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Poesie di Tommaso Mazzoni Dpro

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  • 09 ottobre 2006
    Un vento fortissimo

    Un vento fortissimo
    sferza e piega gli alberi.
    Un gabbiano, su, in alto,
    vola controvento.
    Pare essere fermo,
    tale è la forza del vento. 

    Gabbiano contro vento
    sento me stesso, nella vita,
    e appaio anch'io, di certo,
    come se non movessi abbastanza le ali,
    o non mettessi
    forza a sufficienza.
     
    E mi domando:
    sono io che l'impegno
    non esercito abbastanza,
    o, forse, ahimè,
    è troppo forte il vento?


    Montaione (Firenze), dì 3 marzo 1989 15h56'. 
     
    ---
    (*) - Nel luglio del 1996 leggo, in “Lettera al padre” di Franz Kafka (1883-1924): “[... ] È come se uno dovesse salire cinque gradini bassi e un altro un gradino soltanto che però, almeno per lui, è alto come quei cinque messi insieme: il primo supererà non soltanto i primi cinque, ma altri cento e altri mille, la sua vita sarà grandiosa e molto faticosa, ma nessuno dei gradini che ha superato avrà per lui un’importanza pari a quell’unico, primo, alto gradino dell’altro, che le sue forze non sono in grado di superare e al di sopra e al di là del quale naturalmente non riesce ad arrivare].

    E sempre in luglio, ma del 2005, di Romano Battaglia, leggo, nel suo prezioso libro intitolato «UN CUORE PULITO», “Ho subìto lo stesso destino dell’erba schiacciata da un sasso: vorrebbe crescere e cercare il sole, ma non ce la fa”.

    Nella sorte avversa, quanti compagni di sventura troveremmo per il mondo!

    Una qual certa risposta me la continua a dare però Battaglia medesimo; ma vi citerò questi altri due capoversi, assai esplicativi.

    Dell’argomento del primo capoverso, senza che ancora avessi letto il citato libro di Battaglia, senza volere, sere fa, ne ho giustappunto parlato con mia moglie, manifestandole la mia gioia nel poterci godére di quel poco che possediamo e che ci possiamo permettere, senza recriminare alcunché di materiale, pur se non potremmo concederci di condurre una vita ricca di agi, quali quello, per le vacanze estive, il recarsi sulle spiagge più alla moda e affrontare i relativi non certo trascurabili costi: ad una vecchiaia, diolovolesse anche marcata, dovremo pur pensarci!

    Ma quanto ora detto non si riferisce certo alla ragione per la quale scrissi “UN VENTO FORTISSIMO”, lo capite bene: semmai alla citazione, di Battaglia, che riguarda il sasso che schiaccia l’erba. Ma ecco questi altri due suoi straordinari capoversi:

    “Uno degli atteggiamenti più distruttivi, nel quale incorriamo spesso, è quello di pensare con bramosia a ciò che potremmo avere dalla vita e non a quanto già possediamo. Siamo convinti che una volta realizzato un certo desiderio si possa essere felici e invece ricominciamo di nuovo la corsa affannosa per raggiungere un altro obiettivo. È una catena assurda che ci toglie l’opportunità di apprezzare quanto è già nelle nostre mani e soprattutto l’amore di cui siamo circondati”.

    Questo secondo capoverso ci aiuta invece a sopportare la vita così come c’è stata largita. E Battaglia, nel mettere le parole in bocca a un Padre del Convento di cui è ospite, intende proprio sottolinearci che la vita è un dono.

    Sentite dunque quanto riporta, facendoci toccare con mano sul valore della vita, che sottolinea con fermezza, attraverso la forza del ragionamento:

    “Siamo nati senza chiedere il consenso a nessuno e viviamo senza sapere cosa significhi provenire dal nulla. La vita è un dono immenso, perciò dobbiamo accettarlo qualunque peso o dolore comporti, perché la differenza che intercorre fra la fatica di vivere e il nulla è incommensurabile”.

    “Quando ci si sveglia al mattino le nostre tasche si riempiono di ventiquattro ore di vita. Sta a noi saperle spendere bene”.

    Ma anche: “L’uomo che non si concede pause costruisce giorno dopo giorno la propria infelicità”.

  • 09 ottobre 2006
    A volte

    A volte
    hai visto
    come la forte sofferenza
    degli altri
    si avvicina e si sposa
    (spesso di nascosto)
    alla nostra gioia(1)?
     
    A volte, ridendo,
    in un raro
    eccesso di gioia,
    piango(2). 
    È forse
    uno spontaneo impulso
    di compensazione?

     

    Firenze, venerdì 19 ottobre 1990 10h30'. 
     
    ---

    (1) - Mi piace riportarvi, a proposito di questo mio scritto dell’ottobre 1990, ciò che, nelle mie letture del settembre 1996, ho trovato di Hermann Hesse (1877-1962): Il dolore più intenso e la suprema voluttà si esprimono in maniera assai simile.

    ---

    Immagino che queste citazioni siano anche di vostro interesse, come lo sono state per me; se non per altro, almeno vi trovate sottomano frutti di pensatori veri. Si potrebbe dire DOC, ai nostri giorni, di cui posso, inoltre, darvi le piene e più ampie garanzie. Dovrei allora scrivere DOCG, ossia “Denominazione d’Origine Controllata e Garantita?”.

    Lo so, lo so che gli Autori che man mano cito voi li conoscete meglio di me, ma se non mi esprimevo così, la battutina su quelle sigle (si dice acronimi?), come sarebbe saltata fuori?

    Eh!


    (2) - Oggi venerdì 22 giugno 2001, nel leggere alcune liriche di D’Annunzio, non ho potuto fare a meno di riportare qui alcuni versi che, tra l’altro, mi hanno ricordato un sentimento di cui ho fatto cenno in questa lirica, più di dieci anni fa.


    Gabriele D’Annunzio (1863-1938) li ha scritti - da par suo - in «ALCYONE», a Settignano di Firenze, a fine giugno del 1902. L’opera che l’include è intitolata «LAUDI DEL CIELO, DEL MARE, DELLA TERRA E DEGLI EROI».


    Questi che ora vi riporto appartengono alla lirica intitolata “LUNGO L’AFFRICO”.


    Inizia proprio così:
    “Grazia del ciel, come soavemente
    ti miri ne la terra abbeverata,
    anima fatta bella dal suo pianto!
    O in mille e mille specchi sorridente
    grazia, che da nuvola sei nata
    come la voluttà nasce dal pianto,
    musica nel mio canto [...]”.
     
    Il riscontrare esperienze su sentimenti di una forte affinità, mi pare confortare e compensare la mia sensazione di un’assenza di comprensione verso ciò che a volte provo ed esprimo, senza tuttavia pretendere.

  • 09 ottobre 2006
    Emulsione

    Intelligenza talvolta da semidio
    in un corpo animalesco.
    Tale è l'uomo.

     

    Ma non c'è
    una auspicabile soluzione
    fra le due cose: è soltanto
    una emulsione.

     

    Potranno esserci, perciò,
    solo accomodamenti,
    mai soluzioni ai conflitti
    che ne conseguono.

     

    ---
    In treno fra Empoli e Firenze, sabato 21 marzo 1993 9h00'.

  • 09 ottobre 2006
    La lucciola

    È notte profonda.
    Di lucciola una fievole luce
    in un campo di grano
    si accende, si spegne,
    si accende, si spegne...


    Per alterni contrasti
    il mio sguardo la segue
    nel buio, e penso
    all’amore ed all’odio,
    alla pace e alla guerra,
    al bene ed al male.


    Ma della lucciola, il sole
    cancella, col vivo fulgore,
    la debole luce.


    Così anche questo mio
    barlume di speranza
    dell’amore senza odio,
    della pace senza guerra,
    del bene senza il male,
    scomparirà, domani,
    al levarsi del sole,
    come la tenue luce
    di un’esile lucciola
    che vaga, ondeggiante
    e leggera, di notte,
    in un campo di grano.


    ---

    Empoli, martedì 12 giugno 1979 24h00’.

  • 09 ottobre 2006
    Sera d'estate

    Mille grilli mi fanno compagnia
    in questa pace d’altri tempi,
    in questi luoghi, ove, fanciullo,
    correvo su quest’erba, e il vento
    carezzava la mia testa
    dai capelli rasati.

     

    Sento gli stessi odori, vedo
    i colori della mia campagna,
    in questa sera di fine giugno,
    nella purezza di una terra
    poco calpestata, ma dalle colture
    lussureggianti, per il lavoro
    instancabile della mia amata gente.

     

    Mi sembra di ricordar le loro voci
    e di avvertire perfino il profumo
    del latte appena munto.
    Umile fra la gente umile,
    povero fra la gente povera,
    mi beavo di una vita che, in tal modo,
    altrove forse più non esiste.

     

    E io, qui, oggi, che mi tuffo ancora
    in tanta beatitudine che ritrovo,
    sento che qualcosa stona
    fra il verde profondo dei miei vecchi luoghi
    e il rinnovato belare delle pecorelle
    che ritornano all’ovile: certo
    è questo mio vestito nuovo,
    ed io con esso.

     

    ---

    Spicchio di Vinci (FI), località Madonna dell’Erta, mercoledì 21 giugno 1978 21h30’.

  • 09 ottobre 2006
    La mia tavolozza

    Che peccato non essere un pittore!
    Ti ho guardata: gli occhi tuoi chiari,
    i capelli castani, il nasino all’insù,
    la faccina rotonda, mento ovale, il collo lungo, nobile, stile Modigliani,
    la pelle chiara, lo sguardo sorridente,
    con una tela, pennelli e tavolozza,
    ben presto avrei fissato quel momento
    in cui tu hai risposto al mio “buongiorno!”.

    Studierò disegno, mi eserciterò nella pittura,
    comprerò tela, pennelli, colori e tavolozza:
    tutto quanto occorra per ritrarti.
    Attaccherò questo quadro del tuo volto
    nel mio gremito studio dei ricordi,
    nella fantasiosa galleria
    delle immagini belle ed armoniose
    che, attraverso l’arte, riescono a parlare
    direttamente all’anima, senza parole.

    ---

    Pavia, martedì 3 luglio 1979 17h40’.

  • 09 ottobre 2006
    O fraticello...

    Zoppicando, o fraticello,
    attraversi la chiesetta:
    un inchino fatto in fretta,
    troppo svelto e poco bello.

     

    Anche il segno della Croce
    non è certo come quello
    che, inneggiando a piena voce,
    tu facesti da novello.

     

    Nessun dubbio: la tua fede
    resta ferma. Cristo vede,
    quando passi lì davanti,
    pur se ignori gli altri Santi.

     

    Anche se non L'hai mai visto,
    tu Lo preghi con ardore,
    ...ma subentra nel tuo cuore
    l'abitudine di Cristo?

     

    ---

    Empoli, sabato 24 settembre 1983 24h00'.

  • 09 ottobre 2006
    Dunque, chi sono io?

    ... Dunque, chi sono io?

     

    Sono colui che ama Iddio, che Lo rispetta,
    che segue le Sue Leggi, che Lo prega,
    che ama le Sue creature, e si commuove
    al più piccolo atto d'amore...

     

    Sono colui che, quando passa

    davanti a una chiesa, a un camposanto,
    dice una preghiera, si fa il segno della croce;
    che fa una lacrima se gli passa davanti uno storpio...
     
    Sono colui che, quando guarda il cielo,
    gode dell'immensità della sua volta
    e pensa a tutto il creato e al suo Creatore,
    come pensa all'atomo, all'Infinito...

     

    O son piuttosto colui che critica il suo dio
    quale grande creatore di inutili cose;
    che lo critica per le guerre, le zanzare,
    per la fame dei poveri, per l'abbondanza dei ricchi...
     
    Per tutte le malattie, che circondano

    la gente debole, inerme a combatterle;
    per l'ignoranza, la ristrettezza del cervello umano
    e l'ottusità che non permette spesso decisioni sagge

     

    Per non aver saputo infondere il sentimento
    dell'amore a tutte quante le sue creature;
    per non aver creato gente abile a difendersi
    dall'accanirsi del dolore che stronca le fibre più forti...

     

    Dunque chi sono io, mio Dio?

     Perché mi hai dotato di ragionamento, ma non mi permetti
    di capire fino in fondo chi sono, perché ci sono,
    e dove andranno i Tuoi figli, e i figli dell'uomo...?

     

    ---

     

    Mazzanta (LI), domenica 22 luglio 1990 20h22'.

  • 09 ottobre 2006
    Cena all'antico castello

    Tu,
    io,
    gli altri,
    sguardi, sospiri,
    lenti battiti di ciglia,
    rosse fiammelle di cento candele,
    ombre lunghe ondeggianti sulle alte pareti,
    sibili di vento che intreccia pensieri non espressi.

     

    Ma in questo mio non dire
    c’è tutto quanto il dire
     
    che soltanto l’amore può evocare.

     

    Bari, martedì 19 settembre 1978 23h00

  • 09 ottobre 2006
    Non un perché

    Non mi chiedesti un perché
    quando, fulgido, il mio sole
    sorse dall'orïente e apparve,
    fiero, nella sua pienezza.
     
    Non chiedermi un perché
    nemmeno ora che il sole sta volgendo(*):
    non domandarti mai (non c'è risposta)
    perché esista un'alba ed un tramonto.
    ---
    Empoli, venerdì 15 gennaio 1988.
    ---
    (*) - Appongo la seguente annotazione oggi mercoledì 3 dicembre 1997, vale a dire dopo quasi dieci anni da quando scrissi la presente lirica.
    Appare evidente che fu, quello, un primo momento di smarrimento, per così dire, del passaggio al pensionamento del vostro autore, cioè io, non appena fui consapevole, per mia decisione soprattutto, di cessare comunque quell’occupazione cui avevo dedicato ben oltre 34 anni della mia intensa e fin troppo attiva vita lavorativa.
    In questa lirica, infatti, lo stato d’animo appare ancora più depresso di sempre. Caratteristico il fatto - non vi sembra? - che dal luglio 1987 non avessi scritto più niente.
    Tale fase fu, vivaddio, quasi subito superata, almeno sotto l’aspetto di paventata considerazione sull’inutilità dell’uomo nella sua particolare condizione di pensionato. C’è da notare, infatti, che da allora, oltre a continuare ad occuparmi di musica, ho scritto altre pagine; queste però a partire dal 22 novembre 1988, ovverosia da “LA CASA DEI VETTII”. Niente di speciale, d’accordo, ma intanto mi ero... sbloccato.
    Inoltre, se a taluno possa interessare conoscere qualcosa di più specifico sul discorso ‘pensionamento’, Vi rimanderei, amici miei, ad un capitolo all’uopo dedicato. Il titolo di questo è per l’appunto “A RIPOSO”, e si trova in questo stesso libro, poche pagine più avanti.
    (Se andate subito, a leggerlo, ricordatevi però di ritornare sui vostri passi, eh, mi raccomando!).