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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia:                                               Chi ancora persuadere a stare al tuo amore?                                                                    Chi ti offende? Se infatti fugge presto ti cercherà,                                                              se non vuole doni, te ne farà, se non ama, presto amerà  

    Pamela e Rebecca, due giovani musiciste inglesi (l'una pianista, l'altra suonatrice di contrabbasso), erano amiche inseparabili sin dall'infanzia, vissuta insieme e spensieratamente a Windermere, la più frequentata stazione di soggiorno della regione dei Laghi o Lake District (contea di Cumbria), situata tra le boscose colline del lago omonimo.

     E Windermere, incantevole quanto tranquilla cittadina di appena ottomila anime, è famosissima in tutto il mondo per essere stata, nella prima metà del XIX°secolo, la capitale del romanticismo inglese. La "prima generazione" di poeti e scrittori romantici, infatti, (da William Wordsworth a Robert Southey, da Samuel Taylor Coleridge a Charles Lloyd, Johnny Wilson, Thomas de Quincey, etc.) si riunì e visse in questi luoghi della Scozia sud-occidentale (oltre a Windermere ci sono altri piccoli paesini sparsi nella regione: Ambleside, Hawkshead, Coniston, Patterdale, Keswick, Grasmere, Cokermouth, Kendal), meravigliosamente amèni e incontaminati nonché dalla primordiale natura e semplice che tanto li ispirarono nel loro scrivere e declamare versi.

     Le due ragazze "nutrirono" la loro adolescenza e gli anni seguenti al college (frequentato anch'esso insieme a St. Alban' s, nella contea della Greater London) di poesia, soprattutto, ed idilliaca natura. Già a dodici anni, tuttavia, avevano cominciato a cercarsi per simpatia ed affetto ma anche per qualcos'altro. Un giorno di settembre, infatti, prima di partire per il college, quelle sensazioni, e quei desideri, e quelle pulsioni  sino ad allora rimaste velate e inespresse, uscirono finalmente allo scoperto: Pam e Reby (i rispettivi diminutivi con cui erano chiamate in famiglia), durante una gita in barca a Belle Isle, isoletta al centro del lago ad appena tre miglia da Windermere, si baciarono voluttuosamente, prima, eppoi si accarezzarono sensualmente, si amarono e possedettero perdutamente, eroticamente e omosessualmente. Tornate alle rispettive abitazioni, decisero tuttavia di non riferire nulla dell'accaduto ai propri genitori; di tenere, cioè, nascosto il loro amore sicure che quelli non avrebbero compreso né tanto meno accettato il fatto (le famiglie di entrambe, infatti, appartengono all'alta aristocrazia borghese e nobiliare britannica, legata a logori ed antiquati schemi mentali quanto a principi perbenisti e retrogradi): fino a quando i tempi li avrebbero consentito di fare il contrario. Partirono per il college due giorni dopo, col rapidissimo delle British Railways Harrogate-Leeds-Londra e lo frequentarono insieme per quattro lunghi anni (Pamela studiò letteratura greca e pianoforte; Rebecca, invece, scienze naturali e contrabbasso); facendolo, inoltre, senza mai rivelare a nessuno il segreto condiviso, che le teneva unite in quel momento particolare (quasi come fosse un doppio filo d'étamine, tanto rado ma al tempo stesso talmente congiunto da mostrare di netto la sua trama all'occhio che lo osserva) e che le avrebbe tenute poi assieme per tutta la vita, né mai mostrare ad anima viva le loro tendenze omosessuali e la loro passione "incestuosa e contronatura": una prova eccezionale di carattere, coraggio e determinazione, nonché di forza d'animo, maturità ed abnegazione ma anche, e soprattutto, una immensa prova d'amore. Il giorno della consegna dei diplomi, però (sarebbe caduto in un sabato di metà maggio), le due ragazze decisero che fosse arrivato il momento di cambiare lo stato delle cose e rivelarsi al mondo ed alle proprie famiglie. E così avvenne, infatti! 
    Il padre di Pamela, David Flint (tipo brizzolato sulla cinquantina, aria da baronetto e pipa perennemente in bocca), arrivò sulla sua Jaguar B18 serie Uno color ruggine insieme alla moglie Prudence (donna di mezza età, elegante di portamento, ben vestita e ben...assortita) direttamente da Newcastle dove entrambi avevano trascorso i giorni precedenti (lei partecipando ad un torneo di bridge, invece lui ad un raduno del club della "caccia e della giarrettiera", associazione filantropica, filoaristocratica e ultra conservatrice, nata con l'intento di promuovere in tutto il Regno Unito l'arte venatoria, appunto; oltre a far rivivere lo splendore coloniale dell'impero britannico, rievocandone gesta e imprese passate). Erano le dieci in punto, la cerimonia sarebbe cominciata a mezzogiorno. Pamela attese il padre nella hall dell'aula magna e quando lo vide entrare, insieme alla madre, si avvicinò ad essi notevolmente sbiancata in volto. L'uomo, allora, chiese: - Figliola, siamo forse inaspettati? Sembra tu abbia visto due fantasmi!
     In effetti, la ragazza era abbastanza tesa, no per la consegna dei dilplomi ma per ciò che lei e la compagna avrebbero rivelato, di lì a poco, alle rispettive famiglie. 
     - No, papà, - rispose (quando era nervosa, come in quel caso, lo chiamava per esteso e no "pà"!). - Non preoccuparti, è soltanto l'ansia per oggi: tu è la mamma non avete colpa!
     Era poco sincera, evidentemente: in cuor suo sapeva benissimo ciò a cui andava incontro. I tre, intanto, s'avviarono nell'aula magna (già gremita in ogni ordine di posto, nonostante l'orario) e si sistemarono nella penultima fila sulla destra rispetto al palco, sedendosi sulle poltrone centrali. Nel frattempo Rebecca aspettava ancora i genitori per strada: seduta su una panchina nella Main Street, la via principale di St. Alban's, ch'é tutta inghingherata di pini e lecci e dove si affacciano, a sud il Quirkej Castle, casatorre del secolo XV°, a nord il Cashel Palace, palazzo georgiano del 1730 rimodernato, ora albergo quadristellato (della catena Donovan's&Mc Allister, con sedi sparse in tutto il Regno Unito), con tanto di piscina olimpionica annessa e duecento stanze ultralux, un tempo sede dell'arcivescovado. Dietro, invece, in Dominic Street, di fronte a un grande drugstore abbandonato, sono le rovine del St. Dominic's Friary, chiesa domenicana del secolo  XIII° con torre sulla crociera. Alle undici e trentasette anche i genitori di Rebecca finalmente giunsero (per loro disgrazia, un ingorgo sull'autostrada, tra Cheltenham e Aylesbury, nei pressi di Oxford, a trentacinque miglia da St. Alban's, li aveva rallentati). La madre Frances (della dinastia Rotschild), una donna energica seppur minuta, abbastanza simpatica sui quarantacinque (capelli lunghi e ricci, volto ben truccato, orecchini di perla verdi e rossi portati a mo' di ciondolo ed un diadema di brillanti a diciotto carati a bella mostra sul collo), aveva un diavolo per capello (anzi, sui capelli visto che ne aveva tantissimi!) ed uscendo dalla macchina, una Triumph "Madeira" color caffelàtte, gridò con foga al consorte (Benny Nunn, V° baronetto della dinastia Nunn-Westmoreland), tipo robusto, circa cinquant'anni, coi capelli fulvi e una strana voglia a forma di fragola stampata vicino all'orecchio destro:
     - Diamine, Ben, era ora che arrivassimo, ancora un po' e avremmo fatto in tempo a ripartire senza neanche aver disfatto le valige né visto nostra figlia diplomata!
     La donna aveva ragione: in effetti, mancavano pochi minuti appena all'inizio della cerimonia. Rebecca si avvicinò ai due di corsa (nel frattempo il padre aveva posteggiato la macchina di fianco all'entrata della scuola) e rivolgendosi al padre disse:
     - Papà, come mai così in ritardo?
     - Sai, Reby, - rispose l'uomo, - i contrattempi sull'autostrada sono sempre in agguato!
     - Va bene, - fece la ragazza, - entriamo pure, mi spiegherai dopo, se vuoi!
     I tre entrarono nell'aula magna e si posizionarono (questione di coincidenze fortuite oppure, chissà ?!), manco a farlo apposta, dietro i genitori di Pamela, seduti già da un pezzo insieme alla figlia. Non salutarono, però, i Flint (le due famiglie, oltre a essere dirimpettaie sulla Donovan Street, a Windermere, - le ville di entrambe, anzi, sembrano essere incollate tra loro col nastro adesivo, per quanto sono vicine! - si conoscevano da immemore tempo). La cerimonia cominciò ed il rettore, John Dumbar, professore emerito di scienze naturali (laureatosi ad Oxford nel 1971 con una dissertazione sui coleotteri della Tanzania!), tipo grassoccio ma distinto, sui sessanta ben portati, originario di Lizard, estrema punta nord della Cornovaglia, prese a parlare.
     - Signore, signori, genitori tutti, allieve ed allievi: grazie di essere quì, quest'oggi. E' la 399^cerimonia di consegna, questa - (il St. Alban's è uno dei college più vecchi del Regno Unito: il quinto per "età" dopo i sommi Oxford e Cambridge, Eton ed Edinburgo) - ed è davvero speciale perché cade ad un anno esatto dal 400°anniversario della nostra gloriosa scuola e...bla, bla, bla, andando avanti ancora per altri tredici noiosi e interminabili minuti (lo furono, evidentemente, soprattutto per Pam e Reby!). Dopo di che cominciò a chiamare sul palco, uno per volta, gli studenti (lo faceva, usanza atipica della scuola, per nome e no per cognome), fino a che venne il turno di Pamela, chiamata per prima rispetto alla compagna. Al termine della cerimonia nell'aula antistante a quella posta di fianco alla sala mensa, di solito usata per conferenze ed eventi affini, venne offerto ai convenuti un brunch a base di tartine (con burro, salmone e caviale), aperitivi vari (sherry e vermouth bianco), yorkshire pudding (budino caldo) alla vaniglia e macedonia. Tutto si svolse nel breve lasso d'una ventina di minuti: dopo di che ognuno fece ritorno alle proprie abituali attività. Pam lasciò i genitori e corse da Reby; dopo averla raggiunta, la fissò per un attimo negli occhi eppoi le prese le mani ed esclamò raggiante: - E' il momento! 
     Così entrambe (tenendosi per mano) tornarono in fretta dai loro genitori i quali, nel frattempo, avevano preso a discorrere vicino alla macchina dei Flint, posteggiata di sbiego davanti ad una cabina telefonica e poco distante dalla scuola, sulla Chelmsford Road. Pam, che ancora teneva per mano la compagna (con la sinistra stringeva la destra di Reby, nella destra portava una cola chiusa), fu la prima a parlare rivolgendosi alla madre Frances:
     - Sentite, - disse, - noi due abbiamo da dirvi una cosa...; non appena ebbe pronunciate quelle parole il padre di Reby fece con tono baldanzoso ed allegro:
     - Ah! Ah! Abbiamo capito, ragazze, vi servono dei soldi, volete fare un bel viaggetto, eh?
     - No, non credo pà, - disse questa volta Reby, - sembra che non abbiate capito nulla!
     - Allora spiegatevi meglio, su vìa, fatelo per favore: siamo tutti orecchie, pronti ad ascoltarvi, - fece il padre di Pam, rivolgendosi ad entrambe.
     - Sapete, - fu nuovamente Pam a rispondere, - io e lei, io e Reby... - si interruppe appena un attimo, colta dall'emozione, eppoi riprese a parlare (lo fece in modo molto diretto ed alquanto esplicito), - insomma, io e Reby ci amiamo; sì, siamo amanti! Sono quasi quattro anni che lo siamo e stiamo insieme: questa è la realtà delle cose, è l'unica ed inequivocabile verità!
     (Tutto era accaduto, infatti, durante quella "capatina" a Belle Isle, l'isoletta poco distante da Windermere, dove le ragazze erano state quattro anni addietro, poco prima di partire per il college: lì avevano scoperto di amarsi ed avevano fatto l'amore per la prima volta; da allora erano diventate oramai una cosa sola...come due corpi separati e avvolti in una gigantesca anima!).
     - Cooosa? Ti rendi conto di quello che hai detto e di ciò che state facendo, voi due? - Esclamarono tutti e quattro (cioé, i genitori di entrambe) in coro, anzi, all'unisono, come se avessero un megafono incorporato e fossero collegati tra loro con un filo elettrico ed una spina attaccata ad una presa di corrente. 
     - Certo che mi rendo conto: stiamo facendo la cosa giusta! - replicò Pam con decisione. (Era determinata, la ragazza, come non mai...per far valere le sue ragioni: molto più di qualche minuto prima!). - Sono perfettamente consapevole e del tutto in me, non mi sono fatta di nulla e non ho bevuto neanche un vermouth né una semplice e schifosissima camomilla, sappiatelo!
     Dopo aver ascoltato quelle parole, il padre di Pam si avvicinò alla figlia con piglio ben deciso e poco amichevole, e senza pensarci su neanche un attimo le mollò un ceffone sulla guancia sinistra: l'impronta delle fede nuziale era ben visibile ma lei...la ragazza, però, replicò a quel gesto violento ed inconsulto del genitore con parole altrettanto eloquenti:
     - Sai, pà, - fece, - (lo aveva chiamato così, questa volta e no papà come quando era nervosa: quindi era abbastanza calma e lucida) - non avresti mai dovuto farlo. La state prendendo davvero molto male, tutti voi, ma lo sapevamo, io e Reby; eravamo certissime che sarebbe successo: tantissime volte abbiamo immaginato, io e lei, che sarebbe andata a finire così.
     - Ma dai, su, Pam, non scherziamo! - disse la madre di Reby. - Avete soltanto diciassette anni, siete ancora delle ragazzine, in fondo, e... - la stessa Reby, allora, la interruppe con veemenza e fece:
     - No, mamma, ne abbiamo già diciotto, l'avete dimenticato? (Entrambe, infatti, chissà se per ironia della sorte oppure a causa di semplici coincidenze astrali, avevano festeggiato il compleanno della maggiore età un settimana prima della consegna dei diplomi; entrambe, cioé, nate sotto il segno astrologico del toro, il sette maggio: come se fossero delle gemelle siamesi venute però al mondo da genitori e in famiglie differenti).
     - E' proprio come dici tu, Reby, hai perfettamente ragione! - esclamò il padre di Pam, questa volta, anticipando tempestivamente i genitori stessi della ragazza. - Ma siete ancora delle ragazzine, cresciute, magari, e mature quanto volete per la vostra giovane età, ma sempre e comunque delle ragazzine, no delle donne fatte e compiute che siano magari in grado, già, di prendere una decisione così tanto delicata, di tale spessore etico e morale...sessuale; e poi, su, avete tutto il tempo...e un marito davanti a voi, sì, un marito e dei figli che vi aspettano per la vita!
     Pam, così, del tutto insensibile alle parole del padre (con assoluta nonchalance di stampo puro transalpino), riprese a parlare, e questa volta lo fece con una foga che non aveva mai mostrato in sua vita sino ad allora; ed era anche visibilmente commossa (sui suoi bellissimi occhioni da cerbiatta, azzurri come il mare ed il cielo messi uno sopra l'altro, insieme...sembravano dipinti da un solo pittore ma racchiudevano, in sé, la purezza delle madonne di Caravaggio, la sensualità delle donne di Tiziano o del Veronese e la luminosità d'un ritratto impressionista, vi fecero capolino alcune lacrime). Tuttavia, quei sentimenti contrastanti provati dalla ragazza ma che, al contempo e in un certo modo si completavano tra loro ed annullavano vicendevolmente con estrema rapidità, come una sorta di "turbinio" inspiegabile, fecero sì che essa non perdesse lucidità e... stranamente appariva più decisa di qualche istante prima (era chiaro che in quel frangente cruciale difendeva il futuro con la sua compagna e si batteva per entrambe, difendeva la stessa sua vita, le ragioni del sentimento piuttosto che quelle della logica...del cuore, dinanzi alla razionalità lucida quanto si vuole ma estremamente becera ed un pò retrò degli adulti!):
     - Vedo, cavolo, che non avete capito proprio un bel nulla, - disse - e...
     -  No, ripensateci, ragazze! - esclamarono nuovamente in coro i quattro adulti, (i "vecchi", come li definivano le ragazze stesse, a volte, parlando tra di loro) interrompendola per un sol attimo. Lei, infatti, riprese a discorrere e sempre con più fermezza, ribadì:
     - Ci abbiamo già pensato, sapete, quattro anni fa, cinque, non abbiamo null'altro su cui ripensare! - a quel punto la ragazza si fermò ancora, poi riprese concludendo in modo perentorio: - se solo tornassi indietro, capite, e fossi costretta di nuovo a farlo lo rifarei tale e quale cento volte e no una soltanto, senza esitazione; rifarei quello che ho fatto senza pensarci su un attimo ed amerei Rebecca come se fosse la prima volta, più di prima. Quello che c'é tra me e lei era già scritto nelle stelle da prima che nascessimo: non potrete mai capirlo, voi, neanche se vivreste altri duemila anni! (Probabilmente anche l'altra avrebbe risposto a quel modo: per filo e per segno, con le stesse, identiche e sentite parole; quasi come fossero state registrate in anticipo!).
     Dopo quanto detto da Pam, ascoltato dalla sua bocca che sembrava essere stata quella di un oracolo boscimane, (o forse svizzero, chissà, per la perentorietà con cui le parole erano state scandite!) tutti si zittirono. Poi la ragazza si avvicinò alla compagna, le prese la mano destra con la sinistra ed entrambe andarono via, senza salutare i genitori. Avevano deciso, (e) lo avevano fatto da molto tempo, forse; probabilmente dal giorno della famosa gita (o "capatina" che dir si voglia) sul lago, a Belle Isle. Entrambe, quella mattina, presero alcune decisioni importanti per il futuro e la loro vita: avrebbero fatto un viaggio insieme (in Grecia); al ritorno in Inghilterra, poi, avrebbero lasciato casa, per sempre, ed i genitori, e sarebbero andate a vivere per proprio conto in una dependance nell'east-end londinese. La mattina del diciotto giugno, infatti (erano appena le sei e cinquanta), un giovedì piovoso (come non di rado accade nelle lande di Albione anche a primavera inoltrata o ad inizio estate), le due ragazze presero il treno per Londra: da Victoria Station, poi, un'altro ancora per Folkestone. Dalla cittadina del Kent si imbarcarono sull'overcraft per Calais, in Normandia; di lì, poi, alle diciassette e trentasei pomeridiane, presero il T. G. V. (Train Grande Vitesse) che le portò dapprima a Parigi eppoi a Lione. Nel capoluogo del Rodano giunsero ch'eran quasi le ventitré. Era tardi, il traffico dei treni a La Part Dieu (la stazione centrale) interrotto per la notte: decisero, così, di pernottare e presero una stanza doppia all'hotel "de Gerland", sulla place Vendome, poco distante dalla stazione, di fronte all'Hotel de Ville. L'indomani mattina, dopo aver fatto abbondante colazione, a base di pane tostato, bacon, uova strapazzate e brioches al burro, le due salirono sull'eurostar "197TSS" delle ferrovie  private francesi "Liberté": destinazione Roma! Nella capitale italiana giunsero nelle prime ore pomeridiane (erano le diciassette in punto: alla faccia della superstizione!). Pam scese dal treno per prima e domandò a Reby:
     - E' la stazione Termini, chissà a che ora parte il primo treno per la Puglia?
     - Non preoccuparti, dai, ci penseremo dopodomani! - rispose l'altra.
     - Come dopodomani?- fece ancora Pam. - Non s'era detto che saremmo ripartite subito, appena arrivate quì?
     La "rossa" (Reby, infatti, aveva i capelli naturali biondo-ramati scuri, tendenti al rosso, appunto; mentre Pam, dal suo canto, era invece castana scura sin dalla nascita: entrambe ragazze bellissime!) aveva pensato bene, così, istintivamente (o "a pelle", come spesso era solita dire lei stessa), che avrebbero soggiornato nelle città eterna ("caput mundi", secondo un Caio Giulio che di cognome faceva Cesare) un giorno in più rispetto alla tabella di marcia prefissata; lo aveva fatto soltanto lei, questa volta, senza interpellare la compagna: in passato, infatti, le decisioni importanti (come del resto anche quelle più futili) le avevano sempre prese di concerto ma...Reby disse:
     - Su, dai, Pam, restiamo un giorno almeno quì, dopo tutto Roma è la città più bella al mondo. Ti scongiuro: ho sempre sognato di vedere le bellezze di questo luogo!
     Un sosta forzata ma ben accetta, in fondo: Pam, infatti, annuì piegando il capo in avanti, come un umile servitore, senza dire nulla. Le due presero così una stanza (la numero centoventisette, una doppia: come a Lione), all'albergo "Genova", in via Cavour, poco distante dalla stazione e nei pressi di Santa Maria Maggiore, una delle quattro "grandi basiliche" della città. Vi lasciarono i bagagli e senza neanche cambiarsi d'abito  e rifocillarsi ("en passant", come avrebbero scritto, forse, o meglio ancora detto, Baudelaire o Jacques Prevert), come se fossero state punte da una tarantola di mare o prese, chissà, da una arcana voglia di scoperta della bellezza commista a una sorta di istintiva frenesia artistica (simile alla frenesia "alimentare" che sovviene, a stomaco vuoto, ad amorevoli quanto simpatiche creature quali coccodrilli, piranha e diavoli di Tasmania), cominciarono, senza un attimo di sosta né respiro, a girare per la città in lungo e in largo: un dopo l'altro si gustarono, così, (poi divorandoli, ancor prima che col pensiero o la ragione, cogli occhi e con la bocca...come se fossero delle inermi prede)  Colosseo e Fori Imperiali, piazza del Popolo e Pantheon, Circo Massimo, Castel sant'Angelo, piazza del Vaticano e San Pietro...eppoi a piazza Navona, e su a Trinità dei Monti; con ritmo incessante fino a tardissima sera quando, letteralmente distrutte (solamente nel fisico, però!) e col sole oramai latitante da un bel pezzo, rientrarono in albergo dove si tuffarono sul letto a riposare, una volta ancora senza fare doccia né cenare. L'indomani mattina, prestissimo (eran poco più che le sei: i galletti italici, a quell'ora, sono ancora immersi nel sonno mentre i gentlemen d'oltremanica hanno già aperto gli occhi e forse il becco, chissà, da ben prima...pur non essendo galletti!) ingurgitarono colazione al sacco e poi si recarono in stazione, dove trascorsero le successive ore nell'ampia sala d'attesa, già gremitissima di turisti e pullulante di voci del mondo, nonostante l'ora: le due ragazze, tuttavia, riuscirono stranamente ad estraniarsi da tutto e in tutto quel chiassoso, colorito trambusto che li ronzava attorno, quasi a volersene prendere gioco, caddero in una sorta di dolce e silenziosa trance dove...a farne le spese, ahilui!, fu l'enorme orologio posto sulla parte di parete della sala di bianco interamente colorata (il resto era dipinto di giallo e di rosso a strisce verticali): Pam e Reby, contemporaneamente, lo fissarono in maniera talmente intensa che quello, infatti, sembrava dovesse prendere fuoco da un attimo ad un altro e forse...quasi a volerlo ammalliare (alla stessa stregua di taluni incantatori di serpenti indiani o tamil), a volerne fermare il ticchettio delle lancette per stringerlo, alla fine, tra le loro braccia come fosse un adone. Ma il tempo trascorse e...la rossa fu la prima a risvegliarsi, a "ritornare" da quello strano vagabondare, dal lungo loro vagare dolcemente. Dop'aver consultato la guida presa dalla sua valiga, in maniera abbastanza repentina ma pur minuziosa (era la più metodica, Reby, ed anche quella più precisa tra le due), disse alla compagna:
     - Il primo utile per Bari (era l'intercity che le avrebbe portate in Puglia) è alle undici, sul binario tredici. Andiamo, dai, siamo in ritardo!
     - Va bene! - fece allora Pam. - Prendiamo pure quello: mi fido di te, sei tu il capostazione, tu sei la mia dolce metà, lo sai benissimo!
               
     
     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

  • 08 aprile 2020 alle ore 15:40
    Quella parola

    Come comincia:  Non so se ce la faccio, ho un impegno.
    Al telefono, a mio padre che mi invitava a cena, mentivo… non avevo alcun impegno.
    Era il 19 marzo, festa del papà, l'ultimo che avremmo potuto trascorrere insieme.
    Persi quell'occasione e il rimorso di aver negato a quell'uomo buono, che mi amava teneramente, la gioia di vedere me, sua figlia, di abbracciarla e parlarle… mi bruciava, mi faceva star male.
    Avevo cominciato a dire bugie qualche anno prima, dal giorno infausto in cui uno tsunami mi aveva travolto, sconvolto la vita, ed entrato di prepotenza nella mia casa, ospite sgradito a cui non è dato negare l'accesso: la malattia. In quel giorno infausto, sul tram che mi riportava a casa, due giovani donne sedute di fronte a me e a mio marito, parlavano.
    ─ Cosa prepari oggi a pranzo?
    Io non avevo alcun interesse per il pranzo, altri pensieri tenevano prigioniero tutto il mio essere, la mente fissa a una sola parola e non riuscivo a pensare ad altro, se non a quella "parola". La parola concludeva la frase con la quale, al termine della visita, l'esimio professore aveva confermato la diagnosi che dava definitivamente vita allo spettro che io da tempo temevo e di cui sapevo il nome, lo stesso che sentivo riecheggiare in quella stanza anonima di ospedale: "PARKINSON".
    ─ Cosa prepari oggi a pranzo? ─ Continuava a rimbombarmi in testa, mentre tornavo a casa, alternandosi con il chiaro verdetto del luminare
     ─ Lei ha una lieve forma di Parkinson.
    Le due frasi, come palline da ping-pong, martellavano il mio cervello… ero completamente frastornata.
    ─ Ma sa che lei è fortunata. Ci sono tante ragazze con patologie più gravi! Parole gentili, quasi affettuose, con le quali il professionista aveva tentato inutilmente di calmare il mio pianto sommesso. "Fortunata!"
    Guarda che razza di fortuna mi è capitata e io, ancora oggi, non l'apprezzo.
    In tram sentivo crescere dentro di me una rabbia sorda che mi faceva star male, ma non riuscivo a tirar fuori il mio dolore, a urlare la mia disperazione.
    ─ Te la sei tirata, è da tanto che vai dicendo di avere il parkinson!─ Mi rimproverava mio marito.
    Non solo fortunata, ma una fortuna "fai da te". Quasi una colpa, dunque, essermi ammalata. Ero arrivata a casa e, ancora, l'eco di quella frase risuonava nelle mie orecchie e nella mia testa.
    Un tormentone, "Cosa prepari oggi a pranzo?", da cui non uscivo fuori. Era come se la mia vita si fosse fermata nell'attimo in cui avevo sentito quelle parole.
    ─ Le prescrivo un farmaco leggero, altrimenti fra dieci anni… ─ frase infelice del luminare che mi tornava in mente e nel cui ricordo crollavo e mi vedevo disabile in carrozzina.
    Continuai a vivere tra una peregrinazione e l'altra degli ospedali, da un ambulatorio più o meno specializzato a un altro; costretta a dimenticare le certezze e i punti saldi progettati per il futuro per gli effetti di una patologia di cui quasi mi vergognavo e che, per questo, avevo deciso di nascondere. Avevo scelto, infatti, di non dichiarare la verità sull'esito della visita ai parenti, a mio figlio, ai colleghi. Avevo scelto di piangere il mio dolore solo con mio marito e l'amica più cara su cui sapevo di poter contare in ogni momento e per qualsiasi motivo. Per questa decisione fui costretta a nascondermi, a mentire alle persone più care. Avrei voluto, invece, urlare, gridare la verità, vomitando tutta la mia rabbia e liberandomi di quel segreto che mi uccideva più della malattia.
    Mi è costato molto tacere ai miei genitori la verità. Mi è mancato l'abbraccio consolatorio di mamma e papà il cui affetto è e sarà sempre incondizionato. Recitavo un copione dove "quella parola" non poteva essere pronunciata, cosa che mi lasciava l'amaro in bocca e non mi aiutava. Mi rilassavo solo tra le quattro mura della mia casa ma anche il più insignificante degli eventi quotidiani, come l'improvviso suono del citofono, mi mandava nel panico, temevo che qualcuno riuscisse a decodificare e dare un nome all'insieme dei miei sintomi. A scuola, dove insegnavo, lo sguardo insistente di una collega che doveva aver capito e che abbassava gli occhi non appena osavo guardarla, mi infastidiva, mi innervosiva. Modificavo di volta in volta le mie abitudini rinunciando anche a ciò che amavo, evitando di frequentare i luoghi dove mi conoscevano, dove ero stata bene… sempre per la paura che qualcuno potesse arrivare alla verità che avevo chiuso in "quella parola".
    ─ Quest'anno rinunciamo alle vacanze al mare. Non scendiamo al tuo paese… in Sicilia ─ proclamai come un’eroina che si privava del piacere di bagnarsi in quelle acque smeraldine.
    Mi mancò la terra arsa di quell'isola polverosa, il mare cristallino e il profumo intenso dei gigli bianchi che facevo fatica a non raccogliere dalle dune di sabbia finissima di spiagge ancora selvagge.
    In pubblico cercavo di comportarmi in modo disinvolto, con quel fine assurdo che mi ero prefissato.
    ─ Ma tua moglie sta bene? ─ Chiedevano a mio marito che rispondeva mentendo… così mi raccontava. Invece credo che tanti sapessero perché lui non ha mai saputo mentire. Il farmaco leggero prescrittomi dal luminare non era molto efficace, le difficoltà e gli impedimenti erano sempre più evidenti finché mi resi conto di non poter continuare a svolgere la mia professione di insegante in modo corretto, come avevo sempre fatto. Non riuscivo a scrivere, la mano si bloccava ed ero costretta a fare correzioni a voce o alla lavagna, a volte mi si bloccava la gamba destra mentre la classe era in fila per andare a mensa!
    La verità veniva prepotentemente a galla, scalciava, voleva uscire dalla gabbia in cui l'avevo ristretta e io non ero più in grado di contenerla. Lentamente arrivai alla resa, accettai la malattia come compagna di viaggio e decisi di presentarla in società.
    ─ Sono malata di parkinson ─ cominciai a comunicarlo alla mia collega di classe, piangendo e scusandomi per non averlo fatto prima e con un mazzo di fiori per ottenere il suo perdono.
    Finalmente pronunciando "quella parola" mi sentii liberata dal masso che mi stava schiacciando. Stranamente la divulgazione del mio segreto non fu una sconfitta ma l'inizio della lotta, l'uscita dall'apatia e dall'autocommiserazione… inutili strumenti di penitenza di un medioevo ancora fra noi.
     

  • 08 aprile 2020 alle ore 11:07
    LE DELIZIE SEX DI PUERI E DI SENIORES

    Come comincia: Naomi e Katia due  sedicenni, Gabriele  pari età delle due gemelle abitavano nello stesso palazzo a Roma. Amici i loro genitori avevano vissuto la loro vita in simbiosi frequentando insieme l’asilo, poi  le elementari ed ora le medie al terzo anno. Superati gli esami di terza media con eccellenti voti (con sorpresa dei relativi mamma e papà) un pomeriggio si erano rifugiati nella camera del padre di lui accendendo il computer e cominciando a smanettare. Naomi: “Voglio telefonare a nostro padre in ufficio, chi ci resiste a Roma con  stò caldo.” La voce della centralinista: “Le passo suo padre.” “Che c’è di tanto importante che rompi pure in ufficio, se non è urgente ne parliamo stasera a cena. Cesira la mamma delle due furbacchione era stata messa al corrente del loro progetto.” Al rientro a casa del  ‘pater familias: “Mi faccio una doccia e vengo a cena.” A tavola le due gemelle avevano l’aspetto  delle alunne di un rigido college inglese. Il padre abituato alle ‘monellerie’ delle sue deliziose figliole: “Quanto mi costerà il desiderio che state per esprimermi?”  Naomi: “Il prezzo di una villeggiatura per le tue amorevoli figliole.”  Alessandro quasi parlando a se stesso: “Il bello che io volevo un solo figlio maschio, mi sono capitate due  femmine e per di più furbacchione che mi fanno fare tutto quello che vogliono!” Grandi abbracci e baci al papino ‘sfortunato’ che: ”Quale direttore di un ufficio import – export in questo momento per fortuna ho molto lavoro,  vi indirizzerò da mio fratello Alessio che con la moglie Aurora passeranno l’estate nella loro villa di Fregene.” Caro una rottura di palle per te, mi dovresti fare il favore di sobbarcarti la presenza nella tua villa al mare delle mie due figlie con annesso boy friend Gabriele non so di quale delle due.” “Sei un grande, quando importerò un pappagallo dal Brasile te lo regalerò, quegli animali sono addestrati a dare delle puttane alle signore ed ai maschietti dei cornuti, siccome però lo dicono in portoghese …” “Ragazzi, se vi comportate male vengo a Fregene e…” “Papino sei un  grande,  arrivederci  a settembre, spero che nel frattempo non diventerai nonno!”  Naomi ancora una volta non  si era smentita., il ‘grande’ non rispose. La mattina alle otto sotto casa ad aspettarli c’era un Volkswagen familiare dello zio Alessio con a fianco la moglie Aurora, i tre ragazzi, sistemati i bagagli si sedettero dietro, alla finestra i genitori, grandi saluti e via in vacanza! Gli zii ambedue quarantenni erano insegnanti lui di materie letterarie lei di lingue presso il vicino liceo classico, passando davanti dell’edificio Gabriele fece il segno dell’ombrello, solo lui poteva capire il perché. Gli zii erano persone allegre, Aurora ex modella con caschetto biondo e corpo longilineo si faceva ancora ‘guardare’, lo zio robusto ma non  grasso da giovane era stato un campione di lancio del peso. Arrivati a destinazione Aurora: “Naomi e Katia nella stanza degli ospiti, Gabri nel salone dove c’è una rete con materasso, qui ci sono le lenzuola, datevi da fare.” Dopo la cena preparata dalle femminucce di casa passeggiata digestiva nelle vie di Fregene. Alessio: “Un gelato per chi mi bacia per primo.” Vinse Katia ma tutti usufruirono del gelato. La mattina fila nei due bagni, uno riservato agli zii e l’atro ai tre fanciulli, le femminucce insieme. Al lido affittata un cabina tutti in costume, la zia aveva esagerato col bikini alla brasiliana , nessuno fece commenti ma a Gabri si alzò la pressione e non solo quella, si sdraiò prono sulla sabbia per nascondere il bozzo. Katia però se ne accorse ed all’orecchio di Gabri: “Quella è la moglie di tuo zio, che hai da…”  Per la sua mentalità i quarantenni erano persone vecchie che non pensavano più al sesso. Gabri fece un’espressione da ebete grandi risate da parte delle due gemelle non comprese dagli zii: “Stì giovani di oggi, mah…” Dopo pranzo gli Alessio ed Aurora andarono  riposarsi, i tre giovani scoprirono nello studio del padrone di casa un computer. “Zitti, non facciamoci sentire, guadiamo quello che lo zio Alessio stava vedendo.” Una sorpresa, quando lo zio lo aveva spento, forse per l’arrivo della consorte, stava ammirando le esibizioni porno di una giovane coppia lui ben dotato. Gabri spense il computer, anche se i tre erano amici da anni mai fra di loro c’era stato qualcosa di sessuale,  il giovane  qualche volta si masturbava senza confidare questa sua abitudine alle due gemelle. Tornato il silenzio Naomi: “Il sesso questo sconosciuto potremmo intitolare il film che abbiamo in parte visto a nostro uso e consumo, se siete d’accordo ne parliamo. Per quanto mi riguarda ho avuto una piccola esperienza con Giulio quel ragazzo della terza media. Eravamo a Villa Borghese dietro un monumento,  ci stavamo baciando quando lui si è sbottonato i pantaloni ed ha tirato fuori…glielo ho toccato sino a quando mi ha sporcato la mano uno schifo, sono scappata e non l’ho più voluto vedere.” “Se siamo in tema di confessioni anch’io ho da dire la mia: io mi masturbo così si dice in termini tecnici e mi succede quello che è accaduto a Giulio.” Katia: Quel coso l’ho visto poco fa nel film porno, non pensavo fosse così grosso!” Si guardarono tutti in faccia ed accesero di nuovo il computer: la scena era cambiata ora la protagonista aveva a che fare con due uomini, li accontentava ambedue mettendo i loro cosi uno in bocca e l’altro nel fiorellino. Gabri in bagno more solito a masturbarsi le due gemelle nel salone, all’arrivo di Gabriele: “Katia: “Abbiamo visto un uomo che ha messo in bocca il suo pisello alla donna e le ha spruzzato dentro, che schifo.” “Ragazze una lezione: quello che avete visto si chiama volgarmente pompino, in latino fellatio, le donne col tempo ci si abituano e le piace pure. La curiosità spinse i tre di nuovo nello studio dello zio per vedere le scene porno, il programma era cambiato, due uomini ed una donna che aveva ricevuto due siluri uno nel fiorellino e l’altro nel popò. Naomi: “Va bene ne fiorellino ma nel sedere dovrebbe fare male!” “Infatti si usa della vasellina, una specie di olio per lubrificare il buchino posteriore e così non  resta incinta, per evitare le gravidanze si usano i preservativi specie di guanti di gomma da applicare sul pene oppure la donna assume la pillola anticoncezionale.” Nei giorni successivi le domande delle due gemelle aumentarono di numero. Sempre Naomi: “Abbiamo letto che la poetessa greca Saffo faceva l’amore con le donne, non le piacevano i maschi, è vero?” “Si chiama amore omosessuale, lo fanno anche i maschi fra di loro.” Sempre più indottrinate le due gemelle si sentivano pronte a passare il guado, Gabri se ne accorse, la sera chiesero allo zio di poter fare un passeggiata in centro, cambiarono destinazione, tutti alla pineta. “Ce lo fai vedere senza toccarlo?” Gabri eccitato dall’atmosfera che si era creata tirò fuori dai pantaloni ciccio in erezione. “Ma ce l’hai come gli uomini grandi!” Noemi si avvicinò, lo prese in mano e: ”Non mi sporcare le mani!” “Ti avviserò quando sto per eiaculare.” Non ci volle molto tempo, Gabri sostituì la mano della ragazza con la sua, dopo poco tempo uno schizzo in alto. “Sembrava un fontanella!” Passata la fase di eccitazione Gabriele: “Ragazze non pensate che sia il momento che ricambiaste facendomi vedere i vostri gioielli, solo vedere.” La due gemelle si misero a ridere, forse si aspettavano la richiesta, alzarono le gonne e si sfilarono gli slip. Gabri ebbe il permesso di toccarle, erano umide anche se le interessate non  capirono il perché.  Altra lezione il giorno dopo Naomi in camera delle ragazze: Se la donna lo prende in bocca penso che anche l’uomo…”  l’interessata si sdraiò sul letto, si tolse gli slip in attesa…un’ attesa breve, Gabri prese a baciarle il clitoride, la risposta del ‘cicciolino’fu breve, un orgasmo piacevole anche se l’interessata non si rese ben conto di quello che le stava succedendo. Nel frattempo Katia aveva seguito la scena eccitandosi e Gabri le fece provare la stessa piacevole sensazione. Rimasero a lungo senza parlare, le due gemelle avevano superato la soglia dell’amore fisico anche se parziale. Gabri comprese che era giunto il momento di passare ‘al sodo’. Siccome le ragazze avevano avuto le mestruazioni andò in farmacia e comprò  due pacchetti di preservativi. Ormai durante il  fisso appuntamento, dopo cena mostrò  il nuovo acquisto. Presentazione: “Questo è un condom o preservativo come detto comunemente, vi faccio vedere come funziona, appena il mio ciccio…”Il coso chiamato in causa reagì prontamente, Gabri ci infilò il condom e…Naomi si era eccitata, aveva compreso la lezione, si tolse gli slip e: “Vorrei provarlo ma sii delicato, ho un po’ di paura.” Gabri nei limiti del possibile delicato lo fu ma ovviamente l’interessata qualche dolorino lo provò, alla fine, dopo un po’ di riposo: “Ora mi sento donna! siamo sposati, dammi un bacio!” Katia più paurosa di natura aveva osservato la scena in tutti i suoi particolari, era perplessa se seguire l’esempio di sua sorella, in ogni caso non quella sera. Un avvenimento cambiò la situazione sessuale di tutti e cinque, rientrati i tre da una passeggiata per le strade di Follonica, pensarono bene o meglio male di fare una sorpresa agli zii, aprirono la porta della loro camera da letto nel momento che i due, usciti dalla toilette stavano recandosi sul letto nudi, lo zio già ‘in armi’, la zia mostrava una bellissima foresta nera, anche il suo corpo era ancora da giovinetta. Chiusero immediatamente la porta, sparirono nelle loro stanze. La mattina i cinque si ritrovarono a colazione, Alessio: “Ragazzi la prossima volta bussate alla porta, quello che avete visto è una cosa normale fra due sposati.” Ma un tarlo era penetrato nel cervello di Gabriele, la zia o meglio il suo corpo. Fra l’altro fece caso al fatto che Aurora  girava per la casa con una minigonna appena sopra il pube, camicetta senza reggiseno, di dietro faceva ‘rimbalzare’ le natiche in maniera molto sensuale, evidentemente su marito era d’accordo sul modo di vestire e di muovesi della consorte. A Gabri venne in mente un aforisma di suo padre: ‘Quando desideri ottenere qualcosa provaci altrimenti andrai sempre in bianco!’ Una mattina mentre Aurora era rimasta in casa a fare il bucato a Gabri in spiaggia venne in fastidiosissimo mal di pancia (inventato), salutò la compagnia e rientrò in casa. Durante il tragitto il mal di pancia migliorò sensibilmente anzi sparì del tutto, il pensiero della zia nuda lo eccitò alla grande e così rientrò nella’bitazione. Aurora era di spalle dinanzi alla lavatrice, si girò, domandò  al nipote il motivo del suo rientro anticipato. Come risposta Gabri le mise una mano fra le gambe arrivando a toccare il fiorellino nudo, la zia aveva ‘dimenticato’ di indossare gli slip. Il pisellone di Gabri inaspettatamente si trovò in bocca della dama, vi lasciò il suo ‘contenuto’ poi penetrò nel voglioso e bagnato fiorellino sino al collo dell’utero, una immensa goduria per entrambi che però non soddisfece completamente Aurora che volle far provare al giovane amante  un omaggio del suo popò, lungo orgasmo da parte dei due, la zia aveva provveduto a toccarsi il clitoride con la mano destra. Il giovin amante, come ricordo aveva strappato due peli dalla fica della zia: “Allora non sei bionda!” Aurora tornò al suo bucato, Gabriele era disteso sul suo letto dove lo trovarono i tre al loro ritorno, stava proprio male.  La sceneggiata era stata digerita dagli interessati, Gabri, però dovette sopportare i crampi della fame, uno che ha un forte mal di pancia non può mangiare!  I giorni seguenti furono densi di avvenimenti. Gabri quando vedeva la zia sola si faceva una ‘sveltina’ con grande piacere di entrambi, Naomi diventata signora voleva ancora provare qualcosa di sessualmente forte, ricordava bene il grosso,pene dello zio Alessio, le venne una gran voglia di provarlo ma come? “Gabri voglio confidarti una cosa delicata, te la terrai per te?” “Sarò una tomba.” “M’è venuta la voglia di farmi lo zio, voglio provare il suo grosso pene, me lo devo portare fuori di qui, dovresti aiutarmi.”  ”Devo confessarti una cosa, mi son fatto la zia Aurora.” “Questo ci aiuta, Aurora non avrà nulla da ridire se io e Alessio andiamo fuori in paese, in questo momento è tutta presa a godere delle tue prestazioni, non penserà a suo marito.” E così avvenne, Alessio comunicò alla consorte che andava al centro con Naomi a  godersi il fresco ed a sorbire un gelato, avrebbero fatto tardi.  Aurora ‘annusò l’aria sessuale che girava dentro casa sua,  si accorse che Katia aveva gli occhi supplichevoli: “Che ha la mia bella nipotina,  vediamo se la zia riesce a  curare la tua tristezza.” Faceva caldo anche se notte,  Gabri rimase in slip, le due femminucce in reggiseno e mutandine, tutti sul terrazzino, erano all’ultimo pino, il panorama del mare calmo. Anche sul terrazzino l’aria era calda. “Andiamo in camera mia, Alessio ci ha fatto  installare l’aria condizionata.” “Questo si che è refrigerio, quasi quasi mi metto nuda sul letto matrimoniale.” Aurora si era tolti slip e reggiseno. “Zia ma sei ancora bellissima!” A parlare era stata inaspettatamente Katia che…”Se non ti vergogni di una vecchia quarantenne vorrei darti un bacino, tanti baci affettuosi, non vergognarti proverai del piacere!” solo che la zia non si fermò alla bocca ed arrivò  al pube della nipotina, le era venuta voglia di un piacere particolare che la bimba provò anche lei un orgasmo alla grande. Gabriele era rimasto a far da guardone, si era eccitato ma non sapeva cosa fare. Aurora si spinse oltre: “Che ne dici di provare le gioie del sesso? vedo Gabri che è pronto, io ho dei preservativi nel comodino…Katia rivide col pensiero la precedente esperienza di sua sorella, non riuscì a prendere nessuna decisione, era paralizzata. Gabri, incappucciato il cosone pian piano cercò di penetrare la cosina di Katia, ci mise molto tempo con piccoli gridolini dell’interessata  che sporcò un po’ di sangue il tovagliolino prudentemente sistematole sotto il sedere da parte di Aurora la quale, visto che Gabriele era ancora ‘inalberato’ ne approfittò e: “Togliti il preservativo, con me non serve!”  Nel frattempo Alessio e Naomi si erano presentati all’ingresso di un albergo, pagato in anticipo il conto della camera con sostanziosa mancia al portiere il quale non li registrò nel libro dei presenti. Naomi ed Alessio fecero ritorno in casa alle quattro, gli altri già erano in braccio di Morfeo sognando cose di sesso, ormai ci avevano preso gusto.  Ritorno a Roma, scaricati i bagagli Alessandro dal balcone: “Come si sono comportati?” “Tre angioletti!” non ricordando che gli angeli non hanno sesso!
     

  • 06 aprile 2020 alle ore 10:43
    Storie di animali - Due uccelli sui...generis

    Come comincia:  Il cacapo' (Strigops habroptila, secondo la classica nomenclatura linneiana) è specie endemica e binomiale (nota anche coi nomi di cacapo o kakapo' - in lingua maori kakapo, appunto, "pappagallo notturno" - ma vien detto inoltre strigope e sirocco) della Nuova Zelanda (in particolare dei tre isolotti meridionali di Codfish/Whema Hou, Anchor e Little Barrier, dove sono in atto programmi di recupero e monitoraggio e dove vive in assenza assoluta di predatori, nonché in due grandi isole del Fiordland, Resolution e Secretary, in cui sono in atto programmi di ripristino dell'habitat ed ecosistemi adatti alla specie). Esso vanta un primato alquanto curioso ed ha una precipua nonché stranissima particolarità che lo contraddistingue tra i rappresentanti numerosi della sua specie: infatti, oltre ad essere il pappagallo più pesante al mondo (può raggiungere i quattro chilogrammi di peso) è anche l'unico a non volare! (ben ovvia conseguenza, questa, delle sue notevoli ed inusuali dimensioni). In natura, oramai, esistono non più di duecento esemplari, di cui poco più di centocinquanta sono adulti secondo le stime, risalenti al 2016, della IUCN: la colonizzazione e la caccia spietata da parte dei nativi, prima, e poi l'introduzione senza criterio e logica di mammiferi alloctoni quali gatti, cani, topi, furetti ed ermellini effettuata dagli europei, lo hanno portato sull'orlo di estinzione. Il maschio di questo buffo e curioso uccello, poi, di tanto in tanto (o meglio: quando gli "ormoni" del piacere e della passione amorosa glielo concedono, ovvero bussino alla sua porta, oserei dire!) svolge un'altrettanto strana attività che di sicuro lo rende tra gli animali più insoliti e stravaganti al mondo (- il pappagallo più insolito del pianeta, - lo definisce, appunto, Lisa Signorile, nota biologa, zoologa e scrittrice barese, che dal 2012 scrive per National Geographic Italia, nel suo "Animali da salvare", apparso tradotto in italiano per il Gruppo Editoriale L'Espresso nel 2016): mentre gli altri simili suoi dormono, accade infatti che esso vada in cerca oltre che di cibo (frutti, semi, radici, foglie, nettare, etc.), anche di una compagna con cui accoppiarsi. Tuttavia, anche per un tipo come lui, che dal punto di vista erotico-sentimentale non si fa mai eccessivi scrupoli di sorta (la pratica della poligamia è pura
    routine per questa specie!), la suddetta impresa sembrerebbe abbastanza ardua, direi, se no addirittura impossibile, visto l'esiguo numero di esemplari adulti esistenti: ma si sa, "l'amore è cieco" (recita un vecchio adagio), ovvero...non conosce confini né orari di sorta, né sa leggere tra le aride e scarne righe di cifre e statistiche!
     Anche il pinguino (phylum Cordati, classe Uccelli, ordine Sfenisciformi, famiglia Sfeniscidi) è un uccello, seppure nell'immaginario collettivo - visto che è sprovvisto di ali e non vola affatto - venga considerato soprattutto parente prossimo all'uomo piuttosto che un provetto icaro. Ed anche costui, purtroppo, è tra gli animali più a rischio di estinzione: triste primato, è da dire, per questo buffo, mansueto e simpaticissimo rappresentante della fauna mondiale! Le specie maggiormente a rischio sono le seguenti: pinguino degli antipodi dagli occhi gialli, pinguino beccogrosso (Eudyptes pachyrhynchus), pinguino ciuffodorato (Eudyptes chrysolophus), pinguino del Capo (Spheniscus demersus), pinguino di Humboldt (Spheniscus humboldti), pinguino saltarocce meridionale (Eudyptes chrysocome). Il pinguino degli antipodi dagli occhi gialli, conosciuto anche col nome di pinguino dagli occhi cerchiati di giallo (Eudyptes sclarteri) o hoiho (in lingua maori) è, appunto, una specie binomiale diffusa nell'emisfero australe, in particolare in Nuova Zelanda: ha il dorso brunastro, ventre e petto invece chiarissimi. Cause del pericolo estinzione sono le seguenti: riduzione di habitat, introduzione di specie alloctone da parte dell'uomo (ad esempio Mustelidi come gli ermellini, oppure gatti e topi), pesca commerciale sfrenata ed inquinamento. Nella penisola di Otago (zona meridionale del paese, a carattere prevalentemente agricolo), negli anni scorsi, è stato avviato un importante progetto a salvaguardia di questa specie: speranza "all-black", dunque!

  • Come comincia:  Il gatto dai piedi neri (Felix nigripes) è senz'altro il più piccolo tra i Felidi africani (circa 1-2,8 chilogrammi di peso) ma è anche il più "grazioso" nell'aspetto per via del suo mantello e del riflesso notturno blu intenso dei suoi occhi; il più...mimetico (o "trasformista") ed infine il meno noto. Vive nella savana e nelle vaste pianure semiaride del Sud Africa ed ha abitudini prevalentemente notturne, pur non essendo assiduo frequentatore di discoteche, pub ed...affini: è questo il precipuo motivo per cui è quasi impossibile osservarlo in natura, anche per fotografi e naturalisti esperti e quand'anche questi usassero le più avanzate e sofisticate tecnologie agli infrarossi o simili. La sua esistenza, come stabilito dallo IUCN nella sua "red list" (meno di diecimila individui ed in netto calo, secondo stime risalenti al biennio 2016-17, con inserimento in fascia gialla, ossia "vulnerabile"), è già da oltre un decennio messa in pericolo, a causa della drastica riduzione dell'habitat (o conversione del suo areale, che dir si voglia, in zone dedite all'agricoltura e alla pastorizia), dalla scarsità sempre più accentuata di prede a disposizione nonché - causa ultima ma non meno importante delle altre - dalle cattive abitudini umane: trattasi, nella fattispecie, di trappole ed esche avvelenate lasciate per predatori di taglia ben più grande, come sciacalli e altri gatti selvatici, che però finiscono sempre per essere letali per lui. All'opposto del gatto (ma in natura, o meglio nel mondo animale, si sa, gli opposti pur non attraendosi, come accade nella fisica, in certo qual modo - e quasi sempre - si completano!), vi è un animale che, oltre ad essere un killer spietato, non ha molto fascino: l'uranoscopide (uranoscopidae). Molti (anzi, la maggioranza assoluta dei "non addetti ai lavori") ritengono - a torto, direi - che il più spietato killer dei sette mari nonché dei tre oceani annessi sia l'orca (ricordate il titolo di un noto film degli anni settanta che faceva "L'orca assassina"?) ma, invero, non è affatto così: la palma del migliore (o del peggiore: dipende da quale prospettiva, se umana o del mondo animale, si considera la questione!) non spetta alla suddetta né, tanto meno, allo squalo bensì al pesce di cui scritto. Si pensi che questo strano figuro (dall'aspetto a dir poco...sgraziato!) può ingoiare un pesce in appena sessanta microsecondi (per essere chiari, ovvero tradotto in...chiarezza: meno di un secondo!). Famiglia di pesci ossei appartenente all'Ordine perciformi (perciformes), quella degli uranoscopidi è difffusa nelle acque marine tropicali e temperate del globo tutto, dalle superficiali a quelle estremamente profonde o abissali (vi sono, tuttavia, anche alcune specie di acqua dolce). L'unica specie nel Mediterraneo (presente anche in Atlantico orientale) è il pesce lucerna o pesce prete (Uranoscopus scaber), il quale è caratterizzato da una livrea di tonalità brunastra. Al mondo vi sono nove Generi comprendenti ben cinquantaquattro specie di questo pesce. La specie più antica è proprio quella mediterranea, scoperta e catalogata nel 1758 dallo stesso Carlo Linneo. 

  • 05 aprile 2020 alle ore 0:30
    Il sorriso della dentiera

    Come comincia: Nel paese dei miei suoceri, il mare c’era e non c’era; o meglio, era un’assenza che, a volte, miracolava in presenza.
    Il borgo era posto sopra un’altura e in certi giorni, dalla balconata che circondava il castello, spingendo lo sguardo oltre gli uliveti che disegnavano tappeti di un verde argentato, i vigneti coperti da immensi teli bianchi come la neve e strisce dissodate di terra rossa, il mare appariva: una tavola dipinta di blu che si staccava da quel tricolore e, all’orizzonte, andava a maritarsi con il cielo di un azzurro evanescente.
    I miei suoceri, migranti al nord da quella terra dolce e amara nello stesso tempo, raggiunta l’età della pensione avevano preso l’abitudine di tornarci: dalla primavera inoltrata alla fine dell’estate.
    Toccava a noi, figli o generi, accompagnarli e poi tornare a riprenderli alla fine di quel periodo di villeggiatura.
    Nonostante la lontananza, il viaggio di andata lo si faceva volentieri, perché dopo averli portati a destinazione, potevamo ritagliarci qualche giorno di mare.
    Tutta un’altra storia quando si trattava di riportarli a casa; non era tanto il viaggio ad ammazzarci, piuttosto i preparativi che precedevano la ripartenza.
    Si dice che partire è un po’ morire, ma nel nostro caso il ripartire era pure peggio.
    Prima del lungo viaggio di ritorno, bisognava passare a salutare parenti e amici, praticamente mezzo paese.
    A seguire il giro dei negozi, per le mozzarelle, il pecorino, i dolci di pasta di mandorla; poi al mercato, per le percocche, le olive, l’uva, le cime di rapa, le mandorle da seccare e farci il croccante quando viene Natale.
    Infine le fave, che a mio suocero non è che piacessero molto, troppi piatti ne aveva mangiati negli anni della miseria, al punto che se gli chiedevi un parere su qualsiasi altra cosa stesse mangiando, lui rispondeva sempre: “Megghie di fèv!” (Meglio delle fave!)
    Poteva poi mancare un giro in pescheria per le cozze tarantine e in macelleria per i torcinelli?
    Al tutto andavano aggiunte le decine di boccacci che i miei suoceri, nel periodo lungo della loro permanenza al sud, riempivano di salsa, melanzane, carciofi zucchine, peperoni, lambascioni, questi ultimi amari come il veleno.
    La sera che precedeva la ripartenza si caricava tutto in macchina; bisognava sfruttare tutto lo spazio disponibile e non solo quello del bagagliaio, che comunque non bastava, ma anche quello che, all’interno dell’abitacolo, non occupavano i nostri corpi.
    Praticamente, conducente a parte, gli altri avevano intorno un airbag esploso fatto di scatole, borsette, sacchetti di plastica pieni di cibarie in quantità industriale, che sarebbero bastate per sfamare i Mille della Spedizione Garibaldina, almeno nel tratto che loro avevano fatto via mare e che in chilometri più o meno corrispondeva al nostro via terra.
    Caricare il tutto, sotto la supervisione di mio suocero, era un lavoro infinitamente snervante: un continuo mettere, togliere rimettere, inframmentato da un rosario di sacramenti.
    In aggiunta c’era tutto il guardaroba primavera/estate (dovevate proprio vedere mia suocera con due o tre giacche e cappottini addosso per recuperare spazio); poi ancora lo scatolone dei farmaci e infine, per non farci mancare niente, i grast, cioè alcune piante da vaso che quel pollice verde di mia suocera non voleva in alcun modo lasciare lì e che, comunque, erano quelle che soffrivano meno, ed erano ben felici di trascorrere un periodo di villeggiatura al nord.
    Terminato il carico, dopo sei o sette ore di lavoro, passata un’altra oretta per chiudere l’acqua di casa, la bombola del gas, staccare la corrente, controllare se avevamo dimenticato qualcosa, assolvere gli ultimi bisogni fisiologici (che durante il viaggio non è che ci si potesse tanto fermare), potevamo comodamente incastrarci nell’abitacolo della macchina e, stanchi morti, finalmente partire.
    Ricordo quello che accadde in una delle ultime ripartenze.
    Ci eravamo da poco messi in viaggio e stavamo percorrendo la statale che scendeva verso il mare, improvvisamente un terribile dubbio s’insinuò nei pensieri di mia suocera, che di colpo volse lo sguardo verso il marito e parlò, si purtroppo parlò: “Tonì i tini i dint?” (Tonino hai preso le dentiere?)
    Sudore freddo e panico generale.
    Mio cognato frenò di colpo la vettura ai bordi della strada.
    Scendemmo e cominciammo a svuotare la macchina alla ricerca delle dentiere, che alla fine trovammo “sorridenti” all’interno della borsetta degli spazzolini e dentifricio.
    Dopo una scarica liberatoria di parole blasfeme e di frasi pronunciate in dialetto barese volgare, di cui io non capivo il significato, ma intuivo non essere frasi d’amore, finalmente ripartimmo.
    “Mai più! Mai più un viaggio così!” dissi a mia moglie una volta tornato a casa.
    Poi però ci furono altri viaggi; ma il sorriso di quelle dentiere non l’ho mai dimenticato.
     

  • Come comincia:  La ghiandaia dei pini, scoperta e catalogata dal naturalista ed etnologo tedesco Maximilian Wied-Neuwied nel 1841 (il suo nome scientifico è Gymnorhinus cyanocephalus), è un uccello piccolissimo (al massimo arriva a pesare centocinquanta grammi) ma molto intelligente: come tutti i rappresentanti della sua classe, in genere, e in particolar modo della sua famiglia (Corvidi). E' un uccello tutto di colore azzurro, la testa è però di un tono di blu più scuro. Vive e nidifica negli stati della costa occidentale degli Stati Uniti (in particolare, quelli del sud-ovest): il suo areale è vastissimo, andando dall'Oregon alla California, dall'Arizona al Wyoming, all'Oklahoma, al Nebraska ed al New Mexico, le Montagne Rocciose e lo Utah. Nei suoi spostamenti, spesso lunghissimi, però, questa specie è stata avvistata anche nello stato messicano di Chihuahua e in quello canadese del Saskatchewan. Esso si nutre esclusivamente di pinoli (ricca fonte di proteine) che trova in abbondanza nelle foreste di ginepri, o di pini del Colorado e di varie altre specie di conifere. Accade che li raccolga, durante i mesi caldi, sotterrandoli poi in diversi punti. In inverno si nutre di questi semi dopo averli ritrovati (essendo dotato di una memoria infallibile, quasi a prova di...Alzheimer!) esattamente nei punti in cui li aveva sotterrati. Vive, solitamente, in grandi stormi (da duecentocinquanta a cinquecento individui) e i piccoli (cosa strana assai ma simpatica alquanto), i quali non lasciano mai lo stormo in cui sono nati, durante la loro vita, una volta cresciuti aiutano ad allevare i fratelli più piccoli. Questa specie, come del resto tantissime altre oramai, tra le quasi diecimila conosciute nel nostro pianeta, è in pericolo di estinzione: la IUCN (International Union for Conservation of Nature), infatti, la inserisce in fascia color giallo (vulnerabile), con un numero di esemplari nettamente in calo negli ultimi anni. - La sua distruzione è in gran parte dovuta a politiche miopi - scrive Luisa Signorile nel suo "Animali da salvare - vol. 3°". Per la biologa e naturalista barese, infatti, la colpa del declino di questa specie è da addebitarsi in toto allo United States Forest Service, il quale classificò le foreste di pini e ginepri del territorio americano come "non commerciali" e "prive di valore": questo sancì - in certo qual modo - il de profundis della ghiandaia in quanto - nel ventennio 1940-60 - scrive ancora la studiosa, - le amministrazioni locaIi seguirono una politica di totale eradicazione di questo ecosistema, causando la morte di milioni di uccelli.

  • Come comincia:  Parafrasando il titolo di un noto romanzo dello scrittore colombiano Gabriel Garcìa Marquez, nobel della letteratura nel 1982 ("L' amore al tempo del colera", da cui il regista britannico Mike Newell, nel 2007, trasse una bellissima pellicola con Giovanna Mezzogiorno e Javier Bardem nei ruoli dei protagonisti, Fermina e Florentino) mi è venuto in mente il titolo da dare a questo mio breve racconto: "Accade al tempo del corona virus" . In realtà non si tratta di un vero e proprio racconto (magari romanzato o sotto forma di favoletta per bambini!), anzi, diciamo pure che racconto non lo è per nulla (neanche un po'...forse!). Invero, trattasi, ciò che andrò a scrivere, di vita; di storia di vita: nuda e cruda, sacrosanta, vera, vissuta...che più nuda e cruda, sacrosanta, vera e vissuta non credo possa esistere! Di questa storia (o notizia che dir si voglia) nessuno è a conoscenza (e dicasi letteralmente nessuno...tranne, magari, pochi "intimi": ovvero, coloro che - come me - bazzicano nottetempo su blog e siti anarco-libertari, i quali riportano notizie come queste che vengono dal sommerso; cioè, da un mondo di cui nessuno - o quasi - sa nulla ma...che esiste, cribbio!), di questa storia (o notizia che dir si voglia) non vi è traccia alcuna nei mass media di "regime" e nè - invero - nulla è emerso (messo a tacere ad arte, o ad hoc, come dicevano gli antenati latini, chissà: perchè tutto deve andare - giocofòrza - bene?!), neanche sotto forma di scarno comunicato stampa, da organi costituzionali ed istituzionali: dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri al Viminale, dal Ministero di Grazia e Giustizia alla locale Prefettura. E dire che un noto trailer, che da alcuni giorni passa sulle reti Mediaset, così proclama (anzi, va tranquillamente sbandierando senza mezzi termini): - Le notizie sono una cosa seria, scegli editori responsabili, gli editori veri: scegli la serietà! - Ascoltando il suddetto (sia chiaro, però la mia non è stupida demagogia: anche altre emittenti, appartenenti ad altri gruppi e cordate, non sono da meno nel proporre pubblicità simili e nel tacere su verità "oscure"!), spesso in questi giorni e in queste ore interminabili mi viene da ridere; ma ora, dopo aver letto la notizia di cui ragguaglierò più avanti, mi viene da piangere, direi! Certo, le notizie sono davvero una cosa seria, ma se lo sono perché mai (quasi) nessuno (tranne gli "aficionados" di cui detto sopra) è a conoscenza di quanto andrò ad esporre? Non è forse notizia seria (nonché degna di nota e cronaca) quella riguardante la (misteriosa?!) morte di un ragazzo di appena ventidue anni? Non è (in sè e per sè) già la morte stessa una cosa seria, sempre e comunque? (anche quella che non accade a causa di un virus lo è: cazzo!). Ignorare la morte di un nostro simile significa avere poco rispetto della vita umana: non soltanto di quella altrui ma anche - e soprattutto - della propria. Eppure, c'era già chi lo pensava (chi la pensava come me: fortunatamente!) e lo scrisse anche, da qualche parte (nonché molto tempo prima di quanto lo stia facendo io). Fu Francis Picabia, notissimo quanto eclettico pittore francese, vissuto tra il 1879 e il 1953 (operò, nella sua carriera artistica tanto nell'ambito dell'impressionismo, prima, quanto in quello dell'astratttismo, del cubismo, del dadaismo e del surrealismo, poi), che ebbe a dire, appunto: - La morte è una cosa seria. Si muore da idioti o si muore da eroi: che poi è la stessa cosa! - Eppure quel ragazzo ventiduenne di cui dirò è morto: non era certamente un eroe (di quelli, le cui gesta riempiono le prime pagine dei giornali o sono al centro di tanti servizi di cronaca televisiva o mediatica in queste settimane!), ma è bello che...è morto per davvero: forse ucciso, ancor prima che dal caso, dalle circostanze e dalla natura delle cose ma, soprattutto dalla noncuranza, dalla scelleratezza, dalla insensibilità e dalla mancanza di rispetto verso la vita e la morte che finanche servitori dello Stato - a dir poco vili - hanno mostrato di possedere. Di seguito, quindi, ecco lo stralcio della lettera inviata il ventisette marzo scorso (il mittente stesso ha poi vivamente pregato di farne circolare il suo contenuto ovunque sia possibile farlo) all'Assemblea permanente contro il carcere e la repressione di Udine-Trieste (sembra un nome di fantasia e di stampo, quasi, risorgimentale; una organizzazione di carbonari e reazionari che lottano contro l'usurpatore straniero: è invece quella di un gruppo di persone che oggigiorno lotta contro il potere istituzionale e i suoi soprusi!), in cui si parla testualmente della morte di un detenuto avvenuta il precedente giorno quindici nella casa circondariale di via Spalato, a Udine: "...quel ragazzo aveva ventidue anni ed è morto, era da tempo che stava male, che non veniva preso in considerazione. Si era ripetutamente lesionato, tagliato con lamette. In questi ultimi giorni lamentava febbre e che stava male, ma l'unica cosa che hanno fatto è stata di aumentargli la terapia di metadone e di subitex in quantità spropositate e psicofamaci. Infatti, il tutto ha causato la morte, per lo più. Il defibrillatore era già rotto da mesi e mesi. La cella l'hanno aperta dopo venti minuti quindi alle sette e venti della mattina e l'unico soccorso che ha avuto è stato solo un assistente che ha provato a rianimarlo ma con le mani perché l'apparecchio è rotto. Poi hanno aspettato ore prima che arrivasse un dottore e il magistrato con tutta calma. Il corpo è restato ad aspettare quà dentro fino poco più tardi delle tredici. Vergognoso poi che il ragazzo avesse problemi di tossicodipendenza e lo tenessero al terzo piano, e neanche lo ascoltavano e controllavano. Voglio che queste cose siano riferite così da mettere tutti a conoscenza delle cose vergognose e orribili che succedono nel carcere di Udine. Lo hanno ammazzato. La responsabile dell'area sanitaria non c'era, manca da quindici giorni. E' tutto vero". Parole sconcertanti quelle appena scritte, mi hanno lasciato senza...parole quando le ho lette - allibito quasi - un paio di giorni orsono. Non posso, però, che concludere in questo modo: trattasi dell'ennesima morte di carcere e se essa sia annunciata o meno non sta a me affermarlo; una morte, tuttavia, di cui non importa un fico secco a nessuno e che nessun quotidiano riporterà mai neanche in calce, magari, ai suoi ridondanti titoloni strappalacrime di questi giorni (quelli che spesso aumentano la tiratura...in tempi non sospetti: adesso, invece, si dice che servano per di più a sensibilizzare l'opinione pubblica!); una morte che nessun notiziario annuncerà mai neanche sottovoce (magari dopo l'ennesimo annuncio logorroico: "restate a casa", "andrà tutto bene", "dimostriamo di essere un grande paese", "denunciate i trasgressori" "siate infami e delatori" e...bla, bla, bla!). Ripeto: trattasi dell'ennesima morte di carcere e in carcere, null'altro. Ai tempi del corona virus accade anche questo: non è un "pesce d'aprile"!

    Taranto, 1 aprile 2020. 

  • 29 marzo 2020 alle ore 19:33
    Ebbrezze

    Come comincia: Sono ubriaco, Steve.
    Ah, il mio alcolismo, maldetto assuefattore; ti prende l’anima e te la brucia così silenziosamente ma in modo sublime, eh! Sia chiaro.
    Le mie giornate sono così vuote, o forse no, ogni tanto… credo, quando sono sobrio per lo più, per cui solo quando sono a lavoro sicuramente.
    Ah, follie, che follie Steve! Chi l’avrebbe mai detto che avrei concluso la mia vita così, con un bicchiere di vino ed una bottiglia di Vodka.
    Quando morirò, voglio che mi seppellisci in un mare di bottiglie, almeno me le porto all’inferno quelle troie; renderanno sicuramente la mia permanenza più dolce di quanto credevo.
    Ah, tu dici che non posso portarmele? Mi fermeranno alla dogana del purgatorio?
    “Hey, lei, dove sta andando con quelle bottiglie! Qui niente vetro, niente liquidi infiammabili ne armi di alcun tipo!”
    Ma cazzo, Steve, è l’inferno! Se non ci si può finire di ammazzare la, dove cazzo dovrò andare per bermi un bicchierino?
    Al massimo potrò dire “Hey dai, almeno uno, prima di entrare, giusto per tenermi meglio, no? Non farà mica male, che regole sto infrangendo?”
    Ma poi scusa Steve, ci sono regole pure all’inferno?
    Cazzo però, uno non può stare tranquillo nemmeno da morto! Ma poi, non chiedo mica il paradiso? Un bicchiere all’inferno chiedo, che sarà mai? Racconterò ch'è un regalo di un vecchio amico, butto giù due stronzate sull'amicizia, no, come si fa tra noi. 
    Qualcosa me la invento sennò a raccontare troppe cose, mi bevo tutto in fila.
    Come ai colloqui, no? Ma lei è specializzato nel campo? Quanta cattiveria ha usato in vita? Ma si drogava? Ma poi perchè dovremmo farla entrare? Si descriva in tre parole!
    Ma cazzo vogliono? T'immagini? Tre parole poi, non saprei nemmeno quali potrebbero essere. Ma butterò giù qualcosa anche la, come si faceva sempre tra noi.
    Sarebbe un ottimo colloquio. Rido già da ora! 

    L’hai capita la battuta?
    Dai su, Steve, passami la Vodka.

  • 23 marzo 2020 alle ore 12:51
    LA BANDA DEI...

    Come comincia: Alberto Minazzo maresciallo della Guardia di Finanza stava vivendo una vicenda di cui avrebbe fatto volentieri a meno ma…Era una uggiosa giornata di novembre, nell’ufficio insieme ai suoi due collaboratori Alberto stava svogliatamente sbrigando delle pratiche noiose quando si presentò Scilio il piantone del Colonnello Comandante che all’orecchio: “I militari del  Servizio Informazioni hanno arrestato quattro dei nostri, prima di portarli in carcere lei deve fotografarli e  compilare la scheda segnaletica, per ora sono nella saletta di ricevimento del pubblico, prenda l’attrezzatura fotografica, le schede segnaletiche le ho portate io.”  Di colpo Alberto si svegliò dal torpore, maledizione una maledetta grana, di quell’avvenimento ne avrebbero parlato i giornali  e forse quelle foto sarebbero servite a documentare l’avvenimento. Munito della Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione non gliela aveva fornita per la solita mancanza di fondi) entrò nella saletta e vi trovò due Appuntati, un Maresciallo ed un Tenente che nervosamente  passeggiavano avanti ed indietro. Per indorare la pillola:  “Colleghi ci sono momenti spiacevoli nella vita, per voi è uno di questi, vi debbo fotografare di faccia e di profilo…Cominciamo da lei.” Era l’appuntato Floris, sardo che del normale colorito in viso non aveva più nulla, un bianco totale che fece pensare ad Alberto ad un suo prossimo svenimento. Sfoggiando il suo spirito romanesco Alberto: “Signori può capitare a chiunque passare dei momenti non favorevoli, il Colonnello Pedara un giorno mi ha detto che ognuno di noi dovrebbe passare almeno un giorno in prigione…” La battuta non fece alcun effetto positivo sui carcerandi ed Alberto passò al secondo, appuntato  Gregoraci anche lui profondamente bianco in viso, il Maresciallo Ordinario Filippone al contrario dei due era molto rosso in viso, sembrava prossimo ad un colpo apoplettico, il Tenente Argento si rifiutò di farsi fotografare: “Io sono innocente e non intendo essere fotografato da un mio inferiore di grado (dimenticando che fino a nove mesi prima era parigrado di Alberto). Alberto prese il telefono interno e fece il numero del Colonnello Comandante: “Sono Minazzo, il Tenente Argento non vuole farsi fotografare.” “Cerchi di convincerlo, non voglio grane!” “Il Colonnello ha detto di mettere le manette al Tenente, Scilio provvedi, poi andremo  in cortile dove  un nostro furgoncino aspetta i carcerandi, a meno che il Tenente non venga a più miti consigli per farsi fotografare e prendere le impronte digitali, nel qual caso mi prendo la responsabilità di farvi passare tutti e quattro dai sotterranei per non farvi vedere dai colleghi e dai borghesi che si dovessero trovare nel cortile.” Vista la mala parata,  Argento divenne di ‘latta’ ed aderì alla richiesta di Alberto. Una telefonata del Colonnello Comandante: “ Comè andata?” “Tutto bene, tra poco stamperò le foto e le porterò le schede segnaletiche complete.” “Bravo Minazzo, sapevo di poter contare su di lei.” Alberto sperava che la ‘triste historia’ per la sua parte fosse finita lì ma una mattina: “Sono il sottufficiale d’ispezione, c’è una signora che vuole conferire con lei, la faccio passare?” Alberto pensò chi potesse essere, sua moglie Maria era a scuola…”Va bene accompagnala da me.” Una signora dall’aspetto dimesso entrò e quasi di buttò ai piedi di Alberto: “Sono la moglie dell’Appuntato Floris… “Ragazzi andate a prendere un caffè…signora mi dica.” “Mio marito ha rovinato tutta la famiglia, siamo senza una lira, non riesco nemmeno a pagare le bollette,  ho usato tutti i risparmi, non so a chi rivolgermi, tutti gli amici e parenti sanno che mio marito è in galera, io ed i miei due figli evitiamo di uscire di casa, mi hanno detto che lei è un buono d’animo…veda quello che può fare!” “Per far avere a suo marito la pensione ci sono dei passaggi burocratici, mi impegnerò personalmente perché gli atti siano redatti nel più breve tempo possibile.” “Ed io nel frattempo?” “Signora come si chiama?” “Sono Grazia, una volta ero una bella donna, ora sono diventata inguardabile, per …qualsiasi cosa sono a sua disposizione.” Alberto, anche se spesso svicolava dal legame matrimoniale non se la sentiva di avere  dei rapporti sessuali per…pietà.  “Davanti alla caserma c’è la filiale della mia banca, non le posso dare una grande cifra…” Stavolta Grazia baciò in bocca il maresciallo che rimase basito, alcuni passanti li guardarono soprattutto perché Alberto era in divisa, si prese dello ‘zozzone!’ Grazia non si era fatta i fatti suoi tanto che due mattine dopo Il piantone dell’ingresso: “Maresciallo c’è una signorina che desidera vederla.” Ai due collaboratori: “Ragazzi penso di aver capito di cosa si tratta, fatevi un giretto e accompagnate stá signorina in ufficio e non fate quella faccia, l’altra volta..bè lasciamo perdere!” Era un ‘fior’ di ragazza, alta, longilinea dai lineamenti signorili, ben vestita: “Sono Mariella la figlia dell’Appuntato Gregoraci, Grazia mi ha confidato che lei l’ha aiutata per far avere a suo padre la pensione e…” Quella e poteva voler dire che anche lei avrebbe voluto un ‘conquibus’ magari dietro una prestazione…rispetto alla consorte dell’Appuntato Floris Mariella era tutt’altra cosa. “È l’ora del pranzo, non l’invito nella nostra sala mensa per ovvii motivi, se se la sente abbastanza vicino c’è la trattoria dove talvolta vado.” “È li che porta le sue conquiste?” “Marella  te lo dico in inglese con la speranza che tu non lo capisca, sei una ‘daughter of a bitch’! “ “Io all’Università sono scritta in lingue…” “Ho capito, ho toppato, ti prenderei sotto braccio ma in divisa daremmo troppo all’occhio.” “Maresciallo è un po’ che non viene in…” “Calogero la qui presente Mariella è mia nipote, non fare ‘more solito’ il maligno!” “Maresciallo lei è fortunato, io di nipote femmine non ne ho nessuna!” “Potrebbe capitare che tua moglie diventi vedova!” “Ho capito,lasciamo perdere al menù ci penso io.” Mariella se la rideva: “Intanto ti do del tu, vieni spesso qui in compagnia delle nipoti, non sei sposato?” “Sposatissimo ma non ti dico prossimo alla separazione perché sarebbe la solita scusa meschina di chi ha avventure fuori del letto coniugale, volevo dire tetto.” “Ho che bello: linguine cozze e vongole le mia preferite Calogero ci sa fare.” ‘Spazzolato’ il primo Mariella fu entusiasta anche delle acciughe fritte: “Sono il miglior pesce, è quello che costa meno ma le azzurre fanno bene alla salute, specialmente andando avanti con l’età…” “Stavolta non userò l’inglese che tu conosci ma il tedesco per dirti…” “Conosco anche quello quindi puoi fare a meno di darmi della….Forse non ti è piaciuta l’espressione che sei avanti nell’età, io preferisco gli uomini maturi, i giovani sono magari tutto sesso ma niente personalità!” “Ti sei salvata in ‘corner”, finito di mangiare devo andare a prendere la mia macchina posteggiata vicino alla caserma, non voglio che i colleghi mi vedano in tua compagnia, seguimi ad una certa distanza, mi vedrai entrare dentro la mia amata Giulietta  color rosso fuoco.”  “Accessoriata di tutto punto, te la passi bene, non è che farai la fine di mio padre!” “I ‘talleri’, non di provenienza savoiarda, mi sono pervenuti da un’eredità non dal classico zio d’America ma da una mia zia italiana e quindi non seguirò tuo padre nelle patrie galere. Mio padre mi ha inculcato l’idea che la disonestà non paga quasi mai, io la notte dormo saporitamente sognando angioletti femmine che ti assomigliano…” “A parte che gli angeli non  hanno sesso questa è una vera e propria dichiarazione che io accetto volentieri mio bel maresciallo!” “Ancora una volta dimostri di essere una…posso dirtelo in latino?” “Conosco questa lingua.” “Allora in russo.” “Qui mi trovi impreparata… come si dice in russo ‘figlia di puttana?” “Suka doch’, la prima parola in siciliano è una volgarità, me l’ha insegnata un collega siculo.” “Lì ci arrivo anche io, che ne dici di venire a casa mia, mia madre Donatella sarebbe felice di conoscerti. Abito al quinto piano senza ascensore, ti farà bene alla linea, mi pare che stai mettendo su un po’ di epa…” “Talvolta mi scopro un pò sadico, che ne dici di deliziose sculacciate sul bel tuo sederino.” “La mia parte di masochista è d’accordo…Siamo arrivati…mamma questo è Alberto che come vedi dalla divisa è un maresciallo delle Fiamme Gialle, quello che ha messo in galera mio padre, tuo marito; è un simpaticone, non morde!” Mariella era la copia spiccicata di sua madre la quale, anche se con qualche ruga in più era decisamente ancora appetibile.” “Devo o non devo esternare quello che stai pensando della mia genitrice?” “Tutte cose buone, signora come fa a sopportare questa deliziosa furbacchiona scatenata, sono poche ore che la conosco e già mi ha messo K.O. varie volte!” “Ha preso da me…glisson, le offro un caffè o un liquore?” “Qualcosa di mezzo, il Caffè Sport Borghetti che…” “Che ho in casa perché è la mia passione. Domani è domenica che ne dice di pranzare con noi?” “Bien sur, finisco il liquore e men vo, a domani.” Giunto a casa Alberto si trovò dinanzi la moglie Maria, una furia scatenata: “Sento dall’odore che hai frequentato qualche sciacquetta!” “Non so che profumo tu possa sentire, forse di carcere, sono andato a fotografare quattro dei nostri finiti in galera, piuttosto vorrei domandarti ti dice niente la parola Chiesa?” “Che siamo agli indovinelli, è un luogo di culto.” “Non pensi che possa essere un cognome di un maschietto magari il tuo direttore didattico?” “Non  vedo…” “L’ha visto quella tua collega che mi ha inviato questo bigliettino.” “Tutte malignità ed invidia!” “Facciamo una tregua: tu non ti interessi dei fatti miei ed io dei tuoi, good luck my wife!” Anche in borghese Alberto faceva la sua ‘porca figura’, non rispondeva a verità che avesse messo su un po’ di pancia come affermato da Mariella tanto è vero che aveva fatto i cinque piani senza affanno. Suonato il campanello della porta dove era riportato il cognome Gregoraci dall’interno la voce di Mariella: “Caro vai ad aprire non sono ancora pronta.” Si appalesò un giovane castano, alto, sorridente che: “Lei dovrebbe essere Alberto, me ne ha parlato la mia fidanzata.” Altro scherzo da parte di Mariella, questa volta andava sculacciata di brutto! Si era presentata Donatella alla quale, con una giravolta di destinazione Alberto offrì il mazzo di rose rosse che era destinato alla figlia. Mariella si presentò vestita alla gran sexy con minigonna larga e camicetta trasparente, una vera provocazione per ‘vedere l’effetto che fa’ come da canzone di Jannacci. Alberto una mummia come pure Alessio che però doveva essere abituato ai capricci della fidanzata. Tavola da pranzo ben apparecchiata: “Tutto merito di Mariella” il commento del fidanzato il quale fece i complimenti alla futura suocera per le varie portate eccellenti. Tradotto Mariella aveva apparecchiato la madre si era data da fare in cucina, senza l’aiuto della figlia la quale: “Perché non ci traduci quella frase in un’altra lingua?” La domanda era diretta ad Alberto il quale si prese una rivincita: “Quando prestavo servizio a Domodossola sui treni internazionali ho conosciuto ‘da vicino’ una giapponese che durante il  tragitto sino a Milano mi ha insegnato qualche parola della sua lingua, la frase è questa : ‘ Meino no musuko’ traduci un pò se ci riesci!” “E tu vuoi far capire che in un tragitto di massimo due ore hai conosciuto ‘da vicino’una giapponese che ti ha insegnato anche qualche parola della sua lingua?” Intervenne Donatella: “Ragazzi il pranzo si fredda, almeno datemi la soddisfazione di affermare che è buono!” Tutti addosso a Donatella che: “Mi avete spettinata tutta devo andare alla toilette….” “Sei bellissima anche così!” Chi si era sbilanciato era stato Alberto che aveva suscitato la curiosità degli altri due commensali. La serata finì allegramente anche grazie al liquore-caffè, Alberto fu invitato dalla padrona di casa per un altro incontro conviviale. La storia degli arrestati per Alberto non era ancora finita. La mattina successiva: “Sono il sottufficiale d’ispezione, al Corpo di Guardia c’è un giovane che desidera parlare con lei.” La frase seguita da una risatina.“Accompagnalo da me.”  “Ragazzi qui c’è qualcosa di particolare, non ve ne andate. “ Il giovane era veramente particolare: capelli rasati per metà del capo, occhi bistrati, camicia rosa e pantaloni azzurri. Nessuno in ufficio fece commenti. “Sono Umberto il figlio del maresciallo Filippone, vengo a chiederle il favore di avviare le pratiche per far avere a mio padre la pensione.” “Farò del mio meglio, lasci il suo indirizzo di casa col numero del telefono, appena avrò notizie la contatterò.” Ringraziamenti con abbraccio da parte di Umberto ma la scena, avvenuta con porta aperta dell’ufficio fu notata da vari colleghi di Alberto,il più spiritoso: “Carissimo, sei favoloso che ne dici di…” “Vi dico molto volgarmente di andare a fare ….” Pure la presa in giro  ma la storia non era ancora finita, più tardi il piantone accompagnò nell’ufficio di Alberto un giovane che: “Sono Giovanni il figlio del Tenente Argento, mi occorre avere la certezza che al più presto mio padre possa fruire della pensione, le dico al più presto!” “Noi trattiamo tutti i nostri colleghi nello stesso modo, inizierò quanto prima a dedicarmi alla pratica di suo padre.” “Questo è un modo di scaricarmi, mio padre è un suo superiore di grado!” “Suo padre sino a nove mesi addietro era un mio collega ma, come le ripeto provvederò sbrigare la pensione di suo padre, se non ha altro da dirmi…” Il maleducato uscì dalla stanza sbattendo la porta e ad Alberto l’atto non piacque affatto e pensò di vendicarsi tenuto conto di certe notizie che ‘giravano’ intorno all’operato del Tenente Argento. Telefonò ad un suo amico e compagno alla Scuola Sottufficiali: “Caro Pier Luigi sono Alberto, anche se non ci sentiamo talvolta ti penso quando eravamo allievi insieme, ho da chiederti un favore ma non per telefono, ti invierò una lettera indirizzata alla tua persona, ti prego di rispondermi con lo stesso mezzo; qualora venissi dalle mie parti sarai mio ospite.” Nella lettera Alberto aveva chiesto al collega di far indagini ed accertamenti sugli acquisti a Napoli e dintorni di immobili a nome ‘ del Tenente Argento e dei suoi familiari, anche quelli acquisiti.” Alberto prese a frequentare la casa  di Mariella e di Donatella, quest’ultima gli faceva trovare a pranzo o a cena piatti sfiziosi, furbacchiona voleva prendere Alberto per  la gola, un pomeriggio, dopo mangiato, assenti Alessio e Mariella prese a baciarlo sinché il  bel maresciallo sfoderò la ‘sciabola’ alla vista della quale: “Accidenti quanto ce l’hai grosso,  mio marito ce l’ha molto più piccolo e lo usa poco e male, la mia ‘gatta’ potrebbe farsi male!” “La tua ‘gatta’ gradirà per primo un cunnilingus e poi il pisellone di Alberto entrerà dentro alla grande!” E così fu per tutto il pomeriggio. Alle diciotto al rientro di Mariella: “Vi vedo belli riposati, che ne dici Alessio, questi due di sono dati da fare o meno?” “Da fare? Avranno la pressione a zero dopo averla portata alle stelle, complimenti!” I due neo amanti se ne fotterono altamente e:”Tu piuttosto figlia mia cerca di farmi diventare nonna!” “Per me è ancora presto  in ogni caso non vorrei diventare zia!” Ormai tutti i tasselli della storia erano a posto, mancava solo le notizie da parte di Pier Luigi che giunsero dopo una settimana. “Caro Alberto riporto qui appresso tutte le proprietà immobiliari del Tenente Argento e dei suoi parenti, ufficialmente non deve risultare la mia indagine, appena possibile di verrò a trovare, saluti alla signora.” Ad Alberto risultava che il Tenente Argento non era molto simpatico al Colonnello e così una mattina: “Comandante ho notizie non ufficiali sulle proprietà del Tenente Argento, veda lei se vuole fare una richiesta ufficiale al reparto competente per territorio.” Ti pare che Mariella non ne combinasse una delle sue, era più forte di lei. Alle quattordici di un giorno feriale si appostò vicino alla Giulietta di Alberto ed alla sua vista: “Caro mi dai un passaggio?” “Tutto questo puzza, è una frase famosa di un attore russo, un certo Misha Hauer ma si addice al momento, che ti frulla per la testa? “Volevo solo farti una domanda: preferisci il fiorellino o il popò?” “Non hai specificato il nome della  titolare dei due beneamati.” “Se ti dicessi i miei?” “Se la finiamo di dire baggianate direi i tuoi.” “Bene, dove possiamo andare, a casa mia non è il caso.” “Mia moglie e in vacanza come in quel famoso film con Marilyn Monroe.” Alberto, poverino, si sacrificò, si ‘fece’ sia la figlia che la mamma!
     
     
     
     

  • 21 marzo 2020 alle ore 17:38
    Quarantine: Me stesso

    Come comincia: “Quando ero ragazzo, non ero molto socievole. Mi guardavo intorno e non potevo far altro che chiudermi. Il mondo non mi piaceva, ma per niente.
    Frenesia, eresia, follia.
    Mi chiedevo ogni giorno se fossi riuscito a scappare, prima o poi, dal quel buco nero.
    Venivo molestato spesso, deriso, corrotto, gettato in pasto alla belva dell’uomo.
    Ero così, così stanco di tutto quello.
    La mia famiglia era povera e numerosa; ero terzo di cinque figli.
    Credo non andassi d’accordo con nessuno di loro, se non con il nostro cane rachitico.
    Quando lo guardavo, rivedevo il me stesso rinchiuso; aveva degl’occhi vitrei ed aurei, come i miei.
    Sbavava molto; pareva sarebbe morto ad ogni passo che faceva, si teneva su per la grazia di Dio.
    Ero l’unico che badava a lui e, questa cosa, mi teneva vivo.
    Vivevo per lui e lui per me; fino a quando non morì per davvero in un giorno di primavera.
    Lo trovai stramazzato nel campo preso a picconate da chissà chi.
    Era un bravo cane e non so come sia stato possibile che l’abbiano ucciso.

    “Vedi William? prima o poi anche tu farai la sua stessa fine.”

    Mi disse una volta mio padre mentre gli scavava una fossa con un piccone.
    La lezione l’avevo avuta. Mi mossi a cercare un lavoro per fuggire.
    Fortuna ci riuscii in fretta ed abbandonai per sempre quella casa.
    Non rividi mai più nemmeno uno di loro; tempo dopo seppi che la casa s’incendiò e morirono tutti.
    Forse la morte del mio cane era stato un segno che mi ha salvato la vita.
    Lo porterò sempre nel cuore, fino alla fine.
    Da lì capii; salvato da un cane per diventare un cane io stesso e, devo dire, non mi dispiacque finire, poi, a fare da balia canina ad una ragazzina egoista e arrabbiata; era come se avessi avuto una seconda possibilità di redimere me stesso, cercando di addestrare un cane più piccolo.
    Fu così che Blues divenne tutto ciò che avevo e l’avrei protetto a denti stretti, come l’amore di un cane verso il proprio padrone.
    Del resto, non aveva scelto la sua vita per cui non aveva colpe e, come me, avrebbe voluto solo fuggire da tutto quello.
    La capivo, per questo decisi di starle accanto senza mai contestarla o aggredirla. Avevo annusato quanto il suo fragile cuore cercasse compagnia in quella solitudine chiamata vita.
    E per quanto mi schernisse o si prendesse gioco di me, sapevo che quello era l’unico modo che aveva per amare.
    Sentire di possedere qualcuno, ci fa sentire meno soli alle volte; e benché non fosse un comportamento adeguato, sano non lo ero nemmeno io. Abbracciai quella creatura con tutto il mio sentimento e nessuno me l’avrebbe portata via se avessi obbedito ai suoi giochi.
    Ma si sa, alle volte, il gioco stanca e quando ciò accadde, qualcosa in me si tramutò per sempre.

    “Un giorno troverai una brava ragazza, ne sono sicura.”

    Mi disse una volta mia madre mentre mi pettinava i capelli.
    Non credetti molto alle sue parole e, di certo, brava Blues non era; ma nelle nostre imperfezioni, eravamo perfetti.
    Dovevo solo arrivarci e lei capirlo.”

  • 21 marzo 2020 alle ore 17:07
    Quarantine: Sussulto

    Come comincia: “Non ho potuto non notare quel taglio sotto il mento, Clap. Chi ha osato ferirti senza la mia autorizzazione?”
    “Mh? Ho bisogno delle autorizzazioni se, nel caso, qualcuno volesse farlo?”
    “Ovviamente, Clap! Che discorsi. Non hai capito, allora, che da quando i miei genitori ti hanno portato qui, con il compito di farmi da servitore, in realtà hanno firmato la tua condanna? Che schiocchino!”
    “Ah, mh, no, non l’avevo capito.”
    “Non mi hai risposto. Sto attendendo una spiegazione.”
    “Credo sia stato molto tempo fa, non ricordo come e quando sia accaduto.”
    “Sei un bugiardo, Clap! Com’è possibile che non ricordi chi, come e quando? Mi nascondi qualcosa?”
    “Sono rammaricato, penso… realmente di non ricordare.”
    “Bagianate! Ti prendi gioco di me, ora? Da quando sei tu, adesso, quello che prende in giro me?”

    Si alza Blues, prende uno spillo e lo punta alla gola di Clap.

    “Signorina!”

    Esclama il povero Clap, indietreggiando lentamente.

    “Il tuo viso è troppo leggiadro. Con una sola cicatrice è troppo pulito, ma sono sempre in tempo per fartene un’altra. Ma stavolta infilzandoti un occhio se non ti muovi a parlare.”

    Ride lei.
    Il volto di Clap diventa serio d’improvviso; fa un respiro profondo e, con lenti movimenti, prende la mano di Blues.

    “Probabilmente, se lei mi dovesse infilzare, farebbe meno male.
    Probabilmente, se lei dovesse ferirmi, sarebbe più dolce.”

    Arrossisce lei. I loro occhi si fissano per pochi attimi, minuti, secondi.
    Dopodiché, con scatto selvaggio, la ragazza ritira la sua mano lanciando lo spillo in terra.

    “Ti prego, vattene ora. Verrai punito severamente per questo comportamento poco ordinario. Avrei dovuto tagliarti la lingua, almeno i miei cani sanno di cosa cibarsi.”

    Esce dalla stanza sbraitando qualcosa sotto lo sguardo attento di Clap.
    Una volta solo, si porta una mano alla testa e sospira guardando fuori dalla finestra; vi scorge la cuoca al cancello con uno sconosciuto.

    “Chi sarà mai a bussare alla nostra porta, di questi tempi?”

    Si chiede.

     

  • 20 marzo 2020 alle ore 20:43
    PUCCI IL VIZIATO

    Come comincia: Pucci era il cane volpino della zia Maria; voler bene ad un cane è cosa comune, farne un idolo è tutt’altra cosa. Il quadrupede era il ricordo del defunto marito della zia. Quando era un vita  Peppino, Pucci era considerato come il figlio che i due zii non avevano avuto. Viziatissimo, il cane riteneva che tutto gli fosse dovuto, concesso e permesso: d’inverno dormiva sul letto della padrona amorevolmente coperto da un plaid di pura lana, d’estate in una cuccia con rivestimento di fresca seta, non mangiava a terra come tutti i suoi simili ma a tavola con la zia Maria, aveva il suo spazio ed era molti schizzinoso in quanto a cibo, rifiutava ostinatamente quello non di suo gusto e veniva subito accontentato con altra cibaria a lui gradita sino a quando… La zia Maria era proprietaria di una villetta tra Ancona e Falconara acquistata con l’eredità del marito capo stazione ricco di famiglia. Si trattava di un’abitazione elegante provvista di parco con al piano terra uno spazio adibito a garage dove faceva bella figura una Alfa Romeo Giulietta  guidata non dalla proprietaria ma dal nipote Alberto, ventenne che aveva conseguita la maturità classica e frequentava l’Università di Ancona, in verità con poco profitto. Il giovane con papà Armando e mamma Domenica abitava in una villa vicina ma spesso andava a casa della zia che lo ricopriva di regali di ogni genere conseguentemente era molto elegante nel vestire e frequentava la società bene. Un fatto sconvolse il tranquillo menage del cane che di colpo si vide privato delle coccole della padrona. La zia Maria era andata in Sicilia a trovare la sorella del defunto marito, prima della partenza aveva subissato Alberto di  tante raccomandazioni  riguardanti Pucci : “Poverino è tanto fragile e bisognoso di attenzioni, mi raccomando trattalo bene!” Tra i due non c’era mai stata della simpatia, si tolleravano appena e questa era la volta buona che Alberto si prendesse un rivincita ma quale? Idea geniale: il cibo: niente posto a tavola, a terra vicino alla cuccia due ciotole una con l’acqua e l’altra con solo il pane! Giunta l’ora di pranzo Pucci si guardò in giro, vide la tavola non apparecchiata e scorse con orrore le due ciotole, spinto dalla sete bevve dell’acqua ma rifiutò sdegnosamente di cibarsi del solo pane e si rifugiò sotto il letto della padrona. Alberto il giorno successivo prese per la collottola il cane, gli infilò al collo il guinzaglio e lo portò in giro per i suoi bisogni. Il rifugio sotto il letto della padrona era chiaramente un gesto di protesta da parte di Pucci che ogni tanto, speranzoso si avvicinava alle due ciotole usufruendo solo di quella con l’acqua e tralasciando quella col pane. Alberto andava a trovare Pucci, aveva chiuso tutte le finestre e così il buio regnava sovrano, solo uno spiraglio nel soggiorno dove erano situate le due ciotole, more solito usata quella con l’acqua, intonsa quella con il pane ormai diventato duro. La mattina del terzo giorno Alberto andando nella casa della zia ebbe una sorpresa che lo fece sorridere: nella ciotola dell’acqua galleggiava il pane che duro non  era più e risultava sbocconcellato, la fame….Questo episodio fece ravvicinare i due, Pucci in fondo meritava del rispetto, non era colpa sua se era stato viziato e poi aveva dimostrato di essere intelligente col trasferimento del pane duro nella ciotola dell’acqua. Alberto prese il muso del cane, lo guardò negli occhi e gli parlò come fosse un essere umano: “Pace?” E pace fu con la conseguenza che Alberto messo il guinzaglio a Pucci lo portò a spasso sin quando passando vicino ad una villetta il quadrupede con uno strappo scappò di mano ad Alberto ed entrò nel cancello dell’abitazione cominciando ad abbaiare.  Apparve una ragazza, Alberto: “Signorina mi scusi ma il mio cane m’è scappato di mano, se me lo permette entro e me lo riprendo.” La ragazza sorridendo: “Sono Ella, le dico io il motivo per cui il suo cane è entrato a casa mia, anch’io posseggo un volpino ma è femmina ed in calore, il suo cane ha odorato l’aria e…” “Hai capito stò zozzone, mi fa fare pure delle brutte figure!” “Niente brutte figure, è la loro natura, entri così potrà recuperare il suo volpino sempre che….” I dubbi di Ella erano fondati, Pucci se ne stava beatamente ‘cavalcando la volpina che mostrava gradire.”Non ci resta che aspettare, Dora non ha mai avuto cuccioli.” “Siamo alla ‘prima nox’ non mi sembra che la sua cagnolina abbia avuto molti problemi…” “Glisson, le offro qualcosa di fresco, che ne dice di  una amarena con seltz e ghiaccio?” “D’accordo, abbiamo del tempo da aspettare dato che…non mi pare di averla mai vista da queste parti.” “Ho ventiquattro anni, sono qui da poco tempo, da quando mia madre Ena ha sposato Marcello ambedue vedovi, Bella è di proprietà di Marcello, mi dica qualcosa di lei.” “Intanto diamoci del tu, siamo più o meno coetanei, io frequento l’Università in Giurisprudenza ad Ancona, siamo in estate e preferisco il craul di cui sono stato campione regionale a sedici anni, ora dimmi qualcosa di te.” “Io e mi madre siamo di Filottrano un paese in provincia di Macerata, io sto studiando farmacia all’Università di Ancona, le nostre sono due storie comuni. Ora vado a vedere a che punto sono ‘gli sposi’.” Al ritorno: “Penso che dovremo aspettare ancora….sta arrivando mia madre… mamma questo è Alberto, il suo volpino si è infilato a casa nostra e sta facendo… amicizia con Dora, per ora meglio lasciarli soli, che hai comprato di buono.” “Al mercato ho trovato del pesce che mi hanno assicurato freschissimo, preparerò un brodetto con cozze, vongole e seppie e per secondo orate al forno, vado a preparare, invita il tuo amico, ci farà compagnia, Marcello non rientra per il pranzo. Alberto si era ben impresso nella mente le due donne: Ella non molto alta di statura indossava una camicetta leggera da cui si intravedevano due seni non ‘trattenuti’ da reggiseno ed una minigonna, una piccola Venere come quella attrice francese François Arnoul. “Quando hai finito di fotografarmi…” “Hai colpito nel segno, posseggo una Canon 450 e, col tuo permesso, possibilmente in posto isolato per evitare guardoni vorrei immortalarti, scusa l’immodestia ma sono piuttosto bravo, ho vinto un secondo premio ad una mostra fotografica.” I due cani non più ‘allacciati’ se ne stavano allungati godendosi il post ludio, apprezzarono moltissimo il cibo loro offerto da Ena, il sesso e la fame hanno molto in comune. Elogi  alla padrona di casa: “Penso che abbia conquistato suo marito prendendolo per la gola nel senso…” “Pur essendo tu giovane ti dimostri un bel furbacchione, penso soprattutto con le femminucce, Ella sta in guardia…lo dico come boutade.” Alberto a fine pasto, ringraziò le due dame, diede loro l’indirizzo di casa sua e quello della zia Maria e riportò indietro un Pucci un po’ recalcitrante, forse avrebbe voleva ancora…Quando la zia Maria ritornò dal viaggio in Sicilia rimase perplessa, Pucci nonle  fece le feste come al solito quando rientrava a casa, stava vicino ad Alberto come mai succedeva in passato, chiese spiegazioni al nipote: “Cosa è successo a Pucci, mi sembra molto diverso da prima.” “Zia Maria quali sono le cose che fanno girare il mondo?” “Siamo agli indovinelli, va bene: il denaro.” “E poi.” “Il potere.” “E poi.“ “Il sesso.” “Sei giunta la punto: Pucci ha ‘conosciuto’ da vicino una volpina, si sono ‘sposati’ e lui vorrebbe avere di nuovo rapporti con lei ma, come sai gli animali femmine hanno rapporti sessuali sono quando sono in calore, Pucci non lo può comprendere e spera sempre…” Finalmente dopo quattro mesi una telefonata di Ella: “Dora ha avuto tre cuccioli bellissimi, ora è di nuovo in calore…” “Pucci sarà al settimo cielo, che ne dici di chiedere a tua madre di preparare un pranzo a base di pesce come l’ultima volta…” “Va bene, ci sarà anche una sorpresa.” Forse Pucci aveva capito dove erano diretti, per strada tirava molto il guinzaglio facendo correre Alberto e, una volta aperta da Ella la porta di casa di buttò a capofitto nel corridoio con tutto il guinzaglio. Alberto lo seguì, gli tolse il guinzaglio mentre il cotale già era pronto alla pugna…”Mio caro, lavati le mani, e poi in sala mensa dove mamma ha posto tutte le cibarie, c’è pure in fresco il Verdicchio dei Castelli di Jesi, vacci piano ha tredici gradi e non vorrei…” Si era presentata una ragazza abbronzata, alta e robusta, bel viso, grandi occhi e seno piccolo, bel popò, sorridente. “Questa è Camila, l’ho conosciuta a Cuba durante un mio viaggio, siamo diventate molto amiche…” Alberto ci mise un po’ poi mise a fuoco la situazione: Ella e Camila era ‘intime’ tradotto lesbiche ed allora addio al progetto di Alberto di ‘farsi’ Ella, in comune con lei aveva  una inclinazione non compatibile, la preferenza per il ‘fiorellino’! Fare un buon viso a cattivo gioco è dei grandi uomini, Alberto dimostrò di essere un grande, abbracciò Camila ed augurò alle due ‘Good fun.’ Le sorprese non erano finite: in sala si era presentata Ena quasi irriconoscibile, bel truccata, camicetta rosa molto scollata, gonna azzurra, una collana stile hawaiano e braccialetti ai polsi molto appariscenti. “Madame è passata in uno istituto di bellezza? Lei non ne aveva bisogno ma così è irresistibile, quasi quasi rinunzio al cibo per…” Ella il tuo amico è più ‘cochon’ del suo cane ma devo riconoscere che ha il senso dello humour sconosciuto ai più, non dico buon appetito perché è buona norma di evitare questa frase ma io lo dico lo stesso: buon appetito!” L’atmosfera era diventata molto amichevole fra i quattro che avevano fatto ‘festa’ al Verdicchio con ovvie conseguenze di una allegria ‘navigabile’ come avrebbe detto il buon Jacovitti. Ella mise sul lettore compact disc musiche sud americane e le coppie si misero a ballare  Alberto con Ena ed Ella con Camila, queste due diedero il ‘cattivo esempio’ e cominciarono a baciarsi con la conseguenza di essere imitate da Alberto e da Ena poi finiti in camera da letto con ‘sesso selvaggio’, ambedue erano a stecchetto da vario tempo. Ad un certo punto Alberto sentì suonare il telefonino: “Dove ti sei cacciato, sono le venti!” “Scusa zia ma Pucci si è intrattenuto più del solito con Dora, non ho avuto il coraggio di farli smettere…ora ci riprovo!” Il verbo fu esatto nel senso che nei giorni successivi lo studente in giurisprudenza riprovò quasi ogni giorno a sollecitare il fiorellino ed il popò di una Ena sempre più allupata…
     

  • 20 marzo 2020 alle ore 13:53
    Quarantine: Radici

    Come comincia: "Ho ricevuto una lettere dai suoi genitori. Dicono che sono rinchiusi in un paese a un paio di miglia dalla tenuta, ma non possono allontanarsi, per cui saranno costretti a fermarsi lì per un tempo da definire."

    "Mmmmh. Lo sapevamo questo, mi pare. Se non fanno allontanare nessuno, non vedo perché avrebbero dovuto farli muovere. Tanto ci sono abituata a questa cosa."
    "A cosa? Signorina Blues?"
    "Alla loro assenza, mi pare chiaro. Secondo te perché ti hanno messo qui a sopportarmi? Loro sono troppo impegnati a girare invece di badare alla loro unica figlia. Del resto, come biasimarli? Anche io sarei fuggita se avessi avuto una figlia come me."
    "Perché pensa questo?"
    "Perché di certo, questa, non era la vita che sognavano. Sono nata perché dovevano avere qualcuno a cui affidare il loro lavoro un domani, costretti dalle proprie famiglie a tenere alto il loro nome e non perché mi desideravano. Allora, a questo punto, mi chiedo quale senso abbia tutto questo? Quale sarà il mio destino? Vivrò per il loro nome o morirò per l'epidemia? 
    I miei quadri non li compra più nessuno, Clap. È anche inutile che io continui a dipingere se non ho compratori. Inutile anche che io respiri se non posso fare ciò che voglio fare. 
    Portami un coltello."

    "Cosa ci vuole fare?"

    Silenzio.

    "Per passare il tempo ho deciso di tagliarti le orecchie, così non mi ascolterai più quando farò discorsi così tedianti. Ma se proprio le vuoi tenere, taglierò i tuoi capelli!"
    "Ma, signorina, le mie orecchie, i miei capelli!"

    Ride lei.

    "Tanto se muori a chi importerebbe dei tuoi capelli lunghi?!"
    "Mmmh... Magari, una volta sotto terra, potrebbe crescere un albero che userà i miei capelli come radici!"
    "Oh, che cosa poetica Clap! Questa volta ti farò un applauso di sostegno! Sai dove le devi affondare le tue radici? Avrei un idea! Mmm, potresti iniziare da dietro al campo accanto lo sterco di vacca! Tu cresci e lei ti concima!"

    Urla soddisfatta del suo pensiero.
    Il volto di Clap mostra interdizione ma, fortunatamente, dopo ha sorriso. Si starà abituando?
    Intanto, al di là della porta in salotto, la cuoca alza gl'occhi al soffitto come in segno di preghiera quando, da lontano, si odono passi. 
    Qualcuno urla qualcosa tanto da far precipitare la donna all'ingresso.

    "Chi, in periodo di epidemia, osa bussare alle nostre porte?" 

  • 19 marzo 2020 alle ore 15:51
    Quarantine: Inutilità

    Come comincia: Questa quarantena inizia a diventare una tortura, Clap. Perché ci tengono ancora qui?"
    "C'é un'epidemia in corso, signorina Blues. Per ora la situazione è molto complicata e per la sua sicurezza, é bene che rimanga qui. Purtroppo non ho ancora notizie della sua famiglia ma vedrete che prima o poi ci scriveranno."
    "Non sei molto di conforto Clap. Reclusi in casa insieme a te e la vecchia cuoca, sento vacillare la mia fanciullezza. Sono sicura che se, crescerò vecchia dentro, sarà sicuramente per colpa vostra."

    Silenzio.

    "Vuole un succo al mirtillo?"
    "Mmm... Naah. Voglio un bacio, Clap. Fammi schioccare un po' le labbra."

    Sussulta Clap. 
    "Mi perdoni ma, non credo ne sia capace." 
    "Eh? Non hai mai baciato una donna?"

    Chiede perplessa Blues.

    "A mio malgrado, temo di no. Mai accaduto."
    "Ahhhh Clap! Sei proprio un idiota, puro nel suo termine. Ma come sia possibile? Un uomo di trent'anni che non ha mai provato l'ardore di una donna!"

    Ride lei.

    "Sono mortificato." 

    Arrossisce Clap, tutto intimidito. I suoi due anni di servizio, non lo avevano ancora formato ed affrontare i discorsi impertinenti di Blues, lo destabilizzavono. Ragazzina di diciotto anni viziata e sfrontata, cresciuta in una grande casa spoglia di affetti, senza arte né parte, ma solo enormemente ricca.

    "Almeno il servitore che c'era prima di te, sapeva come tenermi compagnia. Quanto sei inutile."
    "Sono costernato."
    "Vai a costernarti altrove. La tua vista inizia ad annoiarmi terribilmente."

    Silenzio. Clap lascia la stanza con una lieve demoralizzazione sul volto.

    "Non darle ascolto, Will. È molto sola e la sua famiglia è sempre in giro, lo sai. Non sa con chi prendersela."
    "Mmm, Marì. Non è un problema."

    Esce Clap, congedandosi dalla cuoca.

  • 19 marzo 2020 alle ore 13:54
    Quarantine: Stelle

    Come comincia: "C è un po' di ghiaccio stasera o sbaglio?".
    "Sente freddo..?"

    "Ma no che dici! C'è il ghiaccio e sento caldo! Me le farai consumare queste mani prima o poi Clap!"
    "'Mmm...."  

    Con espressione al quanto infastidita, Clap prende la sua giacca e la posa sulla ragazza.

    "Può andar meglio così, signorina Blues?"
    "Ah! Allora t'era arrivata l'informazione al cervello. Come sei caro, Clap. Grazie. 
    Guarda su, guarda su! Magari questa notte si potranno vedere le stelle! 
    Hai mai visto una stella cadente?"
    "Credo che l'unica cosa di cadente che abbia visto nella mia vita, é il mio umorismo."

    Silenzio. La ragazza si gira verso Clap.

    "Ah. Era una sorta di battuta? No perché, tra che passa una stella cadente e le tue battute, penso possa andare anche a dormire." 
    "Cercavo di essere... Di spirito? Mi perdoni."
    "Qua l'unica cosa di spirito che abbiamo, è l'alcol che ti getterò per darti fuoco. Così invece delle stelle cadenti, faremo un bel falò per riscaldarci."

    Clap sorride.

    "Vado a prendere dei fiammiferi?"
    "Sei serio, Clap?"
    "Mi perdoni. Mi ero fatto prendere la mano."
    "La mano usala per andare a prendere del cibo. A stomaco vuoto potrei assalirti; almeno così ho del peso che mi trattiene."
    "E le stelle?"
    "Bruciate."

  • 19 marzo 2020 alle ore 12:41
    Quarantine: Occhi

    Come comincia: "A volte quando ti guardo, Clap, vedo un firmamento di pensieri e parole che navigano vorticosamente e che non dici mai. Vorrei tuffarmici dentro e nuotare alla scoperta di te stesso. Poterli toccare con mano e stupirmene gioiosamente. Sarebbe meraviglioso!
    Almeno così potrei non pensare che tu sia vuoto."

    Ride.

    "Credo che non ci sia molto da scoprire, signorina Blues. Si bagnerebbe per poco."

    "Ah, Clap. Ogni volta che apri bocca, dai sempre conferma ai miei pensieri.
    Mi farai bagnare di noia, un giorno o l'altro."

  • 19 marzo 2020 alle ore 12:40
    Quarantine: Il fiume

    Come comincia: "Quando guardi questo fiume, a cosa pensi?"

    "Mh? Mah.. Non credo mi sia fermato molto a pensare a questa cosa. Credo.. che sia un fiume che scorre."

    "Come sei vuoto Clap. Non ti suscita niente guardare un fiume che scorre in tutta la sua naturalezza? Che so, ti potrebbe trascinare in un ricordo, magari nel viso di qualcuno o che ti faccia sentire in qualche modo. Mmm, tipo dirti "oddio mi sento così malinconico a vedere che gli anni scorrono via così ed io nn ho fatto niente di concreto! La mia vita vuota! Cosa posso fare per migliorare il mio stato sociale? No?"

    "Mmmm... Credo che il mio nome non sia esatto, signorina Blues."

    "Eh?.... Sarà per questo che quando ti ho sentito parlare per la prima volta, ti ho chiamato Clap; il suono delle mie mani che implode quando dici qualcosa di questo genere. Sei così inutile, Clap."
     

  • 16 marzo 2020 alle ore 19:08
    Il profeta

    Come comincia: La realtà, invece, erano miserabili città in rovina dove gente denutrita si trascinava su e giù con scarpe che lasciavano scoperti i piedi, dentro certe case novecento che si tenevano su a furia di toppe e di cartone e di tela cerata, e che puzzavano sempre di cavoli e di cessi otturati. (George Orwell, 1984). 

  • Come comincia: La noia è il prodromo principale dell'oblio: il quale, quando arriva e se arriva, è quello stato in cui si perde, non sempre però, la percezione dell'io assoluto (oppure, se credete, quella assoluta dell'io); e non si ha più memoria, e non si hanno più ricordi, e non si ha più il senso del tempo, delle cose e delle persone che sono intorno a noi. Per alcuni, però, esso (ossia quello stato) può rivelarsi, per certi versi ed aspetti ed in determinati momenti dell'esistenza, taumaturgico se non addirittura catartico.
    "Tutto sommato c'è la caviamo egregiamente: sotto questa cascata di stelle d'oro...e perline filanti (almeno una volta all'anno è così!)".

  • 16 marzo 2020 alle ore 13:30
    Ehi man! (il monito e l'appello)

    Come comincia: Puoi essere tutto ciò che vuoi; puoi fare tutto ciò che vuoi; puoi avere ciò che vuoi, puoi dire ciò che vuoi: se lo vuoi; puoi avere, dire e fare ciò che vuoi: se lo vuoi! Puoi sognare e camminare sull'acqua: puoi persino sognare di camminare (davvero) sull'acqua! Ma puoi davvero farlo?...Soltanto, però, uomo: non devi mai esser triste, non puoi farlo perché non è cosa ben accetta; perché è cosa invisa assai su questa terra a questo mondo! Ehi man, puoi esser tutto ciò che vuoi...davvero?! 

  • 16 marzo 2020 alle ore 13:20
    La sentenza, la voce... l'incontro

    Come comincia:  Qualcuno disse un giorno: - Non siamo programmati per amare, credere&sognare; ricordare, sperare o distruggere ciocchè abbiamo costruito; lo siamo soltanto per nascere, vivere eppoi (in un battibaleno) morire! -. Tanti anni dopo, in una sacra assoluta notte da tregenda, però, una voce profonda ed oscura, arcana mi sussurrò, nell'orecchio destro più volte e più volte (più e più volte ancora lo fece, quasi infinite: ma non era la befana!): - Vieni, oh sì vieni, nei sogni vieni; troverai ciocché ti serve, quì vi troverai l'impossibile e il nuovo!...Un simoniaco incontrai, allora, ed una giovane vergine nuda, dai biondissimi capelli e cogli occhi azzurri: entrambi mi presero per mano ed andammo insieme verso la casa del rabbino.

  • 15 marzo 2020 alle ore 9:25
    O BRASILEIRO

    Come comincia: Il motivo per cui Felipe con il suo yacht aveva preferito attraccare nel porto di  Messina era un mistero per gli abitanti di questa città, il natante era un favoloso RIVA da 50 metri, nome  in  portoghese ‘Sexo Louco’ tradotto: ‘Sesso Matto’. La Capitaneria di Porto di Messina in un primo tempo aveva autorizzato l’attracco del ‘Sexo Louco’ solo per due giorni poi, in seguito a ‘suggerimenti’ giunti da Roma i due giorni si mutarono in attracco permanente. Più di una persona si era domandata, senza risposta chi potesse essere quel brasiliano tanto ricco e potente,  il ‘ricco e potente’  acquistò una villa di tre piani sulla Circonvallazione con tanto di giardino, piscina, alberi di alto fusto e voliere dove aveva sistemato uccelli tropicali, insomma una persona che si faceva notare anche per la sua stazza di uomo da un metro e ottantacinque, palestrato e sempre ben vestito. Girava per Messina con una Bentley Mulsanne guidata da Pedro  autista della stessa statura del suo datore di lavoro che fungeva anche da guardaspalle. Non poteva mancare un segretario inglese poliglotta, tale Oliver che lo seguiva nei suoi spostamenti e che gli aveva insegnato varie lingue fra cui l’italiano. Per farsi conoscere dagli ‘indigeni’ importanti Felipe aveva organizzato una festa sul suo yacht invitando le persone più conosciute della città, molti vi aderirono se non altro per curiosità. Alle ventidue il padrone di casa si presentò in cima alla scaletta del ponte e: “Signori, grazie per essere intervenuti,  mia moglie Mariana, mio figlio Caio Cesar, vi auguro buon divertimento, spero apprezziate le musiche del mio paese. Gli altoparlanti diffondevano balli e canti  del carnevale di Rio de Janeiro che davano un senso di piacevole relax ai presenti. Tancredi era il direttore di una piccola ditta di import export che si diceva fosse stata acquistata da O Brasileiro. Cercò di approfittare dell’occasione per presentarsi ma male gliene incolse. La risposta piuttosto brusca di Felipe: “Le pare il momento di parlare di affari, si presenti domattina al suo posto di lavoro…”Tancredi impallidì, una cazziata così non l’aveva mai ricevuta, in ogni caso aveva compreso che rispondeva al vero che il magnate aveva acquistato quell’esercizio. Martina, la consorte il cui nome vuol dire dedicata a Marte e quindi combattiva fece onore al suo nome  agganciando Felipe: “Signore sono la moglie di quel signore che lei ha  rimproverato poco fa, le chiedo scusa a nome di mio marito, talvolta i maschietti non hanno il senso della misura.” Dinanzi ad una signora per di più molto attraente O Brasileiro si squagliò come neve al sole e: “Senhora sono io che  chiedo scusa, talvolta sono un po’ brusco, le chiedo un favore: faccia ballare mio figlio Caio Cesar è molto timido con le donne, vorrei che qualcuna lo svegliasse un po’…Caio Cesar vieni a ballare con Martina, attenta ai suoi piedi senhora!” Il ragazzo fisicamente non aveva nulla in comune col padre: biondo, longilineo, occhi azzurri qualità che sicuramente aveva ereditato dalla madre. Il ragazzo era stato educato in un collegio inglese e facendo sfoggio della sua educazione: “Missis talvolta mio padre è un po’ come dire ‘impetuous’ come dicono gli inglesi, mia madre era di Cardiff ed io ho preso da lei sia le sembianze che lo stile,  sono timido e questo mio comportamento non è molto apprezzato da mio padre, se me lo permette vorrei ballare con lei sempre che suo marito…” “Permesso accordato, ti do del tu, sei un giovane piacevole oltre che educato, di questi tempi…” Tancredi inquadrò  la situazione, apprezzò ancora una volta la consorte che lo aveva tolto da probabili problemi. “Missis le scatto delle foto, il mio hobby e poi le faccio visitare la mia cabina, non capisca male.” I due scomparvero dalla vista degli astanti a prua dello yacht, ogni tanto si vedeva il lampo del flash, il ragazzo stava effettuando delle riprese a Martina poi i flash non comparvero più…”Missis non so cosa mi sia successo questa sera, di solito sono un ‘wimp’ con le signore ma con lei…se me lo permette un bacio in fronte…” Il bacio passò sulle labbra sino a quando Martina ritenne opportuno tornare nella sala comune, non sapeva come comportasi con Caio Cesare. La festa finì poco dopo; in macchina Tancredi fu messo al corrente di  quanto accaduto alla consorte, tutti e due erano perplessi, Tancredi il giorno seguente doveva avere un colloquio importante col O Brasileiro. Notte passata quasi in bianco, c’era di mezzo il menage della famiglia. La mattina presto il titolare della ditta import export aprì insieme ai commessi la saracinesca del locale e si rimase in attesa del neo padrone che si fece vivo verso le dieci. Rivolgendosi a Tancredi: “Riunisca tutto il personale. “ “Signori, sono il nuovo proprietario di questa baracca, dico baracca perché intendo cambiarla in modo totale, farò rifare tutti gli interni, mettete fuori un cartello chiuso per restauri, intendo importare dal Brasile i prodotti tipici del mio paese  anche pappagalli brasiliani che sono i più belli del mondo, nessuno di voi sarà licenziato sempre che facciate bene il vostro lavoro.” Dopo un mese l’inaugurazione: all’ingresso due pappagalli che continuamente dicevano: ‘Bem-vindo prostitutas e cornetas’. All’inizio molti ridevano ma allorché se ne accorse Felipe diede l’ostracismo ai pennuti maleducati dentro uno stanzino chiedendo scusa agli intervenuti che ridendo ripetevano le frasi dei due pappagalli. Tancredi andava da un reparto all’altro per controllare che tutto fosse in ordine poi si presentò in maniera militare a O Brasileiro il quale: “ Lei mi ricorda il tempo di quando ero soldato, si rilassi, è tutto a posto. Mio figlio è cambiato da quando ha conosciuto sua moglie, non lo riconosco più, una volta era timido e riservato come sua madre inglese ora…facciamo una cosa, venite questa sera nel mio yacht a cena  troverete delle aragoste e del Pro Secco il mio vino italiano preferito.” A casa Tancredi riferì dell’invito a Martina la quale…”Io non so come comportarmi, Felipe è un uomo finanziariamente potente oltre ad essere il tuo datore di lavoro, suo figlio…” “Regolarti come meglio ritieni opportuno, non ti avevo detto che Felice mi ha raddoppiato lo stipendio…” A prendere Tancredi e Martina era venuto personalmente Felipe con la Bentley, giunti nel giardino di casa: “Devo farvi delle confessioni molto importanti per me, non scendiamo dalla macchina che è stata predisposta per non far funzionare alcuna cimice che qualcuno dovesse avervi istallato. Ovviamente come tutti vi sarete domandati da dove proviene la mia ricchezza. Quello che sto per dirvi è a conoscenza solo di mia moglie, ricordatevi che qualora doveste divulgarlo sarebbe la vostra fine, vi raggiungerei in qualsiasi parte del mondo. Quando deciderò di andar via da Messina l’abitazione e la ditta saranno vostri, lascerò un mio testamento in tal senso ad un notaio. Sono stato nella prigione di Cândido Mendes di Rio de Janeiro per una fatto di droga. In cella ho conosciuto il capo dei capi il quale mi ha preso a ben volere, benché ricchissimo non era riuscito a corrompere qualcuno molto in alto che ha voluto ad ogni costo la sua morte, era affetto da un tumore ai polmoni e prima di morire mi ha lasciato un bigliettino con scritto OK su cui ha impresso il sigillo di un suo anello. Era omosessuale, avendo contatti con lui sono diventato bisessuale, altra peculiarità: mia moglie Mariana è un trans, me ne sono innamorato alla sfilata del Carnevale di Rio, è bellissima come avete potuto constatare. Quando sono uscito di prigione ho contattato un notaio indicatomi dal mio benefattore che alla vista del bigliettino mi ha consegnato l’elenco e le password di alcuni conti sparsi in banche di tutto il mondo. Come sigillo del nostro patto vi dirò che mi comporterò seguendo le leggi del codice mafioso, ed ora allegria, ci aspetta Caio Cesar che si è innamorato di Martina, spero che non sarai geloso di lui, è ancora un ragazzo che deve trovare la sua via in campo sessuale e penso che Martina farà al caso suo.” Caio Cesar era si un ragazzo ma un ragazzo oltre che ben dotato ed anche  eccitato per la prima volta in vita sua,  fregandosene della presenza del marito di lei, di suo padre e della matrigna prese a baciarla finché: “Caro ci aspettano le aragoste, rimanda le tue effusioni a più tardi.” Le aragoste erano poco interessanti per Caio Cesare ma non poteva lasciare gli ospiti, mal volentieri prese a mangiare.A metà cena prese per mano Martina e con lei sparì dalla circolazione. Felipe: “Scusami se ti lascio con Mariana ma voglio vedere se il ragazzo finalmente…” Il ragazzo era uscito dal bagno con un membro inalberato che finì subito nella topa di Martina incredula di quello che stava avvenendo, mai aveva tradito suo marito anche se dovette ammettere che il ragazzo ce l’aveva ben più grosso di quello del suo consorte forse allenato da masturbazioni. Constatato il buon esisto della ‘prima volta’ di Caio Cesar, Felipe rientrò in sala da pranzo dove ebbe la sorpresa di trovare Tancredi che masturbava un cosone del transessuale con schizzo finale.  Felipe: “Mio caro come da patto di mafia ti bacerò in bocca è la prassi, vale più di un giuramento.” Tancredi per la prima volta baciò un uomo, non gli piacque ma per i soldi…. La vita era ripresa in modo abbastanza regolare quando, dopo quindici giorni Felipe molto probabilmente stanco del solito tran tran riunì tutti i conoscenti  e: “Signori ho deciso di partire, di natura non sono uno stanziale, prima darò una festa che voi tutti ricorderete per sempre, non dico altro, appuntamento nella mia villa il sabato pomeriggio. Tancredi interrogò con gli occhi Martina che fece spallucce, Felipe era capace di qualsiasi performance soprattutto anticonvenzionale e così fu. Pranzo in un ristorante del Porto pieno di clienti, per Felipe, ormai conosciutissimo c’era sempre posto. Menù semplicissimo con lasagne allo scoglio, frittura di sardine, niente frutta, caffè. Pagato il conto con grossa mancia, Felipe: “Conducici alla nostra villetta, Tancredi e Martina ci seguiranno con la loro Golf. Questi ultimi non erano mai stati in casa di Felipe, furono abbagliati dal buon gusto e dallo sfarzo dei locali e dell’arredamento. “Signori niente visita ai locali, vedo che  qualcuno già scalpita, allora  dinanzi ma voi un letto matrimoniale comodo, le lenzuola profumate al mughetto come mio gusto, il primo sarà Caio Cesare che potrà scegliere fra Marianna e Martina, son sicuro della sua scelta, Pedro andrà con Marianna ed io resterò con Tancredi, una coppia alla volta si esibirà sul letto matrimoniale i restanti a fare da guardoni, prima un passaggio in bagno per lavare i propri ‘gioielli.’  Caio Cesare prese per mano Martina, ritornati dal bidet si allungarono sul letto, quello che più si allungò fu il pisello di Caio Cesar che più che ad ortaggio assomigliava ad un salame, Tancredi dovette constare che il ragazzo ce l’aveva più grosso del suo, chissà se Martina avrebbe fatto dei paragoni. Dopo il primo orgasmo del ragazzo Martina stava per andarsene quando Caio Cesar: “Cara io sono un cultore dell’ass come dicono gli inglesi, se mi fai provare il tuo popò sono disposto a donarti un collana d’oro e diamanti di mia madre, dimmi di sì, hai un bellissimo culo, l’ho desiderato sin dalla prima volta che ti ho vista.” “Il colloquio era stato seguito da tutti i presenti compreso naturalmente Tancredi al quale la consorte rivolse lo sguardo per avere un suo parere, Tancredi si girò di spalle, voleva solo che tutto finisse presto il resto…Trascorso un bel po’ di tempo (il ragazzo non voleva uscire dal caldo popò della donna) fu la volta di Pedro che scelse  Marianna che molto probabilmente già conosceva, diedero spettacolo di orgasmi particolari ambedue col pene , oltre l’autista anche la moglie di Felipe era ben munita sessualmente. Finito il loro show: “Signori voglio restare solo con Tancredi, andate nel salone guardate la TV, sentite della musica in altre parole levatevi dai coglioni.” “Ho voluto restare soli perché non voglio farmi vedere nudo dal mio autista, ho un pene lungo ma piccolo di diametro, è un  mio segreto.” Tancredi costatò quanto affermato da Felipe, non aveva mai immaginato che esistessero di tale lunghezza, forse di venti centimetri, quel coso doveva finire nel suo culo. “Sei mai stato con un uomo?” “No ma capisco che non posso evitarlo.” Felipe cercò il popò di Tancredi, senza molte difficoltà ci entrò sino ‘all’elsa’, ci rimase a lungo, Tancredi provò una sensazione strana con quel coso che sembrava gli avesse fatto un clistere ma si accorse che inopinatamente aveva avuto un orgasmo col suo ‘ciccio’. Fu la volta di Tancredi sollecitato da o’ brasileiro che prima ispezionò il ‘siluro’ di Tancredi poi: “Cavolo ce l’hai corto ma grossissimo, mettimi nel popò tanta vasellina, so che mi farà male ma talvolta il dolore è sinonimo di piacere.”  Tancredi aveva ragione, Felipe si lamentò a lungo ma infine ebbe un orgasmo lunghissimo.”Complimenti mio caro, sei stato il primo che mi ha fatto provare un piacere tanto intenso!” Dopo il post ludum Felipe e Tancredi si riunirono agli amici nel salone: “Signori ho deciso, domani riprenderemo il mare, voglio approdare all’isola di Panarea nelle Eolie, Tancredi recati dal notaio Mario Piersanti in via dei Mille, ha il mio testamento a favore tuo e di tua moglie, vi ricorderò sempre, buona fortuna.” Tancredi  dormì pochissimo la notte, la mattina posteggiò la Golf dinanzi allo Yacht di Felipe ch non si decideva a salpare. Solo alle tredici il ‘Sexo Louco’ lasciò gli ormeggi, un sospiro di sollievo, era domenica. Il giorno successivo nello studio del notaio Tancredi ebbe la conferma del testamento a suo favore, rientrò a casa ed abbracciò  Martina. Molto era cambiato fra di loro, innanzi tutto erano diventati padroni di un supermercato e di una villa ma qualcosa era cambiato dentro di loro, si volevano sempre bene ma la passata esperienza aveva lasciato qualcosa di indefinito nel loro corpo e soprattutto nel loro spirito.

  • Come comincia: L'epidemia fa paura, potremmo essere fra le persone infettate e non riuscire a farcela; l'economia si ferma, molti settori non possono essere operativi; le famiglie separate dalla distanza non possono incontrarsi, bambini e anziani degenti negli ospedali non possono ricevere visite, così come gli ammalati in casa. Le città si sono fermate, tutte le città si fermeranno, il mondo si ferma. Siamo bloccati da un esserino appena appena visibile al microscopio: un virus e che virus, ha la Corona!
    Il Mondo del XI secolo, quello del'ACCELERAZIONE è costretto a FERMARSI, lo ha deciso questo esserino microscopico nato da chissà dove e al momento non importa a dire il vero, a che serve spremere le meningi per conoscere la sua origine quando ora bisogna attivarle per combatterlo?
    E così si attiva l'Intelligenza, l'Abnegazione, la Compassione, la Riflessione. Medici e infermieri e personale sanitario finora dimenticati e sempre sotto assedio, fisico, mediatico e burocratico, sono ora in prima linea a salvare più persone possibili, anche quelle che fino a un mese fa lanciavano pietre e invettive su loro. Loro chinano il capo e salvano... non ascoltano le idiozie, salvano e rassicurano, anche chi sanno non ce la farà. Da qui parte la riflessione sull'operato del minuscolo virus coronato, su come sta stravolgendo il Mondo. Uomini e donne in unica attitudine: fare il Bene proprio e dell'altro, in unione, sottovalutando ogni divergenza per il bene comune, che se finisce il mondo, finisce per tutti...
    Siamo tutti uniti da stessa identica preoccupazione: Vivere. Finalmente ce ne ricordiamo che dobbiamo vivere e non ucciderci l'un l'altro in parole, offese, discriminazioni, truffe, omicidi! Grazie a quel microscopico esserino stiamo spostando la visuale di noi nel mondo, non più noi unico centro ma "nel - con - per", siamo tutti sulla stessa barca in un oceano a forza 10 tutti e tutti pensiamo a come approdare da qualche parte. Siamo obbligati a rimanere a casa, quanti di noi non ne conoscevano più i suoni gli odori gli spazi, della propria casa? e quanti non vivevano più i momenti dei propri figli, dei propri familiari, quante vite vissute ognuno per conto suo, oggi sono costrette a rapportarsi, a ri-conoscersi, a riabituarsi al concetto di "famiglia", a dividere e condividere pensieri e tempo e attitudini e spazi, a riscoprire l'attenzione e l'accettazione. A me sembra un forte incentivo a "vivere" e non più "sopravvivere" in famiglia. Con tutti i pro e i contro che senza lotta non c'è vittoria.
    La situazione di "resta a casa" impone il raffrontarsi, il conoscere quanto le abitudini acquisite nell'ultimo secolo hanno cancellato il "vivere - insieme".
    I soli, i senza famiglia di ogni età possono scegliere se passare il tempo al chiuso in compagnia di una tv gracchiante o di una radio o magari di un bel libro che oltre che fare compagnia aiuta la mente a sconfinare oltre gli aridi orizzonti; oppure riprendere in mano quell'hobby per troppo tempo abbandonato a causa delle troppe cose da fare perché trascinati dalla centrifuga dei giorni "normali", oppure mettere mano finalmente a quel piacevole lavoro lasciato indietro: scrivere, dipingere, suonare e anche danzare, perché no.
    Noi tutti, i soli e le famiglie siamo portati a riflettere, ne siamo obbligati, come si fa a non farlo davanti alle nostre abitudini sconvolte? e se pur con sofferenza, ritroviamo il senso delle Cose che abbiamo perso durante l'Accelerazione".
    Non è un male.
    Il Mondo, anzi gli Umani nel mondo, volere o volare devono mettere la loro boria a riposo, soprattutto i "grandi" della Terra, non è tempo per giocare alla guerra quando non possono mandare militari al fronte per via del contagio; né ci sarà denaro per fabbricare armi, bisogna pensare al virus, all'antidoto, a pagare medici e medicine e strumenti sanitari e così via...
    Non c'è tempo per fare propagande elettorali e sermoni né per correre verso traguardi di potere, non è tempo, non ce n'è, bisogna salvarsi, tutti. Questo, quell'esserino coronato sta imponendo a una Umanità divenuta impietosa.
    Siamo obbligati a capire che uno strumento come Internet può e deve essere usato per il nostro agio e non disagio, come facciamo solitamente con il dileggiare tutto e tutti sul web; può essere il tramite del nostro Lavoro, della sana diffusione di notizie, di intelligente scambio, di amorosa compagnia...
    Io penso al messaggio del coronato e lo ascolto: "State a casa e usate quel che avete finora prodotto per il bene vostro e del resto del mondo, per una nuova sana vita..."

  • 12 marzo 2020 alle ore 13:02
    Il lupo Pitagora

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro e una macchia nera sul muso, di nome  Pitagora.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante dei colori sfavillanti dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Acquazzone/dondola fra i ciliegi/la primavera ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia sempre più in alto, fino al cielo.
    Ferito ancora cucciolo da alcuni cacciatori di passaggio, che puntatogli contro un fucile, l’avevano fatto ammutolire sotto i loro spari, Pitagora ritrovatosi riverso al suolo sanguinante e storpio - perduta una zampa - si era trasformato in una creatura muta e solitaria sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo?” si era chiesto addolorato “Perché puntarci contro i loro fucili se non abbiamo fatto alcunchè? Se nemmeno ci conoscono? Perché agire senza alcun briciolo di rispetto?”
    E seppur storpio, arrancando a fatica, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia, ugualmente orgoglioso di riempire coi suoi versi il creato “Sono vivo e posso muovermi, anche se con lentezza, e non mi fermerò di certo!”.
    “Ma così ridotto!” ciarlava il chiacchiericcio intorno “Quella zampa fa orrore!” “Quella macchia nera!” “Non potrà mai trovare una compagna!” “Così conciato no!” “Come potrebbe” “E’ lapalissiano!”
    Ma docile e mite, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    E una notte girovagando per la Foresta, intento a soffiare nell’aria i suoi haiku, udendo all’improvviso una voce vibrare nel buio, il suo cuore mancò di un battito.
    “Che stupenda poesia! E’ un haiku! Complimenti!” si fece avanti una lupa dagli occhi d’ambra “Che meraviglia! Il mio nome è Gala!”
    “Grazie!” la salutò Pitagora, felice che la sua poesia le fosse piaciuta tanto “Gala!” continuò “Un nome bellissimo, che in greco antico significa Γαλάτεια Galateia, dal termine γάλα gala, "latte" e vuol dire "bianca", "lattea", "bianca come il latte", proprio come il tuo manto bianco!” sorrise lui, voltandosi adagio “Grazie per i tuoi complimenti!”.
    E la lupa avvicinatasi a lui, scorgendo sul suo muso quella macchia nera, squadrando la zampa zoppa, balzò all’istante, indietreggiando.
    E leggendo l’incredulità sul viso di lei, comprendendone il motivo, Pitagora chinò il capo “Sono contento che ti sia piaciuto, non tutti conosco gli haiku! Ma probabilmente, non mi avevi riconosciuto nel buio!” balbettò.
    Lui, con una macchia nera sul muso e una zampa storta, chiamato per quelle sue caratteristiche col nome di “Nero”  in maniera dispregiativa.
    “Hai amato così tanto il mio haiku, dal non esserti fermata nemmeno per un istante a chiederti chi ne fosse l’autore!” scodinzolò suo malgrado Pitagora, ben avvezzo a reazioni del genere.
    “Il lupo con una macchia nera!” “Il lupo con una zampa storpia!” “Quanto è brutto!” “Storpio e nero!” “Non è  gradevole a vedersi!” “E’ meglio starne alla larga!” sbarrò gli occhi la lupa, guardandolo da vicino.
    E facendo per andarsene Pitagora assentì “Grazie per aver amato il mio haiku, Gala! La poesia è il mio respiro, il mio sogno, ciò che mi rende felice! Nonostante per molti il mio fisico non sia quello idoneo, la poesia spezza ogni mia catena! Quando compongo il mio animo è libero, e anche se malfermo, con una macchia nera sul muso, brutto, inadeguato, mi ritrovo sano, veloce! Non esistono più fragori di fucile a scoppiare! Sillaba dopo sillaba ritrovo la Vita, i miei colori!” riprese il suo sentiero.
    E la lupa nel vederlo andar via, col cuore in gola, abbassò la coda, contrita.
    “Hai fatto bene!” “Quella zampa è rivoltante!” “I cacciatori lo hanno ridotto così!” “Fa paura!” “E’ sempre solo!” “E’ sempre in disparte!” “Fa orrore!” “Non lo si può guardare!”
    Ma allontanatosi di appena pochi metri, Pitagora udendo di colpo un urlo disperato fendere l’aria,  riconoscendo la voce di Gala, corse indietro in volata  col cuore in tumulto.
    “E’ la mia fine!” gridava la lupa “E’ la mia fine! Che qualcuno mi aiuti!”
    E giunto sul posto, lo stupore di lui fu enorme nello scoprire la sventurata intrappolata in una rete, nascosta da mano umana alle radici di una vecchia quercia, impaurita.
    “Sono caduta in questa trappola come una stupida! Come farò?” lo guardò lei, terrorizzata.
    E senza porre tempo in mezzo il lupo, accostatosi alla rete, le intimò la calma “Non muoverti, Gala! Non aver paura!” soffiò “Ci sono qui io!” modulò la voce con dolcezza “Sta ferma! Oppure sarà peggio!”
    “Uscire da questa trappola è impossibile!” continuò lei “I cacciatori in giro da queste parti mi uccideranno!” 
    “Sono qui io!” continuò Pitagora “Insieme possiamo farcela! Ora tenterò di aprire uno spiraglio fra le trame della rete, per fortuna non è molto stretta! Gli uomini ne usano di più inaccessibili, questa è piuttosto blanda! Tu segui quello che ti dico! Tranquilla!” la incoraggiò lui “Stai calma!”.
    E cercando di rasserenarla, levò in alto il muso recitando uno dei suoi haiku più belli, come gli accadeva sempre quando le parole lasciavano il posto alle emozioni, avanzando retrocedendo in un tripudio di sentimenti incontrollabili “Sogno/dondola tra i rami/una piuma” tentando di chetarla col dono della poesia.
    E nell’ascoltare quel canto d’amore, Gala sentì i suoi occhi inumidirsi di lacrime “Pitagora, scappa! Qui intorno è pieno di cacciatori! E se ci scorgono uccideranno anche te!” inghiottì “Tu col tuo passo non riusciresti mai a scappare in tempo!” scosse il capo nel vederlo al suo fianco mettere a repentaglio la sua stessa Vita, pur di trarla in salvo “Scappa!” ringhiò dimenandosi con foga ancora maggiore “Questa trappola è ben fatta non potrai mai riuscire a liberarmi! Corri via!”.
    E Pitagora sordo a quelle parole, destreggiandosi con fermezza, incurante della sua zampa storpia, utilizzando le zanne e gli artigli ben affilati, deglutendo, goffo, impacciato ma tenace, prese ad agire sulla rete tentando di aprire un varco, caparbio “Forza! Insieme! Insieme possiamo riuscirci! Per fortuna non sei ferita, spingi quando ti dico di farlo e non aver paura! Ci riusciamo!” desideroso solo di proteggerla e portarla in salvo.
    “Lui sta rischiando la sua Vita per te! Ti sta dimostrando il suo coraggio, mettendo la tua Vita prima della sua”
    “Coraggio viene dal latino coratĭcum o cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cŏr, cŏrdis 'cuore' e dal verbo habere 'avere': avere cuore! E lui si sta esponendo per te, offrendo il suo cuore al fucile del cacciatore!” udì una Voce soave al suo orecchio Gala.
    E inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, la lupa prese a strattonare con impeto, seguendo le sue indicazioni, con un misto di sudore e fatica, ingoiando la paura, collaborando.
    “Spingi quando ti dico di farlo!” prese a guidarla il lupo “Forza puoi farcela, Gala! Spingi! Ora!” col fiato corto, infaticabile “Spingi!”
    E ad un tratto, apertosi uno strappo fra le trame della rete, Pitagora lanciando a Gala uno sguardo d’intesa, senza proferire parola, lasciò che la lupa saltasse fuori in un sol balzo, sana e salva, dritta sulle zampe.
    “Grazie per avermi salvato la Vita!” si sciolse lei in un pianto liberatorio.
    “Di nulla! Non mi ero allontanato molto e per fortuna tu hai seguito alla lettera ciò che ti dicevo di fare, dandomi fiducia, senza ascoltare quelli che di tutto il mio pelo, vedono solamente la macchia nera che porto sul muso e la mia zampa zoppa, ed in base a ciò mi chiamano con disprezzo col nome di Nero!” le confessò sottovoce  “Quando quel nomignolo mi era stato dato alla nascita come vezzeggiativo!” grattò lui la nuda pietra.
    “La prossima volta stai più attenta!” guaì “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo? Perché volerci uccidere? Non continuare a fare questo senza che abbiamo alcuna colpa!” gemé “Perché puntarci contro un fucile? Nascondere trappole?!” e accomiatandosi con un sorriso, fece per riprendere il suo sentiero.
    “Non andare via!” trasalì la lupa, facendo per fermarlo “Ecco…lupo prima di te, nessuno aveva mai prestato tanto valore al mio nome, sai? Gala si, significa bianca come il latte! E volevo dirti grazie per avermi aiutata col dono della poesia!” lo guardò tremante d’emozione.
    “Grazie a te per aver cullato il mio haiku nei tuoi pensieri, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad amare la poesia! Specie poi i miei haiku! Per  molti, basta scorgere il colore della macchia che ho sul muso, oppure scorgere la mia zampa, per fuggire via senza pensarci due volte!”
    E lei chinando il capo sussurrò “Chi crea versi talmente belli non può non essere una creatura sensibile!” scodinzolò “La poesia è un atto d’Amore! L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore gratuito, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!” calò lo sguardo.
     “Ma cosa sta facendo!” “Quella lupa è folle!” “E’ pazza!” “Non vede quanto è brutto?” “Non sente repulsione?” “Quella zampa fa spavento!” “Non è maleodorante?!” “Che voltastomaco!”
    “Gala a te non provoca ripugnanza questa ferita? Non mi trovi brutto? Non pensi sia repellente?” buttò lui di un fiato “Non cogli un ché di raccapriccio?”  brillò fra le sue ciglia una lacrima “Ormai ci sono abituato! Ciò che provo non conta, i miei pensieri, i miei desideri, quello che sento dentro non interessa a nessuno, né alcuno vi pone ascolto! L’universo delle mie emozioni spesso resta inascoltato! Non è importante per gli altri! E’ così da tempo!”
    “Ecco perché è sempre così solo! Ecco il motivo per cui vive in disparte!” udì Gala nuovamente quella Voce al suo orecchio “Tu hai guardato oltre la sua zampa per tutti così disgustosa e quella sua macchia nera a colorargli il muso alla nascita! E per questo lui ti ha aperto il suo cuore! Tu ascoltalo!”
    E per tutta risposta, la lupa si chinò delicatamente a leccargli la ferita con cura, tratto a tratto, adagio, con premura, inalandone l’odore “Come fai a pensare di essere brutto…se sei così bello!”
    E lui guardandola così vicina, farfugliò “Gala…”
    “Lupo, vogliamo giungere fin sopra la roccia? Vuoi cantare da lassù la tua poesia?” lo guardò lei portando negli occhi il dono della tenerezza.
    “Beh, non so se potrei riuscirci, il mio passo è troppo lento!” bofonchiò lui “E se poi non…” aprendosi poi in un largo sorriso “Ma si! E se non dovessi farcela potrò dire almeno di averci provato!” strizzò lui l’occhio.
    E ridendo alla sua affermazione, la lupa salterellò “Insieme, Pi-ta-go-ra? Mi piacerebbe tantissimo...”
    E lui udendo per la prima volta il suo nome pronunciato dalla voce di lei, l’accolse dentro il suo cuore “Ti va davvero di salire l’altura e veder nascere la luna da lassù?  Sai, c’è un posto, un’angolazione, da cui è possibile poter ammirare appieno le Pale delle Montagne in tutta la loro smisurata bellezza, quando la luna si apre ad illuminare coi suoi raggi il creato! E’ lassù che vorrei giungere! Veramente lo vuoi?"
    “Ma sarà difficilissimo!” “Con una zampa così!” “Impossibile!” “Con quel fisico!” “Storpio! Brutto!” “Come potrebbe?” “Zoppo giungere fin là!”
    E insieme presero il cammino, dapprima con esitazione, poi sempre più sicuri, con maggior fermezza, energia, risolutezza, forti, incantevoli nelle movenze, cuore-muscoli, anima-fiato, inspirando la Vita a pieni polmoni. Sorreggendolo lei quando la salita diveniva più dura, attendendolo lungo le zone più impervie, uniti, ridendo a crepapelle, fermandosi a divorare la frutta dividendola festanti, un passo dopo l’altro.
    Fino a toccare insieme la vetta, all’unisono, in alto, in alto laddove il cielo s’apriva in tutta la sua maestosa, imponente magia.
    “In-sie-me!” brillò la voce del lupo, levando in alto il suo canto, facendo risplendere col proprio ululato la mezzanotte, riconoscendo nello sguardo di lei la paura, ma insieme la forza di essergli accanto, ritrovando nella sua tenerezza la propria poesia “Amor Vincit Omnia!” rivestì col suo verso la montagna “Grazie mia bellissima Gala!”
    “Tu non devi ringraziarmi, Pitagora! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!” ribadì la lupa tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne.
    “Felix qui quod amat defendere fortiter audet. Beato colui che ha l'ardire di difendere ciò che ama. Disse un tale. E quel tale, aveva ragione!” mugolò “Non andare mai più via, Pitagora!” guaì la lupa posando la fronte contro quella di lui “Non farlo mai, tu per me sei importante, Importante una parola bellissima: dal latino, portare dentro. Ed è proprio così. Io ti porto dentro di me, ovunque io vada tu ci sei. SEMPRE. … Ti fidi di me?”
    E lui sorridendo, ricambiando il suo amore nel muto linguaggio dei loro due cuori a fondersi in uno soltanto, soffiò “Seppure tu ti trovassi dinanzi un branco formato dai più bei lupi dei dintorni a farti la corte, si, sono sicuro tu sceglieresti sempre me! Invece di farmi sentire inadeguato, mi hai fatto entrare nel tuo cuore, cucciola, facendomi sentire insostituibile!”  
    E da quella notte i due lupi non si separarono mai  più, per sempre insieme, felici e contenti.