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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • "Mi contraddistingue una smisurata passione per il disinteresse a qualsiasi forma di ambizione", scrive Luca Gamberini nell'esergo alla sua ultima opera poetica, edita da 96, rue de La Fontaine. 
    In questi versi, pieni di struggimento, straniamento, amore e disamore, appare la vocazione certa dell'autore verso un 'oltre'. Un oltre che si ponga quale argine alle meschinità quotidiane, allo sgomitare per stare al mondo, contro un 'io' che consuma e che mente. Il "far niente" di Luca  è certamente resistenza, ricerca profonda di senso, proprio nell'istante in cui pare rinunciarvi.
    Ma le poesie di Gamberini sono anche poesie d'amore. Verso la vita, verso la natura, verso l'essenza stessa della realtà. Realtà che, infatti, il poeta non nega, ma anzi indaga con una curiosità pura e disincantata al tempo stesso.

    "Ti ho seguita ovunque
    come un cane meticcio
    per imparare l'estate
    di una panchina vuota".

    Mi chiedevo, leggendo questi versi, se esista qualcuno, in carne ed ossa, a cui siano stati realmente dedicati. Il poeta vive "con lo stesso rimpianto" di tutti. Chi sia, in definitiva, il destinatario di un sentimento che pare non avere mai "strade di casa", bagnato com'è "da inascoltabili venti sperduti".
    Mi sono domandata quale essere umano possa meritare un'attenzione tanto sfinita e disperante; realmente rivolta all'altro che, invece, appare distratto e preso in una ripetuta illusione, incapace di vedere oltre le apparenze. 

    "Scegliti con cura il nuovo amore
    sceglilo come fosse un viaggio
    con fissata la data del ritorno".

    Il poeta, il vero poeta, sfugge all'omologazione, soffre di "incantesimi a scapito dell'ordine delle cose" e, questo, Luca Gamberini lo sa bene. È consapevole della scommessa che ha accettato, novello Oblomov - come sottolinea nella splendida prefazione Gian Ruggero Manzoni - protetto da un'indolenza simile alla notte e capace di "allungare la vita a chi vivere non sa". 
    La vera scommessa è amare attraverso la trasfigurazione della realtà, quella stessa realtà che è stata effrazione e caduta. Amarla in modo generoso e celebrarla al di là dei canoni o delle comuni interpretazioni. 

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Una nuova opera per la poetessa Maria Luisa Mazzarini che si apre con una dedica alla città lagunare di Venezia.
    Da sempre questa è stata meta di sogni, fascino, vitalità, ispirazione di generazioni di viaggiatori e di illustri scrittori. Da Goldoni a Casanova, da Herman Hesse a John Ruskin, da Thomas Mann fino a Goethe e a Jean Giono, nessuno ha saputo resistere all’incanto di Venezia.
    Potenti versi che destano meraviglia, animati dalla maestria della poetessa, che riporta le emozioni vissute, soffermandosi, volteggiando come un gabbiano, danzando lungo le strade veneziane.
    Tra memorie e sinfonie di versi, ci addentriamo nel cuore di rii, tra ponti, canali, vicoli, teatri, la vita quotidiana si sposa con la romanticità del luogo, intriso di arte e storia.
    Nella Serenissima, “tutto è bianco/ la spuma d’onde,/ ali nell’urlo del flutti,/ il tuo, il mio volto,// le mani perse nel vento,/ a chiamarsi.//.

    Venezia è la città ideale per una luna di miele.
    Vivere a Venezia, o semplicemente visitarla, significa innamorarsene e nel cuore non resta più posto per altro. Facile difatti, è perdersi nel suo fascino, sospirando ad ogni incontro, abbandonandosi allo “sciabordio d’acque” su una gondola, o gustando la vita in raffinati calici di Murano.

    Tenerezze, delizie, tra berletti e ciprie, la realtà e la finzione, si prendono a braccetto, sfilando giorno e notte.
    In piazza San Marco, pure i colombi diventano docili e i pensieri si mettono in moto, nello spazio e nel tempo e nella memoria dei secoli.

    Friedrich Nietzsche, su Ecce Homo nel 1888 dice: “Se dovessi cercare una parola che sostituisce “musica” potrei pensare soltanto a Venezia”.
    Nel “Rondò d’acque, le isole d’un mare / di una pagina bianca tutta da scrivere” le parole di Maria Luisa scorrono e rapiscono l’anima.
    Dalla Giudecca, alla Piazzetta, al molo, al Palazzo Ducale, alla Torre dell’Orologio, l’immaginazione affresca una Venezia “innocente, sensuale e inquieta”.
    Ogni lirica esalta e dipinge le stagioni della città, accompagnando la stessa evoluzione della poetessa, che in essa trova il suo “input” emozionale per un’individuale crescita.
    In essa si risveglia, illuminata e consapevole di poter andare oltre i limiti imposti dalla fanciullezza, sognando e vivendo la notte, accendendola di “baci roventi”.
    Una donna divenuta farfalla in una Venezia che l’accoglie, senza giudicare, tra magie, silenzi, mistero.
    Una Venezia di “liberi amanti/ di fiori e di barche”, che sa guardare oltre, tuffandosi nel mare di natura, storia e preghiere, navigando fino ai confini del mondo interiore ed esteriore di ognuno di noi.

    [... continua]

  • Enrico Ruggeri, a cavallo degli anni ottanta, nel periodo di massima ispirazione poetica recita in un verso: "Mi amerai più di qualsiasi cosa è come dire: conto qualche cosa?". Non so bene cosa ci entri questa introduzione con "Fondamenta per lo specchio", opera prima di Francesca Dono, ma nel non senso di Francesca Dono vige il senso della vita, come se vivere fosse fare un'elemosina alla morte, uno sgarro allo sfarzo. Francesca dipinge con autorevole perizia un mondo dai colori ribaltati, come quel nero, che spesso inchioda o si fa inchiodare, sinonimo di enfatica risurrezione. Quando decide di morire non è mai stata così viva, quando pare cedere non ha mai avuto in usanza una padronanza dei luoghi, delle forme, delle parole, così energica.
    Questo contraddittorio è la poesia, Francesca è poesia, le sfumature fluttuano attraverso un gorgo dove il lettore non riesce mai a capire bene dove si trovi, se sia, esso, la parte attiva o passiva di questo gioco non gioco, un precipizio piatto di carne bollita che non scuoce la fame. Prima di cimentarsi nel viaggio di "Fondamenta per lo specchio" è bene che il lettore sappia di dover fare a meno del proprio sostantivo equilibrio, meglio gettarlo via prima, o credere di non averne mai avuto uno, per ritrovarlo, forse, poi più saldo e portentoso alla fine del tragitto.
    La Dono è come un anatomopatologo, chiamata a ricercare le cause di degrado del tessuto poetico moderno, non più funzionale ai valori, ma disperso nell'addormentamento generale procurato da vetusti ideali, ella si prende cura del verso, in decomposizione cronica, rigenerandolo attraverso il proprio (tanto) genio. La sua scrittura pare dotata di una smoderata sfrontatezza, ma niente può essere più sfrontato, nel poeta, del bisogno di tenerezza. Serba in sé la schizofrenia del Pavese di "Il mestiere di vivere", sebbene tra i due non esistano punti di congiuntura evidenti, il parnassiano inconscio della fuga di Renèe Vivien, ma con molto meno pessimismo, di certo Bukowski l'avrebbe amata e poi, forse, odiata d'amore.
    Una silloge che turba, scioglie, incendia, sciacqua, sprona, ma soprattutto osa.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • È lo Stephen King maturo, quello che ha già dimostrato il tipo di tensione a cui sa sottoporre i suoi lettori, come in “Cujo”, “It” e “Christine”, a scrivere “Il gioco di Gerald” nel 1992 e a dedicarlo a sua moglie Tabitha Spruce King e alle sue sorelle. Nel romanzo, tutto inizia con un'eclissi di sole del 1965, quando Jessie, oggi sposata con Gerald Burlingame, subisce “un piccolo incidente sessuale grave quanto una pestata di piede”, che segna a vita sia lei sia suo padre. A lei viene lasciato credere di esserne corresponsabile, ma suo padre non riuscirà più a stringerla in un abbraccio. “Anche quando ho preso il diploma si è congratulato con uno di quei buffi abbracci da vecchie comari, quelli che si danno con il sedere sporto all'infuori per evitare anche il minimo rischio di toccarsi il basso ventre. Pover'uomo.” Questo le torna in mente, nei dettagli, quando più di vent'anni dopo rimane bloccata in un'altra situazione: durante un gioco erotico, suo marito Gerald ha un infarto e lei rimane ammanettata al letto della loro residenza estiva, a rischiare di morire di stenti e soprattutto di sete. Non solo: un cane vagabondo inizia a mangiare suo marito e un uomo compare nella camera, in una visita surreale. A Jessie sono chiare tutta la sua vulnerabilità e la sua impotenza, come nel giorno dell'eclissi, e nonostante la debolezza e le visioni aumentino deve trovare il modo di liberarsi. In un romanzo dalla suspense sottile, anche nella sottotrama, abbiamo la conferma della capacità impressionante di Stephen King di penetrare la psicologia umana, specie quella di una bambina di dieci anni, combattuta tra i fremiti della preadolescenza e “cose che non riusciva a capire e nemmeno a pensare”.

    Da settembre 2017 questo libro “Il gioco di Gerald” (“Gerald's game”) è un film adattato da Mike Flanagan (“Il terrore del silenzio”, “Ouija: l'origine del male”) e lanciato su Netflix alla fine del 2017. In esso, le visioni di Jessie e le voci che, per via della sua dissociazione mentale, le risuonano in testa tra vecchi ricordi e epifanie decisive, trovano incarnazione nei due unici protagonisti, Carla Gugino e Bruce Greenwood, in uno stratagemma opportuno e calzante.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La prima considerazione che la lettura di questo testo, sorprendente nel senso letterale del termine, ha fortemente determinato nella mia mente è che esso riesce – nella maniera misteriosa che forse è lo stesso argomento a suggerire – ad essere grande e piccolo insieme. 
    Un testo piccolo perché leggero, veloce, ben ritmato, che vola attraverso tempo e spazio, attraverso storie e personaggi, senza mai appesantire un andamento semplice ed originale. Questa leggerezza dello stile e dello sguardo scaturisce principalmente dalla scelta dell’autrice di raccontare le tradizioni e i miti gaetani attraverso il proprio animo che le ha, in prima istanza, ascoltate e filtrate: esperienze personali, come la ricerca di un fermaglio per casa, o il mal di testa dovuto ai bagordi di un matrimonio, sono lo spunto che dà avvio alla riflessione, che mette in moto la curiositas dell’autrice attraverso cui la ricerca prende il volo. 
    E questo volo porta, a partire da esperienze piccole e quotidiane, a spaziare invece attraverso mondi e terre lontane, attraverso grandi temi e conoscenze ancestrali dell’umanità. È sotto questo punto di vista che il libro, fisicamente piccolo, si allarga, si riempie, diviene possibilità di infiniti interrogativi ed altrettante risposte che l’autrice descrive e propone sulla base di ricerche approfondite e ben documentate, e a cui anche ciascun lettore può offrire attenzione ed interesse, in base al proprio vissuto, al proprio entroterra, alla propria  predisposizione. 
    Ecco che in questo modo, all’orizzonte gaetano su cui si sofferma lo sguardo, e a quello familiare che produce l’interrogativo primo sulla tradizione o sul mito che qui viene descritto, si fondono in maniera molto naturale e mai forzata orizzonti culturali lontani e diversi, come quello dell’Europa medievale, dell’antico Egitto, del mondo greco e romano, a moltiplicare gli spunti e completare ed approfondire il discorso. 
    È l’autrice stessa ad avvertirci sin dall’inizio sullo spirito del libro: “Ogni popolo nato sulla Terra ha sviluppato, infatti, fin dalle più lontane origini una vasta raccolta di miti, narrazioni, portatrici di messaggi e di una loro interiore verità”. Come i più recenti studi dell’antropologia storica hanno dimostrato, in particolare della scuola francese che nel secolo scorso ha influenzato le ricerche su tutte le più importanti popolazioni arcaiche della nostra storia, la ricerca di queste verità rappresenta lo scopo principale della creazione dei miti e delle leggende che ogni civiltà ha prodotto per rispondere a tali interrogativi primordiali ed eterni. 

    Da questa istanza e da questo punto di osservazione è possibile guardare lo sviluppo in ogni comunità di tradizioni e leggende che mantengono il ricordo dell’interrogativo e insieme del sentimento che le ha prodotte, che si è determinato sulla base del contesto storico che ogni luogo ha vissuto nel tempo. E così Gaeta diventa il soggetto  che viene in questo testo sottoposto ad una originale, a tratti anche spiritosa, e sempre attenta disamina, ma anche pretesto per allargare lo sguardo ad altri contesti, ad altri orizzonti, che la storia offre per comprendere ancora meglio la nostra più vicina realtà.

    “Partendo da esperienze personali dell’autrice, questo libercolo si propone di tratteggiare un modesto e leggero ritratto delle entità e delle superstizioni, che pervadono il folklore gaetano”. Così l’autrice sintetizza lo scopo del testo, e ci conduce così ad individuare l’altro elemento che insieme e a Gaeta, che come abbiamo detto rappresenta lo sfondo, il punto di arrivo ma anche di partenza dell’analisi, costituisce l’altro nodo principale di interesse del testo: il folklore, la tradizione popolare, quell’anima nascosta negli usi e nelle credenze più antiche di un popolo, che è forse oggi l’unico elemento e “zoccolo duro” che la prorompente modernità non riesce ancora a scardinare nonostante i frenetici e tecnologici “tempi che corrono”.

    L’anima o il folletto della casa, la magia di “fattucchiere e ianare”, i licantropi e i serpenti mitici, così come tanti  riti scaramantici e propiziatori, sono i protagonisti dell’interesse che l’autrice profondamente mostra per il meccanismo psicologico che li ha prodotti, per il significato razionale e irrazionale che racchiudono, e che a partire dall’orizzonte gaetano di cui dettagliatamente sono riportati luoghi e contesti, si aprono a paralleli ed approfondimenti ampi e ben orchestrati, colti nello sviluppo culturale più variegato, tra testimonianze bibliche, documenti antichi o credenze medievali. 

    In queste caratteristiche si riassume quindi il tema, lo sguardo, l’interesse del libro, che certamente di veloce e piacevole lettura, lascerà molteplici spunti di riflessione, discussione, analisi del proprio entroterra e del contesto culturale in cui ciascuno di noi è immerso, e che grazie all’esperienza dell’autrice ciascuno di noi potrà approfondire, domandandosi se forse non dovremmo meglio conoscere ed interrogare tutto l’affascinante mistero che ci sta intorno.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • I racconti di Lora Boccardo sono un concentrato di ironia, arguzia, sensibilità e forza d’animo.
    Diviso di in tre sezioni, il libro si apre con una storia “non classificata”: la storia vera dell’autrice, raccontata in poche pagine e densa di significato. Una storia che con semplicità ci fa entrare in un mondo dove il sorriso e le battute sono la facciata felicemente leggera di una profondità d’animo che conquista.

    La lettura scorre piacevole tra episodi di vita vissuta e racconti di fantasia, scritti con uno stile diretto, privo di artifici eccessivi ma che dimostra la capacità di scrittura di chi, dai pensieri di ogni giorno, riesce a tesserne una trama letteraria.

    Storie che fanno ridere e riflettere, raccontate con leggerezza anche quando affrontano tematiche di dolore, sofferenza e, a volte, sfortuna. Come quando la tempesta si accanisce contro una quercia, che le scompiglia i rami nel vento eppure resta saldamente ancorata al suo esistere. Racconti di addii (“Quando muore la mamma”), di pause (“La vestaglia rosa”) di arrivi si alternano a situazioni paradossali e buffe (“A proposito di ferie”), storie d’amore di altri tempi che ci portano in fughe adolescenziali, gite fuori porta e classici equilibri tra uomo e donna. Così come tra oggetti di uso comune che, grazie alla fantasia dell’autrice, hanno un nome e un’esistenza propria. E sarà curioso scoprire chi sono Isotta e La Totta!

    A fine lettura viene di chiamarla per nome, quest’autrice. Quando chiudiamo il libro e lasciamo riposare la compagnia delle “Pennellate di vita”, Danilo, Rosaura e tutti i personaggi delle Favole, restiamo soli con Lora, come fosse una nostra amica da tempo. Un’amica che ci risolleva il morale quando siamo sottotono, che ha sempre un sorriso e una risata da darci, una lezione di vita impartita con leggerezza o una battuta divertente come solo la spontaneità sa fare. Una forza nascosta più potente di ogni immaginario, capace di andare oltre le pagine e restarci addosso nella vita reale.

    [... continua]
    recensione di Federica Ciccariello

  • Il protagonista del'ultimo romanzo di Paolo Fiore, "Solo sabbia tranne il nome - Apax Legomena" (Manni Editore) è Marco, studente di letteratura e figlio di separati, un "senza fissa dimora" sentimentale, in bilico tra Roma e Berna. Proprio a Berna, città in cui suo padre vive, Marco si ritrova dinanzi all'Angelus di Paul Klee, un'opera che ha su di lui un effetto dirompente. 

    "L'Angelus novus (...) sgranava gli occhi sui visitatori allontanandosi da loro per poi sprofondare nella tela in direzione opposta verso il futuro", scrive Fiore. Cosa rappresenta questo quadro e perché Marco ne rimane tanto colpito? Quale chiave di lettura del mondo saprà offrirgli? E, soprattutto, cos'è l'apax legomenon, oggetto delle sue ricerche, quell'unicum che appare nell'intero corpo di un testo solo una volta e mai più?

    Marco non è un ragazzo come tutti gli altri. Cerca il senso della vita, utilizza i codici della letteratura per affrontare la realtà, tant'è che ha l'abitudine di indicare le persone con un appellativo, il "simillium, qualcosa che ne indichi l'essenza, anche se, per dirla con Benjamin, un nome, una volta pronunciato, è sempre una "rottura dell'incanto". Marco, dicevamo, è diverso dai suoi coetanei (il cui mondo resta sullo sfondo del romanzo col suo carico di birre, sesso, sigarette, quotidianità, tutto ciò, insomma, in cui si consuma la nostra "esistenza liquida"). Ama intavolare conversazioni assai colte sul senso della vita e il suo interlocutore privilegiato è un anziano professore che lo segue negli studi universitari e che lo spinge a indagare il reale con occhi completamente diversi, "Oh, la realtà... è la scusa che porta sempre chi manca di fantasia", dice Fiore, citando Dylan Dog.

    E forse è questa la chiave di lettura del romanzo, che procede attraverso una scrittura colta, non sempre agevole, ma ironica e pungente, capace di far riferimento a Walter Benjamin così come a Socrate, Kirkegaard e Cioran. Nella prefazione al testo, di Alessandro Vergari, si legge: "Il futuro è un angelo in agguato, con il viso rivolto al passato, ripiegato con gli artigli sulla sua preda ignara. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi, ma una tempesta che soffia dal paradiso lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo".

    Romanzo di formazione, questo di Fiore cerca di indicare un senso nel nostro scavare tra le rovine del tempo, col suo carico di disillusioni e di incertezze. E il senso è, forse, in quell'apax legomenon di cui dicevamo, nella ricerca di illuminazione sulle cose esistenti e sulla loro unicità, sul nostro stare al mondo in modo comunque irripetibile.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Leggo e scrivo di autori emergenti da circa 20 anni, e Jason non lo considero più tale: ormai è il terzo libro che recensiamo su Aphorism, lui si è fatto strada nell'ambiente letterario ed è un autore della nostra Scuderia da otto anni. E sì, lo conosciamo bene da queste parti...
    Quindi voglio prima soffermarmi sulla casa editrice, AliRibelli, perché merita qualche parola - fosse anche solo di incoraggiamento - per il lavoro e l'impegno. Trovare piccoli editori che con coraggio vogliono "promuovere l'opera di autori e illustratori in erba" è un evento raro. Lo spirito che anima AliRibelli è del tutto simile a quello di Aphorism e mi piace sottolineare questa visione, nobile e un po' folle, in un mercato libraio sempre più complesso da decifrare. 
    Ho consultato il loro catalogo e ho ritrovato alcuni nomi a me cari, ho visto una struttura seria e credibile, e anche il libricino di Jason che ho tra le mani conferma la qualità del loro lavoro: l'edizione è di ottima fattura, ben curata. Tutto è gradevole e ben composto.
    Mi sono dilungato su quelli che normalmente vengono considerati dettagli accessori perché non posso anticipare molto sul contenuto del libro. Si tratta di un racconto lungo e spoilerare qualcosa risulterebbe controproducente per il lettore.
    Io mi sono trovato per la prima volta alle prese con una storia che affonda le radici nella mitologia norrena e ho imparato cose nuove: avevo idee abbastanza astratte su Odino, Thor e il Valhalla e dopo questa lettura ho ricevuto gli stimoli per approfondire le mie conoscenze. Questa è sempre una grande conquista per qualsiasi scrittore. In merito ho trovato molto utili e stimolanti le pagine finali del volumetto: un piccolo saggio sulla mitologia norrena che apre gli orizzonti a nuovi scenari e letture di approfondimento.
    "La memoria di Odino" di Jason R. Forbus è consigliato a chi ama leggere storie di epica, leggende dove i protagonisti sono luoghi e creature sospesi in un mondo che affascina e meraviglia. I paesaggi, le allegorie e i simbolismi della narrazione ancestrale sono sapientemente dosati e impastati con la realtà - in cui possiamo riconoscerci - e strizzano l'occhio al fantasy, un genere sempre amato e in cui possiamo perderci liberamente.
    Nella lettura troveremo giganti, nani, umani, corvi parlanti, divinità buone e cattive, riconosceremo le Terre di Mezzo, che richiamano alla memoria la monumentale opera di Tolkien, e ci aggrapperemo con forza a Yggdrasill, l'albero del mondo che ai cinefili ricorderà il finale struggente del film Avatar di J. Cameron.
    In sintesi è un libro che si legge durante una pausa, come una coccola, un momento da dedicarsi. "La memoria di Odino" si presta a molteplici interpretazioni e può anche diventare una favola della buonanotte per i più piccoli.
    In chiusura vorrei menzionare "Il Canto dei Dannati", della stessa casa editrice e dello stesso autore. Non posso recensirla in quanto è una brevissima graphic novel, ma voglio citarla per confermare quanto di buono descritto inizialmente sulla casa editrice: anche in questo caso siamo di fronte a un'ottima produzione, congegnata per dare risalto alle meravigliose illustrazioni di Theoretical Part che accompagnano il piccolo poema gotico. Bravi, bravi tutti.

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Da una terra ricca di vigneti, ulivi, gelsi, bagnata dal fiume Tammaro, zampilla l'inchiostro di Antonietta Fragnito. Già dai primi versi me la immagino passeggiare, lungo il centro storico di un paese arroccato, dominando con lo sguardo la ricchezza dell'adiacente valle.

    "Mi riconosco
    nell'etica del fiore.
    Bacio la terra che mi è pane,
    attecchisco di granulo in granulo."

    E di tutta questa ricchezza, accumulata dal suo spirito, si può leggere in "Rossetto vermiglio sul volto della luna", un breve ma intenso libro di poesie che raccontano di una donna garbata, dal profumo di disordine, affacciata al balcone della solitudine.

    "Non chino il capo,
    cerco gli occhi del cielo,
    il bacio del sole."

    La Fragnito, in questa sua prima pubblicazione, dona al lettore immagini suggestive dalle sfumature tenui ma mai fuori quadro. Dotata di una padronanza di linguaggio tanto invidiabile quanto pacata, ripercorre la propria vita a ritroso ma 'con lo sguardo dritto e aperto nel futuro' (cit. Pierangelo Bertoli), una commistione tra epoche da far apparire, a tratti, il presente come surreale. La semplicità con la quale declama, e si declama, non rasenta mai il banale, così come fa la sua terra la Fragnito riesce a mantenere fertile la propria apertura mentale dimostrando di avere raggiunto un rapporto sereno con la mancanza di un qualcuno, più che di un qualcosa, spesso evocato con grande delicatezza. La delicatezza di chi, prima di qualsiasi altra cosa possa saper fare, sa amare.

    "Vorrei incontrare il tuo sguardo,
    ma è tardi.
    Hai abbassato le palpebre."

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • Leggendo la raccolta poetica di Roberta Borgianni e Alessandro Moschini, dal vivissimo titolo "RisBocci", non si può non constatare già da subito, quella struttura interna e coinvolgente che divide l'intero testo in tre parti, di cui la centrale, poesie a quattro mani dei due autori, ne sembra assumere delicatamente il pistillo di un fiore aperto in una duplicità di tempi: quello che definisce la visione di Roberta da un lato, e quello che caratterizza il punto di vista di Alessandro, dall'altro. Le due visioni poetiche si scontrano e allo stesso tempo, si intrecciano, completandosi, proprio nelle loro contrapposizioni e conseguentemente, nel loro relazionarsi.
    La sezione centrale dal titolo "Quattro mani e una penna", è l'inizio di un armonico a due in cui, là dove per Roberta è il 'senso dell'amore', lo sprone ad attraversare il limite, che è ricerca 'per accendere nuove candele', per Alessandro Moschini, lo stesso limite è già 'riconosciuto e superato', tanto in un mare, quanto nelle fragranze della presenza umana, anche quando riconosce di sentirsi quel 'condannato a morte', che poi è condanna di tutti gli uomini: sentendo dentro di sé quel limite, Moschini non può che richiedere che il tempo, si fermi proprio dov'era avvenuta la 'rinascita', rendendosi conto serenamente, ciò che resta alla fine del percorso della vita, mentre per Roberta la rinascita, che è 'rinascita e morte all'infinito', diventa anche un 'non sentire più rendere quella vita già stata' e dunque, assunta a diventare sapore di 'nostalgia futura'. Un bellissimo e accorato ragionamento sul tempo e sul luogo, elementi salvifici, una ricerca che accomuna entrambi, in cui la salvezza si denota proprio quando riusciamo a uscire 'dal caos', dal disordine fluente del quotidiano, in cui Alessandro riesce a liberarsi di tutto l'esubero che lui stesso definisce 'spazzatura' per poi 'farsi pace', che altro non è che la base su cui seminare la Poiesis. Ma, mentre per il poeta, tale ricerca è diretta, lineare, che quasi balza agli occhi naturalmente, per Roberta, la stessa ricerca passa attraverso lo strumento, meno diretto, che internamente risiede nel tempo, quasi fosse musica respirata 'che non conosce stagione', nello svuotare la soffitta dei ricordi: così facendo raggiunge quella stessa leggerezza moschiniana che il poeta trova nel 'sopperire vuoti e palliativi sterili' (ho troppi chilometri/ammucchiati sul groppone/ e scorie da scacciare/ dalla pelle). Dove l'uno giunge al risultato della ricerca poetica nell'immediato scarto dei superlui, l'altra vi giunge passando per lo scorrere evolutivo del tempo: due vie che si intersecano creando una poesia provvista di triplice aspetto del tempo: Tempo-Memoria, Tempo-Essenza, Tempo-Ri-nascita. Rinnovarsi è un ributtare vita di foglie nuove', ma soprattutto è 'rivoluzione', risveglio oltre la cenere dopo il fuoco lacerante, di cui Alessandro ne sente 'lo strappo liberatorio', proprio come quando ci vogliamo togliere un abito troppo stretto, mentre Roberta ne incalza la ribalta delle illusioni, rinascendo 'al bacio della luce', riflesso dello specchio, metafora di verità restituita, che sta in tutte le cose del mondo. Alessandro Moschini e Roberta Borgianni, iniziano il percorso poetico con la poesia "Bocci" e terminano, se di un termine possiamo parlare, con i "RisBocci", in un cammino che è ritrovo di luce riparante e rigenerante, evoluzione vitale condivisa.

    [... continua]
    recensione di Adua Biagioli Spadi

  • Una nuova sfida poetica intreccia i versi e fa vibrare le parole di vita propria. Un rinnovamento che si affaccia senza paraocchi dichiarando una vera e propria rivoluzione di penna. Anna Maria Dall’Olio s’arma di follia scommettendo che la cultura può davvero salvare e sollevare le masse. “V’amo, io, libri”. La tematica sociale, ultramoderna, richiama oggetti, sentimenti, arrivando in modo brillante, scorrevole e diretto al nocciolo, un po’ come aveva operato Ungaretti a suo tempo. La metrica stessa incalzante e sconvolta dai canoni convenzionali, trova nel fiume della poesis la folgorazione per creare, osare e liberare quanto l’occhio e il cuore umano vede e sente. Ne scaturisce il senso dell’esistenza, intrisa di consapevolezza, drammaticità, fragilità ed esternazione per quell’essenzialità base/segreto del vero viaggio su questa madre terra”. Poi sei venuta tu/e t’è bastata un’occhiata/per vedere/dietro quel ruggito/dietro quella corporatura/semplicemente un fanciullo/” cantava Vladimir Majakovskij, poeta dei primi del ‘900 e così Anna Maria riesce abilmente a descrivere: masse, schianti, ricordi, campi elettrici, logiche che si dischiudono sull’inferno che troppo spesso è causa di malessere e poco vettore-spinta verso il miglioramento. Un orgasmo emotivo che rappresenta la “libertà: passione e tormento” e “sfonda la porta del tuono/ per sabbie rotolando/(storia senza ricorso) nuove strade sempre cercando”. Già perché solo iniziando a percorre questo viaggio attraversando “l’infinita sostanza del giorno”, che si può riempire un vuoto o conoscere quanto prima era sconosciuto o barricato dietro a confini mentali. “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, (....) Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.” (Jose Saramago,"Viaggio in Portogallo). E in fondo questo è il messaggio che la silloge porta con sé. Un esperimento monito della Storia, carico di Memoria, chiave d’accesso per l’acquisizione di un nuovo modo di guardarsi allo specchio. “Una dote di quattrocento corone/per non studiare a tasche vuote. La scuola non ammette l'infelice/ Il sistema frena chi stenta.” E qui la potenza di dire, fare, affrontare la vita in tutta la sua durezza, prendendola di petto, iniziando una danza diversa, fatta di “blues di numeri”, “tra corpi e corpi”, di “lanci, spari, resistenze e di carezze d’oro e d’azzurro”. Un destino che sfoggia sorrisi amari, in casi che hanno fatto discutere, o che premurosamente sono stati insabbiati dagli altri, ma non da chi non dipende dalle gerarchie. A occhi aperti la Dall’Olio percorre pezzi di vite, kilometri, piazze, forgiando il suo essere tanto da trasformarlo:“Muscoli di cemento/Sangue di vetro/Pelle. Sudore d’acciaio./Ossa..”
    Il tempo cura, la voce “urla” e non si ferma, testimoniando la verità “mutatis mutandis” di un mondo che agisce e reagisce, ma dove in primis siamo noi che con la “voglia di imparare/partecipare/inventare”, possiamo poi ottenere qualcosa di unicamente diverso.

    [... continua]

  • Un prologo ed un epilogo, a cura della protagonista, racchiudono, come in un forziere, i preziosi capitoli di questo tomo di 112 pagine dal titolo "Farfalle" edito da Castel Negrino. Un mondo sommerso e surreale, in undici paragrafi titolati. Un romanzo nel quale "qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. I nomi degli animali e i personaggi citati nel romanzo sono frutto di pura fantasia." Così è riportato nel libro. È doveroso citarlo, per non alimentare false speranze, vista la delicatezza dell'argomento trattato. È un viaggio a dir poco stupefacente quello che si vive immergendosi tra le pagine di "Farfalle" e l'autrice, Barbara Catta, ci affida ad una guida: Vanessa, che ha "qualcosa di speciale".
    Narrato "quasi" a due voci, dove una delle due, quella della madre, "parla" attraverso le pagine di un diario che la voce narrante (Vanessa), pone sotto gli occhi del lettore come l'altra faccia di una medaglia che non la si può non vedere se si vuole apprezzarne e scoprirne, appieno, il valore: il romanzo tratta "dell'autismo e della possibilità di emergere dal bozzolo in cui la malattia induce".
    Vanessa, con astrazione e leggerezza vive la sua condizione di diversità racchiusa nel suo mondo surreale e percettivo dove riesce a comunicare, telepaticamente, solo con gli insetti: farfalle, coccinelle, cicaline, grilli, api, mantidi, formiche, cimici, scarabei, attirandoli a sé per poi percepirne il contatto reale. I genitori, la casa, la serra con le piante esotiche, lo strano rapporto fatto di vibrazioni, con la nonna invalida: punti di riferimento solidi e importanti che ruotano attorno al suo universo compatto ed inaccessibile. Il favoloso mondo degli insetti, perfettamente descritto, con competenza documentata, quasi scientifica, dall'autrice, che il lettore scopre attraverso le varie fasi di contatto che Vanessa ha con i suoi piccoli amici, la determinazione e la forza di Eleonora, una madre coraggiosa che non si arrende e che le trasmette, a suo modo, un' amorevole presenza nel provare costantemente a "comunicare" con lei avvalendosi di ogni supporto: medico, riabilitativo, sperimentale, scientifico ed altro, senza mai abbandonare la speranza.
    L'accurata e dettagliata descrizione della fiabesca casa, conosciuta come "Casa dell'Orientale" con le sue molteplici incredibile stanze, il circondario di boschi a lecci e frassini, il parco con laghetto e il lato a ridosso della scogliera cattura l'immaginazione del lettore che vi si "trasloca" mentalmente, fino a lasciarsi trascinare nei percorsi di scoperta di essa al seguito di Vanessa.
    Tra tradizioni radicate, vecchie credenze,  sperimentazioni, scienze innovative e pareri di luminari non si contano gli interventi e gli sforzi dei genitori per tentare di aprirsi un "varco" nella mente della figlia ma dovranno attendere dieci anni perché qualcosa di fantastico e sorprendente accada... qualcosa che crei "smagliature nel bozzolo" scrive la Catta, e ciò avviene con la nascita di un'altra bambina: Merope. Questo miracolo basta ad alimentare sempre più la speranza, a non demordere. Riuscirà Vanessa ad uscire dal suo mondo di farfalle e a comunicare con la realtà? Iniziano i grandi viaggi, fuori e dentro di lei. I suoi genitori: il padre più inerte ma la madre dotata di una forza inverosimile e trascinatrice, attraversano l'oceano, insieme alle loro bimbe, per cercare risposte negli Stati Uniti, per non arrendersi. Percorrono con loro anche l'Europa, si trasferiscono a Zurigo per seguire la tesi di uno scienziato,  un entomologo sulla telepatia degli insetti ma faranno ritorno  in Italia per incontrare uno psichiatra, specializzato in autismo infantile, il Prof Paraboschi che metterà in moto, per Vanessa, un piano d'azione a dir poco, sorprendente e ancora una volta il lettore si trova avvolto in un abbraccio ansioso e partecipativo per arrivare, curioso e attento, fino alla fine della storia.
    Una storia che si legge tutta d'un fiato.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Rabbia rappresenta la seconda pubblicazione dell’autrice Barbara Catta, che aveva intrattenuto i lettori con “La matriarca degli Udzungwa” in cui avevamo già incontrato il giovane veterinario, idealista, affascinante Andrea Valcanover.
    Siamo in Tanzania, all’interno del Parco del Serengeti, ed è qui che si svolgerà tutta la storia che si gioca tra l’amore incondizionato per gli animali e la realtà – spesso arretrata –  e collusa del luogo.
    Un luogo che spesso è dominato da logiche di potere, da interessi, dalla moneta che diviene l’unica merce di scambio possibile, anche a discapito del bene di questi animali.
    Ma perché Andrea Valcanover è finito nel Parco del Serengeti? Cosa in realtà l’ha spinto a vivere in prima linea osservando in ogni momento della giornata i comportamenti e le pratiche di babbuini, leoni, giraffe, e iene?
    Se l’amore senza interessi di Valcanover e la veterinaria scozzese Carrie sta proteggendo e tutelando l’ecosistema del Serengeti, veterinari, ormai autoctoni, sul territorio africano cercano di minare questo equilibrio.
    Emanuel Walberg ricercatore del DGF (Doug Graves Foundation) e il suo collega Dusty Rhodes, di origine americana, stanno lavorando ad un progetto ambizioso quanto nascosto, che sembra dare le sue prime evidenze scientifiche.
    L’operato di questi due gruppi di ricerca che sembrano lavorare per un fine opposto, arriveranno a intersecarsi a comunicare, ma quanto dell’interesse degli uni potrà combaciare con quello degli altri?
    Una scoperta avvenuta quasi per caso: un virus rabico dalle molteplici sfaccettature e implicazioni farà crollare l’equilibrio e la stabilità dell’ecosistema animale quanto umano di tutte le persone che con interessi diversi coabitano nel Serengeti?
     
    Barbara Catta, costruendo sapientemente una storia che si gioca sulla rincorsa, sull’ultimo minuto, sulla logica del potere e su una funzione economica di stampo capitalista riesce ad offrire al lettore una vicenda che tiene incollati alla lettura, che è indicata particolarmente per tutti gli appassionati della zoologia e della natura. Inoltre, come nel primo capitolo della storia, è evidente lo studio svolto dall’autrice rispetto ai temi affrontati, che si presentano al lettore in maniera puntuale e precisa anche attraverso le note inserire a piè di pagina e ad un’attenzione non banale ai titoli dei capitoli e agli intermezzi inseriti nel testo.
    Se avete voglia di vivere una lettura adrenalinica in cui la passione – tanto positiva quanto negativa – degli umani si contrappone al vissuto dell’ecosistema animale questo è il libro che ad occhi chiusi fa al caso vostro. 

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • È il 1901. Teresa è una ventenne bionda e passionale, corteggiatissima, che vive nella zona di confine tra il Veneto e il Trentino Alto Adige, sull'Altopiano dei Sette Comuni sulle Alpi vicentine, nella contrada dei tagliatori di pietra (Stoner). Il centro principale dell'Altopiano è Asiago, il più vicino alla contrada è Enego, di cui Stoner fa parte; gli altri Comuni sono Lusiana, Roana, Rotzo, Gallio, Foza e Conco. Nel 1901, all'inizio del libro, Teresa è a pochi giorni dal matrimonio con Rodolfo, ma un incontro cambia il suo destino: è accanto a Meni, il narratore, che lei deve stare.
    Si impiantano qui le radici di Flavia Guzzo, autrice de “La contrada dei tagliatori di pietra” (ed. Rigoni di Asiago, 2017), disponibile on line sia in e-book sia in versione cartacea. Teresa e Meni sono i suoi bisnonni, uno dei loro otto figli, Angelo, è suo nonno. Come spiegato in un brevissimo prologo, Flavia Guzzo racconta la loro e quindi la sua storia in poco più di trecento, toccanti pagine.
    Teresa e Meni iniziano la loro vita a Casaravecia, con i fratelli di Meni e le loro famiglie: una casa animata da un plotone di bambini, di cui nella lettura si perde il conto. Mentre la loro quotidianità avanza placida nelle lande aspre e dolci dell'Altopiano, in altre case, in altre comunità, a tantissimi chilometri di distanza, si muovono piccoli frammenti della grande frana della Storia, che, prima quasi impercettibilmente e poi sempre più rapidamente, travolge anche la loro vita.
    La prima Guerra Mondiale viene a sconvolgere la tranquillità dell'Altopiano e della contrada. La narrazione, onnisciente ma mai anticipatrice, non allenta mai la presa sull'esattezza storica, ma allo stesso tempo non trascura di manifestare empatia verso i travolti.
    Il lettore si è già affezionato a questi luoghi, quando iniziano a essere minacciati dai nemici; sente i tuoni dei cannoni anche a libro chiuso, esclama un vaca boia anche al semaforo rosso. “La contrada dei tagliatori di pietra” cattura la mente con la dolcezza disarmante di un racconto al termine del pranzo di Natale, quando si alternano con nostalgia gli aneddoti più divertenti a quelli più logoranti. Come quando la cura maniacale dell'orto è sembrata l'unica arma contro la guerra, di difendere la normalità dalla minaccia di distruzione. O come quando il Governo ha programmato lo sfollamento in Sicilia per tutta la comunità di frontiera: in cinquantasette decideranno di scendere a Campobasso per salvare la vita di Teresa, duramente messa alla prova da una nuova gravidanza e dalle difficoltà del tempo di guerra.
    Alla fine del romanzo e della sua compagnia – estremamente piacevole nonostante l'argomento sia molto impegnativo – il lettore è così vicino alla comunità di Teresa che sente su di sé lutti e sfortune, si solleva negli amori a lieto fine e piange quando sui disertori si accanisce il cinismo della vita, o quando i personaggi hanno ormai perso “il lusso di poter manifestare il dolore”.
    Consigliato a chi ama le saghe famigliari e i romanzi storici.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Il mare ha da sempre rappresentato la metafora della libertà, della passione che inonda, della tempesta che arriva improvvisa, della calma in cui abbandonarsi e far rinascere il proprio “io”, lavandosi nella fantasia o dirigendo la propria esistenza, come una barca che si fa guidare nelle emozioni sotto una coperta di stelle.
     
    Già nell’antica Grecia, con Omero e la sua Odissea ne troviamo tracce, o poeti come Foscolo con “A Zacinto”, Leopardi con “L’infinito”, Pascoli con “Mare”, Verga con “I Malavoglia”, Palazzeschi con “Mar grigio”, Ungaretti con “Finale”, Quasimodo con “S’ode ancora il mare”, Montale che dedica una serie intera in “Ossi di seppia” dal titolo “Mediterraneo”, “Oceano mare” di Baricco, “Marina” di Paul Verlaine,  “L’uomo e il mare” di Baudelaire, “Il mare” - Federico Garcìa Lorca, “Barcarola” - Pablo Neruda, “Mare al mattino” - Costantino Kavafis, “Alba” - Alfonso Gatto, “Il più bello dei mari” - Nazim Hikmet (etc..).
     
    Ognuno di noi, vive in quest’elemento dalla nascita, e per costituzione siamo fatti da un “mare” d’acqua. Questo elemento diventa così il connubio di vita e morte; il mezzo che collega cielo e terra, il luogo senza tempo, onirico spazio dove perdersi ed assaporare istanti, incanti, fragilità o infiniti amori.
     
    La poesia con la Mazzarini,  diventa così lo strumento atto a prendere il cuore per mano e lo accompagna in viaggi sempre nuovi, tra metafore e allegoriche espressioni, donate dall’autrice.
     
    La Mazzarini trasformata così in “voce” e “penna”, colora e descrive “estasi di ridenti voli di gabbiani, predisponendo l’anima al chiaro della luna, liberando in gusci di madreperla, versi carichi d’essenza, di meraviglia, di raggi che arrivano e penetrano giocosi sott’acqua, sensibilizzando il nostro “io-interiore”.
     
    Canta di stagioni, che sono così magicamente colme di sensi, di memoria, di volontà di non fermarsi, e continua a conoscere, coccolati nelle onde di parole che fanno danzare sull’altalena della vita.
     
    Il mare diventa elemento naturale che ci appartiene, e pure quando ne siamo in balia, può portarci a quella riva-salvezza, respirando nella misteriosa grandezza del destino, la bellezza di essere complici e protagonisti di una storia indimenticabile d’amore.
     

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  • I profili delle cime, erosi dall’azione delle piogge e dei venti; il ghiacciaio, testimonianza delle nevi d’inverni centenari; l’acqua sorgiva che, sotto forma di torrente, attraversa il pendio fino a valle, offrendo alle trote piccoli ristagni in cui cacciare. Questi sono i tratti del protagonista del romanzo di Paolo Cognetti, che non si limita a far da sfondo alle vicende narrate, ma che diventa parte attiva, pulsante e mutevole della trama. Sono gli alpeggi ed i boschi di conifere ad accogliere le esperienze, le scoperte e la neonata amicizia tra Pietro e Bruno, a cui il monte assiste dall’alto, come fosse il narratore della storia. Bruno, indomito e “selvatico”, sembra possederne pienamente l’essenza, respirandola a pieni polmoni ed istaurando un rapporto quasi simbiotico; Pietro invece ne subisce l’attrazione magnetica, cogliendone la potenza e la bellezza aspra, a tratti struggente: il lettore condivide il suo sgomento dinnanzi a quei giganti rocciosi, magistralmente descritti dall’autore, il quale riesce ad evocarne l’atmosfera senza rallentare il ritmo narrativo. Desiderosi di sfuggire all’eventualità di riflettere, preferiamo lo stordimento che provocano la fretta ed i mille impegni che affollano le nostre giornate: Paolo Cognetti conduce il lettore alla riscoperta della bellezza e della piacevolezza del silenzio, che regna incontrastato sui rilievi e le valli. Se per Mario Rigoni Stern la preghiera consiste nello stare in silenzio in un bosco, in questo caso è invece una scalata senza sosta né riposo per raggiungere l’agognata vetta. Il romanzo è un punto d’osservazione privilegiato su un paesaggio affascinante e misterioso, lontano dalla frenesia della città e dalle altezze artificiali dei grattacieli metropolitani. “Le otto montagne” è una lettera d’amore indirizzata alla montagna, che contemporaneamente attrae e inquieta, ed un invito a non considerarla una vacua meta turistica, ma un rifugio meditativo ed un mezzo per entrare in comunione con la natura.

    [... continua]
    recensione di Cristina Colace

  • La storia di Sara, nel libro di Claudia Saba "Era mio padre", è la storia triste e sconvolgente di tante donne vittime di violenza tra le mura domestiche ma anche la storia di una bambina, di una madre e di un padre.  
    Il  contesto dove ci si dovrebbe sentire più al sicuro, quello della famiglia, diviene il luogo dal quale allontanarsi e le persone "più care" orchi, dai quali fuggire. Il racconto dell'autrice apre con l'adolescenza di Sara, i suoi tredici anni, "il tempo spensierato del suo vivere", i sogni da rincorrere, un ragazzo, l'amore. "Le sembra di tuffarsi in un sogno. Ogni tassello diventa realtà".
    Il divenire madre non la completa. L'assenza del marito, il secondo figlio la rendono "insofferente", poi le cose cambiano, il marito la rimprovera, la tratta come un oggetto, si fa più violento, un aborto... e poi di nuovo incinta. Volutamente non sono descritti i periodi storici, perché la violenza non ha un'esatta collocazione, può essere ovunque e in ogni luogo. Sara voleva solo che "qualcuno la considerasse una persona". Sara "faceva cattivi pensieri" ma "sopportava le continue angherie, solo per i figli che crescevano" fino a che "la situazione divenne insostenibile...
    E continua a raccontarsi, Sara-Claudia, in una sorta di racconto-diario scritto in prima persona, annota tutto: accadimenti, sensazioni, riflessioni, paure e pian piano si interroga; non sono i lividi delle botte a farle male, quelli "poteva continuare a nasconderli con un po' di trucco". Quello che inquieta Sara sono le lacrime. Lacrime che non escono, assenza di dolore alla morte di suo padre. Perché? È a questo punto che Sara comprende che ha bisogno d'aiuto... I figli ora sono quattro. Sara commette degli errori, pensa di non essere una buona madre, come non lo è stata con lei sua madre.
    Sara pian piano ricorda, il cammino è lungo e difficile e gli uomini che incontra nella sua vita ne schiacciano e annientano la personalità, ma nonostante tutto lei ha bisogno di "rivedere" ciò che di tanto mostruoso ha rimosso, ne ha bisogno per andare avanti e trovare i suoi equilibri. La figura dell'orco comincia ad avere delle sembianze...
    Con la prefazione della Dottoressa Cinzia Mammoliti, Criminologa che descrive il mostro come "un soggetto affetto da un grave disturbo di personalità che comporta percezione del sé alterata, caratterizzata da un senso di grandiosità illimitata, la tendenza a oggettualizzare e sfruttare gli altri, una totale mancanza di empatia fino a vera e propria crudeltà mentale, fisica e sadismo", e la postfazione del giornalista Fabrizio Giona che esalta "la magnificenza della vita umana, quale dono sacro ed inviolabile, sotto ogni profilo affinché l'uomo sia promotore di cambiamento nelle intenzioni e negli  atteggiamenti, inneggiando alla non violenza, al rispetto reciproco", il libro, edito da Laura Capone, raccoglie all'interno alcuni "pensieri in solitudine" dell'autrice e un'intervista della stessa dal titolo "Il colore della vita" rilasciata alla giornalista Giovanna Pastega, dove la figura della "madre"si rivela essere, attraverso le risposte dell'autrice, l'ultimo doloroso tratto di linea che "chiude il problematico, sofferto, cerchio familiare".

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • L’idromele è una sostanza tra le più antiche del mondo e rimanda alla bevanda prediletta di Odino, che era il dio della poesia. Esso ha sempre rappresentato la capacità di poetare o, meglio, di rileggere il mondo in chiave poetica. Per tale motivo, certamente, Manuel Paolino, triestino, classe 1977, lo ha scelto come titolo della summa di versi che ha pubblicato in due volumi per i tipi de ‘Il seme bianco’. Si tratta di poesie che coprono un lungo arco di tempo e che rappresentano il percorso intrapreso dall’autore a seguito di una chiamata ‘alle armi’ definitiva e viscerale. La suddivisione dell’opera in ‘parti’ non ha valore cronologico-temporale. Da subito, sin dall’esergo, il lettore è lasciato libero di procedere secondo il suo sentire, confrontandosi con i versi come in uno specchio che possa riflettere ciò che egli è.
    “Da qualunque parte Tu lettore apra questo libro esso comincerà”.
    Restiamo convinti che la grande sfida dell’arte sia quella di essere riconosciuta nella sua universalità, nel suo leggere il reale per diventare ‘oggettiva’, senza che al  fruitore venga fornita alcuna mappa. La strada poetica, in sostanza, sa svelarsi da sé, rispondendo in modo misterioso agli interrogativi di chi la percorre, sia in veste di autore che di lettore.
    Il titolo di quest’opera ci parla da subito di una poesia colta, avveduta, ricca di rimandi: Garcia Lorca, ma anche il mito greco che rivive, in questi versi, sempre nuovo e potente. Una poesia che è, allo stesso tempo, saggia e profonda ma anche – come suggerisce il titolo – fluida. Che accetta l’abbaglio come momento di crescita e che appare sincera, mantenendo sempre la capacità di sapersi dentro le cose, più a fondo, parte di un disegno superiore.
    “E da quassù,/ posso vedere una città brulicante di versi,/ accendersi in un liquido – d’idromele - / dai molteplici sapori”. Dove quel ‘da quassù’ indica una posizione anche scomoda, perché impone di non distogliere lo sguardo 
    Che si parta dalla fine o si segua ordinatamente l’iter delle composizioni, il disegno appare chiaro, fondato com’è sulla volontà di comprendere il mondo nella sua interezza. “L’idromele” è un diario poetico che copre ben quattordici anni, offrendosi al lettore con pudore e schiettezza al tempo stesso. “Alle così care pietre/ mi siedo accanto/ prima che la mia/ valchiria arrivi/ devo contar ancor/ tutte le nubi”. E, ancora: “Vivo di passioni, come vedi/, e lascio l’anima contemplare nella veglia/ del mio sonno; caccio, o Ermete,/ puro e con i miei vizi,/ anche Dio”.
    Partenze, ripartenze, città, approdi. I versi di Paolino raccontano tutto questo con grande capacità di coinvolgere il lettore, come un “fluido dolce capace di soddisfare la sete”.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Gaia Conventi la conosciamo bene da queste parti: è il suo settimo libro che recensiamo. Ma la fama di Gaia travalica Aphorism, anche perché i suoi riconoscimenti e le pubblicazioni (Mondadori inclusa) iniziano a diventare un numero importante. 

    E poi Gaia non si nasconde mica, chi la segue sui social lo sa: è un vulcano di idee, iniziative, progetti, passioni. Social, blog, campi di tiro dinamico, fotografia... finché un bel giorno condivide con nonchalance in rete una copertina e un titolo, e allora ti ricordi che Gaia Conventi è - prima di tutto - una scrittrice. Una brava scrittrice.

    D'argine al male - Dove i topi non muoiono, è il suo ultimo lavoro pubblicato dalla casa editrice Le Mezzelane: un bel formato chiaro, spazioso, con un editing curato, cifra stilistica di ogni pubblicazione di valore.
    In pratica una confezione perfetta che cela una storia torbida e perversa. I protagonisti principali sono Iolanda e Giovanni, due fratelli, e Francesca che suo malgrado si imbatte nella coppia. I tre innescheranno una serie di dinamiche fisiche e psicologiche che costringeranno ognuno a ricostruire la propria storia per rivelarla a sé stessi in maniera brutale, violenta, senza filtri né alibi. E il lettore sarà al loro fianco fino alla fine, per comprendere definitivamente ciò che ogni singola pagina rivela un pezzetto per volta. Come dovrebbe essere in ogni buon thriller che si rispetti.

    Ad accompagnare i protagonisti in questo folle cammino verso la catarsi, c'è la forte territorialità del romanzo, la sua ambientazione specifica - nella provincia ferrarese - che diventa proscenio e trasforma le anse del Po in un serpente che avvolge e stringe tutto a sé: le persone, i paesi, la nebbia, la costa, l'intera pianura e quella casa accanto al cimitero. Quella casa dove ci sono loro: i topi che non muoiono e che prolificano, resistono e sopravvivono nonostante tutto.

    Il congegno messo a punto dalla Conventi è puntuale, esplode come una bomba sul finale e ci accompagna con un ticchettio sommesso e sempre più crescente man mano che si sfogliano le pagine e si snocciolano rivelazioni.

    Prendete nota di questo titolo: D'argine al male - Dove i topi non muoiono, un horror italiano che non ha nulla da invidiare ai tanti libri stranieri che spesso invadono le nostre librerie grazie a strategie editoriali, di distribuzione e marketing, più che per la loro qualità.
     
    Qui vincono i contenuti, qui vince Gaia Conventi.

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Chi, in una qualsiasi famiglia del centro-sud tirrenico, non ha qualcuno in grado di raccontare, con straordinaria lucidità, i giorni dell’occupazione?

    Ascoltare questi racconti non è mai semplice, e per due motivi: il primo, perché rievocano storie che nella migliore delle ipotesi vorremmo non conoscere; e il secondo perché ascoltarle fino in fondo, ossia riuscire a interpretarle attraverso il filtro della nostra “modernità” e riuscendo a scorgere tutta la straordinaria gamma di vicissitudini che si celano in queste storie, e addirittura a farle rivivere attraverso la propria penna, richiede una sensibilità senz’altro fuori dal comune. E Teresa Simeone questa sensibilità non solo la possiede ma è riuscita, attraverso una prosa leggera ma impeccabile, a raccontare con dovizia di particolari e senza lasciare nulla al caso la “comunissima” e proprio per questo straordinaria storia di Nietta, una giovane donna coraggiosa che all’improvviso si troverà catapultata nell’orrore e nella miseria della guerra.

    Nietta affronterà con grande coraggio le sfide che le si porranno davanti, e che dalla nativa Gaeta la porteranno, insieme alla famiglia, a fuggire sul monte Ottaiano e da lì verso le montagne di Itri, in fuga dai bombardamenti e dalle rappresaglie ma in fuga, anche, dalla sua giovinezza, per sempre perduta in quell’ultimo abbraccio a un amore destinato a svanire come l’innocenza...

    La ragazza diverrà donna senza però rinnegare i propri sogni ma inseguendoli con caparbietà e coraggio, anche contro ogni logica e speranza. Con le sue sole forze, Nietta troverà la via verso quella casa demolita ma mai distrutta: se stessa. E le fondamenta saranno robuste e destinate a dare i frutti...

    Una storia di guerra ma anche una storia di coraggio, Contrada Arcella si colloca nella tradizione di racconti di guerra di Gaeta e del suo Golfo, quale “Il carrubo di Ottaiano” dello scomparso ma non dimenticato Antonio Riciniello.

    [... continua]
    recensione di Jason Ray Forbus

  • L’amore è un treno di emozioni; si può fermare, prendere, accendere, trasportare e corre su binari conosciuti e/o ci trasporta semplicemente.
    È un gioco che comporta dolore, nutrimento, passione, pensieri pro e contro. Ha linguaggi corporei, e tra odori, carezze, sorrisi rubati, porta anche a bruciare le tappe, per rincorrere quei vuoti che fanno sobbalzare.
    Il monito della stessa autrice: “Che cosa stai aspettando!”, è un incentivo quasi salvifico, da chi, quel bruciore dentro lo ha sentito tutto.
    Lu Paer, abilmente descrivere la sua valigia di emozioni, divenute anche la sua “droga”, la sua prigione, la sua ricerca continua di rivincita.
    Ambiziosa, grintosa, erotica.
    La penna non risparmia censure, senza però mai scendere nel banale o nel volgare. L’autrice difatti, descrive la realtà di un’ “accompagnatrice”, con particolari piccanti e la sua rinascita, ritrovando la sua essenza nel superamento delle incertezze, date da mancanze e da una società che non risparmia le debolezze. Una  continua lotta che modella il corpo e lo spirito, producendo una metamorfosi evolutiva e risollevandosi dalle cadute, trova così il senso, con quel volo oltre tutto e tutti in una “nuova vita”.
    Riprendere in mano il proprio progetto non è semplice. Sostenere quello in cui si crede ancora più complesso, ma la chiave- svolta sta nel tornare ad amare i colori, le imperfezioni, la natura, gli animali, spogliandosi, per rivestirsi di nuova luce.  
    Con questa consapevolezza, anche il buio della nostra “foresta” non fa così più paura.

    [... continua]

  • "Se i muri potessero raccontare" di Maurilio Riva prima di essere un libro è una comune preoccupazione: "Immagina se questi muri potessero raccontare… ah se potessero parlare!", direbbe la mamma, la zia, la nonna, chiunque abbia condiviso e poi cercato di tenere stretto un gossip familiare. Perché i muri sono una parte significativa della nostra esistenza (le mura domestiche) o pericolosa (crollo dei muri), segreta, custode di un tesoro da un valore inestimabile significato dalla parola. 
    Per Riva i muri in questione sono affaticati dalla fatica fisica, rigati dal sudore, dalla politica delle lotte di classe e dalle distrazioni che provocano incidenti. Sono i muri delle fabbriche sui quali operai giovani e vecchi poggiano la spalla per fare resistenza o, comunque, per riposare.

    “Se i muri potessero raccontare è un romanzo nel quale la natura del narratore viene palesata dal sottotitolo Memorie operaie in cemento armato […]”. Memorie, appunto, dove la sfida dell’autore – operaio stesso – è non dimenticare gli accadimenti che hanno segnato un’epoca. Per farlo si avvale della finzione (per meglio dire, “azione”) di alcuni personaggi che appaiono e scompaiono col ritmo della narratività. Prima di lui – a memoria, appunto – soltanto Antonio Pennacchi ha osato raccontare le storie di fabbrica, la sua fabbrica, restando accollato alla scena madre che allatta il fumo nato dallo scarico. Poi c’è il cemento armato, materiale resistentissimo che si mescola, dunque, con la fragilità della mente.

    “[…] Sono memorie in cemento armato in quanto testimonianza dei muri della fabbrica, memorie coriacee poiché granitici erano quegli anni per la durezza delle battaglie e il tipo di conflitto”, si legge in quarta di copertina. Questa memoria è guida per una storia che, seppure chiamata “romanzo”, somiglia a una raccolta di mini-racconti dove luoghi e persone fanno del tempo una materia penetrabile. Tutto cadenzato dall’intervallo dell’autore che interviene introducendo chi verrà dopo “a focalizzazione zero o meno”. Poco importa, qualunque sia il punto d’osservazione letterario resta la descrizione della polvere, la prova a misura di consistenza, gli accadimenti di una continua battaglia votata all’istinto. Un istinto libero di manifestarsi, operaio appunto.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Ci incamminiamo in un viaggio introspettivo e complesso pagina dopo pagina, leggendo questo libro. Una poesia ebbra di spiritualità che inebria anche il lettore come l'alcol, facendolo vacillare, stordendolo. A tratti si leggono versi così ermetici da non riuscire a coglierne del tutto il significato, ma non per questo perdono di bellezza e fascino. Ci svegliano, anzi, dal torpore di una poesia contemporanea, sempre più povera di vocaboli e immagini. Una lingua ricercata, quella dell'autrice, ma allo stesso tempo comprensibile. Ci ritroviamo in paesaggi effimeri, insieme a personaggi conosciuti e non. Tra queste righe ci sono gli itinerari di vita e la storia dell'autrice, le sue perdite, la sua sofferenza, la voglia di combattere. Ogni poesia in ogni suo verso è una ricetta magica, le parole sono gli ingredienti scelti con cura e uniti armonicamente grazie al talento unico di Francesca Lo Bue. La passione, poi, nel testo spagnolo a fronte la riusciamo a percepire anche non conoscendo la lingua. Un libro da leggere e rileggere più volte in modo da cogliere sempre nuovi particolari e cercare di interpretare il vero significato celato dietro alla mano di chi scrive. Lettura consigliata a chi ama la poesia.

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    recensione di Katia Guido

  • Walter Lazzarin, il nostro Scrittore per Strada, torna in libreria pubblicato da CasaSirio. Vale la pena citare l'editore in una recensione di un bel libro, specie quando l'edizione - in un vero formato tascabile - è curata in tutti i particolari. Bravi.
    Ventuno Vicende Vagamente Vergognose ha nel titolo il suo biglietto da visita: 21 tautogrammi, uno per ogni lettera dell'alfabeto, con un denominatore in comune: il piacere. Piacere inteso in tutte le sue sfumature, dal sesso con e senza amore, fino al tradimento. E i protagonisti di queste storie sono spesso nomi celebri della storia, della filosofia, della scienza... personaggi che tutti conosciamo e che possiamo osservare da un altro punto di vista, del tutto simile a quello che ci offre il buco della serratura di una camera da letto ;)
    Ma cos'è un tautogramma? Ce lo dice lo stesso autore in quarta di copertina: "Composizione costruita con componenti che cominciano, categoricamente, con caratteri coincidenti". 
    Non è solo un vezzo letterario o un gioco enigmistico, nel nostro caso il tautogramma è la cifra stilistica di Walter Lazzarin che finalmente ha dedicato un'intera opera a questo talento che gestisce con sapienza.
    Solo provando a scrivere un tautogramma si può capire quanto costruirlo sia divertente e difficile allo stesso modo. Walter si posiziona su un livello superiore di questo esercizio poetico: scrive tautogrammi lunghi, su un tema definito e coinvolgendo protagonisti noti. Quindi ha reso ancora più complessa la genesi dei 21 racconti e ne abbiamo la conferma al termine di ogni capitolo, quando ci spiega cosa ha fatto e ci fa intendere che dietro a quello che può sembrare un divertissement, c'è studio e ricerca, preparazione e cultura.
    VVVV è un libro perfetto da portare in vacanza per leggere storie insolite composte con una tecnica non comune: a volte vi sembrerà impossibile che ogni racconto sia scritto usando una sola lettera. Tornerete indietro per verificare e vi stupirete ancora di più, perché Walter non ci prende in giro. Fa esattamente quello che promette e lo fa molto bene. 
    Vale sempre la pena leggere un autore che innova e gioca con i suoi lettori come pochi altri scrittori riescono a fare nel panorama letterario italiano. 
    Quindi, se lo incontrerete in qualche piazza d'Italia con la sua fidata Olivetti Lettera 32, sedetevi subito senza scrupoli, saprà sicuramente sedurvi: scrive storie sincere, sensazionali! ;)

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    recensione di Luigi De Luca

  • Ci basterà il mare, è il titolo - incipit del viaggio in cui ci conduce la fruttuosa penna della Mazzarini. Un percorso fatto di costanza, di concretezza, di mare, sabbia, cielo e anche di voli in un cielo portatore di voci diverse.
     
    Un canto di emozioni, che imprime negli stessi versi, la libertà d’osare, di godere di ogni carpe diem, animati dalla luna che accarezza, dai sussurri, ricordandoci che serve anche il silenzio per crescere, ma il segreto della vita, sta nell’Amore. In quel semplice e universale connubio di emozioni e sogni, di impulsi umano e di meravigliasi ancora di fronte all’inspiegabile mistero della natura.
     
    “Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare”, scriveva Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino. E naturalmente il mare è stato da sempre fonte d’ispirazione per la letteratura e la poesia, poiché bene si presta allegorica rappresentazione dell’esistenza umana; con i suoi turbamenti, i suoi dubbi, la sua spasmodica ricerca di verità, ponendosi anche interrogativi che possono sfociare nello spirituale o all’origine di tutti noi.
     
    Difatti nasciamo immersi nell’elemento acquoreo del grembo materno, grazie al mare d’amore che unisce due persone e in quelle stesse onde, lasciamo andare i pensieri e le promesse di nuove stagioni.
    Sensibili richiami e seduzioni: in acqua, sott’acqua, in un tempo - non tempo, perché facilmente il mare racchiude quella magia che disseta affanni, malinconie, e predispone in quell’orizzonte la voglia di riscatto. Il vento diventa il messaggero che cuce cielo e terra, mettendo le ali, invocando al cielo le intime preghiere.
     
    La natura intorno non è una banale cornice, ma compagna integrante di questo viaggio in cui ogni elemento è prezioso. Così non resta inascoltato un canto di cicale, o fiori, foglie, pesci, uccelli, profumi e colori diventano il giardino vitale, incanto esplosivo, dove abbandonarsi e tatuarsi la pelle.
     
    Oltre i fiammeggianti tramonti, e le terrazze mozzafiato, perdersi in quel mare non è più un problema, poiché possiamo essere fari, conchiglie, sirene, navi, corsari, comandanti, scogli, gabbiani innamorati, in corsa sulla riva del mondo.
     

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