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Poesie di Raffaela Ruju

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  • 21 marzo 2012 alle ore 21:54
    L'equinozio della salamandra

    Il colore ha il profumo della notte
    e il cielo sembra una suono di luci da danzare.

    La notte delle primule nascoste
    abbiamo implorato alla terra di fiorire
    e abbiamo ascoltato la luce con le ciglia

    In questa notte rivelata
    il tempo del profumo non si stinge
    e il suono dei germogli non ci sazia

    Il canto delle rane colora ogni foglia
    e si disperde con il polline invisibile
    nell'istante riacquistato.

    La violetta solitaria racconta
    il suo candore di luna nell'invisibilità

    Una salamandra si allontana
    liberata dal peso di un martirio
    e il mondo rifiorisce dei suoi suoni

    Brilla la terra delle fate
    che mostra ali vestite a festa
    e vola con incredibile calma.

    Gli uccelli cantano il sonno delle farfalle
    e ci accompagnano lungo il sentiero
    le rane, le capinere e i pettirossi

    La notte ha il profumo del colore
    e il cielo sembra una danza di luci da suonare.

  • 20 marzo 2012 alle ore 21:46
    Un notturno di fiordalisi

    Ho sistemato la testa
    tra il cuscino e la speranza
    inventando un nuovo notturno.

    Il mio corpo è ciottolo nudo
    iride e pupilla su ciglia asciutte
    nei viaggi rinviati a settembre.

    La nebbia mi appartiene tutta
    e l' acqua cade a dirotto
    come versi incompiuti

    nei laghi dipinti a festa
    scivolano mille poesie intitolate pioggia
    dopo una tempesta annegata  d'inchiostri

    Prima di addormentarmi
    sogno l'ombra dei fiordalisi
    nascosta sotto una coltre di nuvole.

  • 09 marzo 2012 alle ore 21:57
    Divorando passioni d'ozio

    Mi mangio l'ozio
    dolce di sale.
    Incanto e brusio.

    Un solo enigma
    questo non fare
    Intriso di propositi.

    Mi appassisce la terra
    il liquido s'asciuga
    e avanza urgentemente.

    Non c'è l'affatto
    non c'è l'urgenza
    per un appassionato amare.

  • 08 marzo 2012 alle ore 0:45
    liberarsi dall'oscurità del male e rinascere

    La mattina mi alzavo per non pisciarmi addosso
    e la notte dormivo per dormire ancora
    il divano aveva il colore dell’uva matura
    lo vedevo  nero
    lo vivevo intensamente
    divano, poltrona e sedia

    mi sforzavo di vendere sapone
    coi capelli sporchi e  l’anima malata
    Sylvia Plath  mi parlava di sera
    avevo la testa troppo vuota
    e le pagine mi brillavano bianche

    lottare per uscire da quel mio dentro
    da quel cancro dell’anima che mi stava divorando
    sempre sola a combattere quella vita interiore

    e poi uscire
    camminare nel vuoto
    incontrare gli occhi di mia figlia
    e far finta di non sapere il suo vedere

    camminare per non fermare la mente
    perché non sapevo come fare a morire

    non avevo quella vocazione

    il desiderio forte, questo si!

    autocommiserazione?

    Amavo troppo il silenzio
    e non volevo chiasso intorno

    Mi lasciavo risucchiare
    in un mare di sale amaro
    nero e prezioso
    e mi chiudevo gli occhi per non guardarmi male

    I tuoi occhi di bambina
    erano pieni di tutto
    tutto quello che può fare una figlia
    anche far finta di nulla
    la coperta tra le dita della tua solitudine
    una coperta di pura lana
    perché il freddo che avevo era tanto

    Camminare per reagire
    in quel vuoto di mare inghiottito dalla pietra
    camminare per guardarti negli occhi

    E le pagine bianche brillavano come le tele incolori
    e tu eri sempre là
    con le tue cavalline e i tuoi cani a Cancania
    la città in veranda

    camminare per ritrovare un senso
    a quelle sbronze solitarie

    tu madre e io figlia

    incarnato di guance rosee di  bambina
    troppo grande, troppo saggia: troppo per me!

    e non è abbastanza l’amore che ti porto dentro
    e adesso che le nostre mani sono di nuovo mani
    che le nostre braccia sono di nuovo braccia

    adesso posso guardare l’inchiostro che torna a sgorgare
    libero e abbondante
    posso vedere le tele riprendere colore
    e il mare tinteggiare il cielo

  • 07 marzo 2012 alle ore 23:30

    Riconosco i versi andati persi

    Vibrando e fermentando
    dentro il fruscio dell'onda
    come un gerundio essenziale

    Averti qui
    parlare delle foglie
    cadute in lontananza

    col tormento della calura invernale
    mutilandomi le viscere
    già ferite dalla mancanza

    bruciare consumandomi
    nella desolazione
    di un deserto spoglio

    Negli angoli della casa
    abbiamo coltivato due drosere
    per divorare le attese

    masticando piano il silenzio

  • 06 febbraio 2012 alle ore 18:57
    Szymborska

    non sapevo come pronunciarti
    quel giorno di settembre
    quando t’incontrai
    sola con un quaderno nero
    e i fogli bianchi
    che mi fanno scriver storto
    ti amai immediatamente
    e ho fatto dono dei tuoi versi
    sempre e comunque

    Ti vedevo correre libera nella parola
    come cerva che beve inchiostro
    assediando la mia mente
    che per un attimo
    non sapeva pensare

    ti intuivo
    forte nella tua vendetta blu
    con la penna tra le dita
    e il sorriso sulle labbra. 

  • 06 febbraio 2012 alle ore 18:55
    l'immortale legno

    chi mi scava il tronco
    separato dalla storia alle radici
    ruba i miei occhi alla bellezza

    Una luce di conifere straniere
    di salici piangenti
    oppure è il tronco di una nostrana quercia?

    E’ il ricordo di fronde
    di rifugi ricavati asportando cortecce
    una scorza che dura nel tempo

    Chi mi racconta l’immortalità
    non ha visto le ombre spezzate
    ed i rossi che macchiano il bianco

    Non conosce le albe incise sul legno
    ed aspetta che la vita lo assalga
    prima di scivolare dentro nuove cavità.

    Le radici hanno linfa e sangue vitale
    mi attraversano nell’oscurità
    troppo bianca per  farmi paura.

    Quanti sono i segreti del legno
    di una quercia o di un pioppo
    nessuno lo sa!

  • 06 febbraio 2012 alle ore 18:53
    l'oro degli aranci insonni

    di notte la città giace tranquilla,
    la luce della luna illumina la vela,
    e il sogno sale le scalinate del mare.

    la marea aspetta l'oro degli aranci insonni.

    I bambini sembrano spiritelli
    si arruffano e baruffano
    con cuscini e lenzuola
    mentre le primule salutano l'inverno
    cancellando il freddo

    la notte è solo il circo
    del dilazionato giorno

  • 06 febbraio 2012 alle ore 18:49
    pioggia dopo pioggia

    lasciarsi andare alla vita sgranando i giorni,
    sole dopo sole,
    pioggia dopo pioggia,
    in un continuo andare incontro alle cose;
    lasciarsi sorprendere dalla gioia e dal dolore
    e stupirsi di fronte all'inspiegabile,
    lasciarsi andare alla bellezza
    con leggerezza

    apparecchiamo
    le nostre tavole con cibo d'anima
    e poi,
    andiamo verso l'innocenza dei corpi
    volando nelle trasparenze
    abbandonando il dolore dei corpi

    Lasciarsi andare alla gracilità del pensiero
    e alla luna giovane.
    All'alba porterò sulle rive le mie ansie
    le lascerò nuotare sulle onde
    e all'orizzonte si dispiegheranno
    come stormi colorati
    per migrare verso pianure lontane.

  • Parlami
    dello stare seduti sulla terra
    ad attendere le chiacchiere di pioggia
    sulla pietra erosa, brunita di sale,
    aggrappata alla rete del ragno.

    Parlami
    del ricordo delle tegole rosso-sbiadite
    inesistenti sopra questi tetti piatti
    pieni di antenne e di silenzi satellitari
    nate sulla via asfaltata che corre dritta.

    Parlami
    delle finestre incarcerate e quadrate
    tutte uguali a ricordare il verde delle persiane
    come nelle case del sud ormai in rovina
    col bianco dell'intonaco sugli occhi.

    Parlami
    degli orizzonti senza prezzo
    col cartellino delle nuove offerte
    e dei sogni, svaniti con l'ultima nebbia,
    che non ti danno la pace della felce ansiosa.

    Parlami
    dell'aria inebriante di una musica già ascoltata
    dove il respiro riesce a trovar riposo
    e il fiato si confonde nelle lacrime
    di una terra che tace quando non può più urlare

    E se ti senti d'impazzire

    Chiamami
    arriverò con un secchio di nuvole secche
    che brucerò con sterpi di graminacee
    e sarò muta come un tonfo di neve
    che strapperò dalla punta degli occhi.

    Guardami
    da questa galera di cemento
    e toccami il sasso che rotola nel profondo
    dove si sta assottigliando l'ultima casa
    e anche l'ombra si annega nel mare.

  • Dicono che le bambole
    hanno occhi di ceramica
    e quando piangono
    versano lacrime di vetro

     

    Hanno case isolate
    e fiori di ciliegio
    sul vicolo del cielo
    in quel luogo reale da sognare

     

    Dicono che gli angeli
    siano fatti di stoffa
    anche loro aspettano maggio
    per decorare il volto della luna

     

    con due ciliegie come ornamento
    e non importa se è di notte
    che verranno a svegliare l’innocenza
    di una vita rimasta in pianura

     

    una bambola di pezza
    che non basta manco a se stessa
    in quest’ora in cui tutto sembra tacere
    tra le ruspe e le urla che cercano

     

    A quest’ora ci si dovrebbe fermare
    sulla terra ormai cruda e sconfitta
    dalla sabbia dell’uomo
    che ha venduto l’ultima casa

     

    La dimora di Ofelia la bambola
    quella fatta di stracci e di foglie marcite
    quella grande in fondo alla strada.
    Quando ancora c’era la strada.

  • Vorrei affondare le mie unghie
    negli occhi di Dio
    per tutte le bestemmie che non ho mai detto

     

    vorrei uscire indenne da via delle Lodole
    dove la luce stringe la breve scalinata
    che beve gli aliti di vento incanalati

     

    vorrei portarti via le chiavi di casa
    di queste mura basse fatte di nulla
    dove solo i ragni piangono la polvere

     

    vorrei chiudere gli occhi
    e affondare le mie unghie nella pupilla di Dio
    per ogni bestemmia scaraventata al suolo

     

    prima che i corvi assaltassero il grano
    prima che le campane fingessero rintocchi
    prima di adesso che non è prima e non è dopo

     

    Oggi non posso offrire il seno fecondo
    e vesto di vuoto il mio sangue mestruale
    spostando piatti e bicchieri da un posto all'altro.

     

    Chiudo la porta e getto via la chiave
    raccolgo solo due schizzi di colore
    tra le pietre crude della scalinata

     

    Mi accorgo che posso ancora sorridere
    per aver strappato vita dai mattoni
    Mi accorgo che non ho lasciato nulla

     

    solo lacrime di ragno alle pareti
    uno sgabello bianco pieno d'imbarazzo
    e linee sottili di pioggia sul davanzale.

  • 13 luglio 2007
    Sbarre

    Sbarre alla finestra dell'infanzia
    un letto diviso in due e piedi in bocca
    vibrazioni di fiati rovesciati e inversi
    sui soffitti appesi quattro occhi sognano
    una lampadina 40 watt
    su teste rasate da poco

     

    grembiuli a quadretti penzolano sulla sedia accomodante.

     

    Sbarre alla finestra dell'infanzia
    e non si può scappare
    dai boccoli neri caduti in terra
    nel giro giro tondo della vita
    col tempo chiuso in un vicolo
    cieco alla dea dei numi
    che sussurra anonimi quaderni di vuote parole.

    Allattata dalla luna mi rigiro sul letto.

  • Nel mare il vento è un lungo affanno
    di onde che rincorrono la brezza
    la salamandra trova un angolo di muro
    e somma petali di gerbera ai minuti dei secoli
    moltiplicando corolle d'incertezza nei silenzi

    Frantumi di specchi sull'orecchio
    e spicchi di sole sui sopraccigli biondi
    s'inarcano alla vista del dolore
    sussurrano l'attesa di aspettare
    il nome di mia madre su labbra di ghiaccio

    Faceva freddo a Luglio in un giorno come questo
    e mi mancava il silenzio dell'inverno
    e il gelo cristallino del fiato condensato
    forse c'è un sole eterno dove si resta soli
    dove anche il sangue segna un'ombra di vena

    In un giorno come oggi
    non possono fiorire crisantemi
    c'è solo un vento marino
    che sbatte l'odor di giglio sullo scoglio
    e un silenzio autunnale nell'aria tremenda

    Lo sguardo del tempo ha abbandonato l'occhio
    dimenticando il pianto del neonato
    e il seno che ha allattato la speranza
    sbiancando il volto inamidato sul lenzuolo
    che tocco con mani di pioggia nella rugiada estiva.

  • Sto consumando il tempo che mi resta
    come distruggo inchiostro e tele di cotone
    scrutando il tuo sorriso per intero

    mi sto chiedendo troppe cose
    e bacio i tuoi capelli
    interrogando l’attimo bastante

    il mare resta azzurro anche di notte
    solo che è molto scuro e non lo puoi notare
    non puoi vedere ali di anatre volare

    se guardi sempre il sangue
    che mi scorre in basso
    al margine estremo del riposo

    un panno, un pane,una tazza di brodo
    un eclissi di sole a mezzanotte
    per chi non alza gli occhi dalle scarpe

    e un camminare stanco nello spazio vuoto
    la sensazione sconcertante dell’incomprensione
    sovraffollando gli equilibri: evade una figura di cartone

  • Mentre la nebbia si rifugia nei silenzi pieni
    è arrivato l’anno, portando la gioia di un raggio di sole.
    Come ogni anno il giorno è scivolato via pigramente

    ed io lo guardo allontanarsi da me,
    minuto dopo minuto,
    e penso ai carri di fieno e alle bottiglie rotte a mezzanotte.

    Domani ci sarà un tramonto di nuvole
    e porpora nascosta sulla strada.

    Domani ci sarà di nuovo l'onda
    che batterà la sabbia con zoccoli d'acqua,

    ed io, ci sarò ancora,
    innamorata dei riposi depredati

    a mordere ancora le tue labbra.
    E tu, trasformerai il nero dei tuoi occhi
    nell'azzurro suono del vento

    e danzerai col fuoco
    all'ombra di un albero imbellettato d'oro e rosso
    col vischio sui capelli

    e assaggerai le mie labbra inumidite
    tra il riverbero caldo di una luce
    di questa nuda falce nascosta

    come radice intima nell’orto dell’inverno
    e sarà la notte a brulicare nell’alveare come sciame
    sui sogni coricati sotto il cielo

    e avremo un materasso morbido anche stanotte
    fatto di rena rotolante e muschio
    che il vento sposta appena

    la vicinanza dei tuoi passi mi risuona
    il tuo respiro lento e il tuo calore
    m’indaga ancora al mattino

    mentre la nebbia si rifugia nei silenzi pieni.

  • 12 gennaio 2007
    In terra d'altri

    In putrida terra persa
    l'urlo di feto rumoreggia da lontano

    ammalati di fame, esuli
    a respirare aria con pancia rigonfia di nulla

    a occidente un gelato alla frutta
    ammutolisce il distacco dalla radice migrante

  • Ora mi sto leggendo: il mare
    in questo giorno di dicembre
    in cui mi sale la marea

    All’antipode delle mie incoerenze
    ho solo una bocca nuda e una finestra
    con due foglie morte incollate al vetro
    e il silenzio di un pensiero riverso

     

    nel posto della sabbia
    dove l’orizzonte assale la pioggia

     

    Muro di latte e piombo: il cielo
    cancella la corteccia del platano
    e scortica foglie di filigrana ascensionali

    Sul lato opposto dello stesso sogno
    di traverso affondo nel rumore prono
    bianco come ventre di pesce
    nero sospeso e informe come l’evento

     

    ho quasi dimenticato il senso della direzione
    e senza oscillazione alcuna dondolo a capo chino

     

    Questo giardino stretto intorno al collo
    è solo una smorfia grottesca di nuvole ghiacce
    e un drago strozzato che brama l’inverno

    per stordirsi di neve scomposta e sconfitta
    in una soffitta di un quarto piano qualunque
    con un ascensore di apparenze e di ruderi arcani
    dove il tempo toglie il respiro

     

    la nebbia ora mi sale come fumo negli occhi
    come un madrigale omoritmico di figura ascendente 

  • Sulla parete nuda fili di capelvenere

     

    calmano la tosse della roccia

     

    che nuda accoglie il vento di settembre

     

     

     

    Ombre marroni e linee nere

     

    sono tratteggi d’acqua sugli alpeggi

     

    e cantano la pazienza del tempo

     

     

     

    nell’enigma del creato

     

    il denso della menta offusca

     

    l’incompatibilità della materia

     

     

     

    e non svanisce il geroglifico

     

    fantasma oracolare di due mondi

     

    che riveste il nimbo intessuto dall’alba

     

     

     

    delle rivelazioni appiattite

     

    nel crudo sasso ammantato

     

    dalla foglia che sfoglia il lastrone

     

     

     

    appare profonda questa crepa

     

    da cui nasce il filo del verde fantasma

     

    che non si può strappare

     

     

     

    come una mano alzata

     

    segna nero su bianco il lembo

     

    di un mistico saluto che non vuol trascendere

     

     

     

    lo sconfinato silenzio apparecchiato

     

    di un paesaggio oscuro

     

    che come sogno svanisce e si allontana.

  • Rubo all'oggetto l'unico ricordo

    attimi a dissuadere istanti
    persi nella ceralacca eterna
    come in un risplendere di specchi

    dove ho conficcato chiodi con martelli immemori

    rubo all'odore l'ultimo ricordo

    spremiture di dissolvenze all'aria
    disperse in tracce botaniche
    come essenze di alambicchi medievali

    dove ho estratto vapori idealizzati di pensiero


    eppure è solo il cielo

    che mi sfarfalla dentro violandomi
    intimandomi di fermarmi ancora
    sull'indaco da immortalare

    e appenderlo alla gruccia della mente

    quel cielo fluido e sinuoso
    di perfezione inamidata
    profumato di luce diversa

    e non vorrei rimandare a domani

    questa felicità quasi perfetta
    che mi appartiene interamente
    e non sembra cosa importante

    eppure alla mattina spero di ritrovare

    le stesse nuvole burattinaie
    chiuse nel comodino insieme alla matita
    posso sfumarle solo sulla carta, sorridendo.

  • Ho conosciuto il lato buono della fretta


    posato alla radice dei capelli

    che sfumo velocemente

    troncando nettamente

    quell’orbita senz’ombra

    che ho tinto di nero pece


    Ho conosciuto il lato oscuro dei ritardi


    bianco come l’occhio dipinto

    mentre passavano nuvole fredde

    e il sole giaceva sconfitto alla veranda

    e non potevo smettere di guardare

    la ruga nuova che mi divide il mento


    Ho conosciuto il lato segreto della velocità


    arata nei minuti sottili

    dove la perfezione non ha spazio

    è l’imperfetto è solo un viaggio incompleto

    in questo paese dove ascolto l’assenza di voci

    dove il colore non ha suono. Solo lacrime al suolo.


    Ho conosciuto il lato nuovo di me stessa

     

    quando l’anima sorda usciva dallo specchio

    in mille frammenti d’ombra

    piatto il sorriso non rideva

    steso su lenzuola di tela

    zoppicando una memoria nuova


    quella dimenticata stamattina.

  • Osservo timorosa una stridente sensazione

    cercando nella mente la risposta

    amando il raggio con desiderio oscuro


    ho molti volti persi in questo rumore

    che dentro il giorno abita vesti d’oro

    in cui posso far scorrere solo le ore


    e mi abbandono all’idea malsana

    cercando la tua essenza nella fiamma

    di una scrittura tutta da cancellare


    ancora da ultimare il fiato

    dell’alito stampato sullo specchio

    tra il qui e il lì vorrei trovare un centro


    e indugio sul destino esistenziale

    vedendo solo quello che mi dicono

    due occhi che stanno camminando scalzi.

  • Sopra questo letto infermo

    chiedo alla penna inchiostro

    anche logoro e usurato


    che tanto resta oscuro ogni pensiero


    ho dentro mille idee rassegnate

    e l’acqua del catino ormai ammuffita

    chiedo un scarico che incanali


    questa creatività rimasta al capolinea


    ci fosse un tram che porta dritto in Cina

    invece del rumore di rotaie di Opicina

    m’inventerei pure la nebbia dell’aria frizzante


    di questo viaggio breve sul diario a quadrettini


    che sopra il foglio bianco

    scrivo per storto anche la liberazione

    che mi assalta spappolandomi la testa

     

    e torno a casa senza fretta

    con i pensieri vuoti sul tramonto

    sputando noccioli rubati agli scoiattoli

    e una foglia di quercia tra i capelli

     

    da lontano scorgo Trieste immobilizzata dalle nuvole

     

    Sono solo osservazioni scritte a colazione

    col nero di caffè che odora le dita

    di una mano ferita, senza dire parola.

  • 28 agosto 2006
    L'equilibrio del legno

    Se oggi potessi ferirmi il labbro

    e indugiare sul non detto

    pensato e cercato del mai pronunciato


    quando seguo la scia di sangue

    che scava il mento e attira lo sguardo


    di un sentiero calpestato


    da felci senza spore

    da castagni irti di ricci

    dal bosco di ontani ad Acquacheta


    fatto di sassi ed acque illusorie


    e nuvole nascoste dietro abeti centenari

    con maniche allungate come un kimono

    che investe e veste quell'angolo nascosto all'occhio


    forse potrei chiamarlo cielo


    se cielo fosse questo moto sereno

    che ruba e appaga

    che guizza nell'arsura di un letto secco


    nessun rimprovero per questo che io chiamo tempo


    non temporale ne uragano

    ma un lungo cammino traballante

    appoggiata all'equilibrio del legno

    e dei suoi bitorzoluti rami.


    E mi allontano sul sentiero di un Italia antica


    senza posto dove andare

    fino a tradire l'eremo che cerco dentro


    chè fuori troppa gente muta il silenzio in chiasso.


    Fame di riflessione e fame di altezze vere


    fino alla desertica radura che non trovo

    solo un prato di vita e nuvole sbiadiate


    tra muschi e licheni che plasmano la strada.

  • 01 agosto 2006
    Il tempo relativo

    Sono come la settimana che finisce
    un orologio sulla spiaggia
    e lancette rotte sulla schiena

    La memoria è persistenza relativa
    un ramo secco sopra l’acqua
    e il mare che cammina sulla terra

    roccia di superficie e sasso
    una conchiglia per ascoltare l’attimo
    che passa su questo spazio incompiuto

    dove completamente mi abbandono
    fermo mi resta appeso l’oggetto indefinito
    strumento d'eccellenza razionale.