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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

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  • Tutti, a Dinterbild, ripetono sistematicamente e meccanicamente che non si può andare via. In realtà forse non se lo ricordano più, perché non hanno più un motivo per cambiare vita: hanno dimenticato le loro storie. Ma ci pensa Vinpeel (pron. Vìnpel) a rompere gli schemi: lui è lì non per sua scelta, ma perché fa parte della storia che suo padre - al contrario degli altri - non vuole dimenticare. Gli è più facile, quindi, intuire e inseguire l’Altrove. “Vinpeel degli orizzonti” (Neo Edizioni 2018), la bella favola di Peppe Millanta, cantautore al suo esordio nel mondo della narrativa, prosegue dolce ed esilarante, con un susseguirsi di scene alla Pennac o Stefano Benni, più d’una a strappare una risata. Ci sono il lancio del nano e il lancio dell’ubriaco; c’è la storia di un’insegna sfortunata; e la storia di una gamba di legno, che ogni tanto torna a galla in maniera assolutamente fortuita. Ci sono dei bambini che cercano soluzioni nelle parole di un dizionario, nelle nuvole e nelle definizioni. Seguiamo Vinpeel e un piccolo manipolo di amici nel perseguimento del loro obiettivo: andare a vedere cosa c’è al di lá del mare. 

    E qui arriva la parte che ho preferito. Che strada scelgono, per realizzare il loro scopo? Chiedono aiuto a un adulto. Naturalmente non è un adulto qualsiasi: è considerato il matto del paese, perché anche lui farnetica di un Altrove al di là del mare. In realtà sembra essere, semplicemente, l’unico adulto che non esclude le soluzioni; l’unico adulto che della fanciullezza mantiene il senso del “tutto-è-possibile”, nonostante questo lo abbia reso un emarginato. È questo resto di fanciullezza in un adulto a fare da ponte tra l’idea di Vinpeel e la realtà. È questo che si può ancora fare, di fronte ai sogni degli altri: rimetterci in contatto con noi stessi, con la nostra storia e le nostre speranze... con la consapevolezza che le cose perse in mare, come nel passato, ritornano.
    Una chicca: sul sito dell’editore ci sono gli spin-off di alcuni personaggi  :) http://www.neoedizioni.it/neo/vinpeel-degli-orizzonti/

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • In occasione del sessantesimo anniversario della nascita del fumettista Andrea Pazienza, la Ianieri Edizioni ha pubblicato, nel 2016, un saggio sulla sua opera prima. “Andrea Pazienza – Il mio nome è Pentothal” è il libro a firma del giornalista Luigi Di Fonzo che svolge una disamina sull'opera prima di questo caposcuola del fumetto italiano, “Le straordinarie avventure di Pentothal”. I dieci episodi di quella che oggi è considerata una vera e propria autobiografia a fumetti furono pubblicati dalla rivista Alteralter tra l'aprile 1977 al luglio 1981 e solo successivamente raccolti in libri, per esempio anche recentemente da Coconino Press (da pochissimo in copertina flessibile).

    La singolarità del saggio di Luigi Di Fonzo è nel tipo di ricerca che lui compie intorno alla storia e alle dinamiche di questa storia a fumetti, mosso anche dall'alone di mito da cui Andrea Pazienza è stato sempre circondato nel suo vissuto personale. Entrambi hanno condiviso la stessa città, Pescara, sempre sfiorandosi, senza incrociarsi. E se Luigi Di Fonzo è nato nel 1962 e Pazienza nel 1956, la differenza di età non ha impedito a Luigi Di Fonzo di frequentare le persone vicine a Pazienza, sin dai tempi della scuola, sentendone sempre parlare soprattutto per le sue bravate. Pazienza non era uno stinco di santo, lo si intuisce dai suoi lavori. Leggendo di Pentothal nel saggio, è chiaro che le riflessioni più profonde, i malumori e i disagi espressi – quindi anche l'irriverenza e il gusto del nonsense – appartengano a Pazienza stesso.

    Questa opera prima, però, è considerata oggi una delle più vere, perché non contaminata dalla dipendenza della droga che segneranno i suoi anni '80 - anche se di droga si parla già parecchio. Quando è stata pubblicata, Pazienza aveva 21 anni e il ricordo della scuola ancora fresco e pulsante. La cosa che sorprende di più, come emerge dal saggio, è che in Pentothal non viene fatto mai nessun riferimento ai terribili fatti dell'attualità: sono gli anni del terrorismo, del rapimento di Moro, della strage di Bologna, eppure gli accadimenti non sembrano diventare spunti per la narrazione. Di Fonzo apre ogni episodio con una brevissima cronaca, e la perifrasi che fa di ogni episodio rende chiaro come nulla toccasse l'immaginario di Pazienza, concentrato su se stesso e sul senso di incomprensione e di spaesamento della sua generazione. Lo stesso giornalista Enzo Verrengia, nella prefazione, ricorda l'incompiutezza di questa generazione nata troppo tardi per vivere il '68 e troppo presto per l'attivismo politico della Bologna del '77 (che comunque fa da sfondo al fumetto di Pentothal), “ma proprio per questo unica, emblematica, sospesa in un limbo pieno di possibilità e vuoto di ogni concretezza”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Accade di frequente di trovare, nella produzione di uno scrittore, almeno uno scritto meta-autoriale, ossia la rappresentazione di quanto sia impegnativo, duro e a volte frustrante scrivere per mestiere. Lo hanno fatto, solo per nominare i più recenti, Jack London nel 1909 con Martin Eden, Virginia Woolf nel 1929 con “Una stanza tutta per sé” e persino Alessandro Baricco nel 2011, in Mr Gwyn. George Orwell non è da meno. In “Fiorirà l’aspidistra” (1936) non trattiene le riflessioni di uno scrittore che fa di tutto per boicottare il Sistema, naturalmente boicottando per primo se stesso. Gordon Comstock ha talmente a disgusto il dover lavorare per denaro, che abbandona il suo posto fisso e ne cerca uno che sia non solo umile, ma senza possibilità di carriera. Disprezza il fatto di non potersi dedicare a una sua lunga poesia, che va scrivendo attraverso le sue giornate, perché deve lavorare. Disprezza il circolo vizioso secondo cui, se non può dedicarsi alla scrittura perché ha bisogno di soldi e quindi deve lavorare, allora non potrà giocarsi la possibilità di affermarsi come scrittore. Per ricordarsi di tutta la normalità che odia, si porta dietro un’aspidistra, simbolo, secondo lui, della piccola borghesia, perché dalle case ben sistemate che lui osserva dall’esterno e che gli sembra non poter sognare di avere, “sventolano” queste piante da appartamento, come se fossero bandiere di uno status a lui negato (infatti il titolo originale del libro è “Keep the Aspidistra Flying”, lascia sventolare l’aspidistra). Disprezza tutto questo. Vorrebbe starsene da solo. Ma.

    È innamorato. La sua fidanzata ha quasi quarant’anni come lui e appartiene a un ceto leggermente più alto. Sopporta con pazienza e amore i malumori del fidanzato, perché quando ci si mettono, stanno veramente bene insieme. E qui si insinua, prepotente, di nuovo il disprezzo verso il Sistema, perché questi soldi che Gordon non vuole sono davvero importanti e condizionano anche la vita sociale. Lui vorrebbe essere in grado di “fare l’uomo” e offrire una giornata di vacanza alla sua amata; vorrebbe passare del tempo con un amico ma deve rimanere fuori dai pub perché ha i soldi contati. E così via. 

    Gordon Comstock sprofonda in un’amarezza autoinflitta sempre maggiore. 

    La sua caparbietà subisce però un duro colpo. A un certo punto si trova a dover uscire dal suo ego e a distogliere l’attenzione dai suoi propositi. Gordon Comstock si trova a dover scegliere tra la sua guerra personale e l’Amore. E qui, d’improvviso, spunta fuori un Orwell che non ci si aspetta.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • 1Q84
    • 24 luglio alle ore 19:24

    Aomame e Tengo si pensano da venti anni, ma non lo sanno. Le loro strade continuano a correre parallele fino a quando, nel loro mondo, qualcosa non cambia. Il cambiamento è talmente evidente che c’è la sensazione di essere in una sorta di anno parallelo: è così che il 1984 diventa un anno incognito, un 1Q84. L’anno del Grande Fratello diventa, per i personaggi di “1Q84” di Haruki Murakami, l’anno delle piccole persone: dei Little People, che non è dato conoscere fino in fondo, ma che hanno trovato il modo di collegarsi al nostro mondo tramite la perceiver Fukaero. Galeotto fu un romanzo: Fukaero e Tengo entrano in contatto perché lei ha raccontato la storia della sua Comunità e l’arrivo dei Little People e lui l’ha trasformata, su commissione, in un romanzo best-seller. Il punto è che quello che è stato descritto nel romanzo inizia a mescolarsi alla vita reale. Non è dato sapere dove inizi uno e dove finisca l’altro. In questi primi due libri dell’imponente romanzo di Murakami Haruki, ritroviamo il suo stile inconfondibile ed etereo, anche se a tratti, forse per necessità narrative, può sembrare ripetitivo perché richiama spesso gli accadimenti dei capitoli prima, facendo pensare a quando le fiction in più puntate iniziano con il riassunto della precedente. Ciononostante il romanzo scorre, alternando la storia di Tengo a quella di Aomame, il reale al surreale, restituendoci la speranza che anche l’impensabile può accadere. Se questa storia fosse un colore, avrebbe un alone verdolino come quello della sua luna.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Perché una vita deve essere condizionata dalle aspettative e dai pregiudizi degli altri? Questa domanda sembra essere il Leitmotiv di “Doppie punte”, scritto dal sensibile e versatile Michele Lamacchia e pubblicato da Lettere animate nel 2017. Ci sono tantissimi spunti di riflessione seri e tante, tante, tante occasioni di risate. Tutto ruota intorno a Pierre, cresciuto in - e fuggito da - un Sud Italia che “subiva le regole non scritte di un matriarcato radicale”, dove gli uomini non dovevano mettere bocca nemmeno nell’educazione dei figli. Il giovane Pierre si muove un po’ disorientato in un contesto fatto di convenzioni che non comprende fino in fondo, a causa o grazie al suo sguardo naive che lo spinge a cercare poche cose: l’ordine, il bello, la verità. È questo a portarlo a Roma e a spingerlo ad adattarsi a scenari improbabili e in cui mai si sarebbe sognato di vivere, sfiorando il grottesco ma con l’invincibile consapevolezza che poco noi possiamo controllare della nostra vita: possiamo solo cercare di gestirlo al meglio. Infine, inciampa nel suo destino e finisce per condurre egregiamente un salone di bellezza. Imparando moltissime cose su se stesso.
    Quando si accetta di entrare nel fiume in piena che è la scrittura di Michele Lamacchia, che ha un vero e proprio rapporto carnale con la tastiera, si hanno solo benefici. “Doppie punte” è un testo estremamente ricco: l’autore riesce a cambiare spesso registro con snellezza e a proporre tanto momenti di rivelazioni esistenziali quanto gag da macchietta. Consigliato, anche per sotto l’ombrellone.

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    recensione di Cristina Mosca

  • “La settima lapide” di Igor De Amicis soddisfa le aspettative promesse dalla trama e mantiene agganciati per tutta la lettura.
    Già noto nel panorama della letteratura per ragazzi, l’autore supera in pieno la sua prima prova nel mondo del thriller. I suoi occhi raccontano le incarnazioni del Male, le sue mani arrivano a sembrare sempre sporche come quelle di Lady Macbeth e il suo accento si fa cupo e napoletano quando i suoi personaggi prendono vita. Il filo rosso della narrazione segue  le vicende di Michele Tiradritto, appena uscito di prigione, che deve fare i conti con quello che ha lasciato nel suo passato. Lui è cambiato, ma è il mondo che ha lasciato fuori a essere rimasto immutato: per qualcuno ci sono ancora conti da chiudere, regole da ricordare, ruoli da riconfermare. E poi lei, la Verità, “semplice e lineare come solo la Verità sa essere”, che fa ordine nel passato e si traveste da angelo vendicatore.
    Una storia struggente, incalzante nella lettura anche grazie alle incursioni nelle vite private dei personaggi. Igor De Amicis ci aiuta a guardare le cose da un punto di vista privilegiato, quasi sbirciando tra gli strappi delle quinte, e ci lascia anche un po’ spaventati nella consapevolezza che è “sbagliato mettersi in mezzo agli ingranaggi, perché si rimane schiacciati”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • L’agente del caos di Giancarlo De Cataldo è un romanzo particolare, diverso da tutti gli altri che l’autore ha scritto in precedenza. Siamo di fronte a un romanzo che fa il verso agli ultimi lavori di Thomas Pynchon (“Vizio di forma”, “La cresta dell’onda”), ma non è detto! Non è detto perché Giancarlo De Cataldo è autore molto eclettico, capace di sbalordire il lettore ma anche di deluderlo. L’agente del caos è una storia che non delude e che, purtroppo, alcuni lettori non sono riusciti a inquadrare nella sua piena originalità.

    Giancarlo De Cataldo ha osato molto scrivendo L’agente del caos, una storia che rifugge un po’ tutte le etichette: siamo di fronte a un giallo o a un thriller? Non è affatto fondamentale inquadrare in un genere il nuovo lavoro di De Cataldo, è invece determinante mettere in chiaro che L’agente del caos accoglie alcuni sedimenti di quella filosofia bislacca in voga negli anni Sessanta-Settanta, ma anche teorie sul complottismo e sul vittimismo, leggende metropolitane sbarcate nel World Wide Web per essere spacciate per verità sacrosante da YouTuber senza scrupoli né cervello, analisi precise e fulminanti sulla società di ieri e su quella di oggi, oltre a una critica più che mai giusta nei confronti e dello stalinismo e del nazismo (europeo e non). Ovviamente non possono mancare né la FBI né la CIA, e non può mancare l’Italia con la sua mafia fin troppo collaudata.

    Ne L’agente del caos incontriamo Jay Dark, personaggio che ha un dono, quello di apprendere in maniera veloce e perfetta le lingue (ne parla ben undici), il suo avvocato, un certo Flint che dice di essere il solo a conoscere per filo e per segno la vera storia di Jay Dark, e uno scrittore non proprio di primo pelo. Flint si mette in contatto con lo scrittore  grazie a una e-mail. Che cosa vuole Flint? Non vuole mettere i bastoni fra le ruote allo scrittore, almeno così sembrerebbe. Vorrebbe che lo scrittore scrivesse la storia di Jay Dark. Quando lo scrittore fa presente all’avvocato di Jay Dark che lui una storia su questo personaggio l’ha già scritta, Flint gli ribatte che la sua storia è finzione e non altro. Flint illustra allo scrittore, non senza cadere in contraddizione, forse in maniera volontaria, la storia di Jay Dark e di come, nel corso degli anni, ha fatto il bello e il cattivo tempo governando il Caos, producendolo a bella posta. Ma chi è Jay Dark? Difficile dirlo: forse è realmente esistito, forse non è mai esistito, forse è bell’e morto da tempo.

    Lo stile adottato da Giancarlo De Cataldo per L’agente del caos è allo stesso tempo ironico e adrenalinico: quasi ogni battuta, indipendentemente dal personaggio che la vomita, ci fa riflettere e ci costringe a un sorriso. E nel nuovo lavoro di De Cataldo i sorrisi che i personaggi si scambiano sono tanti, moltissimi enigmatici, seducenti e taglienti come quelli di una Monna Lisa asessuata. Fuor di dubbio, l’autore si deve essere divertito non poco nel buttare giù questo romanzo che, fra le righe, prende un po’ per il sedere autori quali Thomas Pynchon, James Ellroy, Ian Fleming e chissà quanti altri!
    Come si è già detto, L’agente del caos è una storia, almeno in parte, sulla falsariga degli ultimi lavori di Pynchon, con la sostanziale differenza però che là dove Pynchon ha fallito, Giancarlo De Cataldo no.

    [... continua]
    recensione di Giuseppe Iannozzi

  • Tanti i misteri che avvolgono due famiglie venete.
    Un conte cerca la verità ma si trova confuso tra le tante storie diverse che gli vengono narrate. Il caos prodotto dalla guerra fa da sfondo alle storie d’amore per due donne così diverse fra loro, agli intrighi delle generazioni che le hanno precedute, ai colpi di scena che si susseguono e si mescolano, ai nomi e alle storie degli innumerevoli personaggi che popolano queste pagine.
    Le storie di queste famiglie ricordano un po’ i romanzi di Gabriel Garcia Marquez e di Isabel Allende ma questa è una favola, alla fine, che ci racconta la storia di Venezia come nessuno ha fatto mai.
    Una rivisitazione alquanto originale e fantastica che terrà il lettore incollato sulle pagine fino alla fine.
     

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Singolare, femminile: undici colori di un misteriosofico ventaglio, undici episodi di esistenza profondamente scandagliati, spogliati fino al nucleo dei personaggi ad accompagnare l’elemento umano alla natura della più intima essenza, finanche alla extrema ratio per alcuni.
    L’autrice è fine conoscitrice del mondo interiore, attenta e oculata tessitrice tesse l’anima d’ogni personaggio scrupolosamente, senza mai cadere in noiosi luoghi comuni, piuttosto vivificando la già pulsante trama. Ella osserva, fotografa, disegna policromie di vite, non solo costituenti una storia, ma anima, cuore e natura dell’opera stessa; con dedita partecipazione simbiotica, empatica, rapisce e accompagna, inoltra in luoghi e attimi che si fanno tutt’uno con il lettore trasportato nelle vene del protagonista. Undici avvincenti momenti di vita. Intensa e profonda l’analisi psicologica in Audrey, nella fragilità delle decisioni, nei friabili propositi, nei rimorsi che annichiliscono l’anima. La Montomoli con la raffinatezza di chi, compassionevole se pur obbiettivo, osserva e carezza i moti ammutinanti che imprigionano un’anima, un’esistenza, un corpo. In Risveglio l’accurata indagine illumina la coscienza, in ogni riga s’aprono scenari importanti di consapevolezza. È Time out all’infinito spaccato di vita, argomento spinoso che l’Autrice dipinge di colori tenui e soffusi di cum passione. Delicata denuncia sociale. In Rebecca Fox l’esposizione in prima persona ci riflette nelle circostanze: viviamo i suoi pensieri, vorremmo intervenire, salvarla, ma Rebecca si salva da sé: come? è inimmaginabile come ella segna la sua vittoria. In La scelta, nitide e nette traiettorie su trama tanto breve quanto esaustiva i moti emozionali, di noi tutti. È singolare Regionale veloce, una storia come tante, un non mai confessato che diviene interessante morbida esistenza. È tutto singolare in Singolare, femminile. Nondimeno sottile e stupefacente è Bambola di porcellana; le vie che percorrono il riconoscimento di scelte non volute o di pregiudizi, sono cosparse di avvenimenti non prevedibili e spesso tragici. È Luca, un uomo a portarci quasi alla fine della lettura del libro. Un uomo narrato nella sua più misterica essenza attraverso il suo normale vivere. Tutto appare normale in Compravendesi, anche il sogghigno del ratto davanti al cespuglio dei roseti: ventuno. La sorpresa è l’eleganza dell’Autrice che avvince e rapisce; mai avrei supposto un finale così... Dolci colline coinvolge e trasporta. Incanto pervaso di stupore, minuziosa descrizione, disamina di luoghi; e il dialogo della protagonista: prezioso sguardo sull’esistenza palpitante d’espressioni di alta liricità. Nel finale della Raccolta un ultimo saggio sulla natura umana, sulle fragilità e morbosità, difese e offese. Amina rappresenta il nostro periodo storico di violenza e pregiudizi, di doni rinnegati. L’Autrice descrive un coinvolgente panorama culturale straniero, pure non lontano dal modus operandi dell’uomo occidentale. In questo ventaglio di racconti dagli undici colori diversi, una sfumatura è persistente: la libertà dalle angherie, auto-inflitte o propinate; e il senso di giustizia umana e ancestrale, di armonia del Cosmo e del Microcosmo. È Singolare, femminile un’opera òrfica, altamente lirica. Il prodigioso valore dei segni nei lemmi, ne fa materializzazione di encomiabile ispirazione; in scrittura lineare, la Montomoli tocca corde vive del pensiero/emozione.

     

    [... continua]
    recensione di Annamaria Vezio

  • «[…] Luchino […] è lui il poliziotto di famiglia. Per i vivi e i morti bisogna chiedere a Iago, per la contabilità si ricorre a Beppe e per le varie ed eventuali al Pierfi»
     
    Da questo breve stralcio che ho scelto per introdurre l’opera Pasticcio Padano di Gaia Conventi, l’ultima della trilogia estense, preceduta da Giallo di zucca, nuovo di zecca (Vol 2.) e da Misfatto in crosta (con cane fetente) – Vol 1, già si avverte la coralità dell’opera.
     
    Un’opera che nelle sue 336 pagine si legge in un soffio, e non è cosa semplice nel panorama editoriale odierno, tanto più se a pubblicarla è una realtà editoriale di medio respiro come Le Mezzelane Casa Editrice. Ma come mai l’opera al lettore si presenta accattivante e incalzante?
    Sicuramente per un dono naturale che l’autrice ferrarese – tutte le sue opere richiamano sempre questo contesto territoriale – ha insito nel suo DNA: quello della vena comica, del gioco di incastri e paradossi e nei personaggi e nelle evoluzioni scenico-narrative.
     
    Siamo a Ferrara, la neve copiosa imbianca le strade con il Natale alle porte, una misteriosa scomparsa alla Libreria Girondi fa preoccupare tutta la cittadina oltre che a mettere in allarme il commissariato di polizia. Ma cosa volevano rubare i malfattori? Volevano veramente rapire Iago o questo è solo un diversivo per chiedere magari dei soldi attraverso un riscatto?
    Parallelamente a questa vicenda seguiamo le avventure dei conti Le Bon, di questa strana famiglia aristocratica fatta di vezzi ma anche di non poche manie fraudolente. In particolare, il lettore vive insieme a Clotilde, nipote del duca Ulisse, le insofferenze e le preoccupazioni per la polacca Urzula. Chi è veramente Urzula? Qual è veramente il suo obiettivo? È una seduttrice doppiogiochista o è mossa da animo sincero nell’accudire lo zio?
     
    In una sinfonia di gesti, azioni, profumi, ma anche di tanti paradossi – che strappano al lettore più e più volte risa – queste due vicende seppur da lontano sono destinate ad avvicinarsi sempre di più. Ricalcando il plot delle prime pellicole di Ozoniana memoria e sulla scia canzonatoria e divertente di Barlumiana evoluzione (Malvaldi, docet) questa autrice regala al lettore un affresco territoriale tutto da scoprire.

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    recensione di Gino Centofante

  • Leggendo il nuovo romanzo di Luca Clementelli si respira un’aria di leggerezza adolescenziale che però non è affatto superficialità.
    La storia potrebbe sembrare una qualunque storia o storiella d’amore. Davide e Sara non si vedono da tempo, lei è partita per lavorare in un'altra città ed è tornata da poco. La ragazza non è serena, Davide da sempre nutre per lei un sentimento più forte della semplice amicizia ma mai dichiarato. A spronarlo è l'amica Chiara, ma sarà una circostanza particolare a farli avvicinare: il giovane svelerà un “segreto” che coinvolge la sua famiglia, la sordità. Proprio questo consentirà loro di scoprire la forza del legame che li unisce.
    "Finalmente" affronta così con intelligenza e delicatezza un tema importante: la sordità. Che si fa metafora non solo della disabilità in generale, ma soprattutto della difficoltà che tutti incontriamo in misura diversa di affrontare le nostre debolezze e nel comunicarle agli altri, e anche della solitudine in cui si dibattono le nuove generazioni.
    L'autore tratta il tema con partecipazione, probabilmente anche autobiografica, con grande delicatezza ma anche con estremo rigore. Luca Clementelli ha infatti competenze di Lingua dei segni Italiana e il romanzo si avvale dell’expertise di un ricercatore CNR.
    Il libro lancia un messaggio importante, il superamento delle barriere interpersonali, reso ancor più efficace dalla scelta di arricchire il testo con fotografie e con il sign writing, il sistema di trascrizione della lingua dei segni. L'autore, laureato in Lettere, lavora come copywriter, ha seguito corsi di scrittura creativa e sempre con Albatros ha già pubblicato nel 2013 il romanzo "DeStino", del quale questo romanzo breve è in qualche modo un prequel.

    [... continua]
    recensione di Laura Battisti

  • Un gioiellino, il lavoro 2017 dell'aquilano Matteo Grimaldi, pubblicato da Camelozampa nella collana “Gli arcobaleni” e molto gettonato.
    La famiglia X è un romanzo di 130 pagine che come nei passati lavori guarda le cose dal punto di vista prediletto dell'autore, quello di un ragazzo, con tutta la semplicità e il rigore della preadolescenza. Non è un caso se, a più di un anno dall'uscita, si rinnovano gli incontri con gli studenti in tutta Italia.

    Micheal è affidato a una coppia di fatto e si scontra e si incontra con i pregiudizi che la comunità ha su questa situazione. Matteo Grimaldi riesce a trattare con intelligenza argomenti delicati come le incomprensioni e la famiglia non tradizionale, perché non li getta sotto i riflettori: la narrazione procede con delicatezza attraverso le giornate inevitabilmente confuse di Michael e dona loro un giusto velo di ironia e goffagine, perché a 13 anni non si ha mai chiaro come muoversi e cosa rispondere, figurarsi in una situazione eccezionale come questa. Così, Michael non sa come risolvere il grosso problema di Zoe, che potrebbe perdere qualcosa a lei molto caro, né come fermare un movimento cittadino che avanza contro le due persone che in questo momento si stanno occupando di lui. Michael cerca punti fermi e gli sembra di non averne, perché i suoi genitori sono stati allontanati e la sua vita “in questo momento è uno schifo”. Anzi reagisce fin troppo bene, per la sua età e per essere uno che ama la matematica per la chiarezza delle sue regole.
    La storia di Michael, comune ad altre storie, si interseca a quella di Enea e Davide, meno comune di altre coppie o forse invece sì. Riusciranno a essere loro, i punti fermi che servono a Michael? È qui che si solleva la domanda in quarta di copertina: chi si prende il diritto di definire una famiglia? “Esiste una formula che possa spiegarlo?”. Il libro lascia una strana serenità, all'ultima pagina, anche perché dimostra che “non centrare un obiettivo non significa fallire”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La vita è una tela misteriosa di emozioni che arrivano spesso inaspettate e aprono porte e cassetti. Spesso il tempo scandisce o assopisce gli attimi, e nella quotidiana razionalità, resta difficile capire come siano connessi cuore, istinto e ragione.
    Le scelte difatti a cui siamo chiamati, portano su strade disparate, ma nel corso della nostra esistenza, il destino ci pone davanti a situazioni e richieste. Ed ecco così che nuovi punti interrogativi si fanno spazio nei pensieri, e situazioni passate riemergono, ma con la consapevolezza di avere acquisito una maggior esperienza.
    La penna della Chiarini descrive con grande realismo personaggi e caratteri, indagando nell’animo umano di ognuno di essi, e riscattando anche quanto la miseria, l’ignoranza o la stessa società, denigrano.
    Il lettore può facilmente calarsi nella libraia cinquantenne Cecilia, dedita al suo lavoro e a consigliare al meglio i suoi clienti.
    “Murata” dai libri e dalle parole, dopo la perdita recente della madre e protesa ad una vita di rinunce, (anche in campo amoroso), riesce grazie a essi, a vincere la paura di dedicarsi al quindicenne Leonardo, entrato per caso nella sua libreria.
    Rivive con lui, la drammaticità e il carico di essere il figlio della bella Nella, la prostituta di Sassuolo, trasferitasi a Modena.
    Abbandona così il suo cinismo e con l’aiuto del sempre amato amico e ora barista Orazio, intraprende un cammino focalizzato sulla ricerca e sulla volontà di rivalutare quanto la forza dell’amore possa apportare.
    Riaffiora così la voglia di sentirsi madre, donna, amica, amante, imprenditrice e di essere garante di verità e felicità.
    Questa dedizione la porterà così a Genova e come cantava De Andrè tra “Via del campo c’è una puttana, gli occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia…”, segue segni e coincidenze.
    Il lettore si trova catapultato nell’avvincente storia e risoluzione del perché la bella Giovanna (Nella), sia andata via da Modena senza dare molte spiegazioni.  Partita dopo un omicidio avvenuto nei pressi della casa dove abitava con il figlio e lasciando quest’ultimo, solo e minorenne, a una donna di cui poco conosceva.
    Cecilia carica di questa “missione”, ci guida nei retroscena, e tra analessi e prolessi di un linguaggio scorrevole, resta facile appassionarsi ai protagonisti, che come i pezzettini di un puzzle, trovano il loro giusto e finale disegno.

    [... continua]

  • Siamo in Puglia, a Ostuni, alla fine degli anni ’90. Protagonista è la natura e i suoi sussulti interiori. Protagonisti umani sono Teresa, una giovane studentessa di Torino che passa le vacanze estive dalla nonna, riconosciuta da tutti come la "maestra"; e i tre quasi fratelli, affidatari di Cesare e sua moglie, Nicola, Tommaso e Bern, conosciuti anche come i ragazzi della masseria.
    La storia inizia con uno spavento, dei rumori sinistri, delle risa sospette, la ribellione della sera che si fa notte, e dei corpi nudi esaltati ed elettrizzati dal divieto, di essersi intrufolati nella piscina dei vicini. Ma chi sono questi tre ragazzi? Cosa ci fanno in casa della nonna? E la masseria perché per Teresa è un luogo da evitare, da considerare inaccessibile?
    Da queste premesse – seppur lente, perché per entrare nel vivo della storia bisogna avere abbastanza pazienza –  prende le mosse il quarto romanzo di Paolo Giordano, "Divorare il cielo", titolo poetico e nostalgico di quattro destini che sono destinati a sconvolgersi come nessuno si sarebbe potuto mai immaginare le reciproche esistenze.
    La masseria è luogo rigido, un’oasi regolata e destrutturata dalle regole ordinarie del mondo, ma anche per questo diviene un polo attrattivo. I ragazzi vengono educati da Cesare, che rigidamente impartisce i principi delle Sacre Scritture, e le giornate sono scandite dai faticosi lavori nei campi. La masseria è una terra vergine, è una terra non contaminata dal peccato. Peccato destinato a compiersi con la crescita, con l’insorgere di altre necessità, esigenze. Arriva la scoperta del corpo. La voglia di scoprirsi. La fuga. Le dicerie di paese. Arriva Violalibera. Si concretizza l’idea di un ecosistema sano, naturale, biologico, dettato dai ritmi terrestri, che rispettasse i quattro pilastri: "Nessuna lavorazione! Nessun concime chimico! Nessun diserbo! Nessuna dipendenza da sostanze artificiali!", ma allo stesso tempo – come per equilibrare gli schemi – arriva la grandine che rovina i raccolti, la xylella che rovina gli ulivi, le ruspe che deturpano l’ambiente.
     
    Giordano, attraverso la storia di queste quattro vite, destinate a moltiplicarsi nei corpi e nelle esistenze durante tutta la narrazione, descrive di un mondo a confronto, quello dettato dai tempi della natura e quello dettato dai tempi umani, ritornando al punto di partenza. Chiudendo un cerchio. Partendo da una donna, gettando il seme infetto del peccato, aprendo le porte dell’Eden, per poi restarne incastrati, da una feroce e brutale vendetta che in tutta la masseria a distanza di anni non fa che promanare ancora e ancora il profumo del dolce oleandro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Osvaldo Guerrieri, di cui avevo già letto Istantanee e Schiava di Picasso, sempre editi per Neri Pozza, ancora una volta non sbaglia un colpo.
    L’arte dello scrivere gli scorre nelle vene, lui giornalista e critico teatrale de La Stampa, in questo libro  – vincitore del Premio Internazionale Mondello nel 2009 – ci parla di una piaga fortemente sentita in Italia: quella della dipendenza da gioco, o meglio identificata come ludopatia.
    Lo fa raccontandoci la storia di Pietro, un uomo come tanti, con una famiglia affettuosa accanto, con la sua routine, gli amici, l’ordinarietà delle cose e degli eventi.
    Ma a volte sono proprio gli amici, che per gioco o per inganno, ti trascinano in un vortice sconosciuto, in una nuova valvola di sfogo, mai considerata, anzi completamente sconosciuta: l’euforia del gioco. L’euforia delle vincite facili. La disperazione di perdere tutto senza accorgersene.
    Il gioco ti dà tanto ma ti toglie il doppio. Guerrieri lo racconta bene in queste pagine fittissime di analisi, che accompagnano il lettore in una storia indimenticabile, piena di sofferenza mista a compassione:  "[…] Partire in questo caso non era sottrarsi. Partire, per chi gioca, non ha parentele con i grandi viaggi rigeneranti, con la visione di un nuovo cielo e con la musica di una nuova lingua. Nella nostra stortura, partire è rifugiarsi là dove comanda la pallina, accanto al rimbalzo dei dadi e al fruscio delle carte quando escono dal mazzo. Partire è un'idea sovrana, un richiamo che non si può eludere, una schiumata di sangue dentro l’intreccio delle vene dure, che potrebbero scoppiare. Come fosse un’attività sessuale, non diciamo se compensatoria o no, una necessità fisiologica, una tensione un po’ bestiale, depurata da ogni sentimento. No, non è una conversatina notturna al riparo d’un muro. È un adescamento feroce di femmina marcia che reclama quattrini. Ma a tasche vuote, lo sanno anche gli idioti, non c’è cunno e non c’è coniugio. A scarsella floscia, l’amplesso non accade, svapora, e nel letto ti lascia una lucertola, ramarri, un fulmineo topo".
    Il gioco che ti abbruttisce, ti fa negare, ti spinge a compiere l’inenarrabile, a chiedere aiuto e a trovare appigli anche quando l’unica soluzione sarebbe dire basta. Metterci un punto. Frenare la mano. Tenere a mente quelle stesse probabilità che regolano il gioco della roulette. Quei numeri in rosso o in nero. E quello zero? Se ne sta lì, apparentemente arbitrario, ma complice come tutti gli altri. 
    L’autore si conferma un narratore senza sbavature, che al di là della storia, che potrebbe essere sentita e risentita, produce con la struttura narrativa, con l’evolversi della storia e con la scelta dei vocaboli – sempre precisi, mai messi lì a caso – un ritratto dell’uomo di oggi che cade nelle ombre buie della dipendenza, senza capire più come uscirne. Ma senza mai arrendersi.

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    recensione di Gino Centofante

  • La più amata è il racconto sentito e accorato che Teresa Ciabatti offre al lettore alla ricerca dell’identità del proprio padre, Lorenzo Ciabatti, chiamato da tutti Il Professore. La narrazione non si risparmia, diventa nella sua evoluzione ossessiva, esagerata, spasmodica, ma per tutti questi motivi anche vera. Senza finzioni. Teresa si racconta senza filtri e ci parla delle sue pretese, ma anche del rapporto familiare, sia con la madre – che sembra si sia annullata dopo aver incontrato Il Professore – sia con il padre: "[…] Si ferma davanti al letto della femmina: ha gli occhi chiusi. Vorrebbe scuoterla, svegliarla o resuscitarla. Invece si abbassa a sentire se respira. Respira.
    Va dal maschio, anche lui inerte con gli occhi chiusi. Anche su di lui il Professore si china. Respira. I bambini respirano, i petti si alzano e abbassano. E il Professore sente qualcosa mai sentita prima, una specie di gioia, come se i figli nascessero in questo momento preciso. Non sei anni prima, non all’ospedale di Orbetello con medici e infermieri fuori dalla sala parto, non nel momento in cui glieli hanno messi tra le braccia, piccolissimi, raggrinziti, e lui non sapeva bene come tenerli, tanto da riconsegnarli quasi subito in altre braccia, della madre, dell’équipe. Non nascevano allora, ma adesso.
    […]
    Il Professore ripercorre la strada al contrario, corridoio, ingresso, scale, salone. Spegne le luci una a una. Anche quelle della piscina: in fondo alla dispensa, dietro ai prosciutti. La villa si oscura, e a chi guarda dalla strada sembra una festa che finisce. Invece è di più, molto di più. È un matrimonio, una famiglia".
    Quest’ansia spasmodica nella ricerca dell’identità e dei rapporti segreti (oltre che dei conti bancari fittizi) di Ciabatti padre diventerà la domanda ricorrente anche di Francesca Fabiani, moglie devota, moglie gentile, moglie riconoscente: "Voglio sapere chi è mio marito: nato a Grosseto il 4 agosto 1928, primario dell’ospedale di Orbetello, residente in via dei Mille 37, voglio sapere chi è davvero Lorenzo Ciabatti, chiede Francesca Fabiani a Tom Ponzi. Un milione di lire anticipato. Gli altri alla fine".
    Alla fine della lettura ne esce un ritratto tutto italiano di una famiglia, con tutti i suoi difetti, le sue ipocondrie, le sue fragilità raccontata con uno stile unico, vivo, e anche – perché non si può non dirlo – infinitamente pieno di sé: "Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no".

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    recensione di Gino Centofante

    • Diari
    • 21 maggio alle ore 17:55

    Quando si comincia a leggere questi Diari, si ha l’impressione di seguire le febbrili annotazioni di una bella ragazza americana che scopre l’Europa, con i calzini bianchi e un boyfriend al seguito. Tutto vibra, tutto sprizza energia, c’è un senso di attesa che si impone su tutto. Ma presto ci accorgiamo che le cose non stanno esattamente così. O meglio: non soltanto così. Troppo preciso è il segno delle parole, troppo snebbiato lo sguardo, troppo inquietante lo sfondo psichico che si intravede. Così ci immergiamo in una lettura sempre più appassionante e talvolta angosciosa: il giornale di bordo di una sensibilità acutissima, lacerata e drammatica, quella di una scrittrice che, per i suoi versi e per il suo tragico destino, è presto diventata, nei nostri anni, un magnete e un emblema per molti lettori – ovvero anche, come si dice con inconsapevole esattezza, un «culto».
    Questo volume raccoglie parte dei diari che la Plath scrisse tra il 1950 e il 1962, e che furono pubblicati per la prima volta nel 1982. Si entra completamente dentro la vita di questa grande donna che combatté una battaglia prepotente con la vita, fino alla resa. Si legge dell’incomprensione e dell’incertezza degli affetti: "Perché mi turba tanto quel che gli altri danno per scontato e che li rallegra? Perché sono così ossessionata, perché odio a tal punto quello in cui sto per essere così inesorabilmente trascinata? Perché, invece di andare a letto nella carezzevole oscurità erotica sorridendo languidamente tra me nella notte, dire ‘Un giorno, se seguirò la via giusta, sarò fisicamente e mentalmente appagata…? Perché più tardi rimango seduta a far raffreddare il fuoco fisico e a sferzare la mente verso pensieri freddi e calcolatori? Non amo; non amo nessuno all’infuori di me stessa. Questa sì che è una cosa sconvolgente da ammettere. Non ho niente dell’amore altruistico di mia madre. Non ho niente dell’amore assennato, realistico…Per dirla in parole povere e franche, io voglio bene solo a me stessa, al mio gracile essere con i suoi piccoli seni inadeguati e le sue scarse, limitate attitudini. Sono capace di provare affetto solo per chi riflette il mio stesso mondo. Non ho idea di quanto ci sia di sincero ed autentico nella mia sollecitudine verso altri esseri umani e di quanto non sia altro che una falsa mano di vernice imposta dalla società. Ho paura di affrontare me stessa. Stanotte sto tentando di farlo. Mi auguro di cuore che ci sia qualche sapere assoluto, qualcuno su cui contare affinché mi valuti e mi dica la verità".

    Un libro consigliato per gli amanti della poetessa, che ti entra dentro e a distanza di ore, giorni ti riporta ancora li a riflettere sulle parole di questa indimenticabile donna.
     

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    recensione di Gino Centofante

  • La campana di vetro (The Bell Jar) è un romanzo a chiave della poetessa statunitense Sylvia Plath, pubblicato originariamente con lo pseudonimo di Victoria Lucas, nel 1963. Plath si suicidò un mese dopo la pubblicazione e nel 1966 il romanzo venne ristampato in Inghilterra con il vero nome dell'autrice. In America, a seguito della richiesta da parte della madre e del marito, Ted Hughes, la ristampa avvenne diversi anni dopo, nel 1971.
    La narrazione si sviluppa in tre fasi la cui distinzione è resa, in parte, dal netto cambio di scenario. Sfondo alle vicende dei primi capitoli è una New York in piena prosperità postbellica. È il giugno del 1953 e i coniugi Rosenberg sono stati condannati alla sedia elettrica, accusati di essere spie dell’Unione Sovietica.
    Nel suo soggiorno a New York Esther Greenwood desidera solo lasciarsi travolgere dalla vita della città e fa fatica a non deludere le aspettative di quanti la conoscono. La sua impeccabile media universitaria le ha permesso di ottenere un posto di apprendistato presso la rivista femminile Ladies’ Day, ma la sua laboriosità inizia a vacillare. A causa del suo atteggiamento negligente è prontamente incalzata da Jay Cee, la stacanovista redattrice della rivista, emblema della donna pienamente realizzata dal punto di vista professionale.
    La narrazione del periodo trascorso da Esther alla rivista Ladies’ Day è alternata da flash-back delle sue prime esperienze romantiche con Buddy Willard, ragazzo “della porta accanto”, studente di medicina e, apparentemente, fidanzato perfetto. L'esperienza a New York si rivela, nel complesso, ben lontana dalle aspettative.
    Inizia così il progressivo subentrare della depressione, alimentata dal ritorno a Boston, fino a sfociare nel tentativo di suicidio.
    Gli ultimi capitoli del romanzo sono ambientati in un istituto di salute mentale e raccontano il percorso di guarigione di Esther.
    Un romanzo autobiografico indimenticabile, che può avere la pretesa di essere diventato universale, in cui Sylvia attraverso l’alter ego di Esther ci racconta delle sue paure, delle sue ossessioni, del suo rapporto con la madre, della scoperta del sesso, della perdita della sua verginità, del rapporto con l’ospedale psichiatrico, dell’elettroshock, delle riflessioni sul suicidio, e immancabilmente della poesia.
    Ma ciò che più stupisce di questo ritratto intimo è la cifra stilistica, non cupa, deprimente o soffocante, ma anzi ariosa, coinvolgente, asciutta, quasi come se l’autrice avesse interiorizzato in sé una rassegnazione alla morte. La sua unica felicità possibile.

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    recensione di Gino Centofante

  • "Guardai la bella figura alta e slanciata di mio marito: un ariano dall’albero genealogico incontaminato che si era scelto una sposa dall’albero genealogico altrettanto incontaminato con la quale aveva concepito un bambino che doveva essere perfetto e che invece era malato. Che cos’era? Una beffa del destino? Un monito per punire la presunzione umana? La presunzione nazista di poter creare la perfezione confidando nella fredda e nuda teoria?".

    Uscito nel 1998 per Rizzoli questo libro di Helga Schneider lascia sgomenti. Siamo a Berlino, nel maggio del 1997, Grete, ormai ottantenne ripercorre il passato sfogliando il proprio album personale. Lei moglie di un gerarca delle SS, mandata in uno dei lager camuffati da cliniche nella Germania nazista.
    Berlino, nel dicembre del 1940, la Germania è in guerra ed Hitler decide di dare il via all’operazione T4 (Tiergartenstrasse n.4), un programma di eutanasia per eliminare «i pesi morti» che avrebbero potuto portare via risorse preziose alla nazione stessa. Un programma folle, che già dal ’39 prevedeva la soppressione di ritardati, epilettici, schizofrenici, paralitici, psicopatici, depressi, paranoici, dementi senili, morfinomani, reduci mutilati di guerra, neonati malformati o persone con qualunque altro tipo di disfunzione. Persone viste come un peso, inutili. Un fardello di cui liberarsi.

    Ma chi era il piccolo Adolf che non aveva le ciglia? Il figlio maschio di quest’alto ufficiale delle SS cui era stato imposto per amore al Fuhrer il nome di Adolf, ma la Schneider inserisce un elemento in più, che fa riflettere. Il piccolo Adolf figlio di un regime nazista non è un ariano puro, ma un ariano con un cromosoma in più.

    L’autrice con delicatezza riesce a far riflettere il lettore e a dare voce a ciò che spesso è dimenticato affinché tutto ciò possa non ripetersi mai.

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    recensione di Gino Centofante

  • Perché ho letto questo libro? Sicuramente è stato un richiamo sincero, necessario, un’attrazione improvvisa che ho scelto di seguire senza sapere a cosa andavo incontro. Totalmente al buio, senza sapere nulla della trama.
    Il libro è scritto dalla scrittrice/filosofa, ma anche traduttrice di Tel Aviv, Michal Ben-Naftali, è edito in Italia da Mondadori nella traduzione di Alessandra Shomroni. Col titolo L’insegnante, che porta con sé un’aura di mistero e interesse su cosa è basato il libro, è una ricostruzione accorata e lucida dell'autrice nei confronti di quella che è stata la sua insegnante di inglese, Elsa Weiss, ai tempi della Seconda guerra mondiale.
    Ma come mai la pulsione e l’esigenza di una narrazione/ricostruzione personale verso una propria insegnante? "Nessuno conosceva la storia di Elsa Weiss. Pochi la chiamavano per nome. Ci rivolgevamo a lei come ci si rivolge a un generale, a uno sceriffo, o a un dignitario del quale occorre preannunciare l’arrivo".
    Elsa Weiss è una persona schiva, riservata, all’apparenza quasi anafettiva, sempre attenta a ogni suo gesto o parola, lucidamente attenta a mantenere quel rapporto di distacco tra sé e i propri alunni. Lei figlia di genitori ungheresi, Samuel e Leah, che sembra nascondere, offuscare. Cancellarli dalla propria narrazione personale.
    Ma cosa nasconde l’insegnante? Qual è il suo passato, e come mai è solita creare una barriera – forse di protezione (?) – tra lei e il mondo esterno?L’autrice riesce a raccontarci la storia di questa donna, ponendo in ballo anche riflessioni interessanti: "In un’epoca in cui c’erano ancora forti distinzioni tra i sessi e i ruoli, imparammo che si poteva avere una vita piena anche senza crearsi una famiglia nel senso tradizionale del termine, che si poteva passare del tempo con dei ragazzi senza assumere il ruolo di madre, che si poteva essere materni senza avere figli. E che si poteva anche non essere materni, essere estranei a tutto questo, essere qualcos’altro, qualcosa di diverso, mantenere un comportamento che noi non volevamo emulare (forse perché ci sembrava troppo tetro o pericoloso, nonostante non lo percepissimo come qualcosa di disprezzabile o come “tipico della diaspora”). A un tratto capimmo che tutto questo era fattibile e racchiudeva una forza di tipo diverso. Nuove possibilità aleggiavano nell’aria, semplici modi di essere che provenivano da “lassù”, dall’Europa di prima della Shoah, ma anche da chi era nato in Israele. Sebbene la scuola si proponesse di essere un luogo che garantiva sicurezza all’istituto della famiglia, suo malgrado volgeva lo sguardo verso altri orizzonti. Eravamo fuori casa, in un luogo che, grazie alla presenza di un gruppetto di insegnanti, si era trasformato in una zona extraterritoriale".
    Raccontando il suo viaggio – di fuga/speranza (?) – dall’Ungheria, Kolosvàr, passando per Parigi, la Svizzera, per poi approdare in Israele si riflette insieme a questa figura oscura, che sta nell’ombra, ai margini, che sembra scappare dai palcoscenici e dalle celebrazioni personali.
    La storia intima e delicata portata all’attenzione da Michal Ben-Naftali è una storia necessaria, è una storia di riabilitazione personale, e di memoria, anche quando la memoria sembra essere un drappello da cui scappare, per fuggire non solo da se stessi, ma anche da una colpa/ingiustizia/privilegio che non si è scelto, di cui non si hanno meriti, anche a distanza di anni, e a cui si risponde prendendo un volo. Il volo fatale.

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    recensione di Gino Centofante

  • Una storia intima, sofferta, sincera, quella che Daria Bignardi al suo sesto libro offre ai lettori. Tacitamente autobiografica, l’autrice che ormai non vuol saperne più niente di telecamere e televisione, ci racconta del suo rapporto con l’ansia, ma soprattutto con il sopraggiunto male, un tumore che le stravolge la vita e la pone in una situazione ancora più critica rispetto alla malattia e alla relazione con l’inaspettato.
    Lea/Daria afferma: "Il buono di una malattia è che capisci cosa viene prima. Lo senti senza più incertezza, ed esci dalla ruota del criceto. Per piena che sia, ogni vita, prima o poi, diventa una bolla in cui fai sempre le stesse cose. Quando ti ammali la bolla esplode. Fai esperienze nuove, conosci nuove persone: medici, infermieri, altri malati. Altri mondi.
    Mi piacciono le sorprese, così tanto che la notte di San Lorenzo dell’estate scorsa, guardando le stelle cadenti, avevo espresso il desiderio di riceverne una.
    Non avevo pensato di chiedere che fosse bella».

    Ma Lea donna dal carattere duro, riesce a trovare una sua dimensione, a non annullarsi completamente, pur sentendosi sempre prigioniera: «ci ho messo tanto a riconoscere di essere diventata anch’io una persona ansiosa: per via delle manie di mia madre l’ansia per me era la cosa più brutta del mondo, non potevo accettarla. Io ero quella che reagiva, non quella che si arrendeva, come lei che si preoccupava di tutto tranne di ciò che importava davvero.
    Mi sono concessa di riconoscere l’ansia solo quando ho creduto di aver scoperto la cura: scrivere storie, portarle in scena. È stata l’ansia a non farmi fermare mai».

    Questo non è un libro sulla malattia, è un libro sul modo di affrontarla. Non c’è un atteggiamento giusto per tutti o una formula magica, ma Lea/Daria una certezza dopo il nubifragio l’ha ricevuta, che l’amore è un passo fatto d’istinti, di pulsioni, di smanie involontarie, anche quando tuo marito, Shlomo/Luca, sembra non volerti, o non sapertelo esprimere abbastanza, e tu stai lì che sceglieresti di nuovo lui mille volte, nonostante tutto, anche con tette di plastica e capelli da barbie.

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    recensione di Gino Centofante

  • "Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi".
    Nell'autunno del 1975 la sedicenne Jeanette Winterson deve prendere una decisione: rimanere al 200 di Water Street assieme ai genitori adottivi o continuare a vedere la ragazza di cui è innamorata e vivere in una Mini presa in prestito. Sceglie la seconda strada, perché tutto quello che vuole è essere felice. Tenta di spiegarlo alla madre, che però le chiede: "Perché essere felice quando puoi essere normale?". Da questa frase inizia il racconto indimenticabile della Winterson che ci offre a tutto tondo un’analisi di quella che è stata la sua infanzia, in mezzo ad un padre troppo spesso assente o volutamente taciturno, potrebbe ben dire quasi uno schiavo della moglie, nonché madre ingombrante (adottiva) di Jeanette. Una madre uscita fuori di senno che si divertiva a punire Jean, a lasciarla fuori casa accoccolata sui suoi gradini, attenta solo all’economia domestica – e neanche troppo – con una sessualità assente, si potrebbe dire non pervenuta.
    Ossessionata dalla sua fisicità, allo stesso modo ingombrante, dal Vangelo che recita ogni giorno a memoria quasi fosse una melodia, dalle torte e dai suoi lavori di ricamo. Una donna succube della propria solitudine, che forse sperava di trovare compagnia in Jean, sua figlia adottiva (?), una donna che odiava i libri, se non la narrativa del disimpegno, che della casa aveva fatto un luogo sacro, privo di peccato, e impossibile da contaminare da altri libri, se non quelli che prenotava in biblioteca, storie legate a morti, redenzioni, peccati espiati, e qualche traiettoria poetica.
    Jean è in gabbia, si sente soffocare, vive un affetto provvisorio e intermittente che non sente pienamente proprio e cerca di consolarsi attraverso i libri, rigorosamente presi di nascosto e messi sotto il materasso: "Ricordate la storia di Filomela, che viene stuprata e a cui tagliano la lingua perché non riveli l’accaduto? Credo nei racconti e nel potere delle storie perché ci permettono di parlare una lingua sconosciuta. Non veniamo ridotti al silenzio. Tutti noi, quando subiamo un trauma, ci ritroviamo a esitare, a balbettare; ci sono lunghe pause nel nostro discorso. Ci è impossibile esprimere quel che abbiamo dentro. E possiamo reimpossessarci della nostra lingua solo attraverso la lingua degli altri. Possiamo rivolgerci alla poesia. Possiamo aprire il libro. Qualcuno è stato lì per noi e ha scandagliato le parole […]".

    La Winterson ci regala pagine dolorose, pagine complesse di introspezione umana, pagine di indagine sul senso di sé e quel senso di smarrimento costante sul filo della follia, sulla famiglia che le è capitata, sugli affetti, sulle possibilità del tempo e sui sipari della scrittura, tracciando un filo rosso intorno a tutta la narrazione, che può essere riassunto da questa citazione: "Certo, siamo tutti esseri umani. Certo, amare è un impulso naturale. L’amore esiste, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo insegni. Vogliamo stare in piedi, vogliamo camminare, ma qualcuno deve tenerci per mano, darci un po’ di equilibrio, guidarci un po’, rialzarci quando cadiamo [anche quando chi ci insegna e ci guida è una madre snaturata, matta, e alla ricerca di un’accettazione personale mai avvenuta N.d.r.]".
     

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    recensione di Gino Centofante

  • "A Milano, in una giornata di ottobre del 1982, guardo fuori da una delle tante finestre della classe e vedo ragazzi e ragazze che passeggiano nel prato della scuola. Una volta ero come loro. Camminavo, correvo, saltavo. Ora tutto è cambiato. Io sono ferma mentre loro continuano a correre, ignari del tesoro che possiedono: un corpo che risponde alla propria volontà. E io non voglio morire vergine. Non sarà facilissimo".

    La vita di Barbara è cambiata all'improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l'età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l'incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole.
    Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all'amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.
    Bellissimo, per chi aveva già apprezzato, Sirena mezzo pesante in movimento, questo libro ne è un po’ il continuo. L’autrice si regala ai lettori senza filtri e parla di sé senza infingimenti mostrando paure, debolezze, ansie, e il suo rapporto col mondo ma soprattutto col suo corpo.
     

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    recensione di Gino Centofante

  • "Mentre l'acqua nera le riempiva i polmoni, e lei moriva".

    Acqua nera è un libro claustrofobico, che stupisce ancor di più sapendo che è tratto da una storia vera, ovvero l’incidente di Chappaquiddick avvenuto nel 1969, che coinvolse il Senatore Ted Kennedy e la sua segretaria Mary Jo Kopechn. Nel romanzo la Oates la trasfigura in Elizabeth Anne Kelleher, da tutti conosciuta come Kelly. Questo evento che sconvolse l’America segnò la fine della carriera politica del senatore Ted Kennedy.
    Guida il senatore, era ubriaco. Lui riesce a salvarsi, non solo dalla morte, ma anche dall’accusa di omissione di soccorso. Lei muore, lei è in apnea, mentre l’acqua nera le riempiva i polmoni, lei moriva, ripercorre la sua vita, il suo rapporto con i genitori, con la vita, con il suo percorso accademico, l’attaccamento alla vita, le false illusioni, gli amori finiti e quelli che non puoi respingere anche quando non senti più il fiato e il nodo in gola diviene sempre più feroce, come un buco nero dal quale non c’è via d’uscita. La fine. La bolla che scoppia. L’aria che si riduce. Minimi termini di un destino che sei costretta a subire.

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    recensione di Gino Centofante

  • "Se ti succede qualcosa, te lo sei andato a cercare!"

    Un romanzo breve che la Oates ha scritto su un tema complicato quanto raccapricciante: lo stupro.
    iamo a Niagara Falls in America (dove l’autrice aveva già ambientato il suo famoso “Le cascate”), e la protagonista è Teena Maguire, una donna trentacinquenne dall’aria giovanile e provocante, vittima di stupro di gruppo ad opera di otto ragazzi sotto l’effetto di alcol e metamfetamina.
    Osservatrice dell’atto inumano è la figlia della donna, che è riuscita a scampare allo stupro nascondendosi sotto un riparo di fortuna, lei con i suoi soli dodici anni, Bethel Maguire, da tutti conosciuta come Bethie, che vede finire la sua infanzia quel giorno maledetto del 4 Luglio 1996.

    Ma il libro oltre a non risparmiare nel dettaglio le descrizioni dello stupro, offre al lettore quello che è era ed è il sistema sociale e giudiziario rispetto a fatti del genere: l’occhio accusatore e giudicante, l’opinione pubblica feroce e spietata e mai remissiva, il cinismo giudiziario a tutto tondo, le beffe da parte dei violentatori, quasi complici di un sistema difettoso, macchinoso.

    Ma questo libro non parla solo dello stupro, ma parla come non ci potrebbe aspettare anche dell’amore. Due cose all’opposto. L’amore non è stupro. Lo stupro non è amore. La Oates interpone una terza figura (oltre alla vittima, alla figlia e ai pluri-violentatori) che inaspettatamente sembra voler mettere giustizia dove la legge non arriva. Ecco, questo lato giustizialista molto fai da te, – non so se è questo il messaggio che volesse far passare l’autrice, e se è così mi sento di prendere le distanze – non mi è particolarmente piaciuto. Non è la strada giusta, anche se si parla di amore, di voler ripagare i conti, di voler fare giustizia.

    Per il resto ho apprezzato molto il punto di vista della narrazione, il lato giornalistico, il tratteggio dal punto di vista mediatico della vicenda – con tutti i suoi risvolti negativi –. Lo stile resta conciso, preciso, senza sbavature. Peccato per questo messaggio di fondo che lascia qualche ambiguità e interrogativo, e per qualche pagina – stranamente in questo caso – in meno rispetto a quante magari la vicenda affrontata ne richiedeva. In questo caso un po’ più di pagine non avrebbero guastato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante