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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • sabato alle ore 16:37
    Il più sfigato

    Come comincia: La nostra vita è un lungo srotolarsi di eventi, i più vari… senza che ce ne sia uno che si sia svolto in modo preciso, uguale a come l’abbiamo pensato o programmato. Eventi positivi che ci hanno regalato attimi sereni o felici ma anche eventi negativi con il loro corollario di sofferenze e dolori. E, il più delle volte, noi lì a guardare, spettatori inermi mentre intorno il mondo girava a velocità astrali e uomini belli, forti e imbattibili vivevano una vita da star nel luminoso palcoscenico dei vip.
    Uomini super o supereroi. Personaggi che di solito vivono nella fantasia degli scrittori,  animano intere pagine di fumetti più o meno famosi e sono ammirati per le loro gesta al di sopra delle umane forze... gesta da superman, appunto.
    Nella vita reale difficile incontrarne uno. Eroi che vantano salvataggi di intere flotte di naufraghi, di città che bruciano sotto incendi dolosi. L’eroe che possiamo incontrare noi comuni mortali al massimo ha evitato uno scippo o si è tuffato vestito in un fiume per trarre in salvo un uomo che voleva annegare.
    I grandi eroi a noi non è dato conoscere o almeno se non in molto ma molto sporadico. Per questo credo che non siano così amati come forse meriterebbero. La distanza che li divide da noi, esseri umili e per nulla potenti, è tale che difficilmente permette di approfondirne la conoscenza, di entrare in un empatia emotiva con loro che li renda amabili o inneschi la gestazione che dia vita all’amicizia o altro nobile sentimento. Tutt’al più vengono idealizzati, identificati con una divinità che rimane comunque lontana dal mondo materiale.
    Quindi la nostra simpatia più facilmente nasce per chi come noi, lotta quotidianamente con gli eventi del mondo, che cerca di superare le difficoltà con i deboli mezzi che ogni uomo ha a disposizione.
    E più è sfigato e più tutto gli va male, più ci sentiamo vicini a lui e ci sembra che le corde della simpatia e della condivisione vibrino decisamente. I nostri sensi di contro, o forse è solo una distorsione generata dal nostro schierarsi a sfavore,  ci rimandano un’immagine arrogante, superba e distaccata del superman di turno. Ci sembra privo di sensibilità e emozioni umane, mentre troviamo che la sua persona esondi narcisistiche pose da copertina di riviste patinate.
    A chi veste lo scomodo abito dell’antieroe attribuiamo bontà e umiltà e per lui nutriamo trasporto e simpatia... e, a guardarlo bene, troviamo nei suoi occhi lo sguardo umido e dolcissimo del bastardino che a volte ci segue e non chiede altro che un pezzo di pane che ripagherà mille volte con il suo affetto.
     

  • sabato alle ore 11:45
    " Serial love"

    Come comincia: Ascoltava il mare e rivedeva il suo sorriso,
    quando le diceva" ecco, questo sono io".
    E lei gli aveva creduto semplicemente.
    Oggi a distanza di anni, quel ricordo tornava.
    La semplicità di quei momenti,
    quando tutto in loro sembrava così naturale.
    Avrebbe scoperto nel tempo,
    che era stato un piano premeditato da lui.
    Aveva studiato attentamente , il suo essere donna,
    le sue fragilità, i suoi sogni, i suoi desideri.
    Aveva fatto di lei un boccone, per lui era stato così facile.
    Un serial love,uno di quelli che non hanno nessuno scrupolo,
    che hanno un tasso di cinismo così elevato, quanto il loro ego.
    Un uomo così comune, da non far pensare mai ciò che veramente era.
    Era stata un giocattolo nelle sue mani,
    era riuscito a denudarle l'anima,
    lei che era sempre stata una persona responsabile,
    si era persa in lui naturalmente, come acqua che scorre.
    Così si perdeva in quei ricordi intensi e dolorosi.
    Già,ma tutto ha una fine,ed ora era lì con quei ricordi nelle sue mani.
    Li prese accarezzandoli, li guardò per l'ultima volta e li fece volare nel cielo.
    Come piccole ali di farfalle variopinte, volaro via.
    E lei sorrise di ciò che era stato, o, non era stato.
    @quil@blu59

     

  • giovedì alle ore 11:11
    Lettera ad un sogno prezioso

    Come comincia: Caro sogno prezioso, 
    vorrei portarti con me su ogni strada per lasciarti un po' sporcare con la polvere di tutta quella vita respirata dall'asfalto, dai prati, dai palazzi e da tutta quella gente che percorre un cammino nell'assordante imbrunire delle stagioni che passano... 
    Vorrei vederti crescere con quella giusta dose di sacrificio, rinascita e coraggio che servono per tramutarti in realtà. Vorrei vederti accogliere i miei sorrisi e nutrirti con la stessa essenza materna che concede, al mondo intero, la possibilità e la forza di credere ancora in una miriade di altri sogni.

  • 18 maggio alle ore 10:14
    UNA FIGONA COSI'

    Come comincia: Uffa che noia, che noia, che noia…così recitava una attrice i tv ed era quello che provava Alberto al mare. In pieno agosto, spiaggia affollatissima, gran casino  intorno a lui. Solita lettura del quotidiano , solite notizie spiacevoli: maschietti che per motivi più eterogenei fanno fuori mogli e conviventi, litigiosità di partiti che non interessa più nessun lettore ed altre notizie che facevano in modo che l’Albertone nella spiaggia di Lido di Camaiore antistante l’albergo dove alloggiava con moglie e cognata nubile. Messo da parte il giornale stava per farsi accarezzare dalle onde quando una visione celestiale…si non c’era altro aggettivo dinanzi alla visione di una  fi..na che più fi..na non si può: giudicate voi: castana con  mèches bionde, altezza circa 1,75, fronte intelligente, occhi verdissimi, naso all’insù (Alberto non  amava nelle donne i nasi lunghi, sembravano dei travestiti)  labbra carnose non a canotto , seni  forza tre-quattro, vita strettissima tipo quelle americane che si fanno togliere due costole, (si così aveva letto sul New York Time) gambe chilometriche e piedi lunghi e stretti, bellissimi (Alberto un po’ feticista lo era). La visione aveva fatto cadere dalle mani del succitato il chinotto Neri, quel famoso chinotto che non è chinotto se non c’è l’8. Una risata argentina dell’interessata seguita da quella delle due sorelle poco distanti, su di lui con  i segni della colata della bevanda. Dopo quella figura da Emilio Fede (si proprio quella) al povero quarantenne 1,80 gran bella figura maschile (in quel momento figura di c…zo) non restò altro che buttarsi fra le onde …Prima o poi dovette riprendere terra e avviarsi dentro la fida Jaguar in attesa di moglie e cognata.
    Sdraiato sul sedile posteriore, aria condizionata in funzione attese pazientemente i rinforzi per ritornare in albergo. Nessun commento, i due coniugi si capivano bene anche senza parlare, Anna era abituato alle scappatelle del consorte, ormai le conosceva bene, le tollerava, la fine delle stesse era un regalo di pregio in gioielleria (il consorte era molto agiato di famiglia).  Anna non aveva voluto lasciare il lavoro in uno studio di avvocato, voleva soldi suoi.
    Ritorno sulla spiaggia per ora non se parlava proprio e allora come passare il tempo? Alberto vide un cartellone che reclamizzava un circolo del golf; detto fatto, iscrizione allo stesso ed acquisto del materiale interessato. Grandi ossequi da parte del direttore, consegna di una auto elettrica e via nel green. Un caddy a lui assegnato lo consigliava con aria di sufficienza ed Albertone lo cambiò con altro, di colore, meno spocchioso. Aveva trovato il modo di passare la mattinata, pomeriggio pisolino d’uopo e poi andata al circolo del Golf  da spettatore ai giocatori del bridge (gioco da lui mai amato) con cui aveva stretto amicizia,tra ricconi ci si intende subito! Dopo cena passeggiata con gelato e poi tra le lenzuola e, piuttosto spesso, code sessuali nelle quali era piuttosto bravo con moderata gioia della consorte. Quest’ultima lo mise al corrente delle cose personali della fi…na. Padre siciliano, madre svedese, classico nome, Ingrid, due figlie gemelle sedicenni,  nessun amante ufficiale.
    Finalmente ritorno sulla spiaggia un po’ imbarazzato lui, allegra e sorridente la siculo-svedese che nel frattempo aveva fatto amicizia con consorte e cognata la quale non dimostrava molta gioia di quella villeggiatura il perché lo aveva confessato a sua sorella: era diventata l’amante della sua compagna di stanza al college e se ne era innamorata (u
    na lesbica in famiglia!) Parlando, parlando Ingrid aveva confidato ad Anna di avere come amante il toy-boy ventitreenne suo istruttore di palestra, ragazzo fine ed educato a detta dell’amica. Anna aveva i suoi dubbi quando Ingrid propose di passare una serata in cinque, toy boy compreso, non ebbe il coraggio di rifiutare e comunicò la cosa ad Alberto il quale non rispose ne si ne no, non gliene importava gran che dell’amante di Ingrid.
    L’incontro avvenne una sera al momento della cena: Alberto, sempre grandioso in tutto, aveva convinto lo chef di preparargli oltre ai soliti antipasti e contorni una ‘cofana’ di brodetto di pesce su un letto di pane abbrustolito consistente in: seppie, crostacei, pesciolini dislicati cucinati con erbe aromatiche e con peperoncini calabresi aperti ma non tagliati per non dare troppo di piccante al piatto. Un ovazione: “Ma tu hai un mestiere in mano, sei fantasioso” Ingrid era entusiasta. Alberto, dietro lauta mancia, aveva chiesto al direttore di sala di preparare un tavolo in fondo alla piscina lontano da tutti, duecento euro erano bastati e così il quintetto poteva far la caciara che voleva senza disturbare i vicini. Di particolare l’incontro tra Anna e Adamo l’amante di Ingrid. Il cotale non era il grezzo che Anna credeva anzi: biondo, occhi azzurri (gli svedesi avevano lasciato i segni in Sicilia) sorriso accattivante, stretta di mano robusta, altezza superava di un palmo Anna. Dietro richiesta della moglie di Alberto aveva messo al corrente i presenti di essere di S.Giuseppe Jato paesino in provincia di Palermo, di essere di famiglia modesta ma che con sacrifici era riuscita a farlo inscrivere alla facoltà di ingegneria a Palermo. Inoltre aveva raccontato delle cose proprie del suo paese: due famiglie mafiose che, intelligentemente, alla guerra avevano preferito un armistizio coronato dalla scambio delle relative femminucce di cui una sedicenne che non aveva apprezzato il marito di vent’anni più anziano e subito, il mese dopo era rimasta incinta con grandi festeggiamenti oscurati dal fatto che invece l’altra ancora aspettava di far contenti i parenti ansiosi di diventare padre, zii e nonni.. Per un mafioso le donne sono solo un mezzo per proseguire la specie, tranne rari casi in cui, maschietti in galera, le consorti avevano preso il loro posto. L’eloquio brillante e trascinatore aveva molto colpito Anna; mai aveva provato delle sensazioni per altri uomini oltre che per Alberto, era un po’ frastornata, non se ne rendeva conto che il bell’Adamo la stava conquistando. A metà serata sua sorella Elvira si era ritirata in camera sua, Alberto diceva che era stata punta dalla mosca tse tse portatrice di sonno. Il direttore di sala, vista la ‘compattezza’ della compagnia, da vecchio sun of de bitch, portò un gira-dischi per allietare i quattro. Ingrid senza chiedere nessuna ‘posso?’ si appropriò di Alberto mentre più educatamente Adamo chiese il lasciapassare ad Anna che di buon grado, anche se sorpresa di se stessa, disse di si con entusiasmo. Ingrid ed Alberto si erano allontanati, Adamo prese a fissare in viso Anna per vedere le sue reazioni, quando la vide ad occhi chiusi capì che la cotale era pronta alla ‘pugna’. Iniziò col baciarle il collo facendole provare un immenso piacere in quella regione del collo chiamata 'nucleo acumbens' che lei non sapeva di avere ed anche questa volta Anna si abbracciò a lui e si ritrovò baciata anche  in bocca a lungo. La storia durò sino al ritorno di Ingrid e di Alberto che decisero che era troppo tardi e quindi di restar in quell’albergo.
    “La nostra stanza ha un etto matrimoniale ed un lettino, qualc’uno starà un po’ stretto” sentenziò Alberto riuscendo a capire troppo tardi di aver sfornato una fesseria, nel loro caso…
    L’iniziativa, more solito, fu presa da Ingrid: “Anna ti dispiace se…” non finì la frase che si era accaparrata per mano Alberto trascinandolo nel lettino e buttandosi sopra di lui.
    “La tua amica è stata generosa a lasciarci il matrimoniale, che ne dici di un riposino…” Il riposino cominciò per Anna con un bacio sul collo, poi sulle labbra e dopo un rapido passaggio sulle tettine sul fiorellino che era subito entrato in carburazione come mai le era successo, era turbata e nello stesso tempo…ma quello che più la meravigliò fu il coso di Adamo che non assomigliava affatto a quello del legittimo consorte: era di calibro inferiore ma molto più lungo, mostruosamente più lungo. Non finiva mai di entrare sin quando sentì la punta contattare il collo del suo utero, una sensazione sconvolgente soprattutto quando il ‘lungo’ decise si schizzarle dentro tutto il suo potenziale sperma con getto violento…tutto il suo corpo cominciò a vibrare a lungo fino alla spossatezza. Rimase francabollata sul suo amante fin quando due risate argentine. “Questa sta volta ci resta!” Ingrid faceva la spiritosa ma qualcosa di vero c’era. “No, mi sono addormentata’ cercò di rimediare Anna ma nessuno le credette infatti i giorni seguenti…Anna prese a frequentare la palestra in cui Adamo era istruttore, Alberto cominciò a preoccuparsi, lui di scappatelle se ne intendeva ma qui le cose avevano preso una piega di serietà: Adamo non scopava più con Ingrid ma in compenso… Consiglio di guerra fra Alberto e Ingrid: “Dobbiamo fare in modo che Anna ritorni su questa terra, Ingrid capiva cosa provava  l’amica ma non intendeva comunicarlo ad Alberto e così decisero una misura drastica: dovevano far vedere Adamo spassarsela a lungo con Ingrid, anche Adamo era d’accordo e così un pomeriggio in camera: “Esibizione mia con Adamo, voi spettatori darete un voto: cominciamo col sessantanove, certo solo la punta altrimenti mi fa una gastroscopia.” ”Ora un lecca lecca dai piedi alla fronte…adesso il più affascinante spettacolo: due maschietti ed una sola donna io, Alberto sotto in fica ed Adamo sopra nel culino, maschietti all’opera!” Anna non resistette a quello spettacolo, scappò dalla stanza, era quello che i tre avevano voluto e previsto.
     Due giorni dopo fine della villeggiatura per Alberto, per Elvira e per Anna…difficile mettere in parole quello che quest’ultima aveva provato ed i sentimenti del momento, era in crisi ma con l’aiuto dell’affettuoso marito…col tempo…
    Amici lettori, vi sarete domandati cosa sia il 'nucleo acumbens'? Andatevelo a cercare, certo a cultura non siete messi bene!

  • 16 maggio alle ore 12:44
    Lady Chernobyl

    Come comincia: La sensazione più familiare che mi viene in mente fin da quando ero una bambina è così precisa da farmi sempre paura. ogni volta che apro e chiudo gli occhi è come se mancasse qualcosa, come se certe volte le cose fossero troppo distanti per afferrarle, ma troppo vicine per perderle di vista, è come se mancasse un tassello, un motivo, l'ultimo sforzo affinché tutto abbia almeno una parvenza di senso compiuto.
    Mi chiamo Ofelia, come la moglie pazza di Amleto, vicino al mio letto tengo una sola foto è presa da un giornale è un gruppo di dottori cinesi o giapponesi che si inchinano davanti al corpo di un bambino che non sono riusciti a salvare, vivo in un sottoscala, ascolto vecchi dischi, mi piace molto Etta James, per vivere mi prostituisco al quartiere vecchio che non è un bel posto, è buio e pieno di locandine e manifesti strappati, il quartiere vecchio sembra un intestino, dentro il quale il sole filtra poco o niente e la vita passa triste come un vecchio film alla tv, una scena dopo l'altra che conosci a memoria, una memoria che non ti inganna mai. imprigionati in un continuo deja vu, parte di questo intestino che fagocita la felicità. ho trovato questo vecchio quaderno usato nella spazzatura lo userò come diario, in fondo che male può fare, il dolore è una condizione mentale me lo ripeteva mio padre mentre mi dava fuoco per vedere quanto riuscivo a resistere e  poi come scoprì in seguito per verificare se ero una strega come lui aveva sognato una notte che era saturo di Whisky scadente e cattivi pensieri;
    il mio corpo è un insieme disordinato  di ossa e  cicatrici.
    Sono viva, ho resistito più di molti altri, ho resistito più di lui, che per un pò ha sorriso e poi ha iniziato a preoccuparsi, e ad avere paura perché non era certo che le streghe bruciassero ma non morissero o non bruciassero affatto. Era ignorante mio padre, ma l'ignoranza non è un problema di per se, il problema si pone quando tutti i geni esistenti al mondo si girano dall'altra parte e si limitano a giudicare l'operato degli Ignoranti.
    Il mio corpo è una carta topografica di un mondo che non esiste.  
    i miei clienti mi chiamano Lady Chernobyl, il più poetico tra loro un ragazzo timido e ingobbito con le mani lisce come il velluto e due labbra che non sanno mai cosa fare, guardandomi negli occhi per più o meno tre secondi mi  ha detto che forse mi chiamano tutti così perché l'incidente di Chernobyl è difficile da dimenticare, esattamente come me. non gli credo, non gli ho creduto neppure per un istante, poi a casa ho ripensato al parco giochi di Pripyat che avevano fatto vedere in un documentario era bello ma abbandonato, inutile, ferito fin dentro le ossa e l'anima. era come me. Sostanzialmente incerto sul da farsi, io ero soltanto più libera dalle erbacce e meno radioattiva.
    Non ci vedo bene dall'occhio sinistro che è perlopiù color bianco lattiginoso, fa scendere in continuazione una cascata di lacrime e mi fa intravedere solo e soltanto ombre, forse però da quello destro ci vedo strabene, percepisco i colori come se fossero appena esplosi, e se non ci rifletto troppo è come se di occhi ne avessi due, se non mi soffermo troppo sulle mancanze giungo alla conclusione che non mi manca niente.
    Il mio corpo è una mappa del dolore, un insieme di ricami e complicate parentesi che si aprono vicino la clavicola e si chiudono dietro il ginocchio, la pelle di un colore innaturale, come se dovessi a tutti i costi risaltare nel contesto grigio e malconcio, una goccia di pioggia di un colore diverso. l'unica.  
    Il mio corpo è un elogio del disordine.
    il mio viso invece no, il mio viso è bello e intatto, come se qualcuno lo avesse protetto dalle fiamme, solo l'occhio sinistro ne è uscito male, ma il resto a quanto pare è meraviglioso, i clienti fanno la fila, in tutta la città si parla di Lady Chernobyl. che piange ininterrottamente da un occhio, da quando aveva 4 anni perché in una vita precedente era stata una strega e il giudizio era arrivato un pò in ritardo.  
    Il mio corpo è una poesia futurista.
    un pomeriggio grigio e piovoso il ragazzo timido e ingobbito mi disse balbettando e guardando un punto indefinito del pavimento che avrebbe voluto farmi delle foto, era carino lui timido e pallido, pagava sempre per tutta la notte e poi non riusciva a concludere nulla, restava malinconico e storto con un calzino ancora indosso e uno che scompariva sempre chissà dove, con il cazzetto moscio e un sacco di cose che avrebbe voluto dire ma che restavano li in qualche altra dimensione insieme a tutti i calzini che aveva perso nella mia stanza, io ero nuda sulle lenzuola bianche, che una volta erano un pò più bianche; da qualche parte c'era un poster dei Sonic Youth, le parole incerte del ragazzo ingobbito erano per il settanta per cento rumore e per il restante trenta una implorante cantilena, io ascoltavo in silenzio e nel frattempo restavo nuda e inutilizzata, il mio viso era bellissimo e ogni tanto per un breve lasso di tempo accarezzavo l'idea e cullavo l'incontrovertibile fatto intriso di vanità che probabilmente mi vendevo a troppo poco, accettai di fare le foto, lui ne fu felice, aveva dei brutti denti, e i peli disposti in modo terrificante sul suo corpo, indossò i vestiti ricco di entusiasmo mi lascio i soldi che come al solito erano andati sprecati e andò via zampettando per il corridoio con le scarpe in mano e soltanto un calzino, ma sorrideva e anche quello faceva parte del mio lavoro. Dare un senso alla tristezza.
    Il mio corpo è un susseguirsi di accordi stonati.
    Dopo il ragazzo Ingobbito arrivò un ragazzo alto che indossava un giubbotto di pelle logoro e sfinito e  che pagava per piangermi sul seno, e mentre piangeva si raccomandava di non raccontarlo mai, e più si raccomandava più piangeva i suoi capelli erano di tutti i colori del mondo e sulla spalla sinistra aveva il tatuaggio di un serpente che avrebbe voluto muoversi ma che non poteva per qualche ragione che non riuscivo ad immaginare, io pensavo alle foto che da li a qualche giorno il ragazzo ingobbito mi avrebbe fatto, pensavo a ripensavo alle foto mentre le sue lacrime si incanalavano tra le cicatrici e scivolavano sulle parti liscissime che il fuoco aveva disegnato sulla mia pancia e sulle mie gambe.
    Sento i topi che corrono al piano di sopra.
    Joyce Vincent è una ragazza che hanno trovato dopo tre anni, era nel suo appartamento, era morta davanti alla tv, se glielo avessero chiesto sono sicura che avrebbe dichiarato di non averla nemmeno la Tv, io la vorrei una tv forse il ragazzo ingobbito mi darà qualcosa per le foto e potrò comprarmela, vorrei vedere qualche vecchio film per esempio Casablanca, fuori è grigio e sta per piovere, dalla mia finestra piccolissima si vede soltanto il cielo, ma è più che sufficiente, le nuvole si muovono veloci, non fanno in tempo ad assumere una forma che subito la cambiano, oggi non ricevo, oggi Lady Chernobyl non spreca il suo tempo con nessuno, oggi guarderò le nuvole, domani arriva il ragazzo ingobbito e gentile.
    Il mio corpo è una forma in disordine.
    Si muove in modo convulso, sembra che stia per svenire non credevo ci fosse tutta questa vita dentro di lui, inchioda lenzuola alla parete del sottoscala, oscura la finestrella, oscura tutto, piazza molti faretti, piazza un'infinità di faretti, respira affannosamente, e ogni tanto sorride e ha l'espressione di uno che ancora non sa bene cosa fare ma nel frattempo fa di tutto per non pensarci. una volta finito mi chiede balbettando di spogliarmi e dopo aver guardato l'orologio digitale con la calcolatrice incorporata inizia a farmi un milione d i foto. io restavo immobile come una statua, respirando piano e controllando il panico.  indugiava sulle cicatrici, alcune più di altre, indugiava tantissimo sul viso e poi con una voce che non gli avevo mai sentito usare disse << diventerai famosa Lady Chernobyl, diventeremo famosi>>. e sorrideva, sorrideva tanto.
    dopo circa due ore smise di scattare e decise di chiedermi di nuovo balbettando di rivestirmi, era strano anche perché aveva tutti e due i calzini ma sorrideva comunque. smontò tutti i faretti e mi chiese se poteva tornare, mi lasciò un sacco di soldi, e andò via.
    La tv la comprai e la misi sotto la finestra, adesso guardo il cielo e la tv, spesso contemporaneamente e con un occhio soltanto, Casablanca è un film bellissimo. ho pianto anche dall'occhio buono anche se non ho capito bene perché, non sapevo mi piacessero i film d'amore, forse ero soltanto indietro di molte lacrime.
    chissà come è innamorarsi, il ragazzo timido viene sempre più spesso e sempre più spesso mi scatta delle foto e me le regale, mi ha portato via dal quartiere vecchio, solo per prendere un gelato, in un grande parco io indossavo un cappello. gli dissi che mi chiamavo Ofelia, e lui sorrise e mi baciò sulle labbra e poi di nuovo con una faccia che non gli avevo mai visto mi disse << Diventeremo famosi mia dolce Lady Chernobyl, diventeremo famosi da fare schifo>>.  e mentre lo diceva aveva le pupille dilatate e il viso di chi non aveva mai saputo bene come si stava al mondo.
    Il mio corpo è un reame di immondizia.
    Il ragazzo timido mi aveva parlato di Snuff movie, che sarebbe stata una bella esperienza, che avremmo fatto i soldi, tanti di quei soldi che avrei potuto farmi rimettere le pelle e nascondere le cicatrici, tanti di quei soldi che avrei potuto vivere altre tre vite e spenderne due per morirci di overdose da psicofarmaci e alcool, come le rockstar, proprio come le vere rockstar, non avevo idea di cosa fosse uno snuff movie, lui era quello che sapeva le cose, lui era quello timido ma intelligente, lui non poteva fare male che male può fare un uomo che si perde i calzini.
    e così andammo in un albergo isolato e squallido, di quelli con la carta da parati a righe verdi e beige e la bibbia dentro il primo cassetto del comodino, fuori dalla porta della nostra stanza si accalcavano molti uomini nudi con delle maschere e unti di spray abbronzante e olio per massaggi, il ragazzo timido sistemava i faretti e le macchine da presa, diceva che le foto erano piaciute abbastanza ad un suo amico e che adesso avrei fatto l'attrice, una volta, una volta soltanto diceva, ma era chiaro che stava mentendo, era chiaro perché adesso era ancora più ingobbito e pallido, ma lui faceva finta di niente e tirava su con il naso, ogni tanto sorrideva ma non era rassicurante non più.
    sto seduta al centro del letto e bevo, bevo da un bicchiere che mi ha dato lui, ha un gusto strano quello che sto bevendo, mi sento intorpidire, mi sento mancare, vorrei delle fragole ma ormai non mi ascolta più nessuno, gli uomini cominciano ad entrare ed alcuni hanno coltelli, e motoseghe, altri fruste e cinture.
    Sto li inerme come una bambola, piango da entrambi gli occhi sia quello buono sia quello lattiginoso ma non riesco a parlare ogni tanto scorgo il ragazzo timido e ingobbito ha negli occhi una furia demoniaca, ogni tanto urla << Abbiamo fatto i soldi Lady Chernobyl, abbiamo fatto i soldi>> io sento solo il calore del sangue, sento e vedo decine di uomini con le maschere da coniglio che mi montano sopra e fanno quello che vogliono. io sono sempre inerme e con l'occhio buono appannato dalle lacrime capisco che forse non avrei dovuto fidarmi, che forse era meglio continuare a vendermi a poco nella città vecchia, che le mie cicatrici alla fine non erano poi così male, é esploso un faretto, e le scintille sembravano la scia di una cometa è stato in qualche modo confortante.
    Era un bel film Casablanca, era una bella finestra la mia finestra.
    Il mio corpo è quello che resta dopo il passaggio di una cometa. 

  • 15 maggio alle ore 12:33
    Io dormo coi piedi di fuori

    Come comincia: Tutto cominciò alla fine della terza media. Fui rimandata in matematica e l'insegnante si interessò a me e volle sapere quali scuole avrei frequentato dopo. Io le dissi che avrei frequentato il conservatorio. A settembre mi promosse. Il professore di pianoforte mi aveva illusa di poter entrare direttamente al terzo anno, dopo aver sostenuto un esame,ed io ci avevo creduto. Mi affidò ad un'altra insegnante la quale come mi vide posare le mani sul piano, inorridì. Qui bisogna cominciare tutto daccapo, sentenziò, dalla posizione delle mani. Seguì un'estate da incubo che mi fece passare ogni voglia di entrare in conservatorio. Non che io avessi tanta volontà, ma quella poca sparì a forza di rimproveri e correzioni. Abbandonai il progetto e mi iscrissi a ragioneria tanto per accontentare la famiglia che desiderava vedermi almeno diplomata. Una bestialità, iscrivermi a ragioneria, me lo disse chiaramente la professoressa di matematica delle medie che incontrai un giorno per strada. E aggiunse anche che ero un'incosciente, che lei mi aveva promossa solo perché sapeva avrei studiato il pianoforte, altrimenti mi avrebbe bocciata. Mi presi l'ennesima lavata di testa e passai oltre. Diventando adulta decisi che avevo bisogno di educare la mia volontà. Sarei stata inflessibile e così, visto che le lingue straniere mi stavano proprio sullo stomaco, decisi di frequentare un corso di inglese in una scuola di Torino molto rinomata e altrettanto costosa. Durante la pausa pranzo me ne andavo dall'ufficio e frequentavo il corso. Non ricordo, ma forse ci andai cinque volte, dopodiché continuai a pagare, ma non frequentai più. Pensai che dopotutto, un tentativo l'avevo fatto, ed era già un buon risultato. Passarono altri anni e mi riacchiappò la crisi: dovevo educare la mia volontà. Così, rapidamente feci un elenco delle attività che non potevo proprio sopportare, e una più di tutte era quella davvero educativa. Dovevo imparare a cucire, niente era più incompatibile con me del cucito, e quindi l'autoeducazione sarebbe stata ancora più meritoria. Mi iscrissi ad un corso di taglio e cucito, mi comperai tutto l'occorrente, e cominciai a frequentare, decisa ad arrivare fino alla fine. La fine arrivò presto, non del corso, ma della mia frequenza. Non andava neppure tanto male, avevo imparato a tagliare anche se non sapevo cosa stessi tagliando perciò quando l'insegnante mi mostrava come unire il davanti o il dietro degli indumenti, rimanevo sempre sorpresa nel constatare che io avrei fatto tutto diversamente. Amavo solo i punti molli. Che meraviglia i punti molli! Così lunghi, morbidi, mi piaceva il fruscio del filo spesso da imbastire quando attraversava il tessuto. Io li lasciavo ancora più molli, ricami rotondi che si adagiavano languidamente sulla stoffa, e restavo incantata a guardarli. Li trovavo bellissimi e odiavo il momento in cui poi venivano tagliati, e alla fine eliminati. Ma venne il momento della macchina per cucire. Un dramma. In pochi minuti riuscii a troncare diversi aghi. Capii in fretta che per me conciliare il movimento dei piedi con quello delle mani, accompagnare il tessuto sotto quella specie di mostricciattolo che faceva tutto per conto suo e poi si rompeva pure, era un'impresa impossibile. Più l' insegnante si spazientiva, più io sudavo e perdevo il controllo dei movimenti che diventavano una specie di ballo di San Vito. La macchina non ebbe problemi ad avere la meglio su di me. Quando si dice "vincere facile"! Quel giorno decisi che il mio corso finiva lì, e uscendo dalla scuola, mi sentii come quando da bambina uscivo dalla chiesa dopo essermi confessata. Libera e leggera. Naturalmente il corso me lo dovetti pagare tutto ugualmente. Passarono altri anni e decisi di seguire un corso di assistente sanitaria, questa volta non per autoeducarmi, ma perché mi interessava. Lo frequentai fino alla fine e diedi pure l'esame per poter accedere al diplomino. Gli esami per me sono sempre stati angoscianti: sudore, dita tremanti, amnesia, blocco della parola con balbettio, in alcuni casi addirittura singhiozzo. Quando entrai nella stanza, due insegnanti erano seduti dietro la scrivania, ed io mi resi subito conto che l'età non aveva affatto risolto i miei problemi con gli esami. Forse per mettermi a mio agio uno dei due mi sorrise e disse: intanto ci dica qualcosa di lei.Panico assoluto: in un attimo mi passarono per la mente tutti i fallimenti: pianoforte, inglese, cucito, studi superiori interrotti, e altre amenità.
    I due mi guardavano, in attesa. Cominciai a sentire il sudore sulla fronte, il calore sul viso, segno di un rossore ormai violaceo che certamente mi colorava la faccia fino alla radice dei capelli. Dovevo dire qualcosa, assolutamente dire qualcosa, e dissi qualcosa.
    -Io dormo coi piedi di fuori.

  • Come comincia: L'uomo, oggi in special modo, "gioca a fare Dio".
    Non è detto che ogni uomo creda in una divinità superiore che lo abbia creato, come si potrebbe fare un giorno con un robot di carne.
    Guardando "nel fondo del cielo" un team internazionale di astronomi ebbe modo di immortalare nella costellazione del Leone (la mia come segno zodiacale), un "gamma-ray burst from a star" ossia la luce rossa che irradiava  una stella morente, accaduta  quando l'universo aveva "solo" 630 milioni anni di età. Quella luce di colore arancione era esplosa a circa 13,03 miliardi di anni luce rispetto all'attuale posizione della Terra, ossia 30 miliardi di anni luce da adesso. Un baratro nel passato, rispetto alla vita del presuntuoso essere umano.
    Siamo così piccoli che, dai tempi dei tempi, ci siamo inventati un'anima. Oppure la speranza di una sopravvivenza quanto più possibile vicina all'eternità.
    Come giornalista, ma forse anche come poeta, mi sono sempre posta molte domande ed ho anche fatto riflessioni (a titolo speculativo) sui più svariati fronti dell'esistenza.
    L'essere umano, nel tempo, ha forse appreso a rispettare di più l'infanzia; ma, allora: perché tanti bambini subiscono abusi in famiglia o da persone che la frequentano?
    Oggi vengono al mondo piccoli miracoli dovuti alla scienza, sia per le difficoltà concrete che sono superate con mezzi nuovi che per l'età delle mamme, più adatte a fare da nonne che da mammine al primo figlio.
    Bene o male?
    La clonazione non riguarda più "la pecora Dolly".
    Qualcuno, nascostamente, clonerebbe un nuovo Hitler?
    Qualcuno ha clonato o vorrebbe clonare, il figlio perduto?
    Cosa abbiamo il diritto di fare, in nome della scienza, cosa non dovremmo?
    Dobbiamo guardare alle stelle, mentre distruggiamo il pianeta su cui viviamo?
    Abbiamo davvero il potere di farlo, o più semplicemente è il nostro habitat che stiamo rendendo sempre meno abitabile?
    Dal Vangelo di Luca mi è restata impressa questa sequenza:
    -" E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
    Abbiamo, forse noi uomini un habitat, o non lo abbiamo piuttosto sottratto alle belve della foresta, agli orsi, ai lupi?
    L'habitat dell'uomo è stato da lui adattato, se non creato del tutto.
    La terra è stata spesso travolta e stravolta dall'essere umano, anche se in realtà noi rappresentiamo soltanto una presuntuosa specie che molto facilmente dovrà un giorno estinguersi nel tempo, come i dinosauri.
    Guardando al passato, anche senza essere degli scienziati, ci si rende conto che abbiamo in comune con le altre specie viventi l' "evoluzione"
    Siamo abituati a vedere questa parola come sinonimo di "miglioramento" e portati a credere che sia "unilineare", per cui siamo forniti del desiderio (specialmente noi europei), di "insegnare a vivere" agli altri esseri umani che ci assomigliano, un po' come facevano i romani con la latinizzazione.
    Purtroppo non sempre questo desiderio, anche a carattere religioso/sociale, assume ruoli positivi e costruttivi e lo stiamo apprendendo a nostre spese, più apertamente, dall'attentato delle torri gemelle, abbattute a Manhattan l’11 di settembre, sotto la direttiva (questa la tesi ufficiale), del leader di Al-Quaeda, Osama bin Laden.
    Possiamo parlare di acculturazione, integrazione ed assimilazione delle popolazioni vinte o del tentativo di operarlo.
    Guardando al presente o ad un passato più o meno recente (non ci allontaniamo di troppo), in nome della cultura e della religione sono stati commessi e si stanno commettendo oggi, le più grandi violenze.
    Non soltanto dagli europei.
    Ci diamo un gran da fare noi esseri umani, come se la nostra specie fosse in diritto di ritenersi al di fuori delle possibilità di estinzione o, nella migliore delle ipotesi, di evoluzione. Non ne siamo estranei, invece, e neanche è detto che l'evoluzione cui potremmo essere soggetti ci possa piacere.
    Siamo destinati ad una lunga sopravvivenza di specie? La più lunga, in quanto animali intelligenti?
    Non lo sappiamo.
    I dinosauri si sono estinti, ma non del tutto, poiché alcuni di loro ci svolazzano leggeri sul capo.
    Abbiamo orrore degli scarafaggi (le blatte), però queste creature hanno lasciato il segno della loro (già) presenza nei fossili di blattoidei del Carbonifero, tra 354 e 295 milioni di anni fa. Sono, tuttavia, meno "forti" di quello che crediamo, difatti sarebbero i primi a morire dopo una guerra nucleare non sopportando più di 20 000 rad[1] di esposizione radioattiva. Un pensiero noioso in meno.
    Gli squali sono tra le specie più longeve, perché esistono da alcune centinaia di milioni di anni, nondimeno li sta portando a rischio di estinzione il riscaldamento delle acque degli oceani e il loro aumentato livello di acidificazione.
    Siamo proprio bravi a fare guai.
    Noi esseri umani appariamo piuttosto resistenti, giacché contiamo, come specie, circa 200.000 anni. I Neandertal comparvero in Europa 700.000 anni fa e meno di 40.000 anni fa si sono eclissati. Potremmo dire, misteriosamente. Una spiegazione però c'é: Siamo arrivati, dall'Africa, noi Homo sapiens e non sappiamo a quanto tempo abbiamo diritto. Confesso di aver creduto per anni che tra i Sapiens e i Neanderthal non ci fosse stato molto in comune per questioni legate all'impossibilità di procreare di un eventuale prole nata dal connubio.  Senza offendere i primi che, anche se brutti, dal nostro punto di vista, erano stati capaci, con le loro enormi narici e la fronte bassa e scivolosa, di sopravvivere nella glaciazione, il Sapiens e il Neanderthal. convissero e, anche, si accoppiarono, malgrado le differenze fisiche eclatanti. Questo spiega il perché del fatto che oggi più del 5% del nostro Dna, porti tracce degli incroci che avvennero tra i due ominidi, compreso il cugino asiatico dei secondi : il Denisovan. Le prove sono venute dal sequenziamento massiccio del Dna di oltre 380 reperti archeologici resi pubblici sull’ American Journal of Medical Genetics. In pratica ai Neanderthal dobbiamo un grazie, poiché da queste specie di ominidi abbiamo ereditato alcuni dei geni fondamentali del nostro attuale sistema immunitario. Quelli che ci rendono capace di resistere alle infezioni da funghi, batteri e parassiti e in negativo, quelli responsabili della nostra tendenza a sviluppare allergie. Ci spieghiamo così anche la scomparsa, quasi fulminea, del Neanderthal: eliminato dal Sapiens che, oltre ad essere più intelligente era, forse, anche più cattivo.
    Domande, dicevo. Pensieri, dicevo. Quelli che colpiscono una scrittrice si tramutano, molto spesso, in romanzi, studi, saggi, racconti, poesie.
    Ecco la spiegazione anche per i miei romanzi "di fantascienza", che mi hanno "costretta" a rispondere alle mie domande, trovandone, per strada,anche altre.
    -"Se il sole muore", scrisse Oriana Fallaci, nel 1965. Il sole di cui lei parlava non è quello che illumina e riscalda il nostro pianeta.
    Quello che ci interessa lo hanno studiato (tra gli altri), alcuni ricercatori dell'Università del Sussex (Gran Bretagna) e pubblicato su Astrophysics. Stiamo parlando di un tempo che non riguarderà certamente noi e neanche i nostri lontanissimi discendenti. Non riguarderà, forse, neanche la razza umana, che sta facendo di tutto per "implodere" coi propri mezzi.
    Certamente, però, tra cinque miliardi di anni il nostro Sole (che è una stella, per cui in totale ha una "speranza di vita"di circa 13 miliardi di anni) inizierà a "morire". Nel nucleo non vi sarà più idrogeno, la cui fusione oggi produce energia e crescerà, divenendo centinaia di volte più grande di oggi. Soltanto se la Terra riuscirà ad agganciarsi alla forza di gravità di un gruppo di asteroidi (dicono gli scienziati del Sussex), potrà sfuggirli e sopravvivere, differentemente verrà fagocitata nell'ultima agonia solare. 
     
    -"Vedremo soltanto una sfera di fuoco, 
    più grande del sole, più vasta del mondo; 
    nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà 
    fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno, 
    ma noi non ci saremo, noi non ci saremo. "
     
    Diceva Francesco Guccini.
     

    [1] Il rad rappresenta la quantità di radiazione che deposita 100 erg di energia in un grammo di materia.

     

  • 11 maggio alle ore 20:54
    Io so

    Come comincia: Io so, l’ho sentito il gelido peso di blocchi neri cadermi sul corpo. Ne ha assorbito tutta la potenza alienante. Si è sbriciolato come cartapesta bruciata. Io so, quanto è capace di soffocare la tenaglia della malevolenza. È una maglia di ferro spinato che sorridendo avanza a braccia tese, con la bocca emette suoni gradevoli all’udito, pure cade come stalattiti d’acciaio nell’anima. Perfora tutto quanto incontra; trivella ogni organo interno, il sangue par schizzare da infinitesimi fori, allaga il cuore e ne scombina i battiti, sfreccia nel cervello e ne ferma le immagini che si confondono, perdono lucentezza, si annebbiano in fumi vacui, dilaniano il pensiero nel mentre tenta un approccio con la logica, con l’emozione, con il discernimento. Io so come sa uccidere la malevolenza. Costruisce cerchi di muri mobili di cemento attorno, e si stringono si stringono, avanzano lentamente e si stringono attorno. Soffocano. E non esiste parola voce pensiero, a sgretolare il cemento. E non esistono luci chiare e illuminanti, a sbiancare il cemento. E non ci sono fauci a ingoiare la maglia di ferro spinato e nemmeno cieli a frenare i blocchi neri cadenti. Non c’è riparo alla malevolenza. Ché l’uomo è il nemico imbattibile dell’uomo.

  • 10 maggio alle ore 14:29
    Della Piattaforma

    Come comincia: Buongiorno/pomeriggio/sera/notte/tutto. A ogni incontro ci si augura un "Buon", quel "buon" è il barlume di coscienza della vita che ci spinge a esprimere la percezione che, aldilà delle difficoltà del quotidiano (protratte fino alla nostra fine), la base dell'esistenza è una piattaforma di luce. Ognuno ha il suo percorso, il suo carattere, che stimola a guardare con più attenzione il malessere/dolore che si accatasta sulla piattaforma; o a sviluppare l'occhio dell'anima e la trivella della mente, per forare la catasta dei malesseri/dolori e consentire al barlume di luce di splendere, per poco possa fare, a dimostrare che la piattaforma c'è, è lì con noi dal Sempre. Infine, alcuni di noi lavorano incessantemente a rimuovere gli scarti prodotti dai malesseri/dolori per tenere lustra la piattaforma di luce; arrivano alla certezza che ogni malessere/dolore è la liscivia per rendere la propria vita splendente e felice. Perché siamo sulla terra per questo: per imparare a essere felici, per scoprirlo prima di morire. Ché non è nel dna umano soffrire a tutti i costi, questa è memoria millenaria, ma non è la memoria della Vita. Non è un preambolo augurare "buono" giorno nuovo o pomeriggio o sera o tutto, in ogni circostanza: con il cielo plumbeo o ridente, c'è un fiore o un sorriso che illumina l'istante presente, a dimostrazione, per l'appunto, dell'esistenza della "piattaforma di luce". E' il nostro "sguardo di dentro" a consentire di vederla o di affondarla sotto il peso di continue scorie/malessere/dolori.

  • Come comincia: Una nera, cristo. Una nera non l'ho mai avuta. Sono agitato da morire, sento il battito del cuore che rimbomba, una donna nera non l'ho mai avuta. Cammino avanti ed indietro per la stanza come un coglione, aspettando che quel telefonino senza vita ne prenda una e cominci a trillare.
    Hanno detto così, hanno detto che mi avrebbe chiamato dieci minuti prima dell'appuntamento, per confermare. Io da solo ho già confermato dieci volte, ma quel telefonino non suona. Quanto vorrei avere una dipendenza. E’ in momenti come questi che penso a cosa mi sia saltato in mente ogni volta che ho scelto di non diventare un drogato. Quello che fa sorridere è come ho conosciuto questa nera, dove l'ho vista, a come immediatamente si è presentata nuda ed aggressiva in un colpo solo ed io mi sono sentito duro, durissimo. Durissimo che quasi piangevo. Invece mi sono masturbato ed ho immaginato di averla sul letto.
    Mi sono detto -Ti darò ogni risparmio-. Mi sono detto -Ti darò tutta la mia vita, se di vita si può ancora parlare. Basta che tu mi stringa come mi hanno raccontato. Come un cobra, un boa, un drago che porta via-.Ho sentito che è successo già ad altri, sul serio. Almeno a 5 che conosco. Hanno chiamato un' agenzia di escort e nel momento esatto in cui lo facevano si sono sentiti talmente squallidi da essersi perdutamente innamorati.E' una storia da cantautori, voglio provare anche io, voglio raschiare il fondo del barile. Anche se per me è diverso. La mia è una storia interrotta da continuare.

    Il primo rumore, Egade lo sentì mentre ancora era nel suo appartamento e stava indossando le scarpe buone.
    Un boato, verso est. Talmente distante da sembrare un miraggio. Ogni ragazza lo sa, è una regola insita nel processo di preparazione. Se quello che succede attorno non distoglie l'attenzione dalle dosi di profumo da spargere sui polsi, se non distoglie l'attenzione dai colori della sera da abbinare al rossetto, allora non è una cosa importante. Così lei, tutto quello che fece dopo il boato, fu mettersi la scarpa sinistra.
     
    Ecco il trillo. Finalmente. Ho aspettato dei mesi quel suo cazzo di squillo. Chiede di scegliere un bar della zona e incontrarci lì, ed io questa zona l'ho imparata a memoria in tre giorni, girandola anche di notte, per capire quali punti sarebbero stati i più miseri. Forse sembravo un cane rabbioso, perfino i matti si dimenticavano di essere matti per concentrarsi a guardarmi. E' così che funziona no? Dal letame nascono i fiori. E allora io me lo vado proprio a cercare, il sudiciume.
    Il locale che ho trovato ha come sedie dei sedili di macchina reclinabili, isolati da un separè di lamiera. Era una bella idea, una bellissima idea. Ma presto le cose hanno cominciato ad andare come ci si sarebbe dovuto aspettare, e tra camerieri privi di endorfine, chiazze di sperma e macchinette rumorose, l'atmosfera è perennemente quella di un immenso vano posteriore di una macchina al drive in.
    La aspetto camminando avanti ed indietro, valutando la luce, valutando la forza che ci metterò, che ci metterà.
     
    Ascoltò molto bene i passi che fece scendendo le scale, come se il rumore troppo forte di uno dei tacchi sul marmo fosse l'avviso di un boccolo messo male, una debolezza della spilla appuntata al vestito. L'avesse sentito altri giorni, si sarebbe fermata a sistemarsi, ma si era resa talmente impeccabile per quell'appuntamento, che tutti i suoi ideali manuali sui segnali di sventura furono invalidati, e quando il richiamo della vicina di casa sbucata sul pianerottolo quasi la fece cadere, lei ringraziò con un sorriso.
    -Che buon profumo ha signorina Egade.-
     
    Tutti quanti sono andati a prostitute. Non mentitemi, non mentitemi. State fingendo. Tutti quanti. Ne sono la prova i parchi dove sbocciano i profilattici. Cristo. Io almeno faccio le cose al chiuso. Non ci faccio giocare i bambini con i loro stadi primordiali morti nel lattice. Quello che avete fatto, quello che sto facendo anche io giusto adesso, cinque minuti prima che lei arrivi, è sforzarmi di non avere alcun ricordo romantico.
    Per l'amore sono nuovo. Per il sesso sono navigato come una bagnarola.
    Ho esattamente le sembianze di chi spera di arrivare al cuore di una donna penetrandola più forte. Seduto sul mio bel sedile cigolante, guardo fisso davanti a me.
    Non voglio vederla arrivare. Voglio vedermela sopra, intorno, dietro, davanti. Che mi lasci stremato su un letto di fronde secche come la vittima di un sacrificio. Che mi lasci sudato di colore nero. Il punto è che voglio che mi lasci.
    Che lasci anche me.
     
    Egade. Il suo profumo lo confeziona da sola. Non che lo faccia da sempre, ha iniziato quando l'ha conosciuto in ottobre. Il suo primo sguardo le è rimasto marmorizzato negli occhi e voleva in qualche modo riuscire a marmorizzare tutto quanto, anche il profumo dell'autunno di quel preciso momento. La prima cosa che ha detto dopo averlo incontrato è stata -Stavolta mi innamoro-, e cominciò davvero ad innamorarsi di tutto.
     
    Me l'avevano detto, il rumore dei passi sarà fortissimo, rimbomberanno anche all'aperto, sembrerà l'arrivo di una catastrofe.
    E' esattamente così che succede adesso. Sento tutto amplificato. La terra romba, trema, la gente urla, i lampioni saltano. Sembra che il cameriere abbia ripreso vita e mi dica di scappare.
    Si salvi!- mi dice.
    -Coraggio, scappi!-.
    Lo guardo  mentre mi dà del lei. E lo immagino già filare via.
    Mentre la aspetto, mi viene un'erezione potentissima.
     
    Il primo appuntamento con quell'uomo così particolare doveva essere speciale. Egade doveva far sembrare che già il secondo in cui gli sarebbe apparsa davanti agli occhi, fosse la più bella conversazione che lui avesse mai avuto.
    Una volta uscita dal suo palazzo, in strada, iniziò a provare un tipo di camminata più sensuale del solito. Si allenava. Si trattava di mettere un piede esattamente davanti all'altro, in modo da sembrare quasi in equilibrio sopra un filo sottilissimo. Sembrava poco, ma faceva la differenza. Se si allenava già da adesso, all'arrivo al punto d'incontro tutto le sarebbe riuscito perfettamente naturale. Aveva 200 metri di esperienza da fare.
     
    Lo sapevo che era violenta, me l'avevano detto, ma non credevo così tanto.
    Ero convinto di poter essere martoriato senza soffrire. E invece poi, appena ha rotto i vetri, appena mi ha toccato, in un attimo ho voluto sentire tutto il male possibile, abbassando la soglia del dolore sotto le scarpe.
    Tutti i mobili sono stati buttati in aria. Mi ha preso ad occhi chiusi. Il suo bacio sulla guancia con le sue enormi labbra da nera si è trasformato anche in bacio sul collo, sulle spalle, sui fianchi, sui polpacci. Tutto assieme, tutto con la rincorsa, finisco contro un muro.
     
    Per la prima decina di metri sembrava volare sul vento di quel viottolo deserto. Dopo trenta poteva anche permettersi un'andatura più veloce. Dopo cinquanta quella che cadeva sembrava pioggia. Egade si rifugiò sotto il porticato per non bagnarsi il vestito. Quando a cinquantacinque metri la pioggia si era già trasformata in ondata, la sua andatura si trasformò in un peso alle caviglie.
    Dopo sessanta metri era cento, trecento metri, quattro chilometri più distante dal luogo in cui si sarebbe dovuta fermare e lui la vide passare. Dal suo balcone, la vide passare. Vide passare i suoi capelli, preceduti da una processione supersonica di cose sventrate da terra che nuotano affannosamente insieme a lei. La riconobbe anche se la incrociò una volta sola.
     
    L'ondata non si lasciò scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere divennero impregnate, i vestiti macigni incollati, i giri di perle un cappio.
    Se vogliamo essere romantici, era un abbraccio che stringeva i fianchi. Se vogliamo essere disfattisti, era una tragedia.
    Egade lo vide. Mentre stava con gli occhi aperti verso il cielo, senza riuscire a risalire, Egade lo vide essere in salvo sul balcone, riconoscerla e iniziare a piangere.
    Fu il loro secondo sguardo.
    Egade per chiamarlo aprì la bocca e ingoiò più acqua, fingendo che fossero lacrime d'amore. Più acqua beveva, più lui aveva pianto.
    Annegò con il cuore spezzato prima che poteva.
     
     
    Le mani sudate non si lasciano scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere diventano impregnate, macigni, incollati. Se vogliamo essere romantici, è una scopata. Se vogliamo essere disfattisti, è un tentativo forzato di resurrezione.
    Quella puttana nera ha portato con sé pezzi di fango e rametti. Li ha portati per i suoi giochetti selvaggi. Apro la bocca e mi lascio trasformare in uno stupido vaso.
    Apro la bocca principalmente per chiamare la donna che ho amato.
    Persa mesi prima. Persa mesi prima per colpa la stessa dannata puttana bagnata.
    -La prostituta è andata a donne!-, ho continuato a ripetermi. In attesa che quella disgrazia distruggesse gli argini dei marciapiedi da qualche altra parte, che venisse preannunciata.
    Non sono un idiota sapete. Sono più furbo di tutti voi messi assieme.
    Io l'ho persa mesi fa, e da quel giorno ho letto tantissime cose.
     
    La mia casa sembra quella di un pazzo. Ho tappezzato ogni superficie riflettente con articoli, ricerche, statistiche, annunci riguardo prostitute di tutti i reami. Capitemi. Capitemi, cazzo. Dovevo trovarne la migliore. La più devastante, dalle curve pericolose, nera di malasorte con il ritmo nel sangue. E' stato come inseguire una divinità, corteggiare un tumulto del cielo per vendetta.
    Nonostante sia un lago di eccitazione, nonostante stia affogando nel sudore, nonostante il suo disastro, il suo infilarmi dita negli occhi, riesco a dominarla. La prendo per quella massa unta di capelli ricci nero verdognoli che sembrano alghe e le spingo la faccia contro la terra. La lotta si fa scivolosa e profonda. Forse comincia adesso il vero sesso. Di sicuro comincia ad esserci un po' d'ordine nella distruzione che mi sono andato a cercare.
    Comincio a darle dei colpi talmente forti da finirle nell'utero. Immerso fino alla testa nella sua placenta fangosa.
     Quando sei dentro una puttana, sei parte della puttana. Quando sei nell' acqua, sei parte dell'acqua. Quando sei passata davanti a me morendo, sono diventato la parte di te ancora vivente.
    Da allora si è trattato solo di completarti, Egade.
     
    “Approfondendo ulteriormente il discorso, possiamo dire che l’acqua, infine, rigenera. Se l’acqua è un po’ il simbolo della materia prima, ecco che allora la vita nell’acqua nasce e nell’acqua ritorna, ma nell’acqua anche rinasce. La distruzione stessa che l’acqua opera è la condizione per la rinascita: purché vi sia un ordine, una Parola, un Logos. Altrimenti siamo di fronte all’acqua come drago: forza bruta e caos.

    Come nelle celebrazioni misteriche, l’iniziato deve morire simbolicamente per poter rivivere in possesso delle autentiche qualità umane, così tutta l’umanità deve passare attraverso la morte per rigenerarsi. E’ significativo il fatto che l’acqua sia considerata la fonte della vita da tutte le tradizioni arcaiche; la vita, dunque, si congiunge con la morte per dare origine ad una nuova vita. L’eletto che si salva galleggia a lungo sulle acque; è il simbolo dell’uomo rigenerato che, dall’acqua portatrice di morte per gli altri, assume le facoltà per una vita totalmente nuova.”

  • 05 maggio alle ore 21:30
    La borsetta di mia mamma

    Come comincia: Ogni donna ha la sua borsetta preferita, dentro la quale c'è tutto un mondo di vita. Da bambina, mi ricordo bene il profumo della borsetta di mia mamma: ad ogni intoppo, ad ogni contrattempo, lei cercava lì dentro e come per magia aveva la soluzione per tutto.
    Nelle attese di lei, mi sedevo composta accanto alla sua borsetta: ero al sicuro, sarebbe tornata. Ricordo che lisciavo la fragrante pelle scamosciata, come un velluto sulle mie mani, mi immaginavo grande, anch'io con la mia borsettina, ne ero orgogliosa.
    I manici erano splendenti, ci giocavo come con una collana, e il profumo mi incantava, mi ricordava lei. Se la scuotevo appena appena, emetteva un suono canterino, un tintinnio di monete, chiavi, scatoline della cipria, borsellino a clip...
    Raccontavo le mie storie bisbigliando, sbirciando all'interno dalla cerniera un poco socchiusa, come pensando di trovarci qualcuno di così piccino da passare inosservato, e che aiutava la mamma in ogni difficoltà.
    Nei momenti tristi del dolore, la vedevo afferrare la sua borsetta con artigli forsennati, stringendosela al petto come fosse viva, ascoltava e chinava il capo alla messa delle Dieci e la sua borsetta era lì, appoggiata allo schienale del banco. Era il mio prezioso scudo contro il mondo, era il mio essere bimba amata, accanto ad una borsetta antica.
     

  • 03 maggio alle ore 21:22
    Non Solo Guerra (Una storia vera)

    Come comincia: Il 6 luglio 1944 Dalmine fu bombardata, più di mille fra morti e feriti, lo stabilimento semi distrutto. Ma non è una storia di guerra che voglio raccontare.
    Molti furono gli sfollati, ed anche una famiglia di sette persone, marito moglie e cinque bambini, di cui i più grandi avevano tredici e dodici anni. Questa famiglia trovò ospitalità nella palestra di una scuola a Madone, una frazione lontana qualche chilometro, dove visse per diverso tempo........
    La vita scorreva fra mille difficoltà. Il capofamiglia lavorava alla Dalmine, si recava al lavoro a piedi e attraversava il fiume Brembo ogni volta per andare e tornare.
    La moglie accudiva i loro cinque figli cercando di procurare quanto più poteva in tempi così terribili. 
    Un giorno una donna del luogo le disse che il suo piccolo stava morendo a causa della polmonite, e in casa si erano rassegnati a perderlo, limitandosi a pregare, perchè " se Dio glielo aveva dato questo bimbo, Dio poteva riprenderselo." Ma la donna non sapeva di stare parlando con una madre di cinque figli che la pensava molto diversamente da lei. Questa madre chiese alla donna di poter cercare di fare qualcosa per il piccolo, e quindi si recò nella loro casa, e non lo abbandonò più.
    Lo curò nel modo che conosceva, cercando di fare il meglio per lui, con amore, con testardaggine, e con tutto il grande cuore che possedeva. Giorno e notte lo vegliò e accompagnò attraverso la peggiore crisi causata dalla polmonite. E alla fine fu gratificata perché Il bimbo superò la crisi e guarì.
    Passarono molti anni, e la guerra diventò un ricordo. I cinque bambini erano ormai cresciuti d'età, e anche di numero perché quando nessuno più se l'aspettava era arrivato anche il sesto figlio: una bambina. La famiglia viveva in una grande casa e la palestra era stata ormai dimenticata assieme a tutti i disagi e le privazioni della guerra.
    Un giorno a casa loro suonò il campanello ed una delle due figlie, una bella ragazza dai capelli rossi, andò ad aprire la porta. Si trovò davanti un giovanotto che non conosceva, timido e un po' impacciato nello spiegare perché fosse andato lì.
    -Non vorrei disturbare. Io sono il bambino che venne salvato da tua mamma, sono venuto a ringraziarla e a salutarla perché sto partendo per il servizio militare. Vorrei poterla incontrare di persona, se è possibile.
    La ragazza lo fece entrare in casa e lo condusse dalla madre. Ci fu un lungo abbraccio fra il ragazzo e la sua salvatrice. La commozione di entrambi non lasciava spazio a parole o discorsi, solo un silenzio denso di emozione, e il ricordo nella donna di quelle notti insonni al capezzale di un bimbo morente che ora era davanti a lei in tutto il suo splendore di giovane uomo.
    Io non so come si chiamasse, o si chiami, se ancora è vivo, quel ragazzo. Ma so chi è la ragazza dai capelli rossi che aprì la porta: mia sorella. E so chi era la meravigliosa madre di cinque figli, anzi sei, che ebbi la fortuna di frequentare per i primi tredici anni della mia vita: lei era mia mamma...ed io la numero sei. 

  • 02 maggio alle ore 10:49
    UNA ESPLOSIONE DI AMORI.

    Come comincia: Inverno anno 1955, Dogana di Ponte Chiasso. Fra i funzionari addetti alla Dogana due personaggi molto diversi fra di loro: Massimo M. romano, compagnone, vita un po’ sregolata in quanto a pasti e femminucce, Piero M. siciliano, sempre elegante,con sempre un triangolo rosa nel taschino della giacca, distaccato munito di auto Giulietta, in affitto una casa al centro città, costoso, un alto tenore di vita dovuto ai contributi paterni, Massimo stanza in affitto come molti suo colleghi, due personaggi molto diversi che abitualmente non si frequentavano fin quando un giorno: “Mi conosci, sono Piero M.  che ne diresti di assaggiare un Chivas Regal 30 anni di invecchiamento?” “Cacchio pensò Massimo, di quel whisky ne conosceva l’invecchiamento sin o a 20 anni, sapeva quanto costava.” Una proposta inaspettata,  strana tenuto conto della riservatezza di Piero che lo incuriosì. “Se vuoi sabato puoi venire a casa mia in via Roma 23, potremo anche cenare insieme.” Una mangiata non si rifiuta mai”, Massimo accettò. La casa di Piero era ben arredata con la particolarità di avere un camino in ogni stanza mentre nelle altre abitazioni ve n’era uno in quella principale, le altre… al freddo. Piero lo accolse in pigiama con sopra una costosa vestaglia. “Vieni caro, ti faccio vedere casa in attesa dell’ora di cena, ho ordinato al ristorante all’angolo, spero sarà di tuo gradimento.” “Basta che se magna” pensò Massimo un po’ volgarmente, talvolta la romanità prendeva il sopravvento in lui. Menù: pappardelle all’anatra selvaggia, composé di fritti vari, uccellagione molto ricercata dagli appassionati di quel genere, contorni vari e poi un piatto particolare: “Sai il ristoratore è un burlone, mi ha fatto questo scherzo.” Un mezzo ad una torta spiccava un wurstel grande  a forma di membro eretto molto somigliante alla realtà. “Ma questo è un cazzo!” “Chiamiamolo membro meno volgarmente.” “Ma sempre cazzo è” pensò Massimo, io non lo mangio.” “Va bene è cosa mia” Piero prima lo leccò a poi lo mise in bocca. Massimo sconcertato fece finta di nulla, poi comparve il famoso Chivas Regal 30 years old ancora con la fascetta intatta. Effettivamente il sapore superava tutti gli altri whisky che Massimo aveva assaggiato, fece il bis, il ter, il,quater, cominciò a vedere il mondo in modo diverso, più piacevole, lui era stato sempre un edonista. Un televisore 30 pollici nel soggiorno trasmetteva un programma musicale con qualche ballerina meno vestita del dovuto. Anche in questa stanza un caminetto acceso mandava un calore molto forte, eccessivo , Massimo cominciò a sudare non capì la strategia di Piero. “Sono tutto sudato, mi tolgo la camicia, anche la maglietta, non ti dispiace?” Ma che dispiacere, Piero aspettava questo momento per proporre: “Senti non puoi uscire così, siamo in pieno inverno,  potresti prenderti un malanno, sai che ti dico, facciamoci una doccia.” “Cacchio la casa era dotata di mobili molto eleganti e funzionali, una doccia molto grande nel bagno. “Che ne dici se ti faccio compagnia,ci stiamo tutti e due.” Il Chivas Regal aveva spazzato via molte inibizioni di Massimo che con una risata accettò. Stettero a lungo a godersi il calore dell’acqua che veniva giù dall’altro da vari augelli, ognuno il proprio augello nel senso che…”Massimo ti rendo conto cos’hai far le gambe, mai visto un uccellone di tale portata, beato te, come vedi io ho due grossi testicoli ma un pene piccolo, da adolescente e questa è fonte di dispiacere a da parte mia.” Massimo cercò di minimizzare: “Unicuique suum” talvolta mi è capitato al casino che una signorina non ha voluto avere rapporti con me per paura di farsi male.” “Sono molto incuriosito, ti sarei grato se me lo facessi toccare un po’.” “Si ma poi ciccio si ‘incazza’ e diventa un albero.”“Correrò questo rischio…” La mani di Piero iniziarono dai testicoli, massaggiandoli a lungo il che portò a quanto predetto da Massimo, Ciccio si incazzò di brutto facendo uscire dalla gola di Piero un:ohhhhh. Abbandonati i testicoli l’attenzione del padrone di casa si rivolse all’uccellone ma Massimo uscì da sotto la doccia , si avvolse in un caldo accappatoio molto chic e andò a sedersi su una poltrona del soggiorno dinanzi alla tv. Piero lo raggiunse piazzandosi nella poltrona vicino a lui.“Vedo un grosso bozzo nel tuo accappatoio, che sia…” “È evidente che ciccio chiamato in causa risponda sempre.” Era diventato così duro che Massimo non sapeva che fare, metterlo sotto l’acqua fredda non era una buona soluzione e quindi…” Ci pensò Piero: “Vedi restare arrapati per lungo tempo fa male alla prostata, da vecchio ti potrebbe dare molti problemi, meglio farlo ritornare  nella sua casina con un bel massaggio e senza chiedere il permesso si diede alla bisogna. Ormai il ghiaccio era rotto e Massimo capì che stava entrando nel mondo gay mai da lui esplorato, Le mani sapienti di Piero, vecchio esperto del settore, fecero provare sensazioni piacevoli al padrone del membro arrapato oltre ogni dire soprattutto quando Piero lo prese in bocca e con la lingua sapiente cominciò a tintillare la punta del pisellone, un piacere mai provato con le femminucce. Anche i testicoli ebbero la loro parte e cominciarono a girarsi nello scroto, sensazione piacevole.”Qui siamo scomodi, di là ci aspetta un bel lettone, stanza riscaldata ed anche il letto con borse di acqua calda. Ormai Massimo si era lasciato andare, in fondo cosa poteva succedere un incontro omo unico a poi solo il ricordo. Non finì di  pensare che fu abbracciato con forza da Piero. “Da quando sei giunto a Ponte Chiasso ti ho adocchiato ma eri sfuggente,  ora sei qui, per me un piacere immenso, abbandonati, ti prego  e acconsenti  ai miei desideri sessuali.” Sempre abbracciato sopra Massimo, Piero iniziò a baciare il collo,il viso. poi le ascelle ed i i capezzoli per poi scendere sul pancino senza fermarsi nel gran bozzo ma finendo sulle gambe e poi sui piedi dove rimase a lungo fin quando di scatto  e cominciò  prima dai testicoli e, gran finale in bocca l’uccellone che non ne voleva di ritirarsi in buon ordine, troppo sollecitato, mandò in tripudio Piero che tenne in bocca il suo sperma poi andò in bagno sciacquarsi la bocca con un colluttorio,  segno che era solo all’inizio del gioco erotico.  Infatti volle coinvolgere il buon Massimo che era in dubbio se andare avanti sin quando: “Ho  i testicoli grossi ma il pisello lascia a desiderare, è rimasto quello di un adolescente ma, anche se piccolo funziona perfettamente, dammi una mano, fai su e giù mi piace, mi faresti felice se lo prendessi in bocca. Massimo ormai era in preda a un’eccitazione e acconsentì al desiderio di Piero, cominciò dai testicoli dell’amico per poi mettersi in bocca l’uccellino piccolo ma duro. Ebbe in quel momento un ricordo di quando quindicenne, nel collegio dei preti, si era fatto un amico pugliese e spesso studiavano insieme. Un giorno durante la ricreazione si allontanarono dagli altri studenti nel bosco per fumare una sigaretta, cosa assolutamente proibita. L’amico Carmine : “Durate la doccia ho sbirciato il tuo uccello, è molto più grosso del mio, me lo fai vedere. Vedere e toccare, anche Massimo prese in mano il pisello di Carmine e ognuno face una sega all’altro. Quindi in fondo c’era un precedente. Massimo imitò Piero nel lavorarsi il pisellino,  lo succhiava, con la lingua e lo ‘accarezzava’ tutto, Piero era innestasi. Il giochetto durò a lungo. “ Non mi godere in bocca”, fu accontentato, Piero godè dentro una salviettina e poi si recò in bagno. Al ritorno altra richiesta: “Fammi entrare nel tuo buchino, sarà piacevole e non ti farò male.” Piero prese le gambe dell’amante supino,le piegò, le tirò su e si fece penetrare facilmente, in questa posizione aveva a disposizione il viso di Massimo il quale seguitò ad entrare ed uscire nel buchino di Piero col vantaggio che, stando faccia a faccia Piero poteva baciarlo in bocca, Ci riuscì dopo vari tentativi di resistenza da parte di Massimo ed anche qui fu una  sensazione nuova, Piero usava la lingua in bocca dell’amante facendogli provare  delizie mai provate poi godette dentro il sedere di Piero. Si mise a ridere perché gli venne in mente l’episodio della contessa Scotti. Ormai tutto era compiuto pensò Massimo ma si sbagliava . Piero dopo il solito bidet si mise supino  abbracciandogli le gambe .Come aveva fatto prima con sé, finale col botto, Piero voleva essere penetrato nel suo buchino dall’uccellone anche se aveva un pò di paura. Ho messo tanta vasellina ma vai piano. Millimetro per millimetro Massimo penetrava il sedere di Piero, ci volle tempo ma arrivò in fondo. “Ora muoviti ma dolcemente.” Piero si era fatto il culo di qualche signorina in casino ma non bene come  con Piero il quale si muoveva facendo girare  tutto il bacino. Massimo durò anche stavolta a lungo con gran goduria del padrone dell’ormai bucone. E poi l’eplosione, fine della pugna. Ambedue furono presi da Morfeo. Alle sei del mattino. “Massimo grazie di tutto, devi andare via senza farti vedere, ho la sensazione che non ci rivedremo.” Ultimo bacio in bocca. Mi farò vivo senza  la mia presenza.” Frase sibillina che Massimo capì dopo vario tempo. Fuori incontrò Nando, un paesano che lavorava come elettricista in Svizzera: “Dottò bella nottata!” “Non mi posso lamentare,ciao.”Ora il problema era di Massimo, gran tombeur de  femmes al quale  restava il dubbio che l’avventura omo poteva aver lasciato il segno. La cosa più pratica: andare con una femminuccia. Il sabato successivo si recò in un casino a Chiasso dalla parte svizzera per non farsi vedere da qualche conoscente in caso di defaillance, ma tutto andò bene, anzi la signorina di turno si lamentò per la fuori misura del pene di Massimo, tutto era tornato alla normalità. I due amanti si evitavano, Piero tramite le amicizie al Ministero si fece trasferire alla Dogana di Domodossola. La tresca ebbe un seguito piacevole: un pomeriggio un fattorino gli consegnò un pacco.”È per me” domanda inutile c’era il suo nome. “Lei è il signor Massimo M.?” “Son io.” “Allora firmi qui.” All’interno un grosso astuccio con la scritta “Gioielleria Grasso” Cercando di rimanere freddo pian piano aprì il pacco come un giocatore di poker…meraviglie delle meraviglie: un orologio Omega, una catenina, un braccialetto ed infine un anello con incise le sue iniziali MM  tutto in oro 18 k, un patrimonio. Un biglietto ‘In ricordo della meravigliosa avventura.’ Poteva esser stato scritto anche da un appartenente al gentile sesso, conservò  il cartoncino. Ora il problema era sfoggiare quel po’ po’ di ben di Zeus (Massimo era ateo). Ai colleghi invidiosi riferì che era il giusto prezzo pagato da una signora non più giovane e la cosa finì lì. A proposito della contessa Scotti: la gentil nobile madama una mattina di domenica  era andata a confessarsi ed aveva riferito al prete di esser stata penetrata ‘contro natura’ . Il confessore l’aveva caricata di preghiere e l’aveva invitata a sedersi nel banco in prima fila in compagnia di donnette un po’ scalcinate cosa che la contessa contestò: “Io non vado in mezzo a tante donnucole di basso rango! “ “Gentile contessa Scotti, Scotti o non Scotti quello è il banco dei culi rotti.!” Massimo volle che quell’avventura particolare finisse con un po’ di autoironia il che non guasta mai.  Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi distrarsi al cinema, andando la domenica a vedere partite di calcio di serie A), andando con i colleghi al ristorante, sostituendoli talvolta nei turni di servizio, frequentando il locale casino dove conobbe una siciliana intelligente e con lei si intrattenne più del dovuto affezionandosi un po’ troppo, tagliò corto. Infine scoperse il ballo, il locale ‘Galletti era aperto il sabato e la domenica. Non avendo mai imparato a ballare andò in un locale dove insegnavano tale disciplina ma il padrone, dopo due lezioni gli restituì la caparra: “ Egregio signore perdiamo tempo, lei non è nato per ballare”. Andò lo stesso al ‘Galletti’ restando sempre seduto ad ammirare le bellezze indigene, una in particolare lo colpì, oltre che essere una ragazza piacevole si muoveva con disinvoltura, sorridendo pacatamente alle battute del ballerino di turno. Ballo o non ballo la invitò con la premessa: “Signorina sono una frana nel ballare”. Sguardo interrogativo della baby: “Che vieni a fare?” “Signorina non c’è altro modo per conoscerla.” “Se ci tiene tanto restiamo seduti e parliamo.” Massimo gli raccontò un po’ della sua vita della nascita a Roma sino alla vincita del concorso di dipendente della Dogana di Ponte Chiasso. La ragazza rise, “Io ogni mattina passo per il valico, lavoro in una fabbrica di orologi a Chiasso ma non l’ho mai vista.” “Evidentemente I nostri orari non coincidono, cosa che avverrà il prossimo futuro.” Dopo un lungo silenzio:”Perchè ci tiene tanto a conoscermi?” “Non sono un tipo da complimenti, mi piace.” Flora era un tipo delizioso, viso piacevole e sempre sorridente, gli occhi che esprimevano la voglia di vivere, seno forza tre, vita  stretta e due gambe chilometriche che reggevano un corpo da 1,75. “Abbiamo quasi la stessa altezza, io sono alto un metro e ottanta”. Si era fatta quasi mezzanotte, era l’ultimo dell’anno, “Egregio signore sa della consuetudine di questo locale all’apertura del nuovo anno?” “In verità no”. “Ebbene allo scoccare della mezzanotte i due ballerini si baciano.” “Ottima consuetudine!” “Non pensa di correre troppo?” “Lo sa che da mondo e mondo sono le femminucce che prendono la decisione dipende da lei.” “Non so per qual motivo ci sto…” Massimo sapeva bene il motivo, il suo metro e ottanta  era corredato da un fisico robusto ma non grasso, bel viso maschio, sempre elegante e dalla parlantina romana condita da qualche battuta quasi sempre accettata dai presenti, elegante, ‘aitante e distinto’ c’era scritto nelle sue note caratteristiche. Si abbracciarono. “Facciamo una cosa, faccio io il maschio e lei mi segue.” Tutto andò bene sino: “Signore e signori, mancano tre minuti alla mezzanotte, era il segno di mettere in atto la consuetudine locale. “Flora vuol rimanere in pista o ci sediamo?” Dopo un po’ di riflessione… restiamo in pista:” “Era fatta” pensò Massimo, era al settimo cielo, voleva a tutti i costi conoscere a fondo la ragazza. “Meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due uno “Auguri per il nuovo anno auspicò lo spiker. Fu Flora a prendere l’iniziativa, prima dolcemente sulle labbra poi, pian piano sino ad aprire la bocca con la conseguente passaggio dall’altra parte delle due lingue, Durò a lungo, a Flora il,bacio era piaciuto. “Durante il bacio ho notato qualcosa aumentare di volume nei suoi pantaloni.” Massimo diventò rosso come un ragazzino, effettivamente ciccio aveva prese parte, a modo suo, al bacio. “Non so che dirle, mi scuso.” “Non dica niente, è normale.” Massimo da quel momento si presentò in dogana agli orari di partenza e di arrivo in Dogana della baby. L’agevolava nel farle passare delle sigarette e del cioccolato, lei non fumava, era per i parenti e per gli amici. Col passar dei giorni il loro legame divenne sempre più stretto, si innamorarono follemente. Un giorno Flora: “Ti invito a casa mia, mia madre, vedova, e la mia sorella minore vanno a trovare dei parenti a Milano, la casa è tutta nostra,.” Un invito specifico ad andare a fondo fisicamente fra di loro. Infatti prima di cena. “Preferisco il letto di mia madre è a due piazze, una cosa importante, sono vergine!” La cosa stupì non poco Massimo, una ragazza vergine a ventidue anni! “Non a quella faccia, ho avuto modo di vedere il tuo coso, mi fa un po’ paura devi essere molto ma molto delicato!” Hai voglia ad essere delicato. “Flora si spalmò per benino, più volte il fiorellino e lei stessa prese in mano la situazione nel senso che piano piano, e ci volle molto tempo e qualche gridolino, ad arrivare sino in fondo spossati.  Erano diventati marito e moglie. La cena preparata da Flora era ottima, la ragazza era pure una ottima cuoca. La felicità dei due innamorati fu interrotta dal trasferimento di Massimo a Messina, eccesso di personale a Ponte Chiasso, mancanza di personale nella città dello stretto. Massimo cercò di contattare Piero a Domodossola ma non  ci riuscì. Gli dei invidiosi dell’amore di Flora e di Massimo avevano compiuto la loro vendetta, Giunone e Mercurio furono invano supplicati da Massimo che in una grigia giornata raggiunse Messina dove invece lo accolse un clima mite e tanto sole. La lontananza… tanto si è scritto su di essa ma la triste conclusione che Massimo e Flora pian piano si sentirono sempre meno finchè Flora: “Caro ho trovato un ragazzo meraviglioso, mi sposo. Faccio tanti auguri anche te.” Anche Massimo trovò un nuovo amore ma sempre nel cuore il ricordo di una ragazza speciale lombarda.

  • 01 maggio alle ore 19:51
    Del discorrere sulla Saggezza

    Come comincia: Siamo ricettacoli di saggezza, noi esseri umani. Siamo forse intrisi di polvere di eterno, e magari arriviamo da altre stelle. O siamo cloni oppure angeli in possesso di un corpo. Non abbiamo l'abitudine di meravigliarci davanti a egregie risposte che, pur senza la preparazione specifica, riusciamo a darci. Dovremmo.                      
    on sappiamo da dove ci arriva quell'intuizione geniale, non sappiamo nemmeno il perché riusciamo a rovistare nei pozzi bui di (nostri) giorni angosciosi, e ritrovarci un sorriso. Non andiamo a scuole specifiche dell'Intuizione, della Visionarietà, dell'Empatia, dell'Umiltà, dell'Amore. Nessuna Scuola, eppure in noi, cellule organicamente composte, ci indicano risposte giuste che toccano la mente dopo aver risieduto nel ventre, risalito ogni organo, albergato nel timo. E' un grande e saggio contenitore il nostro corpo, tesoriere di ben più sconosciuta composizione che non una perfetta macchina che viaggia per la durata del suo ciclo vitale. Vi è una saggezza in ogni essere umano, comparabile alla memoria del Cosmo. E' visibile a tutti da bambini, poi ci educano ed "educhiamo" ad addensare la cornea per escludere le "macchie sfuggenti e luminose" che prima ci mostravano luoghi e momenti; ad irrigidire i padiglioni ed eliminare i suoni più sottili, che prima ci ampliavano le percezioni. Tutto il nostro corpo è stato modificato a non "vedere", "sentire", ma nonostante tutto, continua ad essere ricettacolo di saggezza, ché l'intelligenza non potrà mai sconfiggere la larga conoscenza insita nel luogo del non "corpo". Quando sarà l'Intelligenza consapevole della Conoscenza del Non Corpo, il corpo sarà sostanza equilibrata e in perfetta assonanza con il Tutto, le giuste risposte, soluzioni, umori, sono naturale appartenza a se stessi; non siamo "geni" isolati, siamo saggi per naturale trasmigazione dell'Uno e del Tutto.

  • 30 aprile alle ore 0:43

    Come comincia: Finirà l'urlo di battaglia di puniche genti, cesserà la sofferenza di Pericle, cadranno i cieli pesanti sull'empireo, si arrotoleranno i mari tornando pace nel tridente. Troverà respiro Eolo e Giove cancellerà ogni dissenso, sol quando il trasparente nucleo del macroscopico Io, allineera' suo fascio di luce, al Sé. E sarà riconoscimento, consapevolezza e accoglimento. Sarà benevolenza di sé e d'ogni altro accanto. Sarà pace e bellezza. Sarà verità e giustizia, e amore.

  • 29 aprile alle ore 9:05
    Andare al lavoro

    Come comincia: Traffico. Come sempre alla solita ora solito semaforo forse anche le solite persone che attraversano. Sembra incredibile tutte queste macchine e non c'è mai nessuno in giro se esci. Abbasso gli occhi per guardare la radio che trasmette questa canzone come minimo dieci volte al girono. Forse dovevo veramente cambiare le casse...guardo il sedile e la borsa è lì come al solito: l'ho gettata come di consueto in fretta e furia perchè il mercoledì devo mangiare veloce visto che tengo il corso alle 14.00; mezz'ora di strada sì, se non avessimo tutti deciso di metterci al volante alla stessa ora. Certo che Avicii ha solamente qualche anno più di me e tanti meno sbattimenti... facessi io la sua vita. Menziona sempre questa California anche se è svedese,ma dico io, compratela sta maledetta casa in California e smettila di cantare l'amore e balle simili che da quando ti sei dato al country ogni tuo singolo è uguale al precedente. E' verde e parto ovviamente in seconda tanto la frizione di Carolina, la mia bimba una Fiat Punto celeste del 2006, è già in dirittura di arrivo. Guardo sulla sinistra e noto con piacere che il Famila non si è spostato di un millimetro. Adoro i Supermercati: al loro interno sembra tutto in ordine caldo e perfetto proprio come piace a me. Ho la mania di sistemare gli oggetti perchè la mia vita è un disastro, cerco l'ordine che per me è diventato essenziale per avere tutto sottocontrollo e vedo che nei supermercati anche la musica è al volume giusto, ne troppo alta ne troppo bassa e mai come nella mia macchina in cui le interferenze della radio sembrano storpiare ogni canzone anche orecchiabile. Sorrido. Vedo il bar dove lavora Martina ma non rido perchè ci lavora lei, troppo schizzignosa troppo magra e poi si crede così bella che nemmeno un filo di fondo tinta si mette in viso, forse crede di essere Penelope Cruz dei poveri... Cerco se per caso c'è parcheggiata la tua macchina. Sono le 13.20 e tu lavori solamente mezza giornata e non arrivi mai a casa senza "cicche e ape"...ogni volta spero di trovare la tua auto solo per vederti uscire dal bar e non salutarti, tirare dritto per la mia strada come se la tua presenza mi scivolasse addosso...Ahah, pazzesco come io possa cedere a tali piccolezze. Studio giurisprudenza, faccio l'istruttrice per arrodondare i conti eppure nonostante tutte le mie letture iperintelligenti complicati affascinanti faccio sempre queste cadute di stile. Già...infondo sono del "Paese" anche io.

  • 28 aprile alle ore 23:25
    The Japanese monkey

    Come comincia: The Japanese monkey
    (fuscata macaco)

    *
    Nella cucina la colazione era pronta.

    «Sandro! Sandro!» udì chiamare a gran voce.

    La piccola scimmia osservò l’uomo dal basso. Preoccupata, tentò di avvinghiarlo alla gamba. 

    L’uomo, in pigiama a strisce, si alzò dalla sedia.

    Cogliendone l’inquietudine piegò il busto per abbracciarla.

    Diede un ultimo fugace sguardo al tavolo bianco che lo separava dalla luce; scorgendo nella cornice di legno scuro alla parete il verde del prato.

    Oltre la finestra, alcuni conigli selvatici giocavano a rincorrersi.

    « Sandro! Sandro! » Tornò a udire e le grida giungevano da fuori.

    «Li avrebbe abbandonati?» si domandò la scimmia.

    Cogliendo il pensiero l’anello robotizzato avanzò spaventato in direzione della camera da letto andando a nascondersi nello zainetto lasciato in terra accanto allo stipite.

    Il giocattolo preferito dall’uomo, un trenino elettrico, si collocò tremante sotto il giaciglio.

    I cerchi metallici presenti nel corridoio, ruzzolarono velocemente, finendo a trovare rifugio sotto il tappeto del salone.

    «Sandro! Sandro!». Tornò a reclamare la voce.

    Di là della soglia, ora spalancata, i suoi occhi incontrarono quelli grandi e grigi di una donna in lacrime.

    «Sandro, Sandro!». Continuava a esclamare la voce.

    Guardandole il volto che gli parve ingigantito e distorto si ricordò di lei.
    Era Stefania; sua moglie!

     Disperata la donna incalzava, quasi non restasse tempo: “Sandro, Sandro, rispondimi.”

     Poi il volto si impietosì e parlò dolcemente: « Amore mio… che cosa accade?»

    L’uomo sorrise per un istante al volto di colei aveva amato, mentre in camice bianco i dottori le cingevano delicatamente le spalle allontanandola dalla stanza con le pareti foderate in cui si trovava rinchiuso.

    La porta imbottita si serrò dietro a loro, emettendo un suono metallico.

    Tornò il silenzio.

    La lampada al soffitto continuò a illuminare l’interno di luce fredda.

    - Avevo le braccia legate al letto… quel mondo non mi apparteneva! Tornai in fretta dalla piccola scimmia che mi attendeva assieme agli anelli e al trenino elettrico. Non li avrei più abbandonati pensai, poi venne la nebbia e mi acquetai. :)
     

  • Come comincia:  
    Riflettere" verbo transitivo, significa: rimandare/ specchiare/ manifestare; intransitivo: rivolgere la mente/ considerare con attenzione/ meditare/ pensare/ ragionare. Per chi non ama sfogliare il vocabolario, ne trova ampie espressioni in internet; lì ho trovato questa: "rimandare indietro, da parte di una superficie riflettente, un flusso di energia". Antica e amante della mia lingua come sono, e anomala come sono, sento pulsare l'unione delle due fonti in un unico e solo significato: riflettere l'onda che confluisce e unisce il pensiero all'intimo/cosmico sentire, e come fosse uno specchio che riflette l'Animo, lo amalgama al Pensiero. Quindi: da una parte il Sentire, Percepire, Intuire; dall'altra Constatare, Pensare, Ragionare; e dedurre.
    I giorni di Silenzio spadellano Riflessioni, inconfutabili verità nate dal discernimento scevro da ogni umano convulso pensiero; spadellano realtà senza desiderio di ghirigori, altrimenti detti pettegolezzi o leziosi gracchiare da stagno mentale. I giorni di Silenzio sono l'"Occhio di bue" sulla scena: evidenziano anche il più piccolo dettaglio.
    Così guardo, assimilo, discerno. E sono pronta a dirlo, a me stessa.
    Sempre in Silenzio seguo il mondo che mi circonda, fuori e dentro web. E discerno, come foss'io il chirurgo che osserva sul tavolo di laboratorio, ogni forma a cui dare un nome.
    E' l'Epoca del cambiamento: ogni Elemento ha debordato dal vaso di Pandora, il Tutto vaga nell'Etere, ogni bene e ogni male, i giusti sapranno recuperare ciò che è bene e i malvagi s'inebrieranno d'ogni male. E ne siamo coscienti, lo constatiamo sbalordendoci di quanto accade su tutto il globo terrestre, ma lo riteniamo "sempre" un male altrui, un bene altrui, noi non ci sporchiamo le mani, il Mostro o l'Angelo, è aldilà dalla nostra porta. Certo siamo compassionevoli: ci addoloriamo o gioiamo. Ma non siamo colui che è il Male e colui che è il Bene. Goliardici novelli cavalieri, brandiamo spade a difesa o a giudizio di costui o colui, inconsapevoli e malamente armati, senza volerlo, alimentiamo le brutture, ci aiutiamo ad essere falsi, a indossare armature. E ci perdiamo nel vortice. Non abbiamo alcuna consapevolezza se non quella che "dobbiamo lottare" ma, ahimè, abbiamo perso il Fine. E' forse iniziare ad estirpare dal Proprio giardino la gramigna, la saggia soluzione? Penso di sì. Iniziamo per favore. Iniziamo a smetterla, nel reale e nel web, di aver timore di appartenere a questa o quella fazione: si è se stessi proprio quando non si è di quello o di quell'altro; non nascondiamoci a Tale perché non vuole essere uguale a tal'Altro perché vuol essere Superiore, più Popolare, non è quanto sta distruggendo in verità, il Nostro Mondo? Vero che siamo Noi i primi complici dello scoperchiamento del vaso di Pandora? Siamo noi quel che fugge dal vaso. Qui, nel web, è lo specchio della Realtà, quella che aborriamo a parola, pure siamo i primi fautori, i protagonisti indiscussi, ché la realtà è questa: maschere colorate di parole, di lance pronte, di spade sguainate, di giochi di Potere. La realtà siamo Noi, qui, in casa, in piazza, nelle stragi (di parole e di azioni), nelle insoddisfazioni che si fingono saggezze: nel perpetrare l'Ego contro l'Io. Non so chi avrà voglia di riflettere, conosco i chiaroscuri della Realtà: popolare è colui che meglio è in grado di fare marketing, alla politichese per intenderci. Riflettere è roba silenziosa, roba per l'interiore, le piazze seguono le voci più popolari, più altisonanti. Il silenzio non fa rumore, parla all'anima e con essa si misura.
     

  • 25 aprile alle ore 18:09
    Veloci treni

    Come comincia: II Mi mancano quei lunghi viaggi in treno. Distanze che squarciavano tempi e culture. Tempi lenti che concedevano gli spazi per vivere, viaggiando. Cose e movimenti delle cose, istanti protratti. Sorrisi, oh santi sorrisi, chi li dona è angelo. I viaggi ora sono corti, troppo corti, il mondo si è rimpicciolito, e pure il tempo. Non mi concede di ammirare e lasciarmi rapire: perdermi nella vita. E allora guardo finestrini e volti riflessi, li fotografo. Tempi che scorrono con violenza, volti schiaffeggiati dalla corsa. Poco tempo. Troppo poco tempo per camminare insieme alle proprie vite, ci si cammina accanto, discretamente accanto, mai insieme. Mai. Eh sì, mi mancano i lunghi viaggi. Vorrei ancora perdermi sui tavolini di un treno e avere  momenti per svolgermi come bobina di un vecchio film, nel vagone che mi ospita. Disperdere ogni mio intimo sentire sulle pareti e poi in esse ritrovarmi. Riprendere i frantumi ed essere sempre io, io nei frammenti degli altri. Io nel viaggio di tanti, un uno-tanti in perfetta assonanza: stesso viaggio differenti destinazioni. Pure stesso viaggio di stesso valore. Ma oggi, i treni viaggiano veloci, non lasciano il tempo di scandagliare ogni momento, di suggere l’emozione dal tempo che passando lascia onda profonda, di quelle che restano addosso anche quando sei giunta alla tua stazione. Peccato viaggiare così velocemente, si perdono intere esistenze, restano incastrate in un nodo, mentre urlano di essere sciolte da lunghi binari. È buono viaggiare velocemente: i confini sono squarciati, annullati; ma quanti nodi sono rimasti abbracciati ai finestrini, quanti racconti nel vapore sui vetri, e quante anime bloccate fra i sedili che non hanno potuto parlare, sussurrare, dire di sé quanto avrebbero lasciato fluire in un durevole viaggio. Mi piace il treno che mi porta presto alla mia destinazione, pure mi ha tolto i momenti lunghi che di me facevano l’essere vivente, di prepotente vita, assieme ai miei compagni di viaggio.

  • Come comincia: La prodigalità della gente semplice è purtroppo, limitata a strati sociali di piccoli gruppi cittadini. Fino all'avvento della "grande modernità" attorno agli anni 70, e ancor di più, 80, era uso comune darsi disponibile all'altro, era un "dovere morale" inculcatoci dai nostri genitori, ci era naturale, faceva parte del nostro tessuto, scorreva nel nostro sangue. Avevamo quel bisogno bellissimo di aprire le braccia all'altro che vedevamo come fratello. Poi appunto, "la grande modernità" ci ha riproposto una nuova educazione attraverso la mondanità televisiva, ci ha insegnato che "l'accanto" è pericoloso, l'altro è pericoloso, e abbiamo iniziato ad aver paura del fratello, a chiudere le braccia e tenerle conserte, perfino la voce si è abbassata e il saluto è divenuto sussurro, fino a sparire. Lo sguardo, anch'esso, da diretto è divenuto a mezza palpebra: non vediamo nemmeno più chi abbiamo davanti. Il progresso ha camminato a passo da gigante e noi intanto stavamo chiudendo il cancello del cuore, per paura, per insicurezza; ci ha trovati impreparati e ancor più spaventati dal "buio" che avanzava, abbiamo serrato tutti i battenti. E ci siamo chiusi dentro. Dentro noi stessi, ma per paura, inizialmente solo per paura. Cosicché, l'umano spaventato ha imparato a cancellare la paura crogiolandosi nel suo piccolo orto; poi ha visto che il suo orto, senza condividerne il prodotto con gli altri, rendeva maggiori conserve, e si è convinto che doveva costruire una fortezza in cui conservare tanto ben di Dio. La fortezza l'ha costruita attorno al suo orto con sé dentro all'orto. L'egoismo. L'uomo si è educato alla solitudine, ha cancellato la sua memoria atavica di cittadino del mondo perdendo l'abitudine a "incontrare" un suo simile, quindi il suo cuore pompa a ritmo lento, niente capriole o strizze per emozioni: non ne vive più! E ora non sa più nemmeno cosa sia una emozione, una condivisione, una parola; le sue braccia sono ormai anchilosate attorno al suo petto, e non può, proprio non può più aprirle... E' un brutto panorama, pure ci sono tanti tantissimi orti senza recinzione, ci sono tante persone e popoli con le braccia pronte, il cuore che batte forte, gli occhi che sanno vedere e orecchie pronte all'ascolto. C'è vita oltre braccia conserte.
     

  • Come comincia: Per una ragazza come Sara, poco più che ventenne e precaria, essere nominata scrutatore in un seggio elettorale è l'occasione per un piccolo guadagno in più.
    Domenica si mette in viaggio per raggiungere La Nuova Fiera di Roma sede ove è stato istituito il seggio degli italiani all'estero votanti per corrispondenza.
    Abita un po' lontano quindi deve prendere un trenino e 2 mezzi e poi mettersi in cammino sotto un cocente sole d'aprile.
    L'enorme struttura sembra vicina ma c'è ancora molto da camminare. Non è sola, man mano che si avvicina alla meta aumentano coloro - tanti, la maggior parte giovani come lei - che vanno nella stessa direzione fino a diventare un mare di corpi addossati ai piedi di una scalinata.
    Sara dovrà attendere là il suo turno per ore sotto il sole.....E dovrà aspettare ancor più degli altri perchè è uno scrutatore supplente.Arriverà in ritardo alla sezione dove, prima di lei si è presentato un altro scrutatore sostituto.
    Le sezioni in quel padiglione sconfinato sono circa 1800; sono suddivise in file interminabili di tavoli che si fa fatica a ritrovare se ci si allontana solo per andare alla toilette...
    La sezione di Sara è così completa: il Presidente, un Segretario e ben quattro scrutatori mentre la maggior parte delle altre non è stata ancora raggiunta neanche da un solo scrutatore! (E così sarà per molte ore ancora.....alcuni scrutatori non si presenteranno affatto...)
    E' allora che Sara si chiede come mai il personale comunale incaricato non interviene per rendere il servizio più funzionale?!?!!!
    Al conteggio delle schede Sara è sorpresa perchè delle migliaia di elettori scritti in elenco solamente qualche centinaio ha espresso il voto..... Pensa che essendo italiani all'estero forse sono poco sensibili al tema del referendum.......
    Apprende però che anche nelle restanti sezioni di tutta Italia l'affluenza è minima.....E' allora che la sua mente si illumina perchè ha capito di avere la risposta : "....Ho capito perchè l'affluenza è così bassa: GLI ITALIANI SONO UN POPOLO DAVVERO UBBIDIENTE! HANNO DATO RETTA AI POLITICI MA SOPRATTUTTO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PIU' VOLTE IN TELEVISIONE LI HA INVITATI A NON RECARSI A VOTARE PER QUESTO REFERENDUM..... Sono stata molto attenta....Egli NON ha detto di andare a votare per esprimere un "NO" piuttosto che un "SI"....... HA INVITATO PROPRIO A NON RECARSI ALLE URNE.........!"
    Sara è stata una studentessa molto brava e ricorda che a scuola le hanno insegnato che l'espressione di voto è un DIRITTO / DOVERE per ogni cittadino.......ma questo stride con le parole udite in televisione.......
    Le hanno insegnato anche l'aritmetica e Sara ha realizzato che i costi di questo referendum si aggireranno attorno ai 300 milioni di euro!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    COME SPIEGARE ALLA GIOVANE SARA I PERCHE' DI QUESTA VERGOGNA ITALIANA???????????

  • 16 aprile alle ore 17:59
    Lettera della Vita alla Morte

    Come comincia: Lettera della Vita alla Morte
    Dimmi solo perché non dovrei odiarti? Tu arrivi ed io svanisco. Porti via i sogni più belli, le speranze i desideri e lasci intorno a te tanto dolore e tristezza.  Non hai rispetto per nessuno, arrivi implacabile e distruggi tutto ciò che io ho creato e che stavo creando. Dimmi a cosa ti serve interrompermi nell’essenza di un bambino o fermarmi sull’asfalto di una strada nel fiore della mia bellezza? A cosa ti serve annunciarti con giorni e giorni di estenuante malattia o spezzarmi per mano indegna? Come mai fai tanto male agli esseri umani e alle creature di questo Pianeta?  A volte ti presenti addirittura durante il mio primo respiro o compari in lontananza con privazioni e dolori che nessuno mai dovrebbe provare.  Non distruggi soltanto l’anima che colpisci, ma devasti l’esistenza di chi la circonda, degli amori e degli affetti che la sostenevano e che da quel momento in poi cessano di vedermi come un dono e un sorriso. Hai portato il dolore in tante case, l’inferno in tante storie.  Ti sei resa complice di mani infami e di menti perverse e non hai risparmiato al Mondo la tua brutalità. Ti sei nascosta dietro scuse, emblemi, caste, partiti, religioni o disgrazie senza mai prenderti la tua reale colpa. Ha fatto alleanze con la Natura, con il Fuoco, con l’Acqua e di tanto in tanto hai armato le mani dell’innocenza. Sei vile, vigliacca, perfida e nefasta. Vorrei maledirti con tutta me stessa e farti sentire tutto l’odio che provo per te. Tu sei un male talmente grande che non trovo cosa peggiore di te da augurarti. Io non ti comprendo, ti disprezzo e basta.

    La risposta della Morte

    Tu mi odi perché non vuoi comprendermi. Io ti libero dalla schiavitù della materia, esalto la tua energia e apro la tua Conoscenza. A me hanno dato le colpe del dolore, i disagi dell’umanità, ma non sono altro che la vittima degli errori umani. Per ignobili interessi mi hanno fatto giudice di esistenze e punizione di colpe giudicate da altri. Tu sprechi il tuo tempo e faciliti il mio arrivo, non sei educata al mantenimento della tua esistenza, ma propizi i presupposti del mio dominio convinta, invece, di allontanarmi. Tu sei la mia complice inconsapevole e, senza la tua scellerata condotta, sarei sicuramente meno presente. Per questa strana razza umana hai sempre meno valore. Ti scambiano per denaro, ti cedono per potere, ti distruggono per orgoglio, ti avvelenano, t’illudono, ti debilitano per propinarti rimedi impagabili e ti costringono ad un giogo infinito perché tu desideri ciò che non hai e paghi ciò che è già tuo. I Demoni incarnati ti nascondono la mia reale natura, ti vietano di comprendermi, di accettarmi e di tollerarmi. Sono io che arrivo in modo inaspettato o sei tu a chiamarmi perché dia valore al tuo lavoro? Mi prendo cura della tua essenza e ti preparo ad una nuova esperienza sperando che tu abbia compreso la prima. Accudisco il trauma del tuo abbandono dandoti il tempo che ti occorre per capirlo e guidandoti verso una nuova luce. Se solo la tua stirpe dedicasse qualche attimo in più al mio Mondo, alla mia Dimensione, nulla apparirebbe così insuperabile. Non sono altro che il tuo gemello in un diverso spazio, non sono altro che te stessa con un’altra veste. Mi scorgi come un nemico perché non guardi lontano, mi maledici perché non sai chi sono; io arrivo solo a coronare il tuo operato. I Culti mi usano, ma non sanno, alcuni mi bramano a tuo danno, altri mi trovano con l’inganno. Tu servi chi mi ha reso l’Orco delle Fiabe, tu alimenti chi ti costringe a desiderarmi come liberazione dal tuo calvario. Hai creduto alle maschere che mi hanno dipinto perché tu mi temessi, hai ceduto alle caste il tuo innato rapporto con me e, con ciò, hai cessato di parlarmi. Io sono solo la porta di un’altra stanza; sono il naturale scorrere degli eventi. Se tu ti guardassi dentro, scopriresti che non esisto, non sono altro che la tinta che cambia colore al tuo vestito. Quando arrivo tu, non scompari, ma scendi solo dal tuo mezzo per cavalcarne uno nuovo. Chi rimane non ha voluto imparare a guidare il tuo nuovo mezzo, non vede il colore del tuo rinnovato vestito, ti cerca tra le colpe del passato e cede alle lusinghe di chi t’imbriglia nelle file dei cancelli o nel fuoco delle tuo turbamento. Tu non mi comprendi perché non sai chi sei, né da dove vieni. Se vuoi disprezzami, ma ricordati che abbiamo nomi diversi, solo per indicare due punti di una corda che non si spezza mai.

  • 11 aprile alle ore 12:24
    Momenti di dentro

    Come comincia: Scorrono momenti, dentro, che sono intere vite alla moviola. Non si collegano con il pragmatico passare dei minuti, non sono "evidenti". Sono variazioni di colore nel volteggiare di immagini sbiadite, l'essenza è al di sopra e simultaneamente nel centro, nello sterno e nell'aria. La parola tenta di perimetrare e nel farlo si perde e disperde l'Essenza. Sono fluidi del Silenzio, i momenti dentro, amorevoli, rigeneranti. Compagna di Giasone, argonauta del "me di Cosmo" viaggio nella Vita.

  • 05 aprile alle ore 19:21
    Enri Monroe part 1

    Come comincia: Che quanto una persona lasci trasparire sia la parte normale è una considerazione abbastanza riconosciuta, giacché viviamo in compagnia di mostri e bestie feroci che albergano in noi  e teniamo a freno sin dall’adolescenza.
    In merito a quanto sia realmente apprezzato il punto e alla capacità di calmare queste fiere ho però dei dubbi, perché la maggior parte delle persone che conosco sceglie di indagare quasi mai e crede unicamente a ciò  che fa comodo.
    In ultimo, sono convinto che se avesse a osservare  troverebbe malvagità e strani esseri che per natura sono licantropi e pure che se in questo mondo tanto serve il bene, molte più risorse abbia al proprio servizio il male…
     
     
    Erni Monroe
    Lupo mannaro seriale
    *
     
    Erni Monroe si avvertiva strano in quel freddo pomeriggio di fine inverno.
    Mancava qualche minuto a segnare sull’orologio da polso, le sei meno quindici.
    La testa gli doleva.
    Attribuii l’emicrania a un raffreddore.
    Tuttavia non poteva esser quello a cagionare lo strano stato di sofferenza che subiva, perché in concomitanza dei picchi più lancinanti si formavano pensieri violenti di cui abitualmente era privo.
    Neppure si è mai sentito affermare in giro che una malattia da raffreddamento possa far tanto.
    Per sfuggire a quelle ridondanze, al termine del lavoro, aveva deciso di non rientrare in abitazione e  fare un giro per il quartiere, fidando di incontrare volti nuovi.
    C’era stato un tempo, in età giovanile, per gli amanti dei particolari,  in cui per sfuggire ai pensieri cupi che di tanto in tanto lo attanagliavano, si recava in centro città.
    In quelle vie riservate dal traffico trascorreva le ore a osservare, di vetrina in vetrina, le nuove tendenze e le persone.
    Questo per un poco di tempo l’aveva distratto.
    Poi era nato il desiderio di andare oltre  e di conoscere.
    Di sapere di più su quei volti in strada.
    Così, quando camminando finiva a incrociare lo sguardo di qualche passante gli si metteva cautamente attorno e attesa l’occasione scambiava qualche parola.
    A volte la cosa diveniva emozionante.
    Capitava di finire a casa di sconosciuti, o di rimanere coinvolto in feste a sorpresa o altre cose che non si attendeva.
    Per lo più finiva a letto.
    Alcune volte erano stati amplessi amorosi, in altri casi rapporti di gruppo, cose feticiste, altre con qualche punta di sadismo e anche maso quando desiderava raggiungere il piacere tramite il dolore.
    Bade nulla di sconvolgente se vuole, o meglio nulla che non accada ogni giorno migliaia di volte tra persone consenzienti e di storie Erni Monroe avrebbe potuto  raccontarne tante.
    Male che andasse l’incontro si concludeva con una chiacchierata e un caffè.
    Un fatto del genere, oggi, lo avrebbe aiutato a superare il momento.
    Neppure di questo, invero, Erni Monroe aveva esattamente bisogno.
    Quanto si proponeva nel pomeriggio, non era davvero cosa normale.
    C’è da affermare che non fosse totalmente conscio.
    Poteva dirsi di Erni Monroe che fosse un uomo comune.
    Almeno a giudicare da alcuni aspetti esteriori, giacché del privato si conoscesse unicamente che mai si era sposato.
    Quanti non lo sono però, e in ogni caso rimangono delle bravissime persone?
    Il matrimonio è questione legata alla fortuna.
    Alla capacità di rinnovare l’amore.
    Al tempo che si può dedicare alla famiglia.
    Per cui la cosa non avrebbe destato in nessuno il benché minimo allarme.
    Così, Erni Monroe svolgeva con regolarità un lavoro da impiegato e per quest’attività riceveva un puntuale ed equo stipendio.
    Il che gli aveva permesso di avere una casa tutta sua.
    Una buona auto e di concedersi qualche normalissimo svago di tanto in tanto.
    Oltre a tutto, a parte per quelle emicranie che lo afferravano all’improvviso, era provvisto di ottima salute e un fisico che manteneva sufficientemente in forma.
    A dire il vero, i capelli canuti lo invecchiavano.
    Nulla da eccepire se non perché riducevano in maniera considerevole le possibilità d’incontro con persone giovani e per questo, quell’emozione che Erni Monroe istintivamente andava cercando era difficile da soddisfare.  
    Diciamo che era plausibile pensare, di doverla ricercare almeno con attenzione.
    Si aggiunga che Erni Monroe aveva scelto in modo pessimo il quartiere, il quale, essendo non distante dal proprio e del tipo residenziale, rimaneva alquanto privo di passerelle e individui che le riempissero.
    Attorno a lui,  palazzine da un paio di portoni al massimo si alternavano ai lati della via protette da cancelli ferrati.
    Larghi marciapiedi e cani signorili accompagnati a spasso dai proprietari costituivano il panorama prossimo.
    Piuttosto bassa la presenza femminile; indubbiamente: un guaio!
    Senza riflettere voltò in direzione di una zona più popolare.
    Là i caseggiati erano continui e gli accessi continui.  
    Imboccò il sentiero in ghiaia che conduceva al centro del comprensorio quando scorse una figura femminile sul terrazzo di una di queste abitazioni.
    Era impegnata a stendere dei panni.
    Immaginò potesse trattarsi di pantaloni aderenti, magliettine e persino sensuali mutandine ordinatamente poste sul retino fermo alla balaustra.
    Oltre a questo, la donna gli sembrava abbastanza attraente. 
    “Perché no?” disse, ritenendo che potesse essere anche lei in cerca di emozioni.
    Si avvicino e quando giunse nei pressi di quel terrazzo, badò a farsi notare dalla strada camminando avanti e indietro come stesse attendendo qualcuno ma puntando nelle sua direzione.
    Confidava di incuriosirla con una punta di mistero.
    Un modo di fare comprendere a cosa fosse interessato.
    “Chi è quello?”
    “Perché mi osserva con interesse?”.
    Avrebbe detto la donna non appena si fosse accorta di lui.
    Poi avrebbe riflettuto sull’opportunità di condurlo in casa e non far sfuggire l’occasione di svagarsi,  facendogli comprendere, magari con un gesto, un sorriso, l’effettiva disponibilità o la presenza di un marito.
    In questo caso avrebbe atteso il momento, tornando nei gironi.
    Era là, sotto a quella casa a pendere da quelle labbra.
    “Non stupiamoci più di tanto.”, affermava con i colleghi e gli amici al bar Erni Monroe:
    “Perché piace tanto a noi, quanto loro… “.
    E la frase era sufficientemente eloquente…
     
    Se vogliamo, potremmo affermare che quella che Erni Monroe metteva in scena sotto a quella finestra  era una forma di comunicazione base, posturale, intesa ad avviare stimoli istintivi, compreso la paura, presente in tutti noi, al fine di eccitare.
    Null’altro che un gioco inteso a rapporti fuggevoli.
    Qualcosa che non lasciasse strascichi e memoria.
    Erni Monroe non era mai andato oltre a qualche falso inseguimento.
    È vero pure che una volta a suo agio si rivelava un amante dolce e attento al contempo al piacere dell’altro e che il rapporto sessuale spiccio che si augurava di avere, grazie alle endorfine liberate, gli avrebbe attenuato il dolore alle tempie.
    Se si vuole, entro certi limiti: una cura naturale.
    Per questo evitò di osservare il vecchio che gli veniva incontro lungo il viottolo, voltando, al passaggio, la testa sul lato opposto.
    Del resto nessuna donna desidera far conoscere ai vicini di avere ricevuto visita da uno sconosciuto e meno che mai che il marito, un figlio, apprenda la storia.
    Quando fu vicino all’ottuagenario, passò la mano sul volto, così da coprire persino lo zigomo e udì dire:
    “Buona sera” a mezzo tono.
    Bofonchiò qualcosa di conveniente, sicuro che quel rincitrullito non avrebbe saputo riconoscerlo un quarto d’ora più tardi.
    Erni Monroe quel giorno indossava panni scuri e comuni.
    Jeans e giubbotto urbano come tanti.
    Un paio di dozzinali scarponi da città.
    E tanta preoccupazione, ad ogni modo non aveva senso, pensò  Erni Monroe, perché non stava facendo nulla di male.
    La donna tardò a far caso al lui.
    Alla fine però se ne  accorse e il volto si scurì.
    Portò con fare incerto i capelli biondastri dietro le orecchie, poi prese la decisone di rientrare in casa  e calare le serrande.
    “Ci stava…” disse Erni Monroe rammaricato.
    “Era prevedibile. Non tutte hanno voglia di divertirsi!”.
    Sbuffò
    Poi considerò che:
    -La donna non fosse sola in casa.
    - Qualche impedimento biologico.
    Pure ipotizzò di essere assai meno attraente di un tempo.
    La considerazione non gli piacque, ma della circostanza doveva farsene una ragione.
    La sessualità, la comunicazione sono elementi che cambiano con la società.
    Un tempo basta provare con le tante ragazze e se non era il caso, rimaneva cosa evidente.
    Oggi, dove si barattano effusioni per una ricarica di telefonino, dovresti cercare di comprendere anche in gusti prima di avviare una relazione.
    Non tutto è scontato e Erni Monroe si avvertiva inadeguato.
    Il suo mondo e il fare, era medesimo di allora.
    Si diede da fare per dissimulare.
    Stiracchiò la schiena per affermare che era in quella corte, unicamente con l’intenzione di svolgere quattro passi e che la donna aveva confuso l’interesse.
    Perciò tornò a osservare il cielo con l’occasione di un gruppo di rondoni protesi a volteggiare sugli ultimi raggi di sole ma in realtà attento a scrutare l’intorno per comprendere se altri si fossero accorti di lui.
    Sai mai che ci fosse stato qualche bastardo in finestra pronto ad accusarlo di essere un molestatore?
    Poi se ne andò.
    Qualcosa tuttavia era saltato nella testa e provocava un corto circuito.
    Erni Monroe  in quei momenti aveva chiaro solamente un fatto e cioè che desiderava in tutti i modi  fare sesso con una sconosciuta.
    Le orecchie tornarono a far male all'interno.
    Le narici si allargarono per espellere aria
    Sotto i passi veloci, il brecciolino scricchiolava schizzando al lato.
    Se ne rese conto e rallentò l’andatura.
    Cercò di rilassarsi.
    Era abbastanza lontano dal punto in cui, qualche minuto prima, aveva avvistato la donna.
    Non aveva mai faticato tanto a procacciarsi un’occasione e nemmeno era giunto in questa zona del quartiere in cui le palazzine erano moderne e di colore grigio.
    Qui dovevano avere costruito da poco.
    “Non più di dieci anni. “, disse. E “Doveva essere un luogo  silenzioso!” a giudicare dagli ampi giardini con pini e salici piangenti.
    Nascose nuovamente la faccia, quando ebbe l’impressione di avvicinarsi a una telecamera di forma circolare posta in prossimità delle entrate principali.
    Voltò per andare sul retro del palazzo con tale scioltezza che chiunque avesse osservato in quella direzione, avrebbe pensato che fosse uno del posto pure che non lo era.
    Imboccò la prima rampa di scale di marmo peperino che trovò con l’uscio stradale aperto.
     
    Erni Monroe aveva svolto per anni un’attività di vendita a porta a porta e imparato a eludere la guardiania e come fare per accedere alle palazzine.
    Sapeva riconoscere gli occupanti e la situazione economica dai rumori che provenivano dall’interno dell’appartamento oltre che dagli odori del pranzo.
    Persino la quantità di aroma al caffè l’aiutava ad azzeccare quanti abitavano la casa.
    Poi c’erano quegli strani scarabocchi ai lati del campanello o della porta:
    il quadrato indicava che l’abitazione era disabitata.
    Una “X” l’avrebbe definita un buon obbiettivo, ma ciò non lo era per le sue intenzioni.
    Una famiglia tipo, dove vendere di tutto, senz’altro è piena di marmocchi.
    Non sarebbe andata bene.
    Erni Monroe era giunto al secondo piano.
    Suonò il campanello di un appartamento senza note o segni strani.
    Lo scelse apposta chiamando in aiuto la dea bendata.
    La melodia che scaturì ebbe l’effetto di risvegliarlo.
    La porta si aprì qualche istante più tardi senza rumore sui cardini preceduta dal timbro ovattato di un paletto ritirato.
    Nella luce fioca delle scale, faticò a mettere a fuoco il volto di un uomo dalla testa pelata.
    Era più basso di lui di una ventina di centimetri e notevolmente panciuto.
    Ebbe un fremito di paura.
    Una donna non lo avrebbe spaventato.
    Ce ne sono tante di donne in casa. Perché a quella porta si presentava un uomo?
     

  • 05 aprile alle ore 19:16
    Enri Monroe part 2

    Come comincia: Perché a quella porta si presentava un uomo?
    Pensò che la fortuna non fosse dalla sua.
    “ La famiglia Frangipani forse?” domandò in maniera da escludere l’errore mentre stagliava un cordiale sorriso.
    Ci fu un istante un cui ebbe l’impressione che la finzione non avesse retto.Il proprietario dell’appartamento lo scrutò di tutto punto. 
    Allora ripeté:“ Frangipani?”, ma adesso non rideva.
    Desiderava andare via.
    Erni Monroe pensò che avrebbe potuto mettere da parte quell’inquietudine che l’assaliva.
    Tirare le redini al cervello e ricondurlo alla ragione.
    Prendere un calmante e mettersi a sfebbrare nel letto.
    “No. No! Non sono io! “ esclamò l’altro, “ Frangipani abita sotto di noi!”.
    Quindi osservò:
    “Lei è  salito un piano di troppo”.
    “Ops! Scusi tanto!”, rispose Erni.
    Ovviamente era un trucco.Badare ai nomi impressi sui campanelli a partire dal piano più basso l’aiutava nella conversazione.
    A chi avesse aperto e si fosse dimostrato poco furbo a farlo, avrebbe asserito che in qualche modo questo o quel condomino lo aveva inviato da lui perché era un uomo di cultura o donna molto intelligente.
    Davanti a un tavole e un caffè avrebbe stretto un bell’ordine per un’enciclopedia.
    Poco contava che il giorno seguente si accorgesse della bufala.
    Sarebbe apparso chiaro che il complimento fosse offerto per accaparrarsi un minimo di amicizia da parte di chi gira il mondo e sbarca il lunario vendendo a porta a porta.Insomma, unicamente: una bugia a fin di bene!
    Ora utilizzava quell’esperienza per togliersi dall’impaccio.
    “Aspetti l’accompagno. Sono amici!”. Aggiunse il tale.
    Erni Monroe ritenne avere esagerato con il sorriso.
    Era in un guaio.
    Quell’uomo panciuto e in apparenza burbero lo avrebbe accompagnato dai Frangipani e cosa avrebbe inventato una volta che avessero aperto?
    “No. No. Non si disturbi.  È una sorpresa! “ disse allontanandosi.
    Era già a mezza scala quando udì il soffio della porta che si richiudeva e s’innestava nuovamente il fermo metallico.Il pericolo però non era scampato.
    Tra un’oretta l’inquilino sopra ai Frangipani sarebbe sceso a informarli della visita e vedere come stavano realmente le cose.
    Caso mai fosse un parente, avrebbero riso sulla circostanza e bevuto un liquore assieme a loro.
    Tuttavia, nel caso che Erni Monroe  si fosse allontanato, probabilmente non sarebbe seguito nulla.In città si è abituati ai ladri, ai venditori e, a parte qualche interrogativo, ci sarebbero passati sopra pensando anche loro come a un pericolo acquisto scampato.
    Ed era nel sottoscala al compimento della considerazione.
    Perché si fosse infilato là, lo sa il Diavolo e il Signore.
    Possibile volesse far perdere le tracce passando dal garage coperto.
    Pure che fosse talmente confuso da non riconoscere dove si trovasse.
    Fatto è che quanto di più ambiva lo scoprì  davanti agli occhi:
    Nemmeno trent’anni.
    Mora con tacchi.
    Una ragazza magra, carina e avvenente.
    Nessuna fede al dito.
    Fu a quello che badò, principalmente.
    Escludere che un uomo l’attendesse con impazienza, era importante.
    Quella donna doveva essere la figlia di qualcuno nello stabile.
    Si augurò non fosse della famiglia Frangipani, ma neppure questo caso lo preoccupò.
    Non doveva nulla a costoro e aveva stimato in un’ora circa,  l'arco temporale in cui avrebbe cominciato a circolare la voce di un estraneo nel palazzo.
    Per avere soddisfazione non occorreva che qualche minuto.
    Lei lo osservò cercando di riconoscerlo.
    Quell’uomo la scrutava in maniera strana.In qualche maniera s’intuì la domanda:
    “Che cosa fa questo nella zona riservata sotto lo stabile?”.
    Nemmeno fu scaltra da comprenderlo velocemente e scappare.
    Voltò la testa in direzione dell’ascensore che non era al piano.
    Fosse stato presente, si sarebbe infilata dentro e diretta in casa.
    Mai che una cosa funzioni come deve, quando serve al bene. 
    Il dolore nella testa di Erni Monroe divenne furibondo.
    Osservò anche lui in direzione della cabina mancante.
    Ebbe il tempo di leggere accanto a quell’uscio metallico la parola “Stanzino”.
    Una cosa in grassetto su un foglio di carta mantenuto sulla superficie da un nastro trasparente  ingiallito.
    Chissà perché creano alcove nei punti più strani.
    Quanto la gente normale considera meno, è il funzionamento di  in un cervello starato, cosicché quanto per loro appare un luogo da evitare perché sudicio o maltenuto, risalta per l’altro confortevole antro per dare accoglienza agli istinti.
    E quel ripostiglio fu l’ultima cosa dal quale fu attratto prima di farsi accanto alla ragazza tagliandogli la strada.
    Poi fece pressione sulla leva per aprirla.
    Là per là, nemmeno lui credette che fosse possibile.
    La maniglia si era abbassata dolcemente e la cosa più impensabile di tutte, era che la porta si era spalancata.
    -Il male conta su certe casualità, ma lo dico da prima.
    Erni Monroe agì lesto stringendole con forza la mano sulla bocca.La ragazza ebbe l’impressione che le rompesse la mandibola.
    Inciampò sul tacco.Lui avvertì sotto il palmo, la pelle morbida e fiato caldo.
    Si eccitò il quel momento.
    Percepì il pene scoppiare nei pantaloni.
    La trascinò dentro quella stanza buia e sporca richiudendo l’uscio con il retro della scarpa:“ Stai zitta o ti ammazzo!”, sibilò subito nell’orecchio.Il rumore delle borse con la spesa che andavano in terra e dei barattoli di passata che rotolavano aggobbendosi, accompagnò la cattura e gli diedero forza.
    Oramai le cose prendevano ordine compiendosi secondo una tabella mai studiata ma di fatto: logica.
    Conseguenziale.Erni Monroe doveva indurla a fare ciò che voleva nel minor tempo possibile.Doveva convincerla e fiaccare ogni resistenza.
    Per ciò adoperò  i mezzi fisici che possedeva e senza un minimo di sensibilità torse da un lato il collo della ragazza e le piegò bruscamente la schiena in maniera di indirizzarla sul pavimento.
    Finirono per scivolare sopra in due.
    Lei batté la nuca su qualcosa di ovattato.
    Una serie di vecchi cartoni abbandonati.Erni Monroe cominciò a baciarla.Lei non riusciva a respirare e provava repulsione per quell’alito fetido e malato sopra di lei.
    Erni Monroe, messosi accanto,  passò a leccare il collo magro che aveva solo intravisto ma che ricordava perfettamente.
    Il sapore dolciastro del profumo indossato gli s’impastò con la saliva.
    Voleva essere dolce.
    Finì a dare dolore succhiando profondamente la pelle all’altezza della giugulare e morderla forte.
    La ragazza sembrava svenuta.
    Una reazione di salvaguardia che il genere umano condivide con qualche specie animale: fingere di esserlo per allontanare il nemico.
    Se così capita in natura, non con altrettanta facilità accade tra noi.
    Erni Monroe, infatti, concluse che provasse piacere anche a lei.Le strappò il corpetto che indossava.
    Negli istanti successivi udì il suo fiato minaccioso, mischiarsi a quello flebile e corto di lei.Si adoperò d’impegno per toglierle la maglia, il reggiseno.
    Pareva avere ottime cognizioni delle chiusure, degli agganci anche se in realtà tentativi non erano altro che parvenze di  buone maniere, perché finiva a lacerare ogni cosa.Smise di interessarsi ad altro che non fossero i seni torniti che sia alzavano e abbassavano regolari.
    Ascoltò eccitato quel cuore, andato oltre il limite.
    Era buio quel posto ma la luce gialla filtrava dal fondo della porta, rendendo in parte visibile la scena.Lei lo osservò in ginocchio sul fianco.
    Sembrava un lupo nell’atto di sbranare la carne.Le sembrò addirittura di vederlo leccare le dita.Erni Monroe le mollò un gancio sul volto prima di chiedere
    :“ Stai ferma?”.
    Era certo di non avere messo troppa forza, ma a sufficienza che comprendesse il quesito.
    Se Erni Monroe avesse potuto distinguere l’ematoma che si andava formando, avrebbe compreso l’atrocità della botta.
    “Come ti chiami?” domandò cercando di tranquillizzarla e faticare meno.
    “Lasciami andare. Non dirò nulla. Sei ancora in tempo. “, supplicò la ragazza.
    Erni Monroe non aveva fatto tutto questo baccano per piantarla ora.Rispose: ”Forse!” con ironia.
    Tornò a umettarle i seni e passare sopra le dita.I seni parvero inturgidirsi.
    Semplice reazione meccanica in un corpo giovane e perfetto.
    Retaggio animale, pensò Erni Monroe.
    “Porco lasciami andare. I miei fratelli ti uccideranno!”, intimò lei.Erni Monroe provò timore.
    Non è facile battersi contro più persone anche quando si è abbastanza prestanti.
    Tuttavia, aveva messo in conto anche di poter essere linciato.
    Rise spavaldo bando a farsi udire solo da lei.Lei gli sputò in faccia.
    Lui asciugò il volto passandolo sul braccio.
    "Comportati bene e ne uscirai viva!” promise, prima di baciarle il ventre e scendere con la testa nel pube.
    Erni Monroe faticò ad azzeccare la lingua sul clitoride.La ragazza si contorceva.
    Dovette metterle una mano sulla gola.Una maggiore pressione l’avrebbe accoppata.
    Razzolò in quella peluria ogni fonte di umore nutrendosi avido.La ragazza tentò di allontanare la presenza spostandone la testa.
    Un colpo all’altezza del pancreas la lasciò esanime.Aveva il quel punto, un profumo che poche hanno, pensò Erni.
    Si deliziò convinto costituisse la base di una essenza che la zia indossava.
    Tornò a pensare di essere fortunato.
    Gli era capitata la donna che ogni uomo vorrebbe accanto per tutta la vita e coltivò per un momento l’idea che fosse possibile  con calma farla innamorare.
    E che l’aveva presa in prestito prima di altri.Si era quello che desiderava.
    Appropriarsene.
    Gestire la persona come fosse cosa personale.Altro che ricercare soddisfazione nel lavoro.
    “Tanto la carriera ti è negata.”, disse a un certo momento.
    Neppure essere generoso con gli amici lo appagava.Quali poi?
    “Gente disposta a venderti al migliore offerente.”,
    Erni Monroe in questi brevi luccichi di insensato ragionamento, assolveva  la propria condotta e la lussuria.
    Affondò oltre la lingua e gli parve che tutto fosse morbido e desideroso.
    Agguanto la pelvi e si beo per questo.
    “Brava!”, disse nel portarsi sopra al corpo di lei con la patta sbottonata.
    Lei strinse le cosce per respingerlo.
    Erni Monroe perse subito la pazienza.Le vibrò un manrovescio.
    Le calò più in basso i pantaloni  lacerandoli.
    “Maledetti!” impreco insoddisfatto per lo sforzo.
    Afferrò una gamba sotto un braccio.
    Con l’altro fece altrettanto.
    Entrò profondamente.
    La donna decise di non provare altro dolore.
    Quando fu dentro, le passò le mani al collo e comandò:
    “ Come ti chiami? Vuoi dirlo o no?”
    Rispose piano: “Manuela”.
    Cominciò a cavalcarla affermando:“ Manuela fammi venire!”.
    Manuela piangeva.
    Non poteva credere a quanto capitava.
    Aveva partecipato a qualche discussione sul tema.
    “Sì, certo. “ aveva asserito.“Uomini che ti palpano stanno ovunque! Sono maiali, salvando quelle povere bestie…”
    Senza convincersi che potesse capitare anche a lei.
    Almeno a quella maniera.
    Per anni aveva fatto avanti e dietro da quelle scale senza che capitasse niente.
    Ora era rinchiusa a due passi dai genitori.
    Che cosa aveva fatto di male per meritarselo?
    In cosa aveva sbagliato?
    Era meglio assecondare quella furia con la speranza che una volta finito i comodi, andasse via, oppure resistere e farsi accoppare?
    Non lo sapeva.
    Nessuno te lo insegna.
    Se ne parla ma poi?
    C’è un metodo?
    Una maniera?
    Tremava e piangeva che altro poteva?
    Avere risposto con forza le era costato un pugno in pieno volto.
    L’avere rifiutato i luridi baci, un altro colpo al fianco.
    Ora aveva perduto la sensibilità della parte.
    Una sberla le aveva chiarito altri argomenti.
    Nessuno l’avrebbe più guardata e nessun uomo l’avrebbe più voluta.
    Avvertì il bisogno di vomitare e tossì di lato.
    Erni Monroe sembrò non dar peso ma tornò a porre  la mano sulla bocca, infilando eccitato il dito medio al suo interno.
    Manuela quasi soffocò.
    Non ebbe coraggio a fare altro.
    Erni Monroe venne.
    Cessò tutto in quel momento.
    Calma al termine della tempesta o era nell’occhio del ciclone?
    Il mostro le giaceva sopra esanime.
    Probabilmente, dopo l’amplesso era in contatto con Dio o meglio, il suo opposto.
    Erni Monroe la udì ripetere
    :“Bastardo! Bastardo!”.
    Pareva una nenia, di una bambina.
    Il male al capo era cessato.
    Avrebbe voluto dormire.
    Non ce ne era il tempo.
    Era passata mezz’ora da quando aveva domandato dei Frangipani, ma il tempo con la ragazza si era dilatato quanto una giornata intera.
    Senza staccarsi dal corpo delicato della ragazza, ritrovò tra le dita il capo di un cordino elettrico abbandonato.In verità conosceva benissimo, dove trovarlo.
    Lo avvoltolò come per misurarlo.
    Saranno stati sessanta centimetri di lunghezza.
    Sufficiente e abbastanza resistente.
    Non ebbe pietà.Alzò le spalle e sui gomiti.
    Attorcigliò il legaccio al suo collo.
    Manuela parve non accorgersene.In ultimo per difendersi dalla brutalità aveva separato la mente dalle membra.
    Quanto accadeva era distante.
    Non la riguardava.
    Altra reazione completamente umana a differenza di Erik Monroe che non ne ebbe.
    Parte di quei capelli scuri impastata di sangue finì dentro il legamento.
    Manuela prima di morire tornò in se e ferì profondamente con le unghie curate la carne attorno alle braccia di Erni Monroe.
    Tuttavia nulla che un uomo anestetizzato dall’adrenalina del coito non possa sopportare.
    Manuela tentò pure di ferirlo al volto:
    “Porta questi segni davanti a tua figlia!”, disse roca.
    In tutta risposta Erni Monroe le morse la mano troncandole un dito e non mollò la presa.
    Aggiunse un nuovo morso sulla guancia, quasi un ultimo bacio.
    I segni delle arcate rimasero impressi.
    Poi venne nuovamente.
    Non comprese come.
    Accadde nel momento esatto che ebbe il sentore che il cuore di Manuela fosse fermo.
    Lo avvertì dal calore del corpo e dal pulsare della vagina.Le urine calde di lei gli bagnarono lo scroto.
    Ebbe timore a rimanerle dentro.
    Si sfilò.
    Arrivò all’interruttore che si era frettolosamente ricomposto.
    Diete una rapida occhiata alla stanza rettangolare.
    Il corpo della ragazza giaceva molle perpendicolare alla parete su un pavimento fatto di cartoni da consegnare al macero.
    Il volto riverso verso la parete e i bei capelli corvini che aveva, coprivano le orecchie e la bocca lasciando scoperto il bernoccolo rigonfio di sangue blu.
    Ancora ammirò la cute liscia e il corpo flessuoso.
    Per un attimo parve disgustato.
    Quella donna non appariva così bella e desiderabile come l’aveva conosciuta.
    Già.
    L’aveva massacrata.
    Tolto il futuro.
    Mostrato l’orrore.
    Infame, sminuiva l’aspetto.
    Richiuse la luce e scostò la porta.
    Da sopra si avvertiva vociare e suonare ai campanelli.
    Gli sembrò di udire:” Signora Lucia, è passato da lei un uomo alto un metro e ottanta, sui quaranta, quarantacinque anni?”.
    Pochi minuti e sarebbero scesi a controllare nell’interrato.
    Abbandonò la posizione lasciando accostata la porta.
    Convinto di riuscire perché il ritrovamento del corpo avrebbe disorientato e rallentato gli inseguitori.
     
    Erni Monroe, un vero predatore, raggiunse il viottolo senza incontrare chicchessia.
    Tagliò per i vialetti, spostandosi rapidamente tra i caseggiati.
    Badò a non farsi riprendere dalle telecamere e a passare troppo vicino ai balconi.
    Per tutto il percorso portò varie volte la mano sulla fronte come avvertisse male alla tempia, anche sapendo che per diversi giorni sarebbe stato bene, benissimo.
    Non avrebbero fatto nulla con suo DNA.
    Mai fatto un esame.
    Mai dato a nessuno,
    Nei pressi di casa accese il telefono.
    Squillò poco dopo.
    All’altro capo, una voce femminile domandò allegramente: “Amore andiamo al cinema stasera?”