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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 23 novembre 2011 alle ore 15:32
    Non ci sono storie

    Come comincia: Storie che non esistono, c'era una volta una volta che non c'era.

    Ho visto la donna leggere le pagine del mio libro, ha letto di sua madre e sono stata io, a provocare la commozione.

    Vorrei essere più silenziosa d'una piuma nel vento , ma l'anima esce fuori dagli occhi senza catene . E allora tutti mi vedono danzare, allora tutti mi vedono girare come una trottola colorata impazzita frenetica .

    Non smettono di provare amore, bimbe sconosciute che mi rincorrono e mi baciano. Esco fuori chiudo la porta...e mi dico " ma io non ho fatto niente "

    Sì non ho fatto niente

    per sentirmi Ti amo urlato alle  orecchie

    Non ho fatto niente

    né mura solide

    né successo

    né il mio ego celebrato

    niente di niente

    Vola l'aquilone

    senza filo

    Smuovendo l'inamovibile caos

    Brillando come le stelle lontane

    Non parlano

    Luccicano

  • 22 novembre 2011 alle ore 20:56
    La gallina mugellese

    Come comincia: Lei mi dice di scrivere
    Pieno di buste sto’ ultimando i regali di Natale e chiedendomi perche’ non sia bisestile.
    “Ignazio, Ignazio…ma…non mi riconosci?” Stavo per svenire dalla gioia. “Non ti riconosco? Non sei cambiato un cazzo, stessa faccia a culo e nemmeno un capello bianco. Come stà il mio compagno di banco preferito? Vieni qua’ stronzo!” Ci abbracciamo. Ci guardiamo negli occhi. Lucidi, tipo la storia del Vetril!!
    La signora accanto a lui ci guardava come la “Presidentessa del Rotary puo’ guardare due gay nudi che si baciano!! La signora era sua moglie, milanese d.o.c.. La signora non mi conosceva, ma soprattutto, non sapeva niente dei nostri cinque anni passati al Liceo Classico Francesco Petrarca di Arezzo.
    Finito il liceo Carlo ando’ alla Bocconi di Milano, li’ si laureo’, li’ si sposo’, li’ procreo’ ed ivi resto’!!
    Lei mi dice di scrivere
    IL giorno piu’ bello dell’anno e’ soggettivo. Varia a seconda delle persone. Gettonatissimi il venticinque Dicembre, l’ultimo giorno dell’anno, il compleanno, il quindici agosto e come quando non si sa’ piu’ cosa dire ecc.ecc.ecc..
    Per me, il giorno “in” dell’ anno era il ventotto maggio. Cadeva, in quel giorno, l’anniversario di nozze dei miei genitori.
    Lei mi dice di cambiare “Pusher”!!
    Tutti gli anni, per festeggiare quella ricorrenza si concedevano tre o quattro giorni di vacanza.
    Tutti gli anni, festeggiavo la loro ricorrenza, diventando il padrone assoluto della casa!!
    Una di quelle sere, Carlo ed io, decidemmo di cenare nella terrazza di casa mia. Io e lui, da soli, senza donne, non per scelta, ma, ad onor del vero, per totale mancanza.
    Vivevo in P.zza Risorgimento. Pieno centro. Ultimo piano di un palazzo di sei, terazzone munito!
    Il fatto stesso di poter cenare da soli, senza genitori di sorta, ci dava la stessa sensazione di libidine e goduria che prova un marito, sposato da quindici anni, quando la moglie è in vacanza!! Rutto e scurregge libere, accompagnavano le nostre cene. L’importante non era il menu. Importante era avere il vino in tavola!!!
    Ancora la parola “degustazione” non faceva parte del nostro vocabolario!!
    Negli anni, durante le nostre cene, tutto era sempre filato liscio, ma…”mai dire mai”.
    Lei mi dice di scrivere
    “Signora, guardi cosa gli ho portato!!” Ha pronunciare quelle parole era la nostra donna di servizio (ora chiamasi colf). Abitava in campagna Aveva fatto per anni la contadina. Ancora aveva l’orto ed allevava animali. Se non avesse allevato anche la “Gallina Mugellese”, quella sera, sarebbe stata una delle tante sere.
    La sorpresa, per mia madre, consisteva in un enorme cesto di vinco, pieno, anzi strapieno di “quelle galline dalle uova piccole”. La Mugellese, ha una peculiarità. Le uova sono, per grandezza, la meta’ di quelle normali. Ergo, (senza cogitare), in quel cesto, ci saranno state, e mi tengo basso, tipo sessanta/ottanta uova.
    Ancora mi chiedo cazzo ci avrebbe fatto la mamma con tutte qulle uova, facendo la casalinga e non l’industriale pasticcera!!
    Lei mi dice di scrivere
    La nostra cena si stava svolgendo nel terrazzo. La nostra cena stava terminando. Le tre bottiglie di vino, erano gia’ terminate.
    “Igna, guarda, stà uscendo il cinema!!” Traduzione: Carlo mi stava indicando con il dito, la moltitudine di persone che uscivano dal cinema Politeama.
    Dalla nostra postazione, sesto piano, a venti metri di distanza, ci sembravano piccole, si piccole come le “mugellesi”.
    Nesuno dei due proferi’ verbo, basto’ uno sguardo.
    Dopo un nano secondo, la cesta fu’ posizionata dalla cucina in terrazza.
    Dopo un secondo, parti’ la contraerea, no di missili, ma di uova.
    Dopo un minuto le persone fuori dal cinema si stavano chiedendo quale “gallina volante” stesse cagando uova sopra di loro.
    Dopo dieci minuti la polizia si chiese la stessa cosa’
    Dopo venti minuti, P.zza Risorgimento, entro’ nel Guinnes dei primati come “la frittata di piazza” piu’ grande del mondo!!
    Lei mi dice di scrivere
    Disastro. La mattina dopo, la “portatrice (sana) di uova”, dopo una gincana fra le uova spiaccicate sul selciato, arrivo’ alla meta per pulire casa e pulirsi le scarpe!!
    Lei mi dice di scrivere
    Di questo parlammo, come prima cosa, quella vigilia di Natale, Carlo ed io. Di questo ridemmo. Sembravamo due bambini sulle giostre. Felici. Felici come quella sera.
    Di questo non risi quando torno’ la mamma e seppe. Della serie, “piselli per diabetici”
    Da quel giorno, iniziai ad odiare la frittata!
    Da quel giorni, quando al ristorante, la vedo servita su un piatto, rabbrividisco .
    Morale: è proprio vero, non si può avere tutto dalla vita. Io scelgo la frittata.
    Lei mi dice di scrivere

  • 22 novembre 2011 alle ore 18:55
    Incontro con la vecchiaia

    Come comincia: Era già da un po’ che la sua mente lavorava su quell’argomento, a volte consciamente, più spesso a livello inconscio; ma non smetteva mai di elaborare nuovi dati, di ritornare su quelli già incamerati per riesaminarli, modificarli, risistemarli, in  sempre nuove acquisizioni di consapevolezza.
    Lo studio del tema in questione era iniziato già da anni, ma non avrebbe saputo dire con precisione da quando. Forse dal momento in cui, prestando attenzione allo specchio – cosa che faceva sempre senza troppa apprensione – aveva scoperto che la sua pelle aveva perso di elasticità, che tenendo le braccia rilassate verso il basso, come nel tentativo di raccogliere qualcosa da terra, si formavano tra il gomito e il cavo ascellare delle strane fossette, delle piccole striature mai notate prima.
    L’esame si era spostato sull’interno delle cosce, sul decolleté, piano piano un po’ su tutto il corpo, e i guasti, come li definiva una sua carissima amica, balzavano agli occhi senza ombra alcuna di dubbio.
    Era quello l’inizio della vecchiaia? 
    Non si era fatta prendere dal panico né era corsa in farmacia per acquistare creme miracolose né tantomeno si era iscritta in palestra, come tante sue colleghe di lavoro: gli impegni erano talmente tanti, che le sarebbe stato difficilissimo trovare lo spazio per la cura del corpo e d’altra parte non ne vedeva l’urgenza.
    È la mente che conta – si ripeteva in continuazione – Se la mente resta giovane, il corpo rallenterà la sua irreversibile corsa verso la senescenza. E la sua mente non aveva né il tempo né la voglia di invecchiare.
    Così aveva accantonato il problema (o almeno così le era sembrato).
    Si ritrovava, in realtà, a studiare il progredire della vecchiaia in coloro che le stavano intorno, i suoi genitori, in particolare, che negli ultimi tempi avevano continuo bisogno di assistenza. Era semplice accumulare dati, in quel caso, perché l’osservazione era continua, accurata, dolorosamente attenta ai particolari.
    La decadenza non era soltanto fisica, ma anche e soprattutto psicologica, e non nel senso che ormai le capacità intellettive stavano venendo meno, perché, fortunatamente, la lucidità mentale, la capacità di ricordare il passato, il senso della realtà non erano diminuite, se non quel tanto che rientra nella norma. Il problema era nell’atteggiamento verso l’esistenza quotidiana, che si era distorto, che era divenuto contemporaneamente attaccamento morboso alla vita e disprezzo della vita stessa, timore di perderla e desiderio di consumarla al più presto, magari chiudendo gli occhi per addormentarsi e non riaprirli più. Quasi la morte fosse una liberazione!
    Aveva avuto modo di leggere tanto sulla vecchiaia; trattati filosofici, testi di medicina e psicologia, racconti, romanzi, poesie. Nei primi una visione quasi sempre serena e distaccata del problema, venata di tollerante comprensione o tranquillamente rassicurante su un percorso di vita che ogni essere umano deve prima o poi affrontare; negli altri visioni anche agghiaccianti della terza età, come nel caso del  terribile, vecchio Scrooge di Dickens, o melensamente sentimentali in tanti altri casi letterari.
    Ma a guardarla negli occhi, la vecchiaia era tutt’altra cosa e la terrorizzava.
    Quando aveva cominciato a diventare vecchio suo padre? In alcune foto di una diecina di anni prima, già l’espressione del viso era mutata: una tristezza mista a rabbia repressa, le labbra strette a negare il sorriso, gli occhi a volte malinconici, altre volte duri e freddi, persino ostili.
    Forse la vera decadenza era iniziata con l’ictus che l’aveva colpito, privandolo in parte dell’uso della mano destra e indebolendogli le gambe, cosicché aveva dovuto suo malgrado accettare l’aiuto degli altri in tante piccole cose e contemporaneamente era stato costretto a farsi da parte in quei lavori che prima gestiva in prima persona in casa.
    Sono tutti come lui i vecchi? Si era chiesta tante volte. Davvero ad un certo punto si convincono di essere circondati da una massa di deficienti incapaci, che vanno guidati passo passo, come bambini che riescono appena a reggersi sulle proprie gambe? Davvero non capiscono che in realtà hanno bisogno di tutto e il bisogno generalmente rende umili e riconoscenti?
    Ma l’aveva adorato troppo nella giovinezza, idolatrato troppo per credere  che il suo modo di agire non fosse altro che un’esasperazione dovuta all’età di difetti caratteriali presenti n lui da sempre.
    Si comporta così perché ci vuole bene - si ripeteva nel tentativo di auto convincersi - perché se potesse ci eviterebbe qualunque fatica e preoccupazione, ecco perché è così invadente da sembrare addirittura presuntuoso e arrogante, ecco perché sembra non capire che noi figli ce la possiamo cavare anche senza le sue continue istruzioni sull’uso, senza i ripetuti rilievi sul nostro modo di fare, ecco perché  reagisce a qualunque manifestazione di affetto con questa indifferenza che uccide.
    L’esame sull’evolvere dell’anzianità in sua madre, al contrario, la lasciava strabiliata per i motivi opposti: il progredire dei mali fisici, della debolezza del corpo, della consapevolezza del suo irreversibile decadimento fisico era inversamente proporzionale al suo desiderio di amare, di dare, di alleviare i problemi altrui. Quanto meno poteva agire con le forze del corpo, tanto più si prodigava col cuore e con la mente nel distribuire affetto, comprensione, riconoscenza a chi le stava accanto, ai figli soprattutto, che mai avrebbe voluto “disturbare”, come ripeteva in continuazione.
    Suo padre, invece, si era fatto distruggere progressivamente dall’attesa della morte e ci conviveva ormai da un tempo incalcolabile. Ne parlava di continuo, direttamente o in modo velato, e sosteneva di non temerla, anzi, di desiderarla, visto che ormai non poteva fare più nulla di tutto ciò per cui era sempre vissuto. Ma lei aveva capito che quel parlarne in modo sprezzante non era altro che un tentativo di esorcizzarla, quell’attesa del nulla, e che dietro la sua apparente sicurezza c’era un terrore ancestrale, un’angoscia profonda di fronte all’ignoranza del “come” tutto sarebbe avvenuto e soprattutto del “quando” i suoi occhi avrebbero smesso di vedere la luce.
    - Aveva ragione Indro Montanelli – ripeteva di tanto in tanto -  Non è la morte che mi fa paura, è il morire -.
    Forse per questo non dormiva più da anni.
    La notte per lui era uno scorrere interminabile di minuti, lenti, sul grande quadrante bianco dell’orologio che aveva voluto far sistemare accanto al letto e per giunta in una posizione a lungo studiata, per poter leggere con chiarezza le distanze millimetriche tra un minuto e l’altro segnate dalla lancetta più lunga.
    E durante quelle notti senza fine insorgevano in lui i desideri più disparati: quattro grissini su un tovagliolo  per non disperderne le briciole, una tazzina di budino alla crème caramel, un pezzettino di caciocavallo, e poi acqua, acqua e ancora acqua, per il timore di non urinare abbastanza.
    Quando il tremito agitava le sue mani di vecchio e anche stringere le posate durante il pranzo diventava un’impresa insostenibile, lei tornava con la mente alla propria infanzia, durante la quale  suo padre era stato per lei l’eroe invincibile, il risolutore di ogni problema, l’essere eccezionale esperto e abile in qualunque impresa.
    Dov’era finito ora quell’eroe? Ne rimaneva l’involucro esteriore, accartocciato su se stesso, che bestemmiava per non piangere, che aveva sostituito il suo straordinario altruismo in un egoismo piccolo e fanciullesco, come le sue pretese da bambino sempre insoddisfatto (così apparivano ad uno sguardo superficiale e annoiato le sue richieste ora di questo ora di quello, fuori orario e senza senso).
    Da molto tempo ormai aveva smesso di confidare a lui e a sua madre i propri problemi, le ansie e le insicurezze, i bisogni e le paure.
    L’abbraccio ormai doveva essere solo un gesto con cui stringerli, senza pretendere di essere stretta, un gesto delicato, prudente, rispettoso della fragilità di quei corpi malati e doloranti.
    E il saluto con cui si congedava da loro ogni volta, aveva quel sapore segretamente triste e malinconico che devono avere probabilmente tutte quelle cose preziose che sappiamo di dover perdere, ma non “quando” le perderemo, e per questo motivo diventano di ora in ora più pregiate, più rare, uniche nella loro transitoria bellezza, come tutto ciò che Dio ci ha dato in usufrutto e che noi, stupidamente, consideriamo un nostro possesso.

  • 21 novembre 2011 alle ore 18:45
    Splendido Iran

    Come comincia: Sono appena rientrato da un viaggio in Iran . Sono uscito da un sogno, tra le pagine de “Le mille e una notte”, o sono riemerso da un incubo, da una sensazione di oppressione indicibile per noi occidentali ? Sogno ed incubo si alimentano ad una medesima fonte fantastica, che a volte cela la realtà.
    Ad occhi chiusi, sul terrazzo di casa, in una fresca notte di agosto, mi riappare lo sguardo profondo, tigresco di Khomeini. La sua effige è stata il motivo conduttore del mio viaggio: un volto sciamanico, non affatto indulgente, a tratti tremendo. Lo scorgi dovunque tu vada: aeroporti, alberghi, uffici. Ti colpisce dai manifesti stradali, dagli schermi televisivi, dalla carta moneta che maneggi. L’Homa Hotel di Shiraz, un grattacielo di quaranta piani, gli dedica l’intera facciata, a metà condivisa con il suo successore Khamenei, attualmente al potere religioso. Sotto il ritratto , una scritta: “Obedience to Imam Khomeini”  .
    Attendendo la consegna della chiave nella vastissima hall, in stile occidentale, mi colpisce una scritta a grandi lettere dorate, che a mo’ di stendardo attraversa  l’entrata: “Down with U.S.A.” (abbasso gli U.S.A.). Il cameriere mi ha appena servito una freddissima “PIPI”, una copia perfetta della Coca-Cola. Mi invita in inglese a pagarlo in dollari!
    Shara, la nostra guida, è un’iraniana di ventisette anni, longilinea sotto la veste nera, monacale. Il chador le incornicia il volto olivastro. I capelli sono pudicamente celati per legge islamica. Solo occhi e labbra scure, dense. Molte sue frasi riportano il termine”rivoluzione islamica”. Sicuramente è un’integralista, ma non lo confessa. Mi descrive a sera, sdraiata su di un rosso cuscino damascato, i bombardamenti missilistici  su Theran da parte degli iracheni, con l’aiuto bellico americano :-“ Catastrofi non annunziate, silenziose, quasi magiche. Nel turbinio di  vita di una città di nove milioni di abitanti, la casualità di un missile cancella in pochi secondi alcuni edifici, lasciando cadaveri e feriti. Subito dopo o si continua a vivere come se nulla fosse accaduto o si cede al terrore e si diventa talpe in oscuri cunicoli.”
    Shara sin dal mattino è attentissima all’abbigliamento delle donne del nostro gruppo: chador a coprire i capelli, vestito lungo sino ai  piedi e,nei momenti religiosi, un soprabito scuro, offerto dai guardiani.  Per due volte il nostro pulman è stato fermato: un attento passante aveva scorto attraverso i cristalli un ciuffo di chioma, il candore di un collo. La denunzia, l’intercettazione  del mezzo, il salire a bordo di una poliziotta che ci imponeva un maggior riguardo alle leggi islamiche, altrimenti  “ tutti alla stazione di polizia”.
    L’Iran è un immenso deserto, posto su un vasto altopiano roccioso. Le verdi oasi sono le sue città. Si viaggia per ore tra camions monumentali, intrecciando sorpassi azzardati in assenza di un codice stradale. L’aria condizionata diviene ben presto insufficiente, dato anche la vetustà degli impianti. Il cristallo del finestrino è una griglia a raggi infrarossi. L’acqua riacquista una sua essenzialità per noi smarrita da tempo. Scende giù bollente,insapore ma necessaria.
    L’Iran scolastico di Ciro e di Dario lo incontri a Pasagard, a Persepoli. Stupisci di fronte a stili che culturalmente non ti appartengono. Intrecci sulla polvere i tuoi passi con quelli dei Babilonesi, degli Assiri. Il tempo sembra contrarsi e prenderti in una morsa spazio-temporale. Il tuo piede sale la scala che ha sentito la pressione del piede di Dario e Alessandro. E’ un momento di stupore psichico. Ti perdi nel sole rovente dei 45° in un vaneggiare di storia che non ricordi più. Una bevanda ghiacciatissima e carissima ti riporta alla realtà.
    Le moschee sono esplosioni policrome. L’oro abbonda. Sembra che un computer impazzito abbia elaborato tutti gli intrecci possibili di linee e colori. Folla, vasta, indomabile; voci, suoni, urla, pianti, lamenti, sentori, afrori, profumi, aromi. Scarpe lasciate a mucchi all’entrata. Il piacere del piede su tappeti morbidissimi e di fine fattura. Un vecchio singhiozza all’entrata, altri sono prostrati in preghiera. Alcune donne si aggrappano urlando ad un sarcofago d’argento. Altri più in là, dormono stesi, incuranti.
    Fuori nel folto giardino sacro, tre tombe. Fotografie di ragazzi. Sulla lapide è raffigurato un mitra. Sono i Pasdaran, autori di stragi in occidente. Qui sono eroi nazionali e santi. C’è calca per toccare, sfiorare la lapide.
    I bazar sono densi di oggetti e di tipi umani: le razze sembrano chiamarsi ad un appuntamento. Azerbagiani, armeni, pachistani, mongoli. Mi sorprendono donne velate con il volto coperto da una mascherina nera a becco d’uccello. Scendiamo in una sala da thè: il clima è quello di un romanzo di avventure ottocentesco. Tappeti e cuscini morbidissimi,  colorati narghilé dal fumo denso e profumato. Un flauto ritma un motivo irraggiungibile. Volti muti nella penombra di loculi scavati nella roccia. Un biondo thè ti ristora in cristalli finissimi. I pasticcini racchiudono datteri cremosi.
    Bham,  una cittadina sormontata da un forte. Sorge nel deserto, ed è costruita con mattoni cotti al sole. Tranne una corona di verdi palme, predomina il colore della sabbia su tutto. Le ringhiere di ferro sono intoccabili, sembrano incandescenti. Ad una inattesa fontana immergiamo teste e cappelli. Anche Shara ha caldo e si bagna il viso, scostando per un attimo il chador.
    -“ Shara hai capelli bellissimi, di un nero corvino”.- Mi sorprendo a dirle. La sento irritata. Solo adesso comprendo di aver infranto la sua intimità.
    Ad Isfhaan, la sera dell’addio, nella piazza della Moschea dell’Iman, cara a Pasolini, la luna è di scena. L’oro delle cupole e dei minareti riflette una luce lattea sul prato antistante. Intere famiglie sono venute ad un bivacco notturno come nomadi del deserto. Cucinano sull’erba, mangiano sdraiati, discorrono animatamente. I bimbi si rincorrono. Un flauto emette note rauche.
    Guardo questa gente vivere in un modo antico. Per un attimo dubito sulle mie certezze di occidentale.
     
    Raineri Lucio Paolo (  da un viaggio dell’agosto 97)

  • 21 novembre 2011 alle ore 18:38
    Una sera a Chernobyl

    Come comincia: E’ un tramonto diverso. L’orizzonte brucia: i colori dello spettro del rosso ci sono tutti, ma sembrano vibrare, sono suoni dipinti. Sullo stradone, in mezzo ai campi, avanza un carro agricolo trainato da un cavallo. Un gruppo di ragazze ucraine siede sui bordi. Sento le loro risate. I biondi capelli sono macchie d’oro nel crepuscolo. Alla guida del carro un ragazzo con un cappello a larghe falde. Sembra distratto dalle ragazze e sento la sua voce sovrastare le risa. Ai confini del tramonto, a meno di quaranta chilometri c’è Chernobyl. Mi indicano la direzione, ma ne avverto ugualmente la presenza. Sotto un pergolato, il pope ortodosso e sua moglie, in abito lungo da sera, hanno imbandito per noi una cena campestre. Contadine, che sembrano uscite dalle pagine di un romanzo russo, con il capo coperto da colorati fazzoletti, portano vivande e timidi sorrisi. Verdure crude, caviale rosso, minestra di rape, il bosch ucraino, pollo alla Kiev, gnocchi, i vareniki, ripieni di mirtilli, cotti al vapore e conditi con panna acida. Non manca la gorilka al pepe, la vodka ucraina. Sulla soglia della chiesa dalle cupole d’oro, alla discesa dal Bus, ci avevano offerto bocconi di una pagnotta scura, intinti in una scodella di sale. Il pope, quasi un fante di cuori, con tiara turchina a coprire lunghi e candidi capelli, cesellati con grazia femminile, ci bacia e ci abbraccia. Volti di contadini, dai ciuffi biondi in disordine, vestiti da clerici, con lunghe sottane rammendate e sfilacciate. Ci osservano muti. Pareti di icone dorate su mura di calce che avevano conosciuto il fuoco dei bolscevichi. Il sapore di quel pane si perde in questa tavola dalla finta abbondanza. Un organetto fa sentire il suo suono nella sera. Una ragazza mi porge un foglio scritto a macchina e mi indica un nome:”Cetara”. -“Il figlio è stato vostro ospite in Italia”- mi dice, con una punta di orgoglio, la guida locale. Ora le ragazze intrecciano danze e canti popolari davanti alla nostra tavolata. -“Una di loro, non le dirò quale, non supererà l’anno a causa delle radiazioni”- Cerco di indovinare i segni della malattia in quei volti sorridenti. Ma invano. Penso alla centrale nucleare che nel silenzio della notte continua ad emettere radiazioni. . Forse per innumerevoli anni ancora. Il rimedio non c’è. -“ Non perdoniamo al governo il ritardo criminale dell’allarme dato dopo sei giorni.”- Mi confessa un’alta e prosperosa traduttrice. Ma tralascio di farle notare che l’ordine di chiudersi in casa e non uscire, arrivato alfine, era ben modesta cosa. Ma l’autorità centrale, in piena crisi, aveva elaborato in seguito, un ordine meno scientifico, ma più produttivo: per tre anni furono vietati in strada gruppi superiori alle tre persone, pena l’arresto. Nessuna osservanza su cibi e bevande. Solo un anello di trenta chilometri di deserto, blando,scientificamente insufficiente, ma utile ad arginare angosce e timori.. Ora la moglie del pope intona un canto ucraino. –“Ha studiato al conservatorio.” Mi dice in un orecchio il marito guardando compiaciuto la propria donna. In seguito strapperà ovazioni ed applausi da tutti noi con “ O sole mio” in perfetto italiano e con una sensualità di toni affatto clericale. -“ In cinque anni 1271 bambini operati di cancro alla tiroide. Sei bambini su dieci alla nascita non hanno anticorpi. Settecentomila casi di tubercolosi. Mezzo milione di morti all’anno. Una vita media di 57 anni per l’uomo e di 59 per la donna.-“ mi confida Maxim Mauritson, un prete svedese della chiesa ortodossa bizantina che da sei anni vive la tragedia di questa gente. La rabbia glia ha disegnato il volto e il tono della voce. –“ Ma è solo apparenza, dentro sono calmo.”- Mi vuole rassicurare. “-Ora la paura è passata, si fa festa e la povertà di questo paese elabora espedienti per sopravvivere: circa quattrocento associazioni cercano di accaparrasi l’affare “Bambini di Chernobyl”,rivendendo vacanze pagate da voi occidentali”…- continua ad inseguire con il cucchiaio una goccia di minestra sul fondo del piatto, una fame insaziabile. Più tardi divorerà il dolce con una grossa fetta di pane. Andiamo via nel buio di una notte senza luna. Solo stelle, qualche candela e occhi e sorrisi. La vodka sopisce per ora le nostre angosce.

  • 16 novembre 2011 alle ore 20:32
    La chiave delle parole

    Come comincia: AMORE. E' il passepartout della vita ed ha una freschezza che il tempo non logora. Conosce molte declinazioni, ma la più ambita coincide con la reciproca attrazione e il desiderio di condivisione. L'amore si può trasmettere su un altro essere, così come il Sole irradia calore, senza averne in ricambio neppure un debole riflesso. Vice-versa si può esserne oggetto e negarlo. Non vado oltre per questa parola evocatrice d'emozioni, perché molto ancora, volendo, potrà aggiungere ogni amico lettore.

    BORSA. Sempre più complicato riempire la borsa della spesa. Chi non conosce l'intimazione da rapina "La borsa o la vita!" così attuale di nuovo nella crisi globale che sta bruciando risparmi e capitali nella borsa degli affari? Governi in affanno, in bilico il prestigio USA di maggiore potenza mondiale e l'Italia che imbarca sempre più acqua. Nelle notti insonni per chi ci pensa vengono le borse sotto gli occhi. E anche in questo caso non è un bel vedere.

    CAMICIA. Indumento d'uso comune storicamente utilizzato come segno d'appartenenza ideologica: le camicie rosse garibaldine, le nere fasciste, le brune naziste fino alle verdi camicie leghiste. Interessante notare come, per indicare un individuo baciato dalla buona sorte, si dica anche oggi "nato con la camicia" (il riferimento originale è alla placenta materna). Va forte anche il "rimboccarsi le maniche" (naturalmente della camicia) alludendo alla necessità di fare finalmente qualcosa con maschia energia (non mi risulta che l'espressione sia mai stata riferita alla costola d'Adamo forse perché le donne da sempre difficilmente possono permettersi di oziare). La camicia botton down era (è?) considerata un must da certi politici quando erano sulla cresta dell'onda. La perfetta stiratura del capo richiede abilità e pazienza sempre più rare, ciò ha aperto la strada alle camicie "non stiro" chiaramente preferite dalle donne cui spesso tocca la noiosa incombenza. Chi va in televisione ha cura d'indossare una camicia che non "spari" in trasmissione.

    DONO. Più bello farlo che riceverlo perché, anche se non ha secondi fini, lega comunque il beneficiario, tant'è che fra i cosiddetti primitivi (vedi il classico"Il dono" di Mauss) chi ne era oggetto sentiva l'imperativo categorico di ricambiare. Per questo l'insistenza sulla vita come dono rappresenta, sotto certi aspetti, un invito nemmeno troppo subliminale a ricambiare di tanta bontà l'autore (che sia un dio o i genitori). Da sempre i poveri e gli indigenti sono educati a pregare e ad attendersi doni in cambio della loro devozione celeste e terrena:terreno fertile per ogni tipo di clientela. La cosa va gestita con accortezza da chi la cavalca, in caso contrario la negazione di "panem et circenses", con la pretesa di convincere la gente della bontà di provvedimenti impopolari, può portare alla rovina di lor signori. Il dono era ed è indicativo della grandezza di un potente: chi vuol essere o sembrare tale non può farne a meno. Da ricordare infine il "timeo Danaos et dona ferentes" (=temo i Danai anche quando portano doni. cit. dall'Eneide di Virgilio) ancora attuale ammonizione a non ricevere doni alla leggera.

    ESEMPIO. Ai figli bisognava "dare l'esempio" di una vita onesta capace di sacrifici per assicurare un'esistenza dignitosa alla famiglia ed, a cascata, i figli maggiori dovevano essere modelli per tutti gli altri, tanto che non era affatto raro che il "grande" le buscasse per qualche marachella dei più piccoli alla cui educazione collaborava con una bella quota di responsabilità. L'esempio del buon padre di famiglia era qualità richiesta e che si attribuiva ogni politico e dirigente avveduto. Oggi gli esempi si sono ridotti a "flatus voci" , visto che nei fatti, conta il successo vero e presunto non importa come raggiunto. Il "dare l'esempio" ridotto a slogan per campagne pubblicitarie in cui si chiede ai limoni spremuti, da parte di chi usa bere sontuose limonate, di continuare a dar sugo perché la limonaia, da loro mezzo distrutta, continui a fruttificare accennando di nuovo a fiorire. Il problema è che, a livello inconscio, la cosa funziona al contrario; non è l'esempio richiesto che convince, ma quello che si dà e se il "buon padre" in realtà si comporta (con apparente successo) da furfante, difficilmente i figli non ne seguiranno l'esempio.

    FESTA. Giorno da dedicare al ringraziamento religioso, passato poi anche alle onoranze civili. Da piccoli la festa è legata alla vacanza da scuola, da adulti è tempo liberato dal lavoro, anche se, nello spirito mercatistico dei tempi, oggi "per qualche dollaro in più" il lavoro festivo è diffuso soprattutto nei servizi turistici e commerciali. E' bene porre attenzione a chi, come è uso ricorrente da parte di chi ha un qualche potere, vuole "farci la festa" perché l'espressione sottintende che sta per giocarci qualche brutto tiro, diversamente dal micio e dal cagnolino che ci fanno festa esclusivamente per darci e ricevere piacere.

    GOCCIA. Riluce come una perla quella di rugiada sulla foglia. Trasparente e chiara, dono del cielo, la trovo simbolo di perfezione, piccolo mondo che nulla nasconde. "Gutta cavat lapidem" = la goccia scava la pietra: dice l'adagio latino ed io l'intendo provenire dall'osservare che questa di solito non viene sola e ama talvolta ripetersi avendo di mira sempre lo stesso bersaglio finché non cede. La goccia può anche assurgere a metafora di quell'interrogarsi continuo, delle domande ultime che scavano il cuore più duro fino a cavarne il sugo della felicità o della disperazione secondo si apra all'amore o s'affacci all'abisso del nulla. Nella parabola del ricco Epulone, per contrappasso, il povero non concede neppure una goccia dal paradiso all'inferno a colui che sulla terra banchettava incurante della sua mano tesa. Chiudo in leggerezza ricordando che il goccio ne è il fratello pazzerello perché amante del succo spiritoso dell'uva, infatti è il classico goccio di vino che rallegra le tavole e aiuta o dà l'illusione di aiutare chi vi annega qualche dispiacere e miseria del corpo e dell'anima.

    H. E' l'acca muta che cambia il significato, secondo posizione, di alcune paroline (ha-ah ho-oh quelle che mi vengono in mente). Quella che rende dure nella pronuncia la "c" e la "g" precedendo le vocali dolci (ce diverso da che, e analogamente ci non ha niente a che fare con chi). Cenerentola fra le consonanti, s'è presa la sua rivincita come simbolo chimico dell'idrogeno (2atomi di H legati a 1di O ssigeno ed abbiamo la molecola dell'acqua fonte di vita). La fissione dell'idrogeno, da che l'uomo è capace di produrla, scatena energia, ma è stata ricercata e applicata per la prima volta con fini militari (chi non ricorda la bomba H con i morti di Hiroshima e Nagasaki?). L'uso pacifico dell'idrogeno nei reattori per la produzione di energia elettrica accanto a benefici comporta problemi notevoli:stoccaggio delle scorie radioattive-rischio di incidenti con fughe radioattive (Cernobyl e Fukushima le più note perché è stato impossibile nasconderle). Da ultimo un cenno a un insulto "non capisci un'acca" in cui l'ignoranza abissale attribuita al "nemico" si lega al convincimento stupido della semplicità e facilità di comprensione di questa letterina (e non pensate alla tv!)

    INFERNO. Il buon vecchio Ade pagano ove regna Plutone che vi portò Proserpina rapita alla madre Cerere costretta ad accettare che la figlia vi restasse parte dell'anno perché la fanciulla aveva accettato qualche chicco di melagrana dal dio. E il mito ctonio così spiega l'inverno come stagione di materno dolore. E' il luogo oscuro da cui non strappa Orfeo la sua Euridice perché si volta, dimentico dell'avviso, prima che sia tutta alla luce uscita. Col cristianesimo prende connotazioni paurose e diventa il luogo dell'eterna dannazione contrapposto al paradiso gioioso di sempiterna luce (il purgatorio non c'è all'inizio). Noi, che "non possiamo non dirci cristiani" per quanto almeno riguarda le radici e la cultura da cui siamo permeati, assumiamo la parola inferno in senso figurato per indicare qualcosa di terribile, il peggio del peggio che possa capitare. Ed ecco il "mandare all'inferno" dell'imprecazione, "l'inferno della nebbia in autostrada", "la crisi infernale". Dante nell'aldilà dei canti della Divina Commedia raggiunge il massimo di capacità descrittiva nei gironi infernali, piuttosto che nelle cornici purgatorie o nei cerchi paradisiaci. Finisco con Boccaccio dove "il diavolo che va messo in inferno" in una novella del Decamerone è metafora del copulare con uno sberleffo irridente al peccato di fornicazione.

    LAGO. E' il mare d'acqua dolce, intrappolato fra le terre, ricordo di ghiacciai disciolti o di remoti crateri passati dal fuoco al liquido fresco. Come il mare può avere tempeste e naufragi, su scala ridotta naturalmente, ed è abitato da pesci ed uccelli. Nel vangelo gli apostoli sono pescatori del lago di Tiberiade sulle cui acque Gesù ha camminato. Il lago è molto caro ai popoli nordici per il microclima che favorisce l'insediamento di una flora rigogliosa e fiorente (ortensie, camelie, ma anche oleandri, ulivi e palme) a poca distanza da vette innevate. Vedute lacustri sono un must per la pittura en plein air e certe località sono rinomate a livello internazionale. Stresa e le Isole Borromee, i giardini di Villa Taranto, Santa Caterina del Sasso,le isole di Brissago, Ascona e Locarno sono per dire solo un riassunto parziale delle bellezze del Verbano che si anima per l'intero anno ogni mercoledì col grande mercato di Luino frequentatissimo dagli Svizzeri. Passando al lago di Como, come dimenticare Bellagio, amatissima dal turismo internazionale e meta di tanti viaggi di nozze. Del Garda (il "mare" dei tedeschi) cito Sirmione con le grotte di Catullo. Poi ci sono tanti piccoli laghi e fra questi quello di Varese, città giardino al centro della regione dei laghi. A un tiro di schioppo il Ceresio o lago di Lugano condiviso con gli Svizzeri. Avevo tralasciato di citare il balletto (per me il più romantico) del LAGO DEI CIGNI e di ricordare che a suo tempo i laghi, come i mari e gli oceani importanti vie d'acque, avevano i loro pirati (vedi i famigerati Mazzarditi del Lago Maggiore basati sugli isolotti di Cannero in posizione strategica per intercettare i ricchi e frequenti traffici tra Italia e Svizzera). Le sponde dei laghi hanno inoltre ospitato le palafitte di molti nostri antenati (civiltà delle terramare). Purtroppo non mi vengono in mente modi di dire legati alla parola, ma per chiudere rammento che il lago fa da sfondo allo struggente PICCOLO MONDO ANTICO di Antonio Fogazzaro che in Val Solda (parte settentrionale del Ceresio vicina a Porlezza) aveva una villa, bella ancor oggi da visitare. Il lago infine era carissimo a un poeta come Vittorio Sereni e molte storie di lago sono state narrate da Piero Chiara e oggi stimolano la vena affabulatoria di Andrea Vitali.

    MAMMA. Probabilmente la prima parola di ogni creatura vivente e, in molti casi, l'estrema invocazione. Si dice anche madre, ma è più formale rispetto a quel "mamma" facile e dolce da articolare. Nessun amore potrà mai eguagliare il suo, tant'è che una delle immagini più strazianti del Cristianesimo è quella di Maria ai piedi della Croce e della Madre, senza più lacrime, col Figlio morto sulle ginocchia. Infinite le opere letterarie e artistiche ispirate e dedicate a chi è fonte di vita. Spiace che si trovi anche nel modo di dire "La madre degli sciocchi è sempre incinta".

    NOME. Importantissima parola perché nulla esiste nè può essere comunicato se non nominandolo. Nei sei giorni della Creazione, ricordati nella Genesi, Dio nomina e divide Luce da Tenebre finchè non crea l'uomo "facciamo l'Uomo a nostra immagine e somiglianza". Nei tribunali si giudica "in nome del popolo", si supplica "in nome di Dio" e s'invoca il suo Santo Nome. Il nome è davvero l'essenza anche della persona: l'appello nominale, chiamare per nome. A scuola i bimbi cominciano a imparare a leggere e scrivere attraverso i nomi (C di casa L di luna per es.). E' l'utilizzo sapiente dei nomi quello che distingue uno scrittore di talento, capace di evocare scene, avventure ed emozioni, da un noioso imbrattacarte. Da ricordare che il personaggio terribile dei Promessi Sposi non si può nominare: l'Innominato appunto e, a ritroso, Ulisse beffa il Ciclope chiamandosi Nessuno, Vie, piazze e monumenti, perfino città (Alessandria d'Egitto in onore di Alessandro Magno, Stalingrado nella vecchia U.R.S.S. solo per ricordarne alcune) rendono onore al nome dei grandi che, se mai cadono in disgrazia, sono ex abrupto cancellati e sostituiti. Romantica pur se infestante l'usanza degli innamorati di scrivere/incidere i nomi perché a tutti sia noto il loro amore. Ne seppe qualcosa Orlando impazzito davanti alla prova del nome di Angelica con accanto un nome, ahimè, diverso dal suo. Mi fermo qui certo di aver detto solo una minima parte su ciò che può essere collegato a questo vocabolo.

    OCA. Pennuto ingiustamente utilizzato per dare dello sciocco (è nome femminile che al maschile trova lo stesso uso improprio nel paziente asino) in realtà animale intelligente ed aggressivo tanto da fare invidia al sopravvalutato cane per la tempestività nel segnalare l'avvicinarsi di un estraneo. Dice niente, in proposito, l'episodio più o meno leggendario delle oche del Campidoglio che avvertirono i Romani dell'arrivo dei Galli (in questo caso bellicoso popolo barbarico e non i maschi delle galline)? La bestia è associata al marziale "passo dell'oca" dei tedeschi in particolare nell'ultima guerra mondiale e, nel mantovano, alla prelibata "salama d'oca". Agli amici il piacere, volendo, di allungare e insaporire il brodo.

    PORTO. Quello sicuro che accoglie dopo le tempeste. Quello "delle nebbie" con Jean Gabin (e peggio per chi non ha visto il film). Il porto dove sosta il marinaio e riparte lasciando un cuore infranto (da qui le promesse da marinaio). Nell'antichità era d'obbligo la navigazione sotto costa, di piccolo cabotaggio, perché le imbarcazioni non erano in grado di resistere troppo a lungo in alto mare sia per come erano allestite sia per la difficoltà di mantenere acqua e cibo commestibili per lungo tempo. Il porto è bella metafora insieme alla barca per indicare il posto quieto dove rifugiarsi e ritemprarsi prima di ripartire per altre avventure. C'è anche il porto, inteso come vino, ma è tutt'altra cosa.

    QUADRO. Chi non ne ha uno in casa e chi non ne ha mai ammirato uno al museo, in una mostra, in un libro d'arte? Nata come imitazione della Natura, la pittura si è dispiegata nelle opere degli artisti capaci di rendere ogni sua sfumatura nella composizione, nella luce, nel disegno di forme e nell'uso geniale del colore. La fotografia ha costretto i pittori ad andare oltre: dall'astrattismo, al surrealismo, al futurismo, all'iperrealismo, al ripping e a tant'altro illustrato in tante eccellenti storie dell'arte. Bellissimo il passaggio nei "Promessi Sposi" in cui Don Rodrigo passeggia nella quadreria di famiglia sotto i ritratti dei suoi maggiori che gli incutono una cupa soggezione. In ambito manageriale il quadro è un gradino della carriera ed indica una figura a metà strada tra l'impiegato esecutivo e il boss che dirige l'impresa. "Avere il quadro" o "farsi un quadro" della situazione fa da pendant, come modo di dire, all'immaginare "scenari" futuri per programmare una campagna di vendita, politica e/o promozionale.

    ROSA. "Rosa fresca aulentissima..." come non incantarsi davanti a questo incipit della celeberrima Scuola Siciliana alle scaturigini della poesia italiana? E' la rosa vera regina dei fiori per forme e colori squisiti non meno del soave profumo (acqua di rose - essenza di rose). Cara a ogni tipo d'artista, simbolo ineguagliato nella lirica d'amore, i petali rallegrano le infiorate e sono d'augurio agli sposi. Infiniti i modi di dire che trovano protagonista il bel fiore e tutti in senso positivo. C'è anche la "rosa dei venti", ma è tutto un altro discorso.

    SEME. Ci vuole un seme per generare ogni creatura vivente dalla spiga di grano all'uomo sempre meno in sintonia con la natura. Buon seme, secondo un vecchio adagio, dà buoni frutti, anche se per le influenze ambientali questo può non avvenire come d'altro canto si può operare sul cattivo per migliorarne la discendenza. Per molto tempo l'occupazione fondamentale dell'umanità per la sua sopravvivenza è stata l'agricoltura succeduta alla raccolta dei frutti spontanei della terra, ecco perché la metafora del seme come parola buona che fa bene a chi la riceve e rende fruttifera nel suo agire quaggiù per un raccolto nella vera Vita. La stessa metafora del seme è altrettanto valida in tutti i rapporti educativi in cui il Maestro semina se vuole avere allievi-figli di valore. A livello mondiale un'istituzione importantissima è la banca del seme che custodisce i principi germinativi di milioni di specie. Naturalmente c'è un'analoga banca del seme umano per consentire (regolata dalle leggi dei vari stati quando è permessa) la possibilità di avere figli a chi per le vie naturali ne sarebbe impedito. Concludo con una nota leggera ricordando i semi tostati e leggermente salati delle zucche: stuzzichini a buon mercato di molti nel centro e nel sud d'Italia. Crocchiavano nelle sale cinematografiche presenti anche nel paesino più sperduto, oggi sostituiti nelle multisale in città dal popcorn, onnipresente anche, ahimè, col "profumo".

    TAVOLA. Sorella del tavolo che da maschietto è più impegnativo visto che, oltre che mobile, si impegna ora per la politica, ora per le parti sociali, ora per l'economia (è tutto un aprire e proporre un tavolo di confronto per i pontieri in tempi di crisi). La tavola richiama la cucina e il buon cibo: i piaceri della tavola. Ed ecco l'allegra convivialità dell'aggiungi un posto a tavola. Non mancano i tanti consigli del galateo sul come stare a tavola, come apparecchiare, servire, disporre i posti a tavola. Perfino la forma e la grandezza hanno la loro bella importanza: quadrata, rettangolare, ovale, rotonda perchè nei primi due casi s'impone un ordine gerarchico esistendo il capotavola. Il fatto è stato risolto diplomaticamente fin dai tempi di re Artù (rammentate i Cavalieri della Tavola Rotonda?) quando in un incontro di lavoro (a tavola pare venga meglio) si vogliono mettere alla pari i tanti galli del pollaio evitando le beccate su chi sta sopra chi. Nella famiglia patriarcale e nelle consuetudini riprese dai borghesi imitatori dei costumi aristocratici (ah, come ancora oggi d'attualità seguendo maestra televisione!) accanto alla tavola dei grandi c'era quella dei bambini e, per chi poteva permettersela, la tavola della servitù. Tutt'altro discorso richiama la tavola pitagorica: fondamentale da memorizzare nei primi approcci con l'aritmetica. Nell'arte ci sono i dipinti su tavola. Ricordo anche le tavole coi 10 comandamenti e le tavole di bronzo del diritto romano. Per finire mi piace citare l'intavolare riferito al discorso, con l'auspicio sottinteso che sia buono per chi lo propone e chi lo riceve.

    URNA. "A egregie cose il forte animo accendono/ l'urne de' forti..."(vv.151-152 da "Dei sepolcri" di U. Foscolo): questo d'acchito il primo collegamento a questo bisillabo legato certo ai miei studi e all'insegnamento della letteratura italiana. L'urna dunque come raccoglitore delle ceneri del defunto per memoria e monito ai posteri. Oggi però questo significato è nettamente sovrastato da quello del contenitore di schede per le elezioni: l'urna elettorale. E le patrie gazzette da almeno un anno a questa parte gridano, sussurrano, invocano, temono il ricorso anticipato alle urne per la salvezza, addirittura, d'Italia. Che la medesima area semantica si colleghi al fatto indubitabile che nell'urna corpi e schede finiscono in cenere?

    VIOLA. Parola in comune a un colore, a uno strumento musicale e ad un fiore. Il viola s'addice alla penitenza: colore liturgico dei giorni della quaresima e compagno dei lutti. Per questo motivo, probabilmente con finalità scaramantica, lo evita la gente di spettacolo, specialmente i teatranti. Recentemente è colore adottato dagli "indignati", i nuovi contestatori, a formare il cosidetto popolo viola. Ha dolcissimo suono la viola, non a caso si parla di "viola d'amore", che fa parte degli strumenti a corda a metà strada tra il violino e il violoncello. Vengo infine al fiore che per me è il primo rimando al vocabolo. La viola al plurale rientra nella splendida endiadi di classica matrice nel verso "e reca in mano un mazzolin di rose e viole" del leopardiano e straordinario "Il sabato del villaggio". E' la viola la base di un celebrato profumo: la violetta di Parma. I petali del fiore sono ottimi dolci canditi. Ma soprattutto un mazzolino di violette è un piacere gradito per ogni fanciulla in fiore. Esiste anche, meno profumata, la viola bianca, tralasciando di proposito le infinite varietà di viole mammole o del pensiero e le violaciocche.

    ZERO. Da solo è il nulla, ma vale qualcosa o tantissimo, secondo posizione, prima e dopo la virgola (0,1-0,2 ecc. 1,01-1,001 ecc. 10-100-1000 ecc.). Entra nel linguaggio binario dell'informatica. Così si chiamavano i celebri caccia dei kamikaze nipponici del 2^ conflitto mondiale. Lo si ritrova nella pubblicità oltre che delle auto a km 0 anche in quella di prodotti agricoli locali per suggerirne la freschezza genuina. Non è elogiativo in ogni caso dire a qualcuno che è uno zero, perché nella nostra società competitiva (chi dice che l'importante è partecipare spesso è in mala fede) tutti vogliono o s'illudono di contare almeno un poco. Dimenticavo...in economia e in demografia la crescita zero o sotto lo zero è sinonimo di ristagno e di crisi.

  • 15 novembre 2011 alle ore 0:24
    Una semplice giornata in Spagna

    Come comincia: La mattina scesi Avenida Zagasta sino a Gran Via per il caffè e la brioche. Era una mattina piovosa. La pioggia scendeva fitta sopra le nostre teste. C’era la spiacevole sensazione che dà, di primo mattino, una giornata di pioggia. Lessi il giornale, “El Pais”, mentre bevevo il caffè, poi fumai una sigaretta. Tutti i fumatori sentono la necessità di fumare una sigaretta dopo il caffè. Passavano studenti che salivano verso la facoltà di economia o verso il grande campus universitario san Francisco. Il tram era pieno di gente che andava al lavoro. Uscì dal bar e percorsi circa duecento metri a piedi prima di arrivare alla facoltà di economia, la mia facoltà. C’era un uomo di colore che cercava di vendere i suoi oggetti – non so come faceva a tenere tra le mani tutta quella roba – a due turisti, ma senza successo. Da ogni parte c’era gente che andava al lavoro. Tutti avevano la faccia di chi già non ce la fa più, e questo a causa della pioggia. Era, comunque, piacevole andare a lezione.
    Dovevano trascorrere tre quarti d’ora prima dell’inizio della mia lezione, quindi continuai a leggere il giornale.
    Tornando dalla sala lettura, dove mi ero fermato a leggere il giornale, incontrai Matteo e Lucia, anch’essi studenti Erasmus come me.
    “Cosa fai di notte, Luca?” domandò Matteo. “Non ti vedo mai in giro”.
    “Oh giro per i bar del centro”.
    “Bisogna che si esca insieme una sera. Alla Martinica. È quello il locale più conosciuto dagli Erasmus, no?”.
    “Sì. C’è anche la Chucaracha, ottima per bere a basso prezzo”.
      “Siete andati alla palestra dell’università?” domandò Lucia.
    “Veramente no” disse Matteo. “Quest’anno ho deciso di rallentare con lo sport, mi ha preso sempre troppo tempo”.
    “Io ho solo due corsi da frequentare prima della laurea, quindi ho molto tempo libero” disse Lucia.
    “Beata te” replicò Matteo. “Sai cosa ti dico? Non vedo l’ora di finire con questa cazzo di università così avrò tutto il tempo del mondo per fare ciò che più mi piace”.
    “Andiamo al bar?” disse Matteo.
    “Io non posso, tra pochi minuti inizia la mia lezione” risposi io. “Fra due ore siete disponibili?”
    “Io no, devo andare al lavoro” disse Matteo.
    “Io invece posso” replicò Lucia. “Quindi ci vediamo qui tra due ore per prendere un caffè insieme”.
    “Certo”.
    Finita la lezione uscì dall’aula e Lucia mi stava già aspettando. “Ciao, Luca” disse. “Visto che ormai è quasi mezzogiorno andiamo a pranzo?”
    “Sì, volentieri. Mi è venuta una certa fame…”
    “Dove andiamo a mangiare?”
    “Che ne dici del Mithos? Hanno un ottima paella.”
    Al ristorante abbiamo ordiniamo un piatto di paella da dividere in due e una coca-cola. La cameriera ci portò un piatto di paella enorme.
    “Cosa hai fatto questa notte?” domandai.
    “Niente. Sono stata a casa”
    “Come va lo studio?”
    “Malissimo. Da quando sono arrivata in spagna faccio di tutto tranne che studiare”.
    “Hai più pensato di andare in Andalucia?”
      “ Lo desidero sempre, ma devo risparmiare prima un po’ di soldi. Ho visto che costa molto il viaggio. Inoltre non vado anche per altri motivi”.
    “E quali sarebbero questi motivi?”
    “Francesco”
    “Be’” dissi. “Potete andare insieme”.
    “Non gli piacerebbe. In questo momento desidera solo stare a Zaragoza, perché , dice , che non è riuscito ancora ad ambientarsi come avrebbe voluto”.
    Ad un tratto la vidi scoppiare in lacrime.
    “Va tutto bene?” le chiesi.
      “Lascia perdere. Va tutto bene. Mi sono irritata solo per un attimo. Questo ragazzo mi sta distruggendo” disse. “Bene, mangiamo”.
    Finito di pranzare, ritornammo in facoltà, entrambi avevamo un’altra lezione.
    Al ristorante capii che Lucia avrebbe voluto parlare ancora di Francesco, ma glielo impedì per tutto il tempo che siamo stati insieme. Non mi è mai piaciuto vedere le tragiche reazioni d’una persona travolta da un amore non corrisposto.

  • 14 novembre 2011 alle ore 11:20
    Ponza

    Come comincia: ....Mi basto’ stare due giorni, in quella barca, con i miei amici che non vedevo da dodici anni, per capire che “a volte tornano”. Le “vita” che, e lo vedremo fra un po’, avevano cercato di farmi dimenticare, di annullare, si riappropio’ di me in automatico. Ero tornato quello di una volta, ma piu’ forte. Colpa dei valori aggiunti??. Sensazioni??, le stesse, uguali a prima di essere risucchiato nell’occhio di un ciclone di negativita’.
    Tutto ritorno’ come prima. Amplificato. Grazie “frizer”!! Grazie “amici miei!” (grazie Monicelli). Tutto parti,’ come se l’ieri non ci fosse mai stato.
    “Ignazino, fammi un favore!! Porta in qualche locale mio marito, cosi’ non mi rompe piu’ i coglioni, ed io posso fare la Settimana Enigmistica in pace!!”. Era Carla a parlare, moglie di Paolo.
    Ormeggiati al porto, il loro sport preferito era quello, la sera, di restare in barca. Lei concentrata nel suo cruciverba, lui concentrato nel suo “come rompergli i coglioni”.
    Paolo era cosi’. Gli puoi spiegare quello che ti pare, ti dice si, ma dopo dieci minuti ha gia’ dimenticato il tutto. E’ mio “amico”?. No. Gli voglio bene a prescindere.
    “Porta sega”, “stasera esci con me, non cacare il cazzo!”. “Docciati, vestiti decentemente! (cosa rara per Paolo). "Ti porto a vedere un po’ di “figa”. Tutto questo avveniva sotto il bene placido di Carla ,che rideva “sotto i baffi”.
    Ogni anno ,per i miei amici, “l’estate” era Ponza. Ogni anno locale “a la page” diverso.
    E’ cosi’. Impossibile capire il perche’. Oggi sei il locale degli dei, l’anno dopo sei quello della merda.
    Dove portai Paolo, aveva avuto l’imprinting da Panorama, come uno dei locali Top di quell’estate! Difficile entrarci, Difficilissimo, per me, non avendo un fortre carattere, uscirne. Come il tam tam che ti guida ad un “rave party”, cosi’ quell’anno ,il tam tam della “figa giusta,” portava a quel locale. C’era la gente in di mezza italia, isole comprese (Aiazzone docet). La Roma bene spadroneggiava.
    Tutte le “raccattate” dal sottobosco della televisione erano sempre presenti. (oggi prezzemoline).
    Dicesi “raccattate” le aspiranti per un posto, non sotto l’ombrellone, ma dentro la televisione!!. Molte le avevo intraviste in piccole parti e apparizioni televisive, o su “Chi”, come nipoti di qualche zio industriale.
    Giornata tipo: sveglia alle dieci,.colazione, palestra (Work out ai glutei primario) e..e.. provini, provini provini ,casting, casting casting…. oh! cazzo ho finito l’inchiostro!!
    “Frequento la facolta’ di economia e commercio!!”(cio’ detto tassativamente in bikini). Risposta che il novantacinque per cento virgola tre dava al“cosa fai attualmente”?.
    Lavorare nel mondo dello spettacolo, fare l’attrice, ma ... prima devo studiare e imparare tanto!!. Risposta sulle aspirazioni future.
    Scusate, una “pregunta”. Chi mi spiega perche’”l’interrogatorio” non veniva fatto a bocce ferme, dopo averle fatte rivestire!!??. Non bisogna essere scienziati per sapere come si svolgono le selezioni, con l’aggravante di una mia “amica” che frequentavo nel periodo romano!.
    Lei mi dice di scrivere
    Ci sediamo al mio solito tavolo. Tavolo tattico. Perfetta la visuale sulla “fauna” e la “flora” del locale.
    Della serie “basta che respirino” e piu’ sono brutte e piu’ ci stanno, a Massimo, piacevano tutte. La “Piccola Vedetta Lombarda” in quel momento sarebbe sembrata un dilettante, confronto a Paolo. Discende senza ombra di dubbio, da una tribu’ di scout ,non se ne perdeva una. Tralascio i suoi commenti in merito, non per pudore, ma per non rovinare un matrimonio. In effetti pur non essendolo, sembravano tutte fiche. (Mirabile visu!!). Sti cazzi!!!
    Cresciute, allevate ed allattate a Moito, si muovevano e si comportavano come fossero a casa loro.
    Lei mi dice di scrivere
    Le cose accadono quando meno te lo aspetti. Mai vivere di aspettative. Quando cerchi qualcosa, non la trovi mai!. Io ero convinto di passare una serata un po’ pallosa. Cosi’ non fu.
    “Quelle devono essere del mondo dello spettacolo, cazzo bellle, le tromberei tutte, le sposerei tutte!.”
    Cosi’ disse Paolo, del tavolo vicino. Bevevano, ridevano, ma attente a non perdere la loro postura e il loro sorriso, ottenuto con “full immercion” di dentisti specializzati.
    “Vuoi che andiamo a sederci con loro?”. “Non dire cazzate!”. “Se vai la’ rimbalzi”, “ma hai visto che gnocche, quelle non cacano nessuno!”.
    Ci risiamo!, si “riinizia”!
    Voglio, adoro, il palcoscenico, anche se con un unico spettatore: Paolo!!. Mi alzo in direzione del tavolo. Mi alzo per andare al bar. Passando vicino “al tavolo”, fisso negli occhi una “delle magnifiche sette!”. La supero, direzione bar. Mi fermo. Torno indietro. “Mi scusi, ha per caso fatto ultimamente casting per Mediaset?”. Diventa rossa, mi guarda. “Si..in effetti..”. “Grazie, mi scusi”. Seguito il mio percorso per il bar e..:
    Uno., .due., . tre., .quattro…, quattro e mezzo…, “Ma come fa’ a saperlo?”. BINGO!!..

  • 13 novembre 2011 alle ore 10:51
    Franco, Epifanio e il cane randagio.

    Come comincia: Franco frequentava la seconda elementare e tutte le mattine percorreva la stessa strada per raggiungere la scuola.Durante il tragitto s'incontrava con altri compagni ed insieme con alcuni di loro andava a comprare il solito panino,che consumava durante la ricreazione.
    Un giorno,mentre andava a scuola,si accorse che un cane scarno lo seguiva e con gli occhi,dallo sguardo triste,già esprimeva chiaramente la sua necessità.
    Franco era buono ed educato,ma anche i suoi compagni non erano da meno;pertanto,subito ognuno di loro gli porse un po' di pane,che il cane ingoiò in un baleno.Franco gli accarezzò affettuosamente la testa ed il cane poi lentamente si allontanò.Ricevette ogni mattina un pezzo di pane e una carezza.
    Passarono i giorni ed anche i mesi,quell'amicizia si strinse sempre di più,tanto da suscitare invidia o chissà quale altro ignobile sentimento in un ragazzo di strada di nome Epifanio,che abitava vicino a quella scuola.
    I genitori di Epifanio erano due  maleducati ed al figlio insegnavano ciò che avevano appreso;anzi,facendo propri quegli insegnamenti  ricevuti,li trasmettevano meglio al proprio figlio,che era un perfetto delinquente.
    Un giorno,infatti,senza alcun motivo aggredì Franco,imponendogli di non toccare il cane e di non dargli da mangiare.Con parole convincenti Franco cercò di fargli capire che anche il cane era una creatura di Dio e che aveva anch'esso il diritto di vivere;anzi sollecitò Epifanio a dargli anche lui del cibo,magari i resti,soprattutto perchè il cane stava quasi sempre di fronte alla sua abitazione. Epifanio non comprese ciò che Franco disse e repentinamente gli sferrò un pugno, che lo colpì fortemente al viso.
    Il cane,di solito seduto o sdraiato vicino al muretto che circondava la scuola, senza mai dare fastidio a nessuno,sentì il pianto di un bambino,di cui la voce gli era familiare.Di scatto si levò e,digrignando,con rabbia si scagliò contro Epifanio che,impaurito,corse subito a ripararsi a casa sua. Epifanio incise nel suo cuore la vendetta,mentre Franco accarezzò il suo cane.
    L'indomani Franco ritornò a scuola,ma il cane non si presentò.Passarono i giorni,ma il cane non si vide più.
    Pianse il bambino l'amico e la pena fu così forte che si ammalò.
    Epifanio,non vedendo più Franco,che ogni mattina passava davanti alla porta della sua casa,chiese di lui ai suoi compagni di scuola; appresa la triste notizia e resosi conto del valore dell'amicizia,nonchè del grande male che aveva causato a Franco,corse subito a casa dello stesso,dove trovò la madre mesta seduta accanto al figlio e,visto il bambino dormiente,molto malato,disteso nel suo letto,a mani giunte con singhiozzi e pianto,rivolgendosi al cielo pregò,pregò così:"Io non so preghiere,perchè mai nessuno me ne insegnò;io sono un ragazzo cresciuto qua e là. I miei genitori sono sempre in guerra con tutti ed anche tra di loro.Io non ho colpa di sì gran misfatto.Or ti prego Dio,perchè tu mi perdoni e faccia che Franco viva ed io possa morir per lui". Poi,accanto a Franco così gli disse:"Mi pento di ciò che ho fatto ed amico io ti sono.Sarò come quel cane,io ti aiuterò".Quelle parole scossero il bambino malato,che sentì e tese la debole mano ad Epifanio,a cui con voce fioca così rispose:"Hai ucciso il mio vecchio cane,ma nello stesso tempo è morto con esso anche il suo assassino. Epifanio,amico mio,oggi tu sei rinato;non disperarti,il sacrificio del cane ti ha redento.Adesso io so che vivrò e,come il mio povero cane,tu mi resterai nel cuore,perchè anche tu ora sei figlio del Signore".
    Così i due fanciulli si abbracciarono e l'amicizia li legò per sempre.

    Riflessione: L'odio solca l'odio, finchè non trova l'amore.
    Tratto da"Accenti d'amore e di sdegno"
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004

  • 12 novembre 2011 alle ore 12:07
    Nuda su un cavallo selvaggio - Ebano

    Come comincia: La cosa più intelligente che abbia fatto negli ultimi due anni : entrare in una pizzeria, mangiare e bere birra da sola. Il caposala è stato molto gentile, probabilmente mi ha guardata in faccia. " Accomodati , fuori fa freddo ". Gli altri mi osservano come solitamente si analizzano gli zingari  dal viso ferito .

    Ebbene non sono diversa da loro , non ho alcun posto in cui sentirmi a casa , senza radici, e allo sbaraglio di una sera come questa, mi ritrovo perfettamente in ciò che intimamente sono.

    Un corpo bellissimo che cammina appeso  ad un filo , il seno che danza mentre cavalco la strada, dura e selvaggia di questo paese. Un deserto risputante , uomini e donne che di notte sembrano fantasmi grotteschi.

    Una panchina mi culla nei giardini non proprio curati , fredda e dura , ma accogliente.

    " Tutti dicevano che ero bella come la grande notte africana

    E nei miei occhi splendeva la luna, mi chiamavano la Perla Nera.. "

    Qui è strano vedere una ragazza sola di notte, che scrive in mezzo al vento, con una Ceres sotto il braccio.

    Strano come Antonio, il ragazzo asociale , lo zimbello di tutti. Dice che scrive e legge fumetti di supereroi.

    Ha una camicia nera nel pantalone , una cintura Just Cavalli tarocca, e ascolta musica neomelodica.

    Mi fa ridere la sua parlata, ha diciotto anni, ma sembra ne abbia il triplo. I denti rotti gli fanno emettere strani suoni, quasi schiaccia degli insetti mentre pronuncia la esse e la zeta.

    Ho promesso anche a lui qualcosa, lo aiuterò ad iscriversi a scuola.

    Riprendo il mio cavallo selvaggio e vado nel vento.

    Chiudo il sipario, almeno stasera.

  • 12 novembre 2011 alle ore 1:22
    Viaggiando..... la complicità.....

    Come comincia: Non era previsto che tutto si svolgesse in maniera tanto naturale: pensato, sperato, sognato, ma non previsto!!!
    "Se vuoi vengo io" e da quelle quattro parole è iniziato tutto.....
    Un'amicizia, la nostra, iniziata da meno di un anno che sta crescendo: un gran desiderio di conoscersi, qualche fraintendimento che poteva sfociare in un disastro e che, invece, si è trasformato in un'occasione!!!
    Chi ha condiviso con noi il "prima", il "durante" ed il "dopo" sa di cosa sto parlando...... già..... quante ansie.....
    "Cosa metto in valigia????"..... la prima domanda che si affaccia alla loro mente..... e lo sguardo del loro interlocutore.... sconvolto,  perchè quello sembrava essere l'unico motivo di preoccupazione..... "Che ce volete mette???? Jeans..... scarpe comode..... e un vestitino.... no perchè un vestitino serve sempre!!!!"
    Povero lui, aggredito e nemmeno per gioco!!! "Ma che ce dovemo fa cor vestitino???? Fa freddo..... e si piove????"
    Che risate quella sera, a pochi giorni dalla partenza, e quanta tensione invece il giorno tanto atteso.....
    "E' colpa tuaaaaa...... nun ce l'ho er vestitino, e si pure ce lo avessi - in realtà ce l'ha eccome - nun me lo porterei, perchè poi me dovrei pure portà le scarpe...... ohhhh..... so le 6 e ancora sto a carissimo amico..... che ce metto dentro a sto coso??????"
    Una stava così..... l'altra, in ufficio, non riusciva a combinare niente..... poi, una volta a casa, cosa di meglio che disfare la borsa pronta e ricominciare da zero????? E poi, mentre raggiungeva l'amica, sigaretta in bocca, borsone in una mano, la pizza e le birre nell'altra..... telefonino all'orecchio.... col fiatone chiacchierava con colei che avrebbe visto di lì a pochi minuti, perchè doveva distrarsi, non poteva pensare a quello che stava per succedere!!!Una folle.... anzi.... due folli.....A tavola Giulio cerca di tranquillizzare me, che sono in quel momento quella più sconvolta: "Simo.... un po' di respirazione controllata ti aiuta..... su, inspira con il naso ed ispira con la bocca....."
    Si, sembra facile, peccato che io non so respirare contemporaneamente con naso e bocca.....  troppo complicato.... ed allora ad ogni tentativo che succede???? che scoppio a ridere, peggiorando la situazione!!!La tensione continua a salire e quando, arrivati alla stazione, veniamo a sapere che il treno subirà un ritardo di oltre un'ora..... beh..... avremmo potuto tagliarla col coltello...
    Povero Peppino.... che pazienza ad aspettare con noi....
    Ma finalmente il viaggio inizia e, dopo una notte passata a sonnecchiare, siamo finalmente a destinazione....
    Qui inizia il sogno..... che però non è quello di cui intendo parlare in questa occasione!!!
    Scese dal treno baci ed abbracci.... e presentazioni....
    Il primo imbarazzo nella stanza d'albergo.... sono disordinatissima.... e cerco di controllarmi per non "sconvolgere" la mia amica.... invece.... meraviglioso.... lei lo è quanto me!!!!
    Ci rinfreschiamo e siamo pronte all'avventura.... ci aspettano giù nell'atrio dell'albergo.... Partiamo immediatamente alla conquista della città: non prima di aver fatto colazione al tavolo di un bar e lì altri saluti... altre presentazioni.... tante emozioni...
    Poi una passeggiata, malgrado la pioggia, l'incontro con una persona conosciuta solo "virtualmente" che però tanto mi ha regalato in questo periodo di se stessa.....
    A San Giusto scatto le prime foto.... entriamo in chiesa e quando ci decidiamo ad uscire sta diluviando..... .... troviamo riparo nel piccolo negozio di souvenirs lì vicino, perchè la chiesa chiude.... in attesa del nostro salvatore che ci doveva venire a raccogliere Manu decide di scattare qualche foto..... da non perdere!!!!
    Saliamo in macchina e siamo pronte per il pranzo..... a casa di Romoletto, dove la Regina Madre, come al solito, mette a disposizione se stessa per chiunque varchi la porta di casa sua.....
    Torniamo in albergo per riposare un pochino..... più tardi ci incontreremo con i Pacchetti.... e la visita alla meravigliosa Trieste continuerà, ma ritagliamo un po' di tempo per noi ed infatti, malgrado il poco sonno invece di dormire..... chiacchieriamo, ridiamo, ci divertiamo!!!!
    E' tardi..... squilla il cellulare.... e via di corsa.... si riparte all'avventura.....
    Siamo a Porto S.  Rocco, nella piazzetta, e la visione che ci appare davanti ci mozza il fiato..... barcheeeeee..... ecco perchè decidiamo immediatamente di scattare una foto e di spiegare bene a Giulio cosa si aspetta per regalo una donna!!!!
    Tornate in città si è alzato il borin e ci rintaniamo in casa..... quante chiacchiere, quante risate e la gioia di riabbracciare Gimmy e Francy..... una goduria!!!!
    Ma questo riguarda soprattutto me!!!
    Una volta tornate in stanza, invece di dormire, un goccino della grappa che Romolo ci ha gentilmente regalato e poi...... chiacchiereeeee.......
    Finalmente sopraffatte dal sonno ci abbandoniamo tra le braccia di Morfeo....
    La colazione???? Un'avventura..... peggio di Gianni e Pinotto.... una non riesce a fare uscire l'acqua per il caffè americano e l'altra non capisce come si possa riuscire a far uscire, da quella scatola odiosa che è il distributore di bevande, una bella aranciata....
    Quando finalmente saliamo in macchina con Gian ed Anto siamo satolle..... la meta: la mia valle..... ma di questo non scrivo qui.... quello che ho provato merita un capitolo a parte!!!! Parlo del dopo..... di quando, in albergo, ci riposiamo un pochino e poi.... poi risate.... capocciate (per essere più esplicita io ho sbattuto la mia testolina contro lo stipite della porta, per ridere, perchè stavo provando a smontare la maniglia della porta della stanza pensando fosse la chiave) ..... prese in giro.... e tanta tanta allegria!!!!
    Le emozioni..... la telefonata a Giulio, che mi ha presa a parolacce solo perchè ho ammesso che era vero, che dovevamo portarci il vestitino!!!
    E la smania di Gianfranco che aveva fame.... e i locali che erano pieni.... ed il freddo....
    Potrei continuare per ore.... ma mi fermo qui.... perchè l'ultimo giorno non lo voglio raccontare.... non qui e non ora.... quello, come la valle, merita un racconto a parte....
    Concludo con un pensiero.... a Manuela..... che è una grande amica, che mi ha fatta sentire spensierata, che mi ha sostenuta, coccolata, presa in giro e difesa.... a Manuela che ha reso il momento dei saluti meno doloroso, perchè sapevo che se lì lasciavo persone che amo profondamente, portavo via con me qualcuno di altrettanto importante, un'Amica vera!!!!

  • 11 novembre 2011 alle ore 23:27
    Dopo una sbornia

    Come comincia: Non so a che ora andai a letto. Ricordo che mi spogliai, mi misi il pigiama e iniziai a leggere, un libro di Vittorini, “Conversazione in Sicilia”. Decisi di portare questo libro con me perché desideravo un pezzo di Sicilia anche qui in Spagna. Probabilmente rilessi più volte la stessa pagina. Non potevo andare a letto, mi avrebbe girato eccessivamente la testa. Quanto vino avrò bevuto?...Non ricordo.
    Mentre stavo leggendo, probabilmente sempre la stessa pagina, sentì salire le scale, erano due persone, poi capì quando entrarono in casa. Erano il mio coinquilino Jesus e la sua ragazza. Accesero la luce in cucina e li sentii ridere, dopo di che se ne andarono nella loro stanza. Mi fa male vederli insieme; mi fa male anche solo sentirli stare insieme, come successe ieri notte. Mi riportano ai momenti con la mia ragazza che non posso più rivivere. Senza contare il fatto che ieri notte stavo con uno stato d’animo molto sensibile, reso così dal litro di vino e dall’atmosfera della notte. Cavolo non ha senso che per il solo fatto che faccia buio si debbano vedere le cose in maniera diversa. E intanto, quante notti trascorse senza dormire perché i miei problemi erano quadruplicati solo per il fatto che stavo al buio.
    Comunque, la testa smise di girarmi e quindi mi misi a letto. No ,inutile, non riuscì a dormire. Riaccesi la luce e lessi. Lessi il Vittorini. Sapevo che leggendo in quello stato d’animo ipersensibilizzato da tanto vino e dal ricordo di S. ,poi, l’indomani, avrei creduto che, quello che stavo leggendo, in realtà era capitato a me. A un certo punto, verso l’alba- non ricordo l’ora – mi addormentai.

  • 11 novembre 2011 alle ore 22:42
    Una Giornata Di Lavoro parte III

    Come comincia: L’uomo azionò la leva del montacarichi su cui aveva sistemato la sedia del Pietrucci e sollevò il suo corpo, fino a portarlo all’altezza di un gancio di ferro appeso al soffitto e collegato ad una carrucola, come nella migliore tradizione della macellazione dei manzi e dei vitelli, più che di quella meccanica. I loro corpi senza vita che adesso servivano ad uno scopo diverso, spezzettandosi per divenire energia chimica spendibile da altri organismi, organismi a loro superiori nella scala evolutiva, organismi che grazie a quell’energia potevano portare avanti la conquista del mondo, la sua trasformazione, l’uccisione di altri manzi e vitelli, e così via, nel cerchio senza inizio né fine. Una macchina a ciclo continuo, in grado di produrre energia trasformandola, senza attingere a carburanti provenienti da combustibili fossili, senza bisogno di elettricità, ma solo di una forma organica di energia rinnovabile, a cui avrebbe attinto prelevando le sue pedine direttamente dal loro flipper.
    Il corpo inerme, ma ancora in vita di Cesare Pietrucci venne sistemato, grazie all’azione della carrucola, alla fonte del sistema. L’uomo in tuta da lavoro provvide personalmente ad incastrare manualmente le singole parti del corpo nei punti-chiave che avrebbero permesso al meccanismo di azionarsi e produrre un risultato. Le nozioni di anatomia che aveva assorbito, prendendo parte alle lezioni del corso universitario alla facoltà di medicina di Firenze si stavano rivelando molto utili, come previsto. Nessuno lo aveva notato, camuffato da studente trasandato, uno dei tanti che ancora non avevano afferrato il concetto di professionalità, silenzioso quanto bastava per non attirare l’attenzione, ma non oscuro al punto da insospettire o inquietare le masse, sotto la sua felpa nera con cappuccio perennemente alzato, il suo viso pallido semioscurato dall’indumento e provvisto solo di una penna e un blocco per gli appunti, su cui annotava qualsiasi concetto, imparando a schematizzare e a fare schizzi e modelli estemporanei. Per la prima volta nella sua vita avvertiva che la cultura aveva un senso per lui, che tutto il sapere sparso nel mondo non veniva disperso senza collegamento, ma si indirizzava in un unico punto, denso di informazioni, per poi diramarsi, in un canale di energia pulsante, verso il suo scopo.
    La macchina era quasi ultimata, il lavoro di molti anni. Quando gli altri ragazzini pensavano a truccare il motorino o a rimediare una pomiciata il sabato sera, lui se ne stava rintanato nel garage, provando combinazioni, scoprendo nuovi e potenziati utilizzi per i materiali conosciuti, il metallo, il vetro, i microchip e le schede hardware del suo primo PC. Poi c’era stato il periodo di apprendistato presso un meccanico di provincia, e l’investimento in quel capannone. Era stata una mossa azzardata prelevare ogni giorno piccole percentuali dell’incasso per dare quel rinforzino al suo magro stipendio, necessario per ottenere il finanziamento dalla banca. Era talmente orgoglioso della sua creazione, che avrebbe voluto uscire in strada e gridarlo al mondo, partecipare ai concorsi scientifici, pubblicare le sue scoperte. Come i suoi studi sulla conduzione dell’elettricità attraverso un corpo organico ancora in vita, effettuati sui topi e sul suo gatto, che un giorno sparì senza fare più ritorno a casa, con grande dolore di sua madre, ormai rassegnata ad un mondo affettivo auto costruito e retorico.
    L’ingrediente segreto della sua macchina era sistemato. Il Pietrucci non era più una persona, non esisteva più l’uomo, non esisteva più la vita pensante. Il suo corpo ora si integrava perfettamente con le parti meccaniche del sistema creato dall’uomo in tuta da lavoro, ma era ancora vitale, come un albero non ancora abbattuto, che percepisce l’ambiente intorno a sè e i cambiamenti dentro di sé ma non ne è cosciente. Le sue radici erano cavi elettrici, solo che queste radici si inserivano nel suo corpo e non servivano a procurargli linfa vitale. Nelle sue vene e arterie i componenti del suo sangue si mescolavano tramite con altre sostanze organiche esogene, che servivano agli scopi più diversi, a mantenere il suo tono muscolare, a idratarlo e nutrirlo, oltre ad una flebo speciale che iniettava costantemente piccole concentrazioni della tossina paralizzante. Senza quell’ingrediente unico tutta la brillante invenzione sarebbe andata a farsi benedire, e l’uomo in tuta da lavoro lo sapeva. ‘Dovrò trovare un sistema per fare a meno di quella tossina. Quando tutti i candidati saranno in posizione, non potrò produrla in quantità necessaria per rendere tutti… Predisposti a lavorare per me’ pensava, mentre si accingeva a sistemare gli ultimi aghi e cannule al corpo di Cesare Pietrucci. I cavi elettrici si inserivano nella carne violentandola, mentre la sua umanità veniva ulteriormente violentata dalla posizione innaturale della sua fisicità, le gambe incrociate a formare un ricciolo fra il pube e le ginocchia, tanto flessibili nella loro inerzia da spingere quasi a poterle intrecciare fra loro a formare un nodo. Le ossa e le articolazioni sembravano non avere più la loro biologica consistenza, mentre gli occhi rimanevano imbalsamati in una posizione di perpetuo terrore, spalancati, immobili, come se la visione di qualcosa di sconvolgente fosse stata l’ultima immagine che il cervello della piccola formica fosse stato in grado di processare.
    “Ecco, ci siamo… quasi… devo assicurarmi che questi trasformatori facciano il loro dovere. Fra poco sei pronto, amico mio. Mi stai aiutando a creare qualcosa di grande. E arriveranno altri come te, a darti una mano, stai tranquillo.” Gli parlava come se potesse avere un contraddittorio, come si parla ad un neonato o a un animale domestico. Lo aveva reso un oggetto, una pedina senza volontà, eppure sembrava cercare il suo consenso, la sua complicità. Si arrabbiò con se stesso per il momento di fragilità, che non si confà per niente ad un uomo di successo, e lo scacciò con un grugnito da guerriero d’altri tempi, mentre si issava di nuovo in posizione eretta, sgoggiolando perle di sudore dal viso e dalla fronte per la tensione e il calore che cresceva a mano a mano che veniva utilizzata l’energia elettrica nella stanza, che seppur spaziosa, cominciava a venire influenzata dalla fervida attività umana al suo interno. La sua eccitazione era palpabile quasi quanto la sua crescente erezione. Sì, quello era il vero sballo – altro che tutte quelle troie in calore solo per correre dietro a chi può comprare loro l’osso più grande – quella era la vera soddisfazione, il vero possesso. Quelle cagnette alla prima occasione ti mollano dopo averti spennato e sanno pensare solo ai loro passatempi idioti. Ma l’opera che stava completando non lo avrebbe mai lasciato, non lo avrebbe mai tradito, o deluso. Era perfetta. E questo lo eccitava e lo riempiva di orgoglio. Passò in rassegna come un apparecchio a raggi X il sistema per un’ultima volta, scorrendo ogni snodo, ogni congiunzione e fase con i suoi occhi all’infuori, indice di uno squilibrio ormonale, presumibilmente di origine tiroidea. In questo modo, concentrandosi sui dettagli, si fece passare l’erezione. Non era ancora l’ora. Prima c’era altro lavoro da fare. Il suo prossimo, secondo candidato richiedeva attenzione immediata. Non era stato difficile procurasi il numero di cellulare del piccolo faccendiere di provincia – l’allocco aveva un sacco di conoscenze nella sua zona d’influenza e trovare una conoscenza comune era stato un passo rapido, considerando il passaparola che si attiva nei piccoli borghi in queste circostanze – ma con questo qua doveva stare più attento. L’assessore ai lavori pubblici avrebbe adottato sicuramente delle precauzioni, e avvicinarlo per osservare le sue abitudini e infine attirarlo nella sua tela avrebbe richiesto tutta la sua prontezza di spirito e d’intelletto. Una sfida che lo stimolava. Sentendo di nuovo gonfiarsi il cavallo dei pantaloni anche da sotto l’ampia tuta da lavoro, decise di cambiare aria immediatamente, per darsi una calmata. Era essenziale non fare passi avventati, dopotutto, e assecondare troppo gli istinti non avrebbe giovato a quel proposito.
    Era tutto a posto; l’energia elettrica prodotta dal corpo umano in vita avrebbe fluito attraverso il circuito in uscita insieme agli schemi mentali e all’attività neuronale - sottoforma di neurotrasmettitori e altre molecole-messaggero a varie concentrazioni - della corteccia, assoggettata agli impulsi prettamente esterni al corpo. Da quei sarebbero passati attraverso i trasformatori coassiali di impulso, convertendo in vari passaggi sempre più dettagliati, l’energia elettrica e chimica in singole immagini a campo ottico tridimensionale, che attraverso un calcolatore ad algoritmi probabilistici, sarebbero infine state collegate fra loro e trasmesse su uno schermo digitale ad alta definizione. Leggere la mente, come i singoli pensieri si formano, prendono consistenza per dare origine ad un’intenzione, ad una scelta, collegandosi l’uno all’altro. E da lì il sogno, il vero orgasmo: riuscire ad imbrigliare tutta quella potenziale energia creativa, finalmente liberata dalla ragnatela della mediocrità intellettuale, delle paure che fanno in modo di incatenare gli uomini con le loro stesse mani, e utilizzarla come un nucleo propulsore. Riuscire ad imbrigliare il potere della mente era come imbrigliare l’energia dell’atomo; avrebbe aperto nuove prospettive, nuovi traguardi. Era impensabile tenere per sé tutto questo… Magari le persone giuste, altamente selezionate, avrebbero capito.

    ‘Col tempo non potranno non vedere la genialità di quello che faccio’, pensava mentre si sfilava lentamente la tuta blu scuro da meccanico, in un angolo del suo capannone adibito a spogliatoio e separato dall’area lavoro da un acquario in prefabbricato e plexiglass. Si tirò sopra la testa il cappuccio nero della felpa che puzzava di fumo e di pioggia male asciugata, e si avviò verso il cancello, fermandosi giusto per qualche istante per spegnere l’interruttore di corrente. Presto non avrebbe più pagato una sola bolletta in più ai quei fottuti porci rimpinzati di soldi e passera e cocaina. Si voltò verso la sua creazione che ormai non poteva più distinguere – sapeva che gli occhi vitrei e abbaglianti di Cesare Pietrucci lo stavano osservando dall’oscurità del capannone, mimetizzati fra il tornio e la pompa idraulica, fra l’area montaggio e la sala software. Il pensiero gli fece correre un brivido lungo la schiena, andando a finire nel basso ventre.
    Ma non sapeva che quegli occhi lo avevano messo a fuoco, e lo avrebbero atteso nell’oscurità, pronti a sfruttare il primo passo falso. Erano occhi che non sarebbero stati più gli stessi, occhi di una persona diversa, occhi di chi aveva assaggiato una nuova forma di energia.

    L’uomo rientrò alla base a notte fonda. Era contrariato, come si poteva intuire dai suoi movimenti d’impulso, esagerati. Aveva sbattuto il cancello dell’officina facendolo serrare con un rombante frastuono, fradicio. La serata non si era messa bene, e ci si era messa pure la pioggia a rendere tutto più complicato. Con la pioggia è più difficile tenere d’occhio i movimenti di qualcuno; gli ombrelli, le corse improvvise verso l’auto o un riparo, la calca ancora più ingombrante del solito negli stessi posti.
    L’uomo che aveva pedinato non aveva mai mangiato la foglia, tranquillo nella sua routine da uomo fatto, sicuro di sé, incline al comando e a vedere realizzati i suoi bisogni rapidamente. Sì, lui era la nuova cavia perfetta per il suo esperimento, ne era sempre più convinto, osservando i suoi movimenti, il suo modo di fare.
    Ma preso com’era dal suo lavoro, dall’intensità del momento, dalla concentrazione portata dalla consapevolezza magnetica di stare per compiere un processo irreversibile, l’uomo nell’ombra non si era accorto che a sua volta, qualcuno aveva tenuto d’occhio i suoi passi, aspettando il momento giusto per fare la sua mossa.

    Cesare Pietrucci aveva seguito la tracce dei suoi spasmi, fino a cavalcare le onde delle convulsioni e recuperare e imbrigliare quell’ultimo barlume di lucidità, fino al controllo dei suoi pensieri e dei suoi movimenti. Qualcosa lo aveva ridotto ai minimi termini, come poteva constatare dalla sua ridotta motilità e dalla scarsa capacità di raccogliere i pensieri; ci mise un po’ a recuperare almeno una parte delle facoltà umane. Non conservava ricordi veri e propri delle sue ultime ore, ma era certo di avere avuto un’esperienza. Se avesse creduto in una qualsiasi forma di fede, quasi certamente avrebbe concluso di aver incontrato Dio o un suo messaggero.
    Invece, si affidava alla nebbia di quelle immagini sfuocate che gli parlavano in una lingua a lui incomprensibile di oggetti mai visti, e di una voce che funzionava in lui come un’ancora per la realtà. La sua voce gli penetrava nel cervello come un martello pneumatico, costringendolo a fare i conti con una contraddizione: era stato morto, eppure aveva interagito con qualcuno. Non era stato semplicemente drogato, non aveva le percezioni alterate, ma solo l’eco della loro assenza momentanea; probabilmente era stato avvelenato, ma qualcosa era andato storto, e lui aveva ritrovato lentamente la strada di casa, fino ad accorgersi dei cavi e degli aghi che penetravano la sua carne, violentando la sua volontà. A poco a poco, in quelle ore di ritrovata libertà nel paradosso dell’assoggettamento, aveva imparato a controllare la macchina entro la quale era stato immobilizzato, e ora si muoveva all’interno di quel nuovo spazio inesplorato, euforico per le sue nuove capacità di controllo di se stesso e del mondo circostante.
    “Sono all’interno di un ambiente artificiale, costruito dall’uomo.. Sì, mi ricordo quel dannato capannone… Era un’officina, se non sbaglio. Ricordo di essere entrato e qualcuno mi ha immobilizzato! Quel maledetto che mi ha telefonato!! Un attimo… Ma cosa succede? Non mi sto muovendo, non posso.. Sono immobilizzato, eppure sento il mio corpo muoversi comunque! E cosa sono queste luci intermittenti intorno a me?! E questo ronzio…”
    I congegni intorno a lui e dentro di lui avevano cominciato a rispondere ai suoi pensieri, alla rabbia e alla curiosità di conoscere la verità, non arrendendosi all’apatia e alla catatonia di un destino imposto da qualcun altro. Con il solo chiodo fisso della speranza nella mente aveva sfruttato ogni secondo per perfezionare e sviluppare le sue capacità in modo da avere il controllo sufficiente per innescare una reazione e sfuggire al suo aguzzino. E ora era pronto per accoglierlo, e sfidarlo.

    L’uomo nell’ombra aveva trovato la sua officina in ordine, come l’aveva lasciata; ma offuscato dal suo orgoglio non aveva notato quel ronzio, possibile solo se la sua creazione si fosse attivata da sola, in sua assenza. Se l’avesse fatto, avrebbe riflettuto poi sul fatto che non era la macchina, nella sua parte meccanica ed elettronica, ad avere volontà propria, ma la coscienza, che aveva trovato un motivo per combattere, per essere di nuovo orgogliosa a sua volta.
    Lo stava aspettando, come era stato atteso, nell’ombra, e nella finta innocuità. Ora Cesare Pietrucci era l’uomo nell’ombra, ed era pronto ad attuare la sua vendetta, aggrappandosi a quell’istinto di sopravvivenza che per anni aveva ignorato, perfino maledetto, per non lasciare che lo guidasse verso il vero rischio, le vere puntate che ghiacciano il sangue nelle vene e fanno sudare freddo. Ora quel gelo si era impadronito del suo corpo e della sua mente costringendolo a rapidi calcoli sulle sue probabilità di successo.
    L’uomo fradicio di pioggia non aspettò di ricomporsi o asciugarsi, e non accese la luce; si diresse al trotto verso la sua creazione, alla ricerca di un nuovo motivo per passare attraverso anche quella notte, impregnata di pioggia sporca e di sudore, di smog e olio per motori e attesa snervante. Cesare Pietrucci pensò di corrugare la fronte – i suoi muscoli facciali non risposero all’impulso nervoso – in compenso, la plancia grigio chiaro a cui il suo corpo era collegato tramite i cavi che entravano e uscivano dalla sua colonna vertebrale si accese, vibrando di nuova vita.
    L’uomo nell’ombra ebbe un sussulto.
    “Oh che diavolo!” Esclamò con voce strozzata, mentre lo spasmo meccanico dato dalla sorpresa lo faceva arrestare di colpo, e metteva in tensione tutti i muscoli dei suoi arti e gli facevano digrignare i denti.
    Prima di realizzare di essere caduto in trappola, la macchina si era già ribellata platealmente al suo padrone, rinnegando i vincoli di assoggettamento e i limiti alla fisiologia imposti dalla volontà di un altro uomo. La macchina non era più schiava di una mente, ma era la chiave per la libertà di un’altra mente.
    Un cavo elettrico in attesa del suo utilizzatore senza volontà schioccò fugacemente sul pavimento, sullo stile di una frusta mossa da un domatore di leoni, che impartisce il suo ordine in un linguaggio privato fra due esseri viventi, che con duro lavoro hanno imparato a fidarsi l’uno dell’altro.
    La frusta cibernetica lo allacciò all’altezza del basso torace, facendogli mancare il respiro all’improvviso e rompendogli due costole all’istante. Il suo colorito si faceva già bianco-bluastro mentre veniva sollevato a qualche metro da terra e scaraventato contro i fusti di diluente e attivatore agli UV che si trovavano in fondo alla parete ovest del capannone, provocando un fracasso di metallo ridondante.
    L’uomo non capiva, ma non si lasciò sopraffare al primo colpo. La sua furia, alimentata dalla sua ambizione distorta ed iperbolica, aveva incrementato esponenzialmente anche le sue prestazioni fisiche e la resistenza al dolore, tanto da risultarne come anestetizzato.
    L’uomo si rialzò scuotendo la testa animatamente, come in un copione di una sceneggiatura, mentre si faceva leva con la mano sinistra e con la destra cercava di diagnosticare al tatto l’entità del danno subito a causa di quel primo attacco. La smorfia di dolore che seguì fu altrettanto plateale. Decise in quel momento che non avrebbe fatto la figura dello scemo, nonostante non riuscisse a capire cosa fosse andato storto, o perché la sua macchina si stesse azionando autonomamente contro di lui.
    Nel frattempo, Cesare Pietrucci aveva preso il controllo di una seconda parte del suo nuovo corpo e si apprestava a sferrare un secondo colpo, quello finale.
    L’imperativo categorico era liberarsi del suo oppressore, di colui che gli aveva dato una nuova forma, privandolo della sostanza. Ci stava prendendo gusto. Una voce non del tutto nuova risuonava dentro di lui come liberata dall’ovatta, mentre assaporava il retrogusto metallico, di piombo, della vendetta.
    C’era quasi, era vicino il momento in cui tutti i conti sarebbero tornati, e i pezzi sistemati al loro posto, nonostante niente fosse più lo stesso, fuori e dentro.
    La morsa avvolgente e fredda stava già premendo contro la faringe dell’uomo, che avvertì nitidamente l’odore di gomma semibruciata proveniente dal suo collo ormai raggrinzito, ripiegato nella carne sudicia e bluastra. Lo avvertì poco prima di perdere i sensi, mentre Cesare Pietrucci terminava il suo lavoro. Ma alla fine di quella lunga giornata non sarebbe tornato al suo appartamento. Aveva una nuova casa e un nuovo lavoro, adesso.

  • 11 novembre 2011 alle ore 22:40
    Una Giornata Di Lavoro parte II

    Come comincia: Anche con Rino l’aveva sfangata a suo vantaggio: aveva bisogno di cartucce nuove per le stampanti e un paio di toner per quel marchingegno che a momenti gli faceva pure il caffè – o qualcos’altro – ma che lui non avrebbe mai imparato ad usare. Tutta roba non originale, ovviamente; quei cinesi ci sapevano fare proprio, con la contraffazione, doveva ammetterlo, nonostante non potesse sopportare la loro vista e tantomeno quel loro odore di olio rancido, e i prezzi erano veramente fuori da ogni ipotesi di competizione, per i prodotti occidentali.
    La sua attività procedeva abbastanza bene, tutto sommato. Gli sembrava sempre più di essere un trapezista costretto alle manovre più al limite, per poter sopravvivere; lui viveva di quell’applauso che viene subito dopo la presa finale, in un numero da circo che non aveva più fine. Era come una droga, era drogato delle imprese che si possono compiere con il denaro, con la visibilità, si sentiva il lottatore più accanito e la pecorella più sperduta e impaurita, riuscendo a cambiare umore e atteggiamento più velocemente di quanto il trapezista fosse in grado di roteare sul proprio asse d’equilibrio orizzontale per compiere il salto mortale triplo. Era nel giro, ormai, e non si poteva scendere – a meno di schiantarsi per terra, ovviamente – e non ci sarebbe stata la confortante presenza della rete sotto di lui, ad accoglierlo.
    Il pomeriggio si presentava fiacco. Neppure una telefonata da mezz’ora ed erano già le 15:30. Abbandonò le sue attività di social networking su internet, dove bazzicava cercando la prossima pollastrella da castigare, consapevole in ultima analisi del fatto che sarebbe stata lei a castigare lui, ad usarlo, a tenere le redini del gioco, e non viceversa, come amava illudersi da qualche anno a questa parte. Era appena uscito dall’internet caffè quando squillò il cellulare, facendolo trasalire e svegliandolo di colpo dalla sua indolenza spruzzata di lussuria.
    Un pigro e sospirato “Pronto?”, strascicato quasi quanto i suoi piedi sul marciapiede malmesso, lo introdusse come un biglietto da visita al suo prossimo cliente, sintetico ma efficace, nel dipingerlo con imbarazzante veridicità. “Salve, Cesare.”, risuonò dal minuscolo altoparlante la voce all’altro capo dell’etere. Era piatta, quasi atonica – tanto che poteva benissimo trattarsi di un messaggio registrato – pensò velocemente Cesare mentre aguzzava le orecchie e il suo viso si raggrinziva in una smorfia di eccessiva attenzione e concentrazione.
    “Chi parla?”
    “Sono un tuo… cliente.”, rispose la voce, scandendo in particolare l’ultima parola.
    “Ok, bene…. Quale cliente? Sai, io sento un sacco di persone al giorno…”
    “Oh, sì… sei un uomo molto impegnato, un vero manager!” Il tono si era lievemente innalzato, prendendo la piega dell’ironia, ma il suo retrogusto suonava tutt’altro che spiritoso. Cesare finse di non coglierne l’inquietudine sottesa alla cordialità. Doveva decidere velocemente, e finì per propendere per l’evasività, cercando di prendere tempo in attesa di capire che diavolo volesse questo tipo. L’esperienza gli aveva insegnato a drizzare le orecchie e sollevare il ponte levatoio anche e soprattutto avendo a che fare con clienti o potenziali tali. Mai prostrarsi, mai abbassare la guardia. Il cliente ha sempre ragione, ma solo finchè il castello non è sotto assedio.
    “Senti, non riesco a sentirti bene, amico… Come hai detto che ti chiami?”
    “Non l’ho detto.”
    “Ah, certo. Allora, cosa..”
    “Passa da me, più tardi. Ho un affare da proporti. La mia officina è sulla statale 17, proprio in fondo, prima di imboccare l’autostrada. La riconoscerai dall’insegna.”
    Il ‘click’ che seguì segnò la fine della conversazione. E decretò definitivamente chi fosse dei due a tenere le redini del gioco. L’officina sulla statale 17… Certo che quel tizio non gli diceva niente, non ci era mai stato lì. Non era mai stato suo cliente, eppure aveva il suo numero di cellulare, quello per del lavoro, quantomeno. Dopotutto, sarebbe bastato piombare alla sua maledetta officina e interrogarlo di persona.
    La telefonata lo aveva messo in agitazione e l’adrenalina era sufficiente per rimetterlo in moto, come un motore ingolfato che ha bisogno della scintilla della giusta potenza.
    Il pomeriggio scorse via scivolando senza sobbalzi, fra una telefonata e l’altra, che arrivarono a stralci man mano che si avvicendavano chilometri e viali alberati, zone industriali e micette a cui rivolgere occhiate fameliche, un paio di giri a vuoto, che tuttavia non riuscirono a destabilizzare il suo chiodo fisso. Non c’era perdita di tempo che potesse smuoverlo dalla curiosità mista a inquietudine che aveva evocato in lui quella telefonata. Un affare, una voce senza nome e senza tono, un’officina, un affare.
    Doveva andare, immediatamente. I pensieri si susseguivano rapidi come fotogrammi di uno di quei vecchi film, in cui le immagini non procedono fluide, ma a scatti, come se la precedente desse una spintarella alla successiva per forzarla a mostrarsi in pubblico, piena di pudore per il suo significato tutt’altro che immediato, quasi imbarazzata di se stessa. I suoi collegamenti mentali lo imbarazzavano e allo stesso modo lo spingevano verso una nuova meta, assetato com’era di un evento per cui valesse la pena di alzarsi la mattina da quel letto solitario e di affrontare ancora una nuova giornata. Non era una questione di soldi, o meglio, non solo. Certo, i dindi facevano sempre comodo e per di più avevano lo strano potere di non essere mai abbastanza, come una moltiplicazione all’incontrario. Non erano mai abbastanza per uno come lui, che non avrebbe mai saputo rispondere ad una domanda diretta su cosa volesse davvero comprare, come avrebbe speso quei soldi, di qualunque somma si trattasse. Fosse solo anche dieci euro, per lui era una questione esistenziale decidere dove bruciarli, e per questo i suoi acquisti o investimenti finivano per risultare impulsivi almeno quanto il gesto, ripetuto all’infinito, di estrarre una paglia e accendersela.

    Cesare Pietrucci arrivò rallentando gradualmente presso il piccolo stradello scosceso di acciottolato che era già iniziato il tramonto. Il resto del pomeriggio era volato via quasi senza farsene accorgere, e d’un tratto si risentì con se stesso per permettere alle giornate di scivolargli via così dalle dita come piccoli granelli di sabbia, tutti uguali, stessa forma, dimensioni e colore, senza nessun valore particolare, se non quello di rimanerti appiccicati addosso nel modo più fastidioso e opprimente, infilandosi in ogni pertugio fra lo strato più esterno di vestiario e quello che avvolge la maschera quotidiana, creando attriti, irritazioni, disagio goffo.
    Il misterioso interlocutore aveva ragione; c’era un’insegna colorata che campeggiava in fondo allo stradello e si poteva vedere fin dalla strada principale, costeggiata da campi incolti, betulle e rifiuti sparsi ai due lati della carreggiata. L’insegna recitava “Officina Marconi”, balzando fuori dal fondo giallo nel suo rosso scarlatto, banale quasi quanto la denominazione sociale dell’attività – il titolare non doveva brillare per immaginazione – pensava il Pietrucci mentre svoltava bruscamente a sinistra, immettendosi lungo il viottolo in discesa, e accompagnando la manovra con un ghigno obliquo e irriverente.
    L’edificio era un capannone grigio e anonimo che spezzava con il suo pesante volume a base quadrangolare l’andamento morbido e orizzontale della pianura circostante, fatta di sterpaglie, humus e cespugli sempreverdi. Si era sollevato già da alcuni minuti un vento pungente, annunciatore della stagione invernale imminente, che contribuì a scompigliare i pochi capelli mai in ordine dell’uomo, appena sceso dalla sua auto, fedele compagna anche in quell’avventura, che non lo avrebbe mai tradito, una via di fuga efficiente e un rifugio sicuro da qualsiasi emergenza.

    Il capannone era aperto, il grande e pesante cancello di metallo spalancato, e invitava ad entrare e dare un’occhiata. ‘Non mi pare tanto sveglio, il telefonatore pazzo! Così gli entra anche Gesù con tutti gli apostoli!’ pensava Cesare quasi ad alta voce, mentre entrava nell’ambiente di lavoro spazioso e cercava con lo sguardo un segno di vita. C’era qualcosa di insolito, nell’immobilità da museo di quel posto, ma sulle prime non diede molta importanza alla cosa. Quell’atmosfera d’altri tempi lo stava già risucchiando nel vortice di curiosità e di morbosa aspettativa per la pregustazione di un nuovo affare potenzialmente redditizio, una chance di sbarcare finalmente il lunario e smetterla di fare il trapezista con i pochi spiccioli che gli passavano mensilmente sotto al naso. Regnava un silenzio da assenza di gravità, e persino i pochi oggetti visibili, immersi in buona parte nella semioscurità del crepuscolo che filtrava attraverso le finestrelle sbarrate, poste in alto, inaccessibili. Lo avvolse una claustrofobia paralizzante, che lo spiazzò. Tuttavia, non poteva smettere di camminare, focalizzando il suo sguardo sulle sagome dei macchinari fermi, di cui non avrebbe saputo dire la funzione.
    Un ronzio da alta tensione imperversò improvvisamente nello stanzone, facendolo trasalire. Eppure, non aveva spinto nessun interruttore o leva di alcun genere vagamente somigliante a quella di un circuito elettrico. Il cuore gli rimbalzava dentro al petto con ritmo incalzante, noncurante della sua ricerca spasmodica di mantenere un’espressione indifferentemente pacata. Gli occhi diventavano due fessure luccicanti di paura dietro le lenti circolari dei suoi occhiali usurati, mentre il ronzio di sangue eccessivo si mescolava nei padiglioni auricolari a quello nella stanza, rendendo quasi impossibile distinguerli nettamente. La botta di adrenalina improvvisa lo risvegliò come dal tepore infido di un sonno per la mente. Ma era troppo tardi. I suoi sensi si erano svegliati in ritardo, assopiti dalla superfluità evolutiva di un istinto di sopravvivenza vigile. E si ritrovò schiavo, senza aver mai saputo cosa fosse la libertà.

    Cesare Pietrucci non poteva muoversi. Fu quell’unico pensiero ad accompagnare il suo risveglio da un sonno senza sogni che, per quanto era in grado di discernere, poteva essere durato un attimo, come molti anni. La sua mente era svuotata, e per un considerevole periodo di tempo non riusciva che a concepire quell’unica, imbarazzante verità: aveva perso il controllo del suo corpo, e non sapeva quale santo ringraziare di ciò.
    ‘Che diavolo succede? Mi hanno legato? Mi hanno immobilizzato? Ah, non posso muovermi, questo è sicuro! Ma dove sono? Non possono avermi portato molto lontano dall’officina… Oppure sì… Cazzo, non ricordo un accidente! Ma qui non c’è nessuno! Figlio di puttana… mi hai teso una trappola, eh?! Maledetto ragnaccio… e io sono finito nella tua tela!’ I pensieri negativi e le imprecazioni si susseguivano senza che potessero modificare la sua attuale situazione.
    “Dove sei? Fatti vedere, vigliacco!!”, gridò sbavando, mentre si divincolava nel buio, non potendo distinguere le varie parti del suo corpo. Cominciò ad ansimare. L’aria stentava a raggiungere i polmoni, il clima era asfissiante. Il suo corpo era come intossicato da un gas invisibile e inodore, tanto era indebolito. Cesare, che prima di quel momento non aveva mai sperimentato la sensazione di totalizzante frustrazione generata dall’impotenza fisica, si convinse alla fine a fare il minor numero di tentativi possibile di muovere il suo corpo per non incrementare la probabilità di comprometterlo definitivamente.
    L’ambiente era un luogo chiuso, questo era certo. Cesare non sentiva l’aria scivolare sul suo viso. Ma del resto, non riusciva neppure a percepire le singole parti del suo corpo attaccate le une alle altre. No, non era possibile… Non aveva neppure sentito la sua voce, eppure era certo di aver gridato, pochi attimi prima.
    Percepì ad un tratto un calore improvviso che gradualmente gli stava infiammando il volto, solo il volto. Eppure ancora non riusciva a vedere niente, e il tempo passava e si sentiva sempre più come una piccola barca malandata alla deriva in un mare di cui non avrebbe mai compreso le correnti e l’andrivieni delle tempeste. Si sentiva spazzato, sconvolto da quel vento che non aveva direzione, né scopo, quella mano invisibile che lo stava trascinando sempre più alla deriva da se stesso, pur rimanendo immobile. Fu allora che accadde qualcosa. Se ci fosse stato altro spettatore, quella notte, ad assistere all’evento, oltre a Cesare Pietrucci e al suo aguzzino, avrebbe visto gli occhi del prigioniero lampeggiare nel buio del capannone, per poi venire a sua volta abbagliato dalla luce improvvisa, che illuminò a giorno l’ambiente, rendendogli di nuovo una parvenza di attività umana.

    Lui comparve, come teletrasportato lì assolutamente per caso da un universo parallelo, facendo capolino da dietro il tornio, che giaceva pigro e indifferente all’angolo superiore sinistro del capannone, soddisfatto di aver portato a termine lo scopo della sua esistenza anche per quella giornata. Il suo aspetto era assolutamente comune, addirittura mediocre, nella sua tuta blu da lavoro sporca di grasso e olio e sudicio da asfalto, i capelli ingrassati quasi quanto i motori, tirati indietro quasi per mimetizzare i riccioli neri e invadenti, nel tentativo di domarli attraverso un semplice gesto ripetuto talmente tante volte durante la giornata da assumere le proporzioni di un vero e proprio tic nervoso, a lasciare scoperto un viso scarno e pallido, che presagiva un fisico emaciato, apparentemente inoffensivo. I suoi occhi emanavano una luce sinistra e opaca e pareva che schizzassero letteralmente fuori dalle orbite incavate e incorniciate fra un bel paio di occhiaie marcate, come disegnate da un fumettista noir.
    Cesare Pietrucci non lo vide arrivare, non poteva vedere. I suoi sensi erano ormai stati intorpiditi, anestetizzati. L’intenso calore sul volto era infatti magicamente svanito.
    “E’ inutile, non ti puoi muovere. Non dovresti sprecare i rimasugli delle tue facoltà mentali cercando di liberarti o di insultarmi. Fossi in te le utilizzerei per qualcosa di più… costruttivo.”
    Cesare sentì partire l’impulso di parlare, di mandare quell’ombra di cui non poteva udire i movimenti nel posto per il quale di solito riservava un biglietto di prima classe solamente per i clienti che non pagavano e per i molti automobilisti che non seguivano le sue personali regole della strada. Ma si sentiva come un pesce rosso che annaspava vistosamente dalla sua boccia trasparente, un prigioniero che non può vedere le sue sbarre, vittima di un ragazzino viziato che ha finalmente ottenuto il suo sollazzo temporaneo, che avrebbe poi lasciato morire, nella più assoluta indifferenza e noncuranza, appena avesse ricevuto un giocattolo più stimolante.
    La sua bocca si muoveva su e giù, seguendo i movimenti dei suoi muscoli della mandibola, eppure non udiva alcun suono, parola, rantolo. I suoi occhi si spalancarono in un’espressione di atroce, improvvisa consapevolezza. Il pesce rosso che acquisisce autocoscienza e comprende che la sua vita non ha altro scopo se non il diletto di altri esseri viventi. E’ un giocattolo, nient’altro che un simulacro di quello che prima era un essere senziente.
    “Bravo. Dalla tua espressione noto che hai seguito il mio suggerimento. E hai capito. Ma non sei neanche lontano anni luce dalla verità, non ne sfiori che la superficie. Ovvero che ora sei in mano mia e posso fare di te quello che voglio. Nessuno ci disturberà. Sarà grandioso.”
    La sua voce non aveva inflessioni, ma Cesare non lo sentì, non seppe ricollegare quella voce alla telefonata di quel pomeriggio. La vista lo stava abbandonando di nuovo, annebbiandosi e creando macchie di Rorschach con quella ormai faticava a definire la realtà circostante, mentre il pensiero cosciente scivolava sempre più verso l’oblio.

    L’uomo accompagnò il suo gesto con un ghigno di soddisfazione asimmetrico, che attraversava il viso sottile e ceruleo come una cicatrice che disturba la vista e fa distogliere lo sguardo. Era un sorriso sintetico, meccanico, proprio come la leva azionata dal suo gesto semplice come l’acqua, sorgente di un meccanismo che, come una cascata, trasformava l’energia e la faceva piombare al suolo. Quell’energia che erodeva la roccia e la plasmava, ma che si abbatteva infine sulla terra con un boato assordante, con la potenza che avrebbe schiacciato qualunque creatura si fosse avventurata sotto di essa.
    Aveva richiesto molto tempo elaborare il piano. Soprattutto, aveva dedicato anni allo studio dei potenziali collaboratori, un’attenta e accurata selezione che lo aveva reso un profondo conoscitore, suo malgrado, della mente umana, dei tipi di persone più disparate. Non era un assassino, no. I serial killer agiscono per esistere, sono spinti ad uscire dall’ombra di una mera sopravvivenza dall’esigenza spasmodica di rispondere alla loro natura, che, in quanto biologica, è per definizione istintiva. Per questo gli assassini seriali saranno sempre una mossa in svantaggio, sempre un passo indietro, per quanto intelligenti, rispetto al colpo di pistola che segna l’inizio della corsa contro le strutture sociali. Il loro agire è istintivo, la loro ragione offuscata dal bisogno di cibarsi delle loro prede. Lui non era spinto dagli stessi bisogni, ergo, non avrebbe commesso gli stessi errori. Non lo avrebbero mai raggiunto. Non avrebbero neppure saputo chi fosse, intuendo solo vagamente dell’esistenza di un’entità che cambia le regole del gioco.
    Avrebbe aspettato il momento opportuno, paziente, lasciando che lo sfiorassero con la loro dozzinale metodica, con le loro procedure, e poi sarebbe volato via mentre le loro energie si affievolivano sempre più, ma senza rimanere invischiato in quella loro burocrazia del vivere, che li faceva correre avanti e indietro come macchine. E se macchine si sentivano, senza libertà di pensiero, allora macchine li avrebbe aiutati a diventare.

    Non era stato uno scherzo procurarsi la tossina, quella minuscola molecola biochimica che, alle giuste concentrazioni, era in grado di ridurre un uomo alla mera perpetuazione delle più semplici funzioni vitali. La corteccia cerebrale di Cesare Pietrucci era come se fosse stata asportata, inerte, incapace di rispondere alle invocazioni di soccorso del prigioniero che ormai la portava con sé come si porta un giubbotto quando fa caldo e non sai come trasportarlo senza che diventi un peso inutile, un impiccio che contribuisce solo a rendere più impacciati i movimenti. Lo avvolgeva come un caldo conforto di un cappotto di lana, il desiderio di morire, e altrettanto stretta lo avvolgeva la morsa del suo aguzzino che gli negava quest’ultimo, legittimo diritto.

    Aveva aspettato, acquattandosi fra i cespugli che circondano il parcheggio del centro di ricerca di farmacologia dell’università, lasciandosi permeare dai rumori della notte, dagli schiamazzi provenienti dalle auto coi finestrini abbassati, e i synt-drums della musica house in sottofondo che accompagnava gli urli barbarici,  preannunciatori della parentesi di liberazione di una notte in discoteca. Dalle abitazioni del circondario residenziale provenivano a pacchetti temporali i rumori delle stoviglie, il chiacchiericcio o in alternativa le grida durante l’ora variabile di cena, che talvolta lo distraevano. Aveva osservato paziente il fremere delle attività di laboratorio, come un formicaio al rallentatore, che andavano avanti di solito fino ad abbondantemente dopo l’ora di cena, perché si sa che i ricercatori non sottostanno agli orari lavorativi dei comuni mortali e possono permettersi di essere flessibili, o di sentirsi schiavi della loro passione. Nella sua mente rimaneva impresso il suo obiettivo come un marchio di fabbrica, indicatore dell’utilità di uno strumento. I suoi occhi rimanevano immobili, fissando quelle persone provenienti da un mondo a cui lui non avrebbe mai potuto accedere, perché la sua genialità sarebbe rimasta oscura, e non catechizzata. Questa nuova neurotossina, scoperta in una varietà di anemone marina situata a grandi profondità dell’oceano indiano, stava destando l’interesse del mondo accademico, e l’università di Firenze, ospitando il biologo marino che l’aveva di fatto reperita e fatta estrarre in quantità sufficienti da poterla studiare, aveva miracolosamente ottenuto il nulla osta europeo per i test preliminari e per la ricerca di base, far west estremo della farmacologia, dove è possibile trovare tutto e di più nel campo delle interazioni fra porzioni di una molecola e potenziali target farmacologici. Non c’era da biasimare quei ricercatori, se fare le ore piccole in laboratorio era diventata la prassi. Solo che con il loro stacanovismo stavano rendendo molto meno ampia la sua feritoia temporale di azione per trafugare la molecola. La fortuna sta a zero, se non hai la mente pronta per effettuare i giusti collegamenti, per sfruttare l’onda e cogliere un’occasione che altre persone non saprebbero vedere. Quella era l’occasione, quello era lo strumento di collegamento dei suoi studi, il pezzo mancante del puzzle. Una molecola di natura biochimica in grado di bloccare l’impulso nervoso selettivamente. Il gruppo di ricerca la stava testando in associazione con un anticorpo monoclonale specifico per legarsi solo con alcuni tipi di cellule cerebrali, quelle della corteccia.
    Penetrò nell’edificio attraverso il parcheggio seminterrato che era già notte fonda e la frequenza delle automobili si era notevolmente ridotta, giù in strada, e le case erano sufficientemente lontane, da non invitare guardoni e perdigiorno in cerca di qualche scoop notturno fuori dall’ordinario. Nessuno avrebbe fatto caso a lui che tentava di identificare, alla luce di una torcia elettrica, il nome della proteina sulle eppendorfine conservate a 4°C, pronte per essere utilizzate l’indomani per nuovi test, o cercava di leggere sui protocolli il procedimento e le concentrazioni, rimettendo con cura i fogli sparsi sul banco da lavoro nelle stesse posizioni in cui li aveva trovati
    L’uomo, che indossava la sua tuta da lavoro con disinvoltura, accingendosi ad iniziare la sua vera giornata di lavoro, si incamminò sogghignando a testa bassa verso il Pietrucci, quel fagotto inerme destinato ad un compito preciso, come tutti gli altri, i molti altri, che sarebbero venuti dopo di lui. Lo aveva scelto con cura. Lui doveva saperlo, quanto tempo e fatica gli erano costati, doveva se non altro provare a fargli capire la grandezza del suo piano.
    “Ti ho osservato, per molto tempo. Intento com’eri a correre di qua e di là per sbrigare i tuoi miseri affarucoli da piccolo uomo di mondo. Un mondo in cui ti senti il padrone, che conosci come le tue tasche. Finchè non fai qualche chilometro in più del solito, fino ad una officina fuori mano, giusto?”
    Se avesse potuto pensare, Cesare sarebbe giunto alla conclusione che l’attività dell’officina fosse una copertura per il suo disegno malato, un luogo seminascosto e isolato, senza vicinato, in cui poter disporre dei suoi giocattoli indisturbato. Invece, si limitò a sbattere le palpebre, con le pupille dilatate, un moto involontario dettato dal più puro istinto di conservazione, lo sguardo assente, e un rivolo di saliva che, scendendo lentamente dal lato destro della bocca serrata in uno spasmo di contrattura, si stava già seccando, portandolo inesorabilmente sempre più vicino all’abbrutimento dei malati. Questo lo avrebbe ucciso: sapere che il suo corpo era una carcassa senza libertà, incapace di pensare, persino di togliersi la vita. Dover dipendere dalla volontà e dalla disponibilità di qualcun altro gli avrebbe dato il colpo di grazia psicologico, per questo si rinchiuse nell’assenza, nello sgabuzzino della catatonia, mettendosi in trappola per non rendersi consapevole della condizione misera in cui era finito.

  • 11 novembre 2011 alle ore 22:34
    Una Giornata Di Lavoro parte I

    Come comincia: Cesare Pietrucci emise un sospiro che aveva un retrogusto rantolato, mentre infilava la chiave nel cruscotto dell’auto. Non aveva un’auto aziendale, ed era già tanto se riusciva a strappare a quegli spilorci i rimborsi spese della benzina; già ottenere i rimborsi dei miseri pasti da fast–food o da bar era un miraggio. Questo era lo svantaggio più evidente nel suo campo di attività, il rappresentante per una piccola compagnia di telefonia; non osava lamentarsi, tuttavia, dal momento che questa attività gli permetteva di trovare il tempo, raggruppando rimasugli, angoli e morsi in capo alle giornate, per occuparsi della sua vera attività professionale. La sua piccola azienda a conduzione familiare non stava andando affatto bene, in tutta onestà. Ed è da qui che sorgeva il suo sospiro, quel rumore di fondo di un rantolo soffocato e mai espresso che poteva significare solo una cosa: insoddisfazione.
    La sveglia aveva suonato sulla stessa, implacabile posizione delle lancette, come se in mezzo a quegli ingranaggi di plastica e metallo sottostesse un ordine cosmico precostituito, un codice segreto, figlio di una formula antichissima che avrebbe potuto cambiare la storia dell’umanità. Invece, ogni mattina strillava dal suo comodino con pretese da Ikea già usurato e difettato dopo una paio di anni di non-vita accanto al suo letto orientaleggiante, e ogni giorno puntualmente non accadeva niente, perché era lui stesso che non faceva niente, se non correre avanti e indietro su quella Citroen che era a metà strada fra una monovolume e una station wagon. L’aveva scelta di un azzurro ceruleo, confidando che il design dinamico ma pastello gli conferissero nel complesso un aspetto svecchiato, mentre rincorreva, macinando chilometri e clienti, quella giovinezza solo sfiorata per tutta la sua vita. L’esteriorità frivola della sua auto cozzava come un pugno nello stomaco con il suo aspetto; alto, dai tratti marcatamente mediterranei, i capelli di un nero di seppia lucido e contrastato solo in punti sporadici dalla canutezza, gli occhi di un blu molto scuro, quasi nero, indefiniti; una presenza autorevole, imponente, resa ancora più altezzosa dal completo giacca e cravatta blu scuro, con camicia bianca, che aveva scelto quella mattina, impiegando, come al solito, più tempo a scegliere il completo giusto che a radersi e a lavarsi. Era importante apparire nel giusto spirito, in base al tipo di giornata da affrontare e alle persone con cui avrebbe dovuto interagire; ogni evento, ogni gesto aveva il sapore della lotta, della sfida, una battaglia contro la sorte, il prossimo, i propri limiti. Un buon venditore deve saper apparire affidabile, ma non remissivo; autorevole, ma mai e poi mai un pessimista. Pessimista è sinonimo di perdente, e il venditore che osava lamentarsi del destino avverso non avrebbe più venduto uno spillo, alimentando quel circolo di mediocrità e sfortuna concatenati fra loro come rotelle di un meccanismo ingegnoso e perverso.
    Quella giornata si presentava particolarmente impegnativa, come già aveva avuto modo di constatare nel suo primo approccio con la quotidianità. Nel suo bilocale affittato ad un prezzaccio da un suo compaesano, non poteva fare due passi consecutivi in qualsivoglia direzione senza rischiare di inciampare o calpestare uno dei tanti scatoloni ammucchiati ed oggetti sparsi sul pavimento e sulle stuoie norvegesi secondo lo pseudo-ordine di chi vive da solo e non ha alcun criterio a cui aggrapparsi per l’organizzazione dello spazio, se non la totale noncuranza dello stesso, in una chiave di lettura della propria sopravvivenza ridotta ai minimi termini evolutivi.
    Il giro da compiere era di quelli snervanti, non solo per il tipo di percorso – una strada di provincia lenta e tortuosa che si districava, ramificandosi, attraverso piccoli borghi abitati appoggiati su sprazzi di pianura e troppo piccoli per contenere le auto che sarebbero aumentate di anno in anno, e stretti passaggi collinari da mal d’auto – ma anche per la tipologia di visite da fare. La crisi economica mordeva ai polpacci, e i suoi clienti si facevano sempre più esigenti e incontentabili man mano che passavano i giorni, i mesi, e si susseguivano le stagioni per lui sempre uguali, da come poteva percepirle dall’interno del micro-clima sintetico e plastificato di aria condizionata del suo abitacolo, mentre correva avanti e indietro su quello spicchio di Toscana che molti avrebbero considerato da cartolina. Certo, non poteva rimproverare se stesso, se gli era capitato di intraprendere il suo piccolo giro d’affari in una congiunzione astro-socio-economica così complessa e irta di ostacoli; l’unica cosa a cui riusciva a pensare durante la giornata era arrivare a sera con i suoi obiettivi raggiunti, e la sera, a quello che avrebbe dovuto fare il giorno successivo, mentre quel ponte così instabile, sospeso nel vuoto, che collegava le due giornate, si rendeva sempre più insignificante ai suoi occhi, dato che ben poco della sua struttura temporale veniva utilizzato per riposare, e ancora meno era dedicato alla coltivazione e al rimpolpo degli affetti.
    Certo, qualche distrazione se la concedeva, di tanto in tanto. Niente e nessuno poteva battere le serate fuori e le notti brave in discoteca; lì si che si sentiva veramente bene, tutte quelle luci intermittenti e mai adeguate lo facevano letteralmente evadere verso una nuova dimensione, dove era il martellare incessante del suo ritmo senza scopo a renderlo qualcuno. C’era solo una cosa che non poteva sopportare, persino in quella terra di nessuno di cui si proclamava signore e padrone: c’erano quegli schifosi ubriaconi e finocchi che si divertivano, sempre con maggiore frequenza man mano che il sintetizzatore divorava minuti e super-alcolici, a strusciarsi contro il suo didietro sfruttando il pretesto e l’occasione dell’affollamento in pista, e palpando disgustosamente e voracemente le sue chiappe e affondando le loro luride dita nella sua schiena. Era sempre stato molto geloso del suo corpo, come di qualunque altra cosa di sua proprietà, e gli procurava un fastidio indicibile l’ipotesi che il suo territorio privato venisse violato da quelle manacce zozze e voluttuose. Eppure anche a lui piaceva toccare, palpare, assaggiare… Corpi di tutt’altra conformazione. Il suo ego virile non poteva accettare di essere violato, seppur con la flebile protezione del vestiario, da mani e dita di qualcuno che si mette al suo pari.
    Così, era nata da questa paura, l’esigenza di salire sui cubi e sulle pedane. In definitiva, era nato tutto da quello, la sensazione inebriante della folla sotto di sé e l’aria da respirare a pieni polmoni intorno a sé, dentro di sé, donandogli un potere fantascientifico sul resto della scena. Era il suo spettacolo, e nessuno glielo avrebbe rovinato. Da lassù poteva dare le paghe ai ventenni galvanizzati e rintronati da troppa tv e troppe canne che arrivavano in pista e non avevano energie sufficienti neppure per deambulare da un piede all’altro, figurarsi poi coordinare il movimento dei piedi con quello, più scenografico, di ipotetiche braccia. Eppure erano loro, tutti lì, i suoi amici. I suoi amici testosteronici come ricordava la sua foto sovrapposta alle loro movenze esagerate e goffe di quando era lui, sul banco di prova. Aveva bisogno di loro, perché era grazie a loro se riusciva a sentirsi ancora vivo.
    Mise in moto aspettando che si spegnesse la spia luminosa di avviamento del motore diesel, per iniziare il suo cammino in retromarcia, facendo slittare le gomme già consumate sulla ghiaia. ‘Prima passo a sentire cosa ha fatto quello scassamaroni del Puccio, va’! Mi pianterà una grana immensa per quel cavolo di batteria che mi aveva ordinato… Ma che pretende, dico io?! Quella sottospecie di cellulare scadente che si ritrova meriterebbe di finire nel secchio dell’immondizia diretto come un fuso, e lui si preoccupa che la batteria gli allenta! Magari tirasse definitivamente le cuoia, quel relitto! Almeno potrei rifornirlo io personalmente…’, pensava il Pietrucci mentre tentava di scrollarsi di dosso gli ultimi rimasugli di una notte agitata, correndo lungo le strade di campagna di una Toscana insolitamente malinconica, quell’autunno. Le occhiaie scavate come solchi nei campi dei contadini che non si arrendevano al consumismo post-industrializzazione sarebbero rimaste, proprio come rimanevano le tracce delle coltivazioni precedenti e reiterate sui campi strappati alle braccia dei contadini per posarvi un avveniristico centro commerciale o magari un parcheggio a pagamento. Intorno a quel loculo ambulante riempito di musica dance e puzzo di sigaretta stantio e impregnato nel tessuto di tappezzeria, solo il silenzio della provincia di primo mattino, dove la ressa sulle strade per raggiungere il luogo di lavoro, non inizia mai veramente, ma procede a singhiozzo, e il traffico si spalma su una fetta di mattinata abbastanza ampia, che va dalle 7:30/8:00, orario di entrata delle fabbriche e delle piccole imprese, alle 9:30, orario di apertura di negozi e piccoli supermercati con clientela fissa e ordini ciclici. Non c’erano mai veri ingorghi, di quelli che Cesare aveva sperimentato a Milano, ad esempio, durante una delle sue molte peregrinazioni lavorative, in cerca di quell’idea vincente che gli permettesse di sbarcare il lunario e sentirsi finalmente qualcuno.
    Ai lati della strada a due corsie, una angusta provinciale dall’asfalto costellato di bozzi e buche, alberi troppo stanchi, foglie ingiallite, che creavano un tappeto multicolore e irregolare ai piedi dei giganti della campagna, mentre la corrente estemporanea raccolta al passaggio di ogni autovettura, provvedeva a sollevare e trasportare le singole subunità del tappeto naturale, per poi depositarle di nuovo a terra, in una nuova posizione relativa, secondo la teoria del caos, o così parve realizzare, in un guizzo di illuminazione naturalistica, il Pietrucci, al passaggio dell’auto che precedeva la sua e che lo stava facendo innervosire già da alcuni chilometri, poiché non riusciva proprio a sorpassarla, e il suo conducente schiacciava il pedale dell’acceleratore come se stesse camminando su uno strato di uova e dovesse stare attento a non romperle. Gli imbranati al volante lo facevano innervosire in modo indicibile, e alternava così gli insulti verbali a teatrali gesti con le braccia e ampie boccate di tabacco trattato, aspirato dal filtro della sua Marlboro, una delle prime, quella mattina, di una lunga serie, secondo una perenne astinenza spasmodica, per la quale non avrebbe saputo dire dove finiva l’assuefazione fisiologica alla nicotina, e dove iniziava la tediosa abitudine di tenere la sigaretta in bocca o fra le dita, retaggio del senso di mitismo adolescenziale.  Si reputava comunque fortunato a vivere lì: il paesaggio intorno a lui, lastricato di dolci colline dalla pendenza mai arcigna, disseminate qua e là di piccoli borghi di matrice medievale, arroccati, oppure stralci di un dopoguerra essenziale e austero, pur tuttavia pieno di speranza, con i suoi centri abitati smaniosi di recuperare spazio al disordine o ad una natura troppo inselvatichita, allargandosi e stendendo le loro braccia indolenzite giù, attraverso la piana della valle.
    Il bar del Puccio si trovava in uno spiazzo decisamente fuori mano, e questo contribuiva in modo determinate a rallentare la sua tabella di marcia di quel giorno; ma quella visita era necessaria, se voleva avere una flebile speranza di mantenere la rete di contatti così faticosamente costruita in una vita di lavoro di relazione, scambi di favori, clientelismi, fiducia conquistata a suon di sconti, affari redditizi i cui presupposti non venivano mai chiariti fino in fondo. I suoi clienti stavano decisamente meglio se non indagavano da quale ciclo produttivo provenisse la merce. Così come era meglio non chiedere come facesse la piccola compagnia telefonica per la quale prestava la sua enorme esperienza come venditore e consulente, ad ottenere allacci ADSL a prezzi così ribassati rispetto alla concorrenza di prima fascia, alle grandi compagnie che bombardano di spot televisivi le più vaste fasce di target di mercato.
    Parcheggiò sul lastricato sconnesso, e lui era già lì, posizionato sullo stipite della porta d’ingresso del bar, residuato della struttura concepita in pieni anni ’70, quando i bar servivano come concentramento di idee, fermenti politici e culturali, oppure, come molto probabilmente era accaduto per quel locale nello specifico, come ripari sicuri, tappezzati d’alcolici, contro il tedio offerto da una quotidianità semplice e ciclica. L’insegna luminosa al neon, in alto a sinistra, proponeva un vacuo ricordo di uno splendore sempre inseguito ma mai raggiunto appieno, e proprio come l’attività che era chiamata a rappresentare, vivacchiava cercando di abbarbicarsi ad ogni impulso elettrico possibile, raschiando il fondo del barile di un impianto che non era mai stato a norma di legge.
    “Accidenti, ce ne hai messo di tempo, eh Pietru’!? Se tardavi un altro po’ mi trovavi decomposto!”, esordì il Puccio, sfoggiando il suo ghigno d’annata, sbilanciato da un lato, collaudato ormai da anni di querelles dietro al bancone, cercando di farsi rispettare e di strappare ai suoi esimi clienti ogni millino, o più recentemente, ogni euro che gli dovevano. Aveva scoperto che era più facile ottenere quello che doveva, utilizzando il sorriso, e quelle battutacce che punzecchiavano il destinatario, colpendolo nell’orgoglio. Con l’astuzia di un’ironia intelligente era riuscito a farsi rispettare, in un ambiente fatto di tute di lavoro luride di grasso e olio, guance imporporate dalla grappa e squallide storia di corna da classe operaia, cosicchè, la sua clientela sapeva in modo trasparente quello che lui aveva da offrire, e non mancava più di pagare il conto. L’andatura incerta e claudicante per i troppi giorni trascorsi nella stessa posizione, e la schiena indebolita da due vertebre in fase di slittamento l’una sull’altra e almeno trenta chili in più, i riccioli selvaggi, radi e unti di chi non è abituato ad usare prodotti da bagno specifici per la cura di una calvizie subdolamente occultata dal volume occupato dalla forma della capigliatura, un volume vacuo, al di sotto del quale giaceva solo aria, frapposta al cuoio capelluto. Osservava il mondo attraverso i suoi occhietti azzurri molto chiari, quasi sbiaditi dal tempo, ma tutt’altro che vuoti; attenti ad ogni movimento, guizzavano da un lato all’altro della forma schiacciata dell’occhio per cogliere in fallo chiunque, per qualsiasi sciocchezza. Non aveva mai amato farsi prendere in castagna. Cesare ebbe un momentaneo moto di repulsione al livello dello stomaco, quando lo vide comparire nella sua salopette da lavoro di jeans e la sua maglietta di cotone bianca già chiazzata di sudore sotto le ascelle.
    Cesare detestava il suo modo di fare ironia; e quella mattina già alterata dalla dabbenaggine dell’italiano medio sul nastro d’asfalto, riusciva male a sopportare la battuta introduttiva del suo cliente ormai decennale, gli arrivò dritta allo stomaco come il rollio estenuante di una barca in balia dell’onda lunga. “Dai, su! Poche storie, che ho i minuti contati! Non posso mica permettermi di bivaccare sulla soglia come te, a mirare il passo per ore, sai! Dai su, dimmi qual è il problema con quella dannata batteria!” Si accorse troppo tardi, quando ormai la frase era completamente uscita fuori dalla sua bocca come un nastro trasportatore che accompagna, inesorabile, il proprio carico verso il macero, di aver usato il tono sbagliato. ‘Questo è un lavoro di relazione, porca miseria! Idiota, quando imparerai a lasciare i tuoi scoglionamenti fuori dal tuo dannato cervello, quando sei con un cliente??’ Lo sguardo interrogativo di Puccio, nel frattempo sollevatosi dallo stipite, completò il giudizio implacabile. Ora doveva sfuggire alla condanna. Sospirò, inalando per un interminabile tempo di un respiro, l’odore profumato di pioggia, legno bagnato e tubo di scarico di autovetture in quell’autunno toscano troppo umido, rimpiangendo per un attimo, ma solo per un attimo, gli anni della sua gioventù nella sua Puglia, quando credeva che bastasse una tessera di partito per spaccare il mondo. A quei tempi era proprio una testa calda, uno di quelli con cui dovevi stare attento non solo a cosa dicevi, ma anche al tono, perché una battuta innocente detta con troppa disinvoltura o ironia beffarda poteva costare un bel battuto da parte sua e del suo clan di invasati del fascio. Mussolini era il suo idolo personale, e si riteneva uno di quei giovani, ferventi intellettuali del post-sessantotto che potevano vantarsi una conoscenza morbosa, quasi diretta e sicuramente non scolastica del Dux. Credeva fermamente nella forza e nell’imposizione del più forte come solo ordine sociale in grado di garantire quiete pubblica e disciplina. Tutto quello che rimaneva ora, a distanza di vent’anni, di quelle convinzioni giovanili così strenue, era il piglio autorevole di chi vive la vita consapevole che niente è impossibile e che tutto può cambiare nel giro di un istante.
    “Dai su… fai vedere al papi cosa ha fatto la pupetta mia!”, aggiunse con una dolcezza di plastica, per evitare repliche dal suo interlocutore. Dedicò la successiva mezz’ora a far comprendere al Puccio che non poteva pretendere di utilizzare il suo cellulare, già provato da una certa anzianità, come jolly risolutore delle situazioni pratiche più improbabili, e aspettarsi che un comune mortale di pezzo di ricambio non originale, continui a svolgere il suo compito senza risentirne. Lui lo guardava inebetito, annuendo meccanicamente e intercalando di tanto in tanto con domande poco pertinenti con la tecnica alla base del suo problema, e molto più pertinenti con l’ingombro economico che un intervento di consulenza del genere, di primo mattino, gli sarebbe gravato.
    Cesare armeggiò per qualche minuto con il cellulare del Puccio, più che altro giocando a togliere e rimettere la batteria per cercare di depistarlo; la sua psicologia spicciola e i suoi trucchi da venditore nomade arabo che ne sa una più del diavolo sembrarono funzionare quando il Puccio cominciò a buttare di nuovo l’occhio aldilà del fornitore infingardo, per scorgere qualsivoglia movimento sospetto proveniente dalla strada o dal parcheggio situato dall’altro lato, questo semideserto, un contrappunto di silenzio rispetto al via vai quasi regolare di auto dal rumore troppo intenso per scorrere lungo il nastro d’asfalto ad una velocità regolamentare. Tutti sembravano in ritardo, perennemente, o in fuga; come una condizione fondante del loro essere, una maledizione della natura matrigna verso chi starnazza e non riesce a volare.
    Lo liquidò infine con un rapido “ora devo proprio scappare, scusami!”, promettendo altresì un intervento immediato nel caso la batteria nuova avesse dovuto procurargli altri problemini. Così chiamava gli impedimenti logicamente prevedibili dati dallo smercio e utilizzo di pezzi, materiali e accessori non originali, per lo più made in China, con cui sperava da alcuni anni di rimediare un tenore di vita all’altezza delle sue aspettative, che non sarebbero mai state comunque pienamente soddisfatte, in ragione della sua smania congenita di avere sempre per le mani qualcosa di nuovo. Il Puccio non capì, ma non importava, perché almeno era stato considerato; quell’intervento gli aveva fatto perdere più di mezz’ora ma alla fine ne era valsa la pena, perché il Puccio poteva essere un piantagrane, il famigerato gatto attaccato ai santissimi, e farlo sentire un cliente di riguardo era una tattica di vitale importanza.
    La strada scivolava via di nuovo veloce; era ripartito con una manovra di nervi, facendo rotolare una miriade di piccoli asteroidi chiari sotto le sue gomme da strada, e sotto lo sguardo perplesso e leggermente diffidente del Puccio, che con un laconico “bah” era ritornato a vegetare, appoggiando le sue membra flaccide allo stipite della porta d’ingresso del suo locale.
    Cesare amava il preciso momento in cui il motore prendeva giri e cominciava a far scivolare ogni cosa che si trovasse al di fuori di quel nido meccanico sempre più velocemente accanto e tutto intorno a lui. La sua auto era il suo mondo, il piccolo centro del suo universo personale, fatto di cose sfreccianti, in movimento. Non era più lui che si muoveva, ma gli alberi di varie forme che sembravano sfiorarlo con le loro mani adunche, le case dalle persiane sempre chiuse, con le loro forme sempre uguali, il nastro d’asfalto sotto le ruote, i suoi piedi dall’attrito ridotto. Così creava l’illusione quotidiana di poter modificare il mondo intorno a lui, allontanandosi sempre più dalla tragica realtà dei fatti: era il mondo a modificare lui, erodendolo con il suo strusciarsi vischioso.
    ‘E’ il turno del mio amico Rino!’, pensò, mentre rimontava l’apparecchiatura degli auricolari del suo cellulare, altro momento catartico in cui si preparava ad affrontare qualsiasi notizia, a fiutare qualsiasi affare buono solamente dal tono di voce del suo interlocutore invisibile. Rino era un povero diavolo che di mestiere faceva l’assicuratore. ‘Dio solo sa come diavolo farà a permettersi tutti quei viaggi e quel Porche Caienne di merda che si ritrova vendendo polizze sugli infortuni e RC Auto agli operai e ai poveri diavoli come lui!’, bofonchiò con se stesso, mentre gli sbuffi di insofferenza verso la strada accidentata e tortuosa scandivano i suoi pensieri ad alta voce. La sua clientela aveva le estrazioni sociali e professionali più disparate, e questo non gli dispiaceva, perché gli permetteva di estendere potenzialmente all’infinito il suo raggio d’azione, e di variare gli articoli del suo repertorio in base alle richieste dei settori più in espansione sul momento, o meglio, quelli meno in crisi.
    La giornata proseguì senza scosse, la routine scandita dalle svariate pause-caffè e dalla pausa pranzo che di solito si dilatava fino alle 15:00, minuto più, minuto meno. Quei quattro o cinque locali che gli permettevano di rallentare il mondo fino a far congiungere il suo moto con quello degli altri esseri viventi e dare l’impressione di qualcosa di sincronizzato erano avamposti di rumori familiari di piatti, bicchieri, musica commerciale e profumi di pane riscaldato e formaggio filante, mentre le risate isteriche dei suoi compagni di prigionia soffocavano il rumore del pane troppo croccante fra la sua mandibola. Una tipa aveva tentato un approccio, quel giorno. O meglio, aveva azionato le tipiche contromisure seduttive femminili, che avrebbero permesso al Pietrucci di illudersi di poter fare la prima mossa con relativo margine di successo, sempre dipendente da come avrebbe giocato le sue carte, comunque. Era accaduto quando si era avvicinato al bancone per chiedere il caffè e il conto; lei si trovava a un paio di metri, e lo aveva subito adocchiato, da quando aveva effettuato l’ordinazione del caffè corretto al Baileys sollevando con autorevolezza il braccio destro. Lo aveva guardato, poi aveva abbassato lo sguardo velocemente, ma continuava a fissarlo grazie allo specchio di fronte a loro, sistemato in maniera strategica sulla parete dal lato del bancone del locale, in modo da permettere ai clienti di guardarsi in faccia tramite il vetro riflettente, sfumando visi ed espressioni di un colore leggermente ambrato. Lui se n’era accorto immediatamente, guizzando con l’occhio esperto di chi di manovre del genere ne ha viste parecchie, verso la donna sui quaranta, ma aveva fatto finta di niente. Erano più di vent’anni che rimediava appuntamenti in giro per i luoghi dove marcava il suo territorio, e non aveva più le energie per ripetere il solito balletto, la pantomima triviale in cui entrambi i partecipanti al gioco sanno che l’altro sta bluffando, fingendo di aver avuto l’apparizione dell’incarnazione dell’amore scesa in Terra, di interessarsi alla vita dell’altro come fosse la propria che ancora non hanno conosciuto, quando in realtà l’unico obiettivo, il chiodo fisso che guida ogni gesto o frase accuratamente scelta, è rimediare una scopata. Per giunta, quella non lo intrigava per niente; perciò, si era limitato ad accennare un sorriso in risposta alle occhiate fugaci e voraci di lei, bere rapidamente il caffè quasi in un solo sorso, e pagare il conto senza chiedere cosa avesse preso lei.

  • 11 novembre 2011 alle ore 22:03
    Il naso

    Come comincia: La prima volta non ci fece caso.
    Stava tornando a casa dal lavoro divorato dal traffico caotico del venerdì sera, quello che somma indistintamente i rientri con le uscite, operai e impiegati stanchi con più abbienti in fuga per la serata o per tutto il fine settimana. Pensava a lei e la sua assenza riempiva il tragitto e rendeva sopportabili le lunghe code di automobili e secondario il disagio automobilistico.
    Antonella in primo piano, il suo sorriso e i suoi occhi intensi avidi di lui: tra i due frammenti, nell’ovale regolare del viso un’assenza.
    Arrivato a casa si spogliò di cravatta e camicia e saccheggiò di birra gelata il frigorifero; i sorsi lunghi e voraci gli provocarono un singhiozzo esasperante con conseguente tasso di nervi in crescita. Accartocciò il pacchetto di sigarette vuoto e ne aprì subito un altro.
    Accese e la rivide nell’atto di accendere due sigarette e  porgergliene una espirandogli addosso una nuvola azzurra. Le sue labbra ridotte a poco più che un cerchio dall’espressione del tirar fuori il fumo, la testa a scuotere i lunghi capelli neri. La mano sinistra che porge la sigaretta, la destra che passa sulla tempia e tira indietro i capelli appena scossi. L’orecchia regolare e tonda, la mano lunga e grande. Di nuovo un indefinito, stavolta percettibile. Ripensò a lei che sorrideva, ripassò con sofferenza i suoi lineamenti scossi nei loro amplessi abissali, l’abbronzatura delle settimane a sciare quanto il pallore delle sere affaticate con gli occhi incavati da occhiaie da troppo lavoro: ovunque colse lo stesso vuoto.
    Lorenzo non trovava il suo naso.
    Un industriale ed industrioso ricorso alle birre dal frigo, frammezzato appena da qualche fetta di pane in cassetta, liscio, lo ricondusse a minimizzare la cosa e a perdersi piuttosto dietro alle ferite della sua uscita di scena.
    Me ne vado, aveva detto lei, e quando stasera tornerai non sarò più qui. Otto mesi fa. Una discussione come un’altra, aveva pensato lui, è almeno una quindicina di giorni che è strana, irascibile che non si sa come prenderla; stasera torno e si fa pace. Le parole di lei gli erano parse poco più che uno scherzo tra innamorati o il frutto di quella stanchezza crescente che la possedeva da qualche tempo. Da un paio di mesi non era più la solita Antonella: era più triste, pensierosa, forse un principio di depressione.
    Era tornato anche un po’ prima del solito e aveva fatto in tempo a trovare il suo odore ancora in casa, ma solamente quello.
    Non lei, non le sue cose – neppure un libro o un disco – vuoti metà degli armadi, quattro quinti della scarpiera, un paio di muri e quasi tutte le cornici d’argento antico.
    Ti ho amato tanto che non pensavo si potesse. Addio. Scritto sulla lavagnetta della cucina e nessuna altra traccia di lei.
    Otto mesi prima.
    Dopo un mese da cirrosi epatica e tentativi inutili ci aveva messo il domopack e l’aveva girata faccia al muro perché a spolverarla il gesso si sarebbe cancellato.
    Nonostante la giornata festiva, la luce che filtrava dalla tapparella mal chiusa e una vescica ridondante luppolo lo indussero ad un’alzata mattiniera. Capì immediatamente che le due aspirine avrebbero appena attutito il pulsare delle tempie e riconobbe la mattina come un golgota di caffè e pezze fredde.
    Subito dopo si ricordò che il naso non c’era.
    Ovvero cercò di ricordare come fosse il naso senza successo. Non era un naso di quelli che avresti definito importante e non aveva asimmetrie. C’era forse una leggerissima gobba o forse no; le narici erano larghe, oblunghe o tonde; finiva leggermente a punta o piuttosto a patatina; e puntava dritto, verso l’alto o in giù. Domande senza risposta. Neanche una foto gli aveva lasciato, zero totale.
    Vuoto assoluto.
    Lasciò su la segreteria telefonica per tutto il fine settimana e passò due giorni a bere, a fumare e, soprattutto, a disegnare profili di lei. Centinaia di profili inutili. La curva della fronte, l’attaccatura dei capelli, le labbra e il mento erano quelli: il naso proprio non c’era più. Ah, se non avesse avuto l’abitudine di fissarlo sempre diritto in viso, occhi contro occhi, avrebbe ancora avuto accesso alla memoria del suo naso di profilo ma lei mai che gli staccasse gli occhi di dosso; a volte in macchina, guidando, si era sentito quasi in imbarazzo quando girandosi la vedeva già fissa sul suo viso.
    Lunedì mattina arrivò in ufficio spossato, di malumore e intristito dall’insuccesso con in testa il naso che non c’era.
    Quando se ne era andata via l’aveva cercata, ah se l’aveva cercata, sbattendo contro il muro di una fuga organizzata, complice una città dove vivevano da meno di un anno; si era anche licenziata dalla società per cui lavorava; i pochi amici comuni ne sapevano quanto lui; il padre di lei fece subito intendere che non avrebbe mai parlato con lui.
    Seguirono disperazione e rialzo del tasso alcolico.
    Nelle due settimane che seguirono la dipartita del naso fu preso da una nuova e angosciosa preoccupazione. Posta l’impossibilità a ritrovarlo, almeno al momento, avrebbe prima o poi perduto altri pezzi. Era dolorosamente certo che la sua memoria avrebbe lasciato scappare tutta Antonella in una telenovela dell’orrore. La notte si lasciava cadere in incubi orrendi degni della peggiore sceneggiatura di un b-movie con occhi che rientravano nelle orbite, labbra che cambiavano forma, Antonella che gli si decomponeva in braccio. Suggestionato da questi pensieri un mercoledì sera trascorse più di tre ore nella certezza dello smarrimento, nell’ordine, della curva tra il collo e la clavicola, della posizione del neo sull’ombelico (e della forma dell’ombelico stesso!), delle pieghe dei gomiti e delle vene sugli avambracci. Ricordò poi ogni cosa prima di mezzanotte ma decise perentoriamente di porvi rimedio fin quando in tempo.
    Lorenzo tornò così ad esercitare quella felice mano sinistra che tanto aveva allenato quando aveva vent’anni e non aveva ancora lasciato l’Accademia di Belle Arti per la Facoltà di Medicina (così va il mondo, spesso). Seguì pertanto un periodo di accanimento disperato nel pervicace tentativo di fissare tutta l’anatomia dei ricordi su carta e su tela.
    Il ricordo è altro, maledettamente altro, rispetto ad un atlante anatomico o alle tavole in sanguigna dei Maestri.
    Furono quasi due mesi di una intensità enorme nei quali la costanza e la disciplina di Lorenzo nell’esercizio per lui felice del tratto e del colore e dolorosissimo della memoria produssero un’inverosimile quantità di materiale. Ogni disegno finito portava appunti dell’autore con frecce e richiami da lui ritenuti sul momento indispensabili perché il disegno successivo si avvicinasse maggiormente ad Antonella, la data e la sigla. L’ansia dello smarrimento lo portò a non strappare mai un foglio fino a raggiungere un archivio degno dei migliori ritrattisti rinascimentali.
    Per almeno una settimana la sua barba trascurata portò in ospedale tracce di colori ad olio e rimase tre notti e tre giorni con una federa attaccata al muro finché non riuscì a ripetere fedelmente su una tavolozza l'alchimia di blu e di verde che aveva lasciato a mo’ di sindone sul cuscino: il colore dei suoi occhi. Magnetici, intensi, grandi sul viso magro ma così terribilmente cangianti da richiedere tele e tele e tele……..
    Sulle stesse tavole di compensato dove miscelava i colori annotava con un carboncino le quantità dei vari componenti e le situazioni alle quali pensava dovessero corrispondere e più si accaniva più si perdeva in una infinità di combinazioni….
    Nessuno potrebbe del resto mai dire quanto blu oltremare è negli occhi felici di una donna in un pomeriggio d’estate o chi quanto grigio in una domenica piovosa  o ancora la luce del sole di taglio, ai tramonti di profilo a far brillare ogni venuzza di verde fino a scioglierti l’anima.
    Talmente infervorato dalla propria ricerca era Lorenzo da non imprecare più per la definitiva uscita di scena del naso e a volte, guardando qualche suo disegno particolarmente felice, pensava addirittura che una volta o l’altra ci avrebbe inciampato, quasi per caso. Comunque stava salvando il resto, la curva dei suoi piccoli seni sfrontati come l’ansia vertiginosa delle caviglie sottili sotto un polpaccio lungo e ben disteso, ogni piega delle sue labbra come l’universo espressivo dei suoi sguardi….
    Dappertutto in casa, sui muri e su ogni mobile, ritagli di giornali: facce note o sconosciute che potessero per similitudine reale o per singolarità nella posa o nell’atteggiamento ricordare qualcosa…
    Poi nella freneticità della ricerca trovò posto una consuetudine più concreta (anche se non priva di fastidiosi inconvenienti): Lorenzo cominciò a cercare il naso perduto nella faccia delle altre persone, certo che qualcuna con il naso di Antonella non poteva esser poi rara.
    Seguendo questo suo nuova convinzione maturò una nuova curiosità per l’universo femminile fatta di indagine attenta e appassionata. Quando pensava di aver trovato una somiglianza nasale concentrava tutta la sua attenzione sulla portatrice per sezionarne tutti gli aspetti otorini: dimensioni, attaccatura alla fronte, attaccatura all’area sopralabiale, narici e così via.
    Si può facilmente intuire però come un interesse scientifico anatomico possa essere ricondotto ad altro da una superficiale catalogazione. Puoi provocare rossori o evocare pruriti di vari generi, infastidire ed indurre una ragazza a cambiare passo per allontanarsi preoccupata. Quando, ingenuamente, non te ne rendi conto puoi cercare nasi e trovare botte: il risentimento di un fidanzato manesco glielo provò inconfutabilmente.
    Fu così che, in un venerdì pomeriggio dal labbro spaccato, Lorenzo tornò a casa per arrendersi alla scomparsa del naso e alla necessità del ghiaccio per scongiurare gonfiori eccessivi.
    La perdita della speranza lo riportò ad un forte stato depressivo: era più di un anno che Antonella se ne era andata e il naso era disperso da quattro mesi.
    Dopo altre tre settimane tristissime, di poco appetito e incubi notturni gli arrivò la lettera.

    Lorenzo amore mio,
    so che mi hai cercata, so che mi hai cercato tanto e che per me hai perduto la pace.
    Oggi ti imploro di perdonarmi.
    Io ti amo e non ho mai smesso di farlo.
    Perdonami anche per essermi fatta viva solo adesso con una spiegazione: quando avrò finito capirai il perché. Scriverti, soltanto questo, fa si che io possa superare la profonda vergogna ed il dolore e raccontarti della mia fuga.
    Quando sono andata via ero incinta e non sapevo se tu fossi il padre.
    Ecco: l’ho detto.
    Non accampo giustificazioni per quello che è successo. Sono stata soggiogata da Enrico, il mio ex-capo, dopo una corte spietata ed asfissiante ai limiti delle molestie e così è successo.In ufficio.
    Due volte. Poi ho trovato la forza di dare sfogo alla mia rabbia ed alla mia vergogna ed ho troncato. Per ritrovarmi emarginata, minacciata, insultata da allusioni e gesti. Io zitta con te e perciò sempre più sola, sempre più affogante in un mare di sensi di colpa.
    Poi la mazzata finale: incinta senza sapere se di te o di lui.
    Ero al terzo mese: sono fuggita. Da allora la mancanza di te è stata la punizione della mia colpa; mi sei mancato quanto non pensavo mai.
    Mio padre sapeva ma aveva la consegna del silenzio; povero papà, mi è stato sempre vicino e mi ha aiutato a decidere di portare avanti la gravidanza.
    Così è nata Rosa, che ieri ha compiuto mezzo anno.
    Rosa, che ha i tuoi occhi, che ti ha staccato la testa, che ha le tue mani e i tuoi piedi; Rosa che mi dimostra di essere tua quanto mia,
    grazie a Dio.
    Rosa che vorrei formasse con noi una famiglia.
    Se mi perdoni veniamo.
    Anche mio padre è felice che sia tu il padre anche se un po’ si rammarica che di me abbia così poco, forse l’attaccatura dei capelli e il naso.
    Sono a casa di mio padre e ti imploro: telefonaci.
    L’aspetterò senza mai farmi viva finché tu non ci vorrai; se non chiamerai capirò ma non potrò mai smettere di aspettare e di amarti.
    Antonella

    Pianse, di gioia.
    Tolse la pellicola alla lavagnetta continuando a piangere. Poi si soffiò il naso e si lavò il viso. Accese una sigaretta, si sedette e fece il numero.

  • 11 novembre 2011 alle ore 19:01
    Calabroleso

    Come comincia: Ci sono tanti cani abbandonati qui, come me, forse abbandonati in maniera vile, come è successo a me. Questi cani fuggono di fronte all’uomo, per cui mi chiedo cosa sono io se accettano la mia presenza, se nel breve volgere di tre mattini sono riuscito ad avvicinarli tutti.
    Tutti tranne uno, il più piccolo, che scappa come una lepre se tento di accarezzarlo.
    Noto che è giovane dal suo salterellare, che ha un non so che di giocoso ma diffidente.
    Ancor prima dello spuntare del sole, da oltre questi monti privi di energia, ci raduniamo al bidone sul lungomare. Arriviamo alla spicciolata, posizionandoci in ordine sparso, e in silenzio ci chiediamo perché. Sui loro volti, così come sul mio muso, i segni delle umiliazioni bianche, dei sorrisi che promettevano cucce di rovere e hanno portato pini seccati da sole e fiamme, le cicatrici delle buone maniere che celarono torbidi inganni. Eppure regna un silenzio composto, nessuno che abbaia, che muove la coda, che prova a guaire. Tutti fissiamo un punto indefinito, ognuno il proprio, nessuno volge lo sguardo verso il mare, tra pochi minuti sorgerà il sole, che pure lui diverrà violento, e ci sarà da aspettare che se ne vada, cullandosi in quel dolce far nulla che non è proprio del mio vivere.
    Oggi siamo uno in meno al bidone sul lungomare, il più piccolo ha trovato una casa, o per meglio dire una spiaggia con tanto di famiglia. Ha capito quando quel ragazzo è arrivato e si è lasciato afferrare, è salito sul mezzo con un docile balzo che ne ho sentito l’oplà di gaudiosa esclamazione. Mi chiedo se tornerà a trovarci prima che me ne vada, che non so bene quando sarà, poiché sono cane anch’io e aspetto, come loro, chi mi ha abbandonato.
    Prima di abbandonarmi hanno tentato di uccidermi, ma non ci sono riusciti, addirittura il mio assassino ha lasciato l’autografo su questi fogli. La osservavo, tronfia nello scrivere, che ad ogni movimento delle dita udivo un colpo partire, indirizzato al mio cuore. “Al cuore Ramon!!! Se devi uccidere un uomo devi sparargli al cuore!!!” Quante volte ho udito questa frase, quante volte ho guardato questo film, ed ora lo stavo vivendo, subendo… Il “mio” Ramon indossava i miei calzoncini preferiti mentre sparava un colpo d’inchiostro dietro l’altro, successe tutto in pochi attimi, la fine di un per sempre, durato meno di un adesso, veniva così consacrata.
    Chissà se anche questi cani prima di venire abbandonati abbiano subito brutalità simili, degne di menti disturbate prive di qualsiasi scrupolo, chissà se anche loro sono stati giudicati, cancellati, abbandonati per via di un episodio, chissà se chi li aveva scelti fosse consapevole di cosa si va a toccare quando si decide di vivere con un cane. La risposta alla mia domanda sta tutta nelle loro espressioni.
    Nulla stupisce e meraviglia più della normalità di un gesto affettuoso, ma l’uomo vuole ben altro, avido di apparenza com’è, sempre in competizione, sempre pronto a confrontarsi nell’ambizione, nell’esibizione, sempre bisognoso di un nemico da combattere e non di un amico da coltivare, desideroso di stupirsi col pensiero, deludendosi poi ad ogni impatto con la realtà.
    Ho già dato loro un nome, il più grande che è un meticcio bianco e beige l’ho chiamato Iperbole, il suo omonimo, solo più piccolo di taglia, Isoscele. Poi c’è Pomicione, tutto nero e marrone, il quale dorme sotto una vecchia barca abbandonata, come lui, alla deriva tra sassi di pomice. Troverò un nome anche agli altri tre se ne avrò il tempo e l’ispirazione. Che strano, mi sembra di amare questo posto, nonostante tutto il male che ho ricevuto, forse perché ho trovato tra questi compagni il mio mondo, quello che cerco. Mi hanno rubato la mia solitudine lasciandomi senza neanche più quella, ma non sono riusciti a rubarmi l’anima. I ladri di polli non conoscono il significato di tale parola, ne fanno solo scempio, un po’ come i guerrieri più beceri fanno scempio dei cadaveri maleodoranti inneggiando alla pace e alla libertà.
    Saranno le palme i fichi i geki, saranno gli ulivi, la russalia, i gelsi, ma non riesco ad odiare nemmeno questo mare cattivo, che se provo a farmi cullare dalla sua agitazione, invece di trascinarmi al largo e finirmi, mi scaraventa contro sassi meno duri e testardi di me.
    Le nuvole, che riversano la loro disperazione sulla Sila, sono bianchissime a Luglio, la notte emanano luce, le vedi passare veloci, come quando sei al ristorante e noti passare portate odorose in vassoi affascinanti, con te seduto che aspetti il tuo turno, e quegli odori che accarezzano l’aria ti fanno quasi pentire di quello che hai scelto a scatola chiusa. Allora forse io sono una nuvola, e sono transitato di qua così velocemente da non aver lasciato traccia, o sono la scatola chiusa immediatamente cestinata dopo essere stata aperta senza nemmeno troppa cura. Non ho piovuto, non ho fatto piovere, son solo passato a fare un po’ d’ombra ma le nuvole attese eran ben altre.
    Ogni cane di questi, compreso me, avrà una sua storia che nessuno racconterà, pagine che saranno consumate dal vento, corrose dall’umidità, dimenticate dall’indifferenza.
    Eppure il cane ricorda quanto era bello passeggiare al fianco della propria vita, scelta, che pure un guinzaglio lo rendeva più libero di adesso. Torneranno le nuvole su questo paese che mi ha reso calabroleso, ne passeranno tante, più o meno veloci, più o meno cariche, ma nessuna saprà mangiarsi il sole, perché il vento è solo un pensiero che ti spinge più in la.
    Oggi è l’ultima alba che trascorro sul lungomare, sono arrivato per primo, che ancora l’aurora è padrona del mondo, mi siedo sulla umida roccia e aspetto.
    Non torna mai a riprenderti chi ti ha abbandonato, non può tornare chi non esiste.

  • 11 novembre 2011 alle ore 16:16
    La morale in tempo di guerra

    Come comincia: George Orwell scrive: " la scelta prima di essere uomini non è, di regola, tra bene o male, ma tra due mali. é possibile lasciare che i nazisti governino il mondo e ciò è male; oppure è possibile rovesciarli con la guerra, e anche questo è male. Non c'è altra scelta davanti a te, a seconda di quale si scegli, di non uscire con le mani pulite".... Personalmente non penso che mai potrò fare una guerra. Il solo pensiero di sparare ad una persona mi rabbrividisce, credo che non ci riuscirei. Altresì non penso che parteciperò mai ad una ribellione armata, anche contro il peggiore dei dittatori, perché on la storia delle guerre passate, e anche presenti ,ho capito che con la guerra anche un uomo moralmente giusto inizia, a volte , quasi a prenderci gusto nel far del male , o nell'ammazzare, il proprio nemico, e il guaio è che tutto è giustificato, dall'ideale, dalla causa: si ci accanisce tanto contro il proprio nemico perché si pensa che tanta cattiveria è utile alla causa ,e la coscienza sporca un prezzo da pagare in nome della libertà.
    Come dice Umberto Eco l'odio è così diffuso perché è capace di abbracciare tutta una moltitudine ,a differenza dell'amore che è selettivo, egoistico.
    L'ultimo esempio di guerra brutale è stato il conflitto libico, dove vi è stata una manifestazione di odio di massa in occasione della cattura di gheddafi: su you tube sono disponibili molti video, filmati con i cellulari, che immortalano la cattura dell'ex dittatore.Nel vedre questi video ho provato quasi vergogna d' appartenere alla razza umana . Penso che qualsiasi uomo, anche il più terribile, abbia il diritto ad una morte più degna... Gheddafi viene trascinato da centinaia di rivoltosi come se fosse carne da macello, buttato dentro un camion e subito dopo ammazzato.
    é evidente che l'odio per il nemico faccia perdere il rispetto per la vita umana!
    La versione ufficiale del governo di transizione è che gheddafi è stato ucciso in un fuoco incrociato tra i ribelli e le sue guardie del corpo. Ma la realtà, come dimostrano i video è stato frutto di un esecuzione sommaria.
    Ahimè, in tempi di guerra, seppure sorta per dar vita ai più alti ideali di democrazia e libertà, l'uomo perde tutta la moralità che gli è propria: anche per questo motivo la guerra è ciò che di più schifoso possa esserci al mondo...molti muoiono e altri smettono di essere uomini pur vivendo!

  • 11 novembre 2011 alle ore 15:33
    Tra il buio e la luce

    Come comincia: Attualmente sto per affrontare un grosso punto interrogativo, che mi porta ad un bivio, come ce ne sono tanti nel corso della vita di ognuno di no. Il mio è un buvio un pò particolare devo fare affidametno sulla fortuna e sulla volontà altrui, oltre che sulla mia determinazione.
    Ci sono dei giorni più omeno difficili, ldove la determinazione non è sempre così forte e sentita, anche es il desiderio di uscire da una situazione cos' compromettente come la mia può esesre molto marcato, in tale occaszione, appunto entra in gioco anche l'istinto di sopravvivenza e di conservazione che è radicato nell'essere umano.
    Ho avuto l'occaszione di far sentire la mia voce anche al giornale di Brescia e al Brescia oggi, ma ciò che cerco non è solo la risoluzione della mia grave situazione,ma anche uno spazio in cui potermi esprimere attraverso la scrittura.
    Viviamo in un momento storico di forte crisi ecoomica, per questo scirvere sui giornali non è semplice, diventa sempre più difficile se non si è affermati, anceh se le cose da dire sarebbero molte!! Purtroppo lospazio non è facile farsi ritagliare uno spazio, nonostante qualcuno possa avere elle conoscenze nel campo del giornalismo /cosa che non ho(.
    La nostra soceità è una democrazia "formale", ma non sostanziale, il forte prevale sul più debole.!

  • 09 novembre 2011 alle ore 23:16
    L'avventura di un attivista per la pace

    Come comincia: È una bella giornata, il sole tiepido, il cielo limpido, il mare sembra una coltre impassibile. Hanno scelto la mattina giusta per andare a pescare.
    Vittorio dice a Shane: “io vado insieme a Mutafiz. Tu vai insieme ad Amos?”
    “Si, va benissimo. Solo non so se sarò in grado di stare sopra un imbarcazione da pesca, è la prima volta per me”
    “Tranquillo, noi li dobbiamo solo accompagnare, per dargli un po’ di sicurezza. Devono capire che siamo pronti a rischiare proprio quanto lo sono loro” gli risponde Vittorio.
    La pesca sembra procedere bene, le lenze hanno già portato i primi pesci e si procede per l’utilizzo delle reti. Le due imbarcazioni decidono di fermarsi a sei metri dalla miglia.
    Verso le sei del mattino accade ciò che tutti temevano accadesse: i due pescherecci vengono intercettati da ben otto imbarcazioni militari Israeliane. Vengono da queste accerchiati e si vedono aprire un fuoco intimidatori intorno.
    “Il trattato di Oslo conferisce sovranità ai Palestinesi fino a venti miglia dalle coste della striscia e noi siamo solo a sei miglia dalle coste di Gaza, non riesco a capire perché ci sparano contro” dice Shane.
    “Semplicemente perché siamo palestinesi caro amico mio” gli risponde Amos.
    Vittori pensava che l’avrebbero ucciso, era questione di minuti. Gli puntavano addosso decine di fucili, pistole, canne di cannone. “Perché siete a bordo del nostro peschereccio?” chiese a loro, o meglio, chiese all’ufficiale che sembrava ricoprire il grado più alto. Continuò : “quale pericolo per la sicurezza di Israele rappresentiamo? Sono semplici pescatori che vanno a largo per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le proprie famiglie”. Non ottenne, però, alcuna risposta dall’ufficiale Israeliano.
    Vittori riprende a parlare: “ In quanto ben distanti dai confini Israeliani non riconosco la vostra autorità”. Così decide di iniziare una protesta non violenta: si arrampica sul tetto del peschereccio e da lì sull’impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le veli. I militari, altresì, non rimangono fermi, lo inseguono e gli puntano le pistole in faccia. Questa scena dura pochi istanti, fino a quando sopraggiunge un altro soldato che gli spara un colpo di pistola taser sulla schiena, ovvero una fortissima scarica elettrica che in un attimo lo fa accasciare a terra. Con Vittorio sul suolo i soldati – erano quattro – cercano di spingerlo di sotto sulla poppa, una caduta di tre metri che gli avrebbe procurato, come minimo, qualche frattura. Fortunatamente, con un colpo di reni riesce a gettarsi in mare, e vi rimase, nuotando lentamente verso la costa di Gaza, non curandosi degli spari che i soldati facevano arrivare a pochi centimetri da lui. Nuotò per una buona mezz’ora, con le navi che lo seguivano a breve distanza, ma i palmi delle mani si erano fatti blu, i denti iniziavano a battere, quindi, stremato decise di fermarsi e farsi trarre fuori dall’acqua dai soldati.
    Le navi si diressero verso il porto di Ashkelon . Vittorio continuava a tremare per il freddo, ma non poteva farci nulla, non si poteva muovere, stufi di lui i soldati gli avrebbero sparato con estrema facilità.
    Una volta arrivati al porto sono stati condotti fuori dalle imbarcazioni da guerra, lui e il suo amico attivista Shane, e videro una scena agghiacciante :tutti quanti i pescatori stavano inginocchiati nudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena , bendati. Avevano fatto tutta la traversata in mare in quello stato.
    Vittorio e Shane trascorreranno , poi , tre giorni in un angusta cella di Tel Aviv , popolata da insetti e parassiti.
    Nel buio della cella Vittorio non riesce a non pensare a quella terribile giornata in mare, dove per poco non è morto. Non riesce a scrollarsi dalla mente l’immagine di quel soldato israeliano che gli puntava la pistola in fronte, e pensa : “i loro occhi, dietro i passamontagna neri, sono la migliore rappresentazione dell’odio che mai mi è capitata di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste”.

     

  • 09 novembre 2011 alle ore 19:56
    Sigillo

    Come comincia: Serata sonnolenta davanti alla TV,  cullato da un qualche film soporifero e dal rumore dei grilli...  una notte di agosto qualsiasi. Il film è finito,  ma non mi va di seppellirmi sotto le lenzuola stasera...
    Ero lì lì per lasciarmi prendere dal sonno,  poi qualcosa lentamente si è fatto strada nel sonno e mi ha detto di uscire...  come un richiamo,  una voglia di uscire...  l'istinto?
    In fondo l'estate non durerà ancora a lungo,  di serate così chissà quante ne ricapiteranno di qui a poco,  e quest'inverno le rimpiangerò di sicuro.
    Giù dal divano,  vecchio mio...  scuotiamoci il sonno di dosso... 
    una rinfrescata per rinsavire mentre passa il telegiornale della notte,  e poi si va... 
    Il meteo prevede temporali per stanotte... poco male,  io me ne vado a strimpellare da qualche parte,  finchè durerà durerà.
    Mi vesto,  afferro la chitarra e mi richiudo la porta alle spalle,  diretto non so dove...
    Salgo in macchina e mi metto alla ricerca di un posto...  mi decido per una piccola baia nascosta in riva al mare...  stanotte ululeremo un pò io e questa vecchie sei corde.
    Certo che non riesco proprio a stare lontano da queste atmosfere: il mare...  gli scogli...  il tramonto che si fa notte...  il rumore delle onde mentre suono...  il vento nei capelli...  la salsedine addosso. .. il profumo e l'aria del mare che ti restano addosso anche quando te ne sei andato...  la pioggia che ti picchietta addosso mentre vagabondi lungo la spiaggia...  la luna che si riflette sull' acqua e ti bagna con la sua luce...  in qualche modo è in un posto così che la mia musica diventa veramente mia,  è in un posto così che ho vissuto le mie storie,  è in un posto così che sono quasi nato.
    E' in questi posti che il silenzio si fa quasi sacro,  e ti sembra di sconvolgere interi universi semplicemente sfiorando una corda...  e allora non è più questione di di musica...  diventa un rito magico,  primordiale e misterioso,  un incantesimo che non so mai spiegarmi.
    Passeggio un pò lungo la baia,  oltre a una pigra risacca si sentono a malapena dei grilli lontani,  il mormorio in alto sulle fronde degli alberi e il rumore dei ciottoli che sto spostando mentre cammino,  finché trovo uno scoglio un più esposto,  quasi a picco sul mare...  sembra fatto apposta per sedercisi e mi ci siedo.
    Mi sistemo e inizio a suonare: lentamente mi lascio prendere dalla musica,  e mentre sto suonando da ormai un'ora inizio a vedere i primi bubbollii all'orizzonte...  neanche si sentono i tuoni,  ci sono solo i lampi oltre le nuvole lontane che si distinguono a malapena nel buio.
    Inizio a suonare un ritmo voodoo,  qualcosa a metà fra un rito della pioggia e una visione Hendrixiana...  chissà che non riesca a tener lontana la pioggia...  il ritmo incalzante incessante inframezzato da un mantra: "Stay away... rainy day... ".
    Inizio una folle,  scalpitante sessione solitaria a base di Hendrix,  la chitarra sembra quasi posseduta,  febbrile mentre la tempesta si avvicina.
    Sento il ribollire del ritmo strisciarmi addosso come un serpente,  un tumore creativo di cui non afferro in pieno la forma ma che devo strapparmi di dosso in questo preciso momento.
    L'aria è elettrica,  sono sicuro che fosse giorno i colori avrebbero quell'aspetto strano e vivido,  i bianchi assumerebbero quell'intensità carica,  quasi abbagliante che possiedono solo negli istanti prima di un temporale...
    All'improvviso i tuoni,  mentre i lampi si fanno più vicini...  potrei andarmene ma ho voglia di sfidare gli elementi,  l'aria carica di elettricità mi accende i sensi,  mi sento ricettivo come un animale,  sento che potrei quasi cavalcare gli elementi.
    Posso quasi sentire il profumo della pioggia,  sto suonando sempre più forte,  gli alberi stormiscono sempre più forte,  le foglie danno un fruscìo misterioso e sempre più intenso...  all'improvviso un tuono...  un lampo più forte degli altri si staglia,  saetta e si scarica nell' acqua di fronte a me.
    Ho le mani ancora attaccate allo strumento: svanito il lampo dov'è caduto il tuono sembra esserci qualcosa...  l'acqua si muove,  una sorta di scia si muove e lentamente si avvicina.
    Non riesco a vedere molto,  l'oscurità è illuminata solo da lampi improvvisi,  e a tratti vedo la scia avvivinarsi dal punto di caduta del fulmine verso riva... 
    C'è qualcosa all'inizio della scia...  qualcosa che si distingue a malapena e diventa sempre più grande a ogni lampo.
    E' una figura quella che esce lentamente dall'acqua... e viene dalla mia parte.
    Dovrei alzarmi il più velocemente possibile e andarmene... ma le mani sono attaccate alle corde e continuano a suonare... e suonare... e suonare... 
    E' impossibile distinguere i tratti ma sembra una donna...  almeno finchè non si avvicina ancora.
    E a quel punto alle sue spalle si distinguono... ali?
    Ormai è vicina abbastanza da distinguere gli occhi...  impossibile capire se possa considerarla... un angelo? Un demone?
    All'improvviso un sorriso abbagliante misto di furberia e dolcezza,  come se tutti i tramonti del mondo uscissero dalle sue belle labbra... sento la sua voce intrigante,  bassa e un pò roca e non capisco se sia dolce o beffarda :"Hai chiamato,  sono qui per te"...  va bene,  il ritmo voodoo... il temporale... i tuoni...  ma questo è pura follia!
    No,  non ho chiamato proprio nessuno,  me ne stavo qui beato e... 
    "Hai chiamato,  sono qui per te...  avrai quello che cerchi".
    Gli occhi quasi d'oro,  un manto di ciocche scomposte e impazzite nella tempesta  nascondono e svelano il suo collo delicato ma altero,  le sue spalle eleganti e fragili...
    il suo piccolo seno da bambina... mentre esce lentamente dall'acqua.
    E' vicina abbastanza da toccarla,  ormai...  mi sta fissando: "Ora suonerai la tua musica più bella".
    Mi chiude gli occhi,  mi sento scuotere,  mi sento addosso all'improvviso due labbra morbide,  rotonde,  calde come fiamme,  sento un rumore simile ad ali che si aprono e contemporaneamente la strana sensazione di venire sollevato da terra.
    Che mi sta succedendo? Chi o cosa sto tenendo o mi sta tenendo fra le braccia?
    Sento qualcosa sul collo,  mentre la sento leggermente...  ghignare? Qualcosa di freddo come il ghiaccio e un attimo dopo bollente come una fiamma...  come se la carne mi venisse presa fra i denti e la pelle quasi strappata,  un attimo di dolore improvviso...  e poi piacere quando la sua lingua aspira quello che resta della mia resistenza insieme alla mia carne...  non sopporto oltre la tensione,  angelo o demone sento che adesso sta in me.
    Cerco il suo collo: così sottile...  così delicato...  c'è da perderci la testa,  da impazzire affondando nel profumo della sua pelle così morbida... è qui che dovrebbero andare a morire tutti i baci del mondo... con un movimento secco e flessuoso del capo scosta i capelli e me lo porge ridendo... ai baci seguono baci e ai ghigni rispondono ghigni...  cresce un lupo a ringhiarmi dentro,  raggiungo un punto fra il collo e la spalla e affondo finchè sento nella bocca il gusto della sua pelle,  la consistenza della sua carne... ha lasciato il suo sigillo su di me,  ora è giusto che sia il lupo a sigillarla a sua volta; il lupo che fa a brani l' agnello...  il vampiro che svena la vittima...  l'ape che si disseta del nettare di un fiore meraviglioso...  la sento soffocare un gemito,  le ho lasciato un tatuaggio profondo e umido,  lo sento sotto la lingua mentre lentamente stacco le labbra dalla sua pelle...  e mi accorgo solo ora del tutto che ci circonda,  del limbo nel quale navighiamo...  da pari a pari?...  chi è l'angelo adesso? Chi è il demone?
    Mi ha reso simile a lei,  qualunque cosa sia... 
    Ci sento come fossimo al centro di un vortice che sprofonda in alto,  vengo circondato da musica meravigliosa mai sentita prima...  sento ogni parte di lei schiudersi intorno a me...  si arrende... mi accoglie...  scivolo,  sprofondo in una dolce vampata di resa...  rotoliamo insieme nel vortice...  potrebbe essere d'aria,  di musica...  o forse d'acqua? Non distinguo più il limite fra lei e me...  raggiungiamo il culmine in un fremito mentre la sento sussurrarmi: "Qui saremo soltanto musica...  per sempre".
    Acqua... .è acqua...

  • 09 novembre 2011 alle ore 10:01
    "Cara Italia..."

    Come comincia:



    Cara Italia,
    ti scrivo come una figlia scrive alla propria madre, per avere la sua comprensione e lasciarsi cullare dalle sue braccia. 
    Mi chiamo Berta ed insieme a Salvatore, in un piccolo paese della Sabina, in una casa che non era nostra e al lavoro nella terra dei Marchesi, legittimi proprietari per nascita, abbiamo gettato le basi per realizzare il sogno di vivere le gioie della famiglia. Nascere in una famiglia povera è già un'ingiustizia e lavorare la terra di un altro uomo... è una delle altre che dobbiamo subire perché l'uguaglianza è, e rimarrà, solo un'utopia. Noi eravamo ricchi solo di lavoro; dei raccolti rimaneva ben poco, dopo averne consegnato i due terzi al padrone, e, dal ricavato della vendita del bestiame, eravamo quasi sempre esclusi. 
    I figli non si sono fatti attendere ma vederli penare per fame o  per freddo...non chiedevano l'agio o il superfluo, ma lo stretto necessario e qualche opportunità per il futuro. Dimmi, Tu, Italia, od altri avreste spianato loro la strada affinché potessero mettere a frutto i talenti che, alla nascita, vengono assegnati ad ognuno di noi, a chi più a chi meno? Nessun'opportunità, ne ero certa.
    Abbandonammo, così, i nostri averi più grandi, gli "affetti", genitori, zii, cugini e tutti gli amici tranne due che portammo con noi: Evelino e Colomba... i nostri figli. Partimmo nel 1909 imbarcati sulla Luisiana, da Napoli, verso l'America. Abbiamo percorso la dura strada dell'emigrante che deve convivere con la nostalgia per te, Italia, e per i familiari lontani... negli occhi le colline coperte di vitigni generosi, la bellezza dei monti, i piani coperti d'oro nel mese di giugno e i canti della tua gente che, con la falce in mano, ne mieteva le messi... Sono stata tante volte sul punto di gettare la spugna, ma c'erano i figli, quelli che erano nati in Italia e quelli che si erano aggiunti: Chiara nel 1909 e Italia nel 1912. Sì, la nostra quarta figlia ha il tuo nome a sottolineare ciò che rappresentavi per noi, sentimento che non si era affievolito con la lontananza, anzi...
    Nel 1915 nacque Vincenzo o Gimì come fu poi chiamato da tutti. Superammo il periodo in cui mio marito Salvatore si ammalò di broncopolmonite, perse il lavoro e non bastarono gli aiuti di anime pie e di quelle dell'assistenza sociale a sostenere la nostra numerosa famiglia... Avremmo perso anche la casa se il proprietario non ci avesse offerto una villetta che non riusciva ad affittare perché si diceva in giro che la sera fosse infestata da fantasmi. La cedeva a titolo gratuito per due anni, a noi,  con il compito di ripulirla dalle presenze, che i rumori e le grida provenienti da quell'edificio, sembrava confermassero in pieno.
    Naturalmente non era vero. Non c'erano fantasmi  ma solo bande di delinquenti e prostitute che l'avevano scelto come covo.  Salvatore, barricato all'ultimo piano insieme a noi, ai primi rumori, o urla o semplicemente al primo muoversi di foglia, sparava nella tromba delle scale o dal terrazzo tutt'intorno alla casa, vari colpi con il fucile che aveva chiesto ed ottenuto, insieme a cinquanta cartucce, dal padrone di casa. La fortuna per la quale  avevamo affrontato il lungo viaggio era finalmente  a portata di mano. 
    Mio marito chiamò i suoi fratelli Luca e Nazareno ed anche tre dei miei, Eliseo, Baldassarre e Sestilio  e poi numerosi paesani Pio, Armando ed altri. In questo modo riempì la villetta di uomini italiani onesti e forti che in poco tempo la resero una delle residenze più tranquille di Mount Vernon di New York. Evelino era diventato un ragazzo,  frequentava la scuola con buon profitto ottenendo lodi anche nei corsi di nuoto; nel tempo libero andava sul ponte di Brooklyn da dove si tuffava per andare a ripescare le monete che i passanti gettavano in acqua per lui. Anche i fratelli, quando furono in grado di seguirlo, andarono ad ammirarlo in quei tuffi.... Italia era un'adolescente modello e mi aiutava nei numerosi e pesanti lavori richiesti per mantenere la pensione di trenta stanze in cui avevamo trasformato la villetta che ora ci dava soddisfazioni economiche e di prestigio. 
    Gimì, invece, era un discolo. Il più piccolo, il più terribile, il più disubbidiente... mi ha procurato tanti spaventi ma rimane il più amato. Ho temuto per la sua vita quando è tornato a casa, urlando e piangendo, tenendosi il dito medio della mano destra, ben stretto nella mano sinistra per bloccarne il sangue... troppo piccolo per spiegare cosa fosse successo e non si seppe mai come, chi o cosa l'avesse mutilato. 
    Istintivo e imprevedibile, un giorno, dal suo giro per il quartiere con i fratelli, tornò a casa sbandierando una pistola trovata chissà dove, la puntò allo zio Sestilio, seduto in cucina... " Hands up!" Intimò. Lo zio alzò le mani, stando al gioco. Partì un colpo che, fortunatamente, sfiorò lo zio... grande confusione, corse gente di casa, vennero agenti. Sarebbero stati guai per  noi se Evelino, nel suo corretto americano, non fosse riuscito a spiegare alla polizia la dinamica dei fatti  Nel 1917  diedi alla luce Cherinna, l'ultima figlia. La fortuna era lì, potevamo allungare una mano, prenderla, farla nostra... ma così non è stato. 
    Due anni dopo, nel momento in cui raccoglievamo il frutto delle nostre fatiche, mi ammalai. Sotto la mia resa definitiva però, nel 1920, c'era la firma della mala sorte che si accanì  contro di noi e, senza un motivo, mi portò via Colomba e Chiara con malattie come la difterite  e le convulsioni,  che oggi non spaventano più... Un dolore immenso, il colpo di grazia per la mia salute. Il medico di famiglia mi consigliò di tornare in Italia dove potevo guarire con l'aria pulita e il mangiare ogni mattina il siero del latte dopo aver tolto il formaggio... 
    Ed eccomi qui, sulla Louisiana, mentre saluto il mio sogno americano,  destinazione il porto di Napoli.  Italia, sto tornando da te, con Italia, Cherinna e Gimì.  Mio marito Salvatore ed Evelino sono rimasti a New York per vendere l'attività che ci stava arricchendo, ma a quale costo! Nel mio cuore non c'è gioia, quella che avevo immaginato e sognato come compagna del mio ritorno; oggi lascio qui, in America, un pezzo di cuore.
    Torno da te con ferite che non si rimargineranno. Tu sii clemente, dammi un po' di tempo,  un giorno, forse tornerò ad amarti.
    Berta Bernardinetti 
    New York aprile 1921

  • 08 novembre 2011 alle ore 16:47
    C'è di peggio

    Come comincia: «È proprio vero che poco prima di morire ci passa davanti tutta la nostra vita: la spinta vendicativa data a Luigino, bambino odioso e prepotente; le tette della Corsini, puntate fugacemente per tutti gli anni delle scuole superiori (sei, a dire la verità, perché in terza mi feci bocciare apposta per stare nella sua stessa classe anche l'anno successivo); il bacio rubato alla turista tedesca ma il sesso mai consumato, la finale di Champions League vinta ai rigori, e poi lei... il primo giorno in cui l'ho vista...»
    «Io non mi ricordo niente, ero ubriaco. L'ultima immagine che mi è rimasta sono i lampeggianti colorati dell'ambulanza. Ma almeno me la sono spassata.»
    «Sì, certo, se morire soffocati dal proprio vomito significa spassarsela...»
    «Così puoi star sicuro che si ricorderanno di me. Ce la vedi una rockstar a morire di infarto, a ottant'anni suonati, tra il reparto latticini e quello insaccati del supermercato?»
    «Forse hai ragione, a ognuno la morte che si addice di più. In qualche maniera siamo noi a sceglierla, col nostro stile di vita.»
    «Da parte mia volevo solo lasciare un segno, e penso di esserci riuscito. Al diavolo tutto il resto.»
    «Già, tu hai scritto canzoni, fatto concerti sold out, recitato in dei film. Ti hanno persino inserito in un videogioco. E poi tutte quelle groupie finite nel tuo letto, quante saranno state?»
    «Eh, difficile dirlo... trecento... quattrocento forse, che ne so.»
    «E io, invece, che ho fatto di importante? Cosa?Novemilasettecentocinquantasei pratiche archiviate, sai a chi gliene frega... E poi un'unica donna, lei...»
    «Eri un romantico, che ci vuoi fare...»
    «Capirai...»
    «Che fai, adesso, rimpiangi tutto quello che hai fatto?»
    «Hai ragione, non serve a niente... Però sai una cosa? Hai presente quando ti ho raccontato come sono morto?»
    «Certo, mi hai detto che un camion ti è venuto addosso.»
    «Sì, ma non è propriamente esatto... Vedi... sono io, in realtà, che gli sono andato addosso.»
    «E che differenza fa?»
    «Stavo andando da lei a velocità sostenuta, ero un po' in ritardo. Poi mi ha telefonato, probabilmente per sapere dov'ero di preciso... Io ho guardato il display, mi sono distratto e...»
    «E boom, preso in pieno il camion.»
    «Non trovi che sia un po' colpa sua?»
    «Beh, in genere si dice che certe cose devono succedere e basta... però, se ti fa sentire meglio, posso anche dirti di sì, è stata un po' colpa sua... Comunque scusami, adesso devo scappare.»
    «Perché non rimani un altro po'? Magari ci facciamo una birra.»
    «No, grazie, non riesco più a berne dopo la mia morte, mi capirai... In ogni caso, ho un appuntamento con una, sai com'è... gran sesso tutta la notte e poi la rispedisco al mittente.»
    «Beato te... io farò un salto di là, dai vivi, e andrò a spiare lei.  S'è comprata anche una vestaglia nuova, molto sexy. Mi piace guardarla...»
    «Fedele anche da morto, tu non ti smentisci mai... Dai, devo andare. Ci becchiamo alla prossima.»
    «Ok, ciao, ciao. Vai pure a fare del gran sesso...»
    Nell'aria volteggia un biglietto e pian piano finisce a terra, mostrando una scritta. Il biglietto viene raccolto.
    «E questo cos'è? “Amore mio piccolo, sono timido lo sai, per cui ti scrivo. Ci vediamo stasera alla solita panchina del parco, guarderemo i bianchi cigni tutta la sera. Ti amo, cucciolo.” Hai capito, la rockstar: gran sesso tutta la notte, la rispedisco al mittente... Certo, come no... Vabbè, meglio che vada anch'io, a quest'ora lei torna dal jogging e si fa la doccia. Colpa sua o no, chi se ne frega se sono morto. C'è di peggio, in fondo.»

  • 07 novembre 2011 alle ore 15:54
    Violino brasiliano

    Come comincia: Carissima mamma e carissimo papà,
    non vi lascerò sulle spine e vi dirò subito com’è andato il nostro matrimonio.
    Molto semplice, con pochi intimi (parenti di Manuel e Rosa), nella chiesa del Santissimo Sacramento, al centro del paese principale dell’isola; una chiesetta tutta bianca e d’oro, circondata da casette antiche dai toni pastello, verdi, azzurre, che sembravano case di bambole. Era come se l’isola intera fosse diventata una grande chiesa, per tetto un cielo azzurro come non l’avevo mai visto in vita mia e per colonne palme da cocco gigantesche e alberi di mango. C’era di che illudersi che non fosse vero niente, che fosse tutto soltanto un sogno. E non potevo non esser parte di tutta quell’esuberanza di vita, sembravo una pianta tropicale anch’io tutta vestita di verde (non me la sentivo di vestirmi di bianco); tanto più che la paglia larghissima che avevo in testa Rosa l’aveva decorata con un arcobaleno di orchidee, una sola valeva un intero bouquet.
    La prima cosa che si è diffusa qui al nostro arrivo è stato il mio passato. Com’è vero il proverbio “tutto il mondo è paese”! Parenti e comari di Manuel facevano di tutto per non darlo a vedere, ma io sentivo quel che dicevano, quando non ero presente. Che è successo a Manuel? L’Italia l’ha fatto impazzire? Ha forse dimenticato quell’angelo di Tereza, coprendo d’infamia la sua tomba, per sposare una sgualdrina come quella lì? Se non fosse stato per l’amore di Manuel e la dolcezza di Rosa, non so proprio come avrei fatto a sostenere i loro sguardi, in chiesa.
    Non perché mi sentissi la Signora delle Camelie, la Maria Maddalena schiacciata dal giudizio dei benpensanti.
    Era perché li capivo. Non è facile neanche per me seppellire Stella Flery, bambola da cabaret, con tutto il fango e i segni di bruciature che si trascina addosso. Voi l’avete vista già morente, quando Manuel aveva già fatto quasi tutto. Non credo voi possiate avere qualche idea di quello che ero diventata, dacché a quattordici anni scappai da Napoli e da casa, e non mi curai di quanto dolore vi avrei dato, per andare a gettar via la mia vita nei tabarin di Roma.
    E poi, quando incontrai quell’uomo!
    Non dovrei dirlo ma mi sembra di odiarlo ancora tanto; nello scrivere il suo nome, Manrico Caffarelli, sento un gran disgusto. Non l’ho mai amato, mai. Allora non avevo ancora odio per lui, perché ero troppo debole perfino per odiare. Ma, d’istinto, mi nauseava. Mi aveva nauseata fin dalla prima gara di tango cui mi aveva trascinato; e io non potevo non lasciarmi trascinare. Almeno lo avrebbe pensato qualunque altra ragazza al posto mio. Affascinava il nome, solo a sentirlo pronunciare si doveva svenire come mosche. Manrico Caffarelli, duca nientedimeno, con una di quelle famiglione alle spalle da far venire la pelle d’oca. Manrico Caffarelli, re del tango, del vero tango argentino, imparato direttamente dai tangeros di Buenos Aires. Manrico Caffarelli, imperatore delle sale da ballo di tutta Europa, con cui nessuno, ballerino da palcoscenico o da alta società, osava misurarsi.
    Ma il fascino è presto svanito, ed è rimasta solo la nausea.
    Avevo lasciato che lui distruggesse la mia vita, e non m’importava d’esser diventata Stella Flery, l’etoille del Bal Tabarin, con tutta la crema di Roma ai piedi, l’appartamento di lusso a Piazza di Spagna, eccetera, perché era lui ad avermi in pugno, ad aver fatto di me la sua schiava. E nessuno poteva aiutarmi, perché ero io a non volerlo, nel senso che non avevo più volontà. Così, anno dopo anno, a forza di urla da parte sua e di silenzi da parte mia, mi assottigliavo sempre di più, fino a diventare più che trasparente: fumosa, il gesto di una mano sarebbe bastato a farmi sparire.
    Ma ditemi, carissimi mamma e papà, era vita quella? O piuttosto una morte lenta?
    Avevo sempre la febbre addosso, cosa che non potevo dire a nessuno o mi avrebbero sbattuta fuori; sfido io, vivevo praticamente di notte. Si contavano sulle dita le volte che uscivo di casa prima di vedere i lampioni accesi dalla strada. Di giorno, anche quando veniva il maestro di ballo, anche quando facevo le mie otto ore quotidiane di ginnastica, tenevo sempre le persiane chiuse; quasi avevo dimenticato com’era fatto il sole. E la mia pelle parlava per me, le vene si vedevano tutte. Anche le ossa, ho toccato i quarantotto chili. E tutto quello che sapevano dirmi è che sembravo Mata Hari. «Come sei bella, sei proprio l’immagine della malata d’amore!» Quasi ci credevo anch’io all’immagine che loro si erano fatti di me. Mi risuona ancora nella testa la frase che Manrico diceva, quando si divertiva a provocarmi e la mia rabbia veniva fuori: «Pupattola mia, che cosa credi di fare? Tu non ci saresti nemmeno senza di me». Avrei dato tutto per provare qualcosa che somigliasse anche lontanamente a un’emozione, una qualsiasi; ho avuto perfino nostalgia delle due o tre lacrimucce che versavo al cinematografo da ragazzina davanti a una storia d’amore da mezza lira. Ormai ero soltanto questo, una bambola da cabaret, fatta per essere bella e basta; tra palcoscenico e tango, per poi finire, quando fossi venuta a noia agli uomini, in un letto d’ospedale, dimenticata da tutti, come la bella di cui cantavo nel mio cavallo di battaglia, mentre sul palco ballavo da sola mordendo una collana di perle. Forse l’avete sentita qualche volta alla radio, la incisi anche in un disco.

    Addio tabarin, mie regge smaglianti d'or,
    Gai e folli mercati d'ebbrezza e di fugaci amor.
    Tabarin, quanto oblio mi desti tu,
    Da quel di che laggiù la carezza d' un tango mi chiamò
    E a scordar mi aiutò che dovevo finir
    Un dì così.

    E che anch’io dovessi finire così sembrava scontato a tutti. Anche a me. Non soffrivo nemmeno più. Mi guardavo allo specchio e vedevo, sotto il trucco, un volto sgualcito e consumato. E né più né meno di Caffarelli erano gli altri uomini, e non mi riferisco solo ai generali del partito fascista, che a parole non sopportavano le dorature e le abat-jour rosse del Bal Tabarin e poi venivano a sbavare dietro a me come dietro a una cagna in calore. Credevano di poter avere tutto con i soldi, la leggevo nei loro occhi quella smania di comprare tutto per tutto annientare. E così compravano e annientavano anche me. Una bambola da cabaret.
    Oh, ma io vi affliggo con le mie riflessioni invece di parlare di cose belle!  Forse non vi va neanche tanto che io parli di quello che per voi come per me è stato un buco nero, e non mi aspetto certo di recuperare cinque anni perduti solo con una banalissima lettera, ma se vi scrivo tutto questo lo faccio pensando a quella Domenica delle Palme, quando Manuel mi fece quella sorpresa, portandovi con lui alla chiesa del Gesù.
    E voi non mi chiedeste niente. Non mi rimproveraste niente. Non mi rinfacciaste niente. Mi abbracciaste e basta.
    Manuel è sempre pieno di sorprese. Anche ora, appena sposati, ha deciso di organizzare un ricevimento semplice ma speciale: una festa in riva al mare. Ci siamo sposati di pomeriggio, e la festa è cominciata al tramonto, alla luce di lanternini di ceramica, con una bellissima orchestrina in stile locale, con chitarre, tamburi africani e una fisarmonica. Il tutto in un misto di colori e aromi, danze a piedi scalzi, Rosa e la sua piccola Mariana che, come sempre, hanno superato se stesse ai fornelli. E tanta, tanta allegria.
    Ma la vera sorpresa è venuta dopo la festa, nella casetta rivestita di mattonelle bianche dipinte d’azzurro come fosse di porcellana.
    La mia prima notte di nozze.
    Ero turbata e impacciata come una vergine, e non lo sono più da un pezzo, a riprova di quanto lui mi abbia cambiata.
    Ora capisco perché non ha mai voluto che succedesse prima d’ora: avrebbe rovinato tutto.
    Mi ha abbordato in tutt’altro modo, più profondo, in un certo senso più doloroso di questo; così mi sarei semplicemente gettata in pasto a lui e mi sarei bruciata per l’ennesima volta. Sarebbe stato troppo facile, e io avrei perso un’occasione.
    E ne ebbi la vaga sensazione fin dalla prima volta che vidi lui, segretario all’Ambasciata del Brasile, un segretario qualsiasi da scartoffie e da macchina da scrivere, ballare insieme a sua sorella Rosa il samba, quella danza della sua terra, sentii per la prima volta quella passionalità irresistibile e solare da Brasiliano che mi ha messa sottosopra, mi ha ripulita di tutto quel fango e mi ha trasformata in tutt’altra persona. Detta così, la cosa potrebbe sembrarvi strana, forse anche abbastanza ridicola. In pochi pensano che otto passetti a suon di musica possano muovere qualcos’altro oltre le gambe. Invece è proprio così, è stato anche per quella danza, per la samba, che il calore fervido e violento di Manuel mi ha conquistata tutta intera.
    Quel raggio di sole tropicale ha portato alla luce la pelle sotto la porcellana, sotto gli abiti Worth, i gioielli Cartier e quella dura maschera da scettica blues che Caffarelli e tutti gli altri mi avevano costruito sulla faccia. Non è stato indolore per me permettere che lui educasse il mio corpo a lasciarsi catturare dal ritmo della musica, e soprattutto che educasse la mia testa ad un diverso modo di pensare. Fui costretta ad acconsentire ad ogni suo capriccio, pranzare a casa sua, andare con lui in chiesa ogni domenica, prender lezioni di cucina da Rosa, giocare con la piccola Mariana. Malgrado tutto, quella zappa, affondando nella mia terra, con l’abitudine che non avevo più al calore di una famiglia, ha scavato un buco abbastanza grande perché Dio potesse gettarvi il seme, e, quando questo seme è sbocciato, la persona è saltata fuori dalla bambola, e ha potuto vedere che meraviglia è la vita.
    Mi resta in mente un verso di una canzone samba, quella di quando Manuel mi baciò la prima volta: “Tutto il mondo non vale il cuore di chi è innamorato”.
    Ma non mi sarebbe bastato sentirlo solo cantare, anche se c’erano le labbra di Manuel di sottofondo a dirmi che era vero. Ci dovevo sbattere la testa contro. «Por que l’amore è dare», come dice lui.
    E io, che volevo che mi consumasse come tutti gli altri! Quanto ho bruciato di desiderio, notti intere, per il suo secco no, per i suoi rifiuti continui! E doveva far così, doveva, perché Stella Flery morisse e Giovanna Iannone potesse tornare alla vita.
    Da Manuel e Rosa ho fatto tanta esperienza. Rosa, maestra nello stufato di gamberoni e nell’affrontare le prove più spaventose con il sorriso sulle labbra. Rosa, con tutte quelle statuine di santi e di madonne sul comò, ognuna con un rosario di colore diverso. Rosa, con la sua piccola Mariana di dieci anni, dai capelli corvini e dalla pelle color cannella, come la madre e lo zio. Rosa, con la sua bellezza e il suo slancio tutto brasiliano nella danza. Rosa, con la sua croce di esser stata violentata a diciassette anni e di dover crescere una figlia da sola.
    E dire che all’inizio li avevo presi per pazzi, tutti e due. Mi dava quasi fastidio quel sorriso che vedevo loro sempre stampato in faccia, quando li incrociavo alla scuola di ballo che avevano aperto alla Suburra. Mi dava fastidio che i muri della saletta fossero tappezzati degli acquerelli che Rosa si divertiva a dipingere, quelli che rappresentavano il mercato a Bahia, la processione di Nostra Signora dei Naviganti, il Carnevale. Mi dava fastidio che loro vedessero colori accecanti quando io vedevo tutto nero. Sono nati già storditi dal sole dell’Equatore, mi dicevo.
    Adesso so che non è così, che non è questione di temperatura o di latitudine, ma di persone. E Manuel e Rosa sono persone speciali, speciali come voi, carissimi mamma e papà; ognuno a suo modo. Queste due cose si sono incontrate quella famosa Domenica delle Palme, e fu allora che il seme sbocciò, che la porcellana si ruppe; quando sentii che non avrei vissuto un giorno di più a quel modo, che finalmente quella febbre mi aveva lasciata. Giovanna Iannone era ritornata a vivere. Credo che ricordiate ancora la risata liberatoria che mi scappò là dentro, e rovinò tutta la benedizione delle palme.
    Ma quanta fatica c’è voluta! Soltanto un uomo come Manuel poteva imbarcarsi in quest’impresa. Con tutto il rischio di finire come l’esca che il pesce prende e poi scappa. E con tutti i sensi di colpa che gli vennero all’inizio per aver rotto la fedeltà alla memoria della sua prima moglie. Non è stato uno scherzo cominciare con le lezioni di ballo e poi passare a tutto il resto, ma io non riuscivo a negargli nulla, quando mi guardava negli occhi. S’è mai visto un paio d’occhi più neri, più intensi, più profondi, che quando vi si posano addosso, pare vogliano tirarvi fuori l’anima? All’inizio non li sopportavo quegli occhi, mi faceva paura che lui mi fissasse in quel modo; ma allo stesso tempo facevo di tutto per farmi guardare.
    Ora so perché.
    Un proverbio brasiliano dice: “Una goccia d’acqua batte tanto su una pietra dura che ci fa un buco”. Ed è stato proprio così, carissimi. In realtà, in un angolino del mio cuore, troppo buio perché anch’io potessi vederci, io volevo che facesse così, volevo che quello sguardo s’insinuasse nei miei occhi, mi accendesse il cuore, mi mettesse sottosopra il cervello, e comunque avevo paura che sarebbe rimasto tutto come prima. Invece è successo, ho trovato la forza di liberarmi dalle catene che m’imprigionavano fuori e dentro (comprese quelle con cui Manrico mi teneva in suo potere), ho rotto con quella morte lenta, e ora sono di nuovo io. Non sono più una bambola!
    Ma perché tutti devono pensare che corpo e anima debbano per forza combattersi? Perché tutti devono pensare che è l’istinto quello che ci vuole per essere felici, quando servono tutti e due? San Giorgio potrebbe sconfiggere il drago senza il suo cavallo? E il cavallo cosa farebbe se San Giorgio non lo guidasse? Andatelo a pescare un uomo che la pensi così! Tutti gli uomini che ho conosciuto volevano solo il mio corpo. Solo quello, e basta. Come se io fossi un po’ di carne da palpare rivestita di biancheria di pizzo, preferibilmente francese. Appena mettevano gli occhi su di me, mi chiedevano un appuntamento, e non per una visita di cortesia; anche quelli che sembravano i più corretti, quelli che mi baciavano la mano, alla fine volevano quello. Manrico mi chiamava la sua piccola fumata d’oppio. Persino i miei colleghi del Bal Tabarin, nelle rare serate in cui ci riunivamo a casa mia davanti ad un bicchierino di cognac, sapevano parlare solo di quello. Ah, ho passato una nottata magnifica a casa della moglie del signor Tal dei Tali, sapeste che roba! Tutte cose ipocrite, finte, vuote! È così sconfortante!
    Manuel è invece un uomo autentico, un uomo che sa d’esser fatto di carne e di spirito. E che sa usare allo stesso tempo l’uno e l’altro. E questo si vede, in tutto quello che fa: dal fuoco che arde dal suo corpo da atleta color caramello quando balla, alla profondità che sento nella sua voce e nei suoi occhi neri quando mi fa certi discorsi, fino alla dedizione totale di tutta la persona quando mi bacia. Della stessa identica pasta è fatta Rosa: cocco e cannella condite con una buona dose di peperoncino, e con in più una devozione da madre eroica. E, con tali esempi, scommetto che anche Mariana diventerà così, quando sarà grande.
    La loro è una razza quasi unica, credetemi. Si può dire che il mio è stato un autentico miracolo: soltanto un uomo così poteva avere la forza di trasformare un mucchio di cenere in una foresta rigogliosa come quelle di questo Paese. Per questo ora non mi vergogno di quello che è stato il mio passato, anzi vorrei raccontarlo a tutti perché solo così si può capire quanto Dio è buono.
    Qui ora è notte, sono seduta sulla sedia a dondolo nella mia stanza. Mentre scrivo ascolto la radio italiana. Ora stanno suonando “Violino tzigano”, proprio il tango che ballai con il Caffarelli la sera in cui conobbi Manuel, alla gara in cui lo vidi ballare il samba al Bal Tabarin: l’unica volta che lo vidi lì. Ascoltarlo non mi turba, perché ora so che da quella sera la mia vita non fu più la stessa. Mio marito dorme, non gli dà fastidio la radio accesa, anzi, gli piace. Qui fa molto caldo e lui dorme sempre mezzo nudo, e a me che lo guardo pare sprizzi sole anche nel sonno. Lo guardo e mi dico, finalmente sto vivendo sul serio, ho accanto a me un uomo forte e vero, una vera amica, e, lontani ma non meno vicini, due genitori meravigliosi.
    Non temete, carissimi, tempo qualche mese e torneremo in Italia. Manuel deve riprendere il suo lavoro all’Ambasciata.
    Abbiamo molto da fare anche a Roma: io sarò la sua alleata. Io e lui abbiamo una battaglia da combattere, in nome dell’essere umano e del suo Creatore, contro le onde di crudeltà e d’indifferenza che s’innalzano da ogni parte. Lo so, i tempi non sono i migliori per questo genere di battaglia, ma io ho intorno al polso il rosario giallo e viola dell’Addolorata. Rosa me lo diede tre mesi fa, e mi disse che quella era la mia protettrice. La sua è la Madonna della Candelora, dal rosario lilla.
    «Nossa Senhora de Pena» mi disse Rosa quando me lo diede «è la patrona delle piante, dei fiori e di tutto quello che è verde. Vedi che dalle Suas mani giunte spunta un grande fiore? Le Suas lacrime sono come la pioggia: cadono a terra e la fanno fiorire».
    Eue o, Senhora de Pena! Salute a te, Addolorata! Come vorrei che questo grido risuonasse dal Portico di Ottavia a Piazza di Spagna e riportasse alla vita e alla gioia quella gente! Roma sta soffocando, sta perdendo la speranza. Chi è sceso all’inferno lo può ben dire. Lì si sente da vicino questa nuova malattia che ci sta intossicando (non ne dico il nome, non sia mai dovessero sequestrare la lettera!).
    E ora, che sono costretta a chiudere, in attesa di una nostra prossima visita a Napoli, spero tanto che la prossima volta che mi vedrete sarà con il pancione.
    Itaparica (Bahia), 5 marzo 1928

    Giovanna Iannone Galvão

  • 07 novembre 2011 alle ore 0:42
    Solo un attimo...

    Come comincia: Impietrita davanti ad una luce fredda, anonima, di uno schermo, mi fermo a pensare...pensare a cosa possa significare vivere realmente ogni singolo attimo della propria vita. Ogni secondo, ogni momento a nostra disposizione, senza permettere a nessun soffio di vento di spazzare via i nostri desideri celati, le opportunità offuscate dalla sempre più banale quotidianità.
    Un singolo attimo della nostra vita... può essere colmo di gioia, di sorrisi e abbracci. Una carezza sfiorata, un bacio rubato, un sorriso accennato, una dolce parola sussurrata timidamente. Allora ogni singolo attimo della nostra vita diventa prezioso, importante, significativo. Permette di continuare a sognare all’infinito, ogni volta di più, fino al gradino più alto.
    In ogni singolo attimo le nostre emozioni possono essere vissute intensamente, talvolta al punto tale da poter mettere in discussione la nostra stabilità interiore e polverizzare tutte le certezze.
    Le emozioni possono diventare manifeste, possono entrare prepotentemente nella realtà di un pubblico sconosciuto, il quale ci osserva immobile, lasciandosi trasportare. E per quello stesso pubblico non siamo altro che piccoli, microscopici granelli di sabbia immersi in un oceano di momenti, singoli attimi. Essere creature sconosciute non significa però non poter trasmettere emozioni. Spesso, proprio colui che non si conosce, diviene un volto conosciuto che tramite un sorriso, una buffa espressione, un gesto da campione o una parola carismatica, colma di emozioni i nostri stessi attimi, facendo crescere sensazioni e speranze.
    Ma talvolta, quando meno te lo aspetti lo stesso attimo di gioia può trasformarsi in un mostro, una creatura orribile, che facendosi spazio prepotentemente nelle nostre vite indifese, rimbombando amaramente, sottrae a noi la felicità in modo meschino e crudele. Come un tuono che riecheggia rumorosamente in una brillante serata estiva, la creatura fa divenire quell’attimo come quello che mai nessuno avrebbe voluto vivere durante il proprio percorso esistenziale.
    E quella domenica…quella maledetta domenica, tra la gioia dei tifosi, il sorriso di una giovane spensierata ragazza, l’orgoglio di un amico che talvolta rompe tanto quasi da sembrare un padre, e gli occhi colmi di soddisfazione di una meravigliosa donna ed una piccola principessa che lo aspettano trionfante tra le proprie braccia, arriva una attimo che cambia il destino di un guerriero coraggioso dai riccioli dorati. Lui che desiderava il gradino più alto, il sogno di una vita piena di sacrifici, si infrange tristemente dopo pochi minuti. In un attimo, un singolo attimo in cui il nostro 58 invece di conseguire la solita banale traiettoria delle abituali cadute domenicali, è tradito da un destino crudele. Un destino crudele, beffardo, che chissà per quale assurda ragione abbia scelto proprio lui.
    E così, quel viso conosciuto per una sorprendente grinta da giovane guerriero, diviene conosciuto soprattutto per colpa di quel beffardo attimo, unendo in un secondo il dolore di parenti, amici e semplici spettatori. Che come al cinema, seduti di fronte ad uno schermo, assistono inermi ad uno spettacolo tragico, uniti in un unico dolore talmente grande da apparire irreale: il crollo di un guerriero, la scomparsa di un piccolo campione, che munito di ali d’angelo ha fatto volare la sua Honda nel gradino più alto del cielo diventando così un mito per tutti gli impotenti spettatori.