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Autore

Sandra Tricca

in archivio dal 12 dic 2006

23 giugno 1984, Forlimpopoli (FC) - Italia

19 giugno 2008

Io chiave contro il neronulla

Intro: La narrazione è una corsa continua, un invito a non farsi travolgere né a restare invischiati. Attenti quindi! Il temibile "neronulla" vi può fregare in ogni momento...

Il racconto

Secondo giorno di ufficio.
ufficio grande, di quelli con enormi scrivanie in condivisione, dove ognuno sente le telefonate dell'altro e le voci corrono veloci.
Ma la quantità di veleno che si sputano addosso è molto inferiore alle mie previsioni. Peccato.
I colleghi come la famiglia di ogni giorno.
Tutti scontenti di lavorare in questo posto, tutti rassegnati a restarci.
Almeno fino a quando qualcosa di terribile non spazzi via tutto.
Il punto è che io SO in cosa consiste quel "qualcosa", e non è un caso che mi trovi qui seduta a questa scrivania a far finta di lavorare davanti al pc.
Come un buco nero spaziale.
Come il particolare irregolare che nessuno nota.
Sto parlando di un elemento  con un suo ordine e con una sua logica, come il soffitto che mi sta sopra la testa:
Uno di quei soffitti da ufficio, composti da un centinaio di pannelli perfettamente quadrati e regolari.
Ogni due quadrati una luce al neon mette in risalto i miei capelli argento, e ogni tre righe un allarme anti-incendio mi dà un'illusione di sicurezza. Quella che nessuno potrà garantire (se non io stessa) nel momento in cui quel "qualcosa" avverrà.
E di certo manca poco.
Sto solo prendendo tempo ma non serve a niente perché i miei occhi ora fissano quella condizione instabile ad un paio di metri dalla mia testa.
Un pannello spostato.
Un quadrato storto in mezzo a centinaia di quadrati perfetti.
Un virus tra forme geometriche studiate.
E capisco che è il momento: lo spazio nero tra il quadrato spostato e quello perfettamente dritto a fianco, inizia ad allargarsi. come un triangolo isoscele in piena espansione.
Prima piano, poi sempre più velocemente, come un enorme macchia di petrolio dai contorni assolutamente netti e geometrici.
Tutti hanno il tempo di urlare e di spalancare gli occhi, ma lo spazio nero non dà loro tregua.
Una alla volta le voci diminuiscono, le finestre esauriscono, le cartelle spariscono, i telefoni estinguono. è cemento quello che non vedo. Sono pilastri quelli che smetto di vedere. Sono i miei passi sempre più veloci, verso quella porta sempre meno materiale.
Dove scappo? Sono io la chiave contro il nulla.
Sono io che li lascio finire. (Sono io che smetto di correre.)
Sono io che mi lascio finire. 

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