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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 07 agosto 2011 alle ore 11:20
    Un episodio di vita... (Seconda parte)

    Come comincia: Arrivarono al posto una mezz’oretta dopo. C’erano luci di natale ovunque anche se non era natale. Il posto macchine traboccava di veicoli, così parcheggiarono parecchio piu avanti. “Fottuti puttanieri siete tutti qui stanotte eh!”urlò Tac dalla macchina
    Tes scoppio a ridere. Era ubriaco con la bocceta vuota tra le gambe.
    Scesero insieme e fecero una pisciata lunghissima sul portello della macchina accanto, si beccarono un “Che cazzo fate!” da uno in lontananza e scapparono in direzione del night.
    “Ci siamo Tes!”
    “Entro prima io sembro piu grande”disse sicuro Andrea forse per il pizzetto o le scarpe con il tacco.
    “Siamo maggiorenni! Cazzo vuoi che dicano!”
    Entrarono e la scena che si parò davanti fu agghiacciante, di cartoline porno ne avevano viste ma mai tutte insieme e così tante. Facevano quasi schifo, tutte queste troie che si infilavano di tutto dovunque e nelle posizioni più impensate.
    “Sono quindici euro. La consumazione è compresa e non potete toccare le signore se non avete pagato la marchetta. Provateci e sarà l’ultima cosa che ricorderete di questa vita” disse l’uomo dietro al banco. I due pagarono e si diressero verso la pista.
    “Che cazzone” disse sottovoce Tes.
    “Lo fa per il lavoro, tutti amiamo il nostro lavoro e cerchiamo di farlo al meglio.”
    “Sarà…ma che lavoro di merda!”
    Una troia saliva le scala mentre loro scendevano. Sorrisero entrambi e in risposta questa strusciò le chiappe nude alla gamba di Tes.
    “Siamo in paradiso!”urlò.
    Una volta sotto cercarono di capire come funzionava così andarono al bar e ordinarono un drink guardandosi attorno.
    Era tutto buio eccetto per quelle sfuriate di luci da disco che ogni tanto facevano brillare i capezzoli delle ballerine. La musica era a palla. Le donne bellissime quasi di un altro pianeta.
    “Devo mettermi a sedere o si capirà che sono eccitato sono tutto gonfio là sotto” disse Tac guardandosi a uno specchio.
    Scelsero subito il posto sbagliato e un ciccione li cacciò bestemmiando. La clientela era più o meno variegata, dai venti ai quaranta anni, lavoratori e studenti, c’erano anche due donne probabilmente lesbiche.
    Trovarono un posto non molto lontano dalla pista centrale dove si esibivano le “ballerine”.
    “Guarda quello sfigato si è addormentato!”disse Tac alludendo a un tizio seduto accanto alla scalinata. Risero di gusto.
    “Che pacchia Tes! Facciamo un brindisi alla serata!” Alzarono i bicchieri e si scambiarono un sorriso sincero. Tes girò lo sguardo e facendo un cenno con la testa  disse “Guarda! Sta venendo verso di noi..”
    Una bionda era scesa dal palco e si dirigeva verso di loro. Aveva gli occhi di un celeste profondo, i capelli sciolti correvano sulle spalle girando intorno al collo, il vestito era una sottile veste attillatissima colorata di sfumature dal verde al blu, alta, morbida slanciata. Era una sirena.
    Si sedette accanto a loro come se fossero stati amici di vecchia data.
    “Ciao come vi chiamatè?”disse con un leggero accento francese.
    “Io Andrea lui è Taco”disse senza staccare gli occhi dai seni che esplodevano.
    “Ce l’ hai un nome tu?”disse Taco
    “Celìn” disse portando la lingua alle labbra.
    “Vado a prendere un drink alla signora” Disse Tes alzandosi.
    “Come funzioni?Se ti pago mi porti di là oppure dobbiamo per forza parlare?”
    “Par le privee tu basta che paghì e voilà. Però parlè con me un po’…”disse la sgualdrina mettendogli le mani nei capelli.
    “Ok … allora… ti piace questo lavoro?”
    Lo guardò per un istante con quegli occhi profondi piena di paura, sembrava chiedesse aiuto poi con un sorriso tiratissimo disse “sì!”
    “Credi in Dio Celin? Perché io comincio ad avere dei dubbi… insomma tu sei una creatura innaturale questo è chiaro e non so se Cristo possa pensare a una figa del genere e poi generarla, lui non ha mai approfondito la questione aveva altro da fare a quel che si dice in giro: i miracoli le parabole e via dicendo…”
    “Non capisco…”e sorrise in maniera molto infantile.
    “Lascia perdere, quanti anni hai? venti trenta non si capisce più una sega con queste cazzo di lozioni creme e operazioni, anche un cesso di cinquant’anni può sembrare una dodicenne.”
    “Ventottò” disse grattandosi la gamba. Sembrava annoiata.
    “Non sono il tuo tipo Celin eppure sei qui accanto a me sperando che ti porti di là e ti paghi. La vita è assurda. Che ne pensi Celin?E’ assurda per te la vita?”
    Tes era arrivato e teneva in mano un drink pieno di ghiaccio con un  ombrellino sopra.
    “Ti ha fatto delle domande strane? È fatto così, non è cattivo. Allora Celin ti ho preso un gin lemon”e girandosi verso Tac sottovoce “Dammi due soldi sono al verde!” e Tac sempre sottovoce senza farsi notare “Merda Tes sei una fava!”
    “Qualcuno mi aveva detto che i soldi non erano un problema…” erano seduti tutti e tre sullo stesso divanetto la donna era nel mezzo. Tac passò il portafoglio da dietro la schiena di lei finendo il movimento abbracciandola “Sei molto carino!”  intanto Tes aveva il tempo di prendere i soldi che gli servivano senza essere visto, solo un vecchio assisteva alla scena da dietro scuotendo la testa e sorridendo, avrà pensato “Mi ricorda la prima volta…”
    Continuarono a parlare. Il portafoglio tornò nelle mani di Tac con un’altra furbata. Il classico trucco del “oh! mi sono cascate le chiavi” la vittima si accuccia e non vede il complice che lavora con il compagno.
    “Bastardo mi hai spolpato” pensò Tac nel vedere i suoi averi dimezzati.
    “Vado a farmi una pagliuzza” disse allora e una volta in piedi aggiunse “Buon proseguimento!”
    “Prendiamo un altro drink!”disse felice in risposta l’altro abbracciando Celin.
    “…Bastardo” disse Tac tra i denti dirigendosi verso la porta che dava accesso al balcone.
    Tes avrebbe ridato tutto fino all’ultimo centesimo Tac lo sapeva e calmo si accese una Benson Blu nella notte umida e pacifica.

    Erano oramai le quattro il locale era semideserto Tes se la stava godendo con una svedese nella stanza di sopra e Tac era completamente andato troppe canne e troppe tette. Era a sedere su di un divanetto quando una stanga mora gli si avvicinò e gli si strusciò con il bacino sul pene dicendo “Ciao!Offri me calcosa” Taco non capiva più niente ma era arrapato come non mai così ordinò due bevute e se la fece sdraiare sulle gambe. Si chiamava Laura o almeno era quello che aveva capito. Due seni sodi come il legno e un didietro pieno e gonfio. Era una fica da paura. Il cervello probabilmente l’aveva venduto. Una deficiente cronica capace solo di fare quella cazzo di risata odiosa “ah! ah! ah!” sempre uguale afona e fuori luogo. Facevano tutte le stesse domande come se fosse un protocollo. Era la quarta quella sera. “Come ti chiami?” “Quanti anni hai?” “ Che fai nella vita” “Vuoi un massaggio?” “Offrimi qualcosa” questa poi la facevano ogni minuto.
    “Boss dicie che no posso mai io chiedo te se massaggino vuoi ah?gratissi?va bene no?du iu vont cam uite me?” lo disse sottovoce per metà cavalcioni su di lui e spingendo con il ginocchio tra le sue gambe.
    E’ un occasione unica!pensò. Tes aveva dovuto pagare fior di quattrini per portarsela di là. Lui aveva trovato una cerebrolesa che chissà per quale ragione voleva rompere le regole. Forse era stanca della routine o forse si era innamorata di lui, fatto sta che
    Tac non rispose le accarezzò il seno e così com’era la portò in braccio nella stanza dell’amore.
    “Faccio massaggio du iu vont?” disse appoggiandogli le labbra alla gola.
    Iniziò a ballare e a spogliarsi davanti al letto. Era immensa troppo bella per essere reale. I suoi occhi erano lucidi e riflettevano la luce dell’unica lampada accesa accanto al letto. Tac si era innamorato. Il cervello cominciò ad andargli in pappa. Gli sembrava un film. La stanza era spoglia ma confortevole come una camera d’albergo. La musica filtrava dalla sala da ballo e lei mugolava come una bambina quando gioca. Si avvicinava sempre di più e come in sintonia il pene di Tac spingeva la cerniera quasi a chiedere d’essere liberato. Lei forse capì così avvicinò tutt’ e due le mani alla cintura. Lui chiuse gli occhi pensando a quello che gli avrebbe fatto. Gli sbottonò i jeans. La cosa cresceva e il pensiero vaneggiava sempre di più. Con una mano teneva un lato dei jeans con l‘altra cominciò ad abbassare la cerniera. Era un momento eterno era pronto a esplodere. La cerniera sempre più aperta e il viso di lei sempre più vicino al suo. Sentiva il suo odore angelico la musica era dentro di lui ogni parte fremeva. Ancora poco. Un altro po’. Suonò una campana assordante lei scatto in piedi e fece per andar via. Taco impazzì! Prese la lampada e gliela tirò contro. Lei non aspettandosi una reazione del genere rimase immobile e prese la lampada in pieno viso. L’urto le fece sbattere la testa nell’attacca panni rotto e la punta che sporgeva le si conficcò nel punto esatto in cui la mandibola lascia lo spazio al collo. Il sangue cominciò a schizzare dovunque. Tremava e sobbalzava come un pesce pescato e gettato nella barca. Tac in piedi sul letto con il pene uscitogli fuori si vomitò addosso e svenne.

    Andrea era nell’ampia sala ad aspettare l’amico. Si era addormentato su di una poltroncina teneva le gambe larghe la testa appoggiata indietro e un filo di bava gli colava da un lato della bocca. Si svegliò di colpo quando una sgualdrina cercò di appoggiargli una tetta sulla testa. L’orologio segnava le 4:37 era maledettamente tardi e quel pazzo del suo amico non era ancora uscito. “Aveva voglia di spendere quel fricchettone!”  pensò alzandosi in piedi. La ragazza lo rimise a sedere “ask for a drink I’m thirsty. Do it for me I’ll pay you back…in my way!”
    “Ne ho abbastanza di voi troie!sono stanco e voglio un letto”
    “yes letto!we can go now but i twill cost to you…”
    “Lo lo so lo so cazzo ma che siete delle macchine? merda mi fate schifo, che palle voglio andarmene!” le spinse via la mano e si alzo di nuovo. Stavolta non lo fermò nessuno. Era un posto di egoisti e poveracci ognuno si faceva gli affari suoi e non guardava altro che quella carne sballonzolare di qua e di là a tempo di musica elettronica.
    Correndo salì le scale sapeva che la zoccola che era con lui era quella ungherese che ha la sua stanza personale .“ANCHE SE STAI SCOPANDO GIURO CHE TI TIRO VIA!...”piombò nella stanza sbraitando.
    La stanza era oscura e odorava di sangue rappreso e vomito, un odore così forte al sapore di ferro che faceva digrignare i denti.  “Ma che cazz…oh mio Dio” Il corpo era appeso al muro come un giacchetto. Era in grado di valutare se una persona era morta o meno e quella era stecchita. Aveva perso un sacco di sangue e al tatto era fredda come un ghiacciolo. Una situazione assurda. Vide la lampada e capì la dinamica. Il suo amico l’aveva uccisa. Non c’ erano finestre non poteva entrare nessuno e la lampada era stata lanciata per forza nella direzione letto muro. “merda… merda oh merda…” continuò per qualche minuto fermo immobile “merda… merda…” era come divenuto in un istante idiota non riusciva a pensare a niente. La stanza ruotava. “HEY NON SI PUÒ ENTRARE, LA STANZA È OCCUPATA!”disse entrando e sbattendo la porta un omone con la barba e quei cazzo di auricolari classici dei buttafuori. Tes senza pensare gli saltò addosso. Una mossa fugace senza senso ci fu una piccola colluttazione poi il grosso omone nero scivolò sul sangue e cadde in terra. Qui trovò un pezzo della lampada ormai fracassata e glielo puntò contro “Vieni maniaco del cazzo!”. Di risposta per paura o chissà per quale motivo gli fu rifilato un calcio e l’arma che doveva ferire Tes finì per piantarsi nel petto dell’uomo che ora sputava sangue. Una scena orribile. Andrea ebbe di nuovo il senno e stavolta si gettò su di lui per aiutarlo. Estrasse il pezzo e lì si accorse quanto era profondo. Sbiancò di colpo perchè capì lo sbaglio. Adesso che l’arma non era più conficcata a fare da tappo tutto il sangue stava esplodendo fuori! Quintali di sangue! Tutto era rosso gli scappò un pianto senza urlare, era paralizzato. Non c era più niente da fare: era morto. In tutto questo l’altro giaceva sul letto con il sesso di fuori. Tes era arrabbiato, colpevole, disperato!Senza speranze si getto sul letto e gli tirò un pugno in pieno viso. Le gocce di sangue schizzarono nuovamente deturpandogli la guancia. Taco aprì gli occhi ma non fece in tempo a scansare un nuovo colpo che gli ruppe il naso in un sonoro schiocco! “Aaaah figlio di puttana ma che cazzo fai?...sei un bastardo…” continuò a urlare si infilò nel bagno cercando della carta o dei cerotti qualsiasi. Forse non era rotto però il sangue continuava a colare. Trovò solo un assorbente usato nel cestino accanto al water e se lo mise al naso.
    “Tac dobbiamo fare qualcosa” Urlò dalla stanza da letto Andrea.
    “Ma che è successo qui?” disse Taco rientrando nella stanza. In risposta gli arrivò un nuovo cazzotto in pieno viso “Non fare finta con me!Sei stato tu maledetto bastardo” disse tirandogli un pugno nello stomaco.
    “Ah…” Non riusciva a parlare Tac, era pieno di dolori. Svenne di nuovo. L’altro era in piedi, adesso si era sfogato però doveva fare qualcosa. Qualcuno di lì a poco sarebbe entrato. “Le urla non possono averle sentite la porta era chiusa e la musica era altissima” pensò in un lampo di piena lucidità. Quanto sangue, impossibile pulire tutto. Troppe tracce. Erano nella merda, tutto conduceva a loro. Si accucciò sull’amico svenuto e gli getto un po’ d’acqua presa dal bagno nel viso.
    “Cos’è successo…non ricordo…” mugolò con una voce nasale e paradossalmente divertente.
    “Hai ucciso la baldracca invece di scoparla sei un perfetto idiota!Hai il pene sempre di fuori Dio mio Tac che cosa sei?”
    “Non posso aver fatto una cosa del genere tu mi conosci” un po’ di sangue gli uscì dal naso, mentre sistemava le mutande.
    “E’ così invece e ci siamo in mezzo tutti e due!”gli urlò in faccia stringendolo per le spalle e si azzittì di colpo.
    Pian piano Tac riprese a pensare anche se gli riusciva difficile un po’ per il dolore un po’ per la sbornia. “Quella puttana!Ora ricordo gli ho lanciato una lampada e … oh cazzo l’ho piantata nel muro!Ma come cazzo ho fatto!” voleva ridere ma gli uscì un pianto improvviso.
    “E questo?Questo non c’era…non mi dire che…”
    “Si sì sono stato io ma quanto ti ci vuole per capire che siamo nella merda!Ci possono dare l’ergastolo o forse trent’anni di carcere comunque vada l’ abbiamo in quel posto”
    “Merda merda merda…”disse guardando in terra.
    Rimasero in silenzio per cinque minuti. Nella stanza c’era un odore pazzesco: nauseante, sembrava di stare in un cassonetto. La musica era sempre forte e non sembrava turbata dell’accaduto. Non riuscivano a guardare che in terra. Andrea dondolava e ogni tanto lanciava un gridolino soffocato dal pianto e poi smetteva di piangere subito dopo. “Che fare?” pensava.
    D’improvviso scattò in piedi andò nel bagno e riuscì immediatamente. Prese l’altro per una spalla e ci ritornò, chiuse la porta e tirò fuori l’accendino.
    “Come fai a fumare in un momento del genere?La vita è tanto crudele da far perdere il senno all’istante: conoscevo un tale, uno della Garfagnana o giù di lì, che dopo aver visto il suo povero cane morto appeso ad un filo spinato cominciò ad abbaiare. Pazzesco! Comunque fuma ma ti avverto penso che non aiuterà ne la situazione ne la tua salute”
    “Bruciamoli…”
    “Cosa?”disse tirando indietro la testa e spalancando gli occhi.
    “Hai capito bene bruciamoli. Il fuoco cancellerà le tracce e noi scapperemo da là” disse indicando una finestrella in alto “Ci dobbiamo assicurare di poter passare da quel buco e che le fiamme abbiano preso e metteremo i due corpi uno sull’altro sopra il letto in modo da far sembrare che stessero scopando e che la causa di tutto sia stata una sigaretta”
    “È un idea…”
    “È L’Idea e dobbiamo farlo prima che arrivi qualcuno” cominciò a girare per la stanza in cerca di qualcosa che potesse bruciare facilmente. Tac intanto si avvicinò alla finestra. “Ce la possiamo fare è una finestra vecchia guarda” tirò forte verso di se il legno e venne via tutto il riquadro. Lo spazio era più che abbondante.
    “Quella sarà l’unica cosa che troveranno di particolare in questa vicenda…tu hai fede?”
    “no…non molta”disse abbastanza convinto.
    “Fattela venire maledetto bastardo ho bisogno di un compagno non di un pessimista rompicazzo!”

    Ci vollero un po’ di minuti per mettere i corpi sul letto e spogliarli. Prepararono le sigarette, due per essere sicuri, in modo che cascassero su di un assorbente avvolto nella carta. Le lenzuola sarebbero state le prime a prendere fuoco poi il tappeto e il resto.
    Tac ebbe un lampo di genio. Si avvicinò alla porta prese le chiavi e ce le schiantò dentro.
    “Perché l’hai fatto?”disse bloccandosi all’istante l’amico.
    “Così sarà più plausibile! Pensaci: se tu stessi facendo roba con una e poi vedi le fiamme che fai? Scappi no? ma il genio qui ci rompe la chiave dentro e rimane intrappolato”
    “Sei un cazzo di genio! Però potevi dirlo prima porcamerda… dobbiamo spostare i corpi”
    “Già che palle…ma dove li mettiamo?”disse Tac appoggiando le mani sulla testa.
    “Chiaramente nel bagno così risolviamo a quei cazzo di investigatori il problema della finestra. Verrà fuori che il nostro omone nel tentativo di scappare, senza riuscirci perchè come vedi è troppo grosso, l’ha distrutta… lei poteva scappare ma poteva anche soffocare prima di uscire…”
    Si dettero una patetica stretta di mano e poi accesero le sigarette. Aspettarono di vedere le fiamme divampare e poi uscirono dalla finestra.
    Corsero alla macchina senza esser visti e scapparono verso la libertà.

    Il giorno seguente erano su tutti i giornali e vennero arrestati immediatamente alle sei del mattino e mandati in carcere causa prova schiacciante. Una ripresa video di tutto l’accaduto.

    “Almeno siamo nella stessa cella”disse Tes steso sul letto a castello nella penombra umida della cella.
    “Sopravviveremo…”rispose l’altro allungando una sigaretta all’amico.
    “È l’ultima vero?”
    “Si fattela durare”
    Il poliziotto di guardia vide il fumo, corse alla loro cella entrò e li riempì di botte e manganellate. “Dove credete d’essere al bar!Vi avevo avvertito cazzoni, niente gioGhi con me!”girò i tacchi sbatacchiò la cella e se ne andò.
    Tac era in terra con il naso e la bocca gonfi e un occhio chiuso dalla palpebra grossa come un palloncino. Tes era appoggiato al muro in una conduzione di poco migliore e rideva. “Ha detto gioghi… quel bastardo ha detto gioghi!...AH Ah Ah Ah!”Scoppiò in una mega risata.
    “Allora l’ hai sentito!Il cazzone è lui …”Disse  anche qualcos’ altro ma fu soffocato dalle risa potenti e sane come non mai.
    Continuarono a ridere così tanto che si beccarono un'altra scarica di botte prima della sera.
    “La vita fa schifo…”
    “Già…”
    “Ti voglio bene Tes”
    “Ricambio Tac”
    “Notte Tes”
    “Notte Tac”

  • 06 agosto 2011 alle ore 23:18
    La filovia

    Come comincia: La filovia... quel maledetto autobus con le antennine elettriche che non arriva mai, specialmente quando la nebbia rende ogni cosa più gelida e triste di quanto già sia… era la notte di un autunno bagnato e aspettavo un mezzo di trasporto per rientrare a casa e ritrovare sotto le lenzuola il calore familiare che in quel momento tanto mi mancava…
    Una macchina di passaggio ha rallentato di fronte a me e ho notato l’uomo alla guida osservarmi, fissarmi, svoltare nel controviale come per ripassarmi davanti una seconda volta ... mi ha preso un colpo al cuore di angoscia e paura che è aumentato quando ha fatto la seconda manovra di inversione, a conferma che stava venendo proprio da me, non so a che scopo… so solo che me la sono data a gambe, così… a caso… correndo in direzione contraria a lui... ho avvicinato due persone che dialogavano in piedi accanto al semaforo e ho chiesto aiuto… c’è una macchina che mi insegue…  ricordo il loro stupore, la reazione quasi impaurita nel cercare di capire cosa stesse succedendo finché….

    Fari divini spuntano dalla coltre grigiastra e umida e si avvicinano… è lei !!!

    la riconoscevo dal “sorriso” anteriore, quella faccia da vecchio filobus che da tanti anni ormai mi accompagnava un po’ ovunque in giro per la città: a scuola, in centro, all’oratorio…
    una nuova corsa verso la fermata facendo disperato cenno all’autista di fermarsi e finalmente su... la mia salvezza, con il fiato spezzato dall’agitazione mentre l’automobilista passava accanto e tirava dritto fingendo nulla…

    Questa scena si è ripetuta analoga una seconda e una terza volta, fin quando ho cominciato a maturare l’idea che l’unico interesse di questi automobilisti erranti fosse per me che passeggiavo senza compagnia, o peggio ancora mi esponevo sul marciapiede come una puttana qualunque.

    Certo, a sedici anni non è facile coniugare le cose e l’istinto era sempre quello di fuggire o fingere indifferenza, ma questa richiesta dai vetri abbassati ad avvicinarmi a loro,  accettare un passaggio… e quelle domande vaghe e provocanti … aprivano in me un turbamento particolare misto di ansia e pelle d’oca che sotto sotto, per farla breve… mi davano una strana sensazione di piacere.

    La volta successiva ho provato a rallentare il passo, andare avanti e indietro, farmi seguire, lasciar correre lo sguardo maniacale su di me e poi fermarmi, come per aspettare qualcosa o qualcuno... studiavo la loro reazione con la coda dell’occhio: prima l’auto si fermava un po’ indietro, poi avanti a me, allora riprendevo a camminare e poi di nuovo mi fermavo, facevo trasparire ambiguità mentre un perverso desiderio vibrava nel mio stomaco dandomi una forte agitazione che stentavo a controllare… poi la portiera, la maniglia, e lo sguardo impacciato che stentava a parlarmi, forse incredulo… il mio rifiuto e la portiera chiusa con sufficienza, ma in me stava maturando qualcosa che non avrei più controllato molto facilmente, anzi…

    Ancora oggi ho in me una ricetta magica che tutti sognano di toccare, possedere, respirare... è l’abbandono verso un mondo di piacere in cui i sensi cercano i sensi dialogando con tutte le sfere emotive del nostro corpo... le sensazioni più calde e profonde, quelle più vive, istintive... sapevo già allora che custodivo un tesoro inestinguibile sotto i miei abiti, dentro le mie vene, nei cunicoli più contorti del mio perverso DNA. Dovevo liberare questa energia e donarla al mondo che aspettava: amore, piacere, libertà... orgasmi infiniti...

  • 06 agosto 2011 alle ore 23:11
    Il muro

    Come comincia: Ci sono dei muri enormi nel cammino di ogni esistenza, barriere insormontabili di fronte alle quali desistiamo, ci arrendiamo, ci fermiamo di fronte all’invalicabile, impotenti esploratori senza appigli per scalare, né bombe da lanciare... Restiamo lì impietriti di fronte ai nostri confini e sappiamo che non dobbiamo andare oltre, la bussola ci riporta indietro, la strada è chiusa, sbarrata, impraticabile, senza uscita... Magari oltre il muro sentiamo delle voci, sbirciando tra le fessure dei mattoni intravediamo il sole, gente felice che crede in sé stessa, che sa mettersi in gioco e lottare, ma il cartello avvisa chiaramente che si tratta di  qualche infedele, profanatore, traditore meschino delle regole... sono solo degli snobbatori del senso comune del pudore, brutte persone da schivare, esseri anormali e imbruttiti, forse esperimenti genetici mal riusciti, creature mutanti o chissà... presenze aliene??? E ci rimandano indietro, sulle stesse orme, chiudono ogni porta e ogni finestra, sigillano gli spazi per rinchiuderci nello stesso spazio di prima, nel grande carcere colloso della tradizione, delle paure, della vigliaccheria, della codardia, dell’ipocrisia... segnali stradali unidirezionali, canali inariditi, strade senza diritto di precedenza, semafori sempre rossi, vicoli ciechi, gallerie e sottopassaggi senza luci, divieti di svolta, divieti di sosta, di circolazione, di pensiero, vietato pensare, immaginare, sognare, essere, uscire dal cerchio, colpire la botte, vietato tutto perché ogni cosa è peccato mortale, ogni boccata d’aria è un veleno letale, antracico, nervinico, tossico più della droga che finisce nelle vene dei ragazzi di buona famiglia che hanno avuto tutto da tutti, educazione, cultura, valori, denaro, oggetti, abiti e automobili, cellulari e scarpe da 500 euro a stringa ma poi crollano nel nulla, privi di amore, privi di esempio, privi di essenza vitale... Però il muro deve restare, inamovibile monumento al proprio limite, rinforzato nelle fondamenta, inasprito da filo spinato ad altissimo voltaggio, sorvegliato da telecamere e microcamere, illuminato giorno e notte, isolato come una zona x, contaminata, radioattiva, malarica, pestifera, paludosa... Il muro ci protegge dalle terre sconosciute in cui potremmo smarrire la retta via, perderci su un’autostrada rettilinea mentre dobbiamo restare qui, nel labirinto, nelle sabbie mobili che ci garantiscono protezione, cura, certezze... schiavi delle ideologie e di un’etica storicamente consolidata in cui manuali, dispense, libri, giornali, messali, vademecum, riviste specializzate e trasmissioni cineradiotelevisive ci dimostrano quotidianamente quanta povertà sia necessaria pur di tenerci al guinzaglio, nella cuccia riscaldata e ignifuga a prova di tempeste magnetiche, onde cosmiche o radiazioni da cui, nel dubbio, è sempre bene schermarsi.

    Eppure, ora, superato questo muro immaginario guardavo alle mie spalle e non vedevo nulla, nessun mattone, nessun ostacolo, nessun recinto... Vedevo la gente lontana fermarsi di fronte a questa proiezione inconscia del proprio limite e tornare sui suoi passi a testa bassa, rassegnati, impauriti... allungavo le mani per aiutarli, dimostrare che la paura e il senso dell’ignoto erano la loro unica e vera barriera ma non mi sentivano, non mi vedevano e se vedevano non capivano... Non mi sentivo né migliore né peggiore, non volevo sembrare questo, vivevo nel mio io insieme ad altri che avevano saputo scavalcare l’abisso estremo di sé stessi e ora si muovevano liberi sul prato luminoso della propria libertà interiore. Questo era il grande messaggio che ognuno cercava di lanciare oltre il muro, questo era l’unico segnale di speranza che l’esercito di esploratori cercava di trasmettere con amore e solidarietà agli impauriti conigli che rimbalzavano sulle pareti della loro vita, contro scheletri di gomma che li rispedivano dritti dritti nella loro tana di origine a leccarsi le ferite e chiedersi dove cazzo fossero i perché e i percome della loro vita.
    Comizi stradali e convegni spirituali, alimentazione controllata biologica, veganica, vegetariani, diete naturali, ipocaloriche, combinazioni alimentari... ogni cosa concorre alla ricerca del proprio benessere ed è per questo che la scienza si preoccupa di rimediare agli imprevisti ricercando nuovi antidepressivi, calmanti, ansiolitici, antidolorifici, prima l’auto e poi la pastiglia per il mal d’auto... matrimoni e divorzi, pillole anticoncezionali, fecondazione assistita e controllo delle nascite, religioni alternative del quinto giorno, del settimo, della maria addolorata e di quella beata, testimoni di eventi miracolosi, profezie benauguranti e minacce aberranti, importante credere in qualcosa che ti dia la dritta per vivere storto e se non bastano le nostre andiamo pure ad attingere nei sacri luoghi tibetani, indiani, nei monasteri altrui, nel ballo latino americano che è culturalmente dimostrato essere tipico delle nostre radici etniche, o nello spinning che rassoda i muscoli ossidati, nel running o nel footing, nel jogging soprattutto, nella meditazione globale in tutte le salse, dal metodo pilates all’intramontabile yoga, dal move-in alle tecniche di  respirazione, è un mondo fantastico dove esistono intere generazioni convinte che per mangiare, bere, camminare e respirare occorrano guide carismatiche ed esperte incapaci di perdersi nel loro bicchier d’acqua. Figuriamoci nello sconosciuto e primitivo mondo dell’amore, del sesso, dell’erotismo... dove un sexy shop viene guardato a vista dai perbenisti del caso che poi appena possono escono da quello stesso negozio con la cartella da lavoro rigonfia, o con un improbabile quotidiano del mese scorso sottobraccio per nascondere il loro imbarazzante acquisto... dove è proibito vendere il proprio corpo, ossia noi stessi mentre è consentito fare esperimenti di vivisezione sugli animali, pagare cavie umane disperate per testare farmaci sperimentali e nel sacro nome della scienza è persino normale fare esperimenti nucleari in incantevoli atolli del pacifico tanto sono deserti, disabitati e alla peggio salta in aria una stupida inutile barriera corallina costruita in milioni di anni dal pianeta Terra e popolata solamente da qualche milione di creature colorate incapaci di leggere i giornali, muti come dei pesci tropicali… mentre siamo liberi di scegliere se passare la vita ad una catena di montaggio piuttosto che marcire su un divano con la televisione accesa... dove tutti guardano la donna di tutti... tutti rallentano istintivamente di fronte a una prostituta ma poi raddrizzano lo sguardo e tirano dritto con impeccabile moralità... ci torneranno dopo di nascosto, quando la dolce mogliettina è a casa stanca e cercheranno il loro penoso istante di evasione infilando l’uccello in un buco qualunque purché si possano sfogare... Batuffoli di pelo e balsamo alle rose, animali domestici alimentati con crocchette e pappine principesche, gattini pettinati tosati acconciati e accuditi come figli del reame, cagnolini scodinzolanti con il fiocchettino e la sciarpina scozzese, animali da compagnia per tappare i buchi della solitudine, compensare le mancanze, i vuoti, le crepe affettive, la mancanza di amore...

  • 06 agosto 2011 alle ore 19:30
    Delirio dal tramonto all' alba

    Come comincia: E' possibile che il tramonto debba sempre
    un' emozione?
    E che i colori ci avvertano come l' amore
    ci avverte esasperando i colori?
    Se fossimo davvero in sintonia con l' universo,
    ci renderemmo conto chiaramente che questi
    tramonti son là, ad aspettarci, sempre belli,
    ogni volta...con gli stessi colori, ogni volta.
    Con i profumi che ogni giorno cambiano,
    e poi guardare il tramonto con ammirazione;
    sempre nuovo e sempre uguale.
    Considerare il parallelo secondo cui ad ogni
    tramonto uguale corrisponde un amore uguale, 
    credo sia vero amore verso l' amore in sé.
    L' estasi dell' universo richiede un comportamento
    adeguato e non difforme... almeno nei tratti
    essenziali che pretendono baci necessari
    al momento della morte della luce e
    bisogno di coccole e protezione.
    Sapere per certo che i colori nella sera
    si affievoliranno guadagnando sfumature
    è uno specchio sincero dell' amore cercato.
    Il tramonto lascierà posto al buio per dormire,
    affascinati da sogni che il
    giorno dopo ci chiede realizzati,
    e poi l' amore sopito che trae forza nel sonno...
    Proprio lui, il sonno, che sa che l ' alba è una
    spinta feroce per farci comprendere ciò in cui
    già speriamo...un tramonto ancora.
    L' amore è ciclico come l' universo e
    batte i pugni al tramonto, piangendo.
    Chi rimane indifferente ai colori della sera,
    forse ha pagato troppo, forse cerca l' alba
    anestetizzando il tramonto, dormendo infinite
    notti ed augurandosi che l' alba lo colga in anticipo.
    Chi ha vissuto così si è ribellato alle sintonie
    dell' universo, ma il tramonto è sempre lì,
    per ricominciare con un nuovo amore.
    Non si può tradire una buona madre che ti vuol bene;
    se poi sa dirti che il tramonto non cesserà mai.
    E tu ad aspettare la notte;
    senza il tramonto vissuto si avranno solo notti buie,
    ed un' alba stanca...stanca di te.

  • 06 agosto 2011 alle ore 14:32

    Come comincia:

  • 06 agosto 2011 alle ore 11:00
    Lasciatemi in pace...

    Come comincia: Quanto mi piace girarmi e rigirarmi... il riposino è il mio passatempo preferito... si sta bene qui... comodo, confortevole, silenzioso, buio... tranquillo, veramente tranquillo...
    Non molto spazioso a dire il vero, ma per riposare è il top: destra o sinistra è tutto imbottito, sopra e sotto, pure... certo potevano mettermi delle pantofole!

    Che senso ha mandare uno al riposo eterno con le scarpe eleganti, la cravatta... la giacca? ma non potevano lasciarmi qualche album di fumetti, un paio di videogames... un pc a manovella... bho... niente solo sta crocettina da tenere in mano e sta corona di fiori... che idea! dopo neanche due giorni erano già tutti appassiti, adesso sono qui decomposti e marcescenti che impestano l'aria... si aria... ce ne fosse un filo... non chiedo tanto... ma neanche quella! puzza, sì... quella non manca,  per fortuna devono avermi fatto qualche trattamento al sistema respiratorio e non ho più bisogno di inspirare, espirare... così non sento i cattivi odori e riposo meglio... sì perfettamente bene!

    Il riposo perfetto direi, nessun disturbo, nessun sogno, e nessun incubo, neppure quel monotono tumtum del cuore che batteva e pulsava, neppure il noioso fastidio degli arti addormentati, sbadigli, stiracchiamenti, tutto superato ormai, quella è storia del passato...

    O forse è il passato che è passato?

    E quelli lassù che danno a noi dei cadaveri? ma si vedono allo specchio? camminano con i loro tristissimi ceri, cerini, lumini, fiori e crocefissi, le mani giunte a fare? cosa si aspettano che mi risveglio e torno su ad abbracciarli? ma hanno un'idea di quanto sono decomposto e impresentabile... voglio proprio vedere se mi alzo un attimo quanti pezzi si staccano... NO! sto qui buono e immobile e continuo a farmi i miei comodi, comodo, comodissimo, immobile direi...
    A sentire le ginocchia sulla lapide, lo straccetto che ripulisce la pietra... ma cosa me ne importa a me se la tomba è pulita o impolverata? ma è proprio vero che certa gente non sa mettersi l'anima in pace... io qui sto da dio... non ho bollette da pagare, nessuno con cui litigare, non c'è traffico, nessuno mi tira le lenzuola, non devo lavorare, neppure andare a fare la spesa, a scuola, a lavoro, preoccuparmi di nulla perchè sono già io il nulla, nel nulla... ma cosa credete? è un affare stare qui... riposo, riposo e ancora riposo...

    Una specie di vacanza eterna senza fare nulla, con vista ultraterrena sull'aldilà...
    Chissà però magari era meglio farmi incenerire e dissolvere nell'aria? mha... io qui non ci sto male però in effetti magari le mie molecole in polvere si sparpagliavano e la sensazione poteva essere carina...

    Comunque non serve piangere sulle proprie scelte anche perchè... non ho più lacrime!
    Sì... neanche quelle, non è fantastico? Loro, lassù continuano a piangere ma per cosa? Tanto da qui mica mi ripiglio! Pregano che cosa? che mi risveglio? ma io ho sonno... tanto, tantissimo sonnoooooooooo un sonno.... mortale...

    Ci dormo eternamente... qui così... questa sì... che è pace....

    Bli bli bling blang blang........

    Bli bli bling blang blang........

    No!!!!!

    ...........

    Bli bli bling blang blang........

    Ma perchè.......................

    Bli bli bling blang blang........

    Bastaaaaaaaaaaaaaaaaaa

    Bli bli bling blang blang........

    No, la sveglia noooooooooooooooooooooooo che palleeeee

    Bli bli bling blang blang........

    Che sveglia di cosa...? E' sabato... chi ha puntato sta ca**o di sveglia...?

    Bli bli bling blang blang........

    Ahhhhhhhhh

    Bli bli bling blang blang........

    Pronto............................. ?

    SIIIIIIIIII
    BUONGIORNO SIGNORE SONO L'ADDETTO NUMERO 123456 DEL SERVIZIO CLIENTI DEL SUO GESTORE DI RETE MOBILE CHE IN BASE ALL'ARTICOLO 7654321 DEL DECRETO LEGGE 9876 DEL 12 MARZO 2007 VALIDO FINO AL 30 LUGLIO 2087 HA IL PIACERE DI COMUNICARLE CHE IL NUOVO PIANO TARIFFARIO LE CONSENTE DI INVIARE 1768 SMS AL PREZZO DI MILLESETTECENTOSSESSANTOTTO CON UN RISPARMIO MENSILE PARI AL COSTO DI UNA TELEFONATA DA RETE FISSA SENZA SCATTO ALLA RISPOSTA A MENO CHE LA CHIAMATA PROVENGA DA UN OPERATORE DI RETE ABILITATO AL SERVIZIO DATI E IL VOLUME DI TRASFERIMENTO SIA INFERIORE AI 15GIGA AL MINUTO NON E' STRAORDINARIO? PER ACCETTARE QUESTA IRRIPETIBILE PROPOSTA DEVE SOLAMENTE PREMERE 15 VOLTE IL TASTO CANCELLETTO, 12 VOLTE ASTERISCO E POI INSERIRE 44 VOLTE QUESTA SEQUENZA NUMERICA: 73845918347648583272832746525428764863266821284202847 DOPODICHE' NEL GIRO DI POCHI MESI IL SERVIZIO SARA' ATTIVO E AVRET....

    Click....

    "Ma lasciatemi in pace....!!!!"

  • 06 agosto 2011 alle ore 1:16
    E' la fine...

    Come comincia: Salgo perchè amo salire, lo amo capite...?
    Cerco il cielo, azzurro, le nuvole, chi mi chiama lassù... chi è? chi c'è? non sono dei, non sono santi, non sono le cime... eppure sento
    c'è qualcuno...
    non ho l'attrezzatura, non ho nulla, non ho più nulla...
    non posso neppure voltarmi, regredire, discendere... dietro di me il vuoto
    E davanti solamente la parete, di roccia, cristallo, lo specchio...
    Devo scalare, salire, arrampicare, cerco il primo appiglio, le dita, afferro e mi inarco, sollevo, mi alzo, più su... così... un passaggio, uno spuntone, un piccolo supporto per la punta delle scarpe... ancora su...
    lentamente
    costante
    in ascesa verso il cielo esplorandone millimetro per millimetro la parete
    il nudo della pietra umida...
    Profumo di ghiaccio, silenzio assoluto, il vuoto.. il vento... le nuvole sotto di me che salgono per avvolgere, avvolgermi, non vedo più nulla... come posso salire verso il cielo se le nuvole mi chiudono lo spazio?
    Come posso liberare le mie grida se vengo soffocato?
    Devo giungere al cielo, devo farcela...
    Anche se non vedo nulla... anche se sono stanco, affaticato, la mano è incerta...
    Ecco...
    L'appiglio che cercavo, lo prendo, mi slancio verso destra e salgo...
    salgo...

    NO

    NOOOOOOOOOOOOOOOO

    Si stacca...

    La roccia....                                  si staccaaaaaaa....   si sbriciola.... resta nelle mie mani...

    Decompattata, sabbia, polvere... non ho equilibrio e cado nel vuoto, vado al suolo, al nulla... scendo....

    Scendo alla Terra...

    Precipito

    Immagini e blackflash ammortizzano il mio terrore... non ho funi nè sicurezze...

    AAAAAAHhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh

    Aria che mi frusta il viso, mi strappa gli abiti... 

    CADOOOOOOOOOOOOooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

    l'attimo immortale che richiama alla mia mente le memorie di tutta la mia vita, ricordi e riflessioni di anni interi, rivivono a migliaia nei miei occhi, rivivo... è straordinario no? mentre cado rivivo tutto come un film, rianalizzo miliardi di cose, episodi... forse la mia corteccia cerebrale, la materia grigia sentono il bisogno di riformattare il sistema nella speranza di cambiare l'esito?

    E' una specie di antivirus finale per cancellare i pensieri malvagi, i malware?

    E' bellissimo, un film iperaccelerato in altissima definizione e 4D senza occhialini, con effetto vento e effetto gravità... sì... la gravitààà non è stupendo pensare che la Terra mi attira? mi vuole a sè? Un intero pianeta mi chiama a spiattellarmi sul suolo, è fantastico no?
    Arrivo, Madre Terra, arrivo... oooooooooooooooooo

    Sono passati pochi millisecondi... quanti ne resteranno, quanti...???

    Avrò il tempo di pregare...? e per quelle faccende là come posso farle a sistemarle adesso? ci sono problemi irrisolti, ma vi rendete conto che sto cadendo dalla montagna e rischio di diventare una polpetta irrisolta?
    Come può essere il suono onomatopeico di un millisecondo?
    t

    i

    c

    Così? cosa dite? scusate ma sono un pò di corsa e vorrei essere sicuro di non dimenticare nulla...

    AAAAAAAAAaaaaaaaaaaaaa

    Ecco, quello che sì che è un buon ricordo, che momenti... sì... fantastico, quasi mi dispiace spiaccicarmi così quando potrei essere li... tra le sue braccia... baciarla.... sfiorarla... peccato, sì... lei non è qui e io sto precipitandoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

    t

    a

    c

    Che volo ragazzi, questa me lo ricorderò... o forse no...? bho non so come funziona nell'aldilà, certo che se potrò raccontarlo a qualcuno sarà interessanteeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

    Magari ho ancora due millisecondi, che poi corrispondono mi pare a duemila microsecondi, o addirittura a dumilioni di nanosecondi? bhe se fosse? migliaia, milioni... meglio pensare al tempo espresso in nanosecondi... sì... è decisamente più confortante... quanti ne avrò? magari due-tre miliardi... sìììììììììììììììììììì miliardi di nanosecondi tutti ancora da vivere, godere, mentre cado ho ancora certamente qualche milione di nanosecondiiiiiiiiiiiiiiiiii

    Sai che non so se tenere gli occhi chiusi o guardare? dove sarò? quanto manca? e quella volta là che mi è scappata un bestemmia, come la mettiamo... me la sconteranno, sarò perdonato? e poi ci sarà veramente tutta questa storia del paradiso e del purgatorio? si... cioè... nel senso che l'inferno proprio non lo prendo neanche in considerazione... si

    è vero che qualche impurità ce l'ho...

    però.... più o meno.. insomma... volevo dire che penso ci siano tanti peccatori più peccatori di me... io in fondo cos'ho di grave da confessare? e se non lo confesso dici che mi beccano?

    AAAAAAAAhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh

    t

    i

    c

    Dovremmo esserci, dai, rilassiamoci, stiamo calmi, sarà tutto molto rapido e indolore... spero almeno, credo... non dovrebbe fare molto male... sentirò per qualche nanosecondo le ossa che si frantumano e poi dovrebbe finire lì... un pò qui e un pò lì... certo che se sotto ci fosse un lago proverei anche a buttarmi... e se ci fosse una pietra affilata che mi affetta? non è molto carina l'idea.... magari un prato, atterro, rotolo, faccio due capriole nell'erba e corro via...

    Apro le braccia

    Dischiudo le ali...

    Uno strappone violento, un urto... risalgo...

    Si risalgo, al cielo, planando...

    Lo spazio si apre davanti a me, risalgooooooooo... posso volare, planare, volteggiare, sìììììììììììì c'è il sole oltre le nuvole... è un sole fantastico, non ho mai visto un sole così splendente...

    Azzurro, splendente... tutto splende e sono vivo, sto volandooooooooooooo

    Aria, vento, passate nelle mie piume e gonfiatemi di energia, datemi la spinta per gridare, urlare... sbatto le ali, robuste, forti, mi accarezzo il volto, stringo gli artigli...

    Passo dietro il picco infuocato dai colori del tramonto... che vista straordinaria.... giro, vorticoso nel cielo, amo girare, in tondo, rotondo, girotondo.... ma ora sono stanco...

    o forse stanca che ne so...? come si chiama il maschio dell'aquila...?

    Voglio tornare nel mio nido e farmi una bella dormita...

  • 05 agosto 2011 alle ore 20:23
    Il tubo di Tubik

    Come comincia: Invenzione dell’anno per 1.550 anni consecutivi, Oscar del passatempo ambiguo per lustri interi, medaglia d’oro per 48 edizioni consecutive alle Olimpiadi del gioco non lineare, Nobel per la fisica, la matematica, la bioingegneria inframolecolare 100 anni su 100…  Un intero palazzo adibito a conservare ed esporre in sana presenza tutti i riconoscimenti, i premi, le insignità vinte, ricevute e recepite da questo sensazionale e geniale nonché polivalente elemento di svago: il Tubo di Tubik.

    Non si sa se l’inventore del Tubo fosse qualcuno chiamato Tubik… o se l’inventore di Tubik fosse qualcuno chiamato Tubo.

    Fatto sta che intere generazioni di Teste Quadre sono impazzite per questo gioco moltopiuche gioco, per questo svago moltopiuchesvago, per questo rompituttelemeningi che ha stravolto integralmente economia, assetto commerciale e angolo di incidenza del magnetismo locale.

    Nel Quadrilatero di Quadrakistan: quattro isole quadrate disposte a quadrilatero nel mar Quadrato (cosiddetto per le caratteristiche onde quadre che consentono agli abitanti locali spettacolari  evoluzioni sui tipici rettosurf locali (cosiddetti per la caratteristica capacità di planare ad angolo retto sulle onde quadre)).

    In Quadrakistan la gente è vissuta da sempre senza particolare attenzione né al divertimento né al passatempo divertente, e men che meno più che lo più.

    La parte occipitoparietale di questi abitanti, a conseguenza di questo, si è sviluppata secondo la più diffusa forma geometrica locale: il quadrato, assumendo nei secoli dapprima sembianza parallelopipeidale poi, via via che il mio amico Darwin sviluppava le sue gags sull’evoluzione della specie, ecco che il cranio locale ha assunto la definitiva forma quadra che tanto ora lo caratterizza. 
    Da qui il famoso detto: - Testa Quadra! – che indica una persona con la testa quadra.

    Lineamenti quindi un po’ spigolosi, accentuati peraltro da baffi e sopracciglia pronunciati perfettamente perpendicolari alla tangente del naso; questo per fortuna solo nelle donne.
    I maschi invece hanno sviluppato le famose palle quadre che fanno da cornice ad un elemento organico previsto per la riproduzione sessuale un po’ complessa, invero, in quanto anch’esso quadrato.
    Questo impone che il coito locale sia monostile: un prontuario prontamente diffuso dalla diocesi locale illustra l’unica possibile posizione per realizzare opere di riproduzione della specie e lì, neanche a volerlo che ti entra in un modo diverso, anche perché eventuali altri buchi disponibili hanno la stessa rigorosa geometria.

    Più semplice, certo, ma poco creativo anche se in mancanza di alternative la monotona posizione del Pintoretto (noto autore di quadri sulla paesaggistica del luogo che per primo ne aveva raffigurato su un depliant la dinamica calcolando esattamente l’angolo di incidenza della cappella rispetto al coseno clitorideo) era comunque considerata un fantastico ed irripetibile momento di esplosione interiore.

    La vita in Quadrakistan era certamente semplificata da un insieme di usi, costumi ed usanze, in parte dovute alla precisa e rigorosa linearità di cose e persone, in altra parte dalla mancanza di stimoli, forme diversive di piacere o di interesse, desideri, idee, ideali, obiettivi della popolazione indigena.
    Sotto un cielo stellato dalla vaga sembianza cubiforme, le quattro isole disposte a quadrilatero erano caratterizzate da grossi massicci cubici centrali, spruzzati di neve dal cristallo quadro, poco adatta per sciare ma utilizzata tuttavia per la realizzazione di semifreddi tipo cubo-profiterol, quadro-gelato, sorbetto-4lati.
    Gusto rigorosamente ed esclusivamente pancarrè.

    Grande attività sportiva agonistica: ogni quadrimestre si svolgeva un quadrangolare di cubismo, l’unico sport praticato e quindi molto seguito in cui i giocatori, disposti secondo il famoso schema 2x2=4, facevano strisciare un cubo di cuoio sul quadrato di gioco sinchè il cubo stesso entrava nel quadro di una delle due s-quadre. A quel punto veniva assegnato un lato alla squadra autrice del punto: al quarto lato lo stadio esplodeva di gioia per la realizzazione del perimetro finale. A questo punto si tiravano i dadi e (pari o non-pari) si assegnava il vincitOre che in genere era una delle due s-quadre. A volte invece vinceva il pubblico ma non siamo ben documentati sul come questo accadeva.

    A scuola, tutto molto più semplice: in matematica e geometria poche formule essenziali per sapere tutto: area, perimetro e diagonale del quadrato erano gli unici argomenti affrontati. Per il resto: storia del quadrato, geografia locale, disegno di quadrati su fogli quadrati, psicologia del quadrato e sociologia quadrata dell’anatomia individuale.

    Piatto tipico locale le tipiche zollette di mais geometricamente ineccepibili: quadrate.
    I villaggi, su planimetria quadrata, erano divisi in riquadri a loro volta suddivisi in sottoriquadri: al centro di ogni sottoriquadro abitavano i migliori fotografi del paese, erano loro infatti, specialisti in inquadrature, a mantenere il controllo politico del paese: dei veri privilegiati! Gli era infatti concesso il particolare beneficio di avere una esenzione plenaria dalle spese di manutenzione dei calli sottoplantari dei rispettivi piedi.

    Per alcuni anni una ganga di malviventi aveva creato qualche dissapore all’interno della comunità: mettendo a soqquadro gli ambienti statali avevano infatti provocato panico e terrore ma poi tutto è tornato nel quadro dei quadri generali grazie alle milizie locali.

    Non sappiamo definire questo insieme come ideale o funzionale, ma di fatto la realtà del Quadrakistan e della sua gente era questa, un po’ monotona, o forse, semplicemente… troppo inquadrata per consentire un progresso sociale in linea con il passare dei secoli. Si poteva sicuramente fare di meglio ma mancavano al tempo stesso i presupposti geometrici per poterlo fare: tutto orbitava intorno ad un ristretto patrimonio di conoscenze fisiche, storiche, chimiche, culturali radicate nel tempo da sempre quale unico patrimonio conoscitivo del Paese.

    Mattone su mattone, cubetto su cubetto, dadino su dadino, Latoperlato (si pronuncia lato per lato e non lato perlato ) giocava sin da piccolo alle costruzioni destinate allo specifico uso di rompicapo: creava cubi di circa 100x100cm disponendo mattoncini cubici di manganato di titubo ( una sostanza chimicamente definibile come quadrato di manganesio con elementi di titanio cubico ) che andavano poi demoliti a testate sin quando il cranio non risultava sufficientemente fracassato; chi riusciva a rompersi il capo nel minor numero di tentativi stabiliva il rispettivo record prontamente omologato da una quadrigiuria di quattro giudici purchè probi e retti. Si trattava sicuramente di uno dei più diffusi passatempi locali ma a onor della verità erano rari i popolani che, intrattenendosi con questo trastullo, dichiarassero di ricavare particolare divertimento o piacere.
    Di fatto quello era e quello restava.

    Latoperlato devolveva i proventi derivanti dalla vendita del suo gioco all’associazione a favore dei venti stagionali ( da cui il termine ‘proventi’ ) : era una specie di cooperativa che studiava il moto delle masse d’aria attorno all’arcipelago con lo scopo di prevedere il tempo ( da qui il termine meteorologia, ma non sappiamo bene il perché di questo etimo ).
    In cambio di questa donazione pro-venti riceveva il diritto di respirare come meglio credeva: inspirazione ed espirazione o viceversa, come meglio preferiva: un autentico privilegio!

    Mentre collaudava uno dei suoi cubi eseguendo test di resistenza nonché crash-test con una riproduzione in scala reale di cranio di rinoceronte ortogonale però, scoccò una scintilla che provocò una insolita reazione negli elementi chimici che costituivano i mattoncini: ne derivò una catena di esplosioni incatenate con relative esalazioni di vapori e nubi tossiche che avvolse il Paese per circa sette settimane e mezzo ( da cui il famoso film ).

    Gli abitanti se ne stettero chiusi sigillati all’interno delle proprie abitazioni mentre si aspettava il termine di questa catastrofe ambientale, ma il peggio doveva ancora venire: quando infatti sembrava che le esalazioni tossiche legate alle esplosioni stessero per dileguarsi, ecco una improvvisa fiammata multicolore comparire nel cielo! 
    Le nubi si erano infatti condensate rifrangendo all’interno delle proprie molecole vaporose la luce del sole, e un incredibile fenomeno atmosferico lasciò salato lo stupore di chicchessia…

    Un arco multicolore balenò da un orizzonte all’altro delle quattro isole provocando fenomeni di isterismo collettivo ma, soprattutto, una destabilizzazione interiore di tutti i Quadrakistani letteralmente sconvolti alla vista di quella insolita forma contronatura: una specie di semiquadro senza angoli, senza spigoli, senza geometrico rapporto di linee perpendicolari tra loro! Impossibilitati a concepire questa incredibile astrazione dalle loro conoscenze storiche in molti caddero in un vertiginoso abisso di follia, esplose come un’epidemia un senso di panico turbolento e incontrollabile, ci fu persino una crisi economica che portò ad una rapida recessione generale: sembrava la fine!

    Latoperlato cercò di non perdere la testa e, quale responsabile di questo gravissimo episodio che rischiava di compromettere l’intero paese provò a studiare il fenomeno ma nessuno strumento era in grado di rilevare questa forma sconosciuta, darle una unità di definizione, misurarla, riprodurla, analizzarla…

    Il cubo di mattoncini di manganato di titubo si era pressoché liquefatto e ora, rapprendendosi, aveva una massa informe. Il peso specifico sembrava invariato, la densità molecolare pure, eppure una misteriosa logica impediva di definire qualcosa che, non essendo quadrato o cubico (quadrato per quadrato) esulava dal patrimonio di conoscenze personali. 

    Provò dunque a modellare l’impasto liquefascente a sembianza del misterioso ponte di luce multicolore che, pian piano, svaniva dal cielo: ottenne un oggetto impensabilmente strano, forse pericoloso: lo chiamò Tubo in quando derivato da un cubo di Manganato di Titanio, e cominciò a studiarne le mille incognite, quella forma tondeggiante che non concedeva la possibilità di rapportare un lato con l’altro… comunque lo giravi tra le mani era sempre identico, il sopra era uguale al sotto e sottosopra era identico a soprasotto!

    Un po’ intimorito ma al tempo stesso affascinato dallo spirito del ricercatore si barricò sconcertato da questa scoperta alla ricerca di un insieme di risposte: alla ricerca di un maledetto perché…

    Provava strane sensazioni nel guardarlo, nel toccarlo, nel farlo rotolare sul palmo delle proprie mani, nell’accarezzarlo, nel girargli attorno con lo sguardo e con la mente, cercando di specchiarsi come se potesse riflettersi in qualcosa di diverso, nuovo, sconosciuto eppure reale… nelle sue mani!

    Provava immense sensazioni, rivedeva la sua storia e la sua vita come scollarsi dal quadro in cui erano state dipinte, si rese conto che le proprie idee davano spazio a delle associazioni mentali più libere e ampie di quelle di sempre… Pensò fosse un oggetto capace di dare saggezza, sapienza e conoscenza, libertà e immaginazione…

    Lo mise sul mercato.

    Al centro della piazza locale in cui si svolgeva il mercato con relativo scambio di merci e beni, pose alcuni Tubi su di una bancarella… il popolo dapprima fuggì terrificato a quella vista ignota poi, con curiosità si riavvicinò prudente e quatto.

    Un bambino riuscì ad allontanarsi d’improvviso dalla propria mamma e ne prese in mano uno… gli cadde per terra, rotolò…!
    Stupore e paura, meraviglia e caos, ma il bimbo sorrise divertito, tutti lo guardavano… il Tubo rotolava ancora e tutti si illuminavano di nuovo. La bancarella fu presa d’assalto e i Tubi andarono a ruba.

    Latoperlato aprì un impero industriale sulla fabbricazione di questo gioco-passatempo incredibilmente ricco di sensazioni, stimoli, piacere…

    Con il Tubo di Latoperlato era possibile creare, vedere cose nuove, tenendolo in mano si eseguivano fantastiche operazioni di marketing multilivello, si vedevano con la propria immaginazione spettacolari film olografici, si studiava l’astronomia e l’astrologia, la meteorologia e l’orologeria, il tempo, la storia, la vita, l’anatomia, la biochimica, la biotecnologia infrasettimanale, lo spazio e l’energia, il proprio corpo, il proprio spirito. La mente si apriva a nuovi orizzonti, il desiderio di essere e di vivere, di vedere, capire, scoprire, riscoprire, liberarsi da un’unica ipotesi di soluzione esistenziale.

    L’impero di Latoperlato crebbe al punto che divenne un intero Stato autonomo e ricco: venne chiamato Tubik e, dopo essersi gemellato con varie località mondane in tutto il mondo tra cui Dalmine, comiciò ad esportare questo rivoluzionario prodotto ovunque riscontrando un successo pressochè universale.

    Questo spiega forse, perché, le Testequadre fossero così impazzite per questo oggetto semplice ai giorni nostri, ma interamente sconosciuto allora all’umanità intera.

    Si dice, leggenda o non leggenda che sia, che grazie a Latoperlato e alla sua geniale e coraggiosa scoperta, l’uomo abbia scoperto valori immensi per le sue chances di progresso nei secoli a venire: la possibilità di scoprire cose nuove, la possibilità di cambiare, la ricchezza delle mille forme di migliaia di cose, la diversità e la libertà, potersi esprimere, pensare, vedere, ragionare, aprirsi…

    Forse ancora oggi, prendendo in mano un piccolo cilindro anche di materiale plastico o di banale e volgare metallo, possiamo provare ad apprezzare molte cose che non vediamo… chiusi in una scatola inesistente che noi chiamiamo a volte abitudine… a volte esperienza.

  • 05 agosto 2011 alle ore 20:22
    Principessa delle acque

    Come comincia: Scendeva dolce e luminosa, trasparente, esile e sorridente… portava la luce dei propri tentacoli attraverso gallerie sotterranee che collegavano mondi lontani…
    Era un modo per unire il proprio sguardo, riflettersi nello specchio e scoprire nuovi colori… nuove forme…
    Assetata di colori scivolava nell’acqua… cercava i mille riflessi azzurri nel profondo mare, risaliva verso i colori del cielo e ricamava stelle dorate sulla superficie…

    Bello quando riusciva a dialogare con il mondo, attraverso l’ipnosi del suo linguaggio interiore… una specie di messaggio spezzettato come le trame di un mosaico, come le scaglie di un serpente cementato nell’universo, come una piccola opera d’arte che scalpellava la materia per dare vita a nuove forme, di vita… oltre la vita…

    Il fiume trasportava le piogge dell’autunno e le foglie raccolte tra monti lontani… lo spazio si restringeva, il bacino idrografico raccoglieva detriti, sabbia, ghiaia, rami, tronchi… spazzava le rive strappando argini e forme di vita vegetale… ostruiva le tane delle volpi che fuggivano alluvionate, le talpe soccombevano, i gufi volteggiavano confusi perdendo ogni riferimento di spazio, il cervo osservava sconfortato la palude che avanzava nel suo pascolo preferito e l’acqua era torbida, buia, priva di ossigeno e plancton…

    galleggiavano rifiuti e barche alla deriva, interi branchi perdevano il disegno del proprio schieramento sconfinando in acque proibite, abitate da predatori voraci che lasciavano dietro di sé solamente una lunga scia di lische spolpate e abbandonate…
    Il buio, il gelido freddo della notte totale devastava il regno delle meraviglie, oscurando la danza quotidiana della dolce principessa delle acque, imprigionata in un piccolo rifugio improvvisato, tra le rocce del fondo… oscuro…

    Racchiuse il proprio corpo in un minimo spazio, stringendosi a se in un abbraccio protettivo, ma il cielo era

    sempre più tempestoso

    l’acqua sempre più agitata e le tenebre sembravano eterne, infinite, incessanti… si chiuse ancora mentre la mente vagava nella luce dimenticata, nel chiaro riverbero di un sole divorato dal maltempo, cantava nella mente cercando ossigeno ma non c’era più l’elemento… perdeva il respiro, perdeva le forze, svaniva sommersa nel maremoto

    diventando parte di un’unica, travolgente onda d’urto che frantumava le scogliere schiumando distruzione, erosione… naufragando ogni cosa, ogni pietra, ogni forma di vita sulla riva … rabbiosamente divorata dalla rabbia di una natura ferita, delusa, umiliata…

    Fuori…
    Sulla sabbia…

    Trasportata avanti e indietro dai sussulti delle ultime onde… insieme al tappeto di alghe e conchiglie… ossa di seppia e frutti di mare, piccoli granchi capovolti, spezzati…

    Stelle… stelle nel cielo… stelle nel cuore, freddo, tanto freddo…

    Tanto…

    Tanto....
    Tanto freddo…

    Sembrava un fiore abbandonato sulla battigia… un germoglio caldo nell’abbandono della risacca, mentre la marea ritirava le sue energie e nel cielo…

    Stelle…

    Le stelle…

    Stella…
    Sotto le stelle… sotto il cielo limpido… la luna… l’argento… l’oro della notte silenziosa, l’aria, l’ossigeno…

    Stella senz’acqua, senza vita…

    Sembrava un petalo rosso adagiato dal vento, una pietra preziosa dimenticata dal tempo, maltempo, piccolo cuore pulsante in un deserto di vita, raggi di speranza, di luce… colori…

    Si apriva il cielo nei raggi di un sole troppo lontano, il mondo risvegliava la propria anima riflettendo brillanti note di armonia… era l’alba del nuovo giorno… un’alba serena e calda che riportava mille caldi colori nei mille tasselli del cielo…

     

    Era naufragato a lungo tra colonne di acqua inferocita, sommerso e riemerso, risommerso, emerso ancora… guidato dalla propria vita, dalla bussola spirituale della sopravvivenza ora usciva dalle ultime acque per abbandonarsi sulla sabbia, terrena, ferma, immobile… sfinito…

    Nella ricerca di un’ultima speranza vide…

    Rossa…

    Tremante e impaurita…

    La vide tra le luci del mattino… la raccolse delicatamente e la portò vicino al proprio cuore…

    La piccola stella di mare riprese calore, avvolgendo il corpo del naufrago in un abbraccio di vita, cercandone le labbra per accarezzarle con i suoi morbidi tentacoli, portandolo attimo dopo attimo lontano dallo spazio temporale, proiettati nei colori del sole, tra i contorni delle nuvole, congiunti in una fusione impossibile e al tempo stesso potente ed esplosiva, accecante e sensuale… annegando nel travolgente oceano di un amore magico e fatato senza nessun confine… nessuna fine…

    Per sempre…

  • 05 agosto 2011 alle ore 20:21
    Il piccolo Albero

    Come comincia: Svettava nel grande centro metropolitano con rami possenti che sfioravano le cime dei grattacieli, aghi sempreverdi adornati di splendidi fili argentati, dorati, ricamati sulle fronde che splendevano di migliaia di lucine colorate pulsanti, riflettendo il mondo nelle sfere iridescenti, nelle comete, nei pupazzi innevati, angioletti, stelline, cristalli di ghiaccio, pacchettini natalizi dal fiocco colorato… Ammirato da tutti i bambini che sognavano ai piedi della sua immane grandiosità, fotografato da turisti, adulti, passanti… osannato per la sua lucentezza… riportato in tutti i notiziari del mondo… i tg lo riprendevano…  quotidiani, stampa e rotocalchi lo riportavano sulle copertine delle feste… era l’albero di Natale più grande del mondo !!!

    Accanto alla base digitale che comandava l’accensione a intermittenza delle luci multicolore c’era un potente trasformatore che alimentava un enorme faro, posizionato sulla cima… da qui irradiava l’intera città ed era visibile a tutti, anche da molto lontano… scaldava il cuore di tutti i cittadini hinterland incluso… era la luce che brillava nel giorno e nella notte portando a tutti gli uomini il dolce segreto del natale…

    Nel silenzio della festa, un raggio di luna si spostava tra le case… scendeva la neve argentando i tetti dei palazzi, le strade, i semafori, le auto parcheggiate nella notte… proiettato verso uno spazio senza confini il faro del grande albero guidava l’esercito bianco a posarsi soffice e delicato sul mondo che dominava dall’alto, sovrano divino dell’atmosfera… eretto in pieno centro storico per proteggere, dominare, allietare, splendere, illuminare…

    Eretto… illuminante…

    Sempreverde…

    Sempre…

    il piccolo alberello spoglio stava nell’aiuola sottostante, freddo, rigido, con i rametti sottili immobili al gelo, silenzioso e buio, senza luce, senza fili argentati, senza palle colorate… nessuno poteva vederlo, notarlo, invisibile arbusto senza foglie, senza vita apparente, senza cuore…

    Lui invece svettava, possente e potente, lui era l’Albero, l’Albero di Natale, abete sempreverde, sempre luminoso, sempreluce, illuminante… con questa magica potente luminosa stella rivolta al cielo che si accendeva, si spegneva, si accendeva ancora, si spegneva ancora… si accendeva…

    Si spegneva….

    Si accendeva…

    Si spense…

    Gli addetti alle luminarie vennero ad abbatterlo, segandone i grossi rami con selvagge motoseghe, falciandone le fronde, diserbandolo, raccogliendo nei cassonetti da magazzino gli addobbi e le lucine spente, il grande faro estinto… tagliandolo in ceppi da camino e gettando nei composter della discarica le parti inutilizzate affinché potessero trasformarsi in concime per piante vive… finivano le feste, finiva la gioia natalizia, finiva il suo ciclo di potere, il senso della sua luce, finiva abbattuto… perché era solo un albero di natale, solamente quello…

    La luce era nel giorno, ora… solamente nel giorno, una luce tiepida che filtrava tra le grigie nuvole metropolitane, tra la nebbia e lo smog, mentre la notte era diversa, buia, oscura… si vedevano solo le stelle, a volte la luna… raramente…

    Ma il giorno tornava, tornava sempre… sempre più lungo, più tiepido, più caldo… tornavano le rondini, gli uccellini a cinguettare, spuntavano germogli, piccoli fiori, volavano insetti e l’aria portava armoniche sinfonie tra la terra e il cielo, l’energia del risveglio, della vita, dell’amore…

    Il piccolo albero sentiva tutto questo, poteva sentirlo… nel tronco, nei piccoli rami che sbocciavano socchiudendo le minuscole gemme che si aprivano al sole rivelando splendidi petali di fiore colorato… ora non c’era più l’ombra di una fronda artefatta… ora raccoglieva la luce che scintillava nella sua linfa interiore, cresceva, maturava… e tutti lo ammiravano nel caldo profumo floreale… nell’esplosione gioiosa di colori naturali, autentici, reali…

    Era bello, realmente e naturalmente bello… era bello perché vivo, autentico, reale…

    L’albero di Natale… provvisoria ideologia della bellezza… non poteva essere, esistere, vivere… non aveva radici…

  • 05 agosto 2011 alle ore 20:12
    Delirio ciclico

    Come comincia: La solidità.
    E' un termine con un' accezione positiva
    di solito, nell' immaginario comune.
    La solidità di un rapporto, che poi,
    sciogliendosi, si liquefa appunto.
    Incomincia rompendo il ghiaccio ma
    spesso finisce in un mare di lacrime,
    e l' amore vaporizza, come succede
    nel più caldo stato dell' acqua.
    Il ciclo dell' acqua è comparabile
    al ciclo di un amore?
    La parte visibile dell' iceberg è solida,
    ma il mare in cui l' iceberg alberga,
    rende invisibile tanta altra solidità.
    Questa solidità celata è nelle leggi
    della fisica, anche l' amore ha leggi
    celate e spesso la solidità di un rapporto
    non salta agli occhi di chi
    non potrebbe capire, giusto così.
    Soprattutto all' inizio si può ritenere che
    la solidità stia tutta lì, nella parte visibile
    dell' iceberg...con il tempo si scopre che
    c' è tanto di più, a condizione che
    l' iceberg non vada alla deriva,
    in cerca di più calde latitudini.
    A quel punto si scioglierà per scomparire,
    ed il pianto liquido e salato come il mare,
    vaporizzerà per dar vita a nuvole bianche,
    poco solide quindi,
    come l' inizio di un nuovo ciclo.
    " L' amore ha bisogno di basi solide " si dice.
    Come già detto si parte sempre cercando
    di rompere il ghiaccio, ma poi il calore
    aumenta e la forma liquida,
    (che sarebbe quella che ospita la vita) 
    risulta essere quella più utile per fruibilità,
    nel mondo e nel rapporto.
    Il ghiaccio è simbolo di solidità ma si
    piange perché l' amore non è solido.
    Quando poi vaporizza, si torna a distanza
    di tempo alla ricerca di un ghiaccio
     da rompere, così fa il vapore che solo a
    distanza di tempo ed in particolari condizioni,
    torna ad essere ghiaccio.
    Ho visto nuvole bianche a forma di cuore,
    ho visto piogge smettere, esauste,
    asciugarsi al vento caldo del sud.
    Ho visto spesso nuvole bianche
    in cerca di intimità, nascondersi per fondersi
    dietro un tramonto, caldo di aspettative.
    Precipiteranno dunque, allagando tutto;
    come un seme che illumina coscienze,
    campagne, notti e fogne.
    Al mattino, quando tutto sarà finito,
    il sole spingerà il vapore in alto, per ricominciare.
    Mi sto ripetendo come il ciclo dell' acqua.
    Mi sto ripetendo come il ciclo dell' amore
    che se solido, si nutrirà del Verbo autentico,
    di parole sincere, il Verbo della comunicazione
    si scioglierà in un mare di parole accelerando
    baci umidi che porteranno un bimbo a vivere
    in acque tiepide per mesi...rotta la diga,
    allora ci sarà bisogno esclusivamente di solidità.

  • 05 agosto 2011 alle ore 18:31
    L'ultimo gesto

    Come comincia: E' il primo bottone del mattino, quello con la lucina verde, che indica che tutto va bene.. poi mi dedico alla passeggiata, la scampagnata lungo le pareti del grande parallelepipedo di alimentazione, la zona delle ventole, la spia arancione, il cavo di alimentazione che si snoda sinuoso come un serpentello, mi ricorda tanto i vermi della pioggia... seguo sempre lo stesso percorso, lampadine e interruttori, manopole dorate, led, cursori, cuffie, display, il grafico dell'andamento, il frequenzimetro che indica il mio battito cardiaco, il termometro digitale, la flebo, le gocce... le goccioline di liquido alimentare che tracolla dal flaconcino appeso al gancio... entra nel piccolo serbatoio, parte... nel tubicino trasparente che termina la corsa in me, nel mio plasma, nelle mie vene...

    Splendido vivere così, attaccati al polmone artificiale che mi espande la cassa toracica, la contrae... e mi consente di essere.

    Questo è il mio essere

    Questo è il mio vivere...

    E questa raccontata ora, la mia passeggiata del mattino...
    Al pomeriggio faccio il giro contrario e "rientro"...

    Il sogno non è vivere, ora... il sogno è staccare quel verme di alimentazione e riuscire a sentire le ventole che smettono di vibrare, il cardiofrequenzimetro appiattito, i miei polmoni, spenti, nel nulla...
    Quante volte spero in un guasto, un'interruzione, uno sciopero, ma è tutto inutile... ci sono mille sistemi di sicurezza che lo fanno sempre e solamente ripartire...

    Ma perchè decidono di tenermi così... perchè non posso essere autore, del mio vivere...?

    Hanno deciso che devo respirare, senza più camminare...

    Alimentarmi senza più mangiare...

    Eppure non ho più nulla, non ho soldi, non ho persone, vicine nè lontane, non ho interessi da coltivare, progetti, ideali, idee, beni di alcun genere, non so fare nulla, non posso fare nulla...

    Forse un grande sistema superiore si diverte a tenermi in vita, forse gode della mia immobilità, del mio nulla, della mia impotenza, forse sono in mano a un sadico manipolatore che mi ha convinto di essere malato e invece sono sanissimo...  forse io sto bene e sono solamente prigioniero...ma che importa ... non sono nulla e non posso fare nulla... 

    E' un gesto d'amore per me stesso, spegnere, spegnermi, lasciare che tutto vada al nulla... 

    Mi spengo solamente, è il mio ultimo gesto... non cercatemi... perchè non esisto più...

    A meno che... quella lucina gialla...

  • 05 agosto 2011 alle ore 17:30
    Terza giornata - Novella ottava

    Come comincia: Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e dall’abate, che la moglie di lui si gode,tratto della sepoltura è messo in prigione e fattogli credere che egli è in Purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuol dell’abate nella moglie di lui generato.

    Venuta la fine della lunga novella d’Emilia, non per ciò dispiaciuta a alcuno per la sua lunghezza, ma da tutti tenuto che brievemente narrata fosse stata avendo rispetto alla quantità e alla varietà de’ casi in essa raccontati, per che la reina, alla Lauretta con un sol cenno mostrato il suo disio, le diè cagione di così cominciare:
    — Carissime donne, a me si para davanti a doversi far raccontare una verità che ha, troppo più che di quello che ella fu, di menzogna sembianza; e quella nella mente m’ha ritornata l’avere udito un per un altro essere stato pianto e sepellito. Dirò adunque come un vivo per morto sepellito fosse, e come poi per risuscitato, e non per vivo, egli stesso e molti altri lui credessero essere della sepoltura uscito, colui di ciò essendo per santo adorato che come colpevole ne dovea più tosto essere condannato.
    Fu adunque in Toscana una badia, e ancora è, posta, sì come noi ne veggiam molte, in luogo non troppo frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abbate un monaco, il quale in ogni cosa era santissimo fuori che nell’opera delle femine: e questo sapeva sì cautamente fare, che quasi niuno, non che il sapesse, ma né suspicava; per che santissimo e giusto era tenuto in ogni cosa. Ora avvenne che, essendosi molto con l’abate dimesticato un ricchissimo villano il quale avea nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (né per altro la sua dimestichezza piaceva all’abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava delle sue simplicità), e in questa dimestichezza s’accorse l’abate Ferondo avere una bellissima donna per moglie, della quale esso sì ferventemente s’innamorò, che a altro non pensava né dì né notte. Ma udendo che, quantunque Ferondo fosse in ogni altra cosa semplice e dissipato, in amare questa sua moglie e guardarla bene era savissimo, quasi se ne disperava. Ma pure, come molto avveduto, recò a tanto Ferondo, che egli insieme con la sua donna a prendere alcun diporto nel giardino della badia venivano alcuna volta: e quivi con loro della beatitudine di vita eterna e di santissime opere di molti uomini e donne passate ragionava modestissimamente loro, tanto che alla donna venne disidero di confessarsi da lui e chiesene la licenzia da Ferondo e ebbela.
    Venuta adunque a confessarsi la donna all’abate con grandissimo piacere di lui e a’ piè postaglisi a sedere, anzi che a dire altro venisse, incominciò: «Messere, se Idio m’avesse dato marito o non me l’avesse dato, forse mi sarebbe agevole co’ vostri ammaestramenti d’entrare nel camino che ragionato n’avete che mena altrui a vita eterna; ma io, considerato chi è Ferondo e la sua stoltizia, mi posso dir vedova, e pur maritata sono, in quanto, vivendo esso, altro marito aver non posso; e egli, così matto come egli è, senza alcuna cagione è sì fuori d’ogni misura geloso di me, che io per questo altro che in tribulazione e in mala ventura con lui viver non posso. Per la qual cosa, prima che io a altra confession venga, quanto più posso umilmente vi priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun consiglio, per ciò che, se quinci non comincia la cagione del mio bene potere adoperare, il confessarmi o altro ben fare poco mi gioverà.»
    Questo ragionamento con gran piacere toccò l’animo dell’abate, e parvegli che la fortuna gli avesse al suo maggior disidero aperta la via, e disse: «Figliuola mia, io credo che gran noia sia a una bella e dilicata donna, come voi siete, aver per marito un mentecatto, ma molto maggior la credo essere l’avere un geloso: per che, avendo voi e l’uno e l’altro, agevolmente ciò che della vostra tribulazion dite vi credo. Ma a questo, brievemente parlando, niuno né consiglio né rimedio veggo fuor che uno, il quale è che Ferondo di questa gelosia si guerisca. La medicina da guerillo so io troppo ben fare, pur che a voi dea il cuore di segreto tenere ciò che io vi ragionerò.»
    La donna disse: «Padre mio, di ciò non dubitate, per ciò che io mi lascerei innanzi morire che io cosa dicessi a altrui che voi mi diceste che io non dicessi: ma come si potrà far questo?»
    Rispose l’abate: «Se noi vogliamo che egli guerisca, di necessità convien che egli vada in Purgatorio.»
    «E come» disse la donna «vi potrà egli andar vivendo?»
    Disse l’abate: «Egli convien ch’è’ muoia, e così v’andrà; e quando tanta pena avrà sofferta che egli di questa sua gelosia sarà gastigato, noi con certe orazioni pregheremo Idio che in questa vita il ritorni, e Egli il farà.»
    «Adunque,» disse la donna «debbo io rimaner vedova?»
    «Sì,» rispose l’abate «per un certo tempo, nel quale vi converrà molto ben guardare che voi a alcun non vi lasciate rimaritare, per ciò che Idio l’avrebbe per male, e tornandoci Ferondo vi converrebbe a lui tornare, e sarebbe più geloso che mai.»
    La donna disse: «Pur che egli di questa mala ventura guerisca, ché egli non mi convenea sempre stare in prigione, io son contenta; fate come vi piace.»
    Disse allora l’abate: «E io il farò; ma che guiderdone debbo io aver da voi di così fatto servigio?»
    «Padre mio,» disse la donna «ciò che vi piace, pur che io possa: ma che puote una mia pari, che a un così fatto uomo, come voi siete, sia convenevole?»
    A cui l’abate disse: «Madonna, voi potete non meno adoperar per me che sia quello che io mi metto a far per voi, per ciò che, sì come io mi dispongo a far quello che vostro bene e vostra consolazion dee essere, così voi potete far quello che fia salute e scampo della vita mia.»
    Disse allora la donna: «Se così è, io sono apparecchiata.»
    «Adunque» disse l’abate «mi donerete voi il vostro amore e faretemi contento di voi, per la quale io ardo tutto e mi consumo.»
    La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose: «Oimè, padre mio, che è ciò che voi domandate? Io mi credeva che voi foste un santo: or conviensi egli a’ santi uomini di richieder le donne, che a lor vanno per consiglio, di così fatte cose?»
    A cui l’abate disse: «Anima mia bella, non vi maravigliate, ché per questo la santità non diventa minore, per ciò che ella dimora nell’anima e quello che io vi domando è peccato del corpo. Ma che che si sia, tanta forza ha avuta la vostra vaga bellezza, che amore mi costrigne a così fare; e dicovi che voi della vostra bellezza più che altra donna gloriar vi potete, pensando che ella piaccia a’ santi, che sono usi di vedere quelle del cielo. E oltre a questo, come che io sia abate, io sono uomo come gli altri e, come voi vedete, io non sono ancor vecchio. E non vi dee questo esser grave a dover fare, anzi il dovete disiderare, per ciò che, mentre che Ferondo starà in Purgatoro, io vi darò, faccendovi la notte compagnia, quella consolazione che vi dovrebbe dare egli; né mai di questo persona alcuna s’accorgerà, credendo ciascun di me quello, e più, che voi poco avante ne credavate. Non rifiutate la grazia che Dio vi manda, ché assai sono di quelle che quello disiderano che voi potete avere e avrete, se savia crederete al mio consiglio. Oltre a questo, io ho di belli gioielli e di cari, li quali io non intendo che d’altra persona sieno che vostra. Fate adunque, dolce speranza mia, per me quello che io fo per voi volentieri.»
    La donna teneva il viso basso, né sapeva come negarlo, e il concedergliele non le pareva far bene: per che l’abate, veggendola averlo ascoltato e dare indugio alla risposta, parendogliele avere già mezza convertita, con molte altre parole alle prime continuandosi, avanti che egli ristesse, l’ebbe nel capo messo che questo fosse ben fatto: per che essa vergognosamente disse sé essere apparecchiata a ogni suo comando, ma prima non poter che Ferondo andato fosse in Purgatoro. A cui l’abate contentissimo disse: «E noi faremo che egli v’andrà incontanente; farete pure che domane o l’altro dì egli qua con meco se ne venga a dimorare»; e detto questo, postole celatamente in mano un bellissimo anello, la licenziò. La donna, lieta del dono e attendendo d’aver degli altri, alle compagne tornata maravigliose cose cominciò a raccontare della santità dell’abate e con loro a casa se ne tornò.
    Ivi a pochi dì Ferondo se n’andò alla badia; il quale come l’abate vide, così s’avisò di mandarlo in Purgatoro. E ritrovata una polvere di maravigliosa vertù, la quale nelle parti di Levante avuta avea da un gran prencipe (il quale affermava quella solersi usare per lo Veglio della Montagna quando alcun voleva dormendo mandare nel suo Paradiso o trarlone, e che ella, più e men data, senza alcuna lesione faceva per sì fatta maniera più e men dormire colui che la prendeva, che, mentre la sua vertù durava, non avrebbe mai detto colui in sé aver vita) e di questa tanta presane che a far dormir tre giorni sufficiente fosse, e in un bicchier di vino non ben chiaro ancora nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele diè bere: e lui appresso menò nel chiostro e con più altri de’ suoi monaci di lui cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto. Il quale non durò guari che, lavorando la polvere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando ancora in piè s’adormentò e adormentato cadde. L’abate mostrando di turbarsi dell’accidente, fattolo scignere e fatta recare acqua fredda e gittargliele nel viso e molti suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna fumosità di stomaco o d’altro che occupato l’avesse gli volesse la smarrita vita e ’l sentimento rivocare, veggendo l’abate e’ monaci che per tutto questo egli non si risentiva, toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli, tutti per constante ebbero ch’è’ fosse morto: per che, mandatolo a dire alla moglie e a’ parenti di lui, tutti quivi prestamente vennero; e avendolo la moglie con le sue parenti alquanto pianto, così vestito come era il fece l’abate mettere in uno avello.
    La donna si tornò a casa, e da un piccol fanciullin che di lui aveva disse che non intendeva partirsi giammai; e così rimasasi nella casa il figliuolo e la ricchezza che stata era di Ferondo cominciò a governare.
    L’abate con un monaco bolognese, di cui egli molto si confidava e che quel dì quivi da Bologna era venuto, levatosi la notte, tacitamente Ferondo trassero della sepoltura e lui in una tomba, nella quale alcun lume non si vedea e che per prigione de’ monaci che fallissero era stata fatta, nel portarono; e trattigli i suoi vestimenti, a guisa di monaco vestitolo sopra un fascio di paglia il posero e lasciaronlo stare tanto che egli si risentisse. In questo mezzo il monaco bolognese, dallo abate informato di quello che avesse a fare, senza saperne alcuna altra persona niuna cosa, cominciò a attender che Ferondo si risentisse.
    L’abate il dì seguente con alcun de’ suoi monaci per modo di visitazione se n’andò a casa della donna, la quale di nero vestita e tribolata trovò: e confortatala alquanto pianamente la richiese della promessa. La donna, veggendosi libera e senza lo ’mpaccio di Ferondo o d’altrui, avendogli veduto in dito un altro bello anello, disse che era apparecchiata, e con lui compose che la seguente notte v’andasse. Per che, venuta la notte, l’abate, travestito de’ panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato, v’andò e con lei infino al matutino con grandissimo diletto e piacere si giacque e poi si ritornò alla badia, quel cammino per così fatto servigio faccendo assai sovente. E da alcuni e nell’andate e nel tornare alcuna volta essendo scontrato, fu creduto ch’e’ fosse Ferondo che andasse per quella contrada penitenza faccendo, e poi molte novelle tralla gente grossa della villa contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva ciò che era, più volte fu detto.
    Il monaco bolognese, risentito Ferondo e quivi trovandosi senza sapere dove si fosse, entrato dentro con una voce orribile, con certe verghe in mano, presolo, gli diede una gran battitura.
    Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che domandare: «Dove sono io?»
    A cui il monaco rispose: «Tu se’ in Purgatoro.»
    «Come?» disse Ferondo «Dunque son io morto?»
    Disse il monaco: «Mai sì »; per che Ferondo se stesso e la sua donna e suo figliuolo cominciò a piagnere, le più nuove cose del mondo dicendo.
    Al quale il monaco portò alquanto da mangiare e da bere; il che veggendo Ferondo disse: «O mangiano i morti?»
    Disse il monaco: «Sì, e questo che io ti reco è ciò che la donna che fu tua mandò stamane alla chiesa a far dir messe per l’anima tua, il che Domenedio vuole che qui rappresentato ti sia.»
    Disse allora Ferondo: «Domine, dalle il buono anno! Io le voleva ben gran bene anzi che io morissi, tanto che io me la teneva tutta notte in braccio e non faceva altro che basciarla e anche faceva altro quando voglia me ne veniva»; e poi, gran voglia avendone, cominciò a mangiare e a bere, e non parendogli il vino troppo buono, disse: «Domine falla trista! ché ella non diede al prete del vino della botte di lungo il muro.»
    Ma poi che mangiato ebbe, il monaco da capo il riprese e con quelle medesime verghe gli diede una gran battitura.
    A cui Ferondo, avendo gridato assai, disse: «Deh, questo perché mi fai tu?»
    Disse il monaco: «Per ciò che così ha comandato Domenedio che ogni dì due volte ti sia fatto.»
    «E per che cagione?» disse Ferondo.
    Disse il monaco: «Perché tu fosti geloso, avendo la miglior donna che fosse nelle tue contrade per moglie.»
    «Oimè» disse Ferondo «tu di’ vero, e la più dolce: ella era più melata che ’l confetto, ma io non sapeva che Domenedio avesse per male che l’uomo fosse geloso, ché io non sarei stato.»
    Disse il monaco: «Di questo ti dovevi tu avvedere mentre eri di là e ammendartene; e se egli avvien che tu mai vi torni, fa che tu abbi sì a mente quello che io ti fo ora, che tu non sii mai più geloso.»
    Disse Ferondo: «O ritornavi mai chi muore?»
    Disse il monaco: «Sì, chi Dio vuole.»
    «Oh!» disse Ferondo «se io vi torno mai, io sarò il migliore marito del mondo; mai non la batterò, mai non le dirò villania, se non del vino che ella ci ha mandato stamane; e anche non ci ha mandato candela niuna, e èmmi convenuto mangiare al buio.»
    Disse il monaco: «Sì fece bene, ma elle arsero alle messe.»
    «Oh!» disse Ferondo «tu dirai vero: e per certo, se io vi torno, io le lascerò fare ciò che ella vorrà. Ma dimmi, chi se’ tu che questo mi fai?»
    Disse il monaco: «Io sono anche morto, e fui di Sardigna; e perché io lodai già molto a un mio signore l’esser geloso, sono stato dannato da Dio a questa pena, che io ti debba dare mangiare e bere e queste battiture infino a tanto che Idio dilibererà altro di te e di me.»
    Disse Ferondo: «Non c’è egli più persona che noi due?»
    Disse il monaco: «Sì, a migliaia, ma tu non gli puoi né vedere né udire se non come essi te.»
    Disse allora Ferondo: «O quanto siam noi di lungi dalle nostre contrade?»
    «Ohioh!» disse il monaco «sèvi di lungi delle miglia più di be’ la cacheremo.»
    «Gnaffé! cotesto è bene assai!» disse Ferondo «e per quello che mi paia, noi dovremmo esser fuor del mondo, tanto ci ha.»
    Ora in così fatti ragionamenti e in simili, con mangiare e con battiture, fu tenuto Ferondo da diece mesi, infra li quali assai sovente l’abate bene avventurosamente visitò la bella donna e con lei si diede il più bel tempo del mondo. Ma, come avvengono le sventure, la donna ingravidò e, prestamente accortasene, il disse all’abate: per che a ammenduni parve che senza alcuno indugio Ferondo fosse da dovere essere di Purgatorio rivocato a vita e che a lei si tornasse, e ella di lui dicesse che gravida fosse.
    L’abate adunque la seguente notte fece con una voce contrafatta chiamar Ferondo nella prigione e dirgli: «Ferondo, confortati, ché a Dio piace che tu torni al mondo; dove tornato, tu avrai un figliuolo della tua donna, il quale farai che tu nomini Benedetto, per ciò che per gli prieghi del tuo santo abate e della tua donna e per amor di san Benedetto ti fa questa grazia.»
    Ferondo, udendo questo, fu forte lieto e disse: «Ben mi piace: Dio gli dea il buono anno a messer Domenedio e all’abate e a san Benedetto e alla moglie mia casciata, melata, dolciata.»
    L’abate, fattogli dare nel vino che egli gli mandava di quella polvere tanta che forse quatro ore il facesse dormire, rimessigli i panni suoi, insieme col monaco suo tacitamente il tornarono nello avello nel quale era stato sepellito. La mattina in sul far del giorno Ferondo si risentì e vide per alcun pertugio dell’avello lume, il quale egli veduto non avea ben diece mesi; per che, parendogli esser vivo, cominciò a gridare «Apritemi, apritemi!» e egli stesso a pontar col capo nel coperchio dello avello sì forte, che ismossolo, per ciò che poca ismovitura aveva, lo ’ncominciava a mandar via, quando i monaci, che detto avean matutino, corson colà e conobbero la voce di Ferondo e viderlo già del monimento uscir fuori: di che spaventati tutti per la novità del fatto cominciarono a fuggire e all’abate n’andarono.
    Il quale, sembianti faccendo di levarsi d’orazione, disse: «Figliuoli, non abbiate paura; prendete la croce e l’acqua santa e appresso di me venite, e veggiam ciò che la potenza di Dio ne vuol mostrare»; e così fece.
    Era Ferondo tutto pallido, come colui che tanto tempo era stato senza vedere il cielo, fuori dello avello uscito; il quale, come vide l’abate, così gli corse a’ piedi e disse: «Padre mio, le vostre orazioni, secondo che revelato mi fu, e quelle di san Benedetto e della mia donna m’hanno delle pene del Purgatoro tratto e tornato in vita; di che io priego Idio che vi dea il buono anno e le buone calendi, oggi e tuttavia.»
    L’abate disse: «Lodata sia la potenza di Dio! Va dunque, figliuolo, poscia che Idio t’ha qui rimandato, e consola la tua donna, la quale sempre, poi che tu di questa vita passasti, è stata in lagrime, e sii da quinci innanzi amico e servidor di Dio.»
    Disse Ferondo: «Messere, egli m’è ben detto così; lasciate far pur me, ché, come io la troverò, così la bascerò, tanto ben le voglio.»
    L’abate, rimase co’ monaci suoi, mostrò d’avere di questa cosa una grande ammirazione e fecene divotamente cantare il Miserere. Ferondo tornò nella sua villa, dove chiunque il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili cose, ma egli richiamandogli affermava sé essere risuscitato. La moglie similmente aveva di lui paura.
    Ma poi che la gente alquanto si fu rassicurata con lui e videro che egli era vivo, domandandolo di molte cose, quasi savio ritornato, a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell’anime de’ parenti loro e faceva da se medesimo le più belle favole del mondo de’ fatti del Purgatoro: e in pien popolo raccontò la revelazione statagli fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello avanti che risuscitasse. Per la qual cosa in casa con la moglie tornatosi e in possessione rientrato de’ suoi beni, la ’ngravidò al suo parere, e per ventura venne che a convenevole tempo, secondo l’oppinion degli sciocchi che credono la femina nove mesi appunto portare i figliuoli, la donna partorì un figliuol maschio, il quale fu chiamato Benedetto Ferondi.
    La tornata di Ferondo e le sue parole, credendo quasi ogn’uom che risuscitato fosse, acrebbero senza fine la fama della santità dell’abate; e Ferondo, che per la sua gelosia molte battiture ricevute avea, sì come di quella guerito, secondo la promessa dell’abate fatta alla donna, più geloso non fu per innanzi: di che la donna contenta, onestamente, come soleva, con lui si visse, sì veramente che, quando acconciamente poteva, volentieri col santo abate si ritrovava, il quale bene e diligentemente ne’ suoi maggior bisogni servita l’avea. —

  • 05 agosto 2011 alle ore 17:25
    Terza giornata - Novella terza

    Come comincia: Sotto spezie di confessione e di purissima conscienza una donna innamorata d’un giovane induce un solenne frate, senza avvedersene egli, a dar modo che il piacer di lei avesse intero effetto.

    Taceva già Pampinea, e l’ardire e la cautela del pallafreniere era da’ più di loro stata lodata e similmente il senno del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le ’mpose il seguitare: per la qual cosa Filomena vezzosamente così incominciò a parlare:
    — Io intendo di raccontarvi una beffa che fu da dovero fatta da una bella donna a uno solenne religioso, tanto più a ogni secolar da piacere, quanto essi, il più stoltissimi e uomini di nuove maniere e costumi, si credono più che gli altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga sono da molto meno, sì come quegli che, per viltà d’animo non avendo argomento come gli altri uomini di civanzarsi, si rifuggono dove aver possano da mangiar, come porco. La quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per seguire l’ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che eziandio che i religiosi, a’ quali noi oltre modo credule troppa fede prestiamo, possono essere e sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente beffati.
    Nella nostra città, più d’inganni piena che d’amore o di fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil donna di bellezze ornata e di costumi, d’altezza d’animo e di sottili avvedimenti quanto alcuna altra dalla natura dotata, il cui nome, né ancora alcuno altro che alla presente novella appartenga come che io gli sappia, non intendo di palesare, per ciò che ancora vivon di quegli che per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe con risa da trapassare.
    Costei adunque, d’alto legnaggio veggendosi nata e maritata a uno artefice lanaiuolo, per ciò che artefice era non potendo lo sdegno dell’animo porre in terra, per lo quale stimava niuno uomo di bassa condizione, quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno, e veggendo lui ancora con tutte le sue ricchezze da niuna altra cosa essere più avanti che da sapere divisare un mescolato o fare ordire una tela o con una filatrice disputar del filato, propose di non voler de’ suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non gli potesse, ma di volere a sodisfazione di se medesima trovare alcuno il quale più di ciò che il lanaiuolo le paresse che fosse degno. E innamorossi d’uno assai valoroso uomo e di mezza età, tanto che, qual dì nol vedea, non potea la seguente notte senza noia passare; ma il valente uomo, di ciò non accorgendosi, niente ne curava, e ella, che molto cauta era, né per ambasciata di femina né per lettera ardiva di fargliele sentire, temendo de’ pericoli possibili a avvenire.
    E essendosi accorta che costui usava molto con un religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo, nondimeno per ciò che di santissima vita era quasi da tutti avea di valentissimo frate fama, estimò costui dovere essere ottimo mezzano tra lei e ’l suo amante. E avendo seco pensato che modo tener dovesse, se n’andò a convenevole ora alla chiesa dove egli dimorava e fattosel chiamare disse, quando gli piacesse, da lui si volea confessare.
    Il frate, vedendola e estimandola gentil donna, l’ascoltò volentieri; e essa dopo la confession disse: «Padre mio, a me conviene ricorrere a voi per aiuto e per conseglio di ciò che voi udirete. Io so, come colei che detto ve l’ho, che voi conoscete i miei parenti e ’l mio marito, dal quale io sono più che la vita sua amata, né alcuna cosa disidero che da lui, sì come da ricchissimo uomo e che il può ben fare, io non l’abbia incontanente; per le quali cose io più che me stessa l’amo: e lasciamo stare che io facessi, ma se io pur pensassi cosa niuna che contro al suo onore o piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sare’ io. Ora uno (del quale nel vero io non so il nome ma persona da bene mi pare e, se io non ne sono ingannata, usa molto con voi) bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai onesti, forse non avvisandosi che io così fatta intenzione abbia come io ho, pare che m’abbia posto l’assedio; né posso farmi né a uscio né a finestra, né uscir di casa, che egli incontanente non mi si pari innanzi, e maravigliomi io come egli non è ora qui: di che io mi dolgo forte, per ciò che questi così fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste donne acquistar biasimo. Hommi posto in cuore di fargliele alcuna volta dire a’ miei fratelli, ma poscia m’ho pensato che gli uomini fanno alcuna volta l’ambasciate per modo che le risposte seguitan cattive, di che nascon parole e dalle parole si perviene a’ fatti; per che, acciò che male e scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e dilibera’mi di dirlo più tosto a voi che a altrui, sì perché pare che suo amico siate sì ancora perché a voi sta bene di così fatte cose non che gli amici ma gli strani ripigliare. Per che io vi priego per solo Idio che voi di ciò il dobbiate riprendere e pregare che più questi modi non tenga. Egli ci sono dell’altre donne assai le quali per avventura son disposte a queste cose, e piacerà loro d’esser guatate e vagheggiate da lui, là dove a me è gravissima noia, sì come a colei che in niuno atto ho l’animo disposto a tal materia.» E detto questo, quasi lagrimar volesse, bassò la testa.
    Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse di cui veramente diceva, e commendata molto la donna di questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello esser vero che ella diceva, le promise d’operar sì e per tal modo che più da quel cotale non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto le lodò l’opera della carità e della limosina, il suo bisogno raccontandole.
    A cui la donna disse: «Io ve ne priego per Dio; e s’egli questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella che questo v’abbia detto e siamivene doluta.»
    E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza, ricordandosi de’ conforti datile dal frate dell’opera della limosina, empiutagli nascosamente la man di denari, il pregò che messe dicesse per l’anima de’ morti suoi; e dai piè di lui levatasi a casa se ne tornò.
    Al santo frate non dopo molto, sì come usato era, venne il valente uomo; col quale poi che d’una cosa e d’altra ebbero insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai cortese modo il riprese dello intendere e del guardare che egli credeva che esso facesse a quella donna, sì come ella gli avea dato a intendere. Il valente uomo si maravigliò, sì come colui che mai guatata non l’avea e radissime volte era usato di passare davanti a casa sua, e cominciò a volersi scusare; ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli: «Or non far vista di maravigliarti né perder parole in negarlo, per ciò che tu non puoi. Io non ho queste cose sapute da’ vicini: ella medesima, forte di te dolendosi, me l’ha dette. E quantunque a te queste ciance omai non ti stean bene, ti dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di queste sciocchezze schifa, ella è dessa; e per ciò, per onor di te e per consolazion di lei, ti priego te ne rimanghi e lascila stare in pace.»
    Il valente uomo, più accorto che santo frate, senza troppo indugio la sagacità della donna comprese, e mostrando alquanto di vergognarsi disse di più non intramettersenea per innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n’andò della donna, la quale sempre attenta stava a una picciola finestretta per doverlo vedere se vi passasse. E vedendol venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostrò, che egli assai ben poté comprendere sé avere il vero compreso dalle parole del frate; e da quel dì innanzi assai cautamente, con suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse cagione, continuò di passar per quella contrada.
    Ma la donna dopo alquanto, già accortasi che ella a costui così piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo più accendere e certificare dell’amore che ella gli portava, preso luogo e tempo, al santo frate se ne tornò, e postaglisi nella chiesa a sedere a’ piedi a piagnere incominciò. Il frate, questo vedendo, la domandò pietosamente che novella ella avesse.
    La donna rispose: «Padre mio, le novelle che io ho non sono altre che di quello maladetto da Dio vostro amico, di cui io mi vi ramaricai l’altrieri, per ciò che io credo che egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far cosa, che io non sarò mai lieta né mai ardirò poi di più pormivi a’ piedi.»
    «Come!» disse il frate «non s’è egli rimaso di darti più noia?»
    «Certo no,» disse la donna «anzi, poi che io mi ve ne dolfi, quasi come per un dispetto, avendo forse avuto per male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar vi solea credo poscia vi sia passato sette. E or volesse Idio che il passarvi e il guatarmi gli fosse bastato; ma egli è stato sì ardito e sì sfacciato, che pure ieri mi mandò una femina in casa con sue novelle e con sue frasche, e quasi come se io non avessi delle borse e delle cintole mi mandò una borsa e una cintola: il che io ho avuta e ho sì forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il diavolo; ma pure mi son rattemperata, né ho voluto fare né dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere. E oltre a questo, avendo io già renduto indietro la borsa e la cintola alla feminetta che recata l’avea, ché gliele riportasse, e brutto commiato datole, temendo che essa per sé non la tenesse e a lui dicesse che io l’avessi ricevuta, sì come io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano e holla recata a voi, acciò che voi gliele rendiate e gli diciate che io non ho bisogno di sue cose, per ciò che, la mercé di Dio e del marito mio, io ho tante borse e tante cintole che io ve l’afogherei entro. E appresso questo, sì come a padre mi vi scuso che, s’egli di questo non si rimane, io il dirò al marito mio e a’ fratei miei, e avvegnane che può; ché io ho molto più caro che egli riceva villania, se ricevere ne la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta!»
    E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una leggiadra e cara cinturetta e gittolle in grembo al frate; il quale, pienamente credendo ciò che la donna dicea, turbato oltre misura le prese e disse: «Figliuola, se tu di queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so ripigliare, ma lodo molto che tu in questo seguiti il mio consiglio. Io il ripresi l’altrieri, e egli m’ha male attenuto quello che egli mi promise: per che, tra per quello e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sì fatta maniera riscaldar gli orecchi, che egli più briga non ti darà: e tu, con la benedizion di Dio, non ti lasciassi vincere tanto all’ira, che tu a alcun de tuoi il dicessi, ché gli ne potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che mai, di questo, biasimo ti segua, ché io sarò sempre e dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onestà.»
    La donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto e lasciate queste parole, come colei che l’avarizia sua e degli altri conoscea, disse: «Messere, a queste notti mi sono appariti più miei parenti, e parmi che egli sieno in grandissime pene e non dimandino altro che limosina, e spezialmente la mamma mia, la qual mi par sì afflitta e cattivella, che è una pietà a vedere. Credo che ella porti grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo nemico di Dio; e per ciò vorrei che voi mi diceste per l’anime loro le quaranta messe di san Grigoro e delle vostre orazioni, acciò che Idio gli tragga di quel fuoco pennace»; e così detto gli pose in mano un fiorino.
    Il santo frate lietamente il prese e con buone parole e con molti essempli confermò la divozion di costei: e datale la sua benedizione la lasciò andare. E partita la donna, non accorgendosi che egli era uccellato, mandò per l’amico suo: il quale venuto, e vedendol turbato, incontanente s’avisò che egli avrebbe novelle dalla donna, e aspettò che dir volesse il frate. Il quale, ripetendogli le parole altre volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato parlandogli, il riprese molto di ciò che detto gli avea la donna che egli doveva aver fatto. Il valente uomo, che ancor non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente negava sé aver mandata la borsa e la cintura, acciò che al frate non togliesse fede di ciò, se forse data gliele avesse la donna.
    Ma il frate, acceso forte, disse: «Come il puoi tu negare, malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piangendo me l’ha recate: vedi se tu le conosci!»
    Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse: «Mai sì che io le conosco, e confessovi che io feci male e giurovi che, poi che io così la veggio disposta, che mai di questo voi non sentirete più parola.»
    Ora le parole fur molte: alla fine il frate montone diede la borsa e la cintura all’amico suo, e ’l dopo molto averlo ammaestrato e pregato che più a queste cose non attendesse e egli avendogliele promesso, il licenziò. Il valente uomo, lietissimo e della certezza che aver gli parea dell’amor della donna e del bel dono, come dal frate partito fu, in parte n’andò dove cautamente fece alla sua donna vedere che egli avea e l’una e l’altra cosa: di che la donna fu molto contenta e più ancora per ciò che le parea che ’l suo avviso andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se non che il marito andasse in alcuna parte per dare all’opera compimento, avvenne che per alcuna cagione non molto dopo a questo convenne al marito andare infino a Genova.
    E come egli fu la mattina montato a cavallo e andato via, così la donna n’andò al santo frate e dopo molte querimonie piagnendo gli disse: «Padre mio, or vi dich’io bene che io non posso più sofferire: ma per ciò che l’altrieri io vi promisi di niuna cosa farne che io prima nol vi dicessi, son venuta a iscusarmivi. E acciò che voi crediate che io abbia ragione e di piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire ciò che il vostro amico, anzi diavolo del Ninferno, mi fece stamane poco innanzi matutino. Io non so qual mala ventura gli si facesse assapere che il marito mio andasse ier mattina a Genova: se non che stamane, all’ora che io v’ho detta, egli entrò in un mio giardino e vennesene su per uno albero alla finestra della camera mia, la qual è sopra ’l giardino. E già aveva la finestra aperta e voleva nella camera entrare, quando io destatami subito mi levai, e aveva cominciato a gridare e avrei gridato, se non che egli, che ancora dentro non era, mi chiese mercé per Dio e per voi, dicendomi chi egli era; laonde io udendolo per amor di voi tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serra’gli la finestra nel viso, e egli nella sua malora credo che se ne andasse, per ciò che poi più nol sentii. Ora, se questa è bella cosa e è da sofferire, vedetelvi voi: io per me non intendo di più comportargliene, anzi ne gli ho io bene per amor di voi sofferte troppe.»
    Il frate, udendo questo, fu il più turbato uomo del mondo e non sapeva che dirsi, se non che più volte la domandò se ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri.
    A cui la donna rispose: «Lodato sia Idio, se io non conosco ancor lui da un altro! Io vi dico che fu egli, e perché egli il negasse non gliele credete.»
    Disse allora il frate: «Figliuola, qui non ha altro da dire se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che Idio ti guardò di vergogna, che, come due volte seguito hai il mio consiglio, così ancora questa volta facci, cioè che senza dolertene a alcun tuo parente lasci fare a me, a veder se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io credeva che fosse un santo: e se io posso tanto fare che io il tolga da questa bestialità, bene sta; e se io non potrò, infino a ora con la mia benedizione ti do la parola che tu ne facci quello che l’animo ti giudica che ben sia fatto.»
    «Ora ecco» disse la donna «per questa volta io non vi voglio turbare né disubidire, ma sì adoperate che egli si guardi di più noiarmi, ché io vi prometto di non tornar più per questa cagione a voi»; e senza più dire, quasi turbata, dal frate si partì.
    Né era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il valente uom sopravenne e fu chiamato dal frate; al quale, da parte tiratolo, esso disse la maggior villania che mai a uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditore chiamandolo. Costui, che già due altre volte conosciuto avea che montavano i mordimenti di questo frate, stando attento e con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare, primieramente disse: «Perché questo cruccio, messere? ho io crocifisso Cristo?»
    A cui il frate rispose: «Vedi svergognato! odi ciò ch’è’ dice! Egli parla né più né meno come se uno anno o due fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue tristizie e disonestà dimenticate. Ètti egli da stamane a matutino in qua uscito di mente l’avere altrui ingiuriato? ove fostù stamane poco avanti al giorno?»
    Rispose il valente uomo: «Non so io ove io mi fui: molto tosto ve n’è giunto il messo.»
    «Egli è il vero» disse il frate «che il messo me ne è giunto: io m’aviso che tu ti credesti, per ciò che il marito non c’era che la gentil donna ti dovesse incontanente ricevere in braccio. Hi, meccere: ecco onesto uomo! è divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor d’alberi! Credi tu per improntitudine vincere la santità di questa donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la notte? Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia come fai tu: e tu pur ti vai riprovando! In verità, lasciamo stare che ella te l’abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se’ molto bene ammendato per li miei gastigamenti! Ma così ti vo’ dire: ella ha infino a qui, non per amore che ella ti porti ma a instanzia de’ prieghi miei, taciuto di ciò che fatto hai; ma essa non tacerà più: conceduta l’ho la licenzia che, se tu più in cosa alcuna le spiaci, che ella faccia il parer suo. Che farai tu se ella il dice a’ fratelli?»
    Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli bisognava, come meglio seppe e poté con molte ampie promesse racchetò il frate; e da lui partitosi, come il matutino della seguente notte fu, così egli nel giardino entrato e su per l’albero salito e trovata la finestra aperta se n’entrò nella camera, e come più tosto poté nelle braccia della sua bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidero avendolo aspettato, lietamente il ricevette dicendo: «Gran mercé a messer lo frate, che così bene t’insegnò la via da venirci.» E appresso, prendendo l’un dell’altro piacere, ragionando e ridendo molto della semplicità di frate bestia, biasimando i lucignoli e’ pettini e gli scardassi, insieme con gran diletto si sollazzarono.
    E dato ordine a’ lor fatti, sì fecero, che senza aver più a tornare a messer lo frate, molte altre notti con pari letizia insieme si ritrovarono: alle quali io priego Idio per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte l’anime cristiane che voglia n’hanno. —

  • 05 agosto 2011 alle ore 17:15
    Seconda giornata - Novella seconda

    Come comincia: Tre giovani male il loro avere spendono, impoveriscono;de’ quali un nepote con uno abate accontatosi,tornandosi a casa per disperato,lui truova essere la figliuola del re d’Inghilterra,la quale lui per marito prende e de’ suoi zii ogni danno ristora,tornandogli in buono stato.

    Furono con ammirazione ascoltati i casi di Rinaldo d’Asti dalle donne e da’ giovani e la sua divozion commendata e Idio e san Giuliano ringraziati che al suo bisogno maggiore gli avevano prestato soccorso; né fu per ciò, quantunque cotal mezzo di nascoso si dicesse, la donna reputata sciocca che saputo aveva pigliare il bene che Idio a casa l’aveva mandato. E mentre che della buona notte che colei ebbe soghignando si ragionava, Pampinea, che sé allato allato a Filostrato vedea, avvisando, sì come avvenne, che a lei la volta dovesse toccare, in se stessa recatasi quel che dovesse dire cominciò a pensare; e, dopo il comandamento della reina, non meno ardita che lieta così cominciò a parlare:
    — Valorose donne, quanto più si parla de’ fatti della fortuna, tanto più, a chi vuole le sue cose ben riguardare, ne resta a poter dire: e di ciò niuno dee aver maraviglia, se discretamente pensa che tutte le cose, le quali noi scioccamente nostre chiamiamo, sieno nelle sue mani, e per conseguente da lei, secondo il suo occulto giudicio, senza alcuna posa d’uno in altro e d’altro in uno successivamente, senza alcuno conosciuto ordine da noi, esser da lei permutate. Il che, quantunque con piena fede in ogni cosa e tutto il giorno si mostri e ancora in alcune novelle di sopra mostrato sia, nondimeno, piacendo alla nostra reina che sopra ciò si favelli, forse non senza utilità degli ascoltanti aggiugnerò alle dette una mia novella, la quale avviso dovrà piacere.
    Fu già nella nostra città un cavaliere il cui nome fu messer Tebaldo, il quale, secondo che alcuni vogliono, fu de’ Lamberti, e altri affermano lui essere stato degli Agolanti, forse più dal mestier de’ figliuoli di lui poscia fatto, conforme a quello che sempre gli Agolanti hanno fatto e fanno, prendendo argomento che da altro. Ma lasciando stare di quale delle due case si fosse, dico che esso fu ne’ suoi tempi ricchissimo cavaliere, e ebbe tre figliuoli, de’ quali il primo ebbe nome Lamberto, il secondo Tedaldo e il terzo Agolante, già belli e leggiadri giovani, quantunque il maggiore a diciotto anni non aggiugnesse, quando esso messer Tebaldo ricchissimo venne a morte e loro, sì come a legittimi suoi eredi, ogni suo bene e mobile e stabile lasciò. Li quali, veggendosi rimasi ricchissimi e di contanti e di possessioni, senza alcuno altro governo che del loro medesimo piacere, senza alcuno freno o ritegno cominciarono a spendere, tenendo grandissima famiglia e molti e buoni cavalli e cani e uccelli e continuamente corte, donando e armeggiando e faccendo ciò non solamente che a gentili uomini s’appartiene ma ancor quello che nello appetito loro giovanile cadeva di voler fare. Né lungamente fecero cotal vita, che il tesoro lasciato loro dal padre venne meno; e non bastando alle cominciate spese solamente le loro rendite, cominciarono a impegnare e a vendere le possessioni: e oggi l’una e doman l’altra vendendo, appena s’avvidero che quasi al niente venuti furono e aperse loro gli occhi la povertà, li quali la ricchezza aveva tenuti chiusi.
    Per la qual cosa Lamberto, chiamati un giorno gli altri due, disse loro qual fosse l’orrevolezza del padre stata e quanta la loro e quale la loro ricchezza e chente la povertà nella quale per lo disordinato loro spendere eran venuti; e come seppe il meglio, avanti che più della loro miseria apparisse, gli confortò con lui insieme a vendere quel poco che rimaso era loro e andarsene via: e così fecero. E senza commiato chiedere o fare alcuna pompa di Firenze usciti, non si ritennero sì furono in Inghilterra; e quivi, presa in Londra una casetta, faccendo sottilissime spese, agramente cominciarono a prestare a usura; e sì fu in questo loro favorevole la fortuna, che in pochi anni grandissima quantità di denari avanzarono.
    Per la qual cosa con quelli, successivamente or l’uno or l’altro a Firenze tornandosi, gran parte delle loro possessioni ricomperarono e molte dell’altre comperar sopra quelle, e presero moglie; e continuamente in Inghilterra prestando, a attendere a’ fatti loro un giovane lor nepote, che avea nome Allessandro, mandarono, e essi tutti e tre a Firenze, avendo dimenticato a qual partito gli avesse lo sconcio spendere altra volta recati, non obstante che in famiglia tutti venuti fossero, più che mai strabocchevolmente spendeano e erano sommamente creduti da ogni mercatante, e d’ogni gran quantità di denari. Le quali spese alquanti anni aiutò lor sostenere la moneta da Alessandro lor mandata, il quale messo s’era in prestare a baroni sopra castella e altre loro entrate, le quali da gran vantaggio bene gli rispondeano.
    E mentre così i tre fratelli largamente spendeano e mancando denari accattavano, avendo sempre la speranza ferma in Inghilterra, avvenne che, contra l’oppinion d’ogni uomo, nacque in Inghilterra una guerra tra il re e un suo figliuolo; per la quale tutta l’isola si divise, e chi tenea con l’uno e chi con l’altro; per la qual cosa furono tutte le castella de’ baroni tolte a Alessandro, né alcuna altra rendita era che di niente gli rispondesse. E sperandosi che di giorno in giorno tra ’l figliuolo e ’l padre dovesse esser pace, e per conseguente ogni cosa restituita a Alessandro, e merito e capitale, Alessandro dell’isola non si partiva, e i tre fratelli che in Firenze erano in niuna cosa le loro spese grandissime limitavano, ogni giorno più accattando. Ma poi che in più anni niuno effetto seguir si vide alla speranza avuta, li tre fratelli non solamente la credenza perderono ma, volendo coloro che aver doveano esser pagati, furono subitamente presi; e non bastando al pagamento le lor possessioni, per lo rimanente rimasono in prigione, e le lor donne e i figliuoli piccioletti qual se ne andò in contado e qual qua e qual là assai poveramente in arnese, più non sappiendo che aspettar si dovessono se non misera vita sempre.
    Alessandro, il quale in Inghilterra la pace più anni aspettata avea, veggendo che ella non venia e parendogli quivi non meno in dubbio della vita sua che invano dimorare, diliberato di tornarsi in Italia, tutto soletto si mise in cammino. E per ventura di Bruggia uscendo, vide n’usciva similmente uno abate bianco con molti monaci accompagnato e con molta famiglia e con gran salmeria avanti; al quale appresso venieno due cavalieri antichi e parenti del re, co’ quali, sì come con conoscenti, Alessandro accontatosi, da loro in compagnia fu volentieri ricevuto.
    Camminando adunque Alessandro con costoro, dolcemente gli domandò chi fossero i monaci che con tanta famiglia cavalcavano avanti e dove andassono. Al quale l’uno de’ cavalieri rispose: «Questi che avanti cavalca è un giovinetto nostro parente, nuovamente eletto abate d’una delle maggiori badie d’Inghilterra; e per ciò che egli è più giovane che per le leggi non è conceduto a sì fatta dignità, andiam noi con essolui a Roma a impetrare dal Santo Padre che nel difetto della troppo giovane età dispensi con lui, e appresso nella dignità il confermi: ma ciò non si vuol con altrui ragionare.»
    Camminando adunque il novello abate ora avanti e ora appresso alla sua famiglia, sì come noi tutto il giorno veggiamo per cammino avvenir de’ signori, gli venne nel cammino presso di sé veduto Alessandro, il quale era giovane assai, di persona e di viso bellissimo, e, quanto alcuno altro esser potesse, costumato e piacevole e di bella maniera: il quale maravigliosamente nella prima vista gli piacque quanto mai alcuna altra cosa gli fosse piaciuta; e chiamatolo a sé, con lui cominciò piacevolmente a ragionare e domandare chi fosse, donde venisse e dove andasse. Al quale Alessandro ogni suo stato liberamente aperse e sodisfece alla sua domanda, e sé a ogni suo servigio, quantunque poco potesse, offerse. L’abate, udendo il suo ragionare bello e ordinato e più partitamente i suoi costumi considerando, e lui seco estimando, come che il suo mestiere fosse stato servile, esser gentile uomo, più del piacere di lui s’accese; e già pieno di compassion divenuto delle sue sciagure, assai familiarmente il confortò e gli disse che a buona speranza stesse, per ciò che, se valente uom fosse, ancora Idio il riporrebbe là onde la fortuna l’aveva gittato e più a alto: e pregollo che, poi verso Toscana andava, gli piacesse d’essere in sua compagnia, con ciò fosse cosa che esso là similmente andasse. Alessandro gli rendé grazie del conforto e sé a ogni suo comandamento disse esser presto.
    Camminando adunque l’abate, al quale nuove cose si volgean per lo petto del veduto Alessandro, avvenne che dopo più giorni essi pervennero a una villa la quale non era troppo riccamente fornita d’alberghi. E volendo quivi l’abate albergare, Alessandro in casa d’uno oste, il quale assai suo dimestico era, il fece smontare, e fecegli la sua camera fare nel meno disagiato luogo della casa. E quasi già divenuto un siniscalco dell’abate, sì come colui che molto era pratico, come il meglio si poté per la villa allogata tutta la sua famiglia, chi qua e chi là, avendo l’abate cenato e già essendo buona pezza di notte e ogni uomo andato a dormire, Alessandro domandò l’oste là dove esso potesse dormire.
    Al quale l’oste rispose: «In verità io non so: tu vedi che ogni cosa è pieno e puoi veder me e la mia famiglia dormire su per le panche; tuttavia nella camera dell’abate son certi granai a’ quali io ti posso menare e porovvi suso alcun letticello, e quivi, se ti piace, come meglio puoi questa notte ti giaci.»
    A cui Alessandro disse: «Come andrò io nella camera dell’abate, che sai che è piccola e per istrettezza non v’è potuto giacere alcuno de’ suoi monaci? Se io mi fossi di ciò accorto quando le cortine si tesero, io avrei fatto dormire sopra i granai i monaci suoi, e io mi sarei stato dove i monaci dormono.»
    Al quale l’oste disse: «L’opera sta pur così, e tu puoi, se tu vuogli, quivi stare il meglio del mondo. L’abate dorme e se’ cortine son dinanzi: io vi ti porrò chetamente una coltricetta, e dormiviti.»
    Alessandro, veggendo che questo si potea fare senza dare alcuna noia all’abate, vi s’accordò, e quanto più chetamente poté vi s’acconciò. L’abate, il quale non dormiva anzi alli suoi nuovi disii fieramente pensava, udiva ciò che l’oste e Allessandro parlavano e similmente avea sentito dove Allessandro s’era a giacer messo; per che, seco stesso forte contento, cominciò a dire: «Idio ha mandato tempo a’ miei disiri: se io nol prendo, per avventura simile a pezza non mi tornerà.»
    E diliberatosi del tutto di prenderlo, parendogli ogni cosa cheta per l’albergo, con sommessa voce chiamò Alessandro e gli disse che appresso lui si coricasse: il quale, dopo molte disdette spogliatosi, vi si coricò. L’abate, postagli la mano sopra il petto, lo ’ncominciò a toccare non altramenti che sogliano fare le vaghe giovani i loro amanti: di che Alessandro si maravigliò forte e dubitò non forse l’abate, da disonesto amor preso, si movesse a così fattamente toccarlo. La qual dubitazione, o per presunzione o per alcuno atto che Alessandro facesse, subitamente l’abate conobbe e sorrise; e prestamente di dosso una camiscia, ch’avea, cacciatasi, presa la mano d’Allessandro, e quella sopra il petto si pose dicendo: «Alessandro, caccia via il tuo sciocco pensiero, e, cercando qui, conosci quello che io nascondo.» Alessandro, posta la mano sopra il petto dell’abate, trovò due poppelline tonde e sode e dilicate, non altramenti che se d’avorio fosseno state; le quali egli trovate e conosciuto tantosto costei esser femina, senza altro invito aspettare, prestamente abbracciatala la voleva basciare: quando ella gli disse: «Avanti che tu più mi t’avicini, attendi quello che io ti voglio dire. Come tu puoi conoscere, io son femina e non uomo; e pulcella partitami da casa mia, al Papa andava che mi maritasse: o tua ventura o mia sciagura che sia, come l’altro dì ti vidi, sì di te m’accese Amore, che donna non fu mai che tanto amasse uomo. E per questo io ho diliberato di volere te avanti che alcuno altro per marito: dove tu me per moglie non vogli, tantosto di qui ti diparti e nel tuo luogo ritorna.»
    Alessandro, quantunque non la conoscesse, avendo riguardo alla compagnia che ella avea, lei stimò dovere essere nobile e ricca, e bellissima la vedea: per che senza troppo lungo pensiero rispose che, se questo a lei piacea, a lui era molto a grado. Essa allora levatasi a sedere in su il letto, davanti a una tavoletta dove Nostro Signore era effigiato postogli in mano uno anello, gli si fece sposare; e appresso insieme abbracciatisi, con gran piacer di ciascuna delle parti quanto di quella notte restava si sollazzarono. E preso tra loro modo e ordine alli lor fatti, come il giorno venne, Alessandro levatosi e per quindi della camera uscendo donde era entrato, senza sapere alcuno ove la notte dormito si fosse, lieto oltre misura con l’abate e con sua compagnia rientrò in cammino; e dopo molte giornate pervennero a Roma.
    E quivi, poi che alcun dì dimorati furono, l’abate con li due cavalieri e con Alessandro senza più entrarono al Papa; e fatta la debita reverenza così cominciò l’abate a favellare: «Santo Padre, sì come voi meglio che alcuno altro dovete sapere, ciascun che bene e onestamente vuol vivere dee, in quanto può, fuggire ogni cagione la quale a altramenti fare il potesse conducere; il che acciò che io, che onestamente viver disidero, potessi compiutamente fare, nell’abito nel qual mi vedete fuggita segretamente con grandissima parte de’ tesori del re d’Inghilterra mio padre (il quale al re di Scozia vecchissimo signore, essendo io giovane come voi mi vedete, mi voleva per moglie dare), per qui venire, acciò che la vostra Santità mi maritasse, mi misi in via. Né mi fece tanto la vecchiezza del re di Scozia fuggire, quanto la paura di non fare per la fragilità della mia giovanezza, se a lui maritata fossi, cosa che fosse contra le divine leggi e contra l’onore del real sangue del padre mio. E così disposta venendo, Idio, il quale solo ottimamente conosce ciò che fa mestiere a ciascuno, credo per la sua misericordia colui che a Lui piacea che mio marito fosse mi pose avanti agli occhi: e quel fu questo giovane» e mostrò Allessandro «il quale voi qui appresso di me vedete, li cui costumi e il cui valore son degni di qualunque gran donna, quantunque forse la nobiltà del suo sangue non sia così chiara come è la reale. Lui ho adunque preso e lui voglio, né mai alcuno altro n’avrò, che che se ne debba parere al padre mio o a altrui; per che la principal cagione per la quale mi mossi è tolta via, ma piacquemi di fornire il mio cammino sì per visitare li santi luoghi e reverendi, de’ quali questa città è piena, e la vostra Santità, e sì acciò che per voi il contratto matrimonio tra Alessandro e me solamente nella presenza di Dio io facessi aperto nella vostra e per conseguente degli altri uomini. Per che umilmente vi priego che quello che a Dio e a me è piaciuto sia a grado a voi, e la vostra benedizion ne doniate, acciò che con quella, sì come con più certezza del piacere di Colui del quale voi sete vicario, noi possiamo insieme all’onore di Dio e del vostro vivere e ultimamente morire.»
    Maravigliossi Alessandro udendo la moglie esser figliuola del re d’Inghilterra e di mirabile allegrezza occulta fu ripieno: ma più si maravigliarono li due cavalieri e sì si turbarono, che, se in altra parte che davanti al Papa stati fossero, avrebbono a Alessandro e forse alla donna fatta villania. D’altra parte il Papa si maravigliò assai e dello abito della donna e della sua elezione: ma conoscendo che indietro tornare non si potea, le volle del suo priego sodisfare. E primieramente racconsolati i cavalieri li quali turbati conoscea e in buona pace con la donna e con Alessandro rimessigli, diede ordine a quello che da far fosse. E il giorno posto da lui essendo venuto, davanti a tutti i cardinali e dimolti altri gran valenti uomini, li quali invitati a una grandissima festa da lui apparecchiata eran venuti, fece venire la donna realmente vestita, la quale tanto bella e sì piacevol parea che meritamente da tutti era commendata, e simigliantemente Alessandro splendidamente vestito, in apparenza e in costumi non miga giovane che a usura avesse prestato ma più tosto reale, e da’ due cavalieri molto onorato; e quivi da capo fece solennemente le sponsalizie celebrare, e appresso, le nozze belle e magnifiche fatte, con la sua benedizione gli licenziò.
    Piacque a Alessandro e similmente alla donna, di Roma partendosi, di venire a Firenze, dove già la fama aveva la novella recata; e quivi da’ cittadini con sommo onore ricevuti, fece la donna li tre fratelli liberare, avendo prima fatto ogn’uom pagare, e loro e le lor donne rimise nelle loro possessioni. Per la qual cosa con buona grazia di tutti Alessandro con la sua donna, menandone seco Agolante, si partì di Firenze, e a Parigi venuti onorevolmente dal re ricevuti furono.
    Quindi andarono i due cavalieri in Inghilterra e tanto col re adoperarono, che egli le rendé la grazia sua e con grandissima festa lei e ’l suo genero ricevette; il quale egli poco appresso con grandissimo onore fé cavaliere e donogli la contea di Cornovaglia. Il quale fu da tanto e tanto seppe fare, che egli paceficò il figliulo col padre: di che seguì gran bene all’isola, e egli n’acquistò l’amore e la grazia di tutti i paesani, e Agolante ricoverò tutto ciò che aver vi doveano interamente e ricco oltre modo si tornò a Firenze, avendol prima il conte Alessandro cavalier fatto. Il conte poi con la sua donna gloriosamente visse; e, secondo che alcuni voglion dire, tra col suo senno e valore e l’aiuto del suocero egli conquistò poi la Scozia e fiume re coronato. —

  • 03 agosto 2011 alle ore 19:18
    Il cesto delle occasioni

    Come comincia: 24 Settembre 1996

    Forse c’è ancora ma di sicuro, una volta, c’era Cannellone, uomo tutto d’un pezzo e con le idee palesemente assai chiare...

    Un giorno, cigolando il cancello semiautomatico che regolava il flusso dei passanti all’interno del residence in cui viveva, scomodò il Presidente della Camera dei Ministri affinché venisse adottato un piano di pronto intervento civile che istituisse una guardia giurata per ogni cancello del paese, al fine di evitare cigolii molesti.

    Era necessariamente una di quelle persone che nella vita calcolano tutto, e di tutto fanno esasperate questioni, sanno tutto di ogni cosa, e di ogni cosa vogliono la perfezione totale, uno di quelli che impediscono all’erba di sbordare dalle aiole, ai fiori di perdere petali... A tal fine in effetti aveva proposto un referendum affinché il piano di pronto intervento prenarrato, provvedesse anche a raccogliere petali di fiori in appassimento, foglie di alberi in caduta libera e, già che si stava in ballo, anche il polline girovagante l’aria, prima che tutto ciò potesse toccare il suolo e quindi lordarlo.

    Un autentico incasinatore dell’umanità: impossibile stargli accanto più che qualche nanosecondo!!!

    Al mattino nel radersi con un affilatissimo e precisissimo rasoio laser con elementi di titanio, raccoglieva tutta la peluria depilata in un raccoglitore per la raccolta differenziata dei peli rasati, da non confondersi con quello per la raccolta dei peli sottoascellari piuttosto che da quello per la raccolta delle unghie neotagliate, diviso in tre ripartizioni: unghie semplici, unghie sporche ed unghie incarnite.

    Tralasciando i dettagli relativi la pulizia rettale a seguito delle secrezioni relative, è curioso anche il sistema da egli adottato per l’impiego multiuso di stuzzicadenti usati, grazie ad un efficace sistema di lavaggio, disinfezione e temperatura dello stecco con conseguente raccolta dei trucioli dispersi che vengono poi rimpastati per ottenere assi portanti per la costruzione di ottovolanti ciclopici.

    Un pozzo di scienza e cultura in grado di affermare le proprie qualità ovunque, contagiare il popolo, la gente, chiunque gli si avvicini. Veramente un esempio di perfetto meticolosismo e di ottimizzata essenza del buon vivere nel rispetto e nel calcolo di tutto e tutti, tu compreso.

    Infiniti titoli di studio, lauree e diplomi pressoché di ogni cosa, facoltà o materia.
    Un pozzo di scienza ma anche un essere garbato, educato, che tende al bene altrui prodigandosi in infinite opere di insegnamento ed addestramento, illustrando a chiunque il meglio per ottenere il meglio anche dal più peggio. Bello a vedersi, semplicemente perfetto.

    Forte di questa sua talentuosa personalità, il Cannellone teneva un grosso cesto, detto il Cesto delle Occasioni.

    Si trattava di un grosso contenitore in giunco colorato al fior di fragola, contenente (ma senza colonnello) numerose palline dipinte di nero, aromatizzate all’aceto... Ogni qualvolta avesse commesso un errore, una mancanza, non avesse affrontato un dettaglio di realtà con il massimo della tempestività od efficacia, ne avrebbe tolta una e, se un giorno le palline avessero mai dovuto esaurirsi, si sarebbe tolto la vita, in quanto avrebbe dimostrato a sé stesso ed al mondo un eccesso di imperfezione.  E’ evidente che questo rischio non si poneva, in quanto il suo essere era talmente saldo e fortemente preciso, che il rischio di errore non era neanche impercettibilmente ipotizzabile, e in effetti il Cesto delle Occasioni era sempre, da sempre, colmo sino all’orlo di palline di aceto nero.

    E questa era anche una sua grossa vanteria: al Cannellone piaceva guardare spesso il suo cesto sempre pieno, dimostrazione che il suo perfezionismo non concedeva nulla all’errore, neppure involontario, e tutto era sotto il continuo e costante controllo del suo esercizio, delle sue attentissime attenzioni.

    Passo’ quindi un giorno, di giorno, a ottimizzare la propria salute polmonare joggizzando su una spiaggia deserta, autentico spettacolo di prestanza atletica, fisica e biomolecologica. Correndo con ritmo perfetto e cadenze sopraffine, sviluppava una battuta plantare dei piedi sontuosamente liberi da calli, verruche, peli superflui ed odori molesti, semplicemente perfetta; la gestualità sportiva del suo corpo esprimeva una suprema ideologia dell’anatomia umana, il suo respiro metricamente cadenzato era un inno all’inspirazione ed espirazione polmonare, muscoli e tendini si contraevano ed estendevano con un superbo altalenarsi di elastiche contrazioni e senzatrazioni.

    Qualcuno, nel vederlo, avrebbe per certo esclamato:

    - Caspitello caspitino, ma che atleta sopraffino
    Caspitino caspitello che prestanza da modello...
    Caspitaccia caspitona che salute proprio buona
    Caspituzzo caspitazzo ma che pezzo d’un ragazzo! –

    Dopodiché trattandosi di una spiaggia deserta le siddette esclamazioni venivano semplicemente presupposte da chi, come me, sta spremendosi le meningi per cavare fuori la storiella...

    Sicché
    passo dopo passo, incedere dopo incedere nella salubre ginnastica mattutina, il Cannellone giunse al fine del proprio ciclo ginnico e si dedico’ alle altre sane abitudini quotidiane tra cui:
    meditazione strascendentale secondo i paradigmi spagosofici del 700 europeo, contemplazione del proprio io attraverso la lettura interiore del proprio essere e non di quello altrui, aerobica, anaerobica e ginnastica anale a seguito della quale approfondito esame delle relative feci e del liquido orinale, prelievo e campionatura del sangue con relative diagnosi, controllo della vista udito olfatto e sensi vari, colazione ricca e proteica nonché vitaminica e integratrice di zuccheri primari e secondari, preghiere sul genere Ave Prozia e Padre Nastro, previsione del tempo per la giornata, l’indomani e i relativi prossimi 25 anni, pressione altimetrica e barometrica in assetto costante e variabile, e in effetti moltissimi altri test e consuetudini per la propria perfetta salute generale.

    Nel volgere lo sguardo fiero verso l’orizzonte, si perdeva nello scrutare le onde, il nascere lontano, il loro lento e maestoso avanzare verso la riva, il loro infrangersi, la cresta spumosa che ribollendo e brillando si arrotolava su se stessa frantumandosi sulla scogliera, vaporizzandosi in spruzzi e schizzi che riflettevano l’arcobaleno.

    Nel riempirsi  di tanta bellezza penso’ che per perfezionare la propria perfezione avrebbe in effetti dovuto riuscire anche a lui di profondere tanta possanza e significanza all’infuori di se’ e che comunque anche lui avrebbe dovuto provare l’ebbrezza di infrangersi su uno scoglio per riflettere i colori del sole e per prorompere la propria grandezza...

    Decise di organizzarsi per farlo...

    Dopo aver nuotato qualche dozzina di ore in direzione dell’orizzonte si sarebbe in realtà dovuto chiedere a che distanza si sarebbe trovato, all’incirca, l’orizzonte, e forse avrebbe potuto evitare la ricerca di un traguardo impossibile a destinarsi... Nuoto’ infatti ancora varie quindicine di mezzore senza porsi dubbio alcuno, anche perché non sapendo cosa fosse un dubbio non avrebbe qualsivoglia potuto porselo...
    - Appena giungo all’orizzonte mi abbandono sul mare e vado spumeggiante verso gli scogli, ad infrangermi con fragore!  -

    E nuoto’....

    Giunse infatti, ma non all’orizzonte bensì alla sponda opposta del mare, vide la costa, le rive, le spiagge e gli scogli, ma non poté attuare il proprio desiderio, in quanto non era partito dall’orizzonte.
    Si sedette pensoso sulla sponda opposta, dedicandosi ad un sapiente riposo adagiato sulla candida e tiepida ghiaia, guardo’ nuovamente il mare e si rese conto che non avrebbe potuto fare ciò che desiderava...
    Le onde partivano dal limpido confine tra le acque e il cielo, ma lui non ci era riuscito!

    Accompagnato da un inedito senso di leggera confusione dovette cedere alle evidenze e, rientrato nella propria dimora, distrusse una pallina di aceto nero.

    - Poco male, pensò, ce ne sono ancora moltissime, e questo e’ solamente un episodio non ripetibile –

    E in effetti ebbe poco a ripetersi, anzi, più che altro fu buon esempio e buon metodo di analisi e riflessione per nuove cognizioni del proprio essere, cosi’ nacquero valutazioni veramente significative alle già perfette (o quasi?) abitudini  e tendenze del Cannellone.

    Ed ecco comparire geniali novità nel quotidiano di tutti i giorni, nonché importanti e determinanti idee, progetti e fatti a migliorare il presunto perfetto del proprio insieme.
    Al mattino un gallo, collegato ad una gallina, dava la sveglia con tanto di benvenuto diurno e ovetto tiepido, al chicchirichire del gallo un prelibato meccanismo separava i componenti dell’ovetto triturando perlosì il guscio in particelle successivamente reimpiegate per la costruzione di silos antiatomici...

    Nel frattempo sgorgava acqua tiepida dai rubinetti di casa e un sistema di lavaggio automatico provvedeva alla pulizia generale delle parti complesse, tra cui retropalpebre e zona interna dello sfintere, nonché di quelle meno complesse come viso, mani piedi e capelli, successivamente pettinati da un pettinatore elettronico e spazzolati da uno spazzolatore alimentato dal riciclo dell’acqua sporca, dopodiché asciugati e messi in piega da una asciugomessinpiegatrice aggiornata in tempo reale con i più attuali criteri dell’alta moda sulle acconciature. Importante quindi notare come ogni abito predisposto per tempo all’uso mattutino, perfettamente stirato ammorbidito, profumato e decontaminato da eventuali radiazioni nucleari e tossine microbatteriche, venisse indossato grazie ad un ingegnoso indossatore alimentato dal fetore della biancheria usata e dalla decomposizione degli scarti organici dello stesso Cannellone, per poi concludere la fase di sveglia con un rapido ma totale aggiornamento dei fatti del giorno grazie alla lettura simultanea di tutti i quotidiani del mondo di cui egli era abbonato, e dalla visione di tutti i TG e Radiotg mondiali dalla propria centrale di ricezione globale di qualsivoglia radio e televisione del globo.

    Per non parlare della sua nuova bicicletta dotata di ogni buon comfort: dal salotto per gli ospiti alla toilette per signori e signore, nonché a quella per maschi e femmine.

    E il casco per la moto, in grado di convertire le particelle di smog presenti nell’aria stradale in pura aria ionizzata d’oltralpe...
    E il portafogli, in grado di convertire sistematicamente qualsivoglia banconota in valuta locale?

    E le stringhe autoannodanti per le scarpe?

    E le scarpe con doppia suola per salite/ discese?

    E il cappelloautomassaggiante il cuoio capelluto con analisi continua della salute di ogni singolo capello, del coefficiente di caduta generale capace anche di provvedere con un sensore ottico interno a dare, quando ne fosse il caso, una spuntatina ?

    L’ineccepibilità era la sua regola e il tempo trascorse un po’ sin quando, nella salubre brezza del mattino, incontrò mentre ritmava un cadenzato passo di footing, un bambino che raccoglieva conchiglie lungo la rena… fece una pausa stimata in 2 minuti e 43 secondi e 5 decimi per chiedere al fanciullo cosa stesse facendo

    - Non lo vedi, vecchio mammalucco? Raccolgo le conchiglie ! –

    Rispose, educatamente, il simpatico marmocchio

    Dopo aver stimato la direzione del vento grazie alle sue sopracciglia tattili e quantificato l’umidità dell’aria grazie alle funzioni igrometriche dei peli pettorali, il Cannellone replicò:

    - E’ un passatempo molto interessante… posso aiutarti a perfezionarlo ? –

    - Lasciami in beata pace brutto bambascione… e stai zitto, chè devo ascoltare il rumore del mare –

    Così simpaticamente replicando, il ragazzino pose una grossa conchiglia all’orecchio, e sembrò perdersi in una melodica armonia di suoni.
    Il Cannellone, incuriosito, si avvicinò per ascoltare anch’egli ma il bimbo, infastidito, lo allontanò…

    Il tempo di break era scaduto, così riprese la propria corsa mattutina ma il calcolo dell’incedere dei propri passi rispetto all’angolazione del piede in incidenza sulla sabbia rapportato all’asse di curvatura terrestre in concomitanza del calcolo della marea era diventato impreciso, in quanto visibilmente deconcentrato dall’episodio appena accadutogli.

    Capitò così di inciampare in un grosso conchiglione rotolando al suolo e insabbiandosi di conseguenza la perfetta delineatura del viso… un incidente!

    Cosa mai vista, né capitata… come aveva potuto distrarsi, deconcentrarsi, perdere tempo e ritmo nella perfetta cadenzatura della sua corsetta?

    Pensò gravemente che questo errore avrebbe costato una nuova pallina di aceto nero, la seconda… e questo stava per demoralizzarlo oltremodo senonchè, rimirando la conchiglia in cui era appena inciampato, provò l’immediata necessità di replicare l’atteggiamento del bambino, la portò verso il sontuoso orecchio sinistro e rimase stupefatto da ciò che sentiva: il rumore del mare, il fragore delle onde, l’immensità delle acque sembrava racchiusa nel minuscolo spazio interno di quel guscio arrotolato senza particolare logica geometrica. Ascoltò ancora, e lo spazio interno della conchiglia sembrava moltiplicarsi all’infinito trasmettendo il senso della grandezza delle cose, il boato del tempo, il silenzio dell’abisso, il sussurrato bagliore del sole che sorge e che tramonta, l’acqua, la pioggia, il cielo, l’arcobaleno, le nuvole e le stelle sembravano parlare dal nulla…

    Qualcosa di più grande ed intenso sembrava sfidarlo nuovamente… sempre lui, il mare, un frutto del mare, la sua imponenza, il senso di orizzonte senza fine e moto interminabile, una nuova sfida, un nuovo modo di migliorare, di vincerla, la rivincita… finalmente!

    Cercò di replicare quel mondo di suoni ed atmosfere racchiuso nella conchiglia gonfiando il petto ed inspirando circa 2,3 litri d’aria balsamica, protese le braccia verso il cielo perfettamente perpendicolari all’orbita della terra intorno al sole, curvò la schiena in avanti al fine di creare un coseno interno esattamente pari a quello relativo la stratosfera in rapporto alla ionosfera, gonfiò i muscoli immettendo una forza di 56,45 Joules al secondo, spostò la carotide verso l’alto di un numero di millimetri pari al logaritmo del peso specifico del titanio fratto il numero di molecole componenti una cellula di zanna di elefante, spiccando quindi un salto di 48 centimetri meno la differenza tra la distanza in parsec della terra dalla prima supernova e la velocità di propagazione di un fulmine all’interno di una massa gassosa, aprì la bocca emettendo un suono possente e roboante che tuonò intorno con magnifica potenza e possanza…

    - Ci sono riuscito, come sempre! –
    Esclamo tra sé e sé con scontato compiacimento… In quella, alle sue spalle, un gregge di pecore nere corse quasi impazzito verso l’acqua, tuffandosi in mare.

    Un fenomeno raro, quasi unico… ma mentre contemplava questo strano episodio, il bambino gli tornò appresso redarguendolo:

    - Tu non sei il mare, non puoi essere, fare, competere con qualcosa di immenso e grande che appartiene alla grandezza del mondo, di tutti noi, non sei nulla confronto alla grandezza di una grande cosa, la tua arroganza ti porterà a consumare il tempo della tua vita, in una inutile sfida persa in partenza… -

    Perdere… la sfida… una sfida… una sconfitta … ???
    Non erano assolutamente pensieri in grado di coesistere nelle molecole cerebrali del Cannellone senza provocare una tempesta di contraddizioni e stimoli violenti, alla rivalsa, alla supremazia, all’affermazione di sé al mondo e sul mondo, su ogni parte di ogni cosa, ogni parte del mondo, sul mare, in quanto parte del mondo, parte di una sfida, quell’unica sfida che lo aveva piegato, ad oggi, già ben due volte

    Cominciò dignitosamente con l’assolvere il suo debito, lanciando al mare la seconda pallina di aceto nero dalla sua cesta…. Ma il bambino intervenne nuovamente…

    - Devi lanciarne un’altra, perché hai cercato di imitare il rumore del mare e hai solamente prodotto il suono di un richiamo per le pecore! –

    Amara constatazione … la sconfitta stava bruciando in duplice maniera … e partì così anche la terza pallina, cancellata dai flutti, dalla schiuma delle onde che la squagliarono in pochi istanti
    Ci fu un breve attimo di silenzio e riflessione, il poderoso umano si sentì pervadere da un malcelato senso di incognita difficoltà, un alone impercettibile di insicurezza e impotenza… da cui cercò di reagire… si impose di contrapporre la propria determinazione per vincere questo unico ostacolo mai incontrato nella sua inappuntabile esistenza.

    Si tuffò quindi con grande determinazione contro la cresta delle onde più alte, trapassandole con grande precisione da parte a parte, atterrando nell’acqua spumeggiante con una perfetta carpiatura del dorso avvitato sull’area lombo-sacrale, penetrando l’acqua che ribolliva sulla risacca e inarcandosi perfettamente al fine di rendersi idrodinamico al massimo livello… le onde si infrangevano sulla riva, sabbiosa a tratti, in parte irta di scogli tappezzati di frutti, alghe, molluschi, piccoli crostacei dalle mille zampe che camminavano incerti tra gusci di cozze e filamenti vegetali, tra stelle di mare e granchiolini trasparenti, quasi evanescenti… il sole si infuocava riflettendosi sulle mille frange della superficie accarezzata dal vento senza barriere, brillavano i raggi che via via si disperdevano tra cielo e mare creando un’unica armonia di colori, raggi di mare, onde del cielo, nuvole arricciate e sfilacciate che fondevano i colori del mondo nel dipinto del tramonto, accompagnati dal battito d’ali di un gabbiano solitario, dal frenetico rincorrersi di mille tremolii luccicanti e palpitanti, sopra e sotto, mentre la terra diventava tutt’uno, il cielo e il mare, lo spazio e gli abissi in una sola fusione di insiemi, di parti dell’infinito che armonicamente guidavano il tempo e i frammenti del tempo verso l’argento della notte, verso quella parentesi di sogni, silenzio, abbandono che accompagna ogni essere al richiamo del riposo e dell’amore… 

    In questo silenzio perdiamo ogni traccia di uno sconosciuto resto decomposto reso su una spiaggia lontana, mesi, anni dopo… corroso dalla salsedine e dal freddo, dal sole, cibo per parti di un ecosistema marino, dissolto in brandelli di plancton e bocconi succulenti per pesci notturni, indefinibile insieme di avanzo organico, scheletro di se stesso, del nulla, del nulla che viveva dentro di sé, che lo riempiva, lo alimentava, lo condannava….

    Cala lentamente la marea verso il tardo giorno di un qualunque momento, nel morbido ripetersi di un dolce sciabordio piccole onde lambiscono la sabbia dorata, fine e calda, dove l’impronta di un bambino che torna verso casa si dissolve poco a poco, granello di sabbia dopo granello di sabbia, ricomponendo un tracciato eterno come la storia della vita, un mosaico fatto di infiniti tasselli composti e guidati da un unico progetto di insieme, dall’armonia dell’essere, del mondo, della terra, dello spazio, del tempo… nessuna sfida, nessuna distinzione, un unico insieme di mondi congiunti e realtà interfacciate nel grande, indivisibile disegno…

  • 03 agosto 2011 alle ore 19:16
    Sorgente d'amore

    Come comincia: Eri una piccola sorgente... sgorgavi cristallina... pura... figlia delle nevi disciolte al sole...
    filtravi tra le rocce, nel terreno vivo, tra le erbe e
    i fiori, dissetavi le aquile sulle alte cime... e il pettirosso quando più giù... dolcemente... sgocciolavi trasparente... puro alimento di vita per la vita stessa...

    Io no... ero lontano... molto lontano...

     

    una macchia paludosa nel cuore melmoso di un acquitrino, partorivo insetti e soffocavo tra le sabbie mobili che mi impedivano di essere, esistere...

    Eri la melodica armonia di un ruscello... il dolce tintinnare delle gocce smeraldine...

    Aprivo le falle, per uscire, liberarmi... il fango mi travolgeva portandomi con sè... trasportavo rifiuti, rami senza foglie, non avevo aria... non ce
    n'era più... ristagnavo, esondavo...

    Scendevi, scendevi ancora... sempre più bella, eri una piccola sorgente che cresceva raccogliendo le piogge, danzavi saltellando tra le pietre... splendevi... libera di scorrere... libera di essere...

     

    Cercavo un argine... un appiglio... qualcosa cui aggrapparmi per sopravvivere... un sostegno per uscire dal buio vortice che cercava di
    risucchiarmi... riportarmi laggiù...

    Ero in una grande conca, in fondo alla valle... ho iniziato a costruire uno sbarramento, sempre più grande... ora resistevo... la diga mi proteggeva...
    mi difendeva... mi custodiva nel suo ventre... lasciando che le acque torbide decantassero lentamente... accadeva... mi ripulivo, tornavo a
    respirare... vedere... sentire... percepire...

    Scendevi ancora... scorrevi... sempre più bella, più dolce, alimentavi le farfalle che dischiudevano le ali, brillavi sotto i raggi colorati della vita che donavi, ricevevi, gorgheggiavi...

    Sì.. ora respiravo e vedevo, ascoltavo e sentivo... esistevo... il sole poteva penetrare in me... fotone per fotone... riflettevo tutto ciò che mi circondava, mi dipingevo di rosso con il tramonto... e la notte mi argentavo con i raggi della luna... e delle stelle...

    Scendevi stupenda... scendevi sola, eri sola... sognavi di incontrare un ruscello limpido con cui fondere le tue acque... per crescere... lanciarti
    giù tra le rocce, spumeggiare...

    La diga stava cedendo... non resisteva... il bacino che mi conteneva era ormai saturo... il livello stava superando il limite... dovevo impedire che altre acque confluissero in me... sarei crollato... cercavo di difendere, difendermi... proteggermi... ostruivo i canali di accesso... deviavo gli affluenti  canalizzandoli altrove, disponevo chiuse ovunque per chiudere, sigillare l'accesso...

    Ma tu eri figlia del ghiacciaio, regina di un celeste reame... portavi luce, vita... conoscevi la strada, il passaggio... scendevi ancora... proprio da quella sponda cosi scoscesa che non pensavo fosse possibile... giungere a me... ti trasformavi in una piccola cascatella dorata e fresca... scendevi dal cielo... angelica sorgente di vita, di amore...

    Goccia dopo goccia hai portato i cristalli delle nevi lontane... la rugiada del mattino... la bellezza e la purezza che nasceva lassù... tra le nuvole,
    gli arcobaleni... le aurore...
    Crollava l'argine... sembrava crollare... ma era solo un'ombra, una figura immaginaria... una barriera inesistente... una protezione inconscia,
    invisibile... temevo di infrangermi devastante tra le pareti delle montagne... temevo di distruggere, distruggermi... ma ora che le acque erano
    limpide potevo vedere, sentire, accogliere, amare...
    Mi scioglievo tra le tue labbra... il sole osservava, la luna ci accarezzava... il cielo abbracciava il nuovo corso che fondeva lo spirito dei nostri sogni, le acque si univano e ora potevamo scendere, scendere insieme... scendere ancora... aggiravamo le pietre, giocavamo con la ghiaia, il muschio, portavamo fresca linfa vitale a tutte le piante che ci circondavano, a tutti i fiori... e scendevamo ancora...

    Eri una piccola sorgente cristallina... carica di vita e di amore...
    consapevole della tua luce, della tua bellezza... ma eri sola... sapevi che un tesoro prezioso è sempre custodito nel profondo... più è nascosto... più
    è prezioso...

    Ora scendiamo insieme... veramente insieme... preparati amore, tienimi stretto, comincia a gridare... perchè tra poco iniziano le rapide, tutto
    aumenterà in noi, saremo più grandi, più forti, più belli. più vivi, salteremo roboanti, la nostra energia sposterà ogni ostacolo, erodendolo, aggirandolo, tieniti forte, vicino, vicinissimi... uniti in un solo insieme, nello stesso cammino, nello stesso percorso... andiamo... seguimi... ti seguo... tienimi per mano... ti bacio profondamente... stringiti a me... lanciamoci nel cielo, nello spazio... senza paura...

    Così...
    Volando...

    Spumeggiando…

    .

    Siamo una splendida cascata... proiettata verso il mondo laggiù... verso un
    mondo di amore... con amore...

    Là... davanti a noi... guarda che meraviglia... quanto spazio... senza confini... tutto per noi... andiamooooooooooo

  • 03 agosto 2011 alle ore 19:12
    Sissy e Polly

    Come comincia: SISSY E POLLY

    21-10-1998

    Polly camminava solo per una strada deserta, macchiata di ombre lunghe e sconosciute, che si accavallavano l’una sull’altra confondendo i suoi pensieri, e accentuando le sue paure.

    I suoi capelli neri e lisci spesso gli coprivano lo sguardo, come a difenderlo dal vortice di caos che riempiva la sua mente, indurita dal passato e offuscata dal futuro.

    Lungo la strada il sentiero tortuoso dei suoi desideri e dei suoi sogni si perdeva nell’infinito, visibile e irraggiungibile al tempo stesso, forse sapeva quello che voleva, ma non lo vedeva, e vedeva quello che sognava, ma non lo viveva o, piu’ semplicemente, non c’era, non era cosi’....

    Sissy fluttuava eterea in un mondo di luce, chiara come i suoi soffici capelli biondi, lunghi e biondi...

    Nel suo sguardo sincero si rifletteva uno strano insieme di desideri e paure, progetti e incertezze che forse solo la propria mente riusciva ad interpretare con esattezza.

    Intorno a lei il dolce sogno dei propri progetti di vita, e una difficile realta’ di cose, contradditorie, in continuo conflitto con il suo desiderio radicale di vivere nel bene e nel giusto, coltivando il palpito insicuro del suo cuore, rincorrendo immagini piu’ dolci ed autentiche di quelle che al contrario le si proponevano davanti nel quotidiano passar del tempo.

    Polly non sapeva se era in grado o meno di quadrare la sua vita, schiacciato in un labirinto di ostacoli e paure, sensi unici e vie senza uscita, montagne speculari ad ogni orizzonte mettevano in seria difficolta’ la sua forza d’animo attaccando il suo carattere alle origini, sprofondandolo prima ancora che si esprimesse.

    Incastrato tra le righe di un pavimento a piastrelle, incapace di deviare da un tracciato se non aggirandolo per chilometri distante, bloccato di fronte ad obblighi e divieti intoccabili e insuperabili, oppresso dall’insieme di doveri imposti in una scatola chiusa, ingabbiato nelle viscere di un impenetrabile castello di sole mura, sepolto in un abisso cieco e sordo, privo di ogni via di fuga mentale, temporale, esistenziale...

    La sua notte era lo sconcerto continuo del suo corpo per strade abbandonate, quasi un richiamo a salvaguardia del suo patrimonio biofisico, quasi la nascosta esigenza di affrontare una parte di mondo, la peggiore, non potendo interpretare di meglio, pensare in positivo, vedere l’esistenza di un progetto vitale...

    Sissy coccolava il suo corpo di bimba, cullandolo in una tenera ninna nanna che sfuggiva al richiamo del tempo, bambola di se’ stessa, specchiandosi nel proprio io che non vedeva oltre, isolata da figure piu’ grandi di lei, forse imposte dalle esigenze, forse recitate in un gioco di circostanze che non potevano maturare buone possibilita’, buone intenzioni, il desiderio di vivere fuori da questo programma.

    Era uno schema autobloccante, internamente al quale non era possibile costruire un domani se non ribaltando completamente i valori, lottando per la distruzione di queste figure, reagire istante per istante, con forza e decisione, con coraggio... Il coraggio di fuggire abbandonando il mondo e le cose del mondo, di investire solamente in un proprio ideale, lontano dalle grida, dai rumori, dai brutti sogni che la avevano accompagnata sino ad allora.

    Nel vuoto della propria solitudine il silenzio del naufragio, le onde che si calmano e tornano lentamente ad adagiarsi lente e sicure intorno a lei, sfiorando dolcemente i suoi capelli biondi e il suo sguardo di topolino impaurito.

    Polly cercava tra le ombre di ogni notte una figura che potesse illuminare un eterno vagar nel buio, e in questa assenza toccava e assaggiava tutto quello che trovava, qualunque cosa fosse, qualunque forma avesse, cambiando parti di se’ per adattarsi ai frammenti di vita deserta, alle briciole di mondo sparse per strada. Nel corso dei suoi temporali mentali intravedeva quel corpo di bambola sola, ricca di vita inespressa e di sogni repressi... Ma il fragore di tuoni assordanti lo rovesciavano ancora lontano da lei, dal suo desiderio di proporsi insieme a lei, e disperdeva tutto nell’aria gelida a tagliente di una burrasca senza fine.

    Sissy si appoggiava delicatamente sul cuscino cercando una mano amica, trovava compagni per qualche passo del suo cammino, pensava spesso di rinunciare a vivere, a camminare, per potersi fermare, interrompere la ricerca continua della sua proposta biologica e psicologica... Passavano giorni ed anni, ma si adattava solo con la forma, la pelle, a una vita imposta o forse piu’ piccola del necessario. E l’incertezza del suo sguardo di bimba correva tra stelle e sentieri sperando non trovare nulla e nessuno per accettare quello che era e che aveva.

    Polly rientrava dopo quindici anni sul primo tracciato di vita percorso all’origine. Esaminava metro per metro il terreno, si guardava attorno, cercava di reinterpretare i colori, i sapori, il profumo del mondo, rivivere da zero, abbandonare, dimenticare... Costruiva muri per difendersi e barricate insormontabili, stringeva intorno a se’ poche cose, le sole riemerse dal nulla insieme a lui dopo tanto tempo. Le teneva strette, le difendeva, le cresceva insieme.
    Senza essere uscito era comunque rientrato, ora forse avrebbe potuto capire la sincerita’ di un gesto d’amore, l’importanza di un progetto di vita.

    Polly cercava Sissy, che cercava Polly.

    Il desiderio reciproco di incontrarsi e la realta’ di non conoscersi.

    L’improbabile ricerca di un proprio ideale senza coordinate di riferimento, senza un asse su cui muoversi, un metodo, una logica.

    Ciascuno cercava, o forse aspettava, a volte rinunciava, ma nessuno, quantomeno, era piu’ travolto da altre cose,

    ombre nascoste fuori dalla porta, chiusi in una vita a prova di tormenta e di tormenti, autonomi e soli con se’ stessi, pensavano di esistersi l’un l’altro, senza fretta, senza correre ciecamente, timorosi di perdersi ancora o di essere assaliti da altre forme distruttive.

    Ma il tempo portava primavere senza fiori, autunno senza vento e le foglie cadevano lente e asciutte verso la terra, senza parlare di vita, senza cambiare nulla, senza crescere germogli, idee, episodi...

    Il desiderio di nascere, sbocciare, vivere restava in un mondo immaginario e idealizzato, parte di parte di se’ stessi, oppresso e represso, dimenticato, forse impercettibilmente vivo, ferito, annullato, spento.

    Le notti passavano lunghe e silenziose per entrambi, nel letto sbagliato, tra mura fredde ed umide, spoglie, odori di nulla nell’aria pesante e viziosa in cui si scioglievano speranze e progetti.

    Il tentativo continuo di accettare quel tipo di vita confliggeva eternamente con la ribellione vigorosa del proprio animo che urlava la necessita’ di esistere, spezzare, spazzare via... Le palate di merda e i vagoni di spazzatura che impedivano di respirare, distruggere gli ostacoli che impedivano di correre, dissodare, scorticare i tronchi inamovibili piantati in mezzo al proprio sentiero di vita.

    Come un uragano spento, un vulcano estinto, Polly incontra Sissy, forse calamitato dal desiderio di credere, forse lei, dolcemente sola e viva, attirata da un progetto interiore profondo e tenace, la propria vita, il proprio corpo, la reale sintonia delle proprie emozioni, intenzioni, parole coerenti, pensieri nel domani, verso una primavera che porta un dolce e tiepido fiore, molti fiori, colorati, il loro profumo, la leggerezza dei suoi capelli biondi, il loro sguardo.

    Insieme guardando il cielo azzurro e un panorama di mondo comune, il giorno di provare, capire, la notte per abbandonarsi insieme all’esplosivo contatto delle proprie mani, delle labbra, gli occhi chiusi, socchiusi, un lungo interminabile congiungersi di storie da vivere dimenticare combattere vincere provare creare seppellire ribaltare sconfiggere urlare stringendosi forte, piu’ forte.
    E il mondo diventa il mondo del loro calore, della loro forza, della loro vita, tra le ombre della lunga notte vissuta che si spengono calpestate insieme, dei muri umidi e fetidi che si sgretolano e giorno dopo giorno crollano, in briciole, frammenti...

    Nasce una nuova identita’, un nuovo stimolo a pensare toccare prendere vivere, un fiume burrascoso che travolge il terreno arido spazzando rami secchi, arbusti e spine, spazzatura abbandonata per anni, ora sommersi da un mondo congiunto dove un grande cuore comune batte ritmico insieme pulsando di vita da vivere, lo sguardo vero, sincero, contatti di fuoco che sconvolgono ogni cellula, ogni istinto, palpitando assieme e insieme ai sensi perduti, al piacere caldo, caldissimo di una notte, molte notti, del domani, del futuro...

    Passeggiando tra case e vie colorate, strette, piene di vita, il mondo cambia il mondo, una candela che illumina sensuale i loro corpi che si stringono e si prendono, fantasmi che si allontanano spazzati dal vento, mulini alti e luminosi in una prateria verde e ricca di sensazioni, sentimenti, qualcosa che continua a nascere, crescere, la vita che si fa vita congiungendo idee e desideri, sogni e progetti, il profumo di un tramonto davanti all’orizzonte, l’alba pungente tra mille ragnatele abbandonate che svaniscono sotto il sole, il canto di mille cinguettii colorati tra le foglie e i fiori, le farfalle, animali che si muovono silenziosi accordando il loro corpo al mondo che vive, che vuole vivere....

    Vivere momenti, per vivere momenti, per vivere momenti.

    Senza perdere nulla, senza dimenticare, raccogliendo immagini della propria storia insieme dipingendo la propria storia.

    Oggi Sissy socchiude il dolce sguardo in un sorriso, consapevole interprete di se’, e il giorno diventa la scoperta continua dell’insieme delle cose che abitano il mondo

  • 03 agosto 2011 alle ore 12:33
    Delirio in tre versi

    Come comincia: 50 coglionerìe in tre versi, rima AbA o AAA

    Recatomi a Parigi,
    guardai la Senna,
    ma preferiì il Tamigi.
    -
    Ero sbronzo in birreria,
    non potendo guidare,
    prendevo la seggiovìa.
    -
    stavo fumando una canna,
    arriva lo sbirro,
    e poi la condanna.
    -
    I poteri divinatori,
    nella corrida,
    li hanno i tori.
    -
    La donna grida spesso,
    se dentro un cesso,
    viene violentata con successo.
    -
    Un animale che soffre,
    poi muore,
    e come cibo si offre.
    -
    Le tende da sole,
    o in compagnia,
    fan giochi di parole.
    -
    Indòmita vagina,
    davver ti bagni,
    se un pene si avvicina ?
    -
    Proprio su quel ramo,
    dopo tanto tempo,
    rimane scritto che t' amo.
    -
    L' amore passa,
    poi il divorzio,
    poi la tassa.
    -
    Le foto del matrimonio,
    tempi felici,
    poi vuoi il mio patrimonio.
    -
    Un uccello è strano,
    se non avendo penne,
    sta bene in una mano.
    -
    Un cavaliere errante,
    forse gay,
    cercava il proprio fante.
    -
    Un rapporto a due,
    nasce un bimbo,
    scaldato dal bue.
    -
    Svoltavo a sinistra senza freccia,
    un' auto gay,
    mi ha fatto breccia.
    -
    Annusavo l' odore della terra,
    faceva caldo,
    ero chiuso in una serra.
    -
    Conobbi un poeta deluso,
    leggendo i suoi versi,
    capiì che era eluso.
    -
    Conobbi l' eroina a 13 anni,
    ci litigai a lungo,
    per tanti compleanni.
    -
    Il mare è acqua e sale,
    si pesca di tutto,
    ma non c’è mai caviale.
    -
    La bellezza è guardarti,
    il tuo profilo è al meglio,
    se angolato di tre quarti.
    -
    Il prete bacia soave,
    i bambini sottochiave,
    durante il conclave.
    -
    La collera mi diserta,
    anche allo stadio,
    anche in trasferta.
    -
    Ho scritto pagine false,
    per conquistare te,
    in quasi tutte le salse.
    -
    L' amore ha un prezzo,
    dicesti tu,
    perciò non lo apprezzo.
    -
    La fantasia al potere,
    ed il politico, che vada
    a lavorare in un podere.
    -
    Mia nonna non è mica ancora morta,
    ma se non vuol che le vada storta,
    che si spicci a farsi operare l' aorta.
    -
    Ci parlano di libero mercato,
    cioè di ciò,
    che ci ha affamato.
    -
    Ti darò una bacio sulla bocca,
    dolci parole,
    per assaltare poi la tua rocca.
    -
    Vorrei sposarti ogni sera,
    per portarti sempre in crociera,
    mia bella ereditiera.
    -
    Ho fatto male a me stesso,
    sulla tua illibatezza ho scommesso,
    ed ho perso mio già usato cesso!
    -
    Il foglio da scrivere attrae i curiosi,
    ci studiano quando scriviamo oziosi,
    o impegnati, ma pur sempre silenziosi.
    -
    La tua bellezza è per me un ostacolo,
    in quanti vorranno, in futuro,
    spingersi dentro al tuo miracolo?
    -
    Mi trovavo in ospedale,
    quasi morendo a Natale,
    molto ammirato al capezzale.
    -
    Ero stanco, dormivo in piedi,
    tu mi trovavi,
    mi suggerivi siedi.
    -
    Amore, butta la pasta,
    del mio ritorno mia casta,
    sembri proprio entusiasta.
    -
    Portando la colazione,
    nel letto del tuo Adone,
    mi ispiravi seduzione.
    -
    Non abbiamo più un domani,
    siamo umani
    e pure anziani.
    -
    Muore un bimbo in ostetricia,
    Che tristezza,
    e nato forse senza camicia.
    -
    Passavan le serate,
    sempre adulterate,
    da sbronze esagerate.
    -
    Camminavo leggendo un saggio,
    distratto non dal paesaggio,
    mi schiantai contro un faggio.
    -
    Prendevo una medicina potente,
    che alle altre era adiacente,
    era tutta colpa di un dente.
    -
    Scrissi t’ amo sulla sabbia,
    mi sentivo proprio in gabbia,
    e provavo una gran rabbia.
    -
    Dagli esami ho l’ anemìa,
    L’ ho saputo qui in corsia,
    che abbia preso la leucemìa?
    -
    Una volta si mangiavano gatti,
    che mangiavano ratti,
    serviti come ottimi piatti.
    -
    E’ nato prima l’ uovo o la gallina,
    l’ ho chiesto a mia cugina,
    che errando si guardò la patatina.
    -
    Oggi a pranzo tagliatelle,
    ma son scotte alle mascelle,
    le mie solite cappelle!
    -
    Mi si è rotto il rubinetto,
    l’ho forzato e qui lo ammetto,
    ora serve un bravo addetto.
    -
    Osservando questo tramonto,
    mi sovviene un mio racconto,
    scritto sol per tornaconto.
    -
    Annaffiando il verde ibisco,
    con cui il giardino abbellisco,
    cado e mi rompo un menisco.
    -
    La mia ragazza ora dorme,
    con Morfeo segue le orme,
    di bei soldati in uniforme.

  • 01 agosto 2011 alle ore 19:33
    Delirio automobilistico

    Come comincia: Vi propongo un gioco...avete mai guardato il muso
    di un' automobile provando l' impellenza di imitarne
    l' espressione?
    Alcuni fanali sembrano occhi orientali, per esempio.
    Le auto hanno davvero una faccia !
    Il gioco si pratica nei parcheggi, di solito si gioca in
    3 o 4, ma non c' è limite ai partecipanti.
    Di fronte ad ogni auto, gli ironici concorrenti imitano
    con la propria smorfia il frontale.
    A maggioranza si decide chi ha fatto l' imitazione
    più convincente...vince il più scemo.
    Attenzione a chi vi osserva, la gente comune non ha
    il senso del ridicolo neanche tra due facce
    innamorate in un frontale...smack.
    Le macchine si baciano nei parcheggi davvero !
    Ne ho baciata una inavvertitamente e mi son preso
    uno schiaffone dalla conducente.
    Alcune parti delle auto hanno nomi improbabili,
    ci avete mai pensato?
    Il parabrezza: provate in autostrada a farne a meno...
    Che dolce brezza leggera...
    Il lunotto posteriore, non ha la forma della luna
    né ricorda il numero 8.
    Forse il giusto nome del parabrezza sarebbe
    lunotto anteriore, dal momento che l' altro
    è posteriore, o forse paravento anteriore, comunque
    è innegabile che il paravento posteriore sia prezioso
    quando il cambio è sfatto e tocca girare in retromarcia
    per tutta la città; un torcicollo tale da portare
    preventivamente un collare in gesso dedicato verso
    destra...gli inglesi, vabbé.
    Perché i costruttori han sempre litigato sul verso della
    manovella per tirare su e giù il finestrino ?
    Ti fa incazzare di più che stare in fila, ti senti idiota.
    Il volante serve a sterzare e non a volare...comunque
    è tondo e vuoto all' interno..
    Lo chiamerei eclissi di sole, infatti è un
    anello di fuoco nel mese di luglio.
    Il portabevande non ha un nome strano, ha un motivo
    di esistere strano...oramai il diametro delle lattine è
    diminuito per quasi tutte le bevande in alluminio...
    ma le lattine di birra no !
    La lattina di birra entra come un pistone nel cilindro.
    Le case produttrici di automobili hanno una particolare
    attenzione nei confronti dell' alcol...è noto che dopo
    avere sfasciato una macchina si tenda a
    comprarne un' altra.
    Le chiamano 3 porte pur sapendo che non
    si potrebbe salire nel bagagliaio.
    E allora il cofano ? Le 3 porte ne hanno 4 ma se ne
    considerano 2 e le 5 porte ne hanno 6, ma se ne
    considerano 4,  ( prima dell' incidente intendo,
    il numero di porte residuo varia in base alla
    dinamica del sinistro ).
    Forse i costruttori si riferiscono alle porte a vetro...
    per la privacy le vorrei satinate, grazie.
    Per rilanciare il mercato ed ingrassare i già obesi
    rottamai potrebbero anche pensarci.
    Ma i rotta-mai usano il navigatore ?
    Non si sa ma lo sottraggono sicuramente come
    benvenuto nei loro depositi di ex auto mobili.
    Il tergicristallo - Si vede attraverso in modo splendido
    ma evidentemente non è molto resistente se si
     chiama così, niente paura, c' è sempre
    Doctor Glass e lue resine speciali !
    L' accendi sigari...ma non siamo tutti J.R. di Dallas
    con auto da sogno; magari però ci sentiamo tutti un
    po' più fighi...ci accendiamo un sigaro e quando
    facciamo benzina sogniamo di essere Moratti.
    La luce di cortesia... sei in macchina con la tipa,
    l' accendi e la guardi, è ovvio che lei pensi
    " Ma quanto è carino... mi ha acceso la lucina
    di cortesia per guardarmi  negli occhi, magari
    mi vuole baciare "  Mah!!
    Il vano motore...se acquisti un' auto con questo
    accessorio,  te ne ricorderai bene quando
    rimarrai in panne, vane saranno pure le bestemmie.
    Lo specchietto retrovisore; perché retrovisore?
    La parola specchio contiene già il senso di
    " retrovisore ", mica specchia davanti !
    Forse i costruttori volevano introdurre specchi
    deformanti per aumentare gli incidenti...
    a questo punto capirei la puntualizzazione
    del " retrovisore ".
    Questi progettisti squali che vogliono
    più sangue sulle strade ci regalano invenzioni
    piene di aria fritta come gli airbag ma che non venga
    mai loro in mente di fare automobili che vanno
    pianino mi sembra delinquenza pura.
    Il sociologo Fog Cutter ha perso 3 dei suoi 12 figli
    in incidenti a causa dell' alta velocità uccidendo
    due famiglie in gita ed un minorenne al volante.
    Ha scritto in lacrime un breve saggio sui pericoli
    della guida sostenuta & irresponsabile.
    Il titolo dice tutto: " Ora ne devo mantenere 3 in meno,
    ma devo ancora finire di pagare un' Audi, una Saab
    ed una Porsche.-Riflessioni sui pericoli delle auto
    sportive in caso di contraffazione dell' assicurazione ".

  • 01 agosto 2011 alle ore 13:03
    Ricordi

    Come comincia: Quand’ero bambina la mia mamma non mi rimboccava mai le coperte. Non canticchiava mai la mattina al mio risveglio.
    Non mi ha mai dato il bacio della buona notte o semplicemente augurato un dolce risveglio.
    La mia mamma non mi diceva mai che ero bella con un vestito, che ero stata brava all’interrogazione in classe o che avevo rifatto bene il letto. La mia mamma non giocava mai con me.
    Lei neanche c’era nelle mie giornate.
    La mia mamma era morta ma il Signore mi concedeva di vederla.

  • 01 agosto 2011 alle ore 11:43
    Delirio del crescione romagnolo

    Come comincia: Questa è la storia della battortella, la guerra tra i
    Pastafresca ed i Tortellini.
    Questi ultimi eran gli abitanti di Tortella mentre i
    primi erano conditi con pomodoro e cipolla...
    non è vero, i Pastafresca erano gli abitanti di
    Ametralmente, la città in tutto e per tutto opposta
    diametralmente a Tortella.
    Il motivo della faida era stabilire la
    paternità del crescione romagnolo.
    I Tortellini avevano inventato il ripieno
    ed i Pastafresca il loro farinaceo contenitore.
    La guerra gastronomica ( che non è il
    punto g dell' universo )  scoppiò a Tortella all' alba
    di una giornata che si sarebbe rivelata una giornata
    di guerra subito dopo l' alba.
    I Pastafresca attaccarono i Tortellini, erano armati
    di cannoni sparadossali e fuciliegi col nocciolo.
    Distrussero per prime le chiese ed in seguito
    le sale giochi, gli ispettorati dell' igiene alimentare,
    attaccarono poi i nas ed infine i Circoli della Ricotta.
    I Tortellini stimarono danni per almeno 30 milioni di
    crescioni romagnoli e si ripromisero di rendere ai
    nemici, pan per focaccia.
    Tre giorni dopo furono i Tortellini a sorprendere i
    Pastafresca di Ametrelmente alle porte della città.
    Erano armati di obicipiti gonfiati di ripieno,
    carri tarmati e rivoltagliatelle, che sparano tagliatelle
    lunghissime che si attorcigliano al bersaglio,
    immobilizzandolo.
    i cieli furono oscurati da bombardieri e bombardoggi,
    giudicati i più utili al momento.
    I Tortellini battezzarono quel giorno di guerra
    battaglione in quanto applicarono la
    legge del taglione, ( C'è un saggio interessante su
    questa pratica illustrato eccellentemente dal
    sociologo Fog Cutter dal titolo " Tagliare la nebbia
    con il coltello ha ripercussioni positive sulla visibilità:
    Rischi, ritorsioni e vendette della nebbia squarciata ".
    I bombardoggi conclusero operazioni chirurgiche
    mirate alla fertilità dei Pastafresca maschi che sùbito
    cambiarono il timbro di voce con acuti tali da far
    precipitare i bombardoggi, la strumentazione andò
    in panne ed i piloti di Tortella si buttarono in tempo
    per atterrare poi su un deposito di fuciliegi che fecero
    saltare in aria con delle bombe al bombolone,
    l' esplosivo al c4 cremoso e ricoperto da
    zuccherompente.
    Gli obicipiti centrarono i punchball dei giovani
    strafatti di ricotta dimostrando loro quanto fosse
    importante il ripieno nei crescioni.
    Per contro i carri tarmati furono polverizzati ma il
    battaglione fu vinto alla grande dai Tortellini.
    Dopo il primo attacco dei Pastafresca e la vendetta
    dei Tortellini ebbe seguito la battabella,
    lo scontro finale.
    La battabella fu combattuta a Farinàceo,
    una città raffinata.
    Il duello fu tragico, perdite del 90% in entrambe
    le fazioni, cadaveri infarinati ad ogni angolo, case e
    chiese ridotte ad un ammasso di cereali.
    I superstiti dai capelli bianchi cercarono allora un
    accordo in comune che li indirizzò a rivolgersi
    al giudice.
    Questo ordinò un paio di crescioni romagnoli
    ed a pancia piena ordinò una gara di crescioni,
    chi ne mangiava di più in dieci minuti vinceva.
    Vinsero i Pastafresca ed il dissapore sembrò finire
    lì ma poco dopo arrivò Giovanni Rana che in un
    solo bollore cosse i Tortellini e fece fallire
    tutti i Pastafresca.
    Oh, mio dio,
    " Ma che c' entra Giovanni Rana con i crescioni ! ".

  • 30 luglio 2011 alle ore 18:30
    Delirio misto odierno

    Come comincia: I Dieci Comandamenti:

    Io sono il Signore Dio tuo:

    1. Non avrai altro Dio fuori di me e ti garantisco
    che è più che sufficiente.
    2. Non nominare il nome di Dio sul divano.
    3. Ricordati che non sai mixare alle feste.
    4. Onora il padre e la madre su facebook.
    5. Non uccidere a caso.
    6. Non commettere atti impuri, récati alla banca del seme.
    7. Non rubare le caramelle ai bambini.
    8. Non dire falsa gravidanza.
    9. Non desiderare la donna d' altri, ma se lei ti desidera si può fare.
    10. Non desiderare la roba d' altri, ci sono i negozi.

    ---------------
    Decalogo del creativo egocentrico

    1-Ogni tua azione, ogni giorno migliora il
    mondo perché tu hai solo da insegnare.
    2-Non cercare di apparire con vestiari
    stravaganti ed atteggiamenti sopra le righe;
    sei comunque già abbastanza insopportabile.
    3-L' amore è solo una perdita di tempo ed a
    te interessa solo essere amato, dunque fai in
    modo di essere amato.
    4-Usa droghe e alcol solo in caso si necessità
    assoluta e comunque mai sul tuo lavoro, specie
    se ti applichi ad un lavoro creativo.
    5-Non perdere tempo con lavori ignobili
    e faticosi da due soldi, quei pochi che ti servono
    li guadagnerai applicando la creatività
    alla necessità.
    6-Non frequentare altri egocentrici se non per
    necessità lavorativa applicata alla creazione.
    7-Non sei invidioso ma gli altri ti invidiano,
    se questo corrisponde a verità sei un egocentrico.
    8-Asseconda la tua pigrizia fino a livelli
    patologici e poi riparti come un panzer su un' idea
    in cui credi davvero.
    9-Se conosci egocentrici che non sanno di esserlo
    aiutali a comprendere che matrimonio e figli sono
    solo veleno e che gli renderanno la vita un inferno.
    10-Sii consapevole che se dovesse arrivare anche
    un poco di fama il tuo egocentrismo aumenterà
    progressivamente fino a livelli insopportabili che
    la tua creatività non sopporterà, régolati.

    -----------------------
    Pensiero per Martina

    Abbina un colore al tuo cuore,
    guardalo di nuovo al tramonto,
    ti sembrerà sbiadito.
    Abbina il sole al tuo cuore,
    guardalo al tramonto,
    ti sembrerà più grande.

    ---------------------------
    Ombre orizzontali

    Le ombre esauste,
    dopo una giornata di sole,
    si allungano e si stendono
    per scomparire nel buio.
    Come le persone esauste,
    alla sera si stendono nel buio,
    si ricaricano sognando
    giornate luminose
    perché vivono con la luce.

    ----------------------------
    Brevissima dell' odio universale

    Prendere la Terra tra due dita e sgocciolarla
    per l' universo.
    Lasciarla al sole ad asciugare bene.
    Polverizzarla molto fine e disperderla.

    ----------------------------
    Coglionerìa

    Un uomo muore d' infarto tra le braccia dell' amante.
    Appresa la notizia, la moglie lo lascia delusa.

    ----------------------
    Delirio capitale

    Come sarebbe suddividere la nostra esistenza in
    7 periodi corrispondenti ai 7 vizi capitali ?
    Mah, forse metterei l' invidia nella vecchiaia estrema.
    L' accidia ora, e nella molto tarda gioventù l' ira.
    I peccati di gola nell' infanzia; sicuramente.
    L' avarizia non so, non sono molto incline
    al possesso materiale.
    La superbia han un peso inversamente
    proporzionale alla lussuria.
    Non sarei capace di collocarli nel tempo.

    ----------------------
    Delirio del destino

    Il destino crebbe e si fece fatale.
    Polverizzò la mezzanotte
    e passò oltre.
    Escogitò qualche trucco per
    passare la notte e trovò
    un riparo ed un vecchio
    amico di scuola,
    era il fare.
    Il destino si chiese si chiese
    cosa ci facesse insieme a lui
    e trovò la risposta nella
    propria essenza.
    Il fare accese un fuoco
    per scaldarsi ed il destino
    lasciò fare.
    Grazie al fare, il destino
    sopravvisse al gelo.
    E grazie al destino che
    non interferì,
    il fare poté vantare
    di aver combattuto,
    riuscendo con
    fortune alterne,
    per un nuovo giorno.
    Il destino non fu d' accordo
    ma non sapendo
    accendere il fuoco
    cercò in sé stesso
    una risposta
    che non trovò.
    La notte successiva,
    il destino cocciuto
    morì congelato
    rifiutando l' aiuto
    del fare.
    Il fare, riconoscendo
    la salma, disse che
    era proprio destino.

  • 29 luglio 2011 alle ore 20:07
    Delirio pingue

    Come comincia: Baron Karza è un ricco lottatore di sumo gay
    giapponese di colore ed ha l' età di un
    cinquantenne; infatti ha 50 anni ed
    approssimandosi la fine della carriera,
    ha deciso di scrivere un libro su un presunto
    problema tra i lottatori di sumo gay; il titolo è:
    " Come diavolo si fa a fare sesso fra di noi ",
    1440 pagine più l' " introduzione " del sociologo
    Fog Cutter, edizioni Nipponpon.
    In Giappone ha venduto 30.000 copie mentre
    negli states ne ha vendute 70 milioni ed è alla
    69esima ristampa.
    Incredibile come gli americani siano tanto
    appassionati al sumo...
    Nell' " introduzione " il sociologo Cutter ha cercato
    a modo suo di far comprendere che il sesso gay
    tra avversari avvicina all' amore, insomma
    picchiare per lavoro l' uomo della tua vita
    non solo è eccitante ma favorisce una più
    ricercata intimità dal momento che l' aggressività
    negativa è già stata sfogata ed in più remunerata.
    Fog Cutter nei suoi preamboli è incredibilmente
    persuasivo...è il Morelli dei sociologi ed offre
    sempre punti di vista convincenti come un bravo
    avvocato li offrirebbe ai propri nemici in crisi.
    Ho letto un' intervista a Baron Karza ed a
    grandissime linee ho capito che tipo di uomo sia,
    molto grasso, gay, ambidestro, avaro e scontroso
    ma con gli occhiali da vista, un capellone
    fumacanne che non vede il suo pisello da
    parecchio, né se pisciasse in piedi né se provasse
    cautamente a sfondare la tazza vedrebbe il
    suo piccolo micronauta.
    Il suo rapporto con il cibo, a detta sua è buono;
    il motivo è che non lo sopporta, lo divora per
    eliminarlo...mah !
    L' intervistatore in quel mentre ha chiesto a Karza
    cosa facesse per i bambini affamati e denutriti di
    pelle nera.
    Lui si è messo a ridere, poi si è improvvisamente
    messo a piangere ed infine si è messo il cappello
    e se ne è andato; è quindi poi tornato con cinque
    focaccine e tre bomboloni e si è messo da parte
    masticando ed ingurgitando in religioso silenzio.
    Le sue passioni sono, oltre al culo ed il sumo,
    i manga giapponesi che trattano il difficile rapporto
    tra i lottatori ricchi gay ed eterosessuali poveri
    nonché anoressici che lottano per vivere;
    Il classico manga esistenziale giapponese che
    fa della diversità un piacevole punto d' incontro
    senza far menzione del colore della pelle.
    Baron Karza  ha recentemente aperto una società,
    la p.i.ng.u.e...che sta per Parrucche In Nylon
    Giapponesi Utilizzabili Eternamente.
    Non sarà mica uno di quei capelloni fumacanne
    trapiantati?...Odio chi si fa le canne se si trapianta
    i capelli ma porta gli occhiali ed è ciccione e gay...
    Recentemente Karza è venuto in Italia al gay pride
    di Roma in veste di Dj per pubblicizzare un nuovo
    articolo per sexy shop, il Manga Mengone,
    il fallo studiato per il ciccione, creato per riuscire
    ad inserirselo da soli evitando inevitabili e dolorosi
    crampi a braccia e schiena e dunque il relativo
    ed immancabile affaticamento respiratorio.
    Ha fatto incetta anche delle versioni italiane
    dei suoi manga preferiti eppure io, se non altro,
    leggendo e potendo capire i dialoghi,
    ho conosciuto un Baron Karza più sumoristico.

  • 29 luglio 2011 alle ore 15:22
    il professore di francese

    Come comincia: S’intuiva a naso che la giornata sarebbe passata altalenando tra uno sprazzo di sereno e una frusciata. Quel mese di marzo pareva si dovesse ricordare per le piogge torrenziali e per quelle tempeste di vento che arrivavano all’improvviso portandosi via tegole e camini. Era stata una notte da diluvio universale. Il giorno antecedente sulla Provinciale, era crollato mezzo versante di montagna, intimorendo non di poco gli abitanti sottostanti.

    Gaetano aveva appena aperto il locale che il forestiero, manco stesse aspettando il miracolo di un santo, entrava tutto rattrappito in una cerata con cappuccio che ancora gocciolava. Salutò con un, Buon giorno, secco e chiese, Un caffé macchiato. Dopo essersi riscaldato il gargarozzo, si mise a camminare avanti e indietro come un carcerato finito in gattabuia per una demenza del giudice di sorveglianza. Gaetano lo controllava a vista, Forse è arrivato in anticipo ad un appuntamento, da come si muoveva, Questo è un tipo strano. Non ci volle tanta scienza per capire che l’uomo era stato sveglio tutta la nottata, e teneva inequivocabilmente nella testa qualcosa che lo tormentava. La curiosità ebbe il sopravvento, non riuscì a trattenersi dal domandare, Scommetto che la macchina gli si è fermata!?
    No!, rispose quello fissandolo di brutto, come un rinoceronte pronto per caricare..
    Meglio se lascio perdere, questo ha la miccia accesa, è pronto per scoppiare. Il forestiero allora si rimise a traghettare. Poi si sedette al tavolino dov’era il giornale della mattina, e si concentrò sul titolo cubitale della prima pagina, che riportava senza andar per il sottile, raccontava l’ennesima scudisciata del bugiardone di Palazzo Chigi al tribunale di Milano.
    I clienti cominciarono ad arrivare; e il bar ad affollarsi come non mai, molti commentavano la schifosissima giornata. Ogni tanto uno scontrino e un lavaggio di tazzine. Dell’acqua per favore, Uno lungo, Due macchiati, Uno amaro, Uno ristretto, Uno senza caffeina, Un latte, Due da portare via, Un cornetto con marmellata, Due con cioccolata.

    Ci stanno notizie sul castello? chiese avvicinandosi al forestiero il professore di francese dopo aver fatto colazione a più riprese. L’uomo non rispose. Scrollò solo le spalle con indignazione senza nemmeno guardare in faccia l’interlocutore. Il professore di francese, taccagno di natura e appizzuttato in cultura, rintuzzò nuovamente, Mi dai l’inserto locale la pagina al centro del giornale?
    Mah vaffanculo! rispose questa volta il forestiero muovendo all'aria una mano come per scacciare un moscerino dispettoso.
    Ehh! Manco t’avessi chiesto un milione, riprese il professore per niente intimorito dalla reazione. 
    Il forestiero allora scattò come un felino accartocciando il giornale nel cestino.
    Prima di stramazzare svenuto tra il bancone e il frigo, il professore distinse chiaramente un pugno d’idrofobia saettare diritto sul suo naso aquilino. Il poverino, di senno non certo di quattrini, cercava conferma ad una notizia appurata il giorno prima, che come un fulmine a ciel sereno s’era sparpagliata in quattro e quattrotto per tutto il paese.
    Un piccolo furbetto arrivato chissà come da un paese di rimpetto, si era comprato con una manciata di milioni il castello di quel nobile signore ch’era don Michele Tatanella, morto da più di quindici stagioni. La notizia in se per se, sembrava non aver il minimo valore, ma la gente della piana che adesso costruiva a tutto spiano, proveniva tutta quanta da quel borgo medioevale, ognuno possidente, guardacaso di un buco, un pertuso vissuto e usurato dai suoi avi.
    Il borgo attorcigliato sul pendio ricordava la storia di quel popolo com’era cominciata, tutti servitori di un unico signore che sul cucuzzolo si era costruito quella magnifica dimora.
    La gente, caso strano era molto attenta all’argomento, ricordava e raccontava innumerevoli vicende che avevano per soggetto proprio quel castello. Ogni angolo, le mura, ogni tufo e anfratto raccontava una sua storia, a volte forse pure piatta. Erano storie d’amore, di guerra, di ricatti e non mancavano neppure momenti di riscatto. Qualche anno prima, un ardimentoso giovanotto, uno di quelli che sfruttano le notti ad aguzzar l’ingegno, s’era preoccupato di organizzare al borgo delle visite guidate. Era bello, alto, un corpo da maschietto e correva pure in bicicletta. Il professore di francese c’era stato ad una di queste visite guidate, ed era rimasto grandemente impressionato, non solo per la storia di quel borgo, ma della conoscenza ricercata dell’esuberante giovanotto. Pasquale si chiamava, il nome lo ricordava a perfezione, solo il cognome rimaneva sottotono.
    Ad ogni modo l’Amministrazione sembrava volere attivare una prelazione per annettere quel bene al patrimonio comunale. Di contro una minoranza trasversale (vattelappescare), riteneva più appropriato mettere quel bene nelle mani del privato. Allora germogliò come erbaccia in mezzo al prato, certa gente linguacciuta, maleducata, calunniatrice del malaffare. Vociferava che qualcuno si sarebbe comprato, complottando col privato, una macchina di grossa cilindrata e un appartamento, che era un vero affare.
    Dall’altra parte cosa si può fare se un popolo d’anonimi inizia a sparlare?
    Della Gilda ad esempio, mormorava che futtiva col prelato! Del consigliere Ciaramella, capace di mettere la mamma sulla strada! Asseriva addirittura che il sindaco sniffava, ma era solo timido, non troppo intelligente, per questo osava pigliarlo pei fondelli! Anche se, non si sapeva in giro, ma aveva provveduto, ben oltre ogni misura a pararsi il culo, spogliandosi di tutte le sostanze e ogni riferimento, dato le circostanze. Per non parlar di corna e di cornuti compiacenti. Un capitolo tra i più belli! Poi in ordine decrescente, s’aggiungevano le donne che la davano e le altre che annusavano. Ebbene? Di tutti si sparlava! Ma quelli che nella lista erano più in vista, sui quali si ricamava con tanto materiale, erano senza dubbio gli amministratori comunali.
    Pure un Dio si doveva riguardare se andava a spasso col portafoglio in tasca, dopotutto sul comune, cosa erano andati a fare? Tutti uguali.
    Dalla politica era meglio rimanere chilometri lontani, L.P., (Lassammo Perdere) marcava quando era in vena di battute quel leccaculo di Renato.
    Occorre rilevare che già nell’ottocento, un sottoprefetto venuto a controllare una vendita comunale relazionava:  la gente in questo posto è abituata all’anonimato e alle maldicenze, gli amministratori poi, gente indecente.
    Comunque per tornare al punto, il professore di francese si alzò da terra mezzo stralunato, con il sangue che colava giù dal naso e da un taglio verticale al lobo parietale. Il forestiero invece, come se niente fosse stato se ne uscì lemme lemme dal locale. Si spogliò della cerata e la lanciò con sdegno in una Punto parcheggiata. Salì, infilò la chiave e partì in tutta fretta, manco se in quel preciso istante stesse nuovamente a diluviare. Si fermò accostando al marciapiede dopo cinque isolati. Sfilò dalla tasca una foto invecchiata e osservò una donna in abito da sposa sorridente e prosperosa. Abbassò il sedile con due movimenti della mano, chiuse gli occhi e si addormentò sfinito a riposare.