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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Gaia Conventi la conosciamo bene da queste parti: è il suo settimo libro che recensiamo. Ma la fama di Gaia travalica Aphorism, anche perché i suoi riconoscimenti e le pubblicazioni (Mondadori inclusa) iniziano a diventare un numero importante. 

    E poi Gaia non si nasconde mica, chi la segue sui social lo sa: è un vulcano di idee, iniziative, progetti, passioni. Social, blog, campi di tiro dinamico, fotografia... finché un bel giorno condivide con nonchalance in rete una copertina e un titolo, e allora ti ricordi che Gaia Conventi è - prima di tutto - una scrittrice. Una brava scrittrice.

    D'argine al male - Dove i topi non muoiono, è il suo ultimo lavoro pubblicato dalla casa editrice Le Mezzelane: un bel formato chiaro, spazioso, con un editing curato, cifra stilistica di ogni pubblicazione di valore.
    In pratica una confezione perfetta che cela una storia torbida e perversa. I protagonisti principali sono Iolanda e Giovanni, due fratelli, e Francesca che suo malgrado si imbatte nella coppia. I tre innescheranno una serie di dinamiche fisiche e psicologiche che costringeranno ognuno a ricostruire la propria storia per rivelarla a sé stessi in maniera brutale, violenta, senza filtri né alibi. E il lettore sarà al loro fianco fino alla fine, per comprendere definitivamente ciò che ogni singola pagina rivela un pezzetto per volta. Come dovrebbe essere in ogni buon thriller che si rispetti.

    Ad accompagnare i protagonisti in questo folle cammino verso la catarsi, c'è la forte territorialità del romanzo, la sua ambientazione specifica - nella provincia ferrarese - che diventa proscenio e trasforma le anse del Po in un serpente che avvolge e stringe tutto a sé: le persone, i paesi, la nebbia, la costa, l'intera pianura e quella casa accanto al cimitero. Quella casa dove ci sono loro: i topi che non muoiono e che prolificano, resistono e sopravvivono nonostante tutto.

    Il congegno messo a punto dalla Conventi è puntuale, esplode come una bomba sul finale e ci accompagna con un ticchettio sommesso e sempre più crescente man mano che si sfogliano le pagine e si snocciolano rivelazioni.

    Prendete nota di questo titolo: D'argine al male - Dove i topi non muoiono, un horror italiano che non ha nulla da invidiare ai tanti libri stranieri che spesso invadono le nostre librerie grazie a strategie editoriali, di distribuzione e marketing, più che per la loro qualità.
     
    Qui vincono i contenuti, qui vince Gaia Conventi.

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Chi, in una qualsiasi famiglia del centro-sud tirrenico, non ha qualcuno in grado di raccontare, con straordinaria lucidità, i giorni dell’occupazione?

    Ascoltare questi racconti non è mai semplice, e per due motivi: il primo, perché rievocano storie che nella migliore delle ipotesi vorremmo non conoscere; e il secondo perché ascoltarle fino in fondo, ossia riuscire a interpretarle attraverso il filtro della nostra “modernità” e riuscendo a scorgere tutta la straordinaria gamma di vicissitudini che si celano in queste storie, e addirittura a farle rivivere attraverso la propria penna, richiede una sensibilità senz’altro fuori dal comune. E Teresa Simeone questa sensibilità non solo la possiede ma è riuscita, attraverso una prosa leggera ma impeccabile, a raccontare con dovizia di particolari e senza lasciare nulla al caso la “comunissima” e proprio per questo straordinaria storia di Nietta, una giovane donna coraggiosa che all’improvviso si troverà catapultata nell’orrore e nella miseria della guerra.

    Nietta affronterà con grande coraggio le sfide che le si porranno davanti, e che dalla nativa Gaeta la porteranno, insieme alla famiglia, a fuggire sul monte Ottaiano e da lì verso le montagne di Itri, in fuga dai bombardamenti e dalle rappresaglie ma in fuga, anche, dalla sua giovinezza, per sempre perduta in quell’ultimo abbraccio a un amore destinato a svanire come l’innocenza...

    La ragazza diverrà donna senza però rinnegare i propri sogni ma inseguendoli con caparbietà e coraggio, anche contro ogni logica e speranza. Con le sue sole forze, Nietta troverà la via verso quella casa demolita ma mai distrutta: se stessa. E le fondamenta saranno robuste e destinate a dare i frutti...

    Una storia di guerra ma anche una storia di coraggio, Contrada Arcella si colloca nella tradizione di racconti di guerra di Gaeta e del suo Golfo, quale “Il carrubo di Ottaiano” dello scomparso ma non dimenticato Antonio Riciniello.

    [... continua]
    recensione di Jason Ray Forbus

  • L’amore è un treno di emozioni; si può fermare, prendere, accendere, trasportare e corre su binari conosciuti e/o ci trasporta semplicemente.
    È un gioco che comporta dolore, nutrimento, passione, pensieri pro e contro. Ha linguaggi corporei, e tra odori, carezze, sorrisi rubati, porta anche a bruciare le tappe, per rincorrere quei vuoti che fanno sobbalzare.
    Il monito della stessa autrice: “Che cosa stai aspettando!”, è un incentivo quasi salvifico, da chi, quel bruciore dentro lo ha sentito tutto.
    Lu Paer, abilmente descrivere la sua valigia di emozioni, divenute anche la sua “droga”, la sua prigione, la sua ricerca continua di rivincita.
    Ambiziosa, grintosa, erotica.
    La penna non risparmia censure, senza però mai scendere nel banale o nel volgare. L’autrice difatti, descrive la realtà di un’ “accompagnatrice”, con particolari piccanti e la sua rinascita, ritrovando la sua essenza nel superamento delle incertezze, date da mancanze e da una società che non risparmia le debolezze. Una  continua lotta che modella il corpo e lo spirito, producendo una metamorfosi evolutiva e risollevandosi dalle cadute, trova così il senso, con quel volo oltre tutto e tutti in una “nuova vita”.
    Riprendere in mano il proprio progetto non è semplice. Sostenere quello in cui si crede ancora più complesso, ma la chiave- svolta sta nel tornare ad amare i colori, le imperfezioni, la natura, gli animali, spogliandosi, per rivestirsi di nuova luce.  
    Con questa consapevolezza, anche il buio della nostra “foresta” non fa così più paura.

    [... continua]

  • "Se i muri potessero raccontare" di Maurilio Riva prima di essere un libro è una comune preoccupazione: "Immagina se questi muri potessero raccontare… ah se potessero parlare!", direbbe la mamma, la zia, la nonna, chiunque abbia condiviso e poi cercato di tenere stretto un gossip familiare. Perché i muri sono una parte significativa della nostra esistenza (le mura domestiche) o pericolosa (crollo dei muri), segreta, custode di un tesoro da un valore inestimabile significato dalla parola. 
    Per Riva i muri in questione sono affaticati dalla fatica fisica, rigati dal sudore, dalla politica delle lotte di classe e dalle distrazioni che provocano incidenti. Sono i muri delle fabbriche sui quali operai giovani e vecchi poggiano la spalla per fare resistenza o, comunque, per riposare.

    “Se i muri potessero raccontare è un romanzo nel quale la natura del narratore viene palesata dal sottotitolo Memorie operaie in cemento armato […]”. Memorie, appunto, dove la sfida dell’autore – operaio stesso – è non dimenticare gli accadimenti che hanno segnato un’epoca. Per farlo si avvale della finzione (per meglio dire, “azione”) di alcuni personaggi che appaiono e scompaiono col ritmo della narratività. Prima di lui – a memoria, appunto – soltanto Antonio Pennacchi ha osato raccontare le storie di fabbrica, la sua fabbrica, restando accollato alla scena madre che allatta il fumo nato dallo scarico. Poi c’è il cemento armato, materiale resistentissimo che si mescola, dunque, con la fragilità della mente.

    “[…] Sono memorie in cemento armato in quanto testimonianza dei muri della fabbrica, memorie coriacee poiché granitici erano quegli anni per la durezza delle battaglie e il tipo di conflitto”, si legge in quarta di copertina. Questa memoria è guida per una storia che, seppure chiamata “romanzo”, somiglia a una raccolta di mini-racconti dove luoghi e persone fanno del tempo una materia penetrabile. Tutto cadenzato dall’intervallo dell’autore che interviene introducendo chi verrà dopo “a focalizzazione zero o meno”. Poco importa, qualunque sia il punto d’osservazione letterario resta la descrizione della polvere, la prova a misura di consistenza, gli accadimenti di una continua battaglia votata all’istinto. Un istinto libero di manifestarsi, operaio appunto.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Quando, nel 1922, Oswald Spengler pubblicava una prefazione definitiva al suo ormai classico “Tramonto dell’Occidente”, egli riprendeva e correggeva il testo della prefazione aggiungendo: “Nell’introduzione all’edizione del 1918 (...) dicevo di esser convinto che nel libro era contenuta la formulazione di un pensiero irrefutabile, tale da non dover essere più discusso una volta che fosse stato esposto. Avrei piuttosto dovuto dire: una volta che fosse stato capito”. E se, all’epoca il pensiero andava soltanto capito, oggi la comprensione di un testo, di qualunque testo, deve battersi in primo luogo contro un onnipresente marasma di opinioni e paralogismi ad hoc che diseducano le menti degli uomini. Questa è una tra le ragioni per le quali risulta difficile, se non impossibile, l’imporsi di quei pensieri tanto necessari sia alla nostra epoca sia alla sopravvivenza della specie. Nel 1996, la Laterza ha pubblicato la prima edizione de “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano, un libro che, nei vent’anni trascorsi, avrebbe sicuramente dovuto influenzare radicalmente un pensiero culturale se ve ne fosse ancora uno in grado di emergere dal rumore e dalla confusione della cultura ufficiale. Difficilmente, nel panorama italiano, è dato trovare un testo di tale densità teorica come quello di Cassano. Già dal titolo, il volume si presenta come un testo il cui valore di riferimento appare geografico-topologico eppure, interpretandone le strutture, si scopre in questo scritto non soltanto una lettura originale e multidisciplinare – una completa anomalia nell’accademia contemporanea – della modernità e dei suoi conflitti, ma anche una nuova chiave d'interpretazione filosofica delle categorie di questo nostro mondo ambiguo e strano. Si sente, soprattutto negli ultimi capitoli, la traccia o il tentativo di un’analisi sociologica ma, sin dai primi originali paragrafi, si coglie la profondità di una filosofia attenta, capace di trarre intuizioni di significato da ogni spazio del mondo, dal mare alla foresta. Cassano, in questo libro, riprende alcuni tra i temi principali della riflessione filosofica contemporanea e li intreccia, abilmente, fino a mostrare falle insospettate in quella riflessione che aveva accolto ed ammesso la predominanza di pensieri che presuppongono il riflesso di altre geografie le quali, partendo da larghe pianure e foreste leggono una stabilità nel mondo che il mare, panorama del pensiero meridiano, invece non concede. Hermann Broch scriveva tempo addietro: “Coloro che vivono in riva al mare difficilmente possono formare un unico pensiero di cui il mare non sarebbe parte”. L’intera cultura Greca, infatti, è un grande pensiero con al centro il mare come elemento fisico e come dimensione dello spirito greco: Θάλαττα! θάλαττα!
    Cassano rivendica la contrapposizione del continuo movimento-divenire del mare all’ombrosa stabilità delle foreste del Nord da cui nascono ben altri miti e filosofie e mostra come il pensiero sia anche localizzabile nelle sue geografie, così “orientarsi nel pensiero” (Kant) significa anche trovare quella direzione che determinerà lo sguardo e, per questo, c’è il mare come presenza fondamentale del “pensiero meridiano” per i Greci, ma anche come metafora della vita sempre in bilico tra essere e non-essere, tra la stabilità della terra e la natura infinitamente mutevole del mare.

    [... continua]
    recensione di Sergio Caldarella

  • "Le ultime diciotto ore di Gesù", di Corrado Augias, è un capolavoro di introspezione, affidato a pochi, determinanti personaggi e alle loro vivide testimonianze. Al centro del racconto - chiuso in uno struggente silenzio - c'è Joshua Ha Nozri, nato in Galilea e destinato a riformare il mondo. Bambino ribelle, carattere tenace, sensibilissimo, Joshua sarà protagonista del dramma che tutti conosciamo. La sua cattura e messa a morte si svolgeranno in poche, concise ore, trascorse le quali nulla sarà più come prima.
    Augias ripercorre con maestria le strade religiose e politiche che portarono all'arresto del profeta. Da Pilato a sua moglie Claudia Procula, donna tormentata e dal passato diffcile; da Caifa a Joseph, il vecchio padre di Gesù, fino a Caio Quinto Lucilio, la vicenda viene analizzata da un punto di vista inusitato, quello strettamente processuale. Tenendo conto, però, delle reali motivazioni che - passando per l'incapacità e l'inettitudine dei protagonisti - portarono alla messa a morte di un illuminato riformatore.
    Lo stile è perfetto, elegantissimo, nella descrizione dei protagonisti e del paesaggio. Lo stridìo delle ruote dei carri, le grida della folla, la polvere delle strade di Gerusalemme, il belare delle bestie, il sudore, il sangue. Un mondo che sta per esplodere, mai abbastanza pronto alla vera rivoluzione dei cuori.
    Il personaggio meglio riuscito del romanzo è proprio quello di Caio Quinto Lucilio, intellettuale deluso che ormai "non crede più" e che, però, rimane abbagliato dalla figura di Cristo. A lui, nella conclusione del libro, viene affidato - crediamo - il pensiero dell'autore. Nel rispetto dell'altro, nella gentilezza, nella rinuncia all'egoismo, c'è la sola salvezza possibile, la possibilità di vivere il solo tempo che c'è dato, "ora e qui".
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • “Si aprano le danze” monito d’apertura e titolo della silloge di Maria Luisa Mazzarini che accompagna il lettore verso quanto di più bello la vita può proporci. È una primavera dalla libera forma, che veste “di poesia e di mare”, regalando pennellate di colori e “frammenti di bagliori” dati dalla consapevolezza di un’esperienza maturata, e dalla voglia di continuare a scorrere, nonostante i silenzi o le dure prove di questa esistenza.

    La poetessa scioglie nei versi quel brio di chi ancora sa sognare, e lasciare segni importanti di quanto si è appreso. La stessa forma è slegata dai canoni stilistici conosciuti, ma ogni parola ha il suo preciso spazio. È emozione che danza nella pagina, impregnando con l’inchiostro, il tempo, i pensieri, i segreti, che si aprono al mondo solo se abbiamo occhi grandi per vederli realizzati.

    Ed è sulle punte leggere, attraversando profumi e colori, di notte o di giorno, che quell’umanità si fa concreta e sboccia, in tutto il suo splendore. Ecco allora quella “quasi farfalla” che volteggia e s’apre, diventando testimone di quei valori come l’Arte, la Libertà, l’Amore. Difatti danzare da sempre è stato il sinonimo di indipendenza e evoluzione dei movimenti, con l’aiuto del suono d'anima e corpo.

    Con quest’opera la poetessa fa tutto questo con le parole. Trascina, trasporta, ferma, lascia, dona, suggestiona, accarezza, incanta, sorprende, fa ballare in quell’immensità di infiniti spazi che la mente sa creare affacciandosi nell’azzurro del cielo o del mare.

    “Svirgolettate” e assestamenti di sospiri che esplodono in tutto il loro fragore, squarciando con una positività disarmante, anche dove vivono “inquieti pipistrelli”.

    Già perché in questa natura vi sono luci e ombre che convivono nella loro diversa complementarietà, ma sta a noi dare il senso, o scegliere con che sfumature dipingere il nostro capolavoro più bello.

    Ascoltare quella voce che nella sua semplicità, può far volare e permettere salti o passi determinanti per crescere con unicità spettacolare.

    Diventa allora facile essere fuoco, luna, anemoni fluorescenti, stelle devote o scintille di luce, per trovare la vera dimensione, e come un derviscio, continuare a roteare tra mistero e bisogno.

    [... continua]

  • Il detto recita: “Più della meta, conta il viaggio”. Si può adattare a un romanzo giallo? Stephen King dimostra, con coraggio, di sì. Colorado Kid è il suo primo mystery, un libro sostanzialmente poco amato da critica e pubblico, soprattutto - si legge in giro - per via dell'atipico finale.
    Ambientato a Moose-Lookit, piccola isola del Maine, l’avvincente e ingarbugliato racconto del Re prende forma attraverso le parole dei due anziani giornalisti del “Weekly Islander”, modesta pubblicazione locale. La redazione ha da poco accolto una stagista, Stephanie McCann, incuriosita dai modi particolari del luogo e dalla sfida di una nuova vita.
    Come per la novella che ha ispirato “Stand By Me”, tutto ruota intorno a un corpo, un cadavere; un’indagine irrisolta nel cuore come nella mente dei giornalisti che se ne sono occupati a suo tempo.
    Con la sua consueta scrittura svelta e seducente, King agguanta il lettore per il colletto e lo costringe a condividere fino in fondo la sete di conoscenza di Stephanie, la sua curiosità, le sue speranze di giovane donna a confronto con una generazione passata, ma ancora viva e vegeta.
    E neppure disdegna di disseminare lungo il percorso, velato di nebbia e malinconia, quelle perle di saggezza alle quali, fra un brivido e una lacrima, ci ha sempre abituati. Ad esempio che esistono storie diverse dalle altre, proprio come quella di “Colorado Kid”, dove, come per i meccanismi della sorte, le spiegazioni logiche lasciano il tempo che trovano. Lasciano ombre, più che luce.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

    • Inferno
    • 24 agosto 2015 alle ore 16:51

    Il sesto thriller di Dan Brown (il quarto ad avere come protagonista il professore Robert Langdon) diventa in ottobre 2016 un film dalle ambientazioni indubbiamente bellissime. Non potrebbe essere altrimenti, visto che lo scenario iniziale è Firenze, si prosegue per Venezia e si decolla addirittura verso il medio Oriente. Al centro del fitto intreccio, ricco di colpi di scena e di carte rimescolate a dir poco vertiginosamente, c’è la caccia a un luogo misterioso da cui sarà cambiato il destino del mondo. Il libro segue la serie Langdon iniziata nel 2000 con il libro "Angeli e demoni" e continuata con il "Codice da Vinci" nel 2003 e "Il simbolo perduto" nel 2009.
    Cosa si farebbe se si potesse salvare l’umanità sacrificandone una parte?
    In “Inferno” di Dan Brown (Mondadori 2013) l’evoluzione dell’ingegneria genetica si affianca di pari passo a una rilettura interessante della Divina Commedia: l’autore ci mostra il nostro capolavoro attraverso i suoi occhi da straniero, ne amplifica il valore e ci aiuta forse anche a ricordarne la grandezza universale. La lettura, come lo scrittore ha abituato i suoi lettori, è incalzante e alterna piuttosto bene i momenti descrittivi a quelli di azione e a quelli di introspezione (in genere funzionali alla suspense). Viene di continuo da cercare su internet i luoghi dell’ambientazione, con il libro ancora aperto e la pagina letta per metà, per la voglia di visualizzare meglio i movimenti dei personaggi. Finale controverso e sorprendente.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Non avevo capito niente” (Einaudi, 2007) è il primo libro della trilogia di Diego De Silva che ha per protagonista l’avvocato napoletano Vincenzo Malinconico. Finalista al Premio Strega 2007, il libro è di lettura molto agevole. Se si accetta di lasciarsi trasportare dal flusso di coscienza del narratore, spesso molto divertente, si finisce per soffocare più di una risata. È una buona lettura da ombrellone, costruita su un personaggio verosimile, dalla bassa autostima, che da un certo punto in poi è costretto a fare delle scelte e di conseguenza vede iniziare a cambiare anche alcune cose che si trascinavano da tempo intorno a sè. Il ritmo della lettura è posato e le descrizioni dei personaggi irresistibili, a volte caricate, ma non forzate. Il punto di vista del protagonista, che narra in prima persona, è sempre estremamente ironico, a tratti nevrotico, indubbiamente sempre molto vivido e colloquiale. La sensazione finale è che ci sia un’estrema sensibilità latente che abbia quasi il pudore di venir fuori, come fa invece negli ammiccamenti al pubblico femminile o nelle digressioni di argomento musicale. Gli altri libri della trilogia sono “Mia suocera beve” (2010) e “Sono contrario alle emozioni” (2011); la trilogia è contenuta in “Arrangiati, Malinconico” (Super ET, 2015).

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La domanda che muove le pagine de “Nelle case della gente”, di Mirko Tondi, è: si può realmente sfuggire a ciò che si è?
    Fiorentino, classe ’77, Tondi ha dalla sua una scrittura profonda, matura. Capace, soprattutto, di grande sottigliezza psicologica.
    Si può, dunque, inventare per se stessi un anti-destino? O tutto è già scritto in quegli anni (i primi) che ci formano e ci segnano per sempre?
    Il romanzo si fonda su questo dilemma e avvolge, cattura il lettore, tanto che riesce difficile allontanarsene. Mentre lo si legge, turba a lungo e tiene sospesi in un dubbio, come se ci cogliesse il sospetto che, quella che stiamo leggendo, sia anche la nostra storia.
    Le case di cui Tondi parla ci rappresentano: sono come anime che accolgono avvenimenti, proteggono, feriscono per sempre.
    Un’effrazione antica che non si rimargina, legata alla figura paterna, condiziona le scelte del protagonista, che non ha nome, o che potrebbe forse chiamarsi K., come il grande scrittore ceco de la “Lettera al padre”.
    In un gioco di coincidenze, che Tondi richiama e rimuove con distacco solo apparente, balugina una possibile risposta. Che, però, non soddisfa. Non bastano i  sogni di gloria, le amicizie, un lavoro che aiuta a vivere. Non basta la scrittura, che sempre ripara e fa da approdo momentaneo: bisogna cercare una verità più profonda, che appare e scompare di là dalle rivelazioni, dei fatti concreti, dei segreti svelati.
    Una verità che si manifesta soprattutto nell’incapacità di radicarsi, di scegliere per sé strade rassicuranti, quelle che tutti percorrono: una famiglia, un figlio.
    Ma c’è pure una risposta che trapela, disperatamente, dalle pagine dei libri che si amano, in cui ci si è imbattuti per caso o per scelta. “Tutto ciò che so della mia vita, mi sembra di averlo appreso dai libri”, scriveva Sartre, e così il protagonista del romanzo cerca, nonostante tutto, una possibile chiarificazione nelle storie già pensate, nella vita già raccontata da altri.
    “Nelle case della gente” è un romanzo doloroso, lucido, ricco di tensione narrativa. Un lungo racconto senza finale, sospeso come tutto quello che non può essere risolto. Dobbiamo imparare a convivere con le domande: questo chiede la vita, ogni vita.
    Eppure, di là dal dolore e di ogni possibile ricerca, oltre ogni comprensione, di là dalla ferita che non guarisce, c’è una strada salvifica, che non è rinuncia né debolezza. Mirko Tondi la indica al lettore solo nel finale, delicatamente.
    Un bel libro, che ci fa amare il suo autore, scritto in modo fluido, seppur ricco di rimandi, nel gioco di citazioni che vuol confondere la realtà con la finzione narrativa. Cosa, questa, che è sempre la cifra della buona scrittura.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

    • Moiras
    • 10 agosto 2015 alle ore 10:57

    Una raccolta poetica particolare, in cui passato e presente si intersecano. L'uno dipende dall'altro. Esempio di ciò è la premessa in prosa del libro in cui l'autrice narra di Roma. La città si erge tra le pagine. Roma caput mundi, musa di ogni civiltà. Il tempo scorre tra le sue vie scandendo le ere.
    "... Roma è tutti: spoglia, resto che si dilegua, solitudine... Un ponte sul e nel tempo in cui i ricordi sono vivi regalando sensazioni ed emozioni. Nella Roma dei santuari della meraviglia celeste, l'invisibile scorre. È l'invisibile morte che segna catene di vivi che non morranno mai". Leggendo questi versi è facile immaginare il Verano che accoglie e protegge i defunti con semplicità ed amore. Grandi mente vi riposano all'ombra delle lapidi.
    "... Nella casa grande della notte chiara luccicano i morti. Nella città di sempre, Fra gli stagni vetrigni della brezza, I morti senza morte!"
    Vita e morte si alternano tra le righe di questa raccolta duale dalla lingua ai contenuti: spagnolo e italiano, passato e presente. Un testo che rispecchia la natura ed il mito con grazia e chiarezza. La poetica è frammentaria, elementi opposti come luce ed ombra, si alternano creando scenari unici ed irripetibili. Una lettura affascinante in cui i versi si snodano tra filosofia e misticismo, frasi brevi che creano bellezza e significato. Gli stati d'animo si specchiano nelle stagioni e le determinano. Una silloge preziosa che racchiude verità universali custodite nel tempo, che vengono rivisitate per renderle attuali. La poesia diviene un messaggio antico e prezioso.
    Moiras di Francesca Lo Bue è una lettura piacevole ma non semplice, forse non adatta a tutti. Necessita di attenzione, sensibilità ed empatia per seguire il percorso tracciato e descritto dall'autrice.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • La penna della Iaccarino si immerge nella quotidianeità, descrivendo come la brillante e apparente serena vita di Lanty, una giovane Accessories Designer si ritrova di fronte a una realtà non così idilliaca. Tra sacrifici e conquiste, con un matrimonio alle spalle di 10 anni con lo storico compagno Marcello, divenuto un giornalista, le sfide non mancano.
    Seppure bella e affascinante, è costantemente messa in crisi dal due di picche del marito che non cede alla sensuale mogliettina, nonostante ella escogiti ogni modo possibile per indurlo in tentazione e saziare le sue voglie. Oltre le resistenze e le piccanti “trasformazioni”, Lanty mette a nudo in ogni senso la sua femminilità, aiutata dai consigli dei suoi assistenti di laboratorio Alex e Daniela.
    Ma spinta al limite della resistenza, il rapporto va in tilt con le avances di Guido, l’amico di sempre, l’avvocato Don Giovanni che con il suo “savoir faire”, riesce a farla cedere alla follia.
    E quando sembra di aver riacquistato la libertà di vivere le proprie emozioni, un “click” inaspettato cambia la prospettiva e dalla carica massima di erotismo si passa ad una situazione ben diversa.
    Lanty non si dà per vinta, e cerca con le unghie e con i denti di scoprire la verità, sbattendola così in faccia al marito e, con il suo tacco 12, può davvero guardare in faccia la nuova vita avanti.
    “Perché l’amore non va mai relegato né tanto meno lasciato nell’ombra. L’amore dà luce e merita luce. L’amore non ha sesso, né ceto o razza, né religione o lingua. L’amore è amore. Quando si ama, bisognerebbe mostrare con fierezza i propri sentimenti. Qualunque essi siano e verso chiunque. Alla luce del sole. Perché l’amore merita il nostro rispetto. Sempre.” 
    Un romanzo che si legge tutto d’un fiato... magari con un buon cookies in bocca!

    [... continua]

  • Quando pensi a Walter Veltroni è difficile non immaginare gli anni della politica, soprattutto quella politica romana che lo ha visto protagonista come primo cittadino. Di certo non pensi a un Veltroni cantastorie tra i minuti del tramonto o quelli del mattino, tra il calare della sera o per "la scoperta dell’alba". Si chiama proprio così questo libro, edito da Rizzoli nel 2006, che racconta la vicenda di Giovanni Astengo, un bambino-adulto che, colto da classica nostalgia, decide di andare a vedere come stanno le cose nel casolare di campagna dove aveva vissuto. Giovanni è anche adulto, un professionista dell’archivio nella biblioteca. Il suo ruolo, manco a dirlo, è catalogare le vite degli altri.

    Tutto infatti ruota tra l’archivio e il ricordo, tra il passato che riesce a sorprendere con un presente ancora da scoprire. Giovanni allora vuole capirci di più, vuole raccogliere i pezzi del puzzle che componevano il quadro della sua adolescenza e provare a salvare il salvabile. In questo caso il salvabile è un padre, suo padre che si rende partecipante attivo di un omicidio che coinvolge intellettuali del suo tempo. La forza di questo romanzo sta nell’imprevedibilità dei fatti e di come questi compongano l’intreccio della narrazione. È curioso allora come Veltroni racconti in maniera limpida, senza accavallare nessun passaggio, senza omettere nessun dettaglio particolare, il tuffo nella piscina del passato che il piccolo Giovanni compie in età adulta. Sarà un telefono particolare quindi a mettere in contatto i due Giovanni: quello ragazzino e quello maturo. Da qui i colloqui, ogni giorno per qualche giorno, in cui un Giovanni diventa indagatore e l’altro ascoltatore fidato. La somma delle relazioni svela il significato nascosto delle cose, ma anche come non sia mai possibile cambiare il corso degli eventi seppur questi si siano rivelati errori grossolani. La storia non è di certo la più innovativa che potevamo leggere. Ma è comunque uno spaccato godibile tra verità e finzione, tra ciò che vorremmo accadesse e che invece non accadrà mai.

    La scoperta dell’alba è il primo romanzo dell’autore ex sindaco. Da questo titolo ne è stato tratto un bel film, nel 2013, diretto da Susanna Nicchiarelli con Margherita Buy e Sergio Rubini a interpretare i ruoli principali. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Può la dea Cipride sconvolgere e smuovere gli animi e avvicinare due cuori?
    Può la democrazia in una città colta come quella di Atene nel V secolo A.C. decidere sulla vita o morte di una persona? Può la capacità dialettica o lacrime sincere salvare da un destino certo?
    Tutto questo accade e si percorre nell’avvincente storia di Cecilia Cozzi.
     
    Passione, sagacia, rivisitazione di quanto accadeva e di come nella vivace cittadina ci fossero cose e modi di vedere che possono riflettersi tutt’oggi. Sicuramente non capiterà facilmente di incontrare personaggi loquaci come un Erodoto, un Protagora, un’Anassagora, un Socrate o un abile scultore come Fidia.
    Un’Atene così paradossalmente chiusa e aperta, che trova la sua personificazione in Pericle, caloroso stratega e condottiero, che aveva “protetto” gli ateniesi imponendo la legge di rendere legittimi i matrimoni contratti tra gli stessi, escludendo tutto ciò che proveniva da fuori.
    Ma è in questa forma di tutela e al contempo di limitazione che si ritroverà ad affrontare una battaglia più grande di lui quella con Aspasia. Donna amabile, bellissima e confidente. Saggia dispensatrice di consigli, che ogni uomo vorrebbe accanto ma proveniente da una terra straniera: Mileto.
    Questa, tornata a Atene con il padre anziano Alcibiade, resterà subito affascinata dalla carica di Pericle e viceversa, tanto da affrontare un’intera Agorà, e dicerie pur di vivere il loro amore.
    Aspasia, dai più ritenuta l’etere per eccellenza, dall’amato e da chi la stimava, l’unica carismatica fiamma che con profondo amore di vera moglie (seppure non per legge), ha donato tutta se stessa per la famiglia e per la patria che l’accolta. Amante, sposa, madre, filosofa, colta e politica memorabile, che per amore, solo per questo, affiderà la sua stessa esistenza a chi ha concesso e aperto il suo cuore.
    Un romanzo struggente, e una presa visione di una figura fuori dal comune, o forse volutamente celata, poiché troppo splendente. Ma come si sa dietro a un grande uomo esiste una grande donna e la verità prima o poi, seppure dopo millenni, trova la sua giusta dimensione.

     
     

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  • Questa raccolta di poesie di Nunzia Valenti è una piccola piacevole scoperta: troviamo un'autrice che con voce fresca ed accenti appassionati sa toccare delicatamente le corde della nostra anima fino a farla vibrare all'unisono con la sua.
    È l'amore il grande motivo ispiratore delle sue liriche: amore ricercato, amore condiviso, amore ferito, rifiutato e tuttavia, sempre atteso in un'altalena di rimorsi, rimpianti, estasi e speranze.
    L'autrice è capace di immagini fortemente evocative, che immediatamente trovano eco dentro di noi, come nella bella lirica intitolata "Assenza d'amore", quando ci si presenta in riva al mare, "mentre traccia sulla sabbia cuori senza iniziali", oppure ne "I sogni cancellati", in cui esprime tutto il desiderio e la speranza "con la mia anima e il mio pensiero/scrivevo i miei sogni su quel cielo"; e nella bellissima chiusa di "Dormire sul tuo petto", l'autrice esulta nell'amore condiviso: "E si spianano strade verso la nostra storia infinita".
    Ma ci sono anche dolorosi momenti di rifiuto e di abbandono: nella deliziosa poesia "Scomodo condomino": "Non mi hai consegnato la chiave del cuore/e entri ed esci quando ti pare/fai solo caos e tanto rumore"; oppure quando si chiede perché soffrire tanto per un amore finito: "Perché vivere all'inferno/solo per la colpa di averti amato".
    Particolarmente toccante la lirica "Sarò per te", vero inno di passione e di amore, quando l'autrice si fa "grano" e poi "acqua" e poi "notte" e poi "giorno" e "fiamma", indicando via via l'esultanza delle scoperte d'amore.
    Eppure deve amaramente arrendersi alle sconfitte, alle perdite e alle delusioni: "Eri il mio sogno a colori, ma in una realtà in bianco e nero./Avrei voluto vestirmi delle tue braccia/ma sei stato un abito appeso che non ho mai indossato".
    Ricorda con desolazione "Desideri irrealizzati/progetti andati in fumo così in fretta/come si consuma una sigaretta"; sintetizza poi il tutto con il verso spettacolare: "passaggi di vita non vissuta/nel modo in cui l'avrei voluta".
    E si chiede come sarebbe bello se il tempo perso si potesse recuperare: e poi immagina tutto quello che avrebbe potuto fare, dire, esprimere, concludendo con assoluta eleganza: "Accoglierei ogni occasione perduta/perché la vita va goduta".
    Eppure tenace rinasce dalle ceneri dei dolori e continua con una splendida invocazione al cielo: "Mandami neve di petali di fiori soffici e profumati/mi distenderò per sonni lieti/per riprendermi l'allegria degli anni passati"; ed ancora "mi chiama sempre il mio passato/dove i miei sogni ho seppellito".
    L'autrice ci lascia poi con la capacità straordinaria di guardare ancora avanti, nel futuro, malgrado il percorso a volte possa essere stato aspro e solitario: "Un bagno caldo per lavarmi dai cattivi pensieri.../...mi spruzzo addosso gocce di speranza.../mi vesto d'ottimismo/oggi è un nuovo giorno/e sono pronta a ricominciare".
    Chiudiamo il libro con dolcezza perché è con dolcezza che l'autrice ci ha permesso di entrare nei giardini del suo animo, per incontrarla nei suoi pensieri e nei suoi desideri e sentirla un poco vicino a noi.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Apro la raccolta di poesie "Le rotte del vento" di Maria Teresa Santalucia Scibona e il mio primo pensiero è un interrogativo pieno di timore. Un sentimento di inappropiatezza dinanzi a una poetessa del suo valore e della sua esperienza.
    Dopo aver letto le prime poesie, il mio animo si placa totalmente, avvolto nell'accogliere lo splendore e la delicatezza di parole spennellate con maestria e immensa sensibilità.
    Rimanere estasiati da paesaggi filmati con l'inchiostro, che restano indelebili in quel transfer poetico da chi scrive a chi legge.

    La prima poesia "Baruffe marine" è quella che mi sta più a cuore, e non solo perché mi è dedicata, ma perché racchiude l'essenza della poetica di Maria Teresa: una dolce tempesta marina. La dolcezza è una fresca e perenne brezza che accarezza le sue parole; ruscelli d'inchiostro che scendono lenti da armoniosi rilievi.
    La tempesta è tutta la forza espressiva, e ancor di più umana, che trapassa ogni pagina e mette l'animo nobile di questa donna davanti ai suoi testi. Sì, perché anche quando ci troviamo davanti a descrizioni di paesaggi ed eventi naturali, nel parallelo opposto ci appare lei: una donna che tracima di tutte quelle parole, quei colori, quei suoni, quegli odori, quelle sensazioni forti che il suo corpo minuto fatica a trattenere.

    La poesia "Le rotte del vento", che dà il titolo alla raccolta definisce un altro aspetto chiave.
    "navighiamo a vista/ eludendo ignari/ le rotte del vento". Quest'incedere a vista, sicuri che la poesia ci porterà in un luogo a noi caro, senza bisogno di rotte segnate o della forza del vento che gonfi le vele.
    E' la forza delle parole su cui veleggia Maria Teresa, è sicura al timone e neanche una tempesta marina le potrà sfilar via il suo tesoro più grande: la poesia.

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    recensione di Paolo Coiro

  • La penna formosa di Niccolò Ammaniti non fallisce il colpo neanche in questo “Che la festa cominci”. Che è un carico pieno di ironia, thriller, suspense, autobiografia immaginaria e interesse storico-collettivo. Un romanzo ironico perché, davvero, fa ridere. Ma nel senso buono della componente civile che sforna personaggi dall’alto interesse antropologico. Come Sasà Chiatti, un improbabile imprenditore campano che decide di trasformare Villa Borghese in un zoo a cielo aperto. Ma anche nella sede della festa per la quale unici invitati sono i caratteristici vip.

    È un romanzo che sta dalla parte del thriller, poi. Perché è il protagonista della vicenda a volerlo così. Un tale Fabrizio Ciba che di professione fa lo scrittore. Non uno scrittore qualsiasi: uno da milioni di copie. Reso famoso non solo per la pubblicazione romanzata; anche per essere un’autentica tigre da tivvù. Una proiezione che fa tanto piacere al Ciba sciupafemmine e al Ciba egocentrico. Talmente egocentrico da trovarsi spesso in situazioni non facili da gestire, come quando prova a corrompere sessualmente una sexy traduttrice. E in parte ci riesce ottenendo qualche minuto di godimento manuale scomodamente seduto su un muretto protetto di erba.

    Insomma la festa. Che comincia in stile rock’n roll: musica, buffet infiniti, droga, calciatori, politici, veline. C'è tutto, per loro. E c’è pure Ciba lo scrittore. Con lui, ma lontano da lui, la nota cantante Larita: un pezzo di donna convertita al mondo vegetariano. Non prima di aver assaggiato il lusso scontroso che è impuro della vita. Dunque la festa comincia. Ed è un programma: dal buffet di benvenuto alle 12.30 alla fine prevista alle 7 del giorno dopo. In mezzo l’organizzazione del gruppo caccia, l’amatriciana di mezzanotte e il concertone di Larita. Ogni cosa è cotta a puntino. Anche l’agguato che un’improbabile setta satanica di Oriolo Romano, ingaggiata dal parentato per servire ai tavoli, prepara proprio nei confronti della cantante. Un agguato che servirebbe per rendere unico e immortale il suicidio che la setta, in gruppo, comporrebbe dopo aver assassinato l’artista.

    Ma c’è qualcosa che non va esattamente come previsto. E lo scrittore Ciba resta sciupa femmine, sì, promuovendo il contatto con Larita. Ma diventa un Indiana Jones di Trastevere quando si trova a salvarsi la pelle tra leoni ed elefanti stanchi. La storia va avanti così. Con l’abilità di Ammaniti di alternare le scene che alimentano la curiosità del lettore. Una storia che è dentro la storia: quella di uno degli spazi più belli e degradati di Roma, di alcuni atleti russi fuggiti dall’Olimpiade perché schifati dal comunismo, del denaro che non salva la vita.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Meravigliosa prova 2011 di Javier Marías, che per un attimo sfiora il precipizio della banalità per poi fluttuare, placido e pacato, sul suo consueto piano dell’umano. Nelle prime pagine sembra infatti sfilare una serie di considerazioni alquanto prevedibili, ma che, nella loro estrema semplicità, si concatenano le une alle altre fino a diventare una storia sempre più torbida e intricata. Gli innamoramenti del titolo sono solo un pretesto, un sassolino di ambiguità che aziona meccanismi opposti di diffidenza e di resa, poiché “quel che è molto raro è provare debolezza, una vera debolezza per qualcuno, o che costui la produca in noi, che ci renda deboli: questa è la cosa determinante, che ci impedisca di essere  oggettivi e ci disarmi in eterno e ci faccia arrendere in tutte le contese”. L’amore, di fatto, resta nello sfondo della narrazione, perché l’ombra aleggiante in primo piano è quella della morte: la perdita, l’assenza, l’adattamento. La protagonista di questo romanzo è una donna che si trova involontariamente in una storia a quattro: si innamora di uno che è innamorato di un’altra, la quale perde suo marito in circostanze tragiche, paragonabili ad “un cornicione che si stacca dalla strada”. Ad un tratto si insedia il sospetto che le circostanze non siano state, poi, così fortuite, e il romanzo assume quasi tinte gialle, nella ricerca della verità, continuamente provata e rimessa in discussione. Il risultato è che, forse, non è dato saperla mai.
     
    “Quando la ragnatela ci intrappola fantastichiamo senza limite e insieme ci accontentiamo di qualunque briciola, di sentirle lui, di percepirne l’odore, di intravederlo, di sentirlo, del fatto che stia ancora dentro il nostro orizzonte e che non sia scomparso del tutto, che ancora non si veda in lontananza la polvere dei suoi passi che stanno fuggendo”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Un breve viaggio in un epoca umana oscura, ma che cova la voglia di scoprire la reale composizione della vita e conoscerne il senso.
    A cosa dobbiamo tutto ciò che ci circonda? Volontà Divina o complicata chimica? Come funziona il nostro pianeta? Senza le moderne tecnologie, nel XVII secolo in Sicilia, lo studio dell'alchimia era considerata al pari della stregoneria e lasciata in mano a pochi frati che correvano il rischio dell'inquisizione se oltrepassavano il lecito.
    In un regno dominato da baroni, l'ignoranza della popolazione era assogettata alla religione, alle sbagliate idee filosofiche sulla materia e alla repressione, dando il potere a pochi e la miseria a tanti.
    Il barone Gervasio non è da meno, tuttavia attende dalla moglie due eredi, gemelli che dimostrano una innata differenza; il primo nascituro, Tiburzio, per tradizione erediterà le sue fortune, dimostrando di essere interessato solo ai piaceri carnali della vita, mentre il secondo Alonzo, ne sarà talmente affascinato dai suoi misteri da voler continuare gli studi.
    Alonzo non passerà una vita tranquilla, stufo del servilismo che percorre le sue terre e della sua arretratezza, dovrà persino rinnegare il suo primo grande amore Genoveffa, data in sposa a suo fratello per volere del padre Gervasio, anche se a Tiburzio non interessa di lei, costringendolo a fuggire in cerca di nozioni e lenire le sue ferite d'amore.
    Seppur torturato dall'amore avrà riscatto nell'apprendere le nuove tecniche di chimica e svolgendo esperimenti presso luminari dell'epoca, spingendosi persino in Provenza.
    Alonzo farà tesoro di ogni insegnamento, di vita, di chimica, potrà scambiare idee con il conte Valery con cui stringe un'immediata amicizia e un affine ideologia e intrapreso il suo viaggio interiore cercherà di arricchire anche l'animo del lettore.
    Piacevole trovare oltre alle nozioni di chimica in questo scritto anche citazioni di Ludovico Ariosto, Dante Alighieri, William Shakespeare, Petrarca, e di filosofi quali Platone e Tommaso Campanella e molto ancora.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • L’ultimo libro di Paolo Giordano parla di una relazione, di un universo in evoluzione, degli affanni (il nero) e delle bellezze a volte minime (l’argento) che dentro una coppia si hanno. Una coppia che ha paura di scoprirsi, di scavare dentro e dietro i fantasmi che albergano in ognuno di noi, una coppia che vacilla pensando al domani, alla vita, al suo ripetersi, fino al giro di boa, in quelle acque placide, profonde, dipinte da un blu spettrale che ricorda l’abbandono. Quasi paurosi di un senso di nullità, di negazione di un rapporto fantasma, immaginario, sentono il bisogno della conferma, dell’approvazione, dell’essere visti per ricevere un’autenticazione. Così la signora A. – sotto le vesti di domestica – si introduce nella loro casa, silenziosamente, con passo felpato, quasi venendo ad essere un essere che ha il potere con il suo sguardo di generare e portare una tranquillità amorosa sempre più scadente. Ormai da quando c’è lei, tutto sembra aver trovato il giusto senso, la giusta collocazione: “[…] provai anch’io un sollievo inaspettato, persino un senso di eroismo per come avevo accantonato le mie ambizioni in favore della serenità di Nora. I miei colleghi emigrati avrebbero avuto la gloria accademica spalancata davanti a loro e uffici ariosi in strutture di vetro e metallo, ma avrebbero vissuto lontano, lontano non solo da qui,  lontano da qualunque posto. Avrebbero incontrato e sposato ragazze straniere, «mogli comode», perlopiù appartenenti al fototipo nordico e con le quali comunicare in una lingua intermedia, il francese o l’inglese, come diplomatici. E io? Io, invece, avevo Nora, che comprendeva ogni sottigliezza delle frasi che pronunciavo e ogni implicazione di quelle che sceglievo di non dire. Potevo aspirare a qualcosa di più di questo?, immaginare di metterlo a rischio in favore di una borsa di studio seppure prestigiosa? Ogni progresso della fisica dall’inizio, l’eliocentrismo e la legge di gravitazione universale, le equazioni sintetiche e perfette di Maxwell e la costante di Planck, la relatività ristretta e quella generale, le stringhe multidimensionali attorcigliate su se stesse e le pulsar più remote: tutta la gloria di quelle scoperte insieme non sarebbe bastata a restituirmi la stessa pienezza […]”.

    Un amore che va oltre le concezioni ancestrali della fisica, che sfida le leggi del mondo seppur avendo sempre il bisogno di conferme costanti (esterne). Il loro percorso amoroso evolverà, muterà come leggi elementari, fin quando un variabile, una variabile di segno negativo opposta all’amore porterà turbamento nella coppia, e nella vita della tenera signora A. che vedrà dissolvere pian piano ogni sua sicurezza, tant’è che si astrarrà dalla vita della coppia per indagare nel suo personale universo. Così la coppia diviene fotografia della confusione, del turbamento, della sintonia ormai spezzata dall’assenza, un’assenza improvvisa, inspiegabile, cui deve fare i conti anche il figlio della coppia ormai spezzata dall’assenza, un’assenza improvvisa, inspiegabile, cui deve fare i conti anche il figlio della coppia ormai smarrito e in balìa di una assenza dolorosa. Dall’universalismo narrativo Giordano nel corso del libro muta e stratifica la storia per arrivare a presentarci un particolarismo fatto di scelte – forse sbagliate –, di amori (bisognosi di conferma), di invadenze, di dialoghi interiori, dell’amore a tutto tondo (che si sente minato): che talvolta tocca picchi d'argento, talaltra tocca picchi di nero.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ultimo episodio della trilogia di Paul Hoffman con protagonista Thomas Cale, l'ira di Dio.
    Ritroviamo il nostro antieroe in uno stato pietoso; una sconosciuta malattia ne sta svuotando le forze, un dolore interiore, misto a rabbia e rancore, che ne stanno divorando l'anima.
    Costretto quindi a rifugiarsi lontano da tutto e da tutti, in un monastero con l'aiuto di Sorella Wray cercherà di ricomporre la propria esistenza, nonostante le continue torture fisiche e psicologiche di Kevin Meatyard altro ospite dell'istituto.
    A rendere ancora più difficile la vita a Thomas Cale sono le continue pressioni da parte dei suoi alleati per spronarlo a studiare una difesa dall'imminente attacco dei Redentori, mentre quest'ultimi cercano, assoldando due sicari, di ricatturarlo e nei peggiori dei casi di eliminarlo.
    Proprio sfruttando la sua malattia il potere di Cale ai minimi storici potrebbe risollevarsi e diventare l'arma definitiva, diventando l'incarnazione dell'Angelo della Morte. 
    I ricatti, le nuove e le vecchie amicizie, le tecnologie di Hooke possono ribaltare le sorti della guerra da un momento all'altro.
    Al fianco del protagonista come sempre Henri il Vago che si sta abituando alla vita dei palazzi pur odiandone i ricchi proprietari e Kleist chiuso nella sua depressione per la perdita della moglie e del figlio per mano dei Redentori; i due resteranno le uniche persone di cui Cale si fida ed ha bisogno per riuscire nelle sue imprese, ma dovrà salvarli da Kitty la Lepre adirato per avergli rovinato i suoi affari.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver... Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni.
    Francesco Piccolo ha scritto un libro che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. "Un'epoca quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla".

    Un romanzo di non facile collocazione, a metà tra l’elemento autobiografico dello scrittore e il ritratto o meglio il dipinto accurato di una realtà: Il Partito Comunista Italiano. 
    Francesco sceglie di essere comunista in un momento ben preciso della sua vita, il 22 giugno 1974, quando ai mondiali di calcio la comunista Germania dell’Est segna il goal del riscatto alla occidentale e democratica Germania dell’Ovest. 
    In quel momento Francesco, che ha 10 anni, dentro di sé e senza farsi notare, esulta. In quel momento decide di “fare il tifo” per i più poveri, gli emarginati, le minoranze. 
    Francesco ci parla della storia degli ultimi quarant’anni, quella prima di Berlinguer, e poi di Berlusconi. Perennemente in bilico, tra l’essere troppo comunista e l’invischiarsi a quella borghesia che troppo gli era lontano. 
    Divorato dal desiderio di essere come tutti – come da titolo -, come tutti quelli che hanno compianto il feretro di Berlinguer in Piazza San Giovanni, ma anche come quei tanti che si tirarono indietro nel momento della rivoluzione restando indifferenti, che la felicità può ricercarsi in una propria appartenenza politica senza però dover far per forza puntualmente discriminazioni.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Una silloge di racconti dal sapore intenso e vibrante, uno scavo psicologico acuto dentro la vita e la morte.
    La dinamica della trasformazione dell’essere analizzata fino a toccare le corde più profonde dell’animo, dall’esuberanza della giovinezza, ai sogni accarezzati e rincorsi, all’inesorabile fine del tutto. L’amore, in presenza e in assenza, resta nel ricordo come una lama tagliente. Anche  l’amore omoerotico femminile trova spazio di espressione coraggiosa con parole dolci e profonde, come solo le donne sanno scambiarsi.
    Tra donne, che ci sia amicizia o affetto, le parole arrivano alate e colpiscono il bersaglio del cuore; le donne sanno sempre cosa dire alle donne mettendo in luce punti di forza e di debolezza.
    Intenso e lacerante il racconto di Elvira che si spegne lentamente: “Elvira, Elvira mia, cosa hai mai? Indistinta come una sostanza che evapora, non riesco più a raggiungerti”. La morte descritta come passaggio ad una nuova condizione, mentre non si è “mai pronti a dirsi veramente addio”. Ci sono persone che buttano e altre che conservano: "Ma fino a che punto è possibile riparare un vaso incrinato?”
    L’arte orientale insegna che la vita è un'opera di ricostruzione e rimettere insieme i cocci di un vaso è come tornare l’intero, ma questo nella vita non sempre è possibile, a volte i rapporti si esauriscono e si sfilacciano a prescindere dalla nostra volontà: è il tempo che corrode.
    Gli amori veri vanno coltivati nelle abitudini del quotidiano: “Il bandolo della gioia è nella vita che si ricostruisce insieme, in alcune abitudini piccole, pacate, nel trovare il proprio posto nel mondo. Nell’avere il coraggio di difenderlo. Elvira mia, io solo accanto a te sapevo chi ero veramente”. Ricorda la canzone di Battiato: “Ho bisogno della tua presenza per capire la mia essenza”.
    La vita è un rispecchiamento di anime e di corpi che si cercano, che si trovano e si perdono e si inseguono con infaticabile lena, per poi scoprire che la vita è un nulla, una grande illusione e che i “corpi sono impermeabili” come affermava già l’insuperabile Lucrezio, precorrendo qualsiasi teoria sulla potenza del narcisismo che ci fa credere di possedere e di cambiare gli altri.
    Racconti… frammenti di vita che tutti insieme compongono una profonda riflessione ontologica sull’essere e sul divenire, che è la croce dell’uomo occidentale. Questa parvenza di ombra che prende sostanza che si aggruma e si scompone, dando luogo agli infiniti nostri mondi interiori o i nostri demoni.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Lola Suàrez, giovane donna che beve rum e fuma il sigaro, che percorre la vita attraverso ricordi, sfide e gallerie d’arte, che s’incanta e si lega ad un quadro che racchiude la sua origine, continuità, speranza… 
    Donna, femmina tanghera, artista, incarta la poesia con la musica e dipinge il passato nel presente. Simona Bertocchi, Lola Suàrez… che dire? Un romanzo di vita, un trascorso in  pagine di storia, un giallo che non smorza mai le sue tinte ma le rinnova ad ogni pagina, in ogni meticolosa, accurata descrizione di personaggi ed eventi, spolverando e risollevando polvere sulla Storia che vede un’Argentina martoriata dalla dittatura che ha inferto profonde, insanabili ferite e al grido di "Nunca Mas": "Mai più", si rinnova la forza, per non dimenticare…
    L’autrice, Simona Bertocchi, fa danzare il romanzo attraverso una scrittura elegante, scorrevole ed armoniosa che percorre le ramblas di Barcellona accompagnata da una fragranza d’ambra e  dal suono di un tango che nasconde una fisarmonica nel cuore e non disdegna di condurre il lettore ad immergersi tra dolorosi percorsi, carichi di “umanità cancellata” e racchiusa in un solo nome: desaparecidos.
    Lola Suàrez vive la sua contemporaneità a trecentosessanta gradi tra arte, amore, inganni e speranza, cavalcando i ricordi dell’infanzia aiutata da Diego, suo padre, senza mai arrendersi e naviga senza sosta rincorrendo la sua idea che si fa sempre più reale, quella che suo fratello Julio, desaparecido, possa essere vivo…
    Leggere un romanzo così intenso, con un finale colmo di intrecci, crea al lettore la sensazione di aver intrapreso un avventuroso viaggio alla scoperta di celate preziose realtà.
    “Che colore ha la poesia?”
    Il “lunfardo, il caminito”… cosa sono?
    Solo divorando le pagine che l’autrice ha impastato come creta per far uscire un’opera d’arte, incidendo con forza, armonia e dovizia di particolari ogni elemento, attraversando il mondo con gli occhi del suo intrigante personaggio, Lola Suàrez, il lettore avrà modo di scoprirlo…

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli