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Racconti di Raffaela Ruju

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  • 20 marzo 2012 alle ore 21:42
    Ranu e Fae

    Come comincia: “Sei la mia grande disgrazia”, diceva sempre mia madre con quella rabbia paurosa che le faceva dilatare gli occhi a dismisura.
    Avevo vissuto da troppo poco tempo per leggere quelle parole come odio viscerale.
    Subito dopo, lei  si pentiva del tono, abbassava la voce, scrutava il mio tormento e rideva.
    Ricordo ancora quella risata a cui mi aggrappavo per non morire di terrore.
    Lei mi prendeva in braccio e mi cullava tenendomi sulle ginocchia.
    “ Tu sei la mia brutta bambina ,tu sei la mia sporca bambina”;cantilenava piano come se non volesse ascoltare le sue stesse parole.
    Ed io, l'abbracciavo in silenzio. Troppo piccola per piangere.
    I miei capelli in quel periodo erano lunghi e neri; i boccoli scendevano morbidi sulle spalle;il mio viso era sempre impaurito; le mie mani non potevano fare altro che tremare.
    Non c'era nessuna somiglianza tra il mio viso e quello di mia madre.
    Non c'era nessuna somiglianza tra il mio viso e quello di mio padre.
    Una volta camminai sulla strada bianca, ma non era una strada di campagna;sentivo il fango sulle scarpe e sentivo la polvere che si alzava da lontano e aspettavo la notte della luna grande, quella che vedevo apparire dietro il campanile della chiesa di Santa Vittoria: un disco enorme che copriva il silenzio del paese e che si abbatteva sulle case dalle facciate arancioni, azzurrine e anche color salmone. Tutte uguali.
    Case basse costruite su una strada in salita; case alte a due pieni costruite sulla strada in discesa.
    Quando avevo sei anni sapevo contare e leggere i numeri e non andavo ancora a scuola.
    “ Perché le case non hanno numeri nonna? “ chiesi un giorno alla nonna.
    “ Perché qui in paese a noi non servono i numeri; qui ci conosciamo tutti.
    “ Vieni, adesso pettinami i capelli” , diceva prendendomi per mano.
    La nonna aveva due trecce lunghe e sottili che avvolgeva sul capo creando un intreccio sulla fronte.
    Toglieva le lunghe forcine che appuntavano e modellavano le ciocche intrecciate alla nuca;ogni giorno creava la stessa acconciatura e la testa prendeva l'aspetto di una scultura,
    come quella che c'era nell'ambulatorio e che tutti chiamavano “la greca”.
    “ Sei tanto piccola e già tanto brava, dolce” diceva porgendomi il pettine d'osso.
    “ Raccontami una storia nonna” , chiedevo mentre il pettine incideva le ciocche dorate che cedevanodolcemente alla forza delle mie piccole dita.
    “ Ti ho già raccontato la storia di Ranu e fae?”
    “ Si nonna, ma raccontala ancora” rispondevo contenta.
    “ C'era una volta una ragazzina che aveva circa la tua età e viveva in posto molto lontano da qui.
    La sua famiglia era molto povera e alla sera tutti si riunivano intorno a un grande tavolo, le ciotole non erano mai piene e il pane veniva tagliato in dodici pezzi. “
    “ Come gli apostoli nonna? “
    “ si Dolce, come gli apostoli. Dodici pezzi, troppe divisioni e neppure una moltiplicazione.
    Quella casa era stata abbandonata dal cielo e Cristo abitava molto lontano da quel posto isolato e deserto.
    Loro sapevano fare solo le divisioni, figlia mia, ma a forza di dividere a un certo punto non restò più nulla, sai? “
    “Si nonna, continua”
    “Però fammi continuare” , dicemmo contemporaneamente.

    “ Una sera, erano tutti intorno al tavolo spoglio, dodici bocche da sfamare che guardavano l'unico grano di fava
    che apparecchiava la mensa. La ragazzina era molto magra e i suoi fratelli avevano spalle ossute di stenti.
    I genitori avevano dimenticato il suono della loro voce. In silenzio la bambina si allungò sul grano di fava
    – ti ho detto che aveva circa la tua età? Si si, all'incirca gli anni tuoi Dolce!”
    “Si nonna, e dopo? Continua”, chiedo impaziente.
    “In questo grano di fava” continuò la nonna” c'è la nostra ricchezza mamma. Io vado a cercare fortuna oltre il bosco e tornerò solo quando avrò ricavato oro da una fava.”
    La nonna sapeva raccontare bene ed io mi lasciavo trascinare dalle storie.
    Avevo sette anni quando abbandonai la casa di mia madre.
    In casa nostra il cibo non mancava mai e il bosco era molto lontano ma la mattina della mia decisione passai a casa della nonna. Volevo salutarla e sapevo che mi sarebbe mancata moltissimo.
    Aveva ancora i capelli raccolti sulla nuca e l'odore del caffè buono invadeva la casa.
    “Posso darti un bacio nonna?” domandai salendo sulla sedia di paglia.
    “ Vado a cercare il tesoro del grano di fava! ”
    Nonna rise e mi abbracciò.
    “Vai, vai a giocare Dolce e non stare via troppo a lungo.” Così presi un pezzo di pane vecchio dal tavolo, un biscotto e cinque chicchi di grano.
    “ Se con un grano di fava una bambina ha trovato fortuna per tutti, a me andrà sicuramente meglio con cinque chicchi di grano” pensai, allontanandomi saltellando.

  • 06 febbraio 2012 alle ore 18:36
    La bambina alla fontana

    Come comincia:                                                                           -Adiosu -

    E’ una bambina quella che osserva il filo trasparente morire dentro un lavandino di pietra scheggiato ai bordi ed eroso al centro, proprio dove il filo diventa goccia imbiancando di calcare i contorni dello scarico.
    La madre le ha da poco tagliato i capelli: “ per essere ordinata”, le ha detto.
    Spesso li cerca con dita avvilite, un gesto che faceva fino a due giorni prima. Addentrarsi tra ciocche, spostarle dietro la spalla, gingillarsi con i boccoli, trasportarli indietro per poi riportarli avanti.
    Così come fanno le donne dai lunghi capelli.
    La mano adesso torna indietro delusa e si ferma sul cuore che non vuole scoppiare.
    Sono due occhi grandi, neri e tristi, quelli che guardano il dorso delle mani dal colorito bruno olivastro.
    Così come sono le mani dei bambini dell’isola.
    E’ un rubinetto moribondo nel suo ultimo sussurro di vita quello che ascolta.
    Lo sguardo torna alla lacrima che scende dagli occhi di metallo.
    Nulla.
    Nessun rumore che scroscia, neppure il ticchettio della goccia.
    L’asciutto risuona nell’aria pesante.
    E' una pentola vuota quella che sua madre ha appoggiato sulla tavola. La pentola d’alluminio lucente che serve per cucinare la pasta.
    La bambina si chiama Sara ha sette anni ed è troppo piccola perché le facciano lucidare le pentole, però è abbastanza grande per andare alla fontana a prendere l'acqua, metterla in due bidoncini da cinque litri che a mala pena riesce a portare.
    Nel cortile il freddo di febbraio gela le rose e i petali resistono al peso del ghiaccio.
    Sembrano fatti di cartapesta quei fiori spuntati per magia in un mese sbagliato.
    La cosa non la riguarda poi molto. A lei interessa giocare, leggere, sognare e restare seduta a guardare la danza delle fiamme sul caminetto acceso. Forse avrebbe potuto immortalare una fiamma nella cartapesta. Una sola fiamma non poteva mostrare i movimenti del fuoco, doveva fare tante fiamme per rendere bene l'idea di quello che vedeva e lei non era abbastanza brava con la cartapesta. La maestra diceva che avrebbe imparato e sarebbe diventata brava e che poteva fare molte cose con la carta, dell'acqua e un baratolo di colla.
    La maestra  portò a scuola la carta, perché il giornale "costa", e in paese non c'è gente ricca; anche Sara è povera e non può comprare i giornali. Poveri si, ma non ignoranti, diceva  sempre sua madre, che di domenica comprava sempre due quotidiani da leggere tutti i giorni. 
    Poi, la donna li usava per incartare i carciofi e gli ortaggi che vendeva in casa; con i soldi delle verdure ci comprava la pasta, il parmigiano grattugiato fresco che comprava da zia Adelma e le sardine sotto sale che piacevano tanto al padre.  Alla famiglia di Sara non mancava nulla; in casa c'era l'olio, il vino e la farina per fare il pane. C'erano i fagioli e le patate, e d'inverno, a Natale, c'erano anche i meloni e le fragole. Mancava solamente l'acqua.
    La fontana non è lontana dalla casa di Sara, però d’inverno l’acqua gela in lastre di ghiaccio scivolose, ed il buio arriva presto.
    La cucina è una grande stanza quadrata e ha pochissimi mobili, solo un tavolo e quattro sedie al centro e sulle lunghe pareti, una dispensa di legno bianco, un lavandino di marmo posato su due muretti fatti col tufo, la macchina da cucire e il caminetto sempre acceso e una cucina a legna. La madre alza la voce  per farsi sentire, però Sara non ascolta, guarda un pochino imbambolata le due porte che danno sul cortile. Può vedere oltre il vetro le le due taniche di plastica, sa che ci sono e che dovrà andare.
    I bidoncini di plastica, così li chiamano i paesani, sono proprio dietro alla porta-finestra che a sua volta è nascosta da una lunga tenda che strascica sul pavimento a scacchiera dell’immensa cucina e che andrebbe accorciata come hanno accorciato i capelli di Sara che adesso non ci sono più; e sua madre non la pettina più, lei sbuccia patate da friggere seduta su una sedia di paglia, sfondata, che il padre non può riparare.
    Alla madre non serve più alzare la voce. Chiama Sara e la guarda sgranando gli occhi a dismisura. Uno sguardo che a Sara mette paura, quando vede quegli occhi uscire dalle orbite e fissarla, non le servono a molto le parole. Lei capisce che deve andare, che non può più rimandare e deve sbrigarsi per non essere sgridata.
    La bambina esce in cortile, ha la schiena incurvata e occhi bassi in segno di rispetto.
    Non ammira le rose ghiacciate ritte sullo stelo nudo e non gioca con il gatto; prende le taniche di plastica bianca e torna in cucina.
    I figli dei poveri guardano le madri sbucciare patate e cipolle, giocano coi pulcini gialli che pigolano al centro della cucina, vanno a prendere l’acqua alla fontana e hanno paura degli occhi sgranati che sputano le pupille. Quando la madre di Sara spalanca gli occhi e la fissa capisce che non può disubbidire. Lei è una bambina povera e come tutti i bambini poveri anche Sara va a prendere l’acqua alla fontana giù in piazza.
    L’acqua non dovrebbe mai mancare e  invece in paese  manca ogni giorno.
    A febbraio il carnevale porta il profumo delle frittelle, le risate delle maschere e il suono degli organetti. A febbraio l'acqua gela sulle strade e sui rubinetti ed entra dalle scarpe bucate che Sara non alza troppo da terra perché si vergogna di essere povera.
    Dalla strada arriva l’urlo di un venditore ambulante.
    “Fanè! Fainè! Calda che scotta, calda che brucia! Cinque lire di fainè!”
    Lei, non ha cinque lire per comprare una fetta di fainè, e a Sara piace moltissimo quella focaccia sottile fatta di farina di ceci e di acqua. E di sale. E non vuole chiedere soldi a sua madre. Il venditore ambulante cammina veloce col suo carrettino fumante e si ferma soltanto quando tutti bambini corrono fuori di casa con cinque lire in mano.
    Sara, nascosta in cantina lo immagina attraversare la via e sente l’odore dei ceci e dell’aria fredda del mese e dell'umido pieno che scende dagli occhi.
    In paese, non hanno ancora messo i lampioni, dicono che “la provincia non ha soldi” e aggiungono che “la loro è una regione abbandonata”.
    Il buio d’inverno arriva presto e i bambini quando non giocano in strada si annoiano in casa.
    Le strade sono nere e anche con la luna alta nel cielo il silenzio è un fruscio misterioso da cui fuggire.
    Qualche volta capita che a prendere l’acqua ci vada sua sorella però, da quando si vergogna dei suoi capelli corti a Sara sembra che alla fontana ci vada solo lei. La sorella ha i capelli lunghissimi e studia geografia su un grande libro. E’ un libro che guarda di nascosto quando tutti si attardano in chiacchiere intorno alla tavola ancora imbandita, quando nessuno controlla quello che fa.
    A lei il buio fa paura e la notte d'inverno arriva sempre molto prima di cena.
    Con le taniche in mano il suo sguardo speranzoso ritorna per un attimo alla fredda pietra dove l’acciaio agonizzante di un rubinetto non da cenno di voler resuscitare.
    Un momento prima era in fin di vita, stava esalando le ultime stille bagnate e se ne andava a morire tutto solo e in silenzio.
    La bambina s'inumidisce con la lingua le labbra secche ed abbassa lo sguardo sulla polvere delle scarpe che l’avrebbero portata alla fontana.
    Come un’araba fenice il filo gorgogliante della sua speranza muore sempre in ore improprie per risuscitare a suo piacimento e improvvisamente.
    Non succede mai che muoia quando Sara è a scuola, oppure quando è dalla nonna a fare i mestieri di casa. E sua madre dimentica sempre di fare la scorta nelle poche ore del mattino in cui sgorga felice da tutti i rubinetti del paese.
    I rubinetti hanno l’abitudine di brontolare spesso e annunciano il ritorno alla trasparenza dopo aver sputato sangue per alcuni minuti.
    Ora tutto è fermo e lei deve andare.
    Certo che andare a prendere l’acqua la fa sentire grande, anche se trattiene il fiato per tutto il tragitto perché non vuole rivelare la sua paura a nessuno. Non vuole che gli occhi del mondo siano puntati sui suoi. Sara abbassa lo sguardo per non incontrare le occhiate dei vicini di casa, oppure li alza in alto sul lungo nulla infinito disegnato nel cielo.
    Conta i sassi quando per terra trova i sassi; conta le nuvole quando il cielo non è tutto azzurro e liscio come un telo appena stirato.
    Oggi, non ci sono sassi e non ci sono le nuvole a darle quel poco di coraggio che le serve per affrontare la sua immaginazione; c’è solo un gran freddo che penetra le ossa delle gambe sottili che si mettono a correre.
    Correre perché tutto finisca presto.
    D’inverno l’acqua ghiaccia ai piedi della fontana e la notte arriva presto.
    Sara va alla scuola elementare del paese. Frequenta la prima A e ha una maestra che le piace. Le sue braccia magre fanno dondolare i due bidoncini vuoti così come al mattino fanno ciondolare la cartella. E può ascoltare il rumore del libro, del quaderno, della penna e della matita che si incontrano, scontrandosi, in un ritornello monotono dentro quell'assurdo contenitore, così come ascolta il movimento dell'acqua quasi fosse una nuova parabola da raccontare alla pietra.
    Sara, ha sempre un vestito che odia sotto il grembiule nero e la madre lo chiama “scamiciato scozzese” ed è proprio brutto, compreso il nome.
    Le scarpe sono sempre ingrigite dalla polvere e le ginocchia, sbucciate dalle mille cadute, le bruciano spesso assopendo il dolore dell’anima, ferita dal fuoco delle sue vergogne.
    Sara gioca sempre da sola perché non ha neppure un gioco vero con cui giocare, e quando piange lo fa lontano dagli occhi degli altri e in silenzio.
    Piange in un luogo nascosto della casa: “sa domo de su fogu” , dove nessuno entra  e Sara esce da lì solo quando le lacrime si sono asciugate.
    Quando la madre la vede in lacrime le fa sempre molte domande e lei non può fare a meno di non essere sincera.
    I bambini come Sara imparano presto a nascondere la verità.
    Da piccola raccontò a sua madre il motivo del suo pianto e lei l'aveva sgridata per la sua ingratitudine, perché “non si piange per queste sciocchezze” o "per cose che loro non possono comprare".
    Alcuni giorni dopo però, sua madre, diede un pacco di carta colorata a sua cugina. La cugina era piccola e compiva tre anni ma non c’era una festa e non c’era la torta, c’era solo una scatola con dentro una scimmia di pelo che batteva due piatti incollati alle zampe.
    Sara avrebbe voluto quel gioco per sé e per non mostrare la sua sofferenza scappò in "sa domo e su fogu" ed esplose in un pianto che non avrebbe mai dimenticato.
    Da quel giorno la mamma era diventata madre; ed era così che doveva essere.
    Sara ha un padre che torna a casa per cena e ha una madre che sbuccia patate e beve caffè con la nonna e la zia. Sara ha un piatto pieno di pasta al sugo con il quale deve soddisfare la fame della pancia e dell'anima. Possiede anche una sorella più grande con cui vorrebbe giocare, anche se tutti sanno, che le sorelle grandi giocano con le sorelle piccole solo quando le sorelle piccole diventano grandi.
    I bidoni oscillano vuoti e leggeri nella corsa fino alla fonte. In quel viaggio d’andata il volto fanciullo strozza le lacrime, conficcandole dentro il profondo degli occhi nerissimi, che spiccano lucidi sul viso rotondo.
    Ora il passo leggero di Sara si ferma davanti alla pozza ghiacciata che ha incollato nel gelo due foglie avvizzite ed un’ape deceduta nell’ultimo caldo. Vede molte altre cose che non riconosce tanto sono macerate dal tempo. Ed appoggia i bidoni ed ascolta la quiete dell’acqua. Dopo gira la leva ed il getto abbondante distrugge il silenzio. Sara vede la bocca del verde leone imprigionato al cemento e lo sente ruggire, spruzzare e schizzare, e bagnare la terra e le gambe scoperte. Con le mani allungate, Sara appoggia l’imbocco del bidone alla bocca della bestia feroce che aggredisce le scarpe con guizzi di gelo e ferisce la carne delle nude caviglie. Le scarpe di Sara lucidate dall'acqua ora appaiono nere e lucenti e se non fosse per quelle rughe ingrigite sulla pelle mangiata alle punte ed i tacchi consunti, sembrerebbero nuove. Anche la pelle dei piedi è fredda e grinzosa e scivola dentro le scarpe un po’ larghe, le quali devono durare fino al prossimo anno.
    E respira quell’aria pulita ignorando la gente che passa e che guarda curiosando il suo fare di bimba mentre un banco di nebbia le cammina proprio sopra la testa, anticipando di poco la notte che sarebbe in ogni caso arrivata.
    E le taniche piene sono pronte per terra.
    La bambina si ferma a guardare quel fico gigante che esce dal muro di tufo e che abbraccia la fontana a metà.
    Quelle braccia di legno annerito sono come fantasmi striscianti che accarezzano l’ignara fontana ora immersa in un silenzio pesante che è rimasto attaccato allo spazio, quando ha chiuso la bocca al leone.
    Cinque litri pesano tanto quando in cielo la luna si nasconde e le stelle non si sono ancora svegliate. Sara inclina i bidoni per alleggerirli almeno un pochino; versa l’acqua sulla polvere bagnata lasciando una macchia ed un rigo sottile che corre veloce in fondo alla strada. I cinque litri di paura si riducono un poco e lei non è costretta a trascinarli sul cemento adesso che ha le braccia indolenzite dal gelo. Così cammina fino a casa senza correre e neppure andando alla svelta.
    Occhi neri abbassati e schiena ricurva si fermano stanchi. Sara esprime pensieri parlando a se stessa e alle case dai muri sbriciolati, rifugio di ragni e nient’altro.
    Nessuno cammina per strada.
    L’asfalto è nero e deserto e l’aria odora di fredda oscurità e di spavento.
    “Adiosu”.
    S’interrompe l’andare a metà del cammino.
    Il saluto esce dal buio della casa sull’angolo del vicolo che deve attraversare. Un saluto dolce in cui intravede il senso poetico che i bambini, soprattutto quelli poveri, percepiscono nelle pause tra i silenzi.
    Conosce quel saluto arcaico che ormai solo i vecchi usano. Anche la vecchia è antica e Sara appoggia i suoi due cinque litri di paura dopo aver percorso cinque metri di rassegnazione sul primo gradino di pietra bianca della casa dell’Antica.
    Seduta vicino all’ingresso le fa il cenno di accomodarsi sul gradino in cui lei si mette a sedere. La pietra ghiacciata le gela le gambe e il respiro diventa leggero, a Sara sembra che il buio diventi più chiaro e anche in aria aleggi un leggero tepore.
    “Adiosu”. La bambina e la vecchia si scambiano il vecchio saluto, tanto più bello del ciao che andava tanto di moda tra i giovani e tra gli anziani che volevano apparire giovani.
    Quella vecchia viveva da sola nella casa all’angolo del vicolo nero, non aveva parenti o se li aveva Sara non lo sapeva. Per la bimba la vecchia era la sua stazione di sosta, un intermezzo tra la strada larga illuminata dalla luce che usciva dalle case ed il vicolo stretto e buio che doveva attraversare lentamente, con i bidoni pieni per la cena e la mente che poteva creare solo mostri immaginari, pronti a pasteggiare con le carni del suo corpo.
    Una sosta.
    Aveva imparato anche i numeri e adesso cercava con gli occhi  di vedere le mani rugose della vecchia per contare le piccole pieghe sottili disegnate dal tempo. La bambina e l’antica avevano molte cose in comune e lo sapevano entrambe, ambedue possedevano il dono di capire da dentro le cose che stavano fuori.
    In quel volto che sembrava inciso nel legno, in quel mento, nascosto dal nodo del fazzoletto nero, in quello sguardo attento e curioso, riponeva il fardello della sua timidezza, perché quel viso era autentico e vero e apparteneva alla sua razza, conosceva la sua lingua e conosceva molte risposte. La vecchia che passava molte ore ad osservare le persone camminare davanti alla sua casa, sapeva ascoltare senza mai commentare, senza mai giudicare.
    “Adiosu”.
    La bambina e la vecchia parlano poco pur avendo molte cose da dire.
    La vecchia accompagna il saluto con un gesto della mano che alza con un movimento leggero. A Sara sembra che dalle dita alla vecchia spunti una farfalla di luce che l'accompagnerà dentro il vicolo buio.
    La madre stava aspettando l’acqua ferma in piedi sulla soglia di casa, le strappa dalle mani le taniche e le porta in cucina dove anche la pentola aspetta.
    Il padre è seduto a tavola, la sorella legge e il fratello non è ancora arrivato.
    Le sorelle apparecchiano la tavola, riempiono le bottiglie con l'acqua fresca della fontana e la grande prende il boccione del vino da sotto il lavandino. Sara dispone il pane in un piccolo cesto e lo copre con un tovagliolo. Tutti hanno qualcosa da dire e anche lei racconta e parla di cose. I piatti aspettano la pasta fumante. L’allegria del mangiare spezza il senso di fame, momentaneamente sopito.
    Dopo cena la madre ordina a Sara d’andare a dormire.
    Sara va a letto con la pancia piena e senza pigiama.
    Le coperte pesanti scaldano i piedi ancora freddi e le favole incontrano i sogni nel riflesso dei vetri.
    Il sonno non tarda e un'attimo prima d'addormentarsi dimentica i rimproveri della mamma e i suoi occhi tornano dolci. Nella sua mente la carezza scivola sul viso, delicata e leggera.
    Ha dimenticato di spostare le ciocche dalle spalle e ha dimenticato i fantasmi congelati ai piedi della fonte.
    Non rimpiange nulla di quella felicità a brandelli pronta ad afferrare gli avanzi delle sue stelle.
    “Adiosu”
    Sussurra sottovoce alle tenebre.

  • 01 giugno 2009
    E fu un pianto di scarpe

    Come comincia: Il ragazzo la punse col coltello a serramanico e premette la lama sul fianco.
    Adesso vedeva solo gocce d’acqua e il lungo pavimento della sala.
    Da quanto tempo ormai non assaggiava il pomodoro al basilico, da quanto tempo il sugo non gli scolava addosso?
    Una goccia di rosso antico e fuori il vento forte e deciso; molto diverso dal suo attuale rantolare.
    Un tempo anche Nina era stata bambina.
    Si, era stata proprio una bella bambina. Anche i boccoli d’oro aveva quella bambina lontana.
    Riccioli che sapevano nascondere molto bene le orecchie appuntite da elfo che adesso spuntavano fuori del vecchio berretto di lana e da un buco quadrato e sfilato.
    C’era sporco di grasso sulla maglia fatta a punto rosat un dritto e un rovescio.
    Comunque sia pure lei, come tutti gli altri, in un tempo lontano aveva spento la prima candelina.
    Anche Nina gattonava come tutti i bambini e aveva una madre che la teneva per mano.
    Così come sanno fare solo le mamme.
    Nella sala - col coltello sul fianco e la goccia che cadeva dal naso - come in un tempo remoto gattonava anche Nina -
    Così come fanno i bambini prima ancora di reggersi in piedi: per andare. Il tempo era ancora intervallo.
    Nina era pura distanza irrazionale tra ciò che era allora e ciò che raccontava al mondo, quella cosa inimmaginabile che sarebbe diventata.
    Molto prima di questo coltello che le stava pungendo il seno.
    Prima che il dopo mietesse radici come grano immaturo e lei si ritrovasse ad usare sacchi a pelo di cartone e panchine: ostinatamente grigie.
    Prima che l’intelligenza abusasse dell’idiozia e contemporaneamente risuonassero dentro.
    Liberata da pensieri razionali a vagare coi piedi nudi e neri sul cemento.
    Qualche volta le capitava di dormire sulle panchine verdi di piazza d’Italia ed era come stare in un albergo a cinque stelle sotto il cielo. Un tempo aveva una madre che scioglieva le trecce col gomito alzato.
    Ora il gomito alzato di Nina nascondeva la faccia.
    La paura saliva e la goccia di rosso scendeva dal fianco.
    I ragazzi erano quattro.
    Solo uno però aveva il coltello.
    Due ragazze sulla porta guardavano curiose la scena.
    Non sapevano ancora che anche Nina una volta era stata bambina.
    Anche lei come loro.
    Dentro un sacco di nylon Nina aveva nascosto un pezzo di pane.
    E lo prende veloce e lo offre al ragazzo che ora ride piegato, lisciandosi il pelo sul cranio.
    Era lucido e nero come marmo di tomba.
    E la Nina non sapeva cosa c’era ancora da dare.
    Non aveva neppure paura.
    Anche lei ripiegava la schiena emettendo una smorfia di riso con due occhi che tradivano il vero terrore.
    Una volta sua madre le annodò il fiocco del grembiule sul fianco,
    e stringeva la carne come ora il ricordo le stringeva la mente.
    Le ragazze adesso erano tre.
    E sostavano ferme con la schiena appoggiata sul vetro
    a riflettere sullo specchio rovescio e sulla vecchia indifferenza del giorno.
    Ma non fateci caso. E’ spesso così!
    C’è sempre qualcuno che si ferma per poco ed ammazza il suo tempo dopo aver vidimato il biglietto.
    E non hanno nulla da fare.
    Possono solo aspettare che passino quei maledetti dieci minuti senza nulla da fare.
    E le ore passavano e anche i treni partivano.
    E arrivavano.
    Alcuni in ritardo e alcuni in orario.
    Anche il treno per Milano aveva un leggero ritardo; quello da Trieste era in arrivo sul secondo binario, anticipandosi di alcuni minuti.
    I ragazzi però non restavano fermi, agitavano il coltello puntato sul mento.
    Loro non avevano un treno da perdere.
    Non avevano un viaggio da fare.
    Prendevano solo la durata del tempo che restava alla Nina.
    C’era il marmo del marciapiede bagnato di pioggia di scarpa e milioni di gocce allagavano la sala d’attesa, e centinaia di persone facevano una breve sosta per guardare Nina gattonare.
    Il secondo ragazzo uscì dal gruppo e prese coraggio, strappa di mano il coltello a quello nero di cranio e lo affonda sulla schiena di Nina.
    Mentre Nina moriva ci fu un pianto di scarpe che correvano, gocciolando e allagando quel marmo.
    Ora rosa confetto.
    Le ragazze, adesso avevano fretta.
    E correvano al treno che stava arrivando.
    I ragazzi scapparono via.
    Anche loro forse presero un treno.

  • Come comincia: Dietro di noi avevamo una finestra con le sbarre. La porta dell'armadio era difettosa e bastava un filo di vento per farla sbattere. Quando guardavamo il cortile dalle sbarre, l'armadio era alle nostre spalle. E sbatteva. Sbatteva a intermittenze regolari, con la voce rotta dei cardini. E cigolava di notte dando voce ai mostri zebrati che vedevamo camminare per terra. Sapevamo benissimo che erano i rami ischeletriti del lillà che entravano dalle sbarre per dominare i nostri sogni. Quando ci sedevamo sul letto in cui dormivamo, parlavamo guardando le ombre. La percezione del buio era la distanza che ci avvicinava. Io, potevo sentire il tremore delle sue spalle. Se la guardavo vedevo solo due occhi fermi e senza paura che volevano stringermi forte. I miei, molto probabilmente, non sapevano nascondere la paura e lei mi stringeva la mano per farmi coraggio. Quell'anno, quando fiorì il lillà, il terrore si volatilizzò insieme al profumo dolce dei fiori che entrava dalla grande finestra della nostra camera.
    Eravamo più o meno consapevoli di essere sole coi nostri sogni. Spesso parlavamo dei nostri desideri e dei nostri sogni. Per Erika i desideri erano qualcosa di astratto da fare in due mentre i sogni nascevano nei pensieri e dovevamo farli da sole protette dal peso delle coperte, possibilmente di notte. Io invece sognavo di notte e anche di giorno e sognavo sola. Avevo centinaia di sogni e neanche lo straccio di un desiderio. Forse per me non c'era nessuna differenza tra sogno e desiderio. Mi capitava spesso di fare sogni deprimenti. Anche i pensieri a volte mi deprimevano. Come quella volta ad Agosto, col caldo soffocante che faceva sudare gli occhi. Avevo imparato a trattenere le lacrime tra le ciglia. Spesso le assorbivo inghiottendole intere e sparivano, dileguandosi come acqua piovana nelle crepe della terra, alcune volte si ingolfavano ristagnando per ore ai bordi dell’occhio, raramente acquisivano il vigore del fiume in piena.
    “ La prossima settimana parto, hanno deciso di mandarmi per un mese dagli zii, ci pensi?” disse Erika “Un mese al mare!”
    Le mani di Erika, si muovevano allegre accompagnando ogni parola, fremevano e tremavano all’idea di andar via per alcuni giorni. Distesa sul letto la guardavo mentre gesticolava in aria la sua felicità sentendomi inutile in quella realtà né più né meno com’era stato inutile l’ultimo sogno che non riuscivo a ricordare, e galleggiava nella mia mente attaccato come un naufrago a una tavoletta di sughero e resisteva alla burrasca dei pensieri rimanendo in superficie quel tanto che bastava per non affogare. Quella frase arrivò come un’onda maligna e il sogno annegò inabissandosi nei mari oscuri della memoria.
    Strinsi le labbra restando in silenzio. Il desiderio di Erika di allontanarsi da casa per alcuni giorni stava per realizzarsi.
    Sarebbe andata in vacanza a casa di una zia che abitava vicino al mare.
    Chi poteva dire che quello non fosse un altro sogno da dimenticare?
    Nell'armadio che cigolava c'era un profumo nuovo, di pulito. Dieci grucce nude di legno chiaro e un vestito che ballava da solo. Forse era fatto di seta, se lo sfioravo lo sentivo frusciare. Lo toccai, piano però. Non lo volevo sporcare. Quando mia sorella mi aveva dato la notizia aveva un'espressione un pochino improbabile. Forse non credeva veramente a quella promessa. Io mi accorgevo di non dire nulla. Stavo zitta. Avevo il respiro che mi ringhiava nel petto e camminavo all'indietro come i gamberi. Non capivo che fine avessero fatto gli altri vestiti. Qualche volta mi capitava di pensare che potesse essere mio quel vestito. Io avevo un vestito comodo che mi copriva abbastanza. Non era brutto e non era mio.
    Avevo i sandali nuovi comprati al mercato e non potevo metterli in casa. Andavo in giro scalza. Qualche volta mi mettevo un paio di scarpe vecchie che trovai nella cantina di nonna. Mi piacevano molto le cose che mi appartenevano. Ma non potevo dire di avere una cosa che veramente mi appartenesse. Tutte le cose che avevo erano appartenute a qualcun altro prima di me.
    Poi, arrivò il grande giorno. L'afa era ovunque. Anche il marmo stava sudando nella vena ghiacciata. Non entrava un filo d'aria e le sbarre erano nascoste dalla tenda. Il caldo pesante chiamava a gran voce un pensiero ossessivo e febbrile. Fuori c'era un sole accecante e io restai sola a guardare la curva affossata al centro del letto. Aveva messo in valigia il vestito e le scarpe eleganti comprate da “Cenerentola”. Avevo negli occhi il rosso nuovo della pelle; una striscia sottile, elegante che avvolgeva il dorso del piede di Erika. E sembrava più alta con quel tacco che l'alzava leggermente da terra.
    La valigia era vicina alla porta, tutti erano contenti e io brillavo da sola, nel buio della mia camera. Ed ascoltavo le risa che arrivavano attenuate dalla porta serrata. Dall'armadio arrivava la luce di undici grucce vuote. Lui era triste quanto me, con quella carta ingiallita sul primo ripiano. Non stava cigolando. Se ne stava zitto zitto con la sua desolazione.
    Alla fine era partita. Avevo sentito il rumore dell'auto. C'era uno strano silenzio.
    Sembrava che tutta la casa fosse diventata l'unico grande luogo di desolazione nel mondo.
    Passavo i miei giorni in questa stanza. Non volevo uscire e non volevo andare a dormire.
    Alle sette però sentii odore di carne alla griglia. Avevo fame, stavano arrostendo il maiale.
    L'odore mi stava risvegliando dal torpore.
    Mio padre venne da me e mi disse che la cena era in tavola.
    Io chiusi per un attimo gli occhi e mi strinsi abbracciandomi. Poi, assaporai il fresco del marmo coi piedi scalzi.
    Entrai con fare indifferente in cucina.
    Mia madre stava tagliando la carne e mio padre buttava acqua sul carbone.
    “Fuoco sopra il fuoco, fuoco in cielo e fuoco in terra.”
    Mia madre buttò a tavola quelle quattro parole.
    “Non sei venuta a salutare Erika.”
    Io restai in piedi e non parlai. Mi guardavo passivamente le mani rendendomi conto che avevo le unghie piene di terra. Quelle mani infangate erano come un cerotto indispensabile per tamponare il mio stato d'animo.
    Ero rassegnata alla malinconia, alla solitudine. Forse ero rassegnata anche all'indifferenza che provavano gli altri quando mi causavano dolore.
    Gli altri erano loro.
    Avevano voci impostate al comando.
    Poi, una voce mi chiese di andare a lavarmi le mani. Non distinsi di chi era la voce. Però, aveva un timbro deciso, un tono di potere.
    Non ero sempre ubbidiente. Accostai la sedia alla tavola e feci finta di non sentire. Come sempre si misero a discutere sulle cose di casa; sul fiume che era in secca da un mese, sui soldi del consorzio che non arrivavano e sull'affitto che c'era da pagare.
    Come sempre li ascoltavo.
    Ero seduta a tavola e mi accorsi di avere le braccia poggiate sopra un tavolo apparecchiato al passato.
    Volevo scrivere qualcosa.
    Mi portarono via il piatto.

  • 27 novembre 2007
    L'uomo allo specchio

    Come comincia:

    Un racconto ha sempre un inizio e per cominciare userò uno specchio.
    Riflesso di vetro molato e cornice di legno arabescato in oro.
    Ed io: l’uomo.
    Richiamo l’immagine di me e non so guardarmi dentro.
    Il fuori è la distanza che mi separa da Clarissa. Lo specchio è un torrente di luci improbabili e di silenzi. Silenzi trasparenti di memorie solitarie.
    E’ domenica. Sto intrecciando una chioma di capelli mai diventata bianca. Senza alcuna abilità cerco di domare due ciocche ribelli che coprono la fronte di Clarissa.
    Da qualche giorno ho alcuni problemi con la vista. In questa luce fioccata, ritornano gli intrecci di un destino sbiadito sui bordi di una foto mai scattata.
    C’è la luce nuda di una lampada, un letto appena rifatto alle mie spalle e questo ricordo di cui non riesco a liberarmi. Ho conservato l’uniforme nera delle Schutzstaffel che mettevo ogni mattina.
    Detenere il potere in un corpo di protezione era un grande privilegio. Oggi sono l’incarnazione assoluta di quel male afflosciato al di fuori di una divisa.
    Un male fiorito sotto un cielo plumbeo che ha lasciato la desolazione di una devastazione.
    La riesco ancora a palpare la mia Clarissa. La percepisco in mezzo a quelle voci che mi rimbombano dentro. Anche adesso. Come adesso che fuori il tempo si mette grigio sopra i ruderi e non lascia scampo nemmeno ai ratti, che, scappando, lasciano indietro un sordo brontolio di fogna. E non sanno emettere suono le urla rimaste intrappolate ai confini della mia coscienza.
    Clarissa non valeva un numero sul polso.
    Quello, lo marchiai a fuoco sulla carne del suo progenitore quando spinto dalla sete, chiese l’acqua salvifica. Lo inondai di sputi gridando : Jawohl!
    Ha bevuto il mio catarro sulla piazza mentre la solita fanfara suonava Rosamunda.
    Non credo si possa vedere qualcosa dietro lo specchio.
    La verità. Quella sì! La posso sentire ancora nel rimpianto di una donna che non è mai stata mia.
    Spesso mi capita di valutare la portata di questo rimorso senza pentimento. Anche adesso, che il mare è segnato da duri colpi di vento, mi chiedo se la via del rimorso passi necessariamente attraverso i fili spinati della nostalgia.
    Da molti anni ho consolidato la perdita di quella bellezza inestimabile.
    Clarissa era una cosa rara e come le cose preziose, non aveva prezzo.
    Niente può aiutarmi a dimenticare tutto il buio che mi striscia addosso. Il suo corpo giace spaventato dentro la mia testa.
    Ricordo come le sue lacrime asciutte sparissero sulle labbra e di come le inghiottisse sussultando.
    Sembrano le onde di un fiume intorpidito, da gocce incolonnate per cinque, che marciavano seguendo il tempo di una banda.
    Oh, se ci fosse ora una fanfara a infuocare gli ottoni su questo molo che scruta da lontano i miei tramonti annuvolati.
    Ah, Clarissa. Che bella vista ho in questa casa sul molo Pescheria.
    La riconosco questa espressione lugubre di occhi scavati che corre su un terreno infernale.
    Sei in mezzo a una foresta di tenebre che da troppo tempo mi sto tenendo dentro.
    E non mi pento di ciò che ho fatto e di cosa sono stato.
    L’ultima immagine di Clarissa si è incollata nella retina ed esce dall’occhio, invadendo ogni cosa, inghiottita dallo specchio. Riaffiora ancora alla coscienza. La percepisco viva nella carne che ancora freme sotto le mie carezze.
    E tu conosci Clarissa il tremito adagiato sui cieli tremanti degli scantinati.
    Accompagno le mani verso quel volto mostrato dallo specchio. Provo ad accarezzare gli occhi. Provo a sentire la dolcezza delle ciglia ancora morbide. Il vetro mi rimanda il ghiaccio di una mano nuda, ancora vuota. Sto toccando il nulla che ho seminato.
    Dove sei, tu che mi guardi da un posto lontano senza implorare pietà?
    I miei sensi sembrano inadeguati a carpire la figura nitida, dai contorni decisi, reale come un sogno sepolto che non vuole svanire con le luci della sera. Clarissa non conosceva ancora i segreti degli adulti. Però aveva la curiosità acerba delle adolescenti. E aveva spiato la passione degli amanti.
    “Quelle cose” , le chiamavi così, le avevi viste solo attraverso il buco della serratura. Avevi sentito i gemiti silenziosi provenire dalla camera da letto di tuo padre. Ed eri andata a guardare.
    Aveva sedici anni, quando la vidi la prima volta. Correva. Correva verso casa. E volevo farla mia.
    Volevo possedere quella donna ancora bambina, dalle gambe sottili. Per un attimo mi sfiorò con due occhi di smeraldo. In quell’istante capii che avrei fatto tutto il male possibile pur di averla.
    Tu non mi hai visto.
    La seguii con lo sguardo e la vidi entrare in casa di Eric.
    Non era ancora arrivato il tempo della stella gialla col bordo nero, grande come il palmo della mia mano, cucita sulla giacca.
    Non mi rimprovero la mia esitazione. Fu la perplessità di un attimo. Un lampo indeciso, un marciapiede e una strada da attraversare senza ulteriori incertezze.
    Lo vidi alla finestra dritto e rassegnato. L’abito, nero come il lutto e largo come la speranza.
    Gli occhi erano nascosti da lenti molto spesse. La tenda azzurra nascondeva per tre quarti il corpo alto e rinsecchito di uomo che non conosceva ancora l’orrore della segregazione.
    Lo specchio, rinviava in un lampo spezzoni di memorie altrui, sulla mia che non si era mai distratta.
    Il ricordo scivolava via insieme al rimpianto. E non era il rimorso che filtrava, dalle tende della mia nuova casa, con l’ultima luce del giorno ormai sbiadito.
    Da questa finestra Clarissa vedo partire le navi.
    C’è un piccolo traghetto sempre pronto a salpare per noi. Lo vedi l’orologio illuminato dalla luna piena? Si è fermato alle nove e dieci di un giorno qualunque.
    La mia piccola Clarissa figlia di Eric il pensatore era bottino facile, per uno come me.
    Cerco di capire l’uomo che pur di salvare se stesso mi ha consegnato Clarissa senza nessuna opposizione. La famiglia di Clarissa disponeva ancora di una casa, non era stipata nelle judenhauser, e poteva ancora muoversi liberamente. Lui commise l’errore di pensare che potesse esserci un dialogo con noi. Ingenuo come tutti i suoi simili. Non conosceva ancora il vero significato della parola sterminio. Desideravo per Eric e per la sua stirpe un cielo muto che lo annientasse. Non ho mai smesso di disprezzare quelli come lui.
    La mia volontà di distruzione era la mia forza.
    Ho rimosso alcuni fatti troppo crudeli, e mi porterò nella tomba alcune testimonianze sulle mie mostruosità.
    Avevo il potere sulla vita di ogni uomo ed io non volevo aspettare che la bambina crescesse.
    Il mio sguardo doveva vigilare. Controllare che si portassero a compimento i massacri sistematici delle unità speciali.
    Non potevo rischiare che col tempo qualcun altro ti tagliasse le trecce.
    E non volevo tenere a freno la mia impazienza.
    Bussai, inebriato dal profumo dei glicini di maggio, e mi feci consegnare Clarissa.
    Non ci fu opposizione. Solo un diniego di occhi, silenziosi, che non riuscivano a nascondere l’orrore per quell’imminente perdita. La ragazza aveva un modo di fare ineccepibile. Possedeva quella perfezione che solo la natura ci sapeva donare.
    Quanta dolcezza nei tuoi occhi puri.
    Eri il fresco della notte in una cascata di colore.
    Eri due labbra dalla forma inconfondibile di un bocciolo.
    Era il tuo un collo da sfiorare che m’inebriava la mente.
    Ero assetato di te e aspettavo di cogliere l’attimo per possederti tutta.
    Di Clarissa volevo tutto il piacere ed il terrore.
    Lei ignorava il mio scopo e non sapeva che suo padre non poteva far altro che consegnarmela.
    Non sapeva nulla della soluzione finale che avevamo stabilito. Per lei avevo già organizzato tutto. L’avrei sottoposta, in seguito, alla sterilizzazione volontaria e sarebbe rimasta in Germania con me.
    La portai nella villa sul lago Costanza dove il silenzio avrebbe coperto anche l’ultimo grido.
    Progettavo per noi un futuro a Lindau.
    Quella notte attraversammo il ponte in silenzio. La nebbia copriva ogni cosa.
    Le donai un foulard di seta e un paio di guanti di camoscio.
    Risposi gentilmente ad ogni domanda.
    Anche a te piacevano quei giochi e insieme al riso mi offrivi il pianto di due guance rosse.
    E rispondevo alle domande cercando di ammaliarla dolcemente.
    Tra noi non si era alzato il muro.
    Lei mi toglieva ogni freno ed io, immorale che impazzivo supplicando di giacere ancora alle mie bianche torture.
    E non potevo frenare la frenesia dell’eccitazione che mi assaliva.
    E non potevo frenare quella brama di discorsi tormentati, senza inizio e senza fine: sull’infinito.
    Quanto impeto per convincermi all’idea che avevi della libertà. Mi stavi ostacolando coi pensieri.
    Pensai a suo padre e all’influenza nefasta che aveva avuto sull’educazione di quella creatura quasi alata che voleva essere libera anche solo di pensare. Annuivo sforzandomi di apparire comprensivo. Non pensavo minimamente di farle capire che non poteva farmi cambiare opinione. Era troppo radicata in me l’idea e il rispetto che avevo per la mia autorità.
    Come potevo inserire quel fiore ambiguo tra le mie camelie?
    Restai sorpreso dalle sue intuizioni così come ci sorprese l’alba a parlare di cose nuove.
    Quelle cose che si parlano solo tra adulti.
    Tirai le tende sull’oscurità desertica della prima notte d’amore.
    Il buio ritorna solenne in questa camera in cui sento la presenza viva di Clarissa.
    E non basta cambiare la propria identità. Non serve a nulla cambiare nazione. Noi avevamo la melodia dei tulipani fioriti sulle sponde del lago; qui c’è solo l’odore di uova marce che arriva dal mare.
    Facevo finta di essere diverso per dominarla meglio. Accecato dal mio desiderio negavo a me stesso quello scandalo di donna collocandola oltre la mia vera identità. E non fallii.
    Presi le sue mani.
    Tremante indagai sul braccio seguendo la linea che portava fino al collo.
    Lei si lasciò trasportare dalla mia leggerezza. Dalla sua umidità intuii che non mi avrebbe rifiutato nulla.
    Non posso amarti se non ti abbandoni a me. Completamente.
    Non ci furono molte parole tra noi. Per settimane sentii tutto quello che un uomo può sentire. La gioia infinita di essere amato. Mi concedeva le labbra unendo la freschezza con l’incanto. Indugiavo sulla carne e penetravo il sesso bagnato ferendo la sua anima che ormai mi apparteneva.
    La risvegliavo dal sonno dell’orgasmo con carezze messaggere di nuovi piaceri.
    L’intero universo si fermò per settimane.
    Quella di Clarissa era solo paura eppure a me sembrava amore. Non lessi mai il terrore nei suoi occhi.
    Oh, come sapevi mentire.
    Quattro settimane lunghe quanto un attimo. Come il raggio che scheggia questo specchio.
    Hanno messo nuovi lampioni lungo tutti i marciapiedi e il lungomare di sera sembra vestito a festa.
    Forse anche a te sarebbe piaciuto il mare. E la bruma, che sale in balia della bora che si abbatte sui vetri, scrostando la nuova vernice dai bordi del legno, ritinto da poco.
    Arrivò la notizia della morte di Eric e riportai Clarissa a casa.
    Il buio scivolava lungo i muri.
    Il silenzio l’avvolgeva quel dolore che non potevo capire.
    Una lettera fu consegnata a Clarissa e lei mi chiese d’essere lasciata sola.
    Non la rividi mai più.
    Per due anni tornai ogni giorno in quella casa.
    Portammo tutti nei campi, l’evacuazione durò mezza giornata. Di Clarissa non ne rimase traccia.
    C’erano solo le case vuote a raccontare la desolazione della morte.
    Non potevo carpire il segreto della tua sparizione. Nessuno sapeva. Eri brava a sparire nel nulla.
    Passavo i miei giorni smistando donne e bambini, dividendo gli uomini dalle donne e pregando di ritrovarti in mezzo alla tua gente.
    Invece ti ritrovarono due anni dopo, nel fondo di un burrone, alle porte della città.
    Ma non credo si possa chiamare ancora città quel fantasma di mura diroccate e di patate pelate da vendere calde a chi ancora possiede un misero soldo.
    Avevi due trecce lunghe ancora intatte.
    Avevi due lettere scritte con inchiostro blu.
    In una lettera il racconto di Eric: il pensatore, l’ideologo del nuovo.
    Parlava delle torture nella casa vicina alla stazione. Non ti aveva risparmiato l’orrore delle persecuzioni, delle evacuazioni di massa e dei campi di sterminio. Di quello che avveniva nel cuore della notte, quando diventava gelida perfino la presenza di Dio.
    E non c’era un Dio da pregare in quell’oscuramento straziante che portava dritto ai lager.
    Quella notte sputai su quello che restava del corpo di Clarissa.
    Non lessi mai la seconda lettera.
    Dentro una cornice d’oro si rispecchiano i ricordi.
    Non compare in me neppure un riverbero di ripensamento o di pentimento.
    Quante volte ritrovo le tue labbra.
    Bastardo dentro. Nel profondo.
    Non dovevi chiedermi di riportarti a casa.
    Tu eri mia. Saresti ancora mia.
     


    1 luglio 2005

  • 06 agosto 2007
    Il lago di Rei

    Come comincia: Il mattino la colse così a vestirsi di cose inutili da indossare con indifferenza e calma.
    Pensieri disarmanti entrarono nei suoi luoghi segreti,senza nessun potenziale prevedibile da rivelare.
    Poter confidare all’aria le sue paure, poter spegnere la voce.
    Voleva smettere di urlare alla terra, al sole e al vento.
    Voleva confidare agli abissi i tormenti dei suoi pianti gelati.
    L’isola di Rei era un puntino solitario circondato dal mare dei silenzi.
    Il lago di Rei era una pozza d’acqua incisa e circondata di pietre sulle cui sponde giaceva la sabbia sottile del tempo trascorso nell’attesa.
    Il lago di Rei nacque dalle sue lacrime. Non c’era spazio topografico, non c’erano riduzioni in scala nelle mappe geografiche per il lago di Rei.
    Non c’erano persone ad ammirare le albe e i tramonti sul lago di Rei.
    Abiti inutili, incapaci di metterla nella condizione di decidere in libertà se lasciare quell’idea invisibile che l’attanagliava oramai da tempo.
    Camicia bianca e collo coreano manifestavano l’immagine della sua metamorfosi da montagna di roccia a lago di luce.
    Bottoni di vetro azzurro e spilla liberty luccicavano in sintonica armonia con gli occhi arrossati da braci mutanti.
    Viso spaurito da interferenze antiche. Volto innocente, ancora bello, quasi bambino.
    Pensiero.
    Semplicemente bello. Semplicemente pensiero.
    Nessuna mano a sfiorare il volto sfiorito di tenerezze indaganti.
    Dalla fronte sgorgava l’idea ritmica del passare del giorno, gli eterei secondi i frammentari minuti e l’eternità delle ore. Il ciclo del giorno suggestionava il suo moto intimo e semplicemente capiva che il suo adesso sarebbe rimasto indisturbato per molto tempo ancora. Il campanello non avrebbe suonato.il telefono non avrebbe squillato.
    Nella quiete della sua stanza c’era Nina Simona che le infilava le scarpe. Sulle strade di Rei, Charlie Parker suonava il destino delle volontà umane con un sax da bambino appeso al collo. La musica trasformava l’umore di Rei. Ogni cosa intorno diventava semplicemente cosa, ogni odore diventava semplicemente odore ed il buio diventava semplicemente buio. Lo stomaco la risvegliò dalla perfezione in cui giaceva pervasa dal senso dell’armonia. La pancia con il suo bofonchiare ristabiliva un senso con le cose concrete e razionali.
    Il ventre ricordava a Rei che era tempo di pasto.
    Mense apparecchiate in tempo su tovaglie di lino bianco.
    Pane immacolato per pasti improvvisati ad assolo.
    Per voce sola.
    Allegro ma non troppo,moderatamente andante in crescendo.
    Il mobile dalla luce sempre accesa ospitava un limone, anche lui solitario principio di muffa!
    Chiuse la porta che alloggiava il ghiaccio, un ultimo sguardo alle cose rimaste nel suo rigido mondo e poi, voltare le spalle e uscire nel mondo della luce, delle alterazioni e delle trasformazioni.
    Un leggero sorriso le mise in rilievo due rughe sottili.
    Emerse in silenzio per consegnare al lago il suo dolore di melma e come un’animale in fuga annusò l’aria.
    In cerca di preda una vittima scarnificava l’anima.
    Voleva scivolare nel limbo per tornare a vagar tra le stelle.
    Voleva scivolare nell’acqua e farsi attraversare dal freddo.
    Voleva farsi investire dalla gioia.

     


    Non mancano le albe
    in questo mondo di mattine
    in cui svegliarsi.
    Non sono prive di tramonti
    le notti nate insonni
    per assopirsi.

    Agli abiti bagnati consegnò la sua tristezza inzuppata.
    Tutto il vestito assorbì la sua voglia d’inesistenza e accolse nelle fitte maglie del tessuto l’attimo giusto per farla tornare indietro. L’universo intimo di Rei urlò la voglia di esistere condannandola ad errare nelle sue instabilità interiori.
    Una civetta sull’ultimo ramo le ricordò l’ora.
    Ora doveva tornare indietro, volgere lo sguardo in un'altra direzione. Era arrivato il momento per riprendere i passi della vita con intenti nuovi.
    Si tolse gli insignificanti abiti e nuda s’incamminò verso le luci della città.
    Dai rami del salice amico il sussurro del vento le riportò la realtà del mondo che non l’aveva ancora sconfitta.
    Non si gira nudi nel nuovo millennio.Rivestiti spudorata!

    Due fiori scarlatti
    rimasero sul lago
    a respirare vita.
    Piccoli e profumati,
    morirono presto
    dentro lo scritto rimasto.
    E Rei li guardò passare.
    a lei piaceva pensare
    di poter credere.

    Poggiò il pennello dopo aver firmato il quadro.
    La donna impressa sulla tela camminava col sorriso dipinto sulle labbra.
    Un vero e proprio processo mentale si espanse dal movimento continuo dell’idea. Nel colore nasceva e si sviluppava la costante ricerca di una dinamica liberatoria.
    Nell’astrazione di Matilde non c’era nessun errore.

  • 06 agosto 2007
    La valigia rossa

    Come comincia: Per anni sono stata custodita in una campana di vetro. Per anni tenevo stretto nel pugno della mano destra un brandello di pelle rossa.
    Mi rendo perfettamente conto che c'era qualcosa in me che all'epoca non andava bene. Vivevo in un albergo alla periferia di Pensiero, una città allungata sul mare che aveva alle spalle una catena montuosa che scendeva a picco sulla strada di Pinta.
    Eravamo in tredici nell'albergo; sette ospiti e cinque inservienti. Io ero la tredicesima e passavo la mia giornata a guardare quella massa di carne umana che alitava sui vetri della mia campana.
    Dal davanzale della finestra dove avevano scavato le fondamenta della mia sferica casetta, potevo contemplare un mondo trasparente come l'acqua mentre il tempo volava insieme al bianco che invadeva il cielo.
    Il mio occhio quadrato aveva avversione per tutto quello che riusciva a immaginare di un mondo in cui il buio era solo emanazione mentale.
    Spesso dovevo chiudere gli occhi per ricordare il colore dell'oscurità, quel colore fisico e freddo che bramavo in quei momenti di sole accecante e di labbra invadenti. Odiavo il fiato dei sette che variava di numero a seconda del periodo dell'anno. Mi consideravo comunque una donna felice. Quanta pena per quei corpi sudati. L'orrore mi prendeva solo a pensare alla puzza che poteva infiltrarsi da una crepa sul vetro. Involontariamente di tanto in tanto il mare succhiava ossessivo aspettando di prendere ancora il corpo di una vittima perfetta, ma non sempre c'erano vittime perfette da risucchiare. Nella maggioranza dei casi alla reception venivano accolte prenotazioni di persone banali che il mare risputava a riva e fu una di queste che raccolse un martello e colpì duramente la campana che mi aveva custodita da anni.
    Non potete neppure immaginare cosa avvenne quando assaggiai il sale che si diffondeva nell'aria.
    Mi librai nella mente e scappai. Sembravo una nuvola. Sembravo un soffio di vento. Mi fermai sulla strada allungata del non senso. Vidi un'insegna annerita dal fumo e lessi : Valigeria Ricordi. Scesi in picchiata e atterrai in un pugno di sabbia. La mia mano destra finalmente si aprì e potei osservare quel grumo di pelle.
    Sapevo benissimo cosa dovevo fare. Entrai per comprare due valigie.
    Il commesso mi squadrò dalla testa ai piedi quando chiesi una valigia di morbida pelle rossa. Sulla forma potevo accordarmi ma non volli sentire ragioni sul colore e sul materiale. Seppi così che la pelle era stata abolita e anche il rosso era un colore proibito. Mi diressi veloce verso una porta in fondo al negozio e l'aprii con violenza. Riconobbi tutte le mie valigie. Erano lì da troppo tempo. Quante lacrime persi quel giorno. No, non ero più una donna felice. Presi il mio bagaglio e volai fino alla stazione. Il primo che incontrai aveva occhi di fiamma e non mi parve il caso di lasciarlo vagare tra un vagone e l'altro. Così lo sistemai per bene dentro la più piccola e l'abbandonai sul marciapiede.
    Ora sono qui che guardo dall'alto tutto quello che succede. Non so bene da dove sia spuntata fuori la falce che ho al braccio sinistro e non so chi mi ha messo addosso quest'abito lungo e nero. So che nessuno mi ha sostituito in tutti questi anni e ho tanto lavoro da sbrigare. Devo raccogliere le mie forze e le mie valigie. So molto bene che il vuoto non sentirà la mia mancanza. Ero tornata ad essere come una farfalla immortale che vola di fiore in fiore, sempre a caccia di pollini nuovi. Spero solo di non incontrare di nuovo quel bambino che mi catturò e mi tenne prigioniera in una campana di vetro. Ora mi trovo sulla strada di Pinta, loro mi stanno aspettando e non basteranno queste valigie.
    Farò due viaggi.

  • 01 febbraio 2007
    La strada

    Come comincia: Sto esitando.
    Le tue sono narici fumanti e non c’è fremito in questa mano che di sghimbescio si nasconde nella giacca.
    Anche tu sei storto e contorto, penso.
    Accarezzo un copriletto che ha perso i fiori o forse si sono dimenticati di stampare il pile.
    Oppure sono solo le pile della radio che si stanno scaricando, mentre la voce scarica l’eterna ammonizione di panico.
    Sei contorto e semini paura e informazione tartassante: ma non mi freghi.
    Le tue mani stanno accarezzando l’ombra di una vita mai vissuta.
    La tua voce sta sfiorando il tempo che si muove dentro un controcanto.
    Due caffè farebbero al caso mio!
    Nero, fumante e caliente; possibilmente da seduta.
    Dalla tua bocca il fumo esce scuro, ma non vedo sigarette tra le dita.
    Ora la mano è serrata e sono alla finestra a immaginare la strada piena di milizia.
    Chissà se qualcuno ricorda l’odore del coprifuoco, la paura del crimine, e la polvere sulla scarpa di una città che non conosco.
    La strada è grigia e non ha pensieri, non mi vede e non ha voglia di entrare nei miei occhi.
    La strada esiste perché la vedo. La polvere c’è perché io la invento.
    La miseria ha il profumo della morte e non esce mai di casa.
    Lei esiste e non ha bisogno di uscire dalla penna per essere reale.
    A chi giova la miseria lo sappiamo. Lo abbiamo sempre saputo.
    La sabbia è alta per il collo dell’uomo moderno. Homo sapiens praticamente cretino.
    La miseria ha il colore dei soldi prestati a usura.
    La miseria ha la pancia gonfia d’aria e i denti neri.
    Oggi stai esitando.
    Hai sempre avuto paura del dentista: duemila euro per dieci otturazioni e i denti restano marci chè l’interesse ha un tasso alto persino per restare vivi.
    La miseria ha ossa sottili e occhi scuri dilatati dalla fame e chiusi dal fango.
    La miseria ha un vestito nero da sera e smeraldi al pollice della mano destra.
    Anche la sinistra oggi ha un diamante sull’indice della mano.
    La miseria è ciò che resta in silenzio sulla tua massa scura che mi appare da lontano.
    Stai delirando.
    La tua bocca ha parole fatte di legno di frassino e scarpe di cemento e un cappotto nuovo, e non posso coprire la vergogna con un telo sottile come un velo che non lascia in trasparenza manco la compassione.
    Hai la testa rivestita di panno ed io ascolto il notiziario della sera.
    Sto guardando gli occhi del potere, sto leggendo labbra bugiarde.
    Non sto calpestando una grande merda eppure sento un tanfo e uno schifo che sale dalle latrine umane.
    Sto guardando perplessa l’ennesimo dramma artificialmente artificioso, e penso che non c’è nulla di nuovo in questo giardino delle rette parole.
    Sto ascoltando la giustificazione del tempio, la motivazione dello stato, l’abnegazione di un torrente in piena e vedo la generosità altruistica nata nel fango di chi sa sguazzare.
    Stai tergiversando sulle tue carenze.
    Stai decidendo per chi non ha mai avuto strumenti per stabilire e fronteggiare la paura.
    Io ti guardo e mi rigiro e sciolgo lo zucchero dentro l’amaro traducendo l’alba sulle dita di una mano e pago con moneta corrente ciò che senza prezzo resta e senza speranza.
    Tu che sei solo stato. Un semplice sostantivo che non sa sostenere nulla.
    Sei un modo di essere. Condizione e classe sociale. Status e categoria. Professione e grado. Impero, repubblica o monarchia. Amministrazione e burocrazia.
    Apparato militare.
    Ipocrisia.
    Sto esitando, sto delirando.
    Sto passeggiando in quartieri che hanno altri nomi.
    Sto passeggiando con la pupilla annerita dal fumo e dal mare che s’incendia lontano.
    Ma non ci sono solo i soli a tramontare.
    Forse uscirà ancora una lacrima dalla congiuntiva del mio occhio e vedrò chiaramente aprirsi la tua cataratta.

     

  • 01 febbraio 2007
    Adele e la rondine

    Come comincia:

    Adele chiese alla rondine:
    Insegnami
    a correre a briglia sciolta sul vento
    e ad ascoltare
    il suono del germoglio che spunta sul ramo.
    Insegnami
    ad infrangere le scogliere e a cavalcare la marea.

     

    - La rondine rispose –
    Ero d’indole nomade
    e sulle strade ho incontrato molti fili
    su cui riposare
    Ho visto come muta l’orizzonte.
    Non ho mai imparato a posare le zampe sulla terra.
    Eppure ho fatto migliaia di tentativi.
    Centinaia di esercizi.
    Poi
    mi sono arresa alla mia natura vagabonda
    e ho ripreso
    a contemplare, esplorando lo spazio.

     

    - Adele chiese ancora alla rondine –
    Insegnami
    ad arrendermi alla realtà.
    Puoi dirmi
    come posso fare a sfidare il soffio
    che ondeggia in silenzio eppure fischia e ruggisce
    e spinge
    affondando ali di colore?

     

    - La rondine lisciandosi il mantello: sospira –
    Non credo di sapere nulla.
    Io aspetto il passaggio degli uomini.
    Osservo la loro fierezza.
    guardo il genere umano
    e vedo come si sentono il centro assoluto dell’universo.
    Tanto tempo fa
    però
    conobbi un uomo diverso.
    Lui
    stava seduto sulla riva del mare.
    Disegnava farfalle.
    Ed uccelli.
    Dicono che fosse un creatore di sogni.
    Anche lui migrava con le rondini.
    Attraversava
    ogni giorno il suo destino incrociando
    il nostro.
    Fu l’unico credo che non si arrese
    mai alla realtà
    di possedere due gambe su cui camminare
    e nemmeno un’ala matta per volare
    all’interno di un sogno.
    - La rondine strinse il maestrale e volò via –
    - Adele chinò la testa –.

     

    Pensava alla possibilità di entrare a far parte di quel mondo d’ombre ancora da esplorare.

     

    Viaggiatrice
    sul vento volato via tra aperture di nubi
    dove il cielo
    diventa plumbeo e aspetta che le foglie
    imparino a suonare un filo d’erba.

  • 31 maggio 2006
    Sogni di fango

    Come comincia: Spesso la nebbia ci lascia addosso l'odore del crepuscolo eterno.
    Oggi mi sono coricata di fianco mentre il temporale stava trapassando la casa e rimbombava sulla “tomba” delle scale. Stava precipitando sopra il tetto.
    Stava allagando il lucernario.
    Stava martellando la lamiera dell'auto in sosta.
    Stava scorrendo sui cunicoli trascinandosi il rumore dei sassi.
    Rotolava in silenzio la grande massa della goccia.
    L'idrogeno aveva scisso l'ultima molecola di un ossigenato mattino.
    La ruggine la sento nelle ossa.
    Il braccio ora si allunga verso il comodino.
    La mano cerca una sigaretta e al buio tasta, palpa, massaggia, sposta, accarezza, spinge, intuisce.
    Lo sguardo delle dita afferra un rettangolo molliccio, duro.
    Il corpo è ancora abbandonato. Giace sul fianco. Rumore di sigarette cadute.
    La donna/io ora veste un abito elegante, quasi ecclesiastico. Il passo fa strada al polpaccio.
    Il tacco segue il ticchettio del cuore spillato da spine di rovo.
    Assenza, presenza.
    Il gesso sta tracciando parole incompiute e formula paradossi sulla lavagna d'ardesia.
    Un nuovo mutismo sta trasfigurando l'aria.
    Vorrebbe sparire, eclissarsi tra la folla come un corpo celeste che tende a scurirsi in pieno giorno.
    Non è pianeta.
    Non è satellite.
    Non è normale che nevichi in questa stagione.
    La donna/io ora gira l'angolo ed evita il danno dell'inquinamento atmosferico strozzandosi il labbro col foulard zuppo di santa pazienza.
    Erano in tanti a camminarle a fianco, eccetto me che guardavo da lontano.
    Ecco, ora lascio cadere un biglietto scaduto con un tonfo. Un eco di carta ora risuona nell'aria.
    Ora la donna/io vorrebbe un caffè.
    Indecisa se entrare o aspettare di arrivare in un bar più decente, annusa l'aria.
    I semi di caffè sono piccoli chicchi profumati d'amaro.
    Caffè macchiato, caffellatte, caffè corretto, cappuccino.
    cappuccino all'italiana, latte macchiato, latte gocciato, caffè macchiato, caffè gocciato: che palle!
    Il ticchettio del cuore segue il tacco a spillo, la gonna resta sulla porta ed io mi carico le narici di odore di varechina. Stanno lavando le coscienze di tutti immacolando le lapidi dell'innocenza.
    Questo vicolo porta in una zona depressa della città.
    La donna/io è depressa dentro l'abito elegante.
    Anche la borsa della donna/io ora conosce la depressione monetaria del cambio iniquo.
    Deprimente la saracinesca abbassata dell'ultimo fallimento.
    Si butta in un cinema.
    La donna piovosa stringe lo sguardo asciutto. Che cavolo di titolo gli hanno dato? Prima proiezione nazionale assoluta alle dieci del mattino. La folla spinge avanti in cerca di biglietti, paradossalmente mi trascinano davanti alla cassiera che non ha tolto la cispa dall'occhio.
    Alla cassa arriva velocemente nonostante la lunga coda.
    Al mattino voleva solo una proroga e invece ha ricevuto l'ennesima delega.
    Nessuna deroga era possibile ed ora la donna/io camminava alla deriva con stile fondamentalmente descrittivo sul pavimento di un cinematografo, fotografando il mutismo dello schermo. Oggettivamente del film non le importava molto alla donna/io che, voleva solo ammazzare le ore.
    La donna/io fa passare ottantanove minuti su una poltroncina, ultima fila rossa, cinema multisala, schermo medio/grande, audio DTS-DOLBY DIGITAL,posti a sedere 200, intero sei euro e settanta.
    Tessera quarantacinque euro per dieci spettacoli.
    La donna/io sembra distratta e non ascolta.
    Esce dal cinema.
    Con gesto indelebile accarezza un cucciolo fermo davanti alla porta.
    Non vuole affrontare di nuovo tutta la fatica del lento cammino.
    Il cane la segue, anche lui solitario disegno, intirizzito abbozzo di strada.
    Vede una donna pulire il culo di un cane e vomita schifo sociale.
    L'umidità cresce.
    La donna/io accosta l'orecchio alla sorda parete.
    Attraversa la strada, esce dal vicolo e fugge fino a casa.
    Non pronuncia parola e non c'è consolazione di specchi.
    L'amore rimandato aspetta dentro due ciabatte.
    Prende le ciabatte e l'ascensore e non proferisce verbo.
    Non per versare sangue, o per sporcare linde piastrelle.
    Lascia le ciabatte sulle scale.
    La donna/io compie il volo sfracellandosi in cortile.
    Schizzi impressionisti ovunque sul cemento surrealista esistenziale.
    Io raccolgo l'ultimo sorriso prima che c'imbavaglino di nuovo.
    Sulla tomba delle scale si distillano molti passi a ritmo piuttosto lento, poi sempre più veloce dentro un volo che mantiene vivo il nostro limite. Allegro ma non troppo, lentamente andante.
    La donna/io sfida ogni equilibrio ed elimina definitivamente ogni riferimento ambiguo.
    Scopre la verità della legge gravitazionale e tocca con ali invisibili la nuda reliquia di una nuvola danzante.
    La morte accidentale passeggia tra le note e cerca l'eterna consolazione rimandata.
    Con un urlo raggiunge il pavimento. L'avvoltoio notturno ha rivelato due ali di fango. Una penna traccerà l'ultima visione.
    La puzza dell'urina sale fino al soffitto, tolgo il pigiama bagnato. Ho solo bisogno di un bagno caldo.

  • 08 maggio 2006
    Fiore di pietra

    Come comincia: Camminava.

    Ai bordi del sentiero le due file di cipressi incolonnati sbarravano il passo ai raggi.

    Sui sassi le ombre della sera proteggevano i viandanti dalla calura del mezzogiorno afoso.

    La vecchia calpestava la polvere e la pietra.

    Sembrava che quel giorno fosse nato casualmente.

    Incidentalmente si era alzata molto presto.

    Aveva visto le ultime stelle sfidare l’orizzonte mentre si colmava gli occhi dei colori dell’alba.

    Voleva allontanarsi dalle sue pareti per annusare l’alitare del vento.

    “Ci fosse stato almeno un soffio” .

    “Poter fuggire alle torri imponenti dell’ipocrisia”

    “Abbandonare quell’anima, inabissata, nell’inferno quotidiano”.


    I cipressi sembravano tante guardie allineate e si assottigliavano fino a sparire quando la vista abbandonava gli occhi.

    Quella marcia solitaria s’interruppe solo quando lasciò l’ultimo cipresso alle sue spalle.

    Si trattenne ad ammirare la carezza di un raggio sulla roccia che andava a morire dentro una crepa triangolare disegnata sul granito.

    Le alte pareti rocciose s’incurvarono piegandosi al passaggio dell’anziana signora.

    Il liscio granito s’innalzava penetrando nell’azzurro, sino a toccare il cielo e carpiva la luce imprigionandola, nel grigiore del macigno.

    Il rumore dell’acqua s’insinuò dolcemente nella mente, mentre il concreto, del piede bagnato, la liberò dal pathos in cui era scivolata.

    Il ritmo del cuore incalzava il battito e nel delirio della sua impotenza l’apparizione dell’edera, arrampicata alla pietra, le ricordò che aveva sempre vissuto come un albero che non si sfoglia mai.

    Non aveva pensato alla rosa appassita né alla primula sfiorita.

    Non aveva pensato che ogni fiore cede la sua intensità per ore, per poi morire nel marcio dell’acqua stagnante del vetro.

     


    Aveva visto l’età della felce preistorica dalle corna di cervo, immutabile nella sua immortalità.

    Aveva vissuto ignorando l’esistenza dell’avanzar del tempo.

    Ai suoi piedi scorreva l’acqua, inesauribile. Un ruscello scaturito da un’invisibile sorgente che correva, serpeggiando tra i sassi, inghiottendo la polvere, le foglie e quant’altro. Non sapeva.

    L’urlo si perse scheggiando l’aria muta.

    Il fiume le restituì l’immagine del volto appassito.

    La bocca, tremante d’ira si contorse in una smorfia.

    Assenza di linfa.

    Tempo passato e volto meno bello.

    Labbra grinzose, passo stanco e mani increspate.

    L’acqua riportava l’immagine in rovina trascinando nella follia delle piccole onde ciò che di lei restava.

    Poi, ogni cosa un miraggio.

    Le ninfee catturarono l’occhio, le viole accentuarono il desiderio di trattenersi ancora a riposare sul letto di quel fiume eterno.

    - Lei così vecchia –

    - Lui così fluido e sinuoso benché assopito.

    La vecchia si sdraiò sopra la sponda; gli occhi aperti sul soffitto del cielo e i piedi immersi nell’umidità del limo.

    Cullata dalla dolcezza dell’aria e dal silenzio del giorno ormai inoltrato s’avviò in un sogno mai pensato.

    Rifletteva i suoi pensieri dentro lo spazio azzurro e infinito, meditando sulla sorte, sulla bellezza ormai svanita e sull’assurdità della vita che l’aveva portata a riposare sopra un letto di pietra con il corpo indurito dall’artrite.

    Non sapeva da dove arrivava il valzer di Chopin

    Il silenzio cantava note e fondeva il brusio solitario dell’acqua.

    Ferma nell’illusione dell’istante, per un attimo rifiorì la sua bellezza senza tempo.