username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • Come comincia: Racconto gentilmente inviato da un cliente:

    Sempre a correre, in piena carriera lavorativa, orari massacranti, ultimamente non mi capita più di uscire con una donna nuova, pochissime occasioni di conoscenza. Single da tempo, mai sposato, ho proprio voglia di passare una bella serata con una compagnia piacevole. Girando in rete mi sono imbattuto nell'annuncio di un'agenzia che offre accompagnatrici non obbligate a far sesso. Mai passato per la mente di obbligare qualcuna a far sesso, trovo che debba essere un piacere assolutamente reciproco. Certo è sempre la migliore conclusione di una serata ma se ci sono le giuste condizioni. Così eccomi in una piazza ad attendere la mia sorpresa, ho visto le sue foto, ma dal vivo è sempre un'altra cosa e poi come si sarebbe comportata? come si sarebbe vestita? E il profumo? Cerco di immaginarla mentre attendo con una certa ansia, mi preparo al peggio, per non rimanere deluso, penso:  “sarà un po' più brutta rispetto alle foto, magari invecchiata”.
    Ecco che squilla il cellulare, lo porto all'orecchio e subito lei mi si avvicina, chiamandomi per nome, niente male, la prima impressione è positiva, per niente deluso. Dopo averle dato la busta con i contanti, passeggiamo un po' mentre le parlo un po' di me, lei mi ascolta con attenzione. Le chiedo di lei, di quel suo particolare lavoro, lei risponde senza problemi, trovo che ci sia già una grande intesa tra noi.
    Eccoci giunti in quel ristorante così intimo per la cena, pare tutto perfetto, ordiniamo cose diverse ma poi ci scambiamo gli assaggi, un po' di vino che la rende ancora più allegra e disinvolta, la conversazione è piacevole e scorrevole, ad un tratto le prendo la mano e mi complimento per la mano ed il resto, lei ritira piano la mano lusingata. Le chiedo delle sue esperienze sessuali, mi racconta di quello che non arrivava mai e lei era distrutta, un vero fenomeno, mi racconta anche di alcuni che, non abituati ad una donna così bella ed alla nuova situazione, sono colti da ansia da prestazione e non c'è verso di eccitarli, ma poi toccano, baciano, leccano e alla fine sono contenti lo stesso. Essendo entrati in argomento caldo le faccio chiaramente capire che mi piacerebbe possederla, lei mi risponde che per quella sera non se ne parla anche perché abbiamo poco tempo ed a lei piace fare le cose con calma (anche a me). Per la prossima volta non lo esclude, dice di trovarmi interessante, ci organizzeremo meglio. Usciti dal ristorante passeggiamo e discorriamo piacevolmente, ora siamo a braccetto, il tempo è volato, la accompagno alla macchina, la saluto con un abbraccio ed un furtivo bacio sulle labbra troppo attraenti, non ho resistito, lei non si scompone, entra in macchina e mi strizza un occhio chiudendo la portiera.

    Sono proprio contento, piacevolissima serata, e la prossima sarà forse ancora meglio. Del resto si sa, l'attesa di un evento è forse meglio dell'evento stesso, e per ora attendo. Noto che lei non ha mai toccato il cellulare durante la serata, cosa rarissima. Ma del resto è una professionista.

    A

     

  • mercoledì alle ore 15:55
    I dubbi dello scribacchino

    Come comincia: Una scossa elettrica, un boato nel cervello, l'universo intero che spezza la monotona catena delle cose, in un andirivieni di pensieri. La mente incapace di sostenere tutte quelle informazioni, immagini sovrapposte di figure incomprensibili, eppure la voglia di capire e conoscere il perché di tutto ciò che è. La logica delle cose, il ragionamento razionale e la ricerca della verità o presunta tale, tutto ciò che ruota attorno alla tua mente, al tuo essere, ma in realtà è l'essenza di ciò che esiste. Credere nel proprio Dio, nella morte e nella vita, sicuri di esistere in eterno anche quando la testa dubita e chiedersi il perché, perché la mente si affligge con simili pensieri quando la realtà ci dà delle risposte. L'illusione di un qualcosa che non c'è e che qualcuno vorrebbe, o che mai verrà rivelato, chi lo saprà mai? L'inutile rincorsa alla perfezione, nella ricerca impossibile di ciò che non è e mai sarà. Un sorriso sincero o le lacrime di chi soffre, l'amico vero o colui che ci affossa. Non esiste un  perché, non si divide il mondo in bianco o nero, la natura ci ha donato infinite sfumature e tu, che chiedi originalità e scalpore, non devi confrontarti con la realtà quotidiana? Hai forse il dono della chiaroveggenza? Puoi, dall'alto delle tue considerazioni, dividere il mondo tra buoni e cattivi? Oppure esprimi dei giudizi senza capire ciò di cui stai parlando? A volte un bagno di umiltà farebbe bene anche ai più grandi e dotti fra noi, ma non sempre a chi sale sul pulpito piace mischiarsi con la plebe. Sei quindi così pieno di te, non dubiti mai, neanche per un istante, delle tue considerazioni? Beato te, deciso e sicuro, insensibile della sorte altrui, capace di criticare ferocemente chi, con umile diletto, si confronta con il mondo delle lettere e delle parole, cercando di dare vita ai propri pensieri, senza pretesa alcuna. Ma in fondo hai ragione tu, chi c'è lo fa fare? Chi ci obbliga ad imbrattare taccuini in brutta, cercando poi di riportare dei pensieri coerenti  su delle tavole bianche con il rischio di fare la figura, non me ne vogliano, degli imbianchini? Loro almeno cercano di rimettere a nuovo delle pareti grezze, o sporche e scolorite e se sono abili di pennello riescono a dare decoro anche a ciò che sembra impresentabile. Ma chi scrive o scarabocchia, sa di dover superar la feroce critica dei lettori: loro non si limitano ad osservare la parete cercando di individuare dei difetti nel lavoro, no. Vivisezionano il tuo pensiero, smontando le tue ragioni e i tuoi perché, chiedendo spiegazioni quando non c'è ne sono e se non stai attento, distruggono le tue convinzioni rimandandoti nell'oblio e nella confusione. E allora, piccolo scribacchino, tornerai mesto al tuo perché, alle tue faccende quotidiane e abbandonerai quel mondo irreale in cui ti piace trovare rifugio e sicurezza, il mondo della fantasia. La paura del confronto è più forte della libertà di pensiero, il terrore di essere giudicato ti opprime e rinchiude la tua mente non lasciandole uno sfogo naturale. Forse è giusto così, è normale essere normali nella normalità, o forse no?

  • martedì alle ore 2:53
    Il sogno di Paolino

    Come comincia: ― Buongiorno, bei ragazzi! Adamo ed Adamo?
    ― Naa, Mister Serpente. Siamo Paolino e Riccardo!
    ― Benissimo! Ma dimmi, perché siete gay?
    ― Bella domanda, ma prima dimmi tu perché sei biscia...
    ― Boh, non lo so, ma che colpa ne ho se la natura mi ha fatto così?
    ― Saggia risposta, anche se a mo' di domanda...hehehe! Ciao, creatura strisciante!
    ― Ciao? Ma aspetta un po', caro mio, e la tua risposta alla mia domanda?
    ― No c'è bisogno, visto che te la hai già data tu da solo!
    ― Ma grazie, Paolino, sei troppo carino! Da come ti fai vedere in giro con questo biondino stupidino che non apre la bocca nemmeno a pagarlo, capisco che sei un fanciullo.
    ― Prego, rettile velenoso, un gran Vaffanculo a te ed alla tua cretina domanda!

    Nota: Riccardo non ha detto nulla, ma ha riso a più non posso. Capisce l'italiano, ma non lo parla affatto. E' buono e "bono" in quasi tutto che fa, ma quando si tratta di lingue straniere, è proprio un disastro...hehehe!
     

  • 12 dicembre alle ore 18:55
    Seduta Numero Quattro: Scelta

    Come comincia: Alle volte bisogna scegliere, Mr Pech.
    Non si può restare per troppo tempo in bilico senza cercare di capire o allearsi con una delle due parti che separa il nostro corpo.
    Ben sappiamo quanto la mente ed il cuore possono essere alleati e nemici struggenti sia in bene che in male.
    Ma l'attimo della scelta è essa stessa difficile da comprendere o da accettare e quindi viviamo in balia di stati d'indecisione così stupidamente pesanti.

    Questo accade perchè le verità spaventano così profondamente che, trovandoci ai ferri corti, una scelta può fare la differenza; ma come? e, sopratutto, quale?
    Se fossimo stati indovini sarebbe stato tutto più facile ma, per l'appunto, non lo siamo e se speriamo che qualcuno ci indichi la via nei casi più bonari o che qualcuno la prendesse al nostro posto a discapito della verità stessa presente o negata, è meglio che ci uccidiamo.
    Siamo nati come esseri pensanti e non dovremmo pretendere o lasciare che altri decidano per noi; sbagliata o giusta che sia, una decisione va presa e quindi, come ogni causa ha una sua conseguenza, prenderci quello che ne viene senza la presunzione di poter dire "se non avessi fatto nulla era meglio".
    Dobbiamo comunque essere preparati all'ignoto, qualsiasi radice abbia.
    Giusto, Mr Pech? 

  • 11 dicembre alle ore 12:08
    L'età delle favole.

    Come comincia: L’età delle favole.

    Nata il giorno di S. Bruno, il 6 di ottobre a lei, terzogenita di  dieci anni più piccola della prima sorella, misero nome Bruna Valeria. Come per magia mamma Michela si ritrovò giovanissima, per correre dietro a quella piccina che aveva appunto bisogno di una giovanissima mamma. E fu un incanto: crescerla, vederla vivere, balbettare, ciangottare, sorridere, conquistare lo spazio intorno a se, non dormire, piangere (raramente). Un regalo della natura quella ultimogenita venuta dal nulla, o, per dir meglio, nata da ore d’amore. Bruna le regalò giorni di sole e scoperte e lei le insegnò il gioco e il canto come agli altri due amatissimi figli. Passeggiò con lei, cantò con lei, giocò con lei, divenne piccina con lei, divenne anche fantasiosa e credula. Tornò in casa Babbo Natale, rientrò dai tetti la Befana. Papà scrisse e lesse con la sua bambina letterine a entrambi. Papà scrisse e lesse con lei le loro impossibili risposte. Poi Bruna crebbe un po' di più e assieme a lei cominciò a crescere la capacità di distinguere il vero dal falso, il certo dall’incerto e, purtroppo, ineluttabilmente, il sogno dalla realtà la favola dalla vita quotidiana. Ma Bruna, che intanto scriveva poesie, disegnava, amava la musica, cantava e andava a cavallo, pur se puntigliosamente metteva alla prova ogni loro capacità di nascondimento dei doni acquistati e preparati per il 24 dicembre per “Babbo Natale” e il 5 gennaio per l’Epifania, in fondo in fondo anche razionalmente non credendo era ostinatamente desiderosa di credere. Cercava per tutta la casa i giocattoli nascosti, ma in realtà non desiderava trovarli. Inseguiva i genitori senza perderli di vista un momento per tema che le sfuggissero e comprassero i dolci per la calza della Befana, ma voleva sentirsi dire che la cara vecchina esisteva davvero. E gioiva nel trovare quei doni, lasciava bigliettini con strane richieste ed elenchi di domande sempre più complesse alla povera Befana, pretendendo foto segnaletiche e impronte di mani. A Babbo Natale chiedeva ciocche di capelli bianchi, giocattoli sempre più misteriosi di cui gelosamente nascondeva agli adulti la tipologia, pretendendo che il povero “Babbo” le leggesse nel pensiero o che l’ascoltasse la Befana mentre, chiusa in una stanza, li elencava a bassa voce o scriveva lettere che si affrettava a imbucare ella stessa dopo aver chiesto l’indirizzo ai genitori: “Via degli Abeti Bianchi”... e il numero civico nessuno lo ricordava più. Ogni anno il lavoro di mamma e papà, esecutori degli gnomi e dei folletti, diveniva più complesso e faticoso; trovavano tuttavia il modo di capire a quale giocattolo fosse indirizzato il desidero della bimba e lo compravano compiendo salti mortali e missioni alla 007. Tutto perché quella piccola che ingenua non era, in realtà chiedeva con i suoi occhi dolci e un po' melanconici, che la si imbrogliasse per bene, per permetterle di credere ancora.
    Quando compì dieci anni tuttavia si profilò all’orizzonte “l’ultima Epifania”. Mai come era accaduto in passato i genitori si videro inseguiti, controllati nelle tasche e nei pacchetti con cui tornavano a casa quelle rare volte che era loro concesso di restare soli. Bruna insomma sembrò intestardirsi a non volere essere più presa in giro. Esasperò il padre, perseguitò la mamma con le domande, chiese insomma pretendendo la verità, tutto ciò che si potesse sapere sulla Befana:-” Dove vive? E’ brutta? E’ vecchia? E’ sposata? Chi è? Dove compra i regali? Chi le da i soldi? Esiste davvero?”- La mamma, più positivista, trovava anomalo mentirle ancora, e allora provava a farla ragionare:-” Pensa un po', Bruna, questo Babbo Natale che vede tanti bimbi affamati e non fa nulla... Pensa un po' anche alla Befana, possibile che si interessi dei tuoi regali, sapendo che hai mamma e papà che ti amano, e non doni nulla a tanti bimbi senza casa, che vivono magari una vita di stenti in mezzo alle guerre?”- Lei non la lasciava neanche terminare:- ”Non esistono! Non esistono, è proprio davvero impossibile!” Per poi aggiungere subito:-” Mamma! Dimmi una bugia: esistono?”- Al che la mamma le diceva la bugia:- ”ma si, esistono...”- E lei ricominciava:- ” A scuola gli amici mi prendono in giro! Dicono che sono scema! Mamma, dimmi la verità, esistono?”_- No, non esistono!”- Diceva la mamma. E lei si allontanava intristita:- ”Non esistono!”. Sussurrava tra se, per poi ricominciare a credere sperando di sentirsi dire il contrario. Un bel problema insomma. Quell’anno comunque non fu possibile nasconderle l’acquisto dei dolciumi per la calza: li scoprì nelle buste, benchè fossero stati ben nascosti, come fosse una detective. Li vide e pianse:- ”Non esiste la Befana...Perché non me lo avete detto prima?”- I genitori persero lo smalto e la pazienza:-” Basta! Non ce la facciamo più! Vuoi credere che non esista? Va bene: non esiste!”- Erano a corto di argomenti, stressati, pressati, inseguiti e anche indecisi sulla positività di quella favola che doveva pur un giorno trovare un termine. la bimba, malinconica, quel 5 di gennaio si coricò digiuna, ma prima sospirò tra se:-” Allora i vestitini di Barbie non arriveranno affatto!”. E la mamma  comprese quale fosse il desiderio nascosto fino a quel momento dalla bambina. Così decise velocemente di correre a comprarli, permettendo alla figlioletta quell’ultima santa Befana. Uscì come una ladra malgrado l’ora tarda e fortunatamente li trovò. Ritornò su nascondendoli sotto il cappotto agli occhi di Bruna che già era saltata dal letto al rumore dell’uscio che si apriva. Li celò poi fuori la finestra del bagno...per prenderli più tardi. Stava quasi per tirare un sospiro di sollievo la povera mamma, ma all’improvviso la bambina, poco prima di crollare addormentata esclamò:- ”Oltre ai vestitini c’è un’altra prova che ho chiesto alla Befana e crederò in lei soltanto se domattina la troverò nella calza!”- A questo punto mamma e papà si guardarono in volto senza più parole: cosa avrebbe mai potuto essere quella ultima cosa? Un altro giocattolo? Una foto? Una lettera? Il problema era irrisolvibile e senza dirselo, entrambi giunsero alla conclusione che per la loro piccina fosse proprio giunto il momento di farla finita con le favole. Bruna era davvero oramai una signorinella e doveva abbandonare per sempre il mondo magico e favoloso dell’infanzia per affrontare la realtà in tutte le sue sfaccettature. Verso le due del mattino mamma Michela silenziosamente aggiunse comunque alla calza coi dolciumi, che Bruna stessa aveva preparato con occhi tristi, i vestitini di Barbie e andò a dormire. L’indomani, come a ogni Epifania vennero però destati dalle grida di gioia della bambina:-” Mamma! Papà! E’ venuta davvero questa notte la Befana! Mi ha portato anche la prova che le avevo chiesto!”- Avevano sonno i genitori di Bruna, mentre il fratello e la sorella più grande dormivano il sonno degli adulti che non attendono più calze magiche. Tuttavia Michela si alzò, trascinando un po' le pantofole rosse, per vedere con i propri occhi cosa avesse trovato la piccina sotto l’albero, quale fosse insomma la famosa “prova” richiesta questa volta alla Befana. Trovò la figlioletta come frastornata, intenta a stringere tra le manine affusolate e lunghe un qualcosa che a una prima occhiata le parve fieno. Poi osservò meglio e si rese conto che si trattava di rami secchi. Ma no! era saggina. Un pugno di saggina, di quella usata un tempo nelle campagne per fabbricare le scope. E intanto Bruna le diceva:-” Guarda, mamma! Le avevo chiesto di lasciare per me un po' della scopa che usa per volare!”- Si avvicinò la mamma per toccare quel materiale dall’aspetto usato e vecchio e constatò che sembrava proprio tirato via dalla scopa della Befana. Chi mai avrebbe
    potuto indovinare ed esaudire quell’ennesimo buffo desiderio di ragazzina fantasiosa? Tornò allora nel letto matrimoniale la mamma, per interrogare con frasi brevi il papà che sembrava disinteressato ai loro dialoghi e ancora addormentato. Lo scosse un po', ripetendogli nelle orecchie le domande, ma lui appena accennò a un movimento in quella meritata giornata festiva. -”Sei stato tu?, Dimmi, sei stato tu a trovare la saggina della scopa e metterla sotto l’albero? Quando? Come?” - ”Che cosa ho messo sotto l’albero?”- Chiese alla fine lui ancora intontito dal sonno interrotto.- ”Dai! Svegliati! Hai messo tu il pezzo di scopa...?”- “Quale scopa?”- “Insomma! Non tentare di imbrogliare anche me! Come hai fatto a capire quale prova aveva chiesto Bruna alla Befana?”- Il papà dopo uno sbadiglio che gli riempì la faccia, finalmente parve svegliarsi. Fissò i suoi occhi piuttosto annebbiati in quelli intensi della moglie e sorrise: come sembrava giovane sua moglie a quasi 45 anni, mamma di una terzogenita tanto impertinente! Sorrise dunque, poi tornò ad abbracciare il cuscino girandole le spalle e brontolò:-” Non so nulla di scope, di fascine, di saggine e di richieste! Nulla! Lasciami dormire, per favore... naturalmente l’avrà lasciata cadere davvero la Befana quel suo benedetto pezzo di scopa vecchia!”- E detto questo si riaddormentò.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
     
     
     
     
     

  • 10 dicembre alle ore 22:44
    FIRM REALITY 2° parte

    Come comincia: V
    -Complimenti per le tue puttanate, Josh! A momenti quel tizio finiva di sotto- m’alterai con Andrews in sede di riunione – Suvvia, rilassati, Nelson! Siamo stati tempestivi, no? Sta’ pure tranquillo. Nessuno ha intenzione di ficcartelo nel tuo tenero culetto- - La invito a moderare il suo linguaggio, signor Andrews – lo bacchettò duramente la presidentessa Lane del gruppo cui REAL TIME TV, la nostra emittente, faceva parte. Per poi elogiarlo – E’ stata una follia, d’accordo – ammise, alzandosi in piedi per sciorinare ciò che trasparisse dal suo balcone fiorito – Ma è pur vero che nessuna rete ha mai toccato un simile record di ascolti. Il rischio fa parte del nostro mestiere a volte. Lo tenga presente, signor Sheridan- -C’è una bella differenza fra il nascondere docs e mettere a repentaglio la vita di un uomo- -Per l’ultima volta Nelson! Pointer non ha mai corso alcun pericolo. La situazione è sempre stata sotto controllo!- s’irritò Josh. - Sotto controllo un cazzo! Quel tizio ha subito un trauma, per non parlare del televoto, che gli ha fatto perdere anche il lavoro!- - Ora basta, Sheridan! Pensa a portarmi dei risultati migliori sulla faccenda della Hammel- irruppe Danny Ross – Non ci perdiamo in chiacchiere inutili! Malcom Pointer sta bene: questo è un dato di fatto. È stato licenziato per volontà del pubblico, STOP. Noi facciamo il nostro lavoro- - Vorrei non averlo mai inventato questo dannato programma!- feci rassegnato – Purtroppo lo hai fatto. E sei coinvolto fino al collo. Sbrigati a chiudere il caso di quella vecchia baldracca. C’è una protagonista nuova in arrivo. Si chiama Laura Dixon: è l’assistente, niente poco di meno, che di Jonas McCormick, il noto tatuatore- Restai ammutolito, senza più alcuna carta da giocarmi. Ero incastrato ormai spalle al muro. Da tutto e da tutti.
    VI
    Ci davamo dentro di brutto quella notte. Laura s’era convinta a venire da me finalmente. Al sicuro da potenziali occhi indiscreti. Pian pianino però, la mia verve andava a scemare. Lei se ne avvide al terzo giro. Ci restò particolarmente male – Si può sapere cos’hai? E’ tutta la sera che ti vedo strano – Il mio sguardo si smarrì nel vuoto, in balìa di arrovellanti rompicapi senza soluzione. – Lui non ci darà pace. Siamo solo agli inizi- - Ma… dico… tu pensi a Jonas mentre… mentre siamo assieme? Devi esserti proprio bevuto il cervello- - Non è una faccenda semplice, credimi- - Ah no? E allora con chi ho scopato fino a poco fa?- - Vuole che tu sia la mia prossima vittima, ok?- mi stufai e vuotai il sacco. –Parli di FIRM REALITY? – sospirò lei, il suo atteggiamento mutando da seccato a scioccato – Come funziona, fammi capire? Vi siete accordati voi due e quante altre teste di cazzo… per fottere me, è così?- - Fa tutto parte di un piano perverso di quel McCormick! – risposi.  Laura mi percosse violentemente con un cuscino, sputandomi addosso, mentre si alzava dal letto come una furia, per rivestirsi. Da parte mia, non feci nulla per impedirle di andarsene. Forse non meritavo nemmeno di essere trattato in quella maniera. In fin dei conti ero stato sincero con lei. Solo con lei tuttavia. Non con altri poveri diavoli in lista di immolazione da parte di noi luride sanguisughe. Respirava con affanno, mentre finiva di sistemarsi la coda di cavallo, sua inseparabile compagna di vita. Mi sfiorò con uno sguardo pregno di astio un’ultima volta, investendomi con tutta un’onda di acuto disprezzo, che traspariva da occhi arrossati. Forse sarebbe scoppiata in lacrime. Ma il suo orgoglio non voleva darmela vinta. Forse avrebbe pianto. Sicuro. Ma ciò non sarebbe dovuto accadere in mia presenza. Sbattè la porta dietro di sé. Così forte che un paio di quadretti in salotto si staccarono dai rispettivi chiodi, finendo i vetri delle cornici in frantumi ad impatto col pavimento.
    VII
    Mrs. Hammel era un’amante del buon caffè. Il distributore in ufficio era in grado di prepararle un espresso alla maniera italiana. Come lo preparava sua madre quando era in vita. Le macchinette, però, avevano cominciato a comportarsi in maniera strana da un po’ di tempo. La sua chiavetta, su cui caricare i soldi, era sparita misteriosamente dal cassetto dove soleva custodirla. Nessuno l’aveva vista da nessuna parte. Così si era dovuta arrangiare con le monete. In un primo periodo riceveva puntualmente il resto dal distributore. Poi era comparsa la scritta flottante RESTO NON DISPONIBILE, che non aveva più smesso di tormentarla da allora. Era stato facile inserire una telecamera nel distributore, come in quei programmi tv di prima generazione: i capostipite di un genere che non avrebbe necessitato oramai di presentazioni nei format. Lo share era su di un andamento piatto. Forse la gente s’era stufata di spiare quella rincoglionita a rodersi il fegato: a causa di tanti piccoli scherzi cumulati, che divenivano ormai quasi banali. La sua aria poco sveglia era intonata alla perfezione a tutte le provocazioni che le infliggevamo. Spesso indossava gli occhiali che portava pendenti al collo, sempre ancorati ad un laccetto. Le rendevano le sclere enormi. Erano quei momenti in cui cercava di, per così dire, vederci chiaro in faccende singolari. Era divenuta una specie di cult ormai. I ragazzini di scuola che incontravo in giro non facevano che mimarla. Anche YOUTUBE pullulava di imitazioni in merito. Forse la dabbenaggine di Jeannine non le consentiva di accorgersi neanche di ciò.
    Era una moda comunque stanca. Aveva dato i suoi buoni frutti per una ventina di giorni. Lo scherzo a Pointer organizzato da Andrews invece… Quello si che apparteneva ormai a leggenda!
    -Quando è comoda, Signora Hammel, desidererei chiarimenti – entrò in scena, come nostra complice, la dottoressa Dinah Baxter. Jeannine era stata sotto il torchio per quasi quattro ore di seguito, senza mai abbandonare la sua postazione. Le parve iniqua sfiga essere pizzicata a tirare leggeri pugni al distributore ladro. In un raro momento di pausa per giunta. – Si certo, sono a Sua disposizione – Si sedettero alla scrivania della direttrice. Lei dietro, la Hammel davanti, sulla sedia di chi veniva ricevuto. – Il suo report sulle vendite è tutto sballato. Rischiamo di andare a rimetterci questo mese – attaccò subito briga la Baxter, gettandole contro la relazione, col più irritante atteggiamento di questo mondo. La sua irriverenza aveva dell’aberrante. Avrebbe quasi potuto esserle figlia, a dispetto dei quarantadue anni portati piuttosto male. Si poteva capire benissimo che facesse uso di tonnellate di crema antirughe e di quasi inutili tinture per capelli. La Hammel indossò i suoi proverbiali occhiali. Era divenuta una monotona consuetudine. – Io… io non capisco. Sembrava che i conti tornassero quando l’ho elaborato- fu la risposta dell’impiegata. - A quanto pare invece è un disastro! Non siamo più ai tempi del pallottoliere, Jeannine! Cerchi di svegliarsi! Ha tutto un software nuovo di zecca che aspetta solo di essere usato- - È vero, ha ragione, dottoressa! Ma mi permetta di dirle una cosa. Lei organizzò il corso durante il mio periodo di convalescenza. Ed io non ho avuto il tempo di assimilare tutte le funzioni - - Be’, allora lo farà immediatamente! Rivoglio la relazione corretta entro stasera!- - Stasera!- replicò la Hammel, sull’orlo di una crisi di nervi – Ma, dottoressa Baxter… Lei sa benissimo che quei documenti richiedono minimo un paio di giorni… Per non parlare della sezione del manuale abbinato al software che non ho ancora letto- - Non stia qui a frignare e si dia da fare allora! Ha poco tempo! Buona fortuna- L’anziana impiegata si tirò su a fatica, portando in viso stampato ciò che qualcuno avrebbe definito come il reale aspetto dell’afflizione. Tornò a passo lento nel suo ufficio. Depositate le scartoffie da correggere sulla scrivania, iniziò a passeggiare freneticamente avanti e indietro nella stanza, sfregandosi i folti capelli con la mano destra. Il suo personale timer librante, quello che la seguiva ovunque per ricordarle che il tempo scorreva, iniziò a darle sui nervi. Lo odiava. Di più ed ogni giorno di più. Quando, infine, decise di sedersi in postazione, lanciò uno sguardo al monitor olografico, con aria di netto diniego. Poi accadde. Portò lentamente la mano al petto, dal lato sinistro, come se stesse avendo un grave mancamento. Respirava a fatica. Il mondo sembrava ballarle attorno, forse rigurgitante di sagome impegnate a canzonarla. – Signor Sheridan, venga subito!- mi informò l’operatore numero sette, che gestiva la rete di telecamere al terzo piano. – Oh, merda! Chiamate un’ambulanza, presto! Non c’è un minuto da perdere! Mandate intanto qualcuno del nostro pronto intervento! Che cazzo stanno a fare?- impartii ordini, resomi conto alla svelta della drammatica scena in atto. – Non lo so, Nelson! Penso in pausa- - Be’, rintracciateli! SUBITO! Io sto arrivando- tuonai preoccupatissimo, battendo il palmo della sinistra sul monitor tridimensionale nel quale appariva il tizio. Mandai tutto in stand-by con uno schiocco di dita, per poi infilare lesto la giacca e precipitarmi alla più vicina cabina di teletrasporto. Quello da utilizzare soltanto in caso di estrema necessità. Lo share intanto ricominciava a salire. Su, sempre più su, implacabile. Proporzionale all’aritmia del povero cuore di un’impiegata ridotta all’esasperazione.
    VIII
    -Signori- salutò tutti Danny Ross, al fianco della presidentessa Doris Lane. Io ero un po’ più lontano. Lo sguardo attratto soltanto dal lucido legno di ebano del tavolo, il quale recava diversi monitor incastonati in esso. Mi trastullavo con le dita. Segno palese di un certo stato di nervosismo. Chiunque mi conoscesse bene l’avrebbe intuito subito. – Allora, sembra che abbiamo battuto il nostro stesso record la volta scorsa. Più del doppio degli ascolti. Complimenti vivissimi, signor Sheridan. Ha organizzato le cose in grande stavolta- attaccò bottone il direttore, con un ipocrita tono adulatore. La Lane tossì leggermente, per reindirizzarlo sui giusti binari dell’argomento scottante – Ha proprio ragione, Doris. Ci stavo giusto arrivando. Sappiamo tutti quanto può essere imbarazzante per un’emittente come la nostra beccarsi un verbale dalle autorità. La cosa è aggravata da un referto medico. In cui si evidenzia un principio di infarto per un’impiegata deliberatamente maltrattata. Risultato: la Hammel richiederà un risarcimento ammontante ad una bella cifretta. Il suo avvocato ha già pronta una bottiglia di Ferrari da stappare. Jeannine non soltanto conserverà tutti i diritti al suo posto, me rientra in pieno nel famoso articolo 4 della legge 19. In base al quale il televoto non ha più validità all’occorrenza di grave sinistro. E lei, signor Sheridan, ha creato un caso servito su di un piatto d’argento a questa noiosa postilla. La quale sarebbe dovuta esistere senza un preciso scopo, Le ricordo–
    - Comprendo bene, signori cari- cercai di difendermi alzandomi in piedi. La parte interna della mia camicia avrebbe potuto ricordare una pentola a pressione, visto lo sgorgo di vapore che fuoriusciva da uno spiraglio dietro il nodo della cravatta. La seta finissima dell’ indumento veniva inzuppata per benino dal sudore secreto forse da quante ghiandole il mio busto contasse. – Vorrei comunque ricordar loro il comma 4 dell’articolo 9, che tratta di situazioni imprevedibili - - Si, ma se tu avessi letto il comma 5, sapresti benissimo che fanno eccezione tutti quei casi volutamente creati da situazioni di stress – si fece avanti Andrews, ostentando la sua più indisponente espressione da saputello bastardo. – Posso leggerti testualmente “Quando si incorra in…” – Lo so benissimo cosa c’è scritto, grazie!- persi le staffe – Ho partecipato personalmente alla stesura della legge. FIRM REALITY è una mia invenzione! Ci lavoravo prima ancora che tu smettessi di fare il buffone in bettole di quarto ordine… -
    - Ora si calmi, Nelson – prese parola la Lane – Questa non è un’aula di tribunale. Gli affari legali saranno discussi in separata sede. Fatto sta che la nostra emittente sarà costretta a scucire denaro. Molto denaro. Qualcuno ha chiesto che FIRM REALITY venga oscurato. A meno che…- - A meno che cosa?- feci impaziente – Vedi, Nelson – cercò di sedare la mia esagitazione Danny, facendomi cenno con ambo i palmi delle mani spalancati – Abbiamo un pubblico… come dire… incazzato nero… Gli spettatori son fatti così. È il nostro mestiere! Prima si associano al tuo modo di fare… Quando le cose, però, vanno male, diventi un loro nemico giurato - - A meno che cosa?- insistevo – FIRM REALITY non chiuderà. Ho indiscrezioni dai miei avvocati in merito al caso – seguitò a dire la Lane – Ma l’opinione pubblica vuole che salti una testa. La SUA, caro Sheridan!- - No, è impossibile! Si tollera un turpe scherzo ad un trasportatore in bilico fra vita e morte ed un banale incidente da ufficio… - - Banale una mazza, Nelson!- mi rinfacciò Josh – Io e la mia equipe siamo stati pronti al momento giusto. Abbiamo tenuto gli animi sulla corda fino all’ultimo istante, è vero. Eppure eravamo lì. E Malcom è sopravvissuto. La signora Hammel invece…-
    - C’è solo una cosa che non mi quadra… - lo interruppi, baluginandomi in testa un certo folle sospetto – Chi avrebbe deciso sulla mia sorte?-. Mi fu risposto ciò che speravo fosse soltanto frutto di una mia idea strampalata – Ma il TELEVOTO naturalmente – mi annunciò la Lane. Si alzarono tutti. Lo stenografo ufficializzò la cosa – Signor Nelson Sheridan, lei è vittima del suo stesso FIRM REALITY – Un fragoroso applauso si sollevò fino alle stelle da parte di tutti i presenti in sala. Cominciai a ridacchiare. Per poi scoppiare a mia volta in una sonora risata – È uno scherzo, vero? Ho capito tutto. Mi state prendendo un po’ per il culo, dai!- m’espressi, succube di una vena di pazzia momentanea. Smisi di ridere quando apparve in levitazione, sul lungo tavolo olografico, il monitor che riportava l’esito del televoto. Ero finito in rosso. Josh fece entrare, infine, Laura Dixon. – La riconosci, Sheridan?- mi provocava Ross – Il suo vero nome è Angela Stuart. Di professione attrice di teatro. All’occorrenza complice in qualche show televisivo - - Mi spiace, Nelson. Sei tanto carino, però… – fu la sua affermazione consolatoria, mentre mi mandava un bacetto, soffiandomelo dal palmo della mano destra. Anche lo stesso McCormick doveva essere stato un loro complice, pensai.
    – Lei ha infranto una serie di regole: 1) è diventato troppo pedante coi suoi colleghi 2) ha cominciato ad organizzare scherzi sempre più deludenti 3) quando ha cercato di rifarsi è accaduto il peggio 4) (e più grave) ha rivelato alla signorina Dixon (o meglio Stuart) di essere la successiva vittima del suo show. Come vede, lei è proprio fuori, Sheridan. Andrews si è dimostrato organizzatore molto più adatto – mise in chiaro, alla fine, la presidentessa Doris. – Le telecamere aspettano, Nelson. Puoi dichiarare quello che vuoi- fece Ross, per incutermi un ultimo incalzante senso di soggezione – Vedi, ve ne è una lì, un’altra lì, una terza laggiù… - iniziò ad indicare quelle in galleggiamento che avevano annichilito la propria funzione camaleontica, la quale le mimetizzava con oggettistica varia nell’ambiente intorno – Be’ che dire!- mi limitai a rispondere, abbandonandomi allo schienale della sedia sotto di me – Non posso fare altro che convenire con voi. Tutti contro di me a questo punto. Nessuno escluso. In fondo, signori cari. Ciò che ho creato mi è scoppiato in faccia. E forse è giusto che sia così. La legge 19 è cosa abietta. Ed io ho partecipato alla sua redazione. Abbiamo innaffiato di soldi qualche politico, abbiamo … - In quello stesso istante la diretta fu oscurata ed io accompagnato alla porta dall’usciere con un gran calcio nelle chiappe, mentre urlavo ancora – Io me lo merito tutto ciò! Nessuno ha il diritto di rovinare la vita altrui. Nemmeno questi gran rottinculo che oggi mi sbattono fuori..- Un efficace pugno sull’occhio sinistro placò i miei bollenti spiriti. Più feroce, forse, del morso appioppatomi dal caimano al braccio destro. Immaginai che anche lui si prendesse gioco di me da sotto la manica della giacca. Come un crudele ultimo castigo per un’assurda spregevole invenzione finita ormai sotto il controllo altrui.
    FINE
     

  • 10 dicembre alle ore 22:42
    FIRM REALITY 1° parte

    Come comincia: I
    Il pubblico nella saletta avulsa si sollazzava beatamente. Potevo udire in lontananza una gazzarra di puro divertimento. C’era un maxischermo olografico anche dall’altra parte, come nel punto in cui eravamo noi: un folto tavolo di colleghi in festa. D’accordo, lo ammetto, ero emozionatissimo. Cosa non da me. Ebbene, che volete? Quando inventi qualcosa e questo qualcosa riscuote uno scioccante, clamoroso successo, un po’ ti monti la testa. Ed eccomi lì, brillo a più di tre quarti, a fare baccano con tutti i miei collaboratori, brandendo la terza bottiglia di birra doppio malto rossa. Come piaceva a me. Come la più profonda passione. Come il sangue. Quello che ribolliva nelle vene alla donna in video sotto stress lavorativo.
    Ma andiamo per ordine. Il mio nome è Nelson Sheridan. Qualcuno mi conosceva personalmente, altri come un noto volto televisivo. Pochi sanno che sono anche un rampante cinico autore di testi, per i più ignobili format di questo mondo. O meglio lo ero. Il mio capolavoro fu proprio quello: FIRM REALITY. Con le immagini della prima puntata che scorrevano, a pieno audio, nell’ingente olografo davanti a noi. Tutti si divertivano, nessuno escluso, a discapito della signora Jeannine Hammel, ripresa in tempo reale a grandezza naturale. Il direttore di produzione era a capotavolo, di fronte al sottoscritto. Mi dava le spalle, per godersi, a sua volta, lo spettacolo. Si voltava ogni tanto per afferrare la propria birra che lasciava, a regolari intervalli, sul tavolo, quindi lanciarmi qualche ammiccata di compiacimento. Un flottante visore FULL HD, dai contorni invisibili, in alto sulla sinistra, riportava l’ora esatta, la data corrente, 16 marzo 2021, nonché uno share di ascolti in forte impennata, associato ai minuti in scorrimento. Era evidentemente il maggiore spasso per Danny Ross, il mio principale. L’unica a rimetterci le penne sarebbe stata lei, la povera ignara vecchia bacucca, cui era toccata la prima infame puntata di quello che si preannunciava uno show eclatante.
    -Questa sta fuori- s’espresse una tipa appartenente ad una combriccola attigua alla nostra. Lo avrebbe pensato chiunque non fosse stato al corrente dei fatti. Quelli veri, s’intende.
    -Porca puttana Eva!- aveva iniziato con inevitabili isterismi l’anziana impiegata all’interno dell’olografo. A giusta ragione direi. Sei nei guai quando aprì un raccoglitore, convinto che vi troverai documenti importanti, e quelli non sono più dove li hai lasciati. Lo stesso dicasi per i formati pdf, spariti in maniera inspiegabile dal terminale. Una punta di adrenalina inizia ad inebriarti, per poi mutare in un veleno chiamato panico, che si diffonde attraverso le arterie puntando dritto al cervello. È come se in quel momento impazzissi. Come se fossi già pronto per la neuro. E l’incalzante orologio a cristalli liquidi, in galleggiamento sulla tua testa, quello che ti segue ovunque per ricordarti l’ora, non ti rende la vita facile. Ti esorta, al contrario, a spicciarti. Cosa impossibile quando lo smarrimento di un fondamentale dossier ti blocca per ore ed ore. Nel disperato tentativo di reperirne almeno uno scampolo.
    -Che polli! Nessuno immagina che quei suoi fogliacci glieli ho presi io. Ed ho cancellato ogni copia su file. Il tutto poco prima dei giochi- mi sussurrò deliziato Joshua Andrews, il mio braccio destro: colui che era stato per me una cattiva coscienza nell’ideare un così tanto bieco reality sul mobbing aziendale. Bieco come una certa essenza che traspariva dal suo sguardo inquietante ed ipnotico, proprio di un viscido cobra. Era ciò che apprezzavo di più in uno stretto collaboratore, paradossalmente parlando. Magari avevo fatto male i miei conti. E me n’avvidi ben presto. Già verso fine serata. La prima puntata era andata magnificamente. Per noi del format almeno. Non certo per la signora Hammel, che s’era beccata una fantastica nota di demerito a conclusione della propria inconsapevole performance filmata. - Eccellente lavoro, ragazzi!- ci elogiò il signor Ross – Mi è appena arrivato un messaggio su VOCAL TYPE. È la dottoressa Baxter, direttrice della Hammel-
    - Quale onore!- scatenò subito una pungente ironia Joshua, con la sua lingua biforcuta.
    -Allora siamo stati bravi?!- chiesi a mia volta con noncuranza, già quasi certo della risposta, mentre afferravo una sigaretta elettronica slim fra le labbra.
    -Bravi è riduttivo!- fece Danny, mollandomi una pacchetta sulla spalla destra – Sensazionali è la parola giusta! Un altro paio di provvedimenti disciplinari e… zacchete… Si toglieranno una volta per tutte dalle palle quella vecchiaccia nevrotica. Non è classe questa? A testimoniare la sua inefficienza avremo milioni di spettatori. Dio benedica il progresso! E l’abolizione della privacy!- continuò, per poi tracannarsi il resto della bottiglia di birra che stringeva nella mano sinistra.
    - Ciò mi rallegra non poco - seguitai a dire, dopo un paio di tiri. Al termine di un terzo aggiunsi – Mi aspetto un cospicuo trasferimento di crediti entro domani sera. Non dimentichi i nostri accordi-
    -Io non dimentico nulla! Sarai saldato fino all’ultimo cent, sta’ pure tranquillo! – ribattè Ross, leggermente seccato per l’affronto. Colse, però, l’occasione per rilanciare – Un piccolo appunto Sheridan – mi richiamò alle spalle mentre mi congedavo. Andrews s’era di già allontanato intanto, onde lasciare spazio alla nostra riservatezza. Iniziai a sospettare l’avesse fatto di bella posta, visto il seguito – Ho dato carta bianca a Joshua per la seconda candid camera-
    Mi arrestai di colpo, come se fossi stato martellato sulle parti basse. -No, un momento. Il format è mio. Ne sono io l’ideatore ed unico responsabile! Non sappiamo nemmeno a cosa andiamo incontro con questi “scherzi”-
    -Mi spiace Nelson. Ma… non pensiamoci ora. Siamo ad una festa, giusto? Goditi il tuo momento di gloria. Domattina realizzerai che gli affari sono affari! Suppongo tu non abbia letto la nota numero 5 della clausoletta. Quella a tergo del nostro contratto. Mi hai autorizzato tu stesso ad assegnare le candid. Bisogna immediatamente puntare alla quantità, ragazzo mio. Tu non hai idea di quanti imprenditori mi hanno già contattato per togliersi dai coglioni qualcuno di scomodo. Ci sono in ballo milioni di dollari. Milioni, capisci? E le mie tasche hanno sete. Il bello di tutto ciò è che tu ne raccoglierai solo briciole. Ed io il piatto forte. È tutto chiaro, stronzetto?-
    Strinsi la bocca, in segno di acuto risentimento, fissandolo con uno sguardo tagliente. La sua flemmatica risposta fu un rutto sulla mia rispettabile faccia.
    II
    -Non ti farà molto male- mi bisbigliò la calda voce di Laura, che mi fissava con occhi famelici. Io ero in posizione eretta, a busto scoperto, ostentandole i muscoli che avevo ottenuto da un duro allenamento di mesi in palestra. Lei ci respirava deliberatamente su. Mi disinfettava, intanto, la parte cutanea del braccio destro cui applicare lo stencil. Avvicinava al contempo lentissimamente il suo splendido delicato visetto al mio. Le feci cenno con le sopracciglia, per ricordarle che non fosse proprio il momento opportuno per smancerie. Non col suo boy-friend nonché  titolare dall’altra parte, intento ad indossare il camice per l’imminente caimano da tatuarmi sulla pelle. Con la mano sinistra, coperta da un sottile guanto, lei mi spalmava una piccola dose di Stancil Stuff nel punto in cui operare, mentre con l’altra aveva iniziato a sfiorarmi il petto.
    -Dai piantala, potrebbe tornare da un momento all’altro!- cercavo di sedarla – Lo sai che io poi non resisto-
    -Certo che lo so. Per questo è divertente. Tu non lo trovi eccitante?- replicò, con un sensualissimo sussurro, mentre tracciava idealmente dei cerchi sempre più larghi con la mano destra sul mio addome, portandola deliberatamente sempre più in basso, fino a lasciarmela guizzare, come un’anguilla, nei pantaloni. Sapevo di essere in suo potere. Non si sfuggiva a quei petting improvvisati in pochi furtivi attimi, né al delizioso piccolo neo sul suo splendido labbro superiore, tinto, assieme al morbido compagno di sotto, di un tenue colore roseo, reso brillante da un tocco di lucidalabbra.
    L’afferrai per la coda di cavallo castana, come il resto della capigliatura, nel tentativo di inibire il procedere del suo viso verso il mio. La forza con cui si opponeva alla presa, però, mi costrinse a mollarla per non farle male. I penetranti occhi da pantera affamata mi ordinavano di lasciarla libera seduta stante. Desiderava. Aveva una gran voglia, come me, del resto, del bacio appassionato che seguì, allietato dall’inesorabile manipolazione in corso alle mie parti basse. Le nostre lingue se la intendevano a meraviglia durante i loro galeotti incontri, divenuti, negli ultimi tempi, sempre più frequenti. Come descriverla… Gustosa. E’ questo il termine giusto. Possederla equivaleva a deliziare il tuo palato con un qualcosa di tanto buono da sollevarti, senza che tu te ne accorgessi, al Paradiso. Leggero. Ignaro della tua levitazione. Toccando il Cielo con un dito. Ci eravamo conosciuti un paio di settimane prima. Lei riceveva i clienti presso il laboratorio di Tatuaggi per le prenotazioni e la consueta informativa sui rischi dell’intervento; nonché per raccogliere il consenso dall’utente, reso edotto su tutti i pro e tutti i contro di un comunissimo tatuaggio. Le nostre mani si erano sfiorate. Poco dopo i nostri sguardi. Mentre mi passava la penna elettronica, per la consueta firma in originale del documento. Un inevitabile colpo di fulmine. Uno di quei fenomeni di natura contro cui si è impotenti. Mi aveva chiamato lei, con una scusa banale, quella stessa sera, sull’indirizzo VOCAL TYPE lasciatole. Le avevo risposto immediatamente. Sapete com’è, da cosa nasce cosa e, se uno non è completamente stupido, coglie la palla al balzo. E lei di palle ne aveva maneggiate due in auto, in un isolato luogo di mia conoscenza, carezzati da mani soavi di una notte complice.
    Le aprii la lampo dei jeans con la mano sinistra. Non mi sembrò giusto escludere la ragazza da un caduco attimo di piacere. Varcata la prima cedevole barriera, cercai col tatto delle dita l’orlo delle sue mutandine, oltre il quale sarebbe stato uno scherzo raggiungere un punto di estrema goduria siglato con la lettera G. Laura sbirciava ogni tanto la situazione alle mie spalle, sollevando leggermente la palpebra superiore sinistra. Avevo appena iniziato ad eccitarla, quando s’avvide dell’ombra del suo ragazzo. Piantò in asso la parte bassa di me che raccoglieva l’apice delle sensazioni, per poi respingermi fulminea. Fui, di rimando, obbligato a ritirare quella mia mano impicciona. La ragazza si richiuse svelta la lampo, che avevo dimenticato aperta.
    Mi voltai anche io, appurando la presenza del tizio. Lei mi richiamò all’ordine con un –Fermo, signor Sheridan! Deve restare in rilassamento mentre le applico lo stencil- L’espressione che un mio istantaneo sguardo aveva colto nel tatuatore, appena giunto, non mi piacque per niente. Secondo me aveva capito tutto. La sua aria non era certo da idiota. Circolavano miriadi di leggende sul suo conto, le quali gli avevano reso la notorietà di cui godeva. Jonas McCormick. Si vociferava fosse stato fra i primi a rilanciare l’arte dei tatuaggi, andata persa per qualche anno, oltre allo stile hippy, marcatamente manifestato dai suoi capelli ricci lunghi e da un pizzetto a capra drogata. Lo sguardo di quell’individuo suscitava  un non so che. Uno strano senso di soggezione. –Si metta pure disteso, Nelson – mi invitò, mantenendo una certa freddezza, a pormi supino sulla branda sterile. Attivò, con aria impassibile, la LINER, previe immediate regolazioni. Poi cominciò ad operare su di me. Senza indossare neppure i guanti sterili. I quali rimasero penzoloni fra le mani di una Laura impietrita. Intuivo che quell’individuo doveva incuterle una sensazione di brivido. Che lei esorcizzava col tradimento. Poi realizzai sulla mia pelle (nel vero senso della parola) il contenuto della sua espressione, che esplicitava segni di inquietudine. Il maestro McCormick iniziò a tracciare i lineamenti del caimano. Facendomi vivere l’animale nell’impeto del suo efferato morso. Cominciò a smanettare violentemente col grip ed il suo puntale da cui andava e veniva implacabile un ago. Jonas passava e ripassava sugli stessi punti. In cui la carne veniva maciullata in lancinanti ferite. La sua bocca si distorceva in un graduale sberleffo di cinica soddisfazione, mentre mi lacerava la pelle ed io digrignavo i denti per il male cane. Strinsi le palpebre, per non incontrare più il contenuto sadico dei suoi occhiacci inquisitori. Un contenuto che preannunciava pensieri scabrosi in via di sviluppo. Il dolore che mi infliggeva il suo ago castigatore sarebbe stato, forse, ben poca cosa rispetto a ciò che aveva forse in serbo per me. O meglio per noi.
    III
    -Fred, qui ho un problemino- comunicò il camionista al suo capo, attraverso il microfono, che gli sporgeva davanti alla bocca dal casco a visore virtuale della strada. Fenomenali queste recenti strumentazioni. Il loro nome era INFORMATORI EAGLE HEADS. Una versione avanzata degli obsoleti satellitari. Senza collegamento GPS però. Un analizzatore interno a lunga gittata esaminava la situazione nel raggio di molti chilometri attorno a te. Segnalandoti di tutto. Perfino ostacoli imprevisti, come una mucca sul tuo percorso. A Malcom Pointer, il trasportatore, fu evidenziato un burrone a poca distanza più avanti. L’unico modo di oltrepassarlo si concentrava in un ponte abbastanza stretto. –Ti ascolto, amico – rispose qualcuno dal lato opposto – Non voglio te, Mike. Che fine ha fatto tuo fratello? - - Fred oggi non c’è. Di’ pure a me. Di che si tratta?- Il camionista sbuffò, già consapevole di una imminente polemica futile con un personaggio ai confini della realtà. Egli ignorava che ogni suo gesto fosse ripreso da telecamere mimetiche, montate, pochi giorni prima, nell’abitacolo dell’automezzo.  
    – Non posso procedere lungo il percorso pianificato. L’informatore mi avvisa che il ponte in arrivo è troppo stretto. In proporzione alla larghezza del mio veicolo, è ovvio-
    -E con ciò?- ribattè imperturbabile il tizio all’altro capo del collegamento – E con ciò, il cazzo!- fece Malcom, coprendo il microfono, ignaro di essere ad ogni modo ascoltato da quello annesso alla telecamera – Sono costretto a cambiare itinerario. Questo significa che non arriverò prima di domattina- mise in chiaro il camionista –Non mi interessa come farai. Ti voglio qui entro due ore. Quel carico di carni nella tua stupida cella vale il doppio di te. Se non il triplo. E va stoccato appena possibile. Verranno a ritirarlo domani stesso. Sai che non puoi tardare, no?- - Certo che lo so, ma se provo a varcare quel ponte potrei rimetterci il culo- - Cavoli tuoi. Io so soltanto che devi rientrare entro le 19 e non oltre. Quel macello da dove vieni è troppo lontano, l’avevo detto. Ma, a quanto pare, non vengo mai ascoltato- - Ehi, ehi un momento! E’ stato Fred ad impormi di andarci. Io me ne sbatto i coglioni dei vostri disaccordi!- - Ed io i miei su come risolverai la faccenda. Se non arrivi prima di sera, puoi fare fagotto!- A Malcom fu chiuso in faccia il contatto. Con tutta l’asprezza che subiva ogni giorno da quel troglodita. Liberatosi del proprio informatore, lo sbattè con veemenza sul sedile di fianco a sé, la sua bocca impossibilitata a trattenere un – Vaffanculo, pezzo di merda!- che venne fuori spontaneo. Il ponte era, intanto, davanti a lui. Forse, a ripensarci bene, poteva essere largo appena appena da passarci a stento. Il primo tratto fu estremamente ingannevole. La larghezza iniziale gli giocò, infatti, un tiro mancino: andando a restringersi a mano a mano che procedeva. Fu a circa metà della struttura che il camion restò incastrato. Gli spettatori incollati ai monitor erano in palpitazione. Il signor Ross all’apice della gioia invece, visto uno share mai raggiunto nella storia dell’emittente televisiva. Ricevette, seduta stante, una telefonata da Joshua. Questi era nell’elicottero che riprendeva tutto da una suggestiva panoramica aerea. – Allora, Danny, cosa ne pensa? Non è gran classe questa? Sfido chiunque a cambiare canale!- - Non ti sembra di esagerare, Andrews?- intervenni io come terzo speaker– Quel tizio è in bilico fra la vita e la morte. Se il ponte cede, ci rimettiamo le chiappe tutti. Lui per primo- -Bah, non fare il guastafeste, Nelson! Abbiamo i soccorsi già pronti ad intervenire. Goditi lo spettacolo, Santo Iddio!- fu il brusco richiamo di Ross – Stai diventando una palla da un po’ di tempo!- - Non preoccuparti, amico mio – si fece sentire anche Josh nuovamente – Sei sempre tu il boss. Io ti sto solo aiutando a fare bella figura. In gamba, fratello! Ora passo e chiudo. Col mio pilota vogliamo vedere più da vicino. A dopo-
    -Figli di puttana!- brontolai, piuttosto allarmato, davanti all’olografo in ufficio. La disposizione di telecamere aeree volanti poteva farti provare in streaming lo stesso senso di vuoto avvertito nel mondo reale dal camionista. Guardando giù, chiaramente, dal finestrino del proprio automezzo. Frattanto le pareti laterali dello stesso strusciavano contro i parapetti del ponte, dalla parte interna. Sul volto di Malcom s’era ormai fatto largo il panico più totale. Che raggiunse il culmine quando la porta del camion lato guida si spalancò. Il trasportatore restò immobile, tirando lunghi respiri per cercare di calmarsi. Con mano tremula e nervi saldi, riuscì a richiuderla, sporgendosi quanto bastava a non finire di sotto. -Cosa aspettate, coglioni? Andate a prenderlo!- urlavo a squarciagola in microfono ad Andrews. Parole al vento, visto il segnale assente. L’unica cosa che venne in mente a Pointer fu di azionare i propulsori sotto l’astro-camion, onde cercare di sollevarlo da terra. Ma il cuscino d’aria di sostegno tollerava uno spessore massimo di circa un metro. Oltre il quale ci sarebbero stati sicuri problemi di sbilanciamento. Che si manifestarono puntualmente, visto il forzato sollevamento di 150 centimetri. Il mezzo sbandava a destra e a sinistra, procedendo lentamente. La gente restava col fiato sospeso. Le auto che seguivano l’articolato sul ponte inserirono la retromarcia, dato il pericolo insito nella manovra. Si era in presenza di un solo uomo a combattere contro un potenziale disequilibrio. Quando il mezzo pesante fu quasi all’altro capo del ponte, Pointer tirò un sospiro di sollievo. Madama Fortuna aveva in serbo, però,  un finalino a sorpresa. Concretizzatosi in un ultimo sbilanciamento dal lato guida. Accompagnato da una seconda apertura del portellone, che si sganciò, finendo di sotto. Lo stesso Malcom scivolò dal sedile. Lo salvò la sua mano destra, che s’afferrò prontamente al bordo dell’abitacolo. Io ingoiavo bile. Anche Danny forse iniziava a temere il peggio. Restava in strano silenzio. Lo share era ormai fuori scala. Avevo avvertito grida di panico provenienti dalla sala accanto al mio ufficio. Un elicottero s’avvicinò in tempo. Dallo stesso venne lanciata una scaletta, che l’uomo potè afferrare nel momento stesso in cui il camion stava per ribaltarsi. Pointer venne depositato al sicuro oltre il ciglio del precipizio. Andrews gli faceva segno dall’alto di mollare la presa. Tuttavia i muscoli del tizio sembravano essersi atrofizzati dallo spavento, mentre ammirava il suo compagno di tante avventure finire in fondo al burrone.
    Dal canto mio ero ancora in stato di fremito. Che veniva edulcorato da una nascente rassicurante constatazione: le mie preziosissime chiappe erano ancora una volta al sicuro. Non quelle del camionista però. La sua sorte lavorativa sarebbe dipesa dal televoto. Una divertente variante suggerita dallo stesso Josh, che aveva trovato pieno consenso da parte di Danny Ross.
     
    IV
    -Salve Sheridan- mi salutò acremente una voce su VOCAL TYPE. Non la riconobbi subito. Quel qualcuno dall’altra parte aveva bloccato la modalità video.  Ma al sovvenirmi del nome del suo proprietario, un brivido freddo mi percorse la schiena. In fondo immaginavo già che avrei avuto noie con lui. Ed il mio incubo mutava in truce realtà. – Con chi parlo?- finsi di non riconoscerlo – E piantala con questa farsa! Hai capito benissimo chi sono! Come va la ferita al braccio destro? Dovrebbe star meglio. Sono passati tre giorni, cazzo! Mi spiace averti fatto un po’ male…- mentì spudoratamente McCormick –Taglia corto, che vuoi?- cercai di venire al dunque. Non ero mai stato un amante di convenevoli piuttosto ipocriti. – Ehi, ehi, non ti scaldare tanto, amico mio! Volevo solo informarti che lavoreremo a stretto contatto a brevissimo- - Come sarebbe a dire?- - Ecco… Mi piace molto il programma che hai ideato. Anzi sai che ti dico? Lo trovo una gran figata. Mi piace così tanto che ho pensato di contattare direttamente un certo Danny Ross. Ti è familiare questo nome, no?- - CERTO che mi è familiare!- replicai a denti stretti –Vieni al sodo!- - Be’, se proprio insisti… Si tratta della mia più diretta collaboratrice, Laura Dixon. Ho notato che siete entrati in reciproca simpatia. Così mi sono chiesto “Chi meglio del vecchio Nelson potrà organizzare il suo FIRM REALITY?”- - In altre parole vuoi che sia lei la mia prossima vittima, ho bene inteso?- - Ma bravo! Non ti facevo così perspicace!- m’istigò con irritante vocina stridula di tediosa provocazione – Mi sono raccomandato personalmente col Signor Ross. Voglio una candid che dovrà indurre il pubblico a stare dalla mia parte. Voglio poter sbattere fuori quella troietta immediatamente. Di qui all’eternità. Senza avere guai con la legge- - Stammi bene a sentire, brutto stronzo…- tentai di affrontarlo. Il software del mio olo-phone mi segnalava chiusura della connessione vocale. 

    FINE 1° PARTE

  • 10 dicembre alle ore 21:36
    Viaggio della rinuncia

    Come comincia:        
    Ho quasi paura, fa lui sottovoce proseguendo a guidare. L'altro finge di non averlo sentito. La donna, al fianco del posto di guida, dice che secondo lei devono in ogni caso spingersi in avanti. Fuori dall'abitacolo la notte appare impenetrabile, i fari della macchina rischiarano di fronte a loro una porzione ridicola di asfalto. Perché accade tutto in questo momento, riprende a chiedersi la donna a voce alta; perché mai proprio in questo momento. Nessuno risponde, tanto appare retorica quella domanda.
    Alla fine di questo viaggio sicuramente molte cose saranno diverse, dice l'altro. Lui prosegue a guidare, ma dopo pochi minuti dice che forse sarebbe meglio se si fermassero, almeno per qualche minuto. L'altro non perde neppure tempo a chiedere il motivo della sosta, si limita a sbuffare e lascia che poco dopo la loro auto si immetta nella piazzola di un distributore di benzina ormai chiuso. Accanto all’area, sottolineato da un’insegna luminosa, c'è un piccolo autogrill ancora in funzione; la donna fa cenno che potrebbero andare lì e prendersi almeno qualcosa da bere.
    Scendono in silenzio, entrano ordinatamente nel piccolo locale e si siedono ad un tavolo. Bene, dice l'altro con ironia, non ci resta che fare una bella chiacchierata come dei buoni amici. Lui non risponde, si limita a guardare da qualche parte con l'aria di chi vorrebbe essere altrove. La donna ordina al cameriere del caffè per tutti, poi spiega che secondo lei non c’è motivo per farsi prendere dai nervi. L’uomo del bar porta quanto ordinato, osserva tutti con aria quasi di sospetto, ma serve le tazze ed il resto senza dire niente. Lui gli chiede quanta strada ci sia ancora prima di giungere in città, e l’uomo dice semplicemente: non molto, senza aggiungere altro.
    Quando tornano a salire sull’auto lo fanno un po’ svogliatamente, quasi provando sofferenza. L’altro dice senza mezzi termini che non ha più molta voglia di spingersi ancora in avanti, ma l’autista riprende a guidare quasi non avesse sentito niente. La donna si sistema sopra al sedile come meglio può, e dopo poco chiude gli occhi, proprio mentre una fila di lampioni a bordo strada mostra le facciate delle case di una piccola frazione.
    Proseguono ancora in silenzio per circa mezz’ora o poco meno, infine delle forti illuminazioni mostrano già da lontano che stanno per giungere nella città. La donna si scuote, tira fuori dalla borsa alcune cose insieme ad un piccolo foglio con su scritto l’indirizzo dove devono recarsi; l’altro, sui sedili posteriori, appoggia le braccia agli schienali davanti a sé, quasi per essere maggiormente partecipe di quella fase.
    Lui rallenta la guida, le strade cittadine si aprono agli inizi nell’interno di una periferia sostanzialmente anonima, ma poi alcuni viali sfociano invece in larghe piazze, alcune anche alberate. Alla fine la strada che cercano si staglia improvvisamente di fronte a loro, quasi in modo magico, così la macchina rallenta, si accosta, e poi va a fermarsi in un parcheggio libero.
    Sono arrivati, adesso devono soltanto scendere, suonare il campanello come pattuito, salire le scale e riunirsi con gli altri che probabilmente sono già tutti arrivati: ma un brivido di fatto sembra attraversarli. Il motore e i fari spenti mostrano un vuoto terribile, il silenzio che si forma sembra quasi parlare per loro. Che facciamo, chiede la donna. L’altro la guarda restando in silenzio. Lui alla fine dice soltanto: andiamocene via, riavviando il motore.
     

     

  • 10 dicembre alle ore 17:53
    Seduta Numero Tre: Accettazione

    Come comincia: L'uomo è un essere fondato sull'egoismo, Mr Pech.
    A modo nostro, lo siamo tutti e lei lo sa meglio di me per il mestiere che pratica (se mestiere si possa poi definire, senza offesa ovviamente).
    Non capisco, allora, per quale ragione ci ostiniamo di continuo a dare colpe lì dove l'egoismo prevale; che sia in un rapporto amichevole, che sia la famiglia, che sia occuparsi di un animale, di una donna.
    E come se, cresciuti con dei certi e improbabili "sani principi", le persone, poi, perdessero di vista proprio il senso dell'esistenza stessa.

    Ricordo l'egoismo dei bambini, quello dei giovani adolescenti e ho potuto ben sentire su pelle, le crude e reali parole egoistiche degli anziani.
    Non crede, Mr Pech, che a modo nostro siamo tutti egoisti?
    Allora perchè continuare ad incolparci di atti, fatti, resoconti e scontri?
    Ah, caro amico, se nella vita tutto ciò non esistesse, in molti non avrebbero mestieri e se il lavoro diventa precario, di cosa si ciberà la gente? Quali sogni rincorreranno? 
    Mr Pech, posso ben dirle, si! Di egoismo ne ho veduto parecchio e lì dove ho peccato anch'io, guarda caso, il dito puntato è stato posto sempre e solo contro di me.
    Non può esserci tranquillità in una vita che non è fatta che di egoismo o dove vige semplicemente, come diceva Darwin, la legge del più forte, o sbaglio?
    Lei crede realmente ad un ipotetico stato sociale in cui esistono buoni e cattivi? Non prendiamoci in giro, dottore; siamo tutti buoni e siamo tutti cattivi e quando una delle due prevale, è lì che esce poi fuori la scelta della parte in cui vogliamo stare.

    Le anime pie sono rare.
    Chi è totalmente pia è martire e vittima di se stesso;
    chi accoglie dentro di se solo malesseri e violenza è il cosiddetto carnefice, se proprio vogliamo ben dire.
    Ma a noi umani piace scambiarci di ruolo quando subentrano altre cose dentro a muovere i nostri passi.
    Siamo così volubili e incoerenti che l'esistenza stessa di Dio fa quasi ridere se la paragoniamo alla nostra.
    Dico bene, Mr Pech?
    A volte anche facendo il fin troppo bene è comunque dannoso e non esistono modi o metodi da mettere in atto per vivere meglio; c'è solo misera e caritatevole esistenza dell'accettazione.
    Frivola e cruda accettazione della vita che, parliamoci chiaro, non è altro che questa.

  • 10 dicembre alle ore 16:15
    Seduta Numero Due: Omissione

    Come comincia: Nella notte mi capita spesso di alzare lo sguardo al cielo e mi piace pensare che, in quel nero infinito, ci possa essere una stella da qualche parte che brilli, che bruci e pulsi per me, Mr Pech.
    Non desiderebbe anche lei una lucina in alto, raccolta in un cantuccio di cielo, che la rassicuri dalle anime nere che annebbiano il suo cuore? 
    Penso; poi ripenso su quello che ho pensato giusto due attimi prima. Mi pongo troppi perché con poche (se non nessuna) risposte.

    Sa cosa le dico dopo tutto questo farfugliare di parole, opere o missione, Mr Pech?
    Che passiamo troppo tempo a morire dentro che godere del privilegio di vivere.

    E così mi immergo nuovamente nell'omissione del pensiero stesso, fingendo per istanti dopo, che nulla è stato se non una fugace alzata di capo da quella sottile linea d'orizzonte che separa acqua dall'aria.
    Ho ben spiegato? Spero.

  • 10 dicembre alle ore 16:14
    Seduta Numero Uno: Cinismo

    Come comincia: Mr Pech, ha mai provato la sensazione di stare fermo in un posto con il mondo fuori che gira, rigira, senza mai sentire dentro quel movimento? 
    Avere gl'occhi aperti, vivere respirando senza però avere un idea di quello che stai guardando?

    Sa cosa penso, Mr Pech?
    Che il vero non è più vero, che alba può essere tramonto senza che te ne accorga nemmeno; che la pioggia non cade più dal cielo, ma spruzzo di pozzanghere profonde; che non si parla più per emozione ma per induzionee che iddio mi sia testimone se il 'portafede' non sia il diavolo.
    Ho goduto di vili inganni, ahimè! Per il tempo troppo fù e, nonostante cieco, la felicità zampillava sfarzosa sulle guance. 
    Ma ora Cinismo è il mio Dio e forse, a mio malgrado, meglio crudel inganno che misera accettazione.

  • Come comincia: Quest'anno avevo tanti buoni propositi Natalizi; mi piaceva l'idea di godermi un Natale fresco nelle sue temperature e caldo nella sua familiarità. Purtroppo però ho avuto la malaugurata idea di frequentare in questi giorni il Centro della mia città, non per i famosi regali, ma per la semplice necessità di uscire a raccogliere le idee. Mentre passeggiavo evitando la folla che gia si accalcava nei negozi riflettevo sul metodo applicato dal " sistema " per renderci " donatori " del denaro duramente guadagnato e risparmiato. Gli addobbi vengono sistematicamente messi prima per invogliarci a spendere, l'atmosfera natalizia è creata a tavolino perchè sia un vero e proprio incentivo al consumo e le file di persone sono pressate nei negozi a conteggiare i pochi spiccioli per la doverosa obbligatorietà di ricambiare o fare un regalo. Mentre passeggiavo non mi sembravano affatto felici compratori di necessità, ma malinconici contribuenti che versano nel nulla le loro risorse. E' triste vedere che un popolo così fiero si sia ridotto ad un numero di fronte ad una cassa. Dove è finito lo spirito del Natale, quella festa tanto religiosa e tanto sentita che dovrebbe insegnare ai bambini la generosità , l'altruismo, la collaborazione familiare e il rispetto delle tradizioni. Festeggiamo la nascita di Gesù facendo tutto il contrario di ciò che , probabilmente, avrebbe desiderato? Che significato ha, ricordare un compleanno tradendo i principi del festeggiato? Da una parte è anche vero che, oramai, il Natale è tutto forchè una festa religiosa, ma anche eliminando l'elemento " divino " , ove si volesse ricordare semplicemente la nascita di una persona speciale come Gesù, di sicuro non stiamo onorando i suoi principi. Yehoshua desiderava che ci staccassimo maggiormente dalla materialità per dare più voce e spazio alla parte spirituale, per dialogare con la nostra anima incuranti delle necessità del corpo e degli aspetti sociali della vita terrena, mentre noi, ci prepariamo al Natale con la frenesia degli acquisti, l'ansia per i regali e per il pranzo e lo sfarzo del nostro miglior vestito. Anche la Chiesa è entrata in questo virtuoso gioco di apparenze, del resto vige la regola dove più sfarzo hai, più seguaci ottieni... A chi, dunque, rimane il compito di tramandare il vero spirito natalizio? Chi è il portavoce del messaggio cristiano? Anche nel momento in cui si vedono atti di sincera generosità vengono riportati come fenomeni rari e notizie sensazionali rivolte ad esempi da seguire sperando che suscitino un maggior desiderio alla spesa e al consumo. Siamo numeri che abitiamo una realtà creata per aumentare la nostra produzione, ovini da mungere e agnelli sacrificali di un potere nascosto che manipola e sfrutta tutti i nostri sentimenti e, l'assurdo è che lo fa convincendoci di essere liberi nelle scelte e nello stile di vita. Sembra un luogo comune, una leggenda metropolitana o una teoria complottista, ma Natale non è più Natale e forse non lo è gia da molti secoli. Personalmente credo di prepararmi a questo evento così : luciderò come abito il mio più bel sorriso, non quello di tutti i giorni, ne voglio uno che racconti un buon esempio; scalderò le mie mani perchè se ne stringo una, non ci sia quella spiacevole sensazione di freddo; preparerò dei pacchetti con dentro una busta e una scritta che ricordi alle persone a me care che gli voglio bene e guarderò più spesso le Stelle per omaggiare Gesù con un pensiero. Io affronterò così il mio Natale, non perchè sia giusto o sbagliato, non perchè sia bello o brutto o perchè debba giudicare chi lo farà diversamente da me, ma semplicemente perchè questa gioia nel cuore che dovrebbe prenderci durante le feste, mi piace pensare di averla dentro di me ogni giorno.

  • 09 dicembre alle ore 15:25
    Sogno D'Inverno

    Come comincia: Si era presa un bacio come se le mie labbra in quel momento fossero state labbra qualsiasi, di poco conto, solo per il gusto di baciare o provocare.

    Rubare un bacio è raro per una prostituta; loro hanno delle regole rigide, un sistema chiuso e comune a tutte e sentire le sue labbra sulle mie mi provocò al quanto sgomento.

    Le sue folte e lunghe ciglia sembravano ali di pellicano che le contornavano gl'occhi in modo candido ed austero.

    La conoscevo bene; forse solo quello che lei voleva mostrare, eppure, tra tante amiche a girarle intorno senza tregua (come scalmanate in cerca di qualcosa da fare) mi strappò un bacio colto alla sprovvista.

    Eh si, sapevo che fosse stata legata a qualcuno che conoscevo in passato, ma lei sembrava non dar peso ai ricordi tanto meno a chi fossi io; e così nel suo bacio, la mia lingua sgattaiolò furtivamente senza ritegno nella sua, prendendola per i suoi lunghi e scuri capelli, chiudendo gl'occhi e poi allontanandola da me in un lampo.

    Oh, bella prostituta nell'animo, cosa ti avrei fatto se il mio stupido intelletto non mi avesse fermato; seppur vissi tutto questo tra le membra di un sogno (coccolato dalle mie lenzuola calde e sporche di liquidi precedentemente espulsi da colui che fu suo compagno) ho avuto la lucidità di gettarti via e tu, benchè bella ma senza ritegno, mi hai parlato come nulla fosse accaduto, come se quella tua lieve memoria che porti non ti avesse toccata nemmeno per un secondo.

    L'angelo corvino dei sogni mattutini mi spezza in due il cuore; guardo chi con lei osò progettare una vita gettata, poi, per un suo capriccio di donna. Ma come fare a dimenticare quel bacio strappato, nonostante sia avvenuto nei sogni miei di arrapato cialtrone?

    Oh, si, beh! Son sogni ed ora son desto, fumo sigari e prendo caffè.

    Lasciamo ai sogni quello che videro; il resto lo tengo per me.

  • 09 dicembre alle ore 15:22
    Inconcludente

    Come comincia: Guardarsi allo specchio e vedere in un’unica figura racchiuso tutto il suo senso fino a quel giorno.

    Cosa siamo? Cosa potremmo essere e cosa siamo stati?

    Florence era un cumulo di pensieri e parole che non riusciva a mandar giù, eppure era tutto lì, in quella esile figura di donna che a volte detestava ed amava con tutta se stessa.

    Ermès era un punto debole che andava domato e benchè sapesse quanto tumultuoso potesse essere il suo animo di fronte a lui, riusciva poco nel suo ingenuo intento.

    Ermès era geloso ma poco lo dava a vedere e quando Florence dava alito ai suoi piaceri verso altri senza il benchè minimo accenno di negazione da parte del suo essere, Ermès impazziva.

    Sapevano entrambi che una qualsiasi tipo di relazione amorosa era al quanto improbabile e impossibile per i due caratteri troppo simili e diversi al tempo stesso, ma nonostante tutto, le menti delineavano sentimenti ed emozioni così fine a se stessi che cadevano, poi, nel ridicolo.

    Poteva mai Ermès porre fine alla sua vita passata e gettarsi a capofitto senza pensieri alcuni tra le braccia di Florence?

    E Florence poteva mai fare altrettanto nei confronti del suo dolce ed irrequieto amante?

    Non credo, non adesso almeno; ma non avverrà mai.

    Troppe donne e troppi uomini avevano goduto dei loro corpi ed entrambi avevano assistito a gran parte di tale effusioni.

    Si erano tenuti presenti per entrambi nei loro corrispettivi piaceri per dormire, poi, l'uno accanto all'altro assaporando infinite sere di godimenti reciproco, soli, rinchiusi fra quattro mura.

    Ermès racchiudeva in se parole come “Poteva ma non si può” “Vorrei ma a cosa servirebbe” mentre Florence camminava con “Se si potesse ma non vorrei” “Sarebbe carino ma meglio di no”.

  • 09 dicembre alle ore 13:11
    senza fondamenta

    Come comincia: Avrei voluto non capirlo, l’italiano, ma le parole si assorbivano da sole e dovetti imparalo molto presto così da poter decifrare le loro piccole cattiverie. Fingevo di non capire, ero una bambina e quando i bambini si feriscono il ginocchio non si curano perché hanno paura dell’effetto doloroso che avrà la medicina, ma loro continuavano ed io lasciavo che l’infezione peggiorasse anche perché non faceva, poi, così male.
    Non tutte le parole avevano quest’influenza su di me, le... storie assurde di Rodari mi facevano bene così come mi faceva bene inventare storie tutte mie che erano un po’ ammalate perché mancavano di qualche doppia e di qualche accento qua e la.
    Avevo una parte un po’ adulta che perdonava tutto e questa era una cosa bella ma il brutto è che così non potevo consumare la mia parte bambina e non si può saltare da un posto all'altro senza percorrere tutte le vie necessarie per arrivarci. E’ come voler edificare una casa senza fondamenta. Una casa, senza le fondamenta, deve imparare a volare o almeno deve convincersi di poterlo fare. Chi abiterebbe mai in una casa così? Solo le persone capaci di staccare i piedi da terra, solo i pazzi i poeti e tutti gli altri artisti. Io sono una casa convinta di saper volare, non ho le fondamenta, non mi si può raggiungere camminando per terra, bisogna imparare a volare.
     

  • 09 dicembre alle ore 13:08
    Ospite che non vuole andare via

    Come comincia: Non so parlare la mia lingua, come uno stolto, conosco la lingua dello straniero: l'italiano. Sono un ospite permanente che non vuole andare via, non troppo ingombrante come l'erba selvatica nei giardini poco curati; mi affeziono, come i cani randagi al nuovo padrone, lo difendo ma so solo abbaiare, non mordo, non ancora, sono un cucciolo.Non so più coniugare i verbi nella mia lingua e non c'è una lingua abbastanza mia che possa permettermi di omologare le parole alla mia carne. La mia carne è tutto e questo non le permette di essere qualcuno, mi so adeguare al linguaggio delle persone, allo stile di vita, tanto da poter essere invisibile, un ospite leggero, con il sorriso sulle labbra. Il mondo è nei miei occhi un libro aperto, prevedibile, apro la porta, preparo gli indumenti per l'occasione che mi si presenterà domani e poi, a fine giornata, li ripiego ordinati nell'armadio, per ogni evenienza. Nella mi stanza c'è un libro per fare un esempio ad ogni occasione, conosco la vita dei grandi, sono biblioteca polverosa di esempi da seguire, da ammirare, da invidiare, da compatire e disprezzare. Mi sfoglio, butto via quello che non serve più e faccio posto per esempi nuovi, per me, per gli altri.
    E' come essere tutto, soffrendo di non essere nessuno, fingendo di essere qualcuno.

  • 05 dicembre alle ore 15:50
    Felice, Sokoto!

    Come comincia: La sua pelle emanava un profumo delicato, Felice stava contemplando Aurora completamente nuda in posizione fetale. La desiderava ancora, ma avevano un appuntamento e non voleva rischiare di arrivare in ritardo e perdere il contatto, quindi baciò delicatamente la schiena della sua donna e lei, dopo essersi  stropicciata gli occhi, fece un gran sorriso "Dobbiamo prepararci, non voglio fare tardi all'appuntamento" La invitò lui. Lei lo fissò ammaliandolo ma lui oppose resistenza a quella tentazione "Amore, starei qui tutto il giorno con te, ma abbiamo un impegno e dobbiamo rispettarlo" Aurora si avvicinò, lo baciò in bocca e poi schizzò rapida verso il bagno "Hai ragione, niente sesso, siamo in missione" Lui non poté fare a meno di sorridere, lei riusciva sempre a stemperare la tensione. In effetti erano in anticipo e dopo aver fatto un'abbondante colazione decisero di recarsi a piedi al luogo dell'incontro. Nonostante fosse presto faceva già molto caldo e l'idea di dover tornare a piedi, più tardi, aveva smorzato il loro entusiasmo.
    "Dovevamo per forza camminare?" Chiese lei cercando di non polemizzare.
    "No, ma così riesco a pensare meglio e poi due passi a piedi fanno bene alla salute" Lei non disse nulla, quello era il modo dell'uomo per confermare di aver sbagliato, inutile insistere.
    "Un giorno ero al supermercato" Felice parlava mentre con le mani giocherellava con un legnetto raccolto per strada "In fila alla cassa c'era un'anziana signora che non la smetteva di parlare degli affari suoi e continuava a perdere tempo" Aurora lo guardò invitandolo a continuare "Dopo alcuni istanti ho sbottato e l'ho mandata a quel paese, senza mezza misure. Le altre persone in fila hanno dato ad intendere che erano d'accordo con me; insomma, hai fatto la spesa, c'è la fila e a nessuno frega niente delle tue storie, datti una mossa" Aurora capì che non era sereno e con lo sguardo lo sollecitò a sputare il rospo "Doveva fare i biscotti ai nipoti, una nonna premurosa che nella fretta e nel casino faticava a sistemare le sue cose e io, da perfetto cafone, l'ho anche insultata. Perché non abbiamo più rispetto per gli altri? Perché siamo schiavi del tempo?" Erano domande senza delle risposte chiare che stimolavano riflessioni ma creavano anche sconforto, Aurora lo invitò a fermarsi un attimo e lo fissò teneramente "Forse perché siamo egoisti" La sua era una considerazione, non una domanda; Felice si limitò a socchiudere gli occhi, doveva riordinare le idee. Ripresero a camminare e dopo alcuni minuti giunsero sul luogo dell'appuntamento dove la ragazza, che il giorno prima li aveva accolti con freddezza, questa volta fu piena di premure nei loro confronti.
    "Io sono Nabilah. Prego, accomodatevi, il maestro vi sta aspettando" Entrarono in quel luogo dalle atmosfere misteriose quasi in punta di piedi, la ragazza li accompagnò in una grande stanza dove una splendida donna era seduta su una poltrona di vimini. Alle pareti erano appese raffigurazioni coloratissime poco definite, ma osservandole meglio si sarebbero accorti che rappresentavano l'evoluzione umana vista sia in modo scientifico che religioso. La bella donna si alzò in piedi e si fece loro incontro "Benvenuti, io sono Bocassa Frend" E con un ampio gesto delle braccia li invitò ad accomodarsi su un divanetto di vimini posto di fronte alla sua poltrona. Quando si furono seduti Bocassa li imitò e chiese alla ragazza di preparare del thè per gli ospiti, la giovane fece un cenno con il capo e si congedò in silenzio. Felice e Aurora si sentivano spaesati, quindi fu la donna a rompere il ghiaccio.
    "Avete avuto problemi qui a Sokoto?" La domanda implicava il fatto che in quella città ci fosse qualcosa che no andava bene, ma Felice preferì restare sul vago "Nessun problema" "Mi fa piacere, questo è un posto meraviglioso, ma a volte può trasformarsi nell'inferno" Il ghiaccio non si era ancora rotto e quel silenzio sembrava far vibrare le pareti della stanza, mentre Bocassa era lì, con un'espressione che trasmetteva serenità. Aurora calcolò che potesse avere non più di 40 anni, era alta, dai lineamenti non troppo marcati, un corpo tornito e ben proporzionato. I lunghi capelli scuri erano raccolti in una treccia curata nei minimi dettagli ed era vestita in modo sobrio ma elegante. Mentre faceva queste considerazioni arrivò Nabilah con il thè e, dopo averlo servito sul tavolino posto tra la poltrona e il divanetto, con lo sguardo chiese il permesso di ritirarsi a Bocassa che acconsentì. Gustarono la bevanda calda con calma, liberando la mente e quando furono pronti Felice chiese "Tu chi sei? Perché siamo qui? Cosa sai degli scuri? Chi.." Aurora lo afferrò per un braccio per mettere un freno a quel fiume di parole e lui si fermò lasciando a mezzaria le domande che aveva in mente di porre. Bocassa finì l'ultimo sorso di thè, appoggiò la tazza sul vassoio e prese a parlare con calma "Io sono Bocassa, erede del clan dei Frend e custode da ormai 50 anni dei segreti di Sokoto" Aurora strabuzzò gli occhi, aveva capito bene? 50 anni? "Scusa Bocassa chiese immediatamente "Quanti anni hai?" La donna sorrise "Il mio corpo ha quasi 70 anni, 68 per la precisione, ma il mio fulcro è molto più giovane" Felice e Aurora si guardarono stupiti e lei sentenziò "Li porti maledettamente bene, sei una donna stupenda" I tre sorrisero, adesso il ghiaccio era rotto. Bocassa precisò "E' la pace interiore che rende bello il corpo, lo predicano tutte le culture di questa terra. Ma voi siete qui per altro e io non voglio farvi perdere tempo, Felice, tu sei uno dei prescelti, uno dei pochi che ha superato le prove e io sono a tua completa disposizione, il mio compito è quello di istruirti alla conoscenza di ciò che è stato. Questo ti servirà a comprendere ciò che è, ma non sarà compito mio fartelo vedere. La tua compagna potrà stare qui con te, ma non avrà accesso a tutte le prove, dovrà invece essere paziente e dimostrare la sua forza; nel suo cuore vedo amore e questa sarà la sua prova, aspettare con fiducia. Adesso tornate al vostro alloggio e prendete tutte le vostre cose, a partire da oggi sarete miei ospiti e dopo pranzo cominceremo il percorso della conoscenza" Nel frattempo era comparsa d'incanto Nabilah che li invitò a seguirla senza lasciar loro il tempo di replicare.
    "Tu sai quello che stiamo facendo, vero?" Chiese Aurora. I due stavano percorrendo la strada verso il loro albergo e Felice aveva la testa piena di interrogativi e contraddizioni, ma nessuna risposta e quella domanda, posta in quel momento di confusione, lo fece reagire in malo modo "Cosa vuoi che ne sappia io, pensi che mi diverta? Credi che questo sia un gioco a cui abbia voglia di partecipare? Mi hanno strappato dalla mia vita, se mai ne ho avuta una, mi hanno programmato per assolvere dei compiti e tu mi chiedi se so cosa stiamo facendo? Ti avevo avvertita, se vuoi stare con me queste sono le regole" Aveva alzato la voce scaricando tutta la sua rabbia e la sua frustrazione su di lei che invece le era stata accanto pazientemente. Lui capì di avere esagerato, ma non ebbe la forza di fare un passo indietro, chiedere immediatamente scusa e spiegare il suo sfogo chiudendosi invece nel silenzio. Lei, presa dallo sconforto, reclinò il capo ma restò vicino a lui, senza dir nulla. Giunsero così all'albergo con il chiaro presentimento di aver rotto l'incantesimo, lui incapace di chiarire il suo errore, lei arroccata nel suo orgoglio ferito. Prepararono i bagagli in silenzio, quasi infastiditi l'uno della presenza dell'altra, lui sempre più nervoso e lei con le lacrime agli occhi. Non c'era bisogno di parole, la situazione era chiara, era finita. Quando lui fu pronto si limitò a dire freddamente "Io vado" Dando per scontato che lei non l'avrebbe seguito e fu proprio questo atteggiamento a ferire ulteriormente Aurora; lui non le aveva lasciato speranze. Non disse nulla e si limitò a guardarlo uscire dalla stanza, per l'ultima volta.
    Nonostante i bagagli ingombranti aveva preferito percorrere nuovamente il tratto di strada verso l'abitazione di Bocassa a piedi, per scaricare tutta l'adrenalina in corpo, non riusciva infatti a ragionare razionalmente, la sua mente era come sconvolta. Arrivò a destinazione e Nabilah fu lieta di accoglierlo, un ragazzo prese in carico i suoi bagagli e la giovane lo condusse da Bocassa.
    "Lei non è venuta" Disse Felice mestamente ora che aveva capito la situazione.
    "Tu sei un prescelto, seguirai il percorso senza distrazioni mentre lei seguirà il suo destino. Ma adesso accomodati, il pranzo è pronto e abbiamo parecchie cose da dirci" Felice obbedì senza obiettare.
    A bordo di un taxi stava percorrendo la strada in direzione sud, verso l'aeroporto. Con gli occhi gonfi di lacrime guardava fuori dal vetro senza distinguere nulla di ciò che vedeva, la sua mente era altrove. Dopo che lui era uscito dalla stanza senza voltarsi indietro, era scoppiata in un pianto irrefrenabile e aveva dovuto raccogliere tutte le sue energie per riuscire a prepararsi e convincersi di dover lasciare quel posto maledetto. Avrebbe preso il primo aereo in partenza per l'Europa, qualunque destinazione pur di partire, poi avrebbe riorganizzato la sua vita lontano da quell'uomo che l'aveva umiliata, ne era convinta, ma il suo cuore non la pensava allo stesso modo. Giunse a destinazione stravolta nello spirito e nel corpo da tutti quei pensieri.
    Stava chiedendo informazioni ad un addetto dell'aeroporto che le stava facendo perdere un sacco di tempo, i suoi documenti erano perfettamente in regola, ma quell'impiegato era lento quanto zelante. Capì che ci sarebbe stato da aspettare parecchio e dopo un rapido scambio di occhiatacce diede ad intendere all'uomo che avrebbe aspettato comodamente su una delle sedie poste contro un muro. Con la testa tra le mani e a occhi chiusi stava ripensando agli ultimi avvenimenti della sua vita e Felice era la parte preponderante di quei pensieri. Riprese a piangere in silenzio, voleva a tutti i costi dimenticarlo, allontanarlo per sempre dalla sua vita, se solo fosse riuscita ad odiarlo e invece no, lo amava ancora e già ne sentiva la mancanza. Straziata da quei pensieri non si avvide di una presenza vicino a lei e quando fu toccata delicatamente su una spalla, trasalì.
    "Qualcosa non va?" Chiese in perfetto italiano una splendida donna che aveva un aspetto familiare "Cose da donna" Rispose Aurora meravigliata di quella confidenza concessa ad una sconosciuta "Un uomo?" "Sì" Confermò Aurora "Tieni, asciugati le lacrime. Che ne dici se ci beviamo qualcosa e facciamo due chiacchiere tra donne?" Propose delicatamente mentre porgeva ad Aurora dei fazzoletti di carta. Lei fu colpita dal fascino e dal carisma di quella donna accettando senza remore l'invito e dopo aver ripreso possesso dei suoi documenti si avviò con lei verso un bar.
    Dopo aver pranzato, Bocassa cominciò il suo programma e si rivolse a Felice con autorità "Sei convinto di ciò che stai per affrontare? Sei sicuro di capire la complessità del tuo ruolo in questa faccenda? Credi che tutto quello che sta accadendo sia un sogno, frutto di allucinazioni o sei certo faccia parte di una realtà fuori dalla tua portata? Vuoi seguire i miei insegnamenti e la via della conoscenza senza ombra di dubbio? Se vuoi tutto questo spoglia la tua mente da dubbi e pregiudizi. Felice, vuoi tutto questo? Sei pronto?" Lui era affascinato da quella donna, il suo carisma e la capacità di trasmettere sicurezza la rendevano irresistibile. Speso aveva riflettuto sulla sua situazione: sogni, realtà distorte, alieni e strani personaggi e adesso anche una matrona pronta ad aprirgli le vie della conoscenza; era pronto?
    "No!" Gli uscì forte dalla bocca mentre un senso di appagamento lo pervase distendendogli i nervi. L'aveva detto, no, non era pronto, non voleva e non poteva affrontare quell'avventura, non senza di lei. Adesso ne era certo, amava Aurora e per lei avrebbe rinunciato a tutte quelle storie di prescelti, alieni e stramberie varie. Doveva ritrovarla, chiederle scusa, sperare di ottenere il suo perdono e costruire una vita con lei, una vita normale.
    Bocassa non aveva proferito parola. Lo stava osservando e dalle sue espressioni capì le contraddizioni che aveva superato fino ad arrivare a quella risposta; aveva fatto la sua scelta.
    "Bene Felice, hai fatto la tua scelta. Hai scelto l'amore per un'altra persona e questo è uno dei sentimenti più forti che si possano provare. L'amore per lei ti darà la forza per superare tutte le tue paure e le tue indecisioni, verrà il giorno in cui tornerai da me per conoscere ciò che era e io sarò qui ad aspettare quel momento. L'amore ti aiuterà in questo difficile percorso, non puoi evitare il tuo destino, sei uno dei prescelti" Non c'erano rabbia o risentimento nelle sue parole, era calma e rilassata, convinta di ciò che aveva detto. Felice pensò di risponderle a tono, voleva dirle che non l'avrebbe più rivisto perché lui adesso sarebbe tornato a casa e avrebbe cancellato dai suoi ricordi tutti quegli avvenimenti. Fissò la donna con fermezza poi si alzò dalla sedia e si diresse verso l'uscita, mentre Nabilah era sulla soglia ad attendere istruzioni dalla sua signora "Nabilah, consegna i bagagli al nostro ospite e accompagnalo all'uscita" Felice si fermò accanto alla ragazza e si girò verso la donna "Addio Bocassa, trovatevi qualcun'altro per le vostre storie misteriose, io me ne vado" "Arrivederci a presto Felice, ti aspetterò pazientemente" Lui si girò di scatto e si diresse verso l'uscita, mentre alle sue spalle risuonò la voce di Bocassa che lo avvertiva "Franco, lui è qui, a Sokoto" Felice sentì quelle parole, ma la sua mente era proiettata verso Aurora e accantonò quella frase in un angolo del suo cervello.
    La bevanda gasata le aveva provocato uno starnuto che la fece sobbalzare dalla sedia "Va tutto bene Aurora?" Chiese premurosamente la donna "Si, è il gas. Mi ha solleticato il naso, tutto ok" Si ricompose immediatamente e riprese il discorso con la donna "Quindi mi stai dicendo che Felice ha dei seri problemi comportamentali e tu sei qui a sorvegliarlo per conto di una misteriosa organizzazione di cui non puoi rivelarmi l'identità; un pò balzana come storia" La donna sapeva che avrebbe incontrato delle difficoltà, aveva studiato il profilo della ragazza: era una giovane intelligente sopra la media, aperta al confronto, preparata e con un buon senso dell'umorismo. Forte di spirito e con una spiccata propensione all'altruismo sapeva essere dura all'occorrenza ma anche dolcissima quando lo riteneva opportuno. La natura le aveva donato un corpo mozzafiato, anche se lei cercava di non ostentarlo preferendo spesso un abbigliamento comodo e sportivo. Sarebbe stata dura.
    "Ok, ricominciamo con le presentazioni; io sono Beatrice e sono una psicologa, e tu?" "Io sono Aurora e sono una turista" Beatrice si sforzò di sorridere "D'accordo, allora ascoltami. Seguo Felice da quando è tornato dal suo viaggio in sud America dove ha perso il suo amico Franco. Non so cosa ti abbia raccontato di preciso, ma posso immaginarlo, storie di sequestri alieni e mondi paralleli, è così?" "Più o meno" Rispose  sul vago Aurora che adesso si era ripresa dallo sconforto e dopo l'iniziale condizionamento subito dalla donna ora ragionava razionalmente. E' tosta la ragazza, pensò la psicologa, doveva inventarsi qualcosa. "Vedi Aurora" Stava cercando di sfondare le sue difese "La perdita di un amico in un contesto fuori dal proprio può provocare delle reazioni a volte incomprensibili. Dopo aver ascoltato Felice ho creato un profilo della sua mente e mi sono convinta che lui, dopo quel viaggio, abbia perso alcune delle sue facoltà mentali" Aurora la fissò dritta negli occhi, uno sguardo che avrebbe ucciso se fosse stato possibile. Il suo cuore batteva ancora per lui e sentirsi dire da quella donna che probabilmente era impazzito la fece diventare più dura nei suoi confronti "Non ho mai avuto la sensazione che lui fosse pazzo, ha sempre parlato e ragionato in modo logico e razionale" Era una mezza verità, ma l'importante era far capire a Beatrice la sua posizione, doveva portarla a dire ciò che voleva lei e la dottoressa, presa dalla foga, ci cascò in pieno "Impossibile! Non puoi considerare sano di mente un uomo che ti ha parlato di alieni, portali, forze del bene e forze oscure" Si era data la zappa sui piedi e nel rendersene conto guardò Aurora che adesso aveva l'aria soddisfatta del gatto che ha mangiato il topo.
    Aurora se ne era già andata, confermò l'inserviente dell'albergo a Felice, riferendo poi di averle chiamato un taxi che l'avrebbe condotta all'aeroporto. Felice confidava sulle lentezze burocratiche di quel paese e si affidò alla sorte, forse lei non era ancora partita, l'avrebbe riabbracciata e implorata di perdonarlo. Mentre faceva quei pensieri stava esortando il taxista a fare più alla svelta e quando fu sicuro che lui ebbe capito, si accasciò sul sedile stravolto. Amava Aurora e l'avrebbe riconquistata, ma ora la sua mente spostò il tiro e le parole di Bocassa riaffiorarono prepotentemente <Franco è qui, a Sokoto" Poteva essere una menzogna, un sotterfugio per trattenerlo in città, forse Franco era davvero morto e tutte le sue visioni, le sue esperienze, erano davvero solo un sogno. Aurora invece era reale, con lei poteva costruirsi una vita vera; basta sogni, basta visioni e basta a tutte le varie stronzate. Nel frattempo era giunto a destinazione, pagò la corsa, prese i bagagli e con qualche difficoltà si avviò di corsa all'interno del piccolo aeroporto.
    "A quanto pare sai un sacco di cose, Beatrice. E' questo il tuo nome o è falso come la storia che ti sei inventa?" Adesso la psicologa era in svantaggio, doveva recuperare posizioni o avrebbe perso il contatto, giocò allora la carta della verità omettendo alcuni particolari "Non è falso, mi chiamo davvero Beatrice e sono una psicologa. Ti basti sapere che lavoro per un'agenzia di servizi segreti tra le più potenti al mondo. Questa, in collaborazione con altre organizzazioni, sta monitorando delle persone con delle facoltà particolari, sembra che in alcuni di essi addirittura sia custodito il segreto dell'origine della razza umana così come la conosciamo oggi e questi soggetti sarebbero in grado di entrare in contatto con entità extraterrestri. Dobbiamo sorvegliarli per evitare che corrano rischi o che compiano gesti inconsulti, mi capisci?" Aurora l'aveva ascoltata bene, ma proprio mentre stava per risponderle a tono il suo viso si illuminò come un faro; dietro Beatrice, sudato e trafelato, era apparso Felice che immediatamente riconobbe la psicologa, che, grazie al suo addestramento reagì prontamente approfittando della sorpresa dei due sfuggendo al loro controllo per poi sparire all'improvviso dalla loro vista. Felice fece per chiedere cosa stesse accadendo ma Aurora le si gettò al collo e i due si baciarono con passione. Dopo alcuni istanti in apnea, Felice si smarcò delicatamente da quella presa "Ho fatto le corse, così mi uccidi!" Disse sorridendo "Sarebbe ciò che meriti!" Rispose duramente lei ma il suo viso trasmetteva tutt'altra emozione "Credevo di averti persa" Disse lui "E invece ti ho ritrovata. Scusa Aurora. Scusa per questa situazione, scusa per il mio carattere, scusa per" "Shhtt! Taci un momento. Sarà ancora libera la nostra stanza d'albergo?" "Penso di si, possiamo provare a vedere, è quasi sera ma non mi sembrava ci fosse il tutto esaurito"
    Fecero l'amore tutta la notte, con sentimento e passione. Qualcosa li legava profondamente e i loro dissapori in quella situazione fuori dal comune, avevano l'effetto di cementare ancor di più la loro relazione. All'alba, stremati ma sereni, si addormentarono abbracciati e dormirono senza essere disturbati da strani sogni. A tarda mattina uno degli inservienti bussò alla loro porta; era salito per fare le pulizie ma sapeva che gli ospiti erano ancora nella stanza. Aurora si presentò alla porta visibilmente assonnata e in qualche maniera riuscì a far capire al ragazzo di aver pazienza per alcuni minuti e avrebbero tolto il disturbo, il ragazzo sorrise dando ad intendere che a lui non interessava aspettare, non aveva fretta.
    "E' il ragazzo delle faccende, gli ho chiesto di pazientare qualche minuto, il tempo di prepararci" Felice la stava ascoltando con l'espressione di chi ha raggiunto la pace dei sensi. Quella notte, oltre al sesso, avevano capito che il loro amore aveva qualcosa di radicato e profondo, qualcosa che ancora sfuggiva alla loro comprensione ma che ardeva come un fuoco perenne "Sì, prepariamoci e togliamo il disturbo"
    Trovarono un piccolo locale dove poter pranzare tranquilli, il posto non era dei più raffinati, ma a loro bastava mettere qualcosa nello stomaco ed essere di nuovo insieme. Adesso avevano capito, avrebbero agito all'unisono nelle situazioni a venire.
    "Quella donna, è la mia psicologa. Sospettavo che mi nascondesse qualcosa e la sua presenza qui, in questo particolare momento, me ne ha dato conferma. Cosa voleva da te?" Aurora raccontò ciò che si erano dette e dopo aver espresso il suo parere aspettò di sentire cosa ne pensava lui "Si, hai ragione, deve essere un agente speciale ben addestrato e il fatto che me la abbiano appiccicata addosso significa che la faccenda è tremendamente seria. Ascolta Aurora" Adesso Felice guardava la sua donna dritta negli occhi "Adesso che ho te vicino sono sicuro di poter superare qualsiasi prova, anche la più dura. Quando ero a casa e mi chiedevo perché io non riuscissi ad avere un rapporto duraturo con nessuna donna, le ho pensate tutte, anche le situazioni più disparate. Ora ho capito perché, non ti avevo ancora trovata" Lei prese tra le sue mani quelle del compagno e trasmise il suo amore incondizionato "Quando sono andato da Bocassa" Proseguì lui "Ero completamente fuori di me, convinto di averti persa per sempre e intenzionato a seguire tutte le indicazioni di quella donna, ma una volta al suo cospetto, in quell'ambiente, ho capito che prima di ogni cosa ci sei tu" Lei ritrasse le mani e si strofinò delicatamente gli occhi, stava pensando e infatti dopo alcuni istanti disse "Sono contenta che tu sia tornato, ti amo anche io, ma per favore non trattarmi più così, mi hai ferito e sono stata davvero male" Lui le rispose con lo sguardo, aveva capito  e lei domandò "Se non vuoi più vedere quella donna e qui non abbiamo più nessun impegno, che si fa? Basta alieni e servizi segreti? Si va in sud America? Si torna a casa?" Felice si alzò e la prese per le mani attirandola a sé esclamando "Sokoto!" Lei lo guardò con aria divertita "Cosa?" "Si resta a Sokoto, lui è qui me l'ha detto Bocassa" Aurora aveva capito ma chiese "Lui, lui?" "Si amore, lui, Franco. Dobbiamo andare da Bocassa e raccogliere informazioni per trovarlo" "E Beatrice? Lei non ci mollerà" "Hai ragione, troveremo il modo di sganciarci da lei, ma adesso corriamo da Bocassa, subito"
    Nabilah li accolse come se non fosse accaduto nulla e con calma li accompagnò dalla sua signora.
    "Benvenuti! Vi stavamo aspettando" Disse la donna con fare teatrale. Il sangue si gelò nelle vene di Felice ed Aurora, mentre Beatrice si stava ricomponendo dopo la sua accoglienza trionfale. Bocassa era seduta sulla sua poltrona e faticava a sostenere i loro sguardi, sorvegliata da due energumeni armati che le erano ai fianchi. Beatrice non lasciò loro il tempo di riprendersi e li invitò ad accomodarsi sul divanetto "Su, venite, qui siete di casa ormai, la nostra ospite sarà contenta di intrattenervi. Abbiamo un sacco di cose da dirci e tutto il tempo che vogliamo" Concluse la psicologa mentre un ghigno sinistro le aveva distorto il volto.

  • 30 novembre alle ore 17:24
    La scoperta.

    Come comincia: All'inizio fu qualcosa di improvviso, di indefinibile, una sensazione vaga che sembrava salire da arcane profondità, sconvolgente e irrefrenabile.
    Era il Niente e il Tutto insieme; era il Tempo e l'Eternità, la Vita e la Morte confusi.
    Continuava a salire, a salire, a salire.
    Guizzi di luce e subito il buio, suoni lontani e di nuovo il silenzio.
    Misteri difesi da invalicabili barriere per un attimo furono squarciati da fulminei bagliori, e l'apparizione della Verità fu lancinante come milioni di ferite inferte d'un colpo.
    Di nuovo fu il Niente e il Tutto, il Tempo e l'Eternità, la Vita e la Morte.
    Freddi furori ne gelavano l'Essere, invisibili lingue di fuoco gli fluivano silenziose d'attorno.
    Si sentiva dibattere e contorcere, ma era qualcosa che giungeva da lontano perchè sapeva d'essere immobile, rigido nella Sua cieca contemplazione, staccato da tutto.
    Poi, a poco a poco, piano piano, con una lentezza che sembrava venuta dall'eternità, le cose cominciarono a sfumare, qualche remoto contorno ad apparire.
    Molto tempo passò prima che la luce si stendesse su tutto.
    Ed il Tutto era il Niente!
    Si sentì immerso nella profondità incomprensibile di quel Niente e farne parte.
    Era Egli stesso il Niente ed Egli solo poteva farlo Tutto!
    Passò ancora molto tempo, molto, molto, molto..........
    Poi sentì la Morte e capiì d'essere Lui la Morte.
    Diede vita alla Morte e sentì l'immensità della Vita.
    Una stanchezza infinita cominciava a bruciarlo; e tuttavia c'era qualcosa in quella stanchezza che lo alimentava senza posa: era il mistero della Sua esistenza.
    Nebbie continue fluivano intorno: era il tempo che passava.
    E molto altro tempo passò ancora, molto, molto.......
    Quando apparve quel lampo terribile quasi fu scosso dalla Sua immobilità, ma subito si ricompose e guardò fisso nelle tenebre squarciate.
    Tutto bruciava dinanzi a Lui.
    In quella luce sfolgorante vide la Verità.
    Altro tempo passò.
    Improvvisamente scoppiò a ridere, a ridere, a ridere.
    Poichè aveva scoperto d'essere DIO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  • 30 novembre alle ore 16:58
    Un momento di dubbio.

    Come comincia: Si guardò in giro: niente, assolutamente niente.
    Quanto tempo passò prima che se ne rendesse conto? Non avrebbe saputo dirlo: forse un minuto, forse un'ora, forse una vita intera.
    Il tempo, d'incanto, sembrava sparito.
    Si sentiva leggero, leggero; si chiese, addirittura, se per caso esisteva ancora. Il pensiero gli fece apparire il sorriso sulle labbra; quella piccola reazione istintiva di colpo lo riportò a se stesso. Sì, esisteva, e il tempo non era sparito.
    Tuttavia, quella strana sensazione di leggerezza permaneva, anche se meno accentuata.
    Che cos'era successo? Per qualche secondo tamburellò nervosamente sul tavolino: un'altra reazione istintiva che gli spalancò dinanzi un altro pezzo di realtà. Il contatto col freddo della materia fulmineamente gli fece percepire la luce dell'ambiente e, per un attimo, se ne sentì feriti gli occhi.
    Sbattè le palpebre e fissò attentamente dinanzi a sè: si trovava in un caffè, piuttosto piccolo, ma molto intimo.
    Si disse che non valeva la pena pensare a come ci era arrivato: questo avrebbe presupposto ricordare tutto quello che aveva fatto prima e non sembrava che ciò avesse grande importanza.
    Non doveva essere successo niente di notevole perchè, altrimenti, se ne sarebbe ricordato subito.
    L'importante era il presente, e il presente non era nient'altro che trovarsi seduto in quel caffè, dinanzi a quel tavolino dove era poggiato un bicchiere vuoto.
    Ora percepiva anche i suoni: un rumore di bicchieri che il cameriere, dall'altra parte del bancone, stava lavando, l'acqua che scorreva dal rubinetto aperto ed altri ancora.
    Guardò con attenzione davanti a sè e prese coscienza completamente dell'ambiente. Poi distolse lo sguardo e si concentrò sul bicchiere. Non lo interessava particolarmente, ma era un buon sistema per scaricare la tensione.
    Che cos'era successo? Gli parve di cominciare a ricordare.
    Era successo che, improvvisamente, si era reso conto di non conoscersi.
    Strana idea pensò, ma era così.
    Certo, sapeva perfettamente qual'era il suo nome, che lavoro faceva e così via, ma non si conosceva. E qui stava il nocciolo della questione.
    Strano, pensò di nuovo, non mi conosco, non conosco me stesso.
    Chi sono in realtà?
    Fu preso nuovamente da quella assurda sensazione di leggerezza.
    Il fatto era che non ci aveva mai pensato.
    Pezzi della sua vita si affollarono alla mente. Poteva servire, ma erano ricordi sconnessi e gli dicevano ben poco.
    Chi sono? Chi sono?
    La cosa cominciava a infastidirlo, eppure non poteva liberarsene.
    Quella domanda gli ronzava maledettamente nel cervello.
    Che significava la sua vita, la vita che aveva vissuto fino allora, i momenti in cui aveva riso, i giorni in cui si era sentito stanco, tutte le esperienze, tutte le sensazioni? Che significava tutto questo? Doveva pur esserci da qualche parte la chiave che gli avrebbe permesso di scoprirsi, di dire a se stesso: questo sono io. Ma dov'era questa chiave? Forse nel ricordo di una donna, forse in un luogo in cui era stato, forse nella sensazione di un attimo o forse ancora in una parola che aveva detto o che gli era stata detta? Forse in un libro che aveva letto, in una poesia studiata sui banchi di scuola, forse in un giorno di dolore o in un altro di felicità?
    Provò a pensare, ma non trovava niente.
    La gente gli passava dinanzi e non lo vedeva. Sarebbe stato bello fermare qualcuno e chiedergli: "Dimmi, sai chi sono io?", ma quello, nella migliore delle ipotesi, lo avrebbe respinto annoiato.
    No, nessuno poteva dirgli chi fosse. Doveva pensarci da solo e tuttavia non sapeva venirne a capo.
    Si chiese se, in fondo, tutto quello che aveva fatto, tutto quello che aveva provato, non era stato nient'altro che una pura reazione, a persone, a cose, a circostanze.
    Ma, se era così, poteva allora dire di esistere di esistere di per se stesso, di esistere veramente, o non era piuttosto un prodotto degli altri?
    In realtà, dunque, non esisto veramente, non sono che una pura illusione, un sogno e niente più, pensò.
    Però il discorso valeva per chiunque, per tutti complessivamente. E allora non esisteva nessuno? Tutti erano un sogno? Sono morto o sono vivo? Siamo morti o siamo vivi? Ma che cos'era la morte e che cos'era la vita? Qual'era il sogno e quale la realtà?
    Era stanco ormai e capiva che non esisteva rimedio.
    Pagò il conto e uscì.
    La serata era veramente bella, sorrise contento: la vita, in fondo, era quella.
    Attraversando la strada, un'auto lo investì.
    Mentre moriva si chiese: "Che vuol dire?"; poi, una smorfia ironica gli irrigidì la faccia.
     

  • 29 novembre alle ore 19:56
    Un giorno, all'improvviso.

    Come comincia: La macchina correva lungo il litorale, in quel tratto dove la costa era deserta. Il paesaggio era stupendo, selvaggio.
    L'uomo nella macchina quel giorno si sentiva stanco, maledettamente stanco.
    Apparentemente non c'era nulla che non andasse. Era uscito di casa come al solito, aveva baciato sua moglie ed era partito con la sua auto. Quel che era successo dopo non sapeva spiegarselo.
    Ad un semaforo, mentre attendeva che scattasse il verde, improvvisamente si era sentito invadere da quella incredibile sensazione.
    Non avrebbe saputo definirla: era qualcosa mai provato prima.
    Come una stanchezza profonda, un senso di insoddisfazione misto a una sottile inquietudine.
    Mentre cercava di analizzarla, fu assordato dallo strepito dei clacson delle auto che gli stavano dietro. Si rese conto che il semaforo segnava via libera e allora ripartì.
    Mentre procedeva, si accorse che quella sensazione gli era penetrata fin nel profondo dell'anima. Non riusciva a liberarsene.
    Quasi automaticamente svoltò in una vietta laterale. Non sapeva bene perchè lo facesse: la strada per il suo studio era dall'altra parte. Capì che non aveva nessuna voglia di andarvi.
    Ripercorse tutto il tratto fino a casa e passò oltre. Desiderava ritrovarsi al più presto fuori dall'abitato.
    Ora percorreva la strada lungo la costa.
    Guardò l'orologio: le 9,30. Allo studio avrebbero cominciato a meravigliarsi di non vederlo ancora arrivare, lui così attaccato alla puntualità.
    Quella mattina gli sembrava che niente avesse più molta importanza.
    La sensazione di insoddisfazione e di inquietudine che lo aveva assalito a tradimento gli faceva respingere annoiato tutto quello che fino allora aveva costituito la sua esistenza.
    Nulla gli sembrava avere un significato vero.
    Eppure era un uomo abbastanza contento di sè, di quel che era, di quel che aveva.
    Ma, allora, perchè quella mattina si stava comportando così bizzarramente? Come se una voce gli avesse insinuato che qualcosa gli mancava?
    Riflettè chiedendosi se ciò era vero. Gli pareva proprio di no: aveva tutto ciò che desiderava.
    Ma la strana sensazione persisteva, profonda, tormentosa, soffocante.
    Abbassò l'aletta parasole per ripararsi gli occhi dalla luce prepotente e accese una sigaretta. Aspirò a lungo: il tabacco forte gli grattò in gola.
    Guardava ammirato il paesaggio che gli si stendeva dinanzi. Si sentiva inebriato dal mare e dalla vegetazione folta e rigogliosa.
    Abbassò completamente il finestrino; l'aria fresca e viva gli penetrò nei polmoni. Respirò soddisfatto e gettò via la sigaretta.
    Pensò di fermarsi da qualche parte; voleva scendere e camminare tra gli alberi.
    Sentiva dentro di sè una tensione lancinante.
    Poco più avanti vide una radura con un sentiero che scendeva alla spiaggia. Fermò la macchina, spense il motore, poi uscì fuori.
    Fu quasi stupito di quel silenzio odoroso di verde e di salmastro.
    Avvertì un senso di libertà infinita, una pagana gioia di vivere che gli metteva nel sangue un'eccitante voglia di correre a perdifiato. Si accorse di stare accelerando il passo, poi, d'improvviso, cominciò a correre, ebbro d'aria e di felicità.
    Parecchi minuti durò quella corsa sfrenata, fino a quando il cuore si fece pesante e fu costretto a rallentare.
    Il suo cervello era leggero, eppure, a tratti, si sentiva stringere da un'angoscia indicibile, assai simile a quell'assurda sensazione che lo aveva spinto a mutare il corso di quella che avrebbe dovuto essere una giornata normale. Non sapeva il perchè di quell'angoscia, ma capiva che qualcosa, in fondo alla sua anima, obbediva a lontani, ignoti richiami.
    Quella sua vita così tranquilla, così apparentemente solida, gli era diventata incomprensibile.
    Scese alla spiaggia, incespicando tra i sassi che rotolavano suonando pesantemente.
    Rimase a lungo in piedi, con gli occhi fissi sull'orizzonte, immobile. 
    Una pace infinita si stendeva all'intorno.
    Si sentiva bruciare nell'anima qualcosa di indefinibile, come un disperato bisogno di uscire da se stesso, di lasciare finalmente alle spalle tutta la sua vita precedente.
    Risalì lentamente su per il viottolo.
    Adesso camminava come trasognato, senza riuscire a vedere chiaramente il cammino davanti a sè.
     

     
     

  • 27 novembre alle ore 23:09
    E tutto intorno era vita

    Come comincia: Il fontanile dove quella notte aveva deciso di pescare, distante chilometri dalla sua cascina della bassa, versava ormai in uno stato d’abbandono; le tinozze in legno che cingevano le polle erano mezze marce e l’acqua, soffocata dalle erbacce, a fatica trovava una via d’uscita.
    Subito dopo la testa del fontanile, alcuni metri sotto il piano campagna, si snodava il gelido corso della roggia; i rami degli arbusti piantati sui bordi delle rive inclinate s’incrociavano al centro, disegnando una volta.
    Camminando nell’acqua si aveva l’impressione di stare in un tunnel; nelle giornate estive, di calure insopportabili e raggi di sole come morsi di luce, quel cono d’ombra metteva in mostra tutta la sua istintiva vitalità, la sua vergine e spregiudicata bellezza, regalando ai visitatori umori positivi, orgasmi di freschezza.
    Ben altre sensazioni, dopo il tramonto, avvolgevano le persone che lì osavano avventurarsi; nel buio della notte ogni fruscio lungo le rive, nell’acqua o tra le fronde degli alberi liberava paure e disegnava mostri.
    Berto quella sera si era allontanato dai fontanili a lui ben noti perché in quelle sorgive, di pesci, a parte qualche ghiozzo o scazzone, non c’era più traccia.
    Colpa di un suo compaesano che aveva deciso di lavorare senza fare fatica; sì perché pescare di notte con la fiocina in una mano e la lampada al carburo nell’altra, stare per ore nell’acqua e camminarci fino a non sentire più le gambe era proprio un lavoro, e di quelli pesanti.
    Molto più semplice buttarci una bomba e poi raccogliere i pesci che storditi venivano a galla.
    Era andata avanti un bel po’ quella storia, ufficialmente in paese nessuno sapeva chi fosse la persona responsabile del misfatto; ufficialmente, perché per dire la verità un più che sospettato c’era: il padre del Giuanì.
    Giovanni, detto Giuanì, con un corpo sano e la testa deformata, era l’ultimo dei figli di quell’uomo; tra tutti l’unico nato in ospedale e staccato dal ventre di sua madre con le pinze.
    I genitori avevano deciso di non mandarlo al Cottolengo e se l’erano cresciuto armandosi di tanta pazienza.
    Giuanì aveva un legame particolare con il padre; da quando poi il genitore era andato in pensione, il ragazzo stava perennemente attaccato a lui.
    Insieme al circolo, a messa, nell’orto, in casa, di giorno e anche di notte: quando lasciava il suo letto e andava in mezzo a quello dei genitori.
    In paese Giuanì era più stimato del sindaco; di tutti ricordava nome e sopranome, e a tutti regalava saluti, abbracci, buon umore, senza fare promesse e chiedere voti: né per soldi né per altro, solo per istintivo amore del prossimo.
    Negli ultimi mesi però il ragazzo era cambiato e si comportava in un modo strano.
    Per esempio quando passava davanti all’emporio del paese, uno stambugio in cui si poteva trovare di tutto, foriero di novità commerciali, e che proprio in quel periodo aveva esposto un’ampolla con alcuni pesciolini rossi, lui fissava l’acquario artigianale e subito dopo ripeteva sempre la stessa frase:
    -I pesci, i pesci pimm!
    Non ci volle molto in paese a fare due più due, ma nessuno ebbe il coraggio di andare dai carabinieri a raccontare l’evidente verità.
    C’erano ben altri problemi a cui pensare e non era il caso di mettere in scena una guerra tra morti di fame; e poi il padre del Giuanì era stato un eroe della Resistenza, anche se non la diceva giusta quando sosteneva di aver riconsegnato gli strumenti di guerra.
    Del resto dopo il 25 aprile il proclama non era stato chiaro: diceva di riconsegnare le armi, mica le bombe.
    Rimase un segreto corale, ma nel frattempo qualcuno del partito fece capire a quell’uomo che la doveva smettere di andare in giro a lanciare bombe, mettendo a rischio la vita sua e soprattutto quella del Giuanì, che già non era delle migliori.
    Il danno però era ormai irreversibile: a contarli c’erano più pesci nell’acquario dell’emporio che nei fontanili del circondario.
     
    Berto era stufo di quella vita, per diversi mesi dell’anno era più il tempo che passava in acqua che fuori, e per di più sempre di notte: quando non era nei fontanili era in campagna, ad aprire e chiudere le paratie dei vari canali di irrigazione dei campi.
    La lampada al carburo continuava a spegnersi, l’acqua era gelida e l’erba, che credendosi riso vi cresceva rigogliosa, rallentava il passo e rendeva incerta e barcollante l’andatura.
    A un certo punto, nel vano tentativo di recuperare stabilità, mise il piede sul legno del tino che circondava la polla, ma quello si ruppe e lui cadde malamente all’interno della pozza profonda e invasa dalle alghe.
    Gli sembrò di morire, cattivi pensieri passarono nella sua testa in quei secondi, ma l’istinto di sopravvivenza e una buona dose di fortuna lo salvarono.
    Uscì di corsa dall’acqua e raggiunto il piano campagna prese una decisione che avrebbe cambiato lo scorrere della sua vita.
    Un mese dopo, con famiglia al seguito, lasciò la cascina, la folgorante carriera di bracciante e andò ad abitare in una zona di collina, dove prese in gestione un frutteto; mise così fine a quell’esistenza d’acqua.
    Ma il giorno che cambiò frontiera non se la sentì di abbandonare la fiocina e la lampada al carburo.
    Per il lavoro che l’aspettava quei due arnesi non servivano più, ma avrebbe sempre potuto mostrarli con orgoglio ai figli, agli amici, raccontare della bellezza dei fontanili, dove l’acqua come per magia sgorgava limpida e fresca e tutto intorno era vita.
    Narrare,magari moltiplicando un po’, delle tante pesche miracolose e di piatti succulenti da far venire l’acquolina in bocca: zuppa di rane, tinche ripiene al forno con polenta, luccio lessato e insaporito con salsa, anguille alla graticola.
    Raccontare di quella maledetta sera in cui rischiò di annegare.
    E poi ancora del Giuanì e di pesci che volavano in aria per colpa di un pescatore bombarolo, che tutti in paese conoscevano.
    Tutti … tranne il maresciallo.
     

  • 27 novembre alle ore 12:23
    L'Altro

    Come comincia: 27 ottobre

    Mezzanotte è passata da un pezzo. Ho ancora le chiavi del suo appartamento. Lei dorme, nel suo enorme letto semivuoto. Immagino nel buio i suoi lunghi capelli corvini sparsi sul cuscino. Mi spoglio e mi infilo sotto le lenzuola, la sfioro, sento il calore del suo corpo… Lei non si muove. Mi ignora, chiusa nel suo mondo di sogni custodito dal Valium, dove non posso raggiungerla…
    Una strana sensazione allo stomaco. Mi giro e cerco di dormire ma non mi sento molto bene. La sensazione allo stomaco diventa rapidamente dolore. Sudo e nello stesso tempo tremo dal freddo. Nel buio cerco il bagno con le gambe che non mi reggono. Sono solo pochi metri ma è una distanza infinita. Lo trovo quando inizio a barcollare. Cado in ginocchio, mi aggrappo alla vasca… Il dolore allo stomaco si è fatto insopportabile… Come se due mani artigliate lo stessero strizzando… Apro la bocca per gridare e invece vomito l'anima… La luce dei lampioni che filtra dalla finestra illumina appena una scura massa pastosa che scivola giù lungo la vasca. Un brivido… E se si svegliasse? Mi farebbe mille domande, io non saprei cosa rispondere…Torno brancolando in camera… Lei si muove… mormora qualcosa… si sveglia! No… sta ancora sognando. NON DEVE SAPERE CHE SONO QUI!
    Di colpo non mi sento più a disagio. Cammino al buio come se non avessi mai visto la luce, come se da sempre non conoscessi altro che tenebra. Di colpo so dove devo andare, so cosa fare. Apro un cassetto e tiro fuori un lungo coltello. La lama ha un filo eccellente, l'ho sentito sui polpastrelli che ora pulsano di un bruciore umido.  Le molle del letto cigolano spaventosamente. Sembrano urlare, vogliono chiamarla, svegliarla. Ma lei è qui, di fronte a me. Posso toccarla…
    Accarezzo i suoi lunghi capelli… E lei si muove! Un lampo istantaneo! Se si sveglia adesso urlerà, lotterà, mi caccerà, mi odierà per il solo fatto che sono qui. Ma lei non può, non deve odiarmi. Io l'amo. No, lei non deve svegliarsi.Io sono qui ma lei non deve svegliarsi. Tocco i suoi capelli, annuso il suo profumo, respiro il suo respiro ma lei non deve svegliarsi.
    Ho sentito la morbidezza del suo collo sotto la lama, il suo collo fine, delicato. E lei non si è mossa. E' stata perfetta. L'amo. Come potrei non amarla! La debole luce che filtra fra le imposte illumina ora una linea scura che sta apparendo intorno alla gola… bellissimo, stupendo! L'unico difetto è che adesso i suoi bellissimi capelli sono impastati da un liquido denso e caldo che sta silenziosamente formando una macchia sempre più grande sulle lenzuola. Ma niente deve disturbarla. La bacio dolcemente sulla fronte e lei mi risponde con uno scricchiolio di vertebre… Mi da la buonanotte! La copro con le coperte e le rimango accanto mentre il suo calore dolcemente si spegne e questa sua dolcezza mi innamora ancora di più.
    Il cicalino del mio orologio mi sveglia alle sette. Devo andare al lavoro. Lei dorme ancora. Non la disturbo…

    29 ottobre

    Suonano alla porta. Vado ad aprire. Due tizi in uniforme. Poliziotti. Dicono che Lucia…è morta. Assassinata. La mia Lucia! Il mio amore! Non sanno chi sia stato. Sono venuti a prendermi per interrogarmi. Ma io non so nulla! Mi portano via…
    Non so quanto tempo sia passato. Mi hanno fatto un sacco di domande strane. Dicono che sono stato io ad ucciderla. Che sciocchezza. Io l'amo, come potrei? Dev'essere tutto uno scherzo di Lucia. E 'così dolce con me. Vuole prendermi in giro, lo so. Si, dev'essere tutto uno scherzo. Ma io so stare al gioco. Anche adesso che due tizi in camice mi stanno mettendo questa buffa camicia dalle lunghe maniche girate dietro, so che è tutto uno scherzo, così faccio come niente fosse e mi sforzo per non ridere.
    No, questa è troppo grossa! Dicono che io sono malato e che per questo ho ucciso Lucia. Non resisto più e scoppio a ridere senza riuscire a fermarmi. Mi portano dentro uno strano edificio e io rido. Mi chiudono dentro una strana stanza dalle pareti imbottite di gommapiuma e io rido. Penso alla faccia che faranno tutti quando Lucia tornerà e svelerà lo scherzo e…e…e non riesco a trattenermi e rido… rido… rido.

  • 24 novembre alle ore 15:47
    Banca Cooperativa di Gnocca.

    Come comincia: Vi pare un titolo un tantino strano? Più tardi ve lo spiegherò, per ora accontentatevi di sapere che vi trovate dinanzi ad uno scrittore (si fa per dire) fuori del normale sempre che sappiate che vuol significare normale, io non lo so.
    Alessio Sciarra, sono io, scapolo, nulla facente, rampollo tretenne di una famiglia di marchesi che, al contrario di altri nobili costretti a vivere in un'ala non 'sdirupata' dell'avito castello, non sono affatto squattrinato perchè i miei avi non hanno sperperato il patrimonio di famiglia in case da gioco o in case di piacere (quanto mi piace questa immagine!). Lo confesso sono edonista ma non epicureo perchè non riesco a credere più di tanto alle varie religioni del mondo, ma questo è un altro discorso.
    Ritorniamo alla banca succitata o meglio alla fauna femminilee che la rendeva piacevole ai miei occhi di eterno cacciatore.
    Lì vi era il famoso profumo di donna in termine gasmaniano in quanto, dei sette impiegati, solo il direttore era di sesso maschile, gli altri o meglio le altre sei tutte femminucce degne della mia attenzione, questo era il motivo di aver aperto un conto in quella struttura bancaria,
    Fra tutte spiccava Artemide (per quel nome i genitori erano da mettere al muro, si fucilati) ma in fondo non mi dispiaceva perchè, storpiandolo, riuscivo ad accendere la deliziosa ira dell'interessata, niente affatto docile, soprattutto quando lo mutavo in Ade (aveva ragione) ma non gli dicevo che Ade era un maschietto padrone degli inferi.
    Talvolta mi presentavo in banca quasi all'ora di chiusura quando le impiegate erano un tantino stanche dopo mezza giornata di lavoro e, spesso, dovevan dar conto a persone dalle richieste finanziariamente più strane con la massima calma che, a quell'ora,si era proprio esaurita.
    Artemide era allo sportello ma, alla mia vista in fondo dela fila, si era fatta sostituire da una collega, vano tentativo. 
    "Ho una partica in sospeso con la signora Artemide, gentilmente la vuol chiamare?"
    Immaginate l'espressione dell'interessata.
    "Mi dica cosa vuole, siamo in chiusura."
    "Ho bisogno di un prestito, devo acquistare una casa a Torre Faro (avevo dimenticato di dirvi che abito a Messina, Strada Panoramica dello Stretto 401).
    "Ma se ha un bel pò di quattrini nel conto corrente!"
    "Mio nonno, unico mio parente, me lo controlla e non vuole che acquisti quella casa, lei capisce..."
    "Io capisco ben altro, alle quindici riapriamo, buon appetito."
    "Senza di lei il pranzo mi andrebbe di traverso..."
    "La cosa non mi dispiacerebbe così finirebbe..."
    "Nolite stare ante impedimenta!"
    "Anche col latino non funziona, in ogni caso anch'io ho fatto il classico e'non ti fermare dinanzi ad ostacoli' mi lascia indifferente, lei si fratturerà il capo sul mio muro."
    "Mi farò perdonare, la invito a pranzo al ristorante 'La Stalla',
    "Niente da fare, vado a casa, in ogni caso dal nome il ristorante non deve essere gran che."
    D'un tratto Artemida mi prese sottobraccio: "Andiamo al ristorante."
    Questa decisione non era dovuta al mio fascino ma dalla presenza di un tale dalla faccia poco rassicurante che si era avvicinato a noi.
    Feci cenno alla baby che la Lamborghini grigio argento metallizzato era la macchina dove infilare le sue graziose membra. In un altro momento avrei fatto colpo ma Artemide aveva ben altro per la testa, era sconvolta.
    Partito a razzo, Ade riprese colorito in volto, non le chiesi spiegazioni, non era il momento.
    A tavola Salvatore, cameriere amico, fece il simpaticone nel presentarci i piatti del giorno, senza successo, Artemide era ancora molto turbata.
    "Vorrei dire qualcosa ma forse sbaglierei, meglio il silenzio, vero?"
    "Quel tale mi perseguita da vari giorni, me lo trovo sempre davanti casa e in qualsiasi posto vada, ce l'ha con me perchè gli ho rifiutto un prestito bancario, non aveva le garanzie ma da allora..."
    "Ho un amico poliziotto, andiamo a trovarlo anzi lo chiamo al telefonino."
    "Peppe ho bisogno di un favore, è per una mia amica...vengo in Questura."
    Giuseppe Laganà era un simpaticone cinquantenne calabrese, si mise a disposizione e verbalizzò il racconto di Artemide.
    "Domattina vado con un collega a trovarlo a casa, so come trattarlo, ha vari precedenti penali, signora stia tranquilla se la disturberà ancora andrò dal giudice per emettere un mandato di cattura in prigione."
    Sentiti ringraziamenti da parte della baby, quasi avrebbe abbracciato il questurino, preferì prendermi sotto braccio, finalmente un sorriso e finalmente alla visione della Lamborghini:
    "Prima non ci avevo fatto mente locale, una macchina da favola, questa volta mi hai impressionato, ti darò del tu ma non farti illusioni, non voglio ritornare in ufficio, telefono al direttore che non mi sento bene, andiamo a casa mia."
    Eravamo arrivati in viale dei Tigli:
    "'Parva sed apta mihi' avrebbe detto Ludovico Ariosto, veramente delizioso questo appartamento, una alcova, il letto d'ottone è di buon gusto, peccato che sia troppo piccolo per due."
    Artemide non rispose, si era fatta di nuovo seria e sedette sul divano, qualche lacrimuccia spuntò sul suo volto. Io con le femminucce in queste situazioni divento vulnerabile, non so come comportarmi, ogni mossa poteva non essere quella giusta, mi sedetti anch'io sul divano in speranzosa attesa.
    L'attesa fu lunga, l'oscurità era scesa, accesi io la luce, il viso di Artemide era terreo.
    "Forse è meglio che me ne vada, ciao deliziosa, se posso far qualcosa..."
    "Resta, stammi vicino, ho rivisto parte della mia vita con tristezza e dolore, non voglio coinvolgerti nei miei problemi, in fondo sei pure simpatico ma non mi sento..."
    Dopo circa un quarto d'ora la signora cambiò completamente, riuscì a stamparsi sul viso un sorriso, un pò forzato ma, meglio di niente...
    "Non per vantarmi ma in cucina ci so fare, tutto merito di mia nonna ma ora non ho voglia di mettermi ai fornelli, ti va del prosciutto crudo, del formaggio, ho del buon vino."
    Ad Alessio sarebbe andato bene anche uno scarafone. " (non so cosa sia ma deve essere una schifezza). Il giovin signore si guardò bene dall'approfittare della situazione, dopo cena dinanzi al televisore, sembravano una coppia di lunga data.
    "Domani devi lavorare, me ne vado e cercherò di non disturbarti più, ho capito la lezione."
    "Tu non c'entri nulla, il problema sono io, il mio passato...vieni nel salotto. Sono stata sposata, lui era il figlio del direttore della banca di Gnocca a Trapani, era stato lui a farmi assumere, suo figlio non mi piaceva gran che ma, dietro insistenze di mia madre e dei suoi ho ceduto.
    Già in viaggio di nozze erano sorte delle incomprensioni ma...c'era qualcosa che non andava in mio marito, lo capivo istintivamente senza spiegarmi il perchè, ero giunta vergine al matrimonio e lui era stato piuttosto brutale poi un giorno...sono rientrata a casa per prendere una pillola contro il mal di testa, l'ho trovato nudo a letto con un suo amico, ho vomitato, sono stata male vari giorni, ho raccontato tutto a suo padre che mi ha fatto trasferire a Messina, fine della storia."
    "E da allora niente, i maschietti ti fanno un poco schifo, ne pas."
    "Proprio così, ci vorrà del tempo..."
    "Ed io paziente aspetterò, giuro che non andrò più con nessuna, ci credi?"
    "Non so che dirti, se riuscirò a cambiare."
    "Lo capirò io stesso,magari potrei dormire sul divano..."
    "Rien a faire mon ami."
    "Col francese mi hai scaricato., un bacino in fronte e...buona notte."
    Quella scellerata promessa cominciava a pesare su Alessio, qualche amica lo aveva chiamato per...e lui ligio, in bianco sinchè un giorno si presentò in fila allo sportello aspettando il suo turno.
    "Non ti vedo bene, hai qualche problema?" C'era dell'ironia nella voce di Artemide, ironia niente affatto condivisa dall'interessato.
    "Ho liticato con 'ciccio' per colpa tua..."
    "Se'ciccio' è quello che penso io..ah ah ah Facciamo una cosa, andiamo al cinema, vienimi a prendere alla chiusura, prendi la 500, lascia stare la Lambo, mi sembra di essere la mantenuta di un ricco rampollo."
    "Andiamno in fondo in galleria mi sembrerà di ritornare studente quando mi recavo al cinema con le compagne di scuola."
    "Massima concessione braccio sulle spalle."
    "Se io mi stanco il braccio può scendere..."
    Nessuna risposta, mano sulle tette, sulla cosina, nessuna reazione, buon segno, 'ciccio'' aveva alzato il livello dei pantaloni.
    "Ho capito andiano a casa mia."
    "Il letto è piccolo, meglio il mio lettone."
    "No chissà quante mignotte ci avrai portato, casa mia."
    Una doccia da ricordare, soprattutto 'ciccio' puntava dritto".
    " Aspetta che siamo a letto, che cavolo..."
    "Sai quanti giorni..."
    "Vacci piano, sii dolce, è molto tempo che non ho rapporti."
    "Che ne dici di un cunnilingus?"
    "Pure a letto il latino, facciamo una fellatio?"
    Insomma finì a sessantanove prima dell'ingresso nella morbida e accogliente cosina.
    "Cacchio non ho messo il preservativo!"
    "Ti è andata bene, domani aspetto le mestruazioni altrimenti col cavolo...anzi pensandci bene ti potrei incastrare con un bel pupo e poi avresti finito di fare il galletto in giro!"
    Alessio cominciò a sudare freddo, una tale ipotesi non solo lo trovava impreparato ma assolutamente contrario, dare addio agli altri fiorellini, non scherziamo!
    "Ti leggo nel pensiero, nel momento che mi accorgessi che sei stato con altre avresti chiuso con me, è come se fossimo sposati, questa è la tua mangiatoia, capì?"
    Alessio rientrò a casa scioccato, si era messo da solo in un cunicolo buio e nient'affatto piacevole, domattina avrebbe avuto la mente più serena...
    Quando mai, al mattino la situazione gli parve ancora peggiore, rinunziare alle altre passere o ad Artemide,that is the question..,
    Com'è finita? Mi sono innamorato come un pivello, forse proprio questo è l'amore cantato da tanti poeti, mah.
    Ciliegina finale: ho preso a lavorare, si a lavorare, ho rispolverato la laurea in giurisprudenza (si sono laureato che c'è di strano), frequento lo studio di un avvocato amico di mio nonno, non che mi impegni molto, seguo solo le cause che mi fanno andare fuori sede sempre suscitando curiosità con la mia Lambo e poi, lontano dagli occhi...
    Si mio prendo qualche passaggio con le avvocatesse, soprattutto con quelle non più giovanissime, forse sono diventato anusofilo, che vuol dire? Datevi da fare, cercatelo nel vocabolario.
    In quanto al nome della banca, dopo accurate ricerche è risultato che il fondatore della banca proveniva da quella località in provincia di Rovigo, contenti?

                                                f  i  n  e
     

  • 23 novembre alle ore 20:10
    Cuore di lupo

    Come comincia: Dopo circa un’ora di cammino per la prima volta il sentiero che avevamo intrapreso,affiancato ai due lati da una fitta faggeta,si interrompeva per lasciare il posto ad uno ampio sparzio erboso.In questa riconobbi sparuti gruppi di genziane gialle e lunghe file di orchidee;inoltre essa si presentava riempita parzialmente da una fitta nebbia,creando un atmosfera vagamente fantasy – di quelle dei film in stile “fantaghirò” che ormai trasmettono soltanto la domenica pomeriggio,per intenderci -  e nascondendo parzialmente una piccola costruzione un centinaio di metri più avanti rispetto a noi.
    <<Vedi che adesso da quel banco di nebbia sbuca fuori un folletto:questa valle sembra incantata!>>,dissi ad Aria.
    Aria non è il suo vero nome,ma è così che si faceva chiamare.E le stava proprio bene, quel nomignolo,essendo lei sfuggente e imprevedibile proprio come l’aria.
    Si fece scappare solo un debole sorriso,abbassando la testa:sembrava nervosa.I suoi caldi occhi verde-nocciola celavano del disagio.Immaginai che fosse per via del fatto che avevamo perso il nostro gruppo e che il cielo fosse stracolmo di minacciosi cumulonembi. 
    Inghiottiti dal banco di nebbia avanzammo lentamente fino a che l’edificio – una casetta in pietra dal tetto spiovente -- non fu chiaramente visibile nella sua interezza.Purtroppo non avemmo il tempo per stare ad osservarne i dettagli,perché nel frattempo aveva cominciato a piovere;quindi,approfittando dell’uscio di casa aperto,entrammo di corsa senza pensarci due volte.
    L’interno consisteva in un unico grande salone quadrato ,il quale dava esattamente l’idea di rusticità che mi sarei aspettato di trovare.Le pareti bianche risultavano piuttosto caratteristiche grazie agli svariati attrezzi silvo-pastorali ad esse appesi,assieme alla presenza di un forno a legna fatto in mattoni.L’arredamento,in legno di pino,comprendeva un grosso armadio/biblioteca che copriva quasi tutto il lato sinistro,e un tavolo rettangolare al centro – bagnato da una grossa chiazza d’acqua -- accompagnato da quattro sedie.Inoltre nella parete opposta a quella frontale c’era una porta che riportava la scritta “bagno chimico”.
    Prima che ci potessimo ambientare l’occhio non potè fare a meno di caderci sul sangue che macchiava il pavimento di mattonelle.Queste si concentravano proprio di fronte alla porta del bagno chimico,insieme ad un falcetto anch’esso sporco di sangue.Ci avvicinammo con circospezione alla scena del “crimine”,come se da un momento all’altro potesse saltar fuori il presunto colpevole.
    <<Gian,che cosa sarà successo qui?>>.
    Mi chiamava Gian perché funzionava bene come diminutivo di Gianluca - il mio nome di battessimo - e aveva una pronuncia simile a quella di Jan,il nome del protagonista de “Il mistero della pietra azzurra”,un anime giapponese d’infanzia rimasto nel cuore di entrambi.
    <<Quanto darei per saperlo.La scena lascerebbe pensare al peggio,ma prima di provare a formulare qualche ipotesi direi di ispezionare la casa>>,le risposi.
    Le due uniche cose rilevanti che scoprimmo furono altre tracce di sangue e una cassetta per il pronto soccorso disfatta nel bagno chimico,oltre ad una specie di diario fra i libri della mini-biblioteca inglobata nell’armadio.Al suo interno erano riportate più che altro varie annotazioni di persone -- o gruppi di persone -- che come me ed aria avevano stazionato qui per una notte.Mi chiedo per quale motivo tutte queste persone erano state spinte a trascrivere le loro intime e personali esperienze su questo che ora assumeva tutta l’aria di un diario condiviso.
    <<Non riesco a capire la porta d’ingresso aperta e le condizioni in cui è stata lasciata questa casa>>,esordii.
    <<In che senso?>>.
    <<Voglio dire,in base alle condizioni in cui si trova la cassetta dei medicinali,ne possiamo dedurre che qualcuno si sia medicato.Ma chi?Se fosse stata la vittima,non capisco perché avrebbe dovuto avere tanta fretta da non chiudere la porta d’entrata e lasciare tutto questo disordine.Mentre se fosse stato l’aggressore,non si spiegherebbe l’assenza del corpo della vittima o di qualsivoglia traccia di un suo trasporto fuori da questa casa.Potrebbe anche trattarsi di un tentativo di depistaggio,oppure…>>.
    <<Senti Gian>> - mi interruppe lei – <<mi sa che leggi troppi polizieschi.Non vedo perché debba trattarsi necessariamente di un’aggressione umana.Forse qualcuno è stato aggredito da un lupo,che ne so>>.
    <<Impossibile si tratti dell’aggressione di un lupo.Generalmente questi si tengono ben lontani dalle abitazioni umane,e con l’uomo sono molto schivi ed elusivii>>,sentenziai.
    <<Ah scusami,dimenticavo che tu sei un esperto di lupi,tuttologo dei miei stivali>>.
    <<Un momento,cosa ho fatto per meritarmi tutta questa acidità?>>.
    <<Lasciamo perdere.Intanto che finisce di piovere mi metto a leggere le annotazioni su questo diario che abbiamo trovato.Tu continua pure a giocare a fare il detective da solo>>.
    Lo disse con tono meno provocatorio,ma sempre con una punta di sarcasmo.Immagino fosse ancora arrabbiata con me perché l’avevo convinta a deviare il nostro percorso,rassicurandola che ci saremmo riuniti a breve con il resto dei nostri compagni.
    Data la situazione di stallo e la stanchezza che cominciavo a sentire,chiusi la discussione in maniera diplomatica:
    <<Ci provo.Tu però fammi sapere se scopri qualcosa di interessante in quelle annotazioni>>.
    Quando lo dissi aveva già concentrato tutta la sua attenzione nella lettura,seduta su una delle sedie attorno al tavolo.
    Allora presi ad ispezionare l’armadio/biblioteca,che a quanto pare fungeva anche da dispensa visto che scovai del cibo in scatola,oltre che dei sacchi a pelo.
    L’impressione era che la casa fosse appositamente rifornita di tutto il necessario per pernottarvi all’interno.Stavo pensando di mettermi in uno dei sacchi pera lo quando sentii chiudere violentemente la porta.Girando lo sguardo verso di essa vidi Aria stranamente pallida che le voltava le spalle:la sua carnagione olivastra aveva perso molta della sua luminosità.
    <<Che succede?>>,le chiesi,interdetto.
    <<Leggi l’ultima annotazione del diario condiviso che abbiamo trovato>>.
    Il suo tono imperativo non ammetteva repliche;cosicchè feci ciò che mi aveva praticamente ordinato.
    La nota,che riportava la data di appena una settimana prima,apparteneva ad un medico che parlava di essersi trovato qui per caso ed aver subito l’aggressione di un animale che aveva tutta l’aria di essere un lupo.Riuscitosi a salvare,dopo avergli ficcato un falcetto nell’occhio destro,questi aveva deciso di scrivere sul diario condiviso per raccomandare coloro che come lui si fossero trovati da quelle parti.
    A questo punto il sangue e tutto il resto acquistavano un senso,anche se la storia non mi convinceva del tutto.Aria,dal canto suo,non sembrava essere intenzionata a discutere sulla plausibilità della nota.
    <<In ogni caso,che questa aggressione sia avvenuta o meno,non possiamo di certo rimanere qui in eterno>>,le dissi.
    <<Certo che no.Però credo che mi sentirei più sicura ad aspettare che gli altri vengano a trovarci domattina.Non possiamo passare la notte qui?>>.
    Me ne vergogno un po’ ad ammetterlo,ma a vederla così indifesa ed impaurita mi suscitava una tenerezza che la rendeva ancora più irresistibile.
    <<Beh,l’occorrente per pernottare ci sarebbe…come vuoi.Dopotutto,fino a stanotte non credo ci siano margini di miglioramento per quanto riguarda  il tempo;inoltre,se tutto va bene e torna il proprietario,potremmo chiedere chiarimenti riguardo questa faccenda>>.
    <<Perfetto.Provvedo io ad informare gli altri>>.
    Una volta andati a dormire piuttosto presto,venni risvegliato nella notte da ululati di lupo.Questi partivano come delle melodie,ma poi finivano sempre per armonizzarsi tutti su un’unica nota:sembravano tantissimi.Appena smisero un poderoso rombo di tuono mi fece saltare a sedere,come fosse stata una sveglia imperativa.Guardandomi intorno lucidamente mi resi conto di essere immerso in una scenografia terrificante - anche per una persona poco suggestionabile quale io sono.Con un sottofondo di tuoni e di pioggia incipiente,la luce di un lampo che  filtrava dalle alte finestre della casa illuminava periodicamente gli attrezzi appesi alle pareti – come a ricordare quante armi non convenzionali e potenzialmente pericolose ci fossero in quella stanza --  ed una faina imbalsamata su uno scaffale dell’armadio;quest’ultima,immortalata in una posa minacciosa con i canini affilati bene in mostra,sembrava quasi potesse rianimarsi da un momento all’altro,come se fosse stata paralizzata da un incantesimo invece che morire per poi finire “mummificata”.
    Dopodichè improvvisamente qualcosa cominciò a grattare contro la porta:il cuore prese a battermi freneticamente.Si poteva distinguere in maniera chiara il rumore di unghia ispessite che si incuneavano freneticamente nelle imperfezioni della porta,accompagnato da sommessi gemiti di sofferenza.Mosso dalla pena stavo quasi pensando di andare ad aprire la porta,prima che Aria mi si stringesse in un abbraccio.
    <<Ehi,e tu quando ti saresti svegliata?>>,le dissi.
    <<Quel potentissimo tuono di prima.Gian,e se questo animale fosse il lupo della nota?>>.
    Potevo percepire la sua paura dal caldo respiro che mi accarezzava il petto.
    <<Credo di si,perché prima ho sentito degli ululati abbastanza caratteristici;ma finchè la porta rimane chiusa,naturalmente non abbiamo nulla di cui preoccuparci>>,la tranquillizzai.
    Avrei voluto dirle qualcosa di molto forte in quel momento;tipo che ci tenevo molto a lei,o che avrei dato la mia vita per proteggerla.Ma l’idea di dare in pasto all’oscurità i miei sentimenti più intimi mi terrorizzava a morte,in particolar modo con un interlocutore imprevedibile come Aria.Se fosse rimasta interdetta,costernata o spaventata,come lo avrei capito non potendola guardare negli occhi?Quella situazione mi ricordava l’impotenza comunicativa delle discussioni digitali da tastiera;quel retrogusto amaro che ti lasciava scrivere sui social network,al pari di quello che potevi provare gettando a mare un messaggio in bottiglia.
    “Sembra che abbia smesso.Adesso puoi tornare a dormire”,alla fine mi limitai a dirle.
    Un ultimo ululato risuonò come un urlo disperato nell’incessante scrosciare della pioggia,prima che mi riaddormentassi.
    La mattina successiva ci svegliammo al sorgere del sole.Aria era ancora convinta che avrei aspettato l’arrivo del nostro gruppo,ma dopo quella notte i miei piani erano cambiati.
    <<Aria,io ho intenzione di partire di partire da solo per il monte pollino:ho bisogno di verificare una cosa.Ci rivedremo li sopra>>.
    <<Cosa hai bisogno di verificare?>>.
    <<Sospetto che l’animale responsabile dell’aggressione di cui si parla nella nota – probabilmente lo stesso che si è accanito contro la porta d’ingresso questa notte -- sia un ibrido cane-lupo.Innanzitutto,perché  ieri notte prima di addormentarmi ho sentito un singolo ululato,il quale avevo sentito anche precedentemente quella stessa notte discordare più volte di un’ottava rispetto alla nota su cui si erano armonizzati altri lupi.Quando ululano insieme, i lupi si armonizzano su una nota sola, dando così anche l'illusione di essere un gruppo più grande di quello che sono in realtà.>>
    <<E tu come avresti notato questa discordanza armonica?Non sapevo avessi un senso dell'udito così acuto>>,disse lei,stupita.
    <<E’ dall’età di sei anni che studio solfeggio,suonando il piano.Pensavo di avertene già parlato>>.
    Lei abbassò la testa per nascondere una smorfia di imbarazzo:ci conoscevamo da tre anni e immagino si aspettasse di ricordare un particolare così importante.
    <<Comunque>> – continuai – <<a questo punto si potrebbe pensare che abbiamo a che fare con un lupo solitario.Tuttavia,i lupi solitari tendono ad evitare di ululare in zone che contengono branchi già consolidati;senza dimenticare che,come ti ho già detto,i lupi più in generale si tengono ben lungi dall’avvicinarsi agli esseri umani.
    Quindi,voglio trovarlo per vedere se riesco a confermare i miei sospetti>>.
    <<Ma non puoi aspettare che ci raggiungano gli altri per cercarlo tutti insieme?>>.
    <<No.Da solo darò meno nell’occhio e avrò più possibilità di trovarlo.Porterò il falcetto sporco di sangue con me per stare più sicuro>>.
    Aria rimase in silenzio,cosicchè la salutai e uscii fuori.Lei mi seguì subito dopo,invitandomi a restare;al che mi voltai per controbatterle,ma la mia attenzione fu attirata da un iscrizione incisa sul marmo che imperava sulla parete sopra la porta.
    Le parole riportate a caratteri cubitali erano le seguenti:

    LA TANA A META’ STRADA

    Mi auguro che questa modesta casetta possa fungere da rifugio per tutte le anime vagabonde di questo mondo.Qui,per quanto possibile,troverete viveri e un tetto sicuro sotto al quale ripararvi,in cambio esclusivamente della cortesia di lasciare per iscritto le memorie della vostra esperienza qui trascorsa e di lasciare la porta aperta al prossimo.

    <<Sai,è strano:le memorie che ho letto sul diario condiviso mi sono apparse tutte piuttosto positive:nessuno che abbia lamentato mancanza di viveri o difficoltà a pernottare,neanche quelli che si sono portati i loro cani dietro.Eppure,la prima di queste risale a più di due anni fa.Mi chiedo come questo buon samaritano sia riuscito a rifornire e mantenere in così ottime condizioni questo rifugio:avrà pure subito dei furti o atti vandalici,essendo la porta rimasta sempre aperta!>>.
    <<Io credo che il contatto con la natura tiri fuori il meglio delle persone;le riavvicina all’essenziale.Forse questa casa è diventata come un tempio inviolabile in questo paradiso terrestre che è la montagna>>.
    A quelle parole mi regalò lo stesso sorriso innocente che le esaltava il volto la prima volta che l’avevo conosciuta;con quel nasino leggermente gibboso e le sottili labbra pronunciate in un bacio delicato;con quella grazia da principessa che avrebbe conservato anche con indosso della paglia;con quei lunghi capelli neri che,mossi da una leggera brezza montana,gli accarazzavano gentilmente il viso.
    <<Comunque questa iscrizione non cambia i miei piani.Io vado,Aria.>>
    <<Si,però io vengo con te.Non posso lasciarti andare da solo:sarà più sicuro per te se ci sarà qualcuno che possa soccorrerti o chiamare aiuto nel caso tu rimanga ferito,anche se ne perderai un po’ in discrezione.>>
    Mi aveva lasciato di stucco per l’ennesima volta.Avrei giurato che non avrebbe trovato il coraggio di proporsi per seguirmi,e che mi avrebbe fatto sentire in colpa per averla lasciata da sola.Dall’insolita sicurezza che lasciava trasparire,constatai che non avrei potuto fare niente per farle cambiare idea.
    <<Non ho nulla da obiettare>>.
    Ci inoltrammo di nuovo nella fitta vegetazione seguendo il sentiero in salita,constatando che gradualmente l’associazione dell’abete bianco con il faggio risultava ancora più evidente,nonostante il secondo rimanesse di gran lunga più frequente del primo.
    Usciti finalmente dalla faggeta,giungemmo ad un ripiano concavo delle dimensioni di un campo di calcio,su cui si potevano distinguere numerosi cespugli di ginepro.Inoltre si poteva scorgere chiaramente,più in alto oltre la valle,una vetta parzialmente rocciosa disseminata di pini loricato,i quali sembravano danzare fra loro in un festival di verde per via delle loro ramificazioni che sembravano lunghe braccia.
    Ci fermammo un attimo a riprendere fiato,approfittandone anche per gustarci il panorama.
    Non appena riprendemmo a camminare vedemmo un gruppo di lupi sbucare uno dopo l’altro fuori dalla faggeta che limitava il lato sinistro del fondo della valle.Questi procedevano in fila indiana;quasi sincronicamente e tanto ordinatamente che passando accanto ad una serie di pietre allineate una dietro l’altra,le fiancheggiarono perfettamente quasi come se queste costituissero un enorme livella.In tutto erano sei,anche se l’ultimo di loro si manteneva più distante rispetto agli altri e non sembrava seguire la stessa linea di percorrenza,dando l’impressione di non fare parte del branco.
    Appena fummo notati da quello che sembrava essere il maschio alfa,questo velocizzò il passo dirigendosi in direzione opposta rispetto a dove ci trovavamo io ed Aria,seguito da tutti gli altri;tutti escluso l’ultimo,il quale invece si avvicinava lentamente con aria di curiosità.Dalle dimensioni doveva trattarsi di un esemplare adulto,decisamente più slanciato e possente rispetto a quelli che erano fuggiti,ma con un mantello grigio argento che ne richiamava abbastanza fedelmente i colori.
    Quando fu abbastanza vicino perché potessi distinguere i suoi occhi,notai che uno dei due restava chiuso.Non c’era alcun dubbio:si trattava dell'esemplare che stavamo sercando.
    <<Non ti sembra che si stia avvicinando un po’ troppo?>>,disse Aria,titubante.
    <<Dopo essersi beccato un falcetto nell’occhio non credo che che avrà più il coraggio di attaccare un essere umano:non abbiamo nulla di cui preoccuparci>>.
    La parola “preoccuparci” mi morì in gola.Infatti non ebbi il tempo di finire di parlare che Il nostro lupo scattò nella nostra direzione a gran velocità.D’istinto io ed Aria fuggimmo seguendo il sentiero attraverso il quale avevamo raggiunto la valle,prendendoci per mano;ma rientrati nella faggeta sentivo le sue poderose falcate troppo vicine.A momenti avrebbe azzannato Aria,che non riuscendo a sostenere la mia velocità praticamente si trascinava per inerzia dietro di me.Non potevo permettere che le facesse del male…allorchè frenai bruscamente la corsa con l’intento di girarmi ed affrontarlo con il falcetto;ma scivolai sulla fanghiglia e assieme ad Aria capicollai rovinosamente a terra.
    Vidi il grosso animale superarmi tranquillamente con un balzo,senza che il suo occhio color ambra si fosse degnato di posarsi su di me,e quando mi girai indietro si era già dileguato.
    Intanto Aria gemeva dolorante a terra toccandosi la caviglia destra.
    <<Stai bene?>>,le chiesi.
    <<Credo di essermi presa una storta alla caviglia.Ma perché ci è corso incontro improvvisamente senza attaccarci?>>.
    “Non lo so…è come se avesse percepito un qualche cosa in noi che lo ha fatto scattare…>>.
    <<Non potrebbe aver sentito qualche odore che ci siamo portati appresso dalla “tana a metà strada”?>>.
    <<Ma certo!Deve aver sentito l’odore di cibo per cani,ed evidentemente essendo affamato lo avrà associato ad essa!>>.
    Infatti prima di partire assieme ad Aria per cercarlo avevo lasciato una ciotola ricolma di croccantini trovati nella dispensa dell’armadio/biblioteca,in modo da avere una prova che il nostro lupo si fosse reintrodotto nella tana,ed essendomi aiutato con le mani queste dovevano averne ancora un po’ l’odore.
    Avevo ragione di credere che questi fosse stato attirato lì proprio dal cibo per cani,visto che,come confidatomi da Aria,nelle note del diario condiviso si parlava anche di ospiti con amici a quattro zampe.
    <<Sei in grado di camminare?>>.
    <<Ci provo…>>.
    Aria tentò invano di alzarsi in piedi,ma sembrava evidente che spostare il peso sul piede destro le provocava troppo dolore.
    <<Hai  bisogno di metterci del ghiaccio.Adesso chiamiamo i ragazzi e diciamo loro di portarne un po’ in una borsa termica,sperando che non siano già partiti.
    Intanto noi gli andiamo incontro tornando alla tana,con la speranza di intercettare il nostro lupo – se è lì che si è diretto>>.
    <<E come pensi che dovrei arrivarci?>>.
    <<Naturalmente ti porterò io sulla schiena:forza,salta su!>>.
    Non mi risultò particolarmente difficile caricare Aria sulla schiena e trasportarla lungo la strada di ritorno,visto che adesso prevedeva solo discese abbastanza distribuite;oltre al fatto che Aria pesava non più di una quarantina di chili.
    Arrivati a destinazione avremmo solo dovuto aspettare l’arrivo dei ragazzi con la borsa termica,che per fortuna eravamo riusciti ad avvisare in tempo.
    Rimasi un tantino deluso di non trovare il lupo in casa,e ancor di più di aver trovato la ciotola per cani ancora ripiena di croccantini.Dando uno sguardo in giro notai che sembrava essere rimasto tutto come lo avevamo lasciato prima di arrivare qui,anche la macchia d’acqua sul tavolo.Ricordai però che la sera scorsa prima di mangiare avevamo ripulito il tavolo;in quel momento mi sembrò lampante che in realtà quel liquido non era quello che sembrava.
     <<Aria,mica ricordi se per sbaglio ieri ti sei bagnata con quell’acqua che ricopriva il  tavolo,che poi abbiamo fatto asciugare ripulito prima di metterci a mangiare?>>
    <<In effetti si.Ieri prima di mettermi a leggere il diario mi ci sono bagnata poggiando il gomito sul tavolo.Perchè?>>.
    <<Perché ciò significa che l’odore colpevole di aver scatenato il lupo in una corsa per venire qui non è stato quello di croccantini per cani,ma quello della sua pipì>>.
    <<Quindi quella chiazza d’acqua che abbiamo trovato sul tavolo ieri entrando qui in realtà era la sua pipì?>>,disse Aria,con una smorfia di disgusto.
    <<E anche quella che c’è ora:immagino che lasci questi ricordini per marcare il territorio>>.
    <<Cioè,fammi capire bene:questo “meticcio” avrebbe fatto di questa casa il suo territorio?>>.
    La domanda di Aria mi spiazzò.Non sapendo darle una risposta direttamente,provai ad arrivarci mediante una ricostruzione che partiva da lontano.
    <<Recentemente il corpo forestale dello stato ha scoperto svariati incroci illegali di cani-lupo cecoslovacchi -- frutto di vari incroci fra lupi eurasiatici e pastori tedesco ---- con lupi di razza  in allevamenti di tutt’italia.Questi incroci venivano effettuati per accrescere la componente lupina del cane-lupo cecoslovacco.
    <<Scusami Gian>>,mi interruppe Aria,distogliendo lo sguardo dalla caviglia dolorante,<<ma perché mai si dovrebbero effettuare degli incroci in modo da avvicinare un cane-lupo ancora di più ad un lupo…insomma,in questa maniera non si rischia di ottenere un animale non addomesticabile?>>
    <<Per far lievitare il prezzo di vendita degli ibridi,che poteva raggiungere perfino i 5000 euro:sai com’è,le caratteristiche lupine sono molto ambite nei cani.
    Comunque,il punto è proprio questo.La mia teoria è che in uno di questi allevamenti abbiano esagerato con gli incroci,tanto da ottenere un ibrido talmente vicino al lupo da averne perso il controllo.Così come gli allevatori in passato allontanavano gli esemplari che attaccavano il bestiame per selezionare col tempo dei perfetti cani da pastore,così questi allevatori hanno deciso di allontanare questo esemplare per selezionare un ibrido che non si avvicini eccessivamente al lupo.
    Quindi,una volta in libertà,non essendo riuscito a farsi accettare da nessun branco a causa della sua parte canina,è divenuto a tutti gli effetti quello che viene chiamato un “lupo solitario”.
    Accecato dalla fame,perché giustamente troverà molta più difficoltà a sfamarsi rispetto ad un esemplare facente parte di un branco,sarà stato attirato dal cibo per cani di questa casa,la quale è divenuta per lui una specie di rifugio da difendere – vedi l’aggressione al medico>>.
    <<Ma allora come mai ha lasciato la sua urina senza toccare il cibo per cani?>>
    <<Forse con il tempo è divenuto un vero e proprio cacciatore,e come tale si sarà stancato di raccattare il cibo già bello e pronto>>.
    Certo che però doveva trattarsi di un esemplare veramente formidabile per permettersi di rifiutarlo.In effetti per essere sopravvissuto ad una falcettata nell’occhio doveva esserlo,e non solo per la sue capacità fisiche.La vita da “lupo” solitario non dev’essere facile:rifiutato dagli esseri umani per la sua componente lupina e dai lupi per la sua componente canina,vive da solo con la sua irripetibile discriminante.In effetti io un po’ mi ci rispecchiavo:sentivo di pagare il prezzo della solitudine per la mia indipendenza mentale,in questo mondo sempre più omologato e massificato;un tempo in cui paradossalmente la parola “discriminazione” aveva assunto un’accezione razzista,come se fosse diventato politicamente scorretto dare un nome alla cieca legge che tiene da sempre in vita la straordinaria ricchezza del genere umano.
    E un po’ credevo anche di invidiarlo,perché ai miei occhi appariva come una perfetta merafora della libertà che nessun essere umano potrà mai ottenere;come il cuore di lupo che tutti sognano di avere.
    <<Pensi che ci tornerà di nuovo qui?>>,disse Aria dopo qualche istante di silenzio,con quell’espressione di rimorso tipica di chi non è riuscito ad accarezzare una bestiola vista per strada.
    <<Se devo essere sincero,a me piace pensare di no…>>.

     

  • 21 novembre alle ore 12:55
    RIFLESSIONI

    Come comincia: Un sorriso cordiale abbellisce il viso di chi lo dona e per un attimo tace anche la sofferenza di chi lo gradisce.

    La libertà è un’insegnante virtuosa, mentre la coercizione paralizza la mente e genera violenza. La libertà è figlia dell’aria.

    Vivi da libero pensatore e da libero cittadino del mondo, ricordandoti sempre del fondamentale pensiero socratico: “Il vero sapere è sapere di non sapere”, nonché dell’esortazione “Conosci te stesso – Γνῶθι σεαυτόν –”, che può riassumere l’insegnamento di Socrate.

    Quando i politicanti litigano, il popolo è il capro espiatorio dei predetti scellerati.

    L’anarchia è la migliore forma di governo, ma gli uomini non sono ancora preparati a poter convivere in pace, condividendo in maniera sublime i tre sentimenti: la solidarietà, la libertà e la giustizia sociale.

    Un buon libro è come un fiore profumato: orna ed olezza la casa, ma, soprattutto, l’animo di chi vi abita.

    È facile senza riflettere impugnar la penna e scrivere o muovere le labbra e proferir parole a vanvera; far tutto questo, però, significa sparare senza mira e non colpire il segno.

    Le ombre, talvolta, non sono meno importanti della luce.

    Il mio pensiero, forse, non è gemello al tuo, ma della mia fatica cogli, se gradita, la sostanza.

    Essere poveri non dipende da noi, ma dipende da noi far rispettare la nostra povertà.

    Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.

    La persona bene educata si distingue dalla maleducata in salotto, in camera da pranzo ed al tavolo da giuoco.

    Vivere sulla terra è tanto pesante, che sembra paradiso l’inferno di Dante.

    Io sono vivo perché scrivo. Poesia animi medicina. Ποίησις ψυχής φάρμακον.

    Ho conosciuto la sofferenza, ma, invece di vendicarmi, ho aiutato i deboli.

    Un forte desiderio diviene sogno, che poi il tempo traduce in realtà.

    Non dire mai è troppo tardi, per questo è stata creata la morte.

    Prenome, nome e titoli qui valgono niente, se ai posteri non lasci il bene della mente. (Da scrivere sul muro, sopra il cancello dei cimiteri.)

    Gli elogi scritti sulle lapidi in ogni cimitero son per tre quarti falsi, forse un quarto è vero.

    Un libro sa parlare bene al suo lettore, se lo stesso lettore vi si riconosce alla fine della lettura.

    È meglio per l’uomo un nemico intelligente, che un amico stolto.

    Renditi utile ai tuoi simili e così prolungherai la tua vita.

    La storia potrebbe essere una grande maestra di vita, se noi non mettessimo più in pratica tutte le negatività dei nostri predecessori, ma non è così. Quindi, io credo che, se nelle scuole di ogni ordine e grado non si insegnasse più la storia (non magistra vitae, sed magistra bellorum sanctorum et non sanctorum, vinte da nessuno, nonché magistra di tante altre porcate politiche ed ecclesiali) e si requisissero anche films giornali e quant’altro di nocivo, eroganti rispettivamente scene e notizie violente e pornografiche, in un tempo non lontano, forse, le future generazioni ne trarrebbero
    grande beneficio educativo. Se poi al predetto marciume si opponessero costruttive rappresentazioni ed azioni stimolanti, i semi positivi che sono già dentro di noi, come la fratellanza, la libertà, l’uguaglianza et cetera, germoglierebbero e noi, dimenticando
    e non tramandando più il nostro orrendo passato, forse potremmo davvero costruire una nuova società su solide fondamenta di pace, dove vivere e non a forza sopravvivere, come ancoraoggi avviene. Avremmo reso così un ottimo servigio alle future generazioni.

    La povertà causa la fame, ma, talvolta, anche la fama.

    L’ideale politico dell’uomo non dovrebbe stare né a destra, né a sinistra. L’ideale politico è unico, è solo quello di amare e rispettare la collettività. Il contrario di quanto sopra scritto è dell’uomo ignorante ovvero del delinquente, che da parassita vive a discapito
    degli uomini onesti. L’uomo, che ha un ideale politico, è colui che si adopera con diligenza, come fa il buon padre di famiglia, ad attuare i programmi più idonei e confacenti alla piccola collettività, cioè alla sua famiglia, con mezzi buoni e dignitosi per
    raggiungere ottimi fini. Chi stimola la predetta virtù, poiché già la possiede, è veramente un uomo politico.

    Chi sono i cosiddetti politicanti moderati? Mi viene in mente il “Brindisi di Girella” di Giuseppe Giusti. Sono esseri ambigui e parassiti, che fanno finta di stare nel mezzo, in modo di poter dare all’occasione, da veri girella, per interessi personali una mano a
    destra e l’altra a sinistra e ricevere favori dall’uno capo e dall’altro. Ho sempre ammirato chi, invece, nel bene o nel male, negativamente o positivamente agisce senza “falsa moderazione e con schiettezza”, concludendo poi a costo di qualsiasi sacrificio personale grandi azioni virtuose per la collettività (Gesù, Gandhi, Francesco d’Assisi, Martin Luther King etc.) ovvero commettendo atti dissoluti, depravati e delinquenziali nei confronti della società civile (la mafia etc.).

    L’individuo deve essere assorbito dalla collettività, ma la collettività deve amarlo e rispettarlo.

    La poesia è l’arte di dire più cose in meno spazio, la poesia scatena la fantasia, la poesia è pathos (πάθος), ma è anche anelito.

    Il poeta deve proporsi l’utile per scopo, deve rappresentare le passioni attraverso un processo psicologico, ricavandone un insegnamento morale. Il poeta deve proporsi il vero per soggetto, deve, quindi, rappresentare l’uomo nel suo interiore più vero, scrutare l’intimo delle coscienze. Il poeta, infine, deve prefiggersi l’interessante per mezzo per rendere più facili e più estesi gli effetti della poesia, di guisa che interessino tutte le classi sociali, esercitando così una larga efficacia sulla coscienza collettiva. L’arte deve avere, infatti, una funzione educativa; se così non è, avrà fallito il suo nobile scopo e quindi arte non è.

    Gli asili nido a volte sono tristi luoghi di penitenza infantile ed anche i ricoveri per gli anziani, talvolta, sono le anticamere dei cimiteri. Nei suddetti luoghi, come negli ospedali, con strutture idonee, dovrebbero operare veri e seri professionisti di spiccata umanità.

    Sulla mia strada ho trovato spesso alunni svogliati ed io ho dovuto essere un modestissimo maestro. Avrei desiderato tanto incontrare grandi maestri per essere io un alunno. Sono stato comunque un piccolo allievo delle Muse e ne sono soddisfatto.

    Le dita della mano sono tutte diverse; ma, quando agiscono, l’uno aiuta l’altro ed insieme portano a termine qualsiasi lavoro.

    La grande felicità nella vita di un uomo consiste nel perdonare gli ingrati e donare un sorriso al viso dei suoi simili.

    Le buone azioni purificano i cuori, la cattiveria li sporca.

    Le ricchezze terrene non ci preservano dalla morte, né si possono portare all’altro mondo; perciò in terra possiamo accumulare altri tesori e poi depositarli nei cuori dei nostri simili.

    Il racconto del sacrificio di Cristo sulla croce ci dà un precetto sublime, gli amministratori della sua chiesa, invece, per le loro falsità sono dei farisei; tali individui per me valgono quanto un fiammifero già acceso e consumato, ma, purtroppo, sono la zavorra, il danno più grande dell’intera umanità.

    L’uomo porta la croce dalla nascita al morire ed il suo sembiante lo dimostra quando distende le braccia in posizione orizzontale.

    La croce dell’uomo è l’uomo stesso, per sé e per gli altri.

    Non chiedere al bambino cosa vorrà fare da grande, perché se sarà un politico, un prete, un magistrato, uno spazzino o altro poco importa, se non avrà imparato prima di tutto a vivere ed a far vivere; quindi, a comportarsi da uomo solidale, libero e giusto. A questo dovrebbe tendere l’educazione dei genitori, questo dovrebbe prefiggersi la scuola attraverso l’insegnamento delle varie discipline, a questo dovrebbe mirare la società civile, agendo bene con i fatti e con le parole.

    Ammiro Gesù Cristo, ma detesto il Dio, se esiste, che lo fece crocifiggere. Dio, ripeto, se esiste, protegge i delinquenti e tutti coloro che operano nel male. Gli amministratori della chiesa e i politicanti, infatti, ne sono un esempio eclatante. Fa soffrire, invece, coloro che amano il prossimo e vogliono lavorare e vivere onestamente da uomini semplici una semplice vita.

    Molta gente quando parla non comunica, fa solo rumore; questa gente dovrebbe, prima di parlare, imparare ad ascoltare e poi, dopo aver pensato, esprimere a bassa voce la sua opinione.

    I figli sono figli del tempo, non nostri. Noi possiamo amare i figli del tempo, che la natura per rinnovarsi mette gli stessi al mondo attraverso di noi, ma noi non possiamo mai possederli. Noi abbiamo il dovere di allevarli, di educarli e di istruirli, ma il loro tempo sarà il loro maestro; infatti, il nostro tempo non è il loro tempo. Se così non fosse, non ci sarebbe mai stata in terra l’evoluzione della vita in meglio o in peggio a seconda del tempo, dello spazio e degli accidenti.

    Le istituzioni e gli uomini che le rappresentano sono caduti così in basso, ma tanto in basso, quanto sono alte dalla terra le stelle nell’universo.

    L’orologio segna l’ora sbagliata, se il pendolo non funziona; così, il corpo umano perde il suo equilibrio, se il suo pendolo perde il giusto ritmo, che è, infatti, indice di buona salute.

    I buoni libri sono concepiti da pensatori e si evolvono pian piano nella mente dello scrittore, che poi li partorisce e restano vivi nel tempo, dando degli insegnamenti. I cattivi libri sono sfornati da cattivi fornai, non da pensatori, in breve tempo e del loro pane si nutrono gli stupidi, che sono tanti; infatti, pagano per buono un alimento avariato, intossicando così la loro mente. Tali libri entrano facilmente da porta a porta nelle case e i loro scribacchini fanno soldi, perché questo è il loro unico scopo, ma la loro fine è quella dei giornali. I giornali, infatti, rifiuto di notizie impresse nella carta, dopo una sommaria lettura si buttano nell’immondizia, perché sono irritanti anche per pulirsi il culo. Ahimè! Quanta carta, che potrebbe essere igienica, si perde inutilmente. Che spreco! Io non ho letto giornali quotidianamente, ma quelle poche volte che l’ho fatto, mi è servito solo per potere criticare gli stessi per dire ed affermare oggi quello che già ho sopra scritto. I miei giornali quotidiani sono stati i cittadini di varie estrazioni sociali, con i quali sono venuto a contatto; così ho conosciuto attraverso le loro parole, qual era la loro vita, le difficoltà delle loro famiglie, perché sotto la lingua è nascosto l’uomo e prima o poi, dialogando, si apre a chi sa ascoltarlo. Sono stato un attento ascoltatore dei bisogni altrui e, svolgendo il mio quotidiano lavoro, mi sono adoperato, in silenzio, per quanto ho potuto, ad alleviarli.

    La salute del corpo è direttamente proporzionale al silenzio dei suoi organi, come l’educazione civica e l’educazione politica sono direttamente proporzionali al silenzio delle istituzioni e del popolo.

    La scala che sale sul Parnaso contiene moltissimi gradini ed io ho sollevato a stento il piede destro, che poggia appena sul suo primo gradino.

    Chi sa leggere i libri, lasciatici dai buoni scrittori, impara tutto ciò che occorre per saper vivere bene e in buona armonia col prossimo. Si dice che i morti aprano gli occhi ai vivi; è vero, infatti, l’esperienza di quelli che ci hanno preceduto dovrebbe essere guida
    al vivere civile e solidale.

    Come può un maestro chiamarsi tale, se attraverso l’insegnamento delle varie discipline le sue parole e i suoi atti non generano anche lezioni di vita. Maestro è colui che sollecita la mente dei discenti alla conoscenza senza che questi se ne rendano conto così, come fa il vento quando muove degli alberi le foglie.

    L’uomo, degno di tale appellativo, non è altezzoso con gli inferiori e non striscia mai ai piedi dei superiori. Questo è stato il mio comportamento durante tutte le mie attività lavorative.

    Gli uomini politici dicono sempre di avere ereditato tante cose guaste da chi ha prima governato, ma, poi, venuti al potere, non si adoperano di emendarle; credo, infatti, che siano altrettanto o più colpevoli dei loro predecessori, che le hanno provocato. Che
    delinquenti! Siamo governati da delinquenti professionisti! “Otempora, o mores!”gridava, esasperato, Cicerone nella sua prima Catilinaria.

    La natura è madre e matrigna: ossigena e ossida nello stesso tempo.

    L’istruzione innaffia i semi che sono in te, l’educazione li fa crescere bene.

    Il fallimento, talvolta, stimola la maturità.

    La parità tra gli uomini, forse, è impossibile da raggiungere; le differenze tra gli stessi esistono e credo che esisteranno sempre, ma vanno rispettate. Procedendo in questo modo, credo che si può vivere lo stesso in armonia.

    Ho respinto ogni atto che ho ritenuto ignobile per me e per i miei simili. Sono stato, pertanto, isolato e biasimato dalla massa. Credo, comunque, che era necessario non infangarsi e, così agendo, penso di aver dato anch’ io un onesto contributo alla società.

    La più grande sventura che possa subire l’uomo è l’inesistenza di Dio, in cui ha fede in tutti i sensi. Pertanto, oltre che una grande sciagura di per sé, è un tradimento, perpetrato ai danni delle popolazioni ignoranti e deboli, nonché una truffa commessa dagli amministratori della chiesa cattolica, ma anche dalle chiese delle altre religioni, che hanno da secoli inculcato questo assurdo convincimento non basato su prove o dimostrazioni, traendone credito, potere e benessere economico a discapito delle predette popolazioni. Ma siccome nessuno dall’aldilà ci ha mai rivelato la verità, i predetti amministratori non sono condannabili per i reati, cui ho sopra fatto cenno. Come il sacrificio dell’uomo sulla croce potrebbe essere un racconto vero o non vero, ma di messaggio forte ed umano si tratta, degno di essere veramente applicato
    dall’uomo per vivere in pace sulla terra; così, la fede in Dio, a prescindere dalla sua esistenza o inesistenza, sulla terra porta un filo di speranza, un’illusione, all’uomo disperato, rendendolo, talvolta, più docile e tollerante verso di sé e verso gli altri. Quindi credere in un essere superiore a noi non fa male; fanno male all’uomo, invece, come ho scritto in altre parti, gli esempi deleteri, che gli amministratori della chiesa diedero, hanno dato e danno quotidianamente.

    L’amore è il motivo dominante che più di ogni altro muove e commuove la vita dell’uomo. Chi non ama, seppur vivo, è morto. Per percepire la bellezza del mondo naturale e viverla pienamente bisogna amare con tutte le proprie forze. L’amore, infatti, è il tema precipuo dei miei scritti.

    Tutti gli esseri animati producono letame, ma l’uomo spicca tra tutti i predetti esseri perché, oltre che dai consueti canali escretori, lo produce spesso in abbondanza anche dalla bocca.

    L’uomo si conosce dalle azioni compiute, come l’albero dai frutti che produce.

    Il denaro dovrebbe essere il servo dell’uomo, ma spesso da servo diventa il suo padrone. Lo stesso di può dire del popolo italiano, che, eleggendo i feticci di qualsiasi partito, da sovrano, secondo la Costituzione, diviene servo.

    La Morte incalza l’uomo appena nasce, ma se non riesce ad afferrarlo con la sua falce, la Vita alla germana rende un gran servigio, dando sofferenza all’inseguito, finché, stanco e disperato, poi si ferma, anelando ad essere al più presto avvolto nel nero manto della smunta donna.

    Dal mio libro "LACRIME E SORRISI" - Pellegrini Editore - Cosenza 2014