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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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  • martedì alle ore 19:33
    Il pane

    Come comincia: Ci sono delle giornate che hanno bisogno di lievitare prima di poterle accettare e amare, come per il pane. Cosa c'è di più simile al "pane" che possa "alchemizzare" l'inesprimibile sentire. Forse la musica, il colore, essi sì, sanno accompagnare la trasformazione da emozione sconosciuta a se stessa, a chiara percezione. Ma pure, il manipolare l'impasto del pane è così simile al lavorio inconsapevole dell'interiore, così affine è la lievitazione, così uguale è la trasformazione del "non so dire" a "so". Manipolazione lievitazione e trasformazione: la via per passare dall'inconsapevole al cosciente. E così, anche oggi ho fatto il pane. Dopo la prima esperienza terapeutica, la seconda medicamentosa. Dovevo disperdere le particelle scomposte in me, quelle ospiti autarchiche e irrispettose, che senza presentazione alcuna, vagano nel mio corpo come fosse la "loro" casa! Dovevo fare il pane, oggi. E le ho fregate, loro, le Particelle Scomposte. Sono lievitate con il pane, si sono gonfiate in esso e si sono disperse nel calore del fuoco. E' buono il mio pane, lo mangio e mi nutro delle P. S. ammansendole e facendomi amare, e le amo, così rinnovate e buone, ci apparteniamo, sappiamo lievitare.

  • 04 febbraio alle ore 10:24
    MADAME SUSANNA

    Come comincia: Vista la prima volta: una signora raffinata, gli abiti scelti con cura, indossati con eleganza, abbinamenti particolari: una femmina di lusso. Tato la incontrò l’ultimo giorno dell’anno in un raffinato locale alla moda seduta ad un  tavolo circondata da amici.
    Un coup de foudre! La esaminò a lungo con compiacenza, non sentiva più il brusio delle voci dei presenti né il suono dell’orchestra. Ne osservò la bocca mossa con maestria, quando sorrideva scopriva denti perfetti. Sulle labbra un rossetto un po’ appariscente ma non volgare, adatto al suo stile con il contorno di matita più scuro  che ne evidenziava ancor più la finezza e l’unicità. Sorrideva con distacco signorile che creava una barriera con gli interlocutori sciocchi o vanesi.
    Tato seguitò ad osservarla e notò altri particolari: zigomi alti, occhi grandi ed espressivi, il trucco magistrale ne sottolineava la luminosità, orecchie piccole, la scollatura decisamente profonda metteva generosamente in mostra seni perfetti, emergeva fra le signore presenti.
    Tato con la fida Canon le si avvicinò e, con falsa indifferenza ma col cuore in subbuglio le propose un servizio fotografico in ricordo della serata. Zeus adiumentum, inaspettatamente raggiunse lo scopo.
    Si rifugiarono in un angolo appartato della sala in mezzo a rocce e piante un po’ distante dagli sguardi curiosi ed invidiosi delle signore. La musica giungeva da lontano un po’ ovattata. La magia delle luci soffuse ed il caldo ambiente lavorarono in favore di Tato. Una Susanna diversa, cordiale, disponibile: una sorpresa.
    Tato assunse le vesti di regista: “Pensi a situazioni piacevoli: un viaggio in compagnia di una persona briosa, una serata in un locale accogliente, un’incontro ravvicinato…” Le pose di Susanna erano mutevoli ed espressive, seguiva i consigli alla lettera. L’emozione creò qualche problema a Tato: talvolta il calore del viso faceva appannare il mirino della macchina  fotografica con conseguente sfocatura delle immagini; fu costretto a ripetere alcune inquadrature ma il risultato finale fu inappuntabile.
    Esaminò le foto nel monitor le espressioni delle singole foto:
    1)- leggermente ironica 2)- misteriosa 3)- sorridente 4)- soddisfatta 5)- furbetta  6)-pensierosa 7)- carinissima 8)- ti piacerebbe…9)- forse, spera…10)- allegrissima 11)- curiosa 12)- sospettosa 13)-non mi manca nulla 14)- un po’ triste 15)-ho i miei problemi 16)- aperta 17)- ti entro nel cuore 18)- simpatica 19)- non c’è niente da fare! Quest’ultima espressione fece rattristare Tato, non che ci sperasse troppo, era un sogno che lo tormentava ma la speme è l’ultima a morire. Tato si rivolse a Venere, dea della speranza: “Accogli o mia signora la mia istanza un po’ lasciva ma giustificata da cotante bellezza, fa che mi guardi con benevolenza. Lo sai, sono un vecchio pagano amico di Hermes, se riuscirò nel mio intento ti sacrificherò il  montone più grasso, anzi un vitello, meglio ancora un bue… Speme ti offrirò tutto quanto possiedo ma ti prego aiutami, dammi una mano sì che possa sperare altrimenti non solo non ti sacrifico nulla ma ti mando a f……"

  • 04 febbraio alle ore 9:25
    TATO E IL MARE

    Come comincia: Disteso su una sedia a sdraio sulla sabbia, gli occhi socchiusi, Tato rimirava il mare in una notte senza luna.
    Percepiva il rumore delle onde che si rincorrevano sin sulla spiaggia schiaffeggiando la battigia per poi ritirarsi silenziosamente.
    Una brezza fresca e leggera gli accarezzava il corpo sin fino al viso, una piacevole sensazione che gli ricordava le carezze della consorte dolcissima che, con le mani diafane e sapienti gli procuravano un fremito in tutto il corpo.
    Il paesaggio scuro era suggestivo anche se incuteva un po’ di paura.
    All’orizzonte la Calabria; i suoi fari lampeggiavano squarciando a tratti l’oscurità. Qualche tremula luce in mare: barche di pescatori che con le lampare cercavano di attirare i pesci.
    In cielo una stella faceva capolino fra le nuvole che si inseguivano fra di loro nascondendola per poi riscoprirla ancora.
    Tato era estasiato, ebbro di sensazioni piacevoli si sentiva ottimista, rilassato.
    Nel telone del cielo scorgeva fanciulle danzanti ricoperte da un minuscolo gonnellino.
    “An vedi er bell’addormentato, tu moje te cerca da mezz’ora, arza le chiappe!”
    La suocera di Tato non era un esempio di finezza…

  • 30 gennaio alle ore 16:24
    Will ed Io

    Come comincia: E nulla; fu così che m’isolai.
    Ero partito con tanti buoni propositi e, per quanto avessi vissuto anni difficili, alla fine male non stavo.
    Ma poi un giorno, così, dopo tante attese e illusioni mistiche, quello che avevo cercato mi era stato tolto (come sempre, potrei aggiungere). Alla fine, poi, di colpe ne avevo anch’io se la vogliamo mettere su questo piano anche se, a dirla tutta, erano colpe più che lecite se si mettono in conto tantissime cose.
    Non mi va di stare qui ad elencarle o a farne un dramma; in tanti anni sono stato come una fenice e di certo non mi butto giù per così poco (per dei pezzi di merda, se posso permettermi).
    Allora ad un certo punto ero lì nel mio totale isolamento e poi boh, qualcosa piomba nella mia frastornante solitudine; non c’è molto da spiegare nemmeno in questo.
    E’ come quando sei in strada e cammini, cammini poi uno ti tocca per sbaglio, ti chiede scusa, tu annuisci e vai via. Si, peccato che non sono andato via! Ci sono rimasto con quel qualcuno che ti ha toccato per sbaglio. Ci parli un po’, ti fai un sorriso, metti a fuoco e poi, senza accorgertene, t’è entrato pure nel cuore.
    E vabbè, ragazzi allora, che si fa? Uno non può stare tranquillo nel proprio casino che dietro l’angolo ci si tuffa nel mezzo anche quello.
    Sono anni che vivo da solo col me stesso nella valigia, con l’altro me nella tasca e l’anima nel portafoglio; non a caso ho sempre rifiutato ogni qualsiasi forma di contatto per non sporcarmi al resto soprattutto quando non v’è nessun interesse.
    Poi boh, sarà la stupida solitudine che ti tira il braccio o ti mette lo sgambetto a farti ricordare che, poi, dopo tutto, brutto non sei, soli non si può stare e bam! T’innamori del mondo.
    Perché capita sicuro quando passi troppo tempo da solo e là le opzioni son due; o fai il pezzo di merda rude e freddo o perdi il capo ad ogni angolo che svolti.
    Ed i segnali del corpo, a volte, sono molto chiari ma il dilemma sta in quello: che fare? Dare ascolto o tacere? Spingere o sfuggire? Illudersi o amare?
    Alle volte mi viene sempre in mente un grande mare sul quale mi affaccio a luci spente; mi viene alla mente una città lontana lasciata al caso del passato, le note di canzoni smielate che percorrono la brezza fino alle orecchie sorde di una persona che non è più quella persona e allora mi dico “Per quanto quel mare lo conosca bene, le particelle d’acqua che la compongono sono diverse sia quelle vicine che quelle lontane. E se mi sono perso in quelle vicine, chissà cosa potrei trovare in quelle lontane.”
    E quindi poi spunta un faro che illumina l’orizzonte perso dei miei pensieri; poi m’illudo che il faro sono io e invece è solo quello che faccio che lo illumina all’improvviso.
    Così tento di afferrarlo per diventarne padrone e lo chiamo anche Will! Ma più cerco di afferrarlo più mi allontano io.
    Allora non v’è soluzione che sedermici accanto, Will ed'io, con la speranza che, mano nella mano, possa giungere all’origine di quel mare senza vederne il passato od il futuro, stare serenamente lì a guardare quello che ne sarà chiudendo gl’occhi per sentirne il profumo. 

  • 29 gennaio alle ore 10:06
    I DUBBI DEL PADRETERNO

    Come comincia: Quando L’Eterno, alla fine del settimo giorno ritornò in cielo a godersi un meritato riposo, non furono per lui ore di calma come la Bibbia ci vorrebbe far credere.
    La notte di svegliò madido di sudore, un sogno orripilante lo aveva sconvolto: i guai che l’uomo avrebbe combinato sulla terra. Perché non ci aveva pensato prima,  lui tanto preveggente, possibile che gli erano sfuggiti i disastri futuri del pianeta, eppure…
    Prima di tutto perché popolare solo uno fra i miliardi di altri astri che esistevano? E poi perché privilegiare l’uomo facendogli assoggettare e sfruttare gli animali e non punirlo invece molto più pesantemente per aver egli disobbedito ai suoi ordini? Sicuramente poca cosa era stata la sua  cacciata dal Paradiso terrestre in considerazione dei guai che avrebbe procurato  con le  guerre con i suoi simili con motivazioni del tutto ignobili che lui stesso, padreterno, non riusciva a ben comprendere! Come era potuto accadere la shoah degli ebrei, tremenda storia di un popolo, peraltro eletto da Dio, che un pazzo dittatore voleva sterminare. Il Padreterno era perlomeno distratto! Correva l’anno 2016, a capo della chiesa cattolica c’era un certo papa Francesco che aveva sostituito un imbelle predecessore che non era riuscito a tener a bada i suoi dipendenti sempre in lotta fra di loro. Ebbene il buon Francesco, da furbo Gesuita, si stava conquistando le simpatie del mondo cattolico e non,  con il buonismo e l’empatia ma non cambiando di una virgola le rigide regole cattoliche migliori solo di quelle dell’Islam decisamente medioevali in cui le donne valevano e valgono mano di una capra, vi sembro esagerato? Provate a chiederlo a qualche femminuccia dell’Arabia Saudita o di altro stato simile .
    La credenza comune di quegli arabi è che gli esseri umani femminili servano solamente a sfornare figli, a fare le schiave in famiglia o le prostitute anche in paesi molto ricchi in cui il Padreterno aveva ritenuto opportuno dotare il sottosuolo dell’oro nero molto apprezzato da tutti i paesi del mondo.
    Inutile rammentare i guai che la chiesa cattolica aveva combinato nel medioevo, meglio stendere un pietoso velo;  un predecessore dell’attuale papa aveva ritenuto opportuno chiedere perdono per le  immense nefandezze commesse in nome di quella religione.
    Ritorniamo all’anno di grazia 2016; caduti alcuni dittatori mediorientali per le sciocche furbizie di alcuni stati occidentali con cui in passato erano in buoni rapporti, era sorta una religione spaventosa in cui la vita di un uomo era men che nulla, i famosi tagliagole che si vantavano dinanzi alle telecamere di sgozzare altri esseri umani in nome di una religione islamita che si erano creati su misura.
    Torniamo al Padreterno le cui notti sono costellate da sogni infelici ma poi Padreterno di quali religioni, ovviamente di tutte ma a questo punto un ateo come me cade in depressione perché i suoi simili di pensiero o, per esempio, gli omosessuali, nei paesi governati dall’Islam, vengono gettati dall’ultimo piano del palazzo più alto della città!
    Qual è mi domando il motivo per cui alcuni uomini si rifugiano nella religione, qualunque essa sia: sicuramente per insicurezze personali; confidandosi con un sacerdote cattolico, vengono mal consigliati da un prete che giudica i fatti col filtro del suo credo fuori dalla realtà comune.
    Per non parlare delle povere suore… invece parliamone: d’accordo è stata una loro scelta ma non si può vivere coartando la propria natura. Immaginate come se la passano male in campo medico, soprattutto ginecologico. Nel medioevo era consuetudine far indossare il velo a fanciulle nobili per non suddividere il patrimonio di famiglia.
    Nel recente passato alcune di loro, uscite dal convento, ne hanno raccontate di belle o meglio di brutte storie ignobili di cui erano state protagoniste loro malgrado.
    In alcune la madre superiora, dai gusti omo, pretendeva dalle subordinate prestazioni che ben poco avevano di divino, a parte i sacerdoti maschi che, in sede di confessione, infliggevano punizioni che non assomigliavano alle Ave Maria o Gloria Patri, punizioni non sempre gradite dalle interessate considerata anche la bruttezza o la vecchiaia dei confessori.
    In Vaticano vi sono suore, perlopiù africane, che prestano la loro opera quali inservienti a tutto campo nei locali adibiti a locande e sale da pranzo a disposizione di pellegrini senza essere retribuite (sembra). 
    Sotto il patrocinio di congregazioni cattoliche vi sono mense e dormitori per i non  abbienti. Diciamolo francamente sanno un po’ di ‘smoke in the eyes’ come dice la canzone, insomma fumo negli occhi per coprire le non buone e inveterate abitudini dei parroci di farsi pagare le prestazioni religiose in contrasto di quanto disposto dal papa.  Gli stessi preti si sono ben guardati dall’obbedire al dettato del loro capo supremo che ha suggerito di dare alloggio e vitto ad una famiglia di rifugiati, ben pochi lo hanno seguito.
    Andando in alto nella scala gerarchica troviamo prima i vescovi e poi i cardinali che, come rivelato da servizi giornalistici, alloggiano in gran parte in abitazioni di 500 metri quadrati e più con opere d’arte di immenso valore e con a disposizione autovetture di gran pregio.
    Gli italiani, giustamente, si lamentano delle esose imposte che son costretti a pagare; in Europa pare siamo i primi di questa non ammirevole classifica. Il comune cittadino si domanda il perché l’Agenzia delle Entrate, dietro imput del governo,  non mette l’occhio sui fabbricati della chiesa cattolica che, con la motivazione che sono luoghi di culto, non pagano una lira, anzi un  euro di imposte! Risposta: i politici perderebbero i voti dei cattolici purtroppo ancora ben radicati sul nostro territorio.
    Non che le altre religioni siano migliori: recentemente una trasmissione televisiva  ha svelato quanto accade ai componenti del credo ‘I Testimoni di Geova’: i giovani che non seguono rigide regole di comportamento vengono pesantemente puniti e allontanati dalla loro società.
    Altra religione ossessiva Scientology: alcuni attori di grido che la foraggiavano molto lautamente allorché volevano abbandonare quel credo, sono stati pesantemente ricattati e hanno dovuto far marcia indietro.
    Conclusione: io mi tengo stretto il mio pacifico ateismo lontano dai casini di tante religioni, quando posso faccio del bene ai poveri, agli straccioni, ai diseredati che popolano le nostre strade e che mi fanno stringere il cuore.
    O Padreterno non pensi che sia il caso di fare scomparire tutti noi terrestri come hai fatto con i marziani? Ovvia domanda a me stesso:
     “Ma tu che ne pensi di morire, non credo ti farebbe piacere.”
    Io suggerisco al signor Padreterno di rimandare la cosa a fra vent’anni, nel frattempo io avrò compiuto cento anni di età!

  • 25 gennaio alle ore 20:43
    Un altro che non sono.

    Come comincia:          
    Non ho fatto nulla, sono assolutamente innocente, dice Antonio quasi tra sé, praticamente sottovoce, anche se lo fa con un tono che verrà dichiarato sulla carta stampata del giorno seguente deciso e convinto, quasi quello di un individuo che non fa che mostrarsi verso gli altri come un soggetto umile e sottomesso, pur conservando una sua personalità molto ferma, propria di un individuo che non è soltanto il povero ragazzo praticamente preda di una forza insospettabile a lui superiore, ma anche tutt’altro. Intorno in molti lo guardano con grande attenzione, ma nessuno dei presenti, almeno all’apparenza, concede davvero troppa importanza a quelle parole. Con ogni evidenza tutto ciò che l’inquisito esprime anche in questa fase, è subito registrato e soprattutto analizzato in ogni sua parte, esattamente come se quelle espressioni che adopera fossero costituite da sillabe, frasi e parole estremamente più complesse di ciò che realmente sono, forse mostrandosi addirittura frutto di una mente contorta, indubbiamente da interpretare, e alla quale senz’altro è doveroso concedere lo stesso ordinario beneficio di un qualsiasi assunto filosofico a cui, nelle pagine della cronaca dei quotidiani locali, sembrano praticamente riferite.
    La vittima indagata, detto ciò, resta subito dopo in silenzio, con gli occhi bassi, l’espressione di chi non si aspetta proprio niente di buono da tutta quella faccenda. Qualcuno senza alcuna professionalità da difendere, mormora di alcuni elementi evidenti che non avrebbero neppure alcuna necessità di essere dimostrati. Poi, mentre si continua ad interrogarsi praticamente su tutto, si dichiara ufficialmente una breve sospensione tecnica di quei lavori. Si levano subito in coro commenti e polemiche varie contro qualsiasi cosa sia stata trattata fino a questo momento, qualcuno alza addirittura la voce, però girandosi subito di spalle al momento in cui si ritiene troppo osservato. Altri abbandonano il luogo, sollevando le braccia quasi in segno di resa della civiltà.
                  Antonio alza lo sguardo, si osserva attorno, perde per un attimo la sua espressione dimessa e forma nell' aria densa un grido rovente di rabbia e disprezzo per la speculazione giornalistica in atto sul proprio caso. Si instaura immediatamente appena un attimo di silenzio profondo, in cui tutti si voltano verso di lui, anche se Antonio adesso è tornato immediatamente a sedersi e ad abbassare lo sguardo. Gli avvocati lo raggiungono subito, qualcuno vicino torna ad accendere il proprio registratore, altri prendono nota delle parole e del tono usato per essere espresse. Infine una donna, non troppo avanti con gli anni, si avvicina ad Antonio, e con la punta delle dita gli accarezza una mano mentre lui resta immobile, quasi ripiegato sopra di sé. Io ti credo, gli dice sporgendosi, e poi più nulla. Intorno qualcuno osserva la scena, due o tre fanno cenno di si con la testa, forse una piccola breccia si sta aprendo tra le file dei colpevolisti per forza. Alcuni trovano immediatamente lo spunto per una storia che nasce proprio in quel preciso momento, insospettabile, che addirittura getta chiara luce su nuovi e imprevedibili scenari.
                   Infine si riprendono i dibattimenti, ma Antonio a questo punto ha un lieve malore, si accascia, viene portato subito fuori dal personale addetto alla sua salvaguardia. Tutto, nella confusione generale, perde immediatamente di qualsiasi interesse, e in molti si accalcano già per andarsene, il presidente quindi grida silenzio più volte, ma oramai ogni cosa sembra sgonfiarsi, forse bisognerà attendere la prossima udienza per riattivare la curiosità di chiunque. La sala ormai è quasi vuota, i tassisti lungo il viale si precipitano a portar via i professionisti e gli addetti ai lavori che già stanno dietro a qualche altra cosa, ma all’improvviso si dice tra i corridoi che Antonio sia rientrato nell’aula che adesso evidenzia soltanto pochi rumori soffusi, e che sia tornato al suo posto, piazzandosi in piedi, a guardare i pochi rimasti negli occhi per poi infine arringarli: mi dispiace farvi perdere tempo, dice asciutto; ma non sono certo io la persona che state cercando.
     
                  Bruno Magnolfi

  • 25 gennaio alle ore 16:17
    Stralcio di "Annadelmare del sì"

    Come comincia: Nacque il mio bambino, bello come lo immaginavo.
    Angiolino riccioluto e biondo, illuminò di sole i corridoi dalle porte chiuse del castello. A lui devo e davo la me stessa vera, quella che aveva conosciuto nei nove mesi in cui, complici, ci siamo donati la vita.
    Il mio sposo continuava ad essere circondato dall’amore di moglie e di amica e di madre che tutto perdona affinché torni il sorriso, scordando le umiliazioni piccole e grandi, accogliendo con la compassione di chi soffre vedendo soffrire, confortando l’artefice del dolore profuso ritenendolo vittima del male che, nato con lui, con lui cresceva; continuavo il gioco che mi avrebbe risucchiata nel pozzo nero della sua follia. Intanto la sua tela di ragno ricamava preziosi vestiti sulla mia pelle, seppure, farfalla incosciente e felice, volavo rallegrando l’aria.
    Ero conscia di essere in quel preciso istante in una linea precisa dell’universo e se c’era un disegno di vita, la mia era proiettata in quel castello e il mio passaggio avrebbe dovuto tracciare nuove linee che, come i raggi filtrati da un cristallo, avrebbero prodotto altre linee. Fasci di luce. La vita è un insieme di fasci di luce che incontrandosi si deviano, sprigionandone altre, o si fondono diventando un’unica scia luminosa. Una sola azione, un gesto, un sorriso o una parola, illuminano e incrociano traiettorie che illumineranno altre e così all’infinito, e se la luce è buona, è gioia, rispetto e umanità che si perpetua e si allarga; quando i fasci di luce sono lame taglienti che feriscono e accecano nasce il dolore e l’oscurità, che si perpetuano e si allargano. Se ognuno di noi credesse a quanto è importante un solo pensiero e che effetti determina, forse saremmo tutti più attenti.
    Una famiglia di lucciole danzanti in una notte morbida, ecco cosa potremmo essere, noi esseri viventi di questa terra, lucine evanescenti nel cosmo, noi, e anche notte morbida e luminosa. Questo mio pensiero mi accompagna da allora.
    Il castello aveva grandi muri e grandi torri ma non avrebbe potuto uccidere la mia luce. Niente e nessuno può uccidere la luce, si possono sbarrare gli scuri delle finestre, bendare gli occhi, ma essa non muore.
    Il mio sposo apriva le braccia e il cuore, e avvolgeva l’aria con più oscurità, l’innamoramento era finito, unità di coppia non se ne era creata ed io guardavo, come da bambina, la me fuori di me che soffre, senza voler sentire emozione alcuna, mondi separati nascosti dietro un sipario di teatro. Opere scelte, sempre la stessa  recita: mostrare al mondo la forza di un amore immaginato che si nutre e cresce delle parti che interpreta, ottimi attori, bravissimi attori gratificati dal consenso del pubblico, mondi separati, nascosti dietro il sipario del teatro della nostra storia. Il declino nascosto. Morte celata da voci squillanti di cantastorie protagonisti di mondi antichi e lontani, di mondi immaginati.
    So che la forza non mi ha ancora abbandonata, so che se cambio la partitura, se propongo la realtà in tutta la sua bellezza, essa si materializzerà e il mio sposo può svegliarsi, può cambiare la sua pelle vecchia e gioire della muta, quando i serpenti cambiano il proprio vestito sono pronti per la nuova stagione, non lasciano se stessi sul terreno ma la pelle del passato. Volevo lasciare il passato, salutare il castello e i castellani ed edificare il mio nido come una madre deve fare per la sua famiglia, volevo dare al mio bimbo i suoi genitori e la sua casa. Ci riuscii, partii lontano, era importante mettere una distanza fisica tra la mia vita e la vita del castello. Mio fratello quasi gemello fu felice della mia scelta e spianò ogni difficoltà pratica, mi mise a disposizione imbianchini e architetti che accontentarono il mio bisogno di calore dalle pareti ai mobili e arredai la “mia” casa, diede un lavoro al padre di mio figlio. Ero pronta a ricominciare con la gioia e la forza che mai mi abbandonò, non mi accorsi di aver preparato, anziché il nido per mio figlio, la tana dove sarei stata divorata più furiosamente. La bava della tela di ragno era urticante, il mio corpo e la mia anima ne portavano le ustioni ma mai avrei svelato ad alcuno quale fosse la penitenza da scontare per essere in vita, per essere stata scelta da un uomo nonostante la colpa che era stata marchiata sul mio essere già da bambina. Vivevo i giorni nell’amore con il mio meraviglioso bimbo e con lui dividevo i pennelli e i colori nelle ore più dolci che una mamma possa ricordare, facevamo lunghe passeggiate e chiacchierate e risate, al ritorno, mentre preparavo minestre per lui, stava seduto sul tavolo per essere vicino alle scodelle dalle quali rubava il cibo per poi con aria birichina farsi pulire lo sbaffo di verdura sul naso e io, illuminata dal suo sorriso e inebriata dalla melodia della sua voce, ero felice di essere in quell’attimo della vita e di viverlo. Nulla poteva spegnere quella luminosità, neanche il ritorno a casa del mio sposo. E questa forza, che nasceva dall’amore bello che può regalare solo l’animo bello di un bimbo, mi faceva affrontare le lunghe sere seduta attorno a un tavolo che non potevo lasciare, costretta ad ascoltare discorsi bui fatti di parole brutte vomitate da uno stomaco malato.
    L’orecchio teso ai rumori esterni nella speranza di sentire l’arrivo di una visita che spezzasse quei momenti, divenne la mia speranza serale, e fui esaudita, venne una prima volta un amico comune, il mio caro amico intellettuale camionista che prese l’abitudine di passare tutte le sere dopo essersi reso conto di quanto malata fosse la coppia dei suoi amici lontano dal palco. Fu lui che una sera impose allo sposo di lasciarmi andare a letto. E tante altre sere.
    Pregavo, in cuor mio, che fosse tanto ubriaco quando mi raggiungeva, da crollare addormentato. Lo sentivo imprecare mentre si spogliava per infilarsi sotto le lenzuola e trattenevo il respiro per poi farlo somigliare al respiro di chi sta già dormendo. Ancora una volta inventavo una me per sopravvivere, forzando perfino l’esigenza primordiale della respirazione, non era più sufficiente staccarmi da me stessa e guardarmi, ero adulta e per quanto funzionasse bene la mia immaginazione, non ero più capace di soffrire senza rendermene conto. I miei polmoni dovettero comunque imparare a non respirare autonomamente, anche se si ribellavano. Imparai ad aver paura del buio.

  • Come comincia: Selvino, la Sciesopoli, quel palazzo dove i bambini di ogni tempo e di ogni luogo ritrovarono la libertà e il gioco

    Lungo le stradine avvolte dal verde e contornate da fiori di campo, proseguendo verso la Valle Brembana, un tragitto si inerpica tra le zone collinari dell’altopiano di Selvino Aviatico.
    Silenzio intorno e cinguettio di uccelli, stormir di foglia e sussurrare di brezza. Appare una cancellata aggrovigliata ai vitigni, e lo sguardo si allarga su uno spiazzo aperto aggredito dall’erba selvatica. Imponente e fragile allo stesso tempo, si mostra l’austera facciata dell’edificio che un tempo palpitava di vita e di bambini. Il suo nome evoca un paese dei balocchi, un mondo di giochi e di futuro: “Sciesopoli”.
    Prese il nome del patriota milanese del Risorgimento Antonio Sciesa, morto durante le insurrezioni contro gli Austriaci nel 1850 e fu intitolato a due caduti del Regime: Emilio Tonoli e Cesare Melloni, rispettivamente di 22 e 25 anni, appartenenti alla Squadra da combattimento “Antonio Sciesa”, caduti il 4 agosto 1922 durante gli scontri nei pressi della tipografia dell’”Avanti” a Milano.
    La sua costruzione fu un desiderio delle autorità milanesi del Partito, con l’attivo interessamento del fratello del Duce Benito Mussolini, nell’ambito delle iniziative legate all’ONMI (Organizzazione Nazionale Maternità Infanzia), per offrire ai giovani Balilla e alle piccole Figlie della Lupa la possibilità di respirare aria salubre e fortificare il corpo, la mente e lo spirito tra le selve. La Sciesopoli era talmente imponente e suggestiva che svettava su tutta la vallata brembana, offrendo un panorama di cime innevate e rigogliosi boschi da mozzare il respiro.
     Poi tutto precipitò.
    Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dall’autunno del 1945 all’autunno del 1948, la “Sciesopoli” divenne la “Colonia Ebraica”, come dicono i documenti “il più importante orfanotrofio in Italia, uno dei maggior in Europa”, e offrì ospitalità, rifugio e ritorno alla vita a circa 800 bambini ebrei orfani sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Le organizzazioni partigiane ed ebraiche, che li avevano raccolti, li portarono lassù, per ritornare alla vita, prima di riprendere il loro viaggio e giungere finalmente in Palestina. Erano bambini perlopiù polacchi, ungheresi, rumeni, che nulla capivano della lingua italiana, ma ai loro occhi il verde dei boschi intorno a Selvino, il bianco della neve sui Monti Podona e Poieto, il giallo dei giorni d’estate all’ombra degli abeti, il rosso delle foglie dei faggi in autunno, divennero i colori della vita, un arcobaleno dopo il nero dei giorni della “Shoah.”
    Qui i bambini ripresero a studiare, a creare, costruire piccoli manufatti, ad imparare, al fine di fornire loro ogni possibilità di intraprendere una vita dignitosa e autonoma.
    Raccontava la maestra Angela Camozzi: “Erano tutti magrissimi, con le guance scavate e lo sguardo triste. Molti di loro avevano visto i genitori entrare nei forni crematori e nelle camere a gas. Me lo raccontavano in un linguaggio fatto di gesti e di qualche parola in italiano, tra lacrime disperate. Piangevano spesso. Mentre erano impegnati in una partita di calcio o seduti davanti al cinema della colonia, davanti a una comica di Stanlio e Ollio, qualcuno all’improvviso veniva colpito da una crisi di pianto.” Lei, appena diplomata, si recava spesso alla colonia a insegnare un poco di italiano. La gente del paese era commossa da queste vicende e faceva a gara per dare una luce di serenità a quei visetti pallidi e seri. 
    Nel 1948 i bambini della Sciesopoli partirono verso la loro nuova patria e la “Colonia Ebraica” rimase muta, vuota, quasi sperduta tra le enormi chiome degli alberi. Ma non aveva ancora concluso il suo compito.
    Il Comune di Milano, pur non essendo proprietario dello stabile, prese in consegna la Colonia e la destinò a “Stazione climatica di montagna” per i bambini disagiati e con difficoltà economiche, denominandola “Pio Istituto di Santa Corona” e dandone in gestione alle Suore.
     Durante l’anno, ogni 3 mesi, salivano a Selvino ben 4 pullman che, partendo dalla stazione di Milano presso Porta Vigentina, portavano lassù oltre 200 bambini desiderosi di giochi e armonia, soprattutto figli di carcerati o di tossicodipendenti, bambini che avevano subito violenze,  i quali venivano così tolti dalla solitudine e dall’abbandono, rifocillati e curati nel corpo e nell’anima lacerata.
    I bimbi frequentavano regolarmente le lezioni scolastiche; infatti era attiva perfino la scuola elementare, che occupava il piano superiore ed era curata dalle maestre nominate dalla locale Direzione Didattica. Ma soprattutto c’erano loro, le “maestrine”, giovani diplomate provenienti da tutta la Lombardia e anche dal Meridione.
    Al mattino i bambini seguivano le lezioni ordinarie secondo i Programmi Nazionali, mentre al pomeriggio subentravano le maestre del doposcuola che li seguivano nei compiti e che poi li impegnavano in attività ricreative, giochi, passeggiate fino all’ora di cena, dopodiché si ritiravano nelle camerate.
    Per le vacanze natalizie e pasquali la Colonia-scuola chiudeva e i piccini ritornavano in famiglia. Ricorda Bea che il personale di servizio, tra cui lei stessa, riempiva con cura ognuna delle piccole valigie, molte di esse vecchie e consumate, inserendo i panni ben piegati e puliti, odorosi di bucato e di vento, con amorevole e materna sollecitudine, aggiungendo un fiocco, un nastrino, una mollettina, un piccolo pensiero. Ma purtroppo, spesso, quando a gennaio i bambini rientravano in Colonia, le inservienti scoprivano con amarezza e dispiacere che molte valigie non erano state nemmeno aperte, oppure erano vuote. Una domanda saliva alla mente: che cosa avranno fatto quei bambini, chi si sarà occupato di loro? Che cosa avranno visto ancora che un bimbo non dovrebbe mai vedere?
    Il 1979 passò senza eventi, la Colonia venne aperta solo 3 mesi d’estate, ma nel 1980, trasformata in “Opera Pia Per l’Assistenza Climatica”, titolazione che ancora oggi campeggia sulla facciata dell’edificio, divenne punto di accoglienza del Progetto “Scuola Natura” e nei 3 anni successivi ospitò alcune famiglie di  profughi vietnamiti, che avevano lasciato il loro paese per la difficile situazione economica, carenza di cibo e beni di prima necessità, causati dall’autorità del governo comunista.
    Tra i tanti che dormirono nelle camerate della colonia anche i pazienti dell’Istituto Marchiondi, un Istituto Minorile per l’educazione di ragazzi difficili, basato non come riformatorio ma “scuola di vita”. Per la stagione 1982 - 1983 giunsero i bimbi emopatici, affetti da anemia mediterranea: spesso accompagnati dal medico personale, soggetti a frequenti trasfusioni, fragilissimi ed estremamente deboli, quei bimbi dai grandi occhi già adulti si estasiavano seduti sotto le chiome dei faggi, nel fresco silenzio dei giardini, tra il chiaroscuro dei giorni d’estate, con il sole a giocare a nascondino con le ombre.
    Salirono poi alcuni ragazzi di origine africana e infine, tra il 1984 e fine estate del 1985 la Colonia venne scelta dall’II.PP.A.B di Milano (Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza, che svolgono attività socio assistenziali) per soggiorni legati alla terza età.
    Ma alla fine giunse  l’inesorabile declino, che portò alla chiusura della “Sciesopoli” alla fine dell’estate del  1985. Da allora cadde il silenzio.
    Sono entrata dell’enorme edificio vuoto in una giornata di gennaio limpida e soleggiata. Il tepore del pianoro intorno pareva risucchiato dal gelido respiro degli atri bui, spogli e squallidi. I dormitori non recano più voci di bambini, solo colonne desolate, che come soldatini ancora reggono l’enorme salone. Non ci sono più i lettini ordinatamente in fila, né i banchi di scuola, né piattini, né scodelle, né tavolini, né panchette, nessun gioco, nessuna impronta se non quella del tempo.
    La “Sciespoli”, antica dimora di bimbi, oggi piange le sue solitarie lacrime dimenticate, chiede solo di essere ascoltata, chiede solo di ritornare alla luce.
     
     

  • 23 gennaio alle ore 8:09
    UN GENTILUOMO

    Come comincia: La parola gentiluomo è diventata desueta, ormai quasi nessuno la usa: non i politici, non gli insegnanti, non i preti (non che la cosa mi interessi gran che), non più gli industriali (in passato ce n’erano in gran numero), non…non… insomma quasi nessuno.
    Ve lo siete domandato il perchè? Il vocabolario recita: “Signore ben educato, di modi distinti, leale, corretto.”
    Citavo prima i politici, avete mai assistito ad una riunione di politici? Scene disgustose, litigi, arroganza, l’uno che non lascia parlare l’altro, talvolta sono venuti alle mai.
     I preti? Essendo io ateo forse sono di parte ma ne ho conosciuto pochi: uno solo mi ha colpito:  il cardinale Martini che, se non erro, ricevuta in dono una notevole somma di danaro da un cattolico che voleva così guadagnarsi il Paradiso, si è ritirato in terra santa seguitando a criticar la chiesa dall’interno.
    Forse l’attuale Papa che ha sostituito il suo predecessore il quale, circondato da furbacchioni disonesti che non era in grado di tenerli a bada, ha ritenuto di levarsi dai piedi per passare la palla ad un successore. Dicevo papa Bergoglio che ha ereditato un bel po’ di problemi: uno dei tanti lo I.O.R , la banca Vaticana, gestita per anni dal non onesto cardinal Marcinkus (non voglio usare il termine disonesto), in cui si riversavano i soldi dei mafiosi, dei i massoni e di molti  personaggi i cui denari erano di dubbia provenienza.
    Bergoglio ha dichiarato pubblicamente di voler far pulizia, c’è riuscito? Bah. Sicuramente non è riuscito a far sloggiare i vari cardinali che occupavano e occupano appartamenti di 500 metri quadri e più in cui sono custoditi opere di immenso valore. Ha provato anche a far  ospitare dai suoi parroci i profughi provenienti dai paesi del nord Africa, ha fatto fiasco, pochissimi hanno seguito il suo invito. Dunque il Papa può essere considerato un gentiluomo? A voi la risposta, io mi astengo.
    Gli insegnanti potrebbero esserlo dando un buon esempio agli allievi ma hanno tanti problemi da parte loro tra: trasferimenti fuori dalla sede di residenza, stipendio da fame, allievi turbolenti e mal gestiti, genitori non collaborativi anzi sempre dalla parte dei figli, niente da fare da parte loro.
    I dirigenti di azienda? In passato tanti; ricordo un certo Borghi che si era interessato al benessere dei suoi operai cedendo loro gratis delle abitazioni, oggi sono veramente in pochi, nessuno di fama nazionale.
    Un gentiluomo che ricordo con piacere, mio padre. Impiegato in un istituto di credito, dispensato dal servizio militare perchè mutilato da una gamba in seguito ad un incidente stradale (era il 1940 l’Italia era entrata in una sciagurata guerra). Oltre al suo normale lavoro si ingegnava a portar soldi in casa (eravamo una famiglia numerosa tra nonni, fratelli, sorelle e figli, io Pericle e mio fratello Massimo). Teneva la contabilità di varie ditte e tornava la casa a casa stanco morto, considerando anche la sua invalidità, portando con sé qualcosa che le ditte producevano (uova, carne, pane, vino).
    Mio padre Alfredo riusciva anche a far del bene: in un magazzino raccoglieva quello che poteva donare ai poveri: legna, bottiglie di vino, scatolette di carne e di tonno, un po’ di tutto ma soprattutto bussava alla porta dei più abbienti in cerca di danaro che i cotali raramente ‘sganciavano’. Il ricavato veniva convertito in beni distribuiti con la collaborazione mia e dei giovani di famiglia ai poveri durante le feste natalizie o pasquali.
    “Chi dobbiamo ringraziare?” La domanda dei beneficiari. “Il cavalier Minazzo (nome inventato per non far scoprire mio padre).
    Finita la carriera di bancario, il buon Alfredo prese a scrivere ed a pitturare quadri naturalmente in stile naif dato che non aveva seguito alcuna scuola ma con ottimi risultati (riusciva anche a vendere i suoi quadri con grande suo orgoglio).
    Una sorpresa alla sua morte. A parte ‘l’invasione’ a Jesi (luogo di residenza del genitore) da parte di un nugolo di finanzieri (mio fratello era maggiore comandante del Gruppo di Pesaro, io semplice maresciallo aiutante) vennero fuori alcune storielle che vengo ad illustrarvi, a parte il fatto che in quell’occasione i finanzieri si sparpagliarono per la città gettando nel panico alcuni botteganti che abbassarono le saracinesche per paura di un’ispezione.
    Dopo la cerimonia funebre gli amici vennero invitati nell’attico dimora dei miei genitori in via Giani e qui vennero fuori delle sorprese da parte di alcune distinte e non più giovani signore che lodarono il buon gusto dell’arredamento di casa e alcune , come dire, si sbilanciarono un po’.
    Una certa Lucia, sguardo da… (avete capito):
    “Suo padre aveva una gamba  in meno ma in compenso…”
    Quell’in compenso mi fece malignare sul mio genitore soprattutto Quando la contessa  Capogrossi:
     “Sono già stata in questa abitazione quando sua madre era da Roma presso sua sorella”.
     Domanda ovvia pensata ma non espressa da me: “Cosa c’è venuta a fare quando era assente mia madre?”
    Un’altra persona aveva attirato la mia attenzione: femminuccia, altezza 1,75 circa, corpo atletico, minigonna con stivali, capelli folti e ricci, occhi neri, grandi, promettenti. Stava ammirando un quadro di mio padre raffigurante una casa contadina con orto posteriore, anteriormente un’aia dove erano posizionati un trattore, una trebbiatrice, una scala ed un pagliaio in via di composizione e contadini addetti al lavoro.
    “Signora la vedo interessata a questo quadro, c’è un motivo particolare?”
    “Sono Giuditta Cotichelli professoressa di ginnastica, ero amica di suo padre che mi aveva promesso di vendermelo, mi piace molto, mi fa provare delle sensazioni piacevoli, distensive, vorrei che me lo cedesse. Suo padre talvolta veniva a trovarmi a casa mia, abito nella villetta qui di fronte, sono sola, divorziata senza figli, le ho fatto la foto della mia vita, le ripeto sono interessata al quadro.”
    “Forse anche a mio padre o sbaglio?”
    Un lungo sguardo come per dire: “Brutto stronzo hai capito tutto, non fare tutta stà manfrina.”
    “È suo, ma non credo sia il momento di consegnarglielo dinanzi a tutti, verrò a casa sua col quadro.”
    “Non penso sia il caso di un ‘bis in idem’, conosce il latino?”
    “Si ho fatto il classico, messaggio recepito, venga quando vuole, posso darle del tu.?”
    Nessuna risposta, la baby mi aveva fatto capire che non aveva alcuna voglia di farsi scopare da me, punto.
    Infine la giovane cameriera Mariola inconsolabile: “Suo padre era più di un padre per me…”
    A questo punto una mia domanda: “Da chi ho ereditato la mia mandrillagine?” “Risposta ovvia da….”
    Ho l’orgoglio di dirvi che la mia abitazione messinese è tappezzata da quadri del buon Alfredo in cui sono espressi tutti i suoi stati d’animo: sfondi rosati: ottimismo e distensione, sfondi grigi: tristezza, sfondi uniformi: creatività, sfondi viola: violenza.
    Talvolta sfoglio il mio album di foto: fra le altre vedo un giovane signore in bombetta, bastone con pomo d’argento e cappotto scuro di castoro, sorridente che tiene in braccio un bel bambino. Il bel bambino ero io che più bello, purtroppo, non sono più, ho superato l’ottantina!

  • 22 gennaio alle ore 23:58
    The Invisible Ship

    Come comincia: Ciò amo ricordare nelle fredde e umide serate invernali, quando alla taverna in pietra di Thomas Godwin vado a sedere in cerca di un poco di pace e di una sacrosanta pinta di rum. Prima che quella vecchia strega di Margaret venga a prendermi per trascinarmi ubriaco fradicio in casa, maledicendo sette volte, uno per ogni giorno della settimana, il momento in cui decise di sposarmi.
    - Un tempo Thomas ed io, di quella marmaglia facemmo parte...

    The Invisible Ship
    L’invisibile Vascello
    di Veniero Rossi

    Sulla nave in secca la ciurma operava in silenzio, alternandosi nella stiva rischiarata dalle lampade a petrolio che per l’occasione erano accese.
    Dai boccaporti dischiusi si diffondevano il fumo denso e una luce ocra spettrale.
    Saldamente assicurato con forti cime a dei grossi ceppi disposti in coppia a prua e a poppa e conficcati nella sabbia, il battello offriva superbo la prora al vento proveniente dal mare.
    Sinistri scricchiolii e tonfi sordi si avvertivano giungere dalla spina in acero di quel vecchio legname.
    L’occasione tuttavia era unica per svolgere quell’importante affare ma il tempo a disposizione, esiguo.
    A sostenere il vero, si trattava di una possibilità legata a poche ore in tutto.
    Così l’equipaggio correva dalla sopra coperta, alla sentina, cercando di risolvere il problema con il timore che il comandante tornasse a bordo e una volta sul cassero, all’accenno della marea di ritorno impartisse l’ordine di salpare.
    Sulla costa bianca di West Kirby in Inghilterra, il restante manipolo di marinai forti e coraggiosi di quella nave, lavorava di là del bagnasciuga, riempiendo in tutta fretta grossi otri rossi di terra per trasportarli a bordo.
    Presto sarebbe giunto il fortunale e le attività ne avrebbero risentito.
    Tuoni e lampi si cominciavano a formare all’orizzonte e una coltre d’acqua in quella notte da lupi cominciò a cadere.
    Carichi cirri, atterrirono uomini che in vita loro avevano visto tutto.
    Nei minuti che seguirono, tutte le armi, munizioni, uncini, asce e quant’altro armamento, coltello o punteruolo, perfino i cavatappi della cambusa, finirono coperti di arena e stivati nella capiente pancia dell’imbarcazione.
    All’orizzonte, come pecore bianche innocenti, le increspature d’acqua intrapresero il cammino.
    La marea salì veloce e il comandante tornò a occupare posto sul ponte che il vento in coffa rafforzava.
    Assieme alla ciurma, attese nell’oscurità che arrivasse a lambire la nave sino al galleggiamento.
    Il vascello vacillò nel riprendere fondo e ruppe bruscamente ogni ormeggio.
    Neppure l'ancora, interrata sul fondale, riuscì a trattenerlo e la catena rischiava di strappare nell'arare il fondo.
    Fu in quel momento che ordinò al secondo di sollevarla e prendere il largo, appiccando con rabbia il proprio uncino alle mura.
    Privo di velatura e con l’albero di maestra spezzato e appariscenti fori, il vascello virò a dritta nella disperazione generale.
    Alcuni di quei marinai ebbero unicamente il tempo di serrare al corpo le vesti che il ponte fu battuto da un’onda di mare talmente forte da uscire a poppa e scaraventarne un paio in acqua.
    E molte altri ancora di quei flutti sarebbero presto arrivati in quel freddo oceano.
    Quegli uomini dovettero farsene una ragione.
    Il misero tentativo di seppellire le armi a bordo, era fallito...
    Un qualche attrezzo contundente doveva essere sfuggito o non essere stato seppellito a dovere!
    Giacché il vascello tornava a navigare e la maledizione prolungata per un altro mezzo secolo.
    Giusto il tempo necessario a tornare da quelle parti e avere un istante di pace!
    Nel mare profondamente cavo e nella notte torbida e ventosa, il vascello solcò i marosi fino a diventare invisibile all'orizzonte.
    -Sul trinchetto spiccava impavida la bandiera e il teschio.

  • 22 gennaio alle ore 11:37
    Il corvo rosso dell'Alta Società

    Come comincia: CAPITOLO 1
    IL BARDO ERRANTE.
     
    Il mondo di sopra è una monarchia consiliare fondata sul lavoro e il rispetto della legge.
    Essa assicura prosperità ai suoi abitanti e concede nuova linfa al mondo di sotto, secondo la magnanimità del supremo imperatore e dei suoi delegati.
    Art 1 comma 1 della costituzione.

    Anche quel giorno, proprio come ogni mattina, Luchas si era svegliata priva di novità.
    La signora Maron era uscita presto a fare la spesa e aveva lasciato in cucina la colazione per i suoi due bambini e il marito nel letto col bacio del risveglio. Henry  Stryp, L’ortolano, curvato degli anni e dal suo mal di schiena cronico, sistemava le verdure sul bancone già da tempo al vaglio di alcune clienti abituali.
    I vecchi chiacchieravano tra loro in piazza, alternando a una sniffata di tabacco e l'altra, una sbirciata ai bambini che correvano felici e una occhiata nostalgica agli uomini di ritorno dal mare.
    Per loro, come per tutti gli altri, i giorni scorrevano lenti; gli anni, come secoli. Già… non c’era proprio nulla di nuovo nella piccola ma ridente Luchas; famosa solo per le sue rape e il suo ottimo pesce.
    A parte forse un piccolo dettaglio. Due giorni prima un mercante proveniente dalla più grande Dorys, aveva informato la cittadina portuale dell’imminente arrivo di Fan.
    Quando Luchas lo seppe, tutti, dal primo all’ultimo, ne furono entusiasti. Il sindaco Mc Ghin fu in prima linea nella corsa al rinnovamento del paese, portando personalmente in piazza festoni, vasi di fiori e ogni cosa utile a intrattenere per un paio di giorni il personaggio.
    Febbraio era stato molto freddo e piovoso, ma in quel lunedì d'inizio marzo, i raggi del sole splendevano come in piena estate. Per molti questo fu un segno: come se anche l’astro mattutino lo aspettasse e avesse dato la sua benedizione a una festa che avrebbe lasciato il segno.
    Prima che il sole sorgesse sul secondo giorno dopo la rivelazione e abbracciasse il mulino a vento sopra la collina, tutto il borgo si era già riversato da tempo nelle poche centinaia di metri della piazza di Luchas.
    «Perché vi siete riuniti qui oggi?»
    Gary Stanford era senza dubbio l'uomo con la voce più squillante della cittadina e quel giorno, invece di strillare al mercato per elogiare il suo pesce, gridava per scaldare il pubblico e infiammare gli animi.
    Tutti risposero unanimi: «Volgiamo Fan!»
    «Come? Non riesco a sentirvi!»  gridò Gary a squarciagola, temporeggiando.
    «Vogliamo Fan!»
    Dal vecchio cascinale della signora Hanz, Sam era testimone, suo malgrado, dell'attesa traboccante del borgo. Ascoltava tutto e osservava con fare annoiato le ombre che sfrecciavano sul muro dietro di lui. Sapeva di chi fossero quelle ombre. Accadeva sempre. In qualunque città andasse c'era sempre qualcuno che dormiva troppo o che non dormisse affatto e che quindi, alla fine, perdeva la poltrona.
    Sam si concesse un altro sorso d'acqua dopo la lunga notte di cammino. Nonostante la fatica gli piaceva quella vita. Amava soprattutto che, ovunque fermasse gli zoccoli, lui e il suo padrone venissero accolti come grandi eroi. Le voci pian piano scomparvero, proprio come il sapore dell'ultimo boccone di paglia che aveva mangiato. Sbuffò e, dondolando la coda per allontanare le mosche, si mise alla ricerca di un posticino dove riposare le lunghe e stanche zampe. Nitrì felice quando trovò ciò che faceva al caso suo. Era in un angolino, all'ombra e lontano dalla finestra e, quindi… fuori dalla portata di sguardi indiscreti.
    Spesso gli umani si comportavano come se non avessero mai visto uno come lui.
    Tale frustrazione era compresa solo dalle parole del suo compagno di viaggio. Diceva che lo guardavano meravigliati perché sbalorditi dal suo manto bianco, dalla sua criniera sempre in ordine, o forse dalla croce nera che gli divideva a metà la spaziosa fronte. Sam gli credeva ma ogni tanto ribatteva con sonori nitriti.
    «Cosa, lo pensi davvero? Oh andiamo, sei ancora in gamba, un giovanotto!» E ancora:
    «Sei una bestia rara, mica un pensionato. Devi capire che non sono in molti ad avere visto un cavallo come te.» Già, forse era vero e forse, anzi, sicuramente, lui avrebbe rimediato all'inconveniente convogliando su di sé le attenzioni di tutti; riscrivendo l'ultima frase e facendola diventare: "non sono in molti ad aver visto uno spettacolo come il mio!"  Lo faceva sempre e Max aspettava solo quello.
    Era pronto e comodo, con le orecchie puntate alla piazza, per udire suoni che non si sarebbe mai stancato di ascoltare.
    Le arterie di Lucas erano deserte, ma nel suo centro, dentro il suo cuore, vi correva un treno.
    La piazza era più che gremita e, il palco eretto per l'occasione, sovraccarico di occhi e orecchie affamate.
    Leggermente dietro, sotto la sua ombra, le ruote e le assi di una carovana estranea. Era tenuta in maniera impeccabile, anche se le avversità affrontate erano state di sicuro molte. Le riparazioni e le piaghe del legno, per il suo proprietario sembravano avere lo stesso valore di coppe e medaglie, e invece di nasconderle sotto una semplice mano di vernice, le sfoggiava con orgoglio e fierezza.
    «Bene gente, vedo che siete pronti e carichi» gridò a squarciagola il pescivendolo «quindi, senza ulteriori induci, vado a presentarvi il nostro ospite d’onore! Acclama, oh Luchas ed elogiate tutti, suoi abitanti: il cantastorie proveniente dal mondo fatato di Sinfònia, il ballerino del crepuscolo, l’angelo purpureo; ecco a voi Fan il grande!»
    Dall’interno della carovana saltò fuori un uomo. Gridando quasi quanto la platea, Fan si presentò ai suoi beniamini spalancando le braccia con un sorriso smagliante.  Dopo una rapida occhiata alla folla, l’uomo si sistemò il cappello di stoffa e attaccò a pizzicare le corde del suo banjo.

    Il sole si alza nel cielo più vero
    E non c’è niente che mi renda più fiero
    La città si sveglia di primo mattino
    Con gli uccelli liberi e il gallo canterino
    Respirate l’aria, amici cari!
    Sentite il sole riscaldare la vostra pelle
    Perché poche son le cose più belle
    e molti i bocconi amari
    Di cosa questo bardo sta parlando?
    Ma della felicità! State attenti, mi raccomando.
    Ogni fatica aspetta premio
    e ogni raccolto attende un granaio
    La ricompensa per il lavoro è il vostro gaio
    e la felicità perenne è l’augurio mio!
    Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe inf’ìme
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!
     
    La voce melodiosa di Fan rapì gli ascoltatori e le vibrazioni delle corde del suo strumento di legno e tela, li ipnotizzò come un incantatore fa coi serpenti. Di lui Luchas conosceva solo la fama ma, ora che lo avevano davanti agli occhi e, soprattutto, alle orecchie, trovò che le informazioni trapelate non gli rendevano giustizia. «Vogliamo vederli! Facceli vedere, Fan!» gridarono in molti dalle prime file.
    Il Bardo itinerante atterrò sulle punte dopo una piroetta e si fermò. Accarezzando due corde domandò:
    «Amici cari accorsi oggi per udirmi, in cosa questo essere inferiore può servirvi?»
    «Vogliamo vederli! Facci vedere il sangue!» Urlò la folla con un crescendo d'ovazioni.
    Fan sorrise e, sfoggiando nuovi ritmi e nuovo magnetismo, tornò a suonare come il mago della musica che aveva stregato la città.
    Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe infìme
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!
    La seconda parte dello spettacolo coinvolse a tal punto il pubblico che le acclamazioni avvolsero il paesino e le sue campagne circostanti. Mentre saltava e ballava, giostrando col banjo in maniera sublime senza fatica apparente, il vento salmastro, come un ammiratore troppo zelante voglioso di un souvenir della propria celebrità, rubò a Fan il cappello. Una cascata purpurea scivolò dalla nuca, gli accarezzò la veste rattoppata e, prima che ricadesse sulle cosce, con un movimento deciso del collo, l'artista l'adagiò nella scia del vento; incantando con essa, attraverso evoluzioni sempre nuove, coloro che con insistenza ne avevano richiesto la presenza. Il bardo terminò la ballata con un profondo inchino preceduto dal ritornello di tutte le sue canzoni. Il sipario scese sullo spettacolo attraverso una pioggia di finissimi capelli che sfiorò il palcoscenico.
    La mattinata volò in un attimo. Nessuno seppe quantificare la durata dello spettacolo, ma tutti furono concordi nel definirlo incredibile. Il sindaco Mc Ghin invitò Fan a fermarsi a pranzo a casa sua e organizzò un banchetto in grande stile per la sera. Il convito ebbe inizio al tramonto, ma l'allegria di Luchas fu tale che Fan non riuscì a capire quanto durò la pausa tra la fine della sua esibizione e l'inizio della cena.
    Sulle grandi tavolate ovali, vivande e bevande vennero servite fino a notte fonda, e birra e vino locale, insieme all'energia contadina, non mancarono mai. Il banchetto si concluse dopo aver messo a letto i più piccoli. Il falò al centro dello spiazzo fu ravvivato con altra legna e le ragazze più graziose, vestite coi costumi tradizionali, iniziarono a danzarvi attorno. La vera festa cominciò solo allora.
    Il ritmo della musica, scandito dal battito delle mani di chi tra il pubblico animava la serata, era irresistibile.
    Il bardo, attratto dalla leggiadria delle danzatrici e dal clima festoso, si lascio trasportare al punto dal voler memorizzare gli accordi delle ballate per un futuro componimento.  
    I movimenti delle giovani gli ricordavano vagamente i suoi; erano più lenti e attenti, ma se eseguiti da loro l’insieme cambiava radicalmente, assumendo una vena in più di beltà.
    Agli occhi di Fan erano fate. Ne scelse una e focalizzò la sua attenzione su di lei. Quel vestito lungo e niveo, i pizzi ricamati, la corona di fiori rosa sui capelli e quei movimenti degni di un’ape su un giglio, lo incantarono e lo proiettarono in un passato molto lontano.
    In un attimo tutte le altre scomparirono e rimase solo lei a danzare per lui.
    Una voce poi gli parlò. "Pher! Vieni anche tu, è divertente!"
    E, per un motivo che non comprese bene, gli iridi divennero giallo oro e le dita si strinsero attorno alla tovaglia di tela. «Fan, qualcosa non va?» domandò Mc Ghin  seduto alla destra del cantastorie.
    L’ospite riemerse dall'indesiderato scherzo della memoria e si sforzò di riportare gli occhi al suo normale azzurro. «Tutto bene, grazie sindaco» disse sfregandosi il viso con le mani «davvero uno spettacolo magnifico, complimenti. Erano molti anni che non vedevo danzare ragazze così brave.»
     
    Furono in pochi a resistere fino all’alba, ma la maggior parte delle ragazze restò per fare compagnia a Fan.
    «Qual è il tuo tipo di donna ideale?»
    A quella domanda Fan quasi soffocò del goccio di birra che gli restava nel bicchiere. Arrossì, diventando paonazzo quasi quanto i suoi capelli. Tutti gli occhi erano su di lui… ancora una volta. Ciò non gli dispiaceva, anzi, in tutti quegli anni di vagabondaggio era stata una cosa assai gradita; tuttavia quella domanda gli aveva sempre causato problemi.
    Quindi, vedendo avvicinarsi l’ora della prova, il bardo si difese usando l’unica arma a sua disposizione.
    Raccolse il suo fedele compagno di battaglie e cominciò a intonare una melodia.
    Socchiuse gli occhi.
     
    Come dev’essere la donna mia?
    Questo benjo ve lo dirà.
    Deve seguire questa melodia
    Che tutti quanti vi stupirà.

    A tratti folle, pur sempre dolce
    Che sia delicata, ma fiera e forte
    Di sorrisi adorna, come consorte
    La cui carezza mio vivere molce.
    Voglian gli dei che mi sia concesso
    Purtroppo, è solo un mero riflesso.
    Durante i secoli della sua attività gli era capitato molto di rado; tuttavia Fan era il tipo di uomo che al sorgere del pensiero, qualunque esso fosse, questo si manifestava a tutti. In quell'occasione, fu nei panni di una ballata al chiaro di luna. Le dita affusolate modificarono il ritmo e intonarono un inno nuovo, frutto della sua anima vissuta. La cadenza era dolce, ma i suoni che lasciavano il banjo avevano una vena di amarezza in loro e rispecchiavano l’espressine del viso che l’uomo aveva assunto.
    La musa mia si annuncia ansante
    tra cadaverici sospiri
    La morte tiene nei respiri;
    d’Ade eCaronte melliflua amante.
    Oh, si invece, amiche care, non vi sbagliate
    Il vecchio Fan non mente, bene badate
    Lui pien d’ardore canta, sappiate
    per il  trascorso  cancellare
    e un’agonia dimenticare.

    Fan alzò gli occhi di scatto e ritrovò il controllo di sé perso solo per un attimo. Aveva parlato troppo e con parole decisamente sbagliate. Diede una occhiata alle giovani. Erano spaventate e la bocca di alcune era aperta per lo stupore.
    Balzò in piedi e tornò a strimpellare con forza la canzone del suo debutto.
      Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe infime
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!

    Già dopo i primi accordi molti volti si sporsero dalle finestre e, benché assonnati, quella tiritera nel cuore della notte non parve dispiacere a nessuno. Anzi, tempo pochi minuti e la maggior parte di loro scese in strada a danzare; guidati dal loro musico preferito, felice di scatenarsi con loro e per loro.

    «Sicuro di non voler restare per qualche giorno? Lo sai che ospitarti non è affatto un problema.»
    Alle spalle del signor Mc Ghin c’era la città intera. Fan vide i musicisti che avevano suonato durante la cena, i bambini con cui aveva ballato e anche le danzatrici che, nonostante l’incidente, ancora pendevano dalle sue labbra e bramavano afferrarle. Il volto di Fan s'aprì in un sorriso nel notare le sue due ragazze in prima fila. Serenità e Felicità seguivano l'artista ovunque andasse e lui le considerava le sue ammiratrici numero uno. «Vi ringrazio molto signor sindaco, ma sono costretto a declinare l’offerta» disse Fan con un profondo e umile inchino. «L’unica regola che mi sono imposto è di non restare in una città per più di un giorno e una notte.» Il primo cittadino si rattristò per il rifiuto, così come tutta Lucas; tuttavia, dopo un attimo di debolezza, riemerse l’uomo impavido che, col suo carisma giovanile, aveva conquistato l’allegro borgo alle votazioni di meno di un anno prima.
    «Le regole sono regole. Chi sono io per forzarti a infrangerle visto che sono un tutore dell’ordine e della legge?» Gli tese la mano.
    «Grazie mille, sono lieto che abbia capito.»
    «Ci siamo divertiti moltissimo con te, Fan. Se ti ritrovassi da questi parti più avanti, ricordati di passare; ti assicuro che l’accoglienza sarà ancora più calorosa!»
    Il sole brillò sul viso raggiante del bardo, facendolo splendere a sua volta. «Tornerò, non dubitate» Afferrò la mano protesa e, dopo gli ultimi saluti e inchini, balzò sopra la sua carovana, dietro a un Sam pronto e scattante. Spronò con le redini il destriero, il quale prontamente nitrì e partì. La folla lo seguì fino al confine sud di Luchas. Le mani in perenne movimento furono per Fan come le pale del mulino sopra la collina e lo deliziarono fino a quando, proprio l'ombra di quelle pale, non le inghiottirono. Quando fu abbastanza lontano, l'uomo appoggiò la mano su una tavola di legno del pavimento del carro e questo scivolò via. Premette il palmo sopra un pannello di metallo. Dopo averla scansionata, un getto di fumo avvolse il cocchio
    «Sempre diritto, Sam, portami ancora più a sud» disse al cavallo.
    Si tolse il cappello liberando la chioma e si sdraiò, entrando per metà nel suo mezzo di trasporto. Il tetto della carovana si aprì lentamente e una prima lama di luce lo pugnalò all'altezza del cuore. Fan socchiuse gli occhi e s'immerse nei suoi pensieri prima che una secondo affondo di fotoni lo privasse della vista.
    «Svegliami quando saremo arrivati.»
     
    Amava la primavera. Adorava il tocco dell’aria frizzante sulla pelle e per lui nulla era come il sentire l’erba crescere sotto i suoi piedi. La collinetta dove sonnecchiava tranquillo era la più alta dell’emisfero sud.
    Da quello spicchio di paradiso scorgeva sia la vita urbana, indaffarata e costante, che la tranquillità della campagna. Sbadigliò con pigrizia. Raccolse un dente di leone e lo guardò assorto. Le nuvole lo salutavano da lontano con le loro mille forme. Per Fan il sud del continente aveva le nuvole passeggere più belle; e lui si divertiva a memorizzarle con occhi viola: era il suo hobby.
    Due mani gli posarono sulla testa una corona di margherite.
    «Oh, grazie mille, Feli.» Felicità gli sorrise e lo baciò sulla fronte. Voltandosi alla sua sinistra, Fan intravide Serenità tentare di acchiappare una farfalla saltellando tra i fiori di campo. I suoi capelli neri, lunghi fino alle spalle, erano in netto contrasto con quelli di Felicità: biondissimi, che le accarezzavano i gomiti.
    Erano le sue ragazze, la sua consolazione. Era il loro amore sincero a farlo andare avanti e fu solo grazie a loro due che Fan non impazzì durante i suoi anni bui. Respirò avidamente e socchiuse gli occhi, immergendosi nel profumo dell'erba. Sbadigliò ancora, contemplando la penombra delle palpebre socchiuse. Quelle ultime settimane lo avevano impegnato più del previsto. Le dita ancora ardevano e le gambe gli dolevano per il troppo lavoro. Si guardò bene dall’addormentarsi però. La sua mente aveva involontariamente riportato a galla vecchi pensieri che una dormita avrebbe solo ravvivato e resi più vicini. Fan non dormiva da secoli, non voleva dormire…
    Chiudere gli occhi e assaporare la magica frescura della bella stagione, alla lunga lo avrebbe rinvigorito.
    Sì, avrebbe fatto così; il tempo era dalla sua parte.
    «Buon pomeriggio amico, come ti va la vita?»
    «Non rilascio interviste, per gli autografi rivolgersi al mio agente» esternò Fan con voce piatta.
    «Non chiuderesti un occhio per un tuo vecchio compagno, eh Sayph?»
    «Se mi chiami in quel modo non puoi essere venuto in pace; di questo ne sono abbastanza sicuro, Boris.» Boris Cohen sciolse le braccia e sorrise.
    «Lieto che ti ricordi ancora di me, Sayph.» Per Fan, l'arrivo di Boris Cohen preannunciava l'oscurità di chi lo aveva mandato.
    «Non mi chiamare così» disse l’uomo immergendo gli occhi azzurri nel blu della volta celeste.
    «Il mio nome è Fan.» Cohen si sdraiò a pancia all’aria come lui, facendo attenzione a non stropicciare o sporcare il suo completo firmato. Fan ne fu alquanto irritato, ma si limitò a sospirare.
    «Cosa ci fa un servo dell’Alta Società in questo posto sperduto? Se non ricordo male non vi degnate di muovervi da Araghent.» Boris allargò la curva delle labbra e si lasciò cullare nella magnificenza dei fiori e dell’erba tenera. Per molto tempo nessuno disse nulla, lasciando aleggiare i pensieri insieme al candore delle nubi. «Come ti vanno le cose?»
    «Meglio di quanto immagini» ammise il bardo sereno.
    «Vedo che ti piace prendere aria.»
    «Mi aiuta a non pensare. Il cielo è magnifico in primavera: chiaro più dell’inverno e dell’autunno ma meno dell’estate; una giusta combinazione di beltà e utilità.»
    «Esattamente come te, vecchio marpione. »
    Il vento strappò dalla bocca di Fan il suo prossimo commento.
    «Cosa sei venuto a fare qui?» domandò.
    «Sono venuto a chiamarti.»
    «Qualcuno mi vuole? Digli di lasciare un messaggio alla segreteria telefonica, da oggi sono in vacanza.
    «Non posso farlo, è una cosa urgente e importante» avvisò Boris.
    Fan si mise seduto e guardò con iridi verdi, simbolo d’irritazione, il suo vicino.
    «Credi davvero che non sappia il motivo del tuo arrivo? Dì a quei cani che anche se mi promettessero metà del mondo di sopra, io non ne sono interessato!» Stizzito, si girò di lato, rifiutandosi di ascoltare le idiozie che l’avvocato gli avrebbe rifilato per convincerlo.
    Boris però conosceva il suo pollo e, difatti, reagì andandosi a sdraiare più vicino a lui; alla sua sinistra.
    Fan si voltò dall’altra parte. «Mi dispiace moltissimo di aver declinato la tua offerta quella volta» disse solamente. «Ma l'ho fatto per tutti e tre, tu lo sai.»
    Nessuna risposta da parte del suo vicino imbronciato.
    «A ogni modo, amico mio, credo che la vita da eremita canterino ti si addica molto.»
    «Pff, un fan… ma guarda che fortuna.»
    «Dico sul serio Sayph, lo penso veramente.»
    L'alzata di spalle di Fan fece trasalire Boris. «Oh che diamine! Quanto odio questo tuo modo di fare! è proprio vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio.»
    «Sono stati loro a volermi così. Lamentati con quelle mummie, non con me. Io sono libero e faccio come mi pare.»
    «Questo lo credi tu. Pensi davvero che l’Alta Società non ti abbia tenuto d’occhio durante questi anni d’esilio? So che pensavi che cambiando nome e cambiando vita avresti potuto far perdere le tue tracce, ma ti assicuro che non ti abbiamo perso di vista nemmeno per un momento.»
    «Avrai notizie dal mio avvocato. Ti accuserò di stolking; a te e anche ai tuoi amici.»
    Boris riuscì a rimanere serio solo per una decina di secondi; trascorsi i quali scoppiò a ridere facendo oscillare a tempo di record il suo pancione rotondo. Si passò una mano sulla nuca per metà stempiata.
    «Beh, almeno hai sviluppato un minimo di senso dell’uomorismo… meglio tardi che mai!
    Ricordo che quand'eri ancora in servizio non capivi mai le battute, anzi, eri tu a darle benzina.»
    Si asciugò col dito una lacrima, frutto delle risate. «Sì amico, credo che nonostante tutto questa vita da ramingo ti abbia fatto maturare.»
    Per la prima volta da quando aveva concluso la sua visita ad Astar, Fan sorrise.
    «Ecco l’espressione che volevo vedere.»
    «Non è la prima volta che sorrido; durante i miei spettacoli sono sempre allegro.
    «Non puoi darla a bere al vecchio Boris. Tu sorridi, ma senza convinzione. Quelli che propini ai tuoi ammiratori non sono sorrisi sinceri, ma ghigni prefabbricati sopra una maschera di ceramica bianca.»
    L'ultima esclamazione dell'avvocato affossò l'umore di Fan; il quale tornò impassibile e i suoi occhi del colore della terra.
    «Boris, dimmi cosa sei venuto a fare esattamente. Cosa vogliono da me gli avvoltoi?»
    Il legale lasciò correre un abbondante minuto prima di parlare.
    «Dimmi Sayph, ti andrebbe di tornare in azione come i vecchi tempi?» Fan aprì di poco le labbra. In un brevissimo secolo di stupore e ricordi, il bardo ripercorse gran parte della sua storia. Ricordò le battaglie e le gioie e i dolori di un tempo ormai perduto nel tempo.
    Prima però che potesse ribattere, si ritrovò le braccia di Felicità al collo.
    Gli occhi azzurri luccicavano di lacrime. In silenzio, lo supplicava di restare, di non cedere, di fare attenzione alle trappole che gli avevano tese.  Fan annuì e scrollò la testa per mandare via quella ipotesi e anche tutte le altre. «Basta prendere in giro questo vecchio relitto fallito» disse «sono stato bandito, ricordi? Scomunicato dal grande capo in persona.» Sprofondò ancora nell’erba con un tonfo sordo.
    Boris s’alzò in piedi. Serenità lo fulminò con gli occhi e lo sgridò con una linguaccia, ma l'avvocato non la degnò di uno sguardo. Piuttosto, si piazzò tra Sayph e i raggi del sole; oscurandolo con la sua stazza.
    I due si scrutarono attentamente.
    «E se ti dicessi che… il grande capo vuole vederti? Come la prenderesti?»
     

  • 14 gennaio alle ore 12:42
    La differenza che uccide

    Come comincia: Vorrei poter cancellare una parola dal nostro attuale vocabolario...
    Mi chiedo spesso:
    ─ Qual è la differenza tra “femmina” e “donna” ?
    Secondo me è lì, in quella differenza che si annida la mano omicida dei numerosi, in eclatante escalation, assassini  di donne qusi tutti per lo stesso motivo, il desiderio di sciogliere un rapporto non più gradito.
    Non c’è dubbio che i due termini solo apparentemente indichino la stessa sostanza o lo stesso concetto.
    Consulto Wikipedia che sentenzia: “La femmina è uno dei due sessi (insieme al maschio) nelle specie che  utilizzano la riproduzione sessuata dioica o partenogenetica.” L’enciclopedia online continua approfondendo in primo luogo le caratteristiche anatomiche strutturali del corpo della donna ma solo in riferimento alla sua funzione riproduttiva per passare infine al simbolo che viene utilizzato per indicare questa metà del cielo: “♀”.
    Il simbolo detto, uno specchio  in mano alla dea Venere, è più frequentemente interpretato come un utero nel momento del parto e nelle voci correlate, a chiusura del capitoletto, si trovano solo “inversione sessuale”, “maschio” e  “sesso”.
    Cerco, quindi, “donna”. Leggo: ”Una donna è un essere umano adulto di genere femminile, della specie Homo sapiens. Si distingue dalla femmina prepubere, che può essere chiamata, a seconda dell'età: ragazza, fanciulla, bambina, ed è l'altro sesso della specie: l'uomo.”
    Viene riportata anche l’etimologia del termine: “La parola donna deriva per assimilazione consonantica dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, cioè "signora" ”
    Wikipedia conclude il suo lungo excursus, circa sette paragrafi  o capitoli, sul termine “Donna” con le voci correlate “femminilità” e “Forma del corpo umano femminile”.
    Cosa mi salta agli occhi in modo prepotente? Nella prima definizione “femmina” è semplicemente un essere preposto al soddisfacimento del piacere maschile e della riproduzione della specie. In quest’ottica non solo non le vengono riconosciute, ma le sono completamente negate,  le proprietà dell’uomo, l’altro sesso: autonomia di giudizio e di libera scelta, indipendenza e stile di vita proprio.
    In sostanza qual è la differenza tra “femmina” e “donna” ?
    Avrete notato che a donna viene associato “essere umano” mentre a femmina no. Quindi la donna ha un’anima, un’intellgenza… insomma tutto ciò che attiene all’essere umano, la femmina no.
    Di “donna” parla esaurientemente l’etimologia. La donna è il termine femminile del maschile “domine” … è dunque la “signora” l’alter ego femminile del “signore”. La “femmina” no.
    In questa differenza cova il femminidio. Sarò ridicola ma mi viene da chiedere:
    “Perché l’uccisione di un uomo non si chiama “maschicidio”? Credo che solo in questo modo, sarebbe accettabile il termine “femminicidio”!
    L’uomo, nel suo delirio omicida, uccide la femmina non la donna,  uccide perché non riconosce nell’essere a cui ha deciso di togliere la vita caratteristiche umane, sintetizzate dalla parola “libertà”, la stessa che vanta lui.
    Dal suo punto di vista l’assassino, quando definisce il suo reato “femminicidio”, non sbaglia perché questo fa, uccide la femmina… ma noi, spettatori, inquirenti, forze dell’ordine, avvocati, giudici e chi più ne ha più ne metta, popolo civile del terzo millennio, sottoscrivendo l’uso di questo termine efferato, rinneghiamo tutto ciò che abbiamo sottolineato fin qui.
    Chi viene uccisa è sempre una donna e non una sottospecie o solo un suo organo o solo la sua funzione. Nessuno potrà negare che chi uccide una donna perché si rifiuta di essere un oggetto, qualcosa che le appartenga, sta negando libertà di pensiero e di azione a quell’essere che considera sua proprietà.
    Chi continua a parlare di “femminicidio” è un fiancheggiatore, un complice, uno che condivide il giudizio negativo dell’assassino, che è anche positivo se usato solo nei contesti  o negli ambiti deputati.
    Questa parola, dunque, è sbagliata, è da cancellare. A me personalmente dà fastidio… ci avverto la stessa violenza che arma la mano assassina e contemporaneamente la mancanza di un riconoscimento di qualsiasi valore alla  “donna”
    Non posso pensare che chi sia in grado di ragionare su questi presupposti avalli simile abbaglio letterario!
    Per questo vorrei chiedere che venga abolita la parola “femminicidio” e utilizzato al suo posto un altro termine più giusto e rispettoso della dignità, facendo così salva  la inequivocabile caratteristica di “umanità” di ogni donna uccisa.
     
     

  • 14 gennaio alle ore 10:55
    L'ETÀ INVISIBILE

    Come comincia: Spalle curve, andatura altalenante, sguardo perso nel vuoto, pelle rinsecchita, età invisibile, latente, inavvertibile, sfuggente, penosa, nel cuore tanta tristezza, questa è ahimè la vecchiaia.
    Ti passano vicino giovani sorridenti, dall’andatura elastica abbracciati fra di loro maschietti e femminucce (magari anche maschietti con maschietti e viceversa ma che importa), ti lacrimano gli occhi ricordando la tua gioventù molto meno fortunata di quella di oggi.
    Stì giovani hanno tutto e di più non come noi che indossavamo vestiti dei fratelli maggiori e scarpe risuolate con toppe, un vestito per l’inverno ed uno per l’estate anche se crescendo ti andavano  stretti.
    Bartolomeo Sciarra (per tutti Bartolo) erede di una schiatta di nobili decaduti, nato a Grotte di Castro in provincia di Viterbo ma sin da giovane residente a Roma, era il tipico esempio di quanto sopra descritto.
    Ora il caro Bartolo abita a Messina colà condotto dalla sorte o meglio dal lavoro quale vincitore di un concorso alle Agenzie delle Entrate.
    Risiede in via La Farina, strada intestata ad un messinese famoso a lui ignoto.  Bartolo è proprietario di una abitazione al quinto e penultimo  piano della scala a), un casermone di quattro scale e ottanta alloggi. Casa signorile ben arredata, bel panorama dal porto di Messina sino alla Calabria, suggestivo specialmente di notte, ma appartamento  tristemente vuoto dopo la dipartita traumatica della bella e giovane moglie, Annamaria, il solito male incurabile.
    Bartolo, dopo i primi attimi di smarrimento, si era organizzato: pulizia casa: un filippino, Edy, bucato e cucina: Pina,la moglie di portiere Salvatore. La pecunia, fortunatamente, non era un problema, oltre ad una buona pensione c’era il lascito di 300.000 euro alla morte della zia Giovanna.
    Nulla poteva alleviare il dolore dal profondo dell’anima “né più nel cor parlerà lo spirto del dolcissimo amore, unico spirto a’ vita raminga.” Il buon Alfieri aveva ben espresso il dolore di Bartolo che ‘adirato a’ patri numi’ dapprima si era rinchiuso in casa e poi, al contrario, aveva preso a girare per Messina a piedi e poi con la fida Jaguar, specialmente di notte.
    Il problema erano proprio le ore notturne passate in compagnia del televisore o della lettura di un romanzo sino alle prime ore del mattino quando il buon Edy si presentava a casa sua con lo sguardo rimproveratore di buon amico che si faceva carico delle pene del suo padrone.
    Non era certo la religione a poterlo consolare né a fargli sbollire la rabbia “a’ patri numi”. Da sempre miscredente benché ‘allevato’ dai preti ‘della Misericordia’  aveva contestato in toto le dottrine cattoliche tanto di essere cacciato con ignominia dal collegio.
    Aveva notato che in tarda serata alcune giovin donzelle, non eccessivamente coperte, passeggiavano sotto casa sua sino alla stazione, talvolta avvicinate da signori con macchine lussuose che, dopo un breve colloquio, se le caricavano con destinazione ignota.
    Ovviamente si trattava prostitute provenienti la maggior parte dai paesi dell’est europeo in cerca di fortuna vendendo il proprio corpo, frase che Bartolo contestava, al massimo lo prestavano…
    Prese a frequentarle: ormai le conosceva quasi tutte: Annabel, Cipriana, Daphne, Ileana, Magda, Viviana, Zinia.  Non voleva invitarle a casa sua, perché, a ottantanni suonati, ormai ‘ciccio’ aveva perduto ‘lo slancio’ anzi dormiva profondamente.
    Su internet aveva scovato un medicinale di ultima generazione  che poteva fare al caso suo, nome commerciale ‘Spedra’ , si trattava di scegliere una baby peripatetica sotto la sua abitazione, scartò Annabel il cui nome gli ricordava troppo la consorte, Viviana poteva andar bene. Bruna, lunghi capelli corvini, sorriso accattivante, occhi verdi, bellissimi, seno prorompente altezza 1,75, insomma ne valeva la pena.
    L’interessata ben volentieri aderì all’invito di Bartolo, l’aveva preso a conoscere conversando talvolta con lui sotto casa e pensava di potersi fidare.
    Appena messo piede nell’abitazione  ritenne opportuno far presente la tariffa elencando le varie prestazioni.
    “Voglio solo sapere quanto guadagni in una serata.”
    “Forse 300 euro.”
    “Te ne do 500 per tutta la notte.”
    Bidet per entrambi. Bartolo accese solo l’abat jour, non gli piaceva farsi vedere nudo, il suo corpo non era più quello della gioventù e se ne vergognava un po’.
    Era la prima volta che una donna posava la sue membra sul letto che era stato di Annamaria; lo ‘Spedra’, assunto mezz’ora prima, alle sollecitazioni di Viviana, miracolosamente prese a far risorgere ‘Ciccio’ che, indossato un previdenziale cappuccio, fu preso in bocca dalla damigella che poi si mise cavalcioni a mo’ di amazzone e, col sorriso sulle labbra, seguitò a dimenarsi voluttuosamente sin quando capì che il ‘ciccio’ di Bartolo aveva svolto il suo compito.
    Viviana scese dal letto e cominciò a vestirsi.
    “Cara di prego di passare la notte abbracciato con me.”
    Quell’amplesso fu una panacea alla tristezza del padrone di casa il quale, al mattino, si trovò ancora stretto alla baby molto disteso spiritualmente. Diede a Viviana 1.000 euro la quale apprezzò moltissimo e chiese se poteva effettuare un’altra prestazione; al diniego del padrone di casa con un sorriso ed un lieve bacio sulle labbra dell’amante uscì di casa.
    Qualcosa era cambiato nel cervello di Bartolo: la notte prese a frequentare Taormina, posteggiata la Jaguar passeggiava lungo il corso molto frequentato specialmente da stranieri, seduto al bar della piazzetta sorbiva una bibita dinanzi al panorama stupendo del golfo.
    La vita lo aveva ripreso anche se qualcosa ancora mancava.
    Una sera vicina di tavolo, all’aperto, nella solita piazzetta una bellezza di schianto : cascata di capelli biondi, occhi di un profondo azzurro, corpo da modella, minigonna,  camicetta ampiamente aperta lasciava intravedere un seno prorompente, un minuscolo cagnolino spuntato dalla sua capiente borsa: uno spettacolo. La baby aveva poggiato sul tavolo due pubblicazioni nella lingua di Albione: la Sicilia e Taormina, evidentemente un’appassionata di arte.
    Quale approccio? Bartolo penso bene con’inglese che aveva studiato al classico ma non  era in grado di parlarlo correttamente. Ripiegò sulla scrittura:
    “Cameriere per favore mi porti un blocco notes ed una penna.”
    Scrisse: “Madam i would like toh ave the pleasure of making them known Taormina.”
    “Signorina vorrei avere il piacere di farle conoscere Taormina.”
    Si congratulò con se stesso, il suo inglese non si era arrugginito.
    Poggiato,lo scritto sul tavolino della baby, vide l’interessata darvi uno sguardo e poi restituirlo dopo aver trascritto sullo stesso:
    “€. 500 for a blowjob, 1.000 for a shag, 5.000  for anal  intercorse and 10.000 for the night.”
    Bartolo non credeva ai suoi occhi, la traduzione, ad un dipresso, era la seguente:
    “€. 500 per un pompino, 1.000 per una scopata, 5.000 per un rapporto anale e 10.000 per la notte intera.”
    Bartolo si girò a guardare stupito la dama mignotta la quale seguitava a giocare col cagnolino facendo finta di nulla.
    Non era un problema di soldi che a lui non mancavano, restava il fatto che lui sperava in un’avventura quando invece…
    Bartolo scrisse ‘ok’ sul taccuino che, strappato lo scritto, fu restituito al cameriere.
    Madam si alzò con aria annoiata, guardò in faccia Bartolo e gli fece cenno di seguirla; era alloggiata al S.Domenico, uno degli alberghi più lussuoso di Taormina ecco svelato il perché dei prezzi praticati per le sue prestazioni erotiche.
    Giunti incamera la signorina disse di chiamarsi Ingrid, era svedese. Bartolo mise sul tavolo 10.000 €. che sparirono ben presto nella capiente borsa delle dama. (la cagnolina si era rifugiata sotto il letto, sicuramente era stata ammaestrata dalla padrona durante il suo ‘lavoro’.)
    Ambedue sotto la doccia,beh in fondo ne valeva la pena, Ingrid prese a massaggiare il corpo di Bartolo con una spugna profumata e poi a baciarlo voluttuosamente in bocca, cosa strana per una del mestiere.
    Ingrid si guadagnò il suo compenso, si lavorò Bartolo in tutti i modi, Bartolo che si addormentò svegliandosi solo verso le sette del mattino al bussare della porta della sua camera. Era il cameriere che chiedeva se dovesse servire la colazione. Bartolo approvò, mancia al cameriere e rientro a Messina con la fida Jaguar recuperata dal posteggio.
    Una strana forma di rilassamento invase Bartolo, sensazione che non provava da molto tempo:  allora qual era la sua futura scelta di vita? Andando a mignotte, cosa piuttosto costosa oppure avere un legame affettivo fisso, optò per quest’ultima soluzione e allora con chi fidanzarsi?
    Nel frattempo divenne l’unico ‘frequentatore’ di Viviana, ucraina,  che, lasciata la strada, ben presto divenne la padrona di casa  dimostrando nascoste doti di casalinga e di affettuosità nei confronti del suo ‘vecchietto’ , come apostrofava affettuosamente Bartolo che non ebbe più bisogno dei servigi di Edy il filippino e di Pina, la moglie del portiere.
    Conclusione come nelle favole, la bella Viviana divenne la signora Sciarra!

  • 11 gennaio alle ore 23:30
    Dalla finestra II

    Come comincia: Ogni giorno, almeno una volta al giorno, mi diverto a giudicare il mondo (o meglio, la piccola parte di esso che, per me, è come uno specchio fedele del tutto che è esso), con vigliaccheria nascosto tra le inferriate bianche della mia finestra. Io, che sono un grande impiccione, tutto vedo e tutto sento, quando sento il bisogno di guardare il mondo dalla mia finestra.
    Ci sono quattro o cinque cornacchie che, spavalde come loro sanno spesso essere, smistano il bottino raccolto dagli ormai strabordanti cestini dell’immondizia sull’asfalto del viale e, senza badare a quelli che potrebbero o non potrebbero essere i commenti dei condòmini, ordinatamente, ridistribuiscono tra loro il cibo ricavato. Ed io le vedo. E allora mi accorgo che i netturbini portano un paio di giorni di ritardo, ed è solo per questo che le cornacchie si sono permesse di atteggiarsi e pavoneggiarsi con tale spavalderia.
    C’è un signore che, e non è assolutamente un fatto nuovo, esce dal portone del palazzo di fronte stringendo un sacchetto di plastica in mano, attraversa un po’ distrattamente il viale che separa il palazzo dove vivo io da quello dove vive lui, si guarda intorno con espressione assonnata, e, senza un chiaro interesse da parte sua e né tanto meno mia o di chiunque altro, lascia cadere il sacchetto di plastica nel cestino dell’immondizia dedicato ai condòmini del palazzo dove vivo io, e non in quello dedicato ai condòmini del palazzo dove vive lui, come chiarezza esige. Io ovviamente lo vedo sempre. E penso a quel ragazzo che, un giorno, mentre portava a guinzaglio un barboncino bianco, capitò proprio nel viale asfaltato che passa sotto la mia finestra; penso a quando egli, dopo aver (da vero signore) raccolto con un sacchetto le feci del proprio animale provò a buttarle nel cestino dell’immondizia del palazzo di fronte al mio, quello dove vive il signore che butta i propri rifiuti nel cestino dell’immondizia del mio condominio, e quindi una signora, che abita a sua volta nel palazzo di fronte al mio, dove già vive il signore che sistematicamente non butta i propri rifiuti nel posto esatto, lo riprese bruscamente obbligandolo a riprendere indietro ciò che aveva appena buttato. Ricordo quanto fu terribilmente severa e ricordo il desiderio che avvertii, di urlare dalla finestra: “Ma signora, la prego, rifletta! Lei abita in un palazzo dove un signore, mezzo matto o mezzo scemo, ancora non ha imparato dove deve buttare i propri rifiuti, e lei vuole dare la colpa di tutto questo, di tutto il male del mondo, di tutte le sue disavventure, a questo povero ragazzo, capitato di qui per sbaglio?”, ma ovviamente non dissi nulla. 

  • 11 gennaio alle ore 19:48
    Le Rendezvous de High Life

    Come comincia: Questa non è una lettera, è un prontuario.

    Ti insegnerà molte cose, alcuni segreti che la maggior parte degli uomini, quando viene a vedermi, non sa.
    Non è tutto dimenare il corpo, non è tutto scuotere i capelli. Puoi pensarla così, ma se la pensi così non sopravvivi a lungo.
    Le cose che vedi, le cose più immediate, da giarrettiera, sono sì la via di fuga da una crisi economica, ma la via di fuga dalla via di fuga ce la dobbiamo inventare.
    Non avevo bisogno di continuare a farlo per guadagnare, ho già il mio nuovo lavoro, pagano bene ed ho il culo coperto. E fino ad ora era il mio sogno americano.
    Però, tutto è stato fatto per scriverti.
    Ho voluto riprendere da dove ci siamo fermati. Io e i miei organi, intendo. Poi tu sei continuato.
    Anni e anni di lavoro come ballerina di lap dance non mi sono mai pesati così tanto come quando ti ho visto nel locale, appena salita sul palco per esibirmi.

    Tutto il sudore che avevo lavato via è tornato. Tutte le mani che mi hanno toccato una alla volta, sono tornate a toccarmi insieme.
    A spingermi in basso, in basso. Sul palo non sono riuscita neanche a fare acrobazie.

    Muoversi in modo sensuale è una forma di paralisi. E' la prima cosa che ti dicono al corso avanzato.

    La mia insegnante aveva i capelli rossi, curati nel minimo dettaglio, uno sguardo vitreo, luccicante come il palo dal quale non si staccava mai. Anche agli allenamenti portava un vestito da battaglia, fatto solo di due copricapezzoli e un tanga con le piume. Continuava a chiederci se credavamo di vederla.

    Un giorno, lei stava fumando. Nuda, sul balcone, aggiustandosi con il pollice l'elastico del tanga che le segava le anche.
    Mi sono avvicinata trascinando i piedi, per annunciarmi, per dirle che stavo per fare un discorso importante.
    Le ho detto che ti amavo, che non te l'avrei mai detto. E basta, due parole.
    Per quanto mi riguarda, più l'amore è grande più vuoi conservare per te i dettagli.
    Lei mi ha guardato, ha espirato una quantità di fumo enorme, davvero, enorme, come se avesse fumato l'intera sigaretta senza esalare mai.
    Si è spenta il mozzicone sulla mano, e vedendo che non ne ero affatto turbata, ha cominciato a parlarmi.
    -Credi che tutte noi siamo finite a dimenarci su un palo perchè siamo involucri di ghiaccio?-
    Mi ha preso per le spalle, mi ha girato verso le altre ragazze che si stavano esercitando.
    L'avevo irritata, lo sentivo dalle sue dita che tremavano.
    -Ognuna delle ragazze che vedi- disse -ama in modi per i quali neanche i poeti hanno figure retoriche adatte. Credimi, stellina, nessuna di noi finirà sposata con l'uomo che ama. Nessuna di noi gli rivolgerà mai la parola.
    Credi che io sia diventata istruttrice perchè mi sono fatta toccare più delle altre?
    Io non so niente di lap dance.
    Sospiro davanti a milioni di ritagli di foto assemblati assieme, nel tentativo di ricostruire la faccia di un ragazzo che vedo tutti i giorni.
    So molto di romanticismo. Per questo sono qui.-
    Le divise delle Giuliette moderne sono fatte di labbra umettate di whiskey.
    -Tu pensa alla sostanza di qualcosa di non svelato, alla sostanza di un segreto.- continua -Nessuno parla. Nessuno si confida. Nessuno si tocca.
    E' assolutamente contronatura esprimere con le parole quello che parole non ne ha mai avute.
    La scrittura, la poesia, le canzoni..tutte stronzate, stai mentendo a te stesso.-
    Afferra il palo con entrambe le mani,
    Il moncherino che pendeva dalle labbra perdeva cenere in mezzo ai suoi seni, creando un glitter magnifico fondendosi con il sudore.
    -Non ci sono tele per noi, bambolina. Non ci sono penne a sfera. Non ci sono sospiri incantati al chiaro di luna. Ma devi rispondere a questa domanda.
    Sinceramente, qualcuno si è mai fatto una sega sulla divina commedia?
    La corona d'alloro qui te la cuciono a forza di smanettarsi, a misura della circonferenza del loro amichetto.
    Sono capaci tutti di guardarti le tette, ma la tua amata Beatrice, Silvia, Lucia..loro sono attenti ai dettagli. Loro sanno quali frasi del corpo stonano, sanno quando la rima non è apposto, quando una spaccata significa una passeggiata sui prati, quando ti lecchi il dito e vuoi preparargli il caffè, quando messa a novanta gli dici Andiamo a cadere per le stelle.-
    Avevo capito il messaggio.
    Le ballerine non rinunciano al loro cuore. Il cuore in realtà è tutto quello che hanno.

    Stavo immobile a guardare il vuoto e forse dai miei occhi danzavano già lacrime di gioia, bruciavano sul viso come gocce di limone.
    Era come quando senti che potresti essere soffocata dalle frasi che non potranno mai uscire. E più le accumuli più loro trovano sinonimi di loro stesse, analogie, collegamenti, antonimi, contrari, tutto per costringerti a parlare.
    Stavano per arrivarmi al cervello, appannarmi la vista, prendersi tutti i sensi, ma Lei mi ha afferrato un polso e me l'ha messo a contatto con il palo. Il freddo dell'acciaio mi ha risvegliato.
    Fa due passi indietro, si posiziona in mezzo alla luce del sole che entra dall'unica enorme finestra, si ravviva i capelli e dice:
    - Mi sono preparata per il grande evento. -
    Va verso la porta dello spogliatoio senza mai staccare lo sguardo dai miei occhi, senza mai smettere di sorridere.
    Quando la apre esce un uomo che avevo già visto ciondolare lì intorno. Avrà avuto una cinquantina d'anni portati stancamente, due ciuffi di capelli lunghi appiccicati alla testa, la carnagione cotta dal sole e una salopette verde. Le pupille degli occhi erano l'unica cosa degna di nota. Erano coperte da due cataratte grigio chiaro, due pareti mute e liscissime, perfette per proiettare.
    Dice.
    - Allora? Cosa vuoi fargli sapere? -

    Il mio cuore si è trasformato in una caldaia, tutto il corpo si è trasformato in un pavimento rovente da dove dovevo scappare e quell'uomo, amore mio, si è trasformato nell'anello mancante tra me e te.
    Neanche mi sono accorta di aver cominciato a ballare.
    Muovimi o diva del fremito amore, la lancia funesta che gli occhi trafisse.

    Fireman Climb: Devi prendere la rincorsa, abbracciare il palo e rannicchiarti a uovo. E' molto difficile, la presa non ti riesce quasi mai all'inizio, e se ti riesce scivoli praticamente subito. Tempo fa lei mi disse - Immagina la pressione che vorresti la tua mano facesse su una penna che sta scrivendo per lui. -
    E sono rimasta sospesa.
    Nel vuoto.
    Attaccata stretta stretta al palo.
    Hanno dovuto toccarmi per farmi staccare, hanno detto che quando ho riaperto gli occhi li avevo lucidi.

    Forearm stand bow: Sei a testa in giù, con le braccia appoggiate a terra. Quello che ti lega al palo è un piede ben uncinato ad esso. Gambe divaricate e altro piede sospeso nel vuoto. E' il modo in cui, in un mondo parallelo e distorto, un antimondo, io acquisirei l'eleganza necessaria per avvicinarmi a te di nuovo.
    Sei in bilico su una fune, all'incontrario. Per quanto sia acuto il tuo senso dell'equilibrio, sei sempre destinato a cadere.

    U Bend: E' un inchino sospeso.

    Yogini: Qui assomigli ad una barca. La schiena è completamente arcuata in avanti, devi prenderti i piedi tendendo le braccia, l'unica cosa che ti unisce al palo è la stretta che fai con l'interno di una di esse.
    Il punto più basso della tua cassa toracica è quello più sporgente, quello che verrebbe colpito per primo da un fascio di luce, da un naufragio. Quello che vedresti meglio al primo sguardo, all'ultimo sguardo.
    La prima, l'ultima impressione che voglio darti di me è la mia parte più vulnerabile.

    Quattro mosse, quattro figure per descrivere solo un momento.
    Le ripeto per un quarto d'ora, ogni volta più forte, ogni volta con qualche dettaglio in più. Un dito alzato, un'angolazione diversa.
    Quello che mi ritrovo a fare con l'andare dei minuti, è guardare sempre più fissamente gli occhi di quell'uomo anonimo. Diventa ossessione.
    Ad ogni giro, ad ogni capriola, devo per forza tornare da loro, dalle sue cataratte. Devo vedere se in quei fogli bianchi comincia ad esserci scritto qualcosa. Non c'è ciocca di capelli che si possa mettere tra noi, non c'è goccia di sudore che mi possa bruciare abbastanza le orbite.
    Quell'uomo non sei affatto tu, non sto affatto proiettando. Quell'uomo per me non esiste nemmeno, ma i suoi globi oculari vuoti diventano veicolo di risposte immaginarie migliori di qualsiasi altra realtà.
    Smetto di ballare solo quando inizia a strizzarli.
    Si avvicina alla mia maestra, le dice qualcosa all'orecchio e se ne va da dov'era venuto, con le mani in tasca.
    Lei viene da me lentamente, si guarda intorno e dice – Lui è un massimo esperto d'arte, uno specialista in sonetti per gambe lunghe, un divoratore di promesse sigillate da un paio di collant, nel 2011 ha partecipato ad un quiz ed ha vinto l'ambito premio Sai far schifo. -
    Si ravviva i capelli con la sua mano superidratata. - Dice che non si è innamorato di te, che nessuno si innamorerebbe. -
    La sensazione è stata quella che hai quando nei sogni cadi.
    Anche se tornassi a vedermi, anche se tornassi da me, non ti innamoreresti. Capisci? L'ha detto lui.
    Quando vuoi a tutti i costi una risposta che non arriverà, accetti qualsiasi opinione pur di arricchire le tue personali macchinazioni.
    Lei torna da me, attualmente in stato catatonico, si accende una sigaretta ad un centimetro dal mio naso. Credo che l'effetto sia lo stesso dei sali, infatti ritorno lucida.
    - Sai cosa dicono i tuoi movimenti? Dicono “Nessuno vuole conoscere qualcun altro fino in fondo”. E la prima che non vuole conoscere il suo grande amore sei tu. Nel tuo ballo non c'era nemmeno una domanda, nemmeno un invito. Sei stata sempre tu, tu, tu per prima. -
    Tutto di lei, tutti i suoi colori, diventano immediatamente più saturi.
    Ci hai mai pensato? L'arte fissa un momento. Anche i romanzi le cui storie si svolgono nell'arco di anni, generazioni, per l'artista sono solo figli di un unico momento. Il momento in cui hanno visto il volto di un vecchio, il momento in cui hanno sentito un rumore particolare, il momento in cui si sono sentiti liberi.
    Tutti momenti che scaturiscono vampate, orgasmi, fluttuazioni. Premono un tasto dentro di te e tu cominci a fare. Fregandotene di com'è veramente, di come continuerà la vita di quel vecchio, di quel rumore, di quegli spazi aperti.
    Il segreto è che nessuno è mai stato contento di essere una musa.-
    I pali da lap dance possono anche mettersi in orizzontale e trafiggerti, trasformandoti in caleidoscopio.
    Gira. Gira. Gira.

    Sono solo 4 le figure che provo per te.
    Una volta a casa ho cercato, ti giuro, nella numerologia qualcosa che avvalorasse la mia tesi, che confutasse il resto del mondo.

    In Giappone  il numero è considerato sfortunato: ciò deriva dal fatto che si può pronunciare sia yon che shi, quest'ultimo con pronuncia foneticamente simile all'ideogramma 死, che rappresenta la morte. Tale credenza determina l'usanza di evitare il raggruppamento di quattro oggetti uguali: ad esempio, in Giappone è impossibile trovare nei negozi un servizio da tè per quattro persone.

    La quarta lettera dell’alfabeto ebraico: Dalet. 
    La sua funzione è la Solidità.
    La materia è concentrazione di energie e di dinamiche che tengono insieme, in modo ordinato, tali energie. Solidità è concentrare energie per rendere visibile e toccabile, dare consistenza e stabilità ad un pensiero, progetto o sogno.
    Dalet è la stabilità, la razionalità, le fondamenta. Segna il passaggio dal movimento all’identità in una forma.
    Solidità è anche ripetitività, tornare su se stessi, confermare per dare consistenza ad un’idea, ad un modo di essere, ad una situazione.

    Non posso assolutamente fingere, non posso assolutamente essere così ipocrita da immaginare una vita intera con te.
    Sei stato le radici di tutto quanto, solidissime radici, ma sono io quella che cresce.
    Il livello di narcisismo si misura in base alla capacità di circondarti di persone che non ami, ma che non hai nessuna intenzione di lasciare andare.
    L'unica cosa che posso fare per te, sarà per sempre una specificazione, un ulteriore chiarimento, una definizione, un riempire di dettagli il secondo prima di sparire.
    Il mio addio diventerà un frattale più ricco della vita di chi insieme ci sta per anni. Ed in tutto questo particolareggiato disperare, saprò benissimo fare a meno di te.

    Ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse Ispirazione?

  • 10 gennaio alle ore 14:44
    Dark Night

    Come comincia: Quella che si apprestava di là dalla finestra, era la notte.
    Nulla di strano dato l’orario al limite con la cena.
    Tuttavia essa si mostrava cupa come mai avevo avuto occasione di vederne.
    Persino il bagliore dei lampioni appariva debole più del solito e i fari delle automobili sulla via seguivano il tono nella misura di apparire addirittura spauriti.
    Mi avvicinai alla lastra di vetro umido per guardare meglio.
    Ricordo che i contorni delle abitazioni antistanti alla mia, si mostravano tondi e indefiniti.
    Quei muri eretti in legno e pietra, parevano finirvi dentro ed essere rosicchiati.
    Stropicciai gli occhi pensando di avere riposato poco, ma nulla daffare: l’effetto perdurava!
    Perciò attribuii la colpa alla nebbia che in novembre cala sulla città velandola col bianco, sbagliando; come ebbi modo di costatare più tardi …

    Dark Night
    Mezzanotte
    *
    - Che v’inghiotta a tutti quanti!- Affermai pensando al potere di quella coltre e agli abitanti di quel luogo remoto.
    Del resto è gente cui frega poco o niente degli altri.
    Poi tornai nel letto a godermi il riposo.
    Mancavano un paio d’ore a che suonasse la levata.
    Col suono meccanico della sveglia negli orecchi non riuscii a fare altro che mantenere lo sguardo sul soffitto giallognolo della stanza.
    Oltre a tutto dal piano sottostante la vecchia serpe di Grace compiva rumori inutili, strascinando le sedie da una parte all’altra della casa.
    - La smetti?- Urlai prima di poter distinguere nuovamente il ticchettio della sveglia; segno che il messaggio era arrivato.
    Capperi, sapere che a poche ore ti attende del duro lavoro non è il massimo della vita …
    Andai a sondare il piano del comodino a caccia del tabacco.
    La voce stridula di quella donna mi fece accapponare la pelle:
    - Will è ora che tu vada!- ululò rompendo del tutto l’atmosfera ovattata.
    La presenza di Grace è una schifezza che dovevo sopportare per via dell’averla presa in sposa.
    Quel giorno dovevo essere stato, ubriaco.
    E di trascorrere un’unica ora con lei, non lo augurerei al peggior nemico.
    Era strana quella sera, dicevo …
    Si avvertiva dal sapore dolciastro di terra sul palato e da un sottile cerchio alla testa.
    - Ti svegli?-, strillò per la seconda volta.
    Adesso era giunto il suo momento per parlare e per quanto potessi replicare, svegliarmi era essenziale e ragione valida per sollecitarmi, non sarei riuscito a darle torto.
    - Ho capito!- dissi forte, finendo di sputare nel cesso quanto rimaneva di quella foglia amara.
    Un lampo squarciò il cielo in più parti e subito seguì il tuono a scuotere casa e far tremare i vetri.
    Un nuovo boato giunse qualche istante più tardi.
    Diamine, pareva che tutti i fulmini del globo si fossero fissati appuntamento in città.
    La luce elettrica tremò stentando a lungo prima di riprendere vigore e rese tremule e orripilanti persino le ombre.
    - Will, chiudi la finestra!-. Urlò Grace.
    A quella strega per di più, la grazia è sempre mancata.
    Provvede sempre a farmi notare tutto.
    Sbuffai.
    - Will la finestra!-, tornò a ripetere.
    Crede forse che sia disposto a lasciare spaccare casa dal maltempo?
    - E chiusa caspita! E chiusa!-, risposi gridando.
    Non stupitevi però, la nostra conversazione è continuamente fuori tono.
    Non è un segreto che non si vada d’accordo.
    Tornai in attesa pensando che aggiungesse qualcosa, un borbottio magari, ma non accadde.
    Così infilai i pantaloni e la maglia sopra al pigiama perché fa freddo e sono convinto che sia inutile sciacquarsi più di tanto e poi se il padre eterno ci avesse voluto profumati, avrebbe messo al mondo qualche altra razza di gente non certo questa.
    Discesi le scale convinto di incontrarla e sapendo che mi avrebbe proposto di mangiare.
    Non crediate.
    Non perché mi vuole bene.
    La mia cara moglie tiene alla mia salute per il poco guadagno racimolo la notte e se qualcosa andasse storto e perdessi anche quest’umile lavoro, per lei non ci sarebbe nulla da fare.
    Morirebbe di stenti perché nessun uomo può sentirsi attratto da lei.
    E così brutta e acida che la rifiuterebbero.
    La incontrai sulla soglia della cucina, malvestita e con i capelli unti:
    - Esci senza salutare?-, domandò smacchiando le mani sul panno.
    - Tanto ci rivediamo!-, risposi con ironia. Magari ora avrebbe fatto silenzio.
    - Che cosa vuol dire?-, esclamò.
    Litigare con me, è la ragione della sua vita …
    - Donna, vado e non voglio far tardi!-, affermai rivolto all’uscita.
    Adesso sarebbe stata soddisfatta?
    - Ho dello stufato di lepre, - disse senza particolare inflessione.
    - Perché ti ostini a propormelo? Non hai mai saputo prepararlo. -.
    E la verità ma deve essere troppo anche per lei, perché gira i tacchi e va via.
    Meglio così.
    Le smancerie sono inutili e poi è meglio non celare che i sentimenti cambiano.
    - Passo da Malcolm. Cenerò da lui!-, farfuglio quando ormai sono all’aperto.
    Per certo le passerà. Altrimenti può lasciarmi.
    Del resto peggiore di così, tra noi non può andare.
    Odo l’anta cigolare alle spalle.
    Insufflo aria umida nei polmoni e impreco per non avere pensato piovesse tanto.
    Grace osserva dalla finestra convinta che sia un cretino a non avere recato appresso l’ombrello.
    - Va dentro e finisci di spicciare!-, strido contro vento.
    Vedo scemare la tendina e dietro di essa luce fioca.
    Nemmeno i poveri hanno lampade tanto deboli.
    Che notte strana questa.
    Comunque Grace mi ha dato retta.
    E per fortuna, non la rivedrò che domani.
    Salgo in macchina infradiciando il pianale.
    Se c’è una cosa che mi fa imbufalire e avere l’interno dell’auto sporco o infangato, ma per questa volta andrà così.
    Non è possibile fare nulla.
    Accendo la motrice del vecchio furgone GM e metto un pezzo di sigaro in bocca.
    Poi sintonizzo la radio.
    Mi terrà compagnia.
    Stanno suonando: “I’m singing in the rain.”
    Che idea strampalata!
    Quasi che ci sia altro e che la vita sia un sogno meraviglioso.
    Per me non è così che andata.
    Bene però se Frank ci fa sopra un poco di dollari!
    Senza di quelli sarebbe ancora più triste.
    Perché un uomo vale quanto la capienza del suo portafoglio.
    Per una volta mi metto a cantare.
    Sapete, non ho una brutta voce.
    Unicamente non ho mai pensato di ricavarci del denaro.
    Un altro errore, chissà...
    L’acqua oscura il parabrezza.
    Canto con più voce.
    Sono quindi miglia ad arrivare alla locanda di Malcom.
    Una topaia sulla statale frequentata da persone di tutti i tipi.
    Puttane, ladri e giocatori, in prevalenza.
    Si aggiungano camionisti e viandanti più qualche marito in fuga.
    Sì, sono convinto che vada esattamente in questo modo.
    Da tempo tengo una personale statistica.
    In America spariscono centinaia di persone ogni anno.
    La maggiore parte adulta e di sesso maschile.
    Uomini andati a comprare le sigarette e mai rincasati.
    Alcuni rintracciati nei giorni seguenti.
    Magari assai sbronzi.
    Altri senza memoria.
    Qualcuno con il cranio fracassato o il corpo appesantito dal piombo.
    Mi piace pensare che quelli che non trovano mai siano i fortunati e che adesso si divertano ai tropici con una bella ragazza.
    Quanti di loro sono passati proprio da Malcolm?
    Dovrei farlo anch’io.
    Partire e non fare ritorno.
    Poi mi domando: per andare dove se ogni posto al mondo è un cesso?
    E se non lo è, presto finisce per diventarlo.
    Altrettante miglia occorrono da Malcolm per raggiungere il mattatoio.
    E giuro: non è strada bella!
    Tutta curve e dirupi.
    E per che cosa poi?
    Per andare a squarciare la gola ai vitelli.
    Già, questo è il mio mestiere.
    Sapete come si fa?
    No?
    Bene, allora ve lo dico io:
    Gli animali sono spinti dal recinto all’interno di una corsia.
    Uno per volta arriva a un capolinea.
    Là una sbarra d’acciaio blocca il quadrupede in maniera da non farlo retrocedere.
    Io gli sono davanti e sollevo il muso, mentre il collega infila una staffa di traverso perché non possa abbassarlo.
    Appena ha fatto, retrocedo di un passo e con un coltellaccio ben affilato e lungo quaranta centimetri compio un movimento unico per recidere il collo da parte a parte.
    Ci vuole forza e decisione.
    Non è cosa per tutti.
    Il sangue schizza a fiotti, finendoti addosso e sul pavimento.
    Nel frattempo la bestia muggisce dal dolore, ma non può muoversi.
    Trema.
    Scalpita.
    In quella posizione innaturale rimane fino a dissanguarsi.
    Questione di pochi di minuti.
    Al massimo cinque.
    Una vacca è arrivata a dieci.
    Pensammo che non sarebbe morta.
    Comunque un caso particolare.
    A ogni modo alla fine stramazzano.
    A quel punto il collega apre lo steccato da un lato e con un gancio la trasciniamo altrove facendola scivolare sul suo stesso liquido e urine.
    Già: non tutti sanno che appena muore se la fa sotto!
    Anche Valmon, il cugino di Grace se la fece sotto.
    Lo ricordo dondolare appeso alla trave del fienile e con la patta bagnata mentre in terra vi era una panca rigirata.
    Valmon pareva contento.
    Si era strozzato utilizzando un cordino elettrico.
    Due sottili cavi tra loro intrecciati.
    Nessuno ha mai compreso la ragione.
    Il bello è, che quando torniamo, il posto è occupato da un altro animale!
    Al macello ci sono tre file e tre macellatori.
    In poche ore è una carneficina e in un anno una strage.
    Questo è il mercato.
    Thomas e Coleman sono i nomi dei miei colleghi.
    Tipi spicci e di poche parole.
    A sentire le loro storie vengono i brividi sulla pelle.
    Badate però che non svolgo da sempre questo mestiere.
    Occorre troppo stomaco per farlo.
    Unicamente da quando ho chiuso lo spaccio.
    Sette, otto anni al massimo.
    E non è per colpa mia se in precedenza le cose non sono andate bene.
    La gente di qui è strana.
    Possiedono terra e sono allevatori.
    La domenica mattina la trascorrono a messa e a battersi sul petto.
    Poi tornano in casa e picchiano le donne.
    Trattano male i bambini.
    All’alba del lunedì sono già in opera.
    Quando di buon umore, donano qualche obolo.
    I soldi veri però li serbano per il circuito interno e il risparmio del mese finisce direttamente in banca o sotto qualche asse della loro abitazione.
    Perciò solo gli spicci finiscono a chi non è del luogo.
    Io sono di Toronto e chissà cosa mi è preso per venire da queste parti a cercare fortuna.
    In pratica mi sono condannato da solo!
    - Ciao Nathan. Cosa ti servo?-. Domanda Malcolm.
    Anche lui è un tipo strano.
    Rosso di capelli e con lentiggini sul volto.
    Vive con una ragazzina.
    Non si sa se sia la figlia o una sbandata.
    Nessuno trova da ridire e lo sceriffo è un uomo vecchio.
    Malcolm ha sangue irlandese e crea nuvole di fumo denso di là dal banco.
    - Non so!-. Rispondo pensando che ho voglia di bere.
    - In caldo abbiamo della lepre. Te ne faccio portare una porzione?-
    - Mondo vacca, ma cosa avete tu e la vecchia stasera? Tutti con lo stufato?-
    Ride Malcolm. Gioisce di gusto mostrando denti gialli.
    Nessuno dei suoi clienti ama parlare della moglie.
    - Ti offro un whisky-, esclama con voce roca. - Credo proprio sia quello di cui hai bisogno.-
    - Bene!-, rispondo deciso.
    - Se la prima bevuta è gratis, pensa a preparare la successiva in fretta. Non vorrei che si affermasse in giro che approfitto della tua benevolenza.-.
    Di nuovo rivedo i canini di Malcolm.
    Erravo ad affermare che fossero gialli. Più esattamente sono sul marrone.
    Mastico del sigaro e scolo quel bicchiere e ancora un altro e forse aggiungo qualcosa.
    Porca vacca, dentro ho sempre freddo!
    Una ventata fredda dirada l’aria viziata del locale.
    A metter piede dentro e un contorno aggraziato di donna.
    Deve essere fradicia.
    Questo tempo non è adatto per una signora.
    Tossisce.
    Non mi ricordo di averla vista da queste parti.
    Avrà circa trent’anni.
    E a giudicare dalle curve, ben fatta.
    Nessuno però sembra osservare.
    Solo Malcolm.
    Noto che ora confabulano tra loro.
    Poi lui la accompagna a sedersi dalle mie parti.
    La squadro di profilo.
    Per una così, sarei disposto a dimenticare tutto.
    A ricominciare altrove.
    Di certo non sarà sola.
    Avrà un uomo ad accompagnarla …
    Ma è qui da dieci minuti e nessuno è entrato.
    Bevo un sorso.
    - O la va o la spacca!-, dichiaro prima di scolare il bicchiere e alzarmi.
    Barcollo per un istante.
    Poi mi avvicino.
    - Salve!- affermo quando le sono accanto.
    Sembra far finta di non avere udito.
    - Notte assai umida e buia!-. Affermo.
    - Già!- Risponde voltandosi ed è davvero più bella di quanto mi aspetti.
    - Non è di queste parti o sbaglio?-, domando.
    - No, infatti!-, risponde nervosamente.
    - Posso sederle accanto?- domando con gentilezza.
    Qua l’ambiente è quello che è, può farle comodo un uomo a proteggerla.
    - Mio marito è fuori. Sta per entrare ... -.
    Bene. Sì. Dicono un po’ tutte così.
    - Io non la lascerei sola nemmeno per un minuto.-. Osservo spostando verso di me la sedia.
    Torna a guardare davanti nervosamente.
    - Vuole ordinare da bere? Offro io-, le sussurro all’orecchio non appena seduto.
    Perché girarci attorno?
    E una notte unica questa.
    Lei mi guarda come se non mi vedesse, poi una mano mi si appoggia alla spalla.
    - La signora è con me! -. Afferma un giovane ragazzo.
    Anche lui si distingue.
    Potrebbe essere mio figlio.
    BE non è da me insistere inutilmente.
    - Peccato!-, affermo. -Intendevo solo scambiare quattro chiacchiere. Adesso vi lascio perché ho daffare ... -
    Torno a sedere al mio posto.
    Non c’è mai una volta che sia fortunato.
    Peccato.
    Malcolm giunge poco dopo da loro con due porzioni di stufato.
    Insomma: alla fine è riuscito a piazzarlo.
    E mezzanotte quando vado via.
    Sento dire alle spalle: - Buona serata Will -.
    E Malcolm ovviamente.
    Sa sempre chi entra o chi esce.
    Ricambio il saluto e un morso mi afferra nello stomaco.
    Cosa caspita ci vuole a dire: - Buona serata Will!-.
    Una frase semplice.
    Alle volte non completamente sincera, ma riferita con sufficiente naturalezza da sembrarlo.
    Quando mai Grace ci ha provato?
    Sempre a parlare dei conti da pagare e di mangiare.
    - E colpa di Betty!-. Farfuglia da là Malcolm.
    - Già Betty!- Rispondo.
    Nemmeno m’interessava quella donna al locale.
    Solo una maniera facile per far trascorre un poco di tempo.
    Mah! Tanto è andato tutto storto.
    Sputo in terra.
    Non ho più saliva.
    Faccio qualche passo sulla ghiaia e prendo dalla tasca un altro pezzo di tabacco.
    Finirò a perdere i denti, ma dal padre eterno meglio andarci con gli acciacchi.
    Domani sarà un altro giorno e tornerò in questo letamaio al termine delle ore di riposo.
    Era una brutta notte dicevo …
    Si avvertiva dall’ululare dei lupi senza che in cielo ci fosse la luna e non mi era capitato di udirne tanto prolungati.
    - Che caspita avete?- domando mentre urino sulla ruota del furgone perché il cesso del locale fa talmente schifo da pigliare la scolo solo a toccare la maniglia della porta.
    Con calma apro lo sportello.
    Il mio winchester è appeso sul cassone.
    Avvio il motore e innesto la marcia.
    Mi dico che se questa notte quei famelici cani avessero a cercare rogne, perdiana, le avranno trovate.
    Io ne ho di ragioni per litigare con il mondo intero.
    Il furgone saltella sulle buche traboccanti d’acqua e ricomincia a piovere.
    Quindici miglia di strada in discesa.
    Quasi interamente nella foresta che dal paese scende a valle.
    Vecchi abeti e pietre secolari.
    Qualche animale notturno tipo l’allocco.
    La percorro da anni e che crepino tutti; è disgraziata.
    Malcolm lo ripete spesso:
    - La colpa è di Betty.-.
    Lo afferma così di punto in bianco.
    E quando meno lo aspetti, senti che pronuncia quel nome.
    Magari muovendo piano le labbra, mentre ripone ad asciugare i bicchieri.
    Era giovane e il mattino assolato quando gli capitò di trovare una testa mozzata di fronte al locale.
    Altri pezzi li recuperano dei paesani seguendo la strada verso valle.
    Prima una gamba di donna, poi l'altra.
    Un piede, un braccio mi pare.
    In una progressione folle in cui l'unica regola era costituita dalla misura.
    Un miglio e mezzo a pezzo.
    Tutte quelle parti erano state ripulite talmente bene da apparire finte, quasi fossero pezzi di plastica di un manichino.
    Le mani, lunghe e affusolate le trovarono per ultime; poggiate delicatamente su un foglio di giornale e su un cippo.
    Inutile affermarlo, Malcolm ne restò assai colpito.
    Secondo la sua versione quella maschera pista di sangue, solo il volto era pieno di lividi, era viva quando l'aveva raccolta e gli aveva sorriso.
    Indagarono per giorni anche su di lui.
    Non emerse nulla.
    Escluso fosse lui l'assassino l'indagine si arenò e la colpa fu attribuita a un camionista di passaggio che secondo gli ispettori venuti da fuori città l'aveva trasporta per mezzo Canada prima di abbandonarla ridotta a quel modo.
    Per ciò, per quella morte, non c'era un vero colpevole e neppure movente.
    A chi appartenessero quei resti, non si seppe mai così restò senza nome.
    L’unico a dirsi sicuro a riguardo fu sempre Malcolm.
    Per lui non poteva che chiamarsi Betty.
    Quanto alla ragione, disse che non poteva essere diverso.
    Trascorse poco tempo e si lasciò con la moglie.
    Esattamente fu abbandonato.
    Nessuno trovò strana la cosa e se chiede a lui di chi sia la colpa, affermerà sempre: - E di Betty !- e in ultimo aggiungerà che a lui ha portato fortuna.
    Nell'accendere il quadro dell’auto, penso che ognuno rechi la propria croce …
    Il motore gratta nell'innestare la marcia.
    Impreco quando scorgo due sagome a ridosso dei parafanghi.
    Una è magra. L’altra, goffa.
    - Porca puttana. Volete ammazzarvi?-. Urlo senza calare il finestrino.
    La più chiatta sembra udire, perché si volta.
    Ha occhi scuri come le tenebre e un’espressione indecifrabile.
    Dovrebbe essere una donna.
    Una brutta donna.
    Porca vacca mi dice sempre male!
    - Predicatori della minchia. Vi hanno sbattuto fuori di casa perché stanchi del vostro sermone? Così adesso vagate in strada e desiderate crepare?-.
    Ora ride e con lei lo fa anche la persona accanto.
    E un uomo.
    Scopre il volto butterato tenuto celato sotto il cappuccio.
    Davvero: non li vorrei vicino nemmeno a pagamento.
    Libero la frizione, ma la donna allunga il braccio fino a poggiarlo sul montante.
    - Togli quella manaccia? Fatti da parte!-, sibilo girando contro lo sterzo.
    Del resto non amo i prepotenti e i vagabondi!
    - Se vuoi, puoi insistere. Dirò che era buio e non ti ho visto. Sono capace di farlo sai ... -.
    Le ruote vanno a vuoto sul fiume di fango diretto alla valle.
    Impreco e accelero.
    Lei sembra riuscire a trattenere i cavalli.
    Una grandinata di sassi e melma sale dal basso della macchina imbrattando le fiancate.
    Lei sembra ridere di gusto, ma il volto non ha nulla di umano, trasfigurato nello sforzo fisico in una maschera animale.
    Innesto la retromarcia.
    Sono certo che gli pneumatici torneranno a far presa sul terreno e riesco a liberarmi.
    Percorro qualche metro all’impazzata, pensando di avere bevuto qualcosa di troppo.
    La vettura gira su stessa, quasi ribaltandosi.
    Innesto di nuovo la marcia, seguita da un’altra e ancora.
    Adesso sono sulla statale e per una sola maledetta occasione, lieto di raggiungere presto il mattatoio.
    Quei due, realmente, avevano un aspetto ributtante.
    Non faccio a tempo a respirare che un tonfo sordo e una sbandata mi avvertono che qualcosa di pesante è a bordo.
    Recupero il winchester che punto verso il retro.
    - Che tu sia quello che penso o qualcos’altro, vecchia baldracca: vero come dio, questo gioiello ti sistemerà!
    Avverto lo scoppio e il rinculo mi fa dolere il polso.
    - Pagherai anche questa!-, affermo mentre odo un rantolo di dolore provenire dal cassone.
    Provo ancora la sensazione di avere un’allucinazione in quella notte scura.
    Che tutto sia un sogno?
    Che Grace non si mai esistita?
    Che il fallimento non abbia sempre contornato la mia vita?
    Gli alberi ai lati della strada mi appaiono distorti.
    Sono sempre stati tanto alti?
    - Will hai bevuto troppo e sei in una curva … - m’incalza all’improvviso la voce dentro la testa.
    Afferro lo sterzo mentre col muso urto il pietrame montato a secco sul pendio.
    Ne tiro giù una pertica.
    - Questa cavolata ti costerà Will. Sai quanto viene riparare il parafango?-.
    Ora è Grace a parlarmi.
    - Fatti gli affari tuoi!-. Urlo mentre rimetto in strada il furgone.
    - Nemmeno adesso mi lasci in pace?-.
    Lo scoppio provocato dalla sponda nel trapassare l’abitacolo è netto e sinistro.
    Deve averne di forza quella donna per averla divelta dal cassone.
    Sparo un colpo sulla linea metallica.
    Se è all’altro capo, incasserà altro dolore mi auguro.
    Di nuovo il silenzio, rotto dal fracasso delle marce che scalo in prossimità del tornante.
    - Evviva sono in salvo!- grido nel momento in cui mi convinco che quell’essere malefico non ci sia più.
    Poi osservo sullo specchietto retrovisore e dall’oscurità emerge lentamente il volto grasso e tondo della donna.
    I capelli bianchi le ciondolano ai lati di guancie affette dall’acne.
    Le fosse del naso, sono larghe quanto quelle di un toro infuriato.
    - Bastarda. Mi vuoi ammazzare?- Urlo.
    Dietro di lei c’è l’uomo magro.
    Ha il mento in avanti e denti in oro.
    Tiene alta la gamba sull’abitacolo e un’ascia nella mano.
    Il lurido impermeabile scuro svolazza nella pioggia battente.
    Lo dicevo, era una notte come mai ne avevo viste e m’inseguiva la morte.
    Fu allora che presi la decisione di andare giù per il burrone.

  • 09 gennaio alle ore 16:45
    Corto #13 - La crisi

    Come comincia: Erano anni che non compravo una penna Bic. Solo penne omaggio.

  • 06 gennaio alle ore 23:18
    Spazzatura

    Come comincia: Ricordo un Natale di tanto tempo fa quando la povertà lambiva la mia  giovinezza. Era il 1978  anno di  trasformazione, di intrighi e rivolte studentesche, un anno cruciale per gli altri ma per me segnato dalla stessa indigenza e calda povertà. Ero rimasto senza padre da pochi anni e mia madre lavorava come badante nelle famiglie.  Vivevano un modesta casa di due stanze, mancava il riscaldamento ma era bella a suo modo: mura spesse, pavimento in cotto anche se totalmente rovinato, mancava il bagno, ve ne era uno in comune in fondo al  cortile, a volte bisognava far la coda, soprattutto dopo pranzo. Ricordo che quell’inverno mia madre aveva lavorato anche la vigilia di Natale e avrebbe dovuto recarsi anche il giorno dopo a cucinare. Gli altri festeggiavano, ci voleva pur qualcuno che preparasse loro da mangiare. La gente con noi era formalmente gentile, i preti da cui lavorava si mostravano solleciti e ci invitavano  a pranzo nelle ricorrenze, quell’anno però non aveva nevicato e volgeva un forte vento, faceva molto freddo. Ricordo che quella sera, quella vigilia volevo uscire con dei miei amici, avevo appuntamento verso le nove.Ma immancabile arrivò  lei e mi costrinse a fare un giro per le piazze. Non era una novità ma quella volta , quella sera di forte freddo era una necessità; come avremo fatto il giorno dopo ... si sa sotto le coperte si rimedia … ma di giorno? La giornata era lunga e  molte cose avrebbero potuto impedirmi di uscire, costringendomi a rimanere dentro per chissà quante ore. Inoltre nella luce del giorno, quel chiarore che solo l’inverno ci sa dare quando si riempie di bianche sfumature e rende tutto brillante,  la gente ci avrebbe visto  noi due furtivi passeggiare con garbo e poi avvicinarci e prendere e andare lungo la strada fatta di ciotoli irregolari e anche aguzzi; prendere e trascinare e voi svoltare a destra seguendo la striscia dei muri e camminando sui corti marciapiedi.  Poi  c’era anche un breve passaggio pedonale con vicino il negozietto di giocattoli per bambini e l’irritante odore di tabacco.  Quello sì che era un posto celebre  per la mia infanzia ma che guardavo con sufficienza. Ora ero grande potevo permettermi altro.  E poi oltrepassato quel crocevia  ci si incamminava lungo una stradina semiasfaltata che  svoltava  a  sinistra e manteneva varie zone d’ombra. Ma il  negozio della parrucchiera era illuminato e ci spingeva a passare sotto le  insegne luminose per allontanarci dal suo sguardo di donna capricciosa e indiscreta. Infine si  fiancheggiava la casa appena risistemata della vecchia lattaia, donnone da un seno procacissimo e dalla presunta giovinezza  allegra e spensierata. Era una donna  sposata con tre figlie ma penso che prima di  giungere all’altare abbia dispensato molte sue grazie. Passavamo davanti alla sua porta e  a volte sfioravo il batacchio in ferro battuto con un leggero sorriso di compiacenza ma in quei momenti preferivo  muovervi con passo rapido come quello di un gatto randagio. Ma quella sera facemmo il giro. Era proprio cosi. Avevamo una vecchia stufa a legna. Ma la legna costa e si compra. Molte sere aggiravamo l’ostacolo andando a prendere le cassette della frutta, quelle di cui si disfano i fruttivendoli, con quelle strisce  che  con un colpo di mano sulla gamba  si posso rompere  in tanti pezzi, che sembrano sottili rami e si buttano nel fuoco o sopra la cenere ancora piena di tizzoni e riscaldano e illuminano dalle feritoie dei cerchi la stanza e  avvolgono anche per brevi attimi  le nostre membra. Un affare che facevamo spesso.  Quella notte di Natale  gli spazzini non erano passati e molte erano le cassette  della frutta accatastate vicino ai cassonetti.  Facemmo incetta di cassette, ci spostammo in tre piazze riuscendo infine a  spingere  nella “boschiera” trenta cassette. Fu una vera fortuna , un regalo di Natale , uno di quelli veri, credetemi.

  • 05 gennaio alle ore 11:40
    La Purezza dell'Acqua

    Come comincia: Io, ognuno di noi, nella vita può sbagliare però la purezza assoluta la vedo solo nell'Acqua, lo scorrere di un ruscello, di un lago. Lì vedo tutta la purezza assoluta e non vedo nè pregiudizi e nè odio verso l'essere umano. Questa è la Magia dell'Acqua con la sua Trasparenza, la sua Purezza e la sua Lucentezza. Grazie di esistere Acqua.

  • 02 gennaio alle ore 16:02
    Colle S. Valentino - Che banca!

    Come comincia: Italia popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori. Questa è (se non ricordo male) una celebre frase di mussoliniana memoria che il nostro Duce fece apporre su un edificio romano.
    Che centra questo pistolotto introduttivo sul racconto che sto per propinarvi? Ebbene si c’entra nel punto in cui si parla di santi perché è proprio il nome di un  santo apposto ad una banca da parte di Ena Ugolini, dama ricchissima e come tutti (e tutte) le persone molto abbienti capricciose oltre ogni dire.
    La citata dama signora o meglio signorina di campagna (per lei gli uomini erano gratta e butta), donna legnosa e cacciatrice  inveterata (possedeva dodici fucili di vario calibro) risiedeva nella frazione di S.Valentino, comune di Cingoli in provincia di Macerata insieme al fratello Raffaele (Fefè per gli intimi), la di cui consorte Elena (Lilli per gli amici)e la di loro figlia Rossana bellezza bruna 1,75 di altezza con la sue cosine ben messe.
    Da dove erano pervenuti i denari ad Ena Ugolini? Un classico: da un nonno emigrato negli States d’America che di fortuna ne doveva averne fatta veramente tanta dato che in banca risultavano e suo nome circa tre miliardi di Euro, tanti erano e sono forse pure aumentati il perché vengo a spiegarlo.
    La signorina voleva sistemare la nipote laureata in scienze economiche in una banca ma il direttore del suo e di altri istituti di credito non  avevano voluto (e forse potuto) farla entrare col ruolo di vicedirettore, conclusione  Ena si era creata una banca a nome della località di residenza – S.Valentino – sede unica a Cingoli (Macerata).Grandi festeggiamenti, parenti giunti un po’ da tutta Italia per congratularsi col direttore, appunto Rossana Ugolini che si era circondata da cinque impiegati o meglio impiegate, tutte femminucce.
    In banca la situazione non poteva che essere delle migliori in quanto la direttrice, padrona assoluta, poteva permettersi in campo finanziario quello che altre banche per motivi di bilancio non potevano, in parole povere Ena Ugolini guardava ben poco al profitto pur di sbaragliare la concorrenza e ci era riuscita, come se ci era riuscita col giustificato malumore dei direttori degli altri istituti di credito!
    Ad Ena Ugolini non poteva parer vero poter dire: “Dì a mia nipote che ti mando io” per far ottenere agli interessati agevolazioni fuori mercato.
    Res cum ita sint avrebbero detto gli antichi latini quando la legnosa marchigiana ebbe l’idea di visitare la Sicilia, a suo dire, terra di provenienza di lontani parenti. Caricati sulla lussuosa Lexus due fucili e tante munizione da poter  sterminare tutta la selvaggina della Trinacria, Ena, percorsa la Salerno-Reggio Calabria si imbarcò a Villa S.Giovanni ed approdò a Messina dove aveva prenotato il miglior albergo del centro, il Savoia.
    Distribuite a destra ed a manca sostanziose mance, ebbe l’immediata deferenza di tutti gli impiegati dell’hotel, direttore in testa, ogni suo desiderio era legge.
    Noleggiato un fuori strada con relativo autista pratico dei sovrastanti  monti Peloritani, ritornò in serata con un carico di fagiani, tordi, piccioni ed uccellagione varia che fu offerta in pasto anche ad altri  frequentatori della mensa dell’albergo.
    Un episodio non fu di gradimento di Ena: recatasi in una banca locale ebbe la ventura di incappare in un diretto non eccessivamente  ossequioso e disponibile secondo i suoi gusti, e immediatamente decise di… immaginate un po’, di aprire a Messina una filiale della Banca S.Valentino, direttrice Rossana Ugolini.
    La telefonata giunta alla neo direttrice fece cadere l’interessata in una cupa prostrazione, andare in un posto mai visto e metter su un istituto di credito ex novo, maledetta la zia pazza. I genitori nulla poterono per alleviare le doglianze dell’afflitta figlia che, caricate sulla 500 Fiat Abarth bagagli e macchine fotografiche, sua passione, varcò anch’essa lo stretto di Messina.
    La città si dimostrò accogliente sia per il clima che per la cortesia dei suoi abitanti, unico neo gli amministratori locali che lasciavano molto a desiderare, situazione che poco interessava la zia Ena che si era messa di buona lena a metter su la banca. Faceva tutto lei: girando per la città individuò la filiale di un piccolo istituto di credito con tre impiegati e riuscì nel giro di pochi giorni a contattare la sede centrale che fu ben lieta di scaricarsi una filiale niente affatto produttiva.
    Il seguito fece scalpore in città: rinnovo totale dei locali con l’aiuto di un  famoso architetto e poi l’inaugurazione in pompa magna con articoli sui giornali  e servizi sulle tv locali e la presenza di autorità cittadine, la zia non aveva badato a spese.
    Inutile dire che la stessa politica seguita nella casa madre fece lievitare immediatamente la clientela indigena attratta da  condizioni di mercato estremamente favorevoli .
    “Zia ci stiamo rimettendo un sacco di soldi!”
    “Nipotina bella, vedrai, ci rifaremo.”
    Il futuro le diede ragione anche per la bravura delle impiegate (sempre tutte donne) che ce la metteva tutta per aver ricevuto uno stipendio ben superiore a colleghi di altre banche.
    La zia Ena aveva prese la via del ritorno anche per la sua non buona salute e così Rossana fu padrona assoluta anche se sentiva una po’ di solitudine; non riusciva a fare molte amicizie, qualche sabato a ballare ma non legava con ragazze e soprattutto ragazzi del luogo, troppo lontana dalla loro mentalità, rimpiangeva la compagnia di Alberto suo compagno di scuola e unico amore della sua vita.
    Un episodio risvegliò il normale monotono incedere della banca di S.Valentino: Rossana era allo sportello per sostituire una impiegata in ferie. Si era presentato un signore di mezz’ età, mai visto, che invece di avanzare una normale richiesta di prestazione bancaria, aveva presentato un suo biglietto da visita con la scritto:‘€.1.000  B.P.P.’
    Perplessità di  Rossana: “Scusi signore vuol spiegarsi meglio.”In passato in ragioneria aveva imparato il B.P.L ossia buono per lire ma quel B.P.P. non le diceva nulla.
    All’orecchio di Rossana il signore si spiego più chiaramente, voleva dire: BUONO PER POMPINO, €.1.000 era il corrispettivo per la prestazione.
    “Brutto maiale fuori di qui prima che lo prenda a calci!”
    Tutti le impiegate vicino alla direttrice che fece chiarezza sulla situazione ricevendo la solidarietà delle colleghe anche se una, la più spiritosa: “1.000 €.per un pompino mi sembrano pochini!”
    Inutile dire che l’episodio ebbe risonanza fra gli impiegati delle altre banche, Rossana si beccava lo sguardo ironico di qualche collega,  si pentì di aver divulgato l’episodio.
    Era passato circa un mese quando accadde qualcosa di inusitato: dinanzi alla banca un signore aveva posteggiato una Aston Martin targata Inghilterra. Il cotale: 1,80, fisico atletico, dopobarba di classe, sguardo magnetico, insomma uno bono si era diretto ad una cassa.
    “Lara lascia stare, ci penso io al signore.” Rossana voleva prendere in mano la situazione, quel tale, baffetti da sparviero come avrebbe detto il comico D’Angelo era troppo affascinante, di classe come pochi se ne vedono in giro.
    “I’m John  Fitzgerard, english from London,  she captivated me with its beauty, ask me any money for his company, capisco italian ma parlo poco. parlo poco.”
    “Ma sei un maiale” pensò Rossana che era stata in Inghilterra in collegio ed aveva imparato la lingua. Gli aveva offerto del denaro per la sua ‘compagnia’. In ogni caso aveva stile, meglio far finta di nulla, d’altronde le colleghe non conoscevano l’inglese e quindi …
    “Il signore vuole delle spiegazioni, stiamo chiudendo ed io vado con lui, ci vediamo domani.”
    “Dato che parli poco l’italiano ma lo capisci ti parlerò nella mia lingua. Data l’ora andiamo a mangiare in un ristorante in riva al lago di Ganzirri.”
    L’arrivo in trattoria non passò inosservato, non era di tutti i giorni che Rossana si presentasse  in Aston Martin con un signore che, si vedeva lontano un miglio, italiano non era.
    Salvatore, il capo cameriere, li posizionò in un tavolo riservato dopo avere allontanato con un cenno i vari suoi colleghi che, spinti dalla curiosità, avevano fatto capannello.
    “Salvatore questo è John Fitzgerard un cliente della mia banca, desidera gustare le vostre specialità, fai tu col menù, portaci un Corvo bianco, grazie.”
    “Caro John, sono una donna di spirito altrimenti avrei dovuto offendermi per le tue parole…”
    “Io non voleva, perdono.” Prese una mano di Rossana e se la portò alle labbra guardandola negli occhi.
    Ci sapeva fare il bell’inglese, la donzella cominciò ad apprezzare sempre più la sua compagnia, come pure apprezzò gli spaghetti alla pescatora, una fetta arrosto di pesce spada, due spiedini di gamberoni seguiti da un’insalatona gigante con tanto di cipolla, patate fritte per l’inglese e un’ananas, caffè per lei decaffeinato.
    Il conto fu presentato dal proprietario in persona che fu ripagato da una mancia stratosferica che fece strabuzzare gli occhi sia al padrone che a Salvatore.
    I camerieri si premurarono ad aiutare i due ospiti da indossare i soprabiti e poi in macchina.
    “Alloggio hotel Jolly, vorrei mutare abito, un poco freddo…”
    Posteggiata l’auto dinanzi all’albergo, due inservienti si precipitarono ad aprire gli sportelli con tanto di inchino, l’english si li era comprati tutti!
    “Vado in room…”
    “Ti seguo, voglio rinfrescarmi.” Rossana aveva meravigliata se stessa, che ci andava a fare in camera di uno sconosciuto, mah…
    Ovviamente era la room migliore dell’hotel, visuale sul porto di Messina, due navi di crociera ormeggiate, un ferry boat in entrata nel porto, un’orda di venditori di oggetti vari che circondavano i turisti scesi a terra.
    “Mi sento accaldata, uso il tuo bagno.”
    Effettivamente Rossana era un po’ sudata cosa per lei inusuale, quell’incontro l’aveva un po’ scombussolata. Rimase in reggiseno, prima di lavarsi si rimirò nel lungo specchio, cazzo era rossa in faccia, cosa le stava succedendo…
    “Quando tu finito entro in bath room.”
    “Vieni ...” Rossana non riconobbe la sua voce
    “Scuse me…” L’inglese si mostrò imbarazzato, la bell’italiana era rimasta in reggiseno e mutandine e il cotale lo fu molto di più quando Rossana lo abbracciò baciandolo furiosamente. L’ovvia conclusione sul lettone ambedue impegnati in una' acerrimam pugnam'…
    Quel che accadde postea fu alquanto nebuloso per Rossana. Si fece accompagnare alla sede della banca, recuperò la Fiat Abarth e si rifugiò nell’albergo Royal dove rimase per un giorno intero sinchè il direttore dell’hotel, molto  delicatamente, bussò alla porta della camera per chiedere sue notizie.
    Il perché di tante ‘storie’ per quello che poteva ed era un normale rapporto sessuale, questo  si domandò Rossana appena ripresasi dopo una doccia caldo- freddo, in fondo era stata lei ad iniziare la ‘guerra’.
    Diede sue notizie alle impiegate. Rossana non aveva voglia di uscire dall’albergo,una crisi strana. Dalla finestra della sua camera all’ultimo piano guardava stordita la gente, il tram, le auto, le navi nel porto,sentiva una profonda sonnolenza invaderla tutta, si fece portare il pranzo in camera e riprese a dormire.
    Pranzo in camera e sonno durò tre giorni sinchè  il direttore, preso coraggio, le chiese telefonicamente se avesse bisogno di un medico. Fu questa mossa che fece capire all’interessata che era il momento di darsi una mossa per rientrare nella vita normale. Tanto choc per una scopata! Un pensiero volgare ma efficace che le fece riprendere contatto con la realtà; forse era stata per lei la paura di essersi innamorata.
     Un lunedì uggioso, tempo non  usuale per Messina che di solito godeva di un  buon clima, d’altronde a novembre inoltrato non  si poteva pretendere di più.
    In ufficio un mucchio di carte da firmare le fece passare il tempo, senza accorgersene si era fatta l’una.
    Anna, la vicedirettrice: “Rossana noi andiamo a pranzo, quell’inglese tuo amico è venuto molte volte a domandare tue notizie, voleva sapere anche il nome  dell’albergo dove risiedi, non glielo abbiamo comunicato, ha lasciato questo suo biglietto da visita con numero del cellulare, buon appetito.
    Un panino dal vicino salumaio ed una birra e sempre in mano il biglietto da visita di John.
    “John sono Rossana, che fine hai fatto?” La baby aveva rivoltato la frittata.
    “Ho cercato te, molto…molto…” John piangeva.
    Dopo un lungo silenzio:
    “John sto venendo al tuo albergo, aspettami fuori.”
    John era vestito da cavallerizzo, un vestimento inusuale che attirava l’attenzione della gente.
    La prima reazione di Rossana fu di una profonda risata:
    “Come ti sei conciato?”
    “Voleva far colpo su te,  piaccio?”
    “Andiamo nella Aston Martin, si sta più comodi.”
    “Tue amiche non sapevano dove stavi, io voleva…”
    La bugiardona: “Ero in missione, ora son qua.”
    “Starò a Messina per sempre…sono issimo innamorato!”
    “Io invece no, non voglio più vederti.”
    Rossana stava barando, anche lei si era innamorata anche se sembrava impossibile dopo un solo incontro con un  uomo.
    “Tu fai male, prego non dire cose cattive.”
    “Va bene starò con te quando avrai imparato a parlare l’italiano.”
    “Vado  scuola, per te tutto…”
    “Zia Ena mi sono fidanzata con un  inglese, penso sia un baronetto.”
    “Vieni a Colle S:Valentino a fammelo conoscere, fai presto non sto bene in salute.”
    Una Aston Martin a Colle S.Valentino non passava di certo inosservata, Rossana e John furono circondati dagli abitanti della frazione, un saluto affettuoso da parte di tutti, gli Ugolini erano benvoluti.
    La zia Ena aveva detto la verità, si vedeva chiaramente in faccia che prossima sarebbe stata la sua dipartita, un tumore al seno, Rossana andò in bagno a piangere, non riusciva a smettere, John andò a trovarla, anche lui molto commosso.
    Ai funerali partecipò tutta la popolazione, tanti fiori, carrozza a cavalli e tumulazione nella tomba di famiglia.
    Rossana e John non rientrarono più a Messina, la banca fu affidata alla vicedirettrice; la baby ebbe modo di ‘sfornare’ una coppia di gemelli italo-inglesi. Jonh, imparato l’italiano, mise su un bed and breakfast frequentato da molti suoi concittadini, una storia forse triste ma a lieto fine come tutte le vecchie favole.
     
     

  • 01 gennaio alle ore 10:23
    "Sei malato!" Che felicità!

    Come comincia: Purtroppo ho sempre avuto un pessimo rapporto con la scuola. Non per colpa mia, ma a causa della guerra, che era appena terminata, nel 45, impedendomi, l'anno prima, di frequentare la prima elementare. Una partenza sbagliata, in una vita, conta molto, segna per sempre. La prima volta che ho visto una moltitudine di bambini, abituato, com'ero stato, a Villa Adela, sulle alture di Serravalle Scrivia, a incontrarmi, saltuariamente, con Ernestino, mio coetaneo, della villa accanto alla nostra, fu in occasione dell'esame da privatista, dalla prima elementare, vissuta nello studio di nonno Angelo, alla seconda, nella scuola del paese, quasi una foresta sconosciuta per me. -“Dettato! Scrivete !”- La voce sibilante di una maestra d'età. Questo fu il mio primo minuto di scuola. Ed io vomitai tutta la colazione, tra schiamazzi e risate. Fu chiamato lo spazzino del paese con tanto di ramazza e segatura. Ricordo ancora la divisa. Ed ho vomitato per tutti gli altri anni di scuola, successivi, prima di uscire di casa. -”Lucio, vai a vomitare, che fai tardi oggi!- Mamma. Poi, un illuminato medico mi somministrò uno dei primi psicofarmaci, “5 gocce di Talofen” e cessai di vomitare col fisico, ma il rifiuto psichico fu il medesimo. La seconda elementare, quindi, a guerra finita, a Genova, Istituto della Reverenda Madre Cabrini. Suore, che dire: genuflessioni, messe, veli neri, malignità, cattiverie, castighi, fioretti, genuflessioni, messe, fioretti, veli neri. Ricordo ben poco dei miei compagni, anche perché le mie tonsille si ammalavano spesso, e per mia felicità, la voce di mia madre mi veniva in aiuto.: -” Sei malato! Niente scuola.” Che felicità! Nonostante la febbre e il mal di gola ero liberato da un incubo oppressivo. Lo stato di malato mi dava adito all'accesso di un rituale, che trovavo meraviglioso ed appagante. Cambiavo, di prima mattina, camera e letto. Passavo nella camera dei miei genitori, nel loro lettone, che mamma aveva rifatto di fresco. La finestra, dava sulle alture del Righi, ma s'intravvedeva il panorama della vasta conca, che racchiude il mare e la Lanterna. La luce entrava di prima mattina, vivida, da farsi rubare in ricordo. Dopo il caffè e latte, con biscotti, comprati, in fretta, all'uopo, dalla cameriera, avveniva una delle concessioni più esorbitanti che io potessi immaginare. Mamma sfilava dal comò il primo cassetto e me lo depositava sulle mie gambe. -“Guarda, ma non mettere in disordine”- E m'intrufolavo tra boccettine di profumo, creme, collane, anelli, medaglioni, un arcano sconosciuto e proibito. Ne ravvedo ancora il piacere e mi giunge da qualche neurone il profumo, ancora intatto di quella mistura di odori. A completare il mio bisogno di incauta profanazione di ciò che non mi spettava, un pacco voluminoso di cartoline illustrate, trattenute da un elastico. Cartoline giornaliere di papà a mamma, durante il fidanzamento. La calligrafia curata di papà, a penna blu. Minuta, delicata come una missiva d'amore, voleva. “Cara Franca”, mia madre. Mi turbava e m'ingelosiva quel termine, pur se usato da mio padre. Le foto riprodotte sulle cartoline erano di attori dell'epoca. Greta Garbo ne comprendeva molte; bellissima, alcune erano solo schizzi veloci del suo volto. Shirley Temple, una bambina prodigio d'allora, attrice in molti film, coglieva la mia meraviglia, nei suoi vari costumi di posa. Io preferivo quelle di Stanlio e Ollio, prodigiose, tanto da scoprirmi un sorriso. Queste erano le mie felicità: sorridete, bimbi d'oggi.

     

  • Come comincia: Franco è confuso da quando Eros è diventato un trans e Felice per via di tutto ciò è disperato, di conseguenza Allegra non sorride più. Urbano fa ancora il vigile di professione, il suo fidanzamento con Luna illumina i gossip nel paese, nonostante la precedente passione per Stella abbia smesso di brillare. Emilia si sta riprendendo, ancora trema ogni tanto, ma la cinica Italia non fa una piega, quasi fosse una questione di stato. Regina pulisce i bagni di un supermercato, Salvo è colui che è emigrato da questo paese, tutti lo ricordano per questo, perfino Natale, sebbene lo si veda una volta l'anno e io, non so perché, rimango sempre pervaso da un senso di tristezza quando arriva. Fortunata si è fidanzata con Gastone, le regalerà un Diamante ha promesso, per via di questo fatto Fausto è caduto in depressione e Abbondanza si è ammalata di anoressia. Casto ha sposato Immacolata e tutto, tra loro, è finito quel giorno, così che Beata è divorata dai sensi di colpa e Innocenza non è più lei, fino a prova contraria. Modesto soffre di solitudine, gli manca l'amico Egeo ricoverato per eccesso di inquinamento, Iride era una falsa invalida e Angelo per risarcire i truffati si è venduto le ali. Mansueto è intrattabile poiché Maddalena non si pente più di nulla ma Concetto, un tipo dall'aspetto inspiegabile, ripete lui che tutto finirà in Gloria. Massimo è ai minimi storici da quando Onesta lo ha abbandonato e ripete che Giusto non è uguale con tutti, ora pare sia diventato vegetariano e viva con una certa Eva, persona ambigua che sta sempre sulla bocca di tutti. Tiffany non riesce più a fare colazione perché Carolina produce un latte acido, di questo incolpa Germano, reo di inquinare l'erba da pascolare con i propri escrementi. Donato lo scartano a priori, lui è innamorato del profumo di Flora, ad ogni stagione ci prova ma con poca fortuna. Sauro, senza Dino, dice di aver perso la parte migliore di sé, insieme sarebbe tutta un'altra vita ripete all'amica Messalina, l'unica che in questo paese abbia un lavoro sicuro. Già, perché Assunta è stata licenziata, Libero rimane prigioniero delle proprie paure e Speranza si sta lasciando morire a poco a poco.

  • 27 dicembre 2015 alle ore 13:51
    la bolla

    Come comincia: c'era una volta una bolla che stava per scoppiare, allora chiese di essere manipolata. Sognava di diventare una enorme bolla illuminata da un led, contenere altre bolle e del fumo. La bella, che aveva il potere di parlare alle bolle, udì il suo richiamo e decise di fare la magia. Esaudì così l'ultimo desiderio della bolla, facendola diventare la più bella bolla che l'umanità avesse mai visto... Rimase impressa per decenni nelle menti dei bambini accorsi ad ammirarla che tramandarono di padre in figlio questa storia. La storia di una bolla che incontrò la bella e diventò una leggenda.

  • 25 dicembre 2015 alle ore 4:50
    Aquila blu

    Come comincia: ....ricordo...ero presa dai miei pensieri...
    non mi ero resa conto...di volare a bassa quota...^__*
    mentre volavo...sentii..un ululato...era notte inoltrata...
    intensificai.... la mia vista d'aquila...e....
    lo vidi...era un lupo...meraviglioso e fiero...
    senza riflettere...planai...verso di lui...
    incurante del pericolo che avrei corso...
    mi sentivo fortemente....attratta da lui...
    fu così...che rimasi...fulminata....^__*
    i suoi occhi...emanavano...una luce...immensa...
    occhi meravigliosi...lui mi guardo...e da quel momento...
    fui sua!
    Si avvicinò a me...fu un attimo...ma sembrò...un eternità!
    Relegato nel più profondo del mio cuore...
    avevo sempre desiderato...incontrare un lupo...
    e finalmente...l'universo...aveva esaudito...il mio desiderio...
    lui disse...: " Stay with me "!!!
    La notte passò....e alle prime luci dell'alba...
    ripresi...il mio volo...ma quella notte...volai così in alto....
    che fu come inciampare....in una stella....e
    da quella notte...io divenni un aquila blu. ^__*
    @quil@blu59

  • 23 dicembre 2015 alle ore 20:52
    Ascolto emozioni

    Come comincia: Mi piace il periodo delle feste invernali. Mi piace ascoltare, vedere, odorare, pensare, sentire. Ascolto emozioni dei miei simili: tristi rabbiose tenere amorose. Ascolto voci tintinnanti roche ridenti; vedo I miei simili: ansiosi litigiosi sfiduciati eleganti straccioni ricchi ricchissimi poveri poverissimi. Ascolto I miei simili. Vedo I miei simili fuggire: a se stessi, agli altri, all'amore, alla gioia, alla speranza, all'ottimismo, al perdono, alla vita; li vedo cadere nella ruota della tortura dell' Apparenza. Vedo I miei simili e mi rattristo per loro. Usmo gli odori di tubi di scappamento, di eau de toilette soffocanti fragranti pungenti avvolgenti, di caldarroste per le strade, di legna bruciata che sfugge ai camini; usmo l'odore di persone insieme. Odoro I miei simili e "coloro" il mio olfatto. Penso: ai pensieri dentro aicorpi dei miei simili, rumori roboanti che sconquassano, tracce di urla compresse o note scappate da bocche di bimbi, pensieri ansiosi del domani che deve venire, pensieri ansiosi della coda dell'oggi arenata in una tristezza, in un dolore bloccato nella bolla del cuore che non si riesce a far scoppiare. Penso I pensieri dei miei simili e bevo le loro lacrime e respiro l'aria delle loro gioie. Sento la vibrazione dell' anima che si spande dal corpo del mio simile, migliaia di colori che avvolgono gli spazi attorno ad ognuno, e tutti diventano aria colorata e profumata: ogni pensiero è colore che scivola sul corpo e si riversa sul terreno, e il terreno diventa luce, luci che adornano case e strade e piazze e monumenti, luci di Natale, luci che accoglieranno l'anno nuovo affinché trovi la giusta via e non si perda in meandri astrusi. Sento il mio simile.E' in questo periodo che ogni mio simile è simile ad ognuno realmente: qualunque sia la sua condizione emotiva, sociale, personale, ognuno eleva se stesso in pensieri comuni che durante l'anno non formula perché distratto dalla vita. Saranno anche lamentele per i disagi, ma pur sempre ognuno realizza che Esiste ed esiste Domani e che domani non è detto sia il replay di questo oggi vissuto, esiste domani e domani si presenta con un giro di volta, ci consegna non un giorno ma un anno da plasmare, e siamo bambini con lo stupore del nuovo da scoprire, da gestire, da inventare. Abbiamo nelle mani una Creatura che rispetteremo ed ameremo, avvolgeremo di calore perché è la nostra creatura, ed essa crescerà in queste nostre piccole mani. E diventerà Grande.