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in archivio dal 07 mar 2006

Alessandra Lamboglia

05 agosto 1968, Roma

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  • 30 marzo 2006
    Onda

    Innalzati, onda, nello sconquasso della tempesta,
    turbinosa e pugnace nel mare aperto,
    e mi resterai sconosciuta.
    Adagiati, onda, schiaffeggiando risacche
    arrendendoti al più facile approdo
    e non conoscerai i miei segreti.
    Dirigiti, onda, verso la riva
    lottando con le correnti contrarie
    ed io ti attenderò su una spiaggia solitaria
    Lambiscimi, onda, fiaccata dal lungo viaggio
    senza soffermarti ad esplorarmi
    e non potrai comprendermi.
    Investimi, onda, schiumosa e violenta
    irrompendo con forza disperata
    e accoglierò il tuo pianto dirotto.
    Sommergimi, onda, esausta dal tanto vagare
    penetrando e confondendoti con la mia pena
    e troverai il riposo e la pace.
    Ritraiti, onda, trascinata dal tuo destino
    senza lasciarti afferrare e trattenere un istante
    e ti avrò perso per sempre.
    E tu me.

     
  • 24 marzo 2006
    Paura

    Che cosa sei, paura?
    Un mostro che non si evoca,
    ma che accompagna la vita.
    Sei l’ignoto, il dubbio,
    la certezza di nessuna via di scampo.
    Sei una risposta mancata
    Ad una domanda mai fatta
    Sei una delusione
    Che fa a pezzi piccoli l’anima
    Sei inaccettabile
    Per chi si nasconde il dolore
    Sei sconfitta, paura
    Quando a combatterti non si è da soli.

     
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  • 05 settembre 2006
    Lo sciupafemmine

    Come comincia: La avvertì prima di vederla. L’aria si spostò repentinamente per lasciarle cavallerescamente il passo e lo investì una fragranza che ne racchiudeva un’infinità senza che fosse possibile distinguerne una in particolare. Conosceva tutti i profumi femminili, sensuali, speziati, dolciastri ed ognuno gli provocava brividi diversi a respirarli sulle donne che li portavano, ma questo era ignoto,  inebriante, ipnotico quasi. E poi la donna si materializzò. Nero l’abito che le accarezzava le forme morbide, neri i capelli, che le si arrampicavano come lunghi serpentelli maligni dalla schiena fin sopra la testa, lunare l’incarnato del volto dall’espressione corrucciata e interrogativa, che tuttavia non sporcava la perfezione dei lineamenti. Tutto in lei ricordava l’oscurità, quella notte dalla quale era emersa come per un prodigio miracoloso, ma nello stesso momento una luminosità inspiegabile la rendeva splendida. La creatura più affascinante che Gerardo Cammarota avesse mai visto in vita sua. Eppure di bellezze ne aveva conosciute in quantità. Gegè, così lo chiamavano tutti, era universalmente noto come lo sciupafemmine. La sua fama di implacabile conquistatore nel paese era stata tramandata di bocca in bocca, di pettegolezzo in pettegolezzo, fino a diventare leggendaria. E nonostante il pizzico di esagerazione propria delle chiacchiere, quella leggenda non era tanto lontana dalla verità. Le donne gli piacevano, le corteggiava. Tutte. Che fossero giovani o più mature, formose o efebiche, intelligenti o superficiali, ricche o senza un soldo, le adorava. E loro inesorabilmente gli cadevano ai piedi. Non sbagliava mai un colpo, mai aveva ricevuto un rifiuto, le collezionava come trofei da ammassare una dopo l’altra in una bacheca ideale nella sua mente, dove finivano per impolverarsi, non curate, non considerate. Cercava di non ferirne nessuna, ma in realtà non gli importava nulla di loro. Non sapeva cosa fosse amore, comprensione, rispetto, e non gli importava di saperlo. Contava solo l’eccitazione che gli dava l’idea della conquista, l’essere considerato da tutte come un dio, i sospiri e i gemiti di passione che suscitava, la disperazione delle abbandonate. E ora, ancora intorpidito dalla meraviglia, osservò intensamente quella esotica sconosciuta in cui si era imbattuto. Assolutamente originale. Unica e smarritasi in un posto ignoto, perché si aggirava guardandosi intorno, come cercando una via, una direzione senza trovarla. “Ha bisogno di aiuto? Non è prudente girare di notte da soli. Se vuole posso accompagnarla” Lei parve solo allora accorgersi di lui. Lo scrutò, lo analizzò, reclinò il capo da un lato per valutarlo meglio, sembrò perplessa per un momento, ma poi Gegè dall’espressione del volto intuì la sua risposta prima che la esternasse a parole. Lo fissò col nero abisso delle sue pupille e rispose tagliente:“Non fai per me. Non sei l’uomo che cerco. Arrivederci” Lo sguardo le si schiarì improvvisamente, come se avesse finalmente trovato una illuminazione, fissò oltre la spalla di Gegè, si avviò rapidamente senza neanche un commiato e dopo un attimo era stata fagocitata dal buio di un vicolo senza lasciare tracce. Lo lasciò ancora stordito da quell’invadente desiderio che si era incuneato in lui e lo aveva catturato rendendolo suo prigioniero. Gegè tentò di lanciarsi al suo inseguimento, provò a scovarla per le strade circostanti, ma fu vano, era ormai scomparsa chissà dove e non gli restò che tornare mesto, con passo depresso a casa sua, a leccarsi le ferite per l’onta subita, il primo e unico no ricevuto. Non riusciva a darsi pace, pensò  ad una indagine che avrebbe svolto il giorno dopo per ritrovarla, per saperne notizie. Avrebbe chiesto ai suoi compaesani, qualcuno doveva pur conoscerla, forse era ospite, no no, troppo di classe, nessuno lì meritava un gioiello così raro in casa,  ma doveva farlo distrattamente, senza mostrare qualcosa di più che semplice curiosità, per evitare di scatenare il tam tam delle chiacchiere delle comari. Dormì pochissimo quel brandello di notte che restava, si svegliò il mattino dopo con  livide occhiaie e insoddisfazione palpabile. Impossibile riconoscere in quel volto stanco, in quello sguardo spento, l’irresistibile dongiovanni che incantava col sorriso aperto e brillante, gli occhi magnetici e  i modi raffinati. Uscì di casa e affrontò per prima cosa un sole allegro, quasi sfottente, per un attimo ebbe l’impressione di aver solo immaginato la donna, ma si disse che se era credibile sognare un volto, una voce, impossibile invece creare dal nulla quell’aroma che l’accompagnava e che ancora gli impregnava le narici. Era stata una meteora, ma di certo non un parto di fantasie oniriche, non un’allucinazione. Il paese era nervoso quella mattina. Arrivato alla piazza dopo aver coperto rapidamente quella ristretta lingua di strada che chiamavano “il corso”, notò gruppetti sparsi di persone che chiacchieravano con enfasi, bisbigliavano, come accadeva ogni volta che c’era da sparlare di qualcosa o di qualcuno. E ci fu chi lo fissò. Possibile che già sapessero? Non c’era stato nessun testimone della defaillance, ne era certo, a meno che non si fosse nascosto dietro le ombre notturne, ma era tardi, troppo per le abitudini del posto. Non sarebbe stata la prima volta che segreti apparentemente inaccessibili erano stati svelati e svergognati senza potersene dare una spiegazione. Il paese sapeva sempre tutto. Ma non la sua disavventura. Non era di questo che stavano parlando, chi lo aveva guardato lo aveva fatto perchè tutti guardavano sempre tutti, ma la notizia del giorno era un’altra. “Ha saputo signor Cammarota? Povero notaio, pace all’anima sua” lo apostrofò il fornaio, quando Gegè passò davanti alla porta della bottega. Ah già, il notaio Arlingieri, irriducibile ultraottuagenario, che tante volte aveva dato l’impressione di essere lì lì per andarsene per poi riprendersi improvvisamente, tanto da dare l’idea a tutti di una sorta di inquietante immortalità. Dunque stavolta era morto, dunque non era così irriducibile! Certo Gegè non era contento della cosa in sé, ma gli faceva gioco perché impegnati nell’organizzazione del funerale, nella visita al defunto cui nessuno voleva rinunciare, nella litania delle lodi postume di quel brav’uomo,  i suoi compaesani non avevano nè il modo, né il tempo, né l’attenzione per accorgersi del suo turbamento. Si guardò intorno, ma vide solo facce note, sempre le stesse da anni, e abbandonò la speranza appena accarezzata di potersi tuffare di nuovo nello sguardo che tanto lo aveva colpito. “Gegè…” Udì il richiamo, voce delicata e sommessa, si voltò di scatto con quella fiammella che riprendeva vita, ma chi gli stava venendo incontro non era che la sua fidanzata. Sorriso un po’ trattenuto, date le circostanze, ma sempre sereno, occhi che lo ammirarono come se fosse il tesoro più prezioso,  braccia che lo avvinghiarono teneramente, lei gli si tuffò addosso come si fa con un rifugio. Ogni volta era questa la sua accoglienza, sembrava rilassarsi solo quando lui le era accanto. Era innamorata. Lui no.  Ma nonostante questo non lo sfiorava neanche il pensiero di allontanarla da sé, così devota, così adorante, così semplice…. E così stupida, pensava a volte. Non gli faceva mai domande, e soprattutto non ne faceva a se stessa. Forse era davvero un’ingenua, o forse aveva incatenato ogni sospetto, qualunque traccia di gelosia e li aveva seppelliti da qualche parte, perché non la costringessero a tormentarsi, a dubitare, per non perderlo mai. Faceva sogni ad occhi aperti su progetti matrimoniali che probabilmente in cuor suo sapeva essere delle chimere, ma continuava lo stesso a fantasticare. Dopotutto era lei quella esibita nelle occasioni ufficiali, lei la donna pubblica con cui si mostrava  a tutti i concittadini, lei quella che entrava in chiesa ogni  domenica al suo braccio, invidiata dalle altre di cui sentiva gli sguardi sottecchi, taglienti e maligni. Forse non era affatto stupida in fin dei conti. Gegè ricevette un lieve bacio e tutte le informazioni sul trapasso del notaio e gli fu estorta la promessa di accompagnarla a visitarlo. Non fece obiezioni, non ascoltava nemmeno, ben altro carico di pensieri attanagliava la sua mente. Nella penombra della stanza da letto di Pietro Arlingieri non dovette neanche atteggiarsi a presentare un’aria contrita. Lo era davvero. Era stato stregato, segnato per sempre da quel fugace incontro. Chiuse gli occhi durante la recita dell’interminabile preghiera di suffragio, quel profumo era ancora impresso dentro di lui come una nuvola che lo seguiva, lo rievocò di nuovo, gli sembrò quasi di percepirlo realmente, ed inspirò per conservarne il ricordo ancora per un po’. Non gli aveva neanche dato il tempo di presentarsi, di chiedere il suo nome, di snocciolare qualcuna delle frasi galanti che di solito avevano un effetto travolgente, colpivano al cuore tutte le altre, riflettè mentre rincasava. Oh, ma quella non era una donna come tutte le altre, occorrevano strategie ben più complesse per attirarne l’attenzione, era ben diversa dalle sempliciotte del paese con cui non ci si doveva ingegnare più di tanto, non era paragonabile….Aprì distrattamente la cassetta delle lettere come faceva d’abitudine. Dora! Capì che il biglietto proveniva da lei non appena lo estrasse, senza neanche leggere la busta. Inconfondibile la carta pastello che era ormai diventata il suo marchio, e poi la calligrafia graziosa e capricciosa, nessun mittente scritto sul retro, il francobollo appiccicato al contrario. Insieme a un torrente di parole, novità, esuberanti descrizioni, baci disseminati qua e là e puerili disegnini, la lettera conteneva come al solito un invito ad incontrarsi. Erano tutte uguali le missive di Dora, stesso schema, stesso scopo. Si ostinava a conservarle tutte, sebbene fossero copie con variazioni della prima, come del resto serbava i ricordi di tutte, i piccoli regali ricevuti, in una scatola di scarpe nascosta in cima all’armadio ad eventuali occhi ospiti. Riguardava e  rileggeva solo quando doveva riporre qualcosa di nuovo nel contenitore, più che nostalgia il suo era vero e proprio feticismo. Dora era una ragazza di città, conosciuta molto tempo prima in modo casuale. L’aveva avvicinata timida ed inesperta, l’aveva iniziata e trasformata in una spudorata e disinibita amante. Si incontravano clandestinamente, lei era ricca e disponeva di molto tempo libero, nonché di un pied a terre prestatole da una facoltosa e complice amica, l’unica a condividere il segreto della loro relazione. Se il padre ne fosse venuto a conoscenza sarebbe successo un finimondo, perciò erano sempre molto prudenti. Gegè pensava a volte che avrebbe dovuto farsi qualche scrupolo di coscienza, ma quando divideva ore di passione consumata tra le lenzuola della loro alcova, sorprendendosi una volta dopo l’altra dell’inventiva, della sensualità e della naturalezza con cui lo assecondava in tutto, si diceva che quella ragazza era geneticamente portata per la spregiudicatezza, perciò non aveva fatto niente di più  che scoprire un talento che altri non avrebbero tardato a far emergere. Doveva forse sentirsi in colpa per una questione di mero tempismo?  E continuò a vederla, senza per questo rinunciare ad incontrare ogni altra che gli facesse girare la testa. Ed onorando i suoi impegni di fidanzato. Ogni donna aveva la stessa importanza, era il suo mondo per tutto il tempo che gli stava accanto, e poi sprofondava nell’oblio e nel disinteresse una volta spentosi il piacere. Dora da un po’ lo aveva stancato, troppo giovane, troppo immatura e viziata, più nessuna novità, niente da scoprire ancora. Avrebbe voluto dirglielo tante volte, ma nonostante le buone intenzioni, quando  gli si gettava addosso con entusiasmo non riusciva mai a terminare il discorso, non voleva farle del male, non trovava il coraggio, e poi in fondo era lei che lo cercava insistente, negarsi sarebbe stato sciocco e scortese da parte sua. Ma oggi era diverso. Le avrebbe cedute, barattate tutte per ottenere l’unica che sentiva di volere davvero, il cui ricordo non si rassegnava ad essere depositato da qualche parte sopito, ma gli urlava nella testa, gliela martellava, gli invadeva le vene. Stavolta sarebbe stato capace di dire basta. La noia della sua persona gli era insopportabile, non si sarebbe espresso proprio così, ma trovare le parole adatte non sarebbe stato un problema. Il giorno seguente arrivò in città puntuale, e come di consueto lei lo aspettava al solito posto, a pochi isolati da casa. Salì in macchina, Gegè la guardò appena, sovrapponendo al suo allegro vestitino a fiori il buio di quel raso che copriva fianchi e seni che forse non avrebbe mai potuto scoprire e toccare, gli diede un bacio e si accomodò sul sedile, pronta per l’ennesimo pomeriggio dedicato al sollazzo, ma lui non mise in moto e rimase con la testa china, a fissare ostinatamente il volante. “Allora? Non si va?” cinguettò Dora impaziente e scherzosa. “No”, cominciò lui con voce bassa e grave, e da lì, con esitazione, in modo sofferto, recitando un ruolo già interpretato altre volte, sciorinò la serie di motivi per cui loro due non dovevano più vedersi, la giovane età di lei, il suo bene, la propria volontà di non approfittare più di lei. Balle che avevano sempre suscitato singhiozzi e sconforto, le rare volte che le aveva utilizzate per scaricare qualcuna, parole ormai imparate a memoria, dal risultato garantito. Dora, come le altre, urlò, supplicò, scongiurò di non essere lasciata, lo picchiò persino, colpendolo con quella sua manina che in genere era stata utilizzata per comunicargli sazianti delizie, ma lui, indifferente, fingendo una pietà che era ben lungi dal provare, pensando che sarebbe stato bello potersi sentire così distaccato dalla donna in nero, trattarla così senza sentire neanche un sussulto di compassione, umiliarla per farle pagare la sua freddezza, fu irremovibile. La ragazza alla fine scese dall’auto e Gegè mise in moto in fretta, sparendole dalla vista in un lampo. Si sarebbe consolata presto, si convinse, avrebbe trovato in poco tempo qualcuno da condurre in quell’appartamentino che da oggi non avrebbe più assistito alle loro evoluzioni, che in quel pomeriggio tiepido di sole primaverile avrebbe aspettato invano il loro arrivo. Ma Dora invece ci andò. Come improvvisamente folgorata dall’unica, ovvia, naturale cosa da fare, camminando lentamente in modo automatico, fissando l’asfalto delle strade che la separavano dal suo nido d’amore, arrivò alla meta con un solo pensiero, una sola ossessione, un tragico incolmabile vuoto, il suo amore perduto. Andò diretta nel bagno, si mosse febbricitante e isterica cercando e frugando nell’armadietto, trovò. Una lametta da barba. Riempì la vasca da bagno fino all’orlo e senza chiudere i rubinetti, si spogliò come obbedendo agli ordini della follia, ormai sua unica padrona, e si calò nell’acqua bollente, recidendo con gesto rapido i suoi giovani polsi. Sangue, languore, lacrime, le pareti della stanza, l’acqua che scrosciava, si mescolarono tutte in un magnifico, teatrale dramma di cui fu per qualche minuto assoluta protagonista, cui l’unico spettatore desiderato non assistette. Fu questo il suo ultimo pensiero. Fu trovata più tardi, quando ormai l’acqua aveva aggredito il pavimento di tutta la casa, dissanguata, immolata a beneficio di chi non avrebbe mai conosciuto quel gesto, e in ogni caso non l’avrebbe mai pianta. Che di lei avrebbe serbato solo le superficiali lettere nella scatola di scarpe, senza mai rileggerle nemmeno. Nel frattempo l’ignaro Gegè era in un bar, intento a sorseggiare una bibita, refrigerio necessario dopo l’impegnativa conversazione appena terminata, nient'affatto sollevato nel cuore che gli doleva di straziante desiderio inappagato. E in quel momento, fu di nuovo lei, proiettata nel grande specchio del locale, che passava. Lui si girò, guardò verso la strada e si precipitò fuori impetuosamente, accompagnato da grida di protesta del barista che aspettava il pagamento della consumazione. Lo ignorò, non poteva trattenersi, non doveva perdere tempo, aveva solo quell’occasione. Lei era lì, inconfondibile pure in mezzo a tanta gente che affollava il centro. Affannata, i capelli che la seguivano svolazzando vaporosamente, agitata come una gatta selvatica, sembrava in fuga, si stava allontanando in fretta, quasi correndo, in evidente ansia. Gegè le fu dietro, guidato nel pedinamento dalla scia dell’ormai familiare profumo, cercando di non perderla di vista tra le tante persone alle quali era mescolata. Lanciò un grido, un “Ehi” di richiamo, lei voltò appena il viso, ma non si fermò ad attendere che la raggiungesse, non interruppe neanche per un istante il suo incedere, non lo considerò minimamente e tirò dritta ancora più velocemente. Così vicina, questione di pochi metri, ma distante come due terre divise dall'oceano. E poi scomparsa, perduta di nuovo. Gegè rimase inerte, boccheggiando per l’inseguimento faticoso che aveva tentato, ancora una volta distrutto, ancora una volta desolato. Non voleva saperne di lui, l’aveva evitato, era scappata! E intorno chiunque passava gli riservava occhiate sospette, diffidenti, ironiche. E il proprietario del bar, quando ci tornò per regolare il conto, lo aveva certamente identificato come un pazzo pericoloso che si sbrigò a liquidare, ne era certo. Non ne poteva più. Era troppo. Ignorato, snobbato. Lui, lo sciupafemmine! Quella rara bellezza doveva certamente avere qualche rotella fuori posto. Si rimirò nello specchietto retrovisore dell’auto sulla via del ritorno, quasi per controllare che il suo aspetto fosse sempre quello. E continuò a scrutarsi con attenzione anche davanti allo specchio del bagno. Era lui, identico al solito, le sue affascinanti fattezze, ammirate e vagheggiate da tante erano immutate. Doveva essere abituata a meraviglie celestiali per scansarlo, per fuggire così senza mostrare interesse. Forse non era il tipo attratto soltanto dall’aspetto fisico, ma lui di doti ne aveva da vendere, se solo gli avesse permesso di mostrargliele. Persino gli uomini lo apprezzavano. Gli amici affezionati ne invidiavano benevolmente i trionfi, padri a cui aveva restituito disonorate figliole prima  illibate gli avrebbero cavato volentieri gli occhi, ma mai avevano osato affrontarlo, mariti da lui omaggiati di  corna e umiliazione, nonché coperti di ridicolo, mai avevano proferito parola contro di lui. È che sotto sotto lo stimavano, avrebbero voluto essere come lui, incuranti delle regole, dotati di charme in avanzo, grandi amatori, senonchè avevano troppa paura di sfidare i benpensanti, di uscire dal seminato, del parroco che avrebbe tuonato contro l’assenza di moralità nominandoli uno per uno alla affollatissima messa domenicale, e della reazione delle loro compagne. A Gegè non importava essere minacciato di scomunica, di essere mal giudicato. Era incredibilmente attraente e lo sapeva. Mai avuto dubbi almeno fino a quando quella catastrofe seducente che ostinatamente gli si sottraeva si era intrufolata nella sua esistenza. Lo aveva sconvolto fin nel profondo. Cominciò a non avere più interesse per le avventure, per le loquaci conversazioni zeppe di adulanti bugie che distribuiva. Nessuna riusciva più a distrarlo, pur se tentava sempre l’impresa, non rifiutava gli incontri e seguiva sempre quel copione di frasi fatte e galanteria ipocrita. Era stanco di tutto, sentì che doveva trovare una soluzione, voleva quella donna o nessun’altra più. Ma non aveva idea di come rintracciarla. In preda alla depressione più nera trovava conforto nelle uscite con gli amici, nelle partite di biliardo, nel whisky trangugiato con avidità in serate fumose, apparentemente spensierate e divertenti, ma fin troppo caste per la sua fama. Aveva vinto e perso quella sera, fumando troppo, bevendo in eccesso, tra battute da uomini e risate volgari, e l’aria pungente della notte quando uscì in strada lo sferzò risvegliandolo in parte da un torpore vischioso. Poche flebili luci lo accompagnavano nel suo cammino, nessuno nei paraggi, era molto tardi. “Sono ubriaco fradicio, è solo la mia immaginazione” pronunciò inavvertitamente il suo pensiero ad alta voce, quando, come un replay della prima indimenticabile volta, la vide di nuovo. “Sparisci, velenosa fantasticheria, non tentarmi” farfugliò quasi urlando, ma quella non scomparve. Se era una fantasia aveva un’aria decisamente concreta. E concreta era. Realizzò questa conclusione in pochi secondi, pur rallentato nei ragionamenti dall’alcool, lo stesso motore che lo spinse a precipitarsi su di lei ed agguantarla per le braccia. Nervosa, spazientita, quasi smarrita la donna cercò di divincolarsi,  non poteva essere bloccata, impedita, rallentata in nessun modo. Stava cercando qualcuno ed era indispensabile che lo trovasse. Possibile che quell’uomo non capisse e cercasse di ostacolarla? Ma Gegè quando voleva sapeva essere brutale e la immobilizzava con una tale stretta che le fu impossibile liberarsene. “Non sfuggirmi di nuovo, non voglio farti del male, ho solo bisogno di te, di averti, toccarti, sentirti mia. Ti sogno dalla prima volta che ti ho visto, ti voglio. Io ti amo!”. “Sei pazzo, stai chiedendo qualcosa di impossibile, non sai di cosa parli, te lo ripeto, non sei tu che cerco” la voce era controllata, ma si avvertiva una chiara nota di apprensione, di irritazione. “Cambierai idea, non posso perderti ancora, mettimi alla prova, almeno una volta, poi deciderai se andartene, ma non lo farai. Sei tutto, ti darò ogni cosa che chiedi, ti prego, seguimi!” la incalzò accarezzandole il volto e il collo concitatamente. Lo sguardo di lei divenne pensieroso, incerto, sembrava dilaniata in un dilemma senza via d’uscita, poi finalmente rispose “D’accordo, come vuoi” a malincuore, arrendendosi alle sue stesse parole. Furono a casa di Gegè in pochi minuti. Gegè emozionato, Gegè impaziente come mai gli era capitato, Gegè innamorato per la prima volta in vita sua, che sentiva che la sua vita sarebbe cambiata da quella sera, chiuse la porta dopo averla quasi spinta dentro. Non usò tattiche,  affondando il volto nel suo collo, respirando a polmoni aperti il suo paradisiaco profumo che lo confuse, gli fece girare la testa. La liberò delle spalline del vestito, lo fece scivolare sul corpo scolpito denudandola, mettendo in mostra la pelle meravigliosamente diafana. La donna perfetta, la voleva e subito, stava per ottenerla, le prese la testa fra le mani, il cuore tumultuosamente galoppava, troppo veloce, troppo forte, lo investiva quel battito, non riusciva a controllarlo, si sentiva quasi schiacciato. Accanto a lei si sentiva libero dall’insoddisfazione che da sempre era la sua compagna più fedele, che non lo abbandonava neanche nei momenti di maggiore eccitazione, che cercava inutilmente di soffocare, di narcotizzare attraverso le conquiste, le amanti, la devota fidanzata. Era lei la sola a farlo sentire appagato senza neanche averla sfiorata, la amava dal primo momento, da morire. Desiderava baciarla, da morire, avvicinò la bocca, la premette contro la sua, la assaporò avidamente. Da morire. Il dolcissimo sapore di quelle labbra gli regalò un sorriso di compiacimento e poi fu come uno squarcio immediato, simultaneo di tutto il suo corpo, che si accasciò floscio e senza vita in terra, fulminato da un infarto irrimediabile. Da morire, appunto. L’eco dei sospiri ansiosi di qualche secondo prima tardò qualche frazione di secondo a dissolversi del tutto, ma finalmente fu quiete. E la morte fissò con rimpianto quella carcassa immobile ai suoi piedi. Non era suo compito essere sentimentale, mai era stata inseguita, corteggiata, confusa, invitata e svestita prima del suo fatale bacio. Arrivava, colpiva e se ne andava. Non era affar suo essere pietosa, ma lo stesso si chinò su di lui ricomponendolo in una posa più dignitosa, accomodandolo con fatica sul letto  in una posizione rilassata. Molti sorridevano al gusto del suo bacio, prima che lei gli sottraesse la vitalità, ma non le era mai capitato di vedere qualcuno così  sinceramente contento e bellissimo. Aveva insistito tanto già la prima volta, intralciandola mentre lei cercava la casa del notaio, l’aveva incalzata quel giorno in città, quando stava precipitandosi per mettere fine prima possibile alla sofferenza di quella giovane infelice che spontaneamente stava allontanandosi dalla vita insostenibile, e alla fine, pur impegnata in un altro incarico, tentata si era fatta sedurre, incantare, ed aveva ceduto. Debolezza imperdonabile per chi come lei doveva limitarsi a prendere senza giudicare, senza scegliere. Doveva andare ma rimase. Non volle lasciarlo solo, si trattenne a vegliarlo per il resto della notte, versando lacrime silenziose e disperate, altra ingiustificabile violazione del suo ruolo. E per quella notte la signorina Luce Lo Castro, vittima originariamente designata e cercata per i vicoli del paese fino all’incontro con Gegè, ebbe salva la vita. Probabilmente per molto altro tempo. Perché quella notte, quel paese e questa storia, di morti ne avevano visti abbastanza, e avevano diritto ad una tregua. Non sarebbe ripassata per un po’, riflettè dando un’ultima occhiata a Gerardo Cammarota, detto Gegè, conosciuto come lo sciupafemmine, che aveva anticipato la sua fine scritta per il bisogno di sentirsi veramente vivo, per essere andato incontro alla morte ed averla persuasa ad un baratto, forse, in cuor suo sapendo perfettamente chi era, forse consegnatosi consapevolmente a lei per la pace che incontrarla gli aveva donato. Ad ogni funerale solitamente partecipava tutto il paese, magari con indifferenza, senza un briciolo di commozione per il defunto di turno, solo perché la presenza era  richiesta dalla convenzione. Al funerale di Gegè nessuno potè dirsi indifferente. Sincero il pianto delle numerose fanciulle con cui si era intrattenuto, e il cordoglio dei suoi amici, che diventavano improvvisamente orfani del loro eroe. Inconfessato, ma palpabile e a malapena controllato il senso di sollievo misto al rimpianto dei suoi rivali e detrattori. Persino Don Luigi, il parroco, era affranto mentre si apprestava all’elogio funebre di quella giovane canaglia che non era riuscito a redimere con le sue paternali, che non aveva avuto il modo di riportare sulla retta via, come l’evangelica pecorella smarrita. La signorina Luce Lo Castro fece il suo ingresso nella chiesa con passo incerto, viso stravolto da dolore e lacrime, sobrio vestito nero, sostenuta con abnegazione da Michele Curatolo, miglior amico di Gegè. In qualità di storica fidanzata le era stato riservato l’onore del posto della vedova, in prima fila, accanto al feretro, pur se ognuno aveva la certezza che se non fosse capitata la disgrazia mai sarebbe diventata la signora Cammarota. Ma nessuno obiettò, almeno questo riguardo le era dovuto. Fragile e disperata la ragazza non si decideva a staccarsi dal braccio del suo accompagnatore, lo sentiva come la sua unica protezione, il solo soccorso. Pensò che sarebbe stato opportuno invitarlo per il tè il giorno seguente, per ricordare Gegè, per ringraziarlo della sua incredibile gentilezza. Gran brava persona Michele, e forte, solido, ma senza una compagnia femminile, libero e disponibile. Così riservato e discreto, non meritava la solitudine, ma qualcuno che lo comprendesse, che lo aspettasse fedelmente, che gli concedesse la dovuta considerazione. Sì, avrebbe avuto piacere di frequentarlo, naturalmente per onorare la memoria di Gegè, per mantenerlo vivo tra di loro, in fin dei conti se non altro avevano già in comune l’amore incondizionato per lui. Gli si strinse inavvertitamente di più, lo volle seduto accanto a sé quel Michele che si era precipitato non appena saputa la notizia a casa dell’amico, ne aveva guardato l’immoto volto tranquillo dagli occhi chiusi, aveva ringraziato Dio per quel sorriso conservato dall’irrigidimento che significava una morte neanche percepita, senza alcun dolore o spavento e poi si era affrettato a far sparire quella colpevole scatola di scarpe, piena di prove certe dei tradimenti, gettandola nel bidone dell’immondizia per  evitargliene la vista, per proteggere l’idea che lei aveva di Gegè ma soprattutto il suo delicato sentimento, il suo amor proprio, povera Luce. Non aveva mai condiviso il modo irrispettoso con cui Gegè la trattava, la costante umiliazione cui era sottoposta dai sussurri maligni della gente. Non gliel’aveva mai detto, né avrebbe mai confessato a lei tutte le confidenze che aveva ricevuto, ma non approvava ed era dispiaciuto per lei, in fondo le era affezionato, e mentalmente prese con se stesso l’impegno di starle vicino, aiutarla a superare il brutto momento, perché affidargliela era sicuramente quello che Gegè avrebbe voluto. La dolce Luce, ignara di essere stata risparmiata grazie a Gegè che in prossimità della morte aveva compiuto, involontariamente, l’unico gesto d’amore per lei, come se avesse indovinato il pensiero del premuroso giovane, ebbe in quel momento la certezza che avrebbe sorriso di nuovo, che non sarebbe rimasta inconsolabile e solitaria, in una sola parola, non sarebbe invecchiata zitella. E Gegè ne sarebbe stato contento, avrebbe capito. Una piccola folla si trattenne sullo spiazzale dopo la cerimonia, per commentare, giudicare e criticare prima di salutarsi. “Lo sciupafemmine non ha avuto fortuna stavolta: la morte non s’è fatta incantare” sentenziò con ironia forzata e di cattivo gusto qualcuno. Ma non sapeva quanto si sbagliava.

     
  • 31 maggio 2006
    Trasteverino verace

    Come comincia: Quant'è deprimente Roma.... quanno uno soffre pe' amore e 'n più se deve sorbì sti tramonti colorati e ruffiani, sto ponentino che spira così languido che pe' conquistà na pischella nun devi nemmeno aprì bocca... è lei che te casca ai piedi! Funziona co' tutte... tranne che co' lei.
    Ma sì, lei, l'amore mio, quella pe' cui potrei fa' pazzie!... Perchè io so' 'n tipo focoso sa'? Quanno me metto 'n testa 'na cosa... Me capite no? Pe' 'l momento 'n testa c'ho solo... 'n so manco come se chiama.
    Come dite? Chi so' io? Nun ve l'ho detto? 'Nnanzi tutto so' romano, anzi, peggio, trasteverino, se non de sette generazioni almeno de tre o quattro e poi, ahimè, 'n innamorato sfigato. Da quanno l'ho vista pe' la prima volta... che ve devo di', nun so' stato più io.
    Pure l'amici hanno notato che so' cambiato, prima ero l'allegrone della compagnia, mo' Romoletto dice che nun ne po' più de sentimme sempre sospirà e Nando che co' me nun se ride più, che c'ho sempre er muso. Te credo! Quella manco sa che esisto! E' una dei quartieri arti, io 'nvece so' 'n vagabbondo... Mi' madre m'ha accannato ch'ero 'n pupo e mi' padre... me sa che nemmanco mamma sapeva chi era...
    Ma mica me sto a lamentà eh? So' sempre stato felice, ho fatto quello che me pareva e ho conosciuto la vita mejo de quei rimbambiti dell'amici mia che 'n se moveno mai. Ce credereste che Romoletto nun è mai entrato nel Colosseo? Io 'nvece modestamente li monumenti me li so' fatti tutti, armeno quelli do' se po' annà senza pagà dazio.
    Chiedete si lavoro? E che bisogno c'avrei? Uno come me 'n pezzo de pane lo trova senza lavorà. Er segreto è annà a bussà dai più sensibili. Po' capità che quarcuno te cacci 'n malo modo, ma de anime pietose ce n'è tante.
    E poi li regazzini! Pe' me vanno pazzi, li faccio divertì.... a loro nun je 'mporta che nun c'ho proprio un bell'aspetto. Sì, perchè io lo riconosco: so' uno de quei tipi... come di'... allergici all'acqua e sapone. Ao, ognuno c'ha le antipatie sue! Sì, sì, c'avete ragione, sto a divagà, mo ve racconto li fatti 'mportanti.
    Allora, 'n giorno bighellonavo per Centro (me piace bazzicà quelle parti, che ne so, tra tutti quei signori me pare de diventà fine pur'io). Camminavo tutto spedito pe' Via Veneto, sapete, quella strada elegante, quanno... nun so manco come... me la so' trovata davanti.
    'N sogno! du' occhi verdi scintillanti, er passo fiero ma allo stesso tempo morbido, e poi er portamento, 'na classe mai vista prima. L'avrei rimorchiata subito, senonchè lei stava co' la "mammina" e l'ho potuta solo seguì a distanza fino a Villa Borghese.
    Nun c'ha manco fatto caso che je stavo dietro! Da allora ogni pomeriggio a 'st'ora sto qua: lei ce viene a passeggià e io spero sempre che 'na vorta o l'artra s’accorga de me.
    Nun me so' mai avvicinato! ma oggi ho deciso... me dichiaro. Me so' pure dato 'na lavata pe' l'occasione! Mo appena ariva l'abbordo e je faccio tutto er repertorio der perfetto pomicione.
    'Ntanto me nasconno dietro sta siepe, sbuco de scatto e vedrai che sorpresa. E lei chissà che farà, rimarrà a bocca spalancata, me lancerà 'no sguardo da sotto le ciglia, poi 'n soriso e a quer punto sarà mia, me seguirà perfino 'n capo ar monno! Oh, ma qua io sto a sognà e me distraggo e intanto, puntuale come sempre, ecco lei che m’appare in lontananza.
    Come sempre co' "mammina" , è 'na visione celestiale, avanza, s'avvicina, me passa de fianco, devo esse' pronto, coraggio che je la fo, faccio 'n balzo improvviso, me je paro davanti e... MIAOOOOOOOOO...  è fatta, me so' rivelato, e mo' co' tutti sti zompi che sto a fa' nun se po' dì che nun me so' fatto notà.
    Je dovrò piacè pe’ forza, nun me dirà de no. Oh, ma… mamma mia che botta! Che sta a succede ao? Aio, ancora ‘n’artra, e ‘n’artra ancora. E’ “mammina”, che co’ l’ombrello che c’aveva in mano me randella senza pietà, e co’ na voce stridula e nervosa strilla “Fifì, Fifì, vieni da mammina! E tu brutto gattaccio, vattene, pussa via, prendi questa, e quest’altra, così impari a infastidire la mia piccola”.
    E Fifì? Pe’ quanto la riguarda ‘sta matta me potrebbe pure accoppà, nun alza un dito pe’ aiutamme. Anzi,  mentre s’accoccola tra le braccia de “mammina” me guarda co’ la faccia canzonatoria, co’ l’aria de disprezzo… e co’ quell’occhi verdi duri e freddi come er ghiaccio… A guardalla bene nun è manco tanto bella! Dopo ‘sta scarica de botte se ne so’ andate, offese e impettite, e m’hanno lasciato qua tutto ammaccato, pe’ fortuna che c’ho sette vite, perché una me la so’ quasi giocata! Come dite? Certo, so’ ‘n gatto, che ‘n se po’? Io mica ho mai detto er contrario, ma perché, voi che pensavate? Ah, capisco, è che pe’ voi è dato pe’ scontato che i sentimenti, er core che batte, so’ na prerogativa solo dell’umani.
    Lassamo perde va, voi co’ du gambe ‘n ce capite niente, m’avete solo fatto perde tempo… ma chi ariva laggiù? È Romoletto, tutto trafelato, che je sarà successo? Che dici? Er macellaro t’ha dato ‘n po’ de trippa? E che aspettamo? Noo, ma che davero oggi sei stato ar Colosseo? Era ora che cominciavi a diventà ‘n gatto de cultura. Bello eh, te l’avevo detto. E domani te porto pure ai Fori.
    Quella? No, è finita, nun ce penso più, m’ha stufato. Sai come se dice da ste parti? Morto ‘n papa se ne fa sempre ‘n’artro. Anzi, a proposito, l’artro giorno ho incontrato tu’ sorella Assuntina, ma lo sai che sta a venì su proprio bene? Quasi quasi ce faccio ‘n pensierino! Che vor dì nun la devi neanche guardà, lo sai che la rispetto, pe' chi m'hai preso, te me conosci, so’ er mejo amico tuo! Anzi, sai che te dico? Che domani ai Fori ce porto proprio lei! Eh, quant’è bella Roma co’ la luna che se sporge sur Tevere biondo, co’ li monumenti antichi che cominciano a prende sonno, e co’ sto venticello che te spira nelle orecchie e sembra quasi che te parli…
    Come che te dice? A Romole’, te nun c’hai pe' niente l’animo poetico. Annamo a magnà, va!

     
  • 24 aprile 2006
    Dieci passi

    Come comincia: I duellanti si danno la schiena. Non si toccano, non si parlano, ma ognuno sente l’incalzante presenza dell’altro incombere su di sé. Le regole sono quelle classiche. Dieci passi in direzioni opposte e uno di loro cadrà per mano dell’altro. Nella quasi fulminea rapidità di quel lasso di tempo i ricordi occultati, i pensieri compressi esplodono nella mente di entrambi, si liberano a ricostruire una storia mai raccontata. Dieci passi scanditi da un arbitro immaginario.

    UNO…
    Una sola distrazione. Un’unica debolezza. E ti vidi. Non posavo mai lo sguardo al di fuori di me, per non soccombere, per non farmi sopraffare, per proteggermi dal dolore. Ho alzato gli occhi inavvertitamente, come se percepissi un richiamo, per curiosità, con la convinzione di essere invulnerabile, ed ho incontrato i tuoi. Punte di spillo che hanno bucato la ragione, grimaldelli che hanno scardinato serrature a prova di qualunque altro tentativo di scasso. Ti ho sentito nell’anima, prepotente, e non ho saputo scacciarti prima che contaminassi mente e cuore, che facessi scempio della mia e della tua vita. Non ho trovato il coraggio di smettere di guardare

    DUE…

    Imbattermi in te è stato routine. Ho sempre guardato solo fuori, sempre e solo gli altri, per l’incapacità di affrontare senza difese quel baratro senza fine che è dentro di me. Facce e nomi diversi, estranei, che appena mi lambivano. E poi ti ho visto, ma non eri tu. Eri uno specchio che assorbiva la mia immagine e me la restituiva accettabile, perché non distoglievi i tuoi occhi, perché mi proteggevi persino dalla vergogna che avevo di me, perché mi permettevi di mostrarmi senza finzioni, senza filtri. Eri una faccia e un nome diverso da ogni altro. Eri un esemplare unico

    TRE…
    Ti ho cercato come un segugio fa con la preda, per sopravvivere. Un bisogno sentirti addosso, rubare segreti per penetrare nel tuo intimo,  farti rivelare un giorno dopo l’altro, stringerti e lasciarmi stringere. Una felicità senza confini entrare in simbiosi con te senza parole, come due vasi comunicanti che si riforniscono a vicenda, che versano ognuno tutto ciò che hanno da dare perché altrettanto riceveranno. Ho ricevuto, a volte, restituendoti meno di quanto tu richiedessi, ho concesso, altre, più di quanto abbia ottenuto in cambio. Ho gridato e tu sussurravi, ho taciuto e tu domandavi, ho aspettato e tu avevi fretta, ho scavalcato ostacoli e tu hai innalzato barriere ancora più inaccessibili. Mai in equilibrio, mai dalla stessa parte, contraddizioni continue, incompatibilità,  ma indissolubilmente legati da una catena invisibile, inspiegabile

     QUATTRO….

    Trovarti è stato una maledetta e meravigliosa scoperta. Mai provato prima, mai una sensazione così forte di pace, di un porto tranquillo dove rifugiarmi in ogni momento, al riparo da qualsiasi agguato.  Mi eri indispensabile. Spiegarti il perché era impossibile, un mistero anche per me. Tentare di comprendere, dominare quel tuo potere di destabilizzarmi un’impresa troppo grande per le mie forze. Evitarti, una follia che mai avrei permesso. Averti per me, un pericolo mortale di cui ero ben consapevole, ma che mi ha catturato prima che potessi sfuggirgli. Mi hai attirato senza neanche toccarmi, stringendomi in un circolo vizioso, il desiderio della tua presenza e la voglia di scappare, la necessità di respirare la tua stessa aria e la paura di soffocare, il mio impellente bisogno di te, maldestramente e implicitamente dichiarato e il tuo impellente bisogno di me, indecifrabile, sommesso o urlato.

    CINQUE…

    Mi hai tradito, ti ho tradito. Non so perché. Non so chi ha cominciato. Avevo bisogno di cercare qualcosa di simile al di fuori di te, per dimostrare che un legame non è mai unico, ma riproducibile. Ho creduto che fosse così, quando provavo sensazioni con altri corpi, quando entravo in contatto con altre menti, ho pensato di aver raggiunto la libertà, di aver messo da parte quella pericolosa dipendenza da te, mescolando le mie giornate e le mie notti con gente qualunque, senza emozioni violente, senza quelle scosse che tu mi provocavi. Mi sentivo forte, avevo sconfitto il mio nemico più pericoloso, con l’inganno certo, ma non c’erano alternative
    SEI…

    Ci allontanammo. Fuggendo uno dall’altro come se non aspettassimo altro che farci del male reciprocamente per perderci. Perché io portavo il tuo peso insostenibile e tu il mio e non ce la facevamo più. Ci sputammo in faccia offese, ci ferimmo a vicenda per rendere più giustificato il distacco, per imparare a camminare da soli e non dividere più la stessa via, per non dover essere più nutriti da quell’amore in cui nessuno dei due credeva, che bisognava negare e dimenticare. Tu dovevi scomparire ed io avrei lo stesso trovato la pace, non eri indispensabile

    SETTE…

    La tua assenza è terribile. Il tempo scorre, le distrazioni sono innumerevoli, ma continuo a svegliarmi col pensiero di te e ci vado a dormire. Non sei solo un ricordo nostalgico, sei me. Ti vivo ancora, ti fantastico ancora, mi domando ancora cosa penseresti delle mie scelte, ti considero ancora ospite delle mie giornate. C’è una sola soluzione: eliminarti per sempre. Al decimo passo. Mi girerò di scatto e ti ucciderò se sarò abbastanza veloce o morirò e dimenticherò comunque. L’amore non esiste, si può sopprimere in un duello, si può neutralizzare
    OTTO…

    Non ci siamo neanche guardati in faccia. Ci siamo ritrovati solo momentaneamente, perché era inevitabile. Uno dei due deve cadere perché l’altro possa vivere. Sono una nave che non approda mai perché non ha più riparo. Ho recitato un ruolo di spensieratezza e di felicità, ho imparato a memoria un’idea di insofferenza verso di te, me lo sono fissato nella mente, convincendomi che tu non sei importante, che separarci è stato liberarmi di uno scomodo fardello, che finalmente non devo più pensare a te. Ma mi manchi. Non è logico, non è accettabile. Devo cancellarti, devo lasciarti morire. Al decimo passo
    NOVE…

    Ancora uno e sarà il momento. Ti ucciderò, ti eliminerò

    Un solo passo e finirà tutto. Ti cancellerò, ti lascerò morire

    DIECI…

    Non voglio ucciderti. Non voglio eliminarti
    Non posso cancellarti, non posso lasciarti morire


    Si voltano, si trovano faccia a faccia. La distanza che li separa è molto più ampia di quei venti passi che hanno percorso in pochi secondi. Nessuno dei due alza l’arma per ferire. Sono immobili, con le braccia lungo il corpo a cercare di organizzare i pensieri, a trovare una strategia. Uno guarda le orme lasciate in quei passi, strada già segnata e senza sorprese, l’altro fissa il terreno inviolato oltre le sue impronte, una via libera ma senza indicazioni su dove dirigersi. Ognuna delle due rappresenta un pericolo, non sanno quale scegliere. Si fissano,  si chiedono con gli occhi una risposta, hanno paura di interpretare ciò che l’altro dice silenziosamente, temono nuovi dolori e nuove sofferenze,  poi d’improvviso si sentono di nuovo due vasi comunicanti che si stanno travasando, si sentono una nave che attracca ed un porto che la accoglie, e capiscono di essere l’uno dell’altro da sempre. E si muovono, tornano indietro, si riavvicinano. In fretta, senza perdere altro tempo. E senza contare i passi.

     
  • 18 marzo 2006
    A quattro mani

    Come comincia: Si conoscono da anni. Cioè veramente è lei che lo conosce, perché lui in realtà passa da una persona all'altra con noncuranza, senza legami particolari. Ma anche lei dopo tanto tempo lo dà quasi per scontato, non ci si sofferma mai più di tanto. Anzi, a lungo andare lo trova quasi noioso. Oggi sono insieme, in una stanza semi buia, solo una sottilissima striscia di luce passa dalle serrande abbassate, poche possibilità di distrazione nell'oscurità. Lei si siede, attende, ha deciso di prestargli attenzione. Lui comincia. Inizio quasi banale, una domanda con voce infantile, ritmo monotono. Si risponde da solo, piccoli tocchi, come le pennellate incerte sulla tela candida di un pittore che ancora non sa bene cosa dipingere. E sempre lo stesso ritmo. Non si aspetta più niente di sorprendente lei, conosce tutto a memoria. Un'altra domanda, con timbro diverso, più sornione, più mellifluo. Un'altra autorisposta. E quella cadenza sempre inesorabilmente uguale, come soldati che marciano allo stesso passo. E ancora domanda. Lei sa la risposta, ma non riesce ad esprimerla. Quel ritmo... Comincia a confonderla, comincia ad adagiarvisi, a seguirlo troppo. Diventa incalzante lui, la domanda è più pressante, la risposta più struggente. Non è più incerto, è stentoreo, sicuro di sé, sa che la sta circuendo. Lei è preda dell'ossessione di quel ritmo immutabile. Cerca di concentrarsi sulla voce, e sente come dei flagelli che le arpionano il cuore e lo tritano, avverte come serpenti che le strisciano delicatamente e sensualmente sulla pelle, riesce a malapena a percepire che la ragione la sta abbandonando. Ghiaccioli le corrono sulla schiena, la inebriano completamente, l'emozione, l'eccitazione le salgono fino al volto. Il ritmo... Sembra più rapido, più forte, ma in realtà non è cambiato. Ora sta gridando, lui, ma non è un rumore fastidioso. È una corale, sembra una corale di pazzi che tentano di seguire le indicazioni del direttore ma vanno ognuno per conto loro pur cantando la melodia corretta. È quel ritmo, lei ne è certa. E' quell'ipnosi, quella pazzia progressiva e viscerale, che ormai sta per catturarla e dalla quale, sa bene, non c'è ritorno, almeno finché lui non avrà finito. E all'improvviso un urlo, un caos primordiale quasi pietosamente interviene ad interrompere, il ritmo si arresta. E il silenzio. E lei disfatta, tramortita. Lo sportello del lettore cd si apre con uno scatto perentorio, come a voler prendere fiato dopo un'apnea prolungata. Lei si alza e lo richiude di nuovo, forzando, come se quello si rifiutasse di sottoporsi nuovamente ad una tortura del genere, e vi si arrendesse solo perché costretto. E il "Bolero" riparte. E ricomincia tutto da capo. La cadenza nota lunga e terzine rullata sommessamente dai tamburi, che di lì a breve diventerà più prepotente. La frase/domanda proposta dal flauto, semplice e bambinesca, gradi congiunti e piccoli intervalli. E poi la ripete il clarinetto, più smaliziata, il fagotto, un po' annoiato, il corno, la corale degli archi, esasperata, e l'intera orchestra. Unico tema melodico, unico ritmo. Dal rassicurante pianissimo al passionale sforzato. Diciotto volte, una diversa dall'altra anche se apparentemente uguali. La marcia, identica e martellante, una specie di continua mitragliata, la tensione, le sensazioni, la lucidità che piano piano ti lascia,  l'impossibilità di analizzare  criticamente questo pezzo come un brano musicale qualsiasi. E l'ultimo, violento accordo  leggermente trattenuto,  simile ad un colpo di clacson che finalmente ti risveglia e ti riporta alla realtà. E il precipizio sulla tonica, secco. E poi silenzio. E poi questa pagina, composta e firmata a quattro mani, la melomane Alessandra Lamboglia ed il genio Maurice Ravel.

     
  • 15 marzo 2006
    Dalla parte del lupo

    Come comincia: Da che mondo è mondo rappresento la metafora del male. Il leone è il re della foresta, il cane il miglior amico dell'uomo, io sono il lupo cattivo. E basta. Tutta colpa delle favole, dove scrittori dotati di grande fantasia e di accanimento da psicanalisi mi fanno masticare nonnine, insidiare ragazzine, spaventare paesi interi e, quando mi va bene, mi lasciano a crepare impallinato dall'eroico cacciatore di turno. Quando va male invece mi ricuciono la pancia preventivamente squarciata, riempendola di sassi, atterro direttamente da un camino dentro un pentolone di acqua bollente lasciato apposta da tre irritanti porcellini (almeno due dei quali peraltro emeriti imbecilli), vengo dipinto come uno psicopatico che inventa le scuse più ridicole per addentare un ingenuo agnellino che beve al suo stesso ruscello. Una sola volta ho avuto un minimo riscatto, quando mi arrestai di fronte ad un uomo vestito di sacco, pazzo dicevano alcuni, santo altri, e non gli feci alcun male, anzi mi inginocchiai docile docile. Tutti gridarono al miracolo, al prodigio: Francesco ha parlato al lupo ed è riuscito a domarlo. Ma che miracolo, ma quale prodigio. Io ho un caratteraccio, ma bisogna sapermi prendere. Capisco la lingua degli umani, ma prima di allora avevo sempre e solo ascoltato urla di terrore, schiamazzi, colpi di fucile, avevo visto volti dipinti di paura, panico e fughe concitate, avevo sopportato sassate, bastonate e chi più ne ha più ne metta. Quello non fuggì, non ebbe paura: mi parlò pacatamente di perdono, compassione, di amore, mi raccontò di un uomo issato su una croce per lavare certe porcherie commesse da altri e mi convinse: rimasi lì seduto vicino a lui e fu un incontro molto rasserenante. Forse era davvero pazzo, o forse santo, le uniche due categorie che sanno andare al di là dell'apparenza.
    Io, vi assicuro, non sono cattivo: essere cattivi implica una scelta tra il bene e il male, ed io questa facoltà non ce l'ho. La natura mi insegna ad essere feroce, ad uccidere per sopravvivere, per mangiare, per non essere a mia volta ucciso. Chissà, forse se avessi conosciuto quel falegname inchiodato avrei porto l'altra guancia come predicava. Nessuno di quei famosi favolisti sottolinea mai quanta cura mi prendo dei miei figli, proteggendoli al rischio della mia stessa vita, rinunciando persino al cibo a loro beneficio, quando la caccia non è proficua e la carestia non concede abbastanza per tutti. Nessuno parla della solidarietà del branco, dove la fragilità dei deboli e l'esperienza dei vecchi viene curata e rispettata, quasi venerata. Vi confesso che un giorno ho sentito la fortissima curiosità di conoscere meglio l'uomo. In incognito, nascosto, tra mille pericoli, mi sono spinto fino ai loro villaggi e ho spiato, cercando di carpire qualche suggerimento per la nostra razza. Ho visto ben nutriti e pasciuti cacciare per divertimento, non per fame, ho visto ben vestiti scuoiare animali per rivestire la propria vanità con le loro pelli, non per freddo, ho visto combattere per scacciare altri da un pezzo di terra,  e a me sembrava che ci fosse spazio a sufficienza per tutti, ho visto perdere ogni traccia di dignità in chi morbosamente inseguiva il potere e il denaro, ho visto i diversi emarginati ed isolati fino a morirne, ho visto figli abbandonati, padri fatti a pezzi, abbozzi di vita congelati, ho visto... ed io, la belva, il crudele, il feroce, sono fuggito. A perdifiato, spaventato, ho guadagnato in breve tempo la via fino al mio rifugio e il respiro, già affannato, si è mozzato di gioia quando finalmente ho riconosciuto le familiari sagome dei miei simili. Se quello è l'uomo, mi sono detto, io sono il lupo cattivo, e me ne vanto.

     
  • 15 marzo 2006
    Cucciolo

    Come comincia: Il cucciolo giace sul verde, immoto. Sembra addormentato ma ha gli occhi sbarrati e fissi. Sembra intatto, ma è stato ferito. Sembra morto ma è vivo. Sembra vivo ma è morto. Aveva un nome, ma l’ha dimenticato. Aveva una voce, ma è stata soffocata dalla brutalità. Aveva l’innocenza, ma è stata violata, sbranata a morsi. Ha solo un ricordo, che ha cancellato tutti gli altri. L’orrore, gigantesco, incomprensibile, la paura, il dolore. Vorrebbe la mamma il cucciolo, ma si è dimenticata di lui tanto tempo prima. Non era preparato. Qualcuno gli aveva insegnato a temere le bestie feroci, ma questa non appariva tale. Gentile, persuasivo, persino affettuoso, almeno secondo lui affamato d’affetto. Lo ha circuito col gioco, sempre più strano, sempre più incomprensibile, lo ha convinto della normalità di qualcosa che una volta dopo l’altra era sempre più vergognoso, lo ha reso suo complice invitandolo a mantenere il segreto con chiunque, e lui ha obbedito, silenzio con tutti, non per le argomentazioni della bestia, ma perché nelle notti piene di ombre incominciava a temere. Non sapeva cosa, non sapeva come, ma sentiva la paura, gli sembrava quasi di poterla toccare. Sognava mostri terribili ed altri ancora più terribili li dimenticava. Di giorno, davanti a tutti, era il solito cucciolo quieto e tranquillo di sempre, forse un po’ più quieto e un po’ più tranquillo, ma non abbastanza perché qualcuno lo interrogasse, o se ne chiedesse la ragione. D’altra parte di solito non era molto osservato, non amava attirare l’attenzione né sottrarla a chi pareva tenerci tanto. La sua mente sta quasi per esplodere per il carico di pensieri che si scontrano vorticosamente l’uno contro l’altro, il suo corpo invece è paralizzato, lo sente come affondare in una palude di sabbie mobili e non vuole reagire. Oggi è stato il giorno. Temuto, sospettato, impossibile da focalizzare prima. È già un ricordo. E quel silenzio, lo spazio così aperto, l’assenza di qualunque anima viva gli fa quasi rimpiangere che la bestia se ne sia andata via. Eppure lo odia. Non aveva voglia di quel gioco oggi, gli ha detto di no, ha cercato di sfuggirgli, ma era troppo più debole. Ha lottato, con il solo risultato di rendere l’altro più cupido. Ha dovuto subire, aspettare che  fosse soddisfatto, senza sapere che cosa lo avrebbe fatto sentire finalmente appagato.
    La bestia ha ansimato, lo ha schiacciato, serrato, umiliato, terrorizzato. La sua mano sulla bocca ha ovattato l’urlo per un male fisico lancinante, quasi indescrivibile. E dopo, quando tutto è finito, la bestia ha fatto la cosa più crudele di tutte: lo ha lasciato in vita. Appena uno sguardo ed è scappato via, non per vergogna, questo il cucciolo lo sa, ma in cerca di altre verginità da rubare prematuramente. Lui non è più cucciolo, non lo sarà più, e sente la rabbia, tra lacrime e sapore di sangue. Come controllarla? Diventare forte, infido e vendicarsi contro altri cuccioli? O affogare in quella palude senza tentare di sopravvivere? Ha deciso cucciolo: si solleva sulle zampe traballanti ed ha una vertigine. Non parlerà più, nasconderà la macchia a chiunque, persino a se stesso, ma ora è in piedi e dentro di sé sa che da quel giorno sarà capace di rialzarsi dopo ogni caduta. E lo farà da solo.

     
  • 07 marzo 2006
    Il regalo di compleanno

    Come comincia: Nacque, ed era stato lungamente atteso. Lui, maschio dopo tre sorelle. Sua madre appena lo vide pianse, abbandonandosi tra i cuscini sulla lettiga dell'ospedale, come addolorata, tanto estenuante era stato il travaglio ed il parto. Le sue sorelle, sebbene fossero consapevoli di essere diventate invisibili dal suo primo vagito, lo amarono. Suo padre non era in sé dalla felicità. Lo considerò fin da piccolissimo il gioiello da crescere con attenzione, curando la sua educazione personalmente, occupandosi di ogni minimo dettaglio della sua formazione senza neanche il più piccolo errore. E lui crebbe. La mamma non si perdeva una sola edizione dei telegiornali: come molte altre mamme nella sua stessa posizione sperava sempre, con l'animo tenero e romantico, di sentire una notizia eclatante, liberatoria, utopistica. Mai era accaduto, mai probabilmente sarebbe accaduto, ma lei testardamente perseverava. Lui era felice, sapeva per esserselo sentito ripetere da sempre di essere un eletto, un dono di Dio. C'era solo una cosa, un'ombra, una richiesta che dopo mille tentennamenti decise di fare a suo padre. Lo conosceva come un uomo a volte severo e duro, ma sempre giusto, che motivava le sue decisioni, che lo adorava. Grande fu quindi la sua meraviglia quando quella volta gli rispose brusco, quasi incattivito, quasi vergognandosi di lui. Pensò che ciò che aveva chiesto fosse sbagliato e decise di non tornare più sull'argomento.

    Quel giorno si svegliò, come ogni altro, ma non era un giorno come ogni altro. Era il suo decimo compleanno. Nel salotto buono l'intera famiglia lo aspettava per consegnargli il suo regalo, quello annunciato, quello che rendeva suo padre così fiero di sé e di lui. Per un attimo, solo uno, sperò che i programmi fossero cambiati, si augurò di ricevere quella cosa che desiderava tanto, per poi darsi subito dell'ingrato, dello sciocco. Quello con cui stava uscendo di casa ora era un dono preziosissimo, un privilegio che gli era stato accordato, motivo di invidia e di insoddisfazione di molti altri, e lui stava a pensare a giochi superficiali ed insulsi. Suo padre aveva ragione ad avergli negato ciò che aveva chiesto. Camminò fino alla piazza, chiedendo perdono a Dio per la sua immaturità.

    Era una splendida giornata, tanta gente vociava, bambini  schiamazzavano intenti ai loro giochi di strada. Il suo regalo avrebbe ammutolito tutti. Era quello il posto, lì doveva rivelare il tesoro che cingeva i suoi fianchi. Senza farsi vedere, aprendo appena il giubbotto per non rovinare la sorpresa, armeggiò con la cintura, come gli avevano insegnato, come lo avevano addestrato, come aveva già provato tante volte. Era pesante la cintura, lo aveva impacciato nei movimenti, gli provocava male alla schiena, ma ora stava per liberarsene, di lei, di ogni male. Sfiorò, tastò, schiacciò ed alzò lo sguardo. Ebbe solo un paio di secondi per vedere poco lontano due ragazzini che correvano dietro a ciò che aveva domandato senza ottenerlo, per il quale avrebbe barattato l'onore, la soddisfazione di suo padre, la sua missione, che tradiva ciò che lui era veramente, un semplice, innocente, inconsapevole bambino di dieci anni. Un pallone da calcio. Pregò mentalmente Dio di farglielo trovare dove stava andando, glielo chiese come premio ed iniziò a sorridere all'idea, poi gli occhi gli schizzarono fuori dalla testa, le braccia, le esili gambe, il torace, i suoi pensieri, si separarono fino a diventare minuscole tessere di un mosaico che non sarebbe stato possibile ricomporre. La detonazione fu così terribilmente chiassosa da arrivare fino al cielo. La carica di tritolo talmente potente che sarebbe stato inutile cercare nella distruzione che ne seguì un pezzo intatto del suo corpo. E di quello degli altri che incautamente avevano abitato la piazza fino a un momento prima. E del pallone. L'esplosione spostò l'aria, accompagnata dalle grida impazzite di sirene e allarmi.

    In casa la mamma la udì. Accese il notiziario, credette di aver udito quella notizia eclatante di pace tra due popoli che aspettava da anni, che avrebbe cambiato il destino di quel bambino di dieci anni, e di altri come lui, ma nelle sue orecchie risuonò la voce esaltata dello speaker che pronunciava il nome di suo figlio il martire, suo figlio l'eroe, suo figlio morto. Dio non le avrebbe perdonato quell'aggettivo "suo". I figli non erano delle madri, erano strumenti di dio. Guardò il volto commosso ed orgoglioso di suo marito, forse lo osservò attentamente per la prima volta, e le apparve come era: il ghigno di un mostro, gli occhi di un assassino, la rassegnata stupidità di un codardo. Pensò al suo pianto il giorno del parto, quando sapeva di aver condannato a morte quell'essere indifeso non appena lo aveva dato alla luce. Pensò che scavando tra le macerie sarebbe stato impossibile trovarne un pezzo intatto, questo non era un pensiero originale, ma inevitabile. Il cuore si sciolse e quel ruscello di sangue che produsse furono le sole lacrime che versò.
     
    L'ambulanza accorse frettolosamente sul luogo dell'attentato. Con il suo tragico ululato sembrava chiedere di fare largo, sembrava sentirsi in colpa per essere in ritardo rispetto alle altre, sembrava desiderare di caricare qualcuno da curare ma sopravvissuto. Nessuno si era salvato. Uomini, donne, bambini, doni di dio erano ormai tutti polvere. Accostando in un angolo della piazza le ruote urtarono qualcosa, provocando un lieve sobbalzo. Il conducente scese, ma prima di affrettarsi per l'inutile soccorso in quel trionfo della morte gettò un'occhiata a terra: aveva schiacciato un ammasso informe di plastica carbonizzata, una carcassa di quello che tentò inutilmente di farsi riconoscere come un pallone da calcio. No, alla fine dio non gli aveva concesso di portarselo dietro.

     
  • 07 marzo 2006
    Lei

    Come comincia: Bella in maniera sfavillante. Unica, come solo lei sa essere. Non teme confronti, nonostante altre bellezze che la imitano fino ad assomigliarle. Uomini senza occhi l’hanno violata, deturpata, ma lei è sopravvissuta e loro sono caduti, inghiottiti dalla loro stessa cecità. Protagonista a volte involontariamente, quando sarebbe chiamata a rimanere in disparte ed invece ruba la scena  ad attori di prima grandezza. Eccessiva, sfrontata e strafottente nel suo riuscire sempre ad essere al centro dell’attenzione in modo assolutamente naturale. Uomini straordinari l’hanno amata perdendo l’uso della ragione, offrendole doni incantevoli, frutto di genialità tramutatasi in follia, che l’hanno resa ancora più attraente e che lei ha reso immortali. Guardala all’alba, quando sonnecchia ancora sotto la luce che sorge, tenera e pura nella quiete, prima di esporsi alla volgare curiosità di chi ancora non la conosce e vuole a tutti i costi ammirarla, o alla distrazione di altri che ci convivono e hanno perduto l’iniziale passione. Guardala sotto il sole splendente, radiosa, che mostra lo spettacolo di sé stessa generosamente, senza pudori. Guardala sotto il cielo plumbeo, sospesa in un’atmosfera quasi irreale, così livida e corrucciata che vorresti ci fosse un modo per farla ridere, vulnerabile ma scintillante nella pioggia battente. Uomini senz’anima hanno provato a spezzarla, vergognandosi però di fronte alle sue ferite, alla profanazione della sua sacralità che avevano cominciato, e sono fuggiti lasciandola piegata ma non sconfitta, sofferente ma combattiva. Uomini non straordinari ma rispettosi l’hanno rimessa in piedi, curata, coccolata, gustandosi poi il suo ritorno alla vita. Guardala al tramonto, nella lotta contro  le ombre che vogliono sopraffarla, aggrappata finché è possibile all’ultimo spicchio di luminosità, sensuale al punto che il desiderio di lei ti spacca le viscere, la vedi sparire lentamente ai tuoi occhi e ti senti morire di nostalgia. Guardala di notte, ormai abituata all’oscurità, provocante e segreta, condividere il buio con gli insonni e i disperati, splendida meretrice tra le meretrici, complice senza giudicare, comprensiva senza moralismo, discreta e omertosa. Guardala adornata di colori, quando anche la natura gareggia nell’arricchirla, quando fa da cornice alla gioia incontenibile degli innamorati che sfilano disordinati al suo cospetto e la coinvolgono nei festeggiamenti di vittorie rare ed insperate. Uomini senza nome continuamente la deridono, criticandola, esaltandone tutti i veniali difetti come se fossero le sue sole caratteristiche. La mediocrità non può concepire l’immenso, crepa d’invidia di fronte alla grandiosità, si difende con la calunnia di fronte alla perfezione,  cerca la notorietà che non merita disprezzando ciò che neanche comprende. Lei non se ne preoccupa, non li prende in considerazione, e perché dovrebbe? È la tradizione e il progresso, il sacro e il profano, è l’eterna. Giù il cappello, signori: è Roma.