username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Recensione contiene
  • Nome autore

Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • I profili delle cime, erosi dall’azione delle piogge e dei venti; il ghiacciaio, testimonianza delle nevi d’inverni centenari; l’acqua sorgiva che, sotto forma di torrente, attraversa il pendio fino a valle, offrendo alle trote piccoli ristagni in cui cacciare. Questi sono i tratti del protagonista del romanzo di Paolo Cognetti, che non si limita a far da sfondo alle vicende narrate, ma che diventa parte attiva, pulsante e mutevole della trama. Sono gli alpeggi ed i boschi di conifere ad accogliere le esperienze, le scoperte e la neonata amicizia tra Pietro e Bruno, a cui il monte assiste dall’alto, come fosse il narratore della storia. Bruno, indomito e “selvatico”, sembra possederne pienamente l’essenza, respirandola a pieni polmoni ed istaurando un rapporto quasi simbiotico; Pietro invece ne subisce l’attrazione magnetica, cogliendone la potenza e la bellezza aspra, a tratti struggente: il lettore condivide il suo sgomento dinnanzi a quei giganti rocciosi, magistralmente descritti dall’autore, il quale riesce ad evocarne l’atmosfera senza rallentare il ritmo narrativo. Desiderosi di sfuggire all’eventualità di riflettere, preferiamo lo stordimento che provocano la fretta ed i mille impegni che affollano le nostre giornate: Paolo Cognetti conduce il lettore alla riscoperta della bellezza e della piacevolezza del silenzio, che regna incontrastato sui rilievi e le valli. Se per Mario Rigoni Stern la preghiera consiste nello stare in silenzio in un bosco, in questo caso è invece una scalata senza sosta né riposo per raggiungere l’agognata vetta. Il romanzo è un punto d’osservazione privilegiato su un paesaggio affascinante e misterioso, lontano dalla frenesia della città e dalle altezze artificiali dei grattacieli metropolitani. “Le otto montagne” è una lettera d’amore indirizzata alla montagna, che contemporaneamente attrae e inquieta, ed un invito a non considerarla una vacua meta turistica, ma un rifugio meditativo ed un mezzo per entrare in comunione con la natura.

    [... continua]
    recensione di Cristina Colace

  • La storia di Sara, nel libro di Claudia Saba "Era mio padre", è la storia triste e sconvolgente di tante donne vittime di violenza tra le mura domestiche ma anche la storia di una bambina, di una madre e di un padre.  
    Il  contesto dove ci si dovrebbe sentire più al sicuro, quello della famiglia, diviene il luogo dal quale allontanarsi e le persone "più care" orchi, dai quali fuggire. Il racconto dell'autrice apre con l'adolescenza di Sara, i suoi tredici anni, "il tempo spensierato del suo vivere", i sogni da rincorrere, un ragazzo, l'amore. "Le sembra di tuffarsi in un sogno. Ogni tassello diventa realtà".
    Il divenire madre non la completa. L'assenza del marito, il secondo figlio la rendono "insofferente", poi le cose cambiano, il marito la rimprovera, la tratta come un oggetto, si fa più violento, un aborto... e poi di nuovo incinta. Volutamente non sono descritti i periodi storici, perché la violenza non ha un'esatta collocazione, può essere ovunque e in ogni luogo. Sara voleva solo che "qualcuno la considerasse una persona". Sara "faceva cattivi pensieri" ma "sopportava le continue angherie, solo per i figli che crescevano" fino a che "la situazione divenne insostenibile...
    E continua a raccontarsi, Sara-Claudia, in una sorta di racconto-diario scritto in prima persona, annota tutto: accadimenti, sensazioni, riflessioni, paure e pian piano si interroga; non sono i lividi delle botte a farle male, quelli "poteva continuare a nasconderli con un po' di trucco". Quello che inquieta Sara sono le lacrime. Lacrime che non escono, assenza di dolore alla morte di suo padre. Perché? È a questo punto che Sara comprende che ha bisogno d'aiuto... I figli ora sono quattro. Sara commette degli errori, pensa di non essere una buona madre, come non lo è stata con lei sua madre.
    Sara pian piano ricorda, il cammino è lungo e difficile e gli uomini che incontra nella sua vita ne schiacciano e annientano la personalità, ma nonostante tutto lei ha bisogno di "rivedere" ciò che di tanto mostruoso ha rimosso, ne ha bisogno per andare avanti e trovare i suoi equilibri. La figura dell'orco comincia ad avere delle sembianze...
    Con la prefazione della Dottoressa Cinzia Mammoliti, Criminologa che descrive il mostro come "un soggetto affetto da un grave disturbo di personalità che comporta percezione del sé alterata, caratterizzata da un senso di grandiosità illimitata, la tendenza a oggettualizzare e sfruttare gli altri, una totale mancanza di empatia fino a vera e propria crudeltà mentale, fisica e sadismo", e la postfazione del giornalista Fabrizio Giona che esalta "la magnificenza della vita umana, quale dono sacro ed inviolabile, sotto ogni profilo affinché l'uomo sia promotore di cambiamento nelle intenzioni e negli  atteggiamenti, inneggiando alla non violenza, al rispetto reciproco", il libro, edito da Laura Capone, raccoglie all'interno alcuni "pensieri in solitudine" dell'autrice e un'intervista della stessa dal titolo "Il colore della vita" rilasciata alla giornalista Giovanna Pastega, dove la figura della "madre"si rivela essere, attraverso le risposte dell'autrice, l'ultimo doloroso tratto di linea che "chiude il problematico, sofferto, cerchio familiare".

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • L’idromele è una sostanza tra le più antiche del mondo e rimanda alla bevanda prediletta di Odino, che era il dio della poesia. Esso ha sempre rappresentato la capacità di poetare o, meglio, di rileggere il mondo in chiave poetica. Per tale motivo, certamente, Manuel Paolino, triestino, classe 1977, lo ha scelto come titolo della summa di versi che ha pubblicato in due volumi per i tipi de ‘Il seme bianco’. Si tratta di poesie che coprono un lungo arco di tempo e che rappresentano il percorso intrapreso dall’autore a seguito di una chiamata ‘alle armi’ definitiva e viscerale. La suddivisione dell’opera in ‘parti’ non ha valore cronologico-temporale. Da subito, sin dall’esergo, il lettore è lasciato libero di procedere secondo il suo sentire, confrontandosi con i versi come in uno specchio che possa riflettere ciò che egli è.
    “Da qualunque parte Tu lettore apra questo libro esso comincerà”.
    Restiamo convinti che la grande sfida dell’arte sia quella di essere riconosciuta nella sua universalità, nel suo leggere il reale per diventare ‘oggettiva’, senza che al  fruitore venga fornita alcuna mappa. La strada poetica, in sostanza, sa svelarsi da sé, rispondendo in modo misterioso agli interrogativi di chi la percorre, sia in veste di autore che di lettore.
    Il titolo di quest’opera ci parla da subito di una poesia colta, avveduta, ricca di rimandi: Garcia Lorca, ma anche il mito greco che rivive, in questi versi, sempre nuovo e potente. Una poesia che è, allo stesso tempo, saggia e profonda ma anche – come suggerisce il titolo – fluida. Che accetta l’abbaglio come momento di crescita e che appare sincera, mantenendo sempre la capacità di sapersi dentro le cose, più a fondo, parte di un disegno superiore.
    “E da quassù,/ posso vedere una città brulicante di versi,/ accendersi in un liquido – d’idromele - / dai molteplici sapori”. Dove quel ‘da quassù’ indica una posizione anche scomoda, perché impone di non distogliere lo sguardo 
    Che si parta dalla fine o si segua ordinatamente l’iter delle composizioni, il disegno appare chiaro, fondato com’è sulla volontà di comprendere il mondo nella sua interezza. “L’idromele” è un diario poetico che copre ben quattordici anni, offrendosi al lettore con pudore e schiettezza al tempo stesso. “Alle così care pietre/ mi siedo accanto/ prima che la mia/ valchiria arrivi/ devo contar ancor/ tutte le nubi”. E, ancora: “Vivo di passioni, come vedi/, e lascio l’anima contemplare nella veglia/ del mio sonno; caccio, o Ermete,/ puro e con i miei vizi,/ anche Dio”.
    Partenze, ripartenze, città, approdi. I versi di Paolino raccontano tutto questo con grande capacità di coinvolgere il lettore, come un “fluido dolce capace di soddisfare la sete”.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Gaia Conventi la conosciamo bene da queste parti: è il suo settimo libro che recensiamo. Ma la fama di Gaia travalica Aphorism, anche perché i suoi riconoscimenti e le pubblicazioni (Mondadori inclusa) iniziano a diventare un numero importante. 

    E poi Gaia non si nasconde mica, chi la segue sui social lo sa: è un vulcano di idee, iniziative, progetti, passioni. Social, blog, campi di tiro dinamico, fotografia... finché un bel giorno condivide con nonchalance in rete una copertina e un titolo, e allora ti ricordi che Gaia Conventi è - prima di tutto - una scrittrice. Una brava scrittrice.

    D'argine al male - Dove i topi non muoiono, è il suo ultimo lavoro pubblicato dalla casa editrice Le Mezzelane: un bel formato chiaro, spazioso, con un editing curato, cifra stilistica di ogni pubblicazione di valore.
    In pratica una confezione perfetta che cela una storia torbida e perversa. I protagonisti principali sono Iolanda e Giovanni, due fratelli, e Francesca che suo malgrado si imbatte nella coppia. I tre innescheranno una serie di dinamiche fisiche e psicologiche che costringeranno ognuno a ricostruire la propria storia per rivelarla a sé stessi in maniera brutale, violenta, senza filtri né alibi. E il lettore sarà al loro fianco fino alla fine, per comprendere definitivamente ciò che ogni singola pagina rivela un pezzetto per volta. Come dovrebbe essere in ogni buon thriller che si rispetti.

    Ad accompagnare i protagonisti in questo folle cammino verso la catarsi, c'è la forte territorialità del romanzo, la sua ambientazione specifica - nella provincia ferrarese - che diventa proscenio e trasforma le anse del Po in un serpente che avvolge e stringe tutto a sé: le persone, i paesi, la nebbia, la costa, l'intera pianura e quella casa accanto al cimitero. Quella casa dove ci sono loro: i topi che non muoiono e che prolificano, resistono e sopravvivono nonostante tutto.

    Il congegno messo a punto dalla Conventi è puntuale, esplode come una bomba sul finale e ci accompagna con un ticchettio sommesso e sempre più crescente man mano che si sfogliano le pagine e si snocciolano rivelazioni.

    Prendete nota di questo titolo: D'argine al male - Dove i topi non muoiono, un horror italiano che non ha nulla da invidiare ai tanti libri stranieri che spesso invadono le nostre librerie grazie a strategie editoriali, di distribuzione e marketing, più che per la loro qualità.
     
    Qui vincono i contenuti, qui vince Gaia Conventi.

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Chi, in una qualsiasi famiglia del centro-sud tirrenico, non ha qualcuno in grado di raccontare, con straordinaria lucidità, i giorni dell’occupazione?

    Ascoltare questi racconti non è mai semplice, e per due motivi: il primo, perché rievocano storie che nella migliore delle ipotesi vorremmo non conoscere; e il secondo perché ascoltarle fino in fondo, ossia riuscire a interpretarle attraverso il filtro della nostra “modernità” e riuscendo a scorgere tutta la straordinaria gamma di vicissitudini che si celano in queste storie, e addirittura a farle rivivere attraverso la propria penna, richiede una sensibilità senz’altro fuori dal comune. E Teresa Simeone questa sensibilità non solo la possiede ma è riuscita, attraverso una prosa leggera ma impeccabile, a raccontare con dovizia di particolari e senza lasciare nulla al caso la “comunissima” e proprio per questo straordinaria storia di Nietta, una giovane donna coraggiosa che all’improvviso si troverà catapultata nell’orrore e nella miseria della guerra.

    Nietta affronterà con grande coraggio le sfide che le si porranno davanti, e che dalla nativa Gaeta la porteranno, insieme alla famiglia, a fuggire sul monte Ottaiano e da lì verso le montagne di Itri, in fuga dai bombardamenti e dalle rappresaglie ma in fuga, anche, dalla sua giovinezza, per sempre perduta in quell’ultimo abbraccio a un amore destinato a svanire come l’innocenza...

    La ragazza diverrà donna senza però rinnegare i propri sogni ma inseguendoli con caparbietà e coraggio, anche contro ogni logica e speranza. Con le sue sole forze, Nietta troverà la via verso quella casa demolita ma mai distrutta: se stessa. E le fondamenta saranno robuste e destinate a dare i frutti...

    Una storia di guerra ma anche una storia di coraggio, Contrada Arcella si colloca nella tradizione di racconti di guerra di Gaeta e del suo Golfo, quale “Il carrubo di Ottaiano” dello scomparso ma non dimenticato Antonio Riciniello.

    [... continua]
    recensione di Jason Ray Forbus

  • L’amore è un treno di emozioni; si può fermare, prendere, accendere, trasportare e corre su binari conosciuti e/o ci trasporta semplicemente.
    È un gioco che comporta dolore, nutrimento, passione, pensieri pro e contro. Ha linguaggi corporei, e tra odori, carezze, sorrisi rubati, porta anche a bruciare le tappe, per rincorrere quei vuoti che fanno sobbalzare.
    Il monito della stessa autrice: “Che cosa stai aspettando!”, è un incentivo quasi salvifico, da chi, quel bruciore dentro lo ha sentito tutto.
    Lu Paer, abilmente descrivere la sua valigia di emozioni, divenute anche la sua “droga”, la sua prigione, la sua ricerca continua di rivincita.
    Ambiziosa, grintosa, erotica.
    La penna non risparmia censure, senza però mai scendere nel banale o nel volgare. L’autrice difatti, descrive la realtà di un’ “accompagnatrice”, con particolari piccanti e la sua rinascita, ritrovando la sua essenza nel superamento delle incertezze, date da mancanze e da una società che non risparmia le debolezze. Una  continua lotta che modella il corpo e lo spirito, producendo una metamorfosi evolutiva e risollevandosi dalle cadute, trova così il senso, con quel volo oltre tutto e tutti in una “nuova vita”.
    Riprendere in mano il proprio progetto non è semplice. Sostenere quello in cui si crede ancora più complesso, ma la chiave- svolta sta nel tornare ad amare i colori, le imperfezioni, la natura, gli animali, spogliandosi, per rivestirsi di nuova luce.  
    Con questa consapevolezza, anche il buio della nostra “foresta” non fa così più paura.

    [... continua]

  • "Se i muri potessero raccontare" di Maurilio Riva prima di essere un libro è una comune preoccupazione: "Immagina se questi muri potessero raccontare… ah se potessero parlare!", direbbe la mamma, la zia, la nonna, chiunque abbia condiviso e poi cercato di tenere stretto un gossip familiare. Perché i muri sono una parte significativa della nostra esistenza (le mura domestiche) o pericolosa (crollo dei muri), segreta, custode di un tesoro da un valore inestimabile significato dalla parola. 
    Per Riva i muri in questione sono affaticati dalla fatica fisica, rigati dal sudore, dalla politica delle lotte di classe e dalle distrazioni che provocano incidenti. Sono i muri delle fabbriche sui quali operai giovani e vecchi poggiano la spalla per fare resistenza o, comunque, per riposare.

    “Se i muri potessero raccontare è un romanzo nel quale la natura del narratore viene palesata dal sottotitolo Memorie operaie in cemento armato […]”. Memorie, appunto, dove la sfida dell’autore – operaio stesso – è non dimenticare gli accadimenti che hanno segnato un’epoca. Per farlo si avvale della finzione (per meglio dire, “azione”) di alcuni personaggi che appaiono e scompaiono col ritmo della narratività. Prima di lui – a memoria, appunto – soltanto Antonio Pennacchi ha osato raccontare le storie di fabbrica, la sua fabbrica, restando accollato alla scena madre che allatta il fumo nato dallo scarico. Poi c’è il cemento armato, materiale resistentissimo che si mescola, dunque, con la fragilità della mente.

    “[…] Sono memorie in cemento armato in quanto testimonianza dei muri della fabbrica, memorie coriacee poiché granitici erano quegli anni per la durezza delle battaglie e il tipo di conflitto”, si legge in quarta di copertina. Questa memoria è guida per una storia che, seppure chiamata “romanzo”, somiglia a una raccolta di mini-racconti dove luoghi e persone fanno del tempo una materia penetrabile. Tutto cadenzato dall’intervallo dell’autore che interviene introducendo chi verrà dopo “a focalizzazione zero o meno”. Poco importa, qualunque sia il punto d’osservazione letterario resta la descrizione della polvere, la prova a misura di consistenza, gli accadimenti di una continua battaglia votata all’istinto. Un istinto libero di manifestarsi, operaio appunto.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Ci incamminiamo in un viaggio introspettivo e complesso pagina dopo pagina, leggendo questo libro. Una poesia ebbra di spiritualità che inebria anche il lettore come l'alcol, facendolo vacillare, stordendolo. A tratti si leggono versi così ermetici da non riuscire a coglierne del tutto il significato, ma non per questo perdono di bellezza e fascino. Ci svegliano, anzi, dal torpore di una poesia contemporanea, sempre più povera di vocaboli e immagini. Una lingua ricercata, quella dell'autrice, ma allo stesso tempo comprensibile. Ci ritroviamo in paesaggi effimeri, insieme a personaggi conosciuti e non. Tra queste righe ci sono gli itinerari di vita e la storia dell'autrice, le sue perdite, la sua sofferenza, la voglia di combattere. Ogni poesia in ogni suo verso è una ricetta magica, le parole sono gli ingredienti scelti con cura e uniti armonicamente grazie al talento unico di Francesca Lo Bue. La passione, poi, nel testo spagnolo a fronte la riusciamo a percepire anche non conoscendo la lingua. Un libro da leggere e rileggere più volte in modo da cogliere sempre nuovi particolari e cercare di interpretare il vero significato celato dietro alla mano di chi scrive. Lettura consigliata a chi ama la poesia.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Walter Lazzarin, il nostro Scrittore per Strada, torna in libreria pubblicato da CasaSirio. Vale la pena citare l'editore in una recensione di un bel libro, specie quando l'edizione - in un vero formato tascabile - è curata in tutti i particolari. Bravi.
    Ventuno Vicende Vagamente Vergognose ha nel titolo il suo biglietto da visita: 21 tautogrammi, uno per ogni lettera dell'alfabeto, con un denominatore in comune: il piacere. Piacere inteso in tutte le sue sfumature, dal sesso con e senza amore, fino al tradimento. E i protagonisti di queste storie sono spesso nomi celebri della storia, della filosofia, della scienza... personaggi che tutti conosciamo e che possiamo osservare da un altro punto di vista, del tutto simile a quello che ci offre il buco della serratura di una camera da letto ;)
    Ma cos'è un tautogramma? Ce lo dice lo stesso autore in quarta di copertina: "Composizione costruita con componenti che cominciano, categoricamente, con caratteri coincidenti". 
    Non è solo un vezzo letterario o un gioco enigmistico, nel nostro caso il tautogramma è la cifra stilistica di Walter Lazzarin che finalmente ha dedicato un'intera opera a questo talento che gestisce con sapienza.
    Solo provando a scrivere un tautogramma si può capire quanto costruirlo sia divertente e difficile allo stesso modo. Walter si posiziona su un livello superiore di questo esercizio poetico: scrive tautogrammi lunghi, su un tema definito e coinvolgendo protagonisti noti. Quindi ha reso ancora più complessa la genesi dei 21 racconti e ne abbiamo la conferma al termine di ogni capitolo, quando ci spiega cosa ha fatto e ci fa intendere che dietro a quello che può sembrare un divertissement, c'è studio e ricerca, preparazione e cultura.
    VVVV è un libro perfetto da portare in vacanza per leggere storie insolite composte con una tecnica non comune: a volte vi sembrerà impossibile che ogni racconto sia scritto usando una sola lettera. Tornerete indietro per verificare e vi stupirete ancora di più, perché Walter non ci prende in giro. Fa esattamente quello che promette e lo fa molto bene. 
    Vale sempre la pena leggere un autore che innova e gioca con i suoi lettori come pochi altri scrittori riescono a fare nel panorama letterario italiano. 
    Quindi, se lo incontrerete in qualche piazza d'Italia con la sua fidata Olivetti Lettera 32, sedetevi subito senza scrupoli, saprà sicuramente sedurvi: scrive storie sincere, sensazionali! ;)

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Ci basterà il mare, è il titolo - incipit del viaggio in cui ci conduce la fruttuosa penna della Mazzarini. Un percorso fatto di costanza, di concretezza, di mare, sabbia, cielo e anche di voli in un cielo portatore di voci diverse.
     
    Un canto di emozioni, che imprime negli stessi versi, la libertà d’osare, di godere di ogni carpe diem, animati dalla luna che accarezza, dai sussurri, ricordandoci che serve anche il silenzio per crescere, ma il segreto della vita, sta nell’Amore. In quel semplice e universale connubio di emozioni e sogni, di impulsi umano e di meravigliasi ancora di fronte all’inspiegabile mistero della natura.
     
    “Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare”, scriveva Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino. E naturalmente il mare è stato da sempre fonte d’ispirazione per la letteratura e la poesia, poiché bene si presta allegorica rappresentazione dell’esistenza umana; con i suoi turbamenti, i suoi dubbi, la sua spasmodica ricerca di verità, ponendosi anche interrogativi che possono sfociare nello spirituale o all’origine di tutti noi.
     
    Difatti nasciamo immersi nell’elemento acquoreo del grembo materno, grazie al mare d’amore che unisce due persone e in quelle stesse onde, lasciamo andare i pensieri e le promesse di nuove stagioni.
    Sensibili richiami e seduzioni: in acqua, sott’acqua, in un tempo - non tempo, perché facilmente il mare racchiude quella magia che disseta affanni, malinconie, e predispone in quell’orizzonte la voglia di riscatto. Il vento diventa il messaggero che cuce cielo e terra, mettendo le ali, invocando al cielo le intime preghiere.
     
    La natura intorno non è una banale cornice, ma compagna integrante di questo viaggio in cui ogni elemento è prezioso. Così non resta inascoltato un canto di cicale, o fiori, foglie, pesci, uccelli, profumi e colori diventano il giardino vitale, incanto esplosivo, dove abbandonarsi e tatuarsi la pelle.
     
    Oltre i fiammeggianti tramonti, e le terrazze mozzafiato, perdersi in quel mare non è più un problema, poiché possiamo essere fari, conchiglie, sirene, navi, corsari, comandanti, scogli, gabbiani innamorati, in corsa sulla riva del mondo.
     

    [... continua]

  • Interrogarsi sul senso della vita e di quanto questa possa dare e togliere è alla base dell’esistenza e della conoscenza dell’essere umano. C’è chi cerca di carpire questo segreto, affiancandosi alla scienza o immergendosi nella spiritualità.
    Albert Einstein, autore della Teoria della Relatività e premio Nobel per la fisica affermava: “Qual è il senso della nostra esistenza, qual è il significato dell’esistenza di tutti gli esseri viventi in generale? Il saper rispondere a una siffatta domanda significa avere sentimenti religiosi. Voi direte: ma ha dunque un senso porre questa domanda? Io vi rispondo: chiunque crede che la sua propria vita e quella dei suoi simili sia priva di significato, non soltanto è infelice, ma appena capace di vivere”.
    Il filosofo francese Jean Paul Sartre sosteneva che l’uomo è “condannato ad essere libero”, in quanto in lui l’esistenza precede il significato della sua vita e quindi è obbligato, assurdamente, a progettare la sua scelta senza sapere chi egli sia.
    Ed è in questo inizio che le parole di Colli diventano quel “verbo” messaggero. Il poeta ha la missione, non semplice, di carpire le voci impazzite, echeggianti dalla barbara vita, di una società/babele, che troppo spesso annichilisce la creatività, premendo le persone su quel confine in bilico tra luce e ombre.
    Eppure la stessa poesis, che cresce profonda nell’intimo IO, potrebbe davvero essere quella panacea o “pangea” e genesi della vera felicità? Una rivelazione epifanica che svincola dalle catene quotidiane, e va oltre ogni regola chimica, esaltando così la funzione del Poeta.
     
    “Perché la poesia è una seconda pelle/che non si decompone al cambio di stagione".
     
    Certo che le prove da superare sono molte, e chi scrive ha quell’empatica sensibilità che martella e consuma notte e giorno l’anima: “un rito quotidiano/che stordisce come assenzio”, e fa del “vivere il suicidio più lento/che prolunga l’esilio dei poeti/.Già, perché chi vive nelle parole, sa bene quanta carica energetica possono dare e con lo stesso potere possono diventare lame appuntite.
     
    Catarsi nel dolore, affrontando la mortale indifferenza e le perdite incomprensibili, immersi in un mare di emozioni contrastanti, è l’iter da perseguire per “espiare” quei pesi, per rinascere come fenici “esorcizzando il male”. Affacciarsi poi, sulla soglia del mondo, per esplodere in un concerto di nuove emozioni, privi di scadenze imposte; anestetizzando il malessere, i dubbi, le ombre, e salire sulla giostra del tempo. Prenderlo per mano, e gustare l’amore sincero di un abbraccio, di un sorriso, di una carezza, di un silenzio, senza più temere di quello che siamo, brindando baciati dal sole o dalla luna, con nuove pagine bianche da scrivere con più buon senso.

    [... continua]

  • Una Venezia dolciastra e amara come quella di Thomas Mann. Un inseguimento di solitudini, insicurezze e vanità. "Siamo solo amici", il romanzo di Luca Bianchini edito da Mondadori nel 2011, è un insieme di storie che si intrecciano, si sorridono, a volte si deludono anche, ma che sempre lasciano l'odore delle cose non spolverate abbastanza.

    Da un concierge a una prostituta di lusso, a un mancato tronista di “Uomini e donne” brasiliano, passando per una bionda torinese che perdona troppo spesso le scappatelle del marito e una receptionist che regala drink card, i personaggi di Luca Bianchini prendono vita e sentimenti come se gli camminassimo accanto e origliassimo le loro conversazioni. Le loro azioni e I loro pensieri sono raccontati con scrittura gentile e sguardo acuto, che non rendono mai banali una catena che in fondo è classica: lui ama lei che non sa decidersi, ma forse è innamorato anche di un'altra che si innamora di un terzo che ama una quarta e così via. La semplicità con cui i personaggi si incontrano e si piacciono è disarmante, quotidiana, pulita.
    Ognuno di loro, in fondo, ha un appuntamento con il destino, solo che non è quasi mai il destino che si aspettano. Consigliato a chi desidera un libro malinconico e leggero, come il francese “L'eleganza del riccio”.

    "Giacomo pensò che noi umani non cambieremo mai. Che continueremo a cercare verità scomode. Che ci piace sapere degli altri anche quando gli altri non ne vogliono sapere di noi. Perché parlare ci consola, ci permette di stare ancora un po' insieme al nostro sogno, all'illusione che nel racconto si possa trovare una crepa, uno spiraglio, un piccolo gancio cui aggrapparsi per tentare una nuova strategia."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Vita dopo vita” di Kate Atkinson è il libro che si vorrebbe aver scritto, o che, in alternativa, si vorrebbe rileggere dall’inizio appena finito. I suoi diritti cinematografici sono stati acquisiti nel 2014 da Lionsgate (la stessa di Hunger Games e della saga Twilight) e sarà interessantissimo vedere applicata al grande schermo la sua struttura circolare. La trama è basata su quei “se” e quei “ma” con cui “la storia non si fa”, e si concentra sul periodo del Blitz, cioè quei mesi di bombardamento strategico tra il 1940 e il 1941 con cui la Germania ha bersagliato l’Inghilterra a un anno dall’entrata in guerra. La scrittura è luminosa e vivida, mai noiosa: una complice eccellente del déjà-vu continuo di cui presto si sente protagonista anche quel lettore che non ha accantonato il libro dopo i primi capitoli.
    La struttura è, infatti, così originale, che è inevitabile perdersi se non le si resta fedeli. La storia trova una risposta a quei presentimenti che a volte ci colgono impreparati: la sensazione di essere già stati in un posto, l’intuizione di essere scampati a qualcosa, la visione chiara di uno “sliding doors” che invece a destra ci ha portati a sinistra. Su questa sensazione, che per alcuni è una fantasia e per altri è una condizione di vita, Kate Atkinson lavora in maniera molto affascinante, immaginando che alla protagonista, Ursula, sia concesso di ricominciare la sua vita con un sentore più o meno concreto della precedente, a volte anche con la coscienza di poter cambiare il futuro del mondo.
    “Vita dopo vita” lascia una sensazione bella di speranza e di apertura, mostrando quello che è e subito dopo quello che potrebbe essere, e, subito dopo ancora, quello che potrebbe essere stato, senza rischiare di cadere nel concetto della predeterminazione. Resta addosso la vivida impressione che ogni piccolo gesto, fatto d’istinto o dietro attenta riflessione, possa portarci verso la catastrofe o verso la salvezza, in maniera imprevedibile.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Cloud Atlas” è un piccolo mondo perfetto, alla Tolkien o alla Michael Ende, del quale si diventa dipendenti. Per gli appassionati del tema (seconde possibilità, reincarnazioni, destino) deve essere un must. Scritto nel 2004 ma riportato all'attenzione nel 2012 dall'omonimo film dei fratelli Wachowski, è una grande matrioska di vite passate, presenti e future in cui, dal passato-passato (fine diciannovesimo secolo) al futuro-futuro (un'umanità post-apocalittica), di vita in vita ogni personaggio compie il suo piccolo passo verso l'affrancamento dai soprusi. Sei storie, un filo comune: la lotta contro gli abusi, la volontà di cambiare le cose, di difendere gli indifesi. Fa da sfondo una musica che attraversa i secoli, il sestetto “Atlante delle nuvole”: occorre leggere il libro per capire che non è soltanto un capolavoro musicale, ma è il volume stesso, perché ogni strumento procede in assolo finché non si interrompe per cedere il passo a un altro, che a sua volta si interromperà per un altro, e via così finché non si riprendono in maniera speculare gli assoli interrotti. Esattamente come le storie dei sei personaggi.

    Ho trovato assolutamente coinvolgente il riproporsi della possibilità di cambiare le cose e di modificare il rapporto fra i poteri. Ogni vita mostra una lotta tra gli oppressori e gli oppressi, a volte dalla parte dell'oppressore, come lo schiavista dell'Ottocento, altre dal punto di vista dell'oppresso: il compositore succube del suo datore di lavoro, la giornalista che fugge dagli insabbiatori del rapporto sul progetto HYDRA (così chiamata perché "un'idra a molte teste è la natura umana"), gli anziani che vogliono sottrarsi alla prepotenza degli infermieri nella casa di riposo, i nuovi schiavi del futuro (gli artifici koreani), i nuovi inferiori del futuro-futuro (la razza bianca)... Tutti sono alla ricerca della verità, tutti vivono in qualche modo un incontro monco, che dovranno rimandare a un'altra vita, tutti adorano delle divinità mitizzate dal passare del tempo, tutti vengono traditi da una persona o dal sistema. Tutti, soprattutto, rinascono con una voglia a forma di stella cometa addosso...

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Corpo disumano" è solo all'apparenza un libricino snello. Se lo si inizia a leggere con la sensazione di finire rapidamente, ingannati dalla costituzione in versi e dalle sole 70 pagine, ci si fermerà a metà, come una sosta necessaria in autogrill durante un lungo viaggio.
    Edito da Oèdipus nel 2017, questa raccolta di poesie di Daniele Campanari è corposa e densa come il cioccolato. Non si può bere tutta d'un fiato, richiede il piacere di assimilarla. I versi sono lunghi e intensi, simili spesso a una conversazione densa ma non traboccante di un lirismo malinconico che il poeta sembra volere restituire alla quotidianità, e probabilmente ci riesce, visto che se ne sente nostalgia appena si posa il libro. Ecco che metafore, sineddochi, ossimori e giochi di parole celebrano succhi alla pera, tastiere qwerty e ombelichi come parti che scandiscono una giornata divisa in due: da mezzanotte alle undici e dalle dodici a mezzanotte.
    La musicalità o la suggestione non sono la priorità degli scritti di Daniele Campanari: chiamano in causa il prosaico senza darsi gratuitamente al volgare, eleggono la stabilità  - forse anche la consunzione - dei rapporti a stato da celebrare. I titoli sono tratti, la maggior parte delle volte, dagli ultimi versi delle poesie, come a voler lasciare un'eco, una ridondanza.  

    Il corpo disumano del titolo è quello sacro, onorato indegnamente da chi, da una età "anagraficamente solida", forse ha perso lo stimolo a "morire, ancora, morire e vivere" come si fa a diciotto anni, e sovrasta gli ingenui, gli innocenti, dall'alto di una posizione raggiunta senza merito.

    "(...) quanto eravamo lenti, vero, la mattina è il preascolto della giornata
    e per gli altri, questi in fila, come fai a tenere l'angolo in disuso.
    cosa non va nell'apparire come carne propria
    le cose che fai e non dici, queste sono fasi
    semmai infilzaci, infilaci il berretto semmai
    se mai con le mani ci suonerai qualcosa"

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • All’interno dei vagoni del treno si mischiano culture e abitudini, età e classi sociali; forse in nessun altro posto si trovano in contatto così ravvicinato e prolungato persone che, tra loro, in comune hanno poco o niente: i giovani tecnologizzati seduti davanti a dei pensionati ancorati al secolo scorso, il fanatico di statistiche sul calcio accanto a Shanti, fotomodella dalle labbra di gomma.
    È il treno a ricordarci che il concetto di educazione è connesso al sofisticato, all’artificiale; le buone maniere non sono naturali e valide ovunque nella stessa modalità.
    Luigi De Luca ha la capacità di farci sentire passeggeri sempre in osservazione e sempre sotto osservazione; chiunque passando lungo il corridoio può sbatterci la borsa addosso alla spalla, chiunque può in modo più o meno consapevole condividere con noi le foto scattate in vacanza o una conversazione con l’amica.
    E il ritardo, il vero incubo del viaggiatore. Trenitalia diventa, per molti, spesso il simbolo di cosa non funziona nel paese: vagoni sauna in inverno e carrozze freezer in estate; tra gli sprechi e l’inefficienza, la gentile clientela protesta contro controllori non di rado in debito di pazienza.
    Cronache Ferroviarie è un libro divertente ma non solo: parla di noi, e dell’Italia, come fosse il pamphlet di un sociologo.

    [... continua]
    recensione di Walter Lazzarin

  • Francesco Giuliano è professore di Chimica e Tecnologie chimiche per licei superiori, oltre che docente a contratto per l’università. Dati per nulla insignificanti, anzi, hanno a che fare con “Sulle ali dell’immaginazione” (Aracne), il suo ennesimo libro, per almeno due motivi: il primo è una conferma, quella che mette tra gli scrittori pure chi per professione non si occupa direttamente di scrittura (giornalisti, critici letterari, ecc.), e questo può essere un “bene” (esistono diversi avvocati, commercialisti e addirittura ristoratori che hanno pubblicato libri di successo); il secondo è il romanzo stesso. Un romanzo autobiografico perché ambientato nei luoghi frequentati da Giuliano, perché scritto come se l’autore avesse una telecamera sulla fronte per osservare – facendosi notare – l’amore degli altri o provato sulla pelle. Un amore giovane, inesperto, per questo banale ma certamente tenero. È l’amore tra Fausto e Monica, entrambi liceali, entrambi uniti dal curioso destino che vuole i genitori occuparsi di chimica proprio come lo scrittore.
    Giuliano racconta l’amore gettandosi a capofitto su di esso, rischiando però di cadere essendo trattenuto da un filo sottile che affida alla narrazione la parvenza di una fiaba condita da dialoghi poco fitti limitando la discorsività. Ecco, dunque, a proposito dei dialoghi, che Giuliano sceglie spesso di accompagnare molte battute con una precisazione sintattica in più (“precisò il padre”; “chiese Fausto”; “rispose la madre”) e sequenziale che rende la lettura come gestita da un'altalena. E ancora, alcuni dialoghi appaiono surreali se affidati a giovani liceali del nostro tempo:
    “… nel nostro rapporto sono orientata da quel sublime sentimento qual è l’amore […] Godevano la mente e il cuore, ma ne godevano anche i sensi”.
    “[…] L’amore è il sentimento umano più nobile che permette di evadere dalla realtà. L’amore fa estraniare dal mondo e dalle pochezze individuali […]”.
    Ecco quindi che l’amore descritto da Giuliano diventa poesia, ma una poesia colta e distante dal linguaggio quotidiano. Giuliano avrebbe dovuto assegnare un periodo storico, diverso da quello attualmente vissuto, per evitare di cadere in una scrittura solo immaginaria o abituata a vecchi contesti personali. Questa certificazione trova conferma quando l’autore, affidando l’azione a uno dei protagonisti, cita un passo del famoso “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand rendendo inusuale questa presenza tra giovani notoriamente per lo più a distanza dalla lettura, addirittura di un classico.
    Ciò che manca è, prima di tutto, un contesto temporale evidente, l’esplosione di bombe sulla testa se necessario o radio libere che trasmettono il nulla; qualcosa che conduca a un preciso momento. Un peccato, certo, comunque insufficiente per pensare di allontanare il lettore dal sempre sorprendente amore a prima vista.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Il titolo "Quasi niente" anticipa il tratto minimalista della narrativa degli autori ma man mano che si va avanti nella lettura, e ti devi fermare spesso per avere il tempo di riflettere su quello che leggi, ti convinci che il libro è un trattato di filosofia vera, filosofia applicata alla vita, quella che capisci subito, quella che ti indica i valori essenziali della vita, che ti guida nel  vivere bene, in pace con te stesso e con gli altri.
    È un modo di far filosofia molto diverso da quello di altri illustri scrittori di cui è difficile capirne il pensiero e metterlo in atto.
    Le "lezioni" di filosofia svolte nel libro, invece, si sviluppano attraverso pensieri che si rifanno alle storie e alle esperienze di  vita di loro amici, che Corona chiama "filosofastri", di cui gli autori hanno fatto tesoro e lo trasmettono in un linguaggio leggero ed efficace. 
    Diverse sono le storie ma tutte toccano le corde dei più alti sentimenti, sono tutte metafore dei più alti valori del vivere comune.
    La storia del boscaiolo che si ritiene invincibile, che sfida un albero centenario e che nel combattimento perde è la metafora dei limiti di cui dobbiamo essere consapevoli; e lo storia del cieco che "vede" attraverso la musica della sua fisarmonica è la metafora di vedere oltre la realtà e le varie storie delle donne esaltano la loro grandi doti a dispetto del rapporto col maschio.
    Corona, come Sant' Agostino si libera nel libro dei peccati della sua giovinezza purificandosi, come dice lui stesso, "non per opportunismo ma per stare meglio".
    Lo sfondo di tutte le storie è la montagna che con le sue asperità ma anche con la sua dolcezza è nel dna degli autori e conferisce ritmo e forza alla loro vita.

    [... continua]
    recensione di Mario Amenta

  • Tutti potremmo scappare dall’amore sperando di non essere mai presi. Oppure costituirci, presentarci davanti al giudizio con una frase sola: “Sono stato io”. E in aggiunta supplementare: “Ho modificato la traiettoria”. All’improvviso.
    Diciamo così, “all’improvviso”, quando non sappiamo come giustificare una reazione che, a guardare bene, nasce da un’azione. 

    Se Giuseppe avesse prestato maggiore attenzione alla guida, se dunque non avesse compiuto un atto criminale spezzando una giovane vita, a quest’ora recensiremmo conseguenze diverse rispetto a quelle che Claudio Volpe ha narrato ne “La traiettoria dell’amore”. Se poi Andrea – il nostro Io narrante –  non si fosse presentata all’appuntamento con la fuga iniziata dal fratello Giuseppe, se non avesse coinvolto l’innamorata Sara in una faccenda misteriosa quanto insistente, saremmo costretti a lasciare stare l’amore e l’omosessualità, a pensare ancora che nel duemila e oltre le due cose debbano restare separate.
    E invece no, quello che leggiamo e traduciamo come il coraggio di Volpe sta nell’accoppiare due certezze della natura in una narrazione pulita e coinvolgente che porta il lettore a deglutire per un possibile concorso di colpa.

    “Correvi. Chi ti ha visto sfrecciare ha trattenuto il respiro come nel mezzo di un tuffo. Cavalcavi una velocità folle, un amplesso tra incoscienza e voglia d’aria sul volto. Sembrava quasi volassi, hanno detto, una sferzata di luce rossa che ha squarciato la notte […]”.

    È una storia che inizia nel momento topico, con una carica emotiva che sfilaccia l’anima prima di muoversi con circospezione e estendersi come un cono di luce su marciapiedi difficili. L’amore, appunto, che appare già nel titolo, viene trattato apertamente e non come ombra di se stesso. A giustificare quanto detto è la sua presenza multipla: prima nella fratellanza; poi nella crescita di un rapporto nato tra sconosciute.
    È una storia che offre una mano alla salvezza, che manda i suoi personaggi a nascondersi tra le colline e a imparare dall’esperienza di chi è abituato alla solitudine. Fin quando la giustizia inizia a procedere lungo il suo corso, un corso indotto a dire la verità. È qui che quanto appariva raro si riduce nell’esattezza della vita. In altre parole, se sbagli, e ti rendi conto di aver sbagliato, sei disposto a pagare. Una cifra onesta, comunque, anche se l’esistenza non riesce a esserlo con tutti. Ma è così.

    Claudio Volpe conosce a memoria i suoi personaggi, li anima con abilità distinta. Ed è una conferma, di certo non più una scoperta di Dacia Maraini e basta. Adesso anche i lettori sanno chi è, conoscono la sua narrazione e pare che lui non li voglia tradire. D’altronde il tradimento non è contemplato quando si ha a che fare con un’anima capace e buona a mettere insieme i piccoli pezzi di un puzzle sociale decisamente complicato.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Un delicato e intenso omaggio a Leonard Cohen, da cui l'autore ha colto l'ispirazione per questa sua opera. E un omaggio alle donne che sono passate nella vita dello stesso autore, che qui lascia alle parole il compito di raccontare, di raccontarsi. Un'immensità di percezioni da cogliere e interpretare perché certamente, alla fine di questo lungo viaggio di lettura, vi troverete, vi scoprirete o vi ritroverete, ma comunque vada, vi emozionerete.
    Fra le più belle opere di Giuseppe Iannozzi, Donne e Parole è edito da Edizioni Il Foglio. Da regalare e da regalarsi.

    [... continua]
    recensione di Vanessa Sulpizi

  • "Toglietemi tutto ma non il mio braille" è un libro scritto da Ciccio il Giovinotto (un personaggio che tutti almeno una volta nella vita dovremmo incontrare). Il volume non appartiene a quella categoria di libri che dopo averli letti vanno riposti nella libreria, ma è un vademecum da tenere sempre a portata di mano, e non solo sul proprio comodino prima di addormentarsi. Il volume, infatti, è un "documentario" che narra esperienze di vita vissuta, raccontate ironicamente e che potrebbero appartenere ad ognuno di noi. Che tu sia del Nord o del Sud, della Corsica o del Bangladesh non importa, Ciccio riesce a strappare un sorriso a tutti in qualsiasi giorno della settimana... anche di lunedì. Propongo un audiolibro per rendere giustizia a questo manuale degno del suo nome. Sono sempre del parere che i libri siano di chi li legge e non di chi li scrive, e Ciccio questo lo sa benissimo. Ha messo nero su bianco di ciò che è lui, mettendosi empaticamente nei panni di ognuno di noi. Già leggendo i suoi aneddoti sui social ho notato subito che si contraddistinge non solo per il suo carattere avvincente e spumeggiante, ma anche per le sue straordinarie capacità comunicative.
    L’autore catanese è “innamorato” della sua terra e attraverso il suo libro arricchito di significative immagini (peccato che non siano a colori) insegna trucchi, strategie con una semplicità tale da affascinare anche le persone più apatiche verso la vita. Oltre 100 aforismi pensati ed elaborati con simpatia, parlano dell’autore, della sua voglia di vivere e della sua grande passione per la vita che è diventata la sua filosofia.
    Lasciatevi contagiare dal sorriso e dalla positività di Ciccio, non ve ne pentirete. Una filosofia di vita che andrebbe seguita sempre da tutti.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Non è semplice scegliere e trovare nella vita quotidiana un posto che permette di esprimere quello che siamo e/o possiamo dare. Siamo circondati da moniti, emozioni, segnali che guidano i nostri passi e con coraggio ci guidano oltre le gabbie e le frontiere. Ognuno di noi ha un suo "Custode" che sussurra e non ci abbandona, nel bene o nel male. Ed è proprio di questo che l'autrice narra.

    "La stirpe di luce" e la scelta di Asaliah, un angelo sceso sulla terra con il proposito di sostenere gli esseri umani a lei affidati. Un compito arduo che si scontra con il libero arbitrio e con un'umanità non sempre predisposta a fare la cosa giusta.
    In continuo combattimento la stessa Asaliah, nelle vesti anche di donna, percepisce le emozioni, i dubbi, la malinconia di sentirsi incompleta o inadatta. Nella sua magia che unisce il cielo a terra, cerca di trovare il suo spazio e la sua logica, fino a provare la gioia di innamorarsi di un giovane medico, Mikael, ridisegnando un nuovo cammino e senza paura di nascondere all’amato le sue ali.

    Un amore che produce amore mettendo al mondo una splendida creatura Yezael, che raccoglie in dono tutti quei poteri speciali propri delle creature angeliche. Ma nel mondo il male è sempre in agguato e nelle sue forme sa come tentare, ossessionare, impossessarsi e fare il suo gioco pericoloso.

    Yezael viene difatti rapita e portata agli inferi, e costretta a crescere in fretta dovendo sopportare e vedere anche cose inimmaginabili.
    Ma le schiere angeliche non restano immobili, così come la stessa giustizia terrena.
    L’impossibile è la vera “Bestia” da combattere, perché alla fine, il destino è scritto nelle nostre azioni ed anche se questo comporta avere tutti contro, il bagliore di una nuova possibilità di luce, Dio la concede a tutti, uomini, donne, angeli e demoni compresi.

    Note: il libro è disponibile anche in lingua inglese.
     

    [... continua]

  • A volte la realtà supera la fantasia... e anche quella è poesia.
    La poesia racchiude pensieri, sentimenti che prendono forma attraverso versi e strofe. 
    Un linguaggio universalmente riconosciuto che diviene uno specchio tra scrittore e lettore. 
    La raccolta poetica di Sandra Carresi è uno scrigno che racchiude verità e ricordi che volano leggeri creando immagini e paesaggi.
    Il vento che scorre veloce mentre il sole squarcia i rami degli alberi, il cambio delle stagioni che rappresenta l'evolversi dell'età, battiti di amore e vita.
    Natura e umanità si sposano nelle strofe libere in cui il tempo è scandito da piccole cose.
    Poesia della memoria che esprime il passato per integrarlo nel presente e migliorare il futuro. L'evocazione del tempo perduto permette di cogliere sfumature improvvise e sconosciute, da conservare, salvare e rendere fonte di ispirazione futura.
    Giulio Cesare scriveva: "La storia è testimoninaza del passato, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi". E scorrendo le liriche dell'autrice ho pensato a questa citazione: la scrittirice rende il passato vivo attraverso le sue parole e gli dà nuova forma grazie a toni medidativi, dolci e melodiosi. La metrica è colloquiale e intima. Le emozioni prendono vita grazie ad una scrittura ricca e ricercata, preziosa ed autonoma. 
    L'amore è la trama che scorre in questo patworch vitale, amore per la vita, persone e tempo passato. Tutti uniti da un elemento unico caratterizzato da mille sfaccettature nostalgiche e vitali al contempo. Ogni attimo diviene un dono, basta coglierne i riflessi. 
    Le poesie spaziano tra i sentimenti e il tempo, esprimendo l'esser donna, persona, amante e amata. Fragile e viva. In bilico tra quello che fu, l'essere e il sarà. Sempre e comunque. Nonostante tutto. Armonia tra se stessi ed il mondo circostante. L'io che diviene noi.
    Pensieri che squarciano il velo della falsità e dei luoghi comuni per trasformarsi in un inno alla verità.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • "Prima di guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare".
    [Ippocrate]

    Fra le pagine di questo libro scorre il sangue di due persone ferite, rispettivamente nel corpo e nell’anima.
    L’inizio è brusco e vede due figli opporsi ai padri: l’uno colpevole di non osare, l’altro di osare troppo. Sempre fedeli a se stessi, Stefano e Angela intraprendono così i loro personalissimi percorsi di vita, in una Sicilia abbozzata quel tanto che basta a renderci l’immagine di un luogo dove i sentimenti ardono come fuoco.
    Anni di lacrime e dolore si avvicendano, anni in cui i protagonisti si sentono inadeguati, anche nel loro sacrificio. Ogni cosa avviene lungo l’invisibile scia lasciata dalle ali di Angela, che come un’aquila solca più cieli, fuggendo dal dolore e dalla rabbia che le attanagliano il cuore.
    Il lettore volerà con lei, e con lei abbraccerà Stefano, ritrovato – insieme ai padri perduti – nel nido di una casa che rinascerà a ogni alba.
    Un libro che cura il dolore con la speranza e la rabbia con il perdono. L’opera seconda di Carmela Abate è colma di vita, e dalla vita si fa colmare.

    [... continua]
    recensione di Jason Ray Forbus

    • Tu, mio
    • 27 febbraio alle ore 19:26

    Siamo nel dopoguerra su un'isola del Tirreno.
    Un adolescente, voce narrante del libro, scopre il mare, la pesca e l'amore. Non è il classico amore adolescenziale ma la scoperta della storia triste e disperata di Caia (Haiele in ebraico) che lo induce ad una maturazione repentina. Di colpo diventa adulto e matura quel senso di protezione tipico dei grandi. Erri De Luca, anche questa volta, affonda la sua penna nel cuore dei personaggi, facendone emblemi di periodi storici come quelli del dopoguerra, epoca in cui le ferite appena subite stentano a rimarginarsi e il suo protagonista principale prende coscienza della propria ribellione interiore. Centoquattordici pagine per pensare.

    [... continua]
    recensione di Sebastiano Impalà