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Autore

Raffaela Ruju

in archivio dal 03 mag 2006

28 febbraio 1960, Tissi (SS) - Italia

01 giugno 2009

E fu un pianto di scarpe

Intro: Spesso ce lo dimentichiamo quando guardiamo le persone, ma anche loro, come noi, un tempo erano bimbi. Come lo era Nina. Una barbona nella sala d'attesa di una stazione che diverrà la sua dimora per sempre. Una storia triste di una violenza che allaga la nostra società sempre più impassibile.

Il racconto

Il ragazzo la punse col coltello a serramanico e premette la lama sul fianco.
Adesso vedeva solo gocce d’acqua e il lungo pavimento della sala.
Da quanto tempo ormai non assaggiava il pomodoro al basilico, da quanto tempo il sugo non gli scolava addosso?
Una goccia di rosso antico e fuori il vento forte e deciso; molto diverso dal suo attuale rantolare.
Un tempo anche Nina era stata bambina.
Si, era stata proprio una bella bambina. Anche i boccoli d’oro aveva quella bambina lontana.
Riccioli che sapevano nascondere molto bene le orecchie appuntite da elfo che adesso spuntavano fuori del vecchio berretto di lana e da un buco quadrato e sfilato.
C’era sporco di grasso sulla maglia fatta a punto rosat un dritto e un rovescio.
Comunque sia pure lei, come tutti gli altri, in un tempo lontano aveva spento la prima candelina.
Anche Nina gattonava come tutti i bambini e aveva una madre che la teneva per mano.
Così come sanno fare solo le mamme.
Nella sala - col coltello sul fianco e la goccia che cadeva dal naso - come in un tempo remoto gattonava anche Nina -
Così come fanno i bambini prima ancora di reggersi in piedi: per andare. Il tempo era ancora intervallo.
Nina era pura distanza irrazionale tra ciò che era allora e ciò che raccontava al mondo, quella cosa inimmaginabile che sarebbe diventata.
Molto prima di questo coltello che le stava pungendo il seno.
Prima che il dopo mietesse radici come grano immaturo e lei si ritrovasse ad usare sacchi a pelo di cartone e panchine: ostinatamente grigie.
Prima che l’intelligenza abusasse dell’idiozia e contemporaneamente risuonassero dentro.
Liberata da pensieri razionali a vagare coi piedi nudi e neri sul cemento.
Qualche volta le capitava di dormire sulle panchine verdi di piazza d’Italia ed era come stare in un albergo a cinque stelle sotto il cielo. Un tempo aveva una madre che scioglieva le trecce col gomito alzato.
Ora il gomito alzato di Nina nascondeva la faccia.
La paura saliva e la goccia di rosso scendeva dal fianco.
I ragazzi erano quattro.
Solo uno però aveva il coltello.
Due ragazze sulla porta guardavano curiose la scena.
Non sapevano ancora che anche Nina una volta era stata bambina.
Anche lei come loro.
Dentro un sacco di nylon Nina aveva nascosto un pezzo di pane.
E lo prende veloce e lo offre al ragazzo che ora ride piegato, lisciandosi il pelo sul cranio.
Era lucido e nero come marmo di tomba.
E la Nina non sapeva cosa c’era ancora da dare.
Non aveva neppure paura.
Anche lei ripiegava la schiena emettendo una smorfia di riso con due occhi che tradivano il vero terrore.
Una volta sua madre le annodò il fiocco del grembiule sul fianco,
e stringeva la carne come ora il ricordo le stringeva la mente.
Le ragazze adesso erano tre.
E sostavano ferme con la schiena appoggiata sul vetro
a riflettere sullo specchio rovescio e sulla vecchia indifferenza del giorno.
Ma non fateci caso. E’ spesso così!
C’è sempre qualcuno che si ferma per poco ed ammazza il suo tempo dopo aver vidimato il biglietto.
E non hanno nulla da fare.
Possono solo aspettare che passino quei maledetti dieci minuti senza nulla da fare.
E le ore passavano e anche i treni partivano.
E arrivavano.
Alcuni in ritardo e alcuni in orario.
Anche il treno per Milano aveva un leggero ritardo; quello da Trieste era in arrivo sul secondo binario, anticipandosi di alcuni minuti.
I ragazzi però non restavano fermi, agitavano il coltello puntato sul mento.
Loro non avevano un treno da perdere.
Non avevano un viaggio da fare.
Prendevano solo la durata del tempo che restava alla Nina.
C’era il marmo del marciapiede bagnato di pioggia di scarpa e milioni di gocce allagavano la sala d’attesa, e centinaia di persone facevano una breve sosta per guardare Nina gattonare.
Il secondo ragazzo uscì dal gruppo e prese coraggio, strappa di mano il coltello a quello nero di cranio e lo affonda sulla schiena di Nina.
Mentre Nina moriva ci fu un pianto di scarpe che correvano, gocciolando e allagando quel marmo.
Ora rosa confetto.
Le ragazze, adesso avevano fretta.
E correvano al treno che stava arrivando.
I ragazzi scapparono via.
Anche loro forse presero un treno.

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