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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 24 agosto 2011 alle ore 21:25
    Delirio della tavola rotonda

    Come comincia: Il pub Efèbo mi ha commissionato 24 tavole rotonde,
    così su due piedi, ho risposto al gestore che avevo
    un' idea migliore su un piede solo e lui mi ha
    chiesto un prototipo; così, su due piedi,
    senza neanche organizzare una tavola rotonda
    per discutere i particolari.
    Mi sono messo all' opera cercando di concepire
    una tavola stile tavola da cucina che al momento
    del languorino possa fùngere da tavola su cui poi
    ci possa mangiare sopra.
    Davvero bella e così tonda da sminuire Giotto.
    E non volendo sminuire Giotto ma solo
    accostarmicisi sfruttando peraltro il suo nome,
    ho pensato di chiamarla TavolaGiotto.
    Questa tavola senza angoli visibili ha un piedistallo
    unico che ho costruito così, su due piedi.
    Talmente stabile da far invidia a qualsiasi stabile
    nipponico, ma io non voglio provocare il terremoto,
    e non voglio essere irrispettoso verso la natura
    che ci fa ballare come un dj pazzo che decide
    solo lui quando si balla e quanto.
    Dunque ho chiamato il piedistallo ReggiTavolaGiotto,
    " al primo ballo sismico, volaci sotto ".
    La TavolaGiotto è in ciliegio mentre il
    ReggiTavolaGiotto è in noce, l' accostamento
    è un po' strano ma i due pezzi
    combaciano perfettamente, sembra quasi
    un innesto;
    complimenti al falegname,
    che sarei io.
    Spero solo che la mia idea non produca in futuro
    ciliegie con il guscio o noci con il nocciolo.
    Oltre questo spero anche che il ReggiTavolaGiotto
    non si metta a crescere fino al soffitto rendendo
    la TavolaGiotto inutilizzabile in un pub, anche se il
    lato positivo risiederebbe in 24 puntelli antitellurici.
    Efèbo Fanciulli sarà contento, me lo sento, lui ha
    molta paura dei terremoti essendo stato in Indonesia
    molto tempo per cercare una donna che potesse
    sopportare di stare con un pazzo come lui.
    Da quelle parti i terremoti spaventano davvero
    se non stai facendo sesso con una minorenne
    sulla spiaggia come si usa di solito.
    Sul mio bel prototipo molto tondo ho pensato
    di mettere un centrino che chiamerei
    centrotto rotondino con un portafiori cilindrico
    che contenga dei fiori tondi, della famiglia dei
    margherotti rotondetti; a questo però ci
    penserà il Fanciulli, ha un debole per raccogliere
    fiori bellissimi e profumati strappandoli
    violentemente alla propria terra.
    Il diametro della TavolaGiotto è di un metro e 48
    e se ti viene sonno stacci pure sotto con sopra un
    tetto; fa un po' schifo come spot per i barboni,
    lo ammetto, e tra l' altro a loro non interessano
    le virtù antisismiche se non in tabaccheria quando
    cercano di convincere, spesso invano e per
    molto tempo lo spacciatore legale di tabacco.
    Il Fanciulli è rimasto colpito dal prototipo che
    fortunatamente non ha ancora dato segni di crescita
    o germogli strani, faccio forse in tempo a costruire
    23 TavoleGiotto ed a farmi pagare prima che
    possano accedere le già citate stranezze che temo.
    Comunque lavorare per il Fanciulli è un' esperienza
    piacevole considerando come ha progettato
    il locale, certamente d' effetto: i muri son ricoperti
    di una peluria che il gestore del pub giura sia
    di provenienza umana.
    Efèbo Fanciulli ha 42 anni portati benissimo,
    ne dimostra al massimo 12, gli altri li deve avere
    passati molto bene e velocemente,
    come velocemente si comportano
    le avventrici del pub,entrano, guardano,
    bevono ed escono scandalizzate;
    le donne intuiscono al volo l' inconfessabile
    e molto più che semplice delirio erotomane
    di un uomo solo e psicopatico nonché avvezzo
    alla pornografia asiatica di successo.
    Un pub che piace di più agli ometti, indubbiamente.
    La peluria alle pareti è sicuramente accattivante,
    ma la cosa spaventosa è che cresce davvero,
    e così temo per i miei ReggiTavolaGiotto.
    Nel microclima del locale si riconosce poi una
    certa fragranza inguinale... molto femminile.
    Il pub è poco illuminato mentre Efèbo per niente,
    tra l' altro odia la tecnologia e come lettore musicale
    utilizza un vecchio mangianastri; davvero impedito,
    infatti dopo anni non riesce a distinguere
    un registratore di cassa da uno a cassette,
    è già successo che battendo uno scontrino
    la musica si fermasse.
    Quelli che ballano sbronzi hanno il terrore
    di chi sta per pagare ed uscire, costoro ballano
    senza guardare minimamente le donne in pista,
    puntano la cassa di Efèbo pregando che non
    ci sia il solito black out dello scontrino.
    La mia proposta di allestire centrini centrotti
    con margherotti dentro vasi cilindrici è stata
    bocciata; Il Fanciulli ha preferito romantiche
    candele in muco cervicale compresso.
    Come tutti i locali il pub Efèbo ha la sua giornata
    di splendore, il raduno delle " Cagne compagne
    con le fregne pregne ".
    Partecipano donne di almeno 7 mesi e uomini
    liberi e / o sposati, vedovi e maschietti dai
    14 in sù, non c' è un evidente motivo al successo
    di questa iniziativa, anzi, quel che è evidente ma
    non spiegabile è la copiosa partecipazione;
    due anni fa le donne han superato gli uomini,
    ma era sabato ( ? ).
    Ma durante l' anno come campa davvero il
    Fanciulli ?
    Partecipa a tavole rotonde con & per la mafia
    thailandese di cui detiene una buona quota
    per l' approvvigionamento di materiale
    tricologico femminile inguinale per il trapianto
    su calvi maschietti nostrani.
    In pratica vengono trapiantati peli di figa
    thailandese su calvi tricolore da tricologi gay;
    un tricologo tricolore etero non lo farebbe mai.
    Efebo Fanciulli è sentimentalmente avvinghiato
    a Strap Harmy, detta Depyl, in passato legata
    al giro della prostituzione minorile thailendese
    ed ora legata,
    di male in peggio, a lui.
    Efèbo dice che non voglia figli,
    lei neppure,
    e forse neanche i loro potenziali
    e naturalmente glabri figli
    vorrebbero nascere...
    Senza una tavola rotonda che spieghi loro
    che cosa ci guadagnerebbero
    a nascere da due messi così.

  • 23 agosto 2011 alle ore 22:05
    Delirio di una volta

    Come comincia: C' era una volta, davanti a casa mia,
    molto grande e spaziosa.
    Tutti ci volevano passare sotto con la scusa che
    fosse grande e spaziosa, ah, le scuse
    ingenue di una volta; in verità si fermavano
    sotto la volta le biciclette colte da temporale
    improvviso in quanto la volta proteggeva
    dalla pioggia, così larga e spaziosa.
    Era come casa mia che però una volta non c' era.
    Poi fu costruita con sassi bianchi e mattoni
    pieni, coriacea, come le case costruite di una volta.
    Una volta le case eran tutte grandi e spaziose,
    non c' era il problema odierno dell' alta tensione
    abitativa nelle metropoli; erano pure loro
    molto grandi e spaziose.
    Oggi si costruisce tenendo conto del piano
    regolatore che regola dove e come costruire
    una volta o una casa in mattoni veri come
    codesto delirio; non è vero, almeno in parte.
    Il piano regolatore in realtà è stato creato
    per limitare la velocità degli autoveicoli.
    Una volta andare a sbattere contro una volta
    era meno pericoloso per la bassa tensione
    abitativa e per il minor traffico, oggi il problema
    è diverso, le volte son costruite di forati molto
    teneri, e nel loro interno sono
    piuttosto ampi e spaziosi, dunque fragili.
    La volta che si ergeva di fronte casa mia
    si chiamava Volta Pagina, fu intestata
    infatti ad il suo progettista
    di una volta, il Sig. Pagina.
    Si dice che lui, oltre ad avere ottime idee avesse
    anche una fronte molto grande e spaziosa e che
    una volta avesse la passione di rilegare
    mattoni pesanti come questo delirio.
    Questo ben prima di progettare quella volta
    che oggi purtroppo non si può più osservare;
    distrutta, e neanche tanto tempo fa.
    Il sig. Pagina infatti voltò pagina con il suo lavoro
    ma non ebbe una fortuna duratura, quella sua
    nuova creatura, quella volta; durò ben poco.
    Il piano regolatore, in verità, non funzionò
    benissimo ed un giorno, quella volta, fu abbattuta
    da un grosso e pesante vecchio autocarro che
    trasportava mattoni, di quelli pieni e pesanti
    di una volta per intenderci, come codesto delirio.
    Successe un sabato sera...
    Uno di quei sabati all' antica, quelli,
    capiamoci, di una volta.
    Sotto la volta c' erano giovani che giustamente
    e distrattamente amoreggiavano
    e che mai e poi mai avrebbero guidato
    nelle condizioni dell' autista, anche perché
    erano in pochi a permettersi la patente.
    Gli autisti del sabato sera, delle volte non
    badavano molto alla sicurezza stradale e
    festeggiavano ebbri in una piacevole ed
    allegra guida.
    La volta fu disintegrata, ed anche la
    ricostruzione fu abbandonata, non c' era
    la tecnologia per distinguere i mattoni
    del camion da quelli originali
    della volta, una volta.
    Ora a sua volta in quel luogo ci sono strisce
    pedonali disegnate su porfido antico, proprio
    quello di una volta intendo, le strisce
    sono bianche, e vengono regolarmente
    sniffate per trovare il coraggio
    di attraversare la strada.
    Le vittime dopo 150 anni sono state resuscitate
    grazie alla tecnologia odierna solamente per
    essere chiamate a testimoniare di quel che una
    volta successe sotto la volta e poi onestamente
    lasciate morire di nuovo, forse per sempre,
    chi lo sa, magari a riposare
    davvero in pace per sempre.
    Una volta non era così, ed alle volte capitava
    di proteggere dal temporale giovani in amore.
    Oggi tutto è cambiato, ed i giovani credono
    di potersi riparare dai temporali in mezzo al traffico
    con le strisce, che son la metafora della loro prima
    volta, da fare solo una volta, tanto per provare
    cosa voglia dire attraversare la strada.
    Ed il ritorno?
    Bisogna essere prudenti ad attraversare la strada
    anche con le strisce.
    A volte capita che la strada non abbia strisce
    ma vada affrontata, a volte è inquietante,
    trafficata, larga, e molto grande e spaziosa.
    Una mente larga e spaziosa non va confusa
    con una mente coraggiosa e vuota,
    e dunque fragile come un forato.
    Quella volta volterete pagina ?
    La morale è che una volta non ripara neppure
    i tenere innamorati, né di ieri né di oggi,
    ricordatevelo per sempre e non per una volta.
    E se c' è sempre una prima volta sappiate
    che non è una regola da mente evoluta
    scopare una donna tanto per, o drogarsi.
    Come sono andato ?

  • 22 agosto 2011 alle ore 21:57
    Delirio opposto

    Come comincia: È più importante apparire che essere, giusto !
    Se l' apparenza inganna figuriamoci l' essenza.
    Hai una bella macchina, una bella casa
    ed una splendida moglie.
    Pian piano capisci che non sei
    proprio stato creato per guidare, infatti ogni
    volta che bevi due birre centri un marciapiede,
    appena puoi te ne vai in campeggio e sai
    bene di esserti sposato perché si fa così e basta.
    Poi hai un bel lavoro, amici interessanti ed un
    sacco di soldi.
    Il lavoro sarà pure bello ma a te non piace
    lavorare, gli amici che consideri interessanti
    sono proprio come te ed i soldi li usi come
    antidepressivo , sprecandoli in minchiate,
    shopping inutili, troie, trans & videopoker.
    In un fortunato giorno ti illumini di essere un
    perfetto coglione; cosa fai dunque ?
    Molli tutto, e con lo zaino in spalla
    cominci a camminare.
    Durante la marcia incontri uno che ti assomiglia
    tantissimo, anche lui ti nota per la stessa
    ragione e queste due gocce d' acqua
    appesantite solo da uno zaino vuoto
    dal peso del passato incominciano
    a farsi compagnia in un cammino senza meta
    che senza meta non è.
    Lui ti assomiglia all' opposto nella vita.
    Intanto non sta camminando con uno zaino
    firmato, e non ha la macchina, infatti;
    ma sa guidare.
    Vive in una porcilaia o quasi e la donna che
    ama alla follia le è morta tra la braccia in un
    incidente frontale contro un
    suv guidato da un ubriaco.
    Il lavoro non lo ha perché non lo trova,
    e probabilmente non lo cerca neanche più.
    Gli amici sono in giro per il mondo e per i soldi
    non farebbe nulla che lo possa portare fuori
    dal proprio pedonale scarpinoso percorso.
    Passate le serate a parlare di questo, del più
    e del meno, del tuo più e del suo meno;
    Trovi un gratta & vinci grattato e malconcio...
    Ma lo controlli; un milione di euro.
    Ovviamente è tuo siccome piove sul bagnato.
    Lo regali al tuo compagno di scarpinata
    che per soldi non farebbe mai niente che lo
    portasse fuori dal proprio
    pedonabile & scarpinoso percorso.
    Lui lo accetta in quanto non ha fatto nulla
    per meritarsi i soldi; unica fatica scarpinare
    fino a Roma per consegnare il biglietto ai
    monopoli di stato, ed aprire un conto in banca,
    fatica accettabile.
    Hai regalato e fatto del bene a chi saprà
    entusiasmarsi liberandosi in fretta di tutti quei
    soldi aiutando i propri simili.
    Ora a chi ti senti simile ?
    Hai regalato e ti senti in pareggio.
    Poi torni a casa, alla tua vita del cazzo,
    pensi di essere una persona migliore.
    Poi scopri che la tua fuga ha scatenato la
    richiesta di separazione di tua moglie,
    che hai perso il lavoro e tante altre grane.
    Ti rimetti deluso in cammino con lo zaino
    ed incontri uno che ti assomiglia tantissimo,
    anche lui ti nota per la stessa ragione e queste
    due gocce d' acqua appesantite solo da uno
    zaino vuoto dal peso del passato incominciano
    a farsi compagnia in un cammino senza meta,
    che senza meta non è.
    Ma ora sai che sei una persona migliore.
    Ed il tuo compagno di viaggio ti assomiglia,
    ha fatto il percorso già una volta con te.
    Hai perso tutto e lui ha speso davvero bene
    una bella fortuna.
    Lui trova un gratta & vinci malconcio,
    lo controlla, un milione di euro.
    Non te lo dice e scappa verso Roma.
    Ti ritrovi solo senza motivo.
    Il giorno dopo ti rimetti deluso in cammino,
    con lo zaino firmato ma un po' usurato,
    incontri uno che ti assomiglia tantissimo.
    Incominciate un cammino senza meta
    che senza meta non è.
    Sul tragitto parlate del tuo primo ed ex
    sfortunato compagno di viaggio,
    si scopre poi che era l' amante della tua ex
    e che il tipo con tua moglie era amante di lui.
    Scoppia un putiferio, calci e bòtte.
    Al mattino i malandati compagni sono
    quasi morti per le ferite riportate,
    il freddo e poi l' odio, che spesso viene fuori
    quando le cose vengono comprese per metà;
    la metà sbagliata.
    E per l' altra metà sono sempre e comunque
    solo calci bòtte per una metà
    che proprio dolce ora più non è.
    I due vengono ricoverati in una struttura
    assistenziale per barboni creata con il
    milione di euro dalla ex goccia gemella
    povera.
    Lei innamorata di lui lo aveva tradito per uno
    che gli assomigliava parecchio.
    L' apparenza inganna come l' essenza,
    ma l' essenza è diabolica,
    l' apparenza è da stronzi o da coglioni.
    E comunque qui ha vinto chi ha fatto
    quel che voleva fare senza pensarci tanto
    e senza paura di sbagliare,
    senza apparire troppo.

  • 21 agosto 2011 alle ore 21:40
    Delirio della rondine

    Come comincia: La rondine del silenzio, vetrificata e sabbiata,
    tornò a volare tra gli specchi, avanti ed indietro,
    come un rimbalzo, come un pipistrello
    che aspetta il punto limite dello spazio
    per poi invertire la rotta.
    La rondine si sentiva brutta e quando si
    vedeva da vicino scappava, ma in ogni volo,
    accorgendosi del proprio aspetto, soffriva,
    vedendosi poco desiderabile a chiunque, 
    in fronte ad uno specchio che solo lei vedeva.
    Un girasole nella stanza la seguiva nei
    movimenti ritmici, ed al contempo
    lasciava cadere la semenza.
    La rondine si sentiva ammirata e per la prima
    volta sentiva di avere gli occhi addosso.
    Il girasole infine, una volta stanco e spoglio
    di semi chinò la testa e si arrese,
    come chi ha vissuto facendo quel
    che la natura poteva aspettarsi da lui,
    riprodursi e morire.
    Il silenzio di un amore impossibile, una rondine
    non può amare a tal punto un girasole da
    lasciarsi morire affamata con il cibo nel becco.
    Ma la rondine sentendosi amata non si sentì
    più sola e prese davvero i chicchi nel becco.
    E non li mangiò, ed uno ad uno con calma
    e decisione chiaramente femminile li piantò.
    Il girasole spoglio rinacque forse per
    riconoscenza e la rondine, assistendo
    a quel miracolo impattò distratta per l' emozione
    in uno specchio con il becco,
    infrangendolo e ferendosi.
    In quell' attimo di schegge splendenti venate
    di sangue non si udì frastuono, e così i nuovi
    e teneri germogli di girasole nacquero nel
    silenzio, forse crebbero per riconoscenza
    ed alla rondine che beccava un chicco non
    fu addebitato un furto, bensì un bacio.
    Un bacio per ogni chicco sottratto,
    e quanti baci silenziosi per ogni girasole
    nato nel silenzio e cresciuto per la voglia
    di baci; e non per quella di riprodursi.
    Le rondini poi lasciano gli ultimi chicchi
    disponibili di ogni girasole alla terra.
    Rinunciando infine, nella reciproca vecchiaia, 
    ad un ultimo consolante bacio affinché
    le piccole rondinelle
    possano avere un futuro, ed in futuro,
    baciare un girasole all' aperto,
    dove nessuna rondine possa vedersi
    brutta in uno specchio,
    baciando e nutrendosi senza complessi
    deliri allo specchio, tristi e silenziosi.
    I girasoli amano inamovibili.
    Le rondini amano e volano.
    I figli vogliono capire come un girasole
    possa amare una cicogna o un cavolo.
    E le rondini imbeccano i figli con chicchi
    d' amore esclusivo e perpetuo.
    E tutti dormono tranquilli.
    Non ci saranno più rondini con il peso
    della sabbia incollata alle ali.
    E neppure rondini brutte.
    Le rondini son belle.
    E mentre le rondini ed i girasoli si baciano
    specchiandosi nella penombra, capiterà
    che un seme cada,
    sotterrato da una rondine
    che sa come nutrirsi.

  • 21 agosto 2011 alle ore 18:49
    Il Regno di Bardo

    Come comincia:   Il Regno di Bardo

    Mi risvegliai dopo un lungo sonno, non ricordando assolutamente nulla di quello che era successo il giorno precedente. Aprii gli occhi e stranamente non ero nel letto di casa mia, ma in un luogo a me sconosciuto, sdraiato a terra, su un manto erboso umido.
    Cominciai a guardare attorno, ma non riuscivo a vedere al di là di alcuni metri davanti a me, infatti una fitta nebbia mi circondava, lasciandomi appena intravedere un albero spoglio sulla mia destra e il terreno sul quale crescevano degli strani fiori alti all’incirca due metri, alcuni neri, altri viola. Ebbi la sensazione di essere in un luogo desolato e lontano dal mondo abitato, quindi cercai immediatamente di mettermi in piedi, ma un forte dolore al petto, mi impediva di muovermi.
    “Strano, pensai, eppure io non ho mai sofferto di questo genere di disturbi...” ma seppur con grande fatica riuscii a sollevarmi e a dirigermi verso quell’albero spoglio sul quale alcuni corvi gracchiavano indisturbati. Arrivato nelle prossimità dell'albero, vidi un’ombra che si allontanava velocemente verso un piccolo ruscello che scorreva a qualche decina di metri da me. Provai a gridare per fare sentire la mia presenza, ma quella figura indistinta sparì velocemente nella nebbia, e io rimasi solo a contemplare quel paesaggio tetro, incredulo di quanto mi stava accadendo. Alzai lo sguardo verso il cielo, notando che una pioggerellina nera scendeva copiosa verso il basso, bagnando così i miei vestiti. Continuai a camminare nella speranza di trovare qualcuno che mi potesse dire dove mi trovassi precisamente in quel momento e magari anche il perché... Così, seppur dolorante, mi rimisi in cammino, anche se non avevo una meta precisa e mi sentivo sempre più solo e disperato, pur provando una consapevolezza aumentata, un’espansione della coscienza che non avevo mai provato in vita mia. Sentivo anche dentro di me  un senso di angoscia e di incertezza sempre più opprimente, e avevo paura nell'avanzare in quella terra sconosciuta e quasi disabitata.
    Dopo aver camminato per circa mezz'ora tra le vallate desolate e aride di quel luogo sconosciuto, giunsi  finalmente nei pressi di una piccola casa di campagna diroccata, all'apparenza disabitata, con i vetri rotti e alcune galline nel cortile circostante che rallegravano l'aspetto misterioso e tetro dell'abitazione. “Finalmente -pensai tra me e me- qualcuno ci sarà in quella casa!!!” Bussai alla porta e immediatamente mi aprì una anziana e bassa signora, dall'aspetto malandato, forse di ottanta anni, con i capelli bianchi e lunghi, gli occhi neri e una larga bocca senza alcuni denti. “Benvenuto straniero -disse l'anziana signora accogliendomi con un sorriso- entra pure, è da anni che non ho un ospite, sai? Più o meno da quando è morto mio marito”. Io rimasi un attimo in silenzio, poi replicai: “Grazie signora per la sua ospitalità. Io mi sono perso, ricordo solo che stavo guidando la mia automobile a New York e poi il vuoto… Ora mi ritrovo qui, e non riesco a capire come ci sono arrivato. Sa gentilmente dirmi dove mi trovo?»
    La signora balbettò alcune indistinte parole, poi rispose: “Non saprei ragazzo mio, sono malata di Alzheimer e non ricordo...”. Mi accompagnò verso il salotto dove era acceso un caminetto e su una poltrona vi era un libro impolverato dal titolo «La storia mai narrata dell'aldilà». Io le chiesi, incuriosito dall'argomento di cosa trattasse, ma lei sembrò infastidita da quella domanda e mi liquidò con poche parole: “Ragazzo non credo possa interessarti...” Provai ad avvicinarmi per sfogliarlo, ma un enorme alano nero mi si avventò contro prima ancora che potessi giungere vicino alla poltrona; così mi ritrovai a terra con la bestia che mi ruggiva contro infuriata.
    “Fermo Bull, a cuccia!!!!" intimò l’anziana signora.
    Il cane obbedì immediatamente, e sparì nella camera accanto senza abbaiare.
    “Mi deve scusare ragazzo, ma Bull è un'animale molto affettuoso, ma se non conosce qualcuno diventa aggressivo. Spero che non si sia fatto male".
    “No, non si preoccupi, solo qualche graffio" le risposi ancora impaurito.
    Poi la signora andò in cucina e preso del the, me lo offrì. Io mentre sorseggiavo lentamente quel the alla menta, guardavo i quadri di quella stanza, pieni di strani simboli, che non avevo mai visto in vita mia. La signora una volta sedutasi sulla poltrona, dopo aver bevuto il suo the, cominciò a raccontarmi della sua giovinezza e di come era stata felice fino a quando un giorno uno spaventoso incidente uccise suo marito e lei rimase per anni sola chiusa in casa, portando con sé in silenzio quel suo dolore. Sembrava felice quando mi guardava negli occhi, quasi sperasse che io fossi la reincarnazione di suo marito. Ma io stanco di ascoltarla la interruppi dicendole: “Signora io devo sapere dove mi trovo e perché sono qui, se lei non mi può dare delle  risposte, sarò costretto ad andare via...” La signora cambiò improvvisamente espressione e si voltò bruscamente verso di me: “Sei solo un ragazzo presuntuoso, qui non troverai mai risposte, dove pensi di andare?” Io  incredulo non detti peso alle parole di una vecchia sclerotica e senza salutarla me ne uscii, allontanandomi velocemente verso la campagna. Continuai a camminare senza sosta, anche se ora anche le gambe cominciavano a farsi doloranti. La nebbia diventava sempre più fitta e rendeva la mia avanzata più difficoltosa, ma io dovevo cercare delle risposte, e seppur preso dallo sgomento non potevo arrendermi. Ad un tratto andai a sbattere senza volerlo contro un grande masso e lì fui costretto a fermarmi, perché la mia gamba era sanguinante. Con un senso di orrore e di costernazione, dopo aver vagato per ore in quel luogo dove regnava il silenzio assoluto, sentivo il bisogno di incontrare qualcuno che mi potesse aiutare a farmi tornare a casa; alla fine distrutto dalla fatica e dal dolore al petto e alla gamba, mi fermai e urlai con tutte le forze che mi erano rimaste nella speranza di una risposta. Ma niente, nessun eco, neanche quello dalla mia voce… Mi vennero in mente allora i nomi dei miei amici, e dei miei familiari e cominciai a chiamarli uno per uno, nella speranza di poterli rivedere, ma il silenzio e la nebbia mi avvolgevano come in una prigione.
    “Ah, ah... Ah, ah....” una fragorosa risata proveniente dalla mia sinistra echeggiava nella nebbia. “Chi sei? Fatti avanti....” gli chiesi impaurito. “Ah, ah, ah...” continuò a ridere nonostante il mio dolore aumentasse. “Che hai da ridere, non vedi che sono ferito?”
    “Appunto” mi rispose laconicamente.
    “Fatti avanti se hai il coraggio...”
    “Se è questo che vuoi....”
    Dalla nebbia cominciai a scorgere la figura indistinta di un uomo molto alto, abbastanza robusto e vestito di nero con un cilindro in testa.
    “Chi sei?”
    “Io mi chiamo John, sono un commerciante di pietre preziose, e tu?”
    “Walter, sono un grande e ricco imprenditore dell'industria automobilistica. Io non capisco come sono giunto in questo luogo ed è da ore che vago, mi sono perso”.
    “Anche io non ricordo come ci sono arrivato. Sono anni che vivo in questo posto, non è molto bello, ma oramai mi ci sono abituato”.
    “Tu sei la seconda persona che incontro. Hai mai pensato di andare via di qui?”
    “E' impossibile, ho provato a camminare giorni e giorni, ma non ci sono mai riuscito. Siamo in una valle circondata da montagne altissime e impervie, ricoperte tutto l'anno di neve e ghiaccio”.
    “Ma hai idea di dove possiamo trovarci?”
    “No” rispose seccamente e con un’aria annoiata John.
    “Io mi ricordo che ieri mattina sono andato al lavoro, poi ho preso l'auto per andare da mia moglie, e poi non ricordo più nulla...”
    All'improvviso sentii giungere un forte vento gelido, e vidi che cominciavano a scendere dall'alto tanti piccoli fiocchi di neve grigiastra.... Mi girai verso il mio nuovo amico, ma era improvvisamente sparito nella nebbia.
    “Ehi, dove sei andato John? Torna qui, non lasciarmi solo!!!”
    Ma non riuscii a vederlo più, così continuai a  malincuore a camminare, mentre il terreno sotto i miei piedi si faceva sempre più scivoloso.
    “Oh mio Dio, ho la sensazione che qualcuno mi stia osservando...” pensai tra me e me.
    In effetti erano alcuni minuti che mentre camminavo a passo sostenuto, ebbi la sensazione di essere inseguito, mi sentivo osservato...
    Cominciai a correre fino a quando stanco, caddi a terra e per la disperazione, urlai: “Dio mio, aiutami!!!". Poi non ricordo più nulla, caddi in un sonno profondo, e cominciai a sognare e vedere strane figure di uomini che mi circondavano e parlando tra loro si chiedevano chi fossi e da dove venissi... Sognai anche alcuni avvenimenti della mia vita, i più belli, quando mi sposai con mia moglie, quando nacque il nostro primo figlio, e quando riuscii a diventare il titolare della più grande ditta automobilistica del mondo. A un certo punto del sogno mi ritrovai su un monte, seduto su un grande masso, immerso nell'oscurità della notte rischiarata appena dalla tenue luce della luna, e lì vidi comparire accanto a me una donna, vestita di bianco, dai capelli lunghi e biondi e con in mano un libro bianco. Si presentò come Doroty, e disse di conoscermi da molto tempo, ma io le risposi immediatamente di non ricordarmi assolutamente di averla mai conosciuta. Lei sorrise,  poi mi chiese: “Sei qui da molto tempo, vero?".
    “Si, in effetti è già molto che vago senza meta, non saprei dirti di preciso da quanto tempo, ma ora mi trovo su questo monte e non so dove andare..."
    “Lo immaginavo, qui spesso molti forestieri si perdono, non sei il primo".
    “Ma sapresti dirmi dove mi trovo?"
    “Siamo in una regione  non molto distante da casa tua, chiamata il Regno di Bardo”.
    “Non è ho mai sentito parlare sinora, forse perché io non mi sono mai spostato molto per visitare la mia nazione”.
    “E' una zona quasi disabitata e sconosciuta. I pochi abitanti che ci vivono sono sparsi in delle case rurali e sono abbastanza diffidenti con gli stranieri”.
    “Non proprio, una signora mi ha fatto entrare a casa sua, ma poi non ha voluto darmi delle risposte, così ho continuato a vagare senza meta...”.
    “Capisco. Ma non è facile uscire di qui senza una guida, sai?”
    “E poi c'è sempre nebbia e freddo in questo posto, non si riesce mai a vedere a un palmo dal naso”.
    “Lo so, ma io mi ci sono abituata. Abito a due passi da qui, se vuoi potresti accompagnarmi a casa. Vieni?”
    “Si, perché no? Qui sono solo. Ma spiegami perché mi trovo proprio qui?”
    “Lo scoprirai…”
    Improvvisamente il sogno svanì e mi risvegliai di soprassalto come se qualcuno mi avesse strattonato. La nebbia cominciò a diradarsi e vidi un grande labirinto davanti ai miei occhi, così incuriosito mi avvicinai con l'intenzione di entrarvici. Giunto nei pressi dell'entrata, disegnato su di una roccia conficcata nel terreno, vidi un otre rosso con sette aperture e una scritta «Hun-Tun». Non detti molta importanza a quel dipinto così antico, magari era stato messo lì per dare un nome a quel posto, e decisi comunque di entrare nel labirinto. Le siepi che lo costituivano erano alte circa tre metri, non erano curate e dei rovi e piante selvatiche dall'odore sgradevole, crescevano un pò ovunque. Notai dopo aver girato a lungo di ritrovarmi sempre nello stesso posto, così decisi che era inutile continuare a vagare senza sosta e stanco anche per il dolore al cuore, mi fermai oramai rassegnato. Sedendomi a terra, notai che vicino ai miei piedi c’era un amuleto a forma di spirale, con un falco pellegrino incappucciato e al centro una scritta: «Post tenebras spero Lucem» e immediatamente lo raccolsi.
    Il silenzio avvolgeva tutta la zona e mi faceva sentire ancora più solo, poi dopo alcuni minuti calò nuovamente una fitta nebbia e il freddo pungente cominciò a farsi sentire. “Ecco- pensai tra me e me- ora con questa nebbia non avrò neanche punti di riferimento. E' inutile andare avanti, da qui non uscirò mai...”
    Ma non riuscii a finire il mio pensiero che scorsi giungere verso di me una figura di donna, vestita di bianco, simile a quella vista nel sogno.
    “Ci conosciamo vero?”
    “Non credo, tu mi conosci?”
    “Ti ho vista in sogno, ti chiami Doroty, vero?”
    “Si, ma come fai a saperlo?” domandò stupita la donna.
    “Te l'ho detto, ti ho vista in sogno... Come facevi a sapere che ero qui?”
    “In realtà non lo sapevo, ti ho trovato per caso, abito qui vicino e alle volte vengo qui per passare alcune ore nel silenzio e nella pace”.
    “E non ti perdi mai?”
    “Impossibile, conosco questa zona palmo per palmo, ci sono cresciuta qui”.
    “Allora non ti dispiacerà se mi conduci fuori da questo posto, sono stanco di vagare senza meta”.
    “Non preoccuparti, ora ci sono io qui con te. Ma dimmi come sei giunto fino qui?”
    «Non lo so. E’ quello che vorrei sapere anche io… So solamente che stavo guidando e mentre guardavo dei passanti attraversare la strada, ho perso conoscenza e poi mi sono ritrovato sdraiato su un prato con un forte dolore al petto. Ho camminato per tanto tempo, per cercare di capire come sono arrivato e perché mi trovo in questa terra desolata”.
    “Sei in quello che viene soprannominato il Regno di Bardo, in una valle circondata interamente da una catena di montagne altissime”.
    “Bene, almeno adesso so dove mi trovo… E ora come faccio a tornare a casa? Io abito a New York e sono un dirigente di un’azienda, non posso assentarmi”.
    “Temo che non sia facile uscirne, l'unica via di uscita è un varco sulla montagna, ma le strade sono impervie e piene di neve, ora è sconsigliabile avventurarsi”.
    “Ma allora sono in un posto sperduto? Come è possibile? Chi mi ci ha portato?” cominciai a perdere la calma e soprattutto la speranza di rivedere i miei cari.
    “Cerca di non innervosirti, è inutile. Se devo essere sincera, non sei il primo che si è perso qui”.
    “Allora non mi resta che seguirti, vero?”
    “Credo proprio che tu non abbia alternative al momento, ma se preferisci rimanere qui, fai pure”.
    “No, sono stanco di vagare senza meta, almeno ora non sarò più solo...”
    “Bene, allora seguimi, ci faremo compagnia a vicenda. Io vivo con alcuni servi da un paio di anni in un castello non molto distante da qui”.
    “Un castello? Allora sei una principessa?”
    “Si, mio padre era il re, ora sono io la Regina di questo Regno desolato, da quando mio padre alcuni anni fà è morto, colpito da un infarto”.
    “Nel labirinto ho trovato questo amuleto, guarda” e lo mostrai a Doroty.
    “Questo è un amuleto astrale. Alle volte nel mondo di Bardo compaiono questi provengono da un mondo parallelo al nostro. Qualche entità spirituale vuole indicarti il sentiero da seguire: il falco incappucciato è il simbolo dell’ardore spirituale ostacolato, della speranza nella luce di chi vive nelle tenebre. La spirale è invece il simbolo del viaggio dell’anima dopo la morte, che la conducono con i loro giri ordinati verso i luoghi centrali dell’essere eterno. Io ti consiglio di portarlo con te, ti proteggerà.”
    Dopo una breve passeggiata giungemmo all'entrata di un immenso castello d’oro, dove due guardie dalle giubbe rosse e dall’aspetto angelico mi perquisirono e dopo avermi lanciato un'occhiata truce, mi lasciarono entrare nel cortile dove un'enorme fontana dall'aspetto inquietante troneggiava al centro circondata da piante altissime.
    “E quella fontana cosa rappresenta?”
    “Nulla, è solo una fontana con delle statue antiche, rappresentanti angeli. Vieni, ti mostro le mie stanze”
    “Aspetta un attimo... Io sto guardando all'interno della vasca, ma nell'acqua non vedo la mia immagina riflessa. Come è possibile?"
    “Nel regno di Bardo tutto ciò è possibile, non preoccuparti. Vedrai verificarsi alcuni fenomeni al di fuori della norma..."
    Internamente il castello appariva in tutto il suo splendore: tempestato di pietre preziose e da imponenti arcate ornate da intricate intarsi, lasciava senza parole per la sua magnificenza ed io rimasi per alcuni attimi in silenzio ad ammirarne la bellezza. Salimmo una gradinata di almeno cento scalini, dove i quadri degli avi della ragazza ornavano le pareti e uno in particolare spiccava decisamente più degli altri.
    “Scusami, ma perchè quel quadro è messo lì in bella vista?”
    “Quello è il mio bisnonno, il Duca Leonard di Bardo, un uomo eccezionale, impavido, virtuoso e tutti lo chiamavano l'Illuminato, perché il suo corpo emanava una strana aura gialla. In vita si dice abbia compiuto anche alcuni miracoli”.
    Rimasi alcuni minuti a guardare i quadri, poi giungemmo in un sala immensa  decorata con tanti arazzi rappresentanti scene di caccia, con un trono d’oro incastonato di diamanti al centro della stanza e un grande camino acceso,  dove aleggiava un forte profumo d’incenso e di rose.
    “Ora devo spiegarti qualcosa di importante sul Regno di Bardo”.
    “Parla pure, io ti ascolto..”
    “Bene, devi sapere che qui tutti gli abitanti vivono in uno stato perenne di depressione, angoscia e di paranoia... Spesso molti mi riferiscono anche uno stato di incertezza su cosa succederà... Gli scienziati hanno compiuto diversi studi sulla popolazione, e la loro conclusione è che probabilmente il tempo particolarmente inclemente tutto l'anno, caratterizzato da nebbia, freddo e gelo, abbinato a un campo elettromagnetico più forte rispetto ad altre zone della Terra, provoca questi stati psicologici negativi. Quindi non devi preoccuparti se anche tu accusi gli stessi stati d'animo”.
    “Lo so, in particolare da quando mi sono svegliato in questo Regno ho subito avvertito uno stato di angoscia e di paura su ciò che mi poteva succedere. E infatti non ho capito da dove potesse provenire il pericolo, ma evidentemente i motivi sono quelli che tu mi hai descritto. Solo che vorrei sapere da te, come fate a vivere in questo stato perenne di angoscia e incertezza?”
    “E' difficile, si soffre molto, ma una volta all'anno stranamente queste sofferenze improvvisamente spariscono, le nevi si sciolgono e il tempo torna normale, e noi ci sentiamo rinati, felici come non ricordavamo da tempo”.
    “E quando succederà la prossima volta?”
    “Tra due giorni quando festeggeremo la festa della Luce. Allora ne avrai la prova”.
    “C'è un'altra cosa importante che volevo dirti: se vuoi davvero andare via di qui, devi provare a scalare il monte Kaylasa, che dista pochi chilometri da qui, e giungere nella Terra Gelata dove vivono degli esseri giganti dall'aspetto minaccioso. Ti avverto, andrai incontro a dei pericoli che neanche puoi immaginare. Loro vivono in un castello di ghiaccio e sono i custodi del varco; non fanno passare nessuno a meno che tu non riesca a scoprire il loro tallone d'Achille. Questa è l'unica maniera  per accedere al varco Proibito e andare dall'altra parte dove troverai la strada per tornare dalla tua famiglia. Sei fortunato perché tra due giorni il tempo tornerà normale e le nevi si scioglieranno e forse ce la farai almeno a giungere al varco”.
    “Quindi se non riesco a fuggire entro dopodomani, sarò prigioniero  per sempre di questo mondo?” chiesi in preda al panico.
    “Purtroppo si. Almeno fino all'anno prossimo. Ma ti avverto, pochi sono riusciti a tornare a casa, e se non dovessi riuscire a fuggire, temo che sarai condannato a rimanere qui chissà per quanto tempo ancora...”
    “Non posso rimanere qui, ho una famiglia che mi aspetta e che sarà preoccupata per me. Devo rischiare, costi quel che costi”.
    “Potresti provare a comunicare con loro con il cellulare”.
    “Ho già provato prima, è inutile, i campi elettromagnetici qui forse influiscono anche sulle linee”
    “Devi prendere una decisione in breve tempo, devi incamminarti perché la strada da percorrere è lunga e impervia, e i pericoli che ti attendono sono tanti”.
    “Stanotte dormirò qui, sono stanco, domani al levar del sole mi incamminerò e speriamo bene....”
    Durante la notte feci un sogno stranissimo: mi trovavo in un mondo parallelo tenebroso, dove gli uomini conducevano una vita nella disperata ricerca della libertà persa in seguito agli errori compiuti. Io ero un delinquente che avevo rubato molto denaro soprattutto a gente povera e bisognosa e mi trovavo in una prigione tutta di ghiaccio, comprese le sbarre che sembravano d'acciaio per la loro consistenza. Piangevo perché mi sentivo senza speranza, e chiesi perdono a Dio per tutto il male compiuto, quando all'improvviso la prigione si sciolse come neve al sole, e io mi ritrovai in un prato verde pieno di rose rosse profumate, libero e felice di riassaporare il gusto di poter correre e saltare come un bambino.
    La mattina  presto Doroty venne a svegliarmi e io dopo aver fatto colazione, mi vestii in fretta consapevole che il tempo a mia disposizione era pochissimo.
    “Prima che tu vada via devo avvisarti: lungo il cammino incontrerai delle figure alle volte anche mostruose che vorranno farti del male. Non devi preoccuparti, non avere paura per quanto terrificanti possano presentarsi: sono infatti le tue proiezioni psicologiche, la primordiale manifestazione spontanea della tua mente, e non provengono da nessun luogo.  Alla loro vista pronuncerai le seguenti parole: “Mentre sono incalzato dall’oscurità e i selvaggi animali da preda ruggiscono, possa io acquistare l’occhio divino della saggezza e dissipare così le tenebre che mi avvolgono" Pronuncia queste parole distintamente e con chiarezza, comprendendo il loro significato, e non dimenticarle….”.
    Doroty mi consolò dicendomi che lungo il cammino sarebbe stata spiritualmente con me sempre, soprattutto nei momenti più difficili, e dopo avermi dato una mappa per giungere alla Terra Gelata, mi abbracciò affettuosamente.
    Uscito dal castello la nebbia era ancora più fitta di quella del giorno precedente, e un vento gelido soffiava contro di me. Provai nuovamente quel senso opprimente di angoscia e incertezza, e come se non bastasse un lamento indistinto giungeva da lontano, senza tuttavia lasciare intravedere nessuna figura umana. Dopo aver seguito la mappa, a un certo punto la strada improvvisamente si interruppe e mi trovai di fronte a un precipizio, di cui non riuscivo a distinguere la profondità. Da lontano un grido minaccioso si faceva sempre più vicino e vidi giungere una bestia a metà tra un lupo e un orso, un essere spaventoso dalle lunghe zanne e artigli lunghissimi. Avevo il terrore addosso, e per un attimo rimasi impietrito nel vedere quella bestia feroce giungere affamata verso di me. Ma mi feci coraggio, e guardando giù nel precipizio vidi scorrere l’acqua. Quindi avevo poca scelta, o tornare indietro o buttarmi nel precipizio e sperare di cadere nel fiume sottostante.
    ”Strano -pensai nella mia mente- sulla mappa non è segnato nulla, forse ho sbagliato strada...”
    “No, non hai sbagliato" rispose una vocina flebile dietro di me.
    “Chi sei?" domandai impaurito.
    “Non ha importanza, vai avanti presto!!!"
    Mi feci coraggio e mi tuffai nel precipizio, con il cuore che mi batteva a mille, e le mani che mi tremavano.
    Caddi nell'acqua gelida, e per un attimo pensai che visto che non sapevo nuotare sarei sicuramente morto, quando vidi per un attimo passare accanto a me un grande tronco di legno e con forza mi aggrappai.
    La corrente mi portò nei pressi di un lago, dove  nuotavano dei cigni indisturbati. Guardai sopra di me e vidi che la montagna che mi sovrastava era molto simile a quella della mappa di Doroty, perciò a quel punto ero sicuro di essere nel posto giusto.
    Mi spinsi con la forza delle gambe fino alla riva e lì dopo aver dato un rapido sguardo alla mappa, individuai il sentiero che mi avrebbe condotto alla Terra Gelata dei giganti. La strada era dissestata e molto ripida, ricoperta da una melma di colore verdastro e maleodorante.
    Appena mossi i primi passi, mi ritrovai improvvisamente in un abisso di tenebre e di silenzio. Mi sentivo solo e davanti ai miei occhi c’era il nulla: rimasi immobile sentendo dietro di me una mano gelida che cercava di impedirmi di andare avanti. Dopo alcuni secondi interminabili, la mano lasciò la presa e io mi girai vedendo di fronte a me un uomo che conoscevo bene…
    “Sono Paul, ti ricordi di me?”
    Di fronte ai miei occhi vidi un uomo dalle vesti lacere, gli occhi pieni di rabbia e in mano portava una lampada.
    “Si…-balbettai- ci siamo conosciuti almeno venti anni fa nella periferia di New York”.
    “Io non trovo pace, sono sopraffatto dal sentimento di vendetta nei tuoi confronti..”
    “Capisco” risposi sommessamente.
    “Io non rappresentavo nulla per te, vero? Solo un povero vecchio malandato e senza casa… Pertanto per puro divertimento, quella sera del 31 di ottobre mi hai ucciso cospargendomi della benzina addosso e poi mi hai dato fuoco… Lo ricordi vero?
    Inizialmente non ebbi il coraggio di rispondergli, poi replicai: “E’ vero, ma sembravi morto, e io e i miei amici volevamo solo divertirci un po’, non volevamo ucciderti”.
    “Peccato però che io sia morto tra atroci sofferenze… Ora però voglio la mia vendetta, mio caro…” gridò con occhi pieni di rabbia.
    E prese un’ascia e cominciò a rincorrermi mentre io disperatamente cercavo di sfuggirgli, ma dopo aver corso per alcune centinaia di metri, il mio cuore cominciò a farmi male di nuovo, e allora ricordandomi le parole di Doroty mi girai e tenendo in mano l’amuleto recitai la formula: “Mentre sono incalzato dall’oscurità e i selvaggi animali da preda ruggiscono, possa io acquistare l’occhio divino della saggezza e dissipare così le tenebre che mi avvolgono”.
    La figura di Paul si dissolse in una nebbiolina bianca, tra le grida disperate dell’uomo. Le tenebre si dissolsero, e io potetti così continuare il mio cammino.
    A fatica riuscii a riprendere la mia scalata, che di fronte a me si presentava sempre più ripida e piena di incognite; il dolore al petto cominciò a farsi sentire nuovamente assieme a un senso opprimente di angoscia.
    Quando mi appoggiai un attimo a un salice piangente per riprendere fiato, notai che i suoi rami cominciavano ad attorcigliarsi attorno a me, e alcuni animali, tra cui una pantera, si avvicinarono sempre più minacciosi…
    “Ecco ora è la fine…” pensai tra me e me.
    “Siamo venuti qui per prenderci la tua anima, così come tu hai preso ingiustamente la nostra” disse una voce alle mie spalle.
    “Ma voi chi siete?” chiesi impaurito.
    “Siamo la coscienza di tutte le piante e gli animali a cui tu, durante la tua stolta vita hai negato il diritto all’esistenza, ricordi?”
    “Si, lo ammetto ho contribuito a distruggere foreste e animali… Non mi sono comportato molto bene con voi, avete ragione, ma perdonatemi per favore!!!” supplicai inginocchiandomi ai piedi di una pianta.
    “E’ tardi, e poi noi vediamo che nel tuo cuore non sei pentito, pensi solo al denaro. Pertanto vogliamo la nostra vendetta: la tua anima errerà per sempre senza trovare pace…”
    A quel punto presi nuovamente in mano il talismano e ripetetti ad alta voce la formula di Doroty, e come per incanto tutti gli animali e le piante sparirono.
    Cominciai la lunga scalata e dopo aver camminato quasi per tutta la giornata, al tramonto giunsi finalmente al castello di ghiaccio, circondato da un enorme foresta tutta ghiacciata.
    “Finalmente ce l'ho fatta, pensavo di non avere le forze per giungere sino a qui” pensai tra me e me.
    Ma non feci in tempo a girarmi, che una mano erculea mi sollevò da terra, e mi scaraventò al suolo pesantemente.
    “Come osi giungere sino a qui?” gridò un gigante alto circa tre metri e tutto ricoperto di peli.
    “Io chiedo il permesso di oltrepassare il Varco Proibito”.
    “Permesso negato” rispose in maniera secca il gigante, scuotendomi per la testa.
    “Io devo andare via di qui, non posso restare”.
    “Nessuno può oltrepassare il Varco, solo i meritevoli. Se ritieni di esserlo, allora ti condurrò dal nostro Re, e poi lui giudicherà...»
    Il gigante non aveva per me il minimo rispetto, e mi incatenò; io non potevo fare altro che essere trascinato passivamente da quel essere a metà tra l'umano e il bestiale, più simile a un enorme scimmione nero e peloso, dalle braccia possenti.
    Mi condusse all'interno del grande castello di ghiaccio, che impressionava per la sua imponenza. Sul portone vi era disegnato un simbolo rappresentante la barca solare sorretta dai flutti, sulla quale si trova Rà, il dio del Sole; di fronte un defunto inginocchiato in segno di adorazione. Le guardie sparse un pò ovunque, ridevano e mi sbeffeggiavano nel vedermi passare, consapevoli che era impossibile riuscire nella mia ardua impresa.
    Giunsi di fronte al Re, che dopo avermi guardato attentamente, mi domandò: “Come hai fatto a giungere sino a qui? E chi ti ha indicato questo posto?”.
    “Doroty la Regina del Bardo, mi ha dato la mappa per giungere sino al Varco Proibito”
    “Folle!!! -tuonò il Re- Te l'hanno detto che è quasi impossibile oltrepassarlo?”
    “Non ho scelta, devo tornare a casa” gli risposi risoluto.
    “Allora visto che sei così determinato, dovrai affrontare delle prove durissime. Sei disposto ad affrontarle pur di tornare dalla tua famiglia?”
    “Si, lo sono!!!” affermai senza esitazioni.
    “E sia allora, portatelo al Varco!!!” ordinò il re.
    I Giganti mi portarono nel giardino del castello e lì mi trovai improvvisamente di fronte uno scenario che mai avrei immaginato di vedere: il castello di ghiaccio era scomparso, e mi trovai nel cimitero della mia città natale di fronte proprio alla mia tomba. Un brivido d’orrore mi attraversò tutto il corpo, vidi la mia data di nascita e di morte, corrispondente esattamente al giorno in cui avevo lasciato New York, e tanti fiori che circondavano la mia lapide.
    “Sono morto, sono morto!!! -gridai con tutte le mie forze- No, non è possibile…”
    Io infatti non ho mai creduto nella vita dopo la morte, per me sarebbe finito tutto lì, con il mio corpo  a putrefarsi fino a diventare polvere. Avevo sempre avuto una visione materialistica della vita, pertanto avevo sempre pensato che bisognava godersi appieno l’esistenza senza preoccuparsi, tanto non ci sarebbe stato nulla dopo. La religione insegnatami dal mio parroco, non l’avevo mai presa sul serio, pensavo fossero solo superstizioni di popoli primitivi, che si ostinavano a dare una continuità e un senso a una vita che secondo la mia esperienza non esisteva… E poi ero convinto che tutte quelle promesse sulla vita ultraterrena fossero solo un astuto stratagemma per consentire di manipolare quanta più gente possibile, anche grazie alla paura dell’Inferno. Ma allora se non esiste niente, perché stavo ora di fronte alla mia tomba? Stavo sognando? Questi dubbi atroci mi attanagliavano, e dentro di me sentivo che avrei dovuto subire una qualche punizione per il male fatto agli uomini e alla natura.
    Cominciai a pensare intensamente a mia moglie, che mi aveva tanto amato, pur non sapendo nulla del mio passato così pieno di errori. Non ho mai creduto in Dio, ma in quel momento credetti opportuno rivolgermi a Lui, nella speranza di poter uscire da quell’incubo e di potermi ricongiungere a lei.
    La visione della mia tomba svanì, e mi ritrovai in un deserto sconfinato, dove il sole era cocente. Di fronte a me comparve un enorme scorpione, il quale tenendomi stretto con le sue tenaglie mi disse: “Ecco è giunta l’ora della giustizia: ora vivrai per sempre in questo deserto perseguitato dagli animali e dalle piante che tu hai distrutto per la tua sete di denaro!!!!” . Mi lasciò cadere violentemente a terra e mentre le speranze di ricongiungermi alla mia famiglia erano oramai perse, e mi sentivo oramai solo e disperato, una piccola scintilla di luce inizialmente tenue, e poi via via sempre più forte e grande, si avvicinò a me e in quella sfera luminosa scorsi il viso di mia moglie che mi sussurrò: “Amore mio torna, dove ti trovi adesso? Posso solo sentire la tua voce nella mia mente che mi chiama incessantemente…”
    “Sono qui Diana, nel Regno di Bardo, sono morto…”
    “Non può essere, io ti vedo addormentato davanti ai miei occhi. Torna indietro, ti prego, non lasciarmi sola…”
    A questo punto una voce possente interruppe la nostra conversazione con queste parole: “Hai ottenuto la possibilità di tornare sulla terra, ma non sprecarla, è l’ultima. Dimostra di essere degno dell’amore di tua moglie, e non sbagliare più”.
    “Si, non mi comporterò più male, lo prometto”.
    Davanti ai miei occhi si materializzò uno strano simbolo, al cui centro vi era un eptagramma: istintivamente toccai con la mia mano il centro della stella e in quel momento mi sentii come risucchiato da un vortice. Aprii di nuovo gli occhi trovandomi di fronte il viso angelico di mia moglie.
    “O mio Dio, si è svegliato!!! Venite presto!!!” gridò rivolgendosi agli infermieri.
    Gli infermieri e il medico nel vedermi sorridere, divennero pallidi in volto e guardandosi tra di loro, sussurrarono: “E’ impossibile, il suo cuore ha cessato di battere per ben tre volte, i danni al cervello dovevano essere irreversibili, ma è tornato normale… E’ un miracolo!!!”
    Mia moglie mi abbracciò, e io non potetti trattenere le lacrime, poi le confessai: “Ho visto l’aldilà, ora so cosa mi aspetta dopo la morte”.
    I presenti, ascoltate quelle parole, rimasero ammutoliti.
    “Si, è così e ora voglio cambiare vita per sempre”.
    Raccontai la mia esperienza nei minimi dettagli, mentre prendevo coscienza che qualcosa realmente dentro di me era radicalmente cambiato, e quella che ai presenti poteva apparire solo come un brutto incubo, per me invece era realmente successo, lo intuivo pur non sapendolo esprimere con le giuste parole.
    Rimasi ricoverato in osservazione altri dieci giorni e tornai a casa completamente guarito, ma uscendo dall’ospedale per un attimo ebbi il dubbio che tutto quanto mi era accaduto fosse solo un sogno, quando incrociai lo sguardo di Doroty, che mi sorrise. Io la guardai per un attimo con stupore, poi capii che con la sua presenza voleva confermarmi che tutto quanto era successo era vero, e che una nuova vita all’insegna dell’amore si apriva davanti a me.

  • 20 agosto 2011 alle ore 20:37
    Delirio di una vita in tasca

    Come comincia: A questi stracci di fortuna affido il mio oro.
    A queste sembianze povere che non lasciano
    trasparire quei piccoli diamanti grezzi che ho
    raccolto, cercati per tutta una vita.
    Ho il frutto del lavoro di una vita in una mano
    mentre l' altra si appoggia istintivamente
    ad una schiena spezzata dalla fatica e dall' età.
    Questo fagottino che ora stringo nel pugno,
    liso dalle strusciare dentro le tasche, consumato
    dal sale del sudore nelle lunghe camminate
    a cercare dentro miniere spremute
    ed abbandonate da anni per anni e anni;
    un fagottino che avvolge la fortuna che venderò
    per riscattare la mia prima e davvero
    voluta compagna, la vecchiaia.
    Ero troppo povero o così pensavo di essere
    per le donne, volevo per loro una vita dignitosa.
    Un povero cosa offre ad una donna ?
    Stando solo ne avrei salvata almeno una dalla
    mia povertà, magari anche tre o quattro.
    Nella mia coscienza spero di aver fatto del bene.
    Magari ho in tasca tanti diamanti da mettere al dito
    ad un harem...
    Ma quale harem, almeno una da poter mantenere.
    Una solitudine che potrei ora valorizzare
    pagando una badante e di conseguenza
    parlando per la prima volta a viso aperto
    e con orgoglio con una donna,
    che, consapevole della mia ricchezza,
    probabilmente mi ascolterebbe
    solo ed esclusivamente in quanto pagata.
    Ma come potrei ancora valorizzare quel
    fazzoletto, unico compagno che ho scelto,
    sottraendo quel che di valore ha raccolto
    in tutti questi anni ?
    Come potrei farlo sentire ancora utile ?
    Lo butterò in mare a farsi strusciare dalla
    camminata delle onde, un moto prevedibile
    come il passo di un uomo metodico
    nel tentativo di vivere per arricchirsi,
    o come un fazzoletto povero a farsi macerare
    dal sudore salato del mare.
    Ora sono solo come sempre, vecchio e stanco,
    ed anch' io mi sento in balìa di una camminata
    che si spiaggerà senza più vita né sete vitale.
    Ma se terrò queste pietre selvatiche e sfuggenti,
    rare come gli amori delle vite degli altri, avvolte
    in un fazzoletto liso dentro la mia tasca...
    Allora sarà una cocciuta ed orgogliosa
    vittoria della dignità ancora vergine.
    Sono vecchio e stanco e vorrei farmi cullare
    almeno per una volta dal mare, la mia camminata
    continuerà tra le onde fino al bacio mortale
    del sole congiunto ed abbracciato
    all' asciutto di una qualsiasi spiaggia.
    Il bacio che ognuno nel proprio
    volontario vivere o morire assapora.
    Ho vissuto sperando in un bacio sincero
    e se la colpa di questa sfortuna sarà giudicata
    come la mia personale colpa, il mare mi consolerà
    facendomi il funerale in trionfo fino alla spiaggia,
    in pompa Magna.
    Ma se dio vuole, mi spingerà nei fondali marini.
    E per sempre la fortuna mi resterà in tasca.

  • 19 agosto 2011 alle ore 20:01
    Delirio dell' impiego

    Come comincia: Centro per l' impiego.
    Vediamo un po' le offerte.
    Aiuto poeta, idraulico della domenica,
    massaggiatore per anziane.
    Boh, provo la prima, 50 euro per ogni poesia
    messa a posto.
    Dovrei lavorare su questa:
    " Scende la neve
    ove le conviene,
    ora tutto è bianco
    me ne vado a letto
    stanco ".
    Ma per piacere !
    Provo con l' idraulico della domenica.
    Mi dice di raggiungerlo perché a lui
    non piace parlare per telefono, cavolo,
    abita a trentacinque chilometri,
    ma se ne valesse la pena...
    Il mio compito sarebbe di sabotare
    le tubazioni dei privati la domenica
    mattina in modo da permettere al mio
    datore di lavoro di intervenire
    a prezzi maggiorati.
    Lascio perdere, pur nel caso
    mi mettesse in regola è un lavoro
    alquanto disonesto, non mi piace
    allagare le abitazioni e tra l' altro
     son tendenzialmente piromane
    e quindi niente; se ne cercherà un altro.
    Telefono all' anziana che per delucidarmi
    le proprie esatte intenzioni; tentenna e
    mi tiene al cellulare dieci minuti,
    poi, io; le chiarisco che i massaggini alle
    patatine bollite non li faccio proprio...
    Cinque euro di telefonate buttati via.
    Cinque euro di benzina sprecati;
    E poi dicono che la gente smette
    di cercare lavoro.
    A proposito del problema dell' impiego
    il sociologo Fog Cutter è apparso su un
    noto quotidiano solamente con una
    propria foto ed una striscia sotto...
    " Un buon lavoro è come una bella donna,
    tanto più manca, tanto di più la si sogna ".
    Fondamentalmente Fog Cutter è persuasivo,
    ma ho bisogno di soldi e non di
    frasi ad effetto, ma quanto ci guadagnerà,
    con queste stronzate il sociologo che
    vuole apparire come uno che apre gli occhi?
    Andrò a cercare il mio amico immaginario
    Francesco Apposito ma al campanello
    risponde sua madre, che bella voce che
    ha Franca Casual in Apposito.
    Mi dice che è andato a lavorare
    presso un' anziana con problemi alla
    schiena per alcuni massaggi.
    Schiena? Che fegato !
    Anzi, fegato di toro su purè scaduto.
    Ma davvero sono arrivato al punto
    di inventarmi gli amici immaginari per
    invidiare loro il coraggio che non ho ?
    E poi non capisco più da che parte stiano.
    Bel bocconcino la mamma di Francesco
    Apposito; comunque... e dunque...
    Cosa posso fare ora?
    Alle 10 di mattina la mia Susy è già al lavoro,
    sarà già piena fino alle ovaie di
    clienti in " coda ", meglio non disturbarla.
    Andrò alla meta dei giovani perditempo.
    Il bar dei funk 'zzisty è sempre aperto,
    come le gambe della mia Susy.
    Negli ultimi tempi la clientela è aumentata
    ed ora è pieno di giovani che prendono un
    caffé e stanno lì tutto il giorno, come i vecchi.
    Mi son rimasti cinque euro, caffé è sigarette,
    Finiti ! - Twenty grams of tobacco
    and seven grams of coffee.
    Ventisette grammi per cinque euro,
    un affarone legale, ma son finiti tutti e cinque.
    Donne alle slot machines e ubriachi molesti
    già alle dieci e trenta di mattino.
    Non posso neanche giocare a tetris per
    tutto il giorno, se invece di cercare lavoro
    fossi venuto sùbito qua avrei sbattuto
    la giornata con i miei piacevoli
    e colorati mattoncini da incastrare,
    godendo nel frattempo delle,
    colorite pure loro,
    soavi musichette  balcaniche.
    Devo trovare un po' di soldi, torno al centro
    per l' impiego e spulcio un po' meglio.
    Tra gli annunci: " Ti pago sulla fiducia ".
    Questo si potrebbe provare...
    Cercano un lavapiatti per quattro ore
    per complessivi dieci euro, all' angolo della
    strada, niente auto o telefono,
    due minuti e sarò lì o là, a guadagnare
    davvero !
    Il ristoratore mi dà 5 euro sulla fiducia,
    gli altri cinque dopo le quattro ore,
    che imprenditore fantastico.
    Alla fine delle quattro ore ho dieci euro
    tutti per me ma son distrutto e
    " me ne vado a letto stanco ".
    ...La frase del poeta in cerca di aiuto,
    ma che diavolo c' entra?
    Non lo so, ma col cavolo che
    domani vado a cercare lavoro !
    La Susy alla sera è un po' sbattuta dal lavoro,
    ma quindici euro non me li nega mai...
    E domani gliene chiederò solo cinque
    e lei mi abbraccerà contenta prima del suo
    estenuante rapporto con il mondo intero.
    Io non voglio pesare su di lei,
    ma a volte un abbraccio è poco.
    Ma è stanca e la capisco.
    Ti voglio bene Susy.

  • 19 agosto 2011 alle ore 11:59
    Geni nel pallone

    Come comincia: Giocava dietro, tutti lo chiamavano il Sei. Giocava davanti, fantasista, lo chiamavano tutti il Dieci. I loro genitori invece li avevano chiamati Edo e Leandro. Erano cresciuti insieme, dalle materne alle superiori come dai pulcini alla prima squadra, sempre in competizione tra loro, qualcuno li aveva anche ribattezzati i Sedici. Leandro tutto di un pezzo, pragmatico, istintivamente sempre alla ricerca del nocciolo della questione, lo rendeva più sicuro. Edo sembrava invece uno che, giunto alla festa sbagliata, si fa un paio di giri tanto per vedere come butta, e poi rimonta in macchina senza neppure tanta voglia di raggiungere quella giusta. La passione per il pallone sembrava l’unica cosa che li accomunasse. A scuola il Sei era più bravo a matematica, più bello ma a corto di ragazze. L’altro, bravo in italiano, era pieno di ragazzine affascinate da quella sua leggerezza che sembrava nascondere negli occhi una malinconia da predestinato, anche se ciò lo emarginava un poco dal gruppo degli amici dove Edo primeggiava con la sua esuberante personalità. A volte sembravano come due ciclisti in fuga che si danno il cambio a tirare, talvolta Edo influenzava Leandro in maniera decisiva assumendo le sembianze del leader, per poi poco dopo invertirsi i ruoli, dato che quello che stava dietro escogitava di tutto per tornare davanti. A un certo punto  Leandro andò in fuga. Avrà avuto sedici anni scarsi quando ai primi di giugno montò su un treno con destinazione Barcellona, forte solo di un contatto con un ragazzo del quartiere di circa trenta anni trasferitosi da anni in Spagna. A metà settembre riscese dal treno un ragazzo che aveva conosciuto il mondo ed Edo cercava in tutti i modi di non frequentarlo  per un certo senso di inadeguatezza. Recuperò in poco tempo il gap frequentando un gruppo di amici più grandi che lo rese anche più aggiornato sui locali che tiravano di più, fungendo così da guida nei confronti di Leandro che, sentendosi più cosmopolita, li snobbava un tantino. Fu grazie a questo gioco di squadra di stampo darwiniano che l’infanzia e l’adolescenza trascorsero ricche di esperienze e di continui stimoli. Queste caratteristiche si riscontravano anche nel modo di giocare e di vivere il pallone, dando ragione a chi favoleggia del calcio come scuola di vita. Il Sei, centrale difensivo e capitano di una squadra che mai avrebbe voluto vedere uscire sconfitta dal rettangolo di gioco, sentiva il calcio come una missione. La passione del Dieci invece era dedicata in maniera maniacale dall’attrezzo, il pallone. Spesso giungeva in anticipo all’allenamento per passare qualche minuto in compagnia solitaria della sfera amica, tradiva malcelata insofferenza nel vedere arrivare il primo compagno col quale, in base al bon ton calcistico, dover dividere la sua amata. Il Sei arrivava puntuale, si cambiava in fretta e subito iniziava a trotterellare per il campo, guardando in cagnesco il resto della truppa vociante e chiassosa come bambini ai giardini, sembrava quasi un bagnino al mare che rimette al loro posto gli ombrelloni mentre gli amici se la spassano ancora sulla spiaggia. 
    Indubbiamente erano i più forti, presto giunsero a giocare nella prima squadra che militava in Eccellenza. Furono stagioni esaltanti durante le quali da ragazzi qual’erano diventarono uomini. Il Dieci aprì un’agenzia immobiliare insieme ad un vecchio amico di scuola, gli affari andavano benone. Il Sei cambiava lavoro come si cambiava i calzini: rappresentante, educatore, magazziniere, commesso, impiegato ecc. senza mai riuscire un impiego nel quale fossero rispettate le regole. Le sue. A tale instabilità professionale si affiancava un preciso equilibrio familiare. Due bambine e una moglie conosciuta ad un distributore di benzina self service implorante aiuto perché incapace di inserire nel giusto lato la banconota. Un tipo particolare Sara, credeva nell’eticità e nel rispetto delle persone, delle cose e della natura, cose strane in questo mondo. Si innamorò subito di Leandro, anche perché era incredibilmente attratta dal lato oscuro delle persone, da quelle cose che mai ti saresti aspettato da qualcuno, per esempio il tipo palestrato che dopo cena frequenta un corso di cucina etrusca. Il Dieci invece passava da una relazione all’altra, quasi sempre con donne molto sicure di sé, spesso in carriera, che vedevano in lui la mezz’ora di ricreazione prima di rientrare nel loro vuoto relazionale.
    Al calcio si gioca per passione ma anche per soldi, soprattutto per soldi. Il Dieci prima dell’inizio di una nuova stagione pretese un deciso aumento del rimborso spese. Il presidente, uomo tanto autoritario nell’aspetto ma bonario nell’anima, dopo averci pensato bene e consultati gli altri dirigenti, decise di soddisfare le richieste di quello che per lui era sempre il ragazzino di cui si era innamorato tanti anni fa nel vederlo dribblare avversari e portiere, depositare la palla in rete e tornare nella propria metà campo con l’aria di quello che aveva fatto la cosa più semplice del mondo. La cosa doveva rimanere segreta ma, non si sa perché, in determinati ambienti c’è sempre un gruppo ristretto, diciamo pure un’élite, che ne viene a conoscenza. Ovvio che il ne faceva parte anche il Sei. Ci pensò su una mezzoretta, durante la quale le mascelle sembravano due ascessi, infuriato per l’infrazione del patto del tetto salariale. Gli bastarono trenta secondi per comunicare al presidente, raggiunto nell’ufficio della sua azienda mentre stava trattando l’acquisto di carne brasiliana che avrebbe poi riciclato sul mercato come bresaola dop , che avrebbe lasciato la squadra. A nessuno passò per l’anticamera del cervello l’ipotesi che avrebbe potuto ripensarci. Il giorno successivo, mentre stava firmando l’accordo per la carne sudamericana, ricevette la visita di un altro giocatore, il Dieci, che comunicò la sua decisa intenzione di abbandonare la squadra, indignato perché, a suo dire, nessuno aveva mosso un dito per trattenere il Sei.
    A quel punto i due ripresero a parlarsi dopo un momento di black out, uno dei tanti, dovuto ad una lite, una delle tanti, avvenuto durante il rinfresco di un matrimonio, uno dei tanti, nei quali i partecipanti, vestiti tutti uguali, sembrano essere sempre gli stessi, come gli spettatori di un talk-show. Il Dieci, in preda ad un delirio d’onnipotenza causato dall’abuso d’alcool e droga, si definì un’artista del pallone a differenza del Sei che, a suo dire, ne era solo un umile operaio. Edo incassò in silenzio, tra risate sguaiate anche di chi rideva solo per ridere, si appostò in bagno in attesa che l’altro desse corpo al suo, e non solo suo, vizietto. In poche parole l’attaccò al muro. Riallacciarono i rapporti, come sempre, e decisero che sarebbero andati a giocare nella squadra amatoriale del quartiere allenata da Brunone, il loro vecchio maestro di calcio di quand’erano ragazzini. Sessanta anni circa, duro come il marmo e calvo come un palla da biliardo, Brunone li accolse con insofferenza. A suo dire al calcio si gioca per passione e non per soldi, non come quei due fenomeni che avevano da ridire anche se trovavano lo spogliatoio sporco. Ma sapeva bene che con loro si poteva puntare in alto, anche se all’inizio il rapporto non fu facile. Nell’intervallo della prima partita prima il Sei fece notare a Brunone che giocare in linea in quella categoria era come andare ad un concerto degli Iron Maiden in giacca e cravatta. A ruota il Dieci fece notare che se il terzino avversario spingeva troppo occorreva spostare l’ala più avanti e non più indietro come suggerito da Brunone. Quest’ultimo si sentì invaso nel proprio territorio, era come qualcuno che entra a casa tua senza bussare, si sdraia sul tuo divano con i piedi, cosa che te non fai mai, e mentre si scola la tua birra guarda alla tivù il tuo canale preferito, e magari si diverte pure un po’ con la tua signora. Il Sei e il Dieci il secondo tempo di quella partita lo videro sopra quei quattro tubi innocenti tenuti insieme da una sconosciuta legge fisica che tutti chiamavano la tribunetta.
    Ci misero del tempo ad adattarsi alle regole del calcio amatoriale, un ambiente dove quello che era ritenuto giusto e valido in Eccellenza veniva deriso e spregiato, e viceversa. In effetti non è facile comprendere le dinamiche di quel tipo di calcio ben narrato da Ken Loach in “My name is Joe”. Grinta, cattiveria, lealtà, senso d’appartenenza, romanticismo, sacrificio e soprattutto tanta, troppa voglia di prendersi sul serio, sono aspetti che abbondano nel calcio amatoriale. In breve Edo e Leandro diventarono ovviamente imprescindibili in una squadra dura e compatta ma senza qualità, eccetto il portiere, un  ragazzo calabrese emigrato per lavoro con un passato nelle giovanili del Cosenza, bravo tra i pali ma ancor di più con i piedi. Infatti quando aveva il pallone tra i piedi aspettava che il centravanti avversario arrivasse a cento all’ora con l’obbiettivo di soffiargli la palla, che lui, con un movimento talmente naturale da sembrare irrisorio, lo saltava e rilanciava. In tali frangenti a Brunone cadevano anche i capelli che non aveva, anche se ormai aveva accettato quelle stravaganze che a quel giovanotto venivano naturali come bere una birra al pub. Nel mezzo al campo giocava un trentenne dalla corporatura esile ma con tanta corsa e un raro senso della posizione chiamato da tutti il Perito, in onore al suo titolo di studio. La sua dedizione alla causa era totale, non si nascondeva mai nei momenti difficili del match, anzi, si esaltava ancora di più. Per il Perito il calcio era soprattutto una via d’uscita da una realtà anonima tipica di un ragazzo introverso e impacciato. Lo spogliatoio per lui era come la cabina del telefono per superman, arrivava al campo  e si spogliava delle sue vesti modeste per indossare quelle del supereroe determinato a dare battaglia a tutte le mezze ali del pianeta. A buttare la palla in rete ci doveva pensare un ragazzo dell’est, forte di testa ma un po’ troppo lento nel breve. Cresciuto senza genitori era giunto in Italia in compagnia della sorella che si dedicava al più antico dei mestieri creando qualche imbarazzo di troppo nel fratello, come se la prostituzione di parti più nobili di una persona, tipo l’intelletto, non fosse cosa più triste e disdicevole. Il ragazzo era analfabeta e con grossi problemi nell’esprimersi, aveva una considerazione un po’ troppo primitiva delle donne, le considerava come quella cosa inutile intorno alla gnocca , ma in campo dispiegava una pura e limpida intelligenza calcistica da essere preso come esempio da tutti, in modo particolare dal suo compagno di reparto, ingegnere di una compagnia telefonica. E il ragazzo dell’est di palloni in rete ne buttava tanti nonostante i rifornimenti scarsi dalla sinistra e da destra dove agiva un rappresentante di biancheria intima, il classico giocatore che ai limiti tecnici sopperiva con la grinta e la fatica, ma che nel momento stesso in cui pensava di essere diventato all’altezza tornava lo scarso giocatore che era. E ciò gli capitava spesso provocando l’ira sconclusionata di Brunone orfano di alternative in quel ruolo.
    Fu un ottimo campionato, la squadra si qualificò per le finali con le migliori dell'altro girone. Liquidata senza troppe fatiche nei quarti una squadra che prendeva il nome da una concessionaria Mercedes, tanto bellini con le loro divise fuori dal campo quanto morbidi dentro, l’ostacolo in semifinale era molto più duro, una squadra proveniente da un quartiere disagiato, una di quelle aree che le amministrazioni pensano di risollevare con due panchine e un marciapiedi, ma con l’unico risultato di farle assomigliare ad un’ascella sudata coperta dal deodorante. Si giocava in un’umida domenica mattina di primavera, una di quelle mattine in cui ti svegli con la nebbia anche sotto le coperte per poi svanire come d’incanto nel bel mezzo della mattinata. Mancava un’ ora all’inizio del match e Brunone e i suoi ragazzi erano già tutti dentro lo spogliatoio, eccetto il Dieci che la domenica mattina aveva sempre difficoltà ad essere puntuale. Giunse che la squadra era quasi pronta per andare ad effettuare il riscaldamento. Appena lui entrò, il Sei andò nello spazio bagno-docce consapevole che il Dieci, una volta posata la borsa, vi si sarebbe rifugiato per evitare la marea di sguardi interrogativi e riprovevoli dei compagni. Il Sei lo guardò negli occhi e ci vide dentro una notte di alcool e droga ed un letto occupato solo dalla nebbia mattutina. Lo attaccò al muro schiumante di rabbia, il Dieci non aveva la forza di reagire, guardava per terra implorante perdono, questa volta aveva proprio pisciato fuori dal vaso. La partita fu veramente brutta, le due squadre timorose e inconcludenti, era ovvio che si sarebbe risolta ai rigori o su un episodio. Questo accadde a dieci minuti alla fine. Il Perito, dopo uno scambio col ragazzo dell’est, si involò verso la porta avversaria ma fu abbattuto dal loro libero al limite dell’area. Come sempre si presentarono sulla palla il Sei e il Dieci, uno calciava di potenza, l’altro di precisione. Il Dieci, fino ad allora inesistente e talmente fermo che se passavano gli operai della telecom gli mettevano i fili, prese subito la palla tra le mani  e nello sguardo tirò fuori tutta la grinta e la determinazione sino ad allora assenti per respingere l’assalto alla palla del Sei, il quale desistette subito, perché lui quello sguardo lo conosceva fin troppo bene. Il portiere avversario, conscio delle doti balistiche del nostro, predispose una barriera massiccia e numerosa ma che gli impedì di veder partire la palla che, come telecomandata dal capitano di una navicella spaziale che sa di avere l’ultima possibilità da giocarsi per la sopravvivenza, si posò docile e domata nell’angolino basso alla sua sinistra. Il Dieci fu gettato a terra dagli abbracci dei compagni, tranne che dal Sei già tornato nella propria metà campo. La squadra avversaria si gettò con un discreto furore agonistico alla ricerca del pareggio, ma la squadra di Brunone si difese con ordine senza correre rischi. In pieno recupero, su una respinta da calcio d’angolo della difesa il mediano avversario provò il classico tiro della disperazione da venti metri fuori d’area. La palla passò tra una selva di gambe lenta e innocua ma incocciò nello stinco secco e spigoloso del Perito terminando la sua corsa tra i piedi dello stopper avversario posizionato all’altezza circa del dischetto del calcio di rigore. Ognuno nella vita ha un ruolo e un destino. Paperino non vincerà mai alla lotteria, Wile Coyote non raggiungerà mai Beep Beep. Quel difensore roccioso e scoordinato era fuori ruolo, quella palla non era il suo destino. Esitò quell’attimo fatale in più, quasi incredulo, che permise al Sei, con uno di quei recuperi prodigiosi in scivolata, di impattare il pallone con la punta del suo piede destro e sventare il pericolo. Nello spogliatoio qualche abbraccio e niente di più, con un pensiero unico fisso, nemmeno fossero stati nella vecchia URSS: la finale, la quale fu giocata in notturna, un giovedì sera di una primavera senza tante pretese. I nostri arrivarono con un buon anticipo sull’orario stabilito, presero possesso dello spogliatoio loro assegnato che al primo impatto, come sempre accade, comunicava ostilità e freddezza. Solo il diffondersi successivo dell’odore dell’olio di canfora rendeva l’ambiente amico, e complice di mille riti e consuetudini che ogni calciatore, anche inconsciamente, compie prima di scendere in campo. Gli avversari erano forti ma non imbattibili. Per l’occasione Brunone aveva ritirata fuori quella lavagna magnetica che aveva acquistato anni fa quando guidava gli allievi regionali, ma ben presto abiurata in quanto, a suo dire, espressione di una incontrollata degenerazione modernista del movimento calcistico. Che si stia per giocare una finale lo si capisce non dal cartellone appeso fuori, ma da quel silenzio monotematico dello spogliatoio, intervallato solo dal rumore dei tacchetti delle scarpe che ti ricordano quello per cui sei venuto sin qua. Quando si gioca una finale anche chi parte dalla panchina mette da una parte tutta la delusione e si stringe intorno agli undici che giocano. Siamo una squadra, si vince o si perde tutti insieme. Chi non si comporta così è un infame, che oltretutto ha sbagliato sport. Una finale la si gioca una volta sul campo, ma ogni giocatore se la gioca nella propria testa cento volte prima e se la rigioca cento volte dopo. Se ne sei uscito vincitore il ripensarci ti farà stare così bene come quando da piccolo ti facevi coccolare dalla mamma, ma se sei uscito con la coda tra le gambe il pensiero ti rincorrerà ovunque infliggendoti un infame stilettata al cuore. La partita fu bella e avvincente, anche se avara di conclusioni. Anche in questo caso era chiaro che sarebbero stati decisivi gli episodi. Poco dopo l’inizio della ripresa il Dieci, sfruttando un astuto movimento del ragazzo dell’est che si portò dietro due difensori, si trovò solo davanti al portiere avversario. Attimi, che poi ti raccontano di una vita, in cui sei te solo davanti ad un buffo individuo vestito dai colori impossibili. Una finta per mandare il suo baricentro fuori asse e il pallone poi dall’altra parte, era sempre stato così per il Dieci. Anche stavolta, con la sua solita sicurezza e semplicità di quando i pantaloncini gli arrivavano a coprire le ginocchia. Ma il palo disse no. E quando un dieci sbaglia un gol così ogni squadra di questo mondo si sente più vulnerabile e meno invincibile. Brunone lo sapeva bene e cominciò a sostenere i ragazzi come mai aveva fatto. La squadra tenne bene, non accusò più di tanto il colpo, ma, quando ormai i supplementari erano quasi realtà, su un lancione della difesa avversaria il Sei sbagliò clamorosamente il tempo dell’intervento dando modo alla punta avversaria di presentarsi solo davanti al portiere e di batterlo con potente e preciso collo sinistro. Manca sempre qualcosa nella vita e il bello delle storie è che c’è sempre dentro tutto quello che deve esserci. Una finale persa sembra solo una storia narrata da uno scrittore a cui improvvisamente è venuto un mal di testa. Quando perdi una finale al rientro nello spogliatoio ritrovi lo stesso silenzio di quando ne sei uscito. Quando perdi una finale c’è chi non ne vuole più sapere del calcio e chi invece non vede l’ora di ripartire a settembre. Una cosa è certa, una finale rappresenta una rottura temporale, un punto di non ritorno, ci sarà sempre un prima e un dopo, come quando termina una storia d’amore, e tutto nella tua testa lo assumerà come punto di riferimento. Terminata la partita, fatta la doccia, spenti i riflettori, il tuo stato d’animo è come quando sei in coda al check in di ritorno dalle vacanze. Nello spogliatoio il Sei e il Dieci si accusarono reciprocamente per la sconfitta subita. Giunsero alle mani, ma stavolta nessuno intervenne a separarli. Non si parlarono per settimane.
    La sera stessa il Sei comunicò a Brunone che avrebbe chiuso con il calcio. La mattina dopo ricevette un sms dal Dieci che lo avvertiva della medesima decisione.
    Questi due ragazzi non saranno ricordati dal calcio come i gemelli del gol, ma semplicemente come gemelli, in quanto figli della stessa mamma.

  • 18 agosto 2011 alle ore 20:34
    Delirio della serendipità

    Come comincia: Il mio amico immaginario Davide scrive...
    La serendipità è un' arte o una sfortuna mentale?
    Negli esperimenti la normalità si concretizza
    in un fallimento; solitamente il ricercatore non si
    incazza del fallimento in quanto tale
    ma non sopporta di trovarsi su un binario morto.
    Nel mio piccolo sfrutto associazioni mentali
    per delinquere finalizzate al controllo del
    mercato degli stupefacenti legami con il mondo.
    Tranquilli, il legislatore idiota ci penserà presto.
    La serendipità di chi trova la moglie a letto
    con il capufficio, magari si cercava l' intimità
    familiare e ci si ritrova un aumento di stipendio.
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    -
    Quando presi l' ascensore,
    per raggiungere il mio amore,
    sì bloccò per lunghe ore,
    non per lei fu il batticuore
    c' era un altro seduttore?
    -
    La serendipità del cercatore di porcini che trova
    psilocybe e rincasa comunque soddisfatto.
    Oppure l' automobilista ubriaco che sbaglia
    strada e si ritrova di fronte ad una cantina
    sociale aperta alle quattro di mattina.
    il barbone scaltro che trova un panetto di fumo
    nel cassonetto differenziato delle
    sostanze pericolose.
    Il botanico genetista della domenica
    ( giocando a sostituirsi a dio nel giorno
    della non creazione ) che inventa di sana pianta
    una pianta che non si ammala mentre cercava un
    rimedio ai funghi che aggrediscono funghi
    coltivati nella serra del podere del falso barbone.
    La moglie che sperava in un toro di amante
    e si ritrova un capufficio che parla per rime.
    Pubblicità
    -
    Mia adorata, ma che fate?
    Sono qui e voi vi spogliate,
    non mi attrae come vi date,
    le mutande van strappate.
    -
    Un giorno incontrai l' automobilista ubriaco che,
    sbagliando ancora strada era finito in un vigna.
    Ci rollammo un po' di pampino e mi confidò che
    si voleva suicidare.
    Pochi giorni dopo lo ritrovarono steso sulle
    rotaie di un binario morto, ancora vivo, e s' incazzò.
    Il cercatore di funghi fu ritrovato disperso e spaesato
    senza più la psilocybe ed il falso barbone s' incazzò
    in quanto il cercatore girava abusivamente nel proprio
    podere a caccia di porcini che non poteva raccogliere.
    Sembra che al lunedì la monsanto si fosse interessata
    dei risultati conseguiti dal genetista della domenica.
    La polizia cerca ancora il panetto crimonoso
    nel cassonetto differenziato delle
    briciole di pane per pennuti.
    Due anni dopo.
    Alcuni ricercatori han dimostrato che il pampino
    non sballa.
    La monsanto ha brevettato la psilocybe cubensis
    senza psilocibina.
    L' ubriacone al volante non è più un pericolo
    costante, si è schiantato in autostrada, cappottandosi
    e sbattendo contro uno stabilimento di alcolici dalle
    parti di Coccaglio.
    Tre pubblicità contro la guida in stato di ebbrezza.
    -
    Mi ritrovavo in una buia caverna,
    e per vedere usavo una lanterna,
    Per il freddo avevo una cisterna,
    empia fino all' orlo di Averna.
    -
    Occhio al cartello stradale,
    molto utile a non farsi male,
    rispettarlo poi è normale,
    se non vuoi il tuo funerale.
    -
    Al volante sono un asso,
    con la freccia poi sorpasso,
    ai duecento me la spasso,
    poi cappotto e poi trapasso.
    -
    Il genetista della domenica si è convertito
    al cattolicesimo e continua i suoi esperimenti
    dal lunedì al sabato.
    Il cercatore di funghi dopo il trip è diventato gay
    e sta con il barbone scaltro che nel frattempo
    ha venduto il podere ad un demanio gestito
    dalla forestale che viene ora utilizzato per
    coltivare ganja al riparo da occhi indiscreti.
    Il capufficio ha ucciso la moglie del cornuto
    per le troppe pretese del marito.
    Pubblicità.
    -
    Non sopporto donne avide,
    né mi piaccion quelle pavide,
    le sorelle poi di Davide,
    sono uniche ma gravide.
    -
    La polizia cerca ancora il panetto criminoso
    nel cassonetto differenziato delle
    briciole di pane per pennuti.
    Direi lenta ma metodica come molti errori...
    La serendipità è la mia Susy che
    ubriaca fradicia va con gli altri cercandomi.
    Anche Davide si è fatta,
    questo è troppo...

  • 17 agosto 2011 alle ore 20:54
    Delirio a kilometri zero

    Come comincia: Ormai è una necessità per salvare il pianeta.
    Nel nostro quartiere abbiamo tutti sposato
    la filosofia di produrre e consumare in loco;
    idea pazzerella per uno spagnolo ?- Dipende.
    Per esempio ho mollato la Susy ( Delirio della
    routine ) che abita a tre chilometri da me
    e mi son messo con la mia dirimpettaia.
    Non è un granché, anzi è proprio un cesso
    ma molto comodo; ogni tanto si chiude nel
    cesso a piangere per ore di quanto sia cesso
    ed io, nel momento del bisogno ( il mio e non
    il suo ) in pochi metri raggiungo il
    mio cesso libero e canto.
    Tutti nel quartiere abbiamo svuotato le nostre
    inutili cantine, venduto le auto e sgomberato
    le autorimesse.
    Con i soldi ricavati abbiamo comprato decine
    di sacchi di terra per la coltivazione di ortaggi
    sui tetti delle case, attrezzi e semenze,
    i fertilizzanti no, capirete presto perché.
    Nel mio condominio siamo sei famiglie con
    sei cantine, in una abbiamo messo 45 ovaiole
    e 3 galletti, nella seconda una trentina di stie
    di conigli, nella terza 3 vacche borelle.
    Nella quarta una decina di suini.
    La quinta invece è adibita al macello.
    La sesta è adibita alla coltivazione di ganja.
    Quattro cicli all' anno da 50 piantine per ciclo.
    Nel condominio fumano tutti come pazzi
    e non siamo ancora all' autosufficienza.
    Una volta poi, una mucca scappò e si infilò
    nella cantina verde e si mangiò tutto.
    Panico !
    Ma per tre giorni produsse 25 litri di
    latte psicoattivo che in parte sopperì alla
    grave perdita.
    Non vi dico poi la fatica di riportare la vacca
    sballata nella propria cantina.
    La fatica maggiore di questa impresa
    a kilometri zero è raccogliere qualche
    quintale di merda al giorno e
    portarla sui tetti per gli orti.
    Nel quartiere le case con il tetto a spiovente
    son tutte provviste di pannelli fotovoltaici
    che il quartiere ha comprato con i soldi
    della rivendita di masserizie provenienti
    dalle cantine;si trova sempre qualche
    piccolo tesoro in un mondo di oggetti
    apparentemente inutili.
    Ogni abitazione è adibita ad un servizio
    diverso e funzionale al quartiere.
    C'è la parrucchiera che lavora in casa
    ed in nero, la bambinaia che accudisce
    tutti i pargoli ed ultimamente è un po'
    stanca dal momento che molti bimbi sono
    figli di immigrati ed il suo lavoro è triplicato
    in pochi anni, vorrebbe un formaggio in più
    ogni settimana ed un prete che
    la facesse sentire unica,
    inconfessabile desiderio nel codesto delirio.
    Poi c'è la prostituta unica di quartiere che
    lavora in casa ed in nero; ed in cambio riceve
    solo salami, ma è contenta così...
    -
    Pubblicità...
    Care mignotte vi sto dando la caccia,
    spero dal vero che a voi non dispiaccia,
    sapete pur bene, mi gioco la faccia,
    vi amo davvero. Il vostro magnaccia.
    -
    La parrocchia è gestita da quel pettegolo di
    Don Naiòlo, detto Padre Ralph,
    è un bellissimo prete nonché amante
    delle donne del quartiere, lui confessa
    e spettegola a proposito delle sue conquiste
    anche con i mariti ripetutamente cornuti,
    ma qui gli vogliamo tutti bene,
    almeno non è il solito prete gay o pedofilo.
    Abbiamo anche lo scrittore di quartiere
    che oggi vi spiega il Delirio a kilometri zero.
    Il ladro di quartiere è un onesto personaggio
    in confronto ai ladri abituali, entra in casa,
    svuota il frigo di toasts e birra e ti frega
    venti euro dal portafogli e poi se ne va;
    non ci fa più caso nessuno.
    Il barbone del quartiere è un poeta, in cambio
    di pochi centesimi ti lascia un delirio da lui
    scritto ogni giorno; praticamente un' edicola
    creativa in cui il cliente stabilisce il prezzo
    del tenore di vita del barbone.
    -
    Pubblicità...
    Non aveva un bell' aspetto,
    una vita senza tetto,
    tribolò per un annetto,
    morì solo nel suo letto.
    Fu la strada il suo sonetto.
    -
    Poi c'è l' usuraio buono del quartiere che
    regala parte dei profitti alle forze dell' ordine
    purché non rompano tanto, la donna delle
    pulizie che lava tutte le scale del quartiere viene
    ricompensata con salumi e formaggi, uova
    e quan't altro...per l' erba però no ancora.
    Davvero non basta mai.
    I supermercati della zona han chiuso
    ed i lavoratori licenziati son stati ricollocati
    nei loro quartieri di provenienza che stanno
    allestendo a loro volta il sistema
    dell' autoproduzione a kilometri zero.
    La Susy mi ha telefonato da una cabina
    a kilometri zero per tornare con me.
    Allora mi ha capito la Susy !
    Si è anche spogliata a pochi metri da me,
    non basta Susy, vieni più vicina,
    facciamo sessone a centimetri zero Susy...
    La mia ragazza cesso nel cesso una volta
    intuìto questo piange ed è ancora
    inaccessibile anche per la propria
    inguardabilità mentre io e la
    Susy ci facciamo il bagnetto a casa mia.
    Io " Susy ti amo "
    Lei " Hai da fumare o no ? "
    Io " Ti va un bicchiere di latte ? "
    E Lei una volta degustato...
    " Ma è quello della Lola ! "
    Io " Susy, un piccolo contegno, siamo
    su internet ".
    Che bello il rapporto fisico,
    scriverlo su internet,
    sapere che la Susy mi ama
    e dirlo a tutti quando tutti ormai
    hanno amato la Susy.
    Il sogno è finito.
    Torno dal mio cesso occupato
    di lacrime ed intanto faccio sù
    per consolarla.
    Ma lei uscirà a spinello finito.
    Tutti piangono, kilometri zero o no.
    Ma nella propria casa è più facile.
    Lacrime egoistiche riparate
    dallo sguardo del quartiere.
    Nessuna comunità piccola,
    straconosciuta e fidata può
    toglierci l' intimità del pianto
    o dello sfogo.
    Magari internet a kilometri
    tanti, non lo so davvero.
    L' erba è finita.
    Andate in pace.
    Me la farò a piedi per andarla
    a trovare,
    ma io amo la Susy.
    Lei vuole bene a tutti.
    -
    Dedicato a tutte le
    Bocca Di Rosa
    che lavorano
    a centimetri zero.

  • 17 agosto 2011 alle ore 19:19
    Titino

    Come comincia: Oggi è il giorno in cui devo partire, son stato bene se penso allo sguardo forte di chi sapeva entrami negli occhi, ma arriva per tutti il giorno in cui bisogna partire. A chi mi ha accudito e mi chiedeva dove fosse il mio amore, rispondevo è lontano, ha da arrivare, e l'ho atteso ad ogni alba nei ricordi di cucciolo, donando quel poco che avevo da dare a chi sapeva farsi capire. Oggi che il giorno è arrivato, non mi lamento, non voglio andar via sepolto da lacrime, voglio vivere in chi mi ha salvato la vita, e illuminarmi ad ogni albeggiar di stelle portando qualcosa, di tutti quelli che mi hanno donato un sorriso, con me. In un posto lontano ero diventato un pensiero, ora che son già partito lo so, non ce nè stato il tempo, come per tutte le cose da vivere ne ho avuto poco, troppo poco. In cielo mi chiameranno "un sorriso e una lacrima" quel sorriso e quella lacrima che strappai a un uomo solo che aveva sentito parlare di me. Sappia quell'uomo che piovendo ho sempre fatto splendere il sole negli occhi di chi ha avuto la fortuna di vedermi almeno una volta. Mi chiamo Titino, e non so perchè son dovuto partire, in un giorno dove tutti pensano al mare, ma chiedo a chi mi ha voluto bene di non avere nessun rimpianto, un sorriso e una lacrima posson bastare a elevarmi, aiutandomi ad attraversare il ponte dell'arcobaleno, dove ad attendermi qualcuno ci sarà. Io vi aspetto qui.

  • 17 agosto 2011 alle ore 11:47
    STELLA E I DUE GEMELLI.

    Come comincia: Allo spumante, imitazione di eschimesi  (strofinio di nasi), inizio di ballo hawaiano da parte sua, rottura di balle da parte di Ivan, poi con la massima naturalezza Stella si slacciò il bikini e lo fece volare lontano e si sdraiò su una cuccetta. Ivan aveva sfoderato un'espressione da ebete. "Mai vista una donna nuda?" Ivan non aveva mai visto Stella nuda, ammirò il corpo flessuoso, i capelli sciolti, l'espressione del viso improntata a noncurnza...ancora una volta era riuscito a sorprenderlo, il bastone del comando era sempre in mano sua. "Se hai finito di fotografarmi vorrei esercitarmi in qualcosa di più consistente!" "In cosa consiste qualcosa di più consistente?" "Nell'avere scelto un fidanzato coglione!" Il 'ciccio' di Ivan aveva assunto una posizione di attenti, cosa subito apprezzata da Stella. "Ora va meglio." Ivan si era adagiato dolcemente su di lei che aveva provveduto ad allargare l'angolo di apertura delle gambe, il suo viso era rivolto alla sua sinistra, gli occhi chiusi per assaporare sino in fondo quel momento. Il giovin signore aveva timore di essere brutale e si avvicinava alla meta piuttosto lentamente, in ultimo si era ritirato per paura di provocarle dolore." "Ci vogliamo far notte oppure hai dei problemi?" Constatato che tutto era a posto, Stella si alzò sui gomiti con aria arrab- biata: "Niente anestesia, vai!" Ivan si meravigliò della relativa facilità con cui era riuscito a penetrarla, la baby era 'bagnata' solo all'inizio un pò di resistenza, poi... "Devo fare marcia indietro?" "Avanti tutto, scemo, ho preso la pillola." Ivan dette prova di valentia e riuscì a portar Stella al raggiungimento dell'orgasmo. "Basta mi fa un pò male."Tolto di mezzo Ivan, si controllò la 'gatta' era abbastanza soddisfatta, solo un pò di sangue bloccato da un assorbente previdentemente portato con sè. "Resto, in cuccetta a godermi il 'post ludium', riportami a casa sana o meglio mezza sana e salva, march!" Ivan capì che ormai era completamente in balia della dolce volpona: in posizione, caricare, puntare, fuoco, ritirata, tutto a comando. Rientrarono a Messina all'imbrunire; Stella dormiva avvolta in un lenzuolo, solo il viso fuori. Ci vollero tanti bacini per farla risvegliare, la baby si stiracchiò e chiese l'ora e prese a vestirsi lentamente .Sbadigliando scese dalla barca, aspettò che Ivan andase a prendere l'auto e poi a casa sua. "Ci sentiamo per telefono." Ivan aveva la testa nel pallone mentre per Stella era stata solo un'esperienza da effettuare. I due ripresero la solita routine: studio, fine settimana a svagarsi, qualche variazione nel loro rapporto c'era stata: per Stella tutto quanto accaduto rientrava nella normalità, Ivan invece era alle stelle. Passato il capodanno decisero di passare una settimana a Madonna di Campiglio; partenza da Messina in pulman, in aereo da Catania  a Verona, ancora in pulman sino a destinazione. Ambedue erano equipaggiati di tutto punto, approfittando dei saldi di fine stagione: Stella in salopette e giacca rossa con cappuccio bianco che faceva risultare l'avvenenza del viso, Ivan in tuta azzurra con cappellino rosso. Dimitri aveva espresso il desiderio di andare anche lui in vacanza, separatamente, a Madonna di Campiglio: "Faremo un sorpresa a Stella, vedrai che faccia quando ci vedrà insieme!" Ivan accettò malvolentieri la presenza del fratello nella stessa località. Anche in questa circostanza Stella dimostrò la sua voglia di indipendenza, pretese di avere una stanza tutta pe sè. "Scusa ma quale migliore occasione per stare insieme giorno e notte, ti assicurio che non russo e potrebbe capitare che 'ciccio', di mattina presto, si svegli pieno di buona volontà!" "Che mi hai preso per 'remedium concupiscentiae' di cattolico insegnamento, proprio per questi motivi voglio dormire da sola, da sola per modo di dire, ho visto un maestro di sci niente male..." "Il maestro di sci farebbe la fine di Giodano Bruno!" Ancora una volta Stella l'aveva spuntata e si era fatta assegnare una stanza in un altro piano, Ivan fu costretto ad ingoiare anche questo rospo. Dimitri si era fatto vedere da lontano, al loro passaggio fece finta di comprare un giornale ma li stava seguendo, pessima idea quella di soggiornare nella stessa località. La storia si era ripetuta più volte. Un giorno sulla pista di sci Dimitri era passato loro vicino indossando un casco per non farsi riconoscere. "È strano un adulto col casco, qui lo indossano solo i bambini, che ne dici Ivan?" "Avrà paura delle cadute, perchè ti interessa?" "Aveva un'aria familiare..." Ormai Dimitri era diventato l'ombra di Banco di shakespeariana memoria. Un pomeriggio Ivan lo incontrò per strada, Stella era rimasta in camera a schiacciare un pisolino. "Domani ti presento Stella, mi sento a disagio vedere che ci segui." "Fammi divertire ancora un poco,fratellino, ti vedo nervoso!" Dimitri aveva preso alloggio in un albergo alla periferia del paese, Ivan lo intravide nella hall dell'hotel dove alloggiava con Stella, non sapeva spiegarsi questo suo comportamento. A cena furono servite varie porzioni di 'mangiapreti' che, innaffiate con del buon Merlot locale, avevano appesantito lo stomaco di Ivan. "Stella mi ritiro in camera mia, se mi sentirò meglio ti verrò a trovare più tardi." I 'mangiapreti fecero una fine ingloriosa nella tazza del water rigettati da uno stralunato Ivan che, lavatisi di denti, preferì buttarsi sul letto a riposarsi. Stella in camera sua stava vedendo uno spettacolo televisivo quando sentì bussare alla porta, dallo spioncino riconobbe Ivan. "Ti sei ripreso subito, guardiamo un pò la televisione insieme." Ivan più che lo spettatore voleva recitare il ruolo di protagonista, si avvicinò a Stella e cominciò a baciarle il collo poi il seno ed infine le sfilò la vestaglia. Stella era accondiscendente. A un tratto: "Ma scusa ieri l'hai fatto due volte!" "Sei la mia droga, basta il tuo profumo per farmi..." "A proposito di profumo l'hai cambiato, è diverso da quello che usi abitualmente." "Sono entrato in un negozio per acquistare una schiuma da barba e mi son fatto convincere dalla commessa a provarne uno nuovo, la commessa era convincente!" "Perchè non sei andato con la commessa comvincente?" "Tu sei un'altra cosa." Stella aveva chiuso gli occhi e assecondava le manovre di Ivan. "Che ne dici di provare qualcosa di diverso, per esempio il doppio gusto?" La curiosità era stata sempre una peculiarità di Stella, non fece obiezioni anche perchè Ivan la stava portando di nuovo in cielo.Quasi non si accorse che Ivan l'aveva girata di spalle, sentì penetrare lentamente  'ciccio' nel suo buchino posteriore, avrebbe voluto protestare ma non ne aveva la forza o forse la voglia, Ivan tintinnando il clitoride fece provare ad una  Stella stupita il famoso 'doppio gusto'. Alla fine erano stanchi ma appagati, Stella baciò Ivan sulla bocca per ringraziarlo, avevano scoperto un nuovo piacevole amplesso.La mattina seguente fecero colazione insieme, si erano alzati di buonora per evitare la fila per conquistare un posto sull'ovovia. In giro tante facce assonnate, la sera molti villeggianti preferivano divertirsi sino a tarda ora. Sistemati gli sci negli appositi spazi entrarono in cabina, con loro altri due sciatori, si appisolarono, Stella aveva poggiato le testa su una spalla di Ivan. Uno scossone li destò, fine del percorso. Stella infreddolita volle entrare nel bar. Il locale era spazioso, tutto foderato in legno, fuori sullo stipite dell'ingresso le immancabili corna di cervo. In montagna, prima di iniziare la discesa, solo gli sprovveduti assumono bevande alcoliche insieme agli amanti di Bacco ed anche a coloro che cercano di affogare i loro guai senza ottenere i risultati sperati. Ivan e Stella, che sprovveduti non erano, ordinarono due cappuccini molto caldi che andarono a sorbire seduti ad un tavolo in fondo al locale. Ivan alzò lo sguardo ed il cappuccino gli andò per traverso, Dimitri si stava dirigendo verso di loro. "Non pensi che sia giunta l'ora di presentarmi a Stella?" Stella aveva seguito la scena, Ivan non le aveva mai presentato il suo fratello gemello, due gocce d'acqua. "Finalmente riesco a conoscere la famosa Stella, ero veramente curioso." Stella guardava prima l'uno poi l'altro, non riusciva a parlare. L'intuito femminile le suggeriva di non chiedere nulla per non scoprire qualcosa di increscioso. Decise di andare in bagno ma, passando dietro le spalle di Dimitri percepì il profumo della sera prima, capì tutto, si mise a correre piangendo. I due fratelli rimasero in silenzio senza guardarsi, erano diventati nemici. Dal comportamento di Stella Ivan aveva compreso, in ritardo, quello che poteva prevedere considerato lo strano comportamento del fratello nei giorni precedenti. Si sentiva svuotato di ogni energia, non riusciva ad alzarsi dalla sedia. Raccolse le ultime forze e si diresse verso il bagno delle signore, Stella era seduta su uno sgabello in fondo alla stanza. "Giovanotto questo è il bagno delle signore!" la voce gracchiante di una vecchia lo fece fermare. "Non è che sei come i giovani d'oggi, guardandoti bene mi sembri un pò finocchio!" una risata sgangherata seguì la frase. Ivan si avvicinò a Stella, si mise in ginocchio dinanzi a lei, qualcosa si era infranto nel suo cuore. Dopo un pò riuscì a farle alzare il viso, impressionante il suo pallore, gli occhi cerchiati, infossati nelle orbite, irriconoscibili. Ivan dolcemente la condusse fuori, in albergo si trasferì nella sua stanza. Decisero di non partire subito, meglio far passare del tempo per cercare di rasserenare le loro menti, a Messina, in quello stato, potevano essere oggetto di domande imbarazzanti. Non si recarono più a sciare, la notte aveva nevicato, il laghetto sottostante l'albergo era ghiacciato, due ragazzi approfittavano dell'evento per pattinare facendo un gran chiasso. Ivan e Stella passavano la maggior parte del tempo a passeggiare, prima l'uno vicino all'altro, poi tenendosi per mano ed infine abbracciati. Solo una volta trattarono l'argomento, fu Stella ad informare Ivan che suo fratello aveva ottenuto quello che a lui non aveva mai concesso.
    Il tempo lenisce i dolori, talvolta fa guarire ma le cicatrici restano per sempre.Stella e Ivan si guardavano negli occhi, solo qualche piccolo bacio affettuoso, il trauma era stato enorme anche per due anticonformisti come loro.
    Al rientro in famiglia Stella accusò una colica addominale, Ivan non trovò più in casa suo fratello trasferitosi a Milano presso loro cugini. I genitori compresero che fra di loro era accaduto qualcosa di grave ma non ritennero opportuno andare in fondo alla questione e, con gran dolore, accondiscesero alla loro richiesta di vivere lontani l'uno dall'altro. Stella non era più la pazzerellona di una volta, si impegnò nello studio tanto da conseguire la laurea sei mesi prima del previsto. Anche Ivan si dimostrò studente modello, riprese anche l'hobby della fotografia e scattò una serie interminabile di foto a Stella, molte in bianco e nero da lui stampate personalmente. Le foto, tutte bellisime, venivano mostrate orgogliosamente a parenti e ad amici. I fidanzati avevano ripreso ad avere rapporti sessuali, il detto che l'amore supera ogni ostacolo si era dimostrato veritiero. Molto era cambiato dentro di loro, era sopraggiunta un'improvvisa maturità; le mattane di Stella erano un lontano ricordo, in fondo Ivan le rimpiangeva. Ambedue vivevano alla giornata senza far programmi, avevano preso a lavorare: Ivan insieme al padre, Stella in una ditta di import - export. Le due famiglie, ben contente del loro legame, vivevano in amicizia, appassionatamente, come in quel vecchio film americano. Gli dei, in questo caso Giunone invidiosa dell'umana felicità, aveva mostrato tutta la sua perfidia cercando di rovinare l'esistenza di due giovani mortali, non c'era riuscita, almeno non completamente come da suo spregevole disegno.

  • 16 agosto 2011 alle ore 20:51
    Delirio della ferial killer

    Come comincia: Pamela Tonina è la ferial killer italiana per eccellenza.
    Solo ed esclusivamente per questo delirio metto le 
    mani avanti chiarendo subito che dorme regolarmente
    come regolarmente uccide.
    Insomma, uccidere non è che
    non la faccia non dormir di notte.
    Ella uccide per lavoro, è la sicaria più temuta dalle
    8 del lunedì alle 18 del venerdì e la criminalpol non
    ha la più vaga idea di come acciuffare la
    criminalpollastra.
    Ha ucciso cinque individui nell' ultima settimana;
    tutti in odore di pensione di vecchiaia o anzianità.
    I soliti malpensanti pensano che Pamela sia pagata
    dal Governo, i benpensanti invece hanno avuto una
    soffiata, sembra che percepisca una mensilità del
    pensionando per ogni vittima che in pensione non
    andrà.
    Ad occhio e croce fan 5000 euro a settimana,
    le vittime hanno tutte dai 33 ai 38 anni di contributi.
    I pensanti nel mezzo dicono che son tutte fesserie
    ma lavorano tutti nella polizia, carabinieri, inps,
    inpdap, gdf e ospizi per indigenti.
    Si sa che Pamela ha la passione dell' escursionismo
    estremo, quasi una malattia, sembra che non riesca
    a smettere.
    Personalmente credo che la PA
    ( Pubblica Amministrazione ) melatonina
    sia un rischio per i conti dello Stato,
    epato-nefropatici stiano in campana, di vetro.
    Il regista Conrad Kinder sta uscendo nelle sale con
    un corto ( dura un weekend ) basato sulla vera storia
    di Pamela Tonina, il titolo non dice un granché...
    " Un tranquillo weekend in altura ".
    Il più famoso chirurgo della storia Atlas Agnes, di cui
    non ho ancora pubblicato il delirio, sa trapiantare
    il cervello in qualsiasi essere e sembra che il governo
    stia coprendo pure lui.
    Pamela Tonina si nasconde dentro corpi che cambiano
    in continuazione.
    La paura che una barista settantenne sia la ferial killer
    sta diventando una psicosi tra gli italiani...
    E se fosse dentro vostra moglie che è stata in ferie
    da sola per un paio di giorni ?
    Nel caso non foste proprio giovanissimi
    temereste di più le corna o Pamela Tonina ?
    La scrittrice Anna Mèscéso nel suo editoriale su
    " Gente come noi " ha redatto un articolo in difesa
    della sfuggente Pamela Tonina, sostenendo che se lei
    fosse in noi dovremmo quantomeno accettarla dal
    momento che fa quel le aggrada di più.
    I giovani disoccupati la applaudono,
    i pensionandi la mandano a quel paese,
    i dislessici non han capito nulla,
    le casse dello Stato ringraziano.
    Pamela Tonina in questo periodo estivo prende di mira
    anche i bagnini, viaggia dalle Alpi della domenica sera 
    all' alba del lunedì di Riccione; l' ultima per molti.
    Proprio nella riviera romagnola in una settimana
    son stati trovati affogati settantenni con pensioni
    più alte della media, nessun tedesco o russo,
    tutti italiani che non avevano cardiopatie sospette
    ed avevano tutti aspettato diligentemente
    tre o quattro ore dal pranzo prima di immergersi nelle
    torbide acque della mia amata & natia Romagna.
    Joseph Cutter, fratello del più noto sociologo Fog,
    ha recentemente accusato la criminalpol di indagare
    nella direzione sbagliata.
    1-" Chi è questo Joseph Cutter ? ".
    2-" Cosa vuole da noi ? ".
    3-" Chi si crede di essere ? ".
    Risposta.
    1- Joseph Cutter è un uomo.
    2- Vuole evitare che la ricerca di Pamela Tonina naufraghi.
    3- Un ex bagnino fratello del noto sociologo Fog Cutter che
    ha anche scritto un diabolico e discutibile saggio... 
    " Come fanno i bagnini ad abusare delle donne che
    stanno per annegare salvando comunque loro la vita
    ottenendo orgasmo e riconoscenza ".
    In allegato anche un video del salvataggio di cui è
    vietata la visione da parte delle " Femminucce
    che non sanno nuotare pur se maggiorenni ".
    Se non altro per il doveroso rispetto del
    pur sempre rischioso lavoro del bagnino che non vuole
    beccarsi denunce per atti osceni
    in luogo demaniale.

  • 16 agosto 2011 alle ore 17:48
    Né ora. Né qui.

    Come comincia: Quanto è fragile il mio amore segreto.
    Quanto è piccolo. Ci sta tutto dentro ad una mano.

    Mi piacerebbe, adesso, prendere la tua sotto la pioggia, portarti lontano, metterci seduti al caldo ed al riparo.
    Mi piacerebbe se del fumo di cioccolato ti scompigliasse lo sguardo assente. Mi piacerebbe, durante i sorsi, sfogliarti le pagine di un libro. Leggerti la nostra storia a voce alta. Fissarti, nelle nuvole ammiccanti e tra le righe dei miei puntuali perché.

    Probabilmente ti arrabbieresti. Anzi è facile che tu lo sia già da prima che io possa cominciare a raccontati la favola. A te non piacciono i C’era una volta e a me -invece- piace ricordarti così. 

    Vorrei che ascoltassi ancora ciò che non dico, quel magma che sale da dove neanche io so. Che è lì, pronto a raschiare ogni volta che seguo quel vapore sparso. Ogni volta che inseguo te.
    Vorrei che, tacendo la voce, parlasse la mia con l’anima tua. E nel silenzio, crescesse un sentimento forte.
    Nascerebbe dal nulla (e nell’aria) la speranza d’affascinare il tuo cuore. La speranza che t’innamori del mio.

    Ma tu. Beh. Tu non sei come me. E se mai ti lasciassi condurre nei posti lontani, saresti distratta dai rumori d’intorno. Gli scricchiolii dei sassi le ruote le risse le risa. Ti staccheresti dai passi mentre io, arreso, perderei la calma d’averti. Afferreresti il primo paesaggio attraente e non sfioreresti il battito della mia solitudine. Non toccheresti me.

    Mi piacerebbe, lo stesso, andare a ballare con i primissimi raggi di sole, quelli di quando poi esce il sorriso triste dell’arcobaleno. Abbracciandoti, sentire il tuo profumo e girare e girare e girare e chiudere i miei occhi grandi ed affamati sui tuoi, riflessi grigi di ciò che non saprò, non volendo soffrire nel sapere.
    Mi piacerebbe abbassare la musica del sottofondo, sono certo. Cogliere tra tutti i suoni solo il tuo denso respiro.

    Eppure so già che la vicinanza al mio desiderio ti spaventerebbe non poco. E tu comunque non desidereresti me, se non a suggellare un lieto fine d’amicizia. Ma la storia che non inizia (così) è già troppo distante dal poterlo diventare e mai, dico mai, potrà in questo modo finire la mia voglia di restarti per sempre addosso.
    Per questo, e solo, hai ragione quando parli di me. Quando dici In nessun momento ti ho avuto. Perchè non m’hai raccolto nel pianto della  notte e portato con te.

    Vorrei che fossi il mio giaciglio dopo le danze danzate nel cielo, giacché non ho potuto più riposare da quando nel sogno t’ho incontrata. Il mio sonno s’è nascosto nella paura di non trovarti distesa al fianco di un coraggio che non esiste. Né ora. Né qui.
    Nascerebbe nel miraggio la speranza di un presentimento d’amore. La speranza che non mi lasciassi andare via.

    Mi piacerebbe potessi provare quello che non hai. Che questo dolce sapore fosse un poco anche il tuo. Forse capiresti che non c’è tesoro più fragile del mio amore segreto.
    Non c’è niente di più piccolo da tenere. Tutto dentro la tua mano.

  • 16 agosto 2011 alle ore 16:09
    Fiocchi di cenere

    Come comincia: I fiocchi di cenere scendevano ancora dal cielo affumicato sulla savana bruciata, baobab carbonizzati, acacie polverizzate… l’erba arroventata e fumante agonizzava sotto il sole tropicale e gli animali in fuga si erano rifugiati in ogni anfratto, ogni possibile riparo dalle fiamme che avevano travolto il loro territorio, la terra selvatica in cui tutto e tutti erano parti di un perfetto insieme, equilibrio alimentare, vegetale, minerale, elementi dell’acqua e dell’aria, fenicotteri e aironi, gazzelle e zebre, gnu, elefanti, giraffe, babbuini, farfalle e leopardi… facoceri e bouganvilles, fiori del pane, fiori del fuoco… distrutti dal fuoco stesso… difficile respirare, acre e pungente il monossido asfissiante impestava l’aria… il vento dondolava gli ultimi lapilli e le nuvole portavano pioggia benefica, ristoro, salvezza, speranza… rinfresco… cadevano le gocce di temporale mentre i fulmini illuminavano per l’ultima volta lo squarcio ferito e devastato…

    Giungeva la notte…

    Saliva la luna, argento, sereno, luce vivida, brillante e selvaggia sulle terre denudate… scheletri vegetali imploravano le stelle, pozzanghere di pietra, carbone, carbone ovunque… polvere e ceneri… cenere e polveri,  fiocchi… granelli…

    I due cuccioli terrorizzati ansimavano ancora, da ore, raggomitolati e intrecciati uno sull’altro, tremavano sconvolti, traumatizzati dalla fuga, l’abbandono, la casa, la famiglia… tutto disperso, tutto smarrito, solo l’angoscia, la solitudine, la disperazione, poi… la piccola tana in cui rifugiarsi, il pelo morbido, estraneo e rassicurante… zampettine da stringere, cuore da ascoltare… buio, tanto buio e nessuno osava fiatare, respiravano solamente… stretti, vicini, pelo nel pelo, corpo a corpo, cucciolo e cucciola…

    Quanto tempo…

    Ore… forse… giorni…

    Nessuno osava allontanarsi dall’altro, uscire dal riparo, vedere cosa accadeva, fuori, nel mondo… troppa paura… le fiamme avevano scolpito nelle loro viscere il disegno dell’orrore più tremendo, orrendo, terrificante… paralizzati nel loro spazio sotterraneo, respiravano… in silenzio… vicini…

    Ancora ore… forse giorni…

    Si accarezzavano, iniziavano a conoscersi, leccarsi, scaldarsi e confidarsi, aprirsi e fidarsi, si davano vita, si rianimavano, si riaprivano, si rialzavano… uscirono all’aperto, osservando il tappeto grigio che ricopriva il loro regno, distrutto, scomparso…

    Lei lo spinse dolcemente con il musino, come per dire… “Andiamo… facciamoci forza…”
    Il manto grigio, maculato, le orecchie appuntite, il naso sottile, gli occhi sensuali e malinconici… “Andiamo via… dobbiamo trovare un nuovo regno, una nuova terra, dobbiamo fuggire da qui…”

    Lui accartocciava lo sguardo spento e umido… il pelo dorato rifletteva i raggi del sole equatoriale… erano due cuccioli, diversi, uniti da un destino comune, dall’esigenza di unirsi per sopravvivere… iniziarono a camminare verso un orizzonte lontano, solamente erba, terra, rocce… nessuna forma di vita, nessun habitat, nessuna pozza per dissetarsi, nessun branco da cacciare… lei stanava i topolini della prateria, lui si nascondeva acquattato sul terreno e li aggrediva, fulmineo, felino… banchettavano insieme, dividevano il cibo e camminavano, insieme, alla ricerca del proprio futuro…

    Non sapevano chi fossero, cosa fossero, erano solo insieme, uniti e congiunti… ognuno parte dell’altro, si integravano, stavano bene, facevano tante, tantissime cose insieme… notte e giorno, sempre insieme…

    - Guarda… se l’acqua è pura, limpida, possiamo specchiarci, vederci, rifletterci, leggere in noi, entrare forse nella nostra anima e capire chi siamo… -
    - Tu sei dorato, come i raggi del sole, forse sei suo figlio… sei bello, luminoso, forte e soprattutto… mi doni tanto, tantissimo calore, mi scaldi il cuore, accanto a te sono serena, felice, sorrido e non mi manca nulla… -
    - Tu sei argentea, come la luna risplendi dentro di me… illumini la notte con gli occhi brillanti, come stelle… forse sei sua figlia… -

    Figlio del Sole… Figlia della Luna…

    Erano perfetti uno per l’altra, tutto era perfezione… magia… giocavano e correvano, si inseguivano, dormivano e crescevano, scoprivano l’erba e i fiori, le ragnatele illuminate dai primi raggi dell’alba… dialogavano con tutte le creature e stabilirono di accasarsi alle soglie della foresta che garantiva cibo, vicino a una sorgente per dissetarsi… un perimetro di rocce per rifugiarsi, proteggersi, vivere, abitare…

    - Io non potrei fare a meno di te… sei tu che illumini la mia giornata, il mio risveglio, il mio cammino, sei la scintilla che mi ha scaldato il cuore, la compagna della mia vita, sorella, madre e luce al tempo stesso… Amo sentire il tuo pelo morbido, i tuoi odori, le tue movenze, seguire le tue orme, stanare le tue prede, dividere con te il cibo, il tempo, il giorno, la notte… -
    - Anche a me piace il tuo pelo color del sole… solamente non capisco, alcune cose… certe volte ho la sensazione di essere contro natura, andare contro il mio modo di essere… non so se sia giusto o sbagliato stare insieme, non so se sia questa la mia strada… so che anche io, tuttavia… non posso fare a meno di te…-
    - Se non puoi fare a meno di me significa che stai bene, stiamo bene insieme… quindi come può essere sbagliato..? il bene è una cosa giusta… come le farfalle colorate che si posano sui petali per dare vita a nuovi frutti… come le lacrime del cielo che ci dissetano e alimentano le sorgenti, gli alberi, la terra… il bene è nella luce del sole e tu sei la mia luce, il mio riferimento… sto bene con te… come posso decidere diversamente… il bene è nel bene… dentro di noi sappiamo perfettamente quando stiamo bene… o quando non lo siamo…-
    - Sì… hai ragione… sento che sto bene, stiamo bene… poco importa se la mia natura mi grida nelle viscere, urla che devo strappare ciò che amo, ciò che desidero, ciò che sento… il bene è bello e io voglio restare nel bello, nel bene, insieme a te… non voglio perderti, allontanarmi, lasciarti, voglio un nostro insieme… anche se… -
    - Non c’è un se… Figlia della Luna… c’è il nostro spazio, la nostra libertà, il nostro potere di scegliere, in libertà… dove vogliamo essere e con chi… io ho già scelto, forse il destino ha scelto… a volte percepisco un disegno, la trama di una storia scritta, per me… e io seguo i segnali che mi giungono dal cuore… lascio scorrere le cose, lascio che accadano… non so chi sono… non so chi sei… ma nel mio cuore tu sei una grande Regina e solamente questo per me ha importanza, ora… -
    - Sì…è difficile capire chi siamo, quali siano le nostre origini, le nostre radici… di sicuro siamo diversi, quasi opposti… ma forse è proprio per questo che stiamo così bene insieme… ci… completiamo… ci integriamo, quando sono vicino a te ho la percezione del tutto, non mi manca nulla, sono fortunata… sei la mia metà… l’incastro perfetto…-
    - Dammi la zampa, ora… buonanotte… mia Regina…-
    - Buonanotte, dolce Re…-

    Gli animali migravano, le terre rifiorivano… il Figlio del Sole e la Figlia della Luna, congiunti dalla solitudine, uniti dall’abbandono, sposati nello smarrimento… erano una coppia felice, assortita, serena, gioiosa…giocosa… contavano le stelle, rincorrevano le nuvole arricciate nel grande cielo dell’equatore… una volta immensa con l’orizzonte lontano… tanto spazio per saltare sui tronchi di baobab, scivolare nel fango insieme agli ippopotami, ai cuccioli di coccodrillo… inseguire le scimmiette che dondolavano tra una palma e l’altra, snidare le quaglie o correre ringhiando nella terra dei fenicotteri, che si alzavano in volo a migliaia, dipingendo traiettorie rosa, onde ricamate sul tessuto azzurro dell’atmosfera…

    Lo sciacallo si aggirava da tempo intorno alla loro tana… i suoi denti carognivori pregustavano nottetempo il gustoso piacere di affondare nella carne principesca del Grande RE… banchettare con il piatto più prelibato… cibarsi del cadavere più succulento, appetitoso, ghiotto, goloso… troppo facile mangiare i resti di gazzella, spolpare gli avanzi di zebra, le ossa di gnu… gli scheletri di antilope… il Figlio del Sole… il leone… era in cima alla catena alimentare, l’anello più elevato, alimento assoluto…

    Gettò una palla di fango nella loro sorgente, rimase ad aspettare…

    Figlia della Luna giunse per raccogliere l’acqua… la vide intorbidita, alzò lo sguardo, lo sciacallo era in attesa…

    - Brava… è ora di alzare, finalmente lo sguardo, verso il cielo, verso la luce… la vera luce… è ora di scoprire, capire chi sei… la tua natura… la tua missione… è ora di crescere, imparare, evolvere… -
    - Chi sei… perché l’acqua non è più limpida…? –
    - Non devi più farti ingannare dai riflessi ingannevoli… la purezza è ingannevole, non esiste! Devi guardare solamente dentro di te… io so chi sei! –
    - Ma io… credo… che la sorgente fosse limpida, sincera… pulita… pura… Chi sono io… realmente… ? -
    - Tu sei figlia della notte… come me… io e te dobbiamo unirci, allearci… saremo imbattibili, invincibili, forti, unici, potenti… luminosi… Devi lasciare il felino dalla criniera d’oro… lui non è… non può essere il tuo compagno di vita…! –
    - Ma cosa stai dicendo… come puoi pensare queste cose, affermarle? Noi stiamo benissimo insieme, abbiamo tutto, siamo felici…-
    - Ti inganni, Figlia della Notte… lui è un Leone… Tu sei una Iena… siete diversi… lui è ingenuo, presuntuoso, superficiale… tu sei la perfezione, devi sedere al mio fianco… sarai la mia Regina… -
    - Ma io sono già… la sua… Regina… -
    - Uccidilo…!-
    - Ma non posso… è il mio RE! –
    - Sarò io il tuo re…! –
    - Ma come.. perché dovrei fare una cosa simile…? –
    - Perché è questa la tua natura… E’ questa… e io sono qui per schiarire il tuo cammino, illuminarti… non è questo che cerchi? Luce, chiarezza…? Le senti quelle ombre dentro di te…? Indicano che non sei te stessa, rincorri un modo di essere che non ti appartiene… Non sai, NON PUOI essere fedele, buona, sincera, non puoi allearti, devi tradire, colpire alle spalle… questo facciamo noi… mangiatori di carogne… siamo animali notturni senza sorriso, la morte altrui… è la nostra vita… -
    - Io… non so bene cosa fare… sono confusa…-
    - Chiamalo… alla sorgente… digli di guardare il proprio riflesso nell’acqua… non vedrà nulla… non potrà capire… lo attaccheremo da dietro, lo azzanneremo al collo. Sarà un attimo… -

    La Iena fece quanto richiesto… forse accecata dal suo desiderio di luce, chiarezza, forse ammaliata, sedotta, manipolata… Attaccarono il Leone che per un’ultima volta, prima di morire, la guardò negli occhi…

    - Come puoi farmi questo, come può essere… che nel nostro bene ci sia tanto male… ? –

    - Sono solamente me stessa… tu me lo hai impedito… mi hai costretta ad essere diversa da quello che sono… il tuo non era amore, era interesse, hai approfittato di me… mi hai impedito di esprimermi, hai reso la mia vita confusa, instabile, fragile… ora è giunto il momento di rinascere… trovare la mia strada… un nuovo re… -

    - Hai gettato fango dove c’era amore… non mi interessa più… … … vivere… -

    La iena e lo sciacallo banchettarono tutta la notte sul cadavere del leone, lo sbranavano avidamente… cibo eletto, carne regale, principesca, sopraffina…

    Al mattino i raggi del sole illuminavano gli avvoltoi che depredavano gli ultimi lembi di pelle dorata, scarnificato e senza più sogni… lo spirito del leone si spense nella palude dell’infamia, nelle sabbie mobili dell’inganno, nel vuoto assoluto…

  • 16 agosto 2011 alle ore 15:28
    STELLA E I DUE GEMELLI.

    Come comincia: La città di Messina lo stesso giorno, il 18 marzo 1967, aveva accolto i primi vagiti di Dimitri e di Ivan G., due gemelli. L'essere venuti al mondo in una città di mare aveva contribuito a far sì che fosse innata in loro l'attitudine per gli sport acquaitici nè poteva essere altrimenti dato che i loro geni provenivano dal papà ingegniere progettista di yatch e dalla mamma, una cavallona di un metro e ottanta, insegnante di educazione fisica.Ben presto i due gemelli erano diventati famosi: dopo pochi mesi dalla nascita erano stati ripresi dalle telecamere in una piscina mentre, con gli occhi aperti, il pannolino ai fianchi e il ciuccio in bocca notavano allegramente sott'acqua sotto lo sguardo vigile di mamma Leda.Le riprese erano state effettuate per conto di una nota ditta di prodotti per bambini e poi proiettate in televisione.Vari fattori avevano contribuito a far crescere i bambini spensierati ed allegri educati dai genitori in piena armonia in un'atmosfera distesa e gioiosa.Il papà Cateno non era complessato da un nome perlomeno singolare tipico soprattutto della Calabria; gli era stato imposto, malvolentieri, da suo padre per non scontentare il nonno legatissimo alle tradizioni di famiglia.Cateno era noto per le sue burle di cui erano vittime amici e parenti. Ammiratore del Boccaccio, aveva fatto delle canzonatura un'arte sopraffina, niente volgarità, solo puro divertimento (il suo).Famosa una beffa architettata nei confronti di 'signore per bene' amiche di sua sorella Esmeralda che di bello aveva solo il nome.Esmeralda maritatasi giovanissima (si diceva aver messo in atto la classica fuitina) era rimasta vedova 'bianca' perchè il di lei consorte, visto il suo attaccamento più all'acqua santa che al sesso, era sparito senza lasciar traccia.Esmeralda aveva considerato l'abbandono ingiustificato e letale per la sua reputazione, aveva perciò messo in giro la voce che suo marito era morto incornato da un bufalo, in Africa, durante una battuta di caccia grossa.Insoddisfatta della sua grigia esistenza e non in grado di rimorchiare altro straccio di uomo, aveva preso l'abitudine di mangiare con smodatezza e di sgranocchiare di continuo frutta secca, caramelle e cioccolatini. A chi le domandava perchè tenesse in casa tante leccornie, rispondeva che lo faceva per gli adorati nipotini. Le conseguenze per la linea del suo fisico si erano ben presto evidenziate e, pertanto, per mascherare la lardellosità, l'unico colore dei suoi vestiti era il nero fisso che, ufficialmente, indossava in segno di lutto per il mai dimenticato beneamato. Esmeralda era stata nominata presidentessa del circolo 'Pie signore della carità', congrega nata con lo scopo dichiarato di aiutare i bisognosi e quello effettivo di riunire signorine e signore tristi e scompagnate che avevano quale unica compagna la solitudine.I luoghi dove si svolgevano le riunioni erano stati inaugurati e benedetti dalle autorità ecclesiastiche sempre ben felici di poter contare su personaggi noti (e ricchi).Da buon moquer ateo, Cateno si compiaceva d'essere irriverente verso le istituzioni papaline di cui trovava ridicoli e grotteschi i dettami di comportamento.Abile nel disegno, aveva raffigurato in vari pannelli la famosa traslazione della casa di Maria da Nazareth a Loreto mentre la casa stessa perdeva, durante il tragitto, alcuni mattoni scatenando le ire della povera gente che veniva malamente bombardata. Le raffigurazioni in questione erano state esposte sulle pareti esterne del circolo ateo 'Uaar' (Unione atei e agnostici razionalisti) di cui Cateno era socio. Orrore, dispregio del sacro, le benpensanti signore e signorine si erano rivolte alle autorità ecclesistiche che, a loro volta, avevano interessato l'Autorità Giudiziria. Purtroppo per loro la costituzione italiana prevede la libertà di satira... La ferita lasciò un segno profondo in Esmeralda e nelle sue disperate amiche. Al confessore delle pie non rimase che invitarle a rivolgere le loro preghiere al buon Dio al fine di far rinsavire quell'iconoclasta di Cateno. Purtroppo le guiaculatorie non ebbero esito alcuno e i pannelli rimasero al loro posto. Dimitri e Ivan, seguendo le orme paterne, crescendo, avevano acquisito il suo spirito dileggiatore. All'età di tredici anni avevano messo in atto una beffa che costò loro l'alienazione della simpatia della zia Esmeralda e la fine dell'elergizione di regali da parte della stessa danarosa zia. Il 'petafono' era un aggeggio in gomma di forma ovale consistente in una camera d'aria che terminava in un buco con labbra frastagliate; una volta riempito d'aria e poi compresso emetteva un suono molto simile ad un rumoroso peto. Durante una riunione delle pie dame, i due simpaticoni avevano nascosto l'infernale aggeggio sotto il cuscino della poltrona della zia Esmeralda la quale, dopo un discorso sull'immoralità del mondo contemporaneo, molto applaudito dalle presenti, nel sedersi aveva fatto scattare la vile trappola con l'emissione di una risonanza talmente poderosa da far ammutolire la platea. Le presenti convinte della 'perdita' da parte di Esmeralda, cercarono di sminuire il nefasto avvenimento ma, una volta accertata la provenienza del cacofonico suono, da parte di Esmeralda fu dichiarata guerra totale alla famiglia Gurrieri: padre, madre e i due gemelli. A scuola le burlette predisposte dai due fratelli non erano, ovviamente, ben accette ai professori. Una volta Dimitri e Ivan ne avevano messo in atto una dalle conseguenze molto spiacevoli per l'odorato: avevano posizionato due fialette dal contenuto pestilenziale, acquistate nel negozio degli 'scherzi', sotto i piedi della sedia della professoressa di matematica molto preparata nella sua materia ma 'orribile visu'. Sedutasi l'insegnante vide provenire dal basso un fil di fumo che, giusto alle nari del suo lungo naso, l'aveva fatta scattare come una molla, destinazione: l'ufficio di presidenza. Subito individuati, i due gemelli erano stati sospesi dalle lezioni per tre giorni; Cateno era stato convocato dal Preside e, dinanzi ai professoti riuniti, aveva provveduto ad una lavata di capo ai due giovinastri. "Non so come comportarmi con loro, sarò costretto a spedirli in collegio!". Fuori dalla scuola: "Ragazzi non esagerate!" Anche se anticonformisti e decisamente rompiscatole i due, quando si impegnavano negli studi, ottenevano risultati brillanti con lo stupore degli stessi insegnanti che non si capacitavano di questa loro trasformazione. La conoscenza di Stella M. da parte di Ivan mutò radicalmente la vita di entrambi i fratelli.La signorina M., anche lei messinese, frequentava l'ultimo anno dell'istituto di ragioneria. Alta, bionda, occhi castani, viso armonico, longilinea, un seno prorompente a cui faceva da contraltare un lato 'b' che l'interessata faceva oscillare sensualmente. Il suo comportamente colpiva gli spettatori maschi; i loro occhi, incollati al suo corpo, erano solitamente improntati a espressioni di languida imbecillità. Le colleghe femminucce se la prendevano con loro: E chi sarà mai, pare che ce l'abbia solo lei!" Ivan l'aveva notata in ritardo perchè l'istituto per geometri, che lui frequentava, si trovava dall'altra parte dell'edificio. Non era facile avvicinare la pulsella sempre scortata da un nugolo di cicisbei speranzosi ed accondiscendenti a ogni suo desiderio. Regina incontrastata della scuola, non era ben vista nemmeno dalle professoresse che, però, non potevano muoverle alcun appunto sul profitto scolastico perchè Stella era una studentessa modello. Era disegno degli dei che Ivan e Stella dovessero incontrarsi ma la mano del destino doveva essere in pò forzata da parte del giovane. Rientrando a casa Ivan aveva informato Dimitri degli ultimi avvenimenti e gli chiese consiglio su come poter approdare su quella spiaggia che riteneva impervia. I due fratelli per volere dei genitori ed anche su suggerimentio del Preside, erano stati iscritti in due doversi istituti per geometri al fine di evitare che mettessero ancora in atto il vecchio trucco dello scambio di persona durante le interrogazioni. Il consiglio di guerra partorì un'idea: poichè la signorina in questione si recava a scuola in motorino, Ivan doveva far finta di venir da lei investito e di essersi infortunato. Talvolta la teoria non corrisponde alla pratica; Ivan aveva messo in atto la progettata sceneggiata ma non era stato tanto abile da ingannare Stella. "Come stuntman sei penoso, pratica dello Judo e impara a cader bene, la prossima volta potresti farti veramente male, sempre che ci sia una prossima volta!" "Ci sarà, ci sarà presago il cor mel dice." "Il cor può dire quel che vuole ma stavolta si sbaglia, prova a prendermi, vediamo se sei un velocista." Stella era partita col motorino di gran carriera, Ivan, ben allenato, era riuscito a seguirla per un buon tratto. La signorina M. era girata ed aveva apprezzato la velocità e lo stile del giovane, niente male, forse l'avrebbe rivisto ancora ma come cavolo si chiamava, aveva dimenticato di chiderglielo. Il giorno seguente, alla fine delle lezioni, Ivan aveva localizzato l'aula della bionda e, mentre lei guadagnava l'uscita, l'aveva sorpassata urtandola leggermente. "Spero che questa volta non cadi a terra, come attore sei un guitto!" "Grazie del complimento, io sono Ivan G." "Chi ti ha chiesto niente, lasciami in pace!"  Ivan capì che non era il caso di insistere. In sella al suo motorino la seguì da lontano e vide dove abitava: viale dei Tigli n.18. Doveva giocare d'anticipo; il giorno seguente marinò la scuola. Nel negozio degli 'scherzi' acquistò un vestito da carnevale, barba e baffi finti ed un cappellaccio da bandito. Verso le tredici e trenta si appostò sotto il portone dell'abitazione di Stella. All'arrivo della preda le si parò dinanzi e, cercando di camuffare la voce: "Signorina faccia la carità a un poveraccio!" "Il poveraccio si prende un calcio in culo se non se ne va via subito!" "Dai, con te non c'è gusto, a me piacciono le conquiste difficili ma tu esageri!" "Sono Stella M., abito al sesto piano ed ho un fratello con due spalle larghe così." "Senza offesa per tuo fratello ma io preferisco le femminucce, in particolare te." "Va bene rompiballe, domani all'uscita della scuola sempre che tu seguiti a frequentarla non come hai fatto oggi che hai saltato le lezioni." Ivan rimase piacevolmente interdetto, Stella si era mollata proprio quando lui non se l'aspettava. Il giorno seguente la baby, more solito, era circondata da maschietti appiccicosi ma con uno 'scusate' si era liberata e, avvicinatasi a Ivan, l'aveva preso sottobraccio. "Dì la verità non te l'aspettavi, io son fatta così e poi quelli m'avevano veramente rotto!" " Nooo, tutti i giorni sono abituato a ragazze che prima mi mandano a ... e poi, ammaliate dal mio fascino, ci ripensano e mi prendono sottobraccio, mi farai odiare dai tuoi corteggiatori." Forti della loro gioventù, Ivan e Stella avevano iniziato a percorrere il dolce sentiero dell'amore. Stella riusciva a mettere in crisi Ivan, talvolta si dimostrava gioviale ed espansiva ma in altre occasioni metteva in mostra tutte le caratteristiche negative del suo segno: l'ariete. Diventava aggressiva, impulsiva, testarda, irrequieta. Ivan riusciva a sopportarla con una buona dote di pazienza cosa per lui inusuale nei precedenti rapporti amorosi. Francamente gli piaceva ogni giorno di più, scopriva il lei particolari fisici che l'attraevano: le rughette vicino alla bocca, il movimento delle labbra, il sorriso canzonatorio. Talvolta gli capitava dei essere così preso a contemplarla da non sentir le sue parole. "Morto di sonno dove sei stato stanotte, dormi in piedi." "A letto a dormire, sognavo te." "Ma quando mai, chissà con quale donna di malaffare ti sei accoppiato..." "Ti giuro che non vado mai con prostitute, mai pagata una donna." "Ho capito, te la danno gratis, resta il fatto che non me ne frega niente di quello che fai." Ivan non riusciva a frenare quel fiume di irrazionalità, si sentiva depresso, non riusciva a trovare una soluzione valida per venir fuori da quel ginepraio. Il giorno seguente alla fine delle lezioni: "Stella pensi che abbia commesso qualcosa che ti ha offeso, credo che tu abbia qualche cruccio, ti scongiuro parlamene, risolveremo innsieme il problema... mi hai rivoluzionato a vita!" Stella si rese conto dello stato d'animo di Ivan, della sua situazione psicologica e dei problemi che gli stava creando, le aveva dimostrato quanto fosse diventata importante per lui, non voleva più ferirlo. "Un mio ex boy friend cerca di rimettersi con me, mi assilla ogni giorno tanto più che abita nello stesso mio palazzo... non pensare di fare lo sciocco, non voglio guai." "Ci voleva tanto a farti uscire il fiato, ti piace ancora?" No, il problema si può risolvere facilmente." Il giorno seguente Ivan accompagnò Stella sotto il portone di casa, stettero a parlare sino all'atrrivo del suo ex."Tonino ti presento il mio fidanzato, spero che diventiate amici." Preso alla sprovvista, Tonino non seppe replicare, di violenza non se ne parlava proprio, Ivan era un palmo più alto di lui ed anche più robusto. "Sono Tonino M., con Stella siamo amici sin dall'infanzia. "Ivan G., penso che ci rivedremo." Non si incontrarono più; Tonino capì di aver perso la partita e, per non incontrare più Stella di cui era ancora innamorato, chiese ed ottenne il trasferimento in altro ufficio postale, alla sede di Catania.I giorni seguenti furono per entrambi estremamente piacevoli, Stella era cambiata ed Ivan l'ammirava stupito e felice di quel gradevole mutamento. Stella non pensi che meriti una ricompensa, ti sono stato molto vicino..." "Ricominci a fare lo zozzone?" "A parte che pensavo di andare a festeggiare insieme in un pub ma non mi risulta che con te abbia tentato... non ne ho avuto la possibilità." "Allora santo e martire ti annuncio ufficialmente che sono vergine, si vergine ma non in senso zodiacale ma proprio vergine. Se fossi volgare ti direi, alla messinese, che nessuno me l'ha mai 'nfilata' ma siccome non sono grossière ti dico semplicemente che sono illibata." Stella era riuscita a sbalordire Ivan e l'aveva lasciato senza parole, la guardava con faccia da ebete. "Non penso che voglia un certificato di un ginecologo." "Anche se avessi fatto marchette in mezzo alla strada ti vorrei ugualmente, non hai capito che mi sono rimbecillito per te!" La situazione era diventata troppo patetica e Ivan, ripreso il senso dell'umorismo, esordì: "Penso che mi debba organizzare, debbo studiare la situazione perchè non sono mai andato con una vergine, non vorrei fare una cattiva figura..." "Non farai nessuna figura nè bella nè brutta, non intendo mollartela, almeno per ora." "Devo scovare un luogo romantico: un bosco incantato cosparso di fiorellini profumati con alti alberi che fanno filtrare i raggi del sole oppure una spiaggia solitaria con sabbia fine ed acqua trasparente ovverso una suite d'albergo immersi in una vasca con acqua profumata mentre sorseggiamo spumante ed io ti infilo in bocca fragole con panna, che ne dici?" "Che andiamo a casa." "Hai rovinato tutto, mi hai fatto scendere dall'empireo per ritrovarmi... maledizione ti amo come un imbecille!" "Non aspettarti ponti d'oro, te la devi conquistare facendomi la corte tutti i giorni, dimostrandoti servizievole, innamorato, disponibile, riflessivo tutto il contrario di quello che dice il tuo segno zodiacale." "A parte che purtroppo è anche il tuo, penso che tu abbia dimenticato il lavaggio dei piedi come da ceromina papale." Non trattarono più l'argomento, Stella non si sentiva ancora pronta per il grande passo, I genitori di entrambi gli innamorati erano stati messi al corrente del loro legame, Stella anticonformista e libera di natura aveva deciso; niente ufficialità. Ivan senza alcun motivo particolare non aveva presentato Stella a Dimitri. Dopo il diploma, in autunno l'iscrizione all'università: Stella in Economia e Commercio, Ivan, in ossequio alla tradizione paterna, in ingegneria navale. Causa lo studio, i due giovani si frequentavano solo il fine settimana; con la Fiat 850 regalata ad Ivan dai genitori, giravano nei dintorni di Messina ed in particolare sui monti Peloritani ove il distensivo silenzio e l'atmosfera romantica avevano avuto un  peso preponderante per conoscersi un pò più intimamente. Stella pian piano aveva ripreso le abitudini sessuali (manuali e orali) che aveva avuto nel precedente rapporto con Tonino, Ivan era soddisfatto del cambiamento. Un pomeriggio: "Stella mancherò una settimana, devo andare a Genova a ritirare da un cantiere navale lo yatch 'Lula' per conto dei baroni Filippeschi." Ivan insieme al fratello Dimitri, dietro insegnamenti paterni, avevano conseguito il brevetto di skipper per condurre barche sino a quindici metri di lunghezza.Stella non accompagnò Ivan alla stazione ferroviaria, odiava gli addii anche se il loro era un arrivederci, Ivan ne fu contento, la presenza di Dimitri, anche senza un motivo preciso, gli avrebbe dato fastidio. Ad ogni stazione ferroviaria Ivan scendeva dal treno per telefonare a Stella: "Sono a Sapri." "Sono a Salerno." "Sono a Napoli." "Sono a Roma." "Sono a Firenze." "Sono a Genova." "Sono un cretino." Dimitri aveva mollato una battuta sfottente. Ivan aveva sorriso, non gli importava nulla di quello che aveva detto suo fratello. "Quando me la fari conoscere?" "Più in là." Ivan era diventato geloso e questo lo faceva sentire un imbecille, mai lo era stato, forse era quello il motivo di non voler presentare Stella a Dimitri. Il viaggio di ritorno fu molto più movimentato del previsto. Il mare, forza quattro, aveva messo in difficoltà l'equipaggio, nessuno aveva voglia di parlare, ognuno effettuava il suo turno per poi andare a riposare un cuccetta. La radio era andata in avaria. Il vecchio Nettuno, impietositosi delle fatiche dei conduttori del 'Lula', dopo Salerno decise di far calmare i cavalloni ed i marinai giunsero finalmente a Messina col mare quasi calmo. Dimitri durante il viaggio era perplesso dal fatto di non essere stato presentato alla fiamma di suo fratello, un giorno aveva intravisto Stella al braccio di Ivan, una vera gnocca! A casa i genitori erano preoccupati del silenzio dei due gemelli, mamma Leda si mise a piangere al loro arrivo. "Mamma mi stai stritolando" Ivan rideva soddisfatto, avrebbe riabbracciato presto l'amore suo grande.Alla telefonata di Ivan a casa di Stella ripose la sorella Anna. "C'è Stella?" "Ha sbagliato numero." "Non è casa M?" "Si ha sbagliato numero." "Non ho sbagliato numero, sono sfortunato a dover sopportare una cognata rompi..." "A coso ne devi da magnà de pagnotte prima de diventà mi cognato." Anna era fidanzata con un romano e si divertiva a imitarne il dialetto. "Se me la passi ti compro un lecca lecca." "Se fossi volgare ti direi dove ficcatelo il lecca lecca, meglio che non ci incontriamo.Stellaaaa, c'è uno che mi vuole comprare un lecca lecca, parlaci tu." Stella prese il telefono indecisa a rispondere. "Ciao amore mio." "...sei tu? Che cavolo hai detto a mia sorella, quella ha le unghie lunghe e un pessimo carattere, sono c..i tuoi se t'incontra." "Lascio stare la scimmia." "Anna Ivan t'ha chiamata scimmia!" "Questo campa poco o more presto." Anna non amava essere presa in giro da un signor coso che nemmeno conosceva. "Stella ti prego parlami, fammi sentire la tua voce." "La mia voce ti dice che durante il viaggio di ritorno non mi hai telefonato, stavo in pensiero." "SI è rotta la radio di bordo." "Potevi scendere a terra." "Dovresti ripassarti la geografia, da Genova a Messina si passa lontano dalla costa, prendi in atlante, traccia una linea fra i due porti e te ne renderai conto." "Tu attraccavi in un porto e mi telefonavi." "Amo la tua irrazionalità totale. Non era in gita di piacere, il padrone della barca aveva fretta di entrare in possesso del suo yatch." "Sta di fatto che non mi hai chiamato." "Sta di fatto che da sposato passerò un mucchio di guai." "Sta di fatto che non passerai nessun guaio perchà sei un illuso che io possa rimanere con te per sempre, non mi sei mancato e, durante la tua assenza, ho trovato un rimpiazzo.Sai quel ragazzo dai capelli rossi mio compagno di classe, mi ha accompagnato a casa tutti i giorni e vuol conoscere i miei." Ivan si era impantanato nelle sabbie mobili dell'irrazionalità di Stella come mai avrebbe fatto in passato, maledizione alla gelosia!" "Bene cara, mi hai preso in giro abbastanza, ci sono cascato, per farti pedonare mi farai un lavoretto extra, che ne dici?" "Penso che ti farai da solo un lavoretto extra, che ne dici?" "Dico che mi sto precipitando a casa tua." "Sconsigliabile, Anna non è il tipo che dimentica le offese, fra mezz'ora a piazza Cairoli." Ivan la vide arrivare la lontano, solita andatura leggermente ondeggiante, sguardo sopra le testa dei comuni mortali, borsa a lato dondolante. Fece finta di non  accorgersi di Ivan passando vicino al tavolo dove lui era seduto poi decise di finire la sceneggiata e posò le leggiadre membra su una sedia vicino Ivan, nemmeno un  ciao. Si accese una sigaretta, tipica mossa provocatoria.Stella si aspettava la classica domada "Da quando hai preso a fumare?" ma Ivan aveva appreso la lezione, si limitò ad un romantico finto baciamano. "Ora non ti accorgi che la tua fidanzata, sino a quando non lo so, ha preso a fumare?" "Da quello che mi risulta il fumo è un vaso costrittore ed ha effetti negativi solo sui maschietti, le femminucce, per motivi fisiologici ne sono immuni." "Non  sono venuta qui a farmi prendere per i fondelli, in questi giorni sono stata irritabile, ho liticato con tutti e ti ho maledetto cento volte!" Allungato sulla sedia, Ivan seguitava ad ammirarla con gli occhi semichiusi. Immaginò di essere a quattro zampe con un collare al collo al guinzaglio di Stella. Istintivamente si rizzò sulla sedia, quell'immagine gli suggerì in senso figurato quanto si sentiva sottomesso a quell'arpia, stava diventando uno yes sir o meglio yes madam, cosa che lo faceva incazzare di brutto. "Non mi piace l'espressione del tuo volto, hai la faccia lasciva di quello che da tanto tempo..." "Dissotterriamo l'ascia di guerra, godiamoci questi momenti, sinceramente sono felice anche solo guardandoti in viso." "Va bene, dissotterriamo, ordina per me un gelato grossissimo, devo farti spendere un mucchio di soldi!" Stella andava accettata così com'era perchè nei momenti di bonaccia era splendida, i grandi occhi sprizzavano allegria, sulla bocca un sorriso accattivante: emanava gioia di vivere. Ivan voleva assaporare quei momenti, aveva paura di perderla, di non riuscire a trattenerla, era troppo instabile e capricciosa.S'incontravano nei week end, nessun membro della famiglia abbozzava domande indiscrete, una cosa era certa:i due rampolli passavano il fine settimana in buona compagnia. Ivan cominciò a pensare dove trascorrere la 'prima notte di nozze' (ammesso che potesse mai avvenire, co stì chiari di luna...). In albergo? Troppo squallido. A casa di amici? Si sarebbero sentiti a disagio. In una località dei monti Peloritani lontani da tutti? No, troppo pericoloso. Alla fine ebbe un'idea geniale, quella di farsi prestare un cabinato dall'amico Giorgio e recarsi alle isole di sabbia sotto il monte Tindari, ci sarebbero arrivai i due ore. A questo punto la parte più dificile: convincere Stella a seguirlo. Anche in questo caso la pulsella si comportò in modo imprevedibile ed accolse la proposta della gita in barca con entusiamo; l'istinto femminile l'aveva portata a pensare a secondi fini da parte dell'innamorato ma l'idea non le dispiacque... "Giorgio mi occorrerebbe il tuo motoscafo da mattina a sera.""Nessun problema, devo recarmi a Milano con mio padre, queste sono le chiavi, nel frigorifero c'è un pò di tutto dallo spumante per festeggiare a qualcosa di più sostanzioso per riprendere le forze..." Ivan era leggermente arrossito, Giorgio aveva sfoderato un sorriso di complicità. Il motoscafo, un cabinato di quattordici metri, era ormeggiato dinanzi alla Prefettura sotto la statua del Nettuno il quale, commosso dall'entusiamo e dall'allegria dei due giovani e belli, diede disposizioni acchè il mare rimanesse pacifico per tutto il giorno. Durante la traversata Stella si era abbarbicata a Ivan il quale aveva difficoltà a manovrare il mezzo navale. "Buon segno" pensò il furbacchione, il suo cuore andava più veloce dei giri del motore. All'avvicinarsi alle isole di sabbia, Stella: "Fa arenare il motoscafo sulla spiaggia, saremo più tranquilli." Affermare che Ivan era in subbuglio era sminuire le sue sensazioni, vederla scalza, in mini bichini che offriva il suo corpo al sole ed al vento... "Vado sotto coperta, ho una sete indiavolata."Prima di seguirla, Ivan sistemò gli aggeggi di bordo; sotto coperta non la vide immediatamente, la splendida apparve dinanzi il frigorifero con in mano due flùtes di spumante. Piccola sceneggiata di Stella, braccia incrociate prima di bere, bacio

  • 14 agosto 2011 alle ore 19:20
    Delirio musicale differenziato

    Come comincia: L'altro giorno, mentre riparavo la tazza del water,
    ha suonato il campanello Nick Kamen,
    lo spazzino lavativo del mio quartiere.
    Mi ha chiesto lumi su un suo stravagante collega,
    tale Francesco Apposito che ha l' ossessione per
    la raccolta differenziata della spazzatura musicale.
    Tant' è che ha costruito tre diversi bidoni con
    feritoie adatte al conferimento di rifiuti in vinile,
    nastri e compact disc.
    Nick mi dice che questa manìa lo sta contagiando
    al punto di avere già cominciato a
    buttare via molti dei suoi dischi...
    In cuor mio mi son già fatto un' idea
    su questo Francesco Apposito ;
    spazzino differenziatista musicalmente utile.
    Il sociologo francese Foeug Cuteur tra l' altro,
    è apparso sulle pagine del mensile Junk Muzik
    appunto sul tema della spazzatura musicale, titolo
    " Comme evité la musique da non ecoutér ".
    L' unico consiglio che mi sento di dare a Nick è
    di tenere fermo il coperchio della tazza mentre
    infilo la vite e stringo il bullone.
    Lo mando quindi via con i suoi dubbi ma con
    una briciola di esperienza su come si riparano
    le tazze del cesso e con un' altra briciola
    di speranza mi auguro che tutti i dischi di Nick
    facciano la fine delle pile usate per
    ascoltare quei medesimi orrori;
    tutto nella schifosa raccolta musicale differenziata.
    Quali sono i gusti di Nick ?
    Per esempio a lui piacciono I cuscini di campagna,
    i Camaledetti, Gli alunni allunati, Cita Bavone,
    quel montato di Johnny Potente,
    il famoso Rino Matissimo, Giorgia Orgia,
    ed ha un debole per Waterina Vaselli,
    una che non oso giudicare.
    Non conosco i gusti di Francesco Apposito
    ma li posso dedurre dalla lista sui
    bidoni in cui è indicato l' inconferibile.
    Noz-art, Aceethoven, Bak, Bramous, Caganini,
    Dedùssy, Haids, il compositore Antoine Wivaldì
    che compone esclusimante di giorno, Showpen,
    C' hai boschi, Q-Bert, Dvorace, Hand Hell, Gahler,
    Bidét.
    Tra la musica inconferibile del tardo '900 troviamo i
    Miaostelle, Patrizio De Torneré, Piero Azelio Ciampi,
    gli svedesi Acca, Cesareo da Cremona ( mitica la sua
    " Colli bolognesi pieni di vespe che si infilan sotto
    i caschi " ), i Petting Shore Boys ( froci che si toccano
    sugli scogli ), Claudio Geppetto con la sua
    " Pappa para parappa, para parappa, para parap-pà ",
    gli Oemme Dì con l' esplosiva " Little boy ".
    I grandi Beat Holes creati da pietre rotolanti, ma forse è
    una leggenda che sia vero, oppure due leggende.
    E Samuele Per Sani ?
    Con l' intramontabile Ciao ciao belle tettine ?
    Piadina romagnola !
    Poi Mika Hakkinen che schiantò le classifiche e l' auto
    con la mitica " Greis Chelli ", Gigliola Faivetti con la sua
    " Non ho pietà " ( storia di una giovane
    minorenne violentata che soffre della
    sindrome di Stoccolma ma poi rinsavisce ).
    E poi la mitica hit di Sandro Giaconobbe,
    " Costosa droga ".
    Francesco Apposito mi sembra una persona
    musicalmente coerente, appena trovo un attimo
    riempio un borsone di junk muzik, ho parecchi dischi
    che han deviato la mia cultura musicale al peggio.
    Creola e Chiava, Strambra, i Cake Fat, Lady Caga,
    Without Ke$ha, Maronna, Cimabue,
    Paolo e la sua Guzzi, l' ormai dimenticato Nick Amen,
    Gli aborti Spontanei, Maria Albanese ( genere rasta ),
    i Back Strip Boys, Diana Vegetariana, Giovanotte
    ( gli giova comporre per adolescenti di notte )
    e per ultimo un mito :
    Vanni Vorandi, il re del vecchio junk system
    della discografia italiana, con il suo successo
    " Andavo a cento all' ora per fuggir la polizia ".
    Ie ie ie ié,- ie ie ie ié !
    --------------
    Buon Ferragosto a tutti !

  • 13 agosto 2011 alle ore 19:12
    Delirio dei burattini ombelicali

    Come comincia: Li vedo galleggiare eretti, alberi con radici
    aggrappate nel buio, come sempre succede
    quando sono in salute, galleggiano eretti.
    Come burattini al contrario si muovono,
    sottosopra e senza possibilità di fuga,
    come sempre succede, eretti ma aggrappati
    nel buio dei fondali marini.
    Producono gemme di sale,
    che brillano a chilometri di onde.
    Le piccole imbarcazioni corsare commerciali
    vedono senza l' ausilio del binocolo queste
    ricchezze e fan rotta su di loro al primo riflesso
    per raccogliere queste gemme da sbriciolare
    una volta approdati...prima porterebbe sfortuna.
    In via eccezionale, sul tragitto verso la costa,
    i marinai sbriciolano per il mare poche gemme,
    il capitano lo permette per la riproduzione
    di questi alberi marini che consentono al mare
    di essere salato per difendersi dal putridume.
    Quando gli alberi del mare tirano i remi
    in barca morendo, cadono e si liberano dai fili,
    e come burattini contrariati,
    galleggiando, viaggiano liberi.
    Ma il loro compito non è esaurito,
    offrono trasporto in relax con le loro pance cave
    che resistono alla sicura marcescenza
    grazie al sale di cui sono intrisi.
    Offrono trasporto a chi, non più burattino
    e forse proprio per questo,
    cerca una salvezza che sia insieme trasporto, 
    comodità, rotta casuale e finalmente approdo.
    E l' approdo riesce, questo tipo di
    naufrago del sale, una volta spiaggiato
    con il proprio amico galleggiante senza àncora,
    rimane immobile ma felice di esserlo;
    troppe onde invogliano chiunque alla terra ferma.
    Proprio sulla terra ferma con le gemme
    ancora in tasca, quel non più burattino del capitano,
    buttato giù per avere rubato gemme di sale.
    Sulla terra ferma il capitano che condannò
    il ladro gioisce nel vedere suo figlio
    nascere per la prima volta al mondo.
    Poi la corda primordiale viene tagliata,
    con la gòmena materna recisa si può tornare
    in mare, qualche onda infatti invoglia
    piccole imbarcazioni a salpare.
    L' ex burattino ladro non potrà più farlo.
    E quel ladro portato a riva dal derubato,
    condannati ed accoccolati a stare
    l'uno nell' altro insieme sulla spiaggia,
    diventeranno una roccia fusa
    grazie al sole ed al sale.
    Il capitano molto tempo dopo sarà
    buttato a mare per un ammutinamento.
    Ma morirà inseguendo
    un albero del sale alla deriva.
    Le correnti non lo aiuteranno,
    troppe onde invogliano chiunque alla terra ferma.
    Il suo albero del sale aveva già in pancia suo figlio
    che si spiaggiava per la prima volta al mondo.
    Un' altra corda tagliata.
    Il sale nel mare non basta per difenderci
    dal nostro putridume.
    Burattini ombelicali recisi dall' inizio alla fine.
    E sul taglio un po' di sale che brucia.
    Dall' inizio alla fine.

  • 12 agosto 2011 alle ore 20:18
    Delirio della mora

    Come comincia: Un amore è come un bosco,
    trovarne due uguali...
    E' fantasioso trovare rassicurante un sentiero
    silenzioso sapendo che lo stesso sentiero,
    nel bosco, non ci dovrebbe essere affatto.
    Ma sì, come un amore che da qualche parte
    porta sempre; e lo si segue, e si va avanti.
    Il panorama immutevole, il sentiero che prosegue
    fino allo sfinimento...e lo si segue, e si va avanti,
    poi ogni tanto, facendo qualche passo fuori dalla
    terra battuta, si raccolgono more che
    sporcano la bocca, dolci per quanto rare.
    Con le mani graffiate dai rovi si recupera il sentiero.
    E'  da disattenti poi, tornare sul sentiero
    con la prova sulle mani, infatti solitamente
    ci si porta dietro un paio di guanti
    da muratore per un paio di frutti.
    Ma è fantasioso ancora di più, credo,
    trovare rassicurante un rovo di more cercato
    ai margini sconnessi di un sentiero
    il cui scopo è quello di essere seguito.
    E poi la stagionalità... Se si entra nel bosco
    a gennaio e se ne esce a dicembre,
    meglio sapere che le bacche non ci saranno
    né a gennaio né a dicembre.
    Colpa del tepore di settembre che ha maturato
    quel che è nato a marzo?
    Premeditato come minimo.
    Ma sì, come un sentiero che da qualche
    parte porta sempre.
    E lo si segue, e si va avanti.
    Finiamola qui, si va avanti.
    Seguiamo quindi un sentiero per comodità
    e facciamoci guidare anche dai rari sprazzi
    di luce che han permesso ad una
    bacca di maturarsi, ma anche a farsi notare,
    da chi, cammina immerso nella
    rassicurante e tenebrosa ombra del bosco.
    Forse come il panorama immutevole
    dell'amore, con i suoi fuori pista
    e la bocca sporca,
    rientrando a casa,
    rimane solo la vergogna e l' insonnia.
    E la moglie stanca dorme in un sentiero
    buio, buio per conciliarsi il sonno.
    Ma sì, dorma pure, non ho sensi di colpa,
    e non dormo perché vorrei sporcarmi
    la bocca ogni giorno.

  • 11 agosto 2011 alle ore 19:30
    Delirio del dolore scambista

    Come comincia: Se il dolore si potesse scegliere...
    Sarebbe un bel passo avanti per la medicina.
    Magari ci si ritrova in ospedale per il dolore
    di un' ernia al disco inoperabile e con un
    piccolo ticket si può fare cambio
    donando un rene ad un testimone di geova.
    Chi poi magari soffre del fatto di essere
    nero in occidente, può diventare bianco
    in cambio di 3 anni di galera da scontare
    assieme a detenuti neri razzisti.
    Chi soffre di mancanza d' affetto potrebbe
    risolvere e stare con una persona che ami
    e sia veramente fedele per la vita,
    in cambio di una vita da barbone assieme
    alla propria metà.
    Per quegli stupidi che vorrebbero vivere
    in eterno, dare loro la possibilità di farlo
    al prezzo della lobotomia totale.
    A quella madre disperata che ha perso
    l' unico figlio si potrebbe trovare il modo
    di tornare un po' indietro ed evitare
    il tragico lutto...
    Il figlio poi in poco tempo le ucciderà
    l' anima di dolore; lasciando la propria
    anziana madre in balìa di sé stessa.
    Infine.
    Ai poveri, che vogliono diventare ricchi,
    proporre lo scambio con una paralisi
    alla schiena ed un ricco regalo...
    Una super carrozzina da 50.000 euro...
    con annessa puttana che prova
    ma non riesce a stimolarli,
    con la garanzia di 100 anni,
    garanzia per la motoretta, la puttana,
    e per l' aspettativa di vita ovviamente.
    Personalmente...se potessi partecipare
    a questi scambi golosi che interesserebbero
    un po' tutti, vorrei essere dio
    per il lasso di tempo sufficiente a rimuovere
    i mali del mondo; i già citati, oltre l' infinità
    di mali che in gran parte mali non sono.
    Sebbene la lista sia infinita, una volta
    svolto il lavoro, o almeno in parte,
    ( altri vogliono essere dio quindi
    si fa un po' per uno ) vorrei che il concetto
    di religione fosse defenestrato
    dalla fervida fantasia degli umani.
    Uccidendomi non sarei più dio.
    E non ci sarebbe più motivo per dar credito
    a certe fesserie, non fiori...
    ma opere di bene all' associazione
    " Federazione Anarchica Informale "
    E mi terrò anche l' ernia.

  • 09 agosto 2011 alle ore 19:25
    Delirio consapevole

    Come comincia: Cosa succede attorno ai miracoli ?
    Davvero il paesaggio si rinnova di luce
    confortante e risponde con il
    silenzio di cinguettii
    e l' arrestarsi del flusso dei torrenti?
    É davvero l' unico momento in cui si
    può guardare il sole senza conseguenze ?
    Davvero in quel momento il suddito
    può guardare in faccia il suo
    re senza abbassare lo sguardo ?
    Il miracolo contiene il germe che prelude
    allo stupore, sfrutta la consapevolezza
    degli uomini che non possono
    affermare di aver sognato;
    il miracolo sa di avere con il sogno
    un rapporto duale e sincero. 
    Non si sovrappongono, si inseguono.
    É una coppia ben collaudata e saggia,
    che cerca dopo millenni di continuare a
    stupirsi a vicenda, mantenendo ritmi
    irrinunciabili e pochi ma basilari punti fermi,
    l' universale rapporto in concordia.
    Il miracolo ha già letto e tradotto da
    ogni linguaggio quel che sarà scritto.
    Il sogno imparerà dal miracolo tutto ciò che
    la notte ha già divulgato
    senza coglierne il senso.
    Al nascere del giorno, può capitare di
    aver vissuto qualcosa di curioso o grottesco.
    A quell' ora il miracolo prende il sopravvento;
    è il suo turno massacrante di lavoro da sempre,
    stupire più di un sogno.
    Pazienza se poi, troppo spesso si avverte
    di vivere in solitudine dentro al miracolo.
    Non sentendo quel che sentono gli allegri
    capannelli di conoscenti,
    che sembrano vivere attorno al
    proprio miracolo,
    girandoci intorno soddisfatti.

  • 08 agosto 2011 alle ore 20:24
    Delirio in vasca da bagno

    Come comincia: E se mi fosse capitato di essere te,
    che diavolo ci farei io qui?
    L' angolo è sempre occupato,
    come vedo un angolo,
    gli piazzo qualche cosa.
    Mi costringo a pitturare come
    un murales la vasca da bagno,
    ne approfitto quando è asciutta,
    e dal momento che mi lavo poco
    ho imperdibili occasioni, quando
    ho il guizzo, 9 volte su dieci è
    perfettamente asciutta.
    Non disdegno l' igiene personale,
    ogni 3 mesi riempio la vasca,
    cercando di mixare la temperatura,
    niente da fare, non ci riesco mai
    con il vecchio sistema delle due
    manopole, metto il piedino ed è
    sempre un pelo calda o fredda.
    A quel punto perdo la pazienza
    e dopo avere sprecato cento litri
    d' acqua ed un quarto d' ora,
    faccio giocare un po' la tartaruga
    e poi butto l' acqua , quando
    l' animaletto è asciutto ben bene
    lo solletico un po' a carapace
    sottosopra e lo rimetto in
    compagnia dei miei pesciolini,
    due tipi di pesci a cui
    non frega nulla dei rettili a
    quattro zampe, ne parlerò poi.
    L' angolo smussato mi frega,
    non riesco ad occupare l' angolo,
    così ci provo mettendo una bottiglia,
    ma non sta in piedi sebbene
    aderisca compiaciuta, se non
    sta in piedi si sarà bevuta da sola...
    Ubriaca dentro la vasca da
    bagno vuota, cade e rotola
    come un pistone rotolerebbe
    se avesse senso rotolare
    dentro al proprio cilindro.
    Me ne intendo di motoristica, io...
    A volte ho visto gente nella vasca,
    ma che diavolo ci facevo lì dunque?
    Ma tornando all' angolo
    come un pugile suonato...
    L' angolo del battiscopa ha
    imperfezioni angolari vistose,
    ma non ci guarda mai nessuno.
    Come per gli arredamenti ad angolo;
    ma perché chi costruisce gli
    arredamenti destinati agli angoli
    sfrutta i 90° precisi invece che 95°?
    Rimarrebbe qualche centimetro
    inutilizzato dietro, a causa
    dell' adattamento;
    ma non si vedrebbero quelle
    orribili feritoie ai lati
    riempirsi di polvere.
    Siamo soli dentro la vasca,
    e non ci guarda mai nessuno.
    Forse perché siamo soli o
    perché ci sentiamo soli in due,
    dipende.
    Che diavolo,
    ci sono i pesci battiscopa!
    Un tipo di pesce magnaccia
    che sfrutta le pescioline con un
    perentorio: " Batti & Scopa! ".
    Le pescioline, solo ed esclusivamente
    per codesto delirio,
    si mettono a 90°.
    Per cacciare il battiscopa
    ci vuole il pesce murales.
    Pesce battiscopa e pesce murales
    si completano a vicenda
    come guardie e ladri.
    Il " battiscopa " è un tipo di pesce
    da vasca, si mimetizza sulle
    pareti facendo finta di essere disegnato.
    Ha orribili feritoie ai lati che si riempiono
    di ossigeno come un mobile
    angolare si riempie di polvere,
    queste imperfezioni sono anche
    dette " imperfezioni angolari vistose ".
    Il pesce Battiscopa le utilizza in
    continuazione quasi se senza
    gli mancasse la polvere o l' aria.
    Il pesce murales è un predatore
    naturale del pesce battiscopa
    in quanto lavora per il
    Ministero della Salvaguardia Ittica
    ( Sezione Prostituzione Subacquea ).
    " A volte ho visto gente dentro la vasca,
    ma che diavolo ci facevo io lì? "
    - Sospira il pesce battiscopa
    al pesce murales, quasi per discolparsi.
    Poi cambia sesso,
    come tutti i pesci in difficoltà
    cambia sesso!
    Si traveste da murales,
    si sfila le pinnette ( manette del mare )
    e frega il pesce murales che per
    mimetizzarsi meglio
    decide allora di fare il pesce
    battiscopa fino in fondo,
    nuota quindi in borghese e per fare
    l' indifferente fischietta
    tradendo però il noto mutismo della razza
    ( la specie, non la razza come
    razza di pesce, intendo ) .
    Il pesce murales si fa quindi sgamare
    come un murales
    in pieno centro storico!
    Ora si vedono battiscopa
    ad ogni angolo ma ora basta !
    Se li catturo me li mangio al vapore,
    cioè li metto a 90°!
    E se mi fosse capitato di essere te,
    che diavolo ci farei io qui?
    Scegli la morale della storia
    che ti piace di più...
    Indicandola con il dito
    unto di fritto ad occhi chiusi,
    ma ricorda che il fritto dà fastidio.
    E che il diavolo quando punta il dito
    sceglie ciecamente di amarti
    a modo suo.
    Dunque gentile ed onnipresente
    come la telecamera mentre fai il
    bagno; e non è detto che tutto il
    materiale vada al diavolo.
    Internet è un murales ed il
    battiscopa assieme...
    sempre meno subaqueo.
    -----------
    1--Il diavolo riempie le vasche
    ma non le svuota!
    2--Il diavolo svuota le bottiglie
    ma non si piega !
    3--Il diavolo si piega a 90°
    ma solo per fare ginnastica.
    4--Il diavolo fa ginnastica fischiettando
    per mimetizzarsi in centro storico.
    5--Il diavolo si mimetizza tra i murales ma non
    beve come un barbone in un angolo.
    6--Il diavolo all' angolo monta il battiscopa
    ma lo fa prima di montare il pavimento.
    7--Il diavolo crede nell' aldilà
    ma non si confessa.
    8--Il diavolo cambia sesso spesso
    ma per lui non è mai lo stesso.
    9--Il diavolo va al ristorante cinese
    ma non vuole un tavolo all' angolo.
    10-Il diavolo ama la tartaruga ma non riesce
    a svestirla.
    11-Il diavolo ama i finali a scelta ma non
    sa scegliere.
    12-il diavolo sa scrivere cazzate ma non
    le porta a termine.
    13-Il diavolo abbonda sul riso degli stupidi,
    ma non ama mangiare cinese.
    14-Il diavolo scrive cazzate sulla
    prostituzione subacqua tatuando pesci
    murales corrotti e clienti delle piccole
    battiscopa ma vorrebbe far credere
    di stare all' angolo del discorso pur
    sapendo che la vasca è raramente un
    parallelepipedo...mettiamo anche il diavolo
    nell' acquario.
    15-Il diavolo ti fa scegliere la
    morale che ti piace di più
    ma poi la storia finisce.

  • 07 agosto 2011 alle ore 17:55
    Delirio in luce

    Come comincia: Tra i fattori ambientali più importanti,
    nel valutare l' impatto di un paesaggio
    sulle nostre emozioni...
    la luce di quel particolare istante è per
    importanza il primo fattore.
    La luce con cui il paesaggio viene
    " raggiunto ", intendo.
    La luce raggiunge tutto e tutti con la
    stessa forza, è poi noto che vediamo
    e viviamo anche grazie alla
    trasformazione della materia in luce.
    La luce calpesta e balla negli occhi in
    ogni modo e momento, è forse
    per questo che, incontrandoci,
    ci guardiamo negli occhi?
    Ci guardiamo là dove la luce viene raccolta; 
    è un caso che questa parte
    ( la più sincera e bella )
    sia sempre la prima ad essere ricercata
    nel volto di chi vogliamo sondare e
    fuggita nel viso di chi non vuole sia colta
    la sua anima, la verità ?
    Nel pianto, acqua salata sgorga
    dalla fonte che la luce raccoglie.
    Nel pianto, oscuriamo anche la luce,
    accompagnati da una musica orrenda
    diretta dal peggiore singhiozzo che soffia
    nei fiati note fuori tempo, stonate, sgraziate.
    A volte capita che le orecchie si proteggano
    chiudendosi, quasi per difesa...
    E' in quel momento che rifiutiamo la luce,
    e lei, discreta e paziente, aspetterà l' alba
    per tornare, lei sa quando tornare,
    per ognuno lei sa quando tornare.
    A chi non ha mai visto la luce,
    ciechi o bimbi mai nati,
    che han potuto solo provare
    sulla loro pelle il calore del sole,
    o di un ventre, dedico questo pensiero.
    E se il sole oggi si nasconde regalando
    una giornata di pioggia, è perché
    soffre per i tanti che non lo conosceranno
    mai in tutto il proprio splendore,
    accontentandosi di sentirlo in parte,
    quel calore radiante, ma meno attraente.
    Quando piove non si apprezza mai
    il paesaggio, ma si cerca riparo da questo
    pianto e la tristezza supplica la materia
    di trasformarsi ancora;
    per nostro egoismo...
    E ritornare luce.

  • 07 agosto 2011 alle ore 11:20
    Un episodio di vita... (Seconda parte)

    Come comincia: Arrivarono al posto una mezz’oretta dopo. C’erano luci di natale ovunque anche se non era natale. Il posto macchine traboccava di veicoli, così parcheggiarono parecchio piu avanti. “Fottuti puttanieri siete tutti qui stanotte eh!”urlò Tac dalla macchina
    Tes scoppio a ridere. Era ubriaco con la bocceta vuota tra le gambe.
    Scesero insieme e fecero una pisciata lunghissima sul portello della macchina accanto, si beccarono un “Che cazzo fate!” da uno in lontananza e scapparono in direzione del night.
    “Ci siamo Tes!”
    “Entro prima io sembro piu grande”disse sicuro Andrea forse per il pizzetto o le scarpe con il tacco.
    “Siamo maggiorenni! Cazzo vuoi che dicano!”
    Entrarono e la scena che si parò davanti fu agghiacciante, di cartoline porno ne avevano viste ma mai tutte insieme e così tante. Facevano quasi schifo, tutte queste troie che si infilavano di tutto dovunque e nelle posizioni più impensate.
    “Sono quindici euro. La consumazione è compresa e non potete toccare le signore se non avete pagato la marchetta. Provateci e sarà l’ultima cosa che ricorderete di questa vita” disse l’uomo dietro al banco. I due pagarono e si diressero verso la pista.
    “Che cazzone” disse sottovoce Tes.
    “Lo fa per il lavoro, tutti amiamo il nostro lavoro e cerchiamo di farlo al meglio.”
    “Sarà…ma che lavoro di merda!”
    Una troia saliva le scala mentre loro scendevano. Sorrisero entrambi e in risposta questa strusciò le chiappe nude alla gamba di Tes.
    “Siamo in paradiso!”urlò.
    Una volta sotto cercarono di capire come funzionava così andarono al bar e ordinarono un drink guardandosi attorno.
    Era tutto buio eccetto per quelle sfuriate di luci da disco che ogni tanto facevano brillare i capezzoli delle ballerine. La musica era a palla. Le donne bellissime quasi di un altro pianeta.
    “Devo mettermi a sedere o si capirà che sono eccitato sono tutto gonfio là sotto” disse Tac guardandosi a uno specchio.
    Scelsero subito il posto sbagliato e un ciccione li cacciò bestemmiando. La clientela era più o meno variegata, dai venti ai quaranta anni, lavoratori e studenti, c’erano anche due donne probabilmente lesbiche.
    Trovarono un posto non molto lontano dalla pista centrale dove si esibivano le “ballerine”.
    “Guarda quello sfigato si è addormentato!”disse Tac alludendo a un tizio seduto accanto alla scalinata. Risero di gusto.
    “Che pacchia Tes! Facciamo un brindisi alla serata!” Alzarono i bicchieri e si scambiarono un sorriso sincero. Tes girò lo sguardo e facendo un cenno con la testa  disse “Guarda! Sta venendo verso di noi..”
    Una bionda era scesa dal palco e si dirigeva verso di loro. Aveva gli occhi di un celeste profondo, i capelli sciolti correvano sulle spalle girando intorno al collo, il vestito era una sottile veste attillatissima colorata di sfumature dal verde al blu, alta, morbida slanciata. Era una sirena.
    Si sedette accanto a loro come se fossero stati amici di vecchia data.
    “Ciao come vi chiamatè?”disse con un leggero accento francese.
    “Io Andrea lui è Taco”disse senza staccare gli occhi dai seni che esplodevano.
    “Ce l’ hai un nome tu?”disse Taco
    “Celìn” disse portando la lingua alle labbra.
    “Vado a prendere un drink alla signora” Disse Tes alzandosi.
    “Come funzioni?Se ti pago mi porti di là oppure dobbiamo per forza parlare?”
    “Par le privee tu basta che paghì e voilà. Però parlè con me un po’…”disse la sgualdrina mettendogli le mani nei capelli.
    “Ok … allora… ti piace questo lavoro?”
    Lo guardò per un istante con quegli occhi profondi piena di paura, sembrava chiedesse aiuto poi con un sorriso tiratissimo disse “sì!”
    “Credi in Dio Celin? Perché io comincio ad avere dei dubbi… insomma tu sei una creatura innaturale questo è chiaro e non so se Cristo possa pensare a una figa del genere e poi generarla, lui non ha mai approfondito la questione aveva altro da fare a quel che si dice in giro: i miracoli le parabole e via dicendo…”
    “Non capisco…”e sorrise in maniera molto infantile.
    “Lascia perdere, quanti anni hai? venti trenta non si capisce più una sega con queste cazzo di lozioni creme e operazioni, anche un cesso di cinquant’anni può sembrare una dodicenne.”
    “Ventottò” disse grattandosi la gamba. Sembrava annoiata.
    “Non sono il tuo tipo Celin eppure sei qui accanto a me sperando che ti porti di là e ti paghi. La vita è assurda. Che ne pensi Celin?E’ assurda per te la vita?”
    Tes era arrivato e teneva in mano un drink pieno di ghiaccio con un  ombrellino sopra.
    “Ti ha fatto delle domande strane? È fatto così, non è cattivo. Allora Celin ti ho preso un gin lemon”e girandosi verso Tac sottovoce “Dammi due soldi sono al verde!” e Tac sempre sottovoce senza farsi notare “Merda Tes sei una fava!”
    “Qualcuno mi aveva detto che i soldi non erano un problema…” erano seduti tutti e tre sullo stesso divanetto la donna era nel mezzo. Tac passò il portafoglio da dietro la schiena di lei finendo il movimento abbracciandola “Sei molto carino!”  intanto Tes aveva il tempo di prendere i soldi che gli servivano senza essere visto, solo un vecchio assisteva alla scena da dietro scuotendo la testa e sorridendo, avrà pensato “Mi ricorda la prima volta…”
    Continuarono a parlare. Il portafoglio tornò nelle mani di Tac con un’altra furbata. Il classico trucco del “oh! mi sono cascate le chiavi” la vittima si accuccia e non vede il complice che lavora con il compagno.
    “Bastardo mi hai spolpato” pensò Tac nel vedere i suoi averi dimezzati.
    “Vado a farmi una pagliuzza” disse allora e una volta in piedi aggiunse “Buon proseguimento!”
    “Prendiamo un altro drink!”disse felice in risposta l’altro abbracciando Celin.
    “…Bastardo” disse Tac tra i denti dirigendosi verso la porta che dava accesso al balcone.
    Tes avrebbe ridato tutto fino all’ultimo centesimo Tac lo sapeva e calmo si accese una Benson Blu nella notte umida e pacifica.

    Erano oramai le quattro il locale era semideserto Tes se la stava godendo con una svedese nella stanza di sopra e Tac era completamente andato troppe canne e troppe tette. Era a sedere su di un divanetto quando una stanga mora gli si avvicinò e gli si strusciò con il bacino sul pene dicendo “Ciao!Offri me calcosa” Taco non capiva più niente ma era arrapato come non mai così ordinò due bevute e se la fece sdraiare sulle gambe. Si chiamava Laura o almeno era quello che aveva capito. Due seni sodi come il legno e un didietro pieno e gonfio. Era una fica da paura. Il cervello probabilmente l’aveva venduto. Una deficiente cronica capace solo di fare quella cazzo di risata odiosa “ah! ah! ah!” sempre uguale afona e fuori luogo. Facevano tutte le stesse domande come se fosse un protocollo. Era la quarta quella sera. “Come ti chiami?” “Quanti anni hai?” “ Che fai nella vita” “Vuoi un massaggio?” “Offrimi qualcosa” questa poi la facevano ogni minuto.
    “Boss dicie che no posso mai io chiedo te se massaggino vuoi ah?gratissi?va bene no?du iu vont cam uite me?” lo disse sottovoce per metà cavalcioni su di lui e spingendo con il ginocchio tra le sue gambe.
    E’ un occasione unica!pensò. Tes aveva dovuto pagare fior di quattrini per portarsela di là. Lui aveva trovato una cerebrolesa che chissà per quale ragione voleva rompere le regole. Forse era stanca della routine o forse si era innamorata di lui, fatto sta che
    Tac non rispose le accarezzò il seno e così com’era la portò in braccio nella stanza dell’amore.
    “Faccio massaggio du iu vont?” disse appoggiandogli le labbra alla gola.
    Iniziò a ballare e a spogliarsi davanti al letto. Era immensa troppo bella per essere reale. I suoi occhi erano lucidi e riflettevano la luce dell’unica lampada accesa accanto al letto. Tac si era innamorato. Il cervello cominciò ad andargli in pappa. Gli sembrava un film. La stanza era spoglia ma confortevole come una camera d’albergo. La musica filtrava dalla sala da ballo e lei mugolava come una bambina quando gioca. Si avvicinava sempre di più e come in sintonia il pene di Tac spingeva la cerniera quasi a chiedere d’essere liberato. Lei forse capì così avvicinò tutt’ e due le mani alla cintura. Lui chiuse gli occhi pensando a quello che gli avrebbe fatto. Gli sbottonò i jeans. La cosa cresceva e il pensiero vaneggiava sempre di più. Con una mano teneva un lato dei jeans con l‘altra cominciò ad abbassare la cerniera. Era un momento eterno era pronto a esplodere. La cerniera sempre più aperta e il viso di lei sempre più vicino al suo. Sentiva il suo odore angelico la musica era dentro di lui ogni parte fremeva. Ancora poco. Un altro po’. Suonò una campana assordante lei scatto in piedi e fece per andar via. Taco impazzì! Prese la lampada e gliela tirò contro. Lei non aspettandosi una reazione del genere rimase immobile e prese la lampada in pieno viso. L’urto le fece sbattere la testa nell’attacca panni rotto e la punta che sporgeva le si conficcò nel punto esatto in cui la mandibola lascia lo spazio al collo. Il sangue cominciò a schizzare dovunque. Tremava e sobbalzava come un pesce pescato e gettato nella barca. Tac in piedi sul letto con il pene uscitogli fuori si vomitò addosso e svenne.

    Andrea era nell’ampia sala ad aspettare l’amico. Si era addormentato su di una poltroncina teneva le gambe larghe la testa appoggiata indietro e un filo di bava gli colava da un lato della bocca. Si svegliò di colpo quando una sgualdrina cercò di appoggiargli una tetta sulla testa. L’orologio segnava le 4:37 era maledettamente tardi e quel pazzo del suo amico non era ancora uscito. “Aveva voglia di spendere quel fricchettone!”  pensò alzandosi in piedi. La ragazza lo rimise a sedere “ask for a drink I’m thirsty. Do it for me I’ll pay you back…in my way!”
    “Ne ho abbastanza di voi troie!sono stanco e voglio un letto”
    “yes letto!we can go now but i twill cost to you…”
    “Lo lo so lo so cazzo ma che siete delle macchine? merda mi fate schifo, che palle voglio andarmene!” le spinse via la mano e si alzo di nuovo. Stavolta non lo fermò nessuno. Era un posto di egoisti e poveracci ognuno si faceva gli affari suoi e non guardava altro che quella carne sballonzolare di qua e di là a tempo di musica elettronica.
    Correndo salì le scale sapeva che la zoccola che era con lui era quella ungherese che ha la sua stanza personale .“ANCHE SE STAI SCOPANDO GIURO CHE TI TIRO VIA!...”piombò nella stanza sbraitando.
    La stanza era oscura e odorava di sangue rappreso e vomito, un odore così forte al sapore di ferro che faceva digrignare i denti.  “Ma che cazz…oh mio Dio” Il corpo era appeso al muro come un giacchetto. Era in grado di valutare se una persona era morta o meno e quella era stecchita. Aveva perso un sacco di sangue e al tatto era fredda come un ghiacciolo. Una situazione assurda. Vide la lampada e capì la dinamica. Il suo amico l’aveva uccisa. Non c’ erano finestre non poteva entrare nessuno e la lampada era stata lanciata per forza nella direzione letto muro. “merda… merda oh merda…” continuò per qualche minuto fermo immobile “merda… merda…” era come divenuto in un istante idiota non riusciva a pensare a niente. La stanza ruotava. “HEY NON SI PUÒ ENTRARE, LA STANZA È OCCUPATA!”disse entrando e sbattendo la porta un omone con la barba e quei cazzo di auricolari classici dei buttafuori. Tes senza pensare gli saltò addosso. Una mossa fugace senza senso ci fu una piccola colluttazione poi il grosso omone nero scivolò sul sangue e cadde in terra. Qui trovò un pezzo della lampada ormai fracassata e glielo puntò contro “Vieni maniaco del cazzo!”. Di risposta per paura o chissà per quale motivo gli fu rifilato un calcio e l’arma che doveva ferire Tes finì per piantarsi nel petto dell’uomo che ora sputava sangue. Una scena orribile. Andrea ebbe di nuovo il senno e stavolta si gettò su di lui per aiutarlo. Estrasse il pezzo e lì si accorse quanto era profondo. Sbiancò di colpo perchè capì lo sbaglio. Adesso che l’arma non era più conficcata a fare da tappo tutto il sangue stava esplodendo fuori! Quintali di sangue! Tutto era rosso gli scappò un pianto senza urlare, era paralizzato. Non c era più niente da fare: era morto. In tutto questo l’altro giaceva sul letto con il sesso di fuori. Tes era arrabbiato, colpevole, disperato!Senza speranze si getto sul letto e gli tirò un pugno in pieno viso. Le gocce di sangue schizzarono nuovamente deturpandogli la guancia. Taco aprì gli occhi ma non fece in tempo a scansare un nuovo colpo che gli ruppe il naso in un sonoro schiocco! “Aaaah figlio di puttana ma che cazzo fai?...sei un bastardo…” continuò a urlare si infilò nel bagno cercando della carta o dei cerotti qualsiasi. Forse non era rotto però il sangue continuava a colare. Trovò solo un assorbente usato nel cestino accanto al water e se lo mise al naso.
    “Tac dobbiamo fare qualcosa” Urlò dalla stanza da letto Andrea.
    “Ma che è successo qui?” disse Taco rientrando nella stanza. In risposta gli arrivò un nuovo cazzotto in pieno viso “Non fare finta con me!Sei stato tu maledetto bastardo” disse tirandogli un pugno nello stomaco.
    “Ah…” Non riusciva a parlare Tac, era pieno di dolori. Svenne di nuovo. L’altro era in piedi, adesso si era sfogato però doveva fare qualcosa. Qualcuno di lì a poco sarebbe entrato. “Le urla non possono averle sentite la porta era chiusa e la musica era altissima” pensò in un lampo di piena lucidità. Quanto sangue, impossibile pulire tutto. Troppe tracce. Erano nella merda, tutto conduceva a loro. Si accucciò sull’amico svenuto e gli getto un po’ d’acqua presa dal bagno nel viso.
    “Cos’è successo…non ricordo…” mugolò con una voce nasale e paradossalmente divertente.
    “Hai ucciso la baldracca invece di scoparla sei un perfetto idiota!Hai il pene sempre di fuori Dio mio Tac che cosa sei?”
    “Non posso aver fatto una cosa del genere tu mi conosci” un po’ di sangue gli uscì dal naso, mentre sistemava le mutande.
    “E’ così invece e ci siamo in mezzo tutti e due!”gli urlò in faccia stringendolo per le spalle e si azzittì di colpo.
    Pian piano Tac riprese a pensare anche se gli riusciva difficile un po’ per il dolore un po’ per la sbornia. “Quella puttana!Ora ricordo gli ho lanciato una lampada e … oh cazzo l’ho piantata nel muro!Ma come cazzo ho fatto!” voleva ridere ma gli uscì un pianto improvviso.
    “E questo?Questo non c’era…non mi dire che…”
    “Si sì sono stato io ma quanto ti ci vuole per capire che siamo nella merda!Ci possono dare l’ergastolo o forse trent’anni di carcere comunque vada l’ abbiamo in quel posto”
    “Merda merda merda…”disse guardando in terra.
    Rimasero in silenzio per cinque minuti. Nella stanza c’era un odore pazzesco: nauseante, sembrava di stare in un cassonetto. La musica era sempre forte e non sembrava turbata dell’accaduto. Non riuscivano a guardare che in terra. Andrea dondolava e ogni tanto lanciava un gridolino soffocato dal pianto e poi smetteva di piangere subito dopo. “Che fare?” pensava.
    D’improvviso scattò in piedi andò nel bagno e riuscì immediatamente. Prese l’altro per una spalla e ci ritornò, chiuse la porta e tirò fuori l’accendino.
    “Come fai a fumare in un momento del genere?La vita è tanto crudele da far perdere il senno all’istante: conoscevo un tale, uno della Garfagnana o giù di lì, che dopo aver visto il suo povero cane morto appeso ad un filo spinato cominciò ad abbaiare. Pazzesco! Comunque fuma ma ti avverto penso che non aiuterà ne la situazione ne la tua salute”
    “Bruciamoli…”
    “Cosa?”disse tirando indietro la testa e spalancando gli occhi.
    “Hai capito bene bruciamoli. Il fuoco cancellerà le tracce e noi scapperemo da là” disse indicando una finestrella in alto “Ci dobbiamo assicurare di poter passare da quel buco e che le fiamme abbiano preso e metteremo i due corpi uno sull’altro sopra il letto in modo da far sembrare che stessero scopando e che la causa di tutto sia stata una sigaretta”
    “È un idea…”
    “È L’Idea e dobbiamo farlo prima che arrivi qualcuno” cominciò a girare per la stanza in cerca di qualcosa che potesse bruciare facilmente. Tac intanto si avvicinò alla finestra. “Ce la possiamo fare è una finestra vecchia guarda” tirò forte verso di se il legno e venne via tutto il riquadro. Lo spazio era più che abbondante.
    “Quella sarà l’unica cosa che troveranno di particolare in questa vicenda…tu hai fede?”
    “no…non molta”disse abbastanza convinto.
    “Fattela venire maledetto bastardo ho bisogno di un compagno non di un pessimista rompicazzo!”

    Ci vollero un po’ di minuti per mettere i corpi sul letto e spogliarli. Prepararono le sigarette, due per essere sicuri, in modo che cascassero su di un assorbente avvolto nella carta. Le lenzuola sarebbero state le prime a prendere fuoco poi il tappeto e il resto.
    Tac ebbe un lampo di genio. Si avvicinò alla porta prese le chiavi e ce le schiantò dentro.
    “Perché l’hai fatto?”disse bloccandosi all’istante l’amico.
    “Così sarà più plausibile! Pensaci: se tu stessi facendo roba con una e poi vedi le fiamme che fai? Scappi no? ma il genio qui ci rompe la chiave dentro e rimane intrappolato”
    “Sei un cazzo di genio! Però potevi dirlo prima porcamerda… dobbiamo spostare i corpi”
    “Già che palle…ma dove li mettiamo?”disse Tac appoggiando le mani sulla testa.
    “Chiaramente nel bagno così risolviamo a quei cazzo di investigatori il problema della finestra. Verrà fuori che il nostro omone nel tentativo di scappare, senza riuscirci perchè come vedi è troppo grosso, l’ha distrutta… lei poteva scappare ma poteva anche soffocare prima di uscire…”
    Si dettero una patetica stretta di mano e poi accesero le sigarette. Aspettarono di vedere le fiamme divampare e poi uscirono dalla finestra.
    Corsero alla macchina senza esser visti e scapparono verso la libertà.

    Il giorno seguente erano su tutti i giornali e vennero arrestati immediatamente alle sei del mattino e mandati in carcere causa prova schiacciante. Una ripresa video di tutto l’accaduto.

    “Almeno siamo nella stessa cella”disse Tes steso sul letto a castello nella penombra umida della cella.
    “Sopravviveremo…”rispose l’altro allungando una sigaretta all’amico.
    “È l’ultima vero?”
    “Si fattela durare”
    Il poliziotto di guardia vide il fumo, corse alla loro cella entrò e li riempì di botte e manganellate. “Dove credete d’essere al bar!Vi avevo avvertito cazzoni, niente gioGhi con me!”girò i tacchi sbatacchiò la cella e se ne andò.
    Tac era in terra con il naso e la bocca gonfi e un occhio chiuso dalla palpebra grossa come un palloncino. Tes era appoggiato al muro in una conduzione di poco migliore e rideva. “Ha detto gioghi… quel bastardo ha detto gioghi!...AH Ah Ah Ah!”Scoppiò in una mega risata.
    “Allora l’ hai sentito!Il cazzone è lui …”Disse  anche qualcos’ altro ma fu soffocato dalle risa potenti e sane come non mai.
    Continuarono a ridere così tanto che si beccarono un'altra scarica di botte prima della sera.
    “La vita fa schifo…”
    “Già…”
    “Ti voglio bene Tes”
    “Ricambio Tac”
    “Notte Tes”
    “Notte Tac”

  • 06 agosto 2011 alle ore 23:18
    La filovia

    Come comincia: La filovia... quel maledetto autobus con le antennine elettriche che non arriva mai, specialmente quando la nebbia rende ogni cosa più gelida e triste di quanto già sia… era la notte di un autunno bagnato e aspettavo un mezzo di trasporto per rientrare a casa e ritrovare sotto le lenzuola il calore familiare che in quel momento tanto mi mancava…
    Una macchina di passaggio ha rallentato di fronte a me e ho notato l’uomo alla guida osservarmi, fissarmi, svoltare nel controviale come per ripassarmi davanti una seconda volta ... mi ha preso un colpo al cuore di angoscia e paura che è aumentato quando ha fatto la seconda manovra di inversione, a conferma che stava venendo proprio da me, non so a che scopo… so solo che me la sono data a gambe, così… a caso… correndo in direzione contraria a lui... ho avvicinato due persone che dialogavano in piedi accanto al semaforo e ho chiesto aiuto… c’è una macchina che mi insegue…  ricordo il loro stupore, la reazione quasi impaurita nel cercare di capire cosa stesse succedendo finché….

    Fari divini spuntano dalla coltre grigiastra e umida e si avvicinano… è lei !!!

    la riconoscevo dal “sorriso” anteriore, quella faccia da vecchio filobus che da tanti anni ormai mi accompagnava un po’ ovunque in giro per la città: a scuola, in centro, all’oratorio…
    una nuova corsa verso la fermata facendo disperato cenno all’autista di fermarsi e finalmente su... la mia salvezza, con il fiato spezzato dall’agitazione mentre l’automobilista passava accanto e tirava dritto fingendo nulla…

    Questa scena si è ripetuta analoga una seconda e una terza volta, fin quando ho cominciato a maturare l’idea che l’unico interesse di questi automobilisti erranti fosse per me che passeggiavo senza compagnia, o peggio ancora mi esponevo sul marciapiede come una puttana qualunque.

    Certo, a sedici anni non è facile coniugare le cose e l’istinto era sempre quello di fuggire o fingere indifferenza, ma questa richiesta dai vetri abbassati ad avvicinarmi a loro,  accettare un passaggio… e quelle domande vaghe e provocanti … aprivano in me un turbamento particolare misto di ansia e pelle d’oca che sotto sotto, per farla breve… mi davano una strana sensazione di piacere.

    La volta successiva ho provato a rallentare il passo, andare avanti e indietro, farmi seguire, lasciar correre lo sguardo maniacale su di me e poi fermarmi, come per aspettare qualcosa o qualcuno... studiavo la loro reazione con la coda dell’occhio: prima l’auto si fermava un po’ indietro, poi avanti a me, allora riprendevo a camminare e poi di nuovo mi fermavo, facevo trasparire ambiguità mentre un perverso desiderio vibrava nel mio stomaco dandomi una forte agitazione che stentavo a controllare… poi la portiera, la maniglia, e lo sguardo impacciato che stentava a parlarmi, forse incredulo… il mio rifiuto e la portiera chiusa con sufficienza, ma in me stava maturando qualcosa che non avrei più controllato molto facilmente, anzi…

    Ancora oggi ho in me una ricetta magica che tutti sognano di toccare, possedere, respirare... è l’abbandono verso un mondo di piacere in cui i sensi cercano i sensi dialogando con tutte le sfere emotive del nostro corpo... le sensazioni più calde e profonde, quelle più vive, istintive... sapevo già allora che custodivo un tesoro inestinguibile sotto i miei abiti, dentro le mie vene, nei cunicoli più contorti del mio perverso DNA. Dovevo liberare questa energia e donarla al mondo che aspettava: amore, piacere, libertà... orgasmi infiniti...