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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Gli uomini troppo spesso si limitano a guardare la donna dal punto di vista fisico, togliendosi il vero piacere della scoperta di lei nella sua profondità dell'animo. Le donne guardano contemporaneamente la fisicità e l'interiorità dell'uomo che le colpisce. Questo è uno dei motivi per il quale gli uomini e le donne sono in disaccordo.

  • venerdì alle ore 21:56
    Sentirsi nel pianeta sbagliato.

    Come comincia: Mi chiedo spesso cosa ci faccio in questo mondo che non sento appartenermi. Mi guardo in torno avvolte camminando e mi sento estranea a tutto. Chi è come me non vive bene tra la gente falsa. Ma come si fa a prendersi gioco dei sentimenti altrui ? Ma come si fa ad approfittarsi della bontà degli altri ? Ma come si fa a tradire la fiducia che hanno di te ? Ma come fanno a vivere così ? Spiegamelo se lo sai ! 

  • venerdì alle ore 21:38
    Esperienze

    Come comincia: Ogni volta che hai una delusione, qualche cosa dentro di te muore e non tornerà mai come prima, e una corda che prima era spessa diventa sempre più sottile. Il cuore da forte diventa colmo di ferite, man mano la fiducia negli altri passa e capisci che puoi far conto solo tu te stessa. Ci provi e ci riprovi ad aver fiducia, ma non ce la fai più. 

  • giovedì alle ore 22:35
    Piatto caldo

    Come comincia: Quando la vita ti mette su uno dei suoi piatti caldi e te lo serve…

    Scorre via una tiepida serata d’agosto gallipolina, sotto un’immensa luna che tutto tace e tutto osserva, mentre io (quasi scrittore), Andrea (prof. di lingue e letterature straniere) e Gianpaolo (quasi medico), ce ne stiamo su una panchina nel bel mezzo della città vecchia, spalle al porto e occhi persi tra l’eccentrica torma dei vacanzieri sulla passeggiata.

    “Ne’ André, ma quando arriva questa?”… mica mi risponde quell’altro!

    No, non fece un gran spreco di parole, il prof., nel descriverci la sua amica d’adolescenza; davvero poche parole, anche se a noi bastarono a farci capire che a breve qualcosa di speciale, di friccicoso, avrebbe di colpo scosso la nostra quiete serale. Sicché anche il quasi medico, anche lui, che sin lì se n’era stato seduto su quella panchina fantasmatica presenza, spettro immoto tutto il tempo, ce lo ritrovammo d’improvviso tutto scosso, che fremeva e fremeva, di soli palpiti per l’attesa, con l’occhio che tosto rifacevasi agile e svelto – il tutto per il vivacizzante potere che ha l’umana immaginazione nel riaccenderti un certo tipo di sentimenti… nel riaccenderti tutto!… Era di nuovo fra noi il nostro amico, di nuovo al mondo.

    Ebbene, una leggera brezza, il lucore della luna, e una donna vestita di gran mistero da aspettare… cos’altro chiedere per una serata solo da sognare?… Ora, però, da dove sarebbe sbucata, la meraviglia, dalle parti della rotonda o da quelle del bar Canneto?… voglio dire, eran quei due gli sbocchi a quella piazza… e mica sbucava da qualche parte quella!…

    Ah, le donne! sempre lì che le aspetti, ore su ore, che si fan desiderare… che son mai pronte!… Insomma, se quella col suo gran tardare era mossa dal proposito di tenerci sulle spine… be’, stava meravigliosamente riuscendo nel suo intento… meravigliosamente!… Nemmen più si parlava fra noi, s’aspettava soltanto lei a quel punto della serata, una curiosità che ci faceva seri e sordomuti a tutto il resto…

     “Ah, eccola lì!”…
    Sì, eccola lì, la nostra stella nella notte, nei pressi della rotonda. È il prof. che l’ha avvistata, anche se è con tono alquanto secco che ci rende partecipi della sua presenza, quasi privo di colore. Dunque, dopo tanto attendere ci saremmo trovati davanti una persona come un’altra? dalle nulle attrattive?… la delusione delle delusioni?!… Com’è o come non è, io sulle prime non mi volto, mi faccio bastare l’espressione sul volto del mio caro amico ‘quasi un dottore’… la faccia che gli resta!… E dunque resisto, resisto, resisto alla tentazione… poi però mi lascio andare, mi volto anch’io. 

    Ah, ora capisco!… voglio dire, sculetta che è un morire nei suoi short di jeans, con la bionda coda di cavallo che ad ogni passo ribadisce l’onduloso portamento delle natiche a passeggio, con la fascia leopardata attorno al petto che le strizza quei due cocomeri di seni… Insomma, tutto ciò lo si distingue benissimo, anche da lontano. Ohi ohi, però, che spalle!… belle grosse, le spalle!…

    Ebbene, ancora un po’ di scodinzolio, ancora qualche tacchettata… poi ci si avvicina, ci si ferma dinnanzi…

    È poco sotto i 40, Maria. Solo che adesso, a dispetto di tutta la procacità delle sue forme e del suo stile, come dire, un po’ aggressivo,  se ne resta lì, davanti a noi, come impalata… E allora, che fa, s’imbarazza? ma come, una come lei? con quel portamento? con quella presenza?… Siam forse io e il quasi medico? è per via di noi due, gli sconosciuti?… Suvvia, che si rilassi, che si rilassi e sciolga ogni riserbo; e, soprattutto, che si sieda, che si sieda e mi si spieghi meglio tutto quanto, voglio sapere ogni cosa, il minimo particolare, su ’st’altr’angolo d’universo.

    Niente da fare, se ne resta lì, innanzi a noi, vieppiù impalata, a sguardo basso, bassissimo… Sembra premerle qualcosa, tanto ch’a malapena ci si presenta. Soltanto col prof., solo col suo amico d’adolescenza fa ogni tanto per alzare lo sguardo da terra, solo con lui fa per parlare.

    Comunque sia, le dura davvero poco l’imbarazzo, tal ch’io poi, dal modo in cui comincia a provocare i passanti, capisco subito di che pasta è fatta, l’amica!… No, non la fa buona proprio a nessuno, per cui, prima li prende di mira, poi… gli sfodera certi epiteti!… destra/sinistra! tutta la passeggiata!… Ma un cert’occhio ‘di riguardo’ lo ha per gay e fidanzate… gli vien su un cert’odio con quelli! gli applica di quelle etichette!… Ci resto, io, a chiedermi una lunga serie di perché, ma soprattutto rispetto a quel suo improvviso e repentino cambio d’umore… davvero inspiegabile!… Resto solo coi miei dubbi.

    Una cosa invece la posso sicuramente dar per certa, ossia che i maschi eterosessuali son tutta la luce dei suoi occhi, tutta la passione sua – per quelli nessun’infamia, alcun’ignominia… Assolutamente! sicché poi di quelli se ne passa e passa in rassegna, e quanti, tutta la piazza! uno a uno, muscolo per muscolo!…

    “Guarda questo, gua’! guardalo come butta l’occhietto!… li conosco io quegli sporcaccioni lì!”…

    … i mascoli coi muscoli, è chiaro che li predilige, più muscoli hanno e meglio è!… Va da sé che noialtri, per lei, su quella panchina spalle al porto… noi non ci siam nemmeno!… il nulla cosmico!… il vuoto primordiale!…

    E vabbè che in quel senso non le facciam né sangue né specie, ma che si sieda almeno, ché noi lì è da un buon quarto d’ora che ci siam scomodati per farle posto. Forse è che vuole lasciarsi ancora ammirare per intero?… le dà un certo piacere eleggersi tuttora a reginetta della piazza?… Davvero difficile star lì a comprendere le sue ragioni!…

    Finalmente prende posto, Maria, accanto al suo amico di sempre, mentre il ‘quasi medico’ sembra affanni non poco a tenermi lei e la sua rinnovata esuberanza a un sol corpo di distanza. C’è poco da dire, ormai ha sciolto ogni riserbo… E oplà! accavalla le cosce e prende a dondolarne una… a bella mostra tutto il carnaio!… Ormai è a briglie scioltissime, tant’è che prende a schernire ’n’altra dozzina di passanti, senza esclusione di sesso, razza e religione, con tali provocazioni che alle tipe poi le si raggela il sangue in vena e ai maschietti gli diventa paonazza la faccia… Io, nel frattempo, prendo a fissarle le gambe, il moto perpetuo che fanno… cerco di capire tutto da lì…

    E Sant’Iddio quelle gambe, du’ cosce che non han pari al mondo!… Oddio, forse un po’ troppo grosse. Resto a fissarle… Ma c’è che l’è presa ’na fame ladra, dal che di lì a poco salta su dalla panchina e punta dritto al bar Canneto; ci chiede di farle compagnia. Ma non se ne fa niente, nemmeno più un’unghia in quella squallida cloaca di bar!… Ah no! almeno per quanto mi riguarda, che non insista, ché noi testé lì dentro già ci siam stati, e per farci servire del Petrus da due baristi che, nel servircelo, ci han mostrato la stessa grazia che potrebbero avere due scaricatori di porto a cui è andata storta la giornata!… che amarezza!…

    “Allora OK, vado da sola, miei cari!”… e così dicendo gira sui tacchi e se ne va sculettando che è un gran piacere fino al Canneto, per un nuovo festival d’occhi sbarrati, per un nuovo morire di folle in piazza!… Di lì a poco se ne ritorna con un cornetto al cioccolato tra le mani. Fa per riprendere il suo posto, la bella, e una volta comoda… Ahum!… e cazzarola, che imboccata!… se lo sbafa in un niente quel cornetto, due morsi, due! netti, incisivi, decisi, decisivi!… la fame di sei facchini!… Ma c’è che almeno dopo essersi riempita il buzzo sembra realmente avvedersi della presenza dei due sconosciuti che le siedon di fianco…

    “Mhmm, ma che carini!… tu, lì dietro! tu che te ne stai così sulle tue, ma lo sai che sei proprio un bel bambolotto!?”…

    “… ah sì?”…

    A ’sto punto il quasi medico si sente ormai di troppo, si alza…

    “sembra una questione fra voi due!”… e così dicendo fa per cedermi il suo posto.

    Prende subito a farmi gli occhi dolci, cerbiattosi, la mastangona!, facendo altresì gran sfoggio delle sue labbra, due canotti rossi che lei si mordicchia spesso, e in maniera, come dire, piuttosto eloquente!… E poi, quel suo nasino alla francese… mhmm, tutto un gran ritocco!… Mi chiedo soltanto cosa le passi per la testa… Oh, che le stian salendo su delle gran voglie?… e, soprattutto, che sia proprio io l’essere chiamato a soddisfarle?… dagli occhi, dalle labbra, da tutta se stessa, sembra proprio che sia così!… Intanto è ancora lì che se ne sta, che mi dondola e ridondola le gambe, che mi sdolcina gli occhi finché quasi non le lacrimano… Su dai, chiaro, è lì che aspetta, aspetta soltanto che io, rispondendole in qualche modo, mi getti fra le braccia delle sue infinite provocazioni. Sembra proprio una di quelle che sa il fatto suo, la bella, che ne sa, e quante, quando si tratta di ottener ciò che vuole. Ma me ne resto lì, io, immobile, piuttosto perplesso, interdetto, e non tanto per le continue effusioni che mi regala – ché quelle già eran più che scontate, vista la personalità –, né tampoco per tutto il gran tiraggio delle carni… è la sua voce!… profonda! roboante!… mi confonde!… C’è da dire che lei si sforza, e tanto, per farla uscire sottile dalla bocca, ed io lo apprezzo, il suo sforzo… ma non basta!… mio Dio, quei listelli di legno della panchina! li sento vibrare e vibrare sotto i tuoni della sua voce!… li sento, sì, ovunque, dappertutto! da sotto al culo, da dietro le reni, le spalle… li sento, come no! che quasi si flettono! che quasi si spaccano!… la sua voce, la panchina… mi ci tiene inchiodato, la sua voce, alla panchina!…

    E poi con quella sua intonazione cantilenata, quei suoi intercalari: inusitati accenti tonici, bizzarre cadenze, improvvise modulazioni, una mistura di dialetto salentino e romanesco che… non si capivano due parole messe una in fila all’altra!… Discorso a parte meritano le massicce dosi di profumo che dal suo gran corpo si spandevano tutt’in giro… a impestarti le narici! estratto di vecchia!… profumo che inoltre, frammischiato alla puzza di pesce esalante dalle botteghe che ci stavan d’innanzi e dai pescherecci alle nostre spalle… mentre la buona sorte m’aveva anche posto sotto vento, maledetta la mia buona sorte!… Sto per lasciarmi andare… soffocato! la mia prima morte per asfissia… ’n altro paio di respiri e poi sarò roba dell’asfalto e basta!…

    … ’sto fatto mi spinse a parlare…

    “Toglimi una curiosità, fata, la bottiglina di profumo… che per caso t’è scappata di mano?”…

    “Perché? che c’è? non ti piace, tesoro?”…

    “Certo che sì!… solo forse… un po’ troppo? che dici?”…

    Ebbene, continuai a profondermi in matte proteste… certi piagnistei!… Infine mi fu concesso di sistemarmi sul lato opposto, al posto del prof., che da lì quantomeno mi sarei ritrovato sopravvento!… Solo allora fui pronto per darle udienza…

    “Dai tesoro, adesso lascia un attimo perdere i passanti, raccontaci qualcosa di te piuttosto!”…

    Mi pongo in ascolto, anima e corpo. È il momento di aprire i sensi, di respirare profondamente, all’unisono con l’altro… ma, soprattutto, è il momento di dar la stura a tutti gli orecchi che ho, ché, ripeto, quando parla quella ci vuole un interprete e basta!… Ci racconta proprio tutto, la bella, tiene nulla per sé. E così, tra svariate storie, ci parla del suo impiego, e quindi di come oggi, a 38 anni, faccia la parrucchiera presso un rinomato coiffeur capitolino al centro di Roma, ch’è un buon lavoro e che le torna una buona paga – sebbene non disdegni di arrotondarla con qualche marchetta qua e là…

    “… gli uomini sono tutti miei, tesoro, capito?!”…

    Tra un racconto e l’altro, poi, l’intervento di vaginoplastica!… Prende dunque a riferirci di un taglio grosso così, dal perineo al glande, quindi del seguente rivoltamento che si fa dello scroto per la costruzione delle piccole e grandi labbra… E ancora, dell’estrazione di biglie e corpi cavernosi (ché quelli mica servon più!) e della conseguente costruzione del canale vaginale. Per finire ci racconta della bella sfoltita che si suol dare al glande in vista di ricavarne il clitoride… zac! zac!… un bel clitoride! un bel clitoridino nuovo di zecca!… zac!… Poco da dire, quei chirurghi lì, loro sì che son dei veri artisti!…

    Ma mica si ferma, ce ne racconta e racconta: laser, la rimozione di due costole per l’affinamento del punto vita, l’intervento di addominoplastica… tutte le ventitré operazioni di ricostruzione! tutt’ i trentamila euro e passa di correzione!…

    Finito?… macché! cambia solo registro: inizia a raccontarcene su ortolani, operai, meccanici (lascio immaginare il registro), prefetti, diplomatici, alti e bassi prelati – risparmiandoci almeno le mirabili gesta pre-operazione.

    “Senti un po’, toglimi una curiosità, mi dici perché ce l’hai così su coi gay? in fondo lo sei stata anche tu, no?”…

    “Ah, te lo spiego subito!… è ch’è tutta concorrenza! gay e fidanzate, amore mio, i miei peggiori nemici! sempre lì pronti a soffiarmi il potenziale cliente, capisci?!”…

    “Bah, a parer mio esageri!… e invece, colle lesbo? non mi dire che ce l’hai pure con loro?”…

    “È certo tesoro!… lasciamo perdere va’, ché quelle hanno avuto la fortuna di esserci nate… con la figa!, e non la usano! che spreco, amore mio, che spreco!”…

    “Dai che a modo loro…”…

    “Sì, hai detto bene, a modo loro!… la figa è fatta per essere penetrata, tesoro, punto!… A proposito, ma lo sai che la mia fighetta è bella assaje, ne’, napulità?! un’opera d’arte!”…

    “… ah sì?”…

    “Vuoi dare un’occhiata? dai, assaggiane una fettina ché c’hai proprio gli occhi che mi dicono di sì!”…

    “… mhmm… magari dopo!”…
    “E vabbè, allora te ne racconto un’altra, ma per questa tieniti forte!”…

    “Vai, t’ascolto!”…

    “… allora, metto un annuncio su internet con numero di telefono e tutto… Ebbè, un giorno mi contatta uno, prendiamo un appuntamento dopo l’orario d’ufficio, da me, nel mio appartamento sulla Tiburtina. E così alle otto e mezza di sera ’sto tizio si presenta alla porta con uno zaino a tracolla; lo faccio entrare… Il fatto, però, è che più lo guardo, più mi dà l’impressione di essere un po’… un po’… amore mio, come dire?… un po’ represso!… sai, di quelli con dei gran disturbi per la testa!”…

    “… mhmm??… vai avanti!”…

    “Ma poi, brutto da morire, basso, grasso e con la pelata!… e in più è un avvocato! – sì, quelli, tesoro mio, proprio non li sopporto!… così come i borghesi, i politici, gli industriali… i medici!… preferisco i muratori, io, gli idraulici… meglio se rumeni!”…

    “… mhmm, capisco”…

    “Amo quelli del popolo, son più maschi, capisci?!”…

    “Sì, ovvio, ma ti prego, vai avanti”…

    “OK OK, curiosone mio!… Dicevo, questo è un avvocato, e in più fa grande uso di coca – certe sacche di “bianca” che si portava dietro!… I miei occhi intanto sono soltanto per il suo zaino – ero troppo curiosa di sapere cosa ci portava dentro!… e quindi subito glielo chiedo, cosa ci porta dentro… Be’, a un certo punto prende e tira fuori… ci tira fuori un paio di piccole zucchine e un cetriolo… ma un bel cetriolone eh!”…

    “… sicura che non stai a confonderlo con l’ortolano?”…

    “… mhmm?… certo, era un avvocato!… ma fammi dire, amore mio… mi passa subito una di quelle zucchine, l’altra invece è per lui…”…

    “Ah!”…

    “… vuole che facciamo un po’ di sesso con quelle… da dietro!”…

    “Ahé!”…

    “… come prima cosa caccia una bottiglina da lì dentro… è olio di oliva!”…

    “be’, mi sembra il minimo!”…

    “… poi però si prepara la sua bella striscia di coca sul tavolo in cucina e… fuuu! una tirata!… Poi, dalla cucina si porta in salone. Io lo seguo. Una volta lì, spengo la luce centrale e accendo quella della lampada. Comincia a spogliarsi, poi prende a spalmarsi l’olio di sotto, poi lo cede a me… Ci mettiamo comodi sulle due poltrone che sono una di fronte all’altra… ebbè, mi chiede di aprire le gambe… lo faccio, e così fa lui dall’altra parte… Poi inizia, si passa la zucchina attorno alla situazione… Io devo solo stare lì a ripetere le sue mosse, vuole questo da me, e quindi prendo a giocarci anch’io… Insomma, amore mio, sai com’è? gioca e gioca attorno alla situazione, dopo un po’…”…

    “Aaah!!…”…

    “Per me era tranquillo, io ero abituata… e a ben vedere anche lui!… lui che subito dopo prende a masturbarsi… amore mio, che schifo! che brutto coso c’aveva in mezzo alle gambe! ’na roba mai vista!… tipo un fungo! quelli a orecchia d’elefante! piccolo piccolo giù e grosso grosso su!… e ti parla una che ne ha visti e visti…”

    “immagino!”…

    “Insomma, prende a godere da fare schifo, comincia a cacciare strani versi dalla bocca… mio Dio, come un porco!… non l’avrei mai fatto con uno così, giuro, amore mio, ma quello pagava davvero bene!”…

    “… ti devi mica stare a giustificare con me!”…

    “… ebbè, passa poco e se ne viene, il porco!, mi sbrodola tutto sul tappeto, capisci?, sul tappeto!”…

    “Eh, come un porco!”…

    “Ma senti qua, mica è finita!… vado a fare una doccia, e quando torno di là – ancora non ci credo –… me lo ritrovo con una melanzana tra le mani!… ma bella grossa, tipo ’na zucca!”…

    “Ci avrei giurato!”…

    “Mi fa uno sguardo da malato mentale… ma gli dico subito che stavolta non faccio niente, che è troppo, anche per me!”…

    “Non oso immaginare come l’ha presa!?”…

    “… e invece no, tesoro, perché lui, prima mi fa segno di ‘no’ con la mano, poi mi dice di sedermi e di starmene buona, ché stavolta ho solo da starlo a guardare…”…

    “AH!”…

    “Sì!”…

    “Però una cosa gliela si deve all’avvocato… ci vuol del fegato!”…

    “… ma prima un’altra striscia di coca sul tavolinetto e… fuuu! altro colpo secco, questo da rompersi il naso!… poi, altra lubrificata con l’olio d’oliva… Poi comincia, comincia a giocare con quella specie di zucca… Be’… tac! tac! e tac!… ci mette davvero niente!”…

    “Ahja!!… nave in porto??”…

    “Sìssì!… poi si riprende pure quel coso brutto tra le mani e se lo tira fino a… mortacci sua, mi riviene tutto sul tappeto! ”…

    Bene, adesso però che ci dia un taglio con quel po’ po’ di suo bagaglio esperienziale ché, butta giù butta giù, tieni e tieni, a una certa lo stomaco ributta, rivolta!… ma ce l’ho voluta io. Comunque sia, meglio alzarsi e cambiare aria – ma mica ce la faccio con le gambe che mi van giù dalla nausea… Infine verso la banchina riesco a portarmi lo stesso e una volta lì, lascio che sia lo iodio a risvegliarmi a una realtà più naturale, così come lascio quella a raccontar altre e altre mirabili gesta agli altri due.

    Di lì a breve ci congediamo, noi tre da una parte, lei dall’altra. Un incontro gradevole, tutto sommato.

    Di ritorno verso casa vengo ragguagliato su tutto il resto, nei minimi particolari, e cioè sul come, per sbaragliare la concorrenza, la nostra reginetta del popolo ormai batta varie strade, tutti i fronti: Gay Village, circoli sportivi, riunioni di sindacati, riunioni di condominio… mi vien detto addirittura ch’arrivi a camuffarsi madre di non so chi nelle riunioni studentesche genitori/figli! (i sedicenni, la sua vera fissa)… ma anche stadi, cinema, caserme, bocciodromi!… Ma è in discoteca che la nostra stella farebbe bella mostra dei suoi pezzi forti, sul cubo, per tutta una gran ressa di lingue sbavanti di sotto, per tutto un grand’ondeggiare di telefoni cellulari a immortalarle il mirabile gioiello… sicché poi da lì a breve le basterebbe individuare due o tre ragazzoni giù di sotto che… “Tu! tu!… e tu!”, sarebbe prima solita dire a quelli puntandogli contro l’indice della manona destra… poi via però! li prenderebbe per il collo e… dal cubo in pineta! spupazzata e ritorno!…

    Ormai s’è fatta una certa nomea, la nostra amica, Roma e dintorni, ma che dico, tutto lo stivale, tanto ben conosciuta che alcuni padri ci portano a svezzare i propri figlioli; altri, invece, dai propri figlioli (già svezzati), si fan soltanto accompagnare, chi per sfuggire la noia, chi per semplice depravazione – magari portandosi dietro qualche buon grammo di coca.

    Dopo quella sera il nostro tour estivo proseguì piuttosto tranquillo, senza più troppi giri di testa; avevamo soltanto da smaltire un anno d’invivibile città e di duro lavoro, smaltirlo a massicce dosi di riposo. Anche lei, Maria, anche lei diceva d’aver lavorato duro durante l’arco dell’anno, lavorato sodo! – anche se a me, quel fatto che in soli due giorni avesse tirato su più di mille euro a marchette, mi fece ben capire che, per lei, a dispetto di noialtri, era ancora lontano il tempo del riposo, che lei ne aveva e ne aveva ancora di forze in corpo, e che, inoltre, è proprio vero che la figa non va mai in vacanza, che tira e tira, stagioni su stagioni! – tanto più se si parla di fighe da quindicimila euro e rotti… eh, ché in quei casi lì c’è pur sempre da ammortizzarne i costi!… Ma problemi, quelli d’ammortamento, che non sfioran nemmeno la nostra cara amica ché, per quanto le riguarda, c’è mica bisogno d’esser ’sti gran geni in matematica per comprendere che di quel gran passo marchettaro… a quest’ora n’è rientrata e rientrata dell’investimento iniziale, la Maria!

    Poffare il cielo, quasi ci faccio un pensiero!…

  • giovedì alle ore 22:29
    Anche questo è amore.

    Come comincia: Ci troviamo in un borgo della val di Vara, nell’entroterra ligure alle spalle del Golfo dei poeti.
    E’ l’alba, troppi pensieri ribelli frantumano il sonno: meglio alzarsi.
    In silenzio, per non disturbare mia moglie che ancora dorme, esco all’aperto; c’è odore di radici e l’aria è ancora umida.
    Nell’orto vedo Mario, il proprietario della casa in cui alloggeremo per alcuni giorni; sta preparando il terreno per i giorni della semina che presto verranno.
    Non sembra sorpreso di vedermi in quest’ora insolita, si rammarica solo di non avere ancora preparato il caffè.  Lo tranquillizzo dicendogli che faremo colazione più tardi, intanto butto lì alcune domande per sapere qualcosa in più di lui e del territorio; risponde senza problemi e ne approfitta per raccontarmi un po’ della sua vita.
    Mario ora è pensionato, ma prima, per oltre quaranta anni, ha gestito un negozio di frutta e verdura a La Spezia.
    Un lavoro pesante, tutte le mattine all’alba, prima di aprire, doveva passare ai mercati generali per fare acquisti all’ingrosso e poi via di corsa al negozio, dove rimaneva fino a sera tardi.
    Nella sue mani è passata tanta di quella verdura e frutta che oggi il solo vederla dovrebbe provocargli nausea; invece lui è ancora qui che lavora la terra: non solo l’orto, ma anche un grande campo di patate.
    La cosa che più lo inorgoglisce è però il vecchio castagneto, che lui ha ripulito e curato; dall’essicazione e macinatura delle castagne ottiene un’ottima farina che vende alla sagra del paese.
    Mario, a dispetto di un’età in cui la realtà, fatta di aspettative agli sgoccioli, lascia pochi spazi all’immaginazione e alla fantasia, conserva ancora un sogno, e me lo rivela con l’emozione e l’entusiasmo di un ragazzo.
    Ne ha parlato con chi di dovere ottenendo, per ora, solo vaghi cenni di consenso; ma lui non demorde e continuerà, finché ne avrà la forza, a portare avanti il suo progetto.
    Un sogno che non ha a che fare con il suo lavoro, ma con il territorio: recuperare, almeno in parte, la vecchia miniera di manganese che sta lì vicino e che da diversi anni è in abbandono. 
    Vorrebbe realizzare un museo didattico rivolto soprattutto ai giovani, per far rivivere una storia lunga centosessant’anni, per ricordare i pericoli, la fatica del lavoro in miniera, e i tanti uomini e ragazzi (spesso bambini) che   hanno buttato sangue per tirare fuori da quel budello nella roccia la ricchezza che stava dentro.
    Mi affascina Mario, potrebbe lasciare questa frontiera e in pochi minuti scendere al mare, e starsene lì tranquillo tutto il giorno, anche solo ad annusare i sentori di salmastro, o a guardare le onde infrangersi sugli speroni di pietra, oppure, una volta stanco di quell’orizzonte d’acqua, andare al circolo per una partita a carte.
    Invece sta qui, su queste alture, in questo paesaggio che sembra lo sfondo di un quadro antico, a seminare e aspettar raccolti; sta qui a cercare di togliere dall’oblio una storia di lavoro e fatica.
    Mi vengono in mente le parole di una canzone: “Forse non lo sai ma pure questo è amore “.
     

  • giovedì alle ore 10:44
    Elena

    Come comincia: Se n'è andato,Elena,resti lì, ferma ad ascoltarti, ad ascoltarti cuore e il corpo. Il suo odore sulla tua pelle ,mescolato al tuo, il suo seme dentro di te. Immobile, non ti alzi, non ti lavi nemmeno. Impregnata di lui, ancora un poco...ancora un poco... Ripercorri il percorso dei baci delle carezze,senti le sue mani spregiudicate che ti hanno esplorata ovunque,la sua bocca sulla tua...la tenerezza prima, la passione, quasi violenta, poi. Lo ami, con ogni centimetro del tuo corpo,con ogni battito del tuo cuore, con ogni respiro. Faresti qualsiasi cosa per averlo con te, una vita, o dieci minuti, non importa . Se n'è andato. Lo sai che non ti ama, lo sai che torna dalla moglie, che tradisce, ma non lascerà mai. Lui ama il tuo corpo dolce,la tua adorazione,la tua pelle sottile,il tuo perderti in lui quando fate l'amore, arresa a lui...sua. Ti alzerai, ti laverai e lo sai che lui fa solo sesso con te,ma aspetterai che ritorni, quando vorrà, per arrenderti ancora...ancora...ancora; resa schiava dall 'amore per lui e dal non amore per te stessa. Buona giornata, Elena.

  • mercoledì alle ore 12:55
    Ciceruacchio (Angelo Brunetti)

    Come comincia: (Roma, settembre 1800 - Porto Tolle, 10 agosto 1849) 
     
    A Roma non piove molto, ma quando il cielo decide che è ora di piangere, manda giù tanta di quell’acqua che noi romani diventiamo scemi. No, non scherzo. Noi siamo avvezzi al sole, ci crogioliamo sotto la sua luce e non conosciamo nebbia, neve, bora né nubifragi. Siamo un po' come le lucertole, usciamo solo con il bel tempo e, visto che c'è sempre il sole, usciamo sempre. Ma quando piove… Quando piove e siamo costretti a mettere il muso fuori di casa causa lavoro, noi romani impazziamo. Se con il sole siamo soliti usare gli autobus e la metro, con la pioggia montiamo tutti in macchina, terrorizzati all'idea che una singola goccia d'acqua possa bagnarci. E allora vedi l'Urbe divenire un'immensa pozzanghera, straripare di autovetture in fila per ore per giungere a destinazione, con gli automobilisti che smadonnano e si insultano reciprocamente, dando la colpa al tempo se fanno tardi. È follia, ma è sempre così. Quando piove, Roma va in tilt. Figuriamoci se dovessero scendere due fiocchi di neve!
    Osservo in silenzio le macchine incolonnate, imbottigliate nel caos cittadino, mentre me ne sto sotto l'ombrello in attesa che arrivi l'autobus che mi conduca al lavoro, stando bene attenta a non farmi schizzare dalle automobili che passano sulle buche piene d'acqua piovana. Alcuni vigili provano a sfidare l'ira degli automobilisti, ricevendo in cambio insulti e minacce sussurrati a fior di labbra. Solo un singolo essere sorride divertito, un uomo che mi sta vicino, senza alcun riparo e che guarda con sommo disprezzo la follia che scivola dinanzi ai suoi occhi. Lo sbircio e mi accorgo che, a dispetto della pioggia, è asciutto e veste un po' dimesso. Lo osservo meglio e subito dopo sgrano gli occhi, esclamando:
    «Ciceruacchio!»
    Lui si volta a guardarmi e sorride, illuminandosi in quel volto rotondo che ispira fiducia e tranquillità
    «Ma tu guarda 'sti romani di oggi!» esclama con il suo forte accento romanesco.
    «Ai tuoi tempi era diverso.»
    «Lo puoi dire forte, ragazza mia! E non c'era neppure questo rumore assordante al quale voi vi siete assuefatti. Tutt'al più si potevano udire gli strilloni in Campo Marzio, o a piazza Navona, o lo stridio delle ruote delle carrozze sul selciato oppure il calpestio degli zoccoli dei cavalli. Tutto questo…» e fa un gesto con la mano, «roboante rumore non c'era.»
    «Si viveva meglio, eh?» commento divertita dalla sua aria disgustata.
    «Eccome!»
    Esito un attimo, quindi abbasso il mio ombrello e mi accorgo che la pioggia devia, non mi tocca, come se fossi coperta da una invisibile campana di vetro. Come al solito la gente non ci vede neppure e torno a guardare lui, con quei suoi baffoni scuri e quel pizzetto che quasi fanno sparire la bocca.
    «Perché il soprannome Ciceruacchio?» domando curiosa.
    «È una corruzione di ciruacchiotto, ossia cicciottello. Ed io lo sono sempre stato, fin da piccolo.»
    «Tu sei nato e vissuto a Roma in un periodo un po' turbolento.» ricordo.
    Scuote la testa annuendo e si accarezza il ventre prominente.
    «In effetti, dopo la rivoluzione francese, si annusava in giro aria di ribellione ovunque.»
    «E tu ti sei dato da fare.»
    Lo vedo corrucciarsi e scurirsi in volto, quel volto rubicondo che i romani avevano imparato ad amare e rispettare, nonostante fosse solo un semplice oste.
    «Con il mondo che cambia, che riscatta la sua libertà, secondo te cosa avrei dovuto fare? Starmene con le mani in mano?»
    Non rispondo, consapevole che ha ragione. È destino che alcuni uomini sentano maggiormente il richiamo della Storia, seppur inconsapevolmente, e lui è uno di questi. Non a caso, durante la Repubblica Romana, si diede da fare per far passare armi e vettovaglie ai combattenti e al popolo di Roma.
    «So che i romani hanno sempre guardato a te come il portavoce dei loro sentimenti.»
    «Ero il loro specchio, il riflesso di loro stessi!» esclama soddisfatto. «Essendo un oste, conoscevo più che bene il malumore dei miei concittadini, che si riunivano nel mio locale per parlare male o bene di taluna persona o di tale nobile o porporato. La gente si confidava con me ed io ascoltavo. Ed essendo sempre stato socievole e bontempone, ho preso le redini in mano quando si è trattato di eleggere il nuovo papa.»
    Sgrano gli occhi e chino la testa di lato, incredula.
    «Tu hai eletto il nuovo papa?» esclamo.
    «Ma no! Certo che no!» risponde quasi offeso. «Con l'avvento di Pio IX Mastai Ferretti, mi feci portavoce del malcontento popolare e riportai con la mia dialettica diretta, priva di retorica, tutta l'ansia dei romani che da tempo attendevano riforme.»
    Espiro, inconsapevole di aver trattenuto l'aria e subito dopo sorrido. Be', capita di fraintendere.
    «Addirittura,» riprende con il suo vocione, «ho ringraziato pubblicamente il nuovo papa per aver concesso la libertà ad alcuni prigionieri politici e ho offerto da bere nella mia osteria. Ah, sì.» sospira e un velo di malinconia ricopre i suoi occhi attenti. «Che festa abbiamo fatto! Fino a sera tardi, al lume delle torce e delle fiaccole, tutti a bere e cantare e mangiare: sembravano tornati i bei tempi andati.»
    Rimango in silenzio, domandandomi a quali bei tempi si riferisse e, a dispetto della mia ricerca nella memoria, non trovo nulla che possa definirsi tale. Forse è solo un suo sentimento personale. Di certo l'Italia non percorreva un buon periodo, vista la dominazione francese e austriaca.
    «A Porta del Popolo, poi,» continua con aria estasiata, «abbiamo acceso un fuoco enorme, richiamando tanti di quei romani che tu non puoi immaginare.»
    Sogghigno sotto i baffi, immaginando un concerto dei Queen, o dei Led Zeppelin, o dei Pink Floyd e neppure rispondo, lasciandolo crogiolare nel suo ricordo. E in quel lasso di tempo mi rendo conto di quanto possano essere cambiati i tempi nel volgere di un solo secolo, stravolgendo le abitudini e lo stesso pensiero.
    «Ma poi qualcosa è cambiato.» noto.
    China mestamente la testa al ricordo bruciante e si morde le labbra.
    «Avevo riposto grande fiducia nel nuovo papa, tanto da sperare fino all'ultimo che avrebbe veramente cambiato le cose. Ma quando è fuggito, facendo crollare anche la Repubblica Romana, ho aperto gli occhi.»
    «Non poteva essere il successore di Pietro il riformatore, vero?»
    «No.» ammette controvoglia. «E l'ho capito a mie spese. È fuggito abbandonando Roma nelle mani dei francesi. Ti lascio immaginare gli avventori della mia osteria: indignati, offesi e furiosi era a dir poco. Io con loro.»
    Annuisco, eppure non so se riesco a capire appieno il suo stato d'animo. Di certo non deve essere stato facile vivere in quel periodo di stravolgimenti emotivi. Da una parte la Francia che insegnava con la sua rivoluzione e con l'avvento di Napoleone, dall'altra l'Austria e la Prussia con le loro ancor solide radici nel medioevo, impermeabili a qualsiasi capovolgimento, insofferenti a ogni riforma. E ognuna di loro con basi stabili, o semistabili, in Italia. In effetti, noi giovani di oggi, cosa possiamo saperne dell'occupazione, delle restrizioni, dell'impossibilità di esprimere le proprie opinioni, della morte che si annida dietro ogni angolo che si può svoltare? Salvatore Quasimodo ne sapeva qualcosa e la sua meravigliosa "Alle fronde dei salici" è lì a testimoniarlo.
    «Anche tu sei fuggito.» commento.
    «Be', a dir la verità, visto come si mettevano le cose, ho preferito seguire Garibaldi. Hai presente Garibaldi?» domanda con aria da inquisitore.
    «Eh, sì.» sospiro annuendo.
    Mi fissa a lungo, come se la mia espressione non gli piacesse e provo a piegare le labbra in un sorriso amichevole.
    «Aho, regazzì,» mi riprende alzando l'indice come un maestro e agitandomelo sotto il naso, «guai se ti vedo deridere il nostro Garibaldi. Non te lo permetto.»
    «Non lo permetterei a me stessa.» ribatto. «So bene chi fosse Garibaldi e ne ho profondo rispetto, nonché stima.»
    «Ah, be'.» commenta compiaciuto.
    Lo vedo rilassarsi in volto e porta le mani dentro le tasche del panciotto, con aria soddisfatta.
    Rimango a osservarlo, in attesa che continui il racconto e, quando si rende conto del mio prolungato silenzio, mi fissa e chiede brusco:
    «Be'? Che hai da guardare?»
    Esito, non sapendo bene cosa dire, quindi rispondo:
    «Guardo un eroe romano.»
    Quella risposta lo compiace e sorride beota.
    «Be', forse hai ragione.» risponde. «In finale, ho dato la mia vita per Roma, per la sua libertà. E con me l'hanno data i miei due figli, il più grande e il più piccolo, poco più di un bambino.»
    «Sì, ricordo. Gli austriaci non hanno avuto pietà di un ragazzino.»
    «Già.» ringhia con espressione furiosa. «Ci vuole coraggio a fucilare un tredicenne mingherlino.»
    Avverto il sarcasmo e convengo con lui. Non deve essere facile affrontare la morte a viso aperto, figuriamoci poi se al fianco ti ritrovi con due figli che debbono fare la tua stessa fine. Me lo immagino, Ciceruacchio, provare a coprire con il suo corpo massiccio il figlio minore, nella speranza di salvarlo dal plotone di esecuzione.
    «Sei morto lontano dalla tua Roma.» commento.
    «E pensare che quando ero partito, speravo di contribuire alla sua liberazione. Sai,» mormora sconsolato, «con Garibaldi volevo dare una mano a Venezia che resisteva agli austriaci, ma ci siamo dovuti fermare al Delta del Po, per sfuggire alle vedette nemiche. Abbiamo chiesto rifugio ai connazionali, ma quei bastardi di italiani, anziché aiutarci, ci hanno denunciato agli austriaci, i quali hanno provveduto a fucilarci senza perdere tempo. Comprendi? Noi, italiani che volevamo scacciare gli oppressori, denunciati dai nostri stessi concittadini! Roba da non credere.»
    Scuoto la testa come lui, pensando che fosse normale per gli italiani dell'epoca, divisi per secoli, non provare un sentimento di unità nazionale. Troppo diversi. Troppi dialetti diversi. Troppe frontiere. Ma, chissà perché, questo solo pensiero non mi consola dinanzi alla vista di italiani che tradiscono gli stessi italiani. Quello che mi colpisce e mi ferisce, è che oggi, tutto sommato, la pensiamo ancora come quei contadini del Delta del Po.
    «Oggi, però, riposi al Gianicolo.» lo consolo.
    Sorride e in un gesto affettuoso mi dà un buffetto sulla guancia.
    «Aho, regazzì, e mica è da tutti!»
    Rido della sua romanità e in quel momento sento la pioggia inumidire la tesa. Alzo lo sguardo e mi bagno il volto, ricordando che avevo chiuso l'ombrello perché riparata dalla presenza di Ciceruacchio. Quando mi giro per salutarlo, non c'è più e la pioggia sul mio viso mi sembra all'improvviso come un pianto silenzioso per tutte quelle vite donate per un ideale che oggi nessuno sente più.

  • 14 ottobre alle ore 19:04
    Sogno di una notte di ventuno marzo.

    Come comincia: Ho sempre avuto una vita sentimentale fallimentare. Si affestellavano nel mio letto diverse donne, facevo provviste di impressioni, di corpi, di umori, di orgasmi, di baci, di schiene, di nuche. Senza soffermarmi sull'unica cosa fondamentale: volevo davvero tutto questo? La mia giovane vita non conosceva pause. Nè di riflessione nè di decompressione degli eventi. Vivevo le giornate a ritmo di speed dating. Avevo incrociato tanti occhi, dormito in tanti letti e da molti ero fuggita via, appena la presa diventava più stretta. Non facevo niente di speciale. Non c'era niente di speciale nell'allontanare le persone. La vera cosa speciale era sapersele tenere.Tutto fino a quell'ordinario 21 marzo di un faticoso 2010. Il giorno del grande magari, il giorno in cui si sono posati su di me occhi che sembravano dita che giocassero. Combaciavamo. Eravamo due navigatrici a vista, che adattavano le loro rette in base alla direzione dei venti, all'ispirazione. Con un bisogno di muoversi troppo forte per riuscire mai a stare ferme. Avevamo un amore con mille traiettorie, un semplice corposo amore che si spostava in ogni dove. Che mi faceva sentire ovunque. Entrambe con una mente troppo curiosa per accettare mai di annoiarsi. Le tue mani con le mie scandivano il ritmo delle nostre voglie. Una memoria del tatto che sfuggirà sempre alle parole che tenteranno di circoscriverlo. Partecipi del qui e ora. Sospese in un sorriso che non finisce, nella dolcezza morbida dell'adesso. E' sempre stata una pulsante avidità sensoriale, elettricità inesauribile del contatto: veloci e rallentate come due sconosciute che si riconoscono. E i nostri silenzi, come prova di fiducia reciproca. 
    Libere - indipendenti - mobili - intuitive - istintive - non costruite - non atteggiate - senza sforzo e fatica. Spogliate da ogni forma, ci concentravamo sui contenuti, scartando ogni definizione e amandoci nelle conseguenze. 
    R: “ Mi piace che qualcosa in te resista, rifiuti di familiarizzarsi, rimanga invincibilmente estraneo. Forse il segreto sta nel preservare qualcosa di straniero in noi. Tu complice con cui parlare e fare l'amore, ridere. Senza bisogno di filtri o atteggiamenti o divisioni implacabili di ruoli. Senza mai chiederti di essere diversa da te stessa.”
    T: “Non c'è modo di farti rientrare in un tipo; attraversi tanti modi di essere, senza caderci dentro. Sei semplice e complicata, hai una natura selvatica, un animo romantico, uno spirito coraggioso, ti spaventi, sei allegra, sei curiosa, ti stufi, cerchi cure e attenzioni, un amante che ti ami alla follia ma indifferente, non hai bisogno di nessuno."
    R: "Se me lo chiedessi, ti darei i miei occhi.”
    T: "Il tuo modo di guardare, sorridere, girare la testa, camminare o fermarsi in un punto."
    R: "La tua figura flessibile, i tuoi pensieri rapidi e precisi. I colori nei tuoi occhi, la luce che c'è dentro, la forma delle tue labbra, orecchie, naso."
    T: "La vibrazione della tua voce ascoltata da molto vicino."
    Una combinazione di caratteristiche contraddittorie. Ed erano baci confusi, affamati, imprecisi; corpo contro corpo, respiro contro respiro, annaspanti, strapazzate da ansia, imbarazzo, desiderio, riluttanza, incoscienza, fretta, curiosità, voglia. Tutte le nostre parti in gioco.
    E ad ogni tuo viaggio io arrossirò e tu mi guarderai. E io penserò "dannazione con me la spunterai sempre tu". E tu non dirai nulla ma mi terrai la testa tra le mani e mi stringerai. E’ la padronanza delle regole del gioco che ci permette di  continuare a entrare e uscire. Di chiuderci fuori e poi cercare di rientrare. "Non mi piacciono gli addii. Sono sempre troppo lunghi."
    E ricorderò a me stessa che la grande vita d'amore, in fondo, non ha nulla a che fare col possesso e col desiderio "sii mia". E che queste cose appartengono alla sfera del risparmio, dell'appropriazione, della voracità. Mentre noi vivevamo in una relazione più forte, fondata su abbondanze da espandere e non su mancanze da colmare.
    E piangerò di incredulità per la mia capacità e sfrontatezza di aderire completamente a qualcosa, qualcuno; del nostro coraggio di lasciare attecchiere radici profonde, di una certa ostinazione indomita nel crederci comunque. Viene da sé. Senza fatica. Senza uno scopo. L'amore viene da sé. Conquista la forma lentamente.
    E torneremo sempre a guardarci da vicino, in quella fresca e umida sensazione dell'amore appena alzato.

  • 12 ottobre alle ore 23:35
    Sorriso di neve

    Come comincia: Sorriso di neve

    Erano labbra di donna dipinte sul viso, erano occhi di cristallo che brillavano, tra sorrisi e lacrime, ricordi e passioni mai dimenticate, erano desideri profondi, sulla pelle morbida di un guanto di seta, sensuale movenza ottocentesca tra le ombre della sera, gelide, polari,

    era un inverno infinito quello che alloggiava nel suo cuore paralizzando i battiti emotivi in una monotona sintassi priva di sussulti, di brividi, stimoli, percezioni...

    Il vento spingeva le carte abbandonate in un gioco di spiragli tra le finestre chiuse, i vetri frantumati, riflessi di un mondo degradato che non poteva più reggere i fasti di un impero tramontato, decaduto, terre contaminate da radiazioni incontrollate ora lasciavano spazio al disadorno vivere di chi non rinunciava al magico potere di guardare le nuvole, contare le rondini, sedersi nel prato...

    Foglie, come scheletri vegetali accartocciati dal tempo, accumulate negli angoli, alla base di ogni radice e lungo i marciapiedi, strade deserte che portano al deserto, anime deserte, in attesa di pioggia benefica, purificante dono per la terra assetata, malata, sporca...

    Ceneri di un antico monumento alla gloria mortale, polveri di un amianto modulato tra intercapedini, pareti, strutture... pietre, mattoni, calcinacci, schegge di vetro, riflessi ovunque, come microspecchi di un sole estinto, testimoni taglienti dell’ultima era prima della Grande Distruzione...

    Toccava, accarezzava l’asfalto ferito, le fondamenta piegate, le torri sgretolate... non c’erano auto e neppure negozi, non c’era spazio purtroppo neppure per un respiro, uno sguardo, una presenza... camminava, sfiorava, baciava le impronte di un passero assetato, nel fumo pungente c’era, doveva avere, esserci, esistere, sopravvivere, camminava per avere una direzione, cercando un destino che nessuno poteva più scrivere, perché non c’erano pagine, non c’erano storie, racconti, poesie, caratteri, pensieri... e neppure parole...

    Restava quello spazio vuoto...

    vuoto...

    vuoto...

    In cui il silenzio rimbalzava nelle stanze della città, nelle vie del tormento, nei vicoli della solitudine, nelle piazze dello smarrimento, nei viali alberati di lampioni fossili e macerie ardenti, mura sgretolate, fogne prosciugate, tegole sbriciolate, tubazioni, pareti, vetrate, poster e pensiline carbonizzate, aria di plastica fusa, disciolta, fumo grigio, fumo nero, eterna notte priva di stelle, senza luna né comete, eterna sensazione di un inizio che non avrà fine, non ci saranno epiloghi, non ci sarà un seguito perché tutto quello che doveva essere, ormai, era già stato...

    Vivere senza la speranza di un arcobaleno, proseguire la marcia in un mondo spento, né luce né colori, onde piatte di un mare pietrificato, pozzanghere di olio melmoso e alberi bruciati, rivestiti di catrame nero e cenere, ceneri ovunque, residuo di una combustione distruttiva che ha massacrato l’ultima terra, la piccola spiaggia che noi chiamiamo “speranza”.

    A cos’è servito correre per tanto tempo, inseguirsi, rincorrersi, sovrastarsi, combattere, prevaricarsi, giudicare, condannare, reprimere, osannare, predicare, adorare, idolatrare, discutere, cercare, creare, edificare, bonificare, insegnare, tramandare...? A lasciare questo strato di bolle radioattive su cui non è più possibile seminare un filo di erba non sintetica?

    Forse il progetto era proprio questo: disperdere le tracce di una umanità priva dei requisiti fondamentali per stare al mondo: la logica, il buon senso non le appartenevano e ora... era tutto da rifare da zero, ricominciare sì... ma da cosa, da dove?

    Lei era il primo step, il primo gradino, futuristica Eva di un progetto postatomico del giorno dopo... immune a tutto, al caldo, al gelo, ai raggi e alle radiazioni: aveva completezza nella sua purezza e saggezza nella sua verginità spirituale. Non c’erano dei, non c’erano poteri, potenti, non c’era nessuno... Il cimitero mondiale era il nuovo giardino su cui ricrescere germogliando nuovi frutti, nuove spore di amore perché la vita torni a partorire e risvegliare le anime sepolte...

    Anni, secoli, millenni... la foresta tanto ferita e sfruttata nelle ere precedenti ha ripreso il proprio posto ricoprendo le aree disboscate, gli abusi e i complessi urbani edificati sulle sue ceneri ora sono polvere di cemento, sommersa sotto strati di fertile terreno carico di energia...

    gli iceberg governano le grandi correnti gelide del nord e le calotte polari hanno ricostruito la propria morfologia, sono tornate le nevi laddove stavano i ghiacciai perenni e le acque decantate ora riflettono un sole raggiante specchiando il cielo nei medesimi colori: azzurro di giorno, arcobaleno al crepuscolo, argento la notte.

    Terre, terre vive e fertili di vita ora rivestono province, regioni, stati... e l’unica bandiera è il sole che splende tra le stelle... il vento collega i continenti e la pioggia benevola disseta fiori tropicali e farfalle di montagna, frutti esotici e funghi del sottobosco, c’è spazio, sì, spazio per tutti e per tutto ora che l’uomo è stato ricollocato nel suo ruolo secondario di essenza primitiva alla ricerca di un perché...

    Mentre le lucciole si rincorrono intermittenti nel calore della notte, le tribù umane stanno ancora cercando la prima scintilla con cui accendere la prima fiamma della nuova storia... un giorno troveranno i loro stessi fossili e cominceranno a fantasticare, esporli nei musei, raccontare favole di mammuth e dinosauri, li trasformeranno in pupazzi animati e torneranno a speculare per possedere più pietrine, più polverine, più dischetti di metallo a cui torneranno a dare il significato primario di un dio chiamato denaro che servirà solamente a riportarli nello stesso tour di contaminazione e tutto ricomincerà...

    Ma forse Lei, Lei è diversa... non ci sono serpenti avvelenati, paradisi da difendere, eden da conquistare: non ci sono promesse né vere né false... soprattutto non ci sono divieti, minacce, ricatti di origine, sì... era questo l’inganno che impediva la nascita della vera coscienza, questo!

    All’origine di tutto non c’era il peccato, ma l’inganno!

    E intere generazioni per millenni hanno edificato culture e templi per tramandare un inganno che li ha portati ogni volta alla fossilizzazione spirituale, al conflitto, allo sconforto, al tormento, alla guerra, all’odio e alla vendetta... era questo l’errore su cui erano stati costruiti i precedenti valori ma ora è diverso, Lei è la purezza e le sue mani possono donare il calore del sole a chiunque desidera amore... finalmente nasce, ora, una nuova razza, una stirpe umana che non ha le radici nel peccato originale ma nell’amore originale e solo questo potrà essere, rapporto e interazione con le forme di vita, uomo e farfalle, bambini e delfini, ragazzi e gazzelle, donne e orchidee... una fusione interiore ed esteriore affinché tutte le forme di vita siano partecipi e autori della vita stessa... non ci sarà più l’ecologia come scienza, ma un sistema ecologicamente perfetto basato sull’amore, era così semplice! eppure ci sono volute decine di generazioni umane per capire che tutto era già scritto ovunque, ovunque!

    Lo dicevano le nuvole che portavano acqua e cristalli di neve. Lo diceva il sole che colorava il cielo di amore al principio e alla fine di ogni giorno e lo diceva la luna argentando l’anima di chi sapeva sognare oltre la propria sfera cinetelevisiva. Ora nascono programmi, musiche vere, il canto dei gabbiani che volano sul mare, il fruscio del vento che trasporta la coscienza dei semi e dei germogli...

    Lei alza lo sguardo al cielo e intorno a sé corrono felici bambini sulla spiaggia dorata: le onde accarezzano la pelle senza tempo e dalle stelle scendono i primi fiocchi di neve.

    E’ un nuovo inverno, una nuova stagione, Eva sorride e le sue labbra restano dischiuse come in un lungo bacio universale... la neve scivola sulle sue guance e si scioglie sul suo sorriso...

    :-)

  • 12 ottobre alle ore 23:29
    Tremolo

    Come comincia: TREMOLO

     

    Tremolo era uno che passava il tempo a contare i suoi peli, anche se non ne aveva…

    Per questo, tra un pelo e l’altro, giocava a scacchi.

    - O.K. Tremolo, facciamo una partita! -

    - Scacco di qui - - Scacco di là -

    - Scacco a me - - Scacco al re -

    - Mangia questo - - Mangia quello -

    E via dicendo, finché puntualmente io perdevo, dal che conclusi che non vincevo.

    Tremolo era sì, quello che per molti è un duro: era capace di sollevare una bottiglia di taleggio sin sopra di essa. E pian piano ci prese gusto, tanto che riuscì a sollevarne due.

    Egli viveva a casa sua; la solita casa arredata alla buona, con ragnatele e cicogne e d’inverno ospitava, tra l’altro, un grosso talpone che svernava con lui.

    Tremolo, dicevamo, era un duro: uno capace di piegare uno spaghetto sino al punto di rottura; i suoi occhioli color biancoenero erano proprio impenetrabili, il suo sguardo severo non ti concedeva di guardarlo storto nemmeno dal diritto. Capelli non ne aveva, ma al loro posto aveva due grossi baffi nel pieno della volta cranica che, formando due strisce pelose, giungevano quasi alle orecchie (3, per l’appunto). Sul naso poneva gli occhiali per annusare meglio, ma non sembra funzionassero molto bene tanto che non mangiava perché non sentiva l’odore del cibo.

    Insomma, il nostro Tremolo sapeva come si sta a questo mondo: vivendo, per l’appunto.

    Eppoi era tanto consumato nel giuoiuoco degli scacchi che promise, una volta, la sua mano alla donna che lo avesse sconfitto in una partita. E in effetti, com’è logico, venne il giorno in cui capitolò…

    Sempre logicamente, la donna che lo sconfisse era brutta come due donne brutte messe insieme: il classico ritratto di giovane consumata dal lavoro e da qualcos/altro…

    Ella sconfisse il Tremolo in una locomotivante partita che durò poche ore ma tanti minuti.

    Al termine di questa partita stava già per saltare addosso al futuro sposo senonché questi la schivò e fuggì!

    Sì, ma dove fuggire …?

    Tremolo prese sottomano i suoi scacchi senza i quali non poteva vivere, una valigia di crostacei già pronta per l’uso e scappò…

    Sì, ma dove scappare …?

    Non era mai uscito di casa anzi, di tana, e si aspettava che il mondo fosse popolato di re, regine, alfieri, torri, cavalli, pedoni, ma così non era. D’altra parte la donnoide che lo aveva sconfitto lo stava già abbordando, per cui andò dove gli capitò…

    Vaga e rivaga, giunse a Ramengo, paese noto per i viaggi turistici e, poiché la pretendentiera alle sue mani non era in vista, pensò di fermarsi a riposare un poco; chiese quindi ad un cane di passaggio:

    - Scusi, bau bau ? -

    E questi rispose che era in fondo a destra. Ma Tremolo era tanto stupido da non accorgersi che il fondo non c’era così, in cerca del fondo, marciò a lungo finanché si convinse di aver ricevuto un’informazione sbagliata o quantomeno approssimativa. Così sui tre piedi non sapeva da che parte andare e pensò di sedersi lì dov’era ma la cosa non gli riuscì, dato che era in mezzo ad un fiume. La corrente, inoltre, lo spingeva sino ad una cascata… il resto lo avrebbe fatto lei!

    Ivi giunto, infatti, Tremolo dovette metterci tutta la sua forza per sopravvivere all’incredibile salto; per sua fortuna notò un pesce di passaggio e lo afferrò per la coda, attutendo il colpo.

    La donna, intanto (si chiamava Tartina), aveva noleggiato un Finferlazzo, che è un segugio del Madagascar: lo fabbricano là…

    E’ una bestia veramente intelligente, ma non lo dimostra; se gli danno un osso da rosicchiare lo finferlazza, e Dio solo sa come si fa. Ha il pelo lungo, dal naso alla coda, ma ne ha solo uno (di peli), il resto è nudo come un finferlazzo nudo. La sua miglior dote è, naturalmente, il fiuto (eccezionale) che gli consente di annusare una pulce a 5 cm di distanza dalle proprie nari. Le sue prestazioni fisiche vanno ancora al di là dei comuni orizzonti: avendo le unghie rotanti può spostarsi velocemente da un posto all’altro e viceversa. L’udito, poi, non ha confini: se parla con l’orecchio di destra riceve benissimo quello che ha detto tramite l’orecchio di sinistra.

    Si dice sabbia abbaiare in greco, latino e tunisino oltre naturalmente al madagascarese, lingua della madrepatria, e che sappia pure cantare come un rosignuolo.

    Ordunque la Tartina, con il suo micidiale finferlazzo, era sulle tracce di Tremolo ma, giacchè nel fiume le orme non rimangono, era in panne.

    Fortunatamente per lei l’odore della marmellata di merluzzo che Tremolo recava sempre con sé in tasca (sfusa) era annusabile sin da lontano e Tartina, guidata dal segugio, riprese la caccia…

    Tremolo, uscito dal fiume, strizzò le orecchie e prese a muovere qualche passo verso l’entroterra; Tartina, pochi Km a monte, incalzava col segugio di razza.

    Là dove Tremolo si trovava, c’era una cartello anzi: ce n’erano molti che vietavano l’ingresso ad un recinto internamente al quale si trovavano le abitazione dei Cigoliformi, esseri molto suscettibili che passano il tempo a dormire perché quanto si muovono cigolano in tutte le giunture e questo li innervosisce assai.

    Inutile dire che Tremolo, furbo come non era, senza pensarci un istante, entrò nel recinto sicuro di essere ormai al sicuro. In effetti Tartina, quando giunse al recinto, si fermò ormai abbattuta ma il finferlazzo, spinto dalla foga del segugio puro proseguì il suo cammino ignaro di tutto e in breve, avvistato Tremolo, gli balzò addosso gridando:

    - Finferlì finferlò, al segugio scappar non si può!!! -

    In men che non si dica tutti i Cigoliformi si destarono dal loro sonno plurisecolare dando addosso ai due, riempiendo l’aria di cigolii d’ogni sorta.

    E più correvano, più cigolavano e più cigolavano più si innervosivano.

    Tremolo correva a squarciagola, il finferlazzo invece saltando come un canguro; poco più indietro una infinità di cigoliformi avanzava cigolando.

    Tremolo, come d’uopo, preso dalla immane fifa che poteva suscitare la situazione, cominciò a tremolare; i Cigoliformi, spaventati da tale manifestazione di tremolità indietreggiarono tosto e Tremolo, al salvo dalle loro cigolità, doveva vedersela solo con il finferlazzo.

    Questi si rivelò tuttavia un osso più duro del previsto ma il nostro protagonista riuscì finferlazzarlo con una azione non ben definibile… sta il fatto che, grazie a ciò, riuscì a mettersi al sicuro in luogo riparato vuoi dalle grinfie del finferlazzo e dei Cigoliformi, vuoi da quelle, ben più temibili, di Tartina…

  • 12 ottobre alle ore 23:28
    Menisco

    Come comincia: MENISCO

    Vi sembrerà strano, ma anche Menisco era un uomo; magari non ci rassomigliava molto, ma noi siamo sicuri che lo fosse. 

    Alcuni lo chiamavano Mentino, ma a noi piace di più il nome che gli abbiamo inventato per cui lo chiameremo Menisco per tutta la durata della racconta. 

    Giudicate Voi se non abbiamo ragione a ritenere che esso fosse un uomo: tre gambe (quattro coi due bastoni), occhi trasparenti (che liquefano a 15°), testa di dimensioni più che normali presso al poco grande come una gatta pelosa, naso aquilino con tre punte triangolari ciascuna delle quali è in grado di secernere 10 chili di capperi all’ora. I capelli, particolare curioso, spuntavano sì dal cranio, ma si rituffavano all’altezza del mento per formare tutt’uno con la barbabarba. Il resto del corpo ricadeva perlochiù nella fisionomia comune: statura ottanta centimetri, articolazioni mobilissime tanto che riusciva ad annodarle con un nodo quadro complicato e doppio.

     

    Il nostro Menisco viveva ai bordi della sua città, di cui naturalmente non possiamo riferire dato che non esiste a meno che non vi inventiamo noi un nome (Granitopoli, per esempio).

     

    Povero come un cane barboncino allevato da uno scozzese, si procacciava da vivere evitando di procacciarsi da morire…

     

    Ogni venerdì mattina si recava tutte le domeniche al Granitodromo, un piccolo stadio dove si svolgevano le corse delle granite. Prendevano il via alla competizione tutte le granite immaginabili a ‘sto mundo: granite al limone, al pistacchio, al caffò, al cocomero, al lampo, alla menta, allo zucchero, al tamma-rindo, alla Schweppe, alla Coca Cola con whisky, alla camomilla, alla pizza, al carciofo, al ragù, al tonno, al cocco, ai funghi e via dicendo fino a che se ne abbia voglia …

     

    La gara si articolava in cinque fasi: partenza ed arrivo e la prima che arrivava vinceva. Al colpo di cannoncino (alla crema) che annunciava il via, le granite venivano rovesciate dal bicchiere che le conteneva sulla pista leggermente in salita, per cui esse, scivolando verso il fondo, si muovevano; restando ciascuna nella propria corsia viaggiavano con brio verso l’arrivo, qui venivano riraccolte e premiate.

     

    La perfezione della tecnica locale aveva portato alla costruzione di vere e proprie granite da competizione per la cui progettazione i migliori artigiani di Granitopoli si erano affaccendati entusiasticamente, pur di risultare artefici di una granita campione.

    Il vecchio Menisco era uno di questi costruttori: grazie alla sua melizia o perizia che sia, aveva portato a termine la granita al caciocavallo che si era rivelata una vera e propria bolidessa ma era stata squalificata dalle gare perché provvista di più di cinque caciocavalli-vapore di potenza, che era il limite massimo consentito. Aveva pure rapportato un certo successo la sua granita al burro velocissima, sì, ma dopo tre corse si era già sciolta… Anche la granita al sapone aveva fatto la sua epoca, ma gli fu divorata da un cammello del luogo.

     

    … E da molti tempi, ormai, Menisco non riusciva più a riportare al Granitodromo una granita purosangue che fosse in grado di condurlo al successo definitivo per coronare la sua carriera e toglierlo una volta per tutte dalla miseria in cui brancolava.

     

    Quel dì Menisco si era recato al Granitodromo con l’ultima sua granita: quella alla lattugo-cipolla, miscela che secondo i suoi approsprofondati calcolici, doceva risultare senz’altro vincente grazie e prego alla duplice azione propellente dei due concentro-ati.

    A pochi istanti dalla partenza Menisco cominciò a raffreddare i muscoli della sua fuoriserie (bada bene: a riscaldarli avrebbe corso il rischio di scioglierli), a ritritarla accuratamente al fine di renderla più granitolosa.

    C’è parecchia suspans prima del via della competizione: in prima fila con il numero primo è in partenza la granita alla grandine, in seconda corsia con il numero 1+1 notiamo la granita al brodo di vacca svizzera, in terza corsia con il numero perfetto c’è la granita alla trielina, in quarta la nostra granita alla lattugo-cipolla, in quinta la granita allo yogurt, in sesta quella alla salvia, quindi quelle alla carlona, alla vaselina, alla trota e infine in diecima corsia la granita all’inchiostro…

    Attenzione:

    - Tre, quattro, due, sette, via… pronti!!!! -

    Al "pronti" le granite cominciano a scendere lungo la pista in salita, accelerando sempre più.

    Quand’ecco l’imprevisto per tutti tranne che per che, siccome che la storia me la invento io lo sapevo già: dovete sapere che queste gare si svolgevano nel Granitodromo, un gigantesco stadio all’aperto, e per questo motivo venivano effettuate di notte, verso le 23, per evitare che il calore del sole potesse sciogliere le granite da corsa; quella notte, però, verso la mezzanotte, proprio mentre stava sfogliandosi la competizione, il sole rispuntò ancora sciogliendo tutte le granite con prevedibile pioggia di imprecaccidentazioni; il sole sbadigliò ma, guardandosi in tondo si avvide che il sole non era ancora sorto, concluse che era ancora notte, e ritornò a dormire…

    Purtroppo la gara era ormai ineffettuabile, essendo tutti i concorrenti ridotti ad un bicchiere di liquido.

     

    Con il venerdì successivo sarebbero riprese tutte le domeniche le gare ma per Menisco, che aveva affidato tutte le sue sorti a quella gara, le speranze di successo erano ormai ridotte ad un accendino.

     

    Per fare una granita da competizione occorrono molti attrezzi artigianali nonché molte apparecchiature costose e, normalmente, l’esperienza e l’ingegno di validi artigiotetti; il nostro costruttore possedeva solamentino il terzo requiemsito. Rimasto senza soldi e incapace di fare una nuova granita in quanto non poteva noleggiare nuovamente le sopraccitate apparecchiature, Menisco si affidò alla più completa disperazione.

     

    Pensate che per fare una granita da competizione occorre un trattore per coltivare il ghiaccio, un frantugrattatritatoio per sminuzzarlo accuratamente, un distilloscopio per selezionarlo, un comecavolosichiamaopio per comecavolosidicearlo, un corrodinsalatore per raffinarlo e un’infinità di altre demonerie. Figuratevi se un poveraccio come il nostro Menisco era in grado di fabbricare senza denaro una nuova granita.

     

    Purtroppo, lui sapeva fare solo quello e non aveva la minima scintilla di dove e come andare.

     

     

    Pensò innanzitutto di vendere tutto quello che possedeva: una casa a tetto in giù, un’auto a benzina nel senso che mettendocela dentro la beveva ma poi, vigliacco che si muovesse, qualche sputata di calabrone che usava per gargarismi e qualche cerotto ottenuto in carità dai lebbrosi che, lungo la strada che passava per casa sua e conduceva all’obitorio, si recavano in pellegrinaggio colà giustappunto per abitarVi.

    Dalla vendita realizzò il ricavo di sette giuditte, ch’erano appunto delle frittelle di cipresso usate come moneta locale.

    Presto, pelò, spinto dalla fame, si mangiò anche quelle e restò al verde.

     

    La storiella finirebbe qui, se Menisco se n’andasse all’altra terra grazie alla possibilità di morirsela per fame….invece essa prosegue, grazie il fatto ch’egli vegeta ancora, e di conseguenza può ancora meritare di essere storiellato.

    Infatti, come ogni storia che si rispetti, anche in questa c’è la fatina: essa apparve a Menisco, ormai scheletrico come uno scheletro che non mangia da trent’anni e che ha digiunato per i precedenti cinquanta, e gli disse:

    - Ciao Menisco, io sono la tua fatina ! -

    - Sii tu la benvenuta in questa storiella… Accomodati pure! –

    - Okay, mi metto in questa riga qui, se non ti acciacca… -

    - Fai, fa con comodo! Basta che risolvi la mia situazione! –

    - Bene, dimmi pure qual è la situazione ! –

    - … Ma da che film sei uscita …. !!!???? Non sai quello che mi è successo e pretendi di essere la mia fatina … ??? –

    - Ma che vuoi … da méééé ???? –

    - Ma che vuoi tééé…… da méééé ?!?!?! –

    - Vedi, io sono una fatina capitata per caso in questa storiella, e mi devo adeguare alla sua livella intellettuale !!! –

    - E va bene … ti spiegherò tutto !!!! –

    Menisco raccontò per filo e per disegno le sue avvendisature e la fata, dopo aver ascoltato, gli propinò la soluzione alle sue problematiche …

    - Ascolta bene: se riuscirai a raccogliere del ghiaccio dalle alle cime del monta Pendolino e farai con esso una granita, per rozza che essa sia, sarà sempre vincitrice !!! –

    In men che non lo si avesse detto, Menisco si buttò alla ricerca di questa benedetta catena montuosa: venne alfine a sapere che si trovava nella Maccheronia occidentale.

     

    Affrontò il viaggio a piedi, vivendo di stenti e stentando a vivere, ma poté un bel dì arrivare ai piedi del monte prescelto: il monte Pendolino !!!! 

    Alto circa 50 metri, si ergeva svettante dalla montuosa pianura…

    Menisco, guardando la parete alla cui sommità si trovava il ghiaccio miracoloso, cominciò a studiare un valido metodo di ascesa.

    Per quanto la parete non fosse certo alta, era senz’altro ben ardua da salire. Il Monte Pendolino, inoltre, è detto così perché, dalle quattro alle quattro del pomeriggio prende a pendolinare.

    Menisco, senza saperlo, cominciò ad arrampicarsi proprio alle tre e tre terzi, inerpicandosi gagliardamente sulla nuda roccia. La parete, liscia come uno specchio, era invalicabile da chiunque, e poiché il nostro eroe si chiamava Menisco e non Chiunque, poté agevolmente salire sfruttando e sverdurando gli appigli che non c’erano.

    Giunto in cima alla parete Menisco si trovò in vetta anche al Monte Pendolino, in quanto era uniparetale, e deducendo di essere arrivato alla sommità, concluse di aver terminato l’ascesa.

    Vide il ghiaccio delle sue brame, ne raccolse un pezzettino e se lo mise in tasca (il ghiaccio del Monte Pendolino non si scioglie mai) ma, quando si accinse a scendere, il Monte cominciò a pendolinare …. !!!!!!

    Ignorando ciò che gli accadeva Menisco ruzzolò malamente giù dal monte … il ghiaccio però era salvo e, con la vittoria in tasca, se ne ritornò al suo paese ritornando al suo paese.

     

    Granitopoli era ancora là come l’aveva lasciata; al granitodromo le corse di granite si erano svolte incessantemente per tutto il tempo dalla sua assenza e, grazie al progresso, le granite attuali erano potentissime, veri gioielli della tecnica del settore.

     

    Menisco giunto al granitodromo iscrisse la sua granita alla prima corsa in programma, la chiamò granita Pendolina ed ottenne il numero A.

     

    In attesa della gara del suo riscatto, Menisco triturò pazientemente la sua granita, masticandola miniziantemente.

    Ed eccoci, ancora una volta, al via … Alla gara prendono parte, come è prassi, dieci concorrenti, rispettivamente con i numeri 78,Y!,%,?L3,55,M@,#,(),9/3,ì.

    Sono allineate sulla griglia di parteria la granita al Gianduia e quelle al Rosmarino, al Pan Grattato, alla Muffa, alla Marmellata di Libellule, la granita Pendolina, e quelle all’estratto di estratto di Cotechino nonché quelle alla Candeggina, ai Tartufi e ai Savoiardi.

     

    Attenzione …. Meno tre, più due, fratto nove … BUM !!!!!! Indietro!!! STOP !!!!

    Allo stop le granite cominciano a saettare sulla pista; è superfluo segnalare che quella di Menisco è in ultima soluzione. In testa la granita alla Candeggina, ma incalza da vocino anche quella al Pan Grattato.

    Melò, e stavolta non è più un imprevisto dato che era già successo, ecco che il sole, svegliato ancora una volta in piena notte, prende a salire nel cielo.

    Fra l’imprecaggine generale e colonnello le granite da competizione cominciano a sciogliersi anche stavolta !!!
    Si prospetta un rinvio, ma abbiamo dimenticato che la granita Pendolina non si scioglie dalla sera alla mattina … ?

    Pian pian pian piano, ma così pian pian pian pino che è difficile accorgersi di come vada piano, la granita Pendolina scende lungo la salita e si avvia sola al traguardo.

    Per Menisco è un trionfo !!!!

    Finalmente può coronare i suoi sogni di gloria con una frangettiforme vittoria, così pulita da poterci lavare un’intera partita di topi sporchi !!!!

    Tutto tronfio si avvia a ritirare il premio che sottolinea la sua vittoria: un paio di paia nuove di zecca !

  • 12 ottobre alle ore 23:26
    Stantuffo, il martellatore pazzo

    Come comincia: Stantuffo, il martellatore pazzo

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    Martella tu che martello anch’io; con questo slogan, in Martellonia, si riassumeva tutto il codice legale dello stato suddetto. In quel paese chi più martellava, meno non martellava; si viveva di martellate: a passare per le strade di quel paese v’è da guardarsi bene in giro, ogni persona che incontrate prima vi dà il buongiorno e poi una martellata; se vi becca in testa 5 punti, il resto, invece, 5 punti

    A cosa servivano questi punti, ci si chiederà o meglio, se lo chiederanno i più curiosi? Logicamente servivano a fare un totale di punti; questo totale, invece, serviva a distinguere le classi della nazione (che nazione, fra l’altro!), in quanto chi aveva tanti punti era ricco, chi ne aveva pochi era ricco, e chi non ne aveva invece, era ricchissimo

    Ormai tutti eran9o specializzati in martellate: ce le si davano ad occhi chiusi, a testa in giù, a piedi in bocca, a braccia conserte, con la bocca, con le orecchie, sull’ombelico, sui calli, eccetera; particolarmente e particolartesta il colpo preferito era la martellata sul ditone, altresì detto alluce, ma là chiamato allucione

    Col passare del tempo, il progresso aveva donato anche il martello pneumatico, ma era stato messo al bando dallo stato, la macchina per martellarsi da soli (in tal caso però i punti non si ottengono), il martello ricurvo per martellare anche negli angoli, nonché nei mozambichi, il martello con due pestoni, per martellare contemporaneamente zucca, testa e piedi. 

    Inutile dire che in quel paese tutto era martellato, tutto in cocci, tutto frantumato dalle martellate locali. 

    Lo stato, un bel dì, così bello, ma così bello, ma così un bel sì che, decise di invitare i popolani a una bella gara di martellate, da svolgersi, possibilmente al di fuori del territorio nazionale. 

    Venne finalmente il giorno di questa gara, ma noi ce ne freghiamo di questo giorno, perché non sappiamo ancora in cosa consiste, a che cosa serve e come si svolge. 

    Or dunque, o meglio, dunque ora, dovete sapere che essa si girava perché a furia di martellare non c’era più nulla da martellare, per cui il comune ben pensò di organizzare tale competizione, al fine di offrire un quid martellandum ai popolani del comune in cui, non essendoci più nulla da martellare, il comune ben pensò di organizzare tale disputa per dare qualcosa da martellare e giovare ai suoi popolani. 

    Nel martello che veniva distribuito ai concorrenti, era inserito un martellometro, cioè un coso per misurare le martellate, la loro intensità, potenza, ecc…

     

    Inutile dire che tale martellometro aveva pure un contatore che registrava i punti via vai accumulati. 

    Ora che sappiamo in che cosa consisteva tale gara, possiamo anche dare il via ad essa, ma se glielo diamo così, che gusto c’è se non abbiamo ancora deciso per chi fare il tifo. Lo faremmo per uno che abbiamo già adocchiato da tempo, ma poiché costui o costei il tifo l’ ha già fatto, punterelleremo la nostra azione tifica su un altro uomo. 

    Logicamente sceglieremo il più chiù. Ecco, forse costui è il nostro tipo: due punti, tre metri di larghezza per mezzo di altezza, capelli biondi, baffi neri, peli rossi, occhi da lince orba, orecchie bicornute, coda a cavapappa, e altri requisiti che ci inducono a puntar su di lui gli obiettivi del nostro racco-on. 

    Appena poi siamo venuti a sapere di Stantuffo, non abbiamo avuto più dubbi, ed ecco che ora siamo impegnati a seguire le sue peripezie. 

    Sfrom! I concorrenti sono partiti, chi a nord, chi a sud, e chi invece a nord o a sud. In ogni direzione la marea umana si allontana dalla partenza, ognuno alla ricerca di qualcosa da martellare al di fuori dal confine nazionale. 

    Stantuffo, procedendo a larghi passi è l’ultimo ad uscire dai confini, e guardandosi intorno cerca qualcosa da martellare ma, ohi-bò, è già stato tutto martellato. 

    Che si può martellare, dirà fra sé e sé, se tutto è già stato martellato? 

    Cammina e rincammina, ma di martellare neanche l’ombra; il martellometro, nel frattempo era sempre a zero

    Giunto all’oceano del Maroc decise di provare a farvi un tuffino per vedere se qualche pesce era per caso disposto a farsi martellare… 

    Spogliatosi delle sue vesti ed indossato un bellissimo cappotto da bagno, Stantuffo splascia l’oceano e, navigando sott’acqua a mò di sottomarino o maglia, di sotto-oceanino, guardandosi in giro si guarda all’ingiro. Vede ad un tal punto una coda pesciosa spuntar dal retro d’una roccia, e si dirige colì per vedere se il pesce che la possiede è disposto a farsi martellar

    Accostatovisi, Stantuffo è già per martellare, quando ecco che il pesce, in quanto pesce-martello; vibra una martellata pesciosa su Stantuffo e lo stende. Andò per martellare e fu martellato. 

    Sconfitto e afflitto Stantuffo esce dall’oceano e continua a cercare qualcosa da martellare; ormai gli altri concorrenti saranno già stati a buona virgola, e gli occorreva un colpo di genio. 

    Più che un colpo di genio gli venne un colpo di sveglione, ma il gatto è ugualmente notevole: c’era infatti un posto dove nessuno si sarebbe mai incubato di andar a martellar, ossia il territorio privato dei Porcoli, animali fungiformi che, incameratisi nel territorio ore assunto come proprio, sono internamente dediti alla coltivazione dei funghi. Passando lungo il loro confine è infatti possibile vedere sterminiate draiate  di funghi, chilometri quadrati, cubici e piatti di funghi di ogni genere. Guai a chi, mal gliene colga, gli venisse in cranio di toccare un fungo anche solo con lo sguardo, col pensiero l’udito: in men che non lo si possa dire gli si ritroverebbe con Stantuffo però era ardito nonché armano ed arpiede, per cui, decise, per male che potesse andare, di andare a martellare i funghi dei Porcoli. (Porcino-ovoli)

    I porcoli rassomigliavano sì ai funghi, ma erano animali; alti dai due ai tre decagrammi presentavano, sotto i peli che stavano sopra alle piume, delle penne, che stavano sotto le piume. 

    I peli raffreddavano le piume, che tenevano al fresco le penne, che riscaldavano vuoi i peli che le piume. Possedevano inoltre una lingua collosa e a dei poco chilometrica, ricoperta di villi prensili che, avvinghiati i nemici per il collo, gli entravano in bocca, e da qui nello stomaco, agitando tutto e incollando tutto l’interno dell’apparato digerente, per impedire a questi di funzionare; tale procedimento portava al decesso l’individuo colpito per insufficienza dell’apparato suddetto; tutte complicazioni inutili in quanto la vittima, comunque, dopo essere stata presa dai linguoni, trapassava ugualmente per lo schifo. 

    Stantuffo non ignorava ciò, ma contava su fatto che brutto com’era poteva difficilmente essere slinguato e comunque, la lingua prensile e vischiosa, non gli mancava di certo neanche a lui; al limite la tensione avrebbe potuto risolversi con una lotta tra lingue. 

    Messosi in cammino, Stantuffo giunge verso il tramonto, di quella mattina, al territorio dei Porcoli, e cominciò ad ammirare tutti quei bei funghi che non aspettavano altro che essere martellati

    Quatto cinquo entrò nei funghi di soppiatto, ossia quatto quatto, e non visto, vibrò la prima martellata. 

    Il fungo colpito andò in mille pezzettini, mentre il martellometro registrò un bel po’ di punti. 

    Seconda martellata, e il secondo fungo, andando in quattrocentocinque pezzettini diede al martellometro uno scatto di circa pressappoco settanta giri di contino, e Stantuffo, compatto e sicuro di egli, ci prese gusto e olfatto e vibrò come un forsennato, mandando all’aria tutto quanto era funghiforme e no; il martellometro come dopo esse, contava punti su punti. Cumuli cumuliformi di funghi sfarfallati e spaparallati si vanno via via via accumulando, ma i Porcoli, assidui difensori del loro patrimonio, non lasceranno certo impunito tale scempio. Mentre in effetti il nostro Stantuffo vibrava ovunque le sue martellate micidiali, ecco che, Porcolo dopo porcolo, il popolo porcolano si fa in avanti all’incontro del martellatore in quesito

    Giunto un primo Porcolo ai piedi dello Stantuffo, eccolo slurpargli tutta la faccia con una linguata prensile, che avvischiando occhi e naso in tutt’unica sbavatura scende nella bocca incollando tutto quanto. Stantuffo, pur continuando a martellare, si difende egregiamente rislurpando a sua volta il Porcolo con una linguata di rovescio incrociata, a mò di formichiere. Il Porcolo se la batte con la coda fra le code e, mentre il Nostro continua a martellare, non passa molto tempo che una nuova linguata attraversa il muso Stantuffesco da cima a fondo, ossia da fronte ad ombelico; anche stavolta, pur continuando a martellare, il martello di Martellonia può reagire mettendo in riga l’avversario (Intervallo in cui parliamo di qualcosa che non c’entra per niente con Stantuffo, nato per sminuire la tensione del letterato leggente, e dargli modo di prosciugar il sudore secreto durante l ’appassionante avventura. Sentite, tanto per non annoiarvi, questa barzelletta: ci sono due matti che, camminando a testa in giù coi piedi, passano davanti ad una macelleria; uno dice all’altro: - prova un po’ per caso a chiedere se lì dentro non hanno qualcosa per raddrizzare un povero uomo con la testa al posto della zucca; - entra e rivoltosi al macellaio, gira la domanda rivoltagli poco prima dall’amico. Il macellaio, sulle prime sembra non sapere che risposta dargli, ma poi illuminato da una lampadina ideiforme, si rivolge al matto e gli dice: - fine dello vallo. 

    Circondato da una marea di Porcoli, Stantuffo si effonde nella gara di spreco di saliva più colloidale mai vista prima d’ore, ma purtroppo, come è destinato, capita col capitolare e capitola. Prigioniero dei Porcoli Stantuffo vede ora compromesse le sue possibilità di affermarsi vitto-alloggioriosamente nella gara di martellate. 

    Quand’ecco pure lui si accorge di essere intelligente e, impugnato il martello si prodiga nel martellamento di tutti i Porcoli che gli capitavano a tiro, manco a dirlo, il martellometro incassò tutti i colpi e segnò infatti molti punti. Evidentemente i Porcoli sono martellabili egregiamente se è vero che, alla fine della loro martellata, il martello di Stantuffo cominciò a scampanellare come una mucca sbronza, segnala quello, chi diceva che s’aveva raggiunto il punteggio max. Sicuro di avere ormai in calza (poiché le sue tasche erano là) la vittoria, il nostro eroe ritorna al suo paese, giusto in tempo stabilito per potere presentare anche il suo martello alla rilevazione (positivo) final, da cui, secondo il conteggio, si sarebbe assegnata la vittoria finale e il premio. 

    Il premio non era, come qualcuno penserà, un pacchetto di chewing-gum, bensì era qualcosa di molto più pesante: una poderosa martellata sulle ossa craniche con un martello interamente d’oro. 

    A questo punto saremo tutti ansiosi di sapere come diavolo finirà la competizione; ebbene, non mi sembra il caso di risollevarsi, perché è molto semplice sapere come essa finirà: la competizione, infatti, finirà così:

     - zione - 

       

    FINE 

  • 12 ottobre alle ore 23:23
    Una rosa senza spine

    Come comincia: Poiché si pungeva e piangeva sempre, toccando una rosa, madama Pièdiscorta si propose fermamente che d’ora in poi avrebbe goduto di rosa senza spine.

    E già.

    Difatti prese un rasoio, insaponò tutti i rosi della sua serra (per le rose userà un depilatore), e tagliò via tutti i spini e le spine dei fiori questionati.

    Bella cosa, la mia madama, ma in breve le spine ricrebbero, più spinute di prima, e forse più numerose come tulipani.

    Che fare, un’altra rasata? Madama Pièdiscorta non aveva nessuna intenzione di farsi barbiere a vita di un pugno di rose: le falciò senza pensarci giù dalla prima alla penultima; l’ultima la falciò.

    Cosicché restasse senza rose, o meglio senza rose con spine e senza rose senza spine. Già, ma senza rose, con cosa si sarebbe potuta soffiare il naso? Coi petali delle rose, prima, se lo soffiava ch’era un piacere; infilava un petalo nella narice di mezzo. Così il naso, non a caso, era bello, pulito, e poteva starnutire senza timore di spruzzi. Sempre già, perché madama Pièdiscorta viveva di starnuti; una polpetta per ogni starnuto e tirava avanti: ed era la più gran starnutista della zona; tutti si recavano da lei per starnutire e lei, starnutendo invece altrui, guariva dal raffreddore in inverno e dal racaldore in estate.

    Solamente che per fare tale mestiere, aveva bisogno di poter sfruttare e svomitare a fondo tutte le qualità del proprio nasello, e cosa che accadde che senza petali di rosa non poteva condurre in porto, vuoi perché non sapeva navigare, vuoi perché solo essi, i petali di rosa, potevano mitigare il flusso di secreto nasale a puntino per i suoi starnuti. Dal giorno in cui falciò tutto il suo rosame, la nostra Madama appese il cartello di fallimento, e nessuno più giunse a suo clientaggio.

    CHE far? CHE far? CHE far? Sparar? Morir? Crepar? NIET!

    Madama Pièdiscorta era tutta d’un pezzo ( solo la sera riponeva la testa in un comodino), e laddove non poteva o potevano arrivare la buona sorte, sarebbe arrivata lei: in poche parole, d’ora in poi la vedremo girovagar nel mondo a ricercar la rosa senza spine.

    Dato che il percorso si preannunziava lungo, Madama fa provviste: qualche bottiglia di tonnino, scatole di vino, sacchetti di minestrone, un thermos pieni di angurie ed una cesta di salmì. Caricò il tutto sulla sua radiolina a vela, si procacciò dei vestiti, qualche fabbisogno quindi. Partì.

    La radiolina a vela di Madama Pièdiscorta funziona autonomamente: solca le onde radio ovunque diffuse grazie all’antenna appuntita che le infrange dolcemente; la vela inoltre può far le veci delle onde quando le trasmissioni fossero terminate.

    Attenzione: questo è il PUNTO A

    ( capirai dopo a cosa serve, per ora vai avanti )

    Veleggia e riveleggia, giungiamo al primo approdo: Cactuspelato, dove la vegetazione locale, il cactus, vegeta senza spine. Per questo motivano: Madama nostra s’illuse che anche le rose fossero tali. Ma di rose manco l’ombra.

    Spuntò il sole, e le ombre comparvero, però anche se c’era l’ombra (della rosa), la rosa non c’era. OH? BELLA!

    Ed era un’ombra di rosa senza spine. Già, e madama Pièdiscorta, ch’era furba, s’era portato seco un po’ di semi di rosa, che piantò in quelle terre attendendo il germoglio.

    E col sol della serra, ecco che spunta si, ma che cavolo di germoglio è? E’ un’ombra di germoglio. Bell’affare! L’ombra crebbe, e divenne ombra di rosa senza spine.

    Madama Pièdiscorta si mangiava le orecchie per la rabbia di non poterla cogliere. Cercò di strapparla, violentarle, potarla, ma cicca! L’ombra restava sempre lì.

    Che far? Che far? Che far? Tagliar? Partir? Sputar?

    Niente di tutto ciò, ella si mosse dai suoi indugi e cercò di raccogliere informazioni utili al ritrovo della rosa senza spine (concreta).

    Fermò un’ombra di passaggio e le chiese ciò:”Scusi, dove posso rinvenire una rosa senza spine?”; “Chi di rosa ferisce di spina perisce!”

    L’utile informazione pose madama Pièdiscorta alla ricerca della spina di pera, ove senz’altro avrebbe trovato la agognata rosa. E così, ecco che…… dopo pochi minuti, ecco il pero, o meglio la grotta a forma di pera; il cui accesso era cosparso di spine… tutte le spine delle rose senza spine che si accumulavano così per difendere le stesse.

    Salendo sulla cima, madama Pièdiscorta non scendeva. Però, dopo un po’, salir non si può più. Proprio così, direi, la salita alla grotta Pera si fece d’un tratto tanto ardua da essere quasi inaccessibile (censura), irraggiungibile. Difatti la ripida salita si era trasformata in una scalinata, tanto poco ripida che nessuno avrebbe potuto salirla; Nessun problema infatti ci sarebbe stato se gli scalini non fossero alti circa tre l’uno, il due e il tre e il sette.

    Fortunatamente la nostra Madama aveva buon uso delle sue gambe telescopiche: una tirata all’unghia dell’alluce, ed ella sale ale le e.

    Mondo frigorifero! L’è mica vero che, lì per lì, ti arriva il solito pseudo gnomo a tirarti la fregata.

    “Trallallero trallallonzo, balla Budda con il bonzo, la farfalla con il baco, la zucchina con il caco, la castagna col ciclamino, il sapiente col cretino… E tu, donna donnosa, cerchi forse una tal rosa?”

    Madama, lo guardò allibita: “Certo! Una rosa senza spine”

    E allora lo gnomo:

    “Zutta zutta zutta olè, quella rosa qui non c’è, ma però poco più avanti (balla il whisky con il chianti), ve n’è certo un bel casino, zutta zutta ogni bambino”.

    Madama, guardando lo gnomo, cercò di capire se v’era del vero nelle sue parole; comunque, a scansare gli equivoci, lo questionò nuovamente:

    “Stanno avanti di molto, lo gnomo mio?”

    “Bello, ballo, bollo e bullo, sotto i piè il profumo è nullo, ma comunque, mia signora, qui in avanti qualche ora, v’è la grotta periforme che di rose ha ogni forme”.

    E va bè: madama, riconvintasi dell’efficienza del suo camino, riavanzò verso la grotta sempre più vicina (meno lontana).

    Un lungo picciuolo traslocava la sua ombra sul terreno muschioso proiettandola come fosse un rettilineo retto e lineo, quella poteva essere l’indicazione giusta: peccato, lì x lì uguale lì al quadrato, che fosse lunga qualche centinaio di miglia canadesi.

    La madama dovette far buon uso dei suoi calli sottoplantari per pattinare sul muschio viscido, grazie a questo sistema di trazione bruciò miglia su miglia fin quando un clamoroso incendio prese vita ardendo furiosamente nel tutt’intorno… cosa calcolata in quanto, bruciato il tutto, ella si trovò prospicente la grotta in un battito di ascelle ( ma che fetore direbbe Giancesare Airoldi )

    L’ingresso alla grotta era occluso da una montagnata di grosse pere marce che formavano una struttura unica marmellatiforme e di conseguenza molto appiccicosa: ancora una volta le doti di madama Piediscorta si rivelarono utili per bypassare anche questa difficoltà… come fece? ( dirai tu )

    ( che ti importa? )

    Dico io

    Importante che potette entrare e, finalmente, trovarsi a tu per lei ( uguale 76 ) con la famigerata e ricercatissima nonché agognata strasognata e desiderata Rosa Senza Spine

    Uno splendore di fiore mai visto: gambo erculeo di massiccio color verderame, quasi brillante, e fiori detonanti di bellezza e profumo inebriante come fosse un mix di taleggio bergamasco e rosa verbena, qualcosa di penetrante le narici al punto di trapanarle da parte a parte come fossero tunnel transalpini !

    Sbalordita e affascinata madama colse questo fiore incantevole, oggetto massimo dei suoi desideri più remoti, ponendolo nella apposita bisaccia portarose in velluto e resina che recava con sé, quindi scintillante di gioia e soddisfazione, fece via via ritorno verso la sua regione, dove si trovava la sua magione, camminando e trotterellando a larghe falde come fosse una legione in prigione.

    Al suo arrivo il popolo festante cominciò a sparger voce chi qui, chi lì, chi qua, chi là, diffondendo notizia del suo ritorno: il raffreddore poteva nuovamente essere curato dalla mitica madama che si apprestava così a riprendere la propria attività di starnutista.

    La rosa senza spine campeggiò presto in un immenso vaso di cristallo trasparente come un cristallo e luminoso come un cristallo di cristalli cristallini, i suoi fiori erano fantastici, i petali morbidi come seta vetrata e profumati, come detto, del mix bergamasco-rosaceo di cui sopra ( non fatemi ripetere le cose )

    Si riavviò così tutta la trafila di sternuti, cure relative, soffiamenti nasali con i petali della rosa senza spine, e madama si compiaceva momento dopo giorno di come brillantemente avesse risolto i suoi problemi: non c’era più l’ombra di una puntura sulle sue dita, e poteva raccogliere petali in quantità senza il minimo benchè danno… favoloso!

    Un successo delle proprie intenzioni, un riconoscimento alla sua volontà e un riconoscibocca alla sua forza d’animo.

    Quando la rosa appassì ( circa 3 weekend dopo ) madama Piediscorta si ritrovò senza, e ripartì per recarsi alla ricerca di un’altra rosa senza spine…

    Per continuare la storia, puoi rileggerti all’infinito dal punto A sino a qui

    Grazie

  • 12 ottobre alle ore 23:20
    Il gobbo

    Come comincia: A vederlo per strada sembrava essere il fratello di una carriola, sembrava più la ruota svirgolata di un motofurgone per andicappati, piuttosto che un uomo. Era il gobbo. Il gobbo del paese. E tutti sapevano di lui, della sua gobba.

    Era solo il gobbo del paese.

    E per i bambini che lo rifuggivano, per le ragazze che lo schivavano, per i vecchi che lo temevano, era solo il gobbo, brutto; orrendo; spaventoso gobbo…

    Ma le stagioni cambiavano anche per lui: per il gobbo i fiori che sbocciavano sui rami in germogli di esplosiva bellezza contaminavano anche il suo corpo deforme, davano al mondo, a tutto il mondo, al suo mondo e ai suoi occhi, il piacere di scoprirsi vivo; mente nel proprio corpo, occhi sul suo mondo, mani sulle sue braccia; uomo nella sua dimensione umana, di umano in un mondo di uomini che tuttavia lo rifiutavano. Era estate, e lui era solo il gobbo; portava pesi sulle spalle, gobbe, e curvo sulla sua schiena, lavorava la terra e le pietre, portava al fiume legna e attrezzi da lavoro: sentiva la fatica scendere sul suo corpo e le braccia appesantirsi, le rive del fiume riflettevano il verde della sponda e l’immagine storpia e affaticata.

    Il gobbo parlava da solo, tra fiori e acqua. Si accorse che passando le stagioni, gli anni e il tempo, le sua membra non si intorpidivano, il suo vecchio cuore non si fermava, i bambini che una volta lo schernivano stanno già morendo di vecchiaia; il gobbo stava vivendo a lungo.

    Nacque una leggenda, una credenza, ma era verità: il gobbo non moriva mai, ai suoi occhi generazioni intere lo deridevano, bambini lo schivavano, vecchi e donne lo temevano.

    Portando un peso ormai secolare, il gobbo tornava alla sua riva, al fiume che sempre ne aveva specchiato l’immagine rugosa e spenta.

    Il fiume lo specchiava, i fiori attorno lo accoglievano a sedersi tra un’erba che sarebbe appassita sopportando il peso di un uomo che non muore…

    La leggenda continua e continuerà sempre, finché il gobbo tornerà normale, e morirà con i mortali, deridendo e temendo chi è diverso da lui.

  • 12 ottobre alle ore 23:19
    Filobo e la musica

    Come comincia: Fin da picciuolo, il piccolo Filòbio passava il tempo.

    Da grande, essendo sempre vissuto, decise di continuare a vivere. 

    Orbene: il piccolo Filòbio, da piccolo, ossia quando non era ancora grande, pativa costantemente la fame ma lui, goloso com’era, non sapeva rinunciare al cibo. Era povero in cannuccia, non aveva una lira né un’arpa in tasca, non aveva la minima idea di come procurarsi dei conquibus e via dicendo con problemi di questo genere…

    La mamma gli passava quel poco di cibo (ben poco) necessario per sopra vivere, e lui s’ingegnava come poteva per farlo risultare gustoso (cosa non facile!).

    Piume di piccione deterse in ammollo e scaldate alla candela, radici di maiale puntualmente crude, coda di cavalletta la domenica, foglie secche in autunno e acqua piovana quando e se c’era il sole.

     

    Filòbio condiva questi miseri cibi con un po’ di sabbia, polline di camomilla, o anche con le secrezioni dei volatili che raccoglieva con un raschietto dalle macchine e sui davanzali delle case.

     

    Nutrendosi di questo cibo, Filòbio non poté che venire su non con l’ascensore ma magro come un chisento (o chi-odo che dir si voglia) sognando in continuazione di poter da grande, o perlomeno un dì, mangiare i cibi più costosi del Mondo.

     

    La mamma gli aveva avvicinato una bella ragazzina per indurlo ai primi sentimenti dicendogli: "La donna è come il chiodo, o lo pieghi o la pianti" (famoso detto popolare) …. Lui non la piegò né la piantò ma se la mangiò.

    Pur di mangiare qualcosa d’originale tagliava la coda ai cavalli, rubava i tergicristallo dalle auto in sosta, brucava nei prati come una mucca che vede un filo d’erba dopo essere stata per sei mesi a digiuno, suggeva il muco secreto dalle lumache, impastava fango e residui plastici per imbottire le lattine vuote, s’ingegnava in miglia e più un modo (eguale migliuno) per godere del piacere di gustare un buon cibo.

     

    Però non disdegnava il traguardo della ricchezza per coronare i suoi desideri; purtroppo non aveva mai avuto il rostro di un quattrino per investirlo in qualcosa d’utile.

    Non ce l’aveva, naturalmente, fino al giorno in cui non l’avette.

    Nei suoi lunghi giri alla ricerca di qualcosa da mangiare Filòbio s’imbatté, due giorni diviso due, in un bel monetino da, circa, trentaquattro Lire.

    Si pose sulla strada provinciale e cercò di investirlo: lo mise in terra, rubò una carriola e vi si diresse contro a tutta velocità, il monetino andò in trentaquattro frantumini…

    Raccoltili, Filòbio li intascò e cercò il modo di diventare ricco; andò in una bank e chiese di depositare tale capitale.

    " Al massimo questo è un capoluogo, ragazzino… e poi è un poco rotto e non vale un moscerino. Torna donde venisti, avrai maggior fortuna! "

     

    Filòbio mesto, pesto, lesto…

     

    " Possibile che non ci sia un modo di far fruttare il mio capoluogo? "

     

    Provò in fin della fiera a piantarlo in terra; per farlo crescere sano e vigoroso lo covò per qualche settimana più qualche ottavana finché spuntò un germoglio.

     

    " Eureka al cubo!!! " Gridò Filòbio, e da quel giorno intensificò le proprie cure….

    Il germoglio crebbe e dopo pochi mesi ecco spuntare i primi frutti: chiamarli frutti è forse un gergo poco scientifico, ma si suppone che lo fossero, anche se richiamavano più un rospo che un vegetale; Filòbio da quel momento non distolse un solo attimo lo sguardo da essi.

    Notò che verso la quindicesima sera, alcuni cominciarono a cantare, e dopo poco caddero.

    Ne prese uno, cercò di capire cosa fosse, a cosa potesse servire….

    Macch’ !!!!!

    Erano come rospi col marsupio, bucati all’altezza dello stomaco, color pistacchio, viscidi rugosi e gelatinosi, grinzosi come una dentiera d’ippopotamo che ha mangiato limoni acerbi per una vita, ininfiammabili, con ciuffi di peli verdi, a sei code e qualche occhio… Inolquattro cantavano come dei pesci paralitici e gorgheggiavano come un nonsoché d’uccellin.

    Ponza e ripensa, non capiva che diavolo potevano essere: forse erano buoni da mangiare in salmì, alla sabbia, al ragù di topo… ULTRABHO!!!!

     

    Evabè. Ancora una volta facciamo intervenire ed interarterire il destino altresì noto come fato: passava in fatti, anzi in questa storiella, ma in fatti lo stesso, un tale uomo che s’intendeva ed intirava di musica; quale musica, direte Voi… quella nuova! Dicoio.

    Ed intendendosene al punto da intendersene, propinò al Filòbio la soluzione de’ suoi problemi: lanciare quei cosi nel campo musicale.

     

    Il lancio fu preparato: lo preparò il manager, ché se lo avesse fatto Filòbio i ‘cosi’ sarebbero tutti spetasciati. Il complesso fu introdotto sul mercato col nome de: ‘Filòbio & the schifezz’ e in breve fu pronto il primo disco destinato ad indicare il livello del complesso…

    Evitiamo di darvene il titolo o il testo, annotiamo solo che si possono sentire dei rumori mai sentiti, di un’originalità incredibile: i ‘cosi’ infatti si erano prodotti in una profusione di versi che richiamava quelli dei talponi in amore misti al verso di un formichiere ingozzato dalle troppe formiche.

     

    Ciò non toglie che la musica potesse impressionare il pubblico, anzi… lo impressionò al punto che anzi.

     

    Il nome del complesso in ascesa sibilò ben presto per l’aere giungendo all’orecchio d’ogni terrestre e non ci fu chi, a quell’epoca, ne ignorasse il nome, la sua esistenza o il suo usibile.

    Il primo disco, grazie al geniale arrangiamento del manager, ottenne un successo senza dispari, e già schiere di fan cominciarono a seguire il gruppo in ogni particolare: si stava delineando il primo sintomo di Filòbiomania… In breve i dischi si moltiplicarono: i ‘cosi’, che la scienza era riuscita ad individuare come esseri semianimali, avevano il nome scientifico di Tapirugio Gorgheggians Vulgaris; Filòbio insieme a loro prese a girare il mondo in affascinanti tournééééS.

    Diamo un’immagine di un concerto, non potendovene dare un’incisione: sul palco immenso compare tra le urla dei fan un essere batraciforme dietro l’altro, poco dopo ecco giungere pure Filòbio che dirige magistralmente l’orchestra; un coro di versi indescrivibili si leva dal palco, il concerto prevede ben otto esecuzioni: Concerto in rutto minore, Tapirugità, La voce dei cosi, Versacci solisti, Amenità, Misteri della Musica, Sesta sinfonia Tapirugiana, Assolo di coso.

    Il concerto in ben presto volge in un turbinio di applausi ed è impossibile rendere l’esatta idea di ciò che accade realmente… il palco letteralmente sommerso di gelatine lanciate dal pubblico in visibilio, urla isteriche, applausi frenetici, slogan e cartelli.

     

    Filòbio centrò colpo su colpo sfoderando un disco dietro l’altro, quando uno dei suoi Tapirugi si ammalò di BBC l’ospedale in cui era ricoverato fu preso d’assalto da fan ansiosi di sapere l’esito dell’operazione.

     

    Filòbio si tolse tutte le soddisfazioni che gli erano state negate in gioventù: aveva promesso che se fosse diventato ricco avrebbe mangiato i cibi più costosi di questo mondo… ordinò dunque di recarglieli!

    Mangiò cibi preziosissimi per qualche tempo, ma c’è da dire che la cosa non era molto di suo gusto: caviale setacciato misto a polvere di avorio grattugiato e frammenti di smeraldo, lingue di pappagalli dal Giappone condite con perle sciolte e opali tritati, rubini liquidi come bibita, salmistrato di persico reale imbevuto in salsa di diamanti… Oltre che non essere di suo gusto, non era per nulla convinto che fosse il cibo più prezioso del mondo; assunse quindi degli investigatori per scoprire cibi ancora più preziosi ma fu lui stesso a trovarli, casualmente…

    Recatosi al circo più famoso dell’epoca, Filòbio notò che v’era un cavallo di eccezionali prestazioni, che il presentatore annunciò come l’unico cavallo nella storia in grado di compiere dieci salti mortali senza rincorsa, capace pure di correre a 130 orari su due gambe all’indietro, buono anche di saltare 40 MT in lungo e 35 in alto.

    Filòbio pensò che un animale così prezioso era il cibo che faceva per lui e si recò dal proprietario per acquistarlo: lo pagò qualche miliardo…

    Si convinse che niente era più utile degli animali famosi: disse ai suoi investigatori di procurarglieli affinché li potesse mangiare; così tra un concerto e l’altro, tra un disco e una conferenza stampa, si cibava di uccelli dal canto soave, di scimmie dalle prestazioni eccezionali, cani eroici eccet……

    La sua attività discografica continuava a pieno ritmo e poteva permettersi così di mangiare tutto quello che voleva, si avviava a diventare una star!

    Il nuovo sound lanciato sul marcato si svolgeva a ritmo di Schif’n’roll, era sempre imprevedibile, fresco e genuino… Colpiva, se non proprio allo stomaco, perlomeno al cuore di chi lo ascoltava: i deceduti per infarto non si contavano più, la Filòbiomania era una realtà concreta che lui stesso costatava di persona quando migliaia di fan lo assalivano e asbausciavano per strappargli un pezzo di vestito o una ciocca di capelli.

     

    I Tapirugi, nondimeno, se la spassavano come dei Tapirugi che se la spassano, si riproducevano regolarmente dando così il via ad una nuova specie sulla Terra, erano assistiti sa schiere di schiavi e servitori sempre e puntualmente ai loro ordini, nutriti e sfamati abbondantemente, protetti e spalleggiati da quasi 2.000 poliziotti.

     

    Frattanto Filòbio cresceva a base di animali famosi: divorò tutti gli animali attori, la scimmia che per prima era stata lanciata nello spazio, le cavie personali di Pascal, tutti gli animali sacri dei popoli feticisti, le vacche sacre indiane e il bue api egiziano, il cavallo di Custer e quello di Garibaldi, nonché l’ultimo bronchiosauro esistente sulla Terra e l’altrettanto ultima balena verde.

     

    Usciva l’ennesimo 55 giri "Un Tapirugio e una donna-Quel mazzolin di scrofe" primo posto in tutte le classifiche di vendita; l’LLPP da cui era estratto batté ogni record.

    Filòbio pensò nuovamente di ricorrere a cibo più prezioso: carne umana, la più famosa, si intende. Assoldò mantenendo l’anonimato nuovi ricercatori che gli procurassero il cadavere delle persone più famose, per nutrirlo.

    In breve sulla sua mensa presero posto il presidente della repubblica Cinese, Americana, Inglese, il primo astronauta, lo scopritore del mal di testa, l’inventore delle scarpe e quello del bottone, l’uomo più vecchio della Terra (un po’ coriaceo, invero) il conquistatore del Biafra, l’esploratore della foresta di Chicago e molte altre eminenze chi lesso, chi fritto, chi rosolato e chi tritato, sempre conditi e conmani a base di salse costosissime e spezie orientali.

    Filòbio, pagando egregiamente i suoi fornitori, ritirava i cadaveri sempre con un cappuccino al latte per non farsi riconoscere, quindi conservava in frigo i suddetti fino al momento del party. A volte aveva avuto dei commensali e commenpepi alla sua mensa: era riuscito a far mangiare alla moglie del capitano di sventura più celebre del mondo il suddetto marito, e a far apprezzare a molti uomini e donne i rispettivi consorti e condestini.

     

    Erano passati intanto e inpoco nove anni dal suo successo iniziale e Filòbio era ricco come un pascià; ben nutrito e nugrattuggiato sfornava canzoni (!) come un distributore di.

     

    I Tapirugi erano oggetto di studio da parte di tutti gli scienziati, ma nessuno era mai riuscito a capire da dove erano saltati fuori, Filobio non diceva certo che erano nati dal seme di trentaquattro Lire investite con una carriola e gli scienziati, HA! HA! Si scervellavano in continuazione e continuanonnone per capire che CAVOLO erano.

    Essi, dal canto loro, (che canto, poi…) si preoccupavano solo di partecipare ai concerti durante i quali profondevano tutte le loro capacità. Per il resto del tempo dormivano con gli occhi aperti, scodinzolando le orecchie e grattandosi la carotide, si nutrivano di bachi da seta possibilmente dell’India, o di formiche rosse dell’Uganda.

     

    Di fronte al successo che gli arrideva sempre di più Filòbio pensò di comprargli una dentiera nuova dacché gli potesse arridere ancor più egregiamente. Per il resto, non un assegnino ma tourneèèèééés in continuazione da un capo ad un piede della Terra, sempre incidendo nuove canzoni, esibendosi di fronte a folle immense che sommergevano a tal punto la musica che era difficile sentire un solo verso in quel casi.

    NO.

    E ovunque andasse, vuoi Cina, vuoi Madagascar, vuoi Bangla Desh, vuoi Marocco Cile Bolivia o chi altro, riceveva un’accoglienza a dir poco quel che diremmo a non dir tanto.

    Cibandosi di personalità sempre più eminenti aveva sempre la forza di gridare, cantare, girare, parlare, ballare….

    ( ……. )

    Quella sera, i suoi ricercacibo, lo vennero.

    Mentre riposava nella vasca da bagno gli giunse una accoltellata nell’orecchio che gli trapassò da parte a parte il piede.

    Stramazzò ammazzo per terra o meglio, al pavimento ed essi lo portarono via, ignari che fosse il loro padrone.

    Quella notte di quella sera, in piena notte di notte, erano sul molo della città con il loro fardello pronto per essere consegnato, ma attesero molte ore prima che il loro padrone venisse a ritirarlo… sul far dell’aurora pensarono che non sarebbe più venuto:

    "Quello là ci ha fregati, ma mò lo freghiamo noi!"

    E così dicendo accesero un bel girarrosto e il morto se lo mangiarono tutto loro.

  • 12 ottobre alle ore 23:18
    Il costruttore di fontane

    Come comincia: Il carovaniere che, strisciando in quel di Pannocchia, vedesse una fontana, orbene: sappi che essa è di Mangime.

    Sì, Mangime era un vecchio fontanaro dalla barba zampillante, gli occhi sempre gli stessi, capelli sciolti e incanutiti dallo scorrere dei secoli.

    Viveva, come dissimo, in quel di Pannocchia paese, quello i cui abitanti sono i chicchi e ognuno si chiamava Mangime; in effetti, da qualche tempo, il nostro fontanaro era l’unico abitante di quel paese. Un paese ridente, com’è logico: così ridente che, quando sorrideva, le montagne e le fontane tutt’intorno scoppiavano dal ridere.

    Mangime era un perito costruttore di fontane: aveva inventato la fontana a periscopio, quella a carriola, quella a valvole, quella a molla (…) e più ne costruiva più ne costruiva.

    Però, da qualche tempo, gli Striglioni gli impedivano di costruire le fontane. Ogni volta che si accingeva a fare una fontana, ecco che gli Striglioni gliela tappavano con una bietola.

    Questo è il motivo per cui il carovaniere che, strisciando in quel di Pannocchia, vedeva le fontane, adesso vede solo quelle bietole infisse nel terreno.

    Probabilmente, Mangime si è già arreso ed ha proseguito a non fare più fontane; però, per continuare il racconto, sarà d’uopo immaginare che non lo si sia arresosi e. lottando contro gli Striglioni, stia lottando contro di essi.

    Era molto tempo che egli sognava di fontanare il deserto attiguo a casa sua con una bella fontana a secco.

    Così quella sera, alle 8 di mattina, eccolo che lascia la sua privacy a bordo delle sue scarpe, e si incammina verso il deserto con i viveri e gli immancabili arnesi atti a edificare la fontana: un tubo sferico ed uno tascabile, qualche apriscatole, una lampadina a gas, un campanile da passeggio, qualche pesce che scorrazzi e sguazzi e montagne di minuteria…

    Maledetti Striglioni: il nostro Mangime è già in difficoltà. L’hanno fatto finire in una profonda buca ed egli, il nostro eroe, cerca in tutti i modi di uscirne fuori, ma invano. Fortuna che sa come fare: una spruzzata di carciofi-spray nell’aria e gli Striglioni si allontanano cosicchè egli, indisturbato, può scendere fuori dalla buca agitando i baffi.

    Il deserto è già iniziato: interminabili distese di arido suolo spoglio, decrepito, secco, asciutto, caldo e via dicendo.

    Però Mangime non trova il luogo che più gli confà per fare la sua fontana a secco.

    La prima sera del secondo giorno, approda ad una pianura del deserto, il resto invece era pianeggiante.

    Decide ivi di mettersi al lavoro.

    Passano due, tre, quattro giorni e Mangime ha quasi finito la costruzione: la vasca, gli orli, il getto, il motore e la pompa ma il giorno dopo, ossia quello prima del collaudo, gli Striglioni gli bietolano la fontana.

    Senza arrendersi, egli si rimette in cammino, vagando senza riferimento; in breve gli Striglioni cercano di fermarlo, mettendo una spirale sulla sua strada, così che prende a girare vorticosamente mentre i capelli gli spuntano a fiotti dalle braccia e dalle spalle. Ma il saggio Mangime sternuta, e la spirale se la batte con le gambe in bocca…

    Naturalmente non è che l’abbia vinta, solo che siccome chi la dura la vince, un po’ ha vinto anche lui.

    Mangime sa come sono fatti gli Striglioni ma qualcuno di noi forse no. Sappi, quegli, che essi assomigliano ad un tacchino con sembianze umane, trasparenti ma non incolori, sono infatti color bietola, e se qualcuno ha mai visto una bietola trasparente, può immaginare agiatamente di quale colore essi fossero.

    Essendo di tale colore, quando tenevano in zampa una bietola diventavano invisibili, giacchè essi si mimetizzavano con la bietola e la bietola con loro !

    Verso sera, intanto, un nuovo agguato… Mangime viene scagliato giù da un balcone ! Sa il cielo cosa ci facesse un balcone in pieno deserto, tutto sta che c’era!!! Ma poiché la casa che lo teneva su non c’era, il balcone era molto basso tanto che il nostro costruttore di fontane non si è fatto una mela.

    Anzi, duro ed imperterroristico, riprende a lavorare mattonando una nuova fontana a secco.

    Tira, allunga… chili di calce e tubi che volano, rondelle e viti, vino e bisce, martellate e fagioli la fontana viene, pian piano, su…

    Il sole verso sera tramonta facendo giungere la sera e Mangime, alla luce del buio, lavora ancora: chissà mai se riuscirà a vincerla !!!

    A notte inoltrata avvita l’ultimo cacciavite e fa la prova: funziona!!! Il getto d’aria sale visibilmente con potenza inaudita e ricade nella capace vasca. Mangime ha vinto, sì… ma sino a quando ?

    Non dimentichiamo che gli Striglioni sono sempre all’erta e attendono solo l’attimo propizio per bietolare anche questa fontana.

    Il nostro costruttore, dunque, edifica delle propulte tutt’intorno alla fontana e, allontanatosi per tornare sui suoi passi, ecco che gli Striglioni, appena si avvicinano alla fontana per bietolarla, vengono sparati in cielo con le loro bietole.

    Trappola perfetta, caro Mangime, ma forse non avevi prefisto che ti potessero bietolare anche quella… Così gli Striglioni ti bietolano propulte e fontana e tutto va rifatto.

    Qualche giorno dopo Mangime ha costruito una nuova fontana, anche questa perfettamente funzionante e si congratula con lui stesso. Per proteggerla dagli Striglioni, stavolta, la circonda con un grosso muro senza uscita. Proprio senza uscita, tanto che stavolta, messo l’ultimo mattone, si accorge che non può più uscire. Per due giorni e tre notti patisce fame, caldo e sete.

    - Se almeno avessi qualche bietola – pensa tra sé e lui.

    Manco a dirlo ecco una bietolata sulla cervice, così può prima mangiare quindi, sbietolando a tutto andare, esce dal recinto, senonchè si è dimenticato di avviare la fontana…

    - Chi ha voglia di tornare dentro ad avviarla ? Io no di certo, meglio farne un’altra !!! –

    E così è: la nuova fontana è quasi più bella delle altre: alta, possente, lucida e profumata, adorna di fiori e poesia. Mangime, quindi, la protegge con un campo minato ma chiaramente gli Striglioni gli bietolano anche le mine sicchè, esplodendo esse, anche la fontana va in frantumi.

    Roba da spararsi: anche una tempra dura come quella di Mangime si sta sgretolando… In quella, una lampadina si accende nel suo piede e l’idea si concretizza in una nuova, stupenda fontana: la fontana a bietole!!!!!

    E gli Striglioni, più che la bietolano, più che essa bietola… Certo!!! Perché una fontana a bietole bietola in continuazione!

        Mangime

    Soddisfatto, mangime torna alla sua casa in quel di Pannocchia che aveva lasciato da tempo. Oh, maraviglia!!!

    La fontana a bietole bietola ancora, bietolando in continuazione a tutto spiano, resistendo agli Striglioni, al tempo e alle bietole…

    Da lontano, Mangime si lecca la lingua: vede il getto della fontana dei suoi sogni svettare nel deserto; oh, quale fierezza per un animo così sentimentale, quale tripudio per un vecchio così mesto!

    Mentre il sole tramonta come sempre là dove non tramonta mai, Mangime sorride:

    - La chiamerò Barbabietola – pensa….

  • 12 ottobre alle ore 23:16
    Cavolomeda, il pianeta

    Come comincia: Mentre passeggiava per un passaggio pedonale, il buon Sdrusieta fu rapito da un gufo. Notizia falsa, in quanto non era un gufo bensì un ufo.

    Anche se molti non ci crederanno, questa storia è atta a ridare credito alla fonte credente: essa tratta infatti di un matto di cronica realmente accaduto nella fantasia dello scriba che scribe. 

    Sdrusieta viveva sul mondo terrestre, ma passava intere giornate e giornmorte a scruttare il cielo per caprirne i molle segreti che esso celava a quei tempi e cela, peraltro, tutt’o’ra.

    Bisogna sapere che Sdrusieta ammirava il cielo con strumenti da lui stesso appositamente costruiti: un paio di occhiali da soli per sc-ruttare nelle più intime forme dell’astro, un paio di occhiali da lune, pel simil uso, un paio invece di trampoli per avvicinarsi di più ai pianeti che circondano e teatrondano e ammirarli in ogni lor minimo parti-oculare; acchiappafarfalle elaborato ad acchiappastellecadenti, martello per martellarsi la cervice e diventar lunatici, pila per illuminare a giorno anche pianeti come Marte non dotati di luminosità intrinsega… 

    Da parte sua Sdrusieta era un uomo giovane di molte aspettative, ansioso di vivere e scoprire qualcosa di nuovo nel cosmo., desideroso di contribuire validamente al progresso nel campo scientifico e in quelli cosmologico, cosmoillogico, spaziale, extraterrestre, galattico, siderico ecciotera.

    Il nostro homo era dotato di caratteristiche non comuni e tantomeno province, che gli consentivano di applicarsi ai campi citati un po’ come una mosca nella colla.

    Sdrusieta, dai capelli multicolori che col sole ballavano, gli occhi aquilini, il naso espressivo ed un sorriso che conquistava, corpo da fusto e muscoli podeorosi, era il classico uomo del tempo dalla personalità poliedrica. Ampiamente dotato in tutto, sapeva far di tutto; contare da 3 a 9 seguendo la tabellina del 3, saltare da uno sgabello di 10 cm a terra senza divergere le zampe, spaccare un lampadario di cristallo con un rutto, schiacciare un lumacone con una castagnata…

    Sdrusieta però aveva un pallino infisso: voleva a tutti i costi, costi quel che costi, venire in contatto con degli extraterrestri: per questo tutte le sere, uscito di casa al sorgere della luna, ossia al tramonto del sole, in pratica verso sera, si recava in un luogo isolato e penisolato dal resto del mundo e aspettava il loro arrivo.

    Perché aveva scelto proprio quel posto, ossia una collinetta piatta erbosa e paludosa popolata da pesci-rana ed insetti domestici? E’ ovvio che ne avesse buon motivo di fare ciò! Proprio in quel luogo, in effetti, qualche tempo prima aveva visto, così diceva, atterrare un 45 giri volante e da esso sarebbero discesi adunque degli uomini microsolchiformi che cantavano a squarciagola un nonsochè nel loro linguaggio. Da quella sera, tutte le sere, sia il lunedi che il lunedi, Sdrusieta era su quella collina piatta per vedere se ‘sti dettibene extraterrestri si decidevano a venire a fargli visita. Portava sempre con sé un sacchetto per fotografarli e una scimmietta come testimone dell’eventuale evento.

    Erano praticamente 50 anni e 15 mesi che esso aspettava tale venuta, ma ciò nonostante di extra manco a parlarne, di terrestri, poi, manco a meno. Se saltiamo tutte le sere che essi non sono venuti, però, e seguiamo solo le sera in cui viceversa (viceversiamo, viceversate, viceversano) essi venuti lo sono, allora ci eviteremo 50 anni e 15 mesi di racconto per goderci di contro solo una sera di racconto spassionato avvincente apperdente interessante eccitterio.

    Verso sera, quella sera, Sdrusieta si reca alla collina piatta munito dei suoi soliti attrezzi, e sedutosi all’ombra di uno stagno scruta il cielo speranzoso e fiducioso: verso la mezzanotte, incredibili a dirsi, leggersi e a sapersi, ecco che nel cielo compare qualche cosa che di solito non compare; una strisssssssia luminosa strissssssiforme che illumina tutto ciò che vede; raddrizzando lo sguardo, Sdrusieta intuisce che forse è venuto il suo momento e si appresta a accogliere degnamente gli arrivanti.

    L’astrobarca che li conduce plana dolcemente verso la terra atterrando vicino allo stagno nel quale Sdrusieta era appostato, da essa escono alcuni esseri che si guardano attorno circospeziosi e poi, dopo essersi vestiti, si tuffano nello stagno. Sdrusieta annota il fatto sul suo block-notes e osserva nuovamente… nuotando gagliardamente nello stagno gli extraterrestri guazzano gioiosamente, quand’ecco che la scimmietta del nostro astronomo, spaventata, comincia a muggire mettendo sul chi non muore i bagnanti.

    Essi all’udire ciò balzano in piedi e usciti dallo stagno nuotano verso Sdrusieta e, raggiuntolo, lo portano via con sé…

    Tutto contento il nostro amico appunta tutto sul suo bloccanote finanché viene sottoposto all’interrogatorio da parte degli extraT :

    - Cavolì cavolò, cavolem cavulàm, che cavul cavolei ? –

    A onor del vero il nostro Sdrusieta non ha capito un cavolo di quello che gli è appena stato detto e risponde come può:

    - Cavolitt, cavolatt, cavolfior dei miei ciabatt – 

    I Cavolotici, guardandosi nelle orecchie, cercano di intuire il significato del detto…

    Sia Sdrusieta che i Cavolotici avrebbero voluto intendersi, per reciproco interesse, ma purtroppo nessuno è in grado di fare da interprete tra le due specie. Per molto tempo essi cercano di trovare una formula adatta a intendersi:

    - Cavolucchio cacolone cavolotto cicerone, cavolqui, cavollà, càul càaul va a pescà! –

    - Cavoliamo cavolate cavolicchia pure il frate, cavoletto cavolino cavolicchia il contadino! –

    - Cavolatu, cavoloio, cavolenda, cavolo a merenda! –

    - Cavol fritto, lesso o al forno, quanti cavoli qui intorno! –

    Niente da fare: per quanto se ne sforzino, né Sdrusieta né i Cavolotici riescono a cavare un ragno dall’orifizio.

    Intendersi a gesti ? Manco a parlarne… i cavolotici vedono con le orecchie e gesticolano con il naso, quindi anche il linguaggio dei gesti, sinora ritenuto internazionale, non diverra mai linguaggio universale?

    Io mi chiamo Sdrusieta – 

    Cavol cavol cavolfioreò! –

    Nulla da far.

    Neanche la presentazione riesce: il nostro Sdrusieta comunque annota tutto quello che gli capita a tiro per riportare sulla terra il maggior numero di nozioni possibile, nota l’interno della navicella, gli strumenti di bordo e un grosso recipiente pieno di cavoli di ogni colore, probabilmente servono per.

    Viaggia e riviaggia, cavola e ricavola, la navicella spaziale giunge bene o bene ad un pianeta… è inutile specificarne la forma.

    Giunto al cospetto del Gran Cavolano, questi riesce dopo non pochi tentativi ad intendersi con Sdrusieta.

    Su Cavolomeda, il pianeta suddetto, si conosce solo il cavolo ma, da qualche tempo, si è avuta una epidemia di zucche che soffocano la crescita dei cavoli prendendone il terreno. I Cacolotici rischiano di morire di fame, in quanto la produzione di cavoli è block-notevolmente calata da un po’ di tempo a ‘sta parte.

    Se Sdrusieta avesse saputo risolvere tale problema avrebbe potuto tornare sulla terra con un’ingente ricompensa.

    Manco a dirlo in breve il nostro astronomo si improvvisa gastronomo e cerca ogni mezzo per arrestare ed ammanettare l’epidemia di zukke. Giunto nel campo in cui i cavoli venivano coltivati, prova a strappare una zucca.. ohibù!!! Mondo cipollino !!! Sotto la zucca ce n’è un’altra, che ricresce subito al suo sito.

    Un altro giornale prova a diserbare con uno zucchicida i cucurbitacei in questione… macché: zucche a non finire !!! Zucca e rizucca, Sdrusieta non sa più che cavolo fare per risolvere il problema suo e dei Cavolotici.

    Con un lampo di genio causa un bel tuono che gli dà un ideo che è il fratello dell’idea, ma è più saggio: pensa infatti di leggere qualcosa negli astri aspri; la sera immediatamente venente si piazza coi suoi strumenti e, salito sui trampoli, si avvicina a tal virgola ai pianeta che voleva interpellare da riuscire a leggere quello che dicevano punto.

    Dicevano (sa il cielo cosa vuol dire) di dare un-occhiata alla scimmietta che Sdrusieta aveva recato con sé fino a Cavolomeda; in un immediatamente che non si dica, corre a dargli la-occhiata:

    BHO!!!

    Sta dormendo! Evidentemente l’occhiata è il caso di continuare a dargliela finanché non avesse manifestato un nonsoché di utile per le ricerche che sta conducendo.

    La scimmietta al mattino si sveglia, si guarda intorno per cercare quid da mangiare, prende una zucca e se la mangia… poi torna a ronfare. Fine della giornata della scimmietta. Con le idee e gli idei sempre più chiari Sdrusieta cerca di interpretare positivamente ciò che aveva appena visto, ma non sa che fish pigliare.

    Ponza e riponza…. DOLMEN !!!! La superidea era piovuta dal cièlo !!!!!

    Sdrusieta corre dal Gran Cavolano e gli espone il mezzo per risolvere la loro fame. Mangiar le zucche!!!

    Inutile dire che in un diviso che non lo si dica i Cavolotici diventano Zuccotici, e ben pasciuti avendo di che scorpacciare per l’eternità.

    Tutto non è male quel che finisce bene !!!!!

  • 06 ottobre alle ore 17:33
    Felice e l'esistenza di Dio

    Come comincia: "Sei sicuro di aver fatto la cosa giusta?" Aurora non aveva condiviso appieno la scelta di Felice di lasciare la piccola in quel centro di accoglienza per orfani e dispersi. D'altronde non potendo fare altrimenti lui si era visto costretto ad imporsi con la compagna, alzando la tensione tra loro. "No, sono sicuro di aver fatto la cosa sbagliata, ma l'unica possibile, non possiamo salvare tutto il mondo" Lei cercò di capire, ma il suo animo sensibile spesso le rendeva impossibile comprendere le migliaia di ingiustizie di questo mondo, Aurora era un'idealista pronta a sacrificarsi per il bene degli altri, eppure questa prima esperienza, vissuta ai limiti della realtà, le avevano aperto gli occhi sulla grande complessità della vita. Adesso, sbollita la rabbia, capiva che lui aveva agito per il meglio, quella bambina non aveva familiari e dopo la dura esperienza con gli scuri doveva provare a reintegrarsi tra la sua gente e forse quell'istituto dall'aspetto scalcinato avrebbe aiutato la piccola a ricominciare una nuova vita.
    "Scusa!" Disse Felice senza guardarla in faccia, lei si avvicinò a lui che stava sistemando lo zaino e lo abbracciò dal dietro appoggiando la testa alla sua schiena. Quel contatto accese la passione e lui si girò verso la donna che lo baciò con fervore ma poi si staccò dal compagno con decisione "Anche io ti amo, ma adesso dobbiamo darci una mossa, hai deciso di non imbarcarti sul nostro volo per il Brasile perché devi concludere qualcosa qui in Africa; sono con te" Lui non rispose, si limitò a guardarla facendole capire quanto fosse contento della sua presenza. In pochi attimi finirono di preparare i propri bagagli e dopo aver fatto colazione e pagato il conto, si avviarono verso un caseggiato poco lontano, un addetto dell'albergo li aveva indirizzati lì per trovare un mezzo di trasporto. Per fortuna Aurora se la cavava con le lingue e riuscì a farsi capire dall'uomo che gestiva quella specie di autonoleggio. "In Nigeria, si. A Sokoto. Ho capito che è pericoloso, ma dobbiamo arrivarci in un modo o nell'altro. Va bene, staremo attenti, ti paghiamo tutto in anticipo, così se qualcosa andrà male tu non ci rimetterai nulla. Ok, ok siamo pazzi, ma tu procuraci il mezzo con tutte le indicazioni per arrivare velocemente a destinazione e non te ne pentirai. Va bene, lo dirò anche a lui, grazie" Felice la fissò con aria interrogativa "Ha detto che andiamo incontro ai guai. Uscire da Gao senza un lasciapassare equivale a farsi arrestare o peggio ammazzare e poi l'idea che noi si voglia raggiungere Sokoto lo fa rabbrividire; i viandanti del deserto riportano brutte cose su quel posto e ci sconsiglia di avvicinarci a quella città, ma tu non lo ascolterai, vero?" Chiese infine Aurora conoscendo già la risposta. Lui cercò di stemperare la tensione e provò a parlare con calma, quasi sorridendo "Ho imparato ad ascoltare i miei sogni, le loro parole, i gesti e le allusioni. Mi stanno preparando da anni e adesso penso sia giunto il momento di seguire le loro indicazioni. Stanotte uno di loro mi ha fatto capire di dover raggiungere Sokoto dove dovrò incontrare un personaggio religioso della Nigeria molto in vista, non mi ha spiegato il perché ma ormai siamo in ballo e ci conviene ballare" Lei lo abbracciò e lo baciò sonoramente sulla guancia, emanava energia e felicità da tutti i pori "Grazie amore, grazie" Felice la guardò confuso mentre faceva una smorfia e lei precisò "Hai detto siamo, non sono, siamo" Allora lui capì e scoppiò in una risata liberatoria, erano una bella coppia. Nel frattempo li raggiunse il noleggiatore con una specie di fuoristrada che non rendeva giustizia all'appellativo di autovettura; era un catorcio "E noi dovremmo fare migliaia di chilometri con questo rottame?" Sbottò Felice contrariato. L'africano guardò Aurora che con un cenno d'intesa gli fece intendere che era tutto sotto controllo, ma Felice mangiò la foglia "Quali segreti mi nascondete?" "Sali che poi ti spiego" Tagliò corto lei e prima di accomodarsi sulla vettura saldò il conto con il noleggiatore che dopo aver contato i soldi sorrise mostrando la sua bocca sdentata "Ok?" Fece cenno Aurora "Ok" Rispose lui con il pollice in alto.
    Lei fece spostare Felice sul lato passeggeri e si mise alla guida senza dir parola "Adesso mi spieghi quello che..." "Ssssttt. Ti amo. Aspetta due minuti per favore" Lui aspettò pazientemente e dopo circa mezzo chilometro lei accostò la macchina vicino ad un malconcio caseggiato da dove uscirono d'incanto due uomini carichi di zaini e borsoni "E questi chi sarebbero?" Felice si rese conto di essere caduto nella tela del ragno e scese dall'auto visibilmente frustrato. Lei non rispose, si avvicinò invece ai due e diede istruzioni; in pochi attimi caricarono i loro bagagli e si accomodarono sui sedili anteriori. Aurora fece cenno a Felice di prendere posto dietro e poi si accomodò di fianco a lui che adesso la stava fissando in cagnesco. "Ok, ok. Mi sono un po' allargata, hai ragione. Ascoltami, per le vie di comunicazione tradizionali se tutto filava liscio avremmo impiegato tre o quattro giorni per raggiungere Sokoto, senza lasciapassare avremmo corso parecchi rischi. Invece grazie a loro useremo una vecchia pista che taglia attraverso il Niger, sfioreremo la cittadina di Sanam e giungeremo rapidamente a Sokoto. Abbiamo pensato a tutto, siamo carichi di provviste e carburante, saremo veloci ed invisibili" Felice non obiettò, qualcosa in lui stava cambiando. Un tempo si sarebbe adirato per una faccenda simile, oggi comprendeva che ogni cosa aveva un suo perché; se Aurora aveva deciso per quella soluzione significava che era giusto così e senza dir nulla prese le mani della donna e le strinse affettuosamente, lei ricambiò mentre una lacrima le rigava una guancia.
    Il viaggio si rivelò per quello che doveva essere, duro e stressante. Il caldo era soffocante e si aveva la sensazione di viaggiare su Marte tra distese aride e sterminate, ma le due guide sembravano sapere il fatto loro e continuavano a rassicurarli sulla buona riuscita dell'impresa. Felice si assopì e come ormai sempre più spesso accadeva fece un sogno: si trovava all'esterno di un casolare diroccato ed isolato e sentendo delle voci provò a sbirciarvi all'interno. Non riusciva a capire bene cosa stesse accadendo, intravide alcune figure vestite in modo strano che discutevano animatamente e all'improvviso una di loro, una donna, si voltò verso di lui e lo indicò a tutti gli altri; Felice arretrò istintivamente e senza accorgersi inciampò e cadde rovinosamente all'indietro sbattendo violentemente il capo a terra.
    "Ahia! Maledizione" Le sue imprecazioni destarono Aurora che subito si rivolse a lui con affetto "Un altro dei tuoi sogni?" "No cazzo! Cioè si, ma ho sbattuto la testa contro la sbarra dei sedili" Lei sorrise e anche lui non riuscì a trattenersi e scoppiò in una risata liberatoria. Le due guide si voltarono e si unirono alle risa, erano stanchi e ridere dava loro sollievo "Dobbiamo fermarci a Sanam" Disse uno dei due rivolto ad Aurora "Non era nei patti" Rispose lei "Si, ma la macchina ha bisogno di manutenzione, il deserto ha fatto più danni del previsto" Poteva essere una menzogna, ma fino a quel momento i due si erano rivelati ottimi elementi, perché dubitare? "Ok. ma solo per il tempo necessario" "Certo, solo il tempo necessario" Aurora notò un moto di terrore nello sguardo dell'altra guida che fin lì non aveva aperto bocca.
    "Cosa c'é?" Chiese Felice "Un contrattempo, faremo tappa a Sanam. Non dire nulla, hai ragione, non era previsto, ma le guide.." Lui poggiò delicatamente un dito sulle labbra della ragazza "Shh, non devi spiegarmi nulla. Se il destino ci porta in quel luogo ci sarà un motivo e se non c'é avremo visto un luogo nuovo" Felice stava cambiando rapidamente e lei si rese conto di avere a che fare con un uomo fantastico che in qualche modo aveva aperto il suo cuore al mondo; baciò delicatamente il suo dito e fece cenno di aver capito.
    Sanam era un agglomerato di casupole e catapecchie dove la gente viveva di quel poco che riusciva a trarre dall'agricoltura e dall'allevamento, le due guide promisero di metterci poco tempo, conoscevano un uomo che possedeva una piccola officina, li avrebbe serviti subito. Felice non sembrava interessato alla cosa; strano, pensò Aurora, dov'era finita tutta la sua fretta? Lui allungò la mano a cercare quella della compagna e lei la strinse tra le sue dita sentendosi pervasa da un'energia incredibile che le offuscò la mente. Dopo un attimo di smarrimento riprese possesso delle sue azioni e si trovò in mezzo a delle donne che stavano cercando di dissodare la terra. Felice era qualche metro davanti a lei chinato vicino a una delle contadine e la stava aiutando nel suo lavoro. Aurora si avvicinò e chiese "Ma cosa fai?" "Aiuto quest'anziana signora, ha le mani devastate dall'artrite e non riesce più a lavorare" "Ma noi dobbiamo andarcene, dobbiamo proseguire il nostro viaggio, hai dimenticato?" "No, so perfettamente dove dobbiamo andare, ma questa donna ha bisogno di aiuto adesso" Aurora si avvicinò ulteriormente ai due, osservò la cotadina e capì perché Felice si stava comportando a quel modo, oltre alle mani devastate, la donna era anche cieca e stava solo trafficando con un attrezzo scalcinato senza fare nulla di utile. Le donne vicino a loro osservavano la scena e con lo sguardo diedero ad intendere ciò che Felice aveva già capito, lasciavano che l'anziana trafficasse con i suoi attrezzi facendola sentire ancora utile e parte del gruppo. Felice sussurrò all'anziana "Signora, siamo stranieri, ha voglia di accompagnarci a vedere il tempio della comunità?" Aurora lo guardo di sbieco "E come pensi che possa aver capito il tuo italiano? Forse capirà a malapena il mio francese o l'inglese" Nel frattempo l'anziana si era alzata e con movimenti lenti, ma allo stesso tempo eleganti, si era sistemata il vestito che la copriva dalle spalle ai piedi, nonostante l'età e la vita dura era ancora una splendida signora. Con un gesto fece cenno loro di seguirla e tese la mano verso Aurora che immediatamente la prese vicino a se. "Io capisco tante lingue ragazza mia, vi stavo aspettando" Aurora fu colpita da quelle parole e l'anziana comprese il suo stato d'animo "Vi ho sognato qualche tempo fa e i signori della luce mi hanno indicato voi come eredi della conoscenza. Non stiamo sognando questa è la vita reale, siete nella mia città, osservate voi che potete, guardate in che modo siamo costretti a vivere. La nostra terra è povera ma volendo si potrebbe migliorare questa situazione, purtroppo fa comodo a tanti avere migliaia di poveracci disposti a tutto pur di sopravvivere" "Perché non ve ne andate?" Chiese Aurora che immediatamente si pentì di quella domanda "Dovunque ci trasferissimo saremmo sempre degli accampati. L'Africa è enorme, ma poco vivibile, siamo in tanti e le poche zone veramente abitabili sono per i ricchi e i potenti. Per stare in certe zone dovremmo tornare a vivere come i nostri antenati, in simbiosi con la natura, ma ormai la società moderna non lo permette più. Siamo arrivati" I tre erano davanti ad un edificio che poteva essere una piccola moschea, o una chiesa o un qualsiasi luogo di culto in miniatura "Entriamo" Li sollecitò la donna "Venite, questo è il luogo di culto di Sanam" Felice osservò quel luogo da un punto di vista tecnico, aveva notato una sola porta d'accesso, alcune finestre in alto facevano entrare un po' d'aria e poca luce, la struttura era un misto di mattoni secchi, paglia legno e calce; in caso d'incendio sarebbe stato impossibile fuggire. Aurora invece si era concentrata sull'aspetto spirituale e subito pose una domanda alla donna "Ma qui che religione professate? Non ci sono simboli, altari, nulla. Che funzioni svolgete qui?" Anche Felice si stava per chiedere le stesse cose, per loro era inconcepibile vedere un luogo di culto così spoglio e desolante. La donna percepì le loro sensazioni e rispose scandendo bene le parole: "Qui la gente si incontra per trovare la pace con se stessi. Noi non professiamo nessuna religione specifica, noi crediamo nel creatore supremo, non abbiamo bisogno di simboli, di preghiere, di testi che ci dicano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Gli animali non hanno nessuna guida ma dal momento in cui nascono al momento in cui muoiono sanno come comportarsi e se non vengono disturbati dall'uomo vivono in armonia con la natura. Vai a Sokoto Felice, segui il tuo cuore, liberaci dagli scuri, sono la nostra rovina" La donna si accasciò a terra, svenuta. Aurora e Felice la soccorsero immediatamente ma in quel momento una voce alle loro spalle li riportò alla realtà "La macchina é pronta signori, quando volete ripartiamo"
    Prima di riprendere il viaggio avevano chiamato qualcuno per soccorrere l'anziana e immediatamente erano sopraggiunte le figlie della donna, tre giovani ed energiche ragazzone "Fa sempre così, é l'età" Esordì una di loro "Vi ha raccontato qualche strana storia?" Chiese un'altra in perfetto inglese. Un'occhiata d'intesa e Felice e Aurora decisero di non far parola della conversazione avuta con la donna. Per fortuna le ragazze non diedero seguito alle domande e dopo averli ringraziati per l'aiuto condussero la madre verso l'uscita, un po' d'aria l'avrebbe aiutata a rinsavire.
    In macchina stavano ripensando a ciò che era accaduto e mentre le guide canticchiavano un motivo incomprensibile Aurora ripensò alla faccia della guida nel sentir parlare di Sanam e allora decise di chiedere una spiegazione rivolgendosi all'uomo e con fare autoritario, ma comunque educato, lo avvicinò con la testa poggiata sul suo sedile "Perché avevi paura di fermarti a Sanam?" La domanda colse di sorpresa la guida che rallentò la macchina fino a fermarsi, l'altro non aveva capito cosa stesse accadendo ma la faccia del compagno gli chiarì la situazione "Cosa vuoi donna? Cosa vuoi sapere? Vi stiamo conducendo alla meta senza problemi, non vi basta?" Adesso anche Felice si era avvicinato e pur capendo poco ascoltava interessato "Ho fatto una semplice domanda al tuo amico, non ha la lingua per rispondere?" No, non aveva coraggio di parlare, allora fu la prima guida che in un misto di inglese e italiano cercò di farsi capire anche da Felice "Un tempo il suo compagno in questi viaggi era suo fratello. Durante un trasporto furono costretti a far tappa a Sanam e nel periodo della sosta suo fratello conobbe una vecchia cieca che lo condusse nel luogo dove vi ho rintracciato io. La vecchia convinse l'uomo ad abbandonare la sua vita e ad unirsi alla gente di Sanam, il mio compagno si oppose e cercò di portar via il fratello, ma proprio quando sembrava che le cose si stessero sistemando fu proprio il ragazzo a dire al fratello che non voleva più avere niente a che fare con lui e con la sua vita passata, doveva lasciarlo stare, non si sarebbero più rivisti. E così fu, da anni non si hanno più notizie di Chris" "Ma allora a maggior ragione dovrebbe tornarci più spesso" Ribatté Aurora "No, è un brutto posto, non va bene, non va proprio bene" Detto ciò la guida si girò in avanti e fece cenno al compagno di ripartire, se tutto filava liscio nel volgere di un paio d'ore sarebbero giunti a Sokoto e allora la loro missione sarebbe terminata e tanti saluti agli stravaganti europei.
    "E tu non dici niente? Non parli più, non ti preoccupi di nulla, cosa c'è?" Aurora era stanca e un senso di frustrazione ed impotenza l'avevano sopraffatta. Felice le afferrò delicatamente una mano e in altrettanto modo baciò le dita affusolate della compagna "Quella donna li ha visti, anche lei è una dei prescelti" "Ma se è cieca" "Loro riescono a farsi vedere da chi vogliono, appaiono in sogno e poi ti trasportano nella loro realtà. La vecchia mi ha prospettato un altro scenario, uno scenario che già in molti, prima di me, hanno cercato di comprendere e spiegare" "Sì e allora?" Chiese lei che ormai si era abituata alle mezze frasi e alle allusioni del compagno "Allora la domanda è la solita: Dio esiste? Le religioni con tutte le loro sfaccettature le ha volute lui o le hanno create gli uomini per controllare meglio le masse? Siamo in mano a Dio o agli alieni? Cosa sarà di noi dopo la morte? Vivremo in eterno nel paradiso celeste o verremo resuscitati dagli alieni? O saremo morti e basta? Aurora, sono confuso, aiutami" Felice poggiò la testa sulle gambe di lei che con la mano prese a carezzarlo amorevolmente e poco dopo si appisolarono di nuovo.
    "Svegli, siamo arrivati!" La guida non fu molto delicata, aveva fretta di tornare a casa e voleva sbarazzarsi di loro al più presto. Aurora stava per rispondere a tono ma Felice la prese per un braccio e fece cenno di lasciar perdere. Si rivolse invece alla guida "A quanto pare capisci un po' la mia lingua e io cercherò di spiegarmi al meglio; grazie per averci condotto fin qua, capisco i vostri timori e non vi tratterrò più del tempo necessario. Ora sarete così gentili da condurci fino a quest'indirizzo" E mentre parlava Felice porse un biglietto alla guida che dopo aver letto strabuzzò gli occhi "Ecco" Proseguì Felice "Io non so cosa significhi per voi tutto questo, sento la vostra paura, ma vi assicuro che dopo averci portato lì sarete liberi di andarvene, non prima però di aver ricevuto un compenso extra" L'altro stava ancora fissando il biglietto con scritto l'indirizzo poi si rivolse a Felice "Ci date i soldi prima e noi vi portiamo a un paio di isolati da quell'indirizzo, altrimenti non si fa niente" "Ok, come vuoi tu" Confermò Felice che pagò la guida e senza aggiungere altro i quattro proseguirono fino al punto concordato dove Aurora e Felice dopo aver preso i propri bagagli si separarono dalle due guide.
    "Dove siamo di preciso?" Chiese lei.
    "Non ne ho idea" Rispose lui.
    "Cosa? Come non ne hai idea? Siamo venuti fin qua e mi stai dicendo che non sai dove siamo?"
    "Esatto, e non so neppure perché" Aurora stava per scoppiare, le vene del viso gonfie e i pugni serrati annunciavano burrasca, allora lui cercò di darle una spiegazione "Senti, il primo passo tra noi due è stato quello di sottostare alla regola che si va dove decido io, giusto?" Lei era sempre più rossa in viso "Ok, dove dico io dopo che mi è stato indicato, quindi dove dicono loro" Adesso era paonazza "D'accordo, mi lascio un po' trascinare, comunque l'altra notte in sogno mi hanno indicato questa città come tappa fondamentale del m.." Si morse le labbra in tempo "Del nostro viaggio. Quindi Sokoto era da raggiungere comunque, ma io non sapevo nient'altro. Poi la vecchia cieca mi ha allungato un biglietto con l'indicazione di un indirizzo e di un nome ed è lì che stiamo andando" Aspettò per un attimo la reazione della compagna che non si fece attendere, con la mano chiusa a pugno lo colpì sul petto e poi si strinse a lui con forza e l'uomo la baciò sulla testa "Scusa se non riesco ad essere l'uomo dei tuoi sogni, ma faccio fatica anche io a capire tutto ciò" Lei non rispose, ma continuò a stringerlo forte a se. Dopo alcuni istanti lui si divincolò delicatamente e la prese per mano "Andiamo a vedere cosa ci aspetta" Trovarono l'indirizzo dopo alcuni minuti e suonarono al nominativo indicato sul biglietto. Si aprì una porticina laterale e una giovane donna li fissò con aria interrogativa, Aurora allora prese in mano la situazione "E' lei Bocassa Frend?" La giovane fece cenno di no con il capo, aveva capito e Aurora avvicinandosi provò ad insistere "E' in casa Bocassa? Dobbiamo vederlo, è importante" La ragazza non rispose, sembrava indifferente. Felice si avvicinò ulteriormente "Capisci la mia lingua?" Lei fece un cenno affermativo "Bene, non vogliamo spaventarti ne rubarti del tempo prezioso, una vecchia cieca di Sanam mi ha indicato questa casa e il nome di Bocassa Frend" "Tornate domani mattina, dopo la prima funzione" Non lasciò loro il tempo di replicare, con un rapido movimento si ritirò all'interno del caseggiato richiudendo velocemente la porta dietro di se "Cerchiamoci un posto per la notte" Disse tranquillamente Felice.
    "Ti ho mai detto che sono ricca? Cioè, i miei sono ricchi, io sono una mantenuta ma mio padre ha sempre appoggiato le mie iniziative <largo ai giovani, purché non combinino guai> questo è ciò che ripeteva sempre" Stava sistemando le sue cose nel piccolo guardaroba della stanza mentre lui si stava spogliando per farsi una doccia "No, non me l'hai mai detto, ma l'ho capito subito" "Se non fossi ricca mi vorresti lo stesso con te?" Non era quello che voleva dire ma ormai l'aveva detto, lui non se la prese e si limitò a rispondere "Ti ho salvata in un sogno, ti ho rivista nella realtà e mi sono innamorato" Andò a farsi una doccia chiudendosi in bagno a chiave, la sabbia del deserto gli era penetrata fin nei più profondi orifizi e aveva un po' di problemi intestinali. Dopo circa mezz'ora usci dal bagno e si sdraiò sul letto, era stravolto. Aurora si avvicinò a lui e gli sussurrò in un orecchio "Vorrà dire che questa sera la schiena me la laverò da sola" E allontanandosi con fare sensuale lo lasciò nel suo mondo, un mondo di sogni.
    "Sei sulla strada giusta" La femmina era seduta vicino a lui, sul lettone "Sto sognando" Felice si alzò in piedi allontanandosi dalla figura slanciata e sensuale "Non direi, lei è in bagno che fa la doccia, non senti?" Aurora stava facendo la doccia mentre cantava un motivetto allegro e veloce "Non mettetela in mezzo a questa storia, lasciatela fuori dai nostri affari" "Lasciarla fuori? Ma lei c'è dentro in pieno. Tu sei un prescelto e lei è la tua donna. I tuoi genitori, i tuoi amici, tutti ci sono dentro. Non puoi farci nulla, é una cosa normale" "Normale? E' normale che io stia parlando con te, in una stanza d'albergo in Africa mentre la mia donna è in bagno a fare la doccia? E' normale che io sia partito per il sud America alla ricerca di Franco e adesso sia in giro per il deserto alla ricerca di non so che?" "Franco è vivo, in mano agli scuri, ma vivo. Ci occuperemo di lui in un secondo momento, adesso devi concentrarti su questa missione e rimetterti in forze, domani dovrai essere lucido e concentrato" Concluse lei sparendo poi alla sua vista.
    Felice si assopì sul letto e il suo cervello staccò la spina.
    Aveva dovuto darci dentro con spugna e bagnoschiuma per rimuovere tutta la sabbia dal suo corpo e adesso che si stava asciugando la stanchezza le piombò addosso all'improvviso, ora capiva perché Felice era uscito dal bagno piuttosto provato. Finì di asciugarsi ed indossò una maglietta leggera che fungeva da pigiama. Trovò il suo uomo disteso sul letto profondamente addormentato, si accomodò vicino a lui e lo baciò voluttuosamente sul collo, lui accennò una piccola reazione ma nel frattempo anche lei fu sopraffatta dalla stanchezza e cadde in un sonno profondo.
    All'alba lui fu svegliato dall'istinto maschile e delicatamente, ma con decisione, si avvicinò a lei che capite le intenzioni dell'uomo si donò a lui con passione.
    "Non lo credevo possibile, ma sono veramente cotto di te" Proclamò lui mentre con una mano stava carezzando i capelli di Aurora "Le cose cambiano e ciò che sembra impossibile diventa reale, quando meno te lo aspetti" Rispose lei che adorava farsi coccolare e adesso stava facendo le fusa come una gatta "Oggi affronteremo un altro ostacolo, ieri sera una di loro mi ha fatto visita e mi ha detto di farmi forza, la prova non sarà facile" "Ma io sarò al tuo fianco e insieme supereremo anche questo ostacolo" I due si fissarono, lo sguardo da innamorati "E' ancora presto, abbiamo almeno due ore di tempo prima di recarci all'appuntamento" Chiarì lui "E allora che aspettiamo? Il letto è tanto comodo" Lo invitò lei con gesti inequivocabili. L'appuntamento era più tardi, adesso avevano tempo di amarsi, al resto avrebbero pensato dopo.

  • Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paternò alle dodici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che si guadagnavano qualche euro.
    "Che bella aria di campagna, ci vivrei per sempre." Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore al viso dopo...era proprio cambiata pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All'imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiatI padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per il buon pasto anche per il vino di Paternò che, un pò forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno, un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    "Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanchi, troviamo un albergo."
    Era un tre stelle.
    "Vorremmo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella."
    Era chiaro che Giuliana si era riservata la parte si moglie."
    "Ci facciamo una doccia, sei stanco?"
    Tradotto, "Datti da fare, voglio scopare"
    Giuliana visto Max nudo sul letto:
    "Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto." e cominciò dai piedi sino al viso, un capriccio pensò Max, poi fu rivoltato e di nuovo leccato.
    "Mi hai preso per un lecca lecca!"
    "Mi piace il tuo sapore, mio marito puzzava."
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino al fuoco di artificio finale.
    "Bene cara, io mi giro dall'altra parte, ho sonno, buona notte."
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno gli aveva preso in bocca l'uccello.
    "Giuliana non t'è bastato, ancora?"
    La succhiatrice non aveva risposto anzi avava accelerato, il ritmo. Max allungò una mano e toccò dei capelli, non erano di Giuliana, aprì gli occhi: Assunta!
    "E tu che ci fai qui?" Domanda di una intelligenza.!
    Assunta, su di giri, non rispose, montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max nn aveva un preservativo e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta rimase nella stanza. Max la mattina ebbe una sorpesa,  nel taschino della sua giacca un assegno di diecimila euro...mih
    Rientro a Messina, dietro i vetri la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe dovura accontentare delle briciole.
    Un giorno durante una lezione di latino alle sorelle D'Arrigo, Grazia si mise a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, non sapeva cosa potesse essere successo di così grave.
    "Un brutto voto a scuola, litigio con i ompagni o con  i genitori?"
    "Se lei è comprensivo glielo diciamo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme."
    "Non vi liquido, parlate."
    "Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un pò con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca, non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare" e giù a piangere sempre più forte.
    Max ebbe paura che la situazione degenerasse, quelle erano capaci di tutto.
    "Va bene ma solo una volta."
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, 'ciccio' davanti a  tanta gioventù alzò la cresta che venne ingoiata dalla bocca delle sorelle a turno, cercò di resistere il più possibile, erano molto brave anche con la lingua maledette loro, chissà quanto allenameto con i compagnia di scuola. In ultimo 'ciccio' cedette e comincià a spruzzare sperma golosamente ingoiato a turno da Grazia e da Graziella.
    "Grazie e...a presto."
    "A presto un c...o, non voglio vedervi mai più!"
    Le due grazie erano sparite in un batter d'occhio.
    Un pomeriggio, Max riposa sul divano, telefonata:
    "Ti ho disturbato?" Era Memi. (pensiero di Max: hai proprio rotto!)
    "Tu non disturbi mai, cosa posso fare per te o meglio, lo so ma voglio sentirtelo dire."
    "Sono giù di morale, mi manchi tanto e poi, stupida, mi sono pure innamorata di te maledizione!"
    "Io mi sono innamorato una sola volta ed ho sofferto, tutta la mia comprensione."
    "Vorrei farti una proposta indecente."
    "Ma tu ce l'hai un milione di dollari?"
    "Ho solo me stessa."
    "D'accordo, non mi va di scherzare con i sentimenti, dimmi tutto."
    "Sono in difficoltà, è una proposta particolare...vorrei avere un rapporto a tre con mio marito..."
    "È una sorpresa ma  lo sai che sono un anticonformista, tira fuori la proposta."
    "Un rapporto a tre con mio marito: lui sotto col suo ciccio nel mio culino, io sopra supina a tua disposizione:puoi baciarmi, leccarmi, mordermi e poi entrare dentro di me non solo fisicamente..." Memi piangeva.
    "Non fare così, mi metti in crisi."
    Stranamenre Max si trovò col suo ciccio inalberato, brutto zozzone, lui zozzone.
    "Quando ci possiamo vedere?"
    "Anche adesso, mio marito è vicino a me, se vuoi potresti farti la doccia a casa mia, ti vorrei insaponare io."
    "Vengo."
    Max si mise addosso un accappatoi, quando giunse al piano di Memi la porta era aperta, in marito non era in vista.
    "Vieni in bagno." Nel vedere 'ciccio' arrapato Memi si mise a ridere:
    "Ti faccio questo effetto da lontano."
    "Penso che sia la situazione insolita."
    "Aspettami qui, ti chiamo io, vado a preparare Salvatore."
    Dopo circa cinque minuto: "Caro vieni." La voce di Memi era roca, era proprio arrapata ed aveva assunta la posizione che aveva descritto per telefono.
    "Vai sulle tette, sulla fica, fai un pò tu..."
    Max si posò con la bocca sul fiorellino che in pochissimo tempo godette alla grande e di seguito perchè Memi aveva messo una mano sulla testa di Max per non farlo allontanare, forse godeva anche col culino.
    L'entrata in fica fu alla grande, forse Max aveva trovato il famoso punto G di Memi che sembrava impazzita dal piacere.
    "Resta dentro per piacere."
    Per piacere Max restò dentro a lungo finchè si accorse che il marito si era defilato  ed allora volle andare pure lui in culino."
    "Tu ce l'hai molto più grosso, anche se mi fai male mi piace."
    Max pensò che ormai le aveva provate proprio tutte, non che gli dispiacesse ma...
    In caserma successe un fatto strano: alcuni colleghi quando passava dinanzi a loro facevano un risolino, poi domande:"Sei sposato?" "Sei fidanzato, no ah..."
    Max domandò spiegazioni al finanziere Franco Iannello che lavorava bel suo ufficio:
    "Franco che sta  succedendo mi accade che..."
    "Maresciallo non ci faccia caso."
    "Io invece ci faccio caso, dimmi..."
    Messo alle strette Franco Iannello ammise che giravano delle voci sulla sua sessualità: chi diceva che era impotente, (non andava mai a donne) altri addirittura  che era omosessuale!
    "Franco voglio dimostrarti il contrario, vieni a casa mia, ti faccio conoscere la mia amante, femmina così potrai dirlo a quei quattro stronzi!"
    Appuntamento una mattina, Memi era d'accordo ma non voleva che lo venisse a sapere suo marito.
    "Memi è per domani, a che ora?"
    "Venite alle 11."
    A Max sembrava un pò tardi ma forse la baby aveva degli impegni.
    Alle undici ptrecise suono del telefono:
    "Son qua, scendete."
    Una visione, Memi in minigonna, tacchi alti, scollatura abissale, trucco forte e capelli appena uscita dal parrucchiere.
    Perchè la baby si era mostrata tanto aggindata, gatta ci covava.
    "Vi ho preparato degli aperitivi, amo molto il Campari soda, è un pò alcolico ma di sapore eccellente."
    L'alcolico Campari fece effetto un pò a tutti soprattutto a Franco il cui viso era quasi paonazzo.
    "Venga le mostro la camera da letto, c'è un letto a conchiglia, un bijou!"
    Evidentemente l'invito non era rivolto a Max che conosceva bene il letto a conchiglia, Max si ritirò strategicamente rnel suo alloggio. Alle tredici e trenta finalmente Franco uscì dal portone per infilarsi nella sua macchina, alla buonora!
    "Tra poco torna mio marito, ci sentiamo il pomeriggio, lui è di straordinario."
    Alle sedici: "Vieni a casa mia, sono sola."
    "Si può sapere cosa è successo in quelle ore?"
    Memi rideva a crepapelle, non la finiva più.
    "Una premessa, il tuo amico ha un coso stranissimo, è più piccolo del tuo ma lunghissimo, forse trenta centimetri, appena l'ho visto mi sono impressionata, quando glielo l'ho lavato usciva dal bidet. Poi mi ha fatto una premessa strana: non voleva far le corna alla moglie però, siccome lei non gli dava il culo, solo così mi avrebbe avuto, solo di dietro."
    Mi ha messo prona con le cosce aperte ed entrava piano piano, quando è arrivato in fondo mi pareva di farmi una colonscopia. Poi alla pecorina con altra goderecciata ed infine si è seduto su una sedia ed entrava ed usciva dal mio culino, usciva tutto il pisello lungo lungo e lo rientrava molto lentamente. Dopo la terza se n'è andato senza il solito bacino in bocca che si dà di solito agli amanti."
    Il giorno successuivo Franco Iannello telefonò in ufficio:
    "Maresciallo sono in farmacia, non sto bene, resto a casa per cinque giorni."
    "Curati."
    Nel frattempo Max si era dedicato alle due sorelle, ci mancava che subodorassero qualcosa, sarebbe stata la fine della pacchia!
    Il sesto giorno:
    "Alle quindici a casa mia, mio marito è di straoerdinario."
    "Grandi novità..."
    "Di che genere?"
    "Il tuo amico Franco Iannello è venuto tutte le mattine a casa mia, ha detto che non può fare a meno di me, appena tu svoltavi l'angolo, lui si infilava a casa mia."
    "Il solito culino?"
    "Ma quando mai, ha cominciato a baciarmi in bocca, poi sul collo, le tette, il pancino, il fiorellino sino a farmi godere due volte. È entrato in fica piano piano, quasi non me ne accorgevo tanto ero bagnata, me se sono bene accorta quando è arrivato in fondo, una sensazione forte quella di essere toccata violentemente sull'utero, poi lo schizzo finale una goduria!" 
    "Vedo che non è stata una cosa spiacevole, in fondo è colpa mia se te l'ho presentato, t'ho spiegato il perchè ma questo ritorno di fiamma non era previsto."
    "A me non dispiace, tu ti diverti con le sorelle, io con Franco."
    "Hai ragione ma sei sempre l'amore mio?"
    "Sempre."
    I giorni seguenti Franco Iannello chiese di fruire di licenza ordinaria ma non si presentava a casa di Memi."
    "Sei sicura che non è venuto a casa tua?"
    "Ti dico di no."
    Una telefonata:
    "Maresciallo venga a casa mia, è successo un fatto spiacevole?"
    "Di che genere?"
    "Glielo spiegherò a voce, io abito in via Centonze 121."
    Max fu fortunato, un auto usci dal parcheggio proprio dinanzi al n.121.
    "Che piano?"
    "Terzo."
    Una stretta di mano alla moglie: "Sono Teresa, si accomodi."
    "Uno di voi due deve parlare, stiamo facendo scena muta, diamo la parola alla signora."
    "Questo bel tomo ha un'amante, me l'ha confessato, è andato da lei cinque giorni di seguito ed a me niente!"
    'Bel fesso, pensò Max' Poi:
    "Ormai è cosa passata, Franco ritornerà buono buono all'ovile a mangiare la pasta di casa, verso Franco? In ogni caso signora penso che la colpa sia mia, le racconto com'è andata: ....."
    "Non era un buon motivo per ritornare da quella troia, voglio conoscerla."
    "Signora non penso che sia il caso, vede..."
    "Non vedo niente, voglio venire a casa sua, sempre se lei me lo permette e parlarci..."
    "Non so che dire, si metta d'accordo con Franco e fatemi sapere, arrivederci."
    Franco in ufficio: 
    "Non riconosco più mia moglie, sembra impazzita, vuole venire da lei domattina."
    "Va bene non andiamo in ufficio, appuntamento alle nove."
    Alle 8,45 la Punto di Franco era sotto il portone.
    "Salite, Franco sa il piano."
    "Maresciallo in fondo mi dispiace averle procurato disturbo, se vuole ce ne andiamo."
    "Ormai siete qua, avete fatto colazione, no: vi preparo caffèlatte e biscotti."
    "Vorrei che Franco andasse sotto dalla sua amica per dirle che siamo qua."
    "Franco vai di sotto dalla tua amica come dice tua moglie."
    Franco sparì nell'ascensore.
    "Intanto diamoci del tu, io sono romano ed il lei non  mi piace, ti chiami Teresa'"
    "Per gli amici sono Terry ma non sono quella che Franco conosce, voglio essere sincera: quando mi sono sposata non ero vergine come ho fatto capire a mio marito, me la spassavo bellamente quasi tutti i gironi con un mio cugino a casa mia o a casa sua, prendo da allora la pillola perchè Franco vuole figli ed io no, ho corrotto pure il ginecologo per fargli attestare che non posso essere mamma, mi sono dovuta sacrificare perchè il medico non mi piaceva, le,cose stanno così. Ho fatto tutta questa sceneggiata perchè Franco mi aveva fatto venire la curiosità di conoscere lei, te, ti ha descritto come un bell'uomo dalla personalità forte e pure mandrillo, che dici?"
    "Dico che sono sorpreso, piacevolmente sorpreso, siccome penso che Franco si stia divertendo credo che potremmo anche noi..."
    Max non finì la frase che fu francobollato da un bacio in bocca, un bacio caldissino, molto sensuale.
    "Mi togli il fiato, ci sai fare bella puttana, i tipi come te mi fanno impazzire, andiamo in bagno."
    Nudi sul letto Max mostrò il suo mostro.
    "Mio marito ce l'ha più lungo ma il tuo è enorme, questo è il terzo cazzo che conosco, tutti differenti, ma il tuo, non mi farà male?"
    "Prima ti lubrifico con la lingua, ti va?"
    "Eccome, vai..."
    Dopo due goderecciate entrata timida.
    "Vai più forte sono un lago, ahi avevi ragione tu mi piace, mi piaceeee.."
    I due alla fine decisero che era l'ora di ricomporsi, Max non riusciva ad immaginare quale altro trucco Terry avrebbe trovato per imbrogliare il  marito ormai classificato come il classico bonaccione fessacchiotto.
    Il fessacchiotto si presentò con le orecchie basse, aveva scopato, pensava alla reazione della moglie.
    "Voglio essere una signora, non faccio sceneggiate, ti perdono, andiamo a casa, arrivederla maresciallo."
    Il resoconto di Memi:
    "È arrivato a casa mia già arrapato, quasi non riuscivo a lavargli, l'uccello tanto era lungo e duro, è entrato subito in fica sino in fondo, entrava e usciva con i trenta centimetri, in fondo era piacevole, mi faceva godere toccandomi il fondo dell'utero specialmente quando godeva, l'ho lasciato fare anche col culino, mi sembrava un bambino con un giocattolo che ero io. E tu."
    Mi son fatto la moglie, lui mi ha cornificato con la mia amante ed io...""
    E anche questa era andata; la signora pugliese era rimasta nella mente di Max, una forbacchiona, chissa se...
    La notte successiva fu per Max la peggiore della sua vita, più che sogni furono degli incubi: mostri, caduta da una torre, pestaggio da parte di uno sconosciuto...Si risvegliò madito di sudore, senza forze. Riuscì in qualche modo ad alzarsi dal letto, una doccia avrebbe migliorato la situazione, acqua calda, poi tiepida ed infine fredda che lo svegliò completamente.
    Si buttò sul divano, la sua 'postazione' preferita, sul divano con dinanzi il paesaggio del porto di Messina e della Calabria pensò che avrebbe migliorato la situazione invece poco dopo si ritrovò di nuovo sudatissimno, scese, dall'armadio prese uin altro accappatoio e chiuse gli occhi.
    Si risvegliò perchè un raggio di sole lo colpiva sul viso, decise di prendersi qualche giorno sabbatico:
    Telefonò al Reparto Comando a cui era in forza:
    "Per venti giorni sono in licenza." Senza una spiegazione pausibile decise di tagliare i ponti dal mondo: staccato le spine del telefono, chiuso anche il telefonino sul ributtò sul divano e perse la  cognizione del tempo.
    So svegliò per la necessità di urinare, era notte, non guardò l'orologio, spense i morsi della fame con pane e formaggio, di nuovo sul divano.
    Lontani e vellutati gli giunsero il suono del campanello ed il battere forte sulla porta d'ingresso, ripiombò  in un dormiveglia.
    Finalmente di colpo aprì gli cocchi perfettamente sveglio, si guardò intorno per riprendere contatto con la realtà.
    Allo specchio del bagno apparve un viso rugoso, barba lunga di chissà quanti giorni. Si rasò doccia e telefonata iin ufficio.
    "Franco per favore dimmi che giorno è oggi, ho perso il contatto con la realta."
    Perplesso Franco:"Oggi è il diciassette novembre venerdì, posso far qualcosa per lei."
    "No tutto a posto."
    Prima telefonata alle sue benefattrici, rispose Giuliana: "Che fine hai fatto." il tono era perentorio poco gradito da Max.
    "Sono stato fuori in missione."
    "Non ci credo, la tua macchina era in garage, non è che..."
    "Non è."
    Giuliana aveva pensato che il suo beneamato si fosse presa una licenza godereccia,  il pensiero gli diede lo spunto...
    "Mia cara Memi buon giorno."
    Dall'altra parte qualcuno o meglio qualcuna piangeva:
    "Sono tre giorni che cercò di contattarti ..."
    "Tutto bene posso venire a farti una visita?"
    "E me lo chiedi, ti aspetto, mi dispiace ma ho le mestruazioni."
    "Andremo a culino alla grande."
    Max andò in culino alla grande con in finale goduta  nella bocca dispensatrice di dolci piaceri."
    "Hai voglia di spiegarti."
    "A te la verità, sono stato a casa in dormiveglia, non avevo voglia di vedere nessuno."
    Max capì che aveva fatto un passo falso.
    "A me la verità, chi sono gli altri o meglio le altre cui non dirai la verità?"
    "Schiocchina, che avevi pensato, parlavo dei colleghi d'ufficio."
    La schiocchina, con intuito femminile, aveva capito la verità ma pur di avere il suo Max l'avrebbe condivispo con altre, lo amava troppo per perderlo.
    Il giorno dopo:
    "Cara Assunta, sono di nuovo in forma, sul mercato..."
    "Io e mia sorella abbiamo un impegno per oggi, chiama domani."
    In parole povere il gioco l'abbiamo noi in mano, ti usiamo quando vogliamo noi, una inaspettata realtà cui Max non aveva pensato, i soldi ti danno potere e possono permetterti tutto!
    Max non volle porsi altre domande: ormai aveva capito come in futuro sarebbero andate le cose in quel condominio, unica sua salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si sarebbe rifugiato quando era inseguito da qualche erinni arrapata!
     

  • 03 ottobre alle ore 16:04
    Poggio Aprico un condominio sex a go go.

    Come comincia: Massimiliano Romani maresciallo della Guardia di Fiananza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l'autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina. Si stava allontanando o meglio stava scappando da Domodossola che per lui era diventato un luogo di angoscia. La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l'aveva assitita sino all'ultimo anche quando era in preda ad atroci dolori che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.
    Dopo quell'evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.
    Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagnio di camerata alla Scuola Sottufficiali del Lido di Ostia anche lui colpito da un grave lutto per la perdita in un incidente stradale dell'unico figlio.
    A mezzo conoscenze comuni al Comando Generale della Guardia di
    Finanza.rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d'origine e Massimiliano al suo posto a Messina all'Ufficio Operazioni.
    Max, come tutti lo chiamavano, si era fermato in un autogrill vicino Firenze per sgranchirsi le,gambe,mangiare un panino e fare il pieno di benzina.
    Si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava a Roma.
    "Silvà fra un par d'ore sò da te." (Gli piaceva sfoggiare il dialetto romanesco per far rimarcare la sua superiorità del 'civis romanus sum' un pò come dire sono superiore a voi).
    "Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia."
    Silvana era per Max più che cugina la sorella che non aveva avuto.
    Grndi baci e abbracci:"Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, spero che resterai almeno una quindicina di giorni a Roma."
    "Silvana lo sai quanto mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina."
    "Va bene, se non puoi, non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante 'Urbano' che stab qui sotto."
    Silvana era in confidenza col padrone del locale Romolo:
    "Ti presento mio cugino Max che, come vedi, è un maresciallo della Guardia di Finanza, stasera dovrai rilasciarmi la ricevuta fiscale."
    "Io te l'ho sempre rilasciata..."
    "A Romolè lassa perde e facce magnà da re."
    I due nella conversazione tralasciarono l'argomento Flora, era troppo dolorso.
    "Com'è che hai scelto Messina, se ti avessero trasferito a Roma saremmo stati assieme, avresti abitato a casa mia."
    "È statab una combinazione, un mio collega è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto."
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, San Giovanni, via Appia ed infine l'autostrada. Sino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi carreggiata e di rallentamenti per lavori in corso.
    Giunto a Villa S:Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.
    "Ignazio sono a Messina all'uscita del serpentone, che debbo fare?"
    "Non ti muovere, vengo a prenderti."
    Ignazio era irriconoscibile, viso scavato, molto invecchiato, abitava in un isolato di cinque piani in una stradina interna della Panoramica dello Stretto con piscina a campo da tennis.
    "Dormirai nella camera di mio figlio...stasera andremo a mangiare alla 'Sirena' un ristorante di un mio caro amico, si mangia bene e si spende poco."
    Dopo la presentazione al padrone del locale, Ignazio e Max si sedettero ad un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago di Ganzirri, uno spettacolo.
    Nessuno dei due amiici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.
    A casa: "Max io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me si è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato la salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì, abbiamo una casa grande, la raggiungerò non appena ti avrò passatio le consegne. Intanto andiamo in garage raggiungibile in ascensore, questo è il mio, il tuo posto macchina. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un pò di fogli in bianco firmati, andrai dal notaio Nascinbene, è un amico, penserà tutto lui per il  passaggio di proprietà, di darò il suo numero di telefono."
    "Ignazio ho notato che ci sono una piscina ed un campo da tennis, poi mi devi dire quanto si paga per l'affitto."
    "Per l'affitto niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perchè." Molto perplesso Max.
    Il pomeriggio successivo:
    "Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli, lui Salvatore Costa lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Vittorio e Francesca Di Stefano, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro, sono le padrone di tutto l'isolato ed hanno tante propietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda degli accertamenti tributari, hanno voluto che controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D'Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle Grazia e Graziella, due pesti." 
    Primo piano: "Questo è Massimiliano Romani, mio collega, subentrerà nella mia abitazione, loro sono..."
    La scena si ripetè quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti.
    "Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli."
    "Fammeli pagare almeno in parte..."
    "No ho deciso così, voglimi bene."
    Il giorno successivo andarono in caserma, presentazione al Comandamnte della Legione Colonnello Andrea Speciale ed al suo aiutante maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta poi nel suo ufficio: brigadiere Angelo Sferrazza, e l'appuntato Franco Iannello.
    Ignazio partì il giorno successivo.
    Max si mise all'opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, il porto di Messina e la Calabria, i due bagni, lo sgabuzzino su un terreno laterale pieno di alberi, la camera da letto del figlio di Ignazio l'avrebbe adibita a studio, il soggiorno e la cucina davano sul retro, dovevano essere circa centoventi metri quadrati.
    Amante della puilizia e dell'ordine Max si mise all'opera, finita quest'inconbenza sistemò i vestiti negli armadi e le cose della toilette nei bagni. 
    Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.
    Il giorno successivo si recò a Tremestieri dove c'erano grandi magazzini: acquistò un computer ed una stampante che il pomeriggio due tecnici portarono a casa sua e li sistemarono.
    Altra incombenza: il conto corrente. A Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che, per sua fortuna, aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell'istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.
    "Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con la sua banca, vorrei passarlo a Messina." L'interessato si mise a disposizione.
    "Venga a casa mia domani pomeriggio, lo farò firmare il carteggio e le fornirò la password per entrare col computer nel suo conto corrente per fare le operazioni che desidera."
    Max doveva ancora fruire di dieci giorni di licenza di trasferimento, si accorse che, frastornato dagli ultimi avvenimenti, qualcosa era mutato in lui forse dovuto al cambiamento di città che delle persone che aveva conosciuto.
    Il pomeriggio verso le diciassette suonò oò campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    "Venga nel salone, ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.
    "Noi eravamo molto alici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevamo il bagno in piscina, la morte del povero Paolo li ha distrutti, aveva vent'anni. Io vado in bagno, le farà compagnia mia moglie."
    Max nel frattempo studiava la moglie: altezza circa m.1,65, seno misura tre, vita stretta, minigonna.
    "Lei sarebbe stata un'ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione, la vedrei pure come ballerina."
    "Ho studiato danza sino a quindici anni poi mi sono fratturata una caviglia e ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico...se vuole... domani mattina..."
    Un invito esplicito, più di così, certo Max non voleva fare un passo falso, forse aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi...
    Alle nove Max suonò alla porta dell'appartamento dei signori Costa, la signora venne ad aprire in bichini con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.
    "Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi."
    "Io sono Massimiliano, Max per gli amici."
    "Vorrei io suggerile qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, ho notato una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte fatta dal Canova."
    A Max cominciò ad aumentareb la presione sanguigna, Memi sul divano initò la posizione della statua.
    "Va bene così."
    Max si fece più audace:
    "C'è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno."
    "Non c'è problema" Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma dio pera come piacevano a Max che scattò foto da tutte le posizioni poi:
    "Io vedrei una posa sul letto, seduta, la gamba destra ripiegata, le mani sul ginocchio."
    "Anche così,nessun probelma. Io a letto sono abituata a stare nuda." Memi mise in atto la sua abitudine.
    Max fotografò la signora in costume adamitico, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino, abbracciò Memi e si mise a baciarla come un forsennato, ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto: cunnilingus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.
    "Non ti preoccupare, vai facile, non posso avere figli. Rcocomincia da capo, voglio godere a lungo."
    Per riposarsi Max si nise a gambe aperte sul letto con 'ciccio' ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per uno 'smorciacandela'.
    La 'candela' di Max era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.
    Quell'abbuffata di sesso, dopo tanta astinenza, ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Max ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più lontani, sfumati...
    La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Max prese ad usarla col, bel tempo per andarein caserma. Ui una novità: venuto a conoscenza che il Colonnello Comandante cercava un militare pratico di fotografia per metter su un laboratorio fotografico si presentò ed ebbe l'incarico.
    La ditta Randazzo era la più fornita a Messina. Si presentò in divisa, coniobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall'Ufficio Amministrazione.
    Il labioratorio fotografico era nun gioiello: un marmo lungo il muro supportava le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggi, un ingranditore Durst ed una smalattrice, dall'altro lato un lavandino con rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armandio dove conservare i materiali ed infine un essiccatore per le pellicole.
    Ben presto divenne pratico ed ebbe anche i complimenti dei fotografi professionisti per il suo bianco e nero.
    Ora Max voleva dedicarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua posizione finanziaria come gli aveva suggerito Ignazio.
    Al citofono concordò con una delle sorelle, di cui non riconobbe la voce, un appuntamento per le ore diciassette.
    Seguendo sempre i suggerimenti del collega si presentò in divisa. Si accorse subito che aveva sortito l'effetto voluto: le due sorelle furono molto cerimoniose: "Si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo del dolcetti fatti con le nostre mani e del vino delle nostre terre..."
    Al rifiuto di Max andarono al dunque:
    "Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario, noi lo ricompensavamo nel non farlgi pagare l'affitto ed il condominio, se lei fosse così compiacente..."
    Max fu gentile, rimase colpito da 'le nostre terre' quelle erano davvero ricche.
    Giuliana, la vedova quarantenne, non era una longilinea ma nemmeno una 'chiattona', una via di mezzo. Quel che colpiva era un suo viso triste, non brutto ma triste.
    "Signore siamo coetanei, un pò di allegria, anch'io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi!"
    "Anche mio marito aveva un tumore, ci ha lasciato sei mesi fa. Era catanese, ho ereditato degli agrumeti e degli uliveti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se potesse darci una mano..."
    "Signora se mi lascia il carteggio lo controllerò ma voleva dirvi una cosa: non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte e due in costume da bagno alle nove, by by."
    Cosa stran ai suoi 'ordini' vennero eseguiti, le due sorelle alle nove erano a bordo piscina, non c'era nessuno, era giorno feriale.
    Quel che colpì Max era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma aveva il fisico di una modella, tutte e due in costume intero.
    "Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!"
    "Noi abbiamo solo questi."
    "E Max  vi accompagna oggi poneriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figorone ed ora tutti in vasca!"
    Il pomeriggio alle sedici Max in garage stava aspettando l'arrivo delle due dame che si presentarono puntuali.
    "Possiamno andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito."
    Alla faccia degli ottantamila euro!
    "Vedete madames, al centro è difficile trovare un parcheggio, niente Jaguar Lancia Ypsilon." 
    In viale S:Martino era proibito posteggiare, Max se ne fredò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.
    Vennero ricevuti dai due proprietari mafifestamente omosessuali.
    "A queste belle signore cosa possiamo offrire?"
    Parlò Max:
    "Amici miei niente costumi castigati, ciccia al vento."
    "Vedo che il signore ha l'accento romanesco, io ho un debole per Roma."
    "E per i romani no?"
    Dapprima le signore provarono costumi castigati poi, spinti da Max, sempre più si infervorarono soprattutto in seguito ai suoi complimenti:
    "Volete coprireun si bel corpo, bichini mini!"
    Con sorpresa le sorelle comprarono costumi 'brasiliani' per intenderderci che lasciavano scoperta un bel pò di merce nient'affatto male, Max era riuscito nel suo scopo.
    "Domattina li proveremo in piscina."
    "Ma lei non va a lavorare?"
    "Sono in licenza," Max mentì e si diede malato.
    La mattina seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da un accappatoio lungo sino ai piedi.
     "Ed ora spogliarello!" celiò Max.
    Le sorelle ci misero un pò di tempo ma obbedirono.
    "Evviva due sirene, sapete nuotare? No, non fa niente andremo dove si tocca."
    Max intendeva dove l'acqua era bassa ma anche palpare qualcosa di morbido.
    Nuotando sott'acqua mise una mano fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, quindi passò alla sorella, un bel movimento! 
    Chissà cosa passava per la testa di Giuliana e di Assunta, Max sperava che tutto andasse liscio e così fu: le sorelle con lo sguardo in basso indossarono l'accappatoio e si sdraiarono su due materassini.
    "Lei è un monello, non si fanno certe cose!"
    La frase era stata pronunziata ridendo da Giuliana, quersrto confortò Max che pensò di mettere in atto un piano.
    Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?"
    Un cenno di assenzo da parte delle due dame.
    Max si aspettava di veder comparire le due sorelle invece si presentò solo Giuliana e non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.
    "Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione. gliele metto sul tavolo e ritorno a casa mia."
    "No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni."
    Max accertò che Giuliana era entrata in posseso di venti ettari di agrumeti ed altrettanti di oliveto oltre a vari appartamenti sparsi tra Riposto a Messina, alla faccia!"
    "Giuliana venga più vicino, vede qui... le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, la damigella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, ovvia destinazione finale il letto.
    Max si avventurò con la lingua sul fiorellino, era fresco e profumato, la furbacchiona aveva messo in conto quell'incontro ravvicinato. Prima di infilarsi nella dolce grotta le procurò un paio di orgasmi per non farle troppo male, il suo era un 'cicio' piuttosto voluminoso e molto probabilmente Giuliana era stata a stecchetto per molto tempo.
    La lenta entrata fu bne accetta, Giuliana dimostrò di gradire molto quello che stava succedendo muovendosi in continuazione sotto Max che ce la mise tutta  finchè Giuliana fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.
    "Una pausa per offriti un gelato Algida oppure un caffè freddo, anche del te, cosa gradisci?"
    Giuliana con un fil di voce:"Gelato."
    "Dì la verità era un bel pò di tempo..."
    "Si ma daltronde tu sei speciale, mio marito godeva subito alcune volte nemmeno dentro il fiorellino, mi sporcava tutta la pancia, un disatro..."
    "Quello che hai descritto si chiama eiaculatio precox."
    " Le sensazioni che mi hai fatto provare erano a me completamente sconosciute, te ne sono grata, vorrei stare ancora un pò con te, vorrei conoscerti meglio."
    Max si posizionò vicino al corpo di Giuliana che aveva chiuso gli occhi, le baciò a lungo le tette sin quando si accorse che Giuliana stava di nuovo avendo un orgasmo, mai gli era successo un fatto del genere.
    "Mi farai morire, ho la testa fra le nuvole!"
    "Allora per farla completa e ricordarti questo pomeriggio ti propongo una goderecciata doppio, dapprima potrai provare uin pò di dolore ma all'ultimo..." gusto."
    "Non ho la minima idea di questa god....."
    "Si tratta di mettere 'ciccio' nel tuo buchino posteriore e godere con il fiorellino"
    "Non l'ho mai fatto, mi farai male..."
    "Affidati, il tuo Max ti lubrIficherà con la vasellina, all'inizio potrai provare un pò di dolore ma alla fine..." 
    Giuliana non si lamentò, si mise di fianco, si era completamente abbandonata ai desideri di Max, alla fine provò quello che il suo amante aveva definito doppio gusto, aveva goduto col fiorellino sapientemente toccato con dito da Max e pure col suo culino...
    Max si ritirò ma Giuliana rimase a lungo sulla posizione di fianco tanto che Max si preoccupò.
    "Ti senti beme?"
    "Anche troppo, mi hai fatto provare delle sensazioni che non avrei mai immaginato."
    Andando allo specchio: 
    "Ho il viso stravolto, cosa dirà mia sorella..."
    "Abbracciamoci un pò, ti rilasserà."
    L'uscita di Giuliana fu silenziosa, sicuramente si era meravigliata di se stessa, prese le carte e, dopo un rapido bacio a Max, scomparve nell'ascensore.
    Max si congratulò con se stesso, in mezzo al letto, a gambe larghe, si godette il 'post ludio', aveva preso in mano la situazione!"
    Non era facile che Max si meravigliasse di qualcosa, aveva acquisito una buona esperienza anche per il suo lavoro ma il bigliettino che trovò nella cassetta delle lettere era davvero singolare: 'Mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte, questo sono il mio numero del telefono e del telefonino, fatti vivo."
    Max comprese subito che anche la sorella...ma aveva bisogno di un pò di tempo per riprendersi, cavolo.
    "Giuliana sono Max."
    "Sono Assunta."
    "Carissima per due giorni sono fuori sede, al ritorno ti chiamerò."
    Ovviamente non potè ritornare a casa, mangiò e dormì in caserma.
    Il terzo giorno Dio creò...
    "Cara sono appena rientrato, un rapida doccia e fra mezz'ora vieni a casa mia con le carte." 
    Assunta si presentò senza carte e in vestaglia a testa bassa, pareva proprio che si vergognasse.
    "È stata mia sorella, io non volevo..."
    Max l'abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più giovane della sua età.
    "Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l'hanno fatto lasciare, non sono più vergine."
    La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Max iniziò con la solita tattica, bacio al fiorellino e poi tutto il resto, aveva usato un preservativo che non aveva usato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell'argomento.
    Uscita di scena Assunta, le due sotrelle erano sistemate riflettendo Max pensò di essersi messo nei guai, tre amanti nello stesso isolato!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano.
    "Perchè non viene a trovarci, noi siamo sempre soli."
    "Va bene, ci vediamo oggi alle diciassette."
    Li non c'era pericolo di avventure di sesso, un pò di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Venne ad aprire la signora che l'abbracciò commossa:
    "Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, sua moglie, non so perchè, non ci può vedere."
    Max si domandò il perchè di quell'astio, sembravano due persone per bene, affabili, mah..."
    "Ci racconti di lei."
    Max cominciò dall'arruolamento nella Guardia di Finanza sino all'arrivo a Messina.
    "Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe poacere se ogni tanto venisse a farci compagnia."
    Max aveva ingranato in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante della Legione lo stimava, tutto bene.
    Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative per la sua libertà: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.
    "Io cucino per due, un terzo non mi pesa."
    Il  marito era d'accordo ma talvolta era assente. e quindi finiva con una 'sveltina' con Memi e questo lo schiavizzava un pò.
    Un giorno, dopo pranzo, erano soli, Memi nion si accontentò della solita sveltina:
    "Voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi."
    Max si domandò il perchè glielo doveva ma non fece storie.
    Quello che lo meravigliò fu che Memi parlava in continuazione:
    "Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto tanto, mi metto alla pecorina, vienni cdentro senpre di più, anche il culino vuole la sua parte, fai piano perchè mio marito ce lìha più piccolo del tuo, sbrodami inn faccia."
    Al bacino di rito sulla porta la confessione:
    "Mio marito ha visto tutto, è un guardone."
    Ecco, ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.
    Un gionro, all'ingresso, incontrò la signora D'Arrigo, era arrabbiata nera:
    "Una bella signora come lei tutta arrabbiata?"
    "Dovrebbe vedere la pagella delle mie due figlie, quattro in francese ed in latino."
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:
    "A scuola ero bravo in quelle due materie, potrei dar loro qualche lezione."
    "Mi farebbe un favore grande grande, parliomoci chiaro: con lo stipendio di mio marito non possiamo pagare un'insegnate di sostegno, gliele mando  casa sua oggi pomeriggio alle diciassette."
    Max pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, male gliene incolse, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a fare qualcosa.
    Grazia e Graziella si presentarono all'ora prevista, cominciarono subito a ridere.
    "Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete."
    "Lei non ci fa la battuta su Grazia e su Graziella?"
    Max la conosceva bene, finiva con 'grazie al cazzo', ma fece finta di nulla.
    La mise sul serio, prima il latino poi il francese, le due sorelle sembravano interessate fino a che un piede fu insinuato fra le sue gambe toccandogli il coso. All'inizio pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda:
    "Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola."
    "Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo, vero?"
    "Fuori immediiatamente, se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un'altra volta."
    Max non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni ai genitori.
    Un'invito delle sorelle Musmeci: "Dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c'è una festa sulla'aia, facci compgnia, andremo con la Jaguar.

     

  • 01 ottobre alle ore 15:02
    Lost Highway

    Come comincia: Ho intrapreso un viaggio e non me ne pento, perchè un viaggio è come un libro: un impiego di tempo che viene ripagato con l'esperienza.

    Nel bagaglio a mano ho un maglione marrone, una maglia di pile verde, delle magliette a maniche lunghe, una calzamaia, un cappello, una sciarpa, un quaderno, una penna, una mappa di Amsterdam centro e un beauty case. Nelle tasche dei jeans ho i miei documenti, 300 euro in contanti, un pacchetto di Winston blue e un accendino.
    Ho cambiato la prima banconota da 50 euro acquistando il biglietto per la linea 2, il treno che passa a Central Station. Benchè fossero quasi le 12 e non avevo toccato cibo dalla sera del giorno prima, la vista di olandesi distratti a mangiare panini dolci all'uvetta mi stomacava, anzichè stimolarmi l'appetito.
    Decisi di bermi una spremuta d'arancia per prendere energie, perciò mi fermai nel primo coffee shop che vidi, infrattato in una stretta vietta che si diramava dalla Damrak e univa quest'ultima alla sua parallela interna, la Nieuwendijk.
    Il locale non aveva insegna, solo la scritta "coffee shop" verde spento sopra la porta d'ingresso.
    Dentro era buio, la luce filtrava pochissimo dalla vietta ombreggiata dai palazzi. Tuttavia l'atmosfera era giusta, i miei occhi si erano stancati dell'intenso bagliore del mezzogiorno. Ordinai un'aranciata, un grammo di erba e mezzo di hashish ad un ragazzo di colore che non parlava volentieri, pagai 17 euro e mi addentrai nel locale fino a raggiungere l'angolo più buio e isolato, dal quale, tuttavia, l'ambiente sembrava leggermente meno scuro.
    La poca clientela era costituita per lo più da gente del posto, pochi turisti si intravedevano dalle finestre dell'ingresso proseguire noncuranti dell'insegna verso i negozi della Nieuwendijk.
    Girai una canna di erba (NewYork Diesel) aspettando che l'aranciata, ghiacciata, raggiungesse una temperatura più alta. Sorseggiavo dalla cannuccia e fumavo avidamente, con la testa già annebbiata dal fumo, pesante eppure molto vuota. Non si affollavano pensieri nella mia testa, mi limitavo a guardarmi intorno, a scrutare le facce delle persone (la faccia del negro al bancone era imperscrutabile, una parete di piombo attraverso la quale nemmeno Superman avrebbe visto un cazzo).
    Ad un certo punto, mentre mi apprestavo a scaldare l'hashish di bassa qualità, una ragazza attraverò a fatica l'angusta porticina d'ingresso portando con sè una valigia quasi più grossa di lei.
    Aveva dei pantaloni bianchi che le aderivano perfettamente alle gambe lunghe, il busto appariva più tozzo e meno slanciato, appesantito dai maglioni e dal cappotto, ma lasciava intravedere un seno prosperoso.
    I suoi capelli erano scuri, neri come la pece e belli e lunghi, le conferivano quel fascino che solo le more hanno. Da amante delle donne, alte e basse, rimango sempre colpito dall'aria angelica e dolce che le bionde trasmettono, ma le more, dio, loro sono come diavoli tentatori, passionali e sensuali, irresistibili e così ingannevoli.
    Ammirai le sue linee che con l'immaginazione affioravano da sotto i vestiti invernali e seguii i suoi movimenti con uno sguardo timido, facendo bene attenzione a guardare prontamente da un'altra parte qualora necessario.
    Ordinò un cappuccino e venne dritto verso di me, verso il mio angolo buio e desolato, dal quale si vedeva tutto più chiaro. Nel fondo del locale, accanto alla porta del ripostiglio, c'era spazio per due tavolini, due sgabelli per ogni tavolo e un lungo divanetto che seguiva il perimetro della parete e faceva da ponte tra i due tavolini.
    Io occupavo il tavolino di destra, la mora quello di sinistra. Ci fu un veloce scambio di sguardi seguito da un sorriso dolce e spavaldo di lei (deve sapere di essere bella, non c'è alcun dubbio) e, in risposta, un mio timido cenno con la testa.
    Volevo parlarle, così con una scusa mi lanciai: "Ciao, avresti una cartina da darmi? Devo aver perduto le mie" mentii.
    Lei mi sorrise di nuovo, un sorriso quasi studiato, imparato a memoria e ripetuto allo specchio milioni di volte. Un sorriso fiero di una donna consapevole delle proprie forme e degli uomini.
    "Tieni". Mi porse una cartina e subito continuò: "Come si capisce che sei nuovo.. Qui le cartine sono gratis, le puoi prendere al bancone".
    Lo sapevo bene come funzionava, ma ero certo che lei sapesse benissimo che la storia della cartina era solo una scusa. Abbozzai timidamente un sorriso.
    "Sono un turista, ho ancora con me la valigia. Piuttosto, vedo che ne hai una anche tu.." e il mio sguardo scivolò a terra, dove un grosso trolley blu notte era posato accanto a lei.
    Mi rispose che era appena rientrata da un viaggio in Francia, che era nata ad Atene e che viveva ad Amsterdam da quasi tre anni.
    Perdemmo una buona mezzora a fumare e chiacchierare; io tentavo di essere il più eloquente possibile e lei era molto comprensiva nei confronti del mio inglese improvvisato.
    "Sai già dove passare la notte?" chiese.
    "Pensavo di andare verso l'Amstel, di lì potrò percorrere il canale dirigendomi in periferia. Sono sicuro che troverò qualche pensione o hostello a basso costo".
    Mi guardò con aria soddisfatta, come se stesse aspettando proprio quella risposta, poi rispose: "Perchè non scendiamo insieme fino a piazza Dam, mangiamo qualcosa e poi ci dividiamo?".
    Accettai.

    "Come ti chiami?" chiesi appena uscimmo dal coffee shop. "Aurora".

    Mangiammo in un ristorante di carne argentina dietro il Palazzo reale De Dam, a pochi metri di distanza dal Magna Plaza, sulla sinistra, e ancora più vicini al museo delle cere, sulla destra. Ci demmo appuntamento per il giorno seguente, stesso ristorante, 12.30.
    Non mi restava altro da fare se non andare in cerca di qualche ostello economico e, mentre camminavo trainando la valigia dietro di me, cominciai a pensare all'incredibile incontro.
    Stavo passeggiando a testa alta, fiero, mi sentivo uomo come non mai.
    Raggiunto l'Amstel percorsi la riva est verso sud, dopo non molto trovai un bed&breakfast adatto a me.
    Pagai per tre notti, 90 euro totali, tasse comprese, colazioni comprese, bevande calde ad ogni ora comprese. Mi sistemai in una stanzetta al terzo piano, letto ad una piazza e mezzo sistemato di fronte ad una grossa finestra bianca, vista sul fiume Amstel.
    Il materasso era duro al punto giusto e, con una canna di erba in bocca, mi stesi pensando ad Aurora.
    Strano nome per una greca.
    Mi svegliai dopo un ora e mezzo, le palpebre pesanti avevano bisogno di una rinfrescata per aprirsi del tutto. Andai in bagno, cagai, feci una doccia e per tutto il tempo pensai a quella bellissima ragazza mora, dalle gambe lunghe e il sorriso trascinante.
    Quel pensiero dolce mi attraversò l'anima e mentre mi chiedevo se fossi diventato vittima dell'amore a prima vista, decisi di andare a sfogare le mie passioni e frustrazioni al quartiere a luci rosse.
    Eccolo lì, il Red Light District.

    Dovevano essere le dieci di sera e io mi trovavo di fronte al Hash, Marijuana&Hemp Museum.
    Il canale (Oudezijds Achterburgwal) era affollato su entrambi i lati.
    Le vetrine e i locali coloravano di rosso la notte che cresceva sempre di più, mentre l'interno di ogni vetrina, occupato da una o due belle signorine in biancheria intima, si discostava dall'intensità del colore rosso per sfumare sempre più verso un viola pallido.
    Le ragazze fumavano, parlavano al cellulare, lanciavano occhiolini maliziosi ai passanti arrapati e divertiti al tempo stesso, mentre io, che distrattamente passeggiavo volgendo lo sguardo quà e là, presi una banconota da 50 euro ed entrai, senza pensarci troppo, a far visita ad una signorina a caso.
    La prima carina e dagli occhi simpatici che ho trovato. La prima mora carina e simpatica che ho trovato.

    Tornando verso il mio Bed&breakfast mi fermai in un ristorante italiano gestito da una famiglia che, però, non parlava italiano. Ordinai mezzo litro di Heineken, due braciole con accanto una patata al cartoccio. Bevvi la birra, mangiai mezza patata, ordinai un altro mezzo litro (di Amstel, per cambiare) e iniziai a mangiare le braciole.
    Ero stanco e soddisfatto della mia giornata, decisi di andare a riposare e il litro di birra mi provocò una piacevole sensazione di leggerezza e incertezza nelle gambe. Avrei dormito bene quella notte, mi sarei svegliato la mattina presto e sarei andato a cercare lavoro, per poi presentarmi all'appuntamento con Aurora.

    Sono passati dodici giorni dal mio arrivo in città.
    Il lavoro lo trovai già il terzo giorno, da "Mike bike – rent a bike!". Il gestore del negozio, un olandese di nome Vincent, era un biondino simpatico che non aveva più di quaranta anni.
    Il mio lavoro era semplice: Vincent mi passava i numeri delle biciclette che dovevo prendere, io le prendevo nel retro del negozio e le portavo vicino al bancone. Provavo davanti ai clienti che la ruota girasse senza intoppi, che la catena fosse ben oleata e, in fine, che i freni fossero sicuri.
    Raramente capitava qualche problema; in quei casi Vincent mi mandava a prendere un altra bicicletta. Io non riparavo un bel niente, anche perchè non ne ero capace.
    Il negozio si trovava nel punto in cui il Singelgracht si incontra con il Jacob Van Lennepkanaal, non distante da Leidseplein. Avevo il vantaggio di poter utilizzare una bicicletta del negozio, gratis ovviamente, e potevo portarmela a casa quando finivo di lavorare.
    "Mike bike" pagava abbastanza e comunque il bed&breakfast era troppo costoso, perciò andai in un appartamentino al quarto piano sull'Overtoom, quasi alla fine di Vondel Park.
    Ero piuttosto lontano dal centro, ma a lavoro arrivavo in pochi minuti.
    Quasi ogni sera vedevo Aurora, io e lei cenavamo insieme (le prime volte al ristorante, successivamente a casa sua o a casa mia) ci ubriacavamo, facendo l'amore, fumando, passeggiavamo di notte tra i canali, ci ubriacavamo di nuovo cantando per le stradine di periferia, poi rifacendo l'amore, a casa o nascosti dai cespugli nei parchi.
    Quando ero con lei non sentivo freddo, non provavo paure di alcun genere, la vita pesava poco e soprattutto mi emozionavo all'idea che lei provasse lo stesso. Ma non avevamo mai parlato di sentimenti, certo non dopo così poco tempo: sapevo davvero poco di lei, spesso quello che mi diceva non mi convinceva del tutto, come se volesse cancellare una parte del suo passato (o semplicemente nasconderla a me) e, per tutta risposta, lei sapeva ancor meno di me, che non ho mai amato parlare sul serio.
    Tuttavia, poco importava a me, che stavo come non ero mai stato prima: indipendente, libero e in compagnia.
    Non ci addormentavamo mai insieme per risvegliarci al mattino e fare colazione prima di andare a lavoro: ogni volta che ci incontravamo, anche se facevamo tardi, lei insisteva per tornare a casa.
    Diceva che era una questione di abitudine, che sennò non sarebbe riuscita ad andare a lavoro.
    Che lavoro facesse non me lo spiegò, o meglio, non avevo capito bene, ma credevo si trattasse di una specie di impiego in un ufficio, probabilmente come segretaria.
    Aveva una bellissima presenza, non mi stupiva l'idea che qualche notaio la volesse accanto come segretaria personale; sembrava una ragazza molto sveglia e intraprendente, sapeva giocare bene le sue carte.
    Il suo viso era spesso segnato dalle occhiaie, probabilmente non aveva un lavoro rilassante, pensai, guardando le borse pesanti sul quel viso così dolce.
    Mi trovavo bene con lei e ci continuammo a frequentare al punto che mi fece conoscere alcuni suoi amici: per lo più gente bizzarra, le sue amiche erano sempre ubriache o fatte, amavano scherzare molto con gli uomini; mi presentò due amici, una specie di hippy russo, il cui nome non saprei scrivere, e un ragazzo moldavo apparentemente scortese e riservato.
    All'inizio credetti che fossi io il motivo della sua insoddisfazione, poi Aurora mi spiegò (e lo notai da me) che lui era così un po' con tutti.
    Ad ogni modo, non strinsi amicizia con loro, perchè le occasioni non furono molte, tre o quattro.
    Infatti era passato un mese e io, che iniziavo ad avere la mia vita monotona e felice ad Amsterdam, stavo per lasciare quella città.

    Un mercoledì freddo di inizio dicembre, verso mezzogiorno, chiesi a Vincent il permesso di staccare prima dal lavoro. Inventai una scusa non troppo assurda, limitandomi a chiedere il pomeriggio libero per fare delle commissioni.
    Non c'era molto lavoro quei giorni, caratterizzati da maltempo e freddo, un freddo insolito e penetrante fino alle cavità delle ossa.
    Non avevo commissioni da fare, solo la voglia di mangiare qualcosa di caldo e poi, magari, passare un oretta a fumare in qualche locale poco affollato.
    Erano circa le quattro del pomeriggio quando, ben sazio e riscaldato, pronto per affrontare il gelo, uscii nel pomeriggio grigio, guardandomi intorno e vedendo solo grossi ammassi di maglioni sciarpe e cappotti che si muovevano frettolosamente con andamenti più o meno goffi.
    Avevo passato del tempo a fumare hashish al Baba, in Warmoesstraat, e, invece di scendere verso Leidseplein, mi addentrai nel RLD.
    Non avevo intenzione di far visita a quelle graziose signorine, semplicemente volevo allungare un po' la mia passeggiata.
    Senza alcuna intenzione mi divertivo a guardare le prostitute che mi stuzzicavano con ammiccamenti vari, ma i miei appetiti erano più che soddisfatti.
    Molte vetrine erano vuote, solo quella soffice luce viola e opaca faceva finta di riempirle. Le ragazze che fanno il turno di sera sono decisamente più numerose, così come più numerosi sono i passanti. A quell'ora, invece, c'era poco movimento e le ragazze erano visibilmente stanche, in attesa di farsi dare il cambio.
    Il cuore mi balzò in gola e lo stomaco si strinse in una morsa contorta, si attorcigliava e piano piano rimpiccioliva. Per una frazione di secondo riuscii a sentire il sangue scorrere sù dalle dita delle mani, freddo ma indeciso, e, senza sapere come prenderla, rimasi stupito alla vista di Aurora.
    Mi affrettai a raggiungere l'ingresso di un locale di striptease e sesso dal vivo. L'insegna gialla disegnava una banana e il nome del posto, in corsivo, Bananabar.
    Aurora era lì, impassibile, senza vergogna, sopra una specie di marines palestrato e tatuato che glie lo infilava sù per la figa, in bella vista, quel dono così prezioso! La bocca era in procinto di leccare una banana e, ritratta nell'attimo prima dell'atto, formava un sorriso spavaldo sul volto... quel suo sorriso caratteristico e dolce, seducente, da proteggere. Qualcosa che non si è in grado di descrivere.
    La locandina parlava chiaro: lei lavorava lì.

  • 29 settembre alle ore 15:23
    Notte

    Come comincia: Mi misi ad ascoltare la notte, la melodia che i miei pensieri intonavano col cielo stellato, ad assaporare il profumo dell'erba bagnata dall'umida oscurità. Mancavi tu a render giustizia a quella notte stellata.

  • 29 settembre alle ore 14:15
    Pasquino

    Come comincia: Il giorno di ferragosto è una manna dal cielo per i superstiti romani rimasti a casa e che non si sono dati alla villeggiatura: l'Urbe è finalmente a portata di mano. Niente traffico, niente studenti, niente lavoratori, niente caos; solo turisti e strade deserte che puoi permetterti di percorrere a piedi. Mi sento la signora di Roma, padrona di tremila anni di storia e me li godo tutti mentre passeggio sotto il solleone, avida di sole come una lucertola. Mi si scaldano il fisico e il cuore quando scorgo il Pincio, quando raggiungo il Gianicolo, quando intravedo Porta Pia, quando approdo al Pantheon o al Colosseo. La mia amata Roma dovrebbe essere sempre così, libera da rumori assordanti, libera da gente impazzita, libera dallo smog delle migliaia di macchine e motorini. Dovrebbe essere solo Roma. Ma qui pure le mosche sono stressate.
    E mentre cammino assorta, gli occhi ricolmi delle meraviglie che mi si spiegano dinanzi, giungo dirimpetto a palazzo Braschi, un tempo palazzo Orsini, e lo sguardo mi cade sulla statua di Pasquino. Sorrido e sto per tirare dritto, quando all'improvviso non vedo più i palazzi moderni, non vedo più le strade asfaltate, non scorgo più nulla della civiltà del ventesimo secolo che ci ostiniamo ad appellare "civile" non si sa per quale recondito motivo. All'improvviso, come per magia, mi ritrovo nella Roma barocca, con i suoi abitanti che sfoggiano abiti sfarzosi, carrozze ridondanti di ghirigori, prelati altezzosi protetti dal baldacchino, venditori ambulanti, postulanti vestiti di stracci, bambini luridi che si rincorrono insieme ad animali da cortile, cavalli e cavalieri e sento sogghignare alle mie spalle. Mi giro e vedo la statua di Pasquino che prende vita, con i suoi arti mutilati e sicuramente impallidisco, perché la sento dire:
    «Aho, bella mia, ma che hai visto un fantasma?»
    «Tu… Tu parli?» balbetto.
    «Parlare.» ripete con aria ispirata. «Sì, mi piacerebbe parlare, dato che sono la più famosa statua parlante di Roma; ma, ahimè, in genere comunico attraverso i fogli che la gente mi attacca addosso.»
    «Fogli?»
    «Sì. Libelli. Chiamali come vuoi.»
    Annuisco e le labbra mi si piegano in un sorriso divertito. Anche lui sogghigna e ammette:
    «In questi secoli mi sono divertito da matti.»
    «Non stento a crederlo. La satira è di moda tuttora.»
    Scuote la testa e ribatte:
    «Non è la stessa cosa.»
    «Sì che lo è.»
    «No che non lo è! Vuoi mettere l'atmosfera, dove era vietato parlare male dei potentati e trovare comunque qualcuno disposto a sfidare gli strali del potere pur di attaccare e denunciare e vedere la faccia del bersaglio la mattina dopo? Ah, bella mia, queste sì che sono soddisfazioni!»
    Mi guardo intorno e noto la gente che prosegue nelle faccende quotidiane, ignorando sia me sia Pasquino e quando una dama mi passa accanto con la scorta, provo a toccarla, ma la mia mano afferra solo l'aria. Sospiro e mi godo lo spettacolo della Roma barocca, così calmo, così luminoso, così pieno di vita. Be', sì, noi, al confronto, non viviamo: sopravviviamo.
    «Sai,» riprende con tono allegro, «ci sono stati papi che avrebbero voluto distruggermi per far cessare le pasquinate, ma uomini dello stampo dell'Aretino, del Marino e del Belli, non hanno avuto timore e hanno continuato imperterriti a scrivere le loro pasquinate. Sono orgoglioso di questo. Io faccio parte del popolo di Roma e nulla e nessuno lo può negare.»
    «Raccontami.» lo esorto.
    Esita, china appena la testa, quindi annuisce e sospira.
    «Hai presente papa Clemente VII de' Medici?»
    Faccio mente locale, quindi rispondo:
    «Certo, il papa del sacco di Roma.»
    «Brava. Adunque, quando è morto, dopo lunga malattia seguita dal suo medico personale, qualcuno, forse proprio l'Aretino, considerato il governo disastroso e sospettando il cerusico di aver abbreviato la sofferenza, scrisse: "Ecco colui che toglie i peccati del mondo", chiaramente riferendosi al medico.»
    Mi metto a ridere di gusto e lui sorride a sua volta, felice della mia reazione.
    «Orbene, hai presente papa Paolo IV Carafa?»
    «Papa rigido oltremodo, forse un po' bigotto.»
    «Sì, costretto da lui medesimo al digiuno per espiare colpe sue fino alla morte. Orbene, io dissi: "Accidenti, che vino forte c'è in questa Carafa!" e Marforio, mio grande alleato, rispose: "Ti sbagli, è aceto".»
    Mio Dio, quale meraviglia! Sto dialogando con Pasquino e quasi stento a crederci! E via, una pasquinata dietro l'altra, le braccia che stringo intorno all'addome per le risate, la gente che continua a non vederci e mi sento stranamente viva.
    «E di papa Sisto V?» esorto eccitata.
    «Oh, lui, papa Peretti, nome rimasto oscuro e sconosciuto. Che vuoi che dica, se non che fosse già vecchio e rigido da non riuscire a definire? Basti dire che di lui si dice: "Papa Sisto non la perdonò neppure a Cristo"!»
    Rimango allibita e la mia espressione deve essere così comica che Pasquino ride e spiega:
    «Si dice così perché, dinanzi a un crocifisso in legno che pareva versasse sangue, lui lo spaccò in due, mostrando che dentro vi erano state messe delle spugne imbevute di sangue.»
    Spettacolare! Un papa veramente tosto. Uno di quelli che non si piega.
    «Quando morì, lasciando Roma sul lastrico e carica di gabelle, Marforio mi chiese: "Come si potrà vivere, Pasquino, con le vettovaglie tanto rincarate per le gabelle imposte da Sisto?". Ed io risposi: "E chi ti ha detto che si debba vivere sotto Sisto? Un po' per volta non si deve morire tutti impiccati?"»
    Scoppio a ridere e per un attimo chiudo gli occhi, assaporando la Roma barocca e sperando di poterci rimanere in eterno.
    «E di papa Clemente VIII Aldobrandini cosa mi dici?» domando.
    «Ah, lui! Che tipo! Hai presente Enrico IV di Francia, che abiurò la sua fede pur di farsi incoronare re dal papa? Ebbene, io risposi: "Enrico era acattolico e per amor del regno eccolo pronto a diventar cattolico apostolico. Se gliene torna il conto, Clemente, ch'è pontefice romano domani si fa turco o luterano".»
    Rido di nuovo, le lacrime che sgorgano dagli occhi e mi trattengo lo stomaco, immaginando Enrico IV che abiura mormorando: "Roma val bene una messa". Oh, sì, due tipi proprio simili e si sono capiti subito!
    «Ma lui è anche il papa che ha spedito al patibolo Beatrice Cenci, perché imballata di soldi.» riprende Pasquino. «E Marforio mi chiese: "Quali delitti avea la casa Cenci, secondo il santo padre Aldobrandini?". Ed io di rimando: "Avea troppi quattrini."»
    È incredibile quanto le pasquinate facciano bene alla salute: aiutano nel riso e solo il riso lenisce tutte le preoccupazioni e mostra il lato migliore della vita.
    «Però,» ammonisce Pasquino, «è stato anche il papa che ha bruciato Giordano Bruno, unico esempio di Inquisizione a Roma in quel periodo.»
    «Già.» mormoro scuotendo la testa e tornando seria.
    Rimango a fissarlo, tuttora incredula che una statua possa rivolgermi la parola e il mio pensiero vola a Marforio, l'altra statua meglio conservata che poggia languida su un triclinio e che osserva i romani con aria di superiorità. Posso solo immaginare la gente che si accalcava intorno a queste due opere d'arte per leggere la satira che uomini illustri e meno illustri si sono presi la briga di divulgare per non farla passare liscia ai potentati. E posso altresì immaginare la faccia di prelati e papi, di re e imperatori illividire di furore e prendersela contro le parole portate dal vento.
    «E con Napoleone?» domando.
    «Eh… Ne sono volate di pasquinate! Quando si presentò al cospetto di papa Pio VII Chiaramonti per fare ammenda e questi fece intonare il Te Deum, su di me si trovarono queste parole: "Te deum laudamus e in te speriamo, ma a Bonaparte non ci crediamo".»
    «Già! Ma poi, con la caduta del potere papale, nessuno più ha scritto libelli.»
    Rimane in silenzio e mi accorgo che sta osservando alcuni bambini che giocano vicino a noi senza vederci. Osservo il loro gioco e rabbrividisco: stanno simulando una impiccagione! Sbalordita, alzo lo sguardo su Pasquino e lui sospira.
    «Che vuoi, ai nostri giorni gli spettacoli che il popolino poteva permettersi erano le condanne capitali.»
    Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, mentre le risate cristalline dei bambini mi riempiono le orecchie come campane a morto.
    «Tranquilla, ragazza: questi giovani qui sono più svegli e arguti di quelli attuali.»
    «Non lo metto in dubbio.»
    «Comunque,» riprende con tono ammiccante, «ci sono stati altri libelli. Uno in particolare.»
    «Quale?» domando incuriosita.
    Sogghigna divertito e spiega:
    «Quando a Roma giunse in visita Hitler. Qualche bontempone ha deciso di farmi risorgere e la mattina su di me c'era scritto: "Povera Roma mia de' travertino! T'hanno vestita tutta de cartone pe' fatte rimirà da 'n'bianchino."»
    Scoppio a ridere e porto una mano alla fronte, immaginando le facce austere e dure di Hitler e Mussolini dinanzi alla pasquinata e comincio a capire la diversità di satira. Quella di Pasquino è sottile, irriverente, lapidaria, spiritosa, ma, soprattutto, è discreta e per questo più efficace. Oggi non si fa più satira simile.
    Annuisco, prendendo nota della lezione offertami da Pasquino e quando alzo lo sguardo, noto la statua di nuovo rigida, quel che rimane del volto intagliato nel marmo un marmo stesso e apro la bocca per dire qualcosa; ma ci ripenso e mi accorgo che sono tornati a circondarmi i palazzi moderni, i turisti e, soprattutto, lo smog.

  • 28 settembre alle ore 15:33
    Sento tutto nel vento

    Come comincia: Tutta la vita io ho cercato il vento.
    Me ne andavo per le strade con gli incubi che trasformavo in sogni bellissimi .Con i capelli che mi facevano da ali immaginando che Dio era lì pronto a guardarmi. Lo sentivo addosso e tutt'intorno come su una giostra che non puoi fermare...ed io giravo giravo fino a perdere i sensi. Come una droga tritacarne che ti brucia i polmoni, come le cicatrici che ho sul corpo e  che tocco, miei tesori e medaglie al valore.
    Il vento è l'occhio, , la mano e lo sento , quando tu stai per arrivare
    quando ti chiedo perché non urli mai, e rispondi  che il paradiso ha bisogno di silenzio.
    Sento tutto nel vento, ed è simile alla sensazione di strisciare nudi con la pelle sull'asfalto e nessuno è lì per aiutarti.Nemmeno Dio più ti guarda. 
    E tu non vuoi nessuno che t'aiuti, senza amore.
    Io sento tutto dell'amore, ed è come il vento che ancora non riesco ad afferrare.

  • 26 settembre alle ore 21:35
    Racconto K

    Come comincia: La luna enorme e scarlatta giaceva rarefatta sull’orizzonte nero-buio-oscuro irradiando una tetra aura soffusa-arancione, come uno squarcio di sorriso leonardesco in una caverna occupata dalle tenebre.
    Sotto il cielo, una squallida periferia urbana e un edificio come di vecchia fabbrica abbandonata, la cui via di accesso si snodava fra erbacce e cancelli arrugginiti e pneumatici consumati illuminati da alti lampioni, uno dei quali recava una vetusta e illeggibile scritta arruginita.
    Io, mio padre ed un anonimo amico d’infanzia, con le facce come cancellate da una gomma, stazionavamo davanti all’edificio dove dovevamo consumare i nostri piaceri carnali.
    Lì c’erano le puttane. E noi dovevamo scopare. 
    Un banchetto  deserto davanti alla porta d’ingresso sorreggeva una lunga pila di libri e varie carte e cartacce, svolazzate dal vento e un blocchetto per le prenotazioni.
    Un taccuino con dei numeri.
    Ognuno di noi prese il suo numero.
    Chiesi a mio padre: “Dobbiamo andarci per forza?”                                                                                          
    “Sì, per forza. Ci dobbiamo divertire” – E rimase impassibile.
    Il  suo volto non aveva niente a che fare con mio padre, ma io davo per scontato che lo fosse. Come il mio anonimo amico, che probabilmente non avevo mai visto prima.
    Proprio lui allegro e sghignazzante prese il primo numero dal taccuino, lo strappò velocemente ed entro di corsa gridando: “ Andiamo a scopare! Andiamooo!”
    Il mio presunto padre guardava il suo numero con aria spersa e smarrita:
    “ Sì, è nostro dovere…  Dobbiamo scopare!”
    E mentre lui rifletteva,  non potevo più aspettare: corsi anch’io dentro per raggiungere il mio amico, senza cui mi sentivo completamente perso.
     
    Dentro tutto era tetro e oscuro: le pareti fatiscenti , odore di chiuso e tanfo indecifrabile: un lungo corridoio sui cui lati sbarluccicavano luci soffuse di flebile neon giallastro.
    E io correvo, correvo e correvo…  
    e il balenare di luci e ombre, che si stagliavano sulla mia faccia frenetiche e dondolanti.
    Passai davanti a numerose stanze aperte, chiuse e semi-chiuse. Riuscii a distinguere in esse un ciccione che si riabbottonava i pantaloni, una puttana a seno nudo, un’altra che si masturbava; poi altre scene di coiti, di pozzanghere e lettini oscuri, un baluginare intermittente  e tremolante di luci-puttane e ombre-corridoi, e una corsa sfrenata in meandri, antri e tunnel infiniti e serpeggianti.
    Ma il corridoio non finiva mai e si snodava in volte sempre più oscure nel cui vorticare distinguevo solo lo scalpiccio veloce e inquieto dei miei passi e la voce lontana del mio amico che gridava come un indemoniato. Ogni tanto affondavo i piedi in alcune pozzanghere, ma noncurante continuavo, seguendo la voce che smaniava davanti a me, in fondo, da qualche parte… Eppoi…
    Silenzio.
     
    Finalmente la voce si spense.
    Io mi fermai.
    Ero arrivato ad un angolo d’un bivio buio.
    Lì, nell’angolo,  in una nicchia, era seduto un ragazzetto scuro con lo sguardo fisso nel vuoto e che, mai rivolgendomi lo sguardo ed ondulando e cantilenando come un piccolo pazzoide in un’assurda litania, attaccò a parlare:
    “Oh,sì… L’ho visto il tuo amico! È proprio pazzo… Tu dove devi andare?...
    Devi scopare, devi assolutamente scopare!...
    È tutto lì il succo… Io mi sono proprio divertito… Devi andare dalla tua puttana, ci devi assolutamente andare!”
    Lo guardai impaurito e gli mostrai  il mio numero quasi automaticamente all’alzarsi di un suo sopracciglio:
    “ Ah!...  Stanza 664!... Vai, si chiama Elena!
     Lei è proprio brava… ed il dottor Zeinberg ti aiuterà a rilassarti…
    Oh, sì! Tu sì che ti divertirai!… Andare a puttane è la cosa migliore di tutte!...
    Come sono felice… Vai e divertiti!... è là in fondo!… ti aspetta sulla soglia.”
     
    Gli strappai di mano il numero e corsi verso la direzione indicata.
    Svoltai ad  un angolo, ed in fondo a quella che doveva essere una sala d’aspetto, c’era lei: una donna prosperosa, bionda, alta , in pantaloncini attillati di jeans verde e una camicetta bianca, stretta, i  seni enormi con i grossi capezzoli in vista:
    “ Vieni caro, ti stavo aspettando” – mi disse sorridendo.
    Mi avvicinai, le detti il numero ed entrai.
    All’interno, una stanza medica, come di pronto soccorso in disuso, scarsamente illuminata ma completamente bianca: un lettino, armadi vari, una scrivania, uno scaffale pieno di farmaci e lozioni e creme e arnesi chirurgici. Elena l’Ucraina, mi fece accomodare sul lettino.
    “ E’ la prima volta, vero? Non ti preoccupare…  Sei un po’ teso? Ora ti faccio rilassare io…”
    E all’improvviso da una stanza vicina, un acuto grido di dolore e strazianti urla come di tortura, ed una voce!  Una voce familiare.
    Ma subito la puttana  cercò di distrarmi.
    “ Allora? Guardami! Ecco cosa faremo…”
    Cominciò a sbottonarsi la camicetta sorridendomi, con le sue labbra carnose e scarlatte; poi cominciò ad accarezzarmi il cazzo da sopra i pantaloni con le sue dita affusolate e le sue lunghe unghia appuntite.
    “ Ti piace, non è vero?”
    “Sì!” – riuscii a malapena a mugugnare.
    Poi cominciò a sbottonarmi i pantaloni e ad accarezzarmi più a fondo mentre mi prendeva la testa con l’altra mano e mi faceva affondare nelle sue enormi tettone inducendomi a leccarle i capezzoli.
    “ Dai… Su!… ecco!”
    Il cuore mi batteva all’impazzata e stavo cominciando a godermi quel momento.
    Quando all’improvviso un odore nauseabondo mi penetrò le narici:  le sue mammelle puzzavano di cavoli andati a male, di qualcosa di marcio.
    Subito mi distanziai: lei mi guardò con uno sguardo tra lo stupore e il disprezzo, poi mi sorrise: “Ok… Forse non sei abbastanza rilassato…
     Ma ho qualcosa io per te! Ecco, bevi!”
    “ Cos’è?”
    Nell’oscurità mi porse una ciotola di cocco con dentro della strana sostanza bianchiccia.
    “Cos’è?… è Yukka! Ti darà calore e forza… E ti farà rilassare!…”
    La guardavo sorridere e contare le gocce che ingurgitavo mentre bevevo  quella strana bevanda.
     “ Bravo, ragazzone!” - e mi sorrise con gli occhi sempre più spalancati, soddisfatti e indagatori.
    La poca luce presente cominciava ad offuscarsi sempre di più e io mi sentivo stordito… lei si mise sul lettino, a cavalcioni su di me… andò giù e cominciò a leccarmi fra le cosce… poi me lo prese… e cominciò a succhiarmelo… prima con dolcezza poi sempre  più con violenza… sbattendo il suo pugno con forza sul mio pube… e stringendo sempre più i denti ad ogni tornata.
    “No… Adesso basta!… Aspetta!”
    “ Cosa c’è che non va?”
    In quel momento entrò un dottore stempiato, con la barbetta e un lungo pizzetto;  abbastanza vecchio, anche lui sorridendo e con degli occhi spalancati, molto simili a quelli dell’ucraina:
    “ Caro giovanotto, devi solamente rilassarti. Non lo sai che nel sesso v’è il segreto della felicità? Ecco!... Ora una bella siringhetta di questo… E vedrai che bella scopata ti farai! Eppoi sarai felice di tornare da noi ogni giorno. Non sei contento?”
     
    L’esimio dottore nel suo affettato sorriso mostrava i denti gialli ed una leggera bavetta bianca che gli colava dall’angolo sinistro della bocca nera. Si avvicinò con molta confidenza al lettino e, scostando l’ucraina, mi inserì la siringa nella coscia.
    “Allora? Stai meglio, mio caro?”
    Gli occhi mi si ribaltarono in sù e vidi il soffitto ondulare. Poi un bagliore di bianchezza. E la mia mano ora affondava nella larga, calda e umida vagina della puttana, mentre il dottore mi osservava sempre più divertito:
    “ Bravo!… è tuo dovere fare sesso!… è tuo assoluto dovere!… E non lo sai che il dovere è un piacere!?!”
    Poi altre grida frastornanti provenienti dal corridoio. Una voce amica. Uno strazio ed un tormento: qualcuno stava soffrendo. Una tortura, dei denti digrignati: “ Aiuto!”
    Lei mi cavalcava ed io provavo piacere. Ma avevo anche un orrendo senso di nausea.
     
    Il dottore era sparito.
    Vedevo tutto bianco,  poi tutto oscuro… e il mio corpo era un mattone, completamente rigido e pesante. Il mio cazzo ribolliva turgido e duro da far male nella enorme bestia del piacere, che si dimenava su di me ed il cui viso era ormai solo uno sfrondare nebuloso e divertito di capelli dorati. 
    Cercai di girarmi su un lato. Mi parve di vedere di nuovo nella penombra la faccia divertita del dottore che caricava una siringa ed alcune stille sbarluccicanti in alto dalla punta metallica sprizzavano d’argento.
    “ Io non voglio!... Io non devo ! … Basta!!!...”
    Mi alzai di scatto, scaraventando la puttana a terra. Mi rivestii velocemente mentre il dottore si avvicinava con la siringa e, dandogli uno strattone, spalancai la porta e scappai per i lunghi corridoi.
     
    Nell’angolino non v’era più traccia del ragazzino. Il nero corridoio si mise in obliquo… e io scappavo affondando nelle pozzanghere riflettenti e schizzando a destra e a sinistra… correvo senza mai riuscire a vedere niente… tutto si faceva più buio… una svolta a sinistra, una a destra… e la vista mi si offuscava sempre più. Nel corridoio non v’erano più stanze,  nessuna luce… e io soffocavo, soffocavo orribilmente. Mi mancava il respiro… poi gli occhi mi si ribaltarono e…
    Vidi  quella stessa luna rossa che fuori affondava nelle nere nubi teatrali.
    Un conato di vomito. Il cartello arrugginito. La pioggia. Le tenebre.
    E io che soffocavo… e soffocavo… Soffocavo!...
    …e mi svegliai boccheggiando.