username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Roberta Canu

in archivio dal 09 gen 2012

17 marzo 1992, Sassari

09 gennaio 2012 alle ore 1:26

La camera di Laudine

Il racconto

Risvegliarmi fra queste lenzuola rende ancor più sgradevole il ricordo del “dormitorio”, di quella lurida stanza grande poco più che un paio di braccia, sovrappopolato e mal conciato. Non che io sia una persona poco propensa all’igiene, ma sopraffatto dalla bestialità di certi coinquilini, ogni mio tentativo di salutare difesa scoppia in un vano tentativo. Ora respiro però odori orientali, ma dove sono? Forse in India? Non più quel  fitto odore di muffa che offendeva il mio olfatto, ma l’odore che s’addice ad una lasciva divinità. Certi lussi, in quanto studente, per di più straniero, non puoi che sognarteli. Il fatto che non sia completamente sicuro d’esser sveglio mi rende abbastanza cauto sulla realtà della situazione. Ma cosa ricordo? Eppure in questa nuova città non mi sono mai perso, o forse si? Forse quando decisi di seguire i suoi passi e non i miei. 
La incontrai quando più ero sicuro del mio percorso, quando più ero certo delle certezze che possedevo: ero così completo da non sentir di poter far parte di qualcuno o viceversa, che qualcun altro potesse esser parte di qualche mia deriva. Mi sentivo così fiero di questa ottenuta integrità, di questa solida motivazione che mi isolava come unico pezzo di questo curioso marchingegno che aveva comunque vita. Come girava bene nella sua autosufficienza.
Talvolta però, non si è immuni a certi sguardi: occhi così taglienti da sgretolare tua interezza, occhi che minano alla tua autonomia. La motivazione sta nella loro natura, da predatore, così che mentre stai lì a ricomporti dal disastro, vieni sottratto di alcuni pezzi, dei cocci fatalmente incustoditi. Così quel prezioso marchingegno non può più funzionare, è difettoso, è lacunoso. L’unico sistema è recuperare ciò che ti appartiene, ma che strano sortilegio però: l’idea che sia quella sguardo a custodire quella parte così importante non ti disturba poi così tanto.  Non ti sale poi di rado un certo pensiero: - che lo tenga pure, non chiedo che un altro sguardo, solo per sentirmi più intero anche solo quell’attimo.
Dipendenza, ora sei in un nuovo stato e questo è il suo nome. Erano quei particolari giorni di Settembre dove sembra che appaia un nuovo mondo alle porte dell’autunno: gli stessi coloro che hanno fatto impazzire svariati poeti rendono anche me particolarmente sensibile. Fronde dorate e foglie, che gentili si riversano sulla mia testa mora durante le lunghe passeggiate, decorano ogni strada e i parchi, come sono ricchi nel loro ultimo atto. Ma più graziosa della lenta muta della vegetazione, giungeva lei, rossa che la sua chioma, un caschetto sbarazzino, pareva quella dell’amolo che lieto abbonda nei marciapiedi.
Poco importava che al suo braccia avesse un accompagnatore, poco importava che nei giorni successivi fossero molti altri e sempre diversi, meno ancora il fatto che fosse una prostituta. Sapevo che possedeva ciò che era mio, l’idea di riprenderlo di persona non mi disturbava più di tanto sapendo che degli sguardi non ci si può accontentare. Non concedevo alcun prestito.
“È per te la prima volta?” – Mi chiese, dopo una lieta accoglienza a casa sua, lieta come immagino fosse per dovere, per il suo mestiere. Mi accolse conducendomi  lentamente nella sua stanza, sfarzosa e abbondante, ricordandomi prestigiose regge, ma dubitando dell’autenticità di certi elementi.
“No, non dovrebbe essere.” – Le risposi un po’ teso, lasciandola alquanto incuriosita dalla risposta, con gli occhi scuri, quei due ladri, che mi invitavano caldamente a offrire una spiegazione.  – “ Ero piuttosto giovane, tutto si affolla un po’ nebbioso, non ricordo chi sia lei, come sia stato io..” –
“ Non preoccuparti le esperienze deludenti non sono macchie indelebili e tutti ne abbiamo vista qualcuna.” – Mi interruppe, creando in me non poco imbarazzo, mentre la ammiravo nel frattempo riassettando la camera e il letto, caldo e morbido già all’apparenza. “ Avanti, spogliati Ruud. Non essere timido, non è questo il luogo. O vuoi che lo faccia io?” – “Davvero, me ne occupo io.”
Iniziai così a spogliarmi, come tutte le notti ero abituata a fare, ma ancora quello sguardo, pesante di colpevolezza e di bellezza, si posava su di me calandosi quasi fosse un masso. Mi rendeva impacciato, scoordinato, come se stessi combattendo in un fangoso campo di battaglia: pare esagerato, ma tanto precario era il mio equilibro, sentivo quel peso.  Si avvicinò premurosa come una madre, ma con un feroce gesto, inaspettato sia per me che per lei, la allontanai.  Mi scusai rapidamente per lo scatto impulsivo e le dissi: “ Stendhal sentendo il peso di tanta bellezza finì a terra tramortito, io mi sento soltanto un po’ impedito. Non avrai che qualche anno più di me, sei così fresca.” – Lei sorrise con piacere e divertita mi rispose: - “ Lo vedo bene, ma per come sei conciato in questo momento, non hai abbastanza serietà per declamare certe frasi con indosso una camicia e calzoni abbassati.” S’avvicinò, così delicata da non potermi liberare del suo aiuto, dolcemente incantato dai suoi modi. Le sue labbra toccarono la mia pelle, mentre le dita abili sbottonavano la pallida camicia, ancor più pallida se paragonata ai miei colori. – “ Quanti uomini ne han goduto, ma perché dovresti? È una buona rendita? “ – “ Non dovrei parlarne con te, sei un mio cliente, non mi è consentito mischiare le due sfere.” Mi baciò le labbra per non dover ribattere seppur avrei voluto farlo: ne approfittai poi, in un attimo di pausa. “ Se quest’oggi non mi presentassi come tuo cliente? Accoglimi comunque.” – “ Mi vuoi far perdere del tempo? Non accetto certe storie. Non accetto amici in casa, non accetto spasimanti, fuori di qua o consuma in silenzio.” – Indispettita come chi sente ciò che è più prezioso oltraggiato si ritira lontano da me, indicando la porta. Mi avvicinai io forse con più insolenza del necessario pregandola di accettare la mia offerta: non venni qua con l’intento di qualsiasi altro uomo che quivi abbia bussato, venni da uomo invaghito, da chi si sente attratto da prelibatezze più nascoste, potrei pagarle l’intera notte anche senza consumare in quel letto. Non parve apprezzare il tentativo, così che tenace continuava ad indicare la porta: ma tanto ostentava rifiuto lei, tanto io mi facevo forza delle mie convinzioni. “ Non posso accettare, non posso. Perché ciò che tu mi chiedi, non posso darlo via al prezzo del mio corpo. Non posso darlo via a nessun prezzo. Mi chiedi l’incedibile senza che tu abbia la minima coscienza di cosa ciò sia voluto significare in passato per me!” – Dopo la mia insistenza, il muro pareva cedere, qualcosa fuoriusciva, varcava il perimetro. “ Laudine, credo che tu qualcosa mi abbia già ceduto: parte della tua sofferenza ora è qui sulle mie spalle.” – “ Le tue spalle? Sono così esili, sono così puerili. Io sono una donna Ruud, con problemi assai più grandi di me, che talvolta non reggo io e vorresti tu vorresti farti ponte? Beata ingenuità.” – La sua mano mi carezzava il viso, così vicina lei, da veder brillare le lacrime in quello sfondo di noce, troppo fiere per rompere le righe.  “ Divien più facile affrontare i problemi rendendosi proprietà esigua d’altri uomini, in un usa e getta mortificante?”
Ma no, non potevo capire, a suo dire ero troppo distante dalle sue vedute, non potevo decidere io di cosa avesse bisogno: immaturamente mi limitavo a giudicarla. Ciò che più le dava fastidio e si poteva ben vedere dalla sua incostanza nel fissarmi, era certamente il modo in cui la guardavo io, meglio ancora, nel modo in cui leggevo lei, i suoi gesti, le sue parole. Vi sono trame in ognuno di noi, a volte semplici, altre volte più intricate, ma ognuna con una propria dose di implicito, di cui è nostro compito riportarne alla luce gli interessanti ricami. Probabilmente il mio intento era vissuto come una minaccia: infondo tutti i tesori più ricchi sono amabilmente custoditi, anche con trappole letali, ma sentivo che quelle a cui andavo incontro, pian piano si stessero dissolvendo. “Immagina chi fosse così stolto da porre un’opera d’arte a discrezione di tutti, uno scempio, un totale spreco. Chiunque avrebbe la possibilità di lasciar qualcosa di sé, sciupandola.” – “ Sei un materialista, oltre ciò non sai andare, oltre la carne, oltre il corpo. Non è nient’altro che un involucro ciò che io consegno agli altri, ma la parte più importante non sta nel mio seno e ne nel mio sesso, come in un’opera d’arte: ciò che la rende straordinaria non sta nella sua forma, non è forse ciò che vorrebbe esprimere?” – Aveva terribilmente ragione. Ma trovavo così offensivo verso la sua natura di donna questo svendersi, seppur voluto, non mi ci ritrovavo affatto. “ Ma cosa vorresti esprimere tu che muta ti spogli, dimmi?” Non m’accorsi ma le mie parole risuonarono più del voluto, così tanto che il loro eco suscitarono una furente ondata: - “  Mostrami tu allora come s’amano le donne, ingenuo d’un ragazzo! Amami tu, che una notte a disposizione te la concedo pure. Il mio corpo, la mia accoglienza, ma mostrami come vanno amate le donne se davvero tu ne sia consapevole!” -Non potendo tirarmi indietro accettai la sua proposta, ma non come ogni altro uomo l’amai, rifiutando i frutti di un vassoio ormai troppo abusato.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento