username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Recensione contiene
  • Nome autore

Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Di solito di Salinger si ricorda solo il suo capolavoro “Il giovane Holden”, e l’opera tutta di Jerome si vede classificata per una letteratura per bambini che ad essa non si discosta, non sono d’accordo affatto anche se l’autore resta attaccato e fedele al mondo giovanile. Ho letto “I nove racconti” grazie ad un consiglio di un’amica aNobiana; la raccolta si apre con “Un giorno ideale per i pesci banana” in cui ritrovo solutidine, alienazione, dei genitori che pensavo che la figlia abbia sposato un folle, segue “Lo zio Wiggily nel Connecticut”  che attraverso il dialogo con delle amiche fa emergere la frustrazione latente dovuta all’assenza del dialogo con il compagno, e al rimpianto dell’amico scomparso; anche “Alla vigilia della guerra contro gli esquimesi” ritorna l’incomunicabilità che è matrice di un gruppo di giovani; “L’uomo ghignante” descrive una squadra di baseball, fatta di armonia, spogliatoi, allenamenti, ricordi vivaci, peccato che tutto viene inclinato dall’arrivo di una donna che fatalmente entrerà in squadra. “Giù al dinghy” ricalca quella leva che tutti condannano all’autore, la levità dell’animo gentile dei bambini. “Per Esmè: con amore e squallore” narra le vicende di guerra poco prima dello sbarco in Normandia, una distanza, un incontro, una lettera inaspettata; in “Bella bocca e occhi miei verdi” attraverso una telefonata telefonica si presenta un’assenza, un fuga, un’inspiegabile senso di vuoto che pervade; “Il periodo blu di Daumier-Smith” eleva l’animo a tutto ciò che può crede di essere, è un sorta di deliberazione dell’anima che immagina e costruisce, arrivando alla felicità. “Teddy” è l’ultimo racconto della raccolta, parla di un bambino prodigio, che viaggia su una nave da crociera con i suoi genitori. Un precursore di uno stile narrativo unico, con abilità e padronanza da restar a bocca aperta!

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La nostra esistenza è protesa alla realizzazione dei nostri desideri, e a cercare di mettere insieme i tasselli del puzzle della vita. Eppure, nel caos del tran tran quotidiano, capita che qualcosa si perde nel tempo e lascia il senso di incompiuto alle azioni.
    Arriva il momento in cui le emozioni scoppiano dentro, anche se celate dagli impegni e dalla finalità dettata dalle resposabilità assunte.
    Ed è questo il caso di Benton Swatch; uomo affermato e intelligente, diventato abile negli affari e nel tenere di conto alle “maturity del credito” ma con un passato ben diverso dall’attuale posizione di manager.
    Nel 1960 a Roma non indossava né giacca né cravatta, ma gareggiava insieme con l’amico Bull alle Olimpiadi come atleta. Ed è lì che Lijuba, prende forma. Giovane atleta ceca del lancio del giavellotto. Bionda, dallo sguardo penetrante, da un neo marcato, dalla pelle bianca e dal corpo ondulato.
    Un amore rimasto da sempre nel cuore, condiviso solo con l’amico caro Bull, che ha avuto la meglio. Ma il cammino procede: tra matrimonio, separazione, affari, fino a scoprire troppo tardi che anche Lijuba era innamorata di Benton.
    Una rincorsa indietro per proiettarsi avanti, e ritrovarsi ad affrontare la morte dell’amico/nemico di sempre Bull e quella verità; lasciata scritta in un quaderno rosso, e consegnato da un misterioso uomo Karl Hlinka, a Madrid.
    Sarà l’inizio di grandi cambiamenti che porteranno  Benton ad attraversare l’Europa, combattendo contro i fantasmi  e le voglie; smascherando la sete di dare risposte a quelle domande, rimaste dentro, e  tenute a freno per troppi anni.

    [... continua]

  • "I più grandi capolavori nella storia dell’arte hanno protagonista il Figlio, mentre il Padre si affaccia dall’alto benedicente, quando si manifesta (…) Ed è il Figlio cui il Padre ha delegato il destino dell’uomo. Nel nome del Figlio si cambia il mondo” .
    Questo lo spirito che anima il nuovo lavoro di Vittorio Sgarbi, un vero capolavoro che fonde con maestria e grande delicatezza l’arte figurativa e il mistero più grande che ha accompagnato l’umanità: la vita di Gesù. Dai primi passi della pittura in Italia con Giotto e Cavallini, fino ad arrivare al primo Ottocento, l'autore descrive le più importanti forme di rappresentazione pittorica della figura del Figlio di Dio, nel suo essere principalmente 'azione', atto salvifico, momento attivo della fede e del pensiero religioso. "E' certamente indicativo che la più grande rivoluzione compiuta nella storia dell'uomo sia legata al nome di un Figlio. (...) le rivoluzioni non le fanno i padri. Le fanno i figli. Dio ha creato il mondo ma suo Figlio lo ha salvato. Nel nome del Padre noi riconosciamo l'autorità, ma nel nome del Figlio affrontiamo la realtà''. Queste parole rivelano la linea lungo cui è disegnato questo viaggio nella storia della pittura: il Padre eterno è difficile da rappresentare, è essenza e immanenza, mentre il Figlio domina, possiede il potere insito nella propria vicenda: al Figlio è affidato il destino di tutta l'umanità. 
    E nelle invenzioni dei ferraresi Cosmè Tura, Francesco del Cossa e Antonio da Crevalcore e della scuola veneziana da Antonello da Messina a Giovanni Bellini, di Piero della Francesca, di Mantegna, di Michelangelo e Raffaello, dei pittori della Maniera, di Caravaggio e dei caravaggeschi, l'autore sviscera le pieghe più intime della nascita, della vita, della morte e della resurrezione del Figlio. In questo modo, grazie a tale sapienza narrativa e descrittiva, la vita di Gesù, di Maria e di Giuseppe divengono soggetto di un'arte davvero contemporanea, anzi eterna e senza tempo, insieme alla infinita gamma di sentimenti che essa ispira.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Una formidabile avventura è quella attraverso la quale Ken Follet ci conduce per mano, facendoci scoprire e leggere di avvenimenti, catastrofi e atti quasi miracolosi che si succederanno nel corso di circa mezzo secolo. Siamo nell’Inghilterra medievale, nel periodo che va dal 1130 al 1180. Un periodo dove regna in maniera sempre più evidente il contrasto tra il potere del monarca e quello della chiesa. Ma, al tempo stesso, il romanzo sottolinea ed evidenzia anche i numerosi contrasti, i tradimenti ed i sotterfugi insiti all’interno dei due opposti “schieramenti”. Epoca di cavalieri e di conti, di rivoluzioni nel campo dell'agricoltura, del commercio, dell'edilizia e della spiritualità umana. Nel racconto di Follet, sono narrate le vicende dei numerosi personaggi che dall’inizio alla fine, intersecheranno i loro cammini, dandoci cosi la possibilità di conoscere e leggere dei protagonisti più pacati, quelli più dinamici, i violenti, i traditori e gli immancabili doppiogiochisti. Tom, modesto ma abile costruttore alle prese con il periodod più buio della sua vita. Philip, uomo di chiesa forte, istruito, colto e con n passato mai dimenticato. Aliena, bellissima figlia di un conte, decisa e pronta a sopportare torti e tradimenti. William Hamleigh, cavaliere forte ma dall'animo crudele e nero. Al centro di tutto il priorato di Kingsbridge, oramai prossimo alla rovina ma ancora una volta pronto a rialzarsi, guidato da una mano forte e saggia. L’arrivo di un abile costruttore e della sua famiglia sono solo il preludio all’avvio di un progetto di ampio respiro. Non mancheranno le violenze di cavalieri ambiziosi e dei loro scudieri; monarchi poco abili al comando e capaci solo a scatenare un'infinita serie di guerre civili; vescovi pregni di sete di potere e dimentichi della loro missione spirituale. All’autore va riconosciuto l’immenso scenario che pone in essere, preciso nei dettagli, nelle ambientazioni e nei costumi. Facile è immedesimarsi nelle vie di un mercato medievale o ai margini di una furiosa battaglia tra nobili cavalieri ed eserciti affamati e violenti. Provare a sintetizzare ulteriormente la trama sarebbe del tutto inutile e ad ogni modo inefficace. Molteplici sono gli avvenimenti, gli stravolgimenti ed i cambiamenti di rotta a cui il nostro autore, sottoporrà la sua storia narrata. Il risultato è in definitiva un viaggio lunghissimo ma mai tedioso; una storia che va dal padre al suo nipote. L’esperienza di un epoca umana dove sibillina ma costante ci accompagnerà l’ambizione più alta di un semplice costruttore inglese.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Le due Torri è il secondo volume della trilogia de Il Signore degli Anelli, romanzo di John Ronald Reuel Tolkien. Già partendo dal titolo iniziano le prime discussioni, in quanto Il Signore degli Anelli non nasce come una trilogia, ma come romanzo unico. Solo per esigenze editoriali dovette mettere insieme i due libri centrali, Tolkien disse:

    «"Le due Torri" è il tentativo più riuscito di trovare un titolo che comprenda i libri tre e quattro che sono così diversi; e può essere lasciato ambiguo — potrebbe riferirsi a Isengard e Barad-dûr, o a Minas Tirith e Barad-dûr; oppure a Isengard e Cirith Ungol».

    In questo libro la compagnia si scioglie, e le strade si dividono. Boromir cerca di impossessarsi dell’Anello, riuscendo a salvare la vita anche a Merry e Pipino, intanto Argorn, Gimli e Legolas sono impegnati nell’inseguimento degli Orchetti. I valorosi eroi dovranno affrontare situazione difficili, inaspettate, ambigue, riuscendo a incontrare con sorpresa anche Gandalf che gli amici ormai credevano morto, che si presenta più forte di prima. Merry e Pipino sono riusciti a fuggire trovando l’aiuto in esseri metà umani metà vegetali, gli Ent. Frodo e Sam si imbattono in Sméagol, il quale da iniziale nemico, diventa complice e li aiuta nell’attraversamento delle Paludi Morte. In sintesi nove compagni che si spingono a sconfiggere in Male, rappresentato nell’Anello del Potere e dal suo creatore Sauron.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Raccontare i piccoli orrori della quotidianità, il loro rifiuto, la loro finale accettazione. Un libro psico-politico in cui un ragazzo cerca di fare a se stesso quello che Berlusconi ha fatto al paese. Un libro di sinistra, ma così di sinistra che può piacere soprattutto a quelli di destra. Succede che Silvio lo perseguita, e un precario qualunque passa dalla laurea con lode alla disoccupazione. Che fare? Si tratta della domanda cui i poveracci di tutto il mondo cercano da secoli una risposta. Questo è ciò che riporta la presentazione del libro che in qualche svela e non svela propriamente il senso. Il protagonista è "goloso di antiberlusconismo catartico, in attesa della liberazione" per dirla con parole di Simone Montella; sembra che il più grande male di vivere del ragazzo sia Berlusconi, anzi il Berlusconismo. Tutto ruota intorno a lui, al capitalismo, allo sfrenato senso del consumismo sociale, al restare attaccati a dei beceri tradizionalismi, schemi su schemi, imposizioni su imposizioni, regole prescritte al primo offerente che crede forse di rendergli giustizia.
    Lui, il protagonista, è un ragazzo al di sotto dei trent’anni di origini napoletane, che fa della sua vita una tela da dipingere, sembra ritrovarsi rinchiuso nella gabbia sociale, senza né colori né speranze, senza una fottuta verità o amplesso di costruzione del reale, senza colori vividi e fervidi, scintille cromatiche armoniose di un animo privo di ogni serenità. E’ un libro attuale, anzi attualissimo, viviamo in un secolo dove la politica non è politica, ma solo farnetichismo di parole assoldate e messe in fila a tavolino per imbambolare gli spettatori che estasiati di contrappunto si lasciano ingannare. Il risveglio è sempre tardo, ciò che ci fa compagnia sotto il nostro cuscino è l'incertezza, sì, viviamo in bilico tra la speranza di poter essere certi di far parte di un consumismo violento, e la tristezza di sapere, e poche volte essere coscienti, che tutto è effimero, tutto non è stabile, tutto è precario, niente è affidato a noi per sempre, tutto torna alla terra che è primordio ancestrale della vita.
    Dietro al libro di Simone si nascondono tanti stati d’animo che effluviano, scompongono, ti scuotono; si sente più volte nel corso del libro il senso di oppressione profondo, spazi angusti per pensieri astratti, telefonate al call center di rara sregolatezza, ma avanti e proseguendo c’è anche una rinascita, una presa di coscienza, un riprendersi in mano le briglie dell’esistenza, la speranza di poter operare nel mercato finanziario, di non essere negletto al fallimentarismo, alla nullità, al chiedersi che cazzo ci faccio io su questa terra, tanto nessuno mai mi si inculerà. Ops, scusate il termine un po’ schietto, ma dietro questo sfogo c’è Simone Montella che alterna stili linguistici differenti, la prima e la seconda persona singolare, quasi per voler entrare direttamente in se stessi, di voler dialogare con quell’io, con quel fanciullo che non si lascia prescrivere nozioni imposte.
    Questo libro potrebbe essere inteso un po’ come un manuale di autodifesa, dove la precarietà, l’immobilismo, i piccoli soldati assoggettati di paese, sono prima ostacolo e poi redenzione, coscienza di far parte di un tutto indicibile, reale, che è trama ed essenza di un noi che disegna quella tela che prima era oscura e poco illuminata e dopo trova luce, soluzione, forza d’animo. Il ritrovarsi e rappacificarsi come quel viaggio in autobus e quella spesa consolatoria che sembra poca cosa.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • L’angelo che portava  la morte, un thriller mozzafiato scritto abilmente da Eugenio Nascimbeni che lascia fino alla fine enigmatica la figura omicida.
    E' tra leggenda e usanze rituali della Sardegna rurale, che ruota la descrizione di questo libro, tanto da poter essere la sceneggiatura realizzabile di un futuro film.
    Scorrevole, ironico, estremamente scrupoloso nel “mascherare” il nome dell’"ombra", che agisce di notte, provocando la "dolce morte".
    Un tema  attualmente scottante, come quello dell’eutanasia, che si mescola ai riti passati, atti a voler fermare i patimenti di anziani, presenti nella casa di cura di Villa Azzurra; immersa nella ridente Alghero.
    Un caso da risolvere che coinvolge la curiosità del protagonista: lo scrittore affermato Giorgio Ferrandi, che parte dalla rumorosa e caotica città di Treviglio, per raggiungere le diverse abitudini dell’isolana terra.
    Un rincorrere di profumi e sapori, di colori marini che riscaldano la scena e tetralizzano la figura sacra-profana dell’"accabadora”.
    Il mistero della vita spezzata a creature agonizzanti, legato a una catenina d’oro scomparsa, da cui pende un medaglietta impressa l’immagine della Beata Vergine.
    Interrogativi della coscienza, gli scrupoli, i segreti che scritti nella storia della memoria o legati a entità fantastiche, documentano le tracce di un tempo.
    Boccate di sospiri e abbozzi di rivelazioni, per arrivare a ciò che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

    [... continua]

  • Nella terra d’Esperia aspra e umbratile, impregnata di promesse tradite, a ridosso del mare che si infrange sugli scogli, nei sussurri dei venti del Sud che battono le case imbiancate di calce, Andrea Tripodi dipinge il toccante affresco corale di una civiltà apparentemente remota, oscillante tra la fissità rassicurante delle tradizioni e l’insidiosa sfida del presente. In questa antologia eccezionalmente visionaria ed evocativa prendono vita figure di uomini e donne le cui esistenze sono impietosamente sconvolte, ora dalla violenza cieca dell’ennesima guerra, ora dalla sorte beffarda, alla quale l’essere umano cerca di sopravvivere. Su tutti i drammi umani e naturali troneggiano come presenze inquietanti gli idoli ricordati nel titolo, portatori di una subdola piaga purulenta che incupisce le placide atmosfere d’interni. A questi spavaldi, fieri, ingombranti dispensatori di soprusi, Tripodi contrappone l’orgoglio di umili eroi sconosciuti, animati da un viscerale desiderio di giustizia e di riscatto dalla brutalità di un’esistenza ferina asservita alla legge del più forte, basata troppo spesso su un atavico senso maschilista e patriarcale del potere. E dalle ceneri del dolore e della devastazione umana e morale nasce un’unica grande storia, narrata con quello spirito teatrale dionisiaco che, come un ancestrale coro sgorgante dal mai sopito afflato del sostrato ellenico, consente di raccontare e comprendere la crudeltà e l’assurdità della vita, nella sublime catarsi dall’umana bestialità, che solo la trasformazione letteraria del vissuto può garantire appieno.

    [... continua]

  • Il volume "A testa in giù", raccoglie 53 liriche, scelte tra le migliori poesie che la poetessa Paola D’Angelo ha redatto negli ultimi tre anni.
    Le emozioni contenute all’interno dell’opera sono di un’intensità straordinaria e rappresentano una combinazione di sensazioni tanto armoniosa e sottile da rendere questo lavoro veramente unico nel suo genere. Le sensazioni vissute dall’autrice vengono magicamente trasmesse al lettore attraverso una sorta di empatizzazione poetica, una rara capacità espressivo-cognitiva che di fatto è una peculiarità dei poeti autorevoli.
    Paola D’Angelo utilizza nelle sue liriche una tecnica compositiva classica sfidando così l’impopolarità, anche se i critici, a tale proposito, sostengono che la scelta dei temi cosiddetti universali, rendono la sua opera sempre alla moda in ogni forma di società di ogni tempo e di qualsiasi luogo geografico.
    Si dice che la persona che non smette mai di sentire è quella che ha animo poetico, ma l’animo poetico non basta a trasformare un uomo in un bravo poeta. Paola D’Angelo infatti oltre ad ascoltare le emozioni, ricerca ed esperisce su di sé quel mondo emozionale che non tutti hanno la forza di vivere e solo in pochi possiedono le tecniche per rappresentarlo nella poesia in modo adeguato.
    L’autrice, che si definisce poetessa per legittima difesa, ritiene appunto che la poesia non è mai esternazione emozionale che si materializza attraverso frasi compiute, ma una forma di ricerca e di crescita personale. La poesia, dice Paola D’Angelo durante un’intervista, è metafisica. La parola in generale e in particolar modo quella scritta è la cosa più divina che l’uomo ha a sua disposizione, perché essa unisce la materialità alla spiritualità del pensiero.
    Ecco il motivo per cui, le sue liriche le definiamo un po’ divine.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Un paese sperduto in montagna, un professore poeta che si è ritirato dalla vita di città. Con il suo fedele cane Ombra, passa le giornate a parlare con i saggi animali del bosco, gli stravaganti abitanti del vicino paesino, aspettando la telefonata sbrigativa di un figlio lontano. Queste le sue uniche attività. Martin sembra ormai abbandonato alla sua solitudine, non necessariamente cattiva, ma insipida. Il passato sembra solo un ricordo lontano, lasciato tra le pagine dei libri, nascosto tra le poesie del Catena, l'illustre quanto discusso poeta, che abitava nel vicino paesino, di cui il professore è il massimo esperto. L'arrivo di una coppia di città, rumorosi vicini carichi di tecnologia e stress, scompiglia la routine di Martin. Viene invaso il suo eremo dalle richieste dei due, sull'orlo di una crisi sentimentale, e lavorativa.
    Cerca, da vecchio saggio com'è, di riappacificare e consigliare, ma il professore fa l'unica cosa sbagliata: si innamora.
    Lei che ricorda un suo vecchio amore, risveglia le fiamme del suo cuore, mentre lui gli rinfaccia la sua gioventù di egoistico amante.
    Il mistero del Catena, della ragazza del lago, i segreti custoditi dai cittadini. Le poesie e le continue incursioni animalesche fanno da sfondo alla vicenda.
    Stefano Benni unisce poesia e racconto, i personaggi sempre nel suo stile, sono a metà tra il fantastico e lo stereotipo delle persone comuni, leggero si lascia leggere senza fatica, sempre condito dall'umorismo che lo contraddistingue.
    Belle le poesie, mi danno qualche spunto per scriverne di mie, perché anche se attraverso il personaggio di Martin, Benni insegna al lettore... cosa? La risposta a questo, il messaggio finale mi dispiace, dovrete trovarvelo da voi, leggendo il libro.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Il mondo rurale abruzzese riconquista la sua dignità e il suo valore aulico nel libro del teramano Fabio Petrella “Dove non arrivano i sentieri” (Palumbi editore). L’Abruzzo, terra che accomuna la sottoscritta e l’autore (senza averci, tuttavia, mai fatti incontrare), traspira odore di formaggio e di erbe di montagna perché la maggior parte dei nostri avi ha cominciato da lì la lotta alla sopravvivenza: è ben giustificato l’immaginario collettivo che ci vede legati al mondo ovino (alle pecore), perché è la pastorizia che ci ha permesso di insediarci in questa terra che ancora in parte è incontaminata.
    Oggi l’Abruzzo in realtà è un po’ stanco di questa associazione mentale: nondimeno Fabio Petrella è stato in grado di dare una contemporaneità bucolica, grazie anche ai suoi occhi contemporanei (è del 1987), a quello che in regione respiriamo da sempre, ossia lo stretto contatto con la natura e con le sue forze, con un’eco magica, quasi dannunziana.
    Le leggende di montagna si intrecciano alla Storia, alle guerre partigiane, alle avventure in America, all’11 settembre, accompagnate da una scrittura gentile, solenne a tratti, comunque mai banale. Tutto inizia con la nascita di Vincenzo in una notte innevata, e prosegue ruotandogli intorno, raccontando storie sulla sua famiglia, guardando il mondo attraverso i suoi occhi, soffermandosi su alcuni personaggi che incontra. Sembra di non andare mai via da quella prima notte di neve, e di restare davanti ad un camino acceso ad ascoltare, seduti in cerchio, il racconto di un nonno.
    Le storie, spiega Fabio Petrella nella prefazione, hanno personaggi fittizi (a volte descritti solo dal soprannome, autentico retaggio del luogo) ma traggono verità dalle ricerche del professore Berardo Pio, docente all’Università di Bologna, dai racconti di Bruno e Daniela Zilli e dalla memoria collettiva degli abitanti dell’alta valle del Vomano. Il libro è stato pubblicato grazie alla Pro Loco di Poggio Umbricchio, un paese in provincia di Teramo dove è ambientato gran parte del libro di Fabio Petrella, con la collaborazione della Città diTeramo, del Comune di Crognaleto e della Unpli di Teramo.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Sul quarto di copertina de “Il problema di Ivana” si legge: “Il problema di Ivana è un romanzo magistrale, straordinario esordio di un autore dallo stile elegante e inconfondibile. Andrea Torreggiani, giovane dirigente milanese di un’azienda in crisi, è anche scrittore per passione. Approfitta di un breve soggiorno a Cetona, nelle valli senesi, per terminare il suo romanzo. Lì cercherà di dar riscontro a un’immagine che esiste solo nella sua mente e che potrebbe risolvere il problema di Ivana. Lì incontrerà un nuovo amore, vero quanto difficile”.
    Ho voluto riportare questa sintesi perché credo esprima in modo perfetto la storia narrata nel romanzo senza svelare troppo o troppo poco e dando il giusto valore ad un romanzo ben costruito e ricco di colpi d scena. Con questa storia l’autore attua un’indagine accurata sui profili antropologici e sociali del vivere moderno, scandagliando le tormentate anime dei personaggi e costruendo figure nelle quali molti lettori potranno rivedersi. Il punto di forza del romanzo di Torregiani sta nella lingua diretta, immediata ma comunque musicale e ricercata che denota un’attenta ricerca di metafore e sinuosità linguistica. Per rendersene conto è sufficiente leggere il passo che segue:

    “Abbandonò il suo corpo per un po’, lo lasciò flaccido e informe, che pure era così bello e fiero, sul divano rosso e vagò senza timori nel parco che dal metrò la portava a casa, ogni sera di ogni giorno di lavoro. Scrosciavano applausi di riunioni dominate, di platee domate, occhi famelici e perversi la scrutavano mansueti, le leccavano il corpo, i bellissimi seni le scendevano sin nell’incavo del ventre, le carezzavano le pieghe più intime tra le cosce. Le sue natiche tonde, piccole armoniose, bersaglio di desideri impellenti, sognate ogni notte da uomini veraci, carezzate all’infinito da tutti gli sguardi catturati alle sue spalle. Ivana nel parco, tornando a casa, non pensava più alle sue rivincite, al lavoro che cavalcava come un’amazzone indomita… () Le capitava di nuovo di compiacersi sotto lo scroscio della doccia, lavandosi aveva ripreso a carezzarsi il seno giovane, turgido, perfetto, e a rabbrividire di sottile piacere nel passarsi la schiuma tra le natiche e le cosce, e qualche volta indugiava, fremendo. Ivana era molto bella, lo sapeva, era vogliosa, ma solo quando le andava. Ivana stava guarendo, almeno così le era sembrato fino a ieri. Ma poi tutto era svanito, e ora il suo pensiero vagava di nuovo tra le pieghe dei suoi stati d’animo, rimbalzava da un sintomo all’altro.”

    Da tali versi emerge una grande sensualità nelle descrizioni, nel dipingere ogni anfratto del corpo e della mente tanto che la sensualità stessa sembra essere tangibile, abbandonare le pagine e investire in pieno il lettore rendendolo partecipe di una forte sensazione di coinvolgimento. Il ritmo verbale è fitto e serrato, le immagini ben costruite così come la psiche dei personaggi. “Il problema di Ivana” è stato definito come “un thriller romantico dove non esistono morti e sangue  ma il mistero e il desiderio di dipanarlo rendendo difficile sospendere la lettura, staccarsi dalle pagine.” L’eleganza narrativa è un elemento costante e denota una grande padronanza della parola e di tutte le sue sfumature, parola che in un buon romanzo deve sapersi fare materia, segno, figura, pietra che batte sulle cose. Una storia, insomma, da leggere e da cui lasciarsi catturare.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • "Ogni angelo è tremendo" è il romanzo di Susanna Tamaro che si legge con la forte sensazione di avere di fronte la stessa autrice. E' come se si seguisse il percorso di un'anima che traccia tra le pagine la crescita fisica, ma soprattutto intellettuale di una bambina che diventa una donna con alle spalle un passato che le ha trasmesso il dolore, la consapevolezza e la ricchezza dell'essere umano attraverso l'evoluzione di una scrittura che fa eco alla poesia, alla ragione e alla sofferenza che diventa lievito di una profonda ricerca interiore che "un'antenna con i fili scoperti", come la stessa Tamaro si definisce, è in grado di trasmettere piacevolmente ai suoi lettori. Un viaggio coinvolgente che inizia nella fredda bora triestina e che si dirama tra le pagine più intime e coraggiose della vita dell'autrice. In attesa, da grande stimatore, di leggere al più presto l'inedito Illmitz vi consiglio vivamente la lettura di quest'ultima opera.

    [... continua]
    recensione di Filippo Gigante

  • Questo libro è tutt’altro che banale, è un libro autobiografico quello di Missiroli. Protagonista del libro è Pietro, un ex prete, che decide inspiegabilmente, ma solo apparentemente, di accettare un posto di lavoro come portinaio lasciando Rimini, la sua città, per andare a vivere nella caotica Milano. Titolo poetico ha il libro, che dietro nasconde molto di più, come l’elefante che vive nella società matriarcale, ha sviluppato senso di protezione verso tutti i figli del branco, anche nel libro si parla di legami non legittimati dal fatto che si è una famiglia, che si è un fidanzato, una moglie o un marito. "Questo - spiega l'autore - è l'amore minimo che non si riesce a difendere, quello che si accende sul momento e quando non da più soddisfazione si molla, alla base della società affettiva attuale". Fondamentali invece sono legami di protezione invisibili al di là del legame genetico o solido affettivo, come quelli di un prete che non può avere figli e si prende cura dei figli degli altri, o come un dottore, quel dottore che avrà un rapporto strano con Pietro, e Luca che a mo’ di codice universale si prende cura dei suoi pazienti. Lo stare a contatto con Viola, Sara, Poppy legati tutti da una circoscrizione familiare, è l’amore massimo che vuole nulla in cambio. Ma diciamocelo chiaramente poi cos’è quest’amore massimo, minimo, medio? L’amore è universo, perdizione, senso di smarrimento, felice oasi, e triste inganno, sorpasso e contrappasso di una legge generale terrena che si scinde da ogni futile e bieco legame familiare.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Un viaggio intenso e sofferente, anzi una vera e propria immersione profonda e sincera nella parte più vera dell'animo umano, negli angoli dove spesso nascondiamo il dolore, la paura, il rifiuto di noi stessi o del mondo che ci circonda, e che per questo diventano spesso fantasmi non risolti della nostra coscienza. Questa la sensazione che emerge dalla lettura di Maschere respiratorie di Elena Tomaini, un'esperienza letteraria originale e stimolante, perché in uno stile rotto, ansimante e volutamente frammentato, riesce a raccontare spudoratamente - e condensando un universo in poche ma intense pagine che per questo sembrano quasi togliere il respiro - un affascinante e ampio spettro di pensieri dolorosi, di esperienze reali ma allo stesso tempo oniriche e allucinate.
    Questo universo sono i personaggi scissi e irrisolti, i luoghi sporchi o talmente veri da diventare surreali, gli sguardi e i pensieri slegati e liberi che i racconti  descrivono, costruendo come in tanti episodi di un film, una serie di maschere dietro le quali si nasconde - o forse sarebbe meglio dire si difende - l'inquietudine presente nell'essenza di ciascun essere umano.
    In una sorta di scissione pirandelliana tra forma e vita, questo essere emerge dalle pagine in tutta la sua complessità, nella precarietà del suo faticoso equilibrio, in una serie di espressioni in cui "l'orrore è solo un modo di insegnare ad essere migliori", oppure "la prima regola per perdere tutti i sentimenti è circondarsi di gente che ne ha troppi".
    Queste declinazioni esistenziali vivono e respirano dietro le maschere di vite diverse, sovrastrutture che non hanno la forza o la grandezza di frenare quel flusso libero e potente dell'identità che ogni uomo, vivendo, costruisce e proietta nella realtà che lo circonda. 

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Afferro con gli occhi
    lo sguardo eterno
    dell'infinito,
    del terso cielo
    di primo autunno,
    delle caduche foglie che respiran del vento,
    un flebile alito
    smarrito.

    Questa è a mio avviso una delle liriche più significative che Giorgia Catalano ha raccolto nel suo libro "Un passaggio verso le emozioni".
    Sono sufficienti poche righe  per comprendere che il tema più sentito dalla scrittrice concerne la vulnerabilità umana e il suo tramutare attraverso il tempo. Il concetto viene espresso con struggente passione e anche con discreta tecnica della parola scritta.
    Giorgia Catalano, classe 1971, ha scritto queste liriche tra il 2010 e il 2012 e, pur essendo la sua prima raccolta individuale, ha già pubblicato come coautrice in diverse antologie.
    Il volumetto non è un semplice libro di poesie, ma è una vera e propria rappresentazione emozionale della vita; una sorta di romanzo fatto di conquiste, fallimenti, gioie, dolori da condividere col lettore.
    L'autrice inoltre osserva, scruta, indaga, sente il mistero che avvolge la vita, ne coglie i segreti, le angosce, i dolori e li racconta, li trasmette all’animo umano attraverso la scrittura di questo libricino.
    Anche il tema dell’amore è molto sentito dall’autrice che lo definisce: “Come un leone di spirito audace, non come una lepre fugace"

    Dopo aver letto più volte questa breve raccolta di liriche, mi è venuta in mente una frase di Dante Alighieri con la quale concludo il mio breve commento su di un libro che consiglio vivamente: "Niente dà più dolore che il ricordare i momenti felici nell'infelicità".

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • La raccolta delle 6 lezioni di Calvino, scritte per le Lectures alla Harvard University e pubblicate postume con il sottotitolo “Sei proposte per il prossimo millennio”, sono una sorta di testamento intellettuale, un inno alla letteratura, all’essere coscienti e non vivere passivamente la stessa. Le cinque lezioni si intitolano Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità; la sesta lezione avrebbe trattato la Coerenza. Ricco di citazioni che variano con un piglio e una velocità mirabile, si passa da Lucrezio a Dante, da Leopardi a Queneau, da Gadda a Zola, da Voltaire a Pico della Mirandola, da Kafka a Galileo Galilei, da Ignazio de Loyola a Gogol, da Galland a Musil, da Levi a Swift, da Pitagora a Tolstoj e così potrei continuare ancora per molto. Le citazioni per le opere straniere vengono riportate prima in lingua originale, poi in lingua italiana, Calvino inoltre è un po’ un precursore, un uomo che è riuscito a vedere oltre, imperava già ai tempi ad un avvento massiccio delle tecnologie, come il Computer, ma soprattutto Internet che veste un cambiamento radicale nell’approccio e lascito letterario.
    Sono per così dire, queste Lezioni un lascito, un monito, un preziosismo a cui dobbiamo dare valore, da riprendere ad ogni occasione, una esamina sulla letteratura che non si fa faziosa e di parte, ma che è reale, viva, pulsa spessore, diventa reale, cattura l’animo gentile del lettore per erudirlo, aspettandosi poi mestamente un minimo e insulso e solo: grazie!
    “La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Mosaico
    • 13 marzo 2013 alle ore 8:22

    Ritroviamo in questo libro il “guerriero” che avevamo intravisto nei precedenti, l’instancabile camminatore del mondo, l’uomo che ha occhi non solo per vedere, che ha parole non solo per ferire.
    Questo libro si presenta come una raccolta di pensieri, di considerazioni, racconti brevi inframmezzati dalle bellissime fotografie dell’autore che vogliono rendere visibili le parole: e noi partecipiamo delle sue luminose intuizioni, seguendolo nei miraggi dei suoi sogni.
    Nel capitolo intitolato "Spazio musicale", emergono immagini folgoranti, domande accorate (Come possono le vipere serpeggiare dubbi) e l’appello ad una chiarità illuminante (dove sei sorgente di neve), dove l’ultima realtà è la considerazione che “così accadono le magie”.
    L’autore torna spesso ad un’età incantata, quell’età felice dell’infanzia che ripercorre comunque con occhi soffusi di magia, come nel capitolo "La lanterna magica", in cui delinea la sua protagonista con tocchi delicatissimi (cuor di zucchero, occhi di bimba) e nella dolce “Figlia di una fiaba”, la cui protagonista, Serenella, è davvero un segnale d’amore che incarna la speranza, la bellezza, la serenità, la dolcezza di un sogno.
    L’immaginazione rutilante dell’autore lo porta nel capitolo Meteora a proiettarsi nell’universo e così “veleggiare volteggiare rotolare danzare”, mentre invita ad unirsi a lui, “stelle tra le stelle, velieri dello spazio”.
    Carapax è la metafora della morte e della rinascita, perché il “brivido d’amore è una voce più forte del tempo” e dalla tomba scavata nel profondo, si può tornare ad essere “al sicuro, al caldo, protetta dagli scudi dell’amore”.
    L’autore ha poi aggiunto alcune poesie che si leggono velocemente e sulle quali bisognerebbe ritornare con delicatezza: da non perdere la sua splendida notazione: “Il silenzio del vento scrive arazzi nel cielo”, ma folgorante davvero sono i tre versi che accompagnano la fotografia di un cespuglio di sterlizia:

    “Si, sterliziami/ Desidero fiorire/ nelle tue labbra”
     
    Crediamo che Paolo Goglio sia un autore i cui libri dovrebbero tenersi sul comodino: aprire uno dei suoi testi, a caso, e leggervi poche parole, e poi magari riprenderlo dopo alcuni giorni e leggere qualche verso, e poi lasciarlo riposare, ma non dimenticarlo, perché, come dice giustamente, “non siamo soli a dipingere note nel cielo”, e questa che viviamo è comunque una “maledetta sfida contro il dolore, la paura e l’ignoto”.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Tante sono le cose già dette, altrettanti i modi usati per dirle; e se molti di questi sono 'passati', altri invece rimangono per ispirare i giovani coloni dell’infinita terra dello scritto, iniziarli ai molteplici percorsi obbligati in cui si articola l’atto del confronto.
    Sta al Tempo e alle sue innumerevoli memorie decidere se alla voce di Daniele Campanari potrà essere assegnata un’eco. Quel che è certa è la natura del suo inizio, personale interpretazione di una combinazione - già adottata - che fonde la prosa alla poesia. Nel suo “Giocatore di whisky, bevitore di poker”, prima orma tracciata da ‘I Destrieri’ di Aphorism per la casa editrice Lettere Animate, il discorso è un de-scrivere che spezza spezzandosi in battute, in versi diretti, volutamente caustici, con cui l’autore-personaggio scrolla dalle spalle i suoi granelli di rabbia e se ne prende gioco. Da Twitter (“Twittami, baby”) al sesso occasionale (la coppia di componimenti della “Donna in albergo”), passando per visioni scanzonate di squallori spazio-temporali emersi dalla vita urbana, questo linguaggio del reale reca l’ombra di Bukowski, ma mostra di più - e suggerisce di meno - rispetto alla sua illustre ed incombente sagoma. C’è più nella parte che nel tutto: nei frammenti, nei distici la cui diversità nasce per caso, Campanari afferra la poesia per la coda offrendocene l’ultimo guizzo; come quel «Sopravvivo alla fine della visiera» nell’ “Illustratore di realtà”, o il «Dove giace la verità? / Tra i cavilli del supplizio, forse» di “Verità atto II”. E nelle sue invettive, che per certi aspetti  richiamano le canzoni da osteria di Mannarino, esplode la carica provocatoria e paradossale di un cinismo che condanna i cinici, «amabili corrotti di una letale e finta vitalità».
    Quella di Campanari è un’autoanalisi che si nutre del mondo: consapevole di non poter eliminare le brutture da ambedue le parti, prova a riderne. Non sempre ci riesce. Del resto, come scritto da Davide Rondoni in prefazione, «questo poeta sa una cosa fondamentale […]: l’uomo è ibrido». Più che saperla, forse, la mette in pratica. Mescolando tutte quelle cose dette e tutti quei modi già usati che poi, se ci si pensa bene, fanno la differenza nella maniera in cui si incastrano. Ciò che conta è che abbiano una forma riconoscibile. Che la “gioia poetica” di cui parla Pavese, citato in introduzione al libro - prima o poi possa essere realmente condivisa.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Questo è un libro che al lettore può sortire due effetti contrapposti, o la totale immedesimazione ed interesse con la piena consapevolezza della magia della narrazione che è elogio dell’osservazione, o l’assoluta indifferenza, l’aridità dell’osservazione, il rifiuto verso le microstorie del creato. Tutto più o meno si svolge in un quartiere, la narrazione e i punti di vista cambiano a seconda della abitazione e del numero civico, si passa da una famiglia con dei figli, a dei nonni che si godono l’ormai vecchiaia, a dei ragazzi che dividono uno spazio comune, ad altri ancora divertenti e particolari personalità. Non mi lascia indifferente questo libro, anzi mi spinge a pensare quando troppe volte ci lasciamo trasportare tra la troppa frenesia che la vita impone, non godendoci ciò che di bello è nelle piccole cose, nei piccoli avvenimenti, nei gesti semplici, puri e vergini; quando sarebbe bello sapersi dedicare all’osservazione di questo mondo, che non è quello che percepiamo noi fatto di continui fuggi-fuggi, di corse contro il tempo, di appuntamenti dell’ultima ora, di corse a volte senza senso, ma quel mondo a noi sconosciuto che nasconde dietro banali e a noi insensate situazioni tutta la magia, lo splendore di una vita che forse mai conosceremo nella sua totalità, perché soggiogati dal continuo divenire, non fermarsi, non perdere quel minuto. Esatto, sempre fin da bambini ci siamo sentiti dire di non perdere neanche un minuto della nostra vita, a volte non perdendo però quel minuto ci precludiamo tante piccole perle, gocce di storie che noi dividiamo per poi non riuscire più a ricomporre, un lago di gocce divise, tante storie che mai più si incontreranno nel loro senso originario. 

    “Stavamo facendo l’amore davvero, assolutamente, ineluttabilmente. Non avevo mai provato quel profondo bisogno di muovermi, piano ma con inesorabile dedizione. Mi sentivo come una selvaggia, affondata nel fango della terra e proiettata fra la luce delle stelle, un esile filo disteso sopra le generazioni. Mi sentivo imbevuta, piena di desiderio, il bisogno che m’assaliva a ondate, e stringevo le mani come un neonato, aggrappata al lenzuolo, ai capelli di lui, all’aria, le nocche bianche per lo sforzo, cercando un abbraccio sempre più completo, intimo, profondo. Quando finimmo, il lenzuolo era strappato e il materasso era scivolato sul pavimento.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La poesia non morirà mai. Ed è vero! Perchè Dante, Petrarca, Leopardi, D'Annunzio e molti altri scrivevano anche in versi?  Perché stavano male.
    Il loro disagio, come il nostro, è inconsciamente l'arrivo e il punto di partenza della più bella letteratura italiana che si conosca.
    Solo un uomo in pace con se stesso, non sentirebbe il bisogno di gridare in versi e rime il proprio malessere o la propria temporanea e apparente serenità.
    L’uomo non potrebbe più essere definito tale senza la poesia.
    E quella di Annunziata, di ungarettiana memoria, è testimone di questa sofferenza.
    Le liriche "Auschwitz", "Il soldato sul fiume", "Alberi d'inverno", "Spot", sono punti cardinali per mostrare l'orrore che ogni giorno la tv e la storia costantemente ci ricordano. La vita, a volte,  è percepita come tragedia, ma nelle cose intorno a noi c'è sempre un mistero da decifrare che va ricercato solo nella misura e nell'ordine delle cose stesse.
    E la risposta a tutto ciò la danno le strofe di "Rose" e di "Piove", così come "Primo pomeriggio" e "Aprile". Il tempo, si sa, passa e la nostra fragilità avanza ma lo sforzo di cogliere il mistero di bellezza nel mondo, per fortuna, resta.
    Ecco perchè la poesia non morirà mai.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • “Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger è un’autobiografia commovente e toccante, delicata, ma allo stesso tempo forte per il tema trattato, ovvero narra degli orrori subiti nei campi di concentramento. Sedici anni nel periodo della deportazione della seconda guerra mondiale, sopravissuta prima nel ghetto di Kovno, poi nel campo di Stutthof. L’unica sua fonte di combattimento e voglia di andare avanti è l’amore smisurato per la madre, un legame che supera ogni confine: "Il funerale di mamma fu uno dei momenti più penosi della mia vita dopo la liberazione. Persi la capacità di sorridere per un anno o più. Tutti i terribili ricordi dell'Olocausto rifluirono in me, insieme con la sofferenza e la paura che avevo condiviso con lei. Adesso non avevo più nessuno con cui condividere quei ricordi. Era stata la mia migliore amica mentre ero bambina nel ghetto perché tutte le mie compagne di scuola erano state uccise, e lei era l'unica che potesse capire completamente l'orrore di quello che avevamo vissuto, come la fucilazione di zio Benno davanti agli occhi di sua madre. Mamma conosceva lo strazio di tornare a casa da un lavoro degradante all'ospedale militare per scoprire che il mio caro padre era stato portato via e giustiziato. Come me, era stata tormentata ogni giorno dalla stessa paura, quella che potessimo essere separate dalla morte. Adesso che la morte ci aveva divise, provavo un dolore insopportabile".
    Con un linguaggio semplice ed amico, l’autrice riesce a pieno a farti entrare nella storia, a farti vivere quegli stessi stati d’animo, e a far brillare e rivalere quella speranza che è stato il moto per l’andare avanti, il proseguire, il non fermarsi davanti a queste atroci barbarie. Infine voglio riportare un passo del libro che spiega perfettamente il particolare titolo del libro:
    “Prima dello scoppio della guerra, quando abitavamo a Memel, una città portuale sulla costa baltica a nord di Stutthof, mia zia Tita mi conduceva spesso ai tè danzanti, vestita con abiti di organza e scarpette di vernice. Ordinava cioccolata calda per me, e io mi esibivo in valzer e tanghi con ragazzini dodicenni. Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte. La prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.”

    “Nessuno deve dimenticare le crudeltà dei campi. Non erano solo fabbriche impersonali di morte. Erano luoghi dove sadici, brutali criminali potevano mettere in atto le loro fantasie più perverse su delle vittime innocenti.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Limit
    • 26 febbraio 2013 alle ore 8:14

    Julian Orley, importante, ricchissimo ed oltremodo potente esponente della società moderna, ha finalmente realizzato il sogno di una vita. La meta ultima di studi, aspirazioni, esperimenti ed incredibili investimenti finanziari è rappresentata dalla creazione degli “ascensori spaziali”. In un'epoca non diversa da quella dei giorni nostri, dove il petrolio è oramai giunto, ed è propriamente detto, agli sgoccioli, il recupero, la produzione e la distribuzione della nuova e principale fonte energetica alternativa, l’elio-3, è diventata gradualmente di assoluta priorità. Soltanto l’invenzione di Orley ed i suoi successivi ampliamenti tecnologici, riusciranno a rendere economicamente sostenibile l’estrazione  dello stupefacente carburante ecologico, esclusivamente presente sul suolo lunare. Ma il visionario Orley è andato oltre, sino a concepire e poi realizzare un vero e proprio villaggio vacanze direttamente sulla luna. Tutto ciò resta comunque l’incipit al ben più ampio calderone di eventi che si andranno via via alternando nel corso del romanzo, ovviamente tutti ben correlati ed uniti tra di loro da un comune denominatore che scopriremo solamente nel procedere del romanzo. Cosi, dalle scoperte tecnologiche, dagli ascensori spaziali e dagli alberghi lunari, passeremo invece nei quartieri cinesi, dove il signor Tu Tian, magnate industriale, assolderà Owen Jericho, detective privato, esperto di pirateria informatica e del controspionaggio elettronico. Jerico, con il peso della sua storia privata sulle spalle, stanco e deluso dall’umanità intera, a lui rivelatasi nei terribili crimini di pedofilia, violenze sessuali e abusi sui minori che il suo lavoro gli ha regolarmente presentato, si ritroverà suo malgrado coinvolto nella ricerca della giovane Yoyo, figlia appunto del magnate sopra citato. Ancora una volta, Shatzing riversa la sua cultura e il suo sapere in ambito ecologico, ambientale, tecnologico e futuristico nel romanzo in questione riuscendo ancora una volta a conciliare la straordinaria mole di concetti e spiegazioni tecniche con l’adrenalina, l’avventura e gli ingredienti classici di un perfetto film da inseguimenti e sparatorie. La vicenda è oltremodo visionaria e di forte impatto per la costruzione futuristica che fa da colonna portante. Una visione di un futuro mai troppo eccessiva o irrealizzabile, bensi costantemente sostenuta e supportata da elementi che possono facilmente essere ritrovati nella più avanzata tecnologia dei nostri giorni, certo  al di là delle  recenti possibilità di sviluppo, ma l’immaginazione e la fantasia che occorre per immaginare le rivoluzioni tecnologiche di Orley è davvero la minima indispensabile. Il libro cattura sin da subito l’interesse del lettore e seppur con tratti più lenti ed esplicativi, lo conduce abilmente fino alla conclusione dell’ennesimo puzzle narrativo ideato e diretto magistralmente da Schatzing.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Non è facile recensire questo “romanzo” e l’impresa diventa ancora più ardua se, nel “pensarla”, ti sovvengono alla mente le decine di libri, le migliaia di parole che, il “dott. Kuan-suo” (altro pseudonimo di Cyril Henry Hoskin) ha scritto su esperienze dirette e circostanziate ma mai vissute, almeno in questa vita.
    Infatti, il Terzo occhio, il racconto affascinante, saggio e misterioso dell’infanzia e dell’iniziazione di un giovane Lama, non è un fenomeno a se stante (e sarebbe ben bastato, visto l’enorme, continuo successo editoriale, a livello mondiale) ma solo l’inizio di una lunga sequenza di titoli eccellenti.
    Lobsang Rampa ci trasporta nel lontano Tibet e ci svela incredibili segreti sulle sue tradizioni, sulle sua spiritualità plurimillenaria. Queste informazioni, tra l’altro, non arrivano oggi, nell’era del web, ma negli anni ’60, quando di queste impervie regioni, si sapeva ben poco e, meno ancora, dei segreti arcaici della sua civiltà.
    Con una semplicità disarmante l’autore ci porta con se in un viaggio vivido, verosimile, delizioso. Come se fosse del tutto naturale, parteciperemo alla discesa nel cuore delle montagne tibetane, sotto templi inviolabili e segreti, dove incontreremo divinità arcaiche e, probabilmente, anche le vestigia di antichissime popolazioni aliene.
    Parteciperemo a riti dimenticati, sconcertanti, fino ad arrivare alla “riapertura” del Terzo occhio... la finestra dell’anima sul mondo del paranormale.
    Leggendo queste pagine è meglio non chiedersi se è vero ciò che raccontano, forse è meglio godersi l’avventura con occhi innocenti, pronti a gustarsi le meraviglie di un mondo fantastico e, quasi certamente, perduto.

    [... continua]
    recensione di Gjo Esse

  • Jean Valjaen, il protagonista, è un poveraccio che, rimasto disoccupato, non sa come sfamare i sette nipotini orfani del padre. Ridotto alla disperazione, una sera ruba un pane in una vetrina di fornaio. Viene preso e condannato a cinque anni di galera. Dopo qualche tempo Jean tenta la fuga, ma viene ripreso e la condanna inasprita. Seguono altre evasioni ed altre condanne. Quel disgraziato, per aver rubato un pane, deve rimanere in carcere per ben diciannove anni, dal 1796 al 1815. Finalmente viene dimesso, ma porta con sè quel marchio di vergogna ed è difficile che possa inserirsi di nuvo nella società. Quando attraversa un paese deve presentarsi in Municipio e far timbrare il foglio giallo di ex forzato. Per sopravvivere è costretto a fare dei furtarelli, consapevole che se sarà scoperto pagherà con il carcere a vita, come recidivo. Una sera egli capita a Digne, e cerca ospitalità negli alberghi del luogo, ma inutilmente. Bussa infine, alla casa del vescovo e viene accolto con gentilezza, ma durante la notte egli ruba le posate di argento e fugge. Quando viene riacciuffato dagli sbirri, il vescovo depone a suo favore dichiarando che lui steso gli ha regalato quell'argento e anche due candele perchè possa rifarsi una vita. Questa genersità colpisce lo sciagurato uomo ed è davvero l'inizio della sua redenzione. Infatti, dopo aver cambiato nome, lavorando accanitamente mette insieme una piccola fortuna e si prodiga sempre per aiutare i più poveri e derelitti, come la piccola Cosetta, la cui madre è morta di stenti. Nel 1832 Jean Valjean partecipa ai moti rivoluzionari rischiando la sua vita e salvando quella di Marius (un giovane che sposerà Cosetta) e quella di Javert (lo sbirro che tanto si è accanito contro di lui). Quando Jean muore è assistito da coloro a cui ha fatto del bene e ai suoi piedi i ceri ardono nei candelieri del vescovo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante