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Autore

Stefano Di Lorito

in archivio dal 23 giu 2008

31 dicembre 1963, Genova

27 aprile 2009

E' giorno di elezioni, Signor S.!

Intro: L’uomo comune si rivede in questa storia dai risvolti agrodolci, dove si percepisce la consapevolezza che i potenti e i regnanti hanno un solo interesse: il proprio tornaconto. Disperatamente, il nostro protagonista cerca di ribellarsi con l’unica arma che gli è rimasta: quella della propria autonomia mentale.

Il racconto

È giorno di elezioni, anche per il distratto e astratto Signor S.
Si reca al seggio, diligentemente, come tutti, con in testa quel vago senso di irrisolta consapevolezza, che dal segno che traccerà sulla scheda, dipende il futuro del suo paese.
Il fatto che i seggi siano immancabilmente allestiti nelle scuole, genera in S., nonostante la sua ormai non più verde età, un reminiscente senso di disagio e soggezione, retaggio di ogni studente del mondo conosciuto, bravo o asino, intelligente o stupido, mediocre o brillante.
S. entra nell’aula, come se si presentasse a un tardivo esame di maturità. Solo che invece della temibile commissione d’esame, trova i soliti quattro addetti, annoiati, impersonali, inidentificabili.
Presenta il suo documento e la sua tessera elettorale, pezzi di carta attestanti il suo status di cittadino con diritto di voto.
Ritira la scheda. Spiegata, ha le dimensioni di un grande tovagliolo, ci si potrebbe agevolmente incartare un pollo. Già, un pollo, il Signor S. si stupisce di tale accostamento e si domanda per quale ragione gli sia venuto. Non ha bisogno di darsi risposta, ovviamente.
Dentro la cabina elettorale. Tre paratie di legno grigio. Neanche le più scalcinate cabine dei più scalcinati impianti balneari, d’infantile memoria, erano tanto tristi e dimesse.
S. pensa che il luogo dove si decidono le sorti del paese, dove si esprime la volontà di un intero popolo, dovrebbe essere assai meno decadente e insignificante. Nella sua fantasia eccessiva, immagina ogni cittadino, chiamato a gran voce, per nome, che sale una maestosa scala marmorea, fino all’altare della democrazia e deposita il frutto del suo pensiero sociale in un bronzeo cratere istoriato.
S. osserva la scheda. Incasellati secondo un ordine non identificabile, i simboli di 43 partiti. C’è di tutto. Animali disneyani, alberelli e arbusti di vario genere, icone variopinte e infantili, stemmi e stemmini di volgare contraffazione storica e culturale. I nomi e le sigle sono a dir poco sconcertanti.
PDL, PD, PDL secondo estratto, PC, PCR, PCRII, PC MACHETELODICOAFARE, PSI, PSD, PSSTCISIAMO ANCORA, DCMANON SIAMO PIÙ QUELLI LÀ, DCTRANQUILLINON CENESIAMOMAIANDATI, POLODELLELIBERTÀ (DI CHI?), POLO DELLA LEGALITÀ (DI COSA?), POLO NORD, POLO SUD, POLO DI CENTRO (EHHH?!).
Mancano solo l’equatore galattico e l’altezza azimutale. S. è molto perplesso, quasi angosciato e, diciamocelo, fortemente nauseato.
Nota, con un senso di affranto spirito estetico, che in fondo alla grande scheda è stato lasciato uno spazio vuoto. Come se mancasse un partito all’appello o come quando a una tavolata si lascia un posto vuoto, per un ultimo arrivato, che mai arriverà.
Preso dall’antico “orror vacui”, il Signor S., con la matita copiativa, che ormai non usano nemmeno nelle favole retrò, medita sul da fare.
Che fare? Che decidere? A chi dare il proprio consenso?
Dopo alcuni minuti, sentendosi un po’ come il fruitore, colto da improvvisa colica intestinale, di una toilette pubblica, il Signor S. opta per la fantasia e la creatività.
Nello spazio vuoto, disegna accuratamente un cerchiolino, vi inscrive un bel punto interrogativo, svolazzante ed elegante, e scrive a fianco MAH!

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