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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • L'inizio è "piuttosto" tranquillo. Germania: un viaggiatore bloccato in autostrada da una forte nevicata, scende dalla propria auto e uccide le persone che occupano le altre vetture, per poi sparire nel nulla. Incredibilmente è un protagonista collaterale, che ricompare con la propria furia più volte nel libro, mentre il vero perno della storia sono cinque amiche. Ancora adolescenti, si ritrovano con un quantitativo enorme di droga rubata ed iniziano un viaggio non privo di pericoli. Vediamo la vicenda attraverso gli occhi dei protagonisti; sentiremo i loro pensieri, conosceremo i loro progetti e vedremo le cose dal loro punto di vista più che giustificato. Passando da una testa all'altra, ogni capitolo è un cambio di pelle. Conosceremo la vita del viaggiatore e il perché uccida a sangue freddo, faremo compagnia alle ragazze nella loro fuga e scopriremo molto sul passato dello zio di una delle ragazze.
    Una volta entrati nel libro, difficilmente riuscirete a scappare dal suo fascino, ricco di anticipazioni e false speranze.
    Mi piace la struttura del libro: i capitoli sono chiamati col nome del protagonista di turno e sembra quasi che siamo noi a vivere le scelte nella storia, giuste o sbagliate che siano. Siamo anche noi quindi dei viaggiatori?

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Layla la donna dei sogni di molti uomini, sensibile e romantica, un corpo da mozzare il fiato. Nei suoi racconti il contenuto erotico è notevole. Layla nel libro "Il secondo anello" (seconda parte di un progetto editoriale di 7 episodi) accompagna i lettori in retroscena altalenanti tra sofferenza e piacere. Piaceri che potrebbero apparire scontati, ma la sua tenacia, astuzia, la portano a studiare i comportamenti umani di ogni uomo che ai suoi occhi è sofferente. Layla riesce a soddisfare qualsiasi desiderio, perché ogni uomo è una persona diversa, qualunque sia la loro età, il loro ceto sociale facendo loro dimenticare per quei pochi attimi cosa li attende a casa. Uomini insoddisfatti, inappagati trovano in lei capricci in campo sessuale, giochi che tra le mura domestiche non sarebbero mai richiesti, e tanto meno concessi.
    Il libro non lascia spazio alla fantasia, (sono presenti anche delle foto dell'autrice anche se poco nitide).

    Un'autrice spregiudicata, senza peli sulla lingua. Una passione simbiotica, inarrestabile, un'esplorazione fisica estrema, raccontata magistralmente con un linguaggio attualissimo, lussurioso che mai scandalizza.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

    • Il Drago
    • 07 gennaio 2013 alle ore 8:08

    Nella commedia Il Drago (1943) Evgenij Schwarz (Švarc) descrive, con un linguaggio tra fiaba filosofica e metafisica, una città dominata dalla figura di un terribile e dispotico drago che ha assoggettato, da oltre quattrocento anni, tutti gli abitanti del luogo. Così come Pirandello utilizzava l’immagine dei Giganti della Montagna (1933) per indicare il fascismo e Ionesco i rinoceronti (Rhinocéros, 1959) per parlare dei nazisti nella Francia occupata allo stesso modo Schwarz scrive di un drago dietro cui si intravvede il baffone di Stalin.Il giorno prima del sacrificio di Elsa arriva in città il cavaliere Lancellotto che, avvertito da un gatto (chissà se Bulgakov si è ispirato a Schwarz per il suo gatto ne Il Maestro e Margherita), si propone di sfidare il drago per impedire il sacrificio e liberare la città. Quando il cavaliere comunica le sue intenzioni a Charlemagne, il padre di Elsa, ed alla ragazza, entrambi, assuefatti al pensiero che non sia possibile ribellarsi al drago cercano di dissuaderlo e assicurano Lancellotto sulla bontà del mostro che ha da tempo liberato la città dagli zingari e dal colera, giustificando così la figura e la necessità sociale del drago. Charlemagne conclude: «Finché è qui lui nessun altro drago osa toccarci» e all’obiezione di Lancellotto secondo cui gli altri draghi «sono stati sterminati da un pezzo», ribatte «E se non fosse così? (...) l’unico modo per liberarsi dai draghi è di tenersene uno». Dopo che Lancellotto ha lanciato la sfida al drago il borgomastro, un uomo sofferente (a suo dire) «di tutte le malattie nervose e psichiche del mondo» cerca anch’egli di dissuadere Lancellotto e vuole che il drago viva perché quest’ultimo teneva in pugno il suo aiutante «e tutta la sua banda di mugnai». Per mantenere lo status quo il borgomastro sacrificherebbe anche due città: «Meglio cinque draghi che quel serpe del mio aiutante». Nel frattempo, in punta di piedi e addossati al muro, accorrono «i migliori uomini della città» per chiedere a Lancellotto di andarsene. Il cavaliere dichiara: «Capisco perché quella povera gente è corsa qui in punta di piedi». «Perché?» chiede il borgomastro. «Per non ridestare gli uomini veri. Vado a parlare con loro» dice Lancellotto uscendo di scena e quando rientra il borgomastro gli chiede se nel corso della notte ha fatto qualche amicizia: «I pavidi abitanti della sua città mi hanno aizzato contro i cani. Ma i cani qui hanno molto giudizio. E’ con loro che ho fatto amicizia». In questa curiosa fiaba, gli animali rappresentano la coscienza della natura che, vedendo al di là dei fini puramente individuali si rivela come pura saggezza ancestrale. La fiaba di Schwarz è una grande metafora del mondo, del potere e degli uomini che in esso patiscono o fanno patire. Il drago chiede a Lancellotto: «Non vorresti morire per degli esseri deformi (...) Se tagli in due un corpo, l’uomo crepa. Ma se squarci un’anima, diventa docile e basta». Ecco descritta, nelle parole del mostruoso drago, la natura di un mondo malato perché immagine della mostruosità, una realtà fatta di necessità e disciplina che squarcia le anime. Il mondo di questa fiaba filosofica non assomiglia soltanto alla Russia degli anni ’40, ma ad ogni altra epoca, la nostra inclusa, in cui gli uomini vengono condotti alla deformità da un potere infame che altro non riconosce e promuove se non la sua mostruosità. Meglio, come sembra voler insegnare Schwarz, camminare a passi pesanti e forse si potrà ancora svegliare qualcuno.

    [... continua]
    recensione di Sergio Caldarella

  • “Il concetto di sogno è noto alla mente sveglia ma per il sognatore non c’è veglia, non c’è mondo reale, non c’è ragionevolezza di pensiero; c’è solo il fragore caotico del sonno. Rose McClendon Daniels dormì nella follia di suo marito per altri nove anni.”
    In “Rose Madder”, il lucido de-scrittore di incubi globali Stephen King s’impegna a descrivere il dormire, ma anche e soprattutto il risvegliarsi, di questa donna, Rose, schiava a oltranza di un regime di violenze fisiche e psicologiche capeggiato dal marito Norman, poliziotto manesco e pericolosamente nevrotico. Nient’altro che una minuscola macchia di sangue sul cuscino, traccia residua dell’ultimo giro di percosse, è il dettaglio che fa da motore al cambiamento, al difficile aprirsi di uno sguardo reso dormiente dal terrore e che, finalmente, sa trovare il coraggio di porsi altrove, verso un orizzonte portatore di una vita degna d’essere ritenuta tale. Il viaggio senza nome compiuto da Rose è uno scontro armonico fra la concretezza di una scelta  - la fuga e le sue reali conseguenze - e la forza di un elemento fantastico e ossessivo: quella di una dimensione parallela, simbolica, accessibile da un dipinto anonimo e all’apparenza innocuo, dove una divinità amabile e temibile al contempo conduce Rose nel labirinto della sua identità di donna, in direzione della fierezza e della libertà dell’essere se stessi.
    Mescolando suggestioni tipiche del thriller con la più cupa declinazione possibile di una certa forma d’onirismo, e fondendo il tutto grazie a quel potente collante che è l’indistruttibile universalità dei miti greci (in questo caso il Minotauro), Stephen King porta a compimento uno dei suoi romanzi migliori, probabilmente meritevole di una maggiore attenzione da parte di quel grande pubblico affezionato più ai suoi successi conclamati (ad esempio “It”) che alla totalità della sua opera. Una storia che, nutrendosi di antiche ispirazioni, finisce col restituire alla contemporaneità il vivifico potere della mitologia. Rinnovandolo, adattandolo, filtrandolo attraverso una figura di donna «vera» qual è Rose Madder, «forza della natura» devota alle sue leggi a metà fra mente e istinto; dove l’ultimo prevale quasi sempre sulla prima, ma solo per premiare con l’autonomia e la sicurezza, proprie di una madre esperta, quella ragazza che ha saputo rischiare la sua vita pur di ricominciare a viverla, che ha messo in gioco se stessa pur di riconquistarsi.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Come catapultare una consolidata immagine della televisione dei nostri tempi sulle pagine di un libro? Come riuscire a descrivere il mondo avanti e quello dietro le telecamere di una trasmissione televisiva? Semplice, per quella che è la penna potente, schietta e  “noir” di Mauro Marcialis. Basta prendere un tipo di nome Orlando, dall’aspetto estetico vicino la perfezione; bellissimo e spregiudicato. Seduto su un trono per essere corteggiato, invitato, ambito, ammirato e desiderato. Pronto a tutto, il protagonista di questo romanzo, userà la sua immagine per arrivare a scalare la vetta della società, partendo dalla notorietà televisiva, passando per ogni tipo di situazione lecita o illecita che sia. Al suo seguito conosceremo l’amico Davide, compagno di esperienze passate dentro, fuori e attorno il mondo dello star system. Sotto una costellazione di rapporti sessuali, incontri particolari e grotteschi, avventure di alcool e di stupefacenti, serate oltre il limite del mondano, soldi, frenesia e impossibili ritmi di vita. Orlando proverà a nascondere, senza tuttavia riuscire mai ad evitare, il suo lato più oscuro e silenzioso, un passato terribile e buio: una profonda e sibillina disperazione. Eppure una disperazione che avrà il suo momento culminante, la sua valvola di sfogo. La voce dello scrittore, Mauro Marcialis, non dà tregua. Le parole sono nude, schiette, violente ma veritiere, capaci di regalare immagini nitide al lettore. La scrittura è veloce, ansiosa, ritmica e vorace, proprio come tutta l’atmosfera che pervade questo romanzo. Non c’è tempo per riflettere. Lo scrittore procede serrato nei termini e nella prosa. Si viene inondati da una marea di sensazioni forti, contrastanti, pungenti, spigolose, acide. Sembra perfettamente realizzata la volontà dell’autore di questo dramma moderno, di catapultarci in quella vita spasmodica e frenetica che si cela dove l’occhio dello spettatore non arriva. Dove non c’è regia o pubblico pagante. Il risultato è la storia di Orlando e Davide. Il risultato è una lettura senza respiro, strepitosa e sconvolgente.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • All'apparenza un piccolo libro, ma per le immagini ricreate sembra grande il triplo.
    I racconti sono divisi in tre categorie: calzature, situazioni e persone.
    Per la serie di “Calzature” mi viene in mente una frase di Forrest Gump "Mamma diceva sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose, dove va, cosa fa, dove è stata".
    Le scarpe sono il filo conduttore delle storie e caratterizzano il modo di vivere dei personaggi, i loro bisogni, le loro speranze e le loro riflessioni interiori. Stupenda l’atmosfera creata per un viaggio teso a ricordare un amore perduto, anche attraverso i quadri descritti  in “Da limone a creme caramel”. 
    In “Situazioni” invece, osserviamo schegge di vita da punti di vista insoliti. Usa i cinque sensi per descrivere un viaggio con un finale adrenalinico in “Un viaggio sens-azionale”. Descrive la sofferenza di un mazzo di fiori e mette in luce il nostro umanocentrismo egoista e insensibile verso la natura in “Florvita”. Struggente la storia d’amore descritta in “Prendi in mano il mio cuore” dove il destino ha unito indissolubilmente due persone, racconto che ha vinto tra l’altro il Premio Letterario Nazionale “Elisabetta e Mariachiara Casini” nel 2008 e che io premio personalmente come il mio preferito tra tutti i racconti.
    In “Persone” sono i singoli protagonisti con i loro pensieri, a spiegarci le loro aspettative per il futuro. In “Scaglie” Andrea/Andy mostra il suo ultimo tatuaggio agli amici e sa che sarà l’ultimo vezzo di un duro, prima di cominciare a mettere la testa a posto e a farsi una famiglia. Mentre in “Olivia” la protagonista ci racconta di sé, di come si senta un po’ estranea dalla famiglia a partire dal suo aspetto, del suo desiderio di partire per la Spagna, dei sacrifici che dovrà fare pur di poter scatenare la propria passione.
    Divertente, fa pensare, commuovere. Il dialetto toscano arrotonda i dialoghi li rende vividi, spiritosi e in alcuni racconti si ha la sensazione di essere realmente nel fiume di pensieri dei protagonisti.
    Tutte le storie meriterebbero una minirecensione a parte, ma perché togliervi il piacere di scoprirle da soli? Buona lettura!

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Cosa accade quando l’acqua incontra l’olio? Che succede quando l’ultima delle romantiche incontra il primo dei cinici? La legge degli opposti vuole che si sentano irrimediabilmente attratti l’uno dall’altra, e questo accade nell’ultimo libro di Federico Moccia “L’uomo che non voleva amare” (2011).
    Questo incontro porta però una conseguenza: le fortezze di entrambi subiscono una piccola incrinatura. Dalla collisione dei loro due mondi qualcosa comincia a cambiare, ed ecco che all’interno di una storia immersa nel quotidiano, tra coppie che si tradiscono, si lasciano, si fingono e si cercano, tra segreti sepolti nel passato e altri incastrati nel presente, Moccia intesse abile un’altra storia che, più o meno prevedibilmente, pone tanti dubbi e tante scelte ai protagonisti. L’opera di immedesimazione funziona e il lettore vuole vedere come andrà a finire, tanto da “perdonare” anche i bellissimi voli pindarici, visto che il protagonista, Tancredi, è un aitante, intelligente e ricchissimo sciupafemmine e famiglie, ed ha tutti gli strumenti materiali per stupire una donna e anticiparne i desideri (probabilmente il sogno nascosto di tutti). Jet e isole privati, lusso sfrenato ed una specie di sistema di servizi segreti che rende il protagonista quasi un vice-narratore onnisciente fanno da contorno ad una storia che si scioglie bene tra corteggiamento e strategia, azione e introspezione, trasgressione e sogno, con una sensibilità quasi femminile nel cercare di affrontare l’atavico combattimento tra amore romantico e amore passionale.

    “Era come quando ti svegliano di soprassalto, ti ricordi cosa stavi sognando ma ormai è troppo tardi. Nei sogni va tutto come vuoi tu, senza difficoltà, senza che nessuno si dispiaccia o abbia da ridire qualcosa. I sogni sono semplici” (Federico Moccia)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un paesaggio verissimo e insieme surreale, una voce ingenua e trasparente ma nello stesso tempo pungente e quasi feroce nella descrizione pura e diretta della piccola grande realtà che la circonda. Questi i tratti più intensi di questo romanzo ambientato tra case e stradine della provincia lombarda, tra mura e boschi di piccole comunità incardinate sui propri cadenti pilastri quali la bigotta del paese, il parroco, la scuola con i suoi bulli e le sue vittime. Una di queste vittime è Corradino, il protagonista, che subisce la violenza del padre, uomo senza anima e senza ragione, quella dei compagni che lo prendono in giro mortificando il suo nome e con quello tutta la sua vita, e con queste anche la violenza di tutte quelle manifestazioni e circostanze della vita e della sorte che un bambino senza l'aiuto di chi lo ama non riesce a comprendere, o almeno ad interpretare. E allora Corradino impara a vivere solo e sospeso tra due dimensioni, quella reale e comune e quella tutta sua, interiore e altrettanto vera nella propria mente, in cui uomini e supereroi, esseri umani ed abitanti di altri pianeti si fondono e si confondono, creando un'altra possibilità dell'esistenza, un altro mondo possibile, non scevro da paure e insensati sensi di colpa. Unica ed affascinante costante della  vita di Corradino, così sperduta e vera, è la madre che condivide con lui l'attenggiamento arreso e nostalgico di chi aspetta una soluzione, di chi non ha la forza di gridare e attende che la salvezza arrivi da un improvviso sguardo della sorte, fosse pure la morte di chi fa loro del male. Ad accompagnre questa realtà e i pensieri e sogni di Corradino sta il mistero del centenario abitante di "Villa Kestenholz", i terribili racconti che la vox populi ha costruito nel tempo attorno alla vecchia casa nel bosco e i suoi fantasmi, che diventano uno stimolo alla scoperta, una ragione di impegno e di sforzo, un motivo di tremendi incubi notturni ma anche la fedele spinta a non cedere alla solitudine. Fino a che questa diventerà la più dolce delle sorprese, la più amabile delle carezze, una rivelazione o ispirazione a trovare la propria strada, a saper dire finalmente a se stessi: "Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare..."

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Un cupcake è per sempre!
    Lo sapevate che se si scaglia un cupcake contro un muro, si ottiene il rumore di una testa che affonda in un cuscino? 
    Piccolo, glassato, fluffoso, ricoperto di frosting o decorato, sempre "in tiro" ben adornato dai pirottini colorati e intagliati, decorato con creme e zuccherini color pastello, caramelle, fiori, etc.
    Perfetto il pomeriggio con il thè ed il caffè, riesce sempre a strappare un sorriso, ma soprattutto sa come far emozionare i lettori. Realizzare il sogno di aprire una pasticceria (è questo l'obiettivo della protagonista, Leilani Trusdale) rende un romanzo dalla trama piuttosto comune, un delizioso passatempo adatto anche a chi torna stanco da lavoro. La trama è semplice, ripetitiva e poco originale ma è certamente fantasiosa: a nessuno era mai venuta in mente l'idea di rendere protagonisti dei dolci.
    E' il primo romanzo di una serie composta di quattro libri, in cui non mancano le ricette, alla fine, che preparano il lettore ad avere l'acquolina in bocca per coronare una lettura leggera che potrebbe addirittura considerarsi estiva.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Questo agile libretto di Beatrice Bausi Busi riserva una vera sorpresa: sei racconti, veloci, intriganti, a volte addirittura inquietanti, ma tutti valgono il tempo di una nostra lettura.
    Partono da un'idea luminosa, uno spunto brillante, si dipanano in una prosa piacevole e diretta, con un approccio immediato che si fa vicino a noi, proprio sotto le nostre mani ed i nostri occhi, e poi si concludono con un'ironica chiusa che svela la profonda disincantata e sorridente umanità dell'autrice.
    Brava, la nostra Beatrice, brava veramente a risolvere in poche pagine idee solide come roccia, brava a comunicarci l'ansito dell'inconoscibile, appena dietro le nostre spalle, nel vento.
    La prefazione di Lia Bronzi ci fa intravedere oltre la superficie delle parole, un'altra possibile verità molto pesante, più nascosta, forse, e sicuramente più ardua a comprendersi.
    Quello però che riconosciamo immediatamente all'autrice è la capacità di scrivere con empatia: sa incuriosire subito, sa interessare, è spontanea nelle espressioni, non stanca e comunica il piacere che lei sicuramente prova a scrivere.
    E noi, sicuramente, a leggerla.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Storie di cavalieri e di regnanti. Storie di intrighi e giochi di potere. Veleni conservati in preziose ampolle, tornei sontuosi e ricchi di campioni. Guerre fatte di spade, scudi e mazze ferrate. Nel fantastico ma dettagliato mondo che George R.R. Martin costruisce lungo i capitoli che compongono la sua avventura narrativa, c’è tutto questo e anche di più. Troppo semplicemente confinato nel genere “fantasy”, la saga dei sette regni è invece una consapevole, lucida e moderna rivisitazione di un epoca molto simile a quella medievale, con solo qualche accenno, tuttavia significativo, ad elementi più classici della letteratura fantasy. L’esordio delle vicende che si alterneranno nelle terre dei sette regni, si apre con il primo libro "Il trono di spade". Eddard Stark, lord  di Grande Inverno, domina nelle terre del Nord, luoghi freddi, solitari, eppure sicuri e avvolti da un clima di serenità, efficienza e quieto vivere. Ma le novità sono poco lontane e sarà il Re, Robert Baratheon, sovrano di tutti i sette regni, amico e compagno di numerose battaglie di Ned Stark, a portarle direttamente nella casa di quest’ultimo, suo fidato e leale alleato. Alla corte di Approdo del Re, città forte della nobile casa regnante dei Baratheon, conosceremo la ricca e potente famiglia dei Lannister, insediatasi per via del matrimonio avvenuto oramai molti anni prima tra la loro bellissima figlia, Cersei e il re Robert. Saranno numerosi i nomi delle varie casate che, in un modo o nell’altro verranno coinvolte nelle vicende che con ritmo spasmodico e quasi sempre imprevedibile inizieranno a ruotare attorno il trono di spade, simbolo primo e storico del dominio sulle terre conosciute all’uomo. Ma poseremo uno sguardo anche al di là del mare, dove un popolo selvaggio, guerriero e senza alcuna cognizione di ciò che avviene nei fasti dei castelli d’occidente, affila le sue armi sotto la guida del loro nuovo leader. Udiremo infine, la sibillina presenza di forze oscure, che insistentemente premono dal nord. Un libro al quale faranno seguito altri volumi che sempre con maggiore interesse si faranno leggere. Un libro che è uno spettacolare e ben riuscito prologo ad una meravigliosa e ben congeniata avventura di altri tempi.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Walter Veltroni è un oratore. Uno a cui piacciono le storie. Per questo, anche nel suo ultimo libro “L’isola e le rose” è partito da un fatto vero, tutto riminese, avvenuto in quegli anni in cui tutto poteva accadere, in cui nell'aria c'era quella libertà di pensiero e di idee di cui oggi forse sentiamo la mancanza.

    Nella realtà è stata costruita una piattaforma in mezzo al mare, in acque extraterritoriali, per fini turistici, da parte di un sognatore negli anni ’60. Nel libro la piattaforma è la realizzazione di un’utopia, presa nel suo significato più autentico: un non-luogo che invece esiste, un’isola in cui liberare le aspirazioni e la creatività senza dover rendere conto a nessuno. Un posto in cui essere come si è, all’impronta di letteratura, musica e arte, privi di logiche di mercato e di manipolazioni. Tutto è portato avanti da quattro ragazzi, le cui storie si allacciano e si dipanano fino alla risoluzione finale: sono accomunati da un sogno e dalla veemenza della loro giovane età, e tutto fila liscio finché non devono fare i conti con quelle stesse logiche di mercato che volevano evitare.
    L’isola  fa paura, nella realtà come nell’immaginazione, alle principali forze economiche del Paese. Qualcosa che unisce fa paura a chi ha bisogno del controllo: perciò la sua fine è inevitabile. Questa storia è raccontata in modo piacevole, con delle punte di ironia paragonabili a certe scene dei film all’italiana, a cui il libro è stato paragonato.

    “Questa è stata la nostra vita, ragazzi. Abbiamo conosciuto tutto tutti insieme, nello stesso momento. Siamo il prodotto di una matrice comune. Siamo stati sfrontati e sicuri, ora siamo fragili e impauriti. Ma abbiamo vissuto, scalato. Siamo caduti e risaliti. Abbiamo vinto e perso. Siamo stati vivi. È l’augurio che faccio a voi, oggi. Pensatevi nel tempo, non nell’istante. Abbiate l’ambizione di fare qualcosa di grande e dunque immaginatelo, sognatelo. Non sono i sogni non realizzati ma quelli non fatti a rendere futile e stupida una esistenza” (Walter Veltroni)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La mia dolce cenere, una silloge di cinquanta poesie, che si presenta con testo a fronte in lingua serba. Un percorso intimo ed introspettivo, di tematiche attuali ed esistenziali che attraversano la coscienza del singolo, in più fasi del cammino umano. Passaggio diretto verso la parte più “pessimistica” e malinconica: “trapassa le cose vive da sé al fianco e nel fuoco di tutte le cose” per trovare in “dulcis in fundo”,  il ponte che unisce silenzio e parole, creazione e cenere, tempo e spazio. Monica Osnato diviene voce instancabile; nonostante la fatica del quotidiano vivere. “Parlerò del seme/ che porta agli occhi/  il suo elogio della penombra/ dirò delle mura degli orizzonti”, immedesimata di chi vive in prima linea il combattimento di volere vivere.
    “Dalle mie ossa/ da ogni sillaba”, senza scomporsi, “vola tra luci e fantasmi delle sue torri bianche”, ricostruendo “tra le radici  ignorate e marcite”, trasformazioni allegoriche di ricordi e tentando di dare risposte presenti, ad azioni, che lasciano spesso, il vuoto. “Una poesia  che non ha fine/ silenziosa erode il marmo delle mura/ della pelle stessa/ e lascia vivi/ a morire in un barlume  di luce/ soltanto intravista.”
    Fiume di immagini, di “macchie scure sull’acqua”, scorrono per arrivare alla porta: il mare. Infinito e misterioso, naufrago e compagno, viaggiatore sapiente e paziente di attese e di canti alla luna o di messaggi portati dal vento. Consapevolezza di  arrivare a “un porto dove attraccano le stelle, di rose sfacciate”, di “candori sospesi”, di origine e di esili inclementi. Amore imperfetto che lascia segni e rumori, ricamato sulle distanze. Fragilità che mostra la sensibilità umana persa in assurde paure, per cui basterebbe un solo “guizzo”, per smascherare i “demoni accaldati”, risvegliandosi nella reale oasi, fatta di follia, di versi, di magia e sete “nel sogno dell’oggi”, senza più  temere di chiamare per nome, anche il mondo. Una conquista nel riconoscere i limiti, e dalla cenere, diventare “l’uccello dalle ali di fuoco”, così spalancando, una matura dolcezza.

    [... continua]

  • Come si potrebbe reagire di fronte all'sms di uno sconosciuto? Nell'epoca delle due vite, una virtuale e l'altra reale, siamo davvero capaci di distinguere cosa è finto da cosa è concreto? E quale delle due vite sceglieremmo, se dovessimo? E' il gioco che hanno fatto Federica Morrone e Cristiana Rumori. E' quello che accade ad Anna, che vede interrompere il corso delle sue giornate dall'sms di uno sconosciuto, che forse l'ha notata chissà dove, chissà quando, o che forse ha semplicemente sbagliato numero. Come reagire, nell'era del terrorismo mediatico, degli stalker e del Grande Fratello? Rispondere o ignorare? E come rispondere? E se fosse uno sbaglio? E se al contrario fosse un'occasione?
    "Il teorema dell'amore perfetto" è un lavoro a metà tra divagazione, divertente da leggere e probabilmente ancora di più da scrivere, e un viaggio, consolatorio per chi legge e perfetto per sognare sotto l'ombrellone. Romanzo epistolare del terzo millennio, è scritto con simpatia e semplicità, con tenerezza e ironia. Perchè, prima o poi, tutti finiamo per desiderare un profondo coinvolgimento (senti-)mentale prima ancora che chimico, che nella vita ci faccia sentire di essere conosciuti e magari amati per quello che siamo dentro e non solo per quello che appariamo da fuori. Perchè il Caso spesso ci sfida e altre volte ci aiuta. ..."Perchè una lettera meravigliosa sarà inutile se non sei"

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Cosa succederebbe se la televisione diventasse uno strumento divulgativo per la filosofia? E di cosa parlerebbero i maggiori pensatori dell’antichità se si trovassero nella situazione paradossale di poter conversare tra loro? Giovanna Zucca, infermiera alle prese con una tesi in filosofia, propone con un'ironia inarrestabile un "trip" pazzesco in cui, ad una puntata di "Porta a porta", prendono parte nientepopodimeno che Aristotele, Platone, Epicuro, Pitagora e i filosofi contemporanei Gianni Vattimo, Luciano De Crescenzo e Massimo Cacciari. Davanti allo schermo ci sono delle persone normalissime, dai romanacci al professore di filosofia, che seguono i discorsi improvvisamente svegli, come se per la prima volta potesse valere veramente la pena guardare la televisione. Altre comparse si aggiungono nel libro e il quadro si completa attraverso presenze come Cartesio, Socrate ed Empedocle.
    L'autrice si diverte molto ad immaginare un'interazione possibile tra tutti loro, col senno di poi, provando ad indovinare pensieri, convinzioni e modi di pensare, e lasciando che siano loro stessi a spiegare, finalmente, quello che veramente intendevano dire.
    Scrittura lesta ed accattivante, l'ideale per colmare una distanza e sfatare qualche pregiudizio di troppo: com'è nata la filosofia? Com'è stata distorta? Cosa di buono è arrivato fino a noi? Come hanno potuto, i vari pensatori, influenzare i loro contemporanei e come hanno condizionato i loro successori? Delle domande interessanti che l'autrice scioglie in maniera ironica e forse un po' birbante, fino a toccare il punto che le sta più a cuore: la filosofia è o non è una disciplina pratica?

    "Io non voglio proporvi una vita misera e meschina, come qualcuno vuole farvi intendere. Voglio solo che non agiate sull'onda di impulsi indotti dall'opinione e dalla società dei consumi, che vi spinge a consumare, consumare, consumare, perché vi ha fatto credere che solo così potete esistere. Ebbene non è vero! Non esistete in quanto consumatori, ma esistete perché l'esistenza è più forte di ogni condizionamento. E allora vinceteli, i condizionamenti, emancipatevi, siate padroni del vostro pensiero e non schiavi!". Applauso anche per Epicuro, che, modesto modesto, se ne va senza grandi gesti. (Giovanna Zucca)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • L'inglese. Cosa dire? La lingua più parlata al mondo? Che sia per lavoro, viaggio o anche semplicemente per capire il testo di una canzone, serve eccome! Finalmente un libro di cui italiani (e non solo) avevano bisogno. Quando, dopo aver vissuto in Inghilterra, mi ritrovavo a correggere frequentemente amici o quando dando ripetizioni cercavo di spiegare le diverse proposizioni che danno a un solo verbo innumerevoli significati, alla domanda: “ma perché?” rispondevo quasi sempre: “perché è così”. Come spiegare una cosa se non si sa come? Ora si può! Questo libro è a dir poco geniale. Pagina per pagina, con spirito, allegria e semplicità estrema, aiuta efficacemente non solo a capire le differenze o i vari significati più comuni per evitare gli errori, ma, come dice anche il titolo, a ricordarseli per sempre. Per non parlare del problema più diffuso, quello di tradurre letteralmente ciò che si vuol dire, rischiando spesso di non venire capiti o di fare anche qualche bella figuraccia. Per esperienza personale, prima di trasferirmi, un libro così a scuola sarebbe stato una manna dal cielo. Non è un semplice manuale da imparare a memoria, ma molto di più: con i suoi esercizi e cruciverba divertenti, domande e vignette simpatiche mette in moto la mente del lettore, lo coinvolge fino a farlo arrivare da solo alla risposta! Quale modo migliore di imparare una lingua se non quello di capirla fino in fondo anche con l'aiuto di qualche chicca culturale? La fonetica come punto dolente? Si può imparare anche senza impazzire con simboli “strani” che si dimenticano facilmente. Modi di dire, barzellette, gaffe più o meno anonime di studenti fanno sorridere il lettore, rendendo questo libro una piacevole lettura a prescindere dall'uso che se ne vuol fare. Insomma chiaro, semplice, diretto, breve ed efficace. Da inserire anche sulla lista dei libri di testo scolastici. Perfetto anche come regalo! Consigliatissimo!

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Parlo di Beatrice Bausi Busi, la BBB, donna-elemento, e per farlo devo immergermi negli sciami di vita che è sintesi del respiro stesso. E’ ella monade dei 4+1 Elementi, in essi e con essi Beatrice esiste, vive nutrendo il quotidiano e lo respira, divenendo portavoce per chi non ha l’udito e la vista così sottili da poter interpretare le parole delle immagini che la Natura utilizza insieme ai suoni (o vibrazioni?) con cui a noi si rivolge. E sono vibrazione, onde magnetiche colorate di messaggi, le odi che in "La stessa cosa fluente" avvolgono il lettore. In ogni  componimento dell’artista vi è lo specchio del Mondo Reale di cui noi, umanità corrotta dallo stress della Civiltà, non sappiamo coglierne il riflesso, anzi spesso ci acceca e volgiamo lo sguardo altrove, per timore forse, di non essere sufficientemente realistici. Ma non solo attraverso gli occhi della BBB riusciamo a vedere ciò che altrimenti non potremmo, ma addirittura ci scopriamo testimoni del suo attraversare memorie ataviche, così come possiamo constatare, valicando la moltitudine di sue liriche chiaramente rappresentative: “… come mai ho sempre amato il suono della bùccina…” e seguendo, a pag 18 o a pag 32 e 36 in particolare, e in tutte le liriche raccolte in questa opera, vi è un rappresentare con tanta perfezione di partecipazione intima, molte situazioni in realtà mai vissute, ma se seguiamo la scia dei fotogrammi che qui sono parole-emozioni, stiamo camminando il percorso che conduce alle memorie ataviche: il grande spazio che ospita la poetessa, e sicuramente anche noi anime inconsapevoli; assolutamente estrapolate da tale fonte sono tutte le liriche di La stessa cosa fluente, e tutte scandite da un ritmo unico, “…appassionati e pacati…” ne è la massima rappresentazione (pag 62), già in questa poesia (ma lo è in ognuna) ci troviamo davanti ad una donna che non ha più fisicità, il suo interiore è definitivamente fuso in quella fonte e non è più scritto quel che leggiamo, ma voce che s’innalza dal libro, suono che arriva da dimensioni eteree, pure, reali come ogni cosa che ci circonda, ogni cosa alla quale sappiamo dare la vera definizione nella giostra dell’esistenza, alla quale abbiamo saputo togliere il superfluo: la fisicità fine a se stessa. Come sensitiva, la BBB accosta delicatamente l’anima al suo sentire, in quello spazio “non suo” eppure proprio. Signora di quel grande spazio delle memorie ataviche, l’autrice, con il suo fluido scrivere ella ci accompagna a scoprire questo luogo, premurosamente si fa “mano” con la quale appoggia il nostro essere nell’arcano e ce lo fa assaporare con tutti i sensi, inducendoci ad adoperare il sesto, ora, in questa lettura, e dopo e sempre. Grande insegnamento e nutrimento del nostro interiore, si palesa in ogni componimento che diventa per queste peculiarità, vademecum dell’anima
    Beatrice Bausi Busi, questa anima che posiziona la sua Essenza senza contorcersi, ma poggiandosi come ultimo passo di una danza che si è consumata in volute di suoni, si posiziona, dicevo, ad occhieggiare boccioli poggiati su questi spazi, boccioli che custodiscono nella stretta dei petali, il fiore di vite di altri o di noi stessi (già vissute?).

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    recensione di Annamaria Vezio

  • Sospesi sull’orlo del mondo
    Barbara Garlaschelli finalista "Premio Strega" 2010 con il volume pubblicato dalla Frassinelli dal titolo Non ti voglio vicino, sorprende i suoi lettori con un’opera decisamente unica nel suo genere: "Lettere dall'orlo del mondo". E’ la storia avvincente in cui una donna e un uomo, J. e Y., in una inconsueta comunicazione epistolare, esprimono non solo debolezze, emotività e fragilità della coppia in questione, ma soprattutto stati d’animo della donna. Attraverso semplici (ma mai scontate) lettere, si evince un amore profondo e ricco di poesia, un innamoramento intenso, romantico e per nulla banale (anche perché quando l’amore è autentico non lo può mai essere). J. e Y. (i protagonisti scelgono di comunicare solo le iniziali) sono legati da un sentimento che sopravvive al dolore, aggrappandosi a un lungo fiume di lettere cercando di proteggersi dall'assalto di ricordi nostalgici e di ineffabile intensità. La storia, nonostante sia piuttosto breve, fa breccia nella coscienza del lettore e contribuisce ad affinare lo stato d'animo di chiunque avrà in mano questo volumetto impreziosito dai disegni competentemente ritratti dall’artista Mario E.R. Bianco. I tratti di matita uniti alle  parole,  formano un connubio che non ha nulla da invidiare ad altre opere contemporanee di valore assoluto, il sorprendente finale è sicuramente degno di una scrittrice dalla levatura intellettuale di Barbara Garlaschelli.

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    recensione di Enza Iozzia

    • Dervisci
    • 27 novembre 2012 alle ore 8:06

    La Poesia di Bartolomeo Errera è trasmigrazione di spirito, intriso di calore nella forza di quella danza, che irrompe nell’Anima, liberando la mente oltre gli spazi ed i tempi. E’ un cammino quotidiano di scoperta e ricerca; di vissuti difficili, d’ascesi, di passioni, di lacrime, di intime preghiere, di solitudine, di paure, di tristezza e di Follia.
    Un continuo divenire e farsi “ mendicante” di emozioni, cercando quella via che porta, attraverso le vicissitudini della vita, all’abbracciare il cielo, consapevole delle materialità che offre la  terra, e dei desideri, che sono immersi nel mare.
    Errera riesce a coordinare intelletto, sentimento e movimento, destreggiando abilmente la penna, entrando in punta di piedi nella coscienza del lettore ed accompagnandolo attraverso le salite e discese. Inseguendo battiti, percependo soffi, gustando respiri, ricordando baci e cantando tremante di fronte alla bellezza/amarezza dell’Amore.
    Senza scendere mai nella banalità, Bartolomeo osserva con gli occhi del cuore, le metamorfosi dell’ umana esistenza, cullando ogni singola ruga e/o  memoria di nostalgia.  Le parole bruciano inconfondibili, diventando legna che scalda, acido che corrode, vino che disseta, bocca di verità e silenzio di farfalla. 
    Un presente fatto di ascolto ed attesa; coordinato dall’ esperienza di quella chiamata al discernimento. Danzando e roteando, condividendo e personalmente tracciando passi verso il Mistero e l’Estasi della vera felicità.

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  • Mi piace pensare alla poetica come ad una vocazione dell’anima, ma questa di Salvatore Gurrado, è una “poesia delle ossa”.
    Sotto la superficie, tra passato e presente, a volte abbarbicato sulla montagna composta da “ossa tremolanti” : - mi tremano le ossa, i frammenti del corpo, nella finita terra…- vi è “un patibolo costante”, rifugio forzato del poeta, altre in cammino, sotto la superficie: “sotto la superficie, solo me ne vado, per quelle strade che non sai della domenica, sopporto i silenzi…”.
    Ma in tutta questa sofferenza è sempre “l’amore, la triste eredità che uccide l’anima”, perché l’assenza dell’amore è dolore più grande è solitudine immensa e “con i Graffi d’anima, ti fa bruciar nella valle del pianto…”.
    Salvatore Gurrado, da sotto la superficie percorre il suo passato e torna bambino, “con il cuore pieno di ferite, un piccolo motore così delicato ma così forte da generare amore, fino alla morte…” e sopravvive così “ il bambino che parlava d’amore” : come un dolce respiro che è emozione del brivido e carezza infinita all’oceano… ma è anche attesa, “tra i giardini di Avalon”, aspettando di essere desiderato, voluto, amato dalla madre.
    In tutte queste liriche, dal verso libero, è la pienezza dell’anima, scandagliata profondamente, anima che non cela il dolore ma lo rivive, senza rabbia, senza cattiveria ma con grande forza, una forza che trova energia dal collegamento tra passato e presente tanto da divenire “Il dolore del sentimento”: questa crudeltà che chiamiamo vita, scrive il poeta, tanto più è alta la gioia, più infinito è il suo dolore.
    E’ così che cammina il poeta, dal profondo buio del dolore, verso un barlume di luce: “Ho dato fuoco alla pioggia” scrive, “ c’è un fuoco che inizia nel mio cuore portandomi fuori dal buio, le cicatrici dell’amore mi hanno condotto di nuovo all’alba…”.
    Liriche forti, appese alla vita attraverso funi silenziose di parole bagnate dalle “lacrime lontane”, che le hanno rese robuste, ma il tempo incancellabile della sofferenza è anche rifugio di “infinito della dolcezza in un bacio in riva al mare” perché d’amore immenso è colmo il cuore del poeta Gurrado, ed è con questo amore che combatte “la scura notte, dove dorme la luna… quell’amor che con tanto dolor respira ancor”.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • "Non ho conclusioni, meno che mai certezze": così dice Paolo Goglio nel suo lungo monologo, un vero flusso di coscienza, intitolato "Il Tropico della Vergine", in cui racconta il suo solitario vagabondaggio in montagna che dura per tutto un intero mese di agosto, alla ricerca spasmodica di una faticosa rinascita dalle macerie di un'ulteriore esperienza personale negativa.
    Un monologo, direi, un lungo discorso che pare a volte rivolgersi direttamente a noi, quando esprime le sue considerazioni sulle tante teorie e sulle varie "ricette" di vita; e si rivolge direttamente e compiutamente a se stesso, quando invoca una presenza amica, vicina, tangibile, perchè quello che lo distrugge è "la solitudine interiore".
    Con che delicata ritrosia l'autore ci avvicina ad alcune sue esperienze personali, con che lievità ci fa intuire, sotto l'apparenza delle parole, l'esatta realtà di un'anima dolente, che freme al vento del biasimo e del giudizio altrui, e che desidera, disperatamente desidera "una mano per camminare insieme".
    C'è chi si lascia vivere e chi vuole reggere le redini della propria vita: Paolo Goglio lo dice chiaramente quando si dichiara "quello che porta la bandiera del gladiatore", e ci racconta - potremmo dire "si" racconta - dei suoi progetti, quelli passati, quelli futuri, una chiacchierata fra amici sulle sponde di un ruscello di montagna, in una mattina di sole, magari anche nel tentativo di chiarire a se stesso le proprie idee, le proprie sensazini.
    Un testo colloquiale che ci chiama sempre in causa, ci innervosisce per alcune considerazioni, ci provoca, ci invita empaticamente a rispondere ed a riflettere, in un linguaggio piano ed accattivante, vicino alle nostre orecchie ed al nostro cuore.
    E' davvero un libro che scivola sulla pelle e ci trascina al centro stesso dell'anima, perché questo "cacciatore di arcobaleni", è sempre pronto a rischiare in prima persona, anche se si chiede "chi potrà mai parlare la mia lingua?".
    Eppure, ha il coraggio di dire alla persona che lo ha tratto dal baratro "tu mi dici delle cose bellissime", perché infondo l'autore ripete in tutti i suoi libri lo stesso messaggio: "il volo è nell'anima".

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    recensione di Niva Ragazzi

    • Spiriti
    • 22 novembre 2012 alle ore 7:51

    Aperto il libro troviamo subito scritto un elenco di personaggi, dai nomi più improbabili e impronunciabili, questo da solo potrebbe metterci in difficoltà.
    Invece Stefano Benni riesce, come solo lui sa fare, ad incastrare, sciogliere e rimontare le vicende dei protagonisti.
    Un pianeta dove la guerra è solo un business per piazzare pubblicità e oggetti, dove si aggirano spiriti elementari in lotta contro l'umanità che sta distruggendo l'ambiente, demoni cacciatori ed protodemoni innamorati, il Presidente Max scopre che si sono dimenticati di una guerra iniziata molti anni fa.
    Motivo più che plausibile per Hacarus, il re degli affari, per organizzare un megaconcerto a livello mondiale allo scopo di rinfrancare le truppe, alzare l'interesse della gente per le guerre in futuro e piazzare pubblicità. Verranno invitati i comici più divertenti, i presentatori più bravi, le modelle più belle, politici di tutte le fazioni, i cantanti ribelli e quelli idoli dei teenagers e dulcis in fundo, si potranno ammirare i due gemelli, unici scampati dai bombardamenti dieci anni addietro, per mostrare che nonostante le "giuste" guerre, non si sono dimenticati dei propri bambini (o vittime). Tutto si svolgerà su una piccola isola, luogo natale di streghe e sciamani. Così tra mille peripezie e litigi tra politici per avere più visibilità possibile, si riuscirà a montare il palco e come profetizza Stan, guardia del corpo del presidente, "ci sarà una gran piangianza e gran ridanza". 
    Le morali nella storia sono tante e Benni riesce con un sorriso a farci accettare tutte le stranezze dei personaggi, strizzando l'occhio a persone e fatti che esistono nella nostra realtà. La lettura è scorrevole il finale è ricco di colpi di scena e potrebbe lasciare un po' l'amaro in bocca.
    Quando non so che prendere in libreria, vado deciso su Benni e sono sicuro che mi divertirò. 

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • La poesia di Emilio Basta è una “poesia del rifugio”.
    La mente si annida nella casa natia che, nonostante il logorio del tempo e le crepe, nonostante l’abbandono, resta in piedi ancora solida, per ospitare raggi di luce che scaldano nuovi nidi che respirano vita.
    I ricordi: bianchi merletti intrecciati con il filo della luna e la spuma del mare, ricoprono la dura terra di trame di nostalgia...
    La figura del poeta è quella di un osservatore dell’anima, che vede scorrere come in un film, al rallentatore, scene del passato che a sprazzi conduce, egli stesso, nel presente, nel quale vi si ritrova confuso perché non ne riconosce più la bellezza. E’ colmo di dolore il suo pianto per l’umanità e l’animo trova quiete nell’osservare con gli occhi del cuore la natura guidato, talvolta, dalla voce del Signore.
    Il lettore, nel leggere “Il Silenzio delle Farfalle” avverte la sensazione di “camminare” senza mai toccare terra, sospeso tra passato e vane certezze per il futuro, affronta lo scorrere delle primavere immerso tra prati innevati, sotto cieli stellati, riverberi di luna, silenzi notturni…  ha la sensazione di “essere solo” nell’universo, in un viaggio a ritroso, dove i ricordi riemergono più felici della realtà.
    Realtà nella quale il poeta evita di sostare… quasi che questa potesse in qualche modo disturbare il proseguo del cammino, nel quadro onirico colmo di maestosa e perfetta bellezza della natura.
    Il poeta, nel suo viaggio si lascia condurre dal vento che “apre” ogni suo passaggio e soffia su ogni cosa spettinando la vita: - Sotto le poche stelle il vento morde il bosco e le sue foglie ingiallite – ed ancora: - Il vento soffia leggero, si tuffa nel mare, vola sul fiume, accarezza la mia casa. – Ed è ancora il vento a portare l’omaggio del poeta alla sua terra natia, terra di Venosa, per bocca di Orazio. – Orazio dice: il vento sussurra; Orazio risponde: il vento soffia sui frutti…- Ed è così che il poeta Emilio ama, soffre, si esprime e vuole vivere: come “le farfalle nell’aria, che vivono fuori dal tempo…” e non fanno rumore.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • Che cos'è "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway se non una metafora espansa, una parabola in estensione, fine ed elegante, dove trova piena realizzazione la natura mimetica dell'attività narrativa? Eppure il suo autore pare abbia sempre voluto negare il senso allegorico del suo libro, a metà fra il romanzo e una forma diluita di racconto, dove il periodare semplice, atto di composizione all'apparenza minimo, si rivela una vera e propria corsa alla grandezza, al puro piacere derivato dal narrare - attivo e passivo. Questo splendido gioco di scrittura, che fruttò allo scrittore statunitense, consecutivamente, un Pulitzer e un Nobel, ha per protagonista Santiago, il vecchio del titolo, un anziano pescatore giunto all'ottantaquattresimo giorno di "magra" per il suo lavoro; e Manolin, apprendista di pesca e di vita, un ragazzetto che trova Santiago sul suo cammino e che, dall'incontro con lui, ricava qualcosa di prezioso. L'uomo, nonostante tutto gli suggerisca di demordere, prende il largo e si getta nella caccia di un marlin - un tipo di pesce simile allo spada. Un gigante del mare, così grande da superare in lunghezza l'intera imbarcazione del pescatore, che pur avendo abboccato all'amo s'oppone per tre giorni alla scia della sua sorte, donando particolare dignità a quel "È stupido non sperare [...] e credo che sia peccato" pensato e tra-scritto da Hemingway. Stupefacente è il modo in cui l'estenuante lotta fra l'uomo e il marlin comincia, si sviluppa e vien descritta, nella progressiva accettazione della spietatezza delle leggi del mondo e, nel contempo, col delinearsi di un inedito e sempre più raro tipo di umanità. Dal rapimento messo in atto dalla narrazione hemingwayana scaturisce l'attrazione verso l'assistere al dipanarsi di un racconto come di una vita, alla crescita di un personaggio e del suo commovente rispetto nei confronti di ciò che vede. Forse per questo bisogna tener fede a quanto affermava l'autore: Il vecchio e il mare non è un'allegoria, non nella sua interezza, almeno. Può esserlo solo e soltanto nel suo finale perfetto, mimetizzato e mimetico, dove più che nell'uomo ci si sorprende a rispecchiarsi nel pesce, unico vero legittimo abitante dell'oceano.

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    recensione di Francesca Fichera

    • Essenze
    • 14 novembre 2012 alle ore 7:52

    Un viaggio attraverso i sentimenti, “sussurrando lentamente... audacemente” parole, “che cingono trasparenti emozioni”. Scorrono, percorrendo un “tragitto dai mille colori”, “disegnando evoluzioni che si sciolgono in un amore visibilmente presente...”. Ed è questo, ciò che rappresenta la poetica di Federico Negro, la concretezza essenziale di “un’anima dalla lucente sensuale vitalità”.  Delicatezza, che si schiude in metaforiche immagini, in sensi che inebriano, creando “armonie fuori dal tempo”. Fluidità, che alimenta la musicalità dei versi, “inquadrando sottili stupori che ascoltano piaceri di indefinibile entità”, adagiandosi intimamente oltre la freddezza di un’era, che sembra vada al contrario della “cavalleria” passata. Un incontro di silenziosi “piccoli passi”, di magia che regala “immensità” per gli attimi vissuti. Sensibilità maturata, in un tragitto ricco di ostacoli e di mutamenti, attraversando i cieli ed i mari dell’umanità, fatta di istinti e di abbracci. Vibrazioni salutari, di purezza, di sorrisi accesi che Federico, riesce abilmente a descrivere. La freschezza percepibile, definisce ogni singolo verso, compiacendo la bellezza di "saziarsi" in ciò che il vero Amore, può semplicemente donare. Portavoce di battiti, di un cuore “complesso, spigliato a volte sensuale”: “ti carezzerò nutrendo la pelle di seta ed ascoltando i brividi dell’inesprimibile desiderio”. Un canto d’amore è questa silloge: “complesse sonorità invadono delicatezze complici di piccole impressioni che producono un’unica crescente emozione”. Poesia che entra in punta di piedi, regalando ciò che l’indifferenza quotidiana, ha dimenticato l’uso. Passione percepibile nella costante “emancipata” seduzione che passa dall’anima al cuore. Orizzonte, che diventa tangibile, di terra fatta di storia, di coraggio, di silenzi e di urla. Ricchezza di un sentire che “come fulmine... diviene sostanza”: Essenza; apoteosi di chi è perennemente innamorato dell’Amore, nonostante tutto e tutti.

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