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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • La scomparsa dell'erebus è uno degli ultimi libri dell'ormai famoso Dan Simmons, autore che grazie alla saga di Hyperion, e altre sue successive creature letterarie, si è ormai guadagnato una cerchia di fan ben nutrita.
    Alcuni inneggiano ad un nuovo Stephen King, più vario e stilisticamente versatile, altri ad un ottimo scrittore del genere cositteddo "fantastico", altri ancora lo trovano freddo e poco incisivo.
    Io personalmente ho letto solo questo suo lavoro, uno degli ultimi, e posso dire che pur non trovandoci di fianco ad un nuovo messia, per quanto mi riguarda ci si presenta un onestissimo, ottimo scrittore che non ha paura di tuffarsi in progetti (da quel che leggo e vedo) completamente diversi l'uno dall'altro.
    "La scomparsa dell'Erebus" è sostanzialmente un romanzo storico/marinaro. Nel suo inizio, pare quasi un romanzo di Patrick O'Brien, l'autore delle famigerate serie marinare che hanno ispirato, tra le altre cose, il bel film Master & Commander.
    E, per lo meno all'inizio, di questo si tratta: gli eventi che hanno portato alla prima vera spedizione europea atta a "sfondare" il circolo polare artico.
    La famigerate spedizione della Erebus e della Terror. Coppia di vascelli rompighiaccio realmente esistita.
    Da questo presupposto, Simmons imbastisce una trama che se parte come puro romanzo ottocentesco di ventura marinaresca, diventa poi qualcosa di più simile ad una curiosa fusione tra un mystery sovrannaturale (con qualche richiamo a stili molto "J.J. Abrhams"/Lost, ma senza esagerare nella maniera e nel tedio come la serie stessa), e un horror tra i ghiacci quasi Carpenteriano, con situazioni che mischiandosi a scene di disperazione e stenti che solo equipaggi dell'epoca potevano patire bloccati tra i ghiacci, intrecciano un vero e proprio "thriller/horror/avventura di sopravvivenza/storico".
    Tutto questo grazie ad una non ben precisata (all'inizio) creatura evanescente e sfuggente, che rende la vita già difficoltosa di queste due navi, bloccate per l'inettitudine del loro tronfio condottiero, un vero e proprio incubo viscerale tra i ghiacci (ecco il perchè del riferimento Carpenteriano, che cita qua e la da suggestioni splendide di quel pezzo di cinema che è "La Cosa").
    La lunghezza del romanzo regge il confronto, nonostante qualche momento di stanca e il fatto che la cura certosina di Simmons nel ricreare sulla pagina una narrazione colma di dettagli e sfaccettature storiche e di contesto, porti inevitabilmente ad un accumulo di pagine descrittive che, per quanto curate, possono qua e là suonare un pò ridondanti e tediose.
    In generale però, si ha l'idea che prima di imbarcarsi in questo viaggio da brivido si sia documentato oltre misura per essere fedele, o quantomeno credibilissimo nelle sue licenze poetiche.
    Il libro tiene fino alla fine, che può soddisfare o meno (in questo caso, come molti libri di King, pare che il mantra dell'autore sia "quel che conta non è la destinazione ma il viaggio e la suspence durante il viaggio stesso").
    Per quanto mi riguarda, non si tratta di un brutto finale, anzi, lo trovo appropriato. Semplicemente, molti si aspetteranno altro o di più. Non è il mio caso.
    "La scomparsa dell'Erebus" non è un capolavoro, chiaro, ma è decisamente un gran bel pezzo di libro, atipico, affascinante nel suo contesto da esplorativo/survival/ottocentesco che rimescola contesti storici realmente esistiti.

    [... continua]
    recensione di Lorenzo Annovi

  • Yuko ha quattordici anni ed è una ragazzina molto speciale. La sua visione del mondo e delle cose che la circondano la rendono una ragazza dalla particolare sensibilità e maturità. Vede cose che gli altri non vedono e quando si innamora di Kyu, il suo insegnante di disegno, nonché un uomo molto più vecchio di lei, tutte le emozioni, le sensazioni si intensificano. Si ritrova a leggere nel cuore delle persone a cui vuole bene. Anche il rapporto con la madre cresce, sono due donne che parlano e si comprendono. Suo padre, che per lavoro vive molto lontano, è una figura che le manca, ma a cui vuole molto bene. Un bel libricino sulla crescita interiore di un'adolescente: l'amore, la sofferenza, la gelosia e la comprensione. Delicato e introspettivo, farà innamorare a sua volta il lettore, lo trasporterà in una dimensione nuova e le sensazioni che risveglierà saranno quelle che prima o poi noi tutti abbiamo vissuto.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Come altri suoi romanzi, anche il suo secondo è ambientato a Londra. Pubblicato nel 2002, vince il Jewish Quarterly Wingate Literary Prize un anno dopo.
    Tratta di una storia semplice: quella di un ragazzo, Alex-Li Tandem, un londinese un po' ebreo e un po' cinese, che compra e vende autografi per vivere.
    Obiettivo principale della sua collezione è un autografo rarissimo e introvabile di una leggendaria ed elusiva attrice degli anni '40 sparita dalle scene, Kitty Alexander.  Intorno al suo viaggio alla ricerca del Santo Graal (che da Londra lo porterà a New York), vi sono continui riferimenti alla cultura popolare dell’Occidente, molto cinema, molta musica, miti e personaggi antichi e moderni.
    É un romanzo giovane, intelligente, strano, che racconta di un personaggio triste e sgradevole ma non per questo meno interessante anche perché, all'interno della trama, vi è la storia di una grande amicizia tra lui e altri tre giovani ebrei.
    Non prevale una chiave di scrittura femminile o una troppo maschile e risulta geniale anche per la presenza della Cabala in tutta la prima parte (i capitoli sono divisi proprio da numeri cabalistici), mentre nella seconda sono presenti dei disegni zen, così come i giochi che l'autrice dissemina in tutto il romanzo.
    Consigliato per chi vuole qualcosa di diverso e non scontato.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Gordiano Lupi, grande conoscitore della cultura e della storia contemporanea cubana, ripercorre in questo libro le tappe fondamentali dell’ascesa del caudillo, analizzando dapprima il contesto sociale e familiare, per poi ampliare lo spettro d'indagine alle circostanze politiche che portarono alla nascita dell'esperienza rivoluzionaria a Cuba.
    La scelta di una biografia non autorizzata appare un percorso pressoché obbligato per raccontare il politico e l’uomo Fidel: la sua storia è legata in maniera così indissolubile a un’immagine costruita a tavolino da rendere difficile reperire fonti che siano estranee alla propaganda governativa o al movimento contro-rivoluzionario.
    Il viaggio nell’universo Fidel prosegue con la descrizione dei suoi legami affettivi e sodalizi politici, condotta parallelamente a un’analisi puntuale delle caratteristiche di una personalità forte, attenta a conservare il primato sul mondo circostante, conscia del proprio carisma e al tempo stesso umanamente fragile.
    Il concetto di rivoluzione sociale a Cuba è giunto a maturazione solo con Fidel. Dopo la caduta del regime di Fulgencio Batista l’instaurazione di un governo rivoluzionario d’ispirazione socialista non ha avuto tra le sue premesse l’ideale marxista-leninista, ma lo ha adottato più per reazione alla politica estera statunitense che per una reale adesione al comunismo di stampo sovietico, dando vita a una forma di ideologia talmente peculiare da meritare il nome di ‘fidelismo’. In questo termine è racchiusa l’essenza di un’esperienza umana e culturale forse irripetibile, che a distanza di cinquant’anni non ha ancora ricevuto un giudizio unanime dalla storia. Perché se è vero che l’assenza di democrazia nell’isola caraibica è un dato di fatto, leggibile nel ripetersi di consultazioni elettorali di facciata e senza una reale contrapposizione partitica, o ancor più evidente nell’assoluto controllo dei mezzi di informazione e nella rigida censura di qualunque tipo di opposizione, quel che si fatica a credere è che la propaganda fidelistica abbia potuto continuare per cinquant’anni a detenere il potere rivendicando l’attuazione di alcune delle premesse della rivoluzione, come il riscatto degli umili, la sussistenza e scolarizzazione garantita a tutti i cittadini, la nazionalizzazione delle produzioni, escludendo scientificamente il concetto di libertà individuale e collettiva dall’immaginario comune del popolo cubano.
    Nella parte finale del libro, Lupi si interroga sul dopo Fidel descrivendo un paese che vive già in un limbo, sospeso tra un passato certo di regime dittatoriale e un futuro incerto attualmente nelle mani dell’erede designato, il fratello Raùl. La speranza è rappresentata però dalle giovani generazioni, nate in tempi troppo recenti per subire il fascino della stagione politica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, e per avere solo una vaga idea di cosa abbia significato crescere in un mondo a blocchi contrapposti. La grande opportunità è data dalla rete, dove i giovani blogger cubani riescono a superare i confini dell'isola per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sul regime illiberale nel quale sono costretti a vivere, pena l’allontanamento senza ritorno dal proprio paese e dalle proprie radici.

    [... continua]

  • A dispetto del titolo, non ci sono eroi in questo romanzo, o meglio non ci sono eroi nel senso tradizionale del termine. Protagonisti sono Alejandra, una ragazza bella e incostante, tormentata fino all’autodistruzione; suo padre Fernando, magnetico ma follemente malato di ossessioni e manie di persecuzione; Martìn, un giovane insicuro di sé, rifiutato dalla sua stessa madre, e Bruno, una sorta di osservatore che ha maturato un sofferto distacco con Alejandra e la sua famiglia, capace con i suoi ricordi di ricucire la trama che sottostà agli eventi narrati.
    Eppure questi personaggi così “difettosi”, così pieni di limiti e paure, sono davvero gli eroi di un romanzo in cui non c’è bene e male, neppure negli estremi, ma c’è piuttosto un’umanità vivida al punto che per quanto lontane da noi possano esserne le vicende, le fa apparire vicine.
    La storia si snoda per le vie di Buenos Aires, in quattro lunghe parti dedicate rispettivamente all’incontro fra Alejandra e Martìn, al rivelarsi dei “volti invisibili” (le facce nascoste della personalità complessa di Alejandra), alle ossessioni di Fernando, culminanti in un surreale viaggio alle radici delle proprie paure, per terminare con una parte che attraverso le voci di Bruno e di Martìn completa il quadro e dà senso all’insieme, seppure un senso illogico e surreale.
    Intorno ai protagonisti si muove la Buenos Aires degli immigrati e quella dei sopravvissuti ad epoche più gloriose, quali appunto Alejandra e Fernando, discendenti da una antica famiglia protagonista delle guerre sudamericane. Sono gli antenati a costituire il riferimento epico, contrastante con la decadenza dei discendenti e al contempo contro-canto al peregrinare di Martìn: il suo viaggio verso Sud finirà per corrispondere metaforicamente con il viaggio verso Nord con cui gli uomini del Generale Lavalle cercano di mettere in salvo le sue spoglie affinché riposino in pace.
    Episodi storici, frammenti di storia argentina contemporanea (siamo negli Anni Cinquanta del secolo scorso), opinioni sulla società e sulla politica, riflessioni esistenziali, giudizi letterari (come quello riguardante Borges, che appare fra le pagine del libro al pari di un personaggio), tutto si fonde in una grande partitura che ad altro non mira se non a mettere in scena la vita stessa, ad esplorarla e indagarla in tutte le sue inspiegabili, folli pieghe.
    “Gli uomini scrivono finzioni perché sono fatti di carne, sono imperfetti. Un Dio non scrive romanzi” è la citazione di Sabato con cui Ernesto Franco chiude la prefazione all’Edizione Einaudi: citazione che riassume i limiti della condizione umana e la forza conoscitiva che lo scrittore portegno attribuisce alla letteratura.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Bootshaven, è una cittadina a nord della Germania dove l’odore di mele è intenso e avvolge la casa e il giardino di Iris, bibliotecaria di Friburgo.
    Come ne Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, in cui il narratore che mangia una petite madeleine (dolce tipico francese), viene trasportato mentalmente nella sua infanzia, così l'odore del melo fa rivivere alla protagonista i ricordi della sua giovinezza.
    Iris perde la cugina Rosmarie in un incidente accaduto in quel giardino. E sarà proprio per questo evento che nel lettore si scatenerà un'improvvisa voglia di vivere, di apprezzare le piccole cose quotidiane, di liberarsi dalla rabbia, dai sensi di colpa per riscoprire un rapporto tutto nuovo con il dolore.
    Una scrittura delicata e in punta di piedi accompagna la trama: la stessa che parte da un passato lontano per arrivare a parlare di demenza senile.
    "Il corpo di Rosmarie si era rotto prima di potersi trasformare completamente. Le ragazze erano libellule, che passavano mesi e mesi in acqua, mangiando e compiendo diverse mute, finché un bel giorno, terminata la crescita, si arrampicano su una pianta per completare la metamorfosi e spiccare il volo. Anche Rosmarie aveva provato a volare. Ma non ci era riuscita."

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Originale e accattivante l’intreccio che Gabriele Iaconis ha disegnato nel suo romanzo “Un motivo in più per guardare il cielo”: un solo uomo ma due vite diverse, una che corre semplice e lineare lungo i confini dell’innamoramento, delle avventure, dei desideri e delle aspettative di un giovane scrittore; l’altra sospesa a metà tra sogno e realtà, nell’ineluttabile dimensione del dolore e della nostra umana debolezza. Il destino è unico, inevitabile, ma non lo sono i sogni e le speranze, che alla fine convergono - quasi a voler comporre le parti di un puzzle - sull’immagine di una donna, Laura, alter ego del protagonista. Ella appare come reale e allegorica insieme, perché oggetto dell’amore ma anche simbolo della necessità di scelta e discernimento tra bene e male, di quella forza innata che sempre costringe l’uomo ad un passo, ad un progresso, sia esso positivo o negativo.
    “Donna e bambina, impetuoso uragano e delicata farfalla, appassionata amante e dolce amica, musa e guerriera, verde riverbero di una notte d’estate”: questa è la descrizione che il protagonista ci regala del suo amore, ma è anche la dedica del libro che egli scrive nell’evolversi del racconto, creando così una straordinaria dimensione metaletteraria, per la quale il romanzo è protagonista stesso della sua scrittura. Il libro rappresenta, infatti, l’anello di congiunzione tra presente e passato, tra vita vera e vita solo sognata o sperata. Anche l’ambientazione è suggestiva e originale: da un lato, una splendida Parigi, serena e accogliente dimora per giovani artisti, una specie di “Arca di Noè”, dove è più facile "combattere quegli strani conflitti creati da menti egoiste"; dall’altra un non-luogo, una stanza bianca, una strana e silenziosa finestra sul mondo.
    E l’autore, quasi al termine del romanzo, ci ricorda che come l’arte anche l’essere umano può avere migliaia di sfaccettature: altrettante sono le possibilità di interpretare questa storia, di cui il vero significato e la completa comprensione restano al lettore, che può così finalmente decidere di “vedere” con gli occhi dell’anima, di “guardare” come farebbe un cieco la “Zattera della Medusa” di Gericault e trovare cosa importa, cosa manca, cosa appare davvero.
    Ciascuno può insomma trovare il proprio “motivo in più per guardare il cielo”.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Eugenio Montale, in una critica a questo romanzo, lo ha definito «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione». E in effetti lo è.
    Il Maestro e Margherita è una storia nella storia: due trame parallele che si accavallano nella narrazione. Una è ambientata nella Mosca staliniana degli anni '30 e  una nella Gerusalemme al tempo di Gesù.
    Entrambe le vicende si svolgono nell'arco di pochi giorni e si concludono di domenica. C'è un punto di possibile contatto tra le due, ma resta in dubbio: infatti, la storia a Gerusalemme comincia il 14 del mese di Nisan, il primo mese dopo la fuga dall'Egitto (che corrisponde al bimestre marzo-aprile) nel periodo della Pesach (Pasqua Ebraica); mentre la storia a Mosca si svolge interamente a maggio durante il periodo di plenilunio. Tuttavia, che la seconda storia si concluda la Domenica di Pasqua non è dichiarato dall'autore: l'unico accenno alla Pasqua si trova nell'epilogo, quando si racconta dell'inquietudine che pervade l'animo di uno dei protagonisti ogni anno nei giorni del plenilunio di primavera..
    Il romanzo è diviso in due libri: nel primo si racconta di come in una Mosca mal governata, arriva Satana nei panni di un individuo esperto di magia nera,Woland; parallelamente a ciò si sviluppa la seconda storia, ambientata a Gerusalemme, al tempo del procuratore romano Ponzio Pilato. Dapprima Woland racconta a Berlioz (entrambi i personaggi sono anche presenti a Mosca negli anni '30) di essere stato presente al processo di Gesù; poi, prosegue riportando direttamente alcune pagine del perduto romanzo del Maestro che si soffermano su ciò che accadde a Pilato nei giorni successivi al processo e la morte dello stesso Gesù.
    Nel secondo libro uscirà la figura di Margherita (identificata per alcuni aspetti come la moglie dello scrittore), una donna benestante che per ritrovare il suo amante perduto, uno scrittore deluso (il Maestro appunto) non esita a lasciare la sua confortevole vita borghese per vendere la sua anima a Satana, diventare una strega e partecipare come regina ad un gran Ballo di Satana, di cui la spettacolare descrizione di un turbinio di ballerine, musiche, animali e fiumi di folla .
    É un libro difficile da riassumere in poche righe perchè la trama è molto articolata e quasi fino a metà lettura ci si sente spaesati. Definito eretico (infatti è stato pubblicato dopo 27 anni dalla morte dell'autore, rinchiuso per lo stesso motivo in manicomio), allo stesso tempo è semplicemente geniale, surreale, grottesco e attuale nei temi. Ogni lettore ne rimarrà entusiasta.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Leggetelo e amatelo Corrado Guzzon, non è un ordine, ma un invito sincero di un lettore che si è appassionato alle sue poesie, al suo stile, al suo modo di leggere il mondo.
    Leggetelo quando siete stanchi di sorbirvi poesie impegnate, rinchiuse in se stesse, sentimentaliste sino all'osso. Guzzon è un visionario, un poeta capace di trasformare un microcosmo in un universo animato. Vedi il "ragno anarchico" della poesia "Appeso a un filo", che "non esce mai/ prima del tramonto".
    La sua ascendenza bukowskiana appare a intermittenza tra le sue righe e la sua penna è come un lume leggero che dà luce ad angoli di realtà dai quali attende "che il mondo s'acquieti".
    E' spiazzante e irriverente, quasi a voler prendere in giro il lettore, che prima addolcisce e all'ultimo rigo lo lascia in fuorigioco. Come nella poesia "La rondine" dove ci regala un'immagine idilliaca di una rondine agli inizi di maggio, per poi concludere così: "Resto a guardarla, dietro la tenda/ una mini-puttana/ nel cielo blu". 
    La sua poesia è come un'altalena, metafora gioconda della vita; alterna scatti di nonsense a miracoli della natura legati all'animo di un uomo. E' il caso della poesia "Mediterraneo" dove il mare è riflesso vivo di un uomo che chiede aiuto alla marea.
    Tutto questo e tanto altro ancora è racchiuso nella poetica di Corrado Guzzon. Come un gelato gustoso, che vorresti non si sciogliesse mai.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Un volo a mezz’aria tra vita reale e irrealtà, tra ciò che è e che può o “rischia” di essere, questa la sensazione forte che emerge dalle pagine della raccolta di Daniela Rindi, “Almeno mi racconto”, che già dal titolo lascia trasparire l’irrefrenabile volontà dell’autrice di comunicare, di esprimere il proprio universo interiore, e il modo che esso sceglie per raccontare quello esteriore. Un viaggio da assaporare tutto d’un fiato, nonostante la divisione in brevi e significativi racconti, attraverso la vita di una donna e quella di un uomo, a cui rispettivamente sono dedicate le due parti del libro.
    Nella prima parte si avverte forte il desiderio di aprire un sipario sulle debolezze, le paure, gli errori di una donna, che vive in modo autentico, profondo e mai superficiale, il desiderio di essere amata, di comprendere gli uomini, siano essi partner, padri, amici reali o virtuali; la difficoltà di realizzazione professionale o di coniugare quest’ultima con un’esistenza vera, con bisogni intimi e sentimentali. Con alcuni tratti autobiografici, questi racconti colpiscono nella spontaneità e nella semplicità con cui l’autrice riesce a “raccontare” pensieri, sogni, azioni e reazioni, spesso con arguta ironia: la donna in carriera che è vinta dalla solitudine; la donna grassa che preferisce lavorare in un circo piuttosto che subire gli occhi compassionevoli dei conoscenti; la donna che supera le barriere paterne per il desiderio di diventare attrice; oppure quella che dopo fallimentari relazioni sceglie un’amicizia femminile agli insuccessi di passioni al gusto di “cime (di rapa) tempestose”! Insomma, voglia di spiccare il volo, voglia di esistere davvero, come l’autrice fa scrivendo.
    La parte del libro dedicata agli uomini appare, invece, come un viaggio, che parte dall’ingenuità dell’infanzia, in cui per un bacio - solo promesso - si può fare un volo disastroso di 5 metri, fino alla solitudine della vecchiaia, in cui la perdita del contatto con la realtà diviene mortale. Uomini che affrontano sconfitte, che ingannano o sono ingannati, uomini delusi dalle proprie donne oppure colti nella loro incomprensibile caparbietà o crudeltà. Tutti personaggi, uomini e donne, che ci mostrano inesorabili le nostre intime debolezze, i difetti più segreti, ad uno specchio ironico e spietato sulle  verità (e falsità) della nostra coscienza.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • "Pietro, vetraio esule in Francia, cerca di tornare nella sua Venezia assediata dalla peste. Nella sua mente, un'immagine continua: una donna imprigionata in una lucerna di cristallo; una donna che Pietro vuole a tutti i costi liberare".
    E' questo ciò che si legge sul quarto di copertina di "Spirito di Lucerna", romanzo estremamente incisivo di Aurora Prestini col quale l'autrice si addentra in un'attenta e profonda analisi di Venezia e del misterioso mondo che questa città rappresenta. E queste poche righe sono già sintomatiche della lodevole complessità dell'intera opera.
    Una frase, tratta dal testo del romanzo, appare emblematica di tutta ragione di fondo che domina la storia: "L'idea di essere legata a tante persone le provocò un disagio profondo", dice la voce narrante. E in effetti quello che emerge dalla lettura è proprio la presenza di una fitta ed intricata rete di rapporti tra i numerosi personaggi della storia (il vetraio Pietro, la bella Lucerna e la sua amica Lucrezia, Alvise, Cecilia, Zane...); rapporti che come fili di una meticolosa ed efficiente ragnatela, irretiscono il lettore e instaurano sottili parallelismi tra le diverse e complesse esistenze degli stessi personaggi, in virtù di un'escalation di avvenimenti sorprendenti. Notevole è il modo col quale l'autrice fa percepire al lettore Venezia, città dove l'influsso dell'arte bizantina e la presenza di specchi d'acqua che la circondano da più parti, danno luogo ad uno dei più emozionanti spettacoli di luce ed architettura riflessa. Con una prosa incisiva e figurativa, la Prestini ci consegna un romanzo avvincente e misterioso dove il lettore viene catturato completamente dalla vicenda di Lucerna, dal mistero, svelato poco alla volta nell'avanzare della storia, che caratterizza la figura della stessa e dallo stretto ma imprevedibile rapporto che la lega al vetraio Pietro. Un romanzo, dunque, per chi voglia intraprendere un viaggio dentro il mistero, all'insegna di continui colpi di scena. Un romanzo che tiene col fiato sospeso e regala emozioni reali e tangibili.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Emmi e Leo. Nel libro Le ho mai raccontato del vento del nord si sono conosciuti, innamorati e lasciati "virtualmente". Ora Emmi cerca testardamente una specie di riconciliazione. Il suo tentativo di ravvicinamento non fallisce e dopo numerose email, Leo risponde. Lei non può e non vuole perdere Leo così. E lo vuole incontrare. Si. Solo che ora c'è Pamela. La sua nuova ragazza. Lui dice di essere felice, ma sarà vero? Emmi se lo chiede di continuo. Si incontrano e i sentimenti, nati nel mondo virtuale, crescono e si intensificano fino a diventare una miscela pericolosa di amore e disperazione. Sempre con un pizzico di umorismo, cinismo e sarcasmo. Solo quando Leo le confesserà un segreto, che non riguarda soltanto loro due, ma anche Bernhard, il marito di Emmi, tutto degenererà. Ce la farà Emmi ha elaborare tutto questo? Ce la farà Emmi a ricostruire la fiducia in Leo e Bernhard? Una continuazione di un romanzo non è mai stata così piena di sentimento e appassionante come questa.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Chi non conosce Dickens?
    Però sono quasi sicura che non tutti hanno letto Martin Chuzzlewit: eppure, non si tratta certo di un'opera secondaria, né come mole, né per le tematiche trattate.
    Anche questo romanzo, come i precedenti, viene pubblicato a puntate sui giornali, ma non ottiene inizialmente il successo che l'autore aveva sperato; in particolare, a causa della pesante satira della società americana che ne dà Dickens, che suscitò a suo tempo un enorme risentimento dell'opinione pubblica oltreoceano, cosa  che non giovò certo al suo libro.
    Anche oggi, conosciamo Dickens per altri fortunati romanzi e questo è rimasto un po' sottotono, eppure vi consiglio sinceramente di leggerlo.
    E' un vero Dickens: romanzo d'amore, satira sociale, denuncia impietosa di vizi e falsità, il tutto con il suo stile così elegante, con quelle straordinarie descrizione dei luoghi e dei personaggi che ce li rendono assolutamente indimenticabili.
    Difficile raccontare sommariamente la trama, che, come nella sua migliore tradizione, presenta tali e tanti personaggi la cui storia incrocia quella degli altri al punto tale che si rischia di dimenticarne qualcuno.
    Il protagonista, il vecchio Martin Chuzzlewit, uomo ricchissimo che si sente attorniato da una massa di parenti e conoscenti che ritiene mirino esclusivamente al suo denaro, decide di allevare un'orfana che si prenda cura di lui senza attendersi altro riconoscimento che la sua educazione ed il suo mantenimento.
    Ma l'erede del vecchio, il nipote Martin Chuzzlewit junior, si innamora della ragazza all'insaputa del nonno che, una volta venutone a conoscenza, irato, lo scaccia e lo disereda. Il giovanotto decide di andare a pensione dal rinomatoM. Pecksniff, un vanesio pomposo buffone che rimarrà memorabile nella nostra memoria, che lo accoglie sperando di ingraziarsi il nonno.
    Seguiamo le disavventure di Martin, un giovanotto che si crede generoso e di buon animo, ma che si rivela solamente un piccolo egoista di bassa levatura, lo vediamo alla ricerca di un impiego all'altezza delle sue aspettative stratosferiche e irrealiste; frustrato nei suoi sogni, decide di emigrare in America, figurandosi grandi e facili successi, seguito da uno dei più bei personaggi del libro,  l'onesto Mark Tapley, paese in cui diventerà preda di uomini senza scrupoli che distruggeranno totalmente l'alta concezione del suo valore e della sua intelligenza. Lo seguiamo nella sua discesa agli inferi ma soprattutto, insieme a lui,  risaliamo la china del suo abbrutimento e lo scopriamo rinato ad una nuova coscienza.
    Quando il giovane Martin tornerà in Inghilterra, sarà un uomo diverso: e davanti  a quell'uomo il nonno riconoscerà le sue mancanze nei suoi confronti e,  chiamando idealmente alla ribalta tutti i personaggi, concluderà a modo suo tutta l'intricata vicenda, risanando torti, impartendo vendette.
    La storia di Martin Chuzzlewit è una storia di sentimenti non riconosciuti, di speranze disattese, di entusiasmi e di perfidie: da non mancare assolutamente.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Il titolo del libro dice già tanto, ma il sottotitolo rivela molto di più: "Manuale di autodifesa dall'invadenza della madre del proprio partner".
    E sì, il rapporto suocera-nuora/genero è un fenomeno che finalmente qualcuno ha preso la briga di analizzare in maniera dettagliata, risalendo all'origine dei conflitti che minano questi delicati rapporti tra famigliari "acquisiti" e proponendo delle possibili soluzioni, (quasi) tutte lecite.
    Andrea Ballarini, copywriter, già autore di due romanzi, si cimenta con un saggio semi-serio che si legge molto volentieri, non solo per la sua utilità manifesta ma, soprattutto, per lo stile squisitamente ironico di cui sono intrise le oltre duecento pagine che lo compongono.
    La stesura è accurata e non mancano particolari e originalità, specie nelle metafore che accompagnano la classificazione dei vari tipi di suocera che il destino ci può assegnare. Sì, perché la suocera non è una sola.
    E siccome per affrontare un nemico (come chiamare altrimenti una suocera?), bisogna conoscerlo a fondo, Andrea ha pensato bene di elencare venti diversi tipi di suocere. Sono tutte potenzialmente letali ma ognuna ha le sue caratteristiche peculiari, conoscendo le quali potremo imparare a identificarla senza sbagliare; e attuare la misura più azzeccata per annientarla.
    Suocera casalinga, coatta, esotica, freakettona, perfetta, ricca, sexy, telefonante, vicina... ce ne sono per tutti, e sono tutte da non sottovalutare.
    "Come difendersi dalla suocera... evitando condanne penali" di Andrea Ballarini è un piccolo tascabile con il grande compito di salvare persone e rapporti, basta leggerlo al momento giusto e farlo leggere alle persone giuste.
    A proposito, potrebbe essere un ottimo regalo di Natale per vostra suocera. Da recapitare in forma rigorosamente anonima, ovvio.

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • "Il giovane Holden" è un romanzo che va capito e contestualizzato. Se vi aspettate di incontrare una storia di quelle piene di insegnamenti, valori e sentimenti, lasciate perdere. Nulla vi arriverà per via diretta, rimarranno solo le sensazioni, rapide come una scheggia, immediate come lo slang, sbrigative come gli "e via discorrendo", irruenti come la verità del linguaggio di Salinger che vi scroscia addosso e vi fa sembrare inutili tutti gli orpelli della lingua che finora avete così gelosamente imparato e custodito.
    La stessa scrittura concreta e cinematografica, molto confidenziale, che vi guida come una voce fuori campo attraverso i dubbi, i pensieri e i ricordi di Holden Caufield, i suoi istinti, la sua immaginazione, le sue considerazioni. Non potete evitare di venirne trascinati. Ma scordatevi una storia, scordatevi un messaggio. Quello che vi rimane, tra qualche sorriso strappato a tradimento e qualche picco di curiosità per come andrà a finire, è un sapore dolceamaro in bocca, a metà strada tra la sconfitta e la speranza di una rivalsa, di riabilitazione anzi.
    Il libro si può capire meglio se si considera il potere evocativo, per gli americani, del titolo originale: "The catcher in the rye". Viene dalla strofa di una canzone scozzese che il protagonista ricorda male e che per questo gli fa venire in mente una frotta di bambini che giocano in un campo di segale ("rye") con qualcuno che li acchiappa per non farli cadere nel dirupo ("to catch" vuol dire prendere al volo, un "catcher" è qualcuno che prende al volo). Ad un americano moderno invece anche viene in mente il gioco del baseball: il "catcher" è quello che, munito di guantoni e maschera, sta dietro il battitore pronto a prendere la palla, e con la parola "rye" si indica invece comunemente il whisky-rye, ottenuto dalla fermentazione della segale (appunto). "The catcher in the rye" potrebbe quindi essere tradotto sia come il pescatore nella segale, sia come qualcos'altro che da noi, che il culto del baseball non ce l'abbiamo, suonerebbe tipo "Il terzino nella grappa".

    "Un sacco di gente mi chiede se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. E' una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finchè non lo fate? La risposta è che non lo sapete". (J.D. Salinger)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Ho amato questo libro. Parla di uno tra I miei più cari ricordi di infanzia: i cosiddetti amici immaginari. Elizabeth Egan ha 34 anni. Si prende cura del bambino di sua sorella Saoirse, Luke, perché è alcolizzata. La sua infanzia non è stata facile. Sua madre scappava e tornava in continuazione da quelle che lei chiamava avventure, lasciando lei e il padre da soli con una sorella in fasce da accudire. Lentamente il padre è diventato un uomo molto triste, in attesa che la moglie torni a casa. Elizabeth, crescendo, assomigliava sempre più lei e suo padre faceva fatica a guardarla senza tristezza. Decise, allora, di provargli che la somiglianza era solo fisica. A 34 anni vive una vita che sembra perfetta, con un bambino di sei anni, a cui non riesce a dimostrare affetto e una sorella che è scomparsa nel nulla. Ama il suo lavoro di designer di interni, anche se vive in un mondo color crema e marrone. Il giorno in cui Luke ha un nuovo migliore amico, Ivan, tutti i suoi incubi riaffiorano. Soltanto per Luke è l'unico che riesce a vedere Ivan. E la fantasia non ha posto nel suo mondo perfetto. Illusioni, che portano solo a delusioni, sono da tenere lontane da suo nipote. Allora inizia una crociata contro Ivan. Finquando lo incontra. La aiuterà a venire incontro a sè stessa, la aiuterà a ricordarsi verità perdute della sua infanzia, la aiuterà a far tornare la bambina persa che c'è in lei, ma soprattutto l'aiuterà a vivere e dopo qualche evento imbarazzante, lei finalmente scoprirà un'altra verità: gli amici immaginari eistono. Se la gente la smettesse di aver paura delle cose che non riescono a spiegare razionalmente allora riuscirebbe ad aprire gli occhi e a vedere così tante cose. Le loro menti viaggerebbero per posti sconosciuti. Scoprirebbero mondi nuovi. Se la gente la smettesse di dibattere su cosa è "normale" questo sarebbe un mondo più felice. Perchè immaginario è solo il nome che gli danno le persone monotone, che avrebbero un gran potenziale per essere fantastiche se solo buttassero giù quelle mura mentali tra cui vivono.

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    recensione di Katia Guido

  • Quella di Eric è una reazione violenta ad una delusione profondissima, che lo scaglia anni luce lontano da una favola in cui aveva creduto profondamente. Il romanzo breve di Emanuel Gavioli affonda nella rabbia e nel risentimento, guardando il mondo in tonalità monocromatiche e cadendo vittima sempre della stessa ossessione, sempre dello stesso errore. Una narrazione circolare che tende a ritornare su quello che è successo, come accade all'animo umano quando non riesce ad imparare dal suo passato. Perchè si finisce puntualmente per dimenticare cosa si è sbagliato e si continua a sperare che la favola possa avere, almeno stavolta, un lieto fine? Perché, altrettanto puntualmente, ci si ritrova a mordersi le mani di fronte alle nostre debolezze, alle nostre ingenuità? Si torna allora a rammendare favole squarciate come se non esistessero che loro, come se un'altra vita non fosse possibile, e si diventa allo stesso tempo vittima e carnefice di un sogno che non si sa più come padroneggiare.
    Emanuel Gavioli, che si autodefinisce "cinefilo nato, bevitore impegnato e scrittore improvvisato", sviuppa questo suo secondo romanzo con una scrittura nervosa e fatta a scatti, che ha poca voglia di pensare, perchè se si ferma a pensare incappa nelle stesse ossessioni: la visione della luna che è una fettina di limone, le immagini oscene che non mollano la presa, le parole di comprensione degli amici. Desiderando l'affrancamento da questa condizione mentale senza apparente via di scampo.
    "Dopo l'overdose di ricordi, sentii il mio animo esplodere per i tanti sentimenti che vi fluttuavano dentro. E non so dirvi se è una bella sensazione o no, perché è troppo varia, mutevole, fuggiasca. Rumorosa" (Emanuel Gavioli)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Uno sguardo amaro sul mondo e una riflessione serenamente cruda sull’esistenza umana traspaiono nitidamente dai versi della silloge “Un Gioco d’azzardo” di Corrado Guzzon, sulla cui copertina non può non colpire la riproduzione di un messaggio autografo di Charles Bukowski che recita: “Hello Corrado – it’s all in the luck, what the hell”. È questo il senso più profondo della poesia di Guzzon, la consapevolezza della casualità, del gioco che la vita fa di noi, una vita che “così tanto noiosa/ fa girare le solite carte/ troppo a lungo, e ti sorprende/ quando distratta concede/ una piccola chance”. Anche la tecnica compositiva gioca con le parole, con gli accenti prosaici dei versi, che si trasformano attraverso un sapiente uso di suoni e pause che rendono estremamente semplice e allo stesso tempo composito il ritmo e la sua ispirazione.
    Nella concezione del poeta è solo il caso a decidere l’amore e il dolore, la vittoria e la sconfitta: persino il tempo passa “prendendoti in giro”, canzonando gli sforzi vani che da sempre l’uomo fa per controllare il tempo, la felicità, tutto l’umano vissuto che invece “si annulla e si azzera” nell’ineguale lotta contro il fato, cieco e sovrano. Una riflessione questa che appare quasi una rivisitazione dell’abusato e spesso travisato monito oraziano al “carpe diem”, al vivere il momento “il meno possibile confidando del domani”, precisa il poeta latino: “due dadi rotolanti a cui affidare una scommessa finale” chiosa Guzzon.
    Non sfuggono a questa amara coscienza i tratti salvifici della memoria, di periodi felici come l’infanzia, troppo effimeri per riempire il vuoto; oppure sentimenti come l’amore che eternamente si ripropone, sfugge e ritorna, confonde e si confonde con speranze e profonde emozioni. A volte, invece, la realtà appare vicina a tradire il suo intimo segreto, nella bellezza e serenità di una notte di maggio, che sembra suggerire di “affacciarsi da un balcone e guardare le strade/ per cogliere un senso a tutte le cose”; oppure nelle sere piovose d’autunno, quando fumo, notte e poesia sembrano “voler far risorgere il mondo”.
    Ma tutto il nostro universo, persino la bellezza dello sguardo della donna amata che pare dire “ti amo” nella luce del mattino, conducono “le ore ciecamente/ verso tutto, verso niente/ verso il prossimo traguardo improvvisato/ che mi illude d’essere vivo/ e ancora/ vincente”. 

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Nel famoso film, Forrest Gump diceva che la vita è come una scatola di cioccolatini e che non sai mai quello che ti capita. Ecco, il libro del nostro Autore è un po’ così. Si può aprirlo a caso e trovare, ogni volta, uno spunto di riflessione.
    Tutte le varie esperienze umane, infatti, sono presenti, sintetizzate in poche parole, profonde o ironiche, a seconda della sensibilità del momento.
    Non occorre leggerlo in sequenza, quindi, ma si è sempre sicuri di trovare ciò di cui si ha bisogno: magari un consiglio su come vivere al meglio, forti anche dell’esperienza altrui, la propria vita.
    L’amore, il dolore, il tempo, il passato e il futuro, tutte le sfaccettature dell’esistenza si rincorrono negli aforismi di Manuel Cappello.
    Il libro non è semplice, né mai banale, ma anzi richiede l’impegno del lettore a voler davvero comprendere ciò che si cela dietro le sue parole scritte con apparente facilità. Ma d’altra parte, c’è più soddisfazione nelle cose conquistate per cui, alla fine della lettura, ci si ritrova sicuramente arricchiti di nuovi stimoli e di nuove intuizioni.

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    recensione di Antonio Colosimo

  • «Questo è la morte, oltre alla mancanza di chi non c’è più: è la vita, con tutti i suoi ricordi».
    Passiamo l’esistenza a litigare con i nostri genitori, durante l’adolescenza arriviamo quasi ad odiarli e siamo, comunque, convinti del fatto che non ci abbiano mai capiti davvero. Eppure è da loro che ci rifugiamo quando tutto va male, è il loro affetto quello di cui sentiamo la mancanza quando siamo lontani; la loro presenza ci ricorda, in ogni momento, chi siamo e qual è il nostro posto nel mondo.
    Daria Bignardi esamina, in un libro autobiografico, il suo rapporto con una madre ipercritica, ansiosa e perennemente avvolta nel pessimismo. Con lei la giornalista ha sempre avuto un rapporto complicato, a tratti burrascoso: mal sopportando le sue continue “tragedie” e la sua ansia quasi parossistica, la giovane Daria lascia presto la casa dei genitori ed inizia a lavorare. Nonostante tutto questo, però, il suo incubo peggiore è quello di non riuscire a fare la giornaliera telefonata alla madre all’ora abituale; sa che questo potrebbe provocare una vera e propria crisi e non se la sente di interrompere quest’abitudine stressante ma, in fin dei conti, rassicurante: ovunque la porterà il suo lavoro di giornalista, in qualsiasi situazione lei troverà un telefono o farà il diavolo a quattro affinché il suo cellulare possa funzionare! La descrizione della vita della Bignardi è scorrevole ed emozionante, da ogni minimo particolare emerge il legame profondo che l’autrice ha con quei ricordi che nessuno potrà mai strapparle. Il giorno del funerale della madre è ricordato in maniera particolareggiata: Daria si reca, in solitudine, nei posti dove sua mamma era stata prima di morire, ne ripercorre i passi, si rivolge alle persone che, per ultime, avevano parlato con lei, tutto questo per trattenerla ancora un po’ e non lasciarla andare via troppo presto.
    Questo libro mi ha colpito perché è vero, perché ci mette, con semplicità, dinanzi alle contraddizioni del nostro essere figli; ci costringe a confrontarci con le bugie che ci raccontiamo di continuo su chi ci ha messo al mondo e, alla luce di queste nuove consapevolezze, ci invoglia, una volta divenuti a nostra volta genitori, a guardare noi stessi attraverso gli occhi dei nostri figli.

    «… Ti manca un pezzo e non ci puoi credere che potrai vivere senza il loro sguardo addosso. Senza la possibilità di far felice qualcuno solo perché hai telefonato, hai sorriso, ti sei ricordato, hai fatto un gesto piccolo che non ti è costato niente, solo perché sei contenta. Solo perché esisti».

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    recensione di Valeria Rago

  • Un libro di racconti, stralunati, insoliti, freddi e fantasiosi, personaggi apparentemente comuni, così vicini a noi da farci trasalire di sgomento allo svolgersi della storia in cui sono immersi.
    L'autore, un grande autore svedese, si muove da funambolo sul filo della fantasia, per alcune storie ci trascina nel fantastico più totale, per altre ci fa partire da avvenimenti storici ben precisi per approdare a rive di assoluta estraneità.
    Il linguaggio è piano e accattivante, superbo lo stile, così ghiacciato e puro per fissare in ogni racconto la profonda sincera fede in un'umanità unica ed irripetibile.
    A volte sembra che non ci sia né capo né coda, in questi racconti, ma semplicemente un momento preciso che viene così cristallizzato in parole algide, in movimenti inevitabili e comprensibili, anche se così insoliti e lontani.
    Lontano da noi l'avventura di Mahler con un pappagallo e della sua composizione che dà il titolo al libro, il funerale così insolito di Thomas Mann, il principe pittore Eugenio Bernadotte, personaggi famosi ed altri assolutamente comuni, immersi in una svagata umanità di venditori di casalinghi, contadini che dissertano di filosofia, pittori ambulanti, donne che cucinano, donne che compongono musica: sembrerebbe un gran guazzabuglio, eppure tutto è risolto dall'autore, con quella sua meravigliosa capacità di tutto comprendere e di tutto scusare.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • New York, weekend del Labor Day, Steve e Nancy si preparano per partire e andare a prendere i figli al campeggio estivo nel Maine, insieme ad almeno altre quaranta milioni di automobili. Si tratta di una coppia normale, i due si amano ancora, probabilmente, ma la vita quotidiana, il ruolo di genitori o la routine del lavoro li ha allontanati progressivamente ed ora, le rare conversazioni tra di loro sono vuote o rancorose. Steve ha un unico pensiero: vuole bere un bicchierino, ma sa che la moglie non gli permetterà di farlo e questo lo innervosisce molto, non capisce il motivo del divieto, bere lo fa sentire meglio. Quando Steve decide di non rispettare il desiderio di Nancy, avviene la rottura: il marito entra in un bar portando con sé le chiavi dell’auto; la moglie, nel frattempo, lascia il veicolo e si dirige, da sola e al buio, verso la fermata dell’autobus. Da questo momento il libro cambia totalmente, Steve cerca Nancy senza trovarla e la preoccupazione è ottenebrata dall’alcool che ha ingurgitato e i cui effetti lo portano a convincersi del fatto che quella sarà la “sua” notte. Il nostro protagonista, però, non ha fatto i conti con Sid Halligan… Simenon, come sempre, ci tiene con il fiato sospeso, si diverte a non farci scoprire tutta la verità fino alle ultime pagine, poi, tutti in una volta, ci svela i fatti tragici di quella notte, uno dopo l’altro. Il dramma dai coniugi avrà, paradossalmente, un effetto positivo sul loro rapporto: Steve e Nancy trovano, finalmente, il coraggio di mettere le carte in tavola, esaminano le loro vite e le decisioni che prendono sul loro futuro sono senza dubbio sorprendenti.
    La meticolosità nella descrizioni di luoghi e personaggi, l’assoluto realismo nella  rievocazione dei pensieri che si accumulano nella mente di Steve, l’analisi accurata delle sue reazioni…
    Tutto questo è Simenon e, per chi ama quest’autore, o per chi vuole scoprirlo, “Luci nella notte” è un noir assolutamente da non perdere.  

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    recensione di Valeria Rago

  • Gli scritti di Nadia Turriziani, strappati alla notte, coinvolgono i lettori in un flusso di coscienza senza freni inibitori, approdando a finali appena accennati che lasciano spazio alla fantasia e all’immaginazione. I temi eterogenei, così come le ambientazioni realistiche o di fantasia, sono accomunati dalla capacità dell’autrice di immedesimarsi nei suoi protagonisti, sino a renderli dei propri alter-ego, e di descrivere sensazioni e turbamenti, esplorando segmenti di vite con uno stile incisivo, a tratti crudo. “La vita è altrove”, sentenziava Kundera: per inseguirla bisogna superare le contingenze del quotidiano, sfidando la banalità del male e lasciandosi andare alla consolatoria illusione che la felicità, se si ascoltano il cuore e l’istinto, possa dipendere esclusivamente dalle nostre azioni.

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    • La notte
    • 17 ottobre 2011 alle ore 16:01

    «… Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
    Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità la voglia di vivere.
    Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto…».
    Queste parole sono, forse, una delle denunce più potenti e più immediate dell’orrore dell’Olocausto. Elie Wiesel ha conosciuto i campi di Auschwitz e di Buchenwald, dove è stato prigioniero insieme al padre. Le descrizioni che ci lascia sono lucide, precise, a tratti perfino fredde nel loro estremo realismo. Quella che era la normalità nei campi di concentramento, emerge, in queste pagine, in maniera così nitida da farci quasi male. L’autore è un giovane ebreo che vive la sua fede con estrema convinzione, è un eletto che vive studiando il Talmud e la cui speranza più ardente è quella di essere iniziato alla Cabala. Cosa resta di tutto questo dopo Auschwitz? Che ne è della sua anima dopo aver visto il proprio padre morire invocando il nome del figlio, senza che quest’ultimo potesse aiutarlo? Una delle silenziose conseguenze dell’Olocausto è proprio l’inaridimento spirituale, Elie Wiesel ci pone di fronte al dramma di chi deve fare i conti con quello in cui credeva: come si può ancora confidare in Dio dopo aver visto le volute di fumo fuoriuscire dai camini degli inceneritori dei campi di concentramento? Domanda senza risposta. Dopo l’esperienza nei campi Elie Wiesel torna a casa ma in realtà ha smarrito se stesso, ritrovarsi sarà un processo difficile e doloroso.
    “La notte” è una delle opere più belle e più toccanti su un argomento di cui si è scritto e discusso tanto, ma non sarà mai sufficiente: nulla potrà restituire la vita a chi l’ha persa e la voglia di vivere a chi è sopravvissuto.
    «… volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero più visto dal ghetto.
    Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava.
    Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più».

    [... continua]
    recensione di Valeria Rago

  • Alcune cose si dimenticano non perché siano futili, ma perché semplicemente si mimetizzano: diventano del colore della nostra epidermide e non le riconosciamo più come esterne a noi. Per questo motivo ho letto questo libro due volte: non perché la prima non l'avessi capito, ma perché l'avevo assorbito.
    La coppia formata da Ruth e Idgie rappresenta la grazia e la tenacia che caratterizzano ogni donna, personificati da due corpi diversi. La loro storia travagliata e dolce si incrocia con una vicenda di omicidio e si trasforma in un'occasione per mettere alla prova la piccola comunità di Whiste Stop, in Alabama, in un momento storico molto difficile, di grande confusione e disgregazione: un momento di transizione che porta le differenze a scontrarsi invece che ad integrarsi, e in cui le violenze e il colore della pelle appaiono come dolori da accettare con abnegazione. Si intreccia con le singole storie delle tante "mamme coraggio" lettrici, che combattono le loro fragilità in nome di un bene più grande. La narrazione è affidata ad un lungo ma mai noioso flashback, che si alterna abilmente con uno spaccato di presente a cui lascia un briciolo di speranza e di fiducia in se stessa. Dal libro è stato tratto anche il film di successo "Pomodori ferdi fritti alla fermata del treno".

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca