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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 marzo 2018 alle ore 14:57
    Gnauli

    Come comincia: Se ce l’hai con me, hai perfettamente ragione. Altrimenti cerca un modo per odiarmi. I poeti sono coloro che hanno commesso tanti errori, pensando che l’onestà fosse una cosa comune nelle persone. Per questo continuano a sbagliare e a mentire a sé stessi. Solo quando scrivono sono sinceri. Per gli altri. Chi crea le vere opere d’arte è sempre un solitario che rimane bambino, per fortuna. Sì, io ho paura. Però mi fa meno paura la morte che l’amore. L’amore è così indefinibile, quando ce l’hai non lo trovi più negli altri e viceversa. Nella vita certe cose non bisogna rivelarle mai. Da solo puoi difenderti dalle tue paure.
    Mia cara, le tue “omissioni” avevano sempre delle giustificazioni. È questo quello che più ho odiato di te.
    La cosa che temo è la notte, quando, prima di addormentarmi, “sento” la luce. L’amore è un’essenza, il perdono quasi un’abitudine. La vita deve essere un malinteso. Prima ridi, dopo piangi, durante mediti. Io credo che il vero artista sia afflitto continuamente dalla maledizione. Maledice se stesso, maledice gli altri, lo maledicono. Sostengo che le bugie hanno le gambe corte, specialmente sotto le gonne. Quando sento i nonni dire ai nipotini: «Mangia, sennò resti piccolo!», «Non toccarti, sennò diventi orbo!», vorrei rispondere: «Non mangiare, altrimenti diventi obeso!», «Toccati, altrimenti non sai cosa ti perdi!» Il fatto è che faccio arrabbiare tutti, è giusto che rimanga solo. Il mio errore, come scrittore, è di essere troppo visionario. Ma ho dovuto, ho smesso di lavorare e mi sono messo a fare l’artista. Arriviamo quindi all’assioma dei tempi moderni: licenziate un po’ di artisti, perché sono troppi, e date lavoro ai disoccupati.
     
    Il cielo era stellato ed eravamo in agosto in un rifugio in montagna. Lei mi teneva la mano. «Sai, potresti scrivere qualcosa, dedicarmi una poesia.» «E come faccio? Non è facile, le parole non nascono così, con la bacchetta magica…» Vidi la prima scia luminosa attraversare il cielo, Anna sorrise e mi guardò: «Eccone una! Guarda… un’altra!». Accesi un attimo la torcia. I suoi occhi si illuminarono come stelle nella notte. «Sei sicura che non hai freddo? Non ti fa male il collo? È mezz’ora che sei seduta sul plaid, con la testa rivolta verso l’alto…»
    «Sto bene… e smettila di fare rumore, sembri un orso, con i tuoi versi.» «Guarda che non sono io.» «Scherzi sempre… È possibile che tu non riesca a essere serio almeno per una volta? Uffa, mi hai proprio stufato, con i tuoi grugniti! Rovini tutto!»
    Quando dici la verità non ti credono. L’orso riprese a bramire. L’albero sul sentiero vibrò in modo vistoso. Un’ombra nera, più scura della notte, arrivò di corsa addosso ad Anna. I lamenti diventarono strazianti, finché il suo braccio si staccò di colpo dal resto del corpo. Rimasi immobile, con quella mano che non voleva mollare la presa dalle mie dita. Una morsa ben stretta. Il sangue colava sulla mia spalla, l’orso ricominciò a camminare a quattro zampe verso la boscaglia, in direzione opposta a quella da cui era venuto. Una poltiglia organica, indefinibile, fuoriusciva dal ventre di Anna; il sangue coprì la coperta distesa a terra, a ogni mio movimento sentivo i miei calzoni impregnarsi di liquido caldo. Paralizzato dal terrore osservavo ancora le stelle cadenti lontano, lontano all’orizzonte. Forse il mio desiderio era stato esaudito, ma non avrei mai pensato potesse concretizzarsi in maniera così violenta. Volevo solo liberarmi di lei, riportarla a casa dei suoi genitori, dopo una gita fugace, e non rivederla mai più. Troppe cose romantiche, troppi malesseri legati al ciclo, troppe paturnie costruite sulla sua meteoropatia. Volevo un essere genuino, senza stilemi di sorta. Quei suoi gnauli continui mi davano veramente fastidio. Dio solo sa cosa ci faceva lì, quell’orso. Forse era infastidito, forse dentro una grotta stava preparando il prossimo lungo letargo e non aveva voglia di sentire quella voce femminile.
    Tornai dentro il rifugio e riattizzai il fuoco nel caminetto. Tranne il crepitio della legna, il silenzio era totale; notai, con le prime luci delle fiamme, il rosso vivo, cremisi, sui miei calzoni, sulla maglia, all’interno della mia giacca. Buttai il braccio di Anna sopra le bronze, aprendo con forza le sue dita mi ero liberato di quel gravoso fardello. Scoppiettava allegramente bruciando, vedevo la pelle sollevarsi e bollire sotto la spinta del calore. Uno strano odore permeò la stanza e il fumo si fece più intenso… Quello che rimase del corpo di Anna, il plaid e i miei vestiti sporchi, finirono dentro una buca che scavai il mattino dopo.
    Scesi al paese e aspettai l’evolversi degli eventi. Qualcuno mi chiese di Anna; risposi che da un paio di giorni non la vedevo, forse era andata in alta montagna per qualche escursione. Lei amava passeggiare nei boschi da sola, tutti lo sapevano e non pochi se ne stupivano. D’altronde, era una tipa strana; come me, del resto. Si rifaceva quando stava in compagnia di qualcuno, diventando logorroica e antipatica. Ti prendeva per sfinimento. Basta, basta…
     
    L’orso, sbattendo violentemente contro il paraurti del camion ne aveva bloccato la corsa. La testa era finita all’interno del cofano, vicino al faro anteriore destro. Più o meno all’altezza della luce di posizione. Era incastrato, non era morto sul colpo, aveva urlato e sofferto a lungo prima che una guardia forestale, con la sua potente carabina, lo facesse fuori definitivamente.
    Stavano lì, a guardarlo, mentre il veterinario e i suoi aiutanti lo estraevano dalle lamiere contorte. Per fortuna l’autista non si era fatto alcunché...
    Essendo una specie animale sotto controllo, qualche giorno dopo venne fatta l’autopsia e si seppe qual era la composizione del suo ultimo pasto. Una parte del corpo di Anna fu rinvenuta all’interno dello stomaco dell’orso. I due dottori parlavano tra loro.
    «Collega, questi animali mangiano solo certi pezzi delle loro vittime, quelli che ritengono i migliori. Lasciano il resto o lo sparpagliano in giro a poca distanza dall’agguato…»
    Provate a indovinare: quale porzione di Anna venne ritrovata nello stomaco del grande plantigrado? Il pube, ovviamente!
    La lingua non l’avrebbe mangiata di certo, l’orso...
     

  • 22 marzo 2018 alle ore 17:52
    O TEMPORA O MORES

    Come comincia: Cicerone scandalizzato dei costumi della sua epoca, sarebbe rimasto basito da quelli attuali in Italia. Inizio della storia: Alberto M. ed Anna N. coniugati,  insegnanti rispettivamente di matematica e di lingue, dopo il concorso, per  la loro classifica nazionale partendo da Roma dovevano scegliere una destinazione fra il nord ed il sud. Prevalse la scelta di Anna che, di natura freddolosa, chiese ed ottenne di essere trasferita a Messina insieme a suo marito. All’inizio abitarono in una pensione ma poi una botta di c…. fortuna: i nonni di una alunna di Al., pervicaci  vegani e proprietari oltre che di immobili e supermercati di molti terreni, spesso gironzolavano per le loro terre in cerca di erbe principale fonte della loto dieta ma male gliene incolse. Scambiando verdure velenosissime per edibili, presi da dolori atroci, una notte furono condotti dal figlio Adelardo al pronto soccorso dell’Ospedale ‘Papardo’ ma i medici, non conoscendo che tipo di veleno i due avessero assunto, non ebbero modo di iniettare un antidoto ed i due passarono a miglior vita. Adelardo F. ed Adelaide G. erano stati i nomi imposti ad i due coniugi dai rispettivi genitori i quali, chissà per qual motivo per vendetta e per spiritosaggine chiamarono la loro figlia Messalina come la moglie dell’imperatore Claudio, nome che, per motivi ovvii, fu declassato in Lina ma ‘nomen omen’ come credevano gli antichi romani che nel nome pensavano che fosse descritto il destino di chi lo portava, in questo caso verosimilmente. Lina era giunta all’età di sedici anni ne aveva già fatte, in campo sessuale più di Carlo in Francia. A tredici anni, durante un soggiorno in  un campo estivo per maschietti e femminucce iniziò la vita sessuale con una compagno più grande di età ma, non soddisfatta, ‘si fece’ un professore e da lì…Appena conosciuto Alberto, fustaccio da un metro e ottanta e, a parere della baby ben ‘fornito’, alla morte dei nonni prospettò ai genitori che il loro appartamento sopra la loro villa al ‘Giardino sui laghi’ fosse affittato ai due professori che, ovviamente, accettarono anche per l’esiguo canone di affitto. La villa era dotata di piscina, di campi da tennis , di palla al volo e pallacanestro oltre campo di bocce per i più anziani. Quella notte di agosto Alberto stava patendo particolarmente il caldo al contrario della consorte che avrebbe accesso i riscaldamenti anche d’estate, si fa per dire. Il buon Al. si diresse in piscina dove trovò in acqua Lina con cuffia per i capelli ma la signorina aveva dimenticato di indossare il costume… Dubbio amletico: tornare indietro o far finta di nulla? Seconda opzione. “Professore egregio vedo che anche lei soffre il caldo…” “Si ma il mio è meno caldo del tuo da quanto vedo.” “Non faccia il puritano e mi dia una mano ad uscire dalla piscina.” Un corpo meraviglioso di un metro e settantacinque con tutto il resto…Al. restò affascinato.” “Professore mai vista una donna nuda?” “Una donna nuda si ma non una bambina…” “La bambina potrebbe mettere in atto una poesia di Stecchetti che lei sicuramente conosce “Noi siam le vergini…” “La conosco, anch’io da giovane…” “Non si butti giù, lei anzi tu vali molto più di tanti miei coetanei, inutile dirti che sono a tua disposizione per qualunque…” “Sono sincero, anch’io istintivamente lo sarei ma non voglio guai con i tuoi nè con la scuola…by by.” Al. eccitatissimo, rientrò nel letto coniugale, abbassò gli slip alla consorte girata di fianco e…”Ma che ti prende, pure di notte, stavo dormendo…” Non si sa mai quello che dispone il destino che, ricordiamo, è al disopra degli dei, Al. da buon pagano ci credeva. E infatti una mattina Anna accusò un improvviso dolor di testa e preferì non andare a scuola, Al. andò a lezione con Lina in macchina e poi ritornarono insieme a casa. Durante il viaggio Lina era particolarmente allegra, rideva in continuazione guardando in faccia Alberto che non sapeva spiegarsi questo suo comportamento ma ormai aveva smesso di comprendere una ragazza di sedici anni. Il tu era diventato abitudinario tra i due e Lina: “Lo sai che il giardiniere è un bravo fotografo?” “Allora penso che ti abbia ripreso in pose varie o sbaglio?” “Il fatto è che non ha ripreso solo me ma anche una certa signora…guarda qui!” Foto inequivocabili, Anna ripresa sotto le piante del giardino completamente nuda,  sopra il corpo del giardiniere e non per motivi ginnici, stava bellamente scopando lei quasi mai disponibile a rapporti sessuali col marito! “Queste le tengo io, il giardiniere si chiama Adolfo T., con tua moglie te la vedi tu!” Anna era sempre allegra al contrario del solito, la cura di Adolfo funzionava ma deprimeva Al.  che cercava di capire dove e se avesse sbagliato qualcosa con la consorte la quale ritenne opportuno prendersi un mese di aspettativa e quindi Al. e Lina andavano soli a scuola in auto. Un giorno al ritorno, Al. preso da un attimo di eccitazione, posteggiò in una stradina laterale e prese a baciare in bocca Lina la quale ritenne opportuno sentirsi in ‘ore’ il cosone di Al con relativo finale. A casa Anna era come al solito di ottimo umore,” Ti credo pensò Alberto qual maledetto doveva saperci fare sessualmente” ma che fare? Adelardo dormiva o faceva finta di niente? bah… Questa volta il dio Hermes, angelo custode di  Alberto, prese in mano la situazione per aiutare il suo protetto. Venuto a conoscenza che  Adelardo e Adelaide ogni sabato mattina si recavano all’aeroporto di Reggio Calabria perché appassionati di volo, Hermes fece in modo che il loro aereo avesse un guasto e precipitasse nelle acque del Tirreno con la morte degli occupanti. Funerali in grande stile, i due erano molto noti a Messina.  Messalina prese possesso dell’ingente patrimonio di famiglia perché nel frattempo era diventata maggiorenne. Non vi sembra che la storia ricopi quella rappresentata in due romanzi; ‘Lady Chatterley’ per Adolfo e Anna e ‘Lolita’ per Alberto e Lina che, ovviamente vissero a lungo ricchi, felici e contenti come nelle favole!

  • 21 marzo 2018 alle ore 8:47
    UNA VENDETTA CRUDELE

    Come comincia: ‘Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore che dura per tutta la vita.’ Oscar Wilde, malgrado le sue vicissitudini personali, non aveva mai perso di vista l’amore, l’amore che ti può innalzare alle stelle o distruggerti la vita. ‘Mai un genitore dovrebbe sopravvivere ad un figlio’, non ricordo l’autore della frase ma penso che questo aforisma racchiuda in sé il sentimento di un immenso dolore.  Neanche la fede in Dio può lenire la pena, un padre ed una madre riescono solo a sopravvivere. In questo ambito si colloca la storia di Alberto M. quarantenne padre di Massimo, Pericle ragazzo dotato di doti assolutamente superiori alla media in tutti i campi. Nessuno era riuscito a rispondere alla  domanda di Alberto che chiedeva di conoscere come due genitori nomali, lui insegnante di materie letterarie allo Scientifico in via Cavour, la moglie Isabella impiegata al Catasto avessero potuto generare un tal fenomeno che metteva in crisi anche i suoi insegnanti. All’età di tre anni già aveva imparato a leggere, a quattro a scrivere e andando avanti negli anni le cognizioni, appena apprese, rimanevano e si sviluppavano nel suo cervello. Letta una pagina la ripeteva tutta a memoria, anno per anno stava imparando il francese, l’inglese, lo spagnolo e voleva cimentarsi anche col tedesco. Avere un figlio ‘tontolone’ non è certamente l’aspirazione di ogni genitore ma un fenomeno tipo Massimo Pericle! Lo era anche in campo atletico, velocissimo nei cento metri, al calcio ‘scartava’ gli avversari come birilli; talvolta, entrava nella porta avversaria con tutto il pallone! Un avvenimento imprevedibile si stava per abbattere sulla famiglia M.: Massimo dentro un negozio  in compagnia della madre, vide un pallone che rimbalzava dinanzi all’esercizio e si precipitò in strada per raggiungerlo quando si trovò dinanzi un’automobile che lo prese in pieno rimanendo a terra inanimato. Il conducente della Bentley era sceso dall’auto con le mani nei capelli, Isabella uscì dal negozio urlando, fu chiamato il 118 che, a sirene spiegate portò il suo corpo al più vicino nosocomio. Isabelle si accomodò sull’auto dell’investitore  che seguiva l’ambulanza. Al pronto soccorso Massimo che non dava segni di vita, fu sottoposto a tutti gli accertamenti possibili che, però, avevano dato esito negativo: Massimo era morto! Nel frattempo Alberto era giunto in ospedale, i genitori e Federico F., l’investitore, erano seduti nel corridoio su una panchina con lo sguardo nel vuoto. Nel frattempo era apparso anche un ‘corvo nero’ come Alberto, ateo,  chiamava i preti. “Per favore reverendo…” “Non sono reverendo…” “Non so chi cacchio sia ma  si levi dalle balle.” Perché la sorte si era rivoltata contro Alberto seguace del dio Hermes, dov’era finito il suo protettore? Maledizione! Era stata una congiura di Giunone che, sempre in lite con Hermes, aveva convinto Palestra, fidanzata del predetto, ad invitarlo a cena dove il cotale si ubriacò rimanendo groggy sino alla mattina seguente. Hermes, al risveglio, fu assalito dalle ingiurie di Alberto, si informò dei fatti ma ormai… Alberto e Isabella  sembravano due fantasmi, , avevano chiesto le ferie in ufficio, stavano in casa senza parlarsi, l’investitore Federico Z. era andato a trovarli nella loro abitazione per mettersi a disposizione ma, oltre al risarcimento in denaro non aveva altro da offrire. Lasciò un assegno sul tavolo  e invitò i due coniugi ad uscire da casa, inaspettatamente Isabella accettò. Da dietro i vetri, Alberto vide la consorte salire lato passeggero sulla Bentley destinazione…”chi se ne frega”, ormai i rapporti coniugali si erano guastati né il mancato rientro in casa la sera da parte di Isa preoccupò il marito. Il problema era che Alberto si stava lasciando andare con ovvie conseguenze, si era rotto il suo feeling interno, non si amava più se stesso. La portiera dello stabile Giuseppa A., donna di buon cuore, si rese conto dello stato d’animo del professore e una mattina bussò alla sua porta. Aprì un Alberto assonnato, non era andato a scuola, barba lunga, casa in estremo disordine, tapparelle chiuse. “Professore col suo permesso vorrei mettere un può di ordine, per favore lei vada nel salotto. Dopo due ore l’abitazione aveva completamente cambiato aspetto. “Spero che sia contento, mio marito Augusto mi ha detto che vorrebbe controllare la sua Cinquecento, forse la batteria…”Alberto mise mano al portafoglio ma Giuseppa: “Professore non mi deve nulla, se proprio vuole sdebitarsi può dare qualche lezione privata ad Adele, frequenta il terzo liceo classico, il suo collega mi ha detto che ne ha bisogno, oggi e quando vuole è invitato a mangiare da noi vedrà che…” Vedere l’abitazione luminosa (tutte le tapparelle erano state alzate) ed in perfetto ordine diede una spinta psicologica ad Alberto che andò in bagno, si rasò, fece una doccia e alle tredici si presentò a casa della  portiera accolto con grandi sorrisi. “
    C’era tutta la famiglia,  il mangiare era buono, non ricordava da quanto tempo…Il pomeriggio alle sedici si presentò a casa di Alberto la diciottenne Adele con sotto braccio dei libri e quaderni. Il professore la fece accomodare nello studio: “Qual è il tuo problema?” Alberto aveva visto la ragazza da lontano, da vicino gli parve più bella, assomigliava molto alla madre, alta come lei, castana, viso da intelligente, niente trucco, tette ben visibili sotto la camicetta sbottonata, gonna a libro, gambe lunghe, niente tacchi. “La materia che ami di meno?” “Il greco professore specialmente gli accenti, non li azzecco mai!” “E noi te li faremo azzeccare come dici tu. Cominciamo con le ‘Anabasi’ di Senofonte. È la storia di due fratelli figli del re Artaserse e Ciro…” “Professore mi permetta di essere sincera, a scuola sono abbastanza brava, non penso di aver bisogno di lezioni private, di qualche… lezione invece è bisognosa mia madre, voglio e debbo essere sincera con lei. La mia genitrice è innamorata di lei, non ha più rapporti con mio padre ma non per sua volontà, mio padre ha sessanta anni e molti problemi in campo sessuale, ho finito la mia lezione. Lei è una persona intelligente pensò avrà capito, le sarei grata se lei… accogliesse in casa sua la mia genitrice!” “Le mie recenti sventure familiari mi hanno fatto perdere di vista la vita reale, tu mi hai riportato alla realtà, dì a tua madre che sono a sua disposizione, senza vergogna, mi telefoni prima di venire.” Dopo due giorni alle dieci di mattina: “Professore sono Pina la portiera, mia figlia mi ha riferito che lei avrebbe bisogno di una donna le rimetta a posto la casa, quando vuole sono a sua disposizione.” “Cara Pina io sono in aspettativa dalla scuola quindi sono sempre in casa, per qualsiasi evenienza sia mia ed eventualmente tua.” Un lungo silenzio poi: “Professore anche se ho quarant’anni sono stata e sono una donna timida, mi dia una mano lei…” “Cara, dopo la tragedia che mi ha colpito qualsiasi persona che chiede il mio aiuto è la benvenuta in qualsiasi campo, il mondo per me è totalmente cambiato anche perché mia moglie mi ha lasciato, vieni quando vuoi a casa mia, anche subito.” Dopo un’ora il campanello, apparve Giuseppa vestita dalla testa ai piedi. “Benvenuta ma non ti sembra eccessivo il tuo abbigliamento, siamo a luglio e fuori non c’è la neve!” Alberto prese l’iniziativa, baciò delicatamente l’ospite in bocca, l’interessata che chiuse gli occhi e abbracciò Alberto che cominciò a spogliarla; sotto il vestito solo la biancheria intima che il padrone di casa tolse pian piano fino a scoprire un corpo da ammirare, Pina, anche se un po’ più robusta, era la copia della figlia. Passaggio sul lettone matrimoniale e inizio del cunnilinguus che dopo poco portò la donna ad un lungo orgasmo . Alberto si accorse che Pina piangeva…”Ti sembrerà strano questo mio comportamento ma devi sapere che questa è la prima volta che provo questa sensazione. Le mia amiche sposate mi dicevano che i loro mariti usavano questo modo erotico ma a mio marito faceva schifo, non sono mai andata a letto con un altro uomo, tu sei il primo dopo tanto tempo, ho paura di affezionarmi a te…” “Appena ti rimetti in…sesto voglio farti provare un altro modo di…, per ora restiamo abbracciati.” Invece poco dopo Pina prese in bocca il pene di Alberto il quale poi entrò delicatamente in vagina, voleva far provare alla signora il lungo orgasmo del punto G. Ci volle del tempo, ad un certo punto il corpo di Pina cominciò a vibrare, la signora muoveva il bacino sia in verticale che in maniera circolare, lanciava urletti sempre più forti, durò a lungo fin quando, spossata,  si abbandonò incredula di aver provato una sensazione così forte. Dopo un riposino postludio:“ Devo scendere a casa, ho detto a mio marito che venivo da te a far pulizie, le gambe mi tremano, non so che dirti, ho paura per il mio futuro, meglio non pensarci, vivi l tua vita, non voglio crearti problemi.” Una telefonata il pomeriggio da parte di Adele: “Egregio professore complimenti, lei è un mago del…ha distrutto, in senso buono, mia madre,  guardandola in faccia non sembra più la stessa, dovrebbe dare lezioni al mio fidanzato Vittorio che, in questo campo, da quanto riferitomi da mammina, ha bisogno di essere ‘imparato’ scusi l’errore voluto, by by.” Perplessità da parte di Alberto, forse la figlia voleva provare le stesse sensazioni di sua madre? La mattina dopo Al. si recò sulla tomba di Massimo: “Mio caro avrai visto quello che combina quello zozzone di tuo padre, mi domando se da grande avresti seguito le mie orme in  quel campo…mi manchi da morire…” Alberto piangeva, la sua era una ferita sempre aperta. Gli venne in mente l’aforisma di Oscar Wilde ma capì che ancora non aveva fatto pace con se stesso. Due giorni dopo, il telefono: “Egregio professore lei è un birichino ed io una…” “Scusa se interrompo ma forse volevi dire mignotta, se è così sappi che io le amo profondamente, parlo di quelle intelligenti, ho scritto anche dei racconti su di loro, adesso esprimiti.” “Non ho più nulla da esprimere, lei ha inquadrato la situazione, me lo immagino seduto sul divano sorridente mentre sta pensando:’fornicata est mater filia amplius’ non so se il latino sia maccheronico ma riflette la mia situazione di questo momento.” “Ti rispondo anch’io in latino maccheronico: ‘professor copula cum matre et filia’, prima però dovrò domandare un consiglio al mio dio.” “Non la facevo religioso!” “Sono pagano, il mio dio protettore è Hermes ma una volta si è ubriacato e non mi ha difeso da Giunone che mi odia e mi ha combinato un grosso guaio.” Hermes, questa volta attento, diede il suo verdetto in romanesco: ‘Vade securus!’ e così fu per la gioia un po’ di tutti tranne che di un marito il quale, da giuggiolone nato, non si spiegava i cambiamenti della consorte e della figlia!
     
     
     
     

  • 16 marzo 2018 alle ore 11:25
    ODESSA PARADISO DI BELLEZZE FEMMINILI

    Come comincia: Arnaldo M., tecnico informatico viveva a Roma in via Cavour, era stato tradito dalla moglie Lucia, impiegata in uno studio legale, che aveva confessato bellamente di essersi innamorata di un suo collega ed era sparita da casa, situazione ormai usuale in una società profondamente cambiata nel senso dei costumi come avrebbero affermato i suoi antenati. Arnaldo non se l’era presa più di tanto, per il suo lavoro girava un po’ tutta l’Europa soprattutto nei paesi dell’Est, in Ucraina in particolare dove aveva conosciuto Nataliya meravigliosa quarantenne plurilingue. La cotale accettò la proposta di Arnaldo di trasferirsi a Roma insieme alla di lei figlia Alina diciottenne, anch’essa deliziosamente bionda studentessa universitaria in lingue (professione di famiglia). Le donne ucraine godono fama di femminucce libere (si in quel senso!) in cerca di polli da spennare, con preferenza per gli italiani per tal motivo Arnaldo da principio in ufficio fu sottilmente preso in giro dai colleghi che però non poterono far a meno di ammirare la beltade di madre e figlia le quali, furbamente, si mostravano molto riservate. La casa di Arnaldo, ereditata dai defunti genitori, era di antica struttura con molte stanze che ospitavano anche i di lui figli Andrea,(Andy) e Alessandro,  (Ale) due sedicenni,  gemelli, iscritti alla quinta ginnasiale. Con tali premesse non pensate che in campo erotico ne potevano succedere di tutti i colori? In verità si in quanto Arnaldo era spesso lontano da Roma per lavoro e le due femminucce, abituate a casa loro a…darsi da fare, sentivano la mancanza di rapporti intimi ma in giro c’erano solo i due fratelli che, ancora giovani, guardavano con interesse le due femminucce che invece cercavano di …farsi amici dei maschietti più esperti e grandi di età. Alina, come si dice in gergo, mandava avanti la casa, aveva ingaggiato Gina P. una cameriera ma il problema era diventato quello della disponibilità finanziaria, i soldi inviati da Arnaldo non bastavano e quindi la signora si ‘guardò intorno’ e, notata un’agenzia di navigazione vicino a casa in via Merulana, si presentò al titolare Giorgio A. al quale fece presente la sua conoscenza delle lingue ed ebbe un colloquio ‘a quattro occhi’ nell’ufficio di Giorgio, il quale  affascinato da Alina, le fece capire esplicitamente i suoi desiderata, in campo sessuale. La dama dopo matura riflessione, passati due giorni si ripresentò al titolare dell’agenzia accettando la sua proposta ma chiedendo in cambio uno stipendio ben superiore a quello dei futuri suoi colleghi. Tira più un pelo…Quello che non doveva succedere avvenne: I due ragazzi una mattina, andando a scuola si videro l’ingresso sbarrato per uno sciopero degli alunni, preferirono tornare a casa; era una uggiosa e fredda giornata romana che non invitava a restare all’aperto. Entrati a casa sentirono dei rumori provenire dalla camera da letto del genitore e, aperta la porta, uno spettacolo imprevedibile: Alina era a letto con un uomo. Sconcertati chiusero la porta e si rifugiarono nel salone senza parlare. Dopo un po’ di tempo videro passare frettolosamente l’uomo che aveva violato il letto matrimoniale del loro padre e quindi l’arrivo di Alina che si sedette dinanzi a loro. Dopo un po’ la signora ruppe il silenzio: “Per voi sarà stato un colpo quello che avete visto ma c’è una spiegazione. Vi siete mai domandati come riesco a mandare aventi questa casa nel senso del denaro che occorre per tutte le varie esigenze? Voi trovate la tavola apparecchiata, i vestiti ben lavati e stirati, una cameriera che mi aiuta nei lavori più pesanti, pensate che bastino i soldi inviati da vostro padre? Quell’uomo che avete visto è il titolare dell’agenzia di viaggio dove sono impiegata, mi dà un bel po’ di denaro ma vuole un compenso extra. Siete abbastanza grandi per non giudicarmi e per capire la situazione. Non servirebbe anzi sarebbe una inutile costernazione per vostro padre se gli riferireste il fatto, decidete voi.” Non c’erano segreti tra madre e figlia, così Natlija venne a conoscere l’episodio senza fare alcun commento, il solo problema era i due ragazzi, era imprevedibile il loro futuro comportamento che poteva provocare anche il rientro in patria di madre e figlia e quindi…Ovviamente a sedici anni Andrea ed Alessandro erano seguaci accaniti di….falegnameria anche se ovviamente avrebbero voluto avere rapporti con una femminuccia ma le compagne di scuola non erano disponibili e quelle che lo erano preferivano uomini maturi. Nat. Si rese conto della situazione generale e decise di sacrificarsi sessualmente per il bene suo e di sua madre. All’università si era ‘fatta’ un boy friend dell’ultimo anno, belloccio e soprattutto benestante di famiglia e quindi non le mancava il sesso ma doveva farsi ‘amici’  Andi e Ale. E così fu. Una sera dopo cena i due ragazzi, augurata la ‘buonanotte’,  si recarono nella loro stanza poco dopo seguiti da Natalji la quale aprendo la porta: “Amici miei, stasera non ho sonno e mi sento triste, se non vi dispiace vi farò un po’ di compagnia.” I due ragazzi dormivano in due letti singoli, la baby si sedette su quello di Andrea: “Lo sai il significato del tuo nome? Vuol dire forte, virile e penso che tu lo sia.” Guardandolo negli occhi  allungò una mano che raggiunse all’interno del pigiama un ‘coso’ già duro. “Vedo che ti piacciono le femminucce, bello come sei chissà quante compagne di scuola ti farai, io sono sola che ne dici se…” Nat. Prese in bocca il ‘coso’ che dopo poco tempo se ne ‘venne’ e lei ingurgitò un bel po’ di ... Andò in bagno, fece dei gargarismi e si ripresentò in camera. “Penso che anche Ale abbia voglia di…” Stesso servizio al fratello poi ritirata strategica da parte di Nat. Quella era stata una idea furba da parte di Alina per evitare che i due fratelli chiedessero a lei prestazioni sessuali. Al ritorno il ‘prode Anselmo’ trovò una famiglia serena e sorridente, Arnaldo, ingenuone, non si domandò da dove provenissero i soldi per il ménage familiare, spesso andavano tutti e quattro a mangiare al ristorante e soprattutto tutti erano sessualmente appagati!  

  • 16 marzo 2018 alle ore 10:38
    Trilogia

    Come comincia: A febbraio 2017 un mio collega e mia figlia maggiore mi chiedono entrambi: "Hai mai fatto qualcosa di buono nella vita?". Evidentemente era un periodo in cui mi sentivano fortemente recriminare.
    "Quando feci trasferire mio padre dall'ospedale in cui volevano levargli lo stomaco all'ospedale in cui dicevano che aveva un calcolo", fu la mia risposta, "e quella è l'ultima cosa buona che ho fatto nella vita. Ed era il 2004. Dopo non ho avuto più pace. Si vede che ho dato fastidio a qualcuno".
    Nacque così "Persone squisite e non".
    Anche per ricordare a me stessa com'ero prima che mi lasciassi distruggere da mio fratello maggiore e dai miei vicini e parenti.

    Contemporaneamente espressi il mio senso di colpa, che avevo tenuto a bada per 5 settimane, e che era esploso il 12 ottobre 2016 in "In parole, opere e omissioni..., io uccido".
    Contestualmente una telenovela sudamericana mi avvertiva: "Il senso di colpa non serve a niente".

    Infine un'amica mia avverte: "Come loro agiscono fa parte della loro storia, come tu reagisci fa parte della tua". A conferma di quello su cui mi tormentavo da sei anni, cioè: "E' tutta colpa mia". Perché gli altri, magari anche parenti, possono anche farti del male, magari possono anche complottare continuamente per farti del male,ma la tua reazione deve essere sempre positiva e mai abbassarti al loro rango.

    "E' tutta colpa mia" risale all'aprile del 2017, ma è stato pubblicato (incompleto) solo adesso.Intendeva essere una "Confessione terapia" per mettersi tutte queste stupidaggini definitivamente dietro le spalle.

    Si completa così la Trilogia dei "Parenti serpenti" o "Della perfidia e della cretineria".

    Di quest'anno, la sintesi che non avrei mai voluto scrivere: "Vita normale", che potrebbe anche intitolarsi "Persone sane, persone malate"

     

  • 12 marzo 2018 alle ore 18:03
    SASOGUARFI

    Come comincia: SASOGUARFI. Questa parola, cari amici non riguarda le province di Salerno, né quella di Sondrio e nemmeno quella di Firenze, è la sigla della Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza a cui, in passato, il nostro eroe Alberto M. aveva appartenuto al fine di raggiungere il grado di vicebrigadiere, niente a che fare con quella odierna situata a L’Aquila con tutte le comodità possibili. Nel 19… era situata ad Ostia fuori dal centro abitato e vicino ad una pineta. Alberto, quarantenne, sposato con Anna, niente figli per volere di entrambi rivestiva il grado di Capitano. Romano dé Roma aveva chiesto di essere trasferito in un reparto della capitale da Domodossola dove comandava la locale Compagnia ma, per mancanza di calcioni(raccomandazioni), aveva dovuto accettare il Comando della 1^ Compagnia di Allievi Sottufficiali. A quei tempi il ruolo di istruttore comportava automaticamente una certa durezza nel trattare gli allievi ma tale qualità, se qualità si poteva chiamare, non faceva parte del bagaglio del buon Albertone. Appena insediato, in una riunione con i suoi uomini aveva fatto presente che, a suo tempo prima di andare in Accademia, era stato allievo sottufficiale ed aveva dovuto sopportare le angherie dei brigadieri istruttori che sembravano essere stati scelti per la loro cattiveria d’animo il che non aiutava il ben vivere dei loro futuri colleghi. In particolare lo jum jum verso di protesta proveniente dal bocca  degli allievi in fila per il rancio, brutta parola diciamo per il pranzo; il lancio in sala mensa di pallottole di mollica di pane che finivano in testa al brigadiere di turno con la relativa richiesta, evidentemente rimasta non ascoltata “Venga fuori chi è stato!” ed altre amene situazioni che avevano fatto acquisire al capitano Alberto M. la simpatia dei suoi subordinati. Simpatia non condivisa dal Colonnello Comandante della Scuola, Principe Alessandro Barberini che un bel giorno, anzi brutto giorno per l’interessato che fu convocato dal suddetto ufficiale nel suo ufficio. Alla presentazione con tanto di battuta di tacchi da parte di Alberto, il colonnello dopo il previsto “Stia comodo” che voleva dire ‘riposo’, partì con una ‘sparata’ che lasciò interdetto l’Albertone: “Vuol andare trasferito in Sardegna?” “Veramente…” “Veramente un corno, non mi è piaciuto il discorso da lei pronunciato ai suoi uomini, per ora può andare!” Alberto con la coda fra le gambe ritornò nella sua abitazione ad Ostia, raccontò l’episodio ad Anna, mangiò a malapena qualcosa e si rifugiò a letto. Il mattino  successivo chiamò nel suo ufficio lo scrivano finanziere Nando M.(era il suo segretario anche lui romano e con lui in sintonia) e chiese notizie sul Colonnello Comandante. “Signor Capitano ne stia alla larga, è malvisto da molti di noi ma ben ‘ammanigliato’ al Comando Generale e si dice pure amico del Ministro delle Finanze. Ocio!” Un particolare: il nobile principe Barberini era sposato con una uruguaiana che parlava lo spagnolo e non il portoghese come le brasiliane ma aveva molto in comune con il classico modello di quest’ultime: alta bruna, occhi… promettenti, naso leggermente pronunciato, bocca invitante, seno da favola, gambe chilometriche. La cotale aveva la buona abitudine, anche quando il tempo non era molto clemente, di girare per i viali della Scuola Sottufficiali in bicicletta e in hot pants (pantaloncini molto corti) e camicetta particolarmente scollata con ovvia uscita dalle orbite degli occhi degli allievi arrapati. Alberto venne un giorno convocato dal Colonnello Comandante, si recò nel suo ufficio piuttosto preoccupato (pensava alla Sardegna) ma si rasserenò alla vista del sorriso e di una mano tesa del Principe. “Ho saputo dal mio collega di Torino che lei è molto bravo come fotografo, dai suoi atti matricolari risulta essere “capo laboratorio fotografico”, attualmente conduce il laboratorio un finanziere che come professionalità è un cane, lei lo sostituirà.” “Signor Colonnello, molto probabilmente avrò bisogno di acquistare materiali fotografici, lei lo sa quanto sono stitici al Comando Generale in fatto di assegnazione di fondi…” “Con me gli verrà la diarrea!” E così fu, Alberto prima si recò nel laboratorio fotografico , si rese conto della situazione e poi presso la ditta Randazzo ebbe un buono sconto sul preventivo dei materiali scelti. In una settimana fu cambiato il locale del laboratorio, Alberto ne scelse uno più grande con istallazione di una cassaforte (non si sa mai), di acqua corrente e poi: un piano lavoro, una macchina fotografica Topcon con tre obiettivi ed una Yashica Mat, un ingranditore Durst, vaschette, tanks, un essiccatore, una turbo lavatrice, pinze e tanti altri aggeggi, insomma quello della Scuola Sottufficiali era diventato un vero laboratorio fotografico professionale. Il Colonnello Comandante fece le congratulazioni ad Alberto e gli chiese se, nei momenti liberi, volesse insegnare a sua moglie tutto quanto riguardava la fotografia di cui era appassionata. Richiesta alla quale ovviamente Alberto aderì anche se con qualche ovvia perplessità; non ne fece cenno a sua moglie. Il laboratorio era situato nella palazzina dove abitava il Colonnello Comandante ed erano situati anche gli uffici amministrativi chiusi di pomeriggio e così la bella signora Dalida (madre francese, padre uruguaiano) poté recarsi ogni pomeriggio nel laboratorio fotografico senza dare all’occhio ed apprendere l’ottava arte senza incontrare i militari della scuola. Contrariamente al solito, forse per suggerimento del marito, madame in queste occasioni vestiva sobriamente; era una brava allieva nell’apprendere i vari principi fotografici quali la lunghezza focale degli obiettivi, la profondità di campo, i gradi Kelvin e tante altre nozioni che la sera ripeteva al marito contento che la consorte si dedicasse a qualcosa che escludeva sue inclinazioni un po’ pericolose. Un pomeriggio la bella Dalida si presentò  coperta da un lungo tabarrano ma sotto aveva solo un reggiseno che copriva appena i capezzoli e un normale slip.” Non ti preoccupare, mio marito ha acconsentito a che tu mi fotografassi in topless in bianco e nero così svilupperai tu le foto senza portarle in laboratorio esterno,  mi consegnerai anche i negativi.” Alberto si sedette e stette un  po’ a guardare la ‘modella’ per poi notare che ‘ciccio’…”Pensavo che tu fossi omosessuale invece vedo…” “Non cambia nulla, tuo marito è una potenza, potrei passare grossi guai. Ti scatterò le foto e te le consegnerò con i negativi ma voglio un’assicurazuione…” “”Io conosco il direttore delle Assicurazioni Generali, potrei presentartelo.” Pure preso per il culo! Dopo circa due ore le foto,  bellissime,  (Alberto era un artista) erano pronte e l’autore fu gratificato di un bacio non proprio fraterno che portò l’interessato, giunto a casa, a chiedere alla consorte una immediata prestazione sessuale con punto interrogativo da parte dell’interessata. Il seguito è ancora più fantasioso. Finito il corso e partiti gli allievi e, tranne pochi uomini, tutti gli altri in licenza per due mesi.  il Colonnello Comandante  inaspettatamente lo convocò nel suo ufficio: “Ho ammirato le foto di mia moglie, lei è riuscito a trarne fuori il lato migliore senza volgarità. D’estate vado in villeggiatura nella mia villa di Torvaianica ed invito tanti amici, vorrei che lei scattasse qualche foto, sa come sono le signore.” Alberto sbatté i tacchi per andarsene quando: “Lasci stare le formalità, fuori servizio ci daremo del tu.” La parola perplessità esprimeva solo in parte i sentimenti di Alberto che confidò tutto a sua moglie.”Amore mio abbiamo in passato stabilito di essere anticonformisti, mettiamo in pratica il principio e se, necessario, mi comprerò anch’io un bichini ridotto, non pensi che farò la mia figura?” Che dire? Alberto si sdraiò sul letto seguito dalla moglie che cominciò a baciarlo, che la signora avesse assaporato mentalmente quello che la aspettava in vacanza? Bah. Alberto prima di partire fu raggiunto da una telefonata del Colonnello Barberini che, oltre a spiegarli come raggiungere la sua villa, gli chiese di acquistare due maschere, una  per lui ed un’altra per Anna dato che intendeva dare un ballo mascherato. Un ballo mascherato in pieno agosto sembrò ad Alberto fuori luogo ma a questo punto…Allora non c’erano ancora i navigatori satellitari,  Alberto con la carta stradale riuscì a giungere a destinazione. Una villa a tre piani bellissima, un grande spiazzale anteriore, una piscina con ombrelloni,  sdraie e Interni moderni e di buon gusto. Un vicino terreno coltivato da una famiglia di contadini che, per compenso, tenevano in ordine la villa e provvedevano alle cibarie. Una pacchia per Dalida. Ad Alberto e ad Anna fu assegnata una stanza con bagno all’ultimo piano, erano i primi la mattina a recarsi nella vicina spiaggia a prendere il sole gli altri a mezzogiorno quando il sole non fa bene ma…’unicuique suum’, ogni tanto Alberto ricordava di aver frequentato il liceo classico.
    I giorni passavano piacevolmente uguali, la sera tutti distesi ad ascoltare musica o dinanzi alla TV poi un venerdì: Alessandro (in vacanza non più Colonnello): “Per domani ho invitato gli amici intimi per una festa, tirate fuori le maschere. Alberto ne aveva comprato una per sé che gli copriva tutto il viso ed un’altra per Anna che le nascondeva solo gli occhi. Pian piano lo spiazzale si riempì di macchine di lusso, il Colonnello aveva amici facoltosi, Alberto con la sua Jaguar X type non sfigurava davanti a Rolls Roice, Bentley, Borg Ward ed analoghe marche. La signore, scese dalle vetture, si erano recate in una stanza appositamente preparata per depositare gli abiti e restare in bichini ridottissimi, era una calda serata di agosto. “Caro non farti uscire fuori gli occhi, sei ridicolo!” “E tu gelosa!” “Ci scommetti che rimorchio un maschione e ‘men vo non così parlando non onesta!’” “Ora la ridicola sei tu, per questa sera ognuno per conto proprio.” Alberto trovò un tavolino vuoto e fu raggiungo da Dalida. “Mon ami solo soletto, vuoi un po’ di compagnia?” “Graditissima. “Che ne dici se andiamo a parlare dietro l’edificio.” Alberto si domandò che significato aveva in questo caso il verbo parlare. Dalida: “Mi sei sempre piaciuto sia in divisa che in borghese, ti ho anche sognato ma non ho avuto il coraggio di…” “Non ti preoccupare, io e mia moglie siamo anticonformisti.” “Non so sino a che punto potrai capire, guarda…” e Marisa si tolse il bichini appalesando un pene che, anche se non molto grosso, era sempre un pene, Dalida era un trans! Ripresosi dalla sorpresa Alberto: “Anche tu mi sei piaciuta molto e subito ma per paura di tuo marito…, adesso non so che fare, sono sincero, non ho mai avuto contatti con un…cazzo!” “Io mi sento solo donna, quello è un particolare.” “Un particolare che non vorrei sentirmi nel didietro” pensò Alberto ma abbracciato dalla signora prese a baciarla in bocca e sul seno, nel frattempo il coso di Dalida divenne duro e la padrona prese una mano di Alberto e lo circondò muovendolo. Non ci volle molto, il coso cominciò ad emettere sperma sulla mano di Al. ma poco dopo la signora si mise in ginocchio e preso il ‘ciccio’ di Alberto ben dur,  se lo infilò non senza fatica (era molto grosso) nel suo popò. Dalida godette altre volte sia davanti che didietro con piacere anche di Alberto che per la prima volta aveva provato sensazioni inusuali. Al rientro, fra la folla degli invitati incontrarono il Colonnello che li salutò con la mano, aveva capito tutto ma non aveva voglia di parlarne. Anna, sempre mascherata, ballava con un fustone strofinandosi notevolmente, Alberto, preso per mano da Dalida fu condotto nella camera da letto della stessa e sul lettone la baby prese di nuovo a baciarlo con relative conseguenze. Dopo un tempo indefinito Alberto salì nella sua camera, letto vuoto, chissà cosa stava combinando la sua bella! Al risveglio nessuno dei due raccontò la propria avventura, un pizzico di mistero pare faccia bene alla coppia. Finale: Il Colonnello fu molto gentile col Capitano AlbertoM., scrisse a suo carico eccellenti note caratteristiche e lo propose per una promozione. Dopo quindici giorni dalla nomina al grado di Maggiore e il trasferimento alla sede di Siracusa al Comando di quel Gruppo, ad Alberto pervenne un biglietto di congratulazioni da parte del Colonnello Comandante Sasoguarfi con una postilla: “Grazie di non aver pronunziato la classica battuta sul mio cognome ‘A Roma hanno fatto meno danni i barbari che i Barberini’ e per non…”  Diventati anziani i due coniugi M. finalmente si confidarono quello che era avvenuto quella famosa notte: anche Anna aveva provato un uccello ma non quello di un trans!                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               
     
     

  • 10 marzo 2018 alle ore 22:25
    Senza la mia solitudine...

    Come comincia: In una delle poesie più brevi di Emily Dickinson, la grande poetessa americana, nata ad Amherst, Massachussets, il 10 dicembre 1830, e morta, sempre ad Amherst, il 15 maggio 1886 si legge "Forse sarei ancora più sola, senza la mia solitudine". Nel leggere questi pochi versi la prima cosa che ci avvolge è la sensazione di un prato mosso dal vento, saranno le tante S, allitterazioni morbide e rotonde che evocano il leggero fruscio del vento, saranno le parole sola – solitudine che fanno pensare al sole, ad una giornata luminosa, tersa, azzurra… e quindi un prato, con l’erba mossa dal vento, accarezzata come una persona cara. E già qui è sentirsi parte di un tutt’uno, di un’immensità. Non c’è tristezza in quei versi, né malinconia, semmai la gioia di amarsi, di vivere con sé come se fosse uno specchio in cui l’altro si può tuffare.
    Sarà che io fin da bambina ho provato, senza saperlo, quella stessa solitudine, quando abbandonavo i giochi rumorosi dei cugini in piazza o in cortile e me ne andavo nei boschi a camminare lungo i sentieri, solo io e la mia ombra, l’altra me, la mia gemella dentro di me. Avevo otto o nove anni,  ma chissà cosa meditavo, cosa pensavo quando mi staccavo dagli altri, dal gruppo, per starmene un  po’ da sola, quando mi intrufolavo nel sottobosco parlando da sola, sussurrandomi storie e canzoncine inventate, quando parlavo ad immaginari personaggi e creavo storie e avventure. Stavo via delle ore, fino al crepuscolo, salendo la montagna lungo la ripa del torrente, seguendo i sentieri dei cacciatori e dei boscaioli, in alto, in alto, fino alle cascate. Cantavo e gridavo, ripetevo l’eco, saltellavo e piroettavo, poi mi sdraiavo sul prato di una radura.
    Ero sola, ma non in solitudine. Ero una bambina, ero felice. La brezza sussurrava il mio nome, tanti nomi, quelli che conoscevo e quelli che sognavo, le foglie e i rami disegnavano volti che mi sorridevano, che vegliavano su di me, volti che conoscevo e volti che sognavo. I fiori assomigliavano a piccoli cuori di vita, un battito dopo l’altro, disposti così sparsi, lontani eppur vicini, come una famiglia, come tanti piccoli cuori umani, insieme, anche se ognuno solo con i suoi petali e i suoi colori. In quella solitudine io mi sentivo accolta, afferrata, completata e rinata.
    Oggi invece il mondo è solo, soffre la solitudine. Ne è piegato, schiacciato, spezzato. Ne ha paura. Io ho avuto quel grande, unico e stupendo privilegio: crescere cullata dalla solitudine, coccolata dal silenzio, amata da quelle lunghe ore tutte mie, da riempire con me stessa, con il mio io, con la mia compagnia.
    Ringrazio mio padre e mia madre, che non mi hanno mai impedito di vivere quella mia solitudine. Semplicemente mi attendevano, sapevano che ne avevo bisogno, che era essere  me stessa quel mio strano fuggire via.
    Non sono mai venuti a cercarmi, nemmeno quando pioveva, o quando  mi attardavo tra le rocce. Nemmeno quando le ombre della sera scendevano dalla montagna, nemmeno quando c’era la neve, o faceva freddo. Si fidavano e basta.
    Oggi c’è la paura che attanaglia i pensieri di un genitore, l’ansia di riempire il silenzio ad ogni costo, l’angoscia di allontanare la solitudine dai propri figli, vista come qualcosa di maligno, scuro, cattivo. E allora tutti a chattare, a digitare sullo smartphone, a partecipare a piazze virtuali. Tutti a fare rumore, ognuno chino sulla sua finestra, ognuno isolato da chi è vicino. Ognuno con gli occhi bassi, per non incrociare quelli del vicino, sconosciuto.
    Eppure solo stando con noi stessi, nel nostro cantuccio caldo e calmo, nel nostro prato accarezzato da una leggera brezza riusciamo ad assaporare e a gustare la vita. Con il silenzio come compagnia, dobbiamo ritrovare nell’intimo dell’anima l’arte di rallegrare l’anima. Solo così riscopriremo il valore di una parola amica, di un sorriso, di una mano che ci sostiene, che ci toglie dalle spalle i pesi della giornata quotidiana, che ci accompagna, che ci scalda. E impareremo di nuovo a volare, come una libellula che tende le ali azzurre verso il cielo. In alto a sfiorare i petali di un fiore, facendolo dondolare lievemente, come un accordo di musica che solo noi, nel nostro intimo, riusciamo ad ascoltare. E sarà “una continua festa”.

  • 10 marzo 2018 alle ore 15:18
    UN'EREDITÀ FRUTTUOSA

    Come comincia: Essere svegliati alle 24 dagli squilli del telefono metterebbe in fibrillazioni un po’ tutti noi come era avvenuto ad Alberto M. con accanto la consorte Anna che sbuffò molto finemente “Che palle!” Alberto assonnato: “Spero che sia qualcosa di importante, cortesemente chi sei?” “Sono il notaio John Fulgenzi, la chiamo da Sydney, scusi l’orario, il fuso …ma  penso che la notizia valga la pena di una sveglia notturna, lei è il signor Alberto M?” “Son io, mi comunichi almeno che si tratta di un’eredità, scherzavo, mi dica.” “Appunto si tratta di un’eredità, lei aveva un nonno col suo cognome e dal nome Alfredo?” “Mio padre mi disse che suo padre era emigrato in Australia ma ne ho perso le tracce.” “Suo nonno è deceduto tre giorni addietro, non volendo privilegiare i suoi parenti australiani, con cui è in dissenso, ha nominato lei erede universale, si tratta di una bel anzi di un eccezionale patrimonio, ben dieci miliardi di dollari australiani, ancora non ho fatto il cambio in  €uro …” “Notaio  dire che sono incredulo è il minimo come lei può immaginare, me lo confermi con un telegramma, grazie.” “Anna sono miliardario!” “Ed io la regina d’Inghilterra, buonanotte.” Alberto pensò: “Se hanno scassato i cabasisi a me altrettanto posso fare ad altri e così chiamò telefonicamente Salvatore S. suo cognato, funzionario della banca presso cui effettuava le sue operazioni finanziarie. “Salvo quanto vale in €uro un dollaro australiano?” “Cazzo, oggi è il primo aprile? L'ho sempre detto che...lasciamo perdere, se non ricordo male €.1.580.” “Grazie sappi che da questo momento sono miliardario!” “Vaff…”Dopo due giorni arrivò dall’Australia un telegramma di conferma specificando che, ovviamente, non era un somma in contanti ma che, volendo, lui, il notaio, poteva convertire in denaro corrente le varie attività del nonno (furbacchione il notaio!). La notizia ufficiale fu portata a conoscenza di Salvatore e  di Pina, sua consorte e sorella di Anna con la promessa di non svelarla a nessuno. Alberto prese da Reggio Calabria un aereo per Milano e poi un altro per Sydney dove giunse alle dieci del mattina; in attesa (interessata) c’era il notaio Fulgenzi, tipo imponente che, con in mano un cartello col cognome di Alberto; lo cercò e lo rintracciò fra i passeggeri e chiamò un taxi “Penso che sarà stanco, le ho prenotato la suite dell’albergo Royal di proprietà di sui nonno Alfredo." “Come inizio niente male pensò il neo miliardario, passando nei corridoi dell'hotel vide tante belle cameriere, da tener presenti, ma il destino…”Sono in contatto con due sue parenti, abitano in un quartiere di periferia, se vuole  l’accompagnerò dopo che avrà pranzato.” Alle quattordici il portiere tramite telefono avvisò Alberto dell’arrivo del notaio. Dinanzi l’albergo c’era una Bentley con seduto alla guida il buon Fulgenzi. Alberto si sistemò al posto del passeggero: “Bella auto!” “Sono i risparmi di una vita di lavoro.” “Un cazzo, tu sei un furbo matricolato ma a me non mi freghi!” pensiero di Al seguito da un sorriso. L’appartamento era al pian terreno,  il cognome di Alberto alla porta. Venne ad aprire una signora alta, giunonica senza trucco dallo sguardo duro ma tutto sommato niente male. “Non abbiamo bisogno di niente!” Alberto e notaio erano stati confusi con venditori ambulanti. “Gentile signora, sono Alberto M. e questo è il notaio Fulgenzi, avrà saputo della morte di nonno Alfredo.” “Si, quel maledetto ricco e spilorcio non ci ha lasciato un dollaro, che sia…” “Signora non si agiti, se permette ci sediamo, sono l’erede del nonno Alfredo.”La dama si riprese quasi subito: “Sono Milena V. vedova di Augusto M., vivo qui con mia figlia Aurora che sta tornando dall’università, come vede siamo gente modesta, io sono il coak di una palestra, Aurora è iscritta all’università e si arrangia a far la cameriera in un pub per arrotondare le entrate.” Classico ragionamento : ‘Tu sei ricco, sborsa qualcosa.’ Poco dopo apparve Aurora, bella come una aurora boreale la classificò Alberto e si alzò per un finto baciamano. Avuta conoscenza dei due venuti, Aurora sfoggiò un sorriso deliziosamente infantile, occhi verdi (ereditati dalla madre) e capelli castani e lunghi,  bocca invitante e nasino impertinente, il fotografo dentro Alberto si era appalesato! Aurora: “Allora posso chiamarti zio Alberto, ho sempre avuto il desiderio di conoscere i parenti italiani, lo era mio padre Augusto e mi parlava spesso della patria di origine.” Alberto: “Cara Aurora, nei giorni seguenti avrò bisogno di un interprete perché parlo francese ma non l’inglese, se per qualche giorno puoi lasciare il lavoro…” “Certo che può lasciare il lavoro anzi penso che potrà alloggiare in una camera al Royal dato che dista molto da casa nostra. (la quarantenne mamma dimostrò di essere una furbacchiona!). Dopo la cena in albergo Al. e Au. si presentarono al portiere di notte che non era quello di prima. “Vorremmo la chiave della suite e di una camera prenotata.” “Prego i vostri nomi, nel registro non mi risulta una prenotazione.”ribatté Harry il portiere e si recò in un vicino sgabuzzino dal quale telefonicamente avvertì la polizia, in Australia sono molto rigorosi in fatto di turisti. Poco dopo apparvero due agenti che chiesero spiegazioni. Alberto s’era rotto, un imbecille di portiere del suo albergo gli stava rompendo i zebedei. “Chiami immediatamente il direttore, sono il padrone del Royal!” Un signore in smoking dalla figura imponente si presentò e, resosi conto della situazione, fece accomodare tutti nel suo ufficio. “Signor M. innanzi tutto le chiedo scusa per il comportamento del portiere che, prima della polizia doveva chiamare me, è licenziato, se mi date i vostri documenti li mostrerò agli agenti così la situazione sarà sanata. I due agenti si guardarono in viso non sapendo che fare ma quando ebbero in mano il passaporto d Alberto e la crta di identità di Aurora con dentro cinquecento dollari ognuno, sfoggiarono un gran sorriso:”Tutto a posto!” Il direttore capì con chi aveva a che fare e diede la mano ad Alberto il quale, buono d’animo raggiunse il portiere che, piangendo, stava uscendo dall’albergo; gli mollò cinquanta dollari e:”Sei riassunto!” Un abbraccio da parte di Harry che riprese subito il suo posto. Aurora guardò in faccia lo zio Al. e: ”In camera mi sentirei sola, che ne dici di…” “Dico di si nipotina mia!” Volete sapere il resto, guardoni che non siete altro, ve lo svelerò: “Zione non ho la camicia da notte, vado in bagno e ne indosso una tua.” Inutile dire che la mente erotica dello zione era andata in tilt, nel vedere la nipotina uscire dal bagno con  una specie di tuta da ginnastica, si misero a ridere ambedue. “Forse è meglio che me la tolga e mi metta sotto le lenzuola.” Fece le cosa con calma facendo intravvedere un corpo f a v o l o s o che fece ‘innalzare’ ‘ciccio’ ben visibile ad Aurora che si mise a ridere, non riusciva a smettere. “Scusami non volevo prenderti in giro ma…non lo so nemmeno io della risata, appena ti ho visto mi sei piaciuto subito…che altro dirti? Sono fidanzata con Camillo che talvolta chiamo ‘camomilla’ è un bravissimo giovane e abbiamo stabilito di avere rapporti intimi solo dopo il matrimonio…” “In parola povere sei vergine e tale…” “Sono sincera, ho in testa una gran confusione, rifugiamoci sotto le lenzuola e…non so nemmeno io quel che dico, di colpo sono confusa!” Lo zozzone dello zio ti propone invece di restare sopra le lenzuola senza vestiti, che ne dici?” Per la secondo volta Al. ebbe la visione di quel corpo meraviglioso e per la seconda volta ‘ciccio’ prese ad aumentare di volume. “ Ce l’hai molto più grande di quello di Camillo, mi fa un po’ paura non che…” “Ti bacerò tutta dalla fronte ai piedini deliziosi (forse sono un po’ feticista) e senza porre tempo in mezzo cominciò dagli occhi, soffermandosi a lungo sulle tette, tralasciando il pube e infine i piedini in bocca ma: “Vorrei farti godere col cunnilinguus, non mi dire di no…” Il no non venne e Al si avvicinò dolcemente al monte di Venere, prima le grandi labbra poi quelle piccoline, Aurora era veramente vergine doveva provare una soluzione per togliersi dall’impasse senza spaventare troppo la baby col suo ‘alberone’. “Zietto anch’io  vorrei che tu fossi il primo come ti è successo con tua moglie…” “Qui ti sbagli, Anna aveva avuto rapporti con il precedente fidanzato ma questo non c’entra nulla, m’è venuta un’idea per non farti troppo soffrire: vorrei baciarti la cosina sino a giungere quasi a farti godere e poi…immisio penis come dicevano i latini, tu sei studentessa di lingue antiche…” Aurora aveva compreso ma era ancora esitante fin quando Al. cominciò a baciarle il fiorellino e lei a provare un piacere intenso poi ‘ciccio’  pian piano e con un po’ di dolore da parte dell’interessata si fece strada all’interno della ‘delicia umani generis’ per poi ritirarsi per evitare un possibile venuta al mondo di un AL.AU. Così era iniziato il rapporto tra zio e nipote. La mattina seguente le due cameriere del piano ricevettero cento dollari di mancia ognuna per far lavare a parte un lenzuolo con tracce di sangue... Un giorno Aurora fu chiamata dalla madre al telefonino (che Al. aveva regalato singolarmente alle due) per comunicarle che, al fine di non perdere l’anno accademico Au., doveva recarsi giornalmente all’Università e cosi Al. pensò bene di ‘arruolare’ Milena al posto della figlia prenotando anche a lei una stanza singola nello stesso albergo per evitare inutili pettegolezzi. Durante le ore di non lavoro Milena mise al corrente Al. del matrimonio a suo tempo celebrato con  Augusto M. il quale, benché non dotato fisicamente, la faceva divertire col suo umorismo e, come dicono i francesi, ‘donna che ride è già nel tuo letto’. Il defunto era ingegnere edile e, prima di morire per una caduta dal quinto piano di un edificando grattacielo di dieci piani del quale era direttore dei lavori, aveva prenotato un appartamento di duecento metri quadri al penultimo piano con vista sulla città. La sua morte aveva rivoluzionato la vita di MIlena e della giovane figlia che erano state costrette a rinunziare all’appartamento di lusso ed a mantenersi con lavori precari e vivere in una casa di due stanze, quella attuale, in un rione non residenziale. “Data la tua presenza fisica penso che da vedova avrai ricevuto tante proposte di matrimonio…” “I ‘ronzoni’ non sono mancati ma li paragonavo ad Augusto, non sarei riuscita ad andare a letto con nessuno di loro, sono schizzinosa,  e così…son qua!” Nel frattempo Al. aveva regalato ad Aurora una Mini Minor ed a Milena, dietro sua richiesta, una moto Ducati Monster 600, si era anche messo d’accordo col notaio di prenotare per madre e figlia quell’appartamento descritto da Milena.  Durante gli intervalli di lavoro a Mi. e ad Al. capitava di guardarsi negli occhi, (bellissimi quelli verdi della donna) per poi farsi una bella risata, ambedue avevano capito di voler …ma nessuno prendeva l’iniziativa finché un pomeriggio: “Alberto sei forse timido, guardandoti non si direbbe!” Un attacco diretto che portò i due nella suite, poi nella toilette ed infine sul lettone in cui la spaparazzata Milena col suo fisico statuario faceva una eccellente figura. Ad Alberto, vedendo quel corpo atletico, venne in mente la famosa frase: ‘Potrebbe schiacciare le noi con le cosce, meglio le noci che la sua testa!’ La mattina seguente il notaio Fulgenzi fu pregato di non presentarsi perché Al. non si sentiva bene, vorrei vedere chi, dopo una battaglia su tutti i fronti con una guerriera arrapata da anni di digiuno avrebbe avuto la forza e la voglia di alzarsi dal dolce giaciglio. Milena aveva sfoderato tutta la sua ‘sapienza’ in fatto di sesso facendo penetrare in tutti i suoi pertugi Il ‘ciccio’ di Alberto, questa volta era lui il ‘decisamente distrutto’. Dopo un mese, sistemati gli affari, il buon ‘Ulisse’ decise di ritornare nella sua Itaca accolto da una emozionatissima Anna che gli aveva preparato una cena a base di pesce, piatto preferito da  Al. “Stasera sei stanco del viaggio ma domani…” Anche stavolta Alberto dovette soggiacere alle voglie di un’altra vedova, questa temporanea ma arrapatissima! Due giorni dopo, il quindici di agosto, Sant’Alfredo, onomastico del nonno, Alberto si recò nella vicina chiesa  per incontrare il parroco don Teodosio che conosceva bene e con cui si dava del tu. “Alberto sei una fonte di sorprese, tu da ateo in chiesa? Ti sei convertito?” “No mio caro, ti mollo mille €uro per far dire tante messe al mio defunto nonno di cui oggi ricorre l’onomastico, mi raccomando vorrei che il prode nonnino andasse dritto in Paradiso, se l’è guadagnato! Alberto aveva ricordato la celebre frase di Enrico IV di Navarra che disse “Parigi val bene una Messa” figurarsi 10 m…..di dollari australiani!”
    Storia finita? Ma quando mai. Forte del potere del suo denaro Al. cominciò a guardarsi intorno in campo femminile, prima fra tutte Pina sua vecchia passione molto sensibile al dio denaro, finché ‘ciccio’ reggerà…

  • 08 marzo 2018 alle ore 18:18
    ANTONELLA IS ENOUGH!

    Come comincia: Antonella is enough! I decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives the stura to my fantasies; just savor your effluvium that radiates in my interior and explodes in a sea of exciting sensations; it is enough with your breath as hot as the sand of the desert and that envelops me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with your very sweet vision that slowly moves away until it disappears; enough with the fantasy of your breasts covered with a transparent veil that rises and falls rhythmically; enough with the diaphanous hands that caress my face; enough with your thighs that hold the flooded myomviso of a sweet, fragrant and calkda foam; enough with your eyes half open that penetrate me and give me a daily suffering. I walk among the people and I see you at my side smiling but you're just an elusive ghost!

  • 08 marzo 2018 alle ore 17:54
    ALBERTO AND THE SEA

    Come comincia: Albert and the sea. Lying on a deck chair, on the sand, his eyes closed, Albert looked sulky on a moonless night. He felt the noise of the waves that ran after the beach slapping the shoreline and then retreat silently. A light, fresh breeze caressed his body to his face, a pleasant sensation that reminded him of the caresses of his very sweet consort who, with the ever diaphanous and wise men, gave him a thrill all over his body. The landscape was sugary even if it aroused a bit of fear. On the horizon Calabria; its headlights were flashing, sometimes piercing the darkness.As flickering light at sea, fishing boats that with their lights were trying to attract fish.Incielo a star peeked in the clouds that chased each other hiding it and then rediscover it again . Aklberto was ecstatic, drunk with pleasant sensations, he felt optimistic, relaxed. In the tarpaulin of the cikelo he saw dancing girls covered only by a tiny kilt. "You see a good looking sleepy, you look for half an hour, put up your ass!" Albert's mother-in-law was not an example of subtlety!

  • 08 marzo 2018 alle ore 9:02
    SIGNORA CON SORPRESA

    Come comincia: Quando viene ad abitare nello stesso tuo palazzo, al piano di sopra, una signora circa trentenne, bruna, capelli lunghi, occhi grandi, viso che esprime una forte sensualità, corpo all’altezza nel senso di: altezza un metro e settantacinque, seno prosperoso, gambe chilometriche, piedi lunghi e stretti,  che poteva  pensare quello zozzone di Alberto M? Esattamente quello che viene in mente anche a voi maschietti, vi si stringono gli intestini (secondo cervello) e vi domandate che razza di c…. volevo dire fortuna aveva avuto il marito neurochirurgo ortopedico, tale Silvio C., ovviamente ricco di famiglia perché, racchio com’era,  se la poteva scordare di rimorchiare una tal beltade. Il signor Silvio C.,(il nome l’aveva detto ad Alberto il portiere Melo) aveva acquistato sia l’appartamento sopra di lui che quello vicino facendolo diventare un tutt’uno; inoltre aveva fatto coibentare tutto pavimenti e soffitti compresi, difficile capire il perché, forse i coniugi erano troppo rumorosi? Tutti gli uomini  dei sei piani della scala di viale dei Tigli 69 a Messina erano in subbuglio. Ovviamente le femminucce minimizzavano: “Che sarà mai, non avete mai visto una bella donna, sicuramente metterà le corna la marito, non fate tanto gli svenevoli con lei, mal ve ne incoglierebbe.” Più di un maschietto, Alberto in testa, avrebbe corso il rischio, l’Albertone era il più dotato fisicamente, un metro e ottanta, divisa da maresciallo delle Fiamme Gialle, barba e pizzo, medagliato ma…La cotale sorrideva a tutti ma non dava confidenza a nessuno. Talvolta la mattina, vestita succintamente, con la sua Mini Minor verde usciva dal garage per rientrare la sera, destinazione…boh. Chi aveva cercato di seguirla in auto era rimasto deluso, la baby guidava come un pilota di formula uno fregandosene altamente del codice della strada, evidentemente c’era chi pagava le contravvenzioni o chi gliele faceva cancellare. Alberto con la sua Jaguar X type, acquistata con i soldi della defunta zia Giovanna, era troppo visibile ed aveva dovuto rinunziare al pedinamento. Idea. Si fece prestare la 695 Abarth del suo amico Franco, auto più veloce della Mini e così scoprì che madame Arlette G. si rifugiava in una villa dei Peloritani, villa a tre piani con ampio giardino dove vide posteggiata l’auto della bellissima. Alberto, quarantenne,  aveva dietro le spalle un matrimonio decennale con Anna M, erano ambedue molto simili e anticonformisti; anche la baby, talvolta, si prendeva qualche licenza ‘sentimentale’ mettendone al corrente il marito, che  così aveva mano libera per le sue scappatelle ma stavolta era dura nel senso che v’erano molte difficoltà che facevano ancora più accanire il bel maresciallo. Il portiere, Melo, informatissimo e foraggiato da Alberto, svelò il segreto del nome di madame: Arlette G. brasiliana. Anna se la rideva bellamente, il maritone sembrava sempre assorto nei suoi pensieri, in verità cercava di elaborare un piano per scoprire i segreti della bella Arlette, bella anche nel nome. Appartenendo al Servizio ‘I’, servizi segreti della Guardia di Finanza, aveva a disposizione tutti gli aggeggi che usano le forze di polizia per scoprire i latitanti: binocoli notturni, cimici da installare all’interno delle auto e sistemi per aprirle senza far scattare l’allarme, canocchiali a lunga portata ed altre aggeggi molto utili come quello che captava le conversazioni all’interno di un’abitazione a cento metri di distanza. Avuta con una certa difficoltà la concessione di un mese di licenza (era luglio), di prima mattina si appostò nelle vicinanze della villa sui Peloritani ma per due giorni la bella Arlette non si fece viva ma il terzo giorno…due colpi di clacson della Mini ed il cancello automatico si aprì. Nel frattempo erano giunte auto di lusso con a bordo uomini e donne eleganti. Alberto mise in funzione il microfono laser direzionale e nella cuffia sentì uomini e donne che, purtroppo, parlavano in portoghese, riusciva solo a capire qualche parola, troppo poco. Dopo circa un’ora pensò di aver sentito la parola ‘shemal’ era inglese,  voleva dire ‘transessuale’, ma chi di loro era il trans , forse Arlette, gli sarebbe dispiaciuto, non era suo desiderio sentirsi nel popò un ‘ciccio’ anche se di un trans. Evidentemente Arlette aveva documenti in cui risultava di sesso femminile. Alberto rimase in macchina un altro po’ di tempo e poi rientrò a casa deluso. “Non fare quella faccia, sei andato in bianco il mondo è pieno di belle donne, comincia con la scoparti la consorte vogliosa!” “Ma quali donne, lì ci sono gli shemal, i trans, cazzo!” Grande risata della consorte e presa in giro per giorni interi sinché un giorno Alberto incontrò Arlette per le scale e: ”Madame vorrei parlarle,  l’ho seguita sino alla villetta sui Peloritani…”Vuole parlarmi o…qualcos’altro, togliamoci dalle scale, andiamo a casa mia, mio marito è assente.” “Sono imbarazzato, vorrei dirle tante cose…” “Non mi sembri il tipo che si imbarazza facilmente, mi pare che sei un poliziotto…” “Sono un maresciallo della Finanza, mi chiamo Alberto.” “Bene Alberto, in passato ti ho notato, sei un bell’uomo ma immagino… Una proposta: mio marito torna all’ora di cena, io non me la passo bene con i fornelli, mi farò portare la cena dal ristorante del viale dei Tigli, ho deciso di fidarmi di te, Silvio è un ‘cukold’ non so se conosci il significato del termine, in altre parole  si eccita e si masturba quando mi vede che faccio l’amore con un altro uomo, ti va bene? Un altro particolare, molto particolare guarda qui, sono un trans, ora decidi tu.”  Troppe novità in un sol momento ma, dopo che Arlette si spogliò nuda (una visione celestiale) prese la decisione di…starci ma come? Si sarebbe arrangiato in qualche modo. Silvio fu informato al telefono dell’invito ad Alberto, Anna  ascoltava le conversazioni con un trasmettitore nascosto. Silvio si dimostrò di essere un simpaticone: “Se ha problemi ortopedici sono a disposizione dai piedi alla cervicale.” Una cena eccellente a base di pesce, solo il vino era mal abbinato, un rosso di Faro ma… figurati se Alberto pensava alla bevanda. Proposta di Silvio: “Tutti sotto la doccia!” ma la peggior figura la fece lui in quanto a pisello era un po’… misero ma la cosa non interessò nessuno. Alberto era già ‘in posizione’ con ‘ciccio’ più enorme che mai che fece scappare ai due coniugi un oh! oh! prolungato. Chi iniziò la pugna; fu Arlette che, con un po’ di fatica, si fece penetrare da Alberto, ovviamente nel sedere, con Silvio che, seduto in poltrona, si masturbava per poi godere in bocca alla consorte. Fine primo round. Alberto era rimasto nel tergo di Arlette che pian piano cominciò a godere alla grande con emissione di sperma dal suo uccello duro preso in bocca da Silvio, un pareggio calcistico! Arlette prese una mano di Alberto e la portò sul suo pene nient’affatto piccolo (era più grande di quello del marito), era la prima volta che l’Albertone provava la sensazione di toccare un membro maschile anche se di un trans,  non sapeva nemmeno lui che sensazione stava provando, qualcosa di inusitato…Un finale incandescente: Arlette si mise in ginocchio è pronunziò una frase significativa. “Distruggimi il culo!” E così fu sinché ambedue godettero alla grande. Ritirata di Alberto che, rientrando a casa: “Posso baciarti in bocca, a sentir voi m’è venuta voglia e mi sono masturbata.” anche Anna aveva partecipato alla orgia di sesso! Ovviamente la situazione si evolse coinvolgendo tutti e quattro perché  non dispiacevano a nessuno quei nuovi rapporti ravvicinati. Una settimana dopo i coniugi C. diedero una gran festa nel loro appartamento. Arrivarono macchine di lusso tutte sistemate da Melo anche nel campo da tennis esclusa una Roll Royce  che aveva il cambio automatico, ci pensò Silvio. Anna in occasione della festa si era vestita in modo eccitante: camicetta scollatissima che faceva intravvedere il seno sin quasi al capezzolo, minigonna che copriva a malapena le deliziose chiappe con indosso uno slip color carne. Ogni tanto si piegava in avanti per far vedere ai maschietti il suo po’ po’ …nudo. Ovviamente aveva attirato l’attenzione degli uomini in particolare un maschietto tipo Stewart Granger un attore americano che conoscono solo i più anziani. “Sono José dos Santos di passaggio a Messina presso miei amici, sono affascinato dalla sua bellezza, sono brasiliano di origine napoletana, non vorrei suscitare le ire si suo marito ma vorrei passare la serata con lei a ballare e poi, eventualmente…Durante un intervallo della musica Anna si rivolse  ad Arlette che le spiegò che il cotale era un miliardaria brasiliano che amava molto le donne e, se gli piacevano a letto, le pagava profumatamente. “Arrivederci a presto!” Così José apostrofò Anna alla fine della serata. Il giorno successivo Arlette scese con la scala a chiocciola interna nel frattempo installata e riferì ad Anna della proposta di José: un assegno con tanti zeri per una notte passata con lui. La proposta fu riferita ad Alberto il quale lì per lì si fece una risata poi: “Ma quanti zeri può riportare l’assegno?” “Da quello che mi ha detto Arlette dipende se sono brava a scopare, tu che ne dici?” “La cosina è tua ma mi sembra che non solo lei sarebbe interessata a…” “Chiamerò Arlette al telefono, tu prepara telecamera e microfono da mettere in camera da letto di sopra, il resto me la vedo io.” Il sabato successivo Anna si era alzata più presto del solito, Alberto la trovò seduta in cucina ancora  in pigiama. “Che pensa l’amore mio?” “Che stasera ti farà le corna anche se ben pagate. Ancora non sono sicura.” A tavola i due coniugi assaggiarono a mala pena un po’ di pasta e poi ambedue a riposarsi. Alle diciotto Anna in bagno per truccarsi, ne venne fuori una splendida donna coperta solo dalla parte superiore del baby doll che lasciava intravedere un pube pelosissimo, uno schianto che lasciò inebetito un Alberto assai confuso. La deliziosa sparì sulla scala a chiocciola interna, Alberto non la vide sinchè Anna andò in camera da letto. “Sono ancora sola, più tardi…” Il più tardi avvenne presto, evidentemente José non vedeva l’ora di…,”Sei magnifica, penso che mi costerai molti zeri!” e sparirono in bagno da cui uscirono dopo un quarto d’ora completamente nudi, Josè già ‘armato’ anche se in maniera minore di Alberto. Sul lettone prese a baciare in bocca Anna che fece segno ‘OK’ per tranquillizzare il marito ma c’era poco da tranquillizzare! José :”Dapprima ti godo in bocca, poi nel culo ed infine in figa, se sarai brava gli zeri saranno…quelli che vuoi tu.” Il tale mise subito in atto quanto promesso ed Anna si trovò ad ingoiare tanto sperma, evidentemente il signore era un bel po’ di tempo che non…Poi si rivolse al didietro: “Mettiti della pomata, ci andrò piano e poco dopo  si intrufolò nel culino. “Toccati la clitoride così proverai il doppio gusto.” Il signore non sapeva che la clitoride era in italiano maschile ma a chi importava. Intanto Anna aveva cominciato a godere, i buchino posteriore si apriva e richiudeva con gran piacere di José. “Sei veramente brava, voglio stare molto dentro di te.” Anna per farlo smettere: “Ho una sorpresa per te, io godo molto con le tette, prova a baciarmele. Appena in bocca i capezzoli divennero duri ed Anna cominciò a godere veramente (gliela aveva insegnato Alberto) facendo la felicità dell’amante che aveva imparato qualcosa di nuovo. “Ti prego vieni in fica, io godo molto col punto G.” Josè era andato in bagno, Anna mandò tanti bacini ad Alberto e fece un V con le dita in segno di…vittoria! Josè tornò in camera con ‘ciccio’ ammosciato, rispetto ad Alberto era un frana, toccò ad Anna rinvigorirlo prima con la bocca poi con le mani, giunto al punto giusto. “Mettilo dentro sino a metà della vagina, così godrò col punto G.” La previsione di Anna si avverò, ormai abituata col marito cominciò a godere alla grande, a lungo finché sfinita…”Basta, mi hai distrutto, sei un vero maschio.” Forse quella frase poteva valere un zero in più ma ancora la signora doveva guadagnarselo, Josè si mise supino con sopra Anna e riprese a baciarle le tette, la novità gli era piaciuta.. “Sono stanca, ti prego lasciami andare, non mi reggo più in piedi, mi hai fatto godere troppo, mai così in vita mia (la bugiarda). La frase inorgoglì il napoli-brasiliano che prese il blocchetto degli assegni e dopo l’uno fece scrivere ad Anna gli zeri. La puttanella ne mise sei in attesa…nessuna protesta, evviva un milione di €uro! Con l’assegno in mano, non trovando più il baby doll, scese nuda nel suo appartamento sventolando al marito, inebetito, l’assegno e poi nel letto in un sonno ristoratore meritatissimo. Il finale: Alberto con Anna e con Arlette, Silvio pure con Anna e con la consorte, Arlette ed Anna fra di loro e con i rispettivi mariti, evviva l’anticonformismo godereccio!

  • 06 marzo 2018 alle ore 17:02
    RITORNO AL PASSATO

    Come comincia: Alberto M. con la sua Jaguar X Type stava percorrendo l’autostrada Messina - Palermo destinazione Milazzo: via via le stazioni di Villafranca, di Spadafora ed infine, destinazione finale, uscita Milazzo Centro. Dire che era confuso era un eufemismo. La decisione di andare in quella località di mare era stata da lui presa d’accordo con la legittima consorte Anna M. in seguito ad avvenimenti ancora confusi nella sua mente: andava a trovare dopo dieci anni la sua prima moglie da cui aveva divorziato in maniera burrascosa, motivo: una telefonata di Mary S. intercettata da Anna con la quale la cotale, piangendo, chiedeva di poter rivedere quello che considerava ancora suo marito non avendo accettato la separazione. Alberto presa conoscenza della novità era sbottato in una bella risata: “Proprio tu, tanto gelosa, mi chiedi di…”
    Due sorelle della tua ex sono morte di cancro, anche lei è malata e vorrebbe rivederti prima di…”
    Ecco ora doveva fare il buon samaritano! Il loro divorzio era stato causato da una serie di motivi non ultimo il loro carattere aggressivo e la differenza di visione di molti lati della vita, insomma non si sopportavano più, al suo posto era subentrata una donnina intelligente, deliziosa, simpatica, accondiscendente specialmente in materia sessuale, qualità molto apprezzata da Alberto, Anna.
    Il navigatore satellitare lo aveva fatto arrivare sin sotto il portone; al citofono: “Sono io.” Evidentemente la sua voce non era cambiata, la ex aprì subito il portone e: "Quinto piano".
    ntrato in casa i due ex si squadrarono un po’ senza parlare. Alberto: “Se possibile evitiamo le frasi di circostanza, ‘in fondo non sei cambiato, hai la solita faccia di…, sei un po’ ingrassato e così via.” M
    ary era visibilmente invecchiata, non aveva voluto tingersi i capelli completamente bianchi e lo sguardo era spento, aveva detto la verità ad Anna, gli ultimi avvenimenti avevano lasciato visibili segni sul suo viso visibilmente triste.
    "Emilia e Giuseppina sono morte due mesi dopo una dall’altra, son rimaste solo le mie nipoti figlie di Pina, Manuela e Jole, quest’ultima è a Londra per uno stage, per fortuna Nino S.,  loro padre, anche lui deceduto, era un ricco proprietario terriero in S. Stefano di Camastra, la morte sembra incombere sulla nostra casa!"
    Era luglio, Alberto e Mary uscirono in balcone, il traffico pomeridiano era scarso, in lontananza il porto di Milazzo. “Rientriamo, finisco di preparare la cena.” Mary ricordava ancora i gusti del suo ex, brodetto di pesce alla marchigiana, una delizia innaffiato dal Verdicchio dei Castelli di Jesi, niente vini siciliani, evidentemente Mary era rimasta in contatto con Giorgio Brunori vecchio amico dell’allora suo marito. Anche il pane abbrustolito! Mary ricordava tutto della loro passata unione. Nel dare uno sguardo nello studio Alberto notò una  sua foto formato 50 x 60 in divisa da maresciallo delle Fiamme Gialle con tanto di pizzo e barba, allora neri: era ancora nel cuore della sua ex. Dopo cena passeggiata sul lungomare di Milazzo rimasto pressoché invariato rispetto al passato: ‘orde’ di giovani vocianti, mamme con carrozzine e pargoli, vecchietti seduti sulle panchine a godere il fresco. Ogni tanto Mary salutava qualche signora che guardava la coppia con curiosità, evidentemente erano in amicizia e le cotali si domandavano chi fosse il nuovo giunto. Da lontano una giovin signorina faceva segnali con le mani. “È Manuela non la ricordi?” Come poteva Alberto riconoscere un pezzo di gnocca alta quanto lui, in minigonna, tutta frizzante, sedicenne circondata da ragazze altrettanto vezzose. Una corsa e l’abbraccio affettuoso con Alberto. “Zione ci credi che mi sei mancato, sei un po’ imbruttito ma mi piaci sempre! Ho ancora tutte le foto che mi hai scattato.” Le ragazze in coro: “Alberto, Alberto, Alberto!” attirando l’attenzione e la curiosità dei passanti. “A regà, la finite cò stà manfrina, n’antro po’ me vergogno!” Una ragazza: “Tuo zio è romano, io ho un debole per i romani.” Manuela: “Tu hai un debole per i pantaloni, quelli da uomo!” Risata generale. “Zia vi raggiungerò a casa tua, per stanotte non tornerò nella mia magione!” Alle 22 si presentò silenziosamente Manuela, evidentemente aveva le chiavi di casa. Sorprese Al e Ma. molto vicini sul divano davanti alla TV, avevano la mani intrecciate. Rapido dietro front. Mary non era affatto malata, per sua fortuna nessun tumore ma voglia spasmodica di… rivedere Al.
    “Uno dei due dormirà sul divano, tu da cavaliere non permetterai che una dama…”
    “Alberto non permette niente perché dama a cavaliere divideranno lo stesso letto, ogni eccezione rimossa, ti piace la frase militare!”
    “Stavolta l’accetto non come il passato quando… a proposito quanti anni ha …”
    “Ventisei meno di me.” Mary acida.
    “Allora ancora ciuccia il ciuccio…”
    “Noi quando siamo insieme  facciamo ancora scintille, per smorzare i toni ti propongo di farci carezzare dai tiepidi spruzzi della doccia.”
    Mary era indecisa, forse per non mostrare il suo non più gradevole corpo ma,  in fondo, anche Alberto doveva avere i suoi problemi e quindi… doccia per entrambi. Alberto prese in braccio Ma: e la depositò dolcemente sul piatto, cercarono di guardarsi solo in viso solo che Mary col corpo vicino a quello di Al. sentì qualcosa di duro… Non sapeva che atteggiamento assumere, restò imbambolata, la voce di Alberto: “Non mi dire che in dieci anni non hai mai… “Di ronzoni ne ho avuti molti anche per motivi di interesse perché padrona di una bella abitazione e di una pensione da insegnante ma nessuno passava l’esame, li paragonavo a te e ne uscivano sconfitti!”
    Uscirono dalla doccia per rifugiarsi nel lettone, lenzuola di seta, che lusso! Ciccio, sempre in posizione, attese che la ex si lubrificasse dinanzi e darrière e poi…e poi: una battaglia che le ricordava il passato decennale. Mery piangeva sommessamente, non  era facile capire se per piacere o per disperazione. Un lungo riposo portò ambedue all’ora della colazione, abbondante per riprendersi le forze, nessuno dei due profferiva parola, c’era poco da dirsi se non pensare al futuro. Ad un tratto Mery: “Domani devo fare da madrina ad una bimba nata ad un mia amica a S. Lucia del Mela, resterai solo tutta la giornata.” Effettivamente la baby sparì dalla circolazione ma… ma fu sostituita dalla nipotina, nipotona che, penetrata in casa della zia: “Non vorrai restare solo tutto il giorno, prendiamo la tua auto e andiamo in giro sino a mezzogiorno poi mangeremo alla trattoria del Porto, proprietario è un parente del mio fidanzato Cateno, lo so è un nome ridicolo ma i suoi sono di origine calabrese e per di più cattolici. Io lo chiamo Ciccio, lui non se la prende, è il più bravo ragazzo che abbia mai conosciuto, molti altri erano figli di… e non mi davano affidamento, non è gran che in fatto di sesso ma… mi accontento, certo quello che mi ha raccontato la zia di te…"
    Nessun commento da parte di Alberto, gli era venuta una certa idea. Pranzo alla buona, il trattore chiese a Manuela chi fosse quel signore, gli andò bene la spiegazione del fidanzato di Ema. “La casa della madre della ragazza era veramente splendida, la padrona di casa aveva buon  gusto, addirittura il letto matrimoniale a baldacchino. Vedo che ti interessi al lettone…”
    “Sì è molto di buon gusto…”
    “Vecchio zozzone a me non mi freghi, so quello che ti frulla in testa! Digeriamo poi la doccia ed infine i fuochi di artificio!”
    Alberto ebbe modo di ammirare il corpo merveilleux della nipotina acquisita ma poi alluni sul lettone che non aveva lenzuola di seta ma in compenso era molto morbido. Alberto tirò fuori tutto l’armamentario della sua cultura sessigna, dal cunnilinguus, alla spagnola, all’imissio penis prima nel culino e poi in vagina col conseguente messa in azione del punto G che fece impazzire Manuela. Alla fine “Ecco perché la zia ti rimpiange tanto, mai provato un piacere tanto intenso, se fossi ancora sposato con mia zia, forse…ma meglio così  ci saremmo incasinati.”
    “Ma che ti prende, mi hai distrutto, che cavolo sognavi, sicuramente qualche tua amica mignotta, ne avrò per una settimana, forse un mese mi hai distrutta maialone mio.”
    La voce di Anna era inconfondibile, era proprio che lei protestava ma in fondo non molto convinta, per Alberto era stato tutto un sogno!

  • 27 febbraio 2018 alle ore 15:24
    EPITAPH BY ALBERTO

    Come comincia: Hermes, god of thieves and cheaters, makes my eternal sleep consoled by what I loved most in life: from images of graceful and available young girls, from desks laden with succulent foods and exquisite wines to taste in company of convivial carefree and festive and makes sure that it is not haunted by funereal images of prediucatoei, of piagnoni or, what is worse by fools. Let me remind you of the old loves: - the sweet Raffaella with skilled hands - the smiling Adriana with bursting tits - the little Tiziana, small but with a fiery mouth - the sweet Miriam always ready to turn her back - the passionate Violetta always moist. Finally let me forget my beautiful wife Anna: elegant, clsse, haughty, scented but so cold and unfriendly. 'Ciccio' does not have a memory of her but, on the other hand, has consoled herself with her friends. please, Hermes, do that me in the afterlife, I who have never been mischievous or trickster it becomes so as not to make me steal from saints, madonnas, devils and priests masters of the afterlife as they are on this side! 

  • 27 febbraio 2018 alle ore 11:04
    AT TATA THE MAGIC

    Come comincia: Or magical Tata, queen of pleasure, wonderful sweet companion of my sleepless nights appear to me timid, reserved, delicious half-hidden in a soft bush. Wave delightfully when your mistress walks, invisible at that moment sure of your erotic charm. I imagine you, I see you, I hear you. Your silence is deafening, you are a dispenser of happiness that upsets my senses. Talk to your lady, tell her of my shudders, of the tremor that attacks me at the thought of your existence, tell her to be generous, I will be her eternal slave. I also need kisses, small bites to inebriate me with your intense fragrance, I would hold you between my lips sucking sweetly, long until an endless thrill will not wake up from sleep with sweet whispers pouring into my mouth a soft river, unstoppable, fragrant . So I dream of you but the dream will come true? All of my being asks you, at your only thought I feel my bowels tighten, the heart baffles quickly, the breath becomes labored ... Please give a positive sign to your eternal, disconsolate, and confident in love, have mercy and also a bit of understanding, fuck!

  • 26 febbraio 2018 alle ore 13:11
    Cade la neve

    Come comincia: Pensavamo che le nevi dell'inverno fossero completamente scomparse, ma ci sbagliavamo.
    Mentre sognavamo attorno al fuoco, avvolti strettamente nei nostri pensieri, i fiocchi di neve erano raccolti dal loro stato di fusione bagnata dagli staia e dalle barche, dai cesti e dalle casse, in tutta il paese, le nevi bianche dell'inverno sono riapparse sugli alberi di pero, di melo,copiosi, vaporosi e puliti, la passamanerie degli angeli, il primo segno della primavera.

    E io, che mando sempre fiori bianchi per onorare i morti, ho sentito il grande silenzio vuoto che da molto oltre gli oceani mentre migliaia di anime si alzavano tra le nuvole bianche.
    Quindi pianto un fiore importante che si chiama la regina di primavera,è bianca e la pianto in fioriere e finestre che dal giardino si rovesciano sulla pietra.
    La loro fragranza galleggia nell'aria del pomeriggio.
    Con una bellezza delicata, sono fiori abbastanza coraggiosi da resistere a tutto il freddo che deve ancora venire - ciascuno sboccia una preghiera, ogni petalo un ricordo.

    Ho pensato che quando ero abbastanza grande avrei capito di più, pensavo che le candele della mia torta di compleanno avrebbero significato una saggezza.
    Ma ci sono misteri più enormi e domande più complesse di quanto avrei mai potuto immaginare quando riponevo la mia speranza nell'ampiezza dei miei anni.
    Così pianto e prego e mi tengo per mano con la terra.
    Mentre il mondo diventa bianco

  • 25 febbraio 2018 alle ore 8:36
    È tutta colpa mia [3]

    Come comincia: Nonostante tutto ancora conservo la mia ironia e la mia gioia di vivere. Un giorno incrocio nel cortile il figlio trentenne dell’amministratrice e lo saluto con un allegro “Buongiorno!, convinta che tutte quelle cattive azioni fossero dettate dalla bile di due pensionati un po’ fissati, ma certa che dei giovani come i figli non ne fossero coinvolti e che loro vedessero a quegli avvenimenti con la stessa ironia e benevolenza con cui li vedevo io. Quello non risponde e tira dritto. E qui mostro di nuovo la mia imprudenza e stupidità. Invece di tirare dritto in silenzio senza curarmene, nella mia ingenuità di voler portare quel condominio a rapporti normali e civili, dico qualcosa per sdrammatizzare. Quello mi fa minaccioso: “Signora, state attenta. Siete sul filo del rasoio. Noi mettiamo l’avvocato.” Nella mia ingenuità solo allora penso che la signora ha raccontato anche ai figli che io l’avessi picchiata e che mio marito ha rubato.
    L’avvocato a cui si è rivolto mio marito ha passato tutto ai figli: al maschio il penale, alle due figlie minori il civile. Purtroppo il giorno dopo vedo le ragazze e, ancora sconvolta, riferisco le parole che mi sono sentita rivolgere.
    Intanto Lorina, la figlia minore di zio Furio ha deciso di sposarsi. Mio marito riceve un plico da zio Furio che non apre. Ci convoca mio padre che ha ricevuto lo stesso plico e dice a mio marito che se avesse aperto il plico avrebbe trovato una bella lettera di mio zio in cui diceva che dovevamo tornare ad essere una famiglia e tante altre belle parole. Ma oramai so come agisce mio zio. Anche sua sorella, mia zia Liliana mi aveva avvertito: zio Furio commette la sua mascalzonata poi ha bisogno di qualcosa da te e viene da te con tante belle parole dicendo che siamo una famiglia, quel che è stato è stato e poi, quando ha ottenuto il perdono e quello che voleva da te, ti sferra un’altra coltellata godendo ancora di più per il tuo stupore e dolore. Dissi: “Papà, se zio Furio voleva presentarsi come la colomba con il ramoscello di ulivo in bocca, si sarebbe presentato con il ritiro di quella ridicola citazione contro mio marito e una bella lettera di scuse firmata da tutti i condòmini”. Ed in effetti lì sbagliai, oramai eravamo in guerra ed avrei dovuto combattere astutamente, avrei dovuto pretendere il ritiro della citazione ed una bella lettera di scuse firmata da tutti i condòmini in cui si attestava che non avevano nulla da eccepire sull’operato di mio marito. A quelle condizioni sarei andata al matrimonio. Ma sono sicura che non li avrei ottenuti.
    Al rientro da casa trovai il biglietto d’invito che respinsi.
    Come previsto, il giorno dopo il matrimonio mio marito riceve una raccomandata da un altro loro avvocato con altre pretese ed accuse a mio marito.
    Vediamo l’avvocato padre che si dimostra turbato per le minacce che ho avuto dal figlio dell’amministratrice e vuole scrivere una lettera di monito. Io dico di lasciare perdere. Ed invece, ci deve essere un malinteso, qualche mattina dopo vedo sul solito davanzale dove il postino lascia la posta una lettera indirizzata al figlio dell’amministratrice, mittente il nostro avvocato.
    Avrei voluto prendere quella lettera e distruggerla. Ma il rispetto delle norme era in me ancora troppo forte e la lascio dov’era. L’amministratrice è fuori in vacanza. Anche io prendo le ferie e me ne vado al mare. Quando riprendo il lavoro, anche l’amministratrice è rientrata da un paio di giorni. La voglia di mare è ancora troppo forte e quando nel tardo pomeriggio rientro dal lavoro, dico a mio marito di andarcene a mare e così facciamo. In quel periodo vado al lavoro in treno e la mia auto è ferma in cortile da almeno un mese. Il secondo giorno di lavoro dal rientro delle ferie rientro un po’ più tardi a causa di un ritardo del treno, ma ho ancora voglia di andare a mare e rientro con questa intenzione. Ma rientrando vedo il cofano anteriore della mia auto sporco di acqua e fango. È come se dalla finestra del primo piano, finestra corrispondente all’appartamento dell’amministratrice, avessero gettato una secchiata di acqua sporca. Avrei dovuto tenere la cosa per me e rientrare comunicando a mio marito la mia intenzione di andare al mare ed andarci. Invece lo sbigottimento è troppo grande e gli comunico quel che ho visto coll’idea di essermi sbagliata. Invece mio marito esce e conferma. Vuole pulire l’auto. Gli dico di lasciar perdere e di andare al mare. Lo sporco è ancora fresco e mio marito insiste a pulire prima che lo sporco s’incrosti. Allora rientro a cambiarmi ed a prendere degli strofinacci. Quando riesco, mio marito non è più accanto all’auto. Ristò un po’ sull’ingresso del palazzo, interrogandomi sul da farsi, quando arriva la figlia dell’amministratrice che prima mi spintona di lato, poi comincia a colpirmi in faccia, facendomi cadere gli occhiali, sulle braccia ed a darmi calci alle gambe. Quindi desiste e corre fuori. La seguo, temendo per mio marito, e, quando giro l’angolo, vedo mio marito indietreggiare di fronte agli attacchi dell’amministratrice e la figlia che accorre a dare man forte alla mamma. Accorro anch’io chiedendo a mio marito se devo chiamare i Carabinieri. Non ricevo risposta, ma la figlia e la mamma si rivoltano contro di me per cercare di strapparmi il telefonino. Mio marito si frappone e quelle, vedendo vani i loro tentativi, desistono e se ne vanno.
    Arriva settembre e mio marito riceve un’altra citazione. Mio zio (o forse il loro nuovo avvocato furbo) ha cambiato di nuovo idea. Questa volta afferma di aver sostenuto delle spese per il condominio, ma dimentica di dire, come aveva fatto nella precedente citazione che come “consolidata consuetudine” non versava le rate condominiali e che le rate gli erano state scomputate per quelle spese. Ora vuole essere (di nuovo) rimborsato e chiede €461. Inoltre l’amministratrice accusa mio marito di aver gestito €1400 senza averne l’autorità non essendo più l’amministratore. Evidentemente dimentica che erano stati loro a chiedere a mio marito, per favore, di occuparsene lui perché per la nuova amministratrice sarebbe stato troppo gravoso.
    E qui perdo la bussola[L1]  e dimostro sempre più la mia ingenuità[L2] . MI scandalizzo come non mi ero mai scandalizzata prima. Non mi ero scandalizzata di fronte a preventivi falsi, scritti per sottrarmi denaro, non mi ero scandalizzata di fronte alle innumerevoli versioni di zio Furio sui conti. Le avevo solo considerate estremamente seccanti per il tempo che ci faceva perdere. Ma qui li vedevo andare dal giudice sostenendo scientemente il falso. E allora? Lo avevano già fatto con me, mandandomi un decreto ingiuntivo per lavori che non erano mai stati eseguiti. Qual è la differenza ora? Forse è che allora avevano attaccato me. Ora attaccavano mio marito.
    E da allora comincio quasi a non pensare ad altro. Anche sul lavoro mi distraggo e non riesco a pensare ad altro. Penso a come difenderci. Era semplice: avrei potuto aspettare qualche mese e portare la loro fattura falsa alla guardia di finanza, così l’amministratrice avrebbe dovuto rispondere per non aver agito quale sostituto d’imposta. Ma quello forse lo sentivo come un attacco, ed io pensavo a difendermi non ad attaccare. E sono stata sciocca: perché concedere sconti quando loro avevano iniziato contro di noi una guerra senza quartiere?
    Io ancora m’illudevo di poter tornare a vivere normalmente in quel condominio e ristabilire rapporti civili. E dicevo all’ing. Ferruccio Soldini: “Scrivete una lettera di scuse e ritiriamo tutto”.
    [continua]
     
    Sono stanca questo racconto non continua
    volendo sapere altro partite dal punto g) verso la fine di:
    https://www.aphorism.it/linda_landi/racconti/saper_vivere/

  • 25 febbraio 2018 alle ore 8:30
    È tutta colpa mia [2]

    Come comincia: [segue]
    Il 16 marzo successivo ero contenta perché avevo fatto l’esame finale di un corso di specializzazione post-laurea che avevo seguito negli ultimi due anni. Ed il pomeriggio mi reco a casa dei miei genitori per condividere con loro la mia contetezza. Entro, ho le chiavi di casa, e trovo zia Susanna, la moglie di zio Furio, che sta facendo vedere i conti redatti da Pino (che avevano già approvato all’unanimità) a mio padre. Ed accanto a lei c’è mia madre che segue tutta interessata. E qui faccio un altro errore. Oramai l’esasperazione mi sta prendendo ed il mio comportamento è tutta una sequela di errori. Non mi avevano visto. Avrei dovuto tirare un profondo respiro, come ne avevo tirato tanti in passato, ed uscire silenziosamente come ero entrata. Invece esprimo tutta la mia indignazione per la sfrontatezza di quella persona. Fiato sprecato. Poi purtroppo riferisco quello che avevo visto a mio marito e Pino rimane indignato dalla scorrettezza dei miei genitori. Pensa che i miei genitori avrebbero dovuto dire a quei signori: “Se volete parlare dell’operato di Pino, dovete parlarne in presenza di Pino”.
    Intanto mio zio continua a rompere con i suoi conti contestando in continuazione con versioni sempre nuove i conti di Pino che lui stesso aveva approvato in assemblea insieme a tutti gli altri condòmini.
    Il condominio è sprovvisto di cassette postali ed io trovo la mia corrispondenza aperta con il vapore.
    Sono costretta a noleggiare una casella postale nel comune a 20km di distanza per tutelare il mio diritto alla riservatezza.
    Si sposa mia cugina Loretta, sorella minore di Poldo. Informo i miei genitori che sarei andata alla cerimonia, ma non al ricevimento. “Ma Loretta che c’entra!”, fa mio padre. “Appunto perché non c’entra, vengo alla cerimonia, altrimenti non sarei andata nemmeno a quella”. Dico a Pino: “Al ricevimento saremo soli”. Replica: “Io vado per stare insieme a tuo padre”, e così mi convince.
    Purtroppo oramai vedevo la pagliuzza nell’occhio dell’altro mentre avrei dovuto pensare alle mie travi.
    I tavoli erano stati sistemati in modo da avere un tavolo per i fratelli della sposa e relativi consorti ed un tavolo per ogni fratello del padre della sposa, mio zio Giulio, con relativi figli e generi e nuore.
    Il tavolo riservato a mio padre aveva 7 posti: mio padre, mia madre, mio fratello Giulfurio, la sua compagna, io, mio marito, mio fratello Alfredo all’epoca single.
    Ma mio fratello Giulfurio, grande amico di mio cugino Poldo, e la sua compagna, grande amica di Andreina, moglie di Poldo, pensano bene di volersi divertire e si sistemano al tavolo dei fratelli della sposa. E così due posti al tavolo riservato a mio padre rimangono vuoti.
    Mio fratello vive abitualmente a 300km di distanza. Lo so, avrei dovuto pensare alle mie travi e non esprimere giudizi sul comportamento altrui, ma non riesco a fare a meno di pensare: “Ma accidenti, conosci la malattia di tuo padre, tra poco ti trasferirai a Paestum ed avrete un mese intero da trascorrere con i vostri amici. Non puoi sacrificare il tempo di una cena per stare insieme con tuo padre?”.
    Per tutto il periodo dell’amministrazione di mio marito, zio Furio si caratterizza per un’altra peculiarità. Si mostra fisicamente e mentalmente incapace di prendere i soldi dalla tasca e darli a Pino per pagare le quote condominiali ordinarie. Zio Furio non ha mai pagato una delle quote mensili dell’amministrazione ordinaria. A fine 2004 si presenta a Pino e fa: “Vedi io ho pagato queste quote alla donna delle pulizie e al giardiniere, scalamele come rate condominiali”. Oppure si trattava di bollette della corrente elettrica e dell’acqua. E Pino, per quieto vivere, gli compila una ricevuta di 200 euro.
    A fine 2005 la stessa storia e Pino gli compila una ricevuta di 260 euro.
    A fine 2006 non si presenta. Presenterà in assemblea una spesa di circa 700 euro e Pino, previa approvazione dell’assemblea, gliele scomputa per le quote condominiali non versate.
    2007
    Pino è stufo e vuole dare le dimissioni da amministratore. Nessuno degli altri condòmini vuole prendere l’incarico e lo ostacolano. Zio Furio non è mai stato amministratore. Ha sempre voluto essere l’amministratore de facto, ma l’amministratore ufficiale è sempre stato un altro condomino. La distrazione di Pino gioca un altro scherzo. Pino ha sempre fissato le assemblee condominiali di venerdì sera. Nella prima metà del 2007 guarda il calendario di un altro anno e, senza volere, fissa l’assemblea di sabato invece di venerdì. Ad ogni modo si presentano tutti.
    Errare humanum est, diabolicum perseverare. Pino ora vuole fissare la prossima riunione di sabato, ma guarda sempre il calendario sbagliato e li convoca di domenica. È l’assemblea in cui vuole rassegnare le dimissioni. Dico a Pino: “Ritira la convocazione ed invia una nuova convocazione”. “Non posso”, fa Pino, “C’è un condomino ostile”. Avendo mal interpretato il mese della convocazione (o facendo finta di aver mal interpretato il mese della convocazione) si presenta un mese prima la vicina che abita sotto il terrazzo. Le dico: “Signora, parli con gli altri e chiedete voi una convocazione di assemblea prima della data fissata”. Ma la signora non ne fa niente. E qui sbaglio io, sarei dovuta andare da Soldini per attivare gli altri condòmini a chiedere prima la convocazione di un’assemblea, ma comunque credo non ne avrei ottenuto niente.
    Il giorno dell’assemblea, come previsto, non si presenta nessuno. E qui veramente sbaglio io. Mi aspettavo che non si sarebbe presentato nessuno, però provo ugualmente risentimento contro Poldo e Ferruccio. Non siamo degli estranei, siamo pressoché coetanei. Quando si erano visti la lettera di convocazione da lì a due mesi in un giorno di domenica, non potevano venire da Pino e dirgli, da amici: “Pino, ma che c…(parola che assomiglia a cassata) hai fatto?” E vedere di sistemare la faccenda? Ma qui dimostro la mia ingenuità. Fossero stati degli amici non si sarebbero fatti irretire dalle manovre di Furio e non si sarebbero presentati a controllare scontrini e ricevute.
    Ad ogni modo poco dopo, un sabato mattina si presenta Ferruccio alla porta perché vorrebbe un favore da Pino. Pino non c’è ed io, ancora irritata, stupidamente lo tratto con freddezza. Forse da allora inizia l’antipatia di Ferruccio nei miei confronti, ma penso fosse già iniziata da prima.
    Nel frattempo ricevo un altro duro colpo nella mia vita privata. Mi telefona mio fratello Giulfurio per dirmi che nostro fratello Alfredo, in vacanza in Irlanda, ha avuto una brutta ricaduta. Vedo realizzarsi le parole della dottoressa che voleva curare nostro fratello con una terapia alternativa: “Se vostro fratello continua con la terapia tradizionale, ogni due anni starà in una struttura sanitaria”. È da allora che sono presa da una brutta e stupida esasperazione contro Giulfurio, esasperazione che è la causa del mio futuro comportamento errato anche nel condominio. Avrei dovuto invece rintracciare la dottoressa e vedere se era possibile provare con la sua terapia con due anni di ritardo.
    L'ho capito solo adesso perché non l'ho fatto: avevamo messo "il padrone". Quella carogna di mio fratello maggiore da Roma pretendeva di comandare la situazione: lui, persona in gamba, era la testa e noi, deficienti, burattini che dovevamo solo ubbidire ai suoi ordini. Ed io ero entrata in quel gioco di condizionamento psicologico che ha portato ad una vita infame ed alla distruzione mio fratello minore ed anche me.

    Un mese dopo è il mio compleanno. Il telefono trilla. So che si tratta di mio fratello Giulfurio e la sua compagna che mi chiamano per farmi gli auguri. E qui comincio il mio pessimo comportamento nella mia vita privata. Non rispondo. Sono troppo arrabbiata con loro per non aver permesso che Alfredo fosse curato secondo la strada che ritenevo migliore. Ma ad ogni modo sbaglio. Avrei dovuto rispondere. Mio fratello e la sua compagna chiamavano per farmi fare gli auguri dal loro bambino.
    Due settimane dopo ci vediamo. È il compleanno di nostra madre e nostra madre vuole festeggiare offrendo alla sua famiglia un pranzo al ristorante al mare. C’è anche la suocera di Giulfurio che oltretutto da tre anni passa il mese di luglio alla casa al mare di mia madre. Al momento di pagare il conto, Giulfurio, la sua compagna e sua suocera si scambiano sguardi d’intesa e di derisione nei confronti di mia madre.
    Dopo un altro mese è l’onomastico di mio padre che c’invita tutti per un pranzo alla casa al mare. Sono risentita per quegli sguardi di scherno verso la loro ospite che oltretutto permette loro di fare una vacanza gratis ogni estate e decido di non andare. Questa volta mio marito non mi dice, ed avrebbe dovuto dirlo a maggior ragione in quell’occasione: “Io vado per tuo padre” e così faccio questa enorme corbelleria.
    Intanto Pino mi dice che vuole portare le carte del condominio in tribunale per inerzia dell’assemblea. Io gli dico che sembra brutto e Pino mi rinfaccerà per sempre di averlo fatto desistere.
    Passa un altro po’ di tempo e una vicina, dopo averlo oltretutto canzonato per iscritto, aggredisce verbalmente mio marito in giardino accusandolo di non convocare l’assemblea perché vuole rimanere amministratore. Gli dice pure che sarà lei, che è appena andata in pensione a fungere da amministratore. Furio l’aiuterà.
    E così ci incontriamo per l’ultima volta in casa mia. E qui continuano i miei errori seri. Avrei dovuto mostrare una calma serafica, quasi ascetica. Ed invece decido di comportarmi come si erano comportati loro. Mi mostro stizzita come sempre era stato l’atteggiamento della futura amministratrice, e lasciamo perdere il comportamento di zio Furio che aveva sempre dato in escandescenze. Tanto che Poldo chiede se mi ero scimunita. Chissà perché se ti comporti come loro, poi a loro non piace. “Ma come”, penso, “loro possono comportarsi così ed io no?”. Ad ogni modo nominiamo Furio e la vicina presidente e segretario dell’assemblea ed iniziamo i lavori. Furio ha le ultime rimostranze. Il consuntivo presentato dice che è debitore di €298. Come ha già fatto in passato, quasi si fa venire un collasso, salvo riprendersi quando parliamo di chiamare il 118, per asserire che lui è debitore solo di €33, ma gli altri 165 non li paga! Pino non è d’accordo, ma tutti e 5 i condòmini all’unanimità, incluso Furio, votano per addebitare a Furio solo €33 ed addebitare i rimanenti 165 in parti uguali tra i 5 condòmini.
    Non è finita. Pino rassegna le dimissioni. Ma ci sono ancora alcune pratiche da sbrigare per i lavori straordinari, tipo liquidare il commercialista ed altro. Furio suggerisce di non riempire di carte il nuovo amministratore e di passarle solo le carte che servono per terminare la gestione ordinaria dell’anno corrente, il 2007. Potrebbe Pino, per favore, terminare lui le pratiche dei lavori straordinari? Per la signora, nuovo amministratore, sarebbe troppo complicato occuparsene.
    La sera mio marito ed io andiamo a mangiare una pizza per festeggiare la fine di un incarico che si era rilevato così gravoso.
    Siamo quasi alla fine di agosto e vengo convocata dal nuovo amministratore per discutere sui preventivi pervenuti per lavori di manutenzione al terrazzo. Mio marito aveva fatto pervenire un preventivo e zio Furio avrebbe presentato un preventivo della ditta a lui cara.
    Non voglio andare più alle riunioni e chiedo consiglio ad un collega che si occupa di amministrazione di condominio. Mi dice: “Guarda, se tu non vai devono farti avere il verbale e se c’è qualche punto su cui non sei d’accordo hai 30 giorni di tempo per fare ricorso”. Pessimo consiglio. Avrebbe dovuto dirmi: “Liliana, datti un pizzico sulla pancia e vai alle riunioni. Meglio che vai a difendere i tuoi interessi in assemblea che rischiare di perdere tempo e soldi in un ricorso”.
    Così non vado, ma espongo come credo si siano svolti i fatti. Il preventivo della ditta presentato da mio marito risulta di €100 inferiore a quello presentato da zio Furio. Ma zio Furio non si scoraggia. Approfittando della nostra assenza scrive sulla linguetta della busta del suo preventivo: “Se scelto, verrà praticato un ulteriore 10% di sconto sul prezzo finale”. Così vince la ditta cara a zio Furio.
    Siamo ancora in agosto, non so ancora niente di tutto questo. Verrò a saperlo solo in seguito. Dobbiamo fare dei lavori in casa perché gli intonaci presentano delle lesioni. Nell’ultimo giorno dei lavori, torno a casa la sera dopo il lavoro e vedo segni di pedate bianche nell’ingresso della palazzina. Sono tracce lasciate dagli operai che hanno finito i lavori a casa nostra. Devo andare a fare la spesa, così dico a mio marito di pulire mentre io esco. Quando rientro non ci sono segni bianchi, ma vedo pedate nere che prima non avevo notato dato che l’attenzione era stata catturata dallo sporco di nostra responsabilità.
    Il giorno dopo, sabato pomeriggio, mio marito va a fare una visita di cortesia in casa di mio zio Furio, dato che c’erano stati problemi di salute in famiglia, e vede sulla porta del terrazzo che fronteggia la porta dell’appartamento di zio Furio un foglio che avvisa: “ASFALTO FRESCO”. Zio Furio dice a Pino che è venuta la ditta ed ha fatto i lavori. “Stavolta ci sono tutte le garanzie!”, dice.
    Un giorno della settimana successiva, rientro alle 10 di sera dalle prove del coro amatoriale di cui faccio parte e mio marito mi dice che era passata l’amministratrice a consegnare il verbale. Parto in quarta, preparo una ricevuta ed un foglio di attestazione della data di consegna del verbale e mi accingo a salire dall’amministratrice per consegnarle la ricevuta e farle firmare l’attestazione. Mio marito mi dice di non andare e m’informa che la nostra quota è di €240. Avrei potuto fermarmi: io pensavo ad un ricorso nel caso se ne fossero usciti con spese ben superiori. 5 anni prima mi ero lasciata sottrarre €600 senza quasi fiatare, figuratevi adesso se avrei fatto storie per €240! Ma oramai ero lanciata. Il verbale avrebbe potuto contenere altre cose! E vado. L’amministratrice mi accoglie con il sorriso di benvenuto delle persone false, ma poi fa la faccia di chi teme un tranello quando le spiego che non solo le ho portato la ricevuta del verbale, ma che le chiedo cortesemente di firmarmi l’attestazione della data di consegna. Tento di spiegarle che è normale amministrazione, ma la signora non mi ascolta nemmeno e afferma: “Mi rivolgerò a suo padre”. Ricordo l’aggressione verbale e le minacce che zio Furio aveva espresso per telefono a mio padre. Ricordo che mio padre ha fatto sapere loro che per ogni cosa del condominio non lo disturbassero più e che si rivolgessero a me. Ho dentro tutta l’esasperazione per il comportamento di mio fratello maggiore. Esasperazione che mi ha portato ad esasperarmi per tutta la maleducazione, le prepotenze, le villanie che dovevamo sopportare da parte dei nostri vicini. E avevo ancora nella testa la frase non punita di quella signora: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qua sopra la prendo a la butto per terra!”. E con ironia esprimo una perifrasi di quella sua frase per dirle di non disturbare mio padre. Ma la signora non coglie l’ironia ed il riferimento alla sua frase. Capirò solo in seguito che per lei la frase che aveva detto e quella maleducazione e prepotenza che aveva espresso in casa mia erano normale amministrazione e nemmeno le ricordava. La vedo trasformare in un attimo. Fa una faccia cattiva, mi afferra per un braccio, me lo torce e mi spinge verso le scale, urlando: “Mi ridia il verbale!”. Arriviamo non so come alla porta del mio appartamento. La signora fa un bel po’ di baccano e non c’è bisogno di bussare perché mio marito apra. Mio marito le lancia contro il verbale dicendole: “Se lo prenda e se ne vada!”. Io rimango un po’ nell’ingresso tentando di riprendermi dalla sorpresa e dallo spavento. Sento che la signora fa ancora baccano per le scale. Sempre preoccupata che non disturbino mio padre, esco di nuovo e raggiungo la signora che è andata a bussare e piangere da mio zio e si trovano tutti lì per le scale. Mio zio con la faccia arrabbiata, ché avevano “toccato” la sua amica. Io, che avevo avuto le mani addosso, chiedo scusa alla signora per la mia espressione (a lei che non si era mai scusata) e tento di farmi ridare il verbale. La signora continua la recita e fingendo tremore fa: “No, io mi sono spaventata!”. Mio zio urla: “Voglio sapere di chi è l’appartamento!”. Avrei fatto bene a girare le spalle ed andarmene, tanto, avrei capito in seguito, mio padre, nonostante la malattia, era più che in grado di difendersi da solo. Invece risposi, da perfetta idiota che ero diventata: “È mio”, rivelandogli quello che avevamo tenuto nascosto per tre anni ed aprendo il fianco ai suoi successivi attacchi. La faccia di mio zio divenne furiosa e cattiva. Era stato ingannato! Ebbi un brivido.  In un istante capii che lui riteneva suo diritto avere il controllo su “la roba”, includendo ne “la roba” anche le proprietà dei suoi fratelli, e che avevo fatto un madornale errore.
    Mio marito avrebbe voluto portarmi al pronto soccorso e denunciare l’aggressione. Desistetti. E feci male. Il giorno dopo al lavoro il braccio ancora mi doleva.
    Un sabato pomeriggio sono fuori al balcone che dà sull’ingresso, quando vedo arrivare mia cugina Loretta con la bambina. Da 5 anni che ero lì non era mai venuta a trovarmi, ma non vi avevo dato peso, dato che non eravamo particolarmente amiche, però faccio una cosa stupida. Quando ero andata a trovarla prima del matrimonio mi aveva detto che le piaceva lo stile etnico. Io non ne vado pazza, anzi, però il pezzo principale nel mio salotto è un mobile che s’ispira allo stile etnico ed in occasione di quella visita glielo avevo detto. Così mi viene da dirle: “Loretta, entra ti faccio vedere il mobile”.
    Non l’avessi mai fatto!
    Poco tempo dopo, un altro sabato pomeriggio sento bussare alla porta. Vado ad aprire e mi trovo davanti mia zia Radaele, madre di Loretta e Poldo, e mia cugina Giulietta, sorella di Loretta e Poldo. In 5 anni che ero lì non erano mai venute a trovarmi! E questa volta ci avevo fatto caso, essendo Giulietta ed io cresciute insieme. “Siamo venute a farti gli auguri di Natale”, esordisce con aria sorniona mia zia. Entrano in salotto, lo esaminano e Giulietta dice che le piace come avevo sistemato quella stanza.
    Intanto passa più di un mese da quell’incidente con l’amministratrice e ricevo la convocazione ad una nuova assemblea. Non posso certo recarmi a casa di chi mi ha messo le mani addosso e chiedo che si cambi locazione. Non vengo accontentata e non mi reco alla riunione.
    Il giorno dopo ricevo il verbale con acclusa una relazione dei lavori svolti due mesi prima sul terrazzo.
    Sia il verbale che la relazione sono chiaramente dettati da mio zio Furio. Sia il verbale, fatto firmare da mio zio a tutti i condòmini, inclusi Poldo e Ferruccio, che la relazione sono un agglomerato di insulti e illazioni sull’amministrazione di mio marito, oltre che insulti e calunnie sulla sottoscritta. Risulta addirittura che sarei stata io a mettere le mani addosso all’amministratrice! Anche la relazione sui lavori è tutta un falso. A parte il fatto che l’amministratrice non era nemmeno presente essendo andata in vacanza da suo fratello, nessuno era venuto a rimuovere i fogli d’asfalto danneggiati e saldati dei nuovi. Tutto quello che era stato fatto era spalmare un po’ di catrame sulle parti lesionate. Costo? 100 o 200 euro.
    A due mesi dai lavori per la prima volta compare per iscritto il riparto dei costi: €240 a testa per un totale di €1200, IVA inclusa.
    Per la cronaca, i lavori come relazionati dall’amministratrice verranno eseguiti nel periodo di Natale di sei anni dopo. Sei anni dopo sentimmo il rumore della fiamma ossidrica venire dal terrazzo per saldare i nuovi fogli di asfalto, vedemmo lo sporco sulle pareti delle scale lasciati dai fogli di asfalto mentre venivano trasportati e le bombole per il cannello ossidrico ed i vecchi fogli di asfalto lasciati per settimane nel cortile.
    Mio marito è saturo e vuole rivolgersi ad un avvocato. Gli dico di lasciare perdere e che a quei signori avrei risposto io. Ma mio marito è inamovibile. Si rivolge ad un avvocato. La cosa migliore sarebbe stata di ignorarli: erano solo parole.
    L’avvocato consultato, senza che noi avessimo dato il nostro definitivo consenso, scrive all’amministratrice invitando lei e gli altri condòmini a moderare i toni. Nient’altro.
    In quel periodo mio padre telefona al fratello Furio per chiedere notizie sulla salute di un suo familiare. Si ritrova subissato di urla: “Mi ha fatto scrivere dall’avvocatoooo!”. La risposta che mio padre ha in mente è: “Veramente è mio genero che è stato scritto per prima da un avvocato”.
    Durante l’amministrazione di mio marito, mio zio Furio aveva fatto scrivere a mio marito da tre avvocati.
    Non era abitudine né di mio marito né mia quella di andare a piangere da mio padre né da nessun altro sulle scorrettezze e vessazioni di mio zio Furio&Co. Mio padre aveva saputo delle lettere dei tre avvocati dopo che mio zio Furio si era lamentato con mio padre di Pino.
    Invece zio Furio, mio cugino Poldo etc. avevano l’abitudine di lamentarsi con mio padre o con mio fratello maggiore, Giulfurio, non appena qualcosa non gli andava per il verso giusto.
    E così mia madre mi disse che mio fratello Giulfurio le avesse chiesto che cos’era quella faccenda di Pino e l’avvocato.
    Naturalmente lo aveva saputo da Poldo. Ma caro fratello, se tuo cugino si lamenta di tuo cognato, se vuoi sapere qualcosa, anzi è tuo dovere, perché non chiami tuo cognato invece di chiedere a nostra madre e/o accontentarti della versione di tuo cugino?
    E lì inizia quello che mi fa veramente male e sarà alla base di tutte le mie corbellerie future. Mio fratello si beve tutto quello che gli racconta mio cugino, si schiera dalla loro parte e si mostrerà sempre ostile nei miei riguardi.
    Idiota (io), oltre a tutta la combriccola dovevo ignorare anche lui.

    Sei mesi dopo mio marito riceve una citazione da mio zio Furio.
    Mio zio Furio ha cambiato idea rispetto all’ultima riunione dov’era Pino amministratore.
    Adesso dice che Pino aveva ragione: è vero lui era in debito di €198, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le rate condominiali, però, avendo sostenuto delle spese per il condominio (di sua iniziativa) avanzava un credito di €20. Inoltre voleva indietro la sua quota parte di €198 che erano state divise in parti uguali (qui fa un altro errore, in parti uguali avevamo diviso €165, non €198). In tutto vuole qualcosa come €58. Sì mio zio fa causa per chiedere €58.
    Due settimane dopo mio padre riceve una lettera, anche questa firmata da tutti i condòmini, inclusi mio cugino Poldo e l’ing. Ferruccio, in cui si insinua che mio marito abbia gestito €80000 per lavori straordinari senza mai aver dato conto della sua amministrazione. La lettera è inviata anche in giro nel parentado di zio Furio e zia Susanna. A parte il fatto che ogni lavoro era stato deciso all’unanimità dall’assemblea, zio Furio aveva chiesto e ottenuto le copie di tutte le fatture e di tutti i bonifici.

    Dato che i miei amabili vicini commettono un’altra scorrettezza nei miei riguardi, presento ricorso contro una loro delibera. Solo a seguito di questo ricorso, mi vedo recapitare, con 8 mesi di ritardo, la copia della fattura dei fantomatici lavori al terrazzo. La fattura è la n.1 del 09/09/2007. L’iva è al 20%, mentre avrebbe dovuta essere del 10%, non c’è la ritenuta d’imposta.  Sarei dovuta andare con quella fattura alla guardia di finanza, ma io ancora desidero riportare tutto sui binari della normalità e non ne faccio niente.
    Alla guardia di finanza ci andai sei anni dopo. Risultato: quella ditta aveva chiuso l’attività due anni prima e per tutto il periodo della sua attività non aveva mai emesso una fattura.
    [continua]

  • 25 febbraio 2018 alle ore 8:19
    È tutta colpa mia [1]

    Come comincia: Con tutte le massime che trovo postate su FB, FB è diventato per me maestro di vita:   “Le azioni che gli altri compiono fanno parte della loro storia, come tu reagisci fa parte della tua”. [Da FB] “Chi sa perché, se agisci come loro, poi a loro non piace”. [Da FB] Tutte frasi che sembrano scritte apposta per ricordarmi che “È tutta colpa mia”.
    Frasi che mi riportano, insieme ad altre frasi che trovo nei libri che leggo, alla stupida, squallida, meschina storia che ho vissuto e che ancora vivo.
    “... della perfidia, della cretineria, di tutto ciò che rovina il miracolo e la gioia d’essere nati.”
    [Da “Un cappello pieno di ciliege” di Oriana Fallaci, parte 3, capitolo 7]
    Fino a quando non ho fatto vincere l’esasperazione, fino a quando sono rimasta me stessa, ho reagito secondo il mio modo di essere.
    Quando l’esasperazione ha raggiunto (e superato) il livello di guardia, ho agito imitando il loro modo di essere.
    E non potevo che uscirne perdente: non si può tradire se stessi.
    La maleducazione, la prepotenza, il pettegolezzo, il vandalismo bisogna lasciarli a chi ci è nato e vi stato educato.
    Aggiungo un’altra frase: “Secondo me, il condominio è la prova che Dio non esiste” [detta da una mia giovane vicina nel nuovo condominio dove sono andata a vivere].
    Mi permetto di correggere la frase della mia giovane amica: ‘‘Il condominio è la prova che il diavolo esiste’’.
    Perché questa è una storia condominiale intrecciata ad una storia familiare.
    Un racconto privo di poesia.
    Un racconto di squallore, di miseria, di meschinità.
    Di stupidità. O cretineria che dir si voglia.
    Da ambo le parti.
    Una storia in cui nessuno si può dire esente da biasimo.
    Tragedie come quella del condominio di Erba e tante altre tragedie che ci vengono raccontate dalle pagine di cronaca accadono perché ci sono persone vanitose, frustrate, invidiose, forse psicopatiche, che sentono il bisogno di affermare la loro supremazia sugli altri e trovano nel condominio il terreno a loro più congeniale per affermare la loro vanità e brama di predominio e di possesso.
    Persone lontane anni luce dalle “persone miti, che non hanno bisogno di dimostrare la loro superiorità sugli altri”, a cui accenna Pippo Franco nel suo “La morte non esiste”.
    Persone che aderiscono appieno alla descrizione che ne fa Guareschi nel suo “Don Camillo ed i giovani d’oggi”: “La gente è stupida: non è contenta quando sta bene. È contenta quando vede gli altri stare male”. Mentre, sottolineo, si rode d’invidia se vede che tu sei contenta e stai bene.
    Persone che si sentono minacciate o offese nel loro amor proprio perché il vicino o il parente possiede qualcosa di bello.
    E la tragedia arriva quando lo psicopatico o il prepotente/vanitoso ritiene di essere stato infastidito, oltraggiato o non sufficientemente omaggiato. O quando la vittima di turno, vuoi in un momento di distrazione vuoi perché l’esasperazione ha superato il livello di guardia, risponde o reagisce male.
    Magari esplode.
    E qui inizia il mio racconto.
    PROLOGO
    Non so dire quando inizia questa storia.
    Potrebbe cominciare quando sono andata a vivere nel condominio di via Vattelapesca numero 0, ma in realtà è cominciata prima.
    Quando avevo 9 anni ed i miei genitori decisero di trasferirsi dall’appartamento in via Vattelapesca n.0 in un appartamento più grande ed al centro. Lasciando vuoto l’appartamento in via Vattelapesca n.0.
    Ma in realtà comincia molto tempo prima. Quando io non ero ancora nata e nemmeno ero in progetto.
    Ma partiamo da quando ho fatto la stupidaggine di accontentare mio padre e di andare a vivere nella palazzina di famiglia per tentare di tenerla in piedi.
    2001
    Mentre Pino, il mio futuro marito, ed io ristrutturavamo l’appartamento dove saremmo andati ad abitare, mio padre dovette correre al comune per dimostrare che tutte le carte erano a posto.
    Secondo Pino, era stato mio zio Furio, mio futuro vicino di casa, a fare una segnalazione.
    Non mi alterai. Sapevo che mio zio era capacissimo di cattive azioni avendo portato la sorella in Tribunale, anche lei per dei lavori di ristrutturazione.
    Poi Pino si vide portare via dal carro attrezzi l’auto che aveva fermato davanti alla palazzina. “Si è trattato di pochi minuti!” soleva ripetere. “Sono sicuro che è stato tuo zio a chiamarli!”. Sarà. Ad ogni modo sono certa che pochi anni dopo fu mio zio, proprio per seminare zizzania, a chiamare il carro attrezzi quando un altro vicino lasciò l’auto per pochi minuti davanti al cancello automatico che non funzionava.
    Mio padre aveva consegnato a Pino tutte le chiavi in suo possesso, ma tra quelle la chiave del catenaccio del box in cantina proprio non c’era. “Non so chi possa avere la chiave”, diceva con un sorriso mio zio. Pino scassinò il catenaccio e ne mise uno nuovo. Quando lo disse a mio zio, a questi quasi veniva un accidenti.
    Ma non mi alterai. E continuai la mia vita come nulla fosse.
    2002
    Ci sposammo e ci trasferimmo.
    Fui iniziata al folklore locale dalla vicina che abitava l’appartamento sotto il terrazzo: uscivo di casa alle 06:50 per recarmi al lavoro ed a quell’ora trovavo la vicina appostata a mo’ di agguato per ordinarmi che la luce fuori il portone di notte doveva essere spenta.
    E venne la prima riunione di condominio.
    Occorreva pitturare le scale condominiali. Il vicino che aveva comprato l’appartamento di zio Alfredo, quello sotto il terrazzo, disse che conosceva uno che avrebbe fatto il lavoro per un milione e mezzo. “Noooo”, s’infuriò mio zio Furio, “per pitturare le scale ci vogliono 16 milioni e ci vuole l’ingegnere!”. E non se ne fece niente. Da precisare che il condominio era costituito da 5 appartamenti e 2 rampe di scale.
    Nella stessa riunione mio zio presentò un preventivo per lavori di impermeabilizzazione del terrazzo.
    Feci finta di non notare che quel preventivo era scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui. Coincidenze.
    La mia quota, come quella degli altri, era di 600 euro da versare in comode rate di 200 euro l’una.
    Non battei ciglio. In quel momento la mia unica domanda era solo se zio Furio avrebbe trattenuto tutti i 600 euro o solo 400 o solo 200. Nient’altro. A mio vedere, se un pensionato, ex-bancario, con rendite da proprietà e da oculati investimenti sentiva il bisogno di sottrarre denaro ad una metalmeccanica che per sbarcare il lunario usciva di casa alle 7 e rientrava alle 18 o alle 19 percorrendo 50 km all’andata e 50 km al ritorno per 5 giorni a settimana, era lui ad avere un problema non io.
    Nella stessa riunione l’ing.Ferruccio Soldini, che aveva comprato l’appartamento di mia zia Liliana e la vicina che occupava l’appartamento sotto il terrazzo mi fecero capire che zio Furio cercava di farci pagare alte quote ordinarie in modo che a fine anno rimanessero più soldi inutilizzati. Soldi che non avrebbe mai né restituito né utilizzato per il condominio.
    Pagai la mia prima rata di 200 euro. Versai la mia seconda rata di 200 euro ed a metà anno alla fine di un’assemblea, posi una domanda sui lavori al terrazzo di cui non avevo saputo più niente. Inaspettatamente zio Furio si mise ad urlare come un ossesso. Mentre io rimanevo a bocca aperta per lo stupore, mio cugino Poldo, altro mio vicino di casa ed anch’egli nipote di zio Furio, scuoteva la testa e diceva: “Ecco, lo sapevo”. Mi tornò alla mente che avevo sentito dire che zio Furio alle riunioni condominiali urlava spesso. Mi montò dentro un moto di ribellione: che diritto aveva quell’uomo di seminare il terrore intorno a lui? Ed allora venne anche a me di alzare la voce e gli urlai in faccia: “Ma che ti urli?”. A quella mia uscita Poldo si zittì e fece una faccia sbigottita. Ed io, sempre ad alta voce, mi rivolsi a lui dicendo: “Ma che si urla? Sapesse che se lui urla, io so urlare più forte di lui!”. Ma rivolgendomi a mio cugino Poldo avevo voltato la testa ed entrarono nel mio campo visivo sua moglie Andreina e sua figlia di due anni sedute sul divano più dietro. Andreina con la sua solita aria di non capire cosa stesse succedendo, mentre la bambina sembrava ponderare seriamente la situazione. Così tornai in me. Mi misi le mani davanti alla bocca e dissi in tono normale: “Andreina, scusa. Ho urlato in casa tua”. E, mentre quello continuava ad urlare da solo, andai a sedermi accanto alla bambina e le dissi: “Stiamo scherzando”.
    Io mi scusai per aver urlato, dietro provocazione, una volta. Il signor Furio non ha mai sentito l’esigenza di scusarsi per questa sua abitudine, né d’altro canto i vicini sembravano aspettarsi che lo facesse.
    Dopo quell’episodio, zia Susanna, moglie di zio Furio, trovò più spesso il modo di bussare ai vicini, cosa che già faceva abitualmente, per infilare alla fine la frase: “Siamo sempre stati tranquilli!”.
    “Ma che tranquilli!” ebbe modo di commentare ridendo mio cugino Poldo “qui sono volate anche le sedie!”
    Arrivò la fine dell’anno e mio cugino Poldo, amministratore ufficiale mentre in realtà zio Furio si occupava di tutto, disse che la ditta dei lavori sul terrazzo aveva presentato la fattura ed io pagai l’ultima rata di 200 euro, senza che fosse mai apparso un cartello che avvertisse dell’inizio dei lavori, senza che né io né mio marito avessimo mai visto passare un operaio che salisse sul terrazzo, senza che né io né mio marito avessimo mai sentito alcun rumore provenire dal terrazzo.  E, ne sono sicura, senza che mio cugino abbia mai visto nessuna fattura: aveva semplicemente riferito quello che gli aveva detto lo zio.
    12 anni più tardi mi recai alla guardia di finanza. La ditta in questione aveva chiuso la sua attività due anni prima e per tutto il suo periodo di attività non aveva mai emesso una fattura. Ma su questo tornerò in seguito.
    A fine anno mio marito si reca alla riunione di discussione del bilancio consuntivo. Poco dopo lo vedo rientrare. Mio cugino Poldo lo aveva insultato e cacciato dalla riunione, mi dice. Sembra che mio marito si fosse macchiato di due delitti: 1) aveva chiesto quanti soldi ci fossero in cassa, suscitando le ire di zio Furio; 2) poi aveva detto: “Mi avete fatto venire ad una riunione per discutere di due piante da piantare in giardino mentre ci sta l’intonaco che si stacca dai cornicioni”. Dopo un po’ bussano alla porta. L’ing. Ferruccio Soldini, l’unico vicino su cui contavo per un po’ di civiltà e correttezza in quel condominio, aveva detto a mio cugino Poldo: “Ma ti rendi conto di quello che hai detto?” E lo aveva spronato ad andare a scusarsi. E così l’ing. Soldini aveva accompagnato Poldo alla nostra porta e dopo che mio marito ebbe aperto, lasciò Poldo da solo a fare il suo dovere. Mio marito lo fece entrare e gli offrì un liquore.
     
    2003
    Intanto continuavo la mia vita che tra lavoro e problemi di salute nella mia famiglia d’origine già mi prendeva abbastanza tempo e testa.
    All’inizio della primavera successiva, la vicina che abitava sotto il terrazzo venne a dirmi che aveva di nuovo problemi d’infiltrazione.
    Buono sì, ma fesso no.
    Le chiesi: “Scusate, ma la ditta che è venuta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”. “Ah, beh. Sì, mah…” fu la risposta che ricevetti e se ne andò. E per qualche anno non ne sentii più parlare.
    Intanto passa il secondo anno di mia permanenza in quel condominio con misteri sulla gestione del giardino, della pulizia scale ed il cancello automatico sempre rotto. Continuo la mia vita senza darvi peso. O almeno così credevo.
    Alla fine del secondo anno zio Furio torna alla carica chiedendo a mio marito di fare l’amministratore. E qui commetto il secondo errore (il primo era stato andare a vivere lì). Ci sono dei pesanti lavori di manutenzione da eseguire. Da anni cadono calcinacci ed io mi illudo che l’unico modo di non avere indebite ed ingenti sottrazioni di denaro è che mio marito Pino prenda in mano l’amministrazione. Così non mi oppongo.
    Anzi gli errori sono due. Avrei voluto evitare che le assemblee con gente così esagitata, prepotente e maleducata si tenessero in casa mia ed avrei preferito che si tenessero nell’ingresso del palazzo. Ed invece, stupidamente, non ne feci niente per non sembrare prevenuta e passare dalla parte del torto.
    Intanto tento di non farmi coinvolgere dalle chiacchiere. Ferruccio, incontrato in treno, mi rivolge domande tendenziose su mio zio, chiedendomi se era stato sempre così. Io mi sbottonai già un po’ troppo, limitandomi a dire che avevo sentito che c’erano state questioni con la sorella, di cui Ferruccio aveva acquistato l’appartamento, e poi glissai lasciando cadere l’argomento.
    2004
    Nel frattempo cose più importanti si imposero alla mia attenzione: gravi problemi di salute nella mia famiglia di origine che ad un certo punto dovetti affrontare da sola, con l’aiuto di mio marito. MI ritrovai a decidere da sola dove mio padre dovesse essere operato a tre mesi da un precedente serio intervento.  E il mio impegno fu compensato da mio fratello maggiore con la frase: “Se papà muore è colpa tua”. Il giorno dopo addirittura mi colpì. Due anni dopo avrei seguito un corso sul bullismo ed il relatore avrebbe detto: “Quando i toni sono accesi, meglio lasciar perdere, meglio abbandonare il campo, in quel momento i toni non possono fare altro che alzarsi ulteriormente”. Non avevo ancora seguito quel corso, ma la mia educazione fece sì che non replicassi alla frase di mio fratello e che quando mi colpì reagissi abbandonando il campo. Anche dopo che l’intervento di mio padre ebbe ottimi esiti, mio fratello non ha mai sentito l’esigenza di scusarsi.
    Tre mesi dopo, una domenica di settembre, mi sveglio e mi ritrovo a singhiozzare tra le braccia di mio marito esclamando: “Non ho più fratelli!”. “Secondo me, non li hai mai avuti” è la replica di Pino che mi consola carezzandomi la testa. Cosa era accaduto? Dopo aver subito gli attacchi di mio fratello maggiore nel periodo di malattia di mio padre, la sera prima anche mio fratello minore, Alfredo, aveva dato in escandescenze attaccando verbalmente Pino e me a casa dei miei genitori. E quasi fisicamente Pino. Mio padre si era interposto.
    Intanto arriva la fine del primo anno di amministrazione condominiale di Pino e Pino prepara il bilancio consuntivo da presentare. Nessuno prima di lui aveva mai presentato un vero bilancio completo di tutti i dati.
    Viene da me con aria meravigliata e scandalizzata: “Liliana”, mi fa, “quello sta sottraendo 300 euro!”. Capisco che “quello”, che aveva in continuazione dato fastidio a mio marito durante l’intero anno, era mio zio Furio. Rispondo a mia volta con aria meravigliata, ma consapevole, facendo spallucce e scrollando la testa, intendendo: “Ed allora? Abbiamo sempre saputo che “maneggia”, qual è la novità?”.
    Ma Pino forse ha bisogno di aiuto e consiglio su come agire e chiama Ferruccio per fargli vedere i suoi conti e le sue conclusioni. E lì comincio a sbagliare. Quando Ferruccio aveva tentato di farmi parlare sulle peculiarità di mio zio, avevo sempre fatto la gnorri. Ma adesso mi sento in dovere di far vedere che sono mortificata per le azioni del mio parente. Ingenua. Avessi continuato a fare la gnorri!
    2005
    Pino, dopo il primo anno di amministrazione, vedendo che le spese non giustificavano quote condominiali così alte, le abbassò. Ci fu chi si vide abbassare le quote da 40 euro mensili a 20 euro mensili. Ma i vicini, inspiegabilmente, pensarono bene di ringraziare mio marito smettendo proprio di pagarle. Sono convinta che chissà zio Furio cosa avesse messo loro in testa per indurli a comportarsi così.
    Ed io dovetti anticipare le mie quote per pagare le bollette condominiali. Fino a quando, nuovamente, si ruppe il cancello automatico. Mio marito mi proibì di anticipare ancora ed informò i vicini che protestavano che in cassa non c’erano soldi per riparare il cancello e provvedessero a versare le loro quote.
    Il risultato fu che mio zio Furio telefonò a mio padre per protestare contro l’operato di suo genero.
    Forse fu allora che cominciai veramente a detestare mio zio.
    Ma come? Sai cosa aveva passato tuo fratello un anno prima, sai che malattia tiene, sai che suo figlio minore che vive ancora con lui non sta bene e tu vai a disturbarlo per le tue questioncelle di quattro spiccioli?
    E proprio in quel periodo successe un fatto per me grave. Mio fratello minore, Alfredo, da due anni seguiva in maniera discontinua una cura. Forse proprio perché la seguiva in maniera discontinua aveva periodiche ricadute, ma non potevo biasimarlo di non essere costante perché comunque la cura implicava pesanti effetti collaterali.  Ed in quel periodo mio fratello ebbe una pesante ricaduta. I medici individuarono in me il parente in cui mio fratello avesse più fiducia e mi proposero di ospitare Alfredo in casa mia e seguirne la cura. Per pura combinazione mio marito ed io conoscemmo una dottoressa che proponeva una cura alternativa, più lenta ad agire, ma, se funzionava, con efficacia più duratura e senza effetti collaterali. A queste condizioni, sì. Ma mio fratello maggiore si oppose con veemenza e disse che poteva occuparsene lui ma continuando la solita terapia. E così i medici decisero di affidare Alfredo a mio fratello maggiore.
    Solo che accadde un imprevisto: la sera prima mio fratello maggiore venne a casa mia. Non mostrava più la baldanza che aveva mostrato davanti ai medici. Era spaventato e mi chiese se nostro fratello poteva venire a casa mia. Repressi la collera. “Se non avevi intenzione di prenderlo con te, perché ti sei offerto con tanta sicumera davanti ai medici?”, pensai, ma non lo dissi. Sì, risposi, ma se viene curato dalla dottoressa. No. Non gli andava bene. Dovevo occuparmene io ma con la terapia che diceva lui. A queste condizioni no. Più volte in seguito mio fratello maggiore mi ha aggredito dicendo che io me ne ero lavata le mani. Così portò nostro fratello a casa sua per un mese per poi riconsegnarlo ai nostri genitori.
    Non avevo provato rancore quando l’anno prima mio fratello mi aveva detto: “Se papà muore è colpa tua”. Non avevo provato rancore quando mi aveva aggredita fisicamente. Solo sgomento. Adesso cominciai a provare risentimento contro mio fratello maggiore e la sua compagna che come rinoceronti avevano imposto la loro strada.
    Anche mio marito espresse risentimento: “Io ho fatto sempre tutto alla luce del sole!”, si lamentava, “E lui, senza consultarci, telefona ai medici per levare di torno la dottoressa ed imporre la sua strada? A loro interessa che Alfredo non occupasse la casa di Paestum!” [la casa al mare dei nostri genitori, nda].
    E, pensando alla malattia di nostro padre, cominciai a provare risentimento anche quando mio fratello maggiore e la sua compagna non mostrano il dovuto affetto e deferenza verso i miei genitori. Come quando scendevano da Roma, dove vivono e lavorano, per andare alla casa al mare e non si fermavano a salutare e far vedere il bambino ai nostri genitori. È stato stupido da parte mia. Vedevo che i miei genitori soffrivano per il loro comportamento, ma per il bene dei miei stessi genitori avrei dovuto far finta di nulla. Col mio risentimento, che era percepito, creavo uno stato di malcontento di cui soffrivano anche i miei genitori.
    Nel frattempo zio Furio non desiste dai suoi giochi. Dopo che il primo vero bilancio consuntivo della storia di quel condominio era stato approvato all’unanimità, si mette a protestare che non si trova e gli mancano 200 euro. Mio marito vede che zio Furio ricorre al vecchio trucco di attribuire la stessa spesa per due volte ai bilanci di due anni successivi. Ma zio Furio è veramente esasperante ed insistente, tanto che mio marito dice: “Io glieli darei pure ’sti 200 euro. Basta che mi dica a chi devo levarli. I soldi mica sono miei, sono dei condòmini!”. Mio zio arriva a chiedere l’opinione di mio padre su questa questione. Mio padre gli manda la risposta per iscritto. Pare che quando zio Furio abbia letto la risposta di mio padre si sia fatto prendere da un accesso di furore ed abbia telefonato a mio padre urlando e minacciando. E questo nel giorno di Natale.
    E qui feci altri due errori: 1) mi esasperai definitivamente verso mio zio che si era permesso di rivolgersi in quel modo contro mio padre e che faceva perdere tempo prezioso a mio marito con le sue indebite infinite richieste di rivedere i conti. Ed invece avrei dovuto lasciarmi scivolare tutto addosso: io avevo avvertito mio padre di non dare udienza a suo fratello per questioni di condominio. Non mi aveva dato retta? Fatti suoi; 2) errore di omissione. Alla successiva riunione avrei dovuto prendere 4 fogli da 50 euro l’uno (il bancomat mi dava solo banconote da 50 e 20) e sbatterglieli in faccia. Eufemisticamente parlando. Glieli avrei sbattuti davanti sul tavolo intorno al quale ci riunivamo in casa mia. Non lo feci perché pensavo avrebbe preso il vizio di ricevere facilmente soldi da me. Ma fu un errore. Avrei dovuto farlo.
    2006
    Un sabato pomeriggio suonano alla porta. Ero in casa quindi credo che si trattasse di un sabato. Vado ad aprire ed è la vicina che abita sotto il terrazzo. Vorrebbe parlare con l’amministratore, mio marito. Vado a chiedere a mio marito se è disponibile. “Falla entrare, tra poco vengo”, è la risposta. Così faccio accomodare la signora in salotto.
    Non avrei mai immaginato che quell’atto di cortesia mi sarebbe costato tanto caro in termini di serenità, di salute, di denaro e di lavoro.
    Io mi siedo sul divano, la signora preferisce sedersi su una sedia vicino al tavolo. Era mia intenzione tenerle compagnia in attesa che arrivasse mio marito, poi me ne sarei andata. Sono mentalmente alla ricerca di un argomento di conversazione, quando la signora sbotta: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qui sopra la prendo e la butto per terra!”. In un lampo faccio il punto della situazione. È la stanza dove teniamo le riunioni di condominio. Da poco avevo sostituito sul tavolo un vaso molto particolare, regalo di mio marito, con un’alzatina d’argento, regalo di nozze di una coppia di nostri amici. E penso che la signora si sia stizzita nel constatare che ci potevamo permettere di sostituire un soprammobile. Nello stesso lampo ho anche il tempo di fare dell’ironia nella mia mente: “Meno male che ho sostituito il vaso con l’alzatina d’argento. Almeno se lo butta a terra non si rompe!” Ma tutto questo in un lampo e nello stesso lampo penso che devo invitarla ad uscire. Purtroppo nello stesso lampo mi assale la collera di fronte a quell’esplosione di maleducazione e prepotenza gratuita. Sento la collera montarmi dentro e stringermi la gola. Se l’avessi invitata ad uscire la mia voce avrebbe tradito il mio stato di alterazione. Capisco che di fronte a me non ho una persona normalmente educata e civile e se si fosse rifiutata di uscire temevo che la situazione avrebbe potuto precipitare. Raccolgo le mie mani, che forse tremano per la collera, in grembo ed aspetto di riprendere il controllo di me stessa. La signora di fronte a me trasalisce avvertendo il cambiamento del mio umore, forse si rende conto di quello che ha detto, ma non si scusa. Mentre sto ancora combattendo con me stessa per riprendere il controllo, arriva mio marito, ignaro. Avrei voluto dirgli che la signora stava uscendo, ma ancora non avevo il pieno controllo di me. E così, senza una parola, lasciai la stanza. È stato un errore permettere alla signora di rimanere in casa dopo quell’attacco di prepotenza e maleducazione gratuita in casa mia. Ed errore ancora più grande quello di permetterle di rientrare in casa nostra alle assemblee condominiali senza pretendere prima le dovute scuse. Da quel momento in poi le riunioni avrebbero dovuto tenersi nell’androne della palazzina. Ma l’errore più grande è stato quello di non continuare a mantenere la calma e l’indifferenza come avevo fatto per i primi tre anni di permanenza in quel condominio.
    Un altro sabato pomeriggio suonano di nuovo alla porta. Questa volta sono il sig. Ferruccio e mio cugino Poldo che sono venuti a controllare tutte le ricevute e tutti gli scontrini di spesa. È evidente che sono stati mandati da zio Furio.
    Qui faccio un altro errore. Erano venuti a parlare con l’amministratore ed io avrei dovuto lasciarli soli. Invece, dopo il comportamento prepotente dell’altra vicina, rimango. E, dopo che hanno verificato che tutte le spese dichiarate hanno la corrispondente pezza d’appoggio, nasce una discussione con mio cugino, non ricordo da cosa. Ma sulla porta di casa mio cugino se ne esce con la frase: “Tu sei venuta ad abitare qui per vendicarti!” E qui trasecolo e faccio un altro errore. La replica che mi si era affacciata alla mente era: “Vendicarmi? Vendicarmi di cosa? Cosa mi avete fatto che avete sulla coscienza?” ed invece persi l’occasione di chiarire la faccenda. [segue]

  • 22 febbraio 2018 alle ore 11:03
    QUANT’È BELLA GIOVINEZZA…

    Come comincia: La Jaguar di Alberto M. viaggiava spedita lungo le strade che portavano in Svizzera sulla sponda sinistra del lago Maggiore. Anna M., vicino a lui, osservava con curiosità le espressioni del volto di suo marito, quei luoghi che stavano attraversando erano stati frequentati da Alberto da finanziere molti anni addietro ma, evidentemente, erano ancora ben saldi  nella sua memoria. Ogni tanto in coniuge rompeva il silenzio: “Qui ad Intra c’era una casa di tolleranza, non ti meravigliare, talvolta ‘ciccio’ era a secco e…” Fermata dinanzi ad una villa favolosa a Cannero: “Ho frequentato in questa casa: la padrona Emma, l’amante Elisa, una cantante di Ascona, la piccola Fru Fru una cagliolina anch’essa femmina e la bellissima figlia  Aurora  anche lei dai gusti particolari… Col mio aiuto voleva uscir fuori dalla sua condizione ma, né io né lei avevamo capito (eravamo molto giovani) che la natura delle persone non si cambia.” “Siamo  a Cannobio, qui sono riuscito a sequestrare ottanta chilogrammi di sigarette con l’aiuto di un tassista che le trasportava nella sua auto. C’eravamo messi d’accordo con segnali particolari  quando avrebbe trasportato sigarette  con a bordo relativo contrabbandiere. Per ricompensa io, di servizio al valico di Piaggio Valmara, gli permettevo di far il pieno di benzina al rientro in Italia, cosa allora assolutamente proibita. Alla mia vista il contrabbandiere, gambe in spalla, era sparito ed io trionfante avevo condotto tassì e tassinaro nella sede della Tenenza dove fui ricevuto dal tenente Sergio T. senza tanti complimenti perché, molto probabilmente, sarebbe stato ‘cazziato’ dal capitano perché il sequestro era stato effettuato da un finanziere, peraltro appartenente ad altro reparto e non dai suoi uomini. Ci scappò un elogio che mi aiutò ad accedere alla Scuola Sottufficiali .“  Dopo cinque chilometri: “A sinistra c’era una villetta dopo ho passato molte ore in compagnia di una gentile vedova e relativo cane ringhioso che mi odiava, lì è stato costruito quel palazzo che vedi. Più avanti a sinistra i locali delle caserme dei finanzieri di mare e di terra,  la Dogana, il Corpo di Guardia delle Fiamme Gialle e dei Martelloni (Carabinieri) e dell’ACI.” Entrarono nel bar. Dietro il bancone una giovane ragazza: ”Che vi posso servire?” “Sono Alberto M. e questa è mia moglie Anna, ho prestato servizio qui al valico negli anni cinquanta col grado di finanziere, ero amico di Ambrogio e di Anna proprietari di questo bar, che fine hanno fatto?” Un velo di tristezza negli occhi della ragazza: “Sono Alice cugina dei vecchi proprietari, Anna è deceduta per un tumore Ambrogio è stato pizzicato dai finanzieri con l’auto piena di orologi, non può risiedere a meno di dieci chilometri dal confine.”  Un silenzio profondo, la morte di Anna era un dolore ripercorso dalla cugina ma soprattutto da Alberto: “Anna era una giovane sempre allegra, simpatica, buona, disponibile, eravamo molto amici. Ho portato delle foto scattate insieme e che avrei voluto rivedere con lei.” Alice offrì loro la colazione ma non volle essere pagata, aveva compreso quali erano stati i rapporti tra sua cugina e l’allora finanziere. Alberto oltrepassò il ponte che divideva I’Italia dalla Svizzera, sotto un torrente impetuoso che proveniva dalle sovrastanti montagne e che si smorzava nelle acque placide del lago Maggiore. Si fermarono alla Dogana Svizzera, “Ai nostri tempi c’era molta armonia fra i finanzieri italiani ed i doganieri svizzeri con scambio di merci che costavano meno dall’una o dall’altra parte. Sicuramente non ci saranno più i vecchi doganieri.” Alberto si presentò ed ad una giovane guardia, descrisse un suo vecchio collega ed amico a nome Alessandro C. Il doganiere fece quasi un salto: “Io sono Marco suo figlio, mio padre abita qui vicino, posteggiate  e venite con me.”  Un vecchio signore era seduto in giardino e contemplava il lago, Marco presentò i nuovi venuti al padre, all’inizio Alessandro era confuso, si riprese subito ed abbracciò Alberto, lacrime da ambo le parti. “Non ci vedo più molto bene ma ti riconosco, sei sempre quel bell’uomo che faceva stragi…scusi signora…” “Non si preoccupi, conosco il mio pollo.” “Non restiamo qui, Alberto vorrà rivedere i luoghi in cui ogni tanto  faceva delle…puntate. Che bella macchina, un po’ costosa…” “Ale io sono stato sempre una persona onesta, è morta una mia zia che mi ha lasciato un gruzzoletto, mi sono tolto una soddisfazione.”  La strada del lungo lago portava a Locarno, al bivio di Ronco Sopra Alberto fermò l’auto: “Abita ancora in quella villa che si intravede una bella signora contornata da gatti, eravamo buoni amici.” “Alessandro so perfettamente che significato ha per mio marito la parola amica, ormai Alberto ha chiuso i battenti nes pas?”  Ad Ascona passarono dinanzi al Night Club dove la cantante Elisa si esibiva a suo tempo. Alberto chiese al portiere di entrare malgrado il locale fosse chiuso. “Grazie per la vostra cortesia, qui una volta cantava Elisa…” “È la padrona, la vado a chiamare.” Apparve una signora un po’ in carne vestita elegantemente e ben truccata, uno sguardo ai quattro poi: “Tu sei Alberto, ti riconosco malgrado gli anni passati, sediamoci, mi fa piacere vederti. Emma è deceduta e ha comprato questo locale a mio nome, Aurora è in Germania, si è sposata con una donna di Berlino, io son qua invecchiata.” Si avvicinò un cagnolino simile a Fru Fru di lontana memoria. “Questa è la quarta generazione di Fru Fru, non so che altro dirti, mi sono emozionata nel pensare al passato, permettimi un abbraccio.” La commozione aveva preso un po’ tutti. “Andiamo in terrazzo, troverai il lungo lago un po’ cambiato, a pranzo siete tutti invitati, penso questa sia tua moglie, non ti offendere se dico che potrebbe essere tua figlia, in ogni caso siete una bella coppia. Riconosco anche Alessandro vecchio doganiere svizzero.”A tavola un po’ di allegria, pranzo a base di pesce di lago e per il vino…Verdicchio dei Castelli di Jesi di Brunori. “Incredibile, il vino prodotto dal mio amico Giorgio.” “Una sera è passato di qui con un suo amico svizzero importatore di vini, è un simpaticone, siamo diventati amici e talvolta vado a Jesi sua ospite.” Il distacco fu fra abbracci e commozione. Erano le quattro del pomeriggio ed Alberto aveva in testa un’idea, rintracciare Nelly D. con cui aveva avuto un rapporto burrascoso.  Ricordava che abitava a Locarno in via Motta -  Al Portico. Giunto in quella località di fece indicare la via e…alzando gli occhi un tuffo al cuore: affacciata ad un balcone una bionda precisa spiccicata a Nelly, stava sbattendo un tovaglia da tavola. Un po’ stupidamente: “Ciao Nelly, mi riconosci?” La donna  circa quarant’anni ben portati guardò stupita Alberto, nel frattempo intervenne una donna anziana, a sua volta stupita, riconobbe l’ex fidandato di sua figlia, quella al balcone era Aurora la figlia di Nelly per ovvii motivi di età, le assomigliava moltissimo, Alberto se ne rese conto. “Sei Alberto…mi riconosci sono la nonna Marisa, questa è Chiara la figlia di Nelly, entrate.” Un po’ di imbarazzo: “Ti presento Alessandro ex doganiere, questa giovin signora è mia moglie.” Nonna Marisa prese in mano la situazione: “Quando Nelly ci ha presentato mi sei subito piaciuto, oltre che affascinante eri allegro sempre sorridente, saresti stato il tipo adatto a mia figlia sempre triste e scura in volto, il suo carattere (ereditato da suo padre tedesco) da quello che ho capito t’ha portato a lasciarla, ma è acqua passata. Il tran tran familiare in casa mia non va molto bene, quel…simpaticone di mio marito se n’è andato con una put…lla che potrebbe essere sua figlia, pare che ora sia di moda. Io e Chiara ci siamo rimboccate le maniche, lavoriamo ambedue e possiamo dire di essere felici. Parlami di te.” “Sono diventato maresciallo e questa è Anna mia moglie, non guardarla con occhi dolci, ha le unghie ben affilate! Ho portato con me delle foto scattate con tua figlia, te le lascio, per me non sono un bel ricordo.” Dopo altri convenevoli la carovana ripartì. Alessandro propose una cena in un locale di un amico vicino Brissago, amico cui aveva fatto molti piaceri quando era in servizio. All’ingresso si presentò un omone di stazza superiore alla media. “Anna e Alberto vi presento il padrone del locale Marco Antonio, ci conosciamo da molti anni e…” Alberto scoppiò in una risata seguito da Alessandro, poi capirete il perché.” Furono introdotti in un locale con un lettino, un divano, una tv ed al centro un tavolo imbandito (evidentemente Alessandro aveva avvisato il padrone.) Solita libagione a base di pesce di lago innaffiata da un ‘Carato doc.’ niente male a cui Alessandro fece molta festa tanto da essere decisamente brillo. “Marco Antonio ricordi quella coppia di palermitani Rosalia e Cateno…ne ho viste delle belle e poi dicono che i siciliani sono gelosi… pensi che i signori si potrebbero offendere se racconto…” “Non ti preoccupare,  siamo anticonformisti.”  “ In breve la storia: Cateno era un impiegato in un ufficio della parte italiana (non voglio dirvi quale) e prima di maritarsi lodava le virtù delle donne sue paesane che non uscivano di casa se non accompagnate come le ragazze arabe ma dopo qualche mese di permanenza al confine italiano la solfa cambiò. Cateno si presentò qui una sera con la consorte che sotto il cappotto indossava poca biancheria intima, riuscii a capire che si eccitava vedendo la moglie che scopava con altri uomini, feci la prova per primo io ed effettivamente Cateno durante il mio rapporto con Rosalia si masturbava bellamente. Questa stanza fu addobbata alla bisogna ed a turno invitai miei amici svizzeri, nessun italiano,  che ovviamente sborsavano bei quattrini (Rosalia era molto bella), soldi che dividevano in due. Una volta un inglese disse come veniva chiamato al suo paese quel genere si rapporto amoroso, forse ‘colding’.” Alberto lo corresse, “Si dice ‘cuckolding’  ma io non sono Cateno ed Anna non è Rosalia…” Risata generale poi rientro in Italia e pernottamento a Stresa in un albergo con stanza con vista sul lago Maggiore. Tappa intermedia a Salerno, rientro a Messina. Pensiero di Anna durante il viaggio:“Chissà cosa avrei provato nell’imitare Rosalia ovviamente con un ragazzo di mio gradimento.” “Non farti venire idee sconce!”Alberto aveva indovinato le fantasie della consorte!

  • 10 febbraio 2018 alle ore 23:24
    Vita normale

    Come comincia: Quando è finita la mia vita normale?
    Quando tornai a casa e mia madre mi disse: "Tuo fratello dice cose assurde"?
    Iniziava una nuova fase, ma io continuai la mia vita normale.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio zio, mio vicino di casa, mi presentò un preventivo per lavori di manutenzione scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui stesso? 
    No, gli ho dato i soldi che voleva ed ho continuato la mia vita.
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando pochi mesi dopo la vicina diretta interessata a quei lavori, amica di mio zio, venne a dirmi che aveva di nuovo problemi? 
    No. 
    Chiesi: "Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?". 
    E per due anni non ne sentii più parlare.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando, con due anni di ritardo, capii che per mio fratello non si trattava solo di stress da lavoro e non bastava il nostro affetto e le nostre attenzioni, ma occorreva l'intervento di uno specialista?
    Si entrava ancora in un’altra fase, ma il mio cervello continuò a funzionare "normalmente".
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando per mio fratello si arrivò ad una prima diagnosi? 
    Inaccettabile dapprima, sia per il malato, sia per i familiari.
    E poi, perché inaccettabile? Se un professore universitario e premio Nobel per l'Economia aveva la stessa malattia, cosa c'era di inaccettabile o da nascondere?
    Inaccettabile comunque.
    Mio fratello iniziò una terapia, bene o male, ed io continuai la mia vita “normale”.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando dopo dieci giorni di tira e molla tra il medico curante che diceva che mio padre doveva essere ricoverato e gli operatori delle strutture sanitarie che dicevano il contrario, mio padre fu ricoverato d'urgenza ed arrivò un'altra brutta diagnosi?
    No. Iniziava un'altra durissima fase, ma avemmo la fortuna che nell’ospedale della nostra città ci fosse un primario di Chirurgia di altissimo livello.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando l'altro mio fratello (quello sano) mi aggredì con odio perché secondo lui non avevo capito che dovevamo telefonare noi all'ospedale per sapere quando mio padre doveva iniziare la terapia e non il contrario?
    Sì, la mia vita normale ebbe un cedimento. Ma mi ripresi e recuperai la mia vita ‘normale’.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio padre dopo un mese di sofferenze, che chi lo aveva operato imputava alla terapia, fu di nuovo ricoverato d'urgenza in un altro ospedale, anche a causa delle incomprensioni sorte con chi lo aveva operato?
    E il nuovo primario mi disse: "I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore ha invaso lo stomaco. I chirurghi propongono di levare il duodeno e fare un by-pass. Ma si deve rendere conto che si tratta di una situazione palliativa"?
    Mi crollò il mondo addosso, ma con l'aiuto di mio marito riuscii a rimettere in moto il cervello per capire cosa fosse meglio fare.
    E con l'aiuto dei due primari riuscii a convincere mio padre a farsi trasferire di nuovo all'ospedale dove era stato già operato.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio fratello (quello sano), appena arrivato dalla capitale, di sabato, dopo tre giorni che io facevo la spola tra i due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa bisognasse fare, si volta verso di me e fa: "Se papà muore, è colpa tua."?
    Fu un altro subitaneo choc, ma in quel momento dovevo pensare al trasferimento di mio padre.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando il giorno dopo trovai mio fratello (quello sano) affranto sul divano che diceva a mio fratello (quello malato) che pensava di prendere il treno il giorno dopo e rientrare nella capitale per poi tornare per i funerali?
    "Ma come", pensai, " non può sacrificare nemmeno un giorno delle sue preziose ferie per aspettare che il padre si operi?".
    Tirai un respiro e cercai qualcosa da dire per indurlo a rimanere.
    E non mi venne in mente nient'altro che: " Guardate che il dottor XXX ha detto che la situazione è grave ...".
    Mio fratello (quello sano) balza in piedi e mi sovrasta costringendomi ad indietreggiare: "Lo so che la situazione è grave!", mi sbraita in faccia, " è per questo che me ne vado! [o qualcosa del genere, n.d.r.]. Cosa dovrei fare? Rimanere qua ad aspettare che il tuo prezioso chirurgo lo operi?" "Ora mi colpisce", pensai. Ma mio fratello (quello sano) sembrò riuscire a trattenersi ed invece di colpirmi in faccia, come mi aspettavo, mi dette uno spintone alla spalla. Caddi all'indietro. Fortuna dietro di me c'era un altro divano.
    Afferrai le mie cose ed uscii di corsa.
    Sì. La mia vita normale finiva allora. Ma in sordina.

    All'ansia per mio padre si aggiunse la paura delle reazioni di mio fratello (quello sano).
    Mio padre si riprese alla grande ed io, dopo aver passato il resto dell'estate a leccarmi le ferite causate dagli attacchi di mio fratello, ripresi la mia vita normale.
     
    Ma mentre ci occupavamo di mio padre avevamo distolto l'attenzione da mio fratello.
    E mio fratello ne approfittò per interrompere la terapia.
    Iniziò una nuova fase. O meglio riprendemmo una vecchia fase. Mio marito ed io la sera stavamo sul chi va là. Non era insolito che mio padre ci telefonasse per chiedere aiuto. E noi correvamo.
    Fino a quando mio padre provvide al ricovero di mio fratello.

    Quel ricovero inaspettatamente avrebbe potuto segnare la svolta positiva.
    Il 2 giugno mio marito ed io, come avevamo fatto tutti i giorni in cui eravamo liberi dal lavoro, ci recammo a far visita a mio fratello in ospedale, a 100 km da casa.
    L'altro mio fratello (quello sano) era sceso dalla capitale con la sua famiglia e ne approfittò per un pomeriggio al mare.
    Mentre eravamo con mio fratello nel reparto, mio fratello cominciò ad andare in agitazione. Intervenne una dottoressa, non con un'iniezione, ma riportando mio fratello alla correttezza ed alla logica con la parola. La dottoressa interrogò anche me. E non appena tendevo ad essere evasiva o a svicolare, mi costringeva ad essere precisa e diretta.
    Poi promise a mio fratello che l'avrebbe dimesso. Ora non poteva perché era finito il suo turno. Ma all'inizio del suo prossimo turno, alla mezzanotte della domenica, lo avrebbe dimesso.
    Quindi prese accordi con me e mio marito che avremmo dovuto andare a prelevare mio fratello. Ma non solo. La dottoressa aveva intenzione di affidare mio fratello a noi, che, disse, si vedeva eravamo persone affidabili e continuare a curarlo con la terapia della parola anche dopo le sue dimissioni.
    Ebbi fiducia in quella dottoressa. Vedevo in lei un vero interesse umano e professionale per mio fratello. Non un interesse pecuniario. 
    "Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni starà in una struttura sanitaria", ci avvertì. Però lei poteva lavorare solo in quella circoscrizione, a 100km da casa nostra. Andava benissimo. Solo le facemmo presente il problema che noi eravamo fuori casa per l'intera giornata. "Ci penso", replicò la dottoressa. 
    Un altro problema, ma non lo dissi alla dottoressa, era lasciare mio fratello (e la mia casa) in balia dei nostri parenti e vicini infidi. 
    E confermammo l'appuntamento. Finalmente, mi sembrava, stavamo imboccando la direzione giusta.
    Arrivammo vicino casa. La mia intenzione era di andare a casa e telefonare ai miei genitori per dire loro che mio fratello stava bene. Tutto qui. Mio marito invece se ne uscì che dovevamo andare a casa dei miei a dare la bella notizia. "No", replicai, "si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci". Mi riferivo a quello che era successo l'anno precedente, quando se avessi lasciato fare a loro, mio padre sarebbe stato squartato per levare un'inesistente metastasi allo stomaco, mentre era stato operato in laparoscopia per levare un esistente calcolo della colecisti che lo aveva fatto soffrire terribilmente per un mese ed alla fine gli aveva causato un blocco delle vie digestive.
    "I genitori devono sapere", insistette mio marito e non demorde dalle sue intenzioni. 
    Il diavolo si stava nascondendo nelle vesti della persona di cui più mi fidavo: mio marito.
    Sapevo come sarebbe andata a finire: mio fratello (quello sano) si sarebbe opposto.
    Eppure mi arresi. E lasciai che mio marito facesse come voleva.
    Mi arresi. 
    Per stanchezza, per vigliaccheria.
    Fatto sta che smisi di lottare.
    E fu allora che finì la mia vita normale. 
     
    E mio fratello (quello sano) si oppose nella maniera più infingarda che poteva: telefonò all’ospedale senza dirci niente, senza consultarci. Ed impose, sbraitando e minacciando, che mio fratello (quello malato) continuasse ad essere curato con i farmaci.

    Abbandonai mio fratello malato, il fratello che si fidava di me, nelle mani di chi riteneva di essere più in gamba di me e mio marito.
    Lo abbandonai nelle mani di chi, pur non vivendo vicino e quindi non potendo garantire che mio fratello seguisse il piano farmacologico, imponeva che mio fratello fosse curato con i farmaci.
    Lo abbandonai nelle mani di chi, per stare tranquillo, preferiva che iniettassero al fratello la calma, la calma opaca, come ho letto ieri in un articolo su Alda Merini.
     
    Mi arrabbiai, anche. Mi arrabbiai con mio fratello (quello sano) e sua moglie che s’intromisero in maniera così infingarda. Mi arrabbiai con mio padre che si fece raggirare ed appoggiò la loro strada.
    E nella mia mente, dove risuonava (e risuona ancora) quel “Se papà muore, è colpa tua” scattò qualcosa come: “E va bene, siete più in gamba di me? Vedetevela voi!”
     
    Un attimo di debolezza che ha distrutto tante vite. Quella di mio fratello per prima. Poi la mia. Ed ha reso infelice la vita dei miei cari.
     
    A undici anni di distanza neurologi, psichiatri, psicologi mi hanno detto che non abbiamo la prova contraria: non sappiamo se mio fratello sarebbe stato meglio con l’altra terapia. Lo so, risposi, ma dovevamo provare. Dovevamo rischiare.

    "Se avessi, se potessi, se fossi erano tre fessi", ripete un proverbio sulle targhe che si vendono ai turisti.

    Uno psichiatra mi ha chiesto anche da dove venisse questo mio delirio di onnipotenza. Gliel’ho spiegato: dal fatto che un anno prima avevo avuto ragione a far operare mio padre da chi diceva che mio padre aveva un calcolo e non da chi diceva che aveva una metastasi allo stomaco.
     
    Nel momento in cui pensai: "Va bene, siete più in gamba di me? Vedetevela voi!", credevo di riprendermi la mia vita.
    Invece la mia vita normale finiva lì. 
    Ma me ne accorsi anni dopo.

    Un anno prima, quando, con mio padre ricoverato per la seconda volta, avevo scostato mentalmente mia madre e mio fratello (quello malato, quello sano per fortuna non c'era) con un braccio pensando: "Levatevi di torno, ora il capofamiglia sono io", ero diventata all’improvviso adulta. Ora tornavo ad essere bambina.
    E reagii male: tenendo il broncio, come fanno i bambini.
     
    Due anni dopo mio fratello stette di nuovo male. Ma in realtà non stava mai bene.
    Ed io, invece di riprendere in mano la situazione, confermai la mia esasperazione.
    Divenni esasperata contro mio fratello (quello sano) e sua moglie che avevano imposto la strada dei farmaci. Mi esasperai contro i miei vicini e parenti che continuavano con i loro raggiri e prepotenze.
     
    Ma, chissà perché, se ti comporti come loro poi a loro non piace.
     
    E la signora che, ospite in casa mia, aveva minacciato di buttare a terra gli oggetti che erano sopra il tavolo, mi malmenò.
    E mio zio dettò un verbale di insulti e illazioni contro me e mio.
    E mio zio citò mio marito per avere 58 euro. Ma questo, sarebbe avvenuto comunque, dice mio marito: "Tuo zio ha mandato in tribunale la sorella, ti aspettavi che non mandasse in tribunale me?"
    Ed io ricevetti un decreto ingiuntivo per 240 euro per lavori mai eseguiti.

    E mio marito ed io fummo aggrediti nel cortile di casa. Da amici dei miei parenti. 
    Mio fratello (quello malato), il fratello che io avevo abbandonato nelle mani di chi voleva farlo curare con i farmaci, mi chiese se doveva andare a parlare con il figlio di chi ci aveva aggrediti.
     
    Mio zio, consigliato da un avvocato, cambiò versione e, contraddicendo la sua precedente citazione, citò mio marito per avere 460 euro.
    Mio fratello (quello sano) piombò in casa mia e minaccioso, senza nemmeno sedersi, mi fece il terzo grado.
     
    E mio fratello, il fratello che avevo abbandonato, due anni dopo ancora si ritrovò di nuovo in una struttura sanitaria, come aveva detto la dottoressa. Io ero lì con lui, chiamata da mio padre. Ancora vigile, ma non abbastanza per pensare di riportare mio fratello da quella dottoressa, anche se con 4 anni di ritardo.
    Nel frattempo avevo sprecato e stavo sprecando le mie energie ed il mio cervello per difendere mio marito dagli attacchi dei miei parenti e per evitare che mi venissero addebitate tutte le spese del condominio.
     
    Dopo altri due anni, a seguito di un aborto, causato forse anche dalle persecuzioni dei miei parenti e vicini, vado in depressione che, unita a diagnosi sbagliate, interventi sbagliati ed una serie di imprudenze, mi manda in ipocondria.
    E lì finì anche la parvenza di una vita normale.
    Da allora mio fratello si è ritrovato in una struttura sanitaria ogni anno.
    Ma ancora poteva dimostrare di che pasta era fatto.
    Io stavo male. O almeno credevo di stare male.
    Mio fratello (quello malato) mi accompagnò in banca, dal medico e si occupò della revisione della mia auto.
    Otto mesi dopo ero ancora in ipocondria e non dormivo da due anni, ma mi occupai del ricovero di mia madre che era caduta (frattura del femore e dell'omero), dormivo la notte da mio padre che aveva bisogno di assistenza, mi occupai del ricovero di mia suocera che era da dieci mesi a letto dopo la frattura del femore ed, il giorno dopo, del ricovero di mio fratello che era tornato dal Nord dove lavorava e stava di nuovo male. 
    Intanto andavo al lavoro (11 ore fuori casa). 
    Mio fratello e mia suocera erano nello stesso ospedale in reparti diversi. Appena stette meglio, mio fratello (quello malato) si vestiva ed andava a fare visita a mia suocera, senza dirle che era anche lui ricoverato.
    Da quando ero in depressione ed in ipocondria non vedevo nessuno al di fuori del lavoro. Sentivo il bisogno di parlare con qualcuno, di un po' di conforto. 
    Telefonai a mio fratello (quello sano) che viveva sempre nella capitale. Mi disse: "Sei una fallita."
     
    Cominciai a pensare di ricontattare la dottoressa, anche se in notevole ritardo, di rivolgermi all'ordine dei medici per trovare dove lavorasse ora.
    Sarebbe bastato telefonare allo stesso ospedale. Ho scoperto solo adesso che è ancora lì.
    Ma già per me ogni giorno era una scommessa.
     
    Un anno dopo, a grave prezzo, guarii dall'ipocondria.
    E mio marito mi portò lontano.
    Ma ancora avrei potuto fare qualcosa per mio fratello. Quante volte nell’ultimo anno ho pensato di dirgli di prendere i farmaci, di seguire i consigli dei medici, che oramai li prendevo anch'io (5mg, la dose pediatrica, dice il mio medico), ma non l'ho fatto, visto che anch'io ancora cerco di farne a meno?

    Stavo cercando disperatamente di riprendere in mano la mia vita 'normale'. 
    E mio marito mi aveva creato altri problemi, falsi problemi che non avrebbero dovuti essere creati, con cui combattere.
    E sono certa che questi falsi problemi abbiano avuto un negativo impatto anche sulla psiche di mio fratello.

    Ed avevo ora due figlie da proteggere.

    Ed ora è troppo tardi.
    Mio fratello non c'è più.
     
    Nessun colpevole, nessuno innocente.

  • 09 febbraio 2018 alle ore 16:34
    IL DIAVOLO

    Come comincia: Sicuramente saprete che il Diavolo Belzebù è il principe delle tenebre e degli spiriti malvagi, secondo solo a Lucifero e comandante di una schiera di 6666 demoni. In fondo non doveva essere così malvagio se, secondo il Nuovo Testamento si rivolge a lui Ocozia, re d’Israele, per una sua malattia. Perché questa premessa? Lo capirete in seguito.
    Correva l’anno 19.., il tenente della dei Carabinieri VA. umbro di Perugia
    era in servizio a Varese. Non poteva dirsi che ci fosse molto da fare in quanto a delinquenza ed il cotale passava la maggior parte del tempo fuori servizio al cinema o con qualche gentile signorina in una casa chiusa (allora la Merlin non aveva ancora rotto i zebedei con la sua legge). Un giorno gli capitò sotto mano un volantino in cui v’era un invito agli umbri della città di residenza per un ballo fra paesani. Era un sabato estivo, dopo la mattinata passato sul lago, sonnellino nel pomeriggio e, vestito elegantemente, si presentò nel locale da ballo dove era riconosciuto e non ebbe bisogno di presentare i documenti di riconoscimento. Ebbe una delusione, pensava di incontrare giovin fanciulle sorridenti ma la maggior parte delle femminucce era in là con gli anni e non particolarmente avvenenti. Al bancone del bar notò una donna piuttosto giovane che da sola beveva una bibita. In mancanza di meglio, si presentò: “sono VA. di Perugia tenente dei Carabinieri, non mi risulta di averla mai vista a Varese.” La cotale, anche lei annoiata: “Sono LU. professoressa di lettere, sono sola, mia madre è rimasta a casa, non sta bene.” A VA. la cosa non interessò gran che, chiese a LU. di ballare nel frattempo cercava di inquadrare la cotale: piuttosto alta, sguardo non accattivante anzi un po’ annoiato e allora le propose di uscire dal locale. Il lungo lago era incantevole  e l’atmosfera tra i due migliorò tanto che LU. prese sottobraccio la nuova conoscenza.; parlarono della città di origine di ambedue e riscontrarono che alcune persone erano amiche di famiglia. La serata finì con VA. che accompagnò a casa LU. Che con un bacio appena sfiorato sulla guancia congedò la nuova conoscenza. VA. prese a frequentare casa di LU. solo tre volte alla settimana perché i restanti quattro giorni le due donne si dedicavano all’ordine ed alla pulizia di casa, cosa che, purtroppo per lui,(si trattava di un disturbo ossessivo compulsivo) non gli fece drizzare le orecchie! Stanco della vita in caserma, VA. chiese a LU. di fidanzarti e poi decisero di ritornare alla città di provenienza e di sposarsi, cosa annunziata ai genitori per telefono. Caricati i bagagli sulla Fiat 110/103  di VA. i tre, suocera RO. (vedova) compresa, giunsero a Perugia nel tardo pomeriggio. Mentre ME. Madre di VA.  donna gioviale d un po’ ingenua fece delle feste ai nuovi conoscenti, AR. da vecchio conoscitore di donne capì che c’era qualcosa che non andava ma ormai era tardi di chiedere a suo figlio di fare marcia indietro. Si accollò tutte le spese non proprio lievi della cerimonia dal collocamento in albergo dei parenti venuti da lontano sino al loro vettovagliamento. Da vecchio funzionario di banca aveva qualche picciolo da parte ma avrebbe fatto volentieri a meno di sborsarli, ma i figli…Nel frattempo VA. era stato trasferito a Napoli col grado di capitano e ‘io, mammeta e tu’ si insediarono in una abitazione al Vomero. La prima notte VA. andò in bianco con la scusa della stanchezza del viaggio della sposa, come inizio…
    La seconda notte  VA fece il suo dovere di novello sposo ma rimase un po’ male quando si accorse che non aveva fatto molta fatica…la sposa si giustificò affermando che, secondo il suo ginecologo aveva un imene elastico…elastico un corno era stata fidanzata per anni con un lontano parente che, venendo a conoscere a fondo LU, si era ritirato in buon ordine. Come inizio…ma VA. evidentemente faceva parte della schiera dei Calandrino (ricordate il Decamerone del Boccaccio?), fece il suo dovere quasi tutte le sere sino a quando il grande annuncio da parte della novella sposa: “Sono incinta!” Da quel momento la situazione precipitò: “Non voglio che tu faccia male al bambino!” e così niente più sesso fra i due coniugi con la cacciata dal talamo coniugale di VA. e l’esilio in una stanzetta con letto singolo. Da quel momento lotta senza quartiere da parte dei due coniugi: dispetti a vicenda in tutti i campi e decisione da parte di  VA. anche lui cattolico praticante (aveva pure questo difetto!) che si  rivolse  alla Sacra Rota per avere l’annullamento del vincolo  matrimoniale. Spese un fottìo di denaro con la conclusione: matrimonio valido! Nacque una deliziosa bambina cui venne apposto il nome di FE. in onore di un nonno furbastro che durante la prima guerra mondiale, per non correre rischi, rischi, tramite raccomandazioni, riuscì a farsi assegnare ad un incarico amministrativo ma male gliene incolse lo stesso in quanto durante il tragitto caserma – ufficio postale fu centrato da una granata austriaca. Purtroppo per FE. Le liti coniugali si riversarono su di lei che fu ‘sballottolata’ fra la genitrice ed i genitori di VA. che nel frattempo, approvata la legge Gaslini-Fortuna potè divorziare ma ancora una volta male gliene incolse: complessato in campo femminile sposò TI. una napoletana grassa, anche volgare e fumatrice accanita. Passa un giorno, passa l’altro ( non centra il prode Anselmo)i due coniugi passarono a miglior vita VA. per un diabete ribelle e TI. per un ictus. Dal loro ‘incontro’ venne fuori RO. giovane che, purtroppo per lui, era poco dotato intellettualmente per cui fu costretto a fare l’operaio. In seguito per la crisi generale fu licenziato ed il povero RO. fu costretto a sopravvivere con una piccola pensione della Previdenza Sociale, ovviamente niente auto né moto solo una bicicletta con cui si recava nella mensa di una chiesa per fare pulizie ricevendo in cambio il vitto giornaliero. Un particolare: RO. Era diventato obeso e gran fumatore e niente femminucce, un disastrato. Un passo indietro di anni: unico rimasto della famiglia originaria AL. che non riuscendo a vincere concorsi per l’Accademia dei vari Corpi di Polizia, (non aveva nessuno che lo raccomandasse) si accontentò di fare l’allievo finanziere in quel di Roma nella caserma di via XXI aprile. Abituato da gran signore nella famiglia originaria (nel frattempo AR. e ME. erano deceduti), strinse i pugni ricordando le raccomandazioni di nonno AF.: mai dichiararsi volontario per qualsiasi incarico e non fidarsi nemmeno della propria ombra, consigli preziosi! Gli istruttori erano o giovani sottobrigadieri stronzi ovvero vecchi brigadieri silurati alla promozione di maresciallo, tutti acidi  pronti a prendere per i fondelli i poveri allievi. Esemplificando: “Chi di voi sa suonare il pianoforte?” A due sprovveduti che si presentarono: “Andate al circolo ufficiali al pian terreno e trasportate il pianoforte al terzo piano a casa del Colonnello Comandante.” Altra boutade: “Chi di voli ha un titolo di studio di media superiore?” Ai sei presentatisi: “Andate a pulire le latrine delle tre Compagnie, due per piano.” Al. fu notato che se ne stava sempre in disparte da un vecchio brigadiere. “Ah fai il furbo? Hai un bottone sbottonato, cinque giorni di consegna.” Togliere la libera uscita ad AL. era la peggiore punizione che potesse capitargli perché non poteva recarsi in a piazza di Spagna non per ammirare i monumenti ma, più prosaicamente,  per frequentare delle signorine dentro una casa chiusa. La sua salvezza fu un capitano di Perugia cui si presentò facendo presente la sua situazione, da quel momento libera uscita tutte le sere! Indossate le fiamme di finanziere, AL. fu costretto a farsi trasferire in ‘reparti situati ai confini di terra' conditio sine qua non poter accedere alla Scuola Sottufficiali. Vinto il concorso indossò nel 19..i gradi di vicebrigadiere ed assegnato alla sede di Messina. Qui trovò il solito stronzo superiore di grado, piccolo e brutto che lo prese in antipatia affidandogli i compiti più ingrati. AL. Studiò la situazione e la risolse in modo brillante congratulandosi con se stesso: fece domanda per ottenere la qualifica di ‘capo laboratorio fotografico’ (era stato sempre un appassionato di foto) e, una volta ottenutala, si presentò a quel superiore poco simpatico con in mano una circolare in cui si prescriveva che chi fosse in possesso della qualifica suddetta non potesse essere trasferito ad altri incarichi, tieh! La sua vita ovviamente cambiò in meglio, per eseguire servizi fotografici aveva a disposizione una un’auto targata G. di F. con cui percorreva le province di Messina, Catania, Siracusa e Ragusa imbarcandosi anche sulle  motovedette e sugli elicotteri, una pacchia. Ovviamente nel frattempo non si fece mancare …la materia prima, non aveva difficoltà di conquiste femminili, era alto un metro e ottanta e attirava il sesso femminile anche per la sua simpatia. AL. Si era scoperto anche scrittore, aveva pubblicato un romanzo sulla sua vita e quasi ogni settimana ‘sfornava’ un racconto, spesso di natura erotica, ormai era arrivato a cento. Fece pubblicare un trafiletto su una rivista nazionale ed ebbe un discreto successo. Troppo bello per durare, il suo dio protettore Hermes, in altre faccende affaccendato, si distrasse e un messaggio giunse sul computer di AL.: “Sono tua nipote FE. figlia di VA., ti ho rintracciato tramite I racconti che hai pubblicati su l’app.’APHORIM, mi piacerebbe allacciare un rapporto con te, siamo rimasti in pochi che portano il nostro cognome anche se francamente devo dirti che tuo fratello mi ha rovinato la vita.”Come premessa non era delle migliori. AL. Un po’ sorpreso rispose alla mail  e così cominciò un passaggio di notizie sulle proprie posizioni in vari campi, non ultimo quello religioso che era basilare per FE. decisamente meno per AL. Il quale nei suoi racconti aveva chiaramente dimostrato  la sua contrarietà ad incomprensioni, fanatismo e puritanesimo. Una frase di FE. lo colpì: “Non c’è sesso senza amore!” tuttavia ritenne opportuno non sottolineare i rispettivi punti ti di vista e si scambiarono notizie sulle loro vite passate forse però FE. non comprese quanto grandi fossero le differenze che li dividevano. AL. fece chiaramente capire i suoi punti di vista in fatto di sesso raccontando l’episodio di quando, davanti alle prorompenti tette della cognata  (sua moglie le aveva più piccole) gliene tirò fuori una dal reggiseno fra gli applausi  dei presenti. In seguito ad altra corrispondenza FE. scrisse ad Al.una mail di fuoco coinvolgendo anche la figlia CH., degna di sua madre, che fece altrettanto. Al. infine rispose facendo presente che non intendeva offendere nessuno e che voleva che la cosa finisse lì ma come risposta? Indovina, indovina: “Sei il diavolo!” Quella era l'espressione di una fanatica religiosa e quindi non degna di risposta. Non raccontò l’episodio alla dolce consorte An., erano una coppia talmente affiatata, anche se con una grande differenza di età, si poteva usare la parola amore. Cambiando argomento, la piccola AN. aveva un solo difetto, usava spesso per acquisti la carta di credito ma sicuramente era una delle donne più eleganti di Messina ed AL. ne andava orgoglioso. Avrete capito che Il diavolo è il concetto che si lega all’inizio del racconto, AL. Ricordava una barzelletta in cui un uomo interrogato se preferisse andare in Paradiso o all’Inferno rispose: “in Paradiso si gode di una bella aria ma all’inferno ci si diverte di più.” Sicuramente non avrà fatto ridire qualche fanatica religiosa ma poco me ne cale. Per finire una osservazione: in casa d FE: i maschietti contavano pochissimo, quelli presenti e forse anche quelli futuri, molto probabilmente potevano assimilarsi a Calandrino, senza offesa per nessuno!
     

  • 08 febbraio 2018 alle ore 16:06
    Ricordi.

    Come comincia: Un nome, in una telefonata, li risvegliò. Cominciarono ad uscire lentamente dalla memoria, come se fossero tutti frammenti collegati che scivolavano fuori da un bicchiere a calice, simili alle bollicine eteree dello spumante.
    Era per una questione di lavoro, eppure quando la persona si presentò le venne fatto subito di chiedere:
    -"Montanari? E' un cognome che ricordo molto bene, quello di un medico caro amico di mia madre e di mia zia... Tullio? Le dice qualcosa?"-
    Risultò che sì, si trattava di un parente stretto.
    -"Il figlio è medico. Lui era fratello di mio padre, insomma, siamo cugini"-
    Immediatamente, come prima bollicina, sentì il solletico che le procurava la barba di lui, medico, quando le auscultava le spalle. Disse:
    -"Era molto più grande di me, io una bambina, lui aveva l'età di mia madre, più o meno"-
    Poi tornarono all'argomento della telefonata, tuttavia dentro di lei, scrittrice, qualcosa cominciò a ronzare, come sempre le accadeva quando "sapeva" che la circostanza fortuita, verosimile se non vera, si sarebbe tramutata in racconto. Verosimile, se non vero? Ma la storia, che non avrebbe mai e poi mai raccontata alla persona dall'altro capo del filo, era vera.
    Ecco: riuscì a rivedere la madre, con quel vestito molto elegante, ma non eccessivo, che aveva indossato alla prima comunione della figlia di quella che lei chiamava "zia Olga", sin da bambina. La gonna blu, il corpetto azzurro, in cui si inserivano, ritagliati e ricamati, miriadi di fiorellini col bordo blu. Le belle braccia della mamma ancor giovane, seppure l'aveva partorita a circa 36 anni e lei, nella foto(c'era una foto) ne aveva certamente almeno quindici.
    C'era zia Olga, sua madre, suo padre (che l'avrebbe lasciata troppo a breve), la piccola coi riccioli neri e l’abito da prima comunione ed il padre di lei.
    Ricordava le rare volte in cui si erano trovate a casa di questa zia, laddove il marito, magro, piccolo, si vedeva raramente. Come si chiamava la piccina? No: non lo ricordava. Forse Fiorella. Ma poteva trattarsi di una associazione mentale.
    Frasi, come bollicine scoppiavano nelle memoria e lei si ritrovava a riallacciarle e a rendersi conto che, sì, fin da piccola aveva capito che alle spalle di quella zia Olga c'era un mistero.
    Zia Elena (zia vera, la sorella della madre), doveva avere l'abitudine di parlare liberamente davanti a lei bambina, senza comprendere che i bambini hanno strane orecchie, munite di registratori e per le cose che non comprendono al momento, c'è poi un seguito in cui si riascoltano i ricordi, si collegano tra di loro, si comprende quello che non era stato compreso subito. Attenti, dunque, a ciò che si dice in loro presenza, o quanto possono, in qualche modo, ascoltare.
    Dunque: la piccola, molto carina, dalla carnagione scura, gli occhi neri, brillanti, aveva i capelli che crescevano gonfiandosi di riccioli verso l'alto. Fatto che costringeva la madre a tenerglieli corti. Raccontava la zia.
    A pensarci bene lo diceva come se fosse qualcosa che nascesse da un segreto, da un fatto che non doveva essere spiegato in quanto chi parlava sapeva che l'ascoltatrice (mia madre), avrebbe capito. Somiglianze.
    La mamma raccontava spesso di come lei stessa, piccola di statura e rossa di capelli, camminasse a braccetto con l'amica Olga, alta, bruna e riccioluta (a pensarci bene, cosa che spiegava, senza altri misteri i capelli della figlia e anche la carnagione e lo sguardo bruno). Correvano e "chi passa currenno nun o' vere" (chi passa correndo non se ne accorge), scherzava la mamma, ricordando quelle passeggiate amicali per le strade di Napoli in cui lei appariva elegante perché lei "si cuciva addosso" i vestiti con grande bravura, stretti in vita in modo da porre in luce i fianchi e il seno ma qualche volta li indossava non proprio finiti,  per cui li fermava con "le spille di nutriccia" e nessuno se ne rendeva conto. Le spille che usavano le balie (e le mamme), per fermare i pannolini dei bambini. Spille di sicurezza le definiremmo oggi.
    Dovevano essere state davvero belle, così differenti, quelle due ragazze vissute ai primi del 900. Attiravano gli sguardi dei giovanotti. La mamma diceva:
    -"E' un bene camminare con una amica bella, si è guardate di più. Stupido essere gelose delle amiche belle, servono ad essere ammirate, specialmente quando sono diverse da noi."-
    Ma zia Olga aveva un segreto. Con questo torniamo alla telefonata e a quel Medico Montanari e alla sua barba che le solleticava la schiena. Lei aveva sette o otto anni, lui la visitava perché era stata ammalata, o lo era, forse, ancora. La sua figura alta si stagliava sotto la porta. Doveva essere un bell'uomo di cui in realtà ricordava ben poco oltre la barba, se non fosse stato, oggi, per le bollicine che si erano collegate e esplodevano nei ricordi. Diceva la zia alla madre, riferendosi all’amica comune:
    -"Porta con sé la figlia quando si va ad incontrare con lui, poi la fa uscire fuori il balcone e la lascia li."-
    Oggi comprende: la piccola ricciuta all'epoca doveva avere pochi anni, quindi non capiva (o avrebbe poi capito?). Eppure oggi si chiedeva con quale coraggio (o disperazione), una madre, per fare l'amore con quello che considera l'uomo della sua vita (forse anche il padre della bambina? La somiglianza? I capelli ricci? Il colorito?), chiude una piccola di circa quattro anni fuori al balcone? Di dove? Di una casa? Di un albergo ad ore? Ed era poi sposato questo Tullio Montanari? La figlia seppe poi di non essere nata da quello che considerava il padre? Ebbe modo di dialogare con il padre naturale? Ebbero modo di seguire l'uno la vita dell'altra? Lui di aiutarla nella crescita?
    Lei, oggi, non lo sapeva. Il padre della piccola vendeva scarpe. La casa era grande e vecchia. Lei, oggi, poteva rivedere chiaramente tutti loro grazie a quella foto nel vecchio album in cui si ritrovava elegante, ben pettinata, come in realtà poi non aveva mai amato tanto di essere.
    Che fine fecero poi quelle persone, scomparse si potrebbe dire, dalla sua vita (ovviamente da quella di sua madre), da un momento all'altro?
    La risata di zia Olga, il volto dalle gote gonfie, lo strano modo di parlare, intercalato di silenzi.
    Tutto scompare. Da qualche parte ci deve essere il ricordo di una morte. Quella di lei? Di lui? Del marito di lei?
    Non lo sa. Le bollicine si sono sgonfiate e non danno più volume ai ricordi.
    In ogni caso quella telefonata ha funto da ponte, riallacciando il presente con il passato, dando almeno una risposta:sì: anche lui doveva avere una famiglia, perché l'uomo al telefono aveva detto:
    - "Il figlio è medico come il padre."
    Che strano conoscere, dall'esterno, fatti così intimi di una persona che ci è passata a fianco senza quasi sfiorarci, se non nel ricordo di una visita medica alle spalle e di un insieme discontinuo composto con frasi percepite, che non erano state dette a te. Una storia per cui forse una moglie gelosa non ha dormito la notte, chiedendosi la ragione del marito distratto, sempre occupato nel lavoro. Sensazioni che certamente avevano reso perplesso un marito, le cui amiche della moglie, al suo arrivo, sembravano imbarazzate, tacevano per qualche momento e poi cambiavano argomento. Strappi nell'animo di una ragazzina, poi cresciuta con l'ambivalenza del sentirsi, sapersi, non essere certa di chi sia il padre, con ricordi infantili di un balcone, di un essere estraniata, di non comprendere il prima e il dopo dell'incontro e dell'avere ricevuto forse qualche caramella da quel bell'uomo che la madre incontrava e di cui -certamente- le era stato imposto che non dovesse fare cenno con il padre. La considerazione che poteva avere avuto per un padre che la cresceva, ma forse non era il suo e a cui doveva tacere qualcosa che intuiva grave.
    Strappi nell'animo di quella donna bruna che rideva, ma non doveva essere davvero felice. Poi c'era il vago ricordo di un altro figlio, più grande, il maschio malato di non si sa bene cosa e di come doveva avere vissuto nell'ambiente domestico non certo felice, in qualche modo aiutato dall’amico medico della madre.
    Di lui ricordava ben poco.
    Sofferenza, nascondimento, timori, bugie, amore, passione, stravolgimenti di vite. Tutto così vano, polveroso, finito. Marchi nei corpi, morti assieme a quelli, di cui non restano che bollicine di ricordi nell'animo troppo sensibile di una scrittrice che ha tutto appena lievemente sfiorato, pur avendo con la sua presenza e un breve scritto, dato loro una memoria.
     

  • 27 gennaio 2018 alle ore 3:48

    Come comincia: - L'ABISSO -
    Questa è solo una testimonianza e non una lettera rivolta a qualcuno che tanto non la leggerà mai. E' una testimonianza... La mia. Perché ogni tanto si sente il bisogno di svuotare l'anima da ogni dolore nascosto, da ogni paura e anche da tutti quei pensieri sbagliati e inquietanti che spesso con il tempo si insediano in noi rendendoci più difficile il cammino e oscurandoci la giusta via. Ho sofferto e tanto. Ho toccato il dolore in un modo talmente profondo che riesco a ricordarne per sino l'odore da quanto mi ci sono immersa dentro. L'ho toccato e gli ho permesso di impossessarsi di me, di umiliarmi e calpestarmi senza riuscire a difendermi. Era un dolore padrone il mio, uno di quelli che parte dal cuore. E mentre il dolore mi lacerava e a fatica restavo in piedi, attorno a me ho assistito alle rappresentazioni teatrali dei miei aguzzini. Ho assistito al loro pietoso giustificarsi. Alle loro dichiarazioni di sensibilità ed empatia. Ho ascoltato le loro testimonianze dichiarare quell'altissima capacità di immedesimarsi negli altri. Li ho visti passare da vittime con ancora il coltello tra le mani e mentre urlavano al mondo il proprio finto dolore sola ti lasciavano... E io sola e in silenzio continuavo a restare ferma, subire e morire. Mentre morivo dentro poco a poco continuavo a camminare solo per istinto, solo perché la vita me lo imponeva e nel cammino ho visto persone darmi addosso, calpestarmi, insultarmi e prendersi ancora gioco di me. I loro sguardi compiaciuti nel vedermi barcollare non mi sono sfuggiti e me li ricordo tutti... Uno ad uno! Li ho contati e ben memorizzati nell'anima. Ognuno di loro ha lasciato un fregio profondo che ha alimentato il mio dolore. Ci sono arrivata sul quel fondo che in molti dicono di aver toccato. Ci sono arrivata calma e rassegnata. Ho alzato gli occhi verso la luce, ma era troppo lontana per me, troppo alta la scalata e troppo poche le mie forze per percorrerla. E mentre sul quel fondo ci morivo ho continuato a tacere e a fare finta di niente. Non era orgoglio il mio, ma semplice rassegnazione di fronte alla mia morte apparente. Dopo aver visto persone pugnalarmi senza scrupoli conoscendo le mie ferite a niente mi sarebbe servito parlare... O almeno così credevo! Ho conosciuto la paura e giorno per giorno limitava i miei passi. Giorno dopo giorno li rendeva più insicuri e incerti. Ho avuto paura anche dell'aria che respiravo, fino ad aver paura solo al pensiero di averne ancora troppa da respirare. Ho avuto così tanta paura del dolore che sentivo che ormai smettere di respirare era per me l'unica via di uscita. Ho avuto paura di non farcela a risalire fino alla luce, convinta che nel momento in cui ci avrei provato le signore malvagità e cattiveria mi avrebbero di nuovo spinta sul fondo... di nuovo e ancora... Sono arrivata ad essere paralizzata dal dolore e ingabbiata dalla paura. E mentre mi lasciavo morire adagiata sul fondo di chissà quale abisso la mia mente elaborava cose assurde. Era arrivata a pensare che niente in me fosse giusto, che io fossi una persona sbagliata e priva di qualità. Auto stima non ne avevo più. Avevo o... Avevano fatto a pezzi tutto ciò che ero. Io non ero più una donna, non ero più nemmeno una persona, ma un bozzolo completamente vuoto che aspettava la sua fine inconsapevole che con le mosse giuste avrebbe potuto diventare farfalla. Sono arrivata a pensare che mi dispiaceva che quelle persone avessero avuto la sfortuna di incontrarmi, che il mondo sarebbe stato migliore senza di me. Sono arrivata a pensare che per non far soffrire nessuno dovevo chiudermi in fondo a quell'abisso. Mi guardavo allo specchio e vedevo "Qualcuno" non me, ma semplicemente qualcuno e credetemi se molto spesso faticavo a sapere chi fosse. Non ero più una persona, ma un involucro vuoto che respirava ossigeno. Ho avuto così tanta paura che la notte ho smesso di dormire, perché quando non dormi le tue energie si bruciano più in fretta e tu la tua fine la vedi più vicina. La mia unica meta era diventata la "FINE". In quel maledetto fondo però non c'è solo l'abisso, il buio e il vuoto. In quel fondo non c'è solo la luce lontana e praticamente irraggiungibile... C'è anche qualcos'altro! Su quel fondo, tra te e il fondo c'è una cosa che si chiama "Istinto di sopravvivenza"! Ne avete mai sentito parlare?! Io l'ho conosciuto proprio là in fondo a quell'abisso e non vi so spiegare la potenza che nasconde in se'... Posso però dirvi che se mai vi trovaste su quel fondo e quell'istinto dovesse mai bussasse alla vostra anima aprite quella porta e lasciatelo entrare. E' come indossare un paio di occhiali che vi mostreranno le cose in modo diverso, più semplice e meno doloroso. In realtà quello che è chiamato istinto di sopravvivenza non è altro che la risposta che cercavate. E se scatta è il vostro grido alla vita... A non volerla lasciare andare. Credetemi che è un grido potentissimo, così forte da far tremare l'intero tunnel in cui vi siete persi. Un grido disperato che parte da dentro. Qualcosa di quasi "Disumano", ma presto capirete che quel grido è molto più umano di tutte le persone, fatti e circostanze che vi hanno spinto là in fondo. Afferratelo forte, stringete i pugni, chiudete gli occhi...
    Avete un'energia nuova dentro, ma se pensate che il peggio è passato, pensate male. Il peggio comincia proprio nel momento in cui prenderete per mano il nuovo alleato, ossia L'istinto di sopravvivenza! Lui vi porterà a sorreggervi di nuovo in piedi e vi insegnerà di nuovo tutte quelle piccole cose che avete completamente dimenticato. Così è stato per me... Lui prima mi ha mostrato che la maggior parte di ciò che ero diventata era dipeso più da me stessa che dagli altri. E mi ha fatto male... Mi ha fatto male capire che il 70% della responsabilità di ciò che ero arrivata ad essere in realtà apparteneva a me. In fondo, le persone possono deluderti, i fatti metterti in difficoltà, la vita porti prove faticose e la cattiveria ferirti, ma sei TU e sempre tu che scegli se permetterglielo o meno. E quando capirai che non hai reagito e non ti sei amato abbastanza, ma hai fatto il loro gioco finendo inconsapevole il loro lavoro non sarà facile accettarlo. Aspetta! Non sederti di nuovo su quel fondo, non allentare i pugni e non aprire i tuoi occhi. Pensa... Pensa a come eri prima di cadere così in basso. Pensa che nella vita non hai incontrato solo gente sbagliata, ma anche qualcuno che ti ha voluto bene davvero. E così... Tenendo ancora ben stretti i pugni, ho cominciato a pensare. Ho visto mia madre abbracciarmi stretta, mio padre insegnarmi i valori e mio fratello condividere con me il suo tempo. Ho pensato alla scuola, all'asilo e a quel primo giorno di scuola in cui mi veniva da piangere perché la mia migliore amica dell'asilo,Claudia, 
    non era stata messa nella mia stessa classe in prima elementare. Sorrisi... Sorrisi di fronte a quel pensiero, la prima grande delusione, il primo scalino da superare. La prima volta in cui dovetti trattenere le lacrime imponendomi forza, perché ormai ero diventata "Grande". Sorrido ancora, mi faccio tenerezza, ma la tenerezza è un sentimento. Un sentimento che porta emozioni ed io di emozioni non ne avevo più da molto. Capisco in quel momento, mentre una lacrima scende che sono viva... Dentro di me io ancora esisto e forze non è tutto perso. Penso ancora e ricordo le scuole medie e le scuole superiori. Ricordando quanto mi sono divertita in quegli anni. Spensierata e piena di vita. E anche li non erano mancati amori sbagliati, delusioni e lacrime. In fondo è un percorso che affrontiamo tutti, ma non avevo toccato quel fondo all'epoca. Cosa avevo sbagliato questa volta?! Avevo semplicemente perso di vista la cosa più importante, la consapevolezza di me stessa, della persona che sono e delle mie capacità. Avevo smesso di credere in me stessa dando ragione agli altri. Eccolo il mio errore... Non so per quanto tempo io abbia tenuto gli occhi chiusi e i pugni stretti, non so dirvelo credetemi... So che il peggio non era ancora arrivato ed io ero stremata, ma tenevo stretto ancora quell'istinto e il mio grido era ancora forte e disumano. Mi vibrava dentro al petto, nello stomaco, nel cervello... Ovunque. E mi sembrava di impazzire, ma tenevo duro! Dovevo cambiare tutto, dovevo cambiare me stessa e dovevo ricostruirmi... Eccolo il PEGGIO! Ricostruirsi, perché per farlo servono pezzi da mettere insieme e io non avevo più niente di me. Niente da raccogliere, da riordinare, da ricomporre per poter ricostruire. Allora uno pensa che è finita e che una via d'uscita non c'è, ma se è così perché quel grido disumano ancora mi esplode dentro?! Ancora più forte e questa volta è colmo di rabbia. Quella rabbia non va sottovalutata sarà il vostro primo tassello. E' il momento di riaprire le vostre mani e così feci pure io... Aprii i palmi e presi quella rabbia e cominciai a plasmarla con le dita, piano e poi sempre più forte, senza fermarmi mai! La rabbia poco a poco mutò divenendo forza! Avevo fatto il mio primo progresso, avevo imparato a tramutare la rabbia in forza. Nel caso fossi riuscita a risalire da quel maledetto fondo, sapevo di essere in grado di difendermi. Nel momento in cui mi fosse capitato di incontrare ancora qualcuno pronto gratuitamente a gettarmi fango addosso con lo scopo di ferirmi, non avrei provato rabbia e se mai mi fosse capitato di provarla, mai più mi sarei fatta sopraffare da essa, ma avrei saputo tramutarla in forza... Nella forza dell'indifferenza. Quell'indifferenza che puoi provare verso qualcosa che non ti appartiene e che ti suscita solo pena. 
    Quella forza non va mollata, ma bisogna continuare a plasmarla. E' troppa ancora per essere lasciata libera e voi non siete ancora in grado di gestirla. Qui comincia il cambiamento e quella forza vi darà modo di rialzarvi e risalire un pezzo dell'abisso. Risalii anch'io... Ecco che risalendo per un tratto, ho cominciato a guardare di nuovo le persone negli occhi, non con lo stesso sguardo di un tempo, è cambiato. Adesso ho uno sguardo duro e diffidente, ma ben proporzionato e attento. Ed è con quello guardo che comincio di nuovo a muovere qualche passo ed è camminando che ritrovo alcuni pezzi di me a terra. Alcuni integri, altri distrutti e irrecuperabili e qualcuno leggermente modificato. Li raccolgo uno ad uno e li riordino dentro me. Prendo di nuovo forma, almeno apparente e risalgo un altro pezzo del mio abisso. C'è confusione adesso in me, troppa e comincia un'altra fase, quella del riordinarsi l'anima. Prendo i pezzi non recuperabili e irrimediabilmente distrutti e li ripongo nel cassetto delle esperienze passate. Accettando le sconfitte e i cambiamenti, comprendendo e imparando che vivere e crescere significa anche questo. Prendo i pezzi di me mal conci e un po' modificati e li appoggio da una parte e guardo quei pezzi ancora integri. Li guardo bene uno ad uno e comincio a ridare loro un posto. Ecco che ho di nuovo la mia capacità di ascoltare, la mia intelligenza e la mia positività. Ritrovo anche i miei valori principali, la mia dignità di persona e quella sana vena di follia che amavo a dismisura. Finito questo lavoro torno a guardare quei pezzi modificati e tento continuando a camminare di trovar loro un nuovo posto, un giusto senso e di adattarmi ai nuovi cambiamenti. E mentre lo faccio qualcosa mi sfiora il viso... La luce. Avevo risalito tutto l'abisso... Ero fuori e finalmente ero baciata di nuovo dalla luce del sole, ma non era finita ancora, adesso dovevo mettere in pratica tutto ciò che l'abisso mi aveva insegnato. Prima di proseguire e cominciare a vivere la mia seconda possibilità c'era una cosa ancora che dovevo fare... Per mettere al suo posto i miei pezzi ritrovati avevo estirpato da me stessa il dolore, la rassegnazione, i fatti e tutte le persone che là in fondo mi avevano condotto e me le ero messe in una tasca in attesa di decidere che cosa farne. Nell'altra tasca avevo riposto un pezzo di me che ancora non ero stata in grado di ricollocare, mi era sconosciuto. Ora vedendo la luce avevo capito cosa fare. Infilai la mano nella prima tasca ed afferrai tutto ciò che da me avevo estirpato... Mi voltai un'ultima volta indietro e lo getta giù... Nell'abisso. Un volo libero fino a raggiungere quel maledetto fondo. Un volo da cui ero certa mi sarebbero risaliti, perché chi vive nell'ombra... Nell'ombra muore. Infilai la mano nella seconda tasca per riprendere quel pezzo che ancora non avevo saputo ricollocare e aprendo il palmo della mano lo riconobbi. Era il mio SORRISO... Mi voltai verso la vita e indossandolo me ne andai. 
    - Tratto da "Un giorno nuovo" -

  • 26 gennaio 2018 alle ore 17:38
    UN SENSUALE EFFLUVIO

    Come comincia: “Abbracciami forte” le parole di Anna erano rivolte ad Alberto i cui pensieri erano rivolti altrove. Una nebbia, a tratti intensa, stava invadendo i monti Peloritani che sovrastano Messina facendo sparire dalla vista il paesaggio. La vista dei fusti degli alti pini si dissolveva pian piano, in lontananza si intravvedeva appena il viottolo inghiottito dalle brume e una casa diroccata nelle cui vicinanze Alberto aveva posteggiato l‘auto. Il paesaggio surreale veniva talvolta illuminato dai fari di qualche automobile di coppiette in cerca di solitudine. All’interno della Opel i vetri si stavano appannando impedendo viepiù la visuale. Alberto abbassò il vetro dello sportello dalla sua parte per contemplare, affascinato, il panorama.  Era abbastanza inusitato che in Sicilia, nel mese di aprile, si appalesasse un tempo così invernale, sembrava che la natura volesse ovattare la sua particolare storia d’amore.
    Non era nuovo ad avventure ’galanti’ per dirla in stile ottocentesco ma andando avanti negli anni gli capitavano storie sempre più particolari.
    Si girò verso Anna ventenne dal seno impertinente e dal ventre piatto dalla bocca deliziosamente infantile e dai verdi occhi ora sorridenti ora tristi ma che in ogni caso gli facevano provare sensazioni di tenerezza, di rimpianto dei suoi quarantotto anni di età, molto ben portati ma che cominciavano a dare i primi segni di futuri ‘acciacchi’.
    “Sei signorile, elegante, hai personalità, ti sposerei subito, dove lo trovo un ragazzo che mi soddisfi: i miei coetanei sono insulsi, pensano solo al sesso ma ad un sesso vuoto. Tu mi dai calore, sicurezza e gioia di vivere, quando ti abbraccio mi si riempiono gli occhi di lacrime e quando mi distacco da te sento un vuoto profondo, vorrei tornare indietro…
    Siamo venuti qua a guardare il panorama? Ti prego toccami il seno, mi fa tanto male, sai le pillole…, in fondo il sacrificio lo faccio per te…” “Per noi” corresse Alberto.” “Va bene per noi ma toccalo delicatamente anzi bacialo mi piace di più.” Il piccolo seno di Anna si muoveva delicatamente su e giù per il respiro affannoso, Alberto cominciò ad accarezzarlo ed a baciarlo dolcemente tutto intorno come piaceva a lei provocando mugolii di soddisfazione. “Toccami per vedere se sono bagnata sotto.” Anna era sempre bagnata ‘sotto’ quando era con Alberto. “Mi basta sentire la tua voce per telefono ed anche quando siamo fra la gente, se mi guardi in un certo modo, anche senza toccarmi…” aveva confessato la baby, un tipo unico. “La mia amica Cettina ci mette molto tempo, a suo marito lo fa ‘lavorare’ tanto e poi si fa male, me lo dice lei, io invece…” La natura è strana pensava Alberto la genitrice di tanta delizia, Mara, donna dura non apprezzata di certo da un marito grasso e piccolo non solo di statura, conformista e con i santini sparsi per casa non poteva di certo averle trasmesso quella natura sessuale che già a dodici anni la scuoteva tutta. “Coma fa una donna a non amare il sesso? È meraviglioso, mi distende, mi rende allegra, mi bagna le parti intime,  mi piace tanto!” “Non fare la razzista all’incontrario” diceva convinto Alberto “Non pensi a quello che dicono le frigide, perlomeno di prenderesti della puttana.” “Mi piace essere mignottella” gorgogliava Anna. Non era facile fare un ragionamento razionale con lei. “Va bene se preferisci la nebbia a me scendo dalla macchina.” Una ventata gelida le fece cambiare opinione, ora sedeva buona buona al suo posto, Alberto non era il solito fidanzato, c’era qualcosa in lui che la attirava in modo notevole. “Tua moglie, hai avuto da dire con tua moglie?” “Non è in città, è da sua madre a Milazzo altrimenti non saremmo qui.” “Ma allora che d’acchiappa, non mi vuoi più bene, dimmelo, ti prego, lo sai che non potrei vivere senza vederti, quando sei andato a Roma da tua cugina…non voglio pensarci, un giorno stavo per prendere l’aereo, lo sai quanto sei importante per me.” I due amanti si erano incontrati circa un anno prima in un circolo di nobili frequentata da gente un po’ snob: i mariti annoiati parlavano fra di loro, talvolta venivano interrotti dalle legittime consorti per un giro di danza, qualche vecchio pensionato, in vena di follie, si buttava con le ultime energie rimaste su qualche giovin pulsella che non riusciva a dir di no a quel brutto satiro. Alberto lontano dalla legittima consorte, annoiato,  girava per i locali. Alle pareti quadri di cattivo gusto, forse dipinti da qualche frequentatore del circolo che lo facevano sorridere. Stava accendendo la pipa quando si trovò fra le braccia una fanciulla uscita di corsa  dalla toilette delle signore; I fili incandescenti  del tabacco si erano sparsi sul vestito dalla signorina ed anche sul suo smoking. Dopo aver spento i vari ‘focolai’ Alberto guardò in faccia Anna, serafico lui, arrabbiatissima lei che aveva preso fiato per aggredire il suo astante ma, guardando la sua espressione, aveva desistito. Il silenzio ed il modo di guardarla  tra l’incuriosito ed il divertito le avevano impedito di dare la stura ad una delle sue solite sceneggiate aggressive. Nel frattempo Alberto aveva preso fra le sue le deliziose diafane mani di Anna e, guardandola negli occhi: “Ma così corrono solo le gatte, qualche parente fra i felini?” Fare ammutolire la ragazza non era impresa facile, ma lei non sapeva che dire, ogni frase che le passava nella la mente le sembrava inadeguata alla situazione e poi si sentiva imbarazzata. Ritirò le sue mani da quelle di Alberto e, senza guardarlo in viso, rientrò in sala. “Ehi gatta non ti sarai offesa!” Maledizione le dava pure del tu, mi ha chiamato gatta, ora gli faccio sentire le unghie del felino. Si girò di scatto con lo sguardo fiammeggiante della vendicatrice sospinta da una giusta ira ma la risata di Alberto la colpì bloccandola. “Mi scusi signorina sia per la bruciatura che per l’appellativo di gatta, vede io sono un istintivo e dico sempre quello che mi passa per la mente, non la chiamerò più così, lo giuro, l’appellerò alla francese ‘chatte’” “Questo seguita a prendermi per i fondelli, chi crede di essere, maledetto sfrontato, borioso e impertinente!” Ma la frase era rimasta nel suo pensiero, non aveva ancora pronunziato verbo, cercava qualcosa d’effetto che potesse trarla d’impaccio ma non trovava nulla, meglio il silenzio. “Signorina è la tecnica migliore, lo faccio anch’io quando sono impacciato. “Accidentaccio questo mi legge pure nel pensiero, lo odio…” Stava di nuovo allontanandosi quando si sentì afferrare per la vita, “Anna questa volta era molto infuriata, questa non gliela perdono” Stava per reagire quando si trovò stretta al petto di Alberto, gli occhi di lui la scrutavano dall’alto del suo metro e ottanta, occhi seri, tristi, anche questa volta non reagì. Alberto la lasciò andare, uno accanto all’altro rientrarono in sala accolti da una musica sud-americana, Alberto la prese fra le braccia e cominciò a ballare.  “Lei è l’uomo che non deve chiedere mai, non mi piacciono i presuntuosi.” Si sciolse dall’abbraccio e si allontanò sculettando deliziosamente.
    “Alberto dimmi cos’hai, te lo chiede la tua chatte, ti sento lontano.” Il più non giovin signore rientrò nella realtà, la nebbia si era fatta ancora più fitta ed il buio della notte avanzava. “Ho un po’ di paura ti prego di stringerti a me, ne sento il bisogno, lo sai che ti voglio un bene dell’anima.”  Alberto invece aveva voglia, una voglia sessuale violenta che gli stringeva lo stomaco come una morsa, tolse le scarpe ad Anna, poi i collant e lo slip, intravide nella penombra le morbide deliziose cosce e affondò la bocca nella deliziosa ‘chatte’ già bagnatissima. La baciò a lungo. Sentì qualcosa di vischioso sulle labbra e sulla barba. Anna si era lasciata andare completamente e respirava forte, ogni tanto si lamentava sommessa e si mise sopra di lei penetrandola facilmente. Sentì che i loro umori si univano, lei si muoveva freneticamente. Alberto sentì che ‘ciccio’ si ritirava lentamente. “Una volta duravo più a lungo, ora…” “Non ti cambierei con un giovane, hai tutte le qualità che desidero, sono molto  innamorata di te, talvolta ho paura che tu sparisca dalla mia vita. Ricordo quando ci siamo rincontrati per la prima volta dopo la festa da ballo, era un anno addietro, siamo andati al mare, era aprile, il tempo nuvoloso. Avevo accettato l’invito senza convinzione mi hai fatto delle foto in bianco e nero ed a colori, mi dicevi: guarda verso il mare, meno pensierosa, sorridi meno forzatamente soprattutto con gli occhi, va bene, mi piaci anche seria, imbronciata sei deliziosa; era venuta gente. In macchina al ritorno sentii il desiderio di raccontarti qualcosa di importante della mia vita, non ero più vergine, mia madre mi ucciderebbe, mi ha inculcato l’idea che la verginità è un bene supremo. Ero impiegata presso lo studio di un ingegnere, io geometra  lavoravo anche fuori orario. Un pomeriggio, assente la moglie, mi invito a mangiare in casa sua, forse per il troppo spumante ingurgitato non mi sono quasi accorta che quel maledetto mi aveva spinto sul divano e mi aveva violentato. Giunta a casa mi sono rifugiata a letto con la scusa che mi sentivo male. Dopo una settimana mi sono recata da un ginecologo che mi ha confermato che c’erano delle lesioni sulla mia…” Anna rammentando il triste episodio sembrava riviverlo nella realtà, Alberto l’abbracciò e la baciò a lungo cosa che parve calmare la poverina che rispose ai baci e riuscì anche a sorridere poi “Ho capito da tempo che vuoi una giornata completa per noi, organizza tu la…spedizione!”
    Alberto ricordò che in passato aveva favorito la direttrice di un albergo in sede di verifica, andò a trovarla. Era una bolognese simpatica: ”Maresciallo a disposizione, la Cesira non dimentica gli amici.”  “Dovrei passare qualche ora con una mia conoscente, mi occorre una stanza dalla mattina alla sera.” “Ben bada ben mi indichi la data, sarà servito.” Anna disse a sua madre che voleva passare un giorno a casa di una sua amica, la vecchia per fortuna ci credette e così la baby ebbe via libera un sabato. Alberto la stava aspettando all’interno dell’albergo in compagnia di Cesira che volle la carta di identità di ambedue: “Non vi registrerò ma se viene la polizia…” Quando apparve, la deliziosa era vestita molto elegantemente e dimostrava tutta la sua giovane età. Cesira: “La differenza tra uomini e donne è che se un maschietto si prende un’avventura è un conquistatore, una femminuccia come me una…lasciamo perdere.” La direttrice era stata di parola, la stanza era la migliore dell’albergo e c’era anche un mazzo di fiori. Alberto mise in frigo la ‘mangereccia’ che aveva portato e rimase sbalordito quando Anna apparve nuda dal bagno. “Sei una visione!”  la prese in braccio e la depositò sul letto, ovviamente Ciccio era già in posizione, la Gatta istintivamente lo prese in bocca e poco pochi minuti rimase quasi affogata da un mare di sperma; si rifugiò in bagno e riapparve…”Scusami  ma non ho mai avuto un’esperienza simile, voglio solo abbracciarci prima di…” La stanza era dotata pure di filodiffusione e Cesira pensò bene di immettere musica romantica, un’atmosfera rilassante e romantica. Alle dodici Alberto aprì i pacchetti contenenti cose buonissime da mangiare. “Basterebbero per un battaglione…” “Mi piace il tuo paragone militare…mia cara mi sto innamorando di te e non so…” “Io lo sono da un bel po’ quindi siamo pari.” Celiò la baby. Dopo un riposino Alberto partì all’attacco, Ciccio sembrava più grosso del solito ed ebbe qualche difficoltà a penetrare la gatta la cui padrona si guardò bene dal protestare anche se aveva provato un po’ di dolore. Dopo un po’ Anna cominciò a respirare sempre più affannosamente sino ad emettere dei prolungati ulularti di piacere, Alberto capì che forse aveva trovato il punto G della deliziosa la quale seguitava imperterrita sino a quando, esausta, pian piano smise e girò di spalle a…suo marito. Ci volle circa un’ora ad Anna per riprendersi, si stirò da vera gatta e si posizionò sopra l’Albertone: “Sembriamo un panino imbottito.” La baby aveva anche il senso dello humor. Dopo un pranzo innaffiato, poco, da un Lambrusco doc restarono in camera sino alla sera. Erano le diciannove quando i due si rivestirono e nella hall ritirarono le relative carte di identità. Un velo di tristezza li avvolgeva , la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor (Jaufré Rudel). Per fortuna di ambedue questa volta Hermes, protettore di Alberto, si impegnò al fine che la ‘favola breve’ non fosse più tale e, dopo molte peripezie i due felicemente maritati vissero…vi risparmio il resto. Amici lettori auguro anche a voi tanta fortuna in tutti i campi, specialmente in quello amoroso.

  • 24 gennaio 2018 alle ore 12:25
    L'amore che rimane

    Come comincia: Due amici, cresciuti nello stesso quartiere per diverso tempo, si rincontrano dopo più di quindici anni e iniziano a parlare tra loro, come fosse la prima volta. E per uno strano scherzo del destino, quei due bambini che adesso si ritrovano quasi adulti, dal tanto parlare e scherzare, si ritrovano invaghiti l’uno dell’altra. Quando però succede che si innamorano, non sono pronti per vivere i loro sentimenti. L’amore sembra essere qualcosa di semplice, ma loro complicano tutto con i loro rispettivi caratteri. Una storia nata e cresciuta tramite messaggi sul cellulare; quello che prima è un dialogo tra i due protagonisti, diventa poi un monologo. Quanto tempo passerà prima di diventare concreta, reale? Il destino sembra essere contro questo amore: succede sempre qualcosa che non li farà mai incontrare di persona. L’imbarazzo di fare i conti con la propria coscienza e la paura di credere alla loro storia offusca tutto, rendendo il solito lieto fine non tanto poi così scontato.