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in archivio dal 02 feb 2014

Stefano Medaglia

20 settembre 1960, Milano - Italia
Segni particolari: Penso di essere uno scrittore. Ma le note della banca mi ricordano che sono un sottoscrittore. Anche architetto, se si vuole.
Mi descrivo così: Nato a Milano, vivo a Milano, lavoro a Milano, ma NON scrivo a Milano, bensì nei luoghi metafisici del sentire, nei quali cerco ispirazione per tradurre in parole prospettive oblique di pensiero.
Mi trovi anche su:

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  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:20
    Un bacio

    Il bacio è uno spazio astratto.
    Anche l'amore lo è, ma mentre lo dico
    diventa concreto,
    e come l'agave in fiore,
    muore.

     
  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:19
    Lei

    Quanto si cambia!
    Cambiamo in tutto, tranne
    che nell'amata,
    nella quale si sopravvive.

     
  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:17
    Intero

    Vorrei cadermi dentro
    nel pensiero che sfa ogni pensiero.
    Vorrei abolirmi per ricompormi intero,
    inconsapevole
    profondita'.

     
  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:16
    Il tuo nome

    Mi sembra di sentire il suono di una stella, 
    quando qualcuno pronuncia il tuo nome,
    farsi d’argento nella  grotta gola ed uscire
    luminoso, come una lucciola di pensieri...

     
  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:15
    Alterità

    Mi assumo e mi sospendo
    all'infinito.

     
  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:14
    Polpa di nuvole

    Piove, luce grigia da un cielo d'argento
    e le nubi, gesti bianchi inespressivi,
    smuovono la propria polpa
    ruotando immobili intorno a me,
    piovasco di pensieri inquieti.

     
  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:10
    Pensieri

    Certi pensieri mi frugano le tasche,
    e frusciando come un campo
    di segale al vento,
    mi distraggono dalla menzogna perpetua
    che si interpreta vivendo.

     
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  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:23
    Quella notte eravamo in dodici

    Come comincia: Ho lasciato una carezza sull’asfalto, una minuscola virgola di gomma nera incisa sul manto, come una punteggiatura senza significato ma che indica, al motociclista attento, la perizia del gesto. Altri segni che alterino il paesaggio non ne sono rimasti: lo stesso muricciolo basso che si affaccia sul dirupo con l’aria densa e azzurra delle colline e i medesimi aromi forti di un’estate che pareva all’alba; ma così non era.
    Ricordo appena la voce stridula dell’ambulanza che, passando, graffiava gli intonaci delle case che le facevano da sponda, il volo di farfalla dell’elicottero che mi tratteneva con frastuono alla vita.
    E’ difficile spiegare come un suono possa rievocare un odore, eppure, in tutto quel trambusto, in quella confusione di mani e cannette di plastica, avevo nella testa un solo verso, che andava a ripescare nella memoria un odore familiare: il ticchettio della goccia d’acqua era il rumore, e l’odore era quello della muffa. Era come se le pale facessero cascare perle liquide nello stagno della memoria e riaffiorassero ricordi lontanissimi e imprendibili. La sensazione era che l’aria del velivolo fosse satura dell’odore di muschio, di quello che si forma sui muri umidi delle cantine in campagna dove ho vissuto per tanti anni, o si avverte sulle sponde dei fiumi, dove l’aria bassa consente ai canneti di frusciare di continuo.
    Credo che il medico di bordo voglia parlarmi. Lo vedo articolare nell’aria semplici operazioni aritmetiche alle quali non so dare un significato preciso. Sono stordito, confuso, forse già imbottito di tranquillanti e morfina, oppure è la “strada bianca” che porta verso l’altra dimensione. La sensazione di non esserci è in ogni modo persistente. Il medico-aviatore continua i suoi algoritmi nell’aria e io continuo a non comprenderli. Ho la nausea e per la prima volta mi sento incapace di colloquiare con il resto del mio corpo. E’ come se l’istinto della sopravvivenza cercasse con veemenza di sopraffare quello dell’oblio attraverso il codice consueto dei movimenti. Il mio corpo vuole parlarmi, ma non sono capace di tradurre con parole semplici nemmeno l’ovvietà della situazione: sono paralizzato e sento che la vita sta scivolando via, aspirata anch’essa verso il basso dal vortice dell’elicottero.
    La stanza nella quale mi sono risvegliato dopo l’operazione, è confortevole; grandi finestre in alluminio dalle quali si gode la vista di un campanile e dei tetti della città, due soli letti, aria condizionata e colori tenui alle pareti. Inoltre, il mio letto si muove da solo; si gonfia e si sgonfia centinaia di volte il giorno modificando il profilo del mio corpo e l’angolo della visuale. Così, quando sono in una data posizione, riesco a spiare il mio vicino di letto. E’ un ometto anziano, sicuramente emiliano, forse di Parma, che brontola sommessamente quasi tutto il giorno. All’arrivo del figlio, nell’orario di visita, sento la sua voce distendersi, lasciare uscire la paura come un palloncino che si svuota lentamente. Si rasserena. Si parlano con dolcezza, i toni della voce sono bassi e le vocali assumono un’importanza musicale non consona ai meneghini. E’ dialetto e faccio fatica a seguire anche il più piccolo dei discorsi, ma il filo oscuro di quei suoni acquieta anche me.
    Il vicino si chiama Artemio, ha ottantadue anni e ha fatto il soldato. La notte, mentre dorme, parla nel sonno, o meglio, straparla, bofonchia senza sosta, come se il suo dormire fosse alimentato dalla caldaia invisibile dei sogni e il silenzio diviene una specie di piccola morte alla quale non vuole abdicare. Ed ecco le sue profusioni, gli eccessi di parole notturne, che poi, forse, sono lamenti. Deve essere operato di un’ernia cervicale che da anni lo tormenta ed è, comprensibilmente, impaurito. I medici e gli infermieri della sala operatoria hanno provato a portarselo via ma, inspiegabilmente, è ritornato in camera. La paura lo fa tremare e si fa venire delle convulsioni che gli fanno rigettare un liquido verdastro simile alla bile: operazione rinviata.
    Io sono attaccato a una siringa con un congegno elettrico che spinge ad orari prestabiliti una dose di morfina nel sangue, tanto per sedare i dolori delle vertebre operate e delle varie altre fratture (che mio figlio chiama, forse non a torto, “fritture”) ancora non perfettamente saldate. La morfina è un oppiaceo potente e, oltre a non farti bestemmiare per i dolori, ti mantiene in uno stato di sospensione elettiva. Mi sento come spettatore delle vicende che accadono attorno a me, come se la paralisi non mi appartenesse. Esterna da me, come se il corpo fosse un luogo “altro”, dove non accade nulla di veramente importante.
    Una notte sono disturbato da un rumore, un suono simile allo sciabordio delle onde nei porti: è Artemio con un sogno colto sul fatto. E’ un’eruzione di parole confuse, sbiascicate, ma costantemente intervallate da una frase nitida, che pare scartata dalla bocca come un regalo prezioso: “Quella notte eravamo in dodici”.
    L’episodio si ripete la notte successiva e lo stesso avviene due volte dopo. (A ben ricordare, è stata una costante di tutte le notti trascorse con lui, tanto che, alla fine, mi sono convinto che prima non lo potevo sentire solo perché ero troppo “fatto” di tranquillanti, ma lui, tutte le notti le trascorreva in compagnia d’undici fantasmi che si ridestavano tra i merletti della sua memoria).
    La cosa inizia ad incuriosirmi, così nelle veglie notturne, provo a carpire qualche parola in più a quel vagare disarticolato di suoni, nel tentativo di aggiungere un tassello ad una storia che, pur non appartenendomi, sembra voglia farmi entrare come ultimo attore. I suoni dialettali dell’Emilia stavano diventando sempre più familiari, e la nostra timidezza si era ormai sciolta sotto l’effetto dei brindisi consumati con bibite gasate, bevute in vece del bel rosso rubino di Sangiovese. Così una notte osai; al primo “Quella notte eravamo in dodici”, gli domandai sommessamente: - Ma dove, Artemio? – e, incredibilmente, mi rispose: erano in Siberia, nella primavera del quarantatre.
    Eravamo inseguiti da quei cani dei cosacchi, e mica te li puoi immaginare i cosacchi fino a che non te li trovi davanti. E fin quando te li vedi di fronte, puoi ancora aver fiducia in te stesso o nei compagni. Anche dello schioppo devi aver fiducia. “Son mica più forti di noi, son mica più bravi a sparare con ‘sti schioppi gelati” continui a ripeterti, ma quando li hai visti in faccia, perché erano così vicini che sentivi i loro aliti puzzare come pelli marcite, e in trincea ti toccava di inciampare nei tuoi compagni fottuti da un proiettile o da una scheggia di granata, allora iniziavi a fartela sotto, ad aver paura. Ci accucciavamo, stavamo giù bassi a strisciare sui morti mentre si aspettava con fifa che la notte arrivasse.Le luci notturne dalla città, con i loro riflessi viola, alimentano enormi ombre nella nostra stanza, e il racconto, nel suo svelarsi, mi appassiona. Le pause narrative, profonde come buche nelle quali Artemio casca addormentato, mi permettono di ricostruire il fondale immaginario della battaglia. Così mi è facile vedere in lontananza, imbottigliata nel cunicolo nero della trincea, una moltitudine uniforme di soldati, ingobbiti nello sforzo di sfuggire alle scie dei traccianti nemici. Non so come avvenne, ma infilata la divisa che il racconto mi prestava, fui anch’io in mezzo a loro ad ascoltare l’agonia in differita di quella gente che moriva, e anch’io, come loro, non sapevo dove andare per scappare alla tragedia, al terrore che mi torceva l’anima come un veleno.
    - Tal dich me, bagai – riprende Artemio uscendo dalla spugna del risveglio – stare lì era proprio brutto, ma bisognava pur essere da qualche parte ad aspettare che la notte menasse via; non si poteva mica evitare tutto! Il nostro tenente era l’unico ancora con la divisa in perfetto ordine, senza una macchiolina di fango. Anche i bottoni lucidi, teneva, e ci chiedeva d’essere coraggiosi. Che faccia tosta... – e si riappisola, accompagnando il suo viaggio notturno con il fragoroso russare degli esausti, lasciandomi lì, in compagnia del suo tenente lindo e timoroso. M’immagino quella “faccia tosta” del graduato impartire ordini senza senso, chiedendo agli uomini di esporre la propria vita a beneficio dell’impresa bellica, nella speranza di attrezzare il proprio petto coi minuscoli quadratini colorati dei meriti di guerra, forse persino una croce al Valor Militare, o forse era solo lì a comandare perché i gradi glielo imponevano. Ma è il coraggio ad essere indecente, non la richiesta, penso, perché anche lui, il tenente, ha le brache piene di merda peggio di loro. “Provi Lei, Signor tenente, ad aver coraggio col suo corpo”, mi viene voglia di urlargli attraverso questa trincea lunga più di cinquant’anni, ma di nuovo Artemio si desta e ricomincia il suo motivo.
    - Quando un compagno muore, in trincea la voce si sparge che neanche ci puoi credere, e subito senti qualcuno che dal fondo maledice, sbraita, urla. Piange, magari anche. Anch’io ho pianto, laggiù. Ma aveva ragione quella voce, quel compagno maledetto, rintanato anch’esso sotto l’acquerugiola che ci faceva diventare lucidi di fango, che continuava ad urlare senza sapere più da dove prendere le lacrime, perché urlava la sua rabbia d’uomo cui han rubato i sogni, costretto a sparare contro uomini che non ci avevano fatto nulla, solo per soddisfare qualche gerarca fascista che ci mandava in avanscoperta, facendoci scoprire la vocazione dei condannati a morte. Ah...roba da esserci per capire. Dormi va, che mi fan male le gambe, almeno tu che puoi.
    Una chiazza scura di nuvoloni, volando bassa, sembra voler sfondare tutti i lucernari della città, e l’albeggio si perde all’infinito sopra i tetti di Parma, miscelando monotonamente il colore dei coppi con il grigiore del cielo, fino all’esaurimento della vista. La stanza mi sembra più stretta, meno accogliente. Forse l’eco della morte in battaglia restringe il cuore e la vista. Chissà.
    L’infermiera entra con a seguito il codazzo dei medici curanti. Mi comunicano che domani cambio reparto e, con le lastre in mano della mia tibia, mi annunciano un nuovo intervento. Non sono preoccupato, almeno non più di prima, e allora mi domando cos’è la pazzia, se non un conflitto irrisolto tra gli orrori interni e quelli esterni. Mi volto cercando la silhouette del corpo d’Artemio; è lì, piccolo, persino goffo sotto il lenzuolo, ma immenso ai miei occhi. E’ lì con quel suo corpo tutto intero che ha attraversato terre, regioni e stati, e ha sbaragliato la pazzia dell’uomo senza trattenerne traccia, ma conservando la dignità di chi non ha dimenticato, perciò non è sconfitto.
    (Più tardi, gli infermieri con i camici verdi della sala operatoria verranno a prenderselo per tentare l’intervento all’ernia cervicale, ma, meno di un’ora dopo, lo vedo rientrare in camera accompagnato dal personale del piano: li ha buggerati un’altra volta! Operazione rinviata di nuovo).
    E’ finita da poco la cena, il materasso continua ad inventare per me posizioni nuove e fuori, il chiodo rosso del campanile appunta un cielo sgombrato dalle nubi del mattino. Tra poco si spengono tutte le luci, fuori e dentro l’ospedale. Tra non molto sarà ora di dormire...
    - “Eravamo in dodici quella notte” – se ne esce Artemio ad un certo punto del suo vocio sommesso, come se quella fosse la parola d’ordine per avere accesso ai suoi rimpianti più intimi, una specie di chiave della città dei ricordi – e il tenentino s’era fatto beccare da un pallettone proprio nella testa, il giorno prima. Guardando le sue cervella spappolate e il nero del sangue raggrumato che gli copriva la faccia per intero, pensavo con dispiacere al fatto che, secondo me, gli ufficiali non dovrebbero morire come i soldati. Bisognerebbe dargli una morte bella, e magari seppellirli perché non si veda che i vermi non hanno complessi di grado. Così, morto il tenente e dopo che il sergente non si trovava più, ero diventato il graduato più alto in carica: ero caporale. Mica ci credi te, se ti dico che non avevo mai dato un ordine in vita mia. Neanche a un cane, e boia, mi toccava decidere cosa fare di tutti quei disperati, che ce l’avevano mica la voglia di combattere. Come me, del resto. Le trincee iniziavano a crollare e a puzzare. I sacchi di sabbia erano tutti bucati o rovesciati dentro, sopra i compagni stecchiti. Anche i cosacchi erano stanchi perché sparavano meno ed erano più imprecisi, e poi le linee erano così vicine, che sentivamo i loro superiori impartire ordini e urlare quanto i nostri, finché ce n’erano rimasti. Insomma, sta guerra non piaceva a nessuno, ma noi eravamo in casa loro e bisognava andarcene senza dar troppo fastidio, che era meglio. Della brigata ce n’erano rimasti che undici, e con me faceva dodici, che ero anche graduato, appunto. Allora decido che è meglio se ce ne andiamo quando cala la notte.
    Il tono della sua voce si è abbassato, come se i nemici di allora potessero sentirlo ancora adesso. Il materasso mi consente anche una buona visuale. Si mette seduto sul letto e beve dell’acqua. Si alza e arriva scalzo fino alla finestra. Fissa qualcosa fuori, in lontananza. Le mani appoggiate alla mensola della finestra e le spalle che lentamente gli mangiano il collo. A guardarlo così, mette tenerezza. Poi, d’improvviso, un brivido lo scuote, si volta e senza guardare un punto preciso della stanza  riprende la sua storia.
    - A un bel momento eravamo tutti pronti. Era già tutto nero il cielo, e c’era un’aria fredda che faceva bruciare le dita e le orecchie. Nessuno parlava perché era l’ordine, e si camminava accucciati dentro quel tubo di terra che sembrava infinito. Io avevo pensato di annotare i nomi di tutti i compagni morti che stavano dentro alla trincea, e così ero l’ultimo della fila. Andavo piano io, ma mica mi davano una mano quei briganti dei miei compagni. Dovevo girare i corpi e riconoscerli uno ad uno e, quando non ci riuscivo 'ché il viso non c'era più nemmeno, cercavo di strappare loro la mostrina di riconoscimento che portavano al collo. Un lavoro merdoso peggio che se me lo avesse ordinato il tenente. Ogni morto una bestemmia. Capirai, la rabbia e la paura fanno pensare male di Dio, quando sento davanti a me un’esplosione. E’ un rumore che non si può mai più dimenticare quello delle granate dei mortai...ma te che non hai fatto la guerra, puoi mica sapere.
    Un’infermiera molto giovane fa capolino dalla porta. Si è incuriosita perché ha sentito il parlottio nella stanza. Artemio non se n’è accorto e continua a confabulare con gli spettri dei suoi compagni. La giovane è piena di compassione per le cannule che mi si attorcigliano come edere sulle braccia, forse conosce la mia storia clinica e mi sorride. Poi alza lo sguardo sull’ignaro Artemio, e abbassando gli occhi, scuote la testa ed esce.
    - Non sapevo cosa fare – continua il suo racconto - ero rimasto solo, con tutte le mostrine di quei morti che pendevano dalle mani come refurtiva. Ho iniziato a correre, per come potevo, verso il luogo dell’esplosione cercando i miei compagni. Appena più avanti, ho sentito delle voci: pensavo al nemico, così mi sono acquattato. Urlavano tutti come pazzi, e subito dopo, degli spari. Molti spari, e poi di nuovo silenzio. Nemmeno loro, i russi, si sentivano più. Allora ho capito: i miei erano tutti morti ammazzati. Ho iniziato a piangere e urlare dalla fifa e, nel frattempo, cercavo di correre verso il luogo della mattanza, perché volevo meritarmi anch’io di morire da soldato, 'ché non sapevo comandare, e per colpa mia... Ma il caso ha voluto che, stremato com’ero, mi sento svenire e finisco a terra. Bam, giù anch’io come secco. Quello stesso mattino fui fatto prigioniero e sono stato tra gli ultimi a fare ritorno dai campi di prigionia di Novosibirsk, nella tarda estate del quarantacinque, insieme a centodiciotto prigionieri italiani. I miei compagni...be, loro li sogno ancora. E allora chiedi sempre ad un uomo se riesce a dormire, la notte, perché se ci riesce e dice d’essere infelice, è un bugiardo.
    L’irruzione celeste dell’alba mi sorprende con l’amaro che risale da dentro e si arresta alle labbra, arginato come una piccola onda di melanconia. Artemio s’è di nuovo addormentato. Offre le spalle alla luce che allaga la stanza. Credo di intravedere gli occhi seminascosti dalle lenzuola disordinate della notte appena trascorsa: sta piangendo nel sonno.
    Prima delle mie dimissioni dall’ospedale di Parma, voglio ritornare nel reparto di neurochirurgia. Desidero avere notizie d’Artemio, sapere se è riuscito a superare quel vuoto riempito di colpa che quella notte disgraziata gli ha lasciato dentro. Incontro gli stessi volti di prima, gli stessi infermieri indaffarati ma gentili. Si avvicina la capo sala che sorridendomi, si ferma per i convenevoli di rito. I saluti non superano la soglia della buon’educazione e poi gli intrecci delle mani si disfano velocemente. Chiedo d’Artemio. La capo sala sembra non ricordare. Ripeto senza indugio il nome del mio compagno, ma lei continua a non capire. Mi dice di aspettare. La vedo sparire all’interno del suo studio ed uscirne con un quaderno di plastica blu; è la cartella dei ricoveri. La sfoglia con attenzione e poi, con un gesto regolare, si abbassa sulle ginocchia fino a sfiorare la mia carrozzella, dicendomi:
    - Guardi lei stesso. Nei venti giorni di ricovero in reparto, nella sua stanza non è stato ospitato nessuno, oltre a lei, naturalmente. Non si starà confondendo con il reparto di ortopedia? Ha subito degli interventi importanti e nella fase post-acuta è stato bombardato di morfina con dosaggi intensivi...mi dispiace, non so come altro potrei aiutarla -.
    Mi tende la mano di nuovo, mettendo in mostra il sorriso protocollare dei saluti. Sono annichilito ma ho voglia di sorridere, e senza nemmeno sapere perché, mi spingo per i corridoi del reparto arrivando davanti alla camera che mi ha visto, apparentemente, ospite di un fantasma. Faccio capolino con discrezione. La stanza è disabitata. Ci entro. Riconosco subito l’odore forte di varechina che usano per lavare le lenzuola. I due letti sono sfatti e mostrano le reti metalliche come le brande vuote dei soldati. Dilato fino allo spasmo i polmoni cercando tra le dalie dell’aria anche la minima traccia odorosa della presenza di Artemio. Sospiro sgonfiando l’illusione e me ne vado.
    Milano è già sull’orizzonte dell’automobile, ma so che Artemio è rimasto là ad aspettare il suo prossimo compagno.
     
    FINE