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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 18 febbraio alle ore 18:30
    Manipolatore

    Come comincia: Manipolatore.
    Non rinuncia a fare il manipolatore.
    E gliel'ho permesso.
    E ci è riuscito.
    Sono anni che aspetta (o meglio che sua moglie aspetta) di monetizzare i sacrifici dei genitori.· 
    Manipolatore. Freddo. Formale.
    Ed io gliel'ho permesso.
    Quando mi avvidi che oltre ad essere violento era anche un tipo aziendale?
    È normale, direte voi, lavora in azienda!
    Sì, ma lui era un tipo aziendale in casa! In famiglia!
    Parlava e si muoveva in casa dei suoi genitori con calcolo, attento e non rilassato, come se fosse stato in azienda invece che a casa sua.
    Manipolatore.
    Stasera ho parlato con un professionista che ha ricevuto una sua e-mail ed in questa e-mail ancora che tentava di raggirare il professionista con il suo modo contorto e non diretto credendo di fargli fare quello che voleva lui. Ed ancora cade dalle nuvole e non sa perché non voglio avere (troppo tardi) più niente a che fare con lui. 
    Stesso stampo dei suoi amici di via Vattelapesca n.0 che fanno la faccia innocente e stupefatta se qualcuno gli rinfaccia qualcosa.
    "Ma con chi crede di avere a che fare?", ha detto il professionista.
    Manipolatore.
    Come quella fatidica volta che mi fece quella telefonata chilometrica che aveva un unico obiettivo: accertarsi che lui non sarebbe stato incomodato e che io mi prendessi ... in casa.
    Ed io intui che, non dico sperava, ma aveva considerato la possibilità che .... potesse darmi un bel pugno in testa e lui si sarebbe liberato in un colpo solo di due terzi incomodi.
    Non aveva capito la natura di .... a quell'epoca.
    Manipolatore.
    E si presenta bel bello dai dottori e con garbo aziendale e sicumera dice che ... può andare a stare con lui.
    E, con arroganza, senza dire niente, telefona di nascosto ai dottori per far saltare i miei accordi con l'unica dottoressa che mi aveva ispirato fiducia, affermando che di tutto poteva occuparsi lui.
    Ed i dottori abboccano. 
    Ed io sono liquidata.
    No. La sera si presenta tutto spaventato a casa mia (dismessa la sicumera aziendale che ha esibito di fronte ai dottori) e dice: "Non è che puoi occupartene tu?" Però senza dottoressa, come dice lui. 
    Di fronte al pubblico forte e sicuro: "Posso occuparmi io di tutto".
    In privato, senza pubblico: "Non è che puoi occupartene tu?"
    Stesso stampo del suo amico del cuore di via Vattelapesca n.0.

    Linda Landi       30 novembre 2018

  • 18 febbraio alle ore 18:17
    Morire di "Chi so' io e chi si' tu"

    Come comincia: A che serve? A niente.
    È la continuazione del gioco di "Chi so' io e chi si' tu" che ha già mietuto tante vittime.
    Le più buone. Le più indifese. Le più ingenue.

    Ed allora perché continuarlo?

    Continua perché gli attori continuano.

    Cosa è accaduto il 2 gennaio 2019?

    Il 2 gennaio 2019 era 1 anno.
    E chi può o vuole intendere, intenda.

    Ma il 2 gennaio 2019 è accaduto anche un'altra cosa.

    Da mesi sentivo recriminazioni che era tutto bloccato per colpa mia e se non provvedevo tutti noi allo scadere dell'anno avremmo dovuto pagare un sacco di soldi.

    Trovandomi fortuitamente a Battipaglia ai primi di dicembre, visto che l'anno stava per scadere. telefono a ... e mi faccio accompagnare alla banca. Dovrò tornare, perché l'addetto che si occupa della pratica non c'è. Lascio il mio numero e un paio di giorni dopo mi telefonano per l'appuntamento.
    Stavolta vado con mia madre.
    L'addetto prende la pratica, dà un'occhiata veloce e mi dice che oramai è tutto chiuso, tutto perso. 
    Traduco: nessuno avrebbe dovuto pagare niente, solo che quei soldi che avevamo stabilito dare a ... non potevano essere ritirati.
    Prego l'addetto di guardare più attentamente la pratica.
    Lo fa.
    Poi esclama: "No, non è bloccato niente! C'è solo questo titolo cointestato che blocca tutto. Per sboccarlo occorre compiere una serie di procedure che comportano delle spese e ... ha giustamente ritenuto che non ne valeva la pena. Però basta una dichiarazione di rinuncia solo di questo titolo sottoscritta da tutti i coeredi, corredata dalle fotocopie dei loro documenti, e possiamo sbloccare il resto".
    Apprendo tra l'altro che su quel titolo della discordia dovevano esserci rimasti solo un'ottantina di euro.
    Chiedo se c'è un modulo da compilare.
    "No. È una semplice dichiarazione che dovete compilate voi."
    Qualche giorno dopo l'addetto mi telefona e mi indica in quali termini doveva essere compilata la dichiarazione e mi detta i codici identificativi del titolo.
    Compilo la dichiarazione, la stampo, la corredo della fotocopia dei miei documenti e prima di Natale la porto a mia madre dicendole: "Quando viene quel tizio da Roma, cortesemente gliela fai firmare, la firmi tu e, se vuole, se può, la porta alla banca, altrimenti la porterò io, però lui, cortesemente la deve firmare. Alla banca hanno già le copie dei vostri documenti."

    Il tizio da Roma si trattiene qui solo il 25 ed il 26, quindi devo pensarci io. 
    Torno da mia madre in un giorno feriale dopo il 26 e scopro che il tizio da Roma non ha firmato, che avrebbe voluto parlarmi per spiegarmi cosa invece andava fatto.
    Per non esplodere, devo andarmene.
    Solo il 2 mattina ce la faccio (per forza di cose) a riprendere l'argomento.
    E chiedo a mia madre: "Va bene. Quel tizio non ha firmato, dice che andava fatta in un altro modo. Almeno ti ha lasciato la dichiarazione come dice deve essere fatta e l'ha firmata?"
    Sì, l'ha fatto.
    Me la dà e mi dà anche la mia dichiarazione tutta imbrattata per indicarmi come andava fatta. In un secondo momento, per fortuna, mi accorgerò che dietro la mia dichiarazione il tizio ha scritto tutto uno sproloquio per spiegare a me, che evidentemente continua a considerare un'idiota, qual è la differenza tra le due dichiarazioni. Come se non fossi in grado di vedere da me la differenza.
    Va bene. 
    Prendo entrambe le dichiarazioni e vado alla banca. 
    Mentre vado prego: "Per una volta, fa che abbia ragione lui. Ti prego, per una volta, fa che abbia ragione lui".
    Per me sarebbe stato un conforto: avrebbe potuto significare che io avessi avuto torto anche sulla questione dei farmaci.

    Faccio chiamare l'addetto e gli spiego la situazione. Fa un'aria imbarazzata e prende la dichiarazione compilata dal tizio. 
    La legge. 
    Dice: "La faccio vedere alla direttrice" e va dentro. 
    Torna: "Mi dia la sua". 
    "Ma l'ha tutta imbrattata". 
    "Non fa niente, me la dia". 
    La prende e torna dentro.
    Torna ancora più imbarazzato: "La dichiarazione di (omissis) non va bene. Va compilata come l'ha compilata lei".
    ...
    Esco, torno a casa, recupero il file dal PC, provvedo a ristamparlo. Lo consegno a ...., le chiedo di farlo firmare a quel tizio che se non è convinto può andare alla banca a chiedere.

    In serata ho la dichiarazione firmata e corredata di tutti i documenti.
    Il giorno dopo la porto alla banca: va bene.

    Perché io sono un'idiota.
    Perché io, laureata con lode, che prima del 2004 mi sono trovata a rappresentare l'R&D italiana dell'azienda per cui lavoro ad Aachen (Aquisgrana) in Germania, a Brighton in Inghilterra, a Stoccolma, etc, ma, secondo quel tizio che se ne è andato giustamente a Roma per vivere la sua vita, ma si sentiva in diritto di venire a fare i bagni al mare nella casa dei genitori ed a distruggere, guidato dalla sua compagna, le nostre vite, io ero un'idiota.

    Nel 2004 sono un'idiota che non aveva capito che doveva telefonare lei all'ospedale e non viceversa.
    Per la cronaca, hanno telefonato dall'ospedale.

    Nel 2004 sono un'idiota che aveva sbagliato a lottare perché il padre venisse trasferito di ospedale. 
    Mio padre si è salvato.

    Nel 2005 sono un'idiota che voleva dare credito a chi voleva usare prevalentemente la terapia della parola e che mi aveva avvertito: se ... continua con i farmaci ogni due anni starà in una struttura ospedaliera.
    E qui sono diventata veramente un'idiota, perché invece di lottare come avevo fatto un anno prima per mio padre, mi sono fatta fare scema dal tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato.
    Ed il tizio di Roma ha preso il sopravvento. E si è permesso di dirigere e criticare le nostre vite.

    E così sono diventata quello che voleva lui: un'idiota.

    Morire di "Chi so' io e chi si' tu"

    Linda Landi
    1 febbraio alle ore 20:41 · 

  • 16 febbraio alle ore 10:00
    GRANDI AMORI E BIMBI BELLI

    Come comincia: Alberto era salito a Firenze sul treno ‘Freccia Rossa’, destinazione Roma. Aveva partecipato al matrimonio di una sua amica professoressa di lingue. Più che amica era  una sua ex cui era rimasto affezionato ma non tanto da portarla all’altare. Aveva avuto con lei come addio un  ‘approccio ravvicinato’, aveva salutato cordialmente lo sposo e ‘avai été témoin au mariage’, per lui finalmente un capitolo chiuso. Il mondo gli appariva stupendo, si sentiva ottimista per non essersi fatto incastrare, era stato lui a presentare a Mariella Alfonso che per fortuna ne era rimasto folgorato con conseguente richiesta di un legame definitivo. Unico posto  libero sul treno  uno nei pressi del corridoio, quello vicino al finestrino era senza passeggero ma occupato da una valigetta. Il viaggio sarebbe stato  breve e Alberto prese a sfogliare una rivista di femminucce non propriamente accollacciate. Poco dopo si era presentata una signora decisamente bella che, spostata la valigia dal sedile vi aveva preso posto. Ad un certo punto la dama aveva preso a sventolarsi le gambe alzando l’ampia gonna e giustificandosi con Alberto: “Soffro molto il caldo e ridendo: non faccia quella faccia non mai visto le gambe di una femminuccia?” “Si ma ho anche visto il finale delle sue meravigliose cosce…” “Per dirimerle ogni suo dubbio le dico che ho gli slip color carne e quindi…” Non si poteva certo dire che la signora fosse una puritana, per Alberto quello era il tipo di donna che preferiva. Giunti alla Stazione Termini di Roma Alberto e la sconosciuta lasciarono passare tutti i passeggeri (erano seduti all’ultima fila) ma la dama oltre alla piccola valigia ne aveva una più grande e pesante, che fare da parte di Alberto? Ovviamente il cavaliere e, senza profferir verbo la prese  e senza chiedere nulla alla padrona si diresse verso l’uscita: “Dopo questa sua chance la ringrazio, cercherò un facchino…”  Alberto non si allontanò anche perché di un facchino nemmeno l’ombra,  una specie che col tempo era andata perduta. “Madame, col suo permesso sarò costretto a far di nuovo il cavalier servente …” “Ed io son costretta ad accettare ma…senza ricompensa.”  “Mi guarderei bene dal chiederla…” La signora si mese a ridere: “Dal suo sguardo direi proprio il contrario!” Alberto aveva ‘trovato duro’ la dama dimostrava di essere una furbacchiona. “Molto probabilmente lei è una psicologa, non mi piacciono le persone che indovinano i miei pensieri, mi  mettono a disagio, ho scritto pure in aforisma che dice: ‘Poter leggere nei pensieri altrui? Meglio di no, potreste avere brutte sorprese!’.” “Allora debbo pensare che i suoi siano stati pensieri…” “Si proprio quelli, non si offenda ma la sua persona li ispira.” “Bene, finite le schermaglie, sta arrivando un  tassì, lei mi è simpatico, questo il mio biglietto da visita, le scrivo il nuovo numero del telefonino l’ho cambiato di recente, anche la via non è quella, mia madre ha cambiato casa di recente, il mio nome è quello vero, sono Gigliola.” Alberto  con un tassì rientrò pure lui in casa in via Manin, durante il viaggio  si domandò perché quell’incontro lo aveva colpito, di donne, modestamente, ne aveva quanto ne voleva ma Gigliola aveva qualcosa di diverso dalle altre, di molto piacevole che non sapeva definire. Lui fisico atletico, sorriso permanente  era il coccolo di Alessandro preside dell’Istituto Albertelli dove insegnava lingue, talvolta in assenza del titolare di educazione fisica svolgeva anche quelle mansioni. Al rientro in servizio Alberto fu festeggiato dai colleghi, soprattutto femminucce dalle quali, per consiglio del preside si teneva lontano, questione di etica o forse meglio perché la maggior parte di loro pensava a un legame definitivo sempre aborrito da Alberto. Passa un giorno, passa l’altro… Alberto andò in lavanderia a ritirare dei vestiti quando il titolare: “Ho trovato nella sua giacca questo bigliettino da visita.” Era di Gigliola. Preso coraggio, l’espressione era quella giusta perché Alberto pensò a eventuali possibili guai amorosi anche se… “Sono Alberto, la disturbo?” “Alberto chi, non la conosco.” “Quello del treno e della valigia.” “Mi scusi adesso ricordo, come va? A me  bene sono incinta, Il ginecologo ha affermato che la piccola sta bene, fra un mese prevista la sua venuta alla luce, non vedo l’ora” “Ed il padre?” “Mater semper certa est, pater nunquam!” “Bene, tanto premesso smetto di fare l’impiccione, vorrei però essere sincero: se possibile vorrei incontrala di nuovo, se mi dice di no sparirò per sempre dalla sua vita.” “Che brutto verbo sparire, in fondo lei mi è  simpatico e di me cosa pensa?” “A questo punto sarò sincero sino in fondo: io riesco a farmi un’idea delle persone, soprattutto donne guardandole in viso. Non sopporto le femminucce col naso lungo, mi sembrano dei maschi, ma dagli occhi desumo le loro caratteristiche. Lei è intelligente, ha personalità, è furba ma sfuggente,  se innamorata diventa dolcissima, piacevole, una gatta senza artigli, potrei usare altri aggettivi. Da appassionato fotografo le ho fatto un ritratto che ritengo veritiero.” Silenzio dall’altra parte, poi: “Lei parla come un innamorato…” “Non so cosa risponderle,  sto facendo delle domande a me stesso, domande senza risposta, la mia è una inveterata abitudine di fuggire dinanzi a sentimenti importanti.” “Vorrei vivere senza problemi gli ultimi giorni della mia gravidanza, la richiamerò dopo aver partorito.” “Auguri.” Alberto riprese la sua vita normale, lavoro, qualche avventura  disprezzata da mamma Rachele che, una delle tante volte: “Mamma ti presento Grazia.” “Si Grazia, Graziella e grazie al cazzo, mai una fidanzata, sempre puttane, mai una fidanzata, sempre puttane, mai una fidanzata, sempre puttane!” La mamma per dar forza al concetto lo ripeteva sempre tre volte. Grazia:  “Sono offesa, lo faccio perché mio marito è malato (solita scusa a cui Alberto fece finta di credere). “Non ci fare caso, mia madre è fuori di testa.”  Mamma Rachele gli faceva trovare tutto a posto anche se talvolta: “Che ne pensi di farmi diventare nonna?” Domanda senza risposta, Alberto pensava solo a Gigliola la quale si fece viva solo dopo due mesi. “Caro Alberto sei diventato zio di  Amanda che mi ha fatto passare un po’ di guai, l’ostetrico si era accorto che il suo corpicino era più grande del normale e così abbiamo deciso per un parto cesareo. Stá  signorina ha preso il fisico dal padre…ossia penso, quando rientrerò a casa ti chiamerò per presentartela.” Dopo quindici giorni:”Io abito in via Cavour, telefonami prima di venire.” Una frenesia da parte di Alberto nemmeno che Amanda fosse figlia sua! La baby, dormiente, era davvero un amore in viso, tutta sua madre. Madre e nonna Adalgisa fecero accomodare Alberto in salotto e lo invitarono a cena. La nonna, diminutivo  Ada era una brava cuoca, ed anche intenditrice di vini Alberto: “Se avessi incontrato prima tua madre me la sarei sposata.” complimento non molto apprezzato dall’interessata, non aveva il senso dello humour. La signora aveva altre ‘qualità’ come quella di essere comproprietaria di industrie a Fabriano in provincia di Ancona, industrie avute in eredità dal marito deceduto. Durante il tempo libero Alberto e Gigliola con in carrozzina la piccola Amanda passeggiavano per Roma, soprattutto a Villa Borghese, sembravano due coniugi, quando incontravano dei conoscenti li salutavano senza fermarsi, non avevano voglia di rispondere alle loro immancabili domande. Ada era una madre e futura suocera impicciona per natura: “Ragazzi datevi da fare, altrimenti sarò troppo vecchia per diventare nonna di un maschietto!” E così fu: Alberto e Gigliola ebbero il primo rapporto sessuale tanto desiderato da entrambi, Alberto fu dolcissimo, Gigliola rispose con tanti orgasmi, erano diventati marito e moglie ma…Mercurio, protettore di Alberto era distratto da avventure con Selene e non si accorse che una bufera si stava avvicinando alla coppia. Un giorno a Gigliola pervenne una telefonata da Bologna, era il suo ex innamorato conosciuto ai tempi dell’università che voleva rivederla, come avesse ottenuto il numero del cellulare di Gigliola era un mistero, forse aveva incaricato un investigatore privato. Alberto e Gigliola preferirono una linea morbida ossia quella di accontentarlo invece di mandarlo a… e così un giorno Ettore, un signore da un metro e novanta si presentò, dopo una avviso telefonico a casa di Gigliola. “Ero di passaggio a Roma, volevo conoscere tua figlia. Resterò in città per sbrigare alcuni affari di mia moglie Elena.” Quella presenza apparve sospetta,  infatti era accaduto che Ettore durante una visita alla bambina, un momento assenti Alberto e Gigliola aveva prelevato dei capelli alla piccola Amanda,  li aveva fatti confrontare col suo D.N.A., risultò che lui era il padre. Forte del risultato si presentò a casa di Gigliola rappresentando i suoi diritti ed anche doveri di padre. Gigliola prese tempo, si consultò con un avvocato amico che le disse che la prova era inconfutabile e che era meglio mettersi d’accordo con Ettore. Nel frattempo, causa la lunga lontananza da casa del marito, Elena la consorte di Ettore si catapultò a Roma, sentiva puzza di bruciato. Prese alloggio nella stessa stanza del marito all’albergo Continental e fu messa al corrente della situazione della piccola Amanda. La signora era sterile,  la notizia non le fece affatto piacere, aveva paura di perdere il marito, entrò in crisi e pensò ad una strategia: suo marito come lavoro amministrava le aziende di proprietà della consorte, da quel punto di vista era ricattabile perché non poteva permettersi di lasciare la moglie e quindi…Nel frattempo Alberto chiese spiegazioni a Gigliola per capire cosa fosse veramente successo fra lei ed Ettore. Gigliola lo mise al corrente del ‘marchingegno’  che aveva messo in atto per rimanere incinta senza che Ettore lo immaginasse; aveva preso un condom pieno del suo sperma, lo aveva messo in frigorifero ed il giorno seguente in cui aveva l’ovulazione si era recata dal suo ginecologo che provvide all’inseminazione, diabolica!  Gigliola convocò Elena, ambedue avevano lo stesso interesse di sistemare la situazione in senso a loro favorevole,  ma Ettore forte di una eventuale sentenza di un giudice pose le sue condizioni: avere  rapporti sessuali con Gigliola ed avere la possibilità ogni mese di rivedere sua figlia. La seconda proposta era di facile accettazione, la prima… Dentro di sé a Gigliola in fondo l’idea non era dispiaciuta, Ettore era stato un suo amore giovanile, non era un gran sacrificio ma  non lo fece capire ad Alberto e ad Elena che salomonicamente decisero di render la pariglia con un loro incontro ravvicinato, evviva la parità! Questa volta Hermes, non più distratto, riuscì a sistemare la questione: una volta al mese con la scusa di far visita ad Amanda, marito e moglie da Bologna si recavano a Roma per un ‘wife swapping’ che si prolungò nel tempo con gran piacere di tutti e quattro. Gigliola rimase di nuovo incinta ma di Alberto. Stavolta nacque un maschietto che aveva il viso del padre, grande piacere di tutti in particolare di nonna Adalgisa che: “Ci voleva tanto avere un figlio maschio? Ai miei tempi era tutto più facile!”

  • 16 febbraio alle ore 9:50
    ALESSANDRO E ROSSELLA I PARAFILIACI

    Come comincia: Dal titolo di questo racconto qualche lettore può domandarsi se la sua cultura sia piuttosto limitata, nessuna paura: il termine di origine greca viene dalle parole parà che significa oltre e filia che vuol dire amore, siete al punto di prima? Seguitate a leggere il racconto, capirete. Alessandro e Rossella si erano conosciuti a scuola al liceo classico, all’università lui iscritto in Agraria e lei a Dietistica. Finiti gli studi universitari Alessandro aveva trovato subito un’occupazione nella sua materia in quanto c’era in Italia un ritorno alla terra, Rossella aveva aperto uno studio frequentato soprattutto da signore che volevano migliorare la loro silhouette.  Al loro matrimonio civile uno dei testimoni era stato  Alberto, un loro compagno di studi che aveva scelto la facoltà di medicina e poi di psicologia. Alessandro,  da sempre inveterato moquer prendeva per i fondelli Alberto affermando che gli psicologi, a forza di frequentare i matti, diventavano loro stessi dei dementi, nessuna offesa erano molto amici. Alessandro e Rossella erano stati fortunati, i relativi genitori, economicamente agiati, avevano acquistato a nome dei nubendi un’abitazione in viale Europa a Messina e l’avevano pure arredata con mobilia seguendo i gusti dei due giovani. Alberto volle vendicarsi delle continue prese in giro di Alessandro dando un suggerimento ai due sposi circa la località dove passare la luna di miele: in Francia a Cap-d’Agde in un campo di nudisti e scambisti! Mentre lo sposo accettò con entusiasmo, Rossella era titubante, non era una puritana ma farsi vedere nuda da estranei…tuttavia accettò, se lo poteva permettere, aveva un bel viso come pure il corpo. Alessandro era più massiccio,  in passato  ‘aveva le donne a profusione e ne faceva collezione’ come nella filastrocca di Petrolini. Una bella giornata di sole  allietò il viaggio di Alessandro e Rossella con la loro Volkswagen Touran avevano fatto tappa a Firenze e poi, grazie alle indicazioni del navigatore satellitare il pomeriggio erano giunti a Cap-d’Agde accolti calorosamente da Pierre direttore della struttura, parlava italiano. “Gli italiani sono i nostri ospiti di maggioranza soprattutto le signore fanno sempre bella figura (una sviolinata per accattivarsi la simpatia degli ospiti.) Accompagnati da un inserviente raggiunsero una dépendance ben arredata:  letto matrimoniale, divano,  due poltrone, una televisione ed un bagno personale. Alessandro e Rossella si misero a ridere, era l’ora del denudamento, Rossella indossò un paio di occhiali scuri e, presa di coraggio si mischiò col marito in mezzo alla ‘pazza folla’ come da romanzo di Thomas Hardy. Il nudo era obbligatorio in tutti i locali tranne al ristorante dove era facoltativo. I tavoli erano per quattro persone, mentre i due erano alla seconda portata furono raggiunti da una coppia un po’ particolare: lei piccolina ma ben fatta lui longilineo capelli tagliato a zero dai lati come da moda corrente. “Pouvons-nous asseoir à votre table?” “Signore capisco poco il francese, siamo italiani.” “Che piacere incontrare dei connazionali a millecinquecento chilometri di distanza, siamo Giorgia e Marcello di Milazzo.” Risata da parte di Alessandro e di Rossella che si presentarono col loro nome “Abitiamo a quaranta chilometri di distanza, siamo di Messina. In viaggio di nozze, è la prima volta che andiamo in una resort di nudisti, mia moglie ancora non si è abituata.” “Noi siamo dei veterani, abbiamo conosciuto molte persone anche di altra nazionalità, ci sentiamo liberi di essere noi stessi sempre nei limiti del buon gusto.” Alessandro e Rossella si alzarono e: “Che ne dite di una passeggiata digestiva?” Marcello era titubante: “Andate avanti voi, vi raggiungerò.” Alessandro: “Se ti senti male chiamiamo un medico.” “Il mio è un altro problema…” “Dicci tutto, siamo connazionali, se non ci aiutiamo fra di noi…” “Spero che siate degli anticonformisti: il problema è che in atto ho una erezione dovuta al profumo che emana Rossella, non mi è mai accaduto ma…” Stupefazione generale da parte degli altri tre e poi Alessandro: “Pensavo ad un tuo malore, ‘res cum ita sint’ , stando così le cose noi  ci allontaniamo, ci rivedremo dinanzi all’ingresso della nostra abitazione che confina con la vostra. “Durante il tragitto Alessandro col solito spirito dissacrante: “Cara fatti annusare vediamo se riesco a migliorare le mie prestazioni.” Rossella e Giorgia si erano prese a braccetto, nel frattempo Marcello aveva ritrovato la sua normale posizione sessuale. “Ti chiedo scusa, non volevo mancare di rispetto a tua moglie.” “Chiamami Ale, non ti porre problemi, io e mia moglie non siamo dei parrucconi puritani cattolici anzi li abbiamo sempre derisi.” Le due signore ritornarono dalla passeggiata, inaspettatamente Rossella abbracciò Marcello: “Anche tu hai un profumo allettante, siamo pari. Andiamo all’interno del vostro alloggio,  accendete la TV, in un canale c’è sempre della musica.”  C’era della musica romantica  adatta all’atmosfera che si era creata, Marcello e Rossella si catapultarono sul lettone e diedero il via ad uno spettacolo degno del kamasutra, Giorgia in disparte, disse di avere le mestruazioni. Ale seduto su una poltrona seguiva le evoluzione dei due improvvisati amanti, questa volta era lui quello che provava un piacere intenso e dinanzi allo spettacolo di Rossella e Marcello, una emozione  mai provata prima di allora dovuta al vedere sua moglie fare sesso con un altro, insomma si trovò ad essere un ‘cocu satisfait’. Finito il lungo show ritorno di Giorgia e Marcello al loro alloggio, i quattro ognuno per proprio conto provavano sentimenti diversi. Dopo un sonno ristoratore e distensivo era giunta l’ora di cena. A tavola Ale riprese il suo spirito di dileggiatore: “Forse è meglio che Marcello si segga vicino a me…” A questo punto Giorgia volle dire la sua: “Mi hanno chiamato la ‘Venere tascabile’ per la mia statura come nell’omonimo  film con Françoise Arnould, ne sono orgogliosa anche perché …sono piuttosto brava in campo sessuale, a fine cena ve ne darò una prova.” Ovviamente , dato il precedente di sua moglie Ale si sentì chiamato in causa ma Rossella propose di andare prima al negozio interno per fare degli acquisti. Volle comprare un  costume, qualcosa che lasciasse intravedere gran parte delle sue ‘grazie’, praticamente avvolta in veli molto trasparenti che lasciavano intravedere tutto il suo ‘ben di Dio’. “Penso che lo indosserò anche a Messina.” “In spiaggia ci sono pure i vecchietti, sarai colpevole di un loro infarto!”  Risata generale e poi rientro alla ‘tana’ di Giorgia e di Marcello. Senza por tempo in mezzo Giorgia si buttò su Alessandro e dette prova di ‘valentia’ posizionandosi sopra il suo corpo con movimenti verticali, orizzontali, circolari che portò alle stelle l’interessato ma anche Marcello che avvertì la stessa forte eccitazione provata a suo tempo da Alessandro. Le fatiche sessuali lasciarono piacevolmente senza forze gli interessati che i giorni seguenti seguitarono nei loro ‘giochetti’. “Domani partiamo, facciamo la strada insieme con  tappa a Firenze.” Dopo aver traghettato da Villa San Giovanni a Messina le due coppie si lasciarono con baci ed abbracci con la promessa di rivedersi in futuro. L’avventura aveva lasciato degli strascichi nella mente di Ale e di Rossella dietro consiglio della quale fu invitato a pranzo l’amico psicologo Alberto. Cibi leggeri per cercare di perdere i chili di peso acquisiti durante il soggiorno in Francia. Alberto fu messo al corrente delle esperienze sessuali di Alessandro e di Rossella e fu chiesto il suo parere di psicologo. “Voi avete provato quello che in gergo medico si definisce  Triolagnia o Parafilia dal greco parà oltre e filia amore. Nel vostro caso l’uomo viene chiamato bull, la moglie sweet ed il marito cocu cuckold. La situazione ha diverse interpretazioni a seconda della mentalità dei giudici. I benpensanti moralisti parlano di queste relazioni con disprezzo e vergogna da correggere con cure psicologiche, le persone di mentalità libera accettano questi rapporti anzi ne provano benefici psicologici, li considerano un antidoto alla noia sessuale che arriva col tempo fra due persone di sesso diverso sempre che ci sia accondiscendenza del proprio partner innamorato, se i due sono sulla stessa lunghezza d’onda  il loro rapporto si rinforza. Da psicologo laico sono di questo secondo parere, l’aiuto dello psicologo dovrebbero riguardare i casi gravi come i killer seriali ed altri reati rilevati che riguardano tutta la società. Potremo prendere in considerazione quei paesi mussulmani in cui gli omosessuali vengono curati da medici ignoranti o in mala fede, ovviamente senza risultati, occorre partire dal presupposto che non si può cambiare la natura degli esseri umani, non penso che nel vostro caso ci sia qualcosa da mutare. “ Alberto se ne stava andando ma i due si accorsero che qualcosa era cambiato in lui, si era troppo immedesimato nel caso e la conseguenza era di un ‘bozzo’ eccessivo nei suoi pantaloni. Rosella consultato con gli occhi il marito, dietro un suo cenno di assenso prese fra le mani il volto di Alberto e cominciò a baciarlo per poi spostarsi sul divano. Alberto era si uno psicologo ma anche un essere umano, anche se il fatto era contrario al suo modo di agire di medico, si lasciò andare, in fondo si trattava di amici. Rossella dietro fondo alle sue esperienze di donna sessualmente evoluta, Alberto, a digiuno da tempo partecipò in maniera totale ed i due restarono uniti in amplessi vari per circa un’ora. Alessandro si masturbò varie volte ‘rifugiandosi’ nella bocca di Rossella. Finale prevedibile fra i cinque che riuscirono a trovare un’intesa  assolutamente anticonformista ma estremamente piacevole.

  • 15 febbraio alle ore 17:48
    La roba e l'invidia.

    Come comincia: In via Vattelapesca n.0 non era solo questione di tirchieria a causa della quale si procedeva a suon di truffe (e la cosa era considerata normale). 
    Non era solo questione di avidità per la quale almeno due o tre nel condominio credevano di avere diritto sulla proprietà del padre di Liliana e poi sulla proprietà di Liliana. 
    (Infatti a capo di meno di due anni, Liliana lì dentro si sentiva come il figlio del Re nella parabola del Re e dei vignaioli disonesti: dopo aver mandato i servi, i segretari a riscuotere il dovuto e dopo che questi erano stati cacciati dai vignaioli disonesti a suon di sassate, il Re mandò suo figlio (avranno rispetto per mio figlio, pensò il Re); i servi, vedendo il figlio, dissero tra loro: Costui è l'erede, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra; e così fecero.)
    E Liliana pensava: "Ma mio padre cosa credeva: non hanno avuto rispetto per lui, avrebbero avuto rispetto per me?"

    Non era solo questione di invidia se l'appartamento o i mobili erano belli (anche se i loro magari erano più belli o più preziosi o più comodi).

    Liliana rilevò un'altra verità quando lo zio Casoria si presentò all'ospedale dove il fratello maggiore, il padre di Liliana, doveva essere operato di urgenza una seconda volta nel giro di tre mesi. 
    Liliana rilevò che lo stato dello zio Casoria non era di ansia o preoccupazione. No. Lo zio Casoria era eccitato.
    "Questo è stato mandato qui dalla moglie per avere notizie fresche e magari essere il primo a riportare la ferale notizia."
    Ed a Liliana tornò in mente quando si era operata lei undici anni prima. Era stata in ospedale un mese in attesa dell'intervento e nessuno era venuto a trovarla, mentre il giorno dell'intervento, dopo l'intervento apre gli occhi nel suo letto nel reparto, ancora mezzo addormentata e con la ferita che le faceva male, e vede Dorina, la figlia maggiore di zio Casoria, e Leopoldo (i due compari), figlio maggiore dello zio Giulio. Liliana accennò un sorriso, fece un cenno con la mano, poi riadagiò la testa sul cuscino e si riaddormentò. Non prima però di avere visto la smorfia sul volto di Leopoldo che avrebbe voluto essere un sorriso di solidarietà e di incoraggiamento. Sì, Liliana si riaddormentò, ma non prima di aver pensato: "Ma guarda questi! E' un mese che sono qui e questi si presentano il giorno dell'intervento?".
    Adesso Liliana credette di capire: erano stati mandati dalla madre di Dorina a vedere come era la situazione non per partecipazione e solidarietà, ma per mero e puro pettegolezzo. Mera e pura mania di impicciarsi, di dover sempre sapere i fatti degli altri.

    Comunque l'intervento del padre di Liliana riuscì e lo zio Casoria ed i suoi accoliti rimasero con un palmo di naso.

    Ma quella vittoria di Liliana fu solo una vittoria di Pirro.

    Sì. Perché quella vittoria Liliana la considerava un suo successo.

    Quando il padre era stato ricoverato d'urgenza tre mesi dopo un precedente intervento, Liliana aveva fatto la spola per tre giorni tra due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa fosse meglio fare. Aveva sfondato porte, aveva costretto un impiegato a farle e darle immediatamente la copia di una cartella clinica (e non tra una settimana), aveva interrogato caposale e primari. E si era calmata solo quando il padre si lasciò convincere a cambiare ospedale.

    Ma quello fu l'ultimo successo di Liliana.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", fu piantato il germe per insinuare il dubbio in se stessa, la paura.
    E questo dubbio, e questa paura la  faranno diventare una criminale. 
    Una criminale, come e peggio degli altri membri della famiglia.

    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", l'altro fratello, appena arrivato, di sabato, da quattro giorni che il padre era in ospedale, si volta verso di lei e fa: "Se papà muore è colpa tua". Una mazzata.
    Ed il giorno dopo, domenica pomeriggio, l'aggredisce verbalmente e fisicamente.
    E così fu piantato il germe perché Liliana un anno dopo abbandonasse il fratello che l'amava, il fratello che si fidava di lei nelle mani dell'altro fratello che si riteneva (e si ritiene) l'unico in gamba della famiglia ed il detentore della verità.
    Ma questa è un'altra storia.

    Passarono altri tre anni, quattro anni ed i vicini di Liliana si avventarono con ferocia su Liliana ed il marito di Liliana, a suon di lettere di insulti e calunnie, a suon di citazioni per richiedere pochi spiccioli sulla base delle loro menzogne solidali e/o omertà.

    E Liliana capì che il problema non era solo che il padre aveva abituato i fratelli (e poi gli estranei che avevano comprato gli appartamenti che alcuni dei fratelli avevano venduto) al fatto che lui da solo pagasse tutte le spese.
    E questo era stato un grosso errore di affetto (o di quieto vivere) da parte del padre di Liliana: poi i bambini crescono viziati e quella che era una gentile concessione per loro diventa un diritto.

    Non era solo questione di truffe per mantenere in piedi la tradizione di uno solo che pagava le spese per tutti.
    Non c'era solo l'invidia e la bramosia per le cose degli altri.
    C'era qualcosa di più.

    Da parte di zio Casoria, c'era l'invidia per la posizione ed il rispetto sociale di cui godeva il padre di Liliana.

    E da parte del neo-arrivato, c'era la voglia di rivalsa del villano rifatto contro il signore di un tempo. Quello che una volta era del signore del luogo, ora doveva essere suo.

    E Liliana comincia a dare segni di cedimento.
    Per poi crollare quando quei signori fanno quello che lei non aveva mai fatto.
    Liliana non aveva mai detto al padre che lo zio Casoria le aveva presentato un preventivo fasullo per sgraffignarle 600 euro.
    Che il cugino Leopoldo aveva millantato l'esistenza di una fattura inesistente.
    Che il neo-arrivato aveva preteso che a pochi mesi dai fantomatici lavori avesse di nuovo dei problemi.
    Che lo zio Casoria non pagava fisicamente le rate condominiali.
    Che lo zio Casoria vessava il marito di Liliana.
    Che zia Casoria, per conto del marito, apriva le sue bollette col vapore.
    Che i vicini avevano firmato tutti insieme una lettera di calunnie ed insulti contro di lei ed il marito.
    Che lo zio Casoria aveva citato il marito di Liliana per chiedere 58 euro.
    Che ...

    E quei signori vedendo che né Liliana né il padre di Liliana (e come avrebbe potuto? non sapeva niente!) erano toccati da tutto quello stillicidio di persecuzioni, pensarono bene di far sapere loro personalmente tutto al padre ed all'altro fratello di Liliana. 
    Oltre che raccontare le loro menzogne ai loro conoscenti.

    E Liliana dovette vedere l'altro fratello prendere le parti dei suoi avversari.
    E Liliana dovette vedere conoscenti comuni che ammiccavano o facevano finta di non vederli.
    Liliana avrebbe dovuto continuare ad essere intelligente ed ignorarli. Quelle persone contavano qualcosa per lei? Che se ne importava Liliana se una nota farmacista di Salerno, conoscenza comune, strabuzzava gli occhi quando li vedeva? Erano mai state veramente amiche? No, ed allora?
    Già, ma altri tradimenti facevano male. E Liliana avrebbe dovuto capire da questo quanto quelle persone valevano e quindi quanta importanza dare loro.
    Una parente di zio Casoria non era andata a riferire quello che lo zio Casoria diceva di loro alla madre di Liliana commentando: "Ma io lo conosco al marito di tua figlia, siamo colleghi (e questo zio Casoria non lo sapeva): non è mica come dice lui!"?

    Ma Liliana cede e cedendo fa il loro gioco permettendo loro di ottenere un successo insperato.

    [Racconto pubblicato in un post il 2 dicembre 2018]

  • 14 febbraio alle ore 20:32
    Morti bianche... spesso dimenticate.

    Come comincia: Per uno come me che nella sua famiglia ha avuto tutti i fratelli, compreso me stesso, che hanno lavorato in gioventù, per tantissimi anni, senza essere registrati dai datori di lavoro, parlare di questo problema e cioè di salute e sicurezza sul lavoro e di “morti bianche”, è una cosa che mi vien facile.
    Ricordo quando i miei fratelli, che lavoravano nel settore edilizio coma manovali e muratori, spesso e volentieri perdevano la giornata di lavoro, perché erano passati gli ispettori del lavoro o meglio gli dicevano: -"Andate a casa che devono passare gli ispettori del lavoro”- e raccontavano che, quando arrivavano questi, all’improvviso saltavano dai piani in costruzione saltando sui “tubi Innocenti” come le scimmie con le liane nella giungla.
    A quei tempi, moltissime volte i miei fratelli tornavano a casa perché si facevano male e dovevano curarsi a spese proprie che, e non di poco, gravavano sul bilancio della famiglia. Quante volte, anche, raccontavano dei pericoli che passavano lavorando ad altezze spesso proibitive, senza alcuna sicurezza, dovute più che altro all’incuria, alla subcultura dell’arricchimento e al guadagno facile che spinge a tagliare le spese da parte dei datori di lavoro destinate alla prevenzione ed alla sicurezza.
    Adesso non ricordo bene, perché sono stato fuori Melito per tanto tempo, ma mi pare che anche qui da noi qualche “morte bianca” c’è stata, negli anni passati ed è passata inosservata, come tutte le cose qui da noi, che non vengono denunciate o, per lo meno, fatte notare con esposti che facciano aprire qualche inchiesta nella giusta direzione. Comunque, al contrario di noi, in Italia, questo problema negli altri Paesi è stato ridimensionato già da tanto tempo con misure cautelative serie, anche perché, e mi riferisco alla Germania, dove vi ho vissuto e lavorato per 5 anni, lì si lavora, in alcuni settori, anche “su di giri” spesso e volentieri, bevendo per il freddo, soprattutto.
    Se si dovesse trattare, questo di queste sfortunate persone, di un incidente sul lavoro, questa sarebbe ancora una tragedia che renderebbe drammaticamente evidente quanto sia urgente restituire al lavoro la sua dignità.
    Dunque il lavoro è degno, e su questo non ci dovrebbe essere alcun dubbio, quando è sicuro nel suo svolgimento, contrattualmente tutelato, legislativamente protetto e adeguatamente retribuito.
    Sono sicuro che, e lo ripeto, se si dovesse trattare d’incidente e si dovesse prendere posizione, com’è giusto, riguardo ad un “morte bianca” ed interessare direttamente il nostro Presidente Mattarella questi, e ricordiamolo, che nella lotta contro le “morti bianche” ha fatto anch'egli come il suo predecessore Napolitano, uno dei tratti emblematici del suo altissimo impegno istituzionale, troverà il modo migliore, primo, per onorare sicuramente la memoria di questi lavoratori e, secondo, per impedire, come succede spesso, il dimenticarsi e la rapida archiviazione del caso.

  • 14 febbraio alle ore 9:57
    AMORI APPASSIONATI

    Come comincia: Cominciare un racconto con una sequela di nomi molto probabilmente vuol dire che l’autore è un pò ‘partito di testa e quindi vuole trascriverli per non dimenticare i personaggi che sono: Zeno, Isotta, Marbella, Rodolfo, Zaccaria,  Gioele . Vi sarete accorti che sono nomi non proprio comuni, i meno giovani ricorderanno che era  abitudine consolidata degli antenati, soprattutto quelli più ricchi, i quali pretendevano che i loro nomi fossero ’appiccicati’ ai discendenti forse pensando che sarebbero stati meglio ricordati, bah! Cominciamo da Zeno, sapete il significato? Vita, solo che il cotale era deceduto per il solito  male incurabile che la consorte Isotta, che vuol dire colei che protegge, medico  presso l’ospedale S.Giovanni di Roma non lo aveva proprio protetto! Marbella proviene dall’arabo Marbil-la, dal significato oscuro, i genitori Zeno ed Isotta l’avevano cambiato in Mia più adatto alla beltade di cui la baby era dotata. Rodolfo (lupo glorioso) era il vice direttore di una nota banca, dotato di un  fisico non eccezionale (per usare un eufemismo) il cotale lo faceva dimenticare con la sua generosità pecuniaria soprattutto verso le femminucce. Zaccaria, che vuol dire memoria di Dio era istruttore di body building presso una palestra, il significato del suo nome non aveva nulla a che fare con la sua professione ed infine Gioele, (Dio è il mio signore) morto il padre, era diventato il padrone di una farmacia in via Cavour. Una strana sorte li aveva riuniti tutti nello stesso stabile in via Alessandro Manzoni a Roma la cui portiera  Alma longilinea, alta, sguardo fiero  il cui nome era appropriato al suo seno prosperoso, il significato di Alma è balia! Che ti combinano queste signore e signori? Tutti decisamente anticonformisti avevano elevato il sesso a loro divertimento precipuo cominciando dalla piccola, di età, Mia che a quattordici anni cominciava ad avere pruriti dovuti al cambiamento ormonale ma, alunna di terza media presso un istituto di suore veniva ammonita dalla incartapecorita madre superiora a non toccarsi le parti intime, avrebbe fatto piangere Gesù! Mia invece fece piangere Gesù, nel toccarsi il fiorellino provò un piacere inusitato tanto che ogni giorno il povero Gesù versava lacrime a più non posso! Mia talvolta incontrava Zaccaria dal sorriso invitante il quale le faceva  domande sui suoi studi talvolta addentrandosi sui suoi amori giovanili da teen. A Mia il giovane non dispiaceva affatto  e pensò che le sarebbe piaciuto un bacio appassionato ma in quale posto? Un pomeriggio: “Mamma a scuola la professoressa di ginnastica mi ha detto che per evitare problemi alla colonna vertebrale debbo andare in palestra, forse il nostro vicino di casa Zaccaria potrebbe darmi qualche lezione.” “Sei sicura di quello che ti ha consigliato la professoressa di ginnastica?” “L’anno passato ad una mia collega hanno dovuto mettere il busto per la colonna vertebrale cresciuta  storta, dovrei fare esercizi di pilates per migliorare la postura e dello stretching per mettere in asse la colonna.” “Da come parli sembri il gobbo di Notre Dame!” Mia si era trascritti i termini dettati da Zaccaria, per lei erano ardui da comprendere. Il pomeriggio successivo  si presentò in palestra in tuta, fu accolta molto calorosamente dal titolare che affermò che, prima degli esercizi occorreva massaggiare il corpo per evitare strappi muscolari. Mia si stese su un lettino che si trovava in una stanza in fondo alla palestra, si tolse i pantaloni della tuta e, rimasta in slip e postasi in posizione supina cominciò a sentire le sapienti mani di Zaccaria prima sfiorarle le gambe, poi salire un po’ più in su per poi trovarsi sdraiata sul dorso con  Zaccaria che le baciava il fiorellino… ’lo sventurato rispose!’ Rimasta sola Mia un po’ confusa rientrò in palestra: “Cara per oggi basta, quando vorrai un pomeriggio sono a tua disposizione.” Subbuglio totale nella mente della ragazza, era entrata di colpo nel mondo dei grandi, doveva abituarsi all’idea di…oppure era troppo presto? Per fortuna la gioventù ebbe il sopravvento, la notte Mia fece un lungo sonno tanto da dover essere svegliata dalla madre. “Stai male?” “No mammina sto benissimo, ieri sera ho studiato sino a tardi ed ho dormito poco.” Mia pensò allora a ricorrere a quella ragazza che aveva avuto problemi alla spina dorsale, più grande di età molto probabilmente aveva avuto delle esperienze sessuali. “Amelia sono Mia, quando possibile vorrei incontrarti.” Quando vuoi anche subito, vengo a casa tua, abitiamo vicino.” Amelia il cui nome significava ‘vergine dei boschi’ era piuttosto addentrata nella materia sessuale: spiegò a Mia, piuttosto impressionata,  quali erano di solito gli ‘approcci’ fra uomo e donna. “Ma tu li hai provati tutti?” “Io sono fidanzata, se Amleto non viene con me va con altre femminucce, ne sono innamorata, prendo la pillola e tutto va bene.” A Mia si era aperto un mondo nuovo, sconosciuto, un po’ pauroso soprattutto pensando al coso dell’uomo così grosso ed al suo fiorellino sì piccino per non parlare del resto degli approcci, sentirsi in bocca quel liquido …mah se lo hanno fatto tutte le donne anche lei si sarebbe adattata, forse le sarebbe anche piaciuto ma…occorreva scegliere la persona giusta che le andasse a genio,  Zaccaria non era affidabile, aveva intorno troppe femminucce. Il destino che, a detta degli antichi greci era superiore agli dei e quindi anche agli uomini le diede una mano. Una mattina che Alma, la portiera, aveva lavato in terra l’ingresso del palazzo Mia scivolò e batté il popò rimanendo a terra. Stava entrando Gioele che si precipitò ad aiutarla. “Ti sei fatta male?” “Un pochino ma penso di riuscire a camminare, preferisco rientrare a casa.” Gioele era un ragazzo di media statura, sempre sorridente, in passato aveva notato Mia ma la sua timidezza gli aveva impedito di contattarla, quella situazione gli fu provvidenziale. Aiutò Mia ad entrare in ascensore, entrare in casa e a sdraiarsi sul letto, premurosamente la coprì con una copertina e rimase a guardarla. Mia aveva gli occhi chiusi, sperava di non essersi procurata una frattura,  il dolore era sempre persistente. “Cara resto sino a quando non rientra tua madre.” “Mia madre è di servizio all’Ospedale per ventiquattro ore, torna domattina, non ti preoccupare, mi arrangerò.” “Ora entra in funzione la mia qualità di boy scout, oggi ancora non ho effettuato un’opera buona, andrò a casa mia, spiegherò la situazione a mia madre e poi ritornerò.” Dopo un quarto d’ora madre Emma (significa gentile, fraterna) e Gioele si presentarono col ben di Dio da mangiare. “ “Siete due angeli custodi, grazie di tutto, potete andar via, mi spoglierò e, dopo mangiato mi metterò a dormire.” Il dolore era ancora forte ed Emma, cacciato dalla stanza il figlio, aiutò Mia a spogliarsi a mettersi il pigiama ed a rifugiarsi fra le coperte. La giovane fu anche imboccata da Emma, un bel quadretto di bontà. “Ora devi riposare, stasera verremo a vedere come stai.” Gioele voleva rimanere ma, guardando in viso la madre capì che non era il caso. Alle venti in punto una cena leggera, Mia disse si sentirsi un po’ meglio, fu ripulito tutto il cibo, non era la fame che le mancava, madre e figlio augurata la buona notte rientrarono in casa. Gioele  pensò intensamente a Mia, tutto di colpo era nato in lui in sentimento mai provato, la madre se ne accorse e lo baciò in fronte, suo figlio era ancora un  cucciolone! Nel teatrino del palazzo non mancava che la presenza di Alma (colei che nutre) figlia del portiere che faceva le veci del padre ricoverato in ospedale. Stava scopando l’ingresso del palazzo quando si presentò Rodolfo al solito sorridente. “Buon giorno signorina vedo che sta…facendo pulizie.” “Lei si vede poco in giro ma quando appare ha la battuta facile, si sto scopando ma con la scopa, lei ha l’espressione del grifagno ma con me non attacca!” “Non sono un attacchino, quale funzionario di banca…” “Anche i funzionari possono essere degli zozzoni, lei…” “Ha detto bene possono ma nel mio caso…stavo notando che le sue ballerine hanno…ballato per troppo tempo, andrebbero cambiate!” “E se la padrona delle ballerine non ha la pecunia per comprarle nuove?” “C’è il qui presente Rodolfo che conosce vari negozianti di scarpe, qualora volesse acquistarle delle nuove potrei darle dei consigli…” “Consigli pelosi bello mio le ho detto che non ho soldi, quelle che ho debbono bastare.” “Io sono addetto ai prestiti potrebbe approfittarne senza secondi fini…” Alma era perplessa, in fondo il giovane sorridente non sembrava il solito maiale: “E se io dicessi di si…nel senso che potrei acquistare scarpe nuove?” “Potremmo andare in un negozio in via Condotti, il padrone è un mio cliente ed amico, potrà scegliere quelle di suo gusto.” Rodolfo, da galantuomo, aprì la portiera di una vecchia Cinquecento Fiat per far salire Alma. “Tante arie e poi hai un rottame, ma almeno cammina?”  “Uso il rottame come la definisci tu perché in città ho più facilità di parcheggio, la prossima volta verrò con una Alfa Romeo Giulia rossa fiammante!”  Il locale, immenso, sembrava la hall di un albergo di lusso, si vendevano sia scarpe che vestiario di alta moda, i commessi e le commesse erano impeccabili ed alcuni erano stranieri, ce se ne accorgeva dal loro accento.” Si era avvicinato un addetto alle vendite dallo stile non proprio mascolino per usare un eufemismo: “Madame in cosa posso esserle utile?” “Te che me proponi, me sa che non ciai niente pé me!” La situazione  stava per farsi pesante, fu risolta con l’arrivo del direttore del negozio, Venanzio (vuol dire cacciatore) che non aveva nulla in comune col suo commesso, alto massiccio, faccia quadrata, stretta di mano forte: “Rodolfo è una vita che non ti fai vedere, non mi dire che si tratta di lavoro, vedo che ti tratti bene…”disse lo ‘sciagurato’ riferendosi ad Alma. “A coso hai capito male, io so venuta pé comprà, non te fà idee sbaiate!” “Signorina mi dispiace di essere stato male interpretato, vi invito a prendere un aperitivo al nostro bar interno. “A te il solito Campari soda con buccia di limone ed alla signorina? Ancora non ne conosco il nome.” “Signore mi scusi, talvolta esagero ma mi capitano certi…sono Alma, prendo lo stesso del mio amico Rodolfo.” La ragazza aveva sottolineato con la voce il sostantivo amico. “ “Ora che bravo sono stato posso ….” “Venanzio ha riproposto una battuta di un vecchio ‘Carosello’, Alma ti affido al altro commesso non gay, scegli tutto quello che ti piace.” Venanzio e Rodolfo si allontanarono per parlare dei loro problemi. Dopo circa mezz’ora trovarono Alma con a terra cinque scatole di scarpe e due scatoloni contenenti  dei vestiti.  Rodolfo dentro di sé: ‘Alla faccia!’ “Cara preferisci che portiamo con noi la merce o ce la facciamo recapitare a casa?” “Intanto penso al prezzo totale, lo salderò a rate se il signore lo permette.” “Il signore lo permette perché garantisco io per te, ciao Venanzio, a presto.” “Non mi hai chiesto quanto vale tutta la merce, mi ci vorrà un anno per pagarla.” “Ho sistemato io il conto ma non ti porre problemi non mi devi nulla e soprattutto...” Istintivamente Alma baciò in bocca Rodolfo che rispose al bacio e conseguentemente ‘ciccio’ alzò le testa…”Non ti preoccupare, lo metto a cuccia.” “Sono confusa, portami a casa, questo è il mio numero del telefono, chiamami fra qualche giorno, per ora non me la sento di…” Alma era una forza della natura dovuta ad una infanzia travagliata, figlia di contadini appena adolescente aveva dovuto difendersi da assalti sessuali di giovani e meno giovani, non aveva ceduto, credeva al vero amore…Drin, drin: “Sono Rodolfo il banchiere, se hai bisogno di qualcosa sono a disposizione, qualcosa di lecito ovviamente.” ”Sono in crisi, non riesco a capire quello che mi è successo, qualcosa di mai provato, quando puoi vienimi a prendere, devo trovare chi mi sostituisca in portineria.” “Se a te va bene propongo sabato pomeriggio, Alfa Romeo Giulia perfettamente lucidata, destinazione una villetta che posseggo in riva al mare.” Alma si era presentata elegantissima indossando un vestito ‘comprato’in via del Corso; truccata faceva una bella anzi bellissima figura, Rodolfo la guardava estasiato. “Quando avrai finito  di ammirarmi che ne dici di mettere in moto?” Dove siamo diretti?” “Guarda il navigatore satellitare.” “Sperlonga! È tua la casa?” “Ereditata da mio nonno come il nome, rilassati, ti vedo sempre tesa.” La villetta era situata a dieci metri dalla battigia, la baby si mostrò in tutta la sua bellezza indossando un costume non proprio castigato, la pressione arteriosa del giovin signore era alle stelle...La cena consisteva in panini farciti di formaggio e di prosciutto’innaffiati’ da birra, cena che interessava poco ai due giovani che si recarono sulla spiaggia al chiaror lunare, tutto molto romantico ma….”Mio caro, penso proprio di poterti chiamare così, sei il primo uomo che… ho paura del sentimento che provo per te…vorrei dirti tante cose…sto pensando a come finirà questa mia gita… sono vergine… il mio dono all’uomo di cui sarei stata innamorata, l’idea mi è stata inculcata da mia madre.” Si baciarono a lungo e poi rientro in casa con la conseguenza che la mattina inoltrata li trovò diventati marito e moglie. Un po’ tutti gli abitanti dell’isolato di via Manzoni a Roma trovarono la giusta dimensione amorosa compresa Isotta che scoprì in un giovin collega un toy boy di suo gusto oggetto degli strali di dileggio da parte della figlia Mia.
     
     

  • 13 febbraio alle ore 14:58
    La via d'uscita

    Come comincia: Erano circa le quattro del pomeriggio, quando l'aeroplano di Jack iniziò la turbolenta discesa verso la pista d'atterraggio, nascosta alla vista da enormi nuvoloni bianchi; incredibilmente, deliziosamente bianchi. Sebbene l'aereo traballasse instabile come un ubriaco preso a spintoni, era convinto che le raffiche di vento non avrebbero potuto mettere in pericolo quel atterraggio avvolto, in un certo senso protetto, dal candore delle nuvole, sospese ad un'altitudine decisamente troppo bassa. E le nuvole sapevano proteggere bene i propri navigatori, esperti viaggiatori moderni, e quell'aereo attraccò indolore al Finger prestabilito, lasciando sbarcare la ciurma di cui Jack si trovava a far parte. Attraversò con impazienza lo spoglio aeroporto di Dublino fino a trovarsi, appena attraversati il controllo passaporti e, quindi, l'uscita, di fronte alla fermata del Bus che portava in città, attraversava il centro ed arrivava giù nella South-side. Prese posto al sedile singolo proprio dietro al conducente. Stava andando a trovare due amici, Joey ed Jaime, che aveva conosciuto due anni prima e con i quali aveva trascorso l'estate in giro per l'Irlanda. Jack, in realtà, non si chiama davvero Jack: Jack è italiano, e si chiama in un altro modo, ma in questo breve racconto ha più significato chiamarlo con un nome anglofono. L'inglese di Jack ogni tanto zoppicava e la bizzarra dinamicità della città di Dublino non mancava occasione per metterlo a disagio, in svariate ed incomprensibili situazioni. Jack andava a sud, nella zona benestante della città, dove quella simpatica e preoccupante follia non era più così padrona delle strade. La fermata che gli venne indicata fu Leeson's Street Upper, ma lui scese un paio di fermate prima, per confermare a se stesso e all'universo la sua caratteristica imbranataggine. Camminò sul lato est del St. Stephen's Green Park, ancora in pieno centro, fino ad inoltrarsi in un labirinto di stradine e vicoli stretti, con villette graziose cinte da bassi steccati, con deliziosi giardinetti d'ingresso, che precedevano la porta d'ingresso: ogni porta era dipinta di un colore diverso da quelle adiacenti, regalando all'occhio una gradevole sensazione di allegria, un arcobaleno artificiale di porte, in un grigio, umido, ventilato e un po' piovoso pomeriggio dublinese di ottobre. Camminava trascinandosi dietro un trolley, un'altra valigia ed in mano una mappa della città, quando si arrestò di fronte ad una villetta con una porta rossa e a un uomo sulla settantina che spazzava con una vecchia scopa il giardino dalle foglie secche, sorvegliato in modo vigile da un gatto nero con una macchia bianca in faccia e uno sguardo un po' abbacchiato. Jack non fece subito caso all'uomo, confondendo il rumore della scopa che raschiava il pavimento con quello del vento che spazzava le foglie, quando fu questo a chiedere per primo: "Ragazzo, ti serve aiuto?" e, senza aver mai mosso lo sguardo in direzione di Jack, continuò nel suo lavoro. Colto alla sprovvista, Jack farfugliò frasi sconnesse, facendo intendere di essersi perso, come se l'immagine di un ragazzo con due valigie e una mappa in mano, fermo in mezzo ad una stradina residenziale di una, per quanto piccola, grande città, non fosse già abbastanza chiara. Riordinò velocemente i pensieri ed aggiunse: "Sto cercando Baggot Lane, seguendo la mappa sono arrivato in questa direzione da St. Stephen's Green, ma non riesco a capire dove sono finito." Il vecchietto sorrise. Si avvicinò per scrutare la mappa e disse: "Siamo troppo a Sud, la mappa non arriva fino a questa zona, e tu devi andare ancora più in giù" e indicò con il dito in direzione sud/est. "Se ti va di aspettare un minuto, entro in casa a stamparti una mappa della zona", e si allontanò con un altro sorriso. Il calore, la gentilezza e l'ospitalità degli irlandesi si concentrarono in quel gesto e Jack provò un sentimento di leggera soddisfazione che lo fece quasi emozionare. Il vecchio riapparse poco dopo, mentre Jack era intento ad osservare il gatto fiero, abbacchiato ma vigile come un felino di serie A. Tra le mani stringeva un foglio di carta e, con fare cortese, porse la mappa a Jack. "Guarda, ho segnato con una croce nera il punto in cui siamo adesso, vedi?" indicò il vecchietto, e proseguì: "Tu devi arrivare quaggiù! Non è molto, saranno dieci minuti a piedi, se vuoi seguirmi ti faccio strada per un pezzetto". E si incamminò, seguito da Jack, sotto una leggera pioggerellina. Jack era sconvolto da tale ospitalità, e proseguì col cuore colmo di gioia, provando sentimenti di pura, sincera e istintiva amicizia verso quest'uomo. Perso fra i suoi soavi pensieri, Jack si accorse solo di sfuggita che stavano attraversando un campo che, in un passato più remoto, sarebbe potuto essere un orto comunale, mentre in quel momento assomigliava più ad una piccola discarica residenziale; Jack si accorse solo di sfuggita che l'uomo lo stava accompagnando per un pezzo di strada molto più lungo di quel che Jack si aspettasse all'inizio, provando perciò un senso ancora più forte di gratitudine e amore per quella città. Ad un certo punto l'amabile irlandese si arrestò e, indicando diritto davanti a sè, disse: "Il semaforo che si intravede in fondo alla strada, da quella parte, ti permette di attraversare direttamente su Leeson's Street. Da lì è semplice se segui la mappa! Buona fortuna ragazzo, salute!". Jack ringraziò di cuore, non abbastanza per i suoi gusti, ma non avrebbe saputo fare di meglio e si convinse che il suo sincero e schietto sorriso avesse comunicato al meglio la sua riconoscenza. Così, imbracciate di nuovo le valigie, proseguì nella direzione indicatagli, voltandosi un istante a rimirare il campo sommerso da detriti, bottiglie, cuscini, pezzi di divano e buste di plastica, coperchioni e barattoli di latta, il tutto ben recintato da una rete di ferro arrugginito qua e là, interrotta solo da una porticina sgangherata senza lucchetti nè serrature. Che peccato, una visione da terzo mondo nel bel mezzo di una zona di villette a schiera, un parco macabro che si sostituisce in maniera originale ai tanti splendidi e maniacalmente curati parchi verdi che colorano la città. Proseguì, incrocio dopo incrocio, fino a raggiungere la meta, ricongiungendosi con i vecchi amici da tempo rincorsi tra le sue fantasie notturne, a casa, nel suo letto. Era ancora ottobre, erano le prime ore di un caratteristico pomeriggio autunnale nella capitale irlandese, ed era tedioso ogni singolo centimetro cubo che circondava la mente di Jack, insoddisfatto e insofferente, abbandonato sulla poltrona rossa del divano. Le sere passate con Joey ed Jaime erano state tutte cariche di vivacità, passione e adrenalina, avevano suonato molto, facendo Jam session per le vie e i pub della città, oppure nel salone di casa, sempre con lo stesso spirito e la stessa carica. Ma il pomeriggio era sempre grigio, la mente pigra, e le serate iniziavano a diventare una piacevole routine. Quel giorno sarebbe uscito, avrebbe lottato e sconfitto la noia, giusto per una passeggiata, una boccata d'aria pesante e inquinata. Un'aria fredda al punto da far irrigidire anche la sua mente, che non perdeva occasione per vagare nelle fantasie più desolate e depresse. Era tutto il giorno che più pensava e più si intristiva, più si intristiva e più desiderava abbandonarsi ai pensieri, fino a nutrirsi della più pura melanconia. E pensava all'amore. Un amore passato che faceva fatica a passare del tutto; un amore finito, appassito, terminato con un addio; un amore non ancora nato e che proprio per questo faceva già male. Si ritrovò errante a percorrere il Grand Canal, un piccolo canale che, a forma di mezzaluna, avvolge la zona Sud della città. Frugò le tasche a cercare il pacchetto di sigarette e, deliziato, si accorse di avere ancora in tasca il foglio con la mappa dell'area Sud, quella che gli stampò l'amabile vecchietto. Si fermò ad osservarla: vi era tracciato un percorso che partiva dalla casa del vecchio fino a raggiungere Baggot Ln. , dove si trovava l'appartamento di Joey ed Jaime. Decise di ripercorrere quei passi, senza un vero e proprio motivo, solo per il piacere di ritrovarsi di fronte a quella villetta, magari per ringraziare di nuovo una persona gentile. Sentiva di volerlo fare. Si diresse ad Ovest, sempre lungo il piccolo canale, fino ad arrivare sulla grande e larga Leeson's Street; a questo punto virò verso Nord. Affascinato e turbato dal caos di quella strada a troppe corsie, si arrestò quando riconobbe la rozza recinzione in ferro che delimitava il campo-discarica. "Una discarica nel bel mezzo di un complesso di villette per persone per bene, molto singolare" pensò Jack tra sè, attraversando il viale che lo separava dall'ingresso al campo. Ammirò quell'entrata che tanto gli pareva un sipario e, come un attore che entra in scena, sentì il suo corpo formicolare d'adrenalina ed eccitazione. A passi svelti quanto incerti, si inoltrò sentendosi smarrito, non sentendosi del tutto il cervello, solitamente incastonato come una pietra preziosa nella fedele coperta del suo cranio. Sentì un attacco di tachicardia, vide tutto rosso davanti a sè, si osservò dall'esterno, con la testa che girava, e gli occhi insanguinati, la sclera iniettata completamente di sangue; da un'angolazione alta e frontale, era fermo con le mani distese lungo i fianchi, nel panico più totale notò una mano che gli si posava sull'orecchio destro, come a sussurrar qualcosa impossibile da udire. Non sentì nulla e, come svegliandosi, la visuale ritornò in prima persona e, con un respiro affannato che lo portava sempre più in iperventilazione, volse di scatto la testa verso destra, al ricordo della vista di quella mano, venosa e rugosa, una mano di vecchio. Non c'era nessuna mano posata sul suo volto, e lo scatto improvviso lo fece ripiombare nel delirio. Mosse un piede, avanzò di un passo, barcollante proseguì. Non aveva idea di cosa stesse accadendo dentro e intorno a sè, ma si convinse che muoversi lo avrebbe fatto stare meglio, lo avrebbe fatto svenire forse, ma sarebbe stato comunque meglio di quel dormiveglia fitto di nebbia e malessere. Di nuovo, un piede alla volta, avanzò attraverso il campo recintato che una volta era un grande rettangolo, mentre ora il perimetro era sconfinato ed impossibile da delineare. Era tutto così strano. Pensò che, dall'alto, dovesse assomigliare a un puntino nel mezzo di una discarica che, ora, sembrava un parco di autodemolizione, pieno di carcasse di vecchi autobus. Quel posto era un labirinto che, al posto delle classiche siepi alte, lasciava alle carrozzerie senza ruote degli autobus il compito di delimitare il percorso. Tuttavia era facile sapere dove andare. Forse perchè ancora spaesato e confuso, ma Jack non vedeva vie alternative, non trovava bivii davanti a sé: il percorso era uno, inconfondibile. Assaporò amaramente il panico che si andava risvegliando in lui e, in preda ad un attacco di claustrofobia, cominciò a correre fino ad esaurire, in poco tempo, il poco ossigeno che l'ansia gli concedeva di usare. Bastò un centinaio di metri per farlo stramazzare al suolo, privo di sensi. Galleggiava soave in un mare calmo e pacato, pacifico e dolce, caldo. Rinvenne dopo un tempo incalcolabile ma, essendo la luce fioca del pomeriggio ormai del tutto scomparsa, avendo essa lasciato il posto ad una notte di gelida foschia, probabilmente il delirio di Jack era durato delle ore. Si mise a sedere, poggiando la schiena ad uno dei vecchi autobus, notando angosciato che nulla era cambiato, che il suo incubo continuava a vivere nel suo mondo cosciente. Dopo aver messo meglio a fuoco, purtroppo non rinsavito del tutto, o forse per niente, fissò i suoi occhi su quella che sembrava dapprima solo una macchiolina nera e rumorosa. Un gatto nero, con una macchia bianca, lo fissava minaccioso, non smettendo di soffiare, velenoso, come una vipera. "È il gatto del vecchio", pensò, facendo fatica ormai a distinguere un buono da un cattivo presagio. Il gatto d'improvviso smise di emettere quel fastidioso suono e, senza smettere un istante di guardarlo con arroganza felina, iniziò a trotterellare agile lungo il labirintico viale. Jack lesto si alzò in piedi e, barcollando per un istante, iniziò ad inseguire il gatto, che non correva davvero, bensì sembrava danzare come una ballerina tra una svolta e l'altra. L'immagine di sé che si affaticava per inseguire un gatto in un mondo che aveva ormai perso ogni criterio di razionalità riuscì quasi a far sorridere Jack. Non fosse stato per la critica drammaticità della situazione, quella sembrava fosse una scena grottesca presa da un cartone animato, le sconosciute Avventure di Jack nel Paese delle Meraviglie. Quel gatto doveva conoscere bene il fatto suo, dato che non impiegò molto per trovare l'uscita. Trovare non è proprio il termine adatto, visto che, per quello che Jack potè notare, neanche in quell'ultimo tratto di labirinto avevano incontrato bivi o incroci di alcun tipo, perciò il gatto si era giusto limitato a seguire la strada. Era come se Jack avesse perso i sensi poco prima di trovare l'uscita, un'uscita che senza dubbio sarebbe stata a poche decine di metri dal punto in cui svenne quel pomeriggio. "Finalmente" si disse Jack, col fiatone ed il sudore grondante a fiotti sulla fronte, e gli bruciava gli occhi riempiendoli di sale. La sua mente era lucida, o almeno così gli sembrava che fosse. Come se la sbornia del giorno precedente fosse ormai svanita dopo qualche ora di sonno. Il gatto ora era seduto ad un angolo della strada, oltre l'uscita (o l'entrata, come preferite chiamarla?) intento a leccarsi una zampa, senza badare più a lui. Jack varcò la soglia del campo-discarica-labirinto ed attraversò esausto il recinto. Era pazzesco: non ricordava assolutamente quel posto, non aveva ricordi di quei viali deserti e spenti che gli si paravano davanti agli occhi. Ricordava delle villette a schiera, ma era come se qualcuno avesse ridisegnato a mano quel posto, lasciandosi sfuggire qualche particolare. Le uniche luci, gialle, provenivano dai lampioni alti agli angoli dei vari vialetti che si incrociavano a vicenda, paralleli e perpendicolari. Sentendosi perso dentro ad un videogioco decise di proseguire il cammino, andare avanti fino a morire o superare il livello. Non badò al fatto che nei videogiochi i personaggi non muoiono, ma basta premere un bottone per richiamarli in gioco, passare loro una nuova (ma sempre uguale) linfa vitale. Ripiombò nell'angoscia temendo di rivivere la brutta esperienza provata nel labirinto dato che ora, al posto degli autobus, c'erano le tante villette a schiera ad inscenare un nuovo percorso. La location era cambiata, sì, ma il tema del gioco sembrava essere sempre quello: lui che vagava confuso in un senso unico che non lasciava scampo al libero arbitrio. L'occasione di mollare, Jack, non ce l'aveva. Ogni villetta aveva un piccolo cortile più o meno curato, ed erano tutte uguali. Differiva solo il colore delle porte, che si alternava secondo lo stile dublinese. Una volta Joey disse a Jack, mentre passeggiavano per il centro della città: "Se ti guardi intorno farai caso al fatto che non ci sono porte adiacenti che abbiano lo stesso colore: sono tutti alternati! Qui a Dublino se vuoi cambiare colore alla tua porta di ingresso devi prima chiedere un'autorizzazione al comune. Secondo te perchè?" Jack riflettè qualche istante sulla domanda, poi rispose: "Non lo so... sarà una tradizione. E non puoi svegliarti una mattina con frizzante spirito rivoluzionario che ti ribolle nelle vene e decidere di abbattere una tradizione. Allora, perchè?". Joey scosse la testa e disse: "Perchè si sa che a noi dubliners piace bere parecchio e ci sono molte vie lunghissime ad attraversare questa città. Lunghissime vie piene di portoni. Se avessero lo stesso colore, come faremmo a riconoscere l'ingresso di casa nostra?" e scoppiò in una risata esageratamente rumorosa, seguita da incessanti colpi di tosse che lo fecero diventare paonazzo. Non sapeva se fosse serio o se quella fosse solo una battuta da bar, uno scherzo simpatico che riesce bene dopo un paio di pinte. Poco importava adesso. Tutte le abitazioni sembravano disabitate e, attraversato un altro incrocio, si trovò di fronte ad una villetta che aveva la porta d'ingresso socchiusa, e dalla finestra si intravedeva una luce accesa. Quella villa la ricordava, anche se tutto intorno era diverso. La porta iniziò ad aprirsi lentamente, quasi sospinta da un leggero alito di vento, producendo un cigolio sinistro. Sulla soglia apparve il vecchio. Il vecchio ora era lì, lo guardava con aria divertita e curiosa, enigmatica. Sulla sua faccia non vi erano ghigni di alcun tipo, eppure trasmetteva una malvagità maliziosa. Ma Jack, sebbene si fosse quasi abituato a quella paradossale situazione, voleva credere di essere solo matto, niente di più che un povero matto in preda ai deliri. Stanco come non mai si affrettò verso il vecchio e, timidamente, mantenendo il contegno, disse: “Salve! Ho bisogno d’aiuto, credo di aver battuto la testa o qualcosa del genere … “ , ma Jack si accorse che l’espressione sulla faccia del vecchio non era mutata minimamente, assumendo ora una parvenza ebete. “Si ricorda di me?” continuò Jack, disperato e stufo di far parte di tutto ciò, sentendosi preso in giro. “Passavo di qui una settimana fa, lei mi aiutò a trovare la strada. Ricorda? Ero tornato questo pomeriggio per ringraziare proprio lei, ma devo aver battuto la testa, o forse ho la febbre … ma per l’amor di Dio mi vuole rispondere? Ho bisogno di un medico!”. Quello che una volta era stato un gentile e premuroso vecchietto ora sembrava addirittura non accorgersi di Jack; si mosse solo quando il suo gatto nero, in un sepolcrale silenzio, gli si andò a strofinare contro le gambe. Il povero Jack non sapeva più cosa fare, pensando di essere non più dentro un videogioco, bensì in un film dove le sue azioni erano già registrate, non stava vivendo davvero, stava solo guardando. "Perché sei tornato qui? E cosa ti aspetti che io faccia?" sbottò all'improvviso il vecchio. Jack, che in un primo momento rimase di stucco, cercò subito di articolare in inglese una frase che sarebbe riuscita a spiegare almeno in parte quello che nemmeno lui era riuscito a capire. Eppure aveva la sensazione che il vecchio sapesse. Sembrava tutto un gioco, il suo gioco. "Sono venuto qui oggi pomeriggio perchè, trovandomi nei paraggi, e ripensando alla gentile accoglienza da lei ricevuta, non avendo oltretutto di meglio da fare... insomma, pensavo che questa visita potesse essere un gesto carino. Ma è successo qualcosa venendo qui. Ho perso i sensi e ora sento che tutto ricomincia a girare, potrebbe chiedere aiuto?" "Chiedere aiuto?" chiese il vecchio con aria sorpresa, continuando: "E per cosa? Per chi? Cosa vuoi esattamente figliolo? Perchè non mi spieghi che diamine vuoi da me e dal mio gatto?" concluse, guardando il gatto che di rimando miagolò qualcosa in qualche strano dialetto felino. "Che cosa voglio?" urlò Jack impaziente, adirato e disgustato da questa messa in scena, provando ora un forte desiderio di fare qualche passo avanti e spaccargli la faccia. "Io me ne voglio andare, voglio trovare l'uscita da questo fottuto posto! Questo posto è... un labirinto." E balbettò queste ultime parole, temendo di dirle a voce troppo alta. A questo punto Jack guardò il vecchio e sbalordito lo udì articolare parole senza emettere suono. Non sembrava che stesse davvero parlando, ma sentiva tutto forte e chiaro, di una chiarezza preoccupante: stava bisbigliando alla sua mente in una sorta di telepatia muta, ma con un chiaro timbro. Il vecchio gli disse che quelli come lui non trovano l'uscita perchè quelli come lui non vogliono uscire. Quelli come lui anche se escono, come fece Jack la prima volta, poi ritornano. Sono calamite per posti come quello. Inerme, Jack non reagì. D'altronde, non aveva la più pallida idea di cosa dire o fare. Aspettava qualcosa che lo richiamasse alla realtà, avrebbe voluto mettersi due dita in gola e liberarsi per sempre da quella sbornia maledetta, che gli aveva fatto passare per sempre la voglia di abbandonarsi all'ebrezza, di assaporare i piaceri dell'irrazionalità. Con un ultimo disperato sforzo compose, balbettando, quella che era ormai la sua ultima obiezione, l'ultimo tentativo di difesa: "Se quello che dice è vero, allora tornerò. Ma se proprio non vuole accompagnarmi cortesemente fuori di qui, come fece la prima volta, perchè almeno non lascia che io usi un telefono? Me ne andrò di qui e non ci metterò più piede, mi creda, potremmo scommetterci!". Il vecchio scosse la testa irritato, poi disse: "Ragazzo tu vuoi un telefono? Io non credo che ti serva davvero... non hai un cellulare Jack? Sei sicuro di non averne uno? Mi pare strano, eppure..." Improvvisamente gli occhi di Jack si illuminarono, ma al tempo stesso si sentì pesantemente inabissare in un groviglio di sensazioni inconsce. Il cellulare... Non è possibile raccontare esattamente la particolarità di quei momenti di riflessi intangibili. Jack era ricaduto in trance (ne era mai davvero rinsavito da quel pomeriggio alla discarica?), ma riusciva a captare suoni di mille voci tutte uguali, voci di vecchio, che erano difficili da distinguere, eppure trasmettevano tutte un messaggio ben recepito in tante piccole, diverse e remote parti del suo cervello. Vedeva un cellulare nella sua mano; non un cellulare, il suo cellulare, quello che aveva sempre avuto e che non usava. "Perchè non ho telefonato?". Lasciandosi cullare dai suoi ultimi istanti di inerzia, come un materassino galleggia e affronta il mare, la mente di Jack riacquisiva coscienza e svegliava il corpo, che a sua volta tornava caldo. Tutto ciò avvenne con una calma perfetta, un'imperturbabile quiete era venuta a richiamarlo da sonni profondissimi. Aveva dormito tanto, si sentiva riposato e anche un po' eccitato. Aveva dormito bene tutta la notte; sebbene avesse la sensazione di aver sognato qualcosa tutta la notte, non era in grado di ricordare bene cosa. Allungò un braccio verso il cellulare posato come d'abitudine accanto al letto e controllò l'orario: si era svegliato dieci minuti prima che suonasse la sveglia, impostata per le 8.30. Si sentiva riposato, eppure avrebbe dormito volentieri un altro po'. Stava ripensando al sogno che non riusciva a rievocare, sentendo crescere un leggero senso di frustrazione: da quando aveva aperto gli occhi, Jack si sentiva come incastrato in una fitta tela di déjà-vu dalla quale non riusciva a trovare una via d'uscita. Ma i déjà-vu, si sa, sono tanto piacevoli quanto fastidiosi; un fenomeno affascinante e singolare. Probabilmente, convenne Jack, quel sogno era una ricorrenza, un periodico ospite delle sue notti. Ne era quasi certo, ma come poteva esserne sicuro, trattandosi di un déjà-vu? L'orologio ora segnava le 8.35 e non aveva tempo da sprecare in futili osservazioni; man mano che il sole si levava più in alto nel cielo, i piedi di Jack erano sempre più piantati a terra e la sua testa sempre più avvitata intorno al collo. Quando andò a fare colazione, bevendo la sua tazza di caffè, già aveva smesso di pensare alla notte appena trascorsa. Aveva un aereo da prendere ed una bella vacanza lo stava attendendo oltre i confini, su a Nord. Dublino arrivo!, pensò Jack, lasciandosi sfuggire un sorriso.

  • 12 febbraio alle ore 22:12
    Difesa individuale.

    Come comincia:  
    Alcuni sostengono che le cose stiano velocemente peggiorando. Se mi guardo attorno forse sembra anche a me, però non mi sono mai interessato di problemi troppo generali, proprio perché ci tengo a rimanere fuori da quegli schemi che secondo il mio parere sono da tanto tempo ormai un po’ troppo logori. A dirla tutta, a me interessa poco o niente di quanto viene deciso dai nostri dirigenti, perché soprattutto mi resta congeniale adattarmi abbastanza velocemente alla nuova situazione che ogni volta si viene a creare, senza neppure stare troppo a lamentarmi, e poi del resto forse è questa l'unica maniera che vedo in giro per tirare avanti. Guadagno poco per quello che faccio, però mi è sufficiente: con una vecchia utilitaria di mia proprietà controllo ogni notte l’enorme parcheggio a fianco dello stadio cittadino destinato al calcio, girando in lungo e in largo tutte quelle centinaia di metri asfaltati che appaiono sempre deserti e abbandonati a quell'ora, nella costante osservazione attenta di tutto ciò che può succedere là attorno, fermandomi subito, ma a distanza e a fari spenti, ogni volta che c'è qualche strana vettura un po’ sospetta. Non è mio compito intervenire naturalmente, soltanto segnalare ai miei superiori, e quindi alle autorità competenti, ciò che riesco a vedere tramite il mio piccolo binocolo.
    Mi pagano al nero, perché mi hanno spiegato come il mio mestiere non deve assolutamente risultare alla luce del sole, così come non devo mai farmi vedere in faccia da chi incontro, e per di più non devo mai dire a nessuno l’attività che svolgo, o quale sia la mia vera occupazione; ma i miei capi però sono precisi, anche se non so neppure bene chi effettivamente essi siano, ed ogni mese mi fanno trovare regolarmente sul mio conto bancario la cifra pattuita, e solo certe volte mi telefonano al mio cellulare, per confidarmi sottovoce giusto qualche novità generalmente di scarso rilievo. Lavoro per la sicurezza, posso tranquillamente dire, anche se mi è capitato raramente di fare qualche vera segnalazione rispetto a qualche automobile sospetta, sul cui conto non so neppure realmente come sia poi andata a finire la vicenda. Non importa penso, il mio mestiere è questo, ed io ho accettato da subito di portarlo avanti in questo modo, senza preoccuparmi troppo di tutto il resto e senza porre mai delle domande.
    Ad un certo punto ho pensato anche di farmi rilasciare il porto d’armi, ed in seguito magari di comprarmi una pistola da nascondere nel mio vecchio macinino, in modo da stare più tranquillo, e nel caso di avere anche la possibilità di difendermi. Ma i miei capi hanno detto che non era fattibile, che io non avrei mai dovuto accettare una colluttazione, piuttosto defilarmi subito, avvertire loro, descrivere dettagliatamente ciò che vedevo nel binocolo e poi svignarmela. Però a volte mi è presa la paura: non si sa cosa possono combinare certe persone di notte in un posto come questo: pianificare degli attentati, definire gesti cruenti da mettere in atto nelle ore a seguire, e così via. Perciò, tramite un conoscente che incontro qualche volta dentro un bar, sono riuscito ad acquistare una semiautomatica, un ferro leggero, niente di importante, con una buona quantità di proiettili ed il numero di matricola ben cancellato, ed adesso mi sento più tranquillo.
    Non sparerò mai a nessuno penso, però avere questa possibilità di difesa certamente mi fa sentire meglio. Perché se le cose peggiorassero ancora, se tutto andasse davvero a capitomboli, in quel caso uno come me saprebbe bene come farsi intendere, perché in fondo ho capito che non ci sarà mai nessuno prima o dopo che vorrà stare davvero dalla mia parte.
     
    Bruno Magnolfi

  • 12 febbraio alle ore 9:26
    TALVOLTA UNA MIGNOTTA...

    Come comincia: Cari lettori, molto probabilmente troverete fuori del comune il titolo di questo racconto, in seguito capirete il perché.  Alberto M. era ed è un insegnante di lettere in una scuola media alla periferia di Roma. Non poteva affermare che l’insegnamento gli apportasse molte soddisfazioni come da studente universitario pensava di poter avere. La scolaresca era composta da ragazzi provenienti da famiglie disagiate per usare un termine eufemistico, i padri nella maggiore parte dei sopravvivevano con lavori precari, alcuni erano ospiti delle patrie galere, altri spacciavano, i più furbacchioni erano riusciti a farsi dichiarare invalidi e godevano di piccola pensione ed infine i ladri: non era più facile questo mestiere o professione come affermavano gli interessati, quei fetentoni dei padroni di casa avevano messo porte blindate all’ingresso e talvolta anche alle finestre e poi c’erano i ricettatori che ‘prendevano per il collo’ i venditori di oggetti rubati, una vita difficile. E le madri? Immaginate un po’: le meno appetibili ‘andavano a serva’, quelle discrete si arrangiavano con i vecchietti, la meglio messe erano quelle bellocce,  che ben vestite e truccate accalappiavano i clienti in strada o, le più fortunate in case di signore tenutarie ex…signorine come venivano chiamate ai bei tempi prima che la famosa senatrice facesse chiudere..le case chiuse. Le giovani ed i giovani studenti, benché assolutamente impreparati, d’accordo tutti i professori, venivano annualmente promossi sia per evitare ‘grane’ con i padri sia perché non avrebbero frequentato le superiori. A questo punto ad Alberto venne proposto un lavoro differente che lo avrebbe gratificato: scrivere per un giornale. Armando M. suo compagno di scuola aveva ereditato dal padre, deceduto di recente, una villetta a due elevazioni alla periferia di Roma con al piano terra una tipografia. Il genitore, vedovo da anni e molto parsimonioso, aveva messo da parte un bel gruzzoletto con il quale Armando poté affrontare le spese iniziali. “Caro Alberto voglio mettere in atto un mio sogno, pubblicare una rivista mensile anticonformista che possa affascinare i lettori anche con qualche foto: tu eri molto bravo in questo campo, dammi una risposta entro domani con il settore in cui vuoi operare.“ Dopo cena, spaparazzato sul divano e confortato da musiche brasiliane, il buon Albertone prese ad esaminare le varie possibilità senza riuscire a giungere ad una conclusione, Armando pretendeva qualcosa di diverso dal solito, di riviste in giro ce n’era un fottìo. Si addormentò ma a metà notte si svegliò perché,  senza coperta, si era preso di freddo; si infilò dentro il letto ma il sonno tardava a venire ed ancora non riusciva a riscaldarsi ma proprio quel disagio lo portò, per motivi ignoti, a pensare alle prostitute che di notte sulla strada accendevano dei fuochi per soffrire meno il gelo notturno. Trovato! Avrebbe scritto dei racconti sulla vita delle ‘signorine’ e soprattutto per i motivi che le avevano portato a quella loro scelta. Armando fu entusiasta, ecco quello che desiderava, scioccare i lettori con argomenti fuori del comune, in quel campo sui giornali venivano riportate solo scarne notizie di ragazze condotte in caserma e con maîtresses incarcerate. La notte successiva Alberto a bordo della sua Cinquecento  Fiat di quarantennale vetustà, ma ben tenuta, si mise a peregrinare sulla circonvallazione di Roma dove le baby ‘lavoravano’; una in particolare attrasse la sua attenzione: alta, castana, lineamenti del viso regolari, poco trucco,e vestita con abiti un po’ più eleganti e meno appariscenti delle sue colleghe. “Gentile signorina vorrei parlare con lei…” “A’ cocco, cò me se viene pè scopà la conversazione falla cò tu sorella!” “Mi sono espresso male, vorrei conoscere  più a fondo e invitarla a casa mia.” “Se vengo a casa tua la tariffa raddoppia, damme n’ documento, vojo sapè chi sei, una volta uno stronzo m’ha riempita di botte!” “Sono Alberto M. un insegnante di materie letterarie, questa è la mia carta di identità.” “M’hai convinto a montà su sta carriola, num me sembri così morto de fame da…” “Questa che tu chiami carriola è un pezzo da museo, la richiedono anche dal Giappone…” “Va bè monto sur pezzo de museo.” Arrivati nel suo appartamento in via Taranto a Roma: ”A proposito come ti chiami?” “Chiamame Letizia, te piace?” “Mi piaci tu, se la smettessi col dialetto romano te ne sarei grato, mi sa tanto che ti piace fare la volgarona ma in fondo non lo sei.” “Ti accontento, in fondo sei simpatico non come i soliti clienti: vado, l’ammazzo e  ‘men vò così parlando onesto!” “Vedi che ho ragione, hai citato l’Inferno di Dante, sicuramente hai frequentato le superiori, dimmi la verità.” Letizia accusò il colpo, con la testa fra le braccia sul tavolo piangeva, situazione che mandava in tilt il sensibile Albertone il quale, dopo un ragionevole lasso di tempo la prese fra le braccia. “Sei un disastro, il mascara si è squagliato su tutta la tua faccia, sembri pulcinella, vai in bagno,  ti ci accompagno io.” La baby si insaponò più volte ed il viso apparve veramente bello senza quel trucco pesante che aveva prima, sembrava una modella, Al la guardava instupidito, non sapeva più che pensare, una tale bellezza a far marchette per strada! “Vieni sul divano, rilassiamoci con un po’ di musica romantica e, se me lo permetti vorrei baciarti…” Letizia non oppose resistenza anzi partecipò attivamente tanto da far svegliare ‘ciccio’. “Vedo una protuberanza che prima non c’era, in fondo mi fa piacere, voglio dirti tutto di me, mi chiamo Beatrice Annibaldi ma non mi piace quando mi chiamano Bea, sembro una pecora ma tu chi sei veramente a parte la tua professione, non ho mai incontrato nessuno che si prendesse interessasse di me, mi sei piaciuto appena ti ho incontrato, ci manca solo che mi innamori di un cliente!” “E se io cliente non volessi essere nel senso che…” “Non parlarmi di amore, mi sono messa nei guai per questo sentimento ma non voglio parlarne.” “Una proposta: bagno insieme e poi, saziati gli appetiti di mangerecci saziamo quelli erotici.” Un sorriso di approvazione da parte di Beatrice. “Cavolo una vasca Jacuzzi ma allora sei ricco!” “Lo erano i miei genitori morti in un incidente aereo mentre andavano in Australia a trovare nostri parenti, è stato un colpo durissimo, mi ero appena laureato e, tranne che per l’insegnamento, non sono uscito di casa per molto tempo, non riuscivo a trovare un equilibrio, mi ha, come dire, svegliato il mio amico Armando proponendomi di collaborare con una sua rivista, per ora sono abbondantemente confuso, oltre che stupenda in viso hai un corpo meraviglioso che, se permetti, vorrei…Per Alberto fu il più bello rapporto sessuale della sua vita, Bea ci sapeva fare, dopo un lasso di tempo Al andò in bagno, testa sotto l’acqua fredda, ne aveva bisogno. Si svegliarono a mattina inoltrata abbracciati, Alberto telefonò a scuola, ufficialmente aveva un forte mal di testa e di stomaco, prognosi cinque giorni di riposo. Alberto avrebbe voluto ancora…ma capì che era meglio godersi una giornata di quel sole romano che gli parve quanto mai romantico. Colle Oppio, giardini da lui frequentati da piccolo con i genitori, una vena di tristezza ma la presenza di Beatrice..”Ti chiamerò Bea anche se non ti piace.””Da te accetto tutto ma, ti prego, non mi deludere per me sarebbe la fine!” In via del Corso a fare spese, la carta di credito di Alberto si arroventò ma il padrone ne fu felice, gli abiti e le scarpe che Bea aveva acquistato la rendevano ancora più deliziosa, il padrone del negozio fece i complimenti ad entrambi. “Siete una bella coppia!” L’ovvio problema prese corpo nella mente di Alberto: se qualche cliente l’avesse riconosciuta per strada o in un locale…lo espose a Beatrice che rimase ammutolita. “Mio nonno Alfredo ex commissario di P.S. affermava che tre erano le esse importanti nella vita: salute, soldi e serenità, troverò una soluzione.” E la soluzione fu quella di farsi trasferire in una scuola in località lontano da Roma, quale posto migliore della Sicilia? Alberto scelse il liceo classico ‘La Farina’ di Messina dove fu trasferito con l’aiuto di un funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione che era stato amico dei suoi genitori. Il finale: Alberto non riportò la sua storia sulla rivista dell’amico Armando, la ‘carriola’ divenne di esclusivo uso di Bea, Alberto acquistò una Jaguar X Type suo vecchio sogno con la quale visitarono i più bei posti della Trinacria, felici? Alberto faceva gli scongiuri e si promise di non volare mai su un aereo!
     
     

  • 12 febbraio alle ore 9:20
    INVITI MISTERIOSI CON SORPRESA

    Come comincia: Beatrice: “Leonardo il figlio del padrone del magazzino dove lavoriamo mi ha telefonato invitandomi ad un piconik nel suo bungalow ad Ostia; ho accettato, si tratta di un bel ragazzo, educato e poi è figlio del padrone ma non ho capito che cavolo intendeva!”  “Mia, mi vien da ridere, anche Alessio un suo amico mi ha fatto una proposta analoga, evidentemente erano d’accordo, un invito ad un vichiend al mare, vacci a capir qualcosa ma non vorrei o meglio non vorremmo far la figura delle ignoranti, cioè quelle che siamo ma…” Bea era alta, bionda, longilinea, signorile, una modella, Mia buna più piccolina, stretta di vita, bel seno e  belle gambe e dallo sguardo promettente! “Bea l’appuntamento è a S.Giovanni vicino a casa mia alle dieci di domenica, siamo in luglio e quindi ci vestiremo leggere portando quel mini costume brasiliano che abbiamo acquistato.” “Non ti sembra eccessivo, i due giovani ci possono prendere per…” “Á cosa, io son più confusa de te, sai che ti dico:  me faccio un bidet, non si sa mai!” “Esagerata lo sai che la prima volta non la  si molla mai, fa tanto mignotta e noi…” “Noi non lo siamo ma se c’è dell’interesse in senso…” “Cara in tutti i sensi, non siamo puritane e lavoriamo come commesse per quattro soldi pure il sabato e quindi…” Alle dieci precise una Jaguar X Type si fermò alla fermata del tram 16 dove le due ragazze erano in attesa. “Bellissime, a bordo!” Chi aveva parlato era Alessio, alto, bruno, magro e dal sorriso affascinante, Leonardo più basso era biondo, robusto per frequentazione di palestra e dallo sguardo tenebroso. “Una davanti ed una dietro, Mia a mio fianco ma non mi distrarre mentre guido…sto scherzando, siete deliziose, è un  complimento ben meritato.” Parcheggio nei pressi della spiaggia, un viottolo  conduceva ad un bungalow bellissimo: aria condizionata, due letti matrimoniali divisi da un paravento, un tavolo con sedie da otto, in fondo un cucinino ed il bagno, un piccolo appartamento! “Ragazze sceglievi un letto, poggiatevi i vestiti e poi tutti in costume in spiaggia.” Quando Bea e Mia uscirono fuori dal bungalow in costume succinto non ebbero l’accoglienza che speravano, i due erano stati piuttosto freddini dinanzi a reggiseni che coprivano a malapena i capezzoli ed al costume, davanti assomigliante ad un francobollo e dietro un filo, mah? “Ragazze aspettiamo i nostri padri, potete sdraiarvi sotto i due ombrelloni, noi siamo in acqua.“ I due padri non si fecero attendere: ovviamente meno affascinanti dei figli e soprattutto più ‘bolsi’ come si dice a Roma, insomma con tanto di pancia ma…sicuramente col portafoglio molto ben fornito! Ai genitori, al contrario dei figli, uscirono gli occhi dalle orbite nel vedere le ragazze con quel costume. “Io sono Edoardo padre di Alessio.” “Ed io Andrea padre di Leonardo, dato che i nostri figli non si interessano a voi, vi faremo noi un po’ di compagnia, che ne dite?” “Loro ci hanno invitato ad un…” “Penso ad un picnic  in questo weekend.” Beatrice e Mia si guardarono in faccia ridendo, finalmente avevano capito…Edoardo: ”Vedo con piacere che la signorine sono allegre, non amiamo le musone, fra l’altro mi pare in passato di aver notato al banco dei profumi Beatrice, mi sbaglio?” “No commendatore sono io quella che sommessamente le chiedeva un  aumento di stipendio.” “Se non ricordo male non era proprio sommessamente ad ogni modo l’avrete, pensate di potervelo meritare?” “Commendatore sicuramente…” “Lasciate stare i titoli, siete meravigliose, noi siamo Edoardo ed Andrea, in verità vorremmo prendere un po’ di sole, siamo bianchi come due mozzarelle, il lavoro…” “Commendatore anzi Edoardo vi seguiremo, anche noi…” In costume da bagno i due attempati maschietti mostrarono tutta la loro epa, le due ragazze ovviamente fecero finta di ignorarla, pensavano a quanto avrebbero chiesto di aumento di stipendio, possibilmente una cifra non indifferente che capirono doversela meritare…”Ragazze parliamo chiaro, talvolta abbiamo bisogno di un aiutino e dovremo aspettare che quella famosa pillola blu faccia effetto, niente in contrario? Per passare il tempo potremo andare in acqua a rinfrescarci, che ne dite?” Bea e Mia si lanciarono in acqua  si misero a nuotare sin quando incontrarono in acqua Alessio e Leonardo che in testa avevano…il costume da bagno che, se ovviamente non era al suo posto. I due cominciarono a girare intorno alle ragazze che ogni tanto vedevano spuntare i loro rispettivi ‘cosi’ lunghi  sin quando i due dimostrarono la loro tendenza sessuale baciandosi in bocca e poi mettendo ‘in ore’ i rispettivi…Bea e Mia si guardarono in faccia, del comportamento dei giovani non interessava loro gran che, piuttosto quello dei padri i quali erano in acqua dove ‘si toccava’, non erano dei nuotatori, cosa poco interessante anzi meglio, così potevano dare inizio a qualche manovra di avvicinamento: “Caro vorrei abbracciarti e toccarti un po’, vediamo a che punto sei…insomma aspettiamo ancora un pochino intanto puoi toccarmi le tette ed il fiorellino ed anche il popò, sono a tua disposizione.” Così parlò Bea, (niente a che fare con Zarathustra), anche Mia seguì il suo esempio mentre in ragazzi uscivano nudi dall’acqua per rifugiarsi nel tucul ih ih ih. I due commendatori preferirono prima pranzare dato che la pillola blu non faceva ancora effetto.  Spumante, pasta alla Amatriciana, polli, verdura, Ananas e caffè in termos, organizzatissimi i vecchietti che, riempito il pancino, o meglio il pancione si spaparazzarono sui due letti seguiti dalle ragazze, i figli… chissà dove. La pillola blu quella volta non fece effetto sui due vegliardi i quali,  vergognosi, chiesero scusa. ”Beatrice sul letto con Edoardo: “Vorrei esprimerti, non so come dire, la mia solidarietà ma è qualcosa di più: ho visto due uomini ricchi e potenti nella loro vera identità, vorrei darti tutta me stessa, sono sincera, la mia sensibilità è stata messa a dura prova, sinceramente non ci interessano molto i nostri coetanei molto spesso maleducati ed arroganti oltre che viziati dai genitori, noi lavoriamo sin da piccole, abbiamo conseguito solo il diploma di scuola media e poi siamo entrate nella tua azienda, viviamo in una casa di due stanze, un po’ di denaro in più ci farebbe comodo, come tutte le femmine siamo vanitose vorremmo fare delle spese. Una cosa: domattina ci diamo malate, non vorremmo che col tuo intervento venissero fuori delle chiacchiere nel nostro ambiente, noi vorremmo rivedervi ma senza sentirci delle mantenute, se decideste di darci qualcosa in più dovrà essere fuori della busta paga, la tua famiglia?” “I figli li avete visti…le nostre mogli si sono defilate e con i nostri soldi vivono alla grande ma ora ho deciso di stringere i cordoni della borsa, sei stata tu a farmi capire alcuni valori della vita, te ne sono grato. Se volete potremmo rivederci in questo bungalow o in una nuova casa tutta vostra più grande dell’attuale dove incontrarci, abitazione che prenderete in affitto o meglio che noi acquisteremo a vostro nome. Che altro dirvi, per ridimensionare l’atmosfera vi racconto un episodio accaduto fra me e dei colleghi più giovani una volta quando ci siamo riuniti per lavoro: ovviamente i cotali facevano dello spirito sulla nostra età, io pensai come mi difendo? ‘Signori belli vi vedo male, non arriverete di certo alla mia età! Inutile che vi tocchiate…ve ne accorgerete! Ed ora ritorno a Roma.” Una Bentley fece sgranare gli occhi a Bea ed a Mia. “A proposito di macchine come ve la passate?” “Benissimo abbiamo delle auto con tante ruote di ferro! Ho capito dove vuoi arrivare ma se acquistate per noi una o due macchine i pettegolezzi si sprecherebbero, cambiando casa potremmo riparlarne.” I sentimenti sinceri portano bene e così accadde che Edoardo ed Andrea divorziarono tagliando in parte i ‘viveri’ alle ex, i due spesso andavano insieme alla  deliziose compagne in giro per Roma a far delle compere; ogni volta venivano classificati  dai commessi come padri delle relative accompagnatrici. Una nuova casa, due Cinquecento e tanto affetto sincero, talvolta, la pillola blu funzionava. Come nelle migliori favole e vissero…

     

  • Come comincia: C’è un paese rannicchiato tra le montagne dell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, dove il mondo contadino rimane aggrappato tenacemente ai vissuti della storia seppur in quest’epoca tecnologica e globale, dove i personaggi del mondo rurale di montagna di tradizione secolare rivivono per un giorno all’anno, muovendosi e richiamando le storie antiche tra le contrade silenziose e mute.
     
    A Valtorta il Carnevale è il ritorno dell’”Homus Selvaticus” degli antichi riti montanari, un essere umano leggendario presente in molte tradizioni popolari, sugli affreschi delle case e nei libri fin dal Medio Evo, lungo le mulattiere impervie e scoscese, tra i balconi e le lobbie di legno.
    Migliaia di turisti accorrono per rimanere soggiogati e avvinti dalle maschere dure e inquietanti dei druidi e degli anziani sapienti, dei demoni armati di forche, degli irsuti minatori  e boscaioli, che rievocano storie e magie di un tempo in cui le popolazioni pagane soggiogavano questi pendii con le loro quotidiane e suggestive cerimonie arcaiche.
     
    Nel cuore dell’inverno un corteo mascherato percorre le antiche strade sepolte dalla neve, accompagnato da un gruppo di musicisti, al suono dei corni e dei campanacci e contornato dagli spari dei mortaretti. Al centro i personaggi storici  del mondo contadino, armati di forconi e “ranze” (le falci) rastrelli e gerle. Ecco allora che per le strade compaiono magicamente i furchetì, figure demoniache con una forca in mano e altri personaggi con insolite maschere a cappuccio sormontate da corna, ol diaol e l’homo selvadego. Accanto a loro le figure della famiglia patriarcale rurale di un tempo: la ègia (nonna), il vecio (nonno), la meda (zitella) e ol barba (lo zio celibe)…”
     
    Uno spettacolo con musiche itineranti, con soste, canti e balli in ciascuna contrada dove per tutti c’è il buffet casereccio, pane e salame e formaggio duro con buon vino. Il gran finale con una sarabanda che coinvolge tutti gli spettatori intorno al fuoco.
    Dal sito ValBrembanaweb: “La sfilata mascherata del Carnevale di rito ambrosiano ha percorso frazioni e sentieri di Valtorta, accompagnata dalle musiche e dai canti degli Alegher di Dossena. Contemporaneamente in paese si fa festa in attesa del corteo, con vin brulè e dolci per tutti. Per questa giornata davvero speciale per il piccolo paese di Valtorta, che è rimasto un’enclave della Diocesi di Milano con rito ambrosiano, sono organizzate anche visite guidate al Museo storico e alla segheria.
     
    La festa continua fino a sera con il ballo in palestra. Il Carnevale di Valtorta da secoli si ispira al mondo fantastico del bosco, di diavoli, elfi e uomini selvatici che, una volta all’anno, si incarnano in misteriosi personaggi dai volti spesso inquietanti. È la mitologia medievale della montagna e del mondo contadino che, per un giorno, prende forma concreta.
     

  • 06 febbraio alle ore 19:59
    Abbandono

    Come comincia: Di lei era rimasto soltanto quel sottile profumo di vaniglia che mi riempiva le narici ogni qualvolta aprivo l’armadio, ora vuoto. Erano passati ormai sei mesi, ma quella leggera fragranza era ancora lì, dentro quello scrigno, intrappolata tra quelle pareti di legno. Di lei non era rimasto null’altro, niente, neanche una fotografia, lei non amava farsi fotografare.. era stata proprio molto meticolosa nel cancellare ogni sua traccia, nel portare via tutto ciò che potesse farmela ricordare… eppure quel profumo, che lei sapientemente sapeva dosare sulla sua pelle, era ancora lì, e io, a piccole dosi, lasciavo che mi entrasse nella mente, a piccole dosi, cosciente che però prima poi si sarebbe esaurito.. la sera di luglio in cui lei se ne era andata faceva molto caldo, e il cielo era gonfio di nubi, pronte a esplodere in pioggia, proprio come mi sentii io appena mi accorsi che lei non c’era più.. avrei potuto telefonarle, certo, ma sapevo che non mi avrebbe risposto, sapevo che quel telefono sarebbe rimasto muto.. .e ora, a distanza di mesi, non aveva più alcun senso chiamarla.
    Potrei dire che me lo aspettavo, o forse no, noi uomini siamo molto bravi nell’arte di non capire, di non vedere, di non accorgersi… e ora seduto accanto al fuoco del camino, trangugiando l’ennesima birra per stordire e smorzare questo senso di vuoto che mi prende, con lo sguardo rivolto verso l’armadio ora chiuso, non mi domando perché, ma piuttosto come e quando…
    Le donne quando smettono di amare lo fanno in silenzio.

  • Come comincia: Usiamo le nostre energie riparatrici per sanare la membrana dell'anima (e della mente) dalle vibrazioni scorticanti che arrivano dall'esterno: input di malessere, malanimo, allagante dis-conoscenza del senso della vita, ecc.;
    usiamo le stesse energie anche per sanare quelle vibrazioni che scuotono e graffiano a seguito delle evoluzioni interiori, dei tagli dei cordoni eterici, dello sforzo per il discernimento, dello sforzo per la ricomposizione dell'equilibrio anima/mente/emozione/corpo.
    Le nostre energie riparatrici sono in continua attività, l'utilizzo consapevole produce recupero di salute interiore e fisica: come un vortice in perenne movimento centripeto raccoglie tutte le -vibrazioni spazzatura- le secerne e le lava.
    Questo lavorio costante di riparazione esaurisce le energie della loro potenzialità;
    nel momento in cui le membrane dell'anima e della mente sono scoperte dall'opera restauratrice delle energie riparatrici, occorre: chiudere il sipario agli input predatori della serenità, raccogliersi nel silenzio meditativo, allontanarsi dai terreni prolificanti spazzatura e purificare l'aria.
    Quei momenti sono comunemente identificati con il bisogno di medicarsi, di riprendere forza, di recuperarsi. Dopo la completa riabilitazione delle "energie riparatrici", è raccomandato mantenere la membrana dell'anima e della mente lontana dalle vibrazioni "scorticanti" esterne, e utilizzarle al fine dell'esistenza continuando a tagliare i cordoni eterici, a ricostruire l'equilibrio anima/mente/emozione/corpo per essere in salute e di conseguenza essere salute per gli altri.

  • 30 gennaio alle ore 10:34
    La Donna Piangente

    Come comincia: Erano le 15.30. Clarissa, confinata nella camera matrimoniale, aveva appena smesso di piangere. Era accaduto, ma non riusciva ancora a crederci. Ci pensava e ripensava mentre poggiava la schiena alla spalliera del letto e si accarezzava la pancia. Gli occhi le caddero, prima, sul suo libro di fotografie preferito dal titolo Dora Maar. Nonostante Picasso, che si trovava sul comodino, poi, sull’unica stampa affissa alla parete, (insieme ad un crocifisso), raffigurante la Donna Piangente. Quel ritratto di Dora Maar, realizzato da Picasso, sembrava davvero vivo: la rabbia rullava dalla bocca spalancata dove spiccavano, bianchi, i denti aguzzi, e gorgogliava il pianto accorato con lacrime che scendevano a fiotti.
    “Ah, Dora, anche io sono in balia di uno stronzo!”, proruppe Clarissa con il viso infiammato.
     

  • 17 gennaio alle ore 16:27
    AMORI E TRISTEZZE

    Come comincia: Lisa  (Elisabetta) si era finalmente liberata degli studi, aveva conseguito la laurea in lingue, per premio il padre Freddy (Ferdinando) le aveva pagato delle vacanze sulla neve a Cortina d’Ampezzo. A febbraio i prezzi erano abbordabili e così Lisa, amante della montagna ma, inesperta sciatrice, preferiva andare in quota in funivia e passare il tempo a camminare sulla neve o al bar. Quel giorno il tempo era sereno e con in mano una bevanda calda Lisa sedeva in una comoda sedia fuori dall’esercizio. Alta, slanciata, piacevole in viso sempre sorridente poteva dirsi seducente; fu agganciata da un giovane circa della sua età che: “Che fa una bella signorina sola sola?” “Aspetta che qualche maschietto la rimorchi dicendo: “Che fa una bella signorina sola sola?” Ambedue si misero a ridere: sono Alfonso, Fonzi per gli amici e mi godo una vacanza, a Roma sono il padrone di una fabbrica di elettrodomestici, inutile domandarle cosa fa qui.” “Aspetto l’ora di pranzo.” “Se permette mi aggrego a lei, il ristorante dove vado non è gran che.” Al rientro all’albergo Splendor: “Vado in camera a cambiarmi, poi potremo andare al ristorante e desinare insieme.” Il pomeriggio una passeggiata, rientro all’hotel, cena e poi in camera di Lisa. “Ci vediamo un po’ di televisione poi ci daremo la ‘buona notte’ ed ognuno nella sua cuccia. Non  le poso offrire nulla, solo acqua minerale che il mio medico mi ha prescritto di berne due litri al giorno, vado in  bagno. L’acqua aveva uno strano sapore ma forse di trattava di una caratteristica proprio di quella bevanda, non era la solita che Lisa  beveva. Un sonno improvviso e poi la ragazza non ricordò più nulla. Alle dieci una cameriera bussò alla porta della, camera: “Signorina sono le dieci, ha saltato la prima colazione.” Fonzi era sparito, era giustificato lei era in braccia a Morfeo…Lisa prese la borsa per dare la mancia alla cameriera ma, rigiratala tutta si accorse che erano spariti sia i contanti che la carta di credito a cui aveva attaccato la password, maledetta stupida! Accompagnata dal direttore dell’albergo Lisa si rivolse ai Carabinieri per la denunzia ma non aveva nessun elemento da fornire per rintracciare il maledetto. Lisa si rifugiò nel ristorante anche se era presto per il pranzo e, come affermava un vecchio detto una disgrazia tira l’altra. Una telefonata da parte della madre Mimma: “Cara una disgrazia tremenda, tuo padre in autostrada per aiutare due giovani che avevano avuto un incidente, mentre era a piedi è stato falciato da una auto ed è morto sul colpo, torna subito a  casa.” Lisa era impietrita, guardava nel vuoto e non si accorse che il ristorante si era riempito di villeggianti. Un signore: “Permette che io e mio figlio ci sediamo al suo tavolo, gli altri sono tutti occupati.” “Signorina si sente male, chiamo un medico?” “No grazie è che…” Lisa dopo un po’ si riprese e per sfogarsi raccontò al signore le sue ultime vicissitudini, poi si mise a piangere. “Sono il commendatore Bernardo, son qui con mio figlio Eros per ordine del medico di famiglia che ha ordinato di portare questo signorino in montagna…Eros vammi a comprare  un pacchetto di Marlboro. Se mi permette le posso darle una mano nel senso che  pagherò io il suo soggiorno in questo albergo e qualcosa di più qualora mi venisse incontro in una faccenda delicata.  Sono vedovo ed accudire oggi un giovane è quanto mai complicato. Il nostro medico ha constatato che stò zozzone è deperito e potrebbe ammalarsi, la sua malattia è….insomma si masturba in continuazione e potrebbe diventare tubercoloso, se lei potesse aiutarmi, le parlo da padre.” Lisa era pensosa, le avrebbero fatto molto comodo avere dei soldi ma doveva fare da nave scuola erotica ad un ragazzo peraltro minorenne. Il commendatore insisteva: “Le assicuro la massima serietà e segretezza, non so che altro dirle.” Eros tornò con le sigarette ma: “Papà non avevano da cambiare, ho pagato con i miei soldi.” Ovviamente il furbetto aveva messo in tasca i cinquecento Euro. “Eros, dietro richiesta di tuo padre ti autorizzo a venire questa sera a farmi compagnia in camera mia, ed ora una passeggiata che i latini consigliavano dopo pranzo.” Durante tutto il pomeriggio si vedeva che Eros fremeva, aveva capito tutto e: “Lisa vorrei prenderla a braccetto, potrebbe essere mia sorella, in fondo ci sono una decina anni di differenza, oggi son di moda i toyboy!” “Bene Eros vedo che sei informato, a braccetto di papà e figlio.” Nella hall dell’albergo in attesa della cena Bernardo si sedette in una comoda poltrona a leggere una rivista, Lisa e Eros a guardare le vetrine, il ragazzo voleva comprare un gioiello a Lisa ma questa rifiutò decisamente. Dopo cena: “Eros m’è venuto sonno, fai compagnia Lisa, io vado a dormire.” Eros era già in fibrillazione. In camera Lisa: “Stai calmo abbiamo tempo, intanto spogliamoci e andiamo in bagno.” Eros non aveva mai visto una donna nuda dal vero, strabuzzò gli occhi: “Penso che ti sposerò!” “Prima di arrivare ai confetti fai vedere come te la cavi…per un  sedicenne sei ben sviluppato forse più del normale ma non ti dare arie.” Lisa aveva minimizzato la situazione ma era certo che Eros ce l’aveva più grosso e più lungo del suo ultimo fidanzato. “Dato che ti sei indottrinato con i film porno che ne dici di un bel sessantanove?” Il problema che il ragazzo come si dice in gergo ce l’aveva in punta ed inondò la dolce boccuccia di Lisa la quale si alzò ed andò in bagno per ‘rinfrescare’ la bocca. “Quant’è che non ti sparavi una sega, mi hai inondato!” “Giusto ieri ma siamo solo all’inizio, il sapore della tua gatta era delizioso come te, sto provando delle sensazioni che vanno al di là del sesso, ci riprovo col fiorellino.” Questa volta Lisa ebbe due orgasmi di seguito, guardò in faccia Eros vedendolo sotto un altro aspetto, non era un sedicenne con pustole in viso ma un uomo. “Prendo la pillola e quindi riaffacciati nel mio ‘tempio’ delicatamente, non ce l’hai proprio piccolo.” Questa nuova esperienza fu piacevole per entrambi, Eros seguitava, seguitava…ed a Lisa la ‘gatta’ cominciò a far un pochino male. Fece ‘sgombrare’  il ‘tato’ di Eros dal suo fiorellino e lo lubrificò con una pomata comprata prudenzialmente in farmacia. Si era fatto tardi: “Eros torna in camera tua.” “Ma quando mai mi capiterà di incontrare una donna deliziosa come te, telefonerò a mio padre  che stanotte non rientrerò  all’ovile.” E così fece, con l’assenso paterno restò con Lisa ma: “Ti prego di metterti su di un fianco, io ti penetrerò da dietro e ci resterò fino a che ‘ciccio’ rimarrà sull’attenti! Solo che ‘il fratello minore’ non conosceva la posizione di riposo e così…A Lisa la situazione non dispiacque, sentiva dentro di sé un qualcosa di piacevole e caldo che arrivava sino al collo dell’utero, non protestò. Svegliatasi a notte fonda dovette constatare che il coso di Eros era ancora sull’attenti, manco John Holmes il celebre attore porno! A tavola Eros si sbafava porzioni doppie di tutte le portate, sulle guance era ricomparso il colorito roseo  al posto del precedente color biancazzo, lo notò il papà con notevole piacere, ma anche le cose belle hanno una fine come da canzone di Gionny Scandal. Alla fermata del pullman che avrebbe portato Lisa all’aeroporto, un velo di tristezza. Lisa questo è il mio bigliettino da visita con i numeri telefonici, noi abitiamo a Viterbo, nel caso…Anche Lisa scrisse su un foglietto il numero del suo telefonico e poi salì velocemente sull’autobus senza voltarsi, la tristezza si era impadronita di lei. Mettendo le mani in tasca, con sorpresa trovò tremila Euro, sicuramente un affettuoso regalo di Eros, quel ragazzo le era rimasto nel cuore. All’aeroporto Canova di Treviso c’era una gran folla, per fortuna Lisa aveva prenotato e pagato in anticipo il volo e così non ebbe problemi. A Fiumicino niente tassì, autobus sino a Roma doveva risparmiare denaro, la posizione finanziaria sua e di sua madre era molto cambiata. Gli avvenimenti che seguirono fecero in parte dimenticare Bernardo ed Eros.  Nel palazzo dove abitavano lei e sua madre si era istallata una famiglia composta da una vedova, Elena e dal figlio Checco (Francesco) e furono loro che risolsero in parte i problemi finanziari delle due donne. La mamma era titolare di una grande e famosa agenzia di navigazione, per colmare un vuoto di personale invitarono Lisa in ufficio per un provino che ebbe esito positivo, la ragazza fu assunta. Del personale, fra l’altro erano in forza Adamo persona seria e riservata ed un certo Naele. Dove i genitori avessero attinto quel nome non  si ebbe a sapere, forse un nonno… Naele era un ex pugile dei pesi massimi tutto barba e capelli neri che lo facevano assomigliare ad un orango ma parlava inglese e francese e pertanto era stato assunto per far da Cicerone ai turisti di passaggio a Roma. Come  quasi tutte le famiglie, in casa di Elena e di Francesco era sorto un problema, il ragazzo non dimostrava nei modi molta virilità e gli amici invece che Checco la interpellavano con ‘Checca’ . Cuore di mamma trovò una soluzione: far sposare il figlio con Lisa, senza problemi di denaro avrebbe provveduto a tutto lei in tutti i campi, non ultimo le spese per il viaggio di nozze programmato per la Thailandia. La cerimonia avvenne in Comune alla presenza di un delegato municipale, di due amiche di Lisa e di Adamo e Naele quest’ultimo stretto in uno smoking di una taglia inferiore alla sua. Viaggio di dieci ore sino all’aeroporto di Bankok dal nome impronunziabile per un italiano. Alla dogana nel bagaglio di Checco i doganieri notarono una cassetta di sicurezza,  dopo l’apertura della stessa da parte di Checco i doganieri gliela fecero richiudere con un sorriso generale, Lisa si era riservata la richiesta di spiegazioni all’arrivo in albergo sulla spiaggia di Hua Hin raggiunta in pullman. Albergo ben tenuto ed arieggiato, servizi impeccabili di camerieri in livrea, con inchini multipli (e conseguenti mance). “Cara ti debbo confessare una cosa importante: il motivo per cui i doganieri sorridevano erano che aveva scoperto un vibratore che io uso perché sono bisessuale,  il motivo per cui mia madre ha voluto che ti sposassi era per far cessare le chiacchiere sul mio conto, in ogni caso sappi che ti voglio bene e che ti rispetterò sempre, mi sei molto cara.” Dopo tante recenti peripezie Lisa  era corrazzata alle cattive notizie e rispose diplomaticamente al marito di non preoccuparsi avrebbero trovato una intesa fra di loro. La prima notte di nozze non fu per loro molto romantica, Checco per far resuscitare l’uccello’ usò il vibratore nel suo popò e alla meno peggio fece il suo dovere di sposo, piacere per Lisa: nullo. La giovane si vendicò acquistando nella boutique dell’albergo un costume alla brasiliana in cui a mala pena erano copertimi capezzoli,  dietro un filo, davanti un triangolino. Nessuno fece caso al suo abbigliamento, c’era un turismo internazionale di persone ricche ed abituate a qualsiasi situazione fuori del comune. Altra sorpresa: furono contattati dal direttore che in inglese: “Do you want a male or female company of any kind?” Traduzione da parte di Lisa: “Il muso brutto domanda se vogliamo una compagnia maschile o femminile per qualsiasi nostra esigenza, forse hanno avuto una soffiata da qualche amico in aeroporto che ha trovato il tuo vibratore.” Mandali a strafottere maledetti musi neri, per chi mi hanno preso?” “Per quello che sei.” “No tanks.” A tavola come camerieri si presentarono una bella e giovane ragazza in costume locale ed un bellissimo giovane con camicia bianca molto larga e pantaloni neri anch’essi molto larghi, Lisa parlando con se stessa pensò che se lo sarebbe ‘fatto’. Analogo pensiero di Checco a cui la pressione sanguigna si alzò notevolmente, Lisa se ne accorse e…”Ho capito che li vuoi ‘vedere’ in camera nostra, gli dirò che saranno ‘foraggiati’ con 10.000 Bath ognuno, valgono circa 273 Euro, puoi invitarli, i soldi sono di tua madre.” “Se a te non dispiace mi piacerebbe.” “My husband would like to see you in the afternoon in our room, he will give yiou 10.000 Bath per person.” Lisa si sistemò nel salottino della hall, non provava alcun sentimento, si sentiva vuota. Il pensiero corse a Eros, ormai era diventato un uomo, chissà cosa faceva, dove studiava, da Viterbo a Roma…I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di un giovane in pantaloncini corti che si sedette vicino a lei. “Non voglio  invadere della sua privacy, se le do fastidio levo le tende.”  “Non vedo nessuna tenda, faccia quello che vuole.” Lisa era stata sgarbata,  il giovane preferì ritirarsi in buon ordine. Il cotale a cena era ad un tavolo vicino al suo, Lisa era sola, Checco ancora non si vedeva…boh.”Vorrei rimettere le tende che ho tolto vicino a lei…” “Va bene spiritosone, vieni a sederti al mio tavolo, mio marito ancora non si vede.” “Io occupo la stanza vicino alla vostra, oggi pomeriggio ho sentito del movimento, avevo visto un giovane ed una giovane del posto entrare in camera vostra, suo marito se la sta sollazzando alla grande, adesso devo levare nuovamente  le tende?” “Non togliere nulla, siediti  al mio tavolo per farmi compagnia, come ti chiami?” “Alain, sono francese di Nizza, ho vent’anni, sono in viaggio vacanza, i miei hanno una fabbrica di mobili e non hanno potuto lasciare il lavoro.” “Come te la passi a femminucce?” “Niente legami, l’esperienza di miei amici mi ha portato a diffidare di legami fissi  solo avventure, alla raagazze locali interessano solo i Bath,  noi con l’Euro siamo avvantaggiati ma perché parliamo di me, lei è più interessante.” “Ho capito mi dai del lei perché sono più attempata di te.” “Non è per questo, è che prima mi hai liquidato in modo brusco.” “Ero nervosa, scusami.” Il direttore del locale si era avvicinato ai due, Lisa pensò che era proprio un rompi… forse alcuni turisti, come d’altronde suo marito gradivano…” “I see that the lady has changed company, best wishes.” “I at patres! It is latin, is means good evening.” Il rompiballe sparì dalla vista dei due, Alain: “Io conosco sia l’inglese che il latino, l’hai mandato bellamente a fare in c..o!”Il direttore si presentò nuovamente ai due: “Her husband phoned the concierge who eats in the room.” “Bene madame, tuo marito cena in camera, siamo soli, ci diamo ai cibi afrodisiaci?” “Si ma non per quello che pensi tu, a me piacciono molto le aragoste che a Roma costano un occhio della testa.” Tra i due si era nato un certo feeling, andarono sulla spiaggia a passeggiare, un luna piena illuminava il mare calmo, un’atmosfera idilliaca. Alain fece un grosso respiro rilassante, prese per mano Lisa che non si oppose alla sua tattica di avvicinamento. “Dato che tuo marito occupa ancora la vostra room ed è in compagnia che ne dici di passar la notte in camera mia?” “Bel giovane sono costretta ma…” “D’accordo, non ti pare di fare troppo la ‘vergine dai candidi manti.” “Conosco la poesia se così si può dire e non mi offendo, userò un tuo pigiama.” E così fu. Alain ovviamente fu confinato su un divano con indosso una copertina, Lisa, bella larga sul lettone, augurò la buona notte ad Alain con tanti bacini con la mano sulla sua bocca. “Anche la presa per il culo, Alain era stanco delle schermaglie, sperava che la compagna di camera rientrasse nella sua tanto non ci usciva niente. Ma i dei dell’Olimpo decisero che la sorte andasse a favore del francese il quale, non riuscendo a prendere sonno si rifugiò in bagno. Seduto su uno sgabello aspettava il giorno conscio che gli avvenimenti non sarebbero stati a lui favorevoli. Si sbagliava, per un intervento di Hermes Lisa si svegliò nel mezzo della notte, vide la luce filtrare da sotto la porta del bagno, indossò una vestaglia di Alain ed andò a trovarlo. Il giovane era con la testa fra le mani, non sembrava più lui. Lisa in uno slancio di generosità: “Che fa l’amore mio  piange?” “Purtroppo non sono l’amore tuo…” “E se ti dimostrassi il contrario?” La frase fu seguita dallo spogliarello della signora che lasciò basito Alain, d’impulso la prese in braccio e la depositò sul lettone. Ora erano ambedue nudi e cominciò una battaglia erotica alla grande,  vogliosissimi sperimentarono tutte le tecniche erotiche che dopo circa un’ora li lasciò senza forza ma ancora abbracciati. Nel frattempo Alain cercava di capire quello che gli stava succedendo, lui sempre contrario a legami sentimentali di lunga durata si ritrovò a dover ammettere che si era innamorata di Lisa, conclusione: era in mezzo a casini senza uscita. Alle nove circa Lisa si svegliò, di Alain nemmeno l’ombra ed allora decise di bussare alla porta della stanza dove c’era suo marito che se la dormiva della grossa. Il signore stanco delle fatiche sessuali non dava segni di vita. Lisa fece la doccia, si imbellettò a scese al ristorante per la colazione. Il solito direttore c..a mi…a’ si avvicinò e con un sorriso e: “The gentleman who was with her last night at dinner left, did not leave any contact.” Lisa cercò di recepire bene la notizia ma non c’era dubbio, Alain era partito senza lasciare alcun recapito. Finalmente giunse nella hall  Checco che senza profferir verbo con Lisa si fece portare una sostanziosa colazione, evidentemente doveva recuperare le forze! Lisa era quella delle decisioni improvvise, anche questa volta: “Checco mi sono stancata di stare in questo posto, sistema i conti, fatti prenotare due posti in aereo, domani voglio ritornare a Roma.” Nel frattempo Alain di rientro nella sua Nizza faceva delle considerazioni sulla vicenda con Lisa: la donna le era rimasta nel cuore tanto da esserne innamorato ma il futuro era quello che lo preoccupava, sicuramente avrebbe cercato una ragazza con le sue caratteristiche senza trovarla, insomma si era rovinato la vita! Checco ormai sazio delle prestazioni delle bellezze locali aderì alla richiesta di rientrare a Roma. Il giorno dopo di pomeriggio arrivarono all’aeroporto ‘Leonardo da Vinci’, tassì e poi a casa festeggiati da Mimma e da Elena. La storia ebbe un finale non favorevole Lisa che rimase sola insieme alla madre mentre Checco se la spassava con Adamo che, per necessità pecuniarie era diventato il suo amante, Elena veniva piacevolmente brutalizzata, con suo piacere dal mostruoso Maele.  Lisa, con i soldi provenenti dalla donazione di quella signora deceduta volle allontanarsi dal suo appartamento, acquistò una villa al ‘Giardino sui Laghi’ con tanto di parco e di  piscina che frequentava solo d’estate in compagnia della madre,  di un cane e di un gatto  dal pedigrèe incerto che, stranamente andavano d’accordo fra di loro e si dividevano  la cuccia. Niente più maschietti, di loro solo il ricordo di Eros e di Alain, ricordo che pian piano svanì nel tempo. Non sempre le favole finiscono ‘e vissero tutti a lungo felici e contenti!’

  • 13 gennaio alle ore 16:58
    WIFE SWAPPING

    Come comincia: Era d’estate, nel suo ufficio della Camera di Commercio di Messina, il condizionatore al minimo,’ voja de lavorá sartame addosso, lavora tu pè me che io nun posso!’ Alberto che non aveva dimenticato il suo dialetto romanesco, sentì bussare alla porta. Dopo  il solito ‘Avanti’ si presentò un giovane di media statura, ben vestito con cravatta che, con un sorriso, gli porse la mano. “Sono Salvatore S. il nuovo capo sezione, sostituirò il povero Antonino A. deceduto dieci giorni addietro, resti pure seduto, non amo le formalità.” “Finalmente uno non pieno di sé e della sua carica”  pensò Alberto, sono  Alberto M. vicecapo ufficio ai suoi ordini.” “Forse lei era un militare, io do solo consigli e considero i dipendenti degli amici, venga le offro un caffè al bar.” Così era avvenuta la conoscenza fra i due, conoscenza che il fato, benigno in questo frangente, avrebbe fatto approfondire e quanto approfondire! “È l’ora di pranzo, la invito a casa, mia moglie è in vacanza e avrà preparato qualcosa di buono.” “Non voglio disturbare la signora, andiamo al ristorante.” “Niente complimenti signor capo sezione, ho la mia Panda qui vicino al posteggio ‘Cavallotti’, la sua?” Anch’io.” Durante il viaggio Alberto tramite il telefonino dell’auto informò Ninfa che avevano un ospite a pranzo. L’abitazione di Alberto situata lungo la Panoramica dello Stretto, dono della zia Giovanna da poco deceduta, era una villetta a due piani di vecchio stile recentemente ristrutturata con mobili moderni. Posteggiatala Panda nel garage, da una scala interna raggiunsero il primo piano: all’ingresso trovarono Ninfa: “Mi scusi sono impresentabile ma non aspettavo ospiti.” Salvatore posò il suo sguardo sulla padrona di casa un po’ più a lungo del dovuto (sicuramente aveva apprezzato…). “Come dicevo a suo marito sono un anticonformista quindi niente complimenti anzi diamoci del tu.” A tavola grande convivialità e scambio di informazioni: Salvatore di origini messinesi di stanza ad Udine, venuto a conoscenza di un posto libero alla Camera di Commercio di Messina, aveva inviato al Ministero la domanda di trasferimento anche se non ci sperava troppo data la moltitudine di siciliani che volevano  avvicinarsi alla loro terra ma, inaspettatamente, la sua istanza era andata a buon fine con mugugni da parte di suoi colleghi concorrenti. Alberto fece un risolino interno ma capì che sotto c’era qualcosa  di poco chiaro che a lui poco interessava, Salvatore si stava dimostrando una persona perbene. La storia di Alberto era piuttosto comune, diplomato ragioniere era riuscito, tramite raccomandazioni, a vincere il concorso alla Camera di Commercio, l’excursus di Ninfa era più, molto più complicato. Innanzi tutto il nome richiesto o meglio imposto dalla zia Giovanna vedova senza prole ma ricca di famiglia  e quindi…  degna di attenzione ad ogni sua desiderata; come compenso, alla sua morte aveva fatto diventare benestanti sua nipote Ninfa e, conseguentemente, il marito. Ma la baby, orgogliosa di natura e molto intraprendente si era prefissa di trovare un lavoro, tuttavia in periodo di crisi non era facile. Scovò una banca o piuttosto una bancarella non quella delle fiere ma una piccola banca appena aperta e situata in via Cannizzaro al posto di un’altra trasferitasi altrove. Il direttore era un signore di taglia elevata dimessosi da un istituto di credito importante per divergenze col suo superiore che era riuscito a farsi sovvenzionare dagli amici e di farsi seguire da alcuni clienti del vecchio istituto di credito nella nuova avventura: Banca di Credito Popolare di Messina. Tuttavia, come facile immaginare, i problemi finanziari erano molteplici, a lui si era rivolto Ninfa chiedendo di aprire una filiale sul torrente Trapani dove una cara amica gli avrebbe messo a disposizione i locali gratis per i primi sei mesi. Ninfa sostenuta dai piccioli della zia Giovanna fece adattare i locali a banca e inaugurò la filiale con avviso sulla stampa della città. Molte persone all’apertura, soprattutto amici e curiosi ma i giorni seguenti lei e gli altri due impiegati… guardavano le mosche. Il direttore la chiamò in sede e le disse che era costretto a chiudere la filiale. Ninfa ottenne quindici giorni di proroga ed escogitò un piano diabolico: fece stampare duecento bigliettini da visita con scritto ’Dott:ssa Ninfa M. responsabile filiale della Banca di Credito Popolare di Messina, via Torrente Trapani n.104 – tel.090-7918999  e con essi prese a frequentare la hall dei più importanti Istituti di Credito di Messina dove avvicinava i maschietti in attesa di effettuare operazioni, solo coloro che  riteneva di poter convincere a cambiare banca, persone di mezza età ben vestiti che davano l’idea di portafoglio gonfio e nello stesso tempo frustrati sessualmente per mogli in menopausa, racchie, indisponibili insomma complessati. Si presentava con generosa scollatura, grandi sorrisi, linguaggio confidenziale Ebbe successo, la sua filiale cominciò a riempirsi di nuovi clienti con meraviglia del suo direttore ed anche di Alberto che non era al corrente dello strattagemma della sua diabolica consorte. Qualche problema sorse quando i cotali signori cominciarono a sperare qualcosa di più dalla gentile dottoressa. Un tale nell’uscire dalla Banca lasciò sul bancone un astuccio con dentro un anello con brillanti, inseguito dalla bella Ninfa dovette riprendersi il suo regalo, così capitò altre volte con signori che facevano finta di dimenticare il loro denaro, talvolta con cifre anche notevoli. Ninfa intelligentemente capì che se si fosse sparsa la voce che lei accettava regali ci sarebbero state spiacevoli conseguenze e così prese a rifiutarli, d’altronde non aveva bisogno di soldi. A questo punto era giunto Salvatore che, dopo pranzo, aveva rivelato di essere ospite di sua madre ma cercava un appartamento ammobiliato dato che, sposatosi da poco, ad Udine non aveva acquistato i mobili per arredarlo. Alberto e Ninfa si guardarono in viso e all’unisono presero una decisione: “Sopra noi abbiamo un appartamento ammobiliato era di una mia parente deceduta, non avevamo voluto affittarlo per non aver vicini di casa  sgraditi ma penso che lei e sua moglie…” “Come ti ho detto niente lei, mia moglie Grazia sarà felice, è insegnante di educazione fisica, le darò subito la notizia e sabato mattina, col vostro permesso, porteremo la nostre cose nell’appartamento di sopra, Grazie di nuovo.” Il sabato mattina una Jaguar entrò nel loro giardino: erano giunti Salvatore e Grazia G. L’auto bellissima una XJ era più lunga di cinque metri e dal costo proporzionato. “Complimenti per la macchina anch’io sono un ammiratore della Jaguar un’auto che non passa mai di moda, ne vedo in giro alcune d’epoca ancora in funzione, di nuovo complimenti anche per la signora, spero che non t’offendi né che sia geloso.” “Ma quando mai, mio marito sa tutto di me ed io sono sempre sincera con lui, quando ci conosceremo meglio ti narrerò alcuni episodi boccacceschi, permettetemi un abbraccio ad ambedue, ci avete tolto un pensiero inoltre il posto è bellissimo., da buona polentona avevo dei pregiudizi nei confronti dei siciliani, tutto cancellato.” “Sistematevi e all’una tutti in tavola come da vecchio carosello.” Le signore sfoggiavano vestiti corti, eleganti, scollati davanti e di dietro, i maschietti erano rimasti basiti. “Non avete mai visto le vostre mogli in ghingheri?” Salvatore “Io la mia si ma la tua … non ho aggettivi.” Effettivamente Ninfa faceva onore al suo nome: capelli castani con sfumature di rossiccio, occhi tra un verde e il grigio, attiravano molto l’attenzione, erano magnetici, naso piccolino, bocca carnosa e denti bianchissimi tipo reclame di dentifricio, seno forza tre, gambe ben tornite e piedi lunghi e stretti, una dea! Alberto: “Per fortuna non sono geloso, me l’hai spogliata con gli occhi ed ora a far onore a Ninfa che anche in cucina  è bravissima. “ L’interessata: “ Che intendi dire che in altri campi…”La tavola era uno spettacolo: dagli antipasti ai cannoli tutte specialità siciliane innaffiate da un vino Neo D’Avola, delizioso. Salvatore “Qui ci mettiamo a vitto per sempre come si dice in gergo militare.” L’atmosfera era favorevole per un ballo con scambio di dame, i maschietti erano su giri non meno le femminucce ma Salvatore ritenne opportuno riportare tutti alla realtà. “Che ne dite di una giro in Jaguar sui monti Peloritani?” Approvato all’unanimità. Davanti Salvatore ed Alberto dietro le signore spaparazzate sul divano, si tenevano per mano affettuosamente. Alberto dallo specchietto di cortesia le seguiva incuriosito, non sapeva che pensare. Arrivati il cima furono accolti da  una gradita aria frizzante, erano a più di mille metri di altezza. Visitarono una minuscola chiesa con icone antiche sui muri e poi una mezz’oretta seduti su un muro a rimirare il bel panorama di Messina. Dopo un’ora tutti a casa, erano le diciannove. “Buona notte a tutti.” Alberto “ Che ne pensi dei due, avevi preso la mano di Grazia…” Mi piacciono ambedue, Grazia è andata in Provveditorato per avere un posto di insegnante di educazione fisica, nel frattempo si occuperà della casa, meglio di così, che ne dici di Lei?” “Preferisco te ovviamente ma non è male, ha una struttura atletica bel viso  seno e popò..” “Lo immaginavo che andavi a finire lì vecchio sporcaccione! Ma io ti amo anche se non so per qual motivo, la zia Giovanna all’inizio non ti apprezzava gran che ma siccome mi piacevi… e mi piaci ancora che ne dici di un bel…” “ E poi lo zozzone sono io, vada per un sixty nine.” (studiate l’inglese!). Grazia era stata assunta quale insegnante di educazione fisica presso l’istituto Tommaseo e la vita dei quattro era cambiata nel senso che a mezzogiorno per il pranzo ci si arrangiava ma la sera era un piacere rivedersi e cenare insieme come vecchi amici. Alberto aveva notato che Salvatore evitava di guardare in viso Ninfa segno di un suo interessamento alla signora ma evidentemente non voleva far un torto a suo marito ma il cotale (Alberto) da buon psicologo l’aveva ‘sgamato’ ma non così la diretta interessata che a letto: “Hai notato che Salvatore cerca di non guardarti mai…” “E allora?””Ingenua non hai capito che per te farebbe pazzie ma vuole evitare…” Ninfa era caduta dalle nuvole ma dopo il bacino della buona notte non riusciva a prendere sonno e pensava, pensava…gli sarebbe piaciuto…ma no mai avrebbe pensato ad un altro uomo non che Salvatore gli dispiacesse, i suoi modi, il suo fisico…pian piano Morfeo si impadronì di lei ma gli interrogativi si ripresentarono i giorni successivi, ora era lei che non guardava in viso Salvatore. Tutto questo sotto gli occhi ironici di Alberto che stava divertendosi un sacco per quella sceneggiata. Una sera un grande annuncio da parte di Grazia, “Amici miei fra otto mesi diventerete zii!” Congratulazioni e grandi abbracci. Un giorno successivo Grazia annunziò che aveva preso un appuntamento con un ginecologo per la mattina successiva ma Salvatore doveva andare fuori sede e Ninfa non era disponibile causa una febbre improvvisa. Fu Salvatore che chiese ad Alberto di accompagnare Grazia alla visita ginecologica, il buon Albertone alzò le orecchie come si dice in gergo, la storia gli sembrava strana ma accettò. Alle nove con la sua Panda accompagnò Grazia dal dr. Tinelli il quale, venuto a conoscenza che Alberto non era il marito ma un amico, lo pregò di restare nella sala di attesa ma a questo punto intervenne Grazia la quale si sbilanciò: “Preferisco che Alberto  resti con me, mi dà sicurezza.” Il ginecologo non fece una piega solamente alzò un sopracciglio, da anziano medico probabilmente ne avete viste di tutti i colori. Quando Grazia fu in posizione Alberto cominciò a ridere: “Lo sai che al momento del parto ti raseranno a zero il fiorellino a te i peli arrivano quasi all’ombelico, ci vorrebbe un taglia erba!” Grande risata di Grazia ed altra alzata del sopracciglio del ginecologo che confermò l’iniziale gravidanza. In Auto Grazia, per ringraziamento diede un fuggevole bacio sulle labbra di Alberto che rimase perplesso anche perché ‘Ciccio’ a quel contatto aveva assunto una posizione di attenti e tale rimase sin a casa quando Grazia, accortasi della situazione, credette bene di  sollazzarlo con un bel blowjob (solito inglese) sin quando l’Albertone le riversò in bocca…La situazione si era complicata, a questo punto come impedire a Salvatore di effettuare un classico wife swapping (a quest’ora sarete in confidenza con l’inglese!). A letto prese in mano il viso di Ninfa e le raccontò l’accaduto chiedendola cosa pensasse e soprattutto cosa desiderasse. Ninfa dentro di sé aveva deciso per il si, volete sapere come finì?” Con una scopata al dio biondo” questa la risposta della bella consorte. La sera a tavola Alberto capì subito che Salvatore era venuto a conoscenza  di qualcosa di ingombrante era spuntata sulla sua fronte ma ben portata dall’interessato il quale giustamente pensava di poter finalmente raggiungere il suo scopo. Alberto “Signori miei come si dice tutti sanno di tutto e quindi largo a Ninfa e Salvatore sempre che Ninfa sia d’accordo a mettere in palio la sua deliziosa…” Chi tace acconsente e quindi: “Il grande evento sabato sera” chiosò Alberto. Il venerdì giornata di pre-avvenimento a tavola il solito Alberto: “C’è un’atmosfera elettrica , io la sento, non so voi, propongo un avvenimento non previsto: la rasatura della cosina di Grazia lasciando il privilegio al legittimo consorte, che ne dici Salvatore?” L’interessato, col pensiero al giorno successivo, avrebbe accettato qualsiasi proposta e così fu: un avvenimento molto particolare perché si decise che avvenisse sul tavolo da pranzo: posizionate varie coperte Grazia non si fece pregare e immediatamente scoprì la foresta nera che fece uscire dalla bocca di Ninfa un oh oh prolungato, anche lei non si immaginava una cosina così pelosa. Salvatore munito di forbicine cominciò a sfoltire la massa e quando i peli raggiunsero un’altezza minima cominciò col rasoio elettrico. Si scoprì un fiorellino delizioso: le grandi labbra tutte intere ed un clitoride piuttosto pronunziato e Salvatore si sbilanciò: “Domani amico mio potrai divertiti a lungo, Grazia è una goderecciosa prolungata poi adesso…”Il sabato sera nessuno aveva fame, ognuno spiluccava qualcosa in attesa… Ninfa, per motivi personali, preferì usufruire del talamo di Salvatore conseguentemente Alberto e Grazia…Quest’ultima neo coppia si rifugiò sotto una doccia ristoratrice, era inverno e la casa tutta riscaldata ma un buon getto di acqua calda è sempre gradito. Alberto sempre dichiaratosi anticonformista e non geloso aveva il pensiero a Ninfa ma questo non gli impedì di mettersi in bocca due tette a forma di pera per poi passare sulla cosina rasata ma dal clitoride molto sensibile, goderecciata dentro la cosina senza problemi (era incinta) ma poi un po’ di tristezza, la mente umana…Alberto si appisolò sin quando  Salvatore si presentò in camera da letto, aveva perso la cognizione del tempo, un saluto affrettato e poi a ritrovare il suo amore nel loro talamo. Avvolta nel lenzuolo e con la schiena girata Ninfa piangeva silenziosamente, Alberto preferì non disturbarla, avrebbero parlato la mattina seguente. Ninfa fu la prima ad alzarsi, Alberto si svegliò col profumo di un cappuccino contornato da cornetti e prugne snocciolate, solita colazione. Si guardarono a lungo in silenzio sinché Alberto: “Vorrei che ti togliessi la tristezza di dosso, non ci complichiamoci la vita.” “Non so se essere sincera o stare zitta e tenere tutto per me.” “Massima sincerità more solito, nulla può cambiare il nostro amore.” Dopo la doccia Salvatore ha cercato di baciarmi in bocca, non l’ho permesso la bocca per il bacio è riservata al solo amore mio ma poi ha preso a baciarmi le tette sin quasi a portarmi all’orgasmo, d’improvviso ha smesso tralasciando la cosina per passare ai piedi, dita in bocca e poi leccata sotto le piante, sinceramente m’è piaciuto, il tale è un feticista ma quello che è successo dopo, indescrivibile. Ha un ciccio uguale al tuo ma molto più duro, ma non me l’ha infilato dentro la cosina sino in fondo ma a metà strofinando la parte superiore della vagina, dopo un po’ ho provato una sensazione unica: un orgasmo prolungato, profondo, indescrivibile mai provato con te, forse ha trovato il mio punto G, quando dopo un po’ mi sono ripresa ha usato di nuovo lo stesso modo facendomi provare uguale sensazione anche più forte, non finivo mai di godere. Quando ho ripreso la forze sono tornata in camera, ero confusa, lo sono ancora, dimmi qualcosa.” Alberto pensò: “Posso dire solo che sessualmente non valgo gran se viene uno sconosciuto che porta mia moglie alle stelle facendomi fare la figura dello sprovveduto e poi a viva voce: “Il mio grande amore mi porta a dirti che sono contento per te, non ti porre problemi, nulla è cambiato, vero?” “Sei sempre l’amore grande della mia vita, sempre di più, non voglio riprovare quelle sensazioni.”Un giorno dopo l’altro come la canzone, nessuno aveva accennato a quella serata del sabato, l’allegria, almeno apparente regnava in quella comunità, solo Alberto si sentiva come dire sminuito nella sua mascolinità anche perché provò varie volte a trovare il punto G di sua moglie senza riuscirvi. Un giorno Salvatore prese da parte Alberto e: “È un argomento delicato,  Grazia non ha il coraggio di chiedertelo e vorrebbe… le sei piaciuto molto, vedi tu.” Alberto non era uno sprovveduto, capì perfettamente che il buon Salvatore ciurlava nel manico, evidentemente voleva farsi di nuovo Ninfa, chissà se era vera la storia di Grazia. Un giorno rimasto solo con lei: “È vero quanto riportatomi da tuo marito vorresti di nuovo stare con me, non mi pare di essere un amante modello!” Grazia lo abbracciò, qualche lacrima e poi la confessione: “Mi sono innamorata di te, non intendo lasciare mio marito ma almeno ogni tanto…mi basta vederti, quando faccio sesso con mio marito lo faccio con te. Sembrava sincera, piccole lacrime scendevano dal suo viso insieme al trucco, Alberto era sensibile alle disgrazie umane e questa gli sembrava vera, la baciò a lungo, “Ogni tanto ci vedremo.”Ninfa sembrava spensierata ma Alberto capì che non lo era, quei due orgasmi col punto G avevano lasciato il segno, talvolta l’amore non basta, anche il lato sessuale… Ragionò a lungo con se stesso era sicuro dell’amore di Ninfa ma capì che ogni tanto doveva lasciarla andare. La moglie giurò che non sarebbe più andata con Salvatore ma le sue parole erano contraddette dai suoi occhi, Alberto la conosceva bene anche in questa nuova veste e capì che ogni tanto la baby avrebbe voluto provare quelle sensazioni meravigliose che lui non riusciva a darle. L’atmosfera non era più quella spensierata di una volta, che fare? Ultima trovata del buon Alberto: fare l’amore in quattro sullo stesso letto scambiandosi le dame e fu così che riuscirono a trovare un po’ di serenità anche se, pensò il padrone di casa che ci aveva guadagnato non era lui ma talvolta nella vita i compromessi sono necessari!

  • 12 gennaio alle ore 17:39
    Ciao zii

    Come comincia: Ciao zii.
    Zii poi. Non esageriamo.
    Da bambina affezionata quale ero avevo sempre pensato che uno zio è un vice-padre e sono dieci anni che dico che gli unici zii che ho sono mio zio in Friuli e mio zio in Brasile.
    Mio zio che sta in Friuli almeno non mi farebbe mai del male proditoriamente. 
    A proposito sono appunto dieci anni che mio zio in Friuli mi dice che oramai sono troppo vecchia per chiamarlo zio. 
    Mio zio che vive in Brasile, poi. Una persona ed un cuore veramente grande.

    Dicevo, ciao zii (formalmente continuiamo ad usare questo appellativo),
    vi ricordate del bambino che avete contribuito ad uccidere (guardate che lo so che l'ho ucciso io, ma forse foste state persone probe e mi aveste, non dico aiutata, non pretendo tanto, ma almeno lasciata tranquilla, magari avrei avuto più energie e testa per continuare ad occuparmi di lui.).

    Un pomeriggio mia madre e la signora Rita erano dal parrucchiere. 
    I loro bambini più piccoli erano con loro.
    Passa il signor Franco, marito di Rita, a prendere la figlioletta e propone di portare via anche mio fratello: "Li porto tutti e due a casa, almeno giocano. Poi lo vieni a prendere", dice a mia madre. 
    Così i bambini si ritrovano a giocare sul terrazzo dell'altro zio (uso il termine zio solo per identificarlo), al terzo piano. Non c'era ancora la veranda. Ad un certo punto un grido della signora Speranza: "Francooo! E' cadutooo!"
    Mi riferirono in seguito che a quel grido il signor Franco sbiancò: aveva capito che fosse caduto giù. 
    Invece mio fratello era solo evidentemente inciampato ed era andato a sbattere, vicino all'occhio, su uno spigolo di un gradino e c'era tanto sangue.
    Lo portarono alla clinica Venosa. Allora mi sembra non c'era ancora l'ospedale nel nostro paese.
    L'occhio era salvo. Gli rimase una piccola cicatrice vicino all'occhio.

    Post nel profilo di Linda Landi, 15-07-2018

  • 10 gennaio alle ore 18:27
    ALBERTONE LO STALLONE

    Come comincia: Alberto era nato il 3 settembre di anni fa in  una clinica privata in quel di Roma, niente di particolare nella nascita di un bambino se non il fatto che il pargolo era particolarmente dotato in fatto di sesso: pene e testicoli di grandezza sproporzionata, simili a quella di un giovane di quindici anni! La notizia di queI fatto anomalo fu presto di pubblico dominio diramata da una infermiera che aveva scattato delle foto al bambino nudo; anche la stampa scandalistica si occupò di lui ma senza poter pubblicare foto dell’infante in quanto la stessa infermiera era stata diffidata da un avvocato per conto del padre Alessio. Usciti dalla clinica sorsero ovvii problemi per i genitori Alessio ed Aurora; i vicini di casa con sorrisetti avevano tentato senza successo di poter vedere Alberto subito ribattezzato Albertone. Tutta la faccenda fu in mano ad Aurora in quanto Alessio, titolare di una importante ditta di trasporti molto spesso era lontano da casa. Un primo problema molto particolare: Alberto era sempre tranquillo, grandi dormite, grandi risatine ai presenti, solo all’ora della poppata urli e strilli subito calmati dalla mamma con l’offerta di una tetta. Alberto era un gran mangione, svuotata di latte la prima tetta cercava subito l’altra, svuotata pure questa si metteva tranquillo a dormire. Un fatto strano per Aurora: durante l’allattamento aveva provato delle sensazioni erotiche che l’avevano lasciata interdetta, mai le aveva provate col marito, si trovò senza quasi accorgersene a masturbarsi! Aurora laureata in lettere, alla nascita del figlio aveva preferito lasciare l’impiego, se lo poteva permettere, era ricca di famiglia. Alberto cresceva bello robusto, anche quando aveva cominciato lo svezzamento seguitava a cercare la tetta materna. Ad Aurora venne in mente un versetto di Gioacchino Belli riguardante il sesso maschile: ‘Er padre de li santi, scopa, canocchiale, arma, bambino,  torzo, crescimanno, catenaccio, minnola, e mi’ – fratello – piccinino.’ L’ultimo aggettivo poco si adattava ad Alberto che ogni giorno aumentava di corporatura ed anche di ‘pisello’. I problemi sorsero quando Alberto dovette essere iscritto ad un asilo. Quello delle monache gli fu subito precluso; al sentire la storia la Madre Superiora si fece il segno della croce, forse pensava ad uno scherzo del diavolo. Trovato un asilo privato con parco e giochi per bambini, la direttrice, donna austera, non fece una piega però impose ad Aurora di pagare il doppio della retta in quanto il bambino doveva essere seguito sempre da una maestra dedicata solo a lui. Aurora voleva avere per lei anche dei momenti di libertà, ormai era ossessionata per dover dar retta sempre al pargolo senza poter andare a fare spese, incontrare le amiche, togliersi qualche capriccio ed allora pensò ad una baby sitter ma non italiana per motivi di riservatezza. Leggendo una rubrica di ‘cerca lavoro estero’ fu attratta da una richiesta di una russa certa Bella che contattò col telefono. La ragazza che parlava italiano e francese accettò con entusiasmo la venuta a Roma e, col biglietto pagato da Aurora giunse all’aeroporto della capitale una settimana dopo. Mamma Aurora andò in macchina a prenderla e fu subito colpita dalla bellezza della ragazza, non era bello solo il nome. Lungo il tragitto sino alla villa in via Nomentana le spiegò i suoi compiti e dovette illustrare le ‘qualità’ sessuali del pargolo. Bella ci pensò un attimo e poi accettò, a Mosca si trovava in una situazione familiare molto precaria: padre alcolizzato, seconda di cinque sorelle avrebbe fatto la fine della madre e della sorella maggiore che, oltre a rassettare le camere di un famoso albergo, per arrotondare il magro stipendio si  davano da fare con gli ospiti. Aveva lasciato malvolentieri il fidanzato,  capì che ormai le loro vite avevano preso strade diverse. Aurora sempre molto generosa la mattina seguente accompagnò Bella in negozi del centro per rinnovare vestiti e scarpe, quelli della ragazza erano in uno stato pietoso. Il pomeriggio prima di andare a prendere Alberto all’asilo, la chioma di Bella fu messa nelle mani di un famoso parrucchiere tanto bravo quanto ‘checca’. Alberto alla vista della baby sitter, ignorò la madre e si buttò fra le braccia di Bella un po’ meravigliata ma che in futuro avrebbe avuto ben altre sorprese. Compreso come sarebbe andata a finire la situazione fra Alberto e Bella, Aurora, marito sempre fuori d’Italia per lavoro, fece prima visitare la moscovita dal ginecologo Abramo, amico di famiglia, e poi si recò in farmacia di Nino, altro caro amico presso cui acquistò delle pillole anticoncezionali suggerite dal ginecologo, della vasellina e della pomata da mettere all’interno della vagina. In attesa delle analisi del sangue di Bella, preferì che la stessa dormisse con lei nel lettone coniugale con dispiacere di Alberto che non commentò l’accaduto ma dalla faccia scura si capì che non era assolutamente d’accordo, ormai aveva tredici anni e ‘ciccio’ sempre più grosso e soprattutto ‘arrapato’. Qualcosa di insolito accadde tra Aurora e Bella. Quest’ultima aveva l’abitudine di dormire nuda e talvolta durante il sonno si agitava e si trasferiva dalla parte di Aurora. Una notte baciò in bocca la padrona di casa che rimase basita anche se riconobbe che la cosa non le era dispiaciuta, Bella si scusò affermando che aveva sognato il fidanzato. Aurora era in crisi di sesso, mancando il marito, peraltro poco performante in quel campo la notte successiva fu lei a baciare la russa la quale non solo rispose al bacio ma si dedicò alle tette della padrona di casa ed in seguito anche al fiorellino; al risveglio nessuna delle due fece cenno a quanto accaduto. Alberto a scuola sino alle diciassette al ritorno trovò le due donne rilassate e sorridenti, data la sua età non era maligno e quindi fu contento della situazione. Consultate le analisi,  dopo due giorni Bella fu autorizzata a trasferirsi nella camera di Alberto dotata di due lettini  che il furbacchione unì col per maggior comodità.  Bella aveva avuto rapporti intimi col fidanzato ma alla vista del ‘cosone’ di Alberto si allarmò e capì il perché dell’acquisto delle pomate da parte di Aurora. Nell’immisio penis Alberto cercò di essere molto delicato ma…Bella capì la verità di quanto affermato da Dante  ‘quanto di sale sa lo pane altrui’. Dopo due notti Bella si sentiva la ‘cosina’ piuttosto dolorante malgrado la pomata rinfrescante,  si confidò con Aurora la quale: “Mi spiace mia cara,  ho acquistato per te anche della vasellina, puoi usare anche le mani e la boccuccia, sarai ricompensata col doppio dello stipendio, talvolta ti farò dormire nel mio letto così risposerai.” Aurora si era fatta furba, toglieva dalle grinfie di suo figlio la bella moscovita ma ne approfittava lei. Bella inviava alla madre ed alle sorelle un bel po’ di denaro tanto che Ludmilla diciottenne, ultima della schiatta chiese di venire a Roma per lavorare. Fu subito tacitata da Bella con una scusa pensando che Alberto poteva ‘farsi’ anche lei. Alberto col testosterone sempre alle stelle si guardava intorno ed la sua attenzione  si posò sulla professoressa di matematica di cui talvolta aveva notato lo sguardo su di lui, la matematica era la sola materia a lui ostica, le chiese di darle delle lezioni private. La cotale quarantenne, vedova, non molto avvenente lo ospitò in casa sua, spedì la figlia universitaria ventenne a casa di zii,  dentro di sé sentì una voglia erotica perduta da tempo che la portò a superare tutte le inibizioni, telefonò alla mamma di Alberto che il rampollo avrebbe mangiato con lei e, dato il freddo della notte sarebbe rimasto a casa sua, il giorno dopo era domenica. Aurora e Bella si guardarono in viso, ormai la loro era diventata una relazione più piacevole di quella con maschietti soprattutto con quelli con un ‘coso’ del calibro di quello di Alberto. Olga aveva sentito delle chiacchiere sul conto di Alberto ma non vi aveva dato molto peso; ambedue in bagno per il bidet di rito rimase ‘fulminata’ dal ‘gioiello’ dell’alunno. Alberto aveva imparato il dialetto e lo stile romanesco talvolta irriverente: “A nonnè nun te preoccupà, ce vado piano ma si tu nun voi arzo bandiera bianca e me ne vò, che me dichi?” Olga si era ripresa, preferì il sacrificio, quando mai gli sarebbe capitata altra occasione. Alberto fu di parola, ormai pratico nell’ars coeundi cominciò dalle tette ancora un buono stato e recettive per poi passare al cunnilingus che portò l’insegnate alle stelle, ovviamente l’’introduzione di’ciccio’ fu un po’ dolorosa ma Olga ci prese gusto e riuscì ad avere orgasmi multipli che per lei erano ormai un lontano ricordo. Alberto seguitò a frequentare casa di Olga, naturalmente fu promosso in matematica con voti eccellenti! La figlia bruttina come la madre, dietro input della portiera  era venuta a conoscenza delle ‘malefatte’ della genitrice; era incazzata nera perché un giovane che le piaceva l’aveva presa a pernacchie, maledetto lui e tutti i maschietti. Trovandosi tra i piedi Alberto  un’ispirazione: ”Mammina sono sfortunata con gli uomini, ora li odio ma se tu me lo permetti…” Cuore di mamma come dire di no ad una figlia tanto racchia: “Giuditta ma se tu sei vergine…”Mamma non lo sono da tempo, ricordi quel figlio di un contadino che ci portava le uova…” Alberto alle profferte di Giuditta rimase perplesso, non era assolutamente puritano ma farsi madre e figlia…Sempre di sabato avvenne il misfatto, la baby non era si più vergine ma non aveva fatto i conti con ‘ciccio’ più in forma che mai. All’inizio spaventata ci giocò con la mani e con la bocca ma infine decise il grande sacrificio: pensò: ‘ma questo non è un cazzo ma un torcolo, ahi ahi ahi. Alberto scaricò dentro la vagina di Giuditta tutto il suo potenziale che finalmente fece provare alla signorina un orgasmo violento, molto piacevole, debilitante… La cena a base di pesce e vino bianco dei Castelli Romani fu contornata da musica techno che gratificò tutti e tre. Finale: Alberto fece gli straordinari anche con la mammina…ma quella fu l’ultima volta,  Alberto amava ‘changer les femmes’. Il ritorno del guerriero stanco, Alessio aveva girato mezza Europa per la consegna di merci, ne era scaturito un buon guadagno ma fisicamente si sentiva stanco, era emaciato in viso. Aurora quella sera invitò a cena sia Alberto che Bella ma la tristezza dal capo famiglia contagiò un po’ tutti. Purtroppo non si trattava di qualcosa di passeggero, Alessio visitato in Ospedale risultò affetto da un tumore ai polmoni, brutto vizio il suo di fumare,  dopo due mesi lasciò una vedova ed un orfano. Alberto laureatosi in lettere moderne prese ad insegnare nel liceo scientifico Cavour, ovviamente ‘omaggiò’ la maggior parte delle colleghe finché una, la più bella e più ricca lo convinse a giuste (?) nozze alle quali parteciparono molte delle sue conquiste. Adelaide era ricca e di nobile casato come da significato del suo nome, una contessina innamoratissima, anche sessualmente di Alberto il quale, per non smentirsi si ‘fece’ pure la contessa madre!              

  • 10 gennaio alle ore 9:55
    L'ultimo bicchiere

    Come comincia: Ieri ho chiesto a Luigi un favore. Odio farlo, lo odio da sempre ma ho sentito la necessità di chiamarlo per chiedere lui del vino, del formaggio e qualche salume. Ho vissuto di terra e dei suoi prodotti da quando ne ho memoria e invece ora, per esplicita richiesta e imposizione di un medico che avrà si e no trent'anni dovrei rinunciare a ciò che amo di più. Al mio vino, ai miei salumi, ai miei formaggi. A tutto ciò che mi riporta indietro negli anni, a tutto ciò che mi fa sentire giovane, agli odori e ai sapori che mi tengono in vita. Muoio male così, muoio male.

    Ho quasi novanta anni io e secondo un giovane medico dovrei rinunciare a ciò che più amo. Per cosa poi? Per qualche mese in più? No. Se devo morire almeno lo farò felice. Almeno morirò con il gusto e il sapore della mia terra, dei suoi frutti. Morirò sazio.

    << Antò, sono franco con te perché potresti essere mio padre. Antò ti resta poco. La malattia è peggiorata e si è estesa velocemente>> mi disse il dottore non guardandomi nemmeno in faccia.

    E poi << Antò, da figlio, segui attentamente ciò che ti scrivo così almeno potrai goderti questi ultimi mesi. Vabbuò Antò?>> sempre senza guardarmi. Sempre con lo sguardo fisso sul foglio di carta.

    << Certo dottò, certo. Come dici tu>> risposi seccato.

    Ci salutammo con una fredda stretta di mano e, uscendo dallo studio, pensavo a quanto possa essere stronza la vita e a quanto possano essere glaciali certi uomini. Certi giovani d'oggi.

    In pratica mi aveva detto che era arrivato il mio tempo. In pratica mi aveva detto addio e lo aveva fatto senza battere ciglio, senza far trasparire alcun sentimento. Senza neanche guardarmi in faccia.

    << è il suo lavoro>> mi direte voi

    << è la mia vita>> vi risponderei io.

    Misi il foglio in tasca senza neanche leggerlo e piano piano me ne tornai a casa.

    Lo senti quando è il tuo tempo. Lo senti addosso. Almeno noi uomini di terra e di sud le avvertiamo immediatamente certe cose.

    << Ho quasi novanta anni, c'è d'aspettarselo, ma chi mai può essere pronto? Chi mai? Che si abbiano cento o venti anni. Chi mai>> bisbigliai tra me e me a voce bassa mentre aprivo la porta di casa.

    Appena entrato gettai il foglio del medico sulla credenza e lì rimase forse per una o due settimane almeno,

    *****************************

    << Luigi, mi raccomando, il primitivo che mi piace a me sai? Quello che ci beviamo da sempre. Quello di Manduria>>

    <<Certo Antò, che mica posso sbagliare>> rispose lui ridendo di gusto. << Antò e che devi farci con il vino, i salumi e i formaggi Antò? I festini? E non mi inviti? Ti devi divertire con Lena no?>>

    continuando a ridere di gusto.

    << Ma no, ma no. Lena l'ho anche licenziata. Non mi serve la badante a me Luì. Quella un'idea di mia figlia di Torino è stata, io neanche la volevo>> risposi.

    << Scherzo Antò. Peccato però, era una bella signorina. E che devi fare? Scende tua figlia con i bambini Antò?>>

    Mentre parlavamo guardai l'orologio. Dovevo prendere la cardioaspirina e tutto il resto delle medicine. Dovevo riscaldare il brodo per cena e a momenti sarebbe iniziato il telegiornale sul primo canale. Io guardavo sempre e solo quello sul primo canale. Abitudine credo.

    << Luigi, per favore. Ma che dici, quella non scende da anni e anni. Mica le ricordo le facce dei miei nipoti Luì, mica le ricordo. Quella lì non scende da anni. No, no>> e continuai << se mi accompagni alla masseria e mi riprendi in serata è un problema Luì? Vorrei passare una bella giornata in campagna che non ci vado da tanto>>.

    << A disposizione Antò lo sai. Tu sei solo, io sono solo. Se vuoi resto con te pure io>>

    << No no>> risposi << mi porti e mi riprendi in serata, devo solo vedere se sia tutto apposto, non ci vado da molto e spesso entrano i ladri. Poi vorrei pulire il giardino e godermi la giornata. Mi raccomando Luì, il vino. Ti aspetto domani mattina>>.

    Luigi scoppiò in una grossa risata e concluse la chiamata con il suo solito << Antò, ti posso dire di no a te? A domani.>> e riagganciò.

    **************************

    Non lo sapeva nessuno ma in realtà la badante l'avevo mandata via dopo meno di una settimana. Ogni mese davo lei un pensierino affinché non dicesse nulla a mia figlia che viveva da anni a Torino. L'altro mio figlio viveva in Germania da più di trent'anni e nessuno dei due scendeva giù da me da anni. Lina, mia moglie, era morta da troppo e da troppo mi mancava. Io ero solo, ma solo stavo bene. Non avevo bisogno di nessuno se non di Luigi con cui da sempre bevevo vino e giocavo a scopa al bar. In realtà ormai neanche al bar ci andavo più a giocare a carte con il caro Luigi. I solitari sì però, quelli sempre, non me li facevo mancare mai mentre la tv accesa in cucina mi faceva compagnia mentre io ricordavo il passato.

    *****************************

    Mi alzai, come facevo da anni, alle cinque. Preparai il caffè, metà d'orzo per renderlo meno pesante, presi le solite pillole e aspettai il fischio della vecchia macchinetta. Versai il caffè velocemente nella tazzina, i soliti tre giri tre con il solito cucchiaino. Niente zucchero; lo preferivo così, e mi avvicinai alla finestra. Era bello bere il primo caffè guardando nascere una nuova giornata nel mio salento. Era un rito giornaliero il mio.

    Goduta la nuova giornata appena nata tornai nel cucinotto, lavai con cura la macchinetta, la tazzina e il cucchiaino e mi spostai nel vecchio bagno di servizio. Quello dove mi radevo quando Lina era ancora viva; mi radevo lì per non sporcare quello grande. Lina lo voleva lindo per gli ospiti, anche se in realtà raramente avevamo ospiti e ancor più raramente usavano il bagno, però lo sapete, mai contraddire una donna del sud.

    Mentre passavo con il vecchio pennello la schiuma da barba sul viso mi guardavo allo specchio e le lacrime solcavano il mio volto stanco e segnato dagli anni. Sgorgavano sole ma non ne capivo il perché. Le asciugai con cura e portai a termine la rasatura. Lavoro perfetto. << Sono sempre bello>> esclamai a voce alta ridendo.

    ****************************

    Come sempre Luigi fu puntuale. Due colpi di clacson dalla sua vecchia panda per avvisarmi. Ero però già sulla soglia di casa.

    Percorrendo la strada sconnessa di campagna parlavamo del più e del meno. Ai lati della carreggiata sulla destra il grande vigneto di Monteleone e sulla sinistra invece gli ulivi di Cavallo “Il Senatore”.

    <<gira a destra alla prossima>> dissi

    <<Antò>> rispose sorridendo Luigi. Lo sapeva da sempre dove era la masseria.

    Ci salutammo velocemente dandoci appuntamento per le diciotto e trenta al cancello. Presi la busta con il vino, i formaggi e il salame e mi incamminai verso il porticato percorrendo piano il vialetto, senza voltarmi. Mi resi conto però che Luigi rimase lì qualche minuto osservandomi, e solo dopo, facendo retromarcia e suonando i soliti due colpi di clacson andò via.

    Appena fui solo apparecchiai il tavolo esterno con una vecchia tovaglia che mi ero portato da casa. Presi un piatto, una forchetta e un coltello, il mio bicchiere dalla credenza del salone e li portai fuori. Aprì il cassetto del tavolo e presi il vecchio tagliere, lo ripulì alla buona e sistemai tutto per bene.

    Finalmente ero seduto nella mia masseria e guardavo gli alberi che avevo curato per una vita, riempì il primo bicchiere di primitivo, assaggiai il salame e il formaggio e brindai a loro. E giù il primo bicchiere.

    Quasi meccanicamente ripetei l'azione più volte e ogni volta brindavo a qualcosa o a qualcuno. Il secondo brindisi fu per mia moglie, il terzo per i miei figli, il quarto per Luigi. Il tagliere era ormai vuoto e la bottiglia anche. Versai il vino rimasto e riempì il bicchiere, presi il foglio e la penna che avevo nella tasca della camicia e scrissi due righe. Buttai giù il mio ultimo bicchiere di vino brindando a me e sorridendo di gusto.

    *******************************

    Luigi come promesso fu al cancello alle diciotto e trenta. Due colpi di clacson d'avvertimento ma Antonio non lo vedeva. Scese dalla vecchia panda e dopo aver percorso il vialetto arrivò sotto il porticato. << Antò andiamo?>> nulla. << Antooò>> ancora nulla. Solo un cane che abbaiava da sotto gli ulivi. Luigi vide il tavolo imbandito, il tagliere e la bottiglia vuota. Il bicchiere anche. Sotto il bicchiere un foglio, ma di Antonio nessuna traccia. La porta di casa era aperta; prese il foglio e iniziò a leggere:

    “ Grazie Luì, ho brindato anche a te e alla tua amicizia e ti ringrazio per tutto. Salutami i miei figli e i miei nipoti di cui non ricordo neanche i volti. Non scendono da anni loro, salutameli. Salutami tutti, saluta i miei alberi e le mie vigne. Dì a tutti che ho brindato e bevuto anche per loro. Salutami anche il dottore. Fammi un ultimo favore luì, sai che odio chiedere favori, ma con te posso permettermi. Salutami tutti e dì loro che sorridevo. Dì al dottore che noi uomini di terra decidiamo dove e quando salutare. Dì ai miei figli che la solitudine può essere bella, l'abbandono no. L'abbandono no. Perché pur non facendo trasparire nulla a me mancavano loro, i miei nipoti, i miei figli, mia moglie Lina. Ma un anziano non dovrebbe elemosinare presenza. Dì loro che però non li colpevolizzo e che li ho amati e li amerò sempre e comunque.

    Ps: Ancora grazie Luì, ancora grazie. Ricorda di dire a tutti che sorridevo e che sono andato via davvero felice. Ricorda di dire a tutti che però l'ultimo bicchiere era per me. Che ho brindato alla mia solitudine, alla mia vita e al mio primitivo. Che ho bevuto il mio ultimo bicchiere felice e senza rimpianti”

    Grazie Luigi.

    Antonio “Cin cin”

    Luigi entrò in casa e Antonio era seduto nel grande salone sulla sua vecchia poltrona di fronte al camino. Aveva gli occhi aperti, spalancati e felici. Aveva un grosso sorriso sul volto.

    << Antò, Antoooò>> esclamò Luigi e continuando << Sei sempre il solito>> e sorrise piangendo anche lui.

     

  • 08 gennaio alle ore 13:50
    Come foresta

    Come comincia: Come foresta di spiriti, vento t'insinui in danze acrobatiche.
    Come in cruna di ago, anima t'espandi a musica delle sfere.

    Cammina vagabonda su invisibili fili del fato. 
    Ho pagato il debito karmico di essere al di fuori.
    Ho amato corpo urlante pensieri del passato.

    Come foresta di spiriti fluisco nei monopodiali rami
    del mondo capovolto
    Restituisco il dolore
    Restituisco il patto
    Restituisco me stessa alla vita
     

  • 08 gennaio alle ore 9:37
    È L'AMOR...

    Come comincia: È l’amor che mi rovina è uno  dei tanti filmetti  di poche pretese che ci deliziavano (parlo di noi meno giovani) nel 1951. Questo poteva essere in tempi attuali la situazione un po’ ingarbugliata di una coppia di professori del liceo romano Augusto. Leonardo e Aurora si erano conosciuti all’università e dopo la laurea lei in matematica lui in materie letterarie erano riusciti (con qualche spintarella dall’alto) a vincere un concorso per andare ad insegnare nello stesso istituto classico. Non religiosi, avevano preferito la convivenza al matrimonio.  Il loro stile di vita: pizza, cinema, locali da ballo, vacanze al mare d’estate, d’inverno a Roccaraso, un tran tran piacevole ma niente di straordinario.
    Ovviamente c’era qualcuno che doveva rompere i …., era il dio Hermes o Mercurio che dir si voglia protettore di Leonardo che ‘scompigliò’ le carte o meglio la vita dei due, l’arrivo a scuola come insegnante di lingue di un inglese o meglio di uno scozzese (l’interessato ci teneva molto a sottolineare la differenza). Quarantenne, discendente da una nobile famiglia aveva girato il mondo imparando altre lingue e, appassionato di antichità si era trasferito a Roma e, dietro sua richiesta appoggiata dal suo  ambasciatore fu destinato dal Ministero dell’Istruzione al liceo ‘Augusto’. Dire che la sua venuta aveva portato lo scompiglio nell’Istituto era un eufemismo non solo per la sua figura alta, slanciata e signorile ma anche perché si presentò  la prima volta a scuola con la sua Rolls Royce. In subbuglio erano le professoresse ed anche qualche alunna più ‘anziana’. Il Preside Alessandro se la riveda sotto i folti baffi. Romano dè Roma  sogghignava di quelle ‘gallinelle’ starnazzanti che sbavavano dinanzi al bello scozzese.  William, che non era inglese e quindi a lui non si poteva attribuire il detto ‘niente sesso siamo inglesi’  ritenne opportuno invitare i colleghi e colleghe ad una cena un sabato nella villa da lui affittata nella via Appia. Aurora volle condurre con loro anche Eloisa una cinquantenne vedova, ancora in forma per la frequenza dei saloni di bellezza che in quel momento era in crisi perché il suo toyboy era sparito e con lui soldi e gioielli. I professori giunti alla villa con le loro utilitarie (col loro stipendio…) notarono che il barone era in possesso anche di una Mini Countryman verde e di un cane Labrador (Argos di nome) molto espansivo. Dopo una cena fatta pervenire da un famoso ristorante della zona, dietro imput del maggiordomo Ralston l’aria fu ‘inondata’ da musica all’inizio di un jazz indiavolato poco gradito da tutti seguita poi da pezzi  lenti molto apprezzati dalle signore che facevano a gara a chi si accaparrava William. L’unica a non seguire le colleghe era stata Aurora con piacere di Leonardo,  era immune dal fascino del collega? Niente affatto, era stata una sua furbizia. Leonardo comprese che era una tattica della sua longilinea e bella convivente infatti Willam fu lui a chiedere alla signora di ballare. Durante la danza i due si guardavano in viso senza parlare. Ruppe il silenzio William: “Sei il tipo di donna che amo di più, niente grassone con tette da nutrice e gambe storte, mavita da vespa, piedi lunghi e stretti e, scusa la franchezza un bel popò…” “Grazie per la fotografia,  potrei dire altrettanto di te (Aurora ritenne opportuno passare al tu come il compagno di ballo) ma poi…” “Potremmo conoscerci più a fondo sempre che tuo marito non sia geloso.” “Il mio compagno è anticonformista.” “Bene allora vienimi a trovare in villa.” Abbiamo una sola auto, prenderò un tassì” “Prendi la mia Mini, sarà un piacere che sia ‘inondata’ dal tuo profumo inebriante, hai qualcosa che mi fa…mi fa…” “Mi fa…mi fa sei forse timido?” “No…non so spiegarmi…” Leonardo ed Aurora furono gli ultimi a lasciare la villa, ovviamente Leonardo restò perplesso per il prestito della Mini ad Aurora ma non fece commenti. Il giorno dopo una telefonata: “Sono William, avevo dimenticato di dirti che ho lasciato un telefonino nel cruscotto della mia auto, puoi usarlo, chiamami presto.” “Ora siamo a posto, col telefonino abbiamo chiuso il cerchio.” Nel frattempo che ti combina Aurora? Si reca a scuola non insieme a Leonardo con la loro Cinquecento ma con la Mini suscitando li immancabili pettegolezzi dei colleghi che a lei attribuivano l’epiteto di mignotta ed a lui di ‘cocu’; ambedue se ne fregavano bellamente come pure il Preside sempre contento di poter ‘bagnare il pane’ in vicende boccaccesche. Un sabato mattina Aurora: “Caro mi ha telefonato William, mi ha invitato a cena, che ne dici’” “Che ne dici tu, sei tu l’invitata” “Facciamo una cosa, per la prima volta è meglio che vieni anche tu ed anche Eloisa, è sempre giù…” “Mi piace il tuo specificare ‘per la prima volta’ , ho capito come va a finire!” Nessun commento da parte di Aurora, il silenzio è meglio di…” Alle diciotto il trio giunse in villa, ad aprire il portone un elegante Ralston che dopo un inchino li fece entrare. Poco dopo apparve in cima alla scala William il quale non parve infastidito dalla presenza di Leonardo, forse pensava che la giovin signora sarebbe giunta da sola ma non fece commenti, l’aplomb britannico! “Aurora col permesso di Leo vorrei farti visitare il parco.” E senza ulteriori indugi  prese sottobraccio una Aurora elettrizzata e forse qualcosa di più. Niente visita nel parco ma bacio lungo e appassionato con ovvie conseguenze per il ‘ciccio’ dello scozzese che fu presto in bocca di Aurora che apprezzò il sapore del….migliore di quello del suo compagno. Durante l’assenza dei due Leonardo ed Eolisa presero a conversare col maggiordomo  Ralston il quale raccontò dei viaggi in tutto il mondo del suo signore sottolineando la sua generosità verso tutti, soprattutto verso gli amici, un chiaro riferimento a quello che avrebbe ottenuto Aurora. A tavola Leonardo si accorse che Aurora era rimasta senza rossetto sulle labbra…capì che ormai il ‘dado era tratto!’ Nei giorni successivi nessun contatto fra lo scozzese ed  Aurora che preferì lasciare la Mini al proprietario che in compenso la omaggiò di un a Panda pluriaccessoriata. Aurora ottenne dal preside della scuola una aspettativa di trenta giorni senza stipendio, William la seguì su quella ’strada’ ormai capirono che si erano  innamorati. La signora si recava regolarmente nella sua villa portandosi appresso Eloisa che aveva stretto ‘amicizia’ col maggiordomo, data la passata esperienza pensò che era meglio un suo coetaneo, peraltro un po’ snob, che un giovane. Leonardo dapprima rimase intontolito (termine romanesco usato da G.G.Belli) dalla situazione ormai sfuggitagli di mano ma stavolta Hermes si ricordò di lui e a scuola alla fine di una lezione: ”Professore sono un po’ carente in latino e greco, che ne dice di darmi delle lezioni private?” “Cara Alice non so se conosci la proibizione di dare lezioni private ai propri alunni, se non lo sai te lo dico adesso: non posso darti lezioni private.” “Professore i miei sono poveri mi dia una mano, la prego…” Tutto si poteva dire di Leonardo ma non che non fosse caritatevole e quindi accettò di ‘lezionare’  Alice. “A proposito quanto anni hai?” “Diciassette, fra quindici giorni diciotto.” Alice non faceva nulla per dimostrare la sua età: capelli castani divisi in due trecce, viso da ragazza ingenua non truccato, scarpe senza tacco, calze sino a metà polpaccio, dimostrava cinque anni di meno. La ragazza si era impegnata a studiare tanto da meravigliare sia il suo insegnante che il padre Aurelio che un pomeriggio telefonò a Leonardo: “Professore sono Aurelio il direttore della Banca di S.Paolo padre di Eloisa, volevo ringraziarla per le lezioni date a mia figlia,  il suo compleanno  sarà domani ma lo festeggeremo domenica con tutta la famiglia. Alice  vorrebbe guidare la mia Volvo ma è troppo grande per una principiante, le donerò una Volkswagen Up, di nuovo grazie.” Brutta puttanella ‘ i mei sono poveri’, le avrebbe dato una lezione nel senso che… insomma non di latino e greco! Una visione: Alice si presentò a Leonardo completamente trasformata tanto che il professore  faticò a riconoscerla, evidentemente era stata in un istituto di bellezza: capelli lunghi divisi a metà da una riga, occhi truccati da vamp, rossetto rosso fuoco, vestito con scollatura abissale, minigonna a righe, scarpe con tacchi alti. “Brutta puttanella, mi ha telefonato tuo padre, mi hai preso in giro, dovrei sculacciarti!” Alice si voltò di spalle e si abbassò lo slip, ne venne fuori un deretano favoloso. “Che cavolo aspetti mon amour  te la stò sbattendo in faccia, oggi sono maggiorenne!” ‘Ciccio’ sentì un buon odore di femminuccia, odore che ormai non avvertiva da molto tempo e…dopo un bel po’: “Cara preferisci un maschietto o una femminuccia?” “Meglio una femminuccia, la chiameremo Stella con la speranza che assomigli a me!

  • 30 dicembre 2018 alle ore 23:46
    Happy New Year

    Come comincia: Roberto: per quanto tu sia la persona che conosco da meno tempo, sei comunque uno di quegli amici su cui so di poter fare affidamento, e anche grazie a te piano piano sto imparando a tradurre la lingua più difficile e complicata di tutte: quella del cuore. Ti voglio bene.

    Antonio: ricordo ancora quando prima di conoscerti mi parlavano di te dicendo che eri identico a me, e in fondo non avevano tutti i torti. Adesso però sei cresciuto (un pochino ma meglio di niente) e anche io lo sono (un pochino), ma c’è una cosa in particolare che volevo dirti: il solo aver trovato la tua anima gemella mi ha [ri]dato la speranza che magari c’è anche la mia, chissà. Ti voglio bene.

    Luisa: le risate insieme a te sono state tra le migliori dell’anno, se non della mia vita. So di non averti sempre dimostrato quanto sei importante per me, so che a volte sembra che dò più importanza ad altri, ma la verità è che sei una delle mie amiche più strette, e ci tengo veramente un sacco a te. Grazie per avermi sostenuto nei momenti di difficoltà e per apprezzarmi per quello che sono. Ti voglio bene.

    Gab: ormai sarà quasi impossibile stupirti di nuovo, ma ci proverò lo stesso. Quando ci siamo conosciuti stavo tutto il tempo da solo, chiuso in me stesso, e dopo solo qualche giorno non solo ci siamo incontrati, ma mi hai fatto entrare nella tua vita e uscire dalla mia gabbia. Vero, non ero solo, però avevo paura di allargare i miei orizzonti a causa di troppe persone che mi hanno deluso. Non ti ringrazierò mai abbastanza per tutto quello che hai fatto e fai per me. Ti voglio bene.

  • 30 dicembre 2018 alle ore 9:56
    AMADOR SILVA L'ARGENTINO

    Come comincia: Amador Silva apparteneva alla quarta generazione di italiani emigrati in Argentina. Si poteva annoverare fra i più fortunati perché gli avi, succedutisi in  famiglia, erano  riusciti  ad acquistare terreni e fazendas nella Pampa, la regione più fertile. Trentacinquenne era l’ultimo rampollo dei Silva, di bell’aspetto, corporatura atletica aveva le caratteristiche fisiche  dei bruni italiani, caratteristiche che gli permettevano di ‘rimorchiare’ le migliori femminucce sul mercato, ovviamente senza mai maritarsi. Sin da giovanissimo era stato impiegato dai suoi genitori nei lavori dei campi che producevano frumento, mais, canna da zucchero ed erba medica, quest’ultima importante per  cibare la schiera di  animali che, d’inverno, venivano ricoverati nelle stalle inoltre, massima fortuna da quelle parti, un fiume attraversava le sue terre tutte intorno un pò aride per non parlare della produzione di un vino locale, di eccellente qualità dal nome un po’ ‘ecclesiastico’ di AVE. Ultima situazione fortunata, coltivava la terra con trattori provenienti dall’Italia mentre i granjeros lavoravano i terreni ancora con buoi ed aratri. Dai nonni aveva sentito dire che in Italia c’erano donne sofisticate, bellissime, di attrici di film, di varietà ed anche di posti di villeggiatura al mare dove le stesse mettevano in mostra  i loro corpi in costumi ridottissimi, talvolta anche senza reggiseni.  Amador, come tutti coloro che hanno ‘la pancia piena’ era scontento della vita che conduceva e pensò bene di fare un ‘salto’ in  Italia, per le sue attività non c’era problema. Il proprietario di un fondo vicino a lui gli faceva da sempre la corte’ affinché gli vendesse i suoi poderi; ad ogni sua richiesta aumentava la cifra da versargli, quando fu molto consistente Amador decise che era la volta buona, organizzò una cena presenti tutti i suoi dipendenti e comunicò loro la notizia della vendita facendo presente che Ciro,  l’acquirente, non avrebbe licenziato nessuno degli addetti ai lavori. Grande fu il dolore dei suoi parenti ma ormai Amador aveva deciso,  prese l’aereo che da Buenos Aires lo condusse in Italia, dopo un trasbordo a Milano (non c’era una linea diretta) giunse a Catania dove gli risiedevano dei lontani parenti. Aveva Inviato loro un telegramma preannunziando il suo arrivo alle 15 del  giorno successivo che cadeva di domenica.  Dall’aeroporto di ‘Fontanarossa’ in tassì giunse in via Paternò  sede dei i coniugi Rossi “Al citofono: “Sono Amador vostro lontano parente proveniente dall’Argentina.” Ci volle del tempo prima che il portone si aprisse. Messa la valigia in ascensore si ricordò che non gli avevano comunicato a che piano dovesse fermarsi e così iniziò dal quinto, erano al primo. Dovette suonare il campanello, si era spettato di trovare il portone aperto anzi ci volle del tempo prima che una scarmigliata signora si decidesse di farlo entrare. “Sono Amalia, i miei ancora dormono.” Come prima impressione…”Sono Amador, non vorrei avervi disturbato.” “Il sabato sera facciamo bisboccia e il giorno dopo ci alziamo tardi, accomodati in salotto.” Pian piano si presentarono i vari componenti della famiglia: il padre Melo (Carmelo) ed i figli Sandro (Alessandro) e  Saro (Rosario). I due giovani non fecero buona impressione  ad Amador, innanzi tutto avevano un taglio di capelli tutti rasati da una sola parte e poi indossavano un pigiama rosa! Il buon italo- argentino pensò che si doveva abituare alla differenza fra gli usi ed i costumi fra i due paesi. Di cena non se ne parlava proprio e Amador vista l’aria che tirava: prese l’iniziativa. “Ho visto una trattoria all’angolo della strada, siete tutti invitati a cenare.” Amalia: “Io e mio marito la domenica pranziamo tardi, vai pure tu con i  ragazzi. “ I giovani ci misero del tempo a presentarsi ma…come erano vestiti, qui non si trattava più di usi e costumi locali, in Argentina li avrebbero chiamati ‘Maricones’ ovvero homosexuales! Nei particolari: ‘abbondante’ camicia rosa con pantaloni  fino alla caviglia strettissimi e neri, un foulard al collo color lilla e scarpe bicolori bianche e rosa! I due evidentemente conosciuti nel locale  furono accolti con baci ed abbracci da parte del padrone che: “Sono ‘Chicca’ diminutivo di Francesco, che bel giovane dove l’avete trovato?” “È un nostro lontano parente proveniente dall’Argentina.” “Speriamo che ci resti tanti giorni, accomodatevi, per voi una cena speciale a base di cibi afrodisiaci, non che voi ne abbiate bisogno!” Aragoste, granseole, gamberi, scampi sparirono in  breve tempo dentro il ‘pancino’ dei quattro. “Ma vi pare che vi faccio pagare, offro io in onore di Amador, ha bello anche il nome!” Il ‘bello, sistemato nella camera degli ospiti, camera, era una specie di sgabuzzini senza bagno, deprimente. Amador al ristorante aveva notato la pubblicità del ‘Rifugio Sapienza’ sull’Etna. Detto fatto il giorno seguente prese in affitto una Fiat 595 Abarth e dopo circa due ore giunse sul posto, non molta neve ma uno spettacolo spettacoloso. Amador non aveva considerato la differenza di temperatura fra Catania e l’Etna e così fu costretto a restare dietro i vetri del bar a  guardare le varie compagnie di ragazzi e ragazze che scherzavano tirandosi palle di neve. Ad un certo punto il gioco si fece pesante ed un giovane schiaffeggiò una ragazza che si rifugiò nel bar piangendo. La baby era veramente una bellezza, alta, capelli corvini e forme che dentro il completo da sci si immaginavano favolose e allora…Dopo un po’ di tempo la ragazza era sempre seduta su uno sgabello vicino al bancone del bar, Amador pensò bene di approfittare dell’occasione e: “Le ci vorrebbe più che un fazzolettino un  fazzolettone, ha allagato il locale!” La ragazza si tolse di bocca la cannuccia con la quale stava sorbendo una Coca Cola, guardò in viso Amador, accettò un fazzoletto del giovane che seguitò: “Forse non è ben informata ma quella che sta bevendo è un ‘Junk drink’ come diciamo noi in Argentina prendendo in prestito il detto dall’inglese, insomma una bevanda spazzatura!” La ragazza abbozzò un sorriso: “Mi vergogno per lo spettacolo che ho dato ma per me è intollerabile che...lasciamo perdere, se non ho capito male lei è argentino che ci fa da queste parti?” “Sono venuto a conoscere lontani parenti che abitano a Catania, ho affittato una 595 Abarth, al mio paese correvo in pista con una vecchia Ferrari ma non sono Fangio.” “Parlando di auto m’è venuto in mente che sono a piedi, il mio fidanzato e meglio ex fidanzato mi ha dato in passaggio in macchina all’andata ma al ritorno…” “Per il ritorno ci pensa il qui presente Amador sempre che lei sia d’accordo.” “Lei mi ispira fiducia, è una stupidaggine che tutti gli uomini sono uguali, mi chiamo Marina anche se non so nuotare!” “Io sono un pesce nelle acque fluviali, venga in auto le darò un passaggio.” Mentre i due si appropinquavano alla 595 si avvicinò l’ex fidanzato che la insultò con aggettivi…poco carini. Amador,  forte della sua stazza gli diede una spinta che lo fece rotolare a terra ,  gli altri componenti della comitiva si misero a ridere, l’ex non doveva godere delle simpatie dei conoscenti. Durante il tragitto Etna – Catania Amador diede prova della sua abilità di pilota, un  vero uomo, Marina guardava il suo profilo affascinata. “Ho passato l’esame?” Solo un sorriso della ragazza. Dietro indicazioni della stessa, Amador fermò la macchina in Corso Italia, c’erano solo appartamenti di lusso. Immaginando le sensazioni di Amador, Marina: “Qui abitano solo persone abbienti, i miei hanno fatto fortuna in Brasile come i tuoi antenati in Argentina, ora si godono meritati agi, hanno una casa con quattro stanze,  le abitazioni più grandi costano un occhio della testa!” “Marina come mi presenti ai tuoi, non mi conoscono…” “Una soluzione, farci ospitare da una signora del mio stesso palazzo, è vedova ed i figli lavorano a Milano, mi vuole bene come una madre, non dirà nulla anzi…ha conosciuto il mio ex e più volte mi ha fatto capire che non era una persona di suo gradimento. I desideri dei miei genitori sono altri: diventare nonni ma…”  Gaia, questo il nome della vicina di casa di Marina li accolse ambedue con entusiasmo, finalmente…” Finalmente voleva dire una persona raccomandabile, abbracciò anche Amador che si commosse, capì cosa angustiava la signora: la solitudine. “Vi dovete accontentare di una cena frugale, io e Marina andiamo in cucina, tu Amador accendi la televisione.” Marina mise al corrente Gaia degli ultimi avvenimenti, Gaia sorrise: “Hai scaricato un pelandrone, a proposito stanotte dormirai da sola oppure…” “Col tuo permesso…oppure.”Gaia era stata modesta nel qualificare il suo ‘banchetto’, aveva svuotato sia il frigo che la dispensa, Amador aveva apprezzato soprattutto i vari ‘sott’olio’ che in Argentina non esistevano,  il pane integrale ed il vino Nerello Mascalese. “Vai piano col vino può fare brutti effetti…” Gaia aveva pronunziato un battuta che aveva fatto arrossire Marina, in quelle parole c’era un evidente sottofondo. “Telefono ai miei  che non rientro a casa stanotte.” La mamma: “Se ho capito bene sarai ospite di Gaia” .  La camera destinata ai due novelli ‘sposi’ era quella matrimoniale di Gaia che voleva che i due fossero  proprio agio, un solo problema: “Non ho il pigiama.” “Ti presterò uno dei miei figli.” Poco dopo una telefonata: “È tuo padre.” “Papà dimmi tutto.” “Volevo augurarti la buona notte.” Bugiardone, l’avo voleva essere sicuro che fosse a casa di Gaia e non con quel…’ Sistemati’ con bidet i relativi ‘gioielli’ , Amador sdraiato supino sul matrimoniale di Gaia pensò che la ‘cattiva nuotatrice’ si dedicasse come preliminari a ‘ciccio’ inalberato ’in sua ore’ mentre la baby non fu dello stesso parere e di sua mano lo indirizzò dentro la ‘deliziosa’. “Di solito…” A gesti: “Non parlare, Gaia potrebbe sentirci ed io mi vergogno un po’.” Amador si mise a ridere vedendo le smorfie della compagna di letto.  Amador  comprese  che a Gaia non piaceva avere la bocca piena di…e quindi aveva indirizzato ‘ciccio’ dentro la ‘gatta’, vogliosa di stare per molto tempo ‘impegnata’. E così fu, la baby superò in numero gli orgasmi di Amador  ma poi piano nell’orecchio del compagno, “Ho paura che mi si sia abbassata la pressione!”  Sempre a voce bassa il giovane: “Ti credo quante te ne sei fatte?” “Non fare il ragioniere, dormirò per ventiquattro ore” , si girò di spalle e cadde fra braccia di Morfeo. Era stata troppo ottimista, alle dieci Gaia bussò alla porta e si presentò con un vassoio pieno di cose ‘corroboranti’. “Amador per te uno zabaione di due uova, penso che ne abbia bisogno!” “No ti prego Gaia, lo zabaione no! è stato il mio incubo sino all’età di diciotto anni poi son riuscito a ‘scansarlo’ con la scusa di aver il fegato ingrossato. Mammina amareggiata e poco convinta aveva ritirato per sempre la bevanda,  per lei  io ero sempre bianco in viso…forse aveva ragione!” Ormai Amador era un inquilino fisso a casa di Gaia, capì che  si stava innamorando e fu invaso da una paura che non sapeva giustificare, forse i racconti di suoi amici che ‘c’erano cascati’ ed erano diventati esseri fragili dinanzi alla loro bella, fatto sta che: ”Signore, sono stato contattato da alcuni miei parenti di Roma, ho promesso loro di andarli a trovare, partirò domani.” Delusione da parte delle due, a  Marina addirittura vennero dei lucciconi delle agli occhi,  si rifugiò in bagno, ci volle del tempo prima che ‘riemergesse’ in salotto.  Gaia una sola frase: “Non farla soffrire se ritorni è per sempre, ricordatelo.” Amador consumò la cena con i due fratelli e col padrone del locale, stavolta pagò lui il conto. La mattina fu accompagnato alla stazione ferroviaria da Melo: Hai capito come sono i miei figli, tutti i due… non riesco ad accettare…Scusa il mio sfogo ma per me è un dolore costante.” Sotto la pensilina della stazione Termini c’era ad attenderlo un giovane rintracciato tramite cellulare.” Sei Amador? Sarà per noi un piacere ospitarti a casa nostra, io sono Alcide che vuol dire ‘forza’ non farci  caso, nella mia famiglia ci sono nomi fuori del comune ereditati da nonni e zii abbienti per cui…seguitando mio padre è Acazio, non ridere, vuol dire ‘il signore tiene’, non si sa che cosa e poi mia madre Angelica, ti accorgerai subito che è un nome che non le si addice,  Daniele vuol dire ‘il mio giudice è Dio’, gli sta a pennello, è prete con le gonne ma lui ama quelle femminili e per ultimo Angelo il ‘piccolo di casa’  un errore di calcolo dei miei genitori, un rompiballe, se ne approfitta perché nessuno osa contraddirlo, ha dodici anni e poi le mie sorelle Bruna e Donata, la prima bionda e la seconda mora, finita la presentazione. Ti sto conducendo a casa nostra in via Ciamicin alla Tiburtina, una villa isolata ereditata dal nonno Alcide, io e le mie sorelle frequentiamo l’Università, siamo l’orgoglio di nostro padre che, da semplice muratore,è diventato un ‘palazzinaro’ conosciuto e ricco. Eccoci arrivati.” Amador fu colpito dalla ‘maestà della villa, sicuramente era stata la dimora di qualche nobile. Era domenica, tutti i componenti erano a casa, il pranzo domenicale era ‘sacro’. Amador fu accolto con affetto da tutti, Angelo dimostrò subito la sua natura: “Pensavo che gli argentini fossero più alti, tu…” Nessuno fece caso alle parole del ‘piccolo di casa’. Mamma Angelica, si presentò con un menù classico romano: ‘Bucatini alla Amatriciana, e poi tanti secondi: trippa alla romana, coda alla vaccinara, abbacchio e poi carciofi alla Giuda, broccoli verdi ed infine ananas per digerire quel popò di cibo oltre al caffè ed allo ammazza (poverino) caffè. La sera, era sabato,  tutti a divertirsi: Acazio, Angelica,  Angelo ed Alcide in un circolo privato, il papà per il pokerino con gli amici, la mamma ed il figlio più grande in sala da ballo, Angelo in un locale riservato ai più giovani. Musica romantica in sala  dove mammina ed il figlio più grande più che a ballare erano dediti a ‘rimorchiare.’ Amador , dietro suggerimento di Bruna e di Donata si recò in un locale trendy dove sovrana era la musica techno ad altissimo volume. Spesso maschietti e femminucce si ‘ritiravano’ in bagno per farsi delle canne che, assieme a fiumi di alcool  mandavano tutti fuori di testa. Amador vide ritornare in sala le due sorelle praticamente ‘groggy’ sorrette da due giovani anche loro su quella via. Amador turbato da quella scena che non  si aspettava, diede la mancia a due camerieri per accompagnare le ragazze nella loro macchina, una Volkswagen Up  a quattro sportelli per fortuna munita di navigatore satellitare che permise al giovane di trovare la via  di casa. Mettere a letto Bruna e Donata fu per l’argentino un’impresa, era nauseato di quello che aveva visto.  Acazio, Alcide, Angelo ed Angelica tornarono insieme on la Golf del padre, la madre aveva il trucco fuori posto e la mancanza di reggiseno metteva in parte in mostra due tette ben fornite. la ‘piccola peste’ si avvicinò ad Amador: “Non giudicare male mia madre, è la vittima in questa famiglia di debosciati, è quella che manda avanti la ‘baracca’, buona notte.” Quella frase commosse Amador, non si aspettava tanto amor filiale che  lo portò a fare un confronto con Marina ragazza in fondo pudica. Lo prese  una gran nostalgia…e, more solito prese una decisione immediata, ritornare a Catania. Fu accompagnato in stazione da un imperturbabile Acazio che doveva essere abituato quelle scene familiari. Un rapido saluto, finalmente lontano dai casini e…Durante il tragitto in treno prese contatti con Gaia comunicandole l’ora del suo arrivo in stazione. La signora lo andò a rilevare con la sua Cinquecento, dopo una cena con i fiocchi al telefono: Sono Gaia puoi dire a tua figlia Marina che è invitata a casa mia, grazie.” Amador ebbe l’idea di mettere all’ingresso la sua valigia, voleva far sospettare alla ragazza la sua presenza,non voleva che presentandosi di colpo dinanzi a lei Marina  potesse avere uno ‘sturbo’. Ci riuscì solo in parte, Marina vedendolo si mise a piangere e, non previsto, mollò un ceffone all’ormai fidanzato il quale: “Mi aspettavo un’accoglienza migliore, penso che sia meglio che ritorni in  Argentina con le solite ragazze che si contentano di poco e non fanno storie e soprattutto non mollano schiaffoni ai maschietti che frequentano.” “Provaci e tornerai al tuo paesello in barella con le gambe fratturate. “Fino a che morte non vi divida’ ti dice niente questa frase?” “Si vedo per me un futuro..radioso!”

  • 29 dicembre 2018 alle ore 17:41
    Il lupo Spartaco

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Spartaco.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del brioso ondeggiare dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del candido brillio della luna in cielo, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Nato con una macchia nera sul muso, il lupo dal pelo bianco, non era mai stato ben visto dagli altri animali della Foresta, che lo ritenevano troppo brutto per quella sua particolarità, e lasciato per questo, spesso solo ed in disparte, per nulla vinto, docile e mite lui sorrideva alle loro parole senza remore, componendo la sua poesia Acquazzone/ dondolano al chiaro di luna/i ciliegi ricamando nel suo cuore i propri haiku.
    Ed un giorno girovagando per la Foresta, contando le sillabe dei suoi versi, udendo una voce dietro di lui, vibrare affascinata, il suo cuore mancò di un battito, nello scorgere una lupa dagli occhi d’ambra scodinzolante “Che bellissima poesia! Complimenti lupo!”
    E Spartaco, goffo, voltandosi adagio, balbettò radioso “Grazie!”
    Felice che la sua poesia fosse piaciuta, lui, lupo bianco con una macchia nera sul muso, conosciuto da tutti per quella sua caratteristica, e chiamato per questo col nome di “Nero”,  in maniera dispregiativa.
    “Non fidarti mai del lupo che ha una macchia nera!” era sempre stata una delle Voci più ricorrenti nella Foresta “Stai alla larga dal lupo bianco, che sul muso porta una macchia nera!” sbarrò gli occhi in quell'istante la lupa, riconoscendolo, e Spartaco, leggendo nello sguardo di lei lo stupore, comprendendone il motivo, indietreggiò “Hai tanto amato il mio haiku,  dal non fermarti nemmeno a chiederti, chi ne fosse l’autore!”
    “Quella macchia nera!” era sempre stato il ritornello più ricorrente “Come è brutto!” “Al lupo, al lupo!”
    Ma lei, nel vedere il lupo abbassare le orecchie appuntite, dopo aver compreso di essere stato riconosciuto, sentì il cuore in subbuglio.
    “Non ascoltare ciò che dicono gli altri!” l'ammonì al suo orecchio una Voce “Spesso l’Importante non è visibile agli occhi!”
    E la lupa inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, lo chiamò per nome, in un sol fiato “Spartaco! Grazie per il tuo haiku! Il mio nome è Nausicaa, e sono felice di fare la tua conoscenza!” .
    “Di nulla!” si fermò lui  “Grazie a te, Nausicaa per averlo ascoltato ed apprezzato, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad ascoltare poesia! specie poi i miei haiku! molti guardando il colore della macchia che ho sul muso, e fuggono via senza pensarci due volte, per fortuna tu non lo hai fatto, e ancor più per fortuna, tu non hai creduto a quelli che di tutto il mio pelo bianco, vedono solo la macchia nera che porto, e in base a quella, mi chiamano con disprezzo col nome di Nero, quando questo nomignolo, mi era stato posto alla nascita come vezzeggiativo!” abbassò la coda contrito “Grazie per avere amato i miei haiku!” le sorrise.
    E lei chinando il capo, per tutta risposta, gli leccò dolcemente il muso, ricambiando il suo sorriso “Spartaco, tu sei il lupo poeta! Il tuo nome è conosciuto da tutti anche per questo! E la poesia non può essere un male!” scodinzolò, sotto lo sguardo esterrefatto di lui, continuando “La poesia è un gesto di pace, è un atto d’Amore!” soffiò col cuore in subbuglio lei, senza fermarsi “La poesia è l’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore che è l’unico compenso dell’Amore!” si accoccolò contro il pelo di lui, senza considerarlo diverso “Me lo reciteresti un altro haiku?”
    Ed il lupo, accogliendola dentro il suo cuore, tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, annuì “Primavera/ ospite fra rami di ciliegio/un pettirosso”.
    Insieme Spartaco e Nausicaa, si diressero verso la stessa grotta, uno di fianco all’altra, scoprendosi a dividere il giaciglio, innamorati. E da allora non si separarono più, e vissero per sempre felici e contenti.