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Racconti di Riccardo Sorrentino

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  • 19 maggio 2008
    E' facile confondersi

    Come comincia: Stamattina affronti i marciapiedi con sandali infradito, una minigonna jeans ed una canottiera bianca che ti lascia scoperta la schiena. A scalare la tua mente 15.000 canzoni che risalgono i fili bianchi dell’I-Pod.
    Chiavi in mano entri nel parcheggio in riva al mare. Hai letto l’oroscopo, “Cambiamenti repentini ti regaleranno il futuro”, fatto la doccia col tuo bagnoschiuma alle erbe e districato i nodi dei lunghi capelli ora al vento. Eserciti la tua impegnata solitudine. Alla ricerca della macchina.
    Arrivi dove credevi che fosse, ma lo spazio vuoto, non lascia scampo.
    Si sa, nei parcheggi è facile confondersi.
    Giri su te stessa, muovi lo sguardo oltre le decine di ruote e colori presenti a quell’ora. Che stupida, eccola là.
    Tra voi, migliaia di canzoni risuonano vorticose.
    Arrivi che sai di esserti sbagliata. Di nuovo. Osservi il percorso fatto. Tutto giusto. Aygo grigia, ma non riconosci la targa né l’abitacolo.
    Controlli l’ora e l’impazienza gira le lancette.
    Quello che fai è raggiungere il posteggiatore che vende quotidiani a metà prezzo. “Al solito posto Lara, dove l’hai messa ieri sera”.
    Solo che il parcheggio si dilata. Dopo mezz’ora sei rassegnata. Siedi tra anime di latta provvisorie. Colorate, raccontano la vita di ognuno. Seggiolini per bambini, secchielli che spuntano dal portabagagli, peluches infilati nei sedili, cicche sghembe nei posaceneri.
    Nella tua hai lasciato il tuo lavoro, qualche notte rubata con uomini amati da lontano, amici sul sedile posteriore. Chilometri dentro al motore, libri che allevano parole, fotografie familiari.
    Hai parcheggiato la tua vita in mezzo alle altre e non ricordi dove. Nei parcheggi è facile confondersi. Si sa.
    Quando la scorgi capisci. Ferma al sole sulla riva, due bambini rimbalzano il pallone contro l’abitacolo bruciato. I vetri infranti accolgono la sabbia molesta e gli schiamazzi.
    Quando ti avvicini alla scatola raggrinzita neanche i sedili a salutarti. Il telaio incornicia la sabbia rovente di mezzogiorno.
    Sfiori col dito i graffi rossi sul lunotto posteriore e comprendi che lì si è sparata un colpo in bocca. La tua vita.
    Scegli il compromesso di una metropolitana, stamattina. Resta il tempo di cercare qualcuno da rendere felice, farsi un paio di amici veri, pagare i conti e ritirare il saldo scritto di fianco al "TOTALE".
    Stai attenta però. E’ facile confondersi.

  • 30 aprile 2008
    The lift

    Come comincia: Esce ravviandosi i capelli. Attenta a non sorridere troppo, gli fa l’occhiolino, muovendo le dita a saluto fugace e sensuale.
    Lui rimane seduto sul corrimano, attaccato alla parete dell’ascensore. I pantaloni slacciati e la camicia penzolante.
    L’ha masturbato al 36esimo piano. “Pressroom” indica la targhetta sulla pulsantiera. Pullulante di fotografi e giornalisti durante il giorno, alle 4 di notte solo due figure scomposte che si salutano nel buio.
    Senza lasciare tracce se n’è andata in bagno, perdendosi nel piano. Lui non ha intenzione di aspettare, spinge il pulsante e riscende.
    Il guardiano all’entrata lo lascia passare, ferma un taxi e sale. Direzione Tribeca.
    Il buio in casa gli restituisce la sagoma di lei sul letto. Il respiro regolare e il profumo della pelle. Congeda la baby-sitter che dorme sul divano con la tv ancora accesa e le regala 50 dollari in più. La doccia lo attende, calda e scrosciante.
    Quando s’infila nel letto, la sveglia del giorno prima suona. La zittisce con un colpo secco e si gira dall’altra parte. Sente socchiudere la porta. Lei entra e si sdraia accanto. Lui la tiene stretta, baciandole i capelli che sanno del balsamo della sera prima.
    "Papà" - fa lei.
    "Dimmi amore" - le sussurra all’orecchio.
    "Sono felice per la gita di domani, lo sai? La maestra ha detto che possiamo fare le foto. Mi presti una delle macchinette?" - gli domanda.
    "Certo tesoro, domani mattina la scegli. Magari una di quelle piccoline, va bene?". Lei annuisce nel silenzio.
    "Ho paura a salire così in alto, papà".
    "Dall’Empire vedrai tutta New York amore mio. Ci sarà solo tanto vento".
    "No, ho paura dell’ascensore, papà".