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in archivio dal 08 feb 2014

Roberta Angeloni

23 luglio 1960, Roma - Italia
Segni particolari: Asimmetrie ovunque. 
Mi descrivo così: Sghimbescia nel pensare e nello scrivere
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elementi per pagina
  • 20 febbraio 2014 alle ore 15:48
    Attesa

    Aspetto,
    Sul greto del fiume
    Lo scorrere lento di rossi livori.
    Acqua densa di sangue
    Gorgogli di sale e di fiele.
    Aspetto.
    Che l'acqua si mondi
    E compaia un riflesso,
    Il mio.

     
elementi per pagina
  • 13 luglio 2015 alle ore 18:23
    Poste Italiane

    Come comincia: L’ufficio postale di via Garibaldi è piuttosto angusto e stret­to Per una svista del dipartimento delle ristrutturazioni, non è mai stato considerato nel progetto di rinnovamento.
    Tullia entrò a testa bassa, Teneva in mano un bollettino di conto corrente, nell’altra il portafogli, era uscita di casa senza borsetta, ma senza nemmeno le scarpe. Cioè, non era scalza, era semplicemente in ciabatte; chi se ne sarebbe accorto, era­no delle belle ciabatte, piuttosto eleganti. All’ingresso già era impossibile procedere, la fila arrivava fin quasi all’uscita, Tullia soffiando si sistemò una ciocca di capelli che le scendeva sul viso e si asciugò le mani sudate sulla gonna leggera. Il caldo era insopportabile, meno male che sul soffitto girava una ven­tola a pale grandi.
    «Senta lei, che fa la furba? Ci sono io dopo il signore...».
    Tullia non ascoltava, si era solo spinta un po’ avanti guar­dando all’insù per cogliere in pieno l’effetto del ventilatore, in modo che le alzasse i capelli e le raggiungesse il collo bagna­to.
    «Certa gente fa finta di niente, come se gli altri fossero stu­pidi...».
    «Già, noi qui a fare da bravi la fila...».
    «Non c’è limite alla maleducazione...».
    «Mi piacerebbe anche a me passare davanti a tutti...».
    Tullia si accorse di essere l’oggetto della conversazione, e arrossendo tornò sul fondo della fila senza parlare.
    Le pareti dell’ufficio erano tappezzate di avvisi, manifesti e slogan:
    «Banco posta, e sei a posto...».
    «Librati in libertà: basta un libretto...».
    «Appostati alla posta...».
    «Dio mio...» disse Tullia a bassa voce, poi scoppiò a ridere, così forte che le veniva da piangere, ma era così imbarazzan­te.L’impiegato delle raccomandate la fissò accigliato mentre continuava a timbrare con veemenza e rabbia. Il colorito giallastro che gli dipingeva la faccia era identico al marmo vecchio e consunto del bancone. Anche le sue unghie dovevano avere lo stesso colore. Non gli avrebbe mai stretto la mano, a uno così. Tullia si guardò le sue, di unghie, inesistenti. In ospedale gliele avevano tagliate cortissime. I capelli questa volta glieli avevano risparmiati. Non lo avrebbe sopportato. Erano il suo orgoglio: riccioli lunghi e ramati che le coprivano le guance e che le davano un notevole senso di protezione. La caposala le voleva bene, e aveva capito.
    Il collo di un vecchio tarchiato e robusto davanti a lei sembrava assai interessante: era attraversato da righe che si incrociavano diritte e profonde, due grossi solchi formavano una «X» un po’ larga e appiattita proprio al centro della nuca; qualcuno si era divertito a procurargli quella incisione, o forse era un casuale disegno della vecchiaia. L’uomo si girò lentamente verso di lei, e Tullia scoprì due occhi chiarissimi, quasi bianchi, incavati nelle orbite piccole e rotonde.
    «Mia scusa, segnorina, qual è la fila delle raccumandate? Nu è che sto facendu la fila sbajata, su venta minuta che sunu aquà e nun ze va avanti».
    Doveva essere vedovo, il vecchio, indossava ai due anulari due vere d’oro, una di certo era di sua moglie. A giudicare dal diametro di entrambi gli anelli, anche la donna era stata molto robusta. Sembrava che lui le leggesse nel pensiero:
    «Da quando mia moglie s’è scomparsa, vado girando sembre solo».
    «... È morta da... molto tempo?» azzardò Tullia che aveva voglia di chiacchierare mentre era in fila.
    «Macché. Uno mese fa. All’ospedale dei Gemelli. Se l’è portata via un «ipso», com’è che se chiama».
    «Mi dispiace...».
    «I duttori su stati bbravi, nun posso di’ niente, ma essa nun s’è data da fa...si inzomma, come se dice, nun s’è aiutata pe’ vincere lu male...essa vuleva murì...» la voce gli si spezzò e gli occhi divennero lucidi. «Ecco, lu vedi chisto? È la tassa du’ camposanto, so’ millecinguecento euri, da paga’ fino a oggi, sinnò c’è la multa. Devo da pagaì tre muorti, mi’ moje, mi fijo, e la fija de mi moje, tre muorti. Fanno cinquecento euri a testa».
    Tullia annuiva e moriva dalla curiosità di sapere la causa di tanti decessi.
    «Ma se me moro io, nisciuno paga...». E si sfogò in una grassa risata. «Capito, segnurì? Nisciuno paga!». E continuava a ridere forte.
    Tullia sorrise, ma provò subito disgusto, si era stancata e non voleva tenere a lungo quella conversazione. Si guardò il polso destro, senza orologio, tanto non ne possedeva uno che funzionasse. Alzò lo sguardo alla ricerca di un padellone da muro, era in alto sulla parete di fronte, uno di quelle vecchie anticaglie da stazione anni sessanta, con il quadrante grigio e le lancette di metallo, un po’ sgangherate. Segnava un’ora impossibile. Il vecchio la guardava.
    «Che stai a cerca’, segnurì?». L’uomo estrasse da una tasca un orologio da polso d’oro massiccio. «Nun lo posso allaccia’, stu gioiello. Era de mi fijo. Esso ci aveva le braccia più fine». Il tono della voce si era abbassato. «È morto co’ lu camio, un accidente stradale». Gli occhi si erano imperlati.
    «Ecco» pensò Tullia «adesso mi manca la figlia».
    «La fija de mi moje s’è morta subbeto dopo la madre, ma essa era mejo che s’è morta... Essa era ‘na mala femmena...».
    Ma di cosa era morta? Non dovette attendere molto.
    Il vecchio le prese un braccio, e avvicinò il suo volto a quello di Tullia, alitandole sulla faccia quattro o cinque zaffate di cipolla. Tullia restò ad ascoltare in apnea.
    «A’ troga... Troga e prestituzione... me capisci che voio di’?».
    Eccome.
    Tullia si divincolò dalla mano bitorzoluta che la stava stringendo e cercò di concentrarsi sulla respirazione addominale, così come le avevano insegnato per dribblare gli attacchi di panico.
    «Che ci hai, segnurì? Stai bbene?».
    «Sì... no... fiu...» soffiava e parlava. «Fiu... fa caldo... fiu... mi manca l’aria... fiu... adesso passa...».
    L’uomo le appoggiò una manona sulla spalla e le parlava con una variegata gamma di tonalità e timbri di voce che avevano il solo scopo di rassicurarla, ma gli effluvi alla cipolla mal digerita avevano già raggiunto i suoi organi vitali.
    Tullia perse i sensi e cadde senza che il vecchio ebbe il tempo per trattenerla.
    «Madri sandissima! La femmena ha svenuta!».
    Nessuno tra i presenti sapeva esattamente cosa fare. Si agitavano senza prendere iniziativa. L’impiegato giallognolo gridava da dietro il vetro.
    «Raccoglietela!» e imprecava bussando sul vetro per attirare l’attenzione su di sé.
    Si riebbe che era distesa sull’unica panca addossata al muro, sotto una finestra stretta carica di sbarre. Una donna pietosa le sventolava un depliant «banco posta», giallo e blu. Gli altri ventotto occhi sopra di lei la scrutavano con interesse. Il vecchio le stava tenendo una mano. La cipolla si riaffacciò crudele.
    «Merda!» gridò Tullia di rabbia, e balzò seduta con gli occhi fuori dalle orbite.
    Il pubblico arretrò intimorito. L’impiegato era diventato verde e stava mutando pelle. Perdeva un rigagnolo di saliva da un angolo della bocca.
    «Lasciatela respirare!». Un gemito intelligente emerse dal sudore collettivo. Era di un uomo giovane, grande e grasso, sulla trentina, rosso in faccia e goffo nei movimenti, con le sue dita ciccione allontanò con garbo il vecchio diventato ormai insopportabilmente fetido e invitò Tullia a uscire da quella luogo infernale per farle prendere un po’ d’aria. Tullia rifiutò.
    «Sto benissimo!» disse indispettita. Poi si raddolcì. «Grazie, non si disturbi».
    «È meglio che esca» esclamò una signora anziana.
    «Sì, deve prendere aria» continuò l’omone giovane.
    «Chiamiamo una bulanza?» azzardò il vecchio che era tornato alla carica.
    «No!» insorse Tullia. «No! Niente ambulanza!».
    Ma cadde di nuovo svenuta sulla panca.
    Tullia senza sensi ebbe visioni celestiali, il vecchio le parlava, ma dalla bocca non uscivano parole, solo fiori profumati che andarono a posarsi sui suoi capelli. Lei si alzò in piedi scalza, cercava lo sguardo dell’impiegato dietro il vetro. Lui le sorrise, ma non aveva un dente, eppure le sue gengive rosa erano dolcissime e non seppe resistere: trovò la forza di scavalcare la folla che l’attorniava morbosamente, diede un forte pugno sulla vetrata antiproiettile che li divideva. Gli altri arretrarono per non essere colpiti dalla miriade di minuscoli pezzi di vetro frantumato che volarono in tutto l’ufficio postale. Con un balzo si arrampicò sul bancone, ma non si ferì, e fini tra le braccia dell’impiegato. Lui non smise di accarezzarla, di rassicurarla: «adesso non devi avere più paura, Tullia, ci sono io qui con te, no, non tornerai mai più in ospedale, niente medicine, niente iniezioni, niente elettroshock. Resterai con me, al sicuro, vieni, andiamo sotto il bancone, nessuno può vederci».
    I due si accovacciarono in una nicchia tra scartoffie, scatole, buste imbottite, mentre la folla già urlava spaventata. Si udirono sirene di polizia, ambulanza, grida concitate, pianti di bambini piccoli.
    Poi silenzio.
    «Tullia...».
    Tullia aveva gli occhi chiusi, sentiva una voce flebile in lontananza.
    «Tullia... ci risiamo...». Ma non era la voce del suo dolce impiegato. Aprì piano gli occhi, era il dottore, e lei era sul letto dell’ospedale, ancora una volta. Provò a muoversi, senti che non poteva. L’avevano bloccata nel letto.
    Girò piano la testa sul cuscino, più volte, come per sfregarla. Sentì la cute a contatto con il cotone della federa, troppo a contatto: le avevano di nuovo rasato la testa. Sentì la rabbia salirle forte nel petto, e le lacrime bagnarle gli occhi.
     

     
  • 17 febbraio 2014 alle ore 18:20
    Caio sul traliccio

    Come comincia: Appollaiato su un traliccio dell’alta tensione Caio aveva raggiunto la dimensione reale del sé. Al calar della sera, poco prima che il tondo arancio s’inabissasse dentro la riga dell’orizzonte, l’anziano poeta si arrampicava  con l’aiuto di vecchie cinghie da taglialegna fin sopra l’apice della torre di ferro. Talvolta tornava subito giù: il ronzare dei milioni di watt che con l’aria troppo umida correvano lungo i grossi cavi, proprio non lo poteva sopportare. Disturbavano quella quiete finalmente ritrovata, in un osservatorio unico, dove i versi uscivano dalle labbra sottili mentre la brezza  d’estate lambiva le gote rugose e un po’ spente .
    - Nuvole come vesti di seta fremono sul cor già mio tremante, mi par d’essere in Africa, come un tempo fui, tra i fuochi ardenti e le mèssi attonite. -
    Ripeteva le sue poesie a lungo, riempiendosi lo sguardo e l’anima del paesaggio campestre a perdita d’occhio.
    Seduto in bilico sulle staffe estreme aspettava il brulicare delle stelle, la luna che raggiungesse il pieno della luminosità, il passaggio di qualche astro cadente. Ascoltava il silenzio finito, attorno a sé, quello che poteva toccare e respirare. Poi quello  infinito, ad di sopra della  sua testa, e a occhi chiusi immaginava di perdersi nello spazio immenso.
    Il canto dei grilli lo accompagnava a notte inoltrata, quando era ora di scendere dal suo trespolo argentato.
    La borsa di pelle a tracolla, il  cappellone a larghe falde ,  gli anfibi con la suola in gomma , Caio ritornava  a casa.
    Meditò che il traliccio sarebbe diventato molto più che un luogo di contemplazione, e s’ingegnò per costruire a quelle folli altezze un’amaca accogliente per addormentarsi in quel paradiso.
    - Ehi, lassù! Ehi, dico a te! Si può sapere cosa ti è saltato in mente?Scendi subito di lì! -
    Due carabinieri in divisa si stavano sbracciando dal basso, intimando a Caio di tornare sulla terra.  Stava albeggiando. Era uno spettacolo unico. Colori giallo , azzurro intenso e strisce rosso sangue pennellavano il cielo ad est, proprio davanti a lui.
    Caio si affacciò dall’amaca incuriosito. La volante e i due omini in blu erano macchie nel grano maturo.
    Poi diede un piccolo colpo di reni e l’amaca cominciò ad oscillare.
    - Ehi! Attento!…Vuoi sfracellarti? Fermati! -
    Il vecchio scese dall’amaca, si mise in piedi su una staffa, si sbottonò i pantaloni e fece pipì. I carabinieri si scansarono in tempo. Guardavano allibiti con il naso all’insù e le mani sui fianchi. Decisero di cambiare tattica.
    - Siamo qui per aiutarti, non devi aver paura! -
    Il vecchio li salutò cordialmente agitando un braccio. Sorrise e si mise una mano su una fronte per riparare la vista dal sole accecante del primo mattino.
    - Albanese? Romania? Sarajevo? Sei italiano?- Non la finivano di gridare.
    Caio avvicinò i palmi aperti agli angoli della bocca per convogliare meglio i suoni.
    - No! sono un poeta! - Ma perse l’equilibrio e per un  momento sembrava che tutto fosse perduto. Dopo svariati goffi tentativi per non precipitare riuscì per un pelo ad aggrapparsi con gli avambracci a un ferro restando con una gamba a penzoloni nel vuoto. Agilmente tornò ritto.  I due graduati restarono senza fiato. Poco dopo uno dei due si avvicinò all’auto e parlò alla radio. L’altro non staccava gli occhi dal trapezista.
    - Tu, madre terra, restituisci a me quel calore che dall’universo rubasti per farti viva, e io sono vivo, grazie a te. - Declamava con fervore gli ultimi versi che aveva composto la sera prima.
    - Eh? Hai detto qualcosa? -
    - I miei occhi non videro mai la tua interezza, posso solo immaginarla, ma il mio cuore tutta ti respira. -
    - Non scendere da solo! Aspetta! Stanno arrivando i vigili del fuoco! -
    - Non voglio scendere! - Caio si sedette su un ferro e incrociò le braccia. Cominciava a innervosirsi.
    - Per l’amor del cielo, reggiti!
    - Cosa? -
    - Aggrappati! Usa anche le mani!
    - Mani di carta sono le tue mani, fiere di esserlo, narrano da sole una storia intera. -
    - Cerca di stare calmo! Fra poco veniamo a prenderti! -
    - Ma io sono calmissimo! - Caio si mise in piedi con le braccia distese in avanti - Le mie mani  non hanno mai tremato, guardate!
    Il vecchio li stava mettendo a dura prova. I carabinieri si portarono all’unisono un fazzoletto bianco sulla fronte, dopo aver tolto il cappello dalla testa madida. Di lì a poco un puntino rosso con un lampeggiante blu apparve all’orizzonte.
    Si era alzato un forte vento di maestrale che faceva ondeggiare il frumento come mare. Caio ebbe la forte sensazione di trovarsi in cima ad un albero maestro. Avvertì persino il profumo della salsedine. Gruppi di nuvole bianche e gonfie correvano con le loro ombre sopra i campi spumeggianti.
    Finalmente nei pressi del traliccio giunse un camion antincendio con una serie infinita di scale.
    I pompieri scesero dal mezzo e cominciarono a rincorrere i caschi che volarono subito via dalle loro teste. I carabinieri si precipitarono a soccorrerli. Volarono anche fogli, documenti, un verbale e una paletta dell’”Alt”.Un fischietto non venne mai più ritrovato.
    Sembrava per un momento che avessero tutti dimenticato lo scopo della loro visita.
    Caio si divertiva un mondo. Ma un velo di tristezza si fissò ben presto sul suo volto appiattito dal vento.
    - Maestrale impetuoso, a te affido ogni mio desìo. Illuminami . -
    Sciolse i nodi dell’ amaca ed armeggiò pieno di eccitazione con i capi della fune. Tirò fuori dalla borsa una piccola carrucola e una bottiglia di vin santo. Bevve con ardore, bagnandosi tutto il mento.
    - Ora sono pronto - Disse asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
    Dabbasso i servitori del popolo avevano appena terminato di raccogliere con difficoltà i loro ammennicoli. Li infilarono in tutta fretta dentro l’automobile che aveva preso ad ondeggiare pure lei.
    Carabinieri e pompieri dovettero a turno mettersi a favore di vento per comunicare e intendersi sul da farsi.
    Era troppo tardi.
    Quando alzarono gli occhi al cielo videro in lontananza un omino in fuga, seduto con le gambe a penzoloni dentro un’amaca chiusa alle due estremità, appesa su un filo dell’alta tensione e sospinta dal maestrale a velocità della luce.
    Nessuno ebbe il coraggio di parlare né di muoversi. Non potevano nemmeno ascoltare le poesie declamate nel vento e il canto a squarciagola di immensa felicità.
     
    fine
     

     
  • 08 febbraio 2014 alle ore 16:19
    Il macinino berbero

    Come comincia: Il ricordo dI Nonna Ida è nitido. Avevo otto anni, ma già allora sentivo il bisogno di fermare nel tempo la sua immagine, tanto da ricordarla, come in una fotografia, in tutti i particolari che caratterizzavano quella figura altera, bellissima. Nonna era alta un metro e ottanta, capelli candidi e occhi come smeraldi. Una luce così intensa che non aveva perso il suo vigore nemmeno quando sul letto, figli e nipoti attorno al capezzale, pronunciava con un filo di voce  le sue ultime parole, scandite per bene, in modo che nessuno potesse fraintendere o mistificare.
    Figghi mia, cca nun si babbia… iu vi taliu e si nun faciti so' cchi vi dicu, iu v'ammalidicu… Tuttu scrissi. Tuttu. S'hava leggiri e s'hava ffari. Nun vi scurdati:v'abbenedicu  v'ammalidicu.... iu mi nni vaiu, ma st'uocchi mia nun si chiuinu... Sempri apierti sunnu, sempri apierti…(Figli miei,qua non si scherza. io vi guardo e se non fate quello che vi dico, vi maledico. Ho scritto tutto, tutto. Si deve leggere e si deve fare. Non vi scordate: vi benedico o vi maledico. io me ne vado ma questi occhi miei non si chiudono. sempre aperti sono, sempre aperti.)
    Le parole di nonna Ida, che morì a occhi aperti, fissi e luminosi come quando era viva, destarono non pochi timori in quella decina di persone che affollavano la camera da letto. Da quel momento non si finiva mai di raccontare la sua vita come qualcosa di magico e misterioso, perché, lo credo fermamente ora che ho quarant’anni, nonna un po’ magica lo era.
    A nessuno venne in mente di mancare di rispetto alle sue ultime volontà. I parenti stretti, quelli nominati nel suo testamento, si ritrovarono nello studio del Notaio per l’apertura della busta e la lettura delle disposizioni.  La nonna aveva lasciato la casa di Marzamemi allo zio Gaetano, il primo figlio, e la casa di città, quella di Ragusa Ibla, alle sorelle, mia madre e le zie Nuccia e Caterina, con tutto quel ben di Dio di quadri, arazzi, e suppellettili di pregiata fattura. Una suddivisione equa, ebbero ad ammettere tutti, ma, anche se non era vero, si rimandava alle ragioni della nonna, che mai avrebbe potuto cadere in errore nei suoi princìpi di spartizione.Piansi molto per la sua morte. Gli occhi di nonna Ida erano imbevuti di una premura elettiva. Solo a me riservava quella sua malcelata dolcezza, e il timbro della sua voce, da scuro e stentoreo, indietreggiava verso i toni alti del falsetto, come per accogliermi, e rendermi partecipe alle sue visioni della vita, perché non si disperdessero i tesori di famiglia, quelli importanti: i ricordi. Così mi invitava sulla bella loggia su cui si affacciavano i finestroni della sala da pranzo, e io mi sedevo accanto a lei, ad ascoltare le sue storie, rapita. I personaggi di quelle fiabe straordinarie erano tutte persone realmente esistite, ma non avendone conosciuta nemmeno una, per me appartenevano al mondo della fantasia.
    Aspettavo l’estate con desiderio. Le vacanze nella casa dei miei nonni in Sicilia, era l’incontro con Nonna Ida, trascorrere il mio tempo con lei, accompagnarla nelle passeggiate nel giardino curato, abitato da lecci e carrubi secolari. 
    Quando mi fece guardare, senza toccare, il prezioso macina caffè che le regalò Nonno Petruzzo per il suo primo anniversario, sembrava che mi offrisse allo sguardo la corona inglese. Lo teneva nelle sue mani candide e affusolate, che lo giravano e rigiravano con sorprendente lentezza. La  voce  si era addolcita ulteriormente, lo sguardo perso lontano, e le labbra  volgevano al sorriso. Il suo racconto era un dipanarsi di ricordi, di fuga nel passato. Un passato lezioso, a tratti commovente.
    Non arrivavo a comprendere tutto, nonna sovente si lasciava andare al dialetto, che io non capivo, ma la musica della sua narrazione, unita all’espressione del viso, lasciava intendere che la sua storia fosse la più bella e interessante del mondo, niente a che vedere con le fiabe che mia madre mi leggeva la sera prima di addormentarmi. Quel macinino da caffè aveva per la nonna un significato speciale. Era in metallo, con decorazioni in oro in rilievo, lei lo chiamava “U macininu berberu”, il macinino berbero. Diceva che quell’oggetto sarebbe appartenuto a me, e una volta salita  in cielo, lei mi sarebbe apparsa in sogno e mi avrebbe fornito le istruzioni per cercarlo in quello che lei aveva stabilito fosse il nascondiglio segreto. Mi indicò una scritta, sul fondo di quell’oggetto fantastico che mi portava nel mondo di Alì Babà: أنا ولكن ليس منحنى كسر لي.
    Mi disse che in quella scrittura c’era una formula magica, e che ogni volta che le capitava qualcosa di brutto, lei tirava fuori il macinino, lo teneva tra le mani, faceva un lungo sospiro, e tutta la tristezza fuggiva via lontano. Più di qualsiasi altra medicina, più di una preghiera, più di un miracolo.
    Nonno Petruzzo era morto giovane. Quella dipartita segnò il primo grande dolore per la nonna, che dovette crescere quattro figli. Le agiate condizioni economiche che non mutarono mai e non furono scalfite da nessuna guerra, consentirono a nonna Ida di affrontare i problemi pratici del vivere quotidiano senza particolari difficoltà. Il suo carattere divenne più duro, pragmatico, i figli crebbero come soldati, scelse loro mogli e mariti e li mandò via di casa con la sua benedizione. Mia madre sposò un ufficiale dell’Aeronautica, di origini pantesche, perchè anche sull’argomento “legàmi di sangue” la specie non avrebbe dovuto disperdersi con contaminazioni non gradite. Per fortuna i matrimoni reggono ancora, nonostante influenze superiori, ma io mi ritrovo romana di nascita e di cultura.”Lu munnu cancia, niputi mia... Sicuramenti, lu maritu nun t'o pigghi 'n Sicilia......”, mi diceva fissandomi negli occhi, i miei occhi, verde smeraldo come i suoi. E io avevo la sensazione che lei si specchiasse dentro di me, vedesse il futuro, il mondo che andava avanti, pur cambiando, ma portando con sé i suoi tormenti, i suoi desideri. Anch’io  ero attratta profondamente da quella nonna alta, imponente, dominante. Mi lasciavo dominare con gioia e con orgoglio.
    “La storia di questo macinino da caffè parte da molto lontano, bedda mia. Le vedi queste decorazioni? Vengono dalla Terra D’Africa, dove abita un popolo ricco e nobile, sono i Berberi. Loro avevano terre, Re e Regine, le donne erano importanti, e contavano molto, quanto gli uomini. Poi un giorno vennero i francesi, per dominare popolo e terre, e costruirono fortezze, piene di soldati, ma nessuno si poteva avvicinare. Per i Berberi furono soltanto sofferenze, vennero ammazzati, e quelli che sopravvivevano dovettero scappare, lontano. Uno di questi era un poeta, uno di quelli che scriveva e cantava l’amore, ma dopo, anche il dolore dell’esilio. E il suo popolo lo amava tanto, lo fece grande di gloria. Lui si chiamava Si Mohand, era un poeta bravo e pieno di passione. Viveva come uno zingaro, da una città all’altra, senza casa, senza meta.
    Tuo nonno Petruzzo era un ragazzino, si trovava a Tunisi con suo padre, per questione di affari. Si Mohand  era seduto a un tavolino, stava fumando la pipa, e Petruzzo, con quella curiosità che i ragazzini si ritrovano, si era avvicinato, colpito dal fumo, dalla pipa, e da chissà cos’altro ancora.
    “ Ti piace il fumo? “ Gli chiese Si Mohand, il poeta.
    Petruzzo non rispose. Aveva un po’ di paura, si capisce. Ma continuava a guardarlo.
    “Vieni, ragazzino, che ti faccio vedere una cosa” Si Mohand, vedendo che Petruzzo non si muoveva, smise di fumare, si alzò dal tavolino e infilò la mano dentro un sacco che aveva con sé. Tirò fuori un oggetto strano e lo appoggiò sul tavolo.
    “Sai cosa è questo?” E’ un macina caffè. Oltre a questa pipa, non ho nient’altro. Niente. La mia famiglia, quello che ne è rimasta, vive lontano, in un paese che neanche so più qual è. “ Si Mohand lo sollevò e lo porse a Petruzzo. “Lo vuoi? Te lo regalo. Ma tienilo bene. Era di mia madre Fatma. Lei preparava per noi un caffè buonissimo, che faceva passare tutti i mali. Lo devi dare alla donna più attraente che incontrerai. Sicuro che non riceverà dono più bello.”
    Petruzzo gli sorrise, senza parlare, e timidamente prese in mano quel dono. Si Mohand recitò allora dei versi composti al momento:
    Quanto è bella la mia terra,
    Canto ogni sera le sue grazie,
    Come una donna generosa
    La sogno ogni notte sotto la luna piena.
    Tutto quel sangue sulla sua coltre
    Non mi scalfisce e non mi turba,
     
    Nessuno di quelli mi comanderà,
    mi spezzo ma non mi piego,
    preferisco essere maledetto
    in un paese governato da ruffiani
    l'emigrazione è il mio destino...
    meglio l'esilio che la legge dei porci
     
    Un  tale che poteva sembrare un mercante che aveva assistito alla scena, prese da parte Petruzzo e suo padre, e sussurrò loro:
    “ Voi sapete che quello è un grande poeta, un uomo d’onore. Tutti lo conoscono, tutti lo amano. Era ricco e nobile, ma ora vive vagabondando da una città all’altra. E’ un grande privilegio averlo incontrato, e aver ricevuto un regalo così prezioso.”
    L’uomo vide che Petruzzo e suo padre erano molto interessati e continuò:
    “ La sua famiglia fu sterminata dai francesi, e nelle sue poesie arde il desiderio di resistenza a tutti i soprusi, gli inganni, le prepotenze che hanno fatto versare sangue sulle nostre terre. Si Mohand è un simbolo per i popoli berberi, ed è grazie a lui che noi manteniamo la nostra dignità di popolo nobile. - Mi spezzo ma non mi piego - è il suo motto.”
    Petruzzo guardò suo padre e sorrise, con gli occhi neri neri pieni di luce. Guardava il macinino e aveva capito che quello era un oggetto magico, che avrebbe fatto tanta strada.
    Si Mohand era malato. Morì a Tunisi, in ospedale. Petruzzo lo seppe molti anni più tardi. Forse quel giorno che lo incontrò era uno degli ultimi della sua vita leggendaria.
    E sai perché, bedda mia, ti dico che il macinino è magico? Quando tuo nonno e il tuo bisnonno si imbarcarono per il rientro, affrontarono una tempesta in mare e la nave si riempì d’acqua e morirono tutti. Solo loro si salvarono su una barchetta di salvataggio, appena sotto le coste della Sicilia. E il macinino intatto era, bello e splendente come sempre, come lo vedi. Adesso prova ad annusare…” La nonna avvicinò la scatolina aperta al mio naso. “Lo senti? Questo è il caffè di Si Moahnd, pensa da quanto tempo si conserva l’odore, forse cento anni, nemmeno il mare in tempesta l’ha cancellato…”
    Lo annusai e sorrisi. Ero felice che la nonna l’avesse destinato a me, sarei diventata la proprietaria dell’oggetto a cui lei teneva di più, tra tante ricchezze di famiglia.
    ***
    Roma.
    Claudio è assorto nei suoi libri.  Come al solito. Dopo un pasto fugace, durante il quale non ci guardiamo nemmeno negli occhi, si rannicchia sulla sua poltrona e lì ci resta fino alle due, anche le tre di notte. Sgombro la tavola e cerco di riordinare le carabattole della cucina, lo faccio per scaricare un po’ di nervosismo, che oggi è particolarmente insistente e non se ne vuole andare.
    Sono stanca. Il figlio desiderato non arriva. Dopo tentativi di diversa natura siamo stremati, e silenziosamente, più o meno inconsciamente, uno colpevolizza l’altro. Di adozione non abbiamo mai parlato, ma so già che Claudio non vuole prenderla in considerazione. Lo conosco bene.
    Credo che non mi ami più. E’ una pianta secca, questo amore, faccio persino fatica a chiamarlo così.
    Mi siedo davanti alla tv, guardo un po’ di notizie dal  mondo. A Tunisi c’è una folla scatenata che grida contro le guardie. C’è una repressione. Il popolo berbero insorge e rivendica i suoi diritti. Sono giovani. Urlano uno slogan in lingua araba, che il cronista traduce con la frase “ Mi spezzo ma non mi piego”.
    Mi immobilizzo e cerco di capire, di ricordare…la poesia di Si Mohand…incredibile, è diventato uno slogan che vive ancora oggi…Nonno Petruzzo, Nonna Ida…il macinino del caffè…
    Ma che vado a pensare, la fantasia galoppa, e in questi  momenti di tristezza e rassegnazione, la testa se ne va un po’ troppo lontano.
    La notte è particolarmente agitata. Mi giro e rigiro prima di prendere sonno, poi, all’improvviso, cado in catalessi.
    “ Bedda mia, sono tua nonna… Ti avevo promesso che sarei apparsa in sogno… Ricordi?. Vai da Sant’Agostino, nel convento vecchio, e conta fino a sette, sul coro a destra c’è un legno sordo, lì c’è quello che è tuo.”
    Al mattino la testa è confusa. Raramente sogno o mi ricordo di aver sognato, ma stavolta è diverso. Sento addosso una smania, vedo il volto di Nonna Ida con gli occhi di smeraldo come se fossero lì, davanti a me. Per giorni mi interrogo sul significato di quel sogno, di quelle parole, sull’immagine della nonna. Mentre sono in metropolitana, gli occhi si imperlano. Sto piangendo. Il cuore mi si stringe di nostalgia, avverto una leggera nausea e mi gira la testa. Ma è un malessere che passa presto.
    Quando torno a casa mi rendo conto del vuoto che c’è. Claudio resta in ufficio fino a tardi oggi, e io non ho voglia di mangiare. Mi butto sul divano, mi avvolgo in una coperta di pail e piango fino ad addormentarmi.
    Quando mi sveglio c’è Claudio, di fronte a me. Mi sta guardando, senza parlare. Forse vuole dirmi qualcosa,  leggo nel suo sguardo un turbamento che vorrebbe uscire, ma resta lì: una dura tenerezza. Mi rimbocca la coperta e mi accarezza appena una spalla, poi si siede su un angolo libero del divano.
    “ Domani partiamo, ho preso cinque giorni di ferie”. Mi dice sottovoce, con una nuova dolcezza.
    “ Ma come…” faccio io “Dove andiamo…”
    “A Ragusa” Continua lui.
    “ E’ incredibile…ci stavo pensando in questi giorni…è tanto che non torniamo giù.”
    “ Ne ero certo. So che ti fa piacere, e in fondo anche a me fa piacere un viaggio in Sicilia. Abbiamo bisogno di un po’di pace, tutti e due.”
    Non so esattamente cosa stava per accadere, di certo si stava aprendo una porta.
    Nella casa di Ragusa Ibla, l’eredità della nonna, vive la zia Caterina, sola e anziana. La zia Nuccia e mia madre non ci sono più, la zia aveva rilevato anni fa le parti spettanti alle sorelle, offrendo in cambio una somma in denaro. Ma il Palazzo è piuttosto grande, una parte è stata destinata al Bed and Breakfast, di cui si occupa una famiglia del luogo che lo ha preso in gestione. Zia Caterina ci accoglie con grande affetto, e ci invita a soggiornare in quella che fu la camera di mia madre, dove ci sono ancora i vecchi letti e un armadio primo Novecento, con un grande specchio. Sento ancora il profumo di mamma, il sigaro di mio padre, sento gli odori della mia giovinezza. Zia Caterina ci ubriaca con del buon moscato, e poi ci lascia liberi.
    Ragusa Ibla è bella, intatta, come sempre. Il mio cuore è gonfio di nostalgia, e godo di una rinnovata serenità che non provavo da tanto tempo. Guardo Claudio, che è concentrato nel mirino della sua Canon, e mi rendo conto che il suo è stato un gesto d’amore, grandissimo.
    A lui non ho parlato di quella strana apparizione di Nonna Ida in sogno, ma cerco di indirizzare la nostra passeggiata verso il Convento di Sant’Agostino. C’è un viale alberato e un odore di frati, in lontananza scorgo il portale della  piccola vecchia Chiesa.
    “ Santo cielo… Sant’Agostino è di origini berbere…” dico a voce alta.
    “ Ebbene?” Domanda Claudio, sorpreso.
    “ No…ecco…una strana coincidenza. Vieni , entriamo, voglio vedere una cosa.”
    Claudio mi asseconda senza fare domande, mi segue, si segna come me e cercando di non fare rumore ci avviciniamo verso l’altare. C’è un frate che sta inginocchiato sul primo banco ma è assorto e sembra non accorgersi della nostra presenza.
    Ripeto a memoria dentro di me le parole di Nonna Ida:
    “Conta fino a sette,sul coro di destra c’è un legno sordo…”
    Con circospezione, lanciando un occhio al frate in preghiera mi avvicino al coro di destra, proprio dietro all’altare. E’ un vecchio coro ligneo, ma in buone condizioni. Come posseduta comincio a contare le sedute, alla settima mi fermo. Picchietto dolcemente con le nocche , mentre Claudio si allontana attratto da una statua di Sant’Agostino, poco più indietro. Una di quelle tavole in legno è più chiara, provo a sollevarla. Viene via senza forzature e un nodo mi prende la gola: vedo una piccolo pacco avvolto in carta di giornale ormai consunta. Lo svolgo piano piano, per scorgere qualcosa che mi aspetto ci sia…è il macinino di Nonna Ida, di Nonno Petruzzo, di Si Mohand…Mi assale un ansia molto vicina a un attacco di panico, raggiungo Claudio e velocemente lo trascino fuori del convento.
    Lungo il viale alberato racconto tutto a Claudio, cominciando dalle narrazioni fantastiche di Nonna Ida. Ci fermiamo, apro il cassettino e a turno, apprezziamo l’odore di caffè, che è ancora lì, intatto, come se qualcuno avesse usato il macinino fino a un giorno prima. Proseguiamo nella passeggiata, Claudio assorto ma non incredulo, mi cinge le spalle, e lentamente ce ne  torniamo verso casa.
    ***.
    “ Si, la traduzione di questa iscrizione in lingua berbera è - Mi spezzo ma non mi piego -, mi disse Alì, il proprietario di un alimentari di Ragusa, una vecchia conoscenza di famiglia.
    “Conosco questo motto” Continuò Alì “ E’ lo slogan dei rivoluzionari berberi”.
    Ringraziammo Alì, che mi aiutò a consolidare le mie intuizioni riguardo quella scritta incomprensibile impressa sul macinino da caffè e mi fermai a riflettere con Claudio.
    “ Nonna era molto legata a questo macinino. A suo modo anche lei ha combattuto le sue rivoluzioni nella vita. Da quando morì Nonno Petruzzo, per lei fu come morire con lui . Era legata e totalmente dipendente dal Nonno. Ma riuscì a sopravvivere, forse grazie anche al significato intrinseco di questo oggetto, che lei considerava magico. Voleva dire che non bisogna arrendersi mai, la vita è una lotta, bisogna trovare il modo di vincere le battaglie contro la disperazione, le avversità.”
    Non osai confessarlo, ma credetti che Nonna desiderasse dall’alto che io entrassi in possesso del macinino berbero nel momento più difficile della mia vita, per cercare e, ritrovare, la forza perduta.
    Sentii di nuovo un vuoto nello stomaco, e poi ancora nausea, la stessa che provai  a Roma , giorni prima.
    Ebbi un strano presentimento.
    Ti voglio bene, Nonna.