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Autore

Sonia Carosella

in archivio dal 24 mag 2007

09 gennaio 1988, Agnone (is)

segni particolari:
Anima colorata, sfumata... come una farfalla, con ali ancora fragili per poter volare in alto.

mi descrivo così:
Amo l'arte, e il mondo. Mi immergo in essi per entrare in contatto con l'universo che ho dentro. Adesso universitaria sperduta, in cerca del cammino alla luce della luna.

24 maggio 2007

Risveglio

Intro: Una notizia che stravolge la vita e che non sarà mai comunicata, perché la vita prende pieghe imprevedibili. Primo racconto pubblicato su Aphorism.it, un ottimo esordio...

Il racconto

Rumore assordante. Luce accecante. Piccole stelle nell’infinito oceano dell’universo, galassie sperdute, polveri cosmiche in nuvole porpora, blu, scie di magia lontane che all’improvviso appaiono così vicine da commuovere col loro spettacolo.

 


Non riesce a capire.


Sabato sera. Telefono che squilla. Lei nervosissima, trattiene le lacrime. Sarà lui? Forse sì, l’ultima volta l’ha cacciato di casa in maniera a dir poco drammatica. Perché non capisce? Il telefono continua a squillare. Segreteria.


“Lo so che sei in casa, ti prego rispondi… sono due giorni che non vieni a scuola, perché ti nascondi? Cosa ti ho fatto, stavamo così bene! Ok, senti, domani passo da te, e non voglio scuse, dobbiamo parlare.”


Parlare, certo la fa facile lui… non è la sua vita che è cambiata da un giorno all’altro, in un attimo di distrazione, per un quarto d’ora d’amore. Non è lui che dovrà rinunciare alla scuola, all’università, a un futuro da avvocato. Due minuti. Terzo test positivo. Porca puttana!


Rumore assordante… vetri in frantumi. Cazzo, il vaso preferito della mamma…


I suoi sono preoccupati, non mangia decentemente da due giorni.


“Tesoro, perché non tocchi niente? Dai, solo una forchettata di pasta…”


“Ecco, lo sapevo. Vuoi finire anche tu come tutte quelle ragazzine anoressiche? Guarda che la vita è la tua, non delle case d’abbigliamento.”


“Già, la vita è mia… perché non dovrei fare quello che è giusto per me, e non per qualcun altro… un abusivo dentro di me, figurarsi… e io non volevo nemmeno, quel pomeriggio, avevo mal di testa.”


Lei non è preoccupata, è disperata. Finge di star male, dice di avere la febbre. Bella bugia, lei sta male dentro. Vorrebbe non essere più lei, annientarsi, strapparsi le viscere, gridare, gridare di dolore, d’amore, di rabbia. Vorrebbe uscire da quell’incubo, vorrebbe non pensare più. Vorrebbe tornare indietro, cambiare le cose, tornare alla sua stupida vita di tutti i giorni, le amiche, i trucchi, i vestiti, Johnny Depp quant’è bello e così via.


Si guarda allo specchio e vede il riflesso di un’altra. Dov’è il sorriso così luminoso che tutti adoravano? È annegato in un mare di lacrime. Dove sono quegli occhi frizzanti, più verdi di un prato, più azzurri del cielo? Si sono spenti come due stelle cadenti, e non torneranno più. Quegli occhi li hanno uccisi.


“Ma tu chi sei? Io non sono così, io non mi riduco mai in quello stato. Io sono forte, non mi arrendo alla prima difficoltà. Perché ti sei ridotta così?! Lo so che 19 anni sono pochi, ma non sei più una ragazzina. Rinunciare all’università non è così tragico, ce la caveremo.”


Brava, mentiti da sola. Guarda che se ti ripeti spesso una bugia poi finisci per crederci.


Reagisci! No, ma che fai, corri in ospedale prima che sia troppo tardi. Ma sei matta, uccidere? Tu non sei un’assassina. Ma non sei una martire. Sei brava nello studio, sei determinata, hai un futuro davanti. Bel futuro, ti ricorderai a vita di quello che ti è successo, non dormirai più dal rimorso. Beh, non dormirai comunque. Non li vedi tutti quei telefilm? Le ragazze madri finiscono male, fanno la fame e nessuno le ama! Ma no, se la cavano abbastanza. E poi i tuoi non sono dei mostri, non ti cacceranno via.


Ancora telefono. Ancora lui. Non è così male, alla fine potrebbe prenderla bene.


Finalmente si è decisa. Uscirà di casa, prenderà una boccata d’aria, poi in macchina e guiderà fino a casa sua (ma non poteva abitare nello stesso paese? va be’, una ventina di chilometri non è mai riuscita a separarli in quei due anni), poi sarà verità assoluta. Almeno con lui.


Ah, doccia rinfrescante, purificante, calda, fresca, lunga. Facciamo qualcosa per questi capelli, troppo vaporosi. I capelli lisci fanno più persona seria. Piastra. Ok, fondotinta, fard (gli piacciono le mie guanciotte!), rossetto, matita nera che dà profondità allo sguardo, mascara waterproof (so già che piangerò). Ancora rossetto, non guasta mai.


Già si sente diversa. Che dirà la gente tra qualche mese? Ma chi se ne frega. La gente adora sparlare, continuerà a farlo in ogni caso. Che parli, è un piccolo paese, si scandalizzano anche se baci un ragazzo in mezzo alla strada. Sono cose sporche, si fanno in privato.


“Bah, per fortuna me ne andrò tra poco. E se fossi costretta a rimanere? Se dovessi essere messa al bando da tutti i miei amici? No, non lo faranno, almeno non quelli sinceri. E se non ne avessi di amici sinceri? Mi abbandonerebbero? E lui che dirà? Se ne andrà, lo so.”


Perché pensare così a lungo? Che bello il non pensare, atrofia dei pensieri… dovrebbe essere una disciplina.


Jeans strettissimi, se è così non potrà permetterseli a lungo. Maglioncino scollato, del genere guardaperchèoggitelopermetto. Scarpe da ginnastica. No, un po’ di tacco non guasta, se lei si mette in tiro lo fa per bene. Soffoca l’angoscia. Inghiotte a fatica. Trema. Profumo. Il suo preferito, non troppo dolce, leggermente fruttato; per tutto l’anno sa di estate. Buonissimo, tira su il morale.


“Chissà come sarà diversa quest’estate. Niente viaggio in Grecia suppongo. E gli esami…”


Le prude il naso. Non vuole rimettersi a piangere.


Accende lo stereo. Lo spegne subito, non è aria. Scende le scale e si rende conto che ha dimenticato le chiavi. Torna su e vede che ha dimenticato anche tutta la borsa. Bellissima: nera, piccola ma capiente, con quel fermaglio così particolare. Comprava troppe borse. E troppe scarpe. E troppi libri. Almeno quelli non erano da buttare dopo qualche anno. Erano immortali.


Poche cose nella borsa: le chiavi, i fazzoletti, il portafogli con la patente, il cellulare, il lucidalabbra, il burrocacao, la matita, il mascara, le gomme, le caramelle al caffè, un braccialetto spezzato, carte e scontrini (“dovrei buttarli prima o poi”), occhiali da sole(“alle 7 di sera?!”)… a malapena si chiude.


Elimina gli occhiali da sole. Scende le scale. In macchina. Silenzio. Amatissimo e venerato silenzio. Poche gocce di pioggia iniziano a cadere. “Merda, i capelli!Dannata umidità!” Attimi di bellissima solitudine. Non si rende ancora conto che non è sola. E non lo sarà mai più.


La pioggia inizia a scrosciare. In realtà ama la pioggia: lavata, la città sembra meno impura. Lei si sente meno impura, perché la pioggia scende dal cielo, e forse è benedetta quanto l’acqua in chiesa.


Solo che quando ha i capelli piastrati non gradisce affatto che tornino allo stato crespo che fa tanto pelo pubico non autorizzato! La macchina parte, segue la strada. Una donna che guida da sola e riflette. “Una donna...” Una piccola lacrima le rotola giù per la guancia. “No, il trucco!” La piccola lacrima è per l’adolescenza che l’ha abbandonata. O forse l’adolescenza se n’era già andata tanto tempo fa, solo che non se n’era accorta. Sorride. Sorride fra le lacrime. Che ragazza strana! Si accarezza la pancia inconsapevolmente. Dentro di lei c’era già tutto e non l’aveva mai saputo. Aveva saputo quando era stato il momento giusto per il primo bacio. Aveva saputo quando era stato il momento giusto per iniziare a truccarsi. Aveva saputo sempre tutto e non ci aveva mai fatto caso, perché la vita non è qualcosa d’astratto o idealizzato, la vita è il quotidiano, il respiro, il battito del cuore.


Adesso lo sta capendo. Capisce che non sta accettando l’irrimediabile, sta vivendo la sua vita.


Le lacrime non scendono più adesso. Anzi sì, scendono, ma così naturali da non essere notate. Scendono come le gocce di pioggia. Chi le conterebbe mai? Chi direbbe che sono contro natura? La natura è lei. E’ qualcosa che ha nella pancia. E’ qualcosa che ha nel cuore. E’ quella strada, quegli alberi lì intorno, quei sassi così antichi, quel cucciolo di volpe sulla strada. Sulla strada?!


Frena di colpo, stupido tacco incastrato! “Non sbandare, non sbandare, mantieni il controllo… frenare a fondo evitando il bloccaggio delle ruote, la fanno facile loro…”


Rumore assordante. Luce accecante. Piccole stelle nell’infinito oceano dell’universo, galassie sperdute, polveri cosmiche in nuvole porpora, blu, scie di magia lontane che all’improvviso appaiono così vicine da commuovere col loro spettacolo.


Non riesce a capire.


Le sembra di essere inconsistente, di fumo. Si volta indietro. Il piccolo cucciolo di volpe zampetta al margine della strada, nel suo sguardo solo paura. Dall’altro lato c’è un mucchio di metallo disintegrato contro gli alberi, ancora fumante. Un cerchione rotola, si fermerà tra qualche metro contro uno di quei sassi così antichi. Lì dentro c’è ancora lei. Non riesce a vedere. La troveranno solo tra qualche ora.


Come prima, anche adesso sa cos’è la cosa giusta da fare. Volta le spalle a quel fumetto a colori, prende per mano la piccola presenza che già la chiama mamma e si lascia trasportare tra le stelle, con un sorriso che non ha niente a che fare con quelli che ha fatto finora.

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