username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 09 ottobre 2017 alle ore 11:42
    Un contenitore di vite

    Come comincia: Un treno che sfreccia. Rompe l'aria. Corre verso qualcosa o viene rincorso? Sta arrivando o sta scappando? È solido, ferro, metallo, è rumoroso, grigio, scuro, è imponente. È un contenitore di vite. Un recipiente che trasporta corpi. Una cassaforte di segreti. Mani che lasciano spazio ad altre mani stanche, sudate, deboli, fredde, salde. Mani che cercano un appiglio per non cadere. Sguardi che incrociano altri sguardi distratti, persi, curiosi, bassi, spenti. Sguardi che cercano comprensione per non sentirsi inadeguati. Labbra serrate vicine a labbra in movimento, silenzi, parole a metà, volume troppo alto, confessioni, preghiere. Piedi che calpestano piedi ancorati, tremanti, forti. Piedi che camminano perché non si possono fermare. Poi ci sono i pensieri. Una nebulosa di pensieri che nascono e svaniscono, che si incontrano e si allontanano, che si scontrano, si mescolano, si guardano e inorridiscono, si leggono e si trovano, si nascondono, si vergognano, giocano, ballano, muoiono, sono fermi, incerti, spaventosi, pieni di dubbi e paure, di colori e sfumature, fanno chiasso, baccano, colpiscono, stridono, urlano e poi... il vuoto, l'assenza... solo carne, muscoli, ossa, capelli, vestiti, tacchi, borse, telefoni, solo questo, il nulla dell'umanità. Eppure le anime ci sono. Sono sedute una accanto all'altra, sono una di fronte all'altra, ma sono prigioniere. Le teniamo legate con una catena di protezione e amore materno per evitargli dolore, delusione, sconfitta. Le catene con il tempo fanno sanguinare, lacerano. Una lotta costante, quotidiana, che lascia al suo passaggio feriti e distruzione, una lotta tra la potenza delle catene e la forza dello spirito. Tutti vogliono essere liberi, ma pochi trovano le chiavi del lucchetto. 
    Così, passeggiando per strada e guardando sul ponte il treno che passa, immagino che quelle nuvole che quasi lo sfiorano siano delle navette che avvolgono tutte le anime che ce l'hanno fatta. Fluttuano e lasciano volare i pensieri nell'aere, nudi e pieni di speranze.

  • 07 ottobre 2017 alle ore 4:04
    Diventare adulti

    Come comincia: Dentro ogni vita c'è un percorso scritto che solo chi lo ha vissuto e percorso conosce. Il mio percorso non è stato sicuramente facile e nemmeno in discesa, ma posso assicurare che è stato redditizio per la mia anima e la mia personalità. Un percorso degno della crescita interiore che ho raggiunto. Ho sopportato, ingoiato e superato delusioni, cattiverie e sconfitte. Da esse ho ottenuto come bonus le armi migliori per proseguire... esperienza, sesto senso e saggezza. Ho decifrato comportamenti, parole e atteggiamenti. Da essi ho elaborato le sfaccettature delle personalità nelle quali avrei potuto imbattermi ed ho imparato a rapportarmi ad esse. Ho ascoltato vite, segreti, confidenze e lamentele. Un grande insegnamento anche la vita e i percorsi altrui. La mia anima ne ha fatto tesoro, perché anche dal peggio, dal poco e dal superfluo c'è sempre qualcosa di buono da imparare per far crescere noi stessi. Ho rincorso, aspettato, sperato e supplicato. Gesti e azioni da non ripetere mai più nella vita. E' stato proprio quello il momento in cui ho cominciato a camminare voltando le spalle verso coloro che si credevano Dio e non erano nemmeno degni di fare il Chierichetto. Ho imparato a non mostrare il mio vero volto a chi ha saputo sempre e solo mostrarmi la faccia che più gli conveniva al momento. Ho anche vinto, ottenuto i miei traguardi e avuto le mie soddisfazioni. Loro mi hanno fatto assaporare quanto bello sia il sapore di una gioia dopo l'amaro di mille delusioni. Sono una Donna di 44 anni ormai e mi sento tremendamente "Dura" con il mondo e con me stessa. Cambiata fino alle radici dell'anima da un percorso non facile e pieno di spine. Una donna che non ci sta più a raccogliere i suoi cocci, figuriamoci quelli altrui. Una donna che non fa più la crocerossina a nessuno, che non vuole più salvare nessuno e tanto meno vuole salvare il mondo, purtroppo il tempo che ho a disposizione mi basta solo per cercare di salvare me stessa da quella parte di mondo che a volte tenta di divorarti anche la dignità. Oggi non vanto niente se non la mia esperienza. Un'esperienza di crescita interiore di cui vado fiera. Attaccata molto spesso per i suoi muri, per la durezza che traspare. Indecifrabile e spesso non raggiungibile. Pronta a difendersi con le unghie e con i denti. Spesso come un cane inferocito ribalto persone, fatti e situazioni se non li trovo corretti. Sono una che si incazza se ferita, tradita e soprattutto se si sente presa per il culo. La donna che sono è una di quelle donne con cui non puoi giocare, ma che sa come si gioca e se la provochi saprà mostrartelo a dovere. Definita forte, una che non crolla, che è pronta a tutto. Sì, sono una donna di quelle pronte a tutto, una donna forte, ma non una di quelle che non crolla. Anzi... Ho lasciato pezzi di me nei cuori di gente che non meritava nemmeno di conoscermi. Ho lasciato parole su messaggi mai letti. Ho lasciato il buono di me a piccole dosi dentro le ferite che mi sono state inflitte. Crollo! Si, crollo anch'io come ogni essere umano, ma ho imparato che da una sconfitta si può rinascere in modo meraviglioso. Oggi vivo quasi per me stessa e per quelle poche persone che hanno dato colore e sapore alla mia vita. Ci sono per chi merita, ci sono anche per chi ha bisogno di una mano, ma faccio molta attenzione a chi la tendo. Ci sono stati momenti in cui io non sentivo più nemmeno il mio respiro, credetemi... Momenti di buio e di vuoto assoluto... Ma è stato proprio dal buio e dalla notte che sono uscita così... So che forse la durezza che oggi mi accompagna può sembrare eccessiva agli occhi del mondo, ma in fondo chi non mi conosce può pensare ciò che vuole. Chi vuole conoscermi la porta è aperta. Sono diventata una donna spesso intollerante. Intollerante a uomini che pensano che perché sei single da un po' cadrai con due complimenti ai loro piedi. Intollerante a tutte quelle parole mielose che l'amore stereotipo impone. Intollerante a chi tenta di "Comprarmi". Intollerante alle bugie, alla poca lealtà, alla mancanza di coerenza e di personalità. Intollerante a chi è convinto di sapere cosa vuole o di cosa ha bisogno una donna, come se fossimo fatte tutte con lo stampino. Intollerante anche ai: "Ciao" di chi non conosco e continua malgrado le non risposte a scrivere comunque. Intollerante a quelli che ti dicono che sei troppo forte, che fai paura e non si sentono uomini, perché non hai bisogno di protezione. Detto così sembrerebbe che io sia diventata intollerante all'uomo in generale, in realtà non è così. Io non cerco nessuno che mi salvi e mi protegga, ma che semplicemente ci sia. Un uomo deve sentirsi uomo a prescindere dalla forza che la donna che sceglie si porta dentro. L'uomo che vorrei non è quello che deve far da scudo alle mie fragilità, ma quello che sa ascoltarle, quello che sa farmi togliere la corazza che per necessità la mia pelle ha scelto di indossare. Io non devo sentirmi donna se protetta, aiutata ecc... IO SONO DONNA a prescindere. Io non voglio essere ricoperta di frasi mielose a me non servono, voglio essere circondata da una sincera presenza. Ad una certa età, quando raggiungi un'indipendenza e una maturità elevata, non è facile adeguarsi all'altro. Soprattutto non sei più disposto a rischiare, a perdere ancora pezzi di te. Non ti serve più avere qualcuno al tuo fianco per forza, ormai sai camminare da sola e anche bene. Questo non significa che non si ha bisogno di nessuno. Io ho bisogno di un amico fidato con cui parlare. Di qualcuno con cui io possa aprirmi nel profondo e lasciar uscire anche le lacrime più intime. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia ridere fino a stare male. E avrei anche bisogno di qualcuno da amare e che mi ami. Qualcuno che mi faccia provare ancora quella strana sensazione di essere invincibile che l'amore ti regala. Non è vero che non ho bisogno di nessuno, ho anch'io i miei momenti di solitudine, di paura e di sconforto. Tutto questo però non fa di me una donna che si accontenta, che si lascia trascinare in situazioni che già sono "Fallite" in partenza. Sono una donna che ha imparato a scegliere, che ha imparato a stare con se stessa nei momenti migliori e anche nei momenti peggiori e questo fa di me una di quelle donne che darà quel posto speciale solo a chi saprà amarla come merita, con serenità, senza ferirla e senza imporle niente. Sono una di quelle donne che sceglierà quella persona che saprà guardare dietro la sua durezza, senza crocifiggerla al primo confronto più acceso. Perché sceglierò solo colui che con i giusti tempi darà di nuovo vita a quel meglio che è in me. A tutta la dolcezza e la delicatezza che ho sotterrato. Da sola ho camminato, da sola mi sono difesa, da sola ho lottato e da sola ho imparato a farcela e se questo per alcuni è un motivo per sentirsi meno uomo mi dispiace, credo che abbiate da fare voi un bel lavoro su voi stessi. Io per uomo intendo semplicemente qualcuno che mi tiene la mano non solo nel momento del bisogno, ma sempre. Qualcuno che con rispetto, sincerità divide il suo tempo con me e condivide con me attimi, quotidianità di una vita semplice. Qualcuno che sa assumersi responsabilità senza trovare scuse, giustificazioni ad azioni che non dovrebbero più far parte di un uomo dai tempi del liceo. Non sono stupida, non sono snob e non sono una che crede che come lei non c'è nessuno. Io sono semplicemente una donna che ha sofferto a sufficienza. Ha dato sia in amore e sia nella vita in generale e per questo adesso l'unica strada che vede è quella che le fa mantenere la serenità interiore che ha raggiunto. Solo chi saprà alimentarla e rispettarla potrà far parte della mia vita, magari camminare con me e chissà forse fermarsi anche per sempre nei miei giorni. Tutto questo non è legge e nemmeno una regola di vita. Tutto questo è semplicemente il mio percorso, le mie esperienze e il frutto di esse. Continuo a camminare e sento che da qualche parte in questo strano e vasto mondo, qualcuno sta camminando verso me, con la stessa voglia di incontrare qualcuno che possa donargli di nuovo quei pezzi mancanti che il suo cammino gli ha sottratto. Quando il giusto momento arriverà, le nostre strade si incroceranno, io ne sono certa. Intanto vivo... E ho detto vivo... Non sopravvivo.
    NON FA DIFFERENZA NASCERE UOMO O DONNA, MA SAPER CRESCERE INTERIORMENTE E DIVENTARE ADULTI SI! 

  • 05 ottobre 2017 alle ore 17:17
    LU...CACARO LU...CAZZITTO

    Come comincia: Era possibile che Lucia M. ed Asdrubale S. litigassero per il nome da imporre ad un figlio, peraltro eventuale in quanto la signora non aspettava nessun bambino. La solita storia alla siciliana (abitavano a Messina). Un nonno di lei si chiamava Luca e prima di morire chiese alla nipote di dare il suo nome ad un nipotino maschio. Come non obbedire alle volontà di un nonno in fin in vita, Lucia era intransigente in merito ma Asdrubale (forse anche pensando al suo nome streus, (è tedesco, andatevelo a cercare!) era contrario e così litigavano o meglio ribadivano pertinacemente il proprio punto di vista. I due coniugi si erano conosciuti in occasione di un guasto all’auto di Lucia che per fortuna era capitato vicino ad una officina meccanica. Asdrubale aveva riparato il guasto e dopo due mesi aveva sposato la bella signorina. Lucia bella lo era veramente: longilinea, altezza superiore alla media, faccino sempre sorridente, occhi grandi e profondi ed anche tutto il resto non era male. Avevano acquistato il piano terra di una villetta a schiera fuori Torre Faro, vicino al mare. Erano stati costretti ad accendere un mutuo ventennale piuttosto gravoso ma Asdrubale, quale capo meccanico di una importante officina meccanica se lo poteva permettere. Purtroppo il padrone dell’officina aveva avuto un infarto e, non più giovanissimo, aveva ritenuto opportuno vendere il locale ad una società che, unitamente ai piani sovrastanti, avrebbe costruito un supermercato e Asdrubale? A spasso! Lucia era figlia di contadini, aveva potuto studiare sino alla maturità classica ma, alla morte del padre non si era potuta iscrivere all’università e non era riuscita a trovare un lavoro, di questi tempi! Asdrubale si era venduto la Giulietta a lui tanto cara ed aveva acquistato un motorino di seconda mano per andare a Messina a cercare lavoro ma con scarsi risultati, altre officine meccaniche avevano chiuso per mancanza di lavoro, avevano in mano il settore i  concessionari di marche di auto che però avevano già pieno l’organico di meccanici e così… I coniugi S. avevano conosciuto un signore cinquantenne Alberto M. che abitava il piano superiore della villetta a schiera, un vero signore: occhiali cerchiati d’oro, viso aperto e sorridente, un po’ di pancetta da cavaliere del lavoro qual era, ex proprietario di una gioielleria che a cinquant’anni aveva preferito lasciare al nipote; era vedovo senza figli, benestante con proprietà in campagna ed appartamenti in città. Lucia capì che doveva far qualcosa per mandare avanti la famiglia e così si presentò al cavaliere Alberto prospettandogli la sua posizione finanziaria e chiedendogli se potesse aiutarlo in casa per raggranellare quanto basta a sopravvivere. Signori si nasce (Totò) ed il cavaliere M. signore lo era nato. Comprese la situazione e disse a Lucia che aveva bisogno di una cameriera ed anche di una cuoca, a comprare la merce per mandare avanti la casa di avrebbe pensato lui. Al ritorno Lucia abbracciò Asdrubale: “Sono stata assunta dal cavaliere M, farò le pulizie a la cuoca, trecento €uro a settimana che ne dici? Asdrubale non aveva messo in conto che sua moglie potesse fare la sguattera ma almeno non doveva andare in città distante venti chilometri a fare la commessa per molto meno e stando tutto il giorno in piedi, anche se malvolentieri disse che era d’accordo. La mattina dopo Lucia alle otto si presentò a casa del cavaliere. “Mi sono sbarbato dopo la doccia per avere un aspetto meno spiacevole…” “Cavaliere debbo invece farle i complimenti a quarant’anni…” “Mon petit chou, scusa il francese,  aggiungi dieci anni e ti troverai nel vero ma lasciamo perdere i complimenti, in passato veniva una donna a far pulizie ed a cucinare ma era un disastro, spero che tu…nel frattempo fammi una lista dei prodotti che ti occorrono per la pulizia e per cucinare, ci sai fare in arte culinaria? Non volevo fare lo spiritoso…” “Mi arrangio un po’ in tutto e poi ho buona volontà.” Dalla finestra Lucia vide uscire dal garage posteriore una Maserati nera, caspita che lusso, un giorno le sarebbe piaciuto…Si mise subito al lavoro, l’appartamento era disordinato e sporco, dopo tre ore era irriconoscibile, ben lustra e ordinata. Al rientro del padrone di casa un: “oh… oh, bravissima ed ora cuciniamo quello che ho acquistato.”  Venne fuori un pranzetto niente male tutto a base di pesce, risotto, contorno e frutta e per finire dei cannoli e una bottigiglia di spumante. “Cavaliere cosa festeggia?” “Cosa festeggiamo: ho trovato una…collaboratrice eccellente, porta qualcosa a tuo marito.” Il motorino di Asdrubale non c’era. “Mangerà qualcosa a cena, sta fuori casa a cercar lavoro, talvolta non viene a pranzo.” Che il marito di Lucia stesse fuori solo a cercare lavoro era piuttosto improbabile, spesso tornava la sera un po’ brillo, ormai in casa c’era chi portava il conquibus. Conseguentemente  Lucia passava la maggior parte del tempo della mattina col cavaliere che un giorno: “Ti vedo un po’ trascurata, quant’è che non vai da un medico e dal ginecologo? Alla tua età…” “Un motivo c’è e può immaginarlo.” “Prenderò per domani un appuntamento con la mia dottoressa di base e con un ginecologo mio amico, ora vatti a riposare.” Ma quale riposare, Lucia stesa sul letto fantasticava, che poteva succedere con Alberto, distinto, signorile, pieno di gentilezze nemmeno da paragonarlo col grezzo marito in quale di lì a poco entrò in casa. “Come va il lavoro, sottolineando lavoro con una risata.” “Furbacchione non c’è niente da ridere, se non ti va bene quello che faccio va fuori di casa dato che chi porta la pagnotta sono io, tu fai il magnaccia e rompi pure le scatole, da domani niente più soldi per te, vatteli a guadagnare!” “Ma no stavo scherzando.” Asdrubale capì chi aveva il coltello dalla parte del manico e venne a più miti consigli, veniva a casa, mangiava, dormiva ed il giorno dopo, presi i soldi che la moglie gli dava, spariva. A Lucia la cosa in fondo andava bene, ormai aveva capito come sarebbe stato il suo futuro o meglio lo sperava. E così fu. “Mia cara stamattina abbiamo appuntamento con la dott.ssa Riva e col  dr.Grillo, due amici. La dottoressa confermò il perfetto stato di salute della signora, una leggera infiammazione alle tonsille curabile con uno spry. Il dr. Grillo, dopo la visita ginecologica, fece entrare nello studio Alberto. “Tua nipote ha una leggera infiammazione, le ho prescritto degli ovuli e, a sua richiesta, un anticoncezionale, quando puoi portami del buon Lambrusco che fai venire da Reggio Emilia, ciao a tutti e due e …buona fortuna.” Quest’ultima frase fece capire ai due che..aveva capito tutto. In farmacia dal dr. Frate amico pure lui di vecchia data e poi rientro in auto: “Qui ci sono i tuoi medicinali.” “E quello?” “È per me…un aiutino…” Non ci voleva tanto a capire che a cinquanta anni qualche problema di…poteva capitare. Nel frattempo lo stipendio di Lucia era aumentato di molto ma la differenza la ragazza lo lasciava in un cassetto della scrivania del suo anfitrione, non voleva che Asdrubale…Passato un mese: “Mio caro, posso chiamarti così? La pillola anticoncezionale sta facendo il suo effetto e quindi…”Alberto un po’ stupito baciò affettuosamente Lucia. “Non ci speravo, credevo che un vecchio ti facesse un po’…” “La signorilità non ha età e poi penso che mi sto innamorando di te.” “ Vorrei fare una doccia insieme e poi…” E poi a letto: “Hai una corpo bellissimo, sei uno spettacolo, se vorrai sarai il bastone della mia vecchiaia, penso che potrò liquidare tuo marito con un bel po’ di soldi che sicuramente non rifiuterà, ormai avrà capito che tra voi tutto è finito.” Il loro primo rapporto fu di una dolcezza infinita, Alberto cominciò a baciare Lucia in bocca poi a lungo sulle tette piccole e deliziose oltre che molto sensibili tanto da far provare alla padrona un orgasmo. “Non mi era mai capitato…” Alberto seguitò con un cunnilingus prolungato, altro orgasmo e poi, con l’aiuto della pillola blu un’entrata trionfale nella bagnatissima gatta. Finale roseo: Lucia aveva imparato a guidare la Maserati, vestiva in modo elegante ma sobrio e si faceva vedere in giro al braccio di Alberto sempre più impettito e felice. “Puellae veteribus vigorem donant.” Non vi sforzate a ricordare chi l’ha detto, l’ho inventato io!

  • 04 ottobre 2017 alle ore 8:58
    UN HAREM ALL'ITALIANA

    Come comincia: Alberto M. e Sofia M. erano affacciati al balcone di casa, lato mare, e si stavano godendo lo spettacolo dello Stretto di Messina durante un pomeriggio di giugno piacevolmente caldo: transito di traghetti e di aliscafi, motoscafi privati e barche di pescatori, per lo più dilettanti, in panorama idilliaco e distensivo quando: “Sofia il telefono”La signora ritornò sul balcone dopo un bel po’ di tempo sorridendo. “Fa ridere anche me, ti vedo particolarmente allegra.” “Lo sarai anche tu quando ti dirò che era la tua ex…” “Quale ex…non ho ex.” “La tua ex moglie l’hai dimenticata?”
    Dopo un  lungo silenzio: “Che voleva dopo tanti anni e non mi risulta che ci siamo lasciati in buoni rapporti.” “La signora mi ha fatto tanti complimenti per arrivare al punto, vuol venire a Messina e riprendere i vostri rapporti possibilmente amichevoli, il tempo cancella il passato.” “Ecco mo me diventa puro filosofa.  (Alberto non aveva dimenticato la sua origine romana) che le hai risposto?” “Per me va bene.” “Io non ci capisco più nulla, forse non ho ancora scoperto la filosofia delle femminucce ma se sino a qualche tempo fa…” “Tempus delet praeteritum.” “Lascia perdere il latinorum come diceva Renzo a don Abbondio , lo sai che ho fatto ragioneria, traduci.” “Il tempo cancella il passato.” “In altre parole sei d’accordo ma se fino a ieri…” “Oggi è oggi, vorrei vivere in pace con tutti e poi sarà divertente!” Alberto passò la notte in bianco, si alzò dal letto e rimase a dormicchiare sin quando Sofia lo svegliò con un bacio, almeno il risveglio era stato piacevole. “Vado al lavoro, oggi pomeriggio il grande avvenimento ah ah ah.”Sua moglie era addetta alle vendite di un grande magazzino” Alberto, cinquantenne, ex maresciallo della Guardia di Finanza ritornava spesso in caserma perché, in qualità di fotografo, riprendeva (con i suoi attrezzi , la G. di F: non aveva soldi sul capitolo) gli arrestati e le varie cerimonie, insomma era sempre di casa ben accetto dai colleghi e dal comandante del Gruppo Provinciale. “Arbè che stanotte sei andato a mignotte, sei pallido…” Ti pareva che non incontrava Nando un ex collega romano simpatico ma rompi c. “No, t’ho sognato e me sò ridotto così, annamo al bar, t’offro n’ caffè.” “Veramente non ho ancora fatto colazione.”  “T’offro la colazione rompiballe e scroccone.” In fondo erano amici, i soli romani fra tanti burini (come dicevano loro). Alberto lavorò sino alle 11 in laboratorio e poi rientrò a casa, doveva preparare qualcosa da mettere sotto i denti per lui e per la gentile consorte, aveva imparato a cucinare quando, da finanziere, era in forza al distaccamento di Lago Matogno a 2.000 metri sopra Domodossola. La compagnia della pipa, dopo mangiato, era un distensivo per il prode Alberto e così lo studio, unico locale in cui gli era permesso di fumare, si riempì di un piacevole fumo odorante di buon tabacco. Al computer fece un giro per controllare la posta, i movimenti del suo (del loro) conto corrente rimpinguato dai soldi della dolce consorte che aveva ereditato da un nonno che le era molto affezionato. Alle 17 entrò nel cortile una Jaguar XF berlina rosso fuoco, alla guida una Aurora S. smagliante, sorridente, allegra e ben truccata, (sicuramente era passata in un istituto di bellezza, ci teneva a fare bella figura, oggi le cinquantenni…Alberto rimase nello studio mentre Sofia dal balcone fece cenno ad Aurora di entrare nel garage. Complimenti reciproci sino a che punto sentiti? L’ospite “Cara il matrimonio con Alberto ti ha ringiovanita, sei uno splendore.” Anche tu non scherzi, merito di chi?” “Nessun maschietto se è quello che volevi dire, vediamo casa tua.” Aurora aveva i capelli castani un po’ arricciati, il viso truccatissimo con gusto in cui spiccavano due labbra ben messe in evidenza, vita stretta, ed il resto del corpo piacevole da guardare. Finalmente Alberto uscì dal suo guscio e: “Ciao Aurora.” “Pensavo ad un saluto un po’ più affettuoso, dopo dieci anni si dimenticano la spiacevolezze passate.” “Sofia ti farà vedere casa, io vi aspetto nel salone.” Alberto mise su musica brasiliana che era la preferita da Aurora e quando questa entrò: “Vedi che quando vuoi sei affettuoso ti sei ricordato delle mia preferenze musicali.” Nel frattempo aveva bussato il portiere Fulgenzio con delle buste in mano, un saluto generale togliendosi il cappello e poi dietro front, non aveva nulla del classico portiere chiacchierone, sapeva tutto di tutti ma se lo teneva per sé tranne qualche volta quando Alberto con un cinquantino in mano domandava notizie di… “Alberto ha prenotato in un ristorante di Ganzirri, si mangia molto bene, il padrone è un amico, se vuoi andiamo con la Jaguar, preferisco non presentarci tardi altrimenti rischiamo di passare ore al tavolo. Alle 20,30 entrata nel salone, un tavolo col cognome di Alberto. Carmelo il proprietario si presentò con un mazzo di fiori ma vedendo due femminucce: “Non pensavo ci fossero due signore altrimenti…” Carmelo lascio perdere i fiori non edibili (a questa parola Carmelo fece segno con la mano per dire che c. vuoi dire) ma poi fece i complimenti alla nuova arrivata. “Alberto ha avuto sempre buon gusto in fatto di donne, scusate la gaffe  volevo dire…” “Lo sappiamo quello che volevi dire, questa Aurora la mia ex moglie.” Questa volta Carmelo, suo malgrado, riuscì a fare l’indifferente e presentò  il menu del giorno. A fine pasto uno spumante con pasticcini offerti dal trattore e rientro a casa. "È tardi per rientrare a Spadafora dove abito, se me lo permettete dormirò sul divano." Proposta accettata, tutti a nanna. La mattina seguente Sofia al lavoro, Alberto e Aurora a poltrire nei relativi giacigli sin quando  la ex (son sempre le femminucce a prendere l’iniziativa) si presentò in camera da letto. “Toc toc, posso entrare?” Alberto stava supino con le braccia dietro il collo con lo sguardo in alto sul soffitto. “Aurora ancora in camicia da notte avuta in prestito da Sofia si avvicinò al letto sedendosi su una poltrona. “Dopo dieci anni avremo pure qualcosa da dirci.” “Si quanti maschietti di sei fatta nel frattempo?” “Sei partito col piede sbagliato, non voglio sembrare patetica ma tu sei stato il solo amore della mia vita, ci siamo lasciati per le continue liti non per altri motivi.” “Vuoi dirmi che da allora…” “Provare per credere…” Un chiaro invito, ambedue all’unisono ognuno in una toeletta a farsi il bidet e poi a letto. “Adesso ti accorgerai se ho detto la verità, in fatti Alberto faticò un poco a penetrarla gatta della signora malgrado lubrificata da un precedente cunnilingus.Godferecciata gigante come ai bei tempi, sicuramente era stato quello lo scopo di quella telefonata, Aurora aveva vinto la sua battaglia anche perché…”A letto com’è tua moglie?” “Solo quando non ne può fare a meno da quando è in meno pausa poi quasi niente.” “Povero Albertone mio ci sarà sempre vicino quella gran mignottona di…” “Non sei una mignottona sei stata il mio amore per molti anni, venendo a Messina mi hai messo in crisi anche se non penso che Sofia faccia delle storie per i motivi sopra detti, invece di andare in giro…” “A proposito di andare in giro, andiamo a comprare un buon divano letto, quello che hai non si apre.” Con la Jaguar andarono in un fornito negozio della circonvallazione, pagando una somma in più il nuovo divano venne subito portato a casa con ritiro del vecchio, tutto a posto. Al suo rientro Sofia non fece nessun commento sull’acquisto, buon segno. Il pomeriggio Aurora rientrò nella sua casa di Spadafora con l’impegno di tornare il giorno dopo. Alberto a cena era taciturno, si può essere anticonformisti quanto vuoi ma… “Ho capito perfettamente che avete usato il nostro letto, d’ora in poi usa il divano…” Quello era un imprimatur vero e proprio al rientro di Aurora a casa loro, Alberto all’inizio pensò ad un trio poi ricordando la freddezza sessuale di Sofia capì che non c’era nulla da fare ma, tutto sommato, gli andava bene così. La ex e Sofia erano benestanti con lasciti dai relativi parenti, lui si contentava della pensione e di una cinquecento Fiat, sua moglie una Volkswagen UP piccolina adatta per il posteggio. ‘Un giorno dopo l’altro il tempo se ne va…’ Tenco aveva ragione. Fulgenzio ogni tanto passava e: “Avete bisogno di nulla?” Non erano i coniugi M. ad aver bisogno ma lui in termini monetari,  regolarmente fornito di qualche cinquantino ne versava una parte, da cristiano osservante, alla vicina chiesa dove si recava tutte le mattine dalle nove alle undici lasciando la figlia Adriana, da poco diciottenne, a guardia della guardiola. Adriana non condivideva i sacri principi religiosi del padre, orfana di madre, iscritta all’Università era di larghe vedute in tutti i campi non escluso quello sessuale. Ovviamente aveva notato l’arrivo di Aurora in casa di Alberto, aveva fatto domande al padre che era stato molto vago e quindi un giorno che moglie e la ex moglie di Alberto erano lontane da casa. “Toc toc posso entrare’” “Vieni parliamo un po’, vedo che negli ultimi tempi sei cresciuta…” “È da vario tempo che son cresciuta solo che lei non mi degna di uno sguardo.” “Vieni qui sul divano e raccontami di te, hai un boy friend?” “Si ma pur essendo belloccio  ne sa poco in fatto di sesso, gli devo insegnare tutto io e poi è un po’ scarso…vorrei fare un paragone col suo, permette?” e nel frattempo aveva messo una mano sull’apertura del pigiama di Alberto che sorpreso, diciamo pure piacevolmente sorpreso, si mise a ridere a mise a disposizione di Adriana il suo coso che pian piano stava aumentando di volume sino a quando…”Ma questo è un mostro, quello del mio fidanzato forse è la metà, vorrei provare se mi fa male, mi scusi mi tolgo gli slip e lei il pigiama, …ci vada piano nel frattempo.. il solito cunnilungus per lubrificare e poi entrare, ‘cum juicio (Manzoni)’ sino al finale schizzo godereccio sul collo dell’utero. “Vai facile, prendo la pillola.” Dopo la seconda goderecciata Adriana  recuperò gli slip e sparì da casa. Ad Alberto pareva di aver sognato in pochi giorni due avvenimenti avevano cambiato la sua vita, sicuramente in meglio e soprattutto senza problemi, questa volta Mercurio, il suo dio pagano, l’aveva aiutato. A letto con Sofia: “Ho immaginato quello che è successo, ormai avrai capito che la menopausa mi porta a non apprezzare il sesso ma ti amo come prima e forse di più non è un  assioma, l’importante che non ti innamori di qualcuna, ne soffrirei da morire.” Come darle torto, intanto sfruttare la situazione, vecchio zozzone! La situazione era foriera di cambiamenti infatti al rientro di Aurora, la sera, a cena: “Ho rincontrato una vecchia amica di quando ero sposata con Alberto, mi ha fatto un sacco di feste, vorrei invitarla qui, è una simpaticona, sempre sorridente anche se sfortunata ma fino ad un certo punto: suo marito è morto ma le ha lasciato un bel po’ di quattrini. “Ci sono in giro troppe signore single e quattrinose in cerca di…” “No  certo di mariti, oggi per noi i maschietti sono come i fazzolettini di carta: usa e getta.” Alberto: “Complimenti per questa filosofia, l’avete copiata dai maschi, nes pas?” Il sabato sera successivo invito all’amica di Aurora che si presentò puntuale alle 20. Nascosta dietro un gran mazzo di rose bianche apparve Ambra. Al suo apparire la pressione di Alberto arrivò alle stelle e il poveraccio divenne rosso in viso con gran ridere di tutte le signore. “Scusate, un colpo di pressione, vado a mettermi il ghiaccio in testa.” “Non è che mi fate rimanere vedova…” e tutte e tre le femminucce a ridere, Ambra era stata per Alberto anche lei un’amica… particolare, non ci voleva molto a capirlo. Le signore a tavola compunte, Alberto si era cambiato la camicia, aveva sudato, non ci furono commenti se non acclamazioni alla buona cucina di Aurora che si era voluta esibire in arte…culinaria. Alberto cercò, con calma, di inquadrare la situazione, ormai tutte e tre sapevano di tutto e quindi…nessun problema. Avevano lui e le signore preso l’abitudine di uscire con la Jaguar per andare al centro a fare spese, Alberto  si limitava a guardare  i capi di vestiario e le scarpe che le signore provavano e poi compravano, fatti loro. Naturalmente il vicinato ci ricamava sopra ma il quartetto se ne fregava altamente, Fulgenzio riferiva ad Alberto i pettegolezzi conseguenti ad invidia soprattutto dei maschi dell’isolato, meglio essere invidiato che…Una mattina, Sofia al lavoro, Aurora decise di ritornare a casa sua a Spadafora per sistemare alcune cose, una evidente bugia per lasciare soli Alberto ed Ambra i quali, ovviamente, approfittarono dell’occasione per usare il sofà  di Aurora per un …riposino, il letto matrimoniale era off limits. Ad Aurora L’antica voglia di sesso col tempo non si era pacata molto probabilmente anche per le poche attenzioni del marito malato e lo dimostrò subito con mettere in atto varie posizioni del Camasutra, la sua specialità però era la goderecciata col popò, forse era come Linda Lovelace  nel film ‘Gola profonda’  che aveva il clitoride nella gola, lei nel didietro. Al rientro di Sofia, ; “Ti vedo un po’ giù forse di …pressione, ho comprato un Lambrusco favoloso, un brindisi, alla nostra…” Non finì la frase era difficile specificare a che cosa brindare. Aurora ed Ambra talvolta dormivano insieme, Alberto ovviamente nel letto matrimoniale con la legittima consorte che si accontentava di abbracci affettuosi. Il finale col botto: una mattina le signore si presentarono nude e profumate al cospetto di Alberto che le …punì severamente, inizio della formazione di un harem all’italiana!

  • 30 settembre 2017 alle ore 17:33
    Nulla

    Come comincia: Fateci caso. E' sempre una nullità a ritenere che di fatto il nulla sia niente. Il nulla invece è molto per gli umani, in alcuni casi tutto. Esempio. Provate ad immaginare di dover spiegare l'esistenza del nulla proprio a costoro, a delle nullità. Paradossalmente è una delle lezioni più semplici da tenere: non campendo nulla, non solo hanno la possibilità istantanea di apprendere il nulla, ma avranno anche la comprensione immediata della loro vita, che per loro (oltre che per tutti) è tutto.

  • 29 settembre 2017 alle ore 9:37
    Gocce di sillabe

    Come comincia: le gocce di sillabe che urtano sul mio labbro sono attimi di un orologio a pendola, che con movimento continuo, lento, dolce e ipnotico bruciano immagini, a volte incollate su quadri con cornici asimmetriche, a volte riflesse in specchi in cui puoi guardarti da ambo i lati.. le gocce di sillabeche bagnano il mio labbro sono attimi di una vita quasi mai sincronizzata con quella degli altri, o forse sono gli altri che quasi mai si sincronizzano con la mia.. ma in fondo che importanza ha quando le sillabe si trasformano in parole, anche sulle labbra degli altri ? Basta ascoltarle.. legocce..

  • 29 settembre 2017 alle ore 9:22
    Il fiume

    Come comincia: In riva al fiume.. Immergo i miei piedi in quel l'acqua gelida, cercando sollievo a quel fuoco che brucia dentro.. L'acqua scorre, viva, anima di una forza incontrollata che va oltre, che procede con forza verso il suo destino.. Non mi trascina via con sè perché l'essere statico che esprimo resiste, e non si smuove all'impetuosità della corrente, ma seguo ugualmente il suo andare, il suo muoversi tra le rocce semi sommerse.. Non seguirò il destino della corrente, ma il mio.

  • 29 settembre 2017 alle ore 9:21
    Posseduto

    Come comincia: Uso carta e penna, per imprigionare le mie sensazioni, ma scirvo di getto come posseduto.. la mia anima guida è in perfetta distonia con la mia essenza.. chi sono, cosa sono, ma piuttosto chi è lei ? un fiume di parole incontrollate in disequilibrio con quello che sono, o che voglio essere.. razionalità o irrazionalità ? non esiste equilibrio che si possa tollerare, piuttosto energia che fluisce all'esterno e che ti svuota dentro.. pensare di essere qualcosa che non si è, e in ogni caso sempre diverso da quello che pensano gli altri.. la febbre sale.. non si è mai consapevoli a sufficienza, non si è mai abbastanza coscienti, si vive, a volte si sopravvive, spesso si vive una vita che non è tua per paura di vivere la propria.. ma in fondo, cosa sono le parole, se non l'espressione di un momento, se non l'essenza di un essere urticante che non ha pace, se non nel silenzio..

  • 23 settembre 2017 alle ore 14:33
    Odiami

    Come comincia: Odiami, non importa, in fondo cosa mi cambia. Disprezzami, non fa niente, vivo lo stesso. Non mi sento nemmeno dispiaciuta del fatto che la mia serenità possa crearti disagi e fastidi, scusami, ma non lo ritengo un mio problema. Ho una vita, tutti abbiamo una vita, ma la differenza che passa tra me ed altre persone è che io mi occupo e mi concentro proprio sulla mia di vita e non su quella degli altri. Non ho super poteri, non ho niente di speciale, non ho niente in più o in meno di nessuno, semplicemente esisto. Semplicemente respiro e vivo. C'è chi mi ha sostenuto, chi mi ha aiutato, chi mi ha voluto davvero bene per ciò che sono... Poi c'è chi mi ha schifata, detestata, odiata e addirittura mi ha augurato la "Morte"! Che tristezza... Ci sono frasi che a mio avviso possono uscire solo da bocche ignoranti, prive di buoni sentimenti e superficiali. Frasi che solo menti estremamente fragili e annullate dal rancore e dalla frustrazione, possono partorire. Non sento il bisogno di dare importanza a queste persone, alle loro uscite di poco conto, ma tutto questo mi spinge solo di più verso le mie mete. Ho sempre pensato che l'odio non fosse buona cosa, si può avere simpatie o antipatie, affinità o non affinità, ma mai ho dato spazio a sentimenti malvagi perché tali sentimenti sono distruttivi solo per chi li prova. C'è stato anche per me il tempo in cui ho provato rabbia nel subire cattiverie anche gravi da alcune persone ed ho provato dolore nel sentirmi schiacciata dal loro odio. Poi un giorno ho capito che il loro scopo era proprio questo, farmi sentire "Niente", annullarmi, distruggere la mia positività, la mia serenità interiore, la mia forza ed è stato li che ho smesso di ascoltare, di assorbire e di reagire. Reagire mi portava ad alimentare un pessimo stato d'animo, ma soprattutto davo loro modo di gioire nel vedere che avevano fatto centro, il loro bersaglio era stato colpito e prima o poi sarebbe affondato. Tutto ciò mi conduceva verso reazioni che non hanno mai fatto parte di me, facendo di me una persona diversa, una persona che non andava più d'accordo con tutti, ma era incattivita con il mondo, nervosa ed erano più le volte che litigava di quelle che comprendeva ed ascoltava. Ogni volta che mi colpivano e reagivo, la mia rabbia, il mio schifo ed il mio rancore verso di loro aumentava inconsapevolmente anche verso il mondo e questo faceva in modo che io ogni giorno fossi sempre più vicina al "DIVENTARE COME LORO"! Ogni giorno davo loro un "Punto", ogni giorno ero più sola. Ed era questo il loro gioco... Volevano vedermi sola, schifata da tutti, odiata, scansata e non amata!

    PECCATO!

    L'odio non mi ha divorata e non è stato lui a prendere possesso di me, ma io della mia persona. Peccato! La mia intelligenza mi ha detto: "Fermati"! Così, mi sono seduta ed ho riflettuto. Mi sono guardata dal di fuori ed ho notato che molti dei miei atteggiamenti erano diventati esattamente come quelli che fino a poco tempo prima criticavo e ritenevo stupidi, ingiusti e non sani! Ho mollato l'ascia di guerra e ho ripreso me stessa. L'ho cercata dietro i muri pieni di rancore e dietro quella fitta e densa voglia di "Fargliela pagare". Ecco che finalmente ho avuto la gioia di poter accogliere il ritorno della voglia di "Giustizia", dicendo definitivamente addio alla voglia di "Vendetta"! Non tutto si può perdonare e credetemi che certi gesti mai li perdonerò, ma la vendetta non serve a nulla se non ad arricchire ancora di più la vita di chi vi detesta. Si può vincere contro queste persone! Non assorbire il loro odio e lasciare che le cattiverie, le parole sbagliate, le trame, le trappole e tutti i gesti infami che esse compiono possano scivolarci addosso. Ricordate sempre che chi vive per mettervi in un angolo è perché al centro della stanza brillate troppo. Oggi non odio, non disprezzo e non porto rancore a queste persone. Semplicemente sono inesistenti.

    ECCOLA LA DIFFERENZA TRA ME E VOI:

    Voi mi augurate la morte...

    Per me avete già smesso di esistere pur respirando ancora!

    Questa è la vera vittoria.

    Una volta che muori.. Muori... Ma quando agli occhi di molti sei come morto pur essendo ancora vivo, credetemi è vivere morendo un po alla volta... Ogni giorno. Non sono nessuno per dirvi chi siete e cosa dovreste fare, ma sono sufficientemente saggia da augurarvi che possiate trovare un "Interesse" superiore alla vita degli altri che vi porti a generare amore e non a covare odio. Vi regalo bene e speranza in cambio del vostro odio perché capiate che è come si vive che fa la differenza e non quello che si dice. Vi regalo gratitudine. SI! Vi dico GRAZIE! Perché anche questa è stata per me una lezione di vita! E' stato un passaggio che ha segnato un grande cambiamento in me, una crescita interiore non indifferente. Grazie, perché il percorso che mi avete offerto è stato nettamente a mio favore. Io oggi sono una persona migliore. Una persona che ha imparato ad usare la rabbia non in modo distruttivo scagliandola verso gli altri, ma in modo costruttivo per se stessa. Una persona che ha imparato a capire che certe azioni nascono da profondi vuoti e lacune interiori, di cui non sono colpevoli gli altri, ma che solo noi possiamo guarire. Guardarsi dentro fa paura e a volte fin troppa... IO L'HO FATTO! Cominciate anche voi... Prima cominciate e prima tornerete a vivere. Sia ben chiaro che non dimentico e il non cercare vendetta non significa che lascio correre, ci sono cose che non si possono lasciar correre, ma per ogni cosa c'è il momento giusto, la sede giusta ed i tempi giusti. Perché il tempo passa e prima o poi ad ognuno rende il suo! L'odio si può vincere e non lo insegna DIO, ma l'anima e i valori che uno porta dentro!

  • 23 settembre 2017 alle ore 9:57
    Porte

    Come comincia: Il sogno è sempre quello... ho una chiave in mano, una chiave in ferro di quelle di una volta, pesanti, che profumano di antico.. è una chiave che mi trascina lontano nel tempo, fuori dal tempo, a cavallo del tempo. Davanti ho una porta, in legno colorata, con striature rosse, gialle, verdi.. non so quello che dall'altra parte ci sia, ma so che la chiave che ho in mano è quella giusta.. attorno non c'è nulla, solo luce..guardo la chiave, guardo la porta, so che dovrei aprirla, so che dall'altra parte c'è qualcosa o qualcuno che potrebbe darmi gioia, calmare quell'inquietudine che mi pervade da anni.. lo so.. ma penso a tutte quelle porte che ho già aperto e che dopo aver trovato la gioia ho trovato anche combustibile che ha alimentato quell'inquietudine.. guardo di nuovo la chiave.. guardo la porta..e poi le faccio incontrare.. dolcemente.. senza fretta.. non è quello che incontriamo sulla nostra strada che ci rende felici, perchè è dentro di noi che dobbiamo trovare la felicità.. e questo devo ricordarmelo sempre, nel caso in cui quella porta dovesse poi chiudersi..

  • 23 settembre 2017 alle ore 9:56
    Ricordi

    Come comincia: capita.. capita che quando guidi sotto la pioggia, con il tergicristallo che spazza via con forza l'irruenza dell'acqua, capita di pensare a quello che sei stato, che avresti voluto essere, che avresti potuto essere, che gli altri avrebbero voluto che tu fossi, e capita che subito dopo tu pensi a quello che sei.. capita, e mentre le luci dei lampioni,filtrate dalla pioggia, a intermittenza ti disturbano, si infilano nella tua anima come coltelli di cristallo.. capita che tu ti sforzi di mettere ordine tra i tuoi pensieri, di far calmare quel rumori incessanti che hai nella testa... silenzio... capita...non è quello che lasci quando te ne vai, ma quello che sei stato che ti fa ricordare da chi resta...

  • 20 settembre 2017 alle ore 15:14
    L'ANTICONFORMISTA.

    Come comincia: Conformista ci si nasce o si diventa? Sembra la storiellina dell’uovo e della gallina, Alberto M. c’era sicuramente nato, il suo era un anticonformismo creativo. Sin da piccolo riusciva a venir fuori dai rigidi schemi in un paese governato da un dittatore (l’Italia); col fascismo non si scherzava, nemmeno i giovanissimi potevano prendere in giro il partito e i suoi aderenti per non parlare della finta moralità. In questo campo aveva dato un  esempio a sei anni quando lungo il corso di Jesi (An) città marchigiana in cui abitava con i genitori, seri professionisti, lasciando di colpo la mano della mamma era andato ad infilarla fra le gonne di una signora nota per la sua moralità. Conclusione: disperazione soprattutto da parte del padre che si era profuso in profonde scuse. Anni addietro per uno sgarbo simile era possibile essere sfidati a duello, forse in questo caso, data l’età del giovan impertinente…Non era stata la sola volta: davanti alla scritta su un muro ‘W LA GUERRA’ l’aveva interpretata a modo suo a voce alta con ‘ABBASSO LA GUERRA’ offesa al regime subito rilevata da un facinoroso fascista di passaggio che pretese le scuse del nonno Alfredo ex commissario di P.S. e fervente antifascista.Alberto era un lettore nato e nella biblioteca paterna aveva trovato una pubblicazione riguardante l’ascesa al potere in Russia del Comunismo che lesse avidamente per poi riversare le idee apprese in un tema in classe in cui si chiedeva invece di tessere le lodi del fascismo, regime amico del popolo. Altre scuse formali di papà Armando che s’era rotto le scatole a dover rimediare alla gaffes del figliolo e così gli impose più rigide regole di comportamento ma come fermare il vento? Volete sapere l’ultima, la più salace:Il paese dove abitava la famiglia era ‘dotato’ di un ‘casino’ o ‘casa di tolleranza’ che dir si voglia alla quale facevano capo non solo gli scapoli ma anche membri sposati di famiglie morigerate, naturalmente in assoluto incognito e con la complicità di Lalla, maitresse della casa proveniente da Forlì, da tutti ben conosciuta. Ebbene un dopocena la famiglia M. al completo era seduta all’esterno del miglior bar del paese a godersi le delizie di un buon gelato ben gradito per temperare il calore di un agosto particolarmente caldo. Ad un certo punto, scesero da due carrozze a cavalli entrarono nel bar sei ‘ragazze scortate dalla famigerata Lalla, ragazze che si infilarono dentro i locali del bar. Toni aveva sentito i grandi parlare della ‘quindicina’ del ‘Villino Azzurro’ (il casino) ossia il tempo in cui quelle signorine esercitavano la loro professione per poi trasferirsi in altra casa. Che ti fa Alberto? Si presenta dinanzi al gruppetto seduto ai tavoli e con notevole faccia tosta : “Benvenute signorine puttane!” Un silenzio di tomba, Alberto, preso per un orecchio, fu portato precipitosamente a casa e oggetto di una punizione corporale. Papà Armando alla consorte Mecuccia (diminutivo di Domenica): “Non si può andare avanti così, non vorrei essere chiamato dal segretario del partito con conseguenze inimmaginabili, ho deciso Alberto andrà a studiare a Roma dalla zia Armida  (era la vedova del fratello Alberto capitano di Artiglieria morto di tifo). Col primo treno del mattino mamma e figlio si imbarcarono sul treno Ancona – Roma per approdare dopo sei ore a Roma in via Taranto 8, dimora di sua zia Armida S. e della madre Maria R. ricca proprietaria terriera vedova di Sinesio, famoso mignottaro, proveniente da Grotte di Castro in provincia di Viterbo. Alberto fece presto ad ambientarsi; fu iscritto alla quarta ginnasiale di un istituto in via Cavour, classe mista in cui ebbe la ventura di essere compagno di banco di certa Maria D. di famiglia rigorosamente cattolica, bruna, capelli a treccia, viso tondo, decisamente ingenua perché sino alla terza media aveva frequentato un collegio di monache. Naturalmente sin dall’inizio delle lezioni fu il bersaglio preferito di Alberto. La baby tutte le mattine, prima di recarsi in classe,  andava ad inginocchiarsi in chiesa come era stata abituata dalle monache. Non l’avesse mai fatto! Alberto riferì la cosa al professor Gatti, anarchico ateo di lungo corso (sempre in lite col professore di religione) che dopo un burbero “Vai a posto”  interrogava la ragazza a ‘levapelo’. Maria che anche per l’eccessiva timidezza rispondeva a monosillabi, si  beccava un bel quattro. “La prossima volta invece di andare in chiesa studia di più!” la redarguiva il professore. Finiva qui? No ad Alberto un giorno saltò l’uzzolo di scrivere una barzelletta ‘zozza’ e di posizionarla nel diario della poveretta che fu sorpresa dal professore Gatti mentre la leggeva, ve la trascrivo: “Tre sorelle mentre viaggiavano in auto ebbero un incidente stradale con conseguenza morte delle tre. Presentatesi a San Pietro furono da questi interrogate: “Tu che hai fatto nella vita?” “L’ho data ai militari.” “Bene in Paradiso per amore di Patria e tu?” “Ho l’ho data ai preti.” “Bene in Paradiso per amor di Dio e tu?” “Io sono vergine.” “Vergine, che hai preso il Paradiso per un pisciatoio, all’Inferno!” Il professor Gattii:“Ah ti dai pure alle barzellette zozze, dal Preside con tre giorni di sospensione.” Stavolta Alberto capì la carognata e si recò dal professore per scusare la povera Maria che non c’entrava nulla, ebbe solo un rimprovero orale. Al piano superiore di Alberto abitava una famiglia  composta da tre persone: padre Anselmo, non più giovanissimo, proprietario terriero in quel di Pesaro quasi sempre lontano da casa, dalla consorte tedesca Ingrid quarantacinquenne, ancora piacente  e disponibile e dal figlio Alfonso laureato  impiegato in una farmacia in via Nazionale. Alberto prese a frequentare il piano superiore anche perché la dama, accanita fumatrice, le offriva volentieri una sigaretta ‘Sport’, la sua preferita. Alberto nipote di nonni mandrilli non era da meno in fatto di sesso ma non avendo compiuto il diciottesimo anno di età per frequentare un’casino’ si limitava a ‘zaganelle’ che ovviamente non lo soddisfacevano completamente ed allora… guardava con insistenza la ancor bella Ingrid che, da vecchia volpona, capì la situazione e ogni giorno di più si faceva trovare  sempre più discinta sin quando un pomeriggio aprì la vestaglia e sotto la vestaglia niente o meglio tante belle cose. Alberto, impietrito sul divano,  notò il suo ‘ciccio’ aumentare notevolmente di volume e fu ‘investito’ dalla risata divertita di madame. “Vieni da mammina tua, non ti vergognare” e prese ad aprire la patta da cui uscì un cosone. “Cavolo ce l’hai grossissimo per la tua età”e prese a baciarlo ma poco dopo si trovò la bocca ripiena di un liquido caldo che ingoiò senza problemi (evidentemente amava le vitamine). Ciccio restò 'in armi' e frau Ingrid pensò bene di infilarselo nella sua  cosina vogliosa, calda e bagnata, insomma una prima volta da sogno. A quell’età farsi una signora era stato per Alberto come toccare il cielo con un dito e la situazione incominciò a ripetersi abbastanza spesso in occasione dell’assenza da casa del marito e del figlio di Ingrid ma…Alberto cominciò a dimagrire visibilmente e la zia Armida lo condusse dal medico di famiglia che, dopo una visita accurata, pregò la zia di lasciarlo solo col ragazzo. “Giovanotto ti dai troppo da fare, diminuisci le ‘prestazioni ‘ altrimenti puoi diventare tubercoloso!” Anche frau Ingrid fu portata a conoscenza della situazione e così decise di regalare alla famiglia Sciarra parte della buona carne che il marito portava dalle sue terre, la salute di Al. migliorò notevolmente anche senza rinunziare alle gioie del sesso. Che fine aveva fatto la signorina Maria? Maritata ad un cattolico integralista, in sei anni ‘aveva sfornato’ quattro figli, (due coppie di gemelli) per poi rimanere vedova, non era nata sotto una buona stella!
     
     
     
     

  • 20 settembre 2017 alle ore 14:02
    *Buon Autunno a tutti*

    Come comincia: La barca dà un brivido morbido mentre corro sulla sabbia,sono sorpresa di vedere le sue vele piuttosto tritate e strappate, le sue strisce bianche e blu, una volta vibranti, svaniscono in un grigio stanco. Mi tolgo gli occhiali e guardo in giro. Quando la luce del mattino, una volta così cotta e pallida, diventava abbastanza nitida per dipingere il paesaggio con ombre? Quando i sentieri, una volta scintillati di sabbia di spiaggia, si trovano ora cosparsi di foglie gialle morbide.
    Sospirando, raccolgo i miei capelli e salgo fuori dalla stanca nave estiva.
    Ogni mezzanotte, il giardino rimarrà in silenzio, la sua orchestra di cicale è sparito.
    Presto gli alberi si stancheranno dei loro abiti verdi e si impregneranno nei vestiti ardenti della caduta.
    Iniziamo il viaggio in un'altra stagione e il mio cuore si avvia con ogni passo che prendo. Passo attraverso i giardini sbiaditi e sorrido, sapendo che saranno presto pieni di cavoli,già ci sono le zucche viola,arancio, azzurre. Dal nulla, un vento agile comincia a ondeggiare sui miei capelli. Il mio passo accelera,intorno ad una curva in strada, si respira una fragranza debole di fumo di legno e cacao caldo,cannella e abete.
    Penso che solo alcuni giorni fa, mi sono seduta nella languidità di agosto sotto quell'abete. 
    Voglio correre direttamente nelle braccia dell'autunno con un sorriso sul viso.
    Chiunque voglia e desideri può unirsi a me?:)
    "Signore è il momento, l'estate è stata molto grande, posa la tua ombra sugli alberi, e sui prati lascia che i venti vadano lenti, gli ultimi frutti che siano pieni e dolci.
    Dà altri giorni caldi meridionali, premi loro per il compimento della dolcezza nel vino celeste ".

  • 17 settembre 2017 alle ore 14:21
    2013

    Come comincia: Io non dimentico chi mi ha fatto del bene, ma sopratutto chi mi ha fatto del male. Non dimentico il dolore e le lacrime che mi hanno fatto versare. Non dimentico le persone che mi hanno aiutato/a nei periodi neri in cui non vedevo via d'uscita e che a poco a poco ho cominciato a rialzarmi, grazie al loro aiuto, al loro affetto che mi ha dato la sicurezza per farmi andare avanti. Oggi sono qui in piedi e più forte di prima, alla faccia di chi voleva vedermi distrutto/a, nella vita non si può mai dire sono arrivato è una lotta continua in cui bisogna sempre rimboccarsi le maniche e andare avanti con forza e determinazione. Una cosa è certa chi ha subito il male oggi godrà domani dei suoi frutti, chi augura il male agli altri gli ricadrà tutto addosso!

  • 17 settembre 2017 alle ore 14:15
    2013

    Come comincia: Fregatene di quello che dice la gente, non ti curare delle cose che non vanno nel verso giusto. Fregatene di chi invidia la tua vita, lo fa perchè vorrebbe essere al tuo posto e l’unica cosa che gli rimane da fare è puntarti il dito contro e giudicarti, si sà è solo invidia. Fregatene di chi non è capace di distinguere i fatti dalle parole e dice di essere coerente. Fregatene perchè qualsiasi cosa farai troverai sempre chi avrà da parlare, ma tu continua per la tua strada.

  • 17 settembre 2017 alle ore 14:14
    2013

    Come comincia: Fregatene di tutto quello che la gente dice di te, lascia perdere le cose andate storte, non curarti di chi invidia la tua vita perchè ti vede felice e vorrebbe stare al tuo posto. Fregatene degli ignoranti, di chi non sa distinguere il vero dal falso, da chi confonde il diritto di parlare con il diritto di sparare calunnie a raffica, di chi vuole a tutti i costi apparire ciò che non è, di chi è falso/a. Devi fregartene perchè qualsiasi cosa tu farai la gente troverà sempre il modo di parlare, di puntarti il dito contro. Devi fregartene, pensare alla tua vita, alle cose che ti stanno a cuore e che devi realizzare!

  • 17 settembre 2017 alle ore 13:58
    2013

    Come comincia: Se resto in silenzio di fronte alle provocazioni, se non dò peso alle parole false che pronunciano, se taccio davanti alle calunnie e alle vite che mi attribuiscono e che non mi appartengono, non significa che sia stupida/o o che non sappia come difendermi. Semplicemente sono una persona che ha le palle piene di ascoltare le solite cazzate, di capire a cosa servono certe cattiverie, ma soprattutto ho imparato a regalare la mia indifferenza e il mio silenzio agli stupidi e agli ignoranti.

  • 16 settembre 2017 alle ore 17:38
    2013

    Come comincia: Non possiamo costringere nessuno ad amarci. Non possiamo chiedere a nessuno di restare quando vuole andarsene o peggio ancora quando vuole stare con qualcun altro. Questo è l’amore. La fine di un amore non è la fine della vita. È l’inizio di una comprensione che l’amore lascia quando c’è una ragione, ma non ci lascia mai senza averci dato una lezione.

  • 16 settembre 2017 alle ore 4:16
    La crescita interiore

    Come comincia: La fiducia che perdi negli altri spesso la ritrovi in te stesso. Poche cose deludono o feriscono quanto una fiducia che viene tradita. E' dolore quello che provi nel preciso momento in cui guardando le tue mani "Pulite" capisci che quelle che stringevi invece, non lo erano. E' senso di impotenza quello che senti quando capisci che indietro no, non puoi tornare e l'unica cosa che dovrai fare è trovare il coraggio di affrontarne le conseguenze. E' proprio in quel momento che senti un po il cuore come anestetizzato e ti dici: "Beh... Passerà"! Invece è proprio quello il momento in cui comincia il peggio. Comincerai a porti domande che non riceveranno mai delle risposte. Ad analizzare situazioni, frasi e comportamenti senza trovarne un giusto senso. Ed è qui che comincerai a sentirti stupido, forse inadeguato e talvolta anche sbagliato. Non sarà facile capire che non è tua la responsabilità, che niente c'è di sbagliato in qualcuno che spinto da un sentimento sincero (qualunque esso sia, di amicizia, d'amore o fratellanza) dona fiducia a chi ha di fronte. Sarà un periodo lungo e doloroso, che affronterai con te stesso, internamente. Un percorso da cui uscirai con i tuoi tempi e sicuramente vincente, ma diverso, sappilo. Così, svegliandoti una mattina capirai che ne sei fuori, che il peggio è ormai passato, ma ancora non sei consapevole in modo totale di cosa dentro ti sia successo. Di cosa dentro te, rimettendo determinati pezzi al loro posto sia cambiato e se sia veramente tornato tutto nel suo posto di "Origine". E' proseguendo la vita, la tua strada che avrai la possibilità di capirlo. Quando essa ti mostrerà che hai nuove reazioni, un diverso modo di pensare ed un sesto senso più acuto e sveglio. Capirai che non guarderai più le persone come un tempo, ma coglierai in loro piccole sfumature che accenderanno in te, possibili avvisi di nuove "Trappole". Noterai la sottile differenza che può celarsi dietro differenti modi di guardare e saprai riconoscere in essi eventuali nuove maschere. Valuterai i modi differenti in cui verrai cercato, quando e quanto sarai cercato e saprai capire se sei solo un momento di "comodo" o una compagnia voluta e desiderata. Nonostante tutto questo porti a pensare che siamo diventati migliori, più attenti, più maturi e più svegli (Ed è anche così, credetemi) c'è anche il rovescio della medaglia. Tuttavia cari miei, malgrado l'esperienza ha portato saggezza e più scaltrezza nelle valutazioni, ha saputo anche accendere in noi paura e durezza. Saremo più svegli, ma anche quelli che scappano al primo "Punto" interrogativo. Saremo quelli che pur provando a fidarsi, inconsciamente spesso faranno un po' "Di tutta l'erba un fascio". Saremo meno stupidi, ma tuttavia a volte troppo prevenuti. Saremo quelli che non saranno più disposti a concedere fiducia sulla parola, ma saremo anche quelli che saranno diventati forse troppo duri con se stessi e soprattutto con gli altri. Perché quando sorge un dubbio, quando qualcosa non renderà serena la vostra mente, tornerete indietro. Ci tornerete, anche solo per una breve frazione di secondo e ricorderete quanto tutto questo vi è costato. Ricorderete il tempo che ci avete impiegato e quanto sia stata dura quella lotta con voi stessi. Vi ricorderete delle lacrime che avete versato, della rabbia, dei perché privi di risposte e di quanto sia stato difficile sentire di nuovo le vostre gambe sicure dei propri passi, la mente leggera e quella sensazione di essere finalmente tornati a far entrare aria nei vostri polmoni dopo un lungo periodo di apnea. Avverrà tutto in un secondo, ma sarà un secondo intenso. Un secondo che procurerà scompiglio in voi stessi e vi porterà a pensarci bene, prima di mettere nuovamente a rischio ciò che (quasi) con il "Sangue" avete pagato. Farete questo percorso più volte nella vita. Lo farete più volte perché purtroppo ancora vi succederà che verrete traditi, feriti, che sbaglierete a valutare le persone ecc... Ecco che quindi ricomincerete da capo... Superare il momento, rimettere tutti i pezzi in ordine, scoprire la rinascita e i cambiamenti interiori che essa ha portato. Riprendere il cammino e scoprire i progressi dell'esperienza ed eventuali cambiamenti che può aver portato all'interno della vostra personalità. Forse fino a qui ci siamo arrivati tutti, me compresa. Adesso mi trovo di fronte allo scalino successivo. E' si... Perché non finisce qui. Lo credevo anch'io. L'ho creduto ogni volta che mi sono rialzata, ma non è esattamente così. Adesso dovrò con coraggio, in parte "Scombinare" nuovamente me stessa per tornare qualche passo indietro nella mia crescita interiore. Mi trovo a dover smussare gli angoli in cemento armato che tutti questi procedimenti hanno formato. Sono angoli che proteggono me forse, ma che possono ferire persone che non hanno colpe. Angoli taglienti, pronti a schierarsi per andar a coprire i miei punti più deboli. Si, lo so... Sono la mia difesa, una difesa che mi è costata tempo, fatica e dolore, ma bisogna adesso riuscire a dare la giusta forma a questi angoli. Bisogna che adesso, io conoscendoli e conoscendomi bene, impari a dosarli in modo giusto ed equilibrato e in alcuni casi anche a saperli domare. Ecco, credo che questo sia veramente l'ultimo passaggio di un processo sorprendente di crescita interiore. L'ultimo "capitolo" che dobbiamo scrivere in noi stessi, all'interno di quel "Libro" che è la nostra personalità. Questo farà in modo che noi possiamo raggiungere il giusto equilibrio emotivo, psicologico e fisico. 
    ---
    Ci sono molti altri processi di vita per la crescita interiore, io ne ho raccontato "UNO" dei tanti in base al mio percorso e alla mia di esperienza. 

  • 15 settembre 2017 alle ore 18:11
    Ritorno alle radici

    Come comincia: Ero appena tornato da Torino. Dopo quella telefonata di mio padre due giorni prima, avevo passato ore d’inferno in quella città fredda del nord. Avevo percorso freneticamente avanti e indietro il corridoio del bilocale in cui vivevo nella periferia di quella grigia città industriale, decine e decine di volte, nervoso. Agitato. Pensando a mio nonno, alla sua amata terra, ai suoi alberi, a quello che di poco gli era rimasto e a come si potesse sentire in quei momenti solo in masseria, senza più neanche nonna a calmarlo e tranquillizzarlo. Dovevo assolutamente scendere in Puglia ed  essere al fianco di mio nonno in masseria.
    Così feci.
    In una  fumata di sigaretta avevo prenotato un biglietto per tornare giù, senza esitare un momento. Il viaggio durò un attimo in realtà, fu un viaggio veloce, se veloce si può definire un viaggio in bus di dodici ore. Ma  ero già lì,  seduto sul mio solito muretto a secco che divideva la masseria del nonno da quella di zio Giuseppe morto qualche anno prima. Ero seduto sul mio solito pezzettino di muretto a secco, quello che sin da piccolo era diventato il mio personalissimo punto d’osservazione sul mondo che mi circondava. Nessuno ci si poteva sedere o avvicinare perché ne ero gelosissimo. Da lì si riuscivano a vedere tutti gli angoli della masseria, non sfuggiva nulla al mio occhio attento. Riuscivo a vedere anche gli anfratti più nascosti accovacciato su quelle pietre.
    Ora però Il mio sguardo da bambino innamorato della sua terra si era fatto adulto. Avevo lasciato la mia amata Puglia, quella che mi saziava ogni giorno, per seguire un sogno. Un capriccio per i miei. Volevo studiare cinematografia, mi ero iscritto da qualche anno ad un corso di laurea a Torino appunto,  ma in realtà ero chiuso in un call-center da otto mesi per riuscire a sopravvivere lì al nord e non pesare sulla già traballante economia familiare.
    Mi mancava la terra rossa sotto i piedi però, sono sincero. Quella terra rossa che profumava di fichi d’india, delle polpette al sugo della domenica. Mi mancava mangiare i fichi ancora acerbi direttamente dall’albero. Assaggiare il loro latte aspro appena staccati dalla pianta. Mi mancava correre per ore in mezzo al grano più alto di me. Mi mancava il vento addosso, quel vento che portava con se tutto il gusto di una terra bellissima. Mi mancava guardare il nonno raccogliere le olive, la nonna cucinare il pane fatto da lei nel forno a legna proprio fuori il casolare. Ricordo come fosse oggi l’odore della farina, della legna bruciata, dei panetti appena sfornati e lasciati a raffreddare sul marmo bianco del tavolo in legno che era in veranda. Mi mancava assaggiare i pelati caldi appena cotti da zia Anna, ci immergevo le dita senza che nessuno se ne accorgesse. Mi mancava il vino bevuto di nascosto dietro la grande poltrona che puzzava di naftalina piazzata proprio  di fronte al camino. L’uva  rubata sotto il filaro.  Inseguire le lucertole con mia sorella Giovanna. Mi mancava contare tutti gli ulivi del nonno messi in fila di fronte a me. Erano tantissimi, bellissimi. Secolari. Il nonno ricordo ancora che spesso mi raccontava la loro storia e che alcuni di quegli alberi erano lì da centinaia di anni. Mi mancava tutto questo e tanto altro ancora. Tanto tanto altro ancora.
    Ero seduti lì, sul muretto a secco fatto di pietre pugliesi, ben incastonate nel paesaggio, il mio personalissimo punto di vista sul mondo che mi circondava, e non sentivo la stanchezza di un viaggio fatto in fretta e furia, preoccupato per mio nonno. Ero seduto lì a guardare quello che succedeva ma in realtà ero tornato indietro con gli anni e mi ero isolato nei miei ricordi di bambino felice e sazio della sua amata terra, dei suoi mille odori, delle sue fragranze tutte diverse, dei suoi colori,  quelli che mi nutrivano ogni santo giorno, con la loro storia,  il loro gusto.
    Ero tornato  quello che amava la ricotta forte e i pomodorini freschi sulle bruschette calde della nonna. Le melanzane sott’olio, i carciofini freschi. Sarei dovuto tornare il lunedì successivo a Torino ma quello era l’ultimo dei miei pensieri in quel momento. L’ultimo dei problemi.
    <<Cosimo, Cosimooo>> gridò Giovanna. Tutto d’un tratto,  e di colpo tornai a quella triste realtà che era proprio sotto i miei occhi adulti ormai, abbandonando i ricordi d’infanzia. Una realtà fatta di troppe “x” rosse sui tronchi d’ulivo secolari del nonno, tornai a guardare le lacrime grosse che vedevo scendere sul suo viso rigato dal del tempo. E allora: << Dimmi Giovà dimmi>> risposi indispettito.
    <<Dimmi dai>> continuai.
    Lei si avvicinò in fretta, appoggiò le labbra vicino al mio orecchio e disse:  << Papà mi ha detto che qualcuno ha deciso di fare un cordone umano intorno e a difesa degli ulivi del nonno. È l’unico modo per non far abbattere gli alberi. Che facciamo?>>
    << E secondo te che dovremmo fare? Facciamolo>> risposi.
    Poi continuai: << lo dobbiamo fare senza esitare un attimo, senza pensarci troppo. Facciamolo>>
     
    Volevano abbattere tutti gli ulivi del nonno. Dicevano fossero tutti infetti, malati. Da abbattere. Ma a noi tutti personalmente mai nulla era successo mangiando i frutti amarognoli di quegli alberi, mai  nulla ci era successo giocandoci sotto, mai  nulla. Niente di niente.
    E allora sarebbero passati sul nostro corpo per commettere quello scempio. Senza dubbio alcuno sarebbero dovuti passare sui nostri corpi per tagliare gli ulivi.
    Volevano ammazzare i nostri alberi, i nostri avi, la nostra antica storia di Puglia. Volevano far diventare un posto incantevole fatto di verde e fresco, una distesa di sterpaglia secca. Dove solo il sole caldo avrebbe potuto far capolino ogni tanto. Volevano trasformare il posto in cui i miei occhi felici di bambino si cibavano ogni giorno, in un cimitero di terra rossa. Rossa come il rosso sangue che si era gelato nelle vene di mio nonno. Rossa come le “x” su quei tronchi che profumavano di storia, che trasudavano amore e ricordi.
    Non sarebbe successo. No. Non sarebbe successo.
     
    Così facemmo.
    Ci schierammo a difesa degli ulivi del nonno che poi in realtà erano di tutti, di una intera comunità. Diventammo un cordone umano intorno alla nostra storia. Un cordone fatto di uomini, donne, bambini. Fatto di giovani e anziani, di amore e di rabbia. Tutti diversi ma tutti uguali. Diventammo un muro difficile da abbattere anche per le istituzioni. Una decina di ragazze che neanche conoscevo, sedute all’entrata della masseria proprio di fronte alle ruspe che avrebbero dovuto abbattere gli ulivi iniziarono lo sciopero della fame e della sete. Ne ricordo benissimo una, molto bella. Non che le altre non lo fossero ma lei aveva qualcosa in più. Era vestita con un pantalone di lino coloratissimo e largo, tipo quelli che usano le donne africane, indossava delle ballerine rosse e una camicia a fiori gialli. E poi, e poi aveva dei capelli bellissimi. Rosso ruggine così  come le lentiggini in volto. La cosa mi colpì perché pensai a quanto può essere buffo il mondo. Come può cambiare il modo di vedere rosso. Nello stesso posto erano presenti due tipi di rosso molto differenti tra loro. Un rosso bellissimo (il suo) e un altro rosso, molto più brutto e cattivo. Il rosso delle “x” segnate sugli ulivi da abbattere. Altri ragazzi  invece, quelli dei centri sociali della provincia, con rami d’ulivo in mano cantavano e inneggiavano in difesa degli alberi. Senza mai fermarsi, mai.
    A noi poi, inaspettatamente si unirono politici, sindaci e gente comune da tutta la regione. Tutti uniti per uno scopo comune. La difesa e la sopravvivenza della nostra storia. Perché quegli ulivi non erano semplici ulivi. Erano a tutti gli effetti nostri parenti. Nostri anziani parenti. Parenti che ci avevano abbracciato negli anni e che mai ci avevano tradito. Mai. In nessun modo. In nessun modo. E mai lo avrebbero fatto.
    Ci riuscimmo. Sì ci riuscimmo. Tutti, nessuno escluso.
    L’abbattimento fu da prima rimandato a data da destinarsi e poi definitivamente cancellato.
    Avevamo vinto tutti. Tutti assieme.
    Tornai a Torino qualche settimana dopo, ma solo per raccogliere tutte le mie cose, rassegnare le dimissioni in quello squallido e freddo call-center del nord. Tornai a Torino solo per quello e fu una cosa indolore. Tornai nella mia Puglia più felice di prima.
    Felice come quel bambino seduto sul muretto a secco fatto di bellissime pietre pugliesi, ben incastonate tra loro e con il paesaggio intorno, che divideva la masseria del nonno da quella di Zio Giuseppe.
    Ero seduto sul mio solito pezzo di muretto a secco che era il mio personalissimo punto di vista sul mondo che avevo d’avanti e mi cibavo dello spettacolo che vedevo. Gli alberi grandi, quelli piccoli. Il grano che ondeggiava felice al vento caldo del sud, i filari d’uva, la gente che lavorava in campagna, due cani che si rincorrevano tranquilli nella terra rossa e profumata. Tutti gli odori e i sapori che ricordavo erano tornati più vivi che mai. Li sentivo forte tutto intorno e addosso. Ne ero felice. Felicissimo.
    Vidi tra le pietre una lucertola, chiamai Giovanna che era a pochi passi da me a raccogliere i pomodori: << Giovaaaaà la lucertola. Giovaaaà>> e iniziammo una corsa veloce all’inseguimento di quella lucertola innocente. Come quando eravamo bambini. Come quando eravamo piccoli piccoli in quella grande masseria.
    Ero felice, eravamo felici. Ero sazio.
    Ero sazio della mia terra che da sempre mi aveva cibato e che sempre lo avrebbe fatto.
    Mi chinai e raccolsi un tocco di terra morbida e lo gettai al vento di Puglia. Il mio vento. Nella mia fattoria.
     

  • 15 settembre 2017 alle ore 17:43
    2013

    Come comincia: Le persone piangono povertà e poi le vedi buttate nei ristoranti e pizzerie. Piangono povertà e girano con l'iphone. Piangono povertà e le vedi in giro con abiti firmati. Piangono povertà e le vedi con unghie e capelli rifatti e con una bella macchina. Io l'unica povertà che vedo è quella dei veri valori, è quella di quei principi sani di una volta. Quei valori che facevano di una persona educata e gentile con tutti, quella persona umile che non ti guardava dalla testa ai piedi per criticare, ma ti guardava negli occhi.

  • 15 settembre 2017 alle ore 11:38
    2010

    Come comincia: Scusami… se un giorno raccontando della mia vita… parlerò anche di Te. Di te che mi hai sempre regalato un sorriso, di Te che mi hai sempre portato il sole nei giorni di pioggia, di Te che mi copri tutto il male con la tua dolce voce, di Te che sei una persona semplice, ma per me sei tutto, di Te che vorrei essere solo tua, di Te che nonostante gli anni che passano mi fai star bene, di Te che non hai paura di essere così come sei… di Te che sei vero/a, di Te che per me sei tutto.

  • 15 settembre 2017 alle ore 8:55
    DOPO IL DOLORE L'AMORE

    Come comincia: Alberto era in dormiveglia, un cono di luce filtrava dalle tapparelle, tutta la notte passata a rivoltarsi nel letto, squillò il telefono. La cornetta cadde per terra, nervosamente la recuperò, una voce maschile: “Sono il dottor Basile medico di guardia del ‘Papardo’ è lei il signor Alberto M.? “Sono io mi dica. “ “Vede io…” “Non la faccia lunga mi dica le novità su mia moglie!” “Purtroppo…è deceduta, condoglianze.” La cornetta impattò violentemente contro il muro, questo fu l’unico gesto di Alberto; stette cinque minuti immobile  poi telefonò al suo amico Franco:”Mara è morta, non ho voglio di rivederla, vieni a casa mia.” Franco aveva le chiavi della porta d’ingresso, si sedette su una poltrona in attesa di… “Voglio ricordare mia moglie da viva, questo è un assegno in bianco, provvedi con le pompe funebri e l’annuncio sul giornale e tutto il resto, agli amici che verranno domani in chiesa dì che sto malissimo e che il dottore mi ha praticato delle iniezioni calmanti ma che non sono in grado di uscire, questa è la chiave della mia cappella al cimitero. Franco si congedò con un segno della mano, si conoscevano troppo bene, tra di loro non c’era bisogno di parlare. Alberto era maresciallo della Guardia di Finanza di stanza a Messina, Franco I., più giovane di venti anni, rivestiva il grado di brigadiere, più che amici erano come padre e figlio. Alberto anni prima, per non essere trasferito continuamente per sostituire i colleghi in licenza, si era inventato la professione di fotografo ufficiale della Legione di Messina nel senso che, pratico di foto sin da bambino, aveva però bisogno di essere formalmente nominato ‘capo laboratorio fotografico’. Presentata la domanda, fu chiamato a Roma per l’esame e ritornò a Messina con un sorriso a trentadue denti mostrando al Maggiore Fava S., Aiutante  Maggiore, l’attestato. “E con questo che vuol significare?” “Niente più trasferimenti, lo prevede la circolare 6.000 del Comando Generale, posso offrirle da bere?” La presa per il c. era evidente, il maggiore, nero in viso (non aveva mai avuto molta simpatia per Alberto molto probabilmente perché piccolo, brutto e antipatico al contrario del suo interlocutore) congedò Alberto con un segno della mano. Il problema sorse nei giorni successivi quando al suo normale lavoro di capo sezione si aggiunse quello di fotografo che si esplicava anche con voli sugli elicotteri per cercare di localizzare piantagioni di droga e sulle motovedette per fotografare natanti sospetti, oltre che per ritrarre gli arrestati e riprendere cerimonie ufficiali, e così si guardò intorno per avere un aiuto. Da sempre convinto che i paesani sono, per motivi contingenti più furbi dei cittadini, scovò fra i suoi dipendenti un brigadiere appunto Franco  I. il quale: “Maresciallo non ho mai preso in mano una macchina fotografica.“ “In due mesi sarai più bravo di me.” E così iniziò l’amicizia fra i due. Franco era originario di Giampilieri Superiore, un mucchio di case abbarbicate su una montagna distante da Messina dieci chilometri, Alberto aveva preso l’abitudine di passare il week end in quella frazione portando con sé la consorte Giada S. che fece subito amicizia con la moglie del brigadiere, Maria C. e le due figlie Melania ed Antonella di anni sette e cinque, due ragazzine socievoli. Alberto e Giada ormai avevano preso la cittadinanza Giampilierota, lì passavano  la maggior parte delle feste fra banchetti e bevute insieme ai parenti dei due anfitrioni.
     Il giorno successivo del luttuoso evento Alberto chiamò il portiere e gli chiese se gentilmente poteva andare a comprare la Gazzetta del Sud, nei necrologi apparve per prima la foto di Giada (chissà dove Franco l’aveva scovata) e le solite condoglianze da parte dell’Amministratore del condominio, dei parenti (evidentemente avvisati da Franco) e degli amici. Franco la sera ritornò a casa di Alberto e fece il resoconto della cerimonia:  col microfono aveva giustificato l’assenza del marito della defunta per un collasso cardiaco e che il medico curante gli aveva proibito di alzarsi dal letto. Alla fine della cerimonia la solita sc. azzi propose di telefonare al vedovo per le condoglianze, nessuno approvò la richiesta e così pian piano i presenti ritornarono nelle loro auto Alberto stava veramente male, quando andò in bagno  vide un viso sconvolto dal dolore, era irriconoscibile, non mangiava da due giorni. La solita vicina intraprendente si rese conto della situazione e si presentò alla porta di Alberto  con due piatti fumanti: “Se lei non mangia seguirà presto sua moglie, venga in cucina le faccio compagnia.” Arianna era toscana, una bella bruna piuttosto alta, viso sempre sorridente e dal corpo atletico (era professoressa di ginnastica). Alberto a occhi chiusi nicchiava, Arianna usò le maniere forti: “Ho capito la imboccherò io, apra la bocca,” sembrava una maestra con un alunno recalcitrante. “Ho capito come farle aprire la bocca, lo baciò a lungo cosa che Alberto non si aspettava ma non protestò. Alla fine del pranzo Arianna si presentò a tavola due caffè fumanti: “Ora la vedo meglio. Le offro una  Turmac ovale, le porta mio marito dalla Svizzera, sono eccellenti.” La intraprendente vicina accese due sigarette e ne mise una in bocca ad Alberto che sembrava essersi un po’ ripreso. “La trovo già meglio, le faccio ancora compagnia, mio marito Vanni viaggia su treni internazionali ed oggi dovrebbe essere a Lugano…, siamo sposati da due anni, non abbiamo figli a Vanni dispiace a me…no, non sono nata per fare la madre. Le porterò qualcosa di leggero per cena ed anche del buon Chianti, vada a riposarsi. Alberto come un automa seguiva le istruzioni della vicina, Arianna lo coprì con le coperte e ritornò a casa sua.
    Alle 20 precise si ripresentò con la cena: un pollo novello con patate ed una cofana di verdure varie e del pane sciapo toscano. Alberto anche se di malavoglia mangiò qualcosa e si fece convincere a bere del buon Chianti, Arianna riempiva il bicchiere e lui…lo svotava sinchè si sentì un po’ brillo. “Ora a letto, il pigiama l’ha addosso si infili sotto le coperte, le farò un po’ di compagnia se non le dà fastidio…Alberto si addormentò ma ad un certo punto percepì  qualcosa sul suo volto, Arianna lo sbaciuccava: “Spero che così si rilassi, ne ha proprio bisogno. Alberto posò una mano sulle tette, la signora era ignuda per dirla alla toscana e prese una mano del padrone di casa per posizionarla sulla sua cosina vogliosa. ‘Ciccio’ da Alberto sempre considerato un gran zozzone (con la zeta) si alzò prontamente e si infilò sino in fondo in un tunnel bagnato, la baby se la godeva alla grande, Alberto dimenticò il lutto e partecipò alla pugna sin quando madame Arianna:” Mi hai distrutto, fra l’altro ce l’hai più grosso di quello di mio marito, buona notte.” La mattina Alberto si svegliò con una gran confusione in testa, in tre giorni si era ritrovato vedovo e si era fatto la vicina di casa, i morti si piangono ma i vivi… Alberto per le feste di Natale fu invitato a passarle a Giampilieri, l’ultimo dell’anno c’erano i genitori di Franco e quelli di Maria oltre a vari amici. Non aveva molta voglia di ballare ma, dietro in insistenze della padrona di casa accettò , c’era una vecchia canzone di Sinatra, lenta e piacevole, forse un po’ troppo perché Alberto si mise in crisi, quello zozzone di ‘ciccio’ al contatto col corpo di Maria  aveva alzato la testa e non solo quella e l’interessata se ne era accorta ma fece finta di nulla. Alberto si scostò prontamente, le mogli degli amici sono come gli angeli, non hanno sesso o meglio non dovrebbero averlo! Franco da buon paesano e ‘sun of a bitch’ se n’era accorto, invitò il suo superiore ed amico a bere del buon Lambrusco che Alberto stesso aveva portato.“Che ne dici se domattina andiamo a caccia insieme?” “Non ti offendere ma preferisco ritornare a casa, ciao a tutti.” La ‘Giulietta’ Alfa Romeo, vecchia sua compagna di viaggio, lo portò nel garage pubblico sotto casa, era chiuso ma lui aveva le chiavi che il padrone, per rispetto della divisa, aveva dato solo a lui. Arrivato con l’ascensore al piano si trovò davanti Arianna e Vanni i maschera che si recavano nel piano superiore in casa di amici. “Signor Alberto venga con noi, oggi è l’ultimo dell’anno, io e mio marito la preghiamo…” (Si lei e suo marito! )
    Alberto di fece convincere. Sulla porta i cognomi Guttadauro e Vaccaro.
    Il padrone di casa si appropinquò a mano tesa, Alberto gliela strinse: “Grazie dell’invito signor Guttadauro.” “Io mi chiamo Vaccaro, Calogero Vaccaro,  mia moglie è una Guttadauro, nome Susanna. Il cognome Vaccaro era più consono alla figura tozza e non fine del padrone di casa ma la dama…Un finto baciamano : “Madame Susanna…”La signora aveva un sorriso smagliante, dalla figura fine emanava signorilità, domanda di Alberto a se stesso: “Come e perché aveva impalmato quell’uomo rozzo?” Risposta “Fatti i fattarelli tuoi!” Susanna offrì ad Alberto una coppa di spumante: “Io sono patriota e preferisco i nostri vini a quelli francesi, cin cin.”e poi “Lei è un uomo di classe, non mi dica che non si è posto la classica domanda perché…” “Madame lei è uno splendore, glielo dice un fotografo, avere lei come modella il più grande desidero di ogni schiaccia bottoni come me, le domande le lascio al Pubblico Ministero.” “Lei è un magistrato?” “No un maresciallo della Finanza. “ Allora avrò il piacere di vederla in divisa, dovrebbe stare molto bene.” “Per ora sono un po’ giù di fisico e di morale, non appena riprenderò servizio… Non vorrei che suo marito vedendo che l’ho monopolizzata…” “Calogero, che come vede non fa onore al suo nome…e per il resto…” “Ho capito, ho frequentato il classico.”Alla fine della serata: “Alberto, mi permetto di darle del tu, siamo più o meno coetanei, mio marito insegna scienze dell’agricoltura a S.Agata Militello, io lingue al Tommaseo di Messina, avremo modo di rincontrarci a fare un po’ di conversazione.” Dallo sguardo di Susanna si capiva che la conversazione aveva un altro significato. Dopo dieci giorni, una mattina Alberto aveva chiamato l’ascensore al suo piano, una voce femminile sopra di lui:” Mi da un passaggio?”Era Susanna, forse l’aspettava ma… “Bon  jour madame vous etes merveillieux.” “Parla bene la lingua francese.” “A Domodossola ho conosciuto Arlette, francese,  molto brava con la lingua…mi scuso per la volgarità, non era mia… “ “Tempo addietro a Carosello c’era una pubblicità di un dentifricio che recitava: ‘Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi…y compris?” Alberto prese sotto braccio Susanna, emanava un profumo di classe. “Mi sto ubriacando ma tu non devi andare a scuola? “Sono in malattia per cinque giorni, ho detto a mio marito che desidero star sola per vari giorni, non ti meravigliare per la mia faccia tosta: ho cambiato il mio destino a sedici anni quando dopo una serata, piuttosto brilla ho incontrato Lillo ed è venuta fuori Stella, ora è a Bologna all’Università.” “La tua storia mi ricorda quella del romanzo “Lady Chatterley.” “Andiamo, se vuoi, nella mia casa al mare ad Acqualadroni, è alla fine del paese, nessuno di disturberà, faremo il bagno, se non hai il costume ne userai uno di mio marito.” Casa moderna di buon gusto, due piani, sotto cucina e sala da pranzo, sopra due camere da letto con relativi bagni. In due pezzi Susanna era uno spettacolo, malgrado i suoi circa quarant’anni poteva fare la modella. “Non pensare che io porto qui qualsiasi maschietto, sono di gusti molto difficili e non amo i rozzi, tu sei perfetto poi vedremo…” “Alla pugna ed al cimento sempre arditi alla vittoria…” “Che razza di canzone è, mai sentita.” “È l’inno dei finanzieri che in un certo campo godono di molta buona fama.”
    Il bagno non vi fu, in compenso madame dimostrò tutta la sua bravura in campo erotico, senza volgarità ma con tanto impegno. La solita affermazione alla quale Alberto era abituato: “Quanto ce l’hai grosso non vorrei…” “Sono delicato" e così madame provò le gioie del sesso da un Fiamma Gialla. “Lo ricorderò per sempre, sono bene che la nostra storia non ha futuro, vorrai risposarti ma per ora mi ti godo io!”Più chiaro di così! Pranzo frugale e poi a letto per un riposino, si fa per dire. I cinque giorni passarono in fretta, nel rientrare a casa Alberto e Susanna incontrarono le due signore che erano state ..in confidenza con Alberto. “Che bella coppia, auguri! Marianna se la poteva risparmiare ma la gelosia…Gli impegni lavorativi di Alberto e di Susanna impedivano loro di vedersi, poi Susanna si beccò una fastidiosa sciatica per cui…Nel frattempo Alberto, ripreso servizio, conobbe un Tenente femmina del Nucleo di Polizia Tributaria, spesso erano insieme per motivi di servizio: Alberto scattava foto agli arrestati e compilava le schede segnaletiche, Giada F. molto bella anche senza trucco era longilinea, alta, simpatica ed espansiva ma entro certi limiti, che Alberto si guardava bene di non attraversare, gli piaceva molto e non voleva che la baby si allontanasse da lui. Giorno per giorno cominciarono e parlare delle loro situazioni, si diedero del tu anche se c’era un differenza di grado. Ambedue avevano avuto batoste dalla vita, Alberto con la morte della moglie e Giada una storia d’amore finita male. Una cena sul lago di Ganzirri al ristorante ‘il pescatore’. Si presentò il padrone corpulento chiacchierone: “Buona sera ai signori sono a vostra disposizione, scusi maresciallo ma non l’avevo riconosciuta.” Francesco questa è il Tenente Rossi della Polizia Tributaria,e per questa sera sarai costretto ad emettere tutte le ricevute fiscali.” “Lei lo sa che non sono un evasore, mai qualcuno è andato via senza ricevuta!” “E quando vengono sessanta persone e ne fai una per trenta?” “Marescià lei mi vuole rovinare la serata…” “Lascia perdere siamo fuori servizio: io voglio lo cozze sgusciate in brodetto, un’insalatona grossisima con cipolla, no questa sera senza e poi fritture varie e gamberoni, solita Ananas e caffè, tu Giada? “ “Stesso menu.””Giada ti piacerebbe finire la serata a casa mia con la speranza che non ci chiamino per qualche servizio.””Sguardo perplesso delle baby.”La mia era una proposta senza secondi fini…” “Dalla a bere ad un’altra, conosco il tuo tipo, d’accordo ma non aspettarti…” “Io non aspetto ma spero come diceva una certa canzone..” Posteggiata la Giulietta in garage aspettavano che l’ascensore, occupato, arrivasse in garage e…sorpresa sorpresa scesero Arianna e Susanna: un gelo improvviso sin quando Susanna: “Auguri maresciallo, a quando le nozze?” Nel sottofondo una nota di sarcasmo.  “Non dipende da me, le manderò l’invito.” A casa Giada: “Mi puoi dare una spiegazione?” “Senti ancora non ci conosciamo a fondo, io preferisco avere rapporti improntati alla massima sincerità anche se spiacevole…”Anch’io e quindi?” “Dopo la morte di mia moglie le due signore mi hanno, come dire, consolato ma tutto è finito, sono sposate ed io non voglio grane.” Un cenno di assenso da parte di Giada. La loro storia naturalmente venne a conoscenza di tutta la caserma, Al maggiore Fava non parve vero inchiap…si il buon Albertone, riferì la questione al Colonnello Comandante il quale decise, d’accordo con Comando Generale di trasferire il Tenente Rossi  alla Compagnia di Milazzo il cui capitano era in convalescenza. Alberto e Giada non se la presero più di tanto, fra di loro era ‘scoppiato’ il classico amore, un sentimento profondo che riesce a farti superare tutte le difficoltà. I due si vedevano regolarmente a Messina o a Milazzo. Dopo due anni Alberto e Giada misero su uno studio di consulenza tributaria a Milazzo, mandarono le partecipazione di nozze oltre che agli amici anche, per sfottò, al maggiore Fava per fargli mangiare un po’ il fegato!
     

  • 14 settembre 2017 alle ore 23:40
    2012

    Come comincia: Se ho sofferto, se ho pianto, se ho lottato, se ho aspettato il momento giusto, non è stato vano e inutile ho saputo sfruttare al massimo le occasioni della mia vita. Tutto quello che possiedo, ho dovuto sudarmelo non mi hanno regalato nulla. Ho preferito mettermi in gioco , lottare per vincere, certo non sono inferiore a nessuno, ma non ho neanche superiori.

  • 14 settembre 2017 alle ore 23:35
    2012

    Come comincia: Vuoi sapere cosa devi fare per vivere la vita al massimo ed essere felice? Devi svegliarti la mattina senza lamentarti. Devi sapere che meriti di sorridere. Devi sapere che stai facendo la cosa giusta, non importa cosa. Devi fare ciò che vuoi senza guardare quanto sia stupido farlo. Si tratta di essere te stesso/a, perché nessuno può dirti che quello che stai facendo è sbagliato.