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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Possiamo oggi dire che Allen Ginsberg è il primo e il più grande Poeta della Beat Generation  e di quel modernismo poetico che esplose dopo gli anni Cinquanta. La poesia – quasi sempre urlata e mai pacata, urlata con voce cancerosa impastata di jazz, nicotina, peyote – di Allen Ginsberg è molto superiore a quella di Jack Kerouac, e questo perché Ginsberg sulla poesia ci lavorava, e non si stancava mai di rivedere i suoi scritti. Ginsberg non era quel tipo di poeta che lasciava che la poesia fosse il semplice parto di una ispirazione improvvisa, nata per caso. Jack Kerouac, ottimo romanziere, pensava invece che la poesia dovesse essere scritta e non rimaneggiata, perché, per lui, soltanto l’ispirazione nata sul momento era giusta e in qualche modo veritiera. La poesia di Kerouac non è affatto perfetta: suscita emozioni, certo che sì, ma è rappresentativa di un movimento culturale e in esso rimane, per così dire, (parzialmente) prigioniera.
    Attraverso le sue poesie, più di chiunque altro, Allen Ginsberg ha ritratto l’America, ha denunciato l’America e i suoi sporchi affari, gli stessi che ancor oggi vengono portati avanti da uomini senza alcuna coscienza. La poesia di Allen Ginsberg non conosce censure, non ne conosce perché è il poeta stesso ad aborrire l’idea, fosse anche passeggera, di autocensurarsi.
    Allen Ginsberg nacque a Newark (New Jersey) da una famiglia ebraica. Suo padre era poeta e professore di liceo, mentre la madre, Naomi Livergant Ginsberg, non godeva purtroppo di buona salute, era infatti affetta da una malattia psicologica che nessuno riuscì a comprendere appieno. La malattia della madre, la sua sofferenza, la sua instabilità segnarono in maniera profonda il giovane Allen, che, nel corso degli anni, parlerà della madre in tante e tante poesie, sempre con affetto e con rabbiosa-rassegnata disperazione.
    È fuor di dubbio che la poesia di Ginsberg subì il fascino del jazz (del suo ritmo e delle sue cadenze); e fu non poco influenzata dal modernismo, oltreché da una non mai rinnegata fede Buddhista contaminata dall’Ebraismo.
    Allen Ginsberg collaborò anche con Bob Dylan per l’album Desire (1976, Columbia Records); in realtà la collaborazione del poeta con Dylan iniziò ben prima, già negli anni Sessanta per la realizzazione del famoso video Subterranean Homesick Blues.
    Allen Ginsberg, anche se non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, rimane il più attuale e il più grande poeta-profeta americano, dal quale ognuno di noi ha davvero molto da imparare. I mali di ieri sono gli stessi che affliggono la società di oggi, proprio gli stessi: questo e molto altro lo possiamo capire leggendo gli urli jazzati di Allen, e non è davvero poco.
    Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996 di Allen Ginsberg, edizione a cura di Bill Morgan, prefazione di Rachel Zucker (traduzione di Leopoldo Carra, Milano, Il Saggiatore, 2017) raccoglie buona parte di quelle poesie che l’autore non pubblicò quand’era ancora in vita, o se sì, su qualche rivista.
    Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996, ovviamente, accoglie una ben documentata sezione relativa alle fonti di tutti i testi, una per tutte le referenze fotografiche e una con delle ottime e più che mai fondamentali note di lettura.

    [... continua]
    recensione di Giuseppe Iannozzi

  • "Io le leggi della natura le mando tutte a fanculo [...] Ci sputo sopra. Le leggi della natura fanno così schifo che non dovrebbe nemmeno essere permesso".

    "Io mi chiamo Mohammed, ma mi chiamano tutti Momò per far prima. Sessant'anni fa, quando ero giovane, ho incontrato una ragazza che mi ha amato e che ho amato anch'io. È andata avanti per otto mesi, poi lei ha cambiato casa, e io me ne ricordo ancora sessant'anni dopo. Le dicevo: Non ti dimenticherò. Passavano gli anni e io non la dimenticavo. Certe volte avevo paura perché avevo ancora molta vita davanti a me, e che promessa potevo mai fare a me stesso, io, povero uomo, se è Dio che tiene in mano la gomma da cancellare? Adesso però sono tranquillo. Non dimenticherò Djamila. Mi resta poco tempo, morirò prima».

    Una storia romanticamente triste. Una storia di abbandono, ma anche di sopravvivenza e lotta. Una storia di tanti bambini, che per diversi motivi, vengono abbandonati/lasciati in prestito a chi può prendersene cura. I due protagonisti principali sono senz’altro Momò, un bambino non bambino, e Madame Rose, la donna che si prende cura di queste vite spezzate. In realtà, in tutto il romanzo sembra Momò prendersi cura della madre adottiva. Una madre ingombrante, invischiata di tutte le sue paure, ansia, problemi, urla. È lei che più e più volte richiederà aiuto e assistenza, è lei che però in maniera diversa e non per questo non amorevole accudisce Momò e gli altri bambini.
    La vita davanti a sé rappresenta anche un sentimento di reciproco aiuto, di assistenza perenne, di scambio e di un tendersi la mano quotidiano, senza particolarismi. Ci sono dei problemi? Ci sono delle difficoltà? La comunità di quelli che "danno il culo" per vivere è sempre pronta a dare aiuto.
    Il libro di Gary, a mio modo di vedere al di là della storia principale di Momò e dell’accudimento, rappresenta una forma alta di amore: quella assistenza benevola tra le nuove generazioni e le vecchie generazioni. Tra vecchi e giovani. Tra meno giovani e giovani. Tra chi sente il proprio corpo un sistema in difetto e chi da questo ricevere energie infinite, all’apparenza interminabili: "I vecchi valgono come tutti gli altri, anche se calano. Sentono quello che sentiamo voi e io e certe volte questo li fa soffrire ancora più di noi perché non si possono più difendere. Ma sono attaccati dalla natura, che sa di essere bella schifosa e li fa crepare a fuoco lento. Da noi è ancora più terribile che nella natura, perché è proibito abortire i vecchi quando la natura li soffoca lentamente e gli scappan fuori gli occhi dalla testa. Non è il caso del signor Hamil, che poteva ancora invecchiare molto e morire forse a centodieci anni e diventare campione del mondo. Aveva ancora tutta la sua responsabilità e diceva “pipì” al momento giusto e prima che fosse troppo tardi e il signor Driss lo prendeva per un braccio in queste condizioni e lo accompagna lui stesso al WC. Presso gli arabi, quando un uomo è molto vecchio ed è vicino ad essere sbarazzato, gli si manifesta rispetto, è tanto di guadagnato nei conti di Dio e i vantaggi non sono piccoli. Per il signor Hamil è triste lo stesso farsi accompagnare a pisciare e li ho lasciati a quel punto perché io trovo che la tristezza non bisogna andarsela a cercare".
    Ecco che, il libro di Gary, tocca la pietas per ricomporre a sé il bene.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Attraverso le lettere inviate alla madre, Aurelia Schober, si ripercorre la vita di questa indimenticabile donna, oltre che scrittrice e poetessa.Si inizia introducendo alla madre dell’arrivo allo Smith College, dei rapporti con le altre ragazze del college, e delle prime uscite con i ragazzi nei weekend – vedasi la breve frequentazione con Bill – e dell’inizio dei rapporti con Olive Higgins Prouty, finanziatrice della sua borsa di studio. Si racconta ancora della vita mondana, come la partecipazione al party di Maureen dove Sylvia conobbe Eric, Plato e Constantine. Affiorano le prime ossessioni di scrittura e i dubbi sulla decisione su cosa sia più importante tra "possibilità di vita futura o doveri del presente".Si legge delle sue prime delusioni letterarie (visto che viene più volte rifiutata su varie riviste) e dei primi sintomi di un suicidio bramato, cercato, quasi un’ossessione, un pungolo che le solleticava la mente, in questo periodo il suicidio è dettato dal corso di fisica, poi dalla scrittura, poi dall’ispirazione scialba. Si legge del mese nero della Plath, un periodo burrascoso in cui la poetessa avrà un infortuno dopo un’uscita con gli sci; avvengono degli scambi epistolari anche con Warren e si discorre del rapporto con la madre, dei suoi sacrifici e delle sue finanze, della stima per il poeta W. H. Auden, nonché suo professore. Sylvia comincia ad andare in crisi per l’impegno e la mole di lettere da inviare alle varie università, ma di contro ritrova l’ispirazione letteraria e riceve più di qualche incoraggiamento da riviste a cui ha sottoposto i suoi scritti. Sempre in questo periodo comincia a scrivere la Tesi di Laurea sul tema del doppio nell’opera di Dostoevskij. Successivamente si alterneranno momenti di sconforto (dettati dal respingimento di numerose e prestigiose università) a momenti felici (come la vincita di numerosi concorsi letterari, di pregio il primo premio al concorso di Holyoke in ex-aequo con William Whitman), l’ammissione a Cambridge, i primi viaggi per il mondo, con particolare fascino per l’Italia, la conoscenza con l’amore e la dannazione della sua vita: Ted Hughes.I momenti felici ma anche gli sconforti non mancano: a Sylvia le viene affidato il primo insegnamento allo Smith, segue poi l’intensificarsi del rapporto col poeta, che le porterà più successi e glorie dalla critica, e il trasferimento a Londra dove partorirà la sua bambina: Frieda Rebecca. Intanto, l’animo da scrittrice vanitosa viene appagato, le viene promessa una prima pubblicazione con nota di Auden, quel maestro che poco l’aveva apprezzata. A questi momenti felici si alterna l’inferno: il matrimonio con Hughes è in discesa, la Plath, dopo l’arrivo del secondogenito Nicholas Farrar Hughes non riesce più nei suoi intenti di scrittura – l’unica salvezza per lei dalla pazzia – e così chiede la separazione legale poi tramutata in divorzio. Il libro finisce con le ultime lettere alla madre di Sylvia che sta ultimando il trasloco nella casa di Yeats, e sembra aver ritrovato vigore e serenità, peccato che da lì a pochi giorni (ultima lettera datata 4 Febbraio 1963), l’11 Febbraio 1963,  verrà trovata morta suicida. In una lettera alla madre che assurge benissimo ad una biografia fedele della poetessa ne esce un ritratto dinamico, propositivo, ma anche profondamente egoista.

    Prezioso l’apparato iconografico finale, balsamo per gli occhi. Rende la narrazione ancora più viva. Consigliato ad un pubblico già appassionato dell’autrice.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Le fedeltà invisibili.
    Sono fili che ci legano agli altri, ai vivi come ai morti, sono promesse che abbiamo sussurrato e di cui non riconosciamo l’eco, lealtà silenziose, sono contratti per lo più stipulati con noi stessi, parole d’ordine accettate senza averle comprese, debiti che custodiamo nei recessi della memoria.
    Sono le leggi dell’infanzia che dormono dentro il nostro corpo, i valori per cui lottiamo, i fondamenti che ci permettono di resistere, i principî indecifrabili che ci tormentano e ci imprigionano. Le nostre ali e le nostre catene.
    Sono i trampolini da cui troviamo la forza di lanciarci e le trincee in cui seppelliamo i nostri sogni".

    Delphine De Vigan in maniera lucida quanto ossessionata ci racconta di quanto le colpe dei genitori possano ricadere sui figli. Di quanto un determinato contesto familiare possa essere la proiezione del comportamento dei figli. Disfunzioni genitoriali che diventano disfunzioni filiali.
    Delphine lo fa presentandosi due famiglie con i rispettivi figli, Théo e Mathis. Scava nei comportamenti, nelle ritualità, nei gesti e nelle abitudini di queste famiglie. La realtà esteriore diventa una cartina di un mondo interiore precario che trova sfogo nella sete. La sete come palliativo e anestetizzante del mondo che li circonda. Una gabbia. Un abisso sempre più profondo: "[…] perché ogni volta è ancora peggio, peggio della settimana precedente, come se fosse possibile spingersi sempre un po’ più in là nell’abbandono di sé […]".
    Lucido, originale, equilibrato, narrato attraverso i diversi punti di vista dei personaggi, peccato per il finale che lascia l’amaro in bocca, ti spinge a chiederti: ma finisce veramente così? Quali saranno le sorti dei due combattivi protagonisti?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Non ero più vulnerabile per me stesso, ero fragile per noi. Passavo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale. Il sentimento per lei custodiva i miei atti osceni".
    Non so perché non ho letto prima Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. È una domanda che mi sono posto per tutta la lettura. Forse per la copertina ambigua. Forse perché dai libri troppo discussi spesso me ne sto alla larga. Non saprei a mente lucida il reale motivo.
    Sta di fatto che Missiroli a mio avviso ha scritto un libro perfetto sulla crescita della persona in quanto uomo/donna. Infatti, il libro è diviso per tappe che scandiscono dei tagli netti nella vita del protagonista: Libero Marsell.
    Le tappe esplorate dallo scrittore sono sei: Infanzia, Adolescenza, Giovinezza, Maturità, Adultità (ma quant’è bello questo termine?) e Nascita.
    Lo scrittore offre a lettore una storia che come una parabola si evolve nel corso del tempo, Libero è un bambino promettente, ha alle spalle una famiglia insolita, poco comune, potrebbe essere etichettata come una famiglia moderna. Il padre è una figura schiva, ombrosa. La madre è una donna ingombrante, eccessiva, determinata, alle volte anche egocentrica. Poi arriva la separazione.
    Missiroli riesce ad offrire al lettore una storia di crescita e di esplorazione che parte dal corpo per arrivare al centro del mondo: il cuore.
    Libero è curioso della vita e dei meccanismi che ne regolano il funzionamento, e attraverso il corpo imparerà ad avere consapevolezza di sé e dell’altro sesso: "…] perché non piaccio alle donne? Sorrise come si sorride al proprio figlio, al bastardino del canile, al mendicante ai semafori. Rimase sovrappensiero, – La tua forza è nella chimica, Libero – e mi spiegò che esisteva qualcosa di molto più succulento dell’estetica. Si chiamava alchimia della carne. Ma ci voleva pazienza. Le dissi che non capivo. La chimica non era attrazione, nemmeno complicità, nemmeno legame: consisteva nel ribollimento ormonale senza spiegazione. La chiave di tutto era: senza spiegazione. Al di là del viso, del corpo, dell’odore, da qualche parte in qualcuno resisteva un campo energetico che manipolava le scintille celebrali. Quelle del finire a letto.
    – E io ho le scintille, Marie?
    Fu il sì migliore si sempre. Possedevo l’alchimia della carne. Come mai allora veniva ignorata?
    Dovevo crescere io e dovevano crescere le donne che frequentavo, più la femminilità era adulta e più recepiva questo magnetismo […]".

    Libero è un archeologo della vita, ne studia le origini e i mutamenti: "Ho comprato un tavolino da campeggio e l’ho spostato sotto la finestra. Mentre scrivo vedo un palazzo con i mosaici intorno ai balconi, c’è un uomo che con una mano annaffia i gerani e con l’altra si sistema il colletto della camicia. Assomiglia a Marcello Mastroianni. Mi sono accorto di avere una finestra. Qualcosa è cambiato. Non è la maglia, ma è la stessa pasta di quando sono salito a casa tua e abbiamo mangiato le prugne con la pancetta e ti ho chiesto di mostrarmi le tette. È oscenità o si chiama vita? Qualsiasi cosa la rivoglio".

    Libero è uno sciupafemmine, esplora, indaga, gode, intaglia segni evidenti sul bancone del lavoro per portare il conto delle conquiste, Libero è l’uomo moderno. Quello che alla fine della corsa si arrende perché colpito nel suo punto debole. Il punto debole più bello dell’uomo. È oscenità o si chiama vita?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "A volte scrivere fa male. A volte odio scrivere e mi sembra di non trovare le parole. […] Altri giorni, scrivere è facile come parlare a qualcuno di cui ti fidi completamente".

    Occhi di Tempesta titolo accattivante quanto enigmatico. Chi è Occhi di Tempesta, è una persona o un’animale? O un essere senziente o un oggetto inanimato?
    La scrittrice americana Joyce Carol Oates accompagna i lettori in un altro viaggio, affrontando un tema che nella sua produzione letteraria le è molto caro: la famiglia. Come cambia la famiglia? Quali sono le dinamiche relazionali, sociali, discorsive che dentro la bolla familiare possono nascere? Lo fa presentandoci la famiglia Pierson, una famiglia che rientra pienamente nello stigma delle perfette famiglie americane. Quelle senza difetti. Quelle felici. All’italiana potremmo definirle quelle della “Mulino Bianco” che, ahinoi, hanno un parametro di realtà solo nel contesto pubblicitario, ma raramente toccano il piano della realtà.
    La famiglia Pierson è una famiglia sotto gli occhi dei riflettori, Reid Pierson è un famosissimo ex-atleta e commentatore sportivo in televisione, è sempre fuori casa in quanto oberato dagli impegni lavorativi, la moglie è Krista Connor, classica madre-famiglia con velleità artistico-creative, le piccole sono Samantha e Franky, o come ama farsi chiamare lei Francesca. Sembra una famiglia senza difetti, una famiglia intoccabile, quelle che tutti desidererebbero, anche perché vivono in un contesto agiato, dove ogni possibilità può essere esaudita: "prima ti giurano che non c’è “nessun altro”. Poi scopri non solo che “qualcun altro” c’è, ma che è questo “qualcun altro” il motivo del loro strano comportamento: liti, pianti, parole sgarbate, ubriacature che ti fanno provare vergogna anche solo al pensiero di conoscere queste persone, e ancora di più al pensiero che siano i tuoi genitori. E poi c’è il divorzio. Che si trascina all’infinito. Non finisce mai, te lo porti dietro. Sempre, dappertutto, come una tartaruga con il guscio incrinato. Così dicevano le mie amiche alla Forrester, quelle i cui genitori avevano divorziato. E io ascoltavo e pensavo: “Ma ai Pierson non succederà. Noi siamo speciali”.

    Ma Occhi di Tempesta sente che qualcosa non va. Osserva. Scruta. Prende appunti. Annota definizioni e dettagli. Il pensiero di un padre e di una madre può plasmare in maniera negativa il pensiero dei figli? L’Oates da maestra del genere ritorna con abilità sul tema e ci parla della famiglia e dei risvolti e delle pieghe oscure che può nascondere in sé, ci parla della pressione psicologica a cui possono essere sottoposti i figli, ci parla di sentimenti, di degenerazioni, di patologie e attaccamenti non sempre benevoli. Lo fa trasportandoci nella famiglia Pierson, una famiglia come tante, come l’ennesima brava famiglia di cui sentiamo spesso parlare nelle cronache tv. Occhi di Tempesta dubita: se c’è un colpevole, la colpevolezza risiede necessariamente in capo alla madre o al padre?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il collezionista di bambole – Racconti neri, è l’ultimo libro pubblicato in Italia della scrittrice americana Joyce Carol Oates. Il libro uscito per Il Saggiatore è composto da 6 racconti. Il primo racconto che dà il nome alla raccolta narra di Robbie e Amy, due cugini che vedono togliersi una possibile felicità condivisa che si tramuta in malattia, in ossessione per le bambole: prima Baby Emily poi Mariska, Annie, Valerie, Evangeline, Barbie, Trixie, Bharata. È un istinto e un’esigenza inspiegabile: "per tutta la vita non desideri altro che tornare indietro a ciò che è stato. Non desideri altro che tornare dalle persone che hai perso. E per tornare finisci per fare cose terribili, cose che gli altri non potranno mai capire". È un istinto che va assecondato, anche se intorno a te neanche la dottoressa G. sembra capirne la genesi e i macabri sviluppi.
    Il secondo racconto si intitola Soldato e vede protagonista Brandon Schrank che viene accusato di razzismo in una rissa con uomini di colore. Lui è stato assediato. È stato colto di sorpresa, non è un bianco razzista. "C’è una guerra razziale. C’è una guerra degli atei contro i Cristiani. Il Paese è in guerra, il nemico è il Governo. Il Presidente è colpevole di tradimento. Brandon Schrank, in questa guerra tu sei un soldato, non devi perdere la speranza. Il secondo processo finirà con una assoluzione – questa è una profezia!". Il caso diventa mediatico. L’opinione pubblica si divide. Le lettere sommergono la posta di Schrank. Dove sta la verità? È uno sporco razzista bianco o Brandon subisce la colpa di aver tenuto testa agli occhi di un nero, essendo per questo razzista?
    Il terzo racconto – che è il mio preferito – si intitola Incidente con arma da fuoco e contiene tutto quello che dovrebbe contenere un racconto scritto senza difetti: azione, mistero, adrenalina, introspezione, indagine propria e altrui. I protagonisti sono i signori McClelland e i due inseparabili cugini Hanna e Travis, quali saranno i frutti di questo rigoglioso rapporto? Basta veramente non rimuginare sul passato per cancellarne i segni del tempo?
    Il quarto racconto si intitola Equatoriale, è una storia di ribellione ma anche di prigionia tanto familiare quanto ambientale. Siamo nelle isole Galapagos in compagnia di Audrey e Henry Wheeling, cosa accadrà a questa coppia che sembra vivere una seconda luna di miele? Viaggio d’amore o di dannazione?
    Il quinto racconto si intitola Grande Madre, la protagonista è Violet un’adolescente problematica e insicura, con un situazione familiare precaria, un’affettività da colmare. Ricerca negli altri una conferma di sé. Trova serenità nella famiglia Clovis, spinta dalla bontà della sua amica Rita Mae. Questa famiglia sembra darle il benvenuto quasi fosse una figlia. Si ipotizza anche l’adozione. Ma cosa si nasconde nelle pieghe della famiglia Clovis, e sotto il ghigno burbero di Harold Clovis?
    L’ultimo racconto che chiude la raccolta si intitola Mystery, Inc., siamo nel New Hampshire a Seabrook, protagonisti sono i libri, o meglio l’arte libraia. Antichi volumi, oggetti d’arte preziosi, prime edizioni introvabili, libri rari da collezionismo. Ma cosa nasconde la Mystery, Inc. col suo fascino irresistibile? Cosa nasconde lo strano mecenate Charles Brockden? 
    La Oates attraverso questa raccolta di 6 racconti, che vengono definiti neri ci racconta degli aspetti oscuri, delle negazioni, delle nevrosi, delle manie dell'uomo in maniera impeccabile.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ennesimo capolavoro della scrittrice americana Joyce Carol Oates, che in maniera dura e spietata ci parla della vita di Quentin P., un ragazzo del Michigan. Un ragazzo disturbato, brutale, ossessionato. Un ragazzo dalle molteplici personalità. Eppure per la nonna è solo il classico bravo ragazzo. Un ragazzo che si nasconde dietro maschere: «[…] e allora mi ero reso conto in quell’istante che potevo mostrare al mondo una faccia sconosciuta. Sconosciuta in qualsiasi angolo del mondo. Potevo muovermi nel mondo come una persona qualsiasi. Con una faccia del genere io potevo suscitare compassione, fiducia, amicizia, meraviglia e soggezione. Potevo mangiarvi il cuore a tutti e poveri stronzi non ve ne accorgereste neanche».
    Un ragazzo la cui vera ossessione e ragione di vita è quella di avere un suo Zombie personale: «Un vero Zombie sarebbe mio per l’eternità. Obbedirebbe ad ogni mio ordine e esaudirebbe ogni mio capriccio. Direbbe «Sì, Padrone» e «No, Padrone». Mi si inginocchierebbe ai piedi e direbbe: «Ti amo, Padrone. Al mondo esisti solo tu, Padrone». E così sempre nei secoli dei secoli. Perché un vero zombie non sarebbe mai in grado di dire ciò che non è, solo ciò che è. Avrebbe sempre gli occhi vigili ma gli mancherebbe dentro qualcosa che vede. O pensa. O giudica.
    Né esisterebbe terrore nello sguardo del mio Zombie. Né memoria. Perché senza memoria non c’è terrore.
    Ovviamente uno Zombie non giudicherebbe mai. Uno Zombie direbbe: «Dio ti benedica, Padrone». Direbbe: «Tu sei buono, Padrone. Sei gentile e misericordioso». Direbbe: «Inculami, Padrone, cavami le budella dal buco del culo». Chiederebbe da mangiare in ginocchio e in ginocchio chiederebbe il permesso di respirare. Sarebbe sempre rispettoso. Come glielo ordinassi, lui leccherebbe. Come glielo ordinassi, lui succhierebbe. Come glielo ordinassi, lui allargherebbe le chiappe del culo. Come glielo ordinassi, si farebbe coccolare come un orsacchiotto. Mi poserebbe la testa sulla spalla come un bambino. Oppure si lascerebbe posare la testa sulla spalla come da un bambino. Ci imboccheremmo di pizza a vicenda. Ci stenderemmo sotto le coperte nel mio letto in camera del custode ad ascoltare il vento di novembre e le campane della torre dell’orologio del Music College e conteremmo i rintocchi delle campane fino ad addormentarci esattamente nello stesso istante».

    Con una scrittura sempre attrattiva, magnetica, la Oates, disegna e rappresenta su carta le pieghe più oscure dell’animo umano. Quello nevrotico. Quello malato. Quello disturbato ma mai preso troppo sul serio. Scava nella coscienza di Quentin P. proponendo al lettore l’identikit di un serial killer nevrotico quanto spietatamente lucido nel raggiungere i propri obiettivi, valutando di volta in volta tutti i possibili risvolti di ogni sua azione.
    L’edizione che ho letto è quella edita da Marco Tropea Editore pubblicata in Italia nel 1996, poi ripubblica da Il Saggiatore nel 2005. L’edizione di Marco Tropea presenta una fastidiosa veste sintattica con numerosi “&” o parti in stampatello, che spero nell’edizione del 2005 siano stati tolti. Invece, particolarmente apprezzata la veste grafica, con un’illustrazione di corredo alla fine di quasi ogni capitolo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • [...] All’interno delle pagine di questo libro sono racchiusi i contorni di un mondo piccolo e grande, un ristretto ma ben costruito universo narrativo fatto di storie personali e individuali che si intrecciano con grandi dinamiche internazionali, e ad esse si fondono e si confondono. 
    L’autore traccia un panorama fatto di pochi ma interessanti personaggi con le loro storie intime, i loro dolori, le loro piccole e grandi esperienze di vita e di sofferenza, che si confrontano con le motivazioni e le spiegazioni di più grandi ed importanti fatti della Storia, con le vicende di quei grandi personaggi che sono stati protagonisti del passato del mondo occidentale e che ancora oggi ricordiamo. 
    Lo stesso accade per lo spazio temporale e geografico che sta sullo sfondo di queste vicende, che è piccolo e grande insieme. Lo spazio fisico è costituito, da una parte, da questa piccola ma importante  città, Gaeta, con tutto il suo territorio chiuso tra terra e mare, quello che si rivolge a Fondi da una parte e al Garigliano dall’altra - per citare alcuni luoghi presenti nel testo - e che nel suo panorama, sebbene fisicamente piccolo, nasconde e raccoglie ancora oggi i segni delle tante epoche millenarie che ha attraversato, lasciando ad esse una traccia ben definita della sua esistenza ed importanza.  
    Dall’altra parte, lo spazio geografico più grande, che attraverso la Spagna arriva in Italia, corre lungo le coste del Tirreno e arriva a Messina, fino a sbarcare nel Mediterraneo Orientale e concentrarsi a Lepanto, così come ha fatto la Storia che ha scelto questo porto come sede dello scontro epocale tra due mondi, Cristiano e Musulmano, che qui si sono affrontati quella mattina del 7 ottobre 1571. 
    I brevi capitoletti di questo libro corrono parallelamente a questi orizzonti, partono dalla storia individuale di due uomini le cui motivazioni di guerra si intrecciano, tra grandi ideali e sofferenze personali. e giungono a raccontare l’esito di dinamiche sociali, culturali e religiose che nel XVI secolo opposero le ragioni della Lega Santa da una parte ,e la volontà di affermazione del mondo musulmano dall’altra. 
    Il lettore è condotto attraverso questi grandi eventi dallo sguardo che su essi pongono gli occhi di Diego, “giovane venticinquenne, altezza media, fisico robusto, occhi e capelli neri”, che porta dentro il desiderio di arruolarsi, di partecipare ai grandi eventi del suo tempo, forte della sua giovane età e del suo entusiasmo, ma ancora di più spinto dal desiderio di dimenticare un dolore grande a cui la vita l’ha sottoposto; e quelli di Giovanni, uomo più vissuto e maturo che ha vissuto in prima persona gli effetti dell’odio tra i popoli che, ieri come oggi, travolge le vite della gente più comune come la sua che viene sacrificata all’interno di quelle vicende che ruotano intorno alla storia di Giulia Gonzaga e del massacro di Sperlonga da parte dei Mori [...]

    [Brano estratto dalla Prefazione]

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Tutti, a Dinterbild, ripetono sistematicamente e meccanicamente che non si può andare via. In realtà forse non se lo ricordano più, perché non hanno più un motivo per cambiare vita: hanno dimenticato le loro storie. Ma ci pensa Vinpeel (pron. Vìnpel) a rompere gli schemi: lui è lì non per sua scelta, ma perché fa parte della storia che suo padre - al contrario degli altri - non vuole dimenticare. Gli è più facile, quindi, intuire e inseguire l’Altrove. “Vinpeel degli orizzonti” (Neo Edizioni 2018), la bella favola di Peppe Millanta, cantautore al suo esordio nel mondo della narrativa, prosegue dolce ed esilarante, con un susseguirsi di scene alla Pennac o Stefano Benni, più d’una a strappare una risata. Ci sono il lancio del nano e il lancio dell’ubriaco; c’è la storia di un’insegna sfortunata; e la storia di una gamba di legno, che ogni tanto torna a galla in maniera assolutamente fortuita. Ci sono dei bambini che cercano soluzioni nelle parole di un dizionario, nelle nuvole e nelle definizioni. Seguiamo Vinpeel e un piccolo manipolo di amici nel perseguimento del loro obiettivo: andare a vedere cosa c’è al di lá del mare. 

    E qui arriva la parte che ho preferito. Che strada scelgono, per realizzare il loro scopo? Chiedono aiuto a un adulto. Naturalmente non è un adulto qualsiasi: è considerato il matto del paese, perché anche lui farnetica di un Altrove al di là del mare. In realtà sembra essere, semplicemente, l’unico adulto che non esclude le soluzioni; l’unico adulto che della fanciullezza mantiene il senso del “tutto-è-possibile”, nonostante questo lo abbia reso un emarginato. È questo resto di fanciullezza in un adulto a fare da ponte tra l’idea di Vinpeel e la realtà. È questo che si può ancora fare, di fronte ai sogni degli altri: rimetterci in contatto con noi stessi, con la nostra storia e le nostre speranze... con la consapevolezza che le cose perse in mare, come nel passato, ritornano.
    Una chicca: sul sito dell’editore ci sono gli spin-off di alcuni personaggi  :) http://www.neoedizioni.it/neo/vinpeel-degli-orizzonti/

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • In occasione del sessantesimo anniversario della nascita del fumettista Andrea Pazienza, la Ianieri Edizioni ha pubblicato, nel 2016, un saggio sulla sua opera prima. “Andrea Pazienza – Il mio nome è Pentothal” è il libro a firma del giornalista Luigi Di Fonzo che svolge una disamina sull'opera prima di questo caposcuola del fumetto italiano, “Le straordinarie avventure di Pentothal”. I dieci episodi di quella che oggi è considerata una vera e propria autobiografia a fumetti furono pubblicati dalla rivista Alteralter tra l'aprile 1977 al luglio 1981 e solo successivamente raccolti in libri, per esempio anche recentemente da Coconino Press (da pochissimo in copertina flessibile).

    La singolarità del saggio di Luigi Di Fonzo è nel tipo di ricerca che lui compie intorno alla storia e alle dinamiche di questa storia a fumetti, mosso anche dall'alone di mito da cui Andrea Pazienza è stato sempre circondato nel suo vissuto personale. Entrambi hanno condiviso la stessa città, Pescara, sempre sfiorandosi, senza incrociarsi. E se Luigi Di Fonzo è nato nel 1962 e Pazienza nel 1956, la differenza di età non ha impedito a Luigi Di Fonzo di frequentare le persone vicine a Pazienza, sin dai tempi della scuola, sentendone sempre parlare soprattutto per le sue bravate. Pazienza non era uno stinco di santo, lo si intuisce dai suoi lavori. Leggendo di Pentothal nel saggio, è chiaro che le riflessioni più profonde, i malumori e i disagi espressi – quindi anche l'irriverenza e il gusto del nonsense – appartengano a Pazienza stesso.

    Questa opera prima, però, è considerata oggi una delle più vere, perché non contaminata dalla dipendenza della droga che segneranno i suoi anni '80 - anche se di droga si parla già parecchio. Quando è stata pubblicata, Pazienza aveva 21 anni e il ricordo della scuola ancora fresco e pulsante. La cosa che sorprende di più, come emerge dal saggio, è che in Pentothal non viene fatto mai nessun riferimento ai terribili fatti dell'attualità: sono gli anni del terrorismo, del rapimento di Moro, della strage di Bologna, eppure gli accadimenti non sembrano diventare spunti per la narrazione. Di Fonzo apre ogni episodio con una brevissima cronaca, e la perifrasi che fa di ogni episodio rende chiaro come nulla toccasse l'immaginario di Pazienza, concentrato su se stesso e sul senso di incomprensione e di spaesamento della sua generazione. Lo stesso giornalista Enzo Verrengia, nella prefazione, ricorda l'incompiutezza di questa generazione nata troppo tardi per vivere il '68 e troppo presto per l'attivismo politico della Bologna del '77 (che comunque fa da sfondo al fumetto di Pentothal), “ma proprio per questo unica, emblematica, sospesa in un limbo pieno di possibilità e vuoto di ogni concretezza”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Accade di frequente di trovare, nella produzione di uno scrittore, almeno uno scritto meta-autoriale, ossia la rappresentazione di quanto sia impegnativo, duro e a volte frustrante scrivere per mestiere. Lo hanno fatto, solo per nominare i più recenti, Jack London nel 1909 con Martin Eden, Virginia Woolf nel 1929 con “Una stanza tutta per sé” e persino Alessandro Baricco nel 2011, in Mr Gwyn. George Orwell non è da meno. In “Fiorirà l’aspidistra” (1936) non trattiene le riflessioni di uno scrittore che fa di tutto per boicottare il Sistema, naturalmente boicottando per primo se stesso. Gordon Comstock ha talmente a disgusto il dover lavorare per denaro, che abbandona il suo posto fisso e ne cerca uno che sia non solo umile, ma senza possibilità di carriera. Disprezza il fatto di non potersi dedicare a una sua lunga poesia, che va scrivendo attraverso le sue giornate, perché deve lavorare. Disprezza il circolo vizioso secondo cui, se non può dedicarsi alla scrittura perché ha bisogno di soldi e quindi deve lavorare, allora non potrà giocarsi la possibilità di affermarsi come scrittore. Per ricordarsi di tutta la normalità che odia, si porta dietro un’aspidistra, simbolo, secondo lui, della piccola borghesia, perché dalle case ben sistemate che lui osserva dall’esterno e che gli sembra non poter sognare di avere, “sventolano” queste piante da appartamento, come se fossero bandiere di uno status a lui negato (infatti il titolo originale del libro è “Keep the Aspidistra Flying”, lascia sventolare l’aspidistra). Disprezza tutto questo. Vorrebbe starsene da solo. Ma.

    È innamorato. La sua fidanzata ha quasi quarant’anni come lui e appartiene a un ceto leggermente più alto. Sopporta con pazienza e amore i malumori del fidanzato, perché quando ci si mettono, stanno veramente bene insieme. E qui si insinua, prepotente, di nuovo il disprezzo verso il Sistema, perché questi soldi che Gordon non vuole sono davvero importanti e condizionano anche la vita sociale. Lui vorrebbe essere in grado di “fare l’uomo” e offrire una giornata di vacanza alla sua amata; vorrebbe passare del tempo con un amico ma deve rimanere fuori dai pub perché ha i soldi contati. E così via. 

    Gordon Comstock sprofonda in un’amarezza autoinflitta sempre maggiore. 

    La sua caparbietà subisce però un duro colpo. A un certo punto si trova a dover uscire dal suo ego e a distogliere l’attenzione dai suoi propositi. Gordon Comstock si trova a dover scegliere tra la sua guerra personale e l’Amore. E qui, d’improvviso, spunta fuori un Orwell che non ci si aspetta.

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    recensione di Cristina Mosca

    • 1Q84
    • 24 luglio alle ore 19:24

    Aomame e Tengo si pensano da venti anni, ma non lo sanno. Le loro strade continuano a correre parallele fino a quando, nel loro mondo, qualcosa non cambia. Il cambiamento è talmente evidente che c’è la sensazione di essere in una sorta di anno parallelo: è così che il 1984 diventa un anno incognito, un 1Q84. L’anno del Grande Fratello diventa, per i personaggi di “1Q84” di Haruki Murakami, l’anno delle piccole persone: dei Little People, che non è dato conoscere fino in fondo, ma che hanno trovato il modo di collegarsi al nostro mondo tramite la perceiver Fukaero. Galeotto fu un romanzo: Fukaero e Tengo entrano in contatto perché lei ha raccontato la storia della sua Comunità e l’arrivo dei Little People e lui l’ha trasformata, su commissione, in un romanzo best-seller. Il punto è che quello che è stato descritto nel romanzo inizia a mescolarsi alla vita reale. Non è dato sapere dove inizi uno e dove finisca l’altro. In questi primi due libri dell’imponente romanzo di Murakami Haruki, ritroviamo il suo stile inconfondibile ed etereo, anche se a tratti, forse per necessità narrative, può sembrare ripetitivo perché richiama spesso gli accadimenti dei capitoli prima, facendo pensare a quando le fiction in più puntate iniziano con il riassunto della precedente. Ciononostante il romanzo scorre, alternando la storia di Tengo a quella di Aomame, il reale al surreale, restituendoci la speranza che anche l’impensabile può accadere. Se questa storia fosse un colore, avrebbe un alone verdolino come quello della sua luna.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Perché una vita deve essere condizionata dalle aspettative e dai pregiudizi degli altri? Questa domanda sembra essere il Leitmotiv di “Doppie punte”, scritto dal sensibile e versatile Michele Lamacchia e pubblicato da Lettere animate nel 2017. Ci sono tantissimi spunti di riflessione seri e tante, tante, tante occasioni di risate. Tutto ruota intorno a Pierre, cresciuto in - e fuggito da - un Sud Italia che “subiva le regole non scritte di un matriarcato radicale”, dove gli uomini non dovevano mettere bocca nemmeno nell’educazione dei figli. Il giovane Pierre si muove un po’ disorientato in un contesto fatto di convenzioni che non comprende fino in fondo, a causa o grazie al suo sguardo naive che lo spinge a cercare poche cose: l’ordine, il bello, la verità. È questo a portarlo a Roma e a spingerlo ad adattarsi a scenari improbabili e in cui mai si sarebbe sognato di vivere, sfiorando il grottesco ma con l’invincibile consapevolezza che poco noi possiamo controllare della nostra vita: possiamo solo cercare di gestirlo al meglio. Infine, inciampa nel suo destino e finisce per condurre egregiamente un salone di bellezza. Imparando moltissime cose su se stesso.
    Quando si accetta di entrare nel fiume in piena che è la scrittura di Michele Lamacchia, che ha un vero e proprio rapporto carnale con la tastiera, si hanno solo benefici. “Doppie punte” è un testo estremamente ricco: l’autore riesce a cambiare spesso registro con snellezza e a proporre tanto momenti di rivelazioni esistenziali quanto gag da macchietta. Consigliato, anche per sotto l’ombrellone.

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    recensione di Cristina Mosca

  • “La settima lapide” di Igor De Amicis soddisfa le aspettative promesse dalla trama e mantiene agganciati per tutta la lettura.
    Già noto nel panorama della letteratura per ragazzi, l’autore supera in pieno la sua prima prova nel mondo del thriller. I suoi occhi raccontano le incarnazioni del Male, le sue mani arrivano a sembrare sempre sporche come quelle di Lady Macbeth e il suo accento si fa cupo e napoletano quando i suoi personaggi prendono vita. Il filo rosso della narrazione segue  le vicende di Michele Tiradritto, appena uscito di prigione, che deve fare i conti con quello che ha lasciato nel suo passato. Lui è cambiato, ma è il mondo che ha lasciato fuori a essere rimasto immutato: per qualcuno ci sono ancora conti da chiudere, regole da ricordare, ruoli da riconfermare. E poi lei, la Verità, “semplice e lineare come solo la Verità sa essere”, che fa ordine nel passato e si traveste da angelo vendicatore.
    Una storia struggente, incalzante nella lettura anche grazie alle incursioni nelle vite private dei personaggi. Igor De Amicis ci aiuta a guardare le cose da un punto di vista privilegiato, quasi sbirciando tra gli strappi delle quinte, e ci lascia anche un po’ spaventati nella consapevolezza che è “sbagliato mettersi in mezzo agli ingranaggi, perché si rimane schiacciati”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • L’agente del caos di Giancarlo De Cataldo è un romanzo particolare, diverso da tutti gli altri che l’autore ha scritto in precedenza. Siamo di fronte a un romanzo che fa il verso agli ultimi lavori di Thomas Pynchon (“Vizio di forma”, “La cresta dell’onda”), ma non è detto! Non è detto perché Giancarlo De Cataldo è autore molto eclettico, capace di sbalordire il lettore ma anche di deluderlo. L’agente del caos è una storia che non delude e che, purtroppo, alcuni lettori non sono riusciti a inquadrare nella sua piena originalità.

    Giancarlo De Cataldo ha osato molto scrivendo L’agente del caos, una storia che rifugge un po’ tutte le etichette: siamo di fronte a un giallo o a un thriller? Non è affatto fondamentale inquadrare in un genere il nuovo lavoro di De Cataldo, è invece determinante mettere in chiaro che L’agente del caos accoglie alcuni sedimenti di quella filosofia bislacca in voga negli anni Sessanta-Settanta, ma anche teorie sul complottismo e sul vittimismo, leggende metropolitane sbarcate nel World Wide Web per essere spacciate per verità sacrosante da YouTuber senza scrupoli né cervello, analisi precise e fulminanti sulla società di ieri e su quella di oggi, oltre a una critica più che mai giusta nei confronti e dello stalinismo e del nazismo (europeo e non). Ovviamente non possono mancare né la FBI né la CIA, e non può mancare l’Italia con la sua mafia fin troppo collaudata.

    Ne L’agente del caos incontriamo Jay Dark, personaggio che ha un dono, quello di apprendere in maniera veloce e perfetta le lingue (ne parla ben undici), il suo avvocato, un certo Flint che dice di essere il solo a conoscere per filo e per segno la vera storia di Jay Dark, e uno scrittore non proprio di primo pelo. Flint si mette in contatto con lo scrittore  grazie a una e-mail. Che cosa vuole Flint? Non vuole mettere i bastoni fra le ruote allo scrittore, almeno così sembrerebbe. Vorrebbe che lo scrittore scrivesse la storia di Jay Dark. Quando lo scrittore fa presente all’avvocato di Jay Dark che lui una storia su questo personaggio l’ha già scritta, Flint gli ribatte che la sua storia è finzione e non altro. Flint illustra allo scrittore, non senza cadere in contraddizione, forse in maniera volontaria, la storia di Jay Dark e di come, nel corso degli anni, ha fatto il bello e il cattivo tempo governando il Caos, producendolo a bella posta. Ma chi è Jay Dark? Difficile dirlo: forse è realmente esistito, forse non è mai esistito, forse è bell’e morto da tempo.

    Lo stile adottato da Giancarlo De Cataldo per L’agente del caos è allo stesso tempo ironico e adrenalinico: quasi ogni battuta, indipendentemente dal personaggio che la vomita, ci fa riflettere e ci costringe a un sorriso. E nel nuovo lavoro di De Cataldo i sorrisi che i personaggi si scambiano sono tanti, moltissimi enigmatici, seducenti e taglienti come quelli di una Monna Lisa asessuata. Fuor di dubbio, l’autore si deve essere divertito non poco nel buttare giù questo romanzo che, fra le righe, prende un po’ per il sedere autori quali Thomas Pynchon, James Ellroy, Ian Fleming e chissà quanti altri!
    Come si è già detto, L’agente del caos è una storia, almeno in parte, sulla falsariga degli ultimi lavori di Pynchon, con la sostanziale differenza però che là dove Pynchon ha fallito, Giancarlo De Cataldo no.

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    recensione di Giuseppe Iannozzi

  • Tanti i misteri che avvolgono due famiglie venete.
    Un conte cerca la verità ma si trova confuso tra le tante storie diverse che gli vengono narrate. Il caos prodotto dalla guerra fa da sfondo alle storie d’amore per due donne così diverse fra loro, agli intrighi delle generazioni che le hanno precedute, ai colpi di scena che si susseguono e si mescolano, ai nomi e alle storie degli innumerevoli personaggi che popolano queste pagine.
    Le storie di queste famiglie ricordano un po’ i romanzi di Gabriel Garcia Marquez e di Isabel Allende ma questa è una favola, alla fine, che ci racconta la storia di Venezia come nessuno ha fatto mai.
    Una rivisitazione alquanto originale e fantastica che terrà il lettore incollato sulle pagine fino alla fine.
     

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    recensione di Katia Guido

  • Singolare, femminile: undici colori di un misteriosofico ventaglio, undici episodi di esistenza profondamente scandagliati, spogliati fino al nucleo dei personaggi ad accompagnare l’elemento umano alla natura della più intima essenza, finanche alla extrema ratio per alcuni.
    L’autrice è fine conoscitrice del mondo interiore, attenta e oculata tessitrice tesse l’anima d’ogni personaggio scrupolosamente, senza mai cadere in noiosi luoghi comuni, piuttosto vivificando la già pulsante trama. Ella osserva, fotografa, disegna policromie di vite, non solo costituenti una storia, ma anima, cuore e natura dell’opera stessa; con dedita partecipazione simbiotica, empatica, rapisce e accompagna, inoltra in luoghi e attimi che si fanno tutt’uno con il lettore trasportato nelle vene del protagonista. Undici avvincenti momenti di vita. Intensa e profonda l’analisi psicologica in Audrey, nella fragilità delle decisioni, nei friabili propositi, nei rimorsi che annichiliscono l’anima. La Montomoli con la raffinatezza di chi, compassionevole se pur obbiettivo, osserva e carezza i moti ammutinanti che imprigionano un’anima, un’esistenza, un corpo. In Risveglio l’accurata indagine illumina la coscienza, in ogni riga s’aprono scenari importanti di consapevolezza. È Time out all’infinito spaccato di vita, argomento spinoso che l’Autrice dipinge di colori tenui e soffusi di cum passione. Delicata denuncia sociale. In Rebecca Fox l’esposizione in prima persona ci riflette nelle circostanze: viviamo i suoi pensieri, vorremmo intervenire, salvarla, ma Rebecca si salva da sé: come? è inimmaginabile come ella segna la sua vittoria. In La scelta, nitide e nette traiettorie su trama tanto breve quanto esaustiva i moti emozionali, di noi tutti. È singolare Regionale veloce, una storia come tante, un non mai confessato che diviene interessante morbida esistenza. È tutto singolare in Singolare, femminile. Nondimeno sottile e stupefacente è Bambola di porcellana; le vie che percorrono il riconoscimento di scelte non volute o di pregiudizi, sono cosparse di avvenimenti non prevedibili e spesso tragici. È Luca, un uomo a portarci quasi alla fine della lettura del libro. Un uomo narrato nella sua più misterica essenza attraverso il suo normale vivere. Tutto appare normale in Compravendesi, anche il sogghigno del ratto davanti al cespuglio dei roseti: ventuno. La sorpresa è l’eleganza dell’Autrice che avvince e rapisce; mai avrei supposto un finale così... Dolci colline coinvolge e trasporta. Incanto pervaso di stupore, minuziosa descrizione, disamina di luoghi; e il dialogo della protagonista: prezioso sguardo sull’esistenza palpitante d’espressioni di alta liricità. Nel finale della Raccolta un ultimo saggio sulla natura umana, sulle fragilità e morbosità, difese e offese. Amina rappresenta il nostro periodo storico di violenza e pregiudizi, di doni rinnegati. L’Autrice descrive un coinvolgente panorama culturale straniero, pure non lontano dal modus operandi dell’uomo occidentale. In questo ventaglio di racconti dagli undici colori diversi, una sfumatura è persistente: la libertà dalle angherie, auto-inflitte o propinate; e il senso di giustizia umana e ancestrale, di armonia del Cosmo e del Microcosmo. È Singolare, femminile un’opera òrfica, altamente lirica. Il prodigioso valore dei segni nei lemmi, ne fa materializzazione di encomiabile ispirazione; in scrittura lineare, la Montomoli tocca corde vive del pensiero/emozione.

     

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    recensione di Annamaria Vezio

  • «[…] Luchino […] è lui il poliziotto di famiglia. Per i vivi e i morti bisogna chiedere a Iago, per la contabilità si ricorre a Beppe e per le varie ed eventuali al Pierfi»
     
    Da questo breve stralcio che ho scelto per introdurre l’opera Pasticcio Padano di Gaia Conventi, l’ultima della trilogia estense, preceduta da Giallo di zucca, nuovo di zecca (Vol 2.) e da Misfatto in crosta (con cane fetente) – Vol 1, già si avverte la coralità dell’opera.
     
    Un’opera che nelle sue 336 pagine si legge in un soffio, e non è cosa semplice nel panorama editoriale odierno, tanto più se a pubblicarla è una realtà editoriale di medio respiro come Le Mezzelane Casa Editrice. Ma come mai l’opera al lettore si presenta accattivante e incalzante?
    Sicuramente per un dono naturale che l’autrice ferrarese – tutte le sue opere richiamano sempre questo contesto territoriale – ha insito nel suo DNA: quello della vena comica, del gioco di incastri e paradossi e nei personaggi e nelle evoluzioni scenico-narrative.
     
    Siamo a Ferrara, la neve copiosa imbianca le strade con il Natale alle porte, una misteriosa scomparsa alla Libreria Girondi fa preoccupare tutta la cittadina oltre che a mettere in allarme il commissariato di polizia. Ma cosa volevano rubare i malfattori? Volevano veramente rapire Iago o questo è solo un diversivo per chiedere magari dei soldi attraverso un riscatto?
    Parallelamente a questa vicenda seguiamo le avventure dei conti Le Bon, di questa strana famiglia aristocratica fatta di vezzi ma anche di non poche manie fraudolente. In particolare, il lettore vive insieme a Clotilde, nipote del duca Ulisse, le insofferenze e le preoccupazioni per la polacca Urzula. Chi è veramente Urzula? Qual è veramente il suo obiettivo? È una seduttrice doppiogiochista o è mossa da animo sincero nell’accudire lo zio?
     
    In una sinfonia di gesti, azioni, profumi, ma anche di tanti paradossi – che strappano al lettore più e più volte risa – queste due vicende seppur da lontano sono destinate ad avvicinarsi sempre di più. Ricalcando il plot delle prime pellicole di Ozoniana memoria e sulla scia canzonatoria e divertente di Barlumiana evoluzione (Malvaldi, docet) questa autrice regala al lettore un affresco territoriale tutto da scoprire.

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    recensione di Gino Centofante

  • Leggendo il nuovo romanzo di Luca Clementelli si respira un’aria di leggerezza adolescenziale che però non è affatto superficialità.
    La storia potrebbe sembrare una qualunque storia o storiella d’amore. Davide e Sara non si vedono da tempo, lei è partita per lavorare in un'altra città ed è tornata da poco. La ragazza non è serena, Davide da sempre nutre per lei un sentimento più forte della semplice amicizia ma mai dichiarato. A spronarlo è l'amica Chiara, ma sarà una circostanza particolare a farli avvicinare: il giovane svelerà un “segreto” che coinvolge la sua famiglia, la sordità. Proprio questo consentirà loro di scoprire la forza del legame che li unisce.
    "Finalmente" affronta così con intelligenza e delicatezza un tema importante: la sordità. Che si fa metafora non solo della disabilità in generale, ma soprattutto della difficoltà che tutti incontriamo in misura diversa di affrontare le nostre debolezze e nel comunicarle agli altri, e anche della solitudine in cui si dibattono le nuove generazioni.
    L'autore tratta il tema con partecipazione, probabilmente anche autobiografica, con grande delicatezza ma anche con estremo rigore. Luca Clementelli ha infatti competenze di Lingua dei segni Italiana e il romanzo si avvale dell’expertise di un ricercatore CNR.
    Il libro lancia un messaggio importante, il superamento delle barriere interpersonali, reso ancor più efficace dalla scelta di arricchire il testo con fotografie e con il sign writing, il sistema di trascrizione della lingua dei segni. L'autore, laureato in Lettere, lavora come copywriter, ha seguito corsi di scrittura creativa e sempre con Albatros ha già pubblicato nel 2013 il romanzo "DeStino", del quale questo romanzo breve è in qualche modo un prequel.

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    recensione di Laura Battisti

  • Un gioiellino, il lavoro 2017 dell'aquilano Matteo Grimaldi, pubblicato da Camelozampa nella collana “Gli arcobaleni” e molto gettonato.
    La famiglia X è un romanzo di 130 pagine che come nei passati lavori guarda le cose dal punto di vista prediletto dell'autore, quello di un ragazzo, con tutta la semplicità e il rigore della preadolescenza. Non è un caso se, a più di un anno dall'uscita, si rinnovano gli incontri con gli studenti in tutta Italia.

    Micheal è affidato a una coppia di fatto e si scontra e si incontra con i pregiudizi che la comunità ha su questa situazione. Matteo Grimaldi riesce a trattare con intelligenza argomenti delicati come le incomprensioni e la famiglia non tradizionale, perché non li getta sotto i riflettori: la narrazione procede con delicatezza attraverso le giornate inevitabilmente confuse di Michael e dona loro un giusto velo di ironia e goffagine, perché a 13 anni non si ha mai chiaro come muoversi e cosa rispondere, figurarsi in una situazione eccezionale come questa. Così, Michael non sa come risolvere il grosso problema di Zoe, che potrebbe perdere qualcosa a lei molto caro, né come fermare un movimento cittadino che avanza contro le due persone che in questo momento si stanno occupando di lui. Michael cerca punti fermi e gli sembra di non averne, perché i suoi genitori sono stati allontanati e la sua vita “in questo momento è uno schifo”. Anzi reagisce fin troppo bene, per la sua età e per essere uno che ama la matematica per la chiarezza delle sue regole.
    La storia di Michael, comune ad altre storie, si interseca a quella di Enea e Davide, meno comune di altre coppie o forse invece sì. Riusciranno a essere loro, i punti fermi che servono a Michael? È qui che si solleva la domanda in quarta di copertina: chi si prende il diritto di definire una famiglia? “Esiste una formula che possa spiegarlo?”. Il libro lascia una strana serenità, all'ultima pagina, anche perché dimostra che “non centrare un obiettivo non significa fallire”

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    recensione di Cristina Mosca

  • La vita è una tela misteriosa di emozioni che arrivano spesso inaspettate e aprono porte e cassetti. Spesso il tempo scandisce o assopisce gli attimi, e nella quotidiana razionalità, resta difficile capire come siano connessi cuore, istinto e ragione.
    Le scelte difatti a cui siamo chiamati, portano su strade disparate, ma nel corso della nostra esistenza, il destino ci pone davanti a situazioni e richieste. Ed ecco così che nuovi punti interrogativi si fanno spazio nei pensieri, e situazioni passate riemergono, ma con la consapevolezza di avere acquisito una maggior esperienza.
    La penna della Chiarini descrive con grande realismo personaggi e caratteri, indagando nell’animo umano di ognuno di essi, e riscattando anche quanto la miseria, l’ignoranza o la stessa società, denigrano.
    Il lettore può facilmente calarsi nella libraia cinquantenne Cecilia, dedita al suo lavoro e a consigliare al meglio i suoi clienti.
    “Murata” dai libri e dalle parole, dopo la perdita recente della madre e protesa ad una vita di rinunce, (anche in campo amoroso), riesce grazie a essi, a vincere la paura di dedicarsi al quindicenne Leonardo, entrato per caso nella sua libreria.
    Rivive con lui, la drammaticità e il carico di essere il figlio della bella Nella, la prostituta di Sassuolo, trasferitasi a Modena.
    Abbandona così il suo cinismo e con l’aiuto del sempre amato amico e ora barista Orazio, intraprende un cammino focalizzato sulla ricerca e sulla volontà di rivalutare quanto la forza dell’amore possa apportare.
    Riaffiora così la voglia di sentirsi madre, donna, amica, amante, imprenditrice e di essere garante di verità e felicità.
    Questa dedizione la porterà così a Genova e come cantava De Andrè tra “Via del campo c’è una puttana, gli occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia…”, segue segni e coincidenze.
    Il lettore si trova catapultato nell’avvincente storia e risoluzione del perché la bella Giovanna (Nella), sia andata via da Modena senza dare molte spiegazioni.  Partita dopo un omicidio avvenuto nei pressi della casa dove abitava con il figlio e lasciando quest’ultimo, solo e minorenne, a una donna di cui poco conosceva.
    Cecilia carica di questa “missione”, ci guida nei retroscena, e tra analessi e prolessi di un linguaggio scorrevole, resta facile appassionarsi ai protagonisti, che come i pezzettini di un puzzle, trovano il loro giusto e finale disegno.

    [... continua]

  • Siamo in Puglia, a Ostuni, alla fine degli anni ’90. Protagonista è la natura e i suoi sussulti interiori. Protagonisti umani sono Teresa, una giovane studentessa di Torino che passa le vacanze estive dalla nonna, riconosciuta da tutti come la "maestra"; e i tre quasi fratelli, affidatari di Cesare e sua moglie, Nicola, Tommaso e Bern, conosciuti anche come i ragazzi della masseria.
    La storia inizia con uno spavento, dei rumori sinistri, delle risa sospette, la ribellione della sera che si fa notte, e dei corpi nudi esaltati ed elettrizzati dal divieto, di essersi intrufolati nella piscina dei vicini. Ma chi sono questi tre ragazzi? Cosa ci fanno in casa della nonna? E la masseria perché per Teresa è un luogo da evitare, da considerare inaccessibile?
    Da queste premesse – seppur lente, perché per entrare nel vivo della storia bisogna avere abbastanza pazienza –  prende le mosse il quarto romanzo di Paolo Giordano, "Divorare il cielo", titolo poetico e nostalgico di quattro destini che sono destinati a sconvolgersi come nessuno si sarebbe potuto mai immaginare le reciproche esistenze.
    La masseria è luogo rigido, un’oasi regolata e destrutturata dalle regole ordinarie del mondo, ma anche per questo diviene un polo attrattivo. I ragazzi vengono educati da Cesare, che rigidamente impartisce i principi delle Sacre Scritture, e le giornate sono scandite dai faticosi lavori nei campi. La masseria è una terra vergine, è una terra non contaminata dal peccato. Peccato destinato a compiersi con la crescita, con l’insorgere di altre necessità, esigenze. Arriva la scoperta del corpo. La voglia di scoprirsi. La fuga. Le dicerie di paese. Arriva Violalibera. Si concretizza l’idea di un ecosistema sano, naturale, biologico, dettato dai ritmi terrestri, che rispettasse i quattro pilastri: "Nessuna lavorazione! Nessun concime chimico! Nessun diserbo! Nessuna dipendenza da sostanze artificiali!", ma allo stesso tempo – come per equilibrare gli schemi – arriva la grandine che rovina i raccolti, la xylella che rovina gli ulivi, le ruspe che deturpano l’ambiente.
     
    Giordano, attraverso la storia di queste quattro vite, destinate a moltiplicarsi nei corpi e nelle esistenze durante tutta la narrazione, descrive di un mondo a confronto, quello dettato dai tempi della natura e quello dettato dai tempi umani, ritornando al punto di partenza. Chiudendo un cerchio. Partendo da una donna, gettando il seme infetto del peccato, aprendo le porte dell’Eden, per poi restarne incastrati, da una feroce e brutale vendetta che in tutta la masseria a distanza di anni non fa che promanare ancora e ancora il profumo del dolce oleandro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Osvaldo Guerrieri, di cui avevo già letto Istantanee e Schiava di Picasso, sempre editi per Neri Pozza, ancora una volta non sbaglia un colpo.
    L’arte dello scrivere gli scorre nelle vene, lui giornalista e critico teatrale de La Stampa, in questo libro  – vincitore del Premio Internazionale Mondello nel 2009 – ci parla di una piaga fortemente sentita in Italia: quella della dipendenza da gioco, o meglio identificata come ludopatia.
    Lo fa raccontandoci la storia di Pietro, un uomo come tanti, con una famiglia affettuosa accanto, con la sua routine, gli amici, l’ordinarietà delle cose e degli eventi.
    Ma a volte sono proprio gli amici, che per gioco o per inganno, ti trascinano in un vortice sconosciuto, in una nuova valvola di sfogo, mai considerata, anzi completamente sconosciuta: l’euforia del gioco. L’euforia delle vincite facili. La disperazione di perdere tutto senza accorgersene.
    Il gioco ti dà tanto ma ti toglie il doppio. Guerrieri lo racconta bene in queste pagine fittissime di analisi, che accompagnano il lettore in una storia indimenticabile, piena di sofferenza mista a compassione:  "[…] Partire in questo caso non era sottrarsi. Partire, per chi gioca, non ha parentele con i grandi viaggi rigeneranti, con la visione di un nuovo cielo e con la musica di una nuova lingua. Nella nostra stortura, partire è rifugiarsi là dove comanda la pallina, accanto al rimbalzo dei dadi e al fruscio delle carte quando escono dal mazzo. Partire è un'idea sovrana, un richiamo che non si può eludere, una schiumata di sangue dentro l’intreccio delle vene dure, che potrebbero scoppiare. Come fosse un’attività sessuale, non diciamo se compensatoria o no, una necessità fisiologica, una tensione un po’ bestiale, depurata da ogni sentimento. No, non è una conversatina notturna al riparo d’un muro. È un adescamento feroce di femmina marcia che reclama quattrini. Ma a tasche vuote, lo sanno anche gli idioti, non c’è cunno e non c’è coniugio. A scarsella floscia, l’amplesso non accade, svapora, e nel letto ti lascia una lucertola, ramarri, un fulmineo topo".
    Il gioco che ti abbruttisce, ti fa negare, ti spinge a compiere l’inenarrabile, a chiedere aiuto e a trovare appigli anche quando l’unica soluzione sarebbe dire basta. Metterci un punto. Frenare la mano. Tenere a mente quelle stesse probabilità che regolano il gioco della roulette. Quei numeri in rosso o in nero. E quello zero? Se ne sta lì, apparentemente arbitrario, ma complice come tutti gli altri. 
    L’autore si conferma un narratore senza sbavature, che al di là della storia, che potrebbe essere sentita e risentita, produce con la struttura narrativa, con l’evolversi della storia e con la scelta dei vocaboli – sempre precisi, mai messi lì a caso – un ritratto dell’uomo di oggi che cade nelle ombre buie della dipendenza, senza capire più come uscirne. Ma senza mai arrendersi.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La più amata è il racconto sentito e accorato che Teresa Ciabatti offre al lettore alla ricerca dell’identità del proprio padre, Lorenzo Ciabatti, chiamato da tutti Il Professore. La narrazione non si risparmia, diventa nella sua evoluzione ossessiva, esagerata, spasmodica, ma per tutti questi motivi anche vera. Senza finzioni. Teresa si racconta senza filtri e ci parla delle sue pretese, ma anche del rapporto familiare, sia con la madre – che sembra si sia annullata dopo aver incontrato Il Professore – sia con il padre: "[…] Si ferma davanti al letto della femmina: ha gli occhi chiusi. Vorrebbe scuoterla, svegliarla o resuscitarla. Invece si abbassa a sentire se respira. Respira.
    Va dal maschio, anche lui inerte con gli occhi chiusi. Anche su di lui il Professore si china. Respira. I bambini respirano, i petti si alzano e abbassano. E il Professore sente qualcosa mai sentita prima, una specie di gioia, come se i figli nascessero in questo momento preciso. Non sei anni prima, non all’ospedale di Orbetello con medici e infermieri fuori dalla sala parto, non nel momento in cui glieli hanno messi tra le braccia, piccolissimi, raggrinziti, e lui non sapeva bene come tenerli, tanto da riconsegnarli quasi subito in altre braccia, della madre, dell’équipe. Non nascevano allora, ma adesso.
    […]
    Il Professore ripercorre la strada al contrario, corridoio, ingresso, scale, salone. Spegne le luci una a una. Anche quelle della piscina: in fondo alla dispensa, dietro ai prosciutti. La villa si oscura, e a chi guarda dalla strada sembra una festa che finisce. Invece è di più, molto di più. È un matrimonio, una famiglia".
    Quest’ansia spasmodica nella ricerca dell’identità e dei rapporti segreti (oltre che dei conti bancari fittizi) di Ciabatti padre diventerà la domanda ricorrente anche di Francesca Fabiani, moglie devota, moglie gentile, moglie riconoscente: "Voglio sapere chi è mio marito: nato a Grosseto il 4 agosto 1928, primario dell’ospedale di Orbetello, residente in via dei Mille 37, voglio sapere chi è davvero Lorenzo Ciabatti, chiede Francesca Fabiani a Tom Ponzi. Un milione di lire anticipato. Gli altri alla fine".
    Alla fine della lettura ne esce un ritratto tutto italiano di una famiglia, con tutti i suoi difetti, le sue ipocondrie, le sue fragilità raccontata con uno stile unico, vivo, e anche – perché non si può non dirlo – infinitamente pieno di sé: "Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante