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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Capita raramente di leggere poesie sorridendo: ma non ci si può impedire di farlo, leggendo la raccolta di Giuseppe Terracciano.
    Brevi, folgoranti intuizioni, anche dolorose, amare riflessioni; tra queste, ci soffermiamo su "Stanno passando": è sufficiente il titolo di questa poesia sobria e raccolta, con a fianco la foto di una solitaria strada imbiancata di neve, a darci la sensazione immediata di una desolazione senza ritorno.
    Delusione e sì, sorridente, ecco quanto ci offre la tenera lirica intitolata "Che 'tte devo dì": in pochi versi viene tratteggiato elegantemente un amore finito, ma con una straordinaria capacità di mettersi in causa in prima persona.
    Bellissimo, veramente da leggere e rileggere, il testo di "Fratello dormi tranquillo", versi stretti e acuti e quella chiusa formidabile "Non lascerò che morda i tuoi sogni", accompagnato dal disegno così evidente e così parlante.
    Da non mancare poi, in "Profondità", l'immagine dei due mari che si incontrano, simbolo chiaro dell'incontro fra due persone: e quanto di sommerso e quanto di non detto, con la chiusa illuminante che ci riporta con tanta umana umiltà alla nostra incapacità di rispettare gli altri.
    Si legge con piacere il "Quaderno delle citazioni"; da apprezzare  in particolare l'Epitaffio: brevissimo, folgorante, un lampo di genio divertito.
    Un testo agile, che si presta a parecchi livelli di lettura, e che lascia supporre una capacità introspettiva unita ad una eleganza di stile davvero notevole.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Durante la stesura di “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, nel 2006, David Grossman ha perso suo figlio nella guerra del Libano. Aveva l’illusione, scriveva, che il libro lo proteggesse. Non è stato così. In “Caduto fuori dal tempo”, scritto sei anni dopo il lutto (2009-2011, pubblicato in Italia nel 2012), Grossman rompe il silenzio con il mondo – a cominciare dal suo interiore – e affronta con immane fatica la profonda nostalgia, il senso dell’irreparabile che lo legano a questa tragica esperienza.
    Tutto quello che riesce ad elaborare è una narrativa frammentata, spezzata da continui a capo, enjambement, lamenti: un’operazione che immagino funzionare in lingua originale come una litania. Una preghiera.
    L’unica prosa lineare è quella del narratore, per l’esattezza un cronista, che si muove tra persone e voci diverse, tutte accomunate dalla perdita di un figlio. Ecco la madre che non si dà pace, ecco il padre che vuole andare “laggiù”, ecco un altro padre che invece non ne vuole parlare. Attraverso la tematica del viaggio vengono confrontate le rabbie, le disperazioni, i dolori che queste persone condividono, per guarirle, superarle… capirle? Certo ci sono cose che non hanno soluzione, e noi, dal di qua, non possiamo fare altro che accettarle, anche perché, per ogni persona che muore, dobbiamo prendere coscienza che la sua morte non muore mai.
    Libro da maneggiare con cura e con rispetto, perché è molto intenso.
     
    “Io
    immancabilmente penso: come posso
    passare a settembre
    mentre lui rimane
    in agosto?”
     
    “Vorrei imparare a separare
    i ricordi
    dal dolore. O per lo meno una parte di essi,
    per quanto è possibile, perché non tutto il passato
    sia così intriso di dolore.
    In questo modo potrei ricordarti ancora di più,
    capisci? Non avrò paura ogni volta
    del bruciore dei ricordi.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ho scelto questo romanzo perché mi piacciono i gialli, amo i dialetti e sono appassionata di gastronomia.
    Non sono mai stata in Sicilia e ho pensato di incontrare quella terra attraverso il suo dialetto e i suoi sapori.
    All'inizio non si capisce nulla: il libro pare un gomitolo di lana molto intricato.
    Il commissario Montalbano è alle prese con un triplice delitto: vengono trovati morti uccisi un "picciriddu" - un giovane - e due coniugi "vecchiareddri".
    Fra i tre sembra non esserci alcun legame; si vedrà, invece, nel corso della narrazione, che esisteva tra loro uno stretto rapporto.
    La matassa del romanzo si dipana piano piano fino a sciogliere completamente tutt i nodi e, dopo tanti colpi di scena, si giunge ad un finale inaspettato ma molto, molto logico.
    Andrea Camilleri possiede la capacità di far entrare realmente il lettore nella trama: c'ero anch'io, sull'autobus per Tindari, accanto ai coniugi Griffo, quel sabato...
    Ero lì al commissariato di Vigata con Montalbano, Mimì, Catarella, Fazio a condividere gli sviluppi delle indagini.
    Ero anche presente ai pranzi e alle cene del commissario per assaporare le prelibatezze della gastronomia siciliana.
    In un giorno e una notte ho concluso la lettura.
    Sono rimasta affascinata da come il libro è stato scritto, da come sono stati ideati i personaggi le cui vite, pur tanto diverse,si incastranmo a meraviglia l'una nel'altra come un perfetto intarsio.
    Ma soprattutto sono rimasta colpita dalla forza espressiva che il dialetto di Camilleri sa dare alla narrazione.

    [... continua]
    recensione di Lidia Taffurelli

  • “Quanto pesa quello che siamo? E quello che abbiamo?”
    È una lista di sogni, questo romanzo. La lista, appunto, è quella della spesa che finisce nel carrello affittato al supermercato. Due donne, Erica e Tea, spiano il contenuto del mezzo che per natura della logica arriva alla cassa. Non si parlano, non si conoscono. Ma si ammirano. Una è famosa, l’altra no. Una è la protagonista della serie tivvù “Testa e Cuore”, l’altra sembra essere l’appassionata casalinga che non perde una puntata della recita televisiva. Tutto sembrerebbe raccolto in questo crogiuolo di sentimenti. Ma c’è molto altro. Il romanzo racconta la vita che già di per sé è un sogno. Il sogno, appunto, di Erica che conosce Tea per la sola visione fascinosa. La battezza come “signora Cunnigham”. È un punto di riferimento. Chiara Gamberale è nata a Roma nel 1977. “Le luci nelle case degli altri” è il suo romanzo di rilievo.  Scrive “quattro etti d’amore, grazie”, uscito nel duemilatredici, caricando le pagine con chili d’emozione. I personaggi prendono vita e, seppur ragionevolmente ricchi di passione come si conviene al romanzo, trasmettono il fascino della vita comune. Non è un caso se il centro della vicenda, quello che dà il massimo spunto di riflessione, si specchia al supermercato che è traduzione alimento della sopravvivenza. Una lista di sogni appassionati sugli scaffali. Interverranno altri personaggi: i mariti, i figli, la madre, l’Isolachenonc’è, Wendy e PeterPan. L’amore. Duecento-trentadue pagine che scorrono come un fiume calmo. Duecento-trentadue pagine scritte con cura dei particolari: grammatica, sintassi, colla appiccicata al petto che non si stacca fino alla fine. “Testa e Cuore”, appunto.

    “Ora capisco perché da quasi un mese al supermercato non la vedevo più, e perché oggi ha fatto quella spesa, a modo suo ricercata, proprio lei che va sempre di fretta, inseguita da tutto il suo da fare. Certo, la Fidelibus e il marito vorranno passare una serata romantica, vorranno mangiare una zuppa come si deve, se pure pre cotta, bere un buon bicchiere di Cabernet e convincersi che, finché c’è la salute e c’è l’amore, c’è tutto”. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Un salto nell’antica Roma
    di Francesco Primerano
     
    In tutti noi, la storia della Roma antica evoca impressioni sopite di imperatori e imprese eroiche di centurioni e legionari e sappiamo per certo che sono quelle le origini nostre e del mondo in cui, a distanza di millenni, ancora viviamo.
    Anche la legge Aquilia di cui il nostro Autore esplora tutti gli aspetti, mostrando una competenza e una comprensione particolare, potrebbe essere considerata l’embrione da cui sono nate le leggi e i codici attuali su cui si basa il nostro vivere civile.
    Il trattato non è adatto a tutti, nel senso che non è un racconto né una raccolta di versi, ma Francesco Primerano rende l’argomento piacevole e interessante, proprio perché è evidente la sua conoscenza approfondita e la capacità di coinvolgere anche il lettore meno erudito con esempi che spesso riguardano episodi di vita quotidiana, perciò facilmente comprensibili.
    Perfino l’uso del latino che, a prima vista, potrebbe sconcertare chi delle lezioni di scuola ricorda a malapena qualche declinazione, alla fine, risulta perfettamente inserito nel contesto. Come si potrebbe, infatti, parlare di diritto romano senza le opportune citazioni nella lingua del tempo?
    Quindi, alla fine della lettura che scorre rapida e gradevole grazie alla chiarezza dello stile e alla capacità divulgativa dell’Autore, potremo sicuramente dire di avere imparato qualcosa di nuovo e, forse, troveremo molte similitudini perfino nelle regole dell’attuale società, quella del terzo millennio.
     

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • Il titolo del libro non vi tragga in inganno. L'opera di Francesco Primerano non è un manuale su come utilizzare i due social network: è molto meglio.
    Un viaggio, attraverso pensieri, aforismi che compiamo senza accorcene dal momento che apriamo Facebook o Youtube.
    Tanti cercano nel fiume di informazioni un proprio genere, un gusto musicale o un video divertente per rilassarsi, ci si iscrive in gruppi perché si condividono gli stessi interessi, si vuole gridare a tutti come la si pensa o semplicemente abbandonarsi a ricordi ed emozioni che solo noi possiamo apprezzare.
    Accompagnati idealmente dalla musica di sottofondo di grandi artisti italiani come Mina, Vasco Rossi, Renato Zero o internazionali come Beatles, Pink Floyd, Queen sono anch'essi compagni di pensieri ed emozioni.
    Facciamo dei due social network a volte un uso spropositato, ma proprio quell'abuso ne è costante linfa per chi accede ad un computer e cerca di comunicare ed assorbire esperienze dagli altri.
    Cambia il modo di reperire le informazioni con Facebook & Youtube, cambiamo noi stessi, ma è un continuo incontro e scontro tra generazioni.
    Io stesso non posso fare a meno di condividere i pensieri di Primerano, sondo Youtube alla ricerca di video divertenti o di guide per accrescere le mie conoscenze, o cerco amici di un tempo e di oggi e parenti vicini e lontani su Facebook, per condividere interessi, notizie, arrabbiature e sfoghi, magari con la speranza di lasciare un segno positivo per chi aprirà quella pagina dopo di me. 

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

    • 3 Cuori
    • 17 ottobre 2013 alle ore 21:12

    Rimembranze

    E mi sovviene di te,
    tra i respiri del vento che odorano di mare,
    di melograni rossi spaccati dal sole,
    di arance succose,
    di croccante con mandorle tostate, miele e cannella.
     
    Sei ricordo goloso.

    Questa è una delle 69 liriche di Annamaria Citino, inserite nel libro "3 cuori", edito da Melino Nerella Edizioni.
    Poesie che parlano d'amore all'amore.
    L'amore delle tre C, non solo vissuto con il cuore ma, contemporaneamente, anche con il cervello e con la carne.
    Una scelta, quella di Annamaria Citino, che, pur non esaurendo in una sola volta il complesso spettro di sfumature che caratterizzano il suo modo di sentire e di fare poesia, certo ne connotano la tematica preferenziale: l’esplorazione di temi dell'eros (ma fuggevolmente anche dell’agape) non completamente svelati o da troppo tempo tenuti nascosti, intesa sia come intima autoanalisi e come opportunità di riflessionestimolo di vita per chi alla sua lirica si accosta in veste di lettore.
    Annamaria, sveste l’anima, letteralmente, tra i suoi versi.
    Impudica, ma sempre perfettamente candida, racconta ciò che molte altre donne, per timidezza o ipocrisia, non confesserebbero mai: l’importanza del corpo in un rapporto sentimentale, sia esso discendente dalla mente oppure dal cuore. Vivere pienamente la propria sessualità, senza see senza ma, è, per la poetessa siciliana, il segreto per accettarsi e consapevolmente proporsi come persona.
    La sua lirica scivola sopra e sotto le lenzuola senza mai tentare di nascondersi dietro a involuti giri di parole e, al tempo stesso, mantenendosi sempre nei confini del buongusto.
    Se Gesualdo Bufalino avesse letto i suoi versi l'avrebbe amata sicuramente e questo libro, probabilmente lo avrebbe descritto come “ballata delle dame del tempo che fu” nel suo romanzo "Argo il cieco"
    Perché Annamaria, perfetta nell’eterna gioventù della sua semplice lirica, sembra rientrare proprio nei canoni della donna solare nelle cui vene scorrono, mischiate al sangue, passione, tradizione e cultura mediterranee.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Un'economista cum laude che, con questa monografia, esordisce sul panorama scientifico del diritto e dell'economia.
    L'opera analizza un particolare aspetto del diritto della concorrenza: quello delle intese verticali. L'analisi prende le mosse dalla legislazione europea, per arrivare a studiare l'amalgama che si crea con la legislazione interna.
    Un libro prezioso per tutti gli operatori del diritto, della scienza economica e per i professionisti.

    [... continua]
    recensione di Basilio Antoci

  • “Masochismo? Esorcizzazione di altre più riposte paure? Esteriorizzazione delle nostre nevrosi? Fatto sta che a quasi tutti noi piace moltissimo leggere di cose paurose, pagine piene di tensione, gialli che ci eccitano. È stato sempre così, e del resto è noto come il racconto capace di suscitare emozioni di raccapriccio e paura sia una delle più persistenti espressioni della cultura dell’uomo: una risposta, evidentemente, a certe sue onnipresenti esigenze psicologiche.”

    Queste parole che hai appena letto arrivano dall’introduzione al libro. Niente di più vero poteva essere scritto. Il pianeta editoriale giallo è da anni molto apprezzato dal pubblico lettore. Personalmente “I delitti della Rue Morgue” è il primo reale capitolo che leggo basato su tale mappatura. Poe è un Maestro di questa arte scriteriata e ci tengo a dare merito alla lettera maiuscola che ne descrive l’onorificenza perché l’autore americano è stato il primo a creare con la penna un poliziotto detective. Parlo del Monsieur Dupin, protagonista della storia e personaggio di ispirazione per Conan Doyle, padre fondatore del famoso Sherlock Homes. A rendere merito al Dupin di Poe c’è la teorizzazione del caso di studio. Mi spiego: una volta consumato il delitto, Dupin percorre a ritroso il tragitto che avrebbe fatto l’assassino cercando di entrare nel suo progetto. Si chiede: cosa avrei fatto al suo posto? Così giunge alla risoluzione del caso. E così accade anche nei “I delitti della Rue Mourgue” dove è lo stesso Poe a funzionare da investigatore. Chi ha ucciso la fanciulla bellissima? Perché lo ha fatto? Sarebbe un delitto rispondere, adesso, a queste domande. Il consiglio recensore è quello di leggere il libro. Magari seduti sulla poltrona davanti al camino e sul lato destro un quotidiano aperto sulle pagine della cronaca. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Dopo aver letto “La vita accanto”, libro con cui nel 2010 ha vinto il Premio Calvino e si è classificata seconda al Premio Strega 2011, ho letto “Il tempo è un Dio breve”.
    Ildegarda è una donna che vive costantemente nel suo passato, cerca di scrutare in esso per dare un senso al presente. Idelgarda è una giornalista importante, che ha anche una grande passione per le piante, che cura senza mai stancarsi, ne acquista di sempre nuove. In fondo ogni pianta ha la sua storia, e un modo per accudirla.
    Lei è una madre che cerca il senso della vita, che vive in bilico, che si rifugia nel misticismo e nella religione per trarre la forza di affrontare ogni nuovo giorno, così diverso dai precedenti. Sposata con Pierre, che un giorno la lascia sola, scappa e va via, senza tanti convenevoli, rimane sola, smarrita, naviga nella vuotezza dei giorni incolori.
    Ma l’amore vero della sua vita è lì, e non è fuggito: Tommaso. Lui che sin da piccolo ha dovuto combattere il pregiudizio, la maldicenza, quella fastidiosa dermatite che l’aveva marchiato, come mucche al macello.
    Una delle poche persone che si è presa cura di lei è Marguerite, sorella di Pierre, che mostra un amore senza limiti: generosa, buona, tranquilla, forse anche perché a lei Dio aveva tolto il dono della fertilità.
    Grazie ad un amico oltremodo silenzioso, ma a dispetto di ciò pieno di saggia virtù, Ildegarda e il piccolo Tommaso si rifugiano in un albergo in Alto Adige ed è qui che due destini afflitti da uno stesso male verranno a contatto: “[…] Venivano entrambi da mondi pieni di parole che non ci avevano salvato dal dolore e dalla paura e in quell’amore muto soffocato sotto il piumone strappato dal letto cercavamo una conferma alla promessa, nata col mondo, che l’amore non finisce, che la morte non è l’ultima parola”.
    Tra Ildegarda e Dieter pian piano nascerà una feconda complicità, malgrado la loro lontananza data da differenti confessioni religiose, e il loro punto comune sarà la fede e l’amore per l’altro. Per Tommaso. Dieter anche lui ha avuto una vita divenuta mancante: la morte del piccolo Martin, e l’abbandono di sua moglie Marie.
    Il libro è molto variegato, l’autrice sa inserire citazioni bibliche nel testo, ma sa anche rovesciare la narrazione presentandoci la sensibilità femminile, la maternità, il dolore, la paura, ma ancora la ricerca della fede, la preghiera, il rapporto con il sacro.
    Si cerca la salvezza nella fede, nella superiorità del creato, nella bellezza della natura e del mondo, con le sue descrizioni e visioni affascinanti: “[…] Il problema era la notte, quando i ladri e gli assassini si dedicavano più volentieri ai loro delitti, quando più facilmente l'auto di chi usciva dalle discoteche o dai ristoranti si schiantavano contro muretti e platani e quando l’oscurità silenziosa allettava gli aspiranti suicidi offrendo loro l’immagine della nera quiete”.
    Si cerca una risposta, un senso che rimarrà amorfo, incompiuto come la sua anima, che ormai è spezzata, e come quel Dio che è assente, che rimane impassibile davanti a tutte le grida del mondo, a tutto quel dolore silenzioso.
    “Il tempo è un Dio breve” è un dialogo con la vita, con la paura di perdere un figlio, contro i perché di numerose sconfitte, una sfida, ma allo stesso tempo un gioco che porta a credere e a divenire consapevoli che la vita è in noi, ma anche negli altri.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Trailer Letterari” di Angelo Capotosto è sicuramente un libro dai molti aggettivi; composito, per sua stessa natura, e anche tripartito: in forma, contenuto e struttura. E quest’ultima è la protagonista, la padrona, la più funzionale delle parti. L’idea originale da cui trae sviluppo l’impianto di un esordio narrativo che si sforza di riunire in un sol colpo, e in trenta micro-racconti, nozione e riflessione, mente e viscere, ragione e sentimento. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il cinema, oltre a essere un’arte, è anche una passione, e che come in tutte le cose affini, come in tutti gli amori veri, convive un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, un’ala razionale e l’altra d’impeto. Però ciò che di “Trailer Letterari” balza subito all’occhio è la capacità di schematizzare, l’aver creato un gioco costituito da tessere che s’incastrano, ciascuna contenente un triplice riferimento - un film, una citazione e la liberissima elaborazione in forma di racconto del concetto che li lega -, ciascuna che rimanda all’altra in virtù di un ‘unicum’, di un filo conduttore latente. Che forse è il tentativo di un uomo di narrare le sue trasformazioni e il modo in cui cozzano con l’universo mondo. Allora il gioco si fa serio, a suo modo e non più di tanto, e sbanca le emozioni quando si attiene alle esperienze concrete, alla ‘finzione del reale’: è quel che capita nei casi di “Ti presento i miei/Casa dolce casa”, “Il curioso caso di Benjamin Button/L’esperienza” e “Mi presenti i tuoi?/Stillicidio”, ammantati di una sincerità che il più delle volte manca perché nascosta, laddove non dal sarcasmo, da una certa forma di ironia da social network, di umorismo ai confini del cinismo. Nel primo caso Capotosto prova a commuovere, nel secondo a divertire. In ambedue, si vede che si è divertito lui per primo - e che probabilmente continuerà a farlo, per la gioia di chi s'è appassionato alle sue micro-pellicole esistenzialiste.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Franz Feldman, giovane insegnante di storia, agli inizi della sua carriera, elabora un progetto nuovo che consiste nel non valutare ciascuna verifica formativa e sommativa, ma di assegnare un voto solo alla fine dell’anno scolastico, perché i discenti sviluppino appieno le loro capacità intellettive e umane, mettendo da parte rivalità ed invidie a vantaggio di un apprendimento sereno e responsabile.
    Il messaggio del progetto si può riassumere nell’aforisma di Martin Luther King: "Siate il meglio di qualunque cosa siate. Cercate ardentemente di scoprire a che cosa siete chiamati, e poi mettetivi a farlo appassionatamente". Così il docente Franz, secondo i dettami di Montaigne, è colui che lascia gli allievi migliori di quanto li abbia trovati, mentre  essi platonicamente partoriscono la loro verità.
    Il progetto, in una scuola quale quella attuale arroccata alla tradizione, incontra non poche ostilità, ma alla fine viene accolto da tutti i docenti, ad esclusione di uno, Karl Feldman, suo padre, che incarna la tradizione nella sua inflessibilità. Il motore di questa opposizione non è di natura meramente scolastica, ma risale a motivazioni che il romanzo svelerà. Particolarmente toccante il paragrafo secondo cui l’antico e il moderno sono a confronto in un dialogo tra padre e figlio che è scontro generazionale, dove Franz difende la sua posizione con una veemenza tale da spiazzare lo stesso acutissimo Karl.
    Lo scontro tocca il tema tagliente della relazione genitori-figli ed è tratteggiato con la penna della scrittrice Elisabetta Formisano, sempre molto abile e appassionata nella narrazione, pronta a cogliere le sfumature psicologiche dei personaggi, molto bene delineati e approfonditi attraverso anche la tecnica dialogica che fa emergere le peculiarità di ciascuno. Perfetta è la figura di Bruno Bellini, docente gay, conquistato dalle argomentazioni e dal fascino del giovane rivoluzionario Franz, fino a sostenerlo per l’intera realizzazione del progetto, che incontrerà molti ostacoli, interruzioni e riprese.
    Il plot, ben costruito, vede l’intrecciarsi di altre storie: l’amore per Virna, la protezione nei riguardi dell’allieva Clara, ragazza misteriosa con delle turbe psicologiche difficile da gestire.
    Franz è proprio un professore che tutti vorremmo avere per la cura che ripone nel proprio ruolo, per lo sguardo magnetico, per l’attenzione nei riguardi di tutti i discenti, soprattutto i più bisognosi, aiutandoli a far emergere il meglio di sé. E’ un Socrate, un tafano d’Atene, una figura fastidiosa ai più proprio per la grandezza del suo animo, per il suo acume e la forza con cui spinge ad interrogarsi per far emergere quella verità che per definizione resta nascosta. Un professore stile don Milani, per cui promuovere significa portare i discenti ad un livello di avanzamento psicologico, umano e culturale.
    Da docente sento di poter dire che il libro della Formisano tratta una tematica di estremo valore e attualità in uno stile accattivante, plastico, mai scontato, in un fluire lineare e scorrevole di parti narrative e dialogiche.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

    • DeStino
    • 10 ottobre 2013 alle ore 20:10

    Il Destino ha una doppia faccia, si sa. Può essere un alleato come pure trasformarsi nel nostro peggiore nemico. Ma il Destino lo si può “fregare”, basta solo un po’ di coraggio. Davide sembra saperlo quando, subito dopo aver avuto un incidente, riesce a dare un biglietto a Sara: “Ti amo”, due piccole parole con un significato così smisurato da poter cambiare la vita alle persone. Si rincorrono tra le pagine i due ragazzi e noi lettori non possiamo fare a meno di immedesimarci nella loro storia. Vorremmo entrarci e spronarli, dargli qualche “dritta”, gettarli l’una fra le braccia dell’altro. Un ragazzo innamorato e una ragazza che dell’amore sembra avere paura. Un passo avanti di Davide, uno indietro di Sara e viceversa, fin quando non s’incontreranno.
    L’autore ci dà una dritta giusta con le sue “istruzioni di lettura”, il libro si legge tutto d’un fiato per sapere come andrà a finire e poi con calma lo si rilegge di nuovo, per “ascoltarlo” meglio: solo così si sentono le note, solo così vengono in mente le canzoni. All’inizio di ogni capitolo, infatti, ci sono due spazi per il titolo e l’autore della canzone che il lettore “assegnerebbe” a quel pezzo di storia. Da scrivere a matita, però! Perché un giorno, chissà, rileggendolo ancora, i titoli potrebbero cambiare.
    DeStino di Luca Clementelli è così: una breve storia scritta con infinito amore. 

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • L’eternità di Roma, l’orgoglio di essere romani ma anche piccoli spaccati di quotidianità, raccolti a “quattro mani” dai bravi autori Davide Finesi e Gianmarco Fumasoli, emergono in “Roma secondo noi” con un  ritmo che, su sponde di poesia, ondeggia tra ottonari, senari accoppiati ed endecasillabi in vernacolo romanesco “dei nostri tempi”. Versi che, senza pretese, “riempiono er core”, invitano alla riflessione, rubano un sorriso.
    Una carrellata di liriche in sovraimpressione su foto in bianco e nero di Alceste Serbolonghi; i monumenti, i ponti, gli obelischi e gli angoli di Roma, sembrano accogliere le rime che, tramutate in farfalle, volteggiano ora sopra un campanile, ora sopra una cupola o tra i Fori, simulando il movimento di una città che non si ferma mai e che, al pari di una gran Donna, si presta al gioco, all’ironia di un poeta, perché sa di esserne la Musa ispiratrice.
    L’introduzione, nella presentazione ufficiale degli autori, vede gli stessi alternarsi alle prese con una “prosa ironica” che vicendevolmente li dipinge e li avvicina con una stretta di mano iniziale, tipica tra colleghi, per poi vederli stretti, nel caldo abbraccio, ideale dell’amicizia.
    Di-versi nella vita, in questo libro lasciano scaturire dal cuore l’identico, intramontabile amore per Roma.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Si può non essere d’accordo con Cesare Pavese. Non condividerne il pensiero, non accettarne la visione delle cose, delle persone. Si può prenderne le distanze, come lui fa dal mondo durante la stesura del suo diario - scritto in parte al confino, in parte in un’ampolla mentale continuamente scossa da un animo inquieto - ed allo stesso tempo riuscire ad amare, con combattuta e profonda tenerezza, “Il mestiere di vivere”: l’esposizione di una lunga serie di sussulti esistenziali culminata nel singhiozzo di uno dei ‘non-gesti’ più drammatici mai tradotti su carta. E mai riscritti in azione. Quindici anni di narrazione del narratore, di costruzione e decostruzione d’identità - un’identità drammaticamente consapevole dei suoi confini, condannata dalla propria stessa lucidità ad avere gli occhi costantemente bruciati dal sole; quindici anni di preludio, di significati preconizzati, di destini abbozzati e forse invocati. Pavese si frammenta per frammentare il mondo, preciso chirurgo dei fenomeni umani - dall’arte alla guerra, dalla poesia alle donne, dalla scrittura al sogno. Riflette, specula, amplifica; si perde e fa perdere, non senza tribolare e sospirare per la fatica, nei corridoi intricati del suo ‘filosofeggiare’ (tutt’altro che nel senso spregiativo del termine, ben inteso), fra i macigni delle sue definizioni, talvolta discutibili, altre volte folgoranti - come  «Comincia la poesia quando uno sciocco dice del mare “Sembra olio”», oppure «Soffrire è sempre colpa nostra» - e nei flutti dei suoi flussi di coscienza puntellati di parole straniere (inglesi, francesi, greche) e di citazioni illustri. Certo, la sua misoginia - di matrice adolescenziale e di destinazione misantropica - urta non poco, e spesso il ragionamento è un filo che sfugge perché s’attorciglia su se stesso, in anfratti mai davvero sondati o definiti dove del vivere alberga, più che il mestiere, il montaliano “male”. Ma un libro come questo, prova di una vita non qualsiasi, non è di quelle opere a cui si può far rinuncia. Se non altro perché, con veemenza e passione che scuotono pian piano le fondamenta, fa pensare a come una mente del genere è mancata al mondo, e a come sempre mancherà.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • La favola bella di Synthesis e Calypso di Giovanna Albi è un romanzo-saggio che parla del percorso sentimentale di un fanciulla.
     
    “[…] Ragazza, tu sei rimasta fanciulla, tu non vedi il mondo cambiare; le persone non sono a nostra disposizione. L’amore di qualcuno abbiamo avuto, ma questo non è per sempre”.

    Synthesis è la fanciulla che affronterà questo percorso di formazione, che sarà accompagnato da rimandi filosofici-psicologici, che entrano nella mente del lettore per porgli degli interrogativi, delle domande, per smuoverlo dalla nullità, e dall’aridità del quotidiano, dal certo di un’esistenza lineare. Quando un amore può veramente definirsi giusto? Quando una persona può realmente definirsi nostra? Quando in realtà non c’è più bisogno di chiedersi e porsi domande sulle verità e dubbi in un rapporto?
    Forse mai, forse sempre. L’autrice rende vivo e discorre il percorso evolutivo di un’amicizia, come quella con Amìthas, che funge da propulsore, da oracolo, e diviene dispensatore di pillole, di riflessioni sulla vita, sulle difficoltà, sull’amore. Tutto diviene un ricordo, un miraggio, una questione passata, niente deve essere più di quello che si dona; questa amicizia cerca di risvegliare il senso di sé, e l’importanza della propria forma, della propria intimità.
    Tra le pagine ci si inebria di parole che hanno e mostrano un’attualità disarmante:
    “Oggi una generale impotenza ci affligge, la miseria ci accora, la disparità sociale ci spinge a una novella rivoluzione. Resistere e poi resistere è il messaggio di Delfi; io ho perso il lavoro, ma non la volontà di guarire il mio popolo dalla stolta ignoranza. Sento un imperativo cocente a prendere una posizione netta in questo nuovo Medioevo; vedo pochezza intellettuale ovunque, ma soprattutto analfabetismo e deserto emotivo. L’uomo ha perso il senso del suo andare. Guerre ovunque, nuove tirannidi, false o mediocri democrazie […]”.
    Quanto ogni giorno siamo costretti a vedere il mercimonio che svende ogni valore? La purezza sta diventando una questione di rara bellezza, come dice l’autrice dobbiamo resistere, non mollare, per noi stessi, per l’altro, per il mondo che ormai sembra andare a rotoli.
    Si entra nel profondo della vita di Synthesis, ricordando gli amori passati, le sofferenze, facendo riaffiorare i dubbi, le incertezze, interrogandosi sulle proprie azioni, sulle dinamiche di avvicinamento, e di evoluzione. Si legge della bellezza del creato, dei suoi figli rigorosi: come il mare, le onde, il profumo della salsedine, il padre Sole, la cugina abbronzatura, la vita, e le sue eterogenee rappresentazioni. Sì arriva e si procede verso un viaggio, verso una scoperta, verso un affronto all’intimità che nell’animo di Synthesis è precaria, è vacua. Come l’esperienza del Cammino di Santiago de Compostela che è più di un viaggio, è un percorso dell’anima, è una collana che pian piano si forma e si plasma a seconda dei propri stati d’animo, è una partenza, è un viaggio senza ritorno, se non con una nuova ritrovata consapevolezza.
    Così come scrive meglio l’autrice: “Pensava che non avrebbe più rimesso piede nel suo paese, che avesse tagliato il cordone ombelicale che la teneva legata ai suoi ricordi, ma un uomo senza ricordi è come Atlante senza mondo; noi siamo i nostri ricordi e, anche se ci sprofondassimo nell’abisso più profondo del mare, continueremo a ricordare, perché la vita è in gran parte memoria di chi ci ha preceduto o di quello che siamo stati o che abbiamo pensato di essere. […] Così Synthesis va a elaborare il proprio passato e il significato del Cammino di Santiago proprio in quel borgo di Parnìs nel quale ha trascorso gran parte della sua esistenza”. Questo viaggio però è solo un anticipo, di quello che sarà la riscoperta della propria identità che toccherà le vette del Tibet, e si immergerà nel mondo dello spiritualismo buddhista. Sarà un viaggio attraverso anche la propria identità sessuale, di genere, come il rapporto di odio et amo con Belèn. Successivamente si racconta di Atene, e della sua discesa sociale, dando uno sguardo anche sul mondo, e sul senso della sua modernità, ormai decadente.
    Verso le pagine finali si legge di nuovo dell’attaccamento di Synthesis con la natura, quasi come a configurarsi ad una donna chiamata dal dio Pan, quasi una donna che è deliberatamente stata scelta per fondersi con essa, quasi un ninfa che sta per aspettare e rendere merito alla tanto agognata trasformazione. La stessa trasformazione che smuove tutto il libro, attraverso vecchie comparse, nuove figure, amori, che sono il senso dell’esistenza e la sua stessa negazione. Come la verità di Calypso e il loro amore vivace, assurdo, bestiale: “T’amo come si amano le cose oscure, segretamente, dentro l’ombra e l’anima…”. Che ora sembra echeggiare nel Pantheon e ricordare ed essere prova che solo in due si può raggiunge l’immenso.

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    recensione di Gino Centofante

  • L'opera al nero è un romanzo storico di Marguerite Yourcenar del 1968, le cui vicende ruotano attorno alla figura di Zenone, un filosofo, scienziato e alchimista che l'autrice immagina essere nato in Belgio nel XVI secolo. Dal libro è stato tratto nel 1988 il film "L'opera al nero", con Gian Maria Volonté nel ruolo di Zenone.
    L’autrice ci narra della vita del medico e alchimista, dal Medioevo al Rinascimento. Un uomo troppo avanti per il tempo in cui ha vissuto. Ha condotto una vita al “nero” come dal titolo, una vita, cioè ai margini, nascosto, segnata dalla clandestinità e dalla paura incessante. Per costruire questo complesso personaggio l’autrice si è ispirata alla storia reali di persone vissute in quei secoli come il chimico Paracelso, Michele Serveto, Leonardo dei Quaderni, Erasmo da Rotterdam e il filosofo Tommaso Campanella. Come tutti queste grandi personalità anche Zenone ha dovuto patire il fatto di anticipare il pensiero del tempo. La sua figura di martire si spiega durante il suo processo quando si accorge, discutendo con i teologi, «che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto».
    L’autrice sapientemente non si sofferma a ricrearci semplicemente un quadro storico, ma anzi, crea una sorta di dialogo interiore fra l’essere e l’anima, fra le idee, e l’azione, fra la verità, e la finzione. Zenone è un animo libero, e perciò diverso, contro ogni materia dello scibile umano: dalla vita quotidiana, alla religione, dalla sessualità, alla cultura. Un animo coraggioso che decide di schierarsi anche contro la più feroce e spietata arma di censura: L’Inquisizione, che inserirà un suo libro filosofico tra la lista dei Libri Proibiti. Straniero in ogni terra, malfattore in ogni luogo, solo dopo aver scoperto e combattute le sue verità, si spoglierà di ogni suo avere per tornare a Bruges, sua terra natale, sotto il nome di Sebastiano Theus. Siamo nel momento della Controriforma, e la libertà di Zenone sarà un duro prezzo da pagare, basti ricordare altri uomini di grande lungimiranza che hanno come lui percorso la via della verità come Galilei, o Giordano Bruno. Nulla è lasciato al caso, e l’autrice correda il tutto con uno storicismo davvero puntuale, quasi maniacale. Zenone se prima verrà aiutato da un priore che lo lascerà lavorare come medico in un monastero, dopo dallo stesso e dai suoi confratelli verrà accusato, e così la decadenza e l’uscire fuori allo scoperto,  l’essere riconosciuto, e quindi marchiato. Un’anima che vola, che si inabissa nelle tragicità del vero, che non si lascia intimorire, e stempera la sua vita, prima che la condanna riesca a portargli il suo conto.

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    recensione di Gino Centofante

  • “Il giorno che saluta frantumato”, saltellando nel quotidiano tran tran, ed è qui che si posa la penna di Pietro Pancamo, sbattendosi contro una realtà non sempre semplice da capire o da vivere. L’allusione al coraggio di fronte all’interrogativo: “Amore o desolazione?” di proseguire mano nella mano, cercando una concreta stabilità, in questo precario equilibrio di sensi.
    Ironizzare diventa la disinvolta capacità di mascherare le paure, metabolizzando la “melanconia”, nella poesia. Assemblando i pensieri o cercando la soluzione in chi può comprendere “il fagotto di stelle e di buio”.
     
    Le somiglianze, si celano stringendo “in un solo mondo/ città, mari e tempeste.” La condivisione diventa il rifugio ideale, e un punto d’arrivo o di partenza (dipende dalla prospettiva) o dalle vie che si progettano per liberarsi dal disordine e dalla voglia di ripetere l’emozione, in abbraccio o in un ricordo. “Gioachino/… Posa le mani, come due tele di ragno, sul davanzale e sta vicino alla finestra, tanto vicino quasi annusasse il vetro.”
     
    Spesso il contatto diretto con la “morte” è difficile da affrontare e fa stridere i denti, portando a: “Delusione/ Depressione/ Confusione senza pari/”. Anche le parole, corrono il rischio di diventare “formule” complicate di sogni irrealizzati e sorrisi persi. Eppure è in questi momenti di umana fragilità, descritti dal poeta, che il cuore torna battere e festeggia: “festeggio: sì, come Athos – uno dei quattro bravi un tempo a danzare, a lume di lama – m’infilzo preciso/ una bottiglia alla bocca/ deciso a brindare.”
     
    Oltre la malattia e “vetri appannati”, la lotta diventa serena e consapevole. Una maturata evoluzione, che firma e lascia “una scia di passi”. Consapevole di un passato che ha dato gioie e dolori, Pancamo si immerge nella descrizione di  chi “canta” in torme di rifiuti. Un leopardiano immedesimarsi, in una situazione inconcepibile, ma ahimè, all’ordine del giorno.
    “Così il rosso del mio sangue, che ogni mattina si sveglia,/non vuol dire più/ rigenerazione/ ma soltanto/ riciclaggio.”
    Frammenti che accompagnano il giorno a sera, diventando “coriandolo questa città in mano al vento!”.  Pancamo dirige abilmente l’orchestra d’umane emozioni, ispirato dal contesto cosmico. Attraversa infatti,  il bosco dell’inquietudine e del caos, “No, non per dimenticarti:/per rimpiangerti meglio/ (come direbbe il lupo/ a Cappuccetto Rosso)…/ e più gioisco più sono solo.”
     
    “Un un manto di vita”, si eleva anche a mezzanotte e tra racconti impregnati di mura, dentro e fuori, tra “i detriti del mio semplice destino”, emerge uno spiraglio di speranza, che dona la forza di andare avanti e riemergere all’alba nuovi. Annusando così, la vera essenza di essere parte integrante di un misterioso, ma allo stesso tempo, immenso disegno.
     
     

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  • "Fai bei sogni" è un romanzo autobiografico e introspettivo, redatto dall’acuto giornalista e scrittore Massimo Gramellini. E’ il racconto della sua vita. E’ la storia di un bambino che perde la mamma in circostanze che subito non riesce a comprendere e che poi però, divenuto adulto, non ha il coraggio di guardare in faccia. L’elaborazione del lutto dura quarant’anni, ma l’autore alla fine, grazie anche all’amore di Elisa, riuscirà a superare il terribile trauma infantile e a comprendere l’importanza del perdono. Grazie a questo tortuoso e doloroso viaggio interiore, Gramellini riuscirà ad ottenere quella felicità che ogni uomo avrebbe il diritto di vivere. Per dirla alla Dante, per arrivare in Paradiso bisogna prima passare per l’Inferno e il Purgatorio; ecco il motivo per cui l’autore per superare la sofferenza deve innanzitutto immergersi in essa e affrontare un percorso intriso di quella angoscia che poi lo porterà alla serenità esistenziale.
    Il libro è davvero bello e consiglio di leggerlo, ma una breve nota critica mi sento di esprimerla ugualmente, essa concerne la parte iniziale. Personalmente credo che in alcuni passaggi il suo proverbiale umorismo, visto il drammatico tema, si riveli un po’ forzato e pertanto non l’ho particolarmente gradito.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Finito di leggere la seconda opera di Filippo Gigante dal titolo suggestivo “La piscina della mamme”. Un titolo che si lascia scoprire pagina dopo pagina, che acquista un senso solo con l’evolversi della storia.
    Questo libro parla di due donne, Olga e Berta, e della loro storia, del loro viaggio, della loro fuga dalla terra natia. Due donne originarie di Praga, una terra affascinante, deliziosa, ma anche spietata, brutale, nonché belligerante.
    La fuga dalla loro terra d’origine non è una capriccio, o una superfluità, è invece difesa alla vita, alla loro storia, alla memoria che come un labirinto intrecciato ogni tanto lascia schiudere e intravedere oggetti segreti.
    La Cecoslovacchia è sotto assedio dell’Unione Sovietica, si respira nell’aria un clima di forte tensione, di guerra, di lotte intestine, che solo col sangue e col ferro vedranno la loro risoluzione. Tutto ciò porterà una forte concentrazione migratoria verso l’Italia, una terra tutta da scoprire, straniera per stranieri, dai modi diversi, dalle abitudini differenti, dal temperamento di difficile ripetizione.

    Il libro si compone di vari tuffi, che scandiscono l’evoluzione della storia; nella mente del lettore ci si configura quasi un tuffatore che è li sul trampolino, conosce la sua storia, il suo passato, i modi di vivere, conosce però anche l’evoluzioni, che sottoforma di slanci arriveranno a diventare maturità, e a staccarsi da un cordone imprescindibile.
    La stessa maturità che Olga e Berta nel corso della storia acquisteranno. Nella prima parte viene pian piano introdotta la loro storia, con rimandi a particolari di guerra, subito dopo si conosceranno meglio le due protagoniste, due donne legate da una profonda amicizia, dai modi affabili, l’una appassionata di letteratura, e grande cultrice di Shakespeare, l’altra specializzata nella cucina.
    Attorno alla vita di queste due donne girano anche altri personaggi, come il signor Spaccaprimo, un omaccione dai modi strani, burbero, e alquanto meticoloso. Poi c’è la famiglia Scarafoni, dal carattere tutto esuberante, composta dalla moglie Marilda con la passione per il canto, dal marito Ubaldo che è proprietario di un maneggio in cui si pratica ippoterapia, ovvero l’equitazione usata a scopo terapeutico, qui viene aiutato dal figlio Raffaele e dalla fidanzata Lucia, una giovane dottoressa veterinaria.
    Dentro questo quadro familiare le due donne impareranno ad acquistare fiducia, a conoscersi e a conoscere gli altri, ad apprezzare la loro terra di adozione e a non rimpiangere nulla che ormai è diventato passato.
    Del resto del libro non sto qui a raccontarvelo, altrimenti non c’è gusto, dovete assaggiare voi stessi con i vostri occhi la storia delle due donne e di questo piccolo circolo familiare, arrivando a scoprire e a comporre tutto il puzzle fino alla fine.
    Un pregio dell’autore è la forza delle descrizioni, è il rendere particolare anche ciò che all’apparenza di primo impatto può sembrare una pura banalità. Sublimi le descrizioni di Praga, tra le tante apprezzate c’è sicuramente la descrizione dell’Orologio Astronomico del Municipio sito nella Città Vecchia.

    Leggete il libro per immergervi anche voi nella vostra piscina personale, a scegliere da che punto partire sarete solo voi, che sia: preparazione al via, sbilanciamento, spinta, fase del volo, ingresso in acqua, fase subacquea, uscita, poco importa, l’importante è tuffarvi, tuffarvi sempre nelle bellezze del creato.

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    recensione di Gino Centofante

  • I sommersi e i salvati è un saggio di Primo Levi. Scritto nel 1986, ultimo lavoro dell'autore, è un'analisi dell'universo concentrazionario che l'autore compie partendo dalla personale esperienza di prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz, allargando il confronto ad esperienze analoghe della storia recente, tra i cui i gulag sovietici.
    Questo libro viene alla luce dopo tanta consapevolezza che l’autore acquista, dopo aver passato e osservato gli uomini attorno a sé, dopo aver dispensato memorie, pensieri, sensazioni, storie, vita che si dimentica del suo stesso corso, ma che deve essere riportata alla luce.
    Già il titolo fa capire chi sono i Sommersi, e chi sono i Salvati, che sentono il peso dello scorrere dell’esistenza, quasi vissuta come una colpevolezza: “Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione”.
    Un filo conduttore di tutto il saggio di Levi che dopo questa opera si suiciderà, è il tema della verità/menzogna.
    Quanto di quel mondo è morto e non ritornerà più e quanto invece può tornare? E che cosa ciascuno può fare perché non vi sia questa possibilità?
    Quanto è giusto che la memoria continui a ricordare? Le dicotomie giusto/sbaglio – vero/falso – lealtà/slealtà possono essere mai sufficienti a spiegare quanto accaduto?
    Levi ci presenta il mondo dei lager in modo che variegato è dir poco, inserendoci anche i cosiddetti uomini della “zona grigia” che essendo delle vittime diventano carnefici a loro volta. Nel saggio si pone attenzione anche all’aspetto della comunicazione, che è deviata, quasi inesistente, ubbidire ad ordini che non si comprendono, è mai possibile? La negazione della parola, l’incomprensione, il malinteso, la lotta vana non hanno fatto altro che amplificare il male che ancora oggi non ha trovato un suo senso, e mai può trovarlo.
    Quanto gli uomini sono instupiditi, ignoranti, impotenti, davanti al potere che finge di educare? Educazione al male, all’annullamento, allo sputarsi addosso essi stessi, al controllo, tutto per seguire una stupidità umana.
    Un testo di fondamentale importanza, che andrebbe fatto leggere per tenere vivi i ricordi di ciò che è stato, e di ciò che sempre sarà; ricordare vuol dire portare rispetto, ricordiamocelo di tanto in tanto.

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    recensione di Gino Centofante

  • Questo è uno di quei libri che vorresti aver letto da secoli, ma che poi per un motivo o per un altro ne rimandi la lettura, stupidamente.
    “Alexis o il trattato della lotta vana” è l’opera prima di una giovanissima Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel ’29, è un romanzo epistolare scritto in prima persona che tratta il tema della sessualità, o meglio della propria identità.
    Alexis, è un giovane che è stremato dalla continua lotta contro la sua sessualità, ritenuta  come una malattia, come qualcosa da nascondere, qualcosa da cui star alla larga, qualcosa che non andava detto, qualcosa di inconfessabile.
    Il libro, è una sorta di confessione nei confronti della moglie Monique, che dopo lunghi periodi di colpevolezza decide di abbandonare.
    E’ un racconto davvero intimo, che ci fa entrate nei pensieri di Alexis, nei suoi stati d’animo, nelle colpe, nelle paure, nella voglia d’evadere, cosa che riuscirà a fare in parte attraverso la musica, le note, gli spartiti. Quasi a mettere ordine in mezzo a tutto quel caos interiore.
    Si legge anche di Monique, del suo animo accondiscendente, delle sue pene, del suo soffrire, che non è meno, e forse è più amplificato di quello dello stesso Alexis. La felicità non ha tante spiegazioni, deve bastare a noi stessi. Una lotta quindi che diventa difficile sia per chi l’ha dentro, che per chi la subisce. La lotta più difficile sicuramente è quella contro i propri istinti, le proprie passioni, il proprio essere al mondo; negandosi non si fa altro che far del male a noi, ma anche agli altri. Per fortuna che Alexis capisce che la propria felicità è più importante, del dispiacere degli altri.
    Così dentro così fuori: anima e corpo si congiungono.
     
    “Conoscete gli stagni […] da bambino, ne avevo paura. Capivo già che ogni cosa ha il suo segreto e gli stagni come tutto il resto; che la pace, come il silenzio, è sempre solo una superficie, e che la peggior menzogna è la menzogna della calma”.
     
    “Ho notato qualcosa, Monique: si dice che le vecchie case racchiudano sempre dei fantasmi; non ne ho mai visti, eppure ero un bambino pieno di paure. Può darsi che mi fossi già reso conto che i fantasmi sono invisibili, perché ce li portiamo dentro”.
     
    “Ma i libri non contengono la vita; ne contengono solo la cenere; è quella, suppongo, che vien chiamata l’esperienza umana”.

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    recensione di Gino Centofante

  • Hai intenzione di visitare gli Stati Uniti d'America per un giorno, tre giorni, una settimana o un mese? Hai intenzione di passare per Portland? Bene, se atterrerai almeno per qualche ora nella cittadina dell'Oregon non dimenticare di portare con te una mappa che indichi i migliori luoghi da visitare e le più belle cose da fare. Ecco, il consiglio sembrerebbe in saldo per come suggerito. Ma quando parlo di "mappa" non mi riferisco alla classica serie di fogli disegnati e plastificati. Ma intendo una vera e propria mappa del tesoro portlandiano. Chuck Palahniuk te ne consegna una.

    Lo scrittore statunitense (all'anagrafe Charles Michael Palahniuk) ha pubblicato nel 2004 "Portland Souvenir", un libro-guida turistica che nell'ironico modus scribendi dell'autore raccoglie tutto ciò che c'è da visitare nella cittadina. Si passa dai ristoranti con tanto di specialità della casa fedelmente riportata nero su bianco ai musei e luoghi incontaminati da oscure presenze, fino ad arrivare allo zoo e ai luoghi dove amarsi per una notte. Ogni suggerimento di visita è allegato a indirizzo e numero telefonico. Certo, siamo nel duemilatredici sfiorando il quattordici. Ma la guida turistica di Palahniuk è certamente utile per raggiungere i luoghi indicati anche se questi possono aver cambiato posizione o recapito numerico. Ma non è tutto: Portland Souvenir riporta a mo' di cartolina anche una fedelissima biografia dell'autore che negli anni '80 si è divertito a vivere con dedizione all'umorismo. Insomma, se hai intenzione di andare negli Stati Uniti d'America con scalo per almeno qualche ora a Portland non dimenticare di portare questo libretto di Palahniuk... magari insieme a un bestseller dell'umoristico scrittore americano.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Di mamma ce n'è una sola. La mamma è sempre la mamma. Cuore di mamma. Dietro i detti popolari c'è davvero la verità o piuttosto una serie di stereotipi che inchiodano il materno alla sfera del sacro e la donna al ruolo di madre-schiava confinata tra le mura domestiche? Nel suo ultimo libro "Di mamma ce n'è più d'una" (Feltrinelli, 2013, 314 pagine, 15 euro) - il terzo dedicato alla questione femminile, dopo "Ancora dalla parte delle bambine" e "Non è un Paese per vecchie" - la scrittrice, blogger e giornalista Loredana Lipperini si addentra nel terreno scivoloso della maternità smontando la credenza più dura a morire: che l'essere madre sia il destino della donna e che, in quanto tale, renda le donne "sacerdotesse della natura e mammifere portatrici di salvezza".  Quel totem, ovunque ma ancora di più in Italia, in nome del quale si combattono le battaglie più aspre. Perché sulle madri, sul loro corpo e sulle loro scelte ci si azzuffa e ci si scanna. Tra donne, prima di tutto, in un gioco al massacro che le sfinisce. 
    Il "divide" fa imperare chi o che cosa? Lo status, la Madre, il modello cui pare obbligatorio conformarsi a discapito dei milioni di madri reali che popolano le nostre famiglie. È così che la maternità si fa gabbia, innescando quel corto circuito ben sintetizzato dalla citazione di Simone de Beauvoir che è l'ispirazione e insieme il filo conduttore del saggio: "Poiché in quanto madre fu ridotta a serva, in quanto madre sarà amata e venerata".
    Vediamole, le battaglie che si scatenano sul corpo delle madri. "Fautrici del parto in casa e dei pannolini lavabili contro le "madri al mojito" che non disdegnano una vita sociale e lavorativa accanto agli impegni genitoriali", scrive Lipperini. "Madri totalizzanti contro madri acrobate dai mille impegni. Natura contro cultura (apparentemente). Femminismi contro femminismo, anche: perché sul principio dell'autodeterminazione si gioca tutto, e molte, moltissime giovani donne rivendicano una maternità esclusiva contro le madri "che erano anche altro". Contro le loro madri, in effetti". 
    Mentre le donne litigano e rivaleggiano, mentre "la complessità delle donne reali si riduce al solito scontro tra emancipate e mamme, tra pornofile e moraliste, tra escort e femministe" le madri, quelle vere, sono sempre più sole. Schiacciate tra il culto della Natura, che le vorrebbe "ad alto contatto" e che le spinge ad allattare al seno fino a tre anni di vita del figlio, diffidando di tutto ciò che è "artificiale", e un contesto reale, politico ed economico, che non solo non le sostiene ma addirittura le respinge (si pensi al mercato del lavoro e all'odioso fenomeno delle dimissioni in bianco). Sole, dunque, e possibilmente a casa. Ma santificate. Anche dal marketing, di cui Lipperini denuncia trucchi e ricorso ai più triti stereotipi. Perché le mamme, e i loro consumi, fanno gola. 
    "Madri, liberate le vostre figlie" è il titolo di un libro della psicanalista francese Marie Lion-Julin. Lipperini va più in là, risale la corrente: liberate prima voi stesse, dice. Scendete dall'altare dove vi pongono e dove spesso vi ponete anche voi. E allora sì che insieme a voi stesse salverete i vostri figli, che non si sentiranno più in dovere di essere speciali. Capiranno di dover essere nel mondo, semplicemente. E dunque di poter essere se stessi. 

    [... continua]
    recensione di Manuela Perrone

  • Lola Suàrez, giovane donna che beve rum e fuma il sigaro, che percorre la vita attraverso ricordi, sfide e gallerie d’arte, che s’incanta e si lega ad un quadro che racchiude la sua origine, continuità, speranza… 
    Donna, femmina tanghera, artista, incarta la poesia con la musica e dipinge il passato nel presente. Simona Bertocchi, Lola Suàrez… che dire? Un romanzo di vita, un trascorso in  pagine di storia, un giallo che non smorza mai le sue tinte ma le rinnova ad ogni pagina, in ogni meticolosa, accurata descrizione di personaggi ed eventi, spolverando e risollevando polvere sulla Storia che vede un’Argentina martoriata dalla dittatura che ha inferto profonde, insanabili ferite e al grido di "Nunca Mas": "Mai più", si rinnova la forza, per non dimenticare…
    L’autrice, Simona Bertocchi, fa danzare il romanzo attraverso una scrittura elegante, scorrevole ed armoniosa che percorre le ramblas di Barcellona accompagnata da una fragranza d’ambra e  dal suono di un tango che nasconde una fisarmonica nel cuore e non disdegna di condurre il lettore ad immergersi tra dolorosi percorsi, carichi di “umanità cancellata” e racchiusa in un solo nome: desaparecidos.
    Lola Suàrez vive la sua contemporaneità a trecentosessanta gradi tra arte, amore, inganni e speranza, cavalcando i ricordi dell’infanzia aiutata da Diego, suo padre, senza mai arrendersi e naviga senza sosta rincorrendo la sua idea che si fa sempre più reale, quella che suo fratello Julio, desaparecido, possa essere vivo…
    Leggere un romanzo così intenso, con un finale colmo di intrecci, crea al lettore la sensazione di aver intrapreso un avventuroso viaggio alla scoperta di celate preziose realtà.
    “Che colore ha la poesia?”
    Il “lunfardo, il caminito”… cosa sono?
    Solo divorando le pagine che l’autrice ha impastato come creta per far uscire un’opera d’arte, incidendo con forza, armonia e dovizia di particolari ogni elemento, attraversando il mondo con gli occhi del suo intrigante personaggio, Lola Suàrez, il lettore avrà modo di scoprirlo…

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli