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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Quella sua vita era piena di segni e respiri lasciati in balìa dei venti, appesi su alberi come bambini lasciati a dondolare raccordando la terra al cielo.

    Ci sono io poi. Ma cos'è la parola io? La rivendicazione superba d'esistenza? Una partita a scacchi col destino, o forse il vessillo egoistico d'una traccia di permanenza che tutto sa e tutto vede?
    Abbandono questi lacci e riprendo l'essere. Sono quindi colei dell'aria e le stelle senza ossa e sangue e, allora, non m'accontento di arrancare, sopravvivere, non mi basta l'aria che respiro.  E in questa milizia rigorosa  di brame, mi prendo il vento e l'altrove.

    I segni, gli oracoli alchemici, la gioia senza ragione, la mente senza nuvole di pensiero. 

    Voglio la parte di me che torna, l'ala che manca al lancio nel vuoto. Te.
    Voglio tutto di te.
    Voglio tutto di me. 

  • venerdì alle ore 16:28
    E vissero a lungo...

    Come comincia: "Riccà guarda stò biglietto."
    Arianna era rientrata a casa, buttato il soprabito su una sedia dell'ingresso era volata nelle braccia di Riccardo che l'aspettava nel salone spaparazzato sul divano a guardare la tv e gli aveva porto un bigliettino.
    "B.P.E. 1000" che caccio vuol significare, è la marca di una moto?"
    "Se avessi studiato ragioneria al posto del tuo classico avresti capito che B.P.E.sta per 'buono per euro' e 1000 sono gli euro."
    "Io seguito a non capire, va in cucina il pranzo è pronto."
    Riccardo cinquantacinquenne, pensionato delle poste,condivideva con la moglie quarantenne senza figli un pentavani all'ultimo piano di via Cerere nella zona nord di Messina, quella più snob.
    Libero da impegni di lavoro si era scoperto casalingo e faceva trovare un pranzo pronto all'amata consorte al rientro dal lavoro di cassiera della Banca Rurale di Catenanuova.
    Arianna mangiava lentamente facendo crescere la curiosità del marito.
    Era proprio un essere delizioso la sua Ari: bruna 1,70 di altezza, sguado da sbarazzina, un tre di seno ma il lato più accattivante erano le gambe perfette, caviglie sottili, un tipo da non passare inosservato.
    "Pensi di tenermi a lungo sulla corda?"
    "Gira il bigliettino."
    "Comm.Nullo Ciavarella - gioielliere - via Alessandria 125 - Messina."
    "Inquadralo, è la più grande gioielleria di Messina, il titolare è messo male sia come nome che come cognome ma è messo bene a quattrini anche se si è dimostrato uno spilorcio 1.000 euro, un'offesa!"
    "Un pò di chiarezza non farebbe male."
    Allora sei proprio tonto, mi si vuole fare per 1.000 euro, tè capì?"
    Preso alla sprovvista Riccardo rimase a contemplare la consorte oggetto di desiderio del gioielliere. Non era geloso anzi questa categoria era stata sempre sotto la mira dei suoi strali ma dinanzi ad una realtà non prevista...
    "Secondo stò zozzone io valgo 1.000 euro, sai che faccio, ci aggiungo uno zero e vediamo la reazione, il signore con scuse varie si presenta ogni mattina al mio sportello, che ne dici?"
    "La patatina è tua, sei tu che gliela devi mollare, eventualmente..."
    "Hai detto bene eventualmente, quello è pieno di palanche, per 10.000 euro magari un lavoro orale, fra l'altro ha la pancia, la tua età ma non mi piace, vedremo."
    Quella sera FRiccardo e Arianna fecero all'amore in maniera forsennata, l'idea di un'eventuale avventura della signora aveva acceso il desidero di entrambi, boh!
    Alle quindici del giorno seguente Riccardo aspettava con ansia il ritorno della consorte, vide la sua auto entrare nel cortile e rimase sulla porta d'ingresso per conoscere le novità.
    "E allora?"
    "Il cotale ha messo un bell'.O.K. sul bigliettino con scritto 10.000, mi aspetta in galleria questo pomeriggio, accompagnami tu in macchina."
    "Allora hai deciso?"
    "Voglio vedere come prosegue stà storia, voglio divertirmi un pò a spese di quel mammalucco, se vuole assaggiarmi deve tirar fuori tanti soldi, intanto lo faccio arrapare di più..."
    Riccardo posteggiò la sua Peugeot a circa 200 metri dalla gioielleria, Arianna scese pigramente e ancheggiando si diresse verso il negozio.
    Mille fantasie nella mente di Riccardo, cosa stavano facendo, Arianna aveva detto di non volersi mollare subito, un bacio, una toccatina nelle parti basse, un pompino...
    Questi pensieri fecero uno strano effetto su Riccardo che si trovò con un'erezione gigamtesca, che strano effetto, non sapeva più che pensare di se stesso.
    Pian piano 'Ciccio' rientro nella cuccia, era passata circa una mezz'ora quando Arianna si presentò dinanzi alla vettura di Riccardo che mise in moto senza parlare.
    Dopo un bel tratto:
    "Non sei curioso di sapere com'è andata? Si che sei curioso. Siamo entrati nel suo studio, la mogliemil pomeriggio non va in negozio e Nullo ha cercato di baciarmi. cosa che non gli ho permesso, non mi andava proprio, ci siamo seduti su un divano e Nullo ha preso a pomiciarmi tutta, mani sul fiorellino, sulle tette, sul popò, sembrava impazzito, l'ho lasciato fare, era tanto patetico...Sulla scrivania avevo notato un mazzo da 500 euro, con disinvoltura mi sono alzata e l'ho riposto nella borsetta. Ritornata sul divano l'ho trovato con i pantaloni abbassati, fra le gambe sotto una ampia pancia sbucava una cosa piccolina, ma tanto piccolina che sembrava il pene d'un bambino. Ho evitato di ridere e l'ho preso in mano. C'è voluto del tempo prima che diventasse duro e mi ha chiesto di metterlo in bocca. Niente da fare il prezzo sale e quindi una sega e via."
    Riccardo guifava lentamente, nessuno dei due parlava, diversi i loro pensieri nella mente: Arianna pensava che i 10.000 euro sarebbero serviti per pagare il costoso condominio con piscina e campi da tennis oltre che l'oneroso mutuo,  Riccardo immaginana Arianna con in mano un pene non suo anche se piiccolino ma pur sempre un pene!
    L'argomento non fu oggetto di discussione per vario tempo, la vita fra i due congiugi si svolgeva come se nulla fosse successo sinchè un giorno al rientro in casa di Arianna per il pranzo: 
    "Riccardo sabato andiamo in gioielleria, ho voglia di un braccialetto particolare a forma di serpente."
    "Inutile chiederti in quale gioielleria, vero?"
    "Indovinato ma ci andremo insieme perchè sarà presente la consorte del cotale."
    Il negozio era molto ampio: vetrine dappertutto con all'interno gioielli, vasellame, ceramiche, tutti pezzi di gran lusso.
    Ai banchi due commesse ed una signora di una certa età che trattavano con i clienti.
    Nullo comparve da dietro una tenda, forse spiava il momento dell'arrivo della sua desiderata, baciò la mano ad Arianna, un strascicato 'piacere' a Riccardo e:
    "Cosa posso servirle bella signora?"
    "Un braccialetto a forma di serpente alla Cleopatra, dottore ne ha?"
    "Siamo fornitissimi, ne ho un paio che le piaceranno."
    Nel frattempo la consorte del titolare si era avvicinata al terzetto e:
    "Nullo non mi presenti ai signori?"
    "Mia moglie Clara, Claretta per gli amici."
    "Sono Riccardo Rossini e questa è mia moglie Arianna, siamo abbagliati da tante cose belle!"
    "Siamo i più forniti di Messina."
    La signora non dimostrava i suoi cinquantanni, non alta di statura sfoggiava un corpo giovanile, in viso qualche ruga ben coperta da evidenti ricorsi a saloni di bellezza.
    "Per 10.000 euro mi farei fare un bel pompino così la signora capirebbe la differenza fra un pene da bambino ed un cazzo gigante." Così pensava Riccardo sorridendo dentro di sè.
    Il prezzo fudi 3.000 euro che Arianna pagò in contanti ed ai saluti:
    "Forse potremme rivederci, siete una coppia simpatica vero Claretta?"
    Claretta non si pronunziò, salutò Riccardo e Arianna con un sorriso poco comnvinto, le donne hanno un sesto senso.
    La novità comparve all'improvviso:
    "Per oggi pomeriggio ho invitato Nullo a casa nostra, mi voleva portare in albergo o nella sua villa di Acqualadroni, non mi sono fidata, preferisco che venga qui."
    Riccardo senza parole...
    "Caro non ti preoccupare, ci sono di mezzo cento foglietti! Conti presto fatti 200 x 500 = 20.000 euro! Non essere geloso, per me sarà una passggiata!"
    Riccardo aveva i suoi buoni dubbi, per quella cifra Nullo non poteva che pretendere tanti servigi..."
    Di comune accordo i due coniugi avevano predisposto un interfono nella camera da letto ed uno nel bagno comunicanti con lo studio così che Riccardo potesse tenere la situazione sotto controllo.
    Alle sedici il campanello, Riccardo si rifugiò nello studio e Arianna aprì la porta d'ingresso:
    "Ti ha visto qualcuno?"
    "Si una signora che si è fermata al secondo piano, le ho detto che andavo al penultimo."
    "Tuo marito?"
    "Ritornerà tardi è a casa di amici."
    In bagno:
    "Cara guarda che bel regalo sono 200."
    Con indifferenza Arianna:
    "Mettili in quel cassettino, lavati io ho provveduto a sistemare le mie cosine."
    In camera da letto. Riccardo sentiva tutto perfettamente, aveva chiesto ad Arianna di parlare molto specificando quello che stava facendo:
    "Vengo di su te, sai la tua pancia..."
    "Fatti baciare, ho portato con me una cosa, un vibratore."
    "Non capisco a cosa serva, ad ogni modo niente baci in bocca, piuttosto comincia dalle tette anche con piccoli morsi ma non farmi male, ecco così, intanto tocco il tuo cosino, guarda è già duro, scendi sotto, la cosina è molto vogliosa, si così, fammi godere tanto..."
    Arianna recitava bene la parte, ad un tratto un rantolo, faceva finta di godere la puttanella!
    "Smetti un attimo, fammi riprendere...vengo su di te così potrai metterlo in fica."
    Arianna aveva usato volutamente quel termine pr creare una situazione più arrapante per il soggetto ma avevafatto male i suoi conti.
    "Cara ce l'ho piccolo e ci metto molto a godere."
    Cattive notizie sul fronte, Arianna sopra quel pancione doveva fare una bella fatica.
    Dopo un pò di silenzio, solo qualche piccolo ansimare poi:
    "Cara che ne dici di metterti alla pecorina, hai un popò delizioso, vorrei assaggiarlo."
    "Te lo puoi dimenticare. niente culo!"
    "Raddoppio l'offerta."
    Dopo un attimo di silenzio:
    "Sei convincente."
    Arianna aveva preso la palla al balzo tanto non doveva provare molto dolore con quella cosa piccola, aveva provato bel altro col 'ciccio' di Riccardo!
    "Vado in bagno a prendere la vasellina."
    "Un'altra cosa, vorrei che mettessi il vibratore in vagina mentre sto dentro le tue natiche, proverai doppio gusto!"
    Famtasioso il panzone! Dopo un bel pò si udì un rantolo di Arianna, a Riccardo sembrò vero, forse il vibratore aveva fatto il suo effetto, anche Nullo doveva essere soddisfatto.
    Un bel pò di silenzio, Riccardo pensava che fosse tutto finito quando...
    "Cara un'ultima cosa, me la devi concedere, voglio entrare nella tua deliziosa pelosa e nel frattempo infilarmi il vobratore nel mio didietro."
    Arianna non aveva protestato, dopo un bel pò di tempo un rantolo maschile, Nullo aveva goduto, doppio gusto!
    Riccardo si sentiva frastornato, aveva partecipato a tutte le evoluzioni amorose della consorte e dell'amante, si sentiva svuotato di energie.
    Dopo l'uscita da casa di Nullo:
    "Cara sbaglio o hai goduto veramente col vibratore?"
    "Te ne sei accorto, quell'aggeggio vibrava sul mio clitoride e sono venuta, tutto sommato penso che potremmo comprarlo."
    Quella notte Riccardo preferì rinunziare al sesso, forse un pò di gelosia...rivedeva nella sua mente la sua bella infilzata davanti e didietro mal consolato da 40.000 euro...
    L'episodio erotico monetario fu messo da parte, nessuno dei due coniugi ne pparlava ed era ritormsto il tran tran quotidiano: pranzo pronto alle quindici, il pomeriggio Arianna sbrigava le faccende domestiche,, lettura fi giornali, un pò di televisione, qualche puntata al cinema, il sabato o la domenica qualche puntata al ristorante o in qualche agriturismo, in campo erotico una sola novità: Arianna aveva voluto far godere Riccardo con i deliziosi piedini e c'era riuscita in pieno!
    L'imprevisto dopo circa quindici giorni, a casa Rossini giunse una telefonata, erano circa le dieci del mattino.
    "Ciao cara, cosa fai di bello?"
    "Non sono la sua cara ma Clara Ciavarella, desidero parlarle con urgenza, mi troverà nel posteggio dinanzi a casa sua tra mezz'ora." fine della telefonata.
    Stupito, imbarazzato, sorpreso Riccardo si sedette su una poltrona del salone.che fare?
    Per prima cosa telefonò ad Arianna e la mise al corrente della telefonata ricevuta, per risposta ebbe una gran risata.
    "Che haui da perdere, non ti violenterà di certo, non sei curioso?"
    Dopo mezz'ora una Volvo entrò nel cortile. Riccardo si era vestito, fece segno alla signora che sarebbe messo al suo fianco in macchina, Clara mise in moto dirigendosi verso nord.
    "Gentile signora vorrei sapere dove siamo diretti."
    "Puoi darmi del tu, chiamami Claretta, ormai siamo parenti..." più esplicita di così!
    Riccardo prese ad osservarla attentamente: capelli a caschetto di grigio medio, tinta ben fatta, viso regolare, niente naso lungo che Riccardo odiava nelle donne, labbra carnose quanto basta.
    "Completo io il suo esame: non ho la dentiera, vado in palestra tre volte alla settimana, due in un'istituto di bellezza. Stiamo andando ad Acqualadroni dove hpo una villa, telefona alla tua bella che rientrerai a casa a pomeriggio inoltrato."
    Quelli erano ordini veri e propri, Clara dimostrava di avere una personalaità atta al comando.
    Riccardo prese il telefonino e comunicò la notizia ad Arianna, la consorte sapeva con chi era in compagnia e non fece commenti.
    Giunti nella frazione, Clara posteggiò la Volvo dinanzi ad una villa di stile spagnoloa due piani, chi l'aveva progettata aveva buon gusto.
    Al piano terra si liberarono dei cappotti e salirono al secondopiano.
    "Vado ad accendere il caldo bagno nella camera da letto e in bagno, anche se non fa molto freddo quando si è senza vestiti è preferibile un ambiente riscaldato.
    Riccardo era stupefatto, era affascinato da quella donna che aveva pianificato tutto con tanta naturalezza, nessun commento uscì dalle sue labbra.
    "Nel frattempo sedimoci nel salotto, penso meriti una spiegazione. Visto il buco di 40.000 euro sul nostro bilancio ho chiesto chiarimenti a mio marito che ha confessato, siamo ricchi e ci possiamo permettere anche qualche spesa pazza ma sono curiosa di sapere cosa ha trovato Nullo in tua moglie, è una donna piacevole ma come lei..."
    "A questa domanda può rispondere solo tuo marito, io sono il diretto interessato e quindi di parte, lui cosa ti ha detto?"
    "All'inizio ha raccontato un sacco di balle su quei 40.000 euro ma gli ho fatto sputare la verità ed ha cantato che è venuto a casa tua e che ha avuto rapporti intimi con tua moglie...non dire che non lo sapevi...bene eri al corrente di tutto e quella somma ti ha fatto gola!"
    "Noi siamo una coppia aperta e non ci nascondiamo nulla, all'inizio erio perplesso, ho detto ad Arianna che, essendo l'interessata, poteva prendere qualsiasi decisione, non sono un'ipocrita!"
    "All'inizio aveva promesso a tua moglie 20.000 euro, come sono diventati 40.000 non ma l'ha voluto dire, ne sai qualcosa?"
    "Vittoria mi ha confidto che il signore ha voluto qualcosa di non programmato e il prezzo è raddoppiato."
    "Non riesco ad immaginare cosa fosse, a quel punto..."
    "Mia moglie ha un lato b particolarmente attraente e piuttosto prominente e tuo marito ha insistito per assaggiarlo."
    "Figlio di gran... 20.000 euro per una inchiappettata!"
    Clara si stava dimostrando più furba di quanto Riccardo pensasse.
    "Ti svelo il motivo per cui siamo qui: ho cinquant'anni, dopo il matrimonio sono stata una sposa fedele ma dopo cher la mia seconda figlia si è sposata dentro di me è scattato qualcosa, una ribellione a trent'anni di vita deludente, vicino ad un uomo ricco ma senza personalità, fra l'altro ha un pene piccolo...non fare quella faccia, sicuramente tua moglie ti ha messo al corrente, ora ho deciso di andare all'arrembaggio! Quando ti ho visto mi sei piaciuto, non voglio un giovane che mi possa ricattare, penso che in campo sessuale tu ci sappia fare, è quello che voglio da te, me lo devi anche per pereggiare i conti, al contrario di tua moglie non ti chiederò soldi...andiamo in bagno, ormai l'ambiente sarà caldo sempre che tu sia d'accordo..."
    Lasciarono i vestiti nell'androne e furono accolti da un bel tepore. Clara aveva un bel fisico, la palestra e i massaggi avevano sortito un bell'effetto sul suo corpo,le tette ancora sode, il ventre piatto e anche il sedere niente male.
    "Ti riempio la vasca, io sotto la doccia."
    Clara prese un bagnoschiuma molto profumato lo versò nell'acqua della vasca. Si sedettero sul bordo nient'affatto  intimiditi dalle loro nudità.
    Riccardo si sdraiò nell'acqua calda ricoperto di schiuma colorata, Claretta sotto la doccia poco distante.
    Il caldo dell'acqua fece un bell'effetto su Riccardo che vide spuntare dalla schiuma il suo coso ben turgido, Claretta si avvicinò e lo prese in mano.
    "Finalmente un cazzo degno di questo nome, come ti dicevo non ho mai tradito mio marito anche se ho avuto molte occasioni. Sono stata educata dalle Orsoline e questo mi ha condizionato. Per consolarmi del mancato piacere dovuto al pisellino di Nullo, mi son fatta comprare da lui due vibratori uno per la vagina ed uno, più piccolo, per il popò, mi vergognavo ad andare in un sexy shop, lui sa che li uso."
    Hai caèito i coniugi Ciavarella ambedue muniti di vibratori.
    Avvolto in un accappatorio Riccardo fu accompagnato da una mano ferma ma gentile sul lettone, 'ciccio' sempre duro sbucava dall'accappatoio.
    "Rik che buon odore, che buon sapore..."
    Claretta av eva iniziato a baciare Riccardo sulla fronte, poi sulla bocca dove entrò una lingua molto mabile che fece provare all'interessato sensazioni piacevoli, Pian piano la sapinte lingua scese sui capezzoli, scicolò nelle ascelle, l'ombellico, ignorò il pene di Riccardo 'ben dur', poi lungo le gambe ed infine una per una le dita dei piedi.
    Una novità piacevole  ma 'ciccio' voleva la sua parte e l'ebbe poco dopo quando la pulsella ci montò sopra. Fu un'entrata rapida perchè la vagina era talmente 'inondata' che qualche goccia cadde sul lenzuolo, un uragano!
    Ci sapeva fare la baby, riusciva a strofinare il pene sul clitoride tanto che quasi subito emise urletti di piacere ma seguitò a cavalcare il suo amante provando orgasmi a ripetizione e per fortuna che era stata educata dalle Orsoline!
    Dopo tanti orgasmi Claretta  appoggiò il suo copro su quello di Riccardo e vi rimase immobile. 'Ciccio' finalmente domo, si era ammosciato e l'interessato riteneva finita la pugna e avrebbe voluto andarsene ma... Claretta rimaneva prona su di lui, fra l'altro Riccardo si accorse di avere la spalla su cui poggiava il viso dell'amante bagnata dalle sue lacrime ahi ahi.
    Qual'era la causa di quella situazione: una rivincita di una vita sessuale poco appagante, un puro erotismo, un'arretrato da smaltire, una carica di energia psichica boh
    Claretta imprevedibilmente andò a cercare 'ciccio' e se lo mise in bocca ancora bagnato, sicuramente apprezzava il sapore dello sperma di Riccardo facendo il paragone con quello di suo marito,
     Infine senza guardare il suo amante negli occhi scese dal letto e andò a vestirsi, cosa che fece anche Riccardo.
    Presero la via del ritorno, silenzio totale, forse Claretta non voleva rompere quell'atmosfera che si era creata da quell'incontro indimenticabile, il silenzio val più di mille parole, Riccardo non ricordava chi l'aveva detto ma era della stessa opinione.
    Così fin' il primo incontro fra i due, un incontro indimenticabile.
    Al rientro a casa Arianna aveva stampato un bel punto interrogativo sul viso.
    "La signora ha recuperato parte dei soldo spesi dal marito" fu il commento di Riccardo.
    Passarono vari giorni senza novità quando, rientrando dall'ufficio, Arianna:
    "Caro, Nullo vorrebbe una mia foto significativa."
    "Specifica il termine significativa."
    "Possibilmente in bianco e nero e vestita succintamente, prezzo da stabilire."
    Riccardo non era molto d'accordo ma sim piegò alle insistenze della consorte.
    Cercando fra le foto da lui stesso stampate, ne selezionò alcune finchè ne scelse una, sicuramente la più 'significativa': Arianna appariva con un sorriso splendente, una camicietta nera trasparente che lasciava  intravedere abbondantemente il seno, un reggicalze senza mutandine, si vedeva perfettamente una nera foresta.
    "Quanto gli chiederai? A questo punto vorrei anche sapere se la gentile consorte gli ha confessato il nostro incontro ravvicinato, chiediglielo."
    Il giorno sueccessivo al rientro a casa di Arianna:
    "Prima voglio mangiare poi ti racconto." 
    "Appena ricevuta la busta Nullo si è chiuso in bagno della banca, ne è uscito dopo circa un quarto d'ora rosso in viso, scommetto che si è fatto un bel segone, va matto per me. M'ha detto di aver saputo dalla consorte del vostro incontro, nessun commento."
    Il giorno successivo.
    "Caro Riccardo l'ultima novità, Nullo ha fatto vedere la mia foto alla moglie che, nel vederla, è rimasta, come dire, molto impressionata, non so se è il termine esatto ma ha detto di volermi conoscere di persona, appuntamento domenica all'agriturismo 'la baracca' sui Nebrodi. A questo punto sono curiosa, vorrei andarci."
    Riccardo pensava: "Nullo si è scopato Arianna, io lo stesso con la moglie, siamo pari, si fa per dire perchè il pollo ha sganciato 40.000 euro ma quest'incontro a che fine?"
    "Ci vengono a prendere con la loro macchina, appuntamento alle 10 nel nostro cortile."
    Era primavera, Arianna indossava un vestito fantasia, leggero, quasi trasparente e dalla gonna ampia.
    All'arrivo della Volvo un collettivo asettico "buon giorno" poi la partenza. 
    Guidava Clarettacon a fianco il marito.
    Nessuna conversazione, forse un pò d'imbarazzo, prima dell'ingresso in autostrada Claretta ferma la macchina:
    "La conversazione langue, propongo che Riccardo sieda vicino a me e Nullo dietro, che ne dite?"
    Proposta accolta. Nullo e Arianna presero a parlare non si sa di quale argomento, il rumore della macchina impediva di sentire le loro parole. Anche Clara aveva indossato una gonna molto ampia, quando si dice la malignità!
    "Noto che guidi molto bene, sei sicura e veloce."
    Guardando nello specchietto di cortesia Riccardo notò che Nullo si era molto avvicinato a Vittoria che forse non gradiva la sua vicinanza tanto da essersi spostata all'estremo del sedile, Riccardo ne approfittò pr insinuare la mano sinistra sotto la gonna della guidatrice che si guardò bene dal protestare (che cosce morbide!)
    Al casello di uscita la mano di Riccardo fu ritirata e il viaggio proseguì fra i tornanti sinchè non giunsero a destinazione.
    "Riccardo guardi che panorama magnifico, si vede pure il mare."
    "Lasciamo stare i convenevoli ed il lei, sappiamo tutti come sono andate le cose, tutti d'accordo?"
    Verità incontrovertibile, sorrisi da parte di tutti, Riccardo si trovò sotto braccio a Clara (posso chiamarti Claretta?) e altrettanto fece Nullo con Arianna.
    Dopo aver gironzolato nel giardino sottostante, c'era pure un piccola piscina e tanti fiori, i quattro entrarono nel locale.
    Al loro arrivo un premuroso signore, sicuramente il proprietario, venne loro incontro.
    "Sono il signor Ciavarella, ho prenotato per quattro, se possibile vorremmo una saletta riservata."
    Furono accontentati o meglio Nullo fu accontentato perchè la richiesta era stata espressa da lui, per secondi fini pensò Riccardo.
    La conversazione fra Riccardo e Claretta era costante, sorrisi, battute, qualche barzelletta mentre fra Arianna e Nullo languiva. Fra l'altro Nullo mangiava poco al contrario del suo solito tanto che la consorte:
    "Caro ti senti bene, ti vedo palliduccio."
    "No cara tutto bene."
    A questo pounto un'alzata d'ingegno di Riccardo:
    "Col pollo mi sono unto le mani, vado in bagno a lavarmi."
    Clara: "Ti seguo, anch'io mi sono impiastricciata."
    Incontrarono un cameriere:
    "Io e mia moglie dovremmo lavarci, dov'è il bagno?"
    Appena all'interno, chiusa la porta, il solito polipo entrò nella bocca di Riccardo il quale ricordava bene il precedente ma per accontentare un 'ciccio' già in posizione orizzontale, mise alla pecorina Claretta e la penetrò selvaggiamente ben assecondato dall'interessata.
    Dopo circa un quarto d'ora uscirono ridendo allegramente come studemtelli in gita scolastica.
    Al tavolo Nullo: "Anch'io mi sono sporcato le mani, Arianna mi fai compagnia?"
    Malvolentieri l'interessata fece un segno d'assenso.
    "Ragazzi quando domandate dov'è il bagno dite che siete marito e moglie come abbiamo fatto noi!"
    Dopo circa venti minuti rientro dei due al tavolo, Nullo rosso in faccia, Arianna con la faccia annoiata.
    Riccardo all'orecchio di Claretta:
    "Scommetto che tuo marito voleva scopare o farsi fare un pompino ma si è dovuto accontentare di una sega!"
    Gran risata di Claretta.
    Il quartetto era affiatato ma in maniera sbilanciata:
    Riccardo, il più fortunato viaggiava alla grande, moglie e amante;
    Arianna marito e amante (malvolentieri);
    Claretta, messi da parte i vibratori, amante;
    Nullo, il più sfortunato solo briciole: nessun rapporto con la consorte, amante col contagocce e talvolta il vibratore per il poco nobile didietro.
    E così vissero...
    Come le favole di Esopo in questa storia c'è una morale:
    'La goia di ognuno è amare quello che si ha ma talvolta si regge sull'altrui infelicità.' 

                                                   

     

  • venerdì alle ore 14:52
    Michelangelo Buonarroti

    Come comincia: (Caprese, 6 marzo 1475 - Roma, 18 febbraio 1564)
     
      Viaggiare in aereo per me è sempre un'emozione incredibile, un avvicinarsi un po' di più a Dio, così come lo era per i cristiani nel medioevo quando costruivano le cattedrali che svettavano verso il cielo. Lassù, in mezzo alle nuvole come un uccello con le ali spiegate, provi a sbirciare attraverso l'oblò e quello che si apre ai tuoi occhi è un mondo fantastico, una diversa prospettiva da quella usuale, più suggestiva e divina. Perché la Terra, il sistema solare, l'intero universo sembrano realmente usciti dalle mani magiche di un essere superiore. Un chiaro spettacolo della natura!
    Sospiro, scorgendo le dolci ondulazioni del Sahara che sembrano flutti dorati e il mio pensiero vola ai giorni mai dimenticati della guerra e scuoto la testa.
    «Se solo avessi potuto osservare il mondo da quassù.»
    Sussulto e mi giro di scatto, rimanendo a fissare quel volto bruttino, dai lineamenti duri, il naso rotto, la bocca piegata perennemente all'ingiù e sbatto le palpebre più volte, incredula e atterrita da ciò che quell'uomo rappresenta.
    «Mi… Michelangelo.» balbetto in un sussurro.
    «Sì, decisamente se avessi potuto avere questa visuale, avrei per certo fatto morire di bile quell'effeminato di Leonardo!» sbotta irato.
    Mi guardo timorosa in giro, ma i passeggeri continuano a godersi il viaggio come se nulla fosse e porto una mano al cuore, sollevata e indispettita al contempo.
    «Leonardo non era effeminato!» ribatto.
    A quelle parole mi degna infine di attenzione e socchiude gli occhi soppesandomi, alzando lentamente il mento.
    «Osi negare l'evidenza?» borbotta.
    «Lui era dolce, bello, elegante…»
    «Oddio, eccone un'altra!» esclama inorridito.
    Lo fisso attonita e lascio cadere l'argomento, consapevole che l'astio esistito tra i due maggiori uomini che il mondo abbia partorito non si è sanato neppure dopo tanti secoli.
    «È vero che a tredici anni sei andato a bottega dal Ghirlandaio?»
    «Verissimo. Mio padre avrebbe voluto che divenissi un avvocato, ma con il greco e il latino non sono mai andato d'accordo. D'accordo andavo con il disegno e fin da piccolo preferivo tratteggiare le chiese che vedevo nella città.»
    «Hai attirato l'interesse del Magnifico.»
    «Sì, si stupì nel vedermi maneggiare lo scalpello con maestria e mi tenne con sé. Era un grand'uomo messer Lorenzo.» aggiunge e la voce gli si incrina un po’, tradendo l'emozione.
    Provo a immaginarmi alla corte del Magnifico ma la testa mi gira e turbina in un ambiente frequentato dai più grandi uomini del tempo e subito torno con i piedi per terra. Se penso che Michelangelo l'ha frequentata all'età di quindici anni…
    «Sbaglio o ammiravi Savonarola?» domando.
    «I suoi sermoni erano sferzate contro tutti i potentati e contro la loro opulenza e richiamavano sempre all'amore del Cristo e alla Sua umiltà.»
    «Ma tu mangiavi al desco del Magnifico!» esclamo sbigottita.
    Lo vedo alzare le spalle larghe e possenti, come se la cosa non lo turbasse e mi domando se io sarei mai riuscita a sopravvivere in un simile periodo, dove la morale era un'utopia.
    [images3] «Dopo la morte del Magnifico ti sei trasferito a Roma, chiamato dal cardinale Riario.»
    «Quel taccagno!» e sembra che sputi le parole. «Per fortuna il Galli e poi il cardinale de Villiers mi hanno notato e ho potuto lavorare, altrimenti sarei rimasto con le mani in mano.»
    «La famosa Pietà.» mormoro incantata.
    Nota il mio sguardo sognante e commenta aspro:
    «Anche i miei contemporanei rimasero a bocca aperta.»
    Inizio a capire per quale motivo Leonardo non ci andasse d'accordo e per quale motivo in una rissa un tipo gli spaccò il naso: è arrogante, attaccabrighe e irascibile. Eppure tutti questi suoi difetti svaniscono dinanzi alle sue opere ed io non posso che inchinarmi al suo genio.
    «La fama a soli ventitré anni. Da allora sei stato richiestissimo.»
    «Me ne sono tornato a Firenze, dove il Duomo mi commissionò una statua ed io tirai fuori il David.»
    «Lo dici come se fosse la cosa più facile del mondo!»
    Emette un grugnito con quella sua voce dura come il carattere e ribatte:
    «Per me lo era. Il David era già lì, nel blocco di marmo; io ho solo tolto il superfluo per farlo venire alla luce.»
    Rimango esterrefatta e scuoto lievemente la testa, come a sottolineare la mia incredulità.
    «E per affrescare una delle pareti di Palazzo Vecchio?» domando.
    Fa un gesto stizzito con la mano, si agita sul sedile e a me incute un po' di timore.
    «Io e lui…»
    «Lui Leonardo?» specifico.
    «Sì, l'effeminato, il damerino. Ci vedi a lavorare schiena contro schiena per affrescare le due pareti? Se solo Giulio non mi avesse voluto a Roma alle sue dipendenze…»
    «Giulio II, il papa battagliero?»
    «Proprio lui.»
    Sogghigno e provo a immaginare Michelangelo e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, faccia a faccia: entrambi collerici, iracondi e insopportabili. Le scintille si sarebbero sprecate e si maltrattarono per tutto il tempo che lavorarono insieme. Cosa avrei dato per vederli!
    «Quindi niente più raffigurazione a Palazzo Vecchio.»
    [images1] «No. Il destino aveva deciso che né io né l'effeminato avremmo affrescato le pareti: io per un motivo, lui per un altro.»
    Immagino che se continua ad appellare così Leonardo tra un po' lo strozzo.
    «Papa Della Rovere voleva un mausoleo da te.»
    «Sì, enorme, degno dei tempi antichi. Hai presente il Mosè?»
    «Certo, nella basilica di S. Pietro in Vincoli.»
    «Quello. La tomba del papa. Quella che lui, dietro insistenza di Bramante che doveva progettare la cupola di S. Pietro, mi costrinse a rimandare. Ovvio che me ne tornai a Firenze.»
    «E il papa?»
    Lo vedo sogghignare prima di rispondere:
    «Mi mandava lettere ogni giorno intimandomi di rientrare nell'Urbe, ma io ho sempre fatto orecchie da mercante.»
    «Sì, però alla fine l'ha spuntata il "grande collerico".»
    «Avrebbe messo a ferro e fuoco Firenze, quel pazzo! Sono sì rientrato a Roma, ma mi sono visto incaricato non del mausoleo, bensì dell'affresco della Sistina. A te pare normale?» borbotta incrociando le braccia sul petto.
    Al solo nominare la Cappella Sistina vado in brodo di giuggiole e chiudo gli occhi sospirando.
    «Hai idea, hai una pur solo vaga idea di quanto mi sia costato quel lavoro massacrante?» sbraita irritato. «Da solo, ho dovuto fare tutto da solo, io che di affreschi non m'intendevo, mentre nelle sale affianco c'era Raffaello, che avrebbe potuto benissimo farlo al posto mio. Invece no, quel testardo di Giulio si era incaponito e alla fine l'ha spuntata. Per quattro lunghi anni ho lavorato come una bestia, con i suggerimenti del Sangallo per non rovinare l'affresco, con Giulio che ogni giorno veniva a spiare senza commentare e poi, una volta terminata e aperta al pubblico, il testardo mi lascia, muore!»
    Nel suo sfogo sento il sincero rammarico di colui che perde un padre, un protettore e la cosa mi lascia alquanto stupita. Che, tutto sommato, il misantropo Michelangelo Buonarroti avesse un cuore? Fatto sta che, una volta morto il papa, lui tornò a Firenze, fino a quando, nel 1536, papa Paolo III Farnese gli commissionò il Giudizio Universale.
    [images2] «Nel frattempo avevo portato a termine il mausoleo e le due tombe dei fratelli Medici,» racconta, «e solo Dio sa quanto non avrei voluto mettermi a dipingere di nuovo. Ciò nondimeno alla fine l'ho fatto.»
    «E quale mirabile meraviglia!»
    Lo vedo digrignare i denti, scontroso come sempre e mi passa una mano davanti agli occhi, come per svegliarmi.
    «Li hanno coperti.» commenta lapidario.
    Lo fisso attonita, quindi capisco e ripenso a quanto tutte quelle nudità avessero turbato i meno scandalizzabili uomini del tempo, con il risultato che furono disegnate foglie di fico dinanzi a ogni membro.
    «Sì, però noi progrediti le abbiamo rimosse, così il dipinto risplende in tutta la sua magnificenza.» rispondo con soddisfazione.
    «Voi progrediti?» ripete inarcando un sopracciglio.
    Devo aver fatto un'espressione simpatica perché scoppia a ridere ed io non comprendo la sua ilarità.
    «Quale assurda pretesa.» mormora scuotendo il capo.
    Rimango a guardarlo, lui, Michelangelo, un genio tra i geni del rinascimento che ci esalta, noi italiani al confronto con gli altri stati e mi chiedo come sarebbe ora Roma senza il tocco delle sue mani. La Sistina sarebbe ancora dipinta di azzurro con miriadi di stelle bianche, insulse e prive di qualsiasi significato dinanzi al capolavoro michelangiolesco, e la navata destra di S. Pietro non vanterebbe la sua Pietà, bella oltre ogni dire.
    «Hai praticamente diviso la tua vita tra due delle più grandi città del rinascimento, Roma e Firenze.»
    «A Roma ci sono pure morto, novant'enne, ma i toscani non mi hanno lasciato in pace neppure dopo trapassato: mi hanno traslato a Firenze e qui sepolto. A Roma ci sono stato bene gli ultimi anni della mia vita, ho conosciuto Vittoria Colonna e siamo diventati molto amici.»
    «Anche Tommaso Cavalieri.» insinuo dolcemente, fissandolo dritto negli occhi.
    Lo vedo agitarsi alquanto e serra le labbra in una linea dura e sottile.
    «Dai dell'effeminato a Leonardo, ma tu non eri migliore.» lo sfido alzando il mento.
    Se il suo sguardo avesse potuto incenerirmi, ora sarei solo un mucchietto di polvere sul sedile dell'aereo e dentro di me sogghigno soddisfatta: il genio di Vinci è vendicato!
    All'improvviso si sporge verso di me e indica oltre l'oblò. Mi giro e rimango esterrefatta dinanzi alla maestosità della Cappella Sistina, priva di mura che la racchiudono, bensì aperta come un foglio in mezzo all'azzurro delle nuvole e mi rendo conto che sono rimasta a bocca e occhi spalancati. La visione rimane quel tanto da farmi capire quanto l'uomo possa andare a braccetto con la natura e quando mi volto per ringraziare il genio, il suo posto è vuoto e una hostess mi fissa sorridendo affabile, offrendomi dell'acqua.
    Sospiro dispiaciuta e mi mordo le labbra.

  • 25 agosto alle ore 20:53
    operazione acqua pulita

    Come comincia: Mi presento
     
    Mi chiamo Elio e l’acqua è il mio mondo.
    Sì mi chiamo Elio, come il gas nobile che fa volare in cielo i palloncini in lattice, quelli tutti colorati e dalle forme più bizzarre, che si vedono spesso nelle fiere di paese.
    Un giorno ho chiesto a mia madre il motivo della scelta di quel particolare nome, mi ha risposto che era il nome di mio nonno materno e, come per discolparsi, ha aggiunto che non poteva immaginare che il suo unico figlio sarebbe stato appassionato di nuoto, attratto dall’acqua e non dall’aria.
    Come spesso accade ho iniziato nuoto da bambino perché ero mingherlino e avevo problemi alla colonna vertebrale, così i miei genitori mi portavano in piscina due o tre volte a settimana. Ho provato anche altri sport, quelli di squadra, ma non riuscivo a essere felice, orgoglioso dei miei risultati come quando sono da solo in acqua, solo contro il tempo, e per vincere devo basarmi soltanto sulle mie forze, senza dipendere da nessun altro.
    Per comodità, da molto tempo, tengo i capelli rasati quasi al massimo. I capelli lunghi non li ho mai sopportati, troppo tempo sotto l’asciugacapelli dopo gli allenamenti. Per non far notare troppo la differenza non mi faccio neanche crescere la barba: appena è di tre, quattro giorni e si nota la differenza con la testa mi dirigo in bagno e mi rado, con pennello e rasoio. Sì, potrei anche usare le macchinette elettriche per tagliare tutto, barba e capelli, ma mi piace sentire l’odore del sapone che monta e la sensazione di freschezza della rasatura. E poi me l’ha insegnato mio padre.
    Inoltre ho paura che, se non mi sbarbassi, la gente mi griderebbe frasi del tipo: “Hai montato la testa al contrario?”.
     
    Il centro sportivo lo frequento diversi giorni a settimana e conosco la maggior parte delle persone che vanno lì regolarmente.
    È un posto molto grande, con piscina, campi da calcetto e da tennis, sauna e palestra.
    È il luogo che considero come la mia seconda casa, o almeno lo era fino a poco tempo fa.
    Dall’arrivo di quel palestrato di Giorgio, non è più così. Giorgio, detto “Bullone” sia per i suoi modi di fare da spaccone sia per il tatuaggio sul collo.
    Lui è il capetto del reparto palestra. Se hai bisogno di qualcosa te la trova subito. Soprattutto sostanze per riuscire a recuperare in poco tempo le forze perse, durante gli allenamenti. Dice che non sono proibite, ci sto facendo un pensiero … 
    Ha una gran bella macchina che io non mi potrei mai permettere e sinceramente non capisco neanche come la possa mantenere lui.
     
    Quando entro in piscina sono in armonia con il mondo. Nella mia vita ho imparato a distinguere i problemi in due categorie: o rimanevano fuori dall’acqua o entravano lì con me. I primi non erano importanti, i secondi a fine allenamento, dopo una lunga nuotata, avevano trovato una loro soluzione, o almeno qualcosa di molto simile.
    I miei allenatori sono stati pochi e tutti importanti: mi hanno fatto crescere, maturare, sia come atleta, sia soprattutto come uomo.
    Quando sono completamente sommerso dall’acqua mi sento libero all’ennesima potenza. I gesti sembrano più lenti, ma è lì che riesco a dare il meglio di me. La virata è il mio pezzo forte, quello dove riesco ad accumulare distacco dagli avversari.
    Odio stare sopra il trampolino, invece. È un posto che non sopporto: l’unico pezzo di ferro in un mondo d’acqua! Ho sempre paura di scivolare e farmi male, non riesco a dare il meglio di me. Non mi mai è mai passato per la testa di scegliere i tuffi come specialità!
    La doccia è la degna conclusione degli allenamenti. Quando sento l’acqua calda scorrere addosso ai muscoli intorpiditi, sento un gran sollievo. È in quel momento che penso al mio domani, al mio futuro. Il rumore dell’acqua che scorre via sulle mattonelle lucide del pavimento per finire dentro lo scarico è una specie di musica.
     
    Ora sono a un punto di svolta della mia carriera di sportivo, un punto di non ritorno. È anche per questo che sto scrivendo queste pagine. Anche se non so se le farò mai leggere a qualcuno, alla mia famiglia, alla mia ragazza, al mio allenatore.  
    Devo capire se voglio diventare un professionista e quindi trasferirmi in un'altra città oppure rimanere qui in provincia, dove ho già vinto tutto e posso solo migliorarmi contro il cronometro e vedere passare il tempo e le generazioni future, invecchiando senza troppi patemi d’animo.
    Siamo in pochi ad avere questa possibilità e credo che alcuni miei compagni di squadra, abbiano iniziato a “barare”, aiutati da Bullone. Non mi piace fare la spia, ma il sospetto ce l’ho...
     
    Aprile
     
    Mi chiedo perché continuo a scrivere questo diario. Forse è un modo per non sentirmi in colpa su ciò che credo di sapere e non voglio scoprire? O forse vorrei anch’io diventare cliente di Bullone e fregarmene di tutto? 
    Non so di chi fidarmi... ho dei sospetti anche sul mio allenatore, Carlo: credo che sia d’accordo con lui, con Giorgio.
    I miei genitori? Hanno già tanti problemi, non posso aggiungere loro questo macigno, non lo sopporterebbero.
    La mia ragazza? Ci frequentiamo da troppo poco tempo. Se sapesse temo che scapperebbe via e non voglio rischiare la nostra relazione.
    Non so se andare a denunciare la cosa dai Carabinieri o alla Polizia, ma non ho prove, solo supposizioni. Magari mi chiederebbero di diventare una spia, di fare l’infiltrato, entrare in contatto con quelli di cui sospetto, cercando di farli ammettere e non so se ne sarei capace.
    Intanto i risultati in vasca iniziano a peggiorare. Il problema è che in poche settimane alcuni miei compagni mi hanno surclassato. Tengono delle capsule nei loro armadietti, mi hanno detto che sono energizzanti, integratori naturali tipo ginseng,erba mate, maca, germe di grano, guaranà, spirulina, la crema di Budwing e altre cose simili... Io personalmente conosco poco queste sostanze... ci sarà da fidarsi?
    Non so se andare dal dottore da cui vanno gli altri a farmele prescrivere: mi hanno dato il suo biglietto da visita e io non l’ho gettato via, l’ho riposto nello scompartimento più nascosto del portafoglio, senza pensarci troppo.
    Da quel giorno c’è un’immagine che ricorre spesso nella mia mente, il nome e il numero stampato sul biglietto: prendono vita e mi si avvicinano. Sta diventando un incubo...
     
    Maggio
     
    Eccomi qui, seduto nella sala d’attesa del dottore, non ci sono molte persone sedute. Ho preso appuntamento, voglio fare una visita, almeno voglio provarci.
    La segretaria mi ha fatto cenno di entrare. Il dottore non è come me lo sono immaginato, davanti a me c’è un bell’uomo, chissà perché me lo immaginavo grasso, con una vistosa pelata. Dopo essermi presentato e avergli fatto il nome del centro sportivo, come se fosse una parola magica, è diventato più gentile, ma anche più pacato nei modi, tranquillo, rilassato.
    Tra i vari discorsi, allora, ho voluto inserire anche il nome di Giorgio e del mio allenatore Carlo. Ma lui mi ha guardato in modo enigmatico, quasi di rimprovero, come se quei nomi non si dovessero mai pronunciare, come da bambino, quando dicevi una parolaccia davanti a tutta la famiglia.
    Mi ha visitato in quattro e quattr’otto e mi ha lasciato una ricetta bianca, direi quasi anonima se non fosse per il timbro e la firma, se vogliamo chiamare così questo scarabocchio. Mi ha anche raccomandato di non esagerare con le pillole... No, niente ricevuta né fattura...
    Il dottore non era nel mio quartiere, quindi ho chiesto alla segretaria dove trovare una farmacia nelle vicinanze. Me ne ha indicata una a pochi metri dallo studio. Sono entrato come se dovessi rapinarla: testa bassa, bavero della giacca rialzato, mi sono diretto al bancone cercando di non incontrare lo sguardo di nessuno. Qui non mi conoscono ma non voglio correre rischi, un conoscente può sempre sbucare all’improvviso da dietro l’angolo. La dottoressa dietro al bancone mi ha chiesto se avevo la tessera sanitaria per scaricare lo scontrino dalle tasse, ma le ho risposto di no, volevo solo sbrigarmi!
    Tornato a casa ho subito cercato su internet le sostanze contenute nelle pillole dentro al flaconcino. Non contento, ho letto anche le “istruzioni per l’uso”, quei foglietti scritti in caratteri piccolissimi, che una volta aperti ti passa la voglia di prendere la medicina e che nessuno riesce a ripiegare in modo corretto e riporre nella custodia.
    Come mi sento, ora? Non lo so. Non so se fidarmi e iniziare a prenderle oppure buttarle nel gabinetto, come accade nei film quando il tossico viene sorpreso dalla polizia in casa con la droga.
    Domani le nasconderò nell’armadietto della palestra, le metterò in fondo, dietro al beautycase uso dove tengo le cose per la doccia.
     
    Giugno
     
    Adesso che si sa che sono andato da quel medico, gli atteggiamenti da parte dei miei compagni nei miei confronti sono migliorati. Io ancora non ho provato quelle pillole, ma glielo sto facendo credere. Alcuni discorsi mi fanno paura, qualcuno ha parlato delle mie “medicine”, dicendo che anche lui aveva “iniziato così”...
    “Iniziato? Ma io non ho cominciato nulla, io le prendo solo come energizzanti, per riprendermi dalla fatica, rimettermi in forze velocemente”.
    “Sì, lo pensavo anch’io in principio! Poi mi hanno convinto a prendere qualcosa di più potente... Stai cominciando a salire su una scala mobile, ma non vedi la fine, e soprattutto, come tutte le scale mobili, non puoi fermarti né tornare indietro, e neanche scendere, puoi solo andare avanti!”.
    Anche Bullone ora mi considera suo “amico”, ma ho paura che se le mie prestazioni non migliorano capiranno che li sto ingannando. È qualche mese ormai che questa storia va avanti, ancora non ho deciso se tentare il passaggio a professionista, ma il tempo sta per scadere.
    Ieri notte ho anche dormito male, tra me e me ho dato la colpa a quello che avevo mangiato. Mi sono alzato dal letto e ho aperto la finestra per far entrare un po’ di aria fresca. Per fortuna è estate e il tempo lo permette. Davanti al panorama il tempo passava, ma io ero sempre in balia dei miei dolori. E dei miei pensieri.
    Le ferie si stanno avvicinando, ma io non ho programmi per quest’anno né voglio pensarci!
    Fare come fanno tutti? Cercare di capire cosa sta succedendo? Andare a denunciare questo giro? Non lo so, non lo so, non lo so! Comunque non oggi, forse domani.
     
    E voglio anche smettere di scrivere questo diario.
     
    Luglio
     
    Era da quasi un mese che non scrivevo più, ma ho dovuto riprendere!
    È successo! Tutti lo conoscevano nel quartiere, tutti pensavano che sarebbe capitato prima o poi… Giorgio è stato arrestato!
    I poliziotti l’hanno preso in una retata, l’altra sera, in un pub malfamato. Lui confessa dice di essere innocente, ma le accuse a suo carico pare siano molte. Sembra che la Polizia lo consideri un pesce piccolo, comunque.
    Sicuramente Bullone aveva dei capi a cui doveva dar conto, lui si occupava della nostra zona e la sua specialità era trovare “carne fresca”, atleti giovani, come me. Non si sa chi lo abbia tradito, si fanno due ipotesi: uno dei suoi collaboratori o uno che si riforniva tramite lui, come me.
    Ora lo interrogherà e probabilmente inizierà a parlare, a dire quello che sa. Ho paura! L’angoscia mi soffoca.
    Ho seguito il telegiornale regionale con molta attenzione, è stato uno dei primi servizi mandati in onda.
    Il capo della squadra mobile ha spiegato che avevano già molte prove e che hanno voluto chiudere l’operazione in fretta, prima di una prossima gara sportiva molto importante. L’hanno chiamata operazione “acqua pulita” e hanno detto che sicuramente “ci saranno altri sviluppi”.
    Ho paura che queste novità riguarderanno anche me, che magari mi vengano a prendere a casa!
     
    Sono passati un po’ di giorni, io ho scelto di non andare più in piscina, voglio che si calmino un po’ le acque.
    Che bello il silenzio: nessuno parla, nessuno può criticare, nessuno può insinuare, nessuno può accusare...
     
    Non c’erano novità sulle indagini, eppure oggi il primo servizio al telegiornale era dedicato proprio all’operazione “acqua pulita”.
    Carlo è stato trovato impiccato nel suo ufficio vicino alla piscina. Lo ha scoperto la mattina presto la donna delle pulizie, entrando nella sede della polisportiva.
    Ha lasciato un biglietto d’addio: “Non posso andare in prigione. Chiedo scusa a tutti, ma non posso continuare a vivere così. Chiedo scusa per il male che ho fatto! Non volevo. È stato qualcosa di più grande di me… Carlo”.
    La polizia stava indagando su di lui. Gli agenti hanno trovato alcuni documenti compromettenti nel suo portatile personale,  anche se prima di morire Carlo aveva provato ad eliminare tutto il contenuto dell’hard disk. I tecnici informatici della polizia però sono riusciti a recuperarli. Ci sono tabelle piene di nomi, medicinali e conti.
    La piscina rimarrà chiusa fino a quando le indagini non saranno terminate.
    Ho pianto in camera mia, da solo, come quando ero piccolo, giocavo con gli amici, cadevo e mi sbucciavo il ginocchio. Allora, però, cercavo con gli occhi mia mamma per gettarle le braccia al collo e farmi consolare.
     
    E’ arrivata, è tra le mie mani, tremo.
    Una lettera da parte della polizia. La apro con il batticuore. Mi hanno invitato a presentarmi al commissariato domani mattina, alle ore 9.00. Mi dico che non può essere una situazione così preoccupante: tra le righe leggo la frase “come persona informata sui fatti”. Ho tirato un sospiro di sollievo così forte che forse i vicini di casa l’ hanno sentito! Porterò con me il flacone delle pillole, la ricetta e questo diario, mi darà forza.
     
    Ottobre
     
    Il giudice ha deciso di non procedere contro di me! Ho trattenuto le lacrime a forza quando l’ho saputo! Ha detto che è stata importante la mia disponibilità a chiarire da subito la mia posizione. Il fatto di non aver mai preso le pillole che il medico mi aveva prescritto, poi, mi ha salvato: la vita e il futuro. Inoltre nel computer di Carlo non è stato trovato nessun indizio a mio carico. Il mio nome e cognome non comparivano, era venuto fuori solo da alcune dichiarazioni di Bullone.
    Non so chi o cosa devo ringraziare, la fortuna, forse la mia paura. O è stata la forza di volontà che non mi ha fatto cedere alla tentazione? Adesso devo rimboccarmi le maniche e dare il meglio di me.
     
    In questi giorni, in piscina campeggia questo cartello:
     
    Apertura del centro polisportivo
    Nuova gestione
     
    Corsi di:
    nuoto
    acquagym
    pallanuoto 

    campi di:
    calcio a cinque
    calcio a sette
    tennise tanto altro!!!!
     
    Accorrete tutti!!!!
    Che cosa aspettate?
     
    Per info rivolgersi in segreteria nei seguenti orari:
    Lunedì - venerdì: 10-13 17-20
    Sabato: 10-13.
     
    E in fondo all’avviso queste parole:
    Istruttore di nuoto: Elio Vitale.
     
    La nuova società mi ha contattato proponendomi questo lavoro! Quando me lo hanno detto non ci volevo credere: dopo essere stato a un passo dalla prigione … Ho detto subito di sì, senza pensarci un attimo …
    Dovrò studiare, seguire un corso e prendere un brevetto di “Docente istruttore di nuoto”.
    Ho deciso. Rinuncio ai miei sogni agonistici, alla carriera, farò l’insegnante.
    Istruttore di nuoto: ai miei allievi spiegherò che l’importante è divertirsi e dare il meglio di sé, onestamente, senza imbrogliare.
    Mi viene da piangere, ma questa volta di gioia!
                                                                                                            Elio Vitale
                                                                                              Futuro Istruttore di nuoto 

  • Come comincia: Il Parente di Famiglia nasce nell’agosto del 1940, in seconde nozze, quarto dopo tre fratelli di prime nozze. Non sappiamo come abbia trascorso i primi di anni d’infanzia caratterizzati dalla guerra. Sappiamo solo che suo fratello maggiore sfollò a Campagna (SA) e si trovò sotto le macerie dell’unico bombardamento inglese andato a  buon fine (si fa per dire) su Campagna, uscendone fortunatamente abbastanza illeso. Ma del parente di famiglia non sappiamo nulla. Le prime notizie che abbiamo su di lui risalgono al ’51, alla nascita della sua sorellina. Pare che il padre  gli abbia sottolineato il lieto evento con le parole: “E’ nata colei con cui devi dividere le proprietà di tua madre”. Non sappiamo se queste parole furono quelle determinanti per la sua psiche o vennero solo a sigillare un modo di essere già in atto.
    Ad ogni modo il ragazzo cresce, si diploma ragioniere ed entra in banca.
    Il padre ha costruito una casa di due piani per la famiglia. Vi aggiunge un’ala per ricavare due appartamentini per i figli maggiori già sposi. Il padre provvede alla struttura. I due figli provvedono da soli alle rifiniture ed ai pezzi d’opera. Il maggiore si stabilisce in quello al pian terreno. “Perché mio padre mi vuole vicino” è la versione ufficiale. “Perché doveva correre a separare il padre ed il fratello quando si afferravano” è la versione della moglie.
    Alla fine la casa viene divisa in quattro appartamenti. Per il Parente di Famiglia, il padre aveva stabilito che gli venisse acquistato un appartamento fuori di lì. "Altrimenti questo vi farà vedere i sorci verdi", dice. Invece i fratelli costruiscono un ampio appartamento sopra l’ala nuova e parte di quella vecchia. L’operazione è completamente priva di costo per il Parente di Famiglia. Non sappiamo se questo o altro sia stato l’evento che gli abbia inculcato in testa che i fratelli avessero l’obbligo di mantenergli la casa vita natural  durante.
    Anni dopo il Parente di Famiglia si lamenta d’infiltrazioni dal soffitto ed, ancora senza costi per lui, gli viene costruito un bel tetto sulla testa.
    Diventa grande amico di un ragioniere commercialista con cui divide informazioni su investimenti. Fatti suoi. Gli piace anche dare soldi in prestito. Credo anche questo fatti suoi, purché gli interessi non superino il tasso d’usura. 
    Intanto il fratello maggiore si è trasferito altrove.
    Gli anni passano. Anche la sorellina si sposa. Riceve spesso la visita del fratello che le dice: “Io devo sapere quello che è mio”. 
    Intanto la manutenzione della palazzina lascia a desiderare. La sorella che abita a pianterreno ha infiltrazioni di umido dal terreno. Occorre fare i lavori, ma non si fanno. Il Parente di Famiglia aspetta che provveda sempre il fratello maggiore.
     Anche il secondo fratello lascia la casa ed il Parente di Famiglia prende in mano la gestione spicciola della palazzina, ritirando, naturalmente, le quote dai vicini. Non si occupa del terrazzo, di cui continua ad occuparsi il fratello maggiore, che non chiede alcuna quota.
    Comiciano a staccarsi pezzi d'intonaco, ma non si fa niente.

    L’affettuoso Parente di Famiglia esterna il suo affetto, il suo rispetto e la sua gratitudine per il fratello maggiore, da cui tante attenzioni ha ricevuto, facendogli visita a Natale presentandosi con un panettone.
    Intanto la sorella esegue dei lavori nelle proprietà che ha ricevuto dalla madre. L’affettuoso Parente di Famglia le fa causa per danni spillandole dieci milioni (delle vecchie lire). Non sappiamo se fosse già sua intenzione o una levata di scudi dei fratelli l’abbia indotto a tornare almeno parzialmente sui suoi passi, fatto sta che restituisce quei soldi alla sorella facendo due buoni di cinque milioni ciascuno ai due figli della sorella. Però continua a trattare male il marito della sorella e dà in escandescenze e gli imputa la colpa ogni volta che il cancello si rompe. Cancello che si rompe spesso ed aggiustato da una ditta di fiducia del Parente di Famiglia, senza che i vicini vedano mai un documento.
    A 52 anni il Parente di Famiglia va in pensione ed ha più tempo per dedicarsi alle sue attività preferite.
    Si realizza l'impianto di messa a terra nelle scale, in contemporanea il Parente di Famiglia si ristruttura e rinnova l'impianto elettrico a casa sua. 
    Anche la sorella lascia la palazzina ed entra un nuovo proprietario. Direttore dei lavori un nipote del Parente di Famiglia, si fanno i lavori per l'umido dal terreno.
    La figlia del  fratello maggiore va a vivere nella palazzina. Il Parente di Famiglia prende in mano anche la gestione del terrazzo. Presenta un preventivo scritto con una Olivetti uguale alla propria e chiede le quote a rate ai vicini. A fine anno chiede la rata finale dicendo che la ditta (che la nipote non ha mai visto venire a lavorare) ha presentato la fattura. Ma non la mostrerà mai.  Pochi mesi dopo chi abita sotto il terrazzo, amica del Parente di Famiglia,  si lamenta di nuovo di infiltrazioni. “Ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”, chiede la nipote del Parente di Famiglia. Non riceve risposta e per un po’ non ne sente più parlare.
    Il fratello maggiore si ammala. L’affettuoso Parente di Famiglia si offre di accompagnarlo alle terapie.  Due mesi dopo il fratello maggiore è ricoverato d’urgenza. Il Parente di Famiglia arriva. Riesce a malapena a contenere l'eccitazione. Sì, l'eccitazione, non la preoccupazione. E’ stato inviato lì dalla moglie per essere il primo a sapere ( e poi divulgare) l’eventuale ferale notizia. Va tutto bene, il fratello si riprende.
    Un anno dopo è il marito della nipote del Parente di Famiglia a svolgere il ruolo di amministratore del condominio. Da inizio anno nessun vicino versa le sue quote. Quote che il nipote, in base alle spese, aveva anche diminuito. Il nipote chiede ai vicini di versare gli arretrati. Tutti mugugnando versano qualcosa, tranne l’affettuoso Parente di Famiglia, che, indignato della richiesta e sollecito per la salute del fratello, telefona al fratello maggiore protestando con veemenza.
    Il nipote deve anche occuparsi dei calcinacci che cadono da vent'anni, delle pluviali non immesse in fogna, dei danni vecchi che escono fuori, della pitturazione della scale che attende dal tempo in cui fu messo mano all'impianto elettrico, etc. etc.
    Il Parente di Famiglia che quando faceva l’amministratore-ombra non tollerava domande, altrimenti erano urla, e non mostrava mai fatture, contesta in continuazione i conti del nipote e chiede di avere (ed ottiene)  le copie di tutte le fatture e ricevute.
    Quando il nipote dà le dimissioni, il Parente di Famiglia contesta ancora i suoi conti e si rifiuta di pagare quanto dovuto: 198 euro. Riconosce solo un addebito di 33 euro. Per tacitarlo, l’assemblea accetta la sua proposta: dividere i 165 euro rimanenti in parti uguali.
    Pochi mesi dopo il nipote riceve una citazione: il Parente di Famiglia ha cambiato idea. Adesso riconosce che doveva pagare 198 euro, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali, però, attesta, ha pagato di sua iniziativa 216 euro al giardiniere quindi cita il nipote perché gli versi i 18 euro di differenza. La citazione viene da un avvocato genero dell’amico ragioniere commercialista.
    Il nipote si era già rivolto ad un avvocato. L’avvocato dice che è sua abitudine ispezionare i luoghi per rendersi conto della situazione. Quello che vede è di suo gusto.
    Il Parente di Famiglia scrive una lettera di calunnie contro il nipote accusandolo in pratica di aver rubato 80.000 euro (per tre anni gli operai che ha visto hanno evidentemente installato impalcature e lavorato gratis). Sempre sollecito nei confronti della salute del fratello invia la lettera anche al fratello maggiore.  Invia la lettera anche all’avvocato del nipote che gli fa presentare denuncia per calunnia. 
    Si sposa la figlia del Parente di Famiglia. Il Parente di Famiglia cerca di far avere un biglietto alla nipote dicendo che dovevano tornare ad essere una famiglia, etc. etc. Ma non interpreta il suo ruolo di colomba che reca il ramoscello d’ulivo con il ritiro della citazione in cui chiede 18 euro. Non si presenta con una lettera di scuse. La nipote lo ignora.
    Come previsto, il giorno dopo il matrimonio il nipote riceve la lettera raccomandata di un altro avvocato che chiede i documenti che il Parente di Famiglia ha già in copia.
    Questo nuovo avvocato ha il papà anch’egli ragioniere commercialista. Poco dopo il nipote del Parente di Famiglia riceve un’altra citazione. L’avvocato con il papà ragioniere commercialista, evidentemente ignorando che come “consolidata consuetudine” il Parente di Famiglia non versava le sue quote condominiali, chiede 460 euro di rimborso. In più vuole che il nipote restituisca i 1400 euro che l’assemblea gli aveva riconosciuto come compenso di amministratore per aver gestito per tre anni i lavori di manutenzione di una palazzina pressochè abbandonata all’incuria da vent’anni.
    In più, senza portare alcun documento, afferma che il nipote ha causato “grave danno”.
    Passano gli anni. Il Parente di Famiglia si avvicina di nuovo al nipote tentando l’approccio: lasciamo stare il passato, mettiamoci una pietra sopra. Non si sa a quale scopo o, meglio sì: si diverte di più nel lanciare le sue staffilettate quando l’altro ha abbassato la guardia e gode nel vedere il dolore causato dal tradimento oppure ogni tanto ha bisogno di rifarsi la facciata di "persona per bene" affezionato alla famiglia.
    Intanto continua a non versare le sue quote, ma a pagare di sua iniziativa le bollette del condominio chiedendo il rimborso o la compensazione ed ha fatto scappare tutti gli amministratori esterni che si sono succeduti nel tentativo di gestione del condominio. Al momento mantiene, ai minimi termini come è suo solito, il condominio con i soldi che la nipote, unica in tutto il condominio, ha versato per cinque anni sul conto corrente del condominio.
    E la storia come va avanti? 
    L’avvocato del nipote che aveva trovato la casa di suo gusto lascia andare nell’oblio la citazione in cui il Parente di Famiglia  riconosce che come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali e lascia andare avanti la seconda. Lascia cadere la richiesta di danni, tanto cara e divertente per il Parente di Famiglia. Non c’è consistenza. L’affare è altrove. Il trucco e l’affare è da imputati diventare parte lesa.  E’ lì che ci magari ci mangiamo anche l'appartamento.

  • 25 agosto alle ore 12:37
    Anamour, Edizioni Creativa 2014.

    Come comincia: capitolo 2_ Solitario
    Gli tengo in piedi la casa perché da solo si perde, questo

    mi ha detto. Fa quasi tutto, ma poi gli manca

    l’attenzione al passar dei giorni e si trova con montagne

    di roba sul tavolo, nei lavelli, e polvere che appare su

    ogni cosa ... non se lo spiega, la vede lì, cresciuta dal

    nulla, e si ferma a osservarla.

    Ha voluto che ci conoscessimo a pranzo, appena arrivati

    in terrazza – era tutto apparecchiato per bene – si è

    presentato: mi chiamo Silvio, mi ha detto.

    Ha preso a parlare come un ruscello che sgorga, fragile,

    dal terreno e te ne accorgi quando la terra si fa scura

    caricandosi d’acqua.

    Così le sue parole, subito piccole, quasi casuali, si sono

    riempite di significato dando vita a un racconto troppo

    intimo per un primo incontro.

    Ora dice che, da quando le sue donne l’hanno lasciato,

    non è più interessato alla vita come vorrebbe.

    Vive di istanti che cuce l’uno assieme all’altro, ma fa

    fatica a cogliere un filo che li unisca come in una storia.

    Si trova solo da poco ma era da tempo destinato a

    questo stato.

    Ha fatto troppi errori che, sommati l’uno all’altro, hanno

    creato una situazione che mi sembra irrimediabile.

    Lo osservo un po’ inespressiva e lui riattacca a parlare

    come se si dovesse liberare di tante piccole noie, stese

    sull’anima come la polvere compatta di tanti giorni.

    Continua spiegandomi perché sta da solo in una casa così

    grande.

    Sua moglie, distratta, ce l’ha lasciato dentro ... senza

    chiedere nulla. Una volta ancora.

    Non ha mai chiesto nulla se non certezze, l’unica cosa

    che lui non avrebbe mai saputo darle.

    Cose come un bel sorriso quieto, una mano tesa

    immobile a mezz’aria, un pensiero cortese, una

    formalità ripetuta uguale a se stessa ogni giorno.

    Giunta allo stremo, nel colmo dell’insicurezza

    economica, ha deciso di partire.

    È scappata come davanti a un uomo violento. Fuggita da

    quelle ombre che incontrava ogni giorno, ormai da troppi

    anni.

    Sagome scure irriconoscibili, disegnate coi margini netti

    e tenaci di un’incomprensione sottile, colma di silenzi

    lontani.

    È sparita mettendo in fretta in borsa quei silenzi

    trasformati in distanze incolmabili. Punti interrogativi

    atrofizzati, timidi, che non meritavano più attenzione.

    Mi racconta tutto e, a questo punto, fatico a seguirlo.

    Un po’ in ansia per l’avvicinarsi dell’appuntamento che

    ho nel pomeriggio, osservo la cura con la quale serve il

    pasto come un atto mirato a calmarmi.

    Deve essersi reso conto di quanto tempo ha passato a

    parlare o, forse, si tratta semplicemente di un’abitudine

    costruita negli anni.

    Nulla che abbia a che fare col rispetto per l’ospite né,

    tanto meno, col fascino che le mie poche, attente,

    parole possono aver avuto al suo orecchio.

    Frasi brevissime sparse qua e là nei pochi momenti di

    silenzio.

    Utili per vendersi al meglio forse, e che mi trovano

    silenziosa ed esausta un attimo dopo esserci riuscita.

    Le risento stentate, forse troppo mielose per produrre

    fascino, me ne rendo conto al cambio di piatto al suo

    ritorno.

    Ho vissuto sempre dentro di me in questi primi mesi

    dopo il mio ritorno, attaccata e centrata sui miei

    pensieri.

    Tanto da scordarmi che il mio aspetto suonava in

    perfetto accordo con la mia voce: nulla oltre pulizia e

    ordine.

    Unghie pulite, non curate, capelli pettinati non

    immaginati, abiti anche troppo stirati, ma banalmente

    comodi.

    Nessun vezzo che esprima il mio amore per il ballo o

    trasformi qualsiasi altro sentimento in un tratto della

    mia immagine.

    Volevo quel preciso aspetto e, allo stesso tempo, lo

    pativo come una punizione.

    Allo stesso modo provavo un certo piacere a confortare

    quell’uomo ma non potevo che farlo in quel modo:

    sufficientemente programmato da sembrare solo

    corretto e un po’ freddino, ad alcuni forse addirittura

    falso.

    Comunque, stanca di quella lunga confessione,

    approfitto della sua assenza in cucina per il caffè o

    chissà cos’altro, mi bastano pochi secondi di vuoto sulla

    terrazza, il vapore caldo che producono ancora i tetti

    che tremano come in un miraggio e scappo via con la

    mente.

    I ricordi sono ancora lucidi, è passato poco tempo dal

    mio ultimo viaggio.

    Parto verso la pioggia quotidiana che segue le mattine

    ventose.

    Vedo le nuvole che scendono dalla cordigliera, il verde

    impenetrabile dei parchi del fine settimana e, lontani di

    giorno e prossimi la sera, i tuguri del bàrrio sulle prime

    pendici a est.

    Ogni colore vivido come gli schizzi di tempera sul foglio

    bianco della mia Stella, ogni foglia pesante dell’ultima

    pioggia subita.

    Sento il profumo della mia terra bagnata e l’odore dei

    freni della Transmilenio sui lunghi binari in discesa.

    La puzza del quartiere con le sue lucine fioche che

    ciondolano, lente, nel buio dei cavi elettrici rubati.

    La voce della gente ... per ultima, sfumata, quasi assente

    fino al silenzio e il suo viso, quello dell’uomo che mi ha

    costretta a fuggire.

    Un viso che sfuma via in fretta su quello di Silvio che

    riappare.

    Ordinato, capelli troppo pettinati anche lui come me ma

    diverso, mi guarda e si accorge che sono partita.

    Deve aver realizzato, anche se non lo spero affatto,

    l’aspetto innaturale di quel pranzo sulla terrazza.

    I tempi troppo dilatati per un primo incontro, l’intimità

    artificiale, forse anche la mia fretta inopportuna e

    improvvisamente vivace.

    Si scusa con poche parole informali, che confermano le

    mie sensazioni, e porta via tutto accatastandolo in

    cucina malamente, con qualche rumore.

    Salutandomi, davanti al caffè della moka, mi dice che

    non è la solitudine a dettargli le mosse e, che gli creda

    per cortesia, intendeva solo mostrare il giusto rispetto.

    Appena scese le scale mi chiama al telefono e mi dice

    che allora, se per me va bene, cominciamo pure da

    domani, e si scusa ancora.

    Ho passato qualche ora, al lavoro nel pomeriggio, su

    quelle due frasi “mostrare il giusto rispetto” e “se per

    lei va bene”, senza capirle.

    Dopo qualche settimana, avendo preso un po’ di

    confidenza, davanti a un altro caffè mi ha raccontato il

    perché della sua solitudine.

    Era una situazione più naturale, ero più presente anche

    io, oltre che libera nel pomeriggio.

    Produceva il busto di papa Giovanni, mi ha detto.

    Ogni anno ne aggiornava il disegno.

    Gli umori della gente inseguono il mutare del tempo e lui

    faceva lo stesso col busto del “papa buono”.

    Un giorno arriva un commerciante che gli propone di

    produrli in Cina.

    Lui, visto troppo vicino il nemico, decide di diventarne

    socio.

    Tre anni dopo le copie perfette del suo modello invadono

    tutti i negozi del Vaticano.

    Le scopre anche sulle bancarelle di Piazza Navona, senza

    che siano transitati dal suo ufficio commerciale e capisce

    che il socio orientale ha scelto di fargli la guerra.

    Di schianto si accorge dell’errore.

    Il fatturato che, di lì a poco, diventa un terzo del mese

    prima e sempre peggio.

    La gente che deve mandare a casa dopo mesi di lotte e

    salti del cuore.

    Non riesce a parlare a nessuno di ciò che nemmeno lui

    accetta.

    Una sera, però, abbandona il suo mutismo e decide che a

    sua moglie ne deve parlare.

    Sbaglia il momento o i modi forse.

    Lei non lo capisce o comunque non gli scusa l’errore.

    Anzi, di fronte alle cifre che le svela mano a mano che le

    domande si fanno più precise e pressanti, lo lascia e di

    colpo quel mutismo si trasforma in silenzio: puro,

    equilibrato e finalmente intimo.

    Le figlie vanno con lei e, poco dopo, lascia il lavoro

    anche l’ultimo dipendente dell’azienda, anch’essa ora

    colma di quello stesso silenzio che sembra ancora più

    assoluto e desolante per quanto è stato improvviso.

    Vede spesso le figlie.

    Ora lo guardano con gli occhi della madre, è normale

    dice, ma lui aspetta con quanta più calma riesce a

    tenere: cresceranno.

    Ha mollato, d’un botto, tutto ciò che parlava di sé: il suo

    ufficio, la politica, la finanza, il partito e gli eventi.

    Da allora passeggia per i vicoli del Vaticano nel tardo

    pomeriggio e, prima o poi, tornerà a lavorare, dopo che

    il tempo avrà cambiato umore.

    Mi racconta tutto questo non riuscendo a nascondere uno

    strano piacere che, di nuovo, non capisco.

    Sottolinea gli sbagli commessi col ritmo lento della voce.

    Sembra volerli memorizzare mettendoli in fila come i

    panni ad asciugare, ben stesi che non ti facciano patire a

    stirarli.

    Riesce a piangere solo quando suona la musica.

    Si chiude nelle note tutti i giorni dalle nove del mattino

    sino a quando vado via, verso l’ora di pranzo, attraverso

    Via del Boschetto.

    Prima di uscire lo vedo che apre la porta di quella

    camera col pianoforte enorme nero e lucido.

    Noto in lui uno sguardo un po’ più leggero, non certo

    spensierato ... sollevato piuttosto.

    Mi rivedo in quegli occhi quando affamata riesco a fare

    uno spuntino, piluccato tra un lavoro e l’altro.

  • 19 agosto alle ore 23:27
    Tu, che ci sei, non essendoci.

    Come comincia: Il nostro non fu un vero incontro o meglio, sono io che ti incontrai. Ciò che vedevo di te era poco, o quasi niente, una piccola ombra proiettata sul pavimento del negozio. Io aspettavo che la mia amica mi chiamasse per chiedermi quale fosse migliore tra una maglietta viola scolorita e un giacchettino a jeans borchiato, e tu invece eri da sola che, dall’altra parte della fessura, ti cambiavi continuamente. Erano le tue caviglie, quelle che vedevo sul pavimento, un cerchietto, che sembrava fosse d’argento, toccava la tua caviglia provocando un docile suono. Ti alzavi sulle punte per provarti il pantaloncino e poi aspettavi inerme qualche minuto, per decidere se ti stesse bene o meno. La mia amica, di nome Carla, mi chiamò, e mi riportò subito sulla terra ferma. Mi chiese che stessi facendo e io risposi con qualche monosillabo sottovoce. Commentai, e chiusi la porta, ma quando mi diressi dall’altra parte per continuare a sognare, e attendere la tua uscita da quel camerino, tu non c’eri più. Al tuo posto, fissa sul pavimento, c’era una piccola sedia con qualche vestitino sopra. Vidi un camicetta di pizzo bianco, forse troppo grande per il tuo docile corpo che immaginavo nella mia mente.
    Ciò che vidi di te, furono solo le caviglie, con dei lineamenti così precisi e morbidi, che leggiadri si muovevano sul pavimento. E poi il nulla, andai via, e pensai tutta la sera a quanto sarebbe stato bello incontrarti, al nostro primo appuntamento mancato, ai nostri viaggi persi nei sogni, e a te, che di te, non sapevo nulla.

  • 18 agosto alle ore 18:30
    La passione e l'amore - seconda parte

    Come comincia: La marchesa si dilettava a parlare francese così l'Albertone poteva sfoggiare la sua lingua straniera preferita.
    Fuori dalla stazione tronegiava la Silver Cloud III. come sbagliarsi, ad un cenno di Alberto l'autista di precipitò a prendere la valigia dell'ospite e poi aprì la portiera posteriore dell'auto, Alberto la richiuse posizionandosi sul sedile al lato dell'autista.
    "Senta Alfredo, anche se lei è più anziano di me vorrei che ci dessimo del tu, i romani lo fanno non per invadenza ma per un rapporto più amichevole."
    "Come vuole lei, anzi tu."
    Il viaggio fu piacevole, pian piano l'auto percorreva strade in salita, sempre più in salita.
    "Alfredo fra poco arriveremo sulla cima dell'Etna!"
    "No signore, anzi Alberto, siamo quasi arrivati."
    Dinanzi ad un cancello Alfredo azionò un telecomando.
    "Vedi, là in fondo in quella dependence alloggiamo noi della servitù: Carmela la cameriera, Alfio il giardiniere e Cettina la cuoca."
    Al suono del clacson comparve Gea.
    "Benvenuto, mi segua, le mostrerò la sua camera, Alfredo..."
    "Alfredo ha finito il suo compito, la valigia me la porto io."
    "Colazione alle 13,30."
    "Ma io ho già fatto colazione...va bene ho capito."
    Alberto troppo tardi aveva compreso che i nobili chiamano colazione il pranzo, cominciava bene!
    Una sciacquata pantalloni beige, camicia a righe multicolori 'Armani', apeta sul davento per mostrare il pelo mascolino e via!
    Madame la marchesa giunse al braccio di Gea, molto signorile nel vestire sempre di nero ma di stoffa più leggera e senza gioielli.
    Un finto baciamano apprezzato con un cenno del capo dall'interessata ma non dalla dama di compagnia che lo immortalò con uno sguardo gelido.
    Pensiero di Alberto: "Ma guarda sta stronza!"
    "Anche se siamo lontani dal mare riesco a farmi pervenire pesce fresco: ho ordinato pappardelle cozze e vongole, aragosta olio e limone, tanti contorni e le alici marinate che non mancano mai nella mia dieta, il medico afferma che aiutano contro l'osteoporosi, faccio finta di crederci perchè mi piacciono."
    Dopo il caffè i tre 'emigrarono' in giardino.
    "Gea fà fare un giro nel parco al nostro ospite così digerirete, a me la solita sigaretta, l'unico vizio che pratico..."
    "Lei ha il senso dello humor, noi romani..."
    "Ce l'avete sin troppo!"
    "Gea non ama molto i romani, se vuole lei stessa le dirà il perchè."
    I due si incamminarono lungo un viale al centro di un prato all'inglese, lontano, dietro alberi di alto fusto, il parorama di Taormina.
    "Taormina è una città che amo, ci vado spesso perchè..."
    ""È la località preferita per le sue numerose conquiste, si vede subito da quell'aria di supponenza, questa cade ai miei piedi!"
    "Spero di no, sarebbe spiacevole che si facesse male, vorrei che diventassimo amici."
    Sino al rientro in villa silenzio totale. Gea era vestita collegiale:camicietta rosa chiusa sino al collo, ampia gonna nera, scarpe ballerine.
    "Allora com'è andata la passeggiata, le è piaciuto il mio giardino, Geab le avrà mostrato la voliera, era stata messa su da mio marito fran cacciatore..."
    Quella frase sospesa fece capire al bell'Alberto che i maschietti non erano benvoluti da quelle parti, fece buon viso a cattivo gioco:
    "Col permesso della signora marchesa vorrei visitare l'interno della magione."
    "Che bel vocabolo, oggi nessuno lo usa più, Alberto che studi ha fatto?"
    "Liceo classico ma come lingua straniera il francese, purtroppo oggi va dio moda l'inglese."
    "Io amo molto il francese, la mia insegnante era di madre lingua francese, potremo fare un pò di conversazione."
    "Io ricordo ancora delle poesie di La Martine e di De Vigny."
    "Un giorno me le reciterà, per ora col suo angelo custode giri per la mia magione."
    Al piano terra un grande salone arredato con mobili antichi, alle pareti scudi, alabarde, corazze e arazzi al centro un grande tavolo. Non erano di gusto di Alberto ma quasi sicuramente quello del defunto marchese amante della selvaggina femminile.
    Cena frugale e poi in giuardino, il clima fresco del mese di luglio allegrò la compagnia che appoggiò le proprie membra su sedie da giardino ben imbottite.
    "Gea per favore va a prendere il mio bocchinio e una sigaretta, lei Alberto non fuma?"
    "Il signore ha altri vizi." dopo la battuta Gea scomparve dietro una tenda.
    "Non faccia caso al comportamento di Gea, è stata sposata e poi abbandonata da un architetto romano che, guarda caso, anni fà ha conosciuto proprio al Bellini di Catania."
    "Ben strana coincidenza, cambiando discorso marchesa volevo dirle che sono pratico di fotografia ma sono anche un maresciallo della Guardia di Finanza, ero a teatro per fotografare un tale..."
    "Le assicuro che m'è venuto un dubbio nel conoscerla, aveva qualcosa di militare che mi ha incuriosito, e bravo il nostro maresciallo non appena Gea lo saprà..."
    "Farà salti di gioia!"
    "Importante che nkn sia un architetto!" La marchesa prese a ridire gioiosamente.
    "Gea indovina che professione esercita il qui presente Alberto, non ci azzeccherai mai!"
    Gea impallidì vistosamente.
    "No non è quello che pensi tu, il signore è un sottufficiale della Guardia di Finanza. ti piacciono le Fiamme Gialle?"
    Gea aveva incollato il suo sguardo sul viso del buon Albertone che stette a rimirarla con sguardo ironico.
    "Sono benemerite!"
    "No quelli siono i nostri cugini Carabinieri, noi non siamo nei secoli fdeli, il nostro motto è 'Nec recisa recedit."
    "In quanto a fedeltà ci credo, conosco il latino ma non capisco che c'è di tagliato che non recede."
    "A Gea, lassamo perde alla romana!"
    Alberto capì subito di aver fatto un errore, il romanesco nkon era gradito da quelle parti.
    "Ma io ho anche parenti veneti e lombardi, mia nonna..."
    "Lasci stare le parentele, non credo una parola di quello che dice."
    "Gea quando si arrabbia è più bella!"
    "Questa frase è la ciliegina sulla torta, a teatro facevo meglio a restare nel palco!"
    "Ragazzi tregua, intanto penso che siate coetanei e potete darvi del tu, Gea vorrei andare a dormire, non ho bisogno di te, accompagna Alberto nella sua stanza da letto..."
    Questa volta fu la marchesa a scoppiare a ridere.
    "Signora marchesa vedo con piacere che il qui presente le ha fatto tornare il sorriso. è da tempo che non la vedo così, spero tanto che il qui presente faccia lo stesso effetto su di me!"
    "Mi hai letto nel pensiero, Gea cerca di volermi bene, in fondo sono un povero diavolo che non ha colpa di essere nato sotto il cupolone!"
    "Buona notte povero diavolo, ti auguro sogni d'oro ma quello che tu pensi sarà solo un sogno!"
    Mah, poteva andare peggio, Gea prima o poi avrebbe mollato, forse..."
    Sveglia tipo militare:
    "Sono le dieci dormiglione, la marchesa è andata a Catania, mi ha assegnato il compito di essere al tuo servizio nel senso di servirti la prima colazione, che pensavi furbacchione..."
    "Il furbacchione vorrebbe farsi una doccia, scusa ma sento qualcosa nell'occhio sinistro, guarda un pò da vicino..."
    Quella era l'occasione buona, o la va...Alberto trascinò Gea sul letto; presa alla sprovvista la damina non reagì e forse era quello che desiderava, non si saprà mai, la conseguenza fu che i due cominciarono a baciarsi, via la gonna, via anche le mutandine, viam il reggiseno, entrata alla grande nella beneamata.
    Il 'ciccio' di Aklberto, da tempo a secco, inondò subito la vagina ma si riprese di buona lena sino ad una seconda eiaculazione, Gea rispose alla grande.
    La baby fu la prima a riprendersi:
    "Vado a lavarmi." e sparì dietro la porta del bagno.
    Al rientro in camera prese lentamente a vestirsi.
    "Adesso che ci penso non ha preso nessuna precauzione, non vorrei..."
    "Adeso che ci penso...non vorrei...sei quello che immaginavo, un incosciente ma non pensarci troppo, non posso avere figli, ci mancherebbe altro che avere un marmocchio che ti somigliasse!" Era ripresa la guerra. 
    Alberto provò il piacere della vasva di idromassaggio, si sbarbò, lentamente si vestì e si posizionò su una sedia al di fuori della villa.
    Dopo mezz'ora comparve la Rolls Royce, ne scese madame la marchesa tutta in ghingheri, niente vestito nero ma una gonna rosa pallido con una camicietta turchese, che cambiamento!
    "Madame dire che non la riconosco è la pura verità, è in gran forma!"
    "Questa mattina mi sono svegliata di buon umore, ho chiesto a Gea di cercare dei vestiti più allegri, era molto che non li indossavo, tutto merito suo!"
    "Mi fa sentira sarto Valentino, in ogni caso è un vero piacere."
    "Permetta che la prenda sotto braccio, mi accompagni dentro."
    A quella vista Gea che si trovava nel salone rimase di sasso, l'Albertone in un sol colpo aveva conquistato la vecchia e la giovane!
    "Cara non fare quella faccia, dì alla cameriera di portare in tavola, ho una fame da lupo!"
    I giorni passavano piacevolmente uguali ma senza quello che Alberto avrebbe voluto: una ripetizione di quella mattina che...Non riusciva a capire quell'astio di Gea, molto probabilmente non le era dispiciuto quell'incontro ravvicinato, anche la marchesa doveva aver intuito che il loro rapporto era cambiato ma, trascorsi cinque giorni Alberto decise di riprendere la via del ritorno.
    "Maresciallo questa magione è sempre aperta per lei, mi telefoni quando vuol ritornare e porti con sè l'atterezzatura fotografica, ho una mezza idea..."
    Accompagnao alla stazione di Catania dal fido Alfredo:
    "Ciao a presto  Alberto, penso proprio che ci rivredremo."
    Alberto aveva seri dubbi a tal proposito, a Messina riprese il solito tran tran, era sempre di cattivo umore, anche il colonnello Speciale se ne accorse:
    "Senti signor marchese piuttosto cher vederti in questo stato ti concedo venti giorni di licenza, fuori dai piedi!"
    Telefonata a casa della marchesa:
    "Sono Alberto vorrei parlare con la padrona di casa."
    "Non ti basta la dama di compagnia, vai sull'alto!"
    "Scusa Gea non ti avevo riconosciuto, ho passato brutte giornateb a Messina..."
    "Non fare la vittima, ti passo la marchesa."
    "Bel maresciallo venga subito, io e Gea sentiamo la sua mancanza!" C'era dell'ironia in quella frase.
    "Da parte sua è credibile ma da parte della persona vicino a lei..."
    "È molto cambiatam le manca moltissimo, mi chiede sempre di lei."
    Alberto smise di sentire, la marchesa aveva messo una mano sulla cornetta per non far sentireb la reazione di Gea.
    "Allora a presto!"
    Solito passaggio: stazione di Messina - stazione di Catania, Rolls Royce, arrivo in villa.
    "Per festeggiare il suio ritorno menù speciale: risotto al sugo di anatra, coniglio con peperoni, uccellagione cotta al girarrosto, porchetta di maiale, contorni alla grande, lambrusco di 'Casali' che faccio venire direttamentte da Reggio Emilia, Carmela si è fatta onore!"
    "Non poteva andarti meglio figliol prodigo, come finale che desideri?" Gea aveva detto!
    "Non mettere in imbarazzo il nostro ospite, si vede dal suo sguardo quello che vorrebbe!"
    La marchesa si era sbilancaiata con una battuta decisamente forte.
    Tutto finì con un caffè sul patio.
    "Alberto le ho fatto portare l'atterzzatura fotografica perchè vorrei che riprendesse la villa sia all'interno che all'esterno, voglio mandare le foto a dei miei parenti americani, spero mi accontenterà, ovviamente sarà ricompensato.
    ic"Madame la marchesa lei mi ha ampiamente ricompensato con la sua conoscenza, ho apprezzato la sua signorilità, quando lei vorrà le reciterò la poesia 'Le lac' di Lamaertine, tratta di una coppia di amanti che ogni anno, lasciati a casa di rispettivi coniugi, se la spassano sul lago di Ginevra."
    "Ecco ci mancavano pure i congiugi amanti!"
    "Gea si beccò lo sguardo malevolo sia della marchesa che di Alberto, vista la mala parata la giovin signora prese la via dell'abbandono della sala.
    "Mi prenda sotto braccio, andiamo in giardino e mi reciti la poesia."
    "Ainsi. toujours poussès ver de nouveaux rivages,
    dans la nuite eternelle emportès sans retour,
    ne pourrons- nou sur l'ocean des ages
    jeter l'ancre un sel jour?"
    "È molto romantica, approfitto dellla sua compagnia per passeggiare un pò lungo i viali, non lo faccio mai con gran dispiacere del giardiniere che ci tiene a far vedere la sua opera, ah ecco Alfio che si avvicina."
    "Signora marchesa ci voleva un ospite per vederla fra i miei fiori, guardi che rose, ho fatto vari incroci, vi sono colori che non esistono sul mercato, ammiri i glicini, i salici poiiangenti, signora marchesa me ne vado, sono commosso!"
    "Alfio è con noi da molti anni ma raramente gli do la soddisfazione di ammirare il giardino, mi ricorda troppo le passeggiate con mio marito anche se..."
    "Ho visto la sua foto nel salone, bell'aspetto dal sorriso accattivante..."
    "Troppo accattivante, l'ho amato molto anche se mi ha fatto soffrire, o mel dieu l'ho trascinata nei miei tristi ricordi, vediamo se riusciamo a ripescare da qualche parte Gea."
    La cotale era seduto nel patio, si avvicinò e prese sotto braccio la marchesa.
    "Questi sono i miei gioielli mi pare la frase di una matrona romana che mostrava i suoi figli alle amiche piene di gioielli."
    Entrrono in casa.
    "Mi sono un pò stancata ma sono felice, lo sarei di più se vedessi un sorriso sul volto di voi due."
    "Io provvedo subito e vorrei essere imitato da quella damina che ho apprezzato sin dalla prima volta..."
    "Questa è la frase riportata nel libro in cui gli spasimanti dell'ottocento traevano ispirazione per le loro lettere d'amore: signorina sin dalla prima volta che l'ho vista sono rimasto folgorato dalla sua bellezza..."
    "Conosco quel libercolo e l'ho usato spesso per le mie conquiste solo che le interessate mi hanno riso addosso!"
    "E hanno fatto bene!"
    "Gea Alberto ti sta prendendo in giro, questi vostri battibecchi mi intristiscono, pensavo che l'arrivo di Alberto avrebbe portato un'ondata di allegria, Gea..."
    "Riconosco le mie colpe, con l'Albertone pace totale anzi lo prendo sotto braccio e gli faccio vedere la voliera del signor marchese, allons..."
    "Allora coniosci il francese piccola imbrogliona, ti mollerò tutta la poesia di De vigny 'Le cor', si tratta di un corno...attenzione quello è uno che suona!"
    "Guardami negli occhi, noi non potremo mai andare d'accordo, lo so, è colpa mia ma tu oltre ad esssere romano sei pure tifoso della Roma e gli assomigli pure... quel tale quando c'erano le partite della sua squadra si incollava sul televisore e non esisteva più nulla, non voglio più parlarne...ti faccio una proposta: vengo a letto con te ma tu il giorno dopo vai via per sempre..."
    "È un pò duro da accettare ma non vedo bia d'uscita, accetto.Ora incollati un bel sorriso sul volto, facciamo contenta la marchesa."
    "I miei ragazzi finalmente..."
    "Marchesa fotograferò la villa poi rientrerò a Messina, il mio colonnello avrà bisogno del suo fotografo preferito."
    "Sarà per noi un dispicere vero Gea?"
    L'interessata annuì.
    Il giorno seguente Alberto si alzò presto, con la fida Topcon si incamminò nella tenuta, rientrò in villa all'ora di pranzo, il pomeriggio si dedicò agli interni, la sera lavoro eseguito.
    Al termine della cena:
    "Marchesa porto con me i rullini, le spedirò le foto appena possibile, sono un pò stanco e col suo permesso vado a dormire, ciao Gea."
    "Buon riposo, domattina Alfredo lo accompagnerà alla stazione di Catania, buon viagggio se non ci rivedremo."
    L'imbrogliona rideva sotto i baffi, sapeva cosa l'aspettava!
    Dopo la doccia Alberto accese l'abat-jour sul comodino, ci mise sopra un panno azzurro, voleva creare un'atmosfera romantica all'arrivo della beneamata che non si fece attendere.
    Sul vano della porta, illumonata dalla luce del corridoio, le dea apparve in tutta la sua bellezza sotto una vestaglia lunga trasparente.
    "Ti prego un cunnilingus..."
    "Qui comando io, vada per il cunni!"
    Gea cominciò subito ad apprezzare i leggeri moris e la sapiente lingua dell'amante, gedoettequasi subito ma trattenne la testa di Alberto sul suo pube, voleva ancora...
    Dopo la terza goderecciata:
    "Ti prego vieni dentro piano piano."
    "Piano piano un corno, ci sono scivolato, sei un lago!"
    "Una cosa che a mio marito non ho mai permesso."
    Gea si girò di spalle, prese un vasetto che aveva portato con sè, si lubrificò ben bene il buchino posteriore per la gioia di Alberto che non si aspettava quel finale pirotecnico.
    Un bacino finale e poi la triste uscita di scena, Alberto rimase supino a guardare il soffitto pieno di angioletti.
    Il giovin signore si sveglò alle otto, fece colazione, stranamente in vista nè la marchesa nè Gea, solo Alfredo ad aspettarlo.
    Treno Catania - Messina.
    All'ingresso in caserma il solito paesano caciarone:
    "C'iai l'occhio stanco, quante te ne sei fatte?"
    "Fatti i cazzetti tuoi!"
    Il colonnello Specialelo accolse con una battuta:
    "Fra nove mesi qualche sorpresa? Se è maschio..."
    "Lo chiamerò Andrea!"
    Alberto inviò le foto alla marchesa che rispose con un mese di ritardo.
    "La ringrazio per le foto, sono molto belle, recentemente non sono stata molto bene, Gea al contrario è ogni giorno più bella, è anche ingrassata un pò. Auguri."
    Alberto rilesse la lettera varie volte, cercò fra le righe un significato recondito che poteva essere:
    - le due signore erano amanti e lui era stato solo un diversivo per Gea;
    - la marchesa voleva un'erede a cui lasciare il suo patrimonio, Gea non era stata sincera, non era vero che non poteva avere figli e quindi...
    Alberto si buttò sul letto: la seconda ipotesi lo sconvolse, sapere di avere un figlio e non poterlo vedere, crescere, coccolare...era stato proprio un imbecille, un fottuto imbacille!

                                                   f   i   n   e

     

  • 18 agosto alle ore 18:16
    Buongiorno Felicità

    Come comincia: Fin dal primo giorno che mi registrai sul social
    anche se non avevo un' idea precisa sul cosa
    volessi fare, col tempo assimilai e accettai
    in modo naturale e spontaneo di usare
    la rete in modo responsabile.
    Amo scrivere da queste parti (in rete).
    Cerco e cercherò nel mio piccolo
    di trasmettervi più emozioni possibili
    con la consapevolezza di essere
    una persona come tante in un luogo come tanti
    in un contesto come tanti... ma dal punto fermo
    su idee e indoli che tengo a me rispettando
    quelle altrui. Buongiono Felicità.

  • 18 agosto alle ore 18:07
    La storia della bellezza

    Come comincia: C'era una volta, una volta che non c'era. In un posto che non c'è, c'erano due esseri vaganti nell'oltre tempo e nell'oltrespazio. Essi erano alla ricerca del nonsoché e del nonsoquando e in tale ricerca vi ponevano tutta la loro energia, tutto il loro carisma. Un dì X e Y ( li chiameremo così per convenienza d'etichetta) trovarono sul loro cammino un piccolo fiore senza nome, perché tutto ciò che è bello non ha un nome.
    X ed Y restarono colpiti da quella creatura, così fragile, ma così piena di profumi e significati lontani. 
    X però cominciava a titubare della natura del fiore: '' A me questo profumo riporta alla mente vecchi dolori di vite passate, meglio strappargli qualche petalo! ''
    Y assistette passivo a quello scempio. Pieno di malinconia e sentimenti alla '' nonsoché'' recise il fiore del tutto, aiutando alla fine X ad eliminare tutto di quel fiore '' scomodo''. 
    Ancor più vacui di prima, X ed Y incontrarono una bambina chiamata '' Anima'' che si aggirava in quel luogo senza spazio e tempo. Anima era abituata a spettacoli del genere, aveva già visto esseri indefiniti uccidere il significato. Così disse ad X ed Y : ''Miei cari, avete ucciso il motivo del vostro vagare, avete reciso l'amore con la sofferenza. Non si ha paura del buio, perché questo lo conoscete già, come condizione primordiale. Voi avete paura della luce, avete paura di splendere''. 

  • 16 agosto alle ore 14:32
    La gioia di un abbraccio

    Come comincia: La nave si era appena allontanata dal porto. I gabbiani volavano in cielo nel rosso tramonto di Agosto. Mattia continuava a fissare l’orizzonte… Aveva chiesto per anni a Dio di trovare un angolo di Paradiso. D’improvviso si sentì ricolmo di gioia e il cuore gli batteva a mille: due braccia lo afferrarono.

    Il caldo abbraccio dell’amore: aveva finalmente trovato il suo Amore. Sofia, lo stringeva a sé e lui la guardò teneramente. 

    Il mare era calmo e una leggera brezza avvolse i due giovani amanti che, colti da quel dolce torpore, si strinsero e fissarono insieme quell’orizzonte. Il futuro non li spaventava, sapevano che la loro storia d’Amore li avrebbe portati verso l’infinito e oltre e che tutto ciò che sembrava impossibile diventava semplicemente possibile e semplice da vivere. 

  • 16 agosto alle ore 13:13
    Come vedevo un social

    Come comincia: Fin dal primo giorno che entrai in un social
    vedevo attorno a me delle cose che sembravano vere
    solo nel momento che si osservavano:

    Una foto di un bimbo sorridente, o di una donna contenta e felice
    o altro, e pensavo dentro di me che tale persona era sempre felice
    in ogni momento della giornata.. ma così non è.. ma io sentivo
    invece che era così.

    E col tempo capii che anche se era stupendo mettere su un social
    foto bellissime era anche vero che non rispecchiavano uno stato
    d'animo perenne e costante.

    A tutt'oggi io amo usare il social e lo faccio in modo respinsabile
    e a contario del passato non condivido mai video osceni
    o contenuti ambigui e/ o violenti.

    Fa parte della mia persona, come anche fa parte di un contesto
    che reputo giusto e onesto nei miei e nei confronti altrui.

     

  • 15 agosto alle ore 16:43
    La passione e l'amore.

    Come comincia: "M'ha telefonato mio marito..."
    "Novità?"
    "Torna dopodomani..."
    "...prima o poi..."
    "Mi sento morire..."
    "Porta Raffaella da tua suocera e poi vieni a casa mia."
    La storia fra Miriam e Alberto era iniziata tre mesi prima. La dama, un metro e ottanta, lunghi capelli biondi, ben proporzionata, dal sorriso affascinante, un passato da atleta (lanciatrice di giavellotto), casalinga, era sposata con un ometto pari età, Andrea Mancuso. trentacinue anni, un metro e sessantacinque, chiuso di carattere ma ricco di famiglia, ingegnere presso L'ENI, rimaneva lontano da casa lunghi mesi impiegato presso piattaforme petrolifere dando la possibilità alla bella Miriam di spassarsela bellamente.
    Alberto, quarant'anni, scapolo incallito, un metro e ottantacinque, tombeur des femmes, prestava la sua opera presso la Guardia di Finanza col grado di maresciallo. Anche la divisa contribuiva ad aumentare il suo fascino e il successo con le femminucce (anche mogli di colleghi) era assicurato.
    Abitavano nello stesso palazzo. Il loro primo incontro era avvenuto un giorno di novembre, particolarmente piovoso, in cui Miriam aveva avuto difficoltà a trasferire i pacchi della spesa dalla sua macchina sino all'ingresso della scala.
    Il bell'Alberto si era premurato ad aiutarla salendo al suo piano con l'ascensore.
    "Qui finisce il nostro percorso." Alberto aveva buttato l'amo.
    "No entri a casa mia, gliela faccio visitare."
    "Proprio bella, mobili modernio anche se io preferisco quelli antichi."
    "Allora mi faccia vedere casa sua!"
    "Scusi il disordine ma oggi non è il giorno del filippino."
    "Vedo che ha ancora il letto sfatto, chissà quante femminucce ci sono passate!"
    "Una meno di quante ne vorrei!"
    "Non capisco.."
    Miriam invece lo capì subito perchè si trovò lunga distesa sul letto non rifatto con Alberto sopra di lei, così era iniziata la loro, stroria.
    Domanda immancabile: "Mi domando e penso non essere il solo come o meglio perchè hai sposato tuo marito."
    "Mio padre era morto e la sua pensione di riversibilità non era sufficiente per mantenere la mia famiglia soprattutto per acquistare i medicinali per mia madre gravemente ammalata. Andrea da tempo mi faceva una corte assillante, era ricco di famiglia, sapeva di non avere alcuna possibilità ma non demordeva. Spinta da mia madre e dai suoi parenti mi sono lasciata convincere a sposarlo ben sapendo che mi sarei prese tante licenze extramatrimoniali sin quando ho conosciuto te e mi sono innamorata, maledizione!"
    "Maledizione perchè?"
    "E me lo domandi. Adesso al solo pensiero che mi tocchi mi rende nervosa, infastiita, trovo la cosa insopportabile..."
    "Lascialo."
    "Raffaella è troppo piccola e lo adora, sarebbe per lei un trauma e poi non saprei dove andare lasciando casa nostra, lui mi farebbe la guerra con la separazione per mia colpa, senza alimenti e poi chiederebbe l'affidamento di nostra figlia."
    "Cerco di mettermi nei tuoi panni..."
    "Non penso che possa riuscirci, per un uomo il sesso è qualcosa di più superficiale e poi non sei innamorato di me..."
    "Sai l'amore..."
    "Lascia perdere, sei molto bravo con le parole e forse riusciresti a convicermi che tu.."
    Miriam si era messa a piangere.
    Erano passati vqri giorni senza che i due amanti potessero sentirsi.
    Una mattina Alberto sentì bussare alla porta con violenza. Scalzo andò ad aprire., Miriam entrò e si butto sul letto.:
    "Hai staccato il telefono e il cellulare."
    "Si non volevo che mi chiamassero dalla caserma, ho fatto due notti..."
    "Due notti con chi o meglio con quale baldracca!"
    Alberto prese il viso di Miriam fra le mani, il pauinto di una donna era per lui il peggior castigo che potesse capitargli, gli toglieva tutte le difese, sentì crampi allo stomaco.
    "Riesci a spiegarmi cosa è successo?" (si era completamente dimenticato del rientro di Andrea in famiglia.
    "Il 'padrone' mi ha telefonato dall'aeroporto di Catania: 'fra due ore sarò lì, preparami una buona cena.'"
    "E per una cena la fai tanto lunga!"
    Miriam guardò Alberto con odio.
    "Dopo la cena c'è il digestivo!"
    Alberto capì che non era il cvaso di fare ancora l'imbecille, Miriam era in piena crisi di rigetto del marito per colpa del bel maresciallo di cui si era innamorata, allora cercò di entrare in campo con la psicologia.
    "Amorino usa un pò di fantasia, chiudi gli occhi e vedi me al posto di tuo marito."
    Un rapporto sessuale violento fu la logica conclusione che però non riuscì ad alleviare le angosce di una sconsolata Miriam.
    "L'ho mandato a far la spesa, gli ho fatto un elenco lungo un chilometro così possiamo parlare più a lungo. È stato tremendo, quando mi si è avvicinato tremavo come una foglia, ha cominciato a baciarmi il fiorellino poi mi ha penetrato con violenza, maledetto, mi ha fatto male non era lubrificata, ha seguitato a lungo malgrado facessi finta di godere tante volte, mi sono mossa col bacino e finalmente si è sbrigato.
    Mi sono voltata di spalle e allora sai che ha fatto il bastardo, ha tentato di inchiappettarmi come dici tu, mi son girata di colpo e m'è venuta voglia di strozzarlo (il culino è solo tuo). Mi ha di nuovo penetrato e qui ho dovuto muovermi molto per farlo venire presto: Sono andata in bagno a farmi una doccia, mi sentivo sporca, sono distrutta."
    Che dire ad una donna disperata:
    "Cara quello che mi hai descritto mi ha addolorato, che dirti?"
    "Che mi ami,"
    "Questa era una domanda alla quale Alberto non  amava rispondere e cercava sempre di svicolare.
    "Lo sai, cara."
    "No me lo devi dire."
    "Certo che ti amo..."
    Il ritorno di 'Ulisse' scombinò i programmi di Alberto, non appena poteva Miriam, allontanato da casa Andrea con motivazioni varie, si infilava nel letto dell'amante per una sveltina e poi rientro a casa e la solita domada:
    "T'è piaciuto?"
    "E me lo chiedi cara, sei stata magnifca come il solito.!" Che palle!
    Poi una combinazione fortunata, il colonnello Andrea Speciale invitò il maresciallo nel suo ufficio:
    "Minazzo ho bisogno di te come fotografo dobbiamo amdare a Catania per un servizio, ce l'hai lo smoking?"
    "Comandante c'è un veglione?"
    "Niente veglione dobbiamo andare in un posto dove tutti lo indossano, ne parleremo strada facendo, mettiti in borghese, elegante mi raccomando."
    La sera, barba rasata, tutto in ghingheri Alberto prese l'ascensore e, caricata la valiga in macchina, si diresse all'uscita del parcheggio sotto lo sguardo della beneamata che spiava da dietro una finestra. Telefonino lasciato a casa, avrebbe usato quello di servizio.
    All'ingresso in caserma il maresciallo di picchetto suo paesano:
    "Arbè 'ndo vai, anche il comandante è tutto incriccato."
    "'Ndo vado? A mignotte e tu sei invidiosso!"
    "Ma vedi d'annattene!"
    "Minazzo hai preso tutto il materiale fotografico, è un servizio impegnativo!"
    "Comandante il novanta per cento del materiale è di proprietà esclusiva del sottoscritto, la sa quanto sono stitici a Palermo?"
    "Vabbè, ma non t'allargà troppo." Il colonnello era siciliano ma aveva prestato servizio a Roma per dieci anni.
    A Catania in un albergo prenotato, niente caserma, non volebano farsi riconoscere, era un servizio concordato con la rete occulta di Roma.
    L'indomani nella hall li colonnello gli presenrtò un maggiore e due marescialli in forza al Nucleo Centrale.
    Il maggiore chiese ad Alberto se l'attrezzatura fotografica fosse valida.
    Il colonnello s'interpose:
    "A Roma dicono che è er mejo ma tu non tirare fuori la solita tiritera che gli aggeggi li hai comprati con i tuoi soldi, ti farò dare un encomio, contento'"
    "Comandante se al posto dell'encomio ci fosse un pò di grana..."
    "Minazzo vedi..."
    "Ha capito, ci vado subito..."
    Mangiarono inn due tavoli separati, in unn il, cononnello e il maggiore nell'altro i tre marescialli e l'autista ma di sapere notizie sul servizio nisba.
    Di pomeriggio il cononnello Speciale convocò l'Albertone in camera sua.
    "Stasera devi fotografare un trafficante internazionale di droga. A Roma hanno saputo che presenzierà al teatro Bellini, è in programma un'opera, musica che non amo ma che dobbiamo sorbirci, mi pare che anche tu..."  
    "Anch'io ma forse ci consoleremo con la visione di qualche..."
    "La tua è una fissazione, vedi piuttosto di non sbagliare, faremmo una figura di cazzo!" 
    "Comandante ho un circomirrotach che..."
    "Che minchia è sto circ..."
    "È un falso obiettivo, io punto un soggetto e ne fotografo un akltro a 90 gradi."
    "Mi affido a te, voglio sia il bianco e nero che il colore."
    All'ingresso del teatro una moltitudine di gente ben vestita, tutta la Catania bene, oltre a vecchie signore incartapecorite deliziose fanciulle 'in fiore' al braccio di giovani rampolli.
    L'unico che rimase fuori fu l'autista che, non di buon umore, parcheggiò la Fiat 131 con targa civile in mezzo a macchine di lusso. Sicuramente avrebbe dovuto aspettare circa quattro ore in mezzo ad autisti gallonati che gli avrebbero fatto domande sui suoi 'padroni', preferì recarsi in un vicino bar con telefonino acceso.
    Nel foyer gli appartenenti alle Fiamme Gialle si erano posizionati lontano dal bar per non dare nell'occhio. Solo il maresciallo fotografo girava fra gli ospiti rimediando sguardi malevoli oltre che per motivi di privacy (non tutte le coppie erano regolari) anche perchè le signore non amavano essere riprese stracariche di gioielli; molto prebabilmente i mariti non erano in regola con le tasse!
    Alberto era in contatto visivo col maggiore di Roma il quale ad un certo punto gli fece un segnale: era giunta la persona da fotografare.
    Il cotale: altezza m.1,65 circa, biondo, occhi azzurri, inquietanti, dava l'idea del killer, fisico tarchiato ingabbiato in uno smoking che gli stava decisamente stretto. Al suo fianco eilah una  bruna dieci centimetri sovrastante, capelli neri a chignon, occhi verdi sorridenti, fisico intrappolato in un tubino nero di sartoria tagliato più in basso all'altezza del seno che, in seguito a manovre improvvise della proprietaria, mostrava un capezzolo sotto lo sguardo indifferente dell'accompagnatore ma non di quello dei vicini maschietti che mostravano un'espressione da ebete e si beccavano un bel calcio negli stinchi dalle gentili compagne.
    Passato il primo momento di stupore, Alberto mise il famoso circomirrotach sull'obiettivo 300 mm., riprese i due da tutte le posizioni (compreso il capezzolo di fuori), usò due caricatori da 36 pose, sicuramente un bel servizio, il cononnello Speciale avrebbe fatto una bella figura con i signori di Roma.
    Al suono di un campanello tutti ai loro posti, la Fiamme Gialle in platea all'ultima fila, i due di cui sopra in prima fila. l'Albertone, con la solita faccia tosta, aveva fatto finta di sbagliare e si era infilato in un palco occupato da due signore: una circa sessantenne dall'aspetto di nobildonna, l'altra più giovane.
    Dopo le scuse per l'intrusione,la signora anziana, con un cenno del capo, gli fece cenno di accomodarsi. La dama con vestito nero di sartoria, leggermente scollato, mostrava due file di perle non coltivate di notevole valore. La ragazza, pari altezza di quella di Alberto, bruna, capelli corti, sguardo da combattente, bella bocca carnosa, vestito nero al ginocchio, vita stretta, seno terza misura, niente gioielli.
    Ad un certo punto il falso free lance sgusciò dal palco con uno 'scusate' seguito dalla giovin damigella.
    "Sono Alberto Minazzo e, per essere sincero, non amo l'opera o meglio non la capisco, datemi il duca..."
    "Sono Genoveffa Lucio del Priore... vedo che non fa i commenti dei soliti imbecilli, le sono grata, anch'io non amo l'opera ma a proposito del duca..."
    "Parlavo di Duke Ellington, un celebre jazzista."
    "Lo conosco, mio padre amava quel genere di musica."
    "Vorrei cogliere l'occasione per immortalarla, con la fotografia me la cavo bene."
    "Non amo essere ripresa, senza offesa ma non amo la sua categotria, i fotografi sono maleducati ed invadenti."
    "Stavolta la foto l'ha fatta lei a me, concordo con lei che talvota i paparazzi sono molto fastidiosi ma campano con gli scoop...facciamo pace, le offro qualcosa al bar, a quest'ora non c'è nessuno."
    "Mi chiami Gea, non mi piace essere chiamata così ma ormai lo fanno tutti."
    "Ho un'idea sulla provenienza del suo cognome, se me lo permette..."
    "Mi ha incuriosita."
    "Sin dai tempi che furono i sacerdoti che si trovavano nelle condizioni di dover dare un  nome ai trovatelli, insomma a quelli che venivano abbandonati nella famosa 'ruota' dei conventi, con un pizzico di cattiveria imponevano ai poveri bambini dei nomi che richiamavano la religione ma che facevano risaltare la loro posizione sociale di figli di n.n.Questa è solo una tesi, forse non è il suo caso."
    "La sua è un'ipotsi alla quale non avevo mai pensato o meglio la sconoscevo proprio."
    "Bene, cosa vogliamo ordinare, per lei penserei ad una Cocacola."
    2Proprio non ci ha azzeccato, sono per il 'Negroni' ma voglio tornare nel palco non vorrei che la marchesa avesse bisogno di qualcosa."
    "Marchesa di che?"
    "Marchesa Eleonora Gentiloni, vedova, molto benestante, è sua la Rolls Royce posteggiata fuori."
    In verità Alberto, da vecchio amante delle macchine, aveva notato una Silver Cloud III color argento, alla faccia...
    Sefuì Gea sino all'ingresso del palco, fece per tornare indietro ma la pulsella lo prese per mano e lo introdusse nel palco; con un sorriso la vecchia signora lo invitò a sedersi vicino a lei.
    Dopo circa dieci minuti il bll'Albertone pensò al colonnello Speciale e agli amici di Roma.
    "Marchesa devo assentarmi per scattare delle foto."
    "Si faccia vedere all'uscita..." non finì la frase che la Fiamma Gialla si era fiondata fuori alla ricerca degli 007 e del comandante di Legione il quale, al suo apparire, lo squadrò in maniera poco amichevole.
    All'orecchio del colonnello: "Comandante tutto a posto, in tasca ho duen rullini scattati."
    "Si ma dove ti era cacciato, sicuramente con qualche mignotta, vieni con me nell'atrio."
    "Colonnello ha familiarizzato con una marchesa..."
    "Non fare lo stronzo, io riparto per Messina, tu mettiti a disposizione del maggiore, nei giorni prossimi ha bisogno di un fotografo, mollagli i due rullini e adesso ritorna dalla tua marchesa, marchesa buah!"
    Alberto non se lo fece dire due volte, dopo il saluto d'obbligo 'comandi', con molta calma si diresse verso il palco della nobildonna nel momento in cui scrosciavano gli applausi, l'opera era finita.
    "Marchesa col suo permesso vado a scattare altre foto, ci potremo vedere all'ingresso. sempre che..."
    ""A più tardi."
    Alberto raggiunse il maggiore ed i due colleghi, ricevette l'ordine di stare a dispisizione in albergo, appuntamente fra due giorni alle ore 20.
    Felice come una Pasqua (si dice così?) il bell'Alberto si catapultò  fuori dal teatro con appresso l'attrezzatura fotografica, vide la Rolls Royce che emergeva fra le altre auto, l'autista aprì lo sportello posteriore.
    "Entri non azzanniamo i bei giovani vero cara?" La cara era seduta davanti con il viso rivolto all'indietro.
    "Gea le avrà detto che non ama la categoria dei fotografi ma penso che con lei abbia fatto un'eccezione."
    "Penso di si...sono impegnato per tre giorni poi farò rienrto a Messina, per ora sono alloggiato all'hotel 'Romano house', devo cercare un taxi per rientrare in albergo."
    "Non ci pensi nemmeno, Alfredo ci condurrà lì, Alfredo conosci la strada?"
    "Si signora."
    Sceso dall'auto Alberto, con finto baciamano alla marchesa, si congedò dalla compagnia. Per due giorni gironzolò per Catania senza acquistare nulla, gli oggetti che gli piacevano avevano prezzi non alla sua portata, il cibo dell'albergo era ottimo servito da camerieri disponibili ed efficienti.
    La sera dell'appuntamento, alle venti in punto, era dinanzi all'hotel con un borsone pieno di materiale fotografico. Un'Alfa Romeo 2000 gli si avvicinò, all'interno i signori romani, si posizionò vicino ai due colleghi, durante il primo tratto silenzio poi il maggiore:
    "Noi ci interpelliamo solo per nome: io sono Ferdinando (da buon romano Nando), l'autista è Romolo, vicino te Nicolò e Oronzo.
    Ci diamo del tu, non siamo formalisti. Sento dall'accento che sei romano di dove'?
    "S:Giovanni, via Taranto."
    "Incredibile, a distanza di chilometri...io abito in via Magna Grecia e Romolo in via Appia, oltre che paesani siamo vicini come abitazione!"
    "Parliamo di cose serie, io Alberto sono romanista e voi?"
    Silenzio da parte di tutti.
    "Ho detto qualcosa che non va?"
    "Purtroppo con due romanisti, io Nando e Romolo abbiamo due laziali! Fra l'altro uno è pugliese e l'altro trentino e ti vanno a farebil tifo per la Lazio...lasciamo perdere, siamo arrivati."
    Dinanzi un grande edificio con una targa 'Import - export', fuori due spazzini che spazzavano dove mondezza proprio non c'era.
    Il maggiore:
    "All'opera ci sono tre cugini prestatici dalla Benemerita che hanno disattivato l'allarme, sono entrati aprendo porte dalla  serratura cifrata, tu devi fotografare dei documenti che non possiamo sottrarre, ufficialmente l'Autorità Giudiiziria non sa nulla dell'operazione, dobbiamo fare tutto bene e in fretta."
    Alberto tirò fuori uno stativo dove poggiare i documenti da riprodurre con la fedele Topcon e obiettivo grandangolare.
    Nessun contatto con i cugini tutti impegnati nel proprio lavoro e poi via ognuno per la propria strada senza saluti nè strette di mano.
    Alberto, i rullini al maggiore, fu riaccompagbnato in albergo.
    Nando: "ciaio romanista, questi i nostri indirizzi di Roma, se dovessi passare da quelle parti..."
    Alberto si svegliò alle dieci, telefonata a casa della amrchesa.
    "Casa della marchesa Gentiloni, parla Carmela."
    "Gentile signora Carmela, dica alla signora marchesa che sono Alberto e vorrei parlarle."
    "Un attimo."
    "Allora bel fotografo si è liberato dagli impegni?"
    "Si gentile signora ma debbo rientrare a Messina."
    "Quando vorrà venga a trovarci, sarà un piacere per me e anche per Gea, vero cara?...Chi non risponde assente e quindi a presto."
    A Messina il buon Albertone pensò di chiedere al colonnello Speciale quindici giorni di licenza.
    "Mi piacerebbe sapere dove andrai a fare danno, a Catania? Vuoi diventare marchese?"
    Dopo dieci minuti di presa in giro Alberto ottenne la sospirata licenza.
    "Signora marchesa mi sono liberato dagli impegni, prenderò il treno che arriva a Catania alle 12 di domani per con un taxi..."
    "Niente taxi, Alfredo verrà a prenderla alla stazione, a bientot!"

     

  • 13 agosto alle ore 15:30
    Jennifer. Bangkok

    Come comincia: Ti chiamavi Jennifer, ma avevi occhi a mandorla e pelle ambrata, lisci capelli scuri e l'aria smarrita di chi, nonostante la vita non glielo permetta più, è ancora innocente dentro. Jennifer e' il nome che tua madre ti diede sperando ti portasse fortuna, un nome occidentale, nell'estremo oriente thailandese, quasi in pegno per una vita di riscatto. Ma non c'era stato riscatto, tuo padre se ne andò, lasciando tua madre e i tuoi quattro fratelli e portandosi via ogni speranza. Ci ha provato, tua madre, a lottare, a lavorare, a cercare in ogni modo di lasciarvi crescere dignitosamente, ma eravate troppi, troppo poveri, troppo soli. Quel giorno eri andata in città, dovevi comprare qualcosa da mangiare, avevi un abitino liscio,chiaro, che lascia intravedere le tue gambe magre e nessuna forma di donna. Tredici anni e ne dimostravi dieci. Ma questo, tu ancora non lo sapevi, era un punto a tuo favore per i predatori che si aggiravano aspettando le loro vittime tra le vie di Bangkok, predatori di carne, sanguisughe di vita, invasori da ogni parte del mondo che volevano comprare, e occupare, coi loro membri adulti, e le loro anime marce, corpi di bambine. Tu ancora non lo sapevi cosa voleva quel signore alto e biondo, che ti avvicinò con fare gentile, parlava in inglese e un poco lo capivi,tua madre in qualche modo era riuscita a farti vedere qualche DVD americano, cartoni animati,film, trovati chissà dove, perché la sua Jennifer imparasse l'inglese...e tu lo avevi imparato, dotata e veloce. Ti stava chiedendo se volevi mangiare, forse non avresti dovuto, ti dicevi, ma avevi fame, tanta fame. Mangiavi, mentre lui riempiva di complimenti e passava la sua mano ruvida sul tuo braccio nudo. Tirò fuori un sacchetto e te lo mise in mano: "Guarda!" A malapena capisti che erano rossetti, ne prendesti alcuni e li apristi, colori vivaci, vistosi, come quelli che vedevi sulle bocche di tante ragazze di Bangkok. Lo guardasti, interrogativa. -"Te li regalo tutti se nei prossimi giorni vieni in città e passi un po' di tempo con me, ogni giorno ne metti uno diverso, ti comporti in modo carino con me e io ti do dei soldi per la tua famiglia". -"Va bene?" Confusa rispondesti di sì e accettasti di tornare l'indomani,in quello stesso locale dove ti aveva portata a mangiare. Volasti a casa, quasi felice, col tuo sacchetto pieno di rossetti coloratissimi dentro un involucro argento e appena arrivata li mostrasti a tua madre. Lei capì. Capì e avrebbe voluto urlare: -" Noooo! Jennifer, noooooo!!!". Avrebbe voluto spiegarti tutto, ma non lo fece,tacque, disperata e sconfitta, consapevole che, forse, immolando la sua bambina avrebbe salvato i suoi figli più piccoli. Uscisti il giorno dopo, un rossetto color fuoco sulle labbra, la gonnellina corta, la maglietta aderente a mostrare il tuo torso di bambina, coi soli capezzoli accennati, e quelle scarpe col tacco troppo alto che tua madre t'aveva dato e ti facevano male ai piedi. Era buio quando tornasti a casa e tutto era diventato chiaro e terribile. Il tuo esile corpo impregnato di umori e secrezioni di un uomo che ti aveva adoperata come aveva voluto. Un dolore acuto ti trafiggeva, stuprata, da chi ti ha voluto credere bambola consenziente per il suo lordo piacere. In mano avevi alcuni dollari e sulla bocca, sul collo, tracce sbavate del tuo rossetto. Lacrime scendevano silenziose, rassegnate. Avevi capito. Tua madre ti abbraccio' e pianse con te. Col dorso della mano asciugasti le lacrime: "Domani...domani metterò un altro colore".

  • 13 agosto alle ore 11:42
    Phenomena la ballerina di valzer

    Come comincia: Una carriera straordinaria nelle sale del liscio dove la idolatravano per le sue doti mistiche, poi l’incostanza, giri di valzer sbagliati cosi come sbagliato è stato quel taglio di capelli e il matrimonio con quel becco del Civetta. Così è che la ballerina di liscio che credeva di essere un fenomeno, la ballerina che non era capace eccetto quando diventava un fenomeno e che senza sprechi di umiltà credeva di essere la migliore, e solo per una patacca vinta al “Festival del Tacco d’Oro” (e anche lì alla fin fine nessuno era d’accordo) dove si era esibita accompagnata da quella sgangherata orchestra di Triciclo e Balloncini si è trovata nuovamente disoccupata. Anche il ballo liscio ha le sue regole, anche nel ballo liscio, soprattutto nel valzer alla fine conta quello che riesci a produrre e, nel caso di Phenomena poco, troppo poco. Tra i tanti pelati, nani e ballerini è vero che c’era uno che aveva messo gli occhi su Phenomena, ma lei ha preferito coltivare e difendere il suo orticello dalle incursioni, ma appunto un orticello, quando aveva a disposizione intere praterie per i suoi giri di valzer. Così una sera gli amici l’hanno vista ballare dalle parti di Gambolò, in una sera di un giorno di festa in cui anche rumore degli amici fa male perché hai paura che la festa la facciano a te. L’unica misera offerta era arrivata da li, 50 cents a valzer tra coppie danzanti al tempo di tre quarti. Aveva la faccia che ha un tacchino nel giorno del ringraziamento, ripeteva a tutti sto bene e ho fiducia.

  • 09 agosto alle ore 17:11
    Il pollaio di Taranto

    Come comincia: Nervoso per il caldo, il condizionatore c'è, ma spento.
    Saranno le nove del mattino,  la segretaria dello sportello, giunta da poco, non ha ancora il camice e non ha avuto il pensiero di accenderlo; il dubbio che mi rende irrequieto è se abbia dimenticato di farlo oppure se, sbattuta la borsa di Louis Vuitton falsa sul desk, abbia prolungato il suo caffè nel retro, indolente e cinica rispetto al fatto che nella sala d'attesa siamo già in dieci,  lì seduti da mezz'ora. A squagliare. Senza aver potuto prendere il numero dall'apparecchio elettronico perchè è spento. 
    Impauriti, violentemente zitti, ormai omologati dai nomi delle medicine che quasi hanno sostituito i nostri o almeno quello di mio padre e degli altri pazienti. Ma quando si è in uno studio privato di un primario, pazienti o parenti del paziente, anche i sani diventano un pò pazienti: pazienti impazienti. Senza false morali, la malattia ce l'hai tu, ma io sfogo la mia sanità rubando un pò del tuo cancro: ci si sente diversi perchè in salute, in questi casi; tutto al contrario, qui siamo la minoranza. Un pò come quando sei in ospedale passando le ore al capostipite di un letto e cominci a vagare: vai in cappella, preghi, commenti, ti stendi sulla panca, o vai al bar, nei giardini, ti intrufoli nei reparti, osservi e parli con le infermiere carine o con quelle più materne che odorano di brodo, e giudichi lo stato di igiene dei pavimenti e dei bagni. Fai delle figure di merda elefantiache e leggi nelle colte bacheche di convegni sul morbo di Lowrence d'Arabia, o sulla sindrome dei globuli fucsia. E' la follia. Una sana follia che ti fa scoprire tutto un altro popolo, quello degli ospedali. E' come un viaggio in una terra in cui si parla una lingua a sè, quella del dolore e dell'ironia dovuta alla rassegnazione. Ciò che ho combinato negli ospedali lo sa solo Dio ed i malati di quel momento, sdraiati nei letti: come quando fecevo cantare un reparto intero ed ogni malato riproduceva il suono di uno strumento musicale. Mai come allora le flebo erano state utili.  

    Mio padre è un paziente paziente, almeno in apparenza, ed è di certo più educato di me. Ne guardo la camicia a quadretti, osservo la densità della sua sudorazione, poichè senza il condizionatore potrebbe cominciare a sudare, e non ho acqua con me, ma stranamente è asciutto. La camicia gli sta bene, celeste con quadretti blu, la pelle bianca, qualche pelo, bianco anche lui con la radice ancora nera. C'è un lungo momento della vita in cui bambini ed anziani si assomigliano: nelle esigenze, nei capricci, nel colore della pelle, la delicatezza della pelle, il colore bianco delle pance, la quantità di cibo, la scherzosità ed anche qualche chiaro istinto da rompicoglioni. Ma la camicia lo rende bello, la V del collo lascia immaginare che deve essere stato un bellissimo uomo. Io però sudo e perfino il mio caldo nervosismo sudato diviene schizofrenico, dato che accenno qualche sorriso guardando mio padre di nascosto,di sbieco, mentre lui non se ne accorge. O finge: sarà stato un bell'egocentrico negli anni '60..
    Siamo il numero dieci, prima di noi nove persone, e ad un ritmo di visita regolare per mezzogiorno e mezzo potremmo uscire di lì.  Il condizionatore si accende, il piccolo schermo elettronico della numerazione parte da 01, i caffè sono stati presi, le mani disinfettate, le pareti prendono vita, il colore pastello color giallo-cacca-pergamena diventa un colore serio e borghese,  la stalla di pazienti e impazienti ravviva nella mente il ricordo di aver pagato molto per quella visita, moltissimo. Ci si sente pazienti impazienti importanti. Che squallore, nemmeno un attimo prima di morire i responsabili di quel verdetto ricreano per tutti la decenza di rendere tutti uguali. Ci sono morti di serie A e morti di serie B a questo mondo.
    Si comincia. 
    Nell'istante preciso in cui appare 01 ed apro il mensile sulla salute che non ho mai letto nè leggerò mai al di fuori di quella stanza, ben nove persone si alzano contemporaneamente, chi con un sorriso, chi con rassegnazione.  Io e mio padre alziamo la testa come due galline di fronte alla porta del pollaio che si apre facendo entrare la luce di un sole di campagna accecante: tutti i nove si dirigono verso la porta del "dottor Chiunque tu sia spero di vederti per l'ultima volta". La mente ha un potere eccezionale in certi casi, poichè in un attimo seleziona le immagini e fa la radiografia della situazione, come se fossimo un pò medici anche noi.
    La vecchia è davanti. Tutti gli altri sono dietro, la seguono, hanno età diverse, ma..non posso credere ai miei occhi : si conoscono tutti. Qualcuno si somiglia, alcuni si tengono a debita distanza, alcuni parlano a volume alto, una ride con l'anziana signora, altri sono seriosi, altri ancora sono seri. Vanno tutti insieme nella stanza dello specialista. 
    Rimaniamo io e mio padre, soli nella stanza, come quelle due galline di prima: ci guardiamo inebetite. Se fosse sonoro questo racconto, qui ci starebbe il verso di due chiocce interdette e attonite. E potremmo con ogni probabilità cagare almeno un uovo a testa.
    Ci sentiamo felici, sollevati, liberi dall'umanità, due A-polli della sanità locale, guariscono perfino le nostre sfighe. Per un attimo. Soprattutto quelle di mio padre, sempre per un attimo. Ma siamo italianissimi in questo e la curiosità tipica dell'italietta paesana comincia la sua scalata verso l'appagamento della brama di sapere: vogliamo capire cosa succede! Non c'è nessuno, se non quella segretaria truccata di primo mattino con troppo rossetto, in camice bianco finalmente, da cui pero' si intravede un bel seno meridionale. Mio padre mi fulmina con lo sguardo e mi impone di cioncare su quella sedia e di farmi un anfiteatro di "fatti" miei. Non c'è bisogno di parole quando un padre deve tirare il guinzaglio, ma io in realtà sempre lasciato libero di agire , mi alzo di scatto. Il mio intento è solo conoscere l'andamento della fila, poichè essendosi acceso tardi il conta-esseri umani elettronico, quando tutti noi eravamo già dentro, non so se mio padre sia da considerarsi numero dieci o numero due. E' per il suo bene che lo faccio!  Ma mio padre queste uniche parole mi rivolge :- "Stai a sedere, sennò con me non vieni più". La morale contro la realtà dell'essere, il perbenismo saggio di chi ha 80 anni contro la voglia mortale di conoscenza terra terra. Un ricatto. So perfettamente che anche lui vorrebbe sapere, ma l'essere un paziente paziente si impone sulla comune ed umana impazienza. Non ho certo preso da lui, fortunatamente. Se ad 80 anni avrò il cancro, come è solito averlo qui a Taranto, sarò molto più sfacciato e divertente. Non c'è cosa peggiore dell'etica del paziente quando nessuna etica è stata seguita da parte di chi ha provocato il nostro ammalamento. Credo sia mio diritto vendicarmi su di loro e vivere appieno anche i miei difetti da gallina epica. Del resto non sto ammazzando nessuno. Io. 
    Tutto questo ricopre l'arco di tempo di soli cinque minuti. Padre e figlio alle prese con la morale in uno studio oncologico, d'estate: è  Bio-etica anche questa, mica i soliti dilemmi, cose da matti ! Ma all'improvviso la stessa porta che prima era stata un'entrata diviene un' uscita: tutta la comitiva di amici, capitatanati dalla vecchiaccia forzuta,ma lenta nel suo incedere, saluta roboante la segretaria e gli assistenti del retrobottega. Del dottor "Chiunque tu sia basta che salvi mio padre " si sente una flebile voce plurilaureata nel dire cose, ma non se ne vede la forma. Sono quasi sul punto di salutare, anche io, poichè salutare è salutare, ma mio padre mi si aggancia sul collo come un avvoltoio dittatore, sapendo che saprei andare ben oltre il saluto, col carattere estroverso che mi ritrovo. La porta si richiude al passaggio dell'orda di colleghi pazienti.
    Nuovamente rimaniamo soli. Il silenzio di mio padre è tipico di chi conosce il tempo delle visite: cosa vuol dire quando una visita dura così poco? E' un responso? Un pagamento? Il ritiro di un esame! Un regalo di natale tipico di quelli che si fanno agli specialisti, ma non è Natale, è il 7 agosto ! Che Santo è il 7 agosto? Sarà il suo onomastico. "Ma sciatvene a mare, scià... " (  trad dal pugliese: - "ma andate al mare, andate..." - con  tono di scherno ).  Va bene, è il nostro turno.
    La segretaria ci invita ad entrare per essere accolti da suà maestà il primario specialista. L'incontro è breve ed essenziale, io posso entrare per accompagnare mio padre, ogni nuvola ed ogni pensiero bizzarro di argomenti cui troppo la nostra attenzione si rivolge, riempiendo la vita di tante inutilità, sparisce. Torniamo seri, silenti ed impauriti. Omologati al destino di tanta gente ed ai respiri di un U.F.O. di bianco vestito che è di fronte a noi, uno che fa la professione di medico, possiede la dottrina, lui è la scienza e di lui cerchiamo di non dover interpretare null'altro che ciò che egli dice; non vogliamo avere paura, vogliamo capire ma non capire troppo, non vogliamo ma vogliamo interromperlo, così ascoltiamo ed io per primo divento un pulcino educato che vorrebbe solo imparare il più possibile  per non far parte di quel destino. "Tra un mese il prossimo trattamento".
    Qui c'è l'aria condizionata per fortuna, anche il verdetto è un pò condizionato, più fresco direi, meno caldo sulla pelle scuoiata di mio padre, che si ritrova "dall'altra parte" e sulla sua pelle sente tutte quelle parole come ferri infuocati cui non c'è scampo, se non rendendo vivo ogni momento in cui ancora si è vivi. Quindi caro padre, sono felice se ogni tanto ci ritroviamo insieme come due galline, altre volte come A-polli fortunati se il condizionatore di una pessima sala d'aspetto , cosi incolore e ignava, così odorante di caffè di una segretaria col seno accogliente, si accende per noi.  Almeno morirai ridendo per un figlio un pò matto. E' tutto colore che si sparge su pareti color merda.
    Andando via ringrazio, so essere molto educato quando voglio.
    Ma ...colpo di scena!  Un padre, che era stato un bel matto da giovane, mio padre, Giancarlo, chiede a Vanessa, questo il nome della nostra Giunone al desk oncologico, chi fossero tutte quelle persone, come mai tutte insieme li dentro, come mai così spensierate. Forza papà, sei un grande!  Fanculo la morale!  Ecco da chi ho preso, il carattere del paziente viene fuori, l'impazienza di carattere avanza goliardica tra padre e figlio: siamo una bella famiglia tarantina! E provo fierezza nel vedere come un uomo saggio sappia accondiscendere ai suoi bisogni infantili, come indossare una bella camicia a quadrettini blu per farsi bello di fronte ad una bella segretaria. Ora mi spiego perchè ogni volta che si reca in quello studio mette le sue camice più belle.
    Giunone, così amabile e materna verso il mio vecchio padre, ci informa che trattavasi degli otto figli della signora anziana, venuti per salutare il primario per l'ultima volta, poichè la signora dopo due mesi avrebbe fatto un viaggio lunghissimo, l'ultimo. Non c'era più tempo. Gli otto figli avevano accompagnato la loro vecchia mamma ed uscivano da quella porta, tutti insieme. Come una grande chioccia con i pulcini.
    Mio padre ed io usciamo, sbottoniamo ancora di più le camicie, poichè all'uscita del portone la calura del 7 agosto ci accarezza i peli del petto che gridano pietà. Siamo belli insieme. Ridiamo. Non so perchè. Ma ridiamo.

  • 08 agosto alle ore 17:55
    Pericle, Silvania e Maretta.

    Come comincia: Le colpe dei padri non debbono ricadere sui figli, non ricordo che l'ha detto ma è una verità accettata da tutti.
    Nel caso di Pericle la colpa non era del padre, assenre al momento della nascita, ma della zia Armida che, professoressa, laureata in lettere antiche, aveva ritenuto di affibbiargli un nome impegnativo presagio di un futuro importante per il nipote che, per sfortuna dello stesso, era stata la sua madrina e quella che, unitamente alla levatrice che aveva assistito al parto in casa nel 1935 e l'aveva denunziato all'anagrafe di Roma.
    Forse la scelta degli altri due nomi era più favorevole per il piccolo Pè (così veniva chiamato in famiglia): Alberto e Massimo ma una maledetta virgola fra i nomi stessi gli gli impediva ufficialamente di usarli tutti insieme.
    Come inizio della sua vita forse Pè poteva sperare di meglio anche perchè, crescendo, il diminutivo del suo nome veniva in conflitto con parole insulse tipiche dei grandi che usavano un linguaggio da deficienti per farsi capire dai piccoli tipo: pepè per le scarpe e il poverino non capiva perchè il suo nome venisse raddoppiato.
    Cresciuto, aveva provato ad adire le vie legali, insomma era ricorso all'Autorità Giudiziaria per poter usare solamente uno degli altri due nomi ma il giudice che non era al corrente che Pericle veniva dai parenti peggiorato in Pè, aveva respinto l'istanza.
    Tutto sommato i motivi che avevano modificato in pejus la vita rispetto alle sue aspettative erano ben altri ma Pè, giunto al settantatreesimo compleanno, aveva cancellato i suoi precedenti di vita o meglio li aveva passati al setaccio ricordando quelli rimasti in superfice, i più piacevoli o meglio quelli meno incasinati.
    Ora sdraiato sul divano del salone della sua dimora al quinto piano di un appartamento di un quartiere bene di Messina, si godeva lo spettacolo del porto e della Calabria, visione disturbata da una pioggia insistente e dal vento gelido situazione che a Pè poco caleva: si trovava in ambiente dalla temperatura accogliente, protetto dal freddo dai doppi infissi e circondato da ninnoli scelti con gusto ma al prezzo di continui ricorsi alla carta di credito da parte della deliziosa Silvania, sua consorte, che lo adorava (parole di lei) ma troppo in confidenza col conto corrente in continua discesa.
    In fondo Pè e Silvania avevano avuto una sorte in comune riguardo ai loro nomi.
    All'anagrafe di un giorno di luglio dell'anno 1961, papà Gaetano aveva avuto la sfortuna di trovare un sostituto dell'impiegato dell'anagrafe che, un pò duro di orecchi e dalla cultura incerta, aveva aggiunto inspiegabilmente una indesiderata 'i' al nome di Silvana, Annamaria,  situazione venuta alla luce solo al momento dell'iscrizione all'asilo della desiderata, deliziosa, pelosa e decisamente ossuta brunetta.
    Seppur dall'aspetto minuto e piuttosto piatta, Silvania, comunemente interpellata senza la 'i', aveva dimostrato di saper ottenere quello che più desiderava tanto da fiaccare le resistenze della dolcissima (si fa per dire) Mara (nome originale Maria) sua madre che aveva tentato con forza a dissuaderla di prendersi per marito un separato non più giovanissimo e dall'aspetto poco rassicurante di 'tomber de femmes'.
    Il vecchio leone, soddisfatto della sua attuale posizione, dopo quarantaquattro anni di onorato servizio nella Guardia di Finanza, si sentiva un pensionato di lusso, molto coccolato anche dopo sedici anni di matrimonio dalla incantevole (quando truccata) Silvana 'chatte' anche se con qualche acciacco che lo avevano indotto a perderer le inveterate abitudini extra uxorie.
    Il soprannome di Maretta era opera di Pè che mal aveva digerito le interferenze della suocera e Mara era costretta a subire il dispregiativo del suo nome.
    Eternamente a dieta ferrea causa il colesterolo ed i trigliceriidi superiori alla norma, di una esofagite da riflusso e da artrosi varie, Pè era costretto a frequentare una palestra lontano trenta chilometri dalla sua abitazione a Torregrotta, località che raggiungeva a bordo di una fiammante e superaccessoriata Jaguar acquistata con i soldi della zia Giovanna passata a miglior vita.
    Pigro di natura, Pè cercava tutte le scuse per evitare le quattro ore settimanali di torture di ginnastica decisamente impegnativa che faceva in compagnia di persone della sua età decisamente dall'aspetto orribile.
    Sembrava che una mente diabolica avesse scelto le madame dalle patologie diverse che avevano in comune la volgarità dell'aspetto e l'eloquio rozzo oltre che la pinguiedine di notevole grado.
    Il titolare, un simpaticone italo-venezuelano lo aveva rassicurato sul suo stato di salute (dimostri vent'anni di meno) e questo lo consolava anche se non gli toglieva nemmeno uno dei suoi anni.
    L'unica persona gradevole in palestra era la segrataria, tale Rosy, alta, slanciata, sorriso accattivante, sporgenze anteriori e posteriori apprezzabili che però era molto riservata. La avances di Pè avevano avuto esito negativo (se avessi vent'anni di meno di avrei sposato), la risata argentina di Rosy aveva posto fine ad un improbabile corteggiamento.

  • 03 agosto alle ore 19:25
    Tato e il popolo

    Come comincia: Popol beota,
    dalla mia nuvola ti vedo, ti sento, ti disprezzo.
    Vedo:
    - idioti che ascoltano di sotto il balcone oratori tronfi, ignoranti e in mala fede;
    - creduloni che seguono un feticcio di gesso colorato chiedendo miracoli che solo la loro mente può dispensare;
    - religiosi che condizionano pesantemente i politici ben sapendo che, senza il loro consenso, hanno ben poche possibilità di venir eletti dal popolo ignorante;
    - sciocchi che seguono gli insegnamenti di scribi e farisei disonesti;
    - uomini e donne senza personalità che militano sotto la bandiera di capi popolo;
    - invasati che, per punirsi di ipotetici peccati,si flagellano e usano il cilicio e mostrando le loro piaghe;
    - mafiosi, camorristi e ricercati dalla legge che vivono in rifugi circondati da santi, da madonne e da crocifissi convinti che andranno in Paradiso;
    - falsi benefattori che, in cambio di aiuti umanitari, cercano di convertire alla propria religione poveri malati affidati alle loro cure;
    - prelati che applicano il metodo spiccio di un famoso santo: "prevenire punendo" per mettere a tacere i recalcitranti onesti che non accettano ingiustizie;
    - capi religiosi che 'somministrano' ovvi ammonimenti ma nello stesso tempo non permettono di fare indagini su delitti impuniti perchè commessi all'interno del loro territorio;
     - preti che, non potendo sfogare i loro istinti sessuali su donne, distruggono la vita di poveri bambini affidati alle loro cure;
    - lo I.O.R., banca del diavolo, che ha maneggiato denaro di mafiosi, di venditori di morte, di massoni cattolici (Marcinkus docet);
    -la chiesa cattolica, non democratica,: non accetta suggerimenti di adepti che sono liberi solo di approvare le sue decisioni: è statolatria;
    - il rancore ecclesiastico: è come la mula del papa che ha aspettato sette anni per assestare il suo calcio di vendetta;
    - padre Pio che fu dichiarato dal sant'uffizio 'mistificatore pericoloso e corruttore di costumi'. Ora, in suo nome, la chiesa incassa miliardi di euro offerti da creduloni cattolici;
    - la moralità in Vaticano infestata da intrighi e corruttele. Per le promozioni impera l'indecenza della clientela e della raccomandazione. Due sono le categorie che hanno bisogno di un  protettore pr fare strada: le belle di notte e i monsignori ansiosi di fare carriera;
    - l'interrogativo che tutti gli onesti si pongono: "fu vero morbo che li stecchì riferendosi a papa Luciani e al cardinale Villot;
    - i poveri di spirito che credono a fatti inspiegabili che, invece, spiegabili sono dalla scienza (madonne che piangono o sanguinano) e che versano oboli a furbacchioni in mala fede;
    - che in tempi men leggiadri e più feroci i ladri s'appendevano alle croci, ora in tempi men feroci e più leggiadri le croci se le appendono i ladri; 
    - che avviandosi al tramonto il sole, coprendosi dietro ai monti all'orizzonte, arrossirà per tutto ciò di cui l'han fatto spettatore i credenti di tutte le religioni.
    Popol beota svegliati se ci riesci!
     

  • 03 agosto alle ore 17:40
    Io e Lulù

    Come comincia: Cari lettori e soprattutto care lettrici vi domanderete chi è Lulù, se non ve ne frega niente potete smettere di leggere il seguito di questo mio zibaldone ma non sapreste mai quello che perdereste quindi... fate un pò voi.
    Lulù non è per me quel personaggio creato da Frank Wedekind (non sapete chi è Frank Wedekind?) capisco che a cultura non ve la passiate troppo bene ma, senza voler fare l'acculturato presuntuoso ve lo dico io.
    Il predetto era uno scrittore che immaginò il personaggio di Lulu (senza accento) come l'incarnazione tragica e moderna del mito della donna fatale, un archetipo, una figura in cui gli elementi conflittuali, a volte autodistruttivi, si sposavano con una pulsione alla seduzione.
    Non è questa la mia Lulù anzi posso affermare che non ha nulla in comune col personaggio sopra descritto, la mia Lulù è un'immagine sgorgata da un cristallo di rocca di forma rotonda con tantri puntali che porto sempre con me: la sua figura è simile ad una goccia d'acqua con la punta all'ingiù, ha solo due grandi occhi espressivi con i quali parla con me (solo con me per gli altri è invisibile).
    Non ha altri elementi per comunicare ma ci riesce perfettamente nel passare dalle espressioni di dolcezza, a quelle di tristezza, a quelle di gioia, talvolta anche di collera quando ne combino una delle mie.
    È insomma la mia confidente ed anche la mia consigliera per lo meno ci prova anche se non sempre seguo i suoi sensati consigli, diciamo che mi è molto affezionata ma non per questo passa sempre sopra alle mia 'marachelle' anzi...

  • 03 agosto alle ore 17:18
    Eddie e la sua arte magica

    Come comincia: Un tempo giocoliere e mimo per le strade di Dublino, Eddie adorava smisuratamente le sue mani, che reputava piccoli strumenti dal grande potere demiurgico. Così, stanco di compiere sterili acrobazie in aria con palle variopinte, aveva deciso un giorno di dare una sterzata alla sua vita e di iniziare a plasmare figure con sembianze umane che, cariche di espressività, potessero raccontare una storia.
    Da qui, era esplosa una prepotente passione per la scultura. Dopo aver appreso la storia e i rudimenti di quest'arte, poco più che trentenne e affascinato dalle sculture di Michelangelo studiate sui libri, aveva deciso di imparare la lingua italiana e andare a vivere a tempo debito in un luogo incantato della Toscana.
    Lì, immerso nella natura e lontano da atmosfere cosmopolite e svaghi mondani, sarebbe sbocciata l'incredibile vena artistica che altri hobby sperimentati nel corso della sua pur giovane vita non avevano fatto trapelare.
    Il ragazzo vedeva se stesso come un originale incrocio tra Edward mani di forbici e Leonardo Da Vinci. Con il primo, oltre al nome aveva in comune il fascinoso look da outsider e la strabiliante magia che si sprigionava dalle mani, mentre con il secondo condivideva la grande ammirazione per paesaggi ameni come quello sullo sfondo della Gioconda.
    Trasferitosi finalmente in Italia, si stabilì in un grazioso e spazioso appartamento di un antico borgo medievale in provincia di Siena.
    Da lì, poté gettare le basi del suo successo come artista, confidando sia nella provvida fonte di ispirazione della vista di cui godeva dal laboratorio allestito in casa, sia nell'efficacia di un potente mezzo di diffusione come Internet, che avrebbe reso note le sue opere in tutto il mondo.
    Dalle mani del "ragazzo straniero", come veniva chiamato sul posto, iniziarono così a prendere forma figure di madri e sorelle, padri e figli, virtuosi e peccatori. Un intero "paesaggio" umano, insomma, vettore di storie con trame ben congegnate e con precise collocazioni in uno spazio fisico ben delineato, indipendente dal resto come un palco pronto a ospitare una rappresentazione teatrale.
    Al culmine degli slanci creativi, come per rafforzarne l'afflato, la mente di Eddie proiettava immagini di veri capolavori che, visti dal vivo, lo avevano fortemente impressionato. Uno su tutti era il Cristo velato, che aveva ammirato durante un viaggio a Napoli. Trovava strabiliante la precisione con cui il velo, dalle infinite pieghe che come rivoli si dipartivano da un fiume, seguiva fedelmente le forme del corpo, e sensazionale la vita che animava il volto del Cristo, traboccante di emozioni e tutt'altro che fisso e silente pur nascendo dalla fredda pietra che è il marmo.
    Mentre realizzava le proprie opere, piacevolmente imprigionato in una sorta di distacco dalla realtà, il ragazzo straniero provava la stessa ebbrezza contemplativa con cui Boccadoro, figlio della penna di uno scrittore che amava molto, Herman Hesse, osservando un giorno una statua raffigurante la Madonna fu colto da una rivelazione tale da imprimere una svolta decisiva alla propria vita, indicandogli chiaramente di seguire il destino scritto per lui, quello di scultore.
    Le figure concepite dalla creatività di Eddie erano l'alfabeto di un suo personale linguaggio legato a esperienze, sentimenti e sensazioni del passato ma anche del presente: vi trasferiva infatti, ora nei lineamenti di un volto, ora in un particolare movimento catturato, ora in una data postura, tutto ciò che assimilava costantemente nel luogo incantato in cui viveva. Quasi volesse ripagare la natura per i doni emotivi che ogni giorno gli offriva, il "ragazzo straniero" riversava in quelle sue creature tutta l'energia che l'ambiente intorno elargiva a profusione. Poteva essere un semplice canto di uccelli, uno stormire di fronde, la melodia prodotta dall'acqua che sgorgava da un ruscello poco distante da casa, l'alba che stupiva sempre per l'intensità struggente, il tramonto dai colori fragorosi.
    Gli piaceva pensare di riuscire a trasferire la vita nelle sculture, dotandole di un metabolismo tutto loro con cui potevano assorbire ogni vibrazione proveniente dall'esterno.
    Col tempo e con l'aiuto di qualche conoscenza fatta sul posto, l'artista, appellativo che andò a detronizzare quello di "ragazzo straniero", creò anche un sito Web personale, allestendo così una degna vetrina per i suoi lavori. Grazie all'intraprendenza e all'efficacia dei social network, riuscì dunque a farsi una fama, non solo come scultore ma anche come uomo, per via della scelta di vita in qualche modo estrema che aveva abbracciato e che suscitava ammirazione.
    In molti amavano infatti le opere del suo ingegno, di certo diretto riflesso di un animo eletto, ma venivano conquistati anche dalla forte personalità che lo aveva indotto ad abbandonare i ritmi mondani in favore di un rifugio in seno alla natura, nonostante la giovane età.
    Tale era il consenso che Eddie iniziava a riscuotere anche nei cittadini del piccolo borgo, di colpo percorso da un'energia contagiosa, una sorta di risveglio dopo un lungo letargo, che le madri di alcuni giovani del posto gli chiesero non senza imbarazzo se potesse insegnare ai loro figli, insicuri e timidi, quell'arte tanto affascinante e dal sapore squisitamente antico in grado, chi lo sa, di proiettarli anche verso il futuro, visti i successi lavorativi che lo scultore stava riscuotendo.
    Vinta l'iniziale riluttanza, l'artista decise di dare lezioni a un piccolo gruppo di adolescenti; poi, resosi conto di avere una sorta di vocazione per l'insegnamento e di poter a sua volta apprendere dai ragazzi, migliorando il proprio italiano con la pratica costante, fu conquistato sempre più dall'entusiasmo. Dati gli ottimi risultati ottenuti, prese dunque una decisione: dar vita a una vera e propria officina di talenti che aiutasse tanti "Edward" del borgo a uscire finalmente dal bozzolo.
    Con l'aiuto di molti volontari, animati dall'idea di realizzare un progetto comune e di pregio, BeCreative divenne così una realtà, affiancata da un motto che ne sottolineava l'intento: "Creare per crescere".
    L'intera comunità avrebbe beneficiato dell'iniziativa, come testimoniò il tempo.
    Oltre all'interesse che l'officina di talenti suscitava nei paesi limitrofi, richiamando un numero crescente di visitatori e turisti, Eddie, ora inarrestabile, aveva avuto anche l'idea di ridare dignità, con un tocco artistico, a vecchi tronchi disseminati un po' dappertutto nei pressi della sua casa-laboratorio. Senza abbatterli, in modo da lasciarli a testimonianza di una vita che fu ma che poteva ancora essere, seppure sotto un'altra forma, ne lavorò dapprima la superficie, per poi ricavarne forme quali fiori, funghetti, rami e altre meraviglie della natura.
    Il tocco finale lo lasciò ai suoi giovani allievi, ai quali assegnò il compito di dipingere l'opera finita con colori vivaci che richiamassero il paesaggio intorno, aggiungendo note di colore che costituissero un'attrattiva per tutti.
    Diffusasi la notizia sul territorio, in tanti venivano a vedere entrambe le realtà ideate dall'artista, che nel frattempo aveva separato il laboratorio dal resto della casa aprendolo alle visite a pagamento. Spinto da una logica tutt'altro che commerciale, Eddie aveva pensato che l'accesso al pubblico a un prezzo simbolico potesse contribuire al finanziamento della propria attività in continua espansione, senza sottrarle però la dimensione intima e speciale che lo caratterizzava, l'anelito da cui aveva preso vita.
    La magica creatura, come il giovane outsider di Dublino amava definire la realtà complessiva messa in piedi, sarebbe stata premiata in futuro con vari riconoscimenti, sia per il prezioso contributo dato per la visibilità offerta a giovani talenti del posto, sia per l'impegno profuso per la valorizzazione del territorio.
    Tutto questo, instillò in Eddie un orgoglio tale da potersi definire paterno e che, puro e scevro da fatui sogni di gloria, lo spingeva ogni giorno a compiere la sua missione: lasciare che l'arte trasformasse dei fragili virgulti in solidi arbusti.

  • 30 luglio alle ore 20:25
    Voce umana II

    Come comincia: Non saprai ch'io parli di te come se tu fossi me.  Non sapranno mai che abbiamo lo stesso contagio di amare liberi ed equidistanti come  con la paura di toccarci e sbriciolarci per sparire e non tornare. Non sapranno che costruiamo per veder distruggere, perché vivere si può solo con lo sguardo all'oltre che a niente s'attacca. E tutto diviene perché così noi siamo, lo sguardo gentile e le magnifiche distrazioni che allontanano e avvicinano.
    Non saprai che abbiamo lo stesso dolore di madre addosso e silenzi di padre. Le stesse cadute e gli stessi voli rapaci. Non sapranno che ci si ama anche senza appartenere, si sfugge e si corre senza respirare. Non sai quanti mari ho addosso e quanto felice io sia, per il solo sapere che esisti. 
    Allora sappi, anch'io cammino su pezzi di vetro e rido forte senza sentire nulla. Costruisco e m'allontano. E non sento nulla.
    Sento te invece
    come fossi io
    a librarmi nel mondo
    come una stella
    spezzata
    o un'altalena
    impazzita

  • 30 luglio alle ore 18:32
    L'anima di sabbia

    Come comincia: Dai vetri del pullman turistico è come un film, a cui sei abituato. Ci hanno volutamente abituato alla miseria, al degrado, al dolore, all’orrore. Piccole dosi quotidiane, qua e là, un telegiornale, un documentario, una discussione, tra gente in poltrona. Ora siamo quasi vaccinati, possiamo vedere membra a pezzi, mura macchiate di sangue, crateri di bombe, provando una modesta reazione. Socchiudiamo una palpebra, due sarebbero troppo, per un attimo, per cacciare un incubo: “Che non abbia mai ad accaderci”. Poi riprendiamo una commiserazione più ampia, più vigliacca. Postiamo su Face Book la nostra reazione e ci sentiamo migliori di chi non lo fa e parla dell’ultima zuppa di fagioli. E’ finito il Ramadan: oggi è festa. “Come la vostra Pasqua, per intenderci” - mi dice la guida. Siamo fermi, in una fila disordinata, su quella che dovrebbe essere un autostrada, ma è più una pista di un deserto, data la quantità di sabbia che la ricopre, spinta dal vento del Sahara. - “C’è un posto di blocco dell’esercito” - Il paesaggio è grigio, in tutte le sfumature, sino ad accennare un rosa, a tratti. Su case sgangherate (le nostre peggiori periferie, in uno sfacelo inimmaginabile), accenni di monumenti incomprensibili, minareti decadenti, recinti di ovili, intuizioni di piazze. Gente di stracci, neri e bianchi. Nessun altro colore. Devono aver spruzzato sabbia e tu vorresti un enorme aspirapolvere per vedere di scoprire la realtà che c’è sotto. Ci guardiamo e ci salutiamo attraverso i vetri delle auto. Una vecchia Mercedes: la moglie, accanto al marito, al volante, lascia libera solo una striscia bianca con due occhi, il resto è un velo nero. Ma, nei posti dietro, c’è baldoria: conto sette bambini, di cui uno mi saluta dal vetro del portabagagli. Le auto sono piene di viveri, pentole, cocomeri. Sembrano sereni, inconsapevolmente felici. Dove mai andranno, in questo grigiore? Il mare migliore è per gli europei. Su qualche casupola scorgo, ai bordi della strada, una trincea di sacchi scuri. Cela un militare che ci osserva, puntandoci la mitragliera. Ne vedrò altre, prima di giungere al controllo del posto di blocco. A proteggere il nostro pullman, ci scorta una camionetta dell’esercito con quattro mitra a vista. Alla postazione militare si giunge con un tortuoso zig-zag, tra cavalli di Frisia. L’invalicabilità è sottolineata dalla canna di un carro armato, ai lati della strada. Quando chiedo cosa temano, mi risponde: “La Libia è lì, a pochi chilometri”. Controllo la mia apatia, a ciò che vedo. Ho sabbia dappertutto, rosa la mia! Che mi abbia coperto l’anima?

  • 30 luglio alle ore 17:16
    tre e trentadue

    Come comincia: Il fiato, gli mancava il fiato capisci? Si stringeva a me, quasi per aggrapparsi alla vita, ma almeno le gambe le aveva rotte, e quella lastra sul torace, oddio che brutto ricordo, probabilmente gli aveva leso i polmoni, ecco perché faticava a respirare, povero amore mio; ecco perché faticava, lui così forte, così protettivo, ed io che non potevo fare niente, niente per lui, niente per me, anche io ero bloccata.

    Ma che diavolo era successo? Ah già mamma, non puoi renderti conto se non te lo racconto, ma è brutto, è faticoso ricordare e raccontare quella maledetta notte, quella che ci ha cambiato definitivamente la vita, a me, a lui, e a tutti gli aquilani per la miseria.

    Dai, cerco di farmi forza, ormai un po’ di tempo è passato, ce la posso fare. Scusami se qualche volta… Già, qualche volta, qualche volta: “quella” volta maledizione!

    Del resto è bene ricordare.

    I

    Quell’esame di filologia romanza era stato proprio tosto. Era la terza volta che lo provavo e proprio non riuscivo a superarlo.

    Diego mi aiutava, lui era bravo in tutto, riusciva a fare mille cose senza distrarsi: studiava, giocava a pallone, andava in palestra, usciva con me, mi aiutava… quante cose era capace di fare il mio Diego. E ora…

    Quell’esame dicevo. La mattina del sabato andai a farlo con una paura fottuta, ma presi coraggio, ebbi anche un bel po’ di fortuna, e riuscii a superarlo anche se lui non c’era. Non c’era perché non ce l’avevo voluto, come per scaramanzia e io avevo preso 26. Un passo avanti, ed ero felicissima.

    Quando arrivò in Facoltà mi vide da lontano e mi chiamò forte: “Ale! Ale! Sono qui. L’hai superato? Certo che sì.”

    Mi abbracciò e via di corsa a festeggiare al nostro bar al Corso.

    L’indomani ci vedemmo in Chiesa, ché avevo promesso di andare sulla tomba di San Pier Celestino, se l’avessi passato quell’esame; e allora andammo pure a messa. Non che fosse una cosa frequente, come molti italiani siamo cattolici a rate, ma ci sembrò giusto così.

    Il giorno passò così in fretta e poi la sera c’era la festa di compleanno di Sara, un po’ fuori dal centro: avremmo passato una bella serata da Sara, con tutti gli amici, con l’esame superato, io e il mio cucciolo. E poi dopo la festa sarebbe venuto a dormire da me. Le altre erano tornate a casa dai genitori e casa, per una volta, era tutta per me!

    Maledizione, sarebbe stata l'unica e ultima.

    Andammo a casa verso le due di notte. Facemmo l’amore, poi la stanchezza ci travolse e ci addormentammo felici sul mio lettone, uno a fianco all’altra, mano nella mano.

    Poi quel tuono tremendo e quell’orologio che si ferma alle 3.32.

    II

    Dopo quel rumore infernale, tutta quella roba che ci viene addosso e ci dilania le carni. Io sento un gran dolore, ma sento Diego che urla, un urlo forte, poi fievole, fievole, lento, riesce ad allungare la mano verso la mia, le stringiamo.

    Dio, non posso di più; è tutto buio e il silenzio è ancor più assordante del rumore di prima. Mi sento un macigno addosso, come se avessi sopra una casa, non posso muovere le gambe, sono bloccate, deve esserci caduto addosso tutto il soffitto... ma cos'è stato? Un terremoto, un terremoto, se ne parlava in questi giorni, ma ci hanno detto di stare tranquilli...

    Mi devo esser fatta la pipì addosso, sono tutta bagnata, accidenti e non posso pulirmi. Ma io sto bene. Diego si lamenta e respira male. Sento che ha qualcosa addosso al petto, forse un muro, un pezzo di muro, di legno, che ne so. Accidenti alle case vecchie, accidenti al terremoto.

    “Amore amore, rispondi, come va? Tieniti sveglio”

    “Tesoro ho tanto dolore, non... non riesco a respirare, ti prego tirami su, ho qualcosa sul petto”

    “Non posso amore, non riesco, ma vedrai che verranno a tirarci fuori; siamo vivi e questo è importante. Ce la faremo, dai”

    “Sì amore, ce la faremo... Poi riprenderemo le cose come prima, poi poi... ci sposeremo, poi...”

    Poi, ma ora?

    “Perché non arrivano? Mi manca il fiato, ti prego aiutami a respirare, dammi la mano”.

    Intanto mi passa davanti tutta la vita, quella con Diego, con voi, la scuola, i capricci per i vestiti, le liti con papà... Chissà se vi rivedrò.

    E intanto passano le ore, ma non so neanche come si contano le ore accidenti, e non posso fare niente, e mi fa male tutto e mi sento debole... Che silenzio pazzesco, ce la faremo? Dio ce la faremo? Ci aiuti per favore?

    Ma se non ci hanno aiutato le previsioni, se siamo qui con le case di cartapesta! Chi vuoi che ci aiuti per la miseria!

    E cerco di vedere qualcosa dagli occhi del cuore, di ricordarmi un colore, un profumo, un attimo, una farfalla che vola, in questo buio dannato e in questo spazio dove sono immobile, senza poter fare nulla se non pregare, senza poter aiutare il mio Diego che sta peggio di me.

    Ecco, ecco ora comincio a vedere, c'è un minimo bagliore che viene da fuori, come se ci fosse uno spiraglio.

    “Che bello, se c'è uno spiraglio, anche lontano, c'è aria amore! Amore... Diego!! rispondi ti prego!”

    “Ah am...ore mio. Sì, ci sono, ti prego, ti prego aiutami, ho freddo, ho tanto freddo”

    “Tesoro resisti, ti abbraccio e ti scaldo come tu fai sempre con me”

    Dio, Dio che situazione. Non ce la fa... non riesce e io come faccio? Accidenti, altro che pipì addosso, adesso vedo meglio... mannaggia é sangue! Sono in un lago di sangue e chi ci aiuta ora?

    Non viene nessuno, nessuno.

    “Amore ricordi che ieri siamo stati in Chiesa? Ricordi l'esame di filologia? E tu che sei venuto a prendermi, e il bar e la festa da Sara, e il nostro amore? Diego, rispondi, ti prego...”

    “Sì Ale, eccomi. Ho freddo... ho tanto freddo, non ce la faccio a respirare”

    “Se almeno arrivassero i soccorsi...”

    Sento dei rumori, da lontano delle voci! Arrivano, c'è qualcuno lassù, sì...

    “Ehi, c'è qualcuno lassù? Sono io sono Ale col mio ragazzo! Aiutateci, aiutoooo...”

    Non rispondono e Diego trema come una foglia, ha le mani ghiacce, non ce la fa!

    “E come faccio senza di te amore? Come faccio? Diego, cuccioletto, ti prego, amore, rispondi...”

    Un sibilo. “Sì, amore, sto bene, sto be..”

    “Oddio Diego, amore! Amore! AMORE! No, non lasciarmi. Aiuto! Lassù, fate qualcosa! Diego sta male, maledizione! Aiuto!”

    Niente, rumori, niente. Qualcosa si muove lassù, sento voci concitate e lontane. Ma Diego, Diego non risponde più. No, non è possibile. E ora che faccio?

    “Ehi, chi c'è sotto? C'è qualcuno?”

    Mio Dio, ci sono, stanno arrivando.

    “Sì, ci sono qui io , Ale, con Diego. Ma Diego non mi risponde, è freddo. Vi prego aiutateci!”

    “Ale, Ale, attenzione, non ti muovere ché ti veniamo a prendere, non ti muovere, ci siamo. Resisti ancora un po', arriviamo, eccoci...”

    Nell'attesa devo essermi addormentata.

    III

    Si, stavano davvero arrivando, mamma. Ma Diego non ce l'aveva fatta. Era morto fra le mie braccia. Ah, mamma. Non l'avessi mai portato a casa mia, mamma. Fossimo rimasti a casa di Sara ancora un po'... chissà...

    E ora, i nostri sogni? Quelli di tanti come noi dove vanno?

    Sai, a volte mi chiedono come sto: a me?

    No mamma. Neanche io ce l'ho fatta a salvarmi.

    Ma ora qui sto bene.

    Provate a far fare le cose un po' meglio per chi è rimasto...

    Ti voglio bene.

  • 30 luglio alle ore 16:43
    Corto # 11 - Inizio e fine

    Come comincia: ​La finestra dava su un cortile visto e rivisto mille volte. Ma quella sarebbe stata l'ultima.

  • 28 luglio alle ore 23:49
    Una serata speciale

    Come comincia: Si era appena conclusa una favolosa serata d’amore per Mattia e Sofia. Avevano camminato a lungo per giungere a vedere quel tramonto, ma, alla fine, c’erano riusciti. Il loro amore aveva superato ogni ostacolo e più camminavano, stretti l’uno nella mano dell’altra, più i loro cuori rimbombavano all’unisono ed erano legati dalla dolce melodia del loro Amore. Sofia guardò teneramente Mattia: aveva davanti ai suoi occhi il ragazzo con cui avrebbe passato il resto della sua vita. Anche Mattia ricambiò lo sguardo: Sofia lo aveva legato a sé e niente e nessuno avrebbe potuto separarli. In cielo due gabbiani volavano insieme e Mattia non pote’ fare a meno di pensare che lui e Sofia, nel loro candido amore, erano liberi proprio come due gabbiani che si davano forza l’un l’altro e riuscivano a volare anche contro il vento più forte.

    Vorrei dirti che Ti Amo immensamente – sussurro’ Mattia nell’orecchio di Sofia e lei, arrossendo, lo fissò e, abbracciandolo, gli disse: Ti Amo infinitamente.

    Ad entrambi piaceva giocare a mettere gli aggettivi e gli avverbi più assurdi a quelle magiche parole, ma alla fine l’aveva sempre vinta Mattia e Sofia, sorridendo, si arrendeva alla forza dell’Amore che quel ragazzo, giorno dopo giorno, le donava.

    Dopo una lunga passeggiata, decisero di sedersi su una panchina e, nel silenzio di una serata estiva, si scambiarono un intenso bacio. Mattia poi strinse a sé Sofia e, proprio come nei film, in cui a un certo punto parte una musica di sottofondo, i due cominciarono a danzare sulle note della loro canzone.

    Tutto era così magico e quella serata avrebbe segnato per sempre la loro tenera e immensa storia d’Amore.