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in archivio dal 14 ott 2014

Valentina Di Cesare

Roma
Segni particolari: Mi piacciono i pancake, i quaderni a righe con le pagine gialle, il bianco e nero, le penne sottili e i maglioni a lana grossa. Ho più capelli di quanto possiate immaginare.
Mi descrivo così: Ho un'innata incompetenza a risolvermi la vita. Durante la giornata mi trasformo spesso. Soffro di ipocondria sentimentale.Tengo il conto dei baci potenzialmente perduti. Di fondo sono una dilettante di tanti talenti. 

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  • 14 ottobre 2014 alle ore 18:05
    Se ci fosse

    Meno acrilico nel mio maglione pesante.
    Più tempo nelle mie sere. 
    Più sapore nei funghi.
    Meno tolleranza con i potenti.
    Più spazio nella mia vasca da bagno, da invitarci gli amici a ragionar di biliardo.
    Meno ore di treno tra Palermo e Milano.
    Più abbandono nella mia donna, ma non tanto da indurla a dormire.
    Più poesia nei miei versi.
    Una sigaretta per miracolo,
    stasera.

     
  • 14 ottobre 2014 alle ore 17:56
    Quegl'ami.

    Masticami e soffiami, sudami e sfiorami.
    Spostami.
    Ritrovami e guardami, girami e ariami.
    Liberami. 
    Respirami e pesami, danzami e giocami.
    Attraversami.
    Camminami, ricordami, gridami, rischiarami.
    Abbiamo abboccato a due ami invisibili di una stessa lenza invisibile, lunga abbastanza da lasciarci vagare ai confini del mondo.
    E tuttavia ricongiungerci con un solo strappo del filo. 

     
  • 14 ottobre 2014 alle ore 17:45
    Febbre

    E voglio dirti che mi piace il tuo modo di essere gentile; e giocare a chi è più forte e perdere sempre; e giocare solo per baciarti. E sapere quali sono le tue fisse; e guidare forte fino a casa tua. E dirti alle tre di notte che ho fame e parlare sotto casa mia senza riuscire a uscire dalla tua macchina. E fare l'alba e scoprire che hai le mani grandi e decise. E desiderarti la mattina ma lasciarti dormire. E baciarti la nuca e il palmo di una mano. E sentire la tua voce nell'orecchio. E fare l'amore ubriache facendo mattina e ricominciare subito dopo pranzo. E parlarci con il corpo e baciarti e basta. E dormirti accanto ma alla giusta distanza. E rifiutare ogni pigiama di notte e trovarmi coperta la mattina. E sentire che mi svegli sorridendo. E stupirmi quando non mi scrivi. E stupirmi quando lo fai. E andare a teatro insieme e guardare che mi guardi. E sudarci pur di volerci. E sentire che non rimpicciolisci anche se te ne vai da me. 

     
  • 14 ottobre 2014 alle ore 17:26
    Cin Cin

    Alle sigarette spente. Accese. Spente a metà.
    Alle mani che ho, che nelle tue devono stare.
    Agli odori e sapori. Una cucina e due sensi.
    A che cosa sei,
    in questi occhi che hai.
    Ai cieli sereni. Che da distesi si vedono meglio.
    Alle debolezze.
    Alle cose che non sai.
    Non ci siamo. Anzi, si.
    Al consumismo della tua bocca, collo, pancia, guancia, spalla.
    Alla superficie di un corpo senza scampo.
    Alle sveglie accarezzate.
    Ai fiati comuni. Affannati e pieni.
    Agli sguardi toccati ma fuggiti.
    Alle porte sbattute e ai vaffanculo sottovoce.
    Brindo. 
     

     
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  • 14 ottobre 2014 alle ore 19:04
    Sogno di una notte di ventuno marzo.

    Come comincia: Ho sempre avuto una vita sentimentale fallimentare. Si affestellavano nel mio letto diverse donne, facevo provviste di impressioni, di corpi, di umori, di orgasmi, di baci, di schiene, di nuche. Senza soffermarmi sull'unica cosa fondamentale: volevo davvero tutto questo? La mia giovane vita non conosceva pause. Nè di riflessione nè di decompressione degli eventi. Vivevo le giornate a ritmo di speed dating. Avevo incrociato tanti occhi, dormito in tanti letti e da molti ero fuggita via, appena la presa diventava più stretta. Non facevo niente di speciale. Non c'era niente di speciale nell'allontanare le persone. La vera cosa speciale era sapersele tenere.Tutto fino a quell'ordinario 21 marzo di un faticoso 2010. Il giorno del grande magari, il giorno in cui si sono posati su di me occhi che sembravano dita che giocassero. Combaciavamo. Eravamo due navigatrici a vista, che adattavano le loro rette in base alla direzione dei venti, all'ispirazione. Con un bisogno di muoversi troppo forte per riuscire mai a stare ferme. Avevamo un amore con mille traiettorie, un semplice corposo amore che si spostava in ogni dove. Che mi faceva sentire ovunque. Entrambe con una mente troppo curiosa per accettare mai di annoiarsi. Le tue mani con le mie scandivano il ritmo delle nostre voglie. Una memoria del tatto che sfuggirà sempre alle parole che tenteranno di circoscriverlo. Partecipi del qui e ora. Sospese in un sorriso che non finisce, nella dolcezza morbida dell'adesso. E' sempre stata una pulsante avidità sensoriale, elettricità inesauribile del contatto: veloci e rallentate come due sconosciute che si riconoscono. E i nostri silenzi, come prova di fiducia reciproca. 
    Libere - indipendenti - mobili - intuitive - istintive - non costruite - non atteggiate - senza sforzo e fatica. Spogliate da ogni forma, ci concentravamo sui contenuti, scartando ogni definizione e amandoci nelle conseguenze. 
    R: “ Mi piace che qualcosa in te resista, rifiuti di familiarizzarsi, rimanga invincibilmente estraneo. Forse il segreto sta nel preservare qualcosa di straniero in noi. Tu complice con cui parlare e fare l'amore, ridere. Senza bisogno di filtri o atteggiamenti o divisioni implacabili di ruoli. Senza mai chiederti di essere diversa da te stessa.”
    T: “Non c'è modo di farti rientrare in un tipo; attraversi tanti modi di essere, senza caderci dentro. Sei semplice e complicata, hai una natura selvatica, un animo romantico, uno spirito coraggioso, ti spaventi, sei allegra, sei curiosa, ti stufi, cerchi cure e attenzioni, un amante che ti ami alla follia ma indifferente, non hai bisogno di nessuno."
    R: "Se me lo chiedessi, ti darei i miei occhi.”
    T: "Il tuo modo di guardare, sorridere, girare la testa, camminare o fermarsi in un punto."
    R: "La tua figura flessibile, i tuoi pensieri rapidi e precisi. I colori nei tuoi occhi, la luce che c'è dentro, la forma delle tue labbra, orecchie, naso."
    T: "La vibrazione della tua voce ascoltata da molto vicino."
    Una combinazione di caratteristiche contraddittorie. Ed erano baci confusi, affamati, imprecisi; corpo contro corpo, respiro contro respiro, annaspanti, strapazzate da ansia, imbarazzo, desiderio, riluttanza, incoscienza, fretta, curiosità, voglia. Tutte le nostre parti in gioco.
    E ad ogni tuo viaggio io arrossirò e tu mi guarderai. E io penserò "dannazione con me la spunterai sempre tu". E tu non dirai nulla ma mi terrai la testa tra le mani e mi stringerai. E’ la padronanza delle regole del gioco che ci permette di  continuare a entrare e uscire. Di chiuderci fuori e poi cercare di rientrare. "Non mi piacciono gli addii. Sono sempre troppo lunghi."
    E ricorderò a me stessa che la grande vita d'amore, in fondo, non ha nulla a che fare col possesso e col desiderio "sii mia". E che queste cose appartengono alla sfera del risparmio, dell'appropriazione, della voracità. Mentre noi vivevamo in una relazione più forte, fondata su abbondanze da espandere e non su mancanze da colmare.
    E piangerò di incredulità per la mia capacità e sfrontatezza di aderire completamente a qualcosa, qualcuno; del nostro coraggio di lasciare attecchiere radici profonde, di una certa ostinazione indomita nel crederci comunque. Viene da sé. Senza fatica. Senza uno scopo. L'amore viene da sé. Conquista la forma lentamente.
    E torneremo sempre a guardarci da vicino, in quella fresca e umida sensazione dell'amore appena alzato.