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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 17 ottobre 2011 alle ore 18:07
    ALCIONE E CEICE

    Come comincia:

     

    Passa la nave mia, sola, tra il pianto

    de gli alcion, per l’acqua procellosa;

    e la involge e la batte, e mai non posa,

    de l’onde il tuon, de i folgori lo schianto.

    Giosue Carducci – Passa la nave mia

     

      

     

    Alcione, figlia di Eolo, era nata e cresciuta nell’incantevole isola di Euonymos, la più bella di sette meravigliose isole, che viste dall’alto formavano una y. La vita, su quel lembo di terra circondato dal mare l’aveva indotta, sin da bambina, ad imparare a nuotare e ad apprezzare il ceruleo liquido con tutte le sue bellezze naturali. Il padre le aveva insegnato a conoscere e a saper leggere i venti, e ad interpretare la loro variabilità, perigliosa soprattutto per i solerti pescatori e per i raminghi marinai.

     

    - Figlia mia, avverti sul tuo viso sopraggiungere questo alito caldo, fastidioso, umidiccio, violento, che ti toglie il respiro, che ogni erba tenera essicca rapidamente, che solleva nell’aria le sabbie calde provenienti dall’assolato e secco deserto africano che, precipitando al suolo, rendono rossa ogni cosa, che ogni uomo, ogni donna, ogni pargolo è costretto a ripararsi da esse? Ebbene questo è lo scirocco proveniente da sud-est, - diceva Eolo.

    - Avverti ora questo corrente aerea che, invece, spira da ovest o da sud-ovest e assume una potenza molto violenta e quindi molto pericolosa! Questo è il libeccio! – Aggiungeva l’esperto padre.

    - Il vento che proviene da nord-ovest invece è il maestrale che trasporta con sé aria fredda, mentre il vento che arriva da nord, soprattutto in inverno, senza dubbio, è la tramontana che rende ancor più fredda l’aria, e gela ogni cosa, figlia mia. Se poi il flusso d’aria giunge da nord-est e si dirige verso sud-ovest, portando aria fresca anch’esso, sii certa che trattasi, invece, del grecale, - concludeva Eolo.

    Dal movimento delle foglie o dall’altezza delle onde, Alcione aveva imparato dal sapiente padre ad interpretare anche la forza del vento. La brezza rendeva le foglie degli alberi costantemente agitate e sollevava le creste delle onde che si infrangevano sugli scogli provocando una leggera schiuma. Nel caso in cui ogni albero nella sua interezza fosse rimasto costantemente agitato, o gli alberi dal tronco sottile venissero piegati, e la schiuma delle onde si sventagliasse sugli scogli formando scie biancastre, il vento avrebbe potuto causare dei gravi danni.

     

    Con queste conoscenze, stando sulla spiaggia, la fanciulla era in grado di presagire se in mare aperto ci sarebbe stata una burrasca oppure una tempesta o, peggio ancora, un uragano. Alcione riusciva anche a preannunziare il maltempo attraverso l’osservazione d’alcuni fenomeni naturali che all’uomo distratto potevano risultare insignificanti. Se il cielo fosse coperto da nubi a pecorelle, infatti, la fanciulla riusciva a prevedere che, nell’arco di due o tre giorni, con buona probabilità, ci sarebbe stato un forte temporale. Se di sera con il cielo stellato, invece, la splendente luna fosse circondata da un’alone, ci sarebbe stata una forte alluvione con trombe d’aria disastrose.  Tutte queste conoscenze costituivano una gran fortuna per Alcione, perché in tal modo sapeva quando era opportuno farsi una nuotata al largo tra le limpide e cristalline acque dell’isola e quando, invece, doveva starsene tranquilla per il sopraggiungere dei forti venti. Rimaneva, in tal caso, sulla spiaggia a rimirar i flutti del mare o si immergeva, per un bagno rilassante, nelle quiete acque termali che si trovavano vicino la sua abitazione, oppure si faceva una passeggiata sulla vetta più alta dell’isola per ammirare, con un colpo d’occhio, il meraviglioso arcipelago che si presentava attorno a lei. Rimirava da quell’altura, verso nord-est, un’isola a forma di cono, Strongyle, che sputava dalla sua vetta fuoco in tutte le direzioni, in continuazione, con forti e inquietanti boati. Le suscitava emozioni ma anche angoscia quella visione. Poi si girava verso sud-ovest, dove un’altra isola, quella di Didyme che, con i suoi due monti conici dalle cime sbruffanti alternativamente zampilli infuocati che cadendo in mare facevano friggere l’acqua, assomigliava alle mammelle di una vacca quando viene munta. Quando il clima glielo permetteva, Alcione, a volte, decideva di nuotare lungo il periplo dell’isola per ammirare la movimentata e meravigliosa costa per tutta la sua estensione, a volte, decideva di andare verso il largo per riposarsi poi su uno degli isolotti che costellavano il cristallino mare attorno all’isola. O, ancora, s’immergeva per ammirare i variopinti coralli o le profonde spaccature dai mille colori abitate da una gran varietà di meravigliosi e movimentati pesci variopinti.

    I pescatori prima di andare al largo a pescare con le loro barche le chiedevano consigli, e lei glieli dava volentieri. Raramente si sbagliava. E i pescatori l’apprezzavano e le manifestavano tanto affetto.

    Quando, invece, il tempo era bruttissimo con vento e pioggia, Alcione tesseva una tela, su e giù, e poi da destra verso sinistra, percorrendo il suo telaio, con lunghi fili variopinti armonicamente amalgamati. Una lunga tunica color rosso fuoco era il migliore tessuto che aveva creato e che aveva deciso di donare all’uomo della sua vita Alcione, altre volte, costruiva lunghe collane di bellissimi coralli rossi, raccolti nei fondali di quel cristallino mar di Euonymos.

     

    Alcione, era diventata una bella e veneranda giovane, dai lineamenti gentili e gradevoli, dal fisico incantevole, perfettamente modellato dalle onde del mare, quando, un giorno, su un isolotto dalle rocce color grigio-basalto si trovava a riposare le sue stanche membra dopo aver nuotato lungamente. Stava sdraiata rilassata immobile assopita su uno scoglio nerastro e le sue deliziose membra perlacee, illuminate dal sole, sembravano ancor più bianche per contrasto, e parevano come avvolte da un alone incantevole, divino, celestiale. Giaceva, dormiente, incurante degli sguardi indiscreti. Sembrava che il suo corpo emettesse una luminosità particolare che conferiva alle sue membra ignude un chiarore chemiluminescente. Questa paradisiaca visione attirò senza dubbio l’attenzione del comandante di un naviglio che casualmente solcava, leggero e silenzioso, le acque cristalline dell’isola. Cèice, così si chiamava il capitano che governava quella nave, casualmente guardò verso quella parte e rimase abbagliato da quella inaspettata visione. Era stato il vento che sollevando il moto ondoso in quella direzione aveva spinto l’imbarcazione verso quelle meravigliose isole, solo per caso. E, solo per caso, era apparsa dinnanzi agli occhi del capitano quella deliziosa donna dalle sembianze divine con le sue membra adagiate comodamente sulla nera roccia. Cèice fu attratto subitamente sia per la bellezza divina di quella fanciulla sia perché ormai erano molti mesi che non vedeva una donna.

     

    Cèice, figlio di Espero, era un marinaio nato in mare. Aveva avuto, infatti, sin dalla nascita la sua culla proprio su una nave, e sin da bambino aveva imparato a guidare qualsiasi imbarcazione e in qualunque situazione. Con il mare calmo guidava con sicurezza, ma anche con la tempesta più violenta mostrava altrettanta destrezza e abilità.

     

    Mi sorprende la furia dei venti:

    si scontrano, e voltola da una parte un’onda,

    di là un’altra. E noi in mezzo al mare

    con l’atra nave siamo trascinati

     

    patendo molto per la gran tempesta,

    dopo che l’acqua è arrivata alla base dell’albero

    e la vela è ormai tutta sbrindellata

    e  ampi pezzi pendono,

     

    cedono i cavi ….

    (Da Il mare in tempesta di  Alceo)

     

    Era un valente marinaio Cèice, aveva l’animo mite, era placido, tranquillo, ma risoluto, determinato nelle decisioni e difficilmente recedeva dalle scelte fatte. Fino allora non aveva incontrato la donna che gli facesse palpitare il cuore. Aveva solcato tutti i mari, e aveva conosciuto tante belle femmine di qualunque parte del mondo, bionde, brune, dalla carnagione nera o bianca o gialla, dagli occhi azzurri o castani o verdi, ma nessuna era stata in grado di mettergli in fermento la tranquillità d’animo. Non sembrava interessato, fino a quel momento, Cèice all’altrui sesso, né tanto meno lo interessava l’amore fisico. L’unica cosa che amava era il mare soprattutto quando si approssimava il tramonto. All’imbrunire del giorno, gli piacevano i contorni colorati del cielo e delle acque, veniva attratto dalla mescolanza di colori del mare e del cielo che assumevano tinte, via via, diverse, attimo dopo attimo. Con lo sguardo volto ad occidente, ad ogni tramonto, reggendo il timone della nave, ammirava, ad ogni istante, le sfumature, color giallo, arancione, rosso, grigio-verde del cielo che si fondevano con il color bluastro, verde, violaceo, del mare. Ogni volta, al finire d’ogni giorno, contemplava quei quadri, originali e istantanei, variopinti che non assumevano mai la stessa forma né si coloravano con gli stessi colori, di un momento prima o del giorno precedente. Solo lui, governando una nave, poteva avere il beneficio di vedere quelle scene spettacolari, irripetibili, giorno dopo giorno. E Cèice era innamorato di tutto ciò. Non poteva farne a meno.

     

     

    Quel giorno, tuttavia, la visione di quelle membra, distese sul faraglione di vetrosa e lucida ossidiana, adagiate come un candido panno di un sinuoso velluto, sembravano al marinaio emanare sublime luce divina. L’apparizione di quelle membra, lattee eburnee nivee marmoree, non solo provocò in Cèice uno scombussolamento inaspettato, ma ne sconvolse terribilmente e freneticamente il cuore. Un improvvido e improvviso turbamento l’animo di quel marinaio sovvertì. Un piacevole languore lo toccò. Un gradevole godimento interiore lo avviluppò. Il suo cuore fortissimamente pulsò. Ad occhi aperti a sognare incominciò. Un’ebrietà tumultuosa lo scosse. La sua mente disorientata rimase. Un’affabile e temporanea afasia dal mondo lo estraniò.

    L’osservazione dei tramonti aveva sempre stravolto l’animo di Cèice, ma l’ammirazione di quel ceruleo corpo nudo sinuoso brillante meraviglioso, là su gl’irti scogli inermi e freddi, improvvisamente lo colpì in maniera inaspettata e inconsueta. Osservare il crepuscolo sempre fuggente non era la stessa cosa che ammirare quel corpo fermo, immobile, statuario di quella giovane che giaceva sulla roccia bagnata dagli spruzzi di schiuma che s’infrangevano su di essa. Per un attimo, Cèice invidiò quello scoglio e, mentre rifletteva su quello che gli si era presentato, venne colto all’improvviso dapprima da una leggera brezza che via via si fece sempre più forte, proveniente da nod-ovest verso sud-est: era il grecale che annunciava un forte uragano. Cèice, per prudenza, si avvicinò allo scoglio e ancorò, mentre Alcione sfiorata da quel vento gelido si destò, ignuda tremebonda, ancora stordita dal risveglio repentino, si tuffò per ritornare a riva ma il moto ondoso già forte stranamente glielo impedì. L’unico riparo era la nave a portata di due bracciate. Chiese aiuto. E Cèice glielo diede volentieri: la tirò sul ponte in salvo, subito le coprì l’ignudo corpo tremolante, statuario, bello a vedersi, con una candida tunica che, essendosi inumidita, lasciava intravedere le perfette rotondità corporee di Alcione. Questa lo guardò e il suo cuore sussultò istintivamente, in un attimo. Cèice la osservò e l’animo concordemente gli palpitò. Non era la nave che ondeggiando faceva ondeggiare i loro corpi ma erano loro due che tremolavano di moto proprio. I loro cuori si erano infuocati improvvisamente, i loro animi si erano invaghiti, d’un tratto, così per caso.  Che strana sensazione, che dolce emozione, che meraviglioso sbalordimento stavano provando, per la prima volta, quei due giovani retti, integri, semplici. Ognuno aveva fatto, sino a quel momento, separatamente ciò che gli piaceva fare. L’uno, il marinaio che si beava nell’osservare i tramonti, l’altra la nuotatrice e, a tempo perso, la presaga dei venti o la tessitrice di tuniche o la fabbricante di collane di coralli.

    Ora, i due giovani erano insieme, l’una di fronte all’altro, ed insieme erano stati colti da qualcosa che li turbava contemporaneamente, in modo irreversibile. Quel turbamento era sicuramente innamoramento.

    Incominciarono, con voce emotivamente incerta, a scambiarsi qualche parola tenendo fissi gli occhi l’uno verso l’altra.

    - Come ti chiami, bella fanciulla? – Sono Alcione, figlia di Eolo, vivo su quest’isola incantevole e incantata da quando sono nata. Mi sento imbarazzata perché mi hai visto ignuda, ma è colpa del vento che inopportunamente mi ha obbligato a ripararmi su questo naviglio, e di questo te ne sono grata.

    - Sono Cèice, figlio di Espero. L’ospitalità per me è sacra e non hai motivo di vergognarti per la tua nudità; non sei stata tu la causa di ciò, rispose il giovane marinaio, che aggiunse: - siediti, rimani coperta, e riscaldati con questa bevanda calda. Non appena tornerà la calma ti condurrò a riva.

    I due giovani, in quel momento, colti da un’ebbrezza lusinghevole, piacevole furono avvinti vicendevolmente da una frenetica esaltazione d’animo.

     

    Il tempo gli sembrò trascorrere in fretta anche se per ritornare la calma in mare era trascorso un intero giorno. Cèice allora con una piccola zattera accompagnò a riva Alcione, che trovò i genitori sulla spiaggia ad aspettarla ansiosamente e con preoccupazione. Lungo il tragitto si guardarono insistentemente Cèice ed Alcione. Cèice remava e guardava Alcione, Alcione si teneva stretta sul corpo la bianca tunica e ammirava Cèice. Per tutto il percorso, gli occhi dell’uno penetrarono negli occhi dell’altra.

    Ritornò sulla nave il giovane marinaio ma la nave non si mosse pur essendo ritornata la calma piatta. Per giorni e giorni, Cèice guardava dal ponte della nave verso la spiaggia e Alcione seduta sulla sabbia del mare mirava verso la nave. I loro sguardi s’incontravano in lontananza ma questo non bastava. Cèice, avvilito, avvinto da sentimenti amorosi, prese una ferma decisione. Andò a riva e là trovò Alcione ad aspettarlo. Una forza sconosciuta aveva spinto il giovane ad andare, ma un’identica forza aveva costretto la fanciulla a sostare sulla spiaggia. I loro sguardi s’incontrarono questa volta da vicino, ma ciò non era sufficiente, i loro corpi si sfiorarono ma questo ancora non era soddisfacente, con le braccia si strinsero fortemente e fortemente si baciarono, e i loro corpi trovarono finalmente la pace. Si erano innamorati senza dirsi una parola d’amore. I sentimenti amorosi dell’uno si erano fusi con i sentimenti fervidi dell’altra formando un unico sentimento appassionato ardente caldo. Sospinti da bramosia d’amore fecero l’amore sulla rena e si unirono per sempre, così semplicemente. Assaporarono le dolcezze amorose, provarono la passione smaniosa, appagarono la fibrillante eccitazione irrequieta, acquietarono finalmente lo struggimento voglioso che li aveva avvinti. Si vollero bene. Nuotarono insieme in quelle cristalline acque calorose. Nuotarono insieme fino a quell’isolotto che si trovava di fronte all’isola. Salirono fin sulla cima, e da lassù gioirono del tramonto, furono felici per tutta la notte fino all’alba seguente, godette l’uno del corpo dell’altra. Da lassù, videro la luminosa palla caldissima salire dall’orizzonte su per il cielo ad infuocare la terra e il mare, e ad incendiare i loro animi che già ardevano d’amore. Si sposarono, infine. Fu un giorno di grande festa per i genitori di Alcione, fu un giorno di gioia per tutti gli abitanti dell’isola. Si banchettò, si ballò, si svuotarono i calici pieni di dolce e robusto nettare malvasico. Dioniso così contribuì favorevolmente alla riuscita della festa nuziale. Cèice pose sulla testa di Alcione profumate corone di rose e di viole, le contornò il collo con variopinte ghirlande di fiori, giacque accanto a lei. Alcione prese la morbida tunica rossa che aveva tessuto con le sue mani sin da quando era bambina e la fece indossare a Cèice, prese la lunghissima collana di coralli rossi e gliela pose attorno al collo, giacque accanto a lui. Vissero dei giorni felici come non mai. Venne, purtroppo, il giorno che Cèice dovette intraprendere la navigazione, per completare quel viaggio che aveva interrotto nel vedere la figura sublime di quella candida fanciulla adagiata sul nero scoglio di ossidiana, accarezzato dai flutti marini, e della quale egli si era tanto innamorato. Alcione non voleva che Cèice partisse, era disperata, aveva fatto un brutto sogno premonitore e, poi, osservando l’aria e il movimento degli alberi e i marosi e la brezza, aveva la certezza che il mare sarebbe stato investito da un forte uragano pernicioso.

    - Cèice, ritarda la partenza, vai via tra qualche giorno quando il mare tornerà sereno, - disse pietosamente la moglie.

    - E’ tempo di andare ormai, sono rimasto fermo per tanto tempo. Devo completare il viaggio che ho interrotto venendo qui, amore mio. Non preoccuparti perché ho navigato tra i marosi più furiosi e ho affrontato onde altissime raggiungendo sempre la meta, - la rassicurò il marito.

    - Cèice, portami con te, - disse con le lacrime agli occhi la leggiadra Alcione.

    - La ciurma è tutta di uomini e nella stiva non c’è posto per una donna. Ritornerò presto e resterò con te per sempre, amore mio, te lo prometto - la rassicurò Cèice.

    - Mi accontento di un piccolo giaciglio anche sul ponte della nave dove non darò fastidio a nessuno, - lo supplicò ancora la moglie disperata per il funesto presagio che il sogno le aveva anticipato.

    Cèice, con indosso la bella tunica rossa che Alcione gli aveva regalato nel giorno delle loro nozze, aveva deciso di partire e partì lasciando nell’amara e sconsolata disperazione la moglie. Passarono molti giorni ed ogni giorno Alcione stava sulla spiaggia e pregava. Supplicava gli dei aspettando il suo grande e unico amore e guardando insistentemente all’orizzonte fin dove il mare si tocca con il cielo. Ci fu in uno di quei giorni al largo una gran tempesta che portò a riva dei pezzi di legno frantumati. Sembravano quelli di una nave perché erano piatti e ricurvi. Alcione li raccolse, li scrutò attentamente. Non potevano essere quelli della nave di Cèice, - si consolò. Si rasserenò, ma dopo qualche giorno, in lontananza, vide qualcosa che galleggiava e che si avvicinava verso la spiaggia, dove si trovava lei. Man mano che si approssimava, quel corpo assomigliava sempre di più ad una tunica, precisamente ad una purpurea tunica. Andò camminando tra i flutti, e afferrò quel panno rosso, era la tunica che lei aveva tessuto con tanto amore e che aveva donato a Cèice, nel giorno delle nozze. Una strana sensazione ebbe in quel momento la candida Alcione. Fu presa da un improvviso rigurgito che provenendo dallo stomaco le percorreva tutta la gola lasciandola senza respiro. Ancora una volta, tuttavia, la speranza non l’aveva ancora abbandonata. Incominciò a pregare gli dei tutti, ogni giorno per tutto il giorno. Ogni giorno andava sulla riva e rimirava il mare in lontananza, fiduciosa di rivedere il suo Cèice. Ogni giorno nuotava verso l’isolotto, saliva sulla cima e rimirava il mare fin dove il mare si congiunge con il cielo. Non vedeva niente. Ma ci fu un giorno, uno dei tanti, l’ultimo dei tanti tristi giorni trascorsi nell’ansia, che si presentò funesto. Quel giorno Alcione trovò sulla spiaggia, esanime, il corpo di un uomo con il capo avvolto dalle alghe. Con le mani tremanti ed ancora speranzosa, tolse, uno ad uno, quei fili verdi che avvolgevano la testa dell’uomo. Per ogni filo d’alga che toglieva una parte della speranza che aveva riposto nell’animo suo nei giorni precedenti, andava via. Per ogni filo che toglieva il suo viso si bagnava di una lagrima. Finalmente scoprì tutto il capo di quel corpo esanime. Era il suo amato. Era il corpo di Cèice. Il sogno che aveva fatto prima che Cèice partisse si era avverato. La sua incoscienza divenne coscienza, e la consapevolezza la buttò in una tremenda disperazione accompagnata da un gemebondo pianto. Sollevò verso di sé il corpo di Cèice, lo abbracciò così come lo aveva abbracciato la prima volta, pianse, pianse tanto, pianse a dirotto, ma il pianto non si placava. Era disperata Alcione, non sapeva cosa fare, piangeva, gridava e gridando esclamava:

    - Ceice mio, amore mio, dolce unico amato della vita mia, ponesti sulla mia testa profumate corone di rose e di viole, avvolgesti il mio collo con variopinte ghirlande di fiori, giacesti con me, accanto a me su un morbido giaciglio di fresca paglia a placare il desiderio amoroso che Eros con i suoi dardi ci aveva trasmesso. Nessuna cosa poteva distrarci dal nostro grande amore. Ed ora tutto questo è finito … per sempre… per sempre.

     

    La gioia di vivere mi ha lasciato;

    mi avvince  il desiderio di morire

    e di vedere le rive rugiadose dell’Acheronte.

    (da Il desiderio di morire di Saffo)

     

    Nell’avvilimento più completo, Alcione nuotò, tirando il corpo del suo amato, verso l’isolotto dove lei andava spesso, dove era andata con Cèice prima di congiungersi con lui e dove aveva assaporato le dolcezze dell’amore, trainò con forza il suo amato, strisciando il corpo ignudo e inerme sulla nuda roccia, fin sopra la cima. Era esausta e madida Alcione, ma la disperazione l’aveva aiutata nel possedere tutta quella forza spropositata. Su quella rupe avevano trascorso momenti meravigliosi e indimenticabili, immensamente felici, lei e Cèice. Assieme avevano guardato i tramonti ed i marosi, accovacciati l’uno nell’altra. Abbracciati si erano amati su quell’altura, guardando i tramonti e le albe. Ed ora Alcione, sconsolata, da quell’alta rupe prese il volo verso il mare profondo, come un corpo inerme, priva di volontà, in caduta libera abbracciando il corpo inerme del marito, assieme al marito e per l’ultima volta.

    Una tuffata fortissima proveniente dal mare si udì nell’aria…. sprofondarono i due corpi nell’acqua cristallina… e, in quel momento, due candidi gabbiani, uno maschio e l’altra femmina, si alzarono in volo, volarono, su e giù, attorno all’isolotto, si appollaiarono, nidificarono...

  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:38
    Fame di parole

    Come comincia: Ventitrè anni di lavoro. Ventitrè anni passati nello stesso ufficio. Poche delusioni, alcune soddisfazioni. Qualche aumento di stipendio, qualche intervista interessante a personaggi di rielievo, qualche inchiesta che ha ricevuto consensi. D’altronde il giornalismo è un lavoro creativo e riflessivo, d’intuito, ma anche di costanza, pubbliche relazioni, parole scritte con l’inchiostro simpatico e con quello… antipatico. Luca non si è mai lamentato del suo impiego, né dei suoi superiori o delle regole a volte poco condivisibili. I rapporti con i colleghi sono sempre stati buoni e l’amore per il proprio mestiere non gli ha fatto mai saltare neanche un giorno di lavoro.
    Lavoro che non può prescindere dalla creatività, qualità che Luca ha sempre avuto sin da bambino, quando raccontava le favole alla sorellina più piccola, inventando storie, mescolando i personaggi delle varie fiabe e, soprattutto, inventando mostri che terrorizzassero il più possibile l’indifesa bambina.
    Creatività e fantasia che lo hanno facilitato con le donne con le quali, pur non essendo mai stato un playboy, ha sempre avuto un discreto successo. Creatività che gli ha permesso di trovare subito un impiego nella redazione di un piccolo giornale di provincia da dove, chissà perché, non si è mai mosso, senza tentare mai quel salto di qualità che gli avrebbe permesso di avere un tenore di vita più alto, maggiori riconoscimenti e visibilità, migliori prospettive per il futuro.
    Ma a Luca è sempre andata bene così, fare con profitto e disciplina il suo lavoro, garantirsi stabilità economica ed una vita sociale accettabile. Quindi ha sempre accettato qualunque incarico con serenità, anche quando si è trattato di servizi su casi di cronaca locale non certo molto entusiasmanti.
    Ma quello che ha sempre avuto è stato il dono di saper subito scrivere le prime parole dei suoi articoli e lasciar scivolare le altre come se sgorgassero da sole senza fatica, naturalmente. Trovare subito il titolo adatto, centrare subito il punto cruciale della situazione, pensare immediatamente alle parole giuste che potessero avvicinare con interesse il lettore al suo articolo. Gli basta mettersi davanti al computer e, dopo aver guardato lo schermo per un paio di minuti, eccolo lì che tira giù uno sciame di parole quasi senza interruzione, fino ad arrivare al termine dell’articolo.
    Un venerdì mattina si alza e, come sempre, la prima cosa che fa è la colazione. Non può farne a meno, appena sveglio viene sempre sopraffatto da un senso di fame incredibile e deve correre a soddisfarlo. Ma questo venerdì, al suono della sveglia non scatta in piedi per dirigersi in cucina e preparare il solito abbondante pasto. Non sente la fame che sempre lo assale, avverte uno strano senso di vuoto che lo pervade. E’ una sensazione che non ricorda di aver mai provato. Fa una lunga doccia, si veste, si rade, si prepara ed esce. Va al lavoro. Verso le 11, un collega lo invita al bar per un caffè. Così ordina due cornetti e li divora, mandando giù un cappuccino bollente sotto lo sguardo stupito del suo collega.
    Tornato alla sua scrivania, Luca trova un’e-mail del vicedirettore che gli chiede un articolo urgente sullo sciopero in corso nel calzaturificio Bassi che si trova nei pressi del casello autostradale. E’ in atto un sit in dei lavoratori ed è intervenuta la polizia a cercare di calmare gli animi di alcuni esagitati. Luca si reca sul posto, prende alcuni appunti, fa domande ad un paio di lavoratori e torna in ufficio.
    Il pezzo lo ha già in mente, deve solamente trovare il titolo, ma niente. Neanche un’idea. Passa mezz’ora, un’ora, ma niente. Luca s’innervosisce, si alza ed esce in terrazzo a fumare una sigaretta. Guarda le auto in strada dall’alto del settimo piano, non gli era mai sembrato così alto. Poi rientra. Si siede alla scrivania e riprende a fissare il monitor, che resta vuoto, inesorabilmente. Sembra impossibile, ma non riesce a tirar fuori un’idea per il titolo. Allenta il nodo della cravatta, si asciuga un po’ di sudore dalla fronte. Ha le mani bagnate, il respiro corto, la testa che gli gira. Ma cos’è? Eppure ha fatto colazione, anche se a metà mattinata. Non ha fame, non ha sete. Ha freddo. Forse un’influenza? Ma a maggio… No, c’è qualcosa di strano… Ma che angoscia, che sensazione di disagio! E questo titolo che non esce e fra mezz’ora l’articolo deve essere pronto. Fissa il monitor, ancora e ancora. E’ nello sconforto, è preso da un panico mai provato. Ma che succede?, si chiede sempre più incredulo. Osserva il monitor come ipnotizzato. Chiude gli occhi, li riapre e… sul video, sulla pagina bianca del file Word c’è scritto in stampatello, carattere Arial, corsivo, formato 16: “Calzaturificio Bassi, qualcuno vuole farci le scarpe”. Salta sulla sedia, per poco non cade… eccolo! Finalmente il titolo che cercava. Ma com’è possibile che sia scritto davanti a lui sul monitor? Non ha neanche sfiorato la tastiera! E’ incredibile, ma il senso d’angoscia è sparito, le mani non sudano più. Luca si sente bene e comincia a scrivere l’articolo, che in meno di dieci minuti è pronto.
    Dopo un fine settimana tranquillo, il lunedì si sveglia e di nuovo lo strano senso di vuoto lo prende. Non fa colazione e, come il venerdì precedente, con una strana sensazione addosso va al giornale e comincia a lavorare. Anche stavolta è richiesto con urgenza un articolo sull’assessore Maggi, che ha ricevuto un avviso di garanzia. Come il venerdì precedente, anche stavolta Luca non trova le parole giuste per il titolo. Dalla sua mente creativa non esce fuori una parola, un pensiero, un vocabolo… nulla. Di nuovo l’angoscia, il sudore, il tremore… il panico. Luca non sa più cosa pensare, sta per uscire a prendere un po’ d’aria quando sul suo pc appare una scritta: “Chi garantisce per L’assessore?”. Incredulo stavolta non salta sulla sedia, ma scrive subito l’articolo. Certo che quello che sta succedendo è veramente molto strano. Sembra quasi che nel momento in cui Luca sta per crollare, arrivi a salvarlo un messaggio che gli indica cosa deve fare, quello che deve scrivere.
    E così nei giorni successivi. Sempre il senso di vuoto, la colazione saltata ed un articolo da scrivere, ma niente idee, o per il titolo o per l’intero articolo. Il panico, i tremori e poi la salvezza. La magia che appare sul foglio Word. Arial 16 per il titolo ed Arial 12 per il testo dell’articolo.
    Luca è come una macchina. Appena la soluzione appare sul video, il torrente delle sue parole riempie la pagina e l’articolo è pronto. E al giornale spesso riceve i complimenti dal redattore capo o dal direttore in persona.
    Ma Luca ormai non pensa ad altro, sembra un automa. Le sue giornate sono scandite dalla sua mancanza di fame la mattina e dalla sua fame di parole che non arrivano quando deve scrivere. Va a dormire con il pensiero di quello che succederà domani e si sveglia con la paura di quello che potrà accadere al giornale. Poi, una volta comparse le parole sul monitor, si sente libero, leggero e per un po’ torna quello di tutti i giorni. Dopo però è di nuovo assalito dall’inquietudine di quelle parole che si manifestano inspiegabilmente, come fossero dei messaggi, delle indicazioni su quello che deve fare. Non può raccontarlo, chi gli crederebbe? Allora va dal medico che gli prescrive degli esami. Tutto negativo. Il consiglio è quello di rivolgersi ad uno specialista. Ma Luca non accetta di andare da uno psichiatra. Un giorno si alza e va al lavoro, come sempre senza aver fatto colazione. Solo che questa volta salta anche il pranzo. E oggi non ci sono articoli da scrivere. Luca osserva il video del computer. Sembra incantato. Sembra ipnotizzato. Pensa a quello che gli sta succedendo, a chi potrebbe aiutarlo. Ma fino ad oggi chi lo ha aiutato è stato solo il suo pc, con quei messaggi salvifici quotidiani. Cosa può fare? Cosa deve fare? All’improvviso appare una scritta, in carattere Arial 16: “Vai in terrazza. Guarda la strada, guarda le auto che passano. Gettati nel vuoto”.

  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:35
    Il mistero del falso meccanico

    Come comincia: Credo fosse l’una di notte, più o meno. Come faccio spesso, nel sonno, mi giravo sull’altra spalla senza accorgermene. Il rumore era quasi soffocato, ma non era Ana, la ragazza dell’appartamento accanto, che faceva la doccia. Per quanto lei cerchi di fare piano, da quando le ho spiegato che il mio letto confina con il suo bagno ed ogni rumore si sente chiaramente, soprattutto nel silenzio della notte, le vecchie tubature non hanno comunque pietà di noi neanche nel pieno della notte. E allora ho teso il braccio percorrendo il lenzuolo ed ho sentito sulla mia mano la seta del pigiama di Choco. Non era caldissima come sempre quando è sotto le coperte. Ho capito allora che era appena rientrata dalla cena con i colleghi d’ufficio, ma non dormiva ancora, il respiro era stranamente veloce e non stava sognando. Almeno questo il mio stato di catalessi da prime ore di sonno mi suggeriva. Era comunque a casa e questo bastava per farmi riprendere sonno, dopo essermi di nuovo girato sull’altra spalla, ovviamente.
    L’indomani era sabato, giorno in cui quasi sempre ci permettiamo di “poltrire” a letto fino a tarda mattinata. Ma Choco dormiva ancora, nonostante la macchina per il caffè stesse facendo le “prove d’orchestra”. Non era poi tardissimo ieri, ma evidentemente aveva ancora molto sonno. Mi piace guardarla mentre dorme. E’ buffa. Ha i capelli che disegnano forme strane sul cuscino e poi ogni tanto la trovo con un braccio all’indietro o con le mani sotto la nuca, come se stesse prendendo il sole sulla spiaggia. E’ anche dolce, però, tenera. A volte d’inverno sembra una bomboletta, con quei pigiamoni e col suo naso a patata. La guardo a lungo a volte, in silenzio nella penombra creata dalla radiosveglia.
    - Che c’è?
    Salta sul letto strillando quasi, ma soprattutto facendomi rischiare un infarto.
    - Che hai Choco? Hai avuto un incubo?
    - No, è che… madonna che paura! Ho visto qualcuno che mi fissava. Eri tu! Dormivo.. sognavo.. non mi sono resa conto.Ma che ore sono?
    - Le 11.30. ma cos’hai mangiato ieri sera? Sei stravolta.
    Mi abbraccia, calda di sonno questa volta.
    - Ma no, niente… è che mi sembrava…
    - Cosa ti sembrava?
    - Ieri sera, stanotte anzi, era quasi l’una. Tornata dalla cena ho posteggiato piuttosto lontano da casa e siccome era un po’ freddo camminavo  velocemente. Ho buttato il chewingum in un cestino ed ho cominciato a cercare le chiavi di casa nella borsa. Lo sai che non le trovo mai…. E all’improvviso, davanti all’officina, mi sono trovata di fronte un tizio. Oddio che paura!! Non me l’aspettavo, ero soprappensiero e lui, lui…
    - Lui cosa? Le chiedo un po’ preoccupato
    - Lui era così… così strano. Io sono quasi scappata. Forse ho pure lanciato un urlo, non ricordo. Ma mi sono spaventata perché mi fissava. Mi fissava in un modo strano, non so descriverlo.
    - Ma che ha fatto?
    - Ma no, niente. Non so. Io ho allungato il passo e sono entrata di corsa nel portone. La chiave non entrava perché la mano mi tremava. Come in quei film che ogni tanto mi fai vedere tu, quei thriller…
    - Vabbè, ma poi?
    - Poi niente. Ho fatto le scale di corsa, non mi sono neanche voltata a guardare.
    - E’ per questo allora che stanotte ti sentivo respirare forte.. eri spaventata!!!
    - Sì, ho impiegato un bel po’ di tempo prima di calmarmi e di addormentarmi. - Mi hai toccato, ma dormivi.
    - Sì..o no..non lo so. Pensavo fossero quelli accanto che facevano un po’ casino, ma poi ti ho sfiorato e mi sono riaddormentato. Ma che tipo era?
    - Mi sembra fosse alto, vestito in modo strano, forse aveva una tuta.
    - Era giovane?
    - No, era anziano, forse. Comunque uno che non è proprio vecchio, ma dimostra di più, capito?
    - Sì, sì. Anche tu stamattina dimostri di più – le dico per prenderla in giro.
    - Scemo!. Scherzi sempre! Ma io ho avuto paura!
    Allora la riabbraccio e con lei il suo pigiama di seta, i suoi capelli, il suo naso, le sue spalle e tutto quanto, ancora caldo. Come il caffè, del resto. Ma chi se ne frega… che si raffreddi!
    Usciamo per comprare il pane e per ricaricare il telefonino. E fuori dal portone discutiamo di quanto Choco parla con il cellulare e di quanto spende di telefonate, di profumeria, di massaggi, e lei si incazza. Ma io, come al solito, sto scherzando e lei mi tira addosso una palletta di carta che trova in tasca. Poi la raccogliamo per buttarla nel cassonetto e Choco mi ferma.
    - La macchina! -  esclama.
    - Quale macchina? – le dico.
    - La sua macchina.
    - Ma sua di chi?
    - Di quel tizio di stanotte. Era appoggiato ad una macchina. E’ quella davanti l’officina.
    Il sabato il meccanico è chiuso e a volte anch’io lascio l’auto parcheggiata lì davanti, anche se c’è il divieto di sosta. Ma questa auto è un po’ strana. Ma poi strana… è vecchia, ce ne sono tante così. E poi Choco non se ne intende di macchine, magari si confonde.
    - Io non mi sbaglio mai, lo sai!
    - Sìì, tu sei perfetta!
    - Non prendermi in giro. Sei tu che ti sbagli sempre! Sbagli sempre strada, poi non ti ricordi le cose e sbagli pure quando fai la lavatrice.
    - Ma senti te! Sei tu che sei infallibile e bisognerebbe fare tutto come dici tu. Ma se l’altra settimana mi hai macchiato una camicia in lavatrice.. tu!!!! E poi io ho sbagliato solo una volta.
    - Ah sì. E quando?
    - Quando ti ho chiesto di uscire la prima volta…..ahi!
    - Stronzo! Sei sempre il solito. Mi hai pregato in ginocchio di uscire quella volta…..
    - Eh, sì, in ginocchio per guardarti negli occhi….E lì sono costretto a correre, inseguito dalla piccola belva.

    
    - A me è piaciuto molto. Forse è il film più carino che abbiamo visto quest’inverno.
    - Sì, anche a me. De Niro è sempre grande. E poi hai visto che bella fotografia?
    - Eccome no? Bellissima. Soprattutto quando lei fa la doccia nelle perle…
    - Scemo… sei sempre il solito. Con te non si può parlare seriamente per più di mezzo minuto. Sei tremen…..
    - Mi stringe forte il braccio e credo che senza il mio giaccone le sue unghie mi avrebbero bucato la pelle, tanta forza mette nella stretta. Si ferma e guarda immobile più avanti. Ora trema. Non capisco che cosa abbia, e non parla. Ma non le chiedo niente e guardo anch’io, mentre intanto la trascino, con le unghie che ormai hanno infilzato il piumino d’oca nuovo, e vedo, con la coda dell’occhio, la macchina davanti al divieto di sosta. E’ una vecchia Golf bianca. Si vede bene perché è illuminata come una scena a teatro; buio tutto intorno e luce solo su di lei. Domina la scena in maniera inquietante. E dentro c’è qualcuno. Non vedo bene perché camminiamo e poi entriamo veloci nel portone. Ma quel passaggio è come se lo fotografassi. E lo rivedo, rivedo la sua faccia, il suo enorme naso, rivedo il suo sguardo mentre ruota la testa verso di noi mentre saliamo le scale veloci, senza parlare, ma con una sensazione strana che ci accompagna, gradino per gradino. La foto è impressa ormai sulla pellicola della mia mente, che forse spesso non ricorda le cose, come dice Choco, ma stavolta è diverso. Quel naso, quella bocca spalancata come a gridare qualcosa senza rumore. Quello sguardo così… non so… inquietante, non so definirlo altrimenti. Non mette paura, ha qualcosa di particolare, ma sicuramente è inquietante. Ci credo che ieri mattina Choco non riusciva a dormire. Chissà che spavento, poverina.
    Ne parliamo poco o niente, una volta rientrati a casa. Lei è silenziosa ed io penso non sia il caso comunque di preoccuparsi troppo. Tanto chi potrebbe essere? Un matto? Un ladro? Lo avranno notato anche altre persone sicuramente.
    - Perché non lo dici alla Polizia? Dice Choco all’improvviso.
    - Dai, non esageriamo. Magari è solo un ubriaco che dorme in macchina.
    - Ah, sì e proprio sotto casa nostra?
    - Va bè, avrà trovato un posto lì, davanti l’officina; poi magari domani sarà già andato via.
    Choco non dice altro, però si capisce che è un po’ turbata. Va a struccarsi in bagno, mentre io chiudo le finestre. Con più cura del solito (!). Ma non dobbiamo suggestionarci, ripeto a me stesso.
    Comincio a spogliarmi ed ascolto Ana e il suo compagno che rientrano e cominciano le loro docce piuttosto rumorose, non prima però di giocare un po’ a rincorrersi dentro casa. Mah, si divertono così…. Anche perché poi iniziano a ridere e a parlare e…. e un po’ di mugolii si ascoltano nel silenzio della notte. E comunque ogni volta che succede penso che Ana i suoi compagni se li sceglie sempre molto prestanti fisicamente, perché la durata dei loro “giochi” è sicuramente notevole!!!!
    - Che stai facendo? – una mano sulla spalla mi fa sobbalzare.
    - Che hai? Ti sei spaventato? – dice Choco un po’ divertita e un po’ sorpresa.
    - No, è che….
    - E’ cosa? Stavi ascoltando quelli accanto, vero?
    - Beh, sì lo devo ammettere. Mi incuriosiscono.
    - Perché? Dice Choco ancora un po’ sorpresa
    - Mah, sai, si dicono delle cose particolari…
    - Ma che ne sai tu, se parlano un’altra lingua?
    - Ma si capisce, si capisce…..
    - Si capisce che? Mi tira un cuscino.
    - Si capisce che Ana ci sa fare… lei…. E il cuscino mi colpisce sulla faccia e poi Choco tenta (simula) un omicidio per soffocamento, col suo cuscino che ha il suo profumo sopra e, in pochi secondi mi fa dimenticare i giochi di Ana e del suo stallone, del film, dell’uomo sotto casa e …..

    

    - A che ora vengono stasera Katia e Andreas?  - Mi chiede Choco.
    - Verso le otto. Prima devono andare a ritirare le foto che hanno fatto in vacanza.
    - Possiamo preparargli lo stufato. Quello della ricetta che mi hanno dato l’altro giorno in ufficio.
    - Va bene. Con loro possiamo fare un po’ di esperimenti culinari. A loro piace provare cibi nuovi, lo sai che lo fanno spesso quando sono in vacanza. All’estero soprattutto.
    - OK. Però mi sono accorta che abbiamo poco pane. Ti va di andare a comprarlo?
    - E anche se non mi andasse, ci dovrei andare comunque….
    - Pigrone! Fai qualcosa anche tu, mentre io comincio a preparare la cena! E poi devo ancora pulire un po’ la casa.
    - Che brava casalinga. Cucina, lava, pulisce e… borbotta sempre. E’ proprio perfetta!!!
    - Sei sempre il solito scemo, vorrei vedere te a stirarti le camicie. Non sei capace a fare niente.
    - Proprio niente?! Mentre l’abbraccio facendole il solletico dove so e atteggiandomi come negli spot pubblicitari dei profumi o dei liquori.
    - E dai che è tardi – sorride e mi respinge- dai, vai a comprare il pane. E, se c’è, anche la birra scura e quella panna che abbiamo mangiato l’altra sera e…
    - E nient’altro? – vuoi anche che butti l’immondizia, ti lavi la macchina e porti a spasso i cani – le dico prendendola in giro e prendendomi un’altra cucinata mentre cerco di chiudere la porta di casa.
    Faccio pochi passi sul pianerottolo e vedo per terra una busta. Non si capisce a chi è intestata. Forse è caduta ai vicini e non se ne sono accorti. E’ aperta. La apro. Sono curioso come una scimmia, direbbe Choco. C’è una chiave rossa. Solo quella. Niente portachiavi, nient’altro. La prendo e mi macchio la mano. Sembra vernice, ma credo sia qualcos’altro. C’è un simbolo e un numero. Sembra quello di una targa di automobile. Rimetto la chiave nella busta e la poggio di nuovo per terra.
    - Ciao, come va? – faccio un salto all’indietro con il cuore a stantuffo.
    - Be… bene (credo).
    - Non sembra dice Ana sorridente. Ti ho spaventato? Ride. Lo credo che ride. Vedo il suo “stallone” che la abbraccia mandando giù mezza Ceres in un sorso.
    - No, ero soprappensiero. Non ti preoccupare. Buona domenica
    - Anche a te, ciao.
    E vanno via ridendo piano. Ho fatto pure la figura dello scemo. Però quella busta, quella chiave…e quella vernice (?) che mi ha lasciato sulla mano una striatura rossa … mah!!!
    Scendo anch’io le scale e, fuori dal portone, per istinto guardo verso sinistra, dove ieri notte abbiamo visto lui, il tizio inquietante.
    C’è la sua auto. Piove, non c’è molta luce, ma riesco a vederla bene oggi. Certo che è proprio in condizioni pessime. Cade quasi a pezzi. Chissà quanti anni avrà? Guardo la targa: i numeri sono quasi cancellati dallo strato di polvere, di grasso, e non so cos’altro, ma sono …. rossi. Sì sono rossi. Non si vedono quasi mai da noi delle targhe con i numeri rossi: 5,8,H, 13… guardo la mia mano e la macchia rossa, alla luce, lascia intravedere i numeri che erano impressi sulla chiave. Si riescono a leggere, “tatuati” sul palmo e … sono gli stessi. Un brivido mi corre lungo la schiena. Non sono un pauroso, uno che si lascia suggestionare facilmente, però… però il brivido che mi percorre mi ferma, mi gela più dell’umidità che c’è oggi. Non so cosa pensare.  Sicuramente non al pane che devo comprare, né alla cena di stasera, né al film di ieri, ma voglio vederci chiaro. Mi muovo e il brivido non se n’è certo andato, e mi avvicino all’auto, misurando i passi. Cautamente come fossi un ladro, o qualcuno che è nel posto in cui non deve stare.
    Guardo dentro l’auto, coi piedi bloccati che sono un tutt’uno con il marciapiede. Immobile, sotto la pioggia che non sento, guardo dentro l’auto. Sì, è vecchia, arrugginita, segnata dal tempo, ma ha dentro un qualcosa di vivo, di inquietante, raggelante. Sembra quasi che mi guardi. I fanali due occhi che mi chiedono di ascoltarla. Sono diventato matto? Ma sì, è solo suggestione. Faccio un respiro profondo e mi tolgo dalla fronte e dagli occhi le gocce di pioggia, ma non realizzo che piove. Guardo dentro l’auto. Non ha specchietto retrovisore, ha il cambio sul volante, ha delle foto sul cruscotto, una scatola di biscotti e un succo di frutta. E sui sedili anteriori ha due tovaglie vecchie, o strofinacci da cucina, usati forse come foderine. Rimango un po’ stupito. Poi sento dei passi e una voce.
    - Chi è? – una voce cavernosa – mi gelo ancora di più. Non mi volto.
    - Chi è? – di nuovo la voce, più arrabbiata che curiosa.
    Allora mi giro, ma non ne avrei voglia, e vedo un uomo sul balcone poco distante che parla con un ragazzo.
    - Sono il garzone del fornaio, signore. Le ho portato il pane che ha ordinato. Torno a respirare dopo un attimo eterno, bagnato di sudore più che di pioggia, sprofondato nella mia suggestione e nella pozzanghera dove sono ormai da qualche minuto, senza essermene accorto. Il signore dalla voce cavernosa e il garzone mi riconducono così alla realtà. E, inconsapevoli, mi ridanno coraggio e pure consapevolezza che piove, è tardi e…. non ho ancora comprato il pane.
    - Non ti sei accorto che stava piovendo? – dice Choco
    - Evidentemente no! Tu che ne dici? – rispondo un po’ acido
    - Ehi, ma che ti ho detto? Cos’hai?
    Le racconto della chiave, della macchina e di tutto il resto e conveniamo che se domani l’auto sarà ancora lì, avvertirò la polizia.
    Stiamo bene a cena. Lo stufato è buono e Katia e Andreas sono, come al solito, molto carini. Ci raccontano del viaggio che hanno fatto poche settimane prima e ci “anticipano” la visione di alcune foto. Sì perché Andreas è un bravo fotografo e, prima di mostrare i suoi scatti, ne fa sempre una cernita, scartando quelli che non gli piacciono. E’ molto severo con se stesso, ma lo capisco, lo ritiene anche più professionale. A noi le sue foto piacciono sempre, soprattutto alcune in bianco e nero che ci ha regalato e che abbiamo attaccato nella sala con delle cornici adatte a loro e anche all’ambiente, che è un po’ colorato. Del resto Choco quando ha tempo, dipinge, anzi macchia, come la prendo in giro io, e qualche quadro variopinto è in bella esposizione. Mentre stiamo mangiando il dolce fatto (ahinoi) da Katia (ed io faccio brutte smorfie e Choco mi gela con lo sguardo perché ha paura di fare brutta figura), suona il citofono.
    Rispondo, ma non si sente nulla. Chiedo di nuovo chi è: niente. Parlo più forte, forse con la pioggia il citofono non funziona bene. Ma niente. All’improvviso comincio a sentire di nuovo quegli strani brividi percorrermi la schiena e mi guardo il palmo della mano, ancora più macchiato.
    - Oh, mi apri o no, che mi stò “inzuppando”? – urla all’improvviso una voce conosciuta nel citofono, che adesso funziona: è il “Brinzo”, un nostro amico. E’ vero mi aveva detto che forse sarebbe passato a salutare Andreas e Katia; me ne ero dimenticato.
    - Ehi, mi avete lasciato un pezzo di torta? – dice simpatico e vivace come sempre.
    - E come no? – dico doppiamente sollevato – e Choco mi gela di nuovo con lo sguardo – ma che si è capito che il dolce non mi piace?
    - Oh, non c’era un posto per l’auto. Ho girato 20 minuti per trovare parcheggio.
    - Dove hai posteggiato? – gli chiedo - Vicino al fornaio?
    - No, più lontano. Perché avevo anche trovato un posto, davanti al meccanico. Però un tizio mi ha detto che non si poteva parcheggiare perché ti fanno le multe…
    - Chi te lo ha detto?
    - Mah, uno strano tizio, vestito male. Non sembrava normale, aveva un naso enorme come Nicky…..
    - Come? – dico un po’ agitato.
    - Sì, un tizio con un naso molto particolare, che stava in una Golf bianca.. mi ha detto che lui era il meccanico e che lì era divieto di sosta. Gli ho risposto che sarei rimasto solo un’oretta e poi avrei lasciato libero il posto. Ma lui ha detto che avrebbe chiamato i vigili. Allora ho preferito spostare l’auto e parcheggiarla più lontano. Che ne so, era strano, sembrava arrabbiato… non si sa mai.
    Choco ed io non diciamo niente per non dover raccontare le strane cose degli ultimi giorni. Magari ci prendono pure in giro…. La serata va avanti, parliamo, scherziamo, ma ogni tanto io e Choco incrociando gli sguardi, sembriamo ricordarci qualcosa. Qualcosa di inquietante.
    - Dai, sbrigati, ti do un passaggio alla fermata dell’autobus.
    - Ma no, mi devo ancora truccare, non farmi fare le cose di corsa, ho ancora sonno!
    - Preferisco che scendiamo insieme. E’ ancora buio a quest’ora. -  Non ne abbiamo parlato della strana storia neanche ieri sera dopo che i nostri amici se ne erano andati.
    - Comunque se stamattina la Golf sarà ancora lì, avvertirò la polizia dall’ufficio.Ciao, io vado.
    Scendo. E’ lì. Il meccanico in genere apre verso le 9. Chissà se la noterà. In effetti è posteggiata bene. Proprio poco prima del divieto di sosta. In ufficio non faccio in tempo ad arrivare che già mi trovo segregato in una riunione noiosissima, però importante, che dura quasi tutto il giorno. Choco non la sento per telefono e mi dimentico del tizio e della macchina bianca. E non chiamo la Polizia. Me ne ricordo solamente quando più tardi sto parcheggiando sotto casa. Incuriosito mi avvicino al portone, ma vedo che l’auto è ancora lì, come stamattina. Vuota.
    Allora vado dal meccanico, che sta per chiudere; d’inverno trova molto traffico per tornare a casa, mi ha detto una volta, e allora finisce un po’ prima di lavorare. Mi saluta cordialmente e anche il vecchietto che sta sempre con lui. Avrà almeno75 anni, ma fa l’aiuto meccanico. E’ buffo, ma gentile. Sorride sempre, mostrando i pochi denti che gli sono rimasti, spesso sporchi del grasso delle macchine.
    - Buonasera – gli dico mentre vedo che sta arrivando Choco.
    Volevo dirle una cosa, sì, cioè, insomma… ha notato qualcosa di strano?
    - Di strano?
    - Sì, questa macchina. E’ da 3 o 4 giorni che è qui e c’è un tizio…
    - Ah, sì, sì.
    - Lo conosce?
    - Sì. Lo conosco – dice con una strana smorfia.
    - E’ così, così…..
    - Così strano, vuol dire?
    - Sì, infatti.
    Lo conosco almeno da 40 anni. Lavoravamo insieme in officina da giovani. Avevamo un padrone che era un vero tiranno. Dopo anni che lo pagava poco e neanche sempre, lo ha cacciato via. L’ho rivisto qualche giorno fa. Poveraccio. Ha la moglie che sta male. E’ all’ospedale qui vicino. Non hanno i soldi per prendere una stanza dove possa dormire anche lui, che, tra l’altro, non sta benissimo. Abitano fuori città, hanno quest’auto vecchia e scassata e lui non se la sente di andare e venire tutti i giorni.
    Mi ha chiesto di poter posteggiare qui davanti quando l’officina è chiusa, mi ha lasciato pure una chiave per spostarla…
    Ma la notte dove va? – dice Choco incredula.
    Dorme qui. In macchina.
    Con questo freddo? – diciamo in stereo e ci guardiamo.
    Eh, sì, poveraccio. Ma che può fare? Lì in ospedale non gli hanno dato neanche una poltrona… poi diciamo che lo Stato assiste gli anziani. Ma fatemi andare. E’ tardi, piove, troverò molto traffico.
    Buonasera – diciamo quasi sconsolati.
    Buonasera – e tirano giù la serranda del garage, lui e il suo aiuto con i denti sporchi di grasso d’officina.
    Io e Choco non parliamo e torniamo verso casa per mano ripensando a quel tizio, al suo sguardo inquietante. Alla sua storia inquietante.

  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:32
    Faccia di clown

    Come comincia: Quando la pioggia comincia a scendere con piccole gocce che sembra quasi che bussino timide sul vetro dell’auto, ho spesso la sensazione che stia per iniziare qualcosa. Non so se dipende dalla luce che cambia all’improvviso, o dalla simultanea apertura degli ombrelli dei passanti, ma dentro di me c’è questa sensazione che, spesso, passa veloce e viene dimenticata.A volte però, come in questo caso, qualcosa cambia in me all’improvviso, nel senso che la musica che manda l’autoradio comincio a non sentirla più, la gente che passa è come ombre qualunque, tutto intorno prende il colore del cielo che manda la pioggia e sembra un contorno illeggibile, come quando si fotografa un oggetto in primo piano, sfocando tutto il resto.Quando l’attenzione si concentra sul volto o l’oggetto da fotografare, anche la mia mente si restringe ad un solo pensiero. E spesso, ed è questa la cosa più singolare e, se vogliamo, anche un po’ comica, quello a cui penso non è oggettivamente importante. Per niente. Voglio dire che non è detto che mi vengano in mente problemi o desideri o cose comunque che riguardano la mia vita. Ed infatti stavo pensando alla strada. Si perché ogni tanto passo di là, per quella strada, in particolare quando torno dal lavoro. Non mi piace infatti fare sempre lo stesso tragitto, non sono abitudinario in questo. Per il resto sì, devo ammetterlo, i cambiamenti mi sconvolgono sempre un po’! Poi mi abituo, soprattutto se si tratta di situazioni non particolarmente importanti. Però all’inizio c’è sempre una sensazione simile ad una piccola paura, ad un’incertezza per qualcosa che potrebbe destabilizzare un equilibrio ormai consolidato e che evidentemente, mi dà in qualche modo una certa sicurezza.Quindi mi chiedo sempre se il nuovo sarà meglio o peggio, come potrei magari trarne benefici o averne difficoltà. E’ un lavorìo mentale che quasi sempre si esaurisce in breve tempo, ma c’è.E a volte mi chiedo perché non inventano una macchina, un apparecchio che freni i pensieri inutili. Eh, sarebbe bello; immaginate di sentire un “bip” mentre state pensando che il nuovo capo che verrà nel vostro ufficio sarà un despota senza scrupoli o una persona ragionevole e ben disposta, oppure quando state cercando di capire se il cambio di senso di marcia della via in cui abitate sarà vantaggioso per voi oppure il contrario, se il videoregistratore che avete appena comprato sarà veramente stata un’occasione e se sarebbe meglio sistemarlo su quel mobile o su quell’altro.E vogliamo parlare della campagna acquisti della squadra di calcio per cui fate il tifo?!E via così. Sarebbe un “bip” di risparmio energetico per il nostro cervello veramente utile!E mentre “perdevo” energia mentale a pensare se fosse meglio azionare subito il tergicristallo dopo quelle prime gocce, sono stato aiutato da un bip proveniente dal cielo insieme ad ettolitri di pioggia, che mi hanno “costretto” a pulire il vetro.E così il pensiero è stato circoscritto alla strada, come dicevo poco fa.Mi ha sempre colpito il fatto che la mattina questa via è a senso unico in una direzione, mentre il pomeriggio lo è nell’altra. Sì, è veramente una cosa curiosa. Credo tra l’altro che dipenda dai banchi del mercatino che c’è la mattina e dal viavai di persone che lì comprano le cose più strane. Ma perché poi al pomeriggio il senso di marcia viene invertito, questo proprio non lo so. Ma, come volevasi dimostrare, anche questo non è certo un pensiero, diciamo così, costruttivo. Forse la spiegazione di queste mie piccole interrogazioni sta tutta nel fatto che sono sicuramente una persona molto curiosa. Ma qui voglio fare una precisazione: non sono un “impiccione”, nel senso che di sapere che lavoro che fa il vicino di casa oppure con chi è sposata quella famosa attrice, non me ne frega niente. Io sono curioso, o meglio, sarei curioso, di capire perché le persone (le persone in genere, anche quelle che non conosco) si comportano in un certo modo, perché indossano un abito piuttosto che un altro; o perché parlano da sole mentre camminano per la strada. Vorrei sapere cosa c’è dietro. Cos’è che fa comportare un individuo in un modo spesso singolare. E poi non mi si dicano le cose a metà: divento una belva! La mia curiosità potrebbe non farmi dormire la notte! Ma questo è un altro discorso.Assorto nel pensiero della strada, comincio a percorrerne il tratto dove ci sono sempre molte auto in doppia fila, zigzagando tra queste e le pozzanghere. Ciò mi distoglie dalla mia inutile curiosità e concentro l’attenzione sulla guida. Anche per non rischiare di investire i passanti che, cercando riparo dalla pioggia sotto le tettoie dei negozi, attraversano la strada, improvvisi come la pioggia.E freno infatti per far attraversare alcuni operai. Portano legno grezzo al negozio lì di fronte. Sono buffi, un po’ strani; tutti piccoli di statura con tute azzurre un po’ demodè. Riparto ma, con un riflesso fortunatamente pronto, schiaccio il pedale del freno per non investire un altro operaio che è sbucato all’improvviso non so neanche da dove. Si ferma, con le tavole di legno appoggiate su una spalla. Gli suono col clacson per invitarlo a passare. Lui allora, come se volesse sincerarsi di non rischiare di essere investito, sposta le tavole che gli coprono il volto e guarda verso di me.Non posso descrivere la sensazione che ho provato in quel momento. Credo di non trovare le parole per far capire quello che ho sentito. Forse una lastra di ghiaccio sopra la schiena nuda sarebbe passata più inosservata. E da lì che mi guardava con il suo volto….oddio, terribile! Era come se su quella tuta azzurra avessero messo la maschera di un clown. Ma non era una maschera; era la sua faccia!Non avevo mai visto una cosa simile, un volto quasi deformato, allungato, con strane orecchie, il naso… insomma era una faccia da clown, ma vera, in carne ed ossa!E mi guardava. Mi ha guardato per un momento interminabile. Mi guardava e stava fermo, respirando forte sotto la pioggia, con il fumo del suo fiato caldo evidenziato dall’umidità della pioggia. Sembrava non accorgersene della pioggia. Era lì tutto bagnato, con le pesanti tavole di legno sulle spalle e mi guardava. Ma perché mi guardava?! Forse anche lui avrebbe potuto pensare la stessa cosa di me, ma io …non avevo una faccia…così!Era come se lui lo sapesse e volesse dirmelo. O dirmi forse qualche altra cosa. Ma perché proprio a me?! Perché mi fissava in quel modo e perché non attraversava la strada? Quanto avrei voluto davvero che esistesse il “bip” in quel momento…Quello che desideravo di più era che passasse. Che passasse e mi dimenticasse. Ma perché avevo paura di essere ricordato? Forse avevo paura io di non dimenticare più lui…Ed invece del “bip” arrivarono i clacson degli automobilisti ormai in coda dietro di me, spazientiti per l’attesa. E questo sembrò risvegliarci entrambi, riportarci alla realtà. Lui passò, e passando sembrò che io per lui non esistessi più. Stavo pensando questo come ad una liberazione ed accelerai, ma non troppo, non abbastanza da non avere il tempo per guardare nello specchietto retrovisore. Mentre poggiava in terra le assi di legno, davanti al negozio, dietro la sua spalla il suo volto stava ruotando verso di me. Come in una scena al rallentatore, le sue palpebre (chiuse per lo sforzo fisico) si aprirono verso il mio specchietto, come la sua bocca che inspirò l’aria umida e malsana della pioggia mista allo smog delle auto, gonfiando il petto e pure il mio cuore, che cominciò a battere forte, mosso da un’emozione difficile da descrivere.Mi guardava di nuovo. Anche se per un attimo, stavolta. Ma mi impauriva.Costretto (per fortuna!) a proseguire per non bloccare di nuovo il traffico, tornai a casa con quell’immagine impressa nel fondo degli occhi, una fotografia stampata sul vetro dell’automobile.Non nascondo che per diverse ore ho avuto addosso una sensazione simile ad una maglia sintetica a 40° all’ombra, un senso di angoscia di cui non sono riuscito a svestirmi neanche quando ho indossato il pigiama per andare a letto. Ed era già abbastanza tardi e non sono riuscito ad addormentarmi per un bel po’. E stavolta non erano certo pensieri poco importanti…------------- --------------Choco mi telefona  in ufficio dopo pranzo, tutta contenta. La sua vocina è così dolce, ma anche così buffa che le rifaccio il verso.- Sai chi c’è in città? – mi chiede –- Mah, i palazzi, le persone, le auto…- Scemo!, volevo dire: sai chi è arrivato ?!- Chi è arrivato? – e il mio punto interrogativo era più che altro un punto di paura che fosse arrivato qualche lontano parente da qualche paese altrettanto lontano, per qualche altrettanto inopportuna gita di piacere (io odio quello che sconvolge i miei equilibri e quindi immaginate cene e tour cittadini con sconosciuti stranieri a cui sorridere tutto il tempo, e che ti dicono “io amare molto questo paese”, oppure “qui mangiare molto buono è”, ecc.; tutto questo magari durante  la diretta televisiva della finale di coppa!…).- Vera con il bambino! –- Ah!… - era talmente contenta che non ce l’ho fatta a dire: “ e chi è ?! “.- Che bello. E’ da più tre anni che non la vedo! Stasera è da noi a cena.- Bene…- dico, ma penso che avrebbe potuto rimanere altri trent’anni nel suo paese!…(come sono orso, però…).- Non ci vediamo dal giorno del diploma preso al corso di arredamento.- Ma dai?! – ed ora la mia “orsutaggine” lascia il posto ad una inconsueta umanità (apparente…), e ricordo di questa amica di Choco, piccola di statura come lei e con dei capelli biondi lunghissimi, innamorata di uno scrittore tanto brillante quanto bizzarro, e molto più grande di lei.- E il suo uomo? – le chiedo sperando un po’ che non ci sia (la sua presenza aumenterebbe la destabilizzazione dell’equilibrio!) e un po’ sperando invece di sì, perché la sua originalità mi ha sempre incuriosito (e come potrebbe essere altrimenti per un curioso come me?) e anche divertito, tranne quando beveva un po’ di più e mi teneva mezz’ora ad ascoltare il racconto del suo viaggio in Oriente…- E’ a Berlino, per una premiazione. Ti ricordi che scriveva tanti libri sulle culture orientali?- E come no?!- Hanno un bimbo di quasi tre anni. Vera mi ha spedito alcune sue  foto qualche volta. Siamo rimaste sempre in contatto. Non pensavo sarebbe venuta così all’improvviso.- Eh, infatti! – dico, ma Choco è talmente su di giri che non si accorge del mio tono un po’ ironico.***La serata è piacevole, nonostante io non ami stare ad ascoltare due donne che ricordano i tempi passati, escludendomi per metà del tempo dalla loro conversazione e che parlino del bambino (ma soprattutto di bambini!) dicendo che fa questo, fa quest’altro, mangia o non dorme, e che da tanta soddisfazione. Ecco io questa cosa non l’ho mai capita! Una bella macchina ti può dare soddisfazione, una squadra che vince un torneo internazionale. Ma un bambino!? Che fa? Ti porta in un’ora da casello a casello o consuma poco? Mah, certi luoghi comuni non li capisco proprio, anche se i bimbi mi piacciono decisamente. E infatti per buona parte del dopocena , mi “cibo” io il piccolo Marc, che, inspiegabilmente (!) mi trova simpatico e mi da confidenza. Credo che nei bambini scatti ad un certo punto una molla; dopo che sono soddisfatti che si è parlato di 2 ore di quanto sono belli e bravi, passano all’attacco e si sfogano. Quindi manifestano la loro improvvisa (ma studiata, attenzione!) vivacità, tentando di rompere i CD a cui tieni di più usandoli come freesbe o fingendo amore disinteressato per uno sconosciuto (quasi comprendessero il suo disagio a trovarsi in mezzo a due donne che parlano di cose che a lui interessano, in una scala da 1 a 10, -25), e lo compatissero. Allora decidono, mossi a compassione, di “farlo giocare un po’, almeno non si annoia”. E sicuramente non mi sono annoiato, primo perché sono stati così impegnato a “parare” i CD dei Pink Floyd e degli U2” che il piccolo monello scagliava contro il televisore, che il resto la serata è passato molto velocemente. Però, togliendomi la maschera da uomomaschilistacheodiaidiscorsifemminilienonsopportalepappeeipannoliniperchèsonocosedadonna, devo dire che quel bambino è adorabile. Mi guardava come per dirmi: “ti sei ammorbato, bello eh?. Ti capisco. Ne vedo spesso di tipi come te. Ma che ci vuoi fare, forse un giorno anche tu romperai le scatole agli amici con le gesta del tuo piccolo campione di calcio di 5 anni”.Confesso che per un momento (solo uno però, eh) ho seriamente pensato che sarebbe bello avere un frugoletto che gira per casa a cercare i CD dei Queen per distruggerli; e che anche se li distruggesse, il suo tenero sguardo e le sue manine omicide mi “squaglierebbero” a tal punto che forse non riuscirei neanche ad incazzarmi. Lo prenderei in braccio e gli spiegherei che così non si fa, che deve essere bravo, che papà ci tiene tanto ai dischi rock anni ’70, come se a due anni magari potesse capire le cose che gli dice un padre ormai già bello rincoglionito. Lo coprirei comunque di baci e (e basta!, mica ci vorrai cadere!…).- Perché non portiamo Marc al circo domani? – dice Choco a Tanya (guardando me, però…) e questa sua “splendida” idea è quasi più dolorosa del lancio contro il muro del primo album di Sting. Accetto solo dopo aver saputo che il circo che era in città in quei giorni non faceva spettacoli con gli animali; quello no, non lo avrei sopportato.- Ciao Tanya. A domani. Ti passiamo a prendere verso le 20. Ciao piccolo. Dai un bacio, ecc. e qui i risparmio le solite scenette, risatine, facce buffe che si fanno ai bambini quando si vuole che con un bacetto o un sorriso vi confermino che gli siete rimasti simpatici.------------- --------------Il circo è un po’ fuori città, ma impieghiamo poco per arrivarci. E per fortuna, perché il piccolo campione di freesbe era stato messo a conoscenza dalle due alleate del fatto che a me piace cantare e, soprattutto, che conoscevo tutta la canzoncina degli animali, quella dello spot in televisione. Si può immaginare il numero delle volte che mi ha chiesto di cantarla, con le mie ormai sempre più nemiche che ridevano a crepapelle.Nel tendone grande grande, come lo chiama Marc, c’è molta gente, e per fortuna i nostri posti sono buoni, in prima fila, anche se laterali. Da lì possiamo avere vicino ogni tanto alcuni giocolieri e altri artisti. Io non amo il circo, ma non solo per gli animali, è che mi mette un po’ di tristezza. Ho come l’impressione che dietro i sorrisi dei trapezisti, dei domatori e dei presentatori, ci sia una vita piena sì di sacrificio, ma anche di molto dolore. Ed intendo dire quel dolore interiore che si trasmette di padre in figlio, di famiglia in famiglia, quando si è costretti, non si sa perché, a svolgere ruoli obbligati. Ed il bello, si fa per dire, è che si ama questo modo di soffrire e ci si lascia trascinare senza mai ribellarsi, fieri del proprio ruolo e della propria immagine. E si sorride, apparentemente felici ed appagati, circondati da un tendone, o una roulotte, che sono la propria pelle, il proprio guscio, la propria madre, che non si ammira, forse si odia, ma che non si può lasciare. Perché comunque protegge, perché comunque fuori potrebbe essere peggio; si ha paura fuori dalla tenda, ci sono regole da rispettare, forse più difficili delle acrobazie su un trapezio.Ed eccoli, finalmente, i trapezisti. Sono quelli che preferisco, mi affascinano da sempre. Atleti fortissimi ed aggraziati, che sfidano il vuoto per un applauso, che ricambiamo poi, sempre, con un sorriso.Ed ecco di nuovo i clowns. Marc ride, anche se non capisce quello che dicono, ma non importa. Sono buffi, fanno cose buffe, sono proprio come dei bambini (tristi anche loro però). Fanno degli scherzi anche al pubblico, che ride di gusto e si coinvolge. Alcuni vengono fino da noi, altri fanno da spalla, restando più indietro. Hanno un compito di supporto, ma faticano con i tamburi, le urla e i balletti.Ad un certo punto ad uno di loro sfugge una palla e corre a raccoglierla, verso di noi. Lo rimprovera un po’ il capo clown e lui caracolla infastidito dietro alla palla che rimbalza proprio tra le mani di Tanya. Gliela porge, sorridendo ed indicando al piccolo il clown. Lui arriva, prende la palla rossa e fa per andarsene, quando il suo viso si gira verso il mio e si arresta, come folgorato, e mi guarda. Ho di nuovo la lastra di ghiaccio sulla schiena: è lui. E’ faccia da clown, il ragazzo della falegnameria, quello dell’altra sera che mi ha fissato mentre ero in macchina. E’ uno sguardo terribile, accentuato dal fatto che non ha una maschera, non ha quasi trucco, ma ha una faccia da clown! E’ difficile dire quello che mi passa per la testa in quel momento, ma sicuramente so che non è di nuovo per niente piacevole. Mi guarda ancora, per un altro istante interminabile. Ha la bocca aperta e i suoi contorni sono quelli di una bocca che urla disperazione, dolore e chissà che altro. E i suoi occhi sono grandi, grandi come la sofferenza che c’è dentro. E mentre è lì, con la palla in una mano e l’altra per terra che lo regge, trema,  e viene richiamato con durezza dal capo dei clowns: “Che fai lì impalato? Ti sei addormentato? Vuoi che ti veniamo a prendere a calci?”. Si gira piano e poi torna col viso a scontrarsi col mio sguardo, o a cercarlo, e i suoi occhi ora sono colmi di sofferenza, la sua bocca è ancora più aperta, come se volesse dirmi qualcosa. Ma sono di nuovo i suoi occhi a parlarmi: mi chiede aiuto! Sì credo proprio che mi stia chiedendo aiuto. Ma perché a me? E perché vuole aiuto?Mentre penso a tutto questo, gli altri clowns lo hanno raggiunto e, scherzosamente lo prendono a calci nel sedere con i loro buffi piedoni. E lui scappa intorno al cerchio, salterellando come gli altri, che continuano  a colpirlo. Fanno un giro tutti intorno e ci ripassano davanti. Qualche clown però mi sembra lo colpisca con forza, forse anche con cattiveria. Sembrano quasi schernirlo e lo apostrofano forte con frasi che fanno ridere il pubblico (e anche Marc), ma a bassa voce gli dicono cose terribili. Gli urlano “mostro”, “essere ripugnante”, “faccia di clown”, stasera ti riportiamo nelle fogne da dove sei venuto. Rimango attonito, sono sbalordito dalle cattiverie che ho percepito in quegli uomini, perché lo trattano a quel modo? Che ha fatto di male? Poi rifletto su quello che si vede in giro, su quello che si legge sui giornali, ripenso alle volte in cui anch’io, come tutti più o meno, ho avuto una sensazione di ribrezzo mista a paura forse, nel vedere persone deformi. Ma capisco, senza peraltro giustificare, che quegli uomini hanno trovato in lui il mezzo per sfogare forse le proprie frustrazioni, ed allora lo sbeffeggiano, lo colpiscono, lo ingiuriano. E la loro cattiveria gli fa male più del suo stato. Mentre corrono di nuovo davanti a noi, lui rivolge ancora lo sguardo. Ora sono sicuro: sta cercando aiuto. Da me! Mentre agita il capo deforme, rotolandosi nella polvere, scorgo una lacrima sul suo volto. Quasi si ferma tremante come se volesse attendere che qualcuno la asciughi; come se aspettasse che qualcuno la porti via, per non farla seccare, per non farla morire.Non so quanto siano rimaste colpite Tanya e Choco da quell’episodio. Ma visto che non ne hanno parlato, se non per dire che c’era un clown con un viso strano e che era in qualche modo brutto, capisco di aver visto io quello che lui mi ha chiesto di vedere. E, dopo aver accompagnato i nostri ospiti, mentre il ghiaccio sulla schiena si scioglie, cerco di prendere sonno.------------- --------------Il volo è alle 15.30 di sabato ed io e Choco ci siamo offerti di accompagnare Tanya e il bambino all’aeroporto. Sono stati molto bene con noi e Choco è contentissima di aver passato qualche giorno con la sua amica. Ed anch’io per la verità, messe da parte la mia solita “orsite” e la diffidenza, ho passato qualche serata diversa e simpatica e, sembrerà strano, un po’ mi dispiace che partano. Anche se comunque domani sera c’è una partita importante ed un’eventuale intrusione di Marc gli avrebbe potuto far fare la fine del freesbe. Prima di andare all’aeroporto Tanya vuol comprare alcune cose da portare al suo compagno, ed allora ci fermiamo in alcuni negozi. Mentre Choco e Tanya comprano velocemente qualcosa io rimango in macchina con il “piccolo distruttore di CD”, che, dopo i primi 5 minuti in cui ride e scherza e mi chiede se andrò a trovarlo (e partirei subito, solamente per lo sguardo e la tenerezza con cui lo dice), comincia a sfoderare la quasi infinita lista dei “perché?” che hanno in dotazione tutti i bambini tra i 3 e i 6 anni. Esauriti i “perché” (ed anche le energie del sottoscritto) comincia a dare segni di insofferenza sempre più difficilmente controllabili, soprattutto per chi non è il genitore e non può certo “rimproverarlo” con toni troppo duri. Sono costretto quindi a portarlo dalla mamma, lasciando l’auto in “doppia fila”, cercando con lo sguardo di assicurarmi che i vigili non siano nei paraggi.- Che c’è Marc? – chiede Tanya un po’ scocciata (ma tenera) con il bambino e un po’ mortificata per avermi dato il pargolo in ostaggio.- Forse è stanco o ha fame – dico in via interlocutoria, quasi per toglierle l’imbarazzo- Ma se ha dormito e mangiato un’ora fa! – dice Choco prendendomi in giro – non ne capisci proprio niente di bambini tu, eh? – Ah, io non ne capisco niente – penso – ho risposto ad almeno 30 “perché?” in soli 10 minuti e quasi senza barare……- Guarda che carina questa cornice – mi dice tirandomi per un braccio – starebbe bene nella camera dei tuoi, con quel mobile antico che hanno comprato.- Sì, è vero, potremmo chiedere quanto costa; magari un altro giorno, altrimenti rischiamo di perdere l’aereo. E comunque io passo spesso qui vicino, tornando dal lavoro (e per un attimo mi torna in mente la prima volta che vidi Faccia di clown), posso fermarmi….- Marc vieni qui – urla Tanya che non si era accorta che il bimbo si stava allontanando, ci sono le macchine.- No, non attraversare!......ma Marc come tutti i bambini spesso fanno, sembra avere fretta di disobbedire alla mamma e di tornare alla macchinaRimaniamo bloccati mentre il piccolo sbuca dalle auto posteggiate e si ritrova improvvisamente in strada. Tanya urla e un’auto arriva veloce e poi un’altra. Frenano, ma sembra tardi, Marc guarda l’auto che sta per investirlo con il pollice in bocca, come quanto guarda i cartoni in TV e il rumore dei freni taglia l’aria in stereo con il grido disperato di Tanya. Due braccia all’improvviso sollevano Marc che, protetto dal corpo di un uomo robusto, se la cava, rotolando incolume insieme all’uomo con la tuta azzurra, che gli ha salvato la vita mettendo a repentaglio la propria.Corriamo dai due e Tanya stringe in braccio Marc coprendolo di baci e lacrimoni di disperato sollievo. Io e Choco aiutiamo l’uomo a rialzarsi e stiamo per esprimergli la nostra gratitudine per il coraggioso gesto, quando si volta verso di noi ed io faccio un salto all’indietro, quasi terrorizzato: è “faccia di clown”! è lui ad aver salvato la vita al piccolo Marc, ed ora si rialza da terra, dalla strada dove io, pochi giorni prima, lo avevo visto con le assi di legno sulle spalle. Mentre Choco lo ringrazia e gli chiede se sta bene, se haa bisogno di qualcosa, io e lui ci guardiamo non sapendo cosa pensare e cosa dire.Non c’era stavolta in lui lo sguardo che chiedeva aiuto, c’era un’espressione buona, quasi serena. Ma è stato un attimo. Tutto ad un tratto il volto ha cambiato espressione e, come se si fosse ricordato di essere chi era, si è alzato di scatto ed ha cominciato a correre, lasciandoci increduli.- Ma dove va? – dice Choco- Aspetti, sta bene? – ma lui corre, si volta e corre e si volta di nuovo mentre corre, lasciandomi lì con occhiate che sembrano sempre più vicine a quelle delle volte scorse.- Ma chi era? – mi chiede Choco- Non so, davvero- Ma perché è andato via così? Sembrava che scappasse- Non so…- Ma che hai? Sei strano….- No, no…. È che quello che è successo…poteva finire male- Beh, certo. Meno male che tutto si è risolto per il meglio. Stasera dormiremo sereni. La guardo sicuramente poco convinto….- Ciao Tanya e a presto- Ciao Choco. Grazie di tutto. Siete stati molto carini. Venite a trovarmi presto- Sì te lo prometto. Saluta il tuo “scrittore” e la prossima volta venite insieme. E prima che Marc faccia il militare…..- Ciao Tanya. Buon viaggio. Abbi cura di te e di Marc – le dico mentre il piccolo aspirante suicida mi sta sciogliendo i lacci delle scarpe…- Ciao peste. Lo abbraccio forte e lo bacio mentre Choco mi guarda teneramente. Mi devo preoccupare?!!Un’ora dopo la partenza siamo in centro e giriamo per negozi; tranquilli parliamo di Tanya e Marc. Compro il CD di Sting, ma forse non perché Marc lo ha rotto, ma perché mi fa pensare a lui….E perché voglio cercare di occupare il più possibile la mente per non pensare al ragazzo con la faccia di clown.------------- --------------Quando compro il giornale, soprattutto nei giorni di festa, per abitudine leggo i titoli della prima pagina,

  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:38
    La casa sospesa, la rivelazione.

    Come comincia: La casetta, piccola e graziosa, era sospesa nel cielo.
    Il tetto era di tegole rosate, dalla superficie ruvida intiepidita dal sole, mentre i muri candidi di malta apparivano liscissimi anche dopo anni di vento e intemperie.
    Un buffo comignolo paffuto faceva capolino su uno dei due lati spioventi del tetto, rilasciando un sottile serpente di fumo bianco che si innalzava per qualche metro in lente volute, prima di essere catturato da qualche corrente ascensionale che lo cancellava dal cielo come una sbavatura indesiderata.
    Intorno all’edificio, simile ad un grosso balocco per le bambole, si stendeva un fazzoletto di terra erbosa su cui spiccava il ciottolato bianco davanti all’ingresso;  Sulla sinistra della porta c’era un orticello ben curato, nel quale crescevano rigogliosamente verzure di ogni tipo. Non c’erano differenze tra le varie verdure e frutti di stagione: tutto, dalle fragole alle zucche autunnali, cresceva contemporaneamente, senza considerare i periodi stagionali. Sempre che di stagione si possa parlare, nel bel mezzo del cielo.
    Dall’altro lato dell’isolotto volante, sulla destra, una fenditura tra due grosse rocce muschiate generava un ruscello d’acqua dolce, che serpeggiava lungo il leggero declino del terreno, fino a raggiungere il bordo dell’isola che piombava nel vuoto, generando una piccola cascata nel blu.
    Nel bel mezzo di questo limbo di pace e serenità assoluta, c’era Lei.
    Non aveva nome, nessuno gliene aveva mai assegnato uno. Non c’era né una madre né un padre, non c’era stata nascita, così come non ci sarebbe stata morte, finché ella sarebbe rimasta ad abitare nella casetta.
    Quando si è confinati in un luogo privo della morte stessa, che importanza ha una cosetta irrisoria come il fatto di possedere un nome?
    Lei era una ragazza molto giovane e bella. Difficile stabilirne l’età, perché nonostante possedesse una fresca bellezza da quindicenne, il viso era avvolto da un’espressione di pace interiore che solo alcuni, molto di rado, riescono a conquistare con il sopraggiungere della vecchiaia.
    Difatti, osservandola la ragazza pareva allo stesso tempo giovanissima e molto vecchia, ingenua e saggia, acerba e provocante insieme...
    Nell’ambito limitato della casetta volante, tutto questo era lampante, nonostante all’apparenza non fossero altro che una serie di inaccettabili paradossi.
    Lei passava le giornate ad esistere, a vivere. Con tranquillità, semplicità e la ferma convinzione di stare bene. Il ché trasformava la sua vita in quello che più si avvicinava alla felicità assoluta: la mattina, alzatasi di buon ora, usciva di casa e contemplava il sorgere del sole. Sapeva di essere sospesa nel cielo, ma non aveva idea dell’altezza né di cosa ci fosse sotto di lei. A dire il vero, non era sicura neanche se ci fosse qualcosa sotto di lei. La sua concezione del mondo iniziava e terminava con il fazzoletto di terra erbosa, mentre il cielo era il suo universo protettivo circostante. Niente di più.
    Trascorreva le giornate in attività semplici che la rendevano più viva e felice che mai: curare l’orto, sua fonte di nutrimento, tenere ben pulita ed ordinata la casetta, accertarsi che il letto del ruscello fosse sempre in buone condizioni...
    In casa, nel comodo salottino di legno chiaro, arredato a puntino, possedeva anche una libreria e un telaio che non necessitava di gomitoli di lana, in quanto provvedeva a creare il filo da solo.
    La vita di Lei era la pace dei sensi fatta ad esistenza, e lei era ben felice di essere parte di tutto questo.

    Quella mattina era stata simile a tutte le altre innumerevoli mattinate che Lei aveva vissuto fino a quel momento; Dopo aver fatto colazione con fragole e zucca al vapore, aveva contemplato il cielo per un po’, senza avere in testa un concetto ben preciso di cosa fosse il tempo, né di come potesse in qualche modo misurarlo; Il tempo era un aspetto del suo microscopico universo che non necessitava di molta considerazione.
    A metà mattina aveva letto una fiaba da uno dei suoi libri preferiti, che non possedevano né autore, né data di pubblicazione.
    In quel preciso istante, stava pulendo con un panno la parete candida della casa, quando gettando lo sguardo all’infinito del cielo blu vide qualcosa che si stava avvicinando molto rapidamente.
    Socchiuse gli occhi, scrutando incuriosita la sagoma scura che fendeva le nuvole bianche, puntando dritto dritto verso l’isola volante.
    Solo quando la “cosa” fu quasi giunta a destinazione che Lei si rese conto con sgomento che cosa fosse in realtà: una persona.
    O meglio, visto che non possedeva la cognizione che ci fossero altri esseri con fattezze simili alla sua, vide una creatura molto simile a Lei, tranne che in qualche evidente dettaglio...
    Era un ragazzo.
    Snello e giovane, come lo era Lei. Ma mentre Lei aveva lunghissimi capelli neri che gli scendevano quasi fino alle caviglie, la chioma del ragazzo era candida come la luna piena e terminava poco sotto le spalle. Vestiva un elegante abito nero, bordato di pizzi argentei, che esaltava la linea sinuosa e atletica del corpo. Consapevole di indossare semplici abiti di lana chiara fatti a mano, per la prima volta Lei provò qualcosa che si sarebbe potuto descrivere come un abbozzo di vergogna.
    Abbassò lo sguardo, la mano chiusa in un pugno tremante a coprirle la bocca. Si sentiva spaesata e colta alla sprovvista: Chi era? Cosa era? Perché era lì?... Tutte domande, queste e mille altre, che il suo minuscolo mondo personale non le aveva mai imposto di chiedersi.
    -Salve a te, fanciulla!- Disse gioiosamente il ragazzo, esibendo un inchino sfarzoso, quasi compiacendosi della propria grazia innata.
    Da quanto tempo Lei non parlava? Non si ricordava neanche come fosse la sua voce... Stentava a credere di possedere una voce, addirittura.
    -S-s-s-aaalv-v-e...- Disse lei, arrossendo per lo sforzo.
    Il ragazzo si guardò intorno, il volto per metà stupito e divertito assieme.
    -Sei accasata magnificamente qui!- Disse, allargando le braccia.
    Lei non seppe che dire. Quello che riuscì a fare fu sondare profondamente gli occhi di lui: occhi blu più del cielo dietro le sue spalle, occhi profondi e giovali che divoravano con allegria ogni cosa su cui si soffermavano. Ogni cosa... e ogni persona.
    Si sentì avvampare.
    -Da dove vieni?- Chiese Lei, più fiduciosa nel parlare, questa volta.
    Lui parve sorpreso, ma manteneva quell’atteggiamento di fondo che era divertito ma anche un po’ troppo scanzonato.
    Allungò il braccio, l’indice teso verso il cielo. Con un tuffo al cuore, Lei vide che oltre a indicare il cielo, l’indice del ragazzo puntava anche leggermente verso il basso.
    In basso... Sotto il cielo.
    -Vengo dalla città-Mondo, là sotto...- Disse il ragazzo, scrollandosi una ciocca di capelli nivei dalla fronte con uno scatto della testa. Poi chiese la domanda che a quel punto Lei attendeva e al tempo stesso temeva di più: - La vuoi vedere? Te la mostro io...-
    La mano del giovane si rese verso di lei, il palmo verso l’alto, le dita affusolate pronte a stringere le sue.
    Lei, abituata da chissà quante eternità all’amorevole sicurezza dell’isola volante e della sua casetta di malta, ebbe paura.
    Una paura che non era infantile, o immaginifica, come quella che provava negli incubi. Una paura reale... La paura dell’ignoto, di perdere ciò che si ama e su cui si fa affidamento nella vita.
    Eppure c’era qualcosa nello sguardo del ragazzo... Pareva quasi che avesse un ché di magico. Qualcosa che la spingeva a desistere, vincendo la paura e affrontando quella nuova, inaspettata sfida che le era stata offerta.
    Si avvicinò al ragazzo e strinse la sua mano. Sentì il calore di un corpo che non era il suo e questo calore si espanse dentro di lei come un incendio. Ansimò, emozionata come non mai.
    -Non avere paura, non corri alcun rischio a volare con me...- Disse il ragazzo. E lei ci credeva, con tutto il cuore.
    Si staccarono dal suolo entrambi, silenziosamente, senza muovere un alito di vento che già non fosse presente nell’aere fresco del cielo.
    Lei scoprì di non avere affatto paura di volare: la stretta salda e forte del ragazzo era più rincuorante persino della stabilità offerta dalla casetta volante. Si stupì di questa sensazione, provando anche uno strano disagio... Scoprì di sentirsi ingrata verso il limbo volante che fino a quel momento l’aveva accudita come un utero amorevole.
    Ma un istante dopo, quando partirono veloci come uccelli marini sferzati dal vento, tutto scomparve. Rimase solo il lussurioso piacere del volo... E di lui.
    Lei voltò lo sguardo un’ultima volta, osservando l’isola; non l’aveva mai osservata dalla distanza: sembrava una grossa zolla di terra marrone a forma di cuneo, con la punta rivolta verso il basso. Grosse radici sbucavano sulla parte sinistra, dove sorgeva l’orto, abbeverandosi delle minuscole sacche di umidità offerte dalle nuvole.
    Con un riso esuberante e cristallino, il ragazzo proruppe in una picchiata verso il basso. Fu un esperienza da brivido per Lei, ma tutto sommato divertente. Risero insieme per tutta la durata della velocissima picchiata, mentre l’aria, ora fresca e ora calda a seconda delle correnti ascensionali che fendevano, sferzava i capelli di entrambi.
    All’improvviso, davanti a loro, le nubi si aprirono come i lembi di un sipario paradisiaco, e sotto di loro apparve la città-Mondo.
    Lei perse il fiato, incapace anche solo di pensare, di accettare quello che gli si profilò dinnanzi.
    Fin dove l’occhio poteva scrutare, si innalzavano palazzi di magnificenza inaudita, torri e pinnacoli argentei che scintillavano al sole come i diamanti di una corona sontuosa. Ponti dai raffinati bordi intarsiati correvano da una torre all’altra, mentre gli edifici più bassi formavano un tappeto uniforme di quartieri e piazze, scalinate e portici. Lei vide la vita brulicare dentro a quegli edifici e quelle strade. Una vita diversissima da quella che aveva vissuto fin’ora, fatta di pace e solitudine assoluta. Quella che osservava ora era una massa di esistenze pulsanti, frenetiche, parte di una collettività troppo grande da poter comprendere, almeno per lei.
    -Ti piace?- chiese il ragazzo.
    -E’ bellissimo!- gridò lei, la voce così acuta da apparire quasi isterica.
    -Bene! Lo sai, io sono il principe di questa città-Mondo! Sono colui che decide le sorti delle future vite altrui. Sono colui che fa maturare gli animi e apre gli occhi a coloro che sono rimasti troppo a lungo a crogiolarsi nell’innocenza...-
    La voce del ragazzo si era improvvisamente caricata di una sgradevole tonalità distorta. Se solo Lei avesse ne conosciuto il significato, la parola le sarebbe saltata alla mente in un lampo: cinismo.
    Il ragazzo posò la mano sugli occhi di Lei, e quando la tolse successe il finimondo.
    Come la pittura di un dipinto avvolto dalle fiamme, la realtà che si stendeva davanti agli occhi di Lei prese a sciogliersi, deformandosi e perdendo consistenza, per lasciare trasparire quello che realmente era celato al di sotto di essa.
    La sfarzosità splendente della città-Mondo si sgretolò, aprendo crepe sulle superfici dei palazzi e frantumandone le immagini in grossi cocci luccicanti che piovvero al suolo in una cacofonia di schianti e frantumi. Al di sotto di questi frammenti, Lei vide una città-Mondo diversa, fatta di povertà e brutture, sporcizia ed edifici rugginosi, cavi di rame sbilenchi che si intrecciavano in perverse ragnatele metalliche, interi quartieri avvolti da fumi ed esalazioni tossiche... Quella città così sconfinata che le era apparsa come una visione paradisiaca in realtà era la rappresentazione concreta del marciume.
    Le vite brulicanti che affollavano le strade non le parvero più energiche, ma povere e miserabili, avvolte dalla disperazione. Si sentì soffocare dalle loro grida e da tutte le emozioni distorte di quella massa commiserevole.
    Un boato vibrò nell’aria, talmente forte da scuotere il cielo. Lei strillò, terrorizzata, quando davanti a loro una enorme massa scura precipitò verso il basso, squarciando il manto nuvoloso con la forza della propria caduta libera.
    Con orrore infinito, Lei osservò la propria isola volante, su cui si ergeva l’amata casetta con l’orto e il ruscello, cadere come un enorme sasso lanciato giù per un pozzo.
    Disperata, Lei si volse lo sguardo al ragazzo, che era rimasto dritto come un fuso fino a quel momento, continuando imperterrito a volare in linea orizzontale.
    Il volto del ragazzo incrociò quello di Lei, ed ella vide che qualcosa era cambiato: la pelle pareva più pallida e tesa sul cranio; le labbra più sottili e bluastre; ma gli occhi, più di ogni altra cosa, sconvolsero lei: non più giovali e spigliati, ma febbricitanti di malignità pura.
    Il ragazzo parlò e quando lo fece, Lei sentì un acuto senso di repulsione da quel volto, così si costrinse ad osservare la sua vecchia isola che continuava a precipitare dinnanzi a loro, mentre la voce sibilante del ragazzo gli arrivava alle orecchie, leggera come un pensiero di sottofondo a quella scena di terribile distruzione.
    -Osserva la sofferenza delle persone sotto di te, ragazza... Senti la loro miseria, l’alone di fetido disgusto che provano per loro stessi e l’uno per l’altro...-
    ...L’isola cadeva, cadeva, sbriciolandosi in grossi segmenti di terra avvolte da polvere scura e detriti...
    -Inutile rifugiarsi in stupidi nidi di illusione e ignoranza. Il tuo posto è laggiù, tra i miasmi della feccia mortale che marcisce a causa della sua stessa gretta avidità...-
    ...All’improvviso, la casetta di malta si sradicò dal suolo dell’isola. Le fondamenta si strapparono dal suolo, le travi di legno si spezzarono come ossa vecchie e polverose. Sotto di essa, l’isola di terra si frantumava sempre di più...
    -Guarda il tuo patetico guscio ultraterreno che acquista il suo reale valore terreno: un ammasso di rottami, inutili e sbriciolati. Questo è il potere della realtà, ossia distruggere tutto ciò che non gli appartiene, rendere l’immateriale qualcosa di tangibile ma al tempo stesso patetico...
    ...Vide le piante dell’orto che venivano tritate e fagocitate dalle voragini della terra, che si apriva con crepe simili a ferite inferte nella scura carne dell’isola volante. La casa ormai era nient’altro che una nube di calcinacci bianchi in caduta libera, leggermente più in alto rispetto alla massa di detriti...
    - Tu sei un anima senza guscio, ragazza. Non hai ancora preso il tuo posto nella realtà che senti la sotto. Fino ad ora ti sei beata di questa tua condizione privilegiata, lassù nel tuo caldo rifugio; ma viene sempre il momento di affrontare la realtà... La dura, orrenda, sporca, putrida, mortale realtà. E questo momento, ragazza, è ORA!-
    Mentre quel che rimaneva della sua vecchia isola volante si sfracellava al suolo, sollevando una nube nera che si innalzò come un’esplosione, il ragazzo lasciò la presa e Lei cadde nel vuoto. Precipitò, urlando disperatamente, mentre sotto di lei la città-Mondo si faceva ogni istante più vicina, più appuntita, più arrugginita, più putrida, più viscida e tangibile...
    E poi ci fu bianco, infinito, innominabile...

    La neonata venne al mondo in uno dei tanti vicoli maleodoranti dei bassi fondi di città-Mondo. Il ciottolato della viuzza buia era bagnato di umidità, sudiciume e liquame.
    La madre morì durante il parto. La bambina rimase qualche tempo lì, accanto al corpo esangue del suo unico genitore, avvolta dal sangue e dalla placenta.
    I mendicanti e gli accattoni osservarono la scena con un certo distacco, ignorando il pianto disperato della neonata, oramai abituati a quelle scene di squallida vita e morte quotidiana.
    Tuttavia ci fu un momento durante il quale il pianto della piccola si fece improvvisamente fortissimo, quasi disperato, tanto che alcuni dei passanti si fermarono a guardare, incuriositi.
    Non videro niente di diverso da poco prima. La stessa bambina, ancora immersa nei fluidi del parto.  Piangeva come se provasse un qualche tipo di dolore fisico.
    Non videro la sagoma leggiadra del ragazzo che osservava la neonata nel bel mezzo del vicolo, il ghigno dilatato oltremisura che gli deformava il volto affascinante, gli occhi blu pieni di spietata soddisfazione.
    -Benvenuta nel mondo dei mortali, ragazza...- sussurrò il Demone delle Nascite Infauste... o forse non fu altro che un alito di vento.

  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:34
    Notte di lei, una di tante.

    Come comincia: Notte.

    La vecchia camera da letto era uno scrigno di oscurità e ombre sbilenche; L’unica fonte di luce era la luna a tre quarti che filtrava tra le imposte.

    Solo rimanendo in quell’ambiente buio per parecchi minuti, gli occhi si sarebbero abituati al buio e avrebbero intravisto lo scarno arredamento della camera: un vecchio comò a fianco del letto massiccio, un alto armadio a due ante rozzo e scrostato dagli anni, infine una bassa cassettiera che dall’aspetto pareva aver vissuto svariati anni in più dei suoi originari padroni, questo è certo.

    Come tutte le notti, lei stava immobile sotto il lenzuolo, respirando piano, come se questo potesse alleviare i suoi timori. Come se ci fosse qualcosa, un’entità esterna e superiore, che giudicasse ogni suo singolo gesto, anche il più banale come l’atto di respirare.

    Lei era lì, sotto le coperte, respirando piano.

    Completamente sveglia. In attesa che lui rincasasse.

    Teneva le orecchie tese verso il piano inferiore, dove l’ingresso del vecchio casolare introduceva ad una ampia cucina di quelle di una volta, anteguerra, con il camino a muro e la stufa di ghisa ben saldata contro la parete.

    Teneva le orecchie tese perché dal semplice suono di lui che rincasava, aprendo la porta e poi richiudendosela alle spalle, poteva essere in grado di dedurre se quella notte sarebbe stata bella o brutta.

    Si era resa conto da tempo che quando rimaneva sveglia e in attesa, aspettando lui, iniziava a ragionare come se fosse di nuovo una bambina di dieci anni, o poco più.

    Raggomitolata sotto le coperte, rigida come una pietra, smetteva di pensare come una giovane donna quale era: si limitava solo a sperare, a pregare che quella notte in particolare non sarebbe stata una di quelle brutte, ma una bella, senza paura e senza le brutte cose.

    “Molto infantile da parte mia“, si ripeteva durante il giorno, quando la luce e le attività giornaliere tenevano lontane le brutte cose da lei.

    Ma la notte, tutto cambiava.

    Lei si trasformava. La realtà si trasformava.

    Ritrovandosi a letto, verso mezzanotte e trattenendo il respiro, rifletteva che non c’era niente di innaturale in quell’atto di regressione; la sua mente si ritraeva dietro a quel velo fatto di assoluti, di “cose belle e cose brutte”. Il bianco e il nero. La facilità delle cose semplici da affrontare.

    A quel punto lei si rassegnava al fatto che non poteva fare niente, perché era la sua mente inconscia a reagire da sola, senza controllo, per pura e semplice preservazione.

    Dall’esterno, nel cortile di casa, giunse d’improvviso il rumore degli pneumatici che scricchiolavano sul selciato di ghiaia.

    Un cigolio di freni consumati e una leggera sgommata sui sassolini a causa della frenata troppo brusca.

    Non un buon segno, pensò lei, stringendo le palpebre e cercando di ingoiare la paura.

    Una portiera si aprì con un clangore che evidenziò gli anni e la ruggine dell’auto.

    Lei la conosceva bene quell’auto: una scassata Renault R5 vecchia più di vent’anni, che rimaneva funzionante con poco di più di nastro da pacchi, silicone e sputo.

    Odiava quella macchina, perché era la rappresentazione perfetta del suo proprietario: scalcinata, rozza e ridotta ad un rudere esattamente quanto lui, che in quel momento scagliava la portiera con forza esagerata.

    La portiera dell’auto si chiuse con un tonfo metallico, seguito da un brontolio assonnato e stordito di chi l’aveva chiusa. Un brontolio arrabbiato.

    Sempre peggio, pensò stringendo le coperte nei pugni.

    Ciò nonostante, continuò ad ascoltare, speranzosa.

    Un rumore tintinnante. Incerto.

    Un mazzo di chiavi che sferragliò come un grosso sonaglio arrugginito.

    Odiava anche quel suono, forse più della macchina. Avrebbe trovato più rilassante il lamento di una sirena antincendio piuttosto che quel maledetto sonaglio di chiavi, che significava il ritorno a casa di colui che odiava con tutto il suo essere.

    Il mazzo di chiavi cadde per terra. Si capì benissimo: un clangore di oggettini di ferro contro il suolo di ghiaia polverosa. Una voce roca ed impastata imprecò in dialetto modenese, una sonora bestemmia che avrebbe fatto rigirare nel sonno un prete.

    Lei emise un singulto strozzato.

    Prima ancora che lui fosse entrato in casa, lei già sapeva che quella sarebbe stata una notte di quelle brutte. Tanto, tanto brutte.

    D’un tratto si chiese perché fosse così stupita e spaventata da questo fatto: insomma, lui il giorno dopo sarebbe partito per un mese intero di viaggi; era naturale che avesse passato la notte a bere in osteria, così come era naturale che quella notte si sarebbe levato ogni sfizio immaginabile prima della partenza.

    L’ovvietà della cosa, e la tranquillità con cui all’improvviso si ritrovò ad affrontare l’idea, la colpirono come uno schiaffo sulla guancia.

    Che stupida, si disse mentalmente tra sé e sé. Certo che sarebbe stata una notte brutta-brutta. Non

    avrebbe nemmeno dovuto sperare il contrario, si sarebbe evitata un sacco di false illusioni.

    D’un tratto sentì un senso di gelido distacco pervaderle il corpo, sciogliendole la rigidità che fino ad allora l’aveva tenuta tesa come un fuscello di bambù.

    Si accorse di essere rigida come un fuso e di non sentire più nulla di realmente importante.

    Era inevitabile. Era già lì.. Perché morire di angoscia, quando poteva lasciar correre, sopportare e finirla senza fare storie?

    Si sentì impotente e passiva, e se ne vergognò con se stessa, perché in fondo era proprio lo stato in cui lui amava trovarla, le notti brutte.

    Passi pesanti salirono le scale, con ritmo irregolare. Si fermarono davanti alla porta della sua camera, socchiusa.

    -Ehi bimba, si può?- Chiese una voce ubriaca fradicia.

    Lei si sentì avvampare. Come osava chiamarla sempre bimba, durante le sere brutte?

    Si sentiva violata già da quel dettaglio insignificante.

    -Sì- disse in un sussurro.

    La porta si aprì piano, cigolando sui cardini. La luce ambrata del corridoio gettò un alone giallastro nella camera polverosa; Lei alzò di poco lo sguardo dal guanciale, quel tanto che bastò per vedere la grossa sagoma dell’uomo stagliarsi nella voragine della porta, incorniciato dalla luce malaticcia della lampadina a risparmio.

    -Domani parto,bimba. Sto via un mese intero. Tanto, troppo tempo lontano da te…-

    Il tono era languido, distorto e patetico.

    A giudicare dal modo in cui l’uomo scandiva le parole, le singole lettere persino, pareva che stesse facendo uno sforzo immenso per districare i pensieri dal turbinio sbilenco dell’alcool, e una fatica ancora maggiore per riversare tali pensieri fuori dalla bocca.

    -Lo so che parti. Lo so-. Disse lei con voce flebile. Che altro poteva fare, se non dare ragione a tutto quello che diceva quell’ubriaco schifoso?

    -E non ti dispiace neanche un po’?- Chiese lui, improvvisamente adirato per qualche misteriosa ragione, che solo il suo cervello annebbiato aveva saputo creare in quell’istante.

    -Non ti dispiace se parto? Eh?- Ripeté, con tono petulante e furioso.

    Il vinaccio bevuto lo aveva reso fin troppo nevrotico ed emotivo.

    Praticamente, era già incazzato.

    Ecco, pensò lei. Il pretesto perfetto. Se l’era servito da solo su un piatto d’argento.

    Buon appetito, signore. Gradisce un’antipasto?

    Ridacchiò isterica a quel ragionamento grottesco. Subito si tappò la bocca con la mano, tentando di non farsi udire. Ma lui era sbronzo, non sordo.

    Si precipitò con due passi sgraziati ai piedi del letto, afferrò le coperte con una mano e le strappo via, lasciando lei scoperta in reggiseno e mutandine, raggomitolata come una micia indifesa davanti ad un cane feroce.

    -Io lavoro come un negro, girando in lungo e in largo, e tu ridi di me?-

    -No, non intendevo ri…- La voce flebile di lei si spense non appena lui parlò.

    -Passo mesi e mesi lontano da casa, facendo un lavoro di merda da anni, ANNI!...mandandoti i soldi per posta e permettendoti di fare la puttanella in giro per tutta Vignola… quando l’unico a cui dovresti regalare attenzioni sono io… io e nessun altro… E TU RIDI DI ME?-

    Ruggì talmente forte che il cane nell’aia prese ad abbaiare.

    Lei iniziò a piangere silenziosamente. Stasera sarebbe stata la peggiore di tutte, lo sapeva. Non si era mai arrabbiato tanto. Pregò che non le facesse molto più male del solito.

    Con movimenti lenti e impacciati, si mise a cavalcioni su di lei, togliendosi la maglietta e scoprendosi il ventre appesantito da anni di bevute ed eccessi.

    Lei era quasi certa di ricevere un ceffone, un pugno persino.

    Strinse i denti e strizzò gli occhi.

    Inaspettatamente, sentì la mano dell’uomo lisciarle dolcemente la guancia, seguendo la linea arrotondata dello zigomo e infine della mascella.

    Il calore della sua mano era eccessivo e gonfio di minacce.

    Aprì gli occhi e scoprì che anche lui stava piangendo. Aveva gli occhi lucidi e languidi, arrossati dalle lacrime e dal vino allo stesso tempo.

    -Ti voglio così bene…- sussurrò, un sibilo che sapeva di alcool rancido.

    Lei non disse nulla. Si limitò a guardarlo con espressione vuota.

    -Ti voglio bene- ripeté lui, -Sei la cosa migliore che io abbia mai avuto in vita mia. Sei così bella!-

    Come a confermare l’ultima frase, appoggiò una mano callosa sulle una delle cosce snelle di lei. La mano strinse, bruciandogli di dolore l’interno coscia, poi prese a salire, salire… finché le dita tozze dell’uomo pizzicarono la stoffa sottile delle mutandine.

    A quel punto, le dita si infilarono sotto la stoffa

    Con un gemito che era per metà piacere, per metà disperazione, lei cercò di divincolarsi, ma lui la teneva saldamente sotto il suo peso.

    Era grosso e determinato.

    Il volto dell’uomo era adagiato sui seni minuti, ansimante come un mastice; la mano sinistra stringeva forte la spalla della ragazza, poi guizzava ad afferrare fianchi, pancia, natiche di lei;

    la mano destra invece, era sotto le sue mutandine fino al polso. E lì rimaneva.

    Andò avanti per molti, troppi minuti. Lui fremeva sopra di lei come una grossa sanguisuga ansimante.

    Lei teneva la testa appoggiata al legno scuro del letto, con il viso imperlato di sudore freddo e un’espressione di muta disperazione dipinta su di esso. Ogni tanto sussultava di piacere, suo malgrado. Ogni volta che questo accadeva, era come se qualcosa dentro di lei si consumasse, eroso dal dolore come roccia marina corrosa da un’onda.

    -Adesso basta!- Disse finalmente quando riuscì a raccogliere forze e voce necessarie.

    Lui fece finta di niente. Continuò imperterrito.

    -Basta. Ho detto basta. Smettila!-

    -PAPA’, SMETTILA!- urlò infine.

    Lui si ridestò e alzò lo sguardo incrociando gli occhi verdi di sua figlia. Qualcosa di inafferrabile fluì tra di loro, mentre si guardavano negli occhi.

    Qualcosa di sbagliato.

    -Sssssssssssh…- fece infine l’uomo, con l’intenzione di essere dolce.

    Poi riprese da dove aveva interrotto.

    Il mattino dopo, lei si svegliò che aveva ancora gli occhi gonfi di pianto. La luce mattutina filtrava dalle imposte chiuse, disegnando sottile lamine chiare che attraversavano l’aria della camera, mettendone in risalto la polvere svolazzante.

    Alzandosi dal letto, la ragazza si accorse che involontariamente si era addormentata in posizione rannicchiata, proprio come una bambina impaurita, nella stessa posizione in cui si era ritrovata molte volte, da piccola, la mattina dopo un brutto sogno.

    Toccò le lenzuola con un gesto lento ed automatico: le sentì ancora umide per la sera prima.

    Con un sussulto strozzato, si alzò di scatto, togliendosi da sopra le coperte come se fossero state roventi. Si sentiva improvvisamente nauseata di restare solo un istante di più su quel letto.

    Si lavò, rimanendo lunghi, interminabili minuti con la faccia sotto lo spruzzino della doccia, mischiando lacrime all’acqua corrente.

    Una volta asciugata, indossò una maglietta sformata e sbiadita, un paio di short da ginnastica, poi aprì le imposte della camera, inondando la stanza di luce. Fuori, il mondo era bello, ignaro di quello che accadeva tra le mura di quella casa.

    La campagna di alberi da frutto, nonostante fosse già spogliata in parte dall’arrivo dell’autunno, era luminosa e non c’era un ombra di foschia nell’aria. Il sole era vivace, quasi eccessivo considerando che ormai era ottobre.

    L’aria era fresca e frizzante, solo leggermente pregna di umidità.

    Abbassando lo sguardo sul cortile ricoperto di ghiaia, la ragazza vide che l’odiosa renault R5 era ancora parcheggiata lì dove era stata lasciata la notte prima.

    Per un orribile istante, lei pensò che suo padre non fosse partito, nonostante quel viaggio fosse stato stabilito giorni prima.

    Con il cuore stretto di angoscia, la ragazza prese a scendere le anguste scale che conducevano al piano di sotto, nella vecchia cucina del casolare. Quasi si aspettava di vedere la figura massiccia del padre seduta a tavola, mentre faceva colazione con caffelatte corretto al Jack Daniel’s.

    Non sarebbe stata la prima volta, dopotutto.

    Nella sua mente, lei vide il viso sformato del padre alzare gli occhi dalla scodella, osservarla con quel penetrante sguardo tra l’affettuoso ed il voglioso, e levarsi dal tavolo a fatica, ordinando di tornare in camera e sdraiarsi ancora sul letto, che aveva ancora voglia di farlo, che la notte prima non gli era bastato per un cazzo, che… che…

    Al penultimo gradino della rampa di scale, le ginocchia della ragazza cedettero al terrore di quel pensiero. Cadde in avanti, dando una spallata al muro e afflosciandosi lungo di esso, mentre il respiro si faceva faticoso. Qualcosa in lei era cambiato. Lo sentiva.

    Nonostante fossero anni ormai che suo padre abusava di lei, non le era mai capitato di sentire quella sensazione, subito dopo una delle “notti brutte”.

    Quella volta era stata diversa.

    Era un eruzione interna di rabbia e dolore, che aumentò in lei a tal punto da farle credere che il petto sarebbe esploso e le costole sarebbero state lanciate contro le pareti come schegge di una bomba.

    Cresceva, cresceva da morire, un falò dentro di lei che le imperlò la fronte di sudore e la fece urlare selvaggiamente nella solitudine del casolare di campagna.

    Quando finalmente passò, quasi mezz’ora dopo, si sentiva sfiancata.

    Aveva il fiato corto e la gola le bruciava a causa del tanto urlare a squarciagola.

    Ma soprattutto, era come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato, crepato, una sbeccatura del bordo argentato del suo essere, piccola ma inevitabile .

    Alzandosi finalmente dal fondo delle scale, andò in cucina. Non sentiva più addosso la paura cieca di trovarvi dentro suo padre.

    Infatti non c’era nessuno. La cucina era sgombra, a parte un paio di piatti ed un bicchiere che sicuramente suo padre aveva utilizzato per una frugale colazione e successivamente aveva lasciato nel lavello, immersi nell’acqua.

    Sul tavolo, c’era una lettera non sigillata. Sulla carta della busta era scritto in modo rozzo e frettoloso:

    “da papà per la sua Bimba”

    (con la maiuscola, brutto stronzo bastardo, vorrei che morissi in un incidente d’autostrada, stritolato dalle lamiere affilate della cabina del tuo TIR…)

    Lei aprì la busta con sguardo neutro, e lesse:

    “Cara mia, sono partito stamattina alle 5 in punto. Mi sono fatto accompagnare da Gianni al deposito dei camion, quindi ho lasciato la Renault in cortile. Chiudila nella rimessa, mi raccomando. Io tornerò fra circa quattro settimane. Ti ho lasciato un po’ di soldi nello sportello della credenza, in mezzo alle tazze da caffè. Non sputtanarlo subito tutto facendo la baldracca in giro, mi raccomando. Non avrò modo di mandarti altri soldi, quindi fatteli bastare. E poi, non hai motivo di spenderli per qualcosa che non sia comprare da mangiare, perché tu sei la mia bambina, la mia bimba, e sei mia e basta.

    Saluti da papà”.

    Fissò la lettera per qualche istante dopo averla letta. Osservò con attenzione la calligrafia sbilenca, la carta ruvida e giallastra, come se contenessero significati reconditi in realtà inesistenti.

    Quando fu trascorso poco più di un minuto d’orologio, appallottolò tra le mani la lettera, accartocciandola con quanta più forza avesse nelle mani.

    Fatto questo, uscì nel cortile, assaporando la temperatura gradevole del mattino.

    Si stava bene fuori da quella casa. Fuori, era autunno. Uno di quelli miti, dalle giornate frizzanti.

    Aprì la rimessa, spalancando le grosse porte di lamiera che cigolarono sui cardini rugginosi, poi si diresse alla vecchia auto.

    Le chiavi erano inserite nel quadro comandi, aspettavano solo lei.

    Come in una visione, lei si figurò lo spettro di suo padre che, dopo essere uscito di casa, infilava la testa nel finestrino abbassato, per controllare di aver lasciato le chiavi a disposizione della figlia.

    Talvolta era così amorevole… Altre volte, era un mostro, l’incarnazione dei babau che da piccola affollavano la sua immaginazione di bambina.

    Entrò in macchina. La vecchia R5 cigolò persino sotto il lieve peso della ragazza, tanto era disastrata.

    Con un paio di manovre rapide, lei parcheggiò l’auto dentro al garage, mentre dagli occhi colavano altre lacrime silenziose che nemmeno lei sapeva spiegare completamente.

    Chiuse il garage e rimase immobile in mezzo all’aia.

    Il gallo cantò il suo inno stridulo un paio di volte.

    Una ragazza bionda, a pochi metri da lui, si chiedeva se un giorno sarebbe mai stata in grado di ucciderlo. O uccidersi.

    .

  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:26
    L'Uomo Allegro, la città e la pira.

    Come comincia: La strada era scura, bagnata e urlava.
    Una pioggia oleosa e grigiastra cadeva lentamente da un cielo invisibile.
    Plumbeo e temporalesco, eppure celato: così era il cielo; coperto da strati infiniti di filamenti e teli lattiginosi, talmente fitti l’uno con l’altro, da apparire come uno sbilenco intreccio di fasci candidi; gli occhi del cielo non si potevano posare sulla città, e viceversa la città non era in grado di alzare il suo sguardo compassato e triste senza incontrare nient‘altro che intrecci della bianca fibrosità dei sogni.
    Cosa avrebbe dato ogni singolo abitante della città per tendere la mano, ergersi al di sopra dei tetti sgraziati, spioventi dei palazzi in rovina, e riafferrare con foga quegli ammassi lattiginosi appesi come panni lavati da poco, che tuttavia marciscono giorno dopo giorno e si lordano inevitabilmente al contatto con i miasmi della città.
    Il cielo era al di là di tutto questo.  Celato dal bianco che era più terrificante di tutti i neri ammassi tempestosi di nubi e tempeste che la mente potesse concepire.
    Ciò nonostante, la pioggia, pesante e untuosa com’era, si accumulava sulla superficie di questi strani veli bianchicci, creando conche stracolme di liquame dalle screziature arcobaleno dell‘inquinamento.
    Le pozze d’acqua tendevano i fasci bianchi di membrane setose fino ad abbassarle verso il suolo, come malinconiche bave di ragno dalle pance gonfie di acque luride.
    Attraverso le fibre fittissime eppur traspiranti delle membrane candide, la pioggia filtrava, scavando e lambendo la stoffa, per poi piovere nuovamente sulla strada urlante, ancor umida e unta ma in qualche modo lievemente purificata.
    Ma della pioggia interessava poco e niente alla strada.
    La strada urlava.
    I tombini vibravano di grida stridule della ghisa che, rabbiosa, risuonava nell’aria come la voce adirata di un golem metallico.
    Le finestre, le porte e le imposte di legno dei palazzi e retrobottega si esibivano in cacofonie di scricchiolii e schiocchi legnosi, accompagnati dal rumore tamburellante di schegge invisibili infrante contro i muri ammuffiti.
    I lampioni e i pali dell’energia (un’energia che nessun abitante della città si era mai premurato di capire) sfrigolavano con soffi di puro odio felino, emanando nuvole di vermiglie scintille che piovevano, ad intervalli regolari, simili a sciami di lucciole malate e incattivite.
    Ogni cosa inanimata, persino il selciato di ciottoli e i muri di calce delle case, nonostante fossero affievoliti da strati e strati di intonaco e pavimentazioni, emanava lamenti e stridii.
    L’uomo affrettò il passo.
    Odiava quelle strade. Le più vecchie della città. Era in quel luogo da pochi giorni, suo malgrado, e già odiava quelle strade. Ma non voleva perdersi d’animo, così pensava al meglio, concentrandosi sull’idea ferrea che si sarebbe trovato bene lì, avrebbe potuto piegare quel luogo a lui così ostile a favore della sua inesauribile forza d’animo.
    Però, ogni volta che si fermava ad ascoltare il suono della città, rabbrividiva inevitabilmente.
    Quelle strade…
    Talmente vecchie, putrescenti e disperate da accumulare un carico empatico di odio dalla forza incalcolabile, al punto di esplodere in suoni rabbiosi e incontrollati: vibrazioni talmente vigorose da diventare grida inanimate, generate dalla strada stessa e da tutto ciò che essa contenesse.
    L’uomo affrettò il passo, a disagio, ma ciò non poteva tappare le sue orecchie né  nascondere la sua anima dalla malvagità che aleggiava tutt’intorno, dentro il più profondo recesso di ogni cosa.
    Odiava camminare tra i muri scossi da gemiti , piangenti nubi di vecchi calcinacci in caduta; il dover sopportare piogge di scintille incandescenti che gli ricadevano sul collo scoperto pungendolo con il loro calore ustionante, al punto da indurlo a credere che quelle scintille piovessero da lampioni e centraline energetiche al solo scopo di recare dolore alla sua persona. Che fossero nubi di sputi ardenti, colmi di ardore e disprezzo.
    Nelle strade urlanti, e in quella strada in particolar modo, la città esprimeva a piena potenza tutta la sua insofferenza per il mondo, per la vita, per gli abitanti che, come formiche affamate, popolavano e scarnificavano il suo ventre. Sempre di più, sempre più a fondo.
    Rimanevano solo i drappi candidi e gonfi di pioggia.
    Apparentemente inermi ma al tempo stesso immuni a tutto quell’odio traboccante, svolazzavano quasi annoiati, mossi da brezze che non erano avvertibili tra i dedali cittadini.
    Tali drappi ciondolavano lentamente ai venti afosi che regnavano sopra quel luogo. Ingrigivano, ma resistevano. Come l’animo di colui che incassa le disgrazie della vita, ma piano piano ingrigisce dentro.

    Ma non sono certo pensieri così malinconici a sfiorare la mente dell’uomo che in questo istante, dopo aver attraversato la strada urlante in preda al disagio, giunge all’altezza di un basso edificio rossiccio ed entra finalmente dentro ad una piccola porta nera e incrostata, alla base di esso.

    La porta si aprì con violenza sotto il peso della sua spalla.
    L’uomo entrò tendendo il braccio in segno di saluto e sorridendo.
    -Salve a voi, gente bella!- Esclamò, piegando una gamba dietro all’altra in un accenno di inchino dal retrogusto guascone.
    Il tugurio fumoso che aveva l’onore di esser chiamato “locanda” non badò minimamente a lui, nemmeno per un istante.
    Il vociare rimaneva basso ma costante come lo scrosciare di un fiume, intervallato da qualche colpo di tosse e sovente dai sonori sputi catarrosi di qualche avventore che aveva fatto sua una sputacchiera.
    Più che una locanda, quel buco era da considerasi una lurida cantina con un bancone di legno graffiato e deformato dall’umidità e dalla birra versata nel corso degli anni; quel misero tocco di legno marcio doveva aver vissuto molte notti come quella, generazione dopo generazione di ubriaconi sbilenchi dalla mano di burro.
    Se il posto era rivoltante, gli avventori contenuti al suo interno non erano da meno: corpi deformi e grezzi, scheletrici o grassi o bitorzoluti; alcuni di loro erano talmente imbruttiti dalle bevute e dalla vita, che stavano iniziando a perdere i connotati umani più sottili e personali, in una metamorfosi lenta e inesorabile che rendeva taluni simili a grosse statue di creta malamente abbozzate.
    L’urlo della strada era decisamente attutito, ma nei rari momenti durante i quali per pura coincidenza le persone del locale abbassavano il tono di voce, l’orecchio acuto avrebbe potuto cogliere il sussulto ovattato di pareti e travi, inferiate e finestre a vetro opaco.
    Tuttavia visto che tali lamenti erano rivolti verso il mondo, all’esterno, anche in condizione di silenzio assoluto l’effetto sarebbe stato imparagonabile al baccano intimorente che regnava al di fuori, nel vicolo.
    L’uomo andò al bancone, togliendosi il pesante pastrano nero e ripiegandoselo malamente sull’avambraccio.
    Incrociò lo sguardo dell’Oste: un uomo talmente grasso, che il suo stesso volto era parzialmente nascosto da rotoli di disgustosa pelle adiposa, tanto da rendere quasi impossibile l’atto di incrociare il suo sguardo.
    Non che all’uomo interessasse particolarmente scambiare giochi di sguardi con quell’individuo fetido.
    -Un boccale di Falsa Speranza! E fammelo bello schiumoso!- Enunciò l’uomo, mentre con la mano che non reggeva il cappotto, sollevava il cappello a tesa larga ancora gocciolante, in un saluto teatrale che sapeva di sberleffo. Tuttavia la gioia stampata sul viso dell’uomo pareva sincera.
    -Finita…- Ruttò l’oste con sarcasmo, mentre con le mani grasse puliva boccali grandi quasi quanto le sue stesse dita.
    -Allora una pinta di Caparbietà bella forte, con un goccio di Ottimismo per il futuro! Non troppo Ottimismo, mi raccomando, non voglio che mi salga troppo alla testa, ho mangiato leggero questa sera…- Ritentò l’uomo, ammiccando verso l’Oste come se lui e quella palla di lardo si conoscessero sin dai tempi in cui entrambi succhiavano avidamente il latte materno. Lo stesso latte materno.
    L’Oste poggiò la brocca sbeccata che stava tentando di pulire (invano, impossibile far passare i suoi enormi polsi all’interno di essa) e scrutò l’uomo. Almeno, così parve, visto che quel volto rugoso non aveva praticamente occhi.
    -Sei nuovo di qui eh?… -
    L’uomo si grattò il capo, a disagio.
    -Beh, non proprio, mi pare di esserci già stato,  ma…-
    L’Oste scosse il capo e sbuffò, dimostrando eloquentemente che le opinioni personali di colui che aveva davanti lo interessavano quanto un ballo di gala canino organizzato all’interno di un cratere lunare.
    -Qui nel mio bar, solo questo serviamo.-
    Detto questo, l’Oste prese un bicchiere da mezzo litro e ci versò dentro mezza dose di Disillusione, un quarto di Tristezza cronica e coronò il suo capolavoro con un goccetto di Odio sprezzante per le Diversità e le Novità.
    Dal bicchiere salì istantaneamente un tanfo rancido che fece cadere stecchiti sul bancone due mosconi grossi come un unghia di pollice, accidentalmente sul tragitto dell’olezzo generato dalla bevanda.
    L’uomo tuttavia non si fece tante domande e trangugiò l’intruglio.
    Aveva fatto troppa strada ed era troppo intirizzito per rifiutare un cicchetto, anche se si presentava decisamente male.
    Sentì il liquido viscido anche più della pioggia stessa scendergli per l’esofago, rotolando in un miscuglio di sapori, umori e sensazioni completamente negativo e anacronistico.
    Immediatamente un gelo attanagliante si accumulò nello stomaco dell’uomo, propagandosi lungo tutto il corpo come se vene, arterie e capillari stessero diventando ghiaccioli invernali di diametro diverso, malamente intrecciati l’uno con l’altro in un sinistro percorso ad incastro.
    Lo sguardo dell’uomo, prima vispo ed energico, a poco a poco perse intensità. Un velo bianco, una cataratta, scese sulle iridi verdi smeraldo che spiccavano così tanto su quel suo volto rugoso ma al tempo stesso senza età, proprio come quel luogo.
    Con movimenti lenti e cadenzati, l’uomo appoggiò il pastrano sullo sgabello al suo fianco e si sedette. Ogni suo gesto, dal più evidente a quello più impercettibile, era improvvisamente diventato l’opposto di quelli che aveva sfoggiato all’entrata, esuberanti e carichi di allegria.
    Chinò il capo, come tutti avevano fatto prima di lui, e senza proferir parola ordinò un altro giro, semplicemente alzando l’indice ossuto verso l’Oste.
    Mentre l’uomo una volta allegro, ora grigio e stanco, ordinava un altro giro di “MalDiVivere” (così il panciuto Oste aveva chiamato la sua bevanda principe, ostentando un compiacimento a conti fatti esagerato), un manto candido e lattiginoso, simile in tutto e per tutto a quelli appesi a mezz’aria sopra tutta la città, apparve intorno al corpo dell’uomo, per poi dissolversi nuovamente un istante dopo.
    Nel momento esatto dell’apparizione del telo candido e fibroso, che sembrò svolgersi via dall’uomo come se fino ad un attimo prima lo circondasse, l’Oste proruppe in una risata obesa, soffocata dai doppi menti esagerati impilati l’uno a ridosso dell’altro.
    Tutti gli avventori si unirono alla prima risata, producendo un coro distorto di ghigni agghiaccianti e secchi, alcuni stentati, altri orribilmente squillanti, altri grotteschi e soffocati da bile e salive e bevande mal trangugiate.
    -Benvenuto nella città senza Arte né Parte!- Esclamò l’Oste tendendo una grossa caraffa lercia, colma di Cattivi Pensieri, Malvolenza e Superficialità Gretta.
    Fatto questo, portò la caraffa alle labbra carnose e bevve in sonore lappate canine, rovesciandosi una buona metà della bevanda sul grembiule di pelle e sul petto peloso.
    Altre risate risuonarono, più forti stavolta, e finalmente anche dentro il tugurio infernale risuonarono chiaramente gli stessi lamenti grezzi e gutturali del Vicolo Rabbioso della Città senza Arte né Parte, famosa per avere decine e decine di Vicoli, tuguri e Cittadini identici a coloro che stavano ammucchiati tristemente in quel buco di calce soffocante.
    Trascorse la notte, una notte dove la pioggia continuò a cadere flaccida sui drappi bianchi dei Sogni e delle Belle Qualità personali che, ad uno ad uno, erano volati via dall’animo di ogni abitante della Città, tanto che avevano presto riempito il cielo, coprendo la vista a tutto ciò che albergava al di sopra di essi.
    La mattina successiva, un sole malato e verdognolo sorse a EstOvest, nella non-direzione dove era sempre sorto e probabilmente non avrebbe mai smesso di brillare di quella sua fioca luce sbagliata.
    La porticina nera venne spalancata con forza dall’Oste, tanto che si infranse contro al muro facendo cadere un paio di mattoni.
    Un lamento più vigoroso degli altri si levò dalla parete colpita ma nessuno degli avventori, davvero nessuno, se ne curò minimamente, inebriati com’erano di sbronze tristi, emozioni depresse e rassegnazioni interiori.
    I clienti deformi e bitorzoluti uscirono dal locale, trascinando i piedi e ciondolando come anime infernali ritornate nel mondo dei vivi in attesa del Giudizio Universale.
    In realtà, ogni loro notte era un inferno.
    Ogni nuova mattina il proprio personale Giudizio Universale.
    Tutti quanti, persino il “fù” uomo Allegro, ora rinato come uno dei tanti Uomini Senza Arte Né Parte, sapevano dove andare.
    Completamente ottenebrato dal terribile miscuglio di cattiva umanità servito dal perfido Oste, l’uomo non più Allegro si sentiva ormai parte della comunità cittadina,  legato a tutti coloro che lo circondavano da grondanti sentimenti di malevolenza, pregiudizio e odio.
    Aveva trovato la sua nuova casa. Lo diceva che non avrebbe dovuto preoccuparsi di quel luogo, che l’avrebbe piegato alla sua indole, lo diceva ed era stato uno sciocco a temere il contrario.
    Era tutto giusto, era tutto come doveva essere. Era tutto orribile  e cattivo e spietato ed era esattamente come voleva che fosse.
    Si diressero lungo il viottolo Urlante, che dopo pochi metri scendeva in una leggera pendenza verso il centro cittadino. Lentamente, ma inesorabilmente, ogni abitante della Città stava facendo la stessa, identica cosa: si incamminava, in silenzio, in un rito collettivo e silente.
    Non c’erano uccelli in quel limbo di pena. Nessun volatile solcava il cielo sulfureo e sporco, costellato di pioggia perenne, perché in quel luogo nemmeno il più feroce degli animali meritava di perdersi nel oblio del circolo vizioso che governava la Città senza Arte né Parte.
    Certo è, che se un uccello fosse esistito, e in quell’istante avesse scrutato con la sua vista acuta le strade e i dedali di ciottolato lercio che componevano la Città, avrebbe visto file e file di formiche umane, nere e vuote, che avanzavano verso la grande piazza ottagonale posta esattamente al centro dei sette ottagoni concentrici che formavano la Città.
    Lì, esattamente nel mezzo della piazza, sorgeva la più grande Pira Infuocata che occhio umano, volatile o di altra natura avrebbe mai potuto osservare.
    Una Pira alta decine di metri e che mai si consumava, ardendo con un fragore che pareva provenire dalle viscere stesso Dio punitore che aveva forgiato quel luogo.
    La Pira, che ardeva costantemente senza mai consumare nemmeno un ciocco di legna, rendeva pesante l’aria e insudiciava irrimediabilmente i bianchi teli delle Anime ormai corrotte, rendendo i più vecchi ormai grigi come un cielo invernale.
    Lì, intorno alla Pira di innaturale grandezza, gli abitanti si radunavano in cerchi concentrici esattamente come i quartieri della Città.
    Una volta radunatisi in quel luogo, rendevano omaggio al loro fuoco guida, all’ispirazione per il loro rinnovato stile di vita nella Città.
    L’ardente odio per ogni cosa.
    Rendevano grazie in silenzio. Fissavano la Pira con occhi vitrei, incuranti del calore indicibile che bruciava loro i capelli o ustionava le pelli.
    Rendevano grazie così, senza fare niente di significativo, senza pronunciare nessuna parola che fosse degna di essere udita.
    La Pira bruciava e bruciava, immutabile.
    I teli bianchi e fibrosi, raccoglievano la pioggia insudiciata dalla Pira e dalle sue zaffate sulfuree, e ingrigivano.
    Ingrigivano sempre di più.

  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:18
    Homunculus

    Come comincia: Il laboratorio era immerso in un’oscurità che sapeva di polvere, ossa, erbe rinsecchite e formaldeide.
    La porta d’ingresso, in ferro battuto, era chiusa da chissà quanti decenni; la grossa serratura, nonostante la ruggine e i grumi di ossidazione dovuti all’umidità, era ancora robusta e sigillata. Come se ciò non bastasse, pesanti puntelli di ferro erano stati saldati alla bell’e meglio contro la  porta, impedendone anche la minima possibilità di apertura. Un lavoro grezzo, ma sicuramente efficace.
    Lo spazio all’interno del laboratorio era angusto e saturo di oggetti in disordine: il grande tavolo operatorio occupava la maggior parte del pavimento; su di esso, lacci di cuoio sfilacciato se ne stavano sdraiati blandamente sulla superficie incrostata del ripiano, assomiglianti a serpenti morti nell’oscurità.
    Tutt’intorno al tavolo erano sparsi alambicchi e provette, vasi pieni di strani liquidi densi e oleosi che nessuno al mondo avrebbe desiderato aprire...
    C’erano infatti piccole sagome organiche all’interno di quei barattoli, rese opache dalla densa viscosità dei liquidi di conservazione. Anche se i contenuti dei recipienti non si riuscivano ad intravedere con chiarezza, era più che intuibile cosa fossero: un cuore, una mano rattrappita, una mascella... L’ultimo barattolo dello scaffale, nascosto da un grosso volume di medicina, conteneva una forma assomigliante ad un neonato.
    Troppo piccolo per poterlo già essere. Abbastanza grande per essere comunque stato, a suo tempo, un essere vivente.
    Quali abomini erano stati compiuti in quel misero stanzino?
    Un’ombra si mosse all’interno del grande, vecchio armadio. L’unico mobile di legno presente nel laboratorio. Era di mogano scuro, ormai rovinato irrimediabilmente dal clima stantio e umidiccio che si era venuto a creare.
    Gli abiti appesi all’interno del grosso mobile a due ante ora non erano altro che ammassi macilenti di stoffa divorata dalle tarme e dalla muffa.
    L’ombra si mosse di nuovo, smuovendo un telo di stoffa che si sbriciolò come carta secca. Prese a sospirare ed ansimare, sempre più in fretta. Con un fruscio ed uno scricchiolio dell’armadio malmesso, una figura rantolante uscì dal mobile, aprendo lentamente l’anta di destra.
    Il cigolio dell’anta fu sommesso e niente affatto sinistro, mentre la massa scura dalle fattezze umane poggiava i piedi nudi sul sudiciume del pavimento.
    Avanzò lungo la stanza, affiancandosi ai barattoli colmi di ripugnanti campioni di tessuti e creature sotto spirito. Mentre oltrepassava il macabro campionario, una sua mano rachitica andava ad accarezzare delicatamente il vetro dei barattoli, in una deviata dimostrazione d’affetto.
    La figura giunse al tavolo alchemico posto dietro a quello operatorio. Alambicchi contorti, piccoli recipienti e provette vuote erano disposte sul ripiano in una specie di formazione da battaglia, simili ad un esercito di soldatini di piombo posizionati da un bambino che gioca alla guerra in miniatura.
    Di fianco ad essi, c’era una pila di libri sulle collezioni di eserciti di stagno, sulle strategie delle guerre napoleoniche e sul comando militare. A suo modo, la sagoma oscura si era creato una collezione di soldatini, e pareva intenzionato a rispettare la veridicità storica nei suoi sporadici momenti di gioco.
    La figura si fermò ad osservare quella curiosa disposizione, reclinando la testa. In quel preciso istante, lui stesso pareva un bambinone indeciso che tentasse di capire se aveva voglia o meno di giocare con le sue statuine di fortuna. Rimase fermo per quasi cinque minuti, una forma nera appena distinguibile, poi decise di lasciar perdere. Afferrò due pietre focaie che erano state accuratamente riposte dentro ad un barattolo, insieme a numerose scatole di candele.
    Per quanto le usasse di rado, il loro numero stava lentamente ma inesorabilmente diminuendo.
    Tuttavia, almeno una volta all’anno, si concedeva la benedizione della luce in quel piccolo, recluso mondo di oscurità.
    Con un gesto secco e deciso, sfregò le pietre focaie e accese la candela, che ripose su un supporto di ferro, lordo di cera sciolta.
    La fioca luce fendette a fatica la densa oscurità carica di pulviscolo, ma lentamente si fece strada nel laboratorio.
    L’uomo socchiuse gli occhi, per nulla abituato ad una luce seppur flebile. Dopo tanto tempo passato nel dormiveglia, si concesse un gemito di sollievo. Vedere la fiammella della candela era diventato per lui un dono incommensurabile; il fatto che una volta all’anno, in quel preciso giorno, si fosse imposto il rito di fare luce nel laboratorio, era diventato la sua ragione di vita, niente di meno.
    Non osava pensare a come avrebbe fatto quando le candele si fossero esaurite, di lì a qualche anno. Non ci pensava perché la risposta sarebbe arrivata fin troppo rapida e decisa nella sua mente: si sarebbe ucciso.
    Ora che la luce si irradiava nel laboratorio., il sudario del tempo era più presente che mai: ragnatele fitte e polvere erano ovunque.
    L’uomo si osservò nel riflesso dello specchio incrinato posto sopra il tavolo alchemico: ciò che ricambio il suo sguardo, dall’interno dello specchio, non fu esattamente un uomo, in realtà.
    Il cranio era deforme, la pelle scura e rugosa come quella di un ustionato grave.
    Sorrise goffamente a se stesso, mostrando file di denti neri e marci. Come sempre, fu tentato di distruggere lo specchio con un pugno, oppure scagliandovi contro uno dei suoi soldatini-provetta. Come sempre, resistette all’impulso, sapendo che sarebbe stato un gesto avventato di cui si sarebbe pentito per tutti gli anni successivi: lo specchio, seppur spietato nel mostrare il suo aspetto patetico, gli ricordava che lui esisteva, che lui dopotutto era nel mondo e possedeva un volto. Vivendo per tanto tempo nell’oscurità,  quella apparente certezza veniva messa a dura prova dalla sua mente.
    Quello che sapeva, oltre ad essere al mondo, era la consapevolezza di non essere uomo. Lui assomigliava ad un uomo, pensava come un uomo. Volendo, avrebbe anche potuto parlare come un uomo, anche temeva di aver disimparato a parlare dopo una vita di silenzio.
    A parte tutto questo, rimaneva il fatto che lui non era nato come un uomo. Non era stato concepito da nessuna madre, non aveva origini. Era un guscio vuoto, e si detestava profondamente per questo, con tutto il cuore.
    Prese la candela in mano, avanzando fino alla porta sbarrata. Appoggiò la mano sul freddo metallo dell’unica barriera che lo separava dal mondo esterno. Sapeva che c’era un mondo la fuori, ma la sua conoscenza non andava oltre. Si chiedeva spesso per quanti anni ancora quella porta sarebbe rimasta chiusa. Questa e altre mille domande affollavano la mente dell’uomo: Quel laboratorio era sulla superficie? O sottoterra?. Ed erano tutti come suo padre adottivo, la fuori?
    Suo padre... Si sentì egoista per essersi quasi dimenticato si suo padre. Era per quello che si era svegliato, dopotutto. Non doveva trascurarlo in favore dei suoi patetici vaneggiamenti esistenziali, si disse tra sé e sé..
    Si chinò su suo padre, che se ne stava seduto per terra, la schiena appoggiata alla porta, quasi temesse che i puntelli di ferro saldato e la serratura non bastassero a proteggere quel rifugio-prigione dal resto dell’universo.
    Timoroso di parlare, per paura che anche solo la sua voce avrebbe sbriciolato i resti scheletrici del cadavere rannicchiato contro la porta,  egli decise di fare gli auguri a suo padre con il pensiero.
    “Buon compleanno, padre. E che tu sia dannato”
    L’augurio riecheggiò nella sua mente, l’unica dimostrazione autentica della sua vita, in quanto tutto il resto del suo corpo, seppur fatto di carne e sangue, non era da considerarsi realmente “in vita”. Semmai “in funzione”, ma senza vita vera al suo interno.
    Con un soffio, spense la candela. Lo scheletro ammantato di ragnatele e lembi di vestiti gli scomparve alla vista, così come il grosso libro alchemico al suo fianco. Aveva letto solo una volta quel libro, pentendosi poi per anni e anni in seguito.
    Non avrebbe mai voluto scoprire le sue origini, ma il grosso tomo era a terra, spalancato proprio alla pagina giusta...

    Homunculus- Le basi per la creazione in vitro di un essere vivente, attraverso le formule alchemiche arcane.

    Il risultato di questo procedimento è in genere un essere biologico di fattezze simil-umane, composto di sangue ed erbe.

    Capitolo 1.
    Il punto di partenza della ricetta di Paracelso è il seme dell'uomo, imputridito per quaranta giorni in un alambicco, incubato successivamente nello sterco equino attraverso procedimenti combinati di alchimia e magia. [...]
    L’essere in questo modo generato deve poi essere nutrito con l'arcano del sangue umano per quaranta settimane. A procedura completata, ne risulterà un fanciullo biologicamente completo e funzionante, solo leggermente più piccolo della media e privo d’anima...

    Solo leggermente più piccolo... solo privo d’anima.
    In silenzio, colui che era vivo ma si pentiva di esserlo, tornò a dormire dentro all’armadio. In attesa del prossimo compleanno.

  • 13 ottobre 2011 alle ore 8:25
    Breve cronaca di un ritorno a casa

    Come comincia: Sono le cinque della mattina, sono in auto, e marcio faticosamente su per una ripida salita imbiancata di Puianello. Nevica a bestia e sono sbronzo da fare schifo, tanto per capirci non è solo la macchina che arranca.
    Arrivo ad un incrocio, mi fermo. Una macchina dietro di me, sbucata chissà dove e chissà quando, lampeggia. Riconosco il taglio dei fanali: è un'alfa. E' l'alfa di Baiso, per forza. Fuori c'è la tormenta, l'orario è tardo, e a Puianello non c'è mai un cane, quindi è Baiso, per forza è lui. Per chi non lo conoscesse vi dico solo che lui ha il dono dell'ubiquità, non scherzo, Baiso è dappertutto, e se non lo avete ancora visto è perché siete dei distratti.
    Comunque, vedo le luci, e nonostante la neve che cade fitta, apro il finestrino ed estraggo il braccio: “CIAO BAISO” grido, e muovo la manina, dopodiché accelero con quanta ne ho, producendomi in un paio di sbandate controllate. Si fa per dire.
    Baiso non è uno dal piede leggero in macchina, e spesso quando lo incontro, ci spingo giù anche io, per gioco. Cosa? E' da stupidi dite? Lo è, mica l'ho mai negata 'sta cosa.
    L'alfa rimane dietro, la perdo. Ho capito: non ha le gomme da neve. Strano però. Baiso è uno che non si fa trovare impreparato dalle stagioni.
    Arrivo a casa, parcheggio la macchina di fronte al cancello d'entrata, bestemmio con il mazzo di chiavi, la serratura che non la smette di stare ferma, e con il tempo che fa girare veramente le palle.
    Poi eccola, l'alfa. Faticosamente prosegue la marcia nella tormenta. Grido: “BAISO! BAISO! BAISO VIENI A PRENDERE UN CAFFE'!” Perché forse voi non lo sapete, ma Baiso va matto per il caffè. Tra l'altro hanno appena scoperto che il caffè previene le malattie neurodegenerative e, se preso senza zucchero, anche il diabete. Baiso lo zucchero nel caffè non lo mette mai.
    L'alfa si ferma, volta in mezzo la strada e viene verso di me. Apro le braccia in un gesto d'esultanza alla Ibrahimovic.
    E' l'alfa dei carabinieri, la stessa che da anni influenza le mie serate. La mia vita. Quella che mi ha obbligato a rinunciare alle discoteche, alle scopate clandestine, ai concerti.
    Appena la riconosco rido, di gusto, non so perché, anzi si lo so, sono sbronzo, di brutto. Uno dei due agenti abbassa il finestrino e mi chiede: “lei abita qui?”
    “Certo”
    “Bene” dice, e poi mettono la retro e spariscono nell'oscurità.
    Sono contento che ci sia così tanta bontà al mondo, sono certo infatti, che se non avessi avuto un posto dove poter trovare riparo dalla tormenta, avrei trovato un tetto, e forse, anche un pasto caldo.

  • 10 ottobre 2011 alle ore 20:27
    Firestorm

    Come comincia: Scarlatto è il cielo, attraversato da dune solari, che come onde travolgono il rosso del sangue, di cui si tinge il soffitto della città di FireStorm. È un fuoco perenne, quello che resta acceso al di sopra di essa, vivo e caldo, scaccia sulla terra piccole gocce di brace, forse, ultimi residui di qualche stella ancora viva, che si sgretola divorata dalle fiamme.  Il giorno e la notte si confondono in un tramonto, di cui la fine non è ancora stata scritta. Ribolle il mare di lava, che si estende da lontano sino alla riva, come se il cielo all’orizzonte si fosse sciolto in una cascata, di cui la terra si è fatta culla. Si agita a stento, appesantito, sofferente, scotta la riva a piccoli accenni per poi rifugiarsi nei suoi abissi. Si erge fiero il pontile, confine naturale, nero bruciato, fumante di rabbia, per essersi riscaldato e svestitosi della sua consistenza. Profuma di catrame l’aria. I pochi edifici circostanti sono stati mangiati dai fuocherelli naturali, che prendono vita al semplice schiocco delle dita, percorrono in orizzontale e verticale i palazzi, le case, i negozi come se li recintassero, è un filo spinato accaldato, avaro di morte, che quanto più penetra all’interno più fa sanguinare, macchiando di rosso l’intonaco ormai consumato. Frequenti esplosioni si verificano intorno, sia all’interno delle abitazioni, che all’esterno per l’eccessiva temperatura. È una musica leggera il ripetersi in successione del frantumarsi di vetri, specchi, che leggeri cadono dall’alto, riflettendo come lucciole i colori accesi del cielo, scivolano brillanti sull’asfalto. È l’incontro di due anime che si avvolgono, è un bacio da cui restare inghiottiti. La natura è bruciata, morta, stecchita. Ne restano poche sembianze, se non gli esili scheletri carbonizzati a ricordare una vita ossigenata, pura. La stessa terra non sembra essere tale, è un lutto ciò di cui è spettatrice, sterile nel ventre, vedova e senza figli. Gli abitanti di FireStorm sono chiamati le torce, prima erano dei normalissimi essere umani, col sopraggiungere poi del surriscaldamento globale, lento e graduale, anche il loro corpo si è adeguato come l’ambiente naturale ricoprendosi di fiamme dalla testa ai piedi. Il loro corpo è fatto di fiamme, si distinguono le braccia le gambe e il busto con la testa ma non c’è traccia di dita, orecchie, capelli, naso. Nel rosso vivo di cui sono coperti sono visibili occhi e bocca incavati all’interno del focolare, di un giallo così intenso come se stesse appena nascendo una piccola stella nel nero della notte. È alta la temperatura a FireStorm è malinconica la vita delle torce è dolce il tramonto è romantico il cadere degli astri a cui affidare desideri caldi.

    Ersilia Anna Petillo

    Racconto pubblicato sul quotidiano "Il Roma" del 15 Settembre 2011

  • 09 ottobre 2011 alle ore 13:07
    Travel

    Come comincia: Oggi, per colazione latte e biscotti, Beatrice non deglutisce e non si nutrirà, così estranea da questa carnalità che ci infonde un grande piacere. Beatrice è perfetta per la comunicazione che loro vogliono, un sottile e sottinteso messaggio che traspira dai suoi fragili polmoni, da quel respirare quieto e instabile. Da quel guardare nel vuoto che ogni tanto si accorge che esisti, viva in questo contesto diverso, strano, vacuo.
    Gli alieni, saranno grigi? Abitano la luna senza dircelo oppure marte. Disegnano simboli mistici sui campi di grano: un uomo vitruviano contornato di infiniti mondi stranieri, sembra abbracciarli tutti o forse solo attenderli. Dimensioni sconosciute si apriranno a noi semplici, comuni esseri umani. Ora che siamo pronti, ora che il nostro grado di coscienza ha raggiunto un livello adatto. Adesso che  aspettiamo un attimo e ci fermiamo, cogliendo gli occhi di chi ci sta vicino. Ora che vediamo. Ora che capiamo. Ora che andiamo oltre.
    Beatrice è lì, con il suo taglio corto, sbarazzino. Unica fra tante identità uniche. Colori verdi e blu, languidi in uno specchio che ci riflette insieme. Potremmo immaginare di prenderci per mano e sentirci meno soli, in acqua trasparente e pura che avvolge il nostro pianeta.
    Amore tra di noi e per loro che arriveranno e apriranno le nostre anime. Beatrice, ricurva su se stessa guarda sempre avanti, alza lo sguardo sopra di me e in questo scritto senza testo, lei solo lei. Sorride e sa prima di me quello in cui non voglio credere. Lei si innalza ogni notte rapita da una luce, trasportata attraverso la notte svanisce nel nulla e non la trovo. Mi rigiro nel letto e non sopporto la solitudine. Non so se è inquietudine o mancanza, brama di conoscenza o verità, gelosia o speranza. Non dormo fino al suo rientro.
    Le stringo la mano e mi abbandono al sonno, subito. Felice di condividere il suo viaggio mentre sogno di volare anch’io, consapevole attraverso lei. Esseri trasparenti svolazzano vicino e non ho paura, avverto carezze, mani tese mi attendono e io con il cuore gonfio mi avvicino senza dubbi, opinioni contrarie, dibattiti, congetture. Il mio pensiero è in pace, senza torture, fiducioso. Non è reale ma mi sento nuovamente un infante, gioioso senza scopo, privo di obiettivi ma vivente solo per un interminabile e meraviglioso momento. Non ho fame, non ho sete, non ho voglia di sesso, ne sudo, ne soffro... Sono. Me lo sussurrano in un orecchio e mentre rispondo sento che la mia voce è cristallina, vivace, talmente eterea che potrei ascoltarla per sempre. Volo leggero e innocente, veloce e so di dire il giusto, il sacro, il vero. Biondi riccioli vibrano e creano una brezza nella luce fra gocce di rugiada fresca. Non avevo idea, giuro non avevo idea. La trasparenza, il colore, l’essenza profumata, mani affusolate e bianche, braccia esili, spalle e sorrisi. Tanti o uno, creature che si uniscono e si sovrappongono. È dunque questa la gioia di Beatrice? Beatrice dei desideri, Beatrice dei miei pensieri. Beatrice degli angeli.
    Commuovimi, strappami lacrime, gesti, palpiti del mio cuore, riflessioni.
    Questa è la notte che volevo, dove le stelle ci illuminano e un vortice intenso e giovane ci conduce dove tu vuoi andare, vibro per te, amo per te.
    È un’isola di sabbia gialla e vegetazione smeraldo, loro sono ovunque, intensi, accoglienti. È  il tuo mondo, fa di me il tuo allievo, istruiscimi, trascinami e convincimi. Uccidi il mio lancinante dubbio prima che io venga risucchiato di nuovo, ti prego non voglio tornare indietro. Afferrami e resisterò, proverò ad allontanare le mie convinzioni e mi avvicinerò alla tua saggezza.  Beatrice che abbracci e avvolgi, che leggi i pensieri, nella tua preveggenza, assillami, riportami all’ovile. A me che non ho mai desiderato stare in un ovile, nel mio vagabondare per strade desertiche fiancheggiate da cactus e cespugli spinosi, con il clima secco, i piedi gonfi e un orizzonte tanto lontano che non ho mai raggiunto. Ora so che è stato inutile il mio affanno, il mio destino aveva in serbo questo significato. Ogni particolare fisico e spirituale si condensa in tale sorprendente rivelazione dall’alto, fa apparire il quaggiù uno squallido ripetersi di eventi, fotocopie l’uno dell’altro in un infinito trascorrere del tempo che ingrigisce i capelli dei più stanchi. Ci si guarda indietro sapendo di non aver fatto abbastanza, scontenti, ansiosi di un qualcosa di spettacolare che scuota questa noia indifferente e rabbiosa. Non esiste. È immaginazione. Finalmente vengo costretto a fare attenzione, a lasciare il mio mostruoso ego chiuso nell’armadio. Cieco e sordo al tuo meraviglioso silenzio, credevo fosse scontato, eri una inevitabile espiazione, un bisogno di santità che attingevo da te, un abominevole modo per ripagare tante mancanze.
    Beatrice mi lascia la mano e spalanco gli occhi, mi accorgo che il suo viso è chino, l’ultima rispettosa lacrima scende e riga i segni del passato impressi sulla mia pelle.
    Non ho nostalgia, sono qui, ora. Non voglio essere altrove, solo in questo placido nulla avverto la linfa preziosa di Beatrice, Beatrice che illumina, Beatrice che rigenera. Beatrice del mio io, che entri e conficchi le tue radici, così strette, così salde.

  • 08 ottobre 2011 alle ore 14:27
    Corto #2 - Praticità

    Come comincia: Lui mi dice che il mio sorriso lo illumina, ma poi vive con una torcia in tasca.

  • 05 ottobre 2011 alle ore 18:58
    Atalanta

    Come comincia: “Quante ore ti alleni in palestra?”
    “In palestra ci vado poco,preferisco stare in acqua.Almeno tre ore al giorno.”
    “Dovresti compensare,per la schiena almeno,sei troppo magra.”
    Sguardo fisso e silenzio.
    “Nuotare sviluppa tutti i muscoli del corpo ma è bene fare anche molto esercizio fuori dall’acqua.”
    “Vado in palestra quando ho tempo”
    “Bene.Dovrai andarci più spesso allora se vuoi recuperare.”
    Silenzio.
    “Quanti anni hai?”
    “Diciassette”
    “Sei giovane,devi mettere su un po’ di peso signorina”
    “Lei chiama ‘signorina’ tutte le sue pazienti, dottore?”
    “Solo quelle indisciplinate”
    “Posso rivestirmi?”

    Atalanta scende dal lettino con un balzo e si rimette il reggiseno,una seconda scarsa.Il medico sportivo da cui andava prima a questo punto le avrebbe fatto i complimenti per il fisico slanciato e sodo,ma si sa,non tutti sono predisposti a dire cose che fa piacere ascoltare.Adesso è irritata e stanca,con un po’ di occhiaie e la voglia di fumare l’ultima sigaretta del pacchetto.Sembro sempre da salvare e da proteggere,pensò,mezza bianca e mezza nera.

    Atalanta accende la sigaretta e cammina nel parco sotto il sole tiepido del pomeriggio,i bambini sfrecciano sulle biciclette colorate e luccicanti,due signore camminano mangiando un cono gelato,un gruppo di ragazzi in cerchio suona con la chitarra una vecchia canzone di De Andrè di cui non ricorda il titolo.La sua panchina è la penultima sulla sinistra,appena prima della quercia,ci andava ogni volta che i pensieri erano troppi da gestire e il cuore diventava pesante.Si incanta ad osservare un merlo nel prato,lui riesce a volare,la sua mente no.Sulla panchina legge una scritta “Tata ti amerò per sempre”.Amore amore.Quanto amore sprecato in una scritta.Sempre sempre.Quanto poco valore ha quella parola.Erba erba.Il profumo della primavera.E un cellulare,il suo,che squillava come fosse l’unico su tutta la Terra.Era Marco che le chiedeva di uscire.Atalanta gli aveva spiegato che non aveva bisogno di un ragazzo e che la vita solitaria era per lei un precetto morale da seguire.E lo aveva spiegato anche a Luca,Alessandro,Jacopo e Samuele,negli ultimi due mesi.Marco era più tenace degli altri,forse perché era un amico di sua sorella e conosceva di più le sue abitudini.”Ti propongo una sfida,Atalanta.Duecento metri stile libero,domani alle 4,piscina comunale.Se vinco io esci con me,se vinci tu io sparisco.”.Il nuoto era per lei una dote naturale,non sembrava mai faticare,nemmeno nelle gare più difficili.Le sue gambe lunghe e affusolate si sposavano divinamente con il cloro e il colore azzurro del fondo della piscina.Atalanta nuota e sembra avere le pinne al posto dei piedi,squame sulle braccia e lungo i fianchi sinuosi e attraenti.Marco sparì.
    Poi sparirono i pretendenti.
    Poi sparì il cellulare,rubato.
    Poi fu costretta a dormire fuori casa una notte in cui aveva dimenticato le chiavi.Sul pianerottolo il giorno dopo un pacchetto con un biglietto.
    Mamma e papà saranno più tranquilli adesso.Ti voglio bene.

    La sorella maggiore vende cellulari ogni giorno in un grande centro commerciale.Succede.

    Oggi Atalanta non sa che dovrà affrontare una nuova sfida.Sua zia,definita da tutta la famiglia “l’oracolo”e venerata perché non sbagliava mai un responso,aveva predetto per lei un futuro burrascoso.”Tu non hai nessun bisogno di un fidanzato,Atalanta.Evita l’esperienza della condivisione amorosa,non fa per te.E tuttavia non vi sfuggirai.”.La mamma era scoppiata a piangere ascoltando quelle parole.Mi aveva anche chiesto se ero lesbica,risposi di si perché almeno aveva un motivo per cui piangere.Ecco perché adesso non mi va di tornare a casa.Non posso andare da Sara,quella si starà facendo la terza canna della giornata ormai,riderebbe e basta.E se vado da Carlo troverei conforto,certo,ma temo di trovarci Pippo,un trentenne separato e felice che finirebbe per citarmi Kierkegaard e che non vede l’ora di scoparmi.Parlo male quando sono nervosa.Rimango qui sulla panchina.

    Capita poi che squilla il telefono ed è Alberto,il fisioterapista che due settimane prima le aveva fatto un trattamento alla spalla dolorante.Atalanta risponde perché di continuare a fissare il merlo le era passata la voglia.”Mi hanno detto che per uscire con te bisogna vincerti in acqua.”
    “Noi ci conosciamo appena.”
    “Ci siamo visti per tutto il tempo del trattamento,non è abbastanza?”
    “No.”
    “Ci siamo incrociati al pub una sera,tu eri con tua sorella,ricordi?
    “Eri li con la tua ragazza?”
    “Si,ma adesso…”
    “Adesso?”
    “Adesso potresti uscire con me.”
    “Non credo.”
    “Allora facciamo a modo tuo.Cento metri dorso,è anche una delle tue specialità.Se vinci tu torno a fare il fidanzato fedele ma se vinco io accetti il mio invito a cena”
    “Domani mattina,verso mezzogiorno”.
    “Va bene.”
    E riattacca.

    Atalanta riprende a camminare nel parco,tra il profumo dei tigli e il borsone della palestra ciondolante lungo il fianco,pieno di paracetamolo e un paio di ballerine nere dimenticate li dall’ultima festa a casa di Sara.Seduti su un muretto,divisi da una lattina di Coca-Light,due ragazzi discutono e lei piange.Atalanta chiude gli occhi cercando di immaginare il motivo della lite e prova a delineare il lieto fine.Magari nella lattina lui le fa trovare un anello e le chiede di sposarlo.Magari è per lei la scritta sulla panchina.Lei piange perché lui finge di volerla lasciare,tra poco apro gli occhi e si abbracciano.No.Il destino è avverso e gli Dei scelgono di dividerli,lei scappa di corsa sul vialetto principale,lui beve dalla lattina e poi indossa un paio di occhiali scuri.
    C’è un piccolo caffè nel quale ama andare a leggere,entra e ordina un latte di riso alla nocciola.Sistema le ballerine in un sacchetto ed appoggia il libro sul tavolino in noce.Qualcosa le sfiora i capelli schivandola di poco,un aereoplanino di carta.
    “Ciao Atalanta.”
    Silenzio.
    “Ti ho quasi colpita stavolta.”
    “Già.”
    “Beviamo un caffè insieme?”
    “Vorrei leggere,Cupido.”
    “Fammi vedere.Ah,le Metamorfosi,Ovidio.Non ti annoia?”
    “In che senso?”
    “Nel senso che potresti anche sorridermi ogni tanto,non ti colpisco mai con i miei aereoplanini,almeno per pietà.Saresti anche più bella.”
    “Ti ringrazio”
    “Devo andare,scusa se ti ho disturbata.Ma ci vediamo presto,scommetti?”
    Si alza e si ferma al bancone,beve un bicchiere d’acqua poi si volta verso Atalanta,mimando con la mano il lancio di qualche oggetto immaginario.
    “Metti tutto sul mio conto,anche quello che prende lei,mi raccomando”
    Cupido sorride e prima di uscire le si avvicina appoggiando sul tavolino una sigaretta al mentolo.
    “Questa è per  te.”
    “Grazie” gli risponde Atalanta.
    Lo guarda dal vetro del piccolo caffè,sembra un fanciullo che saltella e saluta tutti con aria ingenua e distratta,poi scompare dietro l’angolo.

    Decide di tornare a casa,aveva bisogno di dormire un po’.Domani non doveva nemmeno andare a scuola,alle assemblee d’istituto preferiva la piscina,e poi c’era da sistemare la questione di Alberto.Entra in cucina e sua madre è al telefono fisso, mentre suo padre è seduto sulla poltrona vicino alla finestra.
    “Dove sei stata?Ti senti bene?”
    “Si,papà,sono solo stanca.”
    “Tra poco avrai le gare,Atalanta.Vai a riposare.”
    Sprofonda nel letto e sente il profumo delle lenzuola pulite.Per un momento pensa a Marco,ogni sera le mandava un sms per augurarle la buonanotte.Non era proprio abitudine,era dolce.Il suo sentimento era pulito come quelle lenzuola.Però è evidente che la cosa non le manca,Marco era sparito ma gli accordi erano chiari:in caso di perdita non la avrebbe più cercata.Avrebbe preferito sentirlo quel senso di vuoto che si prova quando una persona se ne va?Forse le sarebbe piaciuto.Atalanta si mette a leggere,sua madre entra nella stanza e le chiede se vuole scendere per la cena.
    “Tesoro,anche il dottore ha detto che sei troppo magra,ti preparo un panino.”
    Il dottore aveva già chiamato a casa.
    Per mio padre devo riposarmi.
    Mia madre ha già lo sguardo ‘malataelesbica‘.
    Marco non mi manca.
    Forse l’oracolo aveva ragione.

    La piscina è colma di bambini,il sabato è impossibile allenarsi bene.Alberto la aspetta davanti alla porta scorrevole e la saluta con un sorriso divertito.
    “Eccola.Ciao Atalanta,pensavo non venissi.”
    “Sono venuta a piedi”
    “Dai,buttiamoci in acqua prima che inizino i corsi di nuoto.Cosi poi decideremo insieme il ristorante per la cena.”
    Cretino,pensò.
    Seduto sugli spalti c’era Ippomene,che incuriosito dalle parole di Alberto non faceva che ripetergli l’assurdità di dover fare una gara di nuoto con una ragazza per potersi guadagnare un’uscita.”Possibile dover arrivare a questo punto per invitare a cena una ragazza?Sarà una di quelle bruttine ma stronze,capace di far perdere la testa solo perché si fa rincorrere.”Ma quando pose gli occhi su di lei,in corsia tre,si sentì in colpa per aver giudicato Alberto e il suo tentativo.Atalanta si era sfilata la tuta e si stava legando i capelli.Ippomene aveva capito,d’improvviso,il significato della bellezza.Poi mise i piedi in acqua e sedendosi sul bordo fece un respiro profondo.Lui seguiva i suo respiri,rapito e trafitto nel cuore,triste per non avere lui la possibilità di gareggiare quel mattino,sperando di vederla vincere contro Alberto.La gara inizia e Atalanta è velocissima e leggera,ad ogni bracciata acquista velocità e Alberto ormai è distante da lei.
    “Dovevo immaginarlo,sei troppo forte,il mio trattamento ha fatto miracoli”
    Alberto esce dall’acqua e si avvolge sulle spalle un asciugamano blu scuro,poi si china verso Atalanta e tende una mano per aiutarla a salire.Lei lo guarda senza dire niente,si leva la calotta e sparisce sott’acqua.

    Un ragazzo la sta fissando.Pare pietrificato ma i suoi occhi azzurri sembrano pieni di cloro,e lei crede di poterci nuotare dentro.La adoro,sta pensando lui.L’oracolo dice cazzate,pensa lei.Il corso di nuoto inizia e la piscina si trasforma in un carnevale di calotte colorate,tavolette arancioni e costumi a fiori,coriandoli di schizzi ovunque e risate divertite riempiono la vasca.Atalanta vorrebbe fermare lo sguardo dello sconosciuto e portarlo nel borsone da palestra via con lei,in camera sua,lontano dalle corsie e dai tempi cronometrati.Lui cerca invece il modo per batterla in acqua:se quella è l’unica strada per arrivare al suo sorriso valeva la pena mettersi in gioco.O la supero o la perdo.Ma cosa dici,Ippomene,tu non puoi batterla.Allora si avvicina.
    “Ciao.”
    Silenzio.
    “Vai veloce,sembra tu abbia le ali al posto dei piedi”.
    “Grazie”
    Atalanta lo guarda e prega gli Dei di allontanarlo,prega perché sapeva che lui le avrebbe chiesto di gareggiare, ma per la prima volta sentiva che con quel ragazzo alto,immobile li a fissarla,lei avrebbe voluto fare tutto tranne che nuotare in una stupida gara.
    “Io sono Ippomene.”
    Ippomene ha il volto dell’amore che non ho mai provato,pensa Atalanta,e non riesco a non vedere in lui tutta la bellezza che sogno la notte.
    “Atalanta,ti chiami cosi vero?”
    “Si.”
    Lui si avvicina per stringerle la mano.Mi guarda,mi guarda,è davvero carina e probabilmente ha voglia di essere ascoltata,mi piacciono le ragazze introverse.Lei si sottrae timida e lenta nei movimenti,senza difese di fronte a lui ma con la voglia di sorridergli.Si sposta i capelli dal viso,Ippomene chiedimelo.
    “A quando la nostra gara?”
    “Vincerai?”
    “Certo.Non ti lamenterai di essere stata vinta da uno come me.Se invece vincerai tu vorrà dire che sono come tutti gli altri.”
    Povero,povero Ippomene.Cosi dolce e senza timori.
    “Ti va bene stasera?”
    Annuì.

    “Atalanta sono qui”urlò Ippomene quando la vide entrare.Era già nell’acqua,in corsia due,ad aspettarla.
    “Ho pensato al delfino,duecento metri.”Atalanta divenne scura in volto,alta ed esile lo avrebbe certamente battuto.
    “Allora?”
    “Ok.”
    Qualcuno gli grida “Forza,forza Ippomene.!Nuota.Mettici tutte le tue energie,presto che vinci!”.Ma Atalanta scivola via e tutte le volte che poteva sorpassarlo invece rallentava,lo guardava sott’acqua affannarsi per raggiungerla e poi lo lasciava indietro.Mancava solo una vasca quando Atalanta fu attirata da movimenti concitati a bordo vasca.Bambini.Tutti i bambini si erano messi lungo il bordo e gridavano il suo nome “Atalanta,Atalanta!”.Lei continuava a nuotare incerta se fermarsi a vedere quello che stava accadendo oppure continuare verso una vittoria certa.Però quelli urlavano forte e indicavano gli spalti,le facevano segno di guardare.Ippomene nuota,respira in fretta e poi si tuffa di nuovo in acqua,con le braccia ormai stanche e i polmoni messi a dura prova.Atalanta di colpo rallenta,e si ferma.Gli spalti sono interamente coperti da uno striscione che porta il suo nome.Uno striscione bianco e una scritta blu,con un punto di domanda finale.Atalanta?

    “Quante ore ti alleni in palestra?”
    “In palestra ci vado poco,preferisco stare in acqua.Almeno tre ore al giorno.”
    “Ecco perché hai perso contro di me.”E sorrise ironico.
    “Vado in palestra quando ho tempo”
    Silenzio.
    “Quanti anni hai?”
    “Diciassette”
    “Atalanta?”esitò un momento.”Hai una sigaretta?”
    “Ne ho solo una,al mentolo.”

    Atalanta e Ippomene escono dalla piscina e il tramonto li abbraccia.C’è di sicuro un posto in cui vorresti andare con me,Atalanta.

  • 04 ottobre 2011 alle ore 18:32
    Sognando Catullo

    Come comincia: Se ne stava seduto sulla base tronca dell’antico colonnato, lo sguardo perso tra le scaglie argentee del lago. La terrazza-belvedere, vuota in quel principio di pomeriggio settembrino, gli appariva come un luogo ideale per chi, come lui, era da tanto tempo, ormai, alla ricerca disperata di uno stato di imperturbabilità, di quella quiete interiore che i filosofi chiamavano atarassia.
    L’idea del viaggio a Sirmione, per visitare la dimora di Catullo, gli era venuta in un momento in cui, in verità, tutto sembrava andare per il verso giusto: aveva trovato finalmente una compagna con cui dare inizio ad una convivenza stabile, i vecchi amici erano come sempre disponibili ad assecondare i suoi capricci, il lavoro si era ormai stabilizzato su una posizione di sicurezza e di relativa gratificazione.
    Tutto per il verso giusto, dunque. Almeno così gli era sembrato, fino alla notte del sogno.

    ***
    Lesbia staccava pigramente gli acini d’uva, uno dopo l’altro, dal grande grappolo  che lui le porgeva, disteso sul triclinio, e  li portava alla bocca con gesti lenti e sensuali, sfiorandoli con le labbra prima che sparissero tra i denti bianchissimi.
    Valerio Catullo la guardava affascinato e gli pareva di sentire sulla lingua il sapore dolce della polpa succosa mescolata al gusto asprigno della buccia rosso fragola.
    L’aveva conosciuta proprio là, in casa sua, dove era venuta da Roma col marito Quinto per una visita a suo padre, non ricordava più quando.
    Cosa gli era piaciuto di quella donna, di dieci anni più grande di lui, bella e intelligente,sprezzante delle regole e accuratissima nel vestire e nel muoversi, suadente e distratta ad un tempo ,quali segrete promesse nascondevano quegli occhi che annullavano in chi le stava di fronte  il senso dello spazio e del tempo?
    La loro storia d’amore era stata travolgente come quei turbini che si innalzano d’improvviso nei deserti e  tempestosa come i terremoti prodotti da venti e sommovimenti di falde profonde in terreni apparentemente sicuri e stabili. Quanta passione, quanta rabbia e disperazione, i sensi sempre tumultuosamente sommossi e stremati. Quante promesse, quante bugie e abbracci e baci e liti furibonde!
    Perché era ancora là con lei dopo tutti i suoi tradimenti, la sua condotta immorale e volgare, gli intrighi politici in cui si era invischiata col fratello Clodio, perché l’adorava ancora dopo le sue avventure notturne, consumate persino nelle bettole più malfamate di Roma, di cui sapeva bene per bocca di Alfeno, di Giovenzio, di Aurelio, che si dicevano suoi amici e che forse per primi si erano infilati nel suo letto?
    Mentre guardava il biancore marmoreo di quel collo amato, mollemente arrovesciato sulle sue ginocchia, le caviglie sottili, le spalle seminude, gli occhi socchiusi e quelle labbra morbide inumidite dal succo dolce dell’uva, sentiva la passione impadronirsi di lui al punto da annullare ogni capacità di ragionamento.
    Era schiavo di quella donna, un vile, sciocco, impotente schiavo dei sensi.
    Allora invidiò la pace di suo fratello, sepolto nella Troade, ormai lontano dalla burrascosa esistenza terrena che l’aveva tormentato fino alla decisione disperata del suicidio e desiderò anche per sé quella pace.
    Ma non l’avrebbe cercata attraverso la morte, bensì attraverso la vita.
    Già vedeva tutta la scena: avrebbe posato con calma il grappolo d’uva nel grande piatto d’argento sulla tabula lusoria lì accanto, poi avrebbe chiamato Servilio, il più giovane dei suoi schiavi, fedele e affidabile, econ voce gelida l’avrebbe pregato di accompagnare Lesbia, con la lettiga più bella e con una scorta di due ancelle, nel più vicino postribolo di Sirmione, la sua vera dimora, da dove, poi, sarebbe potuta ripartire a suo piacimento per Roma.
    Ma in quel momento Lesbia si volse verso di lui, aprì chi occhi, che teneva socchiusi, e lo guardò con quell’intensità che lui conosceva tanto bene. Poi gli offrì le labbra, come solo lei sapeva fare.

    ***
    In quel sogno si era riconosciuto. In quel giovane aveva rivisto se stesso, così debole, insicuro, incapace di credere davvero che uno sforzo di volontà possa cambiare i convincimenti di una vita. Che poi la vita sia stata ridotta ad un solo, meraviglioso e doloroso periodo, poco importa, se quel breve lasso di tempo ha saputo accamparsi nel cuore e nella mente assumendo i connotati dell’eternità.
    Prima di fermarsi sul belvedere aveva visitato gli interni della villa (o almeno quel che ne restava).
    Di fronte alla trifora del Paradiso aveva sostato a lungo, cercando di immaginare cosa il giovane Catullo, stanco e ormai malato, di ritorno dal viaggio in Bitinia aveva pensato di fare. Era rimasto a Sirmione per un po’, forse si era illuso di poter dimenticare Lesbia chiuso nella silenziosa pace della sua casa paterna. Chissà quante ore aveva trascorso guardando il grande lago, progettando la sua guarigione, quella dell’anima, la sua liberazione dal cancro dell’amore che lo stava consumando.
    Mentre sedeva sulla base del colonnato, e di fronte la  distesa argentea dell’acqua andava arrossandosi nei colori del tramonto, sentì farsi chiara in lui quella consapevolezza che anche Catullo, probabilmente, aveva sentito dentro di sé prima di ripartire un’ultima volta per Roma.
    Tornare indietro non era più possibile. Doveva andare avanti e l’avrebbe fatto, consolidando agli occhi di tutti la propria scelta di vita, dimostrando che era quella giusta, quella che davvero egli aveva voluto, quella a cui erano stati rivolti gli sforzi degli ultimi anni, quella che si aspettava di avere finalmente come risarcimento di un destino per molti aspetti infelice. Col tempo, forse, avrebbe convinto anche se stesso.
    Pensava a tutto questo, immerso nell’assoluta solitudine di quel luogo antico, quando gli sembrò che una mano si posasse sulla sua spalla, con una stretta affettuosa, mentre una voce d’altri tempi gli sussurrava all’orecchio: “ Difficile est longum subito deponere amorem; difficile est: verum hoc qua libet efficias. Una salus haec est…”.

  • 04 ottobre 2011 alle ore 15:08
    Il "paradosso" della felicità...

    Come comincia: ELUCUBRAZIONI ALIEATORIE E SPARSE SUL SENSO COMUNE DELLA FELICITA'...

    COS'E' LA FELICITA'?

    Bernard Shaw (scrittore e drammaturgo irlandese) sosteneva che "il segreto per essere infelici è di avere il tempo di chiedersi continuamente se si è felici o no...".
    Sarà vero?
    Ad ogni modo, chi di noi non si è mai posto almeno una volta nella vita l'interrogativo "ma io sono felice?".
    Se ponessimo a chiunque ci sta vicino questa semplice domanda -"sei felice?"-, stiate certi che riceveremmo pressoché sempre la stessa risposta: "forse, o meglio qualche volta...".
    Ma se a questo interrogativo aggiungessimo anche la domanda "ma cos'è per te la felicità?" ci accorgeremmo presto di ricevere non una ma tante diverse risposte quante le persone a cui ci saremmo rivolte.
    Per quale ragione?
    Perché la felicità è un sentimento universalmente conosciuto e perseguito ma non facile da descrivere.
    Forse non c'è nulla nelle nostre vite di più soggettivo ed opinabile, vago e relativo, discutibile e surreale come il concetto stesso di "felicità", indeterminato a tal punto che -sosteneva Immanuel Kant, che non ha certo bisogno di presentazioni...- “nonostante il desiderio di ogni uomo di raggiungerla, nessuno è in grado di determinare e dire coerentemente che cosa davvero desideri e voglia"!

    Tra mille relativismi, un piccolo punto fermo è possibile apporlo alla descrizione della felicità: con tale parola non intendiamo di certo una condizione materiale, uno stato oggettivo, bensì una condizione sentimentale, uno stato d'animo positivo, di pieno benessere psico-fisico.
    Se volessimo, poi, ricorrere ad altre parole per descrivere ancor meglio questo concetto, suggerirei le seguenti: la felicità è una straripante sensazione di soddisfazione totale, di "pienezza" che ci pervade l'animo e ci pone per un attimo sulla cima più elevato di un Olimpo!
    La felicità -ove sperimentata- è un pò come un Kharma, forse l'unica forma di Illuminazione per davvero alla portata di tutti: uno stato -evidentemente temporaneo- nel quale l'uomo diviene imperturabile di fronte ad ogni avversità, non chiendeno più nulla alla vita nella vana convinzione di non aver bisogno più di nulla per appagare i propri desideri!
    Chi è felice è una persona fieramente libera, pienamente autonoma, compiutamente realizzata!

    QUANTO PUO' DURARE LA FELICITA'?

    "Davanti ad una prospettiva di felicità permanente e invariata non indietreggerebbero forse tutti, per il terrore di morire di noia?", si chiedeva lo scrittore britannico Aldous Huxley.
    Di certo nessuno potrà mai scoprirlo, poiché non esiste in alcuna forma una felicità “stabile e perpetua”.
    Anzi -sosteneva Pier Paolo Pasolini- "la felicità ha sempre vita breve": "la felicità della vita è fatta di frazioni infinitesimali: di piccole elemosine, presto dimenticate, di un bacio, di un sorriso, di uno sguardo gentile, di un complimento fatto col cuore" (Samuel Taylor Coleridge).
    Se la felicità esiste per davvero -e se agli uomini è data la possibilità di viverla-, stiate certi che poc'altro nelle nostre vite appare più sfuggente di quest'effimero stato febbrile chiamato "felicità"!
    Arde più di tutti esser felice soprattutto chi ha provato almeno una volta cosa voglia dire esserlo... Ma è proprio chi è stato felice ad esser consapevole più di ogni altro di come la felicità non lo accompagnerà mai abbastanza nella propria vita per appagarlo pienamente!
    Se esser felici è impresa alquanto ardua, dunque, praticamente impossibile è restarci a lungo!

    PERCHE' E' COSI' ARDUO RAGGIUNGERE LA FELICITA'?

    La ragione di tutto forse è più semplice di quanto appaia: la felicità non fa per l'uomo!
    E la causa di ciò potrebbe risiedere nell'innata "contraddizione esistenziale" umana, ben descritta da Socrate nella notoria definizione di "animale sociale".
    Secondo una mia personalissima interpretazione del pensiero socratico, difatti, la natura umana è contraddistinta da due forze "uguali e contrapposte":
    1- l'"animalità", qualità che si ricollega alla natura istintiva, primordiale, emotiva, irrazionale dell'uomo (alla tendenza innata a seguire ciecamente i propri istinti e desideri...);
    2- e la "socialità", qualità che si ricollega alla sua natura razionale, ragionevole, "cogitante" (alla spinta ad uniformarsi ai propri doveri sociali, dettati dalle ragioni di una necessaria convivenza con i propri simili...).
    Proprio nella perenne contrapposizione tra queste due "spinte interiori" dell'uomo si può rintracciare il principale ostacolo incontrato nella via verso la felicità!

    Cosa concretamente ci impedisce, quindi, d'esser felici?
    A farlo sono i "condizionamenti esterni" (legati al mondo delle persone "giudicanti" che ci circonda), i quali ci rendono impossibile essere pienamente "noi stessi", realizzare compiutamente i nostri più naturali istinti (così finendo col mortificare o spegnere sul nascere i nostri più primordiali desideri).
    Ciò spinge gli uomini, piuttosto che a realizzare se stessi, a realizzare i desideri che "gli altri" esprimono su di loro, regolando le proprie scelte sulla base delle aspettative altrui.
    Tutti ricerchiamo la felicità, ma il più delle volte finiamo con l'inseguire "target di felicità" a noi inculcati, a cui siamo stati ben allenati, educati, esortati con sapiente maestria fin dai primi anni dell'infanzia.
    L'ideale di felicità, così, finisce con l'assomigliare più ad un "pacchetto pubblicitario" preconfezionati dalla società a perfetto uso e consumo di ogni consumatore!

    L'affermazione universale di una cultura "consumista ed iper-capitalista", poi, ha finito col creare una "religione laica interclassista" fondata su un unico dogma: quello per cui l'aumento della ricchezza sia sufficiente a garantire un proporzionale aumento della felicità (o quantomeno a non provocarne la diminuzione).
    Una religione il cui straordinario successo è pari solo alla propria assiomatica "velleità": quella di credere l'uomo un perfetto consumatore e non anche un essere dotato di sentimenti e capace di emozionarsi!
    Fondare la felicità sulla ricchezza equivale a costruire un enorme castello di sabbia: come credere che la misura della felicità di un uomo possa dipendere dalla capienza del suo portafoglio?
    Come immaginare che la felicità possa essere un bene misurabile con unità di misura economiche quali il Pil, il reddito pro-capite o le rendite di capitale?!
    La vera natura umana -diversamente da un comune bancomat!- si nutre non solo di bisogni materiali ma anche di bisogni squisitamente emozionali!
    La ricchezza, dunque, può apportare certamente benessere all'uomo modermo ma non offre alcuna "garanzia di felicità".
    "La felicità interna lorda è molto più importante del prodotto interno lordo”, ha recentemente sostenuto sul Financial Times il re del piccolo stato del Bhutan, Jigme Singye Wangchuck.
    Come dargli torto?...

    Non solo non esiste alcuna equazione matematica del tipo "+ricchezza = +felicità" ma, almeno stando a Richard Easterlin (professore di economia all'Università della California e membro dell'Accademia Nazionale delle Scienze), vi sarebbe tra tali due termini una relazione inversa.
    Secondo il cd. "Paradosso della felicità" (elaborato proprio da Easterlin nel 1974) la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e ricchezza che si riscontrano nel corso delle loro esistenze.
    Anzi alcune ricerche avrebbero dimostrato come, quando aumenta il reddito (e quindi il benessere economico), la felicità umana aumenta fino ad un certo punto, per poi cominciare a diminuire, seguendo una curva ad U rovesciata!
    Può la scienza matematica porsi come oggetto di studio quanto di meno oggettivo e concreto vi sia, quale uno stato d'animo?
    A parte ogni legittima perplessità in merito, un dato empirico è comunque facilmente verificabile: inseguire i soldi, il benessere, la fama, il successo o il potere ritenendo che "solo" il loro raggiungimento sbarri le porte della felicità vuol dire condannarsi ad essere infelici: le ansie, le paure di fallire e il senso di inadeguatezza che inevitabilmente seguiranno non faranno che allontanarci sempre di più dal nostro desiderato traguardo!
    "Non è quanto si possiede, ma quanto si assapora a fare la felicità" (Chareles Spurgeon, predicatore battista britannico).

    Se la "socialità", quindi, è il primo ostacolo alla nostra felicità, allo stesso tempo non è dato all'uomo altra via che ricercare la felicità in comunione con i propri simili: la felicità, infatti, è l'unico bene che si moltiplica -piuttosto che ridursi- condividendolo con gli altri!
    Il paradosso conclusivo cui giungiamo, allora, è che:
    - se, da un lato, l'unico uomo in grado di raggiungere una piena e perpetua felicità sarebbe l'uomo "unico" (nel senso di solo sulla faccia della Terra);
    - dall'altro lato, un uomo solo, anche se felice, sarebbe condannato all'infelicità!

    Per questo non possiamo che riporporre il nostro interrogativo iniziale: ma la felicità è davvero alla portata degli uomini?
    La risposta la lascio ad ognuno di voi, ricordando qui chi una risposta se l'è di certo data: "c'è un unico errore innato, ed è quello di credere che noi esistiamo per esser felici..." (Arthur Schopenhauer).

    COME TENTARE DI ESSER FELICI?

    "Non esiste una strada verso la felicità. La felicità è la strada!" (Buddha)
    Certamente non esiste "una" via per la felicità -o, quantomeno, se estiste la sconosco!-.
    Piuttosto credo che di vie ne esistano almeno 7 miliardi, una per ogni abitanti di questo nostro Pianeta!
    Dipende da ognuno di noi trovare la propria strada verso la felicità -e, una volta individuata, percorrerla fino in fondo!-.

    Quale consiglio offrire, allora, ai lettori?

    1- Siate il più possibile voi stessi!
    "La felicità non è sempre e tutta opera del caso", scriveva Baltasar Gracián (filosofo spagnolo).
    Allora ingegnatevi per esser felici!
    Rompete le "dighe sociali" costruiteci intorno fin da bambini per frenare i nostri impulsi!
    Smettetela di recitare come burattini su di un palco su cui ci è ritrovati senza aver nemmeno partecipato ad alcun provino!
    Divenite protagonisti -non più figuranti...- della vostra esistenza!
    Riappropriatevi di voi stessi e della vostra autostima!
    Cominciate a costruire la vita con le vostre mani!
    Fate vostro l'appello di Friedrich Nietzsche (altro grande pensatore che non abbisogna di presentazioni...): "diventa ciò che sei!".

    2- Circondatevi di persone meritevoli del vostro affetto!
    La felicità si gusta meglio se condivisa e dipende, più che da ciò che ci sta attorno, da ciò che abbiamo dentro!
    Del resto -diceva il filosofo americano Elbert Hubbard- "si può sopportare il dolore da soli, ma ci vogliono due persone per provare gioia"...

    3- Prima ancora di essere felici, sentitevi felici!
    "Ad alcuni per essere felici manca soltanto la felicità" (Stanislaw Jerzy Lec, scrittore polacco).
    La felicità è un modo di vedere, dunque per cominciare ad esser felice occorre anzitutto guardare nella giusta prospettiva!
    Felicità non è inseguire sogni ed aspettative ma, al contrario, godere pienamente dell'oggi!
    La felicità non è uno stato a cui arrivare ma un modo di viaggiare: non un traguardo ma un cammino, la cui ricerca è il miglior modo di onorare la nostra esistenza...

  • 04 ottobre 2011 alle ore 10:29
    Il coraggio: rischi e controindicazioni

    Come comincia: Conosco una ragazza che ogni mattina sale sul treno delle 8.15 che parte da Saronno ed arriva a Milano Cadorna alle 8.55. Il tragitto da casa alla stazione lo fa con un'amica, una signora anziana ben tenuta, bionda, con tremendi gelidi occhi scuri.
    Anche lei è sempre ben vestita, classica, certo, ma con una punta di estrosità nel tocco della sciarpetta al collo, nel rossetto nuovo, nello smalto delle unghie: ma lo stile rimane, tuttavia, molto sobrio.
    Camminano, queste due donne, senza neppure sfiorarsi, in un ticchettare frettoloso e ritmato di stivali di pelle firmati, aggrappate alle loro borsette Gucci o Trussardi, i capelli perfettamente in piega, il trucco appena accennato, sapiente: di classe.
    E nell'estate torrida o nell'inverno crudo, quando tutte le ragazzine portano sciarponi sul naso e giacconi imbottiti, lei, invariabilmente rigida e dritta, nella schiena dritta, nella testa dritta, secca addosso come un bastone - di comando o di punizione, chissà - se ne sta appoggiata appena contro la parete della carrozza del treno.
    E parla misuratamente con l'amica, si danno del lei, forse sono solo colleghe di ufficio, a volte parlano di persone di comune conoscenza.
    E già lei rivolge alle persone attorno lo stesso sguardo gelido e scostante, dell'altra, l'anziana, già la pelle del viso attorno agli occhi è segnata, attorno alla bocca troppo tesa un fitto, fitto sottile delicato arabesco si disegna: e tuttavia, lei trucca le labbra di rosso.
    E il rossetto sbava appena nelle prime rughe accennate.
    Quando il treno arriva in stazione, lei scende e saluta l'amica:
    -Ci vediamo stasera, io prendo il 6 e 36, l'aspetto!
    -Ci sarò sicuramente- risponde l'anziana.
    E si separano.
    Lei cammina veloce, con quel passo serrato, mai aprire troppo le gambe, mai saltellare, attenzione - oh, fa attenzione, via...- e quasi senza guardarsi attorno, la gente, si sa, a volte è così brutta, vero?, arriva al palazzo in cui si trova il suo posto di lavoro.
    E' un lavoro d'ufficio, si, certo: ma di responsabilità, anche.
    E nel lavoro d'ufficio, piccolo topo grigio, lei si immerge lietamente, a passi serrati, gomiti contro il corpo, la sua camicetta bianca, la sua sciarpetta, le sue gonne lunghe.
    Ed i suoi colleghi, quando si rivolgono a lei, la chiamano per nome, certo, ma non le danno del tu, come ormai si usa dappertutto: oh no, lei rimane sempre la signorina xyxyxy.
    Salirà e scenderà mille volte la scaletta alla ricerca dei documenti negli archivi polverosi, ma comunque sia, nella classe che la contraddistingue, a lei ci si rivolte con i debiti modi.
    Mai, neppure lontanamente mai, si immaginerà che cosa esattamente dicono di lei, povera ragazza, quando appena appena le voltano le spalle, mai saprà fino a che punto la gente è capace di usarla, tanto, basta fingere deferenza, con lei, rispetto, e non dire mai "c.....".
    Ah no, la signorina ha orrore delle parolacce, non potrebbe mai sopportarle, è una cosa più forte di lei, le si rizzano i peli sulle braccia.
    E qualcun altro soggiunge, a bassa voce: "...e non solo quelli....".
    E nella sua giornata quieta e relativamente protetta dalla routine del suo lavoro, ormai quindici anni nello stesso posto, chi mai la manderà via di là - e poi, ma si, è fidata, di sicuro impegno, puoi stare tranquillo che se dire che lo fa, lo farà senz'altro - eccola senza grandi pensieri veleggiare verso una solitaria serata.
    Gli altri si incontrano, gli altri fanno progetti, vanno al cinema, hanno ragazzi, ragazze, feste, balli, hanno una vita fuori; lei ha la famiglia, la mamma, il papà, la sorella più giovane, va ancora a scuola, al primo anno di università.
    Ma in famiglia l'aria non è poi cambiata, perchè la sorella più giovane va a scuola, si, ma perchè non sa che cosa fare: fa pedagogia, ma a lei proprio i bambini non piacciono.
    Anche a questa ragazza che io conosco, i bambini non piacciono: sporcano, gridano, e poi, così piccoli, che impressione.
    "Certo, sono belli, però io non credo che sia assolutamente necessario averli, i figli."
    "Si può essere realizzati anche senza, i figli".
    Oh certo, naturalmente.
    E lei continua a spulciare i vecchi libri cercando codici e codicilli, felice in anima, rilassata e remota dal grande vortice impazzito della vita.
    Non le sono mancate le occasioni, a questa ragazza, no: le è mancato il coraggio.
    E quando a sera si ritrova sulla strada per la stazione, a volte davanti a lei si abbracciano due ragazzi in jeans e giubbotti, e parlano fitto fitto e dicono tutto il loro universo di stelle, le labbra vicine e le mani - ah, queste mani ribelli impudiche invadenti: ma non si può, davanti a tutti, che schifo!-
    Oppure vede a volte quei gruppi compatti di gente affiatata che si chiama da un capo all'altro della strada, perchè stanno andando a mangiare una pizza, perchè dopo vanno al cinema, perché "dobbiamo organizzare per domenica, per sabato, per domani...".
    E lei abbassa gli occhi, stringe le labbra, stringe le gambe, e passa oltre, oltre il muro d'incanto dei loro sentimenti intessuti in briciole di vanità, di civetteria, di follia d'essere vivi oggi, oggi e forse domani.
    Lei è una persona posata, si sa, non è più una ragazzina, certe cose sono finite.
    Ogni cosa alla propria età, ama dirsi spesso, quello che si poteva fare allora, adesso non si può più.
    Ma nel camminare sola, e sempre e sempre sola, contro le vetrine illuminate dei negozi, nell'attraversare la strada, quel serpente lampeggiante e crudele di automobli, e la gente dentro, la gente felice, che va e viene, e fa progetti e si diverte e vive e piange e grida, bene, mille volte mille, l'anima le si strugge di accorata nostalgia.
    Perchè poteva, perchè doveva essere diverso.
    Non le sono mancate le occasioni, lei le ricorda ancora, anche se con distacco, con il dovuto e necessario distacco, con la lucidità della saggezza, ricorda quella ragazzina acerba, tutta gambe e capelli.
    Ricorda i pensieri: ancora adesso, a fatica se ne accosta, li aggira, li spia, ma ancora non li riprende, perchè la sconvolgono l'asprezza e la sregolatezza dei sentimenti, la violenza dei desideri più sconci, più depravati, la fa rabbrividire, ma tuttavia lei sa che questi erano i suoi pensieri.
    Lei sa che cosa esattamente pensava il suo corpo, quando il primo ragazzo le ha fatto battere il cuore, ed allora, davvero allora, oh no, non aveva questo passo pudico, e davvero, ma davvero, non aveva questa bocca serrata ed asciutta e dura.
    E quando poi gli amici le si stringevano addosso, quando appena cominciava ad aprire gli occhi, gli occhi dell'anima, sulla realtà di sangue e di nettare di questo mondo da vivere, quando cominciava a cercare di placare l'ansia di esistere fuori di casa, si, al momento preciso in cui doveva rispondere al primo invito, alla prima mano tesa verso la sua, perchè anche lei facesse parte della catena, ecco, lei, no.
    Lei non ce l'ha fatta, lei ha chiuso la porta, ha chiuso gli occhi, ha detto non posso, io, no, mia mamma non vuole, e poi, cosa penserà mio padre: perchè la sua era una famiglia tradizionale, una vera famiglia, il padre lavorava duro, faceva i soldi, ma le figlie, femmine, dovevano renderglieli, in un modo o nell'altro.
    C'era un decoro, da mantenere, un'aura di rispettablità, di buoni sentimenti.
    "Puoi andare all'oratorio, si."
    "Puoi andare con le suore in gita, si."
    "Puoi andare a messa con le amiche, si."
    Purchè tutto sia in regola. Purchè tu non pensi, non senta, non frema in corpo al primo soffio di vento di primavera.
    Non sai gli uomini, cosa sono, le diceva la madre. Bestie, sono.
    E davanti a quel viso irrigidito, nel sospetto del rituale segreto e misterioso, lei inorridiva al pensiero: al pensiero che sua madre potesse leggerle dentro, dentro in anima: e vedere.
    E sempre più chiudeva gli occhi.
    Bestie, sono, con i loro desideri bestiali.
    Lei non era certo un'ingenua, sapeva come si svolgono le cose: ma ne rifuggiva al pensiero di esserne insozzata.
    Quando a volte si arrivava a toccare questi argomenti, si scopriva che lei era per una convivenza di persone mature, sagge, educate, senza il problema dei rapporti fisici: questo, poi, davvero, non poteva accettarlo.
    Faticava quasi ad accettare la convivenza sotto il medesimo tetto: passi per i fratelli, si sa, sono della stessa famiglia, ma due estranei, due perfetti sconosciuti, che si mettono insieme per...
    Ah no, che schifo.
    Il coraggio, le è mancato.
    Di accettarela parte di bestia che dentro di lei rumoreggiava, risacca di mare, di un mare di corallo, corallo rosso sangue, rosso sangue d'amore e di vita.
    Questa vita da vivere, lei ancora la guardava da lontano, per paura di bagnarsi i piedi con il suo lungo penoso irrisolto schiumare di gioie e dolori, dolori, cocenti dolori e misericordiose oasi di felicità perfetta.
    Ed ogni sera, dopo la lotta contro la possiblità di vivere, lei accoglieva felice e trafelata l'amica anziana, e parlando delle quiete cose di sempre, di casa, di cena, di tempo, di vacanze, salivano insieme sul treno.
    Sul treno che l'avrebbe portata a casa: senza scosse, senza traumi, piccola chiocciola paurosa, pronta a morire senza  aver mai messo la testa fuori dal guscio.
    E tuttavia, innegabilmente, si, pavida, si: ma con classe.

  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:48
    I veri demoni

    Come comincia: Se gli angeli sono quei biondi cherubini dal viso ceruleo che volteggiano doratamene sopra la nostra aura ammantandoci di amorevole protezione, i demoni sono certamente i loro antagonisti, quelli che si sforzano, si impegnano a procurarci il male, vivono e si alimentano di questo e non a caso, le due forze contrapposte, combattono da sempre una interminabile lotta per la conquista delle anime.
    Ma se è semplice capire in quale spoglia si manifesta un angelo, non è poi così semplice capire dove si nasconde il demone, proprio perché per sua natura, può giocare sull’inganno, la falsità… l’angelo combatte con la trasparenza, è un essere di cristallo, puro e luminoso, non indossa maschere e la sua forza è nella celestialità, nel candore, nel potere della luce… il demone fa uso di maschere per schermarsi, nascondersi, invadere, possedere le anime e contaminarle, confonderle, la sua forza è nelle tenebre, nell’oscurità, nella malvagità…

    Da questa parodistica visione del mondo spirituale appare certamente un po’ brusco calarci qui, nel nostro regno di peccatori incalliti che, prima ancora di stringerci al seno materno, siamo già chiamati ad espiare un terribile peccato di origine! Ma è solamente un modo per introdurre i concetti di buono e cattivo, giusto o ingiusto, corretto o scorretto, morale o immorale, sano o insano… conflitti antitetici che puntualmente vengono invocati ogni volta che accade un evento che turba il nostro equilibrio sociale, qualcosa di anomalo, un delitto particolare, un incidente, qualcosa di grave che muove immediate reazioni tra le coscienze e le opinioni.

    C’è un confine molto delicato tra il piacere e il pericolo, tra il divertimento e la tragedia: quotidianamente ci sono vittime della montagna, che passeggiano più o meno coscienziosamente su vette, rocce o ghiacciai, puntualmente sciatori del fuoripista, per quanto proibito e segnalato sia, provocano valanghe e relative tragedie… ogni giorno incidenti d’auto sono provocati da errori umani, distrazioni e spesso proprio da irresponsabili che guidano a folle velocità o con elevato margine di distrazione, magari hanno in mano veicoli fabbricati da case automobilistiche che mettono in circolazione auto che fanno i 250Km/h o motociclette che superano i 300Km/h, ma pazzo non è che le costruisce o chi le vende, ma chi le guida! E quando un esploratore dell’estremo consuma in tragedia la propria vita per un errore di calcolo nell’apertura del paracadute, si compiange giustamente il martire, l’eroe… e cosa dire di quelle vittime dell’ottovolante che cercavano l’ebbrezza di un giro vertiginoso e si sono ritrovati a deragliare fuori dalla loop? Ovunque ci sia il piacere del pericolo, aumentano inevitabilmente i rischi che si corrono e questo accade ovunque, in qualunque attività, disciplina, esercizio, persino nelle missioni spaziali o nella Parigi-Dakar, è un prezzo drammatico da pagare al demone del brivido, alle forze tentatrici che impediscono alle anime inquiete di vivere nella quiete, nella pace, nel relax, nella serenità… non sono necessariamente anime dannate, anzi, spesso reincarnano lo spirito di grandi conquistatori, mitici esploratori, leggendari guerrieri… quando un pilota di f1 ci lascia per le conseguenze di un testacoda lo consacriamo come un eroe, ne ricordiamo e ne narriamo le gesta… ma chi è il demone che ne ha raccolto l’ultima spira di vita… non sono forse quei meccanismi di rivalità, di sfida, quelle colossali montagne di denaro, di interessi, sponsorizzazioni, televisioni, merchandising, marketing ad alimentare, spingere e fomentare le gare di automobili, le regate transoceaniche, le sfide al confine di ogni limite…? Lì certamente si annidano i demoni della speculazione, del malaffare, dello show-business e le vittime…

    Siamo proprio sicuri che le persone che tanto facilmente additiamo non siano Angeli, vittime di un incidente provocato da un demone… ?

  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:44
    Cuore di luce

    Come comincia: Il modulo per la richiesta di mutuo era molto complicato: decine di documenti, codici fiscali e codici genetici, dna, rna… bic, swift, certificati anagrafici, analcolici, garanzie, moduli indecifrabili, bilanci e controbilanci, firme, timbri, bolli, bollini, tessere magnetiche, tessere di un mosaico incomponibile e impossibile…

    Il sogno di una casa calda e sicura, al riparo dal freddo e dai pericoli, in cui poter vivere posandosi serenamente sui muri di pietra, sulla corteccia del soffitto, in cui poter brillare, lampeggiare, volare in libertà… era un sogno non realizzabile, troppo complesso, respinto dalle circostanze della vita e dal rischio proibitivo di finire divorato da un qualunque predatore del bosco…

    Restava spento e silenzioso, mimetizzato sotto il guscio di una ghianda… una casa piccola, stretta e oscura in cui non c’era spazio, non c’era vita… ma uscirne significava essere visto e sbranato… poteva solo nascondersi, soprattutto quando la notte rendeva il suo cuore luminoso, pulsante, visibile a tutti anche da lontano… nascosto e imprigionato… legato al proprio bisogno di vivere solamente dalla speranza di un sogno che potesse illuminare ogni cosa e trasportarlo in un mondo magico ricco di colori e armonia…

    Nel silenzio le foglie scricchiolavano, erano i passi minacciosi di un felino, un predatore in cerca di cibo…

    lui era l’alimento per i pipistrelli della notte che ne catturavano le vibrazioni, per chiunque potesse vederlo… Poteva solamente nascondersi meglio, di più, soffocarsi, coprire il proprio cuore, la luce… pericolosa… che non poteva spegnere né controllare…

    Bloccato e imprigionato aveva solamente da scegliere… se spegnere la propria luce spegnendo se stesso… o uscire, vivere, pulsare, brillare, volando di foglia in foglia, fiore in fiore, ramo in ramo… barattando la propria libertà con la propria incolumità…

    Scelse di battere le ali e scoprire i rumori, i sapori, i colori del bosco… ogni battito del cuore la sua luce richiamava famelici e selvatici istinti ma il piacere di posarsi su una betulla, scivolare sul muschio, respirare il profumo delle resine, dondolarsi su una foglia caduta dal cielo, vedere le fronde cullate dal vento e le pietre brillare sotto i raggi della luna… Lui era luce che volava… verso la fine del bosco, la vetta degli alberi, verso radure fiorite, verso l’alto… il cielo…

    Giunse alla fine, la fine del bosco, la fine della terra, del mondo, la cima…

    era l’ultima soglia, la vetta di una montagna tra le montagne, al centro del sistema, confine e limite… poteva solo posarsi, per l’ultima volta, tra il sole e la luna, al freddo, senza un rifugio, senza protezioni, senza casa… immobile al centro dell’universo… posato tra l’erba umida, fredda…

    Nel freddo e nel silenzio i raggi si incrociavano, gli astri si guardavano… opposti e paralleli, il vento rompeva il silenzio portando un battito d’ali…
    La lucciola restò immobile ma il suo cuore brillava, luminoso e letale…

    Voleva spegnerlo, nascondersi ma non poteva … NON VOLEVA spegnerlo…

    Non voleva nascondersi…

    Il battito d’ali era vicino, sentiva lo spostamento d’aria, si avvicinava…

    Il sole baciava la luna che baciava il sole…

    Intorno al suo cuore di luce la cornice del bosco portava con sé il profumo della casa abbandonata, del guscio di ghianda rimasto tra le foglie, accanto ad alberi sradicati, arbusti, bacche velenose, insetti voraci…

    “Ho scelto di vivere, liberare la mia luce, ascoltare il mio cuore

    Ora puoi scendere su di me… volando… puoi prendermi…

    Ora puoi venire

    Sono tuo…

    Ma ho scelto di vivere

    Ho scelto…

    La vita…

    Scendi….

    Avvolgimi…

    Prendimi…

    Guidata dalla mia luce

    Che non intendo spegnere…

    Ti sento, so che sei vicino, mi hai visto…”
    Aggrappato al mio filo d’erba umido e freddo il mio cuore batte forte, la luce si fa più intensa, visibile…

    …………………………………………………………………….

    Il sole si fondeva con la luna che si fondeva con il sole… (*)

    La farfalla dalle grandi ali color del tramonto si posò sulla lucciola avvolgendone la luce in un abbraccio morbido e delicato, proteggendola dal mondo, caricandola d’amore…

    Il cuore di luce pulsava… brillava di gioia, di vita meravigliosa, donava il battito intermittente all’incantevole anima che ne custodiva i preziosi raggi accarezzandone lo spirito libero… capace di sognare…

    Avvolto nel suo sogno, la lucciola baciò le ali della farfalla… erano quanto di più morbido e delicato avesse mai visto, sognato, immaginato… si strinse a lei, la strinse a sé, con calore, amore, poesia, magia… ne cercò le labbra per fondersi in lei, per fonderla in sé…

    liberando energie infinite che dal piccolo stelo del prato si propagavano al cielo e alla terra, accendevano le stelle, le luci della notte… il sole era sceso oltre le montagne, la luna brillava rotonda e splendente…

    fili d’argento dal cielo…

    profumo boreale…

    polvere di meteore…

    stelle cadenti…

    desideri…

    luce…

    Dicono che sia la storia d’amore più grande

    Più bella

    Più dolce



    … che sia mai esistita…

    (*storico)

  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:43
    Un casista incasinato

    Come comincia: Per essere un casista, ai tempi della recessione immobiliare pluriavanzata (1.250 A.M. – leggasi Ante Mattonem) servivano ben altro che pluridecorazioni, lauree a dishonorem, nomine catastali predefinite o governative, licenze poetiche ad uso edilizio o rogiti notarili con caparra anticipata e relativa dilazione in 250 bienni senza particolare disinteresse…

    Si trattava, a quei tempi, della più avanzata professione specialistica che essere vivente potesse mai pensare anche solo di immaginare, in quanto l’iter diplomatico-burocratico-parastatale era enormemente complesso e difficoltoso: una professione eletta quasi a mitologico simbolo dello sviluppo e del progresso di allora.

    Ecco perché Tino Mattone passò alla storia… perché fu lui l’unico atleta dell’ingegneria a superare i mille e mille (uguale duemille) ipercavilli, esami, controesami, prove del 39, controprove, analisi e controanalisi necessarie per ottenere questa specializzazione assoluta tanto ambita da qualsiasi ambizioso idealista arrivista e traguardista. Prima della sua venuta, tutti i 5 milioni di abitanti di Manopoli, uno stato democratico particolarmente prospero e progredito, vivevano in un unico insediamento domestico costituito da un’enorme struttura in giunco e vimini sotto la quale alloggiavano senza alcun riferimento di proprietà, domicilio o ubicazione, vaganti sotto questa immensa protezione dalle intemperie, quasi come formiche in un formicaio di giunco e vimini. Nessuno si era mai posto il problema di vivere diversamente anche perché, per farlo, qualcuno avrebbe dovuto porsene il problema… E’ così che in un unico spazio si svolgeva tutto e accadeva di tutto: le persone giravano accalcandosi a tratti una sopra l’altra e a volte gruppi sopra gruppi, indistintamente; chi camminava, chi correva… non c’era un particolare regolamento al proposito anche perché lo spirito di comunità era di lasciare massima libertà alle esigenze di ciascuno: si era tutti in uno in tutti i sensi, dappertutto!
    Comizi di popolo sopra partite di polo, accanto a fiere del bestiame e sotto gruppi di lavoro, di ballo, di canto, di studio o di danza anaerobica. Lezioni di scuola in mezzo a gare di formula 19, previsioni del tempo tra artigiani del pellame, pescatori tra automobilisti scatenati e bambini giocherelloni tra anziani traballanti e ancora vigili urbani tra operatori ecologici e distributori di volantini tra gestori di autogrill… Non è che ci fosse poi questo gran casino, perché in effetti il casino era totale… solo che istintivamente si poteva provare a far di meglio ma… quella era la realtà e per cambiarla occorreva cambiarla.

    Cosa non da poco, considerando che le tradizioni millenarie erano ben radicate nell’uso ma anche nel costume del popolo… era come andare da un pinguino e fargli presente che al Polo Sud faceva freddo… Cosa gliene avrebbe potuto sbattere più che qualche minuto? Chi aveva interesse a discutere il proprio habitat, la propria condizione sociale, la propria  comune metodologia esistenziale… e perché?

    Tino Mattone, unico addetto alla manutenzione e alla gestione tecnicologistica dell’immane copertura in giunco e vimini che proteggeva gli abitanti della sua città, gestiva una squadra di operai specializzati che, arrampicandosi sulla struttura stessa e passando di trave in trave librandosi su delle corde penzolanti, provvedevano al controllo quotidiano della perfetta integrità dell’insieme: chiudevano eventuali falli provocate dalle intemperie, controllavano lo stato di usura e deterioramento dei supporti o dei rivestimenti segnalando eventuali elementi difettosi o pericolanti. Tino Mattone, dunque, effettuava un sopralluogo per verificare l’intervento da eseguirsi e forniva alla Officina di Falegnameria Statale i parametri necessari per produrre gli elementi che andavano sostituiti… Ne seguiva la lavorazione artigianale truciolo per truciolo, il trasporto, la messa in posa e quella in chiesa, e ne testava infine la resistenza con un gruppo di pesi massimi che  sollecitavano le parti secondo precisi criteri definiti dal Test di tolleranza che lui stesso, in anni di approfonditi studi, aveva elaborato, forgiato, nonché tradotto in una sintetica formula algo-geo-fisica di cui riportiamo un sunto:
    “ Dato un elemento in giunco o vimini della lunghezza pari ad 1 metro, diametro spessore 15 cm, peso specifico 8,3 gha (unità di peso specifico locale) se ne certifica la tolleranza agli agenti atmosferici e intemperie particolari laddove 15 obesi di taglia superiore i 150kg, ritmando su di esso danze caraibiche e movenze di ballo polacco, non lo incrinino né lo spezzino”

    Accalcato tra la folla formicaieggiante di una qualunque giornata quotidiana, Tino Mattone, soffocato e sgomitante, soffriva il caos generale di quel modo di vivere… Ragionando sui suoi progetti di manutenzione e gestione dell’impianto di copertura della città, si ritrovava spesso a schizzare forme nuove, particolari, che custodiva tra i suoi appunti di ricercatore insieme alle equazioni paraalgebriche e agli integrali irrisolti di quando frequentava le scuole superiori. A volte si illudeva di riuscire ad inventare nuove soluzioni abitative per il genere umano ma, per quanto fosse il miglior iperspecializzato in tema, non gli venne mai nulla di funzionale o di realizzabile.

    La primavera portava nuove forme di vita nel mondo intorno a Manopoli, accompagnate da un vento tiepido, dal profumo di germogli sui rami delle piante, di fiori tra l’erba dei prati più verdi, più vivi… Il canto leggero di passerotti e rondini filtrava dalla copertura della città insieme a raggi di un sole più caldo, più luminoso… e l’acqua dei ruscelli che scendeva dalle vicine colline sembrava tintinnare più chiara e più limpida. Era il momento tanto atteso del picnic: tutti gli abitanti si spostavano al di fuori del centro urbano e si accalcavano sull’erba tenera uno sopra l’altro. A turno quelli sopra stavano sotto e viceversa per dare sia la possibilità di adagiarsi sul verde prato in fiore, sia di ricevere il tepore del sole primaverile. Era un momento di intenso svago e particolare relax paragonabile solo al grande esodo estivo quando si recavano nell’adiacente mare per una bella balneazione di gruppo; anche in questo caso era prevista una rotazione in acqua: le persone sotto raccoglievano conchiglie, alghe e frutti di mare, quelle sopra rianimavano quelli che venivano da sott’acqua, quelli più sopra ancora si arrostivano al sole o prendevano a fiondate i gabbiani di passaggio per evitare che defecassero troppo vicino al loro cranio.
    Nel pieno del picnic di primavera Tino Mattone volle isolarsi momentaneamente dal Gruppo per studiare il mondo che lo circondava… Uno scoiattolo passò saltellando accanto a lui, lo guardò un istante per poi fuggire verso il bosco. Tino lo seguì con lo sguardo e lo vide sparire in un albero, come per incanto… Stupito ed incuriosito si avvicinò alle fronde che si cullavano al vento ma non vide nulla; in alto, lungo il tronco, c’era solo un piccolo buco ma non era possibile che tutta la comunità degli scoiattoli si accalcasse in un buco così piccolo… Si tenne il mistero e continuò a studiare, sedendosi accanto ad un ruscello… spostò un piccolo sasso sommerso e… sobbalzò dallo stupore: un pesciolino argentato guizzò da sotto di esso per scappare velocemente altrove… cosa stava facendo? Perché era lì… e dov’era e come poteva essere la comune abitazione di tutti i pesci del ruscello? E quella dei passeri? Quella delle rondini?
    Esaminando una foglia dal tenero color verde primavera, concentrò la sua attenzione su un esemplare animale veramente particolare e curioso: un indefinito corpo molliccio e appiccicoso che strisciava lentissimamente con un rigonfiamento superiore apparentemente duro e leggero. Si avvicinò per sfiorarlo e con grande stupore vide che la parte molle dell’animale scomparve in quella dura!
    Questo fenomeno imprevisto e molto particolare lo interessò moltissimo, al punto che raccolse l’insolito animaletto per portarlo nel suo laboratorio. Nei giorni successivi, Tino Mattone non fece altro che studiarlo: lo chiamò lumaca perché era lento come una lumaca, e concluse che la parte dura dell’animale non era viva ma solamente un guscio protettivo entro cui si rintanava in caso di pericolo… Ma dove abitavano le lumache? Dov’era e come poteva essere la casa che raccoglieva la loro comunità?
    Domande complesse e difficili, a cui il Mattone non seppe trovare soluzione né una teoria in grado di ipotizzare una risposta.

    La primavera successiva, di ritorno al ruscello, vide per un istante un’ immagine di donna riflettersi nell’acqua argentea… Una ragazza dai lunghi capelli neri intiepiditi dal vento lo stava osservando con i dolcissimi occhi color del cielo. Nell’attimo stesso in cui se ne accorse era già sparita… la cercò, la chiamò ma non la vedeva… Pervaso da una forte sensazione di calore ed energia, colpito nel cuore e nella mente, dedicò i giorni successivi a ritrovare questa persona che tanto a fondo aveva toccato il suo spirito, la sua anima…
    Scalando montagne di persone, infilandosi in sottopassaggi e cunicoli umani, muovendosi a fatica tra centinaia di migliaia di anime si sentiva lentamente assalire dallo sconforto, dalla confusione, dal caos che regnava ovunque, in cui tutti vivevano ma nessuno esisteva… Non poteva trovare un individuo, una donna, una donna dolce e bella, quella donna… Poteva trovare persone, uomini e donne, anziani e bambini ma non quella persona… Mancavano i riferimenti, i luoghi, non c’erano luoghi in quell’unico luogo! Non c’erano singoli in quell’unica comunità! Non c’erano spazi in quell’unico ammasso!

    I suoi sentimenti entrarono in contraddizione con la realtà sociale in cui viveva, in cui tutti vivevano o ritenevano di vivere… Il progetto globale di comunità umana unita da un solo insieme di persone sotto un unico programma residenziale, i propri sentimenti, il bisogno di chiudere una porta, riaprirla… strane luci palpitavano nei suoi pensieri, emozioni e sensazioni, innamorato o forse semplicemente colpito da un’immagine, una intuizione… Voleva e doveva ritrovare quello sguardo dolce e azzurrato che in un solo attimo aveva dipinto la sua eternità, il suo quotidiano, i suoi momenti di vita arricchendoli di ipotesi, idee, tutto completamente rimescolato decine di volte nello stesso caos della città in cui viveva, che gli impediva di cercare e trovare, riconoscere e distinguere, identificare, essere individuo e non solo elemento di un insieme peraltro un po’ confuso.

    Esaminava il movimento della lumaca che lentissimamente pascolava di stelo in stelo lungo il piccolo percorso vegetale allestito per i suoi studi: una lumaca, un animale, un individuo… una sola abitazione! Vagamente circolare, spiraliforme… sembrava una piccola ruota arrotolata su se stessa, cava all’interno per ospitare lo stesso inquilino che la trasportava… La chiamò Roulotte, che significa “abitazione trasportabile a forma di ruota arrotolata” e ne fece elemento di profondi studi ed analisi per lunghi mesi a seguire.

    Due occhi color del cielo accompagnati da una dolce chioma di lunghi capelli neri cercavano da mesi una persona, quella persona che videro un giorno accovacciato sulle rive di un ruscello studiare l’acqua, le pietre, le foglie e i fiori, le piante, gli animali del bosco, gli insetti e i volatili. Tornava spesso sulle rive di quel ruscello sperando forse di rivederlo, di riprovare quella forte sensazione che aveva pervaso il suo sguardo e la sua mente quando lo videro, quando lui la vide e di nuovo lei scappò, per timidezza e imbarazzo, per confusione…

    Lo cercava in primavera, in estate, lo cercava in inverno penetrando le acque ghiacciate del rivolo innevato con il proprio desiderio di identificare una persona nel caos assoluto e globale del sistema sociale in cui viveva.

    Una foglia dell’autunno si staccò lentamente dal proprio ramo e come una lieve ninnananna giunse cullandosi al vento verso il suolo, cadendo silenziosamente accanto alla dolce chioma della dolce Evina, ragazza innamorata, confusa, pervasa e toccata da sensazioni nuove, dal bisogno di trovare e trovarsi, identificare e identificarsi. Evina spostò lo sguardo verso il cielo grigio, e vide uno scoiattolino infreddolito saltellare tra i rami rinsecchiti di un albero, provocando con il suo movimento la caduta delle ultime foglie rimaste. Si alzò curiosamente verso di lui come per salutarlo, vederlo più da vicino… scomparve in un piccolo buco dell’albero, come per magia… Incuriosita, Evina salì verso il cielo pallido ramo per ramo, sino alla cavità e vide qualcosa di incredibile, inimmaginabile… Lo scoiattolino stava sgusciando con le piccole zampe anteriori alcune ghiande raccolte nel sottobosco; accanto a lui una scoiattolina dagli occhi a mandorla imboccava premurosamente dei cuccioli piccolissimi e dolcissimi, che ricambiavano le premure dei genitori con piccoli squittii di gioia, strofinandosi con le piccole morbide code sul ventre di mamma e papà.
    Sconvolta e incantata da quel quadro di vita animale immensamente ricco di emotività e atmosfera si soffermò a lungo guardando, ma improvvisamente si sentì bloccare da un impulso interiore: aveva la sensazione di fare qualcosa di ingiusto, che non le apparteneva… c’era qualcosa in quello che aveva visto che l’aveva colpita oltremodo… una sensazione di intimità da rispettare, da non violare con la propria curiosità, la propria indiscrezione.

    Scese lentamente dall’albero e un po’ incerta si riavviò nel caos globale della sua città, riammucchiandosi su decine di persone ammucchiate su decine di persone, frequentando circoli sopra quadratoli, cinema all’aperto costruiti in mezzo a ponti gotici ed archi voltaici, suppellettili impilate sul cranio dei passanti e automobili parcheggiate sotto i tombini della metropolitana, alla stessa ora le stesse cose per tutti, in ogni momento tutti in un solo globale volume di insiemi generali, inidentificabili e indistinguibili, senza fama, senza storia, senza passato nella memoria, senza ricamare un solo attimo di personalità per sé stessi che non fosse dedicato all’insieme!

    Evina pensò di parlare con qualcuno dell’ incredibile scoperta che tanto la aveva colpita… e chi meglio del casista di Manopoli, la persona più colta, istruita, provata ed affermata, unico esperto tuttologo e superlogico capace di controllare l’efficienza della copertura globale della città, il massimo dotto locale plurilaureato e pluridiplomaticizzato da tutti riconosciuto come la più alta onorificenza locale?

    Si mise in viaggio alla ricerca di Tino Mattone, sgomitando tra i milioni di gomiti della gente della sua città, raggomitolandosi sotto migliaia di persone raggomitolate e aggrovigliate tra loro, scalando decine di umani che scalavano decine di umani per muoversi, spostarsi, respirare, fare qualcosa di diverso… Milioni di occhi e di persone, milioni di mani, uomini e donne unici nella loro identità ma completamente persi nel mare umano della città stessa, milioni di voci, di corpi in movimento casuale e caotico, milioni di gambe da superare come muri invalicabili, scarpate e abissi umani, individui agglomerati in un tutt’uno che occlude ogni diversità e ogni specifico… Un unico ostacolo insuperabile per trovare qualcuno, per sentirsi ed essere qualcuno anziché tutt’uno…

    Tino Mattone innamorato e sperduto nella massa di folla cittadina cercava quella persona che lo stava cercando, ignorando un’identità sconosciuta, rincorrendo solo un sentimento ed una tensione emotiva che guidava il loro annaspare tra l’impossibile sbarramento genetico del formicaio umano della loro metropoli.

    Seguendo le tracce di uno scoiattolo Tino Mattone incontrò Evina, che seguiva le tracce di uno scoiattolo o forse, entrambi, inseguivano i propri sogni, le proprie emozioni… Si scoprirono l’un l’altro sotto l’albero in primavera, incrociando il proprio sguardo, palpitando delle stesse paure e degli stessi desideri di vivere, conoscere e capire… Tino Mattone imbarazzato e timido scostando lentamente i propri passi si avvicinò a lei che non fuggiva ma lo aspettava, lo vide avvicinarsi, sentì la sua voce accarezzare i suoi pensieri e i suoi capelli, socchiuse gli occhi color del mare e prendendolo per mano salirono ramo per ramo verso le fronde, dove già lei vide la tana degli scoiattoli: erano nati quattro nuovi cucciolini di cui uno completamente bianco, sembrava un batuffolo di neve… un fiocco di bambagia… E mentre i genitori porgevano loro il cibo sgranocchiando il guscio di noci e ghiande, i fratellini già cresciuti si rincorrevano sui piccoli rami delle ultime frasche in germoglio, tra il volo incerto delle prime farfalle e il penetrante ronzio delle mosche in schiusa che sciamavano tra la terra e il cielo richiamando l’attenzione delle rondini in cerca di cibo.

    Guardando quello scenario di vita e natura Tino ed Evina congiunsero interiormente le proprie sensazioni in un unico battito emotivo, si sentivano uniti pur senza sfiorarsi: forse stava nascendo in loro il comune sentimento che unisce tutte le forze della natura, dai piccoli insetti ai grandi animali delle lontane praterie.
    Richiamati dal pigolio insistente di piccole uova appena dischiuse, videro le rondini portare il cibo ai cuccioli implumi, mentre i maschi della famiglia provvedevano a rinforzare il proprio nido aggiungendo sottili ramoscelli e intrecciandoli con rapidi movimento del becco… Anche loro non vivevano in una comunità agglomerata ed unica, ma erano ciascuno indipendente e libero del proprio spazio, della propria intimità e della propria famiglia in un mondo aperto e sereno dove tutto aveva un posto, un ruolo… Scesi lentamente dall’albero scoprirono una nidiata di pesciolini fare macchia accanto ad una pietra del ruscello, e sulla riva un  cerbiattino sorseggiava l’acqua con la piccola bocca insicura per dissetarsi… Il cucciolo fiutò gli umani, e corse a rifugiarsi nella propria tana: uno spazio morbido e fresco ricavato in un intricato gruppo di cespugli accanto alle prime pareti della montagna… Anche un’ape si posò su un bellissimo trifoglio color lilla accanto a loro, e dopo aver svolto il proprio ruolo nel gioco della riproduzione vegetale, portò il proprio carico di polline all’alveare che ospitava le larve pronte per schiudersi con il primo sole.
    Ogni cosa aveva un posto, un ruolo, ed ogni creatura una sua dimora… Solo le formiche avevano una struttura sociale simile a quella di Manopoli ma forse poteva esserci una certa differenza tra le due specie animali. Tino ed Evina sfiorandosi per mano camminavano dolcemente guardando tutto questo, baciati dal sole, accarezzati dal vento, uniti dalle stesse sensazioni si strinsero vicino, forte… la paura di perdersi, non potersi ritrovare, il desiderio di stare insieme uniti, una famiglia, un proprio spazio, una porta per chiudere ed aprire il proprio spazio, i propri cuccioli vicino a sé, le proprie cose…

    Da questo mix di desideri e paure, Tino Mattone derivò il più rivoluzionario progetto mai ardito prima da un essere umanoide: la tana famigliare, proporzionalmente grande quanto basta per pochi individui, in grado di accogliere un nucleo di persone limitato e le relative cose: una riproduzione in piccolo dell’immane struttura di protezione della città!

    Provò ad edificare un prototipo facendo di queste sue recenti scoperte un patrimonio inestimabile di idee e funzionalità: intrecciando ramoscelli e fronde costruì una prima ossatura della costruzione; integrò quindi le pareti con del fango lasciando un’apertura che chiamò finestra. Guardando attraverso di essa dall’interno, era infatti come affacciarsi sul mondo, serviva per vedere fuori dalla propria tana famigliare ma anche per ricevere la luce del sole, l’aria… e per comunicare tra l’interno e l’esterno! Deviando un piccolo ramo del ruscello e facendolo passare lungo il pavimento dell’abitazione, Tino Mattone creò inoltre un ingegnoso sistema di acqua corrente che garantiva il fabbisogno idrico per bere, cucinare e persino per raccogliere senza eccessive maleodoranze le secrezioni fisiologiche degli abitanti.
    Evina adornò il tutto con fiori seccati al sole, li incorniciò su dei frammenti di corteccia trovati nel sottobosco e li appese alle pareti interne con dei fili d’erba annodati tra loro: davano un effetto bellissimo e il loro profumo arricchiva l’ambiente rendendolo più dolce, più accogliente… Raccolsero pietre levigate dalle rive del ruscello con cui crearono una base robusta che evitava il contatto con il terreno umido e freddo e per non sporcarlo crearono un apposito spazio per riporre le proprie scarpe, in un angolo poco visibile della tana. Dedicarono poi uno spazio per gli alimenti, uno per il riposo e uno per i futuri bambini che tanto sognavano di avere insieme, per crescerli nell’unione e nel calore di una intimità domestica nuova, unica, rivoluzionaria…

    In poco tempo il tessuto sociale e culturale della popolazione subì una trasformazione epocale mai vista e mai ripetuta: ogni abitante scelse di vivere in una tana famigliare attrezzata di tutti i comfort e protetta dal caos esterno… Chi scelse di costruirla accanto a quella di amici e parenti, chi preferì la soluzione deambulante ricavata applicando il criterio della lumaca e girava trainando una tana montata su ruote, posizionandola a seconda delle stagioni dove meglio credeva… Qualcuno costruì persino tane a due, tre piani e oltre, appoggiandosi agli alberi e creando piccole aree recintate intorno per avere uno spazio aperto dove coltivare erba e fiori… Nacquero famiglie unite e tutti scoprirono l’amore, l’affetto, il silenzio, la serenità di uno spazio personale in cui riflettere e studiare, riposare, crescere, uno spazio da arricchire e personalizzare con oggetti e ornamenti, uno spazio in cui esistere come unità viva e non come ammasso globale indefinito…

    Dall’evoluzione tecnologica che ne derivò Tino Mattone ideò persino un piccolo modulo di fango squadrato che, impilato in più combinazioni uno sopra l’altro, consentiva di costruire tane modulari in poco tempo e di rara bellezza, suddividendo l’interno in più zone da dedicare alle diverse fasi del vivere quotidiano: in suo onore questo cubetto di fango prese il nome del grande inventore ma pochi sapranno, nel tempo, che i veri artefici di questa fantastica rivoluzione generazionale non furono solamente i due uomini che l’avevano messa in atto, ma soprattutto gli elementi interiori che avevano guidato i loro progetti: l’amore, prima di tutto… l’intimità, il proprio spazio, il senso protettivo della propria famiglia, gli scoiattoli e le farfalle, le rondini e i cerbiatti, i piccoli pesciolini argentei che punteggiavano le acque del ruscello, l’energia della natura e il calore del vento, il bisogno universale di esistere come parte di un insieme e non solo come insieme di parti indistinguibili.

    La riproduzione in scala di questa pagina di storia dell’uomo fu più avanti raccolta e riassunta in un curioso gioco di società in cui bisognava ripetere il progresso della civiltà di allora, simulando la costruzione di tane famigliari di varia dimensione; questo gioco, in voga per millenni, pare traspaia ancor oggi in alcune versioni moderne deformate dal tempo ma sempre fedeli al criterio della evoluzione edilizia… Pare che si chiamasse Manopoli, dal nome della storica città.

  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:41
    La collezione di francobolli

    Come comincia: ... Mi davano del pazzo, certe volte, del visionario, del confusionario,
    un autentico mestierante del pensiero, di quelli che stravolgono la realtà, la interpretano secondo un criterio non conforme alle abitudini e alle usanze della gente che fa testo, un grosso problema per me ritrovarmi a leggere la vera interpretazione della mia mente, e di ciò che momento per momento, mi passava dinanzi agli occhi.

    Ecco affacciarsi confuso e poco chiaro, il turbine di una visione poco chiara e confusa, l’ombra indefinita di ciò che sembra, quella di ciò che e’...

    E intorno a me la gente muove e si muove, convinta di convinzioni convinte, determinata, sicura, mobile e inquadrata in un deserto di valori dove sopravvive con enorme fatica un lume di ragione e di chiarezza.
    Pero’ piace.
    Perché fa sentire, tutti uguali, tutti mediocri, tutti insieme, tutti convinti, tutti solidali, tutti unanimi...
    Uno schifo, forse una schifosissima schifezza.
    Avere uno sguardo che traspare pena, pietà, compassione, commozione.... Diventerà un reato, molto presto, la libertà di essere o di avere qualcosa...
    E allora eccomi cercare questa impossibile quadra, per affiancarmi all’insieme, per accostare il mio modo di essere a quello di chi ritiene di saper essere... un casino mai visto.
    Scollamenti, caos, indecisioni, conti che non tornano non torneranno e non potranno mai tornare.
    Cercare un’interpretazione razionale delle cose... ma dove?

    Accanto a me un’impressione fredda, accennata, lieve e impercettibile ma profonda dentro di me sfiorarmi e toccare le convinzioni del mio io cosi’ tanto per farne una, discuto anche quello e non se io sono io e se quello che penso e’ quello che penso, se quello che vedo e quello che vedo...
    Risultato il casino globale, un sistema di sconnessione universale dove nessun pensiero e’ più di conto, nemmeno i colori sono gli stessi, perché non so, nessuno sa il colore dei colori, nessuno sa la luce, il buio cosa sono e cosa siano.... L’inizio e la fine, e tutti gli agglomerati mentali di cui ciascuno di noi adora infarcirsi le nebbie del cervello tanto per riempirne a caso lo spazio e la capienza.

    Dov’e’ il diritto di giudicare, ritenere, provare... un’emozione?
    E chi può mai più darmi, o dirmi qualcosa che non sia improbabile o quantomeno dubbio e inconsistente...?

    Ecco intorno a me questo mondo di convinzioni e intenzioni, di giudizi, di obiezioni, di opinioni e di ferree categorie inamovibili: questa persona non può, quell’altra non deve, questa fa bene e quella fa male, qualcuno può altrinonpossono, c’è chi dice e c’èchinondice, chipensa chinonpensa, chi dice le bugie, chi bugiarde verità, chi esprime simpatia, antipatia, allergiaallasimpatia, chi fadelbene, chi fadelmale, chinonfanulla, chi manco quello, chi assapora e distingue, chi non riconosce un branco di elefanti nel proprio giardino perché se ci sono gli elefanti non può essere il suo giardino!
    Mettila insieme questa gente, fanne un villaggio, un popolo, diviene un mondo di facce annullate, di propositi inespressi, di occhi severi e martellanti che guardano solamente che tutto sia solamente leggibile mai interpretabile e cosa cazzo se ne fanno del loro cervello di merda? quanti stronzi cagano ogni volta che un fottuto pensiero bastardo esce dal cesso intasato delle loro idee?

    E timidamente, gentilmente, con un po’ di timore prova ad avanzare due centimetri in questo spazio...
    Prova, a sentire la puzza di merda in cui si lavano e annegano ogni momento.
    Poi dimmi se ti piace, poi dimmi che sei disposto a vivere, abitare in mezzo a loro pur di essere come tutti.

    O prova a farti da parte, rifiutala, la loro merda, stanne distante, non fa per te....

    Sarai solo.

    Sarai solo.

    Sarai solo.

    E senza poterti confrontare o confortare con qualcuno,
    non avrai nulla.
    Solo. Sarai solo.

    Lentamente tocca a te trovare un pensiero diverso, un fantasma vivo nella tua mente.
    Accarezzarlo come una parte di te, coltivarlo.
    Ascoltare il battito del tuo cuore, distinguere i TUOI colori, sapori, distinguere il tiepido vento da quello gelido, distinguere il tuo sguardo da quello degli altri, spostarti lentamente indietro dalle menti incrostate di ruggine e sporco per abbracciare serenamente le tue impressioni del mondo che realmente hai, ti circonda ed E’.

    Meglio solo, guardando da fuori l’imbecille fanatico che si arrovella il fegato e qualche rene per impedire ai passanti di interferire anche solo idealmente con l’aiuola del suo giardino, e guardando da fuori il povero idiota perverso e maniacalizzato che all’ombra della sua professione ritiene di dover calcare chiunque pur di averlo a suo uso e consumo... e ancora strafottenti e presuntuosi pagliacci che scaricano la propria spazzatura su tutti senza pensare un solo attimo a pulirsi di dosso la merda in cui vivono, e arroganti intellettuali pieni di vuote e inutili parole, completamente incapaci di muovere un dito all’infuori della propria inutile e inapplicabile cultura ideologica.
    Chi appende sopra ogni cosa l’inamovibile convinzione di essere migliore, contando i gradini inutili e vuoti della propria posizione, chi si guarda l’abito quantificando le firme che indossa e guadagna punti nel suo ipotetico gradiente di importanza a seconda o meno che qualche stilista possibilmente famoso, gli abbia firmato il culo e poi non importa quante volte al giorno debba aprirlo per farselo sfondare da chiunque, importante nessuno lo sappia.
    E chi nasconde le nefandezze delle proprie azioni in vagoni di benparlare, chi ti vomiterebbe in un occhio ogni qualvolta ti vede, ma accenna ipocritamente e puntualmente sorrisi e benposati cenni di saluto purché nessuno possa scavare oltre la sua cornice, nessuno possa aprire i cassetti dove gelosamente, forse anche un po’ apprensivamente, custodisce le proprie palate di merda.
    E chi ti sfila accanto, con l’auto nuova, lucida e bentenuta, potrebbe far la fame, ma deve esibirsi, andare più veloce, chiudersi in una scatola a ruote in cui potrebbe anche marcire, ma non uscire, quante valvole ha, cilindri, cavalli, se avesse un tumore nel cranio creperebbe felice, se la sua macchina e’ veloce...
    E chi sa tutto di tutti, per dimostrare che di ciascuno ha un’opinione, meno che di se’ stesso, o chi vive come una bandiera, mossa dal vento e dal pensiero altrui, pronto a rinnegare e rimasticarsi ogni parola purche’ lo si approvi sempre e comunque.
    E cosi’ tutti insieme, tutti daccordo, tutti uniti....
    In questo paradiso della stupidita’ umana pensavo a una figura di uomo, legata alla ricerca di elementi simili ed importanti tra loro: un collezionista. E mi veniva facile pensare un collezionista di francobolli, che passava il proprio tempo a raccoglierli, catalogarli, ordinarli, custodirli, guardarli, riporli, rimirarli, ririporli all’infinito, crescendo via via il proprio patrimonio acquistando pezzi nuovi e sempre più pregiati, alimentando questa collezione tanto importante e tanto utile a riempire di qualcosa di inutile la propria vita.

    Ecco vedere il mondo attraverso i suoi occhi per rendersi conto di quante collezioni inespresse ma evidenti ciascuno abbia istituito e inderogabilmente imposto e creato intorno a se’ da solo o con il più grave ausilio di altri, spesso istituzioni, spesso fanatiche manie sociali... ma va bene cosi’.

    Camminare vivere e respirare in questo mondo di francobolli, di uomini timbrati e vidimati che non vedono la colla che li ha incastrati a schemi e convenzioni che non possono umanamente essere loro, eppure ci sguazzano dentro che e’ un piacere corrosivo e indescrivibile.
    Un francobollo su ogni cosa, su tutto, a volte due, tre se possibile il più possibile...
    Come mi vesto? Francobollo del come vestirsi!
    Come parlo? Francobollo del come vestirsi!
    Come penso? Francobollo del come pensare!
    Cosa mi piace? Francobollo! E cosi’ via.

    Guardo tutto questo e immagino idealmente di vivere secondo uno schema diverso...
    Riconoscere tutte queste marche da bollo, queste tasse, questi timbri imposti ed applicati su tutto e tutti:
    Vedere un mondo più semplice ed autentico: tutti che salutano e si sorridono, si parlano, pensano lealmente ciò che e’ realmente, senza atteggiamenti, senza bisogno di prevaricare, conquistare, manipolare, allearsi con qualcuno o con tutti, senza il metro lineare continuo di ogni cosa, senza il bilancino per dare un peso specifico a tutto.
    Persone libere da se’ stesse che cercano francobolli per staccarli, scollarli, gettarli, distruggerli.
    Conquistare una propria libertà di espressione, un proprio spazio mentale per esistere con la propria personalità, distinguere il vento tiepido da quello gelido e la luce dal buio.
    Avere le proprie difficoltà, riconoscerle, identificarle, affrontarle, superarle...

  • 03 ottobre 2011 alle ore 11:51
    Le mie lacrime

    Come comincia: Io sono sempre stato una persona sensibile.
    Non lo so perchè, è nel mio dna. Mi ricordo che anche mia mamma era una persona sensibile.
    Da piccolo, la prima volta che ho visto Pinocchio ( la versione originale con Nino Manfredi, girata ormai più di centanni fa ), ho pianto quando la balena ha
    inghiottito Pinocchio. Ma come, mi sono chiesto, finisce tutto così? E giù a piangere a dirotto... Poi mia mamma mi ha sbucciato una mela, me l'ha tagliava a pezzi piccoli piccoli e me li ha sistemati in un piatto. E quando il pupazzo di legno si è trasformato in un bambino? E giù lacrime di gioia, di contentezza.
    Forse è iniziato tutto lì, chi lo sa.
    Certo, crescendo i miei gusti sono cambiati, ma non me ne sono mai dimenticato.

    Mi è capitata una cosa strana. Due sere fa stavo guardando un bel film, Casablanca, un vecchio film sentimentale. L’avrò visto chissà quante volte, ma ogni
    volta è come se fosse la prima. Sarà per il bianconero ( non mi piace il remake tridimensionale con l'effetto nebbia, preferisco la versione originale ), sarà per gli attori che ormai sono morti e sepolti, sarà per quella atmosfera languida e rarefatta…
    Quando Humphrey diceva: “Un giorno capirai... Buona fortuna bambina!" sentivo stringermi lo stomaco, un tremito mi scorreva per tutto il corpo. Era come se una forte emozione, un rivolo diventato torrente si condensasse nel mio corpo, trattenuto da una diga e non trovasse un posto dove uscire. E... non ho pianto.
    Sono ancora una persona sensibile e mi si struggeva il cuore quando i due amanti si lasciavano...
    La mia vita non è cambiata. Anzi, la mia vita sta proprio migliorando da quando ho passato i cento.
    La mattina porto fuori il mio Sony Aibo XI. Me lo ricordo ancora quando l’ho tirato fuori dalla scatola, tanti anni fa, quando ha illuminato per la prima volta i suoi occhietti rossi… Ed era commovente quando iniziava a muoversi e a scoprire il mondo circostante. Ora potrebbe fare la sua passeggiata mattutina
    anche da solo, l’itinerario è impresso nella sua memoria, sa riconoscere gli ostacoli e li sa evitare, ma sono io che voglio uscire, per muovermi e vedere un
    po’ di gente.

    Ieri, mi è venuto in mente l’effetto che faceva una pianta bulbosa.. Non è stato facile trovarla perché ora si sintetizza di tutto, ma il tempo non mi
    manca, e ci sono ancora dei temerari nostalgici dell’agricoltura biologica.
    Bene, ero in cucina, con un coltello in mano, e ho iniziato a tagliare a spicchi e poi mezzelune sempre più sottili. L’odore pungente piano piano mi arrivava
    alle narici e aspettavo che avesse anche un altro effetto. Alla fine, l’ortaggio era diventato un mucchietto di brandelli odorosi, ma nessun effetto per i miei
    occhi.
    Allora ho deciso di andare dal medico, oggi.

    « Quando ha fatto l'operazione? »
    « L'operazione? Ah, sì. Poco tempo fa; ripensandoci, direi un anno e mezzo fa. Forse due. »
    « E ha avuto qualche problema? » 
    « No, tutto funziona a meraviglia. » 
    « Quindi il suo unico problema è che non riesce a…piangere? »
    « Esatto. Mangio regolarmente, dormo bene, le mie funzioni vitali sono perfette, come prima, anzi meglio. E le mie sensazioni sono esattamente quelle che provavo prima. Identiche. Riesco ancora a commuovermi, sia di tristezza che di contentezza. »
    « Da quanto tempo non riesce più a piangere? »
    « Da pochi giorni, forse una settimana, dieci giorni. »
    « Uhm… Penso di aver capito qual è il suo problema. »
    Per tutto il tempo ha continuato a fissarmi attentamente, quasi immobile, quasi volesse entrare dentro di me, penetrare nel mio corpo e determinare quale fosse la mia malattia ( se ne ero affetto! ).
    « E’ grave, dottore? »
    « Penso di no, ma è meglio dare un’occhiata. »
    Il tono del medico era piatto e incolore, per tutto il tempo in cui avevamo parlato non aveva variato il tono di voce. Non lasciava trasparire nessuna emozione. Freddo come metallo. Non sapevo se interpretarlo come un buono o un cattivo segno. Ero in apprensione. Il cuore ha cominciato a battermi all’impazzata. Ero nervoso e quando sono nervoso e preoccupato, tendo a…a piangere. Ma tanto le lacrime non mi uscivano. Mi sentivo come Pinocchio inghiottito dalla balena, un burattino in balia delle onde.
    Il medico si è alzato, è passato attorno alla sua scrivania e mi ha indicato il lettino, svegliandomi dal mio incubo ad occhi aperti.
    « Si sdrai sul lettino, la devo visitare. »
    « Sentirò dolore? »
    « No, non credo. »
    Il medico ha preso i suoi attrezzi del mestiere, lo stetoscopio, un cacciavite, i guanti di lattice e si è avvicinato:
    « Adesso chiuda gli occhi un attimo soltanto. »
    Sentivo che armeggiava sopra di me, un leggero formicolio alle orecchie.

    Il medico si è allontanato, diretto nel bagno. Me ne sono accorto perché ho sentito scorrere l’acqua. Ha finito la visita e si deterge le mani, pensavo. Bravo dottore!
    No, non ha finito di visitarmi. E’ tornato da me. Tenendo sempre chiusi gli occhi, ho sentito per un pò una sensazione strana, fresca, quasi fredda. Ma è stato un attimo. Solo un attimo. Mi toccava la testa, molto dolcemente, mormorando qualcosa.
    Poi si è allontanato di nuovo.
    Io tenevo ancora gli occhi chiusi, ma ero annoiato di non vedere niente attorno a me. Allora, piano piano, ho cominciato ad aprirli. Prima uno, dopo l’altro, come per sbirciare di nascosto.
    C'era uno specchio in fondo alla stanza e, se mi sporgervo un pochino dal lettino, riuscivo a vedermi...
    Che effetto che fa il mio viso senza...senza viso. Riesco a vedere tutti i circuiti, il meccanismo della bocca, e le palle degli occhi, l'acciaio brilla sulla calotta cranica e protegge bene il mio cervello. Eh, soldi spesi bene, lo dicevo io che era un affare.

    « Quanto le devo, dottore? »
    « Nulla, la garanzia dura 10 anni. »
    « Grazie, lei è veramente onesto. »
    Il dottore non ha detto nulla ma mi ha risposto con un bip sommesso.
    Sono uscito dall'ambulatorio sollevato e felice. Sì, felice!
    E dal profondo, sentivo qualcosa che mi stava salendo, mi sentivo come Pinocchio alla fine della favola. Non so perché ma mi è tornata in mente la scena quando Pinocchio e Geppetto escono dal ventre della balena. Il Pinocchio tornato bambino. Mi sentivo inondato dalla commozione.
    Con le mani mi sono toccato il viso, poi mi sono guardato le mani. Sì, lacrime!
    Io sono sempre stato una persona sensibile.

  • 02 ottobre 2011 alle ore 23:34
    Nostalgia

    Come comincia: Capitolo I

    Domenica 16 Settembre. Ore 02.15. Sono appena arrivato a Padova, nel parcheggio di fronte alla palazzina dove abito. Questa sera all’Home Rock Festival hanno suonato i Linea 77 ed il Teatro degli Orrori. Pogo selvaggio. Sudore. La tentazione alcool e fumo non ha avuto effetto su di me. Questa sera. Sarà che dovevo riportare a casa Cristina. Sarà che non mi va di sporcarla con queste cazzate.
    Cerco le chiavi di casa dentro lo zaino. Niente. Cerco meglio tra il libro di Biochimica e la mia Agenda del Che molto poco professionale. Niente. Merda! Merda! Merda! Eppure dovrebbero essere qui. Faccio luce con il cellulare, un Nokia 3310 molto poco touch e molto poco cool. Cartine Rizla corte grigie. Una scatola di filtrini Bravo mezza vuota. Filtrini piccoli. Filtrini medi. Ovunque. Due accendini sono incastrati tra le pagine del “Gene egoista” di Dickens. Altre cartine lunghe. Ok. Fabri calma! Scendi dalla macchina e fumati una buona sigaretta. Recupero un po’ di tabacco Golden Virginia verde dalla tasca della mia giacca Sahariana. Mi rollo la sigaretta della buona notte e ripenso all’intera serata. Forse avrei dovuto provarci. Ah! Fanculo a questi pensieri. Fanculo anche alle chiavi. Risalgo in macchina. Mi tolgo la maglietta matida di sudore. Userò la giacca come coperta. Abbasso lo schienale e chiudo gli occhi.
    Buona notte felicità.

    Capitolo II

    Toc, toc, toc.
    -Uhm..
    Toc, toc, toc, toc, toc!
    -Uhm…ma che….
    Toc, toc, toc!! Toc, toc, toc, toc!!
    -Mi scussi! Amico…mi scussi..
    Non so chi sono. Dove mi trovo. La stanchezza agisce come colla impedendomi di aprire gli occhi. Ho dolori atroci lungo tutto il corpo. In particolare collo e schiena. L’ultima volta che mi sono risvegliato con dolori simili avevo trascorso la notte con un italo-brasiliana. Di sicuro quella volta la voracità della ragazza sdraiata al mio fianco mi aveva fatto dimenticare il dolore in fretta.
    -Coraggio amico! Sei morto? Non morire.
    Qualcuno continua a chiamarmi. Amico. Chi cazzo potrebbe essere? Forse qualche vicino. Qualche amico. Strano però. Non ho molti amici. In realtà non ho proprio amici.
    -Abbiamo bissogno di te noi. Tu essere l’unico. Amico salverà il nosstro mondo.
    Non me ne sbatte una sega del tuo mondo. Tu che mi chiami amico. Me ne frega poco anche del mio. Però stai cominciando ad infastidirmi parecchio. Apro gli occhi sigillati. La luce dell’alba mi rende cieco per dieci minuti. Tasto il seggiolino vicino al mio in cerca della maglietta. La indossa nonostante sia ancora bagnata.
    -Tu esssere portatore di speranza.
    Ecco. Sto cominciando ad abituarmi alla luce. -75mV. ll diametro della pupilla decresce di 8 mm. -70mV. L’ingresso di Ca++ sta depolarizzando progressivamente la membrana dei coni. -60 mV. Alla mia destra, al di là del finestrino della mia Panda 4x4, comincio ad intravedere una sagoma. -55 mV. Altezza stimata 1.50. Un nano. Non può essere la stallona brasiliana.  -50 mV. Sembra di carnagione scura. -40 mV. Depolarizzazione completata. Finalmente visualizzo questo rompicoglioni.
    Di fronte a me un ragazzo appena uscito da un film di Sandokan. La pelle è di un rossastro tendente al nero che mi ricorda parecchio il divano in pelle di una mia bis-nonna. Diciamo cinquanta percento pheomelanina e cinquanta percento eumelanina. Indossa una maglietta della Juve di Fonseca. Niente pantaloni. Sostituiti da un kilt nero e rosso.
    -Hei! Cosa vuoi?- Lo guardo come se la sua vita dipendesse dalla risposta. E probabilmente è così.
    -Amico...
    -Amico un bel niente. Non hai visto che stavo dormendo?
    - Ma…io…noi…
    -No! Vattene fuori dai coglioni prima che scenda dalla macchina e ti prenda a pedate!
    Mi guarda con la stessa espressione di chi non ha capito assolutamente una parola di quello che ho detto.
    Sorride: -Possiamo venderti una rosa?
    A questo punto potete immaginare la reazione. In un millesimo di secondo realizzo che devo riempirlo di botte. Dopo due millesimi di secondi sono già sceso dalla macchina. Dopo tre millesimi di secondo sto puntando la sua faccia, carico il destro e…
    …e lui si mette a cantare a squarciagola “Nostalgia canaglia”. Mi siedo sull’asfalto. Temo di essere vicino ad un esaurimento nervoso. Decido che la cosa migliore da fare è rollarmi una canna. Proprio qui. In mezzo al parcheggio alle cinque e un quarto di mattina. Mentre scaldo il fumo lui stona “Ma che cos’è quel nodo in gola…”. Mischio sopra il mio bancomat la polvere nera con un po’ di tabacco. Temo seriamente l’arrivo del ritornello. Non so il perché. Pongo la mistura sopra una cartina lunga. Rollo. Devo fare in fretta. Non voglio dover ascoltare il ritornello senza prima aver acceso il mio ceppo. Non penso ce la farei. È una lotta contro il tempo. “…e questa assurda solitudine perchè…”. Prendo il filtrino. Lo adagio all’estramità destra. “…se per gli aironi il volo è sempre in libertà..”. Mi lecco rapidamente le dita per avere maggior presa sulla cartina. “…perché per noi…”. Rollo furiosamente. Sono concentrato come non capitava da mesi. “…invece c’è….”. Il momento sta per arrivare. “…qualcosa dentro che non va..”. Lui mi guarda e sorride. “Non va!!”. Stessa espressione di prima. Solo che ora noto in lui una spensieratezza che oramai non si trova più neanche nei bambini. Prendo l’accendino. La sigaretta truccata è tra le mie labbra. “…Non va!”. Do fuoco alla carta. Aspiro avidamente. Nell’istante stesso in cui il fumo giunge a livello dei polmoni lui si mette a piangere di felicità e urla:

    “Nostalgia, nostalgia canaglia
    che ti prende proprio quando non vuoi
    Ti ritrovi con un cuore di paglia
    e un incendio che non spegni mai
    Nostalgia, nostalgia canaglia
    di una strada, di un amico, di un bar
    di un paese che sogna e che sbaglia
    ma se chiedi poi tutto ti da”

    Osservo la scena. Prima perplesso. Poi divertito. Comincio a ridere. Soprattutto quando lo sento cantare di un “paese che sogna e che sbaglia, ma se chiedi poi ti da”.

  • 01 ottobre 2011 alle ore 23:27
    Pensieri offuscati dal sonno

    Come comincia: Ho sonno, sono stanco … ma il cervello mi frulla … Ho sonno, sono stanco, ma non mi lascia assopire …

    Il fatto è che la mia vita batte un ritmo! … Come fosse una musica … il mio respiro, il pulsare che senti nel silenzio della notte: quello è il ritmo della mia vita! … Ma sono fuori tempo! …
    Il mondo ed io non battiamo lo stesso ritmo … ecco tutto!!
    Non c’è un perché o un per come … solo è così …

    Oggi mi sento fuori luogo, fuori spazio, fuori tempo … fuori da ogni logica ed ogni cosa mi circonda. Non riesco a stare dietro le cose … mi stanno fuori, mi guardano, le osservo, non le capisco … mi girano intorno come una mosca … e non provo neanche il fastidio della mosca … sai come in quelle immagini di paesi lontani e poveri dove le mosche stanno dappertutto … sui visi corrugati degli anziani o su quelli lisci e sporchi dei bambini? … e stanno là … come se le mosche di là non dessero fastidio … ti camminano sul viso, ma senza dare noia … e così li lasci camminare e non le scacci … ti ronzano intorno senza senso, senza utilità, senza fastidio … ci sono, ma non ti interessa.

    Il tempo mi scivola addosso.
    Lui è inesorabile, certo, mica ti aspetta … tu neanche esisti per lui … sei tu che gli devi correre dietro!!
    E c’è chi gli riesce persino a corrergli davanti … bravo! T’invidio … ma io non batto il suo ritmo.

    Ho sonno, sono stanco, ma un pensiero senza senso è peggio della caffeina! … Ho sonno, sono stanco, lasciami stare!

    Sai cosa? … è che un po’ mi manca la mia fede!

    Mi ricordo che un tempo ero tranquillo! … Ero sereno, ero deciso … sapevo quello che volevo … e facevo quello che sentivo di fare! … Ero sicuro di me, di tutto, perché ero sicuro di ciò che Lui voleva da me! … Cioè sapevo … credevo … ma lo credevo fermamente … che tutto quello che stavo vivendo era esattamente quello che Lui voleva che vivessi! … Non so se mi spiego, ma io vivevo ciò che volevo, volevo ciò che sentivo, sentivo ciò che Lui voleva da me … sentivo che c’era una perfetta assonanza fra il mio essere, il mio sentire, il mio fare, il mio volere ed il Suo …
    La mia Libertà è il Tuo disegno su di me! … diceva una canzone … Vocazione …
    Il Disegno! È questo il punto: avevo un disegno! … il mio disegno … il Suo disegno su di me! …
    Non era un progetto a lunga scadenza … mai fatto un progetto a lungo termine … non ne sono capace! Mai stato capace di guardare oltre 2 o 3 anni! Ma era il mio disegno di Ora! … di un ora che era allora! … ed era compiuto, perché era progetto non solo in potenza … ma anche in atto!

    Ma non è più così!
    Poi ho iniziato a dubitare … poco! … ma credevo fermamente comunque! … Poi ho dubitato di più … e credevo meno fermamente … Poi ho dubitato fermamente … e credevo dubbiosamente!
    Oggi dubito è il mio credo!

    Però vivevo di passato!
    Sì … questo lo ricordo bene! … mai vissuto di futuro io, ma di passato sì … tanto!
    Ed era fastidioso! Questo lo ricordo con fastidio, sì! È assurdo a 20 anni vivere di passato.
    Mi accorgevo ogni volta che avevo vissuto dei momenti bellissimi, fortissimi, carichi di significato, ma soprattutto irripetibili. Erano successi uno o due anni prima, non di più, eppure erano già irripetibili … eppure io già li rimpiangevo, volevo tornarci … fortemente. Volevo ripeterli, volevo assolutamente riviverli … e sai perché? … Perché allora non mi ero reso conto di quanto fossero stupendi e importanti per me e non li avevo vissuti con pienezza! … Li rimpiangevo perché adesso mi rendevo conto quanto fossero importanti e quanto li avevo sottovalutati allora! … adesso volevo riviverli con la coscienza di chi sa quanto è importante ogni secondo della sua vita!
    E così passavo il tempo a rimpiangerli … e non mi accorgevo che nel frattempo … il mio presente era ancora in atto! … Il mio presente mi scivolava, mi offriva ancora occasioni irripetibili, continuamente … e io rimpiangevo le occasioni perse mentre le nuove mi fluivano via e le stavo continuando a perdere … continuavo a perderle perché non volevo perderle!
    Assurdo! … rimpiangere il passato e perdere il presente!

    Chi vive di passato non ha futuro! Chi vive di futuro non ha presente!

    Non ho più sonno!

    Ma ora non vivo più di passato, e neanche di futuro … e forse neanche di presente!

    Non vivo di futuro perché non ho mai avuto un futuro … un progetto intendo … incapace di vedere oltre i 2 o 3 anni. Impossibile per me!

    Non vivo più di passato, come facevo prima, e sai perché? … Non perché abbia capito il mio errore, no! … quello lo capisco adesso, ma solo perché ho sonno e vaneggio! Ho assopito il mio cervello pensante, quindi ora capisco cose che normalmente non capirei! … No! … non penso più al mio passato non perché abbia capito quanto sia stupido … sarei troppo furbo se fosse così! E io non sono mai stato furbo! … No … io non vivo più di passato perché il mio passato non mi appartiene più!

    Io oggi sono qualcosa che alcuni anni fa non ero … e mai avrei pensato di essere! … Io oggi sono qualcuno che non sa da dove è spuntato fuori!
    Una marionetta che ha cambiato burattinaio! … Lo stesso identico volto, ma che parla e agisce in modo diverso! … E forse neanche il volto è più quello di allora … oggi mi sento più carino … perché?

    È ovvio! … tutto quello che sono oggi lo devo al mio passato! … non potrebbe essere altrimenti … eppure … io non capisco come possa esserci un nesso fra il me di alcuni anni fa e il me stesso di oggi!

    Oggi non ho un passato … perché il mio passato non mi appartiene più!
    Oggi non ho un futuro … perché non so chi sono! … e se non sai chi sei oggi, come puoi progettare il tuo domani?

    Oggi ho solo il mio presente … che guardo da lontano … che non capisco … che non riesco a vivere … ma che osservo con attenzione … perché è l’unica cosa che rimane di me oggi … il mio presente!

    Oggi vivo come un bambino nato pochi mesi fa … non ha passato … e non sa cosa sia il futuro!
    Lui ha solo un ritmo da seguire … e non è quello del tempo … No! … non sa neanche cosa sia il tempo! … Lui ha un solo ritmo da seguire: IL SUO!

    Ho tanta confusione in testa … una mente assopita dal sonno … tanta stanchezza … un sorriso sulle labbra … e la serenità di un bimbo che si lascia addormentare al ritmo del suo pulsare!

  • 30 settembre 2011 alle ore 11:57
    Aiuto: uno squalo!!

    Come comincia: -Gin dove hai messo la padella?
    Appena sento questa richiesta di mia sorella mi copro la testa istintivamente: è la sorella maggiore e devo portarle rispetto, ma spesso sono indisciplinato e lei mi appioppa certe padellate.
    -Sam, non lo so…però se vuoi guardiamo assieme…forse è finita in acqua.
    -Non prendermi in giro! Vuoi farmi finire di nuovo in ammollo? Guarda che mi so difendere anche senza padella.
    Inizia una lotta, ridiamo, poi la barca inzia ad ondeggiare.
    -Sam aspetta, il mare non è mosso.
    -No, ma la barca sta rollando…e mi vien da …
    -Vomitare?
    -No no Gin …mi vien da buttarti in acqua…
    Splashhhh…E mi ritrovo a tu per tu con uno squalo…
    -Sam,  aiutooooo!!!!!
    -Ehi …buoni
    -…accidenti…ci mancava pure lo squalo parlante…
    -ehilà umani ma dove pensate di essere?…Questo è l’oceano, anche se siamo sottocosta qui gli squali qui ci vivono: non siamo cattivi, siamo solo gelosi e preoccupati.
    -Vieni su fratellino!
    -Aspetta, non vedi che sto parlando…continua, mi interessa…
    -Siamo gelosi dei nostri mari… gli umani stanno trasformando il mare in un enorme immondezzaio e così noi tentiamo di mettere loro paura: stanno rovinando la natura intera.
    -Ma a volte esagerate.
    -Quelli sono i nostri cugini, loro si che son cattivi, loro cacciano per fame, noi invece siamo squali-clown, allegri e mattacchioni…e agli amici mostriamo il nostro circo subacqueo.
    -Ok d’accordo…Sam torno subito
    -Ehi ma dove vai? Fai attenzione
    Lo squalo si fermò estasiato a guardare mia sorella.
    -Scusa umano, ma chi è quella principessa?
    -Mia sorella, si chiama Sam
    - Che bella!
    - Grazie signor squalo!
    -Dai, vieni pure tu.
    Detto fatto: un carpiato e quattro bracciate poderose e Sam è con noi.
    Ci immergiamo, seguiamo lo squalo e mentre nuotiamo osserviamo una miriade di pesci di varie dimensioni e forme che si scansano: paura?
    -Non è la paura, è il rispetto: quello che voi umani dimenticate troppe volte nell’arco della vostra vita, il rispetto per il mare ma anche per tutte le altre meraviglie che vi circondano. Vi rendete conto di cosa accade qui sotto quando una petroliera perde il carico? Buio pesto, notte fonda.
    -Perché secondo te adesso è giorno?
    A questa nostra domanda lo squalo-clown porta le pinne alla bocca e fischia…si, avete capito bene, un fischio sottacqua. E come d’incanto si illuminano a intermittenza tante alghe multicolore, uno spettacolo mai visto, un colore verde intenso…anzi visto il luogo, verde acqua.
    -Col petrolio e con le altre schifezze che gettate in mare tutto si ricopre di un grigio nero, triste e cupo: questo è uno dei motivi per cui i nostri cugini già da tempo si sono incattiviti. In seguito è iniziata la caccia allo squalo: è una lotta continua che andrà avanti finchè non finirà lo scarico a mare di tanti rifiuti, causa di innumerevoli disastri ecologici.
    -Ehi squalo vai avanti ci interessa…
    -Ma ve lo immaginate se io venissi a casa vostra a gettare la spazzatura in salotto?
    -Hai ragione, ma noi come possiamo aiutarvi?
    -Quando ritornate a casa, raccontate ciò che vi ho detto vedrete che tutti capiranno
    -Così ci ricoverano…nessuno crederà alla storia dello squalo-clown parlante, in ogni caso sei molto ottimista.
    -Devo esserlo …ma ora venite che vi mostro qualche altra meraviglia…
    E così tra coralli, pesci palla e piante marine nuotando tra i sassi è tutto magnifico, da lasciare senza fiato… e subito ci viene in mente che…
    -Ehi fratè ma come può essere?
    -Che cosa?
    -Che siamo sott’acqua da un’ ora senza bombole, in apnea.
    -Ehi ma è vero.
    In quel momento guardiamo lo squalo che ci fa l’occhiolino…
    -Ho capito che mi comprendevate dal primo momento che vi ho visti ed ho voluto farvi un regalo…donarvi un po’ dell’immensità, della fantasia e della magia che c’è qui sotto, per farvi nuotare liberi e poter respirare. Qui, dove il silenzio regna sovrano e qui dove non c’è fretta, tutto si muove più lentamente e non solo per la resistenza dell’acqua: è proprio un’abitudine e sulla terraferma c’è più di qualcuno che dovrebbe farsi un giretto qui sotto per comprendere che non serve la fretta, che nessuno ci sta correndo dietro.
    Ringraziamo il nostro amico, gli promettiamo di portare il suo messaggio, la sua preghiera, tra gli umani. Risaliamo da soli, oramai la strada la sappiamo e notiamo che pian piano le luci verdi si spengono lasciando spazio ad una coltre scura che avvolge tutto molto velocemente. Appena riemersi vediamo poco distante una nave che sta scaricando liquame.
    -Ehi, ehi laggiù…attenti!!
    -Che c’è? Lasciateci lavorare, dobbiamo svuotare i serbatoi dei liquami.
    -Abbiamo visto: che schifezza, state attenti che vi controllano
    -Impossibile, la guardia costiera è appena passata
    -Non parlavo di guardie.
    -E allora di cosa?
    -Di squali - clown…squali volanti…
    Una risata generale dell’equipaggio ruppe il silenzio di quella giornata speciale in mezzo al mare.
    -Volanti? Sarebbe a dire con le ali?
    -Sarebbe che escono dall’acqua vengono su…e vi squartano..a meno che non invertiate la rotta e ve ne andiate immediatamente.
    Troppo tardi…in quel preciso istante il nostro amico clown esce dall’acqua e vola sul ponte della nave urlando. Non crediamo ai nostri occhi, sulla nave ovviamente succede il finimondo: è il panico totale. Restiamo a guardare, dopo qualche minuto suona l’allarme e lo scarico viene interrotto, la rotta di navigazione prontamente invertita. In un lampo è di nuovo la calma, lo squalo-clown stavolta se ne va davvero
    -Ciao amici vi porterò sempre nel cuore.
    -Anche noi…ciao bello…brrr che brividi…..
    Non erano brividi di freddo, erano  le continue emozioni.
    Il sole splende alto in cielo, siamo convinti che dormiremo fino a sera….ora ancora una nuotata e poi basta stare in ammollo: risaliamo sulla nostra barchetta e con stupore troviamo sul tavolino un grosso dente, molto affilato ed un biglietto attaccato: “proprio oggi nostro figlio ha perso il suo primo dentino e così ho pensato di lasciarvi un ricordo, un portafortuna che vi farà ricordare il nostro incontro, grazie per tutto ciò che farete…firmato: lo squalo-clown”.

  • 28 settembre 2011 alle ore 21:43
    Nel vento della solitudine.

    Come comincia: Nel vento della solitudine

    “La luce di mezzogiorno rivestiva gli alberi di uno smalto inusuale, avvolgendo l’uliveto in un cerchio abbagliante che gli ricordò l’aureola di certi santi, dipinti sugli altari delle chiese di campagna della sua infanzia. Il vecchio sorrise e proseguì la salita lungo il sentiero tra le fasce. Il silenzio era rotto, a tratti, da una cicala che si faceva sentire, mimetizzata sulla corteccia di un albero. Il vecchio teneva le mani nelle tasche della tuta da lavoro e con la destra stringeva il manico ruvido della pistola. L’aria era immobile e il caldo insopportabile. Sudava e respirava con fatica. Si domandò se fosse il caldo o la paura. Quando raggiunse la cima della collina, dove gli ulivi si facevano più radi, il riverbero del sole lo accecò. Avvertì un rumore, si voltò e finalmente la vide. La giovane aveva capelli biondi tagliati corti e occhi dello stesso colore del mare che in lontananza invadeva l’orizzonte. Lo stava fissando con uno sguardo indifferente e quasi sprezzante. Anche lei teneva le mani nelle tasche dei jeans.”
    - Sei tu! - disse il vecchio,  ansimando e asciugandosi gli occhi dal sudore.
    -Perché sei qui? Vattene, lasciami solo! - Gridò con voce rauca mentre si sedeva lentamente su un grande masso bianco che affiorava dal terreno.
    -Perché non sei venuta prima, quando avevo bisogno di te? Perché mi hai lasciato? La mia vita non ha più senso senza te. Nemmeno la tua presenza qui ha un senso, vattene, lasciami morire in pace!- proseguì il vecchio tra le lacrime che gli scendevano sulle gote ruvide e bruciate dal sole mischiandosi al sudore che gli colava dalla fronte.
    Nella solitudine di quell'uliveto, il suo corpo magro e rattrappito era un piccolo fagotto di stracci adagiato su quella enorme pietra bianca.
    Estrasse dalla tasca la pistola e l'appoggiò al suo fianco. L'arma sembrava un vecchio giocattolo ritrovato nella scatola dei giochi dell'infanzia ma il luccichio della canna rivelava la vera natura per cui era stata costruita: uccidere!
    Dall'altra tasca della tuta da lavoro tirò fuori un libricino rilegato in pelle che il tempo e le mani avevano accuratamente levigato. Lo aprì.
    Al centro delle pagine ingiallite, due fotografie logore  ebbero un sussulto alla luce del sole. Dovevano essere rinchiuse tra quelle pagine da molto tempo perché in pochi attimi si piegarono su se stesse formando dei piccoli cilindri, nascondendo le immagini sbiadite  di due bambini ed una donna.
    Il vecchio alzò lo sguardo verso l'orizzonte. Lontano, il riverbero del sole sulla superficie del mare proiettava migliaia di piccole scintille dorate che si perdevano in quella luce aurea. Giù, sotto la collina, il paese sembrava un formicaio, con le sue piccole stradine e le case tutte bianche, addossate l'una all'altra a formare un unico corpo.
    Il vecchio era nato lì, tra quelle casupole di poveri pescatori, tra quella gente semplice e laboriosa. Lì aveva trascorso tutta la sua vita, aveva lavorato, si era sposato, aveva avuto dei figli. Ora era solo e, come spesso succede ai vecchi che rimangono soli, si stava consumando poco a poco, giorno dopo giorno, tra l'indifferenza degli altri e la malinconia che lo lacerava dentro lentamente: la solitudine è un'assassina invisibile che non viene mai punita.
    Il suo sguardo ora non fissava più il mare ma i secolari alberi di ulivo intorno a lui.
    Non ne erano rimasti molti; il contadino che li accudiva se ne era andato alcuni anni prima ed aveva abbandonato l'uliveto che ora sembrava un cimitero con le sue lapidi lignee e sbilenche. 
    Contorti, piegati, incavati, alcuni con i rami spezzati, quegli alberi riflettevano il vecchio, si adattavano a lui assomigliandogli. Sui rami più bassi, alcuni frutti testimoniavano che erano ancora produttivi nonostante l'età ma erano ormai alla fine, come lui.
    L'unica differenza tra loro ed il vecchio era la possibilità che l'uomo aveva di porre fine alla sua sofferenza, di interrompere la sua vita. Loro no, non potevano! Il loro destino sarebbe stato quello di consumarsi lentamente, stagione dopo stagione, anno dopo anno, sino finalmente al giorno in cui la forza pietosa del vento li avrebbe spezzati ed avrebbero smesso di soffrire.
    Da quando il vecchio era giunto sulla cima della collina erano trascorsi pochi minuti ma ora qualche piccola folata di vento, a tratti, si muoveva tra i tronchi attorcigliati. Era più un lieve movimento d'aria che un vento vero ma al vecchio sembrò il soffio di un maestrale, fresco e impetuoso, così come erano stati gli anni della sua gioventù.
    Lo riportò indietro, ai ricordi di una intera vita, alla struggente consapevolezza di quello che era stato e non sarebbe più  tornato. Nei suoi occhi velati di pianto scorsero una dietro l'altra le immagini vissute. Come in un vecchio film in bianco e nero, alcune apparivano sfumate, indistinte, quasi intellegibili; altre, invece, sembravano esplodere nella vivacità dei contrasti, negli sbalzi di luce ed ombre, nei volti delle persone amate.
    La donna era ancora lì, in piedi davanti a lui, le mani in tasca. Il suo sguardo, però, non era più sprezzante e, tanto meno, indifferente. Ora il suo volto aveva un accenno di compassione, quasi di pietà.
    Pietà per quel vecchio giunto ormai alla fine del suo sentiero, solo nella moltitudine degli indifferenti, privato della sua umanità e degli affetti.
    Si avvicinò a lui e lo sfiorò dolcemente sui capelli grigi.
    Lui non si mosse. Forse non sentì la carezza o, forse, non ne aveva più la forza.
    Stretto tra le sue braccia continuava a guardare un piccolo virgulto di ulivo che spuntava da un ceppo spezzato.
    Forse pensava ai suoi figli che se ne erano andati molto tempo prima a cercare la propria vita altrove, tra altre moltitudini di gente anonima e sconosciuta, dimenticandosi di lui, tagliando di netto le radici che avevano dato loro la vita.
    Lasciandolo solo.
    Il vento, ora, soffiava forte sulla collina, schiaffeggiando i rami ed alzando nuvole di polvere. Era il vento del mare, improvviso e violento. Si alzava senza preavviso e coglieva di sorpresa  gli incauti marinai che s'avventuravano in mare senza ascoltare i consigli dei vecchi, trascinandoli con sé in orribili vortici marini.
    La donna, però, sembrava non accorgersi di quel vento. 
    Sollevò il viso e i suoi occhi si fusero con l'azzurro di quel cielo cristallino. 
    Tolse la mano dal capo del vecchio e lentamente proseguì sul sentiero scosceso. Mentre si allontanava, un colpo di vento sembrò sollevarla e il suo corpo si dissolse tra gli alberi in un'ombra indefinita.
    Il vecchio la vide allontanarsi e per un attimo fu tentato di seguirla. Poi la vide dissolversi e comprese che quello era stato l'ultimo saluto di Elisa, sua moglie, morta anni prima per una grave malattia. La aveva rivista per un'ultima volta, giovane, come ai tempi in cui si erano conosciuti.
    Lui, giovane garzone d'officina, si era perdutamente innamorato la prima volta che la aveva vista, con quei jeans attillati e la sua aria sbarazzina che sembrava prendere in giro la vita.
    E poi ….., poi era andata via lasciandolo solo improvvisamente, senza mantenere le sue promesse di una vita intera insieme.
    Di scatto afferrò la pistola al suo fianco, la puntò alla tempia e tirò il grilletto.
    L'eco dello sparo si perse tra i tronchi contorti, trasportato dal vento impetuoso.
    Lo stesso vento che ora agitava i rami sbattendoli con una furia incontrollabile e s'aggirava irrefrenabile tra le lapidi di legno dei vecchi ulivi. 
    Improvvisi vortici di polvere e foglie secche s'agitavano senza sosta mentre un cupo mugolio riempiva il silenzio della collina.
    Stormi di passeri impauriti decollarono svolazzando dai rami agitati, cercando riparo tra le case degli uomini, giù nella valle, mentre il sole di mezzogiorno, ormai, lanciava strali dai sinistri bagliori.
    Il piccolo libricino in pelle sbatteva velocemente le pagine, come mosso da una mano invisibile  e isterica, mentre le fotografie volavano via  per perdersi lontano.
    Tutta la collina sembrava preda di una  frenesia incontrollabile, di una collera incontenibile, di un furore divino.
    L'unico elemento immobile era il corpo dell'uomo dalla cui testa fuoriusciva un fiotto di sangue rosso scarlatto che si allargava lentamente, profanando il bianco candido della roccia proseguiva in una scanalatura e finiva alla sua base, perdendosi tra la polvere e l'erba secca.
    L'atto era stato compiuto!
    Un'altra vita era stata immolata sull'altare dell'abbandono, in nome di quel delirio che prende gli uomini d'oggi e li trascina verso un destino di egoismo e follia.
    La vita di un vecchio, perduta, nel vento della solitudine.