, ormai innamorati l’uno dell’altra, un sentimento sorto inaspettato, fra di loro c’era più che del sesso. In seguito vollero conoscersi più a fondo, si confidarono sulle loro preferenze un po’ in tutti i campi ma, giunti alla gelosia mentre Alberto dichiarò di esserne immune, Sofia non si pronunziò, rispose con un sorriso che era tutto un programma! Sofia, sempre a richiesta del ‘fidanzato’ gli illustrò le caratteristiche delle varie componenti il circolo, tutte avevano in comune ampie possibilità finanziarie. Elisabetta e Aurora erano molto ‘affezionate’ l’una dell’altra, la prima più mascolina con capelli neri cortissimi e fisico atletico (era il maschietto della famiglia), la seconda bionda alta longilinea la femminuccia. Altro giro altro numero (come al solito la mente di Alberto…); anche Aurora e Cristina facevano parte della stessa sponda ambedue rosse di pelle si distinguevano per la lunghezza dei loro capelli, la prima li portava cortissimi (era il maschietto di casa) la seconda sino alla vita. Alberto pensò che le femminucce non erano niente male, forse il suo pensiero fu letto da Sofia che gli indirizzò uno sguardo inceneritore. Alberto fece la faccia di chi ‘non have colpa’, capì che in futuro non si poteva permettere di folleggiare. Per ultima Clarissa ragazza piuttosto alta ma anche piuttosto magra, niente di particolare. Era corsa voce che aveva avuto un lungo flirt con un compagno di scuola che l’aveva scaricata per una amica (la solita storia). Raramente dava confidenza alle colleghe che cercavano di farla partecipare ai loro festini, un po’ tutte cercavano di coccolarla ma con  risultati scarsi, per lei valeva la canzone di Toquinho: ‘Tristezza per favore va via’ solo che con lei non funzionava. Sofia confessò ad Alberto che Lavinia era la sua amica preferita, solo amica precisò non voleva equivoci, Barbara, Alice e Vittoria erano  le eterne allegrone non interessate al sesso, probabilmente facevano parte delle asessuate.  Sofia ritenne opportuno presentare Alberto alle amiche nel solito locale di via Garibaldi.Il giovane si presentò vestito in maniera elegante ma sobria: giacca in ‘pied di poule’, pantaloni scuri, camicia azzurrina, cravatta di fantasia disegnata da maestri napoletani, scarpe di cuoio nere molto differenti da quelle che si vedevano in giro che sembravano scarpe da tennis. Al barbiere aveva chiesto il taglio che andava tanto di moda. Al suo ingresso un po’ tutte le signore e signorine rimasero basite, prima fra tutte Sofia. “Signore buona sera, sono a vostra completa disposizione per le vostre esigenze tranne una…il ballo. Ho cercato di migliorare le mie doti di ballerino ma il maestro cui mi ero rivolto,  dopo una settimana mi ha restituito il soldi del corso e: ”Non voglio rubarle i suoi quattrini, peggio di lei ci sono solo gli orsi…” Una battuta di mani di parte delle presenti fece capire ad Alberto che era stato accettato nel loro circolo. Sofia chiese al suo ‘fidanzato’ di organizzare un viaggio di piacere ad Amalfi interessandosi al noleggio di un pullmino ed a prenotare cinque camere con letto matrimoniali ed un singola per lui, ormai l’Albertone era diventato il loro manager. Era primavera, la stagione migliore per visitare la costa amalfitana per evitare la folla di turisti estivi. Il viaggio fu piacevole anche per il bel tempo. La troupe si fermò in vari autogrill per le solite incombenze e per fare  acquisti di prodotti locali, il pomeriggio arrivo ad Amalfi all’albergo a quattro stelle ‘Splendor’. Sistemazione nelle camere assegnate a ciascuna coppia, Sofia con Lavinia, Alberto, solitario, sperava di non esserlo per tutte le notti! La mensa dell’hotel era ad alto livello, il servizio anche, si capiva che l’albergatore di teneva a fare bella figura. Ogni  mattina partenza in aliscafo o col pulmino per visitare le varie località: Capri, Positano, Sorrento, rientro in albergo un po’ tutti più abbronzati e felici di aver visto tanti bei posti. La dame mostrarono la loro gratitudine all’organizzatore Alberto il quale  non tirava fuori dalla tasca nemmeno un centesimo anzi  gli era assegnato un ottimo stipendio. Un fatto inaspettato: una sera Sofia disse ad Alberto che non avrebbe dormito con Lavinia che russava per tutta la notte, avrebbe preso il suo posto nella stanza singola. “ Gatta ci cova’, ti pareva che Alberto non avrebbe preso al volo la possibile occasione di…Con indifferenza, preso il  pigiama, bacino di rito a Sofia e passaggio nella camera accanto dove però non c’era traccia di Lavinia, che  stava succedendo? Ad ogni buon fine Alberto si mise a letto,  poco dopo si addormentò finché sentì qualcosa di caldo vicino al suo corpo, finalmente…Il profumo non era quello di Sofia ma qualcosa di molto più forte, quello della pelle di Lavinia era molto eccitante,’Scent of a woman’ (tradotto ‘profumo di donna’ del celebre film. Figurarsi se ‘ciccio’…La dama era di spalle chissà se volutamente o per sbaglio fatto sta che il sozzone si infilò agevolmente al primo buchino che si trovò davanti ci stette a lungo, la dama ebbe vari orgasmi e poi: “Vatti a lavare vorrei contentare anche la ‘cosina’.” Anche la ‘gatta’ fu accontentata con ottimi risultati. Alberto si addormentò, fu svegliato da Sofia che evidentemente aveva voluto far un piacere all’amica: “Torna al posto tuo!” era un ordine imperioso più che una richiesta. La mattina dopo era previsto un giro di Amalfi a piedi, Alberto diede forfait, preferì  rilassarsi a letto, se l’era meritato, ne aveva proprio bisogno. Al rientro della troupe per il pranzo Alberto era ancora in camera sua, Sofia entrò lo baciò in bocca,  ‘il principe si svegliò’, si rase la barba e dopo una doccia raggiunse la mensa dove la dame stavano iniziando a mangiare. Aurora la rossa, il maschietto: “Alberto vuoi che ti misuri la pressione, ti vedo biancazzo in faccia!” “È l’aria di mare!” “Chiamala aria di mare!” Aurora non si faceva i fattarelli suoi, forse avrebbe voluto…Rientro a Messina, le signore che per hobby avevano un impiego ritornarono al lavoro, Alberto riprese l’attività di ‘galoppino’ che gli fruttò la possibilità di acquistare, con mutuo decennale, l’abitazione in via Colapesce che fece ristrutturare, cambiò anche tutta la mobilia. Sofia, spinta dalla sua bontà d’animo,  chiese ad Alberto di ‘far qualcosa’ per Clarissa. La signorina, nemmeno quarantenne, era sempre ‘disastrata’ malgrado il sostanzioso conto in banca. Alberto contattò Ambra  titolare di una casa di bellezza in viale S.Martino: “Mia cara buongiorno sono Alberto, ti porterò una mia amica che ha bisogno di una ‘sgrezzata’, sistemala come meglio puoi, comprale anche vestiti e scarpe, non ha problemi finanziari, si chiama Clarissa.” Alle nove Alberto si presentò ad Ambra con un finto baciamano, la signora non più giovanissima aveva classe. “Tornerò verso le diciassette, grazie in anticipo per quello che farai, ciao Clarissa, affidati alle sapienti mani della signora.” Alle diciassette in punto Alberto suonò alla casa di bellezza, venne ad aprire un’impiegata che lo fece accomodare in sala d’aspetto dove c’era una signora. Dopo un po’ la dama gli sorrise, aveva vicino a lei a terra delle buste con i nomi di celebri case di moda e di scarpe. Sempre sorridente la dama si avvicinò ad Alberto, era una donna piacevole, ben vestita con tacchi dodici. “Alberto che ne dici di riportarmi a casa?” Non era facile stupire Alberto ma questa volta…”Non mi dire che sei Clarississa, o meglio…” Alberto si ‘caricò’ dei pacchi e raggiunse la sua Cinquecento poi una pensata: “Vorrei farti visitare la mia abitazione, l’ho fatta ristrutturare ed ho cambiato tutta la mobilia, ne sono fiero. Clarissa: “Bene andiamo a visitare il museo, guarda che ho fame, a pranzo solo un panino e della frutta.” Alberto riscoprì la sua vena di cuciniere e riuscì a soddisfare il pancino di Clarissa che apprezzò anche del buon Lambrusco che le fece effetto nel senso che…”Sento caldo ma non è solo il tempo esterno, è qualcosa all’interno del mio corpo  che non riesco a capire.” L’aveva capito Alberto che prese a baciarla sino a che la signorina chiuse gli occhi e si abbandonò fra sue braccia. Alberto la spogliò, la condusse in bagno, le fece lavare la ‘cosina’ , anche lui fece delle ‘abluzioni’ a ‘ciccio’ e poi sul lettone. In fondo Clarissa non aveva un brutto corpo, era una longilinea, Alberto si proiettò direttamente sul clitoride e poi…Erano le ventuno quando una telefonata: “Caro come è andata con Clarissa?” Era Sofia. “È qui con me, non aveva mangiato a mezzogiorno, ho provveduto io ma lei ha ‘tracannato’ troppo del mio Lambrusco e si è addormentata.” Non era facile ‘farla’ a Sofia che fece finta di crederci. “Quando si risveglia portala a casa sua, a presto.” Alberto si ricordò che era ‘andato facile’ dentro la ‘gatta’ di Clarissa, molto probabilmente la signorina aveva ancora le mestruazioni e quindi… bah!, se fosse nato un Albertino e una Albertina non sarebbe morto o morta di fame. La beata solitudine non era più tale per alcune delle componenti il circolo, merito di Alberto che aveva risvegliato in loro la voglia…di vivere!

  • 27 febbraio alle ore 9:31
    ALBERTO IL BENEFATTORE

    Come comincia: Alberto cinquantenne, dopo trenta anni di lavoro era in pensione con un bel po’ di denaro depositato in banca sia in azioni che obbligazioni. Non vorrei che a questo punto il solito lettore pierino saltasse su col dire ”Col lavoro onesto non si fanno soldi!” A parte caro signore (si fa per dire) che non sono fattarelli suoi se lei ha studiato latino ricorderà il detto ‘pecunia non olet’  e poiché ho qualche dubbio sulla sua cultura glielo traduco ‘il denaro non puzza’. Alberto un pó per il fiuto di guadagno che aveva innato, un  po’ per fortuna impiegò una bella somma su i ‘Bitcoin’ operazione che lo avevano reso milionario.  Da quel momento cambiò il suo tenore di vita comprando un’abitazione di lusso di trecento metri quadrati in viale S.Martino a Messina ed acquistando, pur tenendo la vecchia Cinquecento per comodità di parcheggio, una Alfa Romeo Giulia omnia accessoriata apprezzando in particolare la gentile voce femminile che, una volta inserito il navigatore satellitare gli indicava come giungere a destinazione senza dover consultare carte topografiche. Poi gli era sorto il problema di come impiegare il tempo a parte qualche sporadica avventura con femminucce affascinate dalle sue tempie grigie e dal suo stile di uomo maturo ma ancora in forma. Gli venne in mente quando da suo padre, ateo, era stato iscritto a scuola in un istituto religioso. Il papà  giustificò al figlio questa sua scelta affermando che ognuno doveva avere una sua personalità scegliendo le proprie idee facendosi influenzare solo dalla lettura di testi di differenti opinioni in qualsiasi campo. Alberto si era dimostrato lettore accanito ed aveva dato filo da torcere ai poco illuminati preti che, nei compiti in classe, chiedevano agli allievi di manifestare le proprie idee sulla religione. Male gliene incolse ai ‘bagarozzi ‘ come volgarmente venivano chiamati dal popolino, Alberto una volta scrisse che nel mondo c’erano centotrentasette religioni e solo sette di ispirazione cristiana e quindi…, giustificò poi Giuda per il suo tradimento in quanto questo evento era stato previsto dal  Signore onnipotente e quindi non meritevole di punizione come pure il peccato di Adamo ed Eva con la stessa motivazione di Giuda. Altro argomento scottante: perché i preti facevano i furbi appendendo alle pareti  degli esercizi commerciali  crocifissi  o icone di santi e di madonne al fine di evitare il pagamento di imposte allo stato italiano? Ai preti non restò altro che chiamare il padre di Alberto affinché ritirasse da scuola il suo figlio dichiaratamente ateo. Durante le feste natalizie Alberto venne a sapere di banchetti organizzati dalla Curia in cui ai poveri venivano offerti pasti gratis, domanda ovvia: gli altri giorni dell’anno di cosa si cibavano i poveracci satolli solo a Natale ed a Capodanno? Idea: aprire un locale per ‘dar da mangiare agli affamati’ come prescritto in una delle ‘sette opere di misericordia’ di cristiana prescrizione. Detto fatto: interpellato Franco suo amico e valente avvocato venne a sapere che l’edificio di un istituto di suore in  piazza Castronovo era in vendita motivazione: poche vocazioni. Considerato che nessun acquirente si era fatto avanti, le pretese delle suore si erano notevolmente ridimensionate così Alberto poté acquistarlo ad un prezzo conveniente.  Un architetto di fede atea progettò, gratis, l’interno dell’edificio per ospitare circa cinquanta persone, nome dell’istituto:  ‘Casa di accoglienza Giordano Bruno bruciato vivo per eresia’ come da targa posta sopra la porta d’ingresso.  All’inaugurazione ovviamente non fu invitato nessun appartenente all’Arcivescovado per la benedizione di rito come era avvenuto per altre analoghe occasioni. All’ingresso era stato posto il regolamento che prescriveva che nessuno poteva entrare con indosso distintivi di qualsiasi genere. Questa regola aveva messo in crisi varie categorie di persone: monache, preti in divisa, appartenenti a vari club, insomma chiunque portasse emblemi che identificasse una categoria di persone. Di notte il solito fanatico religioso aveva scritto sul muri del convitto una epigrafe minacciosa nei confronti del proprietario. Alberto dopo aver fotografato la scritta, fece denunzia del fatto ai Carabinieri e fece porre delle telecamere di video sorveglianza al fine di poter rintracciare altri eventuali writers. Altra precauzione: installare delle ‘cimici’ in ogni locale per controllare eventuali infiltrati che potessero danneggiare in qualche modo il buon nome della casa di accoglienza. Alberto si riservò un locale per uso suo ufficio in cui c’erano oltre la scrivania: un lettino,  un computer e un monitor dove venivano riportate le immagini di tutte le stanze. Per il personale scelse solamente delle femminucce giovani impiegate: in cucina, in sala mensa e per la sistemazione delle camere da letto. Unica eccezione Rosalia  (Lia), una signora anziana vestita di nero che aveva rappresentato la sua recente vedovanza con tre figli a carico, aveva il viso quadrato come pure il fisico più alto della media e piuttosto robusto. La stessa era l’unica autorizzata ad accedere nell’ufficio di Alberto, dava maggior affidamento per serietà. Alberto non voleva essere ‘schiavizzato’ dalla casa di accoglienza ed allora convocò Lia, l’unica a cui dava del lei: “Signora per motivi personali non posso passare molto tempo qui dentro, lei sarà il mio alter ego, avrà, in mia assenza la responsabilità dell’andamento della casa, il suo stipendio sarà raddoppiato.” “Grazie” Lia era di poche parole ma dava affidamento. Una mattina Alberto nel suo ufficio leggeva il giornale, dando uno sguardo al monitor si accorse che in cucina Aida, rimasta sola, stava vuotando una bottiglietta di liquido dentro la pentola dove si sarebbe cotta la pasta. Corse verso la cucina, durante il tragitto incontrò Lia: “Venga con me.” Aida fu subito immobilizzata da Alberto e trasportata a forza in ufficio. “Cosa hai messo in pentola?” Scena muta da parte della ragazza. Alberto chiamò il 112 spiegando brevemente la situazione, dopo circa un  quarto d’ora apparvero due Carabinieri che presero in consegna Aida, a lei riproposero la domanda sul contenuto della bottiglietta immesso in pentola, altra scena muta. I Carabinieri allora interessarono i Nas che si presentarono con il loro armamentario, prelevarono vari campioni di acqua della pentola e poi la sigillarono. Fu chiamato un avvocato d’ufficio al quale spiegarono la situazione, i Carabinieri volevano essere in regola con la procedura per evitare ‘furbizie’ da parte dell’interessata. Scoperta dai documenti dove si trovava l’abitazione di Aida, una pattuglia si recò in via Placida dove una donna con indosso lo hijab aprì la porta. “Parla italiano?” “Un poco.” “Abita qui Aida?” “Mia sorella.” “Questo è un mandato di perquisizione, entriamo in casa.” L’arredamento dell’abitazione era a dir poco povero ma in uno sgabuzzino i militari scoprirono un computer, uno di loro pratico del settore dopo molti tentativi riuscì a mettersi in contatto con un sito islamico in cui erano magnificati la lotta armata e come poter colpire i ‘miscredenti’. Dietro autorizzazione del sostituto di turno, i Carabinieri fra la curiosità dei vicini di casa portarono con loro la sorella di Aida che non fece resistenza. Ad Alberto fu richiesta una sua relazione sui fatti, la pentola incriminata fu la sola traccia dell’avvenimento, per il resto silenzio assoluto, dopo vario tempo sulla stampa nazionale apparve la notizia che, partendo da Messina i Carabinieri erano riusciti a smantellare varie cellule islamiche  sparse in tutta Italia, cellule che volevano colpire anche le chiese cattoliche. Passata la buriana, la serenità ritornò all’interno della casa di accoglienza, anzi il mancato pericolo rese più compatta l’amicizia fra i suoi componenti. Alberto una mattina di una domenica  stava poltrendo al caldo del letto (era inverno) quando suonò il citofono, quando il citofono suonò per la terza volta Alberto pensò che fosse cosa importante e: “ Chi rompe?” “Sono la signora Matilde, lei non mi conosce, son venuta a recapitarle la sua pubblicazione ‘L’Ateo’ a me pervenuta erroneamente.” Alberto  riuscì ad aprire completamente gli occhi, indossò una vestaglia sopra il pigiama. Uscita dall’ascensore gli apparve una bionda, una bionda che più bionda non si può (Espressione copiata da un comico televisivo). “Chiedo scusa se sono poco presentabile.” “Mi è pervenuta, insieme alla mia copia della pubblicazione ‘L’Ateo’ a lei indirizzata, eccola qua.” “La ringrazio, la prego di accomodarsi nel salone, mi rendo presentabile e poi, se lei è d’accordo potremmo andare a pranzare in un locale qui vicino dove si mangia bene.” “Accordato, posso visitare la reggia?” “Grazie per il complimento, faccia pure.” Alberto con  calma si rasò la barba, fece una doccia e poi indossò il ‘vestito della festa.’ “Adesso sono presentabile, posso offrile un aperitivo.” “Preferisco mangiare, un certo languorino…” All’ingresso i due furono accolti dal proprietario, Alberto era un cliente di riguardo che, dopo un finto baciamano alla signora: “Complimenti Alberto, ‘semper ad meliora’”, poi vedendo la faccia di disapprovazione di Alberto. “Se me lo permettete provvedo io al menù.” Salvatore aveva compreso la gaffe. Matilde ci rise sopra: “Pare che questo è il posto dove lei conduce le sue conquiste!” “Sempre di meno, ormai l’età…” “Non si sottovaluti, ha il fascino delle tempie grigie.” “E lei della gioventù.” “Non ha il coraggio di chiedermi gli anni? Non ho remore a dirglieli: ventisei e non mi dica che potrebbe essere mio padre!” La frase fu seguita da una risata da parte della signora che seguitò: “Non mi chiami signora, sono signorina e lo ribadisco con forza come dicevano in un film di Frank Capra due zitelle incartapecorite.” “Mi fa piacere esserci scoperti pieni di humour, penso potremo darci del tu e, se me lo permetti pago io il pranzo, sono un po’ superstiziosa e ritengo che porti fortuna quando al primo incontro è la femminuccia a saldare il conto.” La mancia di cinquanta Euro fece sbarrare gli occhi al vecchio cameriere Osvaldo che ringraziò con un inchino. “Facciamo un giro in auto, è posteggiata in garage.” “Complimenti una Giulia allora non sei tanto vecchio se ti sei comprato una macchina sportiva! Me la fai provare?” Alberto sorrise e pensò: “ E tu che mi fai provare?” “Non fare pensieri lascivi, non almeno al primo incontro!” Alberto capì che ‘aveva trovato duro’, scese dalla parte del guidatore dove si istallò Matilde che subito dimostrò di essere un buon ‘manico’ con  partenza con  sgommata. In autostrada verso Catania: “Se vai a questa velocità non solo perdi i punti della patente ma se superi i quaranta più del previsto te la ritirano .” “Ed allora tu mi farai da autista venendomi a prendere a casa, magari anche in orari inconsueti, sarò ad aspettarti.” “Mi fermo in questa piazzola, voglio rilassarmi spostando la spalliera del sedile indietro.” Detto, fatto Matilde afferrò Alberto per il collo e lo baciò a lungo. “Non sono un gallinaccio…” Matilde ripartì “Direzione casa mia hai qualcosa in contrario?” “No visiterò la tua reggia e…” “Non ti aspettare niente , oggi hai avuto un assaggio, ti può bastare!” Tilde, il diminutivo di Matilde, era molto impegnata col lavoro, era capo sala in un Istituto ortopedico in via Ducezio, comunicò ad Alberto l’impossibilità di incontrarlo per motivi che gli avrebbe comunicato a voce. Alberto sopportò un  periodo di astinenza sessuale, che fosse la vecchiaia…Non se ne preoccupò più di tanto, per passare il tempo rispolverò un vecchio hobby, la fotografia. Acquistò una Canon con tutti gli accessori  di ultima generazione, ormai la pellicola era un lontano ricordo, c’era una scheda in cui si potevano immagazzinare anche cinquecento scatti. Non contento, pensò di metter su un laboratorio di sviluppo e di stampa in uno sgabuzzino di casa sua, gli costò un occhio della testa ma poi pensò a quanto fosse più gratificante stampare da solo le foto, magari qualcuna osé, forse pensava a Tilde immaginandola in costume adamitico o meglio evitico. La dama si faceva viva solo per telefono, solita giustificazione lavoro che la impegnava tutta la giornata, sembrava più una scusa che la verità ma…Una mattina di domenica alle undici insistente suono del telefono: “Sto riposando al calduccio del letto, non vengo fuori nemmeno se sei miss mondo!” “Ti deve bastare miss Matilde  che ti viene a trovare a casa e così potrai poltrire ancora a letto!” Alberto comprese che era l’ora del ‘la tromba la mattina è una rottura di coglion’ di  militare memoria e con un balzo lasciò il giaciglio e corse ad accendere il riscaldamento. Dalla finestra vide una Abarth 124 spider entrare in cortile, che fosse lei? Era lei,  svelato l’arcano dell‘amore per la velocità di Tilde! “Mia cara dal viso mi sembri  piuttosto stanca…” “Non ho avuto tempo di fare colazione, per favore preparami un cappuccino con qualche dolcetto.” Nek frattempo Tilde si era introdotta nel bagno per una doccia e ne era uscita con indosso un accappatoio di Alberto. “Posso dire sotto il vestito niente!” “Ho capito, ecco quello che volevi vedere!” “Apparve un corpo longilineo, piccole tette, vita stretta, e, giratasi un bel popò poi un pube con ‘pelame’ nero. “Si, non sono bionda naturale, finito di mangiare  approfitterò del tuo letto penso ancora caldo del tuo corpo e del tuo profumo.” Matilde chiuse gli occhi, si era addormentata. Alberto pensò che non era il caso di andare al ristorante, si mise al lavoro in cucina, era abbastanza bravo e mise su un pranzo con i fiocchi. Dopo due ore decise che la signora si era riposata abbastanza e con la bocca fece il suono della sveglia militare: “Tu tu tu tu tu tu tu tu tu la sveglia la mattina è una rottura di coglion…” “Sei un sadico, nel più bello…” “Non mi va di andare al ristorante, mi accontenterò di un panino.” “Invece l’Albertone ha preparato un pranzo con i fiocchi!” “Mai mangiato un pranzo con i fiocchi, spero non sia avvelenato!” Tilde fece seguire la battuta con un bacio che fece svegliare un ‘ciccio’ ormai a riposo da tempo. “Ora no, voglio che sia una cosa dolce non mi interessa la sveltina, comunicala al tuo ‘socio’. Il ‘socio’ non la prese bene ma si ritirò in buon ordine, c’era odore di ‘cosina’ da gustare più tardi. Alla fine del pranzo riposo sul divano col televisore acceso. Solite notizie negative: omicidi soprattutto di donne, guerre in tutto il mondo ed altre schifezze varie che indussero Alberto di spegnere la TV. “Caro penso sia il caso di raccontarti le mie vicissitudini: sin da piccola sono vissuta in una casa per orfani, mia madre, mai conosciuta, mi aveva abbandonato alla mia nascita. Crescevo senza affetto come puoi immaginare, a sedici anni  un addetto all’istituto mi violentò, tanto dolore soprattutto fisico che mi portò a giurare a me stessa eterno odio per gli uomini. Questo mi portò a ‘frequentare’ da vicino una mia compagna più grande di me che amava  le femminucce più  dei maschietti.  Alla maggiore età l’ho persa di vista, con l’aiuto finanziario di una benefattrice nobildonna io ed altre mie colleghe siamo riuscite a studiare fino alla laurea. Ho vinto il concorso di capo sala e da allora la mia vita è cambiata soprattutto ultimamente quando è stata ricoverata una signora anziana con osteoporosi e con un femore rotto. Mi ha chiesto di starle sempre vicino e quindi, oltre al mio lavoro ho svolto le mansioni di infermiera soprattutto di notte. Una mattina la signora fece chiamare il direttore della clinica a cui chiese l’intervento di un notaio, voleva far stilare un testamento valido a tutti gli effetti, niente ai nipoti. Alla sua morte ho appreso che mi aveva lasciato tutti i suoi beni piuttosto sostanziosi poi sei apparso in qualche tu, fine della storia.” Alberto e Tilde si guardarono a lungo senza profferir verbo, in seguito si abbracciarono ma nulla di sessuale, erano ambedue commossi. Morfeo li colse sino al mattino successivo. “Ho una fame indiavolata, presto amore mio, prepara una colazione coi fiocchi, sono in vacanza per un mese ma non ti illudere… Stavolta i due uscirono e presero la 124 di Tilde la quale stranamente aveva smesso  di fare gli slalom fra le macchine che la precedevano, andava così piano che gli automobilisti dietro di noi, inviperiti,  cominciarono a suonare il clacson. “Che ne dici di fermarti in uno spiazzo?” “Niente da fare, per ora mi sto rilassando tutto rimandato sul tuo giaciglio.” La situazione di evolse come desiderava Tilde: inizio con baci da parte di Alberto su tutto il corpo dell’amata, il fiorellino si dimostrò subito recettivo con orgasmi multipli che lubrificarono la vagina di Matilde tanto da farle percepire con poco dolore l’entrata trionfale di un ‘ciccio’ alla massima potenza. La mattina seguente Tilde trovò sul comodino un bigliettino che recitava: ‘ Un cinquantenne sarà un buon padre?’ Una festa alla grande organizzata da Lia (ma pagata da Alberto) aspettava i due che alla loro entrata alla casa di accoglienza furono gratificati da un forte e lungo applauso da parte dei presenti i quali in coro: ’Discorso, discorso, discorso!’ “Mie cari che dirvi, questa è Matilde  mia moglie con cui spero di avere un erede,  siete tutti nel mio cuore ed ora buon appetito!” L’istituzione voluta da Alberto, per sua volontà, seguitò a funzionare anche dopo la sua morte in seguito alla quale fu apposta, dalla vedova e dal figlio Adalberto, una  targa  all’ingresso per ricordare chi era stato il suo promotore.