username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • lunedì alle ore 19:30
    Marie

    Come comincia: Il mare era calmo, dopo una notte di burrasca. Le onde placide
    avevano perso il crespo e adesso si vedevano smorzate, come posate su un velluto d’acqua.
    Guardai dentro il blu cobalto e mi immersi negli occhi assonnati del mattino.
    Un ricordo mi sovvenne all’improvviso. I contorni della bocca di Marie, le labbra tumide e
    dischiuse, i capelli corvini che viravano al blu e gli occhi neri simili a quelle delle donne arabe
    che spuntano, magnetici, attraverso le fessure del chador............

  • sabato alle ore 9:28
    "Si fa ma non si dice"

    Come comincia: Se c'è un cosa positiva dei tempi moderni, è che finalmente si può parlare liberamente di sesso. Ne parlano tutti, perfino in tv in fascia protetta. E non solo si parla di sesso, ma anche di fantasie erotiche, di desideri più o meno leciti, si fanno allusioni e doppi sensi, insomma ormai l'argomento è sdoganato e sono poche le persone che si sentono imbarazzate o scandalizzate da questo fatto. Però, però, però...non è stato sempre così. Tempo addietro, diciamo circa quarantacinque anni fa e dintorni, di sesso non si poteva parlare in pubblico. Ma non si creda che in tutti i tempi gli individui non si siano abbandonati a fantasie e trasgressioni, se non altro nella loro intimità. Io e il mio compagno di allora, ad esempio, avremmo desiderato andare insieme a vedere un film a luci rosse. Allora per vedere un film del genere non c'era altra soluzione che andare al cinema. Già, ma chi aveva il coraggio di andare a infilarsi in una di quelle sale un po' equivoche dove si potevano trovare certe pellicole! Lui mi diceva che avremmo potuto essere visti da qualcuno che ci conosceva, e inoltre mi sarei certamente trovata in una sala piena di soli uomini e sarebbe stato imbarazzante. Era inutile che io continuassi a ripetere che a me non importava proprio niente di entrambe le cose. Sembrava che quello fosse un desiderio irrealizzabile. E invece si presentò l'occasione quando decidemmo di trascorrere un fine settimana a Sanremo. Arrivammo nel pomeriggio, trovammo l'albergo e in camera depositammo tutte le nostre cose. Poi, come fanno i turisti, andammo a fare una passeggiata nelle viette interne della cittadina, e guarda un po', abbastanza vicina al nostro albergo c'era una sala dove veniva proiettato un film a luci rosse. Ci guardammo un attimo pensando la stessa cosa. Lì non ci conosceva nessuno, e così la sera stessa entrammo, come due ladri, nella sala, nel buio più totale, e ci sedemmo in fondo vicino all'uscita. Io entrai immediatamente in crisi di identità. Come mai certe scene mi facevano tanto effetto? Avevo 21 anni e mi stavo chiedendo se per caso non fossi una guardona e ne fossi assolutamente inconsapevole, o se il mio, diciamo così, turbamento, fosse normale. Non so se fu per la novità, o l'agitazione, magari la sorpresa di vedere cose che non mi aspettavo di vedere, non trascorse molto tempo che fummo tutti e due cotti a puntino. Decidemmo di lasciare la sala e guadagnare velocemente la nostra camera in albergo. Camminavamo veloci, e dai dai, presto presto, corri corri, come se tutto dovesse svanire da un momento all'altro, raggiungemmo l'albergo e la camera. Entrati, in preda a sovra eccitazione, dopo qualche movimento scomposto e affannato, ci abbattemmo sul letto con la violenza di uno tsunami. Ma il letto non era un letto vero, sembrava soltanto. In realtà erano due reti solo avvicinate, con due materassi sopra, singoli, tenuti insieme dal lenzuolo di sotto. Così non resse l'assalto e in men che non si dica, fra cigolii e tonfi si aprì miseramente al centro e io precipitai nel baratro raggiungendo in un attimo il pavimento avvolta dal lenzuolo di sotto a mo' di amaca. Lui se ne stava per aria a braccia aperte, e gambe divaricate una su un materasso e l'altra sull'altro come a volerli strenuamente tenere assieme, in precario equilibrio, e ancora sbigottito. Pensai che sembrava un ranocchio e naturalmente tutto finì in una risata. Quella sera imparai che il confine fra ”arrapamento” e comicità è molto sottile, quasi impercettibile, e cercai di non dimenticarlo mai. 

  • 22 settembre alle ore 13:27
    Il ponte danzante

    Come comincia: Il signor Swann mi stava annoiando: la sua incapacità emotiva, il suo coefficiente sociale dai contorni variabili ma essenzialmente immutabili, la sua gelosia tentennante e allo stesso tempo contagiosa, tutto ciò, contrastava la divina prosa proustiana. Uscii fuori a fumare una sigaretta; il giorno in cui dovevo scrivere il secondo breve racconto sui miei cugini, finalmente era giunto. Ripercorsi, privo di stanchezza e con una vorace curiosità di buttare giù qualcosa, il tragitto che c'é da casa di mia nonna a quella dei miei cari parenti americani. La speranza di recuperare un dettaglio, un rumore, un odore , che, per quanto fastidioso e logorante che possa essere, mi rievochi quella notte, aveva un aspetto voluttuoso e condiscendente. E come l'umile artigiano che, per un importante lavoro di costruzione manuale , si addentra in luoghi conosciuti ma oscuri, geograficamente familiari e allo stesso tempo abissalmente lontani, per cercare un qualsiasi oggetto che possa aiutarlo, allo stesso modo, io, nell'intento di fabbricare il mio breve racconto , percorsi quel cammino con uno stupore nuovo e meraviglioso; con il desiderio di scovare, magari in un ramo, o nel cinguettio di un uccellino, il materiale grezzo per la mia opera. Non trovai nulla: l'ultima idilliaca notte con loro era sepolta nel passato. Niente rievocava in me i contorni delle loro figure, l'interno del taxi che presi con il mio amico Gabriele, il fresco sapore della Vodka congelata che si posò sul mio labbro inferiore, la voce persuasiva di Brook.. Tutto era scomparso; o, forse, non era mai accaduto. Giunsi, senza più alcuna speranza, alla casa abbandonata ove dimoravano poche settimane fa i miei cugini. Cominciai a cercare; il cinguettio ad intermittenza dei piccoli volatili accarezzava la mia memoria. Non c'era più niente da fare. L'unico anelito di speranza era più o meno questo: cercare un punto di connessione tra me e loro; costruire un ponte danzante che, con la sua pigra luce intermittente, mi trasportasse in California. L'impresa era impossibile, lo so. Ma ci provai ugualmente.  La mia idea di costruire quel ponte si interpose tra il mio passato e il mio futuro; ma non trovò dimora nel presente, giacché io mi trovavo a Marlia, a casa loro, e senza alcun strumento per costruire, e privo di qualsiasi aiuto esterno. Direi piuttosto che il desiderio di ergere quel ponte giaceva in uno strato a-temporale della mia mente; esso non era a-temporale in quanto senza tempo; era al contrario un tempo, o meglio, una serie di tempi senza spazio. In altri termini: lo spazio esisteva, ma era incollato a quello strato, e alimentato dal tempo. Lo spazio era la mia speranza di costruire; il tempo, invece, il materiale che mi permetteva di fabbricare il ponte.
    Feci un balzo, armato di un grosso cucchiaio, con l'obiettivo di prendere due piccole porzioni di cielo azzurro. Ci riuscii: il peso di questi frammenti era il medesimo del vuoto che avevo dentro. Ecco! La costruzione del ponte fu, più o meno, questa: presi all'incirca due grammi di cielo azzurro per la formazione di due palle, che sarebbero diventate due splendidi occhi. Poi, spinto dall'entusiasmo, toccai alcuni giovani rami rossatri cosparsi di piccoli trifogli verdi; il tronco era esile, liscio , e aveva un aspetto delizioso. Lui e i suoi compagni arborei sarebbero diventati ciocche di capelli biondi e mossi. Un frastuono rumoreggiante, secolare, improvviso e tagliente, mi colpì. Di fronte a me si aprì un baratro nero; e come il villano che osservò, al calar del giorno, la valle colorata da lucciole danzanti,allo stesso modo io vidi, come un riflesso cangiante, due biglie di un blu acceso che si accendevano e si spegnevano a ritmo di musica. Trasalii: un braccio umano, dalle fattezze arboree, si aggrappo` alla superficie terrestre. Mi avvicinai e tirai su` la sagoma misteriosa. La parte inferiore del busto non aveva forma, ma le bagnava tutte simultaneamente; una masnada di bestie selvatiche percorrevano le sue gambe, e il suo organo femminile, come una perla preziosa, pareva il centro traboccante dell'universo. Esso secerneva pensieri,  ricordi, affetti ed emozioni. L'odore che emanava era sferzante, malizioso ed eccitante. Era quello il ponte, e fui io a costruirlo; le sue fattezze erano quelle di Brooklyne, la mia cara cugina. La strana creatura dalle biglie azzurre era un'immagine; o meglio, era la metafora di quell'ultima sera passata con i miei cugini. L'aspetto di Brook improvvisamente mutò; il suo corpo diventò un insieme disordinato e periodico di lettere in movimento. Cominciai a leggere mia cugina. In altri termini: mi apprestai ad osservarla in tutta la sua forma e bellezza. La prima lettera della serie era un numero: 12. La seconda era il nome di un mese: luglio. La terza quello di un anno: 2016. 
    Il 12 luglio 2016, verso mezzanotte e mezzo, mi sedetti con il mio amico Gabriele fuori dalla mia casina del campeggio. Due birre sul tavolo, un posacenere sazio di sigarette, e un mazzo di carte, provavano a risollevarmi, ma senza speranza. Il pensiero che l'indomani le mie cugine sarebbero ripartite, mi straziava. Quando le avrei viste di nuovo? Staranno bene? Cosa penseranno del fatto che io, l'ultima sera, sia stato lontano da loro? Gabriele, un pazzo senza capo ne coda, assistendo alla mia languente  videochiamata con loro, non esitò nemmeno un attimo: digito` il numero del taxi e, dopo appena 10 minuti, partimmo per Marlia, verso la casa dei miei parenti. Ogni chilometro superato era accompagnato, sull'apposito strumento dell'autista, da un cifra in denaro. Mi guardavo attorno, cogitabondo: era un sogno? Era una scherzo di qualche genio ingannatore? Come era possibile che io, all'una e quarantaquattro di notte, mi trovassi in un taxi, senza soldi, ma con una gioia infinita che cospargeva il mio corpo?Arrivammo a Marlia; scendemmo, e Gabriele pagò la tariffa: 100 euro. Amina, Brook e Mac mi stavano aspettando sulla strada sterrata che conduceva alla porta di casa. Ci abbracciammo con felicità e con forza; finalmente sono tornato da voi, pensai tra me e me. Entrai in casa e mi accolsero calorosamente tutti: Kris mi preparò un cocktail mortale, Morgen e Dante stavano dormendo, Alana, appena arrivai, si svegliò di colpo. Brook iniziò a cantare; e come il marinaio abbandonato in una notte fredda e tormentata in mezzo al frenetico mare, attende con speranza un'ancora di salvezza, allo stesso modo quella composizione musicale si addentro` nelle mie profondità agganciandosi alla mia memoria. Continuammo la serata giocando a carte. Erano le 4:00, e il taxi sarebbe passato di lì da un momento all'altro. Mi stesi sul divano; Brook, seduta in terra, di fronte alla mia testa reclinata sulla sinistra, mi tese la mano; Amina, accovacciata come un cucciolo vicino alla mie gambe, replicò il gesto di Brook. Il cerchio che si venne a creare fu magico; i suoi contorni tremavano,  così come le nostre mani sciorinavano tristezza, solitudine e felicità. 
    "Quella tristezza voleva dire: siamo all'ultima stazione. Quella felicità voleva dire: siamo insieme. La tristezza era la forma e la felicità il contenuto. La felicità riempiva lo spazio della tristezza." Le parole di Kundera presero le sembianze di un abito che ci protesse dal freddo che filtrava dal portone di legno. Salutai Amina e Brook un ultima volta, poi, con passo svelto, mi incamminai con Gabriele verso l'esselunga di Marlia, dove ci stava aspettando il taxi. Prima di raggiungere il posto alzai lo sguardo verso il cielo ricco di puntini luminosi; ero triste, e la staticità delle stelle mi suggeriva un'immobilità dannosa, un freno ai miei pensieri futuri che abbracciavano l'idea di rivedere i miei cugini. All'improvviso un proiettile incandescente attraversò il buio assoluto; aguzzai lo sguardo e vidi, dentro quella palla celere, tutta la mia famiglia affacciata a piccole finestrucole. Mi stavano salutando, con gioia e  con dolore; la biglia destra di Brook lascio` cadere una lacrima. No, forse stava solo piovendo. Prendemmo il taxi e ritornammo in campeggio. Erano le 5: 45 : bevemmo l'ultima birra e ci coricammo a dormire.
     

  • 22 settembre alle ore 13:22
    Ode a Capannori

    Come comincia: Qualche giorno fa, mentre vagavo per le anonime strade del mio paesino sperduto, mi sono fermato a bere una cosa in un vecchio bar di zona. Il locale si stagliava come un monolite, un'ombra comparsa dal passato per dimostrami “come si stava meglio quando si stava peggio”. O almeno così dicono. Il locale aveva un odore forte, difficile da descrivere. Proverò a farlo donandovi un esperimento incredibile di dubbia utilità; prendete una bellissima composizione floreale, una di quelle usata per farsi perdonare dalla moglie che è stata tradita oppure una di quelle che viene posta sulla cassa da morto del vecchio Zio Sempronio che vi ha lasciato in eredità centinaia di migliaia di euro ed un'azienda agricola da far fallire. Inseritela in una vasca da bagno, spruzzatela di deodorante sotto marca e ricopritela con letame misto, possibilmente proveniente dall'Ecuador e mescolate il tutto. Tale era l'odore di quel “baretto” di zona. La moquette aveva visto giorni migliori e le quattro mura sembravano mutilate come i reduci della prima guerra mondiale. Il barista, che chiamerò Bob per convenzione, era un tipo alto e grosso, pelato dalla nascita, secondo la ma memoria. Si era fatto due anni di carcere <<per aver rubato un pezzo di pane...>>

    Tutti si dimenticavano di aggiungere che aveva bucherellato un vecchio poliziotto in borghese, il quale aveva tentato invano di fermarlo. Come ricompensa aveva ricevuto otto colpi di calibro nove.

    Un bravo ragazzo. Gli chiesi di portarmi un bourbon liscio e mi andai a sedere su uno sgabello abbastanza isolato. <<Dammi cinque minuti amico, ho un problema nell'altra sala.>>

    Risposi con un cenno del capo.

    Lui mi sorrise con l'ausilio dei suoi sette-otto denti rimasti e poi sparì dietro al bancone. Il bar era abbastanza affollato; c'erano un paio di bravi ragazzi, due modesti spacciatori che giravano i parchetti di zona cercando i dodicenni a cui vendere la loro merce, un tipo barbuto e sporco che aveva fatto una sorta di bancarotta fraudolenta con i soldi della moglie, un paio di anziani ex fascisti, ex xenofobi,ex omofobi, ex tutto e qualche altro piccolo criminale di zona. Insomma, nel bene e nel male erano tutte persone all'interno della vita, che lottavano con le unghie e con i denti per rimanerci.

    In quanto a me, beh...

    Sono uno scrittore fallito, uno schifoso verme che aveva esordito con “Storia di un amore” ed era finito a scrivere articoli per “Dama Bianca 3000” e “Sbattimento 2.0”.

    Il mio lavoro consisteva nell'intervista a donne di plastica, sposate con ricchi industriali che avevano costruito i loro imperi sui cadaveri dei bambini manovali. <<Secondo lei è meglio questo rossetto o quest'altro, questo vestito o quest'altro, queste scarpe o...>>.

    Poi domande sui cani e sui cappottini per i cani, sullo xanax prima della colazione e sul botulino prima dei venticinque anni. Riscrivevo tutto in un buon italiano e nel mentre pensavo che l'unica domanda che avrei voluto fare era...

    <<Se sgozzo il suo cane e le tagli la testa per poi mandare i vostri resti a suo marito, la disturba?>>

    Non sono malato, suvvia...

    Non ho detto nemmeno un terzo delle cose che avrei voluto farle. Insomma, Bob mi portò il mio bourbon e me lo bevvi con un certo entusiasmo, immaginando cani morti, grattacieli in fiamme e banchieri scuoiati vivi da banconote armate di ascia, alte quasi due metri e con gli occhi iniettati di sangue. Dopo essermi ripreso dalle visioni, misi gli occhi su un giornalaccio vicino a Bob. Gli chiesi di portarmelo insieme ad un secondo Bourbon. Nel mentre, due intellettuali con tatuaggi in ogni dove entrarono nel bar. Intellettuali perché:<<Il mondo l'hanno rovinato quelli in giacca e cravatta, non quelli con i tatuaggi.>>

    Aggiungerei:<<Quelli con i tatuaggi hanno votato quelli in giacca e cravatta per 25 anni, comunque ok.>>

    Si sedettero vicino ai due bravi ragazzi ed uno di quest'ultimi iniziò una filippica ricca di bestemmie e sputi che vi riassumo così: in pratica, “noi”, un noi non ben precisato, siamo in guerra con i “finocchi”. <<Ormai prenderlo in quel posto va di moda e si sa, alle mode bisogna adattarsi oppure si combattono.>> Un invito alla bisessualità, una nuova filosofia, una citazione di Bukowski? Mi porterò questi interrogativi nella cassa. Finalmente arrivò il giornale e la copertina mi apparve come una fucilata. Tale Bill Gates, uomo più ricco del mondo, possiede una casa di 6000 stanze, tutte capaci di cambiare odore e colore, a comando. Mura in titanio, arredi in diamante, schiave dell'Honduras; insomma, un sogno di casa! Certi giornalisti stimano che la casa valga quanto il PIL del Congo e che abbia circa un centinaio di cessi, con il water rivestito in oro. È ironico che amico Bill abbia circa cento cessi mentre qualcuno non ha nemmeno un tetto, non trovate? Ma io non lavoro mica per l'8x1000 alla Chiesa Cattolica, il mio focus è un altro. Il giornale scrive delle stanze, dei cessi, dei diamanti...

    Ma non scrive che Bill ha disboscato mezza Florida per metterci la sua cazzo di casa o che ha fatto i miliardi sulle spalle di bambini Pakistani che vengono sfruttati. Perché dovrebbe, voglio dire, tutti le sappiamo queste storie. Anche voi, adesso, state indossando le Nike, le Adidas oppure, state chattando con i vostri i-phone assemblati da ecuadoregni ormai morti di fame. Voi sapete tutto, però ignorate. Perché fondamentalmente siete dei pezzi di merda ed i vostri problemi sono unici ed inimitabili. A voi non frega niente dei diritti, della libertà o dell'uguaglianza, a voi basta che mamma vi faccia la torta alle verdure ed alleluia. Una Domenica mattina in chiesa e tutto passa. Se pensate che la colpa sia solo dei potenti allora vi sbagliate poiché i colpevoli siete voi. Con la vostra omertà e la vostra ignoranza e le vostre finzioni vi nascondete in una finta realtà che asseconda e legittima l'operato dei più ricchi. In poche parole, è inutile che vi lamentiate del mondo che va a rotoli perché qui tutti sappiamo la verità. E la verità è questa; immigrazione: un barcone si è rovesciato; morti cento migranti. <<Solo cento migranti? Ne fossero morti 5000 in un colpo...prima o poi finiranno.>> Poi però la borsa da Abdul la comprate in doppia copia, per la moglie e l'amante. Per voi, gli unici che hanno diritto ai diritti siete voi. Tanto lo sappiamo, lo sappiamo bene, che i francesi vi sono sempre stati sulle palle e che se Al-Quaeda o l'Is ve li ammazza tutti, siete più che felici. Per voi i diritti sono solo vostri ed i problemi esistono solo quando i diritti vengono privati a voi. Voi intesi come italiani, brutti voltafaccia truffaldini e violenti. Siete talmente stupidi ed affamati di razzismo, che nemmeno capite di essere razzisti. <<È ma io non sono razzista, vorrei solo che stessero a casa loro, possibilmente morti grazie!>>. Proprio voi che siete andati in America a portare la Mafia, a stuprare le donne e solo i più onesti a lavorare e consci di dover tornare in patria, prima o poi. Il sistema dei diritti è messo in difficoltà dal popolo, altro che discorsi. Un popolo incapace di vedere aldilà del velo di Maya che quei quattro potenti del cazzo vi hanno messo davanti. Che poi, noi toscani maledetti abbiamo questo vizio del cazzo di offendere e deridere gli americani per ogni cosa ed io mi chiedo: <<Ma perché?>>. Abbiamo un tasso di obesità superiore al loro, e siamo un milionesimo meno di loro, un'economia in mano a 3-4 multinazionali, e 2 finiscono in “set” ed una in “ai”, una popolazione che non ha mai letto più di 2 libri in vita propria ed anche parliamo?

    Ma si sa, noi siamo così. Siamo il paese di Narciso burino, sempre meglio in tutto, sempre pronti a criticare, a “chiaccherare”. Non vedo altro che cemento e cemento e cemento ed una vegetazione ormai stuprata e prossima alla morte. E questa è Capannori, la vera vittima e carnefice di tutto ciò che queste colonne di carta vogliono criticare. Carnefice perché ciò che è stato scritto, è ben presente “nel comune più grande d'Italia”. Ipocrisia, razzismo, stupro dell'ambiente, criminalità, spreco...

    Ho visto spargere benzina bruciata, con le loro macchine, per percorrere 100 metri. Ho visto spacciatori nei 2 parchetti vicino alla Chiesa, servitori della messa che picchiavano la moglie, criminali al Bar Laser, anziani xenofobi con figli omosessuali, piccoli imprenditori fraudolenti, 16enni violentate ed incinte...

    Non serve guardare troppo lontano per vedere il fallimento delle istituzioni democratiche europee e la successiva degenerazione. Non serve parlare di nuova ricchezza o nuova povertà, diritti o non diritti, Renzi o Salvini, botulino o protesi. Basta ripartire dalle piccole realtà per evidenziare il fatto che proprio esse, le fondamenta dell'Italia, sono state le prime a cedere. La crisi dei diritti deriva dalla degenerazione e la degenerazione deriva dalle due crisi: economica ed ecologica. Lo dico con certezza perché lo vivo ogni giorno: il popolo medio è stanco di una democrazia che sembra la pirandelliana vecchia imbellettata, ed è pronto a riabbracciare gli ideali che settant'anni fa ci hanno condotto in Russia a morire di freddo. Il sistema è saltato, le persone si sono adeguate e questo è quanto. Se una volta la salvezza arrivava dal popolo...

    I tempi sono cambiati ed ora il popolo è parte di questa grande truffa chiamata libertà ed i pochi eletti che tentano di illuminare la via alla vera libertà risultano martiri. Di conseguenza, affido a queste cartacee colonne la mia profezia. Oh Capannori, immensa dispensa di odio ed ignoranza, abitata da intellettuali o presunti tali, che gli oceani ti sommergano, che un terremoto ti distrugga, che tu possa bruciare fino a diventare cenere e che le forze della natura ti disperano per cielo e mare, rinnegando la tua memoria ed oltraggiandola per l'eternità.
     

  • 22 settembre alle ore 12:11
    La Teoria dei Cosmonauti Perduti

    Come comincia: Non ricordo bene che anno fosse. disse guardandoci, ma fecero un esperimento, loro erano pronti, si sentivano pronti, nessuno aveva saputo più niente dei primi tre coraggiosi che ne avevano fatto parte, ma quella volta davanti ad un piatto di brodaglia il supervisore mi disse che avevano scelto me, avrei voluto, avrei dovuto, avrei forse potuto sentirmi onorato, forse un pò di più ma non sono mai stato un tipo molto espansivo, i test fisici erano il mio forte, ottenni il massimo in tutte le prove, ero di acciaio, ero di acciaio e non avevo emozioni, nessuna, non tradivo alcun tremore, i test psicologici erano andati discretamente, non ero super intelligente; per esempio non sono mai stato bravo a scacchi, mi distraevo troppo e poi a scacchi devi pensare alle mosse del tuo avversario e a me del resto del mondo non era mai importato molto, anzi non era mai proprio importato nulla.
    e stavo li dritto come un fuso, come un soldatino, ad ascoltare ordini e raccomandazioni, parole altisonanti e verbi che non avevo mai sentito prima d'ora, si parlava di supremazia, di vincere qualcosa, di essere il primo, in assoluto, si parlava di storia, io non ero stato nemmeno il primo in assoluto con la mia ragazza, quella è stata una storia complicata però e non era del tutto colpa mia, se colpa poi vogliamo chiamarla.
    stavo li dritto come un bravo soldato con una tuta pesantissima e ingombrante con un ruolo ancora più ingombrante e più pesante, sentivo solo il battito del mio cuore rimbombarmi nella testa, all'interno di ogni anfratto del mio corpo, sentivo rimbombare le vene e quasi le sentivo squarciarsi.
    per farmi coraggio mi raccontavo una storia, ad un tizio che partecipava ad un quiz una volta avevano chiesto quale film avesse vinto l'oscar nel 1955, lui conosceva la risposta perché era anche il suo film preferito, ma aveva preso accordi, aveva deciso con gli autori che lui avrebbe perso e quindi per mantenere l'impegno e la parola aveva dato la risposta sbagliata. mi racconto questa storia per farmi coraggio, perché ormai ho accettato e la paura non esiste, non deve esistere, resto in piedi, dritto come un palo del telefono, con la schiena dritta, cosi come la voleva mio padre quando ero piccolo.
    Puoi avere paura di tutto nella vita, del dolore, della morte, delle farfalle, della libertà, ma mai, mai delle conseguenze di una scelta, perché nel momento in cui fai la scelta ne accetti subito le conseguenze e in questo la conseguenza inevitabile e gigantesca è la paura, ma la paura non esiste, mi ripetevo mentre tremavo dentro la tuta che tutto sembrava tranne che comoda e sicura, tra pochi minuti si parte, tra pochi minuti si va li, dove nessuno o pochi altri sono mai stati.
    c'è il conto alla rovescia e io forse mi rendo conto che l'ambizione ha di gran lunga superato il talento. ma ormai è troppo tardi siamo già al 2 e dopo c'è l'1 e poi si parte.
    La prima cosa che noti della Terra è la sua bellezza, il suo stare appesa li come per farsi guardare, la seconda cosa è il silenzio, stretto in quella sfera di metallo sentivo solo il silenzio. dovevo fare un giro completo e poi rientrare, un giro in silenzio, come un bambino da solo che gioca al gioco delle sedie, tutto sommato una cosa stupida, tutto sommato una cosa inutile, ma serviva per la nazione, per la supremazia. e io galleggiavo in giro per l'orbita terrestre e non c'era neanche la musica, solo la curva del cielo. avrei giurato di aver visto un divano dall'oblò. un bel divano rosso a tre posti di quelli dove è bello guardare la Tv.
    il giro completo lo avrò fatto un centinaio di volte un paio di volte credo di aver scorto Dio appena sopra il polo nord. d'un tratto le cose si fecero chiare, non sapevamo come farci tornare. nessun contatto radio, nessuna canzone. solo silenzio, e la foto di mia moglie che credo fosse orgogliosa di me. nello spazio il tempo passa più velocemente ma solo per chi è sulla terra. saranno passati trenta anni e io sono chiuso nella palla di metallo a guardare la curva del cielo, a guardare il mio riflesso.
    Forse era giovedì e decisi di aprire il portellone pressurizzato e decisi di fare una passeggiata nel vuoto dello spazio infinito a guardare da vicino la terra e forse a sedermi anche sul divano, presi coraggio e lo aprì.
    saranno passati ormai una cinquantina di anni sulla terra, ho visto un altro paio di astronavi ma quelle però sono riuscite a tornare giù, avrei voluto gridare ma non mi avrebbero sentito.
    il resto del tempo lo usai per galleggiare nel nero infinito, senza musica, senza parole. la radio smise di funzionare subito. ma la terra è bellissima vista da lassù. adesso sono qui e come voi non so come ci sono arrivato, e devo dire che un pò quel silenzio mi manca [...] 

  • 22 settembre alle ore 12:11
    La Teoria dei Cosmonauti Perduti

    Come comincia: Non ricordo bene che anno fosse. disse guardandoci, ma fecero un esperimento, loro erano pronti, si sentivano pronti, nessuno aveva saputo più niente dei primi tre coraggiosi che ne avevano fatto parte, ma quella volta davanti ad un piatto di brodaglia il supervisore mi disse che avevano scelto me, avrei voluto, avrei dovuto, avrei forse potuto sentirmi onorato, forse un pò di più ma non sono mai stato un tipo molto espansivo, i test fisici erano il mio forte, ottenni il massimo in tutte le prove, ero di acciaio, ero di acciaio e non avevo emozioni, nessuna, non tradivo alcun tremore, i test psicologici erano andati discretamente, non ero super intelligente; per esempio non sono mai stato bravo a scacchi, mi distraevo troppo e poi a scacchi devi pensare alle mosse del tuo avversario e a me del resto del mondo non era mai importato molto, anzi non era mai proprio importato nulla.
    e stavo li dritto come un fuso, come un soldatino, ad ascoltare ordini e raccomandazioni, parole altisonanti e verbi che non avevo mai sentito prima d'ora, si parlava di supremazia, di vincere qualcosa, di essere il primo, in assoluto, si parlava di storia, io non ero stato nemmeno il primo in assoluto con la mia ragazza, quella è stata una storia complicata però e non era del tutto colpa mia, se colpa poi vogliamo chiamarla.
    stavo li dritto come un bravo soldato con una tuta pesantissima e ingombrante con un ruolo ancora più ingombrante e più pesante, sentivo solo il battito del mio cuore rimbombarmi nella testa, all'interno di ogni anfratto del mio corpo, sentivo rimbombare le vene e quasi le sentivo squarciarsi.
    per farmi coraggio mi raccontavo una storia, ad un tizio che partecipava ad un quiz una volta avevano chiesto quale film avesse vinto l'oscar nel 1955, lui conosceva la risposta perché era anche il suo film preferito, ma aveva preso accordi, aveva deciso con gli autori che lui avrebbe perso e quindi per mantenere l'impegno e la parola aveva dato la risposta sbagliata. mi racconto questa storia per farmi coraggio, perché ormai ho accettato e la paura non esiste, non deve esistere, resto in piedi, dritto come un palo del telefono, con la schiena dritta, cosi come la voleva mio padre quando ero piccolo.
    Puoi avere paura di tutto nella vita, del dolore, della morte, delle farfalle, della libertà, ma mai, mai delle conseguenze di una scelta, perché nel momento in cui fai la scelta ne accetti subito le conseguenze e in questo la conseguenza inevitabile e gigantesca è la paura, ma la paura non esiste, mi ripetevo mentre tremavo dentro la tuta che tutto sembrava tranne che comoda e sicura, tra pochi minuti si parte, tra pochi minuti si va li, dove nessuno o pochi altri sono mai stati.
    c'è il conto alla rovescia e io forse mi rendo conto che l'ambizione ha di gran lunga superato il talento. ma ormai è troppo tardi siamo già al 2 e dopo c'è l'1 e poi si parte.
    La prima cosa che noti della Terra è la sua bellezza, il suo stare appesa li come per farsi guardare, la seconda cosa è il silenzio, stretto in quella sfera di metallo sentivo solo il silenzio. dovevo fare un giro completo e poi rientrare, un giro in silenzio, come un bambino da solo che gioca al gioco delle sedie, tutto sommato una cosa stupida, tutto sommato una cosa inutile, ma serviva per la nazione, per la supremazia. e io galleggiavo in giro per l'orbita terrestre e non c'era neanche la musica, solo la curva del cielo. avrei giurato di aver visto un divano dall'oblò. un bel divano rosso a tre posti di quelli dove è bello guardare la Tv.
    il giro completo lo avrò fatto un centinaio di volte un paio di volte credo di aver scorto Dio appena sopra il polo nord. d'un tratto le cose si fecero chiare, non sapevamo come farci tornare. nessun contatto radio, nessuna canzone. solo silenzio, e la foto di mia moglie che credo fosse orgogliosa di me. nello spazio il tempo passa più velocemente ma solo per chi è sulla terra. saranno passati trenta anni e io sono chiuso nella palla di metallo a guardare la curva del cielo, a guardare il mio riflesso.
    Forse era giovedì e decisi di aprire il portellone pressurizzato e decisi di fare una passeggiata nel vuoto dello spazio infinito a guardare da vicino la terra e forse a sedermi anche sul divano, presi coraggio e lo aprì.
    saranno passati ormai una cinquantina di anni sulla terra, ho visto un altro paio di astronavi ma quelle però sono riuscite a tornare giù, avrei voluto gridare ma non mi avrebbero sentito.
    il resto del tempo lo usai per galleggiare nel nero infinito, senza musica, senza parole. la radio smise di funzionare subito. ma la terra è bellissima vista da lassù. adesso sono qui e come voi non so come ci sono arrivato, e devo dire che un pò quel silenzio mi manca [...] 

  • 17 settembre alle ore 22:55
    Inseguimenti frenetici

    Come comincia: La notte era incredibilmente silenziosa. Un frenetico brulicare di esibizioni canore da parte dei volatili animava un vuoto senza fine. Una luce, in lontananza, mi chiamava; e quando alzai lo sguardo lei era lì, immobile e pensosa, ma non come una fanciullina che, con occhi speranzosi e vivaci, pretendeva da me un riguardo paterno, bensì si trovava in una circostanza voluttuosa e magica, come se dovessi essere io a scorgerla, a darle senso, mentre troneggiava in alto sopra tutti e tutto. Era la Luna. Le macchie nere che la cospargevano come varicella aliena, mi suscitavano bellezza; sono forse terre e colline e mari e monti? La Luna sarà forse abitata da strani esseri con tre occhi e quattro gambe? Forse sì o forse no; probabilmente non lo scopriremo mai, ma il desiderio di conoscere e il fatto di azzardare l' esistenza di una nostra famiglia spaziale, aveva su di me un effetto oppiaceo. Nel frattempo tale sentimento estatico si controbilanciava, sulla superficie della mia memoria, ad un'area di tristezza alquanto volumica; il mio pensiero, con ragionamenti fantastici e illusori su improbabili esseri lunari, circoscriveva il punto immobile della mia anima, il cardine attorno al quale tutto ruotava, la mia dolce e amata EAPPRN. Alzai lo sguardo: una protuberanza molliccia e schifosa si stava staccando dalla luna. Essa, improvvisamente, come argilla malleabile e sofisticata, plasmò due strane particelle. La Luna, quella notte, era invasa da una masnada indecifrabile di nuvole; e le due particelle ne approfittarono subito. Correvano in modo instancabile tra sporgenze e dirupi, tra valli grigie e fiumi nebbiosi; e in tutto questo si cercavano, ma non si scontravano mai. Era piuttosto la particella di destra che ora aiutava la sinistra a scalare un dirupo; e subito dopo avveniva l'inverso. Pareva svolgessero ruoli opposti, elettricamente inversi; una era positiva e, quindi, in quella specifica circostanza aiutava la povera e desolata particella negativa. Ma il ruolo cambiava improvvisamente! Tutto era speciale, dinamico e programmato fisicamente. Un suono sordo e nero, alle spalle dei due giocatori amorosi, li stava raggiungendo; un buco tra le nuvole, in lontananza, spaventava la visione limitata delle due particelle. Quel suono senza volto era il futuro: è giunto fino ad ora, al presente, per impedire l'avvenire dei due protagonisti. Il moto di esso era inquietante; divorava istante per istante, metro su metro, e raggiunse in poco tempo i due. Non sapevano dove andare, cosa fare, cosa aspettare... il futuro? No: lui era dietro di loro; e in un gioco temporale assai bizzarro e strano, il passato era sparito, il presente c'era, ma senza dimensione, e il futuro, geloso del percorso ormai passato dalle due particelle, non consentiva un avvenire. I due, per nascondersi da quel terribile nemico, iniziarono a costruire un'abitazione in un posto freddo e buio, delimitato da un baratro nero senza fine. Per molti istantaneii anni essi fluttuarono senza sosta dentro quella casa; il desiderio di scontrarsi, in un certo punto dello spazio e del tempo, era incolmabile, ma praticamente impossibile, giacché nel momento in cui una delle due particelle era leggera e positiva, l'altra sprofondava nei gioghi della negativa pesantezza. Un giorno il futuro bussò alla porta: i due aprirono. Non videro niente. Scorsero solamente un vento in lontananza che aveva l'intenzione di risucchiare qualsiasi cosa. Così, in un attimo, tutta la casa, qualsiasi forma di arredamento, ogni suppellettile, svanì, risucchiata in quel buco senza fine. I due si guardarono: la superficie sferica che dava forma alle particelle cominciò a sfumare, perdendo spessore e solidità. Solo una, quella che fortunatamente era pesante e negativa in quel istante, vantava sull'altra una forma più naturale e buona; e subito il vortice si fece più forte, risucchiando la leggera e danzante particella. L'altra, rimasta sola e costernata per la perdita dell'amata e irraggiungibile leggerezza, spirò sotto forma di luce ed energia. Viaggiò per universi paralleli, tra dimensioni compattificate e stranezze quantistiche, fino a giungere proprio qui, dentro di me, seduta al mio posto, e impegnata nello scrivere questa assurda storia. La particella negativa ero io, credo; l'altra, invece, era sicuramente EAPPRN. Ma allora io ero sia qui, che scrivevo, sia là che svanivo? E EAPPRN dov'è finita? E il futuro? Forse non esiste il futuro, per noi; sopravviviamo solo caoticamente, e senza mai incontrarci. Abbiamo scritto il passato durante il presente; abbiamo sperato nel futuro mentre lo fuggivamo...

  • 17 settembre alle ore 22:27
    Libertà

    Come comincia: Lettera aperta-di lettere chiuse non ne vogliamo, siamo aperti al dialogo ma solo il martedì dalle 19:00 alle 20:16-al genere umano.

     

    Fratelli, nei giorni di pace in cui... No, scusami. Ho Sbagliato. Volevo copiare l'incipit di quelle grandi lettere ma ho cambiato idea fin da subito. Oh, sappi che il “vogliamo” del titolo è una menzogna: sono un uomo solo. Tu sei qui per ascoltarmi ed io sono qui a spiegarti per quale motivo Libertà sia scesa in Terra. La Libertà. Io però, te lo dico fin da subito: ci sarà del linguaggio scurrile. Sì, so benissimo che il linguaggio scurrile è la macchia sopra la tela perfetta che è la nostra lingua. Ma capirai che senza, non sarebbe stato lo stesso. Allora, partiamo con un classico: il Mondo fa schifo. Sappilo fin da subito. Ti faccio un esempio semplice; se nel Primo Mondo ti svegli ed hai la “dissenteria”, assumi una bustina di miracoli chimici e poi puoi fare il tuo Jogging quotidiano al parco. Tanto sarai sicuramente disoccupato. Se nel Terzo Mondo ti svegli con la dissenteria, tu muori in 20 minuti. Hai presente le tue donazioni a fine anno che fai ai bambini africani? Tre di loro sono morti in questo preciso momento. Il politico che hai votato? Ha rapporti con le minorenni e non ama il suo paese. La ricerca medica? Non esiste, o le case farmaceutiche chiuderebbero. Il terrorismo? “Chi semina vento, raccoglie tempesta.” Non prendere la metro alle 12 esatte. Fa tutto schifo, caro. Qualsiasi forma di ordine sociale, qualsiasi ordine morale, qualsiasi scala di valori è stata rasa al suolo. Viviamo nel Caos e non c'è nessuno che sappia che cosa fare o dove andare. “Il Mondo è divenuto una grande Recanati.” Ed io ho fatto troppi esempi; e tu sei incazzato. Pensi che io sia un venditore di fumo. Un commediografo tragicomico da due lire. Stai per strappare la lettera, vero? Non farlo. Aspettami, io sono qui. Una settimana fa, tra un Talk Show e un Reality, avrai sicuramente visto un servizio d'emergenza, riguardo l'esecuzione. L'esecuzione della Libertà. Libertà Sovrana, accusata di traviare le giovani menti (ti ricordi Socrate?) prima è stata incarcerata per almeno un secolo e poi è stata giustiziata in piazza dell'Ordine. Colpo secco in mezzo agli occhi come le vacche in Texas: "Ehi ma che stai dice..."

    Calmati. Cercavo di antropomorfizzare un concetto che non solo è alla base stessa dell'identità insita nell'uomo, ossia nella coscienza ma allo stesso tempo è una catena invisibile avvolta intorno al cuore degli uomini. Quindi io dovrei rispondere al dilemma: "Ma è una cosa positiva o negativa?" Ti dico fin da subito che non ne ho idea. Non mi chiamo Freud, Gesù Cristo o Frank Sinatra - si annoti che il terzo esempio è puramente casuale: e non fa ridere - .
    Io posso dirti che tu, genere umano, mio padre e mio fratello al pari, nascesti libero. Tu nascesti nudo e ignorante e primitivo. Tu nascesti per volontà altrui però. Quindi non sei libero(?). Vedi, tu sei nato perché la libertà di qualcun altro ha permesso a quel qualcuno di farti nascere. Libero. Alla fine, non è come sognavo da adolescente. Un'enorme dimensione parallela, color bianco mentale che vedi quando pensi ad occhi chiusi. E tutti noi lì, incorporei e immateriali: "Nasciamo!" gridavamo. E ci ritrovavamo a 3 anni in un cortile con mamma e papà. Perché fino a quell'età riuscivo a ricordare; prima non potevo. E poi, perché avevo 16 anni e cercavo di capire come funzionasse il mondo. Ma tralasciando sogni pseudo mistici, Divinità e Big Bang, torniamo al mondo attuale. L'essere liberi ci ha condotti a questo mondo di merda. Il continuo susseguirsi di scelte ed eventi ha plasmato il mondo in modo che adesso è così come lo vedi e lo abiti tu, ogni secondo. Allo stesso modo, se non fossimo nati liberi, espressione della libertà altrui, saremmo animali puri e semplici. E quindi non saremmo mai esistiti. E nemmeno Dio sarebbe mai esistito! Nel senso che non avrebbe mai inviato suo figlio sulla Terra e non si sarebbe rivelato quindi mettete le armi a terra per favore, grazie. Ciao.Beh, io ti dico che siamo vicini all'eliminazione totale dell'identità umana. Io ti dico che libertà è la mia Regina e dubbio il mio Re. Io ti dico che posso solo attualizzare, perché libertà è “essere liberi di” ed io ho bisogno di qualcosa che segua quel di. E allora sappi che tu sei nato libero e che adesso, tu hai bisogno hai bisogno di riprendere la tua libertà in mano. Tu devi essere libero. Obbligo ed “essere libero” appiccicati dopo il soggetto: proprio così. Tu devi avere libertà di scelta per tutta la tua vita. Ricordi cosa ho detto prima? L'essere liberi ci ha condotti a questo mondo di merda. Sappi che in questo mondo solo gli affiliati al Partito del “Denaro di Giuda” sono liberi. Solo i potenti sono liberi in questo mondo. Noi non lo siamo. Noi abbiamo preferito vendere la nostra libertà per un'automobile, un pulcioso cane di merda ed una moglie che non ci ama. Abbiamo consegnato le chiavi del Tempio della Libertà a quelle 100 persone che ora decidono tutto per tutti. Cosa vedere, cosa sentire, cosa provare. Quando morire, se di terrorismo o per un crollo di una scuola. Nascere sani o mutati dalle radiazioni o dall'amianto. Vivere poveri o ricchi. Libertà scese sulla Terra per noi dalle dimensioni dell'Eterno e noi l'abbiamo fatta morire. Donna dai lunghi capelli neri che diventa polvere di fronte ai nostri occhi, portata via dal vento mentre dolce lacrime scivolano sulle guance. E adesso la invochiamo, tremanti come cani bastonati. La citiamo in discorsi a vanvera. "Sono diciottenne, sono libero!" Io ti dico vaffanculo. In realtà siamo tutti in trappola. Siamo tutti racchiusi nella nostra stupida idea di libertà che altro non è che un modello standard 4x4. Crediamo che Libertà sia una sensazione da tre soldi che si prova quando si è felici. Quando hai mangiato al McDonald's con un amico, quando hai preso lo stipendio o quando hai fatto una stupida maratona la domenica mattina ed hai svegliato ¾ del vicinato - nota autobiografica - . Queste cazzate che assumiamo a Libertà sono solamente schemi concettuali di vita vissuta che ripetiamo ogni giorno! La nostra (imitazione di) Libertà è uno schema; proprio uno schema trascendentale alla Kant! Per negare il fatto, ossia per occultare il nostro omicidio di massa, ci siamo costruiti un'imitazione da venerare. Come nel treno di Agata Christie: una coltellata alla volta, avanti, prego, lei ha il biglietto? Oh, sì, lei non sa un cazzo di nulla, è il benvenuto, prego, fate scorrere la fila! Sai cos'è successo una settimana fa? Ricorderai sicuramente l'esecuzione di cui ti parlavo. Un bambino è morto, mentre si trovava all'asilo nido, perché un contro soffitto gli è caduto addosso e il corpo è stato sfra...

    Non vorrei finire, mai. So che sei sfinito ma dai ancora seguimi, per poco. Il suo corpo è stato sfracellato, per l'urto. Per me la Libertà è nuovamente morta. Il fatto che, un bambino non possa essere libero di vivere la sua vita, perché le scelte di qualcuno gliel'hanno impedito. Adesso lui è morto e tu stai piangendo. "Allora in verità ti dico che [... ]" noi dobbiamo recuperare ciò che è nostro di diritto. Dobbiamo smettere di combattere guerre fratricide e di autodistruggerci. Abbattiamo questa società di Mass Media "che ci fanno comprare cazzate che non ci servono" (citazione da Chuck Palahniuk, unico e vero Dio), abbattiamo questi vincoli; questi obblighi morali verso il nulla e torniamo là. Torniamo al "Locus Amoenus" principe, a quella dimensione immateriale nella quale nulla c'è ma tutto è possibile. Solamente noi stessi e la nostra libertà, la nostra unica e giusta catena avvolta intorno al cuore.

    Note dell'Editore

    Abbiamo pubblicato la seguente lettera, da noi considerata volgare ed esasperante, priva di contenuto e falsa. Libertà è un termine che abbiamo abolito nel 2307, ben 40 anni fa. Di conseguenza, vi invitiamo alla lettura poiché possiamo aborrire tutto ciò che vi è scritto. Oggi, noi possediamo il termine "****" e questo vi deve bastare.

    P.S. L'autore è morto suicida.

    In fede, Partito del Denaro.
    Dai, stavo scherzando.

    Siamo nel 21esimo secolo e sono vivo.

    Quel Partito era una metafora, tutto lo era.

    Nessun bambino è morto.

    Nessun cane è stato maltrattato per l'esecuzione di questa lettera.

    Andate in pace.

  • 16 settembre alle ore 19:26
    "I sette anni nuovi - Anima nuda"

    Come comincia: Rapita
    Cecina 2003
    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.
    E mi lascio rapire.
    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina, fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.
     
    Guerra cieca
     
    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.
    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.
    E andai verso la mia vita al mare.
    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.
    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.
    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la  mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.
    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.
    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.
    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.
    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.
    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.
    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da mangiare? Nella dispensa ho solo il riso che, chissà quale attimo di discernimento mi ha portata nel supermercato ed ho comprato -” ricordai una ricetta semplice con ingredienti il riso e l’ortica.
    E cercai l’ortica.
    La cercai, oh sì, la cercai! Iniziai ad estirpare un’erba che nella mia memoria di vivente equivaleva ad essa, un passante curioso e stupito mi chiese cosa stessi raccogliendo, e perché. Ero sveglia, ero in un angolo di vita in cui l’appetito fa ricordare all’uomo che è un essere corporale succube di bisogni come il cibarsi. Non parlavo con nessuno da settimane, la voce di quel giovane mi rimbombò dentro improvvisa come una scarica elettrica, tornò spontanea l’autodifesa dell’uomo colto in flagrante, e con falso candore risposi che raccoglievo ortica per preparare un infuso rigenerante per i capelli -come ricordavo di aver davvero fatto- atteggiandomi a cultrice di rimedi naturalistici. Ero dispersa in un mondo che non riconoscevo e che non mi riconosceva, ma l’arcaica dignità umana mi spingeva a mantenere uno status quo che comunque mi apparteneva.
    -“No, signora, non è mica questa l’ortica... non vede, non punge! L’ortica punge, irrita…- “
    Fu così che imparai a riconoscere l’ortica, doveva pungere, irritare. Non usai più i guanti per questa impresa, prima toccavo con la punta delle dita le foglie. Imparai a cercarla fra le erbe con le mani nude utilizzando uno dei cinque sensi che per primo mi venne in aiuto più degli altri quattro. Il tatto.
      Capitolo V
    L’inizio della scoperta
    2003
     Imparai la potenza del tatto. Che dono possiede l’uomo! Il tatto. Ce ne siamo scordati, così veloci nel percorrere l’istante, malediciamo questo senso nello scottarci con il fuoco o nell’incontro con un corpo tagliente o se battiamo; se ci facciamo male, solo se ci facciamo male ci ricordiamo del tatto.
    Penso alla dolcezza di una mano che accarezza e trasporta nel proprio sangue la geografia della pelle toccata; alla mano di un cieco che disegna nei propri occhi e accende nella mente quanto sfiora, e lo fa intimamente suo. La mano di un bimbo che accarezza e trasporta nella sua anima il corpo di sua madre, dal suo primo contatto nell’utero. Il tatto: la telecamera dell’anima.
    Sì, conobbi il tatto nella sua arcaica fattezza e mi fu dolce il bruciore spinoso dell’ortica quando per esso, la riconobbi.
    È vero, qualche dolore fisico lo conobbi, anzi, lo riscoprii, il pungere dell’ortica fu l’inizio.
    Posso dire allora, che sentii anche il dolore fisico, se il fastidio urticante di quest’erba si può definire doloroso.
    Tanto incupita era l’anima da negarmi la percezione di ogni realtà fisica, la scoperta dell’erba urticante mi fu da apripista nell’indagine del mio sopore indotto dal fiume sporco nel quale ero annegata.
    Gli istanti incastrati nelle ore dei giorni che mi sono passati addosso non mi hanno fatto molto male, il male umano, il dolore fisico. No, hanno disegnato solchi nei quali sono cresciuti disegni, non cose, disegni. Solo l’anima è stata in grado di vedere, ha seguito i ritmi giorno-notte, lavoro-riposo. Solo l’anima. 
    Fui per un periodo indefinibile, nel tempo dell’anima, e fu più potente del percorso umano della vita. Visitai zone sconosciute e rivisitai tutta la mia esistenza come nel lungo flash che vive l’ uomo nell’atto della morte, ma lo feci da viva. Lo feci nell’inconsapevole culla verde delle colline toscane e fra i suoi liquidi azzurri.
    Come sa un luogo, regalarti e alimentarti delle proprie energie!
    Quando un essere umano è smarrito, quando nel suo sterno albergano solo fumi di pensieri morti che senza regole si espandono e ottenebrano, può suggere da cieli nuovi e forti, una parvenza di timida energia, che lentamente lo avvolge e senza né rumore né movimento, lo possiede. Lo rinvigorisce senza che se ne renda conto.
    E quelle colline e quei liquidi azzurri toscani, furono le mie nutrici.
    Mi lasciai supinamente trasportare dal letto di fratello Fiume e nelle soste, depositare sulle sue rive.
    Vissi la morte nell’ultimo cunicolo che ci separa dalla vita e tornai indietro dopo aver intravisto la luce. La rubai, la luce, come scia di un abito da sposa la portai con me, attorno a me, nel percorso di vita che ancora non avevo vissuto.
    Oltrepassai la linea e vidi ciò che solo i folli sanno vedere, oltrepassai la linea e rubai con astuzia quanto si poteva rubare e portare indietro, anzi, avanti, nella vita.
     

  • 13 settembre alle ore 15:48
    Annadelmare del sì

    Come comincia: Sarei stata madre perfetta. Avrei espiato l'arcana e involontaria colpa. Così come avevo imparato già da bambina, mi sarei presa cura di chiunque attraversasse la strada della mia vita, avrei dato tutto l’amore e la comprensione che non avevo ancora vissuto; le attenzioni malate che avevo conosciute, le avrei trasformate in sentimenti puliti, lavati con le lacrime del cuore, purificati.
    E divenni alchimista di me stessa.
    Usai il dono dell’intuizione e dell’allegria per alleviare le sofferenze di chi mi stava intorno.
    La mia penna seguitava a inondare pagine che inviavo ai miei piccoli, pagine pregne di amore, atte a scaldare le loro notti, e tanto più lunghi erano i discorsi scritti, tanto più lunghi vedevo i loro momenti fra le mie braccia. Ero la loro mamma virtuale. Gli abbracci d’amore erano righe colorate d’azzurro su fogli animati da sentimenti belli.
    Abbracci che nostra madre non poté partecipare.
    Colorai di sole la casa dell’uomo nero. Era questa la promessa fatta a me stessa in fondo: dare la gioia di cui ero composta, che la capacità di uscire dal mio corpo e di guardarmi a distanza, aveva preservato...
    ... Durai poco a sfondare le corazze di stanze viventi chiuse nelle proprie stanze, il mio spirito determinato a volere armonia iniziava a conquistare ognuno, sviluppai le doti della maiéutica ed entrai nei loro animi, acquisii l’incombenza di fata turchina e si aprirono le porte.
    Nel castello esisteva una vera gerarchia regale. Il re, e indiscussa autorità, la regina, senza corona e senza autorità; seguivano le ancelle del re e delle principesse e dei principi. Erano in nove i dimoranti di questo invalicabile luogo, io era la decima, dopo di me venne una bella cagna a rallegrare noi, uccelli in gabbia, e i canarini gialli già in gabbia.
    Senza mai lasciare la me che guarda me, mi imposi di apprendere le arti che più si addicono ad una “perfetta donna di casa” e mi circondai di stoffe e fili e imparai a cucire; di fili colorati e imparai a ricamare; di fili di lana e imparai a fare maglie e cappotti e cappelli e scarpe e quanto è possibile inventare con due ferri e qualche gomitolo; non amai molto l’uncinetto però, dai miei lavori sortivano croste infeltrite e l’abbandonai.
    La regina si innamorava sempre più di questa donna bambina e con sguardi indulgenti mi cantava antiche strofe che dipingevano ironicamente le mie fatiche non sempre gratificate dal successo, ma come fu o non fu, divenni davvero brava. Avevo sete di imparare qualunque cosa, come se fosse di importanza vitale che le mie mani potessero creare tutto ciò che la mia mente partoriva. Non lasciai mai i miei colori e i miei pennelli così come mai staccai le dita dalla mia penna che fedele mi concedeva di far dialogare la me dentro di me e, senza ritegno, mi abbracciavo.
    Le notti di sonno furono gli anestetici del sottile disagio mascherato di vitalità dei giorni chiusa nel castello, remissiva e ubbidiente alle esigenze del mio signore; dei giorni senza sole che la nuova città di adozione mi offriva a larghe mani.
    Cieli sempre opachi, conobbi la nebbia grigia e triste, ferma e silenziosa sulla città e sul mio cuore forse ancora innamorato, che mi insegnò la nostalgia dei miei cieli aperti; fra le righe del mio scrivere comparve e stazionò la parola mare, aria, vento.
    Più restavo chiusa fra quelle mura, più i miei polmoni annaspavano l’aria...
    ... circondata dal lago; mi immaginai principessa confinata accanto alla libertà, passeggiavo fra cespugli di mirto e boschi di betulle appena mi era concesso, sorridevo alle farfalle e alle folaghe che si posavano qua e là, spesso vicino alla mia larga e lunga gonna nera a fiorellini bianchi, dono della mia quasi coetanea zia dagli occhi come i miei, di limpido azzurro se con l’animo sereno, grigi come l’inverno se con l’animo ferito, macchiati di verde se con l’animo triste e confuso; solo un altro componente della mia famiglia ha i nostri stessi colori, dopo due generazioni. Mi assaliva la tristezza al momento di rientrare nelle stanze fredde e in penombra dove infermiere senza volto aspettavano con vassoi di gelido alluminio ingentiliti da capsule variopinte. Sentivo le gambe prendere forma di blocchi di cemento che impedivano i passi quando dovevo andare verso il mio lettino senza cuscino accanto ad altri cinque giacigli di donne sconquassate dalla tosse omicida e dai loro sputi di sangue. Trattenevo il respiro per l’angoscia del contagio, non volevo essere come loro: pallidi scheletri con brandelli di polmoni; volevo vivere, ero troppo giovane per chiudere il mio romanzo con una morte di tisi, Puccini non mi piaceva e neanche la Bohème mi piaceva e Mimì poi, aveva un nome troppo corto, così poco elegante, non mi si addiceva. Non volevo per me questo triste e struggente epilogo.
    La mia bellissima mammina, il sole e il canto e le risa, di cui era intessuta, comparivano in tutte le forme in tutti i miei pensieri del giorno e nei sogni delle notti. Non la vidi per anni, non piansi mai; mi stavo esercitando ad alimentare la forza contenendo il dolore per elaborarlo e, come elemento chimico, mettere a disposizione l’emozione solo quando avesse cambiato i connotati, ero l’alchimista di me stessa, no? Ed ero brava, stavo sperimentando in prima persona come filtrare il nutrimento nocivo e tramutarlo in vita, come fossi in possesso della pietra filosofale, d’altronde ero consapevole delle corrispondenze tra ogni componente del cosmo e il mio vissuto mi avvicinava e legava sempre più al pensiero di Trismegisto, alla progressiva crescita conoscitiva; forse sarei arrivata a mutare anche i metalli meno nobili in argento e oro.
    Non ero consapevole però che fosse giusto soffrire per la mancanza di amore e che fosse giusto averlo, l’amore; e che ero ancora una bambina bisognosa di essere accompagnata alla vita.
    Mi trovavo catapultata in un mondo di grandi e dovevo essere grande, e grata al mondo che accettava la mia esistenza. La mia anima colorava i ricordi del passato, bastava una nota per accendere la melodia che mia madre cantava un mattino mentre un profumo di pan di Spagna riempiva l’aria e i miei occhi si aprivano allo stupore del giorno, mi accarezzava il sole che entrava nella mia stanza; il ricordo dolce si concludeva lì e stavo bene, rimanevo aggrappata ai miei colori, avevo paura di perdere qualcosa di importante se avessi lasciato andare avanti le memorie, se avessi accettato che di mia madre non ricordo un abbraccio, avevo paura di processarla e scoprire che l’amore che non seppe mostrarci fosse anaffettività. L’amavo e non potevo accettare che non mi amasse, non potevo viverla per conoscerla...
    non era giusto giudicare una madre e preferivo giustificarla e amarla sempre più, fino a sentirmi in simbiosi con lei. Ma altre cose accadevano dentro di me: si rafforzava il bisogno di elevarla e sentirmi poco importante, non solo agli occhi suoi ma alla mia stessa vita; amare come lei non aveva saputo amare me, divenne l’inconsapevole mia ragione di vita.
    ... segue...
     

  • 09 settembre alle ore 13:58
    STUPENDE PASSIONI

    Come comincia: Gentili e cari lettori  prima di iniziare a descrivervi le vicissitudini dei personaggi di questo racconto ve li voglio presentare come si faceva una volta per i libri gialli, e allora:
    Erasmo Minutoli - parrucchiere e titolare di un salone di bellezza
    Giuseppe  (Giu.Giu) suo figlio – sommozzatore
    Caterina  - lavorante
    Tindara - massaggiatrice
    Ovviamente vi sarete domandati come ad un parrucchiere fosse stato imposto il nome di un filosofo olandese: presto detto il nostro eroe era figlio di lavoratori della terra, insomma mezzadro il cui padrone molto religioso ma a cui  la natura non aveva concesso di diventare padre, aveva chiesto (diciamo imposto) al genitore di Erasmo di affibbiargli quel nome, tanto impegnativo, dietro congruo compenso.
    La di lui consorte lo considerò come un figlio e quando il ragazzo compì quattordici anni pensò bene di farlo impiegare come apprendista presso il suo  parrucchiere e così il ragazzo passò dalla terra agli shampi.
    Quello che aveva lasciato perplessi la maggior parte dei paesani del padre di Erasmo era il fatto che il ragazzo non aveva alcuna caratteristica fisica dei genitori, abitanti nella frazione Giampilieri di Messina, in quanto crescendo era diventato un giovanottone di un metro e ottanta contro i sessanta centimetri dei genitori ma…la divina provvidenza!
    La nostra storia comincia quando Erasmo settantenne e reduce da un infarto decise di diminuire il lavoro lasciando praticamente in mano l’azienda alle due collaboratrici. Nel contempo gli giunse dal Brasile una comunicazione del figlio Giuseppe: “Sto rientrando, una sorpresissima per te!” Il rampollo, titolare di una società di sommozzatori, un mese prima era partito destinazione Rio De Janeiro per godersi il carnevale. Conoscendo  la scapigliatura dell’erede, Erasmo non gioì della notizia e si apprestò a ricevere con ansia l’arrivo del giovane che aveva preferito le profondità marine  alle forbici di parrucchiere.
    La nave da crociera “Golden Gate’ giunse nel porto di Messina alle prime luci dell’alba di una giornata estiva soleggiata. Giuseppe non era solo, in sua compagnia due bellezze brasiliane quelle che ti fanno perdere il sonno, altre quasi quanto lui, erano la copia esatta di quelle che si vedono in tv, la prima cosa in evidenza il loro meraviglioso popò e tutto il resto, al loro passaggio i maschietti ci rimettevano la vista!
    L’Aston Martin DB 9 a lui intestata era stata il cadeau di una signora maritata con un brasiliano titolare della concessionaria di quella marca; la dama romana di nascita aveva conosciuto il  marito al raduno europeo dei rappresentanti della Aston ed aveva preferito un’italiana a tante bellezze sue paesane, i gusti son gusti!
    Durante il carnevale Giu.Giu si godeva in strada il passaggio delle varie scuole di samba, alzando gli occhi notò al piano rialzato una signora bionda appoggiata alla balaustra che sembrava non interessata anzi proprio annoiata dello spettacolo e con  una lunga sigaretta fra le labbra. Alzando la voce Giu.Giu: “Che brutto vizio, ne conosco di migliori!” La dama per nulla impressionata di quella battuta piuttosto infelice: “Venga su a spiegarmeli di persona!” e così il nostro eroe si trovò in grande salone ben arredato ed illuminato. Finto baciamano e: “Talvolta mi capita di esprimermi in espressioni non felici, le chiedo scusa.” “Niente scuse, vedo questo spettacolo da anni, mi annoia e da buona romana di S.Giovanni preferirei una festa paesana ma son qua…” Così iniziò il legame fra Giu.Giu ed Armida che si consolidò nei giorni successivi anche per la costante assenza del di lei marito che, alla consorte ed  al lavoro, preferiva la compagnia di giovanissime ragazze indigene.
    L’amicizia fra i due divenne ogni giorno come dire, più salda, insomma passavano molto tempo nel meraviglioso lettone coniugale (naturalmente in assenza del legittimo proprietario).
    “Armida è il nome di una maga musulmana…” “Mi ha battezzata una mia zia professoressa di lettere antiche, non mi dispiace.” Come non  le dispiaceva la compagnia quotidiana  del suo ‘toy boy’ di vent’anni più giovane e nel pieno delle doti di stallone, la dama si stava innamorando del giovane amico e talvolta piangeva sapendo che prima o poi sarebbe sparito dalla sua vita. Una volta Giu.Giu accompagnò Armida in un salone di bellezza – barbieria dove prestavano servizio Lea e Karen. Il giovin siciliano prese confidenza con le due sotto lo sguardo inviperito di Armida e così quando comunicò loro il suo desiderio di ritornare in Sicilia gli chiesero di aggregarsi a lui per esercitare la loro professione in Italia. A Giu.Giu l’idea piacque, già si immaginava la faccia di suo padre e dei vari suoi amici e conoscenti nel vedere due brasiliane  da favola.
     La notte prima della partenza  Armida la passò fra lacrime e sesso, non volle accompagnare il suo amante al porto, niente addii,  vide l’Aston Martin sparire in direzione dell’imbarco, un ricordo dolcissimo e triste per tutta la sua vita.
    A Messina,  riempiti la sua auto ed un tassì di bagagli, Giu.Giu si presentò al salone di bellezza in viale della Libertà a Messina e: “Paparino carissimo ti presento Lea e Karen parrucchiere per uomo e donna  e massaggiatrici, puoi pensare ad una pensione serena!”
    L’espressione del viso del povero Erasmo era da fotografare, il suo sguardo passava da una all’altra delle due  senza  riuscire ad esprimere verbo, furono le due ragazze a sbaciucchiarlo. Le signore sotto i caschi erano rimaste basite; così cominciò il nuovo corso del salone di bellezza di Erasmo che, nei giorni successivi, dovette subire tutti i cambiamenti all’interno del suo locale predisposti da Giu.Giu. Dopo quindici giorni ci fu l’inaugurazione con tanto di articolo su un giornale di Messina in cui erano riportate le foto del locale rinnovato con la scritta: “Due brasiliane massaggiatrici e parrucchiere per uomo e donna.”
    Le cotali avevano preso alloggio nel piano superiore del salone abitazione di padre e figlio, insomma una rivoluzione nella vita di Erasmo che non sapeva di essere contento di quella variazione nella sua vita oppure…
    La novità di quel locale particolare fece  presto a passare di bocca in bocca, anche molti maschietti presero a frequentare la barbieria previo appuntamento data la notevole mole di lavoro.
    Un giorno Erasmo prese da parte il figlio: “Giu.Giu dimmi qualcosa di più sul tuo soggiorno in Brasile e su Lea e Karen.” “Papà la mia sembra una favola: durante una sfilata di carri carnevaleschi mi sono trovato sotto l’abitazione di una signora che dal primo piano di godeva lo spettacolo, la cotale stava fumando ed io per fare lo spiritoso le dissi: ‘Conosco vizi migliori’ al che la dama invece di mandarmi a quel paese mi indicò  il portone di casa sua e mi fece entrare. Una cinquantenne che non dimostrava affatto la sua età anzi. Si presentò: era nata a Roma ed aveva conosciuto suo marito brasiliano durante un raduno di concessionari dell’auto Aston Martin. Le aveva chiesto di sposarlo e si trasferì a Rio de Janeiro. Ben presto divenimmo amanti e Maria mi fece intestare la Aston Martin che ho con me. Tramite lei ho conosciuto Lea a Karen che lavoravano in un istituto di bellezza da lei frequentato. Al mio con le due ragazze imbarco è stato per lei una tragedia, si era innamorata di me. Una cosa particolare : sai chi sono i transessuali? No, loro lo sono,oltre le tette hanno anche il pene,  ho voluto constatarlo di persona ma non ho avuto con loro alcun rapporto, sono e resto etero. Molto probabilmente le due quando la sera escono incontreranno qualcuno che ama quel genere di sesso, ho imposto loro di non portare nessuno a casa nostra e la mattina di essere puntuali al lavoro, il resto non mi interessa d’altronde non ti puoi lamentare.”
    Erasmo, rimasto al concetto dei due sessi, guardò il figlio come istupidito, non fece commenti.
    Nel frattempo erano accaduti vari avvenimenti degni di nota: una mattina si era fermata dinanzi al negozio un fuori strada Range Rover il cui conducente chiese di poter usufruire delle prestazioni delle due brasiliane, si trattava di Arthur Donato, australiano, di lontane origine messinesi. All’uscita, dopo una mancia esagerata, invitò le ragazze nella sua villa sui Monti Peloritani. Le interessate dopo un colloquio con Giu.Giu accettarono ma a condizione che fossero accompagnate dal loro amico.
    All’imbrunire di una afosa giornata di agosto, Giu.Giu. prese la strada di via Palermo per poi proseguire  sino alla località  Musolino  e finalmente ‘approdarono’ alla villa dell’australiano. Locali arredati con molto stile e buon gusto segno di disponibilità finanziarie del padrone di casa. Nella ‘lunchroom’ (sala da pranzo) era apparecchiata un grande tavola ovale con ogni ben di dio. Ai tre ospiti fu fatto visitare l’immenso giardino ed alla fine: ‘ladies and gentleman enjoy your meal’ (buon appetito).  Anche i vini era all’altezza, poi i dessert e quindi un classico whisky per completare la serata.
    “IL signore non si offende se io mi ritiro in camera mia a conversare con le signore?” e senza ottener risposta prese sotto braccio Leda e Karen e sparirono in fondo ad un corridoio.  Giu.Giu. pensò bene di seguirli, d’altronde quello era il compito a lui assegnato, verificare che l’australiano non commettesse qualcosa di sbagliato. Il resto avvenne in breve tempo, tutti e tre sotto la doccia e poi fuochi pirotecnici: i due trans che si inchiappettavano fra di loro, poi la volta di Arthur ad ottenere quel trattamento e la storia durò a lungo. Giu. Giu pensò bene di tornare alla sala da pranzo e si appisolò. Riprese conoscenza a causa degli strattoni procurati dalle due ‘signorine’. “Torniamo a casa.”  Durante il viaggio di ritorno le due babys erano euforiche: cinquemila euro a testa, mih!
    Lea e Karen avevano intrapreso la loro strada, unica restrizione non portare a casa nessun amico o amica per il resto…fatti loro.
    Giu.Giu. aveva ripreso il suo lavoro di sommozzatore con la sua barca appoggiandosi al lido di compare Francesco. Il lavoro non mancava ed il suo tempo libero era occupato dalla signora Evelina, splendida consorte del sunnominato durante l’assenza del titolare; certo la situazione era un po’ stancante data la fame sessuale arretrata della cotale ma mai lamentarsi! 
    Una vera svolta nella vita c’è sempre: per Giu.Giu: avvenne allorché venne ad abitare nel palazzo di casa sua una ragazza, la nipote della signora Annibaldi, vedova, romana, residente a Messina dopo la morte del marito maresciallo della Marina Militare.
    Antonella, questo il suo nome, colpiva i maschietti sin dal primo momento: altezza superiore alla media, brunissima, viso delicato, triste, il resto del corpo da far invidia ad una modella professionista. Il problema era la sua riservatezza: solo per qualche minuto  lasciava in spiaggia la sua sedia a sdraio ed il libro che stava leggendo per un breve bagno in mare a poi ritorno sotto l’ombrellone.  Simile atteggiamento scoraggiava eventuali mosconi che ad ogni  approccio venivano allontanati con uno sguardo tipo: ‘vedi dannà a …’ per dirla alla romana. Giu.Giu fu più fortunato, nel salire le scale di casa ad Antonella cadde di mano un libro che finì nella tromba delle scale, libro prontamente recuperato dal sommozzatore  e riconsegnato alla proprietaria con un sorriso. Ad un informale ‘grazie’ Giu.Giu si fece più coraggioso:  “Sono Giuseppe Minutoli sommozzatore, l’ho vista in spiaggia, nel caso avesse bisogno di …” “Niente lezioni di  nuoto, amo la montagna!” “Perfetto ho un fuori strada e conosco bene le colline sovrastanti Messina…un spettacolo da non perdere!” ” E che io invece perderò, non mi piacciono  i bellimbusti!” “Grazie per il bello…l’invito è sempre valido.”
    ‘Fortuna audaces adiuvat’ il detto romano antico fu di aiuto a Giu.Giu: Antonella era nel salone di suo padre sotto le mani esperte di Karen. “Qui non ha via d’uscita,é a casa mia” “Allora sono sotto sequestro…” “O mon dieu no, solo un invito.” Cosa strana la baby sorrise: “Voglio premiare la sua faccia tosta, ci vediamo domattina in spiaggia.” Barba rasata alla perfezione,  doccia prolungata con bagnoschiuma profumato,  acchittato di tutto punto Giu.Giu si presentò in spiaggia verso le otto ma la baby comparve solo alle nove. Finto baciamano. “Non è questo il modo di conquistarmi ammesso che io lo voglia, talvolta è meglio la lettura di un libro…” “Essere preferito ad un libro non mi é mai successo!”  “Senta non faccia il conquistatore a getto continuo di Petroliniana memoria, rien a faire!” “Ho esaurito il mio fascino, forse è meglio che…” ”Va bene, mi pare che sia figlio del parrucchiere anche se mi pare abbia scelto altra professione.” “Si amo le sirene!” Questa volta Antonella rise di gusto. “Femme qui rit…” “Conosco il francese, se lo può dimenticare di portarmi a letto, a me serve solo per dormire!” “Tante cose buone sprecate…” “Andiamo a fare il bagno, vediamo le sue qualità di sommozzatore, a  proposito perchè lo chiamano Giu.Giu penso sia meglio Giuseppe o Pino.” Giu:Giu pensò: “Chiamami come cazzo ti pare basta che me la molli!” “So leggere nel pensiero delle persone, si vergogni!” Questa volta fu Giuseppe a ridere della grossa. “Questa poi, dovrei vergognarmi, è abbastanza normale che un maschietto…” “Maschietto normale ho notato un ristorante sul lago di Ganzirri,’ La Sirena’, appuntamento stasera alle venti ed adesso lasciami alla mia lettura, ciao.”
    Inutile dire che mezz’ora prima dell’appuntamento Giuseppe (così preferiva chiamarlo Antonella) si era installato a bordo della Aston con l’occhio rivolto al portone d’ingresso, la baby lo faceva apposta a fargli tirare il collo…ad un tratto: una visione: Antonella fasciata in un tubino nero con la parte superiore in merletto rosa e generosa scollatura dietro la schiena, capelli raccolti a chignon, viso truccato in modo magistrale, tacco altissimo che la faceva superare il suo compagno in altezza.
    “Ti trovo bene…” “Bugiardo matricolato non mi vuoi dare soddisfazione dovevi dire: sei uno schianto!” “A quest’ora ho fame e forse i miei sensi di sono come dire affievoliti.” “Metti in moto ‘sensi affievoliti’ma soprattutto guida piano!”
    All’ingresso del ristorante furono ricevuti da Salvatore il capo cameriere il quale si presentò con una gaffe: “Nuova fidanzata, complimenti!” Sguardo inceneritore da parte di Antonella: “Vedo che porti qui le tue conquiste!” “Vorrei farti notare che il locale lo hai scelto tu, col tuo permesso vorrei scegliere io il menu: allora Salvo  antipasti di frutti di mare,  cozze in brodetto, tagliatelle alla marinara, franceschini e acciughe fritti, trancio di spada e soprattutto contorni di insalata mista, il solito Verdicchio dei Castelli di Jesi che ti ho fatto pervenire da un amico di Jesi. “ Nel frattempo Antonella non aveva proferito verbo ma: “Non pensi che ci vorrebbe una passeggiata chilometrica per smaltire tante calorie?” “I Monti  Peloritani ci aspettano.” La presenza di Antonella aveva suscitato la curiosità prima di tutti del padrone del locale che si era presentato col solito finto baciamano e poi degli avventori maschi con relative facce imbambolate. Sguardo di sfida di Giu.Giu: “qui ci bagno il becco io” anche se non era vero.
    Finita la cena, pagato il conto con la carta di credito (il contanti è volgare) i due fecero passerella in uscita dal locale.
    “Ma douce amie devo predisporre il satellitare, suggeriscimi  il percorso.” “Non c’è bisogno del satellitare, viale della Libertà!”
    “Inutile dire ognuno a casa propria…” Giu.Giu ci provò  e Hermes adiuvante: “Ti invito a casa di mia zia ma sappi che sono cintura marrone…”
    “Mi capita talvolta che in testa mi vengano dei flash strani, in questo momento mi viene in mente un libro che era di mio nonno intitolato ‘Il segretario galante’ in cui erano predisposte lettera d’amore per gli innamorati timidi che non sapevano cosa scrivere per conquistare una ragazza. Una lettera cominciava così: ‘Signorina sin dal primo momento che l’ho vista ho provato un tuffo al cuore…” Risata navigabile avrebbe scritto il buon Jacovitti umorista del giornale per ragazzi ‘Il Vittorioso’; Antonella prese a ridere a singulti, non la smetteva più tanto che si trovò senza volerlo abbracciata a Giuseppe. Finita la risata, asciugate le lacrime Antonella: “Donna che ride…ti piacerebbe mascherina! Sentiamo un po’ di musica, che genere ami?” “Il jazz, se tua zia ha un classico di Count Basie oppure un ballabile possibilmente lento.” “Certo lento…” Trovarono un disco di Mina e con un certo distacco fisico Giu.Giu abbracciò Antonella che  guardandolo negli occhi si fece seria e dopo un po’ andò a sedersi sul divano rabbuiata in viso. Giu.Giu la seguì, cominciava un po’ a scocciarsi, che cavolo poteva aver combinato, proprio non riusciva a rendersene conto, capì che non era serata e dopo un: “Buonanotte” si congedò dalla baby.
    Alle sette della mattina seguente  Minutoli junior stava imbarcandosi sul motoscafo  con cui lui ed il socio Franco dovevano andare in mare a recuperare oggetto su un relitto quando, guardando verso la spiaggia antistante il negozio di suo padre, notò sulla battigia una figura di donna:  binocolo,  Antonella. “Franco vai da solo devo sbrigare una faccenda urgente.”
    Era Antonella seduta sulla sabbia abbracciata alle gambe, testa bassa non in costume da bagno ma con gonna, maglietta e scarpe: “Antonella…” nessuna risposta, “Antonella guardami cosa…” niente da fare Antonella sembrava imbambolata. Giuseppe decise allora di prenderla in braccio , traversò la spiaggia, la strada e, entrato nel suo appartamento, depose il dolce fardello sul suo letto togliendole le scarpe e coprendola con una coperta, era gelida, chissà quanto tempo aveva passato sulla spiaggia ma soprattutto perché uscire di casa la mattina presto o forse la notte, interrogativi ai quali il buon Giu.Giu. si ripromise di porseli dopo aver telefonato alla zia della ragazza. Per fortuna nel cellulare c’era la segreteria telefonica, lasciò un messaggio assicurativo sull’assenza della nipote: “Abbiamo deciso di fare una gita, nessuna preoccupazione sulla nostra assenza.” Naturalmente dovette evitare di uscire per non farsi vedere in giro, si accovacciò vicino ad Antonella che era caduta in un sonno profondo che durò sino alle quindici del pomeriggio sin quando: “Da quanto tempo sono qua?” “Ho preparato un sugo delizioso, dovresti aver fame.” “Vado in bagno a farmi una doccia, posso usare il tuo accappatoio, non guardare dal buco della serratura.” La baby aveva ripreso le penne ma restava da scoprire il motivo di quella sua uscita notturna. “Dobbiamo restare nel mio appartamento, ho telefonato a tua zia comunicandole che siamo fuori Messina in gita e quindi…” “L’hai studiata bene ma non pensare che ci esca qualcosa, understand?” “Dobbiamo trovare un modo per passare il tempo, se ti va raccontami qualcosa del tuo passato, del mio c’è poco da dire, da buon edonista immagina tu!”
    Antonella si era rabbuiata, Giu.Giu aveva toccato il tasto dolente, forse quello che aveva portato la baby ad uscire di notte da casa, inaspettatamente: “C’è qualcosa del mio passato che mi condiziona e mi fa soffrire: all’università ho conosciuto un mio compagno di studi, abbiamo preso a frequentarci tutti i giorni finché ci siamo innamorati, si il mio primo amore, non  ci dormivo la notte, non vedevo l’ora di incontrarci ma qualche dea dell’Olimpo invidiosa ha deciso di porre fine alla mia felicità: il mio ragazzo perse la vita in uno scontro fra la sua moto ed un camion, ho lasciato Roma, troppo dolore ed ho accettato l’ospitalità di mia zia a Messina, altra tragedia della mia vita: i miei genitori sono morti in un incidente stradale quando avevo quattro anni, sono stato cresciuta da mia zia Elvira, sorella di mio padre, fine della storia.” Inaspettatamente Giuseppe si trovò abbracciato ad Antonella , era stata lei a prendere l’iniziativa, al ragazzo non pareva vero…”Sei rimasto sorpreso dì la verità, sentivo di farlo, mi sei piaciuto appena ti ho conosciuto e da principio non voleva accettare una nuova avventura, sono ancora scossa dal mio passato, col mio ragazzo siano stati insieme circa un mese, non abbiamo avuto rapporti intimi…” “Quindi vuol dire…” frase sciocca e inopportuna di cui Giu.Giu. si pentì subito e di cui chiese scusa. Televisione, colazione, pranzo, cena e riposo a letto senza troppa vicinanza, dopo due giorni. “Giuseppe ritorniamo alla vita,  vado a casa di mia zia e poi in spiaggia col mio libro…” “Ed io  vicino a te con la faccia del cane bastonato in attesa dell’osso.” “Ho bisogno di tempo, per le decisioni importanti, appuntamento alla fine di agosto, ti va?” “Facciamo il 3 settembre mio compleanno.”
    E così fu: festeggiamento al ristorante ‘La Sirena’ ed appena seduti al tavolo Salvatore: “Vedo che non hai cambiato dama, stai invecchiando?” “Mi sa se c’è qualcuno che non invecchierà sarai tu perché…” “Va bene menù speciale, ci penso io.”
    Il lago era calmo, Antonella pensò all’addio ai monti  di Lucia di manzoniana memoria e istintivamente abbracciò Giuseppe e lo baciò in bocca, in bacio fugace ma che …”Non ti illudere, ne devi mangiare ancora di pane!” Giu.Giu furbescamente andò all’assalto per gradi: bacini in bocca, poi sul collo e sulle deliziose tette. La discesa fu più contrastata ma arrivato alla ‘chatte’ Antonella  perse il controllo della situazione e si lasciò andare ad una goderecciata alla grande. La baby timidamente aveva preso ad ‘esplorare’ i tesori del suo amante ma quando giunse a ‘tre palmi sotto il mento dove c’è un gran bel monumento’ rimase basita: “È troppo grosso!” evidentemente stava facendo un confronto con quello del suo primo fidanzato e pensando evidentemente all’ingresso di quel coso nella sua beneamata. Ma non fu il letto testimone del ‘matrimonio’ ma la Aston Martin parcheggiata in una piazzola sui Monti Peloritani. La notte precedente Antonella non era riuscita a dormire, ormai aveva deciso: ‘alea iacta est’ ma non aveva previsto che nel prendere in mano ‘ciccio’ per farlo penetrare dolcemente nella ‘chatte’, lo zozzone gli riempisse le mani del suo prodotto che finì anche sui pantaloni del suo padrone. Giuseppe pensò bene di prendere in mano la situazione, aveva con sé un preservativo, lo fece indossare a ‘ciccio’ il quale  era sempre in posizione di arrembaggio e delicatamente, molto delicatamente divenne il marito di Antonella un po’ indolenzita ma felice, era diventata una donna completa.
    Questa volta le dee dell’Olimpo Venere e Giunone si fecero i fatti loro e la storia finì come nella favole in cui i protagonisti vissero a lungo felici e contenti: Erasmo ritiratosi dal lavoro badava al nipote Gioacchino un frugoletto tutto pepe che aveva preso il nome dal nonno materno. Il negozio andava alla grande con le due brasiliane ormai conosciute da tutti gli ‘zozzoni particolari’ della città dello Stretto, Antonella sempre splendida, si era laureata in lettere ed insegnava in una frazione di Messina,Giuseppe  faceva sempre il sommozzatore ma talvolta gli capitava di incontrare nelle isole Eolie qualche signora …in difficoltà e naturalmente, da quel generoso che era, le doveva accontentare per …incrementare il turismo nella zona!

  • 09 settembre alle ore 7:12
    LA CURA CHE NON SO

    Come comincia: Il solito palazzo di un seicento sgarrupato. Marisa mi aspetta nell'atrio. Si scusa per le tre rampe di scale che mi attendono. “Fatevele piano, piano...dottò!” A costo di lasciarci la pelle, salgo con una discreta normalità. Il “parite 'na locomotiva” di un tempo, si scomoda da qualche neurone del mio cervello e mi beffeggia. Dopo cinquant'anni di frequentazione del quartiere, ho la piena padronanza dell'evoluzione di una famiglia. Marisa era una ragazzina bionda, imprevedibile, ora: “Convivo con un ragazzo e c'è una sorpresa per voi.” Sulla porta di casa mi viene incontro una bimbetta bionda. “Tua figlia! Tale e quale a te, di anni fa.” Devo visitare il padre, don Antonio, un falegname, un artista nel suo lavoro. Il tempo è passato: strabordante da una sedia impossibile, respira a fatica. Occhi che non mi riconoscono. Provo un saluto senza risposta... A visita terminata, Marisa: “C'è un'altra visita per voi. Mi dovete fare un piacere. Ci avete curato per una vita e avete trovato sempre la cura giusta. Venite con me, un basso qua sotto.”

    Il grugnito di un bulldog inglese mi da il ben venuto, appena apriamo il cancello. Trotterella dietro di me, respirando con un lamento ritmico, fastidioso all'udito.Una stanza, un tavolo. Una donna vasta su di una poltrona vasta. Non penso che si sia accorta di me. Il marito, come da un fondale oscuro, seduto su di una sedia metallica verde: “Titina, ci sta 'u miedeco.” Non trovo da sedermi. Inizio con il rituale: “Quale è il problema?”

    -”Hanno sparato, giorni fà al figlio di vent'anni.”

  • 06 settembre alle ore 15:07
    Trittico Morale

    Come comincia: C'era una volta un Dio celeste che un giorno si scocciò dell'uomo e decise di estirparne la razza; voleva che la sua gloria macchiata dal sangue per mostrare la propria magnificenza.

    Tutti morirono felici e contenti.

    Fine

    -

    La volpe si sentiva troppo furba e, per questo, un giorno non riuscì a scansare una trappola e ne morì sgozzata.

    Morale: mai essere troppo sicuri di se.

    Fine.

    -

    L'usignolo su di un ramo improvvisò una melodia per la sua compagna non notando, però, che l'aquila affamata sorvolava la chioma dell'albero. 
    Attirata dal canto, l'aquila si avventò sull'usignolo mangiandone il corpo.
    La compagna, divenuta vedova, si trovò, nel tempo, un altro usignolo.

    Morale: se troppo vuoi parere, riguardati da chi è contrario. 

    Fine.

  • 04 settembre alle ore 21:53
    Quando muore la mamma

    Come comincia: Quando muore la mamma e hai tredici anni non hai nessuna idea di quello che sta capitando. Ti guardi attorno e osservi, come da lontano, tutto quel via vai di persone, di saluti, di lacrime, di commenti a bassa voce. Guardi annichilita quel drappo nero incrociato a mo' di sipario, enorme, impressionante, pieno di frange argentate, appeso alla porta d'ingresso di casa tua. Anche perché tu non c'eri, la famiglia ti ha mandata a dormire altrove, sei piccola per farti affrontare il caos di una notte così. Sì, perché era notte. Anzi prima era sera, e mia madre era seduta in poltrona in un angolo della cucina e aveva mal di denti. Io continuavo ad andare avanti e indietro fra la sala e la cucina perché dovevo farle firmare un cinque in un compito in classe e non sapevo come fare a dirglielo. E poi il malore, la perdita di conoscenza, l'ambulanza e basta, tutto finito. Venni portata via e il giorno dopo quando tornai tutto era cambiato. Il passato era morto, la mia infanzia era morta, e con lei la mia preadolescenza. Niente sarebbe stato più come prima. Ma com'era prima? A tredici anni non si sa com'era prima e neppure come sarà dopo. A tredici anni ti infastidisce la carezza, l'abbraccio, di chiunque sia lì a compiangerti perché non hai più la mamma. A tredici anni sbuffi, rifiuti, vai a nasconderti lontano da tutta la gente senza sapere cosa vuoi cercare e dove vuoi cercarlo. Vuoi solo toglierti da dosso tutto l'appiccicume delle persone insistenti, il brusio delle preghiere che ognuno recita sottovoce per conto suo, la pietà, e anche il continuo ripetere del come è accaduto, quando è accaduto, perché è accaduto. Andai a sedermi sui gradini che davano nell'orto cercando un po' di solitudine, di quiete, ma adesso lo so, allora non lo sapevo. Cosa cercavo? Tutto lo sconvolgimento del mio essere non mi era chiaro, non lo sentivo, non sapevo cosa provare, non provavo nulla. Oppure? A tredici anni non si sa, e a un tratto il piacere di indossare un paio di calze grigio fumo di nylon, così da adulta, così giuste per abbellire le esili gambe di una ragazzina che stava crescendo, sembrava dovesse cancellare tutto il resto. La camera ardente era stata preparata in sala, tutti gli specchi coperti da drappi scuri, allora si usava il buffet e il controbuffet e c'erano specchi dappertutto. Mi madre era stata adagiata sul tavolo e l'unico libero da drappi era il pianoforte. Nel pomeriggio mi trovai non so come e perché sola con lei in sala. La guardavo con la mente vuota, assolutamente vuota, ma poi d'istinto sollevai il coperchio del pianoforte. Da poco avevo imparato il brano che a lei piaceva tanto: la Barcarola op.30 di Mendelssohn Così mi misi a suonare, ma subito arrivò un adulto, non ricordo chi, che mi sgridò severamente: come potevo suonare il piano in un momento del genere! Certo, come potevo suonare! Io volevo solo suonare per lei, non sapevo perché, ma sì mi convinsi che era sbagliato. A tredici anni mi convinsi che era sbagliato, oggi so che non era sbagliato. Quando muore la mamma e hai tredici anni ti abitui a non pronunciare più la parola "mamma", ma col passare del tempo ti ritrovi ogni tanto a pronunciarla sottovoce per sentirne il suono, per riprovare un'emozione lontana, sommersa in fondo al tuo essere, ma sempre così presente e consolante. Peccato, mamma, che tu te ne sia andata prima che io abbia potuto conoscerti e prima che tu abbia potuto raccontarmi chi eri.

  • 02 settembre alle ore 22:29

    Come comincia: C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
     

  • 01 settembre alle ore 16:26
    Del silenzio

    Come comincia: Il silenzio custode: Cosa si rintana nel Silenzio, e qual'è l'incontro che avvolge e penetra quanto nel Silenzio trova risposte? Nel Silenzio vagano suoni che accompagnano passi di bimbo, di vita, leggeri e delicati. Passi bisognosi di "vedersi" lasciando la propria orma eterea nel Luogo del Non Giudizio. E' nel Silenzio che è custodito il regno del Non Giudizio. Qui, si plana sull'attimo incontrato e lo si ammira nell'essenza sua pura: ogni colore forte sfuma, ogni forma si smaterializza e resta nuda, innocente, purissima. Nel Luogo del Non Giudizio, tutto appare com'è; il Silenzio è il Maestro che ospita, nella sua conoscenza sovrana, il Luogo del Non Giudizio, e ci accompagna. E vediamo.

  • 25 agosto alle ore 16:21
    GRANDI AMORI

    Come comincia: Talvolta il progresso crea molti problemi più di quelli che risolve, questo era il caso di Max Arbusi, fotografo messinese, che al momento del passaggio delle foto dalla pellicola al digitale  si trovò di non poter più far uso delle sue macchine fotografiche a pellicola peraltro pagate un occhio della testa. Con i telefonini  anche gli sprovveduti riescono a eseguire servizi fotografici tipo cresime, comunioni, anche matrimoni e così il buon Max si girava i pollici dentro il suo negozio di piazza Cairoli a Messina. E dire che la sua ditta era molto conosciuta anche in tutta la provincia, era anche fotografo ufficiale di un giornale locale, del tribunale e di altri organi cittadini. Inoltre aveva dovuto sostenere la spesa per l’acquisto di una pluriaccessoriata  Canon che veniva usata in ben poche occasioni. Questa era la situazione quando al buon Max giunse inaspettata una proposta di una società di navigazione svedese di imbarcarsi sulla loro nave ‘The Great Beauty’ per riprendere la vita di bordo. Vedovo con due figlie maggiorenni pensò bene di aderire alla richiesta. Spese gran parte dei suoi risparmi per acquistare un vestiario degno di una nave dei gran lusso i cui passeggeri avevano pagato una cifra enorme per fare la crociera. Altro valido motivo per accettare la proposta era il fatto che la recente morte della consorte lo aveva portato ad una profondo prostrazione con  l’allontanamento dalla vita e dagli amici e, dietro consiglio di uno psichiatra, l’assunzione di farmaci antidepressivi.Giunto a bordo, si presentò al primo ufficiale che gli assegnò una cabina ovviamente senza vista esterna ma a lui poco caléva: piccola ma con aria condizionata e bagno annesso, per lui una reggia.
    Prima incombenza importante: visita dei vari locali dove doveva operare. Il suo compito era quello di documentare la vita di bordo in tutti i suoi aspetti, non solo le solite ovvie cartoline ma soprattutto luoghi e personaggi particolari: sala macchine, cucina, sala giochi, piscine,sale convegno, ascensori che sembravano aerei, palestre,  i vari ristoranti per vegani, vegetariani, ebrei, mussulmani ed altri di cui non riusciva a capire la destinazione oltre ovviamente a quello italiano sempre molto frequentato per la bontà e varietà delle cibarie di cui approfittava appena libero dal servizio. Quello che più apprezzava erano cibi particolari come la cacciagione, stambecchi (?), carni di tutti i tipi, pesce e piatti romani (il capo cuoco era di Trastevere). Altra puntata al teatrino in cui ogni sera si esibivano varie compagnie di varietà in cui facevano bella mostra ballerine poco vestite e maschioni muscolosi per le signore o per quei signori dai gusti particolari, ce n’era per tutti! La mattina presto, al rientro in ‘cuccetta’ era sfinito, dopo le ultime foto scattate ai signori mangioni delle tre di mattino; ogni giorno macinava chilometri, la nave era immensa con cinque ponti, per fortuna non soffriva del mal di mare. Dopo qualche giorno ‘ciccio’ prese giustamente a lamentarsi, i suoi quarantacinque anni ebbero il sopravvento una mattina quando una cameriera venne a mettere in ordine la sua cabina, Max provvide a far mettere in ordine anche il suo coso ma gli costò una cifretta, la tipa non era là per divertirsi e così Max decise di guardarsi intorno per sollarsarsi si ma senza sborsare i soldini che si stava guadagnando con grande fatica . Sul primo ponte di buona mattina signore non più giovani, probabilmente vedove o nubili  certamente piene di grana, chiacchieravano per far trascorrere il tempo. Alla vista del fotografo, fecero segno di non voler essere riprese ma Max, vecchio del mestiere, aveva prevista la situazione ed aveva acquistato  un apparecchio, il circomirrotach, che fotografava a novanta gradi; semplificando puntava dritto l’obiettivo dinanzi a sé ma riprendeva le persone senza che queste se ne accorgessero.
    Dopo un bel po’ di scatti, mostrando,una notevole faccia tosta, recuperando quel po’ di francese che ricordava: “Mesdames, voici vos fotos, vous étes fabuleux!” Dopo un attimo di perplessità le signore si misero a ridere e una dama in italiano: “Lei è un simpaticone, apprezziamo la sua faccia tosta ma vorremmo sapere come ha fatto a riprenderci.” Max mostrò sorridendo il trucco e spiego che molti non volevano essere ripresi ma lui era a bordo con quel compito e quindi…”
    “Venga a colazione con noi, due di noi parliamo italiano, una il francese e le altre inglese ma non ha importanza, venga” e prese sotto braccio un Max sorpreso ma contento di aver fatto breccia…  in fondo quella signora  al suo braccio poteva avere cinquant’anni ma ben portati e soprattutto migliorati dalla frequenza di case di bellezza. “Sono Marisa, romana,  non le dispiace se l’ho presa sottobraccio?” “E’ un piacere, sono solo a bordo e per il mio lavoro frequento molte persone ma non parlo quasi mai con qualcuno e poi…” “Non mi dica che le piaccio! Una proposta, stasera c’è il ballo del capitano, si faccia vedere con o senza il suo attrezzo, parlo della macchina fotografica…” e gran risata, la signora aveva il senso dello humor. Max col nuovo smoking faceva la sua porca figura e fu apprezzato da Marisa e dalla sua amica  seduta al tavolo, ragazza trentenne, longilinea, ex modella, molto bella con la caratteristica di aver un viso molto più giovanile della sua età. “Questa è Chantal, francese di Parigi, ex modella è pittrice e ospite a casa mia ai Parioli.” Dopo un classico ‘enchanté’ Max si mise subito all’opera e riprese la baby sia da sola che abbracciata alla sua amica, le foto furono apprezzate. “Lei è molto bravo, anzi niente lei passiamo al tu: io sono sentimentalmente libera, non me la passo male finanziariamente e mi piace girare il mondo e conosce persone nuove, Chantal è venuta a Roma per una mostra dei suoi dipinti, si è innamorata…della città e da allora siamo buone amiche.”
    Ormai era diventata una consuetudine, Max tutte le sere si univa alle due nuove conoscenti e, dopo aver scattato delle foto al personale dell’orchestra, agli attori, ai locali del back stage e passava con loro il resto della serata ballando saltuariamente con le due dame, anche loro si  davano al ballo fra di loro con passione naso naso, guardandosi negli occhi, sembravano due innamorate…
    Marisa aveva notato che Max ogni sera assumeva una pillola, l’ultima volta andò a recuperare l’involucro della medicina e rimase basita: il  Maldoxan era il prodotto antidepressivo usato da suo fratello che era morto suicida un anno prima, non era riuscito a superare il dolore per la morte della sua amata consorte, si era gettato dal terrazzo di casa loro. Marisa preferì non fare domande, sarebbe stato inutile e spiacevole ma quando una sera Max non si presentò all’appuntamento alla solita ora,Marisa  lasciò Chantal e si recò nella cabina del fotografo il quale, dopo molte insistenze, aprì la porta. Non era lo stesso,  stravolto in viso, si era gettato di nuovo sul letto, non riusciva a stare in piedi, era senza forze. Marisa riuscì a scuoterlo e venne a sapere che Max aveva finito le pillole che assumeva ed era in crisi di astinenza. “Andiamo dal medico di bordo…” “Non posso, se si viene a sapere che sono un depresso c’è il pericolo che mi sbarchino al primo porto.” Marisa con piglio guerresco, ricordando la tragica fine di suo fratello, si recò dal medico di bordo il quale dopo molte resistenze e cedendo al fascino della sua interlocutrice, le diede una sola pillola del prodotto ma le prescrisse, in francese,  una sua confezione che Marisa stessa avrebbe potuto acquistare la mattina dopo in una farmacia di Tangeri dove la nave sarebbe attraccata. Presa dal sacro fuoco Marisa, sbarcata dalla nave, ebbe la fortuna di trovare lì vicino una farmacia e si presentò con la ricetta per la somministrazione di  10 e non di 1 confezione del prodotto dopo aver modificato così la richiesta. IL farmacista, ex legionario, si accorse subito del trucco e in un primo tempo si rifiutò di consegnare il Maldoxan ma alla vista di 500 Euro… E così la vita del trio riprese regolarmente anche se con qualche variazione: mentre ballavano Marisa si accorse che qualcosa al centro dei pantaloni di Max aumentava notevolmente, si mise a ridere e lo baciò in bocca con la conseguenza che ambedue, chiesta scusa a Chantal si recarono nella cabina del fotografo il quale, messo da parte il suo attrezzo di lavoro, ne sfoderò un altro decisamente allungato che fece dire a Marisa: “Mon ami mai visto un aggeggio così… così grande, sii delicato!” Come inizio un bacio prolungato, profondo sensuale e poi alle ancora deliziose tettine sensibilissime che portarono alla padrona ad un orgasmo per lei inusuale, anche l’ombelico prese parte al banchetto ma la chatte, baciata magistralmente, fece impazzire la padrona che godette alla grande varie volte, alla fine Marisa prese lei stessa ‘ciccio’ in mano e lo introdusse con un po’ di dolore ma molto piacere nella ‘gatta’ ormai inondata, resistette a lungo ma poi: “Mi hai distrutta”, ciao.
    Durante il consueto incontro serale Max notò che Chantal lo guardava in modo diverso dal solito, capì che Marisa le aveva parlato del loro rapporto ravvicinato e prese anche lui a guardarla negli occhi come per dirle alla volgare messinese: “Camaffare?” (tradotto che vogliamo fare?). Inaspettatamente la baby, di solito  molto riservata, lo abbracciò e in un italiano rabberciato: “ Tu stato molto bene con mia amica, pure io…ma non amo uomo con barba…”Il che voleva dire : se vuoi venire con me  tagliati il pizzo! Il giorno successivo ‘l’onor di barba’ sparì dal viso di Max il che fu il lasciapassare nella cabina di Chantal. “Io mai amato maschietto, tu molto gentile, prima fare foto a me nuda.” Chantal aveva dettato le sue condizioni e, dopo una rapida doccia, presentò il suo ‘merveilleux’ corpo agli occhi attoniti di Max il quale attinse alla sua professionalità per ottenere foto ad alto livello: le gambe lunghissime incrociate con le mani sul volto; mezza rovesciata col sedere in primo piano preso dal basso e poi il fiorellino sempre dal basso contornato da una foresta bionda; raggomitolata sul letto, gambe aperte, indice e pollici a forma di occhiali sugli occhi, viso truccatissimo  a mò di ragazza orientale, viso in primissimo piano con bocca ed occhi invitanti; le mani abbracciate al suo corpo girato di spalle e tante altre pose seducenti.
    Fu la baby a stabilire la fine del servizio fotografico, con le mani spinse Max nudo sul lettone che da supino mostrò subito la sua dote principale sorprendendo  la demoiselle la quale:”Mais est une chêne! (quercia)”;  ma non si perse d’animo, forse ricordando i vibratori che usava con la sua amica cominciò a strofinare ‘la quercia’ sul suo clitoride e poi cercare di farsi penetrare ma… allora ricorse alla masturbazione per lubrificare la vagina senza alcun risultato… infine  prese con tutte e due le mani il ‘pirla’ del suo amante finché  lo stesso prese ad ‘eruttare’ ed allora raccolse lo sperma e si impiastricciò il clitoride e vagina facilitando, anche se con un po’ di dolore, l’ingresso  del non amato cazzo sino al fondo a toccare il collo dell’utero  finalmente provando un orgasmo al quale non era mai giunta in quelle condizioni. Felice prese a baciare in bocca un istupidito Max che rimase a lungo  nelle sapienti mani di Chantal finché la stessa: “Jamais entendu autant de plaisir que nous ferons ensemble.” Al telefonino di Chantal giunse da parte di Max il seguente messaggio: “Sono in libera uscita sino a quando…non mi riprenderò dalle fatiche erotiche!” e cominciò a disertare la compagnia serale, situazione non  passata inosservata  ad una cotale normalmente seduta ad un tavolo vicino al trio che prese al balzo la situazione: “Mi scusi se la disturbo, vorrei un ricordo di questa crociera e se lei ha tempo e voglia vorrei che mi scattasse delle foto nei vari locali della nave.” La cotale altezza media, bruna con lunghi capelli ricci che incorniciavano un  viso piacevole anche se un po’ triste, tette non eccessive, longilinea,  gambe affusolate, vestita elegantemente non era stata mai notata da Max che però l’apprezzò sin dal primo sguardo. “Sarà per me un piacere.” E la seguì sino alla sala da gioco. “Se ha finito di fotografarmi con gli occhi vorrei che …” “Mi scusi ma sinceramente mi ha incuriosito, di solito non vengo agganciato da…” “E invece stavolta le parti si sono capovolte ma se a lei non va.” “Ricominciamo da capo: sono Max Arbusi fotografo di Messina  a sua disposizione…” “Caro Max mi chiamo Calogera per tutti Lilla, non amo il mio nome ma l’ho ereditato da una nonna benestante a cui i miei genitori hanno voluto fare questo omaggio.” “Mi permetto di darle di tu, per me sarai Cherì alla francese, un aggettivo che penso ti si addica, di solito  ritengo sciocco fare dei complimenti ma nel tuo caso… sei una signora di gran classe anche se mi meraviglio che sia sola, non vorrei tornare al teatrino, meglio mangiare qualcosa in uno dei bar della nave.” Così iniziò la relazione fra i due che cominciarono a frequentarsi quasi tutti i giorni anche in considerazione di un fatto imprevedibile e particolare:  Marisa e Chantal decisero di sposarsi sulla nave, matrimonio non valido civilmente ma non perseguibile penalmente perché celebrato fuori delle acque territoriali, agganciarono con un ‘cadeau en argent’ il buon capitano, prossimo alla pensione, a cui quei soldini fecero  molto comodo e così, con testimoni due ufficiali di bordo divennero marito e moglie (marito Marisa ovviamente) e poi una gran festa  nel gran salone della nave alla presenza dei croceristi entusiasti di quell’avvenimento particolare. Ovviamente Max fotografò sia la scena del matrimonio che dei festeggiamenti ma ad un certo punto consegnò a Marisa la scheda delle foto, lei:“poi ti manderò un regalone.” Max sparì dalla scena in compagnia di una cherì ansiosa di abbracciare e baciare la sua nuova conquista. “Non vorrai seguire l’esempio delle mie amiche…” ”Più in là ti racconterò la mia complicata storia anche se mi ero prefissa di non farne partecipe nessuno, mi stai diventando molto caro anche se forse non vorrei…” una piccola lacrima sgorgò dai meravigliosi occhi di Lilla, Max capì di non era in caso di insistere a chiedere spiegazioni e l’accompagnò alla sua cabina senza chiederle di entrare.
    “A domani  sogni d’oro.“ Appuntamento la mattina successiva a bordo piscina a quell’ora quasi deserta e chery: “È per me doloroso ripercorrere la mia vita passata ma…ero molto giovane, abitavo con i miei in provincia di Catania, conobbi un giovane del posto fascinoso, sicuro di sé, elegante, apparentemente agiato che mi convinse alla solita fuitina siciliana ma, al rientro, si dimostrò un errore imperdonabile; nel frattempo sposati, mio marito di dimostrò violento tanto di dover ricorrere alle cure al pronto soccorso, ai miei dissi di essere caduta dalle scale. Un giorno bussarono a casa nostra due carabinieri con un mandato di cattura, mio marito era un mafioso ma nella notte, avvisato da una talpa, era fuggito dandosi alla latitanza. Dopo un mese,in un incidente stradale, morirono i miei genitori che mi lasciarono una buona eredità in denaro, in abitazioni e in negozi ma i parenti di mio marito si fecero avanti e mi fecero capire che avrei dovuto dare a loro la maggior parte dei miei beni. Ricorsi allora ad un amico avvocato il quale si rivolese al Tribunale il quale con una sentenza  dispose che: potevo cambiare nome e documenti, vendere tutti i miei beni, avere la separazione per colpa del coniuge e scegliere una residenza, sconosciuta all’anagrafe. Per caso venni a sapere di questa crociera e così mi sono imbarcata sulla Great Beauty, decisione allora per me inspiegabile ma ora…Max ho paura, mi sto innamorando di te anche se mi piacevi di più col pizzo, che fine ha fatto? Ho capito, rasato a richiesta delle due signore di cui…non ti domando nulla, per te dev’essere acqua passata altrimenti…” “Non uso mai la parola amore, per scaramanzia ma nel nostro caso…sei tutta la mia vita e vorrei anch’io festeggiare un nostro matrimonio virtuale, che ne dici stasera? Niente cena, panini alla piastra e poi…” La dolcezza fu alla base del rapporto sessuale fra Max e Lilla, una odorosa crema aiutò la baby a sostenere l’assalto di un ‘ciccio’ arrapatissimo e l’inizio di un amore con la A maiuscola che Venere, Giunone e Mercurio, amico di Max, videro di buon occhio dando la loro benedizione.

  • 19 agosto alle ore 22:29
    Mi vuoi sposare?

    Come comincia: "Mi ricordo ancora perfettamente il giorno in cui le ho chiesto di sposarmi sai? Mi ricordo perfettamente quanto penai per farla uscire di casa, per mandarla in quella spa con una amica, pur di avere campo libero. Mi ricordo l'eccitazione, le sensazioni, l'euforia per quello che stavo per fare. Quanto ero contento. Chiederle di rimanere insieme fino alla fine, non era uno scherzo, era importante, non sai quanto...
    Quando arrivò lo chef a domicilio ed iniziò a preparare il menù che avevamo concordato, che sapevo le sarebbe piaciuto, ero un fascio di nervi. Iniziai a preparare la tavola, la musica che doveva esserci in sottofondo, ancora me la ricordo la canzone della vanoni che avevo scelto con cura.
    Poi tornò, dopo un messaggio della mia amica che mi avvertiva, io che la accoglievo sulla soglia e la accompagnavo a prendere l'aperitivo servito dallo chef, lei ed il suo sguardo sorpreso.
    Poi il pranzo, le chiacchiere, ed il sospetto che leggevo sul suo volto.
    Alla fine del pranzo mi misi in ginocchio e le chiesi di sposarmi, porgendole l'anello fatto fare su misura, come piaceva a me, squadrato, con un piccolissimo diamante incastonato.
    Al suo Si, in quel momento pensai che tutta la felicità del mondo si fosse concentrata per un momento in un solo luogo."
    "Ma allora perché l'hai lasciata?"
    Dietro gli occhi velati di lacrime passarono una lunga serie di nuvole nere, prima di rispodere.
    "Ti rispondo nello stesso modo in cui ho risposto al lei il giorno che me ne sono andato, non lo so."

  • 19 agosto alle ore 22:01
    Follia

    Come comincia: S. ha sempre saputo di essere bravo in quello che faceva.
    Lo faceva bene, con passione, con così tanta passione che dopo un po' non ebbe più tempo per altro. Se ne accorse, non con una epifania improvvisa e sorprendente, ma poco a poco, lentamente, una idea cominciò a diffondersi nella sua testa come un virus.
    Più quell'idea si faceva strada tra gli altri pensieri votati alla sua passione più aveva l'impressione di perdere il controllo. Erano così tanti anni che coccolava ed alimentava la sua passione che sapeva gestirla, sapeva dove avrebbe trovato gratificazione, quando e come impedire che prendesse il sopravvento. Almeno così era convinto.
    In realtà la sua passione era ormai diventata la sua ossessione, era lei che decideva per lui, che decideva quando renderlo cieco, quando e cosa fargli sentire, come usare quel burattino per il prorpio piacere.

    Quando il virus e la passione cominciarono a bisticciare nella sua testa le cose cominciarono ad andare male. Da principio cercò di tenere a bada entrambi, ma capì presto di non avere alcuna arma, controllo, possibità. Lo capì per un breve istante, quando si ritrovò chiuso in casa con la testa talmente occupata a vorticare tra le due cosequalsiasi distrazione preclusa perché l'attenzione era solo per quei due litigiosi esseri.

    Nella sua testa battaglie si susseguivano, in un paesaggio di memorie, tra pensieri e costruzioni di carattere, il virus che attaccava mendando fendenti e chiedendo indietro tutto il tempo che la passione aveva rubato, la passione difendendo la propria posizione e scagliando affondi per riavere quello che il virus aveva piano piano sottratto per tornare ad avere la supremazia su quella marionetta.
    Ma anche i pensieri si stancano, pur senza demordere, fino a che i fendenti e gli affondi non colpivano più l''una l'altra, ma finivano per distruggere quello che avevano a portata, quello che avevano intorno. Andarono avanti così, a lungo, finchè non si accorsero che avevano ditrutto tutto, che non era rimasto nulla su cui ergersi vincitori.
    Quando capirono non poterono fare altro che accasciarsi sul niente che rimaneva ed abbandonarsi alla stanchezza.

    Lo trovò un martedì mattino la domestica.
    Senza alcun pensiero finalmente.

  • 19 agosto alle ore 20:54
    Retromarcia

    Come comincia: C. "Mi dici che hai?"
    N. "Ho preso una strada a senso unico e senza uscita, sto cercando di tornare indietro, ma è come guidare una macchina con il llunotto posteriore oscurato, di notte, in una strada stretta e senza illuminazione. Ci metterò un po', ma alla fine ne uscirò e prendererò una altra strada."
    Sul volto di C. lo sguardo interrogativo di chi non ha la più pallida idea di cosa stai parlando e sulla bocca qualcosa che potrebbe essere un "vaffanculo" o un "ma che cazzo stai dicendo". Ma dura poco, sorprendetemente, lo sguardo stranito scompare sostituito da un mezzo sorriso ed un incoraggiamento sussurrato "Hai solo bisogno di un po' di tempo".
    Un altro sorso di birra per entrambi, da quelle due bottigglie di Corona che grondano sudore freddo in quella calda serata di agosto e gli argomenti tornano ad essere quelli di sempre.
    Succede così, che anche se mascherata, una confidenza diventa un segreto condiviso e comincia a pesare di meno, e quasi ti sembra di avere qualcuno che, mentre fai manovra per tornare indietro, comincia a darti indicazioni come un parcheggiatore abusivo.

    Qualche giorno dopo, stessa Corona sudata, stesso tavolino, soliti argomenti.
    Tra un tiro e l'altro dell'ennesima Marlboro C. "Allora, come procede la retromarcia?"
    Stavolta lo sguardo stralunato è quello di N., colto alla sprovvista, ma dopo averci pensato un po' "Procede, a fatica, ma procede."
    C."Ce la fai?"
    N "E' dura, lo sai, dovrei prendere una decisione drastica."
    C. "E tra quanto la prenderai?"
    N. avrrebbe voluto avere la risposta, oppure che il mondo in quel momento si fermasse, che smettesse di girare, che il tempo gli facesse la grazia di fermarsi, almeno un po', giusto quello che basta per trovarla quella risposta a cui aveva pensato così spesso, invece rimase in silenzio per troppo tempo.
    C. "Sei messo peggio di quanto pensassi..."
    Fu come se il parcheggiatore abusivo avesse urlando "Indietro non in avanti!" mentre l'auto procedeva a scatti.

    Mesi dopo, cercando di non farsi rubare anche l'ultimo briciolo di vita dal resto del mondo, di nuovo di fronte ad una birra, con una altra sigaretta ed i soliti discorsi in bocca.
    C. "Sei di nuovo strano, ancora in retromarcia?"
    N. "No, finito"
    C. "E allora cos'è sta faccia?"
    N. "Me ne vado"
    C. "Ma dove cazzo te ne vuoi andare?"
    N. "Lontano, ma non posso dirti niente adesso"
    C. "Ma sei un bastardo! Non ci credo! Tiri il sasso e nascondi la mano! Dimmelo!"
    N "Puoi insistere quanto vuoi, ma non ti dirò niente stasera, mettiti l'animo in pace"
    C. "Almeno verrai a salutare prima di partire!"
    N. "Lo sto facendo adesso"
    C. "Ma tra quanto parti?"
    N. "Presto, molto presto"
    C. "Domani? Domenica? Lunedì?"
    N. "Presto"
    C. "E non vuoi dirmi niente?!"
    Il battibecco occupò il resto della serata, come il parcheggiatore abusivo che chiede il suo compenso e l'autista che non vuole cedere perché alla fine ha fatto comunque tutto da solo. Nonostante solitamente vinca il parcheggiatore stavolta l'autista se ne andò vincitore, ma senza soddisfazione.

    Al tavolo oggi C. è seduto da solo, anche se le bottiglie sul tavolo sono sempre due.
    C. "Il brindisi è con te bastardo, ma alla salute mia e mi berrò anche la tua."
    C. è vestito elegante, gli sta bene, anche se lo fa troppo serio per come lo conosce N., che se fosse stato presente lo avrebbe preso in giro, anche per le lunghe scarpe nere che sembravano quasi valigie.
    C. finisce tutte e due le birre, si alza, paga il conto e si avvia a casa, esattamente come tutte le altre volte.

    N. è seduto ad un tavolino di un bar da tanto tempo, con una birra ormai calda in mano.
    Ha l'impressione di avere la testa vuota, leggera, come quando sei di fronte ad uno spettacolo della natura che ti riempie gli occhi a tal punto da non poter aver nessun altro pensiero, perché l'unica cosa che riesci a fare è cercare di imprimerti in testa quell'immagine meravigliosa. I suoi occhi vedono da quando si è seduto pezzi di vita sulla banchina del treno, costantemente in movimento, brulicante ed affannante vita. Di punto in bianco solo un pensiero "E' solo una altra strada", si alza e si avvia verso il binario.

  • 19 agosto alle ore 9:51
    Tu sai perché

    Come comincia: Era seduta vicino a lui e guardavano attraverso la stanza, un altro tavolo.
    Lui era trasandato e selvaggio, i due anelli che indossava sul pollice e medio raccontavano la storia dei suoi avi. I suoi occhi neri nascondevano le cicatrici di una vita che non aveva scelto.
    Lei pensò che lo conosceva troppo bene per qualcuno che non conosceva quasi per niente.
    Stavano guardando il tipo carino, che era uscito con lei stasera, e che ora stava chiacchierando con la sua migliore amica.
    “Non è l’uomo giusto per te, sai.” Le disse muovendo distrattamente il plettro tra le dita. “Ha occhi inquieti. Ti farà soffrire.”
    Lei lo osservò da lontano: “Anch’io ho occhi inquieti.”
    “No, tu hai… tu hai il caos negli occhi. Come l’Universo all’inizio dei tempi. Non è la stessa cosa.”
    Il suo accento slavo misto al suo inglese imperfetto lo rendevano ancora più ombroso, ma il suo sguardo tradiva la bontà del suo cuore.
    “Tu sei una stella luminosa fissa nel cielo, lui è solo una fredda cometa alla deriva. Non sa quel che vuole. Non lasciare che i suoi detriti offuschino la tua luce. Sai che ho ragione.”
    Lei si girò a guardarlo: “Come fai a esserne così sicuro e perché sai che lo so?”
    Lui ricambiò lo sguardo e lei sentì il suo calore attraversarle le ossa.
    Mentre lo fissava negli occhi, come uno specchio impietoso essi le mostrarono tutte le bugie che si era detta per anni.
    Le disse semplicemente: “Potrei dirtelo o non potrei, non ha importanza, tu sai perchè.”
     
    Originale:
    You know why
     
    She was sitting next to him. They were looking across the room at another table.
    He was scruffy and wild, the two rings he wore on his thumb and middle finger told the tale of his ancestry. His black eyes hid the scars of a life he never chose.
    She tought that she knew him too well for someone she didn’t quite know.
    They were watching her date, the nice looking fellow, who was now chatting with her best friend.
    ‘He’s not the right man for you, you know.’ He told her moving absent-mindedly the guitar pick through his fingers. ‘He’s got troubled eyes. He will hurt you.’
    She looked at him from a distance: ‘I have troubled eyes too’.
    ‘No, you have chaos in your eyes. Like the Universe at the beginning of time. It’s not the same thing.’
    His slavic accent mixed with a slightly imperfect English made him even more shadowy, but his look betrayed the kindness in his heart.
    ‘You are a bright star fixed in the sky, he is just a cold comet going astray. He doesn’t know what he wants. Don’t let his debris dim your light. You know I’m right.’
    She turned to look at him: ‘Why are you so sure, and why do you think I know?’
    He returned her gaze and she felt the warmth of it hitting her bones.
    As she looked into his eyes, like an unforgiving mirror, they showed her all the lies she had been telling herself for years.
    He simply told her: ‘I could tell you or I could not, it doesn’t really matter, because you know why.’

  • 16 agosto alle ore 16:20
    Un dolce ritorno

    Come comincia: Dopo trent’anni Alberto stava rientrando al natio borgo selvaggio. A bordo della nave da crociera ‘Costa Magnifica’ si era imbarcato nel porto di Buenos Aires con destinazione Italia, scalo a New York. Gli veniva amaramente da ridere nel paragonare il viaggio di andata con quello attuale di ritorno. Attualmente occupava una cabina singola di prima classe con tutti i confort compresi musica in sottofondo e l’aria condizionata che mandava i suoi dolci e freschi effluvi senza alcun rumore. Scendeva la sera, orario di cena, per motivi anche per lui non ben definiti, aveva preferito avere un tavolo in perfetta solitudine mentre tutti gli altri commensali parevano divertirsi alla grande abbuffandosi e bevendo oltre il normale con la solita scusa: è tutto pagato. Alberto aveva disertato il classico pranzo col comandante molto ambìto da molti per motivi che a lui sfuggivano, insomma si stava comportando da romito (giusto aggettivo anche se inusuale) per non parlare delle avances di varie pulselle le quali evidentemente avevano apprezzato il suo stile: altezza 1,80, anni quarantacinque, abbronzato, capelli castani con striature di grigio, viso mascolino,  occhi grigi un po’ tristi, fisico atletico, vestito elegante. Il motivo del distacco dal sesso femminile era dovuto alle recenti vicende che lo avevano portare alla decisione di rientrare in Italia dopo ventisette anni di emigrazione forzata in Argentina. Correva il suo diciottesimo compleanno, festa sull’aia del terreno che coltivava in aiuto ai suoi genitori in villaggio Strada Nuova di Cingoli (Mc), erano presenti alcuni parenti siciliani che erano venuti ad accomiatarsi in quanto stavano partendo per l’Argentina, il suolo che coltivavano non dava più loro da mangiare a sufficienza e quindi l’emigrazione era l’unica via di uscita. Ispirazione immediata: “Papà e mamma ho deciso, andrò con gli zii in Argentina, il tempo di fare un po’ di soldi e poi ritornerò.”  Il gelo era sceso sui commensali, Alberto era l’unico figlio maschio della  famiglia Mugianesi, oltre a lui altre tre sorelle tutte dedite al lavoro dei campi. Classica valigia da emigrante di cartone pressato e spago, imbarco nel porto di Catania in una nave che aveva visto tempi migliori ma il basso prezzo del biglietto non permetteva altro agli emigranti. Cabina da quattro posti che ospitava otto persone, due per cuccetta, servizi igienici carenti, sala mensa per modo di dire, tutti stretti gli uni agli altri, cibo scarso e mal cucinato. I trenta giorni di imbarco un pessimo ricordo sino allo sbarco a Buenos Aires dove erano ad attenderli dei carri tirati da buoi, il loro mezzo di locomozione per arrivare alla fazenda dove erano destinati. Stanchissimi, un letto sgangherato con materasso riempito di foglie di mais anziché di lana gli era sembrato il giaciglio della ‘principessa del pisello’ di antica favola. Mattina sveglia alle cinque: mungitura delle vacche, trasporto del latte nel locale dove si producevano formaggi, pulizia delle stalle e tutto quanto riguardava l’andamento della fattoria. Il sole cocente non migliorava la fatica dei trabajadores, alcuni dei quali italiani soprattutto del profondo sud i quali, abituati a lavori duri, non si lamentavano al contrario di Alberto che stringeva i denti rimpiangendo la dolce sua casa sgangherata ma… Il lavoro con intervallo per il pranzo, finiva la sera dopo cena tutto a base di carne e poi alle 22  tutti a letto. Alberto aveva preso l’abitudine di spendere pochissimo, i soldi guadagnati li ripartiva in parti uguali fra risparmio ed invio ai suoi in Italia. Unico svago il sabato sera: in un locale della fattoria si ballava il tango, Alberto si appassionò nell’arte di Tersicore ed ebbe i complimenti da parte di qualche pulsella molto brava in quel campo ed anche in altri…   era diventato un bellissimo uomo conteso dalle signorine ed anche da alcune signore non proprio soddisfatte delle prestazioni amorose dei rispettivi compagni.  La svolta nella sua vita avvenne quando nella fattoria venne in visita la padrona,  tale Maria Dolores Catena Crocifissa che dal nome faceva presagire, come sicuramente era,una donna dai costumi rigidissimi e poco incline alle cose di questo mondo. Fisicamente da quel che si poteva intuire dai larghi e lunghi vestiti, doveva avere un corpo longilineo, alta circa un metro e settanta, occhi nerissimi, viso serio poco incline alle facili battute. La dama era accompagnata dal consorte, un signore insignificante,magro, più piccolo di lei in quanto a statura ma maggiore di età che si appoggiava ad un bastone. I padroni vollero conoscere i nuovi arrivati e quando a Maria Catena Dolores Crocifissa si presentò il bell’Alberto la stessa ebbe una reazione che lei stessa non riuscì bene a comprendere: era rimasta affascinata dal bel giovane tanto da non trovare nemmeno parole di convenienza. Questo non le impedì di farlo invitare dal suo segretario alla cena dei padroni.  “Mi raccomando si lavi bene e metta il miglior vestito che ha.” il consiglio del segretario dei signori. La dama mangiava poco ed ancor meno apprezzava le battute degli altri invitati che volevano avere la sua benevolenza, tutti conoscevano la potenza economica dei due coniugi: immensa! Madama decise di prendere il  caffè in un vicino salottino dove, sempre a mezzo del suo segretario, invitò l’Albertone in verità un po’ frastornato. Un finto baciamano da parte sua fu molto apprezzato da Maria. “Mi parli di lei, quando è arrivato in Argentina.” Alberto sinteticamente raccontò la sua vita in Italia anche quella parte in cui, oltre a lavorare nei campi, si recava a scuola ed aveva studiato il latino ed il greco. Madame era in subbuglio: educata dalle suore Carmelitane era pregna di puritanesimo e non ammetteva alcun peccato di natura sessuale, aveva sposato il marito dietro spinta dei rispettivi genitori che volevano riunire i loro patrimoni. A letto il buon Ferdinando si era dimostrato un disastro, qualche volta a malapena riusciva a fare il suo dovere di coniuge con poco piacere da parte della consorte la quale si era convinta che il sesso fosse una cosa sporca da non praticare ma dopo l’incontro con Alberto Mugianesi qualcosa scattò nel suo cervello puritano: di notte lo sognava in pose lascive con la conseguenza di pianti di pentimento. A tal proposito chi ci andava di mezzo era il povero curato della chiesa vicina il quale talvolta veniva svegliato nel pieno della notte dalla dama la quale voleva confessarsi subito per aver avuto ‘cattivi pensieri’. Don Basilio vecchio e malato non aveva alcuna voglia di aprire la chiesa per confessare Maria ma le generose elargizioni in denaro lo convincevano a dar retta a quella pazza puritana. La svolta alla vicenda avvenne in modo naturale: don Ferdinando, in seguito ad un caduta da cavallo, si ruppe l’osso del collo e così Maria Catena Dolores Crocifissa, divenuta vedova, ebbe strada libera alle sue mire di poter godere legalmente delle ‘grazie’ di quell’Alberto che l’aveva fatta innamorare.
    Ovviamente il parroco pretese tre mesi di indottrinamento prematrimoniale al quale  Maria si sottoponeva con grande entusiasmo, un po’ meno Alberto che, da buon ateo, riteneva ridicole e inutili  quelle pratiche ma il gioco valeva la candela anzi un bel candelotto!
     Il matrimonio, in forma solenne, avvenne la sera di una calda giornata estiva: tutta l’élite della zona fece da contorno festante agli sposi senza tener in alcun conto la differenza di venti anni di età fra i due, un piccolo dettaglio quando si tratta di gente benestante! Maria ecc. ecc., dopo vari anni di convivenza con Alberto, ebbe la sfortuna per lei (ma non per il consorte) di cadere sui scalini della chiesta e di rimanerci stecchita da qui il ritorno di Alberto nei luoghi di nascita. Il  marito di Maria si era nel frattempo preparato il terreno per far rientro al natio borgo selvaggio acquistando due fattorie, una a villa Strada e l’altra a Troviggiano dove erano impiegati circa cinquanta contadini,  l’Albergo ‘ Il balcone  delle Marche’ che aveva fatto ristrutturare con il disegno di un architetto di grido e poi, vendute tutte le proprietà, si era trovato in banca un gruzzolo davvero consistente. Suo corrispondente in affari era il notaio Nascinbene di Macerata che aveva ben curato tutti i suoi lucrosi affari. La nuova vita di Alberto Mugianesi, anni quarantacinque, iniziava in quel momento. Il motivo dell’uso della nave anziché dell’aereo per rientrare in patria era stato un capriccio: portare con sé la Alfa Romeo Giulietta spider color bianco che era stata la sua più fida compagna di scorribande… Sbarcato nel porto di Ancona, strada per Jesi, svincolo per Cingoli e ‘approdo’ all’albergo ‘Il Balcone delle Marche’.
    IL suo arrivo non era passato inosservato, il direttore gli era andato incontro con inchino profondo e sorriso a trentadue denti, il personale riunito, insomma una presentazione ufficiale.
    Cingoli è un paese di circa tremila abitanti, altezza 500 metri sul livello del mare, boschi a vallate alberati, numerosa fauna locale ambita preda di cacciatori venuti anche da altre contrade, inverno rigidissimo ma estate deliziosamente fresca, clima che attirava molti turisti non entusiasti del mare. Passati gli attimi iniziali, Alberto prese contatti con i notabili del paese, ritornò a visitare la vecchia casa di campagna (ormai in sfacelo) dove era nato e vissuto, i genitori erano deceduti, le sorelle emigrate in Germania. Si sentiva come un corpo estraneo  in ambiente non suo e quindi decise di prendere contatti sia con le autorità che con i comuni cittadini. Con il Sindaco ed il Parroco fu facile: ambedue erano in eterna ricerca di denaro per sistemare gli edifici pericolanti del Comune e della Chiesa,col portiere dell’albergo ancora più facile. Dario, padre di quattro figli, in eterna lotta con i debiti, ebbe un sostanzioso aumento di stipendio. “Signor Alberto come posso ricambiarla’” “Tienimi al corrente di tutti i pettegolezzi del paese, fammi sistemare la Alfa Giulietta e dammi del tu.”  Anche ‘ciccio’ aveva i suoi problemi presto risolti da Rosina, donna delle pulizie il cui marito, falegname, si interessava poco del legno e più del vetro (amava il vino) e così la consorte era costretta a straordinari per mandar avanti la famiglia e i due figli. Quando Alberto velatamente gli fece la proposta di riempire con la sua presenza le sue notti insonni fu talmente entusiasta che abbracciando il futuro amante caddero ambedue a terra con grandi risate. La signora, di schiatta contadina, si faceva apprezzare per aver tutte le sue cosine intime dure come il marmo, era disponibile a tutti i giochini di Alberto che in piena notte era capace di svegliarla per una sveltina.  Ultima cosa importante il collegamento con la cittadinanza che lo conosceva solo per le varie storie che circolavano sul suo conto.  Alberto decise di programmare una festa nel grande salone dell’albergo invitando tutti i cittadini a partecipare al banchetto. Cibarie a volontà, vivi e liquori, striscioni di benvenuto all’ex emigrante che aveva fatto fortuna all’estero, discorsi da parte delle autorità: Prete, Sindaco, farmacista, comandante stazione dei Carabinieri e di alcuni proprietari terrieri, un successo sottolineato da musica argentina,il tango naturalmente, ballo al quale Alberto era ovviamente il ballerino principale ma, alla fine della serata, l’anfitrione, stanco, decise di ritirarsi in una saletta riservata dichiarando il suo ko.
    La cosa non era passata inosservata a due damigelle in villeggiatura da Roma Aurora e Greta che si avvicinarono all’anfitrione, si sedettero al suo tavolo e: “A coso che ne dici di farci assaporare le tue doti di ballerino?” Aurora aveva dimostrato una bella faccia tosta ma non era stata ricambiata:”Ragazze sono sincero, se me la sbatteste in faccia in questo momento andrei in bianco, che ne dite di rimandare a giorni futuri quando…”
    Alberto si era disteso su un divano, occhi chiusi, percepì le labbra delle due damigelle che a turno se lo baciavano ma restò immobile e si addormentò. Si ritrovò la mattina successiva con una coperta addosso,  sicuramente Dario aveva provveduto a non fargli percepire il freddo della notte e non appena aperti gli occhi il fido portiere: “Alberto ti accompagno in camera tua, fatti una doccia e se te la senti vieni a pranzo, è l’una.” Recuperato il suo vigore, l’Albertone pensò bene di riagganciare le due pulselle che, da quello che ricordava, dovevano essere di notevole bellezza oltre che di faccia tosta. Il solito Dario fornì le notizie richieste, chi meglio di lui, aveva il registro delle presenze! Aurora Rocchegiani anni 23, Greta Bellinvia anni 24 ambedue residenti a Roma in via Merulana 123. Alberto pensò bene che fosse buona norma aggiornarsi del significato dei nomi e così venne fuori che Aurora raffigurava una rosseggiante, luminosa, splendente d’oro mentre Greta era persona preziosa e rara. Munito delle informazioni non fu difficile agganciare le due amiche nell’atrio dell’albergo mentre stavano per uscire. “Che ne dite di una passeggiata in spider in luoghi rupestri intorno a Cingoli?” Le due baby non se lo fecero dire due volte  e con un salto entrarono in macchina. “Atletiche le signorine immagino palestrate e poi dai nomi importanti.” E qui Alberto fece sfoggio del suo sapere sull’araldica lasciando un po’ stupite le damigelle. Aurora altezza 1,65, capelli corvini crespi che  incorniciavano un viso dalla pelle bianchissima, occhi sorridenti, bocca da…, seno forza quattro, gambe muscolose, un’atleta mentre Greta era all’opposto: capelli lisci, lunghi, biondi, occhi da militare ossia grigio verdi, naso all’insù, bocca dalla labbra più sottili dell’amica, seno minuto, gambe chilometriche, altezza 1,75. Quel che colpiva in lei erano gli occhi che cambiavano in continuazione espressione dalla più divertita alla burbera e a quella triste. “Dato che vedo che hai una Canon perché non ci fotografi anche con essa oltre che con gli occhi bello zozzone, tale ti ritengo ed è un complimento!”
    Così parlò Greta sfoggiando uno sguardo di sfida. Alberto aveva fermato lo spider in uno spiazzo, dinanzi un bel panorama: “Amo gli spazi aperti che mi danno sensazioni di benessere in cui lo sguardo non è imbrigliato ma è libero di allargarsi all’infinito, non ricordo dove ho letto questo pensiero ma è la sensazione che provo in questo momento.” “Greta abbiamo scoperto un filosofo, di solito sono brutti e vecchi mentre lui mi fa arrapare!” e lo prese a baciare forsennatamente in bocca, Alberto non si sottrasse dinanzi agli occhi divertiti di Greta la quale: “Vorrei che ci raccontassi qualcosa della tua vita, sei piaciuto ad ambedue la prima volta che ti abbiamo visto e mò, e mò siamo in crisi!” Alberto si mise in mezzo e le abbracciò entrambe così si  incamminarono lungo un sentiero, un quadro da dei pagani, un mortale fra due dee. Il giorno successivo fu quello delle rispettive confidenze: le due ragazze non avevano molto da raccontare, amiche sin da piccole ora frequentavano l’università in scienze moderne. Più difficile per Alberto che fu sincero sino al fatto della conoscenza della futura moglie che tralasciò, non voleva far la parte del macrò e così si inventò la storia del padrone che lo aveva preso a benvolere e lo aveva istruito nel mestiere di giocatore in borsa; era divenuto tanto bravo da superare il suo insegnante e diventare ricco.
    Anche se non era stato convincente le due baby non fecero obiezioni. I rapporti fra i tre divennero ogni giorno più stretti, licenziata con una sostanziosa buonuscita la brava Rosina i tre cominciarono la manovre di avvicinamento sessuale: prima bacini bacini poi bacioni bacioni e poi finirono tutti e tre nel lettone. Alberto divenne sempre più pretenzioso: chiese alle amiche che avessero anche rapporti fra di loro, Aurora e Greta, sempre più innamorate non si tirarono indietro e così giunse la metà di settembre quando le ragazze dovettero rientrare a Roma.
    Dilemma: lasciarsi oppure…Prima ipotesi scartata dal trio che giunse alla conclusione, poi messa in atto, che Alberto comprasse casa a Roma, magari nello stesso loro isolato e così fu.
    Questa volte le invidiose dee Venere e Giunone ebbero pietà e non interferirono nel trio, un trio formidabile nel quale erano  sorti, anche se inusuali, due sentimenti: passione e amore!

  • 16 agosto alle ore 11:27
    Issigonis (chi era costui?)

    Come comincia: Che i romani avevano ed hanno la consuetudine di dare soprannomi ai loro concittadini è cosa risaputa ma che ad Alberto Sciarra avessero appiccicato quello di ‘Issigonis’ era un mistero per tutti ma non per Nando, il portiere dello stabile in via Conegliano dove il cotale dimorava. Alberto era da circa vent’anni il proprietario di una Mini verde decisamente scalcinata e bisognevole di riparazioni ma a cui l’interessato non poteva provvedere col suo stipendio di impiegato delle poste tenuto conto delle spese di affitto, di condominio, di luce, di gas ecc. insomma quelle che tutti noi hanno e che ci  condizionano la vita finanziaria. Nando era un appassionato di auto, acquistava regolarmente la rivista ‘Quattroruote’ e quindi era venuto a conoscenza che padre delle Mini di Alberto era un certo ‘Issigonis’ingegnere britannico di origine greca progettista di quella auto che, a suo tempo, aveva un po’ rivoluzionato i gusti degli automobilisti. Alberto era spesso triste, conduceva una esistenza grama con poche soddisfazioni: niente donne se non raramente qualche prostituta e talvolta un qualcosa che assomigliava a quel monte citato nei promessi sposi, (!) un  tran tran quotidiano casa ufficio, serate dinanzi alla TV, insomma uno schifo di vita. Suo nonno aveva sentenziato: ‘ Tre sono le cose che ti rompono i coglioni: la cattiva salute, la povertà e la solitudine!’ Proprio vero, a parte la salute abbastanza buona per il resto…  solo un colpo di fortuna avrebbe potuto cambiare la sua vita e quel colpo avvenne la mattina di un sabato. Telefonata:“È lei il signor Alberto Sciarra?” Ancora intontolito dal sonno e credendo ad uno scherzo: “Ma lei che cacchio vuole a quest’ora  da me, chi è?” “Mi scusi se non mi sono presentato , sono il notaio Luigi Camberra, ho lo studio in via Cavour qui a Roma, sono il corrispondente di uno studio notarile di New York il cui titolare mi ha incaricato di farle conoscere la notizia che, in seguito alla morte di un suo parente, tale Sinesio Sciarra, lei è l’unico erede avendo l’interessato diseredato tutti i suoi figli, mi sente?” “Per favore mi dia il suo numero di telefonico, lo richiamerò fra poco.”  E così fece il prode Alberto, avuta conferma della veridicità della notizia, vestitosi alla svelta, senza nemmeno lavarsi si precipitò in quello studio. “Mi scusi la diffidenza ma in giro ci sono stante persone che non hanno nulla da fare e che …” “Comprensibile signor Sciarra, i beni di suo zio sono molti e molto sostanziosi: abitazioni, terre coltivate, ristoranti ed altro,  fra poco le leggerò l’elenco…” “Lasci stare l’elenco, per ora desidero solo una cosa che lei interessi la Banca Popolare S.Eustochia di via Taranto affinché metta a mia disposizione somme di Euro in contanti ed una carta oro con credito illimitato.” “Signor Sciarra lunedì verso mezzogiorno potrà recarsi in quell’Istituto di Credito e, mostrando un suo documento, avrà tutto quello che desidera, di nuovo complimenti.” Il perché Alberto ce l’aveva con quella banca era dovuto al fatto che il suo direttore gli aveva negato per ben due volte la concessione di un mutuo per l’acquisto di un’abitazione.  L’entrata in banca da parte di Alberto fu trionfale, non più tronfio distacco da parte del direttore ma un inchino a novanta gradi: “Signor Sciarra abbiamo ricevuto la  bella notizia da parte del notaio Gamberra, inutile dire che siamo a sua disposizione.” “Se non ricordo male…” “Signor Sciarra lasciamo stare il passato, le ho preparato una carta oro con credito illimitato e cinquantamila Euro in contanti.” Alberto volle fare il grande salutando personalmente tutti gli impiegati e, impettito, lasciò l’istituto di credito. Il nostro protagonista per organizzare la nuova vita prese un quaderno per gli appunti.  Primo: trenta giorni di aspettativa non retribuiti, acquisto,di una nuova Mini e di vestiario, una donna di servizio e qualche femminuccia, per ora poteva bastare.” “Taxi S.Giovanni? Per favore un  vostro taxi venga a prendermi in via Conegliano 8, grazie.” “Dottò dove annamo?” “Dove ci so i negozi più eleganti.” “Ho capito via del Corso.” “Preferisco venire davanti con te, ti dispiace?” “Dottò è un piacere, sa quanti maleducati trasporto!” All’arrivo in via del Corso:  lauta ricompensa e poi: “Dammi un tuo biglietto da visita, se ho bisogno ti chiamo.” “Grazie tante dottò.” Al suo ingresso nel negozio si avvicinò un giovane efebo che, guardandolo come un appestato: “Non vorrei che lei avesse sbagliato negozio…” “A coso io me compro te e tutto il negozio!” Nel frattempo si era avvicinato il direttore:”Lo scusi ma Joe è americano e non…” “Lasciamo perdere, questa è la mia carta di credito oro,  mi devi vestire dalla testa ai piedi. Dopo circa un’ora e mezza sul pavimento del negozio erano accatastati un bel numero di pacchi e pacchetti… “Vorrei portarmi via tutto con me…” “Abbiamo un furgoncino per queste occasioni.” “Dottò dove annamo?” (A Roma darti il titolo di dottò è segno di rispetto) “Dimme un po’ ma quel commesso…” “Il direttore è ambidestro, insomma gli piacciono sia le femminucce che i maschietti effeminati.” L’arrivo  a casa ovviamente non passò inosservato, ormai si era sparsa la voce chissà come dell’eredità di Issigonis o meglio del signor Alberto, nessuno più avrebbe avuto il coraggio di chiamarlo per soprannome. Altre modifiche alla vita del nostro eroe: posto fisso per l’auto nel garage sotto casa, acquisto dell’altro appartamento del suo piano dopo la morte del proprietario, contatti con l’architetto del terzo piano per un progetto di risistemazione dei due appartamenti in uno, ingaggio di una cameriera a tutto servizio, acquisto di un bilocale ad Ostia vicino alla spiaggia.  Il portiere Nando al quale si era rivolto: “Ma quale cameriera, mia moglie Rosa è bravissima, è subito a sua disposizione, Rosa!!!” La dama quarantenne era la classica figlia di contadini, robusta ma non obesa, altezza media, tette notevoli, bel sedere insomma ci poteva venire fuori qualcosa. E così fu. “Issigonis o scusa signor Alberto qualche ordine particolare per la casa e..per lei personalmente.” “Rosa lascia stare il lei, è un po’ che vado in bianco che ne diresti se ci facciamo una doccia insieme?” Il dopo doccia fu entusiasmante, per farlo contento Rosa accettò il meglio di un rapporto sessuale senza escludere nulla, Alberto fu soddisfatto e mise mano al portafoglio. Nel frattempo acquistò una Jaguar cabriolet, una passione quella sua per le macchine inglesi. In seguito sesso a go go quando non era di turno la cameriera ufficiale. “Alberto ma non pensi ad altro che alla pelosa?” “No mi piace pure il tuo culino, la tua bocca, le tue tette e quando mi lecchi tutto troiona mia!” Un giorno entrando nella portineria vide una ragazza al posto di Nando. “Scusi signorina il portiere?” “Mio padre è uscito, può dire a me.” Quel pezzo di gnocca la figlia di Nando e di Rosa? Non assomigliava a nessuno dei due! Alta, bionda con capelli a chignon, sguardo affascinante, tette piccole ma sensuali, gambe chilometriche , qui c’era qualcosa che non andava.  Alberto decise di indagare: venne fuori che Nando e Rosa in passato gestivano una locanda ma, venuto a conoscenza di quel posto di portiere, tenuto conto che gli affari non andavano nel modo migliore, lasciò la locanda per avere un alloggio gratis ed un buon stipendio. Dopo accurate indagini, Alberto pensò di aver scoperto l’arcano: un cliente di passaggio, non certo di natura mediterranea, aveva lasciato il segno dato che Rosa talvolta arrotondava gli introiti con qualche incontro occasionale, il riscontro di questa conclusione era che ogni anno, prima del compleanno di Miriam, questo il nome della figlia, perveniva dalla Svezia una raccomandata con dentro… Passato un mese, finiti i lavori dei due appartamenti riuniti, l’Albertone pensò bene di organizzare un sabato sera una festa alla quale furono stati invitati tutti gli inquilini della sua scala. Un successone: il buffet era stato affidato al bar Berni della stessa via,  il padrone aveva chiesto una cifra esorbitante, era stato accontentato, il salone di Alberto sembrava il bar della stazione Termini.  Il padrone di casa era stato invitato a ballare da Rosa: “Ti prego abbracciami e balliamo, lo desidero senza che ci sia di mezzo il sesso.”  “Mia cara caschi male, una volta mi sono rivolto ad una scuola di danza, dopo due lezioni il proprietario mi ha restituito il canone dicendo. “Non le voglio rubare i soldi, ballare non è cosa sua!” Quel che cambiò l’atmosfera della festa fu l’ingresso nell’appartamento di Miram: truccatissima, soliti capelli a chignon con striature di grigio, camicetta rosa scollata che lasciava intravedere due meravigliosi seni,  minigonna fucsia  e scarpe con tacco altissimo che la faceva sovrastare alla maggior parte dei presenti, una bomba che non lasciò indifferente il padrone di casa. “Quella è mia figlia per te off limits! Miriam esce di casa solo per andare all’università ed in palestra, non metterti idee sbagliate in testa, é sicuramente ancora vergine!” Rosa aveva assunto il ruolo di  madre ultraprotettiva ma ne aveva ben donde perché Issigonis  era rimasto completamente abbagliato, mai vista nemmeno al cinema cotal bellezza ma come avvicinarla? Non certo all’università ma in palestra? Un pomeriggio seguì la baby e dopo un po’ entrò anche lui nel locale iscrivendosi come frequentatore giornaliero, sabato compreso.  Dopo qualche giorno Miriam si accorse della presenza di Alberto, gli fece un cenno della mano ma nessun contatto diretto. L’amante di sua madre però non demordeva, voleva sapere di più sulla baby e così si accorse che la cotale era troppo in confidenza col suo palestrato istruttore americano, una volta li vide uscire dal bagno delle femminucce, altro che vergine, Miriam scopava della grossa e allora anche lo zio Alberto poteva provarci, ma come? Ricordò che durante la festa Miriam gli aveva accennato di un certo profumo giapponese molto di moda ma costosissimo. La mattina seguente visita ad una profumeria del centro certamente molto fornita. “Signore sono a sua disposizione.” una commessa brunetta niente male. “Mi hanno parlato bene di una profumo giapponese che va per la maggiore.” “ Molto probabilmente si riferisce al ’My Tsu Quo’, vado a prenderne una confezione.  Già dalla scatola esterna si capiva che doveva essere qualcosa di speciale, figura di una giapponesina col costume nazionale circondata da fiori. “Non le ho detto il prezzo.” “Non è un problema questa la mia carta di credito.”E poi sguardo della commessa dritto negli occhi del buon Alberto per come per dirgli: “Anche a me piacerebbe averlo, se tu vuoi…” Altrettanto diretto sguardo di Alberto alla commessa: “Ho già dove foraggiare il mio cavalluccio, niente da fare.” Allora sorse il problema come agganciare Miriam per regalarle il profumo. Un giorno vide portiere e consorte uscire dal portone, sicuramente Miriam li stava sostituendo. Alberto scese in portineria: “Che ti dice ‘My Tsu Quo’?”  “Da quando signor Alberto lei si interessa ai profumi?” “Lascia perdere il signore, per chi ci crede sta in cielo, e ti rispondo: da quando ha conosciuto una strafica ragazza che non lo fa più dormire la notte!” “Ho capito, tu do del tu: mi hai vista con Frank in palestra, a me piace godermi la vita, non sono puritana come mia madre, dimmi la verità hai già  comprato quel profumo, me lo vuoi regalare ma in cambio di…”  “Una gita in Jaguar sino al due vani che ho ad Ostia vicino alla spiaggia.”  “Penso che nel due vani sia compreso un bel letto matrimoniale!”  “Oddio messa così…” “Appuntamento fra due giorni alle nove di mattina a piazza Ragusa, dirò ai miei che sono impegnata all’Università, vieni in macchina, mi troverai ad aspettarti” La situazione si era favorevolmente evoluta a suo favore forse con troppa facilità ma chi se ne fregava l’importante era che..si sarebbe fatto una gnocca che più gnocca non si può.  Miriam era con camicetta trasparente e gonna ampia e non reagì quando Alberto le mise una mano fra le cosce. “Abbia pazienza, aspettiamo di essere a casina tua, mi son portata anche il costume, avremo tutto il giorno per noi.”  Alberto avrebbe preferito andare subito al dunque ma la baby  si presentò con un mini costume ispirato alla spiaggia di Paema in Brasile. “Andiamo in acqua perché vedo che il mio ciccio si sta…” Fammi vedere il micione.” E abbassò il costume ad Alberto il cui coso prese a crescere a vista d’occhio. “Chi l’avrebbe detto un super dotato, ce l’hai più grosso di quello di Frank, complimenti!” “Lascia stare i complimenti, si sta avvicinando l’ora di pranzo, andiamo nella trattoria qui vicino poi riposino…”  Riposino un par di balle, alla vista del corpo nudo di Miriam Alberto si buttò come aperitivo sul classico sessantanove e poi entrata trionfale nella vagina in verità piuttosto stretta. “Prendo la pillola e quindi…ma vacci piano…piano…piano. Miriam stava godendo alla grande, varie volte, faceva concorrenza alla genitrice. Dopo un lungo post ludio venne fuori il profumo e, come ringraziamento,  Miriam lo baciò in bocca. Al rientro Nando. “Ti vedo abbronzato.”                                                     Alberto ripensò a quanto dettogli dal nonno, ora poteva ben dire di avere scacciato due cose in passato negative per lui, viva la vita!

  • 14 agosto alle ore 12:09
    "Sleevata."

    Come comincia: "Sleevata."
     
    -"Che bella bambina!". Mi dicevano. La mamma sorrideva. Riccioli biondi, grandi occhi azzurri, la boccuccia a cuore. Soltanto: un poco cicciottella.
    In estate, sulla spiaggia, la mamma m'inseguiva con il cibo. A me piacevano i gelati e a ora di pranzo, tutti sul lido, o in pizzeria.
    Tutti, cioè il papà, un metro e ottanta per circa 160 chili, la mamma, un metro e sessanta per 95 e il fratello più grande, alto e pesante quasi come il papà. Una famiglia allegra e mangiona, dove il cibo era un argomento da "ricerca del posto dove si mangia meglio".
    Poi l'incidente.
    A dodici anni mi ritrovai ad essere la cuginetta cicciottella in una famiglia di magri. La sorella di mio padre mi prese con lei. Anche in quella casa il cibo non mancava, ma i miei due cugini, magri, mangiavano "per mangiare", mio zio Lucio era un chiodo alto un metro e ottanta e la zia olga, un chiodo e basta.
    Tuttavia io non persi le mie "buone" abitudini: colazione abbondante (facevo fuori marmellata, yogurt, miele, biscotti e quant'altro), assieme al latte. Mentre i cugini prendevano il tè con tre fette biscottate e mi osservavano, muti.
    Gli zii si lanciavano sguardi tra di loro e zia Olga sottolineava:
    -"Mio fratello e la moglie erano di buon appetito"- Come per scusarmi.
    Io sentivo la mancanza delle risate a tavola, della mamma che mi comprava il gelato, del fratellone che mi sollevava di peso come fossi una piuma. Non c'erano più.
    Nessuno mi diceva: -"Che bella bambina"- Bambina non lo ero più: dodici anni, poi tredici, poi quattordici. Dalle medie al liceo classico. Pochi amici, molto studio e tanta musica nelle orecchie. Ricevuto in regalo un iPod, collegato al computer per copiarci sopra alcuni brani musicali da Internet, camminavo con la cuffia sui ricci biondi e lo sguardo azzurro fisso in avanti.
    Ottimi voti, scarsa in palestra, sempre più alta (come papà), più affamata (come in famiglia), più sola. A questo punto zia Olga decise di intervenire e cominciarono le visite mediche, i controlli, le sgridate condite di sentimento e logica, nel vedermi immersa con la testa nel frigo. Cominciarono anche i pranzi dietetici, i cibi scomparsi da casa (niente più merendine o biscotti), le "pesate" settimanali e gli sguardi corrucciati dei cugini: io mangiavo, mi allungavo e pesavo sempre di più. Togliermi la paghetta? Inutile: insegnavo greco e latino, ma anche matematica ed italiano, a domicilio.
    Guadagnavo e mangiavo fuori. Avevo più amici (cene offerte, pizziate, gelati per tutti), ma ero sempre più alta, grassa e sola. Bella? Non so: un metro e settantacinque per circa cento chili di peso, capelli ricci a boccoli biondi, lunghi, grandi occhi azzurri e, sì: una boccuccia a cuore sotto un bel nasino.
    Mi diplomai, m'iscrissi a legge, mi laureai con il massimo e la lode. Superato l'esame di stato, lasciai Napoli e trovai lavoro in uno studio a Benevento.
    Avevo una scrivania, un angolo di balcone e con il tempo anche molto lavoro. Nulla di impegnativo, però diventavo ogni giorno più indispensabile allo Studio Legale G. Di Luna e M. Di Luna. Laddove la G. era il padre, Giuseppe e la M. Massimiliano, il figlio. Più o meno della mia età.
    Sull'altezza ce la giocavamo (era uno e ottanta), ma sul peso decisamente no: palestrato, abbronzato, occhi neri e capelli in ordine, mi dedicava sorrisi di circostanza, dialogava con me sui casi più problematici e spesso facevamo lo spacco del pranzo, assieme.
    Lui mangiava con gusto, ma in quantità moderate. Io cominciai a mangiare di meno, per non sembrare troppo affamata. Persi qualche chilo e m'innamorai.
    Aspettavo il suo passo il mattino. Lo seguivo con lo sguardo. Lo seguivo su Face book (chiesi l'amicizia sotto falso nome). Non avevo speranze.
    Poi seppi che la sua fidanzata l'aveva lasciato per un avvocato "di grido", più grande di lui e pieno di soldi. Capii che soffriva, tentai di aiutarlo e cominciammo ad uscire qualche volta assieme di sera. Passeggiate in auto, cinema, cene, ma mai con gli amici di lui.
    Una sera mi portò a casa sua per un bicchiere di vino e vi restai fino il mattino.
    Forse a causa della sofferenza subita, mi trovò attraente, o almeno, passabile, malgrado fossi decisamente cicciottella. Avevo comunque forme femminili e la pelle bianca come il latte. Bei seni e viso piacevole. La fidanzata, intanto, si era sposata.
    Fatto sta che, dopo alcuni mesi in cui ci frequentammo piuttosto assiduamente, senza fare pubblicità alla cosa, lei si fece sentire di nuovo. Da sposata, le andava bene avere un amante giovane, lui, da uomo innamorato qual era, mi fece capire a chiare lettere che intendeva riprendere la relazione con la sua Federica.
    Insomma: dovevo lasciare libera la piazza.
    Non feci una piega: che dire? Niente promesse, niente amore. Mi doveva bastare la bella esperienza e così mi feci da parte.
    Bene: da quel momento la mia fame divenne compulsiva: piangevo e mangiavo di tutto, sfogavo la mia depressione nelle pizze, nei dolci, nei gelati. Il frigo sempre pieno, la "birretta" ad ogni ora. Vino bianco, vino rosso, varie tipologie di liquori dolci. Partendo dalla mia non certo magra situazione, in breve mi ritrovai decisamente obesa. Inoltre: piangevo sempre.
    Sul posto di lavoro sembravano non farci neanche più caso. Massimiliano mi guardava, di tanto in tanto, ma era troppo preso dalla sua storia sentimentale per curarsi di me.
    Un giorno, però, mi chiamò nel suo studio, il padre. Sembrava a disagio. Andò diritto allo scopo:
    -"Avvocato De Martino, così non si può andare avanti."-
    Tacqui.
    -"Lei si accorge che gli abiti le vanno sempre più stretti? Mi sembra che la sua poltrona non la sorregga più. I clienti l'osservano a disagio. In tribunale, ho saputo, che i giudici la chiamano con un termine che vorrei evitare, ma mi tocca dirlo: "Cicciolona". Lei è chiamata "La cicciolona dello studio legale Di luna. Mi perdoni, ma le ridono dietro, anche quando difende una causa e non la prendono sul serio. Noi abbiamo, invece, bisogno di essere presi sul serio. A mio parere lei ha bisogno di cure."-
    -"Cure?"-
    -"Sì: mediche, psicologiche, non so dirle. Deve cominciare una cura dimagrante e farsi sostenere da qualcuno che la incoraggi e le dia ausilio. Personale qualificato."-
    Restai senza parole, ma lui continuò:
    -"Le darò un mese di stipendio e un mese di ferie. D'altra parte se le merita: non le ha mai prese. Mi auguro che in questo mese, lei riesca a risolvere le problematiche estetiche e di salute di cui le ho parlato. Auguri."-
    La mia tragica figura imponente si stagliava di fronte, nello specchio. Sembravo un elefante senza proboscide. Presi l'assegno che l'avvocato mi passava, raccolsi poche cose e mi diressi a casa.
    Come prima reazione mi rivolsi al frigorifero che non mancava mai di nulla. Mangiai fino alla nausea e bevvi. Mi addormentai sul divano, con la televisione accesa e mi risvegliai su di un canale americano che, chissà per quale combinazione della sorte, dedicava la sua attenzione agli obesi.
    Fu come un lampo, un'illuminazione, come San Paolo sulla strada di Damasco, fui folgorata dall'idea di dover dimagrire ad ogni costo.
    Come? Non credevo nelle diete e neanche nella ginnastica o nella palestra. Occorreva una cura drastica.
    Mi ritrovai a scrivere il termine "obeso" sulla pagina del computer che mi rimandò ad un Forum: "Eravamo obesi. Sleeve Gastrectomy, Plicatura e Gastroplastica verticale." Fui sommersa da un mare di notizie. Sensazioni simili alle mie, vissute da tanti: non ero più sola. Cominciai con il crearmi uno "spazio utente", misi come immagine l'elefantino rosa con le ali e presi ad interrogare sulle loro esperienze i "nuovi amici".
    Si mostrarono disponibilissimi. Capivano ogni mio stato d'animo, ogni problema fisico e tutti m'incitarono a provare con la chirurgia: "la sleeve gastrectomy laparoscopica."  Nomi di medici, di cliniche vicine o più lontane e spiegazioni:
    -" La Sleeve Gastrectomy Laparoscopica (SGL) è un intervento di tipo restrittivo in cui lo stomaco è tubulizzato.
    La SGL è stata originariamente sviluppata in Inghilterra e in seguito adottata negli Stati Uniti, Germania e Belgio.
    L’ intervento è realizzabile con pratica laparoscopica e presume l’asportazione di una gran parte dello stomaco mediante una resezione, conseguita con l’ausilio di suturatrici meccaniche. La parte di stomaco residuo ha un aspetto tubulariforme di volume ridotto in modo drastico, con una capacità di circa 100/150 ml. Questo procedimento non è reversibile perché una parte dello stomaco è eliminata. I nervi dello stomaco ed il piloro, la "valvola di uscita", restano intatti conservando la funzione gastrica a dispetto del volume diminuito. Durante l’alimentazione il cibo entra nello stomaco tubulizzato e lo riempie per impilamento essendo arginato dal piloro . Il riempimento del tubulo gastrico stabilisce un’importante limite meccanico all’assunzione di altro cibo, associato ad un senso di sazietà."- Quello che più mi colpì fu il fatto che avrei provato un "senso di sazietà" e che ci sarebbe stato qualcosa a limitare la quantità d'ingestione del cibo. Qualcosa di meccanico, che non mi avrebbe più permesso di mangiare di tutto ed in quantità industriali.
    Approfittai del forum per porre interrogativi, per dialogare, comprendere quale fosse la strada che stavo imboccando, cosa mi aspettava ad un mese, ad un anno e nel futuro.
    Mi convinsi. Così fu che, sempre tramite internet, trovai quello che mi sembrava (a Roma), il centro più vicino e sicuro per mettere in atto il mio piano.
    Fu questione di poco. Il denaro non mi mancava (non ne avevo praticamente speso che piccole somme, dal momento in cui avevo cominciato a lavorare ed avevo, anche, una bella cifra ereditata alla morte dei miei). Partii per Roma, permisi che mi studiassero in tutti i modi, firmai tutte le carte che dovevo e, infine, mi operai. Mi attendevo, nel tempo, una riduzione del 50-60% dell'eccesso di peso, ma mi aspettavo, sopratutto, il mantenimento del peso nel tempo. Non avevo famiglia e non volevo rivolgermi agli zii, per cui tutto il percorso, difficile, che avrei vissuto, avrei dovuto superarlo da sola, ma avevo soldi a sufficienza per farmi aiutare da qualcuno. Così, dopo essermi procurata un grazioso villino fuori Roma, avevo prenotato una specie di badante che mi aiutasse all'uscita della clinica. Si chiamava Barbara, era simpatica, grassottella e automunita: mi aveva accompagnata ad ogni visita prima dell'operazione e mi attendeva all'uscita della sala operatoria. Una sorella a pagamento, insomma. Pur essendo scettica, sapevo che gli studi dimostravano come il senso di fame sarebbe diminuito perché la porzione di stomaco che mi era stata asportata, produceva la Grelina, ossia uno degli ormoni responsabili del senso della fame.
     Dopo quattro giorni di degenza, dimessa, ebbi un decorso post operatorio sereno, senza difficoltà, anche se con qualche sofferenza. Non avrei mai immaginato, dopo la "rampogna" del mio capo, che l'operazione mi avrebbe rivoluzionato la vita.
    Certo, non da un momento all'altro: dovetti riabituare il mio nuovo stomaco al cibo, per cui la mia "badante", si trasformò in una baby setter, facendomi subire uno svezzamento durato un paio di mesi. Dalla data dell'operazione fui costretta ad ascoltare cosa voleva il mio corpo e a comprendere quello che non mi faceva bene e quando dovevo fermarmi per non stare male.
    Dovetti chieder ausilio ad una nutrizionista, che mi aiutò a scegliere la qualità di quello che avrei mangiato e raggiunsi un accordo tra la fame vera e quella di testa. Il mio frigorifero si svuotò di molti alimenti, per riempirsi di quelli che mi erano consentiti. I miei gusti erano cambiati, dimagrivo e dimenticavo il modo di vivere l’approccio con cui gestiva l’alimentazione la mia perduta famiglia. Mi sembrò di tradirli, ma il cibo, usato come una gruccia per le difficoltà, divenne inutilizzabile.
    I cambiamenti si fecero vedere nei mesi e ne occorsero nove per dimagrire oltre quaranta chili, ma ero soprattutto mutata dentro.
    Mi guardavo allo specchio: sotto il grasso, ricercavo quella nuova donna che mi avrebbe permesso di fare l'avvocato senza sentirmi chiamare con nomi divertenti e offensivi. Non m'interessava più di piacere a tutti, di essere accettata, apprezzata, aiutata. Non volevo essere amata da Massimiliano, anzi, usata da lui, per dimenticare la donna che l'aveva tradito. La Evelina conciliante e debole che aveva bisogno del cibo per sentirsi meno sola, non c'era più. L'Evelina attuale era più riflessiva e meno istintiva e mi resi conto, che avrei avuto bisogno di uno psicoterapeuta, perché mi aiutasse a trovare un giusto equilibrio tra il mio nuovo essere interiore e il mio nuovo organismo esteriore. Per apprendere ad avere una percezione reale del mio corpo. A vedere così com’era la persona che si rifletteva nello specchio, non identificavo le vere dimensioni, così differenti da un anno prima e trovavo difficile riconoscere la donna di oggi; ma dovevo anche tenere conto che, per tornare completamente alla mia vita normale, utilizzando il dimagramento, avrei avuto anche bisogno di un'addominoplastica. Difatti; lentamente, nel tempo, ero dimagrita, ma il mio addome era divenuto flaccido e pendulo. Un poco come le mie braccia e le gambe. Insomma: nessuno mi aveva preparato al fatto che perlomeno un intero anno della mia vita avrebbe dovuto essere dedicato alla mia bellezza, se volevo utilizzare il dimagramento. Altro che il mese previsto dall'avvocato del mio studio! Subii, sempre accompagnata da Barbara, l'asportazione chirurgica dell’adiposità localizzata e dell’eccesso cutaneo addominale e alla fine ebbi un addome piatto e rassodato, che, assieme ad alcuni "ritocchi" alle braccia e alle gambe, completarono il mio nuovo aspetto. Anche quegli interventi dovettero essere seguiti da un percorso post operatorio.
    Oggi, finalmente, ho cominciato a sentirmi fortunata, comprendendo di avere avuto una nuova opportunità e di essere stata capace di coglierla.
    L'alimentazione era proprio cambiata: una pizza intera? Impensabile:
    ne riuscivo a mangiare 1/4. Pasta? Una media di 50-60 grammi con condimento di verdure. Finite le laute cene: mangiando carne, riuscivo a mandare giù pochissimo contorno (un paio di forchettate di insalata o verdura o peperoni o una due fette di melanzane). La fame ritornava a breve, perché digerivo subito, mangiavo frutta, o un pacchetto di cracker.
    Il ricordo dei miei genitori e del fratellone robusto, nel tempo, si è come appiattito, ma sono diventata più forte e capace di riprendermi la mia vita e affrontare le giornate di lavoro e un uomo, se mai verrà, che si innamori di me e non mi debba usare come il momentaneo sostituto di un amore perduto.
     
     

  • 13 agosto alle ore 7:54
    Senza Linea

    Come comincia: Ci fu un tempo in cui la Telecon si chiamava Stipel, e poi Sip, ecc. ecc. Quando c'era un guasto bastava segnalarlo e dopo poche ore arrivava un omino che in un baleno ti rimetteva in contatto col mondo. Oggi viviamo nell'era delle comunicazioni. Tutto è veloce, velocissimo, le comunicazioni sono più veloci anche del nostro pensiero, efficienza, notizie in tempo reale, anzi arriva la notizia prima ancora che succeda l'evento. Che meraviglia! Ma appena c'è un guasto eccoci ritornati all'età della pietra. Io sono isolata, senza linea telefonica, quindi senza internet annessi e connessi, da martedì 5 agosto. Dove sei omino della Stipel! Così gentile, silenzioso, preciso. Che bellezza quando mi dicevi:"adesso facciamo una prova e vediamo se è tutto a posto". Oh, quanto mi manchi omino della Stipel! Tu non puoi immaginare la tortura a cui siamo sottoposti! 
    Chiamo il gestore e pazientemente digito 1-2-3-4-5-6.....a seconda di quello che mi serve,e quando finalmente riesco ad acchiappare l'operatore n. 123456789, ecco che salta la linea. Ormai sono abituata. Rifaccio il numero, ridigito, riattendo, rimastico il mio fegato, e quando finalmente qualcuno mi risponde....mi comunica che c'è un guasto sulla "mia" linea, e che entro tre giorni provvederanno. TRE GIORNI???? Certo, tre giorni, cosa c'è di strano!
    L'indomani, mercoledì pomeriggio richiamo decisa a sfogare tutto il mio disappunto, ma quella gente lì è dotata di scudo e armatura. Protesto, non potete lasciarmi tre giorni senza telefono! Risposta.....noi siamo in regola, vada a leggersi il contratto! E poi la sua pratica è in nota da stamattina. Controrisposta: E io vi denuncio! Stamattina? Ho chiamato ieri pomeriggio!!!! Io vado a leggermi il contratto e voi invece andate...non lo dico. Antipatica, arrogante, saputella, stronzetta, con quella voce metallica e insolente, maleducata e saccente! Porco diavolo, non mi sono neppure presa nota del codice operatore! Mentre il cuore mi batte nelle carotidi deciso che devo calmarmi onde non finire al pronto soccorso.
    Giovedi verso le 13, ecco che mi chiama un tecnico. Oh, miracolo! Mi rivolgo a lui con una gentilezza che cola miele da tutte le parti. Allora signora, prenda uno stuzzicadenti e guardi sul retro del router, c'è un buchino con sotto scritto "reset". Ok, fatto? visto? Sì, fatto e visto. Bene adesso infili lo stuzzicadenti nel buchino e tenga premuto finchè glielo dico io. Allora? Allora niente, non succede niente, è tutto come prima. Ok, lunedì le invio il router nuovo. LUNEDI'???? Sì' lunedì, tenga presente che anche se dovesse venire un tecnico non verrebbe prima di lunedì. Quando riceve il router lo installi e poi io mi farò sentire per capire se è tutto risolto.
    Ormai non ho più energie, la rassegnazione si è impadronita del mio essere.
    Venerdì, ecco un messaggio sul cellulare. Il gestore mi scrive che è stata creata la spedizione n.123456789... e mi chiede di collegarmi a w.w.w. ecc.ecc.ecc. per seguire la mia pratica. Mi scrive da un numero al quale non si può rispondere. Ho la schiuma alla bocca: COME MI COLLEGO A W.W.W. ECC.ECC.ECC. SE SONO SENZA LINEA?????
    Sabato 9 agosto, chiamo il gestore, pagando, dal mio cellulare....mi risponde un uomo, menomale, gli uomini sono molto più gentili di tante donne. Gli spiego la situazione e lui si mette a ridere, certo, come posso collegarmi se non ho la linea! Richiami lunedì, mi dice, perchè non ho ancora il numero di bolla del corriere. Certo, dico io, perchè il corriere non ha ancora preso in carico la spedizione. No, la spedizione è stata fatta. No, guardi la spedizione sarà stata fatta da voi al vostro magazzino spedizioni, ma il corriere non l'ha ancora altrimenti lei vedrebbe anche il numero della sua bolla. Ah sì? E lei come lo sa? Io lo so perchè ho lavorato dai corrieri tutta la vita. Ah capisco! Eh sì, non saprei dirle quando passa il corriere. Provi a richiamare lunedì. Ormai io provo un senso di nausea, ma lui è talmente gentile che sono gentile anch'io. Ok, a lunedì.
    Sabato sera: ho deciso che la dieta non fa che incattivirmi di più per cui sono andata al supermercato e mi sono comperata 6 paste con la panna, due cannoli siciliani e un trancio di crostata con marmellata di mele, guarnita con gherigli di noci. Anche una bottiglia di vino, vivace, come piace a me. Malvolentieri divido il bottino con Paolo, ricordandogli coscienziosa che lui ha il diabete, ma la verità è che vorrei mangiarmi tutto io.
    E adesso con chi condividere il dopocena? Sono isolata dal mondo, mi sento una naufraga sull'isolotto delle barzellette, tre metri per tre, ed ecco Fantozzi emergere dalle onde in cerca di aiuto. Lo acchiappo per il salvagente e lo trascino sulla terraferma. Non ti sarai mica portato dietro la nuvoletta, lo guardo minacciosa, no, mi risponde, mi ha abbandonato. Ok, meglio così. Cosa ci fa qui lui? Paolo è contrariato, non c'è posto per tre persone. Ma dai Paolo, è solo fino a lunedì. Fantozzi ha fame, e lo dice. Io però mi sono mangiata tutti i dolci e bevuta tutto il vino. Paolo si intenerisce e gli lancia una scatola di filetti di sgombro che oggi ho comperato in offerta a 0,98. Perchè fino a lunedì? Ma sì Paolo, non mi ascolti mai quando parlo! Lunedì arriva il router e torneremo nel mondo. Già e domani cosa gli diamo da mangiare, e cosa è il router? E' un pezzo del computer, taglio corto. Gli diamo...non so, sgombri, sardine, sottaceti, tuttta quella offerta a 0,98 al pezzo.
    Giro la testa sul cuscino, ma che palle! Che caldo! Ah, ti sei svegliata! Paolo mi guarda divertito, la testa un po' sollevata appoggiata alla mano. Gli lancio un'occhiata armata. Cos'hai da guardarmi così? Dov'è Fantozzi? Ahahah, Fantozzi se n'è andato a casa, aveva una gran fretta, paura di perdere il treno! Paolo ride e io mi sento irritata. Sono ancora frastornata: Ah, ok! E smettila di ridere!
    Domenica, domenica di rottura di palle. Stamane camminata veloce per tacitarmi la coscienza. Il tempo si trascina noioso fra uno scroscio di pioggia e l'altro. Non ho voglia di leggere, non ho voglia di scrivere, non ho voglia di guardare la tv, non ho voglia di giocare a carte, va be', una partita per fare contento Paolo, ma alla sua richiesta di una seconda partita è sufficiente un'occhiata per fargli dire, mah, veramente non ne ho poi così voglia. Decido di riprovare con lo stuzzicadenti e il "reset", chissà mai.....niente da fare. Le luci intermittenti impazzite mi dicono smet-ti-la-di-far-mi-il-sol-le-ti-co-tan-to-è-inu-ti-le. Rifletto che non ricordavo un'incazzatura del genere da quando ancora andavo al lavoro. Mi guardo nello specchio del bagno: idiota, volevi spendere meno? Eccoti servita, anzi disservita. Mi distraggo un attimo dalla mia indignazione per complimentarmi con me stessa, però, mi piace questo bisticcio di parole. Osservo la luce maligna del mio sguardo mentre mi immagino una vendetta esemplare...e sospiro! Solo Davide ci riuscì contro Golìa, e infatti ancora se ne parla e se ne legge.
    Lunedì mattina, ore nove circa, suonano, mi affaccio. Il furgone di Bartolini! Scendo subito, gracchio dal balconcino! Mi butto a rotta di collo giù per le scale, non vorrei che scomparisse, ma è reale, proprio reale. Una bella ragazza che mi consegna il pacco agognato contenente il router. Bene, adesso tocca a me. Non ci vorrà mica un ingegnere, penso! Mi districo fra una marea di fili utili e inutili e avanti: porta rossa cavo telefono, porta griga cavo DSL, porta ETH2 cavo blu, apparato accensione...e ok. Fatto. Aspetto tutto il tempo che c'è da aspettare, ma nessuna luce diventa fissa, anzi noto che quella del tel. proprio non si accende. Ma che router e router, manca la linea!
    La delusione è cocente! Mi attacco al telefono cellulare, solita trafila....certo, ho dato un'occhiata alla situazione, mi dice un uomo, lì non c'è un problema di router bensì un problema di linea! Ma va! Allora quel demente che mi ha fatto fare il giochino dello stuzzicadenti dove l'avete trovato? Lui, via telefono, ha fatto la diagnosi, deciso la terapia, peccato che non abbia capito niente. L'uomo al telefono mi rassicura: metto subito una nota di sollecito signora.
    E' martedì ed io sogno di vendicarmi vendicarmi e ancora vendicarmi. Ormai ho perso la lucidità. Acchiappo il cellulare e richiamo il gestore, e il disco mi avvisa ancora che mi sarà probabilmente chiesto un parere sui servizi offerti. Mi potrò esprimere con un numero.....sono verde. No, no e no, io non voglio esprimermi con un numero, io devo parlare, sfogarmi, possibilmente insultare qualcuno...non mi basta un numero. Mi risponde Filippo, gentile e con una voce molto bella. L'avranno messo lì apposta. Signora, guardi che si tratta di un problema nella centralina che copre tutta la zona, non capisco però perchè ci mettano tanto a ripararla. Se non capisce lui.....
    Martedì sera, mentre cerco di distrarmi guardando un poliziesco in tv suona il cellulare. Buonasera, le telefono per sapere se è tutto risolto e ha la linea. NO NIENTE E' RISOLTO E IO NON HO LA LINEA DA MARTEDì 5 AGOSTO.
    Ricomincio a fare tutte le mie rimostranze e lui...detto fra noi due signora, la colpa è della Telecom che non ha più un euro e così non interviene sulle linee.
    Vorrei rispondergli che non me ne frega niente delle loro questioni, che voglio solo riavere la linea telefonica, invece dico solo buonasera.
    Oggi mercoledì, la giornata si trascina come quelle precedenti, senza scosse nè novità.
    Stasera, mentre sto facendo a Paolo l'iniezione nel braccio prima di cena, lo sguardo "mi cade" sul router. Tutte le luci verdi, tutte le luci fisse, anche quella del telefono.
    "Paolo, è arrivata la linea! La linea!"
    "AHIA!!!!!"
    "Accipicchia! Ti ho fatto male? Scusa! "
    "Ma no, figurati, mi hai solo scavato un po' nella carne! Cosa vuoi che sia di fronte alla linea ritornata?"
    Il tono è ironico, ma vedo che gli scappa da ridere. :)