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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • Un romanzo magistrale questo del filosofo Stefano Colli, strutturato in quattro parti tra loro ben coese. Un thriller psicologico, in cui si fa ampio, esplicito e opportuno riferimento ai meccanismi psichici che ci dominano a nostra insaputa, vista la presenza invasiva di un inconscio che determina il nostro destino, i nostri lapsus e atti mancati.
    Azzeccatissimo il titolo, perché, come si ribadisce più volte, la vita non si capisce e capitano le circostanze più variegate e insolite appunto che scompensano gli equilibri costruiti per una vita. Il romanzo è strutturato come una matriosca con un plot intrigante, avvincente e pieno di sorprese, con un intreccio superbo tra finzione e realtà. Ci troviamo di fronte ad una serie di misteri che restano tali, aperti a più interpretazioni, come la vita stessa che non si lascia definire. Pirandellianamente ciascun personaggio si fa interprete della sua verità che sembra urtare con la realtà (?) dei fatti e con il punto di vista degli altri. Emerge un’impostazione alla Heidegger per cui la vita è una nostra rappresentazione, soggettivamente interpretata e non esiste una realtà oggettiva kantiana che ci possa supportare nel nostro peregrinare su questa terra. L’intreccio inizia con la partenza  di taluni personaggi, ridestati dalla morte, che vengono condotti nel castello di Cromeniz, tra Brno e Olumouc, dove li attende un misterioso uomo, forte e potente, che promette loro di riavere una forma di vita, stante la capacità di superare prove che consistono nell’accoglimento delle loro fragilità, dalla cui consapevolezza ripartire per proiettarsi in nuove forme di esistenza. Non a caso ciascun personaggio deve leggere un testo di una tragedia greca che rappresenta la peculiarità dell’indole di ciascuno. Si tratta anche di un romanzo impietoso, come quello di un filosofo platonico, che inchioda ciascuno al suo sé, alla consapevolezza del dàimon che lo agita, lo guida, ma lo fa anche smarrire. Per cui il romanzo, mentre diverte, nel senso etimologico, di farci uscire dalla monotonia del quotidiano e della via maestra, inquieta non poco perché costringe anche il lettore a porsi dinanzi lo specchio delle sue insicurezze, perversioni, aberrazioni mentali.
    Come ben si dice nella quarta di copertina, "il romanzo è l’analisi impietosa della nostra società…" attraverso soprattutto il punto di vista scanzonato e sagace del gatto Kasper, il quale pone ciascuno di fronte ad una amara verità freudiana: siamo rimozione delle nostre pulsioni nascoste con le quali non si può fare a meno di fare i conti, perché è la vita a chiedere il redde rationem. La parte oscura, inconscia, afferisce non solo ai singoli individui, ma alla società tutta, che annaspa cercando di dimenticare e rimuovere ciò che in verità è.
    Ho volutamente accennato brevemente alla trama, perché trattasi di thriller che non va svelato in una recensione, ho sottolineato soprattutto il fine impianto psicologico, degno del testo freudiano Psicopatologia della vita quotidiana, accanto alla scorrevolezza ed eleganza di uno stile consono alla tipologia di romanzo, ma al contempo presente con taluni significativi squarci lirici.
    Un libro per tutti, ma soprattutto per chi ama perdersi dentro una storia senza soluzione, metafora della vita, attraverso un registro linguistico sicuramente mimetico e gradevole.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

    • InVersi
    • 23 maggio 2014 alle ore 17:29

    “Oro fra i miei occhi e il tuo cuore” prendono forma “InVersi” di Matteo Cotugno, tra sussurri e sogni, bagnando fogli di poesia. Alla ricerca di equilibri, rifugiandosi in battiti  infiniti, ricordando il sapore di un bacio, raccolto nascosto fra pilastri.
     
    Profuma, di timidezze e tabù, ogni lirica di Matteo. Ogni parola resta dentro, e si spoglia e specchia, abbracciando le speranze e lasciando andare lacrime d’addio.
    I versi sono traboccanti di sentimenti e di quell’amore che sa ancora soffiare messaggi, nonostante le troppe crisi di questo tempo.
     
    Rapisce, arriva diretto e si estende semplicemente cantando la vita.
    I vorrei diventano “vele” o “stelle”, “cieli immensi” o “nuvole sospese”.
    “Raccoglierai di me/ campi di preghiere/ e distese di gioie,/ pietre di tramonti/ e piume di aurore.” Questo è quanto semina il poeta, come "umile contadino", con sacrificio, tra le ombre di una società spesso indifferente al dolore dell’altro. 
     
    In giochi di chiaroscuro, la forza sta nel riuscire a meravigliarsi, ritrovando la via e le chiavi per aprire nuovi giorni. L’umanità è paradossalmente fragile e forte. Può schiaffeggiare o innalzare, ma può rompere i lucchetti di catene pesanti, se l’incoscienza è unita alla speranza di poter tornare ad amare.

    Facilmente si può cadere se non sostenuti, se illusi o traditi. La follia, può spingere questi passi, o essere la fuga lucida per giungere a un’altra vita, e “in mille poesie, scritte col sorriso sulle labbra”, può tornare a pronunciare  “ti amo”, senza nessuna paura e senza mendicare.
     
    Cotugno, lascia in eredità parole immense, in cui ognuno si può identificare.
    Vibrano e orientano nel “doloramore” che sa di “strana magia”.
    Fiorisce nel silenzioso percorso d’evoluzione intimo, esplodendo nella musicalità di istanti, in fotogrammi di ragione e mistero, di vuoti o voluti non ricordi.  
    Dolci e amari canti che diventano partenze o approdi di un maturato “volo disteso” e proteso viaggio verso noi stessi.

    [... continua]

  • Andando tra le storie degli scaffali della memoria ci sta che tu recuperi quella di Cenerentola. Perché è un passaggio, dovuto o voluto, a cui abbiamo assistito tutti. Quello della cameriera dalla scarpa d’argento è un sogno. Un sogno che la sua vita cambi, un sogno pieno di luce. Con la vittoria nel pugno. Almeno è ciò che lei - e noi - ci auguriamo di avere. È bene partire da qui, dal titolo che è evocativo: “Cenerentola non vince mai”. Che vuole essere un messaggio, una sentenza ma anche un percorso diviso in tre atti: domani - ieri - oggi.

    Niente di più costruttivo, si direbbe. Se non altro per ciò che riguarda lo spazio temporale. Donna Pola non mente con la sua poesia. È diretta, concreta: “Ci sarà il sole domani / Lo dicono i volti sereni / di chi ha la vita e non se ne accorge”. Il tema della luce, che sia di raggio o artificiale, è vivo: “Luci alogene / illuminano il vino” e tutto ciò che può rivivere sotto la spazzolata della vita. Una vita, in questa raccolta, che appare, scompare, riappare per scomparire di nuovo. O va solo a riposare: “Noi dormiamo sonni pesanti / a poco a poco dimentichiamo quei momenti / nei nostri letti freschi e puliti”.  E ancora i versi di "Saluto all’alba" dove la luce è quella della notte come riflessione: “Ciao / a te che torni a casa stamattina / a te che sento passare lento per la strada / I galli cantano la fuga della notte ormai vicina / e se gli altri dicono / che se non ci sono persone sono sola / io non ci credo”.
     
    C’è, poi, una freccia – ma potrebbero essere dieci o cento - scagliata all’uomo: “L’umano è stupido / debole e vanitoso / innamorato ma disilluso”, come a dire che, sì, è vero: l’uomo è tutto questo da sempre. Nella sua maledizione, si vede chiaramente l’ammorbidirsi della luce che diventa buio. Come nel “Dialogo con me stessa” dove il poeta ricorda ancora gli aspetti del sole, anche quelli dolorosi: “Perché piangi nel buio? / Davvero un senso non c’è (…) Non vuoi uscire al sole? / Quale sole? (…) Sai cosa succede se gli dico addio / Non è quello che vuoi? (…) Non voglio, non posso / Bruciati gli occhi, allora. Anche col pensiero”.

    Se il poeta guarda davvero il sole, così come palla di luce, sa cosa succede; rischia di bruciarsi gli occhi. Ma quel sole non sempre si presenta come somma di fuoco. A volte è il processo che appare rivolto a carta e penna, “Guardandoti”: “Ho voglia di scrivere / ho voglia di sognare / ho voglia di guardare nei tuoi errori / il mio mondo perfetto”. Dove sta questo mondo perfetto? Forse sulla bocca di qualcuno o in movimenti umano-istintivi che, spesso, non abbiamo preparato: “Come rigiri la catenina tra le labbra / e ridi sereno in una sera d’estate (…) Quelle piccole cose che forse non noti / e quando le fai non sai di farle”. Insomma, il sogno poetico di Donna Pola è lo stesso di Cenerentola: certamente vivo, certamente vero. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Prima di parlare del libro è doverosa una premessa di carattere storico.
    Durante la prima guerra mondiale si compie, nell’area dell’ex impero Ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
    Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
    L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente. L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
    Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
    Sempre agghiacciante leggere del sentimento di prevaricazione che l'uomo ha su un suo simile, e ancor peggio su una intera popolazione quali gli Armeni. Cancellare, perché? Dietro ad un ingiusto agire c'è sempre l'interesse, che offusca e domina la ragione umana. Quello che mi ha fatto pensare a me è il sentimento della "viltà", questi uomini, che forse è troppo degno chiamarli così, sono dei vili, degli sporchi burattinai comandati dalla sete di potere.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il libro inizia con la storia di Zoe, una ragazza afflitta da demoni interiori, problemi esistenziali, visioni, voci, urla, melodie e suoni oscuri. Una ragazza che è uscita da un grembo molesto, che ha vissuto e vive quasi perché lo si deve alla vita, e non per il vero e proprio gusto di vivere nel pieno della bellezza delle possibilità del creato. Zoe con se stessa, sola, le mura, le voci, i fantasmi (immaginari animali domestici – tre topi che si rincorrono -). Lei soltanto, con la sua pazzia, e la solitudine: “[…] Sarebbe stato bello se qualcuno l’avesse abbracciata in quel momento ma era sola, tra le macerie della sua vita immaginata e della sua casa distrutta. Avevo distrutto tutto senza aver mai costruito nulla”. Lei che è in preda alla follia; fuori piove, corre, corre, corre, un suono sordo, una macchina, l’ambulanza, la voce di una medium, la fine.
    Il secondo racconto ci presenta un ragazzo affetto d’amnèsia, una donna senza tempo e memoria, senza ieri e un domani. Con tre indirizzi nella testa: la sua casa, lo psicologo e l’ospedale. Quale futuro per uno che non ha nemmeno un passato? Solo singoli istanti di provvisoria lucidità.
    Il terzo racconto potrebbe essere letto in chiave xenofoba, ma in realtà è un pretesto per raccontarci la vita di Augustus Pierce, la sua vita mediocre, fatta di continue ritualità, e di passi troppo spesso esplorati. Un giorno la sua vita si stravolgerà, e da uomo medio Pierce diventerà un uomo borghese, assaporando le lussurie e i godimenti di una vita agiata, ma tutto questo cambiamento non è frutto di una lucidità di Augustus, anzi, lui non riesce a vedere al di là del suo naso, e non si accorge che in realtà la sua vita sta andando a rotoli, sta sfumando, per poi ritornare ad essere una mediocre macchia nella storia delle altre vite.
    Il quarto e quinto racconto ci parlano rispettivamente della storia di Blake che sfugge dalla realtà per rinchiudersi volontariamente nel mondo dei sogni, e della storia di Emily, di un rapporto malato, della furia umana, attraverso una particolare prospettiva; da danneggiata a danneggiante.
    Ho cercato di presentare per sommi capi qualche racconto dell’opera di Salvatore D’Antoni, e non starò qui a snocciolare uno per uno i racconti che compongono l’opera per due motivi: il primo, per rispetto all’autore che non deve vedersi svelato ogni suo scritto, in seconda battuta per me, che non ritengo affatto giusto fare un elenco puntuale dell’opera.
    Il libro dal titolo molto aderente ai racconti che l’opera stessa presenta, - appunto “Educazione cinica” -, tocca svariati temi che vanno dall’abbandono, al rapporto con sé stessi, alle dinamiche relazionali, fin per arrivare a temi quali la gelosia, il riscatto, l’identità, la felicità (che rappresenta il titolo stesso di un racconto), per inoltrarsi nel paradosso e nel comico (ben rappresentato nel racconto “l’amore incondizionato delle bambole gonfiabili”), e ancora si potrebbe parlare di individualità, e di identità di genere.
    Un libro che si gusta a piccoli sorsi, e che attraverso una variegata essenza di storie ti fa gustare la bellezza delle diversità, dei diversi aspetti della vita, mai prevedibili e insofferenti alla razionalità.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ritorna il re dell’incubo, Stephen King, recando con se l’eco di vicende terrificanti accadute all’incirca 30 anni addietro, tra i corridoi, le stanze ed la sala bar dell’indimenticato ed indimenticabile Overlock Hotel. Protagonista principale della vicenda narrata è Dan Torrance, figlio di quel Jack Torrance autore primo dell’orrore scatenatosi nell’albergo sopra citato e magistralmente raccontato in Shining. Dan, trascorre parte della sua infanzia assieme incubi, ricordi e visioni che sono parte integrante della diabolica esperienza vissuta nel periodo di soggiorno all’Overlock Hotel. Ma il bambino Dan, conserva altresì una più favorevole eredità, un dono che poche persone hanno la fortuna di avere. La chiamano “luccicanza” e noi la potremmo definire come una sorta di “forza della mente” che, a seconda dei casi si manifesta in maniera più o meno evidente e con diverse modalità da persona a persona.  Con l’aiuto del suo mentore, Dick Halloran, il piccolo Dan riuscirà a padroneggiare tale potenzialità ma tuttavia, con il trascorrere degli anni, il romanzo ci metterà di fronte un Dan Torrance trentenne, disoccupato e alcolizzato. Un nuovo lavoro, nuovi amici con cui in parte condividere il dono della “luccicanza”, la partecipazione alle riunioni degli Alcolisti Anonimi, saranno gli appigli ai quali Dan proverà ad aggrapparsi per riemergere dalla sua oramai fatiscente condizione fisico-sociale. Tuttavia, nel mondo di King, il male non tarda mai ad arrivare, questa volta manifesto in una comunità di strani personaggi che si lascia chiamare il “Vero Nodo”. Ma senza dilungarsi nella descrizione dell’ennesima forza maligna scaturita dalla mente dell’autore, lasceremo libero il lettore di scrutare e conoscere questo aspetto del racconto.  Il nuovo romanzo partorito dalla penna geniale di Stephen King, dopo 4 anni di lavoro è, a parere dello scrivente, il giusto epilogo di una storia affascinante e “leggendaria” (considerata poi la successiva fortunatissima trasposizione cinematografica) quale è il romanzo Shining, rimanendo tuttavia una storia indipendente, autonoma e pregna di ben distinte novità. Le buone maniere del re dell’incubo non vengono mai meno, pertanto, la scrittura è sempre veloce e la trama avvincente. Il ritmo serrato ed i colpi scena ben calibrati e distribuiti. Non mancano episodi  “da brivido”, di quelli che restano ben impressi nella memoria post lettura e che sovente si prova ad immaginare sulla propria pelle! Ad ogni modo, si può al contempo notare un leggero ammorbidimento dello scrittore del Maine, che sovente rende più pacati, se cosi si può dire, tratti del romanzo che nel primo Stephen King sarebbero stati decisamente più cruenti. Questo può servire tuttavia ad una trasposizione più realistica degli accadimenti descritti e, se vogliamo, più incisiva nell’esperienza di lettura.  Ma tale aspetto ha natura prettamente soggettiva poiché, la genialità di Stephen King sta anche in questo: saper colpire e sbalordire l’amante dello splatter, del thriller, dell’Horror, lo studioso della psiche e l’affascinato dal sovrannaturale.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Metti Andrea Camilleri a scrivere, a raccontare. Metti lo sfondo erotico sul desktop della mente. Metti una serie di omicidi nel “Tuttomio”, che è titolo di questo romanzo. Ma anche il luogo in cui accadono i delitti: una soffitta dominata da una testa di vacca e dalla presenza di Stefania, l’amica invisibile di Arianna.

    Camilleri non dichiara che l’amica è invisibile. Ma lo si percepisce quando questa più che apparire, scompare. La voce, poi, la sente solo Arianna, 33 anni, sposata con Giulio e protagonista delle uccisioni. La vita di Arianna non è per niente condivisa con rose e fiori: da piccola sosteneva il peso della bellezza. Un peso che spingeva soggetti parentali poco affidabili ad abusare di lei. E quando questo accade è difficile superare l’ostacolo dell’ostacolo; al massimo si agisce come fa Arianna: diventi pazzo.

    Già, perché Arianna è pazza. Sia chiaro: questa è una mia confessione da lettore. Perché Andrea – Camilleri - non dichiara pazzia allo stato mentale della giovane donna. Ma come definiresti, tu, una donna di trentatré anni con un’amica invisibile nella soffitta e una testa di vacca a dominare il luogo, e che uccide gli uomini con cui va a letto? Una pazza. Anche se il dettato viene dalla storia.

    Insomma, dicevo sopra, che Arianna - la pazza - e Giulio sono sposati. Giulio è un signorotto di mezz’età indaffarato tra contratti e contrattini per portare avanti chissà quale lavoro imprenditoriale. Uno di quegli uomini con fede anulare mai avuta quando si tratta di tradimento sessuale.  Ma Giulio, in realtà, non può tradire. Perché è eunuco. Un terribile incidente gli ha eliminato l’organo sessuale. Tradotto: non ha il pene. Ma Giulio è dolce, gentile, premuroso nei confronti di Arianna. Soprattutto quando si tratta di appagamento sessuale. E allora, Giulio lo stratega, crea la condizione che possa soddisfare la giovane moglie: tutti i giovedì c’è l’incontro con un portatore sano di pene - uomo -. Uno per ogni giovedì. O meglio: secondo la regola del gioco l’uomo può incontrare Arianna al massimo per due giovedì consecutivi. Poi niente, ognuno per la sua via.

    Tra il mazzo spunta la carta Mario: un ragazzino alle prime armi. Arianna invita Mario a fare sesso. Fanno sesso. Ma Mario si innamora di Arianna. E pure Arianna si innamora di Mario. Succede il finimondo. Perché tra le regole del gioco, oltre a quella che vede Giulio presente seppur solo con la vista a ogni atto sessuale, c’è il divieto di provare sentimento. Dunque accade che il giovane e la giovane cominciano a frequentarsi all’insaputa di Giulio. Accade che l’uno non riesce a fare a meno dell’altra. Poi accade che Mario, il giovane ficcanaso, muore ucciso nel “tuttomio”.

    Con questo romanzo Camilleri sta al giallo, l’erotico e la cronaca vera. Perché la storia è ispirata dal delitto Casati Stampa, anche noto come delitto di via Puccini, avvenuto a Roma il 30 agosto del 1970. In questa tragica occasione il marchese Camillo uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti prima di suicidarsi. Anche Camillo amava osservare la moglie mentre faceva sesso con altri uomini. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Di straordinaria attualità "Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza", l’ultimo libro di Dacia Maraini, un invito a ragionare, in primis, sul significato profondo di libertà attraverso l’esempio della Santa che visse dal 1193 circa al 1253. Rovesciando quel paradigma che fa della ricchezza materiale l’elemento chiave per permettere agli uomini e alle donne di emanciparsi dai propri bisogni e di essere liberi, le riflessioni formulate dall’autrice nel ripercorrere la vita di Santa Chiara offrono al lettore una prospettiva del tutto nuova dove - per contro - è la povertà a costituire un grande progetto di libertà.
    Incoraggiata da una giovane siciliana - Chiara, una ventenne di umili origini, ingorda di libri e malata di anoressia, convinta che una maggiore conoscenza della Santa di cui porta il nome possa aiutarla nella comprensione di se stessa e nelle sue scelte fondamentali - la "scrittrice" s’avventura in una nuova opera letteraria.
    Un’incursione nell’età medioevale, al centro della quale troviamo questa ragazzina scalza che - sull’esempio di Francesco - deciderà di sottrarsi al suo destino di fanciulla nobile e di farsi suora. Vivo esempio di umiltà e abnegazione come pure di trasgressione in un rapporto diretto con Dio, Chiara farà sentire la sua voce presso le gerarchie ecclesiastiche, chiedendo l’approvazione della Regola Forma Vitae sul "privilegio della povertà". Perché "i denari sono sassi. E chi dà importanza ai sassi non solo è un illuso ma un ladro e un assassino. Così la pensava Chiara. Chi sceglieva il suo convento doveva disprezzare i sassi che servono agli scambi, che rendono potenti e arroganti. Il denaro doveva restare sconosciuto e con il denaro, le transazioni, i patteggiamenti, le contrattazioni, i negoziati. Niente di garantito e di sicuro, niente di assicurato per il futuro, si doveva vivere giorno per giorno. Era questa aleatorietà che offendeva l’organizzazione del potere. Profondamente eversiva e radicale, questa convinzione portava nel fondo una idea di libertà anarchica ed egualitaria senza limiti, che non poteva essere accettata da chi teneva le redini in mano" (p. 243).
    Ricco di riferimenti storici, religiosi, culturali e letterari, il volume offre numerosi spunti di riflessione legati alla condizione femminile e al rapporto tra i sessi, a partire dai riferimenti al pensiero dei filosofi antichi e dei padri della Chiesa in merito all’inferiorità delle donne.
    Un invito a cercare nel passato le radici profonde dei drammi dell’oggi come pure i rimedi - proprio lungo la via tracciata da Chiara di Assisi - per contrastare i mali di un’epoca sempre più fondata sull’avere e non sull’essere.

    [... continua]
    recensione di Federica Di Sarcina

  • Volare è sempre stato il desiderio più ambito dell’uomo e poterlo realizzare attraverso una fervida fantasia che incida l’anima, nel rispetto di chi due ali le ha sempre avute, è il sogno che si realizza del giovane Vincenzo Lubrano; una scelta o una sfida quella di percorrere il proprio destino nell’accettazione di se stessi?
    L’autore di “Mai chiederò il perché del mio destino”, un tomo che racchiude un racconto narrato in “prima persona” da un fantastico interprete principale che appartiene al regno animale e che di questo mondo ne è un nobile rappresentante poiché domina dal cielo il suo territorio, raccoglie ed esplora, in sette capitoli, sentimenti forti ed intramontabili quali: coraggio, sincerità, astuzia, ma anche fiducia, determinazione e speranza atti a creare indissolubili legami di amicizia tra i protagonisti di un’incredibile ed avventuroso viaggio attraverso la natura, che affascinerà il lettore che si lascerà assorbire dalla ricchezza dei pensieri filosofici tratteggiati che lo indurranno alla riflessione e all’amore verso gli animali.
    Brezza, Carboncino ed Eco Ribelle, sorvoleranno mari e terre per andare incontro alla vita e agli umani e attraverso svariate vicissitudini si arricchiranno di esperienze e ci faranno divertire, sognare e sperare di poter raggiungere “quell’intesa tanto ambita che, unica protagonista, riesce ad unire con un filo sottile due realtà differenti in un unico desiderio che ti fa essere in alcuni momenti un’ unica mente, capace di comunicare attraverso il pensiero”.
    Edito da David and Matthaus, il libro preannuncia già dalle immagini di copertina, all’occhio attento del lettore che le percepisce: l’incontro, il viaggio, la luce… attraverso le ali della libertà.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Questa è la storia di una serie di “sì”. Una storia che crediamo di sapere, che raccoglie destini comuni, presenta l’inevitabile. Nel romanzo di Davide Rondoni “Gesù. Un racconto sempre nuovo” viene scardinato il già noto per fare posto a una dimensione corale, in cui l’occhio del narratore si sposta come una telecamera in cerca di intese, che si sofferma su sguardi, gesti, sillabe mute, cercando di cogliere il lato vero delle cose. Attraverso lo studio di saggi e Vangeli apocrifi, Davide Rondoni restituisce la figura di “Colui che segnò un confine tra il prima e il dopo” al suo contesto storico, politico, fatto di rapporti tra uomini e donne, di mediazioni e di scontri. Giuda tradì davvero, o fece, per così dire, “solo” male i conti? Trenta denari sono il prezzo di uno schiavo, avrebbe potuto puntare più in alto: perché non l’ha fatto? I discepoli capivano quello che stava accadendo, sognavano la gloria? O erano davvero come pesci in una rete, trascinati dal mare?
    In una narrazione dai frequenti e suggestivi picchi lirici viene presentata l’irruzione del nuovo, il disorientamento di un sistema che vede saltare gli schemi. L’amore, la fede, una spiritualità sovversiva. Questo libro è per chi è pronto a sentire raccontare la storia di Gesù con il riverbero delle strade palestinesi negli occhi, e il tanfo della povertà seduto accanto.
     
    “Stanno per battere il chiodo nella mano. Lo scatto del pollice, che si chiude rigido nel palmo, segno che è entrato fino al punto giusto.
    Fino al punto giusto.
    Con i colpi successivi arriva al legno scuro del patibolo. Fissa l’arto al legno e il legno all’arto. Ala, carezza bloccata.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • L’ultimo libro di Margaret Mazzantini, autrice dallo stile forte ed unico, è una storia attuale dolce e amara, narrata a due voci.
    Guido e Costantino, ragazzi che tra scuole, sport e amicizie diverse, vivono una relazione particolare. Si allontanano ed avvicinano come due calamite. Figli di ceti sociali ed educazioni diverse, accomunati dal senso di smarrimento e meraviglia che contraddistingue l’avvicinarsi al mondo. Ognuno cerca di seguire le linee guida ricevute nel "nido" di provenienza, inconsapevoli che ben presto il destino porterà all’allontanamento dai credo domestici e tutte le sicurezze amate e coccolate. Il loro volo sarà unico e irrepetibile, a volte libero e altre legato ai retaggi del passato.
    Sullo sfondo, l’autrice descrive avvenimenti sociali e politici che hanno creato speranze e contraddistinto un’epoca di rivoluzioni e cambiamenti. Nessuna data scandisce e denomina il periodo storico, ma iperboli, similitudini e situazioni permettono al lettore di identificare avvenimenti che hanno segnato un'epoca.
    Londra brucia sotto i nuovi movimenti sociali e l’Italia continua sorniona a spaccarsi tra Nord e Sud mentre i protagonisti iniziano a confrontarsi con la verità: l’amore. Un sentimento in grado di far girare il mondo, raccontato da poeti e scrittori ma tanto difficile da identificare e vivere. Come possono i protagonisti riuscire a identificare i sintomi e le aspettative di un sentimento tanto grande e primordiale?
    Guido proviene da una realtà  altoborghese, abituato a circoli letterari, sfarzi e nessuna lotta per riuscire. Un ambiente "ovattato" e "protetto".
    Guido al contrario discende dai piani bassi, persone umili al servizio dei “signori” che prova a raggiungere attraverso lo studio costante e lo sport. Un ragazzo che prova a fare la differenza e cambiare i logaritmi di una realtà stretta ed a volte incomprensibile. Due anime sole e sofferenti, lottatori che sono messi agli angoli dal loro amore inconsapevole.
    Una trama preziosa, tessuta con attenzione e dedizione che tra i suoi nodi narra lo scorrere inevitabile del tempo che modifica idee, convinzioni e atteggiamenti.  
    “E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere cos’è la natura”. Guido e Costantino, adolescenti in bilico tra sesso ed amore.
    Sentimenti o pulsioni? Quale delle due seguire? Come due ballerini danzano sulla punta dei piedi per paura di calpestare regole non scritte, dettate dalla società e dalla morale. Uomini confusi ed  inquieti che si aggirano tra le strade della vita, contraddisti da un grande voragine che solo il sentimento può calmare, come Jacopo Ortis e Andrea Sperelli. Figure letterarie diverse ed estreme, accomunate da un vuoto primordiale che potrebbe essere colmato, forse, dallo splendore-mazzantiniano: un momento di pace. I protagonisti lo intravedono ma non lo afferrano, lasciandolo fuggire. La violenza esterna inciderà profondamente il rapporto tra i due amanti, sfociando nella tragedia durante un viaggio in Italia in cui durante una romantica notte sulla spiaggia, saranno aggrediti.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • L'Italia del boom economico vissuta da un bambino, raccontata da adulto.
    "La strada verso casa", il nuovo libro di Fabio Volo, rapisce il lettore per la semplicità con cui si assiste e ci si addentra nelle vicende di una famiglia, che incarna il nucleo medio italiano cresciuto negli anni '80: benessere, fiducia e sicurezza nel futuro. Ideali che mancano alle nuove generazioni, caratterizzate da crisi sociali, economiche, personali. Lo scrittore racconta una vita semplice, contraddistinta da routine e piccoli regali inaspettati come il dolce della domenica. Frammenti che si ricompongono nella mente del protagonista, Marco, quarantenne italiano emigrato da molto tempo per scardinare le ancore che lo legavano ai suoi cari. Un attuale lupo della steppa che corre in solitudine per le più diverse strade e verità, senza sosta, quasi a voler dimostrare che "chi si ferma è perduto".
    Ma da cosa si scappa? Ci si riesce realmente? E sopratutto, se si dovesse tornare? Domande che prendono vita quando Marco riceve una telefonata inaspettata e preoccupante che lo riporta alle sue origini. Il padre è malato, la diagnosi non è chiara ma la certezza dello stato cagionevole, trasportano il protagonista e il fratello maggiore Andrea, in un viaggio temporale unico ed irripetibile.
    Gli anni trascorsi riprendono forma e colore, i ricordi celati condivisi, le incomprensioni superate. I genitori divengono persone, spogliati dai sogni e credenze infantili, assumono nuovi ruoli e svelano scomode verità.
    Un percorso personale che diviene un gioco delle parti quando i due fratelli si confrontano, discutono e cercano insieme di ricominciare. Perché a volte basta aver qualcuno accanto "a cui poter dire che sono felice".

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Una carriera brillante, una bella e grande casa, un marito carismatico ed affettuoso, una famiglia presente e salda. Un quadro perfetto.
    Cos'altro potrebbe volere Patricia? Nulla, in apparenza, ma quando il volo su cui viaggia inizia a barcollare, il panico prende il sopravvento insieme alle parole della sua vicina: "Qualcuno vuole la tua morte".
    La protagonista ripercorre la sua vita come un trailer. Il film della sua esistenza, intriso di fortuna e decisione. Lei è una donna che a volte è giunta a compromessi per giungere alla meta, ma sempre con testa e charme. È sempre stata la migliore. Istanti, momenti passano nella mente mentre la paura di morire stringe lo stomaco. Nuove ombre prendono vita. Un'esistenza spezzata.
    Chi è la misteriosa donna? Cosa vuole? perché il destino le ha fatte incontrare? Come in un puzzle i pezzi dapprima separati iniziano ad unirsi. Un nuovo inizio. Nulla è certo. Il sole che irradia il sentiero a volte è eclissato da rami che bisogna spostare per vedere cosa nascondono.
    Ha cosi inizio un viaggio introspettivo, costellato di incidenti, paure e colpi di scena che porteranno alla verità. Nulla è come appare.
    "Anche un cielo senza nuvole può dar vita in un attimo ad una terribile tempesta".

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Sessanta racconti è una raccolta di storie brevi pubblicata nel 1958. I primi 36 racconti erano già stati pubblicati in tre diversi volumi (I sette messaggeri, Paura alla Scala e Il crollo della Baliverna).
    Iniziare da questo libro per conoscere Buzzati forse non è stata la scelta azzeccata, o forse sì. Leggendolo si entra appieno nel suo mondo, nella sua narrativa, fatta di alti e bassi, di introspezione, di attualità, di religione, di morte, di un mondo imperscrutabile che viene animato ed esaminato attraverso ogni racconto.
    La maggior parte dei racconti prendono vita dalla quotidianità per poi sviscerarne i lati più  nascosti, che si mimetizzano, per tirarne fuori l’elemento surreale, al limite del grottesco e a volte del tragicomico.
    Uno dei temi preponderanti del libro è la metafora del viaggio, che ritorna a più riprese, mettendo in evidenza i mostri che fagocitano l’animo umano, per poi riuscire a presentarne anche abusi e violenze.
    Viaggi fatti dai personaggi che cercano mete lontane, o forse anche immaginarie. Viaggio inteso come ricerca interiore, come indagine del proprio essere, per riconoscere e ritrovare le proprie coordinate ormai geometricamente fuori rotta da un richiamo spasmodico della compiutezza. Compiutezza di un io che riappacifica ogni stato d’animo.
    In racconti come “I sette messaggeri” o “Il direttissimo”, o ancora in “Qualcosa era successo” si ritrovano i connotati più oscuri: “Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno, no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell’esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!”.
    Altro elemento importante del testo è l’elemento dato dalla religione, presentata nei suoi aspetti più umani, ma allo stesso tempo controversi, come in “La fine del mondo” o diversamente ne “Il cane che ha visto Dio”.
    Uomini che sono soggiogati dalle loro stesse paure, dall’ansia dettata da una comprensione che scivola troppo nell'irrazionale, che porterà alla negazione, alla non comprensione dei luoghi, che non sono poi molto diversi da quelli che sempre ci portiamo dentro.
    Infine ultimo elemento, accanto agli altri due precedenti, è la morte, analizzata nella sua naturalezza, come conseguenza necessaria alla vita, come un dopo che è obbligatorio, e per questo deve essere accettata nelle sue intenzioni. E’ come un lenzuolo che si posa sul corpo di ogni essere umano, così a ricordare che dopo un inizio, dopo una percorrenza, dopo un viaggio, che è la vita - che dovrebbe andare parallelamente con il nostro spirito interiore - c’è la fine, la morte, la necrosi del corpo, ma non dell’anima, che sembra albergare in questo mondo polarizzato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Un thriller coinvolgente e serrato, una scrittura delicata e profondamente sincera che ci invoglia alla lettura fino all'ultima pagina, senza annoiarci mai.
    Seguiamo con interesse il protagonista, Febo, e in lui ritroviamo i caratteri tipici di tanti nostri giovani, impulsivi, appassionati e caparbi.
    Lo vediamo affacciarsi alla vita dopo un'infanzia tenera e un'adolescenza protetta dalla famiglia, seguito con attenzione e rispetto dal padre. E con questo animo così leale, lo vediamo intrecciare i primi amori, lo vediamo scontrarsi con le prime ribellioni, i primi rifiuti.
    Incontrerà finalmente Marina, la donna che ha scelto per la vita: ma la vita ha deciso altrimenti.
    Ecco allungarsi sulla sua vicenda umana l'ombra gelida del terrorismo con il suo corollario di attentati e rapimenti: con il suo carico pesante di morti.
    Febo reagisce all'orribile insulto alla sua felicità con un rancoroso desiderio di vendetta e perseguirà questo scopo quasi ad occhi chiusi, perché è il suo cuore che ormai è chiuso al futuro.
    Sarà tuttavia una donna che lo salverà dal profondo baratro dell'insensibilità e gli ridarà la capacità di soffrire ancora, perché solo con il cuore aperto è possibile vivere da vero uomo: anche a costo di un estremo sacrificio, quasi questo possa idealmente ricambiare l'amore che le due donne della sua vita gli hanno donato.
    Un autore di rara sensibilità, da seguire con vero interesse.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Miseramente catapultato nello spazio infinito senza più reti né illusioni. Nella raccolta “Spazio Porto K” il cosmonauta post punk di Marco Buggio è lontano anni luce dall’ottimismo bowiano di Ziggie Stardust, profeta dell’Uomo delle Stelle, ma anche dall’eroico anelito odissiaco del Maggiore Tom, quando l’imprevisto, seppur conteggiato, era celebrato come estremo e coraggioso sacrificio dell’uomo, proiettato nel futuro dalla fame di conoscenza e conquista di nuovi futuribili mercati.
    Persino la poetica cyberpunk dei nostri bulimici e rampanti anni Ottanta, con la violenta fusione di mondi formalmente separati, come l’high tech e il pop underground,  è un’oasi distante, laddove la decomposizione costruttiva di information technology e cibernetica diventa insieme strumento o mostri ai quali ribellarsi per avviare un cambiamento radicale nell'ordine sociale.
    Nello Spazio Porto K si vive un eterno day after. Il poeta dello steampunk, nel suo manifesto post tutto, urla la rabbia desolata dell’uomo cyborg, scarnificato da qualsiasi speranza di rassicurante processo biologico (“Acciaio carne/ ossa fuse,/ cerniere celebrali/ schede espandibili/ digestione motoria/filtrante dati”).
    Nella prima parte della raccolta l’aedo spaziale sta lì, in un non-luogo, sospeso senza attesa (“Pianeta Terra,/ Spazio Porto K,/, abbandonati:/ scoperta del cosmo,/ senza mai scoprire/ la nostra debolezza,/ la nostra fame/ di affamare, ingordo benessere.”). L’impatto con l’alienità è devastante (“Ho incontrato/ coloro/ che non riposano,/ eletti/ a essere/ evoluti/ verso creature/pensanti/costruite artificialmente/ paradossi/ di sfere emotive”). La destrutturazione paratattica nell’era steampunk si affida alla pregnanza semantica nelle icastiche immagini della brutalità terrestre vista dal cielo (“Tua città,/ plastica/ nascente/ cenere/ capitalista,/ riverberi/ tendenze/ quotidiane/ omologate”).
    Nella seconda parte una flebile traccia dilaniante superstite di materia umana si fa strada, tradendo una disperata nostalgia di un pianeta pulsante di vita, sia pur morente, che l’uomo cyborg rimpiange (“Chiamata Terra,/ silenzio e dolenza;/ ricordo/ prati assordanti/ d’insetti instancabili,/ la pioggia,/ incessante sinfonia/ in adagio veloce,/ ticchettio/ delle mie eco/ pensierose”). Ma dall’altra parte della distanza siderale c’è silenzio, “fischi,/ sequenze dissolte”: il cosmonauta implora, invoca quella natura disidratata che ricorda lucidamente e della quale sente ancora il battito debole (“Pianeta Terra/ rispondi,/ tuo annuire morente,/ rispondi,/ canto universale del risveglio”).
    Il cosmonauta, Cassandra spaziale, nella solitudine infinita, celebra il compianto della razza che scompare immersa nel catrame, “…massa addentro/ inferni ermetici,/ speranza di non bruciare,/ al sole”. Dall’altra parte del filo solo silenzio. Game over.

    [... continua]

  • Fino “ai confini del mondo conosciuto”, arriva la poesia di Lorenzo Pais. In un giorno e mese destinato, racchiuso e ricordato in un 9 Aprile.
    Ancora una volta, i versi prendono per mano e diventano compagni di viaggio nel tempo e mitigano sogni e illusioni, brindisi e fugaci saluti. L’amore infiamma e se non corrisposto, può far male. Il richiamo della metamorfosi di donna in aspide, è indice dell’alto dolore che un uomo può provare nei confronti della donna amata.

    L’oblio e la solitudine, ricordando in morenti cerchi d’acqua un non corrisposto sentimento che porta alla lacerazione, e a trovare il conforto in un calore o bisogno (sbagliato) di qualcosa che non è mai appartenuto. Il vuoto provoca abissi profondi nell’anima e nella mente, e silenzi estremi.

    Lorenzo descrive e attraversa il pathos e nella katarsis (κἁθαρσις, "purificazione") trova, nel divenire cenere, le ali di fenice per rinascere.  L’equilibrio è un cammino in salita, spesso ostacolato da “congiure e tradimenti” inaspettati, poiché celato dalla disillusione di una verità bugiarda.

    Il tempo diventa il medico guaritore, in una “domenica d’Ottobre”, bramoso di futuro, sogni, “tra spazio e magia”. Il corpo ammalia la mente, e spesso bloccato da parole non sincere, può portare a giorni di guerra, “solitari senza amici, senza amore”, la ricerca e l’ascolto di quella voce interiore, è il necessario faro-guida per ritrovare coscienza.

    La penna di Pais, si tinge di rosso e di nero, delineando i tormenti e le urla che le sfide quotidiane possono porre o condannare. Il destino diventa un vestito spesso macchiato di vittorie e pericoli. La forza di andare avanti ricercando la cura è il fine dell’uomo, che diventa “acrobata tra sospiri e baci”, su un palcoscenico non sempre conforme ai desideri.

    Tra attese, pensieri, sorrisi, incanto, incoscienza, scivolano le difese e l’odore dell’umanità travolge con stupore chi, nonostante tutto, si lascia andare ai “carpe diem”.

    L’uomo amato può innalzarsi o sprofondare se non amato, osannare o imprecare, vedere donne angeli o demoni, parlare d’amore o di odio, sorridere o piangere, sognare o scegliere di morire. Nel buio, riflessi e colori sono ben visibili e anche quando non c’è l’Amore vero, ha la capacità di avvolgere e di riscaldare “come una sciarpa calda e morbida”.

    E quando ci chiediamo dove sia la felicità, eccola che la troviamo: è racchiusa in una valigia di emozioni carica di  vecchi racconti o di tuffi negli occhi, parte di un gioco o semplicemente “pagina vuota in attesa d’inchiostro”.

    [... continua]

  • Sono almeno tre gli eteronimi più noti di Fernando Pessoa: nella sua carriera artistica, il poeta portoghese ha creato personalità poetiche complete. Di questi, Ricardo Reis è l’unico a non avere una data di morte: ciò ha incoraggiato il premio Nobel per la Letteratura José Saramago a creare un intero romanzo, ipotizzando il suo ritorno a Lisbona dal Brasile, dove Pessoa lo ha deciso trasferito per protesta dopo la proclamazione della Repubblica di Portogallo. Saramago immagina che Ricardo Reis torni nel suo Paese per rendere omaggio al poeta nell’anno della sua morte, il 1935, e che si muova in un’Europa che si sta affacciando sulla seconda guerra mondiale. Ricardo Reis incontra il fantasma di Fernando Pessoa, ovvero il suo ortonimo: non è l’ombra del poeta, bensì un altro eteronimo con cui Pessoa si firmava nella sua ricerca della spiritualità.
    I due si muovono in un ambiente che si avvia verso la putrescenza, rappresentato da Marcenda (un nome, un programma) e dalla sua mano sinistra senza vita: un mondo che si muove per inerzia e semplicità, come Lídia e che aspetta, caoticamente, un miracolo, come partire per Fatima con la speranza di incontrare una ragazza.
    Le agitazioni politiche fanno da sfondo alle riflessioni di questo dottore, diviso tra anima e corpo, interpretando desideri opposti che a volte sembrano solo limitarsi a galleggiare, nel sonno.
     
    “Pensi, dottore, mi è capitato in destino questo braccio, avevo già nella vita un cuore sbagliato, però di tutte queste parole ne usò tre sole, La vita è uno sbaglio di destini, abitare così distanti l’uno dall’altro, così diverse le età, i futuri”

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    recensione di Cristina Mosca

    • Ieri
    • 19 febbraio 2014 alle ore 9:27

    La condizione dell’esiliato, che con gli occhi della mente rimane agganciato a ciò che conosce del suo passato, viene narrata da Agota Kristof in “Ieri” in maniera impalpabile e trasognata. I personaggi si muovono in una dimensione onirica: la vicenda è realistica, in sottotraccia perversa, verosimilmente assurda. Il protagonista è Tobias, che si reinventa una vita là dove nessuno lo conosce: è scappato da un’infanzia umiliante, che tuttavia per lui era felice, perché in fondo non ne conosceva altre. Tobias vive aspettando la sua Line, una sorta di creatura mitologica con corpo di fanciulla e ali di fata: si fa perfino rimbiancare la casa, e porta avanti senza convinzione il rapporto con una donna, Jolande, che non lo capisce eppure lo comprende, e lo aspetta.
    Intorno a lui, quando non è in fabbrica a esercitare il suo lavoro alienante, si muovono alcuni suoi compatrioti, come in quella letteratura orientale in cui le cose accadono e basta. Se uno di loro cominciasse a sputare fuoco non lo troveremmo strano, perché ogni movimento è caratterizzato contemporaneamente da corporeità e inconsistenza.
    In questo contesto, arriva Line. Non è la donna dei suoi sogni, ma una bambina con cui andava a scuola. Con lei, tutto sembra possibile, nonostante il segreto che si nasconde nella loro infanzia, che solo lui conosce e che, se pronunciato ad alta voce, renderebbe tutto mostruoso. L’incontro è fatale per entrambi.
     
    “Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto? Le stagioni hanno perduto il loro significato. Domani, ieri, che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica. Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. È. sempre. Tutto insieme. perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Rosso Istanbul" è l’esordio letterario del regista cinematografico pluripremiato Ferzan Ozpetek. Uscito nel Novembre del 2013, cos’è Rosso Istanbul? Questo libro racchiude la storia dell’autore, o meglio la storia dei suoi amori, delle sue esperienze, di ciò che l’hanno formato, di ciò che ritiene essere la sua terra, una terrà effervescente, rosso sangue, calda e suadente, mai scontata, un vino rosso che ribolle dei suoi stessi sentimenti.
    Il libro ha una doppia voce narrativa, fatta di una lei e di un lui. Lui è personificato dallo stesso regista che si racconta in modo profondamente autentico, lei invece è una donna italiana partita per Istanbul per una vacanza. Nel corso del libro saremmo posti davanti a tanti interrogati, a tante descrizioni, a una fitta panoramica di una terra ‘pasionaria’, con continui intrecci alla vita personale del registra; verremmo portati alle porte di una famiglia a metà tra l’austero e il progressivo, sentiremo profumi di spezie, di tè, di baci mancati, sperati, donati.
    Sotto gli occhi del lettore ci saranno vari disfacimenti sentimentali, delle macchie nere, dei lutti. Un dolore subito, intimo, timoroso. Tutto condito con uno stile narrativo veloce, pungente, sempre sull’onda del cambiamento, dell’oltre come motore della vita: “C’è una donna vestita di rosso che va incontro alla polizia, vorrebbe parlare, dire qualcosa, convincerli. Ha un abito scarlatto che è come una bandiera: un vestito più adatto, forse, per passeggiare in riva al Bosforo, o stare seduta al tavolo di un elegante caffè di Babek. E invece è lì. Viene investita in pieno dal getto d’acqua, ma non cade, non vacilla. E’ come se quel vestito fosse un’armatura. La forza delle idee. O forse, solo di un abito rosso. E poi è rosso, rosso ovunque, per tutti i giorni che seguono, freneticamente. Al ritmo delle pentole che le donne anziane con il velo battono alle finestre per dire che sì, anche loro sono d’accordo, stanno dalle parte dei manifestanti. E’ rosso per i garofani scarlatti che i manifestanti portano per strada, che offrono ai militari: segno di pace, di rivoluzione, di resistenza. Una ragazza porge un fiore ad un poliziotto chiuso nel suo casco, lui china la testa. Riusciranno i petali a sconfiggere la violenza? La rivoluzione dei garofani, Lisbona 1974. La Primavera di Praga, nel 1968, e i fiori contro i carri armati. Un ragazzo solo contro i carri armati, in piazza Tienanmen, 1989. Le barricate a Parigi, nel 1830: la Liberté guidant le peuple, una donna che sventola una bandiera alla guida dei rivoluzionari nel quadro di Delacroix, come oggi fanno le ragazze di Gezi Park. Perché tutto cambia, ma non la voglia di cambiare il mondo. Tutto cambia, ma non la rivoluzione. Questa rivoluzione ha un hastag, #occupygezi. E’ fatta di flash mob inventati al momento, piccole azioni rapide che finiscono subito e si propagano per tutta la città, come un virus rivoluzionario”.
    Infine, il ritrovarsi, il riabbraccio infantile di due persone che credevano di essersi perse senza mai conoscersi veramente. La bellezza delle ribellioni, insieme alla bellezza della comprensione, del volersi bene senza filtri. Tutto all’insegna di quello struggimento e leggerezza che hanno condito tutta la produzione cinematografica dell’autore, e che condiscono ancora oggi i sentimenti, quelli veri, e non quelli giusti per una società miope.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • E’ il cuore, l’interprete principale che si lascia sfogliare. Il cuore ama, spera, soffre, rimane imprigionato: “e nonostante il mio viaggiare/ alla ricerca dell’amore/ sono rimasto imprigionato/ dal mio cuore/”. Un cuore vulnerabile che trattiene le emozioni e le libera attraverso una immaginabile finestra sul mondo, quando è la malinconia ad assalirlo “ /Tutto appare confuso/ innaturale e ti senti più/ vulnerabile/ allora in quei giorni/ apro la finestra/liberando le emozioni/”.
    “Dalla Finestra” è il titolo della prima silloge di Marco Grattoni, quarantatré poesie racchiuse in cinquantatré pagine volano in verso libero alla ricerca del desiderio incolmabile dell’amore perduto, in un viaggio illuminato dalla luna, reso freddo dal silenzio delle notti solitarie ed inquiete: “non cerco nessuno/ in questa città fantasma/ respiro il silenzio/ l’amante che ho sempre respinto/”.
    La semplicità del linguaggio diretto, la purezza dei sentimenti attraverso percorsi vissuti, rendono il lettore partecipe delle emozioni raccolte e lasciate sospese.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Non so veramente da dove iniziare, io che non amo i racconti, mi sono innamorata de “L’istante tra due battiti”. Mi chiedo ora, quale meraviglioso spettacolo verrebbe fuori da un romanzo di Marta Tempra? Ma forse non potrei neppure leggerlo, ne uscirei distrutta! Tredici racconti di un’intensità pari a quella di un romanzo capolavoro. Dalla parola più insignificante, che poco dice della storia, traspare una profondità tale che porta il lettore ad entrare nel racconto come quando si viene attratti da una magnifica sequenza di colori. Sembra di volare fra i magnifici colori dell’universo e quei colori sono i sentimenti, l’introspezione più brillante, intensa che abbia mai letto. È un viaggio nell’animo umano e la cosa sorprendente è l’abilità che l’autrice ha avuto nel rendere interessanti temi potenzialmente noiosi.

    Quelli che preferisco sono Piedi di Ninfea, Luci sfocate, Fumo e mentolo, Dobbiamo parlare; non perché gli altri mi piacciano di meno, ma perché in questi quattro l’autrice ha sfoggiato un talento che per l’età che ha, ha dell’incredibile.
    Lo stile è semplice, fluido, limpido pur venando in alcuni tratti un’intenzione poetica che non stona, ma completa un modo di scrivere aulico e semplice allo stesso tempo. Il suo scrivere cattura il lettore trasportandolo nella storia, i temi trattati sono esperienze reali, ci si può identificare cogliendo l’insegnamento che tutti siamo eroi.

    [... continua]
    recensione di Annalisa Caravante

  • La crescita di un ragazzo del Sud che si fa uomo attraverso il comportamento e il carattere delle donne che incontra sul suo cammino. La scoperta della loro sensualità, il rispetto, l’eros, l’audacia, l’amore e le cose che non dicono, lo aiuteranno nel percorso di introspezione, che lo porterà a guardare dentro se stesso attraverso i tanti interrogativi che sorgono dai suoi pensieri: “Dove è scritto che nella vita per realizzarsi bisogna ottenere un titolo di studio, fidanzarsi, cercare casa, convivere e sposarsi?”…
    La percezione, la fragilità dell’uomo, la misericordia, il miracolo, la fede, il dono della poesia composta di luce, profumi, colori… emergono dall’uso di un linguaggio forbito, scorrevole, attento.
    “Il Segreto delle Donne”, un romanzo intrigante, di centosettanta pagine al quale, il giovane autore, ha dato vita  tra sregolatezza, inconsistenza, regalità, fragilità ed intraprendenza, spogliando e vestendo il corpo e l’anima delle donne attraverso le riflessioni e i sentimenti di un uomo: Francesco, che da loro si lascia amare, scoprire e guidare… ma solo per il tempo in cui la passione lo travolge. Non mancano le riflessioni profonde:” Tutti cresciamo con i nostri se e i nostri ma, ed è inutile seppellirli nella memoria perché a volte, nelle sere di pioggia, l’acqua li smuove e loro tornano a galla” e le domande sul pensiero erotico: “Il pensiero erotico subentra quasi automaticamente nell’arco delle nostre giornate ma noi non ce ne accorgiamo. In fin dei conti cosa sono questi pensieri erotici? E perché occupano di continuo la mente di noi tutti?”.  “Capitano della sua anima”, l’autore ci ospita a bordo della nave della vita, tra onde inquiete di interrogativi ed orizzonti che cambiano nell’attimo in cui contempliamo… “un cielo lontano”.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • «Una favola che parla dritto al cuore di piccoli e grandi», in questo mondo ci viene presentata “La rivolta degli scheletri nell’armadio” di Jason R. Forbus, nata dai palpiti delle ‘AliRibelli’ dell’omonimo progetto editoriale. In realtà, la simpatica vicenda dello scheletro ballerino Ossogrigio e della sua mostruosa banda di outsider sa - perché può - parlare più agli adulti che ai piccini; se non altro per quell’ambientazione macabra, così vividamente caratterizzata, che in alcuni passi non rinuncia a mostrare la violenza con limpida schiettezza. Proprio come farebbe un ragazzino.
    E della gioventù il libro di Forbus possiede anche, e senz’altro, la trasparenza: una scrittura equilibrata, soppesata ad ogni passo e sillaba, descrittiva al punto da non lasciare nulla all’immaginazione pur nutrendola nello stesso tempo. Ha la precisione del poeta, quello ancora fin troppo attento all’ordine della forma piuttosto che a quello dei pensieri; colui che non trascura la messinscena neppure del più piccolo dettaglio, perché l’obiettivo è un vero e completo ‘transfert’ del lettore in un altro mondo. Cui contribuisce, con successo, il package del volume, edizione curatissima - a parte qualche piccola svista dell’editor - corredata di disegni e perfino da una mappa - il tutto per opera di Giorgio e Matteo Franzoni, colleghi editoriali dell’autore - atta a riprodurre fedelmente il luogo di svolgimento della storia: la cittadina inglese di Wolverhampton, sede del Parco degli Orrori retto dallo stregone e tiranno Sir Desrius.
    A questo punto non resta che aggiungere un elemento, come insegnano i maestri delle fiabe - da Italo Calvino a Gianni Rodari passando per Luis Sepúlveda e Daniel Pennac: la leggerezza. L’ombra che scontorna la brutale semplicità della fantasia infantile, il ‘quid’ qualificante dell’esperienza creativa: è ciò che ne “La rivolta degli scheletri nell’armadio” riesce e funziona meglio, il suo più grande pregio. Forbus dà alla levità il sembiante di una tenerissima ironia che impregna il testo dalla prima all’ultima pagina, anche nei suoi momenti meno allegri o felici. Grazie a quella si corre e si scorre fino in fondo, lasciandosi in-trattenere con curiosità.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • "​The Help" è un romanzo del 2009 scritto da Kathryn Stockett, incentrato sulla figura di alcune domestiche afro-americane che lavorano per famiglie bianche a Jackson, Mississippi, durante gli anni sessanta. Il romanzo è raccontato dal punto di vista di tre narratrici: Aibileen Clark, una domestica afro-americana di mezza età che ha trascorso la sua vita educando i figli dei bianchi, e che ha da poco perso il suo unico figlio in un incidente sul lavoro. Minny Jackson, una domestica afro-americana il cui caratteraccio l'ha portata più volte ad essere licenziata dai suoi datori di lavoro, nonostante il bisogno costante di denaro per mantenere la sua numerosa famiglia. Ed infine Eugenia "Skeeter" Phelan, una giovane ragazza bianca neo-laureata con aspirazioni da scrittrice.
    Siamo nell’estate del 1962, nel periodo delle lotte per i diritti civili per le persone di colore portate avanti da Martin Luther King, a capo del governo c’è John Fitzegerald Kennedy, e Bob Dylan con le sue canzoni dà voce attraverso la musica a questo clima di tensione e rivoluzione.
    In questo libro si racconta della difficoltà delle persone di colore, d’inserirsi nella società che li escludeva ogni diritto.Il libro parla di diverse donne, di diverse storie, di differenti ambizioni, di donne di colore al servizio di donne bianche per accudirgli i figli, la casa, rendergli più agevole la vita, in cambio di un salario irrisorio. Nel libro il passato si fonde con il presente, la sostanza viene oscurata dall’apparire, il grido di strazio si soffoca per il bisogno sempre costante di andare avanti, di portare dei soldi a casa, di mandare avanti la famiglia, a differenza di loro, onestamente.
    Interessantissimi i dialoghi delle varie donne che presentano la loro storia, il loro rapporto con la propria donna bianca dove lavorano, molto belle sono le parole di Minny: “[…] Ora che non posso più andare alle riunioni di Shirley Boon, in pratica è l’unica cosa che mi resta. Però non significa che mi diverta agli incontri con Miss Skeeter. Ogni volta mi lamento, piagnucolo, mi arrabbio e mi prende un attacco come se in mano avessi una patata bollente. Ma il fatto è che mi piace raccontare le mie storie: mi dà l’impressione di poter cambiare le cose. Quando esco di lì, il blocco di cemento che ho nel petto si è sciolto, liquefatto, e per qualche giorno riesco a respirare meglio.”
    Diverse donne, una sorte comune. The help scuote la coscienza e dà voce a libertà alla storia di tante donne senza diritti, senza nome, intimorite dal giudizio. Per fortuna ci si interroga e si trova il coraggio di dar sfogo alle frustrazioni, ai demoni interiori, al dolore, alla rabbia, alla forza di donne che per la famiglia e per i figli sarebbero disposte a tutto.  
     
    “Se il cioccolato fosse un suono, sarebbe il canto di Constantine. Se il canto fosse un colore, sarebbe il colore di quel cioccolato”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante