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Autore

Walter Degrassi

in archivio dal 07 lug 2010

03 ottobre 1974, Trieste

segni particolari:
Vivo.

mi descrivo così:
Vengo dal niente e vado verso il nulla.

17 gennaio 2017 alle ore 12:58

Altro

Intro: Anche gli incubi sono benvenuti, quando ci mostrano vite che non avremmo vissuto e vicoli ciechi nei quali non ci saremmo cacciati.
Da un incubo è nato una decina di giorni fa questo racconto, e al risveglio l' ho solo trascritto come meglio potevo.

 

Il racconto

Era una giornata grigia di mezza stagione e la luce già incerta sembrava prossima a scendere nel giro di un'ora.
Sembrava sul punto di piovere, salutai tristemente la persona con cui mi trovavo e che non poteva trattenersi oltre, e mi incamminai.
Davo occhiate frettolose in alto per capire che aria tirava, e non prometteva nulla di buono.
Pian piano il cielo si stava incupendo, il grigiore diventava più plumbeo col passare dei minuti.
I lampioni iniziavano ad accendersi, ero vestito leggero e sarà stata la premura di non bagnarmi, il pensiero di chi avevo appena salutato e speravo presto di rivedere, o la poca pratica che avevo del luogo, fatto sta che mi accorsi in ritardo di aver imboccato la  strada sbagliata.
L' idea non mi piaceva, qualche sporadica goccia iniziava già a umidire il selciato.
Non so il motivo, eppure invece di tornare indietro proseguii comunque per quella strada che credevo solo di conoscere, ma in realtà, stavo scoprendo col passare dei metri, non sapevo davvero dove mi stesse portando.
Pensando di poter recuperare terreno imboccai un viottolo che la intersecava, mentre man mano la via maestra si era andata facendo meno ampia e meno frequentata.
Il viottolo sterrato mi portò nel volgere di poco in una specie di spiazzo cinto malamente da una rete di fil di ferro, che superai agevolmente.
Mi sembrava di vedere una strada che proseguiva in lontananza oltre lo spiazzo verso la direzione nella quale avrei dovuto trovarmi, e così mi diressi da quella parte.
Quasi subito però sui lati dello spiazzo, ingombro di ciarpame e collinette di materiale da riporto vario come fosse una specie di discarica o di deposito semi-abbandonato, notai un cancello malandato.
Con un brivido appena lo ebbi superato mi accorsi della presenza al suo interno di un grosso cane scuro, mal tenuto e disposto peggio.
Pochi secondi e la bestia iniziò ad abbaiare e ringhiare rabbiosamente da dietro il cancello malfermo.
Lo avevo superato di poco diretto verso il sentiero alla fine della radura, sperando che la bestia avrebbe lasciato correre se non l'avessi infastidita, quando notai che il cane, salto dopo salto, stava al contrario guadagnando la cima del cancello man mano che procedevo.
Non sembrava esserci anima viva: eravamo solo io, il cagnaccio famelico e la pioggia imminente.
Mi guardai intorno: ero visibilissimo e raggiungibilissimo in pochi balzi.
Fra il ciarpame vidi un paio di vecchie cadreghe abbandonate nei pressi di un alberello non molto alto vicino a un altro lato della rete di metallo leggero che delimitava quel posto malsano.
Avrei potuto fare due cose, ma la velocità con la quale cerbero si sbarazzò del cancello me ne permise una sola.
Riuscii a guadagnare le cadreghe e ad afferrarne una in tempo per poterla brandire in alto quando arrivò a portata e mi puntò.
La roteai lentamente un paio di volte senza esagerare per tenerlo a bada.
La bestia ringhiava e si preparava ad attaccare.
Con l'adrenalina a mille pregai di non mancare il bersaglio, trattenni il respiro e quando saltò diretto verso la mia gola vibrai in orizzontale e descrissi un arco con la sedia.
Il suo balzo si interruppe nel fracasso della sedia che andò in pezzi.
Fido rovino' a terra intontito.
Non sarebbe stato per molto: mi rimanevano solo pochi secondi.
Saltai verso l'altra cadrega e da quella cercai di raggiungere l'alberello per issarmi fuori dalla portata di quelle fauci bavose.
Cerbero mi seguì di pochi secondi e azzannò l'aria vicino al mio polpaccio nel momento in cui mi stavo aggrappando a un ramo.
Mentre mi stavo tirando su, sperando che la bestia non stesse usando la sedia nello stesso modo, mi accorsi che oltre la rete metallica la strada si stava riempiendo di gente.
Forse ero salvo.
Ansimando ancora mentre mi aggrappavo alla disperata all'albello con l'animale subito sotto ancora molto vicino e pronto a farmi la festa, iniziai chiedere aiuto cercando di farmi sentire sopra quel tumulto di persone in arrivo.
Sembrava esserci una discussione, o una sommossa.
Individui vari dalla pelle chiara stavano urlando cose che non capivo verso altri dalla pelle più scura.
Urlai sperando che uno qualsiasi di loro mi vedesse e venisse a prendermi.
Il tumulto nel giro di poco scavallò la recinzione leggera e a quel punto il cane, rabbioso forse ma certo non scemo, e piu' ancora spaventato dal baccano, se la diede a zampe levate.
Così io mi ritrovai appeso all' albero, circondato da facce nere e non molto raccomandabili che mi guardavano in modo indecifrabile.
Sentii diverse mani tirarmi giu' e mi ritrovai sballottato e strattonato in mezzo alla turba.
La gazzarra però era sul punto di scoppiare: volavano spintoni, si sentivano parole con tono velenoso da diverse parti, ma io non capivo cosa dicessero; la prima linea di quella battaglia  cambiava di attimo in attimo, cercavo di starne alla larga ma non era facile.
Velocemente un cuneo di facce bianche si stava insinuando verso il punto in cui mi trovavo.
Intuendo l'antifona continuavo a cercare di andare nella direzione opposta ma il muro umano dietro di me mi rendeva lentissimo e scivoloso ogni movimento, come una risacca angosciosa che ti ributta dove non vorresti.
Una faccia bianca mi sibilò qualcosa che non potevo capire.
La tensione e gli spintoni stavano aumentando di attimo in attimo, come l' elettricità nell' aria prima del temporale che stava per scoppiare.
Ma quando l'esplosione di una fitta d'acciaio mi penetrò il fianco...ecco, quello fu  il primo e unico lampo che vidi prima del buio.

"Non sai mai di essere l' altro finché un altro non te lo dice".

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