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Autore

Renato Giua

in archivio dal 24 lug 2007

17 maggio 1987, Taranto

07 settembre 2007

Achille e Camilla

Intro: Una trama densa, con un'ambientazione dark e reminescenze cinematografiche. Sembra di rivedere Jean Reno in "Leon", ma questa è un'altra storia. Una storia di Renato Giua.

Il racconto

E anche questa inutile sera volge allo stesso identico e monotono punto, con la pioggia che batte su questa lurida città. Il vento sferza imperioso, facendo vibrare il mio impermeabile che, stretto sulle spalle, cerca di opporre vana resistenza ad una umidità che ormai penetra le ossa di questo mio corpo decrepito. Ma io continuo a camminare, ormai non mi importa più di niente, voglio solo sentire il rumore dei passi incessanti, che possono darmi l’illusione di riuscire ad allontanarmi da tutto questo. E questi miei passi mi conducono ancora più vicino a quello che in realtà è il mio mondo, perché, sì, vorrei fuggire dalle mura di questo mondo che mi opprime, ma allo stesso tempo non posso farne a meno.
Così continuo a camminare, e mi avvio verso l’ultima parte del mio lavoro. Mi hanno dato una foto: una donna, ritratta in quello che probabilmente è un antico splendore decaduto. Mi hanno detto di farlo, mi hanno detto stanotte. Così sarà, sono un professionista, io.
Lo scalpitio dei miei passi risuona in tutta la strada, attirando l’attenzione delle poche persone, che, a questa tarda ora, frequentano ancora questo immondo quartiere. Prostitute, papponi, tossici e spacciatori; ogni tanto qualche picciotto delle bande locali. Qualcuno sembra conoscermi, ma cerca di non darlo a vedere.

 

Entrò nella mia stanza, una busta in mano, la foto al suo interno.
- Guardala - mi disse - lei è il tuo prossimo obbiettivo
- Lo sai qual è la regola: niente donne, niente bambini
- Non me ne frega un cazzo delle tue fottute regole
- Non mi interessa, la regola è questa, non ci puoi fare niente…


Forse irritato dalla mia freddezza, fu allora che mi prese la testa e la sbattè contro il muro. Sentii il calore del sangue scendermi, lento, sulla fronte.
- Le tue regole sai dove mettertele, l’unica regola che devi conoscere è: io ti pago, tu fai il tuo dannato lavoro, e lo fai bene! E soprattutto eviti di pensare, quello che pensa, qui, sono io.
Il mio sangue ormai stava iniziando a macchiare anche la parete, quando finalmente allentò la morsa con cui mi stringeva la nuca.
- Ma…
Non accettò nemmeno l’inizio di quella frase, la sua mano si strinse ancora, e la mia fronte si schiantò nuovamente contro il muro.
No, lui non poteva capire. Non poteva capire che per fare questo lavoro ti serve darti delle regole, per non perdere almeno quel briciolo di umanità che speri ti sia restato, per allontanarti il più possibile da quella bestia che un po’ alla volta prende possesso del tuo animo.
Lui non avrebbe mai capito che ero solo un uomo, anche se il mio lavoro lo facevo dannatamente bene.
E mentre ormai la sua mano aveva lasciato la presa, mi sussurrò all’orecchio: - Cosa credi di essere? Un filosofo, un prete o un cazzo di impiegato di una banca? Ricordati Jay, sei solo un assassino! Quelle mani sono sporche del sangue di tante persone, quindi non fare lo schizzinoso e fai quello che ti dico. E poi ricorda, chi ti ha salvato quella volta, eh? Avanti dillo, chi ti ha parato il culo?
Le sue parole furono accompagnate da un pugno che arrivò diretto nel mio stomaco, facendomi piegare sulle ginocchia.
- Su, dillo! Dillo!...DILLO!
- … Sei stato tu… mi hai salvato tu - risposi con quel poco di fiato che mi restava in corpo.
- Bravo, vedi che quando vuoi capisci anche tu! Bene, i soldi te li darò a lavoro compiuto, e non cercare di fregarmi, lo sai chi è il più forte qui, vero?


E mentre se ne andava, mentre imboccava la porta, sentii come un bruciore dentro. Il sangue ancora gocciolava, lento, ma quella sensazione che provai mi sembrò di averla già provata una volta. Nel petto mi risuonava un cuore che aveva preso a battere freneticamente, il respiro si fece più veloce e quel fuoco che avevo dentro si espanse a tutto il corpo. La testa mi faceva ancora male quando ricordai. Mi era già accaduto una volta, quando avevo scoperto di amarla. Ma quella volta era diverso, quello che provai in quel momento… era odio puro.

Il mio regolare procedere passo dopo passo è incessante. Una marcia ticchettante che sta avvicinando una persona alla sua fine. Ho già scoperto dove abita, è qui vicino, mi manca poco. Inizio a mettere la mano in tasca, dove porto il mio migliore amico. Non ho mai usato coltelli, troppo ingombranti, troppo sangue. Ho sempre preferito armi più piccole, più precise. Uno stiletto, ecco cosa nasconde la mia tasca.
La mia scelta è stata obbligata, non ho potuto fare altrimenti, o svolgo il mio lavoro, oppure sono finito. Ma forse è tutta una scusa, sembra più che stia cercando di convincere me stesso.
Sono arrivato. Mi basta poco. Con un salto raggiungo la scala antincendio.
Terzo piano.
Faccio scattare la serratura della finestra, e penetro, silenzioso e letale come una pantera, nella camera.
Si vedono le sue forme nascoste dalle lenzuola, regolari, rotondeggianti e… immobili. C’è qualcosa che non va, cerco di ragionare il più velocemente possibile, e non appena la soluzione mi appare in testa come un raggio di sole nella notte più buia, vengo pesantemente colpito alla schiena.
“Sono stato uno stupido” penso “quelli erano solo dei cuscini messi sotto le lenzuola, non vi era alcuna traccia di respirazione”.
Intanto mi giro, e la vedo, in piedi dietro di me. Credevo mi avesse colpito con un martello o qualcosa di simile, in realtà era solo un pugno.
“Sei forte, piccola” mi dico e intanto mi avvento su di lei. Riesco a bloccare la sua reazione, e con un movimento fumineo le trapasso il cuore, assestando lo stiletto fra quarta e la quinta costola.
Ma, un momento, sento una strana sensazione provenirmi dal petto.
“Mi stupisci ancora, piccola”, e mentre penso questo, capisco che, insieme alla sua, è arrivata anche la mia ora, perché anche lei, come me, aveva un bisturi, che mi ha piantato nel petto.
E mentre la morsa gelida della morte inizia la sua lenta danza, la guardo negli occhi. Anche lei mi fissa, continua a vivere, stretta a quegli ultimi aliti di vita, quasi non se ne voglia andare prima di me.
“Sei forte, sorella, saresti stata la mia donna perfetta, forte come una tigre e letale come uno scorpione”.
E non mi sentii più vivo di allora, quando posai le labbra sulle sue, su quelle dell’unica donna che mi aveva tenuto testa, dell’unica donna che, magari in un’altra vita, avrei potuto amare.
E mentre entrambi resistevamo in quegli ultimi secondi, mi sussurrò col suo ultimo alito di vita:
-… Ti… amo…-
Parole che si persero in quella ultima e gelida notte che vide un’amore morire prima ancora di nascere.

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