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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Marcello e Jessica, l’uno nato ad Alessandria ma trapiantato a Napoli fin da bambino, l’altra lametina, ma studentessa nella città di Ferrara, sono due giovani scrittori che si sono conosciuti su internet e, uniti da un irrefrenabile amore per la scrittura, hanno deciso di dar vita ad una creatura che avesse le sembianze di entrambi. A spingerli la voglia di “far sapere al mondo che ci sono, che anch’io ho una voce”. E la loro voce sono riusciti a farla sentire il 22 luglio 2011, data in cui è stato pubblicato il loro romanzo e, cosa non meno significativa, data in cui i due autori blogger, per la prima volta, hanno avuto il piacere di guardarsi negli occhi.

    Cristian e Valentina sono due coetanei che attraversano quella delicata e insieme incantevole estate dopo la maturità. Un’estate in cui ci si trova dinanzi a delle scelte che condizioneranno la propria vita futura e che pesano non poco sulle spalle già cariche dei due protagonisti.
    Cristian si chiude spesso, troppo spesso, in un mondo ideale, costruito dalla sua mente per sfuggire ad una realtà fatta di problemi ed ostacoli troppo più grandi di lui.
    Valentia è una sognatrice che tocca terra solo con la punta dei piedi.
    Le loro storie si sfiorano in continuazione ma i due  si scoprono solo virtualmente, spiando l’uno il blog dell’altro. Arriverà Valentina a posare tutta la pianta dei piedi a terra ed a tenere la testa ad altezza naturale, scoprendo che se si sta più in basso si soffre meno di vertigini? E riuscirà Cristian a rompere le catene dell’illusione, capendo finalmente che la realtà, che è ad un passo da lui, può anche essere migliore del suo castello di sabbia?

    Un libro emozionante, ricco di colpi di scena e di sorprese, che pagina dopo pagina incatena il lettore ad ogni singola parola e impedisce di fermare la lettura. Un piccolo capolavoro, realizzato a quattro mani ma soprattutto con due cuori che mirabilmente sono riusciti a sincronizzarsi e a far sì che i battiti di chi legge riescano inconsciamente a suonare allo stesso ritmo la medesima melodia. Una piccola magia, insomma, che conduce alla conoscenza di Cristian e Valentina ma soprattutto di noi stessi.

    [... continua]
    recensione di Antonella Pirro

  • Marcello e Jessica, l’uno nato ad Alessandria ma trapiantato a Napoli fin da bambino, l’altra lametina, ma studentessa nella città di Ferrara, sono due giovani scrittori che si sono conosciuti su internet e, uniti da un irrefrenabile amore per la scrittura, hanno deciso di dar vita ad una creatura che avesse le sembianze di entrambi. A spingerli la voglia di “far sapere al mondo che ci sono, che anch’io ho una voce”. E la loro voce sono riusciti a farla sentire il 22 luglio 2011, data in cui è stato pubblicato il loro romanzo e, cosa non meno significativa, data in cui i due autori blogger, per la prima volta, hanno avuto il piacere di guardarsi negli occhi.

    Cristian e Valentina sono due coetanei che attraversano quella delicata e insieme incantevole estate dopo la maturità. Un’estate in cui ci si trova dinanzi a delle scelte che condizioneranno la propria vita futura e che pesano non poco sulle spalle già cariche dei due protagonisti.
    Cristian si chiude spesso, troppo spesso, in un mondo ideale, costruito dalla sua mente per sfuggire ad una realtà fatta di problemi ed ostacoli troppo più grandi di lui.
    Valentia è una sognatrice che tocca terra solo con la punta dei piedi.
    Le loro storie si sfiorano in continuazione ma i due  si scoprono solo virtualmente, spiando l’uno il blog dell’altro. Arriverà Valentina a posare tutta la pianta dei piedi a terra ed a tenere la testa ad altezza naturale, scoprendo che se si sta più in basso si soffre meno di vertigini? E riuscirà Cristian a rompere le catene dell’illusione, capendo finalmente che la realtà, che è ad un passo da lui, può anche essere migliore del suo castello di sabbia?

    Un libro emozionante, ricco di colpi di scena e di sorprese, che pagina dopo pagina incatena il lettore ad ogni singola parola e impedisce di fermare la lettura. Un piccolo capolavoro, realizzato a quattro mani ma soprattutto con due cuori che mirabilmente sono riusciti a sincronizzarsi e a far sì che i battiti di chi legge riescano inconsciamente a suonare allo stesso ritmo la medesima melodia. Una piccola magia, insomma, che conduce alla conoscenza di Cristian e Valentina ma soprattutto di noi stessi.

    [... continua]
    recensione di Antonella Pirro

    • Leunam
    • 20 marzo 2012 alle ore 9:33

    Manuel Paolino è un visionario di poche parole. Le sue sono poesie con una dolce cadenza ritmica, dove l'eco dell'immagine poetica, risuona leggera nel resto della pagina bianca.
    Un poeta dalle tinte pastello, che non ha bisogno di punteggiatura per scandire le sue espressioni poetiche mai banali e sempre eleganti e pregne.
    Nelle poesie di Paolino, c'è tanta umanità, ma soprattutto un rapporto empatico con la natura, fedele amica di sogni e pensieri, sciorinati in vorticanti metofore. Come nell'ultima strofa della poesia "A legnoverde":
    "Mi appoggio/ sulla pietra amica/ e insieme al sole sogno/ piccola erba dorata". L'uomo e la sua anima poetica, diviene un unicum spirituale con la natura, che è maestra chiarificatrice.
    Un raggio di sole, vale come mille parole e tanti discorsi. Sono sensazioni date dal ciclo naturale, che il poeta fa sue e rende magma d'inchiostro, pronto a ergersi ad atavica soluzione del nostro tempo e del nostro rincorrerci nel tempo.
    In un contesto di visione d'insieme, i terrestri di Paolino, sono come "anime sospese" e "ci sono uomini/ e donne/ separati da montagne/ altissime/ come le promesse/ gridate al cielo".
    Una silloge profonda e penetrante, da leggere in assoluto silenzio, per riuscire a immergersi nelle candide atmosfere naturali del poeta triestino.
    Calda, rossa, sfumata, cristallina, accogliente, leggera... è la poesia di Manuel Paolino.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Il titolo è significativo: i colori, soprattutto i colori, in queste poesie immediate, di cuore e sensazioni, ricordi affastellati insieme a meravigliosi improvvisi squarci di futuro, quando si proietta nella delicata poesia intitolata "Figli", oppure nell'altra, struggente e tenera, in memoria del fratello Giuseppe.
    E sempre ricorre il motivo portante della sua ispirazione, questi colori della sua terra così amata, quando accenna ai "colori dell'arcobaleno" nella sua poesia dal titolo "Anche il mare", quando ricorda il nespolo, quando "la notte cavalca la pineta", quando ritrova odori e profumi, ma in particolare, quando ritrova il mare, perché "il profumo intenso di quel mare amico mi confondeva l'animo".
    Al mare ritorna con accenti sempre più innamorati: parla del suo colore, parla del suo profumo, racconta le onde ed afferma che "a questa terra appartiene/l'ultimo respiro del mare", lo racconta in tutte le sue variazioni, quel "mare sconfinato/che ti riempie la vista"  e ci confessa che "in un mare pieno di ricordi/annego".
    Questo suo delicato parlare che sottintende sensibilità e tenerezza ed una profonda adesione alle meraviglie della natura, Maccioni lo fa trasparire solamente con pochi tocchi, piccole tavolozze lucenti, alcune violente, alcune grondanti di stelle di notte: ma tutte sono intensamente colore.
    Colore come testamento: "lascio a te, amore/il mio grande cuore/per tutto ciò che amo"; colore come impegno: "Viver la vita/ per uscirne vincitore con l'amore/ sconfiggendo odio e paura/ e sperare ancora nell'uomo"; colore come rimpianto: "sapevo che il tempo /gli anni più belli cancella".
    Ma particolarmente accorato l'invito risuona: "...bisognava andare avanti/ e viverla intensamente/ questa vita/ con passione e ardore/ perché essendo l'ultima/ e unica non c'è possiblità/ per riviverla nuovamente".
    Perfetto il titolo, perché tutti questi colori brillano da un'anima appassionata e ricca di sentimenti degni d'un vero uomo: partecipazione, solidarietà, capacità di avere occhi e di saper vedere, e tanta autentica gioia di vivere.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Una carrellata di personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento danno vita ad una versione unica e originale della vita di Gesù.
    Le loro singole voci, le opinioni smontano e rimontano la storia che tutto il popolo cristiano conosce: è così che i profeti, gli aspostoli, Maria e Giuseppe vincono il tempo.
    In apparenza, i monologhi di ognuno di essi, si presentano come tanti medaglioni separati, ma, andando avanti, prendono forma e si collocano all’interno di un organico percorso di lettura e di vita. Riscrivere un'opera religiosa (o meglio parte di essa), base storica, forte e predominante di un culto dotato di una specifica dottrina, dei dogmi, una morale e filosofia, non è mai un’operazione “neutra”: Inevitabilmente, seleziona sotto la pressione del messaggio quale hic et nunc sembra più opportuna da comunicare: gli aspetti del testo, per esempio, possono risultare, ad un’analisi storico-filologica-letterale-religiosa, forzati o parziali. Ma lo scrittore, riesce bene nel suo intento e, con grande rispetto per la figura carismatica di Gesù, ci racconta una storia che è anche una leggenda, che appartiene alla tradizione orale e scritta, e che mescola in maniera semplice e leggera il reale al meraviglioso.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Che cosa si può dire ancora che non sia già stato detto di Jane Austen? Elegante, acuta, aderente ai suoi modelli, chiara nel sostenere i suoi valori e... perfida.
    Avete letto bene, sì, dal mio punto di vista questa meravigliosa scrittrice sa essere di una perfidia sarcastica, infliggendo stilettate di acuta critica all'establishment e alla rigida società patriarcale con i suoi miti e le sue leggi.
    La protagonista del libro è Fanny Price, adottata da piccola dagli zii che appartengono all'aristocrazia terriera: accolta ed allevata nella loro lussuosa dimora di Mansfield Park, sarà trattata, tuttavia, da parente povera, sottoposta al capriccio di tutti, anche delle sue splendide e viziatissime cugine, ma troverà l'unico difensore nel suo secondo cugino, che non le negherà mai il suo appoggio e la sua considerazione.
    L'intera vicenda ruota attorno a due opposti e lontanissimi modelli di vita: quello tradizionale di Fanny, fondato sul senso del dovere, sull'abnegazione, sulla virtù e quello assolutamente spregiudicato e vitale di due giovani visitatori, fratello e sorella,  che arrivano in campagna muniti di grande fascino e di atteggiamenti disinvolti . La ragazza, Mary Crawford, sarà il tipico esempio di questo mondo nuovo e disordinato, che non nasconde le sue mire e sa far sfoggio di tutte le sue attrattive per arrivare a raggiungere le mete che si prefigge, assolutamente impermeabile ai buoni sentimenti su cui si regge la morale del periodo.
    Dopo alterne vicende, coppie che si formano e poi si sciolgono, amori e seduzioni facili, illusioni e tradimenti e molte ambiguità morali, nella migliore tradizione di Jane Austen, la nostra protagonista coronerà il suo sogno d'amore, sposerà il cugino e con lui si stabilità a Mansfield Park.
    Al di là della narrazione sempre piacevole della grande autrice, desidero attirare la vostra attenzione sull'implicita e corrosiva critica della cultura dominante del primo ottocento:  la protagonista, Fanny, riuscirà a realizzare la sua ascesa sociale ma rinuncerà  alla propria libertà e spontaneità, poichè solo aderendo ai modelli comportamentali allora imperanti sarà per lei possibile raggiungere tale meta.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

    • Mr Gwyn
    • 13 marzo 2012 alle ore 12:18

    Carriera, fama e soldi. Il sogno di molte persone che lavorano quotidianamente per salire un gradino della scala del successo. Passo dopo passo, anno dopo anno si cerca di costruire una felice esistenza lavorativa e personale. Del resto questi due ambiti sono strettamente legati tra loro, se uno va male, ne risente anche l’altro.Sino a giungere al culmine: posto lavorativo di responsabilità e prestigio, buono stipendio e magari una felice famigliola. Un quadro perfetto dipinto con tanta pazienza e sacrifici. Ma se una volta raggiunto l’obiettivo si capisce che non è il desiderio più importante della vita? Se si iniziasse a porre interrogativi senza apparente risposta? Questa è la tema iniziale del nuovo romanzo di Baricco: “ Mr Gwyn”. Il protagonista è un noto scrittore inglese che sconvolge il suo editore e l’opinione pubblica con l’articolo: “cinquantadue cose che non farò mai più”. L’ultima voce dell’elenco: scrivere libri. Una scelta forte e decisa che Jasper Gwyn ha portato avanti nonostante i giudizi negativi degli amici. Un uomo che ha voglia di voltare pagina, non sente recriminazioni e non trova giustificazioni. Così ha inizio il viaggio spirituale terreno di un uomo che voleva solo ritrovare il suo equilibrio, tra la Spagna e l’Inghilterra. Giorni di spostamenti e nuove conoscenze per capire che il vero desiderio era staccarsi dal personaggio pubblico costruito dalla pubblicità e la notorietà per tornare a essere naturale e indipendente. Vivere in un clima di vacanza. Il trascorrere dei giorni scivolò su Jasper con un’insolita malinconia, qualcosa d’indefinibile mancava all’appello. Un elemento conosciuto e talmente familiare da risultare scontato: la scrittura. Gli mancava la quotidiana cura con cui metteva ordine nei pensieri grazie alla forma rettilinea di una frase. Ma non poteva ricominciare a buttare se stesso su un foglio bianco. Aveva giurato di non farlo più. Doveva trovare un altro modo, magari un lavoro che unisca la voglia di scrivere con la necessità di essere occupato. Già, ma quale? L’ex scrittore viene sballottato nei suoi pensieri e istinti primordiali come una conchiglia nel mare, ogni frase è un onda che lo travolge e lo allontana dalla soluzione. Senza responsabilità e scadenze, Mr Gywn si trova  dover prendere le misure della sua nuova vita. Improvvisamente una sorta di racconto della sua strana esperienza odierna prende forma nella sua mente e Jasper si sente euforico come quando scriveva. Involontariamente aveva trovato la soluzione: scrivere con la mente. Scene e copioni mentali che permettono alla sua creatività di esprimersi e al suo animo e onore di non sentirsi traditi. Pensare, ragionare, raccogliere informazioni gli permette di costruire storie fantastiche, riproducibili. Come un pittore alle prese con la tela bianca. Ogni forma di arte ha bisogna di prendere vita, nella cura dei dettagli si trova l’immediato sollievo. Questa sarà la via di uscita del protagonista che attraverso nuovi incontri e re-interpretazioni di sé, trovare il suo posto nel mondo. Baricco sorprende nuovamente il lettore con una storia straordinaria narrata con elegante semplicità. Coinvolgono ogni animo sensibile e lo guidano nel labirinto mentale del protagonista in cui si può rispecchiare ognuno di noi. La vita pone sempre dei bivi improvvisi e ignoti. Lo scrittore ci insegna che bisogna intraprenderli con consapevolezza e voglia di giocare, come se la nostra esistenza si svolgesse sempre un palcoscenico.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Disagi adolescenziali che nascono da un rapporto conflittuale con una famiglia sentita come estranea, turbamenti per un amore “diverso” che non viene compreso e accettato all'interno del contesto sociale di origine: sono le "inquietudini di cera" che danno titolo al romanzo di Gaetano Barreca.
    Scritta in forma epistolare, la prima parte del libro racconta del giovane Icaro, della sua scoperta di essere figlio adottivo di una coppia che non lo comprende e non lo fa sentire amato e desiderato, delle sue prime emozioni e sentimenti d’amore diretti a compagni di scuola che non accettano la sua diversità e lo deridono. La scoperta dell'omosessualità e la presa di consapevolezza della sua inaccettabilità sociale va di pari passo ad una sempre più forte intolleranza nei confronti della famiglia adottiva, indolente e distante dal subbuglio di inquietudini che accompagna il formarsi della personalità di Icaro.
    Le lettere in cui Icaro racconta di sè sono dirette a Alessandro detto “Toshi”, amico di università e suo compagno per un periodo: negli scritti, Icaro intende spiegare all’amico quello che di sé non ha mai rivelato, mettendo così a nudo la sua personalità tormentata che cerca un punto di riferimento nell’amuleto di Kephri e nel mito dell’eterna rinascita. Come Kephri, Icaro rinasce ogni giorno pronto a combattere contro un mondo ostile ai suoi sogni e alla sua unicità.
    L’ultima parte del romanzo ci trasporta in un periodo successivo e raccoglie testimonianze di Icaro, di Toshi e dell’amica/confidente Iannarèdde in un finale che prende le tinte del giallo.
    Senza voler svelare nulla più al lettore sulla trama del libro, è importante soffermarsi sul messaggio che ci viene trasmesso: la consapevolezza della propria unicità e il diritto a perseguire i propri sogni, ad impegnarsi ogni giorno perché si realizzino nonostante il bigottismo di chi ci sta intorno. Per questo la storia di Icaro e Toshi diviene per chi legge testimonianza di libertà ed invito a credere sempre in sé stessi.
    Gaetano Barreca gioca abilmente su più piani rimandando a chiusura del romanzo al blog di Alessandro Martini “Toshi”, che estende anche sul web la storia dei “poeti di cera”. Contraltare alle lettere di Icaro è inoltre il romanzo "Martini Bias Crime", dove voce narrante è Alessandro.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Se nel noto libro di racconti: “A Napoli tutti hanno un soprannome”, redatto dal conterraneo Antimo Pappadia, veniva spiegato ai lettori perchè ogni napoletano ha un soprannome, Peppe Lanzetta nel suo ultimo lavoro: “InferNapoli” lo racconta attraverso un protagonista dall’epiteto veramente singolare: Vincent Profumo. Una storia avvincente ove il personaggio principale, per l’appunto Vincent Profumo - così soprannominato per l’incredibile quantitativo dell’omonima marca di profumo da lui utilizzata - interpreta un killer spietato e fuori dagli schemi tradizionali, un prototipo di capo camorrista con una personalità ambivalente e peculiare. Un vero e proprio dottor Jekyll e mister Hyde della mala vita organizzata. Il boss della camorra infatti, uccide spietatamente i suoi nemici ma poi, quando torna a casa, si commuove ascoltando la musica di Maria Callas. Vincent Profumo prova una stima e un’ammirazione nei confronti della cantante lirica, che col tempo si trasforma in mera ossessione. Una venerazione patologica che lo induce a battezzare le sue tre figlie col nome dell’indimenticabile soprano e cioè: MariaSole, MariaLuna e MariaStella.
    Peppe Lanzetta oltre a raccontare la difficile realtà partenopea espone, con una certa chiarezza di idee, un dualismo che in fondo è in ognuno di noi. Un’ambivalenza che se resta nei limiti della normalità aiuta anche a vivere la vita in modo più pieno e appagante, ma quando sconfina nella malattia mentale, arreca incalcolabili danni a se stesso, alla propria famiglia e all’intera società. Infatti, come insegnano le più elementari scuole di psicologia, il dualismo è inversamente proporzionale all’integrità psichica del soggetto, pertanto si può asserire senza ombra di dubbio, che il signor Vincent, oltre ad essere un malavitoso, ha anche seri disturbi mentali.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

    • Terroni
    • 06 marzo 2012 alle ore 17:16

    Il suo saggio dal titolo provocatorio Terroni, oltre a rivelarsi un caso editoriale, è anche un nuovo documento storico dal quale i futuri libri di storia nazionale non potranno quasi certamente prescindere. L’autore cita un’infinità di esempi che spaziano dal 1861 (anno in cui nasce l’Italia unita) ad oggi. Particolarmente toccanti sono i racconti delle stragi commesse dai soldati piemontesi a carico dei cosiddetti briganti, un momento storico in cui venivano sterminate intere famiglie solo perché sospettate di essere implicate con i “banditi”o presunti tali. Tra il 1861 e il 1872 furono rasi al suolo interi paesi, e trucidati senza un minimo di pietà umana i loro abitanti. Una mattanza che non ha risparmiato donne e bambini, sistematicamente violentati prima di essere brutalmente massacrati. Partendo dal cruento passato, Pino Aprile illustra quelli che – a suo modo di vedere - sono le disuguaglianze e i pregiudizi dell’Italia contemporanea, nella quale i luoghi comuni, anziché essere sfatati, sarebbero irrimediabilmente decuplicati a causa del cattivo esempio proveniente dalla classe politica, dai media e dai salotti pseudo-intellettuali che imperversano in televisione. L’autore però, non condanna una parte o l’altra dell’Italia. Egli spiega che il meridionalismo è un’ideologia e non una condizione geografica. Non a caso,infatti,i leghisti più attivi hanno spesso origini meridionali. Il volume non è solo una critica alla storia italiana o un desiderio di rivalsa di una parte del popolo nei confronti dell’altra,bensì un saggio che ha come fine ultimo quello di indicare una strada attraverso la quale è possibile raggiungere una consapevolezza e un’identità autentica. L’augurio che Pino Aprile fa all’Italia unita è quello che un giorno politici e popolo possano sedersi intorno ad un tavolo virtuale e, dopo aver guardato le pagine più oscure della storia nazionale, costruire insieme un futuro migliore per tutti. Certo questo non servirà a riconsegnare la vita alle migliaia di meridionali morti, ma sarebbe utile quanto meno a restituire all’Italia quell’unità di popolo che sicuramente merita.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Quando il diavolo ci mette lo zampino c’è da tremare, e questo lo sanno più o meno tutti.
    Ma se il diavolo, per giunta, è anche di sesso femminile, allora sì che sono assicurati i peggiori guai!
    Il romanzo di Andrea Camilleri “Il diavolo, certamente” edito da Mondadori nella nuova collana Libellule è quella che si dice un’opera interessante nei contenuti e ben confezionata, secondo lo stile della casa, nella forma: una raccolta di snelli racconti attraverso i quali lo scrittore siciliano centra perfettamente l'obiettivo di indurre il lettore a riflettere su come sia mutevole e volubile la vita, e di come una serie di coincidenze possa, da un momento all’altro, mutare radicalmente e per sempre la propria storia personale.
    Storie tutte cariche di tensione dall’inizio alla fine, nelle quali tutto (o quasi) ruota attorno alla personalità dell'essere umano, illuminata o accecata, a seconda dei casi, da una mano invisibile che molti chiamano destino, ma che altro non è se non la logica conseguenza dei propri comportamenti..
    Storie di amanti, coppie che scoppiano, vittime e carnefici nati per stare insieme.
    Così, pagina dopo pagina, come api frenetiche si sugge il nettare letterario che il papà di Montalbano dispensa a piene mani, servendosi della nostra stessa fantasia per renderlo ancora più appetibile e prelibato.
    Adatto ad ogni tipo di lettore, anche a chi si avvicina con grande circospezione ai libri, o ai pigri che non riescono mai a leggere fino in fondo un romanzo, battezzandolo dopo qualche pagina “troppo impegnativo” o “troppo lungo”; nel manoscritto originale consegnato all'Editore da Camilleri, si legge nel risvolto di copertina, ciascuno dei 33 racconti aveva un numero di battute incredibilmente congruente, in tutto 3 pagine: 333, la metà di 666, il numero della Bestia.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Padre fondatore degli Stati Uniti d’America, alfiere dell’etica liberale fondata su “freedom and opportunity”, inventore del parafulmine e filosofo autodidatta, Benjamin Franklin ci fornisce dei suggerimenti su come affrontare e, possibilmente, risolvere – in maniera alquanto originale – alcuni dei problemi più comuni delle nostre società democratiche.
    Perché Franklin si preoccupa di sottoporre alla pubblica attenzione le questioni da lui stesso, come da noi, sentite più urgenti. E non importa che, in questo tentativo d’approccio, la tranquillità oziosa del senso comune venga scossa: egli vuole che proprio tale sommovimento disorientante si produca nel lettore, in maniera tale che, col considerare punti di vista eliminati a prescindere, il cittadino responsabile e “politicamente corretto” possa avere coscienza dei propri pregiudizi.
    E allora, perché noi uomini non consideriamo i vantaggi derivanti dal prendersi per amante una donna matura? La donna giovane è infatti delicata, pretenziosa e comporta una responsabilità non da poco – il matrimonio. Franklin non nega che sia dovuto il giusto rispetto ad una fanciulla e che anche nel matrimonio l’uomo goda di specifici diletti; ma perché non considerare anche l’altra opportunità? In fondo, una donna matura è più affidabile, ha meno pretese e ci sarà infinitamente grata della gioventù di ritorno che le permettiamo di vivere…
    Franklin affronta così il conformismo dei benpensanti, con l’elogiare quei comportamenti ch’esaltano l’indipendenza tanto nel pensiero, quanto nell’azione: perciò la flatulenza è un problema sociale degno d’essere risolto con un approccio creativo – rendendo il peto profumato; e l’uomo di carattere, nonostante l’etica dell’altruismo formalmente accettata, è nel giusto qualora ostenti la propria superiorità sugli altri, tentando sempre di porli in uno stato subalterno; mentre l’aggressività spudorata e iniqua della stampa popolare, che lede la reputazione di uomini impossibilitati a difendersi, merita d’esser rintuzzata con un sistema altrettanto ingiusto: la libertà di clava. «Se un impudente scrittore attacca la vostra reputazione, a voi più cara della stessa vita, potete apertamente andare da lui e dargli una bella legnata.»
    E questo, paradossalmente, Franklin lo afferma infine per esaltare la virtù della donna, la quale, anche se non regolarmente ammogliata, può preservare il proprio onore per il fatto di mettere al mondo dei figli, di crescerli e di incrementare con ciò i cittadini della nazione di cui fa parte.
    Dunque, Franklin ci mostra, con magistrale ironia, come la libertà non sia questione da porsi soltanto in caso di formale scorrettezza delle regole; la libertà, invece, è quella capacità di ogni essere umano di saper gestire la propria esistenza col massimo dell’autonomia e della creatività, dimostrandosi anche capace, se necessario, di provocare disagio e imbarazzo nei propri consimili, nel momento in cui essi – e ciò avviene quasi sempre – non vogliano, per pigrizia, affrontare con coraggio la vita.

    [... continua]
    recensione di Marco Gabrielli

  • Sontuoso e barocco, lussureggiante prosa per una storia coinvolgente che si fa leggere senza stanchezze, interessati dagli arcaismi utilizzati, affascinati dalla potenza costante del progetto che sorregge fino al termine del romanzo.
    Non ha avuto molta fortuna, De Roberto, con questo suo meraviglioso "I Viceré", romanzo storico che abbraccia un periodo ben definito compreso fra gli anni 1855 e 1882, proprio nel periodo dell'unificazione italiana: Benedetto Croce fu il suo più aspro detrattore ed il suo giudizio segnò il destino di questo libro straordinario, trattato con sufficienza e distacco.
    E' il racconto, possiamo quasi dire, la saga di una potente dinastia, l'antica famiglia catanese Uzeda di Francalanza - soprannominata i "Vicerè", a ricordo degli antenati che ebbero quella carica durante il dominio spagnolo - nobiltà di ascendenza spagnola, principi e usurai, ignoranti e perfidi tutti i maschi, orgogliosi del loro sangue nobile che tutto scusava e tutto permetteva: ingiustizie, falsità, intrighi, ladrerie.
    Complici e vittime, le donne, alcune così somiglianti alle splendide donne bionde spagnole del ceppo originario della famiglia, altre imbastardite dagli incroci con nobili siciliani, cupe e sgradevoli, la parte meno pura del sangue antico.
    Alla morte della dispotica vecchia principessa Teresa e all'apertura del suo testamento, si riattizzano le interminabili liti dei figli e dei parenti, in special modo tra il figlio maggiore, Giacomo, ed il minore, Raimondo, che la morta ha equiparato nell'eredità dei beni di famiglia, contravvenendo a tutte le tradizioni. Sarà proprio la costante dell'eredità che reggerà l'intero romanzo e si susseguirà per tutta la trama, eredità carpite con l'inganno, falsificate, perseguite con determinazione fredda e lucida, senza alcun ripensamento.
    Straordinaria la figura di Giacomo, il principe erede e capofamiglia, avido e spregevole, che riuscirà con infiniti cavilli a spogliare dell'eredità i suoi fratelli, imbrogliando anche le sorelle pur di non concedere loro nulla di quanto indicato nel testamento.
    Questo personaggio assomma tutti i difetti della famiglia Uzeda: imbroglione, avido, spietatamente avaro, incapace di alcun sentimento, forte solamente dei suoi privilegi, emblematico rappresentante di un'aristocrazia siciliana orgogliosa e assetata di denaro e potere, chiusa su sè stessa e sulle sue passioni.
    Leggiamo anche in sottofondo l'amara certezza di De Roberto sull'impossibilità del cambiamento che doveva aver luogo in quel periodo di rinnovamento; ci viene ampiamente suggerito il sentimento del fallimento degli ideali risorgimentali di progresso e libertà, che verranno piegati dai vizi della politica e della società italiana che si stava allora formando, modellatasi tuttavia sui precedenti costumi tuttora imperanti.
    Un romanzo superbo, ironico, a volte anche grottesco, profondamente severo nei giudizi ma profondamente umano nei sentimenti: il vero romanzo storico della Sicilia del secondo Ottocento.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Una manciata di sentimenti, un dolore atroce, salti nel passato, vite prive di amore e profonde ferite, ma anche tenera compassione, speranza immortale, vecchiaia graziosa e amara. Una storia che spreme il cuore così forte, a volte, che sembra quasi smettere di battere. Afferra i polmoni fino a farti annaspare per l'aria. E' vera, tangibile, crudele come la vita. E' fantastica, bella e finta come i sogni. Malinconia liquida attraverso una penna su un pezzo di carta. E' travolgente. Poetica. Bella e brutta, terrificante e rincuorante. Questo libro mi è stato dato da qualcuno che spero di non perdere mai come amica, anche se siamo così diverse e anche se lei è molto più giovane. Penso che lei lo abbia letto con occhi diversi. Ho il presentimento che questo sia uno di quei libri che cambia a seconda di quando lo leggi. Io ci ho letto la disperazione e il crudele passare del tempo come sabbia che scorre fra le dita da quasi trentasettenne, che non ha ancora realizzato nessuno dei suoi piani. Ma ho anche letto la forza di continuare, la durezza della guarigione, la tenacia di credere che prima o poi la vita porterà qualcosa di bello, il coraggio di perdonare anche con la certezza di non essere mai in grado di dimenticare. L'ho adorato. Veramente.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • "conosci la voce del silenzio?
    Ti fidi del buio?
    Ti fidi di te stesso?"

    Semplicità e profondità sono l’ossimoro vincente di Clara Sanchez. La celebre autrice spagnola torna nelle librerie con " La voce invisibile del vento", dopo l'incredibile successo del "Profumo delle foglie di limone".
    Un nuovo romanzo che si prospetta essere un nuovo successo editoriale in grado di annodare il lettore alle pagine.
    "La voce invisibile del vento" è uscito in Spagna nel 2008 (due anni prima del grande successo con il suo primo best seller),  ma solo quest'anno è stato tradotto per gli altri paesi europei.

    La trama
    Spagna, località di Las Marinas.
    Una famigliola madrilena, Julia, Félix e Tito di 6 mesi, partono per le vacanze estive
    .Julia sente una persistente stanchezza e una strana sonnolenza dopo la nascita del bambino. Dopo cinque ore di viaggio senza imprevisti, arrivano in un intrico di viuzze che s’incrociano a perdita d’occhio in un assembramento di complessi residenziali appiccicati tra loro, individuano il loro residence, scelto su Internet: gli oleandri.
    Julia ha dimenticato di portare il latte per Tito: “Vado io a prendere il latte, resta tu con il bambino”, dice a Félix, esce e non ritorna
    La luce si è ritirata verso qualche luogo nel cielo, il buio della notte avvolge le strade del paese e il mare è nero come la pece.
    Julia ha perso la strada di casa, è circondata solamente dal silenzio e sente solo la voce del vento che soffia dal mare, profuma di sale e fiori.
    La protagonista non ricorda cosa sia successo, improvvisamente si è ritrovata in macchina, sulla strada del ritorno ma senza soldi, documenti e cellulare.
    Strade deserte intorno a lei, le case sulla spiaggia sembrano tutte uguali.
    Julia prova a contattare la sua famiglia  da un telefono pubblico, ma la linea è sempre occupata.
    Tra le vie oscure e labirintiche c'è solo una luce, quella di un locale notturne, che decide di raggiungere.
    E' la sua unica chance.
    La giovane donna troverà ad aspettarla,un uomo affascinante, con la barba incolta e l'accento dell'Est Europa, che sembra sapere tante cose su di lei. Il suo nome è Marcus.
    Julia ha la sensazione di averlo già incontrato, perciò fidarsi di lui è molto semplice.
    Come un sentiero che si biforca, il romanzo prende un avvio bilaterale: da una parte Félix nella disperata e anche fiduciosa speranza che Julia si risvegli da questa strana forma di narcolessia temporanea aggravata dall’incidente ed esca da questo suo mondo parallelo di sogni, dall’altra Julia vive, in questa fase onirica, accadimenti imbarazzanti, sentimenti contrastanti e incontra persone, in particolare, l’enigmatico e affascinante Marcus, l’uomo dell’Est, che non sono altro che le proiezioni o meglio le rielaborazioni del suo inconscio.
    Come narratrice esterna, ma conoscitrice dei fatti, l'autrice Clara Sánchez entra nel cervello dei due protagonisti, svelando caratteri, personalità, stati d’animo.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • “Cronache di un cittadino qualunque” è l’opera prima di Fabio Petrella. Si tratta di un’acuta e interessante raccolta di racconti dove protagonista unico è un generico Cittadino qualunque, un uomo normale e comune nel quale chiunque, leggendo i racconti, non farà fatica ad identificarsi. Il cittadino qualunque viene dipinto come proteso a evitare gli ostacoli numerosi e complessi che la società odierna sembra introdurre nella vita quotidiana per disincentivare la piena realizzazione personale come uomini e lavoratori.  È una società reale e difficile quella descritta da Petrella, una società costellata di file alle Poste, centri commerciali straripanti di persone frenetiche, discoteche affollate dove confondersi tra la mischia per dimenticarsi di sé e dei propri problemi. Costante è il senso di insoddisfazione e di disadattamento che viene evidenziato nell’opera, insoddisfazione e disadattamento che sembrano oggi essere divenuti costanti della vita di ogni uomo. “Quando il lavoro non crea impedimenti, il buon lavoratore va sorridente a lezione. Ancora non può immaginare la pesantezza mortale di quattro ore filate di filosofia presocratica. Vestito come un figlio dei fiori pensa di integrarsi facilmente con i giovani che frequentano il corso. Presto diventa lo zimbello dell’intera facoltà”. Con queste poche parole l’autore rende perfettamente l’idea del bisogno, che a tratti sfocia nella frustrazione, di far parte di una collettività e di sentirsi accettato anche se, per fare ciò, si dovrà rinunciare alla propria individualità per abbracciare la più totale omologazione. E ancora: “Il Natale, festa delle feste, dovrebbe essere un periodo di amore, pace e serenità. Non è così per il Cittadino che si vede costretto dalla perfida moglie a numerosi viaggi interstellari per centri commerciali, barbose visite ai parenti e stressanti partite a carte che nemmeno il più cupido giocatore d’azzardo sognerebbe di organizzare”. Neanche il Natale si salva, e giustamente direi, dalla critica dell’autore il quale con prosa asciutta e incisiva evidenzia come anche la festa e il senso di religiosità e solidarietà umana si stiano trasformando in un momento di puro consumo e calcolo utilitaristico. I cibi che dovranno essere preparati, i regali da acquistare, gli addobbi luminosi sembrano aver preso il posto del dialogo e del confronto. “Il Cittadino è stato coinvolto in una cerimonia di beneficenza in discoteca. L’appuntamento per il secondo sabato del mese. La moglie, per non sfigurare con le compagne dei colleghi, si preoccupa di curare lo shopping nei minimi dettagli. A fine giornata la famiglia è sull’orlo di una crisi economica; in confronto il Giovedì Nero è solo un’impressione storiografica”. Anche da questo passo risalta fortemente il senso critico, a tratti corrosivo, di un autore che, con un linguaggio ironico e diretto, scandaglia la società moderna che moderna poi non sembra esserlo veramente. L’uomo moderno, in definitiva, ne esce al contempo vittima e carnefice: vittima della sua stessa alienazione e carnefice di quella dei suoi simili. “Cronache di un Cittadino qualunque” è dunque un’opera che invita, anzi costringe alla riflessione perché, nonostante tutti i subdoli meccanismi di costrizione psichica che ci obbligano all’assuefazione e all’accettazione passiva di un mondo che si costruisce da sé e sembra ignorarci; noi uomini possiamo ancora fare la differenza.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Sono tre i racconti racchiusi nelle pagine di questo libro. La regina di Picche, il primo, narra di Mattia, protagonista di un'avventura, che ricorda quella di Alice nel suo Paese delle Meraviglie. Un bambino coraggioso, il nostro Mattia: si troverà catapultato in un modo inodore dalle atmosfere colorate e abitato da personaggi tanto strani quanto ambigui. Per ritornare a casa dovrà portare a termine un compito agghiacciante. Al suo fianco ci sarà Dulci, un essere che diverrà il suo più grande e caro amico. Ma qual è il confine tra realtà e fantasia? E se fosse tutto un sogno?
    Ne La Porta Rossa, il protagonista è un agente immobiliare in viaggio per visitare un cliente. Finisce in un quartiere isolato e silenzioso, davanti a una porta rossa. Ad aprire l'uscio, il signor Claudillo. Colui, che dapprima sembra essere solo un sinistro figuro, si trasformerà in una sorta di carnefice. Le sorprese non finiscono qui però. Claudillo nasconde un segreto più grande. Un segreto, che lo lega alla sua vittima indirettamente. Il nostro protagonista si ritrova, quindi, prigioniero suo malgrado, insieme alla donna che un tempo amava. Riuscirà a mettersi in salvo, ma soprattutto riuscirà a salvare anche lei?
    La rosa nera è l'ultimo breve racconto. Delicato, vede come protagonista Angelina, una contessa a cui manca solo un figlio per coronare la sua felicità. Quando suo marito le porta in dono una serva, Katia, la contessa non vede la ragazzina di colore impaurita e insicura, ma besì una speranza: quella di poter donare il suo amore di madre a qualcuno che ne ha veramente bisogno. Tre storie che affrontano i temi basilari della nostra esistenza: amicizia, amore, famiglia. L'autrice ce li racconta attraverso atmosfere surreali, situazioni ambigue e terrificanti o semplicemente attraverso gli occhi di chi prova il sentimento più puro e incondizionato che si può provare per qualcuno.

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    recensione di Katia Guido

  • I giovani d’oggi (e non solo) che vanno in cerca di forti emozioni, identificano, il più delle volte, questa naturale tendenza allo scaricarsi delle energie istintive, con lo stato di sovreccitazione nervosa indotto dalla cultura di massa. I media, di vecchia e di nuova generazione, ed anche quelli che sembrano esser diventati un loro surrogato – i libri, per esempio – favoriscono, con una certa calcolata condiscendenza, il vezzo del voyeurismo, per cui le immagini, le cronache, i racconti e, ahimé, molte volte anche i romanzi, scadono nell’ostentazione di una rozza volgarità, per cui il gusto innato della trasgressione dei divieti morali socialmente stabiliti – ma ormai i loro confini sono alquanto labili – ha perso mordente e si attesta su un livello che definirei “commerciale” e alla portata di chiunque.
    Non così per i Sonetti dell’Aretino. Composti negli anni ’20 del 1500, questi versi massimamente licenziosi ed esuberanti, furono scritti in gesto di sfida contro Papa Clemente VII e «per scolpire alcuna volta per trastullo de l’ingegno cose lascive.»
    L’arguzia amorale dell’Aretino si fonda infatti tutta quanta sulla carica di veemente realismo di cui sono intrisi i suoi versi. Egli, senza alcun ritegno, mette in parole quelli che generalmente sono semplici atti  sessuali immediati, trasformando il convegno amoroso tra l’uomo e la donna in una sorta di dibattito sventato sulle voglie e i desideri reciproci. In ciò stanno tutto il suo gusto e tutto il suo genio.
    Non è infatti facile, né talvolta appropriato, il dialogare tra amanti prima o durante l’atto sessuale, comunicando all’altro con trasporto e come fuori di sé quelli che sono i propri appetiti; poiché sempre semplici considerazioni dettate dal pudore consigliano alla bocca di tacere, inibendo i pensieri più tipici della lussuria e spingendo gli amanti semplicemente ad agire, facendo “ciò che è naturale venga fatto”.
    Ma l’Aretino sa rendere le pulsioni sessuali perfettamente chiare ed espresse, trasformando gli ardori dell’uomo e della donna in dichiarazioni coerenti e mirate, e, benché non riesca sempre ad evitare di far assimilare quanto vien detto alla semplice pornografia, se ne differenzia per il legame sottile che egli intesse con la religione, la mitologia, la filosofia, la giurisprudenza, giocando con i doppi sensi.
    È come se fosse un simbolico “coito” – nel senso etimologico – di tutte le umane arti, che raggiunge il suo culmine nella più spontanea delle creazioni – la riproduzione.

    E così, tra le turpi enunciazioni di un turgido lui e gli inviti incalzanti di una palpitante lei, l’Aretino ci incoraggia a riscoprire la nostra conoscenza dimenticata, quel che da bambini già sapevamo: ossia che va messo il massimo della serietà in ciò che ci piace – nel gioco…

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    recensione di Marco Gabrielli

    • Sintesi
    • 27 febbraio 2012 alle ore 12:04

    “Sintesi” è un volume di quasi quattrocento pagine che sin dal primo impatto ci riporta al vero senso del termine (ossia il risultato di tesi + antitesi e non, come siamo abituati ad usarlo, “qualcosa di breve”): è una visione di insieme che l’autore, di nascita viareggina e laurea pisana, oggi Professore Emerito di Fisiologia e Farmacologia alla State University of New York, ci propone. Visione d’insieme di cosa? Dell’uomo, signori miei. L’ambizioso fine è analizzare la realtà umana come se fosse un cuore pulsante, ricco di arterie, movimenti meccanici e fenomeni elettrici, così come l’autore lo studia nel Downstate Medical Center.
    “Sintesi” è un saggio che porta avanti un lungo e composito ragionamento secondo la sempre valida tecnica aristotelica dell’induzione, ossia dagli “oggetti singoli” (per Aristotele erano i sillogisimi, per Vassalle sono i suoi aforismi) risale lungo la china dell’“universale”.
    L’uomo di scienza parte dall’ipotesi che “vi sia un’organizzazione strategica che inquadri e dia un significato ai vari aspetti della vita” e, data per assodata la perfezione del corpo umano, che già conosce, indaga con metodo scientifico quelle che abitualmente consideriamo “imperfezioni” irrazionali della mente, come sentimenti e affettività, passando per senso del tempo e dello spazio, memoria, meccanismi della logica e perfino il caso…
    La scrittura è piacevole e piuttosto agile, affascinante perché indaga la mente come se fosse regolata da leggi precise e osservabili, ma porta a risultati tutt’altro che aridi. Quali sono, ad esempio, le relazioni tra le molecole e le percezioni della mente? La mente influenza quello che si percepisce o quello che si è percepito influenza la mente? E come si colloca Dio in tutto questo?

    “Il genere umano è il gioiello della creazione divina. Questo gli dà grandi privilegi e allo tesso tempo un’altrettanto grande responsabilità. Quello che ci fa speciali (…) è la mente con la sua capacità di pensare, di sentire, di immaginare e di interagire tra le varie menti (…). Sono i nostri lati positivi e negativi che ci fanno essere umani. Ma si diventa meno umani se prevale un termine dell’equazione”. (Mario Vassalle)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Ritorna con le sue metafore tratte dal mondo animale Erri De Luca, autodidatta di vita e di sfuggenti ma palpitanti assiomi, che di quell’esistenza così concretamente colta nel suo divenire restituisce la spontaneità nel movimento dello scrivere. "I pesci non chiudono gli occhi", ultima sua opera, è ancora una volta frammento di frammenti, collana di momenti di cui ogni perla conserva il suo peso e al contempo sfugge, e si vorrebbe non sfuggisse. Ma dalle mani abili dello scrittore partenopeo non sguscia via il tempo altro, quello tagliato, sbocconcellato via da un’infanzia lontana – 1960, nei granulosi paesaggi isolani del Sud – però mai finita, ancora in corso finché è in 'corsa' la memoria. Un’età che presa ad esempio diventa il gancio perché l’autobiografia traini a sé l’universalità di un passaggio: i 10 anni, soglia dell’ibridazione, del lento travaso, del primo dolore realmente concepito. Nella particolarità di una vita a caso si affaccia lo specchio per il riconoscimento di chiunque: De Luca ne tempesta la superficie di stimoli sensoriali, strappi di abitudini fotografate nel loro non-appartenerci ma alle nostre rese comuni dall’odore, dal rumore, dal crepitio familiare della parola con la quale vengono portate alla luce. Quella parola partorita dall’istinto, naturale, profonda, atavica, giusto e quasi indistinguibile equilibrio di dialetto e retorica che privato di una sola delle sue parti non farebbe poesia, come invece fa.
    "I pesci non chiudono gli occhi" è, ancora e forse più delle altre volte, una storia di coraggio: coraggiosa e lucida visione del saggio che sa tornare indietro ogni momento a guardare in faccia le metamorfosi vissute, subite, imparate dall’amore senza nome assaggiato in riva al mare, quel sentimento anonimo - ma non per questo meno importante, anzi, verrebbe da dire – che conosce i segreti degli animali. Il movimento è tutto, sembra recitare De Luca fra le righe, sulle onde del Tirreno e attraverso di loro: da un padre a una madre, da un continente a un’isola, da un bambino a una ragazzina, da una mano all'altra, per "tenersi". Fino al sapere com’era non saperne il significato, dopo mezzo secolo.

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    recensione di Francesca Fichera

  • «Uno studio in rosso, no? Perché non dovremmo usare il linguaggio artistico? Nella matassa incolore della vita corre il filo rosso del delitto, e il nostro compito consiste nel dipanarlo, nell’isolarlo, nell’esporne ogni pollice.» Con due domande e una breve asserzione Sherlock Holmes sintetizza, ad un Watson ancora inesperto, la sua concezione del lavoro investigativo.
    Siamo nel 1887 ed uno sconosciuto Conan Doyle esordisce sulla scena della letteratura europea col primo di una serie di romanzi polizieschi, destinati ad ottenere larga fama.
    La vicenda si svolge a Londra e vede fronteggiarsi i buoni – Sherlock Holmes, investigatore privato, esperto di droghe e di veleni, il dottor Watson e la polizia – e i cattivi, cioè un enigmatico assassino e le sue vittime.
    Dunque, in una piovosa serata autunnale, viene rinvenuto, all’interno di una casa disabitata, il corpo senza vita di un uomo. Chi è costui? È stato vittima di un omicidio? Holmes per primo, annusando le labbra della vittima, capisce che l’uomo è stato avvelenato. Ma perché? E da chi? Così viene scoperta, su una parete nascosta della casa, un’incisione, fatta col sangue, della parola tedesca RACHE, che significa “vendetta”. Inoltre, fuori e dentro la casa, Holmes riscontra vari elementi che lo portano più o meno precisamente a ricostruire la dinamica dell’assassinio. Ma, a distanza di pochi giorni, un altro omicidio, stavolta cruento, si somma al primo, e sempre la stessa scritta ricorre sulle pareti dell’edificio dov’è accaduto. Che cosa vuole ottenere l’assassino? È per caso un serial killer?
    Tra questa miriade d’indizi contrastanti, dove gli investigatori della polizia stanno già perdendo la testa, il detective Sherlock Holmes si muove con sicurezza, sostenuto dalla precisione del suo originale metodo d’indagine: «Le ho già spiegato, Watson, che le circostanze fuori del comune, di solito, rappresentano una guida anziché un ostacolo. Nel risolvere un problema di questo genere, l’essenziale è saper ragionare a ritroso.» E, proseguendo nel discorso, Holmes espone la sua teoria della deduzione, per cui, partendo da determinati indizi, è obiettivamente impossibile non ricostruire la verità. Ci sarebbe certo un bel discutere sulla validità di una simile affermazione, dal momento che, in filosofia, la deduzione è un procedimento analitico puramente astratto, che giunge a determinare con certezza la sola struttura dei concetti… Almeno col celebre investigatore tuttavia, sarà lecito soprassedere su una simile questione.
    Così, nella seconda parte del romanzo, viene chiarito il retroscena di tutta la vicenda, in cui, al racconto prettamente poliziesco, va a sommarsi la triste storia di due giovani innamorati. Un romantico vendicatore verrà quindi processato, ma il merito della cattura sarà attribuito a Scotland Yard.
    Una trama ricca e coinvolgente, come è facile vedere, grazie a cui Sherlock Holmes è diventato, a buon diritto, l’investigatore privato più famoso di tutti i tempi.

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    recensione di Marco Gabrielli

  • Questo è uno di quei libri che uno tiene per anni nella propria biblioteca senza sapere esattamente cosa aspettarsi, e che al momento giusto sono loro a chiamarti. "I quattro cavalieri dell'Apocalisse", prima di essere un famoso film riproposto in più versioni nel corso degli anni, è soprattuto un romanzo scritto all'inizio del primo conflitto mondiale, ai tempi della battaglia del Marna, che contrappone la visione parigina alla visione tedesca. Come scrive l'autore nella prefazione, non è vero che "la Germania non volle la guerra e che i Tedeschi non avevano desiderato entrarvi quanto prima": Lui stesso ha assistito a un brindisi auspicante questo intervento, e scrivere questo romanzo, che di primo acchitto sembra interventista, contiene la segreta speranza che anche la sua Spagna entri in guerra come alleata dei francesi, perchè per lui difendere i francesi significa difendere gli ideali del 1789.
    Questo è un romanzo storico scritto mentre la Storia accade: trincee, abbruttimenti ed ideologie politiche sono descritte a sangue caldo, con l'emozione di chi le ha appena viste e le sta ancora metabolizzando. La bufera del Primo Conflitto travolge e trasforma abitudini, serenità, legami famigliari e amori, e anche se accompagnata da un miope senso di invincibilità dimostra spesso l'assurdità di una guerra di cui si aspetta la fine "per capire chi sono i colpevoli", e di cui rimarrà solo una scia indelebile di dolore che accomunerà tutti, di entrambi i Paesi. Se si superano alcuni momenti di stanca (è pur sempre un romanzo scritto all'inizio del Novecento, anche se la lettura è abbastanza fluida), da questo libro si esce imparando più di una lezione.

    "Il fuoco si era esteso a tutta la linea. I soldati sparavano tranquilli, come se compissero un'azione ordinaria. Era una battaglia che scoppiava tutti i giorni, senza sapere esattamente chi l'aveva iniziata, come una conseguenza dell'attrazione di due masse armate a breve distanza, fronte a fronte" (Blasco Ibáñez)

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    recensione di Cristina Mosca

  • “Umiliati e offesi” è un titolo emblematico, che indica la condizione in cui si ritrovano, presto o tardi, i personaggi del romanzo, ambientato nei bassifondi della San Pietroburgo zarista. Le molte anime di cui esso è costituito seguono, con rassegnato fatalismo, il proprio inesorabile destino, trovandovi, grazie alla vicinanza dei propri familiari, lo stesso una personale felicità.
    Il nome del protagonista è Vanja, che è anche la voce narrante e l’alter ego di Dostoevskji. Egli funge da “ponte” nelle relazioni e nelle controversie tra i vari personaggi, ponendosi comunque come parte in causa della storia.

    Vanja ama Natasa fin da bambino e, crescendo insieme a lei, la crede destinata ad essere sua moglie; è verso di lei che rivolge i sentimenti più intensi, avendone costantemente a cuore il benessere, anche se ciò dovesse andare a discapito delle proprie aspettative. Egli è intimo dei genitori di lei e ne conosce la storia passata, i problemi del presente, così come i pregi e i difetti. Ma la storia d’amore perfetta non ha mai buon esito nei romanzi dostoevskjiani. E l'incantesimo tra Vanja e Natasa è destinato ad infrangersi.
    Il principe Valkovskij, infatti, è una “macchina infernale” ed anche il “peccato originale” e irredento di tutti quanti i personaggi. Valkovskij, in passato, ha fatto la fortuna del padre di Natasa, ma ora lo maledice e lo getta sul lastrico, dal momento che ha turbato, involontariamente, i suoi progetti. Il giovane e ingenuo figlio del principe, il cui nome è Alëša, si è innamorato di Natasa, venendo ricambiato. Perciò Valkovskij decide di distruggere l’amore dei due ragazzi, ponendo fra loro la bella e nobile Katja, la quale, piena di ingenua virtù, suscita uno spontaneo sentimento d’amore in Alëša. Dunque Alëša ha spezzato, casualmente, l'amore tra Vanja e Natasa; ora il principe annienta premeditatamente quello tra il figlio e Natasa stessa.
    È alle donne dunque che Dostoevskji riserva il ruolo di esseri virtuosi, giacché, nella loro incoercibile infedeltà rispetto alle relazioni avviate, sopportano con stoica fermezza i mutamenti di fortuna che ne conseguono, concedendo agli avversari ed alla sorte ciò che va oltre le loro forze.

    Ma, nel susseguirsi rocambolesco degli eventi, nemmeno la figura dannata del principe verrà risparmiata alla serie degli "umiliati e offesi": sarà Vanja infatti che, pieno di un controllato disprezzo, gli rinfaccerà malvagità e spregiudicatezza, insieme al cinico calcolo dell’utile, posto in essere col manipolare le altrui esistenze; e ricevendone, in ricambio, un sorriso sarcastico e la fredda promessa di una vendetta spietata.

    Insomma, tra i ghirigori della psicologia umana e le montagne russe dei più imprevedibili accadimenti, Dostoevskji attinge a piene mani a quel repertorio inesaurito dell’umana commedia, in cui si danno convegno la feccia della società e l’aristocrazia dello spirito, mettendo in risalto come, dietro ogni relazione amorosa, si nasconda l’incessante conflitto dei desideri e delle aspirazioni individuali.

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    recensione di Marco Gabrielli

  • Mi ha molto appassionato leggere i pensieri, le osservazioni, le filippiche di Malaparte sui fatti giornalieri, sui rapporti tra i suoi amici e i suoi nemici e sui rapporti tra la gente di strada e quella dei Palazzi. Tutto improntato alla ricerca della verità, della giustizia, della pace sociale. Entrano nell’anima le osservazioni sulla vita comune, sulle debolezze e brutture umane, ma anche sulla gioia dell’osservazione delle piccole cose belle.
    Osservo che l’Italia che racconta in quegli anni sembra quella di oggi, con la casta, il malcostume, la lotta per il potere, la povertà, la superbia ma anche con la speranza di tempi migliori: ciò forse perché i sentimenti buoni che animano le persone sono immutabili nel tempo e quindi ci permettono di vedere il mondo con gli occhi di sempre. Se poi notiamo nei suoi racconti, nei suoi spunti di vita quotidiana il senso dell’etica, della giustizia, dei valori della Patria, che sono valori universali, non possiamo vedere l’Italia in una prospettiva diversa.
    La differenza che vedo oggi con quegli anni è la mancanza del cosiddetto “comunismo” di allora che, non tanto come espressione di forma politica, era o almeno tentava di essere argine contro lo strapotere della prepotenza, dell’ingiustizia, del malcostume, del mallaffare.

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    recensione di Mario Amenta

    • Immagini
    • 07 febbraio 2012 alle ore 12:20

    Baroukh (Benny) Assael è sicuramente una persona molto interessante: medico pediatra, ricercatore, autore di pubblicazioni scientifiche e di libri di storia della medicina, poeta e musicista: come non restarne affascinati e incuriositi?
    Poeta, abbiamo detto, e scrivere poesia non è certamente come scrivere romanzi: ci vuole una penna intinta in sentimenti e uno sguardo che sappia allungarsi oltre il visibile ed è quanto troviamo nei suoi versi.
    Questo smilzo libretto dal titolo "Immagini",  così accattivante nella sua veste grafica, con quel girotondo di parole scritte a mano, che ci incuriosiscono e si fanno leggere e si fanno emozioni, entra di soppiatto nel nostro animo e richiama echi, sollecita risposte, solleva domande.
    Versi che suonano immediati alle nostre orecchie, vicini alle nostre esperienze, capaci di valicare i muri dei nostri giardini: poesia d'amore, sempre, e la musica l'accompagna, questo ritmo che si avverte in sottofondo, culla le sillabe, le sostiene.
    E se è vero che "a volte gli amori vanno dismessi come abiti lisi", così come dice Assael in "L'amore dismesso", è anche vero che "il mondo vuole amori fragili, amori pronti da indossare un giorno, un'ora o solo un minuto", così come indica nella sua poesia "Pret-à-porter".
    E tuttavia, il bisogno d'amore poggia sulla sua realtà più profonda, sulla necessità di certezze, sul desiderio di appartenenza, perché "l'amore, l'amore ritorna, come tutte le cose, voleva persistere", e mentre l'autore ci porge la chiave interpretativa del suo mondo nella sua poesia "Biografia", in cui incontriamo il sospiro desolato del suo animo quando dice "Non voleva correggere la realtà, ma mostrarne la contraddizione", ci fa partecipi anche della sua storia personale, sconvolto e sopraffatto dal disperato imperativo del ricordo: nella prima poesia, intitolata "A Nyranne", ripeterà per ben diciotto volte l'invocazione "se dimentico" e "se dimentichi".
    Certamente uno stile elegante, immagini nitide, un delicato diario poetico, un libro di poesia che si legge e si rilegge.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi