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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Alcune cose si dimenticano non perché siano futili, ma perché semplicemente si mimetizzano: diventano del colore della nostra epidermide e non le riconosciamo più come esterne a noi. Per questo motivo ho letto questo libro due volte: non perché la prima non l'avessi capito, ma perché l'avevo assorbito.
    La coppia formata da Ruth e Idgie rappresenta la grazia e la tenacia che caratterizzano ogni donna, personificati da due corpi diversi. La loro storia travagliata e dolce si incrocia con una vicenda di omicidio e si trasforma in un'occasione per mettere alla prova la piccola comunità di Whiste Stop, in Alabama, in un momento storico molto difficile, di grande confusione e disgregazione: un momento di transizione che porta le differenze a scontrarsi invece che ad integrarsi, e in cui le violenze e il colore della pelle appaiono come dolori da accettare con abnegazione. Si intreccia con le singole storie delle tante "mamme coraggio" lettrici, che combattono le loro fragilità in nome di un bene più grande. La narrazione è affidata ad un lungo ma mai noioso flashback, che si alterna abilmente con uno spaccato di presente a cui lascia un briciolo di speranza e di fiducia in se stessa. Dal libro è stato tratto anche il film di successo "Pomodori ferdi fritti alla fermata del treno".

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La Casa a Riverton nasconde un segreto che brucia nel cuore e nell'anima di Grace. Grace era lì a servizio per anni dal 1914. Ora ha novantanove anni. Le è stato chiesto di incontrare un produttore cinematografico che sta facendo un film sul suicidio di un poeta famoso proprio a Riverton nel 1924. Sarà un successo. Un film romantico che parla della famiglia Hartford e delle due sorelle che erano lì quando il poeta si è tolto la vita. Ma solo Grace sa la verità. Grace, la domestica fedele, che è cresciuta con i bambini Hartford, li ha accompagnati attraverso la guerra, le perdite e i sopravvissuti, è diventata la cameriera personale di Lady Hannah e la custode di tutti i suoi segreti anche del più grande. Un bel romanzo. Scritto delicatamente, svelando pagina dopo pagina la storia di una ricca famiglia inglese attraverso i ricordi di Grace.
    Commovente, avvincente, affascinante.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Una raccolta di brevi racconti, che trattano prevalentemente di amori, guerra ed imprevisti. Delicati, violenti, commoventi, malinconici. Pagina dopo pagina ci ritroviamo in mondi diversi popolati da protagonisti e comparse che sembrano susseguirsi attraverso i racconti come attori che si scambiano le parti. Ciò che accomuna tutti questi scritti: l'umanità dei personaggi. Una straordinaria umanità fatta di parole, gesti e pensieri in cui si riflette anche il lettore. Quelli raccolti nel capitolo "imprevisti" sono sicuramente i più fantasiosi e svelano uno ad uno colpi di scena e epiloghi che lasciano di stucco. L'amore invece è sempre descritto in maniera nuda, sì, ma anche molto delicata. La guerra, quella non si può descrivere che in modo crudo, ma la magia sta nel mescolarci il lato umano per renderla forse più spaventosamente reale, sì, ma anche più sopportabile. Un grande mondo raccolto in poco meno di duecento pagine. Emozioni che solo un grande artista riesce a dare.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • "Arbeit Macht Frei" (il lavoro rende liberi).
    Primo Levi e il lager, Primo Levi e l'inferno.
    Il viaggio verso Auschwitz è un viaggio verso l’inferno: il furgone che trasporta i prigionieri è simile alla barca che traghetta le anime dannate al di là del fiume Acheronte; il soldato tedesco che li sorveglia è Caronte che, invece di gridare "Guai a voi, anime prave..." gli intima di consegnargli denaro e orologi.
    Il viaggio attraverso l'inferno è appena iniziato e presto giungerà al termine, sul fondo, verso l'annullamento della dignità umana in cui l'uomo è ridotto a vivere in sofferenza e bisogno, senza possibilità di riscatto fisico e morale.
    Leggere il romanzo di Primo Levi vuol dire avere coscienza che la morte è l'unica compagna di viaggio di questa storia: il lager è la "casa dei morti" perchè in quel luogo, anche le basilari regole del vivere civile non hanno alcun valore.
    Le pene dei prigionieri somigliano a quelle vissute dalle anime infernali dantesche: i prigionieri spingono i massi come gli avari, stanno sotto la pioggia "fredda e greve" come i golosi o nella bufera che li molesta come i lussuriosi. Sono nudi per essere sottomessi e parlano tante lingue diverse anche solo per definire il pane.
    E l'unica voce, uguale per tutti, è la musica che si leva dagli altoparlanti e che li accompagna a morire quasi come se le pene a loro inflitte siano frutto di una punizione divina.
    L'antisemitismo tedesco in effetti è proprio questo: l'odio e il timore per l'acutezza intellettuale degli ebrei spinge a trattarli come bestie. E per dirla con Dante, anche la punizione di Ulisse è stata voluta da un Dio che non conosceva ma di cui ha sfidato la volontà, andando con la sua nave oltre le colonne d’Ercole: e in ciò che si ricorda il destino dei prigionieri ebrei, di coloro che hanno sfidato l’ordine fascista in Europa con la loro ferma e decisa opposizione.
     

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Chi è davvero l’uomo di tungsteno? L’ingegnere Umberto Serra, creatore dell’Atomium di Bruxelles; Vittorio, troppo occupato dietro a donne e lavoro per vivere la sua vita; Manuel, amante appassionato che fa di letteratura e sensi il cuore della sua esistenza; o il proprietario di quello sguardo, nero come la pece, che ogni tanto si stacca dalla notte e perseguita i personaggi?
    La scrittura di David Marsili è snella, asciutta, mai ridondante. Con lo stile di un uomo di scienza affronta un piccolo thriller psicologico dalle tinte noir che si sviluppa tra le pagine di una moleskine emersa dal passato, o forse dal fiume a cui si è rivolta Estrela quella sera in cui tutto le sembrava perduto.
    Le vicende attraversano l’Europa ma allo stesso tempo tornano costantemente sotto terra, in miniera, nel buio, lì dove la gente rischia di morire ogni istante, oggi quanto ieri quanto cinquant’anni fa. Un dato di fatto universale che qui si mischia con i risentimenti, con il senso del perduto, con le vicende personali di una coppia che ha smesso di amarsi.
    Col suo ritmo pacato e misurato e le sue frasi asciutte, il libro vince la sfida di una narrazione volta quasi interamente al presente, che generalmente è ardua da gestire. Tutti i dubbi alla fine si sciolgono negli ultimi capitoli, in un buon equilibrio tra visione e realtà, colpa e punizione, vendetta e assoluzione.
    “Sentirsi abbandonare. Da tutto. Poco prima, mani come fossero mille, alla ricerca di un calore infinito. Bocche che si divorano. Entrano e riescono, di nuovo rientrano. Una di loro si ferma a raccogliere vino. Nero. Si riempie e riaccende l’altra bocca, che accoglie il liquido con uno spasmo alcolico. La bottiglia cade, lasciando macchie sul tappeto. Rosse. Come la scena di un delitto”. (David Marsili)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un giorno Luca disse a se stesso: "Ora sono qui perché decido di prendermi profondamente la responsabilità di tutto quello che mi succede, di tuti coloro che mi tirano fuori una sofferenza che, in fondo, appartiene solo a me.
    Ora sono qui e non c'è niente di personale: ognuno mette in moto verso l'esterno le proprie cause interne. Perché dovrei lamentarmi? Ho scelto di essere qui, di percorrere la mia missione personale, e mi sento speciale solo per il semplice fatto di esistere perché il mio cuore e la mia compassione come atto di togliere sofferenza e dare felicità, sono grandi.
    Non posso mollare, non voglio mollare e lotterò affinché ognuno che incontro sulla mia strada possa essere incoraggiato dal racconto delle mie di difficoltà perché non c'è niente di personale: è la natura umana che è fatta così.
    E il legame che c'è tra il mio corpo e il mio spirito, sporcato costantemente dall'oscurità fondamentale che mi avvolge e appartiene, mi farà vedere la vita con occhi diversi.
    Il mio viaggio fuori e dentro di me è appena cominciato ed è grazie al mio perdermi per poi ritrovarmi che i miei piedi sono diventati fiori"

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Il "Dizionario di una golosa" di Nadia Turriziani, non è un semplice ricettario, ma può definirsi senza problemi "un'opera letteraria". E non solo perché le dolci ricette sono intervallate da poesie, curiosità, racconti brevi, ma perché in queste pagine c'è il profumo della passione per un'arte antica come quella della cucina.
    I dolci di Nadia, che si professa una golosa dalla nascita, fanno parte della nostra tradizione culinaria. Dietro ogni preparazione ci sono tante storie, usi e costumi della nostra terra che si possono ripercorrere attraverso ciò che mangiavamo e ciò che mangiamo. I segreti della nonna, la geografia dell'amaretto, la storia del babà che arriva dalla Polonia, il "Parrozzo" pescarese...
    Insomma, cucinare un dolce è raccontare anche la sua storia, e la scrittrice pugliese trapiantata a Latina, ci fa rivivere tutte queste emozioni del ricordo attraverso la sua passione per la ricerca, prima ancora che per il babà.
    "Dizionario di una golosa" è un libro che bisogna portare a casa, sfogliarlo comodi sul divano, porlo nella credenza della cucina, e appena avete una serata libera, invitate amici o parenti, preparategli un dolce, ma prima raccontategli la sua storia. I tuoi ospiti avranno un giovamento doppio, perché la gola, è anche questione di cervello e di cuore.
    Nadia Turriziani sa di aver peccato, perché 210 pagine di dolcezze sono un'esagerazione, e un diabetico svenirebbe solo a leggerne la metà. Ma lei che ama la poesia, così come la cucina, è pronta a rispondere senza mezzi termini: "Ho peccato? E chi se ne frega!"
    Ora devo proprio andare. Ho un salame turco che mi aspetta... è tra i miei preferiti.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • “E il cagnolino rise” è una di quelle opere che ti tengono con la mente intenta a pensare per tutto il tempo della lettura. Più di duecento pagine di pura sagace e acuta complessità. Si tratta di una raccolta di racconti scritti per omaggiare un racconto che in realtà non esiste, un perfettamente riuscito elogio all’indimenticabile scrittore John Fante e al suo romanzo “Chiedi alla polvere”. “E il cagnolino rise”, nonostante ciò che si potrebbe pensare leggendo il titolo, non parla affatto di animali né tantomeno di un cane che ride. I racconti si snodano lungo una storia che non c’è e sono tenuti insieme da un sottile filo conduttore che consiste nel dover ruotare attorno al tema centrale di un cane e del suo ridere, e nel doverlo fare trattando di tutt’altro, di storie dove il cane stesso viene solamente citato, lasciato sullo sfondo per incuriosire il lettore. Questo narrare una storia il cui elemento centrale è un cane che ride, dovendo al contempo divergere completamente da esso, è un’impresa davvero complessa che lascia il lettore incuriosito e alla perpetua ricerca di un senso unitario  e complessivo. La dinamica esistenziale che fa da sfondo ai racconti è quella di una vita precaria e tortuosa, dove l’uomo deve fare i conti con la fragilità delle proprie certezze, nonché quella dell’incomunicabilità che sembra ritornare di continuo nelle storie narrate, incomunicabilità tra i personaggi che richiama però, un’altra forma di incomunicabilità, quella vissuta dagli autori dell’opera nei confronti di una narrazione che deve trattare di tutto e di nulla allo stesso tempo, di una storia che deve inerpicarsi lungo i sentieri della libera fantasia e della pura divagazione. Questo è quanto accade, ad esempio, nel racconto di Gordiano Lupi dove, fin dalle prime righe, emerge il paradosso di un funerale non celebrato, di un’anziana zia morta che riceve la benedizione soltanto, e non un vero funerale, perché non credente, come se il riceve una benedizione non fosse già di per sé un atto destinato a colui che crede. Di grande effetto è poi anche lo stile letterario adoperato dai vari autori. Il racconto di Eva Laudace, ad esempio, sembra costruirsi su un nuovo linguaggio estremamente incisivo e “sonoro”. “Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi”. Sempre a tal riguardo si consideri pure: “E il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino”; oppure: “Profumavo borotalco”.  È dunque evidente come “E il cagnolino rise” sia un’opera complessa e affascinante sia per quanto riguarda il contenuto sia per ciò che concerne la sperimentazione di nuovi e accattivanti linguaggi. Un’opera che va letta, metabolizzata e amata.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “E il cagnolino rise” è una di quelle opere che ti tengono con la mente intenta a pensare per tutto il tempo della lettura. Più di duecento pagine di pura sagace e acuta complessità. Si tratta di una raccolta di racconti scritti per omaggiare un racconto che in realtà non esiste, un perfettamente riuscito elogio all’indimenticabile scrittore John Fante e al suo romanzo “Chiedi alla polvere”. “E il cagnolino rise”, nonostante ciò che si potrebbe pensare leggendo il titolo, non parla affatto di animali né tantomeno di un cane che ride. I racconti si snodano lungo una storia che non c’è e sono tenuti insieme da un sottile filo conduttore che consiste nel dover ruotare attorno al tema centrale di un cane e del suo ridere, e nel doverlo fare trattando di tutt’altro, di storie dove il cane stesso viene solamente citato, lasciato sullo sfondo per incuriosire il lettore. Questo narrare una storia il cui elemento centrale è un cane che ride, dovendo al contempo divergere completamente da esso, è un’impresa davvero complessa che lascia il lettore incuriosito e alla perpetua ricerca di un senso unitario  e complessivo. La dinamica esistenziale che fa da sfondo ai racconti è quella di una vita precaria e tortuosa, dove l’uomo deve fare i conti con la fragilità delle proprie certezze, nonché quella dell’incomunicabilità che sembra ritornare di continuo nelle storie narrate, incomunicabilità tra i personaggi che richiama però, un’altra forma di incomunicabilità, quella vissuta dagli autori dell’opera nei confronti di una narrazione che deve trattare di tutto e di nulla allo stesso tempo, di una storia che deve inerpicarsi lungo i sentieri della libera fantasia e della pura divagazione. Questo è quanto accade, ad esempio, nel racconto di Gordiano Lupi dove, fin dalle prime righe, emerge il paradosso di un funerale non celebrato, di un’anziana zia morta che riceve la benedizione soltanto, e non un vero funerale, perché non credente, come se il riceve una benedizione non fosse già di per sé un atto destinato a colui che crede. Di grande effetto è poi anche lo stile letterario adoperato dai vari autori. Il racconto di Eva Laudace, ad esempio, sembra costruirsi su un nuovo linguaggio estremamente incisivo e “sonoro”. “Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi”. Sempre a tal riguardo si consideri pure: “E il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino”; oppure: “Profumavo borotalco”.  È dunque evidente come “E il cagnolino rise” sia un’opera complessa e affascinante sia per quanto riguarda il contenuto sia per ciò che concerne la sperimentazione di nuovi e accattivanti linguaggi. Un’opera che va letta, metabolizzata e amata.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Una vecchia e grande casa cadente, chiusa da assi inchiodate, dai cui camini si vedono partire folate di uccelli per poi ritornare ad appollaiarsi in fila indiana sui tetti sconnessi.
    La proibizione di entrare nel giardino abbandonato all'incuria, e lo spauracchio di una maledizione che grava sulla villa, non fermano la protagonista, una bambina che vive di bugie e di finzioni, poco popolare tra i coetanei, a cui non interessa né la scuola, né il quieto vivere, ma che si lancia in sfide spericolate con la sicurezza spudorata ed il desiderio di rivincita sul suo mondo.
    Penetrata nella vecchia casa, si lascia andare a girovagare nei saloni polverosi, dopo aver fatto la conoscenza di un personaggio insolito che la invita ad andarsene prima dell'arrivo delle "sette subdole sorelle".
    Naturalmente, Maureen non si dà per inteso: imparerà a conoscer le sette sorelle dai loro ritratti sulle scale, si impadronirà del braccialetto di una di loro, che, privata di tal potente talismano, non riuscirà più a compiere la sua magia e cercherà in tutti i modi di rientrarne in possesso.
    Ma per quanto Maureen sia spaventata, ancora non si rende conto di quanto sia importante quel famoso braccialetto.
    Ma l'incantesimo esiste, perchè la magia è così vicina alla realtà, da trasformare di colpo la vita di Maureen e trasportarla nella vecchia villa agli inizi del secolo, quando ancora riluceva di vita e di calore.
    Disperata e spaventata, Maureen si trova a vivere di fianco alle sette sorelle bambine, sempre così perfidamente infide che i loro stessi genitori non riescono a vedere oltre i loro gesti gentili e le loro offerte di amore.
    Infine, dopo varie vicissitudini, strane creature, e splendide descrizioni d'ambiente, il braccialetto verrà restituito e come in ogni storia che si rispetti, ci aspettiamo che le sette sorelle vengano punite: ma a questo punto sarà proprio Maureen, improvvisamente maturata, che prenderà un'altra decisione.
    Questo testo è stato scritto nel 1968 dall'autrice del famosissimo "Harvey", che diventò poi un celebre film: eppure, non è assolutamente datato, ma è frizzante, leggero, godibilissimo e può davvero dare dei punti ai nostri più recente romanzi di magia e stregoneria varia.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • "Dove ci siamo già visti?" Capita di incontrare qualcuno che ci sembra di conoscere da sempre. Nel caso di Henry e Clare la domanda invece è: "Quando ci siamo già incontrati?". Henry infatti ha la facoltà di viaggiare avanti e indietro nel tempo, ma non la può controllare: stai parlando con lui di qualcosa di importante ed ecco che puf, sparisce. Per questo, quando Clare lo incontra la prima volta nell'età adulta in realtà lo conosce già: lo ha già incontrato durante la sua infanzia, ma è dura da spiegare, e soprattutto è dura da credere.
    All'amore di Henry e Clare si chiede di affrontare tutte le prove richieste dal caso: come gestire una realtà in cui il prima e il dopo si confondono? Come poter contare su un uomo che di colpo se ne va? E soprattutto, quanto attenderlo? Il libro si sviluppa come un diario, in diversi luoghi, in diversi tempi, con diverse consapevolezze, ma per come è strutturato narrativamente non si fa fatica a stargli dietro. L'elemento che fa innamorare di questa storia è l'idea che possa esistere un amore che va oltre il tempo e oltre gli schemi mentali, e che, nonostante tutto, rimanga unico e imparagonabile.
    Un romanzo straordinario, che nel 2009 è diventato un film degno quasi alla pari, "Un amore all'improvviso".

    "Ho aspettato così a lungo questo momento, ora eccolo qua e ho paura" (Audrey Niffenegger)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Siamo abituati a pensare il lupo un animale forte e autonomo, e la pecora una sua vittima. In questo libro Luca Delmedico opera un interessante ribaltamento di prospettiva raccontandoci il bisogno d’amore del lupo.
    Giacomo Lupo, il protagonista del romanzo, è un uomo giovane, vincente sul lavoro e nella vita, un uomo che, come si suol dire, si è fatto da sé raggiungendo obiettivi importanti. Eppure, nel suo intenso slittare da un iniziale racconto in terza persona ad un monologo che si avvicina sempre più al nocciolo del malessere, Giacomo Lupo ripercorre la sua vita, le sue esperienze di uomo ammirato e invidiato che gli hanno lasciato un gusto amaro in bocca.
    Innanzi tutto il gravare delle responsabilità e delle aspettative su di lui, un processo iniziato fin dall’infanzia, per cui a chi si dimostra più bravo e più forte viene richiesto sempre di più, nella convinzione che ce la possa fare, che le sue spalle siano larghe abbastanza da reggere ogni peso.
    Ma quel che manca a Giacomo Lupo è soprattutto l’Amore: Giacomo non sa amare, in quanto il suo amore è coercizione, convinzione di dover essere amato in ragione del fatto di essere migliore. Al contempo, non è amato: è ammirato, fino al punto in cui l’ammirazione si muta in inadeguatezza nei suoi confronti e quindi in odio. E così le sue storie finiscono, una dopo l’altra. Fino a quando una nuova storia gli apre gli occhi sulla ciclicità della sua via, sull’insoddisfazione, sull’importanza del “ti voglio bene” oltre l’amore. E’ il momento di lasciare tutto e ammettere che “se farcela significa farcela da solo, allora non voglio più farcela”.
    Un libro che, pur con qualche discontinuità (ma già l’autore ce ne avverte nel Prologo), da un lato porta a riconoscere le ragioni del lupo, di contro a quelle più note della pecora, e dall’altro insegna ad accettarci in virtù di quello che siamo e a volerci bene.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • E' una raccolta di venti novelle sulla figura di un manovale con problemi economici, ingenuo e sensibile allo stesso tempo, inventivo e interessato all'ambiente in cui vive, a tratti buffo e malinconico
    Il sottotitolo "Le stagioni in città" si rifà alla struttura dei racconti, associati ognuno ad una delle quattro stagioni dell'anno.
    Malgrado l'autore non ne dica il nome, la città descritta potrebbe essere Milano o molto più probabilmente Torino (dove Italo Calvino ha lavorato per molti anni).
    Comunque di qualsiasi città si tratti, essa è simbolo di ogni città, con cemento, ciminiere, fumo, grattacieli e traffico... e Marcovaldo ne è il cittadino per antonomasia.
    Anche la ditta Sbav, presso cui il manovale lavora, è la ditta per eccellenza: simbolo di tutte le ditte; ed è anche per questo che non si sa né cosa vi si produca né cosa vi si venda, tanto meno il contenuto degli imballaggi che il protagonista sposta e trasporta tutto il giorno.
    Malgrado la morale che traspare da ognuna delle novelle, i temi di riflessione suggeriti dallo scrittore sono diversi e vertono principalmente sugli effetti alienanti del progresso; sui meccanismi di difesa e le scappatoie usate dall'uomo inetto; sulla disparità sociale proposta dal mondo capitalista e sui rapporti sociali e ecologici dettati dalla società moderna.
    Consigliato per gli adolescenti, è un tipo di lettura che non fa male neanche al lettore adulto che può ritrovare, nella figura di Marcovaldo, un pò della propria ingenuità fanciullesca.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Cile e Perù: nella storia finora non raccontata di una donna che ha seguito il suo amante fino alla fine del mondo, ci sono anche le radici dell'autrice peruviana, che in quattro anni ha studiato quel poco di esistente sulla figura di Inés Suárez, prima governatrice del Cile, e ne ha tratto un romanzo. La scrittura pacata della Allende ci porta attraverso tre matrimoni, tre passioni, migliaia di chilometri e un comune denominatore: la tempra di una donna che ha attraversato il deserto del Perù e che ha fondato un'intera Nazione. Il libro appare sotto forma di autobiografia e offre un'occasione per riflettere sulla Storia e sui meccanismi delle conquiste. Inés infatti assiste impotente, anche dopo diversi decenni, alle ostilità dei popoli residenti a cui lei stessa ha purtroppo contribuito. Un libro misurato, elegante, in cui vibra la passione che è stata alla base di avventure che hanno cambiato una parte di mondo.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un famiglia come ce ne sono tante, quella dei Lambert, e non solo in America. Una moglie che deve badare al proprio marito in principio di demenza senile, e tre figli che cercano da una parte di preservare i genitori dai loro insuccessi personali e dall'altra di preservare se stessi dal tempo che passa anche nella loro casa d'infanzia. Per questo, probabilmente, la evitano tutti. Difficile non rivedersi in Denise che si dichiara a tutti i costi serena ed accompagnata, quando invece pare destinata a storie d'amore sempre più complicate; o nella schermaglia tra Gary e sua madre, sul dove e con chi trascorrere il pranzo di Natale; o nelle imprese di Chip, che scende a compromessi in affari loschi pur di chiudere con i debiti senza più ricorrere alla famiglia. Uno splendido e reale romanzo di formazione, in cui all'ultima pagina ci accorgiamo che i personaggi sembrano cresciuti, e soprattutto che siamo noi ad essere cambiati. "E quando l'evento, il grosso cambiamento nella tua vita, è semplicemente una presa di coscienza, non è strano? Non c'è nulla di diverso, tranne il fatto che vedi le cose in un altro modo e di conseguenza sei meno impaurita e meno ansiosa e nel complesso più forte." (Jonathan Franzen)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Fascino. È quello che emana, e in certo senso ha come nucleo fondante, la storia narrata in “Malanima mia” da Giovanna Mulas e Patrizio Pacioni, anzi le storie, la pluralità di voci che si incrociano e sovrappongono alla vicenda principale nella coralità dell’intreccio. Ma fascino nel vero significato del termine: dal latino “fascinum” esso indica originariamente “una malìa che si credeva fatta per malefico influsso dello sguardo o della voce e che, in maniera figurata, indica quell’influenza o forza che una persona o una passione esercita sopra alcuno, in modo da sopraffargli il giudizio e ridurlo a non essere quasi più padrone di sé” (Diz. etim.).
    Questa misteriosa forza oscura è incarnata dalla protagonista del libro, la sarda, “sa Jana” cioè la strega, che non deve volere ma basta solo che pensi o semplicemente sfiori la realtà che le è intorno perché essa si modifichi, si pieghi a questo “fascino” e diffonda un'inspiegabile ombra di “malanima” nelle vite che essa incrocia. Una forza che trascina dietro di sé ogni evento così come ogni parola del testo con la sua irrefrenabilità, che trasporta il lettore dalle strade di una qualunque città della provincia italiana di oggi ad atmosfere arcane, lontane, non di un altro tempo ma di un’altra dimensione, quella attraente e terribile del lato oscuro e malefico dell’esistenza umana.
    Si tratta, forse, dell’intero universo che sta al di là della linea sottilissima che separa il bene dal male, l’apollineo dal dionisiaco, che si nutre di passioni sfrenate e pensieri che non si possono in alcun modo spiegare. E tutto diventa come “tessere di un puzzle malvagio. Segnali di pericolo e, al tempo stesso, trappole”, da cui è impossibile salvarsi. E lei, la Jana è incarnazione di questa dimensione, lei che viene dall’”isola nera” dove ogni tanto ritorna “quando gli Dei vogliono vendicarsi degli uomini… quando ha fame di vita”; lei che è strega e fata assieme perché ammalia e distrugge, è e non è.
    Ricordando e in un certo senso capovolgendo i ruoli de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, ella insieme a ciò che rappresenta si colloca al di là di quel “limite del dolore di ogni uomo che non deve essere superato; pena la follia. Una sorta di Finis Terrae, valico incerto, un confine”, a cui comunque bisogna imparare ad andare, ad arrivare più in là che si può, nell’eterno dissidio tutto umano e disumano tra bene male.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Fascino. È quello che emana, e in certo senso ha come nucleo fondante, la storia narrata in “Malanima mia” da Giovanna Mulas e Patrizio Pacioni, anzi le storie, la pluralità di voci che si incrociano e sovrappongono alla vicenda principale nella coralità dell’intreccio. Ma fascino nel vero significato del termine: dal latino “fascinum” esso indica originariamente “una malìa che si credeva fatta per malefico influsso dello sguardo o della voce e che, in maniera figurata, indica quell’influenza o forza che una persona o una passione esercita sopra alcuno, in modo da sopraffargli il giudizio e ridurlo a non essere quasi più padrone di sé” (Diz. etim.).
    Questa misteriosa forza oscura è incarnata dalla protagonista del libro, la sarda, “sa Jana” cioè la strega, che non deve volere ma basta solo che pensi o semplicemente sfiori la realtà che le è intorno perché essa si modifichi, si pieghi a questo “fascino” e diffonda un'inspiegabile ombra di “malanima” nelle vite che essa incrocia. Una forza che trascina dietro di sé ogni evento così come ogni parola del testo con la sua irrefrenabilità, che trasporta il lettore dalle strade di una qualunque città della provincia italiana di oggi ad atmosfere arcane, lontane, non di un altro tempo ma di un’altra dimensione, quella attraente e terribile del lato oscuro e malefico dell’esistenza umana.
    Si tratta, forse, dell’intero universo che sta al di là della linea sottilissima che separa il bene dal male, l’apollineo dal dionisiaco, che si nutre di passioni sfrenate e pensieri che non si possono in alcun modo spiegare. E tutto diventa come “tessere di un puzzle malvagio. Segnali di pericolo e, al tempo stesso, trappole”, da cui è impossibile salvarsi. E lei, la Jana è incarnazione di questa dimensione, lei che viene dall’”isola nera” dove ogni tanto ritorna “quando gli Dei vogliono vendicarsi degli uomini… quando ha fame di vita”; lei che è strega e fata assieme perché ammalia e distrugge, è e non è.
    Ricordando e in un certo senso capovolgendo i ruoli de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, ella insieme a ciò che rappresenta si colloca al di là di quel “limite del dolore di ogni uomo che non deve essere superato; pena la follia. Una sorta di Finis Terrae, valico incerto, un confine”, a cui comunque bisogna imparare ad andare, ad arrivare più in là che si può, nell’eterno dissidio tutto umano e disumano tra bene male.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Un romanzo pieno di tensione, erotismo, dolore, ma soprattutto tanta voglia di amore.
    Kairi, la donna dalle sette vite, nata sotto il segno della luna, sempre così restia a farsi conoscere, a mettersi a nudo, non cercava una storia d'amore, ma ha incontrato Lenny.
    Lenny, un ragazzo con la sindrome da Pinocchio. Un uomo che non è cattivo, ma soltanto malato. Lui l'ha saputa stanare, ha trovato la chiave per penetrare attraverso l'armatura. Ha rotto il guscio e ha trovato la parte più morbida ed indifesa del mollusco. L'ha trovata e lentamente l'ha trafitta, come si fa con la forchetta quando si mangia una vongola. Kairi, non è debole, anzi. E' una donna forte, che però di fronte al cosiddetto amore, alla passione e alla tenacia di lui non sa dire di no. La sua storia, il suo passato l'hanno profondamente segnata. Non riesce e non vuole procurare dolore agli altri, e per questo non sa dire di no. Non riesce a ferire gli altri, ma è un fenomeno nel ferire sé stessa. Il suo stesso „altruismo“ diventa un arma, un coltello con cui si auto infligge delle ferite, che non si rimarginano mai. Si chiudono, forse, ma continuano a sanguinare, fino a quando non permette a Lenny di tornare alla carica e di strappare le cicatrici esponendo la carne dolorante.
    Si fa fatica, durante tutta la lettura, a mantenere un giudizio oggettivo. Difficile comprendere un atteggiamento così autodistruttivo, che disturba in qualche modo. Tante donne avrebbero chiuso la porta, anzi no, l'avrebbero sbattuta in faccia ad una persona come Lenny. Mentre Kairi sembra quasi non riuscire a fare a meno degli abusi velati. Difficile comprendere come una donna, che sembra essere così libera e sicura di sé, riesca a farsi imprigionare in un gioco sadico e suicida come questo. Una storia forte, senz'altro, che fa riflettere sui giochi perversi in cui spesso le donne si lasciano coinvolgere, che hanno ben poco a che fare con l'amore. La storia di una donna che non ha imparato ad amare sé stessa prima di tutto. Perché solo amando sé stessi si riesce a riconoscere l'amore degli altri nei nostri confronti.

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    recensione di Katia Guido

  • Il filo rosso dei ricordi unisce questa raccolta di brevi racconti. Con la sua scrittura suadente Erri De Luca si inerpica su episodi, sofferenze e attese come sulla sua amata montagna: descrive incontri, persone e cose intepretandoli come simbologie nascoste della vita stessa e della natura. Naturalmente quello che rimane più impresso è il linguaggio "ad acquerello" dell'autore, a tratti morbido, pacato e intriso di malinconia; a volte secco e nervoso, con tocchi incisivi di colore portati dalle espressioni napoletane così come dal suo napoletano italianizzato. Leggere questo libro è come farsi baciare dal sole: si deve per forza socchiudere gli occhi.
    "Allora la tua mano è stata la congiunzione e, la particella che sta tra due nomi e li accoppia più di abbracci e baci. La tua mano minuta serrata nella mia inutilmente larga, serrata a serratura chiudeva noi due dentro e tutti gli altri fuori. Ce ne ho messo a ripetere che era tutto, che per poco che era stato reggeva la pienezza dell'intero. Non capisco in tempo, ho bisogno di andare e ripassare sopra l'evidenza per ammetterla e per dimenticarla." (Erri De Luca)

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    recensione di Cristina Mosca

    • Acciaio
    • 26 settembre 2011 alle ore 15:42

    "Acciao" è la storia di due ragazze sulla soglia dell'adolescenza, Anna e Francesca, che vivono in una Piombino operaia e difficile. Tra i casermoni popolari di una fantomatica via Stalingrado, le due ragazze si cercano e si trovano come attratte da una forza inspiegabile, quella dell'amicizia , forse, oppure quella del desiderio di rivalsa, di riscossa, di felicità. Il romanzo segue le vicende relative alla vita delle due adolescenti, dalla scoperta di un corpo che cambia, di esigenze che mutano e di consapevolezze acquisite, alle intrigate dinamiche dell'amicizia e della crescita. E saranno proprio tali dinamiche a dividere momentaneamente i destini di Anna e Francesca. Le due ragazze seguiranno infatti strade diverse, amori differenti nonché percorsi di vita opposti anche se entrambe serberanno dentro di sé l'esigenza impellente come un fuoco che brucia, dell'amicizia dell'atra. Attraverso lo sguardo delle due ragazzine, Silvia Avallone, al suo esordio letterario per quanto concerne il genere del romanzo, descrive un'Italia che soffre per l'assenza di un'identità ferma e precisa, un'Italia dove anche la possibilità di sognare va conquistata e dove la classe operaia sembra non aver più coscienza del proprio ruolo sociale. "Acciao" è dunque un romanzo di formazione dove depressione collettiva, desiderio di fuga e disillusione fanno da palcoscenico ad una storia che nella sua quotidianità trova la propria grandezza. Il tutto viene rafforzato dalla presenza di un linguaggio fortemente descrittivo, corposo e denso che rende credibile ogni vicenda. Via Stalingardo viene ad esempio definita così dall'autrice: "da una parte c’era il mare, invaso di adolescenti in quell’ora bestiale. Dall’altra il muso dei casermoni popolari. E tutte le serrande abbassate lungo la strada deserta. Il mare e i muri di quei casermoni sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlavano contro. Non c’era niente da fare: via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria". "Acciaio" è dunque un romanzo destinato ad appassionare tanto gli adolescenti in cerca di quella cattiveria rappresentativa che è propria delle età di passaggio, quanto ad un pubblico adulto e attento alla realtà sociale dell'Italia di oggi.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Un lembo di mare di appena quattro chilometri separa Helsingborg, in Svezia, dalla terra di Danimarca, ed è in questa città tra le ombre che Björn Larsson costruisce la storia del suo libro: "I poeti morti non scrivono gialli", pubblicato da Iperborea. Bella la storia e non soltanto perché ben scritta e sicuramente ben tradotta da Katia De Marco, ma perché è la storia di un poeta e chi ha ormai il coraggio di scrivere sui poeti? Molte sono le cose che si percepiscono nel libro: c'è una certa ironia già dall'inizio, quando l'editore Petersén spera di poter convincere il poeta Jan Nilsson a firmare il contratto per il suo libro acclamato come un successo editoriale, anche se all'insaputa dell'autore che vive su un malandato peschereccio. L’editore Karl Petersén sa che non sarà facile convincere il poeta a firmare il contratto e, per questo, si è portato dietro una bottiglia di champagne, ma al suo arrivo si trova davanti all'inaspettato: Jan è morto impiccato sul proprio peschereccio. È da quella morte che parte il bandolo di tutte le verità. È dalla morte che si è costretti a ripensare la vita e l’opera del poeta.
    Sullo sfondo della narrazione si sente il clangore dell’atavico scontro tra l’arte e società delle norme e convenzioni cui Jan si opponeva con la vita e l’opera, quel conflitto tra la luce che sprigiona dal vivere dei poeti e la deprivazione imposta dalla società del denaro (si ipotizza infatti che, ad uccidere il poeta, possano essere stati certi finanzieri dei quali aveva scoperto le segrete trame). Il commissario è invece del parere secondo cui i poeti si uccidono e basta, quasi come se si dovesse espiare la poesia con la vita. Ma che ne può sapere il povero commissario Barck di un poeta? Forse per il commissario il poeta si uccide perché la sua è un’attività morta o mortifera, mentre in realtà il poeta è il solo a conoscere davvero la vita perché conosce l’amore senza confini e, conoscendo questo, giunge fino al cuore dell’esistenza e può permettersi, dopo, di intuire anche i segreti periferici della vita come quelli della finanza. Tra quelli che “sanno”, il poeta è l’unico che “sa” davvero. Proprio questo scriveva Pier Paolo Pasolini nel suo famoso articolo del 1974:  “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore” e per questo lo hanno ammazzato nell'anno successivo. Anche Jan Nilsson sapeva e, anche a lui, lo hanno ammazzato. Verità e finzione, chissà quale tra le due sarà la più vera?

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    recensione di Sergio Caldarella

  • Era da tempo che la letteratura italiana non veniva sconvolta dall'interno, nel suo apparato fondamentale: la scrittura. Questo è quanto ha fatto Viola Di Grado, scrittrice di origini siciliane, che col suo "Settanta acrilico trenta lana" ha modificato in modo innovativo e singolare i parametri dello scrivere. La sua scrittura è infatti del tutto nuova: è una scrittura forte, decisa, a tratti violenta che lungi dall'annoiare il lettore, coinvolge e catapulta letteralmente nella storia che la Di Grado racconta. Camelia è una giovane ragazza che vive a Leeds con una madre che fotografa buchi e vuoti, chiusa nel silenzio più totale, conseguenza della scoperta del tradimento dell'ormai defunto marito, traduce manuali di istruzioni per lavatrici e cerca di instaurare un nuovo linguaggio comunicativo fatto di silenzi, di sguardi e di gesti. Camelia conoscerà Wen, un ragazzo cinese che le insegnerà il linguaggio degli ideogrammi e di cui lei si innamorerà.
    "Settanta acrilico trenta lana" mostra una maturità linguistica  e narrativa sorprendente che, con le sue sinestesie, iperboli, allitterazioni, fa del linguaggio un qualcosa di plasmabile e malleabile. E con grandi risultati. Viola Di Grado si pone nella letteratura italiana con grande forza e immediatezza. Immediatezza, soprattutto, che pone le proprie radici nella giovane età della scrittrice e nella voglia di catturare il lettore, irretendolo e piegandolo con la forza delle proprie parole e delle proprie idee. Il romanzo di Viola Di Grado, è una sfida lanciata al lettore di ogni età. Una sfida che impone di fare i conti con il dolore sottile che pervade le nostre vite e che spesso ci conduce ad assumere comportamenti inaspettati e, perciò, bizzarri.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Ci troviamo difronte un romanzo che sussurra al cuore con la dolcezza e la delicatezza di una favola ma con la forza di un racconto di vita doloroso e sofferto.
    E' la storia di una bambina brutta, la storia di un'emarginazione familiare e sociale, la storia delle difficoltà e dell'assenza di prospettive future di chi non rientra nei canoni della bellezza comunemente accettati. Rebecca è la protagonista del romanzo. E' una bambina brutta che non riesce a trovare conforto nei suoi genitori: la madre non le ha mai dimostrato il suo affetto e si è chiusa in un ermetico e lungo silenzio, mentre il padre non è mai riuscito ad evitare che la vita della figlia scorresse anonima e passiva. Rebecca troverà conforto e comprensione nella bella e prorompente zia Erminia nonché nella tata Maddalena, che la ama senza mezze misure.
    "La vita accanto" racconta il dolore e la difficoltà di accettazione che caratterizza la vita di ognuno di noi. E' il racconto di un'esistenza timida che sembra non avere i requisiti per poter sbocciare e conquistare il mondo, divenire partecipe della sua bellezza. In un susseguirsi di vicende poeticamente costruite, la Veladiano conduce Rebecca in un viaggio alla scoperta di se stessa, della propria unicità e della propria bellezza, bellezza che se non è reperibile nel mondo, va ricercata dentro di sé.
    Il titolo stesso del libro è emblematico: esso può infatti alludere sia alla vita che ognuno di noi ha "accanto" - cioè alla vita degli altri, di coloro che ci circondano e influenzano il nostro agire, - sia alla nostra vita, che può talvolta scorrerci "accanto" senza che noi riusciamo a rendercene conto o ad afferrarla per goderne tutta la meravigliosa importanza. Il romanzo della Veladiano è dunque un'opera di rara bellezza che, con una prosa pacata e scorrevole, parla dell'inquietudine di ogni essere umano.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Amore, famiglia, aborto: sono questi i temi fondamentali che hanno reso immortale l'ormai universalmente conosciuto romanzo di Oriana fallaci "Lettera a un bambino mai nato".
    L'opera è un monologo di una donna che si trova a ragionare sul valore della gravidanza e che vive la maternità come un atto non dovuto ma responsabile e cosciente. La donna, protagonista del romanzo e della quale non è dato conoscere nome, età, aspetto, riflette sull'opportunità di mettere al mondo un figlio in una realtà ostile e violento dove disonestà ed opportunismo regnano sovrani. Al lettore sarà immediatamente percepibile la sofferenza interiore della donna di fronte all'inaspettata gravidanza, tanta è la capacità della Fallaci di descrivere le inquietudini esistenziali della stessa. A tal riguardo è da evidenziare come commovente sia il fatto che la donna, nel suo sentito monologo, si rivolga al figlio che ha in grembo, mettendolo a conoscenza dei propri pensieri e dei propri pesanti turbamenti. Ambivalente è il rapporto che la donna ha con figlio: da una parte ci sono amore, legame, complicità e dall'altra paura, rabbia, distacco, tutto in virtù di quella simbiosi indissolubile che lega ogni madre al frutto del proprio sangue. Il libro della Fallaci ha il pregio di toccare tematiche fondamentali dell'etica (che senso ha la vita? quando la vita può considerarsi tale? fino a che punto la vita di un essere appena abbozzato può prevalere su quella di chi è già in vita?) senza mai prendere una posizione. La Fallaci si veste di dubbio mentre procede nel suo viaggio attraverso le spine dell'esistenza, di quella condizione cioè, che dovrebbe caratterizzare ogni essere umano che voglia definirsi soggetto critico e pensante.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Chi ritiene che "Il ritratto di Dorian Gray" sia il capolavoro di Oscar Wilde non ha letto il "De Profundis". Questa lunga lettera che l'autore dublinese scrive durante i due anni di lavori forzati per scontare il reato di "indecency" è una lunga conversazione con Douglas, il giovane amante che lo ha mandato alla rovina, ed è pregna di una malinconia e di una pacatezza molto lontana dal "witty" (arguto) Oscar Wilde che il mondo conosce attraverso i suoi aforismi. Questo scritto intimo e intimista rivela un uomo che sta ricomponendo il suo cuore, lentamente, che si confessa, che non riesce a condannnare quello che prova, e che ha bisogno di dare chiarimenti, di restituire equilibrio (da bravo Bilancia qual era) e bellezza ad un sentimento luminoso e sincero. Un libro da consumare, per cercare anche la propria verità.

    "Per il mio bene non potevo fare altro che amarti. Sapevo che, se mi fosse stato concesso d'odiarti, nell'arido deserto della vita che dovevo percorrere, che ancora sto percorrendo, ogni roccia avrebbe perso la sua ombra, ogni palma sarebbe intristita, ogni pozzo d'acqua si sarebbe inquinato." (Oscar Wilde)

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    recensione di Cristina Mosca