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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
    • Mancarsi
    • 29 gennaio 2013 alle ore 8:05

    La prima cosa che colpisce è il titolo: un gioco di parole troppo sottile per non ingabbiare la fantasia. “Mancarsi” ha, sia in italiano sia in inglese (“missing”) una doppia accezione tanto affannosa quanto opposta: corrisponde da una parte ad una nostalgia reciproca, e quindi presumibilmente all’essersi trovati e poi persi, ma dall’altra anche al non cogliersi mai, nel gioco cinico e quotidiano a cui la vita ci sottopone senza che noi ce ne accorgiamo. Ma siccome si può sentire la mancanza anche di qualcosa che non si è mai avuto, tutte le supposizioni tornano al punto di partenza e non si può fare a meno di agguantare il libro dallo scaffale del negozio.
    Nella prima parte appare lampante quell’influenza stilistica proveniente da José Saramago e Javier Marías di cui gli ho sentito parlare lo scorso ottobre all’incontro letterario “Montesilvano scrive”, nel riferirsi ai suoi ultimi scritti. È stata questa ammissione a farmi drizzare le orecchie e a rendermi impaziente. Non conoscevo Diego De Silva prima di quell’incontro, infatti, né come uomo né come scrittore: quel giorno ho cominciato a conoscerlo sia come l’uno, sia come l’altro, ed è stata una specie di rivelazione.
    La trama di “Mancarsi”è nota: due storie d’amore e di solitudine convergono in un bistrot, senza, apparentemente, mai incontrarsi. I personaggi sono complessi e guardano in faccia i cambiamenti che stanno vivendo. Convivono con riflessioni affatto banali, assolutamente pungenti, che fanno male.
    Durante le prime pagine ho sinceramente pensato che De Silva potrebbe diventare il Marías o il Saramago italiano. Mi piacerebbe molto. Parentetiche, riflessioni e associazioni mentali sono contagiose, intriganti ed esigenti. Lui le regge bene tutte, a lungo. Poi però succede che la storia comincia a stancarsi; lo stile vira bruscamente, la trama sembra aver fretta di concludere, fa più freddo. Ci si aspetta forse una fine diversa, ma forse in realtà era necessaria proprio questa. E storditi da neanche cento pagine di lettura intensa e “disperata”, si ripone il libro chiedendosi quanto di Irene e quanto di Nicola appartenga già alle nostre giornate.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Così in terra è un romanzo che sprizza sentimento, il non demordere davanti al nulla, l’affrontare sempre con nuova prospettiva le difficoltà della vita. Se poi si vive a Palermo, senza un padre, e si comincia a boxare dall’età di nove anni, lo scenario cambia. Una storia di famiglia, di insegnamento, di unione, di trasmissione del sapere attraverso quel filo famigliare che è vivo e rigido, la nonna Provvidenza, lo zio, il nonno scampato ad una guerra. Attraverso una Palermo in sussulto, con un linguaggio un po’ ostico per chi di dialettalismi ne sa veramente poco, per fortuna la storia regge e ti spinge a non fermarti, ti invita a correre, correre, correre, sferrare, cadere come Davidù tante volte ha fatto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il diavolo esiste? Sì! E risiede in Barbagia. Si chiama Paulu Anzones (noto come Muscadellu), un ricco ereditiero di fortune inimmaginabili, latifondista, imprenditore, sindaco e signore assoluto di Irìchines: insomma l'incarnazione del grado zero dell'umanità, che brama di possedere il Bastone dei miracoli (un oggetto che regala non solo una "buona morte", ma anche la facoltà di accumulare ricchezze).
    Il libro narra la storia di un pastore, Licurgo Caminera, appassionato della figura di Omero e delle sue opere, che dà ai suoi 12 figli i nomi di personaggi epici. Di questi, per varie vicende legate alla malattie infantili o ai "mali dell'anima" ne sopravvivono solo sei: Ulisse, Achille, Ercole, Elena, Penelope e Antigone.
    A loro, in punto di morte, non lascia un'eredità materiale, ma una fatta di parole ancestrali: sei buste in cui è contenuto, a pezzi, un racconto che di nascosto, egli ha scritto nella sua vita.
    Il compito dei figli, dopo la sua morte, è quello di leggerlo gli uni agli altri a turno, ad alta voce e così, rimetterlo in ordine: questo è l'unico modo (secondo il pastore) in cui può essere ricordato degnamente.
    E il diavolo? Che c'entra?
    Il lettore resterà a bocca aperta quando, insieme ai protagonisti di questa fiaba, aprirà con loro le sei buste...
    "Amicu meu, non fare così! Vieni ad accucciarti accanto a me!”

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • La famiglia Winshaw è il secondo libro di una trilogia, parla di un scrittore a cui è stato affidato il compito di scrivere la biografia di una influente famiglia inglese. Si cela tutto un mondo dietro questo libro, si lascia spazio all’amore nella stesura della biografia, a rimandi storici, - che caratterizzano la scrittura di Coe – un libro della storia inglese, che ti trascina, ti fa entrare nel mondo altisonante ed esclusivo, fatto di amicizie nascoste, di una finanza traballante. Si lascia spazio anche a ricordi: "Fin da bambino sono sempre stato convinto che le lettere abbiano il potere di trasformare la mia esistenza. La semplice fista di una busta sul mio zerbino può ancora riempirmi di vibrante aspettative, per quanto transitorie possano essere. Devo ammettere che le buste gialla raramente sortiscono questo effetto; la busta a finestra mai. Ma poi c'è la busta bianca, scritta a mano, quel glorioso rettangolo di pura possibilità che in certe occasioni si è rivelata niente meno che la soglia di un nuovo mondo". Opinioni stesse dell’autore che inserisce qua e là: "E che libro sarebbe stato! Me lo vedevo... un libro tremendo, un libro senza precedenti, fatto in parte di memorie private, in parte di cronaca sociale, tutto mescolato insieme in una miscela letale e devastante.  Suona stupendo - disse Micheal - avrei dovuto assumerla per scrivere la fascetta pubblicitaria".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Sesso uguale donna: attrazioni pericolose, perversi giochi di seduzione, incontri ad alta temperatura accompagnano le giornate dela protagonista della storia. E' un libro che si lascia leggere e sa offrire delle forti emozioni decisamente adatte agli amanti della letteratura erotica: ha  una trama abbastanza curata, scorrevole, intrigante, che mostra la mente della donna nel suo lucido bisogno carnale dell'atto sessuale in sè. La freschezza nella descrizione delle scene, la volgarità che stimola l'eccitazione, il vortice di atti sessuali ripetuti costantemente, sempre diversi, senza controllo, dove tutto è concesso, un esibizionismo estremo che diventa gioco sono gli ingredienti che fanno di questo uno dei romanzi più folli e piccanti che si potevano concepire. L'autrice ha dimostrato molto coraggio confrontandosi con questo tipo di letteratura e, nel suo insieme, è un lavoro ben riuscito perché tra le diverse avventure della protagonista, a far da padrone è sempre e solo una parola d'ordine: possedere l'altro senza tabù!

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Ho sempre avuto il vizio di conservare in un’agenda le immagini e le citazioni che più colpissero la mia fantasia. Al liceo comprai un’edizione delle “100 pagine – Millelire” delle “Massime” di Francois de La Rochefoucauld e mi fu subito chiaro che avrei dovuto inventarmi una specie di inserto speciale, così riuscii a far stare in un foglio protocollo tutte le Massime che mi erano piaciute. Praticamente riscrissi tutto il libricino.
    Ho ancora l’abitudine di usare questa agenda per conservare la bellezza che trovo in giro. È un’agenda molto grande, per fortuna. Mi è tornata in mente perché per il “Breviario” di Alessandra Paganardi farei la stessa cosa che ho fatto per La Rochefoucauld: riscriverei tutto il libricino.
    La sagacia e la disarmante verità con cui l‘autrice puntella il mondo con i suoi aforismi, mi ha fatto pensare al cinismo e alla lucidità di quest’uomo, che era in grado di descrivere i sentimenti e le debolezze come fenomeni prevedibili e monopolabili.
    Su questa scia, con aggraziate stilettate Alessandra Paganardi gioca con parole e concetti e parla di vita interiore e di economia (“La felicità è una legge finanziaria: sempre piena di tagli”, o “L’orgoglioso preferisce non contare nulla che contare meno di quanto vorrebbe”), di tempo e di poesia (“L’utopia è la nostalgia del futuro”), genitori, figli e saggezza (“Diamo il nome di “ricordi” alle cause presunte di emozioni presenti”) e infine di “brevetti”, in cui gioca con brevi e schiaccianti definizioni (“Verità: mai nel mezzo, sempre altrove”). Una raccolta di appena sessanta pagine tutta da spiluccare, e che personalmente ho farcito di tante piegature da raddoppiarne lo spessore.

    “Strano destino delle rette parallele: non s’incontrano mai, oppure coincidono” (Alessandra Paganardi)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Donne che raccontano altre donne.
    Scrittrici che si calano nelle vesti di altre donne.
    Le autrici: Simona Vinci è Diane Arbus, Carmen Covito è Eleonora Duse, Barbara Garlaschelli è Joyce Carol Oates, Nicoletta Vallorani è Angela Carter, Maria Rosa Cutrufelli è Anna Kulishoff, Daniela Piegai è Artemisia Gentileschi, Olivia Corio è Ella Fitzgerald, Elisabetta Spaini è Niky de Saint Phalle, Donatella Diamanti è Virna, Elena Varvello è Alice Munro, Chicca Gagliardo è l'ombra di Alda Merini, Daniela Losini è Coco Chanel. Storie di donne fragili, donne determinate, donne che non si lasciano scalfire da niente e nessuno; donne indipendenti, donne alla ricerca  di se stesse. Perché essere donne comporta innumerevoli scelte,  disagi, pericoli e ognuna di esse reagisce in maniera diversa  mostrando un lato della propria personalità. Voltata l'ultima pagina il lettore potrà rendersi conto che i racconti di dodici donne diverse sono legati da un unico filo, come quello di Arianna, in una  sola complessa storia: quella della Donna. La forza delle donne, il loro valore aggiunto, la dolcezza che scaturisce dai loro discorsi e un sogno: arrivare a un'uguaglianza tra uomo e donna mantenendo una naturale diversità. Le voci delle scrittrici sono una melodia che canta la donna, la dipinge mentre cucina, mentre aspetta una telefonata, mentre sogna o cerca di dimenticare le sofferenze, mentre combatte con la vita riscoprendola.
    Donne impersonificate e descritte nella loro quotidianità, ma senza  necessità di elevarle ad angeli del focolare, bensì mettendole in  evidenza, facendole uscire da quel cono d'ombra nel quale hanno vissuto per secoli. Un elogio allo sguardo femminile che sa scavare nel profondo, senza  rancore, senza rabbia: non c'è la voce roca che grida all'uomo le sue mancanze, i suoi errori, ciò che ha perso trattando la donna come una schiava, una reclusa, una peccatrice. Le pagine si susseguono con una scrittura fluida, pulita, tenera e poetica. Donne vissute in epoche diverse, con conquiste diverse, che, attraverso le loro testimonianze, dimostrano come si siano fatti  tanti passi avanti: attraverso le loro esperienze si delinea l'attuale posizione femminile all'interno della società, come risultato delle tante lotte affrontate nei secoli scorsi.

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    recensione di Enza Iozzia

  • "Disequitalia" è un'antologia di racconti di denuncia, dove trova una meritatissima collocazione la nostra autrice e redattrice Cristina Mosca, con il suo racconto "Prendimi al volo".
    L'assonanza del titolo dell'antologia è semplice e voluta: è un rendere negativo il nome di un'istituzione che non ha nulla di equo nei suoi modi.
    "Equitalia è diventata, nel tempo, uno strumento perverso che ha trasformato lo Stato di diritto in Stato di Polizia tributaria". Lo scrive Carlo Santi, direttore Editoriale di CIESSE Edizioni, nei ringraziamenti finali.
    E l'obiettivo di quest'opera, curata da Alessandro Greco, è porre l'accento su come le classi più deboli vengano maggiormente colpite dall'azione di Equitalia e dalle loro famose cartelle esattoriali, che incombono su situazioni familiari già difficili. Rateizzazioni che spesso non si possono sostenere, così, questo organismo, che alle spalle ha uno stato "colpevole", inizia a spolparti: la casa, il conto corrente, la macchina, lo stipendio, la pensione. E l'uomo dov'è? Equitalia, che è gestita da uomini e non da un "sistema" (una delle parole più usata da gente vigliacca, dietra la quale si nasconde), porta alla rovina altri uomini, indifesi di fronte a quello stesso Stato che dovrebbe proteggerli. Si parla di gente modesta, con stipendi mediocri, mentre i grandi evasori continuano ad agire indisturbati...
    Il racconto di Cristina Mosca racchiude a pieno titolo la natura della collana. Non solo per il tema trattato, ma anche per la maestria letteraria e quel suo modo fluido e leggero di far scorrere questa storia dal suo cuore all'inchiostro. Perché è una storia scritta col cuore, lo si legge chiaro tra le righe.
    C'è una donna, un suo vecchio amore, la perdita del marito, sapori e sensazioni del passato e... la malattia.
    C'è un'intermittenza di sapori dolci e spettrali racchiusa in dieci pagine. Una storia che ti prende l'anima e che non ti basta.
    Alla fine, hai quella sensazione di un orgasmo andato via troppo in fretta. Vorresti prolungarlo, vorresti chiamare l'autore per chiedergli la cortesia di trasformare questo racconto in un romanzo, perché lo vedi imprigionato in così poche pagine.
    "Prendimi al volo" è circondato da altri racconti davvero interessanti e d'impatto. Una nota di merito, sento di darla a "Io pentito dell'antimafia" di carmine Monaco, "Disequitalia" di Antonio Turi e "La crisi spiegata a mia nonna" di Paolo Bernard.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • "Il cielo pare cadere/ mentre ascolto la pioggia/ con l'orgoglio ferito/ di chi pensa e ripensa/ alle cose lontane/ ormai melodie perdute/della nostra amata terra". Me lo figuro così, Emilio Basta: un aedo fisso su uno scoglio rivolto verso il mare della vita, solitario rapace notturno che ha “fame e sete di buio e d’amore”. Lo immagino così, innamorato della Luna, passione ricorrente nei suoi versi, misteriosa e mutevole come una donna, faro che illumina le notti. Dai suoi silenzi pieni di voci nascono inni che si spargono come polvere di sole e che solo le anime belle riescono ad assaporare.
    Alla sua amata terra, la Basilicata, “spuntata dal vulcano/ lievitata dal sole/ e illuminata dalle stelle”, sono dedicate le liriche più belle. Ora è madre lontana (“patria straniera/dai ricordi acerbi”); ora è aspra radice anelata dove tornare ("Castelli e pensieri/dentro di me/ ed io figlio/ di questa terra del Sud/ dolce e amara/ arsa dai sogni"); altrove è arida sequenza di sterminati spazi inquietanti, che il cammino di un pastore di leopardiana atmosfera colma e sostanzia (“Sin da bambino/ nel respiro della sera/ in silenzio e da solo/ traversa sentieri di vita”).
    La poesia di Basta sa dar voce al vuoto dell’anima, ma sa anche consolare, con un tenace ottimismo e una fede splendente, preziosi doni dell’esperienza di una vita a un cuore meravigliato di fanciullo.

    [... continua]

  • "La Banda dei Brocchi" è il primo di una trilogia, ambientato in un'Inghilterra degli anni ’70 dove tutto è in cambiamento: lotte sociali, sussulti, lotte sindacali, politica perversa, lo sguardo di un mondo con una lente che è portavoce di voci adolescenti e di sguardi perentori di quegli adulti senza ragione: [Lois sedicenne] “Sì, a pensarci bene lei il mondo lo voleva vedere. Quella consapevolezza le era cresciuta dentro piano piano, alimentata dai programmi televisivi sul turismo e dalle foto a colori del "Sunday Times", la consapevolezza che oltre i confini di Longbridge esisteva un intero universo, più in là del capolinea del 62, di Birmingham, addiritttura dell'Inghilterra. E lei lo voleva vedere, e dividerlo con qualcuno. Voleva qualcuno che la tenesse per mano mentre lei guardava la luna che sorgeva sopra il Taj Mahal. Voleva essere baciata, piano, ma a lungo, sullo sfondo magnifico delle Montagne Rocciose, in Canada. Voleva scalare l'Ayers Rock all'alba. Voleva qualcuno che le chiedesse di sposarlo mentre il sole al tramonto stendeva le sue dita rosso sangue sui minareti rosa dell'Alhambra”. [Sguardi superiori] "Era il mondo, il mondo in quanto tale, che era fuori dalla sua portata, tutta quella costruzione assurdamente grande, complicata, casuale, incommensurabile, quella marea incessante di relazioni umane, politiche, culture, storie... Come sperare di riuscire a padroneggiare tutte quelle cose? Non era come la musica. La musica aveva sempre un senso, una logica. La musica che sentì quella sera era chiara, accessibile, piena di intelligenza e umorismo, malinconia ed energia, e speranza. Non avrebbe mai capito il mondo, ma avrebbe sempre amato quella musica". [Ma quanto è vero] "A volte mi sento come se fossi destinato a essere sempre dietro le quinte quando arriva una scena madre. Come se Dio mi avesse scelto come vittima di un cosmico tiro mancino, assegnandomi poco più di una comparsata nella mia stessa vita. Altre volte mi sento come se non avessi altro rôle che quello dello spettatore di storie di altra gente, e per di più fossi condannato a lasciare il mio posto sempre al momento cruciale, e andare in cucina a farmi una tazza di tè proprio quando arriva la resa dei conti".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questa è una storia di guerra, di rapporti familiari particolari, di affetti altalenanti, è la storia di Ietri: ragazzo scanzonato, ingenuo e malato di sesso, pur non avendolo mai fatto ormai raggiunti i venti anni. E’ la storia di Cederna e Agnese giovane coppia, anche lui sempre voglioso di sesso, lei invece si caratterizza per una profonda propensione per il cibo cinese; è la storia di  Rosanna Vitale e René amici intimi o meglio amici di letto a pagamento, lui è comandante di ventisette soldati e per questa storia si caccerà nei guai, facendo toccare al lettore pensieri e temi profondi che lasciano spazio a riflessioni. E’ la storia di Angelo Torsu, primo caporalmaggiore che intrattiene una conoscenza in chat con una certa/o Tersicore89. E’ anche la storia di un’intossicazione alimentare che fa degenerare la situazione nella caserma, tutti i soldati sembrano impazziti e il bagno sembra ricoprire il ruolo di salvezza, Torsu per accaparrarsi il bagno fa a botte anche con un suo superiore ed è in critiche condizioni di salute per via della contaminazione. E’ anche la storia di  Alessandro che viene visto dalla sua famiglia sempre come secondo a dispetto di Marianna dalle doti eccelse in tutti i campi, dalla scuola alla musica: "Ecco come tornava a vivere il passato, dov’erano andate a finire tutte le invettive di Ernesto, i riti celebrativi, l’amore elargito e revocato, le raccomandazioni di Nini, le precauzioni, lo studio indefesso e selvaggio, le olimpiadi della matematica dove si classificò seconda, i vezzeggiativi, il solfeggio, gli accordi pestati che percorrevano i cinque piani del palazzo e raggiungevano i garage e da lì sprofondavano sottoterra, i temi del liceo sintatticamente perfetti e glaciali: ogni singolo elemento aveva contribuito a caricare Marianna come un meccanismo a molla. Un milione di giri dietro la schiena del soldatino di piombo che era. La chiave era scattata e lei aveva preso a marciare spedita verso un traguardo. Poco importava se quel traguardo coincideva con la fine del tavolo: con il baratro, in famiglia, avevamo tutti una certa dimestichezza".
    Intanto nel battaglione tra vecchi ricordi, email non mandate, parole che rimangono ferme in gola, paura di sbagliare, partite a Risiko, c’è anche chi è vittima di pressioni da altri soldati, così come nella vita militare reale. Attacchi nemici, agguati, morti sotto il fuoco nemico come: Simoncelli, Camporesi, Mattioli, Mitrano, Ietri. Il passaggio in cui c’è lo psicologo Finizio l’ho apprezzato davvero molto, mi è sembrato di entrare in intimità con i soldati. E’ la storia anche di rapporti familiari come dicevo, all’inizio difficili, labili che si reggono su un filo che è destinato a staccarsi come il rapporto tra Marianna ed Ernesto che è davvero delicato, cioè in realtà il rapporto con tutta la famiglia è un lento declino, come la carriera di quel fratello che vedrà cambiare le coordinate della propria vita e riempire dei buchi affettivi dettati dalla mancanza delle morti in guerra; un riassesto, una nuova rivoluzione, un nuovo inizio, uno sparo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Si legge nel libro della Genesi  “”Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse:  <<Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra.>> E fu sera e fu mattina: quinto giorno. “”
    Come è immediatamente intuibile, analizzando i versetti sopra citati, in questo libro, Frank Schatzing pone in primo piano l’analisi del rapporto uomo-ambiente; nello specifico la relazione tra gli esseri umani e l’immenso mondo marino. In diverse parti del pianeta, la popolazione si ritrova improvvisamente alle prese con una serie di eventi catastrofici caratterizzati da una gravità ed una distruttività che costantemente ed inesorabilmente va aumentando nel corso della storia raccontata. Sigur Johanson, esperto e noto biologo marino, è chiamato ad analizzare l’incredibile invasione di nuovi e sconosciuti organismi marini viventi, dalle fattezze simili a quelle di un comune verme, che gradualmente vanno ricoprendo l’intero zoccolo continentale. Da tutt’altra parte del mondo, Leon Anawak, famoso ed appassionato biologo, si adopera per studiare e trovare l’origine dei comportamenti, tanto anomali quanto aggressivi, dei più comuni cetacei marini. Lungo le coste americane, stranissimi granchi bianchi silenziosamente risalgono verso l’interno e le città costiere. Un improvviso tsunami, spazza via quasi interamente, ogni forma di umanità lungo le coste del Mare del Nord. Queste e mille altre problematiche circondano i numerosi protagonisti, oltre a quelli citati, del romanzo in questione, rendendolo in tal modo un racconto ad ampio respiro. La stupefacente mole di cultura ecologica, marina, scientifica, tecnologica e zoologica riversata nelle pagine scritte da Schatzing è davvero notevole e contribuisce a rendere il libro sempre vivo e interessante, anche nei passaggi più descrittivi e pacati della vicenda narrata.
    Nonostante le 1032 pagine, questo romanzo risulta sempre veloce nella scrittura e nell’alternarsi delle ambientazioni. Ricco di suspense, colpi di scena ed intelligenza narrativa, il libro punta ad un’analisi di fondo di importanti tematiche etiche, ecologiche, filosofiche, religiose e scientifiche. "Il quinto giorno" è in definitiva un thriller intelligente e razionale, esaltante e mai scontato dove ci si tuffa nel mare, lo si vive, si conoscono le sue più remote profondità ed i suoi abissali misteri non ancora svelati all’uomo. 

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • L'inizio è "piuttosto" tranquillo. Germania: un viaggiatore bloccato in autostrada da una forte nevicata, scende dalla propria auto e uccide le persone che occupano le altre vetture, per poi sparire nel nulla. Incredibilmente è un protagonista collaterale, che ricompare con la propria furia più volte nel libro, mentre il vero perno della storia sono cinque amiche. Ancora adolescenti, si ritrovano con un quantitativo enorme di droga rubata ed iniziano un viaggio non privo di pericoli. Vediamo la vicenda attraverso gli occhi dei protagonisti; sentiremo i loro pensieri, conosceremo i loro progetti e vedremo le cose dal loro punto di vista più che giustificato. Passando da una testa all'altra, ogni capitolo è un cambio di pelle. Conosceremo la vita del viaggiatore e il perché uccida a sangue freddo, faremo compagnia alle ragazze nella loro fuga e scopriremo molto sul passato dello zio di una delle ragazze.
    Una volta entrati nel libro, difficilmente riuscirete a scappare dal suo fascino, ricco di anticipazioni e false speranze.
    Mi piace la struttura del libro: i capitoli sono chiamati col nome del protagonista di turno e sembra quasi che siamo noi a vivere le scelte nella storia, giuste o sbagliate che siano. Siamo anche noi quindi dei viaggiatori?

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Layla la donna dei sogni di molti uomini, sensibile e romantica, un corpo da mozzare il fiato. Nei suoi racconti il contenuto erotico è notevole. Layla nel libro "Il secondo anello" (seconda parte di un progetto editoriale di 7 episodi) accompagna i lettori in retroscena altalenanti tra sofferenza e piacere. Piaceri che potrebbero apparire scontati, ma la sua tenacia, astuzia, la portano a studiare i comportamenti umani di ogni uomo che ai suoi occhi è sofferente. Layla riesce a soddisfare qualsiasi desiderio, perché ogni uomo è una persona diversa, qualunque sia la loro età, il loro ceto sociale facendo loro dimenticare per quei pochi attimi cosa li attende a casa. Uomini insoddisfatti, inappagati trovano in lei capricci in campo sessuale, giochi che tra le mura domestiche non sarebbero mai richiesti, e tanto meno concessi.
    Il libro non lascia spazio alla fantasia, (sono presenti anche delle foto dell'autrice anche se poco nitide).

    Un'autrice spregiudicata, senza peli sulla lingua. Una passione simbiotica, inarrestabile, un'esplorazione fisica estrema, raccontata magistralmente con un linguaggio attualissimo, lussurioso che mai scandalizza.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

    • Il Drago
    • 07 gennaio 2013 alle ore 8:08

    Nella commedia Il Drago (1943) Evgenij Schwarz (Švarc) descrive, con un linguaggio tra fiaba filosofica e metafisica, una città dominata dalla figura di un terribile e dispotico drago che ha assoggettato, da oltre quattrocento anni, tutti gli abitanti del luogo. Così come Pirandello utilizzava l’immagine dei Giganti della Montagna (1933) per indicare il fascismo e Ionesco i rinoceronti (Rhinocéros, 1959) per parlare dei nazisti nella Francia occupata allo stesso modo Schwarz scrive di un drago dietro cui si intravvede il baffone di Stalin.Il giorno prima del sacrificio di Elsa arriva in città il cavaliere Lancellotto che, avvertito da un gatto (chissà se Bulgakov si è ispirato a Schwarz per il suo gatto ne Il Maestro e Margherita), si propone di sfidare il drago per impedire il sacrificio e liberare la città. Quando il cavaliere comunica le sue intenzioni a Charlemagne, il padre di Elsa, ed alla ragazza, entrambi, assuefatti al pensiero che non sia possibile ribellarsi al drago cercano di dissuaderlo e assicurano Lancellotto sulla bontà del mostro che ha da tempo liberato la città dagli zingari e dal colera, giustificando così la figura e la necessità sociale del drago. Charlemagne conclude: «Finché è qui lui nessun altro drago osa toccarci» e all’obiezione di Lancellotto secondo cui gli altri draghi «sono stati sterminati da un pezzo», ribatte «E se non fosse così? (...) l’unico modo per liberarsi dai draghi è di tenersene uno». Dopo che Lancellotto ha lanciato la sfida al drago il borgomastro, un uomo sofferente (a suo dire) «di tutte le malattie nervose e psichiche del mondo» cerca anch’egli di dissuadere Lancellotto e vuole che il drago viva perché quest’ultimo teneva in pugno il suo aiutante «e tutta la sua banda di mugnai». Per mantenere lo status quo il borgomastro sacrificherebbe anche due città: «Meglio cinque draghi che quel serpe del mio aiutante». Nel frattempo, in punta di piedi e addossati al muro, accorrono «i migliori uomini della città» per chiedere a Lancellotto di andarsene. Il cavaliere dichiara: «Capisco perché quella povera gente è corsa qui in punta di piedi». «Perché?» chiede il borgomastro. «Per non ridestare gli uomini veri. Vado a parlare con loro» dice Lancellotto uscendo di scena e quando rientra il borgomastro gli chiede se nel corso della notte ha fatto qualche amicizia: «I pavidi abitanti della sua città mi hanno aizzato contro i cani. Ma i cani qui hanno molto giudizio. E’ con loro che ho fatto amicizia». In questa curiosa fiaba, gli animali rappresentano la coscienza della natura che, vedendo al di là dei fini puramente individuali si rivela come pura saggezza ancestrale. La fiaba di Schwarz è una grande metafora del mondo, del potere e degli uomini che in esso patiscono o fanno patire. Il drago chiede a Lancellotto: «Non vorresti morire per degli esseri deformi (...) Se tagli in due un corpo, l’uomo crepa. Ma se squarci un’anima, diventa docile e basta». Ecco descritta, nelle parole del mostruoso drago, la natura di un mondo malato perché immagine della mostruosità, una realtà fatta di necessità e disciplina che squarcia le anime. Il mondo di questa fiaba filosofica non assomiglia soltanto alla Russia degli anni ’40, ma ad ogni altra epoca, la nostra inclusa, in cui gli uomini vengono condotti alla deformità da un potere infame che altro non riconosce e promuove se non la sua mostruosità. Meglio, come sembra voler insegnare Schwarz, camminare a passi pesanti e forse si potrà ancora svegliare qualcuno.

    [... continua]
    recensione di Sergio Caldarella

  • “Il concetto di sogno è noto alla mente sveglia ma per il sognatore non c’è veglia, non c’è mondo reale, non c’è ragionevolezza di pensiero; c’è solo il fragore caotico del sonno. Rose McClendon Daniels dormì nella follia di suo marito per altri nove anni.”
    In “Rose Madder”, il lucido de-scrittore di incubi globali Stephen King s’impegna a descrivere il dormire, ma anche e soprattutto il risvegliarsi, di questa donna, Rose, schiava a oltranza di un regime di violenze fisiche e psicologiche capeggiato dal marito Norman, poliziotto manesco e pericolosamente nevrotico. Nient’altro che una minuscola macchia di sangue sul cuscino, traccia residua dell’ultimo giro di percosse, è il dettaglio che fa da motore al cambiamento, al difficile aprirsi di uno sguardo reso dormiente dal terrore e che, finalmente, sa trovare il coraggio di porsi altrove, verso un orizzonte portatore di una vita degna d’essere ritenuta tale. Il viaggio senza nome compiuto da Rose è uno scontro armonico fra la concretezza di una scelta  - la fuga e le sue reali conseguenze - e la forza di un elemento fantastico e ossessivo: quella di una dimensione parallela, simbolica, accessibile da un dipinto anonimo e all’apparenza innocuo, dove una divinità amabile e temibile al contempo conduce Rose nel labirinto della sua identità di donna, in direzione della fierezza e della libertà dell’essere se stessi.
    Mescolando suggestioni tipiche del thriller con la più cupa declinazione possibile di una certa forma d’onirismo, e fondendo il tutto grazie a quel potente collante che è l’indistruttibile universalità dei miti greci (in questo caso il Minotauro), Stephen King porta a compimento uno dei suoi romanzi migliori, probabilmente meritevole di una maggiore attenzione da parte di quel grande pubblico affezionato più ai suoi successi conclamati (ad esempio “It”) che alla totalità della sua opera. Una storia che, nutrendosi di antiche ispirazioni, finisce col restituire alla contemporaneità il vivifico potere della mitologia. Rinnovandolo, adattandolo, filtrandolo attraverso una figura di donna «vera» qual è Rose Madder, «forza della natura» devota alle sue leggi a metà fra mente e istinto; dove l’ultimo prevale quasi sempre sulla prima, ma solo per premiare con l’autonomia e la sicurezza, proprie di una madre esperta, quella ragazza che ha saputo rischiare la sua vita pur di ricominciare a viverla, che ha messo in gioco se stessa pur di riconquistarsi.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Come catapultare una consolidata immagine della televisione dei nostri tempi sulle pagine di un libro? Come riuscire a descrivere il mondo avanti e quello dietro le telecamere di una trasmissione televisiva? Semplice, per quella che è la penna potente, schietta e  “noir” di Mauro Marcialis. Basta prendere un tipo di nome Orlando, dall’aspetto estetico vicino la perfezione; bellissimo e spregiudicato. Seduto su un trono per essere corteggiato, invitato, ambito, ammirato e desiderato. Pronto a tutto, il protagonista di questo romanzo, userà la sua immagine per arrivare a scalare la vetta della società, partendo dalla notorietà televisiva, passando per ogni tipo di situazione lecita o illecita che sia. Al suo seguito conosceremo l’amico Davide, compagno di esperienze passate dentro, fuori e attorno il mondo dello star system. Sotto una costellazione di rapporti sessuali, incontri particolari e grotteschi, avventure di alcool e di stupefacenti, serate oltre il limite del mondano, soldi, frenesia e impossibili ritmi di vita. Orlando proverà a nascondere, senza tuttavia riuscire mai ad evitare, il suo lato più oscuro e silenzioso, un passato terribile e buio: una profonda e sibillina disperazione. Eppure una disperazione che avrà il suo momento culminante, la sua valvola di sfogo. La voce dello scrittore, Mauro Marcialis, non dà tregua. Le parole sono nude, schiette, violente ma veritiere, capaci di regalare immagini nitide al lettore. La scrittura è veloce, ansiosa, ritmica e vorace, proprio come tutta l’atmosfera che pervade questo romanzo. Non c’è tempo per riflettere. Lo scrittore procede serrato nei termini e nella prosa. Si viene inondati da una marea di sensazioni forti, contrastanti, pungenti, spigolose, acide. Sembra perfettamente realizzata la volontà dell’autore di questo dramma moderno, di catapultarci in quella vita spasmodica e frenetica che si cela dove l’occhio dello spettatore non arriva. Dove non c’è regia o pubblico pagante. Il risultato è la storia di Orlando e Davide. Il risultato è una lettura senza respiro, strepitosa e sconvolgente.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • All'apparenza un piccolo libro, ma per le immagini ricreate sembra grande il triplo.
    I racconti sono divisi in tre categorie: calzature, situazioni e persone.
    Per la serie di “Calzature” mi viene in mente una frase di Forrest Gump "Mamma diceva sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose, dove va, cosa fa, dove è stata".
    Le scarpe sono il filo conduttore delle storie e caratterizzano il modo di vivere dei personaggi, i loro bisogni, le loro speranze e le loro riflessioni interiori. Stupenda l’atmosfera creata per un viaggio teso a ricordare un amore perduto, anche attraverso i quadri descritti  in “Da limone a creme caramel”. 
    In “Situazioni” invece, osserviamo schegge di vita da punti di vista insoliti. Usa i cinque sensi per descrivere un viaggio con un finale adrenalinico in “Un viaggio sens-azionale”. Descrive la sofferenza di un mazzo di fiori e mette in luce il nostro umanocentrismo egoista e insensibile verso la natura in “Florvita”. Struggente la storia d’amore descritta in “Prendi in mano il mio cuore” dove il destino ha unito indissolubilmente due persone, racconto che ha vinto tra l’altro il Premio Letterario Nazionale “Elisabetta e Mariachiara Casini” nel 2008 e che io premio personalmente come il mio preferito tra tutti i racconti.
    In “Persone” sono i singoli protagonisti con i loro pensieri, a spiegarci le loro aspettative per il futuro. In “Scaglie” Andrea/Andy mostra il suo ultimo tatuaggio agli amici e sa che sarà l’ultimo vezzo di un duro, prima di cominciare a mettere la testa a posto e a farsi una famiglia. Mentre in “Olivia” la protagonista ci racconta di sé, di come si senta un po’ estranea dalla famiglia a partire dal suo aspetto, del suo desiderio di partire per la Spagna, dei sacrifici che dovrà fare pur di poter scatenare la propria passione.
    Divertente, fa pensare, commuovere. Il dialetto toscano arrotonda i dialoghi li rende vividi, spiritosi e in alcuni racconti si ha la sensazione di essere realmente nel fiume di pensieri dei protagonisti.
    Tutte le storie meriterebbero una minirecensione a parte, ma perché togliervi il piacere di scoprirle da soli? Buona lettura!

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Cosa accade quando l’acqua incontra l’olio? Che succede quando l’ultima delle romantiche incontra il primo dei cinici? La legge degli opposti vuole che si sentano irrimediabilmente attratti l’uno dall’altra, e questo accade nell’ultimo libro di Federico Moccia “L’uomo che non voleva amare” (2011).
    Questo incontro porta però una conseguenza: le fortezze di entrambi subiscono una piccola incrinatura. Dalla collisione dei loro due mondi qualcosa comincia a cambiare, ed ecco che all’interno di una storia immersa nel quotidiano, tra coppie che si tradiscono, si lasciano, si fingono e si cercano, tra segreti sepolti nel passato e altri incastrati nel presente, Moccia intesse abile un’altra storia che, più o meno prevedibilmente, pone tanti dubbi e tante scelte ai protagonisti. L’opera di immedesimazione funziona e il lettore vuole vedere come andrà a finire, tanto da “perdonare” anche i bellissimi voli pindarici, visto che il protagonista, Tancredi, è un aitante, intelligente e ricchissimo sciupafemmine e famiglie, ed ha tutti gli strumenti materiali per stupire una donna e anticiparne i desideri (probabilmente il sogno nascosto di tutti). Jet e isole privati, lusso sfrenato ed una specie di sistema di servizi segreti che rende il protagonista quasi un vice-narratore onnisciente fanno da contorno ad una storia che si scioglie bene tra corteggiamento e strategia, azione e introspezione, trasgressione e sogno, con una sensibilità quasi femminile nel cercare di affrontare l’atavico combattimento tra amore romantico e amore passionale.

    “Era come quando ti svegliano di soprassalto, ti ricordi cosa stavi sognando ma ormai è troppo tardi. Nei sogni va tutto come vuoi tu, senza difficoltà, senza che nessuno si dispiaccia o abbia da ridire qualcosa. I sogni sono semplici” (Federico Moccia)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Un paesaggio verissimo e insieme surreale, una voce ingenua e trasparente ma nello stesso tempo pungente e quasi feroce nella descrizione pura e diretta della piccola grande realtà che la circonda. Questi i tratti più intensi di questo romanzo ambientato tra case e stradine della provincia lombarda, tra mura e boschi di piccole comunità incardinate sui propri cadenti pilastri quali la bigotta del paese, il parroco, la scuola con i suoi bulli e le sue vittime. Una di queste vittime è Corradino, il protagonista, che subisce la violenza del padre, uomo senza anima e senza ragione, quella dei compagni che lo prendono in giro mortificando il suo nome e con quello tutta la sua vita, e con queste anche la violenza di tutte quelle manifestazioni e circostanze della vita e della sorte che un bambino senza l'aiuto di chi lo ama non riesce a comprendere, o almeno ad interpretare. E allora Corradino impara a vivere solo e sospeso tra due dimensioni, quella reale e comune e quella tutta sua, interiore e altrettanto vera nella propria mente, in cui uomini e supereroi, esseri umani ed abitanti di altri pianeti si fondono e si confondono, creando un'altra possibilità dell'esistenza, un altro mondo possibile, non scevro da paure e insensati sensi di colpa. Unica ed affascinante costante della  vita di Corradino, così sperduta e vera, è la madre che condivide con lui l'attenggiamento arreso e nostalgico di chi aspetta una soluzione, di chi non ha la forza di gridare e attende che la salvezza arrivi da un improvviso sguardo della sorte, fosse pure la morte di chi fa loro del male. Ad accompagnre questa realtà e i pensieri e sogni di Corradino sta il mistero del centenario abitante di "Villa Kestenholz", i terribili racconti che la vox populi ha costruito nel tempo attorno alla vecchia casa nel bosco e i suoi fantasmi, che diventano uno stimolo alla scoperta, una ragione di impegno e di sforzo, un motivo di tremendi incubi notturni ma anche la fedele spinta a non cedere alla solitudine. Fino a che questa diventerà la più dolce delle sorprese, la più amabile delle carezze, una rivelazione o ispirazione a trovare la propria strada, a saper dire finalmente a se stessi: "Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare..."

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Un cupcake è per sempre!
    Lo sapevate che se si scaglia un cupcake contro un muro, si ottiene il rumore di una testa che affonda in un cuscino? 
    Piccolo, glassato, fluffoso, ricoperto di frosting o decorato, sempre "in tiro" ben adornato dai pirottini colorati e intagliati, decorato con creme e zuccherini color pastello, caramelle, fiori, etc.
    Perfetto il pomeriggio con il thè ed il caffè, riesce sempre a strappare un sorriso, ma soprattutto sa come far emozionare i lettori. Realizzare il sogno di aprire una pasticceria (è questo l'obiettivo della protagonista, Leilani Trusdale) rende un romanzo dalla trama piuttosto comune, un delizioso passatempo adatto anche a chi torna stanco da lavoro. La trama è semplice, ripetitiva e poco originale ma è certamente fantasiosa: a nessuno era mai venuta in mente l'idea di rendere protagonisti dei dolci.
    E' il primo romanzo di una serie composta di quattro libri, in cui non mancano le ricette, alla fine, che preparano il lettore ad avere l'acquolina in bocca per coronare una lettura leggera che potrebbe addirittura considerarsi estiva.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Questo agile libretto di Beatrice Bausi Busi riserva una vera sorpresa: sei racconti, veloci, intriganti, a volte addirittura inquietanti, ma tutti valgono il tempo di una nostra lettura.
    Partono da un'idea luminosa, uno spunto brillante, si dipanano in una prosa piacevole e diretta, con un approccio immediato che si fa vicino a noi, proprio sotto le nostre mani ed i nostri occhi, e poi si concludono con un'ironica chiusa che svela la profonda disincantata e sorridente umanità dell'autrice.
    Brava, la nostra Beatrice, brava veramente a risolvere in poche pagine idee solide come roccia, brava a comunicarci l'ansito dell'inconoscibile, appena dietro le nostre spalle, nel vento.
    La prefazione di Lia Bronzi ci fa intravedere oltre la superficie delle parole, un'altra possibile verità molto pesante, più nascosta, forse, e sicuramente più ardua a comprendersi.
    Quello però che riconosciamo immediatamente all'autrice è la capacità di scrivere con empatia: sa incuriosire subito, sa interessare, è spontanea nelle espressioni, non stanca e comunica il piacere che lei sicuramente prova a scrivere.
    E noi, sicuramente, a leggerla.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Storie di cavalieri e di regnanti. Storie di intrighi e giochi di potere. Veleni conservati in preziose ampolle, tornei sontuosi e ricchi di campioni. Guerre fatte di spade, scudi e mazze ferrate. Nel fantastico ma dettagliato mondo che George R.R. Martin costruisce lungo i capitoli che compongono la sua avventura narrativa, c’è tutto questo e anche di più. Troppo semplicemente confinato nel genere “fantasy”, la saga dei sette regni è invece una consapevole, lucida e moderna rivisitazione di un epoca molto simile a quella medievale, con solo qualche accenno, tuttavia significativo, ad elementi più classici della letteratura fantasy. L’esordio delle vicende che si alterneranno nelle terre dei sette regni, si apre con il primo libro "Il trono di spade". Eddard Stark, lord  di Grande Inverno, domina nelle terre del Nord, luoghi freddi, solitari, eppure sicuri e avvolti da un clima di serenità, efficienza e quieto vivere. Ma le novità sono poco lontane e sarà il Re, Robert Baratheon, sovrano di tutti i sette regni, amico e compagno di numerose battaglie di Ned Stark, a portarle direttamente nella casa di quest’ultimo, suo fidato e leale alleato. Alla corte di Approdo del Re, città forte della nobile casa regnante dei Baratheon, conosceremo la ricca e potente famiglia dei Lannister, insediatasi per via del matrimonio avvenuto oramai molti anni prima tra la loro bellissima figlia, Cersei e il re Robert. Saranno numerosi i nomi delle varie casate che, in un modo o nell’altro verranno coinvolte nelle vicende che con ritmo spasmodico e quasi sempre imprevedibile inizieranno a ruotare attorno il trono di spade, simbolo primo e storico del dominio sulle terre conosciute all’uomo. Ma poseremo uno sguardo anche al di là del mare, dove un popolo selvaggio, guerriero e senza alcuna cognizione di ciò che avviene nei fasti dei castelli d’occidente, affila le sue armi sotto la guida del loro nuovo leader. Udiremo infine, la sibillina presenza di forze oscure, che insistentemente premono dal nord. Un libro al quale faranno seguito altri volumi che sempre con maggiore interesse si faranno leggere. Un libro che è uno spettacolare e ben riuscito prologo ad una meravigliosa e ben congeniata avventura di altri tempi.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Walter Veltroni è un oratore. Uno a cui piacciono le storie. Per questo, anche nel suo ultimo libro “L’isola e le rose” è partito da un fatto vero, tutto riminese, avvenuto in quegli anni in cui tutto poteva accadere, in cui nell'aria c'era quella libertà di pensiero e di idee di cui oggi forse sentiamo la mancanza.

    Nella realtà è stata costruita una piattaforma in mezzo al mare, in acque extraterritoriali, per fini turistici, da parte di un sognatore negli anni ’60. Nel libro la piattaforma è la realizzazione di un’utopia, presa nel suo significato più autentico: un non-luogo che invece esiste, un’isola in cui liberare le aspirazioni e la creatività senza dover rendere conto a nessuno. Un posto in cui essere come si è, all’impronta di letteratura, musica e arte, privi di logiche di mercato e di manipolazioni. Tutto è portato avanti da quattro ragazzi, le cui storie si allacciano e si dipanano fino alla risoluzione finale: sono accomunati da un sogno e dalla veemenza della loro giovane età, e tutto fila liscio finché non devono fare i conti con quelle stesse logiche di mercato che volevano evitare.
    L’isola  fa paura, nella realtà come nell’immaginazione, alle principali forze economiche del Paese. Qualcosa che unisce fa paura a chi ha bisogno del controllo: perciò la sua fine è inevitabile. Questa storia è raccontata in modo piacevole, con delle punte di ironia paragonabili a certe scene dei film all’italiana, a cui il libro è stato paragonato.

    “Questa è stata la nostra vita, ragazzi. Abbiamo conosciuto tutto tutti insieme, nello stesso momento. Siamo il prodotto di una matrice comune. Siamo stati sfrontati e sicuri, ora siamo fragili e impauriti. Ma abbiamo vissuto, scalato. Siamo caduti e risaliti. Abbiamo vinto e perso. Siamo stati vivi. È l’augurio che faccio a voi, oggi. Pensatevi nel tempo, non nell’istante. Abbiate l’ambizione di fare qualcosa di grande e dunque immaginatelo, sognatelo. Non sono i sogni non realizzati ma quelli non fatti a rendere futile e stupida una esistenza” (Walter Veltroni)

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    recensione di Cristina Mosca

  • La mia dolce cenere, una silloge di cinquanta poesie, che si presenta con testo a fronte in lingua serba. Un percorso intimo ed introspettivo, di tematiche attuali ed esistenziali che attraversano la coscienza del singolo, in più fasi del cammino umano. Passaggio diretto verso la parte più “pessimistica” e malinconica: “trapassa le cose vive da sé al fianco e nel fuoco di tutte le cose” per trovare in “dulcis in fundo”,  il ponte che unisce silenzio e parole, creazione e cenere, tempo e spazio. Monica Osnato diviene voce instancabile; nonostante la fatica del quotidiano vivere. “Parlerò del seme/ che porta agli occhi/  il suo elogio della penombra/ dirò delle mura degli orizzonti”, immedesimata di chi vive in prima linea il combattimento di volere vivere.
    “Dalle mie ossa/ da ogni sillaba”, senza scomporsi, “vola tra luci e fantasmi delle sue torri bianche”, ricostruendo “tra le radici  ignorate e marcite”, trasformazioni allegoriche di ricordi e tentando di dare risposte presenti, ad azioni, che lasciano spesso, il vuoto. “Una poesia  che non ha fine/ silenziosa erode il marmo delle mura/ della pelle stessa/ e lascia vivi/ a morire in un barlume  di luce/ soltanto intravista.”
    Fiume di immagini, di “macchie scure sull’acqua”, scorrono per arrivare alla porta: il mare. Infinito e misterioso, naufrago e compagno, viaggiatore sapiente e paziente di attese e di canti alla luna o di messaggi portati dal vento. Consapevolezza di  arrivare a “un porto dove attraccano le stelle, di rose sfacciate”, di “candori sospesi”, di origine e di esili inclementi. Amore imperfetto che lascia segni e rumori, ricamato sulle distanze. Fragilità che mostra la sensibilità umana persa in assurde paure, per cui basterebbe un solo “guizzo”, per smascherare i “demoni accaldati”, risvegliandosi nella reale oasi, fatta di follia, di versi, di magia e sete “nel sogno dell’oggi”, senza più  temere di chiamare per nome, anche il mondo. Una conquista nel riconoscere i limiti, e dalla cenere, diventare “l’uccello dalle ali di fuoco”, così spalancando, una matura dolcezza.

    [... continua]