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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Leggendo il nuovo romanzo di Luca Clementelli si respira un’aria di leggerezza adolescenziale che però non è affatto superficialità.
    La storia potrebbe sembrare una qualunque storia o storiella d’amore. Davide e Sara non si vedono da tempo, lei è partita per lavorare in un'altra città ed è tornata da poco. La ragazza non è serena, Davide da sempre nutre per lei un sentimento più forte della semplice amicizia ma mai dichiarato. A spronarlo è l'amica Chiara, ma sarà una circostanza particolare a farli avvicinare: il giovane svelerà un “segreto” che coinvolge la sua famiglia, la sordità. Proprio questo consentirà loro di scoprire la forza del legame che li unisce.
    "Finalmente" affronta così con intelligenza e delicatezza un tema importante: la sordità. Che si fa metafora non solo della disabilità in generale, ma soprattutto della difficoltà che tutti incontriamo in misura diversa di affrontare le nostre debolezze e nel comunicarle agli altri, e anche della solitudine in cui si dibattono le nuove generazioni.
    L'autore tratta il tema con partecipazione, probabilmente anche autobiografica, con grande delicatezza ma anche con estremo rigore. Luca Clementelli ha infatti competenze di Lingua dei segni Italiana e il romanzo si avvale dell’expertise di un ricercatore CNR.
    Il libro lancia un messaggio importante, il superamento delle barriere interpersonali, reso ancor più efficace dalla scelta di arricchire il testo con fotografie e con il sign writing, il sistema di trascrizione della lingua dei segni. L'autore, laureato in Lettere, lavora come copywriter, ha seguito corsi di scrittura creativa e sempre con Albatros ha già pubblicato nel 2013 il romanzo "DeStino", del quale questo romanzo breve è in qualche modo un prequel.

    [... continua]
    recensione di Laura Battisti

  • Un gioiellino, il lavoro 2017 dell'aquilano Matteo Grimaldi, pubblicato da Camelozampa nella collana “Gli arcobaleni” e molto gettonato.
    La famiglia X è un romanzo di 130 pagine che come nei passati lavori guarda le cose dal punto di vista prediletto dell'autore, quello di un ragazzo, con tutta la semplicità e il rigore della preadolescenza. Non è un caso se, a più di un anno dall'uscita, si rinnovano gli incontri con gli studenti in tutta Italia.

    Micheal è affidato a una coppia di fatto e si scontra e si incontra con i pregiudizi che la comunità ha su questa situazione. Matteo Grimaldi riesce a trattare con intelligenza argomenti delicati come le incomprensioni e la famiglia non tradizionale, perché non li getta sotto i riflettori: la narrazione procede con delicatezza attraverso le giornate inevitabilmente confuse di Michael e dona loro un giusto velo di ironia e goffagine, perché a 13 anni non si ha mai chiaro come muoversi e cosa rispondere, figurarsi in una situazione eccezionale come questa. Così, Michael non sa come risolvere il grosso problema di Zoe, che potrebbe perdere qualcosa a lei molto caro, né come fermare un movimento cittadino che avanza contro le due persone che in questo momento si stanno occupando di lui. Michael cerca punti fermi e gli sembra di non averne, perché i suoi genitori sono stati allontanati e la sua vita “in questo momento è uno schifo”. Anzi reagisce fin troppo bene, per la sua età e per essere uno che ama la matematica per la chiarezza delle sue regole.
    La storia di Michael, comune ad altre storie, si interseca a quella di Enea e Davide, meno comune di altre coppie o forse invece sì. Riusciranno a essere loro, i punti fermi che servono a Michael? È qui che si solleva la domanda in quarta di copertina: chi si prende il diritto di definire una famiglia? “Esiste una formula che possa spiegarlo?”. Il libro lascia una strana serenità, all'ultima pagina, anche perché dimostra che “non centrare un obiettivo non significa fallire”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La vita è una tela misteriosa di emozioni che arrivano spesso inaspettate e aprono porte e cassetti. Spesso il tempo scandisce o assopisce gli attimi, e nella quotidiana razionalità, resta difficile capire come siano connessi cuore, istinto e ragione.
    Le scelte difatti a cui siamo chiamati, portano su strade disparate, ma nel corso della nostra esistenza, il destino ci pone davanti a situazioni e richieste. Ed ecco così che nuovi punti interrogativi si fanno spazio nei pensieri, e situazioni passate riemergono, ma con la consapevolezza di avere acquisito una maggior esperienza.
    La penna della Chiarini descrive con grande realismo personaggi e caratteri, indagando nell’animo umano di ognuno di essi, e riscattando anche quanto la miseria, l’ignoranza o la stessa società, denigrano.
    Il lettore può facilmente calarsi nella libraia cinquantenne Cecilia, dedita al suo lavoro e a consigliare al meglio i suoi clienti.
    “Murata” dai libri e dalle parole, dopo la perdita recente della madre e protesa ad una vita di rinunce, (anche in campo amoroso), riesce grazie a essi, a vincere la paura di dedicarsi al quindicenne Leonardo, entrato per caso nella sua libreria.
    Rivive con lui, la drammaticità e il carico di essere il figlio della bella Nella, la prostituta di Sassuolo, trasferitasi a Modena.
    Abbandona così il suo cinismo e con l’aiuto del sempre amato amico e ora barista Orazio, intraprende un cammino focalizzato sulla ricerca e sulla volontà di rivalutare quanto la forza dell’amore possa apportare.
    Riaffiora così la voglia di sentirsi madre, donna, amica, amante, imprenditrice e di essere garante di verità e felicità.
    Questa dedizione la porterà così a Genova e come cantava De Andrè tra “Via del campo c’è una puttana, gli occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia…”, segue segni e coincidenze.
    Il lettore si trova catapultato nell’avvincente storia e risoluzione del perché la bella Giovanna (Nella), sia andata via da Modena senza dare molte spiegazioni.  Partita dopo un omicidio avvenuto nei pressi della casa dove abitava con il figlio e lasciando quest’ultimo, solo e minorenne, a una donna di cui poco conosceva.
    Cecilia carica di questa “missione”, ci guida nei retroscena, e tra analessi e prolessi di un linguaggio scorrevole, resta facile appassionarsi ai protagonisti, che come i pezzettini di un puzzle, trovano il loro giusto e finale disegno.

    [... continua]

  • Siamo in Puglia, a Ostuni, alla fine degli anni ’90. Protagonista è la natura e i suoi sussulti interiori. Protagonisti umani sono Teresa, una giovane studentessa di Torino che passa le vacanze estive dalla nonna, riconosciuta da tutti come la "maestra"; e i tre quasi fratelli, affidatari di Cesare e sua moglie, Nicola, Tommaso e Bern, conosciuti anche come i ragazzi della masseria.
    La storia inizia con uno spavento, dei rumori sinistri, delle risa sospette, la ribellione della sera che si fa notte, e dei corpi nudi esaltati ed elettrizzati dal divieto, di essersi intrufolati nella piscina dei vicini. Ma chi sono questi tre ragazzi? Cosa ci fanno in casa della nonna? E la masseria perché per Teresa è un luogo da evitare, da considerare inaccessibile?
    Da queste premesse – seppur lente, perché per entrare nel vivo della storia bisogna avere abbastanza pazienza –  prende le mosse il quarto romanzo di Paolo Giordano, "Divorare il cielo", titolo poetico e nostalgico di quattro destini che sono destinati a sconvolgersi come nessuno si sarebbe potuto mai immaginare le reciproche esistenze.
    La masseria è luogo rigido, un’oasi regolata e destrutturata dalle regole ordinarie del mondo, ma anche per questo diviene un polo attrattivo. I ragazzi vengono educati da Cesare, che rigidamente impartisce i principi delle Sacre Scritture, e le giornate sono scandite dai faticosi lavori nei campi. La masseria è una terra vergine, è una terra non contaminata dal peccato. Peccato destinato a compiersi con la crescita, con l’insorgere di altre necessità, esigenze. Arriva la scoperta del corpo. La voglia di scoprirsi. La fuga. Le dicerie di paese. Arriva Violalibera. Si concretizza l’idea di un ecosistema sano, naturale, biologico, dettato dai ritmi terrestri, che rispettasse i quattro pilastri: "Nessuna lavorazione! Nessun concime chimico! Nessun diserbo! Nessuna dipendenza da sostanze artificiali!", ma allo stesso tempo – come per equilibrare gli schemi – arriva la grandine che rovina i raccolti, la xylella che rovina gli ulivi, le ruspe che deturpano l’ambiente.
     
    Giordano, attraverso la storia di queste quattro vite, destinate a moltiplicarsi nei corpi e nelle esistenze durante tutta la narrazione, descrive di un mondo a confronto, quello dettato dai tempi della natura e quello dettato dai tempi umani, ritornando al punto di partenza. Chiudendo un cerchio. Partendo da una donna, gettando il seme infetto del peccato, aprendo le porte dell’Eden, per poi restarne incastrati, da una feroce e brutale vendetta che in tutta la masseria a distanza di anni non fa che promanare ancora e ancora il profumo del dolce oleandro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Osvaldo Guerrieri, di cui avevo già letto Istantanee e Schiava di Picasso, sempre editi per Neri Pozza, ancora una volta non sbaglia un colpo.
    L’arte dello scrivere gli scorre nelle vene, lui giornalista e critico teatrale de La Stampa, in questo libro  – vincitore del Premio Internazionale Mondello nel 2009 – ci parla di una piaga fortemente sentita in Italia: quella della dipendenza da gioco, o meglio identificata come ludopatia.
    Lo fa raccontandoci la storia di Pietro, un uomo come tanti, con una famiglia affettuosa accanto, con la sua routine, gli amici, l’ordinarietà delle cose e degli eventi.
    Ma a volte sono proprio gli amici, che per gioco o per inganno, ti trascinano in un vortice sconosciuto, in una nuova valvola di sfogo, mai considerata, anzi completamente sconosciuta: l’euforia del gioco. L’euforia delle vincite facili. La disperazione di perdere tutto senza accorgersene.
    Il gioco ti dà tanto ma ti toglie il doppio. Guerrieri lo racconta bene in queste pagine fittissime di analisi, che accompagnano il lettore in una storia indimenticabile, piena di sofferenza mista a compassione:  "[…] Partire in questo caso non era sottrarsi. Partire, per chi gioca, non ha parentele con i grandi viaggi rigeneranti, con la visione di un nuovo cielo e con la musica di una nuova lingua. Nella nostra stortura, partire è rifugiarsi là dove comanda la pallina, accanto al rimbalzo dei dadi e al fruscio delle carte quando escono dal mazzo. Partire è un'idea sovrana, un richiamo che non si può eludere, una schiumata di sangue dentro l’intreccio delle vene dure, che potrebbero scoppiare. Come fosse un’attività sessuale, non diciamo se compensatoria o no, una necessità fisiologica, una tensione un po’ bestiale, depurata da ogni sentimento. No, non è una conversatina notturna al riparo d’un muro. È un adescamento feroce di femmina marcia che reclama quattrini. Ma a tasche vuote, lo sanno anche gli idioti, non c’è cunno e non c’è coniugio. A scarsella floscia, l’amplesso non accade, svapora, e nel letto ti lascia una lucertola, ramarri, un fulmineo topo".
    Il gioco che ti abbruttisce, ti fa negare, ti spinge a compiere l’inenarrabile, a chiedere aiuto e a trovare appigli anche quando l’unica soluzione sarebbe dire basta. Metterci un punto. Frenare la mano. Tenere a mente quelle stesse probabilità che regolano il gioco della roulette. Quei numeri in rosso o in nero. E quello zero? Se ne sta lì, apparentemente arbitrario, ma complice come tutti gli altri. 
    L’autore si conferma un narratore senza sbavature, che al di là della storia, che potrebbe essere sentita e risentita, produce con la struttura narrativa, con l’evolversi della storia e con la scelta dei vocaboli – sempre precisi, mai messi lì a caso – un ritratto dell’uomo di oggi che cade nelle ombre buie della dipendenza, senza capire più come uscirne. Ma senza mai arrendersi.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La più amata è il racconto sentito e accorato che Teresa Ciabatti offre al lettore alla ricerca dell’identità del proprio padre, Lorenzo Ciabatti, chiamato da tutti Il Professore. La narrazione non si risparmia, diventa nella sua evoluzione ossessiva, esagerata, spasmodica, ma per tutti questi motivi anche vera. Senza finzioni. Teresa si racconta senza filtri e ci parla delle sue pretese, ma anche del rapporto familiare, sia con la madre – che sembra si sia annullata dopo aver incontrato Il Professore – sia con il padre: "[…] Si ferma davanti al letto della femmina: ha gli occhi chiusi. Vorrebbe scuoterla, svegliarla o resuscitarla. Invece si abbassa a sentire se respira. Respira.
    Va dal maschio, anche lui inerte con gli occhi chiusi. Anche su di lui il Professore si china. Respira. I bambini respirano, i petti si alzano e abbassano. E il Professore sente qualcosa mai sentita prima, una specie di gioia, come se i figli nascessero in questo momento preciso. Non sei anni prima, non all’ospedale di Orbetello con medici e infermieri fuori dalla sala parto, non nel momento in cui glieli hanno messi tra le braccia, piccolissimi, raggrinziti, e lui non sapeva bene come tenerli, tanto da riconsegnarli quasi subito in altre braccia, della madre, dell’équipe. Non nascevano allora, ma adesso.
    […]
    Il Professore ripercorre la strada al contrario, corridoio, ingresso, scale, salone. Spegne le luci una a una. Anche quelle della piscina: in fondo alla dispensa, dietro ai prosciutti. La villa si oscura, e a chi guarda dalla strada sembra una festa che finisce. Invece è di più, molto di più. È un matrimonio, una famiglia".
    Quest’ansia spasmodica nella ricerca dell’identità e dei rapporti segreti (oltre che dei conti bancari fittizi) di Ciabatti padre diventerà la domanda ricorrente anche di Francesca Fabiani, moglie devota, moglie gentile, moglie riconoscente: "Voglio sapere chi è mio marito: nato a Grosseto il 4 agosto 1928, primario dell’ospedale di Orbetello, residente in via dei Mille 37, voglio sapere chi è davvero Lorenzo Ciabatti, chiede Francesca Fabiani a Tom Ponzi. Un milione di lire anticipato. Gli altri alla fine".
    Alla fine della lettura ne esce un ritratto tutto italiano di una famiglia, con tutti i suoi difetti, le sue ipocondrie, le sue fragilità raccontata con uno stile unico, vivo, e anche – perché non si può non dirlo – infinitamente pieno di sé: "Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Diari
    • 21 maggio alle ore 17:55

    Quando si comincia a leggere questi Diari, si ha l’impressione di seguire le febbrili annotazioni di una bella ragazza americana che scopre l’Europa, con i calzini bianchi e un boyfriend al seguito. Tutto vibra, tutto sprizza energia, c’è un senso di attesa che si impone su tutto. Ma presto ci accorgiamo che le cose non stanno esattamente così. O meglio: non soltanto così. Troppo preciso è il segno delle parole, troppo snebbiato lo sguardo, troppo inquietante lo sfondo psichico che si intravede. Così ci immergiamo in una lettura sempre più appassionante e talvolta angosciosa: il giornale di bordo di una sensibilità acutissima, lacerata e drammatica, quella di una scrittrice che, per i suoi versi e per il suo tragico destino, è presto diventata, nei nostri anni, un magnete e un emblema per molti lettori – ovvero anche, come si dice con inconsapevole esattezza, un «culto».
    Questo volume raccoglie parte dei diari che la Plath scrisse tra il 1950 e il 1962, e che furono pubblicati per la prima volta nel 1982. Si entra completamente dentro la vita di questa grande donna che combatté una battaglia prepotente con la vita, fino alla resa. Si legge dell’incomprensione e dell’incertezza degli affetti: "Perché mi turba tanto quel che gli altri danno per scontato e che li rallegra? Perché sono così ossessionata, perché odio a tal punto quello in cui sto per essere così inesorabilmente trascinata? Perché, invece di andare a letto nella carezzevole oscurità erotica sorridendo languidamente tra me nella notte, dire ‘Un giorno, se seguirò la via giusta, sarò fisicamente e mentalmente appagata…? Perché più tardi rimango seduta a far raffreddare il fuoco fisico e a sferzare la mente verso pensieri freddi e calcolatori? Non amo; non amo nessuno all’infuori di me stessa. Questa sì che è una cosa sconvolgente da ammettere. Non ho niente dell’amore altruistico di mia madre. Non ho niente dell’amore assennato, realistico…Per dirla in parole povere e franche, io voglio bene solo a me stessa, al mio gracile essere con i suoi piccoli seni inadeguati e le sue scarse, limitate attitudini. Sono capace di provare affetto solo per chi riflette il mio stesso mondo. Non ho idea di quanto ci sia di sincero ed autentico nella mia sollecitudine verso altri esseri umani e di quanto non sia altro che una falsa mano di vernice imposta dalla società. Ho paura di affrontare me stessa. Stanotte sto tentando di farlo. Mi auguro di cuore che ci sia qualche sapere assoluto, qualcuno su cui contare affinché mi valuti e mi dica la verità".

    Un libro consigliato per gli amanti della poetessa, che ti entra dentro e a distanza di ore, giorni ti riporta ancora li a riflettere sulle parole di questa indimenticabile donna.
     

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La campana di vetro (The Bell Jar) è un romanzo a chiave della poetessa statunitense Sylvia Plath, pubblicato originariamente con lo pseudonimo di Victoria Lucas, nel 1963. Plath si suicidò un mese dopo la pubblicazione e nel 1966 il romanzo venne ristampato in Inghilterra con il vero nome dell'autrice. In America, a seguito della richiesta da parte della madre e del marito, Ted Hughes, la ristampa avvenne diversi anni dopo, nel 1971.
    La narrazione si sviluppa in tre fasi la cui distinzione è resa, in parte, dal netto cambio di scenario. Sfondo alle vicende dei primi capitoli è una New York in piena prosperità postbellica. È il giugno del 1953 e i coniugi Rosenberg sono stati condannati alla sedia elettrica, accusati di essere spie dell’Unione Sovietica.
    Nel suo soggiorno a New York Esther Greenwood desidera solo lasciarsi travolgere dalla vita della città e fa fatica a non deludere le aspettative di quanti la conoscono. La sua impeccabile media universitaria le ha permesso di ottenere un posto di apprendistato presso la rivista femminile Ladies’ Day, ma la sua laboriosità inizia a vacillare. A causa del suo atteggiamento negligente è prontamente incalzata da Jay Cee, la stacanovista redattrice della rivista, emblema della donna pienamente realizzata dal punto di vista professionale.
    La narrazione del periodo trascorso da Esther alla rivista Ladies’ Day è alternata da flash-back delle sue prime esperienze romantiche con Buddy Willard, ragazzo “della porta accanto”, studente di medicina e, apparentemente, fidanzato perfetto. L'esperienza a New York si rivela, nel complesso, ben lontana dalle aspettative.
    Inizia così il progressivo subentrare della depressione, alimentata dal ritorno a Boston, fino a sfociare nel tentativo di suicidio.
    Gli ultimi capitoli del romanzo sono ambientati in un istituto di salute mentale e raccontano il percorso di guarigione di Esther.
    Un romanzo autobiografico indimenticabile, che può avere la pretesa di essere diventato universale, in cui Sylvia attraverso l’alter ego di Esther ci racconta delle sue paure, delle sue ossessioni, del suo rapporto con la madre, della scoperta del sesso, della perdita della sua verginità, del rapporto con l’ospedale psichiatrico, dell’elettroshock, delle riflessioni sul suicidio, e immancabilmente della poesia.
    Ma ciò che più stupisce di questo ritratto intimo è la cifra stilistica, non cupa, deprimente o soffocante, ma anzi ariosa, coinvolgente, asciutta, quasi come se l’autrice avesse interiorizzato in sé una rassegnazione alla morte. La sua unica felicità possibile.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Guardai la bella figura alta e slanciata di mio marito: un ariano dall’albero genealogico incontaminato che si era scelto una sposa dall’albero genealogico altrettanto incontaminato con la quale aveva concepito un bambino che doveva essere perfetto e che invece era malato. Che cos’era? Una beffa del destino? Un monito per punire la presunzione umana? La presunzione nazista di poter creare la perfezione confidando nella fredda e nuda teoria?".

    Uscito nel 1998 per Rizzoli questo libro di Helga Schneider lascia sgomenti. Siamo a Berlino, nel maggio del 1997, Grete, ormai ottantenne ripercorre il passato sfogliando il proprio album personale. Lei moglie di un gerarca delle SS, mandata in uno dei lager camuffati da cliniche nella Germania nazista.
    Berlino, nel dicembre del 1940, la Germania è in guerra ed Hitler decide di dare il via all’operazione T4 (Tiergartenstrasse n.4), un programma di eutanasia per eliminare «i pesi morti» che avrebbero potuto portare via risorse preziose alla nazione stessa. Un programma folle, che già dal ’39 prevedeva la soppressione di ritardati, epilettici, schizofrenici, paralitici, psicopatici, depressi, paranoici, dementi senili, morfinomani, reduci mutilati di guerra, neonati malformati o persone con qualunque altro tipo di disfunzione. Persone viste come un peso, inutili. Un fardello di cui liberarsi.

    Ma chi era il piccolo Adolf che non aveva le ciglia? Il figlio maschio di quest’alto ufficiale delle SS cui era stato imposto per amore al Fuhrer il nome di Adolf, ma la Schneider inserisce un elemento in più, che fa riflettere. Il piccolo Adolf figlio di un regime nazista non è un ariano puro, ma un ariano con un cromosoma in più.

    L’autrice con delicatezza riesce a far riflettere il lettore e a dare voce a ciò che spesso è dimenticato affinché tutto ciò possa non ripetersi mai.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Perché ho letto questo libro? Sicuramente è stato un richiamo sincero, necessario, un’attrazione improvvisa che ho scelto di seguire senza sapere a cosa andavo incontro. Totalmente al buio, senza sapere nulla della trama.
    Il libro è scritto dalla scrittrice/filosofa, ma anche traduttrice di Tel Aviv, Michal Ben-Naftali, è edito in Italia da Mondadori nella traduzione di Alessandra Shomroni. Col titolo L’insegnante, che porta con sé un’aura di mistero e interesse su cosa è basato il libro, è una ricostruzione accorata e lucida dell'autrice nei confronti di quella che è stata la sua insegnante di inglese, Elsa Weiss, ai tempi della Seconda guerra mondiale.
    Ma come mai la pulsione e l’esigenza di una narrazione/ricostruzione personale verso una propria insegnante? "Nessuno conosceva la storia di Elsa Weiss. Pochi la chiamavano per nome. Ci rivolgevamo a lei come ci si rivolge a un generale, a uno sceriffo, o a un dignitario del quale occorre preannunciare l’arrivo".
    Elsa Weiss è una persona schiva, riservata, all’apparenza quasi anafettiva, sempre attenta a ogni suo gesto o parola, lucidamente attenta a mantenere quel rapporto di distacco tra sé e i propri alunni. Lei figlia di genitori ungheresi, Samuel e Leah, che sembra nascondere, offuscare. Cancellarli dalla propria narrazione personale.
    Ma cosa nasconde l’insegnante? Qual è il suo passato, e come mai è solita creare una barriera – forse di protezione (?) – tra lei e il mondo esterno?L’autrice riesce a raccontarci la storia di questa donna, ponendo in ballo anche riflessioni interessanti: "In un’epoca in cui c’erano ancora forti distinzioni tra i sessi e i ruoli, imparammo che si poteva avere una vita piena anche senza crearsi una famiglia nel senso tradizionale del termine, che si poteva passare del tempo con dei ragazzi senza assumere il ruolo di madre, che si poteva essere materni senza avere figli. E che si poteva anche non essere materni, essere estranei a tutto questo, essere qualcos’altro, qualcosa di diverso, mantenere un comportamento che noi non volevamo emulare (forse perché ci sembrava troppo tetro o pericoloso, nonostante non lo percepissimo come qualcosa di disprezzabile o come “tipico della diaspora”). A un tratto capimmo che tutto questo era fattibile e racchiudeva una forza di tipo diverso. Nuove possibilità aleggiavano nell’aria, semplici modi di essere che provenivano da “lassù”, dall’Europa di prima della Shoah, ma anche da chi era nato in Israele. Sebbene la scuola si proponesse di essere un luogo che garantiva sicurezza all’istituto della famiglia, suo malgrado volgeva lo sguardo verso altri orizzonti. Eravamo fuori casa, in un luogo che, grazie alla presenza di un gruppetto di insegnanti, si era trasformato in una zona extraterritoriale".
    Raccontando il suo viaggio – di fuga/speranza (?) – dall’Ungheria, Kolosvàr, passando per Parigi, la Svizzera, per poi approdare in Israele si riflette insieme a questa figura oscura, che sta nell’ombra, ai margini, che sembra scappare dai palcoscenici e dalle celebrazioni personali.
    La storia intima e delicata portata all’attenzione da Michal Ben-Naftali è una storia necessaria, è una storia di riabilitazione personale, e di memoria, anche quando la memoria sembra essere un drappello da cui scappare, per fuggire non solo da se stessi, ma anche da una colpa/ingiustizia/privilegio che non si è scelto, di cui non si hanno meriti, anche a distanza di anni, e a cui si risponde prendendo un volo. Il volo fatale.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Una storia intima, sofferta, sincera, quella che Daria Bignardi al suo sesto libro offre ai lettori. Tacitamente autobiografica, l’autrice che ormai non vuol saperne più niente di telecamere e televisione, ci racconta del suo rapporto con l’ansia, ma soprattutto con il sopraggiunto male, un tumore che le stravolge la vita e la pone in una situazione ancora più critica rispetto alla malattia e alla relazione con l’inaspettato.
    Lea/Daria afferma: "Il buono di una malattia è che capisci cosa viene prima. Lo senti senza più incertezza, ed esci dalla ruota del criceto. Per piena che sia, ogni vita, prima o poi, diventa una bolla in cui fai sempre le stesse cose. Quando ti ammali la bolla esplode. Fai esperienze nuove, conosci nuove persone: medici, infermieri, altri malati. Altri mondi.
    Mi piacciono le sorprese, così tanto che la notte di San Lorenzo dell’estate scorsa, guardando le stelle cadenti, avevo espresso il desiderio di riceverne una.
    Non avevo pensato di chiedere che fosse bella».

    Ma Lea donna dal carattere duro, riesce a trovare una sua dimensione, a non annullarsi completamente, pur sentendosi sempre prigioniera: «ci ho messo tanto a riconoscere di essere diventata anch’io una persona ansiosa: per via delle manie di mia madre l’ansia per me era la cosa più brutta del mondo, non potevo accettarla. Io ero quella che reagiva, non quella che si arrendeva, come lei che si preoccupava di tutto tranne di ciò che importava davvero.
    Mi sono concessa di riconoscere l’ansia solo quando ho creduto di aver scoperto la cura: scrivere storie, portarle in scena. È stata l’ansia a non farmi fermare mai».

    Questo non è un libro sulla malattia, è un libro sul modo di affrontarla. Non c’è un atteggiamento giusto per tutti o una formula magica, ma Lea/Daria una certezza dopo il nubifragio l’ha ricevuta, che l’amore è un passo fatto d’istinti, di pulsioni, di smanie involontarie, anche quando tuo marito, Shlomo/Luca, sembra non volerti, o non sapertelo esprimere abbastanza, e tu stai lì che sceglieresti di nuovo lui mille volte, nonostante tutto, anche con tette di plastica e capelli da barbie.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi".
    Nell'autunno del 1975 la sedicenne Jeanette Winterson deve prendere una decisione: rimanere al 200 di Water Street assieme ai genitori adottivi o continuare a vedere la ragazza di cui è innamorata e vivere in una Mini presa in prestito. Sceglie la seconda strada, perché tutto quello che vuole è essere felice. Tenta di spiegarlo alla madre, che però le chiede: "Perché essere felice quando puoi essere normale?". Da questa frase inizia il racconto indimenticabile della Winterson che ci offre a tutto tondo un’analisi di quella che è stata la sua infanzia, in mezzo ad un padre troppo spesso assente o volutamente taciturno, potrebbe ben dire quasi uno schiavo della moglie, nonché madre ingombrante (adottiva) di Jeanette. Una madre uscita fuori di senno che si divertiva a punire Jean, a lasciarla fuori casa accoccolata sui suoi gradini, attenta solo all’economia domestica – e neanche troppo – con una sessualità assente, si potrebbe dire non pervenuta.
    Ossessionata dalla sua fisicità, allo stesso modo ingombrante, dal Vangelo che recita ogni giorno a memoria quasi fosse una melodia, dalle torte e dai suoi lavori di ricamo. Una donna succube della propria solitudine, che forse sperava di trovare compagnia in Jean, sua figlia adottiva (?), una donna che odiava i libri, se non la narrativa del disimpegno, che della casa aveva fatto un luogo sacro, privo di peccato, e impossibile da contaminare da altri libri, se non quelli che prenotava in biblioteca, storie legate a morti, redenzioni, peccati espiati, e qualche traiettoria poetica.
    Jean è in gabbia, si sente soffocare, vive un affetto provvisorio e intermittente che non sente pienamente proprio e cerca di consolarsi attraverso i libri, rigorosamente presi di nascosto e messi sotto il materasso: "Ricordate la storia di Filomela, che viene stuprata e a cui tagliano la lingua perché non riveli l’accaduto? Credo nei racconti e nel potere delle storie perché ci permettono di parlare una lingua sconosciuta. Non veniamo ridotti al silenzio. Tutti noi, quando subiamo un trauma, ci ritroviamo a esitare, a balbettare; ci sono lunghe pause nel nostro discorso. Ci è impossibile esprimere quel che abbiamo dentro. E possiamo reimpossessarci della nostra lingua solo attraverso la lingua degli altri. Possiamo rivolgerci alla poesia. Possiamo aprire il libro. Qualcuno è stato lì per noi e ha scandagliato le parole […]".

    La Winterson ci regala pagine dolorose, pagine complesse di introspezione umana, pagine di indagine sul senso di sé e quel senso di smarrimento costante sul filo della follia, sulla famiglia che le è capitata, sugli affetti, sulle possibilità del tempo e sui sipari della scrittura, tracciando un filo rosso intorno a tutta la narrazione, che può essere riassunto da questa citazione: "Certo, siamo tutti esseri umani. Certo, amare è un impulso naturale. L’amore esiste, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo insegni. Vogliamo stare in piedi, vogliamo camminare, ma qualcuno deve tenerci per mano, darci un po’ di equilibrio, guidarci un po’, rialzarci quando cadiamo [anche quando chi ci insegna e ci guida è una madre snaturata, matta, e alla ricerca di un’accettazione personale mai avvenuta N.d.r.]".
     

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "A Milano, in una giornata di ottobre del 1982, guardo fuori da una delle tante finestre della classe e vedo ragazzi e ragazze che passeggiano nel prato della scuola. Una volta ero come loro. Camminavo, correvo, saltavo. Ora tutto è cambiato. Io sono ferma mentre loro continuano a correre, ignari del tesoro che possiedono: un corpo che risponde alla propria volontà. E io non voglio morire vergine. Non sarà facilissimo".

    La vita di Barbara è cambiata all'improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l'età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l'incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole.
    Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all'amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.
    Bellissimo, per chi aveva già apprezzato, Sirena mezzo pesante in movimento, questo libro ne è un po’ il continuo. L’autrice si regala ai lettori senza filtri e parla di sé senza infingimenti mostrando paure, debolezze, ansie, e il suo rapporto col mondo ma soprattutto col suo corpo.
     

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Mentre l'acqua nera le riempiva i polmoni, e lei moriva".

    Acqua nera è un libro claustrofobico, che stupisce ancor di più sapendo che è tratto da una storia vera, ovvero l’incidente di Chappaquiddick avvenuto nel 1969, che coinvolse il Senatore Ted Kennedy e la sua segretaria Mary Jo Kopechn. Nel romanzo la Oates la trasfigura in Elizabeth Anne Kelleher, da tutti conosciuta come Kelly. Questo evento che sconvolse l’America segnò la fine della carriera politica del senatore Ted Kennedy.
    Guida il senatore, era ubriaco. Lui riesce a salvarsi, non solo dalla morte, ma anche dall’accusa di omissione di soccorso. Lei muore, lei è in apnea, mentre l’acqua nera le riempiva i polmoni, lei moriva, ripercorre la sua vita, il suo rapporto con i genitori, con la vita, con il suo percorso accademico, l’attaccamento alla vita, le false illusioni, gli amori finiti e quelli che non puoi respingere anche quando non senti più il fiato e il nodo in gola diviene sempre più feroce, come un buco nero dal quale non c’è via d’uscita. La fine. La bolla che scoppia. L’aria che si riduce. Minimi termini di un destino che sei costretta a subire.

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    recensione di Gino Centofante

  • "Se ti succede qualcosa, te lo sei andato a cercare!"

    Un romanzo breve che la Oates ha scritto su un tema complicato quanto raccapricciante: lo stupro.
    iamo a Niagara Falls in America (dove l’autrice aveva già ambientato il suo famoso “Le cascate”), e la protagonista è Teena Maguire, una donna trentacinquenne dall’aria giovanile e provocante, vittima di stupro di gruppo ad opera di otto ragazzi sotto l’effetto di alcol e metamfetamina.
    Osservatrice dell’atto inumano è la figlia della donna, che è riuscita a scampare allo stupro nascondendosi sotto un riparo di fortuna, lei con i suoi soli dodici anni, Bethel Maguire, da tutti conosciuta come Bethie, che vede finire la sua infanzia quel giorno maledetto del 4 Luglio 1996.

    Ma il libro oltre a non risparmiare nel dettaglio le descrizioni dello stupro, offre al lettore quello che è era ed è il sistema sociale e giudiziario rispetto a fatti del genere: l’occhio accusatore e giudicante, l’opinione pubblica feroce e spietata e mai remissiva, il cinismo giudiziario a tutto tondo, le beffe da parte dei violentatori, quasi complici di un sistema difettoso, macchinoso.

    Ma questo libro non parla solo dello stupro, ma parla come non ci potrebbe aspettare anche dell’amore. Due cose all’opposto. L’amore non è stupro. Lo stupro non è amore. La Oates interpone una terza figura (oltre alla vittima, alla figlia e ai pluri-violentatori) che inaspettatamente sembra voler mettere giustizia dove la legge non arriva. Ecco, questo lato giustizialista molto fai da te, – non so se è questo il messaggio che volesse far passare l’autrice, e se è così mi sento di prendere le distanze – non mi è particolarmente piaciuto. Non è la strada giusta, anche se si parla di amore, di voler ripagare i conti, di voler fare giustizia.

    Per il resto ho apprezzato molto il punto di vista della narrazione, il lato giornalistico, il tratteggio dal punto di vista mediatico della vicenda – con tutti i suoi risvolti negativi –. Lo stile resta conciso, preciso, senza sbavature. Peccato per questo messaggio di fondo che lascia qualche ambiguità e interrogativo, e per qualche pagina – stranamente in questo caso – in meno rispetto a quante magari la vicenda affrontata ne richiedeva. In questo caso un po’ più di pagine non avrebbero guastato.

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    recensione di Gino Centofante

  • "Nessun bacio viene dimenticato: perdura nella memoria come nella carne".

    Di nuovo in compagnia di Joyce Carol Oates, questo volta alle prese potremmo dire con un racconto lungo, che ti tiene incollato alle pagine per sapere quale è il destino di Katya Spivar e Marcus Kidder.
    Ma chi sono questi due personaggi?
    Katya è una ragazza sedicenne, e fa la bambinaia per la famiglia Engelhardt; Marcus è un anziano sessantottenne, un uomo di cultura e prestigio a Bayhead Harbour, nel NewJersey.
    Che cosa hanno da dividere queste due anime nate in tempi completamente diversi?
    Katya proviene da una famiglia corrotta, povera, con un padre assente e una madre invischiata e intrappolata nel gioco d’azzardo, Kidder è un’artista, dall’animo poliedrico: scrittore, musicista, pittore.
    Una relazione tra i due è possibile, e se è possibile può essere definita lecita? C’è chi nella critica letteraria ci ha visto un moderno Lolita, a mio avviso paragone non possibile, perché per quanto possa essere brava JCO, non credo che Una brava ragazza abbia la stessa potenza evocativa e dirompente che ha avuto Lolita di Nabokov.
    In un gioco di specchi, di costruzioni d’identità, l’Oates come suo solito fare sposta le fila della storia con maestria spingendo il lettore alla riflessione: chi è veramente Marcus Kidder, un osceno pervertito? O un uomo sincero e bisognoso semplicemente di attenzione e affetto? E la baby-sitter Katya Spivar è solo una bambinaia lì per un lavoro estivo o l’ennesima sfruttatrice che cerca nell’altro il salto di qualità?
    Da leggere senza avere pregiudizi, affidandosi ad una narrazione magistrale, come ormai ci ha abituato la scrittrice statunitense.

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    recensione di Gino Centofante

    • Sexy
    • 14 maggio alle ore 20:17

    Questa volta la Oates in un libro – considerando la lunghezza in media dei suoi romanzi – breve ci parla di adolescenza. Di quel percorso di crescita/battaglia che si attraversa prima contro se stessi e poi contro gli altri.
    Siamo a North Falls, protagonista è il tuffatore, quanto instancabile atleta Darren Flynn, lui la promessa dello sport della scuola, lui irresistibilmente sexy, all’apparenza senza difetti, con una cerchia di amici compatta quanto ambiguamente fedele. Lui visto come l’idolo e modello da seguire, ma allo stesso tempo sempre schivo, chiuso, ripiegato su se stesso, quasi come fosse in uno stato perenne di tensione, come prima di un tuffo o di una vasca.
    Lui promessa sportiva, mai stato amante delle altre discipline scolastiche. Lui e l’adolescenza, i silenzi, un fratello con l’aria da spavaldo e dei genitori ossessivamente proiettati al risultato.
    La Oates ci offre in poche pagine – che lasciano un po’ l’amaro in bocca – una vicenda tutta adolescenziale, un atto di goliardia che scaturirà conseguenze inaspettate, una linea di confine tra ciò che rientra nel permettibile e ciò che diventa divieto.
    Le pagine ci regalano emozioni, ossessioni, turbamenti di questo giovane che lotta con ciò che è fuori di sé (la scuola, gli amici, la famiglia) e ciò che è dentro di sé (la responsabilità di sapere, l’atto dovuto, la verità mancata), con pennellate sul senso del corpo, dei mutamenti, della crescita, ma anche di ciò che può essere un atto di bullismo, una molestia indecifrata.
    Non mi sento di annoverarlo tra i più belli dell’autrice, forse adatto più a un pubblico in età adolescenziale, sicuramente anche per via del finale che secondo me merita uno sviluppo più consistente. Una Oates diversa, ma non per questo banale o inconsistente.

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    recensione di Gino Centofante

  • "Posso essere una persona buona. Posso essere uno strumento di felicità per gli altri".

    Di cosa parla la Oates in questo libro? Parla di amicizia, parla di speranza e di disperazione, parla di due realtà diametralmente opposte che provano ad incontrarsi seppur con tutte le ritrosie degli anni bui: entrambi hanno 18 anni.
    Siamo in un prestigioso collage a Filadelfia nel 1975, due ragazze dividono la stanza. Genna Hewett-Meade è una ragazza bianca e benestante, figlia di una famiglia che ha sempre lottato per i diritti civili e vicina ai movimenti hippie, dichiaratamente contro la guerra del Vietnam, ma che non ha la ben minima voglia o responsabilità di occuparsi della figlia.
    Minette Swift è una ragazza di colore, proveniente da una famiglia povera, e sentitamente presente, una famiglia molta devota e cristiana, ma anche molto bigotta e ignorante. E fin qui niente di speciale, sembrerebbe, ma il plus che la Oates con la sua maturità sa inserire nei suoi romanzi è il non cadere in facili stereotipi. L’autrice ci racconta la vita vera, le situazioni comuni, il percorso di crescita di queste due fanciulle ognuna con i propri problemi, spesso evidenti, spesso nascosti o omessi. Ma queste due ragazze riusciranno con tutte le diversità ad avvicinarsi e ad instaurare un autentico rapporto d’amicizia? Entrambe sentono il peso e la responsabilità di dovercela fare, e di avere – per motivi diversi – caratteri e atteggiamenti particolari, ma nel collage le altre ragazze accetteranno ogni loro comportamento o penseranno ad etichettare e emarginare le due giovani ragazze?
    La Oates riesce a parlarci attraverso questo lungo percorso di amicizia/sofferenza comune di un’epoca, quella degli anni ’70 d’America, quella delle leggi razziali, dello scandalo Nixon, del terrorismo, della droga, riuscendo intimamente anche a raccontarci nel profondo le insicurezze, le paure, le fragilità e angosce di un periodo: quello dell’adolescenza. E si sa nell’adolescenza siamo tutti più vulnerabili, pedine fragili e bersagli facili da colpire, e basta un minimo errore, un gesto sbagliato o una parola reiterata di troppo per compromettere lo sviluppo di un fiore che sboccia. Tutto si blocca e la metamorfosi diventa una morte anticipata. Rispetto agli romanzi forse si fa più fatica ad entrare nella storia, bisogna dargli tempo, ma poi questo flusso di coscienza continuo vi ripagherà di tutta la narrazione con un finale decisamente inaspettato, che pareggerà i conti di azioni spesso fatte con leggerezza.

    "... c'è qualcosa di strano e meraviglioso nella famiglia. Qualcosa di mostruoso nella famiglia. La famiglia è una creatura dalle molte teste, come l'Idra. La famiglia è il locus dell'ossessione. La famiglia significa possedere ed essere posseduti. La famiglia è il trasferimento di geni da una generazione alla successiva. La famiglia è puro ego. La famiglia è uno scherzo di natura. La famiglia è estinta. La famiglia è vita privata e non c'è valore nella vita privata. Non c'è valore in nessuna vita. Eccetto che nella vita del Popolo. La vita della Rivoluzione. In un'epoca di Rivoluzione come la nostra, la vita privata ha cessato di esistere come la vita privata cessa di esistere in tempo di guerra".

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    recensione di Gino Centofante

  • Ambientato in Normandia, nel periodo della seconda guerra mondiale, il romanzo Gli Aquiloni racconta una poetica storia d'amore fra Ludo e Lila. Sullo sfondo un'Europa che vive la sua tragica entrata nel conflitto bellico del 1940-45, in primo piano un giovane protagonista disposto a tutto per difendere ciò che ama.
    Gary riesce a 360° a trasmettere le emozioni – tanto positive quanto negative – che i personaggi stanno vivendo sulla propria pelle. Questa guerra che ti cambia, ti disegna addosso un vestito che non ti è proprio consono. Ludo e la sua illusione, Lila e le ferite dell’anima, anche se pecca di egoismo. Le parole del prof. Pinder anche io le ho evidenziate sul lettore ebook, mi sembrano senza tempo: "Non vale la pena di vivere nulla che non sia un’opera d’immaginazione, sennò il mare sarebbe soltanto acqua salata... Prendi me, per esempio: da cinquant’anni non ho mai smesso di inventare mia moglie. Non l’ho neanche lasciata invecchiare. Dev’essere piena di difetti, ma io li ho trasformati in qualità. In cinquant’anni di vita in comune s’impara a non vedersi, a inventarsi e a reinventarsi ogni giorno che passa".
    Un romanzo dallo stile fiabesco che ci restituisce un corollario di storie indimenticabili: dello zio Ambroise, costruttore di aquiloni, pacifico e gran sognatore, di Ludo e i suoi sentimenti incondizionati, di Lila schiava degli eventi e con le sue forme di criptica distanza, del cuoco Duprat e la sua cucina come forma di rivoluzione.

    Ah, la copertina, che ritrae "Jeune fille en vert (Jeune fille aux gants)" di Tamara de Lempicka conferma il buon gusto e le scelte quasi sempre azzeccate della casa editrice Neri Pozza.

    “È da tempo che mi ha abbandonato qualsiasi traccia di odio per i tedeschi. E se il nazismo non fosse una mostruosità disumana? Se fosse umano? Se fosse una confessione, una verità nascosta, rimossa, camuffata, negata, acquattata in fondo a noi stessi, ma che finisce sempre per tornar fuori? I tedeschi, sì, certo, i tedeschi… Adesso tocca a loro, nella storia, tutto qui. Si vedrà, dopo la guerra, una volta che la Germania sarà sconfitta e il nazismo si sarà dileguato o nascosto, se altri popoli, in Europa, in Asia, in Africa, in America, non verranno a dargli il cambio.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La penna di Lucia, ci catapulta in un mondo dove è ancora possibile viaggiare e dare libero spazio alla fantasia, con la consapevolezza di dovere fare delle scelte.
    Oggigiorno siamo messi alla prova e non è semplice cogliere nel realismo imposto dalla società frenetica, la forza della magia, intesa come capacità di esplorare noi stessi e tutto ciò che ci circonda.
     
    Ecco un libro dove è facile immedesimarsi nella quattordicenne Marta per lasciarsi trasportare nella sua storia e nelle storie che vive. Trasuda così la voglia di esplorare mondi esotici, misteriosi, ignoti, selvaggi.
    Non solo, nel vento e nei suoi messaggi, è facile così perdersi in incontri determinanti, come quelli che portano a Mario, a Nica, alle streghe, al pazzo sulla collina.
     
    Marta viaggerà oltre l’apparenza delle cose, affrontando il dolore causato da perdite improvvise, il disagio per affrontare prove più grandi della sua età, per accettare e lasciarsi trasportare dalle emozioni, e da quanto la sola ragione non sa dare spiegazioni.

    In letteratura, la fantasia era fino a poco tempo fa rivolta solo ad un pubblico “piccolo”, invece questa storia è un chiaro esempio, di come il lettore possa essere chiunque abbia la volontà d’abbracciare lo stupore, e magicamente percorrere luoghi inesplorati, attraversando porte misteriose, con quella sana ingenuità, indice del successo che solo la fantasia sa regalare.
     
    È vero, è difficilissimo spingersi senza remore in zone remote o al limite della leggenda. Eppure chi non ha mai sognato di avere un "teletrasporto" o una bacchetta magica?
    Allora come Marta sarebbe semplicissimo ritrovarci sotto un salice, dentro o fuori un ospedale psichiatrico o affidarsi a lettere e preghiere, per audacemente inseguire l’imprevedibile, senza paura d’essere giudicati.

    [... continua]

  • Maria Luisa Spezia, dal punto di vista della figlia, ci racconta tramite aneddoti divertenti e sobri sua madre.
    Una persona unica, irriverente. Una persona spesso scomoda e difficilmente compiacente. Una persona che racchiude nella sua totalità l’eccesso, la voglia di vivere la vita senza risparmiarsi nulla. Una madre che a dispetto dei rapporti umani in crisi vive la propria vita con leggerezza, con quella voglia di superare sempre di più se stessa e i propri limiti.
    Una madre musicista, una madre allevatrice e protettrice di ogni specie animale, un’amante della buona cucina, una donna ricca di idee e progetti innovativi, una persona che giorno per giorno combatte e lotta per costruire attorno a sé un’oasi felice.
    Un’isola felice composta da: Dante, Giovanni, zio Cesare, Inés, Maria, Rosa, la zia Angelina, Livia P., Luisa P., Carlo, nonna Livia e Lucilio Marra, per non aggiungere i protagonisti principali, quel mondo animato e popoloso del regno animale a cui questa donna – quasi fosse un segno devoto – dedica tutta la sua vita, il suo tempo, le sue battaglie.
    La lettura di questo libro tra realtà e fantasia è molto gradevole, ancor di più perché è decorata e impreziosita dalle illustrazioni di Martina Gianello, che danno colore e rappresentazione alle scene raccontate.
    L’autrice riesce a narrare una storia di speranza, una storia personale, ma che potrebbe essere quella di chiunque, perché nel mondo ognuno vive e lotta per dei propri principi e Maria Luisa Spezia – forse narrando anche un po’ di se stessa – sembra ricordando a margine del testo che: "la felicità è tenersi per mano. La Felicità è l’Amore".

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    recensione di Gino Centofante

  • "Mi contraddistingue una smisurata passione per il disinteresse a qualsiasi forma di ambizione", scrive Luca Gamberini nell'esergo alla sua ultima opera poetica, edita da 96, rue de La Fontaine. 
    In questi versi, pieni di struggimento, straniamento, amore e disamore, appare la vocazione certa dell'autore verso un 'oltre'. Un oltre che si ponga quale argine alle meschinità quotidiane, allo sgomitare per stare al mondo, contro un 'io' che consuma e che mente. Il "far niente" di Luca  è certamente resistenza, ricerca profonda di senso, proprio nell'istante in cui pare rinunciarvi.
    Ma le poesie di Gamberini sono anche poesie d'amore. Verso la vita, verso la natura, verso l'essenza stessa della realtà. Realtà che, infatti, il poeta non nega, ma anzi indaga con una curiosità pura e disincantata al tempo stesso.

    "Ti ho seguita ovunque
    come un cane meticcio
    per imparare l'estate
    di una panchina vuota".

    Mi chiedevo, leggendo questi versi, se esista qualcuno, in carne ed ossa, a cui siano stati realmente dedicati. Il poeta vive "con lo stesso rimpianto" di tutti. Chi sia, in definitiva, il destinatario di un sentimento che pare non avere mai "strade di casa", bagnato com'è "da inascoltabili venti sperduti".
    Mi sono domandata quale essere umano possa meritare un'attenzione tanto sfinita e disperante; realmente rivolta all'altro che, invece, appare distratto e preso in una ripetuta illusione, incapace di vedere oltre le apparenze. 

    "Scegliti con cura il nuovo amore
    sceglilo come fosse un viaggio
    con fissata la data del ritorno".

    Il poeta, il vero poeta, sfugge all'omologazione, soffre di "incantesimi a scapito dell'ordine delle cose" e, questo, Luca Gamberini lo sa bene. È consapevole della scommessa che ha accettato, novello Oblomov - come sottolinea nella splendida prefazione Gian Ruggero Manzoni - protetto da un'indolenza simile alla notte e capace di "allungare la vita a chi vivere non sa". 
    La vera scommessa è amare attraverso la trasfigurazione della realtà, quella stessa realtà che è stata effrazione e caduta. Amarla in modo generoso e celebrarla al di là dei canoni o delle comuni interpretazioni. 

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Una nuova opera per la poetessa Maria Luisa Mazzarini che si apre con una dedica alla città lagunare di Venezia.
    Da sempre questa è stata meta di sogni, fascino, vitalità, ispirazione di generazioni di viaggiatori e di illustri scrittori. Da Goldoni a Casanova, da Herman Hesse a John Ruskin, da Thomas Mann fino a Goethe e a Jean Giono, nessuno ha saputo resistere all’incanto di Venezia.
    Potenti versi che destano meraviglia, animati dalla maestria della poetessa, che riporta le emozioni vissute, soffermandosi, volteggiando come un gabbiano, danzando lungo le strade veneziane.
    Tra memorie e sinfonie di versi, ci addentriamo nel cuore di rii, tra ponti, canali, vicoli, teatri, la vita quotidiana si sposa con la romanticità del luogo, intriso di arte e storia.
    Nella Serenissima, “tutto è bianco/ la spuma d’onde,/ ali nell’urlo del flutti,/ il tuo, il mio volto,// le mani perse nel vento,/ a chiamarsi.//.

    Venezia è la città ideale per una luna di miele.
    Vivere a Venezia, o semplicemente visitarla, significa innamorarsene e nel cuore non resta più posto per altro. Facile difatti, è perdersi nel suo fascino, sospirando ad ogni incontro, abbandonandosi allo “sciabordio d’acque” su una gondola, o gustando la vita in raffinati calici di Murano.

    Tenerezze, delizie, tra berletti e ciprie, la realtà e la finzione, si prendono a braccetto, sfilando giorno e notte.
    In piazza San Marco, pure i colombi diventano docili e i pensieri si mettono in moto, nello spazio e nel tempo e nella memoria dei secoli.

    Friedrich Nietzsche, su Ecce Homo nel 1888 dice: “Se dovessi cercare una parola che sostituisce “musica” potrei pensare soltanto a Venezia”.
    Nel “Rondò d’acque, le isole d’un mare / di una pagina bianca tutta da scrivere” le parole di Maria Luisa scorrono e rapiscono l’anima.
    Dalla Giudecca, alla Piazzetta, al molo, al Palazzo Ducale, alla Torre dell’Orologio, l’immaginazione affresca una Venezia “innocente, sensuale e inquieta”.
    Ogni lirica esalta e dipinge le stagioni della città, accompagnando la stessa evoluzione della poetessa, che in essa trova il suo “input” emozionale per un’individuale crescita.
    In essa si risveglia, illuminata e consapevole di poter andare oltre i limiti imposti dalla fanciullezza, sognando e vivendo la notte, accendendola di “baci roventi”.
    Una donna divenuta farfalla in una Venezia che l’accoglie, senza giudicare, tra magie, silenzi, mistero.
    Una Venezia di “liberi amanti/ di fiori e di barche”, che sa guardare oltre, tuffandosi nel mare di natura, storia e preghiere, navigando fino ai confini del mondo interiore ed esteriore di ognuno di noi.

    [... continua]

  • Enrico Ruggeri, a cavallo degli anni ottanta, nel periodo di massima ispirazione poetica recita in un verso: "Mi amerai più di qualsiasi cosa è come dire: conto qualche cosa?". Non so bene cosa ci entri questa introduzione con "Fondamenta per lo specchio", opera prima di Francesca Dono, ma nel non senso di Francesca Dono vige il senso della vita, come se vivere fosse fare un'elemosina alla morte, uno sgarro allo sfarzo. Francesca dipinge con autorevole perizia un mondo dai colori ribaltati, come quel nero, che spesso inchioda o si fa inchiodare, sinonimo di enfatica risurrezione. Quando decide di morire non è mai stata così viva, quando pare cedere non ha mai avuto in usanza una padronanza dei luoghi, delle forme, delle parole, così energica.
    Questo contraddittorio è la poesia, Francesca è poesia, le sfumature fluttuano attraverso un gorgo dove il lettore non riesce mai a capire bene dove si trovi, se sia, esso, la parte attiva o passiva di questo gioco non gioco, un precipizio piatto di carne bollita che non scuoce la fame. Prima di cimentarsi nel viaggio di "Fondamenta per lo specchio" è bene che il lettore sappia di dover fare a meno del proprio sostantivo equilibrio, meglio gettarlo via prima, o credere di non averne mai avuto uno, per ritrovarlo, forse, poi più saldo e portentoso alla fine del tragitto.
    La Dono è come un anatomopatologo, chiamata a ricercare le cause di degrado del tessuto poetico moderno, non più funzionale ai valori, ma disperso nell'addormentamento generale procurato da vetusti ideali, ella si prende cura del verso, in decomposizione cronica, rigenerandolo attraverso il proprio (tanto) genio. La sua scrittura pare dotata di una smoderata sfrontatezza, ma niente può essere più sfrontato, nel poeta, del bisogno di tenerezza. Serba in sé la schizofrenia del Pavese di "Il mestiere di vivere", sebbene tra i due non esistano punti di congiuntura evidenti, il parnassiano inconscio della fuga di Renèe Vivien, ma con molto meno pessimismo, di certo Bukowski l'avrebbe amata e poi, forse, odiata d'amore.
    Una silloge che turba, scioglie, incendia, sciacqua, sprona, ma soprattutto osa.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • È lo Stephen King maturo, quello che ha già dimostrato il tipo di tensione a cui sa sottoporre i suoi lettori, come in “Cujo”, “It” e “Christine”, a scrivere “Il gioco di Gerald” nel 1992 e a dedicarlo a sua moglie Tabitha Spruce King e alle sue sorelle. Nel romanzo, tutto inizia con un'eclissi di sole del 1965, quando Jessie, oggi sposata con Gerald Burlingame, subisce “un piccolo incidente sessuale grave quanto una pestata di piede”, che segna a vita sia lei sia suo padre. A lei viene lasciato credere di esserne corresponsabile, ma suo padre non riuscirà più a stringerla in un abbraccio. “Anche quando ho preso il diploma si è congratulato con uno di quei buffi abbracci da vecchie comari, quelli che si danno con il sedere sporto all'infuori per evitare anche il minimo rischio di toccarsi il basso ventre. Pover'uomo.” Questo le torna in mente, nei dettagli, quando più di vent'anni dopo rimane bloccata in un'altra situazione: durante un gioco erotico, suo marito Gerald ha un infarto e lei rimane ammanettata al letto della loro residenza estiva, a rischiare di morire di stenti e soprattutto di sete. Non solo: un cane vagabondo inizia a mangiare suo marito e un uomo compare nella camera, in una visita surreale. A Jessie sono chiare tutta la sua vulnerabilità e la sua impotenza, come nel giorno dell'eclissi, e nonostante la debolezza e le visioni aumentino deve trovare il modo di liberarsi. In un romanzo dalla suspense sottile, anche nella sottotrama, abbiamo la conferma della capacità impressionante di Stephen King di penetrare la psicologia umana, specie quella di una bambina di dieci anni, combattuta tra i fremiti della preadolescenza e “cose che non riusciva a capire e nemmeno a pensare”.

    Da settembre 2017 questo libro “Il gioco di Gerald” (“Gerald's game”) è un film adattato da Mike Flanagan (“Il terrore del silenzio”, “Ouija: l'origine del male”) e lanciato su Netflix alla fine del 2017. In esso, le visioni di Jessie e le voci che, per via della sua dissociazione mentale, le risuonano in testa tra vecchi ricordi e epifanie decisive, trovano incarnazione nei due unici protagonisti, Carla Gugino e Bruce Greenwood, in uno stratagemma opportuno e calzante.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca