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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Possiamo oggi dire che Allen Ginsberg è il primo e il più grande Poeta della Beat Generation  e di quel modernismo poetico che esplose dopo gli anni Cinquanta. La poesia – quasi sempre urlata e mai pacata, urlata con voce cancerosa impastata di jazz, nicotina, peyote – di Allen Ginsberg è molto superiore a quella di Jack Kerouac, e questo perché Ginsberg sulla poesia ci lavorava, e non si stancava mai di rivedere i suoi scritti. Ginsberg non era quel tipo di poeta che lasciava che la poesia fosse il semplice parto di una ispirazione improvvisa, nata per caso. Jack Kerouac, ottimo romanziere, pensava invece che la poesia dovesse essere scritta e non rimaneggiata, perché, per lui, soltanto l’ispirazione nata sul momento era giusta e in qualche modo veritiera. La poesia di Kerouac non è affatto perfetta: suscita emozioni, certo che sì, ma è rappresentativa di un movimento culturale e in esso rimane, per così dire, (parzialmente) prigioniera.
    Attraverso le sue poesie, più di chiunque altro, Allen Ginsberg ha ritratto l’America, ha denunciato l’America e i suoi sporchi affari, gli stessi che ancor oggi vengono portati avanti da uomini senza alcuna coscienza. La poesia di Allen Ginsberg non conosce censure, non ne conosce perché è il poeta stesso ad aborrire l’idea, fosse anche passeggera, di autocensurarsi.
    Allen Ginsberg nacque a Newark (New Jersey) da una famiglia ebraica. Suo padre era poeta e professore di liceo, mentre la madre, Naomi Livergant Ginsberg, non godeva purtroppo di buona salute, era infatti affetta da una malattia psicologica che nessuno riuscì a comprendere appieno. La malattia della madre, la sua sofferenza, la sua instabilità segnarono in maniera profonda il giovane Allen, che, nel corso degli anni, parlerà della madre in tante e tante poesie, sempre con affetto e con rabbiosa-rassegnata disperazione.
    È fuor di dubbio che la poesia di Ginsberg subì il fascino del jazz (del suo ritmo e delle sue cadenze); e fu non poco influenzata dal modernismo, oltreché da una non mai rinnegata fede Buddhista contaminata dall’Ebraismo.
    Allen Ginsberg collaborò anche con Bob Dylan per l’album Desire (1976, Columbia Records); in realtà la collaborazione del poeta con Dylan iniziò ben prima, già negli anni Sessanta per la realizzazione del famoso video Subterranean Homesick Blues.
    Allen Ginsberg, anche se non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, rimane il più attuale e il più grande poeta-profeta americano, dal quale ognuno di noi ha davvero molto da imparare. I mali di ieri sono gli stessi che affliggono la società di oggi, proprio gli stessi: questo e molto altro lo possiamo capire leggendo gli urli jazzati di Allen, e non è davvero poco.
    Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996 di Allen Ginsberg, edizione a cura di Bill Morgan, prefazione di Rachel Zucker (traduzione di Leopoldo Carra, Milano, Il Saggiatore, 2017) raccoglie buona parte di quelle poesie che l’autore non pubblicò quand’era ancora in vita, o se sì, su qualche rivista.
    Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996, ovviamente, accoglie una ben documentata sezione relativa alle fonti di tutti i testi, una per tutte le referenze fotografiche e una con delle ottime e più che mai fondamentali note di lettura.

    [... continua]
    recensione di Giuseppe Iannozzi

  • "Io le leggi della natura le mando tutte a fanculo [...] Ci sputo sopra. Le leggi della natura fanno così schifo che non dovrebbe nemmeno essere permesso".

    "Io mi chiamo Mohammed, ma mi chiamano tutti Momò per far prima. Sessant'anni fa, quando ero giovane, ho incontrato una ragazza che mi ha amato e che ho amato anch'io. È andata avanti per otto mesi, poi lei ha cambiato casa, e io me ne ricordo ancora sessant'anni dopo. Le dicevo: Non ti dimenticherò. Passavano gli anni e io non la dimenticavo. Certe volte avevo paura perché avevo ancora molta vita davanti a me, e che promessa potevo mai fare a me stesso, io, povero uomo, se è Dio che tiene in mano la gomma da cancellare? Adesso però sono tranquillo. Non dimenticherò Djamila. Mi resta poco tempo, morirò prima».

    Una storia romanticamente triste. Una storia di abbandono, ma anche di sopravvivenza e lotta. Una storia di tanti bambini, che per diversi motivi, vengono abbandonati/lasciati in prestito a chi può prendersene cura. I due protagonisti principali sono senz’altro Momò, un bambino non bambino, e Madame Rose, la donna che si prende cura di queste vite spezzate. In realtà, in tutto il romanzo sembra Momò prendersi cura della madre adottiva. Una madre ingombrante, invischiata di tutte le sue paure, ansia, problemi, urla. È lei che più e più volte richiederà aiuto e assistenza, è lei che però in maniera diversa e non per questo non amorevole accudisce Momò e gli altri bambini.
    La vita davanti a sé rappresenta anche un sentimento di reciproco aiuto, di assistenza perenne, di scambio e di un tendersi la mano quotidiano, senza particolarismi. Ci sono dei problemi? Ci sono delle difficoltà? La comunità di quelli che "danno il culo" per vivere è sempre pronta a dare aiuto.
    Il libro di Gary, a mio modo di vedere al di là della storia principale di Momò e dell’accudimento, rappresenta una forma alta di amore: quella assistenza benevola tra le nuove generazioni e le vecchie generazioni. Tra vecchi e giovani. Tra meno giovani e giovani. Tra chi sente il proprio corpo un sistema in difetto e chi da questo ricevere energie infinite, all’apparenza interminabili: "I vecchi valgono come tutti gli altri, anche se calano. Sentono quello che sentiamo voi e io e certe volte questo li fa soffrire ancora più di noi perché non si possono più difendere. Ma sono attaccati dalla natura, che sa di essere bella schifosa e li fa crepare a fuoco lento. Da noi è ancora più terribile che nella natura, perché è proibito abortire i vecchi quando la natura li soffoca lentamente e gli scappan fuori gli occhi dalla testa. Non è il caso del signor Hamil, che poteva ancora invecchiare molto e morire forse a centodieci anni e diventare campione del mondo. Aveva ancora tutta la sua responsabilità e diceva “pipì” al momento giusto e prima che fosse troppo tardi e il signor Driss lo prendeva per un braccio in queste condizioni e lo accompagna lui stesso al WC. Presso gli arabi, quando un uomo è molto vecchio ed è vicino ad essere sbarazzato, gli si manifesta rispetto, è tanto di guadagnato nei conti di Dio e i vantaggi non sono piccoli. Per il signor Hamil è triste lo stesso farsi accompagnare a pisciare e li ho lasciati a quel punto perché io trovo che la tristezza non bisogna andarsela a cercare".
    Ecco che, il libro di Gary, tocca la pietas per ricomporre a sé il bene.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Attraverso le lettere inviate alla madre, Aurelia Schober, si ripercorre la vita di questa indimenticabile donna, oltre che scrittrice e poetessa.Si inizia introducendo alla madre dell’arrivo allo Smith College, dei rapporti con le altre ragazze del college, e delle prime uscite con i ragazzi nei weekend – vedasi la breve frequentazione con Bill – e dell’inizio dei rapporti con Olive Higgins Prouty, finanziatrice della sua borsa di studio. Si racconta ancora della vita mondana, come la partecipazione al party di Maureen dove Sylvia conobbe Eric, Plato e Constantine. Affiorano le prime ossessioni di scrittura e i dubbi sulla decisione su cosa sia più importante tra "possibilità di vita futura o doveri del presente".Si legge delle sue prime delusioni letterarie (visto che viene più volte rifiutata su varie riviste) e dei primi sintomi di un suicidio bramato, cercato, quasi un’ossessione, un pungolo che le solleticava la mente, in questo periodo il suicidio è dettato dal corso di fisica, poi dalla scrittura, poi dall’ispirazione scialba. Si legge del mese nero della Plath, un periodo burrascoso in cui la poetessa avrà un infortuno dopo un’uscita con gli sci; avvengono degli scambi epistolari anche con Warren e si discorre del rapporto con la madre, dei suoi sacrifici e delle sue finanze, della stima per il poeta W. H. Auden, nonché suo professore. Sylvia comincia ad andare in crisi per l’impegno e la mole di lettere da inviare alle varie università, ma di contro ritrova l’ispirazione letteraria e riceve più di qualche incoraggiamento da riviste a cui ha sottoposto i suoi scritti. Sempre in questo periodo comincia a scrivere la Tesi di Laurea sul tema del doppio nell’opera di Dostoevskij. Successivamente si alterneranno momenti di sconforto (dettati dal respingimento di numerose e prestigiose università) a momenti felici (come la vincita di numerosi concorsi letterari, di pregio il primo premio al concorso di Holyoke in ex-aequo con William Whitman), l’ammissione a Cambridge, i primi viaggi per il mondo, con particolare fascino per l’Italia, la conoscenza con l’amore e la dannazione della sua vita: Ted Hughes.I momenti felici ma anche gli sconforti non mancano: a Sylvia le viene affidato il primo insegnamento allo Smith, segue poi l’intensificarsi del rapporto col poeta, che le porterà più successi e glorie dalla critica, e il trasferimento a Londra dove partorirà la sua bambina: Frieda Rebecca. Intanto, l’animo da scrittrice vanitosa viene appagato, le viene promessa una prima pubblicazione con nota di Auden, quel maestro che poco l’aveva apprezzata. A questi momenti felici si alterna l’inferno: il matrimonio con Hughes è in discesa, la Plath, dopo l’arrivo del secondogenito Nicholas Farrar Hughes non riesce più nei suoi intenti di scrittura – l’unica salvezza per lei dalla pazzia – e così chiede la separazione legale poi tramutata in divorzio. Il libro finisce con le ultime lettere alla madre di Sylvia che sta ultimando il trasloco nella casa di Yeats, e sembra aver ritrovato vigore e serenità, peccato che da lì a pochi giorni (ultima lettera datata 4 Febbraio 1963), l’11 Febbraio 1963,  verrà trovata morta suicida. In una lettera alla madre che assurge benissimo ad una biografia fedele della poetessa ne esce un ritratto dinamico, propositivo, ma anche profondamente egoista.

    Prezioso l’apparato iconografico finale, balsamo per gli occhi. Rende la narrazione ancora più viva. Consigliato ad un pubblico già appassionato dell’autrice.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Le fedeltà invisibili.
    Sono fili che ci legano agli altri, ai vivi come ai morti, sono promesse che abbiamo sussurrato e di cui non riconosciamo l’eco, lealtà silenziose, sono contratti per lo più stipulati con noi stessi, parole d’ordine accettate senza averle comprese, debiti che custodiamo nei recessi della memoria.
    Sono le leggi dell’infanzia che dormono dentro il nostro corpo, i valori per cui lottiamo, i fondamenti che ci permettono di resistere, i principî indecifrabili che ci tormentano e ci imprigionano. Le nostre ali e le nostre catene.
    Sono i trampolini da cui troviamo la forza di lanciarci e le trincee in cui seppelliamo i nostri sogni".

    Delphine De Vigan in maniera lucida quanto ossessionata ci racconta di quanto le colpe dei genitori possano ricadere sui figli. Di quanto un determinato contesto familiare possa essere la proiezione del comportamento dei figli. Disfunzioni genitoriali che diventano disfunzioni filiali.
    Delphine lo fa presentandosi due famiglie con i rispettivi figli, Théo e Mathis. Scava nei comportamenti, nelle ritualità, nei gesti e nelle abitudini di queste famiglie. La realtà esteriore diventa una cartina di un mondo interiore precario che trova sfogo nella sete. La sete come palliativo e anestetizzante del mondo che li circonda. Una gabbia. Un abisso sempre più profondo: "[…] perché ogni volta è ancora peggio, peggio della settimana precedente, come se fosse possibile spingersi sempre un po’ più in là nell’abbandono di sé […]".
    Lucido, originale, equilibrato, narrato attraverso i diversi punti di vista dei personaggi, peccato per il finale che lascia l’amaro in bocca, ti spinge a chiederti: ma finisce veramente così? Quali saranno le sorti dei due combattivi protagonisti?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Non ero più vulnerabile per me stesso, ero fragile per noi. Passavo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale. Il sentimento per lei custodiva i miei atti osceni".
    Non so perché non ho letto prima Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. È una domanda che mi sono posto per tutta la lettura. Forse per la copertina ambigua. Forse perché dai libri troppo discussi spesso me ne sto alla larga. Non saprei a mente lucida il reale motivo.
    Sta di fatto che Missiroli a mio avviso ha scritto un libro perfetto sulla crescita della persona in quanto uomo/donna. Infatti, il libro è diviso per tappe che scandiscono dei tagli netti nella vita del protagonista: Libero Marsell.
    Le tappe esplorate dallo scrittore sono sei: Infanzia, Adolescenza, Giovinezza, Maturità, Adultità (ma quant’è bello questo termine?) e Nascita.
    Lo scrittore offre a lettore una storia che come una parabola si evolve nel corso del tempo, Libero è un bambino promettente, ha alle spalle una famiglia insolita, poco comune, potrebbe essere etichettata come una famiglia moderna. Il padre è una figura schiva, ombrosa. La madre è una donna ingombrante, eccessiva, determinata, alle volte anche egocentrica. Poi arriva la separazione.
    Missiroli riesce ad offrire al lettore una storia di crescita e di esplorazione che parte dal corpo per arrivare al centro del mondo: il cuore.
    Libero è curioso della vita e dei meccanismi che ne regolano il funzionamento, e attraverso il corpo imparerà ad avere consapevolezza di sé e dell’altro sesso: "…] perché non piaccio alle donne? Sorrise come si sorride al proprio figlio, al bastardino del canile, al mendicante ai semafori. Rimase sovrappensiero, – La tua forza è nella chimica, Libero – e mi spiegò che esisteva qualcosa di molto più succulento dell’estetica. Si chiamava alchimia della carne. Ma ci voleva pazienza. Le dissi che non capivo. La chimica non era attrazione, nemmeno complicità, nemmeno legame: consisteva nel ribollimento ormonale senza spiegazione. La chiave di tutto era: senza spiegazione. Al di là del viso, del corpo, dell’odore, da qualche parte in qualcuno resisteva un campo energetico che manipolava le scintille celebrali. Quelle del finire a letto.
    – E io ho le scintille, Marie?
    Fu il sì migliore si sempre. Possedevo l’alchimia della carne. Come mai allora veniva ignorata?
    Dovevo crescere io e dovevano crescere le donne che frequentavo, più la femminilità era adulta e più recepiva questo magnetismo […]".

    Libero è un archeologo della vita, ne studia le origini e i mutamenti: "Ho comprato un tavolino da campeggio e l’ho spostato sotto la finestra. Mentre scrivo vedo un palazzo con i mosaici intorno ai balconi, c’è un uomo che con una mano annaffia i gerani e con l’altra si sistema il colletto della camicia. Assomiglia a Marcello Mastroianni. Mi sono accorto di avere una finestra. Qualcosa è cambiato. Non è la maglia, ma è la stessa pasta di quando sono salito a casa tua e abbiamo mangiato le prugne con la pancetta e ti ho chiesto di mostrarmi le tette. È oscenità o si chiama vita? Qualsiasi cosa la rivoglio".

    Libero è uno sciupafemmine, esplora, indaga, gode, intaglia segni evidenti sul bancone del lavoro per portare il conto delle conquiste, Libero è l’uomo moderno. Quello che alla fine della corsa si arrende perché colpito nel suo punto debole. Il punto debole più bello dell’uomo. È oscenità o si chiama vita?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "A volte scrivere fa male. A volte odio scrivere e mi sembra di non trovare le parole. […] Altri giorni, scrivere è facile come parlare a qualcuno di cui ti fidi completamente".

    Occhi di Tempesta titolo accattivante quanto enigmatico. Chi è Occhi di Tempesta, è una persona o un’animale? O un essere senziente o un oggetto inanimato?
    La scrittrice americana Joyce Carol Oates accompagna i lettori in un altro viaggio, affrontando un tema che nella sua produzione letteraria le è molto caro: la famiglia. Come cambia la famiglia? Quali sono le dinamiche relazionali, sociali, discorsive che dentro la bolla familiare possono nascere? Lo fa presentandoci la famiglia Pierson, una famiglia che rientra pienamente nello stigma delle perfette famiglie americane. Quelle senza difetti. Quelle felici. All’italiana potremmo definirle quelle della “Mulino Bianco” che, ahinoi, hanno un parametro di realtà solo nel contesto pubblicitario, ma raramente toccano il piano della realtà.
    La famiglia Pierson è una famiglia sotto gli occhi dei riflettori, Reid Pierson è un famosissimo ex-atleta e commentatore sportivo in televisione, è sempre fuori casa in quanto oberato dagli impegni lavorativi, la moglie è Krista Connor, classica madre-famiglia con velleità artistico-creative, le piccole sono Samantha e Franky, o come ama farsi chiamare lei Francesca. Sembra una famiglia senza difetti, una famiglia intoccabile, quelle che tutti desidererebbero, anche perché vivono in un contesto agiato, dove ogni possibilità può essere esaudita: "prima ti giurano che non c’è “nessun altro”. Poi scopri non solo che “qualcun altro” c’è, ma che è questo “qualcun altro” il motivo del loro strano comportamento: liti, pianti, parole sgarbate, ubriacature che ti fanno provare vergogna anche solo al pensiero di conoscere queste persone, e ancora di più al pensiero che siano i tuoi genitori. E poi c’è il divorzio. Che si trascina all’infinito. Non finisce mai, te lo porti dietro. Sempre, dappertutto, come una tartaruga con il guscio incrinato. Così dicevano le mie amiche alla Forrester, quelle i cui genitori avevano divorziato. E io ascoltavo e pensavo: “Ma ai Pierson non succederà. Noi siamo speciali”.

    Ma Occhi di Tempesta sente che qualcosa non va. Osserva. Scruta. Prende appunti. Annota definizioni e dettagli. Il pensiero di un padre e di una madre può plasmare in maniera negativa il pensiero dei figli? L’Oates da maestra del genere ritorna con abilità sul tema e ci parla della famiglia e dei risvolti e delle pieghe oscure che può nascondere in sé, ci parla della pressione psicologica a cui possono essere sottoposti i figli, ci parla di sentimenti, di degenerazioni, di patologie e attaccamenti non sempre benevoli. Lo fa trasportandoci nella famiglia Pierson, una famiglia come tante, come l’ennesima brava famiglia di cui sentiamo spesso parlare nelle cronache tv. Occhi di Tempesta dubita: se c’è un colpevole, la colpevolezza risiede necessariamente in capo alla madre o al padre?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il collezionista di bambole – Racconti neri, è l’ultimo libro pubblicato in Italia della scrittrice americana Joyce Carol Oates. Il libro uscito per Il Saggiatore è composto da 6 racconti. Il primo racconto che dà il nome alla raccolta narra di Robbie e Amy, due cugini che vedono togliersi una possibile felicità condivisa che si tramuta in malattia, in ossessione per le bambole: prima Baby Emily poi Mariska, Annie, Valerie, Evangeline, Barbie, Trixie, Bharata. È un istinto e un’esigenza inspiegabile: "per tutta la vita non desideri altro che tornare indietro a ciò che è stato. Non desideri altro che tornare dalle persone che hai perso. E per tornare finisci per fare cose terribili, cose che gli altri non potranno mai capire". È un istinto che va assecondato, anche se intorno a te neanche la dottoressa G. sembra capirne la genesi e i macabri sviluppi.
    Il secondo racconto si intitola Soldato e vede protagonista Brandon Schrank che viene accusato di razzismo in una rissa con uomini di colore. Lui è stato assediato. È stato colto di sorpresa, non è un bianco razzista. "C’è una guerra razziale. C’è una guerra degli atei contro i Cristiani. Il Paese è in guerra, il nemico è il Governo. Il Presidente è colpevole di tradimento. Brandon Schrank, in questa guerra tu sei un soldato, non devi perdere la speranza. Il secondo processo finirà con una assoluzione – questa è una profezia!". Il caso diventa mediatico. L’opinione pubblica si divide. Le lettere sommergono la posta di Schrank. Dove sta la verità? È uno sporco razzista bianco o Brandon subisce la colpa di aver tenuto testa agli occhi di un nero, essendo per questo razzista?
    Il terzo racconto – che è il mio preferito – si intitola Incidente con arma da fuoco e contiene tutto quello che dovrebbe contenere un racconto scritto senza difetti: azione, mistero, adrenalina, introspezione, indagine propria e altrui. I protagonisti sono i signori McClelland e i due inseparabili cugini Hanna e Travis, quali saranno i frutti di questo rigoglioso rapporto? Basta veramente non rimuginare sul passato per cancellarne i segni del tempo?
    Il quarto racconto si intitola Equatoriale, è una storia di ribellione ma anche di prigionia tanto familiare quanto ambientale. Siamo nelle isole Galapagos in compagnia di Audrey e Henry Wheeling, cosa accadrà a questa coppia che sembra vivere una seconda luna di miele? Viaggio d’amore o di dannazione?
    Il quinto racconto si intitola Grande Madre, la protagonista è Violet un’adolescente problematica e insicura, con un situazione familiare precaria, un’affettività da colmare. Ricerca negli altri una conferma di sé. Trova serenità nella famiglia Clovis, spinta dalla bontà della sua amica Rita Mae. Questa famiglia sembra darle il benvenuto quasi fosse una figlia. Si ipotizza anche l’adozione. Ma cosa si nasconde nelle pieghe della famiglia Clovis, e sotto il ghigno burbero di Harold Clovis?
    L’ultimo racconto che chiude la raccolta si intitola Mystery, Inc., siamo nel New Hampshire a Seabrook, protagonisti sono i libri, o meglio l’arte libraia. Antichi volumi, oggetti d’arte preziosi, prime edizioni introvabili, libri rari da collezionismo. Ma cosa nasconde la Mystery, Inc. col suo fascino irresistibile? Cosa nasconde lo strano mecenate Charles Brockden? 
    La Oates attraverso questa raccolta di 6 racconti, che vengono definiti neri ci racconta degli aspetti oscuri, delle negazioni, delle nevrosi, delle manie dell'uomo in maniera impeccabile.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ennesimo capolavoro della scrittrice americana Joyce Carol Oates, che in maniera dura e spietata ci parla della vita di Quentin P., un ragazzo del Michigan. Un ragazzo disturbato, brutale, ossessionato. Un ragazzo dalle molteplici personalità. Eppure per la nonna è solo il classico bravo ragazzo. Un ragazzo che si nasconde dietro maschere: «[…] e allora mi ero reso conto in quell’istante che potevo mostrare al mondo una faccia sconosciuta. Sconosciuta in qualsiasi angolo del mondo. Potevo muovermi nel mondo come una persona qualsiasi. Con una faccia del genere io potevo suscitare compassione, fiducia, amicizia, meraviglia e soggezione. Potevo mangiarvi il cuore a tutti e poveri stronzi non ve ne accorgereste neanche».
    Un ragazzo la cui vera ossessione e ragione di vita è quella di avere un suo Zombie personale: «Un vero Zombie sarebbe mio per l’eternità. Obbedirebbe ad ogni mio ordine e esaudirebbe ogni mio capriccio. Direbbe «Sì, Padrone» e «No, Padrone». Mi si inginocchierebbe ai piedi e direbbe: «Ti amo, Padrone. Al mondo esisti solo tu, Padrone». E così sempre nei secoli dei secoli. Perché un vero zombie non sarebbe mai in grado di dire ciò che non è, solo ciò che è. Avrebbe sempre gli occhi vigili ma gli mancherebbe dentro qualcosa che vede. O pensa. O giudica.
    Né esisterebbe terrore nello sguardo del mio Zombie. Né memoria. Perché senza memoria non c’è terrore.
    Ovviamente uno Zombie non giudicherebbe mai. Uno Zombie direbbe: «Dio ti benedica, Padrone». Direbbe: «Tu sei buono, Padrone. Sei gentile e misericordioso». Direbbe: «Inculami, Padrone, cavami le budella dal buco del culo». Chiederebbe da mangiare in ginocchio e in ginocchio chiederebbe il permesso di respirare. Sarebbe sempre rispettoso. Come glielo ordinassi, lui leccherebbe. Come glielo ordinassi, lui succhierebbe. Come glielo ordinassi, lui allargherebbe le chiappe del culo. Come glielo ordinassi, si farebbe coccolare come un orsacchiotto. Mi poserebbe la testa sulla spalla come un bambino. Oppure si lascerebbe posare la testa sulla spalla come da un bambino. Ci imboccheremmo di pizza a vicenda. Ci stenderemmo sotto le coperte nel mio letto in camera del custode ad ascoltare il vento di novembre e le campane della torre dell’orologio del Music College e conteremmo i rintocchi delle campane fino ad addormentarci esattamente nello stesso istante».

    Con una scrittura sempre attrattiva, magnetica, la Oates, disegna e rappresenta su carta le pieghe più oscure dell’animo umano. Quello nevrotico. Quello malato. Quello disturbato ma mai preso troppo sul serio. Scava nella coscienza di Quentin P. proponendo al lettore l’identikit di un serial killer nevrotico quanto spietatamente lucido nel raggiungere i propri obiettivi, valutando di volta in volta tutti i possibili risvolti di ogni sua azione.
    L’edizione che ho letto è quella edita da Marco Tropea Editore pubblicata in Italia nel 1996, poi ripubblica da Il Saggiatore nel 2005. L’edizione di Marco Tropea presenta una fastidiosa veste sintattica con numerosi “&” o parti in stampatello, che spero nell’edizione del 2005 siano stati tolti. Invece, particolarmente apprezzata la veste grafica, con un’illustrazione di corredo alla fine di quasi ogni capitolo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • [...] All’interno delle pagine di questo libro sono racchiusi i contorni di un mondo piccolo e grande, un ristretto ma ben costruito universo narrativo fatto di storie personali e individuali che si intrecciano con grandi dinamiche internazionali, e ad esse si fondono e si confondono. 
    L’autore traccia un panorama fatto di pochi ma interessanti personaggi con le loro storie intime, i loro dolori, le loro piccole e grandi esperienze di vita e di sofferenza, che si confrontano con le motivazioni e le spiegazioni di più grandi ed importanti fatti della Storia, con le vicende di quei grandi personaggi che sono stati protagonisti del passato del mondo occidentale e che ancora oggi ricordiamo. 
    Lo stesso accade per lo spazio temporale e geografico che sta sullo sfondo di queste vicende, che è piccolo e grande insieme. Lo spazio fisico è costituito, da una parte, da questa piccola ma importante  città, Gaeta, con tutto il suo territorio chiuso tra terra e mare, quello che si rivolge a Fondi da una parte e al Garigliano dall’altra - per citare alcuni luoghi presenti nel testo - e che nel suo panorama, sebbene fisicamente piccolo, nasconde e raccoglie ancora oggi i segni delle tante epoche millenarie che ha attraversato, lasciando ad esse una traccia ben definita della sua esistenza ed importanza.  
    Dall’altra parte, lo spazio geografico più grande, che attraverso la Spagna arriva in Italia, corre lungo le coste del Tirreno e arriva a Messina, fino a sbarcare nel Mediterraneo Orientale e concentrarsi a Lepanto, così come ha fatto la Storia che ha scelto questo porto come sede dello scontro epocale tra due mondi, Cristiano e Musulmano, che qui si sono affrontati quella mattina del 7 ottobre 1571. 
    I brevi capitoletti di questo libro corrono parallelamente a questi orizzonti, partono dalla storia individuale di due uomini le cui motivazioni di guerra si intrecciano, tra grandi ideali e sofferenze personali. e giungono a raccontare l’esito di dinamiche sociali, culturali e religiose che nel XVI secolo opposero le ragioni della Lega Santa da una parte ,e la volontà di affermazione del mondo musulmano dall’altra. 
    Il lettore è condotto attraverso questi grandi eventi dallo sguardo che su essi pongono gli occhi di Diego, “giovane venticinquenne, altezza media, fisico robusto, occhi e capelli neri”, che porta dentro il desiderio di arruolarsi, di partecipare ai grandi eventi del suo tempo, forte della sua giovane età e del suo entusiasmo, ma ancora di più spinto dal desiderio di dimenticare un dolore grande a cui la vita l’ha sottoposto; e quelli di Giovanni, uomo più vissuto e maturo che ha vissuto in prima persona gli effetti dell’odio tra i popoli che, ieri come oggi, travolge le vite della gente più comune come la sua che viene sacrificata all’interno di quelle vicende che ruotano intorno alla storia di Giulia Gonzaga e del massacro di Sperlonga da parte dei Mori [...]

    [Brano estratto dalla Prefazione]

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Tutti, a Dinterbild, ripetono sistematicamente e meccanicamente che non si può andare via. In realtà forse non se lo ricordano più, perché non hanno più un motivo per cambiare vita: hanno dimenticato le loro storie. Ma ci pensa Vinpeel (pron. Vìnpel) a rompere gli schemi: lui è lì non per sua scelta, ma perché fa parte della storia che suo padre - al contrario degli altri - non vuole dimenticare. Gli è più facile, quindi, intuire e inseguire l’Altrove. “Vinpeel degli orizzonti” (Neo Edizioni 2018), la bella favola di Peppe Millanta, cantautore al suo esordio nel mondo della narrativa, prosegue dolce ed esilarante, con un susseguirsi di scene alla Pennac o Stefano Benni, più d’una a strappare una risata. Ci sono il lancio del nano e il lancio dell’ubriaco; c’è la storia di un’insegna sfortunata; e la storia di una gamba di legno, che ogni tanto torna a galla in maniera assolutamente fortuita. Ci sono dei bambini che cercano soluzioni nelle parole di un dizionario, nelle nuvole e nelle definizioni. Seguiamo Vinpeel e un piccolo manipolo di amici nel perseguimento del loro obiettivo: andare a vedere cosa c’è al di lá del mare. 

    E qui arriva la parte che ho preferito. Che strada scelgono, per realizzare il loro scopo? Chiedono aiuto a un adulto. Naturalmente non è un adulto qualsiasi: è considerato il matto del paese, perché anche lui farnetica di un Altrove al di là del mare. In realtà sembra essere, semplicemente, l’unico adulto che non esclude le soluzioni; l’unico adulto che della fanciullezza mantiene il senso del “tutto-è-possibile”, nonostante questo lo abbia reso un emarginato. È questo resto di fanciullezza in un adulto a fare da ponte tra l’idea di Vinpeel e la realtà. È questo che si può ancora fare, di fronte ai sogni degli altri: rimetterci in contatto con noi stessi, con la nostra storia e le nostre speranze... con la consapevolezza che le cose perse in mare, come nel passato, ritornano.
    Una chicca: sul sito dell’editore ci sono gli spin-off di alcuni personaggi  :) http://www.neoedizioni.it/neo/vinpeel-degli-orizzonti/

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • In occasione del sessantesimo anniversario della nascita del fumettista Andrea Pazienza, la Ianieri Edizioni ha pubblicato, nel 2016, un saggio sulla sua opera prima. “Andrea Pazienza – Il mio nome è Pentothal” è il libro a firma del giornalista Luigi Di Fonzo che svolge una disamina sull'opera prima di questo caposcuola del fumetto italiano, “Le straordinarie avventure di Pentothal”. I dieci episodi di quella che oggi è considerata una vera e propria autobiografia a fumetti furono pubblicati dalla rivista Alteralter tra l'aprile 1977 al luglio 1981 e solo successivamente raccolti in libri, per esempio anche recentemente da Coconino Press (da pochissimo in copertina flessibile).

    La singolarità del saggio di Luigi Di Fonzo è nel tipo di ricerca che lui compie intorno alla storia e alle dinamiche di questa storia a fumetti, mosso anche dall'alone di mito da cui Andrea Pazienza è stato sempre circondato nel suo vissuto personale. Entrambi hanno condiviso la stessa città, Pescara, sempre sfiorandosi, senza incrociarsi. E se Luigi Di Fonzo è nato nel 1962 e Pazienza nel 1956, la differenza di età non ha impedito a Luigi Di Fonzo di frequentare le persone vicine a Pazienza, sin dai tempi della scuola, sentendone sempre parlare soprattutto per le sue bravate. Pazienza non era uno stinco di santo, lo si intuisce dai suoi lavori. Leggendo di Pentothal nel saggio, è chiaro che le riflessioni più profonde, i malumori e i disagi espressi – quindi anche l'irriverenza e il gusto del nonsense – appartengano a Pazienza stesso.

    Questa opera prima, però, è considerata oggi una delle più vere, perché non contaminata dalla dipendenza della droga che segneranno i suoi anni '80 - anche se di droga si parla già parecchio. Quando è stata pubblicata, Pazienza aveva 21 anni e il ricordo della scuola ancora fresco e pulsante. La cosa che sorprende di più, come emerge dal saggio, è che in Pentothal non viene fatto mai nessun riferimento ai terribili fatti dell'attualità: sono gli anni del terrorismo, del rapimento di Moro, della strage di Bologna, eppure gli accadimenti non sembrano diventare spunti per la narrazione. Di Fonzo apre ogni episodio con una brevissima cronaca, e la perifrasi che fa di ogni episodio rende chiaro come nulla toccasse l'immaginario di Pazienza, concentrato su se stesso e sul senso di incomprensione e di spaesamento della sua generazione. Lo stesso giornalista Enzo Verrengia, nella prefazione, ricorda l'incompiutezza di questa generazione nata troppo tardi per vivere il '68 e troppo presto per l'attivismo politico della Bologna del '77 (che comunque fa da sfondo al fumetto di Pentothal), “ma proprio per questo unica, emblematica, sospesa in un limbo pieno di possibilità e vuoto di ogni concretezza”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Accade di frequente di trovare, nella produzione di uno scrittore, almeno uno scritto meta-autoriale, ossia la rappresentazione di quanto sia impegnativo, duro e a volte frustrante scrivere per mestiere. Lo hanno fatto, solo per nominare i più recenti, Jack London nel 1909 con Martin Eden, Virginia Woolf nel 1929 con “Una stanza tutta per sé” e persino Alessandro Baricco nel 2011, in Mr Gwyn. George Orwell non è da meno. In “Fiorirà l’aspidistra” (1936) non trattiene le riflessioni di uno scrittore che fa di tutto per boicottare il Sistema, naturalmente boicottando per primo se stesso. Gordon Comstock ha talmente a disgusto il dover lavorare per denaro, che abbandona il suo posto fisso e ne cerca uno che sia non solo umile, ma senza possibilità di carriera. Disprezza il fatto di non potersi dedicare a una sua lunga poesia, che va scrivendo attraverso le sue giornate, perché deve lavorare. Disprezza il circolo vizioso secondo cui, se non può dedicarsi alla scrittura perché ha bisogno di soldi e quindi deve lavorare, allora non potrà giocarsi la possibilità di affermarsi come scrittore. Per ricordarsi di tutta la normalità che odia, si porta dietro un’aspidistra, simbolo, secondo lui, della piccola borghesia, perché dalle case ben sistemate che lui osserva dall’esterno e che gli sembra non poter sognare di avere, “sventolano” queste piante da appartamento, come se fossero bandiere di uno status a lui negato (infatti il titolo originale del libro è “Keep the Aspidistra Flying”, lascia sventolare l’aspidistra). Disprezza tutto questo. Vorrebbe starsene da solo. Ma.

    È innamorato. La sua fidanzata ha quasi quarant’anni come lui e appartiene a un ceto leggermente più alto. Sopporta con pazienza e amore i malumori del fidanzato, perché quando ci si mettono, stanno veramente bene insieme. E qui si insinua, prepotente, di nuovo il disprezzo verso il Sistema, perché questi soldi che Gordon non vuole sono davvero importanti e condizionano anche la vita sociale. Lui vorrebbe essere in grado di “fare l’uomo” e offrire una giornata di vacanza alla sua amata; vorrebbe passare del tempo con un amico ma deve rimanere fuori dai pub perché ha i soldi contati. E così via. 

    Gordon Comstock sprofonda in un’amarezza autoinflitta sempre maggiore. 

    La sua caparbietà subisce però un duro colpo. A un certo punto si trova a dover uscire dal suo ego e a distogliere l’attenzione dai suoi propositi. Gordon Comstock si trova a dover scegliere tra la sua guerra personale e l’Amore. E qui, d’improvviso, spunta fuori un Orwell che non ci si aspetta.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Gaia Conventi la conosciamo bene da queste parti: è il suo settimo libro che recensiamo. Ma la fama di Gaia travalica Aphorism, anche perché i suoi riconoscimenti e le pubblicazioni (Mondadori inclusa) iniziano a diventare un numero importante. 

    E poi Gaia non si nasconde mica, chi la segue sui social lo sa: è un vulcano di idee, iniziative, progetti, passioni. Social, blog, campi di tiro dinamico, fotografia... finché un bel giorno condivide con nonchalance in rete una copertina e un titolo, e allora ti ricordi che Gaia Conventi è - prima di tutto - una scrittrice. Una brava scrittrice.

    D'argine al male - Dove i topi non muoiono, è il suo ultimo lavoro pubblicato dalla casa editrice Le Mezzelane: un bel formato chiaro, spazioso, con un editing curato, cifra stilistica di ogni pubblicazione di valore.
    In pratica una confezione perfetta che cela una storia torbida e perversa. I protagonisti principali sono Iolanda e Giovanni, due fratelli, e Francesca che suo malgrado si imbatte nella coppia. I tre innescheranno una serie di dinamiche fisiche e psicologiche che costringeranno ognuno a ricostruire la propria storia per rivelarla a sé stessi in maniera brutale, violenta, senza filtri né alibi. E il lettore sarà al loro fianco fino alla fine, per comprendere definitivamente ciò che ogni singola pagina rivela un pezzetto per volta. Come dovrebbe essere in ogni buon thriller che si rispetti.

    Ad accompagnare i protagonisti in questo folle cammino verso la catarsi, c'è la forte territorialità del romanzo, la sua ambientazione specifica - nella provincia ferrarese - che diventa proscenio e trasforma le anse del Po in un serpente che avvolge e stringe tutto a sé: le persone, i paesi, la nebbia, la costa, l'intera pianura e quella casa accanto al cimitero. Quella casa dove ci sono loro: i topi che non muoiono e che prolificano, resistono e sopravvivono nonostante tutto.

    Il congegno messo a punto dalla Conventi è puntuale, esplode come una bomba sul finale e ci accompagna con un ticchettio sommesso e sempre più crescente man mano che si sfogliano le pagine e si snocciolano rivelazioni.

    Prendete nota di questo titolo: D'argine al male - Dove i topi non muoiono, un horror italiano che non ha nulla da invidiare ai tanti libri stranieri che spesso invadono le nostre librerie grazie a strategie editoriali, di distribuzione e marketing, più che per la loro qualità.
     
    Qui vincono i contenuti, qui vince Gaia Conventi.

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    recensione di Luigi De Luca

  • Chi, in una qualsiasi famiglia del centro-sud tirrenico, non ha qualcuno in grado di raccontare, con straordinaria lucidità, i giorni dell’occupazione?

    Ascoltare questi racconti non è mai semplice, e per due motivi: il primo, perché rievocano storie che nella migliore delle ipotesi vorremmo non conoscere; e il secondo perché ascoltarle fino in fondo, ossia riuscire a interpretarle attraverso il filtro della nostra “modernità” e riuscendo a scorgere tutta la straordinaria gamma di vicissitudini che si celano in queste storie, e addirittura a farle rivivere attraverso la propria penna, richiede una sensibilità senz’altro fuori dal comune. E Teresa Simeone questa sensibilità non solo la possiede ma è riuscita, attraverso una prosa leggera ma impeccabile, a raccontare con dovizia di particolari e senza lasciare nulla al caso la “comunissima” e proprio per questo straordinaria storia di Nietta, una giovane donna coraggiosa che all’improvviso si troverà catapultata nell’orrore e nella miseria della guerra.

    Nietta affronterà con grande coraggio le sfide che le si porranno davanti, e che dalla nativa Gaeta la porteranno, insieme alla famiglia, a fuggire sul monte Ottaiano e da lì verso le montagne di Itri, in fuga dai bombardamenti e dalle rappresaglie ma in fuga, anche, dalla sua giovinezza, per sempre perduta in quell’ultimo abbraccio a un amore destinato a svanire come l’innocenza...

    La ragazza diverrà donna senza però rinnegare i propri sogni ma inseguendoli con caparbietà e coraggio, anche contro ogni logica e speranza. Con le sue sole forze, Nietta troverà la via verso quella casa demolita ma mai distrutta: se stessa. E le fondamenta saranno robuste e destinate a dare i frutti...

    Una storia di guerra ma anche una storia di coraggio, Contrada Arcella si colloca nella tradizione di racconti di guerra di Gaeta e del suo Golfo, quale “Il carrubo di Ottaiano” dello scomparso ma non dimenticato Antonio Riciniello.

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    recensione di Jason Ray Forbus

  • L’amore è un treno di emozioni; si può fermare, prendere, accendere, trasportare e corre su binari conosciuti e/o ci trasporta semplicemente.
    È un gioco che comporta dolore, nutrimento, passione, pensieri pro e contro. Ha linguaggi corporei, e tra odori, carezze, sorrisi rubati, porta anche a bruciare le tappe, per rincorrere quei vuoti che fanno sobbalzare.
    Il monito della stessa autrice: “Che cosa stai aspettando!”, è un incentivo quasi salvifico, da chi, quel bruciore dentro lo ha sentito tutto.
    Lu Paer, abilmente descrivere la sua valigia di emozioni, divenute anche la sua “droga”, la sua prigione, la sua ricerca continua di rivincita.
    Ambiziosa, grintosa, erotica.
    La penna non risparmia censure, senza però mai scendere nel banale o nel volgare. L’autrice difatti, descrive la realtà di un’ “accompagnatrice”, con particolari piccanti e la sua rinascita, ritrovando la sua essenza nel superamento delle incertezze, date da mancanze e da una società che non risparmia le debolezze. Una  continua lotta che modella il corpo e lo spirito, producendo una metamorfosi evolutiva e risollevandosi dalle cadute, trova così il senso, con quel volo oltre tutto e tutti in una “nuova vita”.
    Riprendere in mano il proprio progetto non è semplice. Sostenere quello in cui si crede ancora più complesso, ma la chiave- svolta sta nel tornare ad amare i colori, le imperfezioni, la natura, gli animali, spogliandosi, per rivestirsi di nuova luce.  
    Con questa consapevolezza, anche il buio della nostra “foresta” non fa così più paura.

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  • "Se i muri potessero raccontare" di Maurilio Riva prima di essere un libro è una comune preoccupazione: "Immagina se questi muri potessero raccontare… ah se potessero parlare!", direbbe la mamma, la zia, la nonna, chiunque abbia condiviso e poi cercato di tenere stretto un gossip familiare. Perché i muri sono una parte significativa della nostra esistenza (le mura domestiche) o pericolosa (crollo dei muri), segreta, custode di un tesoro da un valore inestimabile significato dalla parola. 
    Per Riva i muri in questione sono affaticati dalla fatica fisica, rigati dal sudore, dalla politica delle lotte di classe e dalle distrazioni che provocano incidenti. Sono i muri delle fabbriche sui quali operai giovani e vecchi poggiano la spalla per fare resistenza o, comunque, per riposare.

    “Se i muri potessero raccontare è un romanzo nel quale la natura del narratore viene palesata dal sottotitolo Memorie operaie in cemento armato […]”. Memorie, appunto, dove la sfida dell’autore – operaio stesso – è non dimenticare gli accadimenti che hanno segnato un’epoca. Per farlo si avvale della finzione (per meglio dire, “azione”) di alcuni personaggi che appaiono e scompaiono col ritmo della narratività. Prima di lui – a memoria, appunto – soltanto Antonio Pennacchi ha osato raccontare le storie di fabbrica, la sua fabbrica, restando accollato alla scena madre che allatta il fumo nato dallo scarico. Poi c’è il cemento armato, materiale resistentissimo che si mescola, dunque, con la fragilità della mente.

    “[…] Sono memorie in cemento armato in quanto testimonianza dei muri della fabbrica, memorie coriacee poiché granitici erano quegli anni per la durezza delle battaglie e il tipo di conflitto”, si legge in quarta di copertina. Questa memoria è guida per una storia che, seppure chiamata “romanzo”, somiglia a una raccolta di mini-racconti dove luoghi e persone fanno del tempo una materia penetrabile. Tutto cadenzato dall’intervallo dell’autore che interviene introducendo chi verrà dopo “a focalizzazione zero o meno”. Poco importa, qualunque sia il punto d’osservazione letterario resta la descrizione della polvere, la prova a misura di consistenza, gli accadimenti di una continua battaglia votata all’istinto. Un istinto libero di manifestarsi, operaio appunto.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Quando, nel 1922, Oswald Spengler pubblicava una prefazione definitiva al suo ormai classico “Tramonto dell’Occidente”, egli riprendeva e correggeva il testo della prefazione aggiungendo: “Nell’introduzione all’edizione del 1918 (...) dicevo di esser convinto che nel libro era contenuta la formulazione di un pensiero irrefutabile, tale da non dover essere più discusso una volta che fosse stato esposto. Avrei piuttosto dovuto dire: una volta che fosse stato capito”. E se, all’epoca il pensiero andava soltanto capito, oggi la comprensione di un testo, di qualunque testo, deve battersi in primo luogo contro un onnipresente marasma di opinioni e paralogismi ad hoc che diseducano le menti degli uomini. Questa è una tra le ragioni per le quali risulta difficile, se non impossibile, l’imporsi di quei pensieri tanto necessari sia alla nostra epoca sia alla sopravvivenza della specie. Nel 1996, la Laterza ha pubblicato la prima edizione de “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano, un libro che, nei vent’anni trascorsi, avrebbe sicuramente dovuto influenzare radicalmente un pensiero culturale se ve ne fosse ancora uno in grado di emergere dal rumore e dalla confusione della cultura ufficiale. Difficilmente, nel panorama italiano, è dato trovare un testo di tale densità teorica come quello di Cassano. Già dal titolo, il volume si presenta come un testo il cui valore di riferimento appare geografico-topologico eppure, interpretandone le strutture, si scopre in questo scritto non soltanto una lettura originale e multidisciplinare – una completa anomalia nell’accademia contemporanea – della modernità e dei suoi conflitti, ma anche una nuova chiave d'interpretazione filosofica delle categorie di questo nostro mondo ambiguo e strano. Si sente, soprattutto negli ultimi capitoli, la traccia o il tentativo di un’analisi sociologica ma, sin dai primi originali paragrafi, si coglie la profondità di una filosofia attenta, capace di trarre intuizioni di significato da ogni spazio del mondo, dal mare alla foresta. Cassano, in questo libro, riprende alcuni tra i temi principali della riflessione filosofica contemporanea e li intreccia, abilmente, fino a mostrare falle insospettate in quella riflessione che aveva accolto ed ammesso la predominanza di pensieri che presuppongono il riflesso di altre geografie le quali, partendo da larghe pianure e foreste leggono una stabilità nel mondo che il mare, panorama del pensiero meridiano, invece non concede. Hermann Broch scriveva tempo addietro: “Coloro che vivono in riva al mare difficilmente possono formare un unico pensiero di cui il mare non sarebbe parte”. L’intera cultura Greca, infatti, è un grande pensiero con al centro il mare come elemento fisico e come dimensione dello spirito greco: Θάλαττα! θάλαττα!
    Cassano rivendica la contrapposizione del continuo movimento-divenire del mare all’ombrosa stabilità delle foreste del Nord da cui nascono ben altri miti e filosofie e mostra come il pensiero sia anche localizzabile nelle sue geografie, così “orientarsi nel pensiero” (Kant) significa anche trovare quella direzione che determinerà lo sguardo e, per questo, c’è il mare come presenza fondamentale del “pensiero meridiano” per i Greci, ma anche come metafora della vita sempre in bilico tra essere e non-essere, tra la stabilità della terra e la natura infinitamente mutevole del mare.

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    recensione di Sergio Caldarella

  • "Le ultime diciotto ore di Gesù", di Corrado Augias, è un capolavoro di introspezione, affidato a pochi, determinanti personaggi e alle loro vivide testimonianze. Al centro del racconto - chiuso in uno struggente silenzio - c'è Joshua Ha Nozri, nato in Galilea e destinato a riformare il mondo. Bambino ribelle, carattere tenace, sensibilissimo, Joshua sarà protagonista del dramma che tutti conosciamo. La sua cattura e messa a morte si svolgeranno in poche, concise ore, trascorse le quali nulla sarà più come prima.
    Augias ripercorre con maestria le strade religiose e politiche che portarono all'arresto del profeta. Da Pilato a sua moglie Claudia Procula, donna tormentata e dal passato diffcile; da Caifa a Joseph, il vecchio padre di Gesù, fino a Caio Quinto Lucilio, la vicenda viene analizzata da un punto di vista inusitato, quello strettamente processuale. Tenendo conto, però, delle reali motivazioni che - passando per l'incapacità e l'inettitudine dei protagonisti - portarono alla messa a morte di un illuminato riformatore.
    Lo stile è perfetto, elegantissimo, nella descrizione dei protagonisti e del paesaggio. Lo stridìo delle ruote dei carri, le grida della folla, la polvere delle strade di Gerusalemme, il belare delle bestie, il sudore, il sangue. Un mondo che sta per esplodere, mai abbastanza pronto alla vera rivoluzione dei cuori.
    Il personaggio meglio riuscito del romanzo è proprio quello di Caio Quinto Lucilio, intellettuale deluso che ormai "non crede più" e che, però, rimane abbagliato dalla figura di Cristo. A lui, nella conclusione del libro, viene affidato - crediamo - il pensiero dell'autore. Nel rispetto dell'altro, nella gentilezza, nella rinuncia all'egoismo, c'è la sola salvezza possibile, la possibilità di vivere il solo tempo che c'è dato, "ora e qui".
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • “Si aprano le danze” monito d’apertura e titolo della silloge di Maria Luisa Mazzarini che accompagna il lettore verso quanto di più bello la vita può proporci. È una primavera dalla libera forma, che veste “di poesia e di mare”, regalando pennellate di colori e “frammenti di bagliori” dati dalla consapevolezza di un’esperienza maturata, e dalla voglia di continuare a scorrere, nonostante i silenzi o le dure prove di questa esistenza.

    La poetessa scioglie nei versi quel brio di chi ancora sa sognare, e lasciare segni importanti di quanto si è appreso. La stessa forma è slegata dai canoni stilistici conosciuti, ma ogni parola ha il suo preciso spazio. È emozione che danza nella pagina, impregnando con l’inchiostro, il tempo, i pensieri, i segreti, che si aprono al mondo solo se abbiamo occhi grandi per vederli realizzati.

    Ed è sulle punte leggere, attraversando profumi e colori, di notte o di giorno, che quell’umanità si fa concreta e sboccia, in tutto il suo splendore. Ecco allora quella “quasi farfalla” che volteggia e s’apre, diventando testimone di quei valori come l’Arte, la Libertà, l’Amore. Difatti danzare da sempre è stato il sinonimo di indipendenza e evoluzione dei movimenti, con l’aiuto del suono d'anima e corpo.

    Con quest’opera la poetessa fa tutto questo con le parole. Trascina, trasporta, ferma, lascia, dona, suggestiona, accarezza, incanta, sorprende, fa ballare in quell’immensità di infiniti spazi che la mente sa creare affacciandosi nell’azzurro del cielo o del mare.

    “Svirgolettate” e assestamenti di sospiri che esplodono in tutto il loro fragore, squarciando con una positività disarmante, anche dove vivono “inquieti pipistrelli”.

    Già perché in questa natura vi sono luci e ombre che convivono nella loro diversa complementarietà, ma sta a noi dare il senso, o scegliere con che sfumature dipingere il nostro capolavoro più bello.

    Ascoltare quella voce che nella sua semplicità, può far volare e permettere salti o passi determinanti per crescere con unicità spettacolare.

    Diventa allora facile essere fuoco, luna, anemoni fluorescenti, stelle devote o scintille di luce, per trovare la vera dimensione, e come un derviscio, continuare a roteare tra mistero e bisogno.

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  • Il detto recita: “Più della meta, conta il viaggio”. Si può adattare a un romanzo giallo? Stephen King dimostra, con coraggio, di sì. Colorado Kid è il suo primo mystery, un libro sostanzialmente poco amato da critica e pubblico, soprattutto - si legge in giro - per via dell'atipico finale.
    Ambientato a Moose-Lookit, piccola isola del Maine, l’avvincente e ingarbugliato racconto del Re prende forma attraverso le parole dei due anziani giornalisti del “Weekly Islander”, modesta pubblicazione locale. La redazione ha da poco accolto una stagista, Stephanie McCann, incuriosita dai modi particolari del luogo e dalla sfida di una nuova vita.
    Come per la novella che ha ispirato “Stand By Me”, tutto ruota intorno a un corpo, un cadavere; un’indagine irrisolta nel cuore come nella mente dei giornalisti che se ne sono occupati a suo tempo.
    Con la sua consueta scrittura svelta e seducente, King agguanta il lettore per il colletto e lo costringe a condividere fino in fondo la sete di conoscenza di Stephanie, la sua curiosità, le sue speranze di giovane donna a confronto con una generazione passata, ma ancora viva e vegeta.
    E neppure disdegna di disseminare lungo il percorso, velato di nebbia e malinconia, quelle perle di saggezza alle quali, fra un brivido e una lacrima, ci ha sempre abituati. Ad esempio che esistono storie diverse dalle altre, proprio come quella di “Colorado Kid”, dove, come per i meccanismi della sorte, le spiegazioni logiche lasciano il tempo che trovano. Lasciano ombre, più che luce.

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    recensione di Francesca Fichera

    • Inferno
    • 24 agosto 2015 alle ore 16:51

    Il sesto thriller di Dan Brown (il quarto ad avere come protagonista il professore Robert Langdon) diventa in ottobre 2016 un film dalle ambientazioni indubbiamente bellissime. Non potrebbe essere altrimenti, visto che lo scenario iniziale è Firenze, si prosegue per Venezia e si decolla addirittura verso il medio Oriente. Al centro del fitto intreccio, ricco di colpi di scena e di carte rimescolate a dir poco vertiginosamente, c’è la caccia a un luogo misterioso da cui sarà cambiato il destino del mondo. Il libro segue la serie Langdon iniziata nel 2000 con il libro "Angeli e demoni" e continuata con il "Codice da Vinci" nel 2003 e "Il simbolo perduto" nel 2009.
    Cosa si farebbe se si potesse salvare l’umanità sacrificandone una parte?
    In “Inferno” di Dan Brown (Mondadori 2013) l’evoluzione dell’ingegneria genetica si affianca di pari passo a una rilettura interessante della Divina Commedia: l’autore ci mostra il nostro capolavoro attraverso i suoi occhi da straniero, ne amplifica il valore e ci aiuta forse anche a ricordarne la grandezza universale. La lettura, come lo scrittore ha abituato i suoi lettori, è incalzante e alterna piuttosto bene i momenti descrittivi a quelli di azione e a quelli di introspezione (in genere funzionali alla suspense). Viene di continuo da cercare su internet i luoghi dell’ambientazione, con il libro ancora aperto e la pagina letta per metà, per la voglia di visualizzare meglio i movimenti dei personaggi. Finale controverso e sorprendente.

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    recensione di Cristina Mosca

  • “Non avevo capito niente” (Einaudi, 2007) è il primo libro della trilogia di Diego De Silva che ha per protagonista l’avvocato napoletano Vincenzo Malinconico. Finalista al Premio Strega 2007, il libro è di lettura molto agevole. Se si accetta di lasciarsi trasportare dal flusso di coscienza del narratore, spesso molto divertente, si finisce per soffocare più di una risata. È una buona lettura da ombrellone, costruita su un personaggio verosimile, dalla bassa autostima, che da un certo punto in poi è costretto a fare delle scelte e di conseguenza vede iniziare a cambiare anche alcune cose che si trascinavano da tempo intorno a sè. Il ritmo della lettura è posato e le descrizioni dei personaggi irresistibili, a volte caricate, ma non forzate. Il punto di vista del protagonista, che narra in prima persona, è sempre estremamente ironico, a tratti nevrotico, indubbiamente sempre molto vivido e colloquiale. La sensazione finale è che ci sia un’estrema sensibilità latente che abbia quasi il pudore di venir fuori, come fa invece negli ammiccamenti al pubblico femminile o nelle digressioni di argomento musicale. Gli altri libri della trilogia sono “Mia suocera beve” (2010) e “Sono contrario alle emozioni” (2011); la trilogia è contenuta in “Arrangiati, Malinconico” (Super ET, 2015).

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    recensione di Cristina Mosca

  • La domanda che muove le pagine de “Nelle case della gente”, di Mirko Tondi, è: si può realmente sfuggire a ciò che si è?
    Fiorentino, classe ’77, Tondi ha dalla sua una scrittura profonda, matura. Capace, soprattutto, di grande sottigliezza psicologica.
    Si può, dunque, inventare per se stessi un anti-destino? O tutto è già scritto in quegli anni (i primi) che ci formano e ci segnano per sempre?
    Il romanzo si fonda su questo dilemma e avvolge, cattura il lettore, tanto che riesce difficile allontanarsene. Mentre lo si legge, turba a lungo e tiene sospesi in un dubbio, come se ci cogliesse il sospetto che, quella che stiamo leggendo, sia anche la nostra storia.
    Le case di cui Tondi parla ci rappresentano: sono come anime che accolgono avvenimenti, proteggono, feriscono per sempre.
    Un’effrazione antica che non si rimargina, legata alla figura paterna, condiziona le scelte del protagonista, che non ha nome, o che potrebbe forse chiamarsi K., come il grande scrittore ceco de la “Lettera al padre”.
    In un gioco di coincidenze, che Tondi richiama e rimuove con distacco solo apparente, balugina una possibile risposta. Che, però, non soddisfa. Non bastano i  sogni di gloria, le amicizie, un lavoro che aiuta a vivere. Non basta la scrittura, che sempre ripara e fa da approdo momentaneo: bisogna cercare una verità più profonda, che appare e scompare di là dalle rivelazioni, dei fatti concreti, dei segreti svelati.
    Una verità che si manifesta soprattutto nell’incapacità di radicarsi, di scegliere per sé strade rassicuranti, quelle che tutti percorrono: una famiglia, un figlio.
    Ma c’è pure una risposta che trapela, disperatamente, dalle pagine dei libri che si amano, in cui ci si è imbattuti per caso o per scelta. “Tutto ciò che so della mia vita, mi sembra di averlo appreso dai libri”, scriveva Sartre, e così il protagonista del romanzo cerca, nonostante tutto, una possibile chiarificazione nelle storie già pensate, nella vita già raccontata da altri.
    “Nelle case della gente” è un romanzo doloroso, lucido, ricco di tensione narrativa. Un lungo racconto senza finale, sospeso come tutto quello che non può essere risolto. Dobbiamo imparare a convivere con le domande: questo chiede la vita, ogni vita.
    Eppure, di là dal dolore e di ogni possibile ricerca, oltre ogni comprensione, di là dalla ferita che non guarisce, c’è una strada salvifica, che non è rinuncia né debolezza. Mirko Tondi la indica al lettore solo nel finale, delicatamente.
    Un bel libro, che ci fa amare il suo autore, scritto in modo fluido, seppur ricco di rimandi, nel gioco di citazioni che vuol confondere la realtà con la finzione narrativa. Cosa, questa, che è sempre la cifra della buona scrittura.

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    recensione di Tullia Bartolini

    • Moiras
    • 10 agosto 2015 alle ore 10:57

    Una raccolta poetica particolare, in cui passato e presente si intersecano. L'uno dipende dall'altro. Esempio di ciò è la premessa in prosa del libro in cui l'autrice narra di Roma. La città si erge tra le pagine. Roma caput mundi, musa di ogni civiltà. Il tempo scorre tra le sue vie scandendo le ere.
    "... Roma è tutti: spoglia, resto che si dilegua, solitudine... Un ponte sul e nel tempo in cui i ricordi sono vivi regalando sensazioni ed emozioni. Nella Roma dei santuari della meraviglia celeste, l'invisibile scorre. È l'invisibile morte che segna catene di vivi che non morranno mai". Leggendo questi versi è facile immaginare il Verano che accoglie e protegge i defunti con semplicità ed amore. Grandi mente vi riposano all'ombra delle lapidi.
    "... Nella casa grande della notte chiara luccicano i morti. Nella città di sempre, Fra gli stagni vetrigni della brezza, I morti senza morte!"
    Vita e morte si alternano tra le righe di questa raccolta duale dalla lingua ai contenuti: spagnolo e italiano, passato e presente. Un testo che rispecchia la natura ed il mito con grazia e chiarezza. La poetica è frammentaria, elementi opposti come luce ed ombra, si alternano creando scenari unici ed irripetibili. Una lettura affascinante in cui i versi si snodano tra filosofia e misticismo, frasi brevi che creano bellezza e significato. Gli stati d'animo si specchiano nelle stagioni e le determinano. Una silloge preziosa che racchiude verità universali custodite nel tempo, che vengono rivisitate per renderle attuali. La poesia diviene un messaggio antico e prezioso.
    Moiras di Francesca Lo Bue è una lettura piacevole ma non semplice, forse non adatta a tutti. Necessita di attenzione, sensibilità ed empatia per seguire il percorso tracciato e descritto dall'autrice.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • La penna della Iaccarino si immerge nella quotidianeità, descrivendo come la brillante e apparente serena vita di Lanty, una giovane Accessories Designer si ritrova di fronte a una realtà non così idilliaca. Tra sacrifici e conquiste, con un matrimonio alle spalle di 10 anni con lo storico compagno Marcello, divenuto un giornalista, le sfide non mancano.
    Seppure bella e affascinante, è costantemente messa in crisi dal due di picche del marito che non cede alla sensuale mogliettina, nonostante ella escogiti ogni modo possibile per indurlo in tentazione e saziare le sue voglie. Oltre le resistenze e le piccanti “trasformazioni”, Lanty mette a nudo in ogni senso la sua femminilità, aiutata dai consigli dei suoi assistenti di laboratorio Alex e Daniela.
    Ma spinta al limite della resistenza, il rapporto va in tilt con le avances di Guido, l’amico di sempre, l’avvocato Don Giovanni che con il suo “savoir faire”, riesce a farla cedere alla follia.
    E quando sembra di aver riacquistato la libertà di vivere le proprie emozioni, un “click” inaspettato cambia la prospettiva e dalla carica massima di erotismo si passa ad una situazione ben diversa.
    Lanty non si dà per vinta, e cerca con le unghie e con i denti di scoprire la verità, sbattendola così in faccia al marito e, con il suo tacco 12, può davvero guardare in faccia la nuova vita avanti.
    “Perché l’amore non va mai relegato né tanto meno lasciato nell’ombra. L’amore dà luce e merita luce. L’amore non ha sesso, né ceto o razza, né religione o lingua. L’amore è amore. Quando si ama, bisognerebbe mostrare con fierezza i propri sentimenti. Qualunque essi siano e verso chiunque. Alla luce del sole. Perché l’amore merita il nostro rispetto. Sempre.” 
    Un romanzo che si legge tutto d’un fiato... magari con un buon cookies in bocca!

    [... continua]