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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • “Circolo chiuso” è il terzo libro della trilogia che vede come precedenti: “La banda dei brocchi” (dedicato agli anni Settanta) e “La famiglia Winshaw” (dedicato agli anni Ottanta). In questo libro troviamo gli stessi personaggi presenti in quella Birmingham degli anni ’70, con un salto temporale di trenta anni, con la crescita, l’evolversi dei loro percorsi e delle loro vite, non so se sono pienamente soddisfatto e se il libro è veramente come me lo aspettavo, so solo che Coe riesce con la sua scrittura a catturarti e a inserire qua e là genialità, come ad esempio la descrizione di sublimi paesaggi: «Erano quasi le sei di sera, ma restavano ancora molte ore di luce, e il cielo era di uno straordinario, diafano grigio-azzurro. Era questa luce, questa luce delicata eppure prepotente, la cosa che ricordava di più, più delle dune e delle case dai tetti spioventi dipinte di marrone fulvo e giallo limone. Sapeva che era una luce creata, in parte, dal riflesso del sole sulle acque dei due mari che s'incontravano impetuosi sulla punta della penisola. Lo riempiva di un'indicibile eccitazione mista a serenità. Gli faceva capire che a Londra non c'era luce in confronto. Bisognava venire qui per scoprire di cosa fosse fatta, veramente, la luce. Si tenne stretta questa conoscenza, sentendosi il depositario di un nobile segreto». O ancora inserendo serie televisive moderne di discutibile spessore: “Prese il telecomando e cambiò canale. Per qualche minuto lui e Munir guardarono un telefilm americano. Paralava di quattro ricche americane single che vivevano a Manhattan, e s'incontravano regolarmente a pranzo per discutere i dettagli più intimi della loro vita sessuale. A Benjamin piaceva quel programma. Non aveva mai conosciuto donne così in vita sua, e sospettava che fossero poco più della fantasia di uno sceneggiatore, tuttavia ambiva allo stile di vita di cui godevano quelle donne, ed era grato di poter sbirciare dalla serratura quel loro ambiente permissivo e privilegiato. Inoltre, gli piacevano due delle attrici.”
    Insomma ho apprezzato un pelino di più i precedenti anche se resta sempre un alto livello di scrittura quello di Coe. Sicuramente leggerò dell’altro, mi manca ancora il suo più famoso.

    “Ogni singola cosa che un essere umano fa a un altro è il risultato di una decisione umana presa a un certo punto del passato, da quella persona o da qualcun altro, venti o trenta o duecento o duemila anni prima, o forse mercoledì scorso.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Danal
    • 15 febbraio 2013 alle ore 9:14

    “Lasciatemi carta e penna, toglietemi tutto, ma lasciatemi mille libri che io possa scrivere dell’amore, che io possa leggere della vita.”
    Una storia d’amore e non solo, ambientata nel medioevo. “La leggenda è storia” come diceva Benedetto Croce e Bartolomeo Errera, in questo caso, è riuscito sagacemente a descrivere ogni minimo particolare, tanto da prendere forma d’immagine, la stessa lettura, teletrasportandosi dentro.
    Il tutto parte da una data ed un luogo preciso: 1219 Porto di Ancona. Florenzo è il protagonista, conte di Nerola, appartenente alla famosa e potente famiglia dei Crescenzi. “Restava incantato come se stesse vivendo una favola; la vista e l’udito si appagavano di ogni cosa e di ogni rumore”.
    Il testo è fluente, avvincente e curato nel minimo dettaglio: “sulle passerelle di legno, uomini a torso nudo e con la pelle lucida ed imperlata di sudore; scendevano sulla riva trasportando sulle spalle casse ingombranti e pesanti, come se fossero fascine di legna... come formiche corrono impazzite, fuggendo dal formicaio distrutto dal piede di un monello, urtandosi e annusandosi, così la marea di uomini e donne, correva, si urtava e si incontrava nello spiazzo antistante al porto. Florenzo era attratto come una falena dalla fiamma e non si accorgeva di altro. Un miscuglio di odori, spesso forti, aleggiava dappertutto: il lezzo del letame fumante lasciato da cavalli e asini, si mescolavano all’odore acuto del pesce trasportato, a quello intenso della carne, talvolta esposta per troppo tempo, al profumo del pane appena cotto, a quello aspro della frutta macerata nelle casse  e ancora a quello acre dei corpi sudati e sporchi di uomini e donne e dellle deiezioni umane nei fossati e negli angoli delle botteghe e lungo i muraglioni dei palazzi, che aspettavano la provvidenziale pioggia per essere lavate.”
    I personaggi  descrivono l’uomo medioevale in tutte le sue forme: HOMO VIATOR in cammino verso la salvezza e in lotta (vedi le crociate) per ristabilire la pace e un equilibrio (con sé stessi e con Dio).
    “Un viaggio voluto dallo zio in nome della Chiesa per sottrarre a Satana il calice della vita con la scusa di recuperare dalle mani degli infedeli l’immagine sacra di Cristo”.
    Una spedizione in cui partecipano personaggi storici esistiti come: Enrico Urslinger (duca di Spoleto), Alessandro Gaetani (comandante della truppa pontificia), Giacomo da Urbino ( capitano degli uomini inviati dal conte Crescenzi di Nerola), Jean de Paganì (condottiero templare inviato dall’imperatore Federico II), un ancora non santo Francesco di Assisi, accompagnato dal fedele Pietro, frà Silvestro (monaco bibliotecario dell’Abbazia di Farfa), seguito dal nipote Florenzo e dall’emblematica figura trascendentale, e allo stesso tempo femminile, di Danal.
    Alla ricerca di uno scrigno e di una coppa in terra di Gerusalemme. Uomini corrotti, penitenti, condizionati dal peso del peccato e dalla concezione di riscattare i vizi umani, (considerati le figlie del Diavolo): simonia, lussuria, ipocrisia, rapina, simulazione, usura, pompa mondana, sacrilegio;  attraverso la penitenza o la salvezza in nome di un amore più grande.
    Laicità e cristianità viaggiano su binari paralleli ed opposti: potens/pauper (= ricco/povero), disciplina/tentazione , dove Tutti sono coinvolti e sono i Bellatores (Cavalieri). La stessa figura del monaco, diventa il “milites Christi”, combattente della “pugna spiritualis” ( lotta contro il Diavolo). "Solitudine o apostolato, lavoro manuale e lavoro intellettuale, servizio di Dio nella preghiera e nelle funzioni liturgiche o servizio della Cristianità negli ordini militari dei monaci soldati" (Le Goff ).
    L’arte di ORATORES e la devozione nella preghiera, diventano eminente conforto e forma di quel potere spirituale sulla terra, raffigurato in Danal, mezzo concreto di contatto con il mondo divino (Vergine Maria o Dio stesso).
    Visibile/invisibile, morte/vita, simbologie fatte di immagini, di numeri, di sogni e realtà, comprovati attraverso testamenti, manoscritti, bolle papali  e rendono la narrazione storica avvincente. 
    Umberto Eco dice: “l’uomo medioevale viveva effettivamente in un mondo popolato di significato, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di Dio nelle cose, in una natura che parlava continuamente un linguaggio araldico, in cui un leone non era solo un leone, una noce non era solo una noce, un ippogrifo era reale come un leone perché era segno, esistenzialmente trascurabile, di una verità superiore, e il mondo intero appariva come un libro scritto dal dito di Dio” e Bartolomeo Errera lo fa alla perfezione.
    La narrazione vede coinvolto anche Papa Onorio III, mentito sullo scopo dell’ardua missione in Terra Santa. Si impreziosisce di poesia, dei materni sonetti che scorrono come “novella forza a lo core” , e raggiunge il culmine, nell’incastonata vicenda romanzesca, (nonostante le dure prove da affrontare), nella delicata e forte storia d’amore di Florenzo e Danal.
    Coppia originale, che vede in Florenzo la passione  e l’incertezza umana: “oggi il mio core è pieno di spine e il vederti mi reca una grande sofferenza. L’amore che vive per te è attaccato alla mia pelle come le squame di un pesce”. Dall’altro in Danal; creatura di autocontrollo mirabile, anche quando si lascia andare all’amplesso con il giovane amato.

    [... continua]

  • Le osserviamo da un’eternità. Silenziose, luminose, bellissime. Le abbiamo caricate di simboli e storie mitologiche, ci hanno guidato dall’alba dei tempi, ci hanno intimorito con oscuri presagi, per poi poterci dedicare i nostri desideri segreti e confidare i nostri amori.
    Hanno e ispirano tutt’ora pittori, poeti e scrittori per incredibili viaggi nell’ignoto.
    Nonostante ciò, la nostra società le ha rese freddi eventi cosmici, privandole di quella magia in cui credevano gli antichi, nascondendole con luci artificiali sempre più potenti o peggio ancora inquinando l’ambiente.
    Eppure sono da sempre là, con il loro balletto spaziale, rimaniamo affascinati dallo spettacolo, quando si mostrano al meglio. Sono le stelle. Esse sono per me la parte della natura che mi affascina, incuriosisce e amo di più.
    Per Paolo Goglio sono un mezzo per una ricerca interiore di conforto, durante un periodo difficile della sua vita, segnando un diario con i loro dialoghi, chiedendo alle stelle delle risposte sul nostro modo di vivere.
    Le stelle dal canto loro, una idea, precisa e approfondita, se la saranno pur fatta durante queste ere di muta osservazione. Ma non sono boriose divette del firmamento, anzi vogliono rassicurare che niente è piccolo e insignificante nell’universo e tutti siamo parte della stessa energia, tutti indispensabili per gli equilibri e per la ricerca del benessere collettivo, dall’inizio alla fine.
    Secondo loro, non dobbiamo per forza seguire i dogmi dettati da pochi potenti che detengono il controllo dei nostri istinti, dei nostri bisogni e ci inculcano la necessità isterica ad accaparrarci gli ultimissimi ritrovati tecnologici, gettando via quelli vecchi da nemmeno un giorno.
    Non dobbiamo svenarci a imitare uno status symbol, creare un’immagine commerciale di noi stessi, solo per poter entrare nelle ristrette cerchie di persone, che hanno perso il senso della vita, dell’amore, dedicandosi solo alla ricerca della loro icona perfetta e griffata.
    Dobbiamo invece cercare di ridistribuire le risorse per far vivere tutti nel modo migliore possibile.
    Abbiamo col tempo per avidità oltre che per semplice curiosità scientifica etichettato, catalogato e privatizzato quello che all’inizio dei tempi era tutto per tutti. Non esiste nessun guru o religione che abbia l’assoluta verità, perché tutti abbiamo la capacità di trovarla dentro di noi.
    Vogliamo creare modelli e punti di riferimento solo per poterci dividere e scontrare, siamo vittime di trappole economiche perché non sapremo mai rinunciare al nostro singolo benessere e questo ci fa sprecare energie, utili per una collettiva evoluzione a piani più alti.
    Così come in un dialogo con un miliardo di vecchi amici, le stelle parlano a Paolo, rispondono a domande, danno risposte e consigli. Quindi anche se chiediamo a loro del perché siamo imperfetti e contrastanti,  ci rassicureranno che tutto in noi è in equilibrio, sta solo a noi scegliere quali valori far emergere.
    Non si può finire di leggere questo libro e non lasciarsi ipnotizzare dalla loro lucente bellezza e chiedere di persona le risposte alle proprie domande. Loro sono e saranno sempre a disposizione di chi vorrà aprire il proprio cuore. Adesso è notte, il cielo è limpido ed esco a fare due chiacchere anch’io con l’infinito, vi lascio il libro e vi invito a leggererlo, ne sarete conquistati!

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Quello che si può dire su questo libro e che è ben scritto, che approfondisce aspetti della vita di Dante che io non conoscevo. Il titolo è esplicativo proprio del fatto che in ognuna delle venti finestre venga toccato un aspetto differente che il sommo poeta ha dovuto affrontare. Si parte con un’introduzione generale sulla vita, per passare alla sua Firenze, per parlare degli aspetti ambivalenti legati allo sviluppo fiorentino, si arriva a parlare delle malattie, della reputazione familiare, degli amori intrigati e obbligati, di pena ed esilio, di fuga e non rinnegazione, di lingua. Insomma un percorso evolutivo e lente d’ingrandimento sul padre della Letteratura Italiana, infine ho apprezzato molto i rimandi ipertestuali che spingevano al continuo approfondimento. 

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Sottosopra di Milena Agus è un libro particolare, non convenzionale, dove tutto è dissociato, un'osmosi inversa, un ricalco di personaggi e voglie che si alternano, stati d’animo indifferenti e che soggiogano l’animo in corpi ormai sbagliati. Ci troviamo in compagnia di Alice, ragazza trasferitesi a Cagliari per studiare, passata e cresciuta dentro un dolore e una perdita che trova sfogo in un atteggiamento di protezione e legamento; ci troviamo in compagnia di Anna e Natascia, rispettivamente donna delle pulizie che spera in un amore nella vita di sua figlia, e una violinista dalla fama di altri tempi che si concia spesso con abiti consunti; ci troviamo in compagnia con Mr. Johnson e la sua famiglia. Tutto è mescolato, l’ordinario diventa evasione, i ruoli sono capovolti, le coscienze sono perturbate da quel nostalgicismo che quanto meno te l’aspetti, bussa alla porta di casa e te la sfonda anche.

    “Prendi in giro e invece le favole insegnano a risolvere tante situazioni difficili” le dice la madre. “Guarda Hansel e Gretel e quell'idea di dare alla strega cieca, che voleva farli ingrassare prima di mangiarseli, un ossicino da toccare. O la Bella addormentata, che va dove non deve e si punge con l'arcolaio. O Biancaneve, che ha mangiato scioccamente la mela. O Pollicino, che ha ritrovato la strada con le molliche di pane”.
    “Quindi dovremmo uscire sempre con un ossicino, o una mela in tasca e mangiare quella se ce ne offrono una avvelenata, o con le molliche di pane per ritrovare le strade, o stare lontano dagli arcolai!”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • L'amante
    • 07 febbraio 2013 alle ore 8:36

    Per alcuni libri dovrebbe essere necessario spogliarsi. Approcciarsi in modo del tutto primigenio ad ogni singola parola e pagina. Bisognerebbe esser nudi, avulsi da percorsi e farsi ricamare addosso la materia.
    Quella de ‘’L’amante‘’ è una storia persa. Una ‘’distesa desertica‘’ dalla quale urlare.
    Siamo nell’Indocina degli anni trenta, sulle rive del Mekong s’affaccia un viso bambino contraddittorio nella fragilità degli anni. Volto che presto sarà invecchiato dall’esperienza, dall’afa, dall’incontro con l’uomo cinese ricco.
    La Duras è struggente nella prosa scarna, terribile, ma al contempo dolce nel rivivere la sua non storia autobiografica.
    La memoria è strumento evocativo nostalgico e violento, su uno sfondo familiare di anime intrappolate in una condizione da cui fuggir via.
    La scrittura intensa sembra voler risucchiare da ogni evento una verità non detta. Tanto da rendere il romanzo un’espressione ermetica di pura poesia.
    Un romanzo del corpo, quasi fosse espiazione di altri dolori lontani, inafferrati.
    Così come s’espande il senso d’un amore viscerale ed evanescente. Mai aperto, né rivendicato.
    Riconosciuto soltanto in traversata, sulle note d’una musica e nelle pieghe d’un viso ormai devastato.

    [... continua]

    • Nemesi
    • 06 febbraio 2013 alle ore 8:37

    «Quello che vince la guerra non è necessariamente il vincitore. Molti hanno conquistato la corona ma hanno perso talmente tanti uomini da riuscire a dare l’impressione di governare sul nemico vinto soltanto in apparenza. Quando si tratta di potere, le donne non sono vanitose come gli uomini. La donna non ha bisogno di un potere visibile, vuole solo un potere che possa farle ottenere ciò che vuole. Sicurezza. Cibo. Piacere. Rvincita. Libertà. La donna è una persona dal potere razionale, pianificato, che pensa oltre la battaglia, oltre la festa della vittoria. E siccome ha la capacità innata di vedere le debolezze delle vittime, sa istintivamente quando e dove colpire. E quando deve lasciar perdere. E questo un uomo non può impararlo». Questo è l’incipit di “Nemesi” secondo libro della saga di Harry Hole conseguente a Il pettirosso. In questo libro una vecchia fiamma del commissario si ripresenta nella sua vita, Anna, poi rinvenuta morta suicida nel proprio letto, con un colpo di pistola. Un vuoto di memoria, una mail non ufficiale per svolgere indagini e fare luce sull’accaduto, una rapina nella banca di Oslo con la morte di una donna, questi sono un po’ gli eventi cardini del libro, che come sempre si preannuncia burrascoso e complicato. Ho fatto molta fatica a seguire, ma mi è piaciuto molto il soffermarsi sulle origini zingare di Anna, e il messaggio sotteso del titolo. Nemesi (Nέμεσις, Nèmesis) è una figura della mitologia greca, secondo alcuni figlia di Zeus, secondo altri figlia di Oceano e Notte e poi posseduta dallo stesso Zeus nel tempio di Ramnunte, dal quale nacque l'uovo di Elena (o trovato e allevato dalla dea Leda).
    Il nome deriva dal greco νέμεσις (nèmesis), νέμω (nèmo, "distribuire"), dalla radice indoeuropea nem-; in Mitologia greca, e fu il nome della dea "distribuzione della giustizia" (la giustizia intesa come codice giuridico era invece attribuita alla dea Diche).
    Nemesi provvedeva soprattutto a metter giustizia ai delitti irrisolti o impuniti, distribuendo e irrorando gioia o dolore a seconda di quanto era giusto, perseguitando soprattutto i malvagi e gli ingrati alla sorte. Nemesi significa distribuzione del fato, intesa come giustizia compensatrice o riparatrice, o interpretata anche come giustizia divina.

    “Se vogliamo vedere le cose come realmente sono, dobbiamo farlo con uno specchio. In quel caso scopriamo persone totalmente diverse”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Mentre l'Inghilterra dorme" è un libro controverso, a causa della denuncia di plagio da parte di Stephen Spender all'autore perché gran parte del racconto ricorderebbe Il tempio, e di conseguenza lo stesso libro è stato pubblicato, poi levato dalle librerie americane e successivamente rivenduto, dopo (pare) una rivisitazione dell'autore.

    La Guerra Civile spagnola e le sue ripercussioni in Inghilterra, fanno da cornice alla storia amorosa tra Brian  ed Edward. Due caste sociali a confronto che si ritrovano ad amarsi e a vivere il loro legame tra i contrasti e le incoerenze dell'epoca. Una storia che non funziona, per via di Brian, che prima tradisce Edward, lo abbandona, poi lo riprende e lo tradisce di nuovo, fino anche non si accorge dei suoi reali sentimenti per lui solo quando Edward lo lascerà per rincorrere i suoi ideali di pace partecipando come volontario alla guerra. A quel punto partirà anche Brian, alla ricerca del suo amore, ma anche di se stesso.
    L'epilogo sarà triste, inutile negarlo.

    Leavitt supera se stesso nel raccontare la storia, facendola apprezzare al lettore. In questo libro vive il potenziale dei suoi romanzi che appaiono gradevoli e disarmanti (Basti pensare a La lingua perduta delle gru, Il Voltapagine ed Eguali amori), ma in questo soprattutto si ritrova anche una ricostruzione coerente dell'epoca storica in cui è ambientato. La narrazione si sviluppa in prima persona, una sorta di diario accorato che però consente al lettore di entrare dentro la storia senza alcuna difficoltà.
    A prescindere dalle polemiche sul plagio o meno, David Leavitt ha regalato alla letteratura una piccola perla lucente, da gustare, e rigustare nei momenti di contatto con se stessi, soprattutto per il modo peculiare di adattare tematiche drammaticamente attuali con i dilemmi di un secolo controverso.

    [... continua]
    recensione di Francesco Mastinu

  • In un'atmosfera di continuo complotto, il lettore si trova ad attraversare uno dei periodi più controversi della storia moderna.
    Gli anni sessanta visti da varie angolazioni e, tutte, a proprio modo, rivoluzionarie. Da quella dello studente, poi maestro, protagonista, allo sguardo allucinato della bella di turno che, nella sua inconsapevolezza, si ritrova messaggera di saggezza e posseduta dagli spiriti naturali, diventando più dea che donna, o forse, dea proprio in quanto donna.
    Tutto il romanzo si svolge tra scenari impalpabili e sfuggenti, nessuna verità tra mille verità, nessun risultato tra mille certezze e il lettore, a mio avviso, ha la sensazione di assistere a un continuo spettacolo di illusionismo magistrale.
    Il mago ammicca continuamente, fingendo di metterti al corrente di ogni suo segreto, mentre, sgomento hai costantemente la sensazione che ti stia prendendo in giro.
    Un capolavoro.

    [... continua]
    recensione di Gjo Esse

  • Questa è la vita di una bambina ebrea, delle continue pressioni, dei cambiamenti che è costretta a subire insieme alla sua famiglia, un padre e una madre ebrea, forse sventura? Ah, quanta cieca crudeltà…
    La bambina diventa consapevole degli accadimenti attraverso i racconti degli adulti; vedersi cambiare, cambiare per poi rifugiarsi in un convento di suore, per aspettare cosa? Un cambiamento? Una sovversione? Un liberatore? Tutto ciò non è giusto, è inaccettabile e motivo di indignazione verso un’occupazione, una pressione, un annullamento. La guerra, le leggi razziali, la fanciullezza, le continue fughe, bombardamenti e infine l’agognata liberazione che tende a quel principio di universalità che nel libro emerge molto: l’indifferenziazione umana al di là dell’appartenenza.

    “... La guardo irosa e offesa. Anche mamma mi guarda, ma con una specie di ilare indulgenza: 'non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta'.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Eclissi
    • 04 febbraio 2013 alle ore 8:24

    Quando avviene un’eclissi di sole tutto si oscura, la vita si mette in standby in attesa che torni la luce a dare vita e colore al mondo: è quanto accade al protagonista di questa stupenda storia d’amore, Riccardo, quando viene a mancargli il grande amore della sua vita (e non vi diciamo come per non farvi perdere neanche una goccia del pathos e della commozione), Alessandro.
    Sì, perché “Eclissi” è una struggente e bellissima storia d’amore omosessuale scritta da un giovane autore sardo, Francesco Mastinu, e pubblicata da Lettere Animate editore in cui viene trattato, in modo delicato ma con fermezza, anche il tema dei diritti delle coppie di fatto quando uno/una delle due parti della coppia si ammala e deve essere ricoverato/a in ospedale.
    Come avrete capito dagli aggettivi che ho usato, il libro di Francesco mi ha “rapito” e avvinto sin dalla prime pagine e ho “dovuto” finire di leggerlo in ogni momento libero che ho avuto lasciandomi dentro un’emozione indicibile di fronte a questo amore così perfettamente descritto sia nei momenti belli, dall’innamoramento alla convivenza, che in quelli dolorosi del dopo”, come viene detto in quarta di copertina “un ritratto accorato che ci insegna cosa significhi per due persone, ancora oggi, amarsi senza avere tutela del loro legame”.
    Perfetta l’idea che ha avuto Francesco, per mantenere alta l’attenzione e la suspense su questa storia d’amore, di alternare i capitoli del “prima” e del “dopo” e infatti si capirà solo alla fine cosa sia davvero accaduto a Riccardo e Alessandro e al loro rapporto “…rimase lì, cingendolo, baciando l’aria che lo circondava, respirando piano il profumo del suo compagno. L’eclissi si rischiarava. Riccardo ebbe la certezza che qualcosa ancora fosse rimasto di loro…”

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • The Front Runner (La Corsa di Billy) esce in America e nel mondo negli anni 70, ed è un successo.
    In Italia è stata pubblicato per la prima volta nel 2007, a ben 37 anni di distanza. Ma nonostante questo la storia si fa ancora assaporare pagina dopo pagina. Narrato in prima persona, dal punto di vista di uno dei protagonisti, Harlan Brown, il libro ci racconta come nella vita di quest'ultimo (allenatore di atletica, quarantenne e omosessuale), arrivano tre giovani promesse dell’atletica giovanile allontanati dalla loro scuola a causa di uno scandalo erotico in cui sono stati coinvolti. Tra loro Billy Sive, ragazzo controverso, con cui l’allenatore costruirà una dolcissima storia d’amore, ricca di colpi di scena.
    Nella trama abbondano i riferimenti sessuali, ma sono delicati. Lo stesso Harlan non descrive la loro prima volta, se non prima e dopo averlo fatto, ma nelle sue parole non vi è volgarità, la scena scivola leggera appassionando il lettore.
    Uno stile ricco di sfumature ma nel contempo chiaro e mai noioso, per quanto la vera risorsa del romanzo risieda nell’emozione. Attraverso la visione di Harlan, inserita nel contesto della rivoluzione per i diritti degli omosessuali in America, ci si lascia guidare dalle sensazioni e dalla passione narrativa che pervade l’intero percorso di lettura, acquisendone un quadro composito di dichiarazioni di libertà (e rispetto) lotta di emancipazione ma soprattutto di intensità amorosa. I temi affrontati, cari anche alla narrativa queer, sono molteplici: l’amore difficile, intenso e passionale, che si barcamena tra coming out di alcuni personaggi  e la lotta civile per i diritti (in quegli anni, successivi ai moti dello Stonewall che vengono rappresentati nella storia) fino al senso di rivalsa personale, che affrancherà Billy e Harlan come uomini in primis, e come atleti poi, al pari di tutti gli altri.
    Definita in copertina come “la più letta al mondo”, La corsa di Billy è una storia triste, ma che lascia adito a un proseguo positivo (che realmente esiste trattandosi di una trilogia: vengono dopo Harlan’s Race e Billy Boy’s: il secondo uscito nel 2010 in Italia col titolo la Sfida di Harlan, il terzo inedito in Italia), e per questo consiglio a tutti di leggerla.
    E non in ultimo, si segnala che la storia, per quanto ancora oggi si sostenga che le tematiche queer siano appannaggio sia di lettori gay che di scrittori strettamente omosessuali per ciò che concerne la produzione, non solo è accessibile da chiunque, ma è stata scritta da una donna. 

    [... continua]
    recensione di Francesco Mastinu

  • Leggere questo libro è stata un'esperienza a dir poco stupefacente, illuminante, elettrizzante. Una scossa. Immaginate di ritrovare il taccuino di uno sconosciuto sul sedile del treno. Aprendolo scoprite fin dalla prima pagina che si tratta del mondo di un personaggio alquanto singolare. Un mondo fatto di poesia, pensieri, sfoghi, disegni a matita più o meno inquietanti, foto attaccate con il nastro adesivo o semplicemente infilate tra una frase e l'altra. Leggete qualche riga che vi disturba e decidete di saltare pagina sfogliando più avanti. Arrivati ad un certo punto vi fermate a rifletterci sopra. Ma ormai è tardi e dovete continuare per vedere dove vi portano questi piccoli parti di una mente, che definire creativa è un eufemismo. Amore e odio, vita e morte si rincorrono più vivi che mai tra le pagine e non potete fare a meno di immergervi nelle sensazioni e riscoprirle umane, quasi vostre. Ci sono storie che vi strappano un sorriso, ma non siete sicuri se sono storie veramente divertenti; un po' di ansia prima di girare la pagina e quel sapore di malinconia mescolata all'asprezza, alla spregiudicatezza vi conquistano. Leggete d'un sorso. Non siete nemmeno arrivati alla vostra fermata che lo chiudete. Sul viso uno di quei sorrisi a metà tra il sognante e lo scaltro. Vi guardate intorno e infilate in tasca il taccuino. Perché? Perché non appena arrivati a casa lo rileggerete con calma! Esattamente quello che farò anche io. Ce ne sono ben tre versioni per tutte le età e tutti i gusti. Non vorrete mica farvelo scappare?

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • "Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima" racchiude due sillogi poetiche, dove la prima fa da preludio alla seconda proprio come il cammino dell’anima porta dritto al cuore.
    Anima e cuore sono i cardini attorno ai quali si svolge il cammino poetico della Pecoraro: un cammino che si snoda come un viaggio interiore verso la scoperta di sé stessi e del senso della vita e delle cose, fino anche ad arrendersi all’esigenza del non senso (“Senso del non senso”, “Ci sono cose”).
    Il mondo è un mistero ("il mondo si nasconde,/resta un giardino segreto,/misterioso", in “Giardino segreto”) dove solo il cuore può fare da guida; la vita è ricerca e cammino con destinazione misteriosa ("Non chiedere il perché/ogni singolo granello scorre,/come il suo tempo,/nella clessidra della vita", in “Milonga dell’Angel”) ma anche ricerca interiore dove è il nuovo io che "spinge e cerca/spazio, tra il caos in cui adesso è immerso" (“Girovaga in un treno di pensieri”).
    La ricerca, o meglio il cammino, è anche cammino complementare di un soggetto che incrocia sulla sua strada un'anima diversa ma gemella (“Diversi e complementari”), in un riconoscersi di spiriti cercanti (“Perle”), non soltanto in amore ma anche nell'amicizia.
    Le poesie della Pecoraro si svolgono tutte in una dimensione interiore in cui la realtà arriva attraverso le emozioni dell’io: il paesaggio e i suoi elementi sono simbolici, paesaggi dell'anima.
    Anche la musica è musica interiore: "La mia musica attraversa le mie corde,/mentre pensieri discostanti,/intralciano il cammino" (in “La mia musica”) ed anche "La musica risuona,/scoperta continua di emozione,/che di fronte al pentagramma di stelle,/sposa il sogno di corpo ed anima" (in “Trovare”).
    Cuore e anima non si riducono però a una poetica intimistica, bensì spaziano abbracciando temi sociali, delineando nell’oggi un incedere incerto che può essere rischiarato soltanto dalla forza che nasce dall’intimo ("Passi", "Mai più") e denunciando la perdita di valori (“Muri”, “Caruso”). La ricerca di giustizia è ricerca di chi all’interno di una società senza più morale si contrappone come "gente che indossa pelle/riconoscibile al tatto,/e senza paura,/dice: "NO" o "SI" (“Gente”).
    Il fulcro della poetica della Pecoraro viene messo a nudo nella poesia “I poeti”, dove "i poeti
    sono grilli,/che entrano in punta di piedi nella coscienza", ma anche "I poeti sono espressione della bellezza dimenticata/nei cassetti chiusi dell'Anima".
    Il tessuto linguistico della silloge è caratterizzato da un ampio ricorso a figure di suono, che impreziosiscono e conferiscono musicalità al testo: rime interne, assonanze, anafore, fino all’apice della poesia che chiude la raccolta, composta interamente da parole comincianti per A (“A… “Amore, Amicizia, Anima”). A chiudere il cerchio, nelle parole del titolo di questa lirica si esplicitano i temi principali della poetica della Pecoraro.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Nel mondo di oggi, dove tutto sembra correre senza uno scopo preciso e la vita è un susseguirsi d’impegni che ci sembrano assolutamente improrogabili e imprescindibili, vale la pena, ogni tanto, ritagliarsi un momento e dedicarsi a qualcosa che ci riconcili col nostro essere più profondo.
    Ecco, quindi, che la Poesia in questo può venirci in aiuto e, nella fattispecie, i versi della nostra autrice Beatrice Bausi Busi che ci riportano agli elementi fondamentali del creato: Aria, Acqua, Terra e Fuoco, che riescono a darci finalmente quel senso d’intimità con noi stessi che a volte ci sfugge.
    In questo libro, come afferma la stessa Autrice, tutto promana dall’intensa fede che si coglie appieno in tutte le poesie che sembrano, o meglio, sono un inno alla bellezza e alla dolcezza dell’Universo, inteso anche come profondità dell’animo umano.
    Non cerchiamo, perciò, di raggiungere mete impossibili, ma godiamo di ciò che è intorno a noi, fosse anche solo un refolo di vento che ci sfiora il viso o l’acqua zampillante di una fontana, oppure la terra su cui camminiamo inconsapevoli della nostra fortuna o il fuoco che ci riscalda non soltanto le membra intirizzite dal gelo, ma soprattutto il cuore.

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    recensione di Antonio Colosimo

  • "Ciò che è gratuito è stato pagato da un altro"
    Questo aforisma, tratto dall'opera "Il re del proprio mondo" di Federico Basso Zaffagno mi ha emozionato e sconvolto per la sua semplicità e al contempo importanza. Appena incontrato nella lettura, a sua volta ricca di massime e riflessioni acute e raffinate, non ho potuto fare a meno di fermarmi, rileggere e rileggere ancora, chiudere il libro e riflettere.
    "Ciò che è gratuito è stato pagato da un altro". In questo aforisma è rappresentato il senso pieno del nostro vivere "moderno", il vivere di noi uomini che sempre più spesso crediamo che tutto ci sia dovuto, che esistere non costi sacrificio e che la nostra felicità non debba tener conto della vita degli altri. In realtà, quello che questo aforisma sembra voler dire è proprio l'opposto, cioè che la nostra felicità inizia dove inizia quella dell'altro, che quello che oggi siamo e abbiamo la fortuna di poter essere, le parole che possiamo pronunciare, le opinioni che possiamo esprimere sono state pagate a caro prezzo da chi, prima di noi, ha lottato sacrificando la propria vita per conquista diritti oggi sviliti, derisi, dati per scontato o ancora peggio, rifiutati. Il diritto di voto, ad esempio, il diritto di pretendere il riconoscimento del diritto alla libertà di amare, il diritto ad un lavoro o il diritto all'espressione del pensiero sono il dono più grande che ci è stato fatto, dono dunque gratuito per noi ma pagato pesantemente da altri. Ogni aforisma dell'opera di Federico Bassi Zaffagno offre al lettore un nuovo spunto di riflessione e lo fa in modo sagace, critico, talvolta ironico, talvolta lirico.
    Le parole si inseguono, si incontrano e con esse i pensieri, le riflessioni, così che ogni aforisma finisce per diventare una piccola finestra sul mondo e sull'essere umano. Essere umano colto nel suo poliedrico essere e divenire, nei suoi vizi, pregiudizi, paure, incertezze e bellezze.
    "Durante la vita tante persone e avvenimenti si dimenticano involontariamente, perché il tempo costruisce nuovi visi e palcoscenici, ma questo non corrisponde a dimenticare se stessi".
    "Nei rapporti umani, più di tutto, rallenta la diffidenza, che è ben diverso dal riporre una fiducia gratuita. Ad ascoltare non c'è nulla da perdere, rivelare può essere una scommessa premiata, ma chiudere alle somiglianze lascia al punto di partenza"
    "Se un qualunque essere umano potesse provare un minuto della felicità che si accumula dentro da quando impari a riconoscerla, invece che ricercarla, allora potrebbe tranquillamente morire all'istante".
    Questi e tanti altri sono gli aforismi che compongono "Il re del proprio mondo", opera che decide di parlare al lettore con il linguaggio antico ma estremamente attuale della massima che, immediata e veloce, riesce a giungere a destinazione per colpire, incuriosire e commuovere. Un'opera da sorseggiare e da usare come spunto di riflessione sui diversi temi della realtà e i diversi modi di essere della vita.

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    recensione di Claudio Volpe

    • IT
    • 30 gennaio 2013 alle ore 8:20

    La totalità delle forze maligne, delle paure e delle vibrazioni negative che si possono raccogliere in una cittadina americana sempre avvolta da un’atmosfera velatamente grigia, sono riuscite a confluire nella “non-essenza” di un essere malvagio ed esistente da sempre: pronto a riemergere con diabolico tempismo nel corso della storia e pronto a nutrirsi proprio di quelle emozioni nere che pervadono l’animo umano, in particolar modo, l’animo di un bambino. E' in queste vesti che Stephen King presenta ai suoi lettori quella che, con molte probabilità, è la sua “forza del male” meglio riuscita, proprio perché priva di una logica “razionale” seppur metodica e spietata nell’agire, gigantesca nella presenza sensoriale ma anche fisica, eterna e puntuale nel tempo, detentrice di segreti ancestrali e sconosciuti al genere umano, capace di sintetizzare il male che sa nascondersi dietro mille maschere. L’unico baluardo che la sopra citata Derry, cittadina del Maine, riesce ad erigere contro la serie di eventi violenti e sconvolgenti che percuotono la popolazione, in particolar modo quella costituita da bambini o adolescenti, è proprio un gruppo di sette giovanissimi amici. Nella prima parte del libro, Bill, Ben, Beverly, Richie, Eddie, Stan e Mike, unitamente ad altri personaggi che si alterneranno nel corso del romanzo, sono ancora giovanissimi quando incontreranno per la prima volta It, a ciascuno di loro presentatosi sotto differenti forme fisiche. Lo combatteranno, cosi come faranno con le loro più intime paure e contemporaneamente, affronteranno Henry Bowser, capo di una banda di bulli locali. Nella seconda metà del libro, la battaglia si ripropone circa 28 anni dopo. I sette giovani sono oramai divenuti adulti, portandosi comunque dietro, tracce di una storia indimenticabile, tracce indelebili di un male tornato puntualmente a vivere mascherato da clown, sorridente e scanzonato: “Pennywise”. A questo punto, svelare altri dettagli della mastodontica ed intricata serie di eventi che pone in essere, nelle numerose pagine della sua opera, il re del brivido, sarebbe davvero un peccato. IT rappresenta un’esperienza fantastica che chiunque, appassionato o meno del genere, dovrebbe concedersi. La potentissima scrittura di King, riesce a coinvolgere il lettore in maniera totalitaria rendendolo parte integrante della comitiva di ragazzini, pronti a combattere il male. Ma in questo romanzo c’è davvero tanto da analizzare e sui cui riflettere. C’è l’attenzione dello scrittore ai più comuni traumi e timori intimi dell’età infantile, al male rappresentato come essenza e non come entità, al bisogno di amicizia, alla memoria storica, alla società umana e soprattutto, alla violenza celata dietro un sorriso finto. Stephen King dà vita ad una straordinaria storia lunga 28 anni (e forse anche di più) dove vi accorgerete con estrema facilità di esservi immedesimati in tanti pensieri, in tante parole in tante paure. Terminerete il libro, lo riporrete al suo posto e vi accorgerete di conoscere perfettamente nome e cognome dei personaggi, le loro paure e i loro caratteri. Sorriderete e chiedendovi come ci riesca il signor King, magari allungherete un occhio sotto il letto e uno dentro la vostra doccia.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Uno dei racconti più magici e poetici del grande scrittore di SF e Fantasy, scomparso recentemente.
    Lo scontro frontale tra due generazioni troppo lontane per capirsi ma troppo legate per non amarsi, fino all'estremo.
    In questo libro l'amore trionfa ma con un costo altissimo per chi cede la propria energia, per dare la vita, continuamente, al nuovo che si affaccia all'esistenza.
    L'atmosfera autunnale in cui si svolge l'avventura dei due protagonisti, Jim e Will, aggiunge una ulteriore nota nostalgica agli eventi, il profumo della pioggia ha anche l'odore delle occasioni perdute, dei sogni abbandonati.
    Una fiaba meravigliosa, per tutti.
    Il libro ha ispirato anche un film, comunque piacevole: "Qualcosa di sinistro sta per accadere" di Jack Clayton.

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    recensione di Gjo Esse

    • Mancarsi
    • 29 gennaio 2013 alle ore 8:05

    La prima cosa che colpisce è il titolo: un gioco di parole troppo sottile per non ingabbiare la fantasia. “Mancarsi” ha, sia in italiano sia in inglese (“missing”) una doppia accezione tanto affannosa quanto opposta: corrisponde da una parte ad una nostalgia reciproca, e quindi presumibilmente all’essersi trovati e poi persi, ma dall’altra anche al non cogliersi mai, nel gioco cinico e quotidiano a cui la vita ci sottopone senza che noi ce ne accorgiamo. Ma siccome si può sentire la mancanza anche di qualcosa che non si è mai avuto, tutte le supposizioni tornano al punto di partenza e non si può fare a meno di agguantare il libro dallo scaffale del negozio.
    Nella prima parte appare lampante quell’influenza stilistica proveniente da José Saramago e Javier Marías di cui gli ho sentito parlare lo scorso ottobre all’incontro letterario “Montesilvano scrive”, nel riferirsi ai suoi ultimi scritti. È stata questa ammissione a farmi drizzare le orecchie e a rendermi impaziente. Non conoscevo Diego De Silva prima di quell’incontro, infatti, né come uomo né come scrittore: quel giorno ho cominciato a conoscerlo sia come l’uno, sia come l’altro, ed è stata una specie di rivelazione.
    La trama di “Mancarsi”è nota: due storie d’amore e di solitudine convergono in un bistrot, senza, apparentemente, mai incontrarsi. I personaggi sono complessi e guardano in faccia i cambiamenti che stanno vivendo. Convivono con riflessioni affatto banali, assolutamente pungenti, che fanno male.
    Durante le prime pagine ho sinceramente pensato che De Silva potrebbe diventare il Marías o il Saramago italiano. Mi piacerebbe molto. Parentetiche, riflessioni e associazioni mentali sono contagiose, intriganti ed esigenti. Lui le regge bene tutte, a lungo. Poi però succede che la storia comincia a stancarsi; lo stile vira bruscamente, la trama sembra aver fretta di concludere, fa più freddo. Ci si aspetta forse una fine diversa, ma forse in realtà era necessaria proprio questa. E storditi da neanche cento pagine di lettura intensa e “disperata”, si ripone il libro chiedendosi quanto di Irene e quanto di Nicola appartenga già alle nostre giornate.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Così in terra è un romanzo che sprizza sentimento, il non demordere davanti al nulla, l’affrontare sempre con nuova prospettiva le difficoltà della vita. Se poi si vive a Palermo, senza un padre, e si comincia a boxare dall’età di nove anni, lo scenario cambia. Una storia di famiglia, di insegnamento, di unione, di trasmissione del sapere attraverso quel filo famigliare che è vivo e rigido, la nonna Provvidenza, lo zio, il nonno scampato ad una guerra. Attraverso una Palermo in sussulto, con un linguaggio un po’ ostico per chi di dialettalismi ne sa veramente poco, per fortuna la storia regge e ti spinge a non fermarti, ti invita a correre, correre, correre, sferrare, cadere come Davidù tante volte ha fatto.

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    recensione di Gino Centofante

  • Il diavolo esiste? Sì! E risiede in Barbagia. Si chiama Paulu Anzones (noto come Muscadellu), un ricco ereditiero di fortune inimmaginabili, latifondista, imprenditore, sindaco e signore assoluto di Irìchines: insomma l'incarnazione del grado zero dell'umanità, che brama di possedere il Bastone dei miracoli (un oggetto che regala non solo una "buona morte", ma anche la facoltà di accumulare ricchezze).
    Il libro narra la storia di un pastore, Licurgo Caminera, appassionato della figura di Omero e delle sue opere, che dà ai suoi 12 figli i nomi di personaggi epici. Di questi, per varie vicende legate alla malattie infantili o ai "mali dell'anima" ne sopravvivono solo sei: Ulisse, Achille, Ercole, Elena, Penelope e Antigone.
    A loro, in punto di morte, non lascia un'eredità materiale, ma una fatta di parole ancestrali: sei buste in cui è contenuto, a pezzi, un racconto che di nascosto, egli ha scritto nella sua vita.
    Il compito dei figli, dopo la sua morte, è quello di leggerlo gli uni agli altri a turno, ad alta voce e così, rimetterlo in ordine: questo è l'unico modo (secondo il pastore) in cui può essere ricordato degnamente.
    E il diavolo? Che c'entra?
    Il lettore resterà a bocca aperta quando, insieme ai protagonisti di questa fiaba, aprirà con loro le sei buste...
    "Amicu meu, non fare così! Vieni ad accucciarti accanto a me!”

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    recensione di Francesca Arangio

  • La famiglia Winshaw è il secondo libro di una trilogia, parla di un scrittore a cui è stato affidato il compito di scrivere la biografia di una influente famiglia inglese. Si cela tutto un mondo dietro questo libro, si lascia spazio all’amore nella stesura della biografia, a rimandi storici, - che caratterizzano la scrittura di Coe – un libro della storia inglese, che ti trascina, ti fa entrare nel mondo altisonante ed esclusivo, fatto di amicizie nascoste, di una finanza traballante. Si lascia spazio anche a ricordi: "Fin da bambino sono sempre stato convinto che le lettere abbiano il potere di trasformare la mia esistenza. La semplice fista di una busta sul mio zerbino può ancora riempirmi di vibrante aspettative, per quanto transitorie possano essere. Devo ammettere che le buste gialla raramente sortiscono questo effetto; la busta a finestra mai. Ma poi c'è la busta bianca, scritta a mano, quel glorioso rettangolo di pura possibilità che in certe occasioni si è rivelata niente meno che la soglia di un nuovo mondo". Opinioni stesse dell’autore che inserisce qua e là: "E che libro sarebbe stato! Me lo vedevo... un libro tremendo, un libro senza precedenti, fatto in parte di memorie private, in parte di cronaca sociale, tutto mescolato insieme in una miscela letale e devastante.  Suona stupendo - disse Micheal - avrei dovuto assumerla per scrivere la fascetta pubblicitaria".

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    recensione di Gino Centofante

  • Sesso uguale donna: attrazioni pericolose, perversi giochi di seduzione, incontri ad alta temperatura accompagnano le giornate dela protagonista della storia. E' un libro che si lascia leggere e sa offrire delle forti emozioni decisamente adatte agli amanti della letteratura erotica: ha  una trama abbastanza curata, scorrevole, intrigante, che mostra la mente della donna nel suo lucido bisogno carnale dell'atto sessuale in sè. La freschezza nella descrizione delle scene, la volgarità che stimola l'eccitazione, il vortice di atti sessuali ripetuti costantemente, sempre diversi, senza controllo, dove tutto è concesso, un esibizionismo estremo che diventa gioco sono gli ingredienti che fanno di questo uno dei romanzi più folli e piccanti che si potevano concepire. L'autrice ha dimostrato molto coraggio confrontandosi con questo tipo di letteratura e, nel suo insieme, è un lavoro ben riuscito perché tra le diverse avventure della protagonista, a far da padrone è sempre e solo una parola d'ordine: possedere l'altro senza tabù!

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    recensione di Francesca Arangio

  • Ho sempre avuto il vizio di conservare in un’agenda le immagini e le citazioni che più colpissero la mia fantasia. Al liceo comprai un’edizione delle “100 pagine – Millelire” delle “Massime” di Francois de La Rochefoucauld e mi fu subito chiaro che avrei dovuto inventarmi una specie di inserto speciale, così riuscii a far stare in un foglio protocollo tutte le Massime che mi erano piaciute. Praticamente riscrissi tutto il libricino.
    Ho ancora l’abitudine di usare questa agenda per conservare la bellezza che trovo in giro. È un’agenda molto grande, per fortuna. Mi è tornata in mente perché per il “Breviario” di Alessandra Paganardi farei la stessa cosa che ho fatto per La Rochefoucauld: riscriverei tutto il libricino.
    La sagacia e la disarmante verità con cui l‘autrice puntella il mondo con i suoi aforismi, mi ha fatto pensare al cinismo e alla lucidità di quest’uomo, che era in grado di descrivere i sentimenti e le debolezze come fenomeni prevedibili e monopolabili.
    Su questa scia, con aggraziate stilettate Alessandra Paganardi gioca con parole e concetti e parla di vita interiore e di economia (“La felicità è una legge finanziaria: sempre piena di tagli”, o “L’orgoglioso preferisce non contare nulla che contare meno di quanto vorrebbe”), di tempo e di poesia (“L’utopia è la nostalgia del futuro”), genitori, figli e saggezza (“Diamo il nome di “ricordi” alle cause presunte di emozioni presenti”) e infine di “brevetti”, in cui gioca con brevi e schiaccianti definizioni (“Verità: mai nel mezzo, sempre altrove”). Una raccolta di appena sessanta pagine tutta da spiluccare, e che personalmente ho farcito di tante piegature da raddoppiarne lo spessore.

    “Strano destino delle rette parallele: non s’incontrano mai, oppure coincidono” (Alessandra Paganardi)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Donne che raccontano altre donne.
    Scrittrici che si calano nelle vesti di altre donne.
    Le autrici: Simona Vinci è Diane Arbus, Carmen Covito è Eleonora Duse, Barbara Garlaschelli è Joyce Carol Oates, Nicoletta Vallorani è Angela Carter, Maria Rosa Cutrufelli è Anna Kulishoff, Daniela Piegai è Artemisia Gentileschi, Olivia Corio è Ella Fitzgerald, Elisabetta Spaini è Niky de Saint Phalle, Donatella Diamanti è Virna, Elena Varvello è Alice Munro, Chicca Gagliardo è l'ombra di Alda Merini, Daniela Losini è Coco Chanel. Storie di donne fragili, donne determinate, donne che non si lasciano scalfire da niente e nessuno; donne indipendenti, donne alla ricerca  di se stesse. Perché essere donne comporta innumerevoli scelte,  disagi, pericoli e ognuna di esse reagisce in maniera diversa  mostrando un lato della propria personalità. Voltata l'ultima pagina il lettore potrà rendersi conto che i racconti di dodici donne diverse sono legati da un unico filo, come quello di Arianna, in una  sola complessa storia: quella della Donna. La forza delle donne, il loro valore aggiunto, la dolcezza che scaturisce dai loro discorsi e un sogno: arrivare a un'uguaglianza tra uomo e donna mantenendo una naturale diversità. Le voci delle scrittrici sono una melodia che canta la donna, la dipinge mentre cucina, mentre aspetta una telefonata, mentre sogna o cerca di dimenticare le sofferenze, mentre combatte con la vita riscoprendola.
    Donne impersonificate e descritte nella loro quotidianità, ma senza  necessità di elevarle ad angeli del focolare, bensì mettendole in  evidenza, facendole uscire da quel cono d'ombra nel quale hanno vissuto per secoli. Un elogio allo sguardo femminile che sa scavare nel profondo, senza  rancore, senza rabbia: non c'è la voce roca che grida all'uomo le sue mancanze, i suoi errori, ciò che ha perso trattando la donna come una schiava, una reclusa, una peccatrice. Le pagine si susseguono con una scrittura fluida, pulita, tenera e poetica. Donne vissute in epoche diverse, con conquiste diverse, che, attraverso le loro testimonianze, dimostrano come si siano fatti  tanti passi avanti: attraverso le loro esperienze si delinea l'attuale posizione femminile all'interno della società, come risultato delle tante lotte affrontate nei secoli scorsi.

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    recensione di Enza Iozzia