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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Può la storia cambiare, costruire e intrecciarsi a vite? Quanto le parole possono guidare verso la verità e portare alla luce cose dal passato così misterioso?
    Può una città essere l’incipit di tante atroci situazioni da trovare una linearità con quanto attualmente accade?
     
    Questo è ciò che la mirabile penna di Claudio Aita produce. Vicende concatenate, legate a un particolare periodo storico, il più buio che imperversava, il 1300, l’inquisizione e nel cuore di Firenze. Un manoscritto dettagliato e con scomode confessioni, tanto da essere “criptato”  nel 1700 e sagacemente custodito fino ai giorni nostri.
     
    Sarà per opera di Geremia Solaris, un quasi cinquantenne, incaricato da un suo ex professore universitario Luciano, a ricostruire ogni singolo dettaglio.
    Ogni scoperta è una conquista, ma nel bene e nel male, porta involontariamente anche a una perdita e i personaggi che aiuteranno e depisteranno il protagonista non avranno facile vita.
     
    Firenze diventa così la scenografia del romanzo, e dettagliatamente sono descritti luoghi e edifici, analizzando ogni particolare e dando al lettore quella spinta a voler conoscere e sapere.
     
    Un thriller avvincente, che trova nell’equilibrio precario tra il potere e l’essere limitati, il coraggio di reagire, nonostante la società ostacoli e sia essa stessa mezzo che corrompe o illude di non poter essere in grado di farcela.
    Solaris, oltre i suoi limiti e difficoltà, trova nell’umana posizione, quel guizzo per mettere a frutto il suo talento, ricostruendo un percorso storico non indifferente, trovando analogie con i fatti atroci e le inspiegabili morti del “Mostro di Firenze”.
     
    Ognuno è artefice del proprio destino o forse il destino è già scritto  nel DNA d’ognuno. Cosa certa che la giustizia non sempre va di pari passo con l’obiettività.
    Una catena di omicidi, bruciature, conti in sospeso, amori mancati o istintivi, che gareggiano all’unisono verso quello sprazzo di luce e pace del cuore.
     
    Un romanzo affascinante che tra flashback e ritrovamenti lascia a bocca aperta e con il fiato sospeso e tra fantasia e reali protagonisti come il teologo Ubertino da Casale e l’inquisitore di Toscana Accursio Bonfantini, conferiscono alla “Città del Male” un fascino eterno.
     
     
     

    [... continua]

  • "Le parole sono spade, possono uccidere" diceva Hegel. O pietre, come Carlo Levi riporta nel titolo di uno dei suoi libri. L’importanza che gli diamo è sicuramente la base per la costruzione di rapporti e l’incontro per nuovi propositi. E questo libro è un percorso che diventa acqua, fonte vitale e primordiale, che trasporta messaggi evocativi e pregnanti immagini e significati. Così il poeta diventa autore e fautore, liberamente bagnato d’amore e della forza coraggiosa di creare e promuovere infinite vie.
    Per giungere a questa consapevolezza, il verbo scorre e si culla, trovando nella giovinezza la luce e la freschezza mai spenta  e utile, quando l’ansia e la notte possono spaventare. 
    Imparare a immergersi nella natura, che consiglia e canta “poesia in mezzo al mare” è il mezzo necessario per poi lasciarsi andare, e perdersi nell’ “abissale incanto di perla”, abbracciando la vita, in tutte le sue note e segnando la nostra personale scia.
    La Mazzarini offre emozioni allegoriche, intrise di sogni ed emozioni e poiché vissute, sanno donare carezze e mistero. 
    “In alchimie di respiri/ e fiori/ e versi d’acqua/ di rose”, chiaro monito di quanto ognuno di noi, con sentimento può produrre, accendendo fiamme o contemplando il silenzio, “alle sue acque divine/ la Bellezza ci invita/ al viaggio”.
    Un richiamo al Tevere, “con passi di bambina/ innocente come sposa”, si lega passato, presente e futuro, e la meravigliosa evocazione dell’acqua in tutte le sue forme, mare, pioggia, lago, ruscello, fiume, gocciole, pozzo, vasca, idromassaggio, cascata, onda, zampillo, incanta e accompagna nelle quotidiane resurrezioni dello spirito. 
    “Ti amerò/ come d’acqua di fonte/ il canto”, e forse in questo richiamo, non ci resta che tuffarci e cogliere al volo il messaggio.

    [... continua]

  • Fjällbacka, piccola città balneare nordica diviene lo scenario di una serie di strane morti.
    I corpi verranno scoperti da un bimbo che era uscito di nascosto all'alba per giocare.
    Un corpo silenzioso e nudo giaceva sulla riva.
    Sotto i resti la polizia troverà altri due scheletri.
    Chi sono le vittime?
    Cosa hanno in comune?
    E' opera di un serial killer?
     Queste ed altre domande si troveranno ad affrontare la scrittrice Erica Falck e il poliziotto Patrik Hedström.
    Una coppia in giallo che avevamo conosciuto nella "principessa di ghiaccio" e che dopo le indagini ha scoperto l'amore ed attende una bimba.
    Vita e morte si alternano in una trama ricca di sorprese e colpi di scena, che si muove tra 
    passato e presente della famiglia Hult. Fulcro della narrazione.
    Da più di vent'anni il Clan degli  Hult vive una faida: Ephraim, capostipite detto"il predicatore ", figura carismatica che infiammava e coinvolgeva  le folle con  guarigione e salvezza, ha lasciato ai suoi discendenti una strana eredità : credenza e problemi.
    I parenti non hanno tra loro limiti e pietà. 
    Gli uni contro gli altri.
    Caino ed Abele.
    Verranno tutti coinvolti nelle indagini che sviscereranno realtà inverosimili e sorprendenti, coinvolgendo totalmente la piccola località turistica intrisa di chiacchiere e falso perbenismo.
    L'autrice coinvolge totalmente il lettore, trasportandolo tra le vie di Fjällbacka e aprendo le porte di ogni casa, mostrando misteri e scheletri di ognuno.
    Un libro audace ed unico, dal finale inaspettato e coinvolgente.
     

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Fjällbacka, piccola città balneare nordica diviene lo scenario di un efferata morte.
    Una giovane donna,Alexandra Wijkner, viene ritrovata senza vita nella vasca da bagno della sua casa.
    Suicidio o omicidio?
    Molti gli interrogativi che emergono durante le indagini condotte da un commissario convinto di poter risolvere in poco tempo il caso, errando.
    intrighi ed ombre si svelano alla piccola comunità dove tutti si conoscono e fanno congetture.
    Le chiacchiere si alternano ai fatti creando mix esplosivi per Patrick Hedström, poliziotto di Tanumshede e Erica Falck, amica d'infanzia della vittima.
    I due si ritroveranno a tirare le file di un percorso complicato dove l'oggettivo diviene soggettivo. Le vicende personali si mescolano ai fatti scientifici.
    Le uniche certezze sono che Alexandra è stata drogata e poi uccisa.
    Ma chi là ha uccisa?
    e perché?
    In apparenza la vittima conduceva una vita normale tra affetti e beneficenza.
    Erica e Patrick  dovranno fare attenzione ai minimi dettagli ed usare il massimo tatto per svelare una verità scomoda e sconvolgente.
    La realtà non è sempre come appare.
    Un vecchio episodio aveva legato il destino di Alexandra a quello di altri due uomini, creando un triangolo atipico e improbabile che aveva segnato il futuro di molte persone.
    L'autrice ha creato una trama atipica ed accattivante che incolla il lettore e lo tiene con il fiato sospeso siano alla fine.
    Il finale e' imprevedibile e la scrittura fluida e chiara gli conferisce un significato che permette di vedere  chiaramente tutta la storia.

    È il primo libro della serie che ha per protagonisti la scrittrice Erica Falck e il poliziotto Patrik Hedström.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

    • Voce
    • 21 luglio 2015 alle ore 10:23

    VOCE
    di Elisabetta Bagli
    EEE book 2015

    Nel linguaggio omerico, il poeta “poietes” è il cantore per eccellenza, voce messaggera che interviene trasmettendo e divenendo mezzo percepibile all’orecchio del pubblico o allo sguardo del lettore. Proust  nel “Il tempo ritrovato” diceva: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.», e forse in questa silloge la Bagli, trova la tenacia di raccontare quanto di più intimo accade nei meandri dell’esistenza, e di evolvere; vocalizzando, giocando, evocando, criticando, confrontando, la sfera del percettibile e dell’umano vissuto, intriso di espressive metafore, che donano estetica, inquietudine, intuizione, originalità alla stessa parola.

    Interessante il richiamo che si può evidenziare con lo “Ione” di Platone e del legame tra il rapsodo e la poesia, connubio di natura divina.

    I versi diventano “fiume di vita e la voce inconsapevole, scava profonda nell’anima”.

    Parlare di entusiasmo o di dolore non è semplice, spesso è più facile costruire muri o nidi, che possano apparire rifugi sicuri e inaccessibili alla sofferenza.

    Sia sul piano teorico che metafisico, il voler trovare una propria identità nella parola, rappresenta la volontà di crescere e vincere una guerra interiore. Lo stesso Ungaretti diceva: «ciò che segreto rimane in noi, indecifrabile» (il porto sepolto), ed esprimere il proprio tormento o le proprie emozioni diventa voce palpabile, che si apre dal personale alla collettività.

    Ecco il passaggio successivo, l’esternazione della voce in scrittura, come atto di comunicazione, come terapia protesa per sfogare rabbia, odio, amore, per arrivare a capire chi siamo e cosa vogliamo.

    “Sono foglia, (..) nuvola estiva, (..) l’odore della terra… Sono un libro mai finito. L’inizio è già scritto.”

    Il verbo s’incarna e si intreccia ai limiti e fragilità che compongono l’umana essenza, esortando a buttare fuori ansie e paure che in altro modo corroderebbero o porterebbero alla fossa.

    Amo il presente che m’illude, /facendomelo sentire mio.

    Spogliarsi rigenerandosi, può portare a diventare freddi come la neve, ma a ritrovare quel candore che ai primi raggi di vero amore si scioglie. Così: “uno dopo l’altro bocconi amari entrano nella mia bocca, come nodi lentamente si sciolgono, con difficoltà scendono giù.” e quando tutto sembra nero, anche una “piccola luce” diventa visibile e certezza di mani pronte ad accogliere il vagito di una nuova vita. Questo miracolo è la testimonianza vivente di quanto quel “filo” interno, può abbracciare il mondo con nuovi occhi, sognando nuove bianche in un domani.

    L’Amore è il motore che conosce l’animo umano e il vestito che fa sentire sempre nuovi e complici, anche nel mare nero o nel rosso sangue del cuore.

    Tra silenzi, partenze, briciole, castelli di sabbia, sguardi, il mondo diviene quello che noi siamo e vogliamo. La Bagli è messaggera che accompagna nelle notti di Santander, tra vie in Transtevere, Garbatella e l’aria di Madrid.

    La fortuna di essere Donna, viene così accolta come dono e con sensibilità, prende per mano, sollevando il capo, maturando nel vento, e nel tempo può ringraziare, senza avere più paura di brillare oltre la notte.

     

    [... continua]

  • Un taglio trasversale dell'esistenza umana, tangente il bordo dell'abisso, "Luce Nera" di Nicola Vacca accende i riflettori sul backstage della narrazione dell'uomo:L'indicibilità del male eppure la sua consustanzialità alla nostra esperienza. Non è un caso che la silloge sia inaugurata dall'occhio millenario di Isaia che "scruta il cielo di Dio da questa terra malferma di peccatori" confondendo suburanio ed iperuranio, accomunati dalla contaminazione del bene e del male dove "angeli di carne camminano insieme agli assassini di ogni bene" (p.I). Il profeta, cerniera oracolare tra alto e basso, traduttore di un linguaggio ineffabile, posa il piede nel territorio del sacro dove tutto è Caos. Il medesimo "caos" che "vuole il dubbio ma poi semina disordine nelle anime violate dalla colpa, dal torto" (p.II). E lì rimane invischiato nella contaminazione primigenia dei contrari, irriducibile all'arrendevole metro della ragione che tenta tassonomie che naufragono miseramente nelle sabbie mobili dell'Indistinto. La perfezione è la contemplazione estatica del Nulla, l'impostura più grande e allora la scelta necessaria è "l'incompiuto, una traccia da seguire anche se lasciata da un'orma che vacilla"(p.XI), orma che è insieme sé ed altro da sé, orme di nostri ed altrui piedi, "Parole per camminare con un'anima che indossa l'intuizione di una pista dorata"(p.LIII) per un cammino lastricato di parole, per questo Vacca ci confessa:"metto per iscritto le parole con l'intenzione di liberarle, scrivo su questo disordine di pagine e l'unica cosa che viene fuori è un grido che lacera l'amore"(p.XIV). Necessario, infatti, guardare le parole inchiodate dall'inchiostro, per vedere allo specchio quel sangue nero rapprendersi dalla nostra bocca poiché "Ci affanniamo a vestire la vita" sia pure con i nostri poveri cenci da Arlecchino mentre in agguato "c'è sempre la Storia che porta con sé un nuovo tempo del male che si dilegua nella nostra apocalisse quotidiana"(p.XV).Questo nostro svelamento personale contro la narrazione paradigmatica dell Storia. Necessità di parole apocrife con un eccedenza di senso, perché "Le parole apocrife sono il mezzo più sicuro per non perdere la follia"(pXIII), una semantica multipla che suona più registri narrativi, per questo "forse è stato vano il tentativo dei filosofi di voler dare all'esistere una forma"(p.XXIV). "La vita morde gli anni e si sta tutti nell'avamposto del mondo in cerca di una difesa: l'attacco porta con sé minacce"(p.XXVII).Non rimane che "Essere immanenti alle cose e interrogare Dio senza pretendere alcuna risposta"(p.XXVII). In questo deserto dei Tartari Giobbe non avrà una seconda possibilità ma non smetterà di interrogarlo, il suo dio. La sua eticità non giustifica la pretesa di una benevolenza divina, solo timore e tremore.Nessuna giustizia necessaria, al contrario: necessità nell'assenza celeste di una giustizia antropomorfa. Al di là del bene e del male l'Universo mondo, ancorato alla necessità del bene e del male l'Universo umano, questi con l' illusione che tutto il cielo sia azzurro, quello con la certezza che il colore degli spazi siderali sia il nero, quella Luce Nera di Nicola Vacca è l'incommensurabilità della dimensione della divinità solitaria e deserta alla provvidenza materna sub specie societatis. Ma se "Abbiamo già perso perché non sappiamo resistere alla bellezza sinistra del terrore" sappiamo comunque che "C'è una dolcezza nella malinconia che si stampa nel cuore".

    [... continua]
    recensione di Paolo Fiore

  • La famiglia di Violetta si direbbe una famiglia come le altre. È composta da due genitori, due figli e un cane; ha le sue incomprensioni, grandi gesti d’amore e il tempo che passa sicuro. Deve fare delle scelte, trasferirsi. Ama il mare. Ma la famiglia di Violetta non è esattamente come le altre: Violetta, infatti, non esiste, o meglio, non si vede. La vedono solo quelli che la amano, perché la desiderano.
    In “Voglio vivere una volta sola” (Piemme 2014) Francesco Carofiglio decide di raccontare una storia apparentemente comune, da un punto di vista decisamente non comune: quello di una bambina che non c’è, ma che è più presente della presenza stessa.
    Ci si muove quindi in una sorta di nuvola di cose che accadono, a volte non subito comprese perché viste con gli occhi inesperti di Violetta, permeate di malinconia e di fiducia incondizionata. Una fiducia che non riesce a crollare davvero del tutto, nemmeno di fronte a piccoli traumi, inaccettabili per l’innocenza di una bambina.
    “Voglio vivere una volta sola” è un inno all’amore famigliare, ai posti sicuri dove si può sempre tornare e alla potenza del ricordo. A volte, come Violetta, si ha la sensazione di esistere veramente solo finché si “rimane nei pensieri, o nel cuore”.
     
    “Non riusciva a perdonare se stessa. La felicità perfetta della sua giovinezza, il suo amore senza condizioni, l’intimità silenziosa che li aveva accompagnati per anni. Senza un’incrinatura, senza una voce stonata. Non riusciva a perdonare la bellezza del mondo, il loro mondo, perché era ormai chiusa in una scatola di vetro. Poteva vederla, non poteva più toccarla”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ci sono libri che hanno determinato le coscienze di un’epoca e libri rigettati perché condensano il senso delle trasformazioni storiche nella silloge dei dolori, lutti e tragedie che queste epoche hanno portato e ospitato nel loro manto. I libri più belli, quelli che lasciano tracce, sono quelli difficili da leggere e ancor più difficili da scrivere perché costringono l’autore e, conseguentemente, il lettore, a percorrere strade impervie tracciate dalle spine di antichi dolori che la memoria rigetta e il cuore riporta sempre a galla. Sono troppi i grandi pensatori dello scorso secolo la cui voce è ormai quasi inudibile tra i corridoi della cultura ufficiale pesantemente lastricati dall’incultura della nostra epoca e Jean Améry è uno tra i più importanti intellettuali del Novecento ed è, allo stesso tempo, uno di cui non si sente quasi più il nome, nonostante ci abbia lasciato, in pochi libri, un grande patrimonio di pensieri ancora da pensare. Jean Améry, al secolo Hans Mayer, sopravvissuto alla più colossale mostruosità della nostra epoca, all’età di 65 anni, terminerà da sé, similmente a Primo Levi, compagno di baracca ad Auschwitz, la vita che l’incubo nazista non era riuscito a distruggere. Il libro "Intellettuale ad Auschwitz" è un testo denso che è tanto un’interrogazione filosofica quanto un’esperienza, anzi, è un testamento filosofico dell’esperienza del male e dell’ingiustizia esperiti in prima persona. È un libro che sembra parli della tortura e della deportazione ma, in realtà, è un grido di stupore intellettuale in cui l’autore, allibito, chiede, attraverso la scrittura, di render conto dell’antico tradimento dell’uomo verso l’uomo. Améry non ha qui scritto un trattato di filosofia accademica, ma ha voluto interrogarsi e interrogare sul significato del dolore e della tortura e sull’indifferenza con cui un uomo può infliggere dolore e morte a un altro. Améry descrive la scoperta di una realtà in cui si entra non appena si riceve il primo pugno sul viso: “il primo pugno cambia tutto”. Appena si finisce tra le grinfie dell’aguzzino, ossia tra le mani di uno degli innumerevoli esecutori sempre pronti e proni a eseguire il volere dei pochi con la feluca o la corona sul capo, il mondo in cui si era vissuti diventa un altro mondo, una realtà le cui porte si spalancano, con clangore ferrigno, sulla brutalità e indifferenza degli uomini, un mondo lontano da quei sogni che avevano avvolto l’intellettuale prima di venire incarcerato e torturato dalla Gestapo e dagli aguzzini di Auschwitz, in una descente aux enfers in cui il reale assume il ghigno della più contorta follia. La nostra è un’epoca indifferente all’ingiustizia e, in questo suo tratto, si configura come un’epoca diretta alla distruzione. L’enigma della grande prova è, allora, quello di riuscire a intravedere tra le maglie della brutalità dei tempi e capire se il mondo vero sia quello dell’esecutore, del malvagio che impugna saldamente lo stiletto o la clava e si erge come ferale nemico del suo prossimo, o se la realtà autentica sia il contrario di quanto la forza del male vuol provare ad imporre. Améry affronta questa domanda con tutta la serietà che merita, ma non riesce a fornire risposta alcuna perché sulle carni gli bruciavano ancora le ferite inferte, mentre qualcosa in lui testimoniava di un mondo che rigetta il carnefice attraverso il pensiero in cui si riconoscono solo gli uomini e non i mostri che sanno infliggere solo dolore, tortura e morte.

    [... continua]
    recensione di Sergio Caldarella

    • Alice
    • 10 luglio 2015 alle ore 9:47

    La vita è una successione di eventi e di storie che si intrecciano nel tempo. A volte sembrano essere concluse, altre cancellate,  messe in stand-by per le ragioni più disparate, o continuate per altre misteriose spiegazioni o semplicemente perché così dovevano andare.
    Alice e Francesco, esistenze che possono rappresentare ognuno di noi e l’amore che prende e lascia con i vuoti allo stomaco o le farfalle. Quell’amore folle e controcorrente, che non si fa troppe domande mentre lo si sta vivendo, ma s’interroga quando il domani abbraccia il futuro, tanto da iniziare a modellare il presente.
    Due vite apparentemente semplici e comuni che si ritrovano nel loro turbinio di emozioni, mettendosi in discussione dopo 12 anni di silenzio. Un sms accede tutto e per colpa o per fortuna della “candida neve”, fa ritrovare occhi negli occhi  i due amanti, per dirsi cose per cui da ragazzi, mancava il coraggio. Da adulti, la ragionevole consapevolezza prende facilmente a pugni l’istintività, non scappando così dalle responsabilità. Il finale diventa così facilmente comprensibile o legato a un senso - destinato.
    La ricerca della serenità e del tradizionale equilibrio, si scontrano in fumi di sigaretta, whisky e musica. Ricordi che si riprendono e si lasciano, portando a spirali di sogni e illusioni, per ritrovare su un tappeto nero, quell’intimità che può davvero far volare.
    Ma oltre la fantasia, la realtà che colpisce la giovane maestra e il cantautore è ben diversa. Un romanzo di “due  piccoli stupidi” o di chi ancora sa che ciò che nasce dal cuore difficilmente si può dimenticare.
    Bonfanti descrive abilmente il tutto, calandosi nelle due parti, femminile e maschile, trascrivendo in una sorta di doppio diario il viaggio che accompagna i due protagonisti.
    Riflessioni, date, punti, il quotidiano vivere e le scelte cui tutti prima o poi sono chiamati a rispondere, nel bene e nel male.
     

    [... continua]

  • Grazie al film del 1939, che ha fatto seguito al Premio Pulitzer del 1937, la trama di questo libro è nota a tutti. Quello che però probabilmente spaventa i più è l'approccio al volume, che - a seconda delle edizioni - va dalle 800 alle oltre 1000 pagine. "Via col vento" è invece un romanzo epico da leggere ancora adesso, perché presenta uno scorcio su un mondo che in Europa conosciamo poco. Quando sentiamo parlare di guerra di secessione, infatti, siamo più portati a pensare a una guerra di buoni contro cattivi, schiavisti contro liberisti: non pensiamo subito alle difficoltà portate dalla sovversione di un ordine consolidato, o a cosa succede in una società che deve scegliere tra il lottare per la sopravvivenza e "adeguarsi" ai nemici in casa e il trovarsi nella povertà pur di rispettare virtù come onore e decoro.
    Il mondo presentato da Margaret Mitchell è universale perché simboleggia ogni nostalgia per un tempo andato e mostra senza buonismo il modo in cui le persone riescono ad accettarlo o meno; rappresenta la capacità di risorgere dalle proprie ceneri e da quelle altrui, con schiettezza e intraprendenza, dimenticando tutti gli scrupoli e diventando anche persone abiette, solo per "non morire mai più di fame". 
    Per fortuna, "Via col vento" fa anche appello alla certezza di non poter "fronteggiare la vita senza la terribile forza" di chi è "dolce, gentile, tenero di cuore". È molto interessante andarsi a leggere la vita passionale della scrittrice: si ritroveranno moltissimi dettagli, più o meno evidenti, in comune con il libro. Anche gli occhi verde smeraldo di Rossella O'Hara (che nel film furono colorati in post produzione: Vivien Leigh, infatti, li aveva azzurri).

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca