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Racconti di Roberto Scarpone

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  • 23 gennaio 2015 alle ore 11:09
    La Sacca

    Come comincia: Il fischio della sirena della nave lo destò dai suoi pensieri, gettò lo sguardo fuori dall’oblò oramai era giunta al porto.
    Il suo viaggio finiva lì non voleva scendere, ma non poteva agire diversamente, la nave avrebbe proseguito per la sua rotta.
    Controvoglia e con fatica si alzò dal letto, prese in mano la sua sacca, era vuota e doveva ancora riempirla.
    Aprì l’armadietto prendendo a caso tutto quel che c’era dentro riponendo con cura ogni cosa all’interno del suo bagaglio: i desideri mai sopiti, i rimpianti ed i rimorsi, i tanti ricordi e le emozioni più forti, non pensava di aver accumulato così tante cose della sua vita che quasi aveva riempito tutta la sacca.
    Poi apri il cassetto e trovò tutti i suoi sogni. Ne afferrò una manciata osservandoli con sospetto, i sogni nel cassetto sono quanto di più pericoloso può avere un uomo, a volte son così nocivi che  possono trasformarsi in illusioni ed allora ti uccidono l’anima.
    Guardò a lungo quei sogni, la mano gli tremava, non ricordava nemmeno più di averli, chissà da quanto tempo giacevano dimenticati in quel cassetto. Provò a sfogliarli uno ad uno, il respiro gli si bloccò in gola paralizzandogli tutto il corpo.
    I sogni non potevano esistere, al più si doveva obbligare i fabbricanti a scrivere sulla confezione una qualche frase che mettesse in guardia il sognatore, come nei pacchetti delle sigarette: “I SOGNI UCCIDONO” oppure “CHI SOGNA NUOCE ANCHE A TE, DIGLI DI SMETTERE”
    D’istinto andò a svuotare il cassetto nel lavandino, aprì il rubinetto e vide subito tutti i sogni ruotare vorticosamente ed infilarsi  nello scarico, sciacquò abbondantemente il lavabo per non lasciarne traccia.
    Chiuse i lacci della sacca, non aveva più nulla da prendere, la gettò sulla spalla avviandosi verso la porta per uscire dalla cabina, afferrò la maniglia e prima di abbassarla si fermò un attimo poggiando la fronte sulla porta stessa,  c’era un’ultima una cosa da prendere, la più importante, forse l’unica da portar via con se, ma sapeva bene che non era più possibile, “Già”, pensò tra se, “non mi entrerebbe nemmeno dentro la sacca, dovrei vuotarla tutta”, ma era solo una banale giustificazione a se stesso.
    Sapeva bene che non era certo quello il problema, quell’ultima cosa doveva rimanere lì, tanto chiunque fosse entrato non l’avrebbe mai potuta vedere, era una cosa che apparteneva solo a lui, ma non poteva proprio più prenderla e ne era dolorosamente consapevole, quel viaggio finiva lì per sempre.
    Usci velocemente senza pensare ad altro, la porta si chiuse di scatto dietro di lui, quasi che una forza invisibile l’avesse violentemente sbattuta tagliando per sempre ogni contatto con la sua vita trascorsa, con la testa piena del nulla si avviò verso il ponte esterno.
     
    Lungo il corridoio c’era un via vai di persone, molti si preparavano a scendere. Cercò un varco tra quella folla ostile, senza parlare dava spinte ad ognuno che gli si parasse davanti, quasi trascinando il suo corpo svuotato raggiunse il ponte dov’era posizionata la scala per lo sbarco.
    Mentre il personale di bordo ultimava le operazioni, il ponte si riempì di passeggeri che, con il naso all’ingiù, cercavano parenti ed amici tra la gente che affollava il molo, le teste si muovevano veloci da destra a sinistra, ogni tanto qualcuno urlava all’indirizzo del vuoto convinto di aver riconosciuto una persona a terra.
    Dalla banchina del porto altrettante persone, con il naso all’insù, cercavano parenti ed amici a bordo della nave, le teste si muovevano veloci da sinistra a destra, ogni tanto qualcuno urlava all’indirizzo del nulla convinto di aver riconosciuto un passeggero.
    Nessuno era lì ad aspettarlo, sarebbe sceso senza nessun desiderio. Con il capo chino, quasi che il mento toccasse il petto, e la sacca sulla spalla, infastidito da tutto quel brusio, prese la via della scala. Le urla dei passeggeri e di chi era a terra aumentavano man mano che scendeva, chi era davanti si fermava per salutare, chi era dietro spingeva per affrettarsi, in mezzo lui vestito del solo dolore e del rimorso di quanto aveva lasciato nella cabina.
    Sceso a terra, senza nessuna idea di cosa fare o di dove andare cominciò ad avviarsi verso il cancello d’uscita dal porto, ed appena varcato si guardò intorno, le voci provenienti dal molo si attenuarono ed all’improvviso il silenzio lo avvolse senza neanche dargli il tempo di accorgersene.
    Non sapeva dove andare o forse non era importante, era sbarcato in un luogo di cui non conosceva nemmeno il nome, non sapeva in quale parte del mondo si trovasse, era lì solo con la sua sacca, il ricordo dei sogni nel cassetto gettati via per sempre e l’unica cosa a cui teneva che era rimasta lì nella cabina, sola ed abbandonata per sempre.
    Oramai la sera stava occupando prepotentemente il posto del giorno, già si vedeva la luna sorgere. Sì, avrebbe seguito la luna, già quella luna, aveva una promessa con la luna, anzi l’aveva promessa, aveva dato la sua parola che un giorno sarebbe andato a prenderla per donargliela.
    Cominciò il suo vagare senza meta, ma più avanzava e più il ricordo ed il desiderio di ciò che aveva lasciato sulla nave gli pesava sul corpo, tutta la sua vita era rimasta lì, il suo futuro era sparito fulmineo.
    All’improvviso fu scosso dai sui pensieri dal fischio della nave, sì la nave stava per lasciare il porto alla volta di una nuova meta ed avvisava tutti delle proprie intenzioni. Si fermò posando la sacca in terra, respirò profondamente per capire se ancora era capace si sentire i profumi.
    Fu un attimo, un attimo estremamente breve, forse un tempo così infinitamente breve che nemmeno si poteva misurare, prese la sacca e la buttò nuovamente sulla spalla, si girò e cominciò a correre verso il porto. Gli sembrò di gridare, urlava o forse farfugliava qualcosa, forse pregava, pregava che la nave non partisse senza che lui fosse nuovamente salito a bordo.
    Corse veloce senza mai fermarsi maledicendo ogni passo, non si era reso conto di quanta strada avesse percorso, sentiva qualcosa dietro di lui come se qualcuno o qualcosa lo seguisse, senza fermarsi volse un attimo lo sguardo all’indietro, era la luna gli correva appresso.
    Entrò nel porto, nella banchina non c’era più nessuno, la nave stava mollando gli ormeggi, ma non si vedeva alcun marinaio alla manovra ed anche le altre imbarcazioni erano sparite.
    Si diresse verso la nave bruciando le ultime forze di cui ancora disponeva e gridando di aspettarlo.
    Era quasi arrivato sotto la murata della nave che essa cominciò a staccarsi dalla banchina. Si fermò sul bordo del molo, incredulo e senza più fiato e senza sapere cosa fare. Il primo istinto fu di gettarsi in mare e raggiungere l’imbarcazione a nuoto, ma non poteva farlo, avrebbe dovuto abbandonare la sacca a terra, non poteva lì dentro c’era tutto il suo passato con cui un giorno poter ricominciare, o almeno quasi tutto, una parte era rimasta dentro la cabina.
    Era fermo a guardare la nave quando all’improvviso scorse una luce sulla poppa, ciò che aveva lasciato a bordo era lì che lo fissava.
    Si guardò intorno, sull’altro lato del molo c’era una piccola barca a remi e dentro un vecchio pescatore intento a sistemare una rete. Si lanciò verso la barchetta e urlò al pescatore: “Devo salire a bordo di quella nave laggiù, portami con la tua barca, ti darò quel che mi chiedi”.
    Il pescatore alzò lo sguardo e senza mostrare nessuna fretta gli rispose: “Io son troppo vecchio per andare ad inseguire ciò che resta della mia vita, ma se vuoi ti dò la mia barca, cosa mi offri?”.
    “Ti darò tutto il denaro che ho con me, guarda contalo” e così dicendo gli porse il portafoglio.
    “Te l’ho detto” gli rispose il pescatore “Io son troppo vecchio, che ci faccio con tutto quel denaro, la sacca, si dammi la tua sacca con tutto il suo contenuto, quella mi sarà più utile”
    No, la sacca no, non poteva chiedergliela: “Se ti do la sacca, la tua barca non mi servirà più, dentro c’è tutta la mia vita, senza di essa non avrò mai un futuro”.
    Allora il vecchio pescatore sorrise, saltò fuori dalla piccola imbarcazione e fece un gesto con la mano per invitarlo a salire: “Va, sali a bordo e rema, rema più forte che puoi, anch’io una volta avevo una sacca come la tua e la barattai per un desiderio … quel giorno la mia vita finì. "Tieni ben stretta la tua sacca, ma ora vai non perder tempo ad ascoltare le parole di un povero vecchio”.
    Senza riflettere su ciò che il pescatore volesse dirgli saltò dentro la l’imbarcazione, mise i remi negli scalmi, mollo la cima che la legava alla bitta, bloccò la sacca tra le gambe, afferro i remi e diede il primo colpo, poi alzò lo sguardo per ringraziare il vecchio, ma lui non c’era più.
    Non aveva tempo per pensare, non capiva cosa stesse accadendo, prima tutto il porto vuoto, poi la nave che salpava senza equipaggio ed ora il pescatore svanito.
    Prese a remare con vigore, si voltò per incanalarsi sulla scia della nave, non sentiva più la fatica, la luce sulla poppa continuava a brillare.
    Remava con tutta la forza che aveva, si stava avvicinando alla grossa nave, sentiva il rumore dei motori, percepiva la rotazione dell’elica, sì si avvicinava velocemente.
    Oramai aveva quasi raggiunto il suo obiettivo, la luce era sempre lì che lo osservava e lo guidava, avevano preso il largo quando improvvisamente il mare cominciò ad incresparsi. Non aveva paura, ma remare era sempre più faticoso e non riusciva a rimanere in scia con la nave. Le onde andavano ad ingrossarsi sempre di più, cominciò ad urlare verso la nave nella speranza che qualcuno udisse le sue grida.
    Poi l’acqua cominciò a saltare dentro la piccola imbarcazione, quasi che le onde si divertissero in quel macabro gioco. Non aveva paura, la luce era sempre lì, si chiese perché aveva lasciato a bordo quella cosa a cui teneva più di ogni altra.
    Non c’era tempo per riflettere e comunque non serviva a nulla, continuava a remare tagliando in due le onde, l’acqua salata del mare gli bruciava gli occhi tanto che doveva tenerli socchiusi per continuare a vedere la luce, i muscoli cominciavano ad indolenzirsi ed il corpo era oramai tutto fradicio.
    All’improvviso un’onda violenta ed assassina sollevò la barca per poi farla cadere pesantemente sul mare, subito dopo un’altra onda senza cuore ne anima schiaffeggiò la piccola barca facendola capovolgere.
    Cadde subito in mare, fece in tempo a tenere strette  le gambe per non perdere la sacca, poi l’afferrò con tutte e due le braccia stringendola a se e così tentò di risalire in superficie.
    Muoveva le gambe per restare a galla, cercava di respirare mentre sputava l’acqua fuori dalla bocca, la nave continuava la sua corsa e con lei la luce, che diventava sempre più flebile, quasi non la vedeva più. Le onde si divertivano ad infierire su di lui, spingendolo sempre più sotto il mare che sembrava ben contento di accoglierlo tra i sui fondali.
    Allora cominciò a sprofondare dentro il ventre dell’oceano, il suo corpo ruotava, continuava a tenere stretta la sacca tra le braccia, lì dentro c’era anche il suo futuro, finché lo teneva stretto a se ogni speranza rimaneva in vita.
    La lotta contro il mare durò per poco tempo ancora, poi all’improvviso tutto si fermò.
    Non riusciva a capire cosa fosse accaduto, ebbe la sensazione come di essere disteso, gli occhi erano chiusi, un silenzio apparente lo avvolgeva.
    Forse era morto e giaceva sul fondo al mare. Gli occhi non gli si aprivano, ebbe però la sensazione di avere le braccia che gli avvolgevano il corpo, come se teneva ancora la sacca stretta a se, era un buon segno forse non era morto, ma se non lo era allora dove si trovava.
    Provò a muovere un braccio, con sua sorpresa ci riuscì, si toccò il corpo, era tutto fradicio, subito pensò che si trovasse in fondo al mare, allora era morto, però il suo cervello ancora funzionava e riusciva a muovere un braccio.
    Tentò una seconda volta di aprire gli occhi, stavolta riuscì ad aprirli leggermente e subito fu accecato da una luce intensa che gli fece immediatamente chiudere le palpebre.
    Cos’era, cosa mai poteva essere quella luce, forse era veramente morto e quella era la luce del paradiso o forse il fuoco dell’inferno.
    Lui si sentiva vivo, magari era sdraiato su di una lettiga e stavano cercando di rianimarlo, ma si era certamente così voleva urlare che era vivo e stava bene, di certo non era in fondo agli abissi, lì non ci sono luci.
    Provò nuovamente ad aprire gli occhi, la luce era sempre lì davanti a lui, sbattendo più volte le palpebre riuscì ad avere il sopravvento su quel lampo assassino.
    Si guardò intorno, c’era qualcosa di strano e di familiare in quel luogo. Non era possibile, era la cabina, sì la sua cabina e quella luce fortissima proveniva dall’oblò, erano i raggi del sole che stava tirando fuori la testa dall’orizzonte. Capì che era sdraiato sul suo letto, si toccò nuovamente il corpo, effettivamente era bagnato, ma si rese subito conto che non era acqua, ma più semplicemente sudore, sì aveva sudato tantissimo.
    Continuò ad osservare la stanza, fissava il soffitto, poi percepì come un sibilo. Un piccolo rumore cadenzato che gli sembrava di conoscere. Con un ultimo sforzo cercò di concentrarsi per capire cosa fosse e da dove provenisse.
    Provò a girarsi su di un fianco, verso il centro del letto, era da lì che proveniva quel suono.
    Guardò meglio e si accorse che quel suono altro non era che il respiro di lei … si lei era lì al suo fianco che dormiva.
    Aveva la gola secca, non riusciva a capire cosa fosse realmente accaduto, sulla sedia c’era la sua sacca ed allora si accorse che tra le braccia stringeva il cuscino.
    Un incubo, aveva avuto un incubo, un terribile incubo e null’altro.
    Mise il cuscino sotto la testa e rimase di fianco ad osservarla mentre dormiva.
    Lo faceva quasi ogni giorno, si svegliava sempre per primo ed allora rimaneva li a fissarla  mentre lei ancora navigava nel mondo dei sogni. La guardava con attenzione e curiosità, le guardava il viso e dalle smorfie che faceva capiva se stava sognando una cosa bella oppure una brutta. Gli piaceva osservare il lento movimento del petto quando respirava, i suoi lunghi capelli scuri che gli incorniciavano il viso, il profilo del suo corpo.
    Sapeva che si sarebbe svegliata da un momento all’altro regalandogli prima un sorriso che ogni volta lo lasciava senza fiato e subito dopo, aprendo gli occhi, gli avrebbe sussurrato: “Buon giorno Baccalà” per poi riempirlo di baci.
    Un incubo, si solo un brutto, terribile incubo.
    Più tardi, quando si sarebbe alzato, avrebbe aperto il cassetto, lì dentro c’erano tanti sogni, era arrivato il momento di tirarli tutti fuori.
     
     
     
    … e, caso strano non mi sento strano
    vuoi vedere che ti amo …
     

  • 19 luglio 2010
    Di e Ci - (10)

    Come comincia: Erano 10 ore che Di e Ci stavano seduti su quelle scomode sedie davanti ad un severo immobile foglio bianco.
    “Stavolta non riusciremo a scrivere nulla” disse Di e Ci rispose “Non demordere, quest’occasione è unica”
    Già tutto sembrava facile, in fondo bisognava scrivere una poesia dedicata al numero dieci.
    “Io rinuncio è troppo difficile non ho ispirazioni, se il tema fosse stato il 9 avrei avuto mille idee” apostrofò Di e Ci di rincalzo “Ed io allora? Ho un sacco di strofe pronte sull’11”
    “E se scrivessimo una riga per uno, io sul 9 e tu sull’11” propose Di e Ci quasi di getto “Ma si certo, così la media sarà dieci, che idea brillante”.
    “E sì, però basta che sbagli di poco ed alla fine ti trovi un 9,9 o un 10,1” osservò Di e Ci replicò “E’ vero, hai ragione, poi con quella giuria non c’è da fidarsi”.
    “Dannato 10! Non è neanche un numero primo ed è pure pari” urlò Di e Ci di rimando “Certo come fai ad arrivare primo se 10 non è primo e poi il primo pari è due”.
    Il tempo scorreva inesorabile “Che ora è” chiese Di e Ci con un grido disperato rispose ”No! Le 10 e 10 e 10 secondi”.
    L’orologio si era fermato, quella sera anche la batteria si era esaurita.
    “Io rinuncio” disse con tono sconfitto Di e Ci ribatté “Eh no, proprio adesso no, dai proviamo un’ultima volta”
    “Sì, ma che sia davvero l’ultima” sentenziò Di e Ci oramai rassegnato ”Contiamo fino a 10 poi toglieremo il tappo alle nostre penne”.
    E così Di e Ci cominciarono a contare insieme “uno, due … nove e DIECI” ed allora l’inchiostro cominciò a scendere come un fiume in piena sul foglio insinuandosi in ogni riga poi all’improvvido tutto finì.
    Il silenzio avvolse Di e Ci, un’ultima occhiata alla poesia prima di spedirla:
    concorso di poesia: 10
    autori: Di e Ci
    10 io ti od10

  • 22 aprile 2009
    Mi sento soffocare

    Come comincia: Sono le due del pomeriggio di venerdì, smetto ora di lavorare, mi cambio gli abiti ed indosso i miei jeans, il maglione a girocollo, gli stivali da moto, il giubbotto e via verso casa.
    La giornata è bella, c’è una leggera brezza fresca, ho una strana sensazione, mi sento come se qualcosa mi stringesse la gola un senso di fastidio più che di dolore, cerco di concentrarmi sulla guida, in moto per Roma non puoi pensare ad altro.
    Arrivo a casa, il tempo di togliere il giubbotto e lavarmi le mani e mi siedo a tavola.
    Mangio di gusto, ho fame, ma ho sempre quella strana sensazione che qualcosa mi stringa il collo. Ho starnutito tutto il giorno per via dell’allergia, ma non sento bruciori alla gola, no non è il classico arrossamento delle tonsille o il preludio di un’influenza, piuttosto come una mano che mi stringe la gola quasi volesse strozzarmi.
    Ogni tanto con le dita allargo il maglione ed ho come la sensazione di stare un po’ meglio, ma è un fuoco di paglia, subito torna quella fastidiosa percezione che qualcuno o qualcosa mi stia soffocando.
    Mi alzo da tavola e mi siedo sul divano, provo a leggere il giornale, così tanto per distrarmi, ma la mano invisibile continua a sfiorarmi il collo, quasi una carezza che stringe sempre di più.
    Nel silenzio della stanza provo a controllarmi il corpo, respiro profondo ed occhi chiusi. Ascolto il cuore ed il suo battito lento e regolare, anche il polso và che è una bellezza. Forse è solo suggestione, che sia un attacco di panico? Non so non ne ho mai sofferto e non ne conosco i sintomi, e poi panico di cosa? Non sudo, non ho brividi, solo una morsa che stringe, ma una stretta regolare.
    Son già le quattro, mi alzo e giro senza meta per il soggiorno, seduto il senso di soffocamento era più evidente; guardo gli oggetti sul tavolo sfioro con le dita i mobili, qualcosa non va, ma si, cosa?
    Mi avvicino allo specchio e mi ci guardo dentro, cerco una risposta in me stesso, mi osservo vorrei capire questo malessere e la sua origine. Sarà un malanno del fisico o dell’animo?
    Mentre mi guardo allo specchio accade una cosa strana, l’immagine riflessa muove le labbra, come se volesse parlare, mi tocco la bocca, è chiusa mentre il mio io riflesso parla.
    Ssssshhhhhh silenzio, mi avvicino allo specchio, sento una voce, forse la mia immagine riflessa vuole parlarmi, vuole dirmi cosa turba il mio corpo od il mio spirito, si la sento quasi sussurrare:
    “Ti sei messo il maglione al contrario, cretino”
     
    All you need is love.
    All you need is love.
    All you need is love, love.
    Love is all you need.