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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • lunedì alle ore 15:04
    Cantico della solitudine

    Come comincia: Vorrei che, quando verrai  a prendermi per portarmi via, non me lo dicessi, così, di stupore in stupore scoprire il respiro, il sangue delle nuvole, l'eleganza dello zucchero di canna, l'ignoto sguardo degli anfratti. Come colonna sonora vorrei "Free love" dei Depeche Mode, sentirla piovere dal cielo come piovono i coriandoli quando è festa, io, cosi organicamente debilitato, sentirmi all'improvviso come il frugolo impegnato a guardare fuori dal finestrino durante il suo primo lungo viaggio in automobile. Devo ricostruirmi una memoria, il coma dell'esistenza è una foschia di percezioni allusive, sentinella del sentimento è la ragione che non cede il passo fino a intimidire le gocce che cadono disperdendosi nella babele di dolore accumulato dalle preghiere a fondo perduto. Vorrei che, se quando verrai a prendermi per portarmi via, non me lo dicessi neppure con gli occhi, così, di stupore in stupore scoprire che i tronchi portati dal mare hanno un volto, come farfalle sbocciate tra i sassi vederli apparire e dissolversi tra le onde e poi ancora, sorgere in nuovi barlumi. Così, di sguardo in sguardo lasciarmi portare incontro al Natale mai visto, del quale conosco solo l'odore del muschio nei freddi cortili dopo un giorno di scuola. Dai soffitti delle case si scorgono eclissi di realtà, nessuno è nudo tra quattro mura e se ci si sente prova vergogna, mentre è l'uomo vestito a provare vergogna dinnanzi a un uomo nudo sotto le stelle. Vorrei che, se non verrai a prendermi per portarmi via con te, aspettassi un minuto prima di dirmelo, tracce di leggerezza avvolte in disincantati foulard dagli echi dipinti col sangue delle nuvole, fili di vapore zigzagano incerti di bocca in bocca, l'avanzato stato di decomposizione del raziocinio dei tolleranti, cuscini lasciati ad appassire sotto lampade soffocate, olive ricamate nell'ingorgo del velopendulo, così, mano nella mano, in punta di sonno appoggiarmi al tuo seno mischiato a labbra di luna. Ora sai che valgo così poco, di stupore in stupore la vita ha svelato il prodigio dell'incapacità che nutre l'inezia, è precipitato il cielo in un batter di ciglia, singhiozzio di pedali senza via d'uscita, tante piccole crepe a deformare un'idea, pochi spiccioli e un chicco di caffè annegato nel trasparente sorriso di un bicchiere.

  • domenica alle ore 9:55
    L'amore contro

    Come comincia:  L'amore contro L’ AMORE CONTRO Ispirami o diva i voluttuosi canti di fiorellini deliziosi e di gagliardi volatili. Con questa omerica premessa vengo a raccontarvi le delizie ed in casini della mia vita, sempre che vi interessi in caso contrario…vedete voi. In tutta sincerità non posso lamentarmi dei miei quaranta anni di età e venti di carriera dietro gli sportelli di un’ufficio postale. Non mi sono mai lamentato del lavoro anche quando qualche villico se le andava a cercare ma risolvevo tutto prendendolo per i fondelli col mio humor romanesco. Che fa un romano (ovviamente romanista) a Messina, strada Panoramica 1284 ‘me cianno mannato’. Ricordate quella canzone di Alberto Sordi: ‘te cianno mai mannato a quel paese…’ è il caso mio, il motivo non me lo ricordo bene o meglio …va bene ve lo dico ma resti fra di noi. Vinto il concorso alle poste, ero stato assegnato all’ufficio postale di via Taranto a Roma, una fortuna sfacciata proprio vicino a casa mia, abitavo in via Conegliano ma la fortuna talvolta ti gira le spalle o meglio…diciamola tutta è stata colpa mia. Mia collega era una brunona che più brunona non si può, 1,70, seno forza tre, occhi verdi che mi facevano impazzire, sedere prominente ma soprattutto sempre allegra e sorridente. Domanda: era sposata? Maledizione si con un racchio (ovviamente ricco) ma siciliano di una paese dell’interno dell’isola, insomma di mentalità svedese, si svedese un par di balle. Dopo un lungo corteggiamento alla voluttuosa Mariella, andato a buon fine il pomeriggio di un sabato, Crocifisso Gangarossa,il marito, (non faccio commenti sul nome) cominciò a prendere violentemente a calci la saracinesca chiusa dell’ufficio postale dove io Alberto Mazzoni (scusate se ho dimenticato di presentarmi) mi stavo deliziosamente intrattenendomi con la di lui consorte.(Come avesse fatto a sapere che eravamo chiusi lì dentro è stato per me sempre un mistero, forse un collega invidioso, bah!) Ovviamente noi due fedigrafi restavamo rintanati all’interno dell’edificio completamente atterriti. Il gran chiasso aveva fatto sì che qualcuno che abitava nei pressi interessasse la Benemerita che, a sua volta, aveva telefonato al direttore della filiale postale. All’interno per fortuna penetrarono solo un maresciallo dei Carabinieri ed il direttore i quali, resisi conto della situazione, uscirono dai locali facendo presente che lì dentro non c’era nessuno e riuscendo in qualche modo a calmare il cocù il quale, non molto convinto, fu scortato dal maresciallo sino a casa sua dove, ricomposta e sorridente, dopo circa mezz’ora fece ritorno la dama che riuscì, a denti stretti, a farsi tante risate quando venne a conoscenza dei fatti. Il direttore generale delle poste capitoline, siciliano di nascita, venuto a conoscenza del fatto,consigliò vivamente (insomma impose) al povero Alberto di cambiare aria il più possibile lontano dalla capitale, un posto libero a Messina faceva al suo caso. Ecco spiegato il trasferimento di un romano nella terra di Trinacria. Alberto veniva trasferito temporaneamente negli uffici postali delle isole Eolie in sostituzione di colleghi che andavano in licenza ma ben presto si stancò di pensioni e trattorie. Un giorno ad un tavolo vicino notò la presenza di una bruna sicula che gli ricordava in parte Mariella (si quella dell’ufficio postale di Roma). Era una maestra che insegnava alle elementari anche lei temporaneamente trasferita dalla sua sede di Milazzo alle isole Lipari. Alberto s’era fatti i conti, come si dice in gergo: voleva una casa sua, sollazzare ‘ciccio’ quando ne aveva voglia, avere biancheria pulita e piatti lavati insomma voleva sistemarsi dinanzi al televisore mentre la consorte ‘badava’ alla casa. Quello che non amava della baby era il nome: Bonfanti Calogera che in Sicilia diventava Lilla, ma…c’erano cose peggiori. Il matrimonio per espresso desiderio di Lilla, venne celebrato in chiesa, Alberto, ateo, aveva dovuto cedere. Il rinfresco si era svolto al S.Domenico rinomato albergo di Taormina (anche molto costoso) ex convento con piscina, giardino interno, Santi e Madonne alle pareti. Un solitario tavolo al centro della sala con i due sposi (Alberto era orfano dei genitori) lo aveva indotto a spostarsi in continuazione nella sala per parlare e scherzare soprattutto con femminucce procaci, scollate e ridanciane, cosa che aveva indispettito la sposa che aveva richiamato all’ordine il povero appena coniuge il quale, con la coda fra le gambe, era ritornato al tavolo ad occhi bassi senza mangiare più nulla, solo una fetta di torta, bell’inizio! Una casa già arredata sulla strada Panoramica, con visione sulle coste calabre, era stato di gradimento di Alberto e di Lilla, anche il canone non era eccessivo in quanto il proprietario, scottato dai precedenti inquilini mal pagatori, aveva preferito loro due dal sicuro stipendio. Due avvenimenti avevano modificato in senso totale la vita del bell’Alberto: il decesso quasi contemporanea dei nonni: Alfredo Mazzoni se n’era andato in quel di Montesilvano (Pescara) alla veneranda età di novant’anni con un patrimonio nient’affatto male di case e di terreni coltivati ad olivi e vigneti famosi per il Trebbiano ed il Montepulciano d’Abruzzo. Sinesio Sciarra (nonno materno) dieci anni in meno, aveva lasciato questa terra a Grotte di Castro (Viterbo) anche lui decisamente ricco per possedimenti di terreni agricoli e di numerosi appartamenti nel capoluogo, insomma una pacchia per Alberto e Massimo Mazzoni che si erano divisi fraternamente il patrimonio, unici beneficiari per espressa volontà dei due avi che avevano escluso dall’eredità gli altri parenti. Che i soldi non fanno la felicità…un par di balle, in ogni caso ti cambiano la vita e così fu per l’Albertone che pensò bene per prima cosa di cambiare casa: un appartamento di 200 metri quadrati in un condominio di otto inquilini con piscina a campo da tennis sempre lungo la Panoramica, veduta stupenda del porto di Messina e della costa calabra. Reso contanti il patrimonio, l’Albertone si presentò con vari assegni decisamente pesanti al direttore della sua banca che, a quella vista, ebbe un rigurgito gastro-esofageo, ripresosi: “Mi dica signor Mazzoni come intende investire i suoi soldi, il ragioniere Minutoli sarà a sua completa disposizione.” Anche il ragioniere alla vista degli assegni stralunò passando il suo sguardo dal viso del dottor Mazzoni (di colpo Alberto era diventato dottore) a quello degli assegni. “Ragioniere mi affido completamente a lei, intanto vorrei una carta di credito oro con spesa illimitata, bancomat, insomma tutti quegli documenti che mi possono servire.” È cosa risaputa che le donzelle, nominate miss Italia, per prima cosa si disfanno, si disfacino, si disf…insomma mandano a f.c. il fidanzato ufficiale. Alberto seguì il loro esempio anche aiutato dalla sorte infatti Lilla, sempre in giro nelle scuole elementari delle isole Eolie, negli ultimi tempi, nei rari incontri, si dimostrava piuttosto freddina, soprattutto quando si trattava di avere rapporti sessuali, segno evidente di innamoramento di altro maschietto. Confessione reciproca, un assegno sostanzioso da parte del marito contribuì acchè la separazione avvenisse, come si dice, in maniera civile. A questo punto l’Albertone alzò le antenne al fine di individuare una preda appetibile, possibilmente coniugata, al fine di avere ampia libertà nel reperire varie passerotte disponibili, insomma voleva scopazzare in giro senza troppi coinvolgimenti sentimentali e qui… Un giorno di sabato, divenuto proprietario dell’attico all’ultimo piano della strada Panoramica al n.2020, nell’entrare nell’androne pieno di pacchi, incrociò o meglio dire andò ad intruppare (a sbattere) con una signora che stava uscendo dall’edificio. Ovviamente i pacchi finirono a terra, reciproche scuse, sguardo intenso senza profferire parola ed infine grande risata. “Forse c’era un sistema migliore per conoscerci” esordì la signora “sono Regina Minazzo, il mio cognome non è siciliano, sono marchigiana di Pesaro…” “Non è possibile, io sono Alberto Mazzoni, se anagrammiamo i nostri cognomi sono uguali, questo è un segno del destino…” La signora era già dal primo sguardo degna di nota: capelli castani media lunghezza, occhi grigi mai visti da Alberto in una donna, naso deliziosamente all’insù, bocca invitante, orecchie piccole e sorriso smagliante. “Mi sta fotografando…” “Sono appassionato di foto, lei sarebbe un soggetto meraviglioso chissà se…” “Per essere in primo incontro siamo andati abbastanza avanti, non crede?” “Non so che dire, di solito non mi impappino…volevo dire…” “Voleva dire che è stato fulminato dalla mia beltade, glielo concedo, so di essere bellissima…mettiamola sul ridire, mi dia un suo biglietto da visita, forse ci rivedremo.” Il viso sorridente di Regina accompagnò Alberto nei giorni seguenti quando decise di andare all’attacco, al citofono: “Gentile signora Minazzo sono…” “So chi è e sto per uscire, mi aspetti al portone.” “Sa di quei libercoli che andavano di moda al primo novecento per gli innamorati maschi che non sapevano cosa scrivere ad una gentile signorina di cui volevano beneficiare le grazie…” “Lo dica chiaramente, se le volevano scopare!” Il silenzio era sceso nell’androne delle scale, Alberto e Regina si guardavano negli occhi senza parlare. “Ho qui fuori la macchina, se vuole un passaggio.” “Cacchio siamo alla Jaguar, ricco di famiglia o mafioso?” “Eredità di due nonni morti in contemporanea.” “Non è che li ha avvelenati lei?” “Morte naturale, si accomodi in macchina prima che…” “Mi salti addosso, non è il caso, mio marito è dietro i vetri.” “Lei non è abituato a femminucce che lo assaltano, io son fatta così solo con le persone , maschietti, che mi piacciono e lei…” Alberto fermò di colpo la Jaguar in un vialetto della Panoramica e incollò le sue labbra su quelle di Regina. “Così impari ad assaltare i maschietti che, talvolta, mordono.” “Tu non mordi, baci molto bene, lo sapevo che sarebbe finita così sin da quando ti ho visto per la prima volta come dice il libretto del primo novecento…” “Ho bisogno di qualche consiglio per arredare il mio attico, da come ti vesti vedo che hai buon gusto, potresti darmi qualche consiglio, ovviamente ti pagherei la consulenza.” “Moneta contante o…” “Contanti quanti ne vuoi, anch’io appena ti ho vista… maledizione non volevo proprio, mi ero fatto un piano per feste da ballo in casa mia con contorno di conturbanti modelle e tu...” “Spero che non faremo la fine di Paolo e Francesca, Gianciotto…” “Mio marito…la prima domanda che mi farai è il perché l’ho sposato, lui è un buono, buono che talvolta si coniuga con fessacchiotto, l’ho sposato perché era sottufficiale dell’Esercito a Pesaro ed io volevo andare via da casa, mia madre si era risposata e non andavo d’accordo col mio patrigno che voleva…si mi si voleva fare, tutto qua.” I pomeriggi dei giorni seguenti Alberto e Regina li dedicarono alla visita di negozi di mobilia, di servizi igienici, di lampadari, insomma cercarono di fare un piano per arredare con gusto l’attico di Alberto. Regina conosceva il titolare di una ditta che avrebbe fornito la mano d’opera, sembravano due fidanzati che facevano il nido dove abitare da sposati. “È la prima volta che…mi sento strano, non so se sia l’aggettivo adatto ma…ti prego vieni a casa mia, ho una voglia matta di…” “Anch’io ho una voglia matta di…, le uniamo insieme e facciamo due voglie matte! Mio marito (si chiama Nino) domani sera è di guardia in caserma.” Alberto aveva posteggiato la Jaguar fuori dalla vista degli inquilini di casa Minazzo, Regina era salita in fretta nell’attico. “Porcellone hai la faccia da satiro arrapato, buonino, dai, tra poco …” L’appartamento era riscaldato, era il 10 dicembre, tutti e due sotto la doccia, nuda era ancora più bella, Regina era il nome che più le si addiceva, Alberto era estasiato. Quello che successe, immaginate voi, di tutto e di più. Sveglia, alle sette Regina rientrò a casa sua, Alberto a pomeriggio inoltrato fu svegliato dal suono del telefono. “Pronto…” “Hai la voce impastata, mi sa che la notte passata hai fatto il porcellone…” “E tu, quante volte sei venuta?” “Le ho contate, undici…stamattina non riuscivo a stare in piedi, mi si ammollavano le gambe.” “Cerco di non pensare a cosa mi sta succedendo, sicuramente qualcosa di molto piacevole ma anche impegnativo, c’è una parola che mi fa paura, si ‘amore’, non vorrei che entrasse nella mia mente, nel mio cuore, nello stesso tempo…” “Non fare il ‘vergine’, parlo del tuo segno zodiacale, che cerca sempre di definire le situazioni, talvolta penso sia meglio lasciarsi trasportare dagli avvenimenti.” “Forse hai ragione, intanto vorrei sapere quando potremo di nuovo…” “Brutto zozzone…ti va bene domani sera?” “Ok. Ma tuo marito?” “Fa il pesce in barile, non pensare a lui.” L’ombra di Nino cominciò a pesare sul rapporto fra Regina ed Alberto. “Vorrei sapere cosa ti dice, quali sono i suoi comportamenti, una moglie che sta fuori tutta la notte,ad esempio stasera che programma hai?” “Andiamo al cinema ‘Bianchini’.” “Mai sentito prima, l’hanno aperto di recente?” “Ma no schiocchino, il cinema ‘Bianchini’ è quello sotto le coperte e sopra i cuscini.” “Non…” “Allora papale papale, stasera scopo con mio marito, a lui non importa se vengo con te, ma vuole la sua parte ed è pure bravo!” “È pure bravo!” la frase rimbombò sulla mente di Alberto, un’ira improvvisa, aveva pensato al grande amore mentre Regina aveva ridotto il tutto una ad volgare relazione. Il telefono fu scagliato contro il muro, in mille pezzi non era andato solo quel povero apparecchio innocente ma anche le illusioni di un povero Alberto invecchiato di colpo. Alberto recuperò una certa coscienza verso le tre di notte, preso da improvviso furore riempì una valigia di vestiti, e dopo poco tempo si trovò imbarcato sulla ‘Caronte’ diretto sull’altra sponda dello stretto a Villa S.Giovanni, destinazione finale…Roma, non sapeva dove altro rifugiarsi. Pian piano la sponda di Messina si allontanava come pure i monti Peloritani dove tante volte era andato a rifugiarsi con Regina, gli sembrava l’addio ai monti di manzoniana memoria. Durante il tragitto si fermò varie volte per riposarsi, arrivò nella capitale nel tardo pomeriggio dirigendosi verso i luoghi della sua infanzia, il quartiere di S.Giovanni, un albergo vicino a casa sua: Hotel Appio. Per due giorni restò la maggior parte del tempo in camera, solo due uscite per andare ad un vicino ristorante. La padrona dell’hotel un po’ allarmata gli chiese se avesse bisogno di qualcosa: “Per ora nulla, sarò io a contattarla.” “Madame, son qua.” “Sono Clotilde Mazzei, sono a sua disposizione sempre se riesca a capire quali sono le sue esigenze.” La dama, circa sessantenne, aveva sicuramente molta esperienza sui clienti dell’albergo, aveva intuito del conflitto interno di Alberto e voleva, a modo suo, dargli un a mano. “Signora per ora soggiornerò nel suo hotel, non so per quanto tempo, le dò un assegno per il pagamento mensile di una stanza che vorrei cambiare con una più grande con bagno, penso che resterò a lungo.” Alberto capì che doveva uscire dal torpore che lo aveva invaso. Cominciò con l’andare nei luoghi cari ai turisti: piazza di Spagna, il Colosseo, fontana di Trevi usando i mezzi pubblici, poi cambiò completamente. Di notte con la Jaguar scorrazzò in posti mai visti, talvolta si perdeva ed era costretto ad affidarsi al satellitare per rientrare in albergo. Cambiò ancora: vicino all’albergo c’era un posteggio di taxi, cominciò ad usarli soprattutto di notte. “Dottore dove la porto?” “Dove ti pare, fammi vedere Roma by night, anzi, sai che ti dico, mi metto vicino a te così mi sento meno solo, dammi del tu, io mi chiamo Alberto.” “Romolo, Romoletto per gli amici.” “Romoletto dimmi qualcosa di te.” “Eh, me faccio mette al turno de notte per guadammiare qualche sordo in più, mia moglie è ammalata ed ho tre figli che vanno a scuola, all’età loro già andavo a bottega ma oggi, stì ragazzini sò schizzinosi, sembrano tutti figli de signori ed io non ho il coraggio…” “Romolè io so fortunato non ho figli in compenso ho avuto un’eredità e ho smesso di lavorare, a proposito…” “A proposito de che?” “No pensavo ai fatti miei.” In verità Alberto aveva abbandonato tutto senza rendersi conto che aveva molto in sospeso: era in regola solo col lavoro, si era licenziato ma per la casa… si sarebbe rivolto a Nicola Foti suo compagno di lavoro, una procura… il giorno dopo avrebbe sistemato tutto. Ad un certo punto ‘ciccio’ reclamò la sua parte, quanto tempo era che non scopava, boh. Albertone si guardò intorno in albergo, spesso veniva a rifare la sua stanza una certa Rosina, l’aveva notata ma prima aveva per la testa solo per Regina. A proposito di Regina…capì che era stato un gran fregnone, si era innamorato come uno scolaretto mentre a lei piaceva solo scopare alla grande, decise che la storia era definitivamente chiusa e rivolse la sua attenzione a Rosina. Descrizione: altezza circa un metro e settanta, capelli biondi lisci, poco seno, vita stretta, gambe ben tornite, bel culo, insomma degna di nota. Una sera volutamente non mise dietro la porta della sua camera il cartello ‘non disturbare’ e così Rosina entrò in camera col pass partout. “Mi scusi signore ma…” “Niente scuse, è colpa mia, anzi voglio dirti la verità l’ho fatto apposta, volevo conoscerti. Mi pare che non abiti a Roma.” “No sto a Frascati, ogni mattina vengo a Roma con mia madre, lei lavora in un altro albergo, torniamo a casa il pomeriggio, ho due fratelli ed un padre invalido, le serve altro?” “Non volevo essere invadente, ti chiedo scusa ma volevo dirti…volevo dirti…” “Provi a dirmelo così lo saprò.” “Volevo dirti che mi piaci molto, all’inizio non ti ho dato confidenza perché ero in crisi, vengo dalla Sicilia ma sono romano, sono nato in via Conegliano, una traversa di via Taranto.” “Mi scusi la domanda ma cosa ci fa in albergo se ha casa a Roma?” “La mia casa è stata venduta tempo addietro, a Messina ho avuto dei grossi problemi e sono, come dire, scappato.” “Una femminuccia, vero?” “Hai indovinato mia bella Rosina ma ormai ho chiuso e sono pronto a…” “Primo: non sono la sua Rosina, secondo io non sono pronta a …” “Bel caratterino, non sarà facile per il tuo fidanzato…” Rosina si mise a sedere sul letto e si prese la testa fra le mani, piangeva. Cosa fa l’Albertone quando si trova dinanzi ad una ‘pulsella flentens’, l’abbraccia per vedere come va a finire. Tutto sommato gli finì bene. Dopo un po’ la baby si asciugò col grembiule il viso, si girò di spalle e prese a sistemare la camera. “Che ne dici se all’uscita dall’albergo ti accompagno a casa con la mia Jaguar.” “A parte che prendo l’autobus con mia madre, non mi fa alcuna impressione la Jaguar, forse lei è un…lasciamo perdere.” “Io non sono un…fino a due mesi addietro ero un’impiegato delle poste, poi ho avuto una grossa eredità, tutto verificabile. Dì la verità il tuo fidanzato ti ha lasciato, così siamo pari solo che la mia bella era sposata…” Rosina prese a guardare negli occhi Alberto: “Quanto anni hai?” “Quanti ne dimostro?” “Cinquanta.” “L’hai fatto apposta, meno dieci, posso farti vedere…” “Non voglio vedere niente, fra l’altro non sei il mio tipo.” “A questo punto una domanda sorge spontanea: qual è il tuo tipo?” “Lasciamo perdere, a domani.” Fine del primo round. Mattina dopo. “Mia bella frascatana stamane ti vedo radiosa, è la mia presenza che…” “Bel quarantenne, potresti anche piacermi ma te la devi meritare.” “A disposizione, senza parlare di soldi che sarebbe volgare cosa ti piacerebbe avere?” “Sto facendo la corte ad un paio di scarpe ma costano troppo, aspetto gli sconti.” “L’Albertone di cognome fa ‘sconti’, ci vediamo all’uscita.” In fondo Rosina era una bambinona, quando prese fra le mani le scarpe cominciò a ridere e abbracciò l’Alberto. “Per ora paga tu, quando prendo lo stipendio ti rimborserò.” “Cosa c’è meglio d’un rimborso se non un bacio diciamo… in fronte.” “Diciamo in fronte.” La notte porta consiglio nel senso che consigliò a Rosina di buttarsi sul bell’Alberto appena entrata in camera sua con la conseguenza che…immaginate come andò a finire. Rosina si dimostrò un’amante appassionata, tette piccole ma molto sensibili, un sessantanove con risucchio da parte della bella e goderecciate multiple. Una particolarità di Rosina: i peli del pube neri in contrasto con la capigliatura bionda naturale. Finale scontato: Alberto comprò casa a Frascati dove alloggiò anche la famiglia di Rosina, comprò anche un pastore tedesco ed un gatto soriano che, cosa strana, condividevano la cuccia e si facevano tante coccole, mah l’amore contro!

  • sabato alle ore 21:54
    Il dolce sapore di un'amicizia

    Come comincia: In quel territorio tanto lontano quanto martoriato, in cui si percepivano ancora gli effetti del regime del perfido dittatore Saddam Hussein, la vita normale era ancora una lontanissima utopia. Era comunque un Iraq che tentava una disperata rinascita, e s’incamminava lento verso un futuro migliore. Le migliaia di volontari inviate in quel luogo di guerra e morte, provavano quotidianamente a donare un sorriso a quei volti che per anni avevano vissuto una vita di terrore. Tra loro si distingueva Benedetta, una giovane ragazza italiana inviata in Iraq da un’importantissima organizzazione umanitaria. Aveva ventisette anni di splendente bellezza, due occhi azzurri da far girare la testa e una laurea in giurisprudenza appena conseguita in maniera decisamente brillante. Il volontariato era la sua passione e questa nuova esperienza in Iraq, rappresentava per lei un bellissimo momento di crescita personale. Ogni mattina era solita svegliarsi molto presto per accogliere nella struttura presso la quale era stata assegnata, le persone che avevano bisogno di urgenti cure mediche per dare loro una prima assistenza e un po’ di sostegno morale. La giovane amava anche cucinare per tutti gli ospiti della struttura e i suoi pranzetti all’italiana, riscuotevano sempre un enorme successo.
    I giorni trascorrevano e le persone che si recavano presso la casa d’accoglienza nella quale Benedetta prestava il suo servizio, si facevano sempre più numerose. Le loro storie erano tanto diverse e uguali allo stesso tempo, perché erano tutte accomunate da una voglia di riscatto personale. Tra loro c’era Rajia, una donna di circa trent’anni, con un vissuto davvero drammatico. Rajia era di etnia sciita e il regime dittatoriale aveva portato via la sua famiglia attraverso varie stragi. Sul suo viso era leggibile soltanto tanta tristezza, il dolore che provava era enorme rispetto alla sua età, ancora molto giovane.
    Ogni mattina, alle nove in punto, Rajia si recava presso il centro in cui lavorava Benedetta e qui amava partecipare alle varie attività ricreative proposte dalle volontarie italiane. Fin dal primo giorno, Rajia e Benedetta avevano provato simpatia l’una per l’altra. La giovane irachena vedeva negli occhi della volontaria quella dolcezza e quella bontà d’animo che per anni non aveva mai conosciuto. Ciò che Rajia apprezzava molto, era la capacità di Benedetta di arrivare dritta al cuore, grazie alle sue parole di conforto. Rajia poteva tranquillamente dire di aver trovato un’amica, lei che non sapeva assolutamente la vera amicizia cosa fosse. Le due donne erano solite pranzare e cenare insieme e avevano iniziato a raccontarsi le proprie esperienze di vita. Nei loro racconti, il contrasto era evidente; da un lato Benedetta narrava dei suoi brillanti studi universitari e della sua aspirazione a diventare magistrato. Dall’altro invece vi era Rajia, che tra le lacrime raccontava dei suoi genitori morti a causa di un’esplosione avvenuta nel villaggio in cui vivevano tutti insieme. Il suo pianto toccava il cuore di Benedetta che affettuosamente le faceva appoggiare il capo sulla sua spalla.
    Erano trascorsi diversi mesi dal giorno in cui Rajia e Benedetta si erano incontrate per la prima volta e il tempo aveva permesso che la loro amicizia si fortificasse. Dopo le numerose attività, svolte presso il centro d’accoglienza, le due donne amavano fare delle lunghe passeggiate e come sempre chiacchieravano per ore, con la complicità che caratterizza due amiche di vecchia data. Benedetta aveva inoltre promesso a Rajia di farle visitare l’Italia una volta finita la sua missione in Iraq. Sembrava che il sentimento d'amicizia con Benedetta stesse letteralmente trasformando il cuore di Rajia da sempre pieno di tristezza.
    Sembrava che tutto procedesse per il meglio, Rajia e Benedetta erano davvero inseparabili fin quando un brutto evento si abbatté sulla loro amicizia. Un giorno, mentre Benedetta si apprestava a raggiungere la struttura in cui operava, l’automezzo sul quale viaggiava, fu improvvisamente fermato da alcuni uomini armati, appartenenti ad un gruppo di guerriglieri, ancora fedeli al regime di Saddam Hussein. Parlavano uno stentato italiano ma Benedetta riuscì a comprendere la frase “Siamo del Regime”. La giovane cooperante non ebbe nemmeno il tempo di realizzare cosa stesse succedendo, che uno dei guerriglieri le si fiondò addosso bloccandole le braccia e la trascinò in un’auto. Gli altri gli fecero seguito e una volta entrati nell’auto partirono immediatamente alla volta di un covo segreto in cui Benedetta fu nascosta, in modo che nessuno potesse sapere dove fosse realmente. La giovane si ritrovò così in quel luogo angusto, legata con una catena ai piedi di un tavolo e con pochissimo spazio a sua disposizione. Le forze le venivano a mancare, lei che era sempre stata una combattente, per la prima volta si sentiva piccola di fronte ad un ostacolo che le sembrava insormontabile. Trascorreva gran parte delle sue giornate nella disperazione più totale e le lacrime, più volte solcavano il suo giovane viso. Rajia nel frattempo era preoccupata; da alcuni giorni non vedeva arrivare Benedetta all’interno della sua struttura e perplessa chiese informazioni sulla sua cara amica agli altri cooperanti. La notizia del rapimento di Benedetta, rappresentò per Rajia un vero colpo al cuore. La donna non voleva certo stare ferma ad aspettare gli eventi, voleva fare qualcosa per quell’amica che tanto l’aveva aiutata. “Voglio andare a cercarla e la ritroverò”. Esclamò Rajia. "Devo aiutarla come lei ha fatto con me”. “Dove vuoi andare”? Le chiese un cooperante. “Qui fuori è pericoloso e potrebbero catturare anche te”. “Vado a cercare Benedetta”. Rispose Rajia. “Nessun ostacolo potrà mai fermarmi”. La determinazione di questa giovane irachena era a dir poco impressionante, fu così che Rajia partì in cerca di Benedetta. Camminava in completa solitudine, a piedi, nei vari quartieri di Baghdad. Le poche persone che incontrava in quelle strade semideserte, di quella volontaria ittaliana non conoscevano nulla. Rajia sfidò il freddo, oltre che la concreta possibilità di incappare in qualche tranello da parte dei guerriglieri del regime. Il suo cammino si protrasse per l’intera giornata e intanto la notte aveva oscurato il cielo della capitale irachena. Proprio nel momento in cui stava per perdere le speranze, Rajia passò davanti ad una casa che sembrava abbandonata, dalla quale provenivano delle grida disperate. La donna si avvicinò all’uscio, lo aprì piano e vide una ragazza legata al piede di un tavolo che piangeva con la testa fra le mani e dopo qualche esitazione, si accorse che quella ragazza era proprio la sua amica Benedetta. Rajia le corse incontro tendendole le braccia e nell’abbracciarsi, le due donne si lasciarono andare ad un salutare pianto liberatorio. “Come hai fatto a trovarmi qui”? Chiese Benedetta singhiozzando. “Qui è tutto così pericoloso ed è un miracolo che tu sia riuscita ad arrivare fino a me”. “E’ stato l’affetto che nutro nei tuoi confronti a condurmi fin qui”. Rispose Rajia. “Ora però vieni con me, allontaniamoci da qui, prima che sia troppo tardi”. Rajia liberò Benedetta dalla catena che la teneva legata e insieme fuggirono via e si diressero verso la struttura d’accoglienza in cui si erano conosciute. Al suo arrivo Benedetta fu accolta con una gran festa, organizzata dai volontari che in questi mesi avevano collaborato con lei. Era un giorno di estrema felicità, Benedetta e Rajia si erano finalmente ricongiunte, ma le sorprese per la donna irachena non erano finite qui. Benedetta annunciò il suo imminente ritorno in Italia, per raggiungere la sua famiglia e riprendersi dalla brutta esperienza vissuta. Non aveva intenzione di separarsi dalla sua amica Rajia e decise quindi di portarla con sé per farle ammirare le bellezze paesaggistiche italiane e per stare ancora un po’ in sua compagnia. Qualche giorno dopo, preparato qualche bagaglio, partirono alla volta di Roma. Furono salutate all’aeroporto da tutti i volontari che per mesi avevano operato fianco a fianco con Benedetta e tutti coloro che come Rajia erano stati ospiti della struttura. Per Rajia quella che stava per cominciare una vita tutta nuova, gli stenti e la paura vissuta in Iraq, stavano diventando per lei soltanto un lontano e triste ricordo. Ormai la giovane donna irachena aveva un tesoro molto prezioso da custodire: una nuova amicizia dal dolce sapore, che col tempo le avrebbe riempito il cuore e regalato tanti sorrisi, facendole dimenticare completamente ogni singola lacrima versata.

  • 23 gennaio alle ore 11:09
    La Sacca

    Come comincia: Il fischio della sirena della nave lo destò dai suoi pensieri, gettò lo sguardo fuori dall’oblò oramai era giunta al porto.
    Il suo viaggio finiva lì non voleva scendere, ma non poteva agire diversamente, la nave avrebbe proseguito per la sua rotta.
    Controvoglia e con fatica si alzò dal letto, prese in mano la sua sacca, era vuota e doveva ancora riempirla.
    Aprì l’armadietto prendendo a caso tutto quel che c’era dentro riponendo con cura ogni cosa all’interno del suo bagaglio: i desideri mai sopiti, i rimpianti ed i rimorsi, i tanti ricordi e le emozioni più forti, non pensava di aver accumulato così tante cose della sua vita che quasi aveva riempito tutta la sacca.
    Poi apri il cassetto e trovò tutti i suoi sogni. Ne afferrò una manciata osservandoli con sospetto, i sogni nel cassetto sono quanto di più pericoloso può avere un uomo, a volte son così nocivi che  possono trasformarsi in illusioni ed allora ti uccidono l’anima.
    Guardò a lungo quei sogni, la mano gli tremava, non ricordava nemmeno più di averli, chissà da quanto tempo giacevano dimenticati in quel cassetto. Provò a sfogliarli uno ad uno, il respiro gli si bloccò in gola paralizzandogli tutto il corpo.
    I sogni non potevano esistere, al più si doveva obbligare i fabbricanti a scrivere sulla confezione una qualche frase che mettesse in guardia il sognatore, come nei pacchetti delle sigarette: “I SOGNI UCCIDONO” oppure “CHI SOGNA NUOCE ANCHE A TE, DIGLI DI SMETTERE”
    D’istinto andò a svuotare il cassetto nel lavandino, aprì il rubinetto e vide subito tutti i sogni ruotare vorticosamente ed infilarsi  nello scarico, sciacquò abbondantemente il lavabo per non lasciarne traccia.
    Chiuse i lacci della sacca, non aveva più nulla da prendere, la gettò sulla spalla avviandosi verso la porta per uscire dalla cabina, afferrò la maniglia e prima di abbassarla si fermò un attimo poggiando la fronte sulla porta stessa,  c’era un’ultima una cosa da prendere, la più importante, forse l’unica da portar via con se, ma sapeva bene che non era più possibile, “Già”, pensò tra se, “non mi entrerebbe nemmeno dentro la sacca, dovrei vuotarla tutta”, ma era solo una banale giustificazione a se stesso.
    Sapeva bene che non era certo quello il problema, quell’ultima cosa doveva rimanere lì, tanto chiunque fosse entrato non l’avrebbe mai potuta vedere, era una cosa che apparteneva solo a lui, ma non poteva proprio più prenderla e ne era dolorosamente consapevole, quel viaggio finiva lì per sempre.
    Usci velocemente senza pensare ad altro, la porta si chiuse di scatto dietro di lui, quasi che una forza invisibile l’avesse violentemente sbattuta tagliando per sempre ogni contatto con la sua vita trascorsa, con la testa piena del nulla si avviò verso il ponte esterno.
     
    Lungo il corridoio c’era un via vai di persone, molti si preparavano a scendere. Cercò un varco tra quella folla ostile, senza parlare dava spinte ad ognuno che gli si parasse davanti, quasi trascinando il suo corpo svuotato raggiunse il ponte dov’era posizionata la scala per lo sbarco.
    Mentre il personale di bordo ultimava le operazioni, il ponte si riempì di passeggeri che, con il naso all’ingiù, cercavano parenti ed amici tra la gente che affollava il molo, le teste si muovevano veloci da destra a sinistra, ogni tanto qualcuno urlava all’indirizzo del vuoto convinto di aver riconosciuto una persona a terra.
    Dalla banchina del porto altrettante persone, con il naso all’insù, cercavano parenti ed amici a bordo della nave, le teste si muovevano veloci da sinistra a destra, ogni tanto qualcuno urlava all’indirizzo del nulla convinto di aver riconosciuto un passeggero.
    Nessuno era lì ad aspettarlo, sarebbe sceso senza nessun desiderio. Con il capo chino, quasi che il mento toccasse il petto, e la sacca sulla spalla, infastidito da tutto quel brusio, prese la via della scala. Le urla dei passeggeri e di chi era a terra aumentavano man mano che scendeva, chi era davanti si fermava per salutare, chi era dietro spingeva per affrettarsi, in mezzo lui vestito del solo dolore e del rimorso di quanto aveva lasciato nella cabina.
    Sceso a terra, senza nessuna idea di cosa fare o di dove andare cominciò ad avviarsi verso il cancello d’uscita dal porto, ed appena varcato si guardò intorno, le voci provenienti dal molo si attenuarono ed all’improvviso il silenzio lo avvolse senza neanche dargli il tempo di accorgersene.
    Non sapeva dove andare o forse non era importante, era sbarcato in un luogo di cui non conosceva nemmeno il nome, non sapeva in quale parte del mondo si trovasse, era lì solo con la sua sacca, il ricordo dei sogni nel cassetto gettati via per sempre e l’unica cosa a cui teneva che era rimasta lì nella cabina, sola ed abbandonata per sempre.
    Oramai la sera stava occupando prepotentemente il posto del giorno, già si vedeva la luna sorgere. Sì, avrebbe seguito la luna, già quella luna, aveva una promessa con la luna, anzi l’aveva promessa, aveva dato la sua parola che un giorno sarebbe andato a prenderla per donargliela.
    Cominciò il suo vagare senza meta, ma più avanzava e più il ricordo ed il desiderio di ciò che aveva lasciato sulla nave gli pesava sul corpo, tutta la sua vita era rimasta lì, il suo futuro era sparito fulmineo.
    All’improvviso fu scosso dai sui pensieri dal fischio della nave, sì la nave stava per lasciare il porto alla volta di una nuova meta ed avvisava tutti delle proprie intenzioni. Si fermò posando la sacca in terra, respirò profondamente per capire se ancora era capace si sentire i profumi.
    Fu un attimo, un attimo estremamente breve, forse un tempo così infinitamente breve che nemmeno si poteva misurare, prese la sacca e la buttò nuovamente sulla spalla, si girò e cominciò a correre verso il porto. Gli sembrò di gridare, urlava o forse farfugliava qualcosa, forse pregava, pregava che la nave non partisse senza che lui fosse nuovamente salito a bordo.
    Corse veloce senza mai fermarsi maledicendo ogni passo, non si era reso conto di quanta strada avesse percorso, sentiva qualcosa dietro di lui come se qualcuno o qualcosa lo seguisse, senza fermarsi volse un attimo lo sguardo all’indietro, era la luna gli correva appresso.
    Entrò nel porto, nella banchina non c’era più nessuno, la nave stava mollando gli ormeggi, ma non si vedeva alcun marinaio alla manovra ed anche le altre imbarcazioni erano sparite.
    Si diresse verso la nave bruciando le ultime forze di cui ancora disponeva e gridando di aspettarlo.
    Era quasi arrivato sotto la murata della nave che essa cominciò a staccarsi dalla banchina. Si fermò sul bordo del molo, incredulo e senza più fiato e senza sapere cosa fare. Il primo istinto fu di gettarsi in mare e raggiungere l’imbarcazione a nuoto, ma non poteva farlo, avrebbe dovuto abbandonare la sacca a terra, non poteva lì dentro c’era tutto il suo passato con cui un giorno poter ricominciare, o almeno quasi tutto, una parte era rimasta dentro la cabina.
    Era fermo a guardare la nave quando all’improvviso scorse una luce sulla poppa, ciò che aveva lasciato a bordo era lì che lo fissava.
    Si guardò intorno, sull’altro lato del molo c’era una piccola barca a remi e dentro un vecchio pescatore intento a sistemare una rete. Si lanciò verso la barchetta e urlò al pescatore: “Devo salire a bordo di quella nave laggiù, portami con la tua barca, ti darò quel che mi chiedi”.
    Il pescatore alzò lo sguardo e senza mostrare nessuna fretta gli rispose: “Io son troppo vecchio per andare ad inseguire ciò che resta della mia vita, ma se vuoi ti dò la mia barca, cosa mi offri?”.
    “Ti darò tutto il denaro che ho con me, guarda contalo” e così dicendo gli porse il portafoglio.
    “Te l’ho detto” gli rispose il pescatore “Io son troppo vecchio, che ci faccio con tutto quel denaro, la sacca, si dammi la tua sacca con tutto il suo contenuto, quella mi sarà più utile”
    No, la sacca no, non poteva chiedergliela: “Se ti do la sacca, la tua barca non mi servirà più, dentro c’è tutta la mia vita, senza di essa non avrò mai un futuro”.
    Allora il vecchio pescatore sorrise, saltò fuori dalla piccola imbarcazione e fece un gesto con la mano per invitarlo a salire: “Va, sali a bordo e rema, rema più forte che puoi, anch’io una volta avevo una sacca come la tua e la barattai per un desiderio … quel giorno la mia vita finì. "Tieni ben stretta la tua sacca, ma ora vai non perder tempo ad ascoltare le parole di un povero vecchio”.
    Senza riflettere su ciò che il pescatore volesse dirgli saltò dentro la l’imbarcazione, mise i remi negli scalmi, mollo la cima che la legava alla bitta, bloccò la sacca tra le gambe, afferro i remi e diede il primo colpo, poi alzò lo sguardo per ringraziare il vecchio, ma lui non c’era più.
    Non aveva tempo per pensare, non capiva cosa stesse accadendo, prima tutto il porto vuoto, poi la nave che salpava senza equipaggio ed ora il pescatore svanito.
    Prese a remare con vigore, si voltò per incanalarsi sulla scia della nave, non sentiva più la fatica, la luce sulla poppa continuava a brillare.
    Remava con tutta la forza che aveva, si stava avvicinando alla grossa nave, sentiva il rumore dei motori, percepiva la rotazione dell’elica, sì si avvicinava velocemente.
    Oramai aveva quasi raggiunto il suo obiettivo, la luce era sempre lì che lo osservava e lo guidava, avevano preso il largo quando improvvisamente il mare cominciò ad incresparsi. Non aveva paura, ma remare era sempre più faticoso e non riusciva a rimanere in scia con la nave. Le onde andavano ad ingrossarsi sempre di più, cominciò ad urlare verso la nave nella speranza che qualcuno udisse le sue grida.
    Poi l’acqua cominciò a saltare dentro la piccola imbarcazione, quasi che le onde si divertissero in quel macabro gioco. Non aveva paura, la luce era sempre lì, si chiese perché aveva lasciato a bordo quella cosa a cui teneva più di ogni altra.
    Non c’era tempo per riflettere e comunque non serviva a nulla, continuava a remare tagliando in due le onde, l’acqua salata del mare gli bruciava gli occhi tanto che doveva tenerli socchiusi per continuare a vedere la luce, i muscoli cominciavano ad indolenzirsi ed il corpo era oramai tutto fradicio.
    All’improvviso un’onda violenta ed assassina sollevò la barca per poi farla cadere pesantemente sul mare, subito dopo un’altra onda senza cuore ne anima schiaffeggiò la piccola barca facendola capovolgere.
    Cadde subito in mare, fece in tempo a tenere strette  le gambe per non perdere la sacca, poi l’afferrò con tutte e due le braccia stringendola a se e così tentò di risalire in superficie.
    Muoveva le gambe per restare a galla, cercava di respirare mentre sputava l’acqua fuori dalla bocca, la nave continuava la sua corsa e con lei la luce, che diventava sempre più flebile, quasi non la vedeva più. Le onde si divertivano ad infierire su di lui, spingendolo sempre più sotto il mare che sembrava ben contento di accoglierlo tra i sui fondali.
    Allora cominciò a sprofondare dentro il ventre dell’oceano, il suo corpo ruotava, continuava a tenere stretta la sacca tra le braccia, lì dentro c’era anche il suo futuro, finché lo teneva stretto a se ogni speranza rimaneva in vita.
    La lotta contro il mare durò per poco tempo ancora, poi all’improvviso tutto si fermò.
    Non riusciva a capire cosa fosse accaduto, ebbe la sensazione come di essere disteso, gli occhi erano chiusi, un silenzio apparente lo avvolgeva.
    Forse era morto e giaceva sul fondo al mare. Gli occhi non gli si aprivano, ebbe però la sensazione di avere le braccia che gli avvolgevano il corpo, come se teneva ancora la sacca stretta a se, era un buon segno forse non era morto, ma se non lo era allora dove si trovava.
    Provò a muovere un braccio, con sua sorpresa ci riuscì, si toccò il corpo, era tutto fradicio, subito pensò che si trovasse in fondo al mare, allora era morto, però il suo cervello ancora funzionava e riusciva a muovere un braccio.
    Tentò una seconda volta di aprire gli occhi, stavolta riuscì ad aprirli leggermente e subito fu accecato da una luce intensa che gli fece immediatamente chiudere le palpebre.
    Cos’era, cosa mai poteva essere quella luce, forse era veramente morto e quella era la luce del paradiso o forse il fuoco dell’inferno.
    Lui si sentiva vivo, magari era sdraiato su di una lettiga e stavano cercando di rianimarlo, ma si era certamente così voleva urlare che era vivo e stava bene, di certo non era in fondo agli abissi, lì non ci sono luci.
    Provò nuovamente ad aprire gli occhi, la luce era sempre lì davanti a lui, sbattendo più volte le palpebre riuscì ad avere il sopravvento su quel lampo assassino.
    Si guardò intorno, c’era qualcosa di strano e di familiare in quel luogo. Non era possibile, era la cabina, sì la sua cabina e quella luce fortissima proveniva dall’oblò, erano i raggi del sole che stava tirando fuori la testa dall’orizzonte. Capì che era sdraiato sul suo letto, si toccò nuovamente il corpo, effettivamente era bagnato, ma si rese subito conto che non era acqua, ma più semplicemente sudore, sì aveva sudato tantissimo.
    Continuò ad osservare la stanza, fissava il soffitto, poi percepì come un sibilo. Un piccolo rumore cadenzato che gli sembrava di conoscere. Con un ultimo sforzo cercò di concentrarsi per capire cosa fosse e da dove provenisse.
    Provò a girarsi su di un fianco, verso il centro del letto, era da lì che proveniva quel suono.
    Guardò meglio e si accorse che quel suono altro non era che il respiro di lei … si lei era lì al suo fianco che dormiva.
    Aveva la gola secca, non riusciva a capire cosa fosse realmente accaduto, sulla sedia c’era la sua sacca ed allora si accorse che tra le braccia stringeva il cuscino.
    Un incubo, aveva avuto un incubo, un terribile incubo e null’altro.
    Mise il cuscino sotto la testa e rimase di fianco ad osservarla mentre dormiva.
    Lo faceva quasi ogni giorno, si svegliava sempre per primo ed allora rimaneva li a fissarla  mentre lei ancora navigava nel mondo dei sogni. La guardava con attenzione e curiosità, le guardava il viso e dalle smorfie che faceva capiva se stava sognando una cosa bella oppure una brutta. Gli piaceva osservare il lento movimento del petto quando respirava, i suoi lunghi capelli scuri che gli incorniciavano il viso, il profilo del suo corpo.
    Sapeva che si sarebbe svegliata da un momento all’altro regalandogli prima un sorriso che ogni volta lo lasciava senza fiato e subito dopo, aprendo gli occhi, gli avrebbe sussurrato: “Buon giorno Baccalà” per poi riempirlo di baci.
    Un incubo, si solo un brutto, terribile incubo.
    Più tardi, quando si sarebbe alzato, avrebbe aperto il cassetto, lì dentro c’erano tanti sogni, era arrivato il momento di tirarli tutti fuori.
     
     
     
    … e, caso strano non mi sento strano
    vuoi vedere che ti amo …
     

  • 23 gennaio alle ore 10:36
    Una grande famiglia

    Come comincia: 7 anni
    La bambina sta giocando da sola in giardino, sul retro della casa.
    Il cugino Poldo, il cugino “grande”, la chiama dalla porta dello sgabuzzino.
    - Vieni ad aiutarmi. Devo fare un nodo. -
    La bambina corre verso il cugino che le mostra il dito indice dal quale pende uno spago lentamente annodato.
    La bambina mette il dito sul nodo, mentre il cugino armeggia con l’altra mano per stringere il nodo. Il cugino forse indietreggia, perché la bambina si ritrova dentro lo sgabuzzino buio. Il cugino dice: - Adesso stringi! – La bambina stringe il pugno intorno allo spago ed al dito del cugino. Quando il nodo è fatto, il cugino dice: - Va bene, lascia.-
    La bambina lascia il dito e torna in giardino.
    C’è qualcosa che non le quadra. Mentre stringeva nel suo pugno il dito del cugino, aveva sentito le dita di entrambe le mani del cugino armeggiare con lo spago per fare il fiocco.
    Ma se lei stringeva il dito, come aveva fatto Poldo ad usare le dita di entrambe le mani per fare il nodo? Mah!
    La bambina si stringe nelle spalle e ritorna a giocare.
     
    Qualche giorno dopo la bambina sta di nuovo giocando in giardino.
    Il cugino Poldo la chiama dal balcone. “Ho un libro con le figure di tutti gli animali. Se sali te lo faccio vedere”. La bambina fa il giro della casa. Davanti al portone è seduta la mamma a parlare con zia Liliana. “Mamma, Poldo ha un libro con le figure degli animali. Posso salire a vederlo?” La mamma risponde con un secco: “No!”.
    La bambina si allontana chiedendosi cosa ci fosse che allarmasse tanto la mamma nell’andare a vedere un libro di animali. Torna sul retro del giardino. Dice al cugino Poldo affacciato al balcone: “Mamma ha detto che non posso venire”.
    E riprende a giocare.

    8 anni
    Quel dolce era veramente buono. Tutte le compagne di classe avevano voluto la ricetta.
    Anche la bambina trascrisse la ricetta, ma la bambina pensava a qualcosa di più che proporlo alla mamma per farlo a casa nei giorni di festa.
     
    La bambina pensava che quel dolce avrebbe potuto essere prodotto e venduto su larga scala come le merendine che la mamma ogni tanto le comprava.
    Doveva scoprire come modificare la ricetta in modo che il dolce potesse conservarsi a lungo confenzionato in bustine separate.
    La bambina riteneva che avrebbe potuto essere un grande successo.
     
    La bambina cominciò anche a pensare agli aspetti pratici della produzione e della vendita. Avrebbero dovuto cominciare con una produzione limitata, utilizzando la cucina di casa come laboratorio. Un cavalletto con un asse posto davanti alla porta della cucina, che per fortuna dava proprio sulla porta d’ingresso, sarebbe stato il banco di vendita.
    Se le cose fossero andate bene, si sarebbe potuto pensare ad ingrandirsi ed a realizzare un fabbrica vera e propria e vendere all’ingrosso ai negozi.
     
    La bambina aveva bisogno dell’aiuto di una persona adulta che potesse aiutarla a realizzare il progetto.
    Naturalmente i primi a cui chiedere aiuto erano i genitori.
    Ma come esporre la cosa in modo da ottenere il loro consenso ed aiuto?
    La bambina immaginava già le loro risposte:"Ma che stupidaggini vai pensando? Non è possibile. Non si può fare."
     
    Va bene, se non mamma e papà, allora a chi rivolgersi? La bambina pensò al secondo adulto a cui poteva rivolgersi in ordine gerarchico: zio Giulio.
     
    La bambina sapeva già cosa sarebbe successo se avesse raccontato la propria idea a zio Giulio e questi l’avesse considerato buona: l’avrebbe realizzata da solo, negando che era stata lei a fornirgli l’idea.
    Chi le avrebbe creduto?
     
      Va bene, scartiamo zio Giulio. Chi rimane? Zio Furio.
    La bambina immaginava cosa avrebbe fatto zio Furio. Invece di dividere i guadagni a metà, avrebbe tenuto per sé la maggior parte, dando a lei una minima parte, millantando che fosse la metà esatta.
     
    Scartiamo anche zio Furio. Rimaneva zio Alfredo.
    Ma zio Alfredo viveva lontano. Come contattarlo e realizzare l’impresa a quella distanza?
     
     Rimaneva zia Liliana, ultima della nidiata. Ma zia Liliana era piccola e non lavorava. Come poteva aiutarla?
     
    E così, con questi dubbi, l’idea rimase non espressa e non realizzata.
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     Una bambina di 8 anni ha già delle opinioni così nette sugli adulti?
    Da dove venivano quelle opinioni?
     Il suo giudizio doveva essere viziato da ciò che aveva ascoltato.
    Gli adulti tendono a parlare in presenza dei bambini. Ritengono che i bambini non ascoltino o non capiscano.
     Gli adulti dovrebbero fare attenzione a ciò che dicono in presenza dei bambini.
    I bambini ascoltano e capiscono.
    O capiscono in maniera falsata.
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    12 anni
     "Non capisco perché devi pagare sempre tu!".
     La ragazzina alzò leggermente il capo dal libro e sospirò. Non era la prima volta che sentiva quel discorso.
    Era la mamma che parlava col papà.
     Per quanto poteva saperne, la mamma si riferiva a qualche spesa per la palazzina di famiglia, da cui si erano trasferiti da qualche anno e dove vivevano ancora gli zii Giulio, Furio e Liliana.
     La palazzina aveva bisogno di continui lavori.
     La ragazzina pensò che probabilmente papà si stesse sobbarcato da solo qualche spesa per la palazzina di famiglia. O, almeno, che stesse pagando anche parte delle quote che spettavano ai suoi fratelli.
     La ragazzina era orgogliosa del proprio papà!
    Era fiera che nella propria famiglia non vi fosse l’attaccamento al denaro come nelle famiglie di zio Giulio e zio Furio.
     Certo non era bello che zio Giulio e zio Furio se ne approfittassero.
    Come se ne avessero bisogno poi!
    E come se il loro fratello maggiore non avesse figli propri a cui provvedere!
    Però a volte la ragazzina pensava che il papà volesse più bene ai suoi fratelli che ai suoi figli. In fondo papà conosceva ed amava i suoi fratelli da tanti anni.
    Loro erano venuti dopo.
     La ragazzina sapeva come la pensava il papà: una volta assicurato loro il vitto, l’alloggio e la possibilità di studiare, non occorreva altro. Altrimenti si cominciava ad “avere grilli per la testa”.
     La ragazzina condivideva che una volta assicurato loro il necessario, papà dei suoi soldi aveva il diritto di farne quello che voleva.
     

    14 anni
     La ragazzina sta leggendo un libro per l’educazione degli adolescenti.
    Si ferma e ripone il libro.
    Il libro è scritto molto bene.
    Le viene in mente quel vecchio episodio con Poldo.
    Adesso sa cosa stringeva quando il cugino Poldo aveva bisogno di aiuto per fare un nodo intorno al dito.
    La ragazzina è ferita per essere stata ingannata. Però, pensa, Poldo allora era solo uno sciocco adolescente spinto dalle pulsioni dell’età e dalla scoperta di sé.
    Adesso sarà maturato. Magari è pentito e si vergogna pure per quello che ha fatto.
    La ragazzina decide di perdonarlo.
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     25 anni dopo. Perché l’ex-ragazzina è inquieta e pensa che dovrebbe dire ad Andreina di stare attenta quando lascia la bambina sola col padre? Ma quali assurdità va pensando?
    30 anni dopo. L’ex-ragazzina sente la mamma dire: “Poldo è lo stesso di quando aveva sei anni: getta il sasso e nasconde la mano!”
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    24 anni
     Al telefono è zia Liliana. È sconvolta. Vuole parlare con il fratello maggiore, il papà dell’ex-ragazzina.
     Una volta chiusa la telefonata, il papà della ex-ragazzina telefona al fratello Furio. Durante la conversazione, l’ex-ragazzina vede la madre afferrare la cornetta del telefono ed urlarvi dentro:<<Fai schifo!!!>>. 
     Non chiedete conferme alla madre dell’ex-ragazzina, vi dirà che non ricorda.
     La sera dopo, il fratello minore dell’ex-ragazzina racconta che ha incontrato Lorina, figlia minore di Furio, che gli ha detto:<<Hai sentito che belle parole si sono scambiate ieri i nostri genitori?>>.
     Cosa era successo?
    Zia Liliana e zio Furio avevano delle proprietà a S. ereditate dalla madre.
    Quello che l’ex-ragazzina riuscì a capire ed a sapere fu che zia Liliana aveva fatto dei lavori nella sua parte di proprietà ed il fratello Furio l’aveva denunciata.
    Forse la zia aveva fatto i lavori senza comunicazione al Comune?
     Mesi dopo la madre dell’ex-ragazzina le dice che zio Furio era riuscito a ‘spillare’ dieci milioni alla sorella.
    ‘E perché’ – si chiede l’ex-ragazzina – ‘come risarcimento per l’aumentato valore della proprietà della sorella?’
     La madre dell’ex-ragazzina le dice anche che lo zio Furio aveva diviso in parti uguali la cifra che aveva ottenuto dalla sorella e li aveva versati su due libretti che aveva intestato ai due figli della sorella, affermando che lui ce l’aveva con il cugino e non aveva potuto fare a meno di coinvolgere la sorella.
    Sarà. Per l’ex-ragazzina quello che aveva fatto lo “zio” Furio rimane inqualificabile.
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     20 anni dopo.
    Lo zio Edmondo, marito di zia Liliana, spiega all’ex-ragazzina che Furio aveva citato la sorella per i presunti danni arrecati alla palazzina con i lavori.
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    31 anni
    Erano sedute sotto la pergola della casa al mare di zio Giulio.
    Lo zio Giulio esce di casa, si ferma un instante e fa all’ex-ragazzina:"Li guadagni adesso 3 milioni al mese dove lavori?".
    La figlia dello zio Giulio fa uno sguardo mezzo esasperato e mezzo finto divertito e sbuffa con tono di rimprovero:"Papà?!?".
    L’ex-ragazzina guarda lo zio Giulio e non risponde.

    32 anni
     L’ex-ragazzina sta suonando il pianoforte, quando la raggiunge zia Liliana.
     Zio Edmondo (il marito della zia Liliana) aveva intenzione di costruire una casa su un terreno che aveva a Br.
    Erano in attesa dei permessi.
    Nel frattempo avevano deciso di vendere l’appartamento nella vecchia palazzina di famiglia.
    Avevano l’occasione di una buona sistemazione in affitto a Br.
    L’ex-ragazzina le consiglia:"Zia Liliana, non vendere. Affittala. Quando poi avrete i permessi per costruire, se ne avrete bisogno, la venderete".
    La risposta di zia Liliana è decisa: "No. Voglio chiudere".
    Segue la spiegazione.
    Furio le rende la vita impossibile.
    Appena qualcosa non funzionava nel condominio, Furio si metteva a sbraitare per le scale o nel cortile condominiale contro zio Edmondo.
    Una delle cause più frequenti era il cancello automatico di accesso al cortile che era sempre rotto e Furio ne dava la colpa ad Edmondo.
    La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato proprio il cancello.
    Zia Liliana era in casa quando sentì un’ennesima volta Furio fare una chiassata all’aperto, praticamente sulla strada, urlando contro Edmondo, che non era in casa, perché il cancello non funzionava.
    Zia Liliana raccontò:"Non ci vidi più. Mi ero lavata i capelli, stavo con i bigodini in testa. Uscii come mi trovavo, in vestaglia, con le pantofole e con i bigodini. Mi fermai di fronte a lui e dissi:”Io vendo”".
    Oltretutto Furio stava sempre a fare questioni su qualsiasi cosa.
    Zia Liliana continua a raccontare. "Una volta lo vedo presentarsi a casa mia e dire:"Devo sapere quello che è mio!". Hai presente il vaso che tengo nell’ingresso? Lo afferrai e gli risposi:"Se non te ne vai, te lo tiro addosso". Quello uscì e per le scale fece la solita scena di sentirsi male, bussando alla casa di Giulio lamentandosi:"Mi ha cacciato fuori!".
     
    L’ex-ragazzina collega l’esasperazione della zia Liliana alla mascalzonata che lo zio Furio le aveva fatto per le proprietà che tenevano a S. 
    Non insistette oltre.
    All’ex-ragazzina dispiacque quando seppe che la zia Liliana aveva trovato un compratore, ma, rifletté, forse l’unica soluzione era veramente che in quella palazzina entrasse un estraneo.
    L’ex-ragazzina conosceva i problemi di umidità dell’appartamento di zia Liliana. Era l’unico appartamento che poggiava direttamente sul terreno.
    Da anni parlavano di lavori per individuare e risolvere quel problema.
    Parlavano e non facevano mai niente.
    L’ex-ragazzina imputava i ritardi di quei lavori alla tirchieria di zio Giulio ed alla cattiveria di zio Furio.
    Un estraneo avrebbe preteso che i lavori venissero svolti e quei signori forse si sarebbero vergognati di svelare quelli che erano di fronte ad un estraneo.
     
    33 anni
    Sembra che l’ex-ragazzina avesse avuto ragione. Una volta subentrato il nuovo proprietario nell’appartamento di zia Liliana, i lavori per risolvere i problemi di risalita dell’acqua nelle pareti erano iniziati.
    Pareva proprio che i suoi zii ci tenessero a sembrare delle persone per bene di fronte ad un estraneo.
    Il direttore dei lavori era l’ing.Carmelo Landri, secondogenito del sig.Furio.
    L’ex-ragazzina incontra Ferruccio Soldini che ha comprato l’appartamento di zia Liliana. Le fa: “Tuo padre ha detto che il suo appartamento se lo vende proprio. Ah, ah!”
    E così l'ex-ragazzina dimenticò tutto.
    Dimenticando che aveva detto a Pino: "Papà vuole che vada a vivere in via V., ma se lo può scordare. Non andrò a vivere lì per far passare ai miei figli quello che ho passato io da piccola", decide di assecondare il desiderio che il padre aveva espresso già da dieci anni: voleva che l’ex-ragazzina andasse a vivere e si prendesse cura della casa nella vecchia palazzina di famiglia.
    Il fidanzato non è d’accordo. Le sue resistenze hanno un cedimento quando vede lo stato di abbandono dell’appartamento. Non riesce a tollerare che una casa venga fatta deperire in quel modo!
    L’ex-ragazzina, pensando all’esperienza della zia Liliana, ha ancora dei dubbi: “Pensiamoci bene. Se mettiamo a posto la casa, dobbiamo fare tutto in regola. Quello per niente ci denuncia!".
    Quello sarebbe lo zio Furio.
     
    35 anni
    L’ex-ragazzina alla fine ha deciso di sposarsi.
    Dice alla mamma: - Guarda che non voglio zio Giulio al mio matrimonio.-
    La madre non replica nulla. Non c’è bisogno di spiegazioni.
    L’ex-ragazzina continua: - E, visto che ci troviamo, diciamo che a me direttamente non ha fatto niente, ma per quello che ha fatto a zia Liliana non voglio nemmeno zio Furio. –
    Qui la mamma insorge: - Ma come! So che Liliana e Furio si parlano, si frequentano e tu fai problemi? –
    - Mamma, quello che zio Furio ha fatto a zia Liliana è come se lo avesse fatto a tutti noi. E poi è anche colpa sua se quella casa è andata in mano ad estranei.
     Poi, visto che ci troviamo, non voglio nemmeno Poldo. Per quella volta che si è unito al paparino nel prenderti in giro riguardo all’‘amica’ di Giulfurio[1]. –
    La mamma sbuffa: - Quello! È come il padre. Sempre pronti a farsi belli a chiacchiere ed a sparlare degli altri! L’unico in quella famiglia che si salva è Carmelo!–
    - Facciamo così – continua l’ex-ragazzina – Sono sicura che mi dici  “O tutti o nessuno”. Oltre la famiglia stretta, invito solo gli amici, al massimo invito Giulietta e Dorina[2]  che hanno fatto parte del gruppo di amici. -
    Alla fine, vince la tradizione.
    La madre del futuro sposo vuole invitare i parenti e l’ex-ragazzina, nello spirito del perdono cristiano e della commozione per l’imminente matrimonio, lascia che le cose vadano secondo i canoni. L’unico dispiacere è che per il ritardo della decisione non riesce ad invitare i cugini della madre. Spera di potersi rifare con il battesimo.
    La madre del futuro sposo conosce lo zio Furio la sera di Natale, dieci giorni prima del matrimonio.
    Furio si è recato con la moglie a fare gli auguri al padre dell’ex-ragazzina, come consuetudine. E coglie l’occasione per comunicare alla futura suocera dell’ex-ragazzina:<<Noi lì mica lasceremo così. Faremo i lavori!>>.
    Successivamente il fidanzato riferì all’ex-ragazzina che sua madre aveva commentato: <<Ma quelli aspettano che andate voi lì per fare i lavori?>>.
     

     
     
     
    [1] Giulfurio è il fratello maggiore dell’ex-ragazzina
    [2] Cugine coetanee dell’ex-ragazzina, la prima figlia di Giulio, la seconda figlia di Furio.

     

  • 23 gennaio alle ore 10:17
    Non date le perle ai porci

    Come comincia: Cari amici ANAKI[1],
    mi è venuta gana (ho letto un racconto di Camilleri su Montalbano di recente) di raccontarvi come mai, pur non dovendo fare l’amministratore di condominio di professione, mi saltò in mente di seguire il corso ANAKI: sentivo l’esigenza di capirne un po’ di più.
    Nel 2002 non sapevo nemmeno che un amministratore fosse tenuto a presentare un rendiconto della sua amministrazione.
    Andavo a vivere in una palazzina a conduzione quasi familiare e figuratevi se mi ponevo il problema.
    A fine anno l’amministratore ufficiale, il vicino di casa Poldo Landri, mi presentò un “foglio contabile”, che io nemmeno mi aspettavo, in cui erano riassunte le quote che avevo versato, le quote spese di mia competenza ed il mio bilancio, cioè se fossi a credito o in debito. Fu mìo marito a spiegarmi che quello non era un vero bilancio, che un bilancio doveva contenere le informazioni su tutti i condomini e lo stato patrimoniale di tutto il condominio.
    Comunque mio marito andò alla riunione ed, a quanto mi è stato riferito, chiese: “Quanto c’è in cassa?”, domanda da vero maleducato e malfidente, o no? Comunque pare che poco dopo, Furio Landri e Poldo Landri lo insultassero e cacciassero fuori dalla riunione. A quell’epoca non si tenevano verbali delle riunioni e di ciò non c’è traccia. Poco dopo sentii squillare alla porta. Il vicino Ferruccio Soldini aveva accompagnato Poldo affinché si scusasse. Mio marito fece entrare Poldo e gli offrì un liquore.
    Nel 2004 diventa amministratore di turno mio marito. A fine anno presenta un bilancio per cassa (non per competenza come mi pare preferiate voi amministratori ANAKI) completo dei dati di tutti i condomini. Il bilancio è approvato. Ah, da fine 2003 si cominciarono a scrivere i verbali delle riunioni.
    Quel condominio era stato sempre caratterizzato dal fatto che pur, essendo l’amministratore ufficiale un altro, Furio in pratica si occupava di tutto.
    Mio marito non aveva bisogno del suo aiuto, ma Furio non se ne dava punto e continuava ad appropriarsi delle bollette del condominio e pagarle e continuava a tenere i contatti con la donna delle pulizie ed il giardiniere. Ricordo che nel 2004 si presentò a mio marito e gli chiese di compensare le sue rate ordinarie, che non aveva mai versato, con quelle spese . Mio marito gli compilò una bolletta di ricevuta per 200 euro. Anni dopo ho realizzato l’imprudenza di mio marito di non scrivere sulla bolletta “per compensazione spese”. La cosa si ripete nel 2005 e mio marito gli compilò una bolletta di ricevuta per 260 euro. La cosa non si ripeté nel 2006. Per il semplice fatto che mio marito scrisse esplicitamente sul bilancio approvato che, a seguito dell’approvazione dell’assemblea, al sig. Furio Landri veniva riconosciuto il versamento di 720 euro come compensazione di spese effettuate. 
    Un’altra cosa che ha caratterizzato l’amministrazione di mio marito è che, dopo l’approvazione del bilancio 2004 all’unanimità e tutti i condomini presenti, Furio cominciò a contestare i conti e pretendere dei rimborsi presentando i suoi prospetti contabili. Mio marito, con estrema pazienza, controllava sempre, ma è sempre costretto a dirgli che non trova alcun riscontro. Nel 2006 Furio la smette con la richiesta che aveva presentato con insistenza per tutto il 2005, e, sempre dopo che l’assemblea aveva approvato anche il bilancio 2005, presenta nuovi conti e nuovi prospetti contabili. 
    Alla fine della giostra, alla riunione di approvazione del bilancio 2006, Furio si limita a contestare un addebito di 198 euro (circa), dice che riconosce un addebito solo di 33 euro ma i rimanenti 165 non li paga. Per mettere a tacitare la cosa, l’assemblea approva che i rimanenti 165 euro vengano ripartiti in parti uguali tra tutti i 5 condomini. Ed amen.
    Ma non finisce qui. Mio marito deve consegnare tutta la documentazone e la contabilità dei lavori straordinari al nuovo amministratore, ufficialmente la vicina Gina Pistoia. Ma noooo, gli dicono. Tu già sai tutto inoltre conosci il commercialista e già vai a Salerno. Per favore, finisci di vedertela tu e poi ci fai sapere. Per Gina sarebbe troppo complicato. Dai a Gina solo le carte che le servono per concludere la gestione ordinaria del 2007 e grazie. Siamo parenti, siamo tra di noi, che bisogno c’è delle formalità?
    Tre mesi dopo ricevo un verbale di assemblea (commisi l’errore di non andare alla riunione, non le sopportavo più) in cui i miei vicini dichiarano “sospeso” il bilancio consuntivo che avevano approvato all’unanimità (tutti presenti) tre mesi prima. Inoltre si lamentano con veemenza del ritardo della consegna della contabilità dei lavori  straordinari. Ma non basta, al verbale è allegata una “relazione” che è un agglomerato di insulti, calunnie ed illazioni su me e mio marito.
    Ma non finisce qui. Sei mesi dopo,marzo 2008, mio marito riceve una citazione.
    Furio ci ha ripensato, adesso riconosce che doveva pagare 198 euro in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali mensili, però aveva versato al giardiniere (mi pare, non ho le carte davanti e mi rompo di guardarle per l’ennesima volta) 216 euro e vuole i 18 euro di differenza. In più vuole indietro la sua quota parte dei 198 euro (sì dice 198, non 165) che avevano diviso in parti uguali tra i condomini. In tutto porta mio marito in tribunale per chiedergli circa 58 euro.
    Ma non finisce qui. Dal 2004 al 2007, mio marito si era occupato di lavori straordinari di manutenzione che aspettavano da almeno vent’anni e tra intoppi, sorprese e richieste di lavori privati da parte dei condomini, la spesa totale era arrivata ad 80000 euro (la mia parte è stata di circa 16000). 
    Il 5 aprile 2008, sabato, mio padre riceve una lettera in cui si insinua che mio marito abbia rubato 80000 euro e che abbia amministrato questi soldi senza mai mostrare un documento. La lettera è firmata da tutti i condomini.
    Probabilmente i signori ritengono che gli operai che hanno visto lavorare per tre anni e le impalcature fossero gratis.
    Io sì che quando c’erano stati lavori negli anni precedenti non solo non avevo visto una carta, ma non avevo visto nemmeno gli operai.
    Mio marito invece aveva fornito:
    • Copia computi metrici estimativi dei lavori;
    • copia verbale del 16/04/04;
    • copia convenzione d'incarico col direttore dei lavori;
    • copia disciplinare di incarico delle ditte;
    • copia documenti trasmissione centro Pescara;
    • copia DIA;
    • copia contratto ditta esecutrice;
    • copia n. 3 computi metrici del direttore lavori al 25/11/04;
    • copia riparto preventivo lavori al 25/11/04;
    • copia verbale del 26/11/04;
    • certificazioni e riparti detrazione IRPEF;
    • riparti consuntivi al 07/09/05;
    • riparto quote consuntivo al 28/09/05;
    • relazione dell'amministratore al 29/09/05;
    • prospetto lavori urgenti;
    • copia scheda di richiesta dei lavori di completamento;
    • copia richiesta capitoli di spesa dei lavori dall’amministratore al direttore dei lavori;
    • riparto consuntivo lavori scala al 06/02/06;
    • andamento cassa lavori al 21/02/06.
    In più Furio aveva chiesto e ricevuto:
    • copia dell'offerta ditta esecutrice lavori;
    • copia contabilità del direttore dei lavori;
    • copia fatture emesse dalla ditta esecutrice lavori;
    • altre 56 (scrivo cinquantasei) fotocopie, tra cui tutti gli estratti conto del conto corrente condominiale e copie dei bonifici.
    Ma la storia non finisce qui. 
    Settembre 2008, mio marito riceve un’altra citazione. Questa volta è Gina che cita mio marito perché Furio aveva pagato bollette Enel o non so che altro (mi rompo di guardare le carte e vado a memoria) e non era stato rimborsato. Pare che Furio abbia dimenticato di informare l’amica Gina che per “consolidata consuetudine” non versava le sue quote mensili e chiedono 461 euro, guarda caso proprio quasi pari alla somma delle due bollette (200 e 260 euro) che mio marito rilasciò a Furio per compensazione delle spese sostenute. In più chiedono altri 1400 euro (più o meno) che mio marito avrebbe gestito per concludere le pratiche dei lavori straordinari senza averne titolo. [Ricordate? Per favore, finisci di vedertela tu e poi ci fai sapere. Per Gina sarebbe troppo complicato.]. Inoltre affermano che mio marito avrebbe causato “gravi danni”.

    Ed il corso ANAKI? Nel 2009 arriva un amministratore esterno, un amministratore ANABBI[1]. Comincio a ricevere richieste che sembrano fotocopia delle richieste che era solito fare Furio.
    Beh, visto che l’avvocato a cui si era rivolto mio marito mi era sembrato un po’ confuso, decido di apprendere qualcosa di più per vedermela da sola.
    Dopo l’ennesima delibera che non mi piace (avrei dovuto versare 250 euro al mese, sì così magari mantenevo da sola tutto il condominio), riprendo ad andare alle riunioni, proprio nel periodo in cui inizio il corso ANAKI ed il corso mi è di aiuto nell’intervenire propriamente nelle riunioni.

    E questo è quanto.
     
    [1] Nome di fantasia per un’associazione di amministratori di condominio

  • 22 gennaio alle ore 13:39
    Sento tutto nel vento II

    Come comincia: Conoscere D, era come bendare gli occhi e gettarmi in un dirupo . Danzare nel fuoco e provarne l'estasi dello spirito. 
    Una  creatura misteriosa , alla ricerca di se stesso , in mezzo a viaggi intorno al mondo, a piedi scalzi recitava poesie e si interrogava sulle grandi incognite al di sopra di noi. 
    Sino a quel momento sapevo perfettamente chi ero, la mia identità era forgiata nel ferro e nei dolori che m'avevano reso forte e impenetrabile. Lui diventò il coltello col quale si scava profondamente, risalivano allora a galla le mie realtà scomode ,  guardandolo, specchiandomi in quell'eterno mistero, non ero più io. 
    Provai quella terribile sensazione di smarrimento, i margini di tutti i miei limiti furono spostati in un luogo, allora per me oscuro.  Stavo per avviarmi sulla via, di ciò che si chiama '' casa'' .  Rivolgevo lo sguardo nei suoi occhi brillanti ed ero per la prima volta persa, ma a casa.
    Lui era la me stessa dimenticata. L'inimmaginata prova che il caso mi poneva davanti.
    E la voce nelle notti, mi diceva di saltare. 
    Dovevo decidere se perdermi in D, oppure restare in quella sicura staticità per il resto delle ore, dei giorni e degli anni a venire. 
    Sento tutto nel vento, ed è come  una droga tritacarne che  brucia i polmoni.  Perditi mi diceva. 
    E fu così, saltai con ali di cartapesta. Diventai l'acrobata senza rete di sicurezza. E D, era il filo incerto del mio nuovo modo di stare al mondo. 

  • 21 gennaio alle ore 23:46
    Il ruscello e i sassi (dialogo breve)

    Come comincia: 'Ma non corri un po' troppo?'

    'Non importa, sono innamorato.'

    'Come fai a sapere che sei innamorato?'

    'Perché non lo sono stato mai. E allora lo so. Lo so e basta. Come quando mi alzo la mattina e so che respiro e sono vivo. Lo so e basta.'

    'E come "non importa"?'

    'Perché non importa. Mia nonna mi diceva sempre: "Alex, un giorno ti innamorerai. Quel giorno lo saprai. Non importa se la conoscerai da anni, mesi o solo qualche ora. Ti entrerà nel sangue come un virus, ti ammalerai di una febbre sconosciuta e non vorrai guarire. Lo stomaco non ti ubbidirà e ti mancherà l'appetito. Sentirai il tuo cuore scoppiare e il cervello impazzire. Non importa quello che amavi prima di lei, ogni minuto le vorrai stare vicino. Vorrai respirare la sua aria, ascoltare le sue parole, guardare le sue palpebre sfarfallare mentre sogna. Vorrai prenderli quei sogni e farli diventare realtà. Ti sembrerà di volare e avrai i brividi solo al pensiero di sfiorare la sua mano. Nessun secondo, nessun attimo le vorrai stare lontano. La vorrai nella tua vita per raccontarle il tuo mondo: non ci saranno barriere, né timori, né esitazioni. Forzature? Non saprai cosa sono. Spazi? Si fonderanno restando divisi in un modo completamente nuovo. Litigi. Oh si, e non ce ne saranno pochi. Ma come pretendi di amare il miele se non ami anche il fiele? Tutto scorrerà naturale come il ruscello dietro casa. Hai visto quanti sassi ci sono? Ma l'acqua scorre e non se ne cura... passa attraverso ogni fessura. Lo saprai che sei innamorato di lei, come sai che respiri e sei vivo quando ti alzi la mattina. Saprai di esserlo, perché prima non lo sei mai stato.". Quindi ecco perché non importa.'

    'E poi? Cosa succede dopo?'

    'Dopo succede la paura. La paura di perdere te stesso, la paura di sbagliare, la paura di morire o la paura di rischiare. Ma è un istante. Se sei innamorato, la combatti senza accorgertene nemmeno. Allora vinci tu e la paura si trasforma in coraggio. Il coraggio si trasforma in forza. La forza si trasforma in amore, perché si assomigliano come gemelli questi due. Sembrano una cosa sola. Sono una cosa sola. L'amore è forza. E allora che senso ha il 'non è troppo presto?' o il 'non corri un po' troppo?'? La vita è una sola ed essa si che è 'troppo' corta per domande a cui nessuno sa dare una risposta. Comunque se sai cosa vuoi, la risposta già ce l'hai.'

    'Ma...'

    'Niente ma... Non ci sono scuse. Le scuse sono l'arma preferita di chi ha paura e lo strumento migliore per manipolare chi ti ama. Se ci sono quelle, la paura ha già vinto e l'amore si è arreso o forse non c'è nemmeno mai stato.'

    'Mi porti al ruscello?'

    'Si.'

  • 20 gennaio alle ore 22:38
    Piazza Garibaldi

    Come comincia: Fa parte delle mie passeggiate serali. " Vado in Africa", mi dico, chiudendo la porta, e, subito, sono sul piazzale della ex Pretura, dove stupendi exschiavi neri, con pettorine colorate delle due squadre in lizza, giocano una partita al pallone. Al termine, saranno sostituiti da giocatori di baseball, con le loro mazze. Rari bianchi, sogguardano distratti, dalle loro motorette. Bionde extracomunitarie, di tutte le età, dai vestiti impossibili, bevono birra e addentano un panino, parlando tra loro, sedute dove trovano. Le aiuole, oltre all’immondizia di giorni, hanno i bagliori multicolori di vetri rotti. C’è odore di urina nell’aria. I rom sono più avanti; ti lasciano un niente di marciapiede: braccialetti, chincaglieria infima, femminile, che trova ancora sguardi e mani a rovistare. Eccola, Piazza Garibaldi: se non fosse per la statua di Garibaldi, atemporale, incongrua, scorgeresti un grande catino di ingombri rumorosi. Il telaio di pali dell’architetto Domenique Perraul sembra un’eruzione di freddi acciai, da una voragine del terreno. Promette una nuova stazione europea, a crederci. Le luci di S. Martino, lassù, placano le ansie. Ora si cammina: il marciapiede di sinistra, guardando la stazione, è l’estero in casa. Hotel grondanti di neri. Valige e parabole satellitari ingombrano balconi. L’abbigliamento è vario: dal senegalese a quello di Harlem. Il Mc Donald's è loro. Se c’entri, ti senti in imbarazzo. Bancarelle improvvisate vendono le stesse cose, con monotonia esasperante. Un occhio ai vigili, che spesso girano al largo. Eleganti magnacci, dal passo felpato, alla Obama, si portano dietro puttane, dal corpo felino. Hanno collari d’oro, come ricchi mastini. I cinesi, piccoli e minuti, non si fermano. Hanno da lavorare, loro. Basta un attraversamento ed è Turchia: gli stessi profumi, gli stessi aromi, che sbucano da bettole luminose. Le note musicali sono orientali. Baffi e barbe scure, camice, a volte candide, ti riportano sul ponte di Galata, a Istanbul. Rari, operosi, ma non progrediti, con i tempi, napoletani, tentano di coinvolgerti al gioco dei tre campanellini, avvolti da una piccola corte di attori improvvisati.                                " Possibile – ti chiedi - che gl’imbecilli si riproducano sempre?"                                     La Feltrinelli laggiù, mi attende, linda di specchi serali, rigorosamente incoerente con la cultura che la circonda. Quasi un tentativo di missione, la sua.

  • 19 gennaio alle ore 17:06
    Felice e le difficili scelte

    Come comincia: Passato lo stupore iniziale Felice si accomodò sul divanetto e invitò Aurora a fare altrettanto, lei sembrava ancora frastornata da quella brutta sorpresa, ma lui la prese per mano e la tirò con decisione a sé. Quel gesto un po' rude ebbe l'effetto di farla riprendere e immediatamente ringhiò verso Beatrice "Maledetta, cosa vuoi da noi?" L'agente speciale era ben addestrato e non si lasciò sfuggire l'occasione per smorzare gli entusiasmi della ragazza "Da te, mia giovane amica, proprio nulla, forse un po' di compagnia a letto, dopo il lavoro, è lui che mi interessa" Con uno sguardo d'intesa Beatrice ordinò ad uno degli energumeni di portarla via ed immediatamente Felice fece per opporsi ma l'altro omaccione lo immobilizzò sul divanetto e Beatrice mise in bella mostra una pistola luccicante "Non vogliamo farvi del male, ma non costringeteci ad usare la forza, in fondo siamo tra persone civili. Adesso tu" Disse rivolta ad Aurora "Seguirai il mio uomo senza far storie, ti accompagnerà in una comoda stanza dove aspetterai tranquilla, ok?" Aurora avrebbe voluto saltarle al collo ma una rapida occhiata d'intesa con Felice la fece desistere dall'intento, avrebbe avuto la sua rivincita in un altro momento e quando fu uscita dal salone con alle costole l'energumeno, Beatrice fece spallucce soddisfatta "Finalmente, non la sopportavo più" Ma notando la feroce espressione di Felice si affrettò a precisare "Tranquillo paladino, alla giovin pulzella non verrà torto un capello" Nessuno afferrò la sua ironia e allora riprese con calma il filo del discorso "Bene, adesso parliamo degli scuri, siete d'accordo?" Felice guardò in direzione di Bocassa, voleva capire da che parte stava, con o contro di lui? La donna evitò il suo sguardo in modo sfrontato, cosa nascondeva? Beatrice, che non era affatto una sprovveduta, notò quegli ammiccamenti e si intromise domandando "Allora signora, il suo pupillo non le ha parlato dell'incontro che ha avuto con uno scuro a Gao?" Beatrice sembrava una maestrina pignola che si presenta alla prima lezione a dei piccoli bambini, voleva metterli contro, ma mentre Felice era in procinto di esplodere, Bocassa restava calma e insensibile alle provocazioni, da anni era abituata a gestire situazioni complicate, ma questo Beatrice non l'aveva capito e infatti sbottò "Allora voi due, vi decidete a parlare o devo usare le maniere forti?" Quei modi rudi e minacciosi stavano infastidendo la signora che era abituata a discutere civilmente in contesti diversi e meno cruenti, quella donna meritava una lezione "Lei non sa di cosa parla" Rispose Bocassa rivolta verso Beatrice "Lei parla di scuri, ma li ha mai visti, li ha mai incontrati? Sarebbe in grado di affrontarli, da sola?" Beatrice accettò la sfida senza pensarci su un solo istante e rispose piccata "E tu, vecchia megera, li hai mai visti? Ti sei mai scontrata con loro? O parli solo per dare aria alla bocca?" Felice era sorpreso ma allo stesso tempo affascinato da quel battibecco; la psicologa che conosceva lui era disponibile e per nulla aggressiva e per quel poco che sapeva di Bocassa non si sarebbe mai aspettato una sfida cosi diretta verso la sua avversaria. In effetti la lotta era impari, Beatrice era armata e praticamente li teneva sotto sequestro, Bocassa invece, pur trovandosi nel suo ambiente, ma chiaramente svantaggiata, avrebbe dovuto sottostare alle regole dell'avversaria. Per nulla scoraggiata da quelle parole Bocassa si alzò in piedi e con incedere deciso si portò al centro della grande stanza sotto lo sguardo attento dei presenti, il bestione non mollava la presa e Felice era costretto ad osservare quella scena ruotando il collo in maniera innaturale provando un certo fastidio, mentre Beatrice si mise da una parte in modo tale da aver sotto controllo tutti i presenti. Poi, quando Bocassa sollevò le mani al cielo in una sorta di gesto propiziatorio, Felice capì e si rallegrò nel vedere lo stupore di Beatrice trasformarsi in sgomento. Al centro della stanza Bocassa lievitava a circa due metri dal pavimento e nel volgere di pochi secondi l'ambiente calò in una penombra che li isolò dal resto del mondo e la donna prese a parlare, ma la sua voce sembrava provenire da un'altra stanza. Beatrice osservava a bocca aperta, mentre l'energumeno mollò la presa quel tanto da permettere a Felice di divincolarsi e prepararsi ad un'eventuale fuga "Ecco curiosa, sei contenta? Io sono uno scuro!" L'agente ascoltava mentre un tremore le scuoteva tutto il corpo, in realtà voleva le prove di ciò per cui era stata inviata sulle tracce di Felice mentre Bocssa proseguì  "Io sono quello che era, prima che la mia razza scoprisse la vostra. Voi siete pericolosi per noi, siete come una droga, da quando vi abbiamo incontrato non riusciamo più a rinunciarvi. Io e alcuni miei compagni abbiamo resistito e nel tempo abbiamo cercato di aiutare quelli della nostra razza che sono completamente dipendenti da voi, alcuni hanno accettato, mentre altri, purtroppo la maggior parte, hanno scelto la via della perdizione. La nostra superiorità tecnologica, fisica e mentale, ha permesso loro di soggiogare al proprio volere milioni di esseri umani e più passa il tempo e più raccolgono consensi; la cosa è semplice, vi offrono quello che desiderate, ma più voi vi legate a loro e più acquisiscono forza e consapevolezza. Tra poco, se non verranno fermati, vi avranno tutti in pugno e senza rendervene conto sarete loro schiavi, per sempre!" A quel punto Bocassa tornò con i piedi per terra mentre la stanza si illuminò nuovamente e tutto tornò come prima della lievitazione. La donna tornò con calma alla sua poltrona mentre i presenti, inchiodati ai loro posti, non proferirono parola, Felice aveva avuto la possibilità di darsela a gambe ma, come gli altri, era restato ad ascoltare le parole dello scuro. Bocassa si era nuovamente accomodata mentre Beatrice le si fece incontro con fare minaccioso e quando fu a un paio di metri da lei le puntò la pistola alla testa "Quindi se adesso ti sparo cosa succede?" L'agente speciale era determinato e per nulla intimorito dal suo avversario, ma come spesso capita si tende a travisare la realtà e anche lei non aveva capito il messaggio di Bocassa che invece rispose con calma "Se mi spari mi uccidi, forse. Perché voi esseri umani siete così banali e ignoranti? Appena qualcosa sfugge dal vostro controllo e dalla vostra comprensione preferite distruggerlo piuttosto che capire di cosa si tratta. Tu non mi capisci, io esco dai tuoi schemi mentali e al posto di confrontarti con me preferisci distruggermi. Non sarà la mia morte a cambiare le sorti della Terra e tu cadrai comunque vittima dei rinnegati della mia razza, lo vedo nel tuo cuore, sei marcia dentro" Beatrice ebbe l'impulso di premere il grilletto, come si permetteva quel mostro di sputare sentenze? Cosa ne sapeva lei di ciò che aveva dovuto passare per diventare uno degli agenti migliori? Come poteva capire le umiliazioni e privazioni a cui si era sottoposta pur di arrivare a quel punto? Il dito stava lentamente facendo pressione, un attimo e lo scuro sarebbe morto, ma a quel punto la parte razionale di Beatrice riprese il controllo e fece desistere la donna dal suo proposito omicida  "Hai ragione, la tua morte non servirebbe a nulla, voi due mi servite vivi, vi porterò dai miei superiori e loro sapranno cosa fare. Non siamo gli sprovveduti che credi, sappiamo di voi scuri e della vostra divisione intestina, come sappiamo che nonostante tutte le vostre capacità avete bisogno di alcune persone, che definite prescelti, per raggiungere i vostri scopi e sappiamo anche che in determinate situazioni perdete il controllo su di noi; saranno i nostri specialisti a risolvere il problema" Felice capì che non avrebbe più rivisto Aurora e quel pensiero gli provocò l'urto del vomito, doveva fare qualcosa e anche se non era un uomo d'azione decise d'improvvisare "Cara la mia dottoressa, Mara o Beatrice che sia, tutto sommato noi due siamo intimi o vuoi farmi credere che il tuo interesse per me era solo ed esclusivamente professionale? Facevi bene la parte della psicologa, ma quando ti guardavo le gambe sotto sotto eri contenta e non facevi nulla per distogliere il mio sguardo; sei davvero disposta a farmi del male se non ti volessi seguire di mia spontanea volontà?" La donna dapprima storse il muso, poi sorrise all'indirizzo dell'uomo e si avvicinò a lui "Caro il mio Felice, le mie gambe piacciono a tanti uomini e ti confesso che adoro quando me le guardano, ma siete tutti cosi prevedibili e monotoni. Sei un bell'uomo e ammetto che a volte quando eri steso sul lettino del mio studio abbia fatto qualche pensierino sul tuo conto, ma io sono una professionista e prima di tutto viene il lavoro. Non voglio usare la forza, voglio semplicemente che decida con la tua testa. Se mi seguirai senza far storie lascerò libera al suo destino la tua ragazza e se saprà cavarsela magari riuscirà a tornarsene a casa, in caso contrario dovrò sbarazzarmi di lei e usare la forza nei tuoi confronti, a te la scelta" E adesso cosa avrebbe fatto? Aurora era la sua priorità, non dovevano farle del male, Beatrice aveva promesso di lasciarla andare, ma lui era convinto che appena fosse stata libera sarebbe diventata la preda di qualche killer; tutto sommato viste le circostanze pensò che comunque era la soluzione migliore. Aveva deciso, si sarebbe consegnato a Beatrice e avrebbe preso tempo, ma gli restava una domanda da fare "E lei? Lei non vi seguirà tanto facilmente, è uno scuro non riuscirete a costringerla a venire con voi" L'agente speciale sorrise ancora "Ma bene, vedo che la nostra signora non ti ha spiegato molte cose; adesso voi due siete una cosa unica dove vai tu viene lei, si è mostrata, ha voluto fare questo passo, tu sei il suo prescelto e lei la tua guida, senza di te morirebbe, vero?" Concluse rivolgendosi a Bocassa che nel frattempo aveva abbassato lo sguardo a terra in segno di resa.
    Fu lasciata libera in una via poco trafficata con il suo bagaglio, tutti i documenti e i soldi, persino il cellulare; Aurora pensò di chiamare qualcuno, ma dopo aver riflettuto un attimo giunse alla semplice conclusione che nessuno avrebbe mai creduto alla sua storia. Era viva e libera e la cosa la fece sentir bene, nonostante il suo carattere combattivo aveva avuto paura, la situazione avrebbe potuto prendere un'altra piega e forse quell'energumeno avrebbe goduto nel farla soffrire fino ad ucciderla. Il suo pensiero si concentrò su Felice che, al contrario di lei, era prigioniero e forse anche in pericolo di vita; doveva fare qualcosa per il suo uomo. Nonostante la brutta situazione la sua prima mossa fu quella di cercare un posto dove passare la notte e mettere qualcosa sotto i denti e doveva fare alla svelta, al buio una donna come lei era una preda appetibile per dei malintenzionati. Dopo aver girovagato per circa un quarto d'ora la sua scelta cadde su una specie di locanda che offriva vitto e alloggio a poco prezzo, i proprietari  erano marito e moglie, sulla cinquantina d'anni e davano l'impressione di essere brava gente; oltretutto capivano e parlavano l'italiano in maniera discreta "Lei è italiana, un nostro cugino vive e lavora in Italia, da tanti anni. In questi giorni è qui con la famiglia, magari avrà modo di conoscerlo" Il proprietario aveva voglia di chiacchierare ma Aurora era stanca e aveva altro per la testa. Si sforzò di sorridere gentilmente e di mostrarsi interessata nonostante fosse tesa come una corda di violino, per fortuna le venne in soccorso la proprietaria che aveva capito la situazione "Va bene Taiwo, adesso lasciamo andare la nostra ospite a riposare, la stanza è al piano superiore in fondo a sinistra. La cena sarà pronta tra circa un'ora, ma può scendere anche più tardi, troverà sempre qualcosa da mangiare" Aurora stavolta sorrise sinceramente alla donna e senza aggiungere altro salì in camera, era stravolta. La stanza era piccola ed accogliente servita da un piccolo bagno con doccia e alla parete era affisso un cartello con una scritta difficile da tradurre, ma il disegno era piuttosto chiaro ed esplicito; non sprecate l'acqua! Si risciacquò velocemente, aveva fame e voleva scendere a cena, ma prima sistemò il suo bagaglio. Da una tasca del suo borsone scivolò fuori una foto di lei con Felice che sorridevano, l'avevano scattata nell'aeroporto di Gao durante la prima attesa, appena arrivati. Quell'immagine le diede nuova energia e la convinse a dover fare qualcosa per il suo uomo; non l'avrebbe mai abbandonato, adesso ne era convinta. Finì di sistemare la stanza e riordinò le idee, poi si avviò verso il piano inferiore canticchiando, dalla cucina arrivava uno splendido profumo, a stomaco pieno avrebbe pensato come agire.
    Aveva dovuto cedere al ricatto mentre qualcosa, dentro di lui, gli diceva che lei era salva e stava bene; l'avrebbe riabbracciata, a tutti i costi. Nel frattempo il pulmino dove lui e Bocassa erano stati caricati procedeva verso una meta a loro ignota, Felice provò a parlare con la donna; basta misteri, basta menzogne, era giunto il momento di sapere tutto. Bocassa si era chiusa in un silenzio imperturbabile e Felice si ricordò di avere a che fare con un essere diverso e quindi poteva aspettarsi delle reazioni non convenzionali da quella donna, sempre che si trattasse di una donna. Inutile insistere, avrebbe affrontato la questione in un altro momento, adesso voleva capire come poter fuggire da quella situazione, ma la stanchezza e la tensione accumulata lo fecero crollare esausto sul sedile. Non sapeva da quanto si fosse addormentato ma si rese perfettamente conto di essere di nuovo in contatto con loro, erano entrati nei suoi sogni "Bentornato Felice, sono contenta di rivederti, stai facendo dei progressi enormi, adesso riesci anche ad invocare i tuoi sogni" "Cosa vuoi dire? Chiese alla figura alta e longilinea che ormai gli era famigliare "Sei tu che mi hai invocata, con il tuo desiderio di saperne di più su questa faccenda, nel sonno la tua mente adesso riesce a liberarsi da vincoli e pregiudizi aprendo al tuo cospetto delle nuove realtà. Io sono qui per te, cosa ti assilla Felice?" Non rispose subito, stava cercando di controllare quell'impulso che lo stimolava a pensare diversamente, finalmente riusciva a vedere alcuni lati di quella faccenda sotto un altro punto di vista; si, era stato lui ad evocare in sogno quell'essere e adesso era consapevole del fatto che volendo poteva anche averne il controllo. Si mise subito alla prova "Non mi avete detto tutto sugli scuri, qualcuno sta facendo il doppio gioco" Si era buttato alla cieca, adesso doveva aspettare la reazione di lei che infatti non tardò ad arrivare "Nessuno di noi fa il doppio gioco, piuttosto, quali menzogne ti ha raccontato la vecchia che sta al tuo fianco? Cosa si è inventata pur di avere il tuo appoggio? Stai attento agli scuri, sono falsi ed ingannevoli, pronti a qualsiasi cosa pur di raggiungere il loro obiettivo. Segui la nostra guida o farai la fine del tuo amico Franco" Felice cercò di restar calmo e dopo aver raccolto le idee ribatté deciso "E tu cosa ne sai di Franco? L'hanno rapito gli scuri e a detta di Bocassa lui è qui, a Sokoto. Aiutatemi a liberarlo e ve ne sarò grato" "Lei mente, Franco è perduto, per sempre. Adesso devi decidere cosa fare, stai con noi o con lei? Fai la tua scelta" Uno scossone lo fece svegliare di soprassalto, il pulmino era giunto a destinazione e l'autista aveva esagerato un po' con il pedale del freno; ormai era notte fonda e Beatrice li invitò a seguirli "Questa notte alloggeremo qui, lontano da occhi indiscreti, poi domani prenderemo un volo che ci porterà a destinazione" "Dove?" Chiese Felice istintivamente "Domani lo saprai. Adesso andate nella vostra stanza e cercate di non creare problemi" Felice cercò lo sguardo di Bocassa che invece si ostinava ad evitarlo. Furono sistemati in una stanzetta arredata con due brande e nient'altro. Strano, pensò Felice, li lasciavano insieme. Appena entrati uno degli uomini destinati a fare la guardia disse loro che a breve avrebbero provveduto a portare la cena e Felice accennò un sorriso di ringraziamento; anche se era prigioniero aveva fame. Fecero appena in tempo ad accomodarsi sulle brande che, come promesso, giunse la cena e Felce mangiò con voracità, mentre Bocassa non toccò nulla restando in silenzio ad osservare lui che si strafogava. Quando l'uomo ebbe finito si alzò dalla branda e si stirò i muscoli del corpo "Ho mangiato troppo" Disse sorridendo " E troppo velocemente" Rispose lei " Ma allora non hai perso la voce, pensavo fossi caduta in letargo" La donna accennò un sorriso "Sono contenta di vedere che nonostante la situazione tu non abbia perso la voglia di scherzare, la cosa è positiva" Adesso si stavano fissando cercando di capire i rispettivi stati d'animo, lei fece un cenno e Felice si guardò in giro, in un angolo, mimetizzato in malo modo, un microfono era lì, pronto a raccogliere le loro parole "Mi manca Aurora, speriamo non le abbiano fatto nulla di male, non me lo perdonerei. E' colpa mia se si ritrova in questa situazione, l'avevo avvertita che ci saremmo trovati in mezzo a qualche guaio ma per averla vicina non ho insistito più di tanto per allontanarla. La amo tanto e spero di riuscire a tornare a casa e poter vivere tranquillo con lei" Felice parlava in modo quasi infantile, Bocassa capì le sue intenzioni e decise di stare al gioco "Beato te che hai questa prospettiva. Io non ho mai avuto un compagno, anche la nostra razza ha dei legami, ti puo sembrar strano ma viviamo come voi, abbiamo i vostri bisogni e spesso le vostre emozioni. Io ho deciso di vivere al servizio della mia gente cercando di sostenere il legame tra gli scuri e gli umani. Purtroppo molti di noi si sono fatti prendere dalla sete di potere e hanno deciso di servirsi delle proprie capacità per sfruttarvi a loro piacimento. Tu sei un prescelto perché hai delle doti particolari che riescono a metterti in contatto con le varie razze presenti sulla Terra, altri come te hanno questo dono ma pochi riescono a conviverci. Penso che la bella Beatrice faccia parte di qualche organizzazione che vuole arruolare tutti quelli come te per poi cercare di tenere sotto controllo gli scuri e di fatto l'umanità intera" Felice aveva ascoltato attentamente cercando d capire tra le righe, Bocassa era stata brava, chi era all'ascolto avrebbe sentito cose che già sapeva mentre lui adesso cominciava a vederci chiaro; dovevano sfuggire ai loro carcerieri il prima possibile "Ogni volta racconti qualche nuovo particolare che mi mette in confusione, non devo più ascoltarti, buonanotte!" Le parole di Felice erano dirette a chi li sorvegliava, con lo sguardo infatti fece intendere a Bocassa di aver capito, dovevano solo scappare e riordinare le idee, lei socchiuse gli occhi in cenno di assenso e si distese sulla branda "Buonanotte Felice, sogni d'oro"
    Beatrice schizzò in piedi come una belva furiosa "Maledetti, mi stanno prendendo in giro, hanno capito di essere sotto controllo e si sono raccontati un mucchio di stronzate. Voi due resterete qui tutta la notte e se succede qualcosa di strano venite subito a chiamarmi, sono stata chiara?" I due uomini risposero all'unisono "Si signora, buonanotte signora" Lei stava già uscendo dalla stanza diretta nella sua camera, non sarebbe riuscita a dormire ma aveva bisogno di stendersi sul letto. Stava lavando i denti quando il suo apparecchio emise un suono inconfondibile, risciacquò velocemente la bocca e rispose immediatamente "Si?" "Stavi facendo la doccia?" Lei divagava raramente durante i colloqui di lavoro e Beatrice ne fu sorpresa "Stavo lavando i denti" "Ottimo. Come procede con il nostro uomo?" Il tono confidenziale era già sparito e allora Beatrice le raccontò nei dettagli gli ultimi avvenimenti fino a concludere "Questo è quello che ho raccolto fino adesso, ma confido nei nostri specialisti per ottenere tutte le informazioni necessarie per portare avanti il progetto" "Ok Beatrice, bel lavoro, ma attieniti alle direttive, quando avrai riportato i due soggetti alla base il tuo compito sarà finito e ti sarà concessa una licenza premio per poter ricaricare le batterie ed essere pronta per il prossimo incarico" Beatrice sospirò delusa ma provo a dire "Ecco, per quanto riguarda la licenza, mi piacerebbe poterla passare con.." "Buona notte Beatrice!" La comunicazione si interruppe e lei si ritrovò sola in una misera stanza di una piccola costruzione in mezzo al nulla. Si mise a sedere sulla branda e scoppiò a piangere coprendosi il viso con le mani, ma dopo pochi secondi si alzò di scatto e si pose davanti al piccolo specchio del bagno "No!" Urlò a se stessa "Non è questo che ti meriti, cazzo!"
    Il sapore del cibo rispecchiava le aspettative che si era fatta sentendo il profumo proveniente dalla cucina, Aurora stava mangiando nella sala da pranzo dove c'erano una mezza dozzina di commensali. I proprietari l'avevano accolta a cena con familiarità, erano persone alla mano e quando ebbe finito la titolare si accomodò al suo tavolo con un vassoio e servì due tazze di una bevanda scura e fumante "Posso farti compagnia?" Chiese la donna cordialmente "Certo" Rispose Aurora "Cos'è?" Chiese in merito alla bevanda fumante "E' un infuso di erbe e radici di cui non ricordo la ricetta, non è buonissimo ma ti assicuro che è un digestivo portentoso" Le due donne si misero a ridere, in effetti Aurora aveva mangiato come un orco "Avevo fame ed era tutto così buono che non ho potuto far a meno di ingozzarmi fino a scoppiare" Ancora risa sincere. La donna allungò una mano fino ad afferrare le dita di Aurora e chiese quasi sotto voce "Cosa ti preoccupa ragazza? Di noi ti puoi fidare, siamo gente abituata alle guerre e alle faide, sappiamo aiutare chi è in difficolta e tu Aurora sei chiaramente terrorizzata da qualcosa" Aurora adesso faticava a respirare, un nodo alla gola la stava soffocando e la sua reazione fu quella di piangere, un pianto sommesso, non riusciva a muovere un muscolo mentre le lacrime scendevano copiose sul suo bel viso. La donna le strinse entrambe le mani "Coraggio ragazza, sono qui con te" Aurora non capiva perché quella donna che fino a qualche ora prima era una perfetta sconosciuta, le ispirasse tanta fiducia. Memore della scottatura subita con Beatrice era restia ad aprirsi a lei, ma il contatto sulle sue mani, la voce sincera e la voglia di togliersi un peso dallo stomaco, la spinsero a confidarsi sinceramente. Raccontò la sua storia con Felice, omettendo i particolari relativi agli scuri e spiegò quanto fosse preoccupata per la sua sorte. Poi estrasse dalla tasca della giacca la foto che la ritraeva con lui all'aeroporto di Gao "Ecco A'isha, questo è il mio Felice" Concluse con un sorriso speranzoso stampato sulle labbra "Mmm, un bell'uomo, siete una bella coppia. Io non so se quello che mi hai raccontato sia tutto vero, ma vedo davanti a me una ragazza innamorata ed è giusto che noi ti aiutiamo a ritrovarlo" "Ma come?" "Ci inventeremo qualcosa, tra l'altro stasera dovrebbe arrivare nostro cugino a trovarci e lui conosce un sacco di gente, anche se da anni vive in Italia ha mantenuto tutti i contatti che aveva qui a Sokoto" Proprio mentre A'isha pronunciava quelle parole, dalla zona all'entrata riecheggiarono urla festanti e applausi. Aurora si girò in quella direzione e vide un uomo attorniato da Taiwo, dagli avventori e dai dipendenti del locale "Quello è il cugino di cui ti parlavo, adesso te lo presento" Taiwo stava sommergendo di parole il cugino che ricordava bene quanto fosse logorroico l'altro e mentre ascoltava fu accompagnato dall'ospite italiana di cui gli avevano perlato "Ecco, lei è Aurora, l'italiana di cui ti parlavo, non è una splendida creatura?" Aurora si era alzata e l'uomo si presentò baciandole la mano "Piacere, io sono Sunday, il cugino di Taiwo e A'isha" Aurora fu colpita dai modi di fare di quell'uomo "Piacere mio, io sono Aurora" L'uomo lasciò la mano "Mi hanno detto che hai una triste storia da raccontare" A'isha fulminò il marito con lo sguardo, cosa aveva detto al cugino? "Si, in effetti ho un problema, ma non credo sia giusto approfittare della vostra disponibilità" Sunday fece cenno ad Aurora di accomodarsi di nuovo sulla sedia e con la coda dell'occhio vide la fotografia che lei aveva lasciato sul tavolo e lei notando lo sguardo dell'uomo affermò mestamente "Lui è il mio uomo, l'hanno portato via" Sunday era ancora sconcertato "Io lo conosco, io quell'uomo lo conosco. E' Felice!" Aurora lo fissò sorpresa ma lui insisté "Non ti preoccupare, ti aiuteremo noi a toglierlo dai guai"

  • 15 gennaio alle ore 20:58
    Emotività

    Come comincia: L’emotività non può essere spiegata a parole; l’emozione è soggettività dell’anima.
    Per quanto mi riguarda, so di essere una persona abbastanza emotiva e, contemporaneamente, anche molto vuota (quando non voglio, ovviamente). Il nostro emozionarci cambia da cosa in cosa, o persona e persona e sono anche certe scelte a renderti più o meno emotivo verso il mondo.

    Come la famiglia; non possiamo scegliere in che famiglia nascere o che parenti avere a seconda di come siamo e come viviamo le giornate. In questo caso, c’è sempre chi sceglie per noi nell’infinito evolversi delle cose.
    Non ho mai scelto la mia famiglia e, se si potesse fare, avrei preferito un’altra. I contrasti familiari se sei troppo emotivo, ti possono cambiare e plasmare a loro piacimento arrivando ad essere una persona che possono amare od odiare ma questo, poi, non dipende nemmeno tanto da noi stessi perché è abbastanza accertato che, per quanti insegnamenti giusti possono darci, una volta entrati nell’età del pensiero proprio, dell’andare contro corrente da adolescenti, nulla può essere tenuto sotto controllo. Alla fine, alleviamo noi stessi in base a quello che c’è fuori, a come essere o diventare, cosa pensare in situazioni spiacevoli e non, a quali logiche ricorrere nel caso qualcuno cerchi di contrastarci. E’ tutto un fatto di logica, se rifletto.

    Amo molto ciò ch’è stato ma, col tempo, non tutto è andato come speravamo. Quando il caso coglie il tuo stelo falciandolo senza indugio, non ti resta che un fiore morto che non puoi più piantare. Le domande soccombono e l’unica cosa certa che hai è che quello che avevi due secondi prima, non ce l’hai più e sai che sarà così sempre. Lì subentra il cambiamento. Le tue logiche iniziano ad attivarsi, il cervello produce una rete di informazioni reali e irreali, il cuore le racchiude e il pensiero le classifica; il tuo essere si plasma. Se l’uomo fosse un calcolo matematico, possiamo dire che in sé potrebbe racchiudere una serie di algoritmi infiniti, un rebus, informazioni su informazioni portando i numeri ad impazzire. Ed è per questo che i pazzi impazziscono; perdono il controllo dei loro numeri e iniziano a darli!

    Che metafora divertente. 

  • 14 gennaio alle ore 19:45
    Sinfonie per E

    Come comincia: Quante vite ancora non sono bastate a rendermi il passato che ho consumato correndo,  mangiando l'aria?

    Di te sono figlia e madre e ho riso nelle tue camere fino a farci scoppiare il cuore.
    Di te sono figlia con la paura di aver scoperto un tuo sguardo maligno e invece mi ami e hai amato,  quando di te sono diventata madre negli ultimi attimi del viaggio.
    Ricorda le grida,  le tue gambe tornate fanciulle che hanno smesso di correre e hanno creato la strada sulla mia spina attaccata a questa terra piena e traboccante di prove e sangue,  amore che non voglio indietro. 

    Quanto altro ancora del mio amore verrà preso, e quanto ancora vorrò dare per l'impreparato futuro?
    Di te madre, di me che ho spalancato gli occhi sul mondo troppo presto con tutte le spade di parole che ho ancora attaccate alla gola.

    Parlami da tutte le stanze ormai silenziose, sul pianoforte e il carillon che accarezzo come fosse il tuo viso di pelle e profumi, non assomigli a nulla. 
    Nel nulla forse spariscono le essenze.
    In questi oggetti e nel cosmo annuvolato di ogni nostra certezza.
    Nel nulla ora sei.
    E sarai allora, sempre tutto.
    A coprire il freddo, a smussare gli angoli dei miei veleni.
    A cercarmi nelle notti 
    mentre canto 
    nella luce. 

  • 14 gennaio alle ore 19:26
    Pregh(era)

    Come comincia: Alla fine, le sorprese, non mi sono mai piaciute; un po’ perché ormai son anni (se non da quando ero bambino) che non ne vedo.
    Le sorprese migliori sono quelle che facciamo a noi stessi quando perdiamo, per un attimo, la connessione col mondo e le cose accadono perché le decidi tu, o lui o magari quell'altro e l’ottanta percento dei casi non è mai una sorpresa; se ti muovi per logiche ci arrivi senza stupirti troppo. Sono diventato cinico anche in questo, Pech.
    Mi sento pesante da solo e vorrei non stare qui a pensare o parlare troppo; ma come si fa? Alla fine la vita non è altro che attimi che vivi ponendoti domande e cercando risposte. Sono così sfiduciato che tenterei il suicidio se servisse a liberarmi di tutto questo vivendo comunque lo stesso.
    Tu credi davvero che ciò possa accadere?
    Non faccio altro che pensare al passato, il vecchio, l’andato… anima mia, povera anima mia! Così giovane ma già privo di tutto.
    C’è stata sofferenza, nemmeno troppa (non voglio dire molta o poca, alla fine ogni uomo ha le sue anche peggiori delle mie se pensi all’Africa nera malandata e gettata nella fame); voglio solo uscire da questo vortice lugubre di pensieri! Si! Perché sono i pensieri che mi incatenano al brutto passato e non avendo un roseo futuro (o meglio, un sereno presente) non posso che raccontare di quello che ho di ieri che porto oggi.
    La serenità non so nemmeno più cosa sia; ho sprazzi di rimembranza qua e là, così, per caso. E quando penso “se il mondo venisse capovolto, come una clessidra, forse tutto inizierebbe a scorrere nuovamente con la stessa linfa iniziale”, non riesco a capovolgere quella clessidra (sarà sicuramente perché non voglio, e quindi stupido quale sono, resto fermo in catene dove il boia son io stesso e questo è al quanto grave).
    Pech, io devo andare; devo partire. Questa terra non soddisfa più il mio animo, non voglio pene addosso ma, purtroppo, ne porto.
    L’unica cosa che chiedo all’Iddio è cancellare la mia attuale esistenza, donandomene un’altra.
    Pregherò per questo.
    Pregherò per me.
    Pregherò.

  • 08 gennaio alle ore 21:44
    Reminescenze

    Come comincia: L’uomo diviene straniero quando s’imbatte in qualcosa per lui sconosciuto e, nel capire quel mistero, danneggia. Come l’amore per Lorenil che, divenuto incontenibile, dal puro si passa allo sporco senza accorgersene e quale peggior inganno del bello che si trasforma in brutto per nostra mano?
    Perché l’amore è vile! Semplice inganno nato per soddisfare l’anima! E tutti devono sapere quanto sia già macchiata in origine (per quanto vogliono farci credere di Adamo ed Eva e il peccato originale). Non sono altro che fandonie per giustificare l’essenza più effimera dell’anima umana, del perché si faccia il bene e il male, della costruzione di famiglie, società, intere nazioni! Iddio ci ha puniti con l’intelligenza! Prenda un animale a caso, ecco, una formica ad esempio; avrà sicuramente il suo ruolo sulla terra nel suo ecosistema animale ecc ecc, avrà le sue colonie, sudditi, re e regine e tutto un sistema regolatore. Ma si è mai sentito di una formica che governa la Terra? O che noi poveri esseri umani sottostiamo alle loro leggi? Ce ne infischiamo altamente! Razziamo terre, sfruttiamo il bestiame, ce ne cibiamo o alleviamo per cibarcene. Abbiamo creato soldi, fama, potere, onore, disperazione verso nostri stessi simili! Come lo spiega tutto questo, Pech?
    Non può farlo per il semplice fatto che non si può.
    Ed è qui che gioca l’amore! Non v’è inganno più dolce di quello, persino di un bignè (il più squisito). Siamo come api bisognosi del nostro nettare e ci fiondiamo ad assaggiarne il gusto con l’avidità dell’uomo (e non col senso del dovere dell’ape verso il proprio frutto).

  • 03 gennaio alle ore 18:22
    Notte

    Come comincia: A volte mi prende nostalgia della notte, di una notte della quale conoscevo tutti i passi, nostalgia del suo profumo barricato, una notte giovane e amica di tutti i disorientati dalla luce. Notte che sapevo cavalcare, sulla quale ora strisciano i miei dolori, i miei affanni, le mie angosce pettinate a festa. I miei fogli sparsi non luccicano più, notte nella quale ora lievitano lacrime consunte dall'indifferenza di chi prometteva oro ed ha arrugginito fegato e cervello. Invidio alla notte lo spirito di sopravvivenza, quel suo saper vegliare giorni taciuti, quel saper placare il via e vai nei condomini, quel suo accompagnarti discreta ai distributori automatici di felicità, quel suo trattenere il tempo un poco più del dovuto, del donato. Notte passata a chiacchierare seduti sui bordi del marciapiede della vuota piazza, notte incatenata a lampioni saturi di zanzare, notte flagellata dall'aurora in quella voglia di non tornarsene più a casa, notte fatta per noi abitanti della strada e del buio, notte dall'odore del fumo impregnato sui giubbotti, notte spezzata in due dal rumore di un motore disincantato, notte della quale sono stato un arredo, un piccolo oggetto, una particella di vento microfiltrata, un sussulto di porfido illeso. Mi vergogno di mostrare alla notte ciò che ora sono, lei ancora così giovane e impavida, io rinchiuso tra quattro mura di barba, dipinto da luci finte, intento parlare di giorni mai esistiti con chi si rifiuta di essere ciò che è, continuando testardamente a dirsi per ciò che vorrebbe essere. Notte a quattro zampe e coda alta, notte che non ho mai baciato, notte traslocata da un letto d'amore a un letto d'ospedale.  Vecchio Frac e Bombo Due, tanfo di zuccherificio e vetri da sbrinare dopo un congedo, ne sento ancora l'odore al ricordo, immagini indelebili che mi sorridono, colonne sonore emanate da nastri usurati mai stanchi, mai riavvolti.  

  • 03 gennaio alle ore 17:28
    OK. Insieme, ma solo come amici

    Come comincia: Bologna, zona universitaria, 7. 30 del mattino.

    Nella piccola cucina dell’ appartamento che periodicamente divideva con Roberto, Lisa aspettava che dalla moka fuoriuscisse quel suo caffè, “ buono come nessun altro”. Il sorrisetto ironico che le tirò gli angoli delle labbra la diceva lunga su quel commento gratificante sentito e risentito tante volte.

    Lui entrò in quel momento, sbadigliando rumorosamente, pronunciando contemporaneamente un “ buongiorno” che le fece venir voglia di gettarglielo in faccia, bollente com’ era in quel momento, quel “ nettare degli dei”.

    -Ancora arrabbiata per il discorso di ieri sera?- le chiese Roberto, sedendosi con le lunghe gambe abbronzate distese sotto il tavolo.

    -Arrabbiata? E perché dovrei esserlo? Va bene. Come vuoi tu. In fondo i patti erano questi, almeno   all’ inizio: amici e solo amici, anche se “ speciali”.-

    Lisa parlava tenendogli le spalle mentre versava il caffè nelle tazzine, i folti capelli mossi un po’ increspati per la notte agitata, il pigiama fucsia coi pantaloncini corti che a lui piaceva tanto e che aveva insistito fino alla noia perché lo comprasse, in quella piccola e costosissima boutique in via San Donato, vicino al loro bar, “ loro un cazzo!”, pensò.

    -Adesso pare quasi che io ti stia facendo chissà quale torto. Lo sai come sono fatto, sono refrattario ai rapporti esclusivi. Stiamo così bene insieme, che bisogno c’è di darsi una “ definizione” precisa? Cosa cambia se mi presenti semplicemente col mio nome e non definendomi “ il mio ragazzo”-

    -E già! – replicò lei con una punta di ironia nella voce, sempre dandogli le spalle- Non c’è alcuna differenza. L’ importante è che gli amici siano pronti a dividere tutto, anche il letto, quando ad uno dei due va.-  E pronunciò quest’ ultima frase voltandosi a guardarlo dritto negli occhi.

    Aveva degli occhi di un colore indefinibile, tra il verde e l’ azzurro, cangianti a seconda della luce esterna o se erano sulla riva del lago o su quella del mare o tra gli alberi o semplicemente nella loro stanza, all’ alba o al tramonto.

    -Ma quanto sei cretina!- si disse con rabbia. – Idiota, incorreggibile sentimentale. Stupida, stupida, mille volte stupida…- Gli porse la tazzina fumante, distogliendo lo sguardo.

    -Sei la solita stronza- ringhiò Roberto tra i denti, dopo aver mandato giù un sorso di caffè

    -Eri d’ accordo anche tu all’ inizio, ma chissà, forse allora la mia amicizia ti serviva per riordinarti un po’ le idee, non eri ancora pronta per una nuova storia, ti andava bene così-

    -Lo stronzo sei sempre stato tu, ammettilo. Ti è piaciuto avere l’ amica che ti gira intorno a 360°, quella intelligente con cui poter parlare di tutto, a cui chiedere consiglio, da mostrare in base alle circostanze come semplice amica o come la tua ragazza.-

    Roberto poggiò rumorosamente la tazzina vuota sul piano del tavolo e si alzò di scatto, facendo cadere all’ indietro la sedia. – Che palle, Lisa! Sai farmi sentire in colpa anche quando sai bene che la decisione all’ epoca fu presa insieme. Sai che ti dico? Forse è meglio che per un po’ la smettiamo anche con la fandonia dell’ amicizia.-

    Lo guardò come si guarda un perfetto estraneo, uno sconosciuto che ci si ritrova in casa al mattino senza sapere chi sia, dopo una sbronza colossale. Inspirò profondamente, chiuse un attimo gli occhi, strinse i pugni fino a conficcarsi le unghie nel palmo e poi parlò con quel tono di voce calmo e freddo che lui conosceva bene e non ammetteva repliche: - D’ accordo! Chiudiamo, ma definitivamente, anche con la stupida farsa dell’ amicizia. Il tempo di raccogliere le mie cose, basteranno pochi minuti e ogni problema sarà risolto.-

    Dalla finestra aperta una folata di vento improvvisa le mosse i capelli come in una carezza.

    ***

    Bologna. Aula Magna Santa Lucia de l'Alma Mater Studiorum. Un anno dopo.

    L’ atmosfera era davvero da sogno, superava le aspettative di chiunque avesse immaginato quel momento così atteso e così solenne. La proclamazione di Laurea, dopo cinque anni di studio e di sacrificio, finalmente la meta era raggiunta.

    -E comunque me la sono anche goduta!- pensava tra sé Lisa – Sono stata davvero in gamba: ho lavorato sodo sui libri, ma ho viaggiato, ho fatto tante amicizie, ho superato difficoltà e delusioni con coraggio e dignità. E oggi mi arriva finalmente la giusta ricompensa e voglio godermela tutta-

    Hanysh, bellissimo coi suoi capelli neri legati sulla nuca, gli occhi d’ ebano e la bocca distesa in un sorriso un po' nascosto dalla barba morbida e ben curata, la guardava con lo sguardo di chi ammira un gioiello preziosissimo e unico e dice tra sé  “ mi appartiene”.

    Con lui i suoi genitori, al settimo cielo, ansiosi di abbracciarla e festeggiare quel giorno splendido, il traguardo, la realizzazione dei loro sogni su quella figlia bellissima e forte, tenace nel superare gli ostacoli, che mai aveva pianto sulla loro spalla, ma piuttosto li aveva sostenuti e consolati, ogni volta.

    Lisa si guardava intorno, sistemandosi di tanto in tanto sul capo la corona d'alloro (che in verità avrebbe preferito evitare) in attesa che la cerimonia fosse definitivamente dichiarata conclusa, quando sentì una mano che le toccava la spalla e all'orecchio una voce che riconobbe all’ istante – Ehi, Lisa! Allora ce l’ hai fatta!- Si voltò e lo vide, con quegli occhi che un tempo le erano sembrati di un colore indefinibile, tra il verde e l’ azzurro, cangianti, e che ora la guardavano con una punta di forzata ironia. – Ehi, Roberto! E che ci fai tu qui oggi? Mi avevano detto che avevi cambiato facoltà, che ti eri trasferito non so dove, che ti eri allontanato da tutto il gruppo dopo il nostro litigio- Stava per risponderle, ma, in evidente imbarazzo, esitò qualche attimo. E quegli attimi furono sufficienti   perché Anish avesse il tempo di avvicinarsi a loro, sempre sorridendo con quella bocca bellissima, un po’ nascosta dalla barba nerissima e curatissima, da elegante principe indiano quale sembrava. Strinse Lisa a sé, circondandole le spalle e le chiese – Mi   presenti il tuo amico, amore?- Lei Si volse a guardarlo con un’ espressione di pura, genuina meraviglia nello sguardo. Poi si strinse forte al suo petto e rispose – Lui è Roberto, ma non è un amico o meglio non siamo mai stati veramente amici, non siamo stati mai veramente nulla. Forse dei semplici conoscenti, chissà, colleghi di università per un breve periodo, niente di più. – Poi lo prese per mano e si allontanò con lui in direzione dei suoi genitori che fremevano per dare inizio ai festeggiamenti. – Povero Roberto!- pensò tra sé sorridendo in silenzio- Avresti dovuto capirlo tanto tempo fa che bisogna avere tanto coraggio per accettare e ricambiare un vero amore e che un giorno la mia felicità sarebbe stata la tua infelicità.-

  • 03 gennaio alle ore 17:28
    OK. Insieme, ma solo come amici

    Come comincia: Bologna, zona universitaria, 7. 30 del mattino.

    Nella piccola cucina dell’ appartamento che periodicamente divideva con Roberto, Lisa aspettava che dalla moka fuoriuscisse quel suo caffè, “ buono come nessun altro”. Il sorrisetto ironico che le tirò gli angoli delle labbra la diceva lunga su quel commento gratificante sentito e risentito tante volte.

    Lui entrò in quel momento, sbadigliando rumorosamente, pronunciando contemporaneamente un “ buongiorno” che le fece venir voglia di gettarglielo in faccia, bollente com’ era in quel momento, quel “ nettare degli dei”.

    -Ancora arrabbiata per il discorso di ieri sera?- le chiese Roberto, sedendosi con le lunghe gambe abbronzate distese sotto il tavolo.

    -Arrabbiata? E perché dovrei esserlo? Va bene. Come vuoi tu. In fondo i patti erano questi, almeno   all’ inizio: amici e solo amici, anche se “ speciali”.-

    Lisa parlava tenendogli le spalle mentre versava il caffè nelle tazzine, i folti capelli mossi un po’ increspati per la notte agitata, il pigiama fucsia coi pantaloncini corti che a lui piaceva tanto e che aveva insistito fino alla noia perché lo comprasse, in quella piccola e costosissima boutique in via San Donato, vicino al loro bar, “ loro un cazzo!”, pensò.

    -Adesso pare quasi che io ti stia facendo chissà quale torto. Lo sai come sono fatto, sono refrattario ai rapporti esclusivi. Stiamo così bene insieme, che bisogno c’è di darsi una “ definizione” precisa? Cosa cambia se mi presenti semplicemente col mio nome e non definendomi “ il mio ragazzo”-

    -E già! – replicò lei con una punta di ironia nella voce, sempre dandogli le spalle- Non c’è alcuna differenza. L’ importante è che gli amici siano pronti a dividere tutto, anche il letto, quando ad uno dei due va.-  E pronunciò quest’ ultima frase voltandosi a guardarlo dritto negli occhi.

    Aveva degli occhi di un colore indefinibile, tra il verde e l’ azzurro, cangianti a seconda della luce esterna o se erano sulla riva del lago o su quella del mare o tra gli alberi o semplicemente nella loro stanza, all’ alba o al tramonto.

    -Ma quanto sei cretina!- si disse con rabbia. – Idiota, incorreggibile sentimentale. Stupida, stupida, mille volte stupida…- Gli porse la tazzina fumante, distogliendo lo sguardo.

    -Sei la solita stronza- ringhiò Roberto tra i denti, dopo aver mandato giù un sorso di caffè

    -Eri d’ accordo anche tu all’ inizio, ma chissà, forse allora la mia amicizia ti serviva per riordinarti un po’ le idee, non eri ancora pronta per una nuova storia, ti andava bene così-

    -Lo stronzo sei sempre stato tu, ammettilo. Ti è piaciuto avere l’ amica che ti gira intorno a 360°, quella intelligente con cui poter parlare di tutto, a cui chiedere consiglio, da mostrare in base alle circostanze come semplice amica o come la tua ragazza.-

    Roberto poggiò rumorosamente la tazzina vuota sul piano del tavolo e si alzò di scatto, facendo cadere all’ indietro la sedia. – Che palle, Lisa! Sai farmi sentire in colpa anche quando sai bene che la decisione all’ epoca fu presa insieme. Sai che ti dico? Forse è meglio che per un po’ la smettiamo anche con la fandonia dell’ amicizia.-

    Lo guardò come si guarda un perfetto estraneo, uno sconosciuto che ci si ritrova in casa al mattino senza sapere chi sia, dopo una sbronza colossale. Inspirò profondamente, chiuse un attimo gli occhi, strinse i pugni fino a conficcarsi le unghie nel palmo e poi parlò con quel tono di voce calmo e freddo che lui conosceva bene e non ammetteva repliche: - D’ accordo! Chiudiamo, ma definitivamente, anche con la stupida farsa dell’ amicizia. Il tempo di raccogliere le mie cose, basteranno pochi minuti e ogni problema sarà risolto.-

    Dalla finestra aperta una folata di vento improvvisa le mosse i capelli come in una carezza.

    ***

    Bologna. Aula Magna Santa Lucia de l'Alma Mater Studiorum. Un anno dopo.

    L’ atmosfera era davvero da sogno, superava le aspettative di chiunque avesse immaginato quel momento così atteso e così solenne. La proclamazione di Laurea, dopo cinque anni di studio e di sacrificio, finalmente la meta era raggiunta.

    -E comunque me la sono anche goduta!- pensava tra sé Lisa – Sono stata davvero in gamba: ho lavorato sodo sui libri, ma ho viaggiato, ho fatto tante amicizie, ho superato difficoltà e delusioni con coraggio e dignità. E oggi mi arriva finalmente la giusta ricompensa e voglio godermela tutta-

    Hanysh, bellissimo coi suoi capelli neri legati sulla nuca, gli occhi d’ ebano e la bocca distesa in un sorriso un po' nascosto dalla barba morbida e ben curata, la guardava con lo sguardo di chi ammira un gioiello preziosissimo e unico e dice tra sé  “ mi appartiene”.

    Con lui i suoi genitori, al settimo cielo, ansiosi di abbracciarla e festeggiare quel giorno splendido, il traguardo, la realizzazione dei loro sogni su quella figlia bellissima e forte, tenace nel superare gli ostacoli, che mai aveva pianto sulla loro spalla, ma piuttosto li aveva sostenuti e consolati, ogni volta.

    Lisa si guardava intorno, sistemandosi di tanto in tanto sul capo la corona d'alloro (che in verità avrebbe preferito evitare) in attesa che la cerimonia fosse definitivamente dichiarata conclusa, quando sentì una mano che le toccava la spalla e all'orecchio una voce che riconobbe all’ istante – Ehi, Lisa! Allora ce l’ hai fatta!- Si voltò e lo vide, con quegli occhi che un tempo le erano sembrati di un colore indefinibile, tra il verde e l’ azzurro, cangianti, e che ora la guardavano con una punta di forzata ironia. – Ehi, Roberto! E che ci fai tu qui oggi? Mi avevano detto che avevi cambiato facoltà, che ti eri trasferito non so dove, che ti eri allontanato da tutto il gruppo dopo il nostro litigio- Stava per risponderle, ma, in evidente imbarazzo, esitò qualche attimo. E quegli attimi furono sufficienti   perché Anish avesse il tempo di avvicinarsi a loro, sempre sorridendo con quella bocca bellissima, un po’ nascosta dalla barba nerissima e curatissima, da elegante principe indiano quale sembrava. Strinse Lisa a sé, circondandole le spalle e le chiese – Mi   presenti il tuo amico, amore?- Lei Si volse a guardarlo con un’ espressione di pura, genuina meraviglia nello sguardo. Poi si strinse forte al suo petto e rispose – Lui è Roberto, ma non è un amico o meglio non siamo mai stati veramente amici, non siamo stati mai veramente nulla. Forse dei semplici conoscenti, chissà, colleghi di università per un breve periodo, niente di più. – Poi lo prese per mano e si allontanò con lui in direzione dei suoi genitori che fremevano per dare inizio ai festeggiamenti. – Povero Roberto!- pensò tra sé sorridendo in silenzio- Avresti dovuto capirlo tanto tempo fa che bisogna avere tanto coraggio per accettare e ricambiare un vero amore e che un giorno la mia felicità sarebbe stata la tua infelicità.-

  • 31 dicembre 2014 alle ore 13:03
    BUON ANNO

    Come comincia: Credo che non dovrebbe passare un solo giorno senza che un individuo ambisca alla propria Crescita Spirituale e alla propria Evoluzione Culturale. Ogni giorno passato sulla Terra l'uomo dovrebbe porsi la domanda su come essere migliore, come migliorarsi e su come rendere pulito, sicuro e abitabile il proprio Pianeta, anche per le generazioni future. Il 2014 è stato per molti, troppi, un anno rivolto quasi esclusivamente alla ricerca di una dignitosa sopravvivenza. Il mio Popolo è stato tediato da incompetenza politica, tasse, crisi economica, emergenze sanitarie e umanitarie, tutto ciò voluto e creato per distrarlo dalla sua ovvia e normale evoluzione. Non siete quello che vogliono farvi credere di essere, non siete i burattini di nessun governo e di nessuna casta, non siete un triste popolo di operai del sistema costretti a denudarvi dei vostri talenti e della vostra intelligenza per rispondere alle necessità economiche di uno Stato che non vi tutela. Siete un Popolo Fiero e degno di costruirvi e guidarvi senza i burattinai del potere. Il mio augurio per il 2015 è che l' Italia come il resto del Mondo in ogni suo individuo, persona o creatura si Risvegli ed esca da ogni schieramento politico, sociale, religioso o culturale. Disertate gli appuntamenti elettorali, diminuite l'ossessivo uso dei cellulari e della tecnologia, riducete l'utilizzo dei mezzi a motore e riscoprite la vostra Connessione con ogni elemento della natura. Il Denaro, il Potere, l' Ambizione, il Riconoscimento Sociale non vi faranno fare nemmeno un mezzo gradino in più sulla vostra scala evolutiva. Siate gentili e generosi, altruisti e rispettosi dell'ambiente che vi ospita e vi circonda, trattate con amore e affetto ogni più piccola creatura che con voi condivide l'esistenza terrena. Abbiate una sola e costante ambizione; deve essere un tarlo che non abbandona mai la vostra mente e che vi accompagna in ogni momento della vostra giornata. Questa ambizione, l'unica che vi concedo, è l'incorruttibile voglia di Crescere Spiritualmente fino a dominare la Consapevolezza Cosmica e Divina. Buon Anno.
     

  • 28 dicembre 2014 alle ore 12:37
    Tempo di bilanci

    Come comincia: 30 dicembre

    Angelo Maria Spertichetti sta scrivendo sul proprio diario. È il 30 dicembre: tempo di bilanci.
    Nel complesso è stato un anno buono. Meraviglioso come sostiene Facebook? Forse sì.
    Ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato e, sia chiaro, lo studio di architettura per cui lavora è un ambiente fantastico. Ci sono persone brillanti, in particolare una.
    Dopo mesi di sguardi, frecciatine, sfioramenti, Francesca Giubilei in ascensore l’ha invitato a cena fuori.
    «Se aspettavo che me lo chiedessi tu…»
    Francesca non ha mai chiesto di più. Angelo Maria è l’uomo che i suoi genitori avrebbero sempre voluto per lei.
    È alto, ha le spalle larghe. È simpatico, spigliato, e se la passava economicamente bene anche prima di firmare il contratto della vita. I suoi nonni paterni erano dei nobili o quasi; macchine di lusso, ville, le comodità tecnologiche. Angelo Maria ha avuto tutto, in ogni fase della sua ancora giovane esistenza.
    Mentre scrive sul diario gli viene in mente che, dovendo considerare però l’anno dal punto di vista sportivo, non può dirsi soddisfatto; la squadra di calcio in cui gioca ha fatto un pessimo campionato, e lui si è persino rotto un piede nell’ultima gara.
    Adesso è ingessato. Poco male, domani passerà il Capodanno in casa con Francesca e basta.

    31 dicembre

    Caro diario,
    quest’anno è stato uno schifo.
    Ieri sera mio papà ha avuto un infarto, ed è morto. Mia mamma me l’ha comunicato per telefono stanotte.
    Stamattina è venuta da me con delle lettere. Me le ha consegnate e se n’è andata, senza nemmeno un ciao, è scappata via.
    Se non fossi in stampelle l’avrei inseguita. Sarei riuscito, almeno credo, a limitare i danni.
    Ho appena finito di leggerle: sono email stampate su fogli A4. La mia fidanzata ringrazia mio papà per le stampelle: l’avevo mandata a prenderle domenica scorsa.
    Lo ringrazia e si complimenta anche per altro. Tra lei e mio papà è stato amore, subito.
    Negli ultimi giorni si sono incontrati ogni sera. Lo ha ucciso lei: il sesso con lei lo ha stroncato. Non subito, ma mentre lui si faceva una doccia post coito.
    Un’ora fa ho avuto la notizia che la mamma si è suicidata, poi mi è venuta a trovare Francesca. Non sapeva niente.
    «Mio padre è morto, dopo che ti ha cavalcato.»
    «Cavalcato?»
    «Mia madre si è ammazzata.»
    «Ma…»
    Le macchie che sporcano le tue pagine, caro diario, sono fatte di sangue di Francesca.
    Adesso sono in attesa dei questurini: dieci minuti fa li ho chiamati per confessare il mio delitto. Sarei andato io da loro, se non fossi in stampelle.
    Ecco, il citofono ha suonato; devo salutarti. Prima di lasciarci per un po’, ti chiedo un favore: ricordami di non stilare mai più in anticipo il bilancio di un anno.
     

  • 27 dicembre 2014 alle ore 18:15
    L'inquilino del piano di sotto (parte seconda)

    Come comincia: Chi poteva essere, sicuramente uno del palazzo ma chi, bastava andare a vedere e, sorpresa sorpresa una tremante signora Franca in vestaglia:
    “Le chiedo scusa ma ho una paura tremenda dei temporali, non riuscivo a restare sola e l’unico…”
    “Non si preoccupi, ero sveglio e non sapevo come passare il tempo, faremo un po’ di conversazione così le andrà via la paura.”
    Conversando conversando Alberto venne a sapere che madame Franca era l’allenatrice di una squadra femminile di palla al volo, più che altro per passare il tempo dato che non aveva figli, si dedicava alla lettura, non andava d’accordo con la suocera che non era stata favorevole al matrimonio con suo figlio, insomma una vita piuttosto monotona e priva di soddisfazioni.
    “Mi deve credere talvolta…”
    “Le credo, anch’io talvolta…”
    “Mi pare strano che lei… chissà quante femminucce, da parte mia, anche volendo, tutti lo noterebbero se portassi a casa mia qualche amico, mi capisca.”
    “La capisco ma se invece fosse un condomino la cosa non darebbe all’occhio soprattutto se fosse l’amministratore che avrebbe un valido motivo per… “
    Alberto non riuscì a finire la frase, un uragano gli piombò addosso, sbattuto sul letto e poi… e poi… e poi…come da canzone.
    “Alla fine, dopo un bel po’ di tempo:
    “Scusa ma quanto tempo è che…”
    “Tanto tempo e poi non è che Giovanni  sia un gran che, lui è quello del: vado, l’ammazzo e torno ed è piuttosto ‘pisellino’ al contrario di te che hai un mostro’ , io non ho avuto molte esperienze ma con te sarei una donna felice, forse il termine è eccessivo ma…” Franca aveva cominciato a piangere, le lacrime femminili spiazzavano sempre il bell’Alberto che non sapeva che atteggiamento assumere.
    Finalmente il fiume cessò e la meno addolorata Franca si ritirò nelle sue stanze, ad Alberto mancava la scopata lacrimevole, l’aveva provata.
    La visita ai signori Orlandi scioccò l’amministratore che, in tale qualità, aveva bussato alla loro porta.
    A venire da aprire era stata un simulacro di donna: capelli tinti a metà e totalmente scompigliati,  viso rugoso, occhi sfavillanti di incazzatura recente, vestaglia di dubbia pulizia e aperta a metà.
    “Per favore chiami la padrona di casa sono…”
    “So chi è lei ed io sono o meglio dovrei essere la padrona di casa: Emma Previti, mi presento col mio cognome perché quello di mio marito,Orlandi, mi fa completamente schifo, come presentazione non c’è male.”
    “Mi hanno insegnato sin da giovane di  ‘farmi gli affari miei’ e pertanto questa è la ricevuta, se non ha i soldi in contanti passerò un’altra volta.”
    “Quale altra volta, la situazione non cambierebbe, si vedrebbe sempre davanti una megera, vocabolo di mio marito.”
    “Signora noi siamo quello che vogliamo essere, un buon parrucchiere, una lavata della vestaglia, il passaggio in un centro estetico migliorerebbe di molto la situazione, non solo sarebbe presentabile ma anche appetibile, glielo dice uno che…”
    “Senta ‘conquistatore di donne a getto continuo’ lei dall’accento mi sembra romano e quindi conosce Trilussa, mi ha fatto un complimento ma sono io che non voglio cambiare, quella specie di uomo che ho sposato mi odia perché non sono riuscita a dargli un figlio e così gli impongo di sopportarmi in questo stato!”
    “Queste sue parole mi ricordano una barzelletta volgare in cui un cotale si tagliava … prima di tutto bisogna amare se stessi, gli altri vengono dopo, suo marito che fa nella vita?”
    “È tenente colonnello nell’Esercito ma è in amministrazione perché non è bravo nemmeno a fare l’ufficiale, io…”
    “Vada in viale S:Martino al n.82, c’è un istituto di bellezza, chieda di Asmara, è una mia cara amica, saprà rimetterla in sesto, good luck!”
    La pietà è un brutto sentimento soprattutto provato nei confronti di una signora, Alberto era contento di se stesso, forse era riuscito a cambiare la vita di madame Emma, gli avrebbe cambiato anche il nome che faceva tanto cameriera!”
    Le signore Campagna o meglio Antonella Campagna vedova e Speranza Campagna zitella abitavano al quarto piano a sinistra, Alberto, per istinto, si era fatto precedere da una telefonata che aveva sortito il suo effetto in quanto le due dame quel pomeriggio, alle ore 16 si erano fatte trovare tutte in ghingheri.
    “Signore in quanto voi proprietarie dell’immobile ovviamente non sono venuto a chiedervi il pagamento del condominio ma solo una visita di cortesia, volevo presentarmi dato che ho avuto modo, per motivi di servizio, di conoscere il vostro consulente tributario.”
    “Si il signor Balestra ce l’ha riferito, in caso di bisogno ci rivolgeremo a lei, spero tanto di no, la Finanza ci fa un po’ paura.”
    “Le sembro io un tipo da far paura?”
    “Non mi riferivo alla sua persona anzi la trovo estremamente piacevole…” Così aveva parlato Antonella, la vedova, che era arrossita visibilmente, evidentemente la dama aveva fatto un pensierino sul bell’Alberto, da tener presente.
    “Mia sorella ed io avevamo pensato di farle un piccolo regalo non facendole pagare il condominio, una cosa di niente giusto per…”
    “Nel ringraziarvi della vostra cortesia son costretto a rifiutare, non ve la prendete a male, è la mia direttiva di vita.”
    “Va bene ci sarà il modo…”
    Alberto capì in un secondo tempo il significato di quella frase monca, due giorni dopo trovò nella sua buca delle lettere un biglietto dal significato criptico:
     ‘Ditta Barbisio. Buono per l’acquisto di materiale di abbigliamento  senza limite di spesa.’
    E la madonna! Voleva dire che Alberto si poteva portar via tutto il negozio, Antonella l’aveva fatta grossa o meglio non aveva pensato bene a quello che aveva suggerito di scrivere al proprietario della ditta ma spinta da cosa? Risposta facile: si voleva scopare il bel maresciallo, ovvio no?
    Alberto non voleva recarsi in casa della signora Campagna anche per non incontrare sua sorella che forse non era al corrente della faccenda, così si appostò al pian terreno sin quando non incontrò la bella vedova all’uscita dall’ascensore.
     “Ti rendi conto quello che c’è scritto nel biglietto, potrei ridurti sul lastrico.”
    “Io sono molto ricca e poi… “
    “Vieni in macchina, ti prego vieni in macchina, parleremo meglio.”
    Ma quale parlare, Antonella era più muta di un pesce e allora Alberto prese la strada che portava ai monti Peloritani, solo allora la vedova si fece viva.
    “Dove stiamo andando, non conosco questa strada…”
    “Io si, ci si recano gli innamorati per dar sfogo alla loro voglia di tenerezza!”
    Antonella aveva chiuso gli occhi segno tangibile di resa e così, dopo tanto tempo, riprovò le gioie del sesso, del sesso vigoroso e godereccio come forse non aveva mai provato in vita sua.
    Gaetano Filippeschi, proprietario terriero, occupava l’appartamento a destra del quarto piano. In verità cercava di rimanervi il meno possibile per non stare in compagnia della moglie alta 1,80, legnosa, senza seno, che sputazzava quando parlava e soprattutto di una antipatia, di una antipatia insomma…antipatica.
    La sua passione per la caccia lo portava fuori di casa anche quando la caccia era chiusa, si rifugiava in una sua abitazione di campagna sopra Patti in compagnia di due cani da caccia sempre scodinzolanti ed affettuosi, almeno loro!
    “Signora sono Alberto Raffaelli amministratore del condominio, questa è la ricevuta di pagamento dei due ultimi mesi, prego.”
    “La porti a mio marito.”
    “Va bene se non ha soldi passerò un’altra volta.”
    “Io i soldi ce li ho ma non glieli dò, vada da mio marito è lui il padrone di casa.”
    “Che lui sia il padrone di casa ho i miei seri dubbi…”
    Alberto si accorse troppo tardi di aver toccato un tasto sbagliato, fu investito da una valanga di frasi volgari e senza senso, fece appena in tempo a scappare per le scale, così imparò a sue spese a restare lontano da quella porta.
    Il finale di questa storia, diciamo piacevole ed in parte imprevedibile perché…
    Un giorno ricevette una telefonata da casa Campagna:
    “Per favore faccia un salto a casa mia.” Ma non riconobbe di preciso chi delle due sorelle aveva fatto quella telefonata.
    Se ne accorse quando fu aperta la porta, non era Antonella .
    Speranza aveva messo in atto quel marchingegno che portava il suo nome, la speranza di poter avere un sano e piacevole rapporto sessuale col bell’Alberto che, stavolta, fece meno il duro e, in seguito, si recò nel negozio ‘Barbisio’ per rifornire, in toto,il suo guardaroba.
    Come giustificazione non richiesta (exscusatio non petita accusatio manifesta) era che  in fondo si era sacrificato ai bassi appetiti sessuali delle due sorelle, perchè poi bassi…
    E Ann. La svizzerotta rimase in gola al bell’Alberto:
    “Se deciderò di avere un rapporto sessuale con un uomo tu sei il preferito.”
    Tanto piacere al c…o, Alberto se ne fregava di essere il preferito, voleva scoparsi Ann il resto non gli interessava!
     
     
     
     

  • 27 dicembre 2014 alle ore 18:11
    L'inquilino del piano di sotto (prima parte)

    Come comincia:  “Questa è la triste istoria” così cominciava una canzone che i menestrelli di strada cantavano a Roma negli anni 50 accompagnandosi con una pianola e chiedendo qualche spicciolo ai signori affacciati alle finestre di via Taranto dove abitavo io, Alberto Raffaelli; allora non c’era ancora la televisione e ci si accontentava di poco.
    Quel triste ritornello era ritornato alle orecchie di Alberto ai funerali di sua moglie Maria Quattrone, lui era al primo banco della chiesta di Grotte a Messina, frastornato dalla  forte musica di un organo.Tutto gli sembrava paradossale: il posto che non frequentava (era ateo), la compagnia di gente che in maggior parte non conosceva e veniva ad abbracciarlo e baciarlo, l’invito a recarsi in sacrestia per sottoscrivere un ‘fiore che non marcisce’ (tanto per cambiare soldi per la chiesa), la bara dove probabilmente , anzi sicuramente,  giaceva la sua Memi (vezzeggiativo che gli aveva dato lui), fine della funzione, sciamare della gente fuori dalla chiesa, invito a sedersi su una macchina che seguiva quella del feretro, arrivo nella cappella di famiglia, operazioni di muratura dentro il loculo, rientro a casa in via Consolare Pompea 488 tutto come circondato da una nuvola di irrealtà.
    “Se hai bisogno di qualsiai cosa, siamo a disposizione.”“Puoi venire a casa nostra, ti prepariamo qualcosa.”“Ti facciamo compagnia per non farti restare solo a casa tua.”
    “Ecco: voglio restare solo e che nessuno mi rompa più i coglioni” pensiero non espresso ma messo in atto, finalmente!
    Il divano, panorama della Calabria a fargli compagnia in perfetta solitudine e silenzio, un silenzio lenitivo di tanto dolore.Il funerale era stato il riepilogo finale di una bella storia:colonia marina della Guardia di Finanza di Mortelle;Alberto Raffaelli maresciallo trentenne del Corpo;Maria Quattrone figlia diciottenne dell’appuntato Quattrone;conoscenza dei due;innamoramento intenso, tenace, smisurato soprattutto da parte della baby;contrarietà da parte dei genitori di lei (dodici anni di differenza, sei troppo giovane) cedimento infine e matrimonio con rinfresco a Villa S.Andrea, albergo sul mare di Taormina.
    Cosa aveva attratto il bell’Alberto, ‘conoscitore’ di donne, dall’innamorarsi della deliziosa Maria?  Dare una spiegazione di cosa ci attrae di un’altra persona non è cosa facile, ci hanno provato in tanti: poeti, psicologi, scrittori, filosofi. Memi  non era una bellezza nel senso classico: alta 1,65, poco seno, gambe muscolose, corpo da ballerina classica; peculiarità: un sorriso accattivante ed un carattere disponibile che riusciva a compensare quello talvolta ombroso del bell’Alberto: 1,80, viso da guerriero atzeco (come mai sarà un viso atzeco io non lo so …), fisico da atleta e soprattutto collazionatore di femminucce disponibili (scartate quelle troppe serie che non davano risultati), mai un rapporto duraturo, si era meravigliato lui stesso della decisione del passo fatale.
    Rientro dal viaggio di nozze nelle isole Eolie che conosceva bene per aver comandato i vari reparti di Salina, Panarea e Stromboli.Un'abitazione di centoventi metri quadrati in via Consolare Pompea proprietà della consorte che l’aveva avuta in dono da sua nonna unitamente ad una casa sul mare a Torre Faro.
    Prima del matrimonio il maresciallo Raffaelli dimorava in caserma, vitto e alloggio. L’unica sua proprietà una Jaguar X type che aveva acquistato con un lascito di uno zio australiano, si australiano,  non sempre gli zii sono americani, questo era australiano parente di un nonno emigrato in cerca di fortuna nel nuovo continente. Ovviamente aveva dovuto dimostrare la provenienza di quel denaro per non essere incolpato di diciamo ‘scorrettezza’ in servizio.Altra peculiarità di Memi era il suo comportamento ‘a letto’. Giunta vergine al matrimonio, presto era diventata brava a seguire le indicazioni sessuali del marito ed anche a sopravansarlo, insomma era una scopatrice nata! La ferale notizia di un tumore all’utero era giunta dopo sei mesi dal matrimonio.
    “Non ti preoccupare, sei giovane, con le cure ce la farai!”Non ce l’aveva fatta e dopo due mesi era nel mondo dei più, questa la triste realtà che aveva prostrato Alberto sino alla depressione.Classica di questa malattia era la mancanza di interesse per le cose della vita, nemmeno la fotografia (era capo laboratorio in caserma) riusciva ad attrarlo.Il Colonnello Comandante: “Raffaelli si prenda una vacanza, magari in montagna, il freddo potrà funzionare contro la depressione, e soprattutto si cerci una buona compagnia!” Destinazione prescelta Madonna di Campiglio. L’hotel Splendid era situato vicino alle piste e ad un laghetto, il centro benessere era ben attrezzato, buono il ristorante e la camera riscaldata giorno e notte, tutto perfetto.Aveva preso in affitto l’attrezzatura, la mattina con l’ovovia si recava in alto a duemila cinquecento metri, il pomeriggio riposo sino all’ora del te, cena, passeggiata digestiva, rientro e rifugio in camera, non aveva voglia di fare amicizia con nessuno ma…“Signore posso sedermi al suo tavolo, sul mio arriva un raggio di sole che mi dà fastidio.” In altri tempi si sarebbe alzato, finto baciamani all’interessata bionda, occhi verdi, corporatura da modella in somma un pezzo di f… ma ora:“Si accomodi.” Niente più e soprattutto niente conversazione. La cotale, forse abituata ad altro comportamento da parte dei maschietti:“Signore se le do fastidio posso anche andarmene”, il tono era piuttosto risentito.
    “Le chiedo scusa ma non mi sento molto bene ed ho problemi personali, mi scusi di nuovo.”La signora si dimostrò ottimista: “I problemi si risolvono, cameriere ci porti dello spumante. Io sono nazionalista, niente champagne.”“Che ne dice di una passeggiata al fresco della notte, rinvigorisce e rende più ottimisti.”
    “Non è facile, mia moglie è venuta a mancare quindici giorni fa.” Come cavolo gli era venuto in testa di usare il termine nenuta a mancare al posto di’è morta’, bah.“Inutile dire che mi dispiace, se non le fastidio se la prendo sotto braccio” e alla parole aveva fatto seguito l’azione, Insomma un assalto vero e proprio, più di così, in altri tempi… già in altri tempi…“Io sto allo Splendid, lei…”Con un file di voce Alberto: “Anch’io”“La  mia stanza è la 114, la sua?“115”“Ma guarda che combinazione, facciamo così, andiamo nella mia, c’è un bel panorama.”
    “Uffa che caldo, tengono i termosifoni troppo alti, mi devio spogliare, ma anche lei non faccia complimenti.”
    Alberto senza accorgersene si trovò in slip, la signora ancora meno, aveva in dosso solo una vestaglia molto trasparente e molto invitante.
    “Che sbadata non le ho chiesto il suo nome, io sono Marianne, parigina,e lei?”“Alberto romano.”“Nome da guerriero anche se adesso è un guerriero un po’ abbattuto, posso aiutarla?” e mise in atto l’aiuto sfilando gli slip ad Alberto.“Ah ah siamo un po’ moscietti, vediamo se…” nel frattempo aveva preso un bocca l’augello di Alberto decisamente poco collaborativo.
    Dopo circa dieci minuti:Madame:“Mi arrendo, non è il caso di seguitare.”Come un automa il bel maresciallo si vestì a metà e prese la via dell’uscita, una figura di c…o, non gli era mai accaduto.I giorni seguenti Alberto cercò di evitare la compagnia di Marianna che si era presto consolata con un bel maschione.
    Al rientro a Messina ed in caserma Alberto cercò un collega e amico del cuore, Franco.“Vieni qua un abbraccio, raccontami quello che ti è successo a Madonna di Campiglio.”
    “Sono andato in bianco.”“Nel senso che…”“Che una bella parigina ma l’ha sbattuta in faccia e ‘L’INQUILINO DEL PIANO DI SOTTO’ non si alzato si un millimetro."
    “L’inquilino…”“Ciccio.”“Ho capito nella vita può capitare…”“A me mai, è stata la prima volta.”“Non ne fare una tragedia, è comprensibile quello che ti è successo, ti invito a pranzo, telefono ad Arianna.”“Sto venendo con Alberto, preparaci cose buone.”
    Dopo cena:“Alberto inutile dire che siano come fratelli e quindi mi permetto di farmi i fatti tuoi: penso che tu possa uscire dalla tua situazione con l’aiuto di uno psichiatra, insomma con uno strizza cervelli come si dice in gergo, poi fai tu.”
    Il maresciallo Raffaelli nel caseggiato, dopo la morte della moglie, si era presa la briga di fare l’amministratore, otto famiglie:primo piano a sinistra : Giovanni Passalacqua impiegato comunale, moglie Giuditta Spinella sfornatrice di pargoli a getto continuo;primo piano a destra: Ann Fischer, svizzera, impiegata presso una ditta import – export, bionda, capelli corti, 1,78, in fatto di sesso: gusti particolari;secondo piano a sinistra: Franco Giliberto e Catena Bonfiglio, pensionati, sempre  disponibili;secondo piano a destra: Susanna Meloni pediatra e Giovanni Settineri psicoterapeuta;terzo piano a sinistra: Franca Lisitano e Giovanni Giunta:casalinga lei, imbarcato su navi mercantili lui;terzo piano a destra: Emma Previti e Ermanno Orlandi: impiegata in una ditta privata lei, colonnello dell’Esercito lui;quarto piano a sinistra: Antonella e Speranza Campagna: vedova la prima, zitella la seconda, ricche , proprietarie di appartamenti compreso quello dove abitavano, non particolarmente avvenenti;quarto piano a destra: Gaetano Filippeschi e Domenica Maugeri, proprietario terriero lui, handicappata lei (ictus cerebrale). Piano attico: Alberto Raffaelli.
     Alberto focalizzò la sua attenzione sulla professione del signore del secondo piano: psicoterapeuta, gli venne in mente quanto suggeritogli dall’amico Franco, forse quella era la soluzione, il colloquio con una strizzacervelli.
    Un sabato mattina, fattosi coraggio, Alberto suonò alla porta del dr.Settineri. Venne ad aprire la moglie in accappatoio.
    “Signor amministratore, si accomodi, scusi  il mio abbigliamento, sto uscendo dalla doccia.”
    “Ho sbagliato momento, vengo un’altra volta.”
    “Giammai, è un piacere vederla, sono una fanatica delle Fiamme Gialle che fanno pagare le imposte a tanti evasori, io, essendo lavoratrice dipendente, non posso evadere, va bene non parliamo di tasse, Giovanni c’è l’amministratore.”
    “Dottore ho già chiesto scusa a sua moglie, sono inopportuno.”“No assolutamente, sono a sua disposizione.”“Si tratta di cosa delicata come direbbe un testimone al commissario Montalbano, la mia situazione personale, lei sa che recentemente è morta mia moglie…ho molti problemi psicologici, in particolare uno…” nel frattempo era giunta la signora Susanna.
    “Signor Raffaelli, la presenza di mia moglie non le deve dare problemi, siano ambedue anticonformisti e una coppia aperta come si dice in gergo, parli pure.”
    “Dottore dopo la morte di Maria ho provato una volta ad avere un contatto sessuale con una signora, niente da fare, sono bloccato ed anche depresso…”
    “I blocchi psicologici sono i più difficili da rimuovere, potremmo fare varie sedute e le potrei prescrivere medicinali tipo Valdoxan come ho provato con altri pazienti ma con scarsi risultati, se lei è anticonformista  e  disponibile potremmo provare una terapia portata avanti da uno psicoterapeuta svedese, tale Gustav Holmberg, terapia decisamente anticonvenzionale che il cotale ha affermato di aver provato insieme alla sua infermiera con risultati soddisfacenti ma, come le dicevo, è molto anticonformista.”
    “Dottore dirle che prima del…insomma in passato ero decisamente molto prestante in campo sessuale, immagini la mia attuale situazione, dormo male, ho spesso dolori addominali, mi richiudo in me stesso, qualsiasi tepapia pur di…”“Bene si tratta di avere rapporti sessuali fra lei e due persone di sesso diverso, in parole povere lei con una donna e con un uomo.”
    “Lei ha un’infermiera?”
    “Si ma ha quasi sessantanni!”
    “E allora?”
    “Susanna penso si presterebbe volentieri, in passato mi ha detto che non le sarebbe dispiaciuto conoscerla meglio ma il problema è il rapporto omo, non è facile da digerire, io sono bisex ma lei?”
    “Dottore ci penserò, quando sarò convinto busserò alla sua porta, grazie di tutto e…a presto.!”
    “Punto della situazione, Giovanni è bisex e quindi per lui un rapporto omo non gli pone problemi, Susanna…Susanna mi si ‘facerebbe’ volentieri ma io che dovrei fare con Giovanni, prenderglielo in mano, in bocca, farmi inchiappettare o infilargliela a lui, sempre che ci riesca… che casino!”
    Al telefono: “Dottore sono Alberto, cominciamo a darci del tu e poi vorrei che scrivesti su un foglio di carta come dovrebbe avvenire l’incontro così mi preparo psicologicamente, metti, per favore, il biglietto nella cassetta della posta, grazie.”
    Con trepidazione apertura del biglietto:‘Io e Susanna nudi sul letto, lei a sinistra, io al centro tu ovviamente a destra cominci a prendermelo in mano, anche i testicoli, baciarli entrambi, mettertelo in bocca e , quando è duro, girati, metterò della vasellina per infilartelo nell’ano, a quel punto anche a te dovrebbe diventare duro e potrai infilarlo a Susanna"
    Alberto rilesse il biglietto varie volte sino ad impararlo a memoria ma…metterlo in atto soprattutto sentirsi un coso duro di dietro, mah, come si dice, chi vivrà vedrà!
    Al telefono:“Domani è sabato, se non avete impegni dopo mangiato verrò a farvi visita…”“D’accordo, alle quindici a casa mia, ciaooooo.”
    Che voleva dire quel ciao allungato, Alberto non ti porre tanti problemi, il dado è tratto!
    La camera da letto aveva le serrande abbassate, la luce proveniva da due abat jour con sopra del velo trasparente rosa, sottofondo musica da piano bar, tutto a puntino.Alberto si fece coraggio, prese in mano il coso di Giovanni che, pian piano, aumentava di volume, cominciò con una sega poi, ricordando quanto scritto nel foglietto, con la fellatio, che strana sensazione, cominciò a leccargli i testicoli poi di nuovo lo prese in bocca,  il pene di Giovanni sempre più duro e grosso mentre Il suo ciccio ancora non dava segni di vita, pensò che la teoria dello svedese fosse inefficace o che Giovanni avesse fatto il furbo per avere un rapporto con lui. 
    Si trovò girato di spalle, con del morbido nel buco del suo sedere, la vasellina, e poi pian piano qualcosa penetrò nel suo deretano, quel qualcosa  prese a muoversi avanti ed indietro, insomma Giovanni se lo stava bellamente inculando sin quando, meraviglia, il suo ciccio prese a  diventare duro, sempre più duro,  passò allora al piano b) e fu accolto da una calda ed accogliente gatta la cui proprietaria mostrava di gradire molto quell’intrusione.
    'Risiedette’ dentro  piuttosto a lungo, la signora stava dando con gioia ospitalità ad un ‘ciccio’ decisamente più duro, mostrando sempre più segni di un godimento prolungato. Alla fine Alberto se ne fregò altamente e inondò la ’chatte’ della dama di un caldo e inarrestabile fiume di sperma.
    Rientro a casa, tutto gli sembrava più allegro, il panorama, i mobili, i quadri, i lampadari, prese a ballare, finito l’incubo, si poteva dare alla pazza gioia, almeno lo sperava dopo quella prestazione.
    In caserma i colleghi si accorsero del suo mutamento, qualche battuta, una pacca sulle spalle, erano tutti amici.
    Franco: “Ho capito tutto, auguri.”Alberto si prese una settimana di ferie, fece qualche telefonata a Susanna ringraziandola di cuore, in fondo anche lei ci aveva guadagnato da quello che ricordava.Si mise al lavoro per il condominio: per primo si recò a casa di Giuditta Spinella in Passalacqua, forse non era il giorno migliore, la trovò in lacrime.“Signora verrò un’altra volta, vedo che non è il momento giusto.”
    “A casa mia non è mai il momento giusto, lo sa che ho due coppie di gemelli ebbene. sono di nuovo incinta, maledizione a mio marito, alla sua famiglia, a tutti i parenti, sono cattolici del cazzo, non devo usare il preservativo perchè  è peccato ed io di nuovo…li ammazzerei tutti con la loro religione.Siccome con lo stipendio di mio marito non  si va avanti, loro ci ‘foraggiano’ così dicono in gergo ma pretendono che seguiamo i dettagli della chiesa ed ora potrei sfornare altri due gemelli, una squadra di calcio!”
    “Signora per i soldi non si preoccupi, le lascio la ricevuta, ripasserò.”
    “Stavolta mi voglio togliere una soddisfazione alla faccia loro, la prego venga in camera da letto, una volta ero una bella signora, ora…”“Ma anche adesso …”“Fra dieci minuti vedrà un’altra donna, una donna piacevole, mi aspetti vado in bagno.”
    Alberto pensò a quando, figlio della lupa, doveva fare una buona azione quotidiana, qui si trattava di far felice una povera … che invece apparve in altra veste: non era più la stessa, capelli tirati su, occhi e bocca truccati, vestaglia trasparente che lasciava intravedere seni e pube niente affatto male.
    “Non me ne voglia se approfitto di lei, è una reazione a tanto squallore della mia vita.”
    Alberto non si pentì di quell’avventura, anche a letto la signora dimostrò di saperci fare sessualmente, cacchio doveva essere a stecchetto da tanto tempo, una goderecciata dopo l’altra, alla fine:“Non mi dimenticherò mai di lei, oltre ad essere un gentiluomo è…insomma ci sa fare pure a letto, come si chiama, a un mio figlio metterò il suo nome.
    ”“Alberto.”
    “E Alberto sia.”
    In caserma Franco fu informato sin nei dettagli dell’avventura dall’amico, non finiva mai di ridire: “Stavolta da bere lo paghi tu, ragazzi tutti al bar.”
    Il successivo condomino o meglio la successiva fu Ann Fischer:”Gentile signora sono Alberto Raffaelli il nuovo amministrazione del condominio, son qua per ritirare…”
    “Ma quale ritirare, tu mi ti vorresti fare, guardami in faccia!”
    Alberto fu spiazzato  da quell’irruente bionda svizzerotta, chi l’avrebbe detto.“Vuoi giocare duro, ci sto ma…”
    “Niente ma, preciso che amo i fiorellini e non i cosoni e quindi con me vai in bianco ma, siccome mi sembri simpatico, avremo dei buoni rapporti, ti va?”
    “Certo che mi va anche se…cambiando discorso, io ho prestato servizio a Piaggio Valmara sul lago Maggiore, alcune volte andavo a ballare a Locarno dove ho conosciuto una bella svizzerotta come te, anzi guardandoti bene gli assomigli, si chiamava o spero si chiami ancora Nelly Dickemann…”
    Alberto non aveva finito la frase che un’immensa risata risuonò in tutto l’isolato, Ann non la finiva mai di ridere, Alberto era perplesso.Quando la dama riuscì a controllarsi:
    “Era mia nonna!”e giù altre risate.
    Quando la calma regnò di nuovo nella stanza:
    “Dovevo fare 1,500 chilometri per conoscere lo scopatore di mia nonna, da piccola me ne aveva accennato, il suo primo amore ma guarda…”Alberto senza motivo apparente abbracciò Ann che lasciò fare, in fondo potevano considerarsi parenti…
    “Sediamoci sul divano, raccontami tutto, mia nonna era troppo timida e riservata per entrare nei particolari della prima volta.”
    “Tua nonna era vergine ma a ventidue anni voleva provare finalmente le gioie del sesso ma ne era impaurita: ‘Sii delicato, non è che mi fai male, mettiamo sotto un asciugamano non vorrei sporcare il letto di mamma (i genitori erano assenti per due giorni), non è che resto incinta…’”
    “Nelly me lo stai facendo ammosciare, ho i preservativi, prima di bacio il fiore e poi… Tutto andò bene ma poi io fui trasferito a Domodossola, dapprima ci tenevamo in contatto epistolare  poi, dopo circa un anno, Nelly mi comunicò di essersi fidanzata, fine della storia nonnesca.”
    “Io sono sempre sincera, più ti guardo e più mi piaci sempre relativamente per i motivi che tu sai e poi sono fidanzata con Rebecca, non voglio farle le corna.”
    “Proposta indecente da parte mia, passiamo un fine settimana a Torre Fare, ho una casetta in riva al mare o meglio proprio sulla spiaggia, un luogo romantico, sono un discreto cuoco, sarai tu a dirmi se ti avrò conquistata sia come persona che con l’arte culinaria.”
    “Ci tenti in tutti i modi ma mi incuriosisci, accetto, sarò io a decidere.”Alberto contattò Edoardo suo fornitore di carni particolari non  apprezzate dai Messinesi che si limitavano a pesce stocco, baccalà ed involtini, uno squallore culinario...
    “Edoardo devo fare una bella figura con una gentile donzella, procurami un’anatra, due piccioni e una coscia di tacchino.”“Agli ordini maresciallo, mi precipito.”
    I due giorni precedenti al fatidico venerdì Alberto sparì dalla caserma, "sono ammalato", ammalato si ma di una febbre particolare.Prima il disossamento della coscia di tacchino col conseguente ripieno di prosciutto crudo di Parma, salvia, rosmarino e successiva cucitura con l’ago e filo, due piccioni ripieni di carne di maiale e di aromi, papera (anatra) al sugo da usare sia come secondo che come condimento delle pappardelle, Alberto avrebbe superato anche un cuoco professionista.
    Alle nove del venerdì Ann, con precisione svizzera era dinanzi alla porta di Alberto.“Sei mai stata su una Jaguar, questa ha i seguenti optional…bla bla, bla…”
    “Ho capito, iniziata manovra avvicinamento, vai avanti …”
    “Va bene ma non mi devi smontare, se fai così!”“Mi sa che piuttosto che smontarti vedo qualcosa aumentare di volume, uh uh uh!”
    “Si parli ancora ti violento!”
    “Mal te ne incoglierebbe, sono cintura nera di judo!”
    “E che c…o pure una cintura nera mio doveva capitare, mi sa che alla fine sarai tu ad inchiappettarmi.”
    “Immagine immaginifica, alla fine del week end mi sa che ti chiederò di sposarmi.”
    “A me basterebbe entrare delicatamente in due buchini, scusa l’ardore.”
    “Così vorresti anche…”
    “Si anche ma siccome certamente andrò in bianco mi piace  sognare un po’.”Alberto ce la stava mettendo tutta, se non ci riusciva non era colpa sua.Cena romantica al chiar di luna sulla spiaggia condita con musiche di Diana Krall,di Joss Stone e di Nora Jones.“Scelte indovinate, sei un maledetto ma prima di cedere…”
    “Si dorme in camere separate o mi sbaglio.”“Non ti sbagli, buon notte.”
    Alle dieci un raggio di sole sul viso di Alberto ne decise l’allontanamento dal mondo di Morfeo, Ann se la sguazzava beatamente in acqua e lo salutò festosamente.
    “Mi stai bagnando tutto, hai fatto colazione?”
    "Si hai indovinato i miei gusti, bravo un punto in più a tuo favore. Andiamo a fare una passeggiata lungo la battigia, ti va?”
    “Albertone fa rima con pigrone ma se vuoi…”“Voglio.”
    “Mi manca solo un collare!”“Bau bau.”
    Al rientro pentola sul fuoco e via alle libagioni.
    “Il pomeriggio sono abituato ad un riposino con sfregata di mani.”
    “Non conosco il significato di sfregata di mani ma pure io vado a riposarmi  in camera mia, e sottolineo in camera mia, compreso ilmessaggio?"
    ”La storia andò avanti sino al pomeriggio della domenica.
    “Alberto ritorniamo a casa, busserò io alla tua porta quando…
    Questo il risultato provvisorio del colloquio con i primi tre condomini, i quarti:
    “Signori Giliberto sono…”
    “Si accomodi, l’abbiamo visti in divisa, io son un ex carabiniere, siamo cugini.”
    “Che mi dice di questo condominio?”
    “Vede da vecchi si diventa come invisibili, nessuno che ti guarda, che ti da confidenza, una tristezza, nostro figlio è lontano e non viene mai a trovarci. Con la mia pensione non abbiano una grande disponibilità finanziaria; dopo aver pagato bollette e speso soldi per il cibo ci resta poca disponibilità finanziaria, solo talvolta al cinema e una vecchia Cinquecento, la nostra vita è tutta qui, beato lei che è giovane!”
    Terzo piano a sinistra:“Signora Giunta sono…”
    “Entri, so chi è lei, la vedo sempre uscire in divisa sulla sua Jaguar, un’auto che ho sempre ammirato per il suo stile che anche a lei non manca.”
    Che sia stato un approccio? Madame Franca, Lisitano da nubile, era come si dice in gergo decisamente giunonica  e, per la legge del contrappasso, suo marito era piuttosto mingherlino, imbarcato otto mesi all’anno su navi mercantili con uno stipendio apprezzabile, unico lato negativo la lontananza che pesava molto sulla povera Franca che invece aveva bisogno di…
    Una notte un temporale tipo fine del mondo, lampi, tuoni da far tremare il caseggiato, Alberto si rigirò nel letto, un cuscino sopra la testa ma il temporale non dava segni di voler finire poi un bussare forte alla sua porta.

  • 26 dicembre 2014 alle ore 14:21
    La Stella di Natale

    Come comincia: C’era una volta, tanto tempo fa, un re.

    Il suo regno era sotto l’influenza di un terribile sortilegio: tutti avevano dimenticato cosa fosse il Natale e festeggiavano il 25 Dicembre come un giorno qualsiasi, un giorno nel quale si lavorava e si stava lontani dalla famiglia.

    Una sera d’inverno il re, mentre osservava il cielo, notò una stella, più vicina e più luminosa delle altre. Chiamò a sé tutti i saggi del suo regno che annunciarono al re che quella stella avrebbe raggiunto la sua luminosità molto presto, proprio il 25 Dicembre.

    Tra il popolo si sparse la voce che quella stella, presto o tardi, sarebbe caduta e avrebbe distrutto tutto e tutti. Spaventati, allora, cominciarono a prepararsi alla fine imminente.

    Da lontano, dal suo castello di cristallo, una perfida strega osservava tutta la scena e se la rideva a crepapelle. Solo lei conosceva la dolce verità: quella stella, ogni anno, puntualmente appariva in cielo, ma nessuno la notava perché era troppo indaffarata a fare altro.

    Il re non poteva lasciare che il suo popolo soffrisse e fosse spaventato: era un re giusto, buono e generoso. Decise di convocare a sé tutto il popolo:

    -Popolo mio, non temere! – disse il re.

    -Mio Signore, cosa dobbiamo fare? – disse una popolana.

    -I saggi mi hanno rivelato che la stella brillerà di più tra due giorni. Propongo a voi una bellissima cosa: Venite nel mio palazzo e mettete il vestito più bello. Smettiamo di lavorare il 25 Dicembre e, come una sola famiglia, festeggiamo questo giorno come il “Giorno della Stella”- proseguì il re.

    Il popolo acconsentì alla richiesta del re e tutti lo applaudirono.

    All’improvviso apparve una terribile nube verde dalla quale uscì fuori proprio la perfida strega.

    -Pensavo di avervi sistemato una volta per tutte! A quanto pare, proprio tu, hai la testa più dura del marmo! – disse la strega al re.

    -Sì, proprio tu! Maledetto! Non ti lascerò riportare la Festa qui. Dovete restare sotto il mio incantesimo!

    Il re osservò la strega e, d’improvviso, ricordò di averla già incontrata.

    -Io ti conosco – disse il re alla strega.

    -Tu c’hai fatto qualcosa! Perché? – disse ancora.

    -Voi non meritavate di festeggiare questa festa. Io voglio la vostra rovina e non permetterò che Lui venga di nuovo in questo mondo, nei vostri cuori. Eravate troppo felici – proseguì la strega.

    Il popolo gridò a gran voce: “Lui chi?”

    -Non lo saprete mai!!! Tra due giorni tornerò e oscurerò di nuovo il vostro cuore con un altro potente incantesimo- disse la strega e, con una terribile risata, scomparve nel nulla.

    Il re e il suo amato popolo non potevano permettere che quella strega l’avesse vinta.

    Così, riuniti i suoi consiglieri, il re cercò di trovare il modo per fermare la strega. Non poteva permettere che quella strega cancellasse, ancora una volta, questa festa dal loro cuore.

    All’alba del giorno dopo, si presentò al palazzo, una fanciulla dolce e graziosa. Chiese di parlare col re perché aveva qualcosa d’importante da dirgli. Il re l’accolse volentieri.

    La fanciulla esordì:

    “Carissimo re, tu sei l’unica persona che può distruggere quella strega! Tempo fa l’hai sconfitta, ma lei, con un trucco, riuscì ad ingannarti e a lanciare il suo potente maleficio”.

    Il re guardò, meravigliato, la fanciulla.

    “Ragazza, come fai a ricordare questo?” – disse il re.

    “Io non sono di questo regno. Vengo da un posto che oggi per voi è molto lontano. Sono qui proprio per aiutarti a sconfiggere quella strega” – disse la fanciulla.

    “Domani, giorno più luminoso della stella, riunisci il tuo popolo. Chiedi a tutti di stringere la mano della persona che gli sta accanto in modo da formare una grande catena. Anche i bambini devono partecipare a questo gesto, anzi soprattutto loro perché le loro mani sono le più innocenti e più limpide di tutte. Poi verrà il tuo momento…”- proseguì la fanciulla.

    Il re accolse, entusiasta, il consiglio della ragazza e fece preparare tutto il suo popolo a questo grande evento.

    “Posso sapere il tuo nome” – chiese il re alla fanciulla.

    “Abbi fede, mio re. Domani ti rivelerò il mio nome!”

    Il giorno seguente, la strega apparve di nuovo in mezzo al popolo e oscurò il cielo in modo che nessuno potesse vedere la stella brillare.

    Il popolo, però, non temette il gesto della strega e tutti cominciarono a stringersi la mano. La strega, dalla sua scopa, vide cosa stava facendo il popolo e continuò a ridersela a crepapelle.

    “L’ultimo gesto disperato!” – esultò trionfante.

    Poi, improvvisamente, il re gridò:

    “Oh Luce, brezza che accarezza l’anima leggermente

    riscalda il nostro cuore, col tuo Fuoco d’Amore, infinitamente.”

    Tutti cominciarono a brillare formando così una grande luce che dissolse le nubi create dalla strega. La stella, in cielo, brillava ancora più intensamente e con la sua potente luce, unita a quella di tutto il regno, creò un bagliore così grande che la strega si disciolse all’istante.

    Il re, così, ricordò: la stella era il segno di una festa speciale, che loro chiamavano “Natale”. In quel dì, tutti si fermavano per celebrare la nascita di un Bambino che avrebbe salvato il mondo e l’avrebbe condotto verso un mondo di pace. Anche il popolo cominciò a ricordarsi di tutto. Per molti anni non avevano festeggiato il Natale e non avevano più creduto in quel Bambino. Tutti esultarono di gioia, cominciarono a danzare, cantare.

    Il re sorrise:

    -Forza, popolo mio! Dobbiamo festeggiare! Dio viene qui tra noi per salvarci- esclamò a gran voce.

    La dolce fanciulla, intanto, si presentò nuovamente al re e disse:

    “Eccomi, mio re. Ora finalmente posso tornare da dove vengo!” – esclamò al ragazza.

    “Dolce fanciulla, da dove vieni e chi sei?” – continuò il re.

    “Io sono la Speranza e sono nell’angolo più luminoso del vostro cuore. Col sortilegio della strega, vi eravate dimenticati di me e il vostro cuore era diventato sempre più buio. Il Buon Dio ha voluto mettere fine alle angherie di quella strega, che diventava ogni giorno sempre più forte, grazie alla vostra indifferenza, al vostro egoismo, alla vostra brama di potere. Per tanti anni quella stella era lì, che aspettava di essere guardata da almeno uno di voi”.

    “Quella sera avevo una strana fitta al cuore. Ogni anno, lo stesso giorno, mi succedeva ma non davo molta importanza a questa cosa. Decisi allora di prendere un po’ d’aria, osservando il cielo, sapevo che tutto sarebbe passato” – proseguì il re.

    -Adesso tutto tornerà come prima. Ma ricordate: Non perdete mai la speranza, abbiate sempre fede nel buon Dio che vi ama e non vi lascerà mai da soli!” – gridò la Speranza, per poi sparire in un grande bagliore di luce.

    Tutto il regno, allora, fece festa e da quel giorno, ogni 25 Dicembre, allestirono una piccola scenetta in cui ricordavano la nascita di quel Bambino che, col suo dolce sorriso, ancora oggi viene nel cuore di ognuno di noi per farci il dono più grande: l’Amore.

     

  • 22 dicembre 2014 alle ore 10:04
    Buon Natale

    Come comincia: Ho trovato in un negozio un regalo di Natale che costa pochissimo, era impolverato, quasi dimenticato tra gli scaffali delle modernità. L'ho dovuto tirare fuori tra mille cose inutili, ripulire, renderlo lucido e presentabile. È un regalo semplice di quelli che si comprano con due spiccioli. Ci ho allegato un biglietto che recitava cosi : " Ricordati di non giudicare perchè chiunque è in grado di trovare difetti ed errori; non lamentarti, se pensi e leggi sei gia più fortunato di tanti tuoi fratelli; non dividerti, non c'è colore o credo che valga una separazione; non piegarti, nessuno vanta diritti su di te; non prevaricare, non sei meglio di nessun altro; non odiare, l'odio non costruisce, distrugge; dimentica il passato, ma cerca di ricordare da dove provieni; sorridi e se non vuoi farlo per te, fallo per chi ti guarda. Ho scritto questo biglietto sopra il regalo che voglio farti, ti tendo la mano per augurarti Buon Natale...Attento a non sporcarti, di solito non mi scrivo sulle mani.

  • 18 dicembre 2014 alle ore 9:19
    La prima volta con un' accompagnatrice

    Come comincia: Racconto gentilmente inviato da un cliente:

    Sempre a correre, in piena carriera lavorativa, orari massacranti, ultimamente non mi capita più di uscire con una donna nuova, pochissime occasioni di conoscenza. Single da tempo, mai sposato, ho proprio voglia di passare una bella serata con una compagnia piacevole. Girando in rete mi sono imbattuto nell'annuncio di un'agenzia che offre accompagnatrici non obbligate a far sesso. Mai passato per la mente di obbligare qualcuna a far sesso, trovo che debba essere un piacere assolutamente reciproco. Certo è sempre la migliore conclusione di una serata ma se ci sono le giuste condizioni. Così eccomi in una piazza ad attendere la mia sorpresa, ho visto le sue foto, ma dal vivo è sempre un'altra cosa e poi come si sarebbe comportata? come si sarebbe vestita? E il profumo? Cerco di immaginarla mentre attendo con una certa ansia, mi preparo al peggio, per non rimanere deluso, penso:  “sarà un po' più brutta rispetto alle foto, magari invecchiata”.
    Ecco che squilla il cellulare, lo porto all'orecchio e subito lei mi si avvicina, chiamandomi per nome, niente male, la prima impressione è positiva, per niente deluso. Dopo averle dato la busta con i contanti, passeggiamo un po' mentre le parlo un po' di me, lei mi ascolta con attenzione. Le chiedo di lei, di quel suo particolare lavoro, lei risponde senza problemi, trovo che ci sia già una grande intesa tra noi.
    Eccoci giunti in quel ristorante così intimo per la cena, pare tutto perfetto, ordiniamo cose diverse ma poi ci scambiamo gli assaggi, un po' di vino che la rende ancora più allegra e disinvolta, la conversazione è piacevole e scorrevole, ad un tratto le prendo la mano e mi complimento per la mano ed il resto, lei ritira piano la mano lusingata. Le chiedo delle sue esperienze sessuali, mi racconta di quello che non arrivava mai e lei era distrutta, un vero fenomeno, mi racconta anche di alcuni che, non abituati ad una donna così bella ed alla nuova situazione, sono colti da ansia da prestazione e non c'è verso di eccitarli, ma poi toccano, baciano, leccano e alla fine sono contenti lo stesso. Essendo entrati in argomento caldo le faccio chiaramente capire che mi piacerebbe possederla, lei mi risponde che per quella sera non se ne parla anche perché abbiamo poco tempo ed a lei piace fare le cose con calma (anche a me). Per la prossima volta non lo esclude, dice di trovarmi interessante, ci organizzeremo meglio. Usciti dal ristorante passeggiamo e discorriamo piacevolmente, ora siamo a braccetto, il tempo è volato, la accompagno alla macchina, la saluto con un abbraccio ed un furtivo bacio sulle labbra troppo attraenti, non ho resistito, lei non si scompone, entra in macchina e mi strizza un occhio chiudendo la portiera.

    Sono proprio contento, piacevolissima serata, e la prossima sarà forse ancora meglio. Del resto si sa, l'attesa di un evento è forse meglio dell'evento stesso, e per ora attendo. Noto che lei non ha mai toccato il cellulare durante la serata, cosa rarissima. Ma del resto è una professionista.

    A

     

  • 17 dicembre 2014 alle ore 15:55
    I dubbi dello scribacchino

    Come comincia: Una scossa elettrica, un boato nel cervello, l'universo intero che spezza la monotona catena delle cose, in un andirivieni di pensieri. La mente incapace di sostenere tutte quelle informazioni, immagini sovrapposte di figure incomprensibili, eppure la voglia di capire e conoscere il perché di tutto ciò che è. La logica delle cose, il ragionamento razionale e la ricerca della verità o presunta tale, tutto ciò che ruota attorno alla tua mente, al tuo essere, ma in realtà è l'essenza di ciò che esiste. Credere nel proprio Dio, nella morte e nella vita, sicuri di esistere in eterno anche quando la testa dubita e chiedersi il perché, perché la mente si affligge con simili pensieri quando la realtà ci dà delle risposte. L'illusione di un qualcosa che non c'è e che qualcuno vorrebbe, o che mai verrà rivelato, chi lo saprà mai? L'inutile rincorsa alla perfezione, nella ricerca impossibile di ciò che non è e mai sarà. Un sorriso sincero o le lacrime di chi soffre, l'amico vero o colui che ci affossa. Non esiste un  perché, non si divide il mondo in bianco o nero, la natura ci ha donato infinite sfumature e tu, che chiedi originalità e scalpore, non devi confrontarti con la realtà quotidiana? Hai forse il dono della chiaroveggenza? Puoi, dall'alto delle tue considerazioni, dividere il mondo tra buoni e cattivi? Oppure esprimi dei giudizi senza capire ciò di cui stai parlando? A volte un bagno di umiltà farebbe bene anche ai più grandi e dotti fra noi, ma non sempre a chi sale sul pulpito piace mischiarsi con la plebe. Sei quindi così pieno di te, non dubiti mai, neanche per un istante, delle tue considerazioni? Beato te, deciso e sicuro, insensibile della sorte altrui, capace di criticare ferocemente chi, con umile diletto, si confronta con il mondo delle lettere e delle parole, cercando di dare vita ai propri pensieri, senza pretesa alcuna. Ma in fondo hai ragione tu, chi c'è lo fa fare? Chi ci obbliga ad imbrattare taccuini in brutta, cercando poi di riportare dei pensieri coerenti  su delle tavole bianche con il rischio di fare la figura, non me ne vogliano, degli imbianchini? Loro almeno cercano di rimettere a nuovo delle pareti grezze, o sporche e scolorite e se sono abili di pennello riescono a dare decoro anche a ciò che sembra impresentabile. Ma chi scrive o scarabocchia, sa di dover superar la feroce critica dei lettori: loro non si limitano ad osservare la parete cercando di individuare dei difetti nel lavoro, no. Vivisezionano il tuo pensiero, smontando le tue ragioni e i tuoi perché, chiedendo spiegazioni quando non c'è ne sono e se non stai attento, distruggono le tue convinzioni rimandandoti nell'oblio e nella confusione. E allora, piccolo scribacchino, tornerai mesto al tuo perché, alle tue faccende quotidiane e abbandonerai quel mondo irreale in cui ti piace trovare rifugio e sicurezza, il mondo della fantasia. La paura del confronto è più forte della libertà di pensiero, il terrore di essere giudicato ti opprime e rinchiude la tua mente non lasciandole uno sfogo naturale. Forse è giusto così, è normale essere normali nella normalità, o forse no?