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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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elementi per pagina
  • 09 settembre 2011 alle ore 19:17
    Delirio prospettico & blasfemo

    Come comincia: C'è un nuovo gioco, avvincente.
    Si chiama " Sposta le stelle ".
    L' umanità ci gioca di notte, con il cielo sereno,
    non costa nulla, ci si può aggregare in migliaia
    per creare nuove costellazioni, ogni persona ha
    infatti a disposizione un solo spostamento.
    In poche notti la volta celeste
    si è vista invadere da contorni inquietanti.
    Il ministro dell'Universo è felicissimo,
    dal suo osservatorio vede profili di bontà
    e misericordia, immagini sacre e giuste.
    Dalla terra si vedono solamente immensi
    cazzi splendenti; la costellazione Fallica.
    L'umanità ancora una volta glielo
    ha messo in quel posto ma
    Lui sembra contento.
    Cazzi suoi e di chi ha permesso questo.

  • 08 settembre 2011 alle ore 15:27
    La Madonna delle mandorle

    Come comincia: Le  passeggiate assolate solitarie  ..i marciapiedie ribollono sotto i piedi come pentole di rame sul focolare.Il capo alzato ed un gabbiano ogni volta,quelle coincidenze magiche che ti spingono sull'orlo del destino.Si sente profumo di preghiera e mandorle,qui,dietro la Madonna.E le donne del paese ti guardano stizzite perché passando,non ritualizzi la persona col segno della croce.Padre figlio e spirito santo.

    Troppi individui per un solo Dio.Però quel profumo si impregna addosso,come un tatuaggio o un qualcosa di cui non riesci a fare a meno.Dolce e delicato come la bambina che mi saluta tutti i giorni dalla finestra.L'abbraccio amorevole che non ho ...e le botte pesanti sul capo simili a tribù dell'Africa.

  • 07 settembre 2011 alle ore 19:20
    ALBERTO E GENÉVIÈNNE- 5^ PARTE

    Come comincia: le delusioni che da adolescente gli erano sembrate tragedie irreparabili. Tralasciò la parte riguardante sua moglie, quel ricordo lo infastidiva, la loro non era stata un'uinione felice causa i loro caratteri divergenti e la visione della vita molto differente. Le parlò dlla vita militare molto dura agl'inizi; ad un certo punto non riuscì più a parlare di sè, il suo era chiaramente un monologo, di colpo era penetrata nella sua mente tanta tristezza, lasciò la mano di Ge e si mise a guardare fuori dalla finestra, tutto sembrava inutile. Il giorno dopo si alzò tardi, arrivò alla clinica verso le undici, non era in grado di concepire qualche altro escamotage per risvegliare Ge, ci voleva un colpo di genio o qualche idea pazza...Gi andò alla porta e girò la chiave nella toppa, non voleva essere disturbato nel mettere in atto un'idea dissennata, non prevista dai libri di medicina: alzò il lenzuolo, prese in mano un piede di Ge e cominciò a succhiarle l'alluce, prima con delicatezza poi anche mordendolo come accaduto in passato, situazione che Ge aveva molto apprezzato tanto da riuscire a godere. Dopo un pò cercò di capire se il suo intervento avesse prodotto qualche reazione, per ora non aveva sortito alcun effetto, tentò ancora, in ogni caso pensava di aver aperto una strada che sperava portasse al risveglio di Ge, una pazzia? Quando si è disperati ci si attacca anche alle pazzie! Il giorno seguente, uscita Ingrid dalla stanza, presa possesso di una tetta, poi dell'altra, indefessamente passò  una buona mezz'ora a mordicchiare, leccare e succhiare sino a quando i muscoli del viso cominciarono a dolergli, era fuori allenamento! Ancora nessun risultato, ci voleva molta costanza e convinzione da parte sua, era sicuro che Ge, in qualche modo, lo aveva riconosciuto. Il giorno seguente aL cambiò terreno di cimento:orecchie, collo, fronte, naso, labbra. La notte seguente Al non riusciva a prendere sonno sin quando decise: a mali estremi... L'ndomani, rimasto solo nella stanza, Al si ritrovò a fare i conti con una sua scelta a dir poco anticonformista, gli fregava assai di quello che potevano opinare i benpensanti, a lui importava solo far ritornare in vita Ge, a tutti i costi e con qualsiasi mezzo. Arrotolò in fondo al letto le coperte e le lenzuola, Ge gli apparve in tutta la sua bellezza, il corpo era rimasto come lo ricordava, solo la pelle era di color terreo.  Al notò che le avevano messo uno slip con un assorbente, non aveva pensato che potesse avere ancora le mestruazioni, sperava che non al avesse in quel momento, non le aveva. Le allargò delicatamente le cosce, aprì le grandi labbra e le pulì con del cotone impregnato di una crema idratante, si mise in bocca il clitoride baciandolo e succhiandolo con molta dolcezza. Ogni tanto alzava la testa per cercare qualche segnale sul viso di Ge, forse un sopracciglio si era mosso, forse un a sua impressione, riprese con maggior lena quello he per lui, in passato, era stato un piacere ed ora era solo una cura. Non aveva ancora ottenuto risultati ma era deciso a proseguire su quel percorso, la sua filosofia edonistica lo spingeva ad andare avanti. Una mattina un sorpresa da parte di Ingrid: "Ho cambiato gli slip alla signora, quelli che indossava era spostati..." Espressione di totale indifferenza fa parte di Al; quella faccia da innocentino, in passato, lo avevano salvato da situazioni imbarazzanti ma  non aveva convinto l'infermiera che l'osservava con un bel punto interrogativo stampato sul viso, ci mancava pure lei! Decise di andare all'attacco, in fondo Ingrid era un'infermiera professionale e forse sarebbe riuscita a compenetrarsi in una situazione insolita. "Ingrid penso si sia resa conto quanto importante sia Genéviènne per me, anche se non ci conosciamo da molto tempo penso di poter affermare che siamo abbastanza simili, farei, o meglio sto facendo la qualunque per far ritornare la signora alla vita, sicuramente anche lei avrà provato anche lei dell'affetto ed anche dell'amore per qualcuno..." "Ho molto amato mio marito e mia figlia, sono morti in un incidente stradale in Germania, sono venuta in Italia per cercare di dimenticare, conosco a fondo la disperazione!" L'infermiera non riuscì a proseguire, preferì uscire dalla stanza per non mostrare il suo rinnovato dolore, forse aveva intuito qualcosa del comportamento di Al anche se era perplessa. Ritornando a casa Al si pose degli interrogativi ma la scienza, personificata dal prof. P. aveva suggerito rimedi consueti che non avevano portato a risultati concreti. Il giorno seguente Ingrid, prima di uscire dalla stanza, fissò per un attimo GAlcon sguardo penetrante, difficile capire se avesse compreso la situazione, l'argomento era troppo delicato.Al proseguì il 'trattamento', ormai non c'era parte del corpo di Ge che non esplorasse con assiduità, allorchè le baciava il clitoride credeva di aver scorto qualche segnale di reazione, si forse l'ultima volta il suo corpo aveva vibrato un pò...Una sera, a casa, mentre osservava il panorama del porto di Messina e della costa calabrese, gli vennero all'orecchio delle risate subissate da musica ad alto volume, il bufalo Tindaro si dava alla pazza gioia, non era mai andato a trovare sua moglie, sicuramente era a conoscenza che era in compagnia di Al e non voleva incontrarlo, meglio così. Il chiasso seguitava, decise di vedere dallo spiocino della porta d'ingresso chi fossero gli invitati. Al si era quasi addormentato, erano le due di notte quando sentì la musica cessare, la festa era finita e gli ospiti stavano per rientrare nelle loro tane. Oltre al padrone di casa che si abbandonava alle ultime effusioni con Dorella, anche un tale alto e magro, gran naso, sicuramente Cocò ed anche l'immancabile Lollo. Dorella all'ultimo momento ci ripensò e rientrò in casa del fidanzato, forse aveva ancora voglia...Al si posizionò nella vasca da bagno per rilassarsi immerso nell'acqua calda, rimase al buio, non era la prima volta che mancava la corrente elettrica, bastava un acquazzone perchè la città rimanesse all'oscuro. Rimase in acqua speranzoso in un ritorno della luce quando gli apparve Lulù. Era circondata dalla solita bolla azzurrina, questa volta più grande. Dopo i consueti saluti, Al comprese che voleva comunicargli qualcosa di importante ma non riusciva a comprendere i segnali. Lulù apriva e chiudeva velocamente gli occhi, restava ad occhi aperti per poi ricominciare...era un indizio, forse voleva far capire ad Al che stava seguendo la strada giusta. I giorni seguenti per lui furono quelli della speranza, Ge mostrava timidi segni di risveglio, anche Ingrid se n'era accorta e diede il suo beneplacido con un: "Prosegua..." Gi sentiva sempre le gambe tremare, la notte era insonne, spesso gli sgorgavano copiose le lacrime. Dopo pochi giorni Ge sembrava quasi sveglia e riusciva a farsi capire con piccoli gesti e poi con voce flebile. La notizia del suo lento ristabilirsi era venuta a conoscenza di un corrispondente di una tv locale che in clinica aveva ricoverato sua moglie e così Ge passò agli onori della cronaca cittadina con un'intervista congiunta del prof. P. e del dr.Ci: "Io ed il mio collega abbiamo messo in atto una nuova cura con stimoli subliminali che ha dato i suoi frutti, la signora C. è ritornata alla normalità quasi completa, non v'è dubbio che presto potrà lasciare la clinica e ritornare a casa." Brutti figli di puttana e faccia tosta, i due medici avevano voluto farsi un pò di pubblicità a costo zero, erano state le...cure di Al a fare il miracolo (le vie del Signore sono infinite avrebbe chiosato un cattolico) ma Al, da buon ateo, riteneva essere stato il suo amore profondo e la sua abnegazione a far tornare alla vita la sua diletta. Ora si presentavano problemi pratici, Ge non era ancora in forma, chiese ed ottenne dal marito l'aiuto di una badante. La situazione fu risolta da Nadia che ebbe a presentare ai coniugi C. una sua paesana e amica, tale Tatyana, sembravano due sorelle, due gocce d'acqua. La presenza di Tatyana, vedova senza figli e pari età di Nadia, aveva dato impulso ad un maggior legame fra le due badanti ed un aiuto ai due amanti sempre più innamorati. Ge anche in questa occasione non si smentì: La mia vita salvata da..."

  • 07 settembre 2011 alle ore 14:34
    Le bocche di leone

    Come comincia: Fare colazione con le bocche di leone, nome che ricorda una pianta di primavera e che in quest’angolo di Maremma indica un dolce da forno del passato. Ho scoperto che vendono ancora le bocche di leone in una panetteria del centro, in Piazza Gramsci, vicino all’orribile fontana in marmo disegnata da chissà quale artista che getta scrosci d’acqua in una pozza stagnante circondata da bambini. In alto ci sono ancora tre orologi disposti ad angolo, che ricordano il vecchio nome della piazza, prima della liberazione. Le bocche di leone sono le mie madeleines, meno nobili, certo, ma contengono un passato di bambino che fa colazione a scuola dopo aver scartato l’involucro giallastro e morde un dolce prelibato. Pasta reale modellata a forma di brioche, farcita di burro e panna, schizzata di alchermes, divisa in due, aperta come la bocca di un leone che sorride e mostra la dentatura. Alchermes fatto con acqua di rose, come ai tempi di Caterina de’ Medici alla corte di Francia, cannella, vaniglia, cocciniglia, cardamomo, chiodi di garofano, alcol e zucchero. Le mie bocche di leone hanno un sapore dolciastro e lieve, ricordano l’infanzia, morso dopo morso. Ti senti pervadere dal profumo del passato addentando la sostanza burrosa che si fonde con la pasta reale e il liquore rosso, rivedi la Pasticceria Pastori all’angolo del corso, dove si radunavano i ragazzi dopo la scuola per tirare tardi al pomeriggio, vasca dopo vasca. Ripensi a tua madre in un piccolo negozio Coop che non esiste più, alle prese con i conti da far tornare, mentre compra la merenda per scuola e ti dà un bacio quando oltrepassi il grande cancello in ferro battuto. Ritrovi un forno del centro dove una signora tastava pani da un chilo prima di servirli, incurante delle regole di igiene, come se li avesse dovuti mangiare lei. “Un bel pane cotto a legna per questo bimbo”, diceva. La bocca di leone veniva dopo, la incartava a parte, avendo cura di non far appiccicare il prezioso contenuto nella confezione.
    Non hanno più il sapore d’un tempo le mie bocche di leone, proprio come i semi di zucca che ogni tanto provo a comprare, non sono gli stessi che vendevano al cinema Sempione prima del doppio spettacolo domenicale. Il tempo passa e i sapori cambiano, oppure siamo noi che cambiamo e cerchiamo le madeleines della nostra vita per fermare il tempo, sapori e odori che non torneranno, ricordi confusi nella memoria, sogni di bambino. E allora addento quella pasta dolciastra acquistata nella panetteria di Piazza Gramsci, gusto lo sciroppo rossastro confuso tra panna, burro e pasta reale, trovo un sapore amaro che non ricordavo, un sapore strano, come di tempo che scorre tra le dita come sabbia e non lo puoi fermare, un sapore di rimpianto.

  • 06 settembre 2011 alle ore 23:39
    Amore e passione

    Come comincia: Si avvicino` a me lentamente prendendomi il viso tra le mani.Feci x baciarlo , poi mi tirai indietro, apposta!Sentivo tutto il mio corpo bruciare e le sue labbra carnose sembravano chiamarmi, sempre piu` forte...le osservai...quel colore rosso sangue mi tentava come se fosse il mio cibo, quello che mi manteneva in vita. Morbide,soffici....comele petali di una rosa. Esatto, una rosa maledettamente ferita e minacciosa! Piena di spini, macchiata di sangue, si sangue! Prova di un dolore..magnifico. Ma cosi bella , cosi attraente! Seducente...impossibile resisterle. Guardarla sembra surreale, averla sembra possedere la felicita` eterna , ma piu le si avvicina , piu si sente la minaccia degli spini, per poi tagliarsi. Oh si, tagliarsi! Il sangue fuoriesce furioso , ma stavolta il dolore non e` piu una sofferenza. E cosi...maledettamente bello. Ecco com`era lui. Quei spini li avevo avvertiti ma li avevo ignorati. Anzi, mi piaceva sentirli vicino. Non sapevo pero` che presto mi sarei tagliata e il sangue mi avrebbe accompagnata per sempre. Un sogno proibito. Ecco cos`era lui, e le sue labbra.Velenose.Il veleno, pero`, seppur fatale, era dolce.

  • 06 settembre 2011 alle ore 20:20
    Ascolta prima che piova

    Come comincia: Non sapeva cos’aveva. Un angolo privato, inviolato, bianco. Solo la terra a minacciare i piedi. Solo falsi limiti immersi nell’acqua, lontano.

    Poi ha saputo, poi no, poi ancora sì, e dopo non lo sa nessuno. Se quelle mani strette così a lungo nel buio delle tasche non riceveranno schiaffi dal vento, se la porta del suo viso si aprirà ridendo, sbuffando bolle di sapone. Bisogna saperci giocare, con la memoria. Prendere a pugni lo specchio e impazzire.

    Per gioco, correre verso il vuoto fino a vederci finire qualche sasso, tornare indietro con i talloni in fiamme, sempre per gioco. Lanciarsi, comporre origami d'aria. Liberi al punto di scegliere di non esserlo. Di guardare la luce e sfuggirle, come fanno i migliori dei peggiori di noi. Quel bagliore azzurro prima che piova, carico di silenzio isterico, di nuvole che celano stelle, lacrime belle, notte affamata.

    Non sapeva, ora sa / che è cosa semplice la felicità

    Dal nero salta al blu

    e il vecchio non c’è più.

  • 06 settembre 2011 alle ore 16:31
    Periferia

    Come comincia: "Artù, il cesso sembra un campo profughi senegalese."
    "Shh..."
    Un garage, utilizzato come laboratorio da un serigrafo e da un clavicembalista, s'affaccia su una minuscola corte interna, costretta tra quattro bassi palazzi. E' estate, l'afa addosso è umida e pressante come un accappatoio riscaldato dopo una doccia gelata. Cantano le cicale, in quel continuum potenzialmente eterno, qualche macchina passa nel silenzio ovattato della periferia.
    Due ragazzi stanno seduti su un paio di sgabelli, con le schiene poggiate contro una delle quattro mura erose dallo smog, dal tempo e dal muschietto che s'abbarbica sopra e in mezzo ai mattoni, accompagnato dalle erbacce. Lo spazio è poco curato ed utilizzato come deposito per macchinari in attesa di riparazione e scarti di lavorazione, secchi di trucioli e telai ammollo. Entrambi stanno guardando il piccolo bagno, ricavato in una scatola di cartongesso di un paio di metri cubi, senza scarico e occupato in via permanente dalle mosche e dalla vellutata puzza di piscio.
    "Che? Che ho detto?"
    "E' che devi parlare a bassa voce, cioè, per il buon vicinato. Poi va a finire in cose strane..."
    Ad ognuna delle cinte v'è aperta una finestra, che corrisponde circa ad un secondo piano che è anche l'ultimo, sicchè gli ammassi di malta e foratini non superano i sette metri, e da lì in basso si vede giusto il cielo, o quantomeno il sole. Sarà mezzogiorno, l'ora cisposa del pranzo. I due amici cercano di appropriarsi della poca ombra proiettata, appiccicati contro la parete come due carcerati nella doccia comune.
    "Ma cosa? Ho solo detto che hai il cesso zozzo, mica che hai ammazzato una persona... E' pessimo, ma non è da gogna, insomma."
    "Se tu dici, ehi, Artù, l'altro giorno mi è caduto un pelo nella minestra... Poi rielaborano, e vanno a dire in giro che t'hanno sentito farti una pera in finestra."
    Sfumacchiano tranquilli, gettando la cenere grigia per terra, senza troppo ritegno, aggiungendo disordine e sporco ad un posto che ne abbonda, per intrinseca natura di laboratorio. Il ragazzo che non si chiama Arturo, un pò grassoccio e coi capelli corti, ridacchia da solo, con gli occhietti stretti piantati sul cesso, le gambe allungate e i piedi incrociati.
    "Seh, e magari adesso iniziano a credere che tieni segregato un profugo senegalese nel cesso."
    "..."

  • 05 settembre 2011 alle ore 21:15
    Corto

    Come comincia: Disse "Non aspetto nessuno". Poi il telefono squillò e il suo cuore rispose.

  • 03 settembre 2011 alle ore 19:09
    ALBERTO E GENÉVIÈNNE - 4^ PARTE

    Come comincia: "Io non sono irrotto (si dice così), è stato il destino a farci incontrare, io, al contrario di te, lo ringrazio. Per rispondere alla tua domanda debbo confessarti che ho conosciuto Lulù, mi ci sono affezionato e te la presenterò quanto prima." "Il mio istinto è quello di riempirti di pugni, come puoi..." "Se stai un attimo buona posso darti una spiegazione. Lulù è un personaggio creato dalla mia fantasia, ha la forma di una goccia d'acqua di color azzurrino con la punta all'ingiù, si appalesa quando la chiamo, è figlia della terra o meglio di un cristallo di rocca con  tante sfaccettature che porto sempre con me. Ha solo gli occhi ma attraverso loro riesce a farsi capire ed a rispondermi quando le parlo, le ho raccontato la nostra storia, si è commossa e dalla sua espressione ho compreso il suo consiglio di attendere la tua chiamata, ha avuto molto intuito, lei non è gelosa... a proposito come stai a gelosia, in passato non eri preda di questo moto dell'animo ma ora..." "Dove sta questo spettro, sono curiosa." Gi tirò fuori da una tasca un sacca color blu: "Lulù vive qui dentro, la estraggo, eccola, me la passo nel palmo delle mani, questo è il mio saluto mattutino, solo io posso toccarla altrimenti sparisce nel nulla, si appalesa solo a me come la lampada di Aladino ma non ha i suoi poteri magici. La leggenda vuole che sia stata una pricipessa orientale che, per non sposare un pretendente scelto dal padre e a lei non gradito, si sia gettata da una roccia. I suoi occhi sono molto espressivi ed in questo momento dimostra tanta gioia." "Ancora una volta mi hai stupito con le tue fantasie è anche questo che amo in te, sei imprevedibile, immaginifico, da parte mia niente gelosia, in questo momento vorrei pranzare con le posate d'argento..." "Non penso che Gina e Carmelo ne abbiano, questo non è il posto giusto pert usarle." "Bel pirla hai perso un'occasione!" Al non aveva compreso subito la proposta di Ge, le posate d'argento si riferivano all'uso di quella deliziosa parte di lei che Al tanto anelava di conoscere a fondo... occasione persa, giusto il giudizio di Ge, bel fregnone! Dopo due ulteriori giorni di permanenza , Al e Ge decisero che, anche se con rammarico, era giunta l'ora di allontanarsi da quel luogo deliziosamente solatio: niente più distensivo silenzio interrotto dal canto degli uccellini, di stormire del vento fra le foglie degli alberi, delle improvvise pioggie che li costringevano ad immediati rientri in casa tutti zuppi col conseguente denudamento e relative piacevoli conseguenze, la bella favola boschereccia stava per concludersi. Al aveva ritrovato Ge, il suo colpo di testa, una piccola pazzia, non aveva intaccato il loro amore anzi l'aveva di più appalesato anche se non ben accetto da parte di Ge che, suo malgrado, aveva dovuto rinunziare alle sue idee di libertà assoluta.  "Cara Gina e caro Carmelo avete il nostro indirizzo, la vostra presenza a casa nostra sarà gradita quando deciderete di abbandonare, anche se per poco tempo, questo paradiso. Carmelo, adesso che faccio mente locale quando verrai a Messina ho intenzione di regalarti uno specchio parabolico." "Sentiamo la battutaccia, a che dovrebbe servirmi?" "Potresti finalmente rivederti l'uccello coperto da quella panzazza che ti ritrovi!" Gina volle affettuosamente baciarli entrambi, si era commossa. "Ge tu andrai avanti con la Peugeot, ti seguirò da vicino, inutile raccomandarti di andar piano, le strade sono scivolose per la pioggia." Tornanti con curve a gomito, brevi rettilinei, di nuovo curve, manto stradale non asfaltato sino all'ingresso in autostrada. Ge appena immessasi nella A/20, non obbedendo alle raccomandazioni di Al, cominciò a spingere sull'acceleratore: 100, 120, 150 km. all'ora. Al era angosciato, non voleva usare il telefonino per paura che la distrazione dalla guida potesse mandar fuori strada l'auto di Ge, si sentiva impotente. Ad un avvallamento del terreno, l'acqua stagnante fece perdere a Ge il controllo della macchina che, dopo vari testa coda, andò ad infrangersi col muso contro il guard rail ribaltandosi nel vicino terreno. Al fermò la Jaguar vicino al guard rail, scese dall'auto e con le braccia fece cenno agli automobilisti che sopraggiungevano per attirare la loro attenzione e non tamponare, a loro volta, la sua macchina. Ge non aveva allacciato le cinture di sicurezza, aveva una ferita sulla fronre, non rispondeva alle sollecitazioni di Al che, disperato, chiamò il 118 indicando il luogo dell'incidente. Dopo circa mezz'ora si sentì il rombo del motore di un elicottero che atterrò in una vicina radura, ne scesero un dottore e un infermiere, il primo controllò lo stato generale di Ge che non aveva ripreso conoscenza. La posero du un grosso telo e, con molta circospezione, la trasportarono sull'elicottero. "Dottore che mi può dire?" "Da quello che ho potutto constatare la signora ha battuto violentemente il capo, è ancora viva ma non riesco a farla rinvenire, la trasporteremo al Papardo. Mi dia un documento della signora, serve per la buriocrazia." Al frugò nella borsetta di Ge e consegnò al dottore la carta d'identità. L'elicottero si librò in volo e sparì dalla vista di Al che si sedette sul guard rail dell'autostrada guardando la Peugeot ridotta ad un rottame, andò a ritirare la valigia di Ge nel portababagli della sua auto. Nella corsia opposta vide una vettura della Polizia Stradale che sarebbe giunta quanto prima sul posto, non aveva intenzione di rispondere alle inevitali domande degli agenti, decise di rientarare a Messina. Ci volle del tempo prima che i battiti del cuore ritornassero quasi alla normalità, riprese la guida a velocità molto ridotta, sentire un tremolio alle gambe, lo stomaco chiuso in una morsa. Si ritrovò sotto casa quasi senza accorgersene, aveva guidato in stato di choc ma l'istinto l'aveva portato a riconoscere il percorso. All'apertura della porta d'ingresso trovò Nadia. "Una mia amica è in ospedale, ha avuto un incidente stradale, l'hanno trasportata al Papardo, devo andare a trovarla." Signorino non è in condizioni di guidare, l'accompagno io." Nadia si mise al volante della Jaguar, Al si sdraiò nel sedile posteriore, si appisolò. "Siamo giunti, la prendo sotto braccio, andiamo al pronto soccorso." Nadia aveva preso in mano la situazioner, aveva domandato al medico di guardia di una signora appena ricoverata che era giunta in ospedale in elicottero. La signora era in sala raggi per accertamenti e non poteva ricevere visite. Su richiesta della fida domestica, Al fu controllato da un sanitario di guardia che, dopo accertamenti manuali, emise il suo verdetto: "Il signore è in lieve stato di choc, se vuole possiamo ricoveraldo per ulteriori accertamenti. Al fece segno di no col capo, sempre a braccetto di Nadia prese posto nella Jaguar nel sedile passeggero. Nadia guidava con sicurezza, una sorpresa per Al che lentamente stava riprendendosi. "Nadia complimenti per la guida, non sapevo che avesso la patente e complimenti per la guida." "Grazie per i complimenti, in quanto alla patente non l'ho mai conseguita, in Ucraina mio padre mi ha insegnato a guidatre il suo camion." Nadia trasportò quasi di peso Al nel bagno, lo spogliò pian piano come una brava mammina, accumulò i vistiti su una sedia, fece accomodare Al nella vasca bagno e prese a lavarlo delicatamente con una spugna, annusò il capo del suo padrone e passò allo shampoo, una risciaquata col telefono della doccia, l'accappatoio ruvido cone piaceva ad Al e poi a letto sempre appoggiato con le braccia sulle spalle dell'angelo custode sino al letto. "Nadia ma tu il pomeriggio non dovevi andare a servizio da una signora?" "Le ho telefonato che stavo male, in parte è vero, sono molto dispiaciuta per quello che è accaduto alla signora, se avrà fame troverà la cena in cucina, vado a prepararle qualcosa di leggero." "Nadia avvicinati, ti dispiace se ti bacio sulle labbra in segno di ringraziamento, non eri tenuta a fare quello che hai fatto." ""Solo per una volta, non vorrei subire le ire della sua amica e poi non vorrei prenderci gusto..." Uno sfioramento di labbra e Nadia si eclissò dalla stanza da letto. Il silenzio ed il buio della stanza contribuirono a far inabissare Al in un profondo torpore. Si svegliò di colpo perfettamente cosciente, lo shock era passato e Al voleva prendere in mano la situazione ma... c'erano tanti ma. Dai documenti di Ge i medici dell'ospedale avevano sicuramente rintracciato il marito al quale non sarebbe stato facile spiegare la situazione, il signor C. si doveva essere posto molte domande. Al voleva conoscere lo stato attuale delle condizioni di salute dell'amata, sino al trasporto in elicottero non era ancora rinvenuta. Trovò dei vestiti pronti per essere indossati appoggiati sul divano del salone, Nadia ancora una volta gli aveva dimostrato il suo affetto, doveva ricompensarla con del denaro. Al aveva dimenticato Lulù, estrasse il cristallo di rocca dal sacchetto di velluto e lei apparve con un'espressione triste, i suoi occhi erano di una mestizia infinita, sembravano lacrimare poi sparì di colpo, forse Lulù conosceva le vere condizioni di Ge. Al volante della Jaguar Al prese la panoramica che portava all'ospedale 'Papardo', era ancora presto, le sette, trovò un posteggio vicino al pronto soccorso. Al medico di guardia chiese notizie di Ge: era ricoverata in rianimazione, non aveva ripreso conoscenza, maledizione alla sua mania di non indossare le cinture di sicurezza! Chiese di poterla vedere, solite domande sulla sua persona. "sono quel signore che ha chiamato l'elicottero sul luogo dell'incidente, sono anche un suo vicino di casa." "Spiacente solo i parenti sono ammessi alle visite, ah ecco il marito, parli con lui." "Dottor C. sono Alberto M. il vostro vicino di casa, ho chiamato io l'eliambulanza sull'autostrada vicino Patti, vorrei notizie sullo stato di salute di Genéviènne." "Vorrei conoscere perchè lei si trovava sul luogo dell'incidente, mia moglie è mancata di casa per molti giorni, lei ne sa niente?" "Sua moglie mi ha riferito della vostra separazione e che conducete vite separate e quin di non è il caso che faccia il marito geloso, i miei rapporti con la sua ex moglie non dovrebbero riguardarla più di tanto!" "In ogni caso lei non ha titolo a far visita a Genéviènne, non le concedo il mio nulla osta." "Mi permetta di insistere, io tengo molto alla sua ex moglie in ogni caso intendo rivederla e starle vicino." "Le ho già detto che non ho intenzione di assecondarla, il nostro colloquo è finito." "Su questa affermazione ho seri dubbi, la prego di recedere da questo suo atteggiamento, sono in possesso di un nastro, consegnatomi dalla sua ex ripeto ex moglie in cui sono incise conversazion interessanti fra lei, la sua amica Dorella e un certo Lollo amico e paesano della sua fidanzata, ne esce fuori un quadretto non certo edificante della sua persona..." Il viso del dottor C. aveva assunto un colorito terreo, gli occhi esprimevano un profondo odio nei confronti di Al che lo fissava in viso in segno di sfida. Tindaro capì di essere in trappola e di dover cedere, invitò Al nella sua stanza. "Non intendo che avvengano pettegolezzi da parte del personale di questo nosocomio, se le permettessi di venire a trovare Genéviènne tutti si domanderebbero quali sono i vostri rapporti, preferisco farla trasferire in una clinica privata, mia moglie è in coma, forse irreversibile... le farò sapere notizie, nella buca delle lettere troverà il nome della casa di cura dove potrà andarla a visitare, ed ora sparisca!" Il dottor C. fu di parola, fra la postaAli trovò una scritto lapidario: "Contatti il professore P. della clinica 'Cremona." Quella frase sembrava una fucilata sparata con odio, forse sapere che un estraneo conoscesse il suo privato aveva mandato in bestia il buon, quale buon quel fetentone di Tindaro che era stato costretto a compiere un'azione non di suo gradimento. Il professor Santi P. ricevette Al nel suo studio, dimostrò subito la sua signorilità alzandosi in piedi all'ingresso di Al, anche il sorriso dimostrava la sua personalità positiva. "Il dottor C. mi ha reso edotto della situazione della signora Genéviènne, parlo del privato, sulle sue condizioni di salute purtroppo non ci sono prospettive a breve termine, non risponde alle sollecitazioni, il colpo al capo è stato violento. Forse la vicinanza di una persona, come dire, a lei cara potrà aiutarla ad uscire dal coma, le parli a lungo come se fosse in condizioni normali, le faccia ascoltare della musica a lei gradita, voci di amici comuni insomma tutto quello che la riporti al suo...al vostro passato, per quello che è in mio potere sono a vostra disposizione." Gi ringraziò il prof.P, era stata una piacevole sorpresa aver conosciuto una persona dai modi signorili, una rarità! Ge era stata trasportata in una stanza, l'ultima del terzo piano, forse una precauzione  per evitare che persone estranee alla clinica passassero dinanzi alla sua stanza e ponessero domande indiscrete. Al si preparò mentalmente al primo approcci con Ge ma non abbastanza da non rimaner shoccato dalla sua visione: era pallida, smagrita, occhi chiusi ma quello che più colpì Al era la sua assoluta ed ovvia immobilità, lei il simbolo della gioia di vivere! Dopo che l'infermiera chiuse la porta alle sue spalle Al restò in piedi ad osservarla: Ge aveva un tubicino che le usciva da un braccio, sicuramente l'alimentazione ed un tubo collegato dalla sua bocca ad una macchina per la respirazione, un monitor segnalava la frequenza cardiaca ed altri parametri, una scena straziante alla quale Al capì di doversi abituare. Si seddette su una sedia a fianco del letto, le prese una mano, l'avvicinò alle labbra, rimase in questa posizione per assaporare la sua fragranza. Il bussare alla porta d'ingresso, un infermiera: "Devo massaggiare la paziente per evitarle piaghe da decubito, se vuole può restare." Al si ritirò in fondo alla stanza, l'inferniera dimostrava professionalità ed esperienza, spostava il corpo di Ge con delicatezza prima su di un fianco poi sull'altro. Al la osservò attentamente: non molto alta, robusta, capelli biondi, occhi azzurri, non aveva l'aria di una donna mediterranea. "Mi chiamo Ingrid, verrò ogni mattina tranne la giornata di riposo settimanale. "Alberto M., vorrei..." Al aveva messo mano al portafoglio, Ingrid con un sorriso gli fece cenno di non voler accettare mance. Il primo giorno Al era confuso e non riuscì a prendere alcuna iniziativa. A casa preparò un piano di guerra, il vocabolo era appropriato, doveva sconfiggere quel maledetto coma, in greco significava sonno profondo, doveva svegliarla, farla rinvenire alla vita. Dagli occhi gli scesero lacrime di commozione, di rabbia, d'impotenza, strinse i pugni, era stato sempre un combattente nato, mai piegarsi dinanzi alle difficoltà, lo aveva imparato nella dura vita militare. Asciugò le lacrime, niente atteggiamento da sconfitto, andò nell'armadio, recuperò un lettore CD, trovò anche degli CD che aveva acquistato per rilassarsi, uno in particolare sembrava il pù adatto 'l'efficienza della mente' pensò: niente di più appropriato. Il giorno seguente di presentò alla 'Cremona', nessuna domanda all'ingresso, il prof. P. doveva aver dato disposizioni circa il suo ingresso in clinica. Entrò nella stanza, sedette su una sedia ad osservare Ge, alzò lo sguardo sul monitor che registrava i parametri delle funzioni, sembrava tutto regolare. Mise il lettore sul cuscino di Ge, la stanza fu invasa da suoni distensivi, Al le prese una mano, cominciò a baciarle le dita e ripensò...una contrazione allo stomaco, lacrime agli occhi, maledizione non poteva seguitare così, si stava distruggendo senza poter aiutare Ge, doveva seguire le istruzioni del prof.P.. Ingrid fu puntuale, erano le dieci, prima di iniziare i massaggi: "Non vorrei essere invadente ma penso che questa musica non sia adatta per dame, forse serve più a lei, frau ha bisogno di sensazioni forti per uscire dal coma." Cacchio non  ci aveva pensato, guardò Ingrid negli occhi: "Grazie, le sono molto grato, se può darmi qualche consiglio l'accetto volentieri, frau, come dice lei, mi è molto cara..." "Lo vedo dalla sua espressione, può provare con voci di persone conosciute, anche mezzi visivi purchè con sottofondo di musica e parole, anche stimoli tattici, la tocchi e, se mi permette dati i vostri rapporti, può anche baciarla delicatamente..." Ingrid era diventata rossa e si era recata in bagno, era in imbarazzo, piuttosto strano per in'infermiera. A casa Al pensò a lungo quale musica far ascoltare a Ge, gli ritornò in mente quell'incontro particolare avuto con la bionda a casa sua, gli vennero in mente le melodie di Ravi Shankar, non aveva quei CD, si vestì in fretta e in macchina raggiunse il centro città, lo trovò nel secondo negozio di dischi. Ormai la vita di Al era: casa - clinica, Nadia era stata informata della situazione e seguitava ad effettuare i servizi di casa come sempre, domandava notizie di Ge e, una volta, accennò a delle persone strane che frequentavano l'appartamento del dirimpettaio, per quanto potesse fregarne ad Al... ormai Tindaro aveva la casa tutta per sè, si dava alla pazza gioia! Anche le musiche si Ravi Shandar non incontrarono l'approvazione di Ingrid: "Sono ripetitive e configurano un'atmosfera sensuale, trovi qualcosa di più vigoroso, se la sua... frau è un'appassionata di motori potrebbe provare con la registrazione di una corsa di formula uno, anche di moto, deve essere uno shock per combattere quello subito nell'incidente." Ancora una volta Ingrid aveva fornito un suggerimento valido, Al seguì il consiglio dell'infemiera, avvicinò la sua bocca a quella di Ge, le sue labbra erano fredde, una sensazione spiacevole. A casa trovò delle cassette su cui aveva registrato varie corse di formula uno, le provò tutte, scelse quelle in cui era più accentuato il rumore dei motori ma sorse una problema: non aveva l'attrezzatura per passare le cassete in un lettore, sicuramente era meglio che fossero poiettate anche delle immagini e non solo dei suoni. Telefonò in clinica per conoscere se fosse disponibile un televisore con un riproduttore di DVD, ne erano sprovvisti. Gi decise di comprarne uno nuovo, di corsa a piazza Cairoli in un  fornito negozio di elettrodomestici, contattò la direttrice della sala, secondo la donzella il suo problema era facilmente risolvibile. Gi fornì l'indirizzo della clinica, il numero della stanza dove trasportare il materiale e contemporaneamente telefonò alla casa di cura per informarli dell'acquisto; si sentì, sollevato, sperava di aver migliorato la situazione. Dopo cena scese nel cortile. aveva intenzione di girovagare un pò con la Jaguar, non se la sentiva di rintanarsi tutte le sere in casa. Passò dinanzi al posto macchina di Ge, vuoto naturalmente, chissà se quel bisonte del marito aveva provveduto a far rimuovere la Peugeot ma in fondo che gliene poteva fregare... Preferì un itinerario insolito, si diresse verso Messina sud sulla strada statale 114, un caos indescrivibile, quello era il motivo per cui aveva deciso di acquistare un'abitazione a Messina nord, a parte che quest'ultima zona era più signorile. S'incolonnò nel traffico, tutt'attorno automibilisti imbufaliti suonavano il clcson in continuazione come se quel gesto potesse migliorare la situazione, una nevrosi colletiva! Da lontano Al intravide una facciata illuminata da un neon con la scritta 'Multisala'. Si fermò al parcheggio, non desiderava rientare a casa. Alla cassa la bigliettaia: "Signore che film desidera vedere?" "Mi dia un biglietto qualsiasi..." La perplessa cassiera gli consegnò un biglietto: "Sala A, la scala a sinistra, la prima porta che incontra." La sala era semivuota,, Gi scelse un posto all'ultima fila e si sbracò, la poltrona era comoda, un gomito su un bracciolo, il viso appoggiato sulla mano sinistra. Si appisolò ma per poco, l'altoparlante era stato posto vicino a lui, il volume troppo alto lo svegliò da un leggero torpore, stava per andarsene quando sullo schermo apparve una bionda velata, non alta, che giaceva su un sofà languidamente sdraiata, musica orientale, un califfo o qualcuno similmente vestito si stava avvicinando alla sorcona con intenzioni facilmente intuibili e infatti... La scena lo riportò a quella famosa avventura procacciatagli da Ge, chiuse gli occhi e ripercorse tutte le fasi del loro eccitante incontro, talmente eccitante da far risvegliare 'ciccio' dormiente dal giorno dell'incidente. Strana situazione, 'ciccio' vista l'inutilità del suo risveglio, ritornò, malvolentieri, nel mondo della realtà. Uscì dalla sala prima della fine del film, passando dinanzi alla cassiera si beccò altro sguardo interrogativo della stessa. Durante il tragitto di ritorno gli venne in mente di rintracciare quell'amica bionda di Ge, rintracciare, ma come? Non conosceva nemmeno il suo nome. È risaputo che la necessità aguzza l'ingegno, Al ricordò di essere ancora in possesso della valigia e della borsetta di Ge e, giunto a casa, si mise a frugare ma nella valigia non trovò nulla oltre agli effetti personali, annusò la vestaglia ancora impregnata del suo odore, una tortura, le scaraventò nella valigia con rabbia. Miglior fortuna ebbe nel rovistare nella borsetta, un'agenda in pelle color rosa antico con  una rubrica. Trascrisse su un foglio di carta solo quelli femminili, erano una diecina e questo non lo aiutava molto, il giorno dopo avrebbe ripreso il suo antico mestiere di segugio con qualche difficoltà dato che in rubrica erano riportati solo i nomi di battesimo ed il numero telefonico delle varie dame. Primo nominativo: Alessia, nome intriso di nobiltà ed anche un pò snob, in ogni caso non certamente siciliano. "Pronto vorrei parlare con la signora Alessia." "Signora Alessia assente, scrivo suo nome." Ci mancava pure la domestica filippina, che messaggio poteva lasciare? Quale messaggio, doveva conoscere qualcosa di più sulla titolare di quel nome. "Sono Arturo il suo parrucchiere, la signora doveva venire oggi a tingersi i capelli di biondo." "Sognora già bionda, si trova in negozio di bestie in viale Libertà, ciao." La fantesca l'aveva messo sulla buona strada, doveva percorrere tutto il viale per scovare il negozio di animali. Scese con la macchina in viale Annunziata, percorrendo viale della Libertà scorse un negozio di animali ma, per essere sicuro che non ce ne fossero altri, percorse tutto il viale sino alla Prefettura e ritornò indietro, negozio unico e solo, non poteva sbagliare. Fuori del locale c'erano conigli in gabbia, cuccioli di cane in un contenitore di plexigas intenti a giocare fra loro,  piccoli pappagalli in una stia ed uno, di grandi dimensioni dai colori vivaci, un pò spelacchiato appollaiato su un trespolo con una catenella legata ad una zampa. Gi ebbe una pessima impressione, per lui gli animali erano simbolo di libertà. Entrando nel locale alla sue narici pervenne un olezzo penetrante indice di poca pulizia, in fondo gabbie con tartarughe, gatti e poi cani di taglia più grande ammucchiati all'interno di un recinto. Quella signora corpulenta di mezza età non aveva nulla in comune con le deliziosa biondina del suo incontro. Madame gli si fece incontro con un sorriso approntato per un probabile cliente. Notevolmente nauseato Al: "Signora mi occorre un alano ma non ne vedo in giro." Il sorriso si spense sul viso della dama,: "Signore è una razza che non trattiamo, scelga fra le altre, troverà un animale di suo gusto  "Grazie, volevo un alano." Rientrato fra le mura domestiche Al si interrogò: che senso aveva  cercare una donna quando Ge...si scaricò addosso tutti gli aggettivi dispregiativi di sua conoscenza! Il giorno dopo, entrando nella camera di Ge, trovò Ingrid controllare i vari tubi fonte di vita artificiale per Ge, mostrò all'infermiera i DVD e li depose nell'étagère sutto la tv. "Proviamo per primo Monza, è un circuito veloce e rumoroso e, in sottofondo, il tifo degli spettatori. Gi alzò il volume al massimo., avvicinò il suo viso a quello di Ge cercando di scoprire eventuali reazioni. Dopo circa un quarto d'ora GiAl guardò interrogativamente Ingrid. "Non può sperare in un effetto subitaneo, ho esperienza in questo campo, ci può volere molto tempo, tutto dipende dal trovare il giusto stimolo, proviamo altri due giorni poi cambieremo programma." Al mise al corrente il prof. P. dei suoi tentativi, il direttore fu d'accordo e gli suggerì anche di parlare a lungo con Ge raccontandole qualcosa del passato e mettendola al corrente degli ultimi avvenimenti. Il terzo giorno Al si sedette sul letto di Ge, le prese una mano e cominciò a ricordarle come si erano conosciuti, tutti i particolari soprattutto quelli più esilaranti riguardanti loro due e poi le scene, ascoltate attraverso le microspie, di suo marito, di Dorella e di Lollo. Nei giorni successivi Al parlò dei primi anni della sua vita, le prime esperienze con le ragazze.

  • 03 settembre 2011 alle ore 12:00
    TRATTO DAL LIBRO "su quella panchina"

    Come comincia: << Il destino ha sempre più fantasia di noi>> Questo mi disse Vittorio la prima volta che le nostre vite s'incontrarono ed ancora oggi quando passeggio per il parco e mi fermo su quella panchina, mi si stringe il cuore e mi sembra di averlo ancora al mio fianco. Sono stato fortunato, non c'è dubbio, lui mi ha indicato la via ed io ho fatto il resto.
    Mi chiamo Luca ho quarantuno anni, e finalmente posso dire di essere un uomo felice. Mi ritengo una persona felice perchè porto nel cuore, il bambino che sono stato, perchè ho ancora la capacità di sorprendermi ed emozionarmi ancora. Per la neve che cade, per un fiore colorato che testardamente cresce sul cemento, il profumo dell'erba appena tagliata, una goccia di rugiada che bagna la foglia, il canto del merlo al mattino, il fischio del vento fra gli alberi, l'odore della pioggia sull'asfalto, il profumo del caffè, due risate in compagnia. Ma soprattutto, sono felice perchè riesco ogni giorno a ringraziare questa magnifica vita che mi è stata regalata.
    Adoro svegliarmi quando il sole non è ancora sorto, quando l'aria sa di buono, appena prima dell'alba, e respirando profondamente mi entra nei polmoni. Ecco è in quell'istante, in cui mi sento così felice e in pace con me stesso che non vorrei fare a cambio con niente e con nessuno, è in quel preciso momento, in cui provo un'immensa pace nel cuore. Oggi vivo serenamente accettando i miei limiti, i miei pregi e i miei difetti, il mattino mi alzo prestissimo, la mia sveglia personale è il verso della tortora che tuba, lo trovo meraviglioso quel suo tubare mattutino.
    Vivo in un piccolo appartamento in riva al lago, adoro vivere quì, mi piace il profumo del lago, lo starnazzare delle anatre fra i canneti. Il rumore delle onde sugli scogli mi dà pace, mi piace la solitudine, amo meditare, amo prendermi cura di me stesso da quando ho capito di essere unico ed irripetibile, allo stesso tempo, amo anche circondarmi di amici e chiacchierare con loro sul portico di casa, ammirando ed ascoltando le onde.
    Attimi di felicità, vivo momenti di felicità eterna, sono sceso dalla giostra impazzita della società moderna, ora vedo le cose con più calma e mi perdo nel dolce chiacchierio della sera, godo attimi di serenità semplicemente ascoltandomi ed accontentandomi di respirare la vita, tutto il resto è solo perdita di tempo.
    Una delle cose che adoro fare quando mi alzo è uscire con la barchetta, ne ho acquistata una di seconda mano da un pescatore del posto, mi sono fatto insegnare qualche trucco del mestiere (non senza alcune pessime figure) e ora mi diverto a pescarmi qualche per cena, o semplicemente mi rilasso a remare nel silenzio del mattino, così tranquillamente, semplicemente remando ed ascoltando il mio respiro.
    Scivolare lentamente sull'acqua con la barca mi piace, mi rilassa, mi fa sentire in pace con il mondo e mi dà modo di pensare a me stesso, alla mia vita precedente, perchè è così che mi rivedo se ripenso, al mio passato, ero sordo e non sentivo, ero cieco e non vedevo, facevo le cose senza pensare, sempre di corsa sempre con frenesia. Quando oggi ripenso alla mia vita precedente, trovo tutto così assurdo e senza senso da sorriderci sopra.
    Una volta lessi in un libro che la vita di un essere umano non si conta in anni ma in respiri, quindi imparando a respirare con più calma si prolungherebbe l'esistenza di una persona, non so esattamente dove lessi questa cosa e se abbia qualche fondamento di verità. Però oggi capisco che tutto quello di cui un essere umano ha bisogno è già dentro di lui, e non serve a nulla dannarsi tanto, arricchirsi, correre come pazzi dalla mattina alla sera (trascurando così le amicizie e i legami affettivi) per permettersi l'auto più grossa, la casa più grande, i vestiti firmati, il telefonino all'ultima moda, se poi siamo sempre più soli, tristi e depressi, e non ci fermiamo mai a parlare neanche un minuto con quel bambino che portiamo da sempre nel cuore.
    Come disse un grande maestro di vita: "L'unica rivoluzione possibile è quella dentro di noi" e finchè non capiranno questo, le persone vivranno continuamente correndo da una parte all'altra, come delle palline in un flipper impazzito.
    Oggi mentre osservo le persone, ho come l'impressione che nessuno sia mai a proprio agio nella propria pelle, mi sembra che nessuno sia contento di essere chi è, soddisfatto di quello che fa. Mi sembra che nessuno sia più felice di essere dovè.
    Oggi ho imparato a considerare valore ogni forma di vita. Dove abito ci sono molti insetti, ogni tanto vedo qualche ragno, mi limito ad osservarlo, non lo caccio, nè tanto meno lo schiaccio come invece avrei fatto qualche anno prima.
    Anche le zanzare, l'altro giorno se n'è appoggiata una sul mio braccio, l'ho lasciata nutrirsi, non l'ho schiacciata come molti farebbero. Mi sono semplicemente limitato a pensare che anche lei deve pur nutrirsi, e se ha deciso di farlo con il mio braccio, a me sta bene. Che diritto abbiamo noi, di schiacciare e sterminare qualunque cosa sia diversa da noi? Se arrivasse un gigante ed iniziasse a schiacciarci tutti, non penso che ne saremmo tanto contenti. E un controsenso? Può darsi, però per me controsenso significa, bere l'acqua in bottiglia con solo lo 0,0001% di sodio, oppure l'acqua che "mi depura" per poi accendermi una sigaretta, o ancora andare in palestra per rimanere bello e sano, e poi andare a mangiare al fast food.
    Controsenso? Mettere il dolcificante nel caffè e mangiarci assieme bel cornetto alla crema, ecco per me, questi sono controsensi, ma andiamo con ordine.
    Questa è la mia storia, la storia di come un'incontro inaspettato, ha cambiato la mia esistenza, la storia di come il destino sia capace di divertirsi, giocando a dadi con la nostra vita.
    Questa è la storia di come un bambino impaurito e solo, possa trasformarsi in un uomo forte, leale e coraggioso

  • 02 settembre 2011 alle ore 16:26
    ALBERTO E GENEVIÈNNE - 3^ PARTE

    Come comincia: Ge: "Non capisco un'acca, non conosco il latino." "Ti tradurrò tutto ma come ricompensa..." "Niente ricompense per ora, ho capito dove vuoi arrivare, l'uso dell'argenteria te la devi conquistare! Traduci." "Lollo deve baciare il buchino davanti di Dorella e Tindaro quello dietro." Dorella: "Nunc fellatio at ordo, membrum plus parvus esse secundus in ludis, Lollo super tabula femur manifesta: lingo tergas, lingopilas, lingofallum." "Vai con la traduzione e non fartelo ripetere." ""Dorella sta leccando il culo, le palle e il pisello di entrambi, a turno, beati loro!" "Non è il momento di farti venire le voglie, voglio partecipare alla loro orgia." Dorella: "Lollo fallum bene erectus. Tindaro fallum parvus erectus, experio secare... fallum semper parvus erectus, experio ex novo lingere.""Lollo ce l'ha ben duro, quello di Tindaro, malgrado l'impegno di Dorella con la lingua e con le mani resta moscio, Dorella prova di nuovo a leccarglielo."Dorella: "Tindaro experiore con manu te ipsum dum osculor in ore Lollo." "Tindaro deve provare con la sue mani a farselo diventare duro mentre Dorella bacia in bocca Lollo." Dorella: "Res sic stantibus, copulo cum Lollo, expero spectandum membrum ferreus fit." "Dato che Tindaro l'ha tuttora mezzo moscio, Dorella si mette a scopare con Lollo sperando che guardandoli a Tindaro diventi duro." Dorella: "Esperioremus cum Lollo qui debet sugare membrum Tindaro." "Dorella cerca in tutti i modi di far diventare duro il coso di Tindaro, ha dato ordine a Lollo di succhiarglielo." Ge:"Non ricordo che in passato Tindaro abbia avuto con me delle défaillances..." Dorella: "Medicina efficax fuit, Tindaro concitatus est et potest irrumpere in mea vulva dum capio status ovis." "A Tindaro è diventato duro e può scoparsi Dorella che si è messa alla pecorina." Dorella: "Tindaro emergi da mea vulva ut facere intromittere Lollo." "Ha ordinato a Tindaro di mettersi da parte per far entrare in fica Lollo." Dorella: "Nunc collocatio mea vulva super membrum Tindaro e membrum Lollo debet irrumpere in mea terga." "La cosa si fa più interessante e fantasiosa: Tindaro si deve infilare nella fica e Lollo in culo, doppio gusto, mai provato?" Ge: "No, oltre te dovrei trovare una persona speciale, sono di gusti difficili." Dorella: "Volo mutare, Tindaro cun suo penis in terga Lollo et Lollo in mea vulva." "Tindaro si deve inchiappettareb Lollo che dve entrare in fica." Tindaro: "Non so se ci riesco." Dorella: "Si vis gaudere intra mea vulva aut intra in mea terga obedi!" "Se Tindaro vuol godere in fica o in culo di Dorella deve ubbidire." Tindaro: "Se Lollo me lo lecca diventa duro." Dorella: "Lollo obedi." "Hai capito, a tuo marito, diventa duro solo se glielo lecca Lollo." Dorella: "Duratio perfetta, intromissionis in terga Lollo magna cum suavitate." "Cazzo di Tindaro perfettamente duro, deve metterlo in culo a Lollo con delicatezza." In sottofondo gemiti di piacere. Dorella: "Tindaro non debebat gaudere, ob pena sugas Lollo usque suum gaudium in tua ore." "Tindaro non doveva godere, per punizione deve far godere Lollo nella sua bocca, cattivella la fidanzata di tuo marito!" "Se piace a loro, ma sentiamo il finale." Dorella: Volo gaudere magnopere, at ordo volo antea gaudere cum cunnilingus et postea con fallum at ordo usque mea perfecta satisfatis." " Dorella vuol farsi una goderecciata planetaria, ha ordinato ai due di leccarla e di infilargliela a turno sino a completa sua soddisfazione, i risultati li senti..." Ge aveva spento il ricevitore e guardava Gi con aria interrogativa:"Stai pensando tu la stessa cosa?" "Si ma come trio mi andrebbero due femminucce." "Furbacchione niente da fare, ed ora a cena, cos'hai di buono?" "A Nadia ho detto che questa sera avevo compagnia, andiamo a scoprire la sua valitudine nell'arte culinaria." "Non è che te la sei fatta?" "Solo un pompino, una volta." "Cazzo ti dai pure agli amori ancillari!" "Senti vergine delle rocce a te non è mai capitato qualcosa di simile?" "Te lo racconto un'altra volta, andiamo ad aprire il forno... caspita coniglio con peperoni e olive greche, piccioni ripieni, contorni: rucola con scaglie di parmigiano, verdura amara di montagna, cetrioli, carote senza buccia ma interi, Nadia fa pure la spiritosa, forse pensa che sia come Lollo e Tindaro." "Va bene non sei un culattone, va a prendere del vino, se penso al mio Amarone..." "Ho la Lacrima di Morro d'Alba, ti piacerà." "Buonissima cena, devo fare i complimenti a Nadia, la frutta... cazzo sta ucraina m'ha preso di nuovo per il cuolo, ananas interi con un buco al centro." "Te lo faccio venire duro, vediamo se c'entra." Slam, slam, slam. "Prova ad infilarlo nell'ananas... non c'entra." "Dirò a Nadia, la prossima volta, di praticare un foro più largo, intanto succhiamelo ancora." "O si mangia o si scopa, si mangia!" Per ultimo una baretta di cioccolato amaro. Sul divano abbracciati: "Mai provato la sensazione piacevole di un bacio al cioccolato, ora voglio raccontarti una mia avventura particolare. Come ti dicevo mio padre era capo stazione a Basilea; una sera lo incontrai in compagnia di una ragazza circa della mia età. Quando mi vide si arrabbiò ingiungendomi di non dir nulla a mia madre; tornai a casa amareggiata e decisi di allontanarmi dalla mia abitazione. Quale figlia di appartenente alle ferrovie, avevo diritto di poter fruire di viaggi gratis sino a duemila chilometri all'anno e così decisi di imbarcarmi sul primo treno trovato in stazione. Era sera, in partenza sul primo binario c'era un treno con cuccette, il conduttore mi disse che ce n'era una libera, tutte le altre erano occupate dai componenti di una squadra di rugby, se mi andava bene... D'istinto decisi di accettare, non pensavo di correre alcun pericolo, i giocatori di rugby sono conosciuti per la loro serietà e per la loro lealtà sia in campo che fuori, certo la loro stazza... L'addetto al wagon lit aprì la porta delllo scopartimento immerso nel buio appena rischiarato da una debole luce di cortesia, mi arrampicai sulla scaletta posta al centro e mi issai sulla cuccetta superiore sinistra, restai vestita in minigonna e giubbino. Nel frattempo il treno si era messo in moto e non feci caso al rumore della scaletta che veniva spostata; poco dopo sentii il calore di una manona che lentamente guadagnava l'interno delle mie cosce. Decisi di starci, mai conosciuto un giovanotto muscoloso che speravo anche ben dotato. La mia passività indusse il giovane a farsi più intraprendente e poco dopo me lo trovai nella mia cuccetta, delicatamente mi sfilò le mutndine e cercò di infilarmelo ma benchè agisse delicatamente, mi fece male. Lo alliontanai con la mano, lui capì e prese a baciarmi la cosina e poco dopo godei a lungo. Il cotale, visti sparire i miei spasmi tornò alla carica e questa volta non ebbe difficoltà, la mia tata era pronta ad accoglierlo. Data la giovane età godè in breve tempo, restò un pò dentro di me, non mi dispiceva rimanere in quella posizione, dopo poco tempo si ritirò. In verità ero insoddisfatta, pensavo ad una notte di fuoco... ma presto la delusione fece posto a una piacevole sorpresa, un altro giocatore di rugby prese il posto del suo collega e, benchè anche lui ben dotato, entrò facilmente nella mia cosina scivolando nella visocosità lasciata dal suo collega. Anche lui fu piuttosto veloce e scese dalla mia cuccetta per lasciare il posto al terzo ed ultimo giocatore. Stessa scena ma alla fine mi sentivo frustrata, sti ragazzoni avevano poca resistenza in campo sessuale, mi era rimasta addosso il loro piacevole effluvio di mascolinità. Mi era girata su un fianco in attesa del buon Morfeo quando sentii la solita manona che mi rigirava ma da dove compariva il quarto? Capii che era il primo evidentemente insoddisfatto della antecedente prestazione. La cosa durò più a lungo dei precedenti con grande goduria della mia beneamata. Ci furono varie altre prestazioni da parte dei rugbisti che persi il conto. sinchè la mia gatta, indolenzita, rifiutò di farsi ulteriormente penetare. Chiesi in prestito un  asciugamano per pulire la mia cosina completamente allagata. Dopo la pugna un sonno ristoratore come gli antichi soldati greci dopo la battaglia. Quando mi svegliai lo scompartimento era vuoto, pensai che fossero scesi in una stazione, il treno era ancora in moto. Mi recai al vagone ristorante per far colazione e, sorpresa sorpresa, vidi tutta la squadra alle prese con caffellatte e pasticcini. Non so quale folletto mi spinse a cercare di riconoscere i miei trapanatori, pensai di averli individuati in tre che occupavano un tavolino in fondo al vagone, con notevole faccia tosta mi sedetti al loro tavolo. Espressione attonita da parte degli interessati che mi guardavano perplessi e intimiditi; erano tutti e tre biondi, mascelle larghe, occhi azzurri, capelli biondi tipici della razza ariana, sarennero piaciuti a Hitler, sicuramente parlavano tedesco e in questa lingua chiesi loro di procurarmi caffellatte e cornetti. Si alzarono all'unisono e sparirono dalla mia vista, pensavo che avessero preferito andarsene insalutato ospite invece si presentarono con un vassoio pieno di strudel, cornetti, diplomatici oltre che con un bricco di caffellatte. Erano notevolmente cambiati, sorridenti mi biaciarono a turno la mano e si sedettero mentre io davo l'assalto un pò a tutto, la notte godereccia mia aveva procurato un noteviole appetito, dovevo riprendere le forze. Restammo seduti sino a quando i tre mi dissero che stavano per giungere a destinazione, mi baciariono sulle guance seguiti dagli sguardi interrogativi e sicuramente invidiosi dei loro colleghi, indubbiamente in seguito li avrebbero messi al corrente della loro avventura. Alla fermata successiva scesi dal treno, andai in una farmacia e acquistai una pomata per lenire l'arrossamento della mia cosina, me l'avevano prorpio sconquassata! Ritornai in stazione ed aspettai un treno che mi riportasse a Basilea. Ai miei genitori dissi che ero andata a trovare un'amica, guardai negli occhi mio padre e gli feci capire che mi sarei fatta i fatti miei, in fondo era anche 'merito' suo se avevo potutto godere quell'avventura particolare e piacevole." "Sei una porcona matricolata ma spero che non farai paragoni di volatili, il mio deve essere decisamente più modesto." "Il tuo va benissimo, funziona perfettamente e poi... è il tuo." "Non sappiamo nel frattempo il finale del banchetto, hai chiuso il collegamento." "Vado a vedere se nel parcheggio c'è ancora la macchina di Dorella... è andata via, rientro a casa, bacione della buona notte." "Non è che tu sia molto generosa..." "Per stasera va bene così, 'Traduzione mi ha creato uno svuotamento mentale, buonanotte." "Notte". Quale buonanotte, se Ge si era svuotata mentalmente, Al si era caricato sessualmente e giaceva sul letto guardando imbambolato 'ciccio' anche lui perplesso e sull'attenti. Solo all'alba un pietoso Morfeo decise di prendere fra le sue braccia il povero affranto Al. Il risveglio fu causato dal rumore di una porta sbattuta. Nadia si era trovata Al fra i piedi ed in tale modo aveva dimostrato il suo disappunto e l'invito di levarsi dalle balle; niente da fare Al ce l'aveva col mondo ed anche con quella incolpevole 'pulisci cessi'. Questo pensiero ingiurioso fece tornare Al alla realtà, normalmente non avrebbe mai offeso Nadia anzi apprezzava molto i suoi sacrifici per far studiare i figli e l'essere lontana dalla sua terra. si diede ancora dello stronzo ed andò a trovare l'affaccendata ucraina alle prese con la lavastoviglie. Sorriso accarrivante che Nadia interpretò come resa incondizionata e conseguente uscita di casa. "Nadia scusami, non mi sento bene, preferisco non uscire, mi sposterò a una stanza all'altra mentre tu lavori." "Penso che il signorino avrà apprezzato le cena che ha condiviso con una gentile signora o signorina visto il rossetto che ho trovato su un bicchiere!" "Nadia hai meritato i nostri complimenti anche se non abbiamo compreso la curiosa preparazione dell'ananas." "È una consuetudine ucraina..." "Una consuetudine zozzona!" "Onni soi qui mal y pense." "Cazzo questa conosce pure il francese e mi prende bellamente per i fondelli, mi sta bene la battuta romana 'prendi e porta a casa!' Nadia sono nel salone, ti faccio sentire una musica allegra." Quale musica allegra, Al le aveva mollato la marcia funebre di Mozart. "La marcia funebre di Mozart non migliorerà il suo cattivo umore dovuto forse alla bufera che si sta avvicinando o a qualcosa che ieri sera è andato storto..." "Nadia ti offendi se ti dico di farti i cosi tuoi!"Al andò ad alzare la serranda del salone. Effettivamente un temporale era in arrivo, il forte vento piegava i rami degli alberi, dalla Calabria si stavano avvicinando grossi nuvoloni neri carichi di pioggia, qualche lampo lontano, non se ne parlava proprio di uscire. Nadia si presentò al cospetto di Al: "Signorino ho trovato questo biglietto sotto la porta d'ingresso, ce lo devono aver messo da poco, quando son venuta non c'era, non l'ho aperto." Figurarsi se quell'impicciona non l'aveva letto. "Caro sento il bisogno di allontanarmi un pò da Messina, stanotte ho avuto una crisi ma non so spiegarti di che si tratta o forse lo so... in ogni caso preferisco star sola." Inutile rifugiarsi nel luogo comune 'chi le capisce le donne'. Ge non era una donna banale e allora...Gi aprì la porta finestra, il posto macchina di Ge era vuoto. Gi allora decise di uscire di casa, niente barba, niente doccia, niente vestiti solo una tuta da ginnastica. Giunse frastornato a piazza Cairoli, poca gente in strada, rari pedoni alle prese con ombrelli diventati paracadute all'incontrario, quasi tutti rifugiati nei negozi o nei bar. Gi era vicino alla rivendita di giornali dell'amico Nino ma preferì andare in un'altra edicola, il suo aspetto non era dei migliori e non aveva voglia di sopportare le inevitabili battute salaci del suo amico giornalaio. 'La Gazzetta del Sud' riportava le solite notizie spiacevoli: incidenti stradali con morti e feriti, arresti delle forze dell'ordine di spacciatori di droga, un latitante di grosso calibro arrestato dopo lunghi indagini, politici che se ne dicevano di tutti i colori per 'il bene della città'. L'unica pagina distentiva era un'allegato dedicato agli studenti delle elementari, bellissimi ed ingenui disegni e le letterine degli scolari. Queste immagini lo portarono a rivolgersi una domanda alla quale in passato non aveva saputo dare una risposta: sarebbe stato un buon padre o, preso da problemi personali, avrebbe lasciato alla madre l'incombenza della educazione dei figli? Doveva essere proprio a terra per riproporsi una simile domanda tanto impegnativa quanto senza risposta. Al rientro a casa non trovò Nadia che gli aveva preparato un risotto con sugo di pesce e, per secondo, salmone con contorni di verdure e, in bella mostra, un secchiello con ghiaccio con una bottiglia di 'Verdicchio', niente ananas con buco al centro. Messo a tacere l'appetito, Al si distese sull'amico divano con le braccia incrociate dietro la testa, la sua posizione preferita per cogitare: a mente serena non riusciva a trovare una motivazione dell'allontanamente di Ge, sicuramente non era un problema col marito, ognuno viveva la propria vita. Qui si fermava la diesamina, inutile spingersi oltre per trovare una motivazione plausibile. Cavolo non aveva pensato al telefonino: 'Risponde la segreteria telefonica del numero ... lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.' Chiaramente Ge non voleva avere rapporti con lui, che fare? Dopo lunga meditazione Al ritenne che la cosa migliore fosse lasciare un messaggio nella segreteria telefonica non chiedendo spiegazioni ma effettuando una cronaca dell'andamento di casa sua: "Cara come stai, qui il tempo è maledetto e m'impone una prigionia forzata con grande irritazione di Nadia, 'ciccio' è molto affranto e riposa nella sua cuccia, non ci sono novità, ti chiamerò domani, un bacione." "Oggi mi sento meno triste forse anche per merito del tempo che è notevolmente migliorato. Per quanto riguarda casa tua devo comunicarti che il tuo allontanamento è stato ben accetto dalla banda che da tre è aumentata a quattro perchè, penso, si sia aggiunto Cocò quel tale titolare del ristorante che aveva fornito la mangiatoria a Tindaro, a Dorella ed a Lollo nel loro primo incontro-orgia. È in tipo magro, alto, molto elegante da quello che ho potutto vedere dallo spioncino della mia porta d'ingresso. Se avessi lasciato le microspie in funzione avrei potutto riferirti qualche passaggio interessante delle loro...conversazioni, solito bacione." "Oggi Nadia mi guarda in maniera strana, forse ha intuito qualcosa della nostra relazione e si domanda il perchè della tua lontananza (non è la sola). Io non  frequento più gli amici, ho cambiato giornalaio per non subire domande imbarazzanti sul mio aspetto fisico non proprio al top, che altro dirti, bacioni." "Amore non tengo più il conto dei giorni che son passati, la domanda è sempre la stessa: perchè? Se hai preso questa decisione avrai avuto i tuoi buoni motivi, vorrei che...che vorrei? Averti di nuovo fra le mie braccia!" Al aveva deciso di non inviare più sms a Ge, non era sicuro che li leggesse, forse suo marito sapeva qualcosa, avrebbe potutto chiedergli... la disperazione porta a pensare soluzioni inopportune e sciocche, ufficilamente non lo conosceva nemmeno. Dopo due giorni, di notte squillò il telefono di casa: "pronto": Dalla'ltro lato un suono di pianto, un pianto sempre più fporte.irrefrenabile, non poteva che essere Ge, infine la sua voce: "Ci sei?" Con la maggior indifferenza possibile Al: "Certo che son qui, mi hai svegliato, non potevi telefonarmi in un'ora meno antelucana!" Al cercava di sdrammatizzare. "Brutto maiale, io manco di casa venti giorni e tu fai il sostenuto, ho fatto male a chiamarti, sei un maledetto, ti odio!" "Pure io, non voglio farti domande ovvie, dimmi dove sei e se vuoi che ti raggiunga." "Non vorrei ma è più forte di me, sono al 'Bed and Breakfast 'La Stalla' di Salvatore di Fitalia, non ho voglio di spiegarti dove si trova, guarda su internet." "Dato che ti trovi in una stalla, mi domando se devo portare il sacco a pelo ed il lume a gas." "Se fai ancora l'imbecille sparisco di qui e non mi faccio più trovare." "Se non accetti le mie battute sei proprio a terra, più o meno ho capito dov'è il posto, a presto." "Non spingere troppo sull'acceleratore, ora che ho deciso di rivcederti vorrei trovarti tutto intero, io starò ad aspettarti all'inizio della salita che porta al casolare." Valigia preparata in fretta, vestito sportivo, autostrada Messina - Palermo, uscita a Patti prosieguo in strade malagevoli seguendo le indicazioni stradali, infine la scritta 'Bed and breakfast La Stalla Km.1' Ispirazione di Al, fare gli ultimi cinquecento metri a piedi, sbucare all'improvviso per vedere le reazioni di Ge. Detto fatto, Jaguar posteggiata sotto una curva, ultimo tratto in salita, e che salita!. Giunto nelle vicinanze del casolare Al aveva la classica lingua di fuori.Scorse la conosciuta figura di Ge seduta su un masso, il viso appoggiato su una mano ed il gomito su una gamba, non l'aveva ancora notato. Quando Al si avvicinò, alzò solo lo sguardo, un'immagine spiacevole, era dimagrita, lo sguardo spento, nemmeno un 'ciao'.Ge si alzò, prese per mano Al, s'incamminarono per raggiungere l'abitazione, una ex fattoria rimodernata che di stalla non aveva che il nome. Passarono vicino alla piscina ovviamente vuota (era novembre) e si diressero verso una sala dove c'era una radio accesa che inviava musica country. "Vieni, sediamoci sul divano, è qui che passo la maggior parte del tempo quando le condizioni atmoferiche non mi permettono di andare a cavallo nei boschi." Stranamente Ge non guardava in faccia Al, che poteva aver combinato per sentirsi tanto in colpa? Mah. Si avvicinarono una signora sulla trentina, bruna, piccolina, sorridente seguita dal marito alto, panciuto e dall'espressione di figlio di puttana e lo dimostrò subito partendo all'attacco: "È suo padre?" "Potrebbe esserlo ma è solo il mio amante!" Gino e Carmelo, dopo una stretta di mano si allontanarono, avevano compreso che non era il caso di esagerare viste le espressioni contrariate dei due. "Vieni in canera mia, in questo momento non vi sono altri ospiti." "Bene, finalmente soli, mi sembra la classica situazione  di due novelli sposi alla prima notte di nozze." "Non ho nemmeno la forza di darti un pugno in faccia, te lo meriteresti!" Ge era distesa sul letto prona, non voleva farsi vedere in viso, forse piangeva. Al gli si mise accanto, un braccio intorno alle spalle. Restarono in questa posizione sin quando non giunse la voce di Carmelo: "L'amore fa venire fame, mia moglie ha preparato cose buonissime." Menù letto da Carmelo: - antipasti: peperoni arrosto, funghi e melanzane fritti, provola cotta alla brace; - primi piatti: bucatini al ragù, risotto ai funghi; - secondi piatti tutti cotti su un coppo: carne di struzzo, salsicce, filetto di maialino; - contorni: verdure di campagna,fagioli lessi, fave e piselli, patate fritte; - frutta: melograni, mele di montagana, pere. Un piatto con ingredienti genuini in città ve lo potete sognare!" Al: "Modestia decet puellas." "Il signore conosce il latino? Bene ci intenderemo in tale lingua." Ge: "Niente latino, ne abbiamo fatto una scorpacciata in altra occasione..." Carmelo: "Vedo con piacere che la signora si è ripresa, nei giorni passati non  ha mangiato quasi nulla e ci ha sempre deliziato con un'espressione da funerale, signor Alberto tutto merito suo!" "Carmelo vorrei darti del tu per poterti mandare a f....lo senza che tu ti offenda!" ""Permesso accordato, vado subito dove mi ha mandato!" Quella era la donna che Al preferiva, battagliera. Ge aveva 'ripreso le penne' ed aveva preso d'assalto i piatti che man mano venivano serviti a tavola, Gi pensò che nei giorni passati doveva aver soffeto la fame. Riempito il delizioso pancino Ge, dopo aver ringraziato sia Gina che Carmelo, chiese loro di sellare due cavalli per un giro nel bosco. "Genéviènne come cavaliere sono maldestro, ho paura di cadere e di rompermi la testa." "È proprio quello che desidero e che ti meriti, monta e seguimi, ormai conosco bene la zona." Ge aveva messo il cavallo al trotto, Al invece frenava il suo, già andare al passo per lui era abbastanza viste le asperità del terreno. "Cagone del c...o, fai alzare le chiappe al cavallo!" "Te lo puoi dimenticare anzi lo giro a torno indietro." Ge raggiune il suo amante, scese da cavallo, tirò giù dalla sella Al che si ritrovò disteso a terra quasi senza accorgersene. "Vedo che sei migliorata, non sei più pazza ma solo def..." Al non riuscì a finire la frase, Ge si era appropriata della sua bocca e lo baciava freneticamente. Finita la furia distruttrice ripresero fiato guardandosi negli occhi. "È troppo chiederti e soprattutto ottenere qualche spiegazione, una piccola piccola solo per capirci qualcosa dell tua fuga, ero fuori di testa, stavo quasi per telefonare a tuo marito per avere tue notizie." "Lui non sa nulla dove sono nè penso che gli interessi gran che. La mia diserzione, chiamiamola così,è dovuta ad una violenta reazione contro me stessa, ho provato un sentimento che non volevo accettare e che ha portato ad odiarmi, sai quanto sia importante per me la libertà, la mia ragione di vita, non accetto costrizioni di alcun genere e così piuttosto puerilmente sono fuggita quando ho scoperto di essermi innamorata di un essere esecrabile, me lo sogno, di notte mi abbraccio al cuscino pensando a lui... a te maledetto abominevole uomo!" Tutto ad un tratto il silenzio era sceso fra di loro, il canto degli uccelli appollaiati sugli alberi erano l'unico suono del bosco, Ge dopo la sofferta confessione, aveva poggiato la testa sul ventre di Al. Se da un lato si sentiva sollevato dall'altro era perplesso, che c'è di meglio di un sentimento che ti coinvolge tutto, al diavolo la libertà e le fregnate del genere! L'umidfità ed il freddo consigliarono ai due amanti di riprendere la via di casa ma i cavalli... si erano dimenticati di legarli ad un albero e gli interessati avevano ritenuto opportuno andar per i fatti loro. Una corsa verso l'alto, niente cavalli poi la ricerca verso il basso e finalmente la vista dei due quadrupedi intenti a brucare l'erba, un sospiro di sollievo poi in sella, ritornare a piedi sarebbe stato come porre su un piatto d'argento a Carmelo la possibilità di sfotterli. Niente meglio che l'acqua calda di una doccia, Ge e Al sostarono a lungo sotto quel caloroso abbraccio, si asciugarono a vicenda e poi sotto le lenzuola che odoravano di spighetta. Di colpo Ge di nuovo all'assalto: "Mentre io, irata ai patri numi, mi aggiravo in questo luogo solitario angosciata, addolorata e distrutta nella mente, cos'ha fatto il qui presente bel tomo che è irromputo...come diavolo si dice che sei entrato nella mia vita trasformandola in un abisso di dolore?"

  • 02 settembre 2011 alle ore 15:41
    Revolucìon

    Come comincia: Succede d'autunno, quando il mondo inizia il suo ciclo di morte, che la gente improvvisamente si risveglia: una nuova primavera, per gli amati gregari. Inizia il brulicare delle folle ai piedi di edifici grigi, meraviglie tramutate in carceri cupi dallo smog e dall'incuranza. Il cielo è sottile come un velo di seta, terzo e violento. Il vento è freddo, s'insinua e tramuta la polvere in meravigliose sculture battute dalla luce. La pace va a farsi fottere.
      In tutto quel caos così schifosamente ordinato si destreggia una ragazza dai capelli rossi e dal vestiario vecchio, uscito da qualche foto in bianco e nero. Stivali di cuoio rigati e bruciati dal sole, un vestito a fiori lungo fino alle caviglie, un maglione rosso e sdrucito, un tascapane di Tolfa che le batte sulle natiche ritmicamente, ad ogni passo. Se ne va in giro per un quartiere anziano, tra gli edifici cadenti e vivi, tra i balconi da cui le comari urlano e si sbracciano. Persone che fumano sedute ai tavolini di metallo, fuori dai bar, vecchi che giocano a briscola, sorrisi sinceri e ingialliti dal caffè.
      Lei tiene lo sguardo verde fisso dinnanzi a sè, quasi fosse sicura che il diffuso malessere della gente lavoratrice non possa rovinarle le labbra gonfie, morbide e dolci. Niente più Woolwich, dal 2010 in poi, paiono dire i suoi zigomi precisi e tondi, pelle rosea che mai è stata carezzata dai solventi per vernici. Cammina svelta, come se avesse paura di disobbedire al Carpe Diem, cammina e schiva i passanti, i cani che le annusano le cosce di sfuggita, monta sul marciapiede ed evita la morte, ogni qualvolta un auto le fa il filo nei vicoli stretti.
    Scarta a destra all'improvviso, ed entra in una libreria caduca e magica come le foglie in questo periodo, con un ragazzo grasso col pizzetto e la coppola dietro il banco della cassa. Lui se ne sta lì, seduto sullo sgabello, masticando una radice di liquerizia, con lo sguardo fisso sullo schermo di un portatile. Ha l'aria di capitare continuamente nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con un gran sorriso sulla faccia ed il collo di una boccia di vino stretta nella mano, biascicando auguri di compleanno. In controtendenza alla prima impressione, però, se ne sta concentrato a battere i polpastrelli grassocci sulla tastiera, i muscoli del volto rilassati e gli occhi celesti stretti in una morsa dura, lo sguardo di qualcuno che lavora con perizia e attenzione.
      La ragazza lo fissa, di sottecchi, all'ingresso del negozio. Lo fissa e se ne sta zitta, vacuamente libidinosa e furba, come se avesse sempre saputo di poterlo trovare lì, in quell'esatta posa, con quell'esatto ticchettio di tasti premuti. Tossisce, ma lui non pare voler allontanare il cervello dal suo mestiere. Allora la femmina dai capelli rossi prende a girare per gli scaffali, agguantando qualche libro con calcolata goffaggine, facendo un gran chiasso: il ragazzo eleva la sua attenzione al corpo ben tornito di lei, inarcando le sopracciglia, standosene zitto per lasciarla consultare in tranquillità, tornandosene ai suoi conti.
      Di tanto in tanto il silenzio avviluppa la stanza di dieci metri quadri, strappando al giovane uno sguardo, quasi si fosse abituato al trascinar di pagine, allo sbattere di coste contro il fondo degli scaffali, sentendone una particolare mancanza. In quei momenti, lei si carezza la chioma con vaga disattenzione, scoprendo la nuca bianca, inarca la schiena chinandosi un poco in avanti. Sfortunatamente, i tentativi di abbordaggio falliscono precisi come l'avanzare delle lancette d'un pendolo, perchè il commesso ciccione abbassa gli occhi sullo schermo giusto in tempo per non notare quel putiferio di carne meravigliosa agitarsi apparentemente solo per il suo gusto.
      Saggistica su Andy Warhol, una vecchia edizione del The Dharma Burns, cose che ti fanno perder tempo e nient'altro, pare dire lo sguardo annoiato della rossa. Sarà la seduzione quella verità che s'insinua come il vento freddo dalla porta aperta all'interno della libreria? Lei muove qualche passo verso la cassa, con un libro grande quanto il suo torace tenuto sottomano. Lo poggia sul banco, ciondolando sulle gambe e sbattendo le ciglia, sorridendo come una mignotta la sera di natale, quando solo i cani bazzicano per le superstrade vuote, buie e polverose.
      Ehi, ciao... Vorrei comprarlo. - Biascica, ingenuamente insicura la femmina, con un pigolio che si diffonde rapido tra le pareti di cemento. Nuovamente disturbato, il ragazzo la guarda, pratico e sbrigativo.
      Occhei... - Mormora, con voce di circostanza, buttando uno sguardo al tomo. Solleva la copertina, allungando le mani verso il cartone, con docile rapidità. Digita il prezzo alla macchina, e poco dopo esce uno scontrino, vomitato dalla cassa.
      14 e 95, vuoi una busta? Immagino di si. - Ed è proprio nel momento in cui si china per agguantare un involucro di stoffa - filosofia ecosostenibile - che s'accorge dello sporgere dei seni di lei, che se ne sta lì con le mani intrecciate dietro i lombi, guardandolo come se sapesse qualcosa che lui ancora non conosce, prelibata come un rustico ad un buffet. Il ragazzo la fissa, basito, concentrato, quasi non si fosse reso conto finora di un dettaglio molto importante, della portata della questione. La fissa e aspetta, smettendo di masticare. Lei sorride, umida.
      Paghi adesso o passi dopo...? - Sorride, lui, con ingenua affabilità, infilando poi il libro nella busta beige. Le spalle della ragazza crollano, sbuffa, arriccia le labbra e guarda verso il soffitto, penosamente arresa. Non gli risponde, mentre inforca sotto braccio la borsa di stoffa, uscendo dalla libreria di gran carriera. Lui la guarda, gli occhi tremanti per un'incromprensione improvvisa. Non capisce, ma vedendola attraversare la strada fa spallucce.
      Tornerà. - Dice, tra sè e sè, riprendendo a mordicchiare con un sorriso la liquerizia, gli occhi celesti che ritornano al monitor e le dita sui tasti. Si stringe nelle spalle, dentro la sua casacca di lino bianco.

  • 02 settembre 2011
    il sogno e la memoria

    Come comincia: Era solo un bisogno. Nulla da dimostrare.
    Un bisogno profondo, istintivo.
    Emy sognava di cambiare la propria vita per contribuire a migliorare il mondo.
    Nella Polizia di Stato cercavano tremila esseri umani disposti a farlo.
    Emilia Soleddu fu una di quelli.

    20 settembre 1989

    Trieste. Città con poco sole e troppo vento.
    Scuola per allievi agenti della Polizia di Stato.
    Settecento neoallievi varcano l'enorme portone bigio.
    Settecento vite da forgiare, settecento sogni da realizzare, settecento destini da compiere.
    Strano mondo quello delle scuole di formazione della polizia di Stato: un po' scuola, un po' villaggio turistico. Animatori-docenti ti organizzano la giornata tra lezioni in aula ed esercitazioni. E come in tutti i villaggi, nascono e si frantumano amori, infinite storie si intrecciano creando solchi nuovi nel destino di ognuno.
    Emy guardava quel mondo passarle accanto con lo sguardo consapevole di chi sa che fuori sarà tutto diverso.
    Né peggiore, né migliore, solo diverso.
    E per quel mondo Emy studiò; cercando di assimilare più nozioni possibili.
    Poi, tutto questo, un giorno finì.

    19 marzo 1990

    Aria tesa.
    Neo-poliziotti, seduti su poltroncine rosse, guardano con occhi timorosi il palco. E attendono.
    Non siamo in teatro ma ciò che verrà rappresentato sarà una tragedia. Qualcuno salirà sul palco e sotto la luce intimidatoria di un occhio di bue, inizierà un monologo. Una poesia senza rima e, per molti, senza speranza: le assegnazioni alle varie questure e reparti d' Italia.
    Nessuno di questi sconosciuti con gli occhi fissi nel vuoto e le dita incrociate sa in quale luogo inizierà la propria carriera di poliziotto.
    Ognuno di loro sogna di ritornare, con indosso una divisa scintillante blu, nella sua città natale.

    Le luci della sala proiezioni si abbassano.
    In un’aria dilatata dalla sofferenza dell’attesa, un uomo dai modi garbati come un rappresentante della folletto entra in scena, dardeggiando sprazzi di plastica simpatia. Dopo i ringraziamenti di rito,  il responsabile dell'ufficio corsi con sadica lentezza inizia a enunciare uno dopo l'altro, in ordine alfabetico, una nenia di nomi e  le sedi ad essi associati.
    Il terrore soffoca l'intera platea.
    Emy, rassegnata cerca di pensare ad altro, sa che il suo nome inevitabilmente verrà pronunciato quasi per ultimo, quindi intreccia le dita e aspetta.

    EMILIA SOLEDDU, COMMISSARIATO MONDELLO, PALERMO.

    Emy è pronta e senza lacrime. Qualsiasi sede andava bene.
    Del resto da qualche parte doveva pur cominciare a cambiare il mondo.
    Alla fine del monologo la tensione in platea si azzera.
    Neo poliziotti esplodono in salvifici pianti di delusione o gioia.
    In tutto quel trambusto, sul palco sale un cicisbeo dai capelli fulvi con indosso un armani color mavì che, conquistata l'attenzione riverente del pubblico con una frase spiritosa, pronunzia un breve discorso a tutti gli ex allievi sulla deontologia del poliziotto. Poi, dopo gli auguri  di una promettente carriera, si allontana veloce.
    Era il direttore della scuola.

    Il corso è finito. Volato via, leggero e professionale. Tutto ciò che resta sono attimi di gioia e aggregazione conservati gelosamente nella mente e nel cuore di ognuno.
    Emy dopo aver salutato tutti coloro che l'avevano accompagnata e sostenuta in quei sei mesi, prende il suo borsone blu di prussia e si avvia alla stazione.
    Voilà.

    Essere un agente di scorta non significa stare in panchina e venir usato solo quando ci sono esigenze di servizio.
    Tutt'altro, fare la scorta significa mettere la propria vita al servizio di personalità dello Stato o della Giustizia che per le loro idee o per le loro azioni diventano scomodi alla criminalità organizzata. È un lavoro per uomini duri. Un lavoro che dà soddisfazioni ma che chiede in cambio enormi sacrifici e totale dedizione.
    È un lavoro per uomini duri, dicevo, e pertanto un lavoro per maschi forti e palestrati.
    Immaginatevi ora la faccia del dirigente dell'ufficio scorte della Questura di Palermo quando nel suo ufficio si presentò una ragazza. Piccola, robusta, con infiniti riccioli in testa, sguardo intelligente e un sorriso sincero. Commenti sarcastici e maldicenze aleggiavano nei corridoi, ma Emy in poco tempo dimostrò a tutti la sua personalità forte e determinata, condita da una giusta dose di incoscienza, dote comune a tutti i giovani intorno ai vent'anni.

    19 luglio 1992

    Già dalle prime ore del mattino Emy capì che sarebbe stata una giornata calda e umida. Un pensiero laido le provocò un brivido lungo la schiena, ma lei lo cacciò via pensando che finalmente dopo questa scorta sarebbe andata in ferie.
    Sole, salsedine e notti ubriache sulle spiagge della sua nativa isola. Ma adesso bisognava muoversi, bisognava rimanere pronti e concentrati. Il giudice non era mai in ritardo.
    Indossò abiti comodi, adagiò la sua pistola d'ordinanza nella fondina, mise pochi, essenziali effetti personali nella borsetta e si proiettò in strada.

    L'auto del giudice davanti a loro procedeva ad una andatura noiosa come il paesaggio che sfrecciava ai lati del finestrino. Emy lo guardava con il viso serio e attento.
    Come ultima arrivata, ad Emy era toccato sedersi dietro l'autista, sono regole non scritte a cui è meglio abituarsi da subito.
    Certo che oggi fa proprio caldo!
    Non ci pensare e tieni d'occhio la strada. Dove te ne vai di bello, Emy?
    Giacomo era il caposcorta. Poteva sembrare un uomo burbero ma era tutta scena.
    Quando?
    Domani non vai in ferie?
    Si, è vero. Faccio questa scorta e poi me ne vado a Iglesias.
    Vai da sola?
    Noo, vado con il mio ragazzo...e futuro marito!
    Ehi, mica ci stavo provando. Io ce l'ho già una moglie e ho anche tre figli, e mi bastano e avanzano.
    See, dite tutti così, e poi ci provate sempre.
    Comunque se posso darti un consiglio, non ti sposare. Ascolta chi ci è già passato. Salvati, sei ancora in tempo.
    Giacomo lo disse con un leggero sorriso. Era una frase che diceva sempre ai futuri sposi. Credeva che lo rendesse simpatico. Ma Emy era troppo tesa per coglierne l'arguzia e rispose:
    Da cosa dovrei salvarmi, non capisco. Gianni è una persona dolcissima ed io gli voglio un mondo di bene.
    Giacomo, hanno pagato gli arretrati che stavamo aspettando?
    Andrea aveva capito che c'era un po' di tensione nell'aria.
    Non pensare ai soldi. Tu non ci devi pensare, devi solo guidare!
    Si Andrea li hanno pagati proprio ieri. Se non li pagavano, io come andavo in vacanza?
    Emy aveva subito ricambiato il favore, incrociando gli occhi azzurri di  Andrea nello specchietto retrovisore. Giacomo si aggiustò le sue ray-ban su i suoi folti capelli neri e con uno sguardo severo e il tono di chi non vuole intromissioni, apostrofò:
    Emy non gli dare corda e lascialo guidare. E tu, hai visto che l'auto del magistrato sta rallentando?
    Ho visto, ho visto. Se proprio volete farmi guidare in pace, provate un po' a stare tutti zitti.
    Erano appena entrati in Palermo. Perla del mediterraneo opacizzata da una criminalità spietata. Emy, adesso si sentiva più tranquilla, erano quasi giunti a destinazione, guardava fuori e si sentiva felice. Pensava alla grande occasione che aveva avuto nel far parte di questo nuovo gruppo operativo nato dopo la strage del giudice Falcone. Il destino gli aveva dato  una grande opportunità e lei  voleva sfruttarla appieno. Emy voleva andare lontano, sognava di diventare qualcuno, ma la voce di Giacomo la riportò di nuovo al  presente.
    E così dal commissariato Mondello ti hanno mandato al nucleo scorte...
    Già.
    Hai fatto un affare...
    Lo so che questa non è una città facile...Purtroppo ho scelto di fare la poliziotta e non potevo certo tirarmi indietro.
    Quando si prende una strada, non la si abbandona più...soprattutto quando si ha la passione per quello che si fa. Tu pensa che io ci sono venuto volontario al nucleo scorte.
    Andrea intervenne con tono cauto senza distogliere lo sguardo dalla strada. Anche nel primo pomeriggio Palermo è una città caotica.
    Emy aggiustandosi sul sedile chiese:
    Dove stavi prima?
    Alla questura di Trieste. Ma tutto quel vento mi aveva scocciato. Avevo bisogno di sole, di calore e di donne dalla pelle abbronzata.
    Lo sai,  un paio di giorni fa proprio sulla spiaggia di Mondello, ho salvato un bambino che stava annegando.
    Si intromise Giacomo con puerile fierezza.
    Lo hai raccontato cento volte, Giacomo.
    Non sto parlando con te, Andrea. Tu devi guidare, devi guardare la strada e pensare solo a portare il culo a casa. Io lo raccontavo ad Emy. Allora...
    Ehi, ho visto qualcosa luccicare sopra al castello!
    Urlò Andrea, con il suo corpo emaciato allungato fuori dal finestrino. Sembrava un albero piegato dal vento.
    Dove?
    Lì sopra, Emy, vicino alla torre.
    Saranno degli operai...
    Forse, Andrea, o forse no.
    Emy non stare a sentirlo, e tu Andrea pensa a parcheggiare. Tu  invece di fare l'autista, apri quella bocca e dici solo caz...

    20 luglio 1992

    Cammino a passi lenti e cauti in questa notte senza luna, avvolto in una atmosfera brumosa e umida. Le carcasse annerite delle auto  sembrano sfatte armature di gloriosi guerrieri che hanno dato la vita  al loro paese in cambio di un sogno.
    Sangue tutt'intorno.
    Sono qui a vigilare macerie.
    Guardo un orrore che ha l'odore della resa. Abitudini spezzate in un colpo solo,  vite che sembravano eternamente monotone in pochi secondi si sono frantumate, dimostrando che tutto è costruito su equilibri precari. Tutto è fatto di polvere.
    Polvere.
    Mi guardo intorno, polvere.
    Polvere che copre ogni cosa.
    Polvere non testimonianza di un passato, ma di una assenza di futuro  insidiato nel presente.
    Sono notti lunghe, queste. Notti dove fuori non vedi nulla, solo macerie, e allora bisogna guardarsi dentro per trovare un senso a questa tragedia.

    19 luglio 2009

    Emilia Soleddu è stata la prima donna poliziotta a morire in servizio.
    Triste primato.
    Uccisa da persone, esseri umani che, sotto le divise, pensavano, ci fosse materiale sacrificabile.
    Un po’ come le scorie dell'altoforno, perdite inevitabili messe in conto da menti lucide e folli.
    Accusarono Cosa Nostra di quella strage che uccise cinque colleghi, ferito uno e, ovviamente, centrato il bersaglio: un giudice che aveva un sogno, semplice, neanche troppo originale se vogliamo: sognava un mondo migliore e più civile.
    Il giudice è morto. Non il suo sogno.
    Qualcun'altro la definì strage di Stato, sottintendendo una responsabilità morale da parte del Governo per l'accaduto.
    Ma ciò che mi inquietò è che dietro queste sigle: Mafie, Stato, c'erano uomini. Esseri umani che decisero di uccidere altri esseri umani per il solo tornaconto personale.
    Non fu per fame che uccisero. Non c'era vendetta, e neanche l'onore dietro quell'insano gesto, ma solo la paura di perdere una posizione sociale e un ufficio con una poltrona comoda e l'aria condizionata.
    E così, quella mattina del 19 luglio 1992, su questo pianeta, in questa nazione che ha dato illustri natali, ormai troppo remoti e spesso dimenticati, c’era chi sapeva che sei giovani non avrebbero visto il sole tramontare. E non ha mosso un dito per evitarlo. Puro orrore.
    Sono trascorsi diciassette anni e c’è ancora chi, come me, aspetta ancora che qualcuno dia  un senso a quell'atto criminoso.
    Tutto ciò che è rimasto di quel giorno sono nomi scolpiti su lapidi fredde sbiadite dal tempo, nomi impressi nei libri di scuola, ricorrenze da ricordare, dove politici di turno in giacca e cravatta, vomitano bugie corali da un palco improvvisato a rapaci giornalisti impegnati a fare il loro mestiere.
    Politici il cui solo interesse è farsi riprendere dalle telecamere mentre spremono una lacrima a forza e la donano in nome del popolo italiano.
    Un popolo, distratto da troppe notizie e nessuna informazione.

    E' una  notte lunga questa, una notte senza stelle e senza desideri.
    Io ed Emy abbiamo frequentato lo stesso corso di allievi agenti della Polizia di Stato. Poi, un destino ostile ha voluto che Emy giungesse prematuramente in un mondo migliore ma senza possibilità di ritorno.
    Ma a noi resta il suo ricordo e il suo sogno che il tempo non ha sbiadito.
    E se io questa sera sono qui, genuflesso su questo foglio bianco, è per ricordare quel sogno e darne memoria.

  • 01 settembre 2011 alle ore 20:14
    Delirio della banca del tempo

    Come comincia: Hanno inventato la banca del tempo; utile !
    Perché non inventano anche la banca dello
    spreco di tempo ?
    Decidi di sprecare tre ore di tempo la settimana,
    perché non te ne frega nulla di essere utile agli altri,
    perché fare cose utili ti annoia in quanto non sai
    ancora che aiutare gli altri è
    appunto una perdita di tempo .
    La banca dello spreco del tempo è qualcosa
    di molto più serio del cazzeggio, perdere tempo
    in modo convinto, senza noia ma con rabbia.
    Poi, alla fine dell' anno si tirano le somme del
    mucchio di tempo sprecato e si prova a pensare
    come si sarebbe potuto utilizzare quel tempo .
    Leggendo libri orrendi ben consigliati dalla
    critica, facendo una dieta o una corsetta per
    dimagrire sapendo che ti farai schifo comunque,
    dedicarsi ad una persona che sicuramente
    non ti ama ma ti farà perdere tempo, appunto .
    I più geniali ci farebbero un social network .
    Ci ha già pensato quel furbastro di Zuckerberg.
    Cretino non direi , i cretini sono gli altri .
    La banca del tempo inutile a contrapporsi
    al volontariato che viene quasi sempre praticato
    per ingannare sé stessi a trovare spazi
    vergini per conoscere altra gente, altri amici,
    altre donne; non c' è nulla di nobile in questo.
    L' ultima cosa che mi passa per la testa è
    essere utile, a chi e perché dovrei essere utile ?
    A me gli altri non sono utili e così spero per voi .
    Gente che non riesce a star da sola ed accetta
    bieche convivenze, queste persone hanno già
    inventato la banca dello spreco di tempo prima
    di me ma non lo sanno in quanto non hanno
    un tempomat che riassuma fedelmente il saldo .
    So che tutto è opinabile come il gusto dei nuovi
    bastoncini al salmone commercializzati dalla
    Find Us ( pescati in mare o d' allevamento ?
    e comunque non di fiume, non sanno di nulla ) .
    Lo spreco del tempo ha origini lontane,
    nel tempo e nella geografìa, i cinesi sprecano
    tempo lavorando merce orrenda, gli scrittori
    scrivendo cazzate, i giornalisti informando gente
    che non vuole sapere .
    I barboni perdono tempo bevendo e fumando,
    i politici lo fanno rovinandoci la vita e rischiando
    di essere sparati in testa, gli operai poi sono
    un esempio; schiavizzati & contenti del loro posto .
    Gli spacciatori son come i preti o i commercianti,
    vendono roba non loro .
    I bambini e gli adolescenti che perdono ore
    meravigliose in una scuola che insegna il
    nozionismo con professori detti tali in quanto
    han superato un esame idiota .
    Ci sono testimoni di giove tra i professori, mica poco .
    La lista sarebbe infinita, spero di avervi
    buttato sotto i piedi l' umore per perdere tutti
    insieme tempo, ragionarci un po',
    sapendo tutti bene che ancora oggi 
    L' horloge di Baudelaire funziona benissimo,
    non rimane indietro e ci illustra che il tempo
    che manca è una nostra pessima ma consapevole
    scelta .
    ---
    http://adenina.bandcamp.com/track/08-lhorloge
    ---
    Dam Muzik Productions

  • 01 settembre 2011 alle ore 16:40
    Blob...

    Come comincia: Blob….
    di Paolo Goglio

    Blob…

    (…) blup !

    Blob…

    Scusate la monotonia del dialogo ma, sapete…
    ( che palle )
    Non è che ho molte cose da dire…

    Ovvero… le avrei ma non ho il linguaggio, riesco a pensare ma qui… quaggiù… l’unica lingua, l’unico idioma… è questo…

    Cracra… Blob… Blup…

    Cosa ci posso fare… ? io ho spesso la sensazione, la percezione di poter esprimere anche altri argomenti… ma qui è così… devo adattarmi al livello di percezione del mondo in cui mi ritrovo, che senso avrebbe parlare di argomenti o concetti, quaggiù… che non siano il Blob, il Blup… il Cracra.. ?

    No no tranquilli non sono pazzo, non io perlomeno è che qui, intorno a me ci sono solo girini, rane, rospi, batraci bavosi che passano il loro tempo così… a cazzeggiare nell’acqua melmosa sul fondo del pozzo, ogni tanto sparano fuori la lingua prensile e si degustano qualche zanzara o, quando va di lusso, una cimice, un calabrone, una cavalletta… Che vita intensa, vero..? Nascono che sembrano degli spermatozoi giganti, grigiastri, ciechi, gironzolano nel liquame paludoso e, come disse il buon Darwin, progrediscono…

    Molti umani ne avrebbero così da imparare, qui, qui in fondo, quaggiù… imparare a progredire ad esempio, o imparare a modificare, crescere, evolvere, evolversi… invece loro stanno lì fuori, nel loro mondo selvatico, nella giungla di asfalto, nelle tane di cemento e marmo, con infissi di pregio e tanto, splendido meraviglioso caos… io no… ero, sono diverso…

    Così mi hanno sbattuto, qui, in mezzo ai girini, alle rane, qui nel pozzo, quaggiù, a vedere il cielo attraverso un piccolo foro alla sommità, tutto qui ma d’altra parte i diversi, quelli che pensano, sentono, ascoltano, ragionano… cosa stanno a fare là in mezzo… la società umanica è fatta per accogliere gli ottusi, i superficiali, la maggior parte della gente galleggia, e per la maggior parte intendo il 99%... galleggia e non rischia di annegare ma gode solo della superficie dell'acqua. Non sa che immensità gli abissi celano e non osa nemmeno alzare il capino per guardare in aria, il cielo, l'oltre perchè è tanto comodo galleggiare senza scomporsi.... Ma chi s'immerge anche una sola volta, poi non sarà più lo stesso e non potrà fare a meno d'immergersi ancora e ancora e sempre più giù.... fino a dover combattere poi per riemergere e aspirare a volare verso quell'oltre…

    Blob… Blup… è giusto così…

    Non sono un principe e neppure una marmotta: uno di quegli esseri letargici che vive di etichette e francobolli, anime dormienti che faticano a pensare, esprimersi… al massimo leggono, riportano nozioni altrui… ma chi crea? Chi produce? Chi pensa? Chi altera le cose di origine per plasmare nuove soglie di conoscenza? Volete  ritrovarvi in un mondo di marmotte addormentate con i denti da castoro buoni solo a rosicchiare il legno e creare argini e dighe per rinchiudere lo sviluppo delle anime in un  fossato? Dove la mettiamo la fantasia, la creatività… dove incanaliamo l’amore…? Pensate forse che un domani possa scorrere nelle case come se fosse energia elettrica o acqua potabile? Ma neanche per idea! L’amore è una energia libera, non è rinnovabile perchè non può essere consumata, venduta, creata né distrutta… le rane qui la sanno lunga e anche i girini… sono tutte convinte di essere principi o principesse vittime di un sortilegio e sapete cosa vi dico…?

    “Hanno ragione !!!”

    Almeno… spero tanto che abbiano ragione…

    Blob…

    Blup…

    Ogni tanto mi va la melma di traverso…. BluP !!!

    Lo spero, appunto… perché anche io pensavo di essere un principe, avevo la mia principessa… sognavo… amavo, pensavo persino di essere amato… accettato, come uomo o come rospo, non saprei… non so più quale sia il mio vero punto di origine, ma poco importa…

    Se sono uomo era una donna, se sono principe era una principessa, se sono rospo era una rana… se sono un girino era una girina… che ne so? Cosa cambia?

    Ormai…

    Blob…

    Resta il fatto che sono qui… in fondo al pozzo…

    E lei chissà… avrà messo la corona a qualche altra anima da infangare… chissà qui, tra tante rane, tanti girini, c’è persino qualche salamandra… chissà quante vittime di questo sistema umano incapace di amare… questo sistema che sa solamente ferire, colpire, degradare, nascondere, omettere, alterare, infangare, occludere, reprimere, occultare, fingere, ingannare… sì

    È un inganno, grande, enorme , colossale !

    L’inganno di chi finge di amare e sotto sotto ti scava la fossa, ti spinge qui sul bordo del pozzo al chiaro di luna, ti bacia dolcemente e intanto, con noncuranza, ti spinge giù…

    Precipito, precipitiamo… e loro lassù osservano con falsa commiserazione…

    “Oops.. ohimè… il mio amore è caduto nel pozzo, poverino… bhe… significa che quello era il suo destino e il mio è cercare qualcun altro da consumare e… buttare…”

    C’è l’esercito qui sotto, di rane e rospi abbandonati, anime che passano l’eternità a dire:

    “Blob, Blup” e quando va bene … “Cra… Cra… “

    D’altra parte se sono stato scartato, abbandonato, gettato, rifiutato, sono certamente io l’elemento difettoso, il responsabile, il dannato, il condannato… per cui me ne sto qui…

    Blop…

    Qui nel pozzo, in fondo, a galleggiare e immergermi, per tornare a galla, reimmergermi, riemergere…

    Blup…

    E poi… è così bella…

    Sì… è bellissima, sono innamorato sapete?

    Come? Di cosa? Ma di lei… dell’unica cosa che posso vedere da quaggiù… LEI !!! la stella, che brilla nel cielo, un puntino dorato dipinto in quel microcerchio lontano che incornicia l’apertura del pozzo… è stupenda, la guardo sempre, la osservo, la… amo!

    Si… la amo… non posso amare una stella? Innamorarmi di un puntino giallo-oro e passare il mio tempo a guardarla, desiderarla… devo per forza fare come tutte le rane Blob-Blup tutto il giorno…? Ah si, dimenticavo che gli umani amano pascolare la propria anima in un gregge o in un formicaio… si ma ci sono anche le stelle, lo sanno loro vero? E io amo una stella, quella stella, l’unica che si affaccia qui, l’unica che posso vedere, l’unico ed ultimo appiglio, aggancio, la mia boa, la mia ancora, l’isola… su cui sogno di approdare, naufragare… così… passo tutte le giornate così… tutta la vita così…

    Blob…

    Blup…

    Quanto vorrei gonfiare le vele, caricarla sul mio vascello, sul mio veliero… lasciarmi guidare dal vento, caldo e armonioso, dell’amore…

    Lei brilla, lassù, dorata, si riflette qui, nella pozza melmosa in fondo al fondo del pozzo, si riflette… sulle acque e sulle onde del mare, degli oceani, scende a baciare i delfini, corre sulle ali dei gabbiani e vola, volteggia intorno alle scogliere, alle acque di smeraldo… cavalca dall’alba al tramonto spruzzando sale e amore, sabbia e conchiglie, accarezza i frutti di mare e li depone sul suo cuore… anch’io, anch’io voglio volare a lei, riflettermi, entrare nel suo nucleo, fondermi, distillarmi nella sua anima pulsante e divenire osmotica presenza dei suoi raggi, anch’io voglio travasare il mio sangue nel profumo del cielo, giocare a creare nuove costellazioni, nuove galassie, prendimi… raccoglimi… sono quaggiù… mi sentiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

    Sono quaggiùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù

    Blob…

    Blup…

    Ùùùùùùùù blob… ùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù

    Blùùùùùùùùùùùùùùppppp………………………………………

    Era veramente da stupidi illudermi, pensare che una stella, così lontana, così bella, così luminosa, così dorata… potesse trovare il tempo, il modo di guardare quaggiù… in fondo a questo anfratto umido e marcescente, pietre rivestite dagli escrementi dei ratti di fogna, muffa fetida e liquami, ragnatele, gocce che cadono dal cielo come lacrime e si spengono nell’eco delle pareti cilindriche, infinite…

    Blub….

    Era bello sognare, sognarti, pensare, illudermi, amare, toccare, toccarti, scaldare… scaldarmi… era stupendo ma in fondo era semplicemente l’ultimo… l’ultimo appiglio, l’ultimo gradino, l’ultimo salvagente, l’ultima luce…

    Sognavo… di toccarti…

    Sognavo… di baciarti…

    Poi chiudevo gli occhi e nel buio sentivo solamente odor di lacrime, profumi amari e il silenzio desertificante del nulla, del vuoto, dell’attesa…

    Attendere cosa? La metamorfosi? Che mi spuntassero le zampettine e imparassi a fare anche io CRA CRA …? Sì… ci ho provato, ho persino baciato dei rospi bavosi, delle rane appiccicose, abbracciato girini e ingoiato larve di libellula e ninfe di mosca effimera… niente da fare.. mi fa tutto schifo, vomito, provo rigetto, disgusto, non riesco a collocarmi nemmeno qui, nemmeno quaggiù, non c’è posto per me… non c’è posto… è tutto inutile… lei è altrove a progettare nuovi delitti, il mondo è fuori, lontano e non mi interessa, proprio non mi interessa ritornare lì, in mezzo alle sabbie mobili delle anime mascherate, io non recito, mi spiace… prendo la mia luce e me la porto quaggiù… restino gli altri nel loro gioco di ombre, ombre cinesi, scatole cinesi… per ogni difetto, per ogni errore, ogni nefandezza costruiscono una cornice, una scatola in cui nascondere tutto, un cassetto e così costruiscono la propria evoluzione… io nella città dei cassetti non ci vivo !!!

    Si tengano loro questo eterno carosello, questo carnevale senza fine, questa recita di fine anno, saggio del loro misero degrado… anime che pullulano di ideali, intenzioni, promesse e premesse, dipingono e mentre colorano nascondono sotto il tappeto la loro sporcizia, mentre scrivono poesie infarciscono i giardini di erbe infestanti, spargono uova di serpente e nidificano nelle sorgenti contaminandoli di ignobile veleno, sporcizia… io non sto al gioco… mi sottraggo e mi ritraggo, resto quaggiù, nel silenzio e nel vuoto… preferisco il fondo del pozzo al teatro dei burattini… anime legnose ricolme solamente di segatura e letame che si fanno manovrare dai grandi sistemi sociali, culturali, religiosi, filologici, storici, protostorici, patriottici, politici, religiosi, paranormali, paranoici e paranoidi… ma verranno le lame del destino a falciare questa foresta abusiva di piante infestanti, arbusti parassiti che sanno solamente avvolgersi sul tronco altrui, senza un minimo di sostegno, di struttura ossea, incapaci di protendere le loro fronde al cielo, di scavare le radici nel terreno… a nulla attingono se non alla superficie acquea delle loro pozzanghere spirituali, in cui seminano germogli di spazzatura per vivere in una immensa discarica priva di amore, priva di luce, senza cuore né anima…

    Certo non mancano i fiori nel giardino, le erbe aromatiche, le bandiere della pace, i tappeti colorati, le essenze profumate, le candele romantiche e la luce soffusa dell’inganno… sirene del demonio attirano i marinai nel loro cuore, catturandoli con labbra di fuoco e unghie affilate, artigliano il cuore, lo strappano, banchettano…

    E poi…

    Quel che avanza lo scaricano qui… quaggiù…

    Blub…

    … E avanti un altro, un altro ospite, un altro invitato a cena, al banchetto… un altro aspirante al pozzo dei desideri non realizzati… arriverà anche lui, arrivano tutti qui, quelli scartati, rifiutati… già lo vedo.. lo sguardo spento, le labbra piegate al suolo, la testa afflitta, la schiena ricurva… già ne percepisco il latrato, sta già ululando pugnalato al cuore, così senza ragione… pur di saziare la centrale termoelettrica che ha bisogno di energia altrui, non essendo in grado di vivere di luce propria…

    Ma tu esisti… tu brilli… i fuochi, l’alba, le poesie, i sogni… sogni che volano alti, altissimi… fino a te… sì… fin lassù… al tuo cielo, a quel raggio di luce che mi guida fuori da qui… mi indica la strada, la rotta, millimetricamente tracciata nell’atmosfera come un fascio di luce coerente, come un laser perfettamente collimato con il mio cuore… monocromatico filo dorato ti seguo, ti ascolto, vengo volando nello spazio per unirmi e fondermi a te… paladini dell’amore… nello spazio catartico cristallizzano le polveri plasmatiche della nostra anima, avviene una fusione, nei fili dell’alta tensione compaiono le note, il tempo, la scansione ritmica dell’esistere che risuona… vibrante esperienza di fulmini d’amore, tempeste vulcaniche, scie incandescenti…

    Blob… Blup…

    Non ne posso più di stare qui, con le rane nello stomaco, le schegge nel cervello, chiuso, tappato come una pentola a pressione…

    Ho voglia…

    Ho bisogno di…

    Sì… proprio questo ho voglia…

    Proprio….

    Questo…………

    Mi sento esplodere, scoppiare, non ce la faccio più a tenermi, contenermi, trattenermi… Esplodooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

    I vulcani islandesi, giapponesi, filippini, indonesiani, peruviani, messicani, caraibici e siciliani impallidiscono improvvisamente di fronte alla inedita potenza eruttiva di questa risalita di magma e polveri infuocate, gas  e vapori lavici, placche rocciose e metalli basaltici fusi in un immenso camino di combustione che improvvisamente libera tutta la sua energia viscerale per raggiungere la stella dei suoi sogni… il pozzo del cratere vulcanico esplode deflagrando la propria camera magmatica in un’apocalittica, devastante nube ardente di desiderio, di amore, passione, luce, calore, colori, rosso… arancio… giallo… colori caldi, caldissimi, roventi, brucianti…

    Il vulcano raggiunge la stella in alto… nel firmamento galattico in cui brillano le anime sincere, i frammenti di luce, i riflessi dorati che non hanno paura di amare… volare, sognare…

    Per questo ancora oggi quando abbiamo un sogno o un desiderio guardiamo lassù, ci rivolgiamo a loro… alle stelle, loro hanno la chiave segreta per entrare nello scrigno, nel nostro cuore…

    <3

  • 31 agosto 2011 alle ore 20:32
    Delirio Anarchico

    Come comincia: A cerchiata, appartenenza dentro il mondo.
    Carbonari che non tollerano l' ordine.
    L' ordine è un sottoprodotto del caos,
    chi ama l' ordine ama solo una parte del tutto.
    Disprezzare il caos è come amare la moglie
    e disprezzare la suocera che l' ha generata.
    Meglio non insistere su questo punto, capisco...
    L' ordine è un brutto vizio, ci si rimane dentro
    da bambini " imparati " da genitori che davvero
    vogliono che i figli seguano le rotaie del mondo.
    Poi da grandi, quei ferrovieri cresciuti, non
    possono deragliare, troppe persone vanno
    nella identica direzione.
    Giustificare l' ordine ha pro e contro, la sicurezza
    è un falso pro in quanto sta dentro il caos,
    la libertà è spesso pericolosamente contro per lo
    stesso motivo, ovvio.
    Il caos viene considerato come una bestia
    selvatica, da domare, e l' ordine si sforza pur
    di contenerla, spendendo immense energie.
    Si limita la bestia negli spostamenti, la si relega
    ad una stalla galera per la notte.
    I muri contengono la ribellione di chi la pensa
    diversamente e l' alba torna in favore all' ordine.
    L' ordine governa meglio nella luce.
    Il caos governa e basta, luce o buio.
    Governare il bestiame mi sembrava una pratica
    utile e dignitosa quando ero bambino.
    Da piccolo infatti ti fanno credere di appartenere
    al mondo, al suo futuro ed al proprio futuro, ma
    nessuno ti spiega che sei nato bestia, ci devi
    arrivare da solo ricordando quando da piccolo
    giocavi a travestirti da cow boy, o da poliziotto,
    nelle feste scolastiche di carnevale.
    L' ordine poi cresce in base al caos " percepito " ;
    come l' umidità accresce il senso di soffocamento
    così fanno i media con la sicurezza " percepita ".
    L' ordine forse, a breve, sarà democratico
    in base all' economia, in breve il voto politico
    utilizzerà la democraticissima
    equazione dei mille euro.
    Ogni mille guadagnati un voto, ai disoccupati un bel
    bonus di un voto l' anno senza avere percepito nulla.
    Sulla falsa riga di questa regola si deciderà il numero
    dei mariti o mogli coniugabili legalmente ed il vaticano
    perdonerà il suicidio oltre il milione di euro dichiarato
    sempre che l' otto per mille vada nella direzione
    suggerita dalla pubblicità pagata dall' otto per mille.
    Gli ufo potranno visitarci solo se stamperanno moneta
    e compreranno il debito mondiale ed a dio sarà
    concesso di farsi le canne solo se risolverà
    i grandi problemi del mondo, nascita, vita
    e soprattutto morte; gli uomini la trovano inconcepibile
    come le donne di fronte ad un aborto spontaneo.
    Se da bambini vi siete emozionati in uno zoo vedendo
    per la prima volta tanti animali diversi, è prima per merito
    del caos e poi per causa dell' ordine inflitto agli ingabbiati.
    Se ora pensate che le differenze non debbano essere
    governate per spettacolo, non portate allo zoo i vostri
    figli, si emozioneranno piano piano girando il mondo,
    per tutta la vitAAA.

  • 31 agosto 2011 alle ore 16:37

    Come comincia: Tinto Brass. Era a metà pellicola quando percepì dietro di sè una presenza,  Monica era alle sue spalle..."Signora sono imbarazzato, io di solito...""Lei di solito vede film porno che, se ben fatti, come ho potutto vedere brevemente, sono piacevoli." "È la storia di una giovane che, spinta dal fidanzato macrò, aveva preso la via del casino pensando, ingenuamente, di risolvere i loro problemi finanziari (lui le aveva fatto intendere che aveva bisogno di soldi per aprire un'attività). Il film prosegue con la visita ginecologica da parte  di un dottore smaliziato dalla lunga carriera e dalla frequentazione professionale di tante 'signorine' e poi l'incontro col primo cliente, un bel marinaio, con cui si era fatto delle goderecciate superbe contrarie però alla filosofia di una casa chiusa. Non è solo una pellicola glamour ma anche una storia di costume che si svolge durante la seconda guerra mondiale con implicazioni anche politiche e col finale ottimistico della giovin signorina che, con l'eredità di un maturo cliente passato a miglior vita, aveva comprato una nave al bel marinaio suo grande amore." "Bella storia col finale ottimistico, la mia storia è solo tragica e col finale ancora da pronosticare. Genéviènne l'ha tratteggiata come un uomo speciale, affidabile, anticonformista molto simile a lei, anzi mi ha detto: 'Sono io vestita da uomo'. Detto da lei, che conosco bene, è un grosso complimento. Dovrò venire spesso a trovare Genéviènne, la mia e quella di mio figlio è una situazione delicata, complessa che mi coinvolge moltissimo come madre, le dico questo perchè penso che sarò costretta ad essere sua ospite per vari pomeriggi, sempre che non le crei problemi." "lo farò con piacere come con piacere le offrirò un the verde che tiene lontana la vetustas." Dopo mezzora una telefonata di Ge, Monica lasciò l'abitazione di Al .Dallo spioncino Al. vide accanto alla madre un ragazzo biondo che salutò affettuosamente Ge: "Ciao zia, a presto!" "Alberto preferisco parlare per telefono, attendo l'arrivo di mio marito e vorrei presentartelo ufficialmente prima di farti trovare in casa nostra. Penso ad una ovvia curiosità da parte tua, affermare che quella di Monica e una storia complessa è il minimo che si possa dire, lei mi ha pregato di non fartene cenno, se lo riterrà opportuno sarà lei a parlartene personalmente." Che la curiosità sia femmina è solo un luogo comune, quella di Al. era al parossismo, le ipotesi erano poche e poco consistenti, anche la fantasia ha un limite e Ge. era stata insolitamente abbottonata. "Cara ti prego, un breve accenno, ho il cervello in ebollizione, dammi una dritta!" "Ti posso dare dei cubetti di ghiaccio per abbassare la temperatura dell'encefalo, non insistere, l'ho promesso a Monica, la potrai rivedere domani pomeriggio." Mattinata successiva niente mare con grande irritazione da parte di Nadia nel vedersi Al. tra i piedi mentre ordinava l'appartamento. "Nadia oggi niente primo voglio restare leggero, solo secondo e frutta." Alle quindici arrivò dell'ascensore al piano, porta aperta dell'appartamento di Ge. e introduzione della madre e del figlio all'interno. "Ma che cacchio stanno facendo, Ge. doveva impertire lezioni di francese al pupo e allora che motivo c'era di perdere tanto tempo..." Suono del campanello nell'abitazione di Al, una attesa ingiustificata da parte del padrone di casa e poi apertura del portone d'ingresso. Lo sguardo fisso di Monica negli occhi di Al aveva un solo significato: "Stavi dietro la porta al mio arrivo, hai aspettato incollato allo spioncino e poi la sceneggiata per farmi aspettgare all'ingresso!" "Si accomodi signora, Genéviènne mi ha peannunziato il suo arrivo. L'ultima volta abbiamo effettuato un giro turistico della mia magione, ora la cosa migliore è quella di sedersi sul divano, dinanzi al televisore, e godersi la musica proveniente da canali satellitari aspettando la fine della lezione a suo figlio." "Da quello che mi ha accennato Genéviènne lei è una persona intelligente con molta esperienza della vita, non prendiamoci in giro, intanto penso che sia il caso darci del tu dato che passeremo molto tempo insieme. Ti toglierò la curiosità che appare evidente dal tuo viso e che Genéviènne non ha voluto dirimere, la mia non sarà una confessione ipocrita come quella cattolica, sarà solo un modo per sentirmi sollevata in una situazione complessa e dolorosa, sempre che ti vada di sentire le mie peripezie." "Sono tutt'orecchi, cerco una melodia del grande Amadeus come sottofondo, ti va?" "Anch'io apprezo Mozart. La mia storia inizia a Senigallia cittadina rivierasca delle Marche, sono laureata in Storia dell'Arte ma, per mancanza di lavoro, appena conseguito il dottorato presi ad aiutare i miei nella conduzione di una trattoria, lavoravamo soprattutto d'estate. I problemi sono sorti allorchè si è ammalato mio padre, una pielofrenite che lo ha portato alla dialisi, io e mia madre non eravano in grado di portare avanti da sole l'esercizio, tutte le incombenze della conduzione erano a carico di mio padre, mia madre in cucina, io alla cassa ed al servizio ai tavoli, eravamo in difficoltà. Una sera stavamo chiudendo il locale quando si sono presentati dei giovani di ambo i sessi, un pò brilli, che hanno chiesto di ritardare la chiusura del locale per una spaghettata, il bisogno di far cassa ci indusse ad accontentarli. Fra tutti il più caciarone era un biondo dagli occhi azzurri che sembrava il capo della banda. Quando gli passai vicino mi mise una mano fra le gambe, mi sentii morire, trattata come una prostituta, posai i piatti che avevo in mano e gli ingiunsi di uscire dal locale. Il mio atteggiamento raggelò la compagnia, una ragazza, forse la meno brilla,  cercò di sminuire l'episodio giustificandolo con lo stato di ebbrezza del giovin signore. La serata finì abbastanza tranquillamente con un buon miglioramento per le nostre finanze. L'episodio era stato da me dimenticato quando, due giorni dopo, all'ora di pranzo, si presentò il biondo con un gran mazzo di rose bianche. Senza pronunziare parola lo appoggiò sul banco della cassa e mi baciò la mano. Il fatto incuriosì i clienti del locale e mia madre. "Chiederle scusa è il minimo, non ricordo molto degli avvenimenti dell'altra sera ma Virginia, una mia amica, mi ha riferito del mio comportamento non da gentiluomo, le porgo di nuovo le mie scuse." "Scuse accettate con riserva, ero molto arrabbiata!" Tutti i giorni a pranzo ed a cena nel mio locale era presente Antonio F., la sua barca era ormeggiata al porto, un quindici metri nuovo e moderno, era di sua proprietà, lui girava tutti i porti d'Europa quale rappresentante del fratello, costruttore di barche con cantiere sito in una località vicino Messina, presto sarebbe ripartito per recarsi a Genova, al salone nautico dove erano esposti natanti di loro fabbricazione. Alla chiusura del locale, verso mezzanotte Antonio F. era dinanzi alla porta della trattoria. Chiesi consiglio a mia madre, unica risposta: sei maggiorenne, se tu dovessi sistemarti io andrei con tuo padre da sua sorella sulle colline marchigiane, è coltivatrice diretta e possiede una grande stalla, potrei lavorare lì. Non ero molto entusiasta di un eventuale matrimonio anche se Antonio ne l'aveva proposto più volte; una storia con un mio coetaneo aveva avuto un risvolto negativo per la gelosia di sua madre., accettai la proposta. Al ritorno di Antonio da Genova ci maritammo. Pochi amici e amiche, qualche parente compresa la zia Lella nella cui tenuta mia madre sarebbe andata a lavorare, il più accorato era mio padre che si riteneva colpevole della mia decisione di maritarmi. decisione che istintivamente non condivideva. Passammo la luna di miele in barca. Il viaggio Senigallia Messina fu intervallato da frequenti attracchi in porti abruzzesi, pugliesi e calabresi, finalmente a Messina. I nostri rapporti sessuali si rivelarono non molto gratificanti, Antonio non si dimostrava particolarmente conoscitore delle esigenze sessuali femminili e tutto finiva in un breve lasso di tempo. Dopo un anno la nascita di Antonella, una pupona bellissima, a detta di tutti la mia immagine precisa, una gioia indicibile. A Messina prendemmo alloggio in una casa vicino al mare nei pressi di un grande distributore di benzina, la stessa che occupo ora. Mi accorsi che c'era qualcosa di strano nel comportamento di mio marito: una volta invitò a casa un tale dal comportamento un pò femmineo, si giustificò affermando che era un probabile acquirente di una barca che aveva voluto conoscere la sua famiglia. Le sue amicizie avevano dato la stura a pettegolezzi che non giungevano alle mie orechie. Dopo quattro anni, in seguito ad un fugace rapporto sessuale, rimasi incinta, nacque Francesco ritratto preciso di suo padre, biondo con gli occhi azzurri. Il matrimonio aveva alti e bassi, il sesso non mi interessava più di tanto nè avevo intenzione di allacciare una relazione con un altro uomo, seguivo la crescita di Antonella e di Francesco con qualche apprensione considerata la totale assenza del padre nel menage familiare. Antonella cresceva ogni giorno più avvenente, era sempre allegra ed aveva molte amiche al contrario di Francesco che si dimostrava timido e chiuso di carattere. Antonella aveva superato brillantemente gli esami di maturità e si era iscritta all'università. Non avevamo problemi economici, Antonio si era dimostrato un buon venditore, guadagnava bene e faceva pervenire regolarmente alla famiglia del denaro anche quando era fuori sede per lavoro. Non ricordo di preciso quel che accadde tanto fu grande lo choc: mia figlia una sera non era rientrata a casa e solo la mattina seguente mi aveva telefonato dalla Calabria, era ospite di una sua amica, nessuna ulteriore spiegazione. Fu allora che conobbi Genéviènne che abitava nel mio stesso palazzo. Al supermercato mi era caduto a terra il sacchetto della spesa, mi sono messa a piangere e Genéviènne mi accompagnò a casa. Ogni giorno veniva a trovarmi e insieme decidemmo di rivolgerci ad un'agenzia privata di investigazioni per rintracciare Antonella. Dopo circa una settimana fui convocata dal direttore dell'agenzia; mi recai nel suo ufficio in compagnia della mia amica. Il titolare fu molto discreto e diplomatico, cercò di indiorare la pillola ma la realtà era che Antonella viveva in una villa vicino a Camigliatello, nella Sila, nell'abitazione di una facoltosa signora quarantenne, divorziata, che aveva propensione per le persone del suo stesso sesso. Svenni, mi trovai adagiata su un divano, Genéviènne mi massaggiava dolcemente il viso, fu un triste ritorno alla realtà. Pensai le cose più assurde, volevo acquistare una pistola per uccidere la maledetta lesbica che si era preso quel fiore di mia figlia, Genéviènne riuscì a farmi ragionare e a ripercorrere la vita passata di mia figlia. Effettivamente in casa non aveva mai invitato un coetaneo di sesso maschile, se aveva deciso di convivere con una lesbica voleva dire che pure lei... Riuscìì ad informare suo padre che era in Marocco, non avevo molte speranze che lui potesse sistemare la situazione ed infatti: "Cara se quella è la natura di nostra figlia non possiamo farci nulla, cercheremo di convincerla a venire a Messina per rivederla, chiaramente non è il caso di recarci in Calabria." Dopo circa sei mesi Antonella, dietro mie insistenze, venne a trovarmi. Forse sarebbe stato meglio non rivederla, era in ottima forma, sembrava più bella di quanto ricordassi, mi disse di essere felice di aver trovato una persona che amava, si amava una donna! Non la invitai più, mi dedicai tutta a Francesco che cresceva pieno di complessi, non dimostrava una mascolinità definita, era bello ma chiuso di carattere, non aveva molte amicizie e raramente qualche compagno di scuola frequentava la nostra casa. L'unica persona con cui confidarmi era Genéviènne per cercare di comprendere le problematiche di mio figlio. Circa venti giorni addietro Francesco è ritornato a casa piangendo, si era chiuso in camera sua e non aveva voluto aprire la porta per un giorno intero, solo l'intervento di Genéviènne aveva sbloccato la situazione così era venuta fuori la verità: Francesco aveva tentato di avere rapporti sessuali con una sua compagna ma non era riuscito a combinare nulla e la ragazza aveva sparso la voce che fosse impotente ovvero omosessuale. Per non fargli perdere l'anno scolastico l'ho iscritto in un istituto privato ma con poco successo negli studi, Francesco era rimasto molto turbato da quell'episodio, dovevo prendere energicamente in mano la situazione ma non era affatto facile trovare una soluzione. In questo frangente m'è venuto in aiuto l'amore materno, dopo una notte insonne decisi di chiedere a Genéviènne un favore che solo una madre può comprendere ma la mia amica non aveva avuto figli e non ero certa che potesse capire la situazione e venirmi incontro, la sapevo anticonformista e questo mi incoraggiò a chiederle di sacrificarsi per mio figlio. Quando le esposi il mio piano controllai le sue reazioni, considerava Francesco suo nipote tanto da essere chiamata zia. Mostrò sorpresa: avrebbe dovuto iniziare al sesso mio figlio per ridargli fiducia in se stesso! Temetti in suo diniego, ormai ero all'ultima spiaggia, non conoscevo nessuna altra donna che potesse aiutare Francesco e non intendevo ingaggiare una prostituta. Genéviènne non profferì parola, mi abbracciò e da questo capìì il suo assenso. Ci mettemmo d'accordo che l'avrebbe invitato a casa sua con la motivazione di dargli lezioni di francese e poi...Mio figlio non ha voluto la mia presenza, forse aveva compreso che in quella situazione c'era qualcosa di anomalo, sta di fatto che la mia amica ti ha pregato di ospitarmi durante le... lezioni, fine della storia." "Monica ti ritengo una persona fuori dal comune, penso che se Genéviènne non avesse accettato ti saresti sacrificata tu stessa." "Anche tu sei una persona straordinaria per essere entrato nei miei pensieri, sono contenta di averti conosciuto." La volta seguente Monica completò io quadro della sua famiglia:circa un anno addietro suo marito aveva deciso di andare in Brasile per aprire una succursale per la vendita delle barche di produzione della ditta di suo fratello, natanti di ultima geneazione molto richiesti da quel mercato. I loro contatti erano diventati rari; un messinese, al rientro dal Brasile, la mise al corrente che Antonio F. conviveva con un trans, mai come in questo caso 'nomem omen'. I giorni seguenti le lezioni pomeridiane Al. veniva messo al corrente dei progressi del pargolo: all'inizio solo ripetizioni di francese, nelle giornate successive una mano di Ge sulle adolescenti gambe, poi un pochino più al centro, sempre con la massima indifferenza, poi un ballo lento, un controllo sopra i pantaloni ed infine fuochi d'artificio sul divano. Ora il furbacchione voleva avere ogni pomeriggio lezioni dalla zia che gli fece chiaramente comprendere che lei era stato solo un mezzo per farlo ritornare nella giusta via per poter fare... amicizia con ragazze della sua età, finish! Monica appresa la notizia delle prestazioni sessuali di suo figlio volle abbracciare sia Ge. che Al. "Ge. ho riflettuto sulla vita sessuale di Monica, non pensi che anche lei abbia bisogno di una ripassatina?" "Brutto figlio di..." "Stavo scherzando, lo sai che ho l'animo di missionario! Torno subito all'esuberante, indipendente e deliziosa Genéviènne, che ne dici di farmi una sorpresa per movimentare un pò la vita?" "Ci sto pensando, non ti pentirai di quello che ti preparerò" "Che ne dici di un'anteprima?" "Niente anteprima altrimenti che sorpresa sarebbe?" Preso da un 'improvviso raptus, Al. fece letteralmente volare Ge. sul divano, sotto la vestaglia niente.Al. provò a girare di spalle l'amata la quale "Questo è riservato alle grandi occasioni, un pò come le posate d'argento, non si usano tutti i giorni." "Prendo nota e mi prenoto." "Prima di te nel mio carnet ci sono altri nominativi..." "Lallero!" Il martedi: sabato sera a casa mia verso le ventuno." La curiosità si era impadronita di Al, non era facile poter immaginare quale sorpresa potesse andare a scovare la immaginifica Ge, sicuro qualcosa in fatto di sesso ma cosa? L'interrogativo perseguitò Al per i restanti giorni sino al pomeriggio del sabato quando: "Mon ami alle ventuno troverai la porta di casa mia aperta." Per Al una scarica elettrica: una frenesia aveva invaso tutto il corpo, non riusciva a star seduto, doveva vestirsi adeguatamente per l'avvenimmento, qualcosa di inusuale, appariscente. Rispolverò un vecchio costume piuttosto vistoso: casacca con sfondo nero con dragone anteriore color rosso e oro, larghi pantaloni neri di seta, babbucce arabe color viola. L'ingresso qualcosa di inaspettato, a terra nel corridoio candele nere dentro bicchieri di cristallo poste sino all'ingresso del salone da cui proveniva la musica indiana di Ravi Shankar il cui tono aumerntava man mano che ci si addentrava nella stanza. Candele rosse con profumo di violetta poste nell'incavo del muro sovrastante il divano, al centro una pergamena con la scritta 'come inside!' Al. si diresse il suo interesse alla figura di donna tutta ricoperta da un velo azzurro trasparente che lasciava scoperti solo i piedi piccoli e delicati, il viso nascosto da una maschera dorata, la musica era la giusta completezza della scena. Al. non perse tempo, alzò il velo e si diresse con decisione verso il pube ricoperto di peli nerissimi ma una mano lo tirò per i capelli e l'altra gli indicò i piedini delicati, un'altra feticista! Al in ginocchio alla luce flebile delle candele vide due estremità da bambola, apprezzò il profumo della pelle e iniziò a mettere in bocca un alluce mordendolo delicatamente e succhiandolo con piacere. Dopo poco tempo da un tremito del corpo si accorse dell'effetto delle sue effusioni, la baby, emula di Ge, stava bellamente godendo. Benchè spinto da un'ciccio' decisamnente fuori di testa, Gi pensò bene di aspettare sino a che la deliziosa decidesse di poter riprendere le effusioni. L'attesa non fu lunga, la sconosciuta diresse il viso di Al. verso la sua lanugine allargando le cosce, assaporò una 'schiuma di venere' di un sapore mai provato in una donna, era simile al miele. Al. non rispose alle urgenti sollecitazioni di 'ciccio', preferì assaporare a lungo il prodotto di quella gatta deliziosa poi si avvicinò alla maschera che lasciava scoperta solo le labbra rosa corallo, privò a toglierla dal viso ma fu fermato, capì che non era padrone del gioco infatti le due manine lo avvicinarono alla sua bocca calda ed accogliente ma poi la scena si animò di colpo. Gi si ritrovò supino mentre la dolcissima iniziò a spegnere la 'candela' con lenti movimenti prima rotatori poi verticali, qualche colpo di pube su quello di Al. L'assatanata ansimava e, forse per le precedenti goderecciate, non dava segni di resa ma quando giunse l'orgasmo fu uno scoppiettare di fuochi d'artificio, il ritmo divenne veloce, un urletto finale ed unghie sul petto di Al che la seguì nella scala del piacere. Giacevano l'uno accanto all'altra ma Al. non potè soddisfare la sua curiosità, la bruna sparì dalla sua vista. Al. rimase supino sul divano coccolato dalla musica di Ravi Shankar. Forse si era appisolato, quel contatto fisico era stato favoloso, indimenticabile. Fu dolcemente risvegliato da una carezza di Ge, nessun commento, solo un  bacio sulla fronte. "Così mi baciava mia madre da piccolo quando facevo una marachella." "Niente marachella, sei stato favoloso!" "Preso atto della foga non ho più pensato a te, hai visto tutto?" "Sei l'uomo che ho sempre sognato anche in campo sessuale!" "C'è una spiegazione per cui hai voluto farmi 'assaggiare' da una tua amica?" "È difficile entrare nel pensiero delle persone soprattutto nel mio cervello, ho tanto parlato di te alla mia amica che mi ha chiesto di conoscerti a fondo, l'ho accontentata ma forse..." "Ci rifaremo in seguito!" "Mi va di stare solo con te, devo confessarti che quando godevi anch'io ho vissuto la tua gioia, in me non c'è gelosia ma la condivisione delle emozioni, è come se le avessi provate io." Non era solo il sesso a tenerli uniti ma la consapevolezza della loro unicità, si sentivano speciali, avevano condiviso sensazioni inconsuete, appassionate, piacevolmente sconvolgenti. "Fammi entrare nei tuoi pensiieri, cosa stai preparando, dal tuo sorriso..." "Stavolta saremo spettatori passivi, niente anteprima." "Va bene, appuntamento a?" "Sabato sera." "Sento qualcuno protestare, mi accontenterei anche di un piedino..." "Niente da fare per sabato ti voglio arrapatissimo!" Le giornate seguenti per Al. furono tumultuose: in macchina sino a Taormina, caffè al bar e ritorno, giogging sui Peloritani con ovvio indurimento dei muscoli non allenati, pasti consumati in fretta e controvoglia, film lasciati a metà, insonnia, addormentamento solo al mattino, risveglio dai rumori da parte di Nadia che rassettava la casa. Pensioro: "Mi faccio fare da Nadia un pompinio rilassante, meglio di no." Finalmente il sabato, la calma dopo la tempesta. Al. passò il pomeriggio in compagnia di un libro giallo di Mike Spillane. "Lascia la porta socchiusa, sta rientrando mio marito, passeremo la serata insieme." Bacino casto sulla fronte "Cosè quell'aggeggio che hai in mano?" "Ascolta..." "Aeroporto di Reggio Calabria, volo AZ Alitalia, pista libera potete atterrare." "È questa la goduria promessa, fare il controllore di volo?" "È un ricevitore, cambio frequenza, scolta adesso." "La voce di Dorella: "Amore mio una sorpresa che spero non ti dispiacerà, ho invitato a cena Lollo, uno studente calabrese mio paesano, ti ricordi quando fantasticavamo di farlo in tre..." "Sono eccitato e perplesso ci si può fidare?" "Garantito è un bisessuale  ma serissimo, lo chiamo al telefonino... Lollo sesto piano, fai l'indifferente se incontri qualcuno." "Ge. non mi avevi detto che tuo marito è bisessuale." "È una novità anche per me. Ho sparso per casa varie microspie. Sono delle normali doppie prese di corrente elettrica con all'interno una cimice." "Organizzatissima, ora facciamo i guardoni o meglio, come si dice?" "Lascia perdere, godiamoci gli avvenimenti." "Tindaro, ti presento Lollo G., è uno studente universitario in medicina, se avrà dubbi in campo professionale potrà rivolgerti a te nel frattempo organizziamoci, la cena è già pronta, l'ho fatta preparare in una trattoria vicino al porto, il padrone è calabrese, omo, tanto simpatico. Lollo ed io andiamo in macchina a recuperala." Al. arrivò di corsa dinanzi allo spioncino e per poco non sbattè la testa sulla porta, voleva conoscere quei due. In attesa dell'arrivo dell'ascensore potè ammirare Dorella: un bambolotto con i capelli castani, ricci, divisi a metà da una riga verticale, occhi grandi ed espressivi, niente male a tette e anche a popò, benchè non molto alta calzava scarpe basse, una miniatura molto sensuale. Lollo: niente di speciale se non il fatto di essere completamente calvo, naso aquilino, pizzo ben curato. Questo particolare fece provare ad Al. un pò di nostalgia pensando quando amche lui ne faceva sfoggio prima che diventasse bianco.  Si spostò sul balcone e vide i due entrare in un a Wolfvagen Golf posteggiata nel cortile. Al. e Ge. poterono riprendere la loro 'guardonìa sonora. Dorella "Non so che abbia preparato il vecchio Cocò, in realtà si chiama Cosimo." "Lollo:"Dall'odore sembra pasta alla puttanesca, non ha certo lesinato il peperoncino..."Dorella: "Tindaro che vino abbineresti, che ne pensi di un rosso corposo?" "Non mi intendo di vini, ne prenderò uno di mia moglie... sull'etichetta c'è scritto 'Amarone', dovrebbe andar bene." Ge. incazzatissima: "Figlio di un cane quel vino ha dieci anni, l'avevo lasciato da parte per brindare con te." "Quando ti arrabbi sei favolosa, lo stesso atteggiamento di una Giunone cornuta, domani te ne comprerò una cassa, seguitiamo ad ascoltare ci sto prendendo gusto." Tindatro: "Quel tuo amico è un simpaticone: guarda pannocchie di granoturco con alla base la lanuggine della pianta, sembra un pene, finocchiona alla romana, wurstel giganti intagliati come la cappella di una cazzo, finocchi in gratin, due cose ovali arrosto, sembrano palle di toro." "Dorella: "Tutto buono, Cocò sarà un eccentrico ma è un buon cuoco, la pasta col peperoncino mi ha fatto accalorare, mi tolgo la maglietta... Tindaro non essere impaziante, intanto sappi che sono io la direttrice dei giochi, sarete ambedue miei schiavi e dovrete obbedire ad ogni mio capriccio, t'è capì? Guardate questi tre cannoli grossisimi, anche una bottiglia di champagne Veuve Cliquot e Ponsardin... mi strofino lo champagne sulle tette, una a testa come Romolo e Remo." Attimi di silenzio, le lingue sulle tette non fanno molto rumore... Dorella: "Ora basta, per rendere più particolare la serata vi darò gli ordini in latino, lingua che ambedue conoscete; mi metto in ginocchio sul tavolo, Lollo cunnilinguus, Tindaro tergalinguus.

  • 30 agosto 2011 alle ore 20:11
    Delirio al Diagonylon

    Come comincia: Sabato scorso mi son trasferito dal Palindromo RoToR,
    ( vedi Delirio al Rotor ) al Diagonylon, detto anche
    il Circolo Vizioso.
    Infatti al Diagonylon si parla, si beve, si fuma e poi
    si va al bagno.
    Poi si riprende il discorso, si beve e si fuma ancora e
    poi si va al bagno; questo per tutta la sera fino a che
    non si è troppo bevuti per parlare, la gola è troppo
    infiammata per fumare, ed il bagno diventa un miraggio
    al contrario.
    Nei miraggi infatti si cerca acqua e la mente è obnubilata,
    nel miraggio al contrario bisogna fare acqua da obnubilati
    e spesso capita che al bagno si venga accompagnati da
    un amico dello stesso sesso, come le donne in
    condizioni normali, per farmi capire.
    Non appena entro noto subito quel bel figo di Otappàto,
    quello che fa strage di cuori al RoToR.
    Sembra disperato in quanto avrebbe pubblicato sul web
    degli ottimi palindromi che sono stati in seguito attribuiti
    ai grandi del palindromo italiano.
    E quindi vuole parlare del più e del meno ma ben presto
    salta fuori la verità, vuole bere, fumare e sfogarsi...
    Immagino con me a questo punto.
    Gli consiglio di parlare anche del per e del diviso
    per avere una visione più completa delle sue paranoie.
    Cominciamo parlando della " più " bella ragazza
    del Diagonylon e lui me la indica con una delle sue dita.
    Poi parliamo della " meno " mata del Circolo e lui non
    la indica ma sappiamo che si tratta di Claudia Zoppi,
    una fanciulla stupenda se seduta.
    Chiedo ad Otappàto il motivo " per " il quale si senta
    attratto da queste due avventrici e con lo sguardo cotto
    mi dice che son belle " diviso " .
    Abbiamo bevuto fumato parlato, parlato fumato e bevuto
    ed ora il bagno è quasi un miraggio ma ce la possiamo
    fare, possiamo guadagnarci la nostra pisciata
    autonomamente, lui ci arriva con i pantaloni bagnati ed io, perso
    come lui, seguo come Pollicino la traccia dello sgoccolìo
    di Otappato.
    Ordiniamo un' altra birra ma la appena giunta in Italia
    barista russa non capisce il gutturale alcolico tricolore.
    E così lo scriviamo su un foglietto, lei capisce, sorride,
    e ci manda fuori dal locale quasi a mezzanotte.
    Otappàto va a casa ma io mi soffermo ancora per pochi
    minuti quando, tic tac, scatta la domenica sui tacchi.
    Intuivo che sarebbe stato un weekend interessante,
    passando la notte con vari amici ed amiche ed alcune
    nuove conoscenze disponibili tutte a tirare tardi;
    arriva finalmente il sole timido del mattino , non certo
    come me che son bevuto da un turno di otto ore.
    E così domenica mattina è stata una bella mattinata
    ma anche una bella mattinata trascorsa con Domenica.
    Il padre le ha dato questo nome in quanto concepita
    senza la sua influenza, chi si crederà di essere ?
    Un dio o un Cornuto, dipende.
    Domenica ha due fratelli ed una sorella, rispettivamente
    Martedì, Mercoledì e Sabatina, il padre si chiama Venerdì
    ed è piuttosto stanco ed in famiglia non c' è alcun Lunedì
    causa stress per il quale di venerdì non si sente proprio
    di concepire.
    Va da sé che a questa famiglia manchi un Giovedì.
    Ma era domenica ed io stavo con Domenica nel suo
    giorno settimanale, mi sentivo in dovere di renderla felice.
    Pensai di portarla al conad pagando io ma era domenica.
    Pensai di portarla al ristorante, niente da fare,
    lei di domenica non faceva nulla.
    Aspettai il lunedì ma era davvero intrattabile,
    ci provai di martedì e mi faceva paura solo a guardarla,
    ci provai di mercoledì ma era quello delle ceneri,
    niente carne.
    Infine me la diede al giovedì, dopo ben quattro giorni;
    nel giorno più fragile psicologicamente per una donna
    che ha una famiglia del genere, e non me ne vanto.
    Il venerdì ero a casa sua con la sorella del giorno
    dopo ma mi mandò via in quanto stanca.
    Conobbi comunque la Sabatina un poco in anticipo,
    forse non era ancora pronta e così decidetti
    di provarci il giorno dopo,
    sfortunatamente era ebrea e non faceva nulla di sabato
    a parte lavarsi e mangiare con altri ebrei.
    Son quindi tornato al Diagonylon ed ho trovato Otappàto
    al tavolo con Martedì e Mercoledì a discutere degli ultimi
    palindromi della settimana.
    Per fortuna arriva la mia Susy che tradisce un...
    " Li conosco quelli, non c' è giorno che non passino
    a trovarmi, giovedì son libera, Domenica e Sabatina
    vorrebbero conoscerti meglio, che ne dici ? , verrebbe
    anche Otappato..." .
    Susy, giovedì andiamo al ristorante,
    io e te, e poi facciamo l' amore.
    " Ma che palle lavorare dopo cena ! .
    Susy, sono io, non è lavoro, ti abbraccio forte mentre
    ti addormenti, io ti rispetto.
    " Va bene ma ho un po' di lavoro arretrato, scusami ma
    domani mattina all' alba devo essere fresca,
    scusami ancora ma devo lavorare con altri tre
    questa sera, sono addii al celibato
    e non posso certo deluderli,
    divertiti pure con Otappato ed offri da bere ai tuoi amici,
    appena posso passo a saldare ".
    Ho capito allora che i giorni della settimana
    vanno dimenticati, ogni giorno che sta per finire, tic tac,
    c' è una donna in avvicinamento sui tacchi, e trovare
    il sistema di togliere ad una donna i tacchi di notte,
    rende questa più calma e lunga, e la donna è più
    soddisfatta con molta meno ansia e fretta;
    fino alla successiva alba.
    Me lo ha scritto la Susy quando era ancora una
    ragazzina che sognava l 'amore collettivo
    come un miraggio dissetante,
    non certo come questo suo miraggio al contrario,
    infatti non ha neanche il tempo per pisciare e lo
    sfrutta pisciando in bocca ai pervertiti paganti.
    Tic Tac, il tempo passa ma sono francamente
    pochi i ticchettii nella vita che scandiscono
    davvero il passaggio da un giorno lungo notti
    dal successivo con una mattinata duratura.

  • 30 agosto 2011 alle ore 15:55
    ALBERTO E GENÉVIÈNNE - 1^ PARTE

    Come comincia: Più che monotona Alberto M. riteneva la sua vita uniforme. Da buon misoneista non amava le novità che gli creavano problemi di assuefazione a qualcosa di non conosciuto a cui doveva, suo malgrado, adattarsi. Entravano in gioco sia la pigrizia mentale sia quella fisica ma questo stato d'anino non gli impediva di amare tutto quello che proveniva da qualche  femminuccia di passaggio da cui traeva ispirazione per sensazioni intense che riuscivano a scuoterlo dal torpore quotidiano. Cinquanta anni ben portati ma sempre cinquanta anni, i suoi un metro e ottanta di altezza erano diventati un metro e settantotto (misurati in farmacia da suo amcco Nino) e questo per un normale invecchiamento delle cartilagini che sostengono lo scheletro (ma perchè Nino non si faceva i fatti suoi?). Aveva dovuto radersi il tanto ben amato pizzo che gli dava quell'aria di tombeur di femmes (i peli diventati bianchi gli facevano assumere l'aria di babbo Natale), le palpebre degli occhi erano in parte scese e, secondo il dermatologo, doveva farsi operare per non assomigliare in futuro a quella razza di cani tutti rugosi, i capelli diradati e quelli rimasti grigiastri. Unica consolazione i denti ancora tutti ben allineati e sani che gli procuravano il piacere nel sorridere di dimostrare che non era possessore della aborrita dentiera. La sua abitazione a Messina, in contrada Conca d'Oro, era ubicata in una palazzina di sei piani (il suo era l'ultimo), veduta sullo stretto che si spingeva sino alla Calabria in condizioni di buona visibilità; di notte uno spettacolo da baia di Rio de Janeiro. L'ordine e la pulizia erano propri del suo appartamento. Alberto, non particolarmente rassettato, dopo la dipartita della consorte Francesca, era supportata dalla beneamata Nadia, cinquantenne ucraina che, lasciati a casa marito e figli, era giunta in Italia per guadagnare quegli €uro indispensabili per far laureare i pargoli. Non particolarmente avvenente, un pò larga di fianchi ma dal seno lussureggiante, era un punto fermo nella vita di Al. Ogni mattina si esercitava nella solita pantomima quando doveva raccogliere stanza per stanza l'abbigliamento che il suo datore di lavoro dimenticava in giro un pò dappertutto. Al era venuto a conoscenza da una paesana ucraina che era laureata in ingegneria edile, una sorpresa da quel momento ebbe maggior rispetto nei suoi confronti. Nadia dimostrava attaccamento ad Al, in particolare una mattina quando, entrando in camera  sua, l'aveva visto 'inalberato' e aveva ritenuto opportuno toglierlo da quell'incomoda posizione abbattendo 'l'albero'  con una monovra orale ben gradita da Al che aveva visto, per suo merito, il suo albero diventare un alberello. Maresciallo della G. di F pensione (trenta anni di servizio) Al aveva ereditato da una zia, morta novantenne, un gruzzolo con cui acqusstare, dopo anni di possesso di auto utilitarie, una Jaguar S munita di telefono, televisione, navigatore satellitare ed aggeggi vari, auto con cui transitava per le via di Messina con assoluta noncuranza ma attento alle occhiate decisamente invidiose degli ex colleghi con cui talvolta si incontrava in caserma al circolo riservato ai pensionati. Le consuete partite a tre sette erano il passatempo della mattinata, i perdenti al bar per pagare l'aperitivo a tutti i soci presenti e poi il rientro a casa dove trovava in cucina tutto pronto per prepararsi un primo piatto, il secondo già cotto e la frutta lavata. Il caffè, talvolta assunto al vicino bar, completava il pranzo. La pennichella di rito (da buon romano) portava Al sin alla soglia della cena con l'aiuto di una programma televisivo o l'uso del computer, da poco acquistato, con cui era in lotta quotidiana per reciproche incomprensioni. Il dopo cena veniva superato da Al in maniera diversa a sconda delle stagioni: d'inverno al cinema ovvero a teatro, solo commedie non apprezzava le opere, o anche un programma televisivo; d'estate passeggiate sul lungomare della Fiera o sul viale San Martino, talvolta in compagnia di amici al bar. Per le necessità di 'ciccio' provvedeva con qualche passeggiatrice dell'est (non amava le negre di cui non apprezzava i capezzoli e la cosina troppo scuri). L'uso del preservativo e la non possibilità di far l'amore nel senso più lato del termine lo lasciavano insoddisfatto, il tutto era molto simile ad un bisogno corporale. Una volta pensava di aver conosciuto una dea:  capelli nerissimi e lunghi sino alle spalle, occhi grandi a mandorla, bocca invitante, seni prosperosi, un lieve accento sudamericano. "Caro devo confessarti un particolare, ho qualcosa in più..." Quel qualcosa in più consisteva in un 'marruggio' grosso e lungo che fece sgranare gli occhi ad Al timoroso di poterselo trovare nel posto sbagliato... la cotale o meglio il cotale fu cacciato in maniera gentile ma ferma senza alcuna remunerazione. Una svolta nella vita di Al: una vecchia signora proprietaria dell'abitazione sita nel suo stesso piano era passata a miglior vita (si fa per dire), i figli avevani alienato l'immobile e i nuovi proprietari avevano iniziato a far eseguire le opere di ammodernamento. Alla mattina alle sette iniziavamno i lavori: i martelli pneumatici erano gli incontrastati signori dei rumori che finivano, momentaneamente alle dodici per poi riprendere, più rinvigoriti, alle tredici sino alle diciotto. Un dato era certo: i nuovi proprietari stavano smantellando tutto l'immobile di cui erano rimasti solo i muri perimetrali. I signori, oltre che essere degli 'scassazebedei' dimostravano anche di essere abbienti. Gi aveva fatto amicizia con gli operai  (cui offriva caffè e bibite) più che altro per curiosità: voleva conoscere i gusti del signore e della signora che, man mano che procefevano i lavori, stavano dimostrando di aver buon gusto nello scegliere i pavimenti, gli accessori, i bagni, la cucina, gli infissi, insomma non erano i soliti ricconi privi di stile. Dopo ben tre mesi, con la messa in opera della porta blindata ad Al fu precluso il suo ficcanasare, restava la curiosità di conoscere de visu i  neo padroni. Una mattina incrociò un individuo appena uscito dall'ascensore del suo piano. Era inverno, il cotale, più alto di Al, era intabarrato in un mantello nero di gusto ottocentesco con cappello pure nero a larghe tese, appena accennato il cenno di saluto. Interdetto, Al non riuscì a classificarlo, anche la lunga esperienza personale e di servizio non gli erano d'aiuto. Il tale non gli aveva fatto buona impressione, decise che sarebbe stato un vicino - lontano. Sorpresa sorpresa: il giorno seguente incontro sul pianerottolo con la consorte: "Signore penso che lei sia il padrone dell'appartamento di fronte, sono Genéviènne R. in C.." Un forte stretta di mano, una deliziosa erre moscia, altezza appena inferiore a quella di Al, colpivano i suoi occhi color nocciola di forma molto allungata, espressione ironica, guardava Al con misto di sicurezza e di curiosità. "Non è la solita espressione che si usa in questi casi ma sono sincero nell'affermare che sono felice di averla incontrata, sono Alberto M." "Il piacere è reciproco, ci rivedremo nei prossimi giorni, ho in casa una filippina per mettere in ordine l'appartamento, by by." Al smise di frequentare locali e amici, se ne stava rintanato in casa affacciato al balcone anteriore o a quello posteriore con in mano la fida Canon per... riprendere il panorama, nel frattempo sperava di rivedere la signora C. Si sentiva ridicolo, che senso aveva quella spiata giornaliera, il suo era un comportamento infantile! Fu tolto dalle ambasce dalla signora C. la quale un giorno, inaspettatamente, sporgendosi al di là della vetrata divisoria della terrazza anteriore: "Mi rassetto un pò e poi le farò visitare casa mia, vorrei evitarle il mal di collo che potrebbe colpirla per il suo fare in continuazione la 'vedetta lombarda'. Figura di cazzo e presa in giro ma almeno aveva raggiunto lo scopo di intrufolarsi in casa di Ge per vedere la mobilia della magione (ma forse gli interessava più la padrona di casa). Ge aprì la porta con indosso una vestaglia color turchese che combinava bene col suo colorito leggermente ambrato, nessun trucco, poteva permettersi di mostrarsi 'nature'. "Forse conosceva la disposizione delle stanze prima che rivoluzionassimo tutto, a sinistra è rimasta la cucina, poi una camera matrimoniale, un bagno, altra camera matrimoniale, altro bagno, studio di mio marito e poi salone, tutto qui." Al osservava tutto con coriosità: la cucina bianca dava più luce all'ambiente, quel che colpiva era il lampadario in ceramica con steli e foglie colorate che normalmenteb si trova in altre realtà della casa. La prima stanza matrimoniale (ma perchè due?) stile arte povera ma che di povero non aveva nulla, dietro il letto un arazzo con figure femminili e, sullo sfondo, un paesaggio, lampadario veneziano a sei luci, grande armadio stile ottocento con piedi di leone, primo bagno con vasca idromassaggio e mobiletti laccati, lampadario simile a quello della cucina, seconda camera matrimoniale copia della prima come pure il bagno, studio del marito con pareti rivestite in legno, mobili scuri stile inglese, tavolo con computer, due vetrine piene di statuette, lampadario in ferro battuto. Il salone merveilleux (in francese fa più chic): home thèatre con maxi televisore e altoparlanti stereo sparsi un pò dappertutto, video registratore, divano in pelle, alcune poltrocine stile giapponese. Al: "M'è venuta la malattia di Sthendal..." "Che tra poco si acuirà, che ne dice?" Ge  aveva slacciato la vestaglia mostrando un  delozioso nudo corpo longiloneo, tette non troppo pronunciate, vita stretta, pancia piatta, gambe affusolate , lunghe come quelle di una modella. Al inghiottì un paio di volte, il suo sguardo andava dalla testa ai piedi e viceversa, i piedi lunghi e stretti, bellissimi. "Questo è un attentato alle mie coronarie, non sono più giovanissimo..." "Le darò qualcosa di forte, un bevanda che amo particolarmente, il caffè sport Borghetti, mai provato?" Si sedettero sul divano, Al, ancora imbambolato, spostava lo sguardo dal viso di madame ai mobili per ritornare al viso. "Qualche domanda?" "Sono tante e si spingono fra di loro nel mio cervello, preferisco guardarla in faccia spero di non  infastidirla..." La rimirò a lungo, Ge lo assecondava cambiando espressione intervallata da risolini.   "Io sono fotogfrafo e la guardo da un punto di vista professionale..." "Sei un fotografo bugiardo , ho visto qualcosa aumentare di volume!" "Genéviènne, pensavo di essere anticonformista ma tu mi hai battuto su tutta la linea!" "Penso di riconoscere la persone al primo impatto e ti ho classificato simile a me, non ho sbagliato, riprenderemo a parlare la prossima volta, mio marito sta venendo a pranzo, ciao." Al rientrò in casa piacevolmente stravolto, Nadia stava ancora sfaccendando, alzò lo sguardo senzare commenti, forse aveva intuito qualcosa. Al finì il pranzo senza quasi accorgersi del cibo che a, sentiva in tutto il corpo come una linfa nuova, eccitante. Al ricordo della nudità di Ge 'ciccio' si alzò speranzoso, dire che fosse una situazione anomala era il minimo. Quella nudità sfoggiata senza pudore e con semplicità l'aveva conquistato, era proprio vero, Ge e Al erano molto simili di mentalità, forse uguali. Nelle sue fantasie Al. aveva talvolta sognato una tale situazione molto eccitante con futuri risvolti sicuramente piacevoli. Qualche domada si poneva: la figura del marito molto distante, a prima vista, dalla deliziosa consorte. Perchè quelle due camere matrimoniali, uno dei due russava? Spiegazione non convincente, sicuramentte sotto c'era una situazizone più complicata. Al preferì uscire di casa, aveva bisogno di riordinare le idee, stava per entrare nella Jaguar, alzò lo sguardo e vide Ge sul balcone sorridente. Gli effetti di quella nuova conoscenza, contraria a tutte le regole, si facevano sentire. Alberto guidava automaticamente, accelerava, frenava, tutto come in ipnosi. Guardando in giro vedeva le persone muoversi al rallentatore, gli edifici dai colori più vivaci, il cielo piacevolmente terso.. Lasciò la macchina al posteggio 'Cavallotti' vicino alla stazione ferroviaria per proseguire a piedi. All'edicola porse i soldi per 'La Gazzetta' a Nino il giornalaio, vecchio amico, senza salutarlo. "Gianluca ti senti bene?" "Tanto bene quanto non mai." "Sarà ma ti vedo stralunato, vieni al bar Santoro ti offro un aperitivo, liberati dal segreto, femminuccia?" "Quale femminuccia, una divinità, non ti sto a dire..." "Ho capito, amore a prima vista, da quanto la conosci e cosa dice il marito?" "Nino sarai pure maligno ma ci hai azzeccato, l'ho conosciuta ieri, è sposata con un buzzurro." "Tutte le donne belle sono maritate con esseri inferiori, piccoli, sciocchi, meschini ed anche buzzurri..." ""Se parli così non ti dirò più niente." "Non ci credo, hai bisogno di esternare al mondo la tua felicità, ti sei incamminato su una strada sdrucciolevole." "Me ne fotto, mi piace da morire!" "Nel caso ti ficcassi in qualche guaio sono a tua disposizione: conosco avvocati, qualche giudice ed anche impresari di pompe..." "Non fare l'uccello del malaugurio, ritorniamo all'edicola devo prendere il giornale." "Te lo sei messo in tasca... sei sulla buona strada!" Rientrato fra le mura domestiche gli ambienti gli apparvero più luminosi, anche Nadia sembrava aver perso qualche chilo... "Signor Alberto vuole che gli cucino gli spaghetti?" "No faccio tutto io" la prese per la vita e cominciò a ballare. Nadia era l'espressione dell'incredulità e della sorpresa, non capiva se il padrone di casa volesse da lei qualche servizio particolare (che le sarebbe stato pagato extra) oppure... Oppure, Al se ne andò nella stanza da letto e si catpultò sul talamo ancora vestito, Nadia, ancora confusa, si ritirò in buon ordine. Al non resistette oltre, pur nella consapevolezza di poter incontrare il marito bussò alla porta di Ge. Stessa vestaglia e viso senza trucco, affascinante. "Prima che tu favelli presagisco una richiesta impellente, il viso e la parte mediana dei tuoi pantaloni sono la spia." Per Al. fu la conferma di aver incontrato la donna sempre desiderata oltre che piacevolissima, aveva molto intuito. "Imbambolato sono sola, fra mezzora in camera mia, la seconda, non ti sbagliare, lascio la porta aperta."Bidet di rito, niente profumo non li aveva mai amati, le femminucce avevano sempre apprezzato il suo odore naturale. La prima camera da letto era vuota come pure la seconda, girò per casa, Ge sembrava essersi volatilizzata. Pensò ad un rientro imprevisto del marito, fra l'altro era più grosso di lui, stava per andarsene in gran fretta quando... "Mi sono nascosta nell'armadio è il posto dove solitamente si celano gli amanti... dì la verità hai avuto paura che fosse rientrato mio marito." "Lo ammetto ma per questo scherzo pagherai pegno e sarai la mia schiava per tutto il pomeriggio, spero che mi permetterai qualcosa di inusuale." Al supino sul letto (ciccio in posizione verticale da tempo) chiese a Ge di posizionarsi su di lui e di farsi penetrare lentamente, senza preliminari, con la vagina asciutta per provare, nell'addentrasi nel delizioso tunnel, una sensazioni fisica più vigorosa. E così fu, 'ciccio' si ininuò un pò a fatica ma il piacere, per entrambi fu più intenso. "Ti prego di non muoverti, vorrei parlare con te in questa posizione, vorrei sapere qualcosa di te di molto intimo, possiamo parlare a lungo, 'ciccio' si trova a suo agio e non ha fretta di uscire dal tunnel." "Sono svizzera, mio padre era capo stazione a Basilea, purtroppo il ménage fra i miei genitori era piuttosto burrascoso, incomprensioni, liti. Ero iscritta all'universià e lì conobbi mio marito che frequentava un corso di aggiornamento. È medico all'ospedale 'Papardo' di Messina, non voleva più restare in Svizzera, avevo avuto una storia con un mio coetaneo finita male. Tindaro, il nome della mia metà o meglio del mio doppio, prese a corteggiarmi, freddamente considerai la possibilità di lasciare la mia famiglia. Gli dissi di si con l'impegno di sposarmi prima di partire per l'Italia, dopo trenta giorni eravamo maritati e arrivammo a Messina. All'inizio abbiamo abitato presso i suoi genitori ricchi, anziani e rompiballe sino a quando gli ho imposto di avere un alloggio tutto nostro e..." Al. si accorese che 'ciccio' era stato circondato da qualcosa di umido, capì che Ge se n'era bellamente venuta. "Come hai fatto, non mi sono mosso di un centimetro." "Cheri io godo col cervello oltre che col fisico, datti una smossa pure tu poi seguitiamo a parlare." 'Ciccio' sbrigò la pratica in fretta e Ge. si abbandonò sul corpo di Al. Forse di erano appisolati, Ge per prima si staccò 'chiudendo' con la mano la sua cosina piangente e si rifugiò in bagno. Gi andò nell'altro bagno inseguito da un urlaccio "Torna indietro! Vieni nel mio, il menage con mio marito è molto particolare, nessuno dei due deve oltrepassare i propri confini. Pur vivendo sotto lo stesso tetto, viviamo separati ma i nostri rapporti sono buoni. Tindaro ha per amante una sua infermiera, Dorella, ragazza calabrese allegra, simpatica, sorridente tutto l'oppposto di mio marito, forse per questo vanno d'accordo. Talvolta l'invita a cena a casa nostra, io non ho nulla in contrario anzi possiamo dire che siamo amiche ma i nostri bagni e le camere da letto sono personali e nessuno dei due deve invadere il campo dell'altro. A me va bene così come pure a Tiindaro, separarsi e poi divorziare è spiacevole e complicato, tutta una trafila di avvocati, giudici, carte da firmare, tempi lunghi. Ci siamo accordati, ho una domestica fissa, oggi è il suo giorno di riposo, si chiama Assunta brutta ma servizievole e brava nel suo lavoro.. Bene, torniamo in camera, ci scommetto che ami molto essere coccolato." "Indovinato, la vostra storia è inusuale ma, come l'on dit, civile poi vorrei conoscere il maschietto che visita la tua 'micia'". "Mmmmm" "Ge vorrei fare un patto con te, qualsiasi avvenimento accada vorrei contare sull'assoluta reciproca lealtà." "Volevo proportelo io, cambiando discorso hai osservato bene i miei piedi?" "Di sfuggita, sono lunghi, signorili, mi piacciono, sono unici." "Ti va di fare un attimo il feticista, amo le sensazioni che provo quando me li baciano." "Nuovo giro, nuovo numero mi pare di essere al circo, dove comincio dall'alluce o dal mignolo?" "Da dove di pare, talvolta riesco a godere anche così" Ciccio aveva assunto la posizione di attenti, Ge se lo mise in bocca e Al cominciò a poppare l'alluce del piede destro, un sessantanove fuori del comune! Come prevedibile 'cicco' dopo un pò le fece assaggiare il suo prodotto seguito da Ge. che, inaspettatamente si mise a mugulare, stava godendo! La quiete dopo la tempesta, Al. e Ge. in poco tempo si erano conosciuti, si erano apprezzati ed avevano assaporato le delizie di un amore a dir poco singolare ed eccentrico come d'altronde erano loro stessi. Una mattinata di sole, affacciati al balcone, i due specialissimi si ritrovarono ad ammirare un panorama pittoresco, sempre piecevole da osservare soprattutto dopo una intensa pioggia notturna che aveva spazzato via la caligine e la Calabria si appalesava nella vividezza dei suoi colori. "Mio marito mi ha chiesto se avevo conosciuto il nostro vicino di casa senza chiedere particolari. Gli ho risposto che sei una persona da poter frequentare ma nessuno dei due si è sbilanciato nel chiedere di fornire ulteriori informazioni. Tindaro è molto riservato, parla poco, solo in presenza della piccola Dorella diventa irriconoscibile: allegro, spiritoso ed anche simpatico ricambiato da quella scimmietta piccola di statura (gli arriva alle spalle) ma dal sorriso accattivante, se fossi un uomo me ne innamorerei." "Un giorno ti chiederò dei tuoi rapporti con le femminucce ma non ora, voglio scoprirti un poco alla volta, hai presente il gioco del poker quando si aprono lentamente le carte, spero tutti assi." "Non conosco bene il poker, c'è un super asso?" "Si e si chiama Genéviènne, ti lascio vado al lido di Mortelle, ho affittato una cabina che, ovviamente, è anche a tua disposizione." "Niente mi farebbe più piacere ma non dobbiamo dare nell'occhio, non parrebbe vero ai vicini 'bagnarci il pane' e con mio marito abbiamo fatto un patto di essere discreti per la sua posizione in ospedale." "Avrei voluto vederti in bikini, sicuramente sarai più sexy che nella nudità completa, per stare insieme al mare dovremmo andare in una spiaggia lontana, magari a Milazzo. Ora munito del mio accappatoio nero (è molto chic) andrò in spiaggia e butterò l'amo..." "A parte che un accappatoio come il tuo fa molto messe nere lascia stare la 'canna da pesca', hai già la tua preda da sgranocchiare, sei solo all'inizio ed il futuro sarà pieno di sorprese." "Mi farò baciare solo dal sole, ciao." Anche se l'avesse voluto Alberto aveva poco da scegliere come prede; complice la giornata feriale la spiaggia era frequentata da persone anziane, donne non appetibili con prole al seguito che fracassava gli zebedei ma d'altronde aveva ragione Ge, aveva già la sua pannocchia da sgranocchiare... Lungo bagno per rilassarsi, sfoggio dell'accappatoio nero seguito dagli sguardi stralunati dei vegliardi perplessi, bibita al bar, ritorno a casa. Molto apprezzato il pranzo preparato da Nadia, stava per mettersi a letto nell'accogliente camera con condizionatore acceso, quando il telefono: "Gianluca mi devi fare un favore, è accaduto un fatto particolare e spiacevole ad una mia amica di cui non ti ho parlato, fra poco viene a casa mia con suo figlio, preferisco rimanere sola col ragazzo, tu devi trattenere la madre per il pomeriggio." "D'accordo Genéviènne. la mia curiosità è accresciuta a dismisura, sono a tua disposizione o meglio a disposizione della tua amica, come si chiama?" "Monica C., ha quarantadue anni, accoglila bene." Dopo circa mezz'ora dallo spioncino della porta d'ingresso Al. vide Ge. con accanto una signora bruna con i capelli a caschetto in compagnia di un ragazzo dell'età di circa quindici anni. Gi attese che Ge. suonasse alla porta prima di aprire- "Gianluca ti prego fa compagnia a Monica, io devo dare lezioni di francese a suo figlio Francesco." "Signora inutile dirle che si deve considerare a casa sua, non voglio metterla in imbarazzo con la mia presenza, qualora volesse rimanere sola le accendo la tv e mi ritiro in altra stanza." Madame Monica cercava di mostrarsi naturale cosa non facile da attuare causa una presentazione affrettata e non facilmente giustificabile; espresse il desiderio di visitare l'abitazione di Al. forse per rompere il ghiaccio. Era bruna naturale, viso regolare con un'unica particolarità: un occhio leggermente strabico che le dava un'aria seducente, lo strabismo di Venere! Nello studio: "Vedo che ha dei quadri di Orfeo Tamburi, scuola romana, i più richiesti, quelli parigini sono perlopiù commerciali." "Li ho ereditati da mio padre anche lui pittore anche se della domenica come si dice in gergo, andato in pensione da funzionario di banca ha preso a scrivere libri e a dipingere, i suoi tableau sono nel salone." Monica osservava lentamente i quadri di papà Armando, varie volte. "Suo padre era un uomo straordinario, dai dipinti si evince che non ha frequentato scuole di pittura ma i quadri stessi sono genuini, ovviamewnte naif, esprimono diversi stati d'animo. In questo domina una tristezza violenta, totale: nubi scure incombono su un paesaggio desolato con alberi senza foglie, immensi che sovrastano persone e animali. Quest'altro è l'esatto opposto: il cielo dipinto di rosa con uccelli che volano verso l'alto, gli alberi di altezza normale hanno al posto delle foglie grossi frutti rossi, un ruscello attraversa il paesaggio e, ai lati, rane che saltano nell'acqua, una siepe che separa due terreni con fiori sgargianti, e, massimo dell'ottimismo, pecore e lupi che si guardano con amicizia, sicuramente suo padre era un utopista!" "Ho compreso la natura di mio padre con gli anni, siamo molto simili, l'ho scoperto anche quando sono venuto a conoscenza di sue avventure con amiche di mia madre. Le vorrei mostrare il panorama, sicuramente per lei sarà una novità, non l'ho mai vista in casa di Genéviènne." "La mia amica ha cambiato casa da poco tempo, mi ha invitato varie volte ma c'è stata un'occasione spiacevole per cui..." Monica si era girata di spalle, piangeva silenziosamente. "Madame, la prego, si sieda sul divano, la lascio sola." Al. dinanzi al pianto di una donna rimaneva oltre che perplesso anche allarmato che la cotale potesse chidergli qualche favore ma stavolta ebbe l'impressione che fosse genuino e che Monica avesse subito un forte choc. Perchè aveva accompagnato suo figlio da Ge? La giustificazione della lezione di francese non reggeva. "Monica mi permetta di chiamarla per nome. resti quanto tempo crede, io sono nello studio."  Al accese il computer e, per motivi difficili da spiegare, si trovò a gustare il film 'Paprika.

  • 30 agosto 2011 alle ore 14:00
    La Terra degli Specchi

    Come comincia: Si… sono ovunque, gli specchi… ovunque ci sia un riflesso, reale o immaginario, una proiezione della nostra mente, del nostro cuore o della nostra anima… qualcosa si materializza: è l’immagine, speculare rispetto alla dimensione originale… ma non sempre è identica…

    Non possiamo sapere in quale realtà, in quale strato dell’Universo stiamo vivendo, in quale anello o arco temporale, in quale segmento storico, in quale collocazione cosmica… ognuno ha la sua percezione della realtà, del tempo… ma nessuno può sapere se siamo parte di un insieme o se, al contrario noi siamo l’insieme e tutto il resto è parte di noi…

    Siamo noi i protagonisti e il mondo è un dettaglio…? Così dovrebbe essere per ogni singola unità individuale, per ogni singola peculiarità esistenziale… in realtà siamo in tanti, tantissimi e per questo nascono i gruppi, le comunità, le associazioni, consociazioni, unite da ideali e progetti comuni, bandiere e classi, ideologie, idee, progetti e programmi: l’umanità si fraziona in più strati e ognuno si colloca da qualche parte, riflettendosi in persone con caratteristiche simili per visione, pensiero, ascolto, gusti, carattere, esigenze…

    Il mondo diventa così un pianeta non più omogeneo e uniforme, ma stratificato, lamellare, una tessitura simile a quella dell’alveare in cui ogni cella combacia con quelle limitrofe e ospita individualità affini.

    Muoviamoci ora in questa Terra degli Specchi, proviamo a camminare, esistere, lavorare, dialogare, pensare, fare domande, cercare risposte, evolvere, pensare, ascoltare, riflettere… si… appunto… ragionare, meditare, fare… riflessioni…. Si dice così… proprio perché ci specchiamo intimamente con la nostra anima e ci autoconfrontiamo, ci autoverifichiamo, ci autovalutiamo… lo specchio è posizionato al centro del nostro IO e lo chiamiamo coscienza:  quell’area consapevole che ha lo scopo di approvare, disapprovare, moderare, modificare, soppesare tutte le nostre percezioni.

    La coscienza è nostra, non altrui, e tutte le interferenze provenienti dai sistemi educativi, culturali, sociali, morali, scolastici, lavorativi, etnici, religiosi, storici ( ecc… ecc… ecc… ) rischiano di deformare la nostra percezione, il nostro spirito, i nostri veri valori, le nostre certezze, la nostra stabilità… Ecco perché a fronte di confusione generata da fattori esterni e imprevisti, quali dei bruschi cambiamenti nella nostra vita, delusioni o perdite, sofferenze o malori, ci chiudiamo nel dolore, nella riflessione, ascoltiamo e cerchiamo persone con cui confrontarci… i nostri riflessi stanno modificando, non sono più gli stessi di prima… certezze prima acquisite e funzionali ora destabilizzano, il sistema interiore crolla e possiamo anche crollare… abbattuti, stesi, distrutti…

    Ma ci si rialza, ci rialziamo… è solamente una riflessione… tanto più lunga e impegnativa quanto più sarà il salto evolutivo che intendiamo fare… entriamo in noi e a volte questo avviene quasi meccanicamente, bloccandoci, chiudendo le porte di comunicazione con il mondo esterno proprio per evitare insidie, confusione… solo le persone fidate ora avranno accesso alle nostre aree emotive, siamo particolarmente fragili e confusi quindi il traffico viene ridotto, limitato esattamente come avviene quando si verifica un incidente. La zona viene circoscritta, protetta e sorvegliata, accedono solamente le persone autorizzate e si cerca di garantire tranquillità, privacy, silenzio, spazio…

    Nei momenti difficili tutti noi entriamo nella Terra degli Specchi, in questo straordinario regno interiore dove cavalchiamo nelle nostre praterie, entriamo quasi in coma vegetativo, ci assentiamo dalla realtà e galoppiamo nella nostra savana, cerchiamo tra le mille pieghe della nostra anima le mappe per orientarci meglio, navighiamo, affrontiamo tempeste e maremoti, osserviamo le stelle, il sole, la luna… cerchiamo riferimento nelle cose certamente acquisite, definiamo delle boe cui ancorarci, prendiamo nota della posizione degli arcipelaghi, delle isole su cui naufragare in caso di emergenza… ci isoliamo, appunto… come dei marinai che stanno ricalcolando la propria rotta, esploratori degli abissi e dei gran canyons più profondi, chiudiamo i contatti con il mondo esterno e ci dedichiamo alla missione più esaltante ma anche difficile… riscrivere, riscriverci, trovare nuove strade, nuovi percorsi, osservare quelle aree inesplorate, affrontare paure, fantasmi, draghi, demoni… più andremo a fondo e più ci scontreremo con timori e mostri orrendi, blocchi granitici, monoliti inamovibili, fortezze inespugnabili, terre desertificate, rocce taglienti, acuminate, eserciti da combattere, gladiatori da sconfiggere, rivolte e sommosse, tutto quello che viene comunemente definito… lato oscuro. Ma oscuro non significa privo di luce, anzi… è proprio dietro queste zone d’ombra che si celano le risposte più straordinarie, potenti, entusiasmanti, illuminanti…

    E dove potrebbero altrimenti nascondersi le risposte se non dietro alle domande… ?

    E dove potrebbe altrimenti nascondersi la luce se non dietro il buio… ?

    Quelli che cercano scorciatoie, affidandosi alle esplorazioni altrui, bypassano la propria ricerca interiore, si affidano a mappe improprie che vengono distribuite cella per cella, a tutte le persone affini per gusto, o problematica esistenziale. Questo non comporta nulla di male, anzi… proprio perché l’Universo ha questa struttura lamellare, ci sono persone che percepiscono l’1% della totalità e individui che al contrario giungono alla percezione totale, al 100%.

    E’ evidente in questo caso che chi ha una soglia di percezione minore vive in uno strato di tipo galleggiante, superficiale… non è un difetto come lo si ritiene, semplicemente sono posizionati in quello strato, lontano dalle profondità… a loro basta spesso una parola, una caramella, un diversivo, leggere una frase o recitare una preghiera piuttosto che una qualunque filastrocca per sistemare le cose… è un’ottima posizione: la loro vita è certamente semplice e felice! Le cosiddette persone “semplici”

    All’antipodo ci sono gli esploratori estremi, capaci di rinchiudersi al mondo esterno anche per giorni, mesi, anni… hanno un solo scopo, un solo obiettivo, un solo traguardo: toccare con mano, con la propria mano, la vera luce… non quella luminescenza eterea ed impalpabile che viene venduta da falsi maestri o saputelli di vario genere: la vera luce è una… una sola… è la propria luce, il proprio riflesso. Nessuno può darcelo, dircelo, donarcelo e meno che mai vendercelo, purtroppo la maggior parte delle persone non sa entrare dentro di sé… annaspa in una pellicola simile alla tensione superficiale, quella che ti impedisce di annegare ma anche di emergere, stanno lì e accendono la tv, la radio, leggono giornali o libri, testi, riviste, si caricano di pensieri e immagini non proprie e con questo sistema galleggeranno in eterno…
    Ripeto, niente di male…

    Condanno al tempo stesso con estrema decisione i millantatori di false ideologie, chi specula sulla salute psicofisica delle anime galleggianti, chi approfitta del dolore altrui per vendere o propagare false cure, falsi rimedi, false ricette, false soluzioni… avere chiara la percezione a strati dell’Universo non significa poterne abusare: ognuno deve rispettare ognuno… non c’è un meglio o un peggio, gli abitanti degli strati superficiali hanno il dono della semplicità e non hanno, al contrario, l’ampiezza esistenziale dei grandi esploratori… tutto qui… così come c’è chi bagna i piedi sulla riva del mare e chi parte in solitaria per il giro del mondo… La tranquillità dei primi è l’ossimoro dei secondi… la correlazione sta nella diversità, nella biovarietà, nel livello di evoluzione della propria anima…

    Questo porta a pensare che le anime più antiche siano quelle capace di entrare nelle profondità più remote, inesplorate, il grande buio, le grandi paure… esattamente lì dove tutti fuggono, loro entrano a spada tratta per affrontare… l’unico modo per vincere  non è fuggire, ma combattere… la battaglia interiore è dura, durissima.. non c’è un confine… si conquistano spazi sempre più ampi e poi si va oltre… oltre ancora…

    La Terra degli Specchi è lo strato più remoto degli abissi dell’anima…

    pochi osano avventurarsi laggiù, pochissimi… quasi tutti condannano, temono, esulano, fingono, guardano altrove, giudicano, recitano odi o litanie, si attaccano a ricettine infantili o soluzioni preconfezionate… quale terribile, drammatico sperpero di risorse esistenziali !!!

    Nella Terra degli Specchi navigano, corrono, lottano, volano e combattono grandi, eroici guerrieri interiori, spiriti dotati di straordinaria capacità di ascolto, visione, analisi… anime acute e ipersensibili che conoscono tanto e cercano il tutto… forti della propria esperienza dipingono il loro territorio, le loro mappe, trovano schegge dorate, pietre preziose, smeraldi, topazi, li ripongono nel loro scrigno e continuano, a cercare… erranti viandanti della vita, dell’amore… non cercano luce perché sono… luce… non temono l’oscuro perché non lo vedono come tale, sono gli altri a definire buie alcune aree, quelli che non hanno una propria luce interiore sufficiente a rischiarare le ombre… si fermano sul bordo del cono, del cratere… e tornano indietro…

    Nella Terra degli Specchi le anime si riflettono, continuamente, in un gioco di immagini, risposte, sogni assoluti, elevatissimi, luminosissimi… bisogna avere molto coraggio per guardare, guardarsi, riflettere, riflettersi… è molto più semplice pascolare sempre nello stesso prato, nello stesso gregge… ma una volta fuori dal recinto è impossibile tornare indietro… il richiamo della libertà, della conoscenza, della consapevolezza, della luce interiore, non concede ripensamenti, dietrofront… è un senso unico irreversibile perché è un cammino verso le vette più elevate, verso valori e tesori inestimabili.

    Nella Terra degli Specchi è possibile guardarsi, entrare in se stessi… mettere a fuoco delle aree invisibili e via via mappare tutto il territorio, annotando le cose buone e accantonando quelle negative, o dannose.

    Per questo non è possibile tornare indietro sui propri passi, perché c’è la precisa consapevolezza di dove porta il cammino e nessuno è così stolto da ripetere errori o riaffrontare difficoltà già superate… il cammino esperienzale è la strada più difficile, dolorosa e complessa che ci sia ma è l’unica che porta a sé stessi…

    Qualunque altra strada porta a un Sé modellato e adattato secondo alcuni stereotipi di vario genere… non tutti possono concedersi il lusso di viaggiare in questa Terra… sono molto presi dalla carriera ad esempio, dall’accumulare tondini di metallo o banconote, sono molto presi dal proprio aspetto esteriore, dalla loro età… non c’è mai tempo ormai per viaggiare dentro di sé… non ce n’è più… per questo proliferano tanti palliativi, tante tecniche, discipline, ce ne sono migliaia… migliaia !!! ma è terrificante… !!!! Poiché non c’è il tempo di mettersi davanti ad uno specchio e riflettersi… si sposano discipline e metodologie di ogni genere, per non parlare delle relative presunte cure… !!!

    Ora non mi interessa attaccare questo sistema che produce infelicità, spreco, malessere, quanto piuttosto osannare i grandi paladini dell’amore che vivono e popolano questo magico, straordinario regno…

    La Terra degli Specchi è il regno delle verità, della bellezza, dell’amore… riflessi dorati si propagano ovunque rischiarando le ombre di vera luce, luce del sole, calda e viva… i colori si materializzano in giganteschi archi arcobalenici… brillano le acque, le onde del mare, le stelle, brilla la luna che si riflette in coriandoli d’argento e brillano gli occhi quando ascoltano tutto questo… il cuore si trasforma in un grande tamburo che lancia un richiamo divino… sensuale tamtam si propaga in ogni viscera fin quando le vibrazioni si allineano alla perfezione… ora  guardando nello specchio vediamo un’altra persona, è il nostro riflesso… ora siamo due diamanti purissimi dalle mille sfaccettature,  uniti da una forza superiore ci amalgamiamo nell’insieme e ci ameremo per sempre…

    Così… nascono le stelle nel Grande Firmamento…

  • 28 agosto 2011 alle ore 22:31
    Delirio aggiudicato

    Come comincia: Gaspare Apposito è il padre di uno dei migliori amici,
    Francesco Apposito; tale padre tale cognome.
    Gaspare è un professionista quotato, è un
    teleimbonitore di tele quotate infatti, quotate da lui
    intendo.
    Gaspare teleimbonisce i propri teleimbonibili con
    l' eleganza propria  di chi teleimbonisce con una
    certa eleganza quelli che si fanno teleimbonire
    da uno come lui.
    Presenta e produce per il canale Tele Aristo una
    trasmissione dal titolo Aristo Tele, il programma
    per vendere tele quotate a chi è un po' a secco
    di furbizia; lui invece si fa sponsorizzare dalla Q8
    che a secco non rimane mai, e la furbizia sta nel
    poco credibile acrostico per teleimbonibili :
    Quaranta Quadri Quattrocenteschi Qualsiasi
    Quotati Quasi Quindicimila Quattrini.
    Da notare che un Quattrino vale Quanto Quattro
    monete, totale 600.000 mila monete, scarse.
    La stampa gli rimprovera di vendere a prezzi
    poco chiari e lui si difende che la vera arte non
    ha un prezzo e quindi dal momento che i quadri
    li vende lui, fa il prezzo che gli pare.
    Vende anche tappeti persiani prodotti in Kuwait
    da tessitori clandestini ma li spaccia per originali
    e i teleimboniti ovviamente non hanno il minimo
    dubbio sulla correttezza di Apposito, e come dice
    il cognome, è lì per quello.
    Il tormentone per teleimbonire è stato brevettato
    da Tele Aristo e suona più o meno così :
    Un' assurdità plausibile è sempre migliore di
    una possibilità che non convince Aristo Tele ".
    Un grande, ed i quadri che propone sono falsi
    come ottone pur avendo cornici in argento ;
    ed invece no, sono in stagno !
    Gaspare Apposito ha sempre fatto il commerciante
    d' arte, egli sa che l' arte è figlia del genio dell' uomo,
    ed essendo uomo che ama l' arte ha dedotto di
    essere il padre dell' arte nonché suo pedofilo amante.
    Ma avendo intuito di essere uomo scaltro e geniale,
    ha pensato anche di essere un truffatore e dunque
    figlio del denaro, etichetta che gli sta bene addosso
    dal momento che per venire al mondo i suoi
    genitori non han fatto esattamente una cosa
    artistica e che nella fattispecie era pure a pagamento.
    Suo padre mestierava nei campi dall' alba al
    tramonto, mentre sua madre mestierava
    sui marciapiede dal tramonto all' alba.
    Nel suo spazietto denominato Aristo Tele,
    Gaspare offre all' asta ogni giorno un Quadro
    che raffiguri una truffa o quantomeno un illecito;
    dalla vecchia e fragile deambulante borseggiata
    e sanguinante sull' asfalto al carabiniere che spaccia
    sia a suo figlio che al nipotino...
    Ma paga sempre suo figlio per avere meno problemi
    con gli sbirri e carabinieri onesti, salvaguardando
    il proprio figlio, in conclusione  paga sempre papà.
    Cosa rappresentano in generale i Quadri
    di Gaspare Apposito ?
    Dal politico sorridente al petroliere in pensione
    con l' hobby di fare il giudice monocratico
    causa honoris causa; in un dipinto, per esempio,
    il non togato ha un sorriso beffardo nel momento
    in cui sbatte il martelletto dopo aver deciso,
    ma questo mica dà a capire se ha appena assolto
    oppure no, un quadro ha la propria particolare
    e piccola verità di chi lo guarda, ma ingigantita.
    Poi tra i quadri da 600.000 monete scarse se ne
    trovano parecchi a raffigurare l' uomo in preda
    ad una crisi di nervi causa assegno perpetuo
    alla ex, un altro raffigura una banconota
    da mille dollari con la faccia di Gaspare strusciata
    in modo davvero pornografico da lei, proprio là,
    in quel triangolo di vero amore tra lei lui
    e consueta mensilità attesa.
    Potrei continuare ma penso abbiate capito
    quello che penso di Gaspare, imbroglia
    chi è più stupido mentre l' ex moglie più furba
    se la fa con il giudice che ha subìto lo
    stesso trattamento dalla propria ex quando faceva
    il petroliere e senza poter influire minimamente
    su un qualsiasi giudice ( ! ) .
    Ora se la spupazza e lei gongola
    di avere avuto prima un deficiente che si credeva
    furbo sul lavoro ed ora un giudice
    altrettanto idiota che economicamente la sostiene.
    Gaspare ha teleimposto ai propri teleimponibili
    centinaia di prodotti di ogni tipo, per ogni tasca
    e per qualsiasi esigenza.
    Basti ricordare la sciarpa elettrica che si ricarica
    centrifugando in lavatrice, lo scalda cocomero e lo
    scalda birra, il mappamondo di Antar , i pullover
    a Q, i lasciapassare per porte con sensore a
    60 centimetri di altezza per nani, cani peluche
    o di piccola taglia ( si sputa sul sensore che
    identifica la ptialina, se poi corrisponde la porta
    si apre, se invece non corrisponde, la porta
    si chiude ( ! ).
    E poi il deodor-anti tartaro per chi non ha tempo
    né voglia di lavarsi i denti, uno spruzzo e mai più
    emanerai alitosi alcuna, so che possa sembrare
    di assistere ad un film ma lo ha brevettato davvero
    e davvero funziona per coloro che guardano film.
    La giustizia è come un quadro aggiudicato,
    chi paga di più se lo porta a casa.
    Ci cadde un furbo venditore ed un giudice
    in pensione.
    E la spupazzata ha vinto contro tutti,
    aggiudicato, spupazzabile, ora che ti ho fatto
    vincere in questo delirio me la
    daresti ( mia o di tutti ) bella spupazzabile
    almeno fino al prossimo delirio ?
    " Scòrdatelo, non hai inventato nulla,
    io sono davvero spupazzabile e ne son contenta
    ma tu sei ridicolo, non conti nulla,
    e le persone ingenue come te son solo capaci di
    raccontare la realtà, non sono quel genere di donna,
    se mi scopo chi so io, so di migliorare
    davvero le cose per me stessa, i miei figli e quelle
    messe come me pur con poco sale in zucca " .
    A me lei piace, se non altro la femminista
    economista ha fregato furbi e giudici discutibili,
    se non mi vuole aspetterò, dice che se la
    gestisce lei con un pezzo da mille tra le
    piccole o grandi labbra al mese...
    E nel frattempo la aspetto, una troia vale l' altra,
    mica sono quel genere di porco poverello
    da passarle solo 500 al mese.
    Una donna va spupazzata come un Re
    si innamora di una schiava.
    Aggiudicata al Re povero scapperebbe,
    meglio convincerla che sposarla
    è un falso atto, e che lei comanderà in
    quanto le donne sono più intelligenti.
    Ma è una troia che vuole il regno
    e non la concordia.
    Va schiavizzata nonché spupazzata
    come una troia da 20 euro.
    Vuole troppo anche da un giudice corrotto.
    Vuole troppo ma è sempre una gran bella
    spupazzabile, ed io, come già detto,
    non sono nelle sue grazie.

  • 26 agosto 2011 alle ore 12:25
    L'Ernesto

    Come comincia: L’Ernesto a quarant’anni si sentiva ancora figlio, non per causa della sindrome da contrabbasso, dato che superava il metro e ottanta e non portava tacchi. Pesava 104 kg. «E per fortuna che ho il cervello fino» ripeteva sorridente a chi lo scherzava del
    suo peso, ma, se la matta non pescava, incupito lui esclamava: «Fino a dove non lo so.» Cervello intermittente e sciatalgia divampante, a lui piaceva essere figlio, di nessuno, essendo i suoi creatori “volati in cielo troppo presto”, come lui amava dire a chi gli chiedesse la giustificazione. Eppure l’Ernesto non aveva mai volato, nemmeno i
    suoi sogni sapevan decollare. Sogni pulcini, reminiscenza di quando veniva costretto a fare il dodicesimo. Ma all’Ernesto andava bene lo stesso e ripeteva a chi petava: «Ma sì, siam tutti figli di Dio». Tra i suoi amici non c’era un Riccardo, forse per questo motivo non aveva un cuore di leone, e le stecche le prendeva solo nel soffiare dentro a un flauto, senza lenza, che nemmeno di pescare era capace e si rammaricava di non aver mai vinto nessun premio alle lotterie di paese, sostenendo che lo fregava l’ora, perché le estrazioni avvenivano di sera e lui non possedeva la cultura dei giornali. Tra gli amici c’era chi lo prendeva anche sul serio, ma senza Orio visto che l’Ernesto non volava, per via di quel nome un po’ infelice, peggio di una cicatrice. Così che tutti lo rincuoravano felinamente, pensando sarebbe stato ancor più devastante si fosse chiamato Felice, come quel Pulici Paolino il goleador del ri grande Torino, di cui teneva a distanza di tre decadi una fotografia sul comodino. L’Ernesto nella vita non aveva combinato nulla per quattordicimilaseicento giorni, aveva gli occhi spenti e le luci dei fanali sempre accese. Aveva smesso di fumare perché il catarro non riusciva a digerire. Si divertivano gli amici a proporre lui una bionda, ma lui abbassando gli occhi rinnegava quel passato, ammirandosi, così facendo, le macchie di pomodoro sulla
    maglietta non stirata. «Io quella roba lì la fumavo da bambino per sentirmi un po’più grande, ora che son grande vorrei tornar bambino e non posso certo dire che ci guadagnai nel cambio, che i rapporti saltano sempre proprio in vista dell’ultima salita.» Le donne le guardava e portava anche rispetto, ma non sapeva cosa stessero poi a
    significare di preciso. Sì le donne fanno fare i figli, anche a un uomo circonciso, “ma a chi è figlio cosa importa?” lui pensava. Li aveva festeggiati lo stesso i compleanni, in compagnia della sua torta. L’Ernesto ricordava di una donna, e tornava con la mente a quando spendeva la sua vita, pur senza averci un soldo da investire, per comprarsi almeno il sorriso dell’amica sua più amata. La aspettava tutti i giorni all’uscita della scuola e non si capacitava che lei ci avesse sempre mal di gola e ancor oggi quando la pensava non riusciva a vederla per ciò che veramente era. Il suo esser taciturno lo escludeva dai giochi di Oratorio, frequentato solo per vedere lei cantare quando si riuniva la corale, e tra tutte quelle voci lui ne udiva solo una, che lo accompagnava nel ritorno verso casa, e sognava sol di amarla, ma neppure nei pensieri immaginava di baciarla. L’Ernesto proprio non sapeva come si facesse a dare un bacio, se non per quella pubblicità della televisione dove poi in fondo più del bacio pareva contassero solo le parole, quelle che egli non sapeva dire. Si vantava poi l’Ernesto, di aver preso parte a tutte le elezioni, «perché a scuola ero un somaro» proclamava, professando la
    sua fede per l’uomo dalla pipa sempre spenta, che troppo presto lo lasciò, in balia di garofani acerbi già marciti. Di consigli l’Ernesto ne aveva il frigo pieno, nessun ortolano poteva dire di averlo conosciuto, mentre il macellaio del paese, grazie a lui, sfoggiava ogni mese scarpe nuove. Nelle Domeniche di pioggia l’Ernesto preferiva stare in casa, a Natale e a Pasqua era solito far visita a una vecchia zia zitella, in campagna, che ci aveva galline buone per il brodo, la qual zia non disdegnava, alla sua età, di lanciare i dadi verso i cirri, che le gocce cadevano però solo da un altezza che per l’Ernesto era troppo bassa per capire. Il luogo che l’Ernesto preferiva frequentare era la pasticceria,
    sita nella zona del paese ed è lì che quel bimbo mai cresciuto visse il giorno assai diverso da tutti gli altri che lo avevano preceduto. Otello il pasticciere, soprannominato “palo”, avendo speso quasi tutti i suoi guadagni all’Arcoveggio, in piedi sulla linea
    dell’arrivo a ingoiare rospi molto amari, più di quelli che schiacciava col suo peso nelle notti in cui rincasava attraversando il suo giardino, per non farsi sentire dalla moglie, che neppure lo ascoltava, ormai persa a sognare un'altra vita, nella quale il dolce fosse solo l’ultimo delle sue voglie. Era un uomo mite, più bravo con le mani che col sedere e quel giorno, dopo un mese di vacanza su in collina, trascorso a depurarsi il sangue dalle scorie dei nitriti che facevano sobbalzare perfino le secche acque del Savio, era pronto a riprendere a sfornare le leccornie per le quali si faceva rispettare da tutti i golosi dei dintorni. Golosi che venivano anche da fuori del paese a fare colazione la mattina e a comprare cabaret farciti, di mancanze e scuse mute, nei giorni eletti a festa, quando tutti hanno una casa dove andare a trascorrere le ore più sole, anche se piove o c’è la nebbia. Quel mattino come ogni Uno Settembre fu l’Ernesto il primo dei
    clienti, anche se aveva una Punto, che il sole ancora non aveva asciugato l’umidità dei sellini delle bici parcheggiate fuori nei cortili, o lasciate incatenate a un palo della luce, che le bici poi non pensano al suicidio, stanno bene anche da sole e la ruggine per farle diventare vecchie ci mette solo il tempo che ci vuole, niente più niente di meno, e poi loro hanno buona educazione, non calpestano le aiuole. Aveste visto la faccia dell’Ernesto nel trovarsi innanzi a quel bancone, tutto crema e zabaione, con sfumature di cioccolato, c’era pure un panpepato, e l’odore del caffè era simil a un canto di sirena, all’Ernesto poi piaceva con la schiuma e un po’ di latte, ma non era proprio un cappuccino, era come i baci della mamma ricevuti da piccino e che tanto gli mancavano non avendo mai sostituito loro con qualsiasi altro additivo. Ma le sirene quel mattino le udì davvero, intonarono un buongiorno molto roco, quasi porno, e il caffelatte, che di solito rendeva lui il palato un po’ scottato, cascò giù tutto in un colpo e si sentì ghiacciato.
    «Mi presento son la Rosa, la maestra del paese, sono nuova qui del posto, arrivata a Ferragosto, quando tutti erano in ferie, a visitare un altro posto. Ho già preso le misure così quando inizierà la scuola sarò pronta e preparata e forse meno sola.» La
    Rosa era una donna che non si capiva bene quanti capelli avesse, parevano incollati e lasciavano cadere due treccine lunghe come redini, che il corpo che ci aveva le faceva prender forma di un calesse. Otello le sorrise e la invitò a servirsi, le porse un vassoio chiamandolo piattino, aveva già intuito che non si sarebbe saziata con un classico panino. Lì l’Ernesto, a quella vista buona, perse l’equilibrio, si appoggiò a una colonna che a stento resistette al suo sospiro, non aveva visto nulla di più bello in vi-
    ta sua e fattosi coraggio si presentò: «Buongiorno signora, io mi chiamo l’Ernesto e oggi è un giorno speciale per me che non so poi mica bene come posso farmi spiegare, cioè, io non so se c’ha presente quando si diventa tutti rossi e si vorrebbe scomparire, ma poi ci si ritrova che per la prima volta ti rendi conto che hai qualcosa da dire.» La Rosa, seduta sulla sedia che a stento conteneva le sue grazie, che dovevano essere almeno quattro, gli sorrise coi suoi denti bianco paglierino, aveva gli occhi buoni e le gote rosso brina, che tutte quelle paste in attesa di essere ingoiate non parevano così belle, dicendo in coro un po’ scocciate: «Ah che peccato non poter esser prima masticate.» «Si accomodi signor Ernesto, la mi faccia compagnia, o devo anticipare il suo nome con un titolo, chessò... Vossignoria?» «No signora maestra, non ho titoli di coda, anche se, per la prima volta in vita mia, me ne sento una.» E così parlarono quasi tre ore fitti, fitti, che occupavano lo spazio di tre tavolini. Da soli erano un ricevimento, lei sorrise quattro cinque anche sei volte, mentre l’Ernesto le parlava dei suoi trascorsi di bambino avvenuti anni fa e giorni prima. Si levarono dalle sedie, che quasi li incastravano, che il mattino era già adulto. Lui da gran signore le offrì la colazione, inaugurando il libretto degli assegni che giaceva impolverato nella tasca interna del gilet domenicale. La storia parve subito una cosa seria, che l’Otello all’ora del caffè, dopo mangiato, raccontava a tutti ci sarebbe stato un seguito: «Ho sentito la invitava a passeggiare lungo il viale, all’ora in cui il sole lascia il sud per dirigersi verso ovest, munitevi di bussola e non fatevi scappare l’occasione, poi mi raccontate tut-
    to eh! Devo essere informato, ma stasera c’ho le corse dei cavalli, la mia più grande tentazione.» E così dicendo accennò un diniego, ma sapeva che quello delle corse dei cavalli era il suo vero impiego, per niente al mondo avrebbe rinunciato alle riunioni, il forno per lui era diventato solo lo sfogo alle proprie frustrazioni. Ma tutti pensarono a una burla dell’Otello, che non era mai furioso, e neppure un po’ geloso, il suo Iago apparendo lo avrebbe anzi salvato, da ciò che lui non avrebbe mai osato: togliersi la fede e andarsela a giocare. Così quel pomeriggio che non era neanche troppo caldo l’Ernesto si vestì di tutto punto, ma andò a piedi perché non aveva esagerato nel voler esser troppo cavaliere e poi lui a quel Berlusconi, di cui sentiva sempre parlar male in ogni luogo, non voleva certo somigliare. Si incontrarono all’ombra di un olmo, cresciuto a dismisura in pochi anni, come lui. Rosa indossava una camicia color vino rosso
    ribaltato su tovaglia bianca, e pantaloni color traccia rimasta su tazzina di caffè non lavata bene, le sue trecce si eran sciolte e i tacchi che al mattino non aveva la facevan lievitare, al che L’Ernesto per un istante vacillò riflettendo: «Sarà mica quella Rosa della torta alla televisione? Ah no, ma quella faceva Rosa di cognome e Maria di nome...» Sollevato, ma anche un po’ dispiaciuto non fosse lei, guardandola nei seni
    esclamò: «Sei uno splendore», estraendo il meglio dal proprio dizionario di parole, e si rammaricò per un istante di non aver mai imparato quelle incise sulle carte dei cioccolatini . Bastò il sorriso di lei a scacciare il pensiero, anche perché nessun siciliano oscurava il loro orizzonte. Lei lo prese sotto braccio, gli arrivava fino al petto, e cominciò a parlare della propria vita e di tutto ciò che aveva fatto, per fortuna risparmiò lui ciò che aveva detto in quel passato già mangiato, e sempre attorniato da olive, acciughe, capperi, basilico e costolette di castrato. A vederli camminare, una a fianco delle ginocchia dell’altro, non parevan due novizi, sembrava avessero già fatto quel sentiero che conduce al cimitero mille volte, invece era la prima, e neppure ave-
    vano fatto mai le prove, che i cancelli a quell’ora sono ancora aperti e c’è gente che li supera e li incrocia, li incontra ma non saluta. Anche il gatto che fingeva di dormire lungo il fosso a quei due ha buttato l’occhio, ma appurato non avevano con sé il cestino del pic nic li aveva liquidati con un flebile tic tic, dei suoi occhi gialli. E per fortuna che non c’eran pappagalli, perché l’Ernesto era sì cicciottello, ma modesto, lo dimostrano queste pagine di vita senza grandi picchi, solo gazze nel suo cie-
    lo. Siamo giunti alla fine del racconto, essendo ormai arrivati al cimitero e alla fine del racconto ti aspetti che io ti narri come fu il loro e suo primo bacio. E ti piacerebbe sapere se fu anche l’ultimo, o se fu talmente bello da risultare come i maccheroni sotto al cacio... Beh, chiudi gli occhi e prova a immaginare come fu il tuo primo bacio, poi moltiplicalo per tutti i giorni nei quali l’Ernesto lo ha aspettato. La morale? Sai, non è che chiedi troppo? Non esiste la morale e non c’è favola più appagante di un bacio ricevuto. Semplicemente ad ogni bacio corrisponde una rinascita.

     

  • 25 agosto 2011 alle ore 21:36
    Delirio all' Iper Tomba

    Come comincia: Il mio criceto Elio forse si è suicidato, ha bevuto
    acqua ossigenata a 40 volumi invece della
    solita acqua a 12 volumi, ci sono due
    doccette nella gabbietta, una per bere ed
    una per lavarsi, mi sembra strano che si sia
    sbagliato; pensavo cercasse una morte lenta,
    come mia nonna, mi sarò sbagliato;
    pazienza, ne comprerò un altro.
    Prima però devo pensare a come disfarmi
    del cadavere di Elio;
    e se lo buttassi tra le bucce di melone
    della raccolta differenziata dell' organico ?
    Coprirebbe parecchio il fetore, d' altra parte
    non esiste una raccolta differenziata per
    cadaveri animali dal suicidio incerto.
    E se legassi la carogna di Elio ad un palloncino
    aerostatico riempito del e con il suo nome
    e la scritta a pennarello
    " Elio, vola lassù con l' elio; aiutati che dio ti aiuta ".
    Andrebbe in cielo anima & carogna.
    Ma Elio non era una carogna in vita, le carogne
    in vita vanno sottoterra, quindi lo legherò ad un
    palloncino riempito con gpl e lo getterò in un pozzo
    per una degna sepoltura...so che è difficile da
    comprendere ma le religioni e la fisica non vanno
    molto d' accordo.
    E se lo seppellissi dove si divertiva di più ?
    Amava tanto giocare a tennis sotto
    i fumi dell' acqua ossigenata...
    Usava quella a 40 volumi per il bagnetto ma
    si dissetava con quella a 12 volumi, ancora
    non mi par vero che si sia suicidato, pazienza,
    ne comprerò un altro.
    Credo che la soluzione più degna sia l' Iper Tomba.
    Hanno anche un negozio per animali da trapasso.
    L' Iper Tomba è un agglomerato commerciale che
    dà lavoro a quasi 500 lavoratori che non godono
    propriamente di un umore degno di contagio.
    Il governo ha permesso a questi depressi
    di lavorare per non suicidarsi subitaneamente,
    impiegandoli nel campo che a loro è più affine,
    la morte e tutto quello che li fa sentire vivi,
    la morte come argomento di discussione appunto.
    L' Iper Tomba fondamentalmente offre servizi
    per aspiranti suicidi, malati terminali, scrittori
    senza idee, musicisti falliti e uomini con il pisello
    piccolo e donne senza tette; senza parlare di
    imprenditori falliti o galeotti senza neppure
    la possibilità di ricominciare, la lista è lunga
    e l' Iper Tomba è per loro l' unico luogo
    per ricominciare degnamente senza essere
    sottoposti ai giudizi superficiali di quelli che
    non vogliono morire, si sa che le minoranze
    son più tolleranti.
    Il bar apre solo alle 17 e vende esclusivamente
    superalcolici per istigare alla scelta definitiva
    entro le 21, dopodiché bisogna aspettare il
    mattino per morire assistiti & confortati.
    C' è la falegnameria per le casse, il negozio
    di fiori, il solito onnipresente negozio per la
    donazione di sangue prima, e di organi dopo,
    molte squadre mediche composte da chirurghi,
    psichiatri, infermieri depressi che hanno
    esperienza al pronto soccorso e la sala della
    banca del seme dei maschi suicidi.
    Molte donne che pensano di soffrire molto più
    di qualsiasi compagno avuto cercano conforto
    in un figlio tutto loro con un dna ben spinto,
    si direbbe che vogliono un figlio tutto loro.
    L' amore per un figlio spinge a scelte estreme.
    E così prima di suicidarsi, per venire incontro
    a queste esigenze femminili,
    gli uomini si fanno una bella sega.
    il supermercato vende solo roba legale,
    lamette da barba, acido muriatico, nidi di vespe,
    virus letali congelati e sigillati venduti
    per puro collezionismo, commesse infettate
    da ebola ed altre tropicali e comuni
    febbri emorragiche che ti danno un bacio
    per ogni prodotto che metti nel carrello
    ( ti seguono proprio ),
    cappi per l' impiccagione regolarmente monouso,
    giocattoli cinesi al mephedrone con l' odore
    di fragola per bimbi terminali sotto i 36 mesi.
    Il negozio di consulenza psicologica è gestito
    da ottimi professori svedesi e giapponesi,
    tra loro non si capiscono come una coppia
    in via di separazione per colpa ma offrono tutti
    una spinterella decisiva ai tiratardi inconcludenti.
    C'è anche il negozio dell' ultima telefonata in
    quanto i cellulari vengono sequestrati all' entrata;
    e sai che se esci il cellulare non ti verrà restituito,
    in collaborazione con la Deathfone, Telemort e
    Dust in the Wind.
    Non solo cremazione dunque ma anche
    il negozio della crioconservazione.
    Tra l' altro è un servizio utile per chiedere
    al consorte quale parte del corpo salvare,
    molti infatti vogliono in casa una parte per poter
    toccare l' estinto per l' eternità , tra gli uomini
    spopolano i genitali femminili dell' amata,
    tra le donne va invece per la maggiore il cervello
    degli uomini ma a scopo scientifico,
    tante donne vorrebbero capire come un uomo
    possa essere così scemo da scrivere un tale delirio.
    All' Iper Tomba c' è anche una sala di registrazione
    audio & video professionale per farsi ricordare
    in perfetta luce come sono gli occhi e la voce
    di chi sta per farla finita.
    Gli operatori dell' Iper Tomba come ogni centro
    commerciale rispettabile han politiche ben precise,
    pubblicitarie, etiche ed a volte cattive, proprio
    perché non consciamente recepite.
    Molti genitori che han perso un figlio malato
    si son rivolti all' iper Tomba per gli sconti
    stagionali ( fino al 21 sconto 50% su tutto
    il catalogo, affrettati a non fare soffrire tuo figlio ! ).
    Poi, una volta risparmiati soldi & sofferenze,
    magari decidono di rimetterci piede nel momento
    in cui si rendono davvero conto di non avere
    elaborato o metabolizzato il lutto con l' inquietudine
    di non potere più superare questa loro debolezza,
    trippa per gatti per gli amministratori che sanno :
    " Avendo familiarizzato con l' ambiente saranno
    più inclini a tornare da noi ".
    Le politiche etiche fanno sempre discutere.
    Altri negozi offrono plotoni di esecuzione
    di dieci cecchini regolarmente ubriachi, in modo
    che nessuno spari a salve e nessuno si senta
    colpevole davvero " Quanti ne abbiamo ammazzati
    ieri? 18 ? Davvero ?
    Io mi ricordavo di 6...".
    Per i masochisti c' è la lapidazione ad oltranza
    ed agli indecisi cattolici diversamente convincibili
    viene indicata con solerzia divina una saletta
    in cui viene mostrato un filmato vidimato dal papa
    riguardo al paradiso ed i suoi miracolosi effetti,
    anche la chiesa accetta la morte autoinflitta oggi,
    forse per mancanza di pubblico pagante.
    Ho in tasca Elio ma oggi il negozio per animali
    da trapasso è chiuso per l' improvviso lutto del
    gestore, un suicida si è tolto la vita avvelenandosi
    e portando con sé i propri sette cani, colpo terribile...
    Un tale Sproposito
    ( vedi il " Delirio delle sette sataniche" ).
    L' aspetto più inquietante all' Iper Tomba è l' umore.
    Tutti han voglia di far poco, gli operatori che non
    fanno straordinari e si danno spesso
    malati di depressione ma passano la sera al pub
    a raccontare agli amici le storie degli ultimi
    morti...
    " Non ci crederai, voleva morire per una donna
    che a suo dire non lo capiva, l' ho aiutato per tre
    settimane convincendolo che aveva una serpe,
    altro che una donna; e poi amen,
    le ha sparato ed è tornato senza più indecisioni...
    Ha donato lo sperma e dal momento che era
    cardiopatico abbiamo incominciato a deriderlo
    del suo piccolo cazzo, che era la ragione per cui
    la moglie si fotteva mezzo quartiere, gli è venuto
    un infarto quando abbiamo proiettato
    la sua masturbazione finalizzata alla donazione
    dello sperma con le risate finte...
    Su tutti i mega screen dell' Iper i bambini terminali
    chiedevano a papà perché il pisello non cresce
    agli adulti, non ce la facevamo più dalle risate.
    Forse non siamo stati corretti ma erano settimane
    che pretendeva consulti e non tirava fuori un euro ".
    Se si viene in un locale che vende pizza ti viene
    offerta pizza, cosa si vuole pretendere ?
    Si sa che la vita non è tutta rosa e fiori,
    ma qui all' Iper Tomba comunque i fiori sono bellissimi,
    ed il futuro è una certezza non da poco.
    Ciao Elio, hai fatto tante volte felice la mia Susy.
    Ora devo comprarne un altro.
    Le piacevi davvero, non dovevi morire così
    giovane.
    Vabbè, ne comprerò un altro.
    E lo chiamerò H e lo vorrò bianco come te.
    Con gli occhi rossi, e la tua disponibilità
    a morire strafatto di medicinali da provare.
    Spero tu sappia il destino della gabbietta
    con ruota che tu fai girare, inconsciamente.
    Vuoi un pezzo di pizza o preferisci la mia Susy ?
    Vuoi essere utile ?
    Domani il negozio dell' Iper Tomba per animaletti
    da compagnia morti riapre,
    Hey H, se vuoi ti insegno il tennis, devi solo
    far finta che non ho un criceto morto in tasca.
    Smettila, datti un tono, ti prometto
    che questi avvoltoi non ti avranno.
    Come dici ?
    Ti vergogni di essere mio ?
    Tu hai tutta la libertà di una gabbietta.
    Non ti farei mai del male come non ho fatto
    male ad Elio.
    I miei amici immaginari ?
    Paolo e Cesare del " delirio della routine " ?
    Dimenticavo, all' Iper Tomba hanno anche
    un negozio per la sepoltura 
    degli amici immaginari.
    Criceto del cazzo, sto scrivendo, non farmi passare
    per matto,
    non ho amici immaginari vivi !

  • 25 agosto 2011 alle ore 17:26
    Un eroe senza super

    Come comincia: Il colmo. Finito nel traffico dell’antivigilia di Natale.
    E non poter azionare i razzi della Batmobile per non rischiare di fare una strage!
    Non gli era restato che sgusciare via dal mezzo e proseguire “a piedi”, o meglio sui tetti, dove nessuno lo poteva vedere. Avrebbe recuperato la Batmobile più tardi. Il messaggio non poteva aspettare.
    Non prevedeva certo di incontrare il cavaliere che gli si parò d’un tratto davanti, l’abito di maglie di ferro di cui era rivestito scintillava alla luce della luna. C’era da chiedersi come avesse fatto a portare il cavallo fin sopra al grattacielo. Si mise subito in guardia.
    - E tu chi saresti?
    Lo sconosciuto non si tolse la cervelliera, ma il volto barbuto seminascosto dal cappuccio in maglia di ferro si vedeva perfettamente. - Dovresti saperlo, Bruce, - disse. - Se non sbaglio, tanti anni fa, questa stessa notte, avevi espresso per Natale il desiderio di vedermi.
    Egli non sembrò per nulla sorpreso, non ebbe bisogno di guardare la sopravveste di seta blu ricamata a leoni d’oro che il cavaliere indossava per capire di chi si trattasse. Gli bastò ricordare la letterina a Babbo Natale firmata dal piccolo Bruce Wayne, nove anni, la stessa che, quella mattina, gli era ricapitata tra le mani in una busta insieme alla lettera anonima che ordinava a Batman di presentarsi a mezzanotte sulla Clock Tower. Una sola frase: “Caro Babbo Natale, per Natale vorrei incontrare Re Artù”.
    Sentirsi chiamare con il suo vero nome: questo lo aveva davvero turbato.
    - Allora questa farsa è opera tua, - disse. - Cos’è, un ricatto? Chi ti manda?
    - Un bambino, - fu la risposta.
    Non si stava prendendo gioco di lui, a giudicare dalla voce. L’unico in tutta Gotham City cui non facesse paura. O era un pazzo, o era sul serio Re Artù.
    - L’eroe di Camelot prende ordini da un bambino? - chiese con un mezzo sorriso. - Non dovrebbe esser privilegio di un re non render conto a nessuno?
    Re Artù scese da cavallo. Così superava a malapena la sua spalla.
    - Un supereroe, non un re, pretende questo. Mi spiace deluderti, ma io non ho fatto che prendere ordini per tutta la vita, o quella corona non l’avrei nemmeno accettata. Lo so, a scuola hai sentito parlare di me come fossi un semidio; forse avresti dovuto sapere la verità prima di giurare che da grande saresti diventato come me.
    E quella sera il piccolo Bruce Wayne era solo; ma come sapesse così tante cose su di lui sembrò non impressionarlo più di tanto.
    - Quel bambino non esiste più, - disse invece. - Arrivi tardi. Lui ti aspettava quella notte di tanti anni fa, quando vide il padre e la madre uccisi da un ladro con una pistola in mano.
    Si accorse solo allora che il fodero non portava alcuna spada. Era vuoto. Re Artù senza Excalibur, davanti a un supereroe armato fino ai denti. Se avesse voluto, avrebbe potuto farlo a pezzi. Eppure non avrebbe mai osato toccarlo. La persona stessa del re emanava una forza tale da non aver bisogno di null’altro. Neppure di una maschera nera.
    - Quel bambino io l’ho visto perfettamente poco fa, - quegli occhi azzurri sembravano togliergli l’armatura pezzo per pezzo. - Quando ti sei accorto di esser finito nel traffico avevi la stessa espressione del giorno in cui i tuoi compagni di scuola ti chiusero per scherzo in cantina.
    - Stai parlando a Batman, non a Bruce Wayne.
    - Sto parlando a te. Credi forse che Gotham City non l’abbia capito da un pezzo chi sei? Un uomo rimane uomo, amico mio, anche quando lo seppellisci in una corazza di kevlar per togliergli ciò che ha dentro, e alla luce del sole mostri un volto talmente frivolo da non essere reale.
    - Tu invece ti sei conservato tutto, - egli rispose, sarcastico. - Anche il tuo bel paio di corna.
    Re Artù non sembrò per niente offeso. - Ginevra più di tutti sapeva di aver sposato un eroe, non un supereroe. Se avesse sposato Lancillotto non sarebbe andata diversamente. Le corna fanno parte della storia; anzi, piacciono alla gente. Ti rendono più alla sua portata. E forse anche più utile. Dicono loro che anche un cornuto qualsiasi può diventare un eroe. Un eroe, senza super.
    Gli voltò le spalle. Si sedette sulla ringhiera, cercando il tempo di digerire la valanga. Ci aveva pensato mille volte che prima o poi sarebbe arrivato il momento della fine di Batman, ma come un giorno ancora lontano. Il momento in cui si sarebbe tolto il cappuccio per l’ultima volta. No, non ora. Non riuscì a toglierselo.
    - E chi sarebbe il bambino che ti manda? - mormorò.
    - Il bambino che tua madre ti ha insegnato a pregare mattina e sera, - fu la risposta. - Il bambino che fa muovere tutta quella gente... Guarda giù, Bruce.
    Egli guardò. Guardò le luci colorate, il grande albero addobbato al centro della piazza. Davanti alla chiesa si era formato un gruppetto improvvisato di gospel che ad ogni persona che passava gridava “Buon Natale, buon Natale”.

    Ding dong! Verily the sky
    In riv’n with angel singing.
    Gloria! Hosanna in Excelsis!

  • 24 agosto 2011 alle ore 21:25
    Delirio della tavola rotonda

    Come comincia: Il pub Efèbo mi ha commissionato 24 tavole rotonde,
    così su due piedi, ho risposto al gestore che avevo
    un' idea migliore su un piede solo e lui mi ha
    chiesto un prototipo; così, su due piedi,
    senza neanche organizzare una tavola rotonda
    per discutere i particolari.
    Mi sono messo all' opera cercando di concepire
    una tavola stile tavola da cucina che al momento
    del languorino possa fùngere da tavola su cui poi
    ci possa mangiare sopra.
    Davvero bella e così tonda da sminuire Giotto.
    E non volendo sminuire Giotto ma solo
    accostarmicisi sfruttando peraltro il suo nome,
    ho pensato di chiamarla TavolaGiotto.
    Questa tavola senza angoli visibili ha un piedistallo
    unico che ho costruito così, su due piedi.
    Talmente stabile da far invidia a qualsiasi stabile
    nipponico, ma io non voglio provocare il terremoto,
    e non voglio essere irrispettoso verso la natura
    che ci fa ballare come un dj pazzo che decide
    solo lui quando si balla e quanto.
    Dunque ho chiamato il piedistallo ReggiTavolaGiotto,
    " al primo ballo sismico, volaci sotto ".
    La TavolaGiotto è in ciliegio mentre il
    ReggiTavolaGiotto è in noce, l' accostamento
    è un po' strano ma i due pezzi
    combaciano perfettamente, sembra quasi
    un innesto;
    complimenti al falegname,
    che sarei io.
    Spero solo che la mia idea non produca in futuro
    ciliegie con il guscio o noci con il nocciolo.
    Oltre questo spero anche che il ReggiTavolaGiotto
    non si metta a crescere fino al soffitto rendendo
    la TavolaGiotto inutilizzabile in un pub, anche se il
    lato positivo risiederebbe in 24 puntelli antitellurici.
    Efèbo Fanciulli sarà contento, me lo sento, lui ha
    molta paura dei terremoti essendo stato in Indonesia
    molto tempo per cercare una donna che potesse
    sopportare di stare con un pazzo come lui.
    Da quelle parti i terremoti spaventano davvero
    se non stai facendo sesso con una minorenne
    sulla spiaggia come si usa di solito.
    Sul mio bel prototipo molto tondo ho pensato
    di mettere un centrino che chiamerei
    centrotto rotondino con un portafiori cilindrico
    che contenga dei fiori tondi, della famiglia dei
    margherotti rotondetti; a questo però ci
    penserà il Fanciulli, ha un debole per raccogliere
    fiori bellissimi e profumati strappandoli
    violentemente alla propria terra.
    Il diametro della TavolaGiotto è di un metro e 48
    e se ti viene sonno stacci pure sotto con sopra un
    tetto; fa un po' schifo come spot per i barboni,
    lo ammetto, e tra l' altro a loro non interessano
    le virtù antisismiche se non in tabaccheria quando
    cercano di convincere, spesso invano e per
    molto tempo lo spacciatore legale di tabacco.
    Il Fanciulli è rimasto colpito dal prototipo che
    fortunatamente non ha ancora dato segni di crescita
    o germogli strani, faccio forse in tempo a costruire
    23 TavoleGiotto ed a farmi pagare prima che
    possano accedere le già citate stranezze che temo.
    Comunque lavorare per il Fanciulli è un' esperienza
    piacevole considerando come ha progettato
    il locale, certamente d' effetto: i muri son ricoperti
    di una peluria che il gestore del pub giura sia
    di provenienza umana.
    Efèbo Fanciulli ha 42 anni portati benissimo,
    ne dimostra al massimo 12, gli altri li deve avere
    passati molto bene e velocemente,
    come velocemente si comportano
    le avventrici del pub,entrano, guardano,
    bevono ed escono scandalizzate;
    le donne intuiscono al volo l' inconfessabile
    e molto più che semplice delirio erotomane
    di un uomo solo e psicopatico nonché avvezzo
    alla pornografia asiatica di successo.
    Un pub che piace di più agli ometti, indubbiamente.
    La peluria alle pareti è sicuramente accattivante,
    ma la cosa spaventosa è che cresce davvero,
    e così temo per i miei ReggiTavolaGiotto.
    Nel microclima del locale si riconosce poi una
    certa fragranza inguinale... molto femminile.
    Il pub è poco illuminato mentre Efèbo per niente,
    tra l' altro odia la tecnologia e come lettore musicale
    utilizza un vecchio mangianastri; davvero impedito,
    infatti dopo anni non riesce a distinguere
    un registratore di cassa da uno a cassette,
    è già successo che battendo uno scontrino
    la musica si fermasse.
    Quelli che ballano sbronzi hanno il terrore
    di chi sta per pagare ed uscire, costoro ballano
    senza guardare minimamente le donne in pista,
    puntano la cassa di Efèbo pregando che non
    ci sia il solito black out dello scontrino.
    La mia proposta di allestire centrini centrotti
    con margherotti dentro vasi cilindrici è stata
    bocciata; Il Fanciulli ha preferito romantiche
    candele in muco cervicale compresso.
    Come tutti i locali il pub Efèbo ha la sua giornata
    di splendore, il raduno delle " Cagne compagne
    con le fregne pregne ".
    Partecipano donne di almeno 7 mesi e uomini
    liberi e / o sposati, vedovi e maschietti dai
    14 in sù, non c' è un evidente motivo al successo
    di questa iniziativa, anzi, quel che è evidente ma
    non spiegabile è la copiosa partecipazione;
    due anni fa le donne han superato gli uomini,
    ma era sabato ( ? ).
    Ma durante l' anno come campa davvero il
    Fanciulli ?
    Partecipa a tavole rotonde con & per la mafia
    thailandese di cui detiene una buona quota
    per l' approvvigionamento di materiale
    tricologico femminile inguinale per il trapianto
    su calvi maschietti nostrani.
    In pratica vengono trapiantati peli di figa
    thailandese su calvi tricolore da tricologi gay;
    un tricologo tricolore etero non lo farebbe mai.
    Efebo Fanciulli è sentimentalmente avvinghiato
    a Strap Harmy, detta Depyl, in passato legata
    al giro della prostituzione minorile thailendese
    ed ora legata,
    di male in peggio, a lui.
    Efèbo dice che non voglia figli,
    lei neppure,
    e forse neanche i loro potenziali
    e naturalmente glabri figli
    vorrebbero nascere...
    Senza una tavola rotonda che spieghi loro
    che cosa ci guadagnerebbero
    a nascere da due messi così.