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in archivio dal 09 gen 2012

Roberta Canu

17 marzo 1992, Sassari

elementi per pagina
  • 09 gennaio 2012 alle ore 1:16
    Capitano

    E guardi che succede capitano:
    si rianimano le spoglie sponde
    d'innaturale bellezza. Guardi!
    Lampi rubini aldilà del cielo
    invitano gli oceani ad infrangersi
    contro i bordi del mondo. Il cobalto!
    Scintille luminose sprigionate
    dall'ardore marino ch'avanza.
    Non sente anche lei il suon dell'abbandono
    sovrastato da ben più mesto inno?
    Non sono campane, ne quel pallore
    di luna un tenue appiglio di luce
    alla vita che si innabissa, sente?
    La sventura non è che un dono:
    se s'intessono meravigliose
    trame come queste, qual destino!
    Agli eroi più grandi è stato concesso
    il prezioso dono della morte
    perchè è l'assenza ad alimentar
    nel presente il glorioso ricordo.
    Non abbia timor se barca cigola,
    inizi a tremar se pace non giunge.

     
  • 09 gennaio 2012 alle ore 1:15
    Io non chiedo

    Io non chiedo che di sì fatte spoglie
    sia data all'esordio ben altra patria
    o che fra le lingue mi sia negata
    quella che cara agli arcani miei padri
    carezzò docile le nostre rive,
    ne tanto meno chiedo ch'invano
    fra i morosi indomati s'innalzi
    - quale udire è più dolce s'il cor
    è a parlar con il suo mesto accento?-
    D'Enea lo struggente e amaro pianto
    pel tetro fumo ch'in alto vira
    com'il faro d' un cattivo augurio.
    ma ahi, come limpido un tempo il ricordo
    pareva luccicar d'oro prezioso
    par solo ai ricchi templi eretti agli Dei!
    E or che resta d'una gloria passata
    se non questi mal conservati resti
    in balia di certi ingordi corvi:
    passan razzia come fosse pulizia

     
elementi per pagina
  • 09 gennaio 2012 alle ore 1:26
    La camera di Laudine

    Come comincia: Risvegliarmi fra queste lenzuola rende ancor più sgradevole il ricordo del “dormitorio”, di quella lurida stanza grande poco più che un paio di braccia, sovrappopolato e mal conciato. Non che io sia una persona poco propensa all’igiene, ma sopraffatto dalla bestialità di certi coinquilini, ogni mio tentativo di salutare difesa scoppia in un vano tentativo. Ora respiro però odori orientali, ma dove sono? Forse in India? Non più quel  fitto odore di muffa che offendeva il mio olfatto, ma l’odore che s’addice ad una lasciva divinità. Certi lussi, in quanto studente, per di più straniero, non puoi che sognarteli. Il fatto che non sia completamente sicuro d’esser sveglio mi rende abbastanza cauto sulla realtà della situazione. Ma cosa ricordo? Eppure in questa nuova città non mi sono mai perso, o forse si? Forse quando decisi di seguire i suoi passi e non i miei. 
    La incontrai quando più ero sicuro del mio percorso, quando più ero certo delle certezze che possedevo: ero così completo da non sentir di poter far parte di qualcuno o viceversa, che qualcun altro potesse esser parte di qualche mia deriva. Mi sentivo così fiero di questa ottenuta integrità, di questa solida motivazione che mi isolava come unico pezzo di questo curioso marchingegno che aveva comunque vita. Come girava bene nella sua autosufficienza.
    Talvolta però, non si è immuni a certi sguardi: occhi così taglienti da sgretolare tua interezza, occhi che minano alla tua autonomia. La motivazione sta nella loro natura, da predatore, così che mentre stai lì a ricomporti dal disastro, vieni sottratto di alcuni pezzi, dei cocci fatalmente incustoditi. Così quel prezioso marchingegno non può più funzionare, è difettoso, è lacunoso. L’unico sistema è recuperare ciò che ti appartiene, ma che strano sortilegio però: l’idea che sia quella sguardo a custodire quella parte così importante non ti disturba poi così tanto.  Non ti sale poi di rado un certo pensiero: - che lo tenga pure, non chiedo che un altro sguardo, solo per sentirmi più intero anche solo quell’attimo.
    Dipendenza, ora sei in un nuovo stato e questo è il suo nome. Erano quei particolari giorni di Settembre dove sembra che appaia un nuovo mondo alle porte dell’autunno: gli stessi coloro che hanno fatto impazzire svariati poeti rendono anche me particolarmente sensibile. Fronde dorate e foglie, che gentili si riversano sulla mia testa mora durante le lunghe passeggiate, decorano ogni strada e i parchi, come sono ricchi nel loro ultimo atto. Ma più graziosa della lenta muta della vegetazione, giungeva lei, rossa che la sua chioma, un caschetto sbarazzino, pareva quella dell’amolo che lieto abbonda nei marciapiedi.
    Poco importava che al suo braccia avesse un accompagnatore, poco importava che nei giorni successivi fossero molti altri e sempre diversi, meno ancora il fatto che fosse una prostituta. Sapevo che possedeva ciò che era mio, l’idea di riprenderlo di persona non mi disturbava più di tanto sapendo che degli sguardi non ci si può accontentare. Non concedevo alcun prestito.
    “È per te la prima volta?” – Mi chiese, dopo una lieta accoglienza a casa sua, lieta come immagino fosse per dovere, per il suo mestiere. Mi accolse conducendomi  lentamente nella sua stanza, sfarzosa e abbondante, ricordandomi prestigiose regge, ma dubitando dell’autenticità di certi elementi.
    “No, non dovrebbe essere.” – Le risposi un po’ teso, lasciandola alquanto incuriosita dalla risposta, con gli occhi scuri, quei due ladri, che mi invitavano caldamente a offrire una spiegazione.  – “ Ero piuttosto giovane, tutto si affolla un po’ nebbioso, non ricordo chi sia lei, come sia stato io..” –
    “ Non preoccuparti le esperienze deludenti non sono macchie indelebili e tutti ne abbiamo vista qualcuna.” – Mi interruppe, creando in me non poco imbarazzo, mentre la ammiravo nel frattempo riassettando la camera e il letto, caldo e morbido già all’apparenza. “ Avanti, spogliati Ruud. Non essere timido, non è questo il luogo. O vuoi che lo faccia io?” – “Davvero, me ne occupo io.”
    Iniziai così a spogliarmi, come tutte le notti ero abituata a fare, ma ancora quello sguardo, pesante di colpevolezza e di bellezza, si posava su di me calandosi quasi fosse un masso. Mi rendeva impacciato, scoordinato, come se stessi combattendo in un fangoso campo di battaglia: pare esagerato, ma tanto precario era il mio equilibro, sentivo quel peso.  Si avvicinò premurosa come una madre, ma con un feroce gesto, inaspettato sia per me che per lei, la allontanai.  Mi scusai rapidamente per lo scatto impulsivo e le dissi: “ Stendhal sentendo il peso di tanta bellezza finì a terra tramortito, io mi sento soltanto un po’ impedito. Non avrai che qualche anno più di me, sei così fresca.” – Lei sorrise con piacere e divertita mi rispose: - “ Lo vedo bene, ma per come sei conciato in questo momento, non hai abbastanza serietà per declamare certe frasi con indosso una camicia e calzoni abbassati.” S’avvicinò, così delicata da non potermi liberare del suo aiuto, dolcemente incantato dai suoi modi. Le sue labbra toccarono la mia pelle, mentre le dita abili sbottonavano la pallida camicia, ancor più pallida se paragonata ai miei colori. – “ Quanti uomini ne han goduto, ma perché dovresti? È una buona rendita? “ – “ Non dovrei parlarne con te, sei un mio cliente, non mi è consentito mischiare le due sfere.” Mi baciò le labbra per non dover ribattere seppur avrei voluto farlo: ne approfittai poi, in un attimo di pausa. “ Se quest’oggi non mi presentassi come tuo cliente? Accoglimi comunque.” – “ Mi vuoi far perdere del tempo? Non accetto certe storie. Non accetto amici in casa, non accetto spasimanti, fuori di qua o consuma in silenzio.” – Indispettita come chi sente ciò che è più prezioso oltraggiato si ritira lontano da me, indicando la porta. Mi avvicinai io forse con più insolenza del necessario pregandola di accettare la mia offerta: non venni qua con l’intento di qualsiasi altro uomo che quivi abbia bussato, venni da uomo invaghito, da chi si sente attratto da prelibatezze più nascoste, potrei pagarle l’intera notte anche senza consumare in quel letto. Non parve apprezzare il tentativo, così che tenace continuava ad indicare la porta: ma tanto ostentava rifiuto lei, tanto io mi facevo forza delle mie convinzioni. “ Non posso accettare, non posso. Perché ciò che tu mi chiedi, non posso darlo via al prezzo del mio corpo. Non posso darlo via a nessun prezzo. Mi chiedi l’incedibile senza che tu abbia la minima coscienza di cosa ciò sia voluto significare in passato per me!” – Dopo la mia insistenza, il muro pareva cedere, qualcosa fuoriusciva, varcava il perimetro. “ Laudine, credo che tu qualcosa mi abbia già ceduto: parte della tua sofferenza ora è qui sulle mie spalle.” – “ Le tue spalle? Sono così esili, sono così puerili. Io sono una donna Ruud, con problemi assai più grandi di me, che talvolta non reggo io e vorresti tu vorresti farti ponte? Beata ingenuità.” – La sua mano mi carezzava il viso, così vicina lei, da veder brillare le lacrime in quello sfondo di noce, troppo fiere per rompere le righe.  “ Divien più facile affrontare i problemi rendendosi proprietà esigua d’altri uomini, in un usa e getta mortificante?”
    Ma no, non potevo capire, a suo dire ero troppo distante dalle sue vedute, non potevo decidere io di cosa avesse bisogno: immaturamente mi limitavo a giudicarla. Ciò che più le dava fastidio e si poteva ben vedere dalla sua incostanza nel fissarmi, era certamente il modo in cui la guardavo io, meglio ancora, nel modo in cui leggevo lei, i suoi gesti, le sue parole. Vi sono trame in ognuno di noi, a volte semplici, altre volte più intricate, ma ognuna con una propria dose di implicito, di cui è nostro compito riportarne alla luce gli interessanti ricami. Probabilmente il mio intento era vissuto come una minaccia: infondo tutti i tesori più ricchi sono amabilmente custoditi, anche con trappole letali, ma sentivo che quelle a cui andavo incontro, pian piano si stessero dissolvendo. “Immagina chi fosse così stolto da porre un’opera d’arte a discrezione di tutti, uno scempio, un totale spreco. Chiunque avrebbe la possibilità di lasciar qualcosa di sé, sciupandola.” – “ Sei un materialista, oltre ciò non sai andare, oltre la carne, oltre il corpo. Non è nient’altro che un involucro ciò che io consegno agli altri, ma la parte più importante non sta nel mio seno e ne nel mio sesso, come in un’opera d’arte: ciò che la rende straordinaria non sta nella sua forma, non è forse ciò che vorrebbe esprimere?” – Aveva terribilmente ragione. Ma trovavo così offensivo verso la sua natura di donna questo svendersi, seppur voluto, non mi ci ritrovavo affatto. “ Ma cosa vorresti esprimere tu che muta ti spogli, dimmi?” Non m’accorsi ma le mie parole risuonarono più del voluto, così tanto che il loro eco suscitarono una furente ondata: - “  Mostrami tu allora come s’amano le donne, ingenuo d’un ragazzo! Amami tu, che una notte a disposizione te la concedo pure. Il mio corpo, la mia accoglienza, ma mostrami come vanno amate le donne se davvero tu ne sia consapevole!” -Non potendo tirarmi indietro accettai la sua proposta, ma non come ogni altro uomo l’amai, rifiutando i frutti di un vassoio ormai troppo abusato.

     
  • 09 gennaio 2012 alle ore 1:13
    Lontani, vicini, lontani

    Come comincia: Scorrevano i pensieri come i filoni d'alberi che accompagnavano i lati della sua auto: l'aveva appena lasciata all'aeroporto con un arrivederci che bruciava ancora in mezzo al petto. Ancora una volta fra le nubi del cielo si dividevano i loro destini. Il peso delle promesse diventava sempre più opprimente, non riusciva a credere che il suo cuore potesse mantenere un tale peso. In un gioco di gravi in cui non si trova mai l'equilibrio non bisogna rimaner stupiti se si rimane con in mano un moncone di corda: il loro legame non era da meno, gli eccessivi stiramenti avevano deformato il suo cuore. Se un addio è un taglio netto, l'arrivederci è una pugnalata non affilata. Forse avrebbe preferito una fine drastica, ma in quella serie di filamenti che ancora lo tenevano legato era certo si nascondesse qualche arteria vitale, un cavo prezioso che tenesse in vita ambedue, che per questo non meritava di esser tranciato. Se lo sarebbe portato appresso, fin dove sarebbe dovuto andare lui, che non era più casa loro.
    Poi non vide che un faro.
    La musica nelle sue orecchie filtrò piacevole, una musica, però, che riconosciuta, scagliò in un'ondata di nostalgia  la sua povera vita in un oceano di ricordi che passava proprio per quella strada che stava percorrendo che non era più buia ma illuminata a giorno. Un qualsiasi giorno d'estate. Rivide i suoi genitori ringiovaniti accanto a lui, punzecchiandolo per la destinazione non gradita, rivide non più i campi immersi nella notte ma docili colline arse dal sole e le pale eoliche che parevano indicargli la strada. La sua infanzia, perchè si trovava lì? Rivide il mare scorrere di nuovo accanto a lui, senza sapere perchè ne potesse sentire l'odore nonostante i vetri alzati e come potesse assaporarne la salinità. Presto però s'accorse che si trattava delle sue lacrime che irrorando il viso giunsero sulle sue labbra. Quante volte aveva percorso quella strada incoscente di ciò che gli stava attorno, ora tutto il significato celato s'abbatteva su di lui in attimi intensi come una vita vissuta per intero. Centrava ancora lei, lei centrava sempre perchè, in fin dei conti, si è sempre trovava sulla sua strada fin da quando era piccolo, senza contare quante volte si saranno potuti incontrare senza sapere chi fossero l'un l'altro e poi chissà, decidere di percorrerla insieme nello stesso istante, nonostante nell'arco della sua vita si trovasse in luoghi così distanti da precludere ogni possibilità di contatto.
    Lontani, vicini, lontani: la vita è sempre questione di distanze.
    Talvolta certi fili divengono più corti avvicinando le persone, o più lungi, ma non credo si spezzino mai per quanto sia lunga questa vita ci sarà sempre occasione di diminuir le distanze fra le persone. Apparentamente tagliamo i ponti, drasticamente interrompiamo contatti, ma se una persona risulta importante non srai mai tu a decidere se rescindere o farla andare via, non fisicamente parlando.
    Era certo in questo nuovo vortice di pensieri che in fin dei conti, le distanze fisiche non contassero per le persone, erano certamente altre quelle che influivano. In un istante tutta la storia della sua vita che nel frattempo si manifestava quasi come un ripasso, svanì in un'altro faro di luce: era l'insegna del bar che sta sotto a casa sua, segno che inspiegabilmente giunse a casa.
    Nessuna cesoia in mano: seppur milioni di Km si fossero frapposti, seppur sarebbero stati ancora più lontani, sapeva e aveva capito che un domani sarebbero stati nuovamente vicini.