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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 14 febbraio alle ore 18:27
    SEMPLICITÀ

    Come comincia: Lucilla Buonarroti, a parte il cognome altisonante era la semplicità fatta donna. Altezza leggermente superiore ala media sfoggiava un sorriso accattivante in un viso con grandi occhi color oro, naso piccolo all’insù, labbra sensuali non truccate, abiti color da bianco a nero passando per il grigio chiusi al collo e lunghi sino  ai piedi. Impiegata presso l’ufficio postale di via Taranto a Roma dinanzi alla sua postazione di lavoro c’era sempre un fila più lunga delle altre soprattutto uomini affascinati dal suo charme. Non era da meno il direttore Vasco Lorenzini che più volte le aveva fatto delle avances senza successo ricambiato solo da  un gran sorriso da parte di lei. Figlia di due conduttori di una trattoria residenti nella frazione Grotta Castellana in provincia di Viterbo, appena ventenne era stata scoperta da Francesco Notari di passaggio in quella località,  sarebbe diventato suo marito. Il cotale  era un rinomato collezionista e venditore di francobolli e di monete con negozio in via Nazionale a Roma, a lui si rivolgevano  i  collezionisti di quei prodotti per i loro acquisti. L’incontro fra i signori Notari e Lorenzini mutò la vita dei tre: Vasco un pomeriggio si era recato nel negozio di Francesco per acquistare dei francobolli, nell’esercizio c’era anche Lucilla di grigio vestita e, more solito, non truccata, statua di sale da parte del direttore che si riprese: “Signor Notari m’è sfuggita l’ultima emissione del Vaticano, sicuramente lei l’avrà, me ne occorre una quartina come il resto della mia collezione.” “Lei non l’ha ricevuta per la gran richiesta, provvedo a mettergliela in una bustina… servito.” Il buon Vasco aveva intenzione di seguitare a rimirare la deliziosa Lula, attaccò bottone con: “Io sono in possesso di un ‘Gronchi Rosa’ mi sembra valga circa mille €uro.” “Anche di più, qualora lei desideri acquistare qualcosa di più prezioso, le propongo la ‘Siracusana’ da 10 lire, prezzo €.1.500,  oppure sempre una ‘Siracusana’ da 200 lire, prezzo €. 2.000 ovvero 1929 Italia 1,75 €. 22.000, che ne dice?” “Cifre eccessive per un direttore di agenzia delle poste, veda se ha qualcosa di più abbordabile.” Lucilla riceveva  uno sguardo di ammirazione da parte del signor Lorenzini, anche la signora sembrava interessata all’ospite, decisione improvvisa: “Chiudo baracca e burattini, vi invito a fare un giro per Roma caput mundi, destinazione finale casa mia, usiamo la mia DS 21.” La villetta in via Appia all’esterno mostrava fattezze antiche , all’interno tutto modernissimo si notava l’opera di un bravo architetto. “Rosina stasera cena speciale per il nostro ospite, fai valere la tua bravura spagnola.”  Nel salone musica soffusa, persiane chiuse, luce diffusa da due antichi lampadari in ferro battuto. Fu Lucilla a prendere l’iniziativa a ballare con suo marito il quale poco dopo passò la sposa all’ospite, si era creata un’atmosfera erotica. Cena a base di piatti spagnoli con vino rosso dei Castelli Romani. Sotto il tavolo del movimento, un piede nudo di Lula fra le gambe di Vasco che cercava di fare l’indifferente, indifferente un cavolo, ‘ciccio’ entro i pantaloni si era innalzato, sguardo indifferente della signora che sparì dalla circolazione, delusione del ‘pisello’ che, sconsolato torno a cuccia.” Tutto sembrava essere tornato alla normalità, Francesco era andato all’armadio a prelevare una macchina fotografica Canon ultimo modello: “Sin da ragazzo ero appassionato di foto, allora c’erano le macchine a pellicola oggi tutta tecnologia.” La ‘fantesca’ era sparita dalla circolazione, Lucilla riapparve…una bomba. Truccatissima in viso, camicetta trasparente niente reggiseno, minigonna oro con spacco abissale, gambe nude, tacchi dodici, girando su se stessa mostrava di aver dimenticato le culottes. Francesco l’abbracciò e cominciò a baciarla slacciandole la camicetta, seno favoloso, anche il popò faceva bella mostra di sé. Franco si staccò dalla moglie e l’avvicinò all’ospite che stupito tirò fuori dai pantaloni un ‘ciccio’ impazzito che finì dritto dritto nella potta della padrona di casa che aveva assunto la posizione di ‘pecorina’ appoggiandosi al divano. Il resto da ‘Mille e una Notte’ con Francesco che faceva da  cuckold e si masturbava, la scena si spostò sul letto matrimoniale sino alla mezzanotte, tutto finì per mancanza di ulteriori forze erotiche dei contendenti maschi. Quel giorno si  era formato un terzetto che si consolidò nel tempo. A mutar la situazione il ritorno in casa di Francesco l’arrivo del figlio Henri sedicenne proveniente dal Collège Calvin di Ginevra. Il ragazzo frutto di una fugace relazione con una signorina di passaggio la quale lo aveva bellamente depositato il pupo appena venuto al mondo a casa del padre. Il giovane, sin da piccolo, aveva come compagnia le varie baby sitter che, diventate ‘amiche’ del genitore, col tempo sparivano dalla circolazione. Henri da piccolo aveva mostrato un carattere scontroso, chiuso in se stesso. Già dalle elementari si dimostrò un gran lettore dei libri della biblioteca paterna, libri che il suo avo aveva acquistato per ‘bellezza’ dello studio ma di cui  non ne aveva letto nemmeno una pagina. Per la frequenza della prima classe della scuola media fu ‘sbolognato’ nel collegio svizzero, il padre non aveva tempo per lui, Herni  veniva in villa a Roma solo per le vacanze estive, si era all’inizio di luglio. A cena il primo incontro fra Lucilla ed Henry il quale rimase ‘fulminato’ dalla beltade della donna , a tavola si sedette vicino a lei, si presentò con viso sorridente ed eloquio brillante, contrariamente al suo solito le fece una specie di interrogatorio parlando anche di sé. Fu ripreso dal padre: ”Ti  capisco che puoi non aver fame  ma almeno lascia mangiare Lucilla!” Quel richiamo riportò alla realtà Henri che in poco tempo fece ‘piazza pulita’. “Che ne dice signorina di un giro nel parco, ci sono i nidi degli uccelli che cantano e covano le uova, un vero Eden.” Senza porre tempo in mezzo prese sotto braccia la ‘signorina’ sparendo fra gli alberi. “Francesco capisco che non ci fai caso alle corna ma fatte dal proprio figlio…” “Tutto sommato sono contento, ai tempi d’oggi con i giovani ci sono tante sorprese…” Fece tutto Lula: seduti su una panchina Henri vide ‘sparire’ il proprio ‘pipinello’ dentro la bocca della improvvisata amante che ingoiò il tutto e poi lo abbracciò piangendo, si era scoperta pedofila? Non proprio, le era venuta in mente la sua ‘prima volta’ quando era stata sverginata da un amico di famiglia. Rimasero fuori  sino all’ora di cena. “Caro ti è piaciuto come ho fatto sistemare il giardino?” “Bellissimo, forse ci starebbero bene delle copie di statue greche come Dafne o Venere, le ho studiate nel libro di storia dell’Arte.” Lula aveva cambiato  abitudini notturne, dormiva (si fa per dire) nella stanza di Henri facendo provare al ragazzo tutte le posizioni erotiche ma venne il giorno del suo rientro in collegio, il padre fu inflessibile niente permanenza in una scuola romana, compromesso: ogni tanto Lucilla andava a… ‘rimirare’ il lago di Ginevra.

  • 14 febbraio alle ore 18:21
    LE PRIORITÀ DELLA VITA

    Come comincia: Quali le cose più importanti della vita? Dipende dalle situazioni e soprattutto dai gusti personali. Leonardo Patrizi aveva come importanti nel vocabolario personale tre ‘esse’: salute, soldi, sesso, si considerava fortunato, le aveva tutte e tre. Il fisico possente lo aveva ereditato dal nonno Eugenio, i soldi dalla madre Maria, la propensione di ‘tombeur de femme ‘ dal padre Andrea. Una comodità in più il fatto che disponeva a piacimento della propria vita, era solo al mondo. nonno deceduto per vecchiaia, padre nel modo che ogni ‘zozzone’ al mondo preferirebbe mentre si ‘faceva’ la giovane figlia del conduttore di un suo fondo. La madre la più sfortunata: religiosissima ogni mattina si recava alle sei nella vicina chiesa di ‘Ognissanti’per ascoltare la messa. Il tempo si era messo al brutto come accade spesso d’inverno a Roma, la dama era in ritardo, si vestì alla meno peggio, contrasse una polmonite, le preghiere non funzionarono, passò a miglior vita. Cosa fa la mattina un giovin signore con nessun problema personale e che la sera prima si è coricato alle due di notte? Poltrisce a letto, questa la situazione di Leonardo al quale solo i morsi della fame consigliarono di ficcarsi sotto la doccia  e successivamente usufruire nella sala da pranzo del brunch preparato dalla vecchia e affezionata cameriera Giulia; Gina l’altra femme des chambres à coucher  era in giro nella villa a mettere tutto in ordine. Stanco di collezionare contravvenzioni stradali per eccesso di velocità  il giovane decise di sfogare la sua voglia di velocità recandosi all’autodromo di Vallelunga con la sua Jaguar X Type color oro, il suo orgoglio, poche se ne vedevano in giro. Giunto sul posto fu avvicinato da un uomo di mezza età: “Dottò se le serve quarcosa sò Romualdo.” “Vorrei farmi dei giri quanto debbo pagare.” “Duecento €uro a giro più la mancia per me.” “Affare fatto, qua ci sono mille €uro.” Leonardo stava per rimettersi in macchina quando giunse una rosso fiammante Ferrari il cui conducente munito di casco sorpassò la Jaguar e le si posteggiò davanti. “Romualdo controlla le gomme, l’olio, ll liquido del radiatore insomma un po’ tutto, svelto per favore.” La voce era quella di una donna. Preso dalla curiosità Leo si sedette su una panchina mentre il citato Romualdo provvedeva a quanto richiesto dalla dama la quale evidentemente infastidita dello sguardo di Leonardo: “Cosa ha da guardare,  mai vista una Ferrari?” “Una Ferrari autentica si ma questa è un fake, ‘246 Dino’ non è propriamente di quella marca originale, il nominativo Ferrari è stato aggiunto in secondo tempo.” “E bravo il sapientone…” La signora rimessasi al posto di guida partì sgommando. “Romualdo chi è quella poco simpatica donna?” “Non sarà simpatica ma è una gran figona, se veni la matina alle sette e mezza la ritrovi.” Al rientro in villa: “Sandro domattina sveglia alle sette.” “Signore sento puzza o meglio odore di sesso femminile.”  Il vecchio cameriere che ogni mattina veniva in casa di Leo a portare i quotidiani e per mettere un pó di ordine al casino che il padrone di casa lasciava in giro, si beccò un  “Indovinato.” Malgrado l’alzataccia Leonardo trovò sotto la banchina di Vallelunga la Ferrari  posteggiata con all’interno al posto di guida la dama. “Ero sicura di trovarla qui…” “E’ un caso…” “Bugiardone…” La signora si tolse il casco, aveva ragione Romualdo. una gran…”Che ne dice di un passaggio sempre che lei non abbia paura della velocità!” “Nessun problema.” Stavolta niente sgommata, partenza dolce, un paio di chilometri sino ad uno spiazzo dove madame posteggiò il bolide, alcune lacrime le solcavano il viso. Imbarazzo da parte di Leonardo che prese fra le braccia la ragazza e, per rompere il ghiaccio: “Mi sono accorto che non conosco il tuo nome.” “Hai ragione, il nostro è stato un incontro burrascoso, sono Berenice Di Bella.” Un nome importante, vuol dire impeccabile, conosco il significato, l’ho appreso al classico, una proposta: pace fra noi due.” “Pace.” Berenice fece seguire un lungo e appassionato bacio, era proprio brava, ‘ciccio’ alzò la cresta ma in quel momento non c’era ‘trippa pè gatti.’ Tornarono sotto la banchina con lo sguardo sorridente di Romualdo che si beccò una bella mancia da parte di Leonardo. “Che ne dici si seguire la Jaguar sino alla mia villa, Giulia è una brava cuoca, spero che tu apprezzi i piatti romani.” Finito il pranzo Gina: “Signore le ho accesso l’aria condizionata in camera da letto, oggi c’è un’afa….” “Ammaestrata la ‘fantesca’…” “Non voglio farti dei complimenti sulla tua bellezza, non sarebbero speciosi in  ogni caso preferisco evitarli, scegli tu fra camera con aria condizionata o senza…” “Aborro il corpo delle persone sudaticce che emanano cattivo odore…”Quell’aborro m’è proprio piaciuto, che ne dici di una volgarità tipo brutta troia allarga le cosce…” Leonardo non finì la frase, sentì il corpo di Berenice abbandonato fra le sue braccia, era si sudato ma l’olezzo era estremamente sensuale, mai provato prima. La doccia fu saltata, Leo scaricò il corpo della ragazza sul letto, le tolse le vesti e …sorpresa delle sorprese la baby non aveva il fiorellino ma un ‘marruggio’ più grosso del suo, un transessuale! Al momento Leo rimase basito, tutto poteva aspettarsi…’ciccio’, vecchio zozzone dopo un attimo di smarrimento partì all’assalto del popò dell’interessata, vi penetrò sino ‘all’elsa’ vi rimase sin  quando contemporaneamente a Berenice ebbe un orgasmo rumoroso, era la prima volta con un trans. Il giovane, spiazzato dalla situazione  rimase immobile, non sapeva che fare, rimediò la baby che, ancora insoddisfatta, si fece penetrare di nuovo, a lungo,  fino ad una orgasmo bilaterale, un’orgia che finì dopo che gli interessati, stralunati persero le forze sessuali, corpi buttati alla rinfusa sul letto matrimoniale, sembravano dei cadaveri. Leonardo e Berenice rimasero in villa tutto il giorno, la sera di nuovo grandi manovre stavolta con sorpresa: Berenice girò di di spalle il corpo del compagno e pian piano prese a penetrarlo senza che l’interessato si opponesse anzi…per la prima volta in vita sua Leo passò nell’altra sponda e assaggiò il significato della frase tedesca ‘la gatta nel carbone’ ‘magna cum voluptade’ per dirla alla latina.  Conclusione di questa storia: ‘mai dire mai’!
     

  • 14 febbraio alle ore 18:19
    LE PRIORITÀ DELLA VITA

    Come comincia: Quali le cose più importanti della vita? Dipende dalle situazioni e soprattutto dai gusti personali. Leonardo Patrizi aveva come importanti nel vocabolario personale tre ‘esse’: salute, soldi, sesso, si considerava fortunato, le aveva tutte e tre. Il fisico possente lo aveva ereditato dal nonno Eugenio, i soldi dalla madre Maria, la propensione di ‘tombeur de femme ‘ dal padre Andrea. Una comodità in più il fatto che disponeva a piacimento della propria vita, era solo al mondo. nonno deceduto per vecchiaia, padre nel modo che ogni ‘zozzone’ al mondo preferirebbe mentre si ‘faceva’ la giovane figlia del conduttore di un suo fondo. La madre la più sfortunata: religiosissima ogni mattina si recava alle sei nella vicina chiesa di ‘Ognissanti’per ascoltare la messa. Il tempo si era messo al brutto come accade spesso d’inverno a Roma, la dama era in ritardo, si vestì alla meno peggio, contrasse una polmonite, le preghiere non funzionarono, passò a miglior vita. Cosa fa la mattina un giovin signore con nessun problema personale e che la sera prima si è coricato alle due di notte? Poltrisce a letto, questa la situazione di Leonardo al quale solo i morsi della fame consigliarono di ficcarsi sotto la doccia  e successivamente usufruire nella sala da pranzo del brunch preparato dalla vecchia e affezionata cameriera Giulia; Gina l’altra femme des chambres à coucher  era in giro nella villa a mettere tutto in ordine. Stanco di collezionare contravvenzioni stradali per eccesso di velocità  il giovane decise di sfogare la sua voglia di velocità recandosi all’autodromo di Vallelunga con la sua Jaguar X Type color oro, il suo orgoglio, poche se ne vedevano in giro. Giunto sul posto fu avvicinato da un uomo di mezza età: “Dottò se le serve quarcosa sò Romualdo.” “Vorrei farmi dei giri quanto debbo pagare.” “Duecento €uro a giro più la mancia per me.” “Affare fatto, qua ci sono mille €uro.” Leonardo stava per rimettersi in macchina quando giunse una rosso fiammante Ferrari il cui conducente munito di casco sorpassò la Jaguar e le si posteggiò davanti. “Romualdo controlla le gomme, l’olio, ll liquido del radiatore insomma un po’ tutto, svelto per favore.” La voce era quella di una donna. Preso dalla curiosità Leo si sedette su una panchina mentre il citato Romualdo provvedeva a quanto richiesto dalla dama la quale evidentemente infastidita dello sguardo di Leonardo: “Cosa ha da guardare,  mai vista una Ferrari?” “Una Ferrari autentica si ma questa è un fake, ‘246 Dino’ non è propriamente di quella marca originale, il nominativo Ferrari è stato aggiunto in secondo tempo.” “E bravo il sapientone…” La signora rimessasi al posto di guida partì sgommando. “Romualdo chi è quella poco simpatica donna?” “Non sarà simpatica ma è una gran figona, se veni la matina alle sette e mezza la ritrovi.” Al rientro in villa: “Sandro domattina sveglia alle sette.” “Signore sento puzza o meglio odore di sesso femminile.”  Il vecchio cameriere che ogni mattina veniva in casa di Leo a portare i quotidiani e per mettere un pó di ordine al casino che il padrone di casa lasciava in giro, si beccò un  “Indovinato.” Malgrado l’alzataccia Leonardo trovò sotto la banchina di Vallelunga la Ferrari  posteggiata con all’interno al posto di guida la dama. “Ero sicura di trovarla qui…” “E’ un caso…” “Bugiardone…” La signora si tolse il casco, aveva ragione Romualdo. una gran…”Che ne dice di un passaggio sempre che lei non abbia paura della velocità!” “Nessun problema.” Stavolta niente sgommata, partenza dolce, un paio di chilometri sino ad uno spiazzo dove madame posteggiò il bolide, alcune lacrime le solcavano il viso. Imbarazzo da parte di Leonardo che prese fra le braccia la ragazza e, per rompere il ghiaccio: “Mi sono accorto che non conosco il tuo nome.” “Hai ragione, il nostro è stato un incontro burrascoso, sono Berenice Di Bella.” Un nome importante, vuol dire impeccabile, conosco il significato, l’ho appreso al classico, una proposta: pace fra noi due.” “Pace.” Berenice fece seguire un lungo e appassionato bacio, era proprio brava, ‘ciccio’ alzò la cresta ma in quel momento non c’era ‘trippa pè gatti.’ Tornarono sotto la banchina con lo sguardo sorridente di Romualdo che si beccò una bella mancia da parte di Leonardo. “Che ne dici si seguire la Jaguar sino alla mia villa, Giulia è una brava cuoca, spero che tu apprezzi i piatti romani.” Finito il pranzo Gina: “Signore le ho accesso l’aria condizionata in camera da letto, oggi c’è un’afa….” “Ammaestrata la ‘fantesca’…” “Non voglio farti dei complimenti sulla tua bellezza, non sarebbero speciosi in  ogni caso preferisco evitarli, scegli tu fra camera con aria condizionata o senza…” “Aborro il corpo delle persone sudaticce che emanano cattivo odore…”Quell’aborro m’è proprio piaciuto, che ne dici di una volgarità tipo brutta troia allarga le cosce…” Leonardo non finì la frase, sentì il corpo di Berenice abbandonato fra le sue braccia, era si sudato ma l’olezzo era estremamente sensuale, mai provato prima. La doccia fu saltata, Leo scaricò il corpo della ragazza sul letto, le tolse le vesti e …sorpresa delle sorprese la baby non aveva il fiorellino ma un ‘marruggio’ più grosso del suo, un transessuale! Al momento Leo rimase basito, tutto poteva aspettarsi…’ciccio’, vecchio zozzone dopo un attimo di smarrimento partì all’assalto del popò dell’interessata, vi penetrò sino ‘all’elsa’ vi rimase sin  quando contemporaneamente a Berenice ebbe un orgasmo rumoroso, era la prima volta con un trans. Il giovane, spiazzato dalla situazione  rimase immobile, non sapeva che fare, rimediò la baby che, ancora insoddisfatta, si fece penetrare di nuovo, a lungo,  fino ad una orgasmo bilaterale, un’orgia che finì dopo che gli interessati, stralunati persero le forze sessuali, corpi buttati alla rinfusa sul letto matrimoniale, sembravano dei cadaveri. Leonardo e Berenice rimasero in villa tutto il giorno, la sera di nuovo grandi manovre stavolta con sorpresa: Berenice girò di di spalle il corpo del compagno e pian piano prese a penetrarlo senza che l’interessato si opponesse anzi…per la prima volta in vita sua Leo passò nell’altra sponda e assaggiò il significato della frase tedesca ‘la gatta nel carbone’ ‘magna cum voluptade’ per dirla alla latina.  Conclusione di questa storia: ‘mai dire mai’!
     

  • 14 febbraio alle ore 18:09
    SESSO SFRENATO

    Come comincia: Il pullman procedeva lento sui numerosi tornanti che portavano dalla stazione ferroviaria alla località sciistica. Aurelio sonnecchiava mentre Gigliola ammirava il panorama. Altra coppia
    Vasco ed Eva dietro di loro sembrava proprio che dormissero, il viaggio da Roma li aveva stancati, solo Lea altra passeggera sprizzava allegria ridendo alle battute spiritose di un vicino. Finalmente giunsero dinanzi all’albergo, i passeggeri si prepararono a scendere, gli addetti dell’hotel si presero  cura dei bagagli dei viaggiatori che dinanzi al concierge venivano informati sulle stanze da occupare. Le due coppie più la signorina si trovarono vicine sia in ascensore che al tavolo della sala mensa, si presentarono, al bar caffè per tutti. Il pomeriggio ai bordi della piscina riscaldata, dopo cena nel salone a vedere la televisione, un programma in tedesco li  convinse a ritirarsi nelle relative stanze dopo un ‘buonanotte’. La mattina seguente con le ciappole ai piedi i cinque presero a girovagare ai bordi delle piste, niente sci, nessuno aveva confidenza con quello sport. Lea invitò i due maschi della comitiva nella sua stanza: “Da sola mi annoio.” Alle due femminucce non restò che farsi compagnia. Aurelio, Vasco e Lea si ritrovarono in una  matrimoniale, si guardarono in viso e scoppiarono a ridere senza un motivo apparente, forse imbarazzo che non colpì Lea molto disinibita. “Come avrete notato sono molto aperta di carattere, chiedete vi sarà dato come da biblica citazione. Debbo confidarvi un mio segreto, ho qualcosa in più rispetto alle donne, regardez…” Lea  sfoderò un marruggio che dimostrò la sua notevole grossessa. Aurelio e Vasco si guardarono in faccia, senza parlare con lo sguardo decisero di buttarsi, si denudarono, i loro membri automaticamente andarono in erezione, la voce di Lea: “Andiamo a farci il bidet.” Vasco: “Non riesco a lavarmi il coso…” “Vengo io così prenderete confidenza con me.”  Finite le abluzioni i tre dovettero prendere una decisione di come comportarsi sessualmente, sempre Lea: “Io ovviamente al centro, voi due uno da e l’altro riceve mettetevi d’accordo.” Nessuno dei due voleva ricevere, Lea spazientita: “Non fate le ‘vergini dai candidi manti’ sceglierò io, Vasco davanti, Aurelio dietro, provvederò  alla vasellina dato che penso nessuno avrà provato il sesso omo. Ci volle del tempo, Vasco non aveva molto voglia di farselo infilare, infine cedette, si fece lubrificare il popò dalla signorina che pian piano provvide a infilargli in culo la punta del suo coso, rimase sorpreso, nessun dolore anzi un piacere inaspettato, se lo fece scivolare tutto nell’ano. Nel frattempo Aurelio, il privilegiato, ‘sistemò’ il suo cosone nel culo del trans che si muoveva alla grande,  goderecciata a non finire, tutti rimasero nelle proprie posizioni, un trenino piacevolissimo. Il legame fra i cinque si consolidava ogni giorno, sempre insieme, il sesso ovviamente la faceva da padrone. Una novità da parte di Lea: “Che ne dite di un bagno notturno nella piscina riscaldata…chi tace acconsente approvato.” Il passaggio dinanzi al concierge non passò inosservato, il cotale stava per aprire bocca quando un biglietto da cento €uro lo fece ammutolire: “Un caffè per lei.” In acqua tutti nudi i cinque provarono delle sensazioni nuove con il liquido che penetrava dentro i buchini diventati buconi. Il ritorno in stanza e sveglia la mattina alle dieci quando il personale delle pulizie li fece sloggiare. Ancora insonnoliti si recarono al bar, furono raggiunti da un cameriere che  consegnò a Lea un telegramma, nessun commento da parte dell’interessata solo un risolino. Interpellata da Gigliola rispose: “Non mi pronunzio”, evidentemente non voleva condividere con gli amici i suoi fatti personali. Furono Informati che era pronto un brunch consumato il quale gli ancora intontoliti si ritirarono nelle loro stanze. Dopo cena  un giretto per la cittadina con acquisto di ricordi locali, sarebbero serviti per il presepe natalizio. Un po’ stanchi di sesso una proposta di Lea, la solita piena di idee: “Che ne dite di un ‘wife swapping?” Facce con un punto interrogativo, nessuno conosceva l’inglese. “Tradotto scambio di mogli e di mariti.” Anche stavolta nessuno si oppose, i quattro presero posizione sul letto matrimoniale prima con baci in bocca molto voluttuosi, poi sulle tette delle dame ed infine un sessantanove dove ebbe molto successo il clitoride più grosso del normale di Gigliola  che fece ‘impazzire’ Vasco, era diventato quasi un pene che portò ad orgasmi ripetuti l’interessata ed anche il maschietto. Lea nel frattempo si masturbava, non voleva rompere l’accordo sessuale dei quattro. Gigliola ed Eva scoprirono  che tutti provenivano da Roma, le loro abitazioni non molto lontane. Partirono insieme per il ritorno nella capitale, alla compagnia si era aggiunta Lea che dimostrò di essere ben fornita a quattrini. Il trans:: “Prendo un taxi e vado a casa di amici, ciao a tutti” e sparì. Altra scoperta dei quattro, tutti erano insegnanti anche se in scuole diverse. Dopo una settimana Vasco ricevette una telefonata di Lea: “Vengo a prendervi con la mia Bentley, mi seguirete sino nella mia villa in via Parioli 254.” “Cacchio una villa ai Parioli…”Al loro arrivo grandi affettuosità come se non si fossero visti da molto tempo. Anche in Labrador si presentò on Lea all’ingresso della villa, si rabbonì quando Lea: “Sono amici, cuccia!” Il quadrupede parve comprendere l’ordine della padrona, si stese a terra. Lea a pranzo: “Vi sarete richiesti il contenuto del telegramma che ho ricevuto, mi ha cambiato la vita, l’aereo con cui viaggiavano i miei 
    Genitori si è inabissato nell’Atlantico, lo stanno cercando ma con poche speranze. Sono diventato il padrone di un bel patrimonio, i miei non sopportavano la mia diversità, cosa strana soprattutto mia madre ma ora, pace all’anima sua…Stasera festeggeremo l’evento, ballo nel salone con champagne e poi Aurelio e Vasco decideranno quale gioco erotico praticare, io suggerisco un wife swapping, io mi aggregherò a qualcuno di voi col mio cazzo, oggi mi sento molto maschio e quindi attenti ai culi! A Vasco non dispiaceva ‘farsi’ la bella Gigliola anche per provare l’emozione di prendere in bocca un clitoride più grosso del normale, col consenso di Aurelio e di Eva si avvicinò trepidante  a Gigliola la quale anche lei eccitata, sul lettone a gambe aperte mostrò quel piccolo coso che si stava ingrandendo a vista d’occhio. Prima di prenderlo in bocca Vasco si domandò se in fondo  non fosse un bisessuale, poco importava, il suo ‘ciccio’ evidentemente apprezzava la situazione, si era elevato oltre il normale. Ciccio contro clitoride, dopo poco tempo portò gli interessati ad un lungo orgasmo diverso dal solito ma piacevole. Lea, anche lei eccitata si intromise preferendo il popò di Vasco che rimase basito, non si aspettava assolutamente di essere penetrato ancge se da un trans, un cazzo è sempre un cazzo. Atmosfera calma dopo la tempesta, ormai il sesso aveva contagiato tutti e cinque che si ritrovarono uno dentro l’altro fino allo sfinimento. I giorni seguenti, servitù assente, presero a girare nudi per casa, una novità eccitante. Altra novità, Lea ricevette una telefonata da Ancona, una sua parente con cui non si sentiva da tempo le chiese un favore: “Cara sono Iolanda, mi è pervenuta da un mio parente americano la richiesta di andare da lui a New York, è anziano e malato, non vuole lasciare io suoi beni ai parenti americani della moglie, ha bisogno della presenza mia e di mio marito per far testamento a nostro favore. Non sappiamo a chi lasciare nostro figlio Carlo che ha paura di volare in aereo, che ne dici di ospitarlo durante la nostra assenza, è maggiorenne e sa come comportarsi, lo lasceremo a Roma alle dodici di domani e proseguiremo per Fiumicino.” Come dire di no: “Cara va bene, conosci i miei problemi.” “Carlo è maggiorenne e sa come comportarsi, grazie, al ritorno ci sarà un bel regalo per te, ormai siamo ricchi.”  Lea andò alla stazione Termini da sola con la sua Alfa 33, Carlo scese dal treno con una valigia, abbracciò i genitori e Lea che rimase basita, era un bellissimo ragazzo, forse anche troppo bello…”Caro sarai mio ospite gradito, non so se conosci la mia situazione.” “Nessun problema, a me piacciano sia le donne che gli uomini, da quello che mi risulta sei tutte e due.” Al suo arrivo in villa silenzio generale, solo da Aurelio un commento: “Ma è un Efebo.” Per Carlo un primo apprezzamento da un uomo. Cari amici, in onore del nostro ospite un brodetto alla marchigiana e del Verdicchio dei Castelli di Jesi, tutti a tavola. Aurelio di sedette vicino al nuovo venuto, occhi negli occhi, era chiaro che era nato un feeling fra loro due, tutti gli  ospiti se ne accorsero con stupore ma nessuno fece commenti. I quattro insegnanti, finite le ferie furono costretti a chiedere l’aspettativa senza assegni, a rifornirli di moneta era Lea che  desiderava che restassero. La coppia Aurelio - Gigliola nel frattempo era diventata un trio, il bell’Apollo era il terzo  gradito anche da Gigliola. Lea presa di curiosità chiese ai tre il permesso  di far loro ‘compagnia’. Permesso accordato, i compagni,  diventati quattro si posizionarono nella stanza dei due coniugi, si guardarono in viso e pian piano si spogliarono, la nudità portò ad una sorpresa inaspettata: Carlo aveva un pene piccolino come pure i testicoli senza peli intorno, fu Lea la prima a riprendersi: “Signori miei voglio provare io a baciare ed a prendere in bocca il coso di Carlo, detto fatto sentì in ore il cosino diventare duro, insistette mentre Aurelio provò a posizionarsi nel popò del giovane che non si oppose, un orgasmo simultaneo dei due seguito da quello di Lea, Gigliola sentì il clitoride ingrandirsi, anche lei in orgasmo. Era settembre, tutti accettarono in casa la nudità che piacque, aveva stimolato il senso di erotismo, ogni tanto si vedevano ‘uccelli’ in erezione con tante risate generali. Qualcuno si infilava nel primo buchino a portata di cazzo  cum gaudio di tutti. Dopo un mese telefonate dall’America: “ “Caro Carlo, non avremo in fatto di soldi problemi per il futuro, al rientro in Italia provvederemo ad acquistare un villa spaziosa, potrai invitare tutte le persone che vorrai, aspettiamo questo evento per rivederci. L’invito venne dopo quindici giorni. Caro Carlo abbiamo provato  quanto conti il denaro, apre tutte le porte, abbiamo trovato una villa come da noi desiderato, venite tutti quando vorrete, siamo in via Flaminia 169. Tutta la comitiva, cane compreso raggiunse la località su una Bentley e sull’Alfa 33, grandi effusioni ed inizio di una vita da edonisti sino ad una vecchiaia dorata poi il decadimento fisico inevitabile accettato con rassegnazione dagli interessati: “Ci siamo goduti la vita ora i guai della vetustas!”

  • 10 febbraio alle ore 17:18
    WOLF UN CANE UMANO

    Come comincia:  Pier Luigi Cipriani  quarantacinquenne  poteva dichiararsi  soddisfatto della vita che conduceva. Ex Fiamma Gialla con la qualifica di cinofilo aveva avuto la possibilità, dopo il congedo, di portare con sè Wolf un pastore tedesco addestrato per ‘acciuffare’ i contrabbandieri al confine Italo Svizzero dove, tempi addietro ‘fioriva’ il contrabbando di sigarette. Era stato fortunato, suo padre Egidio dopo una vita passata in Brasile aveva fatto fortuna ed era ritornato in Italia carico di Real.  Aveva preferito lasciare al padre, anziano ma ancora molto arzillo la villa di Roma in via della Magliana con anche il cane, lui si era ritirato in una casa di riposo alle porte della Capitale,  non in una casa di riposo qualsiasi ma in una di lusso. La A.R. Stelvio in garage, aveva a disposizione all’ultimo piano del palazzo una ampia stanza dove alloggiava da solo: computer, scrivania, armadio, televisore, piccolo bagno, insomma un mini appartamento, solo la mensa era in comune con altri alloggiati che dimostravano le loro possibilità economiche sfoggiando vestiario elegante ed oro in gran quantità. Pier Luigi era lo spirito contraddittorio fatto uomo, dopo il primo giorno in cui si era presentato in sala mensa col vestito ‘della festa’, la sera indossò un paio di pantaloni jeans sdrucinati con scarpe che dimostravano un logorio notevole, camicia con i bottoni abbottonati non in riga, aveva molto del  clown. Compagna di tavolo una sua pari età che aveva molto in comune con la signora anziana  inglese,  miss Marple dei  romanzi di Agata Christie. La dama aveva anche la non buona abitudine di sputazzare quando parlava, un soggetto perfetto per essere dileggiato. Cosa faceva Pier Luigi? Si arrotolava il tovagliolo in fronte  mostrando un sogghigno che mandava in bestia madame Willy che chiese ed ottenne di  cambiare tavolo. Da solo Pier Luigi non se la passava, si guardò intorno, scorse una damina giovane che mangiava in solitario. La sera si vestì elegantissimo, si presentò con  un finto baciamano,  chiese  alla pulsella il permesso di accomodarsi al suo tavolo. Come  risposta ebbe un cenno positivo della testa, la ragazza aveva le lacrime agli occhi, malgrado questo la sua bellezza da biondona era notevole. Pier Luigi non approfondì la situazione con domande inopportune, solo a fine pasto: “Non vorrei essere invadente ma se le posso essere utile…” “Sono Rosanna, oggi è morta mia madre, per domattina aspetto l’addetto alle pompe funebri, ho il problema di seguirlo sino al Verano, non ha una macchina personale.” “Ho la mia Stelvio, se ne vuole approfittare…” “Grazie molto gentile. Dovrò dormire in un letto vicino a quello dove c’è la salma di mia madre, mi fa impressione vedere il suo viso da morta!” “A questo punto non so che dirle, io ho una ampia stanza  ma c’è un solo letto, potrei arrangiarmi sul divano…”Il solito cenno del capo, Rosanna accettò. Dopo il passaggio di ambedue in bagno, spenta la luce Pier Luigi maledisse se stesso per quell’offerta, il divano era scomodissimo ma ormai…Alla luce del suo orologio subacqueo vide l’ora, erano le ventitré e di sonno non se ne parlava proprio, si rifugiò in bagno. Forse per la luce che filtrava sotto la porta fatto sta che Rosanna aprì la porta del bagno, comprese le situazione e: ”Venga nel letto, è abbastanza grande per starci in due.” Grande il letto lo era ma la vicinanza del corpo di Rosanna che emanava un effluvio piacevole  fece alzare ‘ciccio’… La baby se ne accorse , prima lo prese in mano e poi in bocca, ci volle del tempo prima che… maledetta la vecchiaia! Sistemata la ciolla il sonno prese il sopravvento su i due sino alle sette quando Rosanna svegliò Per Luigi. Niente prima colazione erano giunti gli addetti alle onoranze funebri. Caricata la cassa il  carro  partì, non andava a passo d’uomo ma molto celermente sino all’ingresso del Verano. Dinanzi ad una tomba vuota i necrofori si diedero da fare per infilarci la cassa, Pier luigi seduto in macchina stava aspettando quando vicino a lui si accomodò Rosanna che, con viso d’angelo: “Sono rimasta un po’ a corto di quattrini…” Da gentiluomo Pier Luigi tirò fuori il portafoglio da cui con mossa fulminea Rosanna sfilò due carte da cinquecento Euro che consegnò ai becchini. Solo allora Pier Luigi si rese conto della situazione, pensò di aver incontrato una mignotta di professione e che lui si era fatto fregare come un pollo, unica vendetta possibile andar via con la Stelvio lasciando a piedi la baby. Giunse sotto casa di suo padre Egidio, lo stesso stava uscendo con Wolf e una nuova compagna. “Nuova conquista?” “Sono Aurora, lei dovrebbe essere Pier Luigi, mi ha parlato di lei suo padre, vedo che Wolf lo ha riconosciuto. Pier Luigi: “sitzung” seduto, il cane conosceva solo il tedesco, obbedì. Pier Luigi si sentiva fuori posto, non accettò l’invito di far loro compagnia, ritenne opportuno rientrare nel suo alloggio anche se ancora gli bruciava quella presa per i fondelli, mille Euro per un pompino! Rosanna chi era, bocca d’oro?  Si ritirò nella sua stanza, quella presa in giro lo fece sentire più  vecchio oltre che deluso di se stesso, pensò: il mondo è dei giovani. Egidio ed Aurora  erano entrati in un giro di scambisti ad alto livello. La ragazza una affascinante bruna era stata lei a coinvolgere Egidio che accettò volentieri il women swapping anche per variare la solita routine. Appena entrati Aurora era stata ‘rapita’ da un paio di giovani, Egidio rimasto solo si avvicinò al banco del bar, occupato a servire i clienti una bionda niente male, sorridente, forse disponibile. “Un Mojito prego.” “Sono Adriana, lei assomiglia qualcuno che ho conosciuto…” “Non ho fratelli forse mio padre…ma non  penso.” Nei giorni seguenti Pier Luigi  non stava più bene, tossiva in continuazione, respirava con fatica, la notte non riusciva a dormire, fu chiamato Simone Alleruzzo medico amico di famiglia che dopo l’anamnesi si mostrò preoccupato: ”Occorrono delle analisi in primis una radiografia del torace.” Con la sua auto accompagnò Pier Luigi in una clinica dove effettuavano radiografie, ebbe poco dopo il referto, tremendo: ‘carcinoma bilaterale ai polmoni all’ultimo stadio’. L’interessato fu rassicurato, una bronchite ma ad Egidio fu descritta la verità che  lo sconvolse. Prese da parte il medico: “Farò fare a mio figlio qualsiasi cura anche andando all’estero, mio figlio non deve morire!” Simone cercò di tergiversare ma alla fine: “La situazione è molto grave, se tu fossi religioso ti direi di portarlo a Lourdes, l’unica soluzione è quella di alleviargli le sofferenze con degli analgesici, alimentazione via flebo. “Cercherò un bravo o una brava infermiera, dimenticavo di dirti che ho consultato degli specialisti, giudizio unanime, nessuna possibilità di guarigione.” Wolf era cambiato, veniva fatto uscire solo per i suoi bisogni, il resto della giornata la passava vicino al letto del padrone. La mattina seguente il citofono: “Sono l’infermiera inviata dal dottor Alleruzzo.” Wolf si precipitò verso la porta d’ingresso, Egidio rivolto a lui: “Freund” gli aveva segnalato che si trattava di un’amica. L’infermiera indossava la divisa, aveva degli occhiali scuri, quando se li tolse Egidio riconobbe quella amica di suo figlio, anche l’interessata rimase basita poi si riprese: “È la mia vera professione, se la mia presenza non è gradita me ne andrò.” Egidio. anche se perplesso col capo le fece cenno  di accomodarsi. Rosanna e dimostrò subito la sua professionalità, fece un elenco delle medicine, su un tavolino le mise in ordine di somministrazione, annusò l’ammalato: “Suo figlio deve essere lavato, ci penserò io.” Tolse coperte e le lenzuola, con un panno intriso di sapone liquido lo lavò prima davanti poi il dorso, nello stesso modo lo risciacquò cambiandogli il pigiama, dimostrò tanta professionalità, Egidio ne prese atto, non c’era altro modo di dare un po’ di sollievo a suo figlio. Rosanna mangiava in cucina in compagnia della cameriera Gina e di Egidio, Wolf  dimostrò affezione nei confronti della nuova venuta, spesso le girava intorno e la guardava negli occhi, aveva molto dell’essere umano, sembrava riconoscente a Rosanna per le dimostrazioni di affetto che dava al suo padrone. L’infermiera dormiva in un lettino nella stessa stanza di Pier Luigi attenta ad ogni suo bisogno. La mattina seguente si presentò il dottor Alleruzzo per controllare la situazione, fu testimone dell’annusamento con seguito di guaiti di Wolf, non sapeva spiegarsi la cosa. Fu Rosanna che: ”I cani sentono l’odore o meglio la puzza del tumore!” Ecco spiegata la situazione. Dopo venti giorni si compì il destino di Pier Luigi, una morte serena, sembrava dormisse, non aveva dovuto sopportare sofferenze prima della  sua morte. Il trasporto della salma al Verano in forma strettamente privata, dietro il feretro in auto Egidio, Rosanna, il medico Alleruzzo e Gina. Ci volle del bello e del buono per non far uscire di casa Wolf. Un finale sereno un po’ per tutti: Egidio abbandonò la casa di riposo per rientrare in quella dove abitava suo figlio, Gina rimase al servizio, Rosanna seguitò ad esercitare la sua professione, su richiesta di Egidio si trasferì anch’ella nella stessa abitazione, aveva una camera tutta sua, non si fidanzò né si sposò, viveva nel ricordo di quel signore che aveva conosciuto. Nessuna foto di Pier Luigi per casa, tutti vivevano del suo ricordo nei loro cuori. Egidio ricordò il detto che i padri non dovrebbero sopravvivere ai figli ma il destino…E Wolf? Il cane stazionava sempre sopra il tappeto vicino al letto del padrone con la vana speranza di poterlo rivedere.
     

  • 10 febbraio alle ore 17:03
    PIACERI SENZA CONFINI

    Come comincia: “Signora sono spiacente ma suo marito è venuto in ospedale troppo tardi, il suo non era un neo comune ma un melanoma, può chiamare un’impresa di Onoranze Funebri, venga in ufficio le consegnerò il nulla osta alla tumulazione.” Il direttore dell’ospedale ‘Niguarda’ di Milano era stato chiaro, colpa di Fabio. Gioia in quel momento non  aveva nulla in comune col suo nome, era affranta, la consolava la presenza dei due figli, i due fratelli Loredana ed Andrea rispettivamente sedicenne e diciassettenne erano in tutto la loro madre siciliana di Catania,  bruni, altezza superiore alla media, longilinei, si assomigliavano moltissimo, l’unica differenza erano i lunghi capelli che Lori si era fatta crescere. I funerali avvennero senza la presenza di parenti e di amici come desiderio del defunto. Il giorno successivo una cattiva anzi pessima notizia, papà Fabio appassionato giocatore d’azzardo aveva perso al tavolo verde tutti i beni a lui intestati, i restanti membri della famiglia Crisafulli erano come si dice in gergo in mezzo ad una strada, mamma Gioia era casalinga. Dopo un attimo di riflessione: “Ragazzi non vi preoccupate, sto pensando ad una soluzione, andrò a Roma al Ministero dove conosco un dirigente che da giovane mi faceva una corte serrata, allora l’ho mandato in bianco ma son sicura che non mi ha dimenticata. Treno per Roma alle ore 8,40, arrivo  alla stazione Termini dopo quattro ore. Gioia prima rassicurò i figli sul suo arrivo e poi chiamò il Ministero il cui numero si era precedentemente procurato. Al centralinista: “Per favore mi passi il dottor Puglisi.” “Caro Gabri ti ricordi di me, sono a Roma.” Silenzio dall’altra parte poi “Mai avrei immaginato un tua telefonata, mi risulta che abiti a Milano.” “Sono alla stazione Termini, se vuoi vedermi…” “Non ti ho dimenticata, non mi sono sposato e tu.” “Sono vedova.” “Ti vengo a prendere, vai sul piazzale dinanzi alla stazione.”
    Una DS color oro si fermò dinanzi Gioia, era Gabriele.” “Come mi trovi?”La signora non volle dire la verità, Gabri era invecchiato. “Sei il solito bell’uomo, in passato volevo  sposarti, ho sbagliato a non farlo, dove abiti?” “Ora vedrai.” Dopo mezz’ora giunsero dinanzi ad una palazzina in via Veneto, erano giunti. “Cavolo te la passi proprio bene, complimenti.” L’appartamento era con interni moderni, sicuramente merito di un architetto. “Andiamo ad un ristorante qui vicino, la mia cameriera è in permesso sino a lunedì.” Al ristorante ‘Momo’ il dr. Puglisi era conosciuto, fu trattato con deferenza dal capo sala il quale “Dottore ci penso io al menu.” “Caro perché tanta tristezza, speravo che la mia venuta potesse farti piacere.” “Io ti avrei voluto per tutta la vita, hai figli?” “Due precisi a me.” Gabriele mangiò poco e di mala voglia. “Non voglio vederti con quel muso…” “Hai ragione, andiamo a casa mia.” “Un letto col baldacchino, una sciccheria, hai avuto sempre buon gusto. Vado in bagno, vieni anche tu mi farai compagnia.” Gioia si tolse anche le caleçons, mise in mostra un monte di Venere rigogliosamente peloso poi prese a baciare Gabri che la prese in braccio e la depositò sul lettone, nudo anche lui ed eccitato non perse tempo ed entrò in fica, Gioia fece finta di avere un subito un orgasmo per non far rimanere Gabri dentro di sé a lungo, una strategia vincente, l’innamorato riuscì ad avere due orgsmi e poi di abbandonò sul letto spossato, era quello che voleva Gioia. Passarono il pomeriggio nel salone ad ascoltare musica Jazz, la passione del padrone di casa. Dopo cena: “Cara vorrei chiederti un piacere particolare sempre che a te non dispiaccia, che ne dici se a letto ti giri di spalle?” Pensiero di Gioia: “Stò zozzone mi vuole inchiappettare, non ci pensavo proprio, lo accontenterò ma gli costerà un bel po’ di soldi.” La bugiardona: “Mi farà piacere accontentarti solo che….ne parliamo dopo.” Dal suo necessaire estrasse una pomata che usava per il viso e si lubrificò il buchino a riposo da vario tempo, prese in mano il ‘ciccio’ in erezione di Gabri, se lo introdusse delicatamente in culo e cominciò a dimenarsi per far in modo che la penetrazione fosse il meno lunga possibile ma non fu così, Gabri ci mise molto tempo ad avere un orgasmo. Bidet e rivestimento da parte dei due. “Cara cosa volevi chiedermi, non ho capito bene.” ”Sono combattuta se dirtelo o meno ma se insisti…mio marito quando è morto una settimana fa mi ha lasciato senza il becco di un quattrino, io sono casalinga, vorrei che tu mi trovassi un posto qualsiasi in una scuola milanese e poi se vorrai anche darmi qualche €uro…” “Prima che partirai di darò un assegno ma voglio che resti a Roma per una settimana.” “Affare fatto.” Gioia visitò scavi e musei di cui non le importava nulla, pensava solo di rientrare a Milano per rivedere i suoi figli. I sette giorni non passavano mai, Gabriele era instancabile col sesso, aveva preso gusto anche con i pompini e si faceva baciare tutto il corpo dopo un bagno insieme nella vasca. Partenza alle dieci col ‘Frecciarossa’, Gabri le aveva acquistato il biglietto e consegnato un assegno da 10.000 €uro. “Caro ti chiedo di nuovo scusa ma sono con pochi liquidi. La sua richiesta fu accontentata con 500 €uro contanti, i sacrifici sessuali (poi perché sacrifici?) erano stati ben remunerati. “Cara lasciami il tuo numero del telefonino, voglio risentirti.” Questa richiesta fu mal esaudita da Gioia, per lei l’avventura era finita ma…” Mamma Gioia fu accolta alla stazione di Milano da i due figli trepidanti. “Ragazzi missione compiuta, spero anzi son sicura di ottenere un posto poi c’è un assegno consistente e 500 €uro in contanti.” “Mamma sei formidabile.” “Novità da parte vostra: “Nel condominio è venuto ad abitare un professore  di lettere,  ha acquistato l’appartamento lasciato libero da quella vecchietta che è morta, Gustavo Ferretti, questo è il suo nome è un giovane piacevole di buon gusto, si vede come si veste ha una Alfa Romeo Stelvio la mia passione, purtroppo a scuola ha un nugolo di gallinelle che gli starnazzano intorno e non riesco ad avvicinarlo ma devo riuscirci:” “Mia cara voglio conoscerlo di persona, lo aggancerò quando rientra a casa. “ Ci vollero dieci giorni a Gioia per mettere in atto il suo piano ma un pomeriggio: “Professore mi permetta di presentarmi, sono Gioia la mamma di Loredana e di Andrea Crisafulli studenti presso l’istituto scolastico dove lei insegna, vorrei sapere qualcosa di lei.” “Andiamo nel mio appartamento.” “Guardandola bene adesso ricordo sua figlia, è precisa a lei, ragazza piacevole.” “Si ma ha solo sedici anni.” “Non faccia la mamma chioccia…io vado a letto solo con femminucce che ci stano.” “Io non sono una dalla una botta e via e poi ho quaranta anni, sicuramente dieci più di lei.” “A me piacciono le tardone, mi scusi il termine, le giovani sono in campo sessuale inesperte ed un maschietto come me potrebbe trovarsi nella posizione di diventare padre mentre per esempio lei…” “Giovanotto non correre troppo ti dico solo vedremo…” Gioia comprese che aveva fatto centro, il giovane insegnante era molto piacevole e disinibito. Il giorno dopo a cena: “Ragazzi ho conosciuto il professor Gustavo Ferretti, potrebbe essere utile a voi due per delle ripetizioni, mi pare che Loredana nelle materie letterarie abbia bisogno…in ogni caso ho invitato il professore a pranzo domenica.” “Mamma dilla tutta te lo vuoi fare?” “Figlia mia non essere impertinente, a sedici anni non puoi comprendere certe cose.” “Ho impressione che tu sia rimasta indietro rispetto alla gioventù di oggi, noi siamo disinibiti in campo sessuale vero Andrea?” “Io ho fame, spero che il professore si faccia vivo quanto prima.” Fu accontentato, Guy Ferretti era dietro la porta con un mazzo di rose rosse omaggio per la padrona di casa. Un classico: “Professore non doveva disturbarsi, Loredana per favore mettilo in quel porta fiori:. A tavola, “complimenti alla signora, i cappelletti in brodo erano deliziosi e poi tutto il resto…”Andrea: “Passiamo tutti nel salone ho dei nuovi CD brasiliani da mattonella…”
    Guy  preso dall’atmosfera sessuale che si era creata prese a ballare con Gioia, si eccitò e mostrando faccia tosta: Signora facciamo un salto a casa mia, vorrei mostrarle un mio dipinto, sono un pittore dilettante.” Prese sottobraccio Gioia ed insieme si recarono con l’ascensore al piano superiore. Andrea: “Mamma è diventata una gran puttana, a Roma con il funzionario del Ministero si è guadagnata un mucchio di €uro mo col professore…” “Se devi essere sincera un pensierino ce l’ho fatto anch’io ma Guy mi ha detto che non va con le giovanissime.” “Allora ci hai provato!” “Certamente, i ragazzi non ci sanno fare, si sbrigano subito e non provo nulla.” “Va bene sorellina ti darò una mano, vediamo come fare.” Nel frattempo a Gioia era arrivata una lettera dal Ministero con cui le veniva comunicato la sua nomina a bidella nella vicina scuola, uno stipendio fisso è una certezza dal punto di vista finanziario. Il pensiero per il bel professore portò Gioia a telefonargli: “Caro Guy che ne dici  di fare un giretto con la mia gondola?” “Amo le gondole…vieni subito a casa mia.” Il professore si era messo in pigiama, appena entrata Gioia prese a baciare il prof. che spuntò con una gran minchia inaspettata da parte della signora che: “Non è il primo cazzo che vedo ed assaggio ma stò coso…vediamo di non farmi male.” Gioia provò del piacere mai provato, Guy ci sapeva fare, prima entrò in fica con la cappella e poi pian piano sino al collo del’utero che irrorò di sperma con magno gusto dell’interessata, finalmente un vero uomo!” “Caro i miei figli stanno rientrando dalla scuola, ti saluto ed a presto.” “Mamma fai odore di sesso non è che…” Andrea:”È, è, brava mammina scopona!” Cosa rispondere a due figli che dicevano la verità, un abbraccio per ambedue. Ma l’aria sensuale e sessuale avevano coinvolto anche i due ragazzi che pensarono di  invitare il prof a casa loro, lo fecero con esisto positivo. “Ragazzi non voglio guai sia perché siete minorenni ma anche per vostra madre che regolarmente viene a letto con me, Loredana mi fa pensare a Gioia, siete molto simili e…piacevoli. “Chi inizia per primo, Guy mi baci il fiorellino, nessuno ancora l’ha fatto, deve essere piacevole, Andrea guarda e impara.” Guy li per li non capì il significato di quella affermazione poi preso dall’atmosfera eccitante si mise a baciare  il fiore di Loredana che in segno di gradimento chiuse la testa dell’amante fra le sue cosce ma accadde qualcosa di particolare, Andrea posizionatosi sul letto, arrapato, prese lui a baciare il buchino di Guy  che non si aspettava quella mossa, stava per protestare quando cominciò ad eiaculare dal pene, confusione totale, il prof si trovò con ‘la gatta nel carbone’ per dirla alla tedesca ma non riuscì a protestare, ci stava prendendo gusto, una rivoluzione totale per lui, non per i due ragazzi che molto probabilmente avevano già provato quelle sensazioni. Stavolta fu Gioia che al ritorno a casa comprese che era successo qualcosa di inusitato ai due figli, preferì evitare di chiedere spiegazioni, non avrebbe potuto cambiare quello che era accaduto. Un altro avvenimento cambiò la situazione sessuale dei quattro,  Gabriele Puglisi un sabato pomeriggio telefonò a Gioia: “Cara ho trovato il tuo indirizzo di Milano, sto venendo a trovarti.” Fine della telefonata con l’interessata imbambolata. Gioia andò alla stazione ferroviaria di Milano con la sua Cinquecentina, incontrò il funzionario ministeriale e: “Non immagini il casino che può venir fuori con la tua venuta, io sono diventata l’amante di un professore che insegna nella stessa scuola dei miei figli, nessuno ovviamente si aspettava la tua venuta, prendi la tua valigia e sistemati nella stanza degli ospiti.”  Al telefonino: “Cara c’è una visita inaspettata, è venuto a Milano Gabriele, quello del Ministero della Pubblica istruzione che mi ha fatto occupare un posto di bidella, l’ho sistemato nella stanza degli ospiti, da la notizia a tuo fratello.” Commento di Andrea: “Un bel casino, facciamo gli indifferenti vediamo quello che ne viene fuori.” Il giovane accolse l’ospite con una vigorosa stretta di mano, benvenuto spero che l’aria ed il vitto di Milano le si confaccia.” “Più che l’aria mi interessa il comportamento di  tua madre, mi ha detto che è…” “Problemi vostri, io e mia sorella siamo minorenni…”A cena incontro dei due amanti di Gioia, un freddo ‘piacere’ fra i due, non poteva essere altrimenti. La padrona di casa ancora una volta sorprese gli astanti, una mini gonna che mostrava le gambe fin sotto il pube e camicetta scollata, niente reggiseno. Messaggio non tanto cripto:”Se mi volete tutti e due niente gelosia. “  Compreso il messaggio Gabri e Guy si rilassarono e coprirono di complimenti Gioia. Il prof.”Spero che non uscirai i casa così vestita, bloccheresti il traffico.” Risposta dell’interessata: “A me interessa bloccare voi due…” Chiarita una volta per tutte il ruolo degli amanti. I ragazzi ritennero opportuno uscire di casa, restarono Gabri e Guy con Gioia che li condusse prima alla toilette e poi sul letto. La padrona di casa sapeva quello che voleva fare, si posizionò sul lettone alla pecorina e ognuno dei due amanti poté scegliere la parte di Gioia a lui più vicina, la signora si trovò un bigolo in fica e l’altro in bocca, era solo l’inizio. I tre passarono la notte sino all’alba senza chiuder occhio ma usufruendo ampiamente delle grazie della dama.  Loredana ed Andrea al ritorno guardarono dal buco della serratura all’interno della stanza matrimoniale, la loro madre si stava esibendo in una inchiappettata con Guy, Gabri si occupava del cavo orale di Gioia. “Cara sorellina qui potremmo girare un film porno, faremmo i soldi!”

  • 10 febbraio alle ore 16:52
    GLI AMANTI FRANCESI

    Come comincia: Erano una coppia cosiddetta normale Angelo Sciacca e Laura Valentini sposati in Comune perché  agnostici, niente figli per scelta di ambedue lui titolare di una scuola guida, lei insegnate di materie letterarie presso il liceo classico ‘Visconti’ di Roma. Con l’aiuto finanziario dei genitori erano riusciti ad acquistare un bella casa in via Nazario Sauro vicino all’edificio scolastico. Col passar del tempo per i due una vita non molto movimentata, un po’ monocorde: lavoro, pasti perlopiù in casa, televisione, talvolta  cinema, quindici giorni di vacanza in montagna o al mare, poche amicizie  Uno scossone alla loro  tran tran quotidiano avvenne con l’arrivo nella scuola di Laura,  di un insegnante di lingue, un giovane francese di origine italiana  Henri Ferrero, i suoi parenti erano emigrati in Francia tempo  addietro. Colpo di fulmine fra i due, il bell’Henri aveva conquistato da subito Laura,  alto, sempre elegante e sorridente era decisamente fascinoso. Durante l’intervallo delle lezioni, seduti vicino avevano preso l’abitudine di parlarsi nella saletta dei professori. L’avvicinamento fra i due causò pettegolezzI dei colleghi e l’allontanamento dal coniuge, Laura si stava innamorando del bel francese. La situazione inevitabilmente non sfuggì ad Angelo che si vide privato del sesso settimanale con scuse speciose: mal di testa, mestruazioni, stanchezza. Prese ad investigare e trovò una professoressa, falsa puritana che fece da gola profonda.  Preso atto della situazione non gli rimase che chiedere spiegazioni alla consorte la quale  mise in campo la verità. Dubbio amletico di Angelo come comportarsi, scelse  la via soft, era ancora innamorato di Laura e non voleva perderla. “Cara nella vita accadono fatti imprevisti, ne dobbiamo prendere atto, vorrei conoscere di persona il tuo collega, invitalo domenica a pranzo.” Laura allontanati i dubbi circa la conoscenza dei due maschietti decise di accontentare il marito, dovette vincere la resistenza del bel francese che riteneva che quella mossa di Angelo nascondesse un  tranello. Una domenica mattina andò al citofono Angelo: “Sono Henri il collega di sua moglie.” Alla presentazione una anonima stretta di mano e consegna al padrone di casa di un cadeau, un accendino accettato senza entusiasmo, Angelo non fumava.  Apparve Laura in un vestito rosa lungo dal collo sino ai piedi, leggermente truccata, era uno schianto. “Mes amis sediamo in cucina, non mi va di trasportare i piatti sino al salone: primo cappelletti in brodo, secondo abbacchio al forno con patate, grande insalatona, gelato, frutta di stagione, caffè. “Mon cheri diamoci del tu, hai una moglie favolosa anche in culinaria, sinceramente ti invidio.” Dopo pranzo imbarazzo di cosa fare, Angelo scelse la televisione, il programma riportava solo disgrazie e cattive notizie, spenta la TV Laura mise nell’apparecchio un CD lento molto invitante ed infatti  madame invitò  a ballare Henri il quale furbescamente: “Debbo avere il nulla osta del padrone di casa.” “Angelo non si fece pregare, fece cenno che non si opponeva. All’inizio i due ballavano distaccati, pian piano di avvicinarono tanto da sfiorarsi con la bocca. Il CD finì, Laura ne mise un altro e riprese a ballare. La situazione stranamente piacque ad Angelo che si eccitò sessualmente, in lui si era appalesato un cuckold per dirla all’inglese. “Caro col tuo permesso io ed Henri andiamo a fare un riposino in camera da letto.” Permesso accordato con un cenno del capo da un Angelo un pó sorpreso del suo assenso. Ripreso si decise di controllare da uno spiraglio della porta il comportamento della consorte, stava accadendo quello previsto, la signora toltosi il lungo abito rosa era in costume adamitico, corpo favoloso come pure il  prossimo amante che aveva messo in mostra un ‘marruggio’ di notevoli proporzioni. Inizio con un classico sessantanove seguito da un entrata nel fiorellino bagnato, gli urletti di gioia della signora convinsero Angelo a partecipare al banchetto, non voleva essere escluso. Per non incappare nello sperma dell’amante preferì il popò che lubrificato fece molto piacere a Laura che comprese come suo marito avesse accettato la situazione. La notte non portò nessun consiglio, non ce n’era bisogno, invece portò un’altra entrata nei due buchini della dama. In seguito Henri nel tempo libero andava in casa dei due coniugi ben accetto soprattutto da Laura che baciava a lungo anche suo marito, aveva raggiunto un equilibrio difficilmente rinvenibile in  una coppia: amore e piacere. A fine anno scolastico: “Ragazzi che ne dite di un viaggio nella mia natia Marsiglia?” Approvato. La DS viaggiava spedita lungo l’autostrada, alla guida Henri con vicina Laura, Angelo nel sedile posteriore ogni tanto baciava la moglie sul collo. Tappe: Firenze - Genova dove i tre si rifocillarono (non si vive di solo sesso) arrivo a Marsiglia dopo venti ore, Henri ed Angelo si erano alternati alla guida, madame a riposare nel sedile posteriore. I  genitori di Henri  li accolsero festosamente anche se perplessi, un trio così mai l’avevano visto ma…contenti loro! Dopo un settimana i genitori di Henri si videro recapitare un invito ad una festa danzante da parte del maggiordomo di un vicino tale Alain Dubois cinquantenne ricchissimo, molto chiacchierato per la sua fama di avventuriero. Ad Alain venivano attribuiti molti affari sporchi tra cui quelli di trafficante di droga, di prostitute, di uomini e donne ridotti in schiavitù, insomma di traffichi illeciti da cui aveva tratto la sua ricchezza che, sempre secondo vox populi era notevole. Dinanzi al suo castello sostavano sia un Rolls Royce Phantom che una Mini Countryman (per la città), un parco circondava la villa con riproduzione di statue greche, di fontane romane famose, il tutto dava l’idea del lusso. Monsieur Dubois era di estrazione umile (i suoi erano stati coltivatori diretti di terreni in seguito da lui  acquistati). Per la festa programmata per le ventuno di un sabato aveva fatto vestire la sua servitù con costumi tipici della Corte del Re Sole. Alla festa si aggregarono anche Henri, Angelo e Laura quest’ultima col solito modello che le metteva in risalto la parti ‘nobili’ del suo corpo, aveva solo cambiato il colore da rosa ad azzurrino, il tutto riscosse, more solito, un successo presso i maschietti presenti. Il numero eccessivo di invitati impedirono all’inizio a Laura di farsi notare dal padrone di casa che però appena la scorse la squadrò e le fece un complimento tratto da una celebre canzone: ‘La più bella sei tu!’ poi prese a ballare con lei. dandole del tu: “Di chi sei moglie?” Laura: “Niente nozze, convivo a Roma con Henry Ferrero  figlio dei tuoi vicini.” “Che ne dici di farmi compagnia stanotte?” Laura si rifugiò nell’umorismo: “Soffri di insonnia? Prenditi un sonnifero”e si allontanò. Henry  da lontano aveva visto la scena, si avvicinò a Laura, non fece commenti, erano inutili. Si sedettero ad un tavolo defilati dagli altri. “Non fare il geloso, anche se Alain è un bell’uomo non mi interessa.” Alle due di notte fine della festa, tutti a casa un po’ brilli di champagne, spuntò Alain che senza parlare mise al collo di Laura una collana con incastonati quelli che sembravano diamanti: “Egregio signor Dubois quelli naturalmente sono zirconi.” “Ti sbagli cara sono autentici, tu li vali tutti, la proposta che ti ho fatto è sempre valida.” “Se è autentica varrà un patrimonio, non posso accettarla.” Laura si sfilò dal collo la costosa collana, la restituì al padrone di casa. Nel frattempo si era avvicinato Henri che aveva assistito alla scena. “Cara così offenderai il dottor Dubois!” La collana ritornò sul collo di Laura felice del parere favorevole del suo amante. Marilyn Monroe aveva affermato che i diamanti sono la miglior compagnia delle donne concetto in quel momento condiviso da Laura un po’ confusa per la situazione ma  soddisfatta. Altra sorpresa: la successiva domenica mattina alle dieci strombazzate di clacson sotto casa dei genitori di Henri il quale affacciatosi al balcone:”Cara c’è una Rolls sotto casa, non penso che il pdrone cerchi me!” “Al balcone: “Signor Dubois non mi ha avvisata, ero ancora a letto, ho bisogno di almeno di un quarto d’ora.” Fu precisa ed a Henri: “Col tuo permesso vado con Alain, non penso tornerò per il pranzo, avvisa i tuoi, ciao.” I padroni di casa si guardarono in viso: “Cara c’è puzza di corna per tuo figlio.” Henri era diventato solo figlio di madre. Henri ricevette una telefonata: “Carissimo (caro era diventato superlativo) Alain è molto gentile con me, siamo sulla spiaggia del Profeta, c’è un ristorante tipico, penso che faremo tardi, tu va pure a letto, buona notte.” Henri e genitori non toccarono cibo, muti nel salone davanti al televisore. Nei cinque giorni  successivi il solito comunicato in cui erano riportate le località dove Alain aveva deciso di passare la notte. Finalmente il sospirato “Domani torno a casa.” Alle undici l’arrivo della Rolls davanti al portone della abitazione dei genitori di Henri, Laura sprizzava felicità da tutti i pori,  mostrò i regali ricevuti da Alain: oltre alla citata collana anche un braccialetto, due orecchini, un anello, un orologio d’oro, uno al giorno segno che le prestazioni notturne erano state gradite dal signor Dubois. Henri il giorno dopo decise di rientrare a Roma,  quella vacanza aveva portato ad avvenimenti non previsti anche se in parte molto piacevoli, solo in parte ma una parte molto consistente. “Henri mise i piedi a terra nel senso di rientrare nella realtà: “Mia cara pensi che indosserai quei gioielli costosissimi davanti le persone che conosciamo, non diranno di certo che te li sei guadagnati col sudore della fronte...

  • 10 febbraio alle ore 16:41
    LA GIOVANE GINEVRA

    Come comincia: Come per tanti altri bambini la messa al mondo di Ginevra era stata un ‘errore’, la sua genitrice Gilda non aveva preso delle precauzioni nell’amoreggiare col suo ragazzo. Sedicenne contava sull’esperienza del partner di dieci anni più anziano ma la famosa ‘marcia indietro’ non aveva funzionato, conclusione dopo quaranta giorni la sgradita novità: era incinta. Disperazione, come venirne fuori? Minorenne, per l’aborto avrebbe avuto bisogno dell’autorizzazione dei genitori che lei non aveva PIù, era orfana allevata dalla nonna materna. Elisabetta, la vegliarda, prese a cuore la situazione della nipote, per prima cosa fece impiegare la figlia Gilda quale cassiera in un bar cittadino, l’orario era scomodo (sino alle diciotto) ma la pensione della nonna non bastava più, c’era bisogno di un’altra entrata finanziaria. In una autunnale giornata romana nacque al San Giovanni Ginevra, nome scelto dalla nonna per un buon augurio ma il destino era avverso, nonna Elisabetta in via Taranto stava attraversando la strada sulle strisce PEDINALI quando venne investita da un’auto, inutili i soccorsi era deceduta sul colpo. Gilda dopo un primo momento di sconforto scoprì che la mamma aveva in banca un bel gruzzolo, insieme al suo stipendio poteva tirare avanti, riuscì ad affittare la sua casa e si trasferì in quella della nonna più grande e confortevole. Il problema era la figlia: unica soluzione possibile ingaggiare una baby sitter. Un’agenzia di collocamento  segnalò una certa Dalia, fu ingaggiata pagata profumatamente, la signora doveva far compagnia a Ginevra sino e oltre le diciotto. Dalia si dimostrò poco paziente con la piccola che piangeva oltre la sua sopportazione, a nulla valeva cullarla, uno strazio. Pensata fuori del comune: accarezzarle il fiorellino, si dimostrò una buona soluzione, anche se molto anticonvenzionale, ottenne  l’effetto voluto.  La piccola si era abituata a quel rito, dopo dormiva alla grande. Passa un giorno, passa l’altro Ginevra cresceva mentre ovviamente Dalia invecchiava e si licenziò.  La baby a quindici anni si ritrovò in casa sola, si sentiva già grande e non accettò che sua madre ingaggiasse un’altra baby sitter, sapeva arrangiarsi da sola sia nelle faccende domestiche che nello studio dove  otteneva buoni risultati. Il vizietto di toccasi il fiorellino le era rimasto ma farlo da sola non l’appagava più. Soluzione: farsi fare compagnia da una compagna di scuola, Sveva, che non dimostrava molto impegno nello studio con relativi non buoni risultati. Con la motivazione di far insieme i compiti la invitò a casa sua, la compagna apprezzò  il buon cibo messo in tavola da Ginevra, lei non sapeva cucinare. Dopo pranzo si misero a studiare, l’argomento Saffo fu l’occasione per Ginevra di parlare degli amori omosessuali molto appaganti e pian piano convinse Sveva a farsi toccare e toccare ed a sua volta il fiorellino dell’amica, ci scappò anche un bacio in bocca. Sveva imparò presto i piaceri lesbici, migliorò anche nello studio. La professoressa Brenda  incuriosita dell’amicizia delle due ne volle sapere di più, le invitò a pranzo nella sua abitazione in via Merulana, in casa era sola, separata dal marito. Panini per tutte e tre innaffiati da abbondante birra che fece salire il buonumore sia delle  allieve che dell’insegnante. Brenda elogiò i loro compiti  e chiese cosa pensassero di Saffo e della sua tragica fine. Ottenne la risposta da Ginevra: “Professoressa, la vita va goduta sino in fondo, è molto sciocco suicidarsi per amore, non esiste un motivo valido per togliersi la vita, del rapporto fra femminucce è appagante, che ne pensa?” Era un chiaro invito a svelare la propria sessualità. “Vorrei provarlo con voi due, io frequento un circolo per lesbiche.” Ginevra: “Viva la nostra professoressa, andiamo in camera da letto.” Anche la riluttante Sveva fu convinta a quell’incontro particolare a tre: all’inizio abbracci e poi pian piano sollecitazioni delle parti intime con relative conseguenze piacevoli. Alle diciotto Ginevra: “A quest’ora mia madre lascia il suo lavoro, torno a casa.” Anche Sveva rientrò nella sua abitazione. Le due amiche accettarono l’invito della insegnante a recarsi una sera al circolo Gay  denominato Pantheon, era socia da tempo. All’ingresso  atmosfera soffusa con una piccola orchestra che suonava anche musica a richiesta dei presenti. Al loro tavolo si presentò una signora bionda, capelli corti, viso quadrato e fare deciso. “Sono Frida la gerente del locale, ho un problema: la cantante si è licenziata e debbo sostituirla, vorrei provare con voi due.” Si fece viva Sveva: “Non abbiamo mai cantato, penso che non siamo adatte.” “Venite con me dietro le quinte, io sono maestra di musica riesco a far cantare anche gli stonati.” Le due ragazze non erano affatto stonate anzi mostrarono una voce gradevolmente  sexy. “Ho fatto centro,  stasera vi farò cantare una canzone, qui c’è il testo, il brano completo lo sentirete da questo  CD è cantato da Massimo Ranieri, recita: ‘Io t’ho incontrato a Napoli bimba dagli occhi blu, t’ho promesso a Napoli di non lasciarti più…’” Dopo mezz’ora la canzone fu imparata a memoria da Sveva e da Ginevra. Con le spalle all’orchestrina Frida: “Signore in attimo di attenzione, vi presento due nuove cantanti, accoglietele con calore.” Un applauso di convenienza e poi il duo attaccò la canzone. Una voce all’unisono ma con toni differenti, Ginevra era un soprano,  Frida un contralto. Alla fine dell’esibizione grande applauso con richiesta di bis. Intromissione di Frida: “Signore questa è la prima esibizione in pubblico di Ginevra e di Sveva, nei prossimi giorni le ritroverete con tante altre canzoni.” Nuovo applauso, le due erano  piaciute al pubblico femminile. Di quel successo fu informata mamma Gilda che all’inizio storse il muso per il tipo di locale scelto da sua figlia e dall’amica ma poi: “Nella vita è importante aver successo e soldi che sono essenziali quasi quanto la salute, non dimenticartelo, verrò a vedervi alla vostra prima esibizione.” Gilda ben truccata in viso aveva indossato un abito molto sexy  scollato davanti e dietro; “Mammina sei uno schianto, farai innamorare tutto il pubblico.” Frida apprezzò la nuova venuta, era di suo gusto, l’abbracciò e la baciò in bocca, un segnale delle sue preferenze sessuali. La mamma di Ginevra dapprima rimase sorpresa, passato un attimo di riflessione si mise a ridere:”Dal tuo aspetto dovevo immaginare che ti piacessero  i fiorellini ma io preferisco i ‘bigoli’ non quelli di pasta ma…insomma ci siamo capite.” Una nuova presenza sparigliò le carte in tavola, un tale Manlio era stato incaricato dalla ditta di pulizie da cui dipendeva di effettuare il rassetto di locali, fu assegnato al Panteon. Il cotale siciliano di nascita aveva un aspetto che si poteva definire  truce, meno alto della media, robusto, scuro di carnagione, fronte bassa, sopracciglie folte, probabilmente un suo avo doveva essere stato un africano. Frida lo squadrò, pensò ad una vacanza sessuale con Manlio, il solito godemichè che usava con le amiche lesbiche non le bastava più, desiderava qualcosa di naturale. “Caro che ne dici se una volta finito il lavoro mi fai un po’ di compagnia, ho una stanza dietro il locale.” Un grugnito di assenso Manlio non doveva essere molto loquace. Il giovane dopo circa un quarto ‘ora si presentò nella stanzetta di Frida, senza preamboli sfoderò un pene in erezione che apparve alla donna mostruoso. “Cazzo devi andarci piano, mi sfonderai il fiorellino!” Manlio ci mise tanta buona volontà ma non poteva certo far diminuire il calibro del suo membro. Ebbe orgasmi uno di seguito all’altro, era instancabile. Frida ebbe a sua volta un orgasmo quando percepì sul collo dell’utero uno spruzzo violento, si distaccò e si girò sul letto, le faceva male il fiorellino, rimpianse i giochetti con le amiche molto più piacevoli e meno dolorose, riprese le sue vecchie abitudini 

  • 10 febbraio alle ore 10:28
    L’OCCHIO MAGICO

    Come comincia: Professione di Alessandro Pilato: ginecologo, ambulatorio a Roma  a piazza Ragusa 26. L’appartamento sovrastante che condivideva con la consorte Brenda Perlic era più che dignitoso, ci aveva speso un bel po’ di €uro, si trattava di una casa costruita al tempo del Fascismo per i dipendenti statali. Gli occupanti di origine veneta, finita la guerra erano ritornati al borgo natio. Il dottor Pilato talvolta veniva preso in giro dagli amici con il cambio del nome da Alessandro a Ponzio, ma non avendo il  senso dello humour non ribatteva, faceva solo finta di non sentire la baggianata. Il suo studio era aperto al pubblico femminile con orario continuato nove-diciotto per ‘catturare’ più clienti possibili, in giro non c’era molta moneta e tante signore facevano a meno della visita del ginecologo. Brenda gli portava il pranzo in un vassoio alle quattordici quando c’era pocca gente. Alessandro non apprezzava molto la sua professione, gli capitavano quasi sempre delle signore anziane che più di un ‘fiorellino’ mostravano un carciofo, la situazione cambiò all’arrivo in studio di Silvana Occhipinti il cui viso, ben truccato faceva risaltare il suo charme, anche il corpo le faceva fare una bella figura. Finita la visita Ale prese coraggio e: “Tutto bene signora, che ne dice se mangiamo insieme un boccone nella trattoria in via Taranto ‘Da Geggia’, soprannome della titolare del locale, la tale ci sa fare in cucina.” “Perché no, mia madre è al paese e sono sola.” Al telefonino: ”Cara non mi portare il pranzo, sono da Geggia con una cliente.”La proprietaria del locale all’arrivo dei due: “Dottò hai cambiato mojie, quell’arta non è male certo questa è mejio.” Un apprezzamento apprezzato da Silvana che fece una risata e ringraziò. Alla fine del pranzo: “Caro torniamo indietro, ho posteggiato la mia Mini sotto casa sua, si segni il numero del mio telefonino, qualora lo desideri…”Quei puntini di sospensione erano un chiaro invito. Alessandro aveva un vizietto particolare non quello del famoso film di Tognazzi ma la possibilità di spiare la consorte mentre amoreggiava col suo amante. Il tale Cosimo Diotallevi era un giovane impiegato alle poste di via Taranto, dal cognome risultava che qualche suo avo era un stato un trovatello. Ale sopportava questa situazione, non voleva perdere la moglie con cui non aveva più contatti sessuali, le serviva solo come casalinga,  il loro feeling era finito e ognuno viveva la propria vita. Il dottore per  controllare che la consorte non avesse problemi aveva  fatto installare al centro del lampadario della stanza matrimoniale e del salone una piccola telecamera che si confondeva coi pendagli, le immagini erano riprodotte da un video situato nello studio, Ale si era scoperto cukold per dirla all’inglese, alla moglie non interessava gran che essere spiata anzi si sentiva protetta. L’amante  non mollava molti €uro, era un modesto impiegato statale, Brenda  usava quella somma per rinfoltire il suo vestiario. Il sabato pomeriggio era dedicato dalla padrona di casa a far sollazzare  Cosimo Diotallevi o Coso  come lo chiamava Alessandro, Il cotale piccolo non solo di statura ma anche di pisello, una cosa ridicola che non dispiaceva ad Ale, lui  orgogliosamente mostrava un  apparato genitale di tutt’altre dimensioni. Un avvenimento luttuoso, Alessandro fu colto da ictus cerebrale e malgrado gli sforzi dei suoi colleghi dell’ospedale San Giovanni passò a miglior vita. Dopo il funerale seguito da pochi amici una constatazione molto spiacevole per Brenda, il defunto consorte era ancora troppo giovane per fruire della pensione, lei rimaneva senza alcun sostegno finanziario. Sfogliando le carte del defunto marito trovò un biglietto da visita che oltre a nome, cognome, Eros Leone, e numero di telefonino riportava una scritta a mano di Ale:  ‘Gli piace mia moglie’: Il bisogno finanziario fece pensare a Brenda di approfittare di quella scoperta,  contattò il cotale telefonicamente, lo invitò a casa sua per l’ora di pranzo. A Leone non parve vero, munito di mazzo di rose rosse si presentò nell’abitazione  di Brenda la quale per evidenziare la sua disponibilità sessuale indossò una minigonna ed una camicetta scollata senza reggiseno. Momento di stupore da parte di Eros che rimase con ‘ciccio’ in erezione. Brenda se se accorse e dopo una risata “Prima riempiamo il pancino…” Quella fu la prima di svicolate sessuali di Brenda con Eros, preso gusto della sua generosità finanziaria liquidò il precedente amante. Si impegnò  a trovare sempre più maschietti ad apprezzare le sue raffinate doti sessuali, era un continuo via vai. La sua fama di disponibilità sessuale varcò le soglie del condominio, anche con la complicità del portiere Gigetto invitava a casa sua anche individui con problemi sessuali, icotali pagavano di più le sue prestazioni. Si era fatta anche la fama di ‘nave scuola’ non nel senso marinaresco ma in quello di addestrare i giovanissimi con problemi di vergogna ad avvicinarsi al sesso. Ovviamente il denaro in entrata era molto sino a quando si innamorò di Eros Leone un giovane prestante e dal sorriso accattivante. Da quel momento smise la sua ‘attività’ sessuale per dedicarsi al suo nuovo amore. Dopo i primi giorni di fuoco Eros le chiese di ospitare un suo amico Luciano con l’amante Noemi.  Le spiegò il desiderio dei due di non comparire col cognome e di indire una festa da ballo nel suo salone, . Brenda si domandò perché spendere quel mucchio di quattrini quando c’erano tante sale da ballo, c’era puzza di bruciato ma accettò . Venne il giorno prestabilito, un sabato. Dalle ventidue in poi cominciò l’arrivo degli ospiti nel salone di Brenda, tutti  maschera in viso. Sorpresa: a Brenda si presentò una donna piacente: “Sono Silvana era amica di suo marito,.solo amica, non sapevo che fosse deceduto, condoglianze anche se in ritardo.”Il buffet ed i liquori di etichette famose. Musica in sottofondo da una apparato di CD niente orchestrina, erano ammessi solo persone che si conoscevano fra loro. Il perché Brenda lo apprese in seguito quando cominciò a circolare la droga, tutti annusavano cocaina con immediati effetti anche eccessivi, alcune signore rimasero in topless, alcune addirittura nude. Il festino finì a schifiu per dirla alla siciliana, un pattuglia di finanzieri al comando di un tenente donna fece irruzione in casa di Brenda, furono prese le generalità di ognuno, la padrona di casa fu denunziata pr spaccio di droga. Un avvocato amico della padrona di casa riuscì a farle avere gli arresti domiciliari ed in seguito anche il proscioglimento da ogni accusa, risultò che non era stata lei, inconsapevole di tutto a distribuire la droga, gli interessati non furono accertati, la padrona i casa poté riprendere la sua ‘attività’ lucrosa sino a tarda età sino a quando decise di ‘andare in pensione’ e godersi per il resto della vita i risparmi non ottenuti… col sudore della fronte.

  • Come comincia: Erano settimane che si parlava, ad ogni occasione, delle prossime elezioni del Capo dello Stato.
    Mattarella bis? Oppure… complicate motivazioni escludevano che lo potesse divenire il presidente del Consiglio Mario Draghi. Sergio Mattarella aveva fatto capire chiaramente (e dagli torto), di non essere disponibile per un secondo mandato. Sembrava possibile la candidatura di Silvio Berlusconi, però aveva rinunciato.
    Assistevo, piuttosto demoralizzato alle infinite diatribe nei vari salotti della politica, seguivo
    da giorni le votazioni, però appariva chiaro che non si sarebbe risolta facilmente la questione, visto che tra i partiti, c’erano ancora molte divisioni.
    Rai Uno: ed ecco che si parlava degli incontri in atto. Tuttavia le certezze su un candidato "autorevole e di alto profilo istituzionale" non sembravano esserci.
    Terza serata di votazioni: le cose non andavano in modo molto differente dalla prima, laddove, terminato il primo scrutinio, si erano contate 672 schede bianche e qualche nome messo lì, si direbbe, tanto per farlo.
    Divertente annotare che, causa covid, Senatori, deputati e eventualmente i delegati regionali positivi al covid, dovevano votare come in drive in, entrando a bordo della propria vettura per dirigersi a uno dei gazebo. Armati di mascherina Ffp2, infilavano dei guanti e votavano senza scendere dall'auto. Per uscire utilizzavano un altro cancello del parcheggio. C’era chi, prontamente, sanificava la scheda e la immetteva, come le altre, nelle urne.
    Provavo ad immaginare questa scenetta ripetuta molte volte dagli stessi positivi. Non doveva essere divertente.
    Mi faceva piacere pensare che anche persone “comuni”, come Liliana Segre, che, a mio parere, dovrebbe vivere in eterno per ciò che ci ricorda agli altri e ricorda lei stessa, sia da considerarsi una “grande elettrice”. Anzi, mi veniva fatto di pensare che nessuna, meglio di lei, risponderebbe alle caratteristiche espresse da Conte che, parlando del Presidente della Repubblica lo vede come “Una figura super partes, di alto livello, che ci renda tutti orgogliosi".
    Liliana Segre è molto anziana. Forse sarebbe meglio una persona più giovane anche dei tanti papabili. D’altra parte la legge prevede che “Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti civili e politici” e che “L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.”
    In teoria potrebbe essere eletto un qualsiasi cittadino Italiano. Pensavo.
    Per quanto tutto avvenga per mezzo di scrutinio segreto e che il presidente della Camera, Roberto Fico, leggerà soltanto il cognome scritto sulla scheda, alcuni giochi sono certamente già fatti. Si dice: fatta la legge, scoperto l’inganno!
    Mi dicevo che non sarebbe stato facile raggiungere il quorum: Nelle prime tre votazioni serve il quorum qualificato dei due terzi del Parlamento in seduta comune: cioè 673 elettori su 1009.
    Tra l’altro, a causa della morte di uno dei “grandi elettori”, il numero era sceso ai 1008, però, prima della seconda votazione la Camera si era già riunita per eleggere il sostituto del poverino e il numero dei Grandi elettori era tornato a 1009. Come dice un mio caro amico politico; “in politica non ci sono vuoti”. O qualcosa di simile.
    Venendo ad adesso, assisto in diretta al quarto scrutinio, laddove è prevista la soglia della maggioranza assoluta: 505 elettori su 1009. I presidenti di Camera e Senato non partecipano al voto.
    Mi dico che, alla fine, sarà una fumata nera come sempre, perché il presidente della Camera dei deputati comincia con le schede bianche, poi prosegue a leggere qualche cognome e si sa bene che difficilmente quelli chiamati in causa saranno tra gli eletti. Resto un po’ sconcertato nel sentire pronunciare chiaramente: “Ludovico Roncisvalle, Ludovico Roncisvalle, Ludovico Roncisvalle.” Poi: bianca, bianca, bianca,un bel po’ di volte. Quello che mi stupisce è il fatto che ci sia un papabile che si chiami proprio come me: Ludovico Roncisvalle. So che gli elettori a volte si divertono. Tra le schede sono usciti anche Pepito Sbazzeguti, anagramma di Giuseppe Bottazzi, il Peppone dei film "Don Camillo", Amedeo Sebastiani (Amadeus), Alberto Angela, Claudio Sabelli Fioretti, Alfonso Signorini, Bruno Vespa, Giorgio Lauro e Giuseppe Cruciani della trasmissione radiofonica “La Zanzara”, Mauro Corona. Claudio Lotito, Dino Zoff, Claudio Baflioni e Al Bano. Però, rieccoci con Ludovico Roncisvalle, Ludovico Roncisvalle, Ludovico Roncisvalle, Ne conto una cinquantina, poi sessanta, settanta, ottanta. Ma chi sarà mai?
    Chiaramente i conti non tornano neanche questa volta e si dovrà a tornare a votare.
    Però quel Ludovico Roncisvalle deve avere fatto effetto sul pubblico di giornalisti, perché la sera non si parla d’altro che di lui. Ci si chiede chi sia, parente di chi che si è divertito a passare il nome e il cognome ad un nutrito numero di votanti. C’è aria di nervosismo.
    Il giorno successivo oltre a venir nominata Elisabetta Belloni tra i papabili, Giorgia Meloni viene fermata da un gruppo di giornalisti che vogliono sapere se viene dal suo gruppo quello strano Ludovico Roncisvalle. Lei sembra arrossire sotto la mascherina, però sostiene che il loro nome sarebbe Carlo Nordio. Azione e + Europa nominano, invece, Marta Cartabia, attuale ministra della Giustizia.
    Siamo alla quinta votazione, e il quorum da ottenere per l’elezione del Capo dello Stato si è già abbassato da quota 673 (i due terzi dei grandi elettori), fino alla maggioranza assoluta di 505 voti. Gli incontri nei vari salotti hanno proposto quello strano “Ludovico Roncisvalle” a vari politici presenti e - finalmente - è venuto fuori che si tratta di qualcuno che esula dalla politica. Si sussurra sia un insegnante di matematica (io insegno matematica e fisica), che si è distinto per qualcosa. (Io ho salvato due bambini che stavano affogando, la scorsa estate!) Mi torna alla mente che proprio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mi ha conferito assieme ad altre trentatré persone, una onorificenza al Merito della Repubblica Italiana quale cittadino che si è distinto per atti di eroismo. Gli altri trentadue si erano distinti per atti di eroismo, per l'impegno nella solidarietà, nel volontariato, per l'attività in favore dell'inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella promozione della cultura, della legalità, del diritto alla salute e dei diritti dell'infanzia. Insomma. Comincio a sentirmi tremare le gambe sotto.
    Mi domando: ma davvero una qualsiasi persona che ubbidisca ai requisiti può essere eletto Presidente della Repubblica? Può succedere che lui non ne sappia proprio niente? che venga eletto a sua insaputa? Se così fosse, ci si può rifiutare?
    Comincio ad avere i brividi. Cosa mi toccherebbe fare se fossi eletto? Come me la caverei se scoppiasse una crisi politica e il governo arrivasse alle dimissioni? Non conosco bene neanche la Costituzione Italiana! Dovrebbero insegnarla a scuola dalle elementari!
    Mentre ragiono e sragiono, ecco che la quinta votazione prosegue e quel “Roncisvalle” non viene più neanche più dopo il nome. Oramai sembrano conoscerlo tutti e Fico lo pronuncia di seguito, alternato a qualche scheda bianca e a qualcuno dei nomi papabili: Ricciardi, bianca Roncisvalle, Roncisvalle, Draghi, Mattarella, Roncisvalle, Roncisvalle, Roncisvalle, Nordio, bianca, bianca,Cartabia, Cartabia, bianca, bianca Belloni, Roncisvalle, Roncisvalle, Roncisvalle… Il nome Roncisvalle è diventato oramai famoso ed anche se non si giunge neanche con questa votazione, all’elezione del Presidente, riesce a raggiungere l’inverosimile numero di voti di 430. Quando termina la seduta ci si rende conto che occorrerà ricominciare domani. Le operazioni di voto, a scrutinio segreto,avvengono nelle quattro nuove cabine elettorali con l’urna in cui depositare la scheda. Si è dovuto provvedere ad un sistema di aerazione, per consentire la sicurezza delle procedure, garantendo comunque la riservatezza del voto.
    Oggi certamente quel cognome uscirà dall’aula. Quel Ludovico Roncisvalle sarà pronunciato da tanti! Nella mia casa non ho nessuno cui raccontare gli strani fatti: vivo da solo. Mia madre è morta un paio di anni fa e non mi sono mai sposato. In questi giorni, a causa di numerosi positivi nella mia classe, sto lavorando in smart working, ossia in DAD e questa mattina, mentre spiegavo qualche regola di matematica, i miei allievi hanno sussurrato il mio cognome più volte. Roberto, che è il più vivace mi ha chiesto se fossi parente di quel Roncisvalle di cui tutti parlano.
    Già: se ne parla anche alla TV, nei telegiornale, su internet ci si pone domande.
    La mattina della sesta giornata di votazione c’è un mare di giornalisti all’inseguimento di Salvini e della Meloni. Inseguono anche Conte, in diretta.
    Nella trasmissione che segue giorno per giorno le votazioni ci sono i soliti pettegoli che sanno sempre tutto e il “mio” cognome passa di bocca in bocca. Qualcuno sussurra: “Possibile, l’età c’è, è quasi in pensione”, un altro: “pare che abbia ricevuto una onorificenza proprio dal Capo dello Stato”. La giornalista è verde in viso, perché non riescono a mettersi in contatto con “il diretto interessato”. Sembra si nasconda.
    Però hanno trovato il numero di cellulare. Provano a chiamarlo in diretta.
    Lo strano è che il mio, di cellulare, ha cominciato a squillare dalla mattina. Ho pensato che fossero i soliti disturbatori di qualche gruppo telefonico che insiste.
    Non rispondo.
    Sento un brusio che sembra provenire da sotto il mio palazzo. Mi avvicino alle tende, le scosto e guardo giù. Strano! Gruppetti di persone, mi sembra abbiano delle telecamere. Le puntano verso di me e mi sottraggo alla vista. Ho altro da pensare!
    Inizia la sesta votazione! Mi porto il cibo ed un bicchiere di vino per seguirla attraverso il programma non stop di Rai Uno.
    Mi appisolo, mi risveglio e seguo lo svolgersi della trasmissione “NON stop”, laddove vedo facce stralunate. La giornalista precisa: “Sappiamo tutti che, teoricamente, i grandi elettori possono eleggere qualsiasi cittadino o cittadina con più di cinquant’anni che abbia diritti civili e politici. Non è mai successo fino ad oggi che sia giunto al voto un caso simile. L’importante è che nei primi tre scrutini ci sia la maggioranza qualificata per eleggere il presidente, ossia i due terzi dei grandi elettori: 673 voti. Però oramai abbiamo superato il quarto scrutinio e basta la maggioranza assoluta, cioè il cinquanta per cento più uno, 505 voti. Queste due soglie, anche dette quorum, non variano in base ai votanti.”
    Prende la parola uno dei grandi invitati a queste trasmissioni, ossia psicologi, sociologi, giornalisti quotati, direttori di testate: “Una volta eletto, il nuovo presidente dovrà effettuare il giuramento nel giro di qualche giorno. Vero che non c’è una regola né una prassi!”
    Un altro tra i presenti ricorda: “Saragat e Pertini giurarono il giorno dopo la loro elezione, mentre Gronchi giurò quasi due settimane dopo. Mattarella venne eletto il 31 gennaio 2015 e giurò il 3 febbraio, giorno in cui scadeva formalmente il suo mandato”.
    La giornalista precisa: “Un caso di rifiuto non si è mai visto, anche se è previsto dalla Costituzione. Come si può sentire ad essere eletto qualcuno che non sapeva neanche di essere papabile? Non possiamo sapere quale potrebbe essere la sua reazione!” Le immagini ritornano ai risultati delle votazioni ed è il mio cognome che risuona, letto in successione una infinità di volte. Sto lì ad attendere cosa accadrà ed infine pare che ci sia la proclamazione del Presidente della Repubblica! Roberto Fico prende la parola! Tutti tacciono in aula. Il presidente della Camera dice: “Comunico il risultato delle votazioni al sesto scrutinio, presenti e votanti 995. Maggioranza assoluta dei componenti l’assemblea 505. Hanno ottenuto voti: Roncisvalle 665…
    qui segue un applauso che coinvolge tutti i presenti ed io divento livido. Fico completa:”Proclamo eletto presidente della Repubblica Ludovico Roncisvalle”.
    L’aula se ne cade letteralmente per gli applausi.
    Sento che da sotto il mio palazzo una folla applaude allo stesso modo e chiama il mio nome a gran voce:
    “Professore Roncisvalle! Professore Roncisvalle!”
    Percepisco di sentirmi stordito, mi scuoto, avverto come se qualcuno mi scrollasse più volte. Apro gli occhi: mi sono addormentato sulla poltrona!
    “Professore!”
    “Sì, lo so, sono stato eletto! Accetto!”
    “Professore! Che dice? Ha lasciato la macchinetta del caffè sul fuoco! È scoppiata! Mi hanno chiamato i signori Gragnani che abitano a fianco! Meno male che avevo le chiavi di riserva! Ma che ha fatto? Si è addormentato?”
    Guardo in viso il portiere. Giovanni è spaventato.
    “Sogno o son desto?” Chiedo.
    “Siete desto, professò, però prima dormivate della grossa! Vi sentivo russare, pure sopra le chiacchiere del programma in TV!”
    “E il presidente?”
    “Niente di fatto, professore… vediamo che succede domani.”
    Bianca Fasano
     
     
     
     

  • 06 gennaio alle ore 19:15
    Storie di strada&rose tatuate

    Come comincia: Testimonianza (seconda parte) -  Dato che ti sei rivolto a Me riconoscendo i tuoi peccati, non devi più temere, da questo momento in poi, mi prenderò cura di te e della tua famiglia. In quel giorno la mia mente si aprì, e compresi che la soluzione per tutti i mali del Mondo, era il Signore GESU' CRISTO. Dal mio cuore emerse un sentimento di amore e di perdono per tutti. Subito dopo entrai nella camera da letto dove era mia moglie parlandogli dell'esperienza appena fatta. Dopo qualche istante di stupore, mi guardò spaventata dandomi del pazzo, in seguito ho dovuto affrontare molte lotte, ma imperterrito sono andato avanti nel cammino della Fede con Gesù. E mentre il Signore continuava a parlare al mio cuore, iniziai a frequentare una Chiesa Evangelica dove condivisi la mia esperienza con i fratelli. Mia moglie si convertì dopo qualche mese dopo terribili combattimenti spirituali. Fummo guariti tutti e battezzati di Spirito Santo. Sono trascorsi 28 anni da quel giorno che il Signore mi fece la promessa, e posso testimoniare che Dio ci guarì da ogni infermità e malattia provvedendoci sempre di ogni cosa abbondantemente e Miracolosamente. Anche altri miei parenti si convertirono e non ci è mai mancato più nulla, anzi, abbiamo sempre avuto abbondanza di beni spirituali e materiali. Dio è fedele. A Dio sia la Gloria. Spero che questa mia testimonianza abbia toccato il tuo cuore ed acceso in te la scintilla della speranza. Shalon. Dio vi benedica. Teodolindo Durante, Pace". 
     - Le voci e le fonti - Da qualche parte voce corre che un eccellente cronista o uno scrittore almeno decente (buono), qualora egli non decida di affidarsi solo - ed esclusivamente - alle amorevoli "cure" della sua fantasia, sempre verifichino (e necessariamente) le loro fonti. Quelle di cui parlo, tuttavia, neanche sono lontanissime parenti delle voci che corrono nei corridoi  e nelle aule di procure o tribunali (loro lo fanno, talora, ancor più velocemente di Usain Bolt...delle altre cosiddette normali, visto che sovente corrono a quattro zampe come i cani, in suddetti luoghi, piuttosto che a due mani o a due gambe soltanto!), bensì esse appartengono ai corridoi della letteratura e/o a quelli del giornalismo e su quei binari, evidentemente, van correndo. Ebbene, nel caso della mia precipua storia, o ancor meglio della "testimonianza" di Teodolindo Durante all'interno di essa riportata, non ho fatto personalmente questo perché pensavo di ritenermi esente da tale obbligo (o, se vogliamo, chiamiamolo pure dovere). Ma le ragioni della mia "esenzione" le esporrò dopo, mi si conceda quindi un piccolo break, giunti a questo punto: di aprire, cioé, una finestra di natura artistico - letteraria (o di critica letteraria che dir si voglia). Mi sovviene, infatti, quanto affermasse Luigi Malerba, scrittore parmense (era nato in quel di Berceto, per la precisione, ai piedi delle alte colline dell'Appennino Parmigiano, nel 1927): legato ai canoni stilistici della cosiddetta neoavanguardia (negli anni cinquanta e sessanta del secolo passato produsse in Italia autori come Leonardo Sciascia ed Italo Calvino su tutti, ma anche Volponi, Manganelli, Arbasino e Malerba, appunto), esso sosteneva che "la realtà non sia riducibile alla parola, o meglio, l'universo è universo di parole incapaci di comunicare la realtà" (lo sarebbero a prescindere, insomma, da ogni possibile tipo di fonte, ancorchè immaginabile, sia essa letteraria, poetica, giornalistica e legata alla cronaca o quant'altro poco importa, a cui l'artista, il letterato o il cronista che sia possa attingere di volta in volta). "Non si dovrebbe, quindi," aggiunge Malerba, "né cominciare né finire un racconto (np., ma il principio, mi domando il perché non possa o debba valere per qualsiasi cosa - articolo, trattato, opera teatrale, saggio, etc. - si decida di scrivere?) perché le cose che succedono non succedono con un principio e una fine, si diramano in tutti i sensi e vicino a una cosa ne succede sempre un'altra e un'altra ancora, così le cose succedono in tutti i sensi e in tutte le direzioni e non puoi tenergli dietro con la scrittura e un mezzo per tener dietro alle cose che succedono gli uomini non l'hanno ancora inventato". Tutto ciò si avvicina, a mio dire, al concetto pirandelliano nonché a certa letteratura dell'assurdo secondo cui la realtà possiede sempre una serie di verità - o di non verità - e sfaccettature nascoste). D'altra parte, come lo stesso scrittore parmense sostiene, tanto il pensiero quanto l'immaginazione di ogni singolo individuo urtano contro l'ordine della società: questo è il motivo per cui i personaggi di Malerba (come quelli beckettiani, d'altronde) siano incapaci di interagire e comunicare col resto del mondo, standosene rinchiusi nella loro visione del reale il quale viene visto come un qualcosa di inaccettabile ed insensato. Il giorno della sua morte, avvenuta l'8 maggio del 2008, a Roma, Paolo Mauri su Repubblica scrisse: "E' morto lo scrittore Luigi Malerba, maestro di realtà deformate e grande sperimentatore di linguaggi". Ma questa è tutta un'altra storia, in fondo, meglio lasciar perdere, forse, e...ovvero è soltanto una finestra che ho aperto e richiudo; dopo tutto - e con ogni probabilità -  non sono un bravo scrittore, tanto che sempre ho ritenuto di appartenere a quella categoria inusuale seppur ben definita (e definibile) degli "umili scribacchini" o scribani che si voglia dire, posseduto da manie di francese grandeu... da intellettuale (categoria invisa a molti, per la verità, da taluni persino detestata!); eppoi - ahimé! non ritengo d'esser neanche un cronista discreto, figuriamoci se possa solamente avvicinarmi alla eccellenza! (non lo scrivo, sia chiaro, per celare falsa modestia o perchè pecchi di immodestia, tuttavia). Quindi, ecco svelati i motivi (lo ribadisco ancora) per cui ritenevo di essere esente da taluni obblighi (o doveri) di cui avevo già accennato.
     - Cronisti e romanzieri (o romanzieri "cronisti) - Esempi di grandi romanzieri "cronisti", del resto, o di narratori che abbiano avuto con la cronaca implicazioni (o connessioni, se si vuole usare termine ultramoderno, ultraattuale e pluriusato) in certo qual eclatante modo (ed in maniera più o meno diretta), pare ve ne siano stati a iosa (o meglio, è cosa certa anzi certificata!) nella plurimillenaria storia della mondiale letteratura. Charles Dickens, ad esempio, nel 1828 divenne reporter - stenografo al Parlamento inglese per i giornali "The True Sun" e "Morning Chronicle". L'anno precedente era stato impiegato, tra l'altro, in uno studio legale ed aveva imparato a stenografare nei ritagli di tempo. Nel 1833 fu proprio un giornale, "Monthly Magazine", periodico londinese mensile, a pubblicare il primo racconto dello scrittore di Lamport (cittadina nei pressi di Portsmouth che li aveva dato nascita nel 1812), A Dinner at Poplar Walk. Nel 1846, infine, Dickens rifiutò la direzione del Daily News, scegliendo invece di recarsi colla famiglia in Svizzera: visse, infatti, per un certo periodo in una villetta a Losanna (città del Cantone di Vaud, in cui peraltro sono stato sul finire degli anni novanta, sul lato settentrionale del lago di Ginevra), dando alla luce il romanzo The Battle of Life/La battaglia della vita. Cronaca ed attualità, così come l'interesse e la predilezione per ultimi e diseredati, spesso si incrociano - in ogni romanzo o piccolo racconto che sia - con le sue doti di narratore, la sua inventiva e il suo umorismo. Il 22 agosto 2014 su "The Guardian", noto quotidiano inglese, Pietro Garrat scrisse: "L'udito delle voci ha permesso a Charles Dickens di creare mondi immaginari straordinari. Il romanziere ha detto che non ha inventato, ma semplicemente ha registrato ciò che ha sentito e visto." (np., probabilmente quelle voci erano vere piuttosto che un sentito dire!). Anche Mark Twain fu cronista e romanziere al contempo: anzi, alla stessa stregua di quel che accadde per Dickens, è da dire che anch'egli percorse i primi passi letterari e della scrittura in ambito giornalistico. Infatti, lo scrittore statunitense (nomi di battesimo veri e cognome originario erano: Samuel Langhorne Clemens) dopo aver imparato il mestiere di tipografo, lo esercitò, per un certo periodo, scrisse articoli ed affinò la sua arte narrativa sulle colonne dell'Hannibal Journal, quotidiano provinciale di cui era proprietario suo fratello maggiore Orion. Hannibal, giusto per intendere, è la cittadina del Missouri nord - occidentale (quasi ai confini, posta, con lo stato dell'Illinois) presso cui la famiglia dello scrittore si trasferì - da Florida, altro piccolo centro del Missouri - quand'egli aveva quattro anni. C'é molto di Hannibal in diversi scritti di Twain: essa, infatti, oltre a fornire ambientazione dei suoi due capolavori, Tom Sawyer e Huckleberry Finn, ha dato spunto all'autore per la creazione di storie e personaggi; il resto, poi, arrivò da sé durante le innumerevoli peripezie (lavorative o meno), che Twain ebbe in sua vita, ad ogni latitudine degli States ed anche all'estero: sin da quando, evidentemente, fu pilota di battelli fluviali sul fiume Mississippi. Ma c'é tanto di Twain (o Clemens che dir si voglia) anche ad Hannibal. Mi sembra curioso riportare quanto è scritto sulla famosissima guida Pan - Am degli Stati Uniti d'America, edita Calderini Edizioni di Bologna (quella in mio possesso, tradotta dall'opera originale che si chiamava "Pan - Am's Usa Guide", appunto, è datata 1981 ma non molto è cambiato, da allora, probabilmente, in quei luoghi che videro crescere Twain): "Hannibal ha conservato il sapore dei giorni in cui i battelli a vapore percorrevano il Mississippi. Qui trascorse la sua infanzia Samuel Clemens. Potrete vedere alcuni dei suoi oggetti personali nello studio legale di suo padre (np., fu anche giudice), ora trasformato nel Mark Twain Museum and Boyhood Home. Adiacente la casa si trova la staccionata che la zia Polly voleva dipinta di bianco. Nei pressi si trova la Becky Thatcher House. Clemens venne per l'ultima volta ad Hannibal nel 1892 allorquando tenne un discorso ad un gruppo di persone alla Rockcliffe Mansion, ora rinnovata in art noveau decor. La Pilaster House dove morì il padre dell'autore (np., morì di polmonite nel 1847, quando Twain era ancora adolescente; egli perse anche due fratelli e una sorella, tutti nati prima di lui), oggi accoglie una farmacia nello stile del tempo, una cucina e uno studio medico. A nord troverete Cardiff Hill, con una estesa vista del Mississippi e due statue a naturale grandezza di Tom Sawyer e Huck Finn. A sud del paese è situata la Mark Twain Cave dove probabilmente morì Injun Joe (np., è notissimo personaggio del romanzo Tom Sawyer, il cattivo per antonomasia a detta della critica letteraria). Una statua dell'autore domina le rive del Mississippi a Riverwiew Park.   

  • 06 gennaio alle ore 17:09
    1965?

    Come comincia: Cinquetti, Zanicchi, Celentano, Albano, Solo, e via dicendo, ma quanti sono? Ma siamo nel  1965? Io questi li sento da cinquant'anni, alcuni da quasi sessanta. Ma non sarà che è stato tutto un sogno questo tempo trascorso, ma non sarà che ho fatto un incredibile viaggio nel futuro e fra poco arriveranno i miei amici a suonare il campanello? Ehi Lora, ma cosa stai facendo, dormi? Sbrigati che ti stiamo aspettando! Già già, cosa mi metto? Accidenti, cosa mi metto? Questo no, no, questo no, questo mi ingrassa, la gonna...sì quella gonna che...acc.. si è rotta la cerniera, niente da fare. La calza, la calza porco cane è smagliata. Sapone, subito sapone sulla smagliatura così si ferma. E adesso? E adesso mi metto la calza stando attenta che la smagliatura rimanga all'interno. Ecco sì, così non si vede. Ma prima dovevo lavarmi i piedi. Non importa. Piedi nel lavandino del bagno (uno per volta) e lavo tutto assieme. Ahahahah! Speriamo che non si stufino di aspettarmi. Gonna, camicetta, e adesso il sogno proibito, l'impermeabile bianco di gabardine che però è di mia sorella. Figurati se me lo dà.
    "Io vado"  cinguetto, mentre attraverso veloce lo sbarramento, con l'impermeabile abilmente "occultato". "Come sarebbe, io vado, dove vai?"
    " Ma qui intorno, a fare un giro con gli altri..."
    Ma non siamo nel 1965.
    "Stasera mi fai la minestrina?" La voce di Paolo.
    Guardo i suoi capelli bianchi e non ho bisogno di specchiarmi per vedere i miei, "li" so. Non ho fatto un viaggio nel futuro, sono nel futuro. Il tempo è davvero trascorso, non ho sognato. Sorrido al tempo d'oggi, a questo presente pieno di tante cose così importanti, d'amore forse così diverso da quello dell'adolescenza, ma profondo, segnato dal tempo che approfondisce le nostre rughe sul viso, una vita provata, spesso difficle, una vita che ci ha portato ad oggi: oggi, un tempo in cui un paio di calze smagliate non farebbe testo.
    E una carezza sfiora la fronte di Paolo.
    "Certo Paolo che ti faccio la minestrina." 

     

  • 06 gennaio alle ore 14:02
    Comunque piacere vostro

    Come comincia: Bisogna pur rompere il ghiaccio, no?
    Ma stavolta gli onori di casa li lascerò fare a qualcun altro: sentite qua.
    Siamo nel vivo di una festa di un'amica comune, il quando non è importante.
    Si beve qualcosa, chi balla, chi esce a prendere aria, fumare o semplicemente chiacchierare in strada.
    Ed è qui che siamo quando un tizio prende e dal niente mi fa:
    “Uolli... ma TU… CHI sei?”.
    Stavo parlando con una persona che vedo ogni tanto, ma volentieri, non ho intenzione di esser interrotto o perdere il filo, quindi senza neanche girarmi gli rispondo: “Io? Io vengo dal niente... e torno verso il nulla”.
    Riprendo tranquillamente la conversazione con la mia interlocutrice.
    Mr. Domanda-da-cento-milioni se ne resta a bocca aperta qualche secondo, con la birra in una mano e la sua esplosiva domanda inesplosa nell’altra, poi farfuglia perplesso: “E cosa vuol dire?”.
    La persona con cui sto parlando mi guarda, lo guarda e gli fa: “Io ho capito perfettamente cosa voleva dirti. Uolli…? Posso?”.
    “Vai”.
    E lei va.
    Eccome se va.
    Quattro corsie di saggezza in sesta piena.
    “Primo: non è una risposta che si può dare qui e adesso.
    Secondo: di sicuro non mi interessa darla a te.
    Terzo: potremmo iniziare a parlarne adesso ed essere ancora qua fra ottant’anni, quindi la risposta è questa, e dice già tutto: se hai capito o no non è un problema mio, ragionaci su da solo.
    Adesso siamo qua, beviamoci una birra e via.
    Giusto, Uolli?”.
    “Al 100 %. Grazie.
    E adesso... torniamo al resto”.
    Cosa aggiungere a questa splendida, insperata filosofa del Sabato sera?  
    A volte conosci qualche persona, vi vedete un paio di volte ogni tanto, eppure ci si capisce a pelle, senza bisogno di grandi cerimonie.
    Con altre possono esserci anni di discorsi, frequentazioni, e non venirne comunque mai a capo.
    Buffo, no?
    Ecco, la mia vita a volte è così.
    “O xe o no xe”.
    Se capisci, capisci subito, se no non è detto che abbia abbastanza vita a disposizione da passarla a spiegarti perché sì o perché no su ogni cosa.
    Se sì, sei in questo viaggio con me, se no... no.
    Sarà per un'altra vita.
    Alla fine di queste storie forse potrete pensare di conoscermi: naturalmente non è così, fidatevi.
    Ma va bene lo stesso, magari una birra insieme prima o poi potrebbe capitare di berla comunque, chi può dirlo?
    Come avrete capito, per gli amici sono Uolli.
    Quindi voi potete tranquillamente continuare con “Walter”.
     

  • 04 gennaio alle ore 16:30
    Dicembre

    Come comincia: Ero stanca, semplicemente non ce la facevo più a sentirmi a metà. Avevo fatto a pugni con la notte, lo avevo fatto fino all'ultima stella, fino al primo bagliore di quell'alba che avrebbe introdotto il primo giorno di un nuovo mese. Benvenuto Dicembre, avrei potuto dire prima che la mia vita andasse a pezzi. Quella fragilità difficile da spiegare, quel desiderio di completezza che mancava. Parole, solo parole a definire un sentire che divora ogni superficialità. Un declivio, uno scendere verso quell'abisso che risucchia ogni volontà. Il sole mi aveva accecato completamente, quel filtro mi faceva vedere solo quello che volevo. Udivo suoni, melodie che coloravano positivamente, da qualche tempo, le mie giornate. Era solo follia, un'emozione grande poggiata sull'orlo di un dirupo. Mettere in discussione una vita, se pur fatta di rinuncia, in nome di un grande sentire. Una vera e propria vertigine d'amore capace di divorarmi anche l'anima. Avevo deciso di annotare tutto per creare qualcosa, un diario da pubblicare. E poi l'ospedale, rivivere una condizione che conosco bene. Una sospensione dal vivere, quella paura che ti toglie il respiro.

  • 29 dicembre 2021 alle ore 12:09
    La foto

    Come comincia: Era di fronte a lei, un po' di fianco, nascosta soltanto in parte dallo scaffale della libreria che sovrastava la scrivania dove lavorava.
    Scriveva a computer e di tanto in tanto lo sguardo volava sulla foto: una spiaggia (Coroglio? Licola?), se stessa bambina, con un cappello giallo (la foto era in bianco/nero, ma lo ricordava, le pareva di poterlo toccare), seduta, gambe piegate, un braccio teso a sfiorare la spalla del fratello Gianni (in foto c'erano tutti e quattro i fratelli), anch'egli sulla sabbia (doveva scottare), con la sua aria malandrina e allegra, una gamba tenuta con le braccia e l'altra tesa.
    Alle spalle, in piedi, il fratello Vincenzo (lo scacchista), Leonardo (l'amato scienziato), la zia Veronica (che era un poco anche la loro mamma), e infine Roberto, il più alto, il più forte, Ivan il terribile che, nella foto, aveva il braccio sinistro proteso in basso, verso di lei. Forse intendeva fare sì che stesse ferma, per la foto.
    No, Non ricordava affatto chi l'avesse scattata. Mancavano la mamma e il padre, quindi era pensabile che a scattarla fosse stato il papà.
    Ricordava che vi fosse stata un'altra foto, dove erano tutti assieme e la zia non c'era. Quella che le avevano spedito quando, partita per la colonia (testardamente), volevano consolarla per il distacco. Ricordava che la mamma le aveva scritto dietro, con la sua grafia svolazzante:
    -"Tra poco saremo di nuovo tutti assieme."-
    Tutti assieme non lo erano più da un pezzo.
    La foto l'aveva recuperata, morta la zia, tra le carte da buttare via. L'osservava spesso, chiedendosi se la lei bambina avrebbe potuto (era stata sempre un po' capace di predire il futuro), avvisare, al tempo, il fratello Gianni dei rischi che correva.
    Il fratello Roberto delle sofferenze che l'attendevano se avesse compiuto le stesse scelte.
    Suo padre, perché non la lasciasse troppo presto a causa di un infarto.
    A lei stessa, cosa avrebbe suggerito?
    Poteva? Avrebbe potuto?
    Scriveva un romanzo. La figliola più piccola stava per uscire: un esame all'università.
    La luce del balcone penetrava stranamente velata e poco nitida a causa...
    a causa?
    Non capiva: pochi minuti prima un bel sole di maggio faceva capolino -finalmente - in quella primavera fredda. Adesso, invece, sembrava che la luce avesse perduto di forza.
    -"Chissà come mi sentirei se tornassi di nuovo a quegli anni: una bambina agile, danzatrice, col corpicino svelto, le gambe veloci. Chissà."-
    Un tuffo.
    Oddio, non respiro!
    Il mare mi sommerge. Qualcosa mi è piombato addosso. Mi agito come un gatto nell'acqua. Non sono mai stata troppo brava a nuotare, ma adesso non riesco a venire fuori con la testa.
    Vorrei urlare, non posso, graffio l'acqua, m'infilo in uno spazio più chiaro, mi lancio nel chiaro e qualcuno mi aiuta, mi afferra. Graffio anche quel qualcuno.
    Ecco, sono all'esterno. Mi avevano inavvertitamente sommersa con una camera d'aria della gomma di un autocarro.
    Ma questo lo scoprirò dopo.
    Per intanto ritorno a riva, sconvolta, dopo avere bevuto un bel poco di acqua salata. Già lo so, quell'avventura mi segnerà a vita. Se possibile, diverrò ancora di più ansiosa al solo vedere il mare.
    Mi viene incontro mio fratello Gianni. Com'è snello! Come siamo magri tutti noi! in quegli anni cinquanta il problema dieta non fa parte della famiglia.
    -"Che cosa ti è successo?"-
    -"Non so. Non so."- Sono lì, gocciolante, infuriata, ragazzina di circa otto anni, mentre gli esseri stupidi che mi hanno gettato addosso la camera d'aria se la sono prudentemente data a gambe. Il mio corpicino è agile, piccolo. Guardo in su verso gli occhi neri, verso i denti chiari del sorriso di Gianni. Lo abbraccio.
    -"Che hai? Che cosa è successo?"-
    -"Successo? Non so!"- Lo abbraccio di nuovo. Ha il corpo asciutto, caldo di sole e lo infastidisco con il mio bagnato e freddo. Però se la ride. Tipico.
    E' abbronzato.
    -"Gianni?"-
    -"Sì?"-
    -"Debbo dirti una cosa."-
    Ho qualcosa da dirgli, sento dentro me che è importante, ma sembra che venga inghiottita dal sole che mi batte sulla testa. Non ho i miei zoccoletti da spiaggia e sto per scottarmi i piedi. Lui mi prende per sotto le braccia e mi solleva, depositandomi più in là sugli asciugamani da bagno.
    -"Dopo. Me lo dici dopo. Sto andando con Roberto e Leonardo a fare una nuotata."-
    Non importa, tanto non ricordo più cosa dovevo dirgli.
    Mi guardo intorno. C'é la zia che prende il sole. Un bambino di circa quattro anni, tutto nudo. Guarda anche lei nella mia direzione e sorride.
    -"E' un maschietto."- Mi prende in giro, perché crede che io gli stia guardando qualcosa che io non ho. Ma non è vero.
    A casa, con quattro fratelli e un padre, mai che sia capitato di vederli nudi. Certo che non ho mai visto un maschio nudo, ma nemmeno in mutande. Tutti ben attenti a mantenersi coperti davanti alla piccola di famiglia.
    -"No, zia! Guardavo per caso!"-
    Lei continua a sorridere ironicamente.
    Il sole è a picco su di me, lo stomaco reclama. Ecco mia madre: costume a un pezzo, capelli rossi e ricci, giovane, bella, bianca. Non è abbronzata.
    -"Vieni ad aiutarmi?"-
    -"Per fare cosa?"-
    -"Mettiamo in tavola."-
    In tavola? Non capisco ma la seguo.
    C'é una passerella in legno, inseguendola giungiamo alle cabine: sembrano piccole abitazioni e ognuna, sul davanti, ha un terrazzino in legno. Che belle!
    Entriamo e si fa aiutare a portare fuori un paio di tavolini in legno, di quelli che si aprono.
    Poi l'aiuto a metterci su una, due tovagliette e un recipiente che contiene un'enorme frittata di pasta al forno.
    Arrivano "i ragazzi", portano le gazzose e le birre. Mio padre ritorna dal mare, con l'aria di chi è a disagio: il dirigente di banca fatica ad assumere il ruolo del bagnante. Tra l'altro, con il nuoto, non ha dimestichezza: di qualcuno dovevo avere preso, io!
    Si mangia. Che buono! Cosa non c'é in quella frittatona!
    La fame passa, ma non l'intontimento. Continuo a sentirmi come se dovessi ricordarmi qualcosa. Roberto fa sempre un tantinello il dispettoso. Non avevo qualcosa da dire anche a lui? -"Roberto, tu dovresti evitare di..."-
    -"Evitare cosa?"-
    -"Forse una ragazza. Forse non ha colpa lei, ma poi succederebbe..."-
    -"Farfugli? Ti ha dato in testa il caldo?"-
    -"No."-
    -"E allora?"-
    -"Niente. Allora, niente."-
    -"Lasciala stare, Roberto!"- Protesta Gianni. -"Stava per affogare, a mare."-
    -"Affogare?"-
    Chiaramente interviene mia madre e mi tocca raccontarle l'avventura con la ruota d'autocarro. Si arrabbia contro il mondo, vorrebbe sapere chi è stato, poi sgrida uno ad uno i miei fratelli che mi hanno lasciata sola. Non è colpa loro. Inoltre, sono io che mi allontano da loro perché mi fanno gli scherzi: nuotano sott'acqua e mi tirano le gambe. Gianni, è vero, ci prova a farmi nuotare. Mi tiene la testa fuori e dice:
    -"Sei leggera, resta a galla. Fai il morto."-
    Io sono proprio negata e resto a riva, dove c'é piede. Da non credere! In famiglia i miei fratelli (tutti tranne Vincenzo, in verità), sono capaci di nuotare per miglia. Roberto, quando andiamo in barca, si tuffa e scompare fino a quando non lo diamo per morto. Invece io...
    -"Gianni, tu dovresti fare a meno di..."-
    -"Cosa?"-
    -"Se incontri quella ragazza, quella che quando sta seduta fa uno strano movimento con le narici..."-
    -"Michela, ma che dici?"-
    -"Poi... forse per la sabbia. Il piede,  quel neo, non metterci le mani tu, fallo vedere..."-
    -"Michela ha preso un colpo di sole!"- Ride Roberto.
    -"No. E' stata la paura."- Asserisce mia madre.
    Mio padre tace. Mi guarda in modo strano: io e lui ci siamo sempre capiti con lo sguardo.
    -"Anche tu, papà, troppo lavoro. Io penso che..."-
    -"Cosa pensi?"- Oggi il suo sguardo sembra provenire da una distanza insormontabile.
    -"Forse, se lavorassi di meno. Forse se ti curassi di più..."-
    Adesso mi osservano tutti, perplessi. Preoccupati, direi. Non ricordo più cosa volevo dire.
    "i ragazzi" fuggono via.
    -"Non fate il bagno dopo mangiato"- Gli grida dietro mia madre. Papà si stende in cabina, la zia si allontana verso l'ombrellone. La seguo.
    Passano le ore. A breve andremo via. A breve tramonterà il sole.
    Eccoli i miei fratelli! Ritornano agli asciugamani. Bagnati, spruzzando sabbia.
    - "Finitela! Mi riempite di gocce!"- Brontola la zia.
    Si passano gli asciugamani l'uno con l'altro e poi cominciano a metter a posto per rientrare. Leonardo indossa una camicia, io un giacchettino sul costumino a righe.
    Arriva mio padre con la sua Nikon e suggerisce di fare una fotografia di gruppo. Non ne abbiamo molte di foto, al mare, perché non ci andiamo molto spesso. Almeno non tutti. I miei fratelli vanno per fatti loro, ma io posso andare al mare soltanto quando papà ha le ferie. Sono poche: lavora sempre e non gli piace neanche troppo mettersi in costume e stare al sole, per cui davvero le mie occasioni di apprendere a nuotare si riducono di molto. Ecco il perché della foto: quando capiterà di nuovo?
    Ci raggruppiamo: Io a terra con Gianni e dietro gli altri tre con la zia Veronica. Leonardo le si mette accanto. Papà scatta. Poi cambiamo di posto e viene la mamma al posto della zia. Papà scatta e assolutamente rifiuta di farsi fotografare, anche se ha indossato la camicia e il suo solito cappello.
    Beh: almeno avremo un ricordo.
    Mi guardo intorno, mi rimetto i pantaloncini corti, trovo le borse da mare, scuoto la sabbia, piego gli asciugamani, poi corro verso la cabina ad aiutare la mamma.
    Non capisco perché, ma ho la netta sensazione di avere dimenticato qualcosa. Qualcosa d'importante, che riguardava Gianni e Roberto. Qualcosa che dovevo dire anche a mio padre.
    Niente da fare: nella testa c'é il vuoto.
     

  • 24 dicembre 2021 alle ore 10:43
    Storie di strada&rose tatuate

    Come comincia: Testimonianza (prima parte) - La storia che vado a scrivere (raccontare) è vera, nel senso che mi è realmente accaduta: anzi, posso proprio dire che si tratta di una "testimonianza" eppoi...tra un pò si capirà il motivo. E' un giovedì sera di fine dicembre, una serata qualunque, direi, un pò umida ma abbastanza tranquilla rispetto ad alcune altre delle ultime settimane (intendo - è ovvio - dal punto di vista atmosferico): molti potrebbero prendermi per matto, i più pignoli, invece, ed amanti delle statistiche all'eccesso, la chiamano antivigilia di Natale; sia chiaro che nulla importa al sottoscritto perchè per me il Natale è una cosa come tutte le altre, un giorno qualsiasi, forse anche peggiore degli altri (il titolo di un vecchio film del 1975, di Sydney Lumet, con Al Pacino e John Cazale attori protagonisti, recita "Quel pomeriggio di un giorno da cani": magari è proprio così il Natale, per coloro i quali non se la passano bene!). Una ragazza, di cui evidentemente non ricordo più il nome, alcuni anni orsono, su badoo, un sito di chat gratuita, mi mandò il seguente messaggio: "il Natale è la festa più falsa che esista!": d'accordissimo, debbo dire in tutta sincerità, e nulla di più sacrosanto racchiudono tali parole, perché essa è frutto del più squallido e mero consumismo, creata ad hoc dall'uomo per darsi una parvenza di buonismo e null'altro; per spendere, per consumare piuttosto che per riflettere. Avete presente la frase di John Fitzgerald Kennedy "la guerra è un male degli uomini e tocca agli uomini porvi rimedio"? Ebbene, io all'uopo, ossia in questa occasione, la capovolgerei, o meglio la stravolgerei aggiungendovi magari (come tocco personalissimo) un punto interrogativo ed uno esclamativo messi insieme alla fine, dopo aver detto ciocché segue: "Il Natale è un male degli uomini e toccherebbe agli uomini porvi rimedio?!". Ma tanto é: visto che il Natale esiste, alla stessa stregua di molte altre cose (ed abitudini) della vita dell'uomo, tanto vale non farci caso. Molto più vera l'Epifania, sarebbe, però, se vogliamo: una festa religiosa piuttosto che profana o consumistica come San Valentino o il Natale, appunto...il giorno più vero dell'anno - a mio modesto avviso - è tuttavia sempre stato il 31 dicembre, e con l'ultimo dell'anno nulla hanno a che spartire tanto il sacro (presunto) dell'una (Epifania), quanto il profano (vero o presunto, ed acquisito) dell'altro (Natale): sin dall'età scolare più remota, infatti, ritenevo questo, nonostante il Natale venisse personalmente visto (e vissuto) allora come momento di svago e di serenità da trascorrere in simbiosi con la famiglia, o più semplicemente come occasione per far "festa da scuola"; poi, però, crescendo e forse maturando (o meglio ancora diventando maturo invecchiando: non saprei dire, tuttavia, se sono attualmente sopraggiunto alla giusta maturazione, né se invecchiando o maturando nel corso del tempo e strada facendo, sia diventato migliore di quand'ero giovane!) questa sensazione e tale modo di intendere penso siano divenute sempre più profonde e reali in me stesso: durante la notte di quel giorno, infatti, tutto potrebbe davvero succedere, in teoria, ad ognuno ed ovunque (nulla è mai accaduto, sia chiaro,  durante le mie cinquantotto primavere precedenti trascorse su questa terra, o notti di San Silvestro che dir si voglia; nulla di speciale o di fenomenale che possa riguardarmi, per lo meno, in maniera tale da poter dire un giorno a qualcuno che io c'er...ma in teoria, appunto, potrebbe qualunque cosa accadere!). Ma l'ultima notte dell'anno è anche quella in cui - inevitabilmente - tutti i nodi vengono al pettine, come suol dirsi (è un modo di dire un po' retorico, magari, o da frase fatta, forse anche abbastanza retrò, ma penso sia così in definitiva e linea di massima); si stilano bilanci (lo fanno anche coloro i quali per nulla hanno dimestichezza con la partita doppia o coi registri contabili aziendali), si fanno i conti in tasca, sovente e volentieri, con sé stessi (a prescindere dal fatto che le tasche siano piene o vuote: rammento che in una delle scene più famose e cult del film "Novecento - atto primo", di Bernardo Bertolucci, datato 1976, Roberto Maccanti - Olmo Dalco' da ragazzo - dica a Paolo Pavesi - Alfredo Berlinghieri da ragazzo - "Sono un socialista dalle tasche buche"; i personaggi da adulto, tra l'altro, sono rispettivamente interpretati, nella citata pellicola, dall'attore francese Gerard Depardieu e da quello americano Robert De Niro, due mostri sacri della cinematografia mondiale; ma un riferimento personale dice anche che mio nonno fosse un contadino mezzadro della bassa reggiano - modenese, di idee forse socialiste, non certo ricco, il quale visse proprio nei medesimi luoghi in cui il film era ambientato e laddove fu in massima parte girato, ovvero tra le province di Cremona e Mantova, in Lombardia, e tra quelle di Parma, Reggio Emilia e Modena, in Emilia - Romagna), soprattutto si fa (o si dovrebbe fare) un rendiconto con la propria coscienza. Probabilmente accade proprio questo anche se - come ebbe a dire una volta Paolo Crepet, noto sociologo, psichiatra, scrittore ed attore teatrale, "la vita non è una mera attività commerciale, fatta di entrate ed uscite": invece ci sono gli sbagli, i rimpianti, che bussano alla porta (quella notte ancor più delle altre trecentosessantaquattro o trecentosessantacinque lo fanno); eppoi le occasioni perdute con cui fare i conti (appunto!), le quali pesano come macigni e sono più ingombranti d'ogni altro fardello; le porte mai aperte per paura di trovarvi dei fantasmi o di non trovarci nulla, dall'altra parte (mi sovvengono spesso le scale di alcuni disegni di Maurits Escher, noto matematico, incisore, litografo, grafico e filosofo olandese, le quali non portano a nulla seppure girino su sé stesse all'infinito; oppure le scatole cinesi che si aprono e rimandano ad altre scatole, e ad altre ancora in un perenne ciclo di...apertura senza scopo o costrutto alcuno); i viaggi interrotti a mezza strada; ed ancora, le strade trovate chiuse o sbarrate (i due aggettivi sono enucleati nei vocabolari - per lo meno nel mio vecchio Palazzi accade così - sotto la dicitura enne in maiuscolo ed appuntata: cioè, nella Nomenclatura, sinonimi, voci attinenti, analogie, epiteti, ecc. potrebbero sembrare dei sinonimi a tutti, ma a mio avviso non lo sono se li si legge in maniera più "sottile"!), dalle quali non si può più tornare indietro; le illusioni e le disillusioni; i disincanti, i sogni perduti e vai...vaffanculo! A molti pure capita - magari - di fare a botte, in quella notte, con sé stessi e colla propria coscienza (per alcuni trattasi più semplicemente del proprio io interiore, ma sembra siano la stessissima ed identica cosa tanto nel Paese di bengòdi, quanto a Katmandu che sta alle pendici della catena montuosa himalyana!), salvo poi farvici pace oppure mandarsi (e mandarla) a farsi fottere, appunto; ma forse -  chissà - anche coloro esisterebbero (uso quì la forma verbale ipotetica perché non mi è dato proprio di sapere se esistano con certezza tali individui ma...ahimé, neanche se sia possibile escluderlo alla stessa stregua!) che nel corso della ultima notte dell'anno (la quale, per ironia della sorte, e per una serie di innumerevoli combinazioni astrali ed atmosferiche, potrebbe darsi che possa riuscire col buc...capiti tutta quanta stellata e colla luna piena in vista, a bella prima, a far da cornice alle stelle, proprio come se si fosse in pieno agosto - notte di San Lorenzo?! - e no a fine dicembre!) che riescono a stipulare (uso tale verbo proprio per ribadire meglio il concetto: non a caso, esso viene usato in ambito notarile e commerciale od immobiliare che dir si voglia in materia contrattuale!) un patto col diavolo alla bisogna (ricordate il mago Faust, personaggio dell'omonimo dramma di Wolfgang Goethe, che appunto stipula un patto col demone Mefistofele e finisce nella perdizione assoluta dop'averli venduto la propria anima?), e proprio col fine di divenire (o sembrare piucché sentirsi) più ricchi e più famosi, più belli e più giovani nel corso dell'anno nuovo che sta per scoccare. Camminavo in periferia, per strada (la strada è una lurida donna bastarda, la paragono sovente a una puttana: lei ti chiede dei soldi per farci l'amore, ma non mente mai perché ti dice in faccia e chiaro quello che cerca e vuole da te!), mi trovavo nel mezzo bello del solito mio viandare tardo serale, quando verso le ventidue (più o meno) decido di "breakkare" (verbo di origine americana post sessantottesco, od anglosassone in genere, in voga ed uso largo tra teenager, tra rappers, forse, e quant'altro: di certo niuno mai lo troverà scritto tra le righe di un Devoto, di uno Zanichelli, di un Treccani, aggiornati alla ultima edizione, o tra le definizioni a iosa contenute nella reale enciclopedia Britannica; "ma chi se ne frega!", forse avrebbero all'unisono esclamato sia Delio Tessa, che Remigio Zena, poeta anarchico milanese l'uno e poeta torinese scapigliato l'altro). Entro così in un "self24H": sì, avete ben letto, trattasi proprio di uno di quelli aperti notte e dì ed in cui vi trovi di tutto e di più come fossero dei vecchi bazaar della casbah di Algeri, di Marrakech o di Istanbul; vi trovi anche accendini, cancelleria e tappi di botti...preservativi. A Parigi chiamano gli autobus in servizio anche di notte "noctambus" (o 24H sur 24, appunto) ma vi sono anche i Petit Arab de coin, il piccolo arabo dell'angolo (così li chiamano affettuosamente gli abitanti della metropoli francese anche se in realtà non di rado capiti che essi vengano gestiti pure da italiani o africani). Si tratta di piccoli supermercati vintage dove si trova di tutto e sistemato in modo casuale: sta proprio in questa peculiarità il vero fascino di tali attività al dettaglio, molto diverse evidentemente dagli asettici supermercati o dai centri commerciali, figli (figliastri illeggittimi, forse) della grande distribuzione organizzata o GDO, di cui anche il sottoscritto - volente o meno - si serve! Li sembriamo tutti degli automi e troviamo tutto al punto giusto, allo stesso posto della volta precedente, salvo periodici sconvolgimenti di reparti e scaffalature all'interno di quei reparti, per mille o milioni di volte lo facciamo perché l'ordine fa parte del nostro modo di vedere le cose, oramai: esso, purtroppo, si è infiltrato come una cancrena nel cervello di ognuno di noi e - forse - anche nell'animo. Ogni arrondissment (uno dei venti quartieri che tagliano proverbialmente a fette ed in modo assolutamente immaginario il territorio di Parigi; ma invero in Francia accade per quasi tutte le grandi e medie città questa sorta di suddivisione territoriale) ne ha oggi almeno tre o quattro e sono diventati insostituibili, dopo aver preso lentamente piede sul finire degli anni novanta ed il far capolino dei duemila; una certezza per la gente del posto, situata sotto il portone di casa - quasi -  e (quasi) sempre all'angolo di una via. Ma il self di cui parlo io, purtroppo, è simile in tutto e per tutto al supermercato: coi bazaar di cui sopra, o meglio ancora con i petit coin parigini seguenti ha in comune soltanto l'orario di apertura. Esso è uno dei tanti ed innumerevoli (ovunque) disseminati oramai lungo le vie della città, dal centro alla periferia, dove io abito da oltre un cinquantennio (più in periferia ve ne sono, comunque, rispetto al centro, dove fortunatamente vi trovi anche qualche negozietto etnico che a molti non piace e fa spesso esclamare frasi del tipo: "qui vi sono solo negozi cinesi ed indiani"!: i soliti pezzi di mer...razzisti che non muoion mai e li trovi ad ogni angolo di mondo, come una lebbra a lunga conservazione piuttosto che come un cancro!), ed anche nei quartieri più lontani rispetto alla cintura urbana vera e propria, quelli raggiungibili solamente dopo lunga percorrenza in auto o su mezzi pubblici (alcuni anni orsono mi capitò di recarmi al centro commerciale più vecchio in città - quello a marchio COOP, nel quartiere "Paolo VI", per intenderci, un agglomerato di casermoni e grattacieli anneriti dalla fuliggine che cala giù di giorno e nottetempo dalle ciminiere dell'impianto siderurgico limitrofo - con un autobus extraurbano: ci misi ben quattro ore, dalle sedici alle ventidue inoltrate - ovviamente tutto compre...spesa inclusa -, dopo aver cambiato due autobus e vi dico che fu la manna dal cie...per me, una specie di gita fuori porta e divagazione una tantum sul tema dello scoglionamento esistenziale, se si tien presente che per percorrere il tragitto che va da Taranto a Bari, dopo che la linea ferroviaria è stata potenziata, ci voglia oggi meno di un'ora e mezza!). Dopo aver bevuto té zuccherato al limone, spesa cinquanta centesimi (ne avevo desiderio da alcuni giorni, visto che da tanto ho del tutto azzerato l'uso di questa bevanda che molti nutrizionisti considerano essere massimamente "antiossidante", ma che ha delle controindicazioni per il sottoscritto nocive al proprio sistema nervoso centrale o SNC che si voglia dire, evidentemente: ecco, pertanto, capitare a puntino il momento propizio per togliermelo, proprio come farebbe una donna gravida a cui il consòrte o convivente che sia - magari dopo esser andato sino in capo al mondo per trovarli - porta un gelato alla crema o delle fragole freschissime, benché fuori stagione, alle due di notte, per soddisfarne le sacrosante voglie e i desideri, appunto!), ed aver acquistato una confezione di due tramezzini (rigorosamente vegani, con pomodoro e formaggio ma...seppur debbo confessare di non esser vegano al cento per cento, lo sono nì!), spesa due euro (alcuni self, invero più taccagni o forse - chissà - soltanto più stronzi degli altri, chiedono un euro e cinquanta per un tramezzino in confezione "single"!), stavo per andarmene e proseguire il mio cammino, quando...all'improvviso, di fronte a me vedo apparire qualcosa di strano, insolito davvero per il luogo: su una parete del locale, infatti, ho scorto un foglio (affisso con nastro adesivo color grigio) su cui vi era scritta (in corsivo ed in neretto, a caratteri più grandi rispetto al testo successivo, tanto da risaltare ad occ...a vista) la seguente parola: "Testimonianza". Sono curioso dii natura (pur essendo tendenzialmente schivo, possiedo il carattere della curiosità nel mio dna: non sò se i miei nonni o qualche mio trisavolo fossero curiosi; mio padre invece lo era abbastanza. Esser schivi e curiosi all'unisono, beh...il fatto potrebbe sembrare davvero inconciliabile ma io vi convivo da parecchio senza farmene colpa alcuna né darmene inutile pena!), così non perdo tempo e mi avvicino al foglio, per leggere meglio. Dop'aver letto un paio di righe del foglio (anzi, sono due i fogli; in totale quattro pagine formato "A4", numerate in successione dal quattro al sette e in ordine disposte: me ne sono accorto subito dopo), decido così di staccarlo dalla parete dov'era affisso ("lo porterò a casa", penso dentro di me, "e lo leggerò con calma!"). Lo ripiego poi su sé stesso due volte per metterlo, infine, nel tascapane color marroncino che a tracolla porto immancabilmente, nel mio camminare, da immemore tempo (invero, per qualche anno, dal 2017 al 2019, camminai portando a tracolla un'altro zainetto: particolare irrilevante, forse, ma mi preme ugualmente scriverlo). Ovunque mi capiti di andare, ovunque vada (non importa se si tratti di un viaggio lungo o semplicemente del monotono gesto ma necessario del recarsi a buttare il pattume, nel cassonetto sotto casa) lui è sempre con me, mio fedele compagno di viaggio visto che lo possiedo dal lontanissimo 1980. La prima uscita insieme, ricordo, fu per andare in quel di Brindisi, a fine settembre di quell'anno magico ed al tempo stesso drammatico per eventi personali e generali che vi capitarono; una partita di basket fu la circostanza, allora: esattamente incontro tra Pallacanestro Brindisi e Sacramora Rimini, prima giornata del campionato di serie A2 maschile al palasport "Nuova Idea", in contrada Masseriola (poco fuori città del capoluogo adriatico), oggi intitolato alla memoria di Elio Pentassuglia, mitica figura del basket brindisino. Io ed il mio tascapane ne abbiamo viste tante di cose, in fondo, dopo quella partita lontana; insieme siam stati in tantissimi posti come...sovente hanno pure tentato di "fregarmelo", offrendomi dei soldi, ma io imperterrito ho sempre rifiutato: accadde durante un viaggio in treno, la prima volta, a Rimini; eppoi, ancora a Portogruaro, nei pressi di Venezia, l'estate successiva, a Trieste ed a Modena, a Bologna, a Zurigo, in Germania e in  Nuova Caledo...non ricordo quante altre volte, adesso, né dove sia stato! Lui sarà sempre con me, ovunque andrò, perché è solamente di lui che mi fido: insieme alla mia collana d'oro che porto al collo e sopra cui sono appese una croce e due fedi nuziali, ovvero le fedi più incrollabili della mia vita: non è la fede in Cristo, quella di cui parlo, visto che sono del tutto ateo ma di un'altra ben più concre...trattasi solamente - e semplicemente - di cosa (fede) umana, appunto tangibile ancorché più "terra terra". Il tascapane ed insieme la collana rappresentano un tempo che fu, per me, loro simboleggiano qualcosa che non si può scambiare con nulla al mondo né con nessu...andranno via insieme a me da questa terra quando sarà giunta la mia ora. Dopo aver riposto i fogli nel tascapane ho continuato la mia passeggiata fra le strade oramai (quasi) deserte e verso le ventitré sono rientrato a casa. Ho letto per intero la storia scritta sul foglio, poi ho deciso di riportarla (scriverla) integralmente all'interno di questa mia storia per testimoniare: anzi, parafrasando il titolo di ciocché il foglio stesso riporta, per proporre una "testimonianza".
    "Mi chiamo Teodolindo Durante e voglio raccontarvi la mia Testimonianza...Fin dalla mia nascita sono cresciuto senza un padre. Egli espatriò per motivi di lavoro lasciando mia madre con cinque figli senza alcun sostentamento economico, nella miseria totale, prima che nascessi, (ultimo di cinque figli) poi nacqui io e divennero sei. (vivo per miracolo perché mia madre voleva abortire, ma credo che questo non avvenne per mancanza di soldi). Eravamo molto poveri, ed ogni giorno era una lotta per la sopravvivenza. Crebbi negli stenti, e mia madre cercò di fare del suo meglio, ma era una donna di scarse risorse culturali e intellettive. La strada fu la mia maestra, e per quel che riguardava lo studio non ne volevo proprio sapere, e quindi malgrado l'insistenza di mia madre lasciai la scuola media dopo aver minacciato il professore di matematica non sopportandone la disciplina. Dopo aver abbandonato la scuola di obbligo mi misi subito a rubare, prendevo tutto ciò che non avevo mai potuto avere a motivo della miseria in cui ero cresciuto. Ormai ero arrivato ad un punto che nessuno più riusciva a controllarmi. Iniziarono a portarmi in case di rieducazione, i guai con la giustizia non riuscivano a trattenermi, facevo già parte di una minigang, ero divenuto molto noto alle forze dell'ordine che non vedevano l'ora che divenissi imputabile per potermi arrestare perché dava molto fastidio alla Società. Gia ero stato in diversi riformatori da cui non ci ritornavo puntualmente, e appena giunto all'età di quattordici anni la mia vita diventò un entrare e uscire di prigione pirma da minore, e poi da maggiorenne. Mi arrestarono conducendomi nella Prigione locale dove mi tennero una settimana in cella di isolamento per la mia minore età non avendo un auto di servizio per condurmi nella Prigione minorile che si trovava in altra Città. Non vi dico quante ne ho passate e viste nelle carceri da poterci scrivere un libro. La mia vita divenne un via vai dalla prigione minorile e poi da quella giudiziaria. Nel carcere se ti fai pecora ti sbranano, e quindi devi mostrare subito i denti. Mi feci anche dei tatuaggi per sembrare più duro. Nella Prigione vige davvero la Legge del più forte. Ho assistito a diverse cose brutte li dentro, omosessualità, autolesionismo, litigi vari ed accoltellamento, etc. se poi sanno che qualcuno si trova dentro per pedofilia o per aver fatto la spia lo massacrano. Finito diverse volte in isolamento per varie ragioni. Mi tradussero in varie Case Circondariali, da minore in Prigione Scuola dove divenni tipografo e poi da adulto in varie Prigioni di tutta la Puglia, durante una traduzione riuscii anche ad evadere una volta e poi stanco di nascondermi mi feci prendere. Divenni poco dopo Cammorista con rituale patto di sangue. Intorno ai 22 anni  di età iniziai a riflettere, e compresi che stavo buttando via la mia vita, e così decisi di fermarmi e cambiare vita. Ma mi resi ben presto conto che non era per niente facile, e senza un aiuto e un interesse forte, non c'è l'avrei mai fatta. Molte erano le tentazioni del facile guadagno, ed il lavoro non mi piaceva per niente. Così pensai di responsabilizzarmi formandomi una famiglia con la speranza di non ricaderci più. Dopo qualche tempo nonostante avessi diverse relazioni, conobbi una ragazza che mi colpì perché se pur essendo a conoscenza del mio recente passato, mi volle ugualmente e così facemmo la cosi detta fuitina (np., in dialetto tarantino significa fuga d'amore) esendo che la sua famiglia era terrorizzata dalla mia triste fama. Ma ben presto mi resi conto che neanche l'amore per la mia compagna era sufficiente a farmi sentire al sicuro dal mio passato. E così decisi di avere un figlio che non tardò ad arrivare. Nacque un maschietto che chiamai Luca. Purtroppo nacque prematuro ed affetto da asma bronchiale, fra nottedi veglia ed ospedali, vi lascio immaginare. Ero caduto dalla padella nella brace; un figlio malato, e senza un lavoro, perché nessuno si fidava di un ex delinquente. E come se non bastasse, mia moglie si rivelò una puledra selvaggia che a tentare di domarla c'era da rompersi l'osso del collo. Per completare l'opera, mi notificarono la revoca di un anno di reclusione che avevo in sospeso. Era un dramma, anche perché vivevamo isolati da tutti i parenti. Ma grazie a Dio, conobbi una persona in prigione ex carabiniere che mi fece scrivere un memoriale che commosse la Corte d'Appello. E così mi annullarono la pena avvertendomi che se li fossi ricomparso davanti per un altro reato, non avrebbero avuto pietà. Passato il peggio, finalmente si intravedeva un raggio di luce, trovai un lavoro decente dopo aver fatto i lavori più faticosi ed umilianti del mondo. Tutto sembrava andare per il meglio, ma gli spettri del passato ritornavano alla ribalta, e fu per puro Miracolo se non ritornai in prigione. Dio ebbe pietà di me. Il mio caratttere prepotente e ribelle tornava ad emergere nuovamente ed iniziai a minacciare il mio superiore di lavoro, avevo un arma addosso ed iniziai ad andare con altre donne. Fino al punto che restai nuovamente senza lavoro. La mia vita coniugale era diventata una tragedia, litigavamo sempre ed eravamo sull'orlo della separazione. Eravamo esauriti al massimo e facevamo uso di psicofarmaci, in particolare mia moglie. La nostra vita era diventata un inferno, a tal punto che stavo progettando una pazzia. Quel pomeriggio del 1989, dopo l'ennesimo litigio con mia moglie e prima di commettere la pazzia progettata, invocai Dio istintivamente, dicendo: Dio mio non c'è la faccio più! so di aver fatto tanto male, ma non ho pagato abbastanza? se tu esisti davvero e non sei il frutto dell'Umana immaginazione aiutami, oppure fammi morire. Gli chiesi se realmente esistesse o fosse frutto dell'umana immaginazione, gli chiesi di perdonarmi tutti i miei peccati e se non avessi già pagato abbastanza per le mie colpe. Dopo qualche istante, sentii una sensazione di pace interiore che cresceva in me, ed una voce interiore mi disse: finalmente ti sei deciso a rivolgerti a Me, era tanto che ti stavo aspettando, sono stato sempre vicino a te, ma tu guardavi altrove. In quanto alle tue colpe, tu non le puoi espiare, ma io l'ho fatto al posto tuo morendo sul duro legno della Croce per te. 
     

  • 21 novembre 2021 alle ore 1:22
    Storia di Naisha

    Come comincia: Quando ripensava alla sua infanzia, Naisha aveva la sensazione che fosse iniziata quando lei aveva quattro anni. 
    Il primo, vivido ricordo, era quello di un vecchio pullman giallastro con cui, assieme alla madre, era giunta per la prima volta nella scuola dove avrebbe vissuto circa quattordici anni della sua vita e che gliel’avrebbe cambiata. 
    Il cancello nero, in mezzo a due pilastri, si apriva su di un percorso che portava alla struttura scolastica. In effetti un collegio, in mezzo “al nulla”: un panorama cui era abituata; molto verde non coltivato, rare case basse e strade polverose.
    Erano molti i genitori che portavano i piccoli in quel luogo che accettava proprio bambini poverissimi. Uno per famiglia. Tutti lasciarono le scarpe fuori l’uscio e furono introdotti in un locale dove li attendevano delle brandine. Vi trovarono i piccoli che erano arrivati l’anno precedente. Vi furono pianti, difficoltà a distaccarsi sia da parte dei grandi che dei piccini, però alla fine ciascuno del gruppo prese la sua strada. I piccoli, accolti dalle allieve più grandi, consolati e trattenuti e gli adulti che girarono le spalle, nascondendo le lacrime.
    Naisha ricordava di essere stata cresciuta senza che ci si preoccupasse a quale religione appartenesse o a quale casta. Le avevano, da subito, imposta l’idea che non vi fosse un destino prefissato. Crescendo, lei come gli altri, maschi e femmine, senza differenze, avrebbero potuto modificare il destino delle loro famiglie. Mille anni di sofferenze avrebbero potuto, finalmente, terminare di esistere, quando si sarebbero avviati nel mondo.
    La ragazza, invece, era nata in una terra dove il destino, solitamente è attribuito ad una donna chiamata Vidhy Amma (madre del destino), che scrive sulla fronte di ogni bambino la sua sorte alla nascita. In lingua Kannada esiste anche un modo di dire: “haneli bare diddu” Che tradotto diviene “Quello che è scritto sulla fronte”.
    Naisha, nella sua esperienza di vita che andava contro ogni logica del suo villaggio, si chiedeva spesso se anche lei avesse qualcosa scritto sulla fronte.
    Quando la rimandavano in vacanza al villaggio, laddove raggiungeva la madre (che viveva con la madre), ritrovava la piccola stanza in cui era nata e cercava di vedere se stessa, bambina e la strana fatalità che l’aveva vista scelta per la sua avventura.
    Dai quattro anni ai diciotto, aveva trascorso una vita in quella scuola/collegio, laddove viveva a stretto contatto con tanti bambini, maschi e femmine, proveniente, come lei dalla miseria. Tra le sue mura vivevano anche orfani che altrimenti sarebbero stati venduti, e figli e figlie di operai che lavoravano nelle cave e straccivendoli. Lei aveva vissuto l’esperienza del diploma, che aveva segnato un momento magico della sua vita, si era iscritta in una prestigiosa università, laureandosi e specializzandosi, però, ancora in quel momento, laddove a breve avrebbe raggiunto la libertà economica e avrebbe potuto tornare al villaggio per decidere se trovare lavoro in India, oppure restare in Italia, non era affatto certa che il destino, il Karma, un giorno non gliel’avrebbe fatta pagare.
    Sapeva di appartenere alla casta degli “intoccabili,” i quali, per tradizione, sono sempre stati collegati ad attività considerate impure, come la concia delle pelli, la manipolazione di cadaveri o le pulizie. Lei apparteneva ai “paria,” che non sono inseriti in nessuna delle quattro caste ufficiali e quindi vanno evitati, emarginati, non vanno “toccati”, come fossero contaminati, e si chiedeva se lo fosse con il corpo, oppure con lo spirito. Quando in passato più volte era rientrata in quel piccolo spazio abitativo che la povertà concedeva loro, trovava la madre e la sorella che lavoravano per fare scatole di fiammiferi con una velocità incredibile. Lei stessa, in passato, lo aveva fatto: le mani piene di colla, al mattino le trovava spellate e toglieva con le dita la parte che veniva via. La madre lavorava in una fabbrica di fiammiferi. Però alcune delle amiche cresciute con lei avevano l’intera famiglia che lavorava nelle cave di pietra, compreso i bambini. Anche se, in teoria, la legge non permetteva il lavoro minorile.
    Naisha aveva sempre amato le scienze ed avrebbe voluto diventare ingegnere, però, nel tempo, si era resa conto di non essere proprio brava in matematica, per cui aveva deciso che sarebbe diventata un medico, per poi, invece, decidere per la biologia, che aveva sentito definire “la medicina del domani”. Non amava molto tornare a casa e lasciare la scuola. Il locale dove dormivano era piccolo ed il cibo scarso. Inoltre si sentiva molto a disagio, perché la madre trattava lei differentemente dalla sorellina più piccola, che era obbligata a fare tutti i lavori domestici e studiava in una scuola statale. Darika la guardava quasi con odio. Il locale era anche una cucina, di giorno. Sulle pareti avevano fatto una scaffalatura in legno e vi si poggiava di tutto. La notte, stesa in terra, non riusciva a dormire e a volte, silenziosamente, usciva all’aperto a guardare il cielo.
    A scuola avevano una camerata spaziosa che tenevano pulita e i letti erano comodi. 
    La madre di Naisha si era separata dal marito ed aveva anche un’altra figlia che era restata con lui, che, come uomo, aveva studiato fino a quindici anni. Mentre la madre era praticamente analfabeta. A motivo di ciò, aveva accettato che la figlia si allontanasse da lei: voleva permetterle una vita migliore e sperava, anche, che guadagnando, la figlia, un giorno l’avrebbe aiutata. Naisha si sentiva molto responsabile, perché pensava a tante persone che avrebbero potuto fare qualcosa di bello e utile, se soltanto avessero avuto una possibilità come quella che le era stata concessa.
    Lei, dai diciannove anni, si trovava in Italia e i primi tempi aveva trovato difficoltà, perché parlava inglese e non italiano. Appena arrivata aveva avuto modo di iscriversi ad un corso di lingua italiana e soltanto dopo tre mesi era stata in grado di capire meglio quello che accadeva intorno. In realtà sembrava come se fosse stata un inglese trapiantata in Italia. Appena diplomata, sapendo che a Milano c’erano ottime Università, lei, stimolata sempre a cercare il meglio, l’aveva scelta come sede di studio, invece di restare in India. Aveva studiato in inglese perché in tutte le buone scuole dell’India si studiava con quella lingua fin dall’asilo. Nelle scuole statali la lingua dell’insegnamento era il Temil o il Telugu e soltanto dalla quinta elementare si cominciava a studiare l’inglese come lingua ulteriore.
    Naisha sapeva bene che in India il sistema della caste risaliva a migliaia di anni e non sarebbe stato facile uscirne. Le persone andavano divise in quattro gruppi: i brahmin, gli kshatrya, i vaishya e gli shudra e sotto di loro c’erano i dalit, coloro che venivano definiti “gli intoccabili”, cui erano affidati i compiti più sporchi, economicamente sconvenienti e faticosi. Questo non perché lo prevedesse la costituzione, che sosteneva come il sistema della caste in India non dovesse esistere, mentre invece esisteva e come, specialmente nelle aree più remote e rurali e nei villaggi.
    Naisha non poteva dimenticare cosa era accaduto quando ebbe computo i tredici anni e oltre tutto era divenuta matura sotto il profilo di donna. Fu in quel periodo che venne mandata in vacanza a casa, laddove quel passaggio dalla infanzia alla pubertà sarebbe stato festeggiato con quello che gli antropologi chiamano “riti di passaggio”. Lei non avrebbe voluto rientrare, né parteciparvi, perché la nonna, da sempre, insisteva che sposasse un suo figliolo. In effetti suo zio. Aveva tante volte rifiutato, sostenuta dal fatto che non viveva a casa. Quando rientrò per festeggiare la sua maturità di donna, vennero invitati tutti i parenti e la madre spese anche quello che non poteva permettersi e non mancò l’Hara bhara kebab, in grande quantità, che veniva mangiato con le mani. Per lei non poteva mancare un indumento drappeggiato: il sari e il trucco, oltre a complesse apparecchiature sui capelli e ornamenti. Doveva apparire bella, ricca e desiderabile.
    Si sentiva in pericolo e si salvò dal dovere di sposarsi soltanto perché rientrò alla scuola.
    Da bambina, nei suoi ritorni a casa, non percepiva molto la differenza tra i due mondi: quello scolastico e quello familiare. Giocava con gli amici, insegnava qualcosa alla sorella ed era contenta di essere con la mamma. Crescendo, però, divenne sempre più difficile trovare un bilanciamento tra le “due vite” che doveva vivere. Si sentiva infelice in entrambi i ruoli e in colpa verso la famiglia, con la sensazione di avere un grosso debito da colmare. Tutti si aspettavano troppo da lei. Fortunatamente riuscì a raggiungere quei buoni voti che le avrebbero permesso, al diploma, di scegliere la migliore università possibile. Fu un grande dolore per la mamma quando comprese che intendeva recarsi in Italia per studiare, mentre alla scuola apprezzarono la sua decisione, con la promessa che il lavoro lo avrebbe trovato in India, per tornare ad aiutare i suoi familiari e la sua gente.
    Lei sapeva che le persone agiate, dovunque si trovassero, avevano una assistenza sanitaria che mancava assolutamente ai suoi parenti, che si erano anche indebitati per fare sposare la sorella, la quale aveva, naturalmente, lasciato la scuola dopo la terza media. Lei sapeva di dover raggiungere l’eccellenza, altrimenti sarebbe stata schiacciata da un mondo crudele ed ingiusto. Le era stato inculcato che doveva guardare oltre la propria individualità, per poter pensare a chi aveva lasciato indietro. Sapeva di avere in sé una forza non comune e, con la specialistica in biologia, sarebbe tornata a casa e avrebbe trovato lavoro in un grande ospedale. In India.
    Ecco perché, benché si fosse innamorata di un compagno di studi, non poteva assolutamente lasciarsi portare da quel sentimento. 
     
     
     

  • 10 novembre 2021 alle ore 16:58
    Una cosa da niente...

    Come comincia: Quasi un risveglio improvviso. Il mio corpo ha sussulti con il rumore sferragliante di un’auto affatto nuova. Sono disteso e nudo su sbarre di ferro ricoperte da un telo..Ho due placche bianche sul torace. C’è odore di peli bruciati. Una sirena miagola chiedendo strada. Stanno parlando vicino a me dei fatti loro. Forse è il Napoli l’argomento. Ma io che ci sto a fare lì? Ho il ricordo della mia Haute che saltata sul letto mi è venuta a leccare il volto. Non lo aveva mai fatto in tre anni. Il modo spasmodico incessante di aiuto non lo dimenticherò mai. Ansimava. Aveva capito! Ha eccoli entrare dalla porta che ho lasciato socchiusa..una equipe di pronto soccorso in pieno assetto. Qui si ferma il ricordo. La sirena ora è più rabbiosa in un traffico che immobilizza. Sento battute e risate attorno a me. Non mi hanno chiesto come mi sento. Ci fermiamo. Arrivati? Dove? –“Huee! Pascà nata vota accà! Che ci hai portato?”_ -“Un arresto cardiaco…l’avimme preso per un pelo..”_

  • 23 ottobre 2021 alle ore 23:50
    Il cappello

    Come comincia: Il vento era talmente forte che se avessi avuto un cappello me lo avrebbe strappato dalla testa e fatto volteggiare nell'aria, ma io non avevo un cappello, anzi non avevo mai avuto un cappello e mai avrei pensato di averne. Non è che non mi potesse fare piacere pensare a qualcosa che mi tenesse caldo alla testa quando avrebbe fatto freddo, o mi riparasse dai raggi del sole quando avrebbe fatto caldo, ma che invece piuttosto l'idea di indossare un cappello avrebbe potuto interrompere la connessione tra l'universo e la mia anima.. un corpo estraneo tra la mia mente e l'impalpabile essenza del tutto.. una sensazione che mi prendeva alla gola quasi fino a soffocarmi, una sensazione fisica che era strettamente legata a quella mentale che provavo in quel momento, ecco… io odiavo il cappello, perché unire la sofferenza fisica con quella mentale per me era insopportabile e, poi, mai avrei voluto interrompere quel canale tra me è l'universo… ma … forse era solo tutto nella mia immaginazione malata...forse.. era solo una proiezione delle mie sofferenze e gioie passate forse… forse… ma c'è sempre , un vento talmente forte che se avessi un cappello me lo avrebbe strappato dalla testa e fatto volteggiare lontano… ma io non ho un cappello, e mai ce lo avrò.

  • 23 ottobre 2021 alle ore 10:33
    LA MEDAGLIA DI CARTONE

    Come comincia: Per chi vuol primeggiare la 'Medaglia di
    Cartone' (quarto posto) è la peggior disgrazia
    che gli possa capitare. Eugenio Principe aveva
    vinto il concorso per l'Ammissione al 73°
    Corso Allievi Sottufficiali della Guardia di
    Finanza dell'Aquila. Superati brillantemente
    gli esami del 1° e del 2° anno aveva indossato
    la striscia di Maresciallo. Era stato sempre il
    primo del corso ma, con sua grande
    sconforto, superati gli esami si trovò relegato
    al 4° posto della classifica finale del
    Battaglione. Per i suoi colleghi sarebbe stato
    un motivo di orgoglio ma non per Eugenio cui
    sin da piccolo era stata inculcata l'idea di
    essere sempre il primo in ogni campo. Papà
    Armando lo consolò 'equipaggiandolo' di una
    carta di credito dal budget però limitato.
    Altro cadeau l'ultima Alfa Romeo Stelvio
    grigio argento metallizzato dallo 'sguardo
    corrusco'. "Figlio mio se fosse viva tua povera
    madre..." "Papà lasciamo da parte le
    tristezze, la mamma sta meglio dove sta, con
    tutte quelle corna che le hai piantato!" "Non
    essere cattivo col genitore, ecco il libretto di
    circolazione della macchina, dentro vi sono
    quarantasette cambiali per portare a
    termine l'acquisto." Eugenio si immaginava
    quella soluzione, suo padre era quello della
    filosofia: 'I soldi te li devi guadagnare
    altrimenti sono maledetti', con questa
    motivazione dimostrava tutta la sua spiccata
    spilorceria. Era stata mamma Mecuccia a
    'rifornire' l'amato figliolo di grana in banca e
    la proprietà di terreni di uve pregiate in quel
    di Grotte di Castro in provincia di Viterbo. Da
    Roma, casa del genitore a Rimini in vacanza
    di per ritemprare 'ciccio' e poi convocazione
    al Lido di Ostia per conoscere la destinazione
    definitiva: 'Nucleo di Polizia Economico-
    Finanziaria di Ancona', poteva andare peggio,
    Eugenio non amava essere trasferito al sud.
    Niente addii col padre: con camicetta,
    pantaloni corti e scarpe di corda (mese di
    agosto) Roma - Ancona erano quattro ore di
    auto con le gallerie recentemente in
    funzione. Con l'ausilio del GPS satellitare
    Eugenio si trovò dinanzi al portone della
    caserma in via Paolo Borsellino. Il piantone
    della caserma lo guardò dallo spioncino:"Ndò
    credi d'annà cò sto siluro?" I Romani sono
    peggio dei napoletani, li trovi dappertutto
    (pensiero di Eugenio). "A coso datte nà
    smossa a rapri sto portone." "Sei puro tu
    romano?" "Romano de San Giovanni e
    maresciallo puro." "Dù volte benvenuto. Sto
    smontando, t'accompagno in foresteria, c'è
    , 'n posto libero, te porto la valigia, er baule lo
    portamo dopo 'n due." "Mo che me so
    sistemato raccontarne 'n po' de pettegolezzi
    soprattutto de corna e cose der genere.""C'è
    solo da sceje" Giovanni Proietti cominciò dal
    comandante maggiore Salvatore Montuori:
    statura media, baffi folti, voce rauca dovuta
    agli anni di permanenza in istituti di
    .istruzione, si scopava Liliana la moglie del
    brigadiere Ignazio Ferilli detto 'gnazio la
    sventola' per le dimensioni del suo 'dolio'. A
    sua volta il brigadiere si 'ripassava' Rosetta la
    consorte del maggiore piccola di statura
    brutta, ricchissima con una caratteristica
    particolare: data la dimensione del naso, in
    spiaggia, al Lido del Finanziere, sfoggiava una
    'nasca' protetta da carta stagnola per evitare
    spiacevoli bruciature, una macchietta! Data
    l'assenza sessuale del marito come detto la
    dama se la 'faceva 'nfilare' da 'gnazio la
    sventola' 'suo magno gusto'. In spiaggia le
    due signore ufficialmente ignoravano le loro
    reciproche corna e si cercavano a viva voce:
    "Liliana-Rosetta, Rosetta-Liliana, il duetto era
    diventato un mantra per i presenti. La storia
    di Isabella Ferilli, la figlia di Ignazio, era
    venuta a conoscenza di Giovanni Proietti per
    essere lui fidanzato di un'amica di Isabella. La
    Isa riceveva istruzioni sessuali da suo padre
    per come comportarsi senza problemi col
    ricco spasimante erede di una nobile
    famiglia. Vincenzo Calabro era osteggiato dai
    suoi genitori senza risultato, era innamorato
    cotto della fanciulla. Esempio di istruzione
    paterna: "non fartelo mettere fra le cosce, è
    pericoloso, stai pure attenta se gli fai una
    sega, quando lo prendi in bocca attenzione
    dove sputi lo sperma. Se vuole ad ogni costo
    scoparti ricorda la poesia di Tommaso
    Marinetti: 'Noi siam le vergini dai candidi
    manti siam rotte di dietro ma sane davanti."
    Eugenio istallatosi nel suo ufficio volle come
    scrivano il paesano Giovanni Proietti ben
    contento di 'togliersi' dal servizio di piantone.
    Primo incarico: eseguire una verifica fiscale
    ad una ditta di frigoriferi la "Pieralisi' S.p.A.'
    corrente a Falconara Superiore. La titolare
    Amalia Furlan biondona veneta, vedova,
    messa al corrente della presenza in ditta
    della Guardia di Finanza quasi svenne,
    "Signora se vuole veniamo un'altra volta,
    venga al bar così potremo fare conoscenza."
    Eugenio ci aveva fatto già un pensierino. La
    dama conquistata anche dal fascino romano
    si riprese, Eugenio rimandò al pomeriggio
    l'inizio della verifica per mettere in grado il
    consulente della ditta di coprire eventuali
    'magagne' tributarie. In tre a pranzo nel
    vicino ristorante 'Berni', tutto a base di
    pesce, finale: gelato al caffè specialità della
    ditta, conto a carico del proprietario del
    ristorante. Ritornati nell'ufficio della ditta
    una sorpresa, il consulente della società
    Eugenio Dottori introvabile, era stato
    sostituito dal giovane dello studio che in
    materia tributaria ne 'mangiava' poco.
    "Signora, soluzione trovata, inizierò ora la
    verifica con l'impostare il 'verbale delle
    operazioni compiute', domani è domenica,
    per lunedì cerchi di rintracciare il
    consulente." "Maresciallo mi farebbe piacere
    se lei restasse a casa mia, si trova sopra la
    fabbrica..." Come rinunziare ad un chiaro
    invito? "Giovanni tu torna in caserma con
    l'autobus, lasciami la macchina della
    Amministrazione, ci vedremo lunedì mattina,
    vieni con la moto targata G. di F., buon week
    end." "Buon weekend un cazzo!" bofonchiò
    lo scontento finanziere, come dargli torto!
    Nel pomeriggio chiacchiere di circostanza ed
    ascolto di musica soft, cena al solito
    ristorante con conto (molto alleggerito dal
    proprietario) a carico del maresciallo. Finale
    previsto: Amalia, ormai su di giri in bagno per
    'sistemare' la cosina, rientro in camera nuda
    (era bionda naturale) e poi mentre il Principe
    Eugenio stava a sua volta entrando nella
    . : toilette un fracasso proveniente dai
    sottostanti locali della fabbrica. La padrona
    ed il maresciallo sul ballatoio per rendersi
    conto della situazione: uno spettacolo non
    previsto: il consulente tributario nell'ufficio
    della ditta sommerso dalle carte e tre
    dipendenti Valerio Cinti, Ugo Civerchia e
    Fabio Fazio (detto coccodè per le sue
    propensioni sessuali) a caricare merce su un
    grosso camion. "Non è un mezzo della ditta,
    stanno rubando la merce stì mascalzoni."
    "Sono solo e disarmato, fammi prendere in
    mano la situazione." Al telefonino Eugenio
    raggiunse Giovanni: "Finalmente ci vuole
    tanto a rispondere!" "Ero occupato." Una
    voce femminile vicino a lui: "Chi è sto
    rompicazzi?" "Il mio capo... che c'è di tanto
    urgente!" "Stanno rubando nella fabbrica di
    Amalia, sono disarmato, loro sono in quattro,
    vestiti in divisa, porta la pistola, la paletta e il
    Mab e raggiungimi, ti indicherò la strada col
    telefonino." "Il Mab non lo abbiamo da
    tempo in dotazione..." "Maledizione, sveglia
    l'armiere, fatti consegnare il primo fucile che
    ti potrà dare, uno qualsiasi anche una Berta."
    "Signor rompicazzi o come diavolo ti chiami
    perché non provi a...stavo facendo un
    blowjob al tuo collega..." "Senti inglesina, il
    pompino glielo farai un'altra volta.." Amalia
    nel frattempo aveva indossato una vestaglia,
    uscito Eugenio si barricò in casa. Il
    maresciallo aveva preso posto sull'auto
    deH'Amministrazione e stava seguendo a
    debita distanza il camion carico di frigoriferi
    per non farsi 'sgamare'. Ci pensò il finanziere
    Proietti con la sirena della moto a tutto
    volume. Eugenio si fece affiancare da
    Giovanni e: "Sparagli alle gomme posteriori,
    sarà meno pericoloso per un eventuale
    sbandamento."L'ordine ebbe l'effetto voluto,
    l'autocarro si fermò al margine destro della
    strada, l'autista Valerio Cinti aprì lo sportello
    di destra e sparì nella campagna circostante
    insieme a 'coccodè' quanto mai impaurito,
    Ugo Civerchia non potè fare altrettanto
    bloccato dal maresciallo Principe. Due giorni
    dopo su un giornale locale apparve l'articolo:
    'Brillante Operazione della Guardia di Finanza
    - Bloccato un automezzo carico di frigoriferi
    rubati, indagato anche il consulente
    tributario della ditta." Il merito
    dell'operazione fu attribuito al maggiore
    Montuori che 'aveva pianificato l'intervento'
    ed al colonnello comandante che 'aveva dato
    le direttive per le operazioni.' (solita
    appropriazione indebita di onori.) Cos'è la
    'Berta'? Niente di attuale, era un cannone a
    lunga gittata con cui i tedeschi bersagliavano
    obiettivi francesi ed inglesi durante la prima
    guerra mondiale. Nel frattempo erano
    accaduti dei fatti che avevano cambiato I vita
    delle famiglie Ferilli e Calabro quella del
    fidanzato di Isabella. Il 'pater familias' di
    quest'ultima via telefono pregò Gnazio di
    raggiungerlo nel suo ufficio di import-export
    per un colloquio riservato. "Signor Ferilli,
    grazie per aver accettato il mio invito.
    Sicuramente conosce il legame fra mio figlio
    e sua figlia, nel frattempo si è creata una
    nuova situazione fra me ed un lontano
    parente da tempo residente a Vancouver in
    Canada dove ha fatto fortuna. Louis non
    vuole lasciare i suoi beni ai parenti della
    moglie canadese con cui non è in buoni
    rapporti, mi ha chiesto se sono favorevole al
    matrimonio di sua figlia Isabella con il suo
    Vincenzo, ci sono di mezzo molti soldi." "lo
    ce ci guadagno?" "Un sei zeri con davanti un
    uno che ne dice?" Gnazio si fece più audace:
    "E se davanti ci mettiamo un due?" "Non le
    pare di esagerare? Facciamo uno virgola
    cinque, se lei è d'accordo farò imbarcare mia
    moglie e mio figlio sul primo aereo per
    Vancouver, mia dia l'IBAN della sua banca,
    good luck agli sposi!" A casa: "Liliana ed
    Isabella novità, Sergio Calaabrò manderà il
    figlio Vicncenzo in Canada per sposare una
    lontana parente molto ricca, a noi
    giungeranno nelle tasche un milione e mezzo
    di Curo, domani darò le dimissioni dalla
    Guardia di Finanza, brindiamo col pro-secco
    della signora veneta Amalia Furlan,
    acquisterò una DS rosso fuoco per far invidia
    a quei quattro morti di fame dei nostri
    parenti in Puglia." Commenti dei paesani:
    "Questo stronzo con la divisa della Finanza
    ha fatto i soldi sicuramente rubando..." proprio...

     

  • 16 ottobre 2021 alle ore 16:57
    Differenze di senso

    Come comincia: Spesso mi trattengo in facoltà anche se sono da solo, una volta terminate le lezioni. Magari vago un po’ in silenzio nella biblioteca di istituto per rileggere con calma qualche dispensa, ma di fatto accarezzo già tra quelle mura le idee ingarbugliate che mi girano come sempre dentro la testa, e che mi portano ad immaginare il momento in cui sarò a casa dei miei, nella mia stanza, nel riprendere in braccio questo basso acustico. Qualcuno non mi prende sul serio quando spiego che suono questo strumento in un gruppo di jazz, perché tutti sono abituati al contrabbasso per questa musica, oppure al basso elettrico, ma a me non interessa niente, con l’uso di un paio di guanti leggeri riesco subito ad ottenere un suono caldo e corposo dalle mie cinque corde rivestite di bronzo. Certe volte nella mia stanza mi raggiunge Lorenzo, questo batterista ancora ragazzetto, magari anche per sostenermi mentre cerco di migliorare qualche passaggio dei nostri pezzi. Non ci conosciamo da molto tempo io e lui, però abbiamo una stessa sensibilità musicale, così quando gli faccio sentire qualcosa, lui sa dirmi subito in maniera fruttuosa che cosa realmente ne pensa.
    La musica possibile credo sia stata suonata già tutta negli ultimi decenni del secolo scorso, però concentrarsi nello sviluppare anche soltanto alcuni di quei vecchi materiali, spinge chi suona come me a vedersi aprire di fronte degli spazi musicali enormi, tanto da sentirsi portato ad andare sempre più avanti. Il mio basso risponde fedele ai miei stimoli quando lo suono, ed anche se non cerco di sfoderare chissà quale tecnica, mi sento spesso soddisfatto da quanto riesco a proporre agli altri del gruppo. In una formazione come la nostra il basso è un sostegno essenziale, e specialmente in certi pezzi tutto sembra girare attorno alle linee che riesco a disegnare con le mie timbriche. Per questo non ero del tutto d’accordo quando Lorenzo mi ha parlato con entusiasmo di questa pianista classica che avrebbe potuto venire a suonare con noi. Non ne vedevo del tutto la necessità, tanto più che con cinque componenti le cose ovviamente si complicano, ed anche da un punto di vista armonico per me suonare il mio basso si fa decisamente un po’ più difficile.
    Però nel momento in cui lui mi ha portato una registrazione di questa Franca mentre suona da sola sulla tastiera un pezzo proprio, mi sono reso conto che tutto con lei potrebbe essere davvero migliore. Il pezzo che questa ragazza ha messo insieme proprio per il nostro gruppo, appare subito estremamente complesso, però la sfida ad infilare tra i suoi accordi i miei suoni di basso, mi ha quasi elettrizzato solo ascoltando la registrazione, dando un impulso nuovo e inaspettato alle mie corde e ai miei suoni. Naturalmente dovremo attendere il momento in cui saremo tutti insieme in sala prove, quando cercheremo di amalgamare i nostri diversi strumenti, conservando comunque la matrice originale del gruppo. Attendo con impazienza quel momento, anche se so già per certo che sarà un esperimento dai risvolti piuttosto interessanti.
    Poi torno a casa con il mio zaino pieno di libri e di appunti, e subito dopo arriva Lorenzo, giusto per dirmi che oramai è tutto pronto per giovedì. Finalmente conosceremo questo fenomeno di pianista, penso io, e così si potrà vedere come organizzare la musica che verrà fuori insieme a lei. <<Non so se ho fatto bene a proporla>>, dice però adesso Lorenzo. <<Anche se non ci trovassimo troppo a nostro agio con lei, in seguito sarà sempre più difficile dirglielo, considerato che Franca ha anche un carattere chiuso e introverso>>. La musica è incontro e confronto, penso. Non è proprio possibile, al punto in cui siamo, preoccuparsi di sfumature che appaiono quasi senza alcun senso. Dobbiamo andare avanti, provare le soluzioni migliori, mettere insieme esattamente quelle idee che ci sembrano più adatte alla musica nostra, e questo è un percorso che può essere intrapreso soltanto lavorando per tentativi, scartando volta per volta ogni errore. Lorenzo mi guarda mentre accordo finemente il mio basso: è lui comunque quello che ha più entusiasmo di tutti, rifletto; e il nostro percorso può essere anche determinato da qualche intuizione naturalmente, mentre in ogni caso cerchiamo di essere sempre noi stessi nei fitti fraseggi che si riesce a produrre: alla fine è la nostra sensibilità da inserire nel gioco quella che conta, ed è la stessa che in un ambito musicale come quello che abbiamo scelto, farà sempre e comunque la vera differenza.
     
    Bruno Magnolfi

  • 09 ottobre 2021 alle ore 19:27
    Jammin' with memories

    Come comincia: L'estate che finisce.
    Te ne accorgi una mattina ai primi refoli di vento che ti infreddoliscono muovendo le foglie beige che iniziano a riempire la strada.
    Non so, ma questo tempo finisce ogni volta per farmi venire voglia di ballate dei Pearl Jam.
    Ti tornano in mente certe estati... e i juke-box.
    I juke-box.
    Dove diavolo sono finiti i juke-box?
    Come fa a essere estate senza un juke-box che suona fuori da un bar?
    Se faccio caso a quello che passava nei juke-box durante quelle estati lunghissime, mi accorgo che sono state segnate in una parte considerevole da una marea di tormentoni e musica che ora verrebbe considerata trash, insieme agli immancabili classici epocali.
    Questo finché arrivò anche per me quel momento dell'adolescenza in cui invece di subire la colonna sonora della tua estate, te la scegli.
    Come quell'estate, la mia prima al Ginnasio.
    Poteva capitare di sentire in giro cose come "Coimbra Portugal" (peropappero), di sicuro non era un gran momento per il rock.
    Ma io un bel giorno ero rimasto folgorato dal Boss, o meglio da quella valanga torrenziale di grinta, rabbia e suoni muscolari che era "Born in the USA": ascoltavo quel disco di continuo.
    Così una mattina di giugno, appena iniziate le vacanze estive, finii per comperare la cassetta (già...) di "Born to run".
    Lasciamo stare la mitologia, non fu amore a prima vista: il suono era  terribilmente diverso da quello degli anni Ottanta, suonava vecchissimo, anche  la voce era molto diversa.
    Non sapevo che farne, ma dopo la delusione iniziale iniziai a usarlo come sottofondo mentre disegnavo.
    E un bel giorno accadde la magia.
    La corsa dell'album è quasi finita, siamo all'ultimo pezzo, e lui sussurra: "...in Harlem late last night".
    In quei due o tre secondi non sta cantando, ti sta bisbigliando un segreto all'orecchio, quasi come se gli pesasse dirtelo, ti fa una confessione delicata in un soffio...
    BAM!
    Preso in fronte.
    Potrebbe ruggirtelo, ma te lo mormora appena.
    Ti fa sentire complice della storia che ti sta raccontando: ci entri, e a quel punto hai altra scelta se non essere della banda?
    E così quelle due cassette diventarono le mie inseparabili compagne di viaggio, insieme ad altre ma in cima a tutte.
    E qui si chiude il cerchio: quel disco mi parlava di tutto quello che possono promettere la notte e l'estate a un adolescente.
    L'ascoltavo di notte nelle cuffie, mentre dalla finestra si sentivano i grilli, le onde, le voci dei ragazzi che facevano il bagno di notte, le risate delle ragazze che facevano festa in spiaggia.
    Non esiste una colonna sonora migliore per quei suoni che sentivo venire dal lungomare.
    Era vita, profumata come la brezza marina notturna, sapeva di corse in auto coi finestrini abbassati, sesso, balli sulla spiaggia, afa, albe assolate in casette di legno americane, auto cromate con le fiamme sulle fiancate, giacche di pelle, atmosfere fra James Dean e i Guerrieri della notte... tutto così epico e grandioso, così diverso dalla musica usa&getta che si sentiva in giro!
    E poi quell'assolo di sax: enorme come l'esistenza, gigantesco e maestoso ma al tempo stesso intimo e soul fino al midollo: era come salire sull'aliante di Iena Plissken e planare sui grattacieli, e sentire il suono dell'anima della città.
    Ancora oggi se dovessi scegliere le due cose più emozionanti della musica degli anni Settanta, una sarebbe sicuramente il sax di "Jungleland", (l'altra sceglietevela da voi, io un'idea ce l'ho, ma sarà per un'altra volta).
    Ti cambia la vita.
    E naturalmente me la cambiò.
    Se torno più indietro nel tempo però c’era qualcos’altro che ha accompagnato un’estate (più di una) di molti anni prima, piantata com’era a ripetizione nell’autoradio di famiglia, e poi gli anni successivi, segnando la mia infanzia con i suoi suoni.
    E cominciava con il rumore della risacca.
    E poi un mondo di parole strane, intriganti anche se incomprensibili per un bambino.
    Ma lui lo conoscevo.
    Quel minatore Bruno che tornava.
    E torna ancora ogni volta che la ascolto, perché vedete, quando ho dovuto pensare ad una persona forte, che ti dia l'idea della solidità e dell’affidabilità, in ogni senso, mi è sempre venuto in mente Bruno.
    Incontriamo molte persone nel corso della vita: alcune scorrono senza lasciare quasi ricordo, altre che abbiamo la fortuna di conoscere ci sono d'esempio, ci illuminano la strada come fari; alcune sono come querce: forti, positive, piene di un’energia generosa e instancabile, che ci mostrano come al mondo si dovrebbe stare.
    Bruno per me, per noi, probabilmente era questo e tanto altro ancora.
    Nessuno di noi potrebbe mai scordare le lunghe, spensierate, meravigliose estati in cui le nostre famiglie erano una grande e gioiosa comune di bimbi, genitori, nonni e parenti vari, tutti insieme dall'alba al tramonto e oltre.
    Ad uno scricciolo come me metteva quasi soggezione tant'era grande, sempre  in movimento; dava l'idea di una persona severa ma buona, di quelle che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi rispettare.
    Della sua allegria e convivialità d’altra parte in famiglia si conserva una nutrita aneddotica, come durante quelle bellissime gite di tanti anni fa insieme a tutto il parentado che poi, più rade e con una combriccola molto meno numerosa, la sua e la mia famiglia hanno continuato a fare muniti di camper, appena gli impegni e le magagne lo consentivano.
    Della sua enorme generosità ha dato prova altrettante volte, fino all'ultimo.
    Dopo le estati sono venuti gli autunni, e di quest'uomo mi hanno colpito l'onestà, il coraggio, la dignità con la quale ha saputo affrontare anche i momenti meno felici... già, perché l'invidia degli Dei sembra proprio non permettere alle persone migliori una vita troppo serena.
    Quando arrivò, che la morte non facesse differenze è un'evidenza che non mi rese meno triste il pensiero che ad andarsene dovesse essere una persona così buona.
    Rícordo il pomeriggio in cui ho conosciuto esattamente la diagnosi che lo doveva condannare: pochi minuti dopo mi trovavo in macchina, c'era il sole e ad un tratto me lo sono rivisto davanti com'era quand'ero bambino, al mare, con lo stesso sole, e ho provato una pena, una tristezza incredule… non potevo capacitarmi del fatto che la fine di una persona simile dovesse essere proprio quella.
    La sera del giorno in cui ci lasciò mi è sembrato la cosa meno inopportuna riguardare “Amici miei", in realtà soltanto per la scena finale, nella quale Noiret al capezzale viene visitato dagli amici e Tognazzi all'affermazione che il defunto non era nessuno protesta: " Ma bisogna per forza essere qualcuno?!".
    Bruno è stato qualcuno, eccome, senza il quale la vita della mia famiglia sarebbe stata sicuramente meno piena, meno felice, meno ricca, meno intensa.
    Incontriamo molte persone nel corso della nostra vita, ma solo alcune ci lasciano un senso di gratitudine per il solo fatto di averle potute conoscere, e queste persone, grandi o piccole, famose o sconosciute, sono "qualcuno".
    Bruno per me, per noi, è stato e rimarrà sempre “qualcuno”, e meritava un tributo e un posto nelle migliori immagini di quelle estati.
    Ma non mi va di chiudere la stagione con una nota tanto triste.
    Le estati passarono, ce ne furono di memorabili, poi ne arrivò una in particolare, alla quale ripenso a volte con piacere quando le giornate si fanno più fresche.
    Quell'estate me la presi comoda.
    Di solito scendevo in spiaggia verso metà mattina fino all'ora di pranzo, e non ci tornavo prima delle quattro di pomeriggio.
    Mi tenevano compagnia, oltre ai nonni, qualche libro e della musica.
    Mi stendevo sull'asciugamano e aprivo le cuffie e un libro, quando iniziavo a grondare dal caldo scendevo in acqua, una nuotata e poi di nuovo a leggere.
    Ho dei bei ricordi di Lovecraft e Heller misti a Creedence, Sepultura, Pistols, Lanegan, Primus.
    Non propriamente quanto si avrebbe in mente per scelte balneari, tuttavia non posso negare che cose come "La spiaggia di notte" con lo sciabordio del bagnasciuga come sottofondo diventino letture abbastanza suggestive.
    Quell'estate scoprii Mark Lanegan.
    Successe perché ero andato a fare le ultime compere prima di andare in vacanza,qualche libro, una rinfrescatina al guardaroba e magari della musica nuova.
    La copertina di quel disco mi intrigò subito: un notturno con tavolino ingombro di una Bibbia, una bottiglia di whisky e un posacenere pieno.
    Il fatto è che manteneva esattamente quello che prometteva.
    Ricorderò sempre la prima volta, quando giravo per casa ascoltandolo distrattamente e partì "Dead on you".
    Fu una fucilata, un vero colpo di fulmine.
    Naturalmente l'album venne in vacanza con me.
    Così nei pomeriggi tardi a volte me ne andavo su una diga e mi gustavo la voce cavernosa e roca di Lanegan uscita da chissà dove... gli scogli e la sabbia insieme a me si coloravano di arancio e rosa, e mi immergevo nel mutare della luce, nel pulsare lieve dell'acqua che si mescolava a quella musica intensa e essenziale... mi univo al fluire delle cose e diventavo nient'altro che carne da musica su  uno scoglio, quasi senza identità.
    È bello sentirti addosso lo stesso profumo di salso che senti arrivarti dalla brezza marina, raccogliere in mano un mucchietto di sabbia fresca e asciutta e sentir scivolare lentamente i granelli fra un pensiero e l'altro, finché li svuoti tutti come una clessidra e restano solo la luce del tardo pomeriggio, il dondolìo pigro della risacca e i profumi delle piante e del mare.
    Alle volte però me ne stavo a leggere fino a metà pomeriggio in spiaggia e poi tornavo a casa, prendevo la chitarra e scendevo sul lungomare, mi arrampicavo su una diga o mi piazzavo in qualche spiaggetta meno frequentata, e lì restavo a suonare fino al crepuscolo.
    Lo chiamavo "jammin' with memories".
    Il caldo pian piano scemava, la brezza di mare portava il salso e il fresco, e a volte i passanti, i pescatori e i turisti mi facevano compagnia.
    Un pomeriggio con poco sole avevo raggiunto il mio scoglio preferito, abbastanza grande e liscio per starci comodo e abbastanza alto da non avere problemi con la marea, non c'era praticamente nessuno.
    Me ne stavo beato a scoprire dove sarei andato a parare, quando sentii delle voci:sulla diga erano arrivate delle turiste.
    Si misero in disparte bevacchiando e chiacchierando mentre mi ascoltavano.
    Dopo un po' mi salutarono e si avvicinarono, iniziammo a chiacchierare fra un pezzo e l'altro.
    Suonai per loro per un po', erano abbastanza simpatiche, e finimmo per parlare parecchio.
    Erano tre ragazze polacche, tutte piuttosto carine.
    Pian piano una si defilò e dopo un po' anche la seconda, nel frattempo senza accorgercene stavamo parlando fitto fitto con la terza.
    Suonammo e chiacchierammo parecchio, poi iniziò a scendere il buio e mi salutò per andare a cena, non prima di avermi dato appuntamento l'indomani.
    Così al pomeriggio me ne tornai sulla diga come il giorno prima, e dopo una mezz'oretta mi raggiunse.
    Chiacchierammo per ore, un po' in inglese e un po' in tedesco... in qualche modo ci capivamo perfettamente, probabilmente più di quanto capitasse nella madrelingua con altre persone.
    Ad un certo punto prese la chitarra e mi chiese: "Conosci Last kiss? No? Dovresti!".
    Ci pensò lei.
    Le ore passavano senza che ce ne rendessimo conto, finché mi disse che quello era il suo ultimo giorno lì e dovevamo salutarci.
    Ci guardammo a lungo, ci abbracciammo e ci scambiammo un bacio.
    Non la rividi più.
    Sono tornato diverse volte su quello scoglio dove ci eravamo seduti per ore, e (serve dirlo?) "Last kiss" è diventata una buona colonna sonora di quei ricordi, quando mi va di suonarci su.

     

  • 08 ottobre 2021 alle ore 13:10
    Storie di strada&rose tatuate

    Come comincia:  - Il ponte Morandi (il ponte dell'infamia) - La vicenda "ponte Morandi" è  una rosa tatuata: le chiamo così, parafrasando un vecchio film di Daniel Mann del 1955 il quale diede l'Oscar come miglior attrice alla grandissima Anna Magnani, perché stanno a simboleggiare qualcosa di bello (la rosa) al contrario; quel qualcosa che resta per sempre in quanto tatuato, appunto. E' un simbolismo al contrario, il mio, almeno per ciò che concerne la rosa, ma mi sovviene Luigi Pirandello: non è pur vero che il Premio Nobel siciliano intitolò un suo notissimo dramma "L'uomo dal fiore in bocca"? Ebbene, non molti sanno, però, che quel fiore non era un fiore, come da tutti inteso, ma un cancro che uno dei protagonisti si portava dentro, in bocca, appunto. Probabilmente anche lui volle usare un simbolo di bellezza come il fiore per indicare qualcosa che ricordi la malattia e la morte: del resto, i fiori non sono immortali come ogni organismo vivente e simboleggiano, se mai, una bellezza che non dura in eterno (come può essere quella di un quadro o di una statua, ad esempio), una bellezza umana. La vicenda del ponte di Genova è una rosa tatuata perché deve restare impressa per sempre nella testa di ognuno (per lo meno dovrebbe!), tatuata negli occhi e nella testa. Essa è da annoverarsi, insieme a molte altre, nella storia recente italiana (per recente intendo il lasso di tempo successivo alla fine del secondo conflitto mondiale che gli storici sono avvezzi ad indicare come "dopoguerra"), tra quelle le quali restano cariche di mistero, dissennatezza e - soprattutto - di infamia (quella brutta, però: ovvero, senza lode!), e la vicenda che lo (la) riguarda non è una storia di strada (o per lo meno non lo è di quelle comuni, ordinarie): è una storia di ponti, appunto; anzi, lo è di ponti crollati all'improvviso (e senza preavviso alcuno!). Non è che le strade non crollino (se mai meglio sarebbe usare il verbo "sprofondare" nel loro caso, se e quando lo fanno), tutt'altro, ma è da evidenziare un fatto non del tutto marginale, a mio parere modestissimo: quando (e se) un ponte crolla il rumor...lo strascico lasciato dietro di sé  (se non altro per le diverse proporzioni esistenti tra l'uno e le altre e, in linea di massima, considerate le dovute e debite eccezioni) è probabilmente di ben altra caratura in termini di vittime, distruzione e morte (morti). Nella fattispecie del ponte Morandi i numeri sancirono (decretarono) "quarantatre" ed è comunemente risaputo quanto la matematica non sia per nulla una opinione bensì una materia esatta (mai, però, confonderla con sinonimi quali aridità o piattezza: infatti, tanto  Alan Turing, considerato padre della moderna informatica, quanto Bertrand Russell, insigne matematico e letterato eccelso che fu insignito del Nobel per la letteratura, entrambi inglesi, furono anche illustri filosofi e soggetti dalla mente apertissima!). Gli amanti della cabala, della smorfia napoletana e del lotto, invece, sostennero (magari in maniera un pochino goliardi...macabra) che il numero 43 avesse sbancato la ruota di Genova. Mi domando: i morti parlano? La risposta che io stesso ravviso alla domanda è sì: essi (metaforicamente) parlano sempre anche nel tombale silenzio che avvolge la morte, il quale è freddo, impietoso, cinico ma lucido. I morti parlano sempre, lo fanno anche quando tentano di imbavagliarli a ogni angolo di mondo, su ogni percorso di vita e su ogni strada, appunto. Anche loro, a modo (o di testa) loro, fanno parte integrante della strada: sono storie di strada, quindi. Il 21 luglio 2021 Fabio Palli, su fivedabliu.it ha scritto: "Anche il prossimo 14 agosto ricorderemo il crollo del ponte Morandi e il suo carico di vittime. Quarantatre persone immolate sull'altare del profitto a tutti i costi. E' questo il sistema in cui viviamo e riconfermiamo a ogni tornata elettorale. Perché alla fine, e non storcete il naso, tutto fa commercio. Dal 2018 i giornali scrivono, i politici spostano transenne, le tivù fanno dirette, le aziende importanti lavorano. Si inaugura, si apre, si chiude, si fanno cose e si vedono persone. La politica romana non ha fatto mancare la sua presenza e le sue promesse. Il tutto ammantato da una patina di eroismo ruffiano dove ognuno ostenta le sue ore dedicate alle vittime, il girato, le interviste, la tempestività. Tempestività che non è la stessa nei processi. Eppure all'orizzonte c'é una riforma della giustizia che parrebbe non tener conto delle ataviche lentezze della sua burocrazia. Migliaia di uffici di cui non si ha la piena contezza dell'operato, tonnellate di carta che vanno e vengono in barba alla tecnologia. Vai in tribunale e persino gli ascensori sono lenti. E viene da pensare male, perché, ad oggi, a fronte di un fatto evidente, assodato con intercettazioni, nessuno scommeterebbe su condanne esemplari. Poi ci sono gli affari, che se ne fregano dei 43 morti e delle ore vostre passate in coda in autostrada o in città.Perché il "sistema" prevede il business prima di tutto e il resto finisce sotto al tappeto. Oggi Autostrade tiene in ostaggio la Liguria come ha tenuto in ostaggio Genova. Avremo da soffrire per molti anni. Ma come succede in borsa, se qualcuno soffre qualcun altro guadagna. I danni provocati dalla negligenza e dai comportamenti dolosi dei vertici di Autostrade sono incalcolabili...sono aziende dai bilanci stellari, aziende che hanno fatturati difficili anche da pensare. Forse la risposta è tutta li."     

  • 06 ottobre 2021 alle ore 16:02
    Muto

    Come comincia: .” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù” … da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas
    E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. Ti prego ascoltami... La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. – “Avevo sì e no, sei anni…” - Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai più. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata, sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci le loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite, c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano, ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava, come in una chiesa. Un rispetto dovuto. “Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti.” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo iphone . Non si accorgono neppure di me. Resto muto.

  • Come comincia: Il più grande di tutti i tempi sulla piattaforma social sono io.
    Il mio nome è Angel. Sì, sono proprio unico. I miei video originali raccolgono un successo dietro l’altro. L’ultimo, #LoveTutorial, ha fatto il pieno di seguaci. Solo che, da stamattina, la mia creazione è scomparsa e dei suoi protagonisti non c’è traccia sul web. Ma com’è potuto accadere? Perché capita proprio a me!?