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Autore

Tiziano Ardiccioni

in archivio dal 04 mar 2013

24 aprile 1972, Roma - Italia

segni particolari:
Sono del segno del Toro, chiedere a chi mi conosce.

mi descrivo così:
Prima la famiglia. Adoro mia moglie e i miei figli. Ho tanti amici e nonostante la crisi nera nel lavoro, ogni giorno godo di essere al mondo.

28 luglio 2014 alle ore 14:59

Il carpentiere e l'ingegnere

Il racconto

Aveva le mani screpolate e le unghie rotte: anche quel giorno, sotto la pioggia battente, si era spaccato la schiena lavorando in cantiere come sempre succedeva da più di 50 anni. Ormai sessantacinquenne, con il fisico logorato da un mestiere duro e faticoso, era ancora costretto a quella vita perché non aveva maturato la pensione e ai bei tempi aveva sperperato tutti i suoi lauti guadagni in vizi e bagordi; dopo gli ultimi calcoli sapeva che ne avrebbe avuto ancora per un paio d'anni. Sua moglie lo aveva abbandonato da tanto e i figli, pur avendo mantenuto alcuni contatti con lui, avevano le loro vite e non potevano sopperire a tutte le sue mancanze.
Il furgoncino si fermò davanti a casa sua, era arrivato. "Buona serata e buona domenica, passo lunedì mattina alle 5.00, come sempre. Ciao Beppe"
"Ciao Mario, buona domenica ragazzi" Disse Beppe mentre scendeva a fatica da quel mezzo che tutti i giorni li portava avanti e indietro dal cantiere. Mario e la sua squadra erano brave persone e grandi lavoratori, lavorava con loro ormai da una decina d'anni, ossia da quando le sue speranze di ritirarsi in pensione si erano infrante contro la dura realtà: per anni i suoi datori di lavoro lo avevano fatto lavorare come uno schiavo senza versare un centesimo di contributi previdenziali e, dopo 40 anni a sgobbare, Beppe si era ritrovato a dover lavorare ancora per parecchio tempo. Si maledisse mille e mille volte ancora per aver vissuto sempre oltre le sue possibilità economiche sperperando l'impossibile e adesso ringraziava il Padre eterno per aver evitato ai figli quella tragica sorte. Infatti, in tempi non sospetti, loro si erano iscritti alle scuole superiori e, ottenuto il diploma, si erano inseriti nel mondo del lavoro in un ambito distante da quello del padre: la figlia era una valida infermiera mentre il figlio era un ottimo chef.
Mario e i suoi ragazzi avevano accettato di assumerlo nella loro piccola impresa; pur coscienti del fatto che Beppe non avrebbe più retto i ritmi imposti dalle imprese costruttrici, potevano però contare sulla sua enorme esperienza e capacità organizzativa e dopo un decennio il loro sodalizio era più solido che mai.
Il fine settimana era diventato per lui un momento triste e deprimente, la maggior parte dei suoi amici era in pensione e durante la settimana si incontrava nei vari circoli, prestava volontariato, si occupava dei nipoti o semplicemente si vedeva al bar a giocare a carte e a scambiare due chiacchiere. Lui era fuori dal giro e faticava ad inserirsi nelle varie attività: non faceva volontariato, non partecipava ad escursioni o gite, raramente usciva con loro, anche solo per bere un caffè in compagnia e, cosa che lo rattristava di più, non aveva nipoti da accudire. Da anni suo figlio aveva confessato la sua omosessualità e conviveva con il suo compagno, mentre la figlia, per scelta, aveva deciso di non aver figli; una scelta che lui non condivideva e che era stata causa di forti discussioni tra di loro. Sua moglie se ne era andata tanto tempo prima, quando lui se la spassava con donne e amici.
Solo, senza legami e senza prospettive, viveva la sua esistenza come un eremita. Preferiva andare a lavorare, infatti in cantiere poteva scambiar due parole con i colleghi, a mezzogiorno mangiava qualcosa di caldo in compagnia e spesso si faceva quattro risate.
Quella sera fece un bagno bollente, il freddo e l'umidità gli avevano ghiacciato le ossa. Rischiò di addormentarsi nella vasca ma fu salvato dallo squillo del telefono; raggiunse a fatica l'apparecchio che continuava a suonare in cucina e rispose con il fiato corto.
"Pronto?"
"Papà?!" Era sua figlia.
"Ciao Monica, stavo facendo il bagno, cosa c'è?"
"Sempre gentile" Rispose lei con una punta d'ironia.
"Senti, ho preso l'acqua tutto il giorno, sono stanco.."
"Sto venendo da te, preparami il caffè" Monica non lasciò al padre il tempo di rispondere e chiuse la comunicazione. Beppe venne assalito da una strana agitazione, la figlia stava venendo da lui, cosa era questa novità? Il campanello lo sorprese mentre stava litigando con la moka del caffè, raramente la utilizzava, nessuno andava mai a trovarlo e lui preferiva berlo al bar. Aprì la porta e Monica lo anticipò "Stai litigando con la moka, faccio io" E senza aggiungere altro si avviò verso la cucina. Beppe richiuse la porta e sbuffando raggiunse la figlia che nel frattempo aveva già messo su il caffè. I due non parlarono e, come due attori che stanno provando la loro parte, si mossero all'unisono con movimenti studiati e composti, così da trovarsi seduti a tavola, l'uno di fronte all'altra ma ad una certa distanza. Il rumore del fornello spezzava quel silenzio e dopo pochi istanti si udì forte e chiaro il rumore del caffè che saliva nella moka. La donna anticipò il padre e si alzò per servirsi da sola, con un gesto lui fece capire di non volerne e lei si versò tutta la bevanda calda in una capiente tazza da tè. Vi aggiunse 4 cucchiaini di zucchero ed una abbondante dose di grappa, mescolò con energia e cominciò a sorseggiare piano piano. Nonostante tutto Beppe conosceva ancora abbastanza bene i suoi figli e sapeva che tutta quella manfrina era il modo di Monica per fargli capire di avere un problema ed era altrettanto chiaro che lei non avrebbe parlato per prima, venirlo a trovare era stata la sua mossa, adesso toccava a lui.
"Hai abbondato con la grappa, di sicuro dormirai bene" Disse Beppe per rompere il silenzio. Monica sapeva di non potersi aspettare di più dal padre, ma apprezzò il suo sforzo e la sua calma, era piombata a casa sua in un momento e in un modo del tutto inusuali per lui e sapeva che stava facendo di tutto per accoglierla nel migliore dei modi; meritava di sapere la verità.
"Sono incinta" Farfugliò nascosta dietro la tazza da tè. Lui sentì quelle parole, ma la stanchezza e l'udito che cominciava a dargli noia gli lasciarono il dubbio e la figlia, che lesse sul suo volto un certo smarrimento, si affrettò a ribadire ciò che aveva appena affermato assicurandosi che lui capisse chiaramente "Papà, ho detto che sono incinta" Disse quasi urlando e dall'espressione del padre le fu chiaro che stavolta aveva capito bene. Lui socchiuse gli occhi, il suo cervello stava eleborando quella notizia e uno spasmo involontario lo fece sogghignare, poi, quando concretizzò ciò che aveva sentito, spalancò gli occhi e fissò la figlia.
"Sono contento, sei felice?" Era davvero contento, forse adesso avrebbe riallacciato i rapporti con la figlia.
"No, si, cioè si e no. Insomma, non sono più tanto giovane e poi non è così semplice, il lavoro, la casa.." Sospirò abbassando lo sguardo e in quel momento lui capì "Vuoi abortire" La voce dell'uomo sembrò il rantolo di un cucciolo ferito, la figlia non disse nulla e chinò ancor di più il capo per poi cingerlo tra le mani quasi a voler sparire da quel posto, Beppe si rese conto di esser stato poco delicato e fece un gesto che lei mai si sarebbe aspettata, le posò una mano sul capo e con voce spezzata le disse "Figlia mia, io ti sarò vicino, pensaci bene prima di compiere l'irreparabile" Quel gesto e quelle parole la colpirono profondamente, scoppiò in lacrime e afferrò la mano del padre, senza dir nulla. L'uomo lasciò che lei si sfogasse e dopo alcuni istanti chiese "Perché?" La figlia alzò la testa e vide davanti a se un uomo distrutto, ma a questo punto doveva essere forte e provò a rispondere "Perché mio marito non vuole" Certo, la cosa era plausibile, suo genero aveva sempre detto di non volere figli che rovinassero la loro tranquillità di coppia; Monica tutto sommato era consapevole di questa cosa e non aveva mai obiettato. Ma adesso sorgeva un'altra domanda "Ma come è successo? Se non avete mai voluto aver figli, intendo, non avete preso le giuste precauzioni?" Infatti, ma stavolta no e lei lo sapeva, perché l'aveva fatto apposta "Qualcosa deve essere andato maledettamente storto" Rispose lei "O tremendamente dritto "Replicò solerte il padre. Monica accennò un sorriso e il padre interpretò quel gesto come un'ammissione di colpa "L'hai fatto apposta, ammettilo, l'hai incastrato" La donna tirò un lungo sorso di caffè corretto e confermò "Si, non ho fatto nulla per evitarlo, ma la reazione di mio marito è andata oltre le più nere previsioni" Il padre la guardò invitandola a continuare "Ha detto che se non abortisco la nostra storia è finita e mi caccia da casa sua" Che bastardo, pensò Beppe "E tu cosa vuoi fare? Cosa hai detto a tuo marito?" "Ho detto che voglio tenermi il figlio e lui mi ha dato una settimana per togliere il disturbo" Beppe diventò paonazzo nel sentir quelle parole, aveva sempre ritenuto quell'uomo un egoista egocentrico e megalomane, ma adesso aveva superato il segno "Domani prendi tutte le tue cose e torni a stare qui con me, la tua camera è libera, come ben saprai" "Davvero posso tornare?" "Sei mia figlia e poi questa casa gioverà della presenza di una donna" Lei abbracciò il padre come non faceva da parecchi anni "Grazie papà"
Quel fine settimana lo passarono a sistemare la casa e a recuperare tutte le cose di lei dall'abitazione del marito che non sollevò la minima obiezione. Beppe non sentiva la stanchezza e alla domenica sera si erano già organizzati per i giorni a venire, avevano il loro lavoro e con un po' di pazienza avrebbero riallacciato i loro rapporti cercando di evitare lo scontro. Dopo cena, mentre bevevano il caffè, lui chiese alla figlia "Hai parlato con tuo fratello?" "No" "Non aspettare troppo, lui non è come me, ti è molto legato, ti vuole bene" Quella frase restò sospesa nell'aria. Lei sapeva cosa volesse dire il padre, ma come al solito sbagliava parole e rischiava di compromettere tutto; questa volta però lei decise di andargli incontro e rispose "Anche io voglio bene a Marco e voglio bene anche a te, come tu ne vuoi a me" Ecco, l'aveva detto, Beppe arrossì immediatamente e, quasi balbettando concluse "Va bene, ora è tardi, domani parto presto, buonanotte" Monica sorrise, l'aveva messo in imbarazzo ma lui riuscì a non essere sgarbato, forse le cose si sarebbero sistemate.
L'indomani Beppe trascorse una giornata relativamente tranquilla, non pioveva e non faceva eccessivamente freddo e Mario lo aveva incaricato di riordinare la catasta del legname usato; lavorò fischiettando e alla sera, sulla via del ritorno, i ragazzi gli chiesero cosa avesse per essere così felice. Li tenne sulle spine e quando furono davanti casa sua aprì il portellone sorridendo e poi si girò di scatto verso i suoi compagni di lavoro: "Diventerò nonno!" Esclamò con gli occhi lucidi e subito richiuse il portellone per poi girarsi e filare via veloce. In casa lo accolsero un tepore accogliente e un profumo di cibo delizioso. Sul tavolo c'era un biglietto <Finisco il turno alle 22.00. Tu mangia quello che vuoi e non aspettarmi in piedi. T.V.B. Monica" Fece una doccia rigenerante e poi si mise a tavola, la figlia aveva preparato un arrosto con patate al forno e dopo averlo riscaldato Beppe se ne servì una porzione generosa. Assaporò quei gusti con calma mentre guadava il telegiornale, le solite notizie questa volta non lo disturbarono più di tanto, la sua Monica era tornata, doveva però resistere sveglio se voleva vederla, infatti in quella settimana non avrebbero avuto altra occasione di vedersi se non a quell'ora. Tolse le sue cose dal tavolo e preparò apparecchiato per la figlia, poi si mise comodo sul divano ad aspettarla.
Monica entrò in casa che erano appena passate le 22.15 e trovò Beppe sul divano con il capo reclinato da un lato; la sua esperienza le fece trillare tutti gli allarmi nel cervello e in un balzo fu al fianco del padre. Respirava a malapena ma era chiaro che fosse in corso qualcosa di grave; immediatamente chiamò il pronto occorso. L'ambulanza giunse in pochi minuti, Monica, infermiera esperta, aveva già apportato i primi soccorsi. I volontari caricarono Beppe e corsero all'ospedale dove fu subito portato in reparto; nonostante il suo ruolo non permisero a Monica di entrare in sala operatoria. Il tempo scorreva lento, Monica era agitatissima e una sua collega, che era a conoscenza della sua gravidanza, fece in modo di metterla comoda e a suo agio sistemandola su una poltroncina "Grazie Fausta, io sto bene ma sono preoccupatissima per mio padre. Non ho ancora avuto modo di dirtelo, ma sono tornata a vivere da lui, mio marito mi ha scaricata" Monica stringeva le mani della collega che rispose a quella stretta, poi prese una sedia e si accomodò vicino all'amica abbracciandola affettuosamente "Sei un'amica Fausta" "Stai tranquilla, è in buon emani, cerca di riposare" Lo spavento e la stanchezza la fecero crollare e Monica si addormentò.
"Dov'è mio padre? E mia sorella?" Marco sembrava una belva in gabbia e Fausta faticò non poco per tranquillizzarlo ma ormai Monica si era svegliata e si alzò dalla poltrona per andare incontro al fratello. I due si abbracciarono, Marco era alto quasi due metri con un fisico atletico e muscoloso mentre Monica, più bassa e minuta, si sentì stritolare dalla presa affettuosa del fratello "Attento!" Esclamò lei quasi urlando e il fratello, sorpreso da quell'avvertimento, si staccò fulmineo dalla sorella e subito notò qualcosa nella sua espressione; nonostante si vedessero raramente il loro legame era fortissimo e lui capì subito cosa bolliva in pentola. "Monica? Sei..? Sei..?" "Si Marco, diventerai Zio" Lui abbracciò di nuovo la sorella, un abbraccio diverso da prima, caldo e protettivo "Sono felicissimo Monica, papà lo sa?" "Si Marco, vieni a sederti che ti aggiorno sulle ultime novità"
Monica raccontò gli ultimi avvenimenti al fratello, la sua gravidanza, la fine del suo matrimonio e il riavvicinamento con il padre che l'aveva accolta felice a casa sua e adesso, quando sembrava potesse iniziare un nuovo corso, il padre era in bilico tra la vita e la morte.
"Si riprenderà?" Chiese speranzoso Marco.
"Lo spero" Rispose la sorella.
"Andiamo a farci un caffè" La invitò lui.
"Si, il distributore automatico è  al piano inferiore in fondo al corridoio in una stanzetta laterale"
Il ronzio del distributore di bevande era l'unico rumore percepibile, in tutto il piano regnava il silenzio e Marco si sentiva a disagio. Monica lo rassicurò "In questi reparti, particolarmente a quest'ora di notte, è normale questo silenzio" Marco non rispose e bevve il caffè in un sorso, mentre lei lo sorseggiò piano. Tornarono su, in attesa di notizie e dopo un quarto d'ora, quando le lancette del grosso orologio appeso al muro indicavano le 3.58, un paio di dottori uscirono da una stanza e si mossero nella loro direzione. Monica li conosceva e sapeva comprendere il loro linguaggio, quindi non fece giri di parole "E' vivo?" "Si Monica, è vivo" Rispose Romano, il più anziano dei due "Ma?" Chiese Monica, c'era sempre un ma. Fu Giulio a rispondere "Ma ha finito di lavorare" I due fratelli si guardarono sconcertati ma allo steso tempo tirarono un sospiro di sollievo e Monica si fece più insistente "Ok, e poi?" Adesso i figli erano tranquillizzati e avrebbero ascoltato attentamente, perciò Romano spiegò loro che il pronto intervento di Monica aveva evitato danni maggiori e Beppe tutto sommato, vista l'entità dell'infarto, aveva subito danni leggeri e non compromettenti: con una buona riabilitazione, con un regime alimentare regolare e alcuni accorgimenti sulle sue abitudini, nel giro di un mese avrebbe potuto riprendersi tornando autosufficiente. Purtroppo però non avrebbe più potuto lavorare nè sottoporsi a sforzi fisici eccessivi.
"Finalmente, così se ne starà a casa in pensione" Esclamò Marco.
"Grazie Romano, grazie Giulio, sapevo che avreste salvato mio padre" Monica era visibilmente commossa.
"Grazie anche a te Monica" La rincuorò Romano e poi i due medici si congedarono.
Erano quasi le cinque di mattina, avevano sonno ma Monica ebbe un flash.
"Mario!" Esclamò.
"Chi?" Chiese il fratello mentre scendevano le scale.
"Mario, il capo di nostro padre. Alle 5.00 passerà da casa per prenderlo, devo avvisarlo"
"Ok, chiamalo" La tranquillizzò Marco.
"Non ho il numero, devo correre a casa immediatamente"
"Va bene, ti accompagno"
"No, sono con la mia macchina"
"E allora ti seguo" Concluse amorevolmente Marco mentre stavano raggiungendo le rispettive vetture. Monica si fermò e abbracciò il fratello "Ti voglio bene, grazie" "Anche io, andiamo adesso o faremo tardi"
Alle 5.04 giunsero davanti alla casa del padre dove un pulmino, con il motore acceso, sostava davanti al cancello. Monica scese immediatamente dall'auto e si avvicinò al finestrino del conducente che si stava accendendo una sigaretta e aveva il vetro abbassato. L'uomo la fissò con uno sguardo forte e poi, dopo aver sbuffato una nuvola di fumo, scese dal mezzo e parlò con voce rauca "Tu sei Monica" "Si, tu sei Mario?" "Già. Tuo padre?" Monica scoppiò in lacrime mentre Marco l'aveva raggiunta e cercava di tranquillizzarla. I due spiegarono sommariamente l'accaduto a Mario che nel frattempo era stato attorniato dai suoi ragazzi. Alla fine l'uomo ordinò ai suoi uomini di risalire sul pulmino, era tardi e dovevano recuperare il tempo perso e con un gesto paterno prese a braccetto i due fratelli e si spostò di qualche metro "Tranquilli ragazzi, vostro padre è una roccia, si rimetterà presto. Non preoccupatevi e tenetelo a riposo, per quanto riguarda il lavoro non c'è problema, sistemeremo tutto con calma, adesso andate a riposarvi e portategli i miei saluti e quelli dei ragazzi e se avete bisogno di qualcosa chiamatemi"
"Grazie" Rispose Marco, mentre l'uomo stava già salendo sul pulmino.
Beppe fu dimesso dopo quasi tre settimane di ricovero, aveva superato positivamente tutti i test e gli esami a cui era stato sottoposto. Trovò un accordo con Mario: sarebbe restato alle sue dipendenze fino al termine della malattia; Monica si era informata, le avevano assicurato che il padre, terminato quel periodo, avrebbe ottenuto la tanto sospirata pensione. Beppe fu felice di quella notizia, ma il suo pensiero era altrove.
In quei giorni all'ospedale il tempo non passava mai, lui era abituato a non stare mai fermo e l'inattività fisica lo deprimeva. Un giorno portarono in camera sua un uomo di 72 anni, era un ingegnere colpito da un forte infarto e dalle parole dei medici capì che non aveva molte speranze di sopravvivenza. Dopo aver dormito per tutta la giornata alla sera l'anziano si svegliò e fu subito lucido e presente. Beppe lo salutò gentilmente "Buonasera ingegnere, io sono Beppe" L'altro lo fissò attentamente scrutandone a fondo ogni piega del viso e alla fine esclamò "Beppe! Beppe il carpentiere! Io sono Adriano, l'ingegnere, ti ricordi tanti anni fa in quel grosso cantiere in città?" Beppe esitò un attimo, quella voce, quell'espressione; ma certo, Adriano, l'ingegnere e disse "Ossignore! L'ingegnere, el rompi coioni!" I due uomini scoppiarono a ridere.
Passarono tutta la notte a parlare, i ricordi di un tempo, le relative vite, condite da successi e delusioni. Il lavoro, i figli, le donne e il tempo che passa inesorabile; toccarono i più svariati argomenti passando dalle grasse risate a silenzi carichi di sconforto. All'alba furono interrotti da un'infermiera che stava facendo il giro delle camere per controllare i pazienti. Trovandoli svegli e visibilmente provati li rimproverò ricordando loro che non erano lì per trascorrere le ferie ma per rimettersi in salute. I due la lasciarono sbraitare e appena se ne fu andata scoppiarono a ridere, poi Adriano si fece nuovamente serio.
"Vedi Beppe, io so che non uscirò vivo da questo ospedale e fino a ieri la cosa mi spaventava. La morte in se non mi preoccupa, ma come avrai capito dalla mia storia io morirò solo, nessuno si ricorderà di me, verrò tunulato sotto una splendida tomba di marmo nel cimitero del mio paese, ho i soldi per permettermelo. Ma la mia sarà una tomba spoglia, spazzata dagli elementi e il mio ricordo morirà con me" Beppe aveva ascoltato quelle parole mentre un nodo alla gola lo soffocava e non ebbe la forza di replicare. Caddero nel sonno, stravolti dopo una notte di veglia.
Nei giorni seguenti i due strinsero un legame particolare e Beppe si rese conto della solitudine che li circondava, ma lui almeno aveva due figli e Monica, lavorando in quella struttura, si faceva viva più volte al giorno. Adriano ricevette solo una visita da parte di una donna sulla cinquantina molto bella ed elegante e Beppe pensò che fosse la sua donna perchè Adriano gli chiese di poterli lasciare soli in camera. Una sera Adriano si mise a sedere sul letto dell'amico e parlò lentamente "Beppe, amico mio. Sono giunto alla fine, stanotte la cupa mietitrice verrà a farmi visita, me lo sento" "Dai, dai smettila con le stupidate sei un galletto e poi c'è quella rossa che ti aspetta" Beppe non era pronto a simili discorsi "Già, la rossa. Una donna fantastica, non immagini quanto. Ti voglio ringraziare per essermi stato amico, qui, in questa stanza, con tutti i tubicini attaccati al corpo che azzerano ogni differenza sociale o razziale, dove la vita e la morte sono uguali per tutti. Io morirò, solo, ma tu hai ancora tanto da fare, ricordatelo" Beppe tirò su con il naso, le lacrime agli occhi gli annebbiavano la già debole vista e non riuscì a dire nulla. Adriano si infilò nel suo letto, sereno; qualcuno avrebbe versato delle lacrime sincere per lui, poi chiuse gli occhi e si addormentò.
Fu svegliato da un certo trambusto, medici ed infermieri avevano preso possesso della loro camera e Beppe percepì chiare le parole di una dottoressa "Ora del decesso 03 e 42 minuti"
Adriano era morto e lui, in silenzio, cominciò a piangere.
"Sei sicuro di sapere la strada papà?" Domandò Monica preoccupata.
"Si"
Dopo alcuni minuti raggiunserò il cimitero e Beppe chiese alla figlia di aspettarlo in macchina. Trovò la tomba agevolmente, si era informato bene. Depose il mazzo di fiori in un vaso tristemente vuoto e vi aggiunse un po' d'acqua.
"Hai visto, sono venuto a trovarti, non sei solo. Penserò io a te, i fiori e le preghiere non ti mancheranno, sei tu che manchi a me. Adesso vado che mia figlia mi aspetta in macchina e.. ciao, rompi coioni"
Quel pomeriggio Beppe fu contattato ed invitato a presentarsi presso uno studio legale nel paese vicino, non sapeva cosa aspettarsi e per sicurezza chiese al figlio di poterlo accompagnare. Raggiunsero lo studio in perfetto orario e Beppe, da solo, fu fatto accomodare in uno studio su una comoda poltrona di pelle. Dopo alcuni istanti fu raggiunto da un avvocato  che si presentò a lui "Buongiorno, io sono Debora, la rossa"
Erano arrivati a casa e Beppe, nonostante l'incalzare del figlio, non aveva detto ancora una parola.
"Allora papà, mi vuoi spiegare cosa volevano da te?"
"Sali in casa, c'è anche tua sorella, così parlo una volta sola"
Beppe spiegò ai figli che Adriano gli aveva donato tutto ciò che gli era stato possibile e, tradotto in cifre, tra beni mobili e immobili si trattava di un sacco di soldi. Beppe chiarì immediatamente che avrebbe destinato solo una parte di quei soldi per le loro necessità, il resto lo avrebbe impiegato per opere di bene; aveva sprecato tutta la sua vita inseguendo il piacere personale, adesso avrebbe pensato al prossimo. I figli lo abbracciarono e in quel preciso istante tutti e tre sentirono chiaramente muoversi la pancia di Monica che disse: "E' d'accordo anche lui"
Erano passati più di due anni da quei giorni, l'aria primaverile dava nuova linfa alla natura circostante mentre un merlo saltellava vicino alla tomba, incurante della sua presenza.
"Ti sei fatto un nuovo amico" Disse Beppe " Il mio nipotino mi ha chiesto dove stavo andando, la prossima volta lo porto con me così lo vedi. Monica sembra essere contenta del suo nuovo compagno e io sono felice per loro. Marco si è lasciato con il suo fidanzato, è tornato a casa mia, non sta attraversando un bel periodo ma io e lui ci siamo riavvicinati. Ho donato dei nuovi mezzi alla palestra comunale e ho promosso quel corso di italiano per gli stranieri. Mi sono anche attivato per recuperare delle nuove sedie a rotelle per il centro anziani, insomma, mi sto dando da fare e poi... e poi tu le sai tutte queste cose. la vita scivola via, pregna del nostro egoismo e della nostra ambizione tanto da non accorgerci che il bello della vita è la vita stessa" Beppe sorrise "Questa non è mia, l'ho sentita da qualche parte, però mi piace. Adesso devo andare, il mio piccolo mi starà aspettando, ci vediamo alla prossima e.. ciao Adriano"

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