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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 ottobre 2011 alle ore 9:55
    Dal Belvedere

    Come comincia: Osservate da quell’altezza, le cose risultavano così mirabilmente chiare e limpide, che le miriadi di minuscole fiammelle affacciate sulla balaustra del Belvedere agitavano estasiate le loro cime sottili riempiendo il cielo tutt’intorno di innumerevoli, allegre scintille dorate.
    Ora tutto risultava così semplice da comprendere, che quasi dubitavano di essere mai esistite prima.
    Quando erano dall’altra parte, imprigionate nei loro carrozzoni senza uscite, avevano tentato tante volte di capire il senso profondo di ciò che riuscivano a malapena a vedere, occhieggiando furtivamente attraverso quelle uniche due strette fessure che si aprivano sul mondo. E quando credevano di essere sul punto di comprendere, la loro vista veniva offuscata da tendaggi variamente trapunti, che distorcevano le immagini colorandole innaturalmente.
    Quando erano dall’altra parte avevano tentato mille volte di ascoltare con attenzione i suoni provenienti dall’esterno, arrampicandosi a fatica lungo due stretti cunicoli che sbucavano proprio sul tetto del carrozzone, benché la difficoltà di arrivare fino alla membrana vibrante al di là della quale si producevano i suoni fosse enorme. Ma il risultato era ogni volta esaltante: i rumori si trasformavano prodigiosamente in voci, melodie, fruscii, sussurri. Quante volte erano state sul punto di averne una percezione nitida, fedele, diretta! Ma sempre il tentativo era miseramente fallito. I suoni si percepivano, ma la comprensione del loro reale significato veniva impedita da ostacoli di ogni sorta e la colpa era dei carrozzoni che ripartivano d’improvviso o d’improvviso svoltavano angoli o imboccavano strade sbagliate, divieti d’accesso, che ingranavano retromarce proprio quando bisognava sostare e sostare a lungo.
    Tante volte avrebbero voluto interrompere per un po’ quel viaggio frenetico, sempre in corsa col tempo verso nuove mete, raggiunte le quali, senza neppure assaporare la gioia del loro raggiungimento, si ripartiva, per arrivare e ripartire di nuovo, senza quiete, riposo, soddisfazione.
    Tante volte, quando erano dall’altra parte, avrebbero voluto fermarsi, parcheggiare in un luogo solitario, per ascoltare la musica del silenzio rotta soltanto dai suoni della natura e in quella pace lasciar correre libero il pensiero o permettergli di riposare in compagnia di se stesso, come un vecchio saggio sul far della sera, quando  ripercorre con la mente le tappe della sua esistenza e ne trae il bilancio, sorridendo bonario sui propri errori e imparando da essi il senso della vita.
    E invece quei diabolici carrozzoni, in cui erano imprigionate, non sostavano mai, sempre on the road, tra faticose salite e ripide discese, a velocità sostenuta su interminabili rettilinei in fondo ai quali, talvolta, un imprevisto incidente di percorso costringeva a difficili riparazioni o a dolorose soste forzate, angosciose, rabbiose, tristi, malinconiche, rassegnate.
    A tutto questo pensavano le migliaia di fiammelle affacciate alla balaustra del Belvedere e sorridevano malinconicamente sulla propria stupidità.
    Ma come avevano fatto a non capire, quando erano dall’altra parte, che prima o poi i motori dei carrozzoni si sarebbero spenti e loro sarebbero uscite da essi senza impedimenti, volando via, accendendosi di luce e riempiendo il cielo tutt’intorno di innumerevoli, allegre scintille dorate?

  • 28 ottobre 2011 alle ore 1:42
    E se arriva il temporale??????

    Come comincia: Il viaggio continua…. Gian dorme ed io guido, sicura e spavalda come al solito…. Neppure un “bestione” come il camper che sto guidando mi impressiona….
    Improvvisamente il cielo comincia a farsi cupo… sempre più scuro…. Il buio avvolge tutto…. In lontananza lampi squarciano il cielo….
    Si…. un temporale sta avvicinandosi in maniera inequivocabile!
    “Giannnnnnnnn, svegliati….. presto…. .alzati…. devi assolutamentente metterti al volante…. Non puoi di certo pretendere che lo faccia io….. ma lo vedi che sta per succedere???? Forzaaaaaa…. Devo andarmi ad infilare sotto il letto….. di corsa….. prima che inizino i tuoni!!!”
    “Te ga finito de’ ciacolar??? Rivo rivo… con calma…. Il letto è molto basso… attenta quando ti infili sotto o finirai per farti male!!!”
    Ecco fatto, ormai non si impressiona neppure più….. ricordo i primi tempi…. I primi temporali…. Come rideva….. io che provavo a nascondermi ovunque capitasse e lui…. Rideva…. Invece di calmarmi rideva!!!
    Non ha mai capito quanta paura mi facessero i tuoni e sembra continuare a non capirlo….. mi prende in giro!!!
    Va bene, ma io la paura non la controllo e sotto il letto, effettivamente non entro…. Uffa ed ora dove mi nascondo??? Sotto il sedile??? Peggio che andar di notte!!!! In bagno no…. Troppo stretto, mi manca l’aria…. Uffa…. Non so come fare….
    “Fratè….. accostaaaaaa…. Fermati…… mi devo nascondere!!!”
    “Sta buona…. Guarda nello zaino… ci sono i tappi…. Metti quelli!!!”
    “Nooooo…. Mi devo nascondere…. Fermatiiiiii!!!”
    “Ma dai….anche se mi fermo che succede??? Dove pensi di nasconderti??? Non ci sono case, non c’è niente dove tu possa infilarti, se vuoi ti prendi un sacchetto e te lo metti in testa….!”
    “Si, bravo, ti piacerebbe vero??? Così poi stringi e ti liberi di me!!! Povero illuso!!!! Dai, fermati, mi infilo sotto la tua maglia…..”
    “Una pazza…. Ho a che fare con una pazza …. Sono quasi 100 giorni che giro per il mondo fianco a fianco con una pazza furiosa!!!” e ride, come un bambino!!!
    Come mi piace vedere mio fratello che si diverte…. Mi solleva il cuore…. Mi fa stare bene!!!
    Ha accostato… continua a ridere….scende dal camper….. mi viene a prendere dall’altra parte e mi stringe la testa nel suo braccio…. “Ecco fatto strega…. Sei nascosta non vedi e non senti nulla!!!! Tranquilla ora???” mi dice stringendomi con tanto affetto, ma con un po’ troppa forza!!!
    “A bbbello, mollame….. i tuoni so finiti…. Mica me vorrai ammazzà davero???”
    Ricomincia a ridere….. sempre più forte….
    “e bbbasta….. ma guarda te sto broccolo…. Me sta a prenne in giro… mo’ torno sul camper prendo la padella e te faccio passà la voja de’ ride…. Maledu……”
    Mi sono interrotta… quello che sta apparendo davanti agli occhi mi ha mozzato il fiato, ma sul serio!!!
    “Simo, che hai ora??? Perché ti sei ammutolita??? Devo andare io a prendere la padella???”
    “Gi… gia… fra.. non.. rie… gua… ma hai.. io.. “
    “Oddio…. Ora cosa succede??? Quale altro maleficio ci ha colpiti…. Quale parte di mondo abbiamo infastidito? Metti giù quel dito e parlami… dai…. Respira… con me… uno … due … tre … respira!!!”
    Imperterrita…. Dito in alto…. Agito la testa….
    Gian si volta, finalmente, ma mica è colpa mia se ho un fratello capoccione, e rimane, a sua volta, a bocca aperta.
    Un arcobaleno…. Meraviglioso…. Arco completo…. Colori nitidi tutti e sette… splendido e splendente.
    Mi sono ripresa, viceversa, stavolta è Gian a rimanere a bocca aperta ed a non riuscire ad articolare parola.
    “Su su chiudiamo quella boccuccia bella…. Finirai per mangiare tutte le mosche che sono in circolazione…. Dai che abbiamo da fare!!!”
    Lo mollo lì, completamente intontito, torno al camper e porto con me un sacchettino con la poca polverina magica che ci è rimasta…
    “Forza bbello….. ‘namo…. Si va alla caccia del tesoro!!!! Gli gnomi ci daranno sicuramente una mano!!!”
    Si…. ho deciso… voglio trovare il tesoro nascosto… le favole sono il sale della vita…. la fantasia ci libera e ci fa stare bene… la magia ci rende felici.
    Noi abbiamo tutto questo…. Di più…. Io ho mio fratello e mio fratello ha me: non possiamo desiderare di più!!!
    “Simona…. Sei incredibile…. Quest’idea è degna di te… ma come pensi di riuscire a….”
    “E dai…. Non tu…. Da te non mi aspetto questo…. Forza…. Gambe in spalla…. Andiamo…. Un'altra avventura .... ti prego ancora quest’avventura… potrebbe essere l’ultima che affrontiamo insieme!!!”
    Ahhh, dimenticavo, se, guardando un arcobaleno, vi accorgerete di due ombre, un articolo IL, stampato sopra, non vi stupite…. Siamo io e mio fratello…. Stiamo ancora cercando il tesoro!!!

  • 26 ottobre 2011 alle ore 11:02
    Ultima Giovanna in floppy disc

    Come comincia: Quando troverete questo dischetto voglio che lo diate a Luigi.
    Non so dove potrete trovarlo ma sono sicura che lo troverete. Sull’etichetta ho scritto il nome, il cognome e il codice fiscale. Io non so più dove viva e che lavoro faccia. Luigi Crisanti è stato mio compagno per un anno e all’epoca viveva qui a casa mia. Era ricercatore al CNR. Quando l’ho cercato mi hanno detto che non voleva più saperne di me e che forse lavorava vicino Bologna.
    So che lo troverete, che sarete più fortunati e con più mezzi di me.
    Vi prego, fatelo.
    E’ a Luigi che sto parlando ed è l’ultima volta.

    Fa freddo, è una cazzo di notte d’inverno Luigi, di quelle che si rimaneva in casa e ci si faceva portare cibo cinese ordinato per telefono e si beveva un po’ di più perché il riscaldamento funzionava male. Funziona come allora, ma non ho nessuno con cui valga la pena mangiare cinese. Non rido più come ridevamo allora. Anche i bei ricordi non sono che dolore. E’ la vita che è dolore, senza sapere neanche dove sei, senza poterti trovare. Dirti mi sono sbagliata, dirti ero io, sono io sei tu siamo noi, ancora noi a chiudere il cerchio.
    Se penso a quanto mi hai rincorso e a quanto non ti capivo e ti respingevo… Ho capito tardi quanto mi lusingasse la tua caparbietà nell’inseguire, quei tuoi continui scatti nervosi da pedalata in salita, da fuga in montagna, e quanto il sapere che mi volevi, non ostante ti avessi lasciato e senza troppi perché, mi tenesse viva e, in qualche maniera speciale, mi desse la licenza per vivere via da te, via da noi. Quando alla fine ti sei rotto le palle di me, dei miei no, no grazie, quando probabilmente hai trovato chi ti consolasse della mia assenza e sei sparito, allora sì che ho cominciato a capire. Ho aspettato che fosse troppo tardi.
    Dopo una mesata che non ti facevi vivo, sono ripassata per caso in quel bar in centro dove ci vedevamo, a volte, per fare colazione insieme e si mangiava poco e si chiacchierava fitto fitto e spesso si rideva con gli occhi dentro agli occhi. Mi sono seduta, ho preso un caffè macchiato e la cameriera mi ha riconosciuta e mi ha chiesto se doveva portarlo subito o se aspettassi qualcuno.
    Però non saresti sbucato da dietro l’angolo e il caffè mi parve amaro. Mi resi conto che era un po’ che non ti vedevo e mi domandai dove fossi, e come ti andasse, e un bruciorino nuovo mi attaccò la bocca dello stomaco. Da quel giorno, sempre più di frequente, guardai la corrispondenza nella buca delle lettere con una crescente ansia interrogativa e ogni telefonata mi venivi in testa e ti cercavo sempre di più nei messaggi in segreteria o in e-mail. Mi mancava ancora qualsiasi coscienza del perché, e di cosa io volessi, ed ero convinta, anzi, che fosse solamente desiderio di quell’ abitudine, particolare ma consolidata, di saperti.
    Ma tu non ti facevi sentire e non c’eri più: non eri più davanti a me a pregare e scongiurare e ragionare, povero Luigi, di noi.
    E’ un anno.
    Siamo alla soglia di un nuovo millennio indifferente che non ci vedrà insieme e che non mi vedrà affatto.
    Ho iniziato così, solamente un anno fa, a prendere coscienza della tua assenza, del nostro mancarci, essere estranei, non più lontani ma ad assetto variabile - un po’ come un elastico -
    ma davvero estranei, separati.
    E non mi è piaciuto. Così ho cominciato a perdere un po’ di peso, così ho cominciato a essere nervosa, a essere ansiosa. Dopo un  altro mese ho deciso di cercarti. Ci ho messo tanto perché non volevo che il cercarti fosse da te caricato di intenzioni, di desideri di riavvicinamento; così ho resistito, stupida caparbia, finché ti ho chiamato a casa - numero inesistente - e in ufficio - non lavora più qui, no, mi dispiace, non so dirle dove sia.
    Il fatto è stato pure che quando ti ho lasciato ci siamo spartiti pure le amicizie e tu non avevi parentela con i miei amici né io coi tuoi. L’unico con cui ho tentato è stato Giulio. Era il novantasette, ti ricordi? L’ultima festa a cui siamo stati insieme. Giulio e la sua splendida terrazza, e la sua passione per la musica brasiliana che è sempre piaciuta anche a te.
    Ora non so dove sei e che musica ascolti e se ne ascolti e con chi prendi il caffè macchiato e sono precipitata e non mi voglio più rialzare senza di te.
    Giulio ti saluta. Mi disse è un bel pezzo che non lo sento, mi pare si sia trasferito a Bologna, mi dispiace non so altro anzi se dovessi sentirlo digli di farsi vivo.
    Scivolavo lungo un piano inclinato e viscido, troppo inclinato e troppo scivoloso per arrampicarsi e risalire.
    Dove cavolo sei che nemmeno sull’elenco telecom di Bologna?
    Il tempo è passato ed è stato amaro e implacabile con il mio cuore.
    Ho capito che avevi ragione, che eri tu ed ero io.
    Ora salvo continuamente perché incomincio a perdere lucidità....
    Sei tu, Luigi, e sei la macchina da scrivere con cui avrei potuto scrivere le mie pagine più belle. Le nostre pagine più belle e invece no, ti ho messo in soffitta; e invece no, ancora peggio ti ho fatto cadere e forse ti ho rotto. Allora sei sparito e sei sparito per davvero e per sempre e io non posso più scrivere e scrivere senza di te non ha alcun senso. Pensavo di scrivere la mia vita, di vivere per me e mi sbagliavo e il dolore e il vuoto assurdo che mi circonda, che è la tua assenza come la mia da te, me lo prova.
    Ho lasciato Marco.
    Povero Marco, lui non c’entrava niente ma io non ci potevo più stare con lui. Credo non avrei dovuto proprio, ma non è stato un gran danno e so che si è già consolato.
    Io non ci sono riuscita, non ci riesco e ho capito che non ci posso riuscire.
    Non ci posso riuscire mai. Niente è più forte della tua assenza. Te lo dirà un carabiniere o un poliziotto con un floppy disc, te lo dirà. Io non ho potuto non ho fatto a tempo. Cristo, Luigi. Cristo santo.
    Ho passato una settimana a Bologna. Peggio. Per non sapere dove cercarti e che fare e come e quando e rendersi conto dell’inutilità di una settimana a Bologna che poi magari sei a Genova e io, mi dicevo, che cazzo sto a fare qui.
    Ho odiato Bologna.
    Allora sono tornata ma stavo sempre peggio e ho cominciato a trascurarmi, a trascurare il lavoro e a trascinarmi sempre peggio e a non trovare sollievo con niente, e a non ridere più.
    Ho cominciato a piangere.
    Ho cominciato a piangere e non ho più smesso. Solo interruzioni tra un pianto e un altro e sonniferi, e antidepressivi
    io che prendo antidepressivi te lo saresti mai immaginato?
    e pasticche e fumo di più e non mi trucco perché piango anche quando meno me lo aspetto e il trucco si disfa e oltre ad avere gli occhi rossi sono un mascherone.
    Che poi non me ne fotte nulla ma la gente mi vede e gli sguardi della gente mi aggiungono dolore al dolore, mi infastidiscono. La gente mi infastidisce sempre di più: un mondo di estranei fastidiosi e stupidi, arroganti e incombenti e senza di te. Mi sono sempre più rintanata in casa.
    Mi sono rintanata in una casa che ha cominciato a  parlarmi di te come non aveva fatto mai  nemmeno quando c’eri. Questa casa trasuda te, Luigi, e non è servito ridipingerla a pennellate furiose con il cuore accelerato e non ce l’ho fatta a cambiare più nulla dopo aver dipinto perché ho capito che sarebbe stato inutile.
    Finalmente ho il corridoio giallo che tu non volevi.
    Un corridoio giallo uovo senza te che non lo vuoi non da nessun gusto.
    La mia vita è diventata un insopportabile corridoio giallo uovo. Non ci accendo mai la luce in corridoio, non accendo quasi mai la luce in generale e ho pure smesso di rincoglionirmi di televisione e pure i film a noleggio non hanno sapore, e il sapore alle cose glielo davamo noi e ora che l’ho capito è tardi.
    Fottutamante tardi.
    Il bosco e la volpe non dovrebbero stare separati.
    Ho pensato che sono stata una stronza e che me lo sono meritato ma neanche questo è servito. Me ne sono sempre sbattuta dei sensi di colpa e di caricarmi punizioni da confessionale. Le punizioni non sono mai state un bagno purificatore.
    Ho pure provato a infuriarmi con te ma non sono riuscita a farlo durare che infinitesime frazioni di vita. Ore d’aria di una ergastolana.
    Il mio cuore è diventato l’inferno, la mia testa scoppia tranne le pasticche, non so come sopportare questo male e non ne ho più la voglia né la forza.
    Soprattutto.
    Tu non ci sei.
    Perciò non ne vale la pena.
    Per tutte le cose che non abbiamo fatto e tutte le parole che non ti ho detto e che avrei voluto, per i nostri occhi uno nell’altra e i sorrisi dei nostri cuori che non ci sono più e per le foto che non ho mai imparato a fare e tu invece eri così bravo e per le foto nostre che un imbecille attimo di dolore rabbioso mi ha fatto distruggere e perché non ti posso trovare non ne vale proprio la pena.
    Troppa pena per proseguire.
    Sei il solo che potrebbe darmi la forza di andare avanti ed è un paradosso. Quando mi cercavi, quando volevi tornassimo insieme, mi davi la forza e l’idiozia necessarie a starti lontano. Ho capito. Poteva durare tutta la vita ma non era che una parentesi, una lunga vacanza da te.
    Che però continuavi ad esserci.
    Ho capito ogni cosa, i miei disagi quando stavamo assieme e i miei desideri di fuga e di disimpegnarmi da noi. Ma se le cose le capisci tardi, troppo tardi, è soltanto dolore. Tu mi avevi capita prima di quanto ci abbia messo io, tu le cose le avevi riconosciute, assimilate e metabolizzate e le avevi chiamate con il loro nome e cognome. Il nostro nome era amore.
    Stupida io che non lo avevo capito e ho rovinato ogni cosa e non posso più rimediare perché non ci sei più. Ti chiedo di perdonarmi.
    Non so dove sei ma so che non sei qui e mi manchi tanto che non è possibile.
    Una vita senza rimedio che non ne vale la pena.
    Non ho avuto la forza di andare avanti.
    Sto seguendo le controindicazioni del mio sonnifero. Ne ho presi già due, per calmarmi, e ora che salvo su floppy  e spingo “Esci” li finisco ed esco, finalmente, di scena.
    E’ ora possibile spegnere il computer.
    Anche se mi dispiace tanto è meglio così, meglio di un insopportabile vita da reclusa dentro un amore che io stessa ho reso impraticabile, meglio che questi morsi al cuore e questo stordirmi di farmaci.
    Addio Luigi. Uno stupido addio senza potertelo dire - addio - ma se potessi non ti direi mai più addio.
    Avessi potuto ti avrei detto eccomi.
    Ciao amore mio.

    Giovanna

  • 20 ottobre 2011 alle ore 17:24
    Il mio amico Friedrich Wilhelm

    Come comincia: Pensavo che l'autunno, la pioggia, la nebbia, il freddo mi aiutassero, invece no.
    Oggi diluvia ed io sto annegando tra i pensieri.
    Rinuncio ad alzarmi, sono le 7,47 quando con un movimento unico del corpo mi rigiro verso sinistra, trascinandomi panno e lenzuolo, i quali non sono più combacianti, segno evidente di una notte trascorsa in preda a sogni turbolenti.
    Che mica poi mi ricordo in quale stato mi addormentai, non di certo in Polinesia e nemmeno alle Maldive, forse contavo le pecore nel basso Molise o fuggivo dalle corna di un Toro, proteso al mio inseguimento, nel far west Calabro. Fatto sta che questo cielo grondante di lacrime mi angoscia a tal punto da farmi rifiutare qualsiasi contatto col mondo esterno, fosse anche solo infilarmi le lenti. Friedrich Wilhelm mi osserva restandosene chiuso in se stesso, ah ecco, ora ricordo trascorsi in sua compagnia gli ultimi spiccioli di una serata da tressette con gli amici di mai. Mi massacrò ieri sera il mio amico Friedrich, che a dire il vero al principio lo facevo dalla mia parte, le sue parole parevano accondiscendermi, parevano fatte apposta per esaltare le mie frustrazioni demagogicamente orchestrate dal mio spirito dissacrato. Invece no, il suo dissenso era rivolto proprio a quelli come me, incapaci di imporsi e di architettare basi difensive volte a sopprimere. Più lo decantavo e più mi irrideva, e più mi irrigavo, tanto che ora mi veste perfino il senso di colpa di essere io la causa di quel lago di fango e rusco che invade la strada e sporca le scarpette e gli scarponi di chi sta imprecando contro il Dio Inverno dopo aver insultato ogni forma di calura estiva. Eppure le crepe, che disegnavano i percorsi alternativi di chi non sa affrontare la società che lo comprende, non erano offensive, si disponevano si a zona, ma non le vedevi protese a cercare di ingoiare chissà quale mondo. Ho freddo, e pensare mi fa male, certo avessi trascorso la serata con Eckhart mi sarei svegliato meditabondo, probabilmente avrei già fatto colazione, addirittura mi sarei rasato barba e capelli, e avrei optato per una passeggiata tra pozzanghere e foglie, a testa vuota. Ma era di Friedrich che avevo bisogno, di una scossa, di sentirmi dire che io faccio schifo al mondo poiché il mondo fa schifo a me. Avrebbe dovuto insultarmi pesantemente e invece ha fatto ancora di peggio, mi ha deriso,  smontandomi pezzo per pezzo, illudendomi prima e denigrandomi poi. Fossi cresciuto su un’isola deserta composta di cattedre e banchi non lo avrei mai incontrato, e allora penso a cosa me ne sarei fatto di un amico come Dante o come il Manzoni?
    Chi avrebbe avuto il coraggio di prendermi per il bavero e cappottarmi, non certo uno che si inventa un personaggio scontato quanto un prete che non adempie ai suoi compiti, o un altro che parla di inferno paradiso e purgatorio quando fuori ad attendermi c’è ben di peggio tutte le mattine.
    Mi son così goduto il mio inferno, da cui non riesco a uscire se non per ripetere gli stessi errori ai quali ormai sono affezionato più che al ricordo di chi non c’è più. Mi chiamano artista, ma di questa ideologia di persone sono uno degli ultimi della lista, propago dolore e speranza con la stessa dose con la quale un chimico prepara il farmaco che ti fa star così bene da non poterne fare più senza. Quando mi prendono slanci è perché colo a picco, e dire che tutti pensano che io dentro sia molto, troppo, ricco. Il non saper riempire i miei vuoti mi ha trascinato fino a me, tanto da farmi perdere fede e stima. No, non ho bisogno di un preventivo per ricostruirmi, e non esiste impresa che possa ai miei occhi riabilitarmi. Sono pietra, e per quanto preziosa tu mi possa vedere, sono pietra. E bene che mi vada sarò indossato, seppur per indole preferirei fare mucchio di solitudine in qualche fondale di affluente, così da esser umido e cocente a seconda delle più umane esigenze. Ogni mio respiro è un atto di cospirazione contro me stesso, ora mi alzo da questo letto e mi dirigo dritto dritto al cesso. Troverò ad attendermi lo specchio che non mi guarda più. Mi ha lasciato solo pure lui. Mi sono allontanato troppo dal prossimo per potermi sentire vicino a me stesso. Eh Friedrich, tu ascolti, mi guardi e non ti esprimi, e se ti contraddico basta una sola riga e mi deprimi, mi reprimi, mi costringi, mi comprimi, mi sveli, mi riveli. Forse mi vuoi bene?

  • 19 ottobre 2011 alle ore 12:00
    Noi piccoli uomini saggi ....breve assaggio

    Come comincia: Oggi è arrivato il giorno!! I saggi hanno ormai deciso! Come ?Dove? Quando? Chi? Ecco fatto! Il libro della vita sarà consegnato al mondo, ad ogni abitante del pianeta…proprio oggi!
    In questo libro saranno inseriti i capitoli per vivere felici.
    Ogni capitolo conterrà un aspetto importante che ognuno svilupperà a modo suo, seguendo il proprio estro.
    Coinvolgerà le persone, facendo apprezzare loro il piacere di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, il gusto che si prova nello specializzarsi, il piacere di acquisire maestria in qualcosa che dà soddisfazione e rende liberi.
    Gli uomini ritorneranno ad emozionarsi, impareranno a motivarsi meglio, si impegneranno fino in  fondo.
    Capiranno inoltre che la morte è parte della vita, che ogni giorno il giorno muore per farne nascere uno nuovo l’indomani. Sapere ciò fa apprezzare ciò che si ha e stimola a proteggerlo e a non trascurarlo.

    §  § §

    E fu così che…
    Tutto capitò all’improvviso…

    La libreria

    Era una fredda giornata di novembre e pioveva a dirotto. Era quasi impossibile vedere attraverso i vetri delle finestre. Tutto ad un tratto sotto i portici della piazzetta di via Milano, apparve una ragazza piccola e grassottella di circa vent’anni;gli occhi molto vicini le davano un’espressione eternamente sorpresa e sognante; il sorriso rivelava un carattere lievemente infantile.
    Capelli neri corvino le ricadevano bagnati sul viso, lo spolverino era completamente madido di pioggia.
    Era sconvolta, era appena uscita come una furia dal posto di lavoro. Il suo capo, un uomo sulla quarantina, era talmente isterico e accentratore che le faceva perdere l’autocontrollo.
    Silvia, questo era il suo nome,si trovava ora trafelata  davanti ad una vetrina di una libreria, così, a guardare fissa nel vuoto.
    Quando tutto ad un tratto, spalancata la porta con violenza entrò in quella stanza con tanti scaffali, piena di libri di ogni genere.
    La sua passione non era altro che la lettura, non c’era niente di meglio che la facesse tranquillizzare, rasserenare.
    Era lì davanti alla parete piena di libri e tra essi ne vide uno. La copertina era di pelle color verde, ma il libro era senza titolo.
    Non vi era dubbio che era venuta lì proprio per quel libro, perché le apparteneva da sempre.
    Mentre leggeva le prime parole, udì una voce dal suono gentile, delicato. Si girò intorno per capire da dove proveniva il suono, ma non servì a nulla, perché la voce le risuonava dentro, nell’anima. E allora,lasciate cadere le braccia ciondoloni lungo le spalle, si mise ad ascoltare ciò che la voce le sussurrava :
    “….E’ da tanto tempo che ti chiamo, ma tu non mi senti.”
    “Ma com’è possibile?” disse lei. “Ho sentito una voce provenire dal libro? “…” Sì, sì sono proprio io, il libro!’’, esclamò la vocina con forza.
    Sotto i suoi occhi le pagine incominciarono a svolazzare.
    La ragazza era sconvolta dall’apparizione del libro ma  si sentiva nel profondo del cuore come cullata  da onde che sprigionavano serenità.
    E la voce proseguì : “….Non è difficile comprendere che le azioni malvagie degli uomini ci sono perché dietro di esse esiste una conoscenza incompleta del mondo, della realtà circostante, piuttosto che un intento malvagio.
    La gente agisce con cattiveria nei confronti  degli altri perché non vede alternative. Non percepisce gli altri come se stessi. C’è chi danneggia le altre persone per proteggersi, perché sente di non avere scelte o di non poter comprendere la prospettiva dell’altro.
    Silvia rimase irrigidita all’ascoltare quelle parole. E nello stesso tempo non poteva fare a meno di rivedere davanti a sé le scene che le erano accadute in quei giorni al lavoro.
    Lavorava come assistente alle vendite per una fabbrica di gioielli molto pregiati, molto nota in Italia ed anche all’estero.
    Aveva un capo burbero e arrogante, il suo modo di camminare risultava altero agli occhi degli altri. Stava tutto irrigidito, quasi portasse lungo la schiena un correttore di legno per la spina dorsale.
    Si muoveva con fare irrequieto. Silvia non lavorava in ufficio da sola, era circondata da numerosi colleghi in un  ufficio adibito ad open-space, ma sempre e immancabilmente il suo capo si rivolgeva solo a lei.
    Si vedeva che era nervoso, perché in lontananza emergeva dal suo volto il famoso tic, denominato da tutti i dipendenti ‘’il tic dello gnomo ’’. Azionava un movimento continuo degli occhi e del naso che arricciava all’unisono. E da quel momento con fare minaccioso iniziava con il chiederle sempre dov’era questa o quella pratica del cliente X o Y. E sempre si ripeteva la stessa scena fino a farla esasperare. Si domandava cosa mai facesse di male? Eppure era riuscita ad instaurare un buon rapporto con tutti in ufficio, tranne che con il suo capo! Con i suoi occhi interessati , Silvia rifletté un po’ e poi esclamò :
    “ E’ interessante ciò che dici, sembra che si rifaccia alla mia situazione lavorativa”.“Puoi spiegarti meglio?” chiese incuriosita.
    “Certamente. Si  impara a capire la prospettiva dell’altro quando si rende solida la propria.
    Bisogna mettersi in ascolto di sé e degli altri per capire cosa si sta comunicando senza perdere il proprio pensiero.
    Vedi, la parola ascolto vuol dire rispetto, reciprocità, comprensione.
    …Se l’altro parla con te è perché vuole comunicare con te. Non devi interromperlo, ma iniziare ad assecondarlo per capirlo meglio e devi metterti nei suo panni per capire cosa pensa, cosa vuole, perché agisce in quel determinato modo.
    Ti racconto una storia,la vuoi sentire?”, chiese il libro.
    “Va bene, sentiamo”, replicò Silvia.

    Una volta lo Zoo di Denver  voleva comprare un orso polare. Il direttore, un vecchio signore dalla chioma canuta e la lunga barba bianca, aveva un debole per gli orsi  polari.
    Provava una profonda soggezione di fronte al loro corpo grande e muscoloso e ne rispettava la primordiale intelligenza che vedeva chiaramente rispecchiata dalle loro movenze lente ma eleganti e dall’acutezza dello sguardo.
    Ma amava di più di ogni altra cosa lo loro pelliccia candida, pura e spessa, così simile alla barba che ornava il suo volto.

    Per questa particolare affinità che avvertiva nei loro confronti decise che gli orsi polari dello Zoo di Denver dovevano avere la gabbia più ampia e più simile al loro habitat naturale di quella di ogni altro animale.
    Mise quindi al lavoro i suoi progettisti, tecnici e manovali poiché  costruissero un recinto tanto grande e tanto realistico nella rappresentazione delle magnificenze del paesaggio artico, da non avere  rivali anche tra i maggiori zoo del mondo per maestria di esecuzione e costo.
    La costruzione del recinto era giunta soltanto a metà, quando al direttore si offrì l’occasione di fare un  affare con l’acquisto del più bell’orso polare su cui avesse mai posato gli occhi.
    Di fatto, esaminandolo, aveva avuto quasi l’impressione d’essere di fronte ad uno specchio mentre fissava l’animale che gli ricambiava lo sguardo dondolando lentamente la testa.
    Siccome  non capita tutti i giorni di fare un buon affare  con un orso polare il direttore decise di comprarlo ugualmente, anche se il recinto non era  ancora pronto.
    L’animale fu addormentato con un sonnifero e al risveglio si trovò rinchiuso in un’angusta gabbia di sbarre metalliche, che era stata posta al centro del grande recinto naturale in costruzione e nella quale doveva rimanere sino a che questo non fosse stato terminato.
    Le esigue dimensioni della gabbia gli permettevano di fare circa quattro passi  prima d’essere fermato dalle fredde sbarre di metallo.
    Non avendo nient’altro da fare nella sua piccola abitazione, l’orso prese ben presto l’abitudine di passeggiare nel minuscolo ambiente.

    Faceva quattro passi in una direzione, si alzava sugli arti posteriori, eseguiva una lenta conversione di 180° con la convinzione di cui solo gli orsi sono capaci, faceva quattro passi nella direzione opposta, si rialzava ancora e si rigirava sollevando in alto gli anteriori.
    Per l’intero giorno continuava a passeggiare adagio avanti e indietro nella gabbia, osservando attentamente gli operai al lavoro nell’immenso cantiere.
    Finalmente dopo mesi di duro e coscienzioso lavoro, la costruzione della nuova abitazione dell’orso polare fu ultimata.
    L’animale fu di nuovo addormentato e fu tolta la piccola gabbia metallica che per molti mesi era stata il suo mondo.
    Attorno all’enorme recinto si radunò una gran folla ,composta da visitatori, da tutto il personale dello zoo, dagli operai che lo avevano costruito e naturalmente dal fierissimo direttore, tutti in ansiosa attesa delle reazioni dell’orso di fronte al suo nuovo, bellissimo ambiente.
    L’orso polare si svegliò, si drizzò con cautela sulle gambe e scosse dalla testa i residui del sonno provocatogli dal sedativo.
    Il direttore aveva quasi l’impressione di sentire lui stesso l’eccitazione che stava certamente crescendo nel petto dell’animale che si accingeva ad esplorare il suo ambiente meraviglioso, così realistico.
    Era al colmo dell’impazienza quando vide l’orso fare quattro passi lenti ma sicuri, poi alzarsi e girarsi per  fare altri quattro passi nella direzione opposta, poi alzarsi e girarsi per  fare altri quattro passi nella direzione opposta, poi rialzarsi ancora per rigirarsi e ripercorrere i quattro passi di prima, rialzarsi….

    “A volte si pensa di capire le altre persone credendo di conoscerle alla perfezione, ma forse non è così…
    Ti sei forse sforzata di metterti nei panni del tuo capo?
    Per comprenderlo, per sintonizzarti con lui, bisogna aver allineati cuore,mente e anima.
    Solo così si è in grado di entrare in contatto con gli altri, di capirli,di comprenderli, di intravedere il loro punto di vista.”
    La ragazza si mise a leggere e rileggere quelle righe e  si domandò cosa poteva fare per  rendere solida la sua prospettiva nei confronti degli altri . Infatti fremeva all’idea di conoscere nuove abilità. In quei giorni il libro infatti le stava offrendo nuove opportunità e nel contempo la faceva sempre più rilassare,perché era molto ansiosa. Infatti il suo respiro diveniva sempre più profondo.
    Le pagine incominciarono a girare vorticosamente . E la risposta fu subito data.
    Silvia vide svolazzare le pagine e aprirsi a metà del libro. Vi lesse incredula dunque queste parole:
    “Puoi controllare ed , eventualmente, influenzare il tuo sviluppo personale e vivere la tua vita come vuoi che sia, oppure puoi ignorare questo potere e sopravvivere, facendoti sballottare come una barca sulle onde dell'oceano.”
    Un  grande filosofo affermava: "E' stata una grande scoperta per me l'aver notato che la maggior parte dei difetti che rilevavo negli altri erano soltanto il riflesso della mia stessa natura".
    Molto spesso avere difficoltà di comunicazione con un’altra persona non è altro  che avere problemi con l’immagine  di se stessi riflessa nell’altro, di come ti relazioni con te stesso o con quella parte di te che ti piace o che non ti piace.

    Non è realmente l’altra persona il problema o la soluzione al problema. Quando si riesce a capire tutto questo, gli altri smettono di essere nemici e si trasformano in alleati. Non fanno altro che farci un favore, poiché ci permettono di vedere ciò che non vogliamo osservare di noi stessi.
    Nella frase che Gesù disse ai suoi discepoli :" Amate i vostri nemici" vi è il proposito di far comprendere al mondo che gli altri non possono far altro che farci da specchio, sia dei nostri lati positivi sia dei nostri lati negativi.
    Silvia divenne sempre più curiosa.
    “ Come si fa più concretamente a vivere la vita come tu vuoi che sia ?”, chiese.

    “…Bisogna partire dal principio che  gli stati d’animo li crei tu . Le emozioni non capitano per caso. Una depressione, spesso, accade perché  la si crea mediante specifiche azioni mentali, fisiche.
    Bisogna vedere per esempio la propria vita in un certo modo, bisogna dirsi determinate cose in un certo modo, con un tono di voce particolare, con un certo modo di camminare, stando curvi per esempio, parlando con un tono di voce triste, creandosi immagini negative, ecc.

    Seneca diceva “Ognuno è tanto infelice quanto crede di esserlo.”

  • 17 ottobre 2011 alle ore 22:24
    Il male minore (ripresa cinematografica n. 6)

    Come comincia:           Non so neppure per quale motivo fossi entrato in quel capannone industriale dismesso, forse soltanto per curiosità, tanto che quando ero caduto malamente da una scaletta metallica arrugginita, avevo subito pensato che era quasi giusto che mi fossi fatto del male, e che era quella la perfetta punizione per essermi andato ad impicciare di cose che non mi riguardavano affatto. Avevo provato quasi immediatamente a rimettermi in piedi, nonostante i forti dolori dappertutto, ma mi ero velocemente reso conto che non ne ero capace. Così ero rimasto immobile il più a lungo possibile, e quando avevo notato che oramai iniziava a far buio, una paura sottile aveva iniziato a farsi strada velocemente dentro di me.
              Sentivo un piede come incastrato in qualcosa sul pavimento, ed una gamba così dolorante da non permettermi alcun movimento. Sotto alle mani sentivo la polvere e la sporcizia di anni, e tutta quella situazione mi appariva così assurda che continuavo a immaginare una soluzione immediata, casuale, qualcosa come aprire gli occhi all’improvviso e ritrovarmi fuori da lì, tranquillo, sul marciapiede della strada di casa. Invece, al contrario della mia assurda fiducia, la realtà pareva delinearsi molto più seria e concreta di ogni mia supposizione, mentre inesorabilmente continuava a scorrere il tempo, e i rumori delle rare auto in transito lungo la strada, sembravano giungere da un luogo talmente lontano da farmi apparire assurdo cercare di richiamare l’attenzione di qualcuno con qualche stupido grido di aiuto. Continuavo tenacemente a pensare che tutto in qualche maniera si sarebbe risolto, anche se la mia fiducia sentivo che poco per volta iniziava a incrinarsi.
              Poi avevo cominciato a cercare di muovermi, pensando ad ogni minuta azione da compiere come al raggiungimento di un grande traguardo. Mi ero reso conto velocemente che c’era del sangue sulla mia gamba, ma questo non mi aveva creato nessun particolare problema aggiuntivo, e anche se con certezza sentivo il mio corpo fortemente indebolito da quella caduta, cercavo ugualmente di portare a compimento tutti quei gesti che ritenevo assolutamente fondamentali alla risoluzione dei miei problemi. Con grande fatica ed impegno ero riuscito alla fine ad appoggiare un ginocchio per terra, e a sollevare leggermente il busto sugli avambracci, ma fu proprio allora che mi ero reso conto che quella gamba ferita non mi avrebbe sorretto in nessuna maniera, e che non ce l’avrei probabilmente mai fatta a rimettermi in piedi.
              Così, con la poca energia che mi era rimasta, mi ero trascinato, fermandomi a riprendere fiato ogni due o tre movimenti, sopra la polvere di quel pavimento, riuscendo ad arrivare vicino ad una parete, cosa questa che mi parve già un grande successo, mentre sentivo tutto il mio corpo, per quello sforzo estenuante, ormai quasi esausto. Ero tornato allora a puntare il ginocchio per terra cercando con le mani un appiglio sulla superficie del muro, riuscendo con grande sforzo a tirarmi su in piedi, giusto per rendermi conto che non ricordavo neppure verso dove avrei dovuto dirigermi per ritrovare l’uscita da quel capannone. Ero perduto, pensavo, era evidente; mi avrebbero ritrovato ormai cadavere chissà quanto tempo più tardi, forse tra un mese, forse anche di più.
              Fu allora che mi lasciai andare, ricadendo di fianco sul pavimento, ma fu quasi nello stesso momento che qualcuno vicino, con una torcia accesa di cui già iniziavo a vedere le lame di luce, chiese a voce alta dove mi fossi nascosto. Il resto, avvocato, lei lo conosce meglio di me: la denuncia che è stata spiccata nei miei confronti, probabilmente era il minimo che potesse essere fatto; del resto io mi reputo già fortunato nel poter raccontare ciò che è accaduto, il resto, in fondo, se devo essere del tutto sincero, non mi interessa neppure.

  • 17 ottobre 2011 alle ore 20:39
    Prima del nascere

    Come comincia: Ero nel suo grembo, embrione fetale, posizionato al centro della mia sorgente di origine… lì ero nato, cresciuto per i primi 9 mesi di battito cardiaco… galleggiavo beato e silenzioso in questo liquido amniotico dai mille sapori: alimento e ossigeno al tempo stesso, mezzo uomo, mezzo pesce, una specie di ranocchio anfibio che gracidava nella gravidanza, mi spuntavano arti, protuberanze, dita e un minuscolo peduncolo tra le gambe… ero un fiocco azzurro, la cicogna mi stava traslocando dal limbo alla terra del peccato originale… un nuovo peccatore giungeva a recapito sul pianeta terra pronto per rigiocarsi la conquista dell’eden grazie ad un percorso ad ostacoli ricco di trappole, trabocchetti e difficoltà di ogni genere… ma alla fine il premio era un Jackpot senza precedenti… il Paradiso !!!! Non pensavo a nulla, mi rotolavo in questo grembo gioioso senza occuparmi di nulla, lei provvedeva a tutto e io rotolavo girovagando in questo cosmo liquido, placentico, mi avvitavo sul cordone ombelicale e ascoltavo il calendario astrale che mi chiamava alla luce, era laggiù… sul fondo del tunnel uterino percepivo una luce pelosa, profumava di piscio dolce e dorato… era la pista di decollo per la chiave del peccato, rampa di lancio per la gioia paterna ma quando giungevano spruzzati nel mio habitat schizzi incontrollati di sperma, milioni di spermatozoi si annientavano distrutti ai piedi del mio trono… non c’era più posto, giungevano tardi, il regno era già occupato, ero io la cellula vincente, quella che aveva conquistato il più grande trofeo di tutti i tempi, campione mondiale, oro olimpico, estratto dalla sorte quale vincitore unico del trofeo più ambito che si possa, appunto, concepire… il diritto alla vita, alla nascita, e non un diritto qualunque… io ero stato concepito nel ventre della donna più importante, la più bella, la più amabile, la madre di tutte le donne…

    MIA MADRE…

    Il posto era già occupato, l’ovaia me l’ero fecondata io, primo su milioni, miliardi di agguerritissimi rivali… che lotta furibonda! L’ho raggiunta, presa, posseduta, sono entrato in lei lasciando tutti a secco… loro sono diventati polvere organica, sono rimasti nel nulla, incompleti, ne maschio ne femmina, io ho tagliato il nastro, raggiunto il traguardo per primo e ora navigo tra queste calde pareti e godo del premio più grande, vivere nel ventre materno, essere una sua estensione, portare alle sue cellule riproduttive il codice genetico di mio padre, unirli, creare una nuova forma di vita che possa fondere le loro caratteristiche somatiche, chimiche, biologiche e… magari… persino spirituali… sono un frutto del loro amore… ero un seme senza destino e ora sono il più grande predestinato alla imminente nascita, vedrò la terra, pianeta forgiato dalla natura, sarò incarnato in un essere umano di genere maschile, potrò parlare, pensare, contare, sognare, amare…

    Vivo di vibrazioni, percezioni, sento il suo battito cardiaco, il suo respiro, le sue palpitazioni emotive, il suo stato d’animo, sento tutto e vivo simbiotico in lei e con lei… rapporto unigenetico, armonia sensoriale e molecolare, anima della sua anima, tum… tum… le vene iliache scandiscono il tempo della mia procreazione come tamburi di pace, sarò uomo… sono un embrione… un germoglio interiore, una specie di tuorlo nell’uovo di origine, annaspo godendo il piacere straordinario di essere qui, dove tutti amano, tutti sognano, tutti esistono, vivono, crescono, nascono…

    Fuori gli umani passano il tempo a contare in avanti… quanti anni hai? Quanto tempo è passato? A che ora vieni? Quando morirai? Fanno il calcolo di quanto è passato dalla propria nascita e quanto manca alla loro morte: è possibile infatti prevederla con una notevole precisione, tutti sanno quando moriranno, TUTTI! Pensate che su un pianeta che vive rotolando nello spazio da qualche miliardo di miliardi di anni ogni essere vivente può prevedere la sua data di morte con un margine di errore non superiore ai 100 anni! E’ veramente incredibile questa cosa e non tutti ci arrivano, no… passano la vita in paranoia a fare calcoli, programmi, progetti… ha ha!!! Io invece vivo fuori dal tempo, fuori dallo spazio, sono qui, chiuso e rinchiuso e i miei secondi, le mie ore, i miei giorni scandiscono al contrario…

    “Quanto manca al mio nascere…?”

  • 17 ottobre 2011 alle ore 18:07
    ALCIONE E CEICE

    Come comincia:

     

    Passa la nave mia, sola, tra il pianto

    de gli alcion, per l’acqua procellosa;

    e la involge e la batte, e mai non posa,

    de l’onde il tuon, de i folgori lo schianto.

    Giosue Carducci – Passa la nave mia

     

      

     

    Alcione, figlia di Eolo, era nata e cresciuta nell’incantevole isola di Euonymos, la più bella di sette meravigliose isole, che viste dall’alto formavano una y. La vita, su quel lembo di terra circondato dal mare l’aveva indotta, sin da bambina, ad imparare a nuotare e ad apprezzare il ceruleo liquido con tutte le sue bellezze naturali. Il padre le aveva insegnato a conoscere e a saper leggere i venti, e ad interpretare la loro variabilità, perigliosa soprattutto per i solerti pescatori e per i raminghi marinai.

     

    - Figlia mia, avverti sul tuo viso sopraggiungere questo alito caldo, fastidioso, umidiccio, violento, che ti toglie il respiro, che ogni erba tenera essicca rapidamente, che solleva nell’aria le sabbie calde provenienti dall’assolato e secco deserto africano che, precipitando al suolo, rendono rossa ogni cosa, che ogni uomo, ogni donna, ogni pargolo è costretto a ripararsi da esse? Ebbene questo è lo scirocco proveniente da sud-est, - diceva Eolo.

    - Avverti ora questo corrente aerea che, invece, spira da ovest o da sud-ovest e assume una potenza molto violenta e quindi molto pericolosa! Questo è il libeccio! – Aggiungeva l’esperto padre.

    - Il vento che proviene da nord-ovest invece è il maestrale che trasporta con sé aria fredda, mentre il vento che arriva da nord, soprattutto in inverno, senza dubbio, è la tramontana che rende ancor più fredda l’aria, e gela ogni cosa, figlia mia. Se poi il flusso d’aria giunge da nord-est e si dirige verso sud-ovest, portando aria fresca anch’esso, sii certa che trattasi, invece, del grecale, - concludeva Eolo.

    Dal movimento delle foglie o dall’altezza delle onde, Alcione aveva imparato dal sapiente padre ad interpretare anche la forza del vento. La brezza rendeva le foglie degli alberi costantemente agitate e sollevava le creste delle onde che si infrangevano sugli scogli provocando una leggera schiuma. Nel caso in cui ogni albero nella sua interezza fosse rimasto costantemente agitato, o gli alberi dal tronco sottile venissero piegati, e la schiuma delle onde si sventagliasse sugli scogli formando scie biancastre, il vento avrebbe potuto causare dei gravi danni.

     

    Con queste conoscenze, stando sulla spiaggia, la fanciulla era in grado di presagire se in mare aperto ci sarebbe stata una burrasca oppure una tempesta o, peggio ancora, un uragano. Alcione riusciva anche a preannunziare il maltempo attraverso l’osservazione d’alcuni fenomeni naturali che all’uomo distratto potevano risultare insignificanti. Se il cielo fosse coperto da nubi a pecorelle, infatti, la fanciulla riusciva a prevedere che, nell’arco di due o tre giorni, con buona probabilità, ci sarebbe stato un forte temporale. Se di sera con il cielo stellato, invece, la splendente luna fosse circondata da un’alone, ci sarebbe stata una forte alluvione con trombe d’aria disastrose.  Tutte queste conoscenze costituivano una gran fortuna per Alcione, perché in tal modo sapeva quando era opportuno farsi una nuotata al largo tra le limpide e cristalline acque dell’isola e quando, invece, doveva starsene tranquilla per il sopraggiungere dei forti venti. Rimaneva, in tal caso, sulla spiaggia a rimirar i flutti del mare o si immergeva, per un bagno rilassante, nelle quiete acque termali che si trovavano vicino la sua abitazione, oppure si faceva una passeggiata sulla vetta più alta dell’isola per ammirare, con un colpo d’occhio, il meraviglioso arcipelago che si presentava attorno a lei. Rimirava da quell’altura, verso nord-est, un’isola a forma di cono, Strongyle, che sputava dalla sua vetta fuoco in tutte le direzioni, in continuazione, con forti e inquietanti boati. Le suscitava emozioni ma anche angoscia quella visione. Poi si girava verso sud-ovest, dove un’altra isola, quella di Didyme che, con i suoi due monti conici dalle cime sbruffanti alternativamente zampilli infuocati che cadendo in mare facevano friggere l’acqua, assomigliava alle mammelle di una vacca quando viene munta. Quando il clima glielo permetteva, Alcione, a volte, decideva di nuotare lungo il periplo dell’isola per ammirare la movimentata e meravigliosa costa per tutta la sua estensione, a volte, decideva di andare verso il largo per riposarsi poi su uno degli isolotti che costellavano il cristallino mare attorno all’isola. O, ancora, s’immergeva per ammirare i variopinti coralli o le profonde spaccature dai mille colori abitate da una gran varietà di meravigliosi e movimentati pesci variopinti.

    I pescatori prima di andare al largo a pescare con le loro barche le chiedevano consigli, e lei glieli dava volentieri. Raramente si sbagliava. E i pescatori l’apprezzavano e le manifestavano tanto affetto.

    Quando, invece, il tempo era bruttissimo con vento e pioggia, Alcione tesseva una tela, su e giù, e poi da destra verso sinistra, percorrendo il suo telaio, con lunghi fili variopinti armonicamente amalgamati. Una lunga tunica color rosso fuoco era il migliore tessuto che aveva creato e che aveva deciso di donare all’uomo della sua vita Alcione, altre volte, costruiva lunghe collane di bellissimi coralli rossi, raccolti nei fondali di quel cristallino mar di Euonymos.

     

    Alcione, era diventata una bella e veneranda giovane, dai lineamenti gentili e gradevoli, dal fisico incantevole, perfettamente modellato dalle onde del mare, quando, un giorno, su un isolotto dalle rocce color grigio-basalto si trovava a riposare le sue stanche membra dopo aver nuotato lungamente. Stava sdraiata rilassata immobile assopita su uno scoglio nerastro e le sue deliziose membra perlacee, illuminate dal sole, sembravano ancor più bianche per contrasto, e parevano come avvolte da un alone incantevole, divino, celestiale. Giaceva, dormiente, incurante degli sguardi indiscreti. Sembrava che il suo corpo emettesse una luminosità particolare che conferiva alle sue membra ignude un chiarore chemiluminescente. Questa paradisiaca visione attirò senza dubbio l’attenzione del comandante di un naviglio che casualmente solcava, leggero e silenzioso, le acque cristalline dell’isola. Cèice, così si chiamava il capitano che governava quella nave, casualmente guardò verso quella parte e rimase abbagliato da quella inaspettata visione. Era stato il vento che sollevando il moto ondoso in quella direzione aveva spinto l’imbarcazione verso quelle meravigliose isole, solo per caso. E, solo per caso, era apparsa dinnanzi agli occhi del capitano quella deliziosa donna dalle sembianze divine con le sue membra adagiate comodamente sulla nera roccia. Cèice fu attratto subitamente sia per la bellezza divina di quella fanciulla sia perché ormai erano molti mesi che non vedeva una donna.

     

    Cèice, figlio di Espero, era un marinaio nato in mare. Aveva avuto, infatti, sin dalla nascita la sua culla proprio su una nave, e sin da bambino aveva imparato a guidare qualsiasi imbarcazione e in qualunque situazione. Con il mare calmo guidava con sicurezza, ma anche con la tempesta più violenta mostrava altrettanta destrezza e abilità.

     

    Mi sorprende la furia dei venti:

    si scontrano, e voltola da una parte un’onda,

    di là un’altra. E noi in mezzo al mare

    con l’atra nave siamo trascinati

     

    patendo molto per la gran tempesta,

    dopo che l’acqua è arrivata alla base dell’albero

    e la vela è ormai tutta sbrindellata

    e  ampi pezzi pendono,

     

    cedono i cavi ….

    (Da Il mare in tempesta di  Alceo)

     

    Era un valente marinaio Cèice, aveva l’animo mite, era placido, tranquillo, ma risoluto, determinato nelle decisioni e difficilmente recedeva dalle scelte fatte. Fino allora non aveva incontrato la donna che gli facesse palpitare il cuore. Aveva solcato tutti i mari, e aveva conosciuto tante belle femmine di qualunque parte del mondo, bionde, brune, dalla carnagione nera o bianca o gialla, dagli occhi azzurri o castani o verdi, ma nessuna era stata in grado di mettergli in fermento la tranquillità d’animo. Non sembrava interessato, fino a quel momento, Cèice all’altrui sesso, né tanto meno lo interessava l’amore fisico. L’unica cosa che amava era il mare soprattutto quando si approssimava il tramonto. All’imbrunire del giorno, gli piacevano i contorni colorati del cielo e delle acque, veniva attratto dalla mescolanza di colori del mare e del cielo che assumevano tinte, via via, diverse, attimo dopo attimo. Con lo sguardo volto ad occidente, ad ogni tramonto, reggendo il timone della nave, ammirava, ad ogni istante, le sfumature, color giallo, arancione, rosso, grigio-verde del cielo che si fondevano con il color bluastro, verde, violaceo, del mare. Ogni volta, al finire d’ogni giorno, contemplava quei quadri, originali e istantanei, variopinti che non assumevano mai la stessa forma né si coloravano con gli stessi colori, di un momento prima o del giorno precedente. Solo lui, governando una nave, poteva avere il beneficio di vedere quelle scene spettacolari, irripetibili, giorno dopo giorno. E Cèice era innamorato di tutto ciò. Non poteva farne a meno.

     

     

    Quel giorno, tuttavia, la visione di quelle membra, distese sul faraglione di vetrosa e lucida ossidiana, adagiate come un candido panno di un sinuoso velluto, sembravano al marinaio emanare sublime luce divina. L’apparizione di quelle membra, lattee eburnee nivee marmoree, non solo provocò in Cèice uno scombussolamento inaspettato, ma ne sconvolse terribilmente e freneticamente il cuore. Un improvvido e improvviso turbamento l’animo di quel marinaio sovvertì. Un piacevole languore lo toccò. Un gradevole godimento interiore lo avviluppò. Il suo cuore fortissimamente pulsò. Ad occhi aperti a sognare incominciò. Un’ebrietà tumultuosa lo scosse. La sua mente disorientata rimase. Un’affabile e temporanea afasia dal mondo lo estraniò.

    L’osservazione dei tramonti aveva sempre stravolto l’animo di Cèice, ma l’ammirazione di quel ceruleo corpo nudo sinuoso brillante meraviglioso, là su gl’irti scogli inermi e freddi, improvvisamente lo colpì in maniera inaspettata e inconsueta. Osservare il crepuscolo sempre fuggente non era la stessa cosa che ammirare quel corpo fermo, immobile, statuario di quella giovane che giaceva sulla roccia bagnata dagli spruzzi di schiuma che s’infrangevano su di essa. Per un attimo, Cèice invidiò quello scoglio e, mentre rifletteva su quello che gli si era presentato, venne colto all’improvviso dapprima da una leggera brezza che via via si fece sempre più forte, proveniente da nod-ovest verso sud-est: era il grecale che annunciava un forte uragano. Cèice, per prudenza, si avvicinò allo scoglio e ancorò, mentre Alcione sfiorata da quel vento gelido si destò, ignuda tremebonda, ancora stordita dal risveglio repentino, si tuffò per ritornare a riva ma il moto ondoso già forte stranamente glielo impedì. L’unico riparo era la nave a portata di due bracciate. Chiese aiuto. E Cèice glielo diede volentieri: la tirò sul ponte in salvo, subito le coprì l’ignudo corpo tremolante, statuario, bello a vedersi, con una candida tunica che, essendosi inumidita, lasciava intravedere le perfette rotondità corporee di Alcione. Questa lo guardò e il suo cuore sussultò istintivamente, in un attimo. Cèice la osservò e l’animo concordemente gli palpitò. Non era la nave che ondeggiando faceva ondeggiare i loro corpi ma erano loro due che tremolavano di moto proprio. I loro cuori si erano infuocati improvvisamente, i loro animi si erano invaghiti, d’un tratto, così per caso.  Che strana sensazione, che dolce emozione, che meraviglioso sbalordimento stavano provando, per la prima volta, quei due giovani retti, integri, semplici. Ognuno aveva fatto, sino a quel momento, separatamente ciò che gli piaceva fare. L’uno, il marinaio che si beava nell’osservare i tramonti, l’altra la nuotatrice e, a tempo perso, la presaga dei venti o la tessitrice di tuniche o la fabbricante di collane di coralli.

    Ora, i due giovani erano insieme, l’una di fronte all’altro, ed insieme erano stati colti da qualcosa che li turbava contemporaneamente, in modo irreversibile. Quel turbamento era sicuramente innamoramento.

    Incominciarono, con voce emotivamente incerta, a scambiarsi qualche parola tenendo fissi gli occhi l’uno verso l’altra.

    - Come ti chiami, bella fanciulla? – Sono Alcione, figlia di Eolo, vivo su quest’isola incantevole e incantata da quando sono nata. Mi sento imbarazzata perché mi hai visto ignuda, ma è colpa del vento che inopportunamente mi ha obbligato a ripararmi su questo naviglio, e di questo te ne sono grata.

    - Sono Cèice, figlio di Espero. L’ospitalità per me è sacra e non hai motivo di vergognarti per la tua nudità; non sei stata tu la causa di ciò, rispose il giovane marinaio, che aggiunse: - siediti, rimani coperta, e riscaldati con questa bevanda calda. Non appena tornerà la calma ti condurrò a riva.

    I due giovani, in quel momento, colti da un’ebbrezza lusinghevole, piacevole furono avvinti vicendevolmente da una frenetica esaltazione d’animo.

     

    Il tempo gli sembrò trascorrere in fretta anche se per ritornare la calma in mare era trascorso un intero giorno. Cèice allora con una piccola zattera accompagnò a riva Alcione, che trovò i genitori sulla spiaggia ad aspettarla ansiosamente e con preoccupazione. Lungo il tragitto si guardarono insistentemente Cèice ed Alcione. Cèice remava e guardava Alcione, Alcione si teneva stretta sul corpo la bianca tunica e ammirava Cèice. Per tutto il percorso, gli occhi dell’uno penetrarono negli occhi dell’altra.

    Ritornò sulla nave il giovane marinaio ma la nave non si mosse pur essendo ritornata la calma piatta. Per giorni e giorni, Cèice guardava dal ponte della nave verso la spiaggia e Alcione seduta sulla sabbia del mare mirava verso la nave. I loro sguardi s’incontravano in lontananza ma questo non bastava. Cèice, avvilito, avvinto da sentimenti amorosi, prese una ferma decisione. Andò a riva e là trovò Alcione ad aspettarlo. Una forza sconosciuta aveva spinto il giovane ad andare, ma un’identica forza aveva costretto la fanciulla a sostare sulla spiaggia. I loro sguardi s’incontrarono questa volta da vicino, ma ciò non era sufficiente, i loro corpi si sfiorarono ma questo ancora non era soddisfacente, con le braccia si strinsero fortemente e fortemente si baciarono, e i loro corpi trovarono finalmente la pace. Si erano innamorati senza dirsi una parola d’amore. I sentimenti amorosi dell’uno si erano fusi con i sentimenti fervidi dell’altra formando un unico sentimento appassionato ardente caldo. Sospinti da bramosia d’amore fecero l’amore sulla rena e si unirono per sempre, così semplicemente. Assaporarono le dolcezze amorose, provarono la passione smaniosa, appagarono la fibrillante eccitazione irrequieta, acquietarono finalmente lo struggimento voglioso che li aveva avvinti. Si vollero bene. Nuotarono insieme in quelle cristalline acque calorose. Nuotarono insieme fino a quell’isolotto che si trovava di fronte all’isola. Salirono fin sulla cima, e da lassù gioirono del tramonto, furono felici per tutta la notte fino all’alba seguente, godette l’uno del corpo dell’altra. Da lassù, videro la luminosa palla caldissima salire dall’orizzonte su per il cielo ad infuocare la terra e il mare, e ad incendiare i loro animi che già ardevano d’amore. Si sposarono, infine. Fu un giorno di grande festa per i genitori di Alcione, fu un giorno di gioia per tutti gli abitanti dell’isola. Si banchettò, si ballò, si svuotarono i calici pieni di dolce e robusto nettare malvasico. Dioniso così contribuì favorevolmente alla riuscita della festa nuziale. Cèice pose sulla testa di Alcione profumate corone di rose e di viole, le contornò il collo con variopinte ghirlande di fiori, giacque accanto a lei. Alcione prese la morbida tunica rossa che aveva tessuto con le sue mani sin da quando era bambina e la fece indossare a Cèice, prese la lunghissima collana di coralli rossi e gliela pose attorno al collo, giacque accanto a lui. Vissero dei giorni felici come non mai. Venne, purtroppo, il giorno che Cèice dovette intraprendere la navigazione, per completare quel viaggio che aveva interrotto nel vedere la figura sublime di quella candida fanciulla adagiata sul nero scoglio di ossidiana, accarezzato dai flutti marini, e della quale egli si era tanto innamorato. Alcione non voleva che Cèice partisse, era disperata, aveva fatto un brutto sogno premonitore e, poi, osservando l’aria e il movimento degli alberi e i marosi e la brezza, aveva la certezza che il mare sarebbe stato investito da un forte uragano pernicioso.

    - Cèice, ritarda la partenza, vai via tra qualche giorno quando il mare tornerà sereno, - disse pietosamente la moglie.

    - E’ tempo di andare ormai, sono rimasto fermo per tanto tempo. Devo completare il viaggio che ho interrotto venendo qui, amore mio. Non preoccuparti perché ho navigato tra i marosi più furiosi e ho affrontato onde altissime raggiungendo sempre la meta, - la rassicurò il marito.

    - Cèice, portami con te, - disse con le lacrime agli occhi la leggiadra Alcione.

    - La ciurma è tutta di uomini e nella stiva non c’è posto per una donna. Ritornerò presto e resterò con te per sempre, amore mio, te lo prometto - la rassicurò Cèice.

    - Mi accontento di un piccolo giaciglio anche sul ponte della nave dove non darò fastidio a nessuno, - lo supplicò ancora la moglie disperata per il funesto presagio che il sogno le aveva anticipato.

    Cèice, con indosso la bella tunica rossa che Alcione gli aveva regalato nel giorno delle loro nozze, aveva deciso di partire e partì lasciando nell’amara e sconsolata disperazione la moglie. Passarono molti giorni ed ogni giorno Alcione stava sulla spiaggia e pregava. Supplicava gli dei aspettando il suo grande e unico amore e guardando insistentemente all’orizzonte fin dove il mare si tocca con il cielo. Ci fu in uno di quei giorni al largo una gran tempesta che portò a riva dei pezzi di legno frantumati. Sembravano quelli di una nave perché erano piatti e ricurvi. Alcione li raccolse, li scrutò attentamente. Non potevano essere quelli della nave di Cèice, - si consolò. Si rasserenò, ma dopo qualche giorno, in lontananza, vide qualcosa che galleggiava e che si avvicinava verso la spiaggia, dove si trovava lei. Man mano che si approssimava, quel corpo assomigliava sempre di più ad una tunica, precisamente ad una purpurea tunica. Andò camminando tra i flutti, e afferrò quel panno rosso, era la tunica che lei aveva tessuto con tanto amore e che aveva donato a Cèice, nel giorno delle nozze. Una strana sensazione ebbe in quel momento la candida Alcione. Fu presa da un improvviso rigurgito che provenendo dallo stomaco le percorreva tutta la gola lasciandola senza respiro. Ancora una volta, tuttavia, la speranza non l’aveva ancora abbandonata. Incominciò a pregare gli dei tutti, ogni giorno per tutto il giorno. Ogni giorno andava sulla riva e rimirava il mare in lontananza, fiduciosa di rivedere il suo Cèice. Ogni giorno nuotava verso l’isolotto, saliva sulla cima e rimirava il mare fin dove il mare si congiunge con il cielo. Non vedeva niente. Ma ci fu un giorno, uno dei tanti, l’ultimo dei tanti tristi giorni trascorsi nell’ansia, che si presentò funesto. Quel giorno Alcione trovò sulla spiaggia, esanime, il corpo di un uomo con il capo avvolto dalle alghe. Con le mani tremanti ed ancora speranzosa, tolse, uno ad uno, quei fili verdi che avvolgevano la testa dell’uomo. Per ogni filo d’alga che toglieva una parte della speranza che aveva riposto nell’animo suo nei giorni precedenti, andava via. Per ogni filo che toglieva il suo viso si bagnava di una lagrima. Finalmente scoprì tutto il capo di quel corpo esanime. Era il suo amato. Era il corpo di Cèice. Il sogno che aveva fatto prima che Cèice partisse si era avverato. La sua incoscienza divenne coscienza, e la consapevolezza la buttò in una tremenda disperazione accompagnata da un gemebondo pianto. Sollevò verso di sé il corpo di Cèice, lo abbracciò così come lo aveva abbracciato la prima volta, pianse, pianse tanto, pianse a dirotto, ma il pianto non si placava. Era disperata Alcione, non sapeva cosa fare, piangeva, gridava e gridando esclamava:

    - Ceice mio, amore mio, dolce unico amato della vita mia, ponesti sulla mia testa profumate corone di rose e di viole, avvolgesti il mio collo con variopinte ghirlande di fiori, giacesti con me, accanto a me su un morbido giaciglio di fresca paglia a placare il desiderio amoroso che Eros con i suoi dardi ci aveva trasmesso. Nessuna cosa poteva distrarci dal nostro grande amore. Ed ora tutto questo è finito … per sempre… per sempre.

     

    La gioia di vivere mi ha lasciato;

    mi avvince  il desiderio di morire

    e di vedere le rive rugiadose dell’Acheronte.

    (da Il desiderio di morire di Saffo)

     

    Nell’avvilimento più completo, Alcione nuotò, tirando il corpo del suo amato, verso l’isolotto dove lei andava spesso, dove era andata con Cèice prima di congiungersi con lui e dove aveva assaporato le dolcezze dell’amore, trainò con forza il suo amato, strisciando il corpo ignudo e inerme sulla nuda roccia, fin sopra la cima. Era esausta e madida Alcione, ma la disperazione l’aveva aiutata nel possedere tutta quella forza spropositata. Su quella rupe avevano trascorso momenti meravigliosi e indimenticabili, immensamente felici, lei e Cèice. Assieme avevano guardato i tramonti ed i marosi, accovacciati l’uno nell’altra. Abbracciati si erano amati su quell’altura, guardando i tramonti e le albe. Ed ora Alcione, sconsolata, da quell’alta rupe prese il volo verso il mare profondo, come un corpo inerme, priva di volontà, in caduta libera abbracciando il corpo inerme del marito, assieme al marito e per l’ultima volta.

    Una tuffata fortissima proveniente dal mare si udì nell’aria…. sprofondarono i due corpi nell’acqua cristallina… e, in quel momento, due candidi gabbiani, uno maschio e l’altra femmina, si alzarono in volo, volarono, su e giù, attorno all’isolotto, si appollaiarono, nidificarono...

  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:38
    Fame di parole

    Come comincia: Ventitrè anni di lavoro. Ventitrè anni passati nello stesso ufficio. Poche delusioni, alcune soddisfazioni. Qualche aumento di stipendio, qualche intervista interessante a personaggi di rielievo, qualche inchiesta che ha ricevuto consensi. D’altronde il giornalismo è un lavoro creativo e riflessivo, d’intuito, ma anche di costanza, pubbliche relazioni, parole scritte con l’inchiostro simpatico e con quello… antipatico. Luca non si è mai lamentato del suo impiego, né dei suoi superiori o delle regole a volte poco condivisibili. I rapporti con i colleghi sono sempre stati buoni e l’amore per il proprio mestiere non gli ha fatto mai saltare neanche un giorno di lavoro.
    Lavoro che non può prescindere dalla creatività, qualità che Luca ha sempre avuto sin da bambino, quando raccontava le favole alla sorellina più piccola, inventando storie, mescolando i personaggi delle varie fiabe e, soprattutto, inventando mostri che terrorizzassero il più possibile l’indifesa bambina.
    Creatività e fantasia che lo hanno facilitato con le donne con le quali, pur non essendo mai stato un playboy, ha sempre avuto un discreto successo. Creatività che gli ha permesso di trovare subito un impiego nella redazione di un piccolo giornale di provincia da dove, chissà perché, non si è mai mosso, senza tentare mai quel salto di qualità che gli avrebbe permesso di avere un tenore di vita più alto, maggiori riconoscimenti e visibilità, migliori prospettive per il futuro.
    Ma a Luca è sempre andata bene così, fare con profitto e disciplina il suo lavoro, garantirsi stabilità economica ed una vita sociale accettabile. Quindi ha sempre accettato qualunque incarico con serenità, anche quando si è trattato di servizi su casi di cronaca locale non certo molto entusiasmanti.
    Ma quello che ha sempre avuto è stato il dono di saper subito scrivere le prime parole dei suoi articoli e lasciar scivolare le altre come se sgorgassero da sole senza fatica, naturalmente. Trovare subito il titolo adatto, centrare subito il punto cruciale della situazione, pensare immediatamente alle parole giuste che potessero avvicinare con interesse il lettore al suo articolo. Gli basta mettersi davanti al computer e, dopo aver guardato lo schermo per un paio di minuti, eccolo lì che tira giù uno sciame di parole quasi senza interruzione, fino ad arrivare al termine dell’articolo.
    Un venerdì mattina si alza e, come sempre, la prima cosa che fa è la colazione. Non può farne a meno, appena sveglio viene sempre sopraffatto da un senso di fame incredibile e deve correre a soddisfarlo. Ma questo venerdì, al suono della sveglia non scatta in piedi per dirigersi in cucina e preparare il solito abbondante pasto. Non sente la fame che sempre lo assale, avverte uno strano senso di vuoto che lo pervade. E’ una sensazione che non ricorda di aver mai provato. Fa una lunga doccia, si veste, si rade, si prepara ed esce. Va al lavoro. Verso le 11, un collega lo invita al bar per un caffè. Così ordina due cornetti e li divora, mandando giù un cappuccino bollente sotto lo sguardo stupito del suo collega.
    Tornato alla sua scrivania, Luca trova un’e-mail del vicedirettore che gli chiede un articolo urgente sullo sciopero in corso nel calzaturificio Bassi che si trova nei pressi del casello autostradale. E’ in atto un sit in dei lavoratori ed è intervenuta la polizia a cercare di calmare gli animi di alcuni esagitati. Luca si reca sul posto, prende alcuni appunti, fa domande ad un paio di lavoratori e torna in ufficio.
    Il pezzo lo ha già in mente, deve solamente trovare il titolo, ma niente. Neanche un’idea. Passa mezz’ora, un’ora, ma niente. Luca s’innervosisce, si alza ed esce in terrazzo a fumare una sigaretta. Guarda le auto in strada dall’alto del settimo piano, non gli era mai sembrato così alto. Poi rientra. Si siede alla scrivania e riprende a fissare il monitor, che resta vuoto, inesorabilmente. Sembra impossibile, ma non riesce a tirar fuori un’idea per il titolo. Allenta il nodo della cravatta, si asciuga un po’ di sudore dalla fronte. Ha le mani bagnate, il respiro corto, la testa che gli gira. Ma cos’è? Eppure ha fatto colazione, anche se a metà mattinata. Non ha fame, non ha sete. Ha freddo. Forse un’influenza? Ma a maggio… No, c’è qualcosa di strano… Ma che angoscia, che sensazione di disagio! E questo titolo che non esce e fra mezz’ora l’articolo deve essere pronto. Fissa il monitor, ancora e ancora. E’ nello sconforto, è preso da un panico mai provato. Ma che succede?, si chiede sempre più incredulo. Osserva il monitor come ipnotizzato. Chiude gli occhi, li riapre e… sul video, sulla pagina bianca del file Word c’è scritto in stampatello, carattere Arial, corsivo, formato 16: “Calzaturificio Bassi, qualcuno vuole farci le scarpe”. Salta sulla sedia, per poco non cade… eccolo! Finalmente il titolo che cercava. Ma com’è possibile che sia scritto davanti a lui sul monitor? Non ha neanche sfiorato la tastiera! E’ incredibile, ma il senso d’angoscia è sparito, le mani non sudano più. Luca si sente bene e comincia a scrivere l’articolo, che in meno di dieci minuti è pronto.
    Dopo un fine settimana tranquillo, il lunedì si sveglia e di nuovo lo strano senso di vuoto lo prende. Non fa colazione e, come il venerdì precedente, con una strana sensazione addosso va al giornale e comincia a lavorare. Anche stavolta è richiesto con urgenza un articolo sull’assessore Maggi, che ha ricevuto un avviso di garanzia. Come il venerdì precedente, anche stavolta Luca non trova le parole giuste per il titolo. Dalla sua mente creativa non esce fuori una parola, un pensiero, un vocabolo… nulla. Di nuovo l’angoscia, il sudore, il tremore… il panico. Luca non sa più cosa pensare, sta per uscire a prendere un po’ d’aria quando sul suo pc appare una scritta: “Chi garantisce per L’assessore?”. Incredulo stavolta non salta sulla sedia, ma scrive subito l’articolo. Certo che quello che sta succedendo è veramente molto strano. Sembra quasi che nel momento in cui Luca sta per crollare, arrivi a salvarlo un messaggio che gli indica cosa deve fare, quello che deve scrivere.
    E così nei giorni successivi. Sempre il senso di vuoto, la colazione saltata ed un articolo da scrivere, ma niente idee, o per il titolo o per l’intero articolo. Il panico, i tremori e poi la salvezza. La magia che appare sul foglio Word. Arial 16 per il titolo ed Arial 12 per il testo dell’articolo.
    Luca è come una macchina. Appena la soluzione appare sul video, il torrente delle sue parole riempie la pagina e l’articolo è pronto. E al giornale spesso riceve i complimenti dal redattore capo o dal direttore in persona.
    Ma Luca ormai non pensa ad altro, sembra un automa. Le sue giornate sono scandite dalla sua mancanza di fame la mattina e dalla sua fame di parole che non arrivano quando deve scrivere. Va a dormire con il pensiero di quello che succederà domani e si sveglia con la paura di quello che potrà accadere al giornale. Poi, una volta comparse le parole sul monitor, si sente libero, leggero e per un po’ torna quello di tutti i giorni. Dopo però è di nuovo assalito dall’inquietudine di quelle parole che si manifestano inspiegabilmente, come fossero dei messaggi, delle indicazioni su quello che deve fare. Non può raccontarlo, chi gli crederebbe? Allora va dal medico che gli prescrive degli esami. Tutto negativo. Il consiglio è quello di rivolgersi ad uno specialista. Ma Luca non accetta di andare da uno psichiatra. Un giorno si alza e va al lavoro, come sempre senza aver fatto colazione. Solo che questa volta salta anche il pranzo. E oggi non ci sono articoli da scrivere. Luca osserva il video del computer. Sembra incantato. Sembra ipnotizzato. Pensa a quello che gli sta succedendo, a chi potrebbe aiutarlo. Ma fino ad oggi chi lo ha aiutato è stato solo il suo pc, con quei messaggi salvifici quotidiani. Cosa può fare? Cosa deve fare? All’improvviso appare una scritta, in carattere Arial 16: “Vai in terrazza. Guarda la strada, guarda le auto che passano. Gettati nel vuoto”.

  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:35
    Il mistero del falso meccanico

    Come comincia: Credo fosse l’una di notte, più o meno. Come faccio spesso, nel sonno, mi giravo sull’altra spalla senza accorgermene. Il rumore era quasi soffocato, ma non era Ana, la ragazza dell’appartamento accanto, che faceva la doccia. Per quanto lei cerchi di fare piano, da quando le ho spiegato che il mio letto confina con il suo bagno ed ogni rumore si sente chiaramente, soprattutto nel silenzio della notte, le vecchie tubature non hanno comunque pietà di noi neanche nel pieno della notte. E allora ho teso il braccio percorrendo il lenzuolo ed ho sentito sulla mia mano la seta del pigiama di Choco. Non era caldissima come sempre quando è sotto le coperte. Ho capito allora che era appena rientrata dalla cena con i colleghi d’ufficio, ma non dormiva ancora, il respiro era stranamente veloce e non stava sognando. Almeno questo il mio stato di catalessi da prime ore di sonno mi suggeriva. Era comunque a casa e questo bastava per farmi riprendere sonno, dopo essermi di nuovo girato sull’altra spalla, ovviamente.
    L’indomani era sabato, giorno in cui quasi sempre ci permettiamo di “poltrire” a letto fino a tarda mattinata. Ma Choco dormiva ancora, nonostante la macchina per il caffè stesse facendo le “prove d’orchestra”. Non era poi tardissimo ieri, ma evidentemente aveva ancora molto sonno. Mi piace guardarla mentre dorme. E’ buffa. Ha i capelli che disegnano forme strane sul cuscino e poi ogni tanto la trovo con un braccio all’indietro o con le mani sotto la nuca, come se stesse prendendo il sole sulla spiaggia. E’ anche dolce, però, tenera. A volte d’inverno sembra una bomboletta, con quei pigiamoni e col suo naso a patata. La guardo a lungo a volte, in silenzio nella penombra creata dalla radiosveglia.
    - Che c’è?
    Salta sul letto strillando quasi, ma soprattutto facendomi rischiare un infarto.
    - Che hai Choco? Hai avuto un incubo?
    - No, è che… madonna che paura! Ho visto qualcuno che mi fissava. Eri tu! Dormivo.. sognavo.. non mi sono resa conto.Ma che ore sono?
    - Le 11.30. ma cos’hai mangiato ieri sera? Sei stravolta.
    Mi abbraccia, calda di sonno questa volta.
    - Ma no, niente… è che mi sembrava…
    - Cosa ti sembrava?
    - Ieri sera, stanotte anzi, era quasi l’una. Tornata dalla cena ho posteggiato piuttosto lontano da casa e siccome era un po’ freddo camminavo  velocemente. Ho buttato il chewingum in un cestino ed ho cominciato a cercare le chiavi di casa nella borsa. Lo sai che non le trovo mai…. E all’improvviso, davanti all’officina, mi sono trovata di fronte un tizio. Oddio che paura!! Non me l’aspettavo, ero soprappensiero e lui, lui…
    - Lui cosa? Le chiedo un po’ preoccupato
    - Lui era così… così strano. Io sono quasi scappata. Forse ho pure lanciato un urlo, non ricordo. Ma mi sono spaventata perché mi fissava. Mi fissava in un modo strano, non so descriverlo.
    - Ma che ha fatto?
    - Ma no, niente. Non so. Io ho allungato il passo e sono entrata di corsa nel portone. La chiave non entrava perché la mano mi tremava. Come in quei film che ogni tanto mi fai vedere tu, quei thriller…
    - Vabbè, ma poi?
    - Poi niente. Ho fatto le scale di corsa, non mi sono neanche voltata a guardare.
    - E’ per questo allora che stanotte ti sentivo respirare forte.. eri spaventata!!!
    - Sì, ho impiegato un bel po’ di tempo prima di calmarmi e di addormentarmi. - Mi hai toccato, ma dormivi.
    - Sì..o no..non lo so. Pensavo fossero quelli accanto che facevano un po’ casino, ma poi ti ho sfiorato e mi sono riaddormentato. Ma che tipo era?
    - Mi sembra fosse alto, vestito in modo strano, forse aveva una tuta.
    - Era giovane?
    - No, era anziano, forse. Comunque uno che non è proprio vecchio, ma dimostra di più, capito?
    - Sì, sì. Anche tu stamattina dimostri di più – le dico per prenderla in giro.
    - Scemo!. Scherzi sempre! Ma io ho avuto paura!
    Allora la riabbraccio e con lei il suo pigiama di seta, i suoi capelli, il suo naso, le sue spalle e tutto quanto, ancora caldo. Come il caffè, del resto. Ma chi se ne frega… che si raffreddi!
    Usciamo per comprare il pane e per ricaricare il telefonino. E fuori dal portone discutiamo di quanto Choco parla con il cellulare e di quanto spende di telefonate, di profumeria, di massaggi, e lei si incazza. Ma io, come al solito, sto scherzando e lei mi tira addosso una palletta di carta che trova in tasca. Poi la raccogliamo per buttarla nel cassonetto e Choco mi ferma.
    - La macchina! -  esclama.
    - Quale macchina? – le dico.
    - La sua macchina.
    - Ma sua di chi?
    - Di quel tizio di stanotte. Era appoggiato ad una macchina. E’ quella davanti l’officina.
    Il sabato il meccanico è chiuso e a volte anch’io lascio l’auto parcheggiata lì davanti, anche se c’è il divieto di sosta. Ma questa auto è un po’ strana. Ma poi strana… è vecchia, ce ne sono tante così. E poi Choco non se ne intende di macchine, magari si confonde.
    - Io non mi sbaglio mai, lo sai!
    - Sìì, tu sei perfetta!
    - Non prendermi in giro. Sei tu che ti sbagli sempre! Sbagli sempre strada, poi non ti ricordi le cose e sbagli pure quando fai la lavatrice.
    - Ma senti te! Sei tu che sei infallibile e bisognerebbe fare tutto come dici tu. Ma se l’altra settimana mi hai macchiato una camicia in lavatrice.. tu!!!! E poi io ho sbagliato solo una volta.
    - Ah sì. E quando?
    - Quando ti ho chiesto di uscire la prima volta…..ahi!
    - Stronzo! Sei sempre il solito. Mi hai pregato in ginocchio di uscire quella volta…..
    - Eh, sì, in ginocchio per guardarti negli occhi….E lì sono costretto a correre, inseguito dalla piccola belva.

    
    - A me è piaciuto molto. Forse è il film più carino che abbiamo visto quest’inverno.
    - Sì, anche a me. De Niro è sempre grande. E poi hai visto che bella fotografia?
    - Eccome no? Bellissima. Soprattutto quando lei fa la doccia nelle perle…
    - Scemo… sei sempre il solito. Con te non si può parlare seriamente per più di mezzo minuto. Sei tremen…..
    - Mi stringe forte il braccio e credo che senza il mio giaccone le sue unghie mi avrebbero bucato la pelle, tanta forza mette nella stretta. Si ferma e guarda immobile più avanti. Ora trema. Non capisco che cosa abbia, e non parla. Ma non le chiedo niente e guardo anch’io, mentre intanto la trascino, con le unghie che ormai hanno infilzato il piumino d’oca nuovo, e vedo, con la coda dell’occhio, la macchina davanti al divieto di sosta. E’ una vecchia Golf bianca. Si vede bene perché è illuminata come una scena a teatro; buio tutto intorno e luce solo su di lei. Domina la scena in maniera inquietante. E dentro c’è qualcuno. Non vedo bene perché camminiamo e poi entriamo veloci nel portone. Ma quel passaggio è come se lo fotografassi. E lo rivedo, rivedo la sua faccia, il suo enorme naso, rivedo il suo sguardo mentre ruota la testa verso di noi mentre saliamo le scale veloci, senza parlare, ma con una sensazione strana che ci accompagna, gradino per gradino. La foto è impressa ormai sulla pellicola della mia mente, che forse spesso non ricorda le cose, come dice Choco, ma stavolta è diverso. Quel naso, quella bocca spalancata come a gridare qualcosa senza rumore. Quello sguardo così… non so… inquietante, non so definirlo altrimenti. Non mette paura, ha qualcosa di particolare, ma sicuramente è inquietante. Ci credo che ieri mattina Choco non riusciva a dormire. Chissà che spavento, poverina.
    Ne parliamo poco o niente, una volta rientrati a casa. Lei è silenziosa ed io penso non sia il caso comunque di preoccuparsi troppo. Tanto chi potrebbe essere? Un matto? Un ladro? Lo avranno notato anche altre persone sicuramente.
    - Perché non lo dici alla Polizia? Dice Choco all’improvviso.
    - Dai, non esageriamo. Magari è solo un ubriaco che dorme in macchina.
    - Ah, sì e proprio sotto casa nostra?
    - Va bè, avrà trovato un posto lì, davanti l’officina; poi magari domani sarà già andato via.
    Choco non dice altro, però si capisce che è un po’ turbata. Va a struccarsi in bagno, mentre io chiudo le finestre. Con più cura del solito (!). Ma non dobbiamo suggestionarci, ripeto a me stesso.
    Comincio a spogliarmi ed ascolto Ana e il suo compagno che rientrano e cominciano le loro docce piuttosto rumorose, non prima però di giocare un po’ a rincorrersi dentro casa. Mah, si divertono così…. Anche perché poi iniziano a ridere e a parlare e…. e un po’ di mugolii si ascoltano nel silenzio della notte. E comunque ogni volta che succede penso che Ana i suoi compagni se li sceglie sempre molto prestanti fisicamente, perché la durata dei loro “giochi” è sicuramente notevole!!!!
    - Che stai facendo? – una mano sulla spalla mi fa sobbalzare.
    - Che hai? Ti sei spaventato? – dice Choco un po’ divertita e un po’ sorpresa.
    - No, è che….
    - E’ cosa? Stavi ascoltando quelli accanto, vero?
    - Beh, sì lo devo ammettere. Mi incuriosiscono.
    - Perché? Dice Choco ancora un po’ sorpresa
    - Mah, sai, si dicono delle cose particolari…
    - Ma che ne sai tu, se parlano un’altra lingua?
    - Ma si capisce, si capisce…..
    - Si capisce che? Mi tira un cuscino.
    - Si capisce che Ana ci sa fare… lei…. E il cuscino mi colpisce sulla faccia e poi Choco tenta (simula) un omicidio per soffocamento, col suo cuscino che ha il suo profumo sopra e, in pochi secondi mi fa dimenticare i giochi di Ana e del suo stallone, del film, dell’uomo sotto casa e …..

    

    - A che ora vengono stasera Katia e Andreas?  - Mi chiede Choco.
    - Verso le otto. Prima devono andare a ritirare le foto che hanno fatto in vacanza.
    - Possiamo preparargli lo stufato. Quello della ricetta che mi hanno dato l’altro giorno in ufficio.
    - Va bene. Con loro possiamo fare un po’ di esperimenti culinari. A loro piace provare cibi nuovi, lo sai che lo fanno spesso quando sono in vacanza. All’estero soprattutto.
    - OK. Però mi sono accorta che abbiamo poco pane. Ti va di andare a comprarlo?
    - E anche se non mi andasse, ci dovrei andare comunque….
    - Pigrone! Fai qualcosa anche tu, mentre io comincio a preparare la cena! E poi devo ancora pulire un po’ la casa.
    - Che brava casalinga. Cucina, lava, pulisce e… borbotta sempre. E’ proprio perfetta!!!
    - Sei sempre il solito scemo, vorrei vedere te a stirarti le camicie. Non sei capace a fare niente.
    - Proprio niente?! Mentre l’abbraccio facendole il solletico dove so e atteggiandomi come negli spot pubblicitari dei profumi o dei liquori.
    - E dai che è tardi – sorride e mi respinge- dai, vai a comprare il pane. E, se c’è, anche la birra scura e quella panna che abbiamo mangiato l’altra sera e…
    - E nient’altro? – vuoi anche che butti l’immondizia, ti lavi la macchina e porti a spasso i cani – le dico prendendola in giro e prendendomi un’altra cucinata mentre cerco di chiudere la porta di casa.
    Faccio pochi passi sul pianerottolo e vedo per terra una busta. Non si capisce a chi è intestata. Forse è caduta ai vicini e non se ne sono accorti. E’ aperta. La apro. Sono curioso come una scimmia, direbbe Choco. C’è una chiave rossa. Solo quella. Niente portachiavi, nient’altro. La prendo e mi macchio la mano. Sembra vernice, ma credo sia qualcos’altro. C’è un simbolo e un numero. Sembra quello di una targa di automobile. Rimetto la chiave nella busta e la poggio di nuovo per terra.
    - Ciao, come va? – faccio un salto all’indietro con il cuore a stantuffo.
    - Be… bene (credo).
    - Non sembra dice Ana sorridente. Ti ho spaventato? Ride. Lo credo che ride. Vedo il suo “stallone” che la abbraccia mandando giù mezza Ceres in un sorso.
    - No, ero soprappensiero. Non ti preoccupare. Buona domenica
    - Anche a te, ciao.
    E vanno via ridendo piano. Ho fatto pure la figura dello scemo. Però quella busta, quella chiave…e quella vernice (?) che mi ha lasciato sulla mano una striatura rossa … mah!!!
    Scendo anch’io le scale e, fuori dal portone, per istinto guardo verso sinistra, dove ieri notte abbiamo visto lui, il tizio inquietante.
    C’è la sua auto. Piove, non c’è molta luce, ma riesco a vederla bene oggi. Certo che è proprio in condizioni pessime. Cade quasi a pezzi. Chissà quanti anni avrà? Guardo la targa: i numeri sono quasi cancellati dallo strato di polvere, di grasso, e non so cos’altro, ma sono …. rossi. Sì sono rossi. Non si vedono quasi mai da noi delle targhe con i numeri rossi: 5,8,H, 13… guardo la mia mano e la macchia rossa, alla luce, lascia intravedere i numeri che erano impressi sulla chiave. Si riescono a leggere, “tatuati” sul palmo e … sono gli stessi. Un brivido mi corre lungo la schiena. Non sono un pauroso, uno che si lascia suggestionare facilmente, però… però il brivido che mi percorre mi ferma, mi gela più dell’umidità che c’è oggi. Non so cosa pensare.  Sicuramente non al pane che devo comprare, né alla cena di stasera, né al film di ieri, ma voglio vederci chiaro. Mi muovo e il brivido non se n’è certo andato, e mi avvicino all’auto, misurando i passi. Cautamente come fossi un ladro, o qualcuno che è nel posto in cui non deve stare.
    Guardo dentro l’auto, coi piedi bloccati che sono un tutt’uno con il marciapiede. Immobile, sotto la pioggia che non sento, guardo dentro l’auto. Sì, è vecchia, arrugginita, segnata dal tempo, ma ha dentro un qualcosa di vivo, di inquietante, raggelante. Sembra quasi che mi guardi. I fanali due occhi che mi chiedono di ascoltarla. Sono diventato matto? Ma sì, è solo suggestione. Faccio un respiro profondo e mi tolgo dalla fronte e dagli occhi le gocce di pioggia, ma non realizzo che piove. Guardo dentro l’auto. Non ha specchietto retrovisore, ha il cambio sul volante, ha delle foto sul cruscotto, una scatola di biscotti e un succo di frutta. E sui sedili anteriori ha due tovaglie vecchie, o strofinacci da cucina, usati forse come foderine. Rimango un po’ stupito. Poi sento dei passi e una voce.
    - Chi è? – una voce cavernosa – mi gelo ancora di più. Non mi volto.
    - Chi è? – di nuovo la voce, più arrabbiata che curiosa.
    Allora mi giro, ma non ne avrei voglia, e vedo un uomo sul balcone poco distante che parla con un ragazzo.
    - Sono il garzone del fornaio, signore. Le ho portato il pane che ha ordinato. Torno a respirare dopo un attimo eterno, bagnato di sudore più che di pioggia, sprofondato nella mia suggestione e nella pozzanghera dove sono ormai da qualche minuto, senza essermene accorto. Il signore dalla voce cavernosa e il garzone mi riconducono così alla realtà. E, inconsapevoli, mi ridanno coraggio e pure consapevolezza che piove, è tardi e…. non ho ancora comprato il pane.
    - Non ti sei accorto che stava piovendo? – dice Choco
    - Evidentemente no! Tu che ne dici? – rispondo un po’ acido
    - Ehi, ma che ti ho detto? Cos’hai?
    Le racconto della chiave, della macchina e di tutto il resto e conveniamo che se domani l’auto sarà ancora lì, avvertirò la polizia.
    Stiamo bene a cena. Lo stufato è buono e Katia e Andreas sono, come al solito, molto carini. Ci raccontano del viaggio che hanno fatto poche settimane prima e ci “anticipano” la visione di alcune foto. Sì perché Andreas è un bravo fotografo e, prima di mostrare i suoi scatti, ne fa sempre una cernita, scartando quelli che non gli piacciono. E’ molto severo con se stesso, ma lo capisco, lo ritiene anche più professionale. A noi le sue foto piacciono sempre, soprattutto alcune in bianco e nero che ci ha regalato e che abbiamo attaccato nella sala con delle cornici adatte a loro e anche all’ambiente, che è un po’ colorato. Del resto Choco quando ha tempo, dipinge, anzi macchia, come la prendo in giro io, e qualche quadro variopinto è in bella esposizione. Mentre stiamo mangiando il dolce fatto (ahinoi) da Katia (ed io faccio brutte smorfie e Choco mi gela con lo sguardo perché ha paura di fare brutta figura), suona il citofono.
    Rispondo, ma non si sente nulla. Chiedo di nuovo chi è: niente. Parlo più forte, forse con la pioggia il citofono non funziona bene. Ma niente. All’improvviso comincio a sentire di nuovo quegli strani brividi percorrermi la schiena e mi guardo il palmo della mano, ancora più macchiato.
    - Oh, mi apri o no, che mi stò “inzuppando”? – urla all’improvviso una voce conosciuta nel citofono, che adesso funziona: è il “Brinzo”, un nostro amico. E’ vero mi aveva detto che forse sarebbe passato a salutare Andreas e Katia; me ne ero dimenticato.
    - Ehi, mi avete lasciato un pezzo di torta? – dice simpatico e vivace come sempre.
    - E come no? – dico doppiamente sollevato – e Choco mi gela di nuovo con lo sguardo – ma che si è capito che il dolce non mi piace?
    - Oh, non c’era un posto per l’auto. Ho girato 20 minuti per trovare parcheggio.
    - Dove hai posteggiato? – gli chiedo - Vicino al fornaio?
    - No, più lontano. Perché avevo anche trovato un posto, davanti al meccanico. Però un tizio mi ha detto che non si poteva parcheggiare perché ti fanno le multe…
    - Chi te lo ha detto?
    - Mah, uno strano tizio, vestito male. Non sembrava normale, aveva un naso enorme come Nicky…..
    - Come? – dico un po’ agitato.
    - Sì, un tizio con un naso molto particolare, che stava in una Golf bianca.. mi ha detto che lui era il meccanico e che lì era divieto di sosta. Gli ho risposto che sarei rimasto solo un’oretta e poi avrei lasciato libero il posto. Ma lui ha detto che avrebbe chiamato i vigili. Allora ho preferito spostare l’auto e parcheggiarla più lontano. Che ne so, era strano, sembrava arrabbiato… non si sa mai.
    Choco ed io non diciamo niente per non dover raccontare le strane cose degli ultimi giorni. Magari ci prendono pure in giro…. La serata va avanti, parliamo, scherziamo, ma ogni tanto io e Choco incrociando gli sguardi, sembriamo ricordarci qualcosa. Qualcosa di inquietante.
    - Dai, sbrigati, ti do un passaggio alla fermata dell’autobus.
    - Ma no, mi devo ancora truccare, non farmi fare le cose di corsa, ho ancora sonno!
    - Preferisco che scendiamo insieme. E’ ancora buio a quest’ora. -  Non ne abbiamo parlato della strana storia neanche ieri sera dopo che i nostri amici se ne erano andati.
    - Comunque se stamattina la Golf sarà ancora lì, avvertirò la polizia dall’ufficio.Ciao, io vado.
    Scendo. E’ lì. Il meccanico in genere apre verso le 9. Chissà se la noterà. In effetti è posteggiata bene. Proprio poco prima del divieto di sosta. In ufficio non faccio in tempo ad arrivare che già mi trovo segregato in una riunione noiosissima, però importante, che dura quasi tutto il giorno. Choco non la sento per telefono e mi dimentico del tizio e della macchina bianca. E non chiamo la Polizia. Me ne ricordo solamente quando più tardi sto parcheggiando sotto casa. Incuriosito mi avvicino al portone, ma vedo che l’auto è ancora lì, come stamattina. Vuota.
    Allora vado dal meccanico, che sta per chiudere; d’inverno trova molto traffico per tornare a casa, mi ha detto una volta, e allora finisce un po’ prima di lavorare. Mi saluta cordialmente e anche il vecchietto che sta sempre con lui. Avrà almeno75 anni, ma fa l’aiuto meccanico. E’ buffo, ma gentile. Sorride sempre, mostrando i pochi denti che gli sono rimasti, spesso sporchi del grasso delle macchine.
    - Buonasera – gli dico mentre vedo che sta arrivando Choco.
    Volevo dirle una cosa, sì, cioè, insomma… ha notato qualcosa di strano?
    - Di strano?
    - Sì, questa macchina. E’ da 3 o 4 giorni che è qui e c’è un tizio…
    - Ah, sì, sì.
    - Lo conosce?
    - Sì. Lo conosco – dice con una strana smorfia.
    - E’ così, così…..
    - Così strano, vuol dire?
    - Sì, infatti.
    Lo conosco almeno da 40 anni. Lavoravamo insieme in officina da giovani. Avevamo un padrone che era un vero tiranno. Dopo anni che lo pagava poco e neanche sempre, lo ha cacciato via. L’ho rivisto qualche giorno fa. Poveraccio. Ha la moglie che sta male. E’ all’ospedale qui vicino. Non hanno i soldi per prendere una stanza dove possa dormire anche lui, che, tra l’altro, non sta benissimo. Abitano fuori città, hanno quest’auto vecchia e scassata e lui non se la sente di andare e venire tutti i giorni.
    Mi ha chiesto di poter posteggiare qui davanti quando l’officina è chiusa, mi ha lasciato pure una chiave per spostarla…
    Ma la notte dove va? – dice Choco incredula.
    Dorme qui. In macchina.
    Con questo freddo? – diciamo in stereo e ci guardiamo.
    Eh, sì, poveraccio. Ma che può fare? Lì in ospedale non gli hanno dato neanche una poltrona… poi diciamo che lo Stato assiste gli anziani. Ma fatemi andare. E’ tardi, piove, troverò molto traffico.
    Buonasera – diciamo quasi sconsolati.
    Buonasera – e tirano giù la serranda del garage, lui e il suo aiuto con i denti sporchi di grasso d’officina.
    Io e Choco non parliamo e torniamo verso casa per mano ripensando a quel tizio, al suo sguardo inquietante. Alla sua storia inquietante.

  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:32
    Faccia di clown

    Come comincia: Quando la pioggia comincia a scendere con piccole gocce che sembra quasi che bussino timide sul vetro dell’auto, ho spesso la sensazione che stia per iniziare qualcosa. Non so se dipende dalla luce che cambia all’improvviso, o dalla simultanea apertura degli ombrelli dei passanti, ma dentro di me c’è questa sensazione che, spesso, passa veloce e viene dimenticata.A volte però, come in questo caso, qualcosa cambia in me all’improvviso, nel senso che la musica che manda l’autoradio comincio a non sentirla più, la gente che passa è come ombre qualunque, tutto intorno prende il colore del cielo che manda la pioggia e sembra un contorno illeggibile, come quando si fotografa un oggetto in primo piano, sfocando tutto il resto.Quando l’attenzione si concentra sul volto o l’oggetto da fotografare, anche la mia mente si restringe ad un solo pensiero. E spesso, ed è questa la cosa più singolare e, se vogliamo, anche un po’ comica, quello a cui penso non è oggettivamente importante. Per niente. Voglio dire che non è detto che mi vengano in mente problemi o desideri o cose comunque che riguardano la mia vita. Ed infatti stavo pensando alla strada. Si perché ogni tanto passo di là, per quella strada, in particolare quando torno dal lavoro. Non mi piace infatti fare sempre lo stesso tragitto, non sono abitudinario in questo. Per il resto sì, devo ammetterlo, i cambiamenti mi sconvolgono sempre un po’! Poi mi abituo, soprattutto se si tratta di situazioni non particolarmente importanti. Però all’inizio c’è sempre una sensazione simile ad una piccola paura, ad un’incertezza per qualcosa che potrebbe destabilizzare un equilibrio ormai consolidato e che evidentemente, mi dà in qualche modo una certa sicurezza.Quindi mi chiedo sempre se il nuovo sarà meglio o peggio, come potrei magari trarne benefici o averne difficoltà. E’ un lavorìo mentale che quasi sempre si esaurisce in breve tempo, ma c’è.E a volte mi chiedo perché non inventano una macchina, un apparecchio che freni i pensieri inutili. Eh, sarebbe bello; immaginate di sentire un “bip” mentre state pensando che il nuovo capo che verrà nel vostro ufficio sarà un despota senza scrupoli o una persona ragionevole e ben disposta, oppure quando state cercando di capire se il cambio di senso di marcia della via in cui abitate sarà vantaggioso per voi oppure il contrario, se il videoregistratore che avete appena comprato sarà veramente stata un’occasione e se sarebbe meglio sistemarlo su quel mobile o su quell’altro.E vogliamo parlare della campagna acquisti della squadra di calcio per cui fate il tifo?!E via così. Sarebbe un “bip” di risparmio energetico per il nostro cervello veramente utile!E mentre “perdevo” energia mentale a pensare se fosse meglio azionare subito il tergicristallo dopo quelle prime gocce, sono stato aiutato da un bip proveniente dal cielo insieme ad ettolitri di pioggia, che mi hanno “costretto” a pulire il vetro.E così il pensiero è stato circoscritto alla strada, come dicevo poco fa.Mi ha sempre colpito il fatto che la mattina questa via è a senso unico in una direzione, mentre il pomeriggio lo è nell’altra. Sì, è veramente una cosa curiosa. Credo tra l’altro che dipenda dai banchi del mercatino che c’è la mattina e dal viavai di persone che lì comprano le cose più strane. Ma perché poi al pomeriggio il senso di marcia viene invertito, questo proprio non lo so. Ma, come volevasi dimostrare, anche questo non è certo un pensiero, diciamo così, costruttivo. Forse la spiegazione di queste mie piccole interrogazioni sta tutta nel fatto che sono sicuramente una persona molto curiosa. Ma qui voglio fare una precisazione: non sono un “impiccione”, nel senso che di sapere che lavoro che fa il vicino di casa oppure con chi è sposata quella famosa attrice, non me ne frega niente. Io sono curioso, o meglio, sarei curioso, di capire perché le persone (le persone in genere, anche quelle che non conosco) si comportano in un certo modo, perché indossano un abito piuttosto che un altro; o perché parlano da sole mentre camminano per la strada. Vorrei sapere cosa c’è dietro. Cos’è che fa comportare un individuo in un modo spesso singolare. E poi non mi si dicano le cose a metà: divento una belva! La mia curiosità potrebbe non farmi dormire la notte! Ma questo è un altro discorso.Assorto nel pensiero della strada, comincio a percorrerne il tratto dove ci sono sempre molte auto in doppia fila, zigzagando tra queste e le pozzanghere. Ciò mi distoglie dalla mia inutile curiosità e concentro l’attenzione sulla guida. Anche per non rischiare di investire i passanti che, cercando riparo dalla pioggia sotto le tettoie dei negozi, attraversano la strada, improvvisi come la pioggia.E freno infatti per far attraversare alcuni operai. Portano legno grezzo al negozio lì di fronte. Sono buffi, un po’ strani; tutti piccoli di statura con tute azzurre un po’ demodè. Riparto ma, con un riflesso fortunatamente pronto, schiaccio il pedale del freno per non investire un altro operaio che è sbucato all’improvviso non so neanche da dove. Si ferma, con le tavole di legno appoggiate su una spalla. Gli suono col clacson per invitarlo a passare. Lui allora, come se volesse sincerarsi di non rischiare di essere investito, sposta le tavole che gli coprono il volto e guarda verso di me.Non posso descrivere la sensazione che ho provato in quel momento. Credo di non trovare le parole per far capire quello che ho sentito. Forse una lastra di ghiaccio sopra la schiena nuda sarebbe passata più inosservata. E da lì che mi guardava con il suo volto….oddio, terribile! Era come se su quella tuta azzurra avessero messo la maschera di un clown. Ma non era una maschera; era la sua faccia!Non avevo mai visto una cosa simile, un volto quasi deformato, allungato, con strane orecchie, il naso… insomma era una faccia da clown, ma vera, in carne ed ossa!E mi guardava. Mi ha guardato per un momento interminabile. Mi guardava e stava fermo, respirando forte sotto la pioggia, con il fumo del suo fiato caldo evidenziato dall’umidità della pioggia. Sembrava non accorgersene della pioggia. Era lì tutto bagnato, con le pesanti tavole di legno sulle spalle e mi guardava. Ma perché mi guardava?! Forse anche lui avrebbe potuto pensare la stessa cosa di me, ma io …non avevo una faccia…così!Era come se lui lo sapesse e volesse dirmelo. O dirmi forse qualche altra cosa. Ma perché proprio a me?! Perché mi fissava in quel modo e perché non attraversava la strada? Quanto avrei voluto davvero che esistesse il “bip” in quel momento…Quello che desideravo di più era che passasse. Che passasse e mi dimenticasse. Ma perché avevo paura di essere ricordato? Forse avevo paura io di non dimenticare più lui…Ed invece del “bip” arrivarono i clacson degli automobilisti ormai in coda dietro di me, spazientiti per l’attesa. E questo sembrò risvegliarci entrambi, riportarci alla realtà. Lui passò, e passando sembrò che io per lui non esistessi più. Stavo pensando questo come ad una liberazione ed accelerai, ma non troppo, non abbastanza da non avere il tempo per guardare nello specchietto retrovisore. Mentre poggiava in terra le assi di legno, davanti al negozio, dietro la sua spalla il suo volto stava ruotando verso di me. Come in una scena al rallentatore, le sue palpebre (chiuse per lo sforzo fisico) si aprirono verso il mio specchietto, come la sua bocca che inspirò l’aria umida e malsana della pioggia mista allo smog delle auto, gonfiando il petto e pure il mio cuore, che cominciò a battere forte, mosso da un’emozione difficile da descrivere.Mi guardava di nuovo. Anche se per un attimo, stavolta. Ma mi impauriva.Costretto (per fortuna!) a proseguire per non bloccare di nuovo il traffico, tornai a casa con quell’immagine impressa nel fondo degli occhi, una fotografia stampata sul vetro dell’automobile.Non nascondo che per diverse ore ho avuto addosso una sensazione simile ad una maglia sintetica a 40° all’ombra, un senso di angoscia di cui non sono riuscito a svestirmi neanche quando ho indossato il pigiama per andare a letto. Ed era già abbastanza tardi e non sono riuscito ad addormentarmi per un bel po’. E stavolta non erano certo pensieri poco importanti…------------- --------------Choco mi telefona  in ufficio dopo pranzo, tutta contenta. La sua vocina è così dolce, ma anche così buffa che le rifaccio il verso.- Sai chi c’è in città? – mi chiede –- Mah, i palazzi, le persone, le auto…- Scemo!, volevo dire: sai chi è arrivato ?!- Chi è arrivato? – e il mio punto interrogativo era più che altro un punto di paura che fosse arrivato qualche lontano parente da qualche paese altrettanto lontano, per qualche altrettanto inopportuna gita di piacere (io odio quello che sconvolge i miei equilibri e quindi immaginate cene e tour cittadini con sconosciuti stranieri a cui sorridere tutto il tempo, e che ti dicono “io amare molto questo paese”, oppure “qui mangiare molto buono è”, ecc.; tutto questo magari durante  la diretta televisiva della finale di coppa!…).- Vera con il bambino! –- Ah!… - era talmente contenta che non ce l’ho fatta a dire: “ e chi è ?! “.- Che bello. E’ da più tre anni che non la vedo! Stasera è da noi a cena.- Bene…- dico, ma penso che avrebbe potuto rimanere altri trent’anni nel suo paese!…(come sono orso, però…).- Non ci vediamo dal giorno del diploma preso al corso di arredamento.- Ma dai?! – ed ora la mia “orsutaggine” lascia il posto ad una inconsueta umanità (apparente…), e ricordo di questa amica di Choco, piccola di statura come lei e con dei capelli biondi lunghissimi, innamorata di uno scrittore tanto brillante quanto bizzarro, e molto più grande di lei.- E il suo uomo? – le chiedo sperando un po’ che non ci sia (la sua presenza aumenterebbe la destabilizzazione dell’equilibrio!) e un po’ sperando invece di sì, perché la sua originalità mi ha sempre incuriosito (e come potrebbe essere altrimenti per un curioso come me?) e anche divertito, tranne quando beveva un po’ di più e mi teneva mezz’ora ad ascoltare il racconto del suo viaggio in Oriente…- E’ a Berlino, per una premiazione. Ti ricordi che scriveva tanti libri sulle culture orientali?- E come no?!- Hanno un bimbo di quasi tre anni. Vera mi ha spedito alcune sue  foto qualche volta. Siamo rimaste sempre in contatto. Non pensavo sarebbe venuta così all’improvviso.- Eh, infatti! – dico, ma Choco è talmente su di giri che non si accorge del mio tono un po’ ironico.***La serata è piacevole, nonostante io non ami stare ad ascoltare due donne che ricordano i tempi passati, escludendomi per metà del tempo dalla loro conversazione e che parlino del bambino (ma soprattutto di bambini!) dicendo che fa questo, fa quest’altro, mangia o non dorme, e che da tanta soddisfazione. Ecco io questa cosa non l’ho mai capita! Una bella macchina ti può dare soddisfazione, una squadra che vince un torneo internazionale. Ma un bambino!? Che fa? Ti porta in un’ora da casello a casello o consuma poco? Mah, certi luoghi comuni non li capisco proprio, anche se i bimbi mi piacciono decisamente. E infatti per buona parte del dopocena , mi “cibo” io il piccolo Marc, che, inspiegabilmente (!) mi trova simpatico e mi da confidenza. Credo che nei bambini scatti ad un certo punto una molla; dopo che sono soddisfatti che si è parlato di 2 ore di quanto sono belli e bravi, passano all’attacco e si sfogano. Quindi manifestano la loro improvvisa (ma studiata, attenzione!) vivacità, tentando di rompere i CD a cui tieni di più usandoli come freesbe o fingendo amore disinteressato per uno sconosciuto (quasi comprendessero il suo disagio a trovarsi in mezzo a due donne che parlano di cose che a lui interessano, in una scala da 1 a 10, -25), e lo compatissero. Allora decidono, mossi a compassione, di “farlo giocare un po’, almeno non si annoia”. E sicuramente non mi sono annoiato, primo perché sono stati così impegnato a “parare” i CD dei Pink Floyd e degli U2” che il piccolo monello scagliava contro il televisore, che il resto la serata è passato molto velocemente. Però, togliendomi la maschera da uomomaschilistacheodiaidiscorsifemminilienonsopportalepappeeipannoliniperchèsonocosedadonna, devo dire che quel bambino è adorabile. Mi guardava come per dirmi: “ti sei ammorbato, bello eh?. Ti capisco. Ne vedo spesso di tipi come te. Ma che ci vuoi fare, forse un giorno anche tu romperai le scatole agli amici con le gesta del tuo piccolo campione di calcio di 5 anni”.Confesso che per un momento (solo uno però, eh) ho seriamente pensato che sarebbe bello avere un frugoletto che gira per casa a cercare i CD dei Queen per distruggerli; e che anche se li distruggesse, il suo tenero sguardo e le sue manine omicide mi “squaglierebbero” a tal punto che forse non riuscirei neanche ad incazzarmi. Lo prenderei in braccio e gli spiegherei che così non si fa, che deve essere bravo, che papà ci tiene tanto ai dischi rock anni ’70, come se a due anni magari potesse capire le cose che gli dice un padre ormai già bello rincoglionito. Lo coprirei comunque di baci e (e basta!, mica ci vorrai cadere!…).- Perché non portiamo Marc al circo domani? – dice Choco a Tanya (guardando me, però…) e questa sua “splendida” idea è quasi più dolorosa del lancio contro il muro del primo album di Sting. Accetto solo dopo aver saputo che il circo che era in città in quei giorni non faceva spettacoli con gli animali; quello no, non lo avrei sopportato.- Ciao Tanya. A domani. Ti passiamo a prendere verso le 20. Ciao piccolo. Dai un bacio, ecc. e qui i risparmio le solite scenette, risatine, facce buffe che si fanno ai bambini quando si vuole che con un bacetto o un sorriso vi confermino che gli siete rimasti simpatici.------------- --------------Il circo è un po’ fuori città, ma impieghiamo poco per arrivarci. E per fortuna, perché il piccolo campione di freesbe era stato messo a conoscenza dalle due alleate del fatto che a me piace cantare e, soprattutto, che conoscevo tutta la canzoncina degli animali, quella dello spot in televisione. Si può immaginare il numero delle volte che mi ha chiesto di cantarla, con le mie ormai sempre più nemiche che ridevano a crepapelle.Nel tendone grande grande, come lo chiama Marc, c’è molta gente, e per fortuna i nostri posti sono buoni, in prima fila, anche se laterali. Da lì possiamo avere vicino ogni tanto alcuni giocolieri e altri artisti. Io non amo il circo, ma non solo per gli animali, è che mi mette un po’ di tristezza. Ho come l’impressione che dietro i sorrisi dei trapezisti, dei domatori e dei presentatori, ci sia una vita piena sì di sacrificio, ma anche di molto dolore. Ed intendo dire quel dolore interiore che si trasmette di padre in figlio, di famiglia in famiglia, quando si è costretti, non si sa perché, a svolgere ruoli obbligati. Ed il bello, si fa per dire, è che si ama questo modo di soffrire e ci si lascia trascinare senza mai ribellarsi, fieri del proprio ruolo e della propria immagine. E si sorride, apparentemente felici ed appagati, circondati da un tendone, o una roulotte, che sono la propria pelle, il proprio guscio, la propria madre, che non si ammira, forse si odia, ma che non si può lasciare. Perché comunque protegge, perché comunque fuori potrebbe essere peggio; si ha paura fuori dalla tenda, ci sono regole da rispettare, forse più difficili delle acrobazie su un trapezio.Ed eccoli, finalmente, i trapezisti. Sono quelli che preferisco, mi affascinano da sempre. Atleti fortissimi ed aggraziati, che sfidano il vuoto per un applauso, che ricambiamo poi, sempre, con un sorriso.Ed ecco di nuovo i clowns. Marc ride, anche se non capisce quello che dicono, ma non importa. Sono buffi, fanno cose buffe, sono proprio come dei bambini (tristi anche loro però). Fanno degli scherzi anche al pubblico, che ride di gusto e si coinvolge. Alcuni vengono fino da noi, altri fanno da spalla, restando più indietro. Hanno un compito di supporto, ma faticano con i tamburi, le urla e i balletti.Ad un certo punto ad uno di loro sfugge una palla e corre a raccoglierla, verso di noi. Lo rimprovera un po’ il capo clown e lui caracolla infastidito dietro alla palla che rimbalza proprio tra le mani di Tanya. Gliela porge, sorridendo ed indicando al piccolo il clown. Lui arriva, prende la palla rossa e fa per andarsene, quando il suo viso si gira verso il mio e si arresta, come folgorato, e mi guarda. Ho di nuovo la lastra di ghiaccio sulla schiena: è lui. E’ faccia da clown, il ragazzo della falegnameria, quello dell’altra sera che mi ha fissato mentre ero in macchina. E’ uno sguardo terribile, accentuato dal fatto che non ha una maschera, non ha quasi trucco, ma ha una faccia da clown! E’ difficile dire quello che mi passa per la testa in quel momento, ma sicuramente so che non è di nuovo per niente piacevole. Mi guarda ancora, per un altro istante interminabile. Ha la bocca aperta e i suoi contorni sono quelli di una bocca che urla disperazione, dolore e chissà che altro. E i suoi occhi sono grandi, grandi come la sofferenza che c’è dentro. E mentre è lì, con la palla in una mano e l’altra per terra che lo regge, trema,  e viene richiamato con durezza dal capo dei clowns: “Che fai lì impalato? Ti sei addormentato? Vuoi che ti veniamo a prendere a calci?”. Si gira piano e poi torna col viso a scontrarsi col mio sguardo, o a cercarlo, e i suoi occhi ora sono colmi di sofferenza, la sua bocca è ancora più aperta, come se volesse dirmi qualcosa. Ma sono di nuovo i suoi occhi a parlarmi: mi chiede aiuto! Sì credo proprio che mi stia chiedendo aiuto. Ma perché a me? E perché vuole aiuto?Mentre penso a tutto questo, gli altri clowns lo hanno raggiunto e, scherzosamente lo prendono a calci nel sedere con i loro buffi piedoni. E lui scappa intorno al cerchio, salterellando come gli altri, che continuano  a colpirlo. Fanno un giro tutti intorno e ci ripassano davanti. Qualche clown però mi sembra lo colpisca con forza, forse anche con cattiveria. Sembrano quasi schernirlo e lo apostrofano forte con frasi che fanno ridere il pubblico (e anche Marc), ma a bassa voce gli dicono cose terribili. Gli urlano “mostro”, “essere ripugnante”, “faccia di clown”, stasera ti riportiamo nelle fogne da dove sei venuto. Rimango attonito, sono sbalordito dalle cattiverie che ho percepito in quegli uomini, perché lo trattano a quel modo? Che ha fatto di male? Poi rifletto su quello che si vede in giro, su quello che si legge sui giornali, ripenso alle volte in cui anch’io, come tutti più o meno, ho avuto una sensazione di ribrezzo mista a paura forse, nel vedere persone deformi. Ma capisco, senza peraltro giustificare, che quegli uomini hanno trovato in lui il mezzo per sfogare forse le proprie frustrazioni, ed allora lo sbeffeggiano, lo colpiscono, lo ingiuriano. E la loro cattiveria gli fa male più del suo stato. Mentre corrono di nuovo davanti a noi, lui rivolge ancora lo sguardo. Ora sono sicuro: sta cercando aiuto. Da me! Mentre agita il capo deforme, rotolandosi nella polvere, scorgo una lacrima sul suo volto. Quasi si ferma tremante come se volesse attendere che qualcuno la asciughi; come se aspettasse che qualcuno la porti via, per non farla seccare, per non farla morire.Non so quanto siano rimaste colpite Tanya e Choco da quell’episodio. Ma visto che non ne hanno parlato, se non per dire che c’era un clown con un viso strano e che era in qualche modo brutto, capisco di aver visto io quello che lui mi ha chiesto di vedere. E, dopo aver accompagnato i nostri ospiti, mentre il ghiaccio sulla schiena si scioglie, cerco di prendere sonno.------------- --------------Il volo è alle 15.30 di sabato ed io e Choco ci siamo offerti di accompagnare Tanya e il bambino all’aeroporto. Sono stati molto bene con noi e Choco è contentissima di aver passato qualche giorno con la sua amica. Ed anch’io per la verità, messe da parte la mia solita “orsite” e la diffidenza, ho passato qualche serata diversa e simpatica e, sembrerà strano, un po’ mi dispiace che partano. Anche se comunque domani sera c’è una partita importante ed un’eventuale intrusione di Marc gli avrebbe potuto far fare la fine del freesbe. Prima di andare all’aeroporto Tanya vuol comprare alcune cose da portare al suo compagno, ed allora ci fermiamo in alcuni negozi. Mentre Choco e Tanya comprano velocemente qualcosa io rimango in macchina con il “piccolo distruttore di CD”, che, dopo i primi 5 minuti in cui ride e scherza e mi chiede se andrò a trovarlo (e partirei subito, solamente per lo sguardo e la tenerezza con cui lo dice), comincia a sfoderare la quasi infinita lista dei “perché?” che hanno in dotazione tutti i bambini tra i 3 e i 6 anni. Esauriti i “perché” (ed anche le energie del sottoscritto) comincia a dare segni di insofferenza sempre più difficilmente controllabili, soprattutto per chi non è il genitore e non può certo “rimproverarlo” con toni troppo duri. Sono costretto quindi a portarlo dalla mamma, lasciando l’auto in “doppia fila”, cercando con lo sguardo di assicurarmi che i vigili non siano nei paraggi.- Che c’è Marc? – chiede Tanya un po’ scocciata (ma tenera) con il bambino e un po’ mortificata per avermi dato il pargolo in ostaggio.- Forse è stanco o ha fame – dico in via interlocutoria, quasi per toglierle l’imbarazzo- Ma se ha dormito e mangiato un’ora fa! – dice Choco prendendomi in giro – non ne capisci proprio niente di bambini tu, eh? – Ah, io non ne capisco niente – penso – ho risposto ad almeno 30 “perché?” in soli 10 minuti e quasi senza barare……- Guarda che carina questa cornice – mi dice tirandomi per un braccio – starebbe bene nella camera dei tuoi, con quel mobile antico che hanno comprato.- Sì, è vero, potremmo chiedere quanto costa; magari un altro giorno, altrimenti rischiamo di perdere l’aereo. E comunque io passo spesso qui vicino, tornando dal lavoro (e per un attimo mi torna in mente la prima volta che vidi Faccia di clown), posso fermarmi….- Marc vieni qui – urla Tanya che non si era accorta che il bimbo si stava allontanando, ci sono le macchine.- No, non attraversare!......ma Marc come tutti i bambini spesso fanno, sembra avere fretta di disobbedire alla mamma e di tornare alla macchinaRimaniamo bloccati mentre il piccolo sbuca dalle auto posteggiate e si ritrova improvvisamente in strada. Tanya urla e un’auto arriva veloce e poi un’altra. Frenano, ma sembra tardi, Marc guarda l’auto che sta per investirlo con il pollice in bocca, come quanto guarda i cartoni in TV e il rumore dei freni taglia l’aria in stereo con il grido disperato di Tanya. Due braccia all’improvviso sollevano Marc che, protetto dal corpo di un uomo robusto, se la cava, rotolando incolume insieme all’uomo con la tuta azzurra, che gli ha salvato la vita mettendo a repentaglio la propria.Corriamo dai due e Tanya stringe in braccio Marc coprendolo di baci e lacrimoni di disperato sollievo. Io e Choco aiutiamo l’uomo a rialzarsi e stiamo per esprimergli la nostra gratitudine per il coraggioso gesto, quando si volta verso di noi ed io faccio un salto all’indietro, quasi terrorizzato: è “faccia di clown”! è lui ad aver salvato la vita al piccolo Marc, ed ora si rialza da terra, dalla strada dove io, pochi giorni prima, lo avevo visto con le assi di legno sulle spalle. Mentre Choco lo ringrazia e gli chiede se sta bene, se haa bisogno di qualcosa, io e lui ci guardiamo non sapendo cosa pensare e cosa dire.Non c’era stavolta in lui lo sguardo che chiedeva aiuto, c’era un’espressione buona, quasi serena. Ma è stato un attimo. Tutto ad un tratto il volto ha cambiato espressione e, come se si fosse ricordato di essere chi era, si è alzato di scatto ed ha cominciato a correre, lasciandoci increduli.- Ma dove va? – dice Choco- Aspetti, sta bene? – ma lui corre, si volta e corre e si volta di nuovo mentre corre, lasciandomi lì con occhiate che sembrano sempre più vicine a quelle delle volte scorse.- Ma chi era? – mi chiede Choco- Non so, davvero- Ma perché è andato via così? Sembrava che scappasse- Non so…- Ma che hai? Sei strano….- No, no…. È che quello che è successo…poteva finire male- Beh, certo. Meno male che tutto si è risolto per il meglio. Stasera dormiremo sereni. La guardo sicuramente poco convinto….- Ciao Tanya e a presto- Ciao Choco. Grazie di tutto. Siete stati molto carini. Venite a trovarmi presto- Sì te lo prometto. Saluta il tuo “scrittore” e la prossima volta venite insieme. E prima che Marc faccia il militare…..- Ciao Tanya. Buon viaggio. Abbi cura di te e di Marc – le dico mentre il piccolo aspirante suicida mi sta sciogliendo i lacci delle scarpe…- Ciao peste. Lo abbraccio forte e lo bacio mentre Choco mi guarda teneramente. Mi devo preoccupare?!!Un’ora dopo la partenza siamo in centro e giriamo per negozi; tranquilli parliamo di Tanya e Marc. Compro il CD di Sting, ma forse non perché Marc lo ha rotto, ma perché mi fa pensare a lui….E perché voglio cercare di occupare il più possibile la mente per non pensare al ragazzo con la faccia di clown.------------- --------------Quando compro il giornale, soprattutto nei giorni di festa, per abitudine leggo i titoli della prima pagina,

  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:38
    La casa sospesa, la rivelazione.

    Come comincia: La casetta, piccola e graziosa, era sospesa nel cielo.
    Il tetto era di tegole rosate, dalla superficie ruvida intiepidita dal sole, mentre i muri candidi di malta apparivano liscissimi anche dopo anni di vento e intemperie.
    Un buffo comignolo paffuto faceva capolino su uno dei due lati spioventi del tetto, rilasciando un sottile serpente di fumo bianco che si innalzava per qualche metro in lente volute, prima di essere catturato da qualche corrente ascensionale che lo cancellava dal cielo come una sbavatura indesiderata.
    Intorno all’edificio, simile ad un grosso balocco per le bambole, si stendeva un fazzoletto di terra erbosa su cui spiccava il ciottolato bianco davanti all’ingresso;  Sulla sinistra della porta c’era un orticello ben curato, nel quale crescevano rigogliosamente verzure di ogni tipo. Non c’erano differenze tra le varie verdure e frutti di stagione: tutto, dalle fragole alle zucche autunnali, cresceva contemporaneamente, senza considerare i periodi stagionali. Sempre che di stagione si possa parlare, nel bel mezzo del cielo.
    Dall’altro lato dell’isolotto volante, sulla destra, una fenditura tra due grosse rocce muschiate generava un ruscello d’acqua dolce, che serpeggiava lungo il leggero declino del terreno, fino a raggiungere il bordo dell’isola che piombava nel vuoto, generando una piccola cascata nel blu.
    Nel bel mezzo di questo limbo di pace e serenità assoluta, c’era Lei.
    Non aveva nome, nessuno gliene aveva mai assegnato uno. Non c’era né una madre né un padre, non c’era stata nascita, così come non ci sarebbe stata morte, finché ella sarebbe rimasta ad abitare nella casetta.
    Quando si è confinati in un luogo privo della morte stessa, che importanza ha una cosetta irrisoria come il fatto di possedere un nome?
    Lei era una ragazza molto giovane e bella. Difficile stabilirne l’età, perché nonostante possedesse una fresca bellezza da quindicenne, il viso era avvolto da un’espressione di pace interiore che solo alcuni, molto di rado, riescono a conquistare con il sopraggiungere della vecchiaia.
    Difatti, osservandola la ragazza pareva allo stesso tempo giovanissima e molto vecchia, ingenua e saggia, acerba e provocante insieme...
    Nell’ambito limitato della casetta volante, tutto questo era lampante, nonostante all’apparenza non fossero altro che una serie di inaccettabili paradossi.
    Lei passava le giornate ad esistere, a vivere. Con tranquillità, semplicità e la ferma convinzione di stare bene. Il ché trasformava la sua vita in quello che più si avvicinava alla felicità assoluta: la mattina, alzatasi di buon ora, usciva di casa e contemplava il sorgere del sole. Sapeva di essere sospesa nel cielo, ma non aveva idea dell’altezza né di cosa ci fosse sotto di lei. A dire il vero, non era sicura neanche se ci fosse qualcosa sotto di lei. La sua concezione del mondo iniziava e terminava con il fazzoletto di terra erbosa, mentre il cielo era il suo universo protettivo circostante. Niente di più.
    Trascorreva le giornate in attività semplici che la rendevano più viva e felice che mai: curare l’orto, sua fonte di nutrimento, tenere ben pulita ed ordinata la casetta, accertarsi che il letto del ruscello fosse sempre in buone condizioni...
    In casa, nel comodo salottino di legno chiaro, arredato a puntino, possedeva anche una libreria e un telaio che non necessitava di gomitoli di lana, in quanto provvedeva a creare il filo da solo.
    La vita di Lei era la pace dei sensi fatta ad esistenza, e lei era ben felice di essere parte di tutto questo.

    Quella mattina era stata simile a tutte le altre innumerevoli mattinate che Lei aveva vissuto fino a quel momento; Dopo aver fatto colazione con fragole e zucca al vapore, aveva contemplato il cielo per un po’, senza avere in testa un concetto ben preciso di cosa fosse il tempo, né di come potesse in qualche modo misurarlo; Il tempo era un aspetto del suo microscopico universo che non necessitava di molta considerazione.
    A metà mattina aveva letto una fiaba da uno dei suoi libri preferiti, che non possedevano né autore, né data di pubblicazione.
    In quel preciso istante, stava pulendo con un panno la parete candida della casa, quando gettando lo sguardo all’infinito del cielo blu vide qualcosa che si stava avvicinando molto rapidamente.
    Socchiuse gli occhi, scrutando incuriosita la sagoma scura che fendeva le nuvole bianche, puntando dritto dritto verso l’isola volante.
    Solo quando la “cosa” fu quasi giunta a destinazione che Lei si rese conto con sgomento che cosa fosse in realtà: una persona.
    O meglio, visto che non possedeva la cognizione che ci fossero altri esseri con fattezze simili alla sua, vide una creatura molto simile a Lei, tranne che in qualche evidente dettaglio...
    Era un ragazzo.
    Snello e giovane, come lo era Lei. Ma mentre Lei aveva lunghissimi capelli neri che gli scendevano quasi fino alle caviglie, la chioma del ragazzo era candida come la luna piena e terminava poco sotto le spalle. Vestiva un elegante abito nero, bordato di pizzi argentei, che esaltava la linea sinuosa e atletica del corpo. Consapevole di indossare semplici abiti di lana chiara fatti a mano, per la prima volta Lei provò qualcosa che si sarebbe potuto descrivere come un abbozzo di vergogna.
    Abbassò lo sguardo, la mano chiusa in un pugno tremante a coprirle la bocca. Si sentiva spaesata e colta alla sprovvista: Chi era? Cosa era? Perché era lì?... Tutte domande, queste e mille altre, che il suo minuscolo mondo personale non le aveva mai imposto di chiedersi.
    -Salve a te, fanciulla!- Disse gioiosamente il ragazzo, esibendo un inchino sfarzoso, quasi compiacendosi della propria grazia innata.
    Da quanto tempo Lei non parlava? Non si ricordava neanche come fosse la sua voce... Stentava a credere di possedere una voce, addirittura.
    -S-s-s-aaalv-v-e...- Disse lei, arrossendo per lo sforzo.
    Il ragazzo si guardò intorno, il volto per metà stupito e divertito assieme.
    -Sei accasata magnificamente qui!- Disse, allargando le braccia.
    Lei non seppe che dire. Quello che riuscì a fare fu sondare profondamente gli occhi di lui: occhi blu più del cielo dietro le sue spalle, occhi profondi e giovali che divoravano con allegria ogni cosa su cui si soffermavano. Ogni cosa... e ogni persona.
    Si sentì avvampare.
    -Da dove vieni?- Chiese Lei, più fiduciosa nel parlare, questa volta.
    Lui parve sorpreso, ma manteneva quell’atteggiamento di fondo che era divertito ma anche un po’ troppo scanzonato.
    Allungò il braccio, l’indice teso verso il cielo. Con un tuffo al cuore, Lei vide che oltre a indicare il cielo, l’indice del ragazzo puntava anche leggermente verso il basso.
    In basso... Sotto il cielo.
    -Vengo dalla città-Mondo, là sotto...- Disse il ragazzo, scrollandosi una ciocca di capelli nivei dalla fronte con uno scatto della testa. Poi chiese la domanda che a quel punto Lei attendeva e al tempo stesso temeva di più: - La vuoi vedere? Te la mostro io...-
    La mano del giovane si rese verso di lei, il palmo verso l’alto, le dita affusolate pronte a stringere le sue.
    Lei, abituata da chissà quante eternità all’amorevole sicurezza dell’isola volante e della sua casetta di malta, ebbe paura.
    Una paura che non era infantile, o immaginifica, come quella che provava negli incubi. Una paura reale... La paura dell’ignoto, di perdere ciò che si ama e su cui si fa affidamento nella vita.
    Eppure c’era qualcosa nello sguardo del ragazzo... Pareva quasi che avesse un ché di magico. Qualcosa che la spingeva a desistere, vincendo la paura e affrontando quella nuova, inaspettata sfida che le era stata offerta.
    Si avvicinò al ragazzo e strinse la sua mano. Sentì il calore di un corpo che non era il suo e questo calore si espanse dentro di lei come un incendio. Ansimò, emozionata come non mai.
    -Non avere paura, non corri alcun rischio a volare con me...- Disse il ragazzo. E lei ci credeva, con tutto il cuore.
    Si staccarono dal suolo entrambi, silenziosamente, senza muovere un alito di vento che già non fosse presente nell’aere fresco del cielo.
    Lei scoprì di non avere affatto paura di volare: la stretta salda e forte del ragazzo era più rincuorante persino della stabilità offerta dalla casetta volante. Si stupì di questa sensazione, provando anche uno strano disagio... Scoprì di sentirsi ingrata verso il limbo volante che fino a quel momento l’aveva accudita come un utero amorevole.
    Ma un istante dopo, quando partirono veloci come uccelli marini sferzati dal vento, tutto scomparve. Rimase solo il lussurioso piacere del volo... E di lui.
    Lei voltò lo sguardo un’ultima volta, osservando l’isola; non l’aveva mai osservata dalla distanza: sembrava una grossa zolla di terra marrone a forma di cuneo, con la punta rivolta verso il basso. Grosse radici sbucavano sulla parte sinistra, dove sorgeva l’orto, abbeverandosi delle minuscole sacche di umidità offerte dalle nuvole.
    Con un riso esuberante e cristallino, il ragazzo proruppe in una picchiata verso il basso. Fu un esperienza da brivido per Lei, ma tutto sommato divertente. Risero insieme per tutta la durata della velocissima picchiata, mentre l’aria, ora fresca e ora calda a seconda delle correnti ascensionali che fendevano, sferzava i capelli di entrambi.
    All’improvviso, davanti a loro, le nubi si aprirono come i lembi di un sipario paradisiaco, e sotto di loro apparve la città-Mondo.
    Lei perse il fiato, incapace anche solo di pensare, di accettare quello che gli si profilò dinnanzi.
    Fin dove l’occhio poteva scrutare, si innalzavano palazzi di magnificenza inaudita, torri e pinnacoli argentei che scintillavano al sole come i diamanti di una corona sontuosa. Ponti dai raffinati bordi intarsiati correvano da una torre all’altra, mentre gli edifici più bassi formavano un tappeto uniforme di quartieri e piazze, scalinate e portici. Lei vide la vita brulicare dentro a quegli edifici e quelle strade. Una vita diversissima da quella che aveva vissuto fin’ora, fatta di pace e solitudine assoluta. Quella che osservava ora era una massa di esistenze pulsanti, frenetiche, parte di una collettività troppo grande da poter comprendere, almeno per lei.
    -Ti piace?- chiese il ragazzo.
    -E’ bellissimo!- gridò lei, la voce così acuta da apparire quasi isterica.
    -Bene! Lo sai, io sono il principe di questa città-Mondo! Sono colui che decide le sorti delle future vite altrui. Sono colui che fa maturare gli animi e apre gli occhi a coloro che sono rimasti troppo a lungo a crogiolarsi nell’innocenza...-
    La voce del ragazzo si era improvvisamente caricata di una sgradevole tonalità distorta. Se solo Lei avesse ne conosciuto il significato, la parola le sarebbe saltata alla mente in un lampo: cinismo.
    Il ragazzo posò la mano sugli occhi di Lei, e quando la tolse successe il finimondo.
    Come la pittura di un dipinto avvolto dalle fiamme, la realtà che si stendeva davanti agli occhi di Lei prese a sciogliersi, deformandosi e perdendo consistenza, per lasciare trasparire quello che realmente era celato al di sotto di essa.
    La sfarzosità splendente della città-Mondo si sgretolò, aprendo crepe sulle superfici dei palazzi e frantumandone le immagini in grossi cocci luccicanti che piovvero al suolo in una cacofonia di schianti e frantumi. Al di sotto di questi frammenti, Lei vide una città-Mondo diversa, fatta di povertà e brutture, sporcizia ed edifici rugginosi, cavi di rame sbilenchi che si intrecciavano in perverse ragnatele metalliche, interi quartieri avvolti da fumi ed esalazioni tossiche... Quella città così sconfinata che le era apparsa come una visione paradisiaca in realtà era la rappresentazione concreta del marciume.
    Le vite brulicanti che affollavano le strade non le parvero più energiche, ma povere e miserabili, avvolte dalla disperazione. Si sentì soffocare dalle loro grida e da tutte le emozioni distorte di quella massa commiserevole.
    Un boato vibrò nell’aria, talmente forte da scuotere il cielo. Lei strillò, terrorizzata, quando davanti a loro una enorme massa scura precipitò verso il basso, squarciando il manto nuvoloso con la forza della propria caduta libera.
    Con orrore infinito, Lei osservò la propria isola volante, su cui si ergeva l’amata casetta con l’orto e il ruscello, cadere come un enorme sasso lanciato giù per un pozzo.
    Disperata, Lei si volse lo sguardo al ragazzo, che era rimasto dritto come un fuso fino a quel momento, continuando imperterrito a volare in linea orizzontale.
    Il volto del ragazzo incrociò quello di Lei, ed ella vide che qualcosa era cambiato: la pelle pareva più pallida e tesa sul cranio; le labbra più sottili e bluastre; ma gli occhi, più di ogni altra cosa, sconvolsero lei: non più giovali e spigliati, ma febbricitanti di malignità pura.
    Il ragazzo parlò e quando lo fece, Lei sentì un acuto senso di repulsione da quel volto, così si costrinse ad osservare la sua vecchia isola che continuava a precipitare dinnanzi a loro, mentre la voce sibilante del ragazzo gli arrivava alle orecchie, leggera come un pensiero di sottofondo a quella scena di terribile distruzione.
    -Osserva la sofferenza delle persone sotto di te, ragazza... Senti la loro miseria, l’alone di fetido disgusto che provano per loro stessi e l’uno per l’altro...-
    ...L’isola cadeva, cadeva, sbriciolandosi in grossi segmenti di terra avvolte da polvere scura e detriti...
    -Inutile rifugiarsi in stupidi nidi di illusione e ignoranza. Il tuo posto è laggiù, tra i miasmi della feccia mortale che marcisce a causa della sua stessa gretta avidità...-
    ...All’improvviso, la casetta di malta si sradicò dal suolo dell’isola. Le fondamenta si strapparono dal suolo, le travi di legno si spezzarono come ossa vecchie e polverose. Sotto di essa, l’isola di terra si frantumava sempre di più...
    -Guarda il tuo patetico guscio ultraterreno che acquista il suo reale valore terreno: un ammasso di rottami, inutili e sbriciolati. Questo è il potere della realtà, ossia distruggere tutto ciò che non gli appartiene, rendere l’immateriale qualcosa di tangibile ma al tempo stesso patetico...
    ...Vide le piante dell’orto che venivano tritate e fagocitate dalle voragini della terra, che si apriva con crepe simili a ferite inferte nella scura carne dell’isola volante. La casa ormai era nient’altro che una nube di calcinacci bianchi in caduta libera, leggermente più in alto rispetto alla massa di detriti...
    - Tu sei un anima senza guscio, ragazza. Non hai ancora preso il tuo posto nella realtà che senti la sotto. Fino ad ora ti sei beata di questa tua condizione privilegiata, lassù nel tuo caldo rifugio; ma viene sempre il momento di affrontare la realtà... La dura, orrenda, sporca, putrida, mortale realtà. E questo momento, ragazza, è ORA!-
    Mentre quel che rimaneva della sua vecchia isola volante si sfracellava al suolo, sollevando una nube nera che si innalzò come un’esplosione, il ragazzo lasciò la presa e Lei cadde nel vuoto. Precipitò, urlando disperatamente, mentre sotto di lei la città-Mondo si faceva ogni istante più vicina, più appuntita, più arrugginita, più putrida, più viscida e tangibile...
    E poi ci fu bianco, infinito, innominabile...

    La neonata venne al mondo in uno dei tanti vicoli maleodoranti dei bassi fondi di città-Mondo. Il ciottolato della viuzza buia era bagnato di umidità, sudiciume e liquame.
    La madre morì durante il parto. La bambina rimase qualche tempo lì, accanto al corpo esangue del suo unico genitore, avvolta dal sangue e dalla placenta.
    I mendicanti e gli accattoni osservarono la scena con un certo distacco, ignorando il pianto disperato della neonata, oramai abituati a quelle scene di squallida vita e morte quotidiana.
    Tuttavia ci fu un momento durante il quale il pianto della piccola si fece improvvisamente fortissimo, quasi disperato, tanto che alcuni dei passanti si fermarono a guardare, incuriositi.
    Non videro niente di diverso da poco prima. La stessa bambina, ancora immersa nei fluidi del parto.  Piangeva come se provasse un qualche tipo di dolore fisico.
    Non videro la sagoma leggiadra del ragazzo che osservava la neonata nel bel mezzo del vicolo, il ghigno dilatato oltremisura che gli deformava il volto affascinante, gli occhi blu pieni di spietata soddisfazione.
    -Benvenuta nel mondo dei mortali, ragazza...- sussurrò il Demone delle Nascite Infauste... o forse non fu altro che un alito di vento.

  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:34
    Notte di lei, una di tante.

    Come comincia: Notte.

    La vecchia camera da letto era uno scrigno di oscurità e ombre sbilenche; L’unica fonte di luce era la luna a tre quarti che filtrava tra le imposte.

    Solo rimanendo in quell’ambiente buio per parecchi minuti, gli occhi si sarebbero abituati al buio e avrebbero intravisto lo scarno arredamento della camera: un vecchio comò a fianco del letto massiccio, un alto armadio a due ante rozzo e scrostato dagli anni, infine una bassa cassettiera che dall’aspetto pareva aver vissuto svariati anni in più dei suoi originari padroni, questo è certo.

    Come tutte le notti, lei stava immobile sotto il lenzuolo, respirando piano, come se questo potesse alleviare i suoi timori. Come se ci fosse qualcosa, un’entità esterna e superiore, che giudicasse ogni suo singolo gesto, anche il più banale come l’atto di respirare.

    Lei era lì, sotto le coperte, respirando piano.

    Completamente sveglia. In attesa che lui rincasasse.

    Teneva le orecchie tese verso il piano inferiore, dove l’ingresso del vecchio casolare introduceva ad una ampia cucina di quelle di una volta, anteguerra, con il camino a muro e la stufa di ghisa ben saldata contro la parete.

    Teneva le orecchie tese perché dal semplice suono di lui che rincasava, aprendo la porta e poi richiudendosela alle spalle, poteva essere in grado di dedurre se quella notte sarebbe stata bella o brutta.

    Si era resa conto da tempo che quando rimaneva sveglia e in attesa, aspettando lui, iniziava a ragionare come se fosse di nuovo una bambina di dieci anni, o poco più.

    Raggomitolata sotto le coperte, rigida come una pietra, smetteva di pensare come una giovane donna quale era: si limitava solo a sperare, a pregare che quella notte in particolare non sarebbe stata una di quelle brutte, ma una bella, senza paura e senza le brutte cose.

    “Molto infantile da parte mia“, si ripeteva durante il giorno, quando la luce e le attività giornaliere tenevano lontane le brutte cose da lei.

    Ma la notte, tutto cambiava.

    Lei si trasformava. La realtà si trasformava.

    Ritrovandosi a letto, verso mezzanotte e trattenendo il respiro, rifletteva che non c’era niente di innaturale in quell’atto di regressione; la sua mente si ritraeva dietro a quel velo fatto di assoluti, di “cose belle e cose brutte”. Il bianco e il nero. La facilità delle cose semplici da affrontare.

    A quel punto lei si rassegnava al fatto che non poteva fare niente, perché era la sua mente inconscia a reagire da sola, senza controllo, per pura e semplice preservazione.

    Dall’esterno, nel cortile di casa, giunse d’improvviso il rumore degli pneumatici che scricchiolavano sul selciato di ghiaia.

    Un cigolio di freni consumati e una leggera sgommata sui sassolini a causa della frenata troppo brusca.

    Non un buon segno, pensò lei, stringendo le palpebre e cercando di ingoiare la paura.

    Una portiera si aprì con un clangore che evidenziò gli anni e la ruggine dell’auto.

    Lei la conosceva bene quell’auto: una scassata Renault R5 vecchia più di vent’anni, che rimaneva funzionante con poco di più di nastro da pacchi, silicone e sputo.

    Odiava quella macchina, perché era la rappresentazione perfetta del suo proprietario: scalcinata, rozza e ridotta ad un rudere esattamente quanto lui, che in quel momento scagliava la portiera con forza esagerata.

    La portiera dell’auto si chiuse con un tonfo metallico, seguito da un brontolio assonnato e stordito di chi l’aveva chiusa. Un brontolio arrabbiato.

    Sempre peggio, pensò stringendo le coperte nei pugni.

    Ciò nonostante, continuò ad ascoltare, speranzosa.

    Un rumore tintinnante. Incerto.

    Un mazzo di chiavi che sferragliò come un grosso sonaglio arrugginito.

    Odiava anche quel suono, forse più della macchina. Avrebbe trovato più rilassante il lamento di una sirena antincendio piuttosto che quel maledetto sonaglio di chiavi, che significava il ritorno a casa di colui che odiava con tutto il suo essere.

    Il mazzo di chiavi cadde per terra. Si capì benissimo: un clangore di oggettini di ferro contro il suolo di ghiaia polverosa. Una voce roca ed impastata imprecò in dialetto modenese, una sonora bestemmia che avrebbe fatto rigirare nel sonno un prete.

    Lei emise un singulto strozzato.

    Prima ancora che lui fosse entrato in casa, lei già sapeva che quella sarebbe stata una notte di quelle brutte. Tanto, tanto brutte.

    D’un tratto si chiese perché fosse così stupita e spaventata da questo fatto: insomma, lui il giorno dopo sarebbe partito per un mese intero di viaggi; era naturale che avesse passato la notte a bere in osteria, così come era naturale che quella notte si sarebbe levato ogni sfizio immaginabile prima della partenza.

    L’ovvietà della cosa, e la tranquillità con cui all’improvviso si ritrovò ad affrontare l’idea, la colpirono come uno schiaffo sulla guancia.

    Che stupida, si disse mentalmente tra sé e sé. Certo che sarebbe stata una notte brutta-brutta. Non

    avrebbe nemmeno dovuto sperare il contrario, si sarebbe evitata un sacco di false illusioni.

    D’un tratto sentì un senso di gelido distacco pervaderle il corpo, sciogliendole la rigidità che fino ad allora l’aveva tenuta tesa come un fuscello di bambù.

    Si accorse di essere rigida come un fuso e di non sentire più nulla di realmente importante.

    Era inevitabile. Era già lì.. Perché morire di angoscia, quando poteva lasciar correre, sopportare e finirla senza fare storie?

    Si sentì impotente e passiva, e se ne vergognò con se stessa, perché in fondo era proprio lo stato in cui lui amava trovarla, le notti brutte.

    Passi pesanti salirono le scale, con ritmo irregolare. Si fermarono davanti alla porta della sua camera, socchiusa.

    -Ehi bimba, si può?- Chiese una voce ubriaca fradicia.

    Lei si sentì avvampare. Come osava chiamarla sempre bimba, durante le sere brutte?

    Si sentiva violata già da quel dettaglio insignificante.

    -Sì- disse in un sussurro.

    La porta si aprì piano, cigolando sui cardini. La luce ambrata del corridoio gettò un alone giallastro nella camera polverosa; Lei alzò di poco lo sguardo dal guanciale, quel tanto che bastò per vedere la grossa sagoma dell’uomo stagliarsi nella voragine della porta, incorniciato dalla luce malaticcia della lampadina a risparmio.

    -Domani parto,bimba. Sto via un mese intero. Tanto, troppo tempo lontano da te…-

    Il tono era languido, distorto e patetico.

    A giudicare dal modo in cui l’uomo scandiva le parole, le singole lettere persino, pareva che stesse facendo uno sforzo immenso per districare i pensieri dal turbinio sbilenco dell’alcool, e una fatica ancora maggiore per riversare tali pensieri fuori dalla bocca.

    -Lo so che parti. Lo so-. Disse lei con voce flebile. Che altro poteva fare, se non dare ragione a tutto quello che diceva quell’ubriaco schifoso?

    -E non ti dispiace neanche un po’?- Chiese lui, improvvisamente adirato per qualche misteriosa ragione, che solo il suo cervello annebbiato aveva saputo creare in quell’istante.

    -Non ti dispiace se parto? Eh?- Ripeté, con tono petulante e furioso.

    Il vinaccio bevuto lo aveva reso fin troppo nevrotico ed emotivo.

    Praticamente, era già incazzato.

    Ecco, pensò lei. Il pretesto perfetto. Se l’era servito da solo su un piatto d’argento.

    Buon appetito, signore. Gradisce un’antipasto?

    Ridacchiò isterica a quel ragionamento grottesco. Subito si tappò la bocca con la mano, tentando di non farsi udire. Ma lui era sbronzo, non sordo.

    Si precipitò con due passi sgraziati ai piedi del letto, afferrò le coperte con una mano e le strappo via, lasciando lei scoperta in reggiseno e mutandine, raggomitolata come una micia indifesa davanti ad un cane feroce.

    -Io lavoro come un negro, girando in lungo e in largo, e tu ridi di me?-

    -No, non intendevo ri…- La voce flebile di lei si spense non appena lui parlò.

    -Passo mesi e mesi lontano da casa, facendo un lavoro di merda da anni, ANNI!...mandandoti i soldi per posta e permettendoti di fare la puttanella in giro per tutta Vignola… quando l’unico a cui dovresti regalare attenzioni sono io… io e nessun altro… E TU RIDI DI ME?-

    Ruggì talmente forte che il cane nell’aia prese ad abbaiare.

    Lei iniziò a piangere silenziosamente. Stasera sarebbe stata la peggiore di tutte, lo sapeva. Non si era mai arrabbiato tanto. Pregò che non le facesse molto più male del solito.

    Con movimenti lenti e impacciati, si mise a cavalcioni su di lei, togliendosi la maglietta e scoprendosi il ventre appesantito da anni di bevute ed eccessi.

    Lei era quasi certa di ricevere un ceffone, un pugno persino.

    Strinse i denti e strizzò gli occhi.

    Inaspettatamente, sentì la mano dell’uomo lisciarle dolcemente la guancia, seguendo la linea arrotondata dello zigomo e infine della mascella.

    Il calore della sua mano era eccessivo e gonfio di minacce.

    Aprì gli occhi e scoprì che anche lui stava piangendo. Aveva gli occhi lucidi e languidi, arrossati dalle lacrime e dal vino allo stesso tempo.

    -Ti voglio così bene…- sussurrò, un sibilo che sapeva di alcool rancido.

    Lei non disse nulla. Si limitò a guardarlo con espressione vuota.

    -Ti voglio bene- ripeté lui, -Sei la cosa migliore che io abbia mai avuto in vita mia. Sei così bella!-

    Come a confermare l’ultima frase, appoggiò una mano callosa sulle una delle cosce snelle di lei. La mano strinse, bruciandogli di dolore l’interno coscia, poi prese a salire, salire… finché le dita tozze dell’uomo pizzicarono la stoffa sottile delle mutandine.

    A quel punto, le dita si infilarono sotto la stoffa

    Con un gemito che era per metà piacere, per metà disperazione, lei cercò di divincolarsi, ma lui la teneva saldamente sotto il suo peso.

    Era grosso e determinato.

    Il volto dell’uomo era adagiato sui seni minuti, ansimante come un mastice; la mano sinistra stringeva forte la spalla della ragazza, poi guizzava ad afferrare fianchi, pancia, natiche di lei;

    la mano destra invece, era sotto le sue mutandine fino al polso. E lì rimaneva.

    Andò avanti per molti, troppi minuti. Lui fremeva sopra di lei come una grossa sanguisuga ansimante.

    Lei teneva la testa appoggiata al legno scuro del letto, con il viso imperlato di sudore freddo e un’espressione di muta disperazione dipinta su di esso. Ogni tanto sussultava di piacere, suo malgrado. Ogni volta che questo accadeva, era come se qualcosa dentro di lei si consumasse, eroso dal dolore come roccia marina corrosa da un’onda.

    -Adesso basta!- Disse finalmente quando riuscì a raccogliere forze e voce necessarie.

    Lui fece finta di niente. Continuò imperterrito.

    -Basta. Ho detto basta. Smettila!-

    -PAPA’, SMETTILA!- urlò infine.

    Lui si ridestò e alzò lo sguardo incrociando gli occhi verdi di sua figlia. Qualcosa di inafferrabile fluì tra di loro, mentre si guardavano negli occhi.

    Qualcosa di sbagliato.

    -Sssssssssssh…- fece infine l’uomo, con l’intenzione di essere dolce.

    Poi riprese da dove aveva interrotto.

    Il mattino dopo, lei si svegliò che aveva ancora gli occhi gonfi di pianto. La luce mattutina filtrava dalle imposte chiuse, disegnando sottile lamine chiare che attraversavano l’aria della camera, mettendone in risalto la polvere svolazzante.

    Alzandosi dal letto, la ragazza si accorse che involontariamente si era addormentata in posizione rannicchiata, proprio come una bambina impaurita, nella stessa posizione in cui si era ritrovata molte volte, da piccola, la mattina dopo un brutto sogno.

    Toccò le lenzuola con un gesto lento ed automatico: le sentì ancora umide per la sera prima.

    Con un sussulto strozzato, si alzò di scatto, togliendosi da sopra le coperte come se fossero state roventi. Si sentiva improvvisamente nauseata di restare solo un istante di più su quel letto.

    Si lavò, rimanendo lunghi, interminabili minuti con la faccia sotto lo spruzzino della doccia, mischiando lacrime all’acqua corrente.

    Una volta asciugata, indossò una maglietta sformata e sbiadita, un paio di short da ginnastica, poi aprì le imposte della camera, inondando la stanza di luce. Fuori, il mondo era bello, ignaro di quello che accadeva tra le mura di quella casa.

    La campagna di alberi da frutto, nonostante fosse già spogliata in parte dall’arrivo dell’autunno, era luminosa e non c’era un ombra di foschia nell’aria. Il sole era vivace, quasi eccessivo considerando che ormai era ottobre.

    L’aria era fresca e frizzante, solo leggermente pregna di umidità.

    Abbassando lo sguardo sul cortile ricoperto di ghiaia, la ragazza vide che l’odiosa renault R5 era ancora parcheggiata lì dove era stata lasciata la notte prima.

    Per un orribile istante, lei pensò che suo padre non fosse partito, nonostante quel viaggio fosse stato stabilito giorni prima.

    Con il cuore stretto di angoscia, la ragazza prese a scendere le anguste scale che conducevano al piano di sotto, nella vecchia cucina del casolare. Quasi si aspettava di vedere la figura massiccia del padre seduta a tavola, mentre faceva colazione con caffelatte corretto al Jack Daniel’s.

    Non sarebbe stata la prima volta, dopotutto.

    Nella sua mente, lei vide il viso sformato del padre alzare gli occhi dalla scodella, osservarla con quel penetrante sguardo tra l’affettuoso ed il voglioso, e levarsi dal tavolo a fatica, ordinando di tornare in camera e sdraiarsi ancora sul letto, che aveva ancora voglia di farlo, che la notte prima non gli era bastato per un cazzo, che… che…

    Al penultimo gradino della rampa di scale, le ginocchia della ragazza cedettero al terrore di quel pensiero. Cadde in avanti, dando una spallata al muro e afflosciandosi lungo di esso, mentre il respiro si faceva faticoso. Qualcosa in lei era cambiato. Lo sentiva.

    Nonostante fossero anni ormai che suo padre abusava di lei, non le era mai capitato di sentire quella sensazione, subito dopo una delle “notti brutte”.

    Quella volta era stata diversa.

    Era un eruzione interna di rabbia e dolore, che aumentò in lei a tal punto da farle credere che il petto sarebbe esploso e le costole sarebbero state lanciate contro le pareti come schegge di una bomba.

    Cresceva, cresceva da morire, un falò dentro di lei che le imperlò la fronte di sudore e la fece urlare selvaggiamente nella solitudine del casolare di campagna.

    Quando finalmente passò, quasi mezz’ora dopo, si sentiva sfiancata.

    Aveva il fiato corto e la gola le bruciava a causa del tanto urlare a squarciagola.

    Ma soprattutto, era come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato, crepato, una sbeccatura del bordo argentato del suo essere, piccola ma inevitabile .

    Alzandosi finalmente dal fondo delle scale, andò in cucina. Non sentiva più addosso la paura cieca di trovarvi dentro suo padre.

    Infatti non c’era nessuno. La cucina era sgombra, a parte un paio di piatti ed un bicchiere che sicuramente suo padre aveva utilizzato per una frugale colazione e successivamente aveva lasciato nel lavello, immersi nell’acqua.

    Sul tavolo, c’era una lettera non sigillata. Sulla carta della busta era scritto in modo rozzo e frettoloso:

    “da papà per la sua Bimba”

    (con la maiuscola, brutto stronzo bastardo, vorrei che morissi in un incidente d’autostrada, stritolato dalle lamiere affilate della cabina del tuo TIR…)

    Lei aprì la busta con sguardo neutro, e lesse:

    “Cara mia, sono partito stamattina alle 5 in punto. Mi sono fatto accompagnare da Gianni al deposito dei camion, quindi ho lasciato la Renault in cortile. Chiudila nella rimessa, mi raccomando. Io tornerò fra circa quattro settimane. Ti ho lasciato un po’ di soldi nello sportello della credenza, in mezzo alle tazze da caffè. Non sputtanarlo subito tutto facendo la baldracca in giro, mi raccomando. Non avrò modo di mandarti altri soldi, quindi fatteli bastare. E poi, non hai motivo di spenderli per qualcosa che non sia comprare da mangiare, perché tu sei la mia bambina, la mia bimba, e sei mia e basta.

    Saluti da papà”.

    Fissò la lettera per qualche istante dopo averla letta. Osservò con attenzione la calligrafia sbilenca, la carta ruvida e giallastra, come se contenessero significati reconditi in realtà inesistenti.

    Quando fu trascorso poco più di un minuto d’orologio, appallottolò tra le mani la lettera, accartocciandola con quanta più forza avesse nelle mani.

    Fatto questo, uscì nel cortile, assaporando la temperatura gradevole del mattino.

    Si stava bene fuori da quella casa. Fuori, era autunno. Uno di quelli miti, dalle giornate frizzanti.

    Aprì la rimessa, spalancando le grosse porte di lamiera che cigolarono sui cardini rugginosi, poi si diresse alla vecchia auto.

    Le chiavi erano inserite nel quadro comandi, aspettavano solo lei.

    Come in una visione, lei si figurò lo spettro di suo padre che, dopo essere uscito di casa, infilava la testa nel finestrino abbassato, per controllare di aver lasciato le chiavi a disposizione della figlia.

    Talvolta era così amorevole… Altre volte, era un mostro, l’incarnazione dei babau che da piccola affollavano la sua immaginazione di bambina.

    Entrò in macchina. La vecchia R5 cigolò persino sotto il lieve peso della ragazza, tanto era disastrata.

    Con un paio di manovre rapide, lei parcheggiò l’auto dentro al garage, mentre dagli occhi colavano altre lacrime silenziose che nemmeno lei sapeva spiegare completamente.

    Chiuse il garage e rimase immobile in mezzo all’aia.

    Il gallo cantò il suo inno stridulo un paio di volte.

    Una ragazza bionda, a pochi metri da lui, si chiedeva se un giorno sarebbe mai stata in grado di ucciderlo. O uccidersi.

    .

  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:26
    L'Uomo Allegro, la città e la pira.

    Come comincia: La strada era scura, bagnata e urlava.
    Una pioggia oleosa e grigiastra cadeva lentamente da un cielo invisibile.
    Plumbeo e temporalesco, eppure celato: così era il cielo; coperto da strati infiniti di filamenti e teli lattiginosi, talmente fitti l’uno con l’altro, da apparire come uno sbilenco intreccio di fasci candidi; gli occhi del cielo non si potevano posare sulla città, e viceversa la città non era in grado di alzare il suo sguardo compassato e triste senza incontrare nient‘altro che intrecci della bianca fibrosità dei sogni.
    Cosa avrebbe dato ogni singolo abitante della città per tendere la mano, ergersi al di sopra dei tetti sgraziati, spioventi dei palazzi in rovina, e riafferrare con foga quegli ammassi lattiginosi appesi come panni lavati da poco, che tuttavia marciscono giorno dopo giorno e si lordano inevitabilmente al contatto con i miasmi della città.
    Il cielo era al di là di tutto questo.  Celato dal bianco che era più terrificante di tutti i neri ammassi tempestosi di nubi e tempeste che la mente potesse concepire.
    Ciò nonostante, la pioggia, pesante e untuosa com’era, si accumulava sulla superficie di questi strani veli bianchicci, creando conche stracolme di liquame dalle screziature arcobaleno dell‘inquinamento.
    Le pozze d’acqua tendevano i fasci bianchi di membrane setose fino ad abbassarle verso il suolo, come malinconiche bave di ragno dalle pance gonfie di acque luride.
    Attraverso le fibre fittissime eppur traspiranti delle membrane candide, la pioggia filtrava, scavando e lambendo la stoffa, per poi piovere nuovamente sulla strada urlante, ancor umida e unta ma in qualche modo lievemente purificata.
    Ma della pioggia interessava poco e niente alla strada.
    La strada urlava.
    I tombini vibravano di grida stridule della ghisa che, rabbiosa, risuonava nell’aria come la voce adirata di un golem metallico.
    Le finestre, le porte e le imposte di legno dei palazzi e retrobottega si esibivano in cacofonie di scricchiolii e schiocchi legnosi, accompagnati dal rumore tamburellante di schegge invisibili infrante contro i muri ammuffiti.
    I lampioni e i pali dell’energia (un’energia che nessun abitante della città si era mai premurato di capire) sfrigolavano con soffi di puro odio felino, emanando nuvole di vermiglie scintille che piovevano, ad intervalli regolari, simili a sciami di lucciole malate e incattivite.
    Ogni cosa inanimata, persino il selciato di ciottoli e i muri di calce delle case, nonostante fossero affievoliti da strati e strati di intonaco e pavimentazioni, emanava lamenti e stridii.
    L’uomo affrettò il passo.
    Odiava quelle strade. Le più vecchie della città. Era in quel luogo da pochi giorni, suo malgrado, e già odiava quelle strade. Ma non voleva perdersi d’animo, così pensava al meglio, concentrandosi sull’idea ferrea che si sarebbe trovato bene lì, avrebbe potuto piegare quel luogo a lui così ostile a favore della sua inesauribile forza d’animo.
    Però, ogni volta che si fermava ad ascoltare il suono della città, rabbrividiva inevitabilmente.
    Quelle strade…
    Talmente vecchie, putrescenti e disperate da accumulare un carico empatico di odio dalla forza incalcolabile, al punto di esplodere in suoni rabbiosi e incontrollati: vibrazioni talmente vigorose da diventare grida inanimate, generate dalla strada stessa e da tutto ciò che essa contenesse.
    L’uomo affrettò il passo, a disagio, ma ciò non poteva tappare le sue orecchie né  nascondere la sua anima dalla malvagità che aleggiava tutt’intorno, dentro il più profondo recesso di ogni cosa.
    Odiava camminare tra i muri scossi da gemiti , piangenti nubi di vecchi calcinacci in caduta; il dover sopportare piogge di scintille incandescenti che gli ricadevano sul collo scoperto pungendolo con il loro calore ustionante, al punto da indurlo a credere che quelle scintille piovessero da lampioni e centraline energetiche al solo scopo di recare dolore alla sua persona. Che fossero nubi di sputi ardenti, colmi di ardore e disprezzo.
    Nelle strade urlanti, e in quella strada in particolar modo, la città esprimeva a piena potenza tutta la sua insofferenza per il mondo, per la vita, per gli abitanti che, come formiche affamate, popolavano e scarnificavano il suo ventre. Sempre di più, sempre più a fondo.
    Rimanevano solo i drappi candidi e gonfi di pioggia.
    Apparentemente inermi ma al tempo stesso immuni a tutto quell’odio traboccante, svolazzavano quasi annoiati, mossi da brezze che non erano avvertibili tra i dedali cittadini.
    Tali drappi ciondolavano lentamente ai venti afosi che regnavano sopra quel luogo. Ingrigivano, ma resistevano. Come l’animo di colui che incassa le disgrazie della vita, ma piano piano ingrigisce dentro.

    Ma non sono certo pensieri così malinconici a sfiorare la mente dell’uomo che in questo istante, dopo aver attraversato la strada urlante in preda al disagio, giunge all’altezza di un basso edificio rossiccio ed entra finalmente dentro ad una piccola porta nera e incrostata, alla base di esso.

    La porta si aprì con violenza sotto il peso della sua spalla.
    L’uomo entrò tendendo il braccio in segno di saluto e sorridendo.
    -Salve a voi, gente bella!- Esclamò, piegando una gamba dietro all’altra in un accenno di inchino dal retrogusto guascone.
    Il tugurio fumoso che aveva l’onore di esser chiamato “locanda” non badò minimamente a lui, nemmeno per un istante.
    Il vociare rimaneva basso ma costante come lo scrosciare di un fiume, intervallato da qualche colpo di tosse e sovente dai sonori sputi catarrosi di qualche avventore che aveva fatto sua una sputacchiera.
    Più che una locanda, quel buco era da considerasi una lurida cantina con un bancone di legno graffiato e deformato dall’umidità e dalla birra versata nel corso degli anni; quel misero tocco di legno marcio doveva aver vissuto molte notti come quella, generazione dopo generazione di ubriaconi sbilenchi dalla mano di burro.
    Se il posto era rivoltante, gli avventori contenuti al suo interno non erano da meno: corpi deformi e grezzi, scheletrici o grassi o bitorzoluti; alcuni di loro erano talmente imbruttiti dalle bevute e dalla vita, che stavano iniziando a perdere i connotati umani più sottili e personali, in una metamorfosi lenta e inesorabile che rendeva taluni simili a grosse statue di creta malamente abbozzate.
    L’urlo della strada era decisamente attutito, ma nei rari momenti durante i quali per pura coincidenza le persone del locale abbassavano il tono di voce, l’orecchio acuto avrebbe potuto cogliere il sussulto ovattato di pareti e travi, inferiate e finestre a vetro opaco.
    Tuttavia visto che tali lamenti erano rivolti verso il mondo, all’esterno, anche in condizione di silenzio assoluto l’effetto sarebbe stato imparagonabile al baccano intimorente che regnava al di fuori, nel vicolo.
    L’uomo andò al bancone, togliendosi il pesante pastrano nero e ripiegandoselo malamente sull’avambraccio.
    Incrociò lo sguardo dell’Oste: un uomo talmente grasso, che il suo stesso volto era parzialmente nascosto da rotoli di disgustosa pelle adiposa, tanto da rendere quasi impossibile l’atto di incrociare il suo sguardo.
    Non che all’uomo interessasse particolarmente scambiare giochi di sguardi con quell’individuo fetido.
    -Un boccale di Falsa Speranza! E fammelo bello schiumoso!- Enunciò l’uomo, mentre con la mano che non reggeva il cappotto, sollevava il cappello a tesa larga ancora gocciolante, in un saluto teatrale che sapeva di sberleffo. Tuttavia la gioia stampata sul viso dell’uomo pareva sincera.
    -Finita…- Ruttò l’oste con sarcasmo, mentre con le mani grasse puliva boccali grandi quasi quanto le sue stesse dita.
    -Allora una pinta di Caparbietà bella forte, con un goccio di Ottimismo per il futuro! Non troppo Ottimismo, mi raccomando, non voglio che mi salga troppo alla testa, ho mangiato leggero questa sera…- Ritentò l’uomo, ammiccando verso l’Oste come se lui e quella palla di lardo si conoscessero sin dai tempi in cui entrambi succhiavano avidamente il latte materno. Lo stesso latte materno.
    L’Oste poggiò la brocca sbeccata che stava tentando di pulire (invano, impossibile far passare i suoi enormi polsi all’interno di essa) e scrutò l’uomo. Almeno, così parve, visto che quel volto rugoso non aveva praticamente occhi.
    -Sei nuovo di qui eh?… -
    L’uomo si grattò il capo, a disagio.
    -Beh, non proprio, mi pare di esserci già stato,  ma…-
    L’Oste scosse il capo e sbuffò, dimostrando eloquentemente che le opinioni personali di colui che aveva davanti lo interessavano quanto un ballo di gala canino organizzato all’interno di un cratere lunare.
    -Qui nel mio bar, solo questo serviamo.-
    Detto questo, l’Oste prese un bicchiere da mezzo litro e ci versò dentro mezza dose di Disillusione, un quarto di Tristezza cronica e coronò il suo capolavoro con un goccetto di Odio sprezzante per le Diversità e le Novità.
    Dal bicchiere salì istantaneamente un tanfo rancido che fece cadere stecchiti sul bancone due mosconi grossi come un unghia di pollice, accidentalmente sul tragitto dell’olezzo generato dalla bevanda.
    L’uomo tuttavia non si fece tante domande e trangugiò l’intruglio.
    Aveva fatto troppa strada ed era troppo intirizzito per rifiutare un cicchetto, anche se si presentava decisamente male.
    Sentì il liquido viscido anche più della pioggia stessa scendergli per l’esofago, rotolando in un miscuglio di sapori, umori e sensazioni completamente negativo e anacronistico.
    Immediatamente un gelo attanagliante si accumulò nello stomaco dell’uomo, propagandosi lungo tutto il corpo come se vene, arterie e capillari stessero diventando ghiaccioli invernali di diametro diverso, malamente intrecciati l’uno con l’altro in un sinistro percorso ad incastro.
    Lo sguardo dell’uomo, prima vispo ed energico, a poco a poco perse intensità. Un velo bianco, una cataratta, scese sulle iridi verdi smeraldo che spiccavano così tanto su quel suo volto rugoso ma al tempo stesso senza età, proprio come quel luogo.
    Con movimenti lenti e cadenzati, l’uomo appoggiò il pastrano sullo sgabello al suo fianco e si sedette. Ogni suo gesto, dal più evidente a quello più impercettibile, era improvvisamente diventato l’opposto di quelli che aveva sfoggiato all’entrata, esuberanti e carichi di allegria.
    Chinò il capo, come tutti avevano fatto prima di lui, e senza proferir parola ordinò un altro giro, semplicemente alzando l’indice ossuto verso l’Oste.
    Mentre l’uomo una volta allegro, ora grigio e stanco, ordinava un altro giro di “MalDiVivere” (così il panciuto Oste aveva chiamato la sua bevanda principe, ostentando un compiacimento a conti fatti esagerato), un manto candido e lattiginoso, simile in tutto e per tutto a quelli appesi a mezz’aria sopra tutta la città, apparve intorno al corpo dell’uomo, per poi dissolversi nuovamente un istante dopo.
    Nel momento esatto dell’apparizione del telo candido e fibroso, che sembrò svolgersi via dall’uomo come se fino ad un attimo prima lo circondasse, l’Oste proruppe in una risata obesa, soffocata dai doppi menti esagerati impilati l’uno a ridosso dell’altro.
    Tutti gli avventori si unirono alla prima risata, producendo un coro distorto di ghigni agghiaccianti e secchi, alcuni stentati, altri orribilmente squillanti, altri grotteschi e soffocati da bile e salive e bevande mal trangugiate.
    -Benvenuto nella città senza Arte né Parte!- Esclamò l’Oste tendendo una grossa caraffa lercia, colma di Cattivi Pensieri, Malvolenza e Superficialità Gretta.
    Fatto questo, portò la caraffa alle labbra carnose e bevve in sonore lappate canine, rovesciandosi una buona metà della bevanda sul grembiule di pelle e sul petto peloso.
    Altre risate risuonarono, più forti stavolta, e finalmente anche dentro il tugurio infernale risuonarono chiaramente gli stessi lamenti grezzi e gutturali del Vicolo Rabbioso della Città senza Arte né Parte, famosa per avere decine e decine di Vicoli, tuguri e Cittadini identici a coloro che stavano ammucchiati tristemente in quel buco di calce soffocante.
    Trascorse la notte, una notte dove la pioggia continuò a cadere flaccida sui drappi bianchi dei Sogni e delle Belle Qualità personali che, ad uno ad uno, erano volati via dall’animo di ogni abitante della Città, tanto che avevano presto riempito il cielo, coprendo la vista a tutto ciò che albergava al di sopra di essi.
    La mattina successiva, un sole malato e verdognolo sorse a EstOvest, nella non-direzione dove era sempre sorto e probabilmente non avrebbe mai smesso di brillare di quella sua fioca luce sbagliata.
    La porticina nera venne spalancata con forza dall’Oste, tanto che si infranse contro al muro facendo cadere un paio di mattoni.
    Un lamento più vigoroso degli altri si levò dalla parete colpita ma nessuno degli avventori, davvero nessuno, se ne curò minimamente, inebriati com’erano di sbronze tristi, emozioni depresse e rassegnazioni interiori.
    I clienti deformi e bitorzoluti uscirono dal locale, trascinando i piedi e ciondolando come anime infernali ritornate nel mondo dei vivi in attesa del Giudizio Universale.
    In realtà, ogni loro notte era un inferno.
    Ogni nuova mattina il proprio personale Giudizio Universale.
    Tutti quanti, persino il “fù” uomo Allegro, ora rinato come uno dei tanti Uomini Senza Arte Né Parte, sapevano dove andare.
    Completamente ottenebrato dal terribile miscuglio di cattiva umanità servito dal perfido Oste, l’uomo non più Allegro si sentiva ormai parte della comunità cittadina,  legato a tutti coloro che lo circondavano da grondanti sentimenti di malevolenza, pregiudizio e odio.
    Aveva trovato la sua nuova casa. Lo diceva che non avrebbe dovuto preoccuparsi di quel luogo, che l’avrebbe piegato alla sua indole, lo diceva ed era stato uno sciocco a temere il contrario.
    Era tutto giusto, era tutto come doveva essere. Era tutto orribile  e cattivo e spietato ed era esattamente come voleva che fosse.
    Si diressero lungo il viottolo Urlante, che dopo pochi metri scendeva in una leggera pendenza verso il centro cittadino. Lentamente, ma inesorabilmente, ogni abitante della Città stava facendo la stessa, identica cosa: si incamminava, in silenzio, in un rito collettivo e silente.
    Non c’erano uccelli in quel limbo di pena. Nessun volatile solcava il cielo sulfureo e sporco, costellato di pioggia perenne, perché in quel luogo nemmeno il più feroce degli animali meritava di perdersi nel oblio del circolo vizioso che governava la Città senza Arte né Parte.
    Certo è, che se un uccello fosse esistito, e in quell’istante avesse scrutato con la sua vista acuta le strade e i dedali di ciottolato lercio che componevano la Città, avrebbe visto file e file di formiche umane, nere e vuote, che avanzavano verso la grande piazza ottagonale posta esattamente al centro dei sette ottagoni concentrici che formavano la Città.
    Lì, esattamente nel mezzo della piazza, sorgeva la più grande Pira Infuocata che occhio umano, volatile o di altra natura avrebbe mai potuto osservare.
    Una Pira alta decine di metri e che mai si consumava, ardendo con un fragore che pareva provenire dalle viscere stesso Dio punitore che aveva forgiato quel luogo.
    La Pira, che ardeva costantemente senza mai consumare nemmeno un ciocco di legna, rendeva pesante l’aria e insudiciava irrimediabilmente i bianchi teli delle Anime ormai corrotte, rendendo i più vecchi ormai grigi come un cielo invernale.
    Lì, intorno alla Pira di innaturale grandezza, gli abitanti si radunavano in cerchi concentrici esattamente come i quartieri della Città.
    Una volta radunatisi in quel luogo, rendevano omaggio al loro fuoco guida, all’ispirazione per il loro rinnovato stile di vita nella Città.
    L’ardente odio per ogni cosa.
    Rendevano grazie in silenzio. Fissavano la Pira con occhi vitrei, incuranti del calore indicibile che bruciava loro i capelli o ustionava le pelli.
    Rendevano grazie così, senza fare niente di significativo, senza pronunciare nessuna parola che fosse degna di essere udita.
    La Pira bruciava e bruciava, immutabile.
    I teli bianchi e fibrosi, raccoglievano la pioggia insudiciata dalla Pira e dalle sue zaffate sulfuree, e ingrigivano.
    Ingrigivano sempre di più.

  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:18
    Homunculus

    Come comincia: Il laboratorio era immerso in un’oscurità che sapeva di polvere, ossa, erbe rinsecchite e formaldeide.
    La porta d’ingresso, in ferro battuto, era chiusa da chissà quanti decenni; la grossa serratura, nonostante la ruggine e i grumi di ossidazione dovuti all’umidità, era ancora robusta e sigillata. Come se ciò non bastasse, pesanti puntelli di ferro erano stati saldati alla bell’e meglio contro la  porta, impedendone anche la minima possibilità di apertura. Un lavoro grezzo, ma sicuramente efficace.
    Lo spazio all’interno del laboratorio era angusto e saturo di oggetti in disordine: il grande tavolo operatorio occupava la maggior parte del pavimento; su di esso, lacci di cuoio sfilacciato se ne stavano sdraiati blandamente sulla superficie incrostata del ripiano, assomiglianti a serpenti morti nell’oscurità.
    Tutt’intorno al tavolo erano sparsi alambicchi e provette, vasi pieni di strani liquidi densi e oleosi che nessuno al mondo avrebbe desiderato aprire...
    C’erano infatti piccole sagome organiche all’interno di quei barattoli, rese opache dalla densa viscosità dei liquidi di conservazione. Anche se i contenuti dei recipienti non si riuscivano ad intravedere con chiarezza, era più che intuibile cosa fossero: un cuore, una mano rattrappita, una mascella... L’ultimo barattolo dello scaffale, nascosto da un grosso volume di medicina, conteneva una forma assomigliante ad un neonato.
    Troppo piccolo per poterlo già essere. Abbastanza grande per essere comunque stato, a suo tempo, un essere vivente.
    Quali abomini erano stati compiuti in quel misero stanzino?
    Un’ombra si mosse all’interno del grande, vecchio armadio. L’unico mobile di legno presente nel laboratorio. Era di mogano scuro, ormai rovinato irrimediabilmente dal clima stantio e umidiccio che si era venuto a creare.
    Gli abiti appesi all’interno del grosso mobile a due ante ora non erano altro che ammassi macilenti di stoffa divorata dalle tarme e dalla muffa.
    L’ombra si mosse di nuovo, smuovendo un telo di stoffa che si sbriciolò come carta secca. Prese a sospirare ed ansimare, sempre più in fretta. Con un fruscio ed uno scricchiolio dell’armadio malmesso, una figura rantolante uscì dal mobile, aprendo lentamente l’anta di destra.
    Il cigolio dell’anta fu sommesso e niente affatto sinistro, mentre la massa scura dalle fattezze umane poggiava i piedi nudi sul sudiciume del pavimento.
    Avanzò lungo la stanza, affiancandosi ai barattoli colmi di ripugnanti campioni di tessuti e creature sotto spirito. Mentre oltrepassava il macabro campionario, una sua mano rachitica andava ad accarezzare delicatamente il vetro dei barattoli, in una deviata dimostrazione d’affetto.
    La figura giunse al tavolo alchemico posto dietro a quello operatorio. Alambicchi contorti, piccoli recipienti e provette vuote erano disposte sul ripiano in una specie di formazione da battaglia, simili ad un esercito di soldatini di piombo posizionati da un bambino che gioca alla guerra in miniatura.
    Di fianco ad essi, c’era una pila di libri sulle collezioni di eserciti di stagno, sulle strategie delle guerre napoleoniche e sul comando militare. A suo modo, la sagoma oscura si era creato una collezione di soldatini, e pareva intenzionato a rispettare la veridicità storica nei suoi sporadici momenti di gioco.
    La figura si fermò ad osservare quella curiosa disposizione, reclinando la testa. In quel preciso istante, lui stesso pareva un bambinone indeciso che tentasse di capire se aveva voglia o meno di giocare con le sue statuine di fortuna. Rimase fermo per quasi cinque minuti, una forma nera appena distinguibile, poi decise di lasciar perdere. Afferrò due pietre focaie che erano state accuratamente riposte dentro ad un barattolo, insieme a numerose scatole di candele.
    Per quanto le usasse di rado, il loro numero stava lentamente ma inesorabilmente diminuendo.
    Tuttavia, almeno una volta all’anno, si concedeva la benedizione della luce in quel piccolo, recluso mondo di oscurità.
    Con un gesto secco e deciso, sfregò le pietre focaie e accese la candela, che ripose su un supporto di ferro, lordo di cera sciolta.
    La fioca luce fendette a fatica la densa oscurità carica di pulviscolo, ma lentamente si fece strada nel laboratorio.
    L’uomo socchiuse gli occhi, per nulla abituato ad una luce seppur flebile. Dopo tanto tempo passato nel dormiveglia, si concesse un gemito di sollievo. Vedere la fiammella della candela era diventato per lui un dono incommensurabile; il fatto che una volta all’anno, in quel preciso giorno, si fosse imposto il rito di fare luce nel laboratorio, era diventato la sua ragione di vita, niente di meno.
    Non osava pensare a come avrebbe fatto quando le candele si fossero esaurite, di lì a qualche anno. Non ci pensava perché la risposta sarebbe arrivata fin troppo rapida e decisa nella sua mente: si sarebbe ucciso.
    Ora che la luce si irradiava nel laboratorio., il sudario del tempo era più presente che mai: ragnatele fitte e polvere erano ovunque.
    L’uomo si osservò nel riflesso dello specchio incrinato posto sopra il tavolo alchemico: ciò che ricambio il suo sguardo, dall’interno dello specchio, non fu esattamente un uomo, in realtà.
    Il cranio era deforme, la pelle scura e rugosa come quella di un ustionato grave.
    Sorrise goffamente a se stesso, mostrando file di denti neri e marci. Come sempre, fu tentato di distruggere lo specchio con un pugno, oppure scagliandovi contro uno dei suoi soldatini-provetta. Come sempre, resistette all’impulso, sapendo che sarebbe stato un gesto avventato di cui si sarebbe pentito per tutti gli anni successivi: lo specchio, seppur spietato nel mostrare il suo aspetto patetico, gli ricordava che lui esisteva, che lui dopotutto era nel mondo e possedeva un volto. Vivendo per tanto tempo nell’oscurità,  quella apparente certezza veniva messa a dura prova dalla sua mente.
    Quello che sapeva, oltre ad essere al mondo, era la consapevolezza di non essere uomo. Lui assomigliava ad un uomo, pensava come un uomo. Volendo, avrebbe anche potuto parlare come un uomo, anche temeva di aver disimparato a parlare dopo una vita di silenzio.
    A parte tutto questo, rimaneva il fatto che lui non era nato come un uomo. Non era stato concepito da nessuna madre, non aveva origini. Era un guscio vuoto, e si detestava profondamente per questo, con tutto il cuore.
    Prese la candela in mano, avanzando fino alla porta sbarrata. Appoggiò la mano sul freddo metallo dell’unica barriera che lo separava dal mondo esterno. Sapeva che c’era un mondo la fuori, ma la sua conoscenza non andava oltre. Si chiedeva spesso per quanti anni ancora quella porta sarebbe rimasta chiusa. Questa e altre mille domande affollavano la mente dell’uomo: Quel laboratorio era sulla superficie? O sottoterra?. Ed erano tutti come suo padre adottivo, la fuori?
    Suo padre... Si sentì egoista per essersi quasi dimenticato si suo padre. Era per quello che si era svegliato, dopotutto. Non doveva trascurarlo in favore dei suoi patetici vaneggiamenti esistenziali, si disse tra sé e sé..
    Si chinò su suo padre, che se ne stava seduto per terra, la schiena appoggiata alla porta, quasi temesse che i puntelli di ferro saldato e la serratura non bastassero a proteggere quel rifugio-prigione dal resto dell’universo.
    Timoroso di parlare, per paura che anche solo la sua voce avrebbe sbriciolato i resti scheletrici del cadavere rannicchiato contro la porta,  egli decise di fare gli auguri a suo padre con il pensiero.
    “Buon compleanno, padre. E che tu sia dannato”
    L’augurio riecheggiò nella sua mente, l’unica dimostrazione autentica della sua vita, in quanto tutto il resto del suo corpo, seppur fatto di carne e sangue, non era da considerarsi realmente “in vita”. Semmai “in funzione”, ma senza vita vera al suo interno.
    Con un soffio, spense la candela. Lo scheletro ammantato di ragnatele e lembi di vestiti gli scomparve alla vista, così come il grosso libro alchemico al suo fianco. Aveva letto solo una volta quel libro, pentendosi poi per anni e anni in seguito.
    Non avrebbe mai voluto scoprire le sue origini, ma il grosso tomo era a terra, spalancato proprio alla pagina giusta...

    Homunculus- Le basi per la creazione in vitro di un essere vivente, attraverso le formule alchemiche arcane.

    Il risultato di questo procedimento è in genere un essere biologico di fattezze simil-umane, composto di sangue ed erbe.

    Capitolo 1.
    Il punto di partenza della ricetta di Paracelso è il seme dell'uomo, imputridito per quaranta giorni in un alambicco, incubato successivamente nello sterco equino attraverso procedimenti combinati di alchimia e magia. [...]
    L’essere in questo modo generato deve poi essere nutrito con l'arcano del sangue umano per quaranta settimane. A procedura completata, ne risulterà un fanciullo biologicamente completo e funzionante, solo leggermente più piccolo della media e privo d’anima...

    Solo leggermente più piccolo... solo privo d’anima.
    In silenzio, colui che era vivo ma si pentiva di esserlo, tornò a dormire dentro all’armadio. In attesa del prossimo compleanno.

  • 13 ottobre 2011 alle ore 8:25
    Breve cronaca di un ritorno a casa

    Come comincia: Sono le cinque della mattina, sono in auto, e marcio faticosamente su per una ripida salita imbiancata di Puianello. Nevica a bestia e sono sbronzo da fare schifo, tanto per capirci non è solo la macchina che arranca.
    Arrivo ad un incrocio, mi fermo. Una macchina dietro di me, sbucata chissà dove e chissà quando, lampeggia. Riconosco il taglio dei fanali: è un'alfa. E' l'alfa di Baiso, per forza. Fuori c'è la tormenta, l'orario è tardo, e a Puianello non c'è mai un cane, quindi è Baiso, per forza è lui. Per chi non lo conoscesse vi dico solo che lui ha il dono dell'ubiquità, non scherzo, Baiso è dappertutto, e se non lo avete ancora visto è perché siete dei distratti.
    Comunque, vedo le luci, e nonostante la neve che cade fitta, apro il finestrino ed estraggo il braccio: “CIAO BAISO” grido, e muovo la manina, dopodiché accelero con quanta ne ho, producendomi in un paio di sbandate controllate. Si fa per dire.
    Baiso non è uno dal piede leggero in macchina, e spesso quando lo incontro, ci spingo giù anche io, per gioco. Cosa? E' da stupidi dite? Lo è, mica l'ho mai negata 'sta cosa.
    L'alfa rimane dietro, la perdo. Ho capito: non ha le gomme da neve. Strano però. Baiso è uno che non si fa trovare impreparato dalle stagioni.
    Arrivo a casa, parcheggio la macchina di fronte al cancello d'entrata, bestemmio con il mazzo di chiavi, la serratura che non la smette di stare ferma, e con il tempo che fa girare veramente le palle.
    Poi eccola, l'alfa. Faticosamente prosegue la marcia nella tormenta. Grido: “BAISO! BAISO! BAISO VIENI A PRENDERE UN CAFFE'!” Perché forse voi non lo sapete, ma Baiso va matto per il caffè. Tra l'altro hanno appena scoperto che il caffè previene le malattie neurodegenerative e, se preso senza zucchero, anche il diabete. Baiso lo zucchero nel caffè non lo mette mai.
    L'alfa si ferma, volta in mezzo la strada e viene verso di me. Apro le braccia in un gesto d'esultanza alla Ibrahimovic.
    E' l'alfa dei carabinieri, la stessa che da anni influenza le mie serate. La mia vita. Quella che mi ha obbligato a rinunciare alle discoteche, alle scopate clandestine, ai concerti.
    Appena la riconosco rido, di gusto, non so perché, anzi si lo so, sono sbronzo, di brutto. Uno dei due agenti abbassa il finestrino e mi chiede: “lei abita qui?”
    “Certo”
    “Bene” dice, e poi mettono la retro e spariscono nell'oscurità.
    Sono contento che ci sia così tanta bontà al mondo, sono certo infatti, che se non avessi avuto un posto dove poter trovare riparo dalla tormenta, avrei trovato un tetto, e forse, anche un pasto caldo.

  • 10 ottobre 2011 alle ore 20:27
    Firestorm

    Come comincia: Scarlatto è il cielo, attraversato da dune solari, che come onde travolgono il rosso del sangue, di cui si tinge il soffitto della città di FireStorm. È un fuoco perenne, quello che resta acceso al di sopra di essa, vivo e caldo, scaccia sulla terra piccole gocce di brace, forse, ultimi residui di qualche stella ancora viva, che si sgretola divorata dalle fiamme.  Il giorno e la notte si confondono in un tramonto, di cui la fine non è ancora stata scritta. Ribolle il mare di lava, che si estende da lontano sino alla riva, come se il cielo all’orizzonte si fosse sciolto in una cascata, di cui la terra si è fatta culla. Si agita a stento, appesantito, sofferente, scotta la riva a piccoli accenni per poi rifugiarsi nei suoi abissi. Si erge fiero il pontile, confine naturale, nero bruciato, fumante di rabbia, per essersi riscaldato e svestitosi della sua consistenza. Profuma di catrame l’aria. I pochi edifici circostanti sono stati mangiati dai fuocherelli naturali, che prendono vita al semplice schiocco delle dita, percorrono in orizzontale e verticale i palazzi, le case, i negozi come se li recintassero, è un filo spinato accaldato, avaro di morte, che quanto più penetra all’interno più fa sanguinare, macchiando di rosso l’intonaco ormai consumato. Frequenti esplosioni si verificano intorno, sia all’interno delle abitazioni, che all’esterno per l’eccessiva temperatura. È una musica leggera il ripetersi in successione del frantumarsi di vetri, specchi, che leggeri cadono dall’alto, riflettendo come lucciole i colori accesi del cielo, scivolano brillanti sull’asfalto. È l’incontro di due anime che si avvolgono, è un bacio da cui restare inghiottiti. La natura è bruciata, morta, stecchita. Ne restano poche sembianze, se non gli esili scheletri carbonizzati a ricordare una vita ossigenata, pura. La stessa terra non sembra essere tale, è un lutto ciò di cui è spettatrice, sterile nel ventre, vedova e senza figli. Gli abitanti di FireStorm sono chiamati le torce, prima erano dei normalissimi essere umani, col sopraggiungere poi del surriscaldamento globale, lento e graduale, anche il loro corpo si è adeguato come l’ambiente naturale ricoprendosi di fiamme dalla testa ai piedi. Il loro corpo è fatto di fiamme, si distinguono le braccia le gambe e il busto con la testa ma non c’è traccia di dita, orecchie, capelli, naso. Nel rosso vivo di cui sono coperti sono visibili occhi e bocca incavati all’interno del focolare, di un giallo così intenso come se stesse appena nascendo una piccola stella nel nero della notte. È alta la temperatura a FireStorm è malinconica la vita delle torce è dolce il tramonto è romantico il cadere degli astri a cui affidare desideri caldi.

    Ersilia Anna Petillo

    Racconto pubblicato sul quotidiano "Il Roma" del 15 Settembre 2011

  • 09 ottobre 2011 alle ore 13:07
    Travel

    Come comincia: Oggi, per colazione latte e biscotti, Beatrice non deglutisce e non si nutrirà, così estranea da questa carnalità che ci infonde un grande piacere. Beatrice è perfetta per la comunicazione che loro vogliono, un sottile e sottinteso messaggio che traspira dai suoi fragili polmoni, da quel respirare quieto e instabile. Da quel guardare nel vuoto che ogni tanto si accorge che esisti, viva in questo contesto diverso, strano, vacuo.
    Gli alieni, saranno grigi? Abitano la luna senza dircelo oppure marte. Disegnano simboli mistici sui campi di grano: un uomo vitruviano contornato di infiniti mondi stranieri, sembra abbracciarli tutti o forse solo attenderli. Dimensioni sconosciute si apriranno a noi semplici, comuni esseri umani. Ora che siamo pronti, ora che il nostro grado di coscienza ha raggiunto un livello adatto. Adesso che  aspettiamo un attimo e ci fermiamo, cogliendo gli occhi di chi ci sta vicino. Ora che vediamo. Ora che capiamo. Ora che andiamo oltre.
    Beatrice è lì, con il suo taglio corto, sbarazzino. Unica fra tante identità uniche. Colori verdi e blu, languidi in uno specchio che ci riflette insieme. Potremmo immaginare di prenderci per mano e sentirci meno soli, in acqua trasparente e pura che avvolge il nostro pianeta.
    Amore tra di noi e per loro che arriveranno e apriranno le nostre anime. Beatrice, ricurva su se stessa guarda sempre avanti, alza lo sguardo sopra di me e in questo scritto senza testo, lei solo lei. Sorride e sa prima di me quello in cui non voglio credere. Lei si innalza ogni notte rapita da una luce, trasportata attraverso la notte svanisce nel nulla e non la trovo. Mi rigiro nel letto e non sopporto la solitudine. Non so se è inquietudine o mancanza, brama di conoscenza o verità, gelosia o speranza. Non dormo fino al suo rientro.
    Le stringo la mano e mi abbandono al sonno, subito. Felice di condividere il suo viaggio mentre sogno di volare anch’io, consapevole attraverso lei. Esseri trasparenti svolazzano vicino e non ho paura, avverto carezze, mani tese mi attendono e io con il cuore gonfio mi avvicino senza dubbi, opinioni contrarie, dibattiti, congetture. Il mio pensiero è in pace, senza torture, fiducioso. Non è reale ma mi sento nuovamente un infante, gioioso senza scopo, privo di obiettivi ma vivente solo per un interminabile e meraviglioso momento. Non ho fame, non ho sete, non ho voglia di sesso, ne sudo, ne soffro... Sono. Me lo sussurrano in un orecchio e mentre rispondo sento che la mia voce è cristallina, vivace, talmente eterea che potrei ascoltarla per sempre. Volo leggero e innocente, veloce e so di dire il giusto, il sacro, il vero. Biondi riccioli vibrano e creano una brezza nella luce fra gocce di rugiada fresca. Non avevo idea, giuro non avevo idea. La trasparenza, il colore, l’essenza profumata, mani affusolate e bianche, braccia esili, spalle e sorrisi. Tanti o uno, creature che si uniscono e si sovrappongono. È dunque questa la gioia di Beatrice? Beatrice dei desideri, Beatrice dei miei pensieri. Beatrice degli angeli.
    Commuovimi, strappami lacrime, gesti, palpiti del mio cuore, riflessioni.
    Questa è la notte che volevo, dove le stelle ci illuminano e un vortice intenso e giovane ci conduce dove tu vuoi andare, vibro per te, amo per te.
    È un’isola di sabbia gialla e vegetazione smeraldo, loro sono ovunque, intensi, accoglienti. È  il tuo mondo, fa di me il tuo allievo, istruiscimi, trascinami e convincimi. Uccidi il mio lancinante dubbio prima che io venga risucchiato di nuovo, ti prego non voglio tornare indietro. Afferrami e resisterò, proverò ad allontanare le mie convinzioni e mi avvicinerò alla tua saggezza.  Beatrice che abbracci e avvolgi, che leggi i pensieri, nella tua preveggenza, assillami, riportami all’ovile. A me che non ho mai desiderato stare in un ovile, nel mio vagabondare per strade desertiche fiancheggiate da cactus e cespugli spinosi, con il clima secco, i piedi gonfi e un orizzonte tanto lontano che non ho mai raggiunto. Ora so che è stato inutile il mio affanno, il mio destino aveva in serbo questo significato. Ogni particolare fisico e spirituale si condensa in tale sorprendente rivelazione dall’alto, fa apparire il quaggiù uno squallido ripetersi di eventi, fotocopie l’uno dell’altro in un infinito trascorrere del tempo che ingrigisce i capelli dei più stanchi. Ci si guarda indietro sapendo di non aver fatto abbastanza, scontenti, ansiosi di un qualcosa di spettacolare che scuota questa noia indifferente e rabbiosa. Non esiste. È immaginazione. Finalmente vengo costretto a fare attenzione, a lasciare il mio mostruoso ego chiuso nell’armadio. Cieco e sordo al tuo meraviglioso silenzio, credevo fosse scontato, eri una inevitabile espiazione, un bisogno di santità che attingevo da te, un abominevole modo per ripagare tante mancanze.
    Beatrice mi lascia la mano e spalanco gli occhi, mi accorgo che il suo viso è chino, l’ultima rispettosa lacrima scende e riga i segni del passato impressi sulla mia pelle.
    Non ho nostalgia, sono qui, ora. Non voglio essere altrove, solo in questo placido nulla avverto la linfa preziosa di Beatrice, Beatrice che illumina, Beatrice che rigenera. Beatrice del mio io, che entri e conficchi le tue radici, così strette, così salde.

  • 08 ottobre 2011 alle ore 14:27
    Corto #2 - Praticità

    Come comincia: Lui mi dice che il mio sorriso lo illumina, ma poi vive con una torcia in tasca.

  • 05 ottobre 2011 alle ore 18:58
    Atalanta

    Come comincia: “Quante ore ti alleni in palestra?”
    “In palestra ci vado poco,preferisco stare in acqua.Almeno tre ore al giorno.”
    “Dovresti compensare,per la schiena almeno,sei troppo magra.”
    Sguardo fisso e silenzio.
    “Nuotare sviluppa tutti i muscoli del corpo ma è bene fare anche molto esercizio fuori dall’acqua.”
    “Vado in palestra quando ho tempo”
    “Bene.Dovrai andarci più spesso allora se vuoi recuperare.”
    Silenzio.
    “Quanti anni hai?”
    “Diciassette”
    “Sei giovane,devi mettere su un po’ di peso signorina”
    “Lei chiama ‘signorina’ tutte le sue pazienti, dottore?”
    “Solo quelle indisciplinate”
    “Posso rivestirmi?”

    Atalanta scende dal lettino con un balzo e si rimette il reggiseno,una seconda scarsa.Il medico sportivo da cui andava prima a questo punto le avrebbe fatto i complimenti per il fisico slanciato e sodo,ma si sa,non tutti sono predisposti a dire cose che fa piacere ascoltare.Adesso è irritata e stanca,con un po’ di occhiaie e la voglia di fumare l’ultima sigaretta del pacchetto.Sembro sempre da salvare e da proteggere,pensò,mezza bianca e mezza nera.

    Atalanta accende la sigaretta e cammina nel parco sotto il sole tiepido del pomeriggio,i bambini sfrecciano sulle biciclette colorate e luccicanti,due signore camminano mangiando un cono gelato,un gruppo di ragazzi in cerchio suona con la chitarra una vecchia canzone di De Andrè di cui non ricorda il titolo.La sua panchina è la penultima sulla sinistra,appena prima della quercia,ci andava ogni volta che i pensieri erano troppi da gestire e il cuore diventava pesante.Si incanta ad osservare un merlo nel prato,lui riesce a volare,la sua mente no.Sulla panchina legge una scritta “Tata ti amerò per sempre”.Amore amore.Quanto amore sprecato in una scritta.Sempre sempre.Quanto poco valore ha quella parola.Erba erba.Il profumo della primavera.E un cellulare,il suo,che squillava come fosse l’unico su tutta la Terra.Era Marco che le chiedeva di uscire.Atalanta gli aveva spiegato che non aveva bisogno di un ragazzo e che la vita solitaria era per lei un precetto morale da seguire.E lo aveva spiegato anche a Luca,Alessandro,Jacopo e Samuele,negli ultimi due mesi.Marco era più tenace degli altri,forse perché era un amico di sua sorella e conosceva di più le sue abitudini.”Ti propongo una sfida,Atalanta.Duecento metri stile libero,domani alle 4,piscina comunale.Se vinco io esci con me,se vinci tu io sparisco.”.Il nuoto era per lei una dote naturale,non sembrava mai faticare,nemmeno nelle gare più difficili.Le sue gambe lunghe e affusolate si sposavano divinamente con il cloro e il colore azzurro del fondo della piscina.Atalanta nuota e sembra avere le pinne al posto dei piedi,squame sulle braccia e lungo i fianchi sinuosi e attraenti.Marco sparì.
    Poi sparirono i pretendenti.
    Poi sparì il cellulare,rubato.
    Poi fu costretta a dormire fuori casa una notte in cui aveva dimenticato le chiavi.Sul pianerottolo il giorno dopo un pacchetto con un biglietto.
    Mamma e papà saranno più tranquilli adesso.Ti voglio bene.

    La sorella maggiore vende cellulari ogni giorno in un grande centro commerciale.Succede.

    Oggi Atalanta non sa che dovrà affrontare una nuova sfida.Sua zia,definita da tutta la famiglia “l’oracolo”e venerata perché non sbagliava mai un responso,aveva predetto per lei un futuro burrascoso.”Tu non hai nessun bisogno di un fidanzato,Atalanta.Evita l’esperienza della condivisione amorosa,non fa per te.E tuttavia non vi sfuggirai.”.La mamma era scoppiata a piangere ascoltando quelle parole.Mi aveva anche chiesto se ero lesbica,risposi di si perché almeno aveva un motivo per cui piangere.Ecco perché adesso non mi va di tornare a casa.Non posso andare da Sara,quella si starà facendo la terza canna della giornata ormai,riderebbe e basta.E se vado da Carlo troverei conforto,certo,ma temo di trovarci Pippo,un trentenne separato e felice che finirebbe per citarmi Kierkegaard e che non vede l’ora di scoparmi.Parlo male quando sono nervosa.Rimango qui sulla panchina.

    Capita poi che squilla il telefono ed è Alberto,il fisioterapista che due settimane prima le aveva fatto un trattamento alla spalla dolorante.Atalanta risponde perché di continuare a fissare il merlo le era passata la voglia.”Mi hanno detto che per uscire con te bisogna vincerti in acqua.”
    “Noi ci conosciamo appena.”
    “Ci siamo visti per tutto il tempo del trattamento,non è abbastanza?”
    “No.”
    “Ci siamo incrociati al pub una sera,tu eri con tua sorella,ricordi?
    “Eri li con la tua ragazza?”
    “Si,ma adesso…”
    “Adesso?”
    “Adesso potresti uscire con me.”
    “Non credo.”
    “Allora facciamo a modo tuo.Cento metri dorso,è anche una delle tue specialità.Se vinci tu torno a fare il fidanzato fedele ma se vinco io accetti il mio invito a cena”
    “Domani mattina,verso mezzogiorno”.
    “Va bene.”
    E riattacca.

    Atalanta riprende a camminare nel parco,tra il profumo dei tigli e il borsone della palestra ciondolante lungo il fianco,pieno di paracetamolo e un paio di ballerine nere dimenticate li dall’ultima festa a casa di Sara.Seduti su un muretto,divisi da una lattina di Coca-Light,due ragazzi discutono e lei piange.Atalanta chiude gli occhi cercando di immaginare il motivo della lite e prova a delineare il lieto fine.Magari nella lattina lui le fa trovare un anello e le chiede di sposarlo.Magari è per lei la scritta sulla panchina.Lei piange perché lui finge di volerla lasciare,tra poco apro gli occhi e si abbracciano.No.Il destino è avverso e gli Dei scelgono di dividerli,lei scappa di corsa sul vialetto principale,lui beve dalla lattina e poi indossa un paio di occhiali scuri.
    C’è un piccolo caffè nel quale ama andare a leggere,entra e ordina un latte di riso alla nocciola.Sistema le ballerine in un sacchetto ed appoggia il libro sul tavolino in noce.Qualcosa le sfiora i capelli schivandola di poco,un aereoplanino di carta.
    “Ciao Atalanta.”
    Silenzio.
    “Ti ho quasi colpita stavolta.”
    “Già.”
    “Beviamo un caffè insieme?”
    “Vorrei leggere,Cupido.”
    “Fammi vedere.Ah,le Metamorfosi,Ovidio.Non ti annoia?”
    “In che senso?”
    “Nel senso che potresti anche sorridermi ogni tanto,non ti colpisco mai con i miei aereoplanini,almeno per pietà.Saresti anche più bella.”
    “Ti ringrazio”
    “Devo andare,scusa se ti ho disturbata.Ma ci vediamo presto,scommetti?”
    Si alza e si ferma al bancone,beve un bicchiere d’acqua poi si volta verso Atalanta,mimando con la mano il lancio di qualche oggetto immaginario.
    “Metti tutto sul mio conto,anche quello che prende lei,mi raccomando”
    Cupido sorride e prima di uscire le si avvicina appoggiando sul tavolino una sigaretta al mentolo.
    “Questa è per  te.”
    “Grazie” gli risponde Atalanta.
    Lo guarda dal vetro del piccolo caffè,sembra un fanciullo che saltella e saluta tutti con aria ingenua e distratta,poi scompare dietro l’angolo.

    Decide di tornare a casa,aveva bisogno di dormire un po’.Domani non doveva nemmeno andare a scuola,alle assemblee d’istituto preferiva la piscina,e poi c’era da sistemare la questione di Alberto.Entra in cucina e sua madre è al telefono fisso, mentre suo padre è seduto sulla poltrona vicino alla finestra.
    “Dove sei stata?Ti senti bene?”
    “Si,papà,sono solo stanca.”
    “Tra poco avrai le gare,Atalanta.Vai a riposare.”
    Sprofonda nel letto e sente il profumo delle lenzuola pulite.Per un momento pensa a Marco,ogni sera le mandava un sms per augurarle la buonanotte.Non era proprio abitudine,era dolce.Il suo sentimento era pulito come quelle lenzuola.Però è evidente che la cosa non le manca,Marco era sparito ma gli accordi erano chiari:in caso di perdita non la avrebbe più cercata.Avrebbe preferito sentirlo quel senso di vuoto che si prova quando una persona se ne va?Forse le sarebbe piaciuto.Atalanta si mette a leggere,sua madre entra nella stanza e le chiede se vuole scendere per la cena.
    “Tesoro,anche il dottore ha detto che sei troppo magra,ti preparo un panino.”
    Il dottore aveva già chiamato a casa.
    Per mio padre devo riposarmi.
    Mia madre ha già lo sguardo ‘malataelesbica‘.
    Marco non mi manca.
    Forse l’oracolo aveva ragione.

    La piscina è colma di bambini,il sabato è impossibile allenarsi bene.Alberto la aspetta davanti alla porta scorrevole e la saluta con un sorriso divertito.
    “Eccola.Ciao Atalanta,pensavo non venissi.”
    “Sono venuta a piedi”
    “Dai,buttiamoci in acqua prima che inizino i corsi di nuoto.Cosi poi decideremo insieme il ristorante per la cena.”
    Cretino,pensò.
    Seduto sugli spalti c’era Ippomene,che incuriosito dalle parole di Alberto non faceva che ripetergli l’assurdità di dover fare una gara di nuoto con una ragazza per potersi guadagnare un’uscita.”Possibile dover arrivare a questo punto per invitare a cena una ragazza?Sarà una di quelle bruttine ma stronze,capace di far perdere la testa solo perché si fa rincorrere.”Ma quando pose gli occhi su di lei,in corsia tre,si sentì in colpa per aver giudicato Alberto e il suo tentativo.Atalanta si era sfilata la tuta e si stava legando i capelli.Ippomene aveva capito,d’improvviso,il significato della bellezza.Poi mise i piedi in acqua e sedendosi sul bordo fece un respiro profondo.Lui seguiva i suo respiri,rapito e trafitto nel cuore,triste per non avere lui la possibilità di gareggiare quel mattino,sperando di vederla vincere contro Alberto.La gara inizia e Atalanta è velocissima e leggera,ad ogni bracciata acquista velocità e Alberto ormai è distante da lei.
    “Dovevo immaginarlo,sei troppo forte,il mio trattamento ha fatto miracoli”
    Alberto esce dall’acqua e si avvolge sulle spalle un asciugamano blu scuro,poi si china verso Atalanta e tende una mano per aiutarla a salire.Lei lo guarda senza dire niente,si leva la calotta e sparisce sott’acqua.

    Un ragazzo la sta fissando.Pare pietrificato ma i suoi occhi azzurri sembrano pieni di cloro,e lei crede di poterci nuotare dentro.La adoro,sta pensando lui.L’oracolo dice cazzate,pensa lei.Il corso di nuoto inizia e la piscina si trasforma in un carnevale di calotte colorate,tavolette arancioni e costumi a fiori,coriandoli di schizzi ovunque e risate divertite riempiono la vasca.Atalanta vorrebbe fermare lo sguardo dello sconosciuto e portarlo nel borsone da palestra via con lei,in camera sua,lontano dalle corsie e dai tempi cronometrati.Lui cerca invece il modo per batterla in acqua:se quella è l’unica strada per arrivare al suo sorriso valeva la pena mettersi in gioco.O la supero o la perdo.Ma cosa dici,Ippomene,tu non puoi batterla.Allora si avvicina.
    “Ciao.”
    Silenzio.
    “Vai veloce,sembra tu abbia le ali al posto dei piedi”.
    “Grazie”
    Atalanta lo guarda e prega gli Dei di allontanarlo,prega perché sapeva che lui le avrebbe chiesto di gareggiare, ma per la prima volta sentiva che con quel ragazzo alto,immobile li a fissarla,lei avrebbe voluto fare tutto tranne che nuotare in una stupida gara.
    “Io sono Ippomene.”
    Ippomene ha il volto dell’amore che non ho mai provato,pensa Atalanta,e non riesco a non vedere in lui tutta la bellezza che sogno la notte.
    “Atalanta,ti chiami cosi vero?”
    “Si.”
    Lui si avvicina per stringerle la mano.Mi guarda,mi guarda,è davvero carina e probabilmente ha voglia di essere ascoltata,mi piacciono le ragazze introverse.Lei si sottrae timida e lenta nei movimenti,senza difese di fronte a lui ma con la voglia di sorridergli.Si sposta i capelli dal viso,Ippomene chiedimelo.
    “A quando la nostra gara?”
    “Vincerai?”
    “Certo.Non ti lamenterai di essere stata vinta da uno come me.Se invece vincerai tu vorrà dire che sono come tutti gli altri.”
    Povero,povero Ippomene.Cosi dolce e senza timori.
    “Ti va bene stasera?”
    Annuì.

    “Atalanta sono qui”urlò Ippomene quando la vide entrare.Era già nell’acqua,in corsia due,ad aspettarla.
    “Ho pensato al delfino,duecento metri.”Atalanta divenne scura in volto,alta ed esile lo avrebbe certamente battuto.
    “Allora?”
    “Ok.”
    Qualcuno gli grida “Forza,forza Ippomene.!Nuota.Mettici tutte le tue energie,presto che vinci!”.Ma Atalanta scivola via e tutte le volte che poteva sorpassarlo invece rallentava,lo guardava sott’acqua affannarsi per raggiungerla e poi lo lasciava indietro.Mancava solo una vasca quando Atalanta fu attirata da movimenti concitati a bordo vasca.Bambini.Tutti i bambini si erano messi lungo il bordo e gridavano il suo nome “Atalanta,Atalanta!”.Lei continuava a nuotare incerta se fermarsi a vedere quello che stava accadendo oppure continuare verso una vittoria certa.Però quelli urlavano forte e indicavano gli spalti,le facevano segno di guardare.Ippomene nuota,respira in fretta e poi si tuffa di nuovo in acqua,con le braccia ormai stanche e i polmoni messi a dura prova.Atalanta di colpo rallenta,e si ferma.Gli spalti sono interamente coperti da uno striscione che porta il suo nome.Uno striscione bianco e una scritta blu,con un punto di domanda finale.Atalanta?

    “Quante ore ti alleni in palestra?”
    “In palestra ci vado poco,preferisco stare in acqua.Almeno tre ore al giorno.”
    “Ecco perché hai perso contro di me.”E sorrise ironico.
    “Vado in palestra quando ho tempo”
    Silenzio.
    “Quanti anni hai?”
    “Diciassette”
    “Atalanta?”esitò un momento.”Hai una sigaretta?”
    “Ne ho solo una,al mentolo.”

    Atalanta e Ippomene escono dalla piscina e il tramonto li abbraccia.C’è di sicuro un posto in cui vorresti andare con me,Atalanta.

  • 04 ottobre 2011 alle ore 18:32
    Sognando Catullo

    Come comincia: Se ne stava seduto sulla base tronca dell’antico colonnato, lo sguardo perso tra le scaglie argentee del lago. La terrazza-belvedere, vuota in quel principio di pomeriggio settembrino, gli appariva come un luogo ideale per chi, come lui, era da tanto tempo, ormai, alla ricerca disperata di uno stato di imperturbabilità, di quella quiete interiore che i filosofi chiamavano atarassia.
    L’idea del viaggio a Sirmione, per visitare la dimora di Catullo, gli era venuta in un momento in cui, in verità, tutto sembrava andare per il verso giusto: aveva trovato finalmente una compagna con cui dare inizio ad una convivenza stabile, i vecchi amici erano come sempre disponibili ad assecondare i suoi capricci, il lavoro si era ormai stabilizzato su una posizione di sicurezza e di relativa gratificazione.
    Tutto per il verso giusto, dunque. Almeno così gli era sembrato, fino alla notte del sogno.

    ***
    Lesbia staccava pigramente gli acini d’uva, uno dopo l’altro, dal grande grappolo  che lui le porgeva, disteso sul triclinio, e  li portava alla bocca con gesti lenti e sensuali, sfiorandoli con le labbra prima che sparissero tra i denti bianchissimi.
    Valerio Catullo la guardava affascinato e gli pareva di sentire sulla lingua il sapore dolce della polpa succosa mescolata al gusto asprigno della buccia rosso fragola.
    L’aveva conosciuta proprio là, in casa sua, dove era venuta da Roma col marito Quinto per una visita a suo padre, non ricordava più quando.
    Cosa gli era piaciuto di quella donna, di dieci anni più grande di lui, bella e intelligente,sprezzante delle regole e accuratissima nel vestire e nel muoversi, suadente e distratta ad un tempo ,quali segrete promesse nascondevano quegli occhi che annullavano in chi le stava di fronte  il senso dello spazio e del tempo?
    La loro storia d’amore era stata travolgente come quei turbini che si innalzano d’improvviso nei deserti e  tempestosa come i terremoti prodotti da venti e sommovimenti di falde profonde in terreni apparentemente sicuri e stabili. Quanta passione, quanta rabbia e disperazione, i sensi sempre tumultuosamente sommossi e stremati. Quante promesse, quante bugie e abbracci e baci e liti furibonde!
    Perché era ancora là con lei dopo tutti i suoi tradimenti, la sua condotta immorale e volgare, gli intrighi politici in cui si era invischiata col fratello Clodio, perché l’adorava ancora dopo le sue avventure notturne, consumate persino nelle bettole più malfamate di Roma, di cui sapeva bene per bocca di Alfeno, di Giovenzio, di Aurelio, che si dicevano suoi amici e che forse per primi si erano infilati nel suo letto?
    Mentre guardava il biancore marmoreo di quel collo amato, mollemente arrovesciato sulle sue ginocchia, le caviglie sottili, le spalle seminude, gli occhi socchiusi e quelle labbra morbide inumidite dal succo dolce dell’uva, sentiva la passione impadronirsi di lui al punto da annullare ogni capacità di ragionamento.
    Era schiavo di quella donna, un vile, sciocco, impotente schiavo dei sensi.
    Allora invidiò la pace di suo fratello, sepolto nella Troade, ormai lontano dalla burrascosa esistenza terrena che l’aveva tormentato fino alla decisione disperata del suicidio e desiderò anche per sé quella pace.
    Ma non l’avrebbe cercata attraverso la morte, bensì attraverso la vita.
    Già vedeva tutta la scena: avrebbe posato con calma il grappolo d’uva nel grande piatto d’argento sulla tabula lusoria lì accanto, poi avrebbe chiamato Servilio, il più giovane dei suoi schiavi, fedele e affidabile, econ voce gelida l’avrebbe pregato di accompagnare Lesbia, con la lettiga più bella e con una scorta di due ancelle, nel più vicino postribolo di Sirmione, la sua vera dimora, da dove, poi, sarebbe potuta ripartire a suo piacimento per Roma.
    Ma in quel momento Lesbia si volse verso di lui, aprì chi occhi, che teneva socchiusi, e lo guardò con quell’intensità che lui conosceva tanto bene. Poi gli offrì le labbra, come solo lei sapeva fare.

    ***
    In quel sogno si era riconosciuto. In quel giovane aveva rivisto se stesso, così debole, insicuro, incapace di credere davvero che uno sforzo di volontà possa cambiare i convincimenti di una vita. Che poi la vita sia stata ridotta ad un solo, meraviglioso e doloroso periodo, poco importa, se quel breve lasso di tempo ha saputo accamparsi nel cuore e nella mente assumendo i connotati dell’eternità.
    Prima di fermarsi sul belvedere aveva visitato gli interni della villa (o almeno quel che ne restava).
    Di fronte alla trifora del Paradiso aveva sostato a lungo, cercando di immaginare cosa il giovane Catullo, stanco e ormai malato, di ritorno dal viaggio in Bitinia aveva pensato di fare. Era rimasto a Sirmione per un po’, forse si era illuso di poter dimenticare Lesbia chiuso nella silenziosa pace della sua casa paterna. Chissà quante ore aveva trascorso guardando il grande lago, progettando la sua guarigione, quella dell’anima, la sua liberazione dal cancro dell’amore che lo stava consumando.
    Mentre sedeva sulla base del colonnato, e di fronte la  distesa argentea dell’acqua andava arrossandosi nei colori del tramonto, sentì farsi chiara in lui quella consapevolezza che anche Catullo, probabilmente, aveva sentito dentro di sé prima di ripartire un’ultima volta per Roma.
    Tornare indietro non era più possibile. Doveva andare avanti e l’avrebbe fatto, consolidando agli occhi di tutti la propria scelta di vita, dimostrando che era quella giusta, quella che davvero egli aveva voluto, quella a cui erano stati rivolti gli sforzi degli ultimi anni, quella che si aspettava di avere finalmente come risarcimento di un destino per molti aspetti infelice. Col tempo, forse, avrebbe convinto anche se stesso.
    Pensava a tutto questo, immerso nell’assoluta solitudine di quel luogo antico, quando gli sembrò che una mano si posasse sulla sua spalla, con una stretta affettuosa, mentre una voce d’altri tempi gli sussurrava all’orecchio: “ Difficile est longum subito deponere amorem; difficile est: verum hoc qua libet efficias. Una salus haec est…”.

  • 04 ottobre 2011 alle ore 15:08
    Il "paradosso" della felicità...

    Come comincia: ELUCUBRAZIONI ALIEATORIE E SPARSE SUL SENSO COMUNE DELLA FELICITA'...

    COS'E' LA FELICITA'?

    Bernard Shaw (scrittore e drammaturgo irlandese) sosteneva che "il segreto per essere infelici è di avere il tempo di chiedersi continuamente se si è felici o no...".
    Sarà vero?
    Ad ogni modo, chi di noi non si è mai posto almeno una volta nella vita l'interrogativo "ma io sono felice?".
    Se ponessimo a chiunque ci sta vicino questa semplice domanda -"sei felice?"-, stiate certi che riceveremmo pressoché sempre la stessa risposta: "forse, o meglio qualche volta...".
    Ma se a questo interrogativo aggiungessimo anche la domanda "ma cos'è per te la felicità?" ci accorgeremmo presto di ricevere non una ma tante diverse risposte quante le persone a cui ci saremmo rivolte.
    Per quale ragione?
    Perché la felicità è un sentimento universalmente conosciuto e perseguito ma non facile da descrivere.
    Forse non c'è nulla nelle nostre vite di più soggettivo ed opinabile, vago e relativo, discutibile e surreale come il concetto stesso di "felicità", indeterminato a tal punto che -sosteneva Immanuel Kant, che non ha certo bisogno di presentazioni...- “nonostante il desiderio di ogni uomo di raggiungerla, nessuno è in grado di determinare e dire coerentemente che cosa davvero desideri e voglia"!

    Tra mille relativismi, un piccolo punto fermo è possibile apporlo alla descrizione della felicità: con tale parola non intendiamo di certo una condizione materiale, uno stato oggettivo, bensì una condizione sentimentale, uno stato d'animo positivo, di pieno benessere psico-fisico.
    Se volessimo, poi, ricorrere ad altre parole per descrivere ancor meglio questo concetto, suggerirei le seguenti: la felicità è una straripante sensazione di soddisfazione totale, di "pienezza" che ci pervade l'animo e ci pone per un attimo sulla cima più elevato di un Olimpo!
    La felicità -ove sperimentata- è un pò come un Kharma, forse l'unica forma di Illuminazione per davvero alla portata di tutti: uno stato -evidentemente temporaneo- nel quale l'uomo diviene imperturabile di fronte ad ogni avversità, non chiendeno più nulla alla vita nella vana convinzione di non aver bisogno più di nulla per appagare i propri desideri!
    Chi è felice è una persona fieramente libera, pienamente autonoma, compiutamente realizzata!

    QUANTO PUO' DURARE LA FELICITA'?

    "Davanti ad una prospettiva di felicità permanente e invariata non indietreggerebbero forse tutti, per il terrore di morire di noia?", si chiedeva lo scrittore britannico Aldous Huxley.
    Di certo nessuno potrà mai scoprirlo, poiché non esiste in alcuna forma una felicità “stabile e perpetua”.
    Anzi -sosteneva Pier Paolo Pasolini- "la felicità ha sempre vita breve": "la felicità della vita è fatta di frazioni infinitesimali: di piccole elemosine, presto dimenticate, di un bacio, di un sorriso, di uno sguardo gentile, di un complimento fatto col cuore" (Samuel Taylor Coleridge).
    Se la felicità esiste per davvero -e se agli uomini è data la possibilità di viverla-, stiate certi che poc'altro nelle nostre vite appare più sfuggente di quest'effimero stato febbrile chiamato "felicità"!
    Arde più di tutti esser felice soprattutto chi ha provato almeno una volta cosa voglia dire esserlo... Ma è proprio chi è stato felice ad esser consapevole più di ogni altro di come la felicità non lo accompagnerà mai abbastanza nella propria vita per appagarlo pienamente!
    Se esser felici è impresa alquanto ardua, dunque, praticamente impossibile è restarci a lungo!

    PERCHE' E' COSI' ARDUO RAGGIUNGERE LA FELICITA'?

    La ragione di tutto forse è più semplice di quanto appaia: la felicità non fa per l'uomo!
    E la causa di ciò potrebbe risiedere nell'innata "contraddizione esistenziale" umana, ben descritta da Socrate nella notoria definizione di "animale sociale".
    Secondo una mia personalissima interpretazione del pensiero socratico, difatti, la natura umana è contraddistinta da due forze "uguali e contrapposte":
    1- l'"animalità", qualità che si ricollega alla natura istintiva, primordiale, emotiva, irrazionale dell'uomo (alla tendenza innata a seguire ciecamente i propri istinti e desideri...);
    2- e la "socialità", qualità che si ricollega alla sua natura razionale, ragionevole, "cogitante" (alla spinta ad uniformarsi ai propri doveri sociali, dettati dalle ragioni di una necessaria convivenza con i propri simili...).
    Proprio nella perenne contrapposizione tra queste due "spinte interiori" dell'uomo si può rintracciare il principale ostacolo incontrato nella via verso la felicità!

    Cosa concretamente ci impedisce, quindi, d'esser felici?
    A farlo sono i "condizionamenti esterni" (legati al mondo delle persone "giudicanti" che ci circonda), i quali ci rendono impossibile essere pienamente "noi stessi", realizzare compiutamente i nostri più naturali istinti (così finendo col mortificare o spegnere sul nascere i nostri più primordiali desideri).
    Ciò spinge gli uomini, piuttosto che a realizzare se stessi, a realizzare i desideri che "gli altri" esprimono su di loro, regolando le proprie scelte sulla base delle aspettative altrui.
    Tutti ricerchiamo la felicità, ma il più delle volte finiamo con l'inseguire "target di felicità" a noi inculcati, a cui siamo stati ben allenati, educati, esortati con sapiente maestria fin dai primi anni dell'infanzia.
    L'ideale di felicità, così, finisce con l'assomigliare più ad un "pacchetto pubblicitario" preconfezionati dalla società a perfetto uso e consumo di ogni consumatore!

    L'affermazione universale di una cultura "consumista ed iper-capitalista", poi, ha finito col creare una "religione laica interclassista" fondata su un unico dogma: quello per cui l'aumento della ricchezza sia sufficiente a garantire un proporzionale aumento della felicità (o quantomeno a non provocarne la diminuzione).
    Una religione il cui straordinario successo è pari solo alla propria assiomatica "velleità": quella di credere l'uomo un perfetto consumatore e non anche un essere dotato di sentimenti e capace di emozionarsi!
    Fondare la felicità sulla ricchezza equivale a costruire un enorme castello di sabbia: come credere che la misura della felicità di un uomo possa dipendere dalla capienza del suo portafoglio?
    Come immaginare che la felicità possa essere un bene misurabile con unità di misura economiche quali il Pil, il reddito pro-capite o le rendite di capitale?!
    La vera natura umana -diversamente da un comune bancomat!- si nutre non solo di bisogni materiali ma anche di bisogni squisitamente emozionali!
    La ricchezza, dunque, può apportare certamente benessere all'uomo modermo ma non offre alcuna "garanzia di felicità".
    "La felicità interna lorda è molto più importante del prodotto interno lordo”, ha recentemente sostenuto sul Financial Times il re del piccolo stato del Bhutan, Jigme Singye Wangchuck.
    Come dargli torto?...

    Non solo non esiste alcuna equazione matematica del tipo "+ricchezza = +felicità" ma, almeno stando a Richard Easterlin (professore di economia all'Università della California e membro dell'Accademia Nazionale delle Scienze), vi sarebbe tra tali due termini una relazione inversa.
    Secondo il cd. "Paradosso della felicità" (elaborato proprio da Easterlin nel 1974) la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e ricchezza che si riscontrano nel corso delle loro esistenze.
    Anzi alcune ricerche avrebbero dimostrato come, quando aumenta il reddito (e quindi il benessere economico), la felicità umana aumenta fino ad un certo punto, per poi cominciare a diminuire, seguendo una curva ad U rovesciata!
    Può la scienza matematica porsi come oggetto di studio quanto di meno oggettivo e concreto vi sia, quale uno stato d'animo?
    A parte ogni legittima perplessità in merito, un dato empirico è comunque facilmente verificabile: inseguire i soldi, il benessere, la fama, il successo o il potere ritenendo che "solo" il loro raggiungimento sbarri le porte della felicità vuol dire condannarsi ad essere infelici: le ansie, le paure di fallire e il senso di inadeguatezza che inevitabilmente seguiranno non faranno che allontanarci sempre di più dal nostro desiderato traguardo!
    "Non è quanto si possiede, ma quanto si assapora a fare la felicità" (Chareles Spurgeon, predicatore battista britannico).

    Se la "socialità", quindi, è il primo ostacolo alla nostra felicità, allo stesso tempo non è dato all'uomo altra via che ricercare la felicità in comunione con i propri simili: la felicità, infatti, è l'unico bene che si moltiplica -piuttosto che ridursi- condividendolo con gli altri!
    Il paradosso conclusivo cui giungiamo, allora, è che:
    - se, da un lato, l'unico uomo in grado di raggiungere una piena e perpetua felicità sarebbe l'uomo "unico" (nel senso di solo sulla faccia della Terra);
    - dall'altro lato, un uomo solo, anche se felice, sarebbe condannato all'infelicità!

    Per questo non possiamo che riporporre il nostro interrogativo iniziale: ma la felicità è davvero alla portata degli uomini?
    La risposta la lascio ad ognuno di voi, ricordando qui chi una risposta se l'è di certo data: "c'è un unico errore innato, ed è quello di credere che noi esistiamo per esser felici..." (Arthur Schopenhauer).

    COME TENTARE DI ESSER FELICI?

    "Non esiste una strada verso la felicità. La felicità è la strada!" (Buddha)
    Certamente non esiste "una" via per la felicità -o, quantomeno, se estiste la sconosco!-.
    Piuttosto credo che di vie ne esistano almeno 7 miliardi, una per ogni abitanti di questo nostro Pianeta!
    Dipende da ognuno di noi trovare la propria strada verso la felicità -e, una volta individuata, percorrerla fino in fondo!-.

    Quale consiglio offrire, allora, ai lettori?

    1- Siate il più possibile voi stessi!
    "La felicità non è sempre e tutta opera del caso", scriveva Baltasar Gracián (filosofo spagnolo).
    Allora ingegnatevi per esser felici!
    Rompete le "dighe sociali" costruiteci intorno fin da bambini per frenare i nostri impulsi!
    Smettetela di recitare come burattini su di un palco su cui ci è ritrovati senza aver nemmeno partecipato ad alcun provino!
    Divenite protagonisti -non più figuranti...- della vostra esistenza!
    Riappropriatevi di voi stessi e della vostra autostima!
    Cominciate a costruire la vita con le vostre mani!
    Fate vostro l'appello di Friedrich Nietzsche (altro grande pensatore che non abbisogna di presentazioni...): "diventa ciò che sei!".

    2- Circondatevi di persone meritevoli del vostro affetto!
    La felicità si gusta meglio se condivisa e dipende, più che da ciò che ci sta attorno, da ciò che abbiamo dentro!
    Del resto -diceva il filosofo americano Elbert Hubbard- "si può sopportare il dolore da soli, ma ci vogliono due persone per provare gioia"...

    3- Prima ancora di essere felici, sentitevi felici!
    "Ad alcuni per essere felici manca soltanto la felicità" (Stanislaw Jerzy Lec, scrittore polacco).
    La felicità è un modo di vedere, dunque per cominciare ad esser felice occorre anzitutto guardare nella giusta prospettiva!
    Felicità non è inseguire sogni ed aspettative ma, al contrario, godere pienamente dell'oggi!
    La felicità non è uno stato a cui arrivare ma un modo di viaggiare: non un traguardo ma un cammino, la cui ricerca è il miglior modo di onorare la nostra esistenza...

  • 04 ottobre 2011 alle ore 10:29
    Il coraggio: rischi e controindicazioni

    Come comincia: Conosco una ragazza che ogni mattina sale sul treno delle 8.15 che parte da Saronno ed arriva a Milano Cadorna alle 8.55. Il tragitto da casa alla stazione lo fa con un'amica, una signora anziana ben tenuta, bionda, con tremendi gelidi occhi scuri.
    Anche lei è sempre ben vestita, classica, certo, ma con una punta di estrosità nel tocco della sciarpetta al collo, nel rossetto nuovo, nello smalto delle unghie: ma lo stile rimane, tuttavia, molto sobrio.
    Camminano, queste due donne, senza neppure sfiorarsi, in un ticchettare frettoloso e ritmato di stivali di pelle firmati, aggrappate alle loro borsette Gucci o Trussardi, i capelli perfettamente in piega, il trucco appena accennato, sapiente: di classe.
    E nell'estate torrida o nell'inverno crudo, quando tutte le ragazzine portano sciarponi sul naso e giacconi imbottiti, lei, invariabilmente rigida e dritta, nella schiena dritta, nella testa dritta, secca addosso come un bastone - di comando o di punizione, chissà - se ne sta appoggiata appena contro la parete della carrozza del treno.
    E parla misuratamente con l'amica, si danno del lei, forse sono solo colleghe di ufficio, a volte parlano di persone di comune conoscenza.
    E già lei rivolge alle persone attorno lo stesso sguardo gelido e scostante, dell'altra, l'anziana, già la pelle del viso attorno agli occhi è segnata, attorno alla bocca troppo tesa un fitto, fitto sottile delicato arabesco si disegna: e tuttavia, lei trucca le labbra di rosso.
    E il rossetto sbava appena nelle prime rughe accennate.
    Quando il treno arriva in stazione, lei scende e saluta l'amica:
    -Ci vediamo stasera, io prendo il 6 e 36, l'aspetto!
    -Ci sarò sicuramente- risponde l'anziana.
    E si separano.
    Lei cammina veloce, con quel passo serrato, mai aprire troppo le gambe, mai saltellare, attenzione - oh, fa attenzione, via...- e quasi senza guardarsi attorno, la gente, si sa, a volte è così brutta, vero?, arriva al palazzo in cui si trova il suo posto di lavoro.
    E' un lavoro d'ufficio, si, certo: ma di responsabilità, anche.
    E nel lavoro d'ufficio, piccolo topo grigio, lei si immerge lietamente, a passi serrati, gomiti contro il corpo, la sua camicetta bianca, la sua sciarpetta, le sue gonne lunghe.
    Ed i suoi colleghi, quando si rivolgono a lei, la chiamano per nome, certo, ma non le danno del tu, come ormai si usa dappertutto: oh no, lei rimane sempre la signorina xyxyxy.
    Salirà e scenderà mille volte la scaletta alla ricerca dei documenti negli archivi polverosi, ma comunque sia, nella classe che la contraddistingue, a lei ci si rivolte con i debiti modi.
    Mai, neppure lontanamente mai, si immaginerà che cosa esattamente dicono di lei, povera ragazza, quando appena appena le voltano le spalle, mai saprà fino a che punto la gente è capace di usarla, tanto, basta fingere deferenza, con lei, rispetto, e non dire mai "c.....".
    Ah no, la signorina ha orrore delle parolacce, non potrebbe mai sopportarle, è una cosa più forte di lei, le si rizzano i peli sulle braccia.
    E qualcun altro soggiunge, a bassa voce: "...e non solo quelli....".
    E nella sua giornata quieta e relativamente protetta dalla routine del suo lavoro, ormai quindici anni nello stesso posto, chi mai la manderà via di là - e poi, ma si, è fidata, di sicuro impegno, puoi stare tranquillo che se dire che lo fa, lo farà senz'altro - eccola senza grandi pensieri veleggiare verso una solitaria serata.
    Gli altri si incontrano, gli altri fanno progetti, vanno al cinema, hanno ragazzi, ragazze, feste, balli, hanno una vita fuori; lei ha la famiglia, la mamma, il papà, la sorella più giovane, va ancora a scuola, al primo anno di università.
    Ma in famiglia l'aria non è poi cambiata, perchè la sorella più giovane va a scuola, si, ma perchè non sa che cosa fare: fa pedagogia, ma a lei proprio i bambini non piacciono.
    Anche a questa ragazza che io conosco, i bambini non piacciono: sporcano, gridano, e poi, così piccoli, che impressione.
    "Certo, sono belli, però io non credo che sia assolutamente necessario averli, i figli."
    "Si può essere realizzati anche senza, i figli".
    Oh certo, naturalmente.
    E lei continua a spulciare i vecchi libri cercando codici e codicilli, felice in anima, rilassata e remota dal grande vortice impazzito della vita.
    Non le sono mancate le occasioni, a questa ragazza, no: le è mancato il coraggio.
    E quando a sera si ritrova sulla strada per la stazione, a volte davanti a lei si abbracciano due ragazzi in jeans e giubbotti, e parlano fitto fitto e dicono tutto il loro universo di stelle, le labbra vicine e le mani - ah, queste mani ribelli impudiche invadenti: ma non si può, davanti a tutti, che schifo!-
    Oppure vede a volte quei gruppi compatti di gente affiatata che si chiama da un capo all'altro della strada, perchè stanno andando a mangiare una pizza, perchè dopo vanno al cinema, perché "dobbiamo organizzare per domenica, per sabato, per domani...".
    E lei abbassa gli occhi, stringe le labbra, stringe le gambe, e passa oltre, oltre il muro d'incanto dei loro sentimenti intessuti in briciole di vanità, di civetteria, di follia d'essere vivi oggi, oggi e forse domani.
    Lei è una persona posata, si sa, non è più una ragazzina, certe cose sono finite.
    Ogni cosa alla propria età, ama dirsi spesso, quello che si poteva fare allora, adesso non si può più.
    Ma nel camminare sola, e sempre e sempre sola, contro le vetrine illuminate dei negozi, nell'attraversare la strada, quel serpente lampeggiante e crudele di automobli, e la gente dentro, la gente felice, che va e viene, e fa progetti e si diverte e vive e piange e grida, bene, mille volte mille, l'anima le si strugge di accorata nostalgia.
    Perchè poteva, perchè doveva essere diverso.
    Non le sono mancate le occasioni, lei le ricorda ancora, anche se con distacco, con il dovuto e necessario distacco, con la lucidità della saggezza, ricorda quella ragazzina acerba, tutta gambe e capelli.
    Ricorda i pensieri: ancora adesso, a fatica se ne accosta, li aggira, li spia, ma ancora non li riprende, perchè la sconvolgono l'asprezza e la sregolatezza dei sentimenti, la violenza dei desideri più sconci, più depravati, la fa rabbrividire, ma tuttavia lei sa che questi erano i suoi pensieri.
    Lei sa che cosa esattamente pensava il suo corpo, quando il primo ragazzo le ha fatto battere il cuore, ed allora, davvero allora, oh no, non aveva questo passo pudico, e davvero, ma davvero, non aveva questa bocca serrata ed asciutta e dura.
    E quando poi gli amici le si stringevano addosso, quando appena cominciava ad aprire gli occhi, gli occhi dell'anima, sulla realtà di sangue e di nettare di questo mondo da vivere, quando cominciava a cercare di placare l'ansia di esistere fuori di casa, si, al momento preciso in cui doveva rispondere al primo invito, alla prima mano tesa verso la sua, perchè anche lei facesse parte della catena, ecco, lei, no.
    Lei non ce l'ha fatta, lei ha chiuso la porta, ha chiuso gli occhi, ha detto non posso, io, no, mia mamma non vuole, e poi, cosa penserà mio padre: perchè la sua era una famiglia tradizionale, una vera famiglia, il padre lavorava duro, faceva i soldi, ma le figlie, femmine, dovevano renderglieli, in un modo o nell'altro.
    C'era un decoro, da mantenere, un'aura di rispettablità, di buoni sentimenti.
    "Puoi andare all'oratorio, si."
    "Puoi andare con le suore in gita, si."
    "Puoi andare a messa con le amiche, si."
    Purchè tutto sia in regola. Purchè tu non pensi, non senta, non frema in corpo al primo soffio di vento di primavera.
    Non sai gli uomini, cosa sono, le diceva la madre. Bestie, sono.
    E davanti a quel viso irrigidito, nel sospetto del rituale segreto e misterioso, lei inorridiva al pensiero: al pensiero che sua madre potesse leggerle dentro, dentro in anima: e vedere.
    E sempre più chiudeva gli occhi.
    Bestie, sono, con i loro desideri bestiali.
    Lei non era certo un'ingenua, sapeva come si svolgono le cose: ma ne rifuggiva al pensiero di esserne insozzata.
    Quando a volte si arrivava a toccare questi argomenti, si scopriva che lei era per una convivenza di persone mature, sagge, educate, senza il problema dei rapporti fisici: questo, poi, davvero, non poteva accettarlo.
    Faticava quasi ad accettare la convivenza sotto il medesimo tetto: passi per i fratelli, si sa, sono della stessa famiglia, ma due estranei, due perfetti sconosciuti, che si mettono insieme per...
    Ah no, che schifo.
    Il coraggio, le è mancato.
    Di accettarela parte di bestia che dentro di lei rumoreggiava, risacca di mare, di un mare di corallo, corallo rosso sangue, rosso sangue d'amore e di vita.
    Questa vita da vivere, lei ancora la guardava da lontano, per paura di bagnarsi i piedi con il suo lungo penoso irrisolto schiumare di gioie e dolori, dolori, cocenti dolori e misericordiose oasi di felicità perfetta.
    Ed ogni sera, dopo la lotta contro la possiblità di vivere, lei accoglieva felice e trafelata l'amica anziana, e parlando delle quiete cose di sempre, di casa, di cena, di tempo, di vacanze, salivano insieme sul treno.
    Sul treno che l'avrebbe portata a casa: senza scosse, senza traumi, piccola chiocciola paurosa, pronta a morire senza  aver mai messo la testa fuori dal guscio.
    E tuttavia, innegabilmente, si, pavida, si: ma con classe.

  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:48
    I veri demoni

    Come comincia: Se gli angeli sono quei biondi cherubini dal viso ceruleo che volteggiano doratamene sopra la nostra aura ammantandoci di amorevole protezione, i demoni sono certamente i loro antagonisti, quelli che si sforzano, si impegnano a procurarci il male, vivono e si alimentano di questo e non a caso, le due forze contrapposte, combattono da sempre una interminabile lotta per la conquista delle anime.
    Ma se è semplice capire in quale spoglia si manifesta un angelo, non è poi così semplice capire dove si nasconde il demone, proprio perché per sua natura, può giocare sull’inganno, la falsità… l’angelo combatte con la trasparenza, è un essere di cristallo, puro e luminoso, non indossa maschere e la sua forza è nella celestialità, nel candore, nel potere della luce… il demone fa uso di maschere per schermarsi, nascondersi, invadere, possedere le anime e contaminarle, confonderle, la sua forza è nelle tenebre, nell’oscurità, nella malvagità…

    Da questa parodistica visione del mondo spirituale appare certamente un po’ brusco calarci qui, nel nostro regno di peccatori incalliti che, prima ancora di stringerci al seno materno, siamo già chiamati ad espiare un terribile peccato di origine! Ma è solamente un modo per introdurre i concetti di buono e cattivo, giusto o ingiusto, corretto o scorretto, morale o immorale, sano o insano… conflitti antitetici che puntualmente vengono invocati ogni volta che accade un evento che turba il nostro equilibrio sociale, qualcosa di anomalo, un delitto particolare, un incidente, qualcosa di grave che muove immediate reazioni tra le coscienze e le opinioni.

    C’è un confine molto delicato tra il piacere e il pericolo, tra il divertimento e la tragedia: quotidianamente ci sono vittime della montagna, che passeggiano più o meno coscienziosamente su vette, rocce o ghiacciai, puntualmente sciatori del fuoripista, per quanto proibito e segnalato sia, provocano valanghe e relative tragedie… ogni giorno incidenti d’auto sono provocati da errori umani, distrazioni e spesso proprio da irresponsabili che guidano a folle velocità o con elevato margine di distrazione, magari hanno in mano veicoli fabbricati da case automobilistiche che mettono in circolazione auto che fanno i 250Km/h o motociclette che superano i 300Km/h, ma pazzo non è che le costruisce o chi le vende, ma chi le guida! E quando un esploratore dell’estremo consuma in tragedia la propria vita per un errore di calcolo nell’apertura del paracadute, si compiange giustamente il martire, l’eroe… e cosa dire di quelle vittime dell’ottovolante che cercavano l’ebbrezza di un giro vertiginoso e si sono ritrovati a deragliare fuori dalla loop? Ovunque ci sia il piacere del pericolo, aumentano inevitabilmente i rischi che si corrono e questo accade ovunque, in qualunque attività, disciplina, esercizio, persino nelle missioni spaziali o nella Parigi-Dakar, è un prezzo drammatico da pagare al demone del brivido, alle forze tentatrici che impediscono alle anime inquiete di vivere nella quiete, nella pace, nel relax, nella serenità… non sono necessariamente anime dannate, anzi, spesso reincarnano lo spirito di grandi conquistatori, mitici esploratori, leggendari guerrieri… quando un pilota di f1 ci lascia per le conseguenze di un testacoda lo consacriamo come un eroe, ne ricordiamo e ne narriamo le gesta… ma chi è il demone che ne ha raccolto l’ultima spira di vita… non sono forse quei meccanismi di rivalità, di sfida, quelle colossali montagne di denaro, di interessi, sponsorizzazioni, televisioni, merchandising, marketing ad alimentare, spingere e fomentare le gare di automobili, le regate transoceaniche, le sfide al confine di ogni limite…? Lì certamente si annidano i demoni della speculazione, del malaffare, dello show-business e le vittime…

    Siamo proprio sicuri che le persone che tanto facilmente additiamo non siano Angeli, vittime di un incidente provocato da un demone… ?

  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:44
    Cuore di luce

    Come comincia: Il modulo per la richiesta di mutuo era molto complicato: decine di documenti, codici fiscali e codici genetici, dna, rna… bic, swift, certificati anagrafici, analcolici, garanzie, moduli indecifrabili, bilanci e controbilanci, firme, timbri, bolli, bollini, tessere magnetiche, tessere di un mosaico incomponibile e impossibile…

    Il sogno di una casa calda e sicura, al riparo dal freddo e dai pericoli, in cui poter vivere posandosi serenamente sui muri di pietra, sulla corteccia del soffitto, in cui poter brillare, lampeggiare, volare in libertà… era un sogno non realizzabile, troppo complesso, respinto dalle circostanze della vita e dal rischio proibitivo di finire divorato da un qualunque predatore del bosco…

    Restava spento e silenzioso, mimetizzato sotto il guscio di una ghianda… una casa piccola, stretta e oscura in cui non c’era spazio, non c’era vita… ma uscirne significava essere visto e sbranato… poteva solo nascondersi, soprattutto quando la notte rendeva il suo cuore luminoso, pulsante, visibile a tutti anche da lontano… nascosto e imprigionato… legato al proprio bisogno di vivere solamente dalla speranza di un sogno che potesse illuminare ogni cosa e trasportarlo in un mondo magico ricco di colori e armonia…

    Nel silenzio le foglie scricchiolavano, erano i passi minacciosi di un felino, un predatore in cerca di cibo…

    lui era l’alimento per i pipistrelli della notte che ne catturavano le vibrazioni, per chiunque potesse vederlo… Poteva solamente nascondersi meglio, di più, soffocarsi, coprire il proprio cuore, la luce… pericolosa… che non poteva spegnere né controllare…

    Bloccato e imprigionato aveva solamente da scegliere… se spegnere la propria luce spegnendo se stesso… o uscire, vivere, pulsare, brillare, volando di foglia in foglia, fiore in fiore, ramo in ramo… barattando la propria libertà con la propria incolumità…

    Scelse di battere le ali e scoprire i rumori, i sapori, i colori del bosco… ogni battito del cuore la sua luce richiamava famelici e selvatici istinti ma il piacere di posarsi su una betulla, scivolare sul muschio, respirare il profumo delle resine, dondolarsi su una foglia caduta dal cielo, vedere le fronde cullate dal vento e le pietre brillare sotto i raggi della luna… Lui era luce che volava… verso la fine del bosco, la vetta degli alberi, verso radure fiorite, verso l’alto… il cielo…

    Giunse alla fine, la fine del bosco, la fine della terra, del mondo, la cima…

    era l’ultima soglia, la vetta di una montagna tra le montagne, al centro del sistema, confine e limite… poteva solo posarsi, per l’ultima volta, tra il sole e la luna, al freddo, senza un rifugio, senza protezioni, senza casa… immobile al centro dell’universo… posato tra l’erba umida, fredda…

    Nel freddo e nel silenzio i raggi si incrociavano, gli astri si guardavano… opposti e paralleli, il vento rompeva il silenzio portando un battito d’ali…
    La lucciola restò immobile ma il suo cuore brillava, luminoso e letale…

    Voleva spegnerlo, nascondersi ma non poteva … NON VOLEVA spegnerlo…

    Non voleva nascondersi…

    Il battito d’ali era vicino, sentiva lo spostamento d’aria, si avvicinava…

    Il sole baciava la luna che baciava il sole…

    Intorno al suo cuore di luce la cornice del bosco portava con sé il profumo della casa abbandonata, del guscio di ghianda rimasto tra le foglie, accanto ad alberi sradicati, arbusti, bacche velenose, insetti voraci…

    “Ho scelto di vivere, liberare la mia luce, ascoltare il mio cuore

    Ora puoi scendere su di me… volando… puoi prendermi…

    Ora puoi venire

    Sono tuo…

    Ma ho scelto di vivere

    Ho scelto…

    La vita…

    Scendi….

    Avvolgimi…

    Prendimi…

    Guidata dalla mia luce

    Che non intendo spegnere…

    Ti sento, so che sei vicino, mi hai visto…”
    Aggrappato al mio filo d’erba umido e freddo il mio cuore batte forte, la luce si fa più intensa, visibile…

    …………………………………………………………………….

    Il sole si fondeva con la luna che si fondeva con il sole… (*)

    La farfalla dalle grandi ali color del tramonto si posò sulla lucciola avvolgendone la luce in un abbraccio morbido e delicato, proteggendola dal mondo, caricandola d’amore…

    Il cuore di luce pulsava… brillava di gioia, di vita meravigliosa, donava il battito intermittente all’incantevole anima che ne custodiva i preziosi raggi accarezzandone lo spirito libero… capace di sognare…

    Avvolto nel suo sogno, la lucciola baciò le ali della farfalla… erano quanto di più morbido e delicato avesse mai visto, sognato, immaginato… si strinse a lei, la strinse a sé, con calore, amore, poesia, magia… ne cercò le labbra per fondersi in lei, per fonderla in sé…

    liberando energie infinite che dal piccolo stelo del prato si propagavano al cielo e alla terra, accendevano le stelle, le luci della notte… il sole era sceso oltre le montagne, la luna brillava rotonda e splendente…

    fili d’argento dal cielo…

    profumo boreale…

    polvere di meteore…

    stelle cadenti…

    desideri…

    luce…

    Dicono che sia la storia d’amore più grande

    Più bella

    Più dolce



    … che sia mai esistita…

    (*storico)