username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Raffaela Ruju

in archivio dal 03 mag 2006

28 febbraio 1960, Tissi (SS) - Italia

27 novembre 2007

L'uomo allo specchio

Intro: Dietro la poesia di questo bellissimo racconto si nasconde una realtà cruda e raccapricciante fatta di personaggi complessi come un soldato nazista, una giovane e bellissima ragazza di sedici anni, e il suo povero padre ebreo. Amore e pazzia mescolati insieme per creare un piccolo capolavoro.

Il racconto

Un racconto ha sempre un inizio e per cominciare userò uno specchio.
Riflesso di vetro molato e cornice di legno arabescato in oro.
Ed io: l’uomo.
Richiamo l’immagine di me e non so guardarmi dentro.
Il fuori è la distanza che mi separa da Clarissa. Lo specchio è un torrente di luci improbabili e di silenzi. Silenzi trasparenti di memorie solitarie.
E’ domenica. Sto intrecciando una chioma di capelli mai diventata bianca. Senza alcuna abilità cerco di domare due ciocche ribelli che coprono la fronte di Clarissa.
Da qualche giorno ho alcuni problemi con la vista. In questa luce fioccata, ritornano gli intrecci di un destino sbiadito sui bordi di una foto mai scattata.
C’è la luce nuda di una lampada, un letto appena rifatto alle mie spalle e questo ricordo di cui non riesco a liberarmi. Ho conservato l’uniforme nera delle Schutzstaffel che mettevo ogni mattina.
Detenere il potere in un corpo di protezione era un grande privilegio. Oggi sono l’incarnazione assoluta di quel male afflosciato al di fuori di una divisa.
Un male fiorito sotto un cielo plumbeo che ha lasciato la desolazione di una devastazione.
La riesco ancora a palpare la mia Clarissa. La percepisco in mezzo a quelle voci che mi rimbombano dentro. Anche adesso. Come adesso che fuori il tempo si mette grigio sopra i ruderi e non lascia scampo nemmeno ai ratti, che, scappando, lasciano indietro un sordo brontolio di fogna. E non sanno emettere suono le urla rimaste intrappolate ai confini della mia coscienza.
Clarissa non valeva un numero sul polso.
Quello, lo marchiai a fuoco sulla carne del suo progenitore quando spinto dalla sete, chiese l’acqua salvifica. Lo inondai di sputi gridando : Jawohl!
Ha bevuto il mio catarro sulla piazza mentre la solita fanfara suonava Rosamunda.
Non credo si possa vedere qualcosa dietro lo specchio.
La verità. Quella sì! La posso sentire ancora nel rimpianto di una donna che non è mai stata mia.
Spesso mi capita di valutare la portata di questo rimorso senza pentimento. Anche adesso, che il mare è segnato da duri colpi di vento, mi chiedo se la via del rimorso passi necessariamente attraverso i fili spinati della nostalgia.
Da molti anni ho consolidato la perdita di quella bellezza inestimabile.
Clarissa era una cosa rara e come le cose preziose, non aveva prezzo.
Niente può aiutarmi a dimenticare tutto il buio che mi striscia addosso. Il suo corpo giace spaventato dentro la mia testa.
Ricordo come le sue lacrime asciutte sparissero sulle labbra e di come le inghiottisse sussultando.
Sembrano le onde di un fiume intorpidito, da gocce incolonnate per cinque, che marciavano seguendo il tempo di una banda.
Oh, se ci fosse ora una fanfara a infuocare gli ottoni su questo molo che scruta da lontano i miei tramonti annuvolati.
Ah, Clarissa. Che bella vista ho in questa casa sul molo Pescheria.
La riconosco questa espressione lugubre di occhi scavati che corre su un terreno infernale.
Sei in mezzo a una foresta di tenebre che da troppo tempo mi sto tenendo dentro.
E non mi pento di ciò che ho fatto e di cosa sono stato.
L’ultima immagine di Clarissa si è incollata nella retina ed esce dall’occhio, invadendo ogni cosa, inghiottita dallo specchio. Riaffiora ancora alla coscienza. La percepisco viva nella carne che ancora freme sotto le mie carezze.
E tu conosci Clarissa il tremito adagiato sui cieli tremanti degli scantinati.
Accompagno le mani verso quel volto mostrato dallo specchio. Provo ad accarezzare gli occhi. Provo a sentire la dolcezza delle ciglia ancora morbide. Il vetro mi rimanda il ghiaccio di una mano nuda, ancora vuota. Sto toccando il nulla che ho seminato.
Dove sei, tu che mi guardi da un posto lontano senza implorare pietà?
I miei sensi sembrano inadeguati a carpire la figura nitida, dai contorni decisi, reale come un sogno sepolto che non vuole svanire con le luci della sera. Clarissa non conosceva ancora i segreti degli adulti. Però aveva la curiosità acerba delle adolescenti. E aveva spiato la passione degli amanti.
“Quelle cose” , le chiamavi così, le avevi viste solo attraverso il buco della serratura. Avevi sentito i gemiti silenziosi provenire dalla camera da letto di tuo padre. Ed eri andata a guardare.
Aveva sedici anni, quando la vidi la prima volta. Correva. Correva verso casa. E volevo farla mia.
Volevo possedere quella donna ancora bambina, dalle gambe sottili. Per un attimo mi sfiorò con due occhi di smeraldo. In quell’istante capii che avrei fatto tutto il male possibile pur di averla.
Tu non mi hai visto.
La seguii con lo sguardo e la vidi entrare in casa di Eric.
Non era ancora arrivato il tempo della stella gialla col bordo nero, grande come il palmo della mia mano, cucita sulla giacca.
Non mi rimprovero la mia esitazione. Fu la perplessità di un attimo. Un lampo indeciso, un marciapiede e una strada da attraversare senza ulteriori incertezze.
Lo vidi alla finestra dritto e rassegnato. L’abito, nero come il lutto e largo come la speranza.
Gli occhi erano nascosti da lenti molto spesse. La tenda azzurra nascondeva per tre quarti il corpo alto e rinsecchito di uomo che non conosceva ancora l’orrore della segregazione.
Lo specchio, rinviava in un lampo spezzoni di memorie altrui, sulla mia che non si era mai distratta.
Il ricordo scivolava via insieme al rimpianto. E non era il rimorso che filtrava, dalle tende della mia nuova casa, con l’ultima luce del giorno ormai sbiadito.
Da questa finestra Clarissa vedo partire le navi.
C’è un piccolo traghetto sempre pronto a salpare per noi. Lo vedi l’orologio illuminato dalla luna piena? Si è fermato alle nove e dieci di un giorno qualunque.
La mia piccola Clarissa figlia di Eric il pensatore era bottino facile, per uno come me.
Cerco di capire l’uomo che pur di salvare se stesso mi ha consegnato Clarissa senza nessuna opposizione. La famiglia di Clarissa disponeva ancora di una casa, non era stipata nelle judenhauser, e poteva ancora muoversi liberamente. Lui commise l’errore di pensare che potesse esserci un dialogo con noi. Ingenuo come tutti i suoi simili. Non conosceva ancora il vero significato della parola sterminio. Desideravo per Eric e per la sua stirpe un cielo muto che lo annientasse. Non ho mai smesso di disprezzare quelli come lui.
La mia volontà di distruzione era la mia forza.
Ho rimosso alcuni fatti troppo crudeli, e mi porterò nella tomba alcune testimonianze sulle mie mostruosità.
Avevo il potere sulla vita di ogni uomo ed io non volevo aspettare che la bambina crescesse.
Il mio sguardo doveva vigilare. Controllare che si portassero a compimento i massacri sistematici delle unità speciali.
Non potevo rischiare che col tempo qualcun altro ti tagliasse le trecce.
E non volevo tenere a freno la mia impazienza.
Bussai, inebriato dal profumo dei glicini di maggio, e mi feci consegnare Clarissa.
Non ci fu opposizione. Solo un diniego di occhi, silenziosi, che non riuscivano a nascondere l’orrore per quell’imminente perdita. La ragazza aveva un modo di fare ineccepibile. Possedeva quella perfezione che solo la natura ci sapeva donare.
Quanta dolcezza nei tuoi occhi puri.
Eri il fresco della notte in una cascata di colore.
Eri due labbra dalla forma inconfondibile di un bocciolo.
Era il tuo un collo da sfiorare che m’inebriava la mente.
Ero assetato di te e aspettavo di cogliere l’attimo per possederti tutta.
Di Clarissa volevo tutto il piacere ed il terrore.
Lei ignorava il mio scopo e non sapeva che suo padre non poteva far altro che consegnarmela.
Non sapeva nulla della soluzione finale che avevamo stabilito. Per lei avevo già organizzato tutto. L’avrei sottoposta, in seguito, alla sterilizzazione volontaria e sarebbe rimasta in Germania con me.
La portai nella villa sul lago Costanza dove il silenzio avrebbe coperto anche l’ultimo grido.
Progettavo per noi un futuro a Lindau.
Quella notte attraversammo il ponte in silenzio. La nebbia copriva ogni cosa.
Le donai un foulard di seta e un paio di guanti di camoscio.
Risposi gentilmente ad ogni domanda.
Anche a te piacevano quei giochi e insieme al riso mi offrivi il pianto di due guance rosse.
E rispondevo alle domande cercando di ammaliarla dolcemente.
Tra noi non si era alzato il muro.
Lei mi toglieva ogni freno ed io, immorale che impazzivo supplicando di giacere ancora alle mie bianche torture.
E non potevo frenare la frenesia dell’eccitazione che mi assaliva.
E non potevo frenare quella brama di discorsi tormentati, senza inizio e senza fine: sull’infinito.
Quanto impeto per convincermi all’idea che avevi della libertà. Mi stavi ostacolando coi pensieri.
Pensai a suo padre e all’influenza nefasta che aveva avuto sull’educazione di quella creatura quasi alata che voleva essere libera anche solo di pensare. Annuivo sforzandomi di apparire comprensivo. Non pensavo minimamente di farle capire che non poteva farmi cambiare opinione. Era troppo radicata in me l’idea e il rispetto che avevo per la mia autorità.
Come potevo inserire quel fiore ambiguo tra le mie camelie?
Restai sorpreso dalle sue intuizioni così come ci sorprese l’alba a parlare di cose nuove.
Quelle cose che si parlano solo tra adulti.
Tirai le tende sull’oscurità desertica della prima notte d’amore.
Il buio ritorna solenne in questa camera in cui sento la presenza viva di Clarissa.
E non basta cambiare la propria identità. Non serve a nulla cambiare nazione. Noi avevamo la melodia dei tulipani fioriti sulle sponde del lago; qui c’è solo l’odore di uova marce che arriva dal mare.
Facevo finta di essere diverso per dominarla meglio. Accecato dal mio desiderio negavo a me stesso quello scandalo di donna collocandola oltre la mia vera identità. E non fallii.
Presi le sue mani.
Tremante indagai sul braccio seguendo la linea che portava fino al collo.
Lei si lasciò trasportare dalla mia leggerezza. Dalla sua umidità intuii che non mi avrebbe rifiutato nulla.
Non posso amarti se non ti abbandoni a me. Completamente.
Non ci furono molte parole tra noi. Per settimane sentii tutto quello che un uomo può sentire. La gioia infinita di essere amato. Mi concedeva le labbra unendo la freschezza con l’incanto. Indugiavo sulla carne e penetravo il sesso bagnato ferendo la sua anima che ormai mi apparteneva.
La risvegliavo dal sonno dell’orgasmo con carezze messaggere di nuovi piaceri.
L’intero universo si fermò per settimane.
Quella di Clarissa era solo paura eppure a me sembrava amore. Non lessi mai il terrore nei suoi occhi.
Oh, come sapevi mentire.
Quattro settimane lunghe quanto un attimo. Come il raggio che scheggia questo specchio.
Hanno messo nuovi lampioni lungo tutti i marciapiedi e il lungomare di sera sembra vestito a festa.
Forse anche a te sarebbe piaciuto il mare. E la bruma, che sale in balia della bora che si abbatte sui vetri, scrostando la nuova vernice dai bordi del legno, ritinto da poco.
Arrivò la notizia della morte di Eric e riportai Clarissa a casa.
Il buio scivolava lungo i muri.
Il silenzio l’avvolgeva quel dolore che non potevo capire.
Una lettera fu consegnata a Clarissa e lei mi chiese d’essere lasciata sola.
Non la rividi mai più.
Per due anni tornai ogni giorno in quella casa.
Portammo tutti nei campi, l’evacuazione durò mezza giornata. Di Clarissa non ne rimase traccia.
C’erano solo le case vuote a raccontare la desolazione della morte.
Non potevo carpire il segreto della tua sparizione. Nessuno sapeva. Eri brava a sparire nel nulla.
Passavo i miei giorni smistando donne e bambini, dividendo gli uomini dalle donne e pregando di ritrovarti in mezzo alla tua gente.
Invece ti ritrovarono due anni dopo, nel fondo di un burrone, alle porte della città.
Ma non credo si possa chiamare ancora città quel fantasma di mura diroccate e di patate pelate da vendere calde a chi ancora possiede un misero soldo.
Avevi due trecce lunghe ancora intatte.
Avevi due lettere scritte con inchiostro blu.
In una lettera il racconto di Eric: il pensatore, l’ideologo del nuovo.
Parlava delle torture nella casa vicina alla stazione. Non ti aveva risparmiato l’orrore delle persecuzioni, delle evacuazioni di massa e dei campi di sterminio. Di quello che avveniva nel cuore della notte, quando diventava gelida perfino la presenza di Dio.
E non c’era un Dio da pregare in quell’oscuramento straziante che portava dritto ai lager.
Quella notte sputai su quello che restava del corpo di Clarissa.
Non lessi mai la seconda lettera.
Dentro una cornice d’oro si rispecchiano i ricordi.
Non compare in me neppure un riverbero di ripensamento o di pentimento.
Quante volte ritrovo le tue labbra.
Bastardo dentro. Nel profondo.
Non dovevi chiedermi di riportarti a casa.
Tu eri mia. Saresti ancora mia.
 


1 luglio 2005

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento