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in archivio dal 22 ott 2013

Vincent Cernia Vincenzo De Marco

14 gennaio 1976, Grottaglie - Italia
Segni particolari: Sono un folle che scrive di sentimenti, umore e vissuto,
del bene e del male.
Sono un pazzo che su carta sputa fuori
amore e rabbia.
Mi descrivo così: Poeta e scrittore, ha pubblicato: 
- Il Mostro di rabbia & d'amore ( edito da Lettere Animate e aphorism) 2014
- Macerie (antologia di racconti) 2016
- Il Mostro Versi di rabbia e d'amore 2017​
AUTORE presso Aphorism, lettere animate, Les flaneurs
Vincitore di molti concorsi poetici e letterari
Mi trovi anche su:

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  • Ieri alle 18:22
    Rivolto a sud

    È rivolto a sud tutto il mio amore
    ogni mio sguardo, ogni mio sorriso
    mentre guardo la mia terra, il mio cielo e il mio mare.
    La mia tristezza e la mia allegria
    tutte le mie lacrime e ogni mia gioia sono rivolte a sud.
    Tutte.
    A ogni sud, di ogni colore.
    Siamo tutti a sud di altri mille nord,
    è rivolto a loro tutto il mio amore
    il mio sudore
    il mio impegno e il mio cuore.
    È rivolto a sud il mio amore.
    A ogni sud, di ogni colore
    è rivolto il mio sguardo
    il mio sorriso e il mio amore

     
  • venerdì alle ore 18:05
    Il paese a sera

    È bello ogni tanto restar seduti
    Non far nulla
    Se non guardare i vicoli calmi alla sera
    Così antichi
    E la musica in casa è bassa
    E noi alla finestra.
    È bello ogni tanto restar seduti
    Non far nulla
    Rapiti dalla muta bellezza di vie deserte
    Accarezzati da un fresco vento d’agosto
    Mentre tutto intorno il mondo corre affannato.
    È bello ogni tanto restar seduti
    Non far nulla
    Spettatori attenti
    Un bicchiere di vino
    Le stelle
    La calce bianca sui muri
    I lampioni
    E noi alla finestra
    A non far nulla seduti
     

     
  • giovedì alle ore 17:13
    Mentre scrivo di noi

     
    Il cielo è azzurro oggi
    mentre accarezza dolce la città
    e i suoi bambini ridono felici
    e la sua gente passeggia serena ai lati dei due mari.
    In questo giorno d'anticipo d'estate
    e il sole protegge fiero un popolo ferito
    mentre provo a scrivere di noi.
    Il cielo è rosso ora
    mentre schiaffeggia severo la città
    e i suoi bambini piangono di dolore
    e la sua gente corre e grida impaurita
    sotto le ciminiere alte di un mostro troppo grande.
    In questo giorno d'anticipo d'estate
    e la luna protegge fiera un popolo ferito
    mentre provo a scrivere di noi.
    Sotto questo sole e questo cielo azzurro
    sotto questa luna e questo cielo rosso
    le case sono rosa veleno
    le croci nero carbone
    l'antico acquedotto romano crolla a pezzi
    e così la storia di una città
    e di lato un mostro troppo grande
    ride cattivo.
    mentre provo a scrivere di noi.

     
  • giovedì alle ore 17:10
    Certe Poesie

    Nascono così certe poesie al sud
    Te le ritrovi in un calice di vino
    In un tramonto estivo, su di un tavolo bagnato,
    In un bar qualunque mentre guardi il mare.
    Nascono così certe poesie al sud
    Le raccogli dal chiacchierare allegro della gente,
    Dal vento fresco sulla pelle scura
    Dai sorrisi illuminati dal sole, dai baci sotto una luna gigante.
    Nascono Così certe poesie al sud
    Fra gli ulivi o dentro grappoli di uva
    Appoggiate delicate sulla sabbia bagnata
    Naturalmente, senza cercarle
    Nascono così e arrivano su onde leggere, calme
    Tra i vicoli di città antiche.
    Nascosto così certe poesie al sud.
    Spontaneamente.

     
  • 12 settembre alle ore 8:11
    La mia terra

    Mi cibo di lei
    di quella terra rossa sotto i piedi
    che profuma di storia,
    di muretti a secco a divider poderi e casette in pietra e trattori lenti
    e di un sole caldo in un cielo azzurro
    le rondini e gli ulivi
    e poi le spighe di grano felici mosse a danzar dal vento.
    Fresco e fiero l’orgoglio di Puglia
    fatto di storia antica e vigneti verde acceso  e nero intenso color vino
    e donne anziane chinate a raccoglier vita
    e i bambini intanto  giocano innamorati nell'erba alta
    e le coccinelle e le farfalle a volteggiar serene
    in lembi di un tacco bagnati dal mare intorno.
    Quella terra rossa sotto i piedi
    che profuma di storia
    e il sole caldo in un cielo azzurro
    e le rondini
    e gli ulivi
    e tutto il resto.
    Mi cibo di lei,
    la mia terra.

     
  • 12 settembre alle ore 8:07
    In te

    È nel tuo sorriso
    Che batte forte il mio cuore
    È nei tuoi occhi belli
    Che si riflette il mio amore
    È nel viverti sempre
    Ogni momento, ogni attimo
    Ogni giorno e ogni ora
    Il posto dove soggiorna la mia
    Serena felicità.
    È nel tuo abbraccio
    Che il mio dormire diventa dolce

     
  • 25 dicembre 2016 alle ore 21:00
    Di Te

    Ho bisogno di te adesso,
    Ora, in questo momento
    Ho bisogno di te in questa notte buia,
    In questa pioggia
    Ho bisogno di te in questa mia personale tempesta.
    Ho bisogno di te, piccola stella
    Che con la tua luce trasformi il buio in giorno
    E diventa festa.
    Ho bisogno di te
    Arcobaleno, che dopo la pioggia diventi sereno,
    E nel mio cuore l'inverno sarà primavera
    Poi estate.
    Ho bisogno di te.

     
  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:17
    I muri spinati

    Recinti e muri, e filo spinato
    In terre di libertà per uomini liberi.
    Il cielo e la terra e quattro baracche
    E i muri spinati, tanti,
    e dentro chi cercava solo una terra giusta
    e dentro troppi uomini, troppe donne, troppi bambini.
    E non si capisce il perché,
    non si impara mai dal passato, mai.
    E intanto i cordoni umani
    E il sole e la luna, troppa polvere e poco amore
    E i confini chiusi, e i muri spinati.
    E chi dice avanti e chi chiude, ma poi
    Recinti e muri, e filo spinato in terre di libertà, per uomini liberi
    Per chi cercava solo una terra giusta
    Un quanto basta di libertà
    E il cielo e la terra e il sole e la luna
    Quattro baracche, troppa polvere e poco amore.
    Non si impara mai dal passato, mai
    E i muri spinati.

     
  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:15
    I bambini dello stesso mare

    Ero di lato e osservavo
    E ho visto due bambini dello stesso mare su due sponde diverse
    Ed entrambi guardavano due barchette in mare
    Una era di carta, l’altra no
    Uno era felice, l’altro anche,
    prima, ora no.
    E  osservavo ancora
    E ho visto il bambino felice guardare la barchetta tranquillo, e lei serena lì in mezzo al mare
    Invece l’altro bambino guardava l’altra barchetta
    E piangeva
    E lei affondava, pian piano, piano lì in mezzo al mare.
    Ero di lato e osservavo
    E ho visto due bambini dello stesso mare
    Sulla stessa sponda ora,
    il bambino felice era in piedi
    l’altro bambino no. Era steso.
    E osservavo, e nel mare le barchette non erano più due.
    La barchetta di carta era lì, serena
    L’altra no. Non c’era.
    Siamo tutti i bambini dello stesso mare.

     
  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:07
    Barconi avorio speranza

    Come a guardare il sole, come a sfidare la luna
    inermi e sospinti dall'onde del mare i barconi avorio speranza,
    blu i volti d'avorio di trecento speranze,
    e il barcone era spinto dal vento, freddo, come freddi tutti gli inverni di mare
    ma come ogni stagione
    come speranze funebri, avanti senza un destino.
    E la notte è lunghissima
    e il barcone si trascina sull'onde nervose del blu della notte
    nel gelido mare d'inverni incazzati, come incazzate tutte le stagioni.
    E il giorno è infinito
    e i barconi avorio speranza
    il sole riflesso sui volti d'avorio, sorrisi di ghiaccio e occhi sbarrati
    e i pianti, la paura, e le preghiere
    e i bambini terrorizzati.
    E galleggiano i corpi, e le notti e i giorni
    e galleggiano i corpi trascinati dal mare
    come le buste al vento
    gonfi, come a guardare il sole, come a sfidare la luna
    inermi, sospinti dall'onde del mare
    blu i volti d'avorio a galleggiare muti,
    e i barconi avorio speranza.
    Mute speranze, muti i sogni, muto il futuro.
    Come a guardare il sole, come a sfidare la luna.
    Partirono speranze su quel barcone avorio speranza
    partì la speranza e con lei trecento persone
    come a guardare il sole, come a sfidare la luna.
    Ma solo il mare,
    il blu della notte, e barconi avorio speranza.

     
  • 11 dicembre 2016 alle ore 20:51
    Piedi nudi in cammino

    A una Damasco in ginocchio, annientata ma viva
    Come la speranza, e la speranza non morirà mai a Damasco.
    Neanche sotto le bombe di una guerra incivile
    Di una guerra pazza, come pazze sono tutte le guerre.
     
    A una Palmira antica, alla sua antica storia
    Distrutta, violentata, calpestata.
    A una Palmira fiera, che non imbruttirà neanche in macerie
    Perché è storia, e la storia resta. Anche sotto le ruspe di una folle guerra,
    come folli tutte le guerre.
     
    A Mohammed il pediatra d’Aleppo, era il papà, l’ultimo
    Di tutti i bambini, lui dava la vita. E l’ha data.
    Con lui è morto il futuro, i bambini non nasceranno più
    E invece no, il futuro non si potrà mai uccidere,
    i bambini nasceranno grazie a lui, sempre ad Aleppo.
     
    A una mamma Siria che guarda questo e piange
    A una sorella Siria che però cammina e spera.
     
    E la poesia diventa piedi nudi in cammino, in Siria.
    E la poesia diventa gente, e gambe, e bambini sulle spalle,
    e abiti da sposa, e la poesia diventa pianto
    però anche sorriso.
    E diventano poesia quei piedi, quelle gambe coraggiose
    Mentre vanno fiere incontro alla loro libertà
    E la libertà è vita.
     
    A una terra che piange, a una terra che sogna
    A una terra Siria
    Che sorride, che cammina.
     

     
  • 07 dicembre 2016 alle ore 10:32
    Il pianto di un ulivo

    Ho visto piangere un ulivo
    E diceva -no no, non mi uccidete no-
    L'ho visto fiero implorare di restare lì al suo posto
    A metà tra la terra e il cielo
    L'ho sentito piangere, gridare il suo dolore
    -no no, non sono malato, è una malattia inventata, no no, non mi uccidete, sono sano, ho più di cent'anni io, molti di più-
    -non mi tradite, non v'ho mai tradito-
    Ho sentito piangere un ulivo
    E diceva - no no, ho visto crescere il papà di tuo nonno in queste terre, e poi lui, e poi tuo padre giocare con il mandorlo giovane, no no, non mi uccidete, ti ho visto diventare grande al fresco delle mie foglie, non ricordi, no?-
    L'ho visto fiero implorare di restare lì al suo posto
    A metà tra la terra e il sole
    L'ho sentito piangere, gridare il suo dolore
    E diceva -no no, non sono malato, è una malattia inventata, no no, non mi uccidete, sono sano, ho più di cent'anni io, molti di più-
    Ho visto un ulivo morire piano
    Sotto il rumore di una sega
    E intorno il canto triste d'addio di grilli e cicale
    E il mandorlo salutava triste
    E un cane zoppo abbaia alle pietre
    E l'ho sentito gridare, piangere e gridare
    Fiero su di una terra fiera e rossa
    -no no, non lo fate-
    E ho pianto anch'io
    E poi il silenzio di campagne vuote.

     
  • 07 dicembre 2016 alle ore 10:30
    E magari ridere

    È bello farlo lo sai?
    La sensazione di averti addosso anche quando non ci sei, lo sai?
    È bello amarti lo sai?
    Averti in testa sempre
    E camminare mano nella mano
    E ascoltare musica anche quando non ascoltiamo musica.
    Sì è bello lo sai?
    Sapere che domani ci sei pure che non ci sei
    E poi guardare il sole e magari ridere
    E chissà, seduti sull'erba guardare il mare
    E fumare e bere
    È bello farlo lo sai?
    È bello amarti
    E fare l'amore anche quando non facciamo l'amore
    E sentire il tuo profumo anche quando non ci sei
    E magari ridere
    E sorridere.
    Lo sai?
    È bello farlo, è bello amarti, poterlo fare.

     
  • 06 dicembre 2016 alle ore 14:16
    I tramonti del Sud

    Come sono unici i tramonti del sud
    Sembrano dipinti su di una tavolozza nel cielo
    In un orizzonte tutto loro
    I tramonti del sud
    Sono freschi, e resti fermo a guardarli e te li gusti
    Ogni volta, ogni volta diversi.
    Sono rassicuranti i tramonti del sud
    Sono lì come una donna che accudisce uno stanco e anziano giorno
    Prendendosi cura e accogliendo una giovane e piccola notte.
    Sono lì come una coppia di innamorati che giocano a colorare il mondo, felici.
    Sono lì i tramonti pugliesi
    Unici, sembrano dipinti su di una tavolozza nel cielo
    In un orizzonte tutto loro.
    Sono avvolgenti i tramonti del sud
    E ti restano addosso, attaccati
    E non pesano, anzi
    Ti fanno sentire leggero.
    E resti fermo a guardarli, e te li gusti
    Ogni volta, ogni volta diversi
    Belli, come sono unici i tramonti del sud.

     
  • 06 dicembre 2016 alle ore 14:08
    Certe Poesie

    Nascono così certe poesie al sud
    Te le ritrovi in un calice di vino
    In un tramonto estivo, su di un tavolo bagnato,
    In un bar qualunque mentre guardi il mare.
    Nascono così certe poesie al sud
    Le raccogli dal chiacchierare allegro della gente,
    Dal vento fresco sulla pelle scura
    Dai sorrisi illuminati dal sole, dai baci sotto una luna gigante.
    Nascono Così certe poesie al sud
    Fra gli ulivi o dentro grappoli di uva
    Appoggiate delicate sulla sabbia bagnata
    Naturalmente, senza cercarle
    Nascono così e arrivano su onde leggere, calme
    Tra i vicoli di città antiche.
    Nascosto così certe poesie al sud.
    Spontaneamente.

     
  • 18 maggio 2014 alle ore 13:09
    Lacerati dentro

     
    Questa è vita
    non il vostro continuo lacerarvi dentro.
    Questa è vita
    non il vostro sputare addosso.
    Il sorriso è lealtà
    non l'agire scorretto.
    Questa è vita
    non il vostro
    lacerarvi dentro.
    Agite e non odiate
    vivete
    non giocate, adulti d'età
    infanti infantili
    grammaticalmente inetti.

     
  • 23 aprile 2014 alle ore 16:39
    MAMMA ALDA

    Di vera poesia
    e immenso amore,
    di sana follia
    e lucide idee,
    Alda.
    Di collane e vesti larghe
    di foto ingiallite
    di ricordi passati,
    e amore per le tue figlie
    con gli occhi radiosi,
    Alda.
    Di sigarette e fumo intorno,
    letteratura, follia, manicomio
    e poesia di contorno,
    Alda.
    Di numeri scritti sulle pareti
    con rossetti vecchi, già usati,
    nelle camere buie
    e d'innanzi il naviglio
    come un tuo nascondiglio,
    Alda.
    Tra Milano e Taranto
    senza mai un lamento
    proseguivi la vita, il tuo amore, il tuo tormento.
    Mai hai odiato
    Alda
    magari chi avresti dovuto,
    ma di poesia in poesia lo lasciasti muto.
    Di tenere parole e voce lieve
    sul tuo letto sdraiata
    sorrisi invecchiati, di follia e vera fede,
    fede per l'arte in ogni sua forma
    di sigaretta e fumo intorno.
    Di poesia e letteratura,
    del tuo amore
    Alda
    hai riempito un mondo.

     
  • 06 aprile 2014 alle ore 21:47
    Le antenne

    Antenne
    e poi all'orizzonte
    antenne e terrazzi
    terrazzi e antenne
    e ancora orizzonte
    terrazzini primaverili
    piante e azzurro,
    sole e nuvole bianche che si rincorrono,
    rondini felici
    e antenne moderne
    a rovinare panorami italiani
    di caldo sud,
    a rovinare 
    poesia e natura
    il cielo, l'erba.
    E le antenne
    come alberi del futuro.

     
  • 25 marzo 2014 alle ore 20:59
    Lungo e intenso

    Desidero dormire
    per poterti sognare,
    desidero un sonno lungo
    e intenso, eterno.
    Desidero dormire
    per poterti sognare,
    e non lasciarci più
    e mai più separazioni
    e mai più pianti.
    Desidero un letto soffice
    dove poter sprofondare
    dove i sogni possano essere dolci
    come i gelati alla frutta in estate.
    Desidero dormire
    per poterti sognare,
    desidero un sonno lungo
    e intenso, eterno.
    Un sonno fatto
    di sogni e risate
    di sogni e parole non dette
    di sogni e carezze.
    di mai più inutili screzi
    e litigi abbozzati
    e mai più saluti negati.
    Desidero dormire
    per poterti sognare,
    desidero un sonno lungo
    e intenso, eterno.
    E che al risveglio
    mi possa riaddormentare
    e nuovamente sognarti
    e nuovamente giocare, ridere
    sclerare.
    Desidero dormire
    per poterti sognare,
    desidero un sogno lungo
    e intenso, eterno.

     
  • 24 marzo 2014 alle ore 14:59
    Amore nero

    Certo è 
    che di amore si può morire,
    certo lo sappiamo
    che magari è brutto da dire,
    ma purtroppo è vero 
    quando è amore
    amore nero.

     
  • 23 marzo 2014 alle ore 19:04
    In un bar

    E poi sei seduto,
    in un bar 
    cosi, solo.
    E cosi ti ritrovi a bere un amaro
    cosi, solo
    in un bar 
    e la voglia di scrivere sale.
    Scrivo...

     
  • 22 marzo 2014 alle ore 17:39
    D’animo buono e severità d’artista

    D’incontri d’arte
    è fatta la vita,
    d’animo buono e severità d’artista.
    L’uno seduto di bar in bar
    con la penna svuotava il cuore
    e con il bicchiere scolava la vita.
    Duro fuori, quasi roccia
    Quasi ghiaccio,
    poi in realtà tufo,
    morbido, buono,
    ghiaccio al sole.
    Pigro scriveva e sognando beveva.
    D’incontri d’arte
    è fatta la vita,
    d’animo buono e severità d’artista.
    L’altro di volo in volo
    e di treno in treno
    di teatri scuri
    e platee attente
    di amore per l’arte, di amore vero.
    Schietto, sincero
    duro e severo,
    ma di severità buona come quella di un padre,
    severità di cuore, di un cuore grande
    che guarda vicino vedendo oltre,
    avanti, lontano.
    D’incontri d’arte
    è fatta la vita
    d’animo buono e severità d’artista.
    E ti prende a cuore un rigo
    e spronando, 
    e un calcio in culo,
    e di durezza in durezza
    risvegliò il pigro.
    E di critica, 
    di elogi poi scovò i suoi pregi.
    E poi
    di sudore e notti insonni
    pur di realizzare ambiziosi i sogni.
    E di animo buono e di mano ferma,
    e con ferme parole
    riempii due calici
    di prosecco e amore.
    D’incontri d’arte
    è fatta la vita
    d’animo buono e severità d’artista.

     
  • 21 marzo 2014 alle ore 4:24
    Il cammino

    Vedo corvi e uccelli neri volarmi incontro
    e girarmi intorno sorridenti
    e girarmi intorno
    intonando canti strani e cupi.
    Ho scavalcato muri altissimi 
    come ostacoli sul mio percorso,
    gli ho scavalcati a mani nude
    con le mani incise che trasudavano sangue
    che doloranti reggevano tutto il mio peso.
    Vedo corvi e uccelli neri volarmi incontro
    e girarmi intorno sorridenti
    e girarmi intorno
    intonando canti strani e cupi.
    Ho continuato a camminare
    e non mi sono fermato
    e gli ho sorriso come a non temerli
    come a sfidarli,
    ho continuato a camminare
    e non mi sono fermato
    e gli ho sorriso
    come non temo gli amici
    come agli amici sorrido.
    Vedo corvi e uccelli neri volarmi incontro
    e girarmi intorno sorridenti
    e girarmi intorno
    intonando canti strani e cupi.
    Ho aumentato il ritmo dei miei passi
    e ai miei lati angeli combattenti,
    angeli incazzati ai miei fianchi,
    con tanto di elmetto e tute sporche,
    angeli combattenti ai miei fianchi.
    Vedo corvi e uccelli neri volarmi incontro
    e girarmi intorno sorridenti
    e girarmi intorno
    intonando canti strani e cupi.
    E poi gli angeli combattenti
    ed io cammino
    e loro attaccano i corvi e gli uccelli neri,
    spezzate le ali
    e ammutoliti i becchi
    silenziosi i versi,
    e i canti strani e cupi diventarono 
    fogli di carta e penne
    e inchiostro.
    Ho continuato a camminare
    e non mi sono fermato
    e gli ho sorriso.
    E non mi sono fermato.

     
  • 27 febbraio 2014 alle ore 14:45
    Esisteva

    Esisteva un tempo in cui anche Taranto e la sua provincia profumavano di ulivi e mare.
    Esisteva un tempo in cui anche qui il cielo era sempre azzurro, 
    e le nuvole giocavano a rincorrersi felici.
    Esisteva un tempo in cui anche a Taranto le greggi 
    erano libere di pascolare banchettando serene 
    e l'erba era verde 
    e non rossa.
    Esisteva un tempo in cui i bambini non avevano paura di giocare all'aperto, 
    e dal cielo cadevano gocce d'acqua pulita 
    e non pulviscolo nero, 
    carbone.
    Esisteva un tempo in cui Taranto era libera 
    e i delfini felici intrecciavano 
    amore e sereno.
    Esisteva un tempo in cui a Taranto tutto questo era realtà 
    e non tetra 
    utopia.

     
  • 09 febbraio 2014 alle ore 16:39
    PENNA E CARTA

    Vorrei solo una penna
    un foglio di carta,
    vorrei su di esso trasportare emozioni.
    Vorrei solo un bicchiere
    una bottiglia di rosso,
    vorrei assaporarne il gusto per trasformarlo in verso.
    Vorrei leggere nel tuo sorriso
    vorrei ascoltare i tuoi occhi,
    vorrei accarezzarti di rigo in rigo il viso
    trasudando inchiostro.
    Vorrei volare di sogno in sogno
    fino ad arrivare non dove voglio
    ma dove posso,
    dispensar consigli d'amicizia vera
    farti sentire viva
    farti sentire vera.
    Vorrei che ti alzassi da quel torpore che di sentimenti cattivi
    s'è appropriato il cuore,
    farti ascoltare il battito, farti udir gli amici.
    Vorrei che tu non sia succube di falsi profeti
    ma che possa vivere di ideologie 
    senza idealizzar fantocci e bugie.
    Vorrei che aprissi gli occhi sul bello e il nuovo
    e non tenerli aperti per fissare il vuoto.
    Vorrei solo una penna
    un foglio di carta
    per danzarci sopra,
    assieme,
    e sentir che canta,
    l'amicizia
    e al suo fianco 
    di musica e parole
    che ti si riempia il cuore.

     
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  • venerdì alle ore 18:11
    Ritorno alle radici

    Come comincia: Ero appena tornato da Torino. Dopo quella telefonata di mio padre due giorni prima, avevo passato ore d’inferno in quella città fredda del nord. Avevo percorso freneticamente avanti e indietro il corridoio del bilocale in cui vivevo nella periferia di quella grigia città industriale, decine e decine di volte, nervoso. Agitato. Pensando a mio nonno, alla sua amata terra, ai suoi alberi, a quello che di poco gli era rimasto e a come si potesse sentire in quei momenti solo in masseria, senza più neanche nonna a calmarlo e tranquillizzarlo. Dovevo assolutamente scendere in Puglia ed  essere al fianco di mio nonno in masseria.
    Così feci.
    In una  fumata di sigaretta avevo prenotato un biglietto per tornare giù, senza esitare un momento. Il viaggio durò un attimo in realtà, fu un viaggio veloce, se veloce si può definire un viaggio in bus di dodici ore. Ma  ero già lì,  seduto sul mio solito muretto a secco che divideva la masseria del nonno da quella di zio Giuseppe morto qualche anno prima. Ero seduto sul mio solito pezzettino di muretto a secco, quello che sin da piccolo era diventato il mio personalissimo punto d’osservazione sul mondo che mi circondava. Nessuno ci si poteva sedere o avvicinare perché ne ero gelosissimo. Da lì si riuscivano a vedere tutti gli angoli della masseria, non sfuggiva nulla al mio occhio attento. Riuscivo a vedere anche gli anfratti più nascosti accovacciato su quelle pietre.
    Ora però Il mio sguardo da bambino innamorato della sua terra si era fatto adulto. Avevo lasciato la mia amata Puglia, quella che mi saziava ogni giorno, per seguire un sogno. Un capriccio per i miei. Volevo studiare cinematografia, mi ero iscritto da qualche anno ad un corso di laurea a Torino appunto,  ma in realtà ero chiuso in un call-center da otto mesi per riuscire a sopravvivere lì al nord e non pesare sulla già traballante economia familiare.
    Mi mancava la terra rossa sotto i piedi però, sono sincero. Quella terra rossa che profumava di fichi d’india, delle polpette al sugo della domenica. Mi mancava mangiare i fichi ancora acerbi direttamente dall’albero. Assaggiare il loro latte aspro appena staccati dalla pianta. Mi mancava correre per ore in mezzo al grano più alto di me. Mi mancava il vento addosso, quel vento che portava con se tutto il gusto di una terra bellissima. Mi mancava guardare il nonno raccogliere le olive, la nonna cucinare il pane fatto da lei nel forno a legna proprio fuori il casolare. Ricordo come fosse oggi l’odore della farina, della legna bruciata, dei panetti appena sfornati e lasciati a raffreddare sul marmo bianco del tavolo in legno che era in veranda. Mi mancava assaggiare i pelati caldi appena cotti da zia Anna, ci immergevo le dita senza che nessuno se ne accorgesse. Mi mancava il vino bevuto di nascosto dietro la grande poltrona che puzzava di naftalina piazzata proprio  di fronte al camino. L’uva  rubata sotto il filaro.  Inseguire le lucertole con mia sorella Giovanna. Mi mancava contare tutti gli ulivi del nonno messi in fila di fronte a me. Erano tantissimi, bellissimi. Secolari. Il nonno ricordo ancora che spesso mi raccontava la loro storia e che alcuni di quegli alberi erano lì da centinaia di anni. Mi mancava tutto questo e tanto altro ancora. Tanto tanto altro ancora.
    Ero seduti lì, sul muretto a secco fatto di pietre pugliesi, ben incastonate nel paesaggio, il mio personalissimo punto di vista sul mondo che mi circondava, e non sentivo la stanchezza di un viaggio fatto in fretta e furia, preoccupato per mio nonno. Ero seduto lì a guardare quello che succedeva ma in realtà ero tornato indietro con gli anni e mi ero isolato nei miei ricordi di bambino felice e sazio della sua amata terra, dei suoi mille odori, delle sue fragranze tutte diverse, dei suoi colori,  quelli che mi nutrivano ogni santo giorno, con la loro storia,  il loro gusto.
    Ero tornato  quello che amava la ricotta forte e i pomodorini freschi sulle bruschette calde della nonna. Le melanzane sott’olio, i carciofini freschi. Sarei dovuto tornare il lunedì successivo a Torino ma quello era l’ultimo dei miei pensieri in quel momento. L’ultimo dei problemi.
    <<Cosimo, Cosimooo>> gridò Giovanna. Tutto d’un tratto,  e di colpo tornai a quella triste realtà che era proprio sotto i miei occhi adulti ormai, abbandonando i ricordi d’infanzia. Una realtà fatta di troppe “x” rosse sui tronchi d’ulivo secolari del nonno, tornai a guardare le lacrime grosse che vedevo scendere sul suo viso rigato dal del tempo. E allora: << Dimmi Giovà dimmi>> risposi indispettito.
    <<Dimmi dai>> continuai.
    Lei si avvicinò in fretta, appoggiò le labbra vicino al mio orecchio e disse:  << Papà mi ha detto che qualcuno ha deciso di fare un cordone umano intorno e a difesa degli ulivi del nonno. È l’unico modo per non far abbattere gli alberi. Che facciamo?>>
    << E secondo te che dovremmo fare? Facciamolo>> risposi.
    Poi continuai: << lo dobbiamo fare senza esitare un attimo, senza pensarci troppo. Facciamolo>>
     
    Volevano abbattere tutti gli ulivi del nonno. Dicevano fossero tutti infetti, malati. Da abbattere. Ma a noi tutti personalmente mai nulla era successo mangiando i frutti amarognoli di quegli alberi, mai  nulla ci era successo giocandoci sotto, mai  nulla. Niente di niente.
    E allora sarebbero passati sul nostro corpo per commettere quello scempio. Senza dubbio alcuno sarebbero dovuti passare sui nostri corpi per tagliare gli ulivi.
    Volevano ammazzare i nostri alberi, i nostri avi, la nostra antica storia di Puglia. Volevano far diventare un posto incantevole fatto di verde e fresco, una distesa di sterpaglia secca. Dove solo il sole caldo avrebbe potuto far capolino ogni tanto. Volevano trasformare il posto in cui i miei occhi felici di bambino si cibavano ogni giorno, in un cimitero di terra rossa. Rossa come il rosso sangue che si era gelato nelle vene di mio nonno. Rossa come le “x” su quei tronchi che profumavano di storia, che trasudavano amore e ricordi.
    Non sarebbe successo. No. Non sarebbe successo.
     
    Così facemmo.
    Ci schierammo a difesa degli ulivi del nonno che poi in realtà erano di tutti, di una intera comunità. Diventammo un cordone umano intorno alla nostra storia. Un cordone fatto di uomini, donne, bambini. Fatto di giovani e anziani, di amore e di rabbia. Tutti diversi ma tutti uguali. Diventammo un muro difficile da abbattere anche per le istituzioni. Una decina di ragazze che neanche conoscevo, sedute all’entrata della masseria proprio di fronte alle ruspe che avrebbero dovuto abbattere gli ulivi iniziarono lo sciopero della fame e della sete. Ne ricordo benissimo una, molto bella. Non che le altre non lo fossero ma lei aveva qualcosa in più. Era vestita con un pantalone di lino coloratissimo e largo, tipo quelli che usano le donne africane, indossava delle ballerine rosse e una camicia a fiori gialli. E poi, e poi aveva dei capelli bellissimi. Rosso ruggine così  come le lentiggini in volto. La cosa mi colpì perché pensai a quanto può essere buffo il mondo. Come può cambiare il modo di vedere rosso. Nello stesso posto erano presenti due tipi di rosso molto differenti tra loro. Un rosso bellissimo (il suo) e un altro rosso, molto più brutto e cattivo. Il rosso delle “x” segnate sugli ulivi da abbattere. Altri ragazzi  invece, quelli dei centri sociali della provincia, con rami d’ulivo in mano cantavano e inneggiavano in difesa degli alberi. Senza mai fermarsi, mai.
    A noi poi, inaspettatamente si unirono politici, sindaci e gente comune da tutta la regione. Tutti uniti per uno scopo comune. La difesa e la sopravvivenza della nostra storia. Perché quegli ulivi non erano semplici ulivi. Erano a tutti gli effetti nostri parenti. Nostri anziani parenti. Parenti che ci avevano abbracciato negli anni e che mai ci avevano tradito. Mai. In nessun modo. In nessun modo. E mai lo avrebbero fatto.
    Ci riuscimmo. Sì ci riuscimmo. Tutti, nessuno escluso.
    L’abbattimento fu da prima rimandato a data da destinarsi e poi definitivamente cancellato.
    Avevamo vinto tutti. Tutti assieme.
    Tornai a Torino qualche settimana dopo, ma solo per raccogliere tutte le mie cose, rassegnare le dimissioni in quello squallido e freddo call-center del nord. Tornai a Torino solo per quello e fu una cosa indolore. Tornai nella mia Puglia più felice di prima.
    Felice come quel bambino seduto sul muretto a secco fatto di bellissime pietre pugliesi, ben incastonate tra loro e con il paesaggio intorno, che divideva la masseria del nonno da quella di Zio Giuseppe.
    Ero seduto sul mio solito pezzo di muretto a secco che era il mio personalissimo punto di vista sul mondo che avevo d’avanti e mi cibavo dello spettacolo che vedevo. Gli alberi grandi, quelli piccoli. Il grano che ondeggiava felice al vento caldo del sud, i filari d’uva, la gente che lavorava in campagna, due cani che si rincorrevano tranquilli nella terra rossa e profumata. Tutti gli odori e i sapori che ricordavo erano tornati più vivi che mai. Li sentivo forte tutto intorno e addosso. Ne ero felice. Felicissimo.
    Vidi tra le pietre una lucertola, chiamai Giovanna che era a pochi passi da me a raccogliere i pomodori: << Giovaaaaà la lucertola. Giovaaaà>> e iniziammo una corsa veloce all’inseguimento di quella lucertola innocente. Come quando eravamo bambini. Come quando eravamo piccoli piccoli in quella grande masseria.
    Ero felice, eravamo felici. Ero sazio.
    Ero sazio della mia terra che da sempre mi aveva cibato e che sempre lo avrebbe fatto.
    Mi chinai e raccolsi un tocco di terra morbida e lo gettai al vento di Puglia. Il mio vento. Nella mia fattoria.
     

     
  • giovedì alle ore 17:17
    Il più coraggioso dei vigliacchi

    Come comincia: Mi chiamo Marco, ho quasi quarant’anni e questa è la mia storia: sono il più coraggioso dei vigliacchi.
    Molti ci chiamano “vigliacchi”, molti altri “ingabbiati salariali”, io la penso diversamente! Siamo piccoli eroi sconosciuti, vittime sacrificali del profitto cieco e cattivo.
    Il primo giorno in fabbrica lo ricordo ancora come fosse oggi. La sveglia alle cinque, il primo bus direzione zona industriale, l’arrivo in portineria.
    Il primo caffè operaio non lo scorderò mai!
    Marcando il mio tesserino nuovo di zecca entrai in stabilimento. Ero dentro, ed era strano per me perché lo avevo sempre visto solo da fuori lo stabilimento, di passaggio in superstrada; quelle gru gialle, quelle ciminiere, quei fumi maleodoranti, quel color rosso tutto intorno.
    Ora ero dentro.
    Ricordo il disorientamento. Pensavo fosse molto più facile invece non lo era, l’entrare in fabbrica era solo l’inizio.
    Sembrava una vera città con tanto di fermate dei bus. Ognuno con destinazioni diverse, quelli che andavano in zona altiforni, quelli giù al porto, quelli alle cokerie e così via: non potevo permettermi di sbagliare! Mi sarei perso il primo giorno in quella città d’acciaio.
    E secondo voi cosa feci?
    Sbagliai autobus. Ecco cosa.
    Mi ritrovai sotto a un reparto che non era il mio, e spaesato come un italiano il primo giorno ad Amsterdam iniziai a vagare alla ricerca del mio reparto.
    Lo trovai due ore dopo.
    Mi presentai in ufficio e da lì mi accompagnarono in uno spogliatoio fatiscente. Mi cambiai con calma, lo spogliatoio distava solo un paio di decine di metri dal mio reparto.
    Quando fui sotto la scala che portava sul reparto mi fermai a riflettere. Mi guardavo intorno pensando solo a quante volte nella mia vita avrei usato quelle scale per salire e scendere dal reparto.
    Respirai forte e iniziai a salire. Quando fui sopra percorsi un piccolo corridoio con muri di cemento armato e alla fine mi affacciai su Marte, ragazzi!
     Sì, il paesaggio era spettrale, spaventoso, inquietante. Ricordo tanto fumo e due fiumiciattoli in cui scorreva un magma rosso abbagliante: Era ghisa. Ero sul campo di colata di uno dei cinque altiforni dello stabilimento siderurgico più grande e inquinante d’Europa.
    Restai impietrito. Venivo da una vita sregolata, fatta d’alcool e divertimento, di locali e bevute, di poesie, scritture e libri, ed ora invece stavo su di un altoforno spaventoso.
    Avrei lavorato lì? E per quanto tempo?
    Avrei resistito a quel tipo di vita totalmente nuovo?
    Mi risposi di no e respirai profondamente quell’aria malsana continuando a ripetere a me stesso che non avrei resistito più di qualche mese lì dentro. Non di più! Assolutamente non di più.
    Mentre rientravo in ufficio per farmi spiegare dal capo reparto cosa avrei dovuto fare, passai  di fianco ad un gruppetto di operai che mi guardavano mentre ridevano di gusto, e nel mezzo di quel rumore assordante riuscii a captare solo una frase che mi rimase impressa nella testa
     «Ah opera’, benvenuto all’inferno!»
    Quella frase mi fece gelare il sangue nelle vene. Pensai che la mia assunzione sarebbe stata anche la mia ossessione. Il mio incubo. La mia condanna.
    Erano invece passati dieci anni da quel giorno.
    Ero ancora lì. Ero un operaio ormai anziano. Molto era cambiato in quel tempo, tanto altro invece no. Dieci anni di stabilimento, forse due o tre morti all’anno, per non parlare della gente che si ammalava di cancro o di quanti parenti di miei colleghi erano morti di tumore in tutto quel tempo. Mi ero assuefatto a tutto ormai!
    Mi ero sposato, avevo una figlia, uscivo raramente: La metamorfosi era completa! Mi ero trasformato completamente. Avevo per un lungo periodo abbandonato anche la scrittura, i sogni, le speranze: la mia vita.
    Avevo sigillato quel cassetto pieno di sogni, per far spazio ad una vita senza più stimoli, fino ad una notte ben precisa. Fino alla notte del otto gennaio del duemiladieci , la notte più drammatica e assurda della mia vita operaia.
    Fu la notte in cui tutto mutò completamente. Fu la notte in cui si suicidò un mio caro collega. Fu la notte in cui presi la decisione di riprendermi la mia vita, la mia dignità, la mia penna, il mio futuro. Fu la notte in cui decisi di diventare il più coraggioso dei vigliacchi.
    Avrei usato la mia penna affinché tutti sapessero cosa succedeva lì dentro, come si lavorava lì, in che condizioni e come si moriva in quella fabbrica e in quella città.
    Salvo si era lanciato dal quarto piano del reparto, era atterrato fisicamente sull’asfalto scuro e la sua anima invece si era levata in cielo per sempre.
    Il suo gesto estremo mi sconvolse e mi spinse a rivedere totalmente la mia vita.
    Non si poteva morire cosi, non ci si poteva annientare per il vile profitto. Eravamo infetti dentro! Dovevamo tutti cambiare lo stato delle cose. Non potevamo più rimanere fermi, inermi, a guardarci morire l’un l’altro senza che nessuno potesse invertire quella rotta avvelenata.
    La decisione era presa, da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata: per me, per mia figlia, per Salvo e per tutti i colleghi volati via troppo presto.
     
    Quella sera, lo ricordo ancora, ero steso sul divano ad ascoltare musica e a non far nulla. Erano da poco passate le feste natalizie e il paese aveva ripreso tutto d'un tratto la sua solita routine invernale; poca gente in giro e noia mortale.
    Continuavo a chiedermi se andare o no a lavoro di notte. Ero in ferie, ma non avendo nulla da fare e sapendo di averne ben poche di ferie, l'idea di poter risparmiare anche un solo giorno del mio diritto a riposare, o di qualche spicciolo in più in un eventuale liquidazione, beh, di certo mi allettava parecchio. Inoltre sapevo di essere in esubero lì dentro. Ero un o dei tanti. Una formica tra migliaia di formiche. Non altro che un numero. Un niente!
    Sì, mi attraeva davvero quel pensiero, ma sentivo uno strano sapore in bocca, quel sapore che non riesci a decifrare.
    Mi sentivo strano, apatico.
    Comunque decisi di andare a lavoro. Mi vestii in fretta e presi il bus al volo.
    Il solito tragitto, la solita musica negli auricolari, la solita portineria e il solito spogliatoio freddo d'inverno e caldo d'estate. E  Lì dentro le solite grida di colleghi patiti del calcio, altri che cantavano chissà cosa, chi parlava ancora di quanto avesse mangiato durante le feste, e io seduto, lentamente mi cambiavo.
    «Cazzo ci facevo lì?» pensai.
    Sarei potuto restare sul divano a non far nulla, invece mi ritrovavo lì, annoiato e ancora con quella strana sensazione amara in bocca e nell'anima.
    Comunque ero in cabina, dopo il classico caffè moka operaia, dato che ero in più, decisi di fare un giro di controllo con un paio di colleghi.
    Quella notte era fredda, buia, ricordo che nel cielo non si vedeva una stella, e i fumi e i vapori dello stabilimento rendevano il cielo a strisce nere e macchie rosse.
    Lo spettacolo non era dei migliori, ma d'altronde, quando mai lì dentro lo era? Quando mai lì dentro ci poteva essere qualcosa di veramente bello?
    Mai!
    Eravamo in una cabina elettrica a riscaldarci un pochino e a fumare una sigaretta in relax, quando ad un tratto l'interfono sul muro iniziò a chiamare noi, in modo assillante.
    Il collega che rispose, subito dopo qualche istante di conversazione sbiancò in viso. Diventò grigio fumo. Il suo volto si tramutò e la sua voce diventò sempre più fioca e balbettante.
    Riagganciò, e senza proferir parola si sedette su una tanica di olio.  Noi lo guardavamo, lui era muto, pallido; alzò lo sguardo lentamente e con un filo di voce ci consigliò di sederci.
    Lo facemmo.
    «Salvo è morto» disse.
    Diventammo pallidi come il volto di un morto.
    Non sapevamo che dire. Non ci sta mai niente da dire in certe situazioni. Si può solamente restare immobili, sentendo denso fumo nella testa, e un tremendo senso di torpore che paralizza le gambe.
    «Salvo è morto» riprese, fissandoci come se stesse guardando il volto della morte  «Dicono che non si sa come. Si dice sia caduto. Dicono si sia lanciato nel vuoto. Non si capisce! Non si capisce. Dio, non si capisce!
    Nessuno parlava. Non poteva essere. Era un errore, pensai. Forse era un incubo. Sì, forse non avevo neanche mai messo piede in quel posto.
    Ma ero proprio io a trovarmi lì!
    E Salvo?
    Non poteva essere che un errore di persona. Assolutamente! Lui non era di turno, cazzo! Non era lui. Non poteva essere lui.
    Poi razionalizzai. Feci mente locale; mi sbagliavo! Lui era di turno, ero io che sarei dovuto restare a casa. Ero io che avevo il giorno di ferie, non lui.
    Mi alzai di scatto e mettendo l'elmetto al volo in testa, con gli occhi pieni di pianto mi catapultai in pochissimo tempo in cabina comando.
    Fu una corsa veloce, di quelle che ti tolgono il respiro, di quelle che quando ti fermi devi chinarti, poggiare le mani sulle gambe e respirare profondamente per qualche minuto.
    La cabina era piena di gente, ma era come vuota, muta. Nessuno riusciva a parlare. Vedevo solo abbracci fraterni e lacrime rosse color minerale. Vedevo solo la tragedia sui nostri volti. Vedevo solamente tragedia!
    Salvo era morto, ci aveva lasciato sul suo odiato posto di lavoro.
    Aveva chiesto d'esser spostato. Non riusciva a digerire quella mansione. Ma niente di niente capace di dargli una speranza! Una sola speranza di lasciare quella gabbia, quell’inferno: quel suo inferno.
    Non aveva ricevuto che risposte negative e i soliti “poi si vedrà”.
    Ed adesso, cosa?
    Adesso niente! Non avremmo mai più rivisto Salvo. Non avremmo mai più rivisto quell'omone grande e grosso. Quell'omone sempre felice e sorridente aveva deciso di togliere il disturbo. Aveva deciso di non sorridere più.
    Forse non riusciva proprio più a sorridere!
    Salvo, che anche nei peggiori momenti sapeva con una battuta strapparti un sorriso, si era davvero tolto la vita.
    Salvo era venuto a lavoro, normalmente, come tutte le sere, però a differenza delle altre volte era strano, silenzioso. Nel bus che dallo spogliatoio ci portava ai vari reparti non aveva parlato, se non per rispondere con educazione a qualche saluto. Poi era andato alla sua postazione, aveva svuotato accuratamente il suo armadietto, aveva scritto minuziosamente le consegne.
    Era preciso, Salvo aveva chiamato il collega smontante per farlo rientrare e aveva avvisato sul reparto di chiamare l'ambulanza perché non si sentiva bene, ed invece uscendo dalla sua postazione solitaria fece quattro rampe di scale e sotto gli occhi di alcuni colleghi prese la rincorsa e...
    …e il buio fu su di lui, su di noi, Salvo ci aveva lasciato, era volato in cielo schiacciato dalla pesantezza di una fabbrica frantuma-sogni, distruttrice di realtà, di vite, di famiglie.
    Il mostro aveva fatto l'ennesima vittima. Salvo era l'ennesima vittima!
    Non era forse infortunio sul lavoro? Non era una morte bianca?
    Sì, per me lo era. Per me non cambiava poi molto: c'è chi muore per impianti mal funzionanti e c'è chi muore per gestioni del personale senza cuore, senza un minimo segno di umanità e di rispetto reciproco.
    In quella fabbrica c'era chi comandava e chi doveva essere comandato. La gente moriva, e la gente continuava a morire così, per un posto di lavoro amato e odiato.
    Salvo in quella notte di acciaio e sangue ci aveva lasciato, ma in realtà ci aveva spronato, avvisato, messi in guardia. Perché lui era così: buono e premuroso.
    In quella notte d'acciaio e sangue il mio modo di vedere le cose mutò radicalmente. Continuavamo a perdere colleghi e amici. Lì dentro si era come fratelli dopo qualche anno, e sentire una mancanza così non era normale. Era come perdere un fratello. Come se mi avessero amputato una parte del corpo.
    E quale parte del mio corpo era Salvo? Forse il cuore?
    «Basta, basta! Basta!» esclamai. Incazzato. Sofferente. Distrutto. Annientato.
    Come non si poteva odiare gente che non si rattristava, non si fermava neanche vedendo un telo bianco con sotto un nostro fratello?
    Maledetto fatturato! Maledetti soldi color del sangue. Maledette le nostre matricole! La nostra sola identità in quel dannato inferno di metallo.
    Poi tornai a casa, almeno credo: una parte di me era rimasta lì. Una parte di me era morta assieme a Salvo.
    Sì, ero tornato a casa, ero a letto e piangevo. Dopo una notte di pianti continuavo a piangere per il mio amico e collega e per tutti gli altri morti lì dentro; per i malati lì fuori, per quelli che sarebbero ancora morti e per coloro che si sarebbero ammalati per colpa di quella fabbrica assassina. Quella dannata fabbrica che ci stava succhiando via la vita, e solamente in cambio di briciole di pane che ci permettevano di sopravvivere.
    A chi sarebbe toccato ora? Chi sarebbe stato il prossimo?
    Salvo aveva sì chiesto aiuto: il loro aiuto! E quelli non lo avevano ascoltato. Quelli non avevano voluto ascoltarlo! Quelli non lo vedevano neanche a Salvo, come non vedevano me. No, erano colpevoli. Sì, erano solo dei boia legalizzati, questo erano, sono e saranno sempre.
    Ma io avevo deciso! Ci avrei messo la faccia, mi sarei esposto a favore della città, degli operai e della gente che continuava ad ammalarsi e morire. A favore degli operai che entravano in fabbrica per lavorare e che non ne uscivano più.
    Lo avrei fatto con l’unica arma a mia disposizione, la penna. Il mio cuore, la mia anima, la mia vita.
    Mi addormentai, credo.
    Dopo Salvo, erano morti tanti altri giovani dentro e fuori quella fabbrica che io definivo “Mostro”.
    Erano passati altri sei anni da quella notte e avevo visto tanta altra gente morire. Molti ci chiamavano “ingabbiati salariali” o ancora “vigliacchi”, io invece mi sentivo il più coraggioso dei vigliacchi e mai nessuno avrebbe fermato la mia personalissima lotta contro il mostro; solamente la morte lo avrebbe potuto fare. Solo la morte!
    Continuai a girare l’Italia e l’Europa cercando di far capire cosa subivano gli operai di quella fabbrica e i cittadini della città affacciata su di essa.
    Morte, malattie, infortuni, inquinamento e zero diritti, zero dignità.
    Eravamo presi a schiaffi ogni giorno tutti, e questo non andava bene, no, non andava affatto bene!
    Era il momento in cui i vigliacchi avrebbero dovuto far sentire ancor più forte la loro voce, il loro grido di dolore. Il momento in cui i condannati a morte sarebbero usciti finalmente fuori da quel dannato cumulo di macerie.

     
  • 12 settembre alle ore 8:17
    Io sono Tamer

    Come comincia:  
    Il buio che ci circonda è quasi meno spaventoso del freddo.
      Questo freddo è insopportabile, e con la maglia e i pantaloni bagnati da acqua e gasolio lo è ancora di più. Ti entra nelle ossa, lo senti addosso come senti addosso tutto il peso di un lungo e brutto viaggio.
      Il barcone è affollato ma il silenzio che mi spaventa mi fa sentire solo. Sono solo in questa notte interminabile, in un barcone pieno di gente.
      Io sono Tamer Nasser e ho vent’anni. Sono siriano palestinese sì, ho solo vent’anni e sono in viaggio verso la salvezza.
      Credo, così mi hanno riferito in Libia, che sbarcheremo a Lampedusa.
    Sono seduto su una trave di legno che funge da sedile, più o meno a metà dell’imbarcazione.
      Riavvolgo nella mente tutta la mia giovane vita, mentre il rumore del motore è lì a ricordarmi che sono ancora vivo.
    Sono nato a Betlemme, in Palestina, sono il secondo di quattro figli. Mio padre si chiama Ibrahim ed è un falegname. Mia madre Maryam è la regina della casa, poi ci sono mio fratello più grande Khaled e i miei fratelli più piccoli, Saled e Zahra.
    No, loro non sono con me su questo barcone freddo che puzza di gasolio e crea terrore. Loro non ci sono, sono solo, loro non ci sono più, loro non ci sono più già da parecchio. Sono solo, e da solo cerco di portare in salvo l’ultimo Nasser di Betlemme in vita.
      Mentre il silenzio aumenta e la notte è ancor più buia, io riavvolgo il mio passato e lo lascio cadere in acqua come fosse un testamento.
    Ricordo quando abitavo a Betlemme. Ero piccolo, piccolissimo, però rammento bene quel periodo, in particolare quando io e Khaled giocavamo seduti subito fuori la falegnameria di papà. Ricordo che la mamma era in attesa di Saled. Ricordo che era bello giocare lì seduti guardando papà lavorare il legno, trasformarlo. Facevamo finta di essere i suoi assistenti, ogni tanto lo eravamo davvero. Lui ci chiamava e, tenendo la sua mano sulla nostra, ci faceva tagliare il legno con la sega, uno alla volta. Poi ci abbracciava e ci diceva – Bravi, vedete è facile, ma dovete fare attenzione, la lama è pericolosa e in un niente si rischia di perdere una mano.
    E poi sorrideva, di un sorriso bello, bellissimo. Lo ricordo bene, ero piccolo ma ho ancora bene impresso nella memoria il sorriso di mio padre Ibrahim, come se mi sorridesse ora.
      Mi giro come a cercarlo ma non c’è. Non c’è lui né Khaled. Sono solo io, il mare e la notte.
      Rammento però che quel periodo felice non durò poi molto. Ricordo le sirene cha annunciavano un raid aereo, mio padre che urlava di entrare. Ricordo le bombe.
     Un giorno papà con le lacrime agli occhi ci disse che da lì a poco saremmo dovuti andar via da Betlemme. Ci saremmo trasferiti a Damasco, in Siria. Lì sarebbe stato tutto più facile, meno pericoloso per noi.
     
    Mi addormentai.
      Quando mi svegliai il silenzio era stato sostituito da un vociare forte, ed in mezzo a tutto quello schiamazzo si distinguevano due lamenti.  Uno era il pianto di un neonato, si riconosceva bene, l’altro era quello di una donna, presumibilmente la madre.
      Non riuscivo a vedere, c’era troppa gente tra me e il punto da cui provenivano i lamenti. Cercai d’alzarmi, il mio cono visivo era oscurato dalla ressa, ma le mie gambe erano addormentate e ricascai come un sacco sulla trave di legno. Mentre mi tiravo pugni sugli arti inferiori cominciai a sentire il formicolio del sangue e dopo qualche minuto riprovai a mettermi in piedi. Facendomi largo tra la folla riuscii ad avvicinarmi e vidi quel fagotto tra le braccia della madre.
      Era nato un bambino, era nato nel mediterraneo, su di una lurida barca piena di disperati, era nato tra le onde di un mare buio, senza stelle né luna, era nato al freddo e tutti si abbracciavano e piangevano di felicità. Rimasi colpito da quella immagine e iniziai a pensare a quando vidi nascere Zahra a Damasco. La mia sorellina, la principessa di casa Nasser.
      Piansi anche io.
    Tornai al mio posto, lo scafista ci urlava di stare seduti, di non muoverci, che ci avrebbe buttato in acqua e lasciati affogare lì se non ci fossimo seduti immediatamente. Saremmo diventati mangime per pesci, diceva.
    Me ne stavo seduto e continuavo a pensare a Zahra e a Saled, i miei fratelli, all’ultima volta che li vidi, che li salutai, inconsapevole che non li avrei mai più rivisti.
    Zahra era più piccola di Saled di undici mesi: dopo il parto mia madre Maryam rimase quasi subito incinta. I miei genitori si amavano tanto. In quell’orrore fatto di bombe e attentati il loro amore non aveva perso di intensità, anzi, si era rafforzato ancor di più.
    Quel giorno mia madre rattoppava la giacca a Zahra. Mio fratello più piccolo mi si avvicinò salutandomi come facevamo sempre: mi porse il suo pugno chiuso e io feci altrettanto.
    -  A dopo fratello! - esclamammo all’unisono, pugno contro pugno.
    Poi baciai la principessa e subito dopo mia madre annunciò risoluta – Vai a chiamare subito Khaled e correte a scuola. Ci vediamo dopo per il pranzo.
    Mentre mi incamminavo verso la camera di mio fratello disse ancora – Tamer vi voglio bene. Accompagno i bambini a scuola e, se ce la faccio, vado a comprare gli aquiloni per tutti e quattro.
    Sorrisi, lei sorrise, e andò via chiudendosi la porta di casa dietro le spalle.
    Non li rividi più.
    Qualche ora dopo ero in classe, raccontavo al mio compagno di banco che mia madre avrebbe comprato quattro aquiloni e che nel pomeriggio, se avesse voluto, sarebbe potuto venire a farli volare con noi. Ci avrebbe trovati nella via non asfaltata alle spalle della falegnameria. Mentre parlavo mi sentii chiamare. Era il bidello.
    -  Tamer , Tamer! Tamer seguimi per favore – esclamò.
    - perché?- gli domandai.
    - Tamer, seguimi. C’è tuo padre, ha già preso tuo fratello Khaled, dovete andare a casa.
    - Ma perché? Perché devo andare via da scuola, sono appena arrivato – lamentai. Mi piaceva andare a scuola.
    -Tamer , seguimi - ribadì il bidello con le lacrime agli occhi.
    Quando arrivai nel corridoio vidi mio padre Ibrahim abbracciato a Khaled. Piangevano entrambi. Corsi da loro, mio padre si piegò sulle ginocchia, aprì le braccia e mi accolse al suo petto.
    Non capivo.
    - Tamer - disse, - Tamer sei grande ormai, devi essere forte.
    - Che succede? - domandai.
    - Tamer,  figlio mio, Tamer… la mamma, la mamma…
    - Cosa ha la mamma papà? Cosa?
    - La mamma non c’è più, e neanche Zahra e Saled.
      Restai impietrito, ogni muscolo del mio corpo si irrigidì. Restai fermo, immobile. Avevo capito, non era poi così difficile capire. Eravamo abituati alla morte noi siriano palestinesi, ma mai, fino a quel momento, mi aveva toccato così da vicino.
      Ci abbracciammo forte, io papà e Kaled. Non so per quanto, tanto, troppo tempo. Ricordo solo che iniziai a riconnettermi con l’esterno dopo parecchie ore, nel silenzio della mia camera, seduto su una sedia a guardare il muro celeste che si vedeva oltre la mia finestra.
      Mia madre, mia sorella e mio fratello erano morti sul cancello della scuola. Erano appena arrivati, mi dissero in seguito. Mi raccontarono anche che c’era stato un raid aereo, e che insieme a loro erano morte altre centoventuno persone tra bambini, genitori e insegnanti. La scuola era andata distrutta.
    Quel giorno per me fu come un terremoto, un terremoto emotivo, che cambiò irrimediabilmente il mio modo di vedere la vita, di affrontarla.
    Il giorno del funerale di mamma, di Saled e Zahra, comprammo tre aquiloni e li lasciammo volare nel cielo limpido di una Damasco ferita a morte.
     
    Ero su quel barcone già da due giorni e due notti; alcuni non erano riusciti a resistere al freddo e alla fame ed erano morti. Anche io ero allo stremo delle forze ma volevo resistere. Avevo solo vent’anni, pensavo, dovevo arrivare in Italia, dovevo farlo per i miei parenti, per la mia terra. Il mio sogno di diventare pediatra, studiare medicina, far nascere il futuro in Siria doveva avverarsi.
      In quei due giorni e due notti avevo visto nascere e morire un bambino. Gli scafisti avevano buttato in acqua madre e figlio. Avrebbero creato problemi, dicevano, e la stessa sorte era toccata ai più deboli.
      In quei due giorni avevo assistito, come se non lo avessi già fatto negli anni precedenti, a tutta la malvagità e la cattiveria che si può celare nell’animo umano.
      Ero arrivato su quel barcone dopo un lungo viaggio a piedi che mi aveva portato da Aleppo fino in Libia, da dove ero partito subito dopo la morte di mio padre e di Khaled. Non avevo retto all’ennesimo lutto. Non potevo restare più in Siria, dovevo riuscire a salvare l’ultimo della famiglia Nasser, diventare medico e tornare nella mia terra liberata.
    Mio fratello Khaled era cresciuto e la sua fidanzata doveva partorire, sarebbe dovuto nascere un altro Nasser, il mio primo nipote. Mio padre accompagnò Khaled e la compagna nell’ultimo ospedale ancora in piedi in Siria, ad Aleppo. Ma lì quel giorno il destino aveva deciso altro: non sarebbe nato nessun altro Nasser. Un raid aereo mise fine alla vita di mio padre, mio fratello, mia cognata e mio nipote, ed insieme a loro l’ultimo pediatra d’Aleppo e altre trecento persone.
      Lo venni a sapere dai Tg. Nemmeno una chiamata, nulla, niente. Lo seppi dal telegiornale delle tredici mentre preparavo il pranzo in attesa della telefonata che mi avrebbe annunciato la nascita del primo nipote.
      Dopo i funerali fuggii. Scappai via dalla Siria a piedi, veloce, piangendo i miei cari, senza sentire fatica. La fatica era nulla rispetto alla tragedia che mi lasciavo alle spalle.
    Mi asciugai le lacrime con la maglia bagnata. La notte su quella barca si era fatta ancora più fredda ed io ormai ero allo stremo delle forze. Mi alzai, e appoggiato al bordo della barca iniziai a guardare lontano. Vidi delle luci piccole piccole.
    – Terra, terraaaa – gridai, e tutti cominciarono ad alzarsi in piedi.
    - L’Italia, l’Italiaaa, Lampedusaaa – urlavano in coro.
     La barca però, sospinta dalle onde perché il carburante era finito, diventò sempre più instabile e, a causa del peso della gente e del movimento del mare mosso, cominciò a ondeggiare sempre più.
    - Fermi, sedutii- berciavano gli scafisti – fermiii!
     Poi ci fu appena il tempo di capire che ci stavamo capovolgendo, che fummo tutti in acqua, al buio, al freddo, stremati. Le luci erano troppo lontane per essere raggiunte. Troppo, troppo lontane.
    Solo il rumore e la luce degli elicotteri che volavano da qualche minuto sopra di noi riuscirono a non farmi cedere. Mi mantenevo a stento ad un remo, sperando e aspettando che qualcuno ci tirasse fuori.
      Ma ero debole, le forze iniziavano ad abbandonarmi. Non sentivo più le gambe e le braccia, erano come tronchi.
    - State calmi, state calmi, arriva la marina - gridava l’altoparlante – State calmi, state calmi, arriva la marina.
    Lo capivo perché avevo imparato l’italiano per poter studiare, un giorno, medicina in Italia e far nascere bambini in Siria.
    - Sarò il dottor Nasser- pensavo mentre ero in acqua – sarò il dottor Nasser.
      Ma le forze di colpo mi abbandonarono E il remo si allontanò da me. Provai a riprenderlo ma nulla, era ormai troppo lontano.
    - Sto morendo, sto morendooo - gridai forte
    - Sto morendo, sto morendo - pensai piangendo.
      Poi mi calmai. Stranamente ero sereno, e con gli occhi che entravano e uscivano dall’acqua vedevo le luci sempre più lontane, sempre più piccole, e il rumore dell’elicottero sempre più debole, sempre più basso.
      Andavo alla deriva e intorno a me vinceva il buio.
    - Lampedusa, Lampedusa – mormorai, e iniziai a scendere giù in un mare nero petrolio.
     Ero sereno mentre annegavo. Pensavo che finalmente avrei rivisto mio padre, mia madre, i miei tre fratelli e mia cognata, che mi avrebbe fatto conoscere il mio primo nipote, il più piccolo dei Nasser.
      Ero felice mentre affogavo in quel mediterraneo buio e freddo, a poca distanza da Lampedusa.
    Gli aquiloni, pensai mentre scendevo sempre più giù, li avremmo fatti volare insieme. Tutti insieme.
    Nella via non asfaltata dietro la falegnameria, a Damasco. Tutti insieme, liberi, liberi e felici! D’un tratto, li vidi venirmi incontro. Mia madre, mio padre e i miei fratelli!
    - Gli aquiloni, gli aquiloni – esclamai. E diventai mare.
    Sono Tamer Nasser, ho vent’anni e sono morto nel mediterraneo.

     
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