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in archivio dal 23 nov 2007

Vera Ambra (CT)

01 novembre 1950, Acireale
Mi descrivo così: Nel 2001 fonda e presiede l’Associazione Akkuaria. Akkuaria oggi è una realtà internazionale che prende la cultura in tutte le sue forme e le plasma, riuscendo a far convivere danza, poesia, pittura, teatro e musica.
Mi trovi anche su:

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  • 23 novembre 2007
    Occhi di pavone

    Ferma il tuo spettacolo
    sul fiore addormentato
    Un gioco di sporgenza
    è la linea ondulata
    d’opalescente bellezza

     

    Solo i rami vanno
    dovunque
    ma il fusto resta legato
    alla sua radice

     
  • 23 novembre 2007
    Accade

    Se aspetti
    l’acqua che si cheta
    è lacrima calda
    un vestito di bacio
    rosambrosia di bacio
    acqua d’acqua passata
    capriccio di cenere
    d’acqua perduta
    cencio di cuore
    Lusinga sul petto
    non devo pensare
    che mi spezzerai
    il cuore.

     
  • 23 novembre 2007
    La mia pelle

    Non sta più
    nella pelle
    è Foglia di camoscio
    che mi si cuce addosso
    Bisbiglio di mandorlo bianco

     

    Specchio che respira
    o consapevolezza
    che suona
    scegliere o respingere
    quel sorriso che affiora
    a spolverare l’occhio
    mentre il silenzio
    sale dal ventre come un vento
    gravido di fiore
    ... un sogno si
    riflette sul volto

     
  • 23 novembre 2007
    Cuore di papavero

    Amare
    non è forse
    quel verbo sottile
    che schiaccia
    il nostro sfuggire
    la’ dove il tempo
    si è fermato

     

    ...solo se c’è

     

    può ingannare
    quel silenzio
    che offusca

     

    il senso della vita

     
  • 23 novembre 2007
    La sera

    La sera
    andavo cercando la luna
    nel ventre dell’artista
    e sapessi quanti silenzi
    ho trovato nella calma
    voce del tempo
    e nei rumori della vita

     

    Vetri o brillanti
    o semplicemente
    diamanti
    "Mio pullulante fiore"
    l’amore danza
    e continuerà
    a danzare

     

    coi suoi veli
    che maliziosi
    scivoleranno
    attraverso il cuore
    con la certezza
    "mia labile traccia"
    ...che dopo la quiete
    la follia possiede i pazzi

     
  • 23 novembre 2007
    Potessi

    Potessi
    Amore
    di fiabastella
    di ventoneve
    uscire dal cancello
    in un’ora della notte
    senza cercarti
    e trovarti la
    dove t’aspetto
    sul morbido petto e
    Cuore di zingaro
    ad occhi chiusi
    riconoscerei
    i fiori di pesco
    su i tuoi riccioli d’oro
    in questa notte selvaggia
    distante dai pensieri
    dove la vita
    è senza confini
    niente è terra
    niente è patria
    niente è mondo

     
  • 23 novembre 2007
    Amore

    Selvaggio e smisurato
    sei il respiro dell’aria
    che batte dentro il petto
    sei pagina bianca
    che diventa maestra
    ma cieca di ragione
    E tu parli
    parli parole
    e canti
    canti canzoni
    e t’incoroni
    di lucida incoscenza
    con quel fascino inerte
    che nasce
    dell’intimo senso
    dall’adultero gesto
    per poi cadere nel cuore
    che è terra di nessuno
    ... e sogno e realtà
    diventano amanti

     
  • 23 novembre 2007
    Sono amore che ti cerca

    Spirito che scorri secco
    a corrodere il tempo
    nel tempo dell’attesa
    e mentre luce e ombra
    si sposano
    tra le viscere
    della mia stessa vita
    dalla placenta
    che da ferita
    copre ferita
    s’incontamina
    il pensiero:
    "chi sarai?"
    mia agrodolce vertigine
    ma ti partorirò
    attraverso me
    Desdemona e Otello
    e se trema la carta
    al mio pensare è segno
    che tra le dita
    anche un piccolo
    briciolo di specchio riluce

     
  • 23 novembre 2007
    Il cimitero di tutte le cose

    Seppellisce la memoria
    e non c’è alcun modo
    per tornare indietro
    quando il giorno smaglia
    la sua tinta
    Solo il Flauto d’allodola
    al primo canto consola
    il nascere del giorno
    e il coro degli spettri
    palpita interrotto
    La pace
    adesso è nella mia calma
    mentre l’abito sdrucido
    scava il germe del sospetto
    Cangiante
    la pupilla nei dettagli
    segna il fiume
    che nella notte
    dolce scende
    Vogliatemi egualmente bene
    anche se non ho più gocce da dare

     
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  • Come comincia: Una pioggia all’improvviso mi sorprende. Non ho nemmeno il tempo di cercare riparo nel primo portone aperto o sotto la tettoia d’un negozio che già è finita. L’unica cosa che rimane nell’aria è l’odore di asfalto bagnato, oltre a pungere le narici, anticipa la fine dell’estate.
    Mezzogiorno è appena scoccato. Supero il primo ingresso vetrato dell’albergo e spingo con forza la porta: intervista “bucata”.
    “Ha già lasciato l’albergo da più d’un ora” dice, da dietro il banco, l’omino ingabbiato in una giacca scura. Qualcuno è arrivato prima di me e l’ha portato via. 
    Un imprevisto? C’è sempre qualcuno che arriva sempre a scombinare i programmi degli altri… Pazienza! Ritorno indietro.
    Un flash-back, così si chiama quel fenomeno in cui nella millesima frazione di secondo tornano, scavalcando i pensieri ricorrenti, le immagini o le sensazioni che credi aver già dimenticato. Oppure ricordi di emozioni già provate. Infatti il “già provato” è la percezione che spurga e purifica la mia emozione e la veste d’un solo colore. Ed è in questo frangente che non tornano davanti agli occhi quella fila di denti bianchissimi che sporgevano dal suo sorriso smagliante, né quell’innocenza che tentava, ai bordi degli zigomi alti, di navigare tra le ingenue pupille, altere sul naso dritto come una statua greca. 
    Non ricordo niente di quel suo viso luminoso, cordialmente simpatico e accogliente. Nulla della magica atmosfera che s’era creata all’interno dell’anfiteatro catanese e nemmeno una sola delle note che tra le corde della sua chitarra aveva catturato, oltre me, anche tutto il pubblico presente. Neppure le note magiche e illudenti che per tutto il tempo avevano danzato col mio cuore in quel tempio allestito per il Dio della musica. Né i brani pieni di serenità che si aprivano tra morbidi temi e le ricche tessiture melodiche che davanti agli occhi erano diventate deliziosi e riposanti episodi.
    S’era quietato persino il cielo che ascoltava anch’esso quei suoni che introducevano motivi gioiosi e nobili. Tra le sue dita, in un’altalena di giochi, ora più vivi, ora più teneri, ora più solenni, s’inorgogliva quel Dio che conosce i reconditi pensieri dei musicisti. E in quel tempio eretto, tra i ruderi della vecchia fabbrica di zolfo ricuperata che si specchiavano alte nel cielo le vecchie ciminiere. L’oscurità le rendeva dolci e velate.
    Ecco cosa tornò alla mente: il cielo! In quel magico scenario, Sirio splendeva sempre più bella, assieme ai riflettori puntati su Giulio che in quel punto fermo, stava lì a raccontarmi di quell’impudica luna che serpeggiava nell’equivalenza d’un punto fermo nell’universo.
    Ora Giulio. Ora la luna. Scomparivano e riapparivano. Tanto insignificante sembrò il chiarore delle stelle riflesso sui rossi mattoni delle ciminiere. Pensavo che una chitarra avesse un’anima ma non credevo che possedesse due occhi per piangere e disperarsi per i mali del mondo. 
    Di fronte a lui mi ero sforzata di mettere a tacere quel tumulto che, nello scatenarsi con l’impara forza d’un leone, costringeva i miei occhi da fissarsi le sue dita. Le sue mani, piccole e fragili ballerine, si muovevano leggermente inquietanti, quasi fossero api su un cesto di fiori. Giulio stringeva con una forte dolcezza al petto la sua chitarra e con audacia, si confondeva all’ombra d’una musica che diceva a tutti di non pensare che il resto del mondo esiste, lasciando che le sue corde chiacchierassero tranquille.
    Qual era il tuo sogno da bambino, Giulio?
    Quello che, diventato realtà, si prende gioco di noi?
    Ti piace giocare, Giulio?
    Giulio, anche se per poco, portaci lontano da questa realtà che fa di noi semplici contenitori per l’esistenza.
    Noi siamo semplici umani che scorrono attorno a noi stessi veloci come l’acqua di un fiume: a volte tranquillo, altre no. Noi siamo lontani da coloro che forse vivono. Forse non sappiamo più che siamo diventati macchine vive e pensanti e, spesso incapaci di pensare. Ma tu per un attimo mi hai fatto credere che non apparteniamo più a coloro che camminano dentro i propri pensieri acidi e le paure che marchiano le emozioni.
    Quale sarà il tuo prossimo sogno, Giulio?
    Se provo ad immaginare come le corde della tua chitarra, con un ghigno sarcastico, si sono appellati ai rumori della vita prima di scivolare sulle vene scariche di sangue.
    Quale sarà il nostro sogno Giulio, se le corde della tua chitarra potranno commuoverci e renderci malinconici quasi come l’aria fredda della sera.
    È qui che l’aria fredda della sera aspetta d’ascoltare ancora i tuoi suoni: gli stessi che non riesco ad immaginare senza percepire quella leggera tristezza che per tutto il tempo mi ha martellato il cuore.
    Giulio, qual è il sogno d’un sogno?
    Fai sempre che un sogno diventi uccello per guardare, senza paura, il profilo delle proprie ali.
    C’è un sogno sempre pronto a volare anche se è un cieco che cammina in un mondo che trema?
    Giulio, anch’io aspetto che “un giorno giungerà l’alba di un mondo improbabile allora noi tutti saremmo in grado di camminare sotto il cielo e il cielo non sarà più un fantasma vestito di cobalto, perfettamente pennellato e, goccia nelle goccia, noi tutti assorbiremo la forza dalla musica come un tuono il temporale. E, all’alba di un mondo probabile, ogni corda sarà capace di rapire con la propria forza ed ogni forza diventerà chiarezza di suoni insaziabili. La musica sarà un’onda corrosa e quasi si divertirà coi suoi suoni sibillini ed i musicisti avranno una sola faccia. Una faccia colorata d’azzurro e vicino a loro spirerà quel vento di tramontana per portare il gusto delle terre, dei raccolti dei campi, del mare azzurro e pescoso. E giungerà alba per gli uomini che in fondo hanno tutti lo stesso desiderio, imitare il silenzio in quei tardi pomeriggi oziosi passati in silenzio prima d’armarsi di santa pazienza.
    In fondo tutti gli uomini sono dei mulini a vento, incasinati nella loro vita e che hanno quanto mai l’intenzione di tirare il mattino tra un bar e una discoteca del resto non tutti scelgono gli spartiti per soffrire senza freni inibitori. Il nostro mondo, mio caro amico, è fatto d’immaginazione, di pensieri e noi, disadattati e sfortunati cosa cerchiamo?
    L’amore demoniaco che ci dia le sue false illusioni.
    L’ignoranza della fauna umana saprà sbriciolare lo strato protettivo della vita e mascherare bene la sua indifferenza?