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in archivio dal 09 ott 2006

Raffaele Abbate

12 dicembre 1945, Benevento
Segni particolari: Lancio cani abbaianti
Mi descrivo così: Dal mese di maggio del 2003 sono tornato libero e mi son dedicato alla scrittura. Ho già pubblicato una raccolta di racconti noir dal titolo I FETENTI. Per fine anno è prevista l'uscita del mio primo romanzo dal titolo LA TANA DEL SALMONE.
Mi trovi anche su:

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  • 09 ottobre 2006
    Concerto in ella

    C’era una volta una navicella
    mandata sul mare dalla Regina Isabella
    ma non era di certo una caravella
    galleggiava a stento come una ciambella

    Il suo truce capitano gonfio di Valpolicella
    avea anche legato al collo di rhum una botticella
    preso dall'ira il suo mozzo repente picchia e randella

    perché il tapino per pigrizia avea scotta e salata la paella

    Per questo affamato e avido sbocconcella
    un panino ripieno di auricchio e mortadella
    poi leggiucchia sti versi e dal riso si sbudella
    “ma cacchio intendi o poeta con sta gabella? ”

    Si ferma d’incanto ed il dizionario scartabella
    di certo parole che fan venir la varicella
    se ne trova a iosa nella poesia saputella
    che cerca fonemi ed a caso li affastella
    e non importa se poi il lettore si sfracella
    a capire cosa cacchio vor di' la parola mortella.

     
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  • Come comincia: Il convento dei Padri Trinitari, sulla cima di Esperia alta, oltre ad ospitare un orfanotrofio, dalla fine di dicembre del 1943,  ospita una piccola comunità di suore francescane alcantarine sfollate dal convento di Itri, loro casa di riposo, ora requisito dal comando tedesco. Sono una dozzina, tutte molto anziane.

     

    La madre superiora, una bolognese grande e grossa,  fino a qualche mese prima lavorava in un ospedale romano ma, avendo compiuto sessantacinque anni, l’ordine ne ha disposto il pensionamento. Suor Maria del Bambin Gesù, al secolo Luisa Gerlando, non ha accettato di uscire di scena e quindi, appena può, coglie l’occasione per continuare a fare l’infermiera, come ha fatto per oltre quarant’anni in vari ospedali d’Italia e nelle colonie d’oltremare.

    L’atrio del convento dei Trinitari è stato trasformato in ospedale di fortuna per i soldati tedeschi feriti nella battaglia di Ausonia e negli scontri sull’altopiano di Pollica. Per i feriti più gravi Suor Maria non può fare molto, solo morfina per affievolire il dolore e qualche preghiera, insieme a quelli che ci credono, per dare conforto.

    Dopo che la caduta della linea difensiva giù al cimitero il colonnello Von Bosch, comandante della piazza di Esperia, ha convocato Suor Maria e Padre Paolo, Priore dei Trinitari. Il colonnello ha perso l’abituale, impeccabile immagine, il viso è coperto di terra, la divisa è impolverata e macchiata di sangue, sulla fronte una ferita da scheggia sommariamente medicata. Malgrado ciò  non perde il suo stile: “Reverendissima madre Superiora e reverendissimo Padre Priore, vi prego di allontanarvi quanto prima possibile da Esperia, non posso più garantire a lungo la vostra sicurezza e soprattutto, vi prego di credermi, non è propaganda di guerra, le truppe nemiche che stanno arrivando non sono rispettose della convenzione di Ginevra né di principi di umanità e civiltà. Posso mettere a disposizione automezzi per i confratelli e le consorelle e farvi condurre in una località lontana dalla linea dei combattimenti”.

    Suor Maria e Padre Paolo si guardano per un attimo negli occhi, hanno lo stesso pensiero: potrebbero mettersi al sicuro, ma Padre Paolo dovrebbe abbandonare tutti gli orfanelli e Suor Maria molte suore che per età e malattia non sono trasportabili, insieme a tante donne e bambini e bambine che si sono rifugiati nel convento.

    Risponde  Suor Maria con voce ferma e si fa interprete anche del pensiero di Padre Paolo: “Colonnello ringraziamo, ma il nostro ufficio e le nostre regole ci impongono di restare ad assistere le persone che ci sono state affidate. Quel che accadrà domani sarà volontà di Dio”

    Padre Paolo annuisce in silenzio e si limita ad aggiungere sottovoce: “E sia fatta la volontà di Dio”.

    Il colonnello si alza in piedi e bacia le mani ai due religiosi: “Ammiro la vostra fermezza”.

    Intanto, lungo la stretta strada di accesso al paese, i combattimenti tra paracadutisti tedeschi e goumiers sono sempre più intensi, faccia a faccia, a colpi di mitra , bombe a mano e scontri all’arma bianca. I paracadutisti, inferiori di numero retrocedono. Esperia è in mano alle truppe marocchine..

    Gli ufficiali ed il colonnello Von Bosch,  vista la battaglia persa, ripiegano verso Pontecorvo e lasciano dietro di loro  un piccolo contingente a proteggere la ritirata.

    La battaglia prosegue sempre più feroce .

    Tre soldati tedeschi che si sono arresi a braccia alzate, sono fatti inginocchiare e decapitati.

    Un altro tedesco è  inseguito da una schiera di marocchini, per non farsi catturare e decapitare, si lancia nel burrone sottostante la loggia del convento dei padri trinitari. Ad un tratto non si sentono più esplosioni .

    La battaglia di Esperia è finita.

    Ed ora comincia il massacro, in esecuzione della promessa del generale Juin. 

    Distesa a terra, sulle vecchie pietre della piazza e sulla scalinata della chiesa, una cinquantina di donne, a pancia in giù, completamente nude.

    Sono donne vecchie, giovani, qualche bambina, fatte uscire dalle case a colpi di baionetta.

    Legato al portone della chiesa,  Padre Paolo, a gambe divaricate, tra le natiche il grosso crocifisso di legno della processione del Corpus Domini, una pozza di sangue si allarga sotto il suo corpo, gocciolando da una larga ferita sul ventre.

    I goumiers si avvicinano a schiera alle donne  e le violentano.

    Chi fa resistenza viene sgozzata.

    Altri soldati tengono lontani gli uomini dalla piazza con la punta delle baionette.

    E chi cerca di opporsi viene sgozzato, impalato.

    Dopo la prima ondata di donne ne arrivano altre.

    Sono le suore con in testa Suor Maria che prega.

    Ora i goumiers sazi di sesso cambiano gioco, il tiro al bersaglio, fanno correre nella piazza le suore e poi sparano. Alcune suore, le più vecchie e malate restano immobili ed allora calci, colpi di baionetta ed alla fine il taglio della gola.

    Suor Maria al centro della piazza prega e conforta le consorelle, un caporale marocchino, barcollante, forse per eccesso di vino e di hashish,  le si avvicina e la spinge con la baionetta: “Corri vecchia puttana”.

    Suor Maria ha servito nei Manicomi quindi è in grado di tener a bada pazzi furiosi, ha servito negli Ospedali Militari,  quindi conosce le armi, suo padre era cacciatore e da bambina la portava a caccia sui monti dell’Appennino emiliano  quindi sa usare le armi. Il marocchino le è addosso, Suora Maria gli strappa  di mano il moschetto con la baionetta, glielo punta al petto e  mormorando: “Dio mi perdonerà” - spara. Il marocchino crolla morto, i suoi compagni rimangono immobili per lo  stupore.  Suora Maria si fa il segno della croce, ricarica il moschetto, se lo punta alla gola e dopo aver mormorato “Signore perdonami ancora” preme il grilletto e cade morta al centro della piazza,  a braccia aperte a croce.

    I marocchini le saltano addosso e fanno scempio del corpo a colpi di baionetta.

    Sazi di violenza e di sangue i goumiers lasciano la piazza.

    Il saccheggio e le violenze continuano nel resto di Esperia ed andranno avanti ancora per due giorni.
    Soldati marocchini portano le barelle con i loro cadaveri avvolti in coperte.

    Scendono verso la parte bassa del paese.

    Altri cadaveri vengono portati sospesi a pali, come gli agnelli al mercato,  sono quelli tedeschi ed i civili.

    Si sta facendo pulizia, stanno arrivando gli ufficiali del comando, gli americani e quelli della Combat film.

    La battaglia è vinta : la via per Cassino è aperta e come diranno gli ufficiali francesi nei loro rapporti: “Per i civili vi sono stai alcuni danni collaterali inevitabili”.

    A terra fra le macerie della chiesa un'effigie del Sacro Cuore di Gesù. Un soldato marocchino porta con sé una coppia di candelieri di argento ed  un ostensorio d’oro.

    Ed intanto continuano intense le esplosioni sulle colline intorno a Montecassino

    I goumiers sazi di sesso e di sangue hanno lasciato il centro di Esperia.

    Dal suo rifugio in una cantina esce una donna anziana, vestita di nero e inizia a scavare a mani nude tra le macerie, è la sua casa, ne è rimasto in piedi solo una parete con attaccato il quadro di Re Vittorio Emanuele che ora è al sicuro a Brindisi. La donna passa tra le macerie, raccoglie qualcosa, poi si avvicina al quadro, lo stacca dalla parete, lo scaraventa a terra  e lo schiaccia con ferocia con i talloni.

    Si allontana portando sulle spalle un piccolo fagotto.

    Più avanti sulla strada che porta al cimitero, seduti su un muretto tre ragazzi con gli abiti a brandelli e ricoperti  di sangue piangono silenziosamente.

     
  • 28 febbraio 2007
    Il portiere dell'inferno

    Come comincia: Sono le due di notte, ho preso la solita tisana di tiglio e, dopo aver smanettato per un poco sul web ed aggiornato il mio blog, ho cercato di scrivere inutilmente un racconto per un concorso letterario che ha come motivi ispiratori una statuina di cera ed un riflesso di bronzo.

    L’ispirazione artistica non arriva, resta nelle dita ed allora meglio andare a letto, dormire.

    Ho appena chiuso gli occhi e mi appare un uomo obeso, vestito con una lunga tunica rossa, circonfuso da un alone color del bronzo, lunghi capelli grigi legati in un codino.

    Lo guardo incuriosito e domando: “Chi sei? “
    Mi sorride: “Alastor a servirti mio signore!”
    Ricambio il sorriso e senza scompormi: “Che strano nome !”

    Il capellone obeso con tono paziente:”Questo nome lo devo al mio capo, un libero pensatore, occultista e appassionato della letteratura demoniaca”

    Lo interrompo:“ Ora ricordo! E’ il nome del demone vendicatore”
    Mi manda un sorriso complice. “Grazie ai tanti i libri sul demonio, questo nome è sulla bocca di tutti. In effetti, e ti prego non spaventarti, sono un demonio. Credo di poter risolvere la tua crisi di ispirazione. Ho finito da poco il mio turno di lavoro, posso raccontarti storie molto interessanti, seguimi, posso mostrarti anche alcune reliquie dei miei vari clienti.”

    Io incuriosito: “Davvero? È una tentazione!”

    Alastor mi sorride e mi indica una porta di bronzo spalancata su una ripida scalinata di marmo nero, illuminata da fumose torce agganciate alle pareti.

    Scendiamo rapidamente e arriviamo ad un ampio salone: su tutta la parete, di fronte alla rampa finale della scalinata, un lungo tavolo di quercia, sul ripiano dei libroni con le copertine rivestite di cuoio rosso.

    Alastor prende posto dietro il tavolo, mi fa cenno di sedere su uno scomodo sgabello di legno, sistema alcuni fogli e con tono paziente:“Ecco, tra i tanti incarichi che Lucifero mi potesse dare, questo è il peggiore di tutti; faccio, si può dire, il portinaio. Ho il primo impatto con tutti quelli che arrivano quaggiù. E’ una bella rottura; sai, quando capiscono dove sono arrivati, non gli sta bene ed allora strepiti, urla, proteste! Mai uno che accetti il suo destino, la sua condanna! E parlano, parlano Dio mio, ops Satana mio, quanto parlano e quanto raccontano!
    Da un anno ci siamo anche modernizzati: si registrano tutte le dichiarazioni degli ospiti così non ci sono contestazioni con Minosse. Devi sapere che Sua Eccellenza è un magistrato molto garantista!
    Comunque sia, se tutto quello che mi è passato per le mani fosse messo su carta, ne verrebbe fuori davvero un grande best seller; altro che quella cosa in versi scritta tanti anni fa da quel nasuto fiorentino.
    Visto che abbiamo un poco di tranquillità, cosa ne dici se ti racconto una graziosa storiella ?“

    E senza aspettare la mia risposta: “Alcune settimane or sono è arrivato un generale, un vecchio bizzoso, arrogante. Era completamente carbonizzato. Ha detto che si era addormentato davanti al camino ed era finito arrosto, ma in mano aveva questa lettera, leggila.“
    Caro generale,
    dietro la collina c’era la notte crucca e assassina e dopo ci hanno fatto un bel cimitero di guerra. Noi siamo rimasti lì, mentre tu sei tornato. Quando sei andato in pensione, con la liquidazione hai comprato una bella villa con una vigna e ti fai il vino alla facciaccia nostra, che con il cavolo lo possiamo bere. Al massimo sotto terra possiamo giocare a scopone scientifico con i vermi. Mica ci divertiamo: non si possono fare neanche i segni perché i vermi non hanno il naso e noi non l’abbiamo più, perché è la prima cosa che quei bastardi di vermi ci mangiano; dicono che sia una vera prelibatezza. Tanto è vero che quando è stato sotterrato quel poveraccio di Salvatore Puddu, senza faccia perché portata via da una bomba, i vermi sono rimasti male. Sapessi come si sono lamentati, addirittura hanno minacciato di entrare in sciopero. Dicono che mica si ammazza la gente così: diamine un poco di rispetto. Altri morti quelli delle guerre di una volta: un colpo di scimitarra o di fucile e restava il corpo tutto intero. Oggi arrivano tutti a pezzi, ammesso anche che arrivino. Con le bombe intelligenti è solo carne tritata, buona per fare gli hamburger. Caro generale, ora ti chiederai, perché questa lettera? Dopo tanti anni, stai per arrivare anche tu tra noi.
    Ieri sera è caduta nel camino acceso quella statuetta di cera cui tenevi tanto, il ricordo della campagna Antica Babilonia. Caro generale quella statuetta è il tuo simbolo. Perciò fai attenzione al camino, basta una piccola distrazione e ….. A tra poco e mi raccomando nell'incendio almeno cerca di salvare il tuo bel nasone, l’ho promesso al capo dei vermi. Senza stima.
    I tuoi soldati

    “Il generale abbrustolito, in effetti, aveva salvato il suo bel nasone rosso e bitorzoluto, Ma adesso, basta racconti!“

    Resto qualche minuto a riflettere, poi rivolto ad Alastor: “Mi hai dato una bella idea. Appena sveglio, mi metterò a scrivere e verrà fuori un bel racconto per il concorso. Anche se mi devo inventare qualcosa che giustifichi questo riflesso di bronzo”.
    Alastor mi manda un sorriso di compatimento: “Credo che sarà molto difficile che tu possa scrivere alcunché a meno che non ricorra ad una medium. Quei riflessi color bronzo che ora vedi sono della tua bara”.
    Non ascolto le sue parole e lancio un urlo: “Ma cosa è questo caldo e cosa sono queste fiamme?”

    Alastor ora con tono deciso:“Coraggio, sai bene dove sei, devo completare il mio lavoro, è un pezzo che t’aspettiamo!”

     
  • 14 febbraio 2007
    La Bestiaccia

    Come comincia: Sono passati dieci anni da quando quel treno è partito e ne sono accadute di cose.

    Ora in quella stazione, di una linea ferroviaria che la nuova dirigenza definisce crudamente "un ramo secco", fermano solo due coppie di treni al giorno, come si dice in gergo tecnico.
    La stazione è disabilitata durante la notte, durante il giorno il traffico dei treni solo in transito è controllato dalla stazione capo tronco, Jacopo deve solo presidiarla durante il giorno per qualche eventuale ed improbabile viaggiatore.
    Anche se gli sembra di fare la guardia ad un bidone di benzina, per giunta vuoto, Jacopo continua a fare il capostazione di quella spersa ed inutile stazione.
    C'è un vantaggio in questo lavoro: ha tanto tempo per pensare.
    Nella frazione dello scalo ferroviario son rimasti in pochi: Jacopo nel troppo grande alloggio di servizio, il vecchio dottor Lussu che nei giorni dispari scende dal paese per aprire il suo ambulatorio dalle 10 alle 12, alcune famiglie di contadini nelle masserie lungo il torrente che continuano a coltivare tabacco, giusto per abitudine. Il conte Baccini Sforza ha abbandonato la cava di marmo dopo aver completamente divorato la collina come una carie inarrestabile, quando non ha avuto più convenienza economica perché il marmo bulgaro è più a buon prezzo, trasporto incluso.
    E così Jacopo può pensare e ricordare la Bestiaccia.
    La chiama così nella sua mente, ha quasi dimenticato quel nome assurdo e fuori moda, Edvige.
    Nome che lei non usava mai.
    Preferiva farsi chiamare con tutte le possibili combinazioni delle lettere del nome: Edi, Via , Gia, Gea e via combinando.
    La notte prima Jacopo non ha dormito: un mal di denti tremendo.
    All'arrivo del dottor Lussu, puntuale come sempre, Jacopo è già in attesa sotto il porticato davanti all'ambulatorio.
    Lussu parcheggia la vecchia Lancia Flavia blu carta da zucchero e si avvicina con la solita andatura saltellante a Jacopo e con tono affettuosamente brusco: "Il solito mal di denti, eh? Ma cosa aspetti ad andare da un dentista? Io non ti posso fare niente, solo qualcosa per calmarti il dolore." Quasi cambiando discorso: "A proposito sai la novità?" - e senza aspettare la risposta - "Domani arriva Edvige, ho saputo che deve venire a vendere la vecchia masseria o forse, non ho ben capito, viene ad aprire un agriturismo. Con quella non si sa mai cosa le passi esattamente per la testa".
    Jacopo resta in silenzio, ma pensa, pensa e ricorda, quasi un rumore intenso quei ricordi, come se un tamburo suonasse e ha l'impressione che anche il vecchio dottore sta sentendo quel suono.
    Il suo se riflessivo sta parlando inutilmente: "Domani arriva la Bestiaccia e si ricomincia. Perché non vai via ? Mica è tornata per te! "

    Sono passati dieci anni da quando quel treno è partito e ne sono accadute di cose.

    Ed oggi Edvige ritorna.
    E' l'unica passeggera del treno regionale 2456 che si arrampica docilmente lungo la salita di Sferracavallo che corre parallela alla vecchia statale dismessa.
    Una volta per superare quel tratto di salita attaccavano una locomotiva in coda, il treno era di quattro carrozze viaggiatori, un bagagliaio ed almeno un paio di carri merci a pianale carichi di marmo.
    Oggi il treno regionale è formato da un'unica carrozza diesel: una vecchia littorina riciclata che ancora funziona su quel ramo secco.
    Edvige guarda distratta fuori: non è che si veda tanto, i binari corrono in un canalone circondato da pioppi rinsecchiti ed arbusti selvatici.
    Lungo quel percorso, una volta, c'erano cespugli di more, tanto vicini ai finestrini del treno che quando rallentava si potevano raccogliere.
    Edvige ne sente ancora il sapore sulla lingua.
    Al culmine della salita il treno passa sotto il viadotto nel nuovo tracciato della statale e, dopo una lunga curva, imbocca la galleria del Pozzo del Sagrestano ed inizia la discesa verso il paese.

    Ogni volta che imbocca quella galleria Edvige ha un moto di spavento, ricorda la storia di quel treno rimasto bloccato all'interno e di tutti i duecento passeggeri morti soffocati per i vapori del carbone delle due locomotive.

    La leggera littorina attraversa abbastanza in fretta la lunga galleria ma Edvige per tutto il tempo è rimasta con il fiato sospeso.

    All'uscita ha un sorriso sarcastico e tra sé e sé: "Che buffo sarebbe stato morire qui sotto, avrei avuto a stento un trafiletto di poche righe. A chi vuoi che interessa un treno con un'unica passeggera morta soffocata. Eppure sarebbe stata una buona soluzione. Sarei finita senza soffrire. E che stupido questo mio ritorno: la bestiaccia mica scappa via da dentro di me."

     
  • 13 febbraio 2007
    Roma 329446

    Come comincia: La casa di riposo Maria Santissima Ausiliatrice è allo sprofondo, in mezzo alla campagna toscana, su una collina brulla, alla fine di una lunga salita.
    È un massiccia costruzione in tufo, con piccole finestre, un vecchio convento, un misto tra il castello e la masseria.
    Il cancello di ingresso automatico si apre lentamente non appena l'auto di Mario Benzi, l'ispettore dell'Azienda Sanitaria, ha girato l'ultimo tornantino, si vede che è atteso.

    "Meglio così - mormora tra sé - così non perderò tempo nei preliminari. Anche se sono stati avvertiti non possono aver messo tutto in ordine. Mi basta trovare la più piccola irregolarità e faccio chiudere questa fottutissima casa di riposo. Tanto i vecchi ricoverati, per quello che mi risulta, sono pochi. Cosa ci vuole a spostarli in una residenza più in pianura? Ed una volta chiusa, l'ordine religioso, proprietario dell'immobile, non farà tante storie a vendere. Così con un piccolo investimento il dottor Bellodi tirerà fuori un agriturismo con i controcazzi e a me toccherà una bella stecca".
    All'ispettore Benzi luccicano gli occhi al pensiero della sicura tangente.

    Sotto l'arco dell'ampio portone di ingresso, aspetta Padre Ottone, l'anziano frate comboniano che gestisce la casa di riposo da anni.
    E lo fa entrare senza dire una parola.
    Iniziano il giro.
    Benzi prende appunti: non c'è nulla in regola, dall'impianto elettrico a quello idraulico, dalle uscite di sicurezza alle condizioni igieniche delle cucine.
    Dai registri risulta che gli ospiti ricoverati sono solo quattro: tre non sono autosufficienti. E da quello che capisce Benzi di medicina ne avranno per poco. Il quarto invece, a dire di padre Ottone, è un ottacinquenne in ottima salute, appassionato di motori: "Ora è nelle stalle, dove ha portato una sua vecchia auto e sta smanettando su di lei. Appena finito il giro, l'accompagno, è un tipo ombroso, ma è una brava persona. Se lo si disturba mentre gioca con il motore della sua vecchia Aurelia, reagisce male".
    Dopo una mezz'ora di saliscendi per le antiche scale, ritornano nell'ampio refettorio del convento, adattato a sala mensa della casa di riposo, per un solo ospite, l'incazzoso meccanico e quattro vecchi silenziosi frati.
    Il posto del meccanico è vuoto ed allora padre Ottone fa un cenno a Benzi ed insieme si avviano verso le stalle, nell'angolo nord dell'ampio cortile, dietro un filare di nodosi ulivi.
    La larga porta di legno delle stalle è socchiusa, Benzi a passo veloce sopravanza il frate, ora è curioso di conoscere il vecchio bizzoso.
    Spinge la porta, al centro della stalla, su un cavalletto metallico, una vecchia Aurelia Sport targata Roma 329446. Quella Aurelia e la targa sono familiari, gli dicono qualcosa, ma Benzi non riesce a focalizzare il ricordo.
    Sul cofano aperto, girato di spalle, con in mano una lampada da meccanico, è curvo un uomo.
    Si volta, è alto, magro, i bruni capelli folti ricci sono appena ingrigiti sulle tempie, il naso aquilino da profilo di moneta romana, il mento sprezzante spinto verso l'alto.
    Guarda Benzi dall'alto in basso e poi con voce stentorea: "Mi chiamo Bruno Cortona".
    Benzi allora capisce: "Ma... ma, quel Bruno Cortona, quello del film il Sorpasso, ma allora è una persona reale, non è un personaggio di un film".
    Un sorriso sprezzante: "Sì, sono propro io! E nel film hanno voluto usare anche il mio vero nome. Cosa credevi che Risi, Sonego ed i loro amici sceneggiatori potessero inventare uno come me. Ho raccontato loro le mie avventure e disavventure. E le hanno anche ammorbidite, sai a quei tempi la censura era severa. Caro amico so anche la ragione della tua visita, ti manda il mio caro nipote, il figlio di quella puttanella di mia figlia Lilly, il presunto figlio di Bibi il commenda. Lo so bene che vuole comprare il convento per farne un agriturismo. Ed allora sai cosa ti dico, fuori dai coglioni! Fin quando campo resto qui e digli di stare calmo e buono e di fare meno il furbetto, conosco molti dei suoi segreti e non gli conviene se tiro fuori i suoi scheletri dagli armadi. Ah, vuoi farti un giretto in macchina con me?"
    Benzi lo guarda impaurito e scappa via di corsa senza voltarsi.