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Racconti di Teresa Ferri

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  • 20 ottobre 2006
    Tullia e quella "u"

    Come comincia: Ero certa, Tullia non se ne rendeva conto, ma tutta la responsabilità era di quella “u” che si trascinava nel nome sin dalla nascita.

     

    Tullia sentiva le voci.
    E con queste voci parlava a lungo, sin da bambina, seduta sul letto della sua cameretta, le gambe incrociate come un piccolo Budda inconsapevole.

    Tullia aveva visioni.
    Entità misteriose, defunte e vive, andavano a farle visita e lei le accoglieva felice. Non le importava a quale dimensione appartenevano: lei gioiva ugualmente, nel fondo dei suoi occhi scurissimi si leggeva l’orgoglio della consapevolezza di essere una persona speciale.

    Tullia leggeva i corpi.
    Le bastava guardare una persona e Tullia ne percorreva lo stradario e le sue mani si fermavano sempre dove quel corpo lamentava dolori o covava mali ancora muti, oscuri.

    Tullia era molto sola.
    E la vedevi mortificare il suo corpo in abiti da collegiale, seduta vicino alla cucina economica a riscaldare mesta il freddo dei suoi giovani anni, chiusa in se stessa e accartocciata come una foglia verde arsa da gelo precoce.

    Viveva, Tullia, all’ombra di un castello medievale, in un paese piccolo come un uovo di quaglia, in una famiglia grigia di noia e di abitudini che si ripetevano da secoli, sorda e restia alle sue esigenze di vita.
    Questa era la conoscenza che avevo di Tullia fino a quel giorno d’agosto in cui la incontrai sul lungomare di I.
    Non la riconobbi neppure, né l’avrei identificata se lei non mi si fosse fatta incontro in uno slancio sorridente della bocca, aperta a tutto tondo, come voragine di vulcano in fiamme. Le sbarrai gli occhi sul viso, senza riuscire a mascherare lo stupore. Sono certa che lei deve aver visto sotto la mia fronte due uova al tegamino, tanto ero sorpresa.

    Tullia era un’altra persona.
    Un abito aderentissimo, scollato e cortissimo avvolgeva la sua procace bellezza gitana, evidenziata da un trucco pesante e volgare. E rideva, rideva del mio stupore. Senza rendermene conto, girai gli occhi intorno, quasi in cerca del celebre focherello di appannaggio di certe signorine. No, non c’era! O meglio, ardeva nei suoi occhi, sulle sue labbra, sulla sua pelle abbronzata all’eccesso. Non ricordo cosa ci dicemmo in quell’occasione: so solo che quando la salutai mi allontanai con un fascio impressionante di interrogativi. Da allora non l’ho più vista.

    Oggi è arrivata una telefonata. Un’amica comune mi ha dato la notizia. Tullia si è tolta la vita. Lei, che viveva con disinvoltura entrambe le dimensioni, ha scelto di attraversare definitivamente il fiume ed ora è lì, sull’altra sponda, che ci guarda e ride di noi: un lampo tra i biancospini, in fiore.