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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 05 novembre 2017 alle ore 11:23
    DESIRÈ UNA RAGAZZA PARTICOLARE

    Come comincia: “Alberto…Alberto.” Mara S. con in mano un foglio di carta voleva attirare l’attenzione del marito Alberto M. che si trovava al piano superiore del loro appartamento di via Merulana a Roma. “Che è successo, che hai da gridare.” “Sono incinta amore mio.” In verità era una notizia che i coniugi M. aspettavano da vari anni, finalmente! Alberto abbracciò Mara e da quel momento l’atmosfera in casa M.  cambiò, i coniugi tutti baci ed abbracci e Mara, cattolica praticante, aveva riportato la notizia anche al suo vecchio confessore don. Roberto. Allora tutto bene? Sino ad un certo punto. Dopo tre mesi all’esame ecografico la operatrice: “Signor M: sono perplessa, sul feto vedo sia i caratteri maschili che quelli femminili, probabilmente di tratta di un ermafrodita.” Alberto ebbe bisogno di sedersi e dopo qualche minuto: “Tenga assolutamente la notizia segreta, qui ci sono cinquecento €uro, mi raccomando.” Arrivato a casa in stato confusionale, dopo qualche boccone a pranzo mise al corrente la consorte la quale prese a piangere copiosamente e si rifugiò in camera da letto, bell’aiuto al marito. Il ginecologo dr. Trifiletti era in organico alla clinica ‘S.Rita’, Alberto non era in buoni rapporto con i santi ma se ne fregò e andò a conoscere l’ostetrico il quale, venuto a conoscenza dei fatti,  molto professionalmente rassicurò Alberto della riservatezza sua e dei suoi collaboratori, il parto sarebbe avvenuto in quella struttura sanitaria: “Mi chiami anche di notte quando sua moglie avrà le doglie.” E così fu: Desirée nacque alla presenza oltre che del dr.Trifiletti anche di una anziana infermiera. I due più la operatrice ecografica furono omaggiati per la loro riservatezza di 10.000 €uro. La bimba nata il 12 marzo sotto il segno dell’Ariete (Alberto in parte credeva alle caratteristiche dei nati nei vari segni) fu battezzata dal parroco della chiesa di S. Maria Maggiore. A far da madrine due amiche di Mara all’oscuro di tutto. Desirée era bellissima, la natura era stata in questo caso benigna con lei, sorrideva sempre a chi le stava vicino e questo consolava in parte Alberto ma non Mara che, confidatasi col suo vecchio confessore, era stata impaurita dalle parole del prete che in quell’essere ci vedeva la mano del diavolo. La bimba non ebbe baby-sitters, era accudita notte e giorno dalla madre e questo andazzo fino all’iscrizione alla prima elementare. Nel frattempo Mara, insegnante diplomata, l’aveva ben istruita,  la piccola, peraltro molto intelligente, già a cinque anni era avanti nei programmi delle elementari. Era stato Alberto che non aveva voluto che la moglie insegnasse sia per il suo lavoro di ingegnere al Genio Civile ben retribuito e sia perché ricco di famiglia. Alberto, all’età di Desirée di quattro anni, con parole semplici le fece capire che il suo stato di femminuccia era particolare ma di non prendersela, avrebbe avuto sempre vicino ai genitori. Ovviamente i problemi sorsero quando Desirée fu iscritta alla prima elementare. Fu scelta una scuola privata non religiosa in cui le maestre erano ben poco remunerate ma questo favorì Alberto il quale largheggiava con le mance e le maestre e la bidella erano tutte dalla sua parte, silenzio assoluto. Nella stessa scuola c’erano le classi medie e così tutto andò liscio fino alla iscrizione di Desirée alla quarta ginnasiale in un altro istituto privato. Stessa manfrina con le mance e dopo il diploma della terza liceale l’iscrizione all’Università alla facoltà di lettere moderne. Qui le cose erano ovviamente più complicate, Alberto allora suggerì alla figlia di chiudere la porta quando andava nel bagno delle femminucce le quali cominciarono a spettegolare ma Desirée, diventata nel frattempo una bellissima donna, se la cavava con sorrisi e qualche battuta di spirito sinché fu lasciata in pace. Nel frattempo una tragedia in casa M.: Mara già debole di cuore e dopo tanto anni di amarezze passò a miglior vita per un infarto fulminante. Il vecchio confessore di Mara, don Roberto, fra le altre belle parole pronosticò alla stessa un sicuro posto in Paradiso. Tutto sommato la situazione in casa M. migliorò, fu assunta a tempo pieno una cameriera di provincia grezza ma lavoratrice indefessa  che, ben pagata, mandava avanti da sola tutta la ‘baracca’. Era un piacere vedere padre e figlia uscire insieme; la baby conseguito il diploma di licenza liceale ebbe come regalo  una Fiat 500 Abarth da lei testardamente voluta, Alberto non si oppose ma subissò la figlia di mille raccomandazioni. Talvolta Alberto si trovava la figlia rannicchiata nel letto matrimoniale al posto della madre, era per lui un piacere infinito in fondo aveva la figlia tutta per sé senza mosconi che gli giravano attorno ma, ripensandoci bene, capì che il suo era egoismo puro, la baby come le altre ragazze forse avrebbe voluto una vita normale. Un avvenimento importante accadde a Desirée. La conoscenza di Aurora G. brasiliana di ventitré  anni di età, iscritta alla sua stessa facoltà di lettere, discendente da nonni italiani che, oltre al portoghese, parlava correttamente l’italiano; abitava in una stanza che le era stata affittata da una vedova in via Cavour. Che aveva di particolare la brasiliana? Desirée aveva notato che prendeva i suoi stessi accorgimenti nell’andare in bagno, si chiudeva a chiave; un giorno si guardarono in viso e si misero a ridere tanto da fare girare tutti i presenti. Avevano scoperto di aver qualcosa in comune! Aurora era la classica brasiliana di quelle che si vedono al carnevale di Rio. Grandi occhi, seno prosperoso, popò favoloso e gambe lunghissime, roba da far girare la testa ad ogni maschietto ma aveva qualcosa in più non previsto in una femminuccia…La loro amicizia fu subito bollata dagli altri studenti come lesbica, le due se ne ‘fottevano’ bellamente;  spesso giravano con l’Abarth per Roma a velocità non consentita ma,  una volta fermate da qualche vigile maschio, mostrando le loro apprezzabili beltitudini (termine preso da Dante e Boccaccio), spesso se la passavano con un rimbrotto. Richieste di spiegazioni da parte di Alberto alla figlia che ogni giorno dimostrava la sua felicità. “Papà sarà una grossa sorpresa per te quando conoscerai una persona.” A dir la verità Alberto non aveva proprio bisogno di ulteriori sorprese, ne aveva avute già tante in passato ma la curiosità non è solo femmina. “Invita questa persona sabato sera, nel ristorante qui sotto di Aurelio si mangia bene e poi c’è pure un’orchestrina. Alle 20,30 papà e figlia erano nell’ultimo tavolo del ristorante (per non essere disturbati) quando si presentò loro un pezzo di… peraltro vestita in maniera succinta. Alberto guardava alternativamente prima la figlia e poi la nuova venuta, varie volte senza profferir parola. “Papà ti verrà il torcicollo se non la smetti, questa è Aurora.”
    Alberto istintivamente si alzò in piedi ed abbassò il capo dopo un finto baciamano, risate delle due impertinenti. “Papà Aurora non è il Papa…” “Andrò da Aurelio ad ordinare, voi due intanto vedete se riuscite a non prendermi più per il…” Aurelio conosceva Desirée ma non Aurora ed anche lui rimase abbagliato da tanta…”Aurelio non imbranarti, mai visto una brasiliana? Portaci quello che voi ma fai in fretta, le signorine hanno fame. Tra una portata e l’altra: “Aurelio niente orchestrina?” “Stasera piano bar con sax baritono, ti piacerà.” Effettivamente era in duo ben affiatato che all’allegria del pianoforte contrapponeva la tristezza del suono del sax. Alberto apprezzò e chiuse gli occhi per gustare meglio la musica quando ad un certo punto fu sollevato dalla sedia come una piuma e trascinato a ballare, naturalmente era Aurora spinta dal suo spirito brasiliano solo che dopo un po’  Alberto  si inalberò non nel senso di arrabbiarsi ma di sentir aumentare di volume un certo coso richiamato anche dal profumo di donna dell’amica di sua figlia. Aprì gli occhi, Aurora lo guardava con sguardo ironico, anche Desirée aveva capito tutto e sorrideva. “Ragazze vado in bagno…” situazione imbarazzante, ‘ciccio’ non ne voleva sapere di ritornare alla ‘cuccia’, nemmeno sotto l’acqua fredda poi si decise ed il suo padrone, con aria indifferente ritornò al tavolo. Indifferenza da parte di tutti e fine della cena con un bell’ananas. A casa: “Papà Aurora ha bevuto troppo, telefonerà alla padrona di casa e, se lo permetti, dormirà con me sul letto matrimoniale, tu sul divano letto. Nessun commento. La mattina, domenica, Alberto cadde dal letto divano, era basso e non si fece nulla ma si svegliò di colpo, andò in cucina a preparare la colazione anche per le due amiche. Desirée ed Aurora si presentarono scarmigliate ed ancora piene di sonno, Alberto cercò di immaginare quello che era successo fra le due durante la notte…”Papino…Alberto permetti che ti chiami così è più confidenziale e poi mi piaci come uomo.” Alberto fece finta di non capire e la sera riprese il suo posto nel letto matrimoniale questa volta in compagnia della figlia che prese a fargli le fusa. “Papà non hai capito che Aurora…” “Papà ha capito ma ha le idee confuse, lasciami del tempo, per tre giorni sono fuori sede per lavoro.” Ma il tempo non riuscì a fargli apparire la situazione più chiara, com’era combinata Aurora, l’essere ermafrodita comportava l’aver un pene piccolo o grosso e poi nel baciare il fiorellino se lo poteva trovare in bocca.  Ritorno a casa, Desirée l’aspettava ansiosa, “Mi sei mancato tanto, mi pareva di essere diventata orfana, ti prego, se possibile, di non lasciarmi sola.” La ragazza dimostrava una profonda tristezza che fece commuovere Alberto, l’abbracciò: “Sarai sempre il mio più grande amore, non sono solo parole, ti voglio molto bene.” Cosa strana Aurora era sparita dalla circolazione in casa M. “Papà Aurora vuole avere con te un rapporto ravvicinato, se hai dei dubbi la pregherò di non insistere, voglio prima di tutto la tua serenità.” ‘Time brings advice’ Alberto non ricordava in quale romanzo inglese l’aveva letto ma così fu. Una sera si era appena appisolato che sentì qualcosa muoversi nel letto matrimoniale, acceso l’abat jour si trovò accanto una Aurora completamente nuda e sorridente, ‘ciccio’ si inalberò subito facendo esclamare alla ragazza degli ohi ohi riguardo alla sua grossezza. “Ho poca esperienza di membri maschili ma il tuo mi sembra esagerato per la mia piccolina…” Alberto chissà perché (lo sapeva perfettamente) aveva acquistato un tubo di vasellina riposta nel cassetto del comodino ma prima di usarla andò ad esplorare le parti basse di Aurora la quale, al posto del clitoride, aveva un pene molto piccolo ma sempre un pene. “Prendilo in bocca, ti piacerà.” Alberto aveva i suoi seri dubbi di quanto asserito da Aurora infatti gli fece un certo effetto, mai aveva avuto un rapporto omo anche se in questo caso fu ripagato da un’entrata del suo ‘ciccio’ nella calda bocca della ragazza la quale ingoiò tutto e poi prese ‘ciccio’ e se lo infilò, con fatica, nella sua cosina di donna. Durarono a lungo sia Alberto sia Aurora che esplose in una goderecciata gigante che mai Alberto aveva notato in una donna normale. La nottata proseguì sulla stessa linea sin quando l’aurora, quella del cielo, raggiunse la camera di Alberto, la baby sparì com’era venuta. Né Alberto né Desirée si mossero da casa. La cameriera: “Con voi non posso lavorare.” “Prenditi giorno di vacanza.” “Papà non sono una sciocca, dipende da noi se il rapporto a tre può funzionare senza problemi.” Alberto abbracciò teneramente la figlia, un chiaro segno di assenso.
    Questa volta sarò gentile, per i non anglofoni vi svelerò il significato della frase ‘time brings advice’: ‘il tempo porta consigli’. In seguito vi delizierò con un prossimo racconto un po’ erotico che delizierà sia i maschietti che le femminucce (ed anche gli altri…)
     

  • 03 novembre 2017 alle ore 10:58
    UN AMORE STRANIERO

    Come comincia: Una tragedia può colpire quando meno te lo aspetti. Alberto M. in pensione dopo un onorato servizio di trenta anni nella Guardia di Finanza (poteva ben dire onorato, era stato un onesto servitore della Patria senza acquistare ville in posti di villeggiatura come alcuni colleghi, alcuni finiti in galera), si stava godendo un casa acquistata a Messina in cooperativa in viale dei Tigli quando al telefono: “Alberto una triste notizia per te, tua moglie ha un carcinoma alle ovaie allo stato finale… non le ho detto nulla, ciao.”
    Il suo amico dr. Antonio P., ginecologo, gli aveva riferito la ferale notizia, Alberto per non svenire si sedette su una poltrona, Anna stava per rientrare e doveva far buon viso a… “Caro purtroppo mi devo operare, me la caverò in pochi giorni, non ti preoccupare.” I giorni erano stati pochi, dopo una settimana infatti il suo grande amore, Anna, era passata a miglior vita. Benché ateo, Alberto si era dovuto sorbire i vari riti in chiesa frequentata dalla moglie, i vari discorsi del prete e degli amici e poi la sistemazione della salma nella cappella familiare.
    Era tornato a casa accompagnato in auto da Franco I. un collega e caro amico: “Vuoi venire a casa mia?”
    “No Franco, lasciami nel cortile di casa mia.”
    Così era iniziata la vita da vedovo di Alberto, non abituato alle normali esigenze familiari era in crisi malgrado l’aiuto bisettimanale del filippino Edy non poteva andare avanti quando improvvisamente una telefonata: “Sono Cesare M., ti ticordi di me? Ti telefono da Bucarest dove mi sono trasferito, ho saputo di tua moglie…se lo ritieni opportuno lasciare l’Italia ti posso far sistemare in Romania come ho fatto io, qui la vita costa molto meno che a Messina perché paghi le tasse locali molto inferiori di quelle italiane, pensaci e fammi sapere, questo è il mio numero telefonico: 0114021340665, ciao.”
    Cesare era stato con Alberto a Roma quando erano allievi finanzieri, un caro amico con cui ogni tanto si sentiva, che fare? Ci pensò tutta la notte e poi due giorni dopo: “Cesare ho deciso mi sono informato: prendo il traghetto Bari-Dubrovnik poi col navigatore (ho una Jaguar X type) arriverò a Bucarest passando per Craiova, se non ricordo male l’indirizzo di casa tua che mi hai comunicato a suo tempo è: via Lipscani 23.”
    “Ricordi bene, come ricordati di portare con te un bidet nuovo, qui non lo conoscono, a presto.”
    Alberto informò Franco della sua decisione ed un lunedì mattina si imbarcò in quella avventura, lasciando le chiavi dell’appartamento a Gianni M., un vicino di casa e caricando in macchina, oltre agli effetti personali e tutto quello che gli poteva servire, anche il computer di cui non poteva più fare a meno. Tutto bene sino alla Dogana di Bucarest, il computer doveva pagare una imposta, 400 €uro non la prese bene ma tant’è.
    Prima di arrivare a casa di Cesare gli telefonò,  lo trovò fuori della porta. Un abbraccio affettuoso.
    “Non sai che piacere per me, ci sono pochi italiani che peraltro non frequento, staremo insieme, io abito al secondo piano, al primo c’è un appartamento vuoto ammobiliato che ho prenotato per te, non è grande ma ti piacerà. 200 €uro al mese.”
    Conoscenza con Angela M. quarantenne vedova e la figlia Annabela di venti anni, il nome simile a quello di sua defunta moglie. Dopo due giorni di lavori bagno nuovo con doccia e bidet e registrazione della sua venuta al Comune.
    “Tutto a posto, sei un residente in regola, per le tasse ci penso io basta che mi dai una busta paga.”
    Dopo un ovvio spaesamento iniziale Alberto, che mangiava a pranzo ed a cena a casa dell’amico Cesare, in compagnia della consorte bionda, simpatica, alla mano e belloccia oltre che alla figlia bruna capelli a caschetto, magra tipo modella occhi di un profondo blu molto piacevole visu.
    Madre e figlia parlicchiavano un po’ l’italiano. “Signor Alberto…” “Anabella e Angela, a parte che sono ateo e quindi non conosco il signore io sono romano di origine e noi tutti ci diamo tutti del tu.” “Alberto io studentessa universitaria, posso fare vedere musei, teatri, biblioteche, monumenti, monasteri, librerie…” “ Anabela di quelli che hai elencato non  me ne frega niente, voglio vedere giardini, vie con negozi per distrarmi, ho lasciato l’Italia per non avere cattivi ricordi, mia moglie è deceduta…” “Quando libera io conduce in posti che piace a te.”  La ragazza frequentava l’università e Cesare usciva insieme ad Alberto, quando era solo la compagnia era di una tv a noleggio programmata per canali italiani ma qualcosa cambiò la sua vita. Una notte sentì un colpo alla porta, l’aprì e gli cadde fra le braccia Anabela completamente ubriaca, la depositò si una poltrona, dal piano di sopra nessun rumore, non si erano accorti di nulla. Ritenne opportuno depositare la ragazza sul letto matrimoniale, le tolse le scarpe e la ricoprì con una coperta. La mattina seguente alle otto rumori di sopra, Cesare e Angela erano preoccupati per il non rientro a casa di Anabela, Alberto raccontò quanto accaduto ed ebbe sentiti ringraziamenti da parte dei due. La ragazza si svegliò alle tredici, come se nulla fosse successo, guardò in faccia Alberto senza parlare, si mise le scarpe e sparì su per le scale. Nel pomeriggio scese Cesare che mise al corrente Alberto di quello che era accaduto la notte precedente: Anabela era fidanzata con un coetaneo poco raccomandabile, erano insieme in un locale della movida di Bucarest quando il giovane cominciò a ballare con altre ragazze, Anabela gli fece una scenata e bevve sino ad ubriacarsi. A cena Anabella ormai ripresasi: “Chiedo scuse, grazie, tu uomo meraviglioso…non volere più vedere mio fidanzato, tu fare compagnia quando non studio.” L’idea non dispiacque ad Alberto anche se venticinque anni di differenza… A passeggio per le vie del centro, Anabella aveva lasciato gli occhi su un paio di scarpe un po’ costose, Alberto la spinse a provarle e gliele comprò. “Io poi dare a te soldi.” “È un mio regalo, my darling.”
    “Tu parlare inglese? Io parlare inglese e tedesco.” Io solo francese…” Le passeggiate insieme si moltiplicavano, Anabela aveva lasciato il fidanzato e ogni giorno usciva di più con Alberto, ormai lo prendeva sottobraccio e gli ‘depositiva’ qualche bacino sul viso. “Tu bell’uomo…” Alberto imitandola: “Io uomo vecchio potrei essere tuo padre…” “Tu mio amante, io amare te…” Che un pezzo di gnocca, di venticinque anni più giovane ti dice di amarti… “Cesare sono in crisi, esco troppo spesso con Anabela penso…” “Non pensare, io e Angela ce ne siamo accorti, lascia fare al destino, sei una brava persona, non porti tanti problemi.” Anabela aveva la patente ed aveva imparato a guidare la Jaguar, passava dinanzi all’università per far morire d’invidia le sue colleghe, cattivella l’amica! La ciliegina finale: una notte Alberto dinanzi alla tv si stava godendo un film porno quando si aprì la porta d’ingresso. “Tu sozzone …” “Io forse zozzone, sozzone vuol dire sporco tu che ci fai qui? “Dormire con te.” “Dormire?” “Tu capito non fare stupido.” La baby non era alle prime armi, dopo un lungo bacio prese in bocca ciccio che, data la lunga astinenza, riversò nella dolce boccuccia di Anabela …la quale per pulirsi usò un piccolo asciugamano che aveva portato con sé (organizzata la baby!). Dopo un cunnilingus gustoso, l’entrata di ciccio nella cosina della ragazza fu trionfale nel senso che la stessa cominciò a godere alla grande e poi: “Niente paura prendo pillola” e così lo zozzone schizzò sul collo dell’utero di Anabela che proseguì la goderecciata sino…”Basta io stanca.” Dopo un riposino ad Alberto venne nostalgia di casa propria: Che ne dici di andare in Italia?” La furbacchiona: “Pensavo da molto tempo ma tu prima sposarmi…” Al matrimonio al Comune pochi parenti di lei e tanti compagni di università soprattutto ragazze che avrebbero volentieri avere avuto analoga sorte. Alberto via telefono avvisò Gianni del suo ritorno con relativa consorte. Viaggio di ritorno ovviamente al contrario di quello di andata, arrivo a Messina il pomeriggio. Gianni, grande festa con la consorte e all’apertura della sua porta d’ingresso. Alberto: “Cara sarà tutto impolverato, penso sia il caso di dare una pulita almeno alla camera da letto. Anabela non se lo fece dire due volte, alla fine l’apertura  degli armadi…Alberto sbiancò alla vista dei vestiti di Anna, si dette sul letto come imbambolato, la consorte ancora una volta dimostrò di essere intelligente e sensibile, capì la situazione: “Se d’accordo buttiamo vestiti e scarpe tua moglie, io avere miei, stanotte dormire in albergo.” E così fecero, riempirono vari sacchi di spazzatura e li scaricarono in quei contenitori messi apposta per strada per contenere il vestiario e le scarpe usate poi, dietro suggerimento di Alberto andarono all’albergo ‘Continental’ di via Garibaldi. Al portiere chiesero di vedere il direttore suo vecchio amico. “Che posso fare per te?” “Qualcosa da mettere sotto i denti ed una stanza per stanotte.” Dopo mangiato trasferimento in una stanza che dava sul porto di Messina,  il bacio della buona notte. La mattina ambedue rinfrancati ripresero possesso dell’abitazione di Alberto. Pulizie con l’aiuto di Edy il filippino e poi ritorno alla normalità. Grande festa con gli undici componenti della scala, Alberto ed Anabela scollata ed in minigonna fecero gli onori di casa con mangiata di dolci alla siciliana, tutti allegri tranne Palmira T. dell’ultimo piano che stava in disparte. Alberto se ne accorse e: “’A Palmì che t’è successo?” “E me lo domandi, sono anni che sono innamorata di te, quando è morta tua moglie eri inavvicinabile e poi ti ritrovo sposato con una che potrebbe essere tua figlia…” “Ti assicuro che non me n’ero accorto,io sono sempre l’Alberto che hai conosciuto…” Il buon Albertone non aveva perso il vecchio vizio di… “Ho capito dove vuoi arrivare, io voglio in uomo tutto per me.” “Sei ricca, trovati un toy boy e sorridi alla vita.” “Non so chi sia il boi boi…” Palmira sparì e Anabela capì la situazione, l’intuito femminile…”Caro vieini dalla tua mogliettina, ti sarò sempre vicina. ‘Finita la festa gabbato lu santo’ nel caso dei coniugi M. voleva dire trovarsi dinanzi alla realtà per quanto riguardava il ‘conquibus’. La vita in Italia era ovviamente più cara di quella dell’Ungheria tanto più che Alberto aveva acquistato, a rate, un ‘UP’ della Volkwagen con cui la consorte girava per Messina alla ricerca di un posto di lavoro presso qualche agenzia di navigazione, niente da fare, Anabela rientrava sempre a casa con l’aiuto del satellitare ma col muso a terra, tutti aveva l’organico pieno. ‘Audaces fortuna adiuvat’ in questo caso non fu l’audacia ma un colpo di c., Ovidio  O. suo collega in servizio, avuto notizia del matrimonio di Alberto con una straniera lo contattò per dirgli:”Mi sto congedando ed apro una import-export, ho bisogno di una che parli lingue straniere, tua moglie…” “Anabela l’inglese ed il tedesco.” Bene vediamoci domani al bar di piazza Cairoli.“ Ovviamente Ovidio sgranò gli occhi alla vista della consorte di Alberto in mini e ampia scollatura poi: “Ho già affittato un locale in via Garibaldi al n.203, lunedì mattina l’inaugurazione e poi al lavoro.” Anabela ogni giorno riferiva ad Alberto gli avvenimenti: “Per fortuna abbiamo già degli ordini, tutto bene tranne che il tuo collega ci ha provato con me, ha capito che non c’era nulla da fare e insidiato (si dice così) su seconda impiegata che parla francese, anche stavolta  andato male, la terza parlare solo italiano e,paura licenziamento, detto si.” Stavolta Minerva, Mercurio amico di Alberto distratto, ne combinò una delle sue per vendicarsi delle corna di suo marito, fece conoscere ad Anabela un cliente ricchissimo ed affascinante. Riferì ad Alberto la cosa: “Si chiama Paul e mangiamo insieme durante l’intevallo, mi insegna il francese, è padrone di fabbriche in Francia, vuole farmi dei regali ma ho rifiutato.” Anabela stava imparando bene l’italiano e pare pure il francese… Alberto non osò fare domande alla consorte sinché un giorno: “Sai Paul vorrebbe venire a casa nostra anche per conoscerti.” Che a Paul interessasse conoscere il marito di Anabela sembrava ovviamente un controsenso, se gli piaceva la ragazza che motivo aveva di conoscere il marito? Alberto capì che non era il caso di dire cose ovvie, ritenne opportuno far venire a pranzo il francese, tutto preparato da un vicino ristorante per fa fare bella figura alla baby che se ne assunse la paternità. Il cotale, circa quarantenne, alto, elegante, fascinoso…”È un piacere conoscerla, Anabela mi ha parlato molto di lei.” E intanto sbirciava la scollatura della signora. Alla fin e del pranzo l’ospite capì che era inutile rimanere: “Ho un impegno, arrivederci ad un pranzo nella villa a Torre Faro che ho preso in affitto.” Il suo italiano era eccellente, che fare? Anabela sembrava sempre di buon umore ed abbracciava in continuazione il marito, cosa che all’interessato parve sospetta. La mattina di un sabato l’invito:”Portate i costumi da bagno”, era una assolata giornata di luglio. Grazie al solito satellitare con la UP di Anabela giunsero ad una villetta isolata della frazione di Messina. “Cambiatevi ho già messo sulla spiaggia un ombrellone e tre sedie a sdraio.” Alla vista di Anabel in costume a Paul gli occhi parvero uscire dalle orbite, poi si ricompose, capì che Alberto si stava rompendo…I due andarono in acqua, Alberto preferì restare sotto l’ombrellone. Paul ed Anabel andarono sempre più al largo, chissà dove aveva imparato a nuotare sua moglie, a Bucarest non c’è il mare, forse in piscina pensiero totalmente inutile. Ormai la situazione era cambiata, i due sembravano innamorati e se ne fregavano della presenza di Alberto il quale rivolse una bestemmia al suo dio Mercurio che non l’aveva aiutato, ma ormai era tardi. A pranzo Alberto toccava appena il cibo, i due lo ignoravano. Gli eventi precipitarono Anabel: “Caro ormai avrai capito che sono innamorata di Paul, è il destino, faccio le valige e me ne andrò, pagherò le rate rimanenti della Up, ciao, sarai sempre nel mio cuore, addio.” I giorni seguenti Alberto si chiuse in se stesso, mangiava solo qualcosa che gli portava Gianni sinché una mattina sentì suonare alla porta: una visione celestiale, Palmira in mini e scollatissima si insinuò in casa “Tintolone ormai sei mio, fatti la barba la doccia e poi…e poi avvenne quello che la pulsella bramava da mesi era stato il Fato e non Mercurio a portare a quella soluzione,  Alberto decise di cambiare dio…
     

  • 02 novembre 2017 alle ore 19:36
    Annadelmare del sì

    Come comincia: "...Da partenze diverse, avevamo percorso tutti la stessa strada accidentata; cadendo e ferendoci, tutti abbiamo sentito dolore e tanti ne sono rimasti accecati; io sono stata fortunata, il dolore è stato pietoso con me e mi ha lasciato solo le ferite che se pure non guariranno, lasceranno cicatrici a testimonio del vissuto.
    Il male ricevuto, altro non era che l’evoluzione del Maestro d’Amore; non lo seppi subito, dovetti camminare ad occhi spalancati nell’inferno senza mai poterli chiudere, costretta a sentire l’humus spalmato sulla pelle e il viscido strisciare dei vermi sul mio corpo. Girovagai per anni nel ventre della terra, come vecchia quercia, mi nutrii del putrido lasciando cadere ad una ad una le foglie che ornavano le mie fronde. 
    Quanto dolore per ogni foglia che si staccò, quanto amore precipitava e cadeva in un sordo tonfo, come costruzione di cemento a cui si bombardano le fondamenta; erano foglie ma non volteggiavano mestamente per raggiungere il terreno, si fracassavano sull’anima. Io, quercia, mi spezzavo sotto il peso dei miei stessi rami e nel tentativo di fermare il sangue che stillava impavido dal moncherino lasciato da ogni foglia, squarciavo il tronco.
    Imparai la compassione di me.
    Il Maestro d’Amore, paziente, mi guardava apprendere con fatica. 
    Rimase seduto ad ascoltare i miei ruggiti di animale ferito, accanto a me, nella mia tana buia che pur facendomi paura mi riparò dal cataclisma tutt’attorno. 
    Mai mi lasciò chiudere gli occhi per non vedere, non fu pietoso; restava compagno silenzioso, sentivo il suo respiro soffiare sulle ombre gelide dei mostri che coprivano il mio cielo da quando avevo aperto il vaso di Pandora, e vagavano dispersi sul mio suolo. 
    Fu il mio unico amico, l’unica essenza che mi rimase accanto, quando sparii dalla società. Chi mai avrebbe potuto capire la mia anima spezzata, se avevo ripetutamente dimostrato di essere un’araba fenice? Quante volte ero rinata dalle mie ceneri… Ero una colonna portante, ero marmo che nulla poteva scalfire e tutti ebbero facoltà di sbertucciarmi. 
    Tutti quelli che avevano bevuto alla mia fonte non accettarono che non ci fosse acqua per loro e distrussero la sorgente coprendola di massi.
    Il marito, gli affetti, il lavoro, la città, mi lasciarono ai piedi della fonte, Maestro d’Amore spostò i massi e mi tirò fuori circondando con le sue braccia le mie spalle insanguinate, mi strapazzò quando vide che volevo raggiungere la dimensione dove tutto è pace e mi portò al mare, in un silenzioso paesino toscano, e nelle acque fredde di quell’inverno, lavò le mie ferite. L’anima pianse e strepitò quando la salsedine bruciava sulle piaghe aperte e senza pietà lasciava colare il mio malessere nelle onde increspate. 
    La musica tempestosa del libeccio portò verso terra voci di angeli che non riuscii a distinguere finché non guarirono le mie orecchie, sfidai il mare grosso per riscoprire la forza, figlia della paura, e raccolsi ortiche per nutrirmi, volli rimanere cucciolo di animale esposto e solo, per imparare a vivere; conobbi Dio affondando i piedi nella montagna di alghe che ricoprì la riva quel ventoso e gelido inverno, io, che avevo sempre affidato a Lui ogni mio giorno nuovo, mi accorsi di aver condiviso e mai affidato veramente la vita che avevo vissuta, soltanto in quei momenti lo avevo fatto pienamente. 
    Ero nelle sue mani, Lui sapeva se quel giorno avrei trovato da sostentarmi e se mi fossi svegliata ancora e se avrei camminato con le mie gambe. 
    C’era Lui e si prese cura di me, fu il mio cardiologo e il mio pneumologo, fu il medico che tenne costanti i parametri del sangue e del calcio nelle ossa, stabilì le mie capacità fisiche finché rimasi sola, mi diede da bere e da mangiare tutti i giorni. 
    Volle lasciarmi in vita per non tagliare il nastro del traguardo prima che io arrivassi, pronta. Mi regalò Maestro d’Amore e quadrifogli, e farfalle e uccelli svolazzanti nella mia aria, e anime belle e nuove che hanno profumato di pulito il mio andare.
    Sotto la lava che tutto aveva coperto, rimasero vivi affetti creduti dispersi che tornarono a sfilare nel mio sangue per appoggiarsi dolcemente sul mio cuore troppo malato per reggere colori pesanti, malato e vivo di forza nuova quanto basta per concedergli di pompare e far danzare nei suoi riflussi l’amore..."

  • 01 novembre 2017 alle ore 12:13
    Tramoggia

    Come comincia: Ciao! Come stai? 
    È un periodo un po’ particolare, sto ai pensieri forzati!
    Ma forse volevi dire ai lavori forzati?
    No! Volevo solo dire quel che ho detto: Sono ai pensieri forzati!
    Beh! Spiega meglio, se vuoi ti ascolto!
    Allora amico, sai cos’è una tramoggia? 
    Più o meno!
    Ecco! Allora pensa alla mia testa come a un contenitore. Ho appena riversato all’interno di essa anni di pensieri già di per sé incontenibili, immagina come fosse aperta sopra, mentre un frullatore sversa il preparato mentale. Lo vedi adesso che nella sua discesa perde parti di capelli, di risate, di occhi, di stanze, di profumi, di mare, di sangue, di me? Vedi come sia già difficile il solo impastare e versare nella tramoggia?
    Sì! Capisco!
    Ora a questo aggiungi il fatto che questo denso impasto debba scendere giù per questo indegno contenitore, immagina che questa bellezza già di per sé esuberante stia traboccando un po’ ovunque, sprecandosi.
    Ho messo nell’impasto tanta di quella roba che ora deve scendere giù, come in una tramorgia, insinuandosi per caduta in quello stretto orifizio che porta allo stomaco, passando per il cuore. Estrudere l’impasto. Il bello è che non so in cosa si trasformerà e se si trasformerà.
    Comprendo.
    Dovrà percorrere i canali, che si stringono a imbuto come i gironi infernali. Deve trasformarsi, essere digerito e poi eliminato anche se sai che non potrà essere eliminato del tutto. Mai! 
    Amico mio ascoltami, nulla si crea e nulla si distrugge, ricorda che nulla è perso per sempre e se saprai concimare ed alimentare la bellezza con gli scarti ritroverai nuova sostanza.
    Forse hai ragione amico, grazie. Intanto per adesso, torno a estrudere.
    Di niente.

    #dentrismi #gliaforismidiHalo

  • 30 ottobre 2017 alle ore 19:19
    Una bella giornata

    Come comincia: Bella giornata che trascorsi qualche anno fa, grazie agli amici bagaladesi, in primis il Sindaco Curatola, il di lui figlio Federico e dal vice-sindaco Toscano che mi accolsero sul pullmann, per quella trasferta a Bagheria, per gli ottavi di finale di Coppa Italia Nazionale Dilettanti che si disputava tra l’Omega Bagaladi ( RC) e la squadra locale.
    Dopo un lungo e tranquillo viaggio, per quasi quattro ore, fummo accolti dapprima dall'allora Presidente del Bagheria Provenzano e accompagnati al ristorante "Aries", dove poi incontrammo il Sindaco in carica della città, il giovane Biagio Sciortino, il quale si dimostrò persona veramente amabile, avendo offerto al collega Curatola dei libri e depliants di Bagheria e poi ci accompagnò al vicino Museo di Guttuso, vero gioiello culturale, ancora in pieno allestimento.
    Devo dire, con tutta sincerità, che l’accoglienza fu di prim’ordine, sia per la signorilità dimostrata da tutti, compreso lo sponsor, sia per la simpatica curiosità che dimostrarono nel chiedere di Bagaladi, cittadina di appena 1.000 abitanti, che da un paio d’anni era assurta agli onori del calcio che contava.
    Complimenti davvero!
    Pensai, avendoli conosciuti, che sicuramente, sarebbero stati accolti allo stesso modo, se non meglio, sia dal Sindaco Curatola che dal triumvirato che presiedeva la squadra di Bagaladi, Maesano-Maesano-Villari.
    Passo ora, dagli appunti che avevo in archivio, a descrivere la bella partita alla quale assistetti in mezzo ad un pubblico veramente scarso per un citta da quasi 70.000 abitanti.
    La partita finì 2 a 2, ma l’Omega avrebbe meritato di portare a casa la vittoria che avrebbe assicurato, quasi al 100%, il passaggio ai quarti e se l'avesse ottenuta, nessuno avrebbe avuto niente da dire.
    Dopo l’inizio stentato dell’ Omega che stava ancora studiando gli avversari, il Bagheria colpì a freddo con l’ottimo Marino che improvvisamente, ricevuta la palla quasi al limite, tirò una bordata ad effetto che sorprese Tiziano che, anche disteso in tuffo disperato, non riuscì ad intercettare la micidiale palla.
    1 a 0.
    Ma l’Omega Bagaladi, conscia della sua forza, incominciò a macinare quel bel gioco che la contraddistingueva da quando ne aveva preso le redini il nuovo mister, il bravo Campolo.
    Infatti, allo scadere del tempo, in seguito ad una bella azione corale, pervenne al pareggio con Aquilino che fu bravo ad evitare dentro l’area un difensore e a colpire la palla a colpo sicuro infilandola nell’angolino alla destra del portiere locale.
    1 a1.
    Dopo, praticamente per tutta la partita, l’Omega condusse le danze, seminando il terrore tra le file difensive avversarie, soprattutto con Di Maggio e Corona, supportati da un pressante Catalano, dalla solita ottima regia di Aquilino e da Bonanno e Pipitò, sempre in contrasto sugli avversari.
    Il raddoppio dell'Omega, arrivò all'inizio del 2° tempo, da un'incursione sulla sinistra, cross al centro per Corona che colpì bene ma sul portiere che respinse alla bell'e meglio ma sui piedi di Di Maggio che con la solita calma bloccò la palla e la indirizzò in porta senza scampo per il portiere bagarese.
    2 a 1.
    Ma come c’insegna il calcio che se non sfrutti le occasioni da goal poi va a finire che il goal lo subisci, il Bagheria, verso il 70° minuto, con un fortunoso goal derivato da un batti e ribatti in area, ottenne il pareggio con Vipes, con la palla che colpita in modo strano superava Tiziano, sbatteva sul palo e beffardamente s’insaccava, lasciando noi tutti sugli spalti di stucco.
    Comunque bella partita, condotta benissimo da tutta la terna arbitrale, con parecchi ammoniti per falli di gioco normali, con pubblico corretto, rovinato solo nel finale da un battibecco tra due giocatori che veniva sedato, un po’ con difficoltà, dalle dirigenze di entrambe le squadre.
    L'Omega Bagaladi passò poi il turno, giocando al ritorno in casa una grande partita, non cullandosi del pareggio ottenuto in trasferta, dimostrando così di aver raggiunto una mentalità moderna d'intendere il gioco del calcio sia quello che si era detto fin’allora (ed anche lì a Bagheria) della squadra e cioè "Squadra stellare”.

  • 27 ottobre 2017 alle ore 19:00
    Il cassetto

    Come comincia: "Sei malato! Oggi, niente scuola". 
    Era la voce di mamma, al mio risveglio. Che felicità! Nonostante la febbre e il mal di gola, ero liberato da un incubo oppressivo. La scuola, l'avevo iniziata male, in guerra, e ci vollero anni, per abituarmici. Lo stato di malato mi dava adito all'accesso di un rituale, che trovavo meraviglioso ed appagante. Cambiavo, di prima mattina, camera e letto. Passavo nella camera dei miei genitori, nel loro lettone, che mamma aveva rifatto di fresco. La finestra, luminosa, dava sulle alture del Righi. S'intravvedeva il panorama della vasta conca, che racchiude il mare e la Lanterna. La luce entrava di prima mattina, vivida, da farsi rubare in ricordo. 
    Dopo il caffè e latte, con biscotti, comprati in fretta, all'uopo, dalla cameriera, (per il costo, non erano abituali) avveniva una delle concessioni più esorbitanti, che io potessi immaginare. Mamma sfilava dal comò della camera il primo cassetto e me lo depositava sulle gambe. -“Guarda, ma non mettere in disordine”- Era il licet ad entrare nel suo intimo riparo, a noi bimbi, proibito. Questo gesto le dava tempo e spazio per il lavori di casa di prima mattina. Mamma usava il cassetto come l'unico spazio veramente suo. Aveva un pudore delicato nell'aprilo e chiuderlo. Gesti studiati, veloci a celare una sua intimità. “Non mettere in disordine” - mi ripeteva ancora. Ma quel cassetto nella confusione degli oggetti, nel loro sovrapporsi, era il simbolo di un disordine inimmaginabile. L'illusione di racchiudere una vita privata in un cassetto, ne era il risultato. Io m'intrufolavo tra boccettine di profumo,dalle varie forme, creme, che saggiavo con la punta del dito, rossetti, collane, anelli, medaglioni. Odoravo tutto, come un segugio e ogni oggetto aveva un suo profumo, fosse un pettine di tartaruga spagnolo o un fermaglio indiano. Ne ravvedo ancora il piacere intatto, conservato in un grumo di neuroni. Eppure doveva esserci stato un giudizio di malattia, all'inizio, che mi permetteva tutto questo. Ma non ricordo i sintomi della mia indisposizione; il letto appena rifatto per me e quel cassetto di meraviglie da indagare, scrutare, era tutto l'universo. A completare il mio bisogno di incauta profanazione di ciò che non mi spettava, un pacco voluminoso di cartoline illustrate, trattenute da un nastro. Cartoline giornaliere di papà a mamma, durante il fidanzamento. La calligrafia curata di papà, a penna blu. Minuta, delicata, come una missiva d'amore, voleva. “Cara Franca”, in mille modi, in mille inclinazioni. Poi non andavo oltre, già per un pudore tutto mio, che ho conservato per una vita. Mi turbava e m'ingelosiva quel termine, “Cara Franca”, pur se usato da mio padre. Le foto riprodotte sulle cartoline erano di attori dell'epoca. Greta Garbo ne comprendeva molte; bellissima, divina. Alcune erano solo schizzi veloci del suo volto. Shirley Temple, una bambina prodigio d'allora, attrice in molti film americani, coglieva la mia meraviglia, nei suoi vari costumi di posa. Quale distanza di vita, da una mia coetanea! Io preferivo le raffigurazioni di Stanlio e Ollio, prodigiose, tanto da scoprirmi un sorriso. “Adesso basta, lo metto via” E si chiudeva il sipario di quel fantastico teatrino ed io avvertivo, solo allora, il mal di gola.

    Trascorsero degli anni e tuttò mutò. Ai miei figli, ammalati, accesi, nell medesimo frangente, lo schermo della TV. Chissà se avessi portato il mio cassetto! Forse, ricorderebbero qualcosa in più di me.

  • 23 ottobre 2017 alle ore 11:58
    Irrefrenabile desiderio

    Come comincia: Io non volevo giocare... non gioco mai con le persone. Sono stata una stupida. Ho confuso l'alba col tramonto, non è difficile se non si sa dove ci si trova; hanno gli stessi colori e il sole ha la stessa posizione: è rosso e basso all'orizzonte. Avrei solo dovuto aspettare il tempo che ci voleva per vedere se nasceva o se moriva. Allora avrei capito. 
    E allo stesso modo ho scambiato per amore un desiderio. Tutto qui. Ho sbagliato. Capita no? Non sapevo più come liberarmene alla fine. Quel desiderio era diventato... Irrefrenabile? Si può dire, irrefrenabile? Ecco allora era irrefrenabile.
    E così... l'ho ammazzato.
    No, non il desiderio... Lui. Proprio lui. Lui Basilio, il mio amante.
    Beh, amante nel senso che mi amava. A modo suo. Lui. Io no. O meglio, non lo so. Credo di no, se no... non lo avrei ammazzato, ecco... Ma so anche che mi manca. Non sempre, no, mi manca se ci penso. Quindi cerco di non pensarci... No, non è così difficile: basta concentrarsi su qualche cosa da fare, che so, un libro da leggere, lo smalto sulle unghie, le parole crociate, qualcosa insomma che ti tenga distratto. No...non è vero. Ci penso. Ci penso di continuo. Lo vedo sempre lì, Basilio, addormentato sul mio letto, che russa. Basilio... Con un nome cosi non poteva che finire ammazzato. Se non lo avessi fatto io lo avrebbe fatto qualcun'altro. Basilio russava in modo spietato, senza il minimo ritegno, di continuo. No... no... ora che ci penso non mi manca. Non mi manca per niente!
    Voleva pure sposarmi. Ma glielo dissi che avevo troppo da fare, che non avevo tempo per andare a comprare il vestito, ordinare le bomboniere, fare gli inviti e preparare tutto quello che serve... glielo dissi un casino di volte. Non c'era verso di convincerlo. Lui doveva sempre avere ragione su ogni cosa! Disse che avrebbe fatto tutto lui. Io avrei solo dovuto dire sì! 
    Beh, sapete cosa gli ho detto? Vaffanculo, sì, vaffanculo!
    Mi sono sentita subito meglio dopo. Lui ha capito che non mi avrebbe convinta così facilmente. Non sono una tipa che puoi convincere così facilmente!
    La prima volta che lo vidi mi accorsi subito che aveva l'occhio spermatozoico... sì, io lo chiamo così lo sguardo di quello che non sai perché o percome ma ci finisci a letto presto, me ne accorsi di quell'occhio penetrante come una trivella... Lo ammetto, ho sbagliato. Avrei dovuto scappare invece di lasciarlo attaccare bottone. Comunque sia è andata così. Tre anni... no... tre e... quattro, quattro. Quattro anni con Basilio che russava. Ruttava anche. E scorreggiava. Non è sempre stato così... Col tempo si è rilassato il rapporto e anche i suoi sfinteri...
    Basilio era il classico uomo che una volta che sei con lui non riesci più a mollarlo... a meno che non lo ammazzi. Sì. Lo devi scannare come un maiale se no non c'è verso di toglierselo di torno.
    Finito di mangiare mi guardava e mi diceva: “pulisci la tavola prima del caffè”. Una volta sapete cosa gli dissi? Gli dissi: Vaffanculo! Sì, vaffanculo.
    Quella fu la volta delle costole rotte. Quattro. E questo!(INDICA IL DITO MEDIO).
    Non gli era piaciuto il fatto che lo avessi usato per mandarlo a fanculo. Io trovo invece che il medio accompagni bene la parola. Vaffanculo (COL MEDIO ALZATO)! Visto? Beh, lo prese e me lo spezzò... Poi mi diede quattro cazzotti in faccia e persi i sensi. 
    Quando invece mi chiese di sposarlo, e gli risposi vaffanculo, non andò cosi bene... Un calcio mi distrusse la milza, un altro il naso, tre denti, le solite costole e 3 giorni in coma... Però gli avevo fatto vedere che non sono una tipa che puoi convincere così facilmente.
    Io non volevo farlo innamorare quando lo incontrai... non gioco con le persone... non dovevo lasciarlo attaccare bottone.
    Basilio russava così forte quella mattina che non ho avuto cuore di svegliarlo. Qualche volta lo avevo fatto, ma era notte, e lui si era così arrabbiato che mi chiuse fuori sulla finestra tutta la notte... No, non mi picchiò. Mi prese per il collo da dietro e mi mise fuori sul balcone poi tiro giù la tapparella e mi lascio lì tutta la notte. Pioveva a dirotto. A febbraio piove spesso qui da noi.
    Comunque quella mattina non lo svegliai. Andai in cucina a preparare la colazione. Caffelatte, fette biscottate col miele di acacia, quello dolce dolce, un po' di muesli e succo di arancia. Mangiai tranquilla con il sottofondo di Basilio che russava. Era un'ira di dio quella mattina. Faceva tremare i vetri. La sera prima aveva mangiato come un maiale...Finita colazione, andai da Basilio e, senza svegliarlo, gli ho aperto quella testa di cazzo che aveva con la mannaia per la carne. Era un regalo di mamma. Non la ringrazierò mai abbastanza. Comunque, quattro colpi secchi sul cranio, tanto per stare tranquilla che non riprendesse a russare.
    No, no... non credo che mi manchi. Credo di no... Almeno per ora. Il desiderio è stato davvero irrefrenabile... Si può dire irrefrenabile vero? Ecco, sì, irrefrenabile.
    Povero Basilio. Con un nome così non poteva che fare quella fine. Ma forse il nome non c'entrava nulla... Forse è successo perché russava... Sì sì...e poi ruttava... e scorreggiava... Non era bello. Povero Basilio. Vaffanculo!

  • 22 ottobre 2017 alle ore 9:09
    ALBERTO IL MAGNIFICO

    Come comincia: “Intitolare un insieme di racconti da me scirtti (ben 88) con un titolo esageratamente altisonante…  lascia perdere!” Chi parla è il mio alter ego; io, da buon ateo, non ho un angelo custode come i cristiani ma un rompi c….che non si fa mai i cazzarelli suoi. Lo so che ‘il magnifico’ era detto il sultano turco Solimano ma stavolta lasciatemi esagerare. Giunto all’….mo anno di età, qualche licenza penso di potermela permettere anche per incoraggiarmi un po’: uno che da giovane era considerato per il suo fisico il ‘bell’Apollo’ (viva la modestia!) e ‘conquistatore di donne a getto continuo (Petrolini)’ all’apparire di rughe sul viso, perdita della muscolatura, colonna vertebrale tipo slalom, dolori sparsi un po’ in tutto il corpo, perdita della memoria e qualche… defaillance permettete che sia almeno un pò giù di morale. Anche passare il tempo in caserma fra ex colleghi (sono un ex maresciallo delle Fiamme Gialle) non migliora la situazione, il discorso va spesso a finire sulle malattie o peggio sul decesso di qualcuno dei nostri, una tristezza… L’unica consolazione una frase di mia moglie (molto più giovane di me) che mi ripete: “Sei sempre l’amore mio!” “Sarai sempre l’amore suo ma è un amore tutto sfasciato” Ti pareva che l’alter ego non si immischiasse peggiorando la situazione, str…o! Col mio senso dello humor riesco in parte a sollevarmi lo spirito. Talvolta mi capita di accompagnare Anna (il suo nome) a fare delle compere e vengo interpellato da qualche commesso: “Le piace quello che ha scelto sua figlia…” oppure qualche vecchia signora amica che, per darmi un po’ di corda: “Alberto non dimostri assolutamente la tua età! (pietosa bugia). Il peggio è avvenuto quando ho preso a sfogliare il mio album di foto, lì è stato il crollo finale. Ora basta con i piagnistei (peraltro inutili) e, se volete, leggetevi i miei racconti ed anche il mio romanzo ‘Tato il libertino ed il sapore di Venere’, edizione Albatros. Qualche critico (bontà sua) l’ha definito originale, 'piacevole, pregno di emozioni, a tratti erotico. C’è nostalgia miscelata a dolce ricordo di un’esistenza che viene gustata di nuovo attraverso la memoria.' Buona lettura.
     

  • 19 ottobre 2017 alle ore 19:16
    Padre

    Come comincia: Eccolo lì un nodo, uno di quei puntini nascosti in un groviglio che sembrano una chiara matassa della vita e invece se ci metti il dito, nel tentativo di toccarlo e scioglierlo, te lo ritrovi impiccato e stretto nella morsa; sì, eccolo lì un nodo, uno dei tanti, sparato nel mirino che inquadra un letto, un letto di morte. E sono lì, ora, dopo tre anni della vita vecchia, proiettata nel quarto anno della vita nuova, col corpo e la coscienza seduti accanto a un letto e con il filo che li lega all’anima, ed è lungo, lungo, lungo, fino ad uno dei nodi.E sei morto, quattro giorni dopo, nei miei occhi è rimasto il tuo corpo magro e il viso emaciato e maestoso incorniciato dalle pareti della tua stanza. La laurea in giurisprudenza datata 1947 con le didascalie in latino “Senarum Universitade” e l’onorificenza del Presidente della Repubblica che in pompa magna ti fregia di “Cavaliere” e poi più in là la foto con Papa Wojtila, tu e lui, le mani unite e il sorriso e lo sguardo dell’uno nell’altro.

    E questo filo lungo e annodato che vedo solo ora, guardando te, l’ho visto materializzarsi mentre col cuore colmo d’amore ti sussurravo parole gentili che potessero penetrare e blandire il tuo animo dolorante (il corpo no, era sazio di morfina e nulla più sentiva) quando la mia mano accompagnava un cucchiaio di minestra verso le tue labbra pronte dicendoti: - “sono pronta!”- e tu socchiudevi la bocca e ringraziando mi dicevi: “- anch’io”-.

    Il nodo, il nodo, uno dei nodi.

    Accanto a te ad aspettare la morte, perché da mio padre sono arrivata in ritardo, di quattro ore e te invece, ti ho accompagnato fino all’attimo prima. Eppure non mi hai cercata, son capitata da te per caso, mi dicevi. - “a domani cara”- e domani, io c’ero. Mio padre invece, mi cercava, mi voleva vicino ed è morto senza potermi vedere. Quanto mi ha cercata mio padre? Quanto teneva di me nel cuore, in quel momento e nei momenti in cui la mia vita non prevedeva la sua?

    Quanta è la colpa di un padre che pensa a sé e non si cura di altri se non del proprio presente e passato e quanta è la colpa di un figlio che concede al padre il contentino di un sorriso e di un abbraccio e forse anche con trasporto?

    C’ero, ci sono stata accanto a te, mio padre, nel tuo letto d’ospedale e mi son chiesta e mi chiedo se lì dov’eri, è stato per reale bisogno o per bisogno di essere amato, eppure dopo due mesi sei morto davvero; era il tuo ultimo tentativo di avermi accanto quando ormai le tue difese del passato erano crollate? Di sentire il mio amore o di darmelo un po’ d’amore?

    Di amore lasciato indietro negli anni, amore barattato per il tuo comodo e per il mio.

    Amore confuso, cancellato e imbrogliato col sorriso di cerimonia che il tuo e il mio ruolo esigevano. Pensa che davvero ti amavo e t’amo, nel mio andare e tornare nella tua vita; di te, m’accorgo ho un tessuto forte, i miei principi, i miei modi di dire e di fare, quanto sono ancorati ai tuoi!

    Ma non c’ero, quando hai lasciato la vita io ero in viaggio verso te, non ero accanto a te

    a sussurrarti i miei “credo”, ad accarezzarti l’anima come so fare con tutti; a te, il mio amore e la mia compassione, non sono toccati.

    So accompagnare, sai papà? So accompagnare con dolcezza e tenerezza, mi viene spontaneo, so sussurrare parole dell’anima che toccano le corde mie e del fratello morente e all’unisono si accordano alle note dell’aldilà. Ma con te non mi è stato concesso cantare quella musica, né a te è stato concesso udire la mia musica. Perché? Perché il mio treno è arrivato quella manciata d’ore più tardi. Tardi per tenere una tua mano fra le mie, per lasciare la voce del mio cuore nel tuo. Quel più tardi che era la musica nel tunnel, nel tuo e nel mio. Sei venuto però, a salutarmi. Nell’ora esatta che il tuo respiro si è fermato, nella mia cuccetta in quel vagone, mi hai svegliata e bagnandomi con l’acqua che non c’era, mi hai costretta ad alzarmi e senza più sonno, guardare l’orologio, cosicché dopo avrei potuto avere un riscontro. Il tuo ultimo saluto. Io non arrivavo e tu non potevi più aspettarmi. Ecco papà, oggi ti sono stata accanto, ti ho imboccato, accarezzato, sorriso e sussurrato parole amorose, ti ho dato un bacio ogni giorno nei tuoi ultimi giorni. Ti ho raccontato delle mie conquiste, ti ho letto l’ultima recensione che hanno fatto su di me. Ti ho fatto partecipe dei miei momenti di gloria e tu mi hai sorriso, sorriso ed annuito orgoglioso di questa figlia.

    Ogni giorno per giorni accanto a un uomo che moriva, come te, come mio padre. Non eri tu, non sei stato tu a morire con la gioia di tua figlia accanto, è stato un altro uomo che ha avuto me, figlia tua.

    La morte mi ha dato un nodo pronto da sciogliere, ha liberato il dito rimasto incastrato nel filo in questa stanza di Firenze e quel dito ha lacerato il tempo e le distanze, e ha toccato te, mio padre. Io ci sono accanto a te, adesso, con due anni di ritardo, ma tu sei lì dove il tempo non ha la stessa connotazione ferma del mondo, ha una pulsione eterna. C’ero, ci sono stata, a dirti addio, attraverso un altro padre io ti ho accompagnato nel passaggio e ti ho amato, ti ho avvolto d’amore in un abbraccio tenero mentre andavi nell’abbraccio eterno.
    Ecco papà, ora so che questa opportunità mi è stata regalata per farti arrivare quel momento che ho mancato, per farci incontrare in quel nodo che altrimenti sarebbe rimasto legato per sempre. Ora è sciolto, ora abbiamo vissuto quell’ultimo incontro che ci è mancato, a cui ho e abbiamo mancato.

     

  • 16 ottobre 2017 alle ore 10:57
    ONESTÀ, BELLEZZA, SESSO E SOLDI

    Come comincia: Che connessione possono avere l’onestà,la bellezza,  il sesso ed i soldi?  Ve ne renderete  conto leggendo il prosieguo di questo racconto. Alberto M.  maresciallo della Polizia Tributaria di Catania aveva molto da raccontare in merito, era considerato ed era in servizio un elemento assolutamente icorruttibile e, diciamo la verità, incorruttibile anche perché era ricco di famiglia da parte della madre Mecuccia S. (diminutivo di Domenica) proprietaria di numerosi terreni e fabbricati in provincia di Viterbo (era nata a Grotte di Castro), suo marito Armando, e padre di Alberto, aveva avuto l’occhio lungo: impiegato nella locale Banca di Credito di Viterbo nello scorrere i conti dei vari  clienti aveva constatato che la famiglia S. era decisamente ricca e la signorina Mecuccia era l’ unica erede. Anche se non molto alta tutto sommato era simpatica e carina. Armando faceva al suo caso perché la signorina Mecuccia desiderava una discendenza, soprattutto maschile, di alta statura e Armando era un bel fusto e così…Ritorniamo ad Alberto: il suo ufficio era all’interno della caserma ‘Angelo Maiorana’. Nato e vissuto a Roma per motivi di servizio del padre, era il classico caciarone e amicone di tutti, il suo ufficio la mattina era il ritrovo dei più simpatici e casinisti colleghi fra tutti l’appuntato Bonannella detto ‘lingua veloce’ per le frecciate che inviava ai colleghi ed ai superiori poveri di spirito e soprattutto a quelli considerati poco onesti (è un eufemismo per non chiamarli ladri). Era una mattina di luglio dell’anno 19… nell’ufficio di Alberto prima che le pattuglie uscissero per il loro servizio, si faceva bisboccia a base di granite, cornetti, bomboloni e cannoli tutto a spese del titolare dell’ufficio. Quella mattina caso volle che per sbaglio entrasse un vecchio maresciallo, Alfio M., non considerato cristallino in quanto ad onestà che aveva una borsa di coccodrillo. “Scusate ho sbagliato…” .Bonannella  “Venga cavaliere le offriamo qualcosa!” “Accetto volentieri ho dimenticato di far colazione.” Il cotale, gran spilorcio, ogni mattina cercava qualcuno che gliela pagasse. Finito  Alfio M. di sgranocchiare  un bel po’ di dolci entrò in azione il Bonannella: “Cavaliere ha una borsa favolosa di coccodrillo, costerà un  bel  po’ di  quattrini.” “Giovane  non  fare  insinuazioni,  io l’ho pagata i n c o n t a n t i!”  Tutti in coro: “Si con tanti ringraziamenti!” Risata generale e ritirata strategica del povero Alfio M. Quella mattina la pattuglia di Alberto composta dall’immancabile Bonannella e da altri due finanzieri era in verifica,  unitamente ad altre pattuglie, ad alcuni grandi magazzini sparsi per la città  del commendatore  Giuffrida che godeva fama di benestante: macchine di lusso, moto per i due figli, un entrobordo di dodici metri e villa favolosa alla foce del fiume Simeto oltre ad grande appartamento in via Etnea situato all’ultimo piano  con vista panoramica sulla città. Venuto a conoscenza della verifica in corso, il commendatore Giuffrida si catapultò in uno dei suoi negozi dove incontrò il maresciallo Alberto M: ed i suoi accoliti. A questo punto è d’obbligo una descrizione del cummenda: cinquantenne, non molto alto, faccia sempre sorridente (in quella occasione un po’ meno) epa da commendatore con gilet e catena d’oro con orologio antico pure d’oro. Divorziato dalla moglie, aveva sposato una ragazza dell’est europeo, ungherese, che tutti descrivevano favolosamente bella; era stata una modella, bruna, occhi invitanti ed il resto  immaginate voi.“Che piacere incontrarla qua, avrei voluto conoscerla prima ma non c’è stata occasione, venga nel mio ufficio.” Discorsetto indirizzato ad Alberto M. il quale capì subito l’antifona. Il commendatore la prese alla larga prima di arrivare al punto. ”Mi dicono i miei consulenti che la mia contabilità è regolarissima ma voi dovete pur trovare qualcosa, fate voi. Penso che dopo una settimana di lavoro con questo caldo avrete un po’ bisogno di riposare, non pensi che la voglia corrompere ma vorrei invitarla nella mia modesta villa alla foce del Simeto, dietro c’è una oasi naturale che potrebbe visitare, è molto rilassante.” Alberto accettò, voleva rendersi conto dove il commendatore andasse a parare. Si presentò in villa una domenica alle nove del mattino vestito sportivo come richiedeva il posto. Il  commendatore gli venne incontro sorridendo. “È un vero piacere averla qui, non le domando nulla della verifica vorrei che lei passasse una giornata distensiva, alle tredici un pranzetto a base di pesce, ho una cuoca molto brava per il vino ovviamente un bianco dell’Etna, poi vedrà, per ora, se si vuole spogliare andremo sulla spiaggia. Capanno enorme e con tutti i confort. I due sotto l’ombrellone guardavano il mare, avevano poco da dirsi. Alberto era ad occhi chiusi per ripararsi dal sole quando ad un  certo punto il sole sparì lasciando allo stupefatto spettatore una visione difficile da definire, forse angelica: capelli castani lunghi sino alla vita, costume alla brasiliana, immaginate voi, seno non molto pronunciato da modella, viso non c’è altro aggettivo che bellissimo insieme alla vita stretta ed alle gambe chilometriche. Forse Alberto aveva in viso un’espressione forse un pò ebete tanto che il commendatore si mise a ridere riportando il suo ospite alla realtà. “Vedo che mia moglie l’ha impressionata, anche se è un po’ più giovane di me (alla faccia dell’eufemismo) mi vuole molto bene, vero cara?” L’interpellata annuì, prese una sdraia e si posizionò vicino ad Alberto. “Sono Brigitta, ho imparato un po’ l’italiano, mi piace la vostra lingua, è armoniosa. Lei è sposato, fidanzato o che…” “Niente di tutto ciò in quel campo vivo alla giornata, quando avrò l’età del commendatore andrò in Ungheria…” La conversazione prese un’altra piega, Alberto aveva la licenza del liceo classico e si mise a parlare di scrittori italiani, francesi e russi, di magiari non ne conosceva, Brigitta lo seguiva affascinata, anche lei aveva seguito studi classici e così la conversazione, escluso il commendatore, seguitò sin quando un cameriere annunziò  che il pranzo era servito.  Arredamento moderno e di gusto sicuramente affidato ad un bravo architetto. “Commendatore complimenti per la sua magione, veramente favolosa!” “La ringrazio ma ora diamoci ai piaceri della tavola, il finale come immaginerà sarà a base di dolci catanesi innaffiati con un Dom Perignon del 1954, difficile da reperire. Dopo una siesta sotto un albero vicino alla villa, Alberto decise di rientrare alla base. Stava per salire sulla sua vecchia ed amata Cinquecento quando ricordò di aver lasciato il suo borsello all’ingresso, lo recuperò, salutò di nuovo i suoi ospiti e poi in caserma nella sua camera. Classico sonnellino alla romana e poi al risveglio la sorpresa; rovistando dentro il borsello trovò un biglietto esplicito: ‘Mi sei piaciuto subito, chiamami a questo numero di cellulare per stabilire quando potrai venire in villa a …farmi compagnia.B’
     Alberto pensò a lungo alla situazione: il commendatore aveva le polveri bagnate e sperava con l’aiuto della consorte di mettergli la museruola. Questo gli fece ancora di più drizzare le orecchie che pensò quali potessero essere le magagne, sicuramente di grossa portata per convincere il marito di quella gnocca a farsi…Evidentemente non si doveva trattare della solita evasione fiscale, in quel periodo era molto di moda far girare i propri capitali fra vari paradisi fiscali per la loro non tracciabilità, ovviamente si doveva trattare di ingenti somme di denaro ed in questo senso indirizzò le sue indagini. Col passar dei giorni capì che aveva fatto centro, informò dell’accaduto il maggiore Trifirò comandante del Nucleo di pt che lo incoraggiò a seguitare nell’accertamento col massimo segreto. Alberto però voleva dare un colpo oltre che al cerchio anche alla botte…A questo punto ricordò gli insegnamenti del vecchio nonno Sinesio, padre di sua madre, vecchio  furbo mignottaro (alcuni dei figli delle contadine gli assomigliavano un po’ troppo!) il quale prima che lui si arruolasse in Finanza lo chiamò da parte e, indicando l’ombra sul terreno che faceva la sua figura gli disse una frase che rimase impressa nella mente del giovane Alberto: “Vedi quell’ombra? Nella vita non devi fidarti nemmeno di lei specialmente quando sarai in servizio della Guardia di Finanza.” Era stato esplicito ed Alberto tenne questo consiglio sempre presente. Applicandolo nel suo caso pensò malignamente, ma forse giustamente, che Brigitte lo volesse far andare nella villa dove potevano essere stati posizionati telecamere e microfoni per registrare le sue mosse e le conversazioni con conseguente ricatto. Contattò il direttore dell’hotel ‘La Ville’ Ferdinando G. un romano che aveva modo di conoscere (ed… aiutare un po’) in occasione di una verifica e: “Hello how are you my friend?” Arbè t’ho riconosciuto subbito, inutile che cambi lingua, noi romani tra de noi…” “Vecchio zozzone mi occorre una stanza nel tuo albergo dove entrare senza essere visti da altri, si tratta di una signora molto conosciuta…” “Famme sapè  giorno e ora, sarò addisposione.” Alberto chiamò il numero del cellulare indicato da Brigitta. “Aspettavo la tua telefonata, quando puoi venire in villa?” “Ho dovuto cambiare programma per motivi che ti dirò a voce,  domani sera va con la tua auto nella piazzetta del Consolato del Mare e aspettami.” Il motivo della scelta di quella piazzetta era  perché poi si diramava in quattro strade e sarebbe stato difficile indovinare dove sarebbe andato Alberto. “Avevamo concordato che venivi in villa…” “Ne parleremo a voce, a domani.” I sospetti di Alberto divennero certezze, il commendatore doveva aver fatto piazzare telecamere e microfoni in ogni punto della villa ma… gli era andata male.”  Come riuscire a seminare qualcuno che sicuramente avrebbe seguito la signora? Con l’aiuto di Bonannella che, messo al corrente  della situazione, non parve vero entrare nello spirito dello spionaggio. ‘Lingua veloce’ per fortuna aveva una cinquecento dello stesso colore di quella di Alberto cosa che aiutò molto nell’esecuzione del piano per sfuggire a qualche investigatore privato messo alle calcagna della moglie dal commendatore. Dietro richiesta di Alberto Bonannella aveva portato in macchina la consorte posteggiando dietro la Cinquecento del suo capo sezione; giunse una BMV guidata da Brigitta che, dietro invito del suo prossimo amante si infilò nella sua Cinquecento che partì a tutto vapore. Il resto lo raccontò Bonannella: “ Un po’ lontano, dietro la sua macchina era giunta una Mercedes  dal quale erano scesi due individui che a gesti indicarono la sua auto,  a questo punto ‘lingua veloce partì in direzione diversa da quella presa da Alberto e vide che la Mercedes lo seguiva: tutto a posto il commendatore era stato servito!“ Alberto chiamò al telefonino Ferdinando il quale gli disse di posteggiare dietro l’albergo, lì c’era un’uscita di servizio ed un ascensore che portava ai piani superiori. Tutto filò liscio, Ferdi accompagnò i due amanti in pectore che entrarono in una stanza grande e ben arredata anche con fiori freschi, il direttore si era fatto onore. All’inizio un po’ d’imbarazzo, Alberto spiegò a Brigitta il perché di tutto quel traffico, la cotale si fece matte risate e poi: ”Hai indovinato quel panzone  voleva incastrarti, ben gli sta anche per le corna che prossime venture gli compariranno sulla fronte. E così fu: dopo la doccia simultanea Alberto ebbe modo di scialarsi alla vista di un corpo magnifico e soprattutto molto disponibile. Dopo il primo…assalto Alberto: “Scusa ma da quanto tempo…” “Ho capito dove vuoi arrivare, mio marito è quello di: vado, l’ammazzo e torno, dopo un minuto tutto finito e poi mi fa anche un po’ schifo.” Al mattino alle nove il telefono: “Sono Ferdinando vi porto la colazione, penso abbiate fame…” La storia ebbe un lieto fine per Alberto che ebbe un encomio da parte del Comandante della Zona di Palermo per il brillante risultato ottenuto, il commendatore era finito all’hotel ‘Piazza Lanza’  (carcere di Catania) ma a Brigitta la cosa era del tutto indifferente in quanto nel suo conto in banca il marito le aveva accreditato una notevole somma di denaro, inoltre si godeva la villa al mare e l’appartamento in città oltre che di una BMV; del dodici metri non gliene fregava nulla, l’avevano preso i figli del cummenda. Vi domanderete come finisce la storia: i due amanti si erano innamorati e poi, dopo il divorzio di Brigitta, sposati. Alberto si era fatto trasferire alla sede di Messina dove trovò colleghi e superiori cordiali e amichevoli per la sua simpatia e per i suoi risultati di servizio conosciuti da tutti.
     
     
     
     
     
     
     

  • 13 ottobre 2017 alle ore 13:11
    UN AMORE TRAVAGLIATO

    Come comincia: Alberto M. abitava temporaneamente a Roma in via Marsala, frequentava l’università, era iscritto alla facoltà di lettere moderne in quanto ne ‘mangiava’ poco di materie scientifiche. Sradicato dalla natia Cingoli (Mc) o meglio dalla frazione di Troviggiano, aveva presto fatto amicizia con i colleghi anche se aveva dovuto sborsare un bel po’ di quattrini per evitare che, in qualità di matricola, fosse sottoposto a pesanti scherzi di cattivo gusto. Lo differenza di ambiente non lo aveva sconcertato anzi stava fuori con gli amici sino a notte inoltrata passeggiando per le vie della movida e talvolta frequentando qualche bella e costosa passeggiatrice. Ovviamente gli studi andavano a rilento ma non c’era nessuno che lo rincorreva, i suoi genitori erano anziani: per il padre proprietario di case e terreni e per la madre insegnante elementare era stato il figlio maschio tanto desiderato e passavano sopra alle sue marachelle che, anche da giovanissimo, erano la sua specialità. La sua vita cambiò radicalmente alla morte dei suoi genitori, una morte assurda: i due spesso andavano in giro per le campagne per portare a casa delle erbe che consideravano curative e ringiovanenti ma l’ultima volta avevano scambiato una molto velenosa con una innocua con la conseguenza di un ricovero all’Ospedale di Cingoli e poi a quello di Ancona. Per loro nulla da fare, solo un trapianto di fegato li avrebbe salvati ma in giro non ce n’erano compatibili con il loro. Alberto con la sua Lancia Appia giunse ad Ancona bruciando semafori facendo sorpassi irregolari ma arrivò troppo tardi. Non gli rimase altro che contattare un’impresa di pompe funebri per far trasportare le salme al cimitero di Cingoli dove c’era una cappella per tutta la famiglia. Passata la buriana della messa, dei discorsi, degli abbracci e delle rotture di p…, Alberto cercò di fare il punto della situazione. Ormai non se la sentiva di rimanere nel natio borgo selvaggio e quindi accettò la proposta del vecchio zio Camillo il quale, ricchissimo, comprò in blocco tutte le proprietà del coniugi M. rendendo Alberto il giovane più che benestante, ricco. Rientrato ma Roma pensò per prima cosa di comprare un’abitazione nei pressi della stazione Termini, contattò un’agenzia  e gli fu proposto l’acquisto di un appartamento in via Cavour di 150 metri quadri; il padrone anziano era deceduto ed i nipoti, abitanti a Milano, avevano preferito vendere l'abitazione ad Alberto proponendogli anche di acquistare anche un altro loro appartamento nello stesso piano facendogli uno sconto sul prezzo. Alberto non ci pensò due volte, ormai se lo poteva permettere ed aveva in testa di riunirli in uno unico. Contattò uno studio di architetti in via Cavour e,  dopo una settimana, gli fu presentata una pianta che prevedeva l’abbattimento di vari muri, l’apposizione di vetri doppi e delle coibentazioni alle pareti interne per evitare che i rumori della strada lo disturbassero e mobili moderni che valorizzavano di molto quella ‘reggia’ di 300 metri quadri. Per l’inaugurazione invitò un sabato i colleghi e le colleghe dell’università appoggiandosi per il buffet ad un esercizio della vicina piazza di S.Maria Maggiore. Tutte le luci accese, stereo a tutto volume, fiumi di spumante (Alberto era un nazionalista, niente champagne) che ben presto resero allegra tutta la compagnia, due coppie si erano ‘ritirate’in due camere da letto, Alberto fece finta di nulla, lui non poteva permetterselo quale padrone di casa. Circa alle tre di notte tutti a casa con i taxi per evitare guai con la polizia, erano la maggior parte ubriachi. Il  giorno successivo il portiere Nando  Proietti: “Dottore scusi ma stanotte tutti gli inquilini…” “Nando intanto non chiamarmi dottore ma Alberto e poi era l’inaugurazione della mia nuova casa, se mi permetti un caffè…e mollò al cotale due cinquantini e, forse perché inaspettati, resero subito servizievole Nando. “Mi capisca io…” “Non ti scusare quando hai bisogno io son qua.” “Pure io dottore pardon, Alberto.” Nando era stato in Francia a lavorare ed ogni tanto si esprimeva in quella lingua.
    Alberto studiava anche per rispetto dei defunti genitori e poi voleva diventare insegnante, fare il nulla facente per tutta la vita non gli andava e poi…non si sa mai come diceva sua madre. Le feste in casa sua si diradarono, non voleva inimicarsi gli altri abitanti del palazzo, tutti liberi professionisti, tranne un trio di donne o meglio due signore ed una ragazza piuttosto giovane. “Nando vorrei notizie su quelle tre donne…”
    “Chiamo mio figlio per sostituirmi nella guardiola e poi ti raggiungo nel tuo appartamento, voglio raccontarti tutto lontano da orecchie indiscrete.”“Allora Nando…”
    “Si chiamano Anna e Lucia le due signore, Rossana la loro figlia, non ti meravigliare di quello che ti ho detto le due donne sono lesbiche, si sono sposate in Danimarca e Rossana è figlia di Anna, ovviamente con l’inseminazione artificiale tutto li.Tutte e due le signore avvocate, lavorano in uno studio in via Volturno, la cosa è risaputa da tutti gli inquilini ma nessuno se ne meraviglia, son tutte persone di ceto elevato anticonformiste.” “La ragazza è molto bella e bionda tipo nordico, sicuramente deve assomigliare a suo padre, le due signore sono brune.” “È probabile  in ogni caso sono piuttosto inavvicinabili, hanno i loro amici ed amiche fuori da questo palazzo e nessuno le viene a trovare.” “Mi ha colpito la ragazza che mi pare tu abbia detto si chiama Rossana, vorrei conoscerla.” “Non sarà facile, la ragazza frequenta l’ultimo anno di liceo scientifico in via Cavour e non dà confidenza a nessuno, a me mi saluta appena, è una ragazza molto sensibile, fa la volontaria in un’associazione che fa beneficienza, non ti posso aiutare.” Le difficoltà non avevano mai fermato Alberto anzi erano state uno sprone a trovare soluzioni a problemi difficili e la soluzione venne fuori, una soluzione un po’ ingarbugliata. Una mattina Alberto vide da lontano Rossana che stava per rientrare a casa e, nel momento in cui la ragazza entrava nel portone,  fece finta di cadere a terra e cominciò a lamentarsi toccandosi le testa e le costole sempre rimanendo sdraiato sul primo gradino della scala. Rossana cercò il portiere che, avvisato in tempo di quanto Alberto aveva escogitato, era sparito dalla circolazione, allora Rossana citofonò alle ‘madri’ le quali accorsero con l’ascensore. “Dobbiamo chiamare il 118,, come sta signor…” Alberto aprì gli occhi non smettendo di lamentarsi. “Non penso sia nulla, se mi date una mano vorrei rientrare a casa mia.” Con l’aiuto delle tre, ad una delle quali aveva dato la chiave di casa, rientrò e fu adagiato sul suo letto. “Andate pure, vi siete sacrificate anche troppo, grazie.” “Resterà con lei Anna fin quando si rimetterà, chiamerò Nando, non so dove sia finito, quando c’è bisogno sparisce!” Alberto lasciò passare una settimana per ‘guarire’ e poi si presentò alle 17 di un pomeriggio con un gran mazzo di rose bianche alla porta delle tre dame che abitavano sopra di lui e: “Vorrei che accettaste questo modesto dono per ringraziarvi della vostra cortesia.” Aveva aperto la porta Anna la quale, un po’ meravigliata, gli fece cenno di entrare. “Lucia c’è qui quel signore che una settimana fa si era fatto male.” “Lucia anche lei in vestaglia come sua moglie (o suo marito) gli porse la mano, in fondo non erano così scostanti. “Me ne vado subito, non vorrei disturbare.” Nel frattempo si era presentata Rossana in minigonna e maglietta scollata, Alberto posò lo sguardo su di lei un po’ più troppo a lungo del dovuto e se ne accorse dalle facce della due signore. “Sicuramente l’avranno reso edotto della nostra situazione…” “Signore mie sono un anticonformista per natura, quando ero in collegio dai preti hanno espulso perché contestavo in toto la religione cattolica e quindi…” “Ci fa piacere anche perché ci sembra lei sia una brava persona, noi stiamo molte attente a chi frequentiamo per ovvi motivi. Per lei faremo un’eccezione (aveva parlato Lucia) la inviteremo a mangiare al ristorante ‘Urbana’ dietro casa, il prossimo sabato, sempre che lei sia d’accordo. Ad Alberto non pareva vero riuscire ad avvicinare Rossana. La serata fu piena di allegria, Alberto descriveva la vita agreste dove era nato coni vari personaggi particolari, ognuno di loro aveva un soprannome e fece molto ridere le tre dame. Ovviamente Alberto aveva preso da parte il padrone ed aveva pagato in anticipo il conto. Quando Anna: “Aurelio il conto.” “Signora tutto pagato dal signore.” “Ma l’avevamo invitato noi…” “Mio padre, vecchio signore di campagna, mi ha insegnato ad essere cavaliere col gentil sesso. Perché sorride?” “M’è venuto in mente un vecchio detto: un signore con tre dame fa la figura del salame!” “E lei chi sceglierebbe?” Aveva parlato Lucia (poi ve le  descrivo tutte e tre) e Alberto, bugiardamente, "Ovviamente lei anche se non vorrei che si scatenasse una guerra, ai tempi che furono per una mela d’oro ci fu la guerra dei dieci anni fra greci e troiani!” “Debbo ammettere che lei è una buona compagnia, ha il senso dello humor non casereccio come quello romano. A questo punto mi spingo oltre anche se in contrasto col mio modo di pensare: vorrei che lei desse una festa a casa sua che mi risulta grande con noi ed i nostri amici(diciamo un po’ particolari), il nostro appartamento è troppo piccolo e noi siamo in tanti, andrebbe bene sabato prossimo?. “Accordato.” Aveva avuto ragione Lucia: la maggior parte degli uomini e delle donne erano omo, tutti vestiti in maniera particolare e talvolta bizzarro come loro natura ma in fondo divertenti e sicuramente agiati dato il tanto oro e gioielli che indossavano. La loro musica preferita? Sicuramente i lenti che imperarono per tutta la sera. Un maschietto (si fa per dire) in compagnia di Anna si avvicinò ad Alberto: “Ma che bel giovane dove l’hai pescato, forse lui non…io sono Francesca” “Francesca hai detto bene io non…”e l’abbracciò perché non si offendesse. Vi avevo promesso di descrivere le due coniugi: Anna era più bassa di sua.., fisico robusto, lineamenti piuttosto maschili e gambe muscolose, (forse lei era il  marito) , Lucia più alta, longilinea, viso delicato, seno piccolino vita stretta, gambe magroline e piedi lunghi e stretti, bellissimi per un podofilo (amante dei piedi), forse era la moglie ma la più interessante, ovviamente era Rossana: biondissima, capelli lisci e lunghi, viso delicato, naso piccolino e all’insù (Alberto non amava nelle donne i nasi grandi, sembravano dei travestiti) vita stretta, gambe chilometriche, ragazzi miei un gran pezzo di … ed anche furba e lo dimostrò subito. Ballando con Alberto: “Senti giovan di belle speranze, non penserai che abbia creduto a quella tua caduta, non sono un’ingenua, ne ho conosciuti di ‘sun of the bitch’ ma tu li superi tutti, hai molta fantasia!” ”Spero sia un complimento, dirti che mi sei piaciuta subito sarebbe una affermazione ovvia ma mi sei piaciuta non solo per la tua bellezza ma soprattutto per il tuo sorriso, per il modo di camminare e naturalmente per il tuo fisico, ho giurato di non guardare più altre ragazze.” “Ed allora andrai in bianco per molto tempo…” “Non pensavo però che fossi cattiva d’animo…io povero naufrago fra tante procellose onde…” “ Ma quali onde, sei arrapato come un riccio arrapato!” “Alla faccia della sincerità, così peggiorerai la situazione perché mi piaci ancor di più, ti giuro sarò casto e puro sino a quando…” “…Andrai in pensione ed ora un po’ di musica allegra, stò branco di fin…i la smetteranno di strofinarsi!”Musica brasiliana indiavolata inondò il salone con le  proteste degli astanti andate a vuoto, Rossana era irremovibile e cominciò a ballare con Alberto in verità un po’ ammosciato, da quello che aveva ascoltato…Alberto si sedette su un divano seguito dalla sua, per modo di dire, bella. “Hai un bel nome, chi te l’ha imposto?” “ È  una storia strana, Lucia la mia vera madre aveva una nonna che si chiamava Rosanna, questo è il mio vero nome ma siccome non mi piaceva l’ha cambiato in Rossana.” Nel frattempo Alberto aveva cambiato macchina, una Maserati Gran Cabrio pluri accessoriata al posto della vetusta Appia. Con la nuova macchina si appostava nei pressi dell’uscita della scuola di Rossana la quale la prima volta prima di ‘imbancarsi’ guardò a lungo in faccia Alberto il quale: “Non è di tuo gusto?” “Inutile che sfoggi tanta ricchezza, con me non c’è nulla da fare”. Ovviamente le compagne di Rossana le facevano i complimenti sia per il fisico di Alberto che per la meravigliosa auto ma lei: “Non mi interessa!” “Allora sei proprio scema”  la risposta unanime delle ragazze.” Come capire l’atteggiamento di Rossana? Solo lei sapeva la storia, si era innamorata pazzamente di un compagno di scuola che  lei aveva scoperto a scuola, nel gabinetto delle donne a baciarsi con una sua collega. Rossana era di carattere violento e quella storia l’aveva profondamente colpita ed aveva giurato a se stessa… ma questo Alberto non lo sapeva e quindi non ci si raccapezzava. Un fatto particolare avvenne nel frattempo : una mattina  Anna, non andata a lavorare, si presentò in vestaglia da Alberto che aprì la porta ancora insonnolito. “Ciao, quale buon vento…” Ma quale vento , Anna vogliosissima aveva cominciato a baciare in bocca Alberto il quale, a digiuno da molto tempo, non resistette e trascinò la dama nel suo letto. Dopo un paio di ore Anna: “Mi hai distrutto brutto zozzone!” Lo zozzone sarei io, ora cosa dico a Rossana” Anna non rispose e sparì dalla circolazione. Quel giorno Alberto non andò a scuola a prendere Rossana la quale ormai si era abituata alla sua compagnia e ci rimase male. Le compagne: ”Hai visto che fine hai fatto a dirgli sempre di no, ci sono un bel paio di corna in vista, ben ti sta!” Anche se non lo voleva ammettere nemmeno a se stessa, Rossana si stava innamorando del bell’Alberto. Rossana col suo intuito femminile capì che era successo qualcosa, forse Alberto aveva trovato una.. compagnia femminile e così la loro storia era finita, maledì se stessa, non bisogna tirare troppo la corda ed a lei era finita male! Tornò a casa sconvolta, Lucia:”Ti senti male, hai una faccia…” “Non ho fame, vado a letto.” Anna fece finta di nulla ma nel suo intimo sentimenti contrapposti, si era lasciata andare per un fuggevole contatto sessuale che l’aveva lasciata si soddisfatta ma a scapito di Rossana, un bel casino! Il giorno dopo la mattina con una scusa uscì dall’ufficio e da un telefono pubblico chiamò Alberto: “Sentimi bene, il mio è stato un capriccio ma non voglio rovinare la vostra storia, ne soffrirei per  tutta la vita, ti prego di riappacificarti con Rossana, non deve sapere nulla di quello che è successo fra di noi, tutta la mia famiglia ne risentirebbe, sarebbe un disastro, pensaci prima di prendere una decisione.” Alberto in verità stava anche lui soffrendo, Rossana era entrata profondamente nel suo cuore e la loro lontananza era per lui oggetto di forte disagio ed amarezza, decise di far finta di nulla e di andare a prendere Rossana a scuola. Immaginate la scena: la ragazza scioccata prese a correre e, senza aprire la portiera dell’auto, ci si tuffò dentro prendendo in contropiede il buon Alberto che fu meravigliato ma contentissimo, dunque anche lei l’amava profondamente! Rossana quel giorno non tornò a casa sua, disse che sarebbe stata un paio di giorni a casa di una compagna di scuola, solo Anna capì la verità e ne fu contenta, l’armonia della famiglia prima di tutto. Un paio di giorni di fuoco in casa di Alberto: i due mangiarono pochissimo e passavano la maggior parte del tempo a letto. Dopo due giorni Rossana, che nel frattempo non era andata a scuola, si ripresentò candida candida in famiglia. Lucia: “Ti vedo bene, vuol dire che eri in buona compagnia!” Frase criptata che voleva dire tutto!
     

  • 10 ottobre 2017 alle ore 22:36
    Onironauta

    Come comincia: Da bambina credevo che la mia casa potesse diventare mare. Se fossi riuscita a serrare porte e finestre per bene, rovesciando grandi quantità d'acqua avrei cominciato a fluttuare come una sirena e l'acqua pian piano mi avrebbe portata senza sforzo a raggiungere la vetta del soffitto.
    Il mio corpo sarebbe stato leggero di piuma e tutto intorno Debussy a ricordarmi dell'anima e del suo gioco immortale.

    Allora ho scritto su di me una storia di mare e corpi leggeri. Di ululati in stanze chiuse che l'acqua vuol soffocare.
    Di vita attraverso la vita. Che abbatte. Rinvigorisce. Riprende. E abbandona.
    Senza peso.
    Un nuotare alato di farfalle notturne. Mentre fuori tutti stonano, io sono dentro. 
    Volteggio senza tempo come acrobata senza rete di sicurezza.
     

  • 10 ottobre 2017 alle ore 8:40
    UN AMORE ALTRUISTA

    Come comincia:  Ad Alberto M. la mattina appena sveglio accadevano fatti alquanto strani, forse la sera aveva esagerato con il mangiare o con le bevande alcoliche? Quanto mai, era al limite del diabete e seguiva una stretta dieta e allora? Era in quel periodo della vita (cinquanta anni) in cui la memoria fa brutti scherzi nel senso che ha perfetti ricordi degli avvenimenti degli anni precedenti ma non riesce facilmente a memorizzare quelli recenti. Cercava di mascherare questa sua situazione ma la gentile consorte Anna M., di ventisei anni più giovane, lo ‘leggeva’ come un libro aperto e quindi…”Oggi è sabato e non vado in ufficio e quindi apriti con l’amore tuo grande, son tutta orecchie.” “Promesso che non mi prendi per il culo?” ”Giuricchio.”
    “ More solito fai la furba, ad ogni modo dato che mi hai classificato amore tuo grande…ti racconto quello che mi è accaduto. Da questa mattina  appena sveglio mi ronza in testa una poesia del Carducci che ho studiato al ginnasio, recita così: Contessa cos’è mai la vita? È l’ombra d’un sogno fuggente, la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor, aprite le braccia al dolente, vi aspetto al nuovissimo bando ed or Melisenda accomando un bacio a lo spirto che muor.’ Siamo nel dodicesimo secolo, il principe di Blaia ‘Rudello’ (già dal nome…), sentiti i racconti di pellegrini che lodavano la bellezza della principessa Melisenda, si era imbarcato su un suo vascello per raggiungerla ma durante il viaggio si ammalò gravemente e, prima di morire, ottiene un  bacio da Melisenda. Un principe con tanti pezzi di f…. che gli girano attorno fa un lungo viaggio per conoscere una mai vista e ci rimette le penne, che ne dici cara, io mi sarei io messo in viaggio…” “Tu sei un pigrone, col cavolo…lasciamo perdere le sciocchezze e servimi a letto un vassoio con bioches, cappuccino e spremuta di arancia.” “Io che ci guadagno?” “Hai detto bene guadagno ma te la devi meritare!” “Ed io svicolo…” “Ed io pure, abbiamo finito di dire fregnacce, vai!” I coniugi M. se la passavano proprio bene da un paio di anni in seguito ad un’eredità (piovuta è il giusto termine) dall’Australia da un parente sconosciuto che aveva cercato i suoi affini in Italia per non lasciare i suoi beni ai parenti colà residenti e così Alberto ed Anna si erano trasferiti da un modesto appartamento di via Colapesce di Messina in un complesso di lusso ‘Il Parnaso’ dove dimoravano i più in di questa città. I più in non comprendevano solo professionisti e gente dalle ottime  possibilità finanziarie ma anche qualche coppia in cui la gentile consorte, decisamente bella (e costosa)  era gentile anche con qualche maschietto di passaggio. Alberto, vecchio mign….ro aveva subito scoperto Elena, bionda alta, bellissima e, a detta di chi la conosceva a fondo, molto cara, ma ne valeva la pena (potendo…). “Se ti avvicini a quella ti cavo gli occhi!” “Sei sempre esagerata, magari uno schiaffone…” “Hai capito benissimo.” E così l’Albertone, anche perché abituato a non pagare le prestazioni femminili, girava al largo. Anna non aveva voluto lasciare il suo impiego al Genio Civile (nella vita non si sa mai diceva lei) e così tutti i giorni, escluso il sabato si recava al lavoro con la nuova auto, un Twingo Renault munita di tutti gli accessori. Anna aveva fatto amicizia con una signora del loro stesso piano che purtroppo era costretta a letto paralizzata per un grave incidente stradale, bella donna bruna dai capelli lunghi. Laura F. questo il suo nome, gradiva la compagnia della dirimpettaia anche perché non riusciva ad aver confidenza con l’infermiera, donna tipo corazziere, rozza, che l’accudiva per qualche ora del giorno. Laura era una donna colta, ex insegnante al liceo classico di materie letterarie parlava tre lingue per essere stata all’estero col padre ambasciatore. Purtroppo suo marito, con la scusa del lavoro (era il rappresentante di importanti ditte alimentari) dopo l’incidente si interessava ben poco della consorte e si era ‘fatta’ un’amichetta molto più giovane della quarantenne consorte. Non vi ho parlato di Alberto: ebbene il non più giovane signore (era  cinquantenne) ex impiegato dell’ufficio delle entrate, ex perché all’arrivo dell’eredità dall’Australia, aveva preferito stare in panciolle e girava con la Jaguar X type munito della fida macchina fotografica Nikon. Aveva fatto amicizia con un fotografo professionista con negozio a piazza Cairoli, il salotto della città, e talvolta seguiva nei suoi servizi Gaetano P. senza guadagnarci nulla, col solo piacere di presenziare a cerimonie varie, prime fra tutte i matrimoni, era diventato anche molto bravo a sviluppare e stampare in bianco e nero, foto apprezzate  dagli intenditori. Naturalmente per un tipo ‘frizzante’ come Alberto la normalità non era di casa e così, dopo la sua presentazione da parte di Anna alla signora Laura, prese a frequentare la sua casa per farle compagnia. In totale assenza del legittimo consorte, era l’unico interlocutore della dama la quale cominciò ad apprezzarlo anche per il suo spirito romanesco (era romano dè Roma, quartiere S.Giovanni). Le raccontava i pettegolezzi sulla gente più in vista di Messina (corna, fallimenti, figli di importanti personaggi che avevano fatto outing  quali omosessuali) e Laura per qualche tempo dimenticava i suoi guai. Inoltre Alberto le leggeva un suo romanzo che era riuscito a farsi pubblicare da una casa editrice in cui raccontava le sue avventure amorose (vere ed anche immaginate) durante il periodo di tre anni in cui era stato ‘Fiamma Gialla’ (finanziere).  Alcuni brani venivano sorvolati perché descrivevano qualche avventura erotica del protagonista, Laura se ne accorgeva e lo pregava di leggerle lo stesso. Una volta la signora diventò rossa in viso per il contenuto di un brano esplicitamente sessuale, Alberto si scusò e stava per andarsene quando: “Non andar via, son diventata rossa pensando al sesso, mio marito non mi…guarda più ed io…”Un pianto silenzioso portò Alberto ad abbracciarla, Laura era paralizzata dalla cintola in giù ma le braccia no, abbracciò il suo vicino di casa e lo baciò lungamente. La signora ci sapeva fare con la lingua ed Alberto, diciamo per compassione in verità perché si era eccitato, le mise in bocca un ‘ciccio’  ben dur col finale prevedibile. Madame si era vergognata ed aveva voltato le spalle al da poco amante, Alberto la rigirò prendendole il viso in mano: “Sei ancora bella e desiderabile.” “Non venire più a casa mia, avere rapporti con te sarebbe piacevole ma farei un grosso torto ad Anna, cerca di capirmi.” Era pomeriggio inoltrato, Anna stava stirando, suo marito al rientro in casa andò in bagno per lavarsi, cosa che non sfuggì alla consorte, le donne  hanno un sesto senso e capì quello che era successo, nessun commento da parte sua. La sera a cena silenzio totale, ambedue davanti al televisore sino alle ventidue quando Anna: “M’è venuto sonno, buona notte.” Da quel momento Alberto evitò le visite alla dirimpettaia, cosa ovviamente saltata agli occhi della consorte che invece seguitava a far visita a Laura. Una domenica mattina: “Vorrei ricordarti quello che ci siamo promessi prima di sposarci: massima sincerità anche se non sempre piacevole, lo ricordi?” “Vai al dunque.” “Laura mi ha raccontato quello che è successo fra voi ed ha giurato che non accadrà più ma…ma… ci sono molti ma. Siamo diventate amiche ed ho capito il suo dramma anche per l’allontanamento del marito hai capito in che campo. Per un attimo mi sono messa al suo posto ed ho provato un dolore profondo anche per la sua solitudine, sai quanto sono stata sempre gelosa di te ma…” “Ricominci con i ma?” “Vieni andiamo a casa di Laura.” Alberto molto sorpreso non disse nulla, non capiva dove sua moglie volesse andare a parare. “Cara amica mia, questo è mio marito, è sempre il mio amore, a me non spiacerebbe se …ti leggesse ancora qualche pagina di quel suo romanzo, sempre se tu sei d’accordo. Oggi ho cucinato qualcosa di buono a base di pesce, ti aiuto ad andare sulla tua carrozzella per portarti a casa mia.” I lucciconi erano spuntati sugli occhi di Laura, quel discorso era stata una chiara ed esplicita autorizzazione a…da donna capì che sacrificio che Anna si era imposta, lei così gelosa! Il lunedì mattina: “Good luck my husband.” Questo il saluto alquanto particolare della consorte di Alberto il quale, dopo un colloquio telefonico con Laura (lei si voleva far lavare dall’infermiera) si presentò all’amante ormai ufficiale la quale era cambiata completamente: ben truccata, capelli raccolti a chignon, profumatissima, sorridente a soprattutto nuda. Aveva ancora un bel corpo dovuto ai massaggi di una fisioterapista. Stavolta niente lacrime o meglio qualche dolorino alla cosina della signora dovuta al calibro di ‘ciccio’, dolorino ben sopportato perché seguito da goderecciate multiple. Laura era completamente cambiata, sempre sorridente con tutti tranne che col marito in via di separazione, anche gli handicappati… 
     
     

  • 09 ottobre 2017 alle ore 20:14
    Damian sotto il cappello

    Come comincia: È sveglio dalle prime ore del mattino quando la luna splende più che nella notte fonda.
    Il gracchiare lontano dei corvi preannuncia già i deliri di un giorno che s'appresta a venire. Si toglie passione e polvere dalla giacca, zoppica come poeta bevitore e negli occhi gli sfilano cortei di prostitute senza patria.

    Nella valigia di carta, stracci e cartoline per amori dal cuore cannibale .
    La sua è una dimora di sedie accanto all'albero che fronteggia di qualche metro il fornaio, mentre i randagi irrorano d'oro bollente gli scarponi di due taglie più grossi. 
    Lo sguardo in basso, ma non vigliacco. Fruga in terra come avesse perduto qualcosa di prezioso : un dente o il senno. 
    Non si difende, Damian  è nel suo cappello. Damian è la faccia della gente che lo bersaglia, ma non si difende.
    Eroe della strada all'alba, il cavaliere che tira giù Dio e i Santi in silenzio. Il mago che trasforma l'imbarazzo di essere al mondo, con la libertà della non appartenenza.
    È sveglio, sotto il cappello, in un mondo di dormienti. 

  • 09 ottobre 2017 alle ore 11:42
    Un contenitore di vite

    Come comincia: Un treno che sfreccia. Rompe l'aria. Corre verso qualcosa o viene rincorso? Sta arrivando o sta scappando? È solido, ferro, metallo, è rumoroso, grigio, scuro, è imponente. È un contenitore di vite. Un recipiente che trasporta corpi. Una cassaforte di segreti. Mani che lasciano spazio ad altre mani stanche, sudate, deboli, fredde, salde. Mani che cercano un appiglio per non cadere. Sguardi che incrociano altri sguardi distratti, persi, curiosi, bassi, spenti. Sguardi che cercano comprensione per non sentirsi inadeguati. Labbra serrate vicine a labbra in movimento, silenzi, parole a metà, volume troppo alto, confessioni, preghiere. Piedi che calpestano piedi ancorati, tremanti, forti. Piedi che camminano perché non si possono fermare. Poi ci sono i pensieri. Una nebulosa di pensieri che nascono e svaniscono, che si incontrano e si allontanano, che si scontrano, si mescolano, si guardano e inorridiscono, si leggono e si trovano, si nascondono, si vergognano, giocano, ballano, muoiono, sono fermi, incerti, spaventosi, pieni di dubbi e paure, di colori e sfumature, fanno chiasso, baccano, colpiscono, stridono, urlano e poi... il vuoto, l'assenza... solo carne, muscoli, ossa, capelli, vestiti, tacchi, borse, telefoni, solo questo, il nulla dell'umanità. Eppure le anime ci sono. Sono sedute una accanto all'altra, sono una di fronte all'altra, ma sono prigioniere. Le teniamo legate con una catena di protezione e amore materno per evitargli dolore, delusione, sconfitta. Le catene con il tempo fanno sanguinare, lacerano. Una lotta costante, quotidiana, che lascia al suo passaggio feriti e distruzione, una lotta tra la potenza delle catene e la forza dello spirito. Tutti vogliono essere liberi, ma pochi trovano le chiavi del lucchetto. 
    Così, passeggiando per strada e guardando sul ponte il treno che passa, immagino che quelle nuvole che quasi lo sfiorano siano delle navette che avvolgono tutte le anime che ce l'hanno fatta. Fluttuano e lasciano volare i pensieri nell'aere, nudi e pieni di speranze.

  • 07 ottobre 2017 alle ore 4:04
    Diventare adulti

    Come comincia: Dentro ogni vita c'è un percorso scritto che solo chi lo ha vissuto e percorso conosce. Il mio percorso non è stato sicuramente facile e nemmeno in discesa, ma posso assicurare che è stato redditizio per la mia anima e la mia personalità. Un percorso degno della crescita interiore che ho raggiunto. Ho sopportato, ingoiato e superato delusioni, cattiverie e sconfitte. Da esse ho ottenuto come bonus le armi migliori per proseguire... esperienza, sesto senso e saggezza. Ho decifrato comportamenti, parole e atteggiamenti. Da essi ho elaborato le sfaccettature delle personalità nelle quali avrei potuto imbattermi ed ho imparato a rapportarmi ad esse. Ho ascoltato vite, segreti, confidenze e lamentele. Un grande insegnamento anche la vita e i percorsi altrui. La mia anima ne ha fatto tesoro, perché anche dal peggio, dal poco e dal superfluo c'è sempre qualcosa di buono da imparare per far crescere noi stessi. Ho rincorso, aspettato, sperato e supplicato. Gesti e azioni da non ripetere mai più nella vita. E' stato proprio quello il momento in cui ho cominciato a camminare voltando le spalle verso coloro che si credevano Dio e non erano nemmeno degni di fare il Chierichetto. Ho imparato a non mostrare il mio vero volto a chi ha saputo sempre e solo mostrarmi la faccia che più gli conveniva al momento. Ho anche vinto, ottenuto i miei traguardi e avuto le mie soddisfazioni. Loro mi hanno fatto assaporare quanto bello sia il sapore di una gioia dopo l'amaro di mille delusioni. Sono una Donna di 44 anni ormai e mi sento tremendamente "Dura" con il mondo e con me stessa. Cambiata fino alle radici dell'anima da un percorso non facile e pieno di spine. Una donna che non ci sta più a raccogliere i suoi cocci, figuriamoci quelli altrui. Una donna che non fa più la crocerossina a nessuno, che non vuole più salvare nessuno e tanto meno vuole salvare il mondo, purtroppo il tempo che ho a disposizione mi basta solo per cercare di salvare me stessa da quella parte di mondo che a volte tenta di divorarti anche la dignità. Oggi non vanto niente se non la mia esperienza. Un'esperienza di crescita interiore di cui vado fiera. Attaccata molto spesso per i suoi muri, per la durezza che traspare. Indecifrabile e spesso non raggiungibile. Pronta a difendersi con le unghie e con i denti. Spesso come un cane inferocito ribalto persone, fatti e situazioni se non li trovo corretti. Sono una che si incazza se ferita, tradita e soprattutto se si sente presa per il culo. La donna che sono è una di quelle donne con cui non puoi giocare, ma che sa come si gioca e se la provochi saprà mostrartelo a dovere. Definita forte, una che non crolla, che è pronta a tutto. Sì, sono una donna di quelle pronte a tutto, una donna forte, ma non una di quelle che non crolla. Anzi... Ho lasciato pezzi di me nei cuori di gente che non meritava nemmeno di conoscermi. Ho lasciato parole su messaggi mai letti. Ho lasciato il buono di me a piccole dosi dentro le ferite che mi sono state inflitte. Crollo! Si, crollo anch'io come ogni essere umano, ma ho imparato che da una sconfitta si può rinascere in modo meraviglioso. Oggi vivo quasi per me stessa e per quelle poche persone che hanno dato colore e sapore alla mia vita. Ci sono per chi merita, ci sono anche per chi ha bisogno di una mano, ma faccio molta attenzione a chi la tendo. Ci sono stati momenti in cui io non sentivo più nemmeno il mio respiro, credetemi... Momenti di buio e di vuoto assoluto... Ma è stato proprio dal buio e dalla notte che sono uscita così... So che forse la durezza che oggi mi accompagna può sembrare eccessiva agli occhi del mondo, ma in fondo chi non mi conosce può pensare ciò che vuole. Chi vuole conoscermi la porta è aperta. Sono diventata una donna spesso intollerante. Intollerante a uomini che pensano che perché sei single da un po' cadrai con due complimenti ai loro piedi. Intollerante a tutte quelle parole mielose che l'amore stereotipo impone. Intollerante a chi tenta di "Comprarmi". Intollerante alle bugie, alla poca lealtà, alla mancanza di coerenza e di personalità. Intollerante a chi è convinto di sapere cosa vuole o di cosa ha bisogno una donna, come se fossimo fatte tutte con lo stampino. Intollerante anche ai: "Ciao" di chi non conosco e continua malgrado le non risposte a scrivere comunque. Intollerante a quelli che ti dicono che sei troppo forte, che fai paura e non si sentono uomini, perché non hai bisogno di protezione. Detto così sembrerebbe che io sia diventata intollerante all'uomo in generale, in realtà non è così. Io non cerco nessuno che mi salvi e mi protegga, ma che semplicemente ci sia. Un uomo deve sentirsi uomo a prescindere dalla forza che la donna che sceglie si porta dentro. L'uomo che vorrei non è quello che deve far da scudo alle mie fragilità, ma quello che sa ascoltarle, quello che sa farmi togliere la corazza che per necessità la mia pelle ha scelto di indossare. Io non devo sentirmi donna se protetta, aiutata ecc... IO SONO DONNA a prescindere. Io non voglio essere ricoperta di frasi mielose a me non servono, voglio essere circondata da una sincera presenza. Ad una certa età, quando raggiungi un'indipendenza e una maturità elevata, non è facile adeguarsi all'altro. Soprattutto non sei più disposto a rischiare, a perdere ancora pezzi di te. Non ti serve più avere qualcuno al tuo fianco per forza, ormai sai camminare da sola e anche bene. Questo non significa che non si ha bisogno di nessuno. Io ho bisogno di un amico fidato con cui parlare. Di qualcuno con cui io possa aprirmi nel profondo e lasciar uscire anche le lacrime più intime. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia ridere fino a stare male. E avrei anche bisogno di qualcuno da amare e che mi ami. Qualcuno che mi faccia provare ancora quella strana sensazione di essere invincibile che l'amore ti regala. Non è vero che non ho bisogno di nessuno, ho anch'io i miei momenti di solitudine, di paura e di sconforto. Tutto questo però non fa di me una donna che si accontenta, che si lascia trascinare in situazioni che già sono "Fallite" in partenza. Sono una donna che ha imparato a scegliere, che ha imparato a stare con se stessa nei momenti migliori e anche nei momenti peggiori e questo fa di me una di quelle donne che darà quel posto speciale solo a chi saprà amarla come merita, con serenità, senza ferirla e senza imporle niente. Sono una di quelle donne che sceglierà quella persona che saprà guardare dietro la sua durezza, senza crocifiggerla al primo confronto più acceso. Perché sceglierò solo colui che con i giusti tempi darà di nuovo vita a quel meglio che è in me. A tutta la dolcezza e la delicatezza che ho sotterrato. Da sola ho camminato, da sola mi sono difesa, da sola ho lottato e da sola ho imparato a farcela e se questo per alcuni è un motivo per sentirsi meno uomo mi dispiace, credo che abbiate da fare voi un bel lavoro su voi stessi. Io per uomo intendo semplicemente qualcuno che mi tiene la mano non solo nel momento del bisogno, ma sempre. Qualcuno che con rispetto, sincerità divide il suo tempo con me e condivide con me attimi, quotidianità di una vita semplice. Qualcuno che sa assumersi responsabilità senza trovare scuse, giustificazioni ad azioni che non dovrebbero più far parte di un uomo dai tempi del liceo. Non sono stupida, non sono snob e non sono una che crede che come lei non c'è nessuno. Io sono semplicemente una donna che ha sofferto a sufficienza. Ha dato sia in amore e sia nella vita in generale e per questo adesso l'unica strada che vede è quella che le fa mantenere la serenità interiore che ha raggiunto. Solo chi saprà alimentarla e rispettarla potrà far parte della mia vita, magari camminare con me e chissà forse fermarsi anche per sempre nei miei giorni. Tutto questo non è legge e nemmeno una regola di vita. Tutto questo è semplicemente il mio percorso, le mie esperienze e il frutto di esse. Continuo a camminare e sento che da qualche parte in questo strano e vasto mondo, qualcuno sta camminando verso me, con la stessa voglia di incontrare qualcuno che possa donargli di nuovo quei pezzi mancanti che il suo cammino gli ha sottratto. Quando il giusto momento arriverà, le nostre strade si incroceranno, io ne sono certa. Intanto vivo... E ho detto vivo... Non sopravvivo.
    NON FA DIFFERENZA NASCERE UOMO O DONNA, MA SAPER CRESCERE INTERIORMENTE E DIVENTARE ADULTI SI! 

  • 05 ottobre 2017 alle ore 17:17
    LU...CACARO LU...CAZZITTO

    Come comincia: Era possibile che Lucia M. ed Asdrubale S. litigassero per il nome da imporre ad un figlio, peraltro eventuale in quanto la signora non aspettava nessun bambino. La solita storia alla siciliana (abitavano a Messina). Un nonno di lei si chiamava Luca e prima di morire chiese alla nipote di dare il suo nome ad un nipotino maschio. Come non obbedire alle volontà di un nonno in fin in vita, Lucia era intransigente in merito ma Asdrubale (forse anche pensando al suo nome streus, (è tedesco, andatevelo a cercare!) era contrario e così litigavano o meglio ribadivano pertinacemente il proprio punto di vista. I due coniugi si erano conosciuti in occasione di un guasto all’auto di Lucia che per fortuna era capitato vicino ad una officina meccanica. Asdrubale aveva riparato il guasto e dopo due mesi aveva sposato la bella signorina. Lucia bella lo era veramente: longilinea, altezza superiore alla media, faccino sempre sorridente, occhi grandi e profondi ed anche tutto il resto non era male. Avevano acquistato il piano terra di una villetta a schiera fuori Torre Faro, vicino al mare. Erano stati costretti ad accendere un mutuo ventennale piuttosto gravoso ma Asdrubale, quale capo meccanico di una importante officina meccanica se lo poteva permettere. Purtroppo il padrone dell’officina aveva avuto un infarto e, non più giovanissimo, aveva ritenuto opportuno vendere il locale ad una società che, unitamente ai piani sovrastanti, avrebbe costruito un supermercato e Asdrubale? A spasso! Lucia era figlia di contadini, aveva potuto studiare sino alla maturità classica ma, alla morte del padre non si era potuta iscrivere all’università e non era riuscita a trovare un lavoro, di questi tempi! Asdrubale si era venduto la Giulietta a lui tanto cara ed aveva acquistato un motorino di seconda mano per andare a Messina a cercare lavoro ma con scarsi risultati, altre officine meccaniche avevano chiuso per mancanza di lavoro, avevano in mano il settore i  concessionari di marche di auto che però avevano già pieno l’organico di meccanici e così… I coniugi S. avevano conosciuto un signore cinquantenne Alberto M. che abitava il piano superiore della villetta a schiera, un vero signore: occhiali cerchiati d’oro, viso aperto e sorridente, un po’ di pancetta da cavaliere del lavoro qual era, ex proprietario di una gioielleria che a cinquant’anni aveva preferito lasciare al nipote; era vedovo senza figli, benestante con proprietà in campagna ed appartamenti in città. Lucia capì che doveva far qualcosa per mandare avanti la famiglia e così si presentò al cavaliere Alberto prospettandogli la sua posizione finanziaria e chiedendogli se potesse aiutarlo in casa per raggranellare quanto basta a sopravvivere. Signori si nasce (Totò) ed il cavaliere M. signore lo era nato. Comprese la situazione e disse a Lucia che aveva bisogno di una cameriera ed anche di una cuoca, a comprare la merce per mandare avanti la casa di avrebbe pensato lui. Al ritorno Lucia abbracciò Asdrubale: “Sono stata assunta dal cavaliere M, farò le pulizie a la cuoca, trecento €uro a settimana che ne dici? Asdrubale non aveva messo in conto che sua moglie potesse fare la sguattera ma almeno non doveva andare in città distante venti chilometri a fare la commessa per molto meno e stando tutto il giorno in piedi, anche se malvolentieri disse che era d’accordo. La mattina dopo Lucia alle otto si presentò a casa del cavaliere. “Mi sono sbarbato dopo la doccia per avere un aspetto meno spiacevole…” “Cavaliere debbo invece farle i complimenti a quarant’anni…” “Mon petit chou, scusa il francese,  aggiungi dieci anni e ti troverai nel vero ma lasciamo perdere i complimenti, in passato veniva una donna a far pulizie ed a cucinare ma era un disastro, spero che tu…nel frattempo fammi una lista dei prodotti che ti occorrono per la pulizia e per cucinare, ci sai fare in arte culinaria? Non volevo fare lo spiritoso…” “Mi arrangio un po’ in tutto e poi ho buona volontà.” Dalla finestra Lucia vide uscire dal garage posteriore una Maserati nera, caspita che lusso, un giorno le sarebbe piaciuto…Si mise subito al lavoro, l’appartamento era disordinato e sporco, dopo tre ore era irriconoscibile, ben lustra e ordinata. Al rientro del padrone di casa un: “oh… oh, bravissima ed ora cuciniamo quello che ho acquistato.”  Venne fuori un pranzetto niente male tutto a base di pesce, risotto, contorno e frutta e per finire dei cannoli e una bottigiglia di spumante. “Cavaliere cosa festeggia?” “Cosa festeggiamo: ho trovato una…collaboratrice eccellente, porta qualcosa a tuo marito.” Il motorino di Asdrubale non c’era. “Mangerà qualcosa a cena, sta fuori casa a cercar lavoro, talvolta non viene a pranzo.” Che il marito di Lucia stesse fuori solo a cercare lavoro era piuttosto improbabile, spesso tornava la sera un po’ brillo, ormai in casa c’era chi portava il conquibus. Conseguentemente  Lucia passava la maggior parte del tempo della mattina col cavaliere che un giorno: “Ti vedo un po’ trascurata, quant’è che non vai da un medico e dal ginecologo? Alla tua età…” “Un motivo c’è e può immaginarlo.” “Prenderò per domani un appuntamento con la mia dottoressa di base e con un ginecologo mio amico, ora vatti a riposare.” Ma quale riposare, Lucia stesa sul letto fantasticava, che poteva succedere con Alberto, distinto, signorile, pieno di gentilezze nemmeno da paragonarlo col grezzo marito in quale di lì a poco entrò in casa. “Come va il lavoro, sottolineando lavoro con una risata.” “Furbacchione non c’è niente da ridere, se non ti va bene quello che faccio va fuori di casa dato che chi porta la pagnotta sono io, tu fai il magnaccia e rompi pure le scatole, da domani niente più soldi per te, vatteli a guadagnare!” “Ma no stavo scherzando.” Asdrubale capì chi aveva il coltello dalla parte del manico e venne a più miti consigli, veniva a casa, mangiava, dormiva ed il giorno dopo, presi i soldi che la moglie gli dava, spariva. A Lucia la cosa in fondo andava bene, ormai aveva capito come sarebbe stato il suo futuro o meglio lo sperava. E così fu. “Mia cara stamattina abbiamo appuntamento con la dott.ssa Riva e col  dr.Grillo, due amici. La dottoressa confermò il perfetto stato di salute della signora, una leggera infiammazione alle tonsille curabile con uno spry. Il dr. Grillo, dopo la visita ginecologica, fece entrare nello studio Alberto. “Tua nipote ha una leggera infiammazione, le ho prescritto degli ovuli e, a sua richiesta, un anticoncezionale, quando puoi portami del buon Lambrusco che fai venire da Reggio Emilia, ciao a tutti e due e …buona fortuna.” Quest’ultima frase fece capire ai due che..aveva capito tutto. In farmacia dal dr. Frate amico pure lui di vecchia data e poi rientro in auto: “Qui ci sono i tuoi medicinali.” “E quello?” “È per me…un aiutino…” Non ci voleva tanto a capire che a cinquanta anni qualche problema di…poteva capitare. Nel frattempo lo stipendio di Lucia era aumentato di molto ma la differenza la ragazza lo lasciava in un cassetto della scrivania del suo anfitrione, non voleva che Asdrubale…Passato un mese: “Mio caro, posso chiamarti così? La pillola anticoncezionale sta facendo il suo effetto e quindi…”Alberto un po’ stupito baciò affettuosamente Lucia. “Non ci speravo, credevo che un vecchio ti facesse un po’…” “La signorilità non ha età e poi penso che mi sto innamorando di te.” “ Vorrei fare una doccia insieme e poi…” E poi a letto: “Hai una corpo bellissimo, sei uno spettacolo, se vorrai sarai il bastone della mia vecchiaia, penso che potrò liquidare tuo marito con un bel po’ di soldi che sicuramente non rifiuterà, ormai avrà capito che tra voi tutto è finito.” Il loro primo rapporto fu di una dolcezza infinita, Alberto cominciò a baciare Lucia in bocca poi a lungo sulle tette piccole e deliziose oltre che molto sensibili tanto da far provare alla padrona un orgasmo. “Non mi era mai capitato…” Alberto seguitò con un cunnilingus prolungato, altro orgasmo e poi, con l’aiuto della pillola blu un’entrata trionfale nella bagnatissima gatta. Finale roseo: Lucia aveva imparato a guidare la Maserati, vestiva in modo elegante ma sobrio e si faceva vedere in giro al braccio di Alberto sempre più impettito e felice. “Puellae veteribus vigorem donant.” Non vi sforzate a ricordare chi l’ha detto, l’ho inventato io!

  • 04 ottobre 2017 alle ore 8:58
    UN HAREM ALL'ITALIANA

    Come comincia: Alberto M. e Sofia M. erano affacciati al balcone di casa, lato mare, e si stavano godendo lo spettacolo dello Stretto di Messina durante un pomeriggio di giugno piacevolmente caldo: transito di traghetti e di aliscafi, motoscafi privati e barche di pescatori, per lo più dilettanti, in panorama idilliaco e distensivo quando: “Sofia il telefono”La signora ritornò sul balcone dopo un bel po’ di tempo sorridendo. “Fa ridere anche me, ti vedo particolarmente allegra.” “Lo sarai anche tu quando ti dirò che era la tua ex…” “Quale ex…non ho ex.” “La tua ex moglie l’hai dimenticata?”
    Dopo un  lungo silenzio: “Che voleva dopo tanti anni e non mi risulta che ci siamo lasciati in buoni rapporti.” “La signora mi ha fatto tanti complimenti per arrivare al punto, vuol venire a Messina e riprendere i vostri rapporti possibilmente amichevoli, il tempo cancella il passato.” “Ecco mo me diventa puro filosofa.  (Alberto non aveva dimenticato la sua origine romana) che le hai risposto?” “Per me va bene.” “Io non ci capisco più nulla, forse non ho ancora scoperto la filosofia delle femminucce ma se sino a qualche tempo fa…” “Tempus delet praeteritum.” “Lascia perdere il latinorum come diceva Renzo a don Abbondio , lo sai che ho fatto ragioneria, traduci.” “Il tempo cancella il passato.” “In altre parole sei d’accordo ma se fino a ieri…” “Oggi è oggi, vorrei vivere in pace con tutti e poi sarà divertente!” Alberto passò la notte in bianco, si alzò dal letto e rimase a dormicchiare sin quando Sofia lo svegliò con un bacio, almeno il risveglio era stato piacevole. “Vado al lavoro, oggi pomeriggio il grande avvenimento ah ah ah.”Sua moglie era addetta alle vendite di un grande magazzino” Alberto, cinquantenne, ex maresciallo della Guardia di Finanza ritornava spesso in caserma perché, in qualità di fotografo, riprendeva (con i suoi attrezzi , la G. di F: non aveva soldi sul capitolo) gli arrestati e le varie cerimonie, insomma era sempre di casa ben accetto dai colleghi e dal comandante del Gruppo Provinciale. “Arbè che stanotte sei andato a mignotte, sei pallido…” Ti pareva che non incontrava Nando un ex collega romano simpatico ma rompi c. “No, t’ho sognato e me sò ridotto così, annamo al bar, t’offro n’ caffè.” “Veramente non ho ancora fatto colazione.”  “T’offro la colazione rompiballe e scroccone.” In fondo erano amici, i soli romani fra tanti burini (come dicevano loro). Alberto lavorò sino alle 11 in laboratorio e poi rientrò a casa, doveva preparare qualcosa da mettere sotto i denti per lui e per la gentile consorte, aveva imparato a cucinare quando, da finanziere, era in forza al distaccamento di Lago Matogno a 2.000 metri sopra Domodossola. La compagnia della pipa, dopo mangiato, era un distensivo per il prode Alberto e così lo studio, unico locale in cui gli era permesso di fumare, si riempì di un piacevole fumo odorante di buon tabacco. Al computer fece un giro per controllare la posta, i movimenti del suo (del loro) conto corrente rimpinguato dai soldi della dolce consorte che aveva ereditato da un nonno che le era molto affezionato. Alle 17 entrò nel cortile una Jaguar XF berlina rosso fuoco, alla guida una Aurora S. smagliante, sorridente, allegra e ben truccata, (sicuramente era passata in un istituto di bellezza, ci teneva a fare bella figura, oggi le cinquantenni…Alberto rimase nello studio mentre Sofia dal balcone fece cenno ad Aurora di entrare nel garage. Complimenti reciproci sino a che punto sentiti? L’ospite “Cara il matrimonio con Alberto ti ha ringiovanita, sei uno splendore.” Anche tu non scherzi, merito di chi?” “Nessun maschietto se è quello che volevi dire, vediamo casa tua.” Aurora aveva i capelli castani un po’ arricciati, il viso truccatissimo con gusto in cui spiccavano due labbra ben messe in evidenza, vita stretta, ed il resto del corpo piacevole da guardare. Finalmente Alberto uscì dal suo guscio e: “Ciao Aurora.” “Pensavo ad un saluto un po’ più affettuoso, dopo dieci anni si dimenticano la spiacevolezze passate.” “Sofia ti farà vedere casa, io vi aspetto nel salone.” Alberto mise su musica brasiliana che era la preferita da Aurora e quando questa entrò: “Vedi che quando vuoi sei affettuoso ti sei ricordato delle mia preferenze musicali.” Nel frattempo aveva bussato il portiere Fulgenzio con delle buste in mano, un saluto generale togliendosi il cappello e poi dietro front, non aveva nulla del classico portiere chiacchierone, sapeva tutto di tutti ma se lo teneva per sé tranne qualche volta quando Alberto con un cinquantino in mano domandava notizie di… “Alberto ha prenotato in un ristorante di Ganzirri, si mangia molto bene, il padrone è un amico, se vuoi andiamo con la Jaguar, preferisco non presentarci tardi altrimenti rischiamo di passare ore al tavolo. Alle 20,30 entrata nel salone, un tavolo col cognome di Alberto. Carmelo il proprietario si presentò con un mazzo di fiori ma vedendo due femminucce: “Non pensavo ci fossero due signore altrimenti…” Carmelo lascio perdere i fiori non edibili (a questa parola Carmelo fece segno con la mano per dire che c. vuoi dire) ma poi fece i complimenti alla nuova arrivata. “Alberto ha avuto sempre buon gusto in fatto di donne, scusate la gaffe  volevo dire…” “Lo sappiamo quello che volevi dire, questa Aurora la mia ex moglie.” Questa volta Carmelo, suo malgrado, riuscì a fare l’indifferente e presentò  il menu del giorno. A fine pasto uno spumante con pasticcini offerti dal trattore e rientro a casa. "È tardi per rientrare a Spadafora dove abito, se me lo permettete dormirò sul divano." Proposta accettata, tutti a nanna. La mattina seguente Sofia al lavoro, Alberto e Aurora a poltrire nei relativi giacigli sin quando  la ex (son sempre le femminucce a prendere l’iniziativa) si presentò in camera da letto. “Toc toc, posso entrare?” Alberto stava supino con le braccia dietro il collo con lo sguardo in alto sul soffitto. “Aurora ancora in camicia da notte avuta in prestito da Sofia si avvicinò al letto sedendosi su una poltrona. “Dopo dieci anni avremo pure qualcosa da dirci.” “Si quanti maschietti di sei fatta nel frattempo?” “Sei partito col piede sbagliato, non voglio sembrare patetica ma tu sei stato il solo amore della mia vita, ci siamo lasciati per le continue liti non per altri motivi.” “Vuoi dirmi che da allora…” “Provare per credere…” Un chiaro invito, ambedue all’unisono ognuno in una toeletta a farsi il bidet e poi a letto. “Adesso ti accorgerai se ho detto la verità, in fatti Alberto faticò un poco a penetrarla gatta della signora malgrado lubrificata da un precedente cunnilingus.Godferecciata gigante come ai bei tempi, sicuramente era stato quello lo scopo di quella telefonata, Aurora aveva vinto la sua battaglia anche perché…”A letto com’è tua moglie?” “Solo quando non ne può fare a meno da quando è in meno pausa poi quasi niente.” “Povero Albertone mio ci sarà sempre vicino quella gran mignottona di…” “Non sei una mignottona sei stata il mio amore per molti anni, venendo a Messina mi hai messo in crisi anche se non penso che Sofia faccia delle storie per i motivi sopra detti, invece di andare in giro…” “A proposito di andare in giro, andiamo a comprare un buon divano letto, quello che hai non si apre.” Con la Jaguar andarono in un fornito negozio della circonvallazione, pagando una somma in più il nuovo divano venne subito portato a casa con ritiro del vecchio, tutto a posto. Al suo rientro Sofia non fece nessun commento sull’acquisto, buon segno. Il pomeriggio Aurora rientrò nella sua casa di Spadafora con l’impegno di tornare il giorno dopo. Alberto a cena era taciturno, si può essere anticonformisti quanto vuoi ma… “Ho capito perfettamente che avete usato il nostro letto, d’ora in poi usa il divano…” Quello era un imprimatur vero e proprio al rientro di Aurora a casa loro, Alberto all’inizio pensò ad un trio poi ricordando la freddezza sessuale di Sofia capì che non c’era nulla da fare ma, tutto sommato, gli andava bene così. La ex e Sofia erano benestanti con lasciti dai relativi parenti, lui si contentava della pensione e di una cinquecento Fiat, sua moglie una Volkswagen UP piccolina adatta per il posteggio. ‘Un giorno dopo l’altro il tempo se ne va…’ Tenco aveva ragione. Fulgenzio ogni tanto passava e: “Avete bisogno di nulla?” Non erano i coniugi M. ad aver bisogno ma lui in termini monetari,  regolarmente fornito di qualche cinquantino ne versava una parte, da cristiano osservante, alla vicina chiesa dove si recava tutte le mattine dalle nove alle undici lasciando la figlia Adriana, da poco diciottenne, a guardia della guardiola. Adriana non condivideva i sacri principi religiosi del padre, orfana di madre, iscritta all’Università era di larghe vedute in tutti i campi non escluso quello sessuale. Ovviamente aveva notato l’arrivo di Aurora in casa di Alberto, aveva fatto domande al padre che era stato molto vago e quindi un giorno che moglie e la ex moglie di Alberto erano lontane da casa. “Toc toc posso entrare’” “Vieni parliamo un po’, vedo che negli ultimi tempi sei cresciuta…” “È da vario tempo che son cresciuta solo che lei non mi degna di uno sguardo.” “Vieni qui sul divano e raccontami di te, hai un boy friend?” “Si ma pur essendo belloccio  ne sa poco in fatto di sesso, gli devo insegnare tutto io e poi è un po’ scarso…vorrei fare un paragone col suo, permette?” e nel frattempo aveva messo una mano sull’apertura del pigiama di Alberto che sorpreso, diciamo pure piacevolmente sorpreso, si mise a ridere a mise a disposizione di Adriana il suo coso che pian piano stava aumentando di volume sino a quando…”Ma questo è un mostro, quello del mio fidanzato forse è la metà, vorrei provare se mi fa male, mi scusi mi tolgo gli slip e lei il pigiama, …ci vada piano nel frattempo.. il solito cunnilungus per lubrificare e poi entrare, ‘cum juicio (Manzoni)’ sino al finale schizzo godereccio sul collo dell’utero. “Vai facile, prendo la pillola.” Dopo la seconda goderecciata Adriana  recuperò gli slip e sparì da casa. Ad Alberto pareva di aver sognato in pochi giorni due avvenimenti avevano cambiato la sua vita, sicuramente in meglio e soprattutto senza problemi, questa volta Mercurio, il suo dio pagano, l’aveva aiutato. A letto con Sofia: “Ho immaginato quello che è successo, ormai avrai capito che la menopausa mi porta a non apprezzare il sesso ma ti amo come prima e forse di più non è un  assioma, l’importante che non ti innamori di qualcuna, ne soffrirei da morire.” Come darle torto, intanto sfruttare la situazione, vecchio zozzone! La situazione era foriera di cambiamenti infatti al rientro di Aurora, la sera, a cena: “Ho rincontrato una vecchia amica di quando ero sposata con Alberto, mi ha fatto un sacco di feste, vorrei invitarla qui, è una simpaticona, sempre sorridente anche se sfortunata ma fino ad un certo punto: suo marito è morto ma le ha lasciato un bel po’ di quattrini. “Ci sono in giro troppe signore single e quattrinose in cerca di…” “No  certo di mariti, oggi per noi i maschietti sono come i fazzolettini di carta: usa e getta.” Alberto: “Complimenti per questa filosofia, l’avete copiata dai maschi, nes pas?” Il sabato sera successivo invito all’amica di Aurora che si presentò puntuale alle 20. Nascosta dietro un gran mazzo di rose bianche apparve Ambra. Al suo apparire la pressione di Alberto arrivò alle stelle e il poveraccio divenne rosso in viso con gran ridere di tutte le signore. “Scusate, un colpo di pressione, vado a mettermi il ghiaccio in testa.” “Non è che mi fate rimanere vedova…” e tutte e tre le femminucce a ridere, Ambra era stata per Alberto anche lei un’amica… particolare, non ci voleva molto a capirlo. Le signore a tavola compunte, Alberto si era cambiato la camicia, aveva sudato, non ci furono commenti se non acclamazioni alla buona cucina di Aurora che si era voluta esibire in arte…culinaria. Alberto cercò, con calma, di inquadrare la situazione, ormai tutte e tre sapevano di tutto e quindi…nessun problema. Avevano lui e le signore preso l’abitudine di uscire con la Jaguar per andare al centro a fare spese, Alberto  si limitava a guardare  i capi di vestiario e le scarpe che le signore provavano e poi compravano, fatti loro. Naturalmente il vicinato ci ricamava sopra ma il quartetto se ne fregava altamente, Fulgenzio riferiva ad Alberto i pettegolezzi conseguenti ad invidia soprattutto dei maschi dell’isolato, meglio essere invidiato che…Una mattina, Sofia al lavoro, Aurora decise di ritornare a casa sua a Spadafora per sistemare alcune cose, una evidente bugia per lasciare soli Alberto ed Ambra i quali, ovviamente, approfittarono dell’occasione per usare il sofà  di Aurora per un …riposino, il letto matrimoniale era off limits. Ad Aurora L’antica voglia di sesso col tempo non si era pacata molto probabilmente anche per le poche attenzioni del marito malato e lo dimostrò subito con mettere in atto varie posizioni del Camasutra, la sua specialità però era la goderecciata col popò, forse era come Linda Lovelace  nel film ‘Gola profonda’  che aveva il clitoride nella gola, lei nel didietro. Al rientro di Sofia, ; “Ti vedo un po’ giù forse di …pressione, ho comprato un Lambrusco favoloso, un brindisi, alla nostra…” Non finì la frase era difficile specificare a che cosa brindare. Aurora ed Ambra talvolta dormivano insieme, Alberto ovviamente nel letto matrimoniale con la legittima consorte che si accontentava di abbracci affettuosi. Il finale col botto: una mattina le signore si presentarono nude e profumate al cospetto di Alberto che le …punì severamente, inizio della formazione di un harem all’italiana!

  • 30 settembre 2017 alle ore 17:33
    Nulla

    Come comincia: Fateci caso. E' sempre una nullità a ritenere che di fatto il nulla sia niente. Il nulla invece è molto per gli umani, in alcuni casi tutto. Esempio. Provate ad immaginare di dover spiegare l'esistenza del nulla proprio a costoro, a delle nullità. Paradossalmente è una delle lezioni più semplici da tenere: non campendo nulla, non solo hanno la possibilità istantanea di apprendere il nulla, ma avranno anche la comprensione immediata della loro vita, che per loro (oltre che per tutti) è tutto.

  • 29 settembre 2017 alle ore 9:37
    Gocce di sillabe

    Come comincia: le gocce di sillabe che urtano sul mio labbro sono attimi di un orologio a pendola, che con movimento continuo, lento, dolce e ipnotico bruciano immagini, a volte incollate su quadri con cornici asimmetriche, a volte riflesse in specchi in cui puoi guardarti da ambo i lati.. le gocce di sillabeche bagnano il mio labbro sono attimi di una vita quasi mai sincronizzata con quella degli altri, o forse sono gli altri che quasi mai si sincronizzano con la mia.. ma in fondo che importanza ha quando le sillabe si trasformano in parole, anche sulle labbra degli altri ? Basta ascoltarle.. legocce..

  • 29 settembre 2017 alle ore 9:22
    Il fiume

    Come comincia: In riva al fiume.. Immergo i miei piedi in quel l'acqua gelida, cercando sollievo a quel fuoco che brucia dentro.. L'acqua scorre, viva, anima di una forza incontrollata che va oltre, che procede con forza verso il suo destino.. Non mi trascina via con sè perché l'essere statico che esprimo resiste, e non si smuove all'impetuosità della corrente, ma seguo ugualmente il suo andare, il suo muoversi tra le rocce semi sommerse.. Non seguirò il destino della corrente, ma il mio.

  • 29 settembre 2017 alle ore 9:21
    Posseduto

    Come comincia: Uso carta e penna, per imprigionare le mie sensazioni, ma scirvo di getto come posseduto.. la mia anima guida è in perfetta distonia con la mia essenza.. chi sono, cosa sono, ma piuttosto chi è lei ? un fiume di parole incontrollate in disequilibrio con quello che sono, o che voglio essere.. razionalità o irrazionalità ? non esiste equilibrio che si possa tollerare, piuttosto energia che fluisce all'esterno e che ti svuota dentro.. pensare di essere qualcosa che non si è, e in ogni caso sempre diverso da quello che pensano gli altri.. la febbre sale.. non si è mai consapevoli a sufficienza, non si è mai abbastanza coscienti, si vive, a volte si sopravvive, spesso si vive una vita che non è tua per paura di vivere la propria.. ma in fondo, cosa sono le parole, se non l'espressione di un momento, se non l'essenza di un essere urticante che non ha pace, se non nel silenzio..

  • 23 settembre 2017 alle ore 14:33
    Odiami

    Come comincia: Odiami, non importa, in fondo cosa mi cambia. Disprezzami, non fa niente, vivo lo stesso. Non mi sento nemmeno dispiaciuta del fatto che la mia serenità possa crearti disagi e fastidi, scusami, ma non lo ritengo un mio problema. Ho una vita, tutti abbiamo una vita, ma la differenza che passa tra me ed altre persone è che io mi occupo e mi concentro proprio sulla mia di vita e non su quella degli altri. Non ho super poteri, non ho niente di speciale, non ho niente in più o in meno di nessuno, semplicemente esisto. Semplicemente respiro e vivo. C'è chi mi ha sostenuto, chi mi ha aiutato, chi mi ha voluto davvero bene per ciò che sono... Poi c'è chi mi ha schifata, detestata, odiata e addirittura mi ha augurato la "Morte"! Che tristezza... Ci sono frasi che a mio avviso possono uscire solo da bocche ignoranti, prive di buoni sentimenti e superficiali. Frasi che solo menti estremamente fragili e annullate dal rancore e dalla frustrazione, possono partorire. Non sento il bisogno di dare importanza a queste persone, alle loro uscite di poco conto, ma tutto questo mi spinge solo di più verso le mie mete. Ho sempre pensato che l'odio non fosse buona cosa, si può avere simpatie o antipatie, affinità o non affinità, ma mai ho dato spazio a sentimenti malvagi perché tali sentimenti sono distruttivi solo per chi li prova. C'è stato anche per me il tempo in cui ho provato rabbia nel subire cattiverie anche gravi da alcune persone ed ho provato dolore nel sentirmi schiacciata dal loro odio. Poi un giorno ho capito che il loro scopo era proprio questo, farmi sentire "Niente", annullarmi, distruggere la mia positività, la mia serenità interiore, la mia forza ed è stato li che ho smesso di ascoltare, di assorbire e di reagire. Reagire mi portava ad alimentare un pessimo stato d'animo, ma soprattutto davo loro modo di gioire nel vedere che avevano fatto centro, il loro bersaglio era stato colpito e prima o poi sarebbe affondato. Tutto ciò mi conduceva verso reazioni che non hanno mai fatto parte di me, facendo di me una persona diversa, una persona che non andava più d'accordo con tutti, ma era incattivita con il mondo, nervosa ed erano più le volte che litigava di quelle che comprendeva ed ascoltava. Ogni volta che mi colpivano e reagivo, la mia rabbia, il mio schifo ed il mio rancore verso di loro aumentava inconsapevolmente anche verso il mondo e questo faceva in modo che io ogni giorno fossi sempre più vicina al "DIVENTARE COME LORO"! Ogni giorno davo loro un "Punto", ogni giorno ero più sola. Ed era questo il loro gioco... Volevano vedermi sola, schifata da tutti, odiata, scansata e non amata!

    PECCATO!

    L'odio non mi ha divorata e non è stato lui a prendere possesso di me, ma io della mia persona. Peccato! La mia intelligenza mi ha detto: "Fermati"! Così, mi sono seduta ed ho riflettuto. Mi sono guardata dal di fuori ed ho notato che molti dei miei atteggiamenti erano diventati esattamente come quelli che fino a poco tempo prima criticavo e ritenevo stupidi, ingiusti e non sani! Ho mollato l'ascia di guerra e ho ripreso me stessa. L'ho cercata dietro i muri pieni di rancore e dietro quella fitta e densa voglia di "Fargliela pagare". Ecco che finalmente ho avuto la gioia di poter accogliere il ritorno della voglia di "Giustizia", dicendo definitivamente addio alla voglia di "Vendetta"! Non tutto si può perdonare e credetemi che certi gesti mai li perdonerò, ma la vendetta non serve a nulla se non ad arricchire ancora di più la vita di chi vi detesta. Si può vincere contro queste persone! Non assorbire il loro odio e lasciare che le cattiverie, le parole sbagliate, le trame, le trappole e tutti i gesti infami che esse compiono possano scivolarci addosso. Ricordate sempre che chi vive per mettervi in un angolo è perché al centro della stanza brillate troppo. Oggi non odio, non disprezzo e non porto rancore a queste persone. Semplicemente sono inesistenti.

    ECCOLA LA DIFFERENZA TRA ME E VOI:

    Voi mi augurate la morte...

    Per me avete già smesso di esistere pur respirando ancora!

    Questa è la vera vittoria.

    Una volta che muori.. Muori... Ma quando agli occhi di molti sei come morto pur essendo ancora vivo, credetemi è vivere morendo un po alla volta... Ogni giorno. Non sono nessuno per dirvi chi siete e cosa dovreste fare, ma sono sufficientemente saggia da augurarvi che possiate trovare un "Interesse" superiore alla vita degli altri che vi porti a generare amore e non a covare odio. Vi regalo bene e speranza in cambio del vostro odio perché capiate che è come si vive che fa la differenza e non quello che si dice. Vi regalo gratitudine. SI! Vi dico GRAZIE! Perché anche questa è stata per me una lezione di vita! E' stato un passaggio che ha segnato un grande cambiamento in me, una crescita interiore non indifferente. Grazie, perché il percorso che mi avete offerto è stato nettamente a mio favore. Io oggi sono una persona migliore. Una persona che ha imparato ad usare la rabbia non in modo distruttivo scagliandola verso gli altri, ma in modo costruttivo per se stessa. Una persona che ha imparato a capire che certe azioni nascono da profondi vuoti e lacune interiori, di cui non sono colpevoli gli altri, ma che solo noi possiamo guarire. Guardarsi dentro fa paura e a volte fin troppa... IO L'HO FATTO! Cominciate anche voi... Prima cominciate e prima tornerete a vivere. Sia ben chiaro che non dimentico e il non cercare vendetta non significa che lascio correre, ci sono cose che non si possono lasciar correre, ma per ogni cosa c'è il momento giusto, la sede giusta ed i tempi giusti. Perché il tempo passa e prima o poi ad ognuno rende il suo! L'odio si può vincere e non lo insegna DIO, ma l'anima e i valori che uno porta dentro!

  • 23 settembre 2017 alle ore 9:57
    Porte

    Come comincia: Il sogno è sempre quello... ho una chiave in mano, una chiave in ferro di quelle di una volta, pesanti, che profumano di antico.. è una chiave che mi trascina lontano nel tempo, fuori dal tempo, a cavallo del tempo. Davanti ho una porta, in legno colorata, con striature rosse, gialle, verdi.. non so quello che dall'altra parte ci sia, ma so che la chiave che ho in mano è quella giusta.. attorno non c'è nulla, solo luce..guardo la chiave, guardo la porta, so che dovrei aprirla, so che dall'altra parte c'è qualcosa o qualcuno che potrebbe darmi gioia, calmare quell'inquietudine che mi pervade da anni.. lo so.. ma penso a tutte quelle porte che ho già aperto e che dopo aver trovato la gioia ho trovato anche combustibile che ha alimentato quell'inquietudine.. guardo di nuovo la chiave.. guardo la porta..e poi le faccio incontrare.. dolcemente.. senza fretta.. non è quello che incontriamo sulla nostra strada che ci rende felici, perchè è dentro di noi che dobbiamo trovare la felicità.. e questo devo ricordarmelo sempre, nel caso in cui quella porta dovesse poi chiudersi..

  • 23 settembre 2017 alle ore 9:56
    Ricordi

    Come comincia: capita.. capita che quando guidi sotto la pioggia, con il tergicristallo che spazza via con forza l'irruenza dell'acqua, capita di pensare a quello che sei stato, che avresti voluto essere, che avresti potuto essere, che gli altri avrebbero voluto che tu fossi, e capita che subito dopo tu pensi a quello che sei.. capita, e mentre le luci dei lampioni,filtrate dalla pioggia, a intermittenza ti disturbano, si infilano nella tua anima come coltelli di cristallo.. capita che tu ti sforzi di mettere ordine tra i tuoi pensieri, di far calmare quel rumori incessanti che hai nella testa... silenzio... capita...non è quello che lasci quando te ne vai, ma quello che sei stato che ti fa ricordare da chi resta...