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Racconti di Raffaele Catello

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  • 11 ottobre 2007
    Imparai l'amore...

    Come comincia: Imparai l’amore in un fienile della campagna pugliese.
    Io, quindici anni e la voglia di scoprire il mondo che faceva a cazzotti con una timidezza grande quanto il mondo stesso; lei, Irene, diciott’anni e una vita totalmente diversa dalla mia.
    Irene aveva visitato già Londra e Parigi; per me era la prima volta fuori da Napoli, e da solo.
     
    La conobbi durante una giornata di corse tra i campi di grano, e divenne subito un dolce incubo; coi suoi grandi occhi verdi; quel sorriso stampato in volto e quell’accento milanese che mi affascinava.
    In quell’estate 1995 ero in vacanza da un amico, Irene invece da sempre trascorreva in quel paesino del salento quindici giorni lontano dallo stress della metropoli lombarda; i suoi erano originari del posto ed amavano tornare nella loro terra.
    Parlavamo molto, Irene ed io; forse fu la mia prima vera amica, di un’amicizia intensa e vera, nonostante non avesse modo di durare. Andavamo in giro col suo motorino, un “Sì” della Piaggio che divenne compagno di avventure vissute tra il sole ed il mare.
    Irene mi educò a vivere senza troppi pensieri; a guidare un mezzo a due ruote; a sognare ad occhi aperti; ad ascoltare il rumore del vento.
    Io le offrii la mia spontaneità; la mia tenerezza e, nonostante l’età, un gran senso di sicurezza.
    Ci bastavamo, non avevamo bisogno di molto altro oltre noi stessi; stavamo bene così.
    Irene mi guidò con dolcezza ed amore nella scoperta del corpo di una donna.
    Fu Dea, madre, amante, maestra.
    Assaggiai le curve del suo seno; Scoprii il piacere di stare tra le sue gambe; Denudai la mia anima e la diedi in dono a Lei, che mi insegnò la bellezza dello stare abbracciati in silenzio.
    Imparai l’amore in un fienile, quell’estate.
    E, quell’amore, non lo dimenticherò mai.

  • Come comincia: Ero seduto nel pullman col libro di Teorie e Tecniche della Comunicazione di Massa  aperto dinanzi a me quando t'ho vista a quella fermata.
    Nella tua ostentata giovinezza affrettavi il passo per non perdere il mezzo che poteva riportarti a casa;  coi tuoi capelli neri e vestita con un semplice jeans ed una magliettina, sei salita sul bus facendo una linguaccia ad una amica a piedi.
    Ti osservavo, nella spensieratezza dei tuoi diciott'anni, nella leggiadria con cui ti toglievi lo zaino di scuola e ti sistemavi i capelli; ero contento.
    Il pullman gremito intanto continuava la sua corsa ed io ero lì ad osservarti, distogliendo lo sguardo ogni qualvolta ti giravi verso di me: maledetta timidezza.
    Neppure un metro ci divideva eppure sembrava uno spazio infinito.
    E poi,  l'apice dell'emozione: un misto di gioia e sorpresa; felicità e paura, quando il nostro sguardo s'è incrociato ed un tuo dolce sorriso di approvazione ha sottolineato il mio gesto di rispetto verso un anziano signore che ho fatto sedere al mio posto.
    Mi sono alzato, riponendo il libro in borsa, ed ho continuato nella mia opera di contemplazione mentre intorno i suoni di un pullman nell'ora di punta continuavano sbiaditi il loro percorso.
    Poco dopo però è svanito tutto. E' arrivato il momento per te di rompere questo mio idillio: era la tua fermata, le porte si sono aperte, ti sei girata verso di me, mi hai sorriso per la seconda volta, poi sei corsa giù per gli scalini lungo la strada che ti porterà a vivere la tua vita.
    Ed io? Un attimo di smarrimento, nelle cuffie del mio lettore mp3 "Leave right now" di Will Young a fare da sottofondo alla tristezza che si era fatta breccia nel mio cuore.
    Ti ho trovata...
    Ti ho subito persa...
    Ma è stato bellissimo.