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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 15:02
    Lost Highway

    Come comincia: Ho intrapreso un viaggio e non me ne pento, perchè un viaggio è come un libro: un impiego di tempo che viene ripagato con l'esperienza.

    Nel bagaglio a mano ho un maglione marrone, una maglia di pile verde, delle magliette a maniche lunghe, una calzamaia, un cappello, una sciarpa, un quaderno, una penna, una mappa di Amsterdam centro e un beauty case. Nelle tasche dei jeans ho i miei documenti, 300 euro in contanti, un pacchetto di Winston blue e un accendino.
    Ho cambiato la prima banconota da 50 euro acquistando il biglietto per la linea 2, il treno che passa a Central Station. Benchè fossero quasi le 12 e non avevo toccato cibo dalla sera del giorno prima, la vista di olandesi distratti a mangiare panini dolci all'uvetta mi stomacava, anzichè stimolarmi l'appetito.
    Decisi di bermi una spremuta d'arancia per prendere energie, perciò mi fermai nel primo coffee shop che vidi, infrattato in una stretta vietta che si diramava dalla Damrak e univa quest'ultima alla sua parallela interna, la Nieuwendijk.
    Il locale non aveva insegna, solo la scritta "coffee shop" verde spento sopra la porta d'ingresso.
    Dentro era buio, la luce filtrava pochissimo dalla vietta ombreggiata dai palazzi. Tuttavia l'atmosfera era giusta, i miei occhi si erano stancati dell'intenso bagliore del mezzogiorno. Ordinai un'aranciata, un grammo di erba e mezzo di hashish ad un ragazzo di colore che non parlava volentieri, pagai 17 euro e mi addentrai nel locale fino a raggiungere l'angolo più buio e isolato, dal quale, tuttavia, l'ambiente sembrava leggermente meno scuro.
    La poca clientela era costituita per lo più da gente del posto, pochi turisti si intravedevano dalle finestre dell'ingresso proseguire noncuranti dell'insegna verso i negozi della Nieuwendijk.
    Girai una canna di erba (NewYork Diesel) aspettando che l'aranciata, ghiacciata, raggiungesse una temperatura più alta. Sorseggiavo dalla cannuccia e fumavo avidamente, con la testa già annebbiata dal fumo, pesante eppure molto vuota. Non si affollavano pensieri nella mia testa, mi limitavo a guardarmi intorno, a scrutare le facce delle persone (la faccia del negro al bancone era imperscrutabile, una parete di piombo attraverso la quale nemmeno Superman avrebbe visto un cazzo).
    Ad un certo punto, mentre mi apprestavo a scaldare l'hashish di bassa qualità, una ragazza attraverò a fatica l'angusta porticina d'ingresso portando con sè una valigia quasi più grossa di lei.
    Aveva dei pantaloni bianchi che le aderivano perfettamente alle gambe lunghe, il busto appariva più tozzo e meno slanciato, appesantito dai maglioni e dal cappotto, ma lasciava intravedere un seno prosperoso.
    I suoi capelli erano scuri, neri come la pece e belli e lunghi, le conferivano quel fascino che solo le more hanno. Da amante delle donne, alte e basse, rimango sempre colpito dall'aria angelica e dolce che le bionde trasmettono, ma le more, dio, loro sono come diavoli tentatori, passionali e sensuali, irresistibili e così ingannevoli.
    Ammirai le sue linee che con l'immaginazione affioravano da sotto i vestiti invernali e seguii i suoi movimenti con uno sguardo timido, facendo bene attenzione a guardare prontamente da un'altra parte qualora necessario.
    Ordinò un cappuccino e venne dritto verso di me, verso il mio angolo buio e desolato, dal quale si vedeva tutto più chiaro. Nel fondo del locale, accanto alla porta del ripostiglio, c'era spazio per due tavolini, due sgabelli per ogni tavolo e un lungo divanetto che seguiva il perimetro della parete e faceva da ponte tra i due tavolini.
    Io occupavo il tavolino di destra, la mora quello di sinistra. Ci fu un veloce scambio di sguardi seguito da un sorriso dolce e spavaldo di lei (deve sapere di essere bella, non c'è alcun dubbio) e, in risposta, un mio timido cenno con la testa.
    Volevo parlarle, così con una scusa mi lanciai: "Ciao, avresti una cartina da darmi? Devo aver perduto le mie" mentii.
    Lei mi sorrise di nuovo, un sorriso quasi studiato, imparato a memoria e ripetuto allo specchio milioni di volte. Un sorriso fiero di una donna consapevole delle proprie forme e degli uomini.
    "Tieni". Mi porse una cartina e subito continuò: "Come si capisce che sei nuovo.. Qui le cartine sono gratis, le puoi prendere al bancone".
    Lo sapevo bene come funzionava, ma ero certo che lei sapesse benissimo che la storia della cartina era solo una scusa. Abbozzai timidamente un sorriso.
    "Sono un turista, ho ancora con me la valigia. Piuttosto, vedo che ne hai una anche tu.." e il mio sguardo scivolò a terra, dove un grosso trolley blu notte era posato accanto a lei.
    Mi rispose che era appena rientrata da un viaggio in Francia, che era nata ad Atene e che viveva ad Amsterdam da quasi tre anni.
    Perdemmo una buona mezzora a fumare e chiacchierare; io tentavo di essere il più eloquente possibile e lei era molto comprensiva nei confronti del mio inglese improvvisato.
    "Sai già dove passare la notte?" chiese.
    "Pensavo di andare verso l'Amstel, di lì potrò percorrere il canale dirigendomi in periferia. Sono sicuro che troverò qualche pensione o hostello a basso costo".
    Mi guardò con aria soddisfatta, come se stesse aspettando proprio quella risposta, poi rispose: "Perchè non scendiamo insieme fino a piazza Dam, mangiamo qualcosa e poi ci dividiamo?".
    Accettai.

    "Come ti chiami?" chiesi appena uscimmo dal coffee shop. "Aurora".

    Mangiammo in un ristorante di carne argentina dietro il Palazzo reale De Dam, a pochi metri di distanza dal Magna Plaza, sulla sinistra, e ancora più vicini al museo delle cere, sulla destra. Ci demmo appuntamento per il giorno seguente, stesso ristorante, 12.30.
    Non mi restava altro da fare se non andare in cerca di qualche ostello economico e, mentre camminavo trainando la valigia dietro di me, cominciai a pensare all'incredibile incontro.
    Stavo passeggiando a testa alta, fiero, mi sentivo uomo come non mai.
    Raggiunto l'Amstel percorsi la riva est verso sud, dopo non molto trovai un bed&breakfast adatto a me.
    Pagai per tre notti, 90 euro totali, tasse comprese, colazioni comprese, bevande calde ad ogni ora comprese. Mi sistemai in una stanzetta al terzo piano, letto ad una piazza e mezzo sistemato di fronte ad una grossa finestra bianca, vista sul fiume Amstel.
    Il materasso era duro al punto giusto e, con una canna di erba in bocca, mi stesi pensando ad Aurora.
    Strano nome per una greca.
    Mi svegliai dopo un ora e mezzo, le palpebre pesanti avevano bisogno di una rinfrescata per aprirsi del tutto. Andai in bagno, cagai, feci una doccia e per tutto il tempo pensai a quella bellissima ragazza mora, dalle gambe lunghe e il sorriso trascinante.
    Quel pensiero dolce mi attraversò l'anima e mentre mi chiedevo se fossi diventato vittima dell'amore a prima vista, decisi di andare a sfogare le mie passioni e frustrazioni al quartiere a luci rosse.
    Eccolo lì, il Red Light District.

    Dovevano essere le dieci di sera e io mi trovavo di fronte al Hash, Marijuana&Hemp Museum.
    Il canale (Oudezijds Achterburgwal) era affollato su entrambi i lati.
    Le vetrine e i locali coloravano di rosso la notte che cresceva sempre di più, mentre l'interno di ogni vetrina, occupato da una o due belle signorine in biancheria intima, si discostava dall'intensità del colore rosso per sfumare sempre più verso un viola pallido.
    Le ragazze fumavano, parlavano al cellulare, lanciavano occhiolini maliziosi ai passanti arrapati e divertiti al tempo stesso, mentre io, che distrattamente passeggiavo volgendo lo sguardo quà e là, presi una banconota da 50 euro ed entrai, senza pensarci troppo, a far visita ad una signorina a caso.
    La prima carina e dagli occhi simpatici che ho trovato. La prima mora carina e simpatica che ho trovato.

    Tornando verso il mio Bed&breakfast mi fermai in un ristorante italiano gestito da una famiglia che, però, non parlava italiano. Ordinai mezzo litro di Heineken, due braciole con accanto una patata al cartoccio. Bevvi la birra, mangiai mezza patata, ordinai un altro mezzo litro (di Amstel, per cambiare) e iniziai a mangiare le braciole.
    Ero stanco e soddisfatto della mia giornata, decisi di andare a riposare e il litro di birra mi provocò una piacevole sensazione di leggerezza e incertezza nelle gambe. Avrei dormito bene quella notte, mi sarei svegliato la mattina presto e sarei andato a cercare lavoro, per poi presentarmi all'appuntamento con Aurora.

    Sono passati dodici giorni dal mio arrivo in città.
    Il lavoro lo trovai già il terzo giorno, da "Mike bike – rent a bike!". Il gestore del negozio, un olandese di nome Vincent, era un biondino simpatico che non aveva più di quaranta anni.
    Il mio lavoro era semplice: Vincent mi passava i numeri delle biciclette che dovevo prendere, io le prendevo nel retro del negozio e le portavo vicino al bancone. Provavo davanti ai clienti che la ruota girasse senza intoppi, che la catena fosse ben oleata e, in fine, che i freni fossero sicuri.
    Raramente capitava qualche problema; in quei casi Vincent mi mandava a prendere un altra bicicletta. Io non riparavo un bel niente, anche perchè non ne ero capace.
    Il negozio si trovava nel punto in cui il Singelgracht si incontra con il Jacob Van Lennepkanaal, non distante da Leidseplein. Avevo il vantaggio di poter utilizzare una bicicletta del negozio, gratis ovviamente, e potevo portarmela a casa quando finivo di lavorare.
    "Mike bike" pagava abbastanza e comunque il bed&breakfast era troppo costoso, perciò andai in un appartamentino al quarto piano sull'Overtoom, quasi alla fine di Vondel Park.
    Ero piuttosto lontano dal centro, ma a lavoro arrivavo in pochi minuti.
    Quasi ogni sera vedevo Aurora, io e lei cenavamo insieme (le prime volte al ristorante, successivamente a casa sua o a casa mia) ci ubriacavamo, facendo l'amore, fumando, passeggiavamo di notte tra i canali, ci ubriacavamo di nuovo cantando per le stradine di periferia, poi rifacendo l'amore, a casa o nascosti dai cespugli nei parchi.
    Quando ero con lei non sentivo freddo, non provavo paure di alcun genere, la vita pesava poco e soprattutto mi emozionavo all'idea che lei provasse lo stesso. Ma non avevamo mai parlato di sentimenti, certo non dopo così poco tempo: sapevo davvero poco di lei, spesso quello che mi diceva non mi convinceva del tutto, come se volesse cancellare una parte del suo passato (o semplicemente nasconderla a me) e, per tutta risposta, lei sapeva ancor meno di me, che non ho mai amato parlare sul serio.
    Tuttavia, poco importava a me, che stavo come non ero mai stato prima: indipendente, libero e in compagnia.
    Non ci addormentavamo mai insieme per risvegliarci al mattino e fare colazione prima di andare a lavoro: ogni volta che ci incontravamo, anche se facevamo tardi, lei insisteva per tornare a casa.
    Diceva che era una questione di abitudine, che sennò non sarebbe riuscita ad andare a lavoro.
    Che lavoro facesse non me lo spiegò, o meglio, non avevo capito bene, ma credevo si trattasse di una specie di impiego in un ufficio, probabilmente come segretaria.
    Aveva una bellissima presenza, non mi stupiva l'idea che qualche notaio la volesse accanto come segretaria personale; sembrava una ragazza molto sveglia e intraprendente, sapeva giocare bene le sue carte.
    Il suo viso era spesso segnato dalle occhiaie, probabilmente non aveva un lavoro rilassante, pensai, guardando le borse pesanti sul quel viso così dolce.
    Mi trovavo bene con lei e ci continuammo a frequentare al punto che mi fece conoscere alcuni suoi amici: per lo più gente bizzarra, le sue amiche erano sempre ubriache o fatte, amavano scherzare molto con gli uomini; mi presentò due amici, una specie di hippy russo, il cui nome non saprei scrivere, e un ragazzo moldavo apparentemente scortese e riservato.
    All'inizio credetti che fossi io il motivo della sua insoddisfazione, poi Aurora mi spiegò (e lo notai da me) che lui era così un po' con tutti.
    Ad ogni modo, non strinsi amicizia con loro, perchè le occasioni non furono molte, tre o quattro.
    Infatti era passato un mese e io, che iniziavo ad avere la mia vita monotona e felice ad Amsterdam, stavo per lasciare quella città.

    Un mercoledì freddo di inizio dicembre, verso mezzogiorno, chiesi a Vincent il permesso di staccare prima dal lavoro. Inventai una scusa non troppo assurda, limitandomi a chiedere il pomeriggio libero per fare delle commissioni.
    Non c'era molto lavoro quei giorni, caratterizzati da maltempo e freddo, un freddo insolito e penetrante fino alle cavità delle ossa.
    Non avevo commissioni da fare, solo la voglia di mangiare qualcosa di caldo e poi, magari, passare un oretta a fumare in qualche locale poco affollato.
    Erano circa le quattro del pomeriggio quando, ben sazio e riscaldato, pronto per affrontare il gelo, uscii nel pomeriggio grigio, guardandomi intorno e vedendo solo grossi ammassi di maglioni sciarpe e cappotti che si muovevano frettolosamente con andamenti più o meno goffi.
    Avevo passato del tempo a fumare hashish al Baba, in Warmoesstraat, e, invece di scendere verso Leidseplein, mi addentrai nel RLD.
    Non avevo intenzione di far visita a quelle graziose signorine, semplicemente volevo allungare un po' la mia passeggiata.
    Senza alcuna intenzione mi divertivo a guardare le prostitute che mi stuzzicavano con ammiccamenti vari, ma i miei appetiti erano più che soddisfatti.
    Molte vetrine erano vuote, solo quella soffice luce viola e opaca faceva finta di riempirle. Le ragazze che fanno il turno di sera sono decisamente più numerose, così come più numerosi sono i passanti. A quell'ora, invece, c'era poco movimento e le ragazze erano visibilmente stanche, in attesa di farsi dare il cambio.
    Il cuore mi balzò in gola e lo stomaco si strinse in una morsa contorta, si attorcigliava e piano piano rimpiccioliva. Per una frazione di secondo riuscii a sentire il sangue scorrere sù dalle dita delle mani, freddo ma indeciso, e, senza sapere come prenderla, rimasi stupito alla vista di Aurora.
    Mi affrettai a raggiungere l'ingresso di un locale di striptease e sesso dal vivo. L'insegna gialla disegnava una banana e il nome del posto, in corsivo, Bananabar.
    Aurora era lì, impassibile, senza vergogna, sopra una specie di marines palestrato e tatuato che glie lo infilava sù per la figa, in bella vista, quel dono così prezioso! La bocca era in procinto di leccare una banana e, ritratta nell'attimo prima dell'atto, formava un sorriso spavaldo sul volto... quel suo sorriso caratteristico e dolce, seducente, da proteggere. Qualcosa che non si è in grado di descrivere.
    La locandina parlava chiaro: lei lavorava lì.

  • lunedì alle ore 15:23
    Notte

    Come comincia: Mi misi ad ascoltare la notte, la melodia che i miei pensieri intonavano col cielo stellato, ad assaporare il profumo dell'erba bagnata dall'umida oscurità. Mancavi tu a render giustizia a quella notte stellata.

  • lunedì alle ore 14:15
    Pasquino

    Come comincia: Il giorno di ferragosto è una manna dal cielo per i superstiti romani rimasti a casa e che non si sono dati alla villeggiatura: l'Urbe è finalmente a portata di mano. Niente traffico, niente studenti, niente lavoratori, niente caos; solo turisti e strade deserte che puoi permetterti di percorrere a piedi. Mi sento la signora di Roma, padrona di tremila anni di storia e me li godo tutti mentre passeggio sotto il solleone, avida di sole come una lucertola. Mi si scaldano il fisico e il cuore quando scorgo il Pincio, quando raggiungo il Gianicolo, quando intravedo Porta Pia, quando approdo al Pantheon o al Colosseo. La mia amata Roma dovrebbe essere sempre così, libera da rumori assordanti, libera da gente impazzita, libera dallo smog delle migliaia di macchine e motorini. Dovrebbe essere solo Roma. Ma qui pure le mosche sono stressate.
    E mentre cammino assorta, gli occhi ricolmi delle meraviglie che mi si spiegano dinanzi, giungo dirimpetto a palazzo Braschi, un tempo palazzo Orsini, e lo sguardo mi cade sulla statua di Pasquino. Sorrido e sto per tirare dritto, quando all'improvviso non vedo più i palazzi moderni, non vedo più le strade asfaltate, non scorgo più nulla della civiltà del ventesimo secolo che ci ostiniamo ad appellare "civile" non si sa per quale recondito motivo. All'improvviso, come per magia, mi ritrovo nella Roma barocca, con i suoi abitanti che sfoggiano abiti sfarzosi, carrozze ridondanti di ghirigori, prelati altezzosi protetti dal baldacchino, venditori ambulanti, postulanti vestiti di stracci, bambini luridi che si rincorrono insieme ad animali da cortile, cavalli e cavalieri e sento sogghignare alle mie spalle. Mi giro e vedo la statua di Pasquino che prende vita, con i suoi arti mutilati e sicuramente impallidisco, perché la sento dire:
    «Aho, bella mia, ma che hai visto un fantasma?»
    «Tu… Tu parli?» balbetto.
    «Parlare.» ripete con aria ispirata. «Sì, mi piacerebbe parlare, dato che sono la più famosa statua parlante di Roma; ma, ahimè, in genere comunico attraverso i fogli che la gente mi attacca addosso.»
    «Fogli?»
    «Sì. Libelli. Chiamali come vuoi.»
    Annuisco e le labbra mi si piegano in un sorriso divertito. Anche lui sogghigna e ammette:
    «In questi secoli mi sono divertito da matti.»
    «Non stento a crederlo. La satira è di moda tuttora.»
    Scuote la testa e ribatte:
    «Non è la stessa cosa.»
    «Sì che lo è.»
    «No che non lo è! Vuoi mettere l'atmosfera, dove era vietato parlare male dei potentati e trovare comunque qualcuno disposto a sfidare gli strali del potere pur di attaccare e denunciare e vedere la faccia del bersaglio la mattina dopo? Ah, bella mia, queste sì che sono soddisfazioni!»
    Mi guardo intorno e noto la gente che prosegue nelle faccende quotidiane, ignorando sia me sia Pasquino e quando una dama mi passa accanto con la scorta, provo a toccarla, ma la mia mano afferra solo l'aria. Sospiro e mi godo lo spettacolo della Roma barocca, così calmo, così luminoso, così pieno di vita. Be', sì, noi, al confronto, non viviamo: sopravviviamo.
    «Sai,» riprende con tono allegro, «ci sono stati papi che avrebbero voluto distruggermi per far cessare le pasquinate, ma uomini dello stampo dell'Aretino, del Marino e del Belli, non hanno avuto timore e hanno continuato imperterriti a scrivere le loro pasquinate. Sono orgoglioso di questo. Io faccio parte del popolo di Roma e nulla e nessuno lo può negare.»
    «Raccontami.» lo esorto.
    Esita, china appena la testa, quindi annuisce e sospira.
    «Hai presente papa Clemente VII de' Medici?»
    Faccio mente locale, quindi rispondo:
    «Certo, il papa del sacco di Roma.»
    «Brava. Adunque, quando è morto, dopo lunga malattia seguita dal suo medico personale, qualcuno, forse proprio l'Aretino, considerato il governo disastroso e sospettando il cerusico di aver abbreviato la sofferenza, scrisse: "Ecco colui che toglie i peccati del mondo", chiaramente riferendosi al medico.»
    Mi metto a ridere di gusto e lui sorride a sua volta, felice della mia reazione.
    «Orbene, hai presente papa Paolo IV Carafa?»
    «Papa rigido oltremodo, forse un po' bigotto.»
    «Sì, costretto da lui medesimo al digiuno per espiare colpe sue fino alla morte. Orbene, io dissi: "Accidenti, che vino forte c'è in questa Carafa!" e Marforio, mio grande alleato, rispose: "Ti sbagli, è aceto".»
    Mio Dio, quale meraviglia! Sto dialogando con Pasquino e quasi stento a crederci! E via, una pasquinata dietro l'altra, le braccia che stringo intorno all'addome per le risate, la gente che continua a non vederci e mi sento stranamente viva.
    «E di papa Sisto V?» esorto eccitata.
    «Oh, lui, papa Peretti, nome rimasto oscuro e sconosciuto. Che vuoi che dica, se non che fosse già vecchio e rigido da non riuscire a definire? Basti dire che di lui si dice: "Papa Sisto non la perdonò neppure a Cristo"!»
    Rimango allibita e la mia espressione deve essere così comica che Pasquino ride e spiega:
    «Si dice così perché, dinanzi a un crocifisso in legno che pareva versasse sangue, lui lo spaccò in due, mostrando che dentro vi erano state messe delle spugne imbevute di sangue.»
    Spettacolare! Un papa veramente tosto. Uno di quelli che non si piega.
    «Quando morì, lasciando Roma sul lastrico e carica di gabelle, Marforio mi chiese: "Come si potrà vivere, Pasquino, con le vettovaglie tanto rincarate per le gabelle imposte da Sisto?". Ed io risposi: "E chi ti ha detto che si debba vivere sotto Sisto? Un po' per volta non si deve morire tutti impiccati?"»
    Scoppio a ridere e per un attimo chiudo gli occhi, assaporando la Roma barocca e sperando di poterci rimanere in eterno.
    «E di papa Clemente VIII Aldobrandini cosa mi dici?» domando.
    «Ah, lui! Che tipo! Hai presente Enrico IV di Francia, che abiurò la sua fede pur di farsi incoronare re dal papa? Ebbene, io risposi: "Enrico era acattolico e per amor del regno eccolo pronto a diventar cattolico apostolico. Se gliene torna il conto, Clemente, ch'è pontefice romano domani si fa turco o luterano".»
    Rido di nuovo, le lacrime che sgorgano dagli occhi e mi trattengo lo stomaco, immaginando Enrico IV che abiura mormorando: "Roma val bene una messa". Oh, sì, due tipi proprio simili e si sono capiti subito!
    «Ma lui è anche il papa che ha spedito al patibolo Beatrice Cenci, perché imballata di soldi.» riprende Pasquino. «E Marforio mi chiese: "Quali delitti avea la casa Cenci, secondo il santo padre Aldobrandini?". Ed io di rimando: "Avea troppi quattrini."»
    È incredibile quanto le pasquinate facciano bene alla salute: aiutano nel riso e solo il riso lenisce tutte le preoccupazioni e mostra il lato migliore della vita.
    «Però,» ammonisce Pasquino, «è stato anche il papa che ha bruciato Giordano Bruno, unico esempio di Inquisizione a Roma in quel periodo.»
    «Già.» mormoro scuotendo la testa e tornando seria.
    Rimango a fissarlo, tuttora incredula che una statua possa rivolgermi la parola e il mio pensiero vola a Marforio, l'altra statua meglio conservata che poggia languida su un triclinio e che osserva i romani con aria di superiorità. Posso solo immaginare la gente che si accalcava intorno a queste due opere d'arte per leggere la satira che uomini illustri e meno illustri si sono presi la briga di divulgare per non farla passare liscia ai potentati. E posso altresì immaginare la faccia di prelati e papi, di re e imperatori illividire di furore e prendersela contro le parole portate dal vento.
    «E con Napoleone?» domando.
    «Eh… Ne sono volate di pasquinate! Quando si presentò al cospetto di papa Pio VII Chiaramonti per fare ammenda e questi fece intonare il Te Deum, su di me si trovarono queste parole: "Te deum laudamus e in te speriamo, ma a Bonaparte non ci crediamo".»
    «Già! Ma poi, con la caduta del potere papale, nessuno più ha scritto libelli.»
    Rimane in silenzio e mi accorgo che sta osservando alcuni bambini che giocano vicino a noi senza vederci. Osservo il loro gioco e rabbrividisco: stanno simulando una impiccagione! Sbalordita, alzo lo sguardo su Pasquino e lui sospira.
    «Che vuoi, ai nostri giorni gli spettacoli che il popolino poteva permettersi erano le condanne capitali.»
    Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, mentre le risate cristalline dei bambini mi riempiono le orecchie come campane a morto.
    «Tranquilla, ragazza: questi giovani qui sono più svegli e arguti di quelli attuali.»
    «Non lo metto in dubbio.»
    «Comunque,» riprende con tono ammiccante, «ci sono stati altri libelli. Uno in particolare.»
    «Quale?» domando incuriosita.
    Sogghigna divertito e spiega:
    «Quando a Roma giunse in visita Hitler. Qualche bontempone ha deciso di farmi risorgere e la mattina su di me c'era scritto: "Povera Roma mia de' travertino! T'hanno vestita tutta de cartone pe' fatte rimirà da 'n'bianchino."»
    Scoppio a ridere e porto una mano alla fronte, immaginando le facce austere e dure di Hitler e Mussolini dinanzi alla pasquinata e comincio a capire la diversità di satira. Quella di Pasquino è sottile, irriverente, lapidaria, spiritosa, ma, soprattutto, è discreta e per questo più efficace. Oggi non si fa più satira simile.
    Annuisco, prendendo nota della lezione offertami da Pasquino e quando alzo lo sguardo, noto la statua di nuovo rigida, quel che rimane del volto intagliato nel marmo un marmo stesso e apro la bocca per dire qualcosa; ma ci ripenso e mi accorgo che sono tornati a circondarmi i palazzi moderni, i turisti e, soprattutto, lo smog.

  • domenica alle ore 15:33
    Sento tutto nel vento

    Come comincia: Tutta la vita io ho cercato il vento.
    Me ne andavo per le strade con gli incubi che trasformavo in sogni bellissimi .Con i capelli che mi facevano da ali immaginando che Dio era lì pronto a guardarmi. Lo sentivo addosso e tutt'intorno come su una giostra che non puoi fermare...ed io giravo giravo fino a perdere i sensi. Come una droga tritacarne che ti brucia i polmoni, come le cicatrici che ho sul corpo e  che tocco, miei tesori e medaglie al valore.
    Il vento è l'occhio, , la mano e lo sento , quando tu stai per arrivare
    quando ti chiedo perché non urli mai, e rispondi  che il paradiso ha bisogno di silenzio.
    Sento tutto nel vento, ed è simile alla sensazione di strisciare nudi con la pelle sull'asfalto e nessuno è lì per aiutarti.Nemmeno Dio più ti guarda. 
    E tu non vuoi nessuno che t'aiuti, senza amore.
    Io sento tutto dell'amore, ed è come il vento che ancora non riesco ad afferrare.

  • venerdì alle ore 21:35
    Racconto K

    Come comincia: La luna enorme e scarlatta giaceva rarefatta sull’orizzonte nero-buio-oscuro irradiando una tetra aura soffusa-arancione, come uno squarcio di sorriso leonardesco in una caverna occupata dalle tenebre.
    Sotto il cielo, una squallida periferia urbana e un edificio come di vecchia fabbrica abbandonata, la cui via di accesso si snodava fra erbacce e cancelli arrugginiti e pneumatici consumati illuminati da alti lampioni, uno dei quali recava una vetusta e illeggibile scritta arruginita.
    Io, mio padre ed un anonimo amico d’infanzia, con le facce come cancellate da una gomma, stazionavamo davanti all’edificio dove dovevamo consumare i nostri piaceri carnali.
    Lì c’erano le puttane. E noi dovevamo scopare. 
    Un banchetto  deserto davanti alla porta d’ingresso sorreggeva una lunga pila di libri e varie carte e cartacce, svolazzate dal vento e un blocchetto per le prenotazioni.
    Un taccuino con dei numeri.
    Ognuno di noi prese il suo numero.
    Chiesi a mio padre: “Dobbiamo andarci per forza?”                                                                                          
    “Sì, per forza. Ci dobbiamo divertire” – E rimase impassibile.
    Il  suo volto non aveva niente a che fare con mio padre, ma io davo per scontato che lo fosse. Come il mio anonimo amico, che probabilmente non avevo mai visto prima.
    Proprio lui allegro e sghignazzante prese il primo numero dal taccuino, lo strappò velocemente ed entro di corsa gridando: “ Andiamo a scopare! Andiamooo!”
    Il mio presunto padre guardava il suo numero con aria spersa e smarrita:
    “ Sì, è nostro dovere…  Dobbiamo scopare!”
    E mentre lui rifletteva,  non potevo più aspettare: corsi anch’io dentro per raggiungere il mio amico, senza cui mi sentivo completamente perso.
     
    Dentro tutto era tetro e oscuro: le pareti fatiscenti , odore di chiuso e tanfo indecifrabile: un lungo corridoio sui cui lati sbarluccicavano luci soffuse di flebile neon giallastro.
    E io correvo, correvo e correvo…  
    e il balenare di luci e ombre, che si stagliavano sulla mia faccia frenetiche e dondolanti.
    Passai davanti a numerose stanze aperte, chiuse e semi-chiuse. Riuscii a distinguere in esse un ciccione che si riabbottonava i pantaloni, una puttana a seno nudo, un’altra che si masturbava; poi altre scene di coiti, di pozzanghere e lettini oscuri, un baluginare intermittente  e tremolante di luci-puttane e ombre-corridoi, e una corsa sfrenata in meandri, antri e tunnel infiniti e serpeggianti.
    Ma il corridoio non finiva mai e si snodava in volte sempre più oscure nel cui vorticare distinguevo solo lo scalpiccio veloce e inquieto dei miei passi e la voce lontana del mio amico che gridava come un indemoniato. Ogni tanto affondavo i piedi in alcune pozzanghere, ma noncurante continuavo, seguendo la voce che smaniava davanti a me, in fondo, da qualche parte… Eppoi…
    Silenzio.
     
    Finalmente la voce si spense.
    Io mi fermai.
    Ero arrivato ad un angolo d’un bivio buio.
    Lì, nell’angolo,  in una nicchia, era seduto un ragazzetto scuro con lo sguardo fisso nel vuoto e che, mai rivolgendomi lo sguardo ed ondulando e cantilenando come un piccolo pazzoide in un’assurda litania, attaccò a parlare:
    “Oh,sì… L’ho visto il tuo amico! È proprio pazzo… Tu dove devi andare?...
    Devi scopare, devi assolutamente scopare!...
    È tutto lì il succo… Io mi sono proprio divertito… Devi andare dalla tua puttana, ci devi assolutamente andare!”
    Lo guardai impaurito e gli mostrai  il mio numero quasi automaticamente all’alzarsi di un suo sopracciglio:
    “ Ah!...  Stanza 664!... Vai, si chiama Elena!
     Lei è proprio brava… ed il dottor Zeinberg ti aiuterà a rilassarti…
    Oh, sì! Tu sì che ti divertirai!… Andare a puttane è la cosa migliore di tutte!...
    Come sono felice… Vai e divertiti!... è là in fondo!… ti aspetta sulla soglia.”
     
    Gli strappai di mano il numero e corsi verso la direzione indicata.
    Svoltai ad  un angolo, ed in fondo a quella che doveva essere una sala d’aspetto, c’era lei: una donna prosperosa, bionda, alta , in pantaloncini attillati di jeans verde e una camicetta bianca, stretta, i  seni enormi con i grossi capezzoli in vista:
    “ Vieni caro, ti stavo aspettando” – mi disse sorridendo.
    Mi avvicinai, le detti il numero ed entrai.
    All’interno, una stanza medica, come di pronto soccorso in disuso, scarsamente illuminata ma completamente bianca: un lettino, armadi vari, una scrivania, uno scaffale pieno di farmaci e lozioni e creme e arnesi chirurgici. Elena l’Ucraina, mi fece accomodare sul lettino.
    “ E’ la prima volta, vero? Non ti preoccupare…  Sei un po’ teso? Ora ti faccio rilassare io…”
    E all’improvviso da una stanza vicina, un acuto grido di dolore e strazianti urla come di tortura, ed una voce!  Una voce familiare.
    Ma subito la puttana  cercò di distrarmi.
    “ Allora? Guardami! Ecco cosa faremo…”
    Cominciò a sbottonarsi la camicetta sorridendomi, con le sue labbra carnose e scarlatte; poi cominciò ad accarezzarmi il cazzo da sopra i pantaloni con le sue dita affusolate e le sue lunghe unghia appuntite.
    “ Ti piace, non è vero?”
    “Sì!” – riuscii a malapena a mugugnare.
    Poi cominciò a sbottonarmi i pantaloni e ad accarezzarmi più a fondo mentre mi prendeva la testa con l’altra mano e mi faceva affondare nelle sue enormi tettone inducendomi a leccarle i capezzoli.
    “ Dai… Su!… ecco!”
    Il cuore mi batteva all’impazzata e stavo cominciando a godermi quel momento.
    Quando all’improvviso un odore nauseabondo mi penetrò le narici:  le sue mammelle puzzavano di cavoli andati a male, di qualcosa di marcio.
    Subito mi distanziai: lei mi guardò con uno sguardo tra lo stupore e il disprezzo, poi mi sorrise: “Ok… Forse non sei abbastanza rilassato…
     Ma ho qualcosa io per te! Ecco, bevi!”
    “ Cos’è?”
    Nell’oscurità mi porse una ciotola di cocco con dentro della strana sostanza bianchiccia.
    “Cos’è?… è Yukka! Ti darà calore e forza… E ti farà rilassare!…”
    La guardavo sorridere e contare le gocce che ingurgitavo mentre bevevo  quella strana bevanda.
     “ Bravo, ragazzone!” - e mi sorrise con gli occhi sempre più spalancati, soddisfatti e indagatori.
    La poca luce presente cominciava ad offuscarsi sempre di più e io mi sentivo stordito… lei si mise sul lettino, a cavalcioni su di me… andò giù e cominciò a leccarmi fra le cosce… poi me lo prese… e cominciò a succhiarmelo… prima con dolcezza poi sempre  più con violenza… sbattendo il suo pugno con forza sul mio pube… e stringendo sempre più i denti ad ogni tornata.
    “No… Adesso basta!… Aspetta!”
    “ Cosa c’è che non va?”
    In quel momento entrò un dottore stempiato, con la barbetta e un lungo pizzetto;  abbastanza vecchio, anche lui sorridendo e con degli occhi spalancati, molto simili a quelli dell’ucraina:
    “ Caro giovanotto, devi solamente rilassarti. Non lo sai che nel sesso v’è il segreto della felicità? Ecco!... Ora una bella siringhetta di questo… E vedrai che bella scopata ti farai! Eppoi sarai felice di tornare da noi ogni giorno. Non sei contento?”
     
    L’esimio dottore nel suo affettato sorriso mostrava i denti gialli ed una leggera bavetta bianca che gli colava dall’angolo sinistro della bocca nera. Si avvicinò con molta confidenza al lettino e, scostando l’ucraina, mi inserì la siringa nella coscia.
    “Allora? Stai meglio, mio caro?”
    Gli occhi mi si ribaltarono in sù e vidi il soffitto ondulare. Poi un bagliore di bianchezza. E la mia mano ora affondava nella larga, calda e umida vagina della puttana, mentre il dottore mi osservava sempre più divertito:
    “ Bravo!… è tuo dovere fare sesso!… è tuo assoluto dovere!… E non lo sai che il dovere è un piacere!?!”
    Poi altre grida frastornanti provenienti dal corridoio. Una voce amica. Uno strazio ed un tormento: qualcuno stava soffrendo. Una tortura, dei denti digrignati: “ Aiuto!”
    Lei mi cavalcava ed io provavo piacere. Ma avevo anche un orrendo senso di nausea.
     
    Il dottore era sparito.
    Vedevo tutto bianco,  poi tutto oscuro… e il mio corpo era un mattone, completamente rigido e pesante. Il mio cazzo ribolliva turgido e duro da far male nella enorme bestia del piacere, che si dimenava su di me ed il cui viso era ormai solo uno sfrondare nebuloso e divertito di capelli dorati. 
    Cercai di girarmi su un lato. Mi parve di vedere di nuovo nella penombra la faccia divertita del dottore che caricava una siringa ed alcune stille sbarluccicanti in alto dalla punta metallica sprizzavano d’argento.
    “ Io non voglio!... Io non devo ! … Basta!!!...”
    Mi alzai di scatto, scaraventando la puttana a terra. Mi rivestii velocemente mentre il dottore si avvicinava con la siringa e, dandogli uno strattone, spalancai la porta e scappai per i lunghi corridoi.
     
    Nell’angolino non v’era più traccia del ragazzino. Il nero corridoio si mise in obliquo… e io scappavo affondando nelle pozzanghere riflettenti e schizzando a destra e a sinistra… correvo senza mai riuscire a vedere niente… tutto si faceva più buio… una svolta a sinistra, una a destra… e la vista mi si offuscava sempre più. Nel corridoio non v’erano più stanze,  nessuna luce… e io soffocavo, soffocavo orribilmente. Mi mancava il respiro… poi gli occhi mi si ribaltarono e…
    Vidi  quella stessa luna rossa che fuori affondava nelle nere nubi teatrali.
    Un conato di vomito. Il cartello arrugginito. La pioggia. Le tenebre.
    E io che soffocavo… e soffocavo… Soffocavo!...
    …e mi svegliai boccheggiando.

  • venerdì alle ore 21:32
    Un sindaco

    Come comincia: Lungo la strada bianca che percorreva discendendo la vallata della Murgia, disegnando una S serpentina fra le collinette di terra e chianca, tra le verdi e gialle sterpaglie e le rocce affioranti, i bianchi muretti a secco ricoperti di muffa e sotto al sole d’arancia ormai al tramonto,  andava solo un cavallo con una grigia ed elegante sagoma con cappello.
    Teneva le briglie allentate e il cavallo andava da solo, i suoi polsini macchiati del marrone del terreno e le mani solcate da profonde rughe, nonostante la non tarda età, sfioravano ogni tanto la criniera del cavallo quasi accarezzandolo.
    Il Sindaco quel giorno percorreva quella strada di periferia che perdendosi nell’agro verso la vicina cittadina, portava alla masseria di don Ferdinando, faccendiere e precedente assessore del Comune da lui presieduto.
    Il Sindaco aveva ansia di andare a discorrere con il suo vecchio amico e collega per alcune serie faccende che si stavano sovrapponendo in quel periodo.
    La Guerra, le rivendicazioni dei braccianti, il cambio di rotta che stava prendendo l’assetto dello Stato tutto, le lotte politiche interne al Comune, il trasformismo e la collusione di molti suoi colleghi con la bassa criminalità e soprattutto con l’allegro associazionismo criminale operato da molti possidenti locali.
    Si presagiva uno strano clima di tensione nella società, un inquietante movimento sussultorio avvertibile in un digrignar di denti del bracciante, in un’occhiata penetrante in più del vecchio possidente a cavallo, nell’attenzione severa e nel mento irrigidito dello sbirro, nell’irreperibilità di molti noti barboni e fuorilegge, che da alcune settimane non davano più segno di vita.
    Il Sindaco aveva un sentore di quello stava accadendo, ma non riusciva di certo a decifrarne tutti i segnali.
    Sapeva benissimo che le cose dalle sue parti si erano messe bene in un certo senso, ma che comunque le diatribe, i conflitti personali, e soprattutto le lotte di potere per i possedimenti e per le poltrone politiche continuavano senza sosta, anzi si rafforzavano con l’andare del tempo.
    Egli sapeva di essere inattaccabile da molti punti di vista. Aveva solamente fatto del bene a quella cittadinanza: aveva ampliato e sviluppato il misero ospedale cittadino, aveva inaugurato piazze e strade e soprattutto aveva agevolato i lavoratori cittadini, sostenuto gli artigiani e sempre cercato di gestire le diatribe fra possidenti e braccianti in modo equo, senza scontentare né gli uni né gli altri.
    Tant’è che buona parte del popolo lo amava. Ma egli sapeva benissimo – con il suo mite, discreto ma giusto operato –  di aver scontentato molti di coloro che avrebbero voluto rinverdire il proprio status quo e magari accrescerlo grazie alle solite magagne e fili deviati.
    Le contingenze esterne e il passato burrascoso di quella zona, mettevan sempre sul chi va là la popolazione; ogni elemento della società veniva visto come un possibile amico o come un possibile nemico; si era sempre pronti a vedere qualcuno sfoderare il coltello per un’inezia o per questioni passionali, o qualcun altro a sfoderare il fucile per questioni economiche ed ereditarie.
    In città il bracciante arricchito diventato possidente sfoggiava l’eleganza e l’arroganza dell’ uomo che ce l’ha fatta; l’artigiano faceva il suo lavoro in tranquillità sprecando gli inchini e i ringraziamenti per i don; i braccianti andavano e venivano con la miseria nella testa e un coltello sempre in tasca. I preti incensavano la chiesa e benedivano i fratelli, che tutti si conoscevano, tutti si amavano e nel contempo tutti si odiavano, parlando male l’un dell’altro, meditando vendette e agguati, contro l’infame o contro la zoccola.
    Il figlio del massaro aveva sposato sua cugina, era nato uno storpio, ed era stato dato a una coppia di braccianti senza figli, in cambio di due galline e quattro conigli; il parroco aveva la comare poco d’innanzi alla chiesa, e c’è chi sospetta che anche i figlioletti della genitrice fossero stati accolti troppo teneramente fra le sue braccia; il massaro Capraro aveva sedotto la figlia di don Onofrio, i due erano scappati, ma mentre lei dormiva in un fienile, lui pendeva da un albero, ancor più pallido della luna che lo illuminava; un brigante aveva stuprato la figlia d’un bracciante, i fratelli lo scovarono e lo arsero vivo ficcandolo in un forno.
    Tutti casi di cronaca che affollavano la gazzetta locale e che riempivano gli occhi del nostro Sindaco ogni mattina.
    Ma poi giravi a piedi, in piazza o per le vie del centro, e tutto pareva normale: il lattaio faceva l’inchino, il fruttivendolo salutava con un sorriso bonario a trentadue denti, il parroco benediva mansueto, il massaro si toglieva il cappello e stringeva con allegria la mano al compaesano.
    Tutti sembravano agnellini sotto lo sguardo pubblico della morale comune, dell’autorità e degli sbirri.

    II.
    Così il Sindaco quel giorno a tavola andava parlando:
    “ Ho concesso alla ferrovia di passare davanti al cimitero. Ho dato i permessi e tutto. E ora don Michele mi vuole morto perché gli ho tagliato la proprietà in due. E don Raffaele mi manda fiori e attestati di stima, promettendomi ampio sostegno nella prossima campagna.”
    “ E tu?” – gli fece la mamma ottantaduenne, la rugosa faccia assonnata ma arguta avvolta nel cencio floreale annodato tipico delle matrone di campagna.
    “ E io, cara madre mia,  ho accettato i fiori, gli attestati, e se vuoi saperlo anche i soldi…
    Perché io ho bisogno dei soldi per reggere i fili di questo paese di lupi affamati!... Io ho bisogno della protezione dei fucili dei massari e se ci è bisogno, ho bisogno pure dei briganti, degli sbirri e di tutti i Santi che ci sono in cielo!”
    “ Chiudi la boccaccia, svergognato!” – eruppe la vecchia – “ Se tuo padre ti sentisse!... Mai un soldo ha preso lui… Mai a compromessi è arrivato lui!”
    “ E lo so!... Mai a compromessi, eccome!... Me lo ricordo quando trucidò un terzo dei suoi braccianti per non volergli rendere il conto!... Un Sant’uomo, mio padre!”
    La  vecchia guardò il figlio con uno sguardo orribile, prima con rabbia, poi acchetatasi, quasi in segno di vergona, abbassò gli occhi e se ne andò, raccogliendo le scodelle sporche di minestra.
    La campana della Chiesa di San Rocco suonava monotona, riverberando i colpi e scacciando gli uccelli verso il tramonto. Le rondini svolazzavano attorno al campanile festeggiando il miscelarsi dell’arancione all’azzurro. Qualche nuvoletta macchiata di colore si stagliava qua e là sulle casette bianche attorno al Castello.
    E il Sindaco fumava scrutando l’orizzonte dalla terrazza.
    La testa s’era completamente svuotata, e lui guardava come inebetito il succedersi nell’aria delle spirali di fumo, il cui leggiadro candore s’andava a fondere alle nuvolette, poi all’arancio e all’azzurro.
    E la pace più chiara e inebriante si era impossessata del suo cervello, troppo oppresso dai mille pensieri della routine quotidiana che spetta ad una alta carica.
    Quella notte gli era apparso in sogno un uomo in grigio, che guardandolo fisso negli occhi poi spariva in un grande cerchio giallo in mezzo alla completa oscurità. Pensò che fosse un sintomo di stress, o solamente uno dei tanti incubi che affrontava da mesi di notte, quando la solitudine e il timore hanno il sopravvento e quando tutte le preoccupazioni diurne si concretizzano in terribili spettri notturni.
    “ Chi me l’ha fatto fare?” – l’unico pensiero che gli passò per la mente in quel momento.
    Poi un sorriso ironico: “ Sono uno stupido”.
    E la sigaretta cadde lenta sulla strada deserta.
    “ Non credo di aver fatto una mossa sbagliata.  Eppoi il popolo mi ama… Ho fatto solo del bene a questa comunità. Come potrebbero odiarmi?”
    E rientrò in casa, socchiudendo la finestra dalla vernice verde che andava a poco a poco staccandosi.
    Dentro era buio. La rivoltella giaceva sul tavolo, come ad aspettarlo.
    Lui la prese, l’aperse, controllò la carica, fece scoccare la sicura. Poi la guardò.
    Si guardò nello specchio. Appariva più pensieroso del solito.
    S’infilò la rivoltella nella tasca ed uscì.

    III.
    La bianca strada in terra battuta continuava a discendere fra le chianche. Alla sinistra la grande collina verde e bianca e a destra una piccola cunetta di terreno incolto; e in lontananza una grande macchia bianca, accompagnata da altre due piccole poco più a est: le tre cittadine dell’Alta Murgia.
    La serpentina  tra le verdi e gialle sterpaglie, era irrorata dalla luce scarlatta del tramonto, che imbrattava la brecciolina di un colore sanguigno.

    E il cavallo del Sindaco andava, andava da solo, quasi conoscendo a memoria la strada che portava alla masseria del vecchio e caro amico Don Ferdinando.
    Il Sindaco guardava avanti, quasi assopito, con il grigio cappello dalle larghe tese dinanzi agli occhi. La sua mano rugosa continuava ad accarezzare il cavallo, e per un attimo il suo sguardo si posò sulle more nere e rossastre che adornavano il cespuglio che occultava lo sbocco della curva.
    Così, una volta superata la curva, la strada proseguiva quasi rettilinea, ma a pochi passi dalla svolta, quasi in corrispondenza dell’imbocco di un carraro, proprio sotto una grande quercia, il Sindaco distinse qualcosa di insolito: tre persone in stallo, quasi in attesa.
    Uno di questi guardava la strada proprio in direzione del Sindaco, l’altro, il più alto, armeggiava con le redini e delle borracce sul cavallo e il terzo lì di spalle a pisciare sulla quercia.
    Il cavallo del Sindaco si avvicinava pian piano al trotto ai tre personaggi, cosicché gradualmente il nostro poté distinguerne le fattezze: l’uomo in avanguardia aveva un largo cappello marrone, abbastanza basso, tarchiato, la folta barba nera, naso aquilino, una borsa di cuoio a tracollo; il tizio che armeggiava con le borracce appariva essere il più alto, un elegante vestito grigio da notabile e una bombetta ugualmente grigia sulla testa; il terzo tizio, non appena voltatosi dopo la minzione, aveva il volto di un giovane bracciante sbarbato.
    Ormai il Sindaco era a pochi metri dai tre: la mano rugosa arrestò il suo moto continuo verso la criniera del cavallo e rimase sospesa; l’altra mano spinse in sù il cappello per meglio osservare, poi passò in giù ad arricciare un baffo.
    Un’espressione di curiosità ravvivò il suo volto.
    I tre lo guardavano.
    Poi l’alto notabile in grigio si fece in avanti, sorridendo a braccia aperte:
    “ Carissima Eccellenza, quale onore incontrarla qui!”
    Il Sindaco osservò che il notabile era particolarmente alto e slanciato. Sembrava avere poco più di quarant'anni: bocca stranamente storta, ben rasato, bruno, sopracciglia nere, una più alta dell'altra, ma soprattutto la cosa che lo colpì fu che al posto dell’occhio sinistro aveva un occhio giallo, finto, sembrava quasi di pietra.
    “ Con chi ho l’onore di parlare?”
    “ Mi chiamo Arcangelo del Sisto, Illustrissimo!... Appena arrivato nell’agro per assistere al lavoro delle vostre egregie terre con l’aiuto delle mie maestranze... Pirrocco!... Gianvito!... Salutate Sua Eccellenza il Sindaco!”
    I due bifolchi sorrisero, evidenziando la disastrata dentatura giallognola piena di falle nerastre, poi fecero a turno un inchino.
    Il Sindaco li guardò per un attimo con aria di sospetto. Quella stessa mano che accarezzava il cavallo ora accarezzava la rivoltella nella tasca  della giacca. Poi la mano, quasi istintivamente, scalò il tessuto ed andò ad infilarsi guizzando con due dita all’interno.
    Il Sindaco sentì fra i polpastrelli la superficie liscia del calcio della pistola.
    Il signor Arcangelo, fissandolo negli occhi, in quel momento si fece tetro, con il guanto nero  porse la mano al Sindaco, e con la voce secca proferì: “ Vorrei lasciarle le mie credenziali, Sua Eccellenza!”
    Così dall’interno della giacca, con un unico movimento, estrasse l’arma, la puntò.
    E sparò.
    Il fiotto di sangue schizzò in aria, imbrattando i rami pendenti della quercia.
    Solo per un attimo la mano del Sindaco si rizzò verso la criniera del cavallo.
    Lo accarezzò per un ultima volta, poi cadde all’indietro, ed infine tracollò a terra, precipitando stecchito da cavallo con un tonfo.
    L’Arcangelo Assassino fissava la sua vittima, agonizzante sul selciato, mentre le gocce di sangue colavano dai rami andando a riempire la sommità concava del suo cappello.
    I due bifolchi avvicinandosi con occhi arrotati estrassero due lunghi coltelli, uno dalla borsa, l’altro dalla giacca, e presero a finire definitivamente il Sindaco, con ripetute coltellate sul petto e sull’addome.
    Lo trafiggevano con ferocia, come se Egli avesse fatto loro un grave ed imperdonabile torto.
    Ficcavano il coltello nel corpo fino a trapassarlo ed ogni coltellata era accompagnata da un grido di ferocia e un affanno da bestia affamata. Il sangue schizzava suoi loro volti e la mano pelosa e nerboruta, si alzava ripetutamente in cielo per poi infiggersi sul corpo straziato, ormai senza vita.
    Il notabile, al contrario, dall’alto continuava a fissare la scena, con l’occhio funzionante non meno impassibile di quello finto. Quella gialla sfera nell’orbita oculare dell’assassino fissava la cruenta carneficina con soddisfazione ed un ghigno, un accennato sorriso leonardesco, apparve sulle labbra sottili ad esprimere la sua soddisfazione.
    E le grida continuavano e le bestie continuavano a squarciare il cadavere, mentre tuttattorno sembrava regnare il silenzio. E nessuno s’accorse di niente, nulla fu avvertito dai massari vicini.
    Anche se almeno quattro masserie erano situate solo a poche centinaia di metri dal luogo del misfatto.

  • venerdì alle ore 21:31
    L'uomo senza testa

    Come comincia: Un uomo senza testa andò da un uomo senza gambe e gli disse:
    " Non posso parlarti... Sono senza testa!"
    " E allora perché mi parli?" - gli rispose l'uomo senza gambe.
    " Per avvisarti che non posso parlare!" - gli rispose l'uomo senza testa.
    " Ma non è possibile avvisare senza poter parlare!" - gli rispose l'uomo senza gambe.
    " Questo perché sottovaluti il potere dell'educazione!" - disse l'uomo senza testa.
    " Mi stai dando del maleducato, coglione!?!" - disse l'uomo senza gambe.
    " Ci mancherebbe, testa di cazzo!" - gli disse l'uomo senza testa.
    L'uomo senza testa allora prese un machete e tagliò a pezzi l'uomo senza gambe, che ora rimase senza gambe, ma anche senza il resto. 
    L'uomo senza testa però se ne pentì subito, si prese la testa tra le mani dalla disperazione, ma non si prese, perché non aveva la testa. 
    Così morì di tristezza ed ebbe un infarto.
    Una brutta faccenda che sarebbe stato meglio non raccontare a nessuno.

  • venerdì alle ore 21:30
    L'aborto

    Come comincia: Io e la mia ragazza, qualche mese fa, abbiamo abortito.
    Cioè: la mia ragazza ha abortito. Io, invece, ho solo adempito ai compiti a cui un buon coniuge deve adempiere in questi casi. Ovvero: costringere la propria consorte ad abortire.
    E nonostante tutti gli schifosi tappa-vagine, salva-feti, obiettori di coscienza che ci son in giro, nonostante il cima anti-abortista che imperversa in Italia –  alla fine siamo riusciti a trovare un tipo che c'ha fatto abortire con serenità.
    Quest'uomo si chiamava Ahmed, era siriano e al posto della mano sinistra aveva un uncino.
    Per la modica cifra di 54 euro e 99 centesimi, Egli, il nostro salvatore, è riuscito, con una combinazione di nitroglicerina,  a far esplodere il feto dentro l’accogliente utero di mia moglie, rivendicando l'uccisione a nome di Al Quaeda e gridando: "Allah è al bar!"
    Dopo qualche ora la mia compagna ha espulso il feto: una via di mezzo fra un Alien e un gamberetto.  
    Ed è a quel punto che noi altri ci siam intristiti e la disperazione ci ha pervaso.
    E fissavamo quel piccolo feto morto nell'asciugamano insozzato di sangue. E noi lo guardavamo e pensavamo alle rivendicazioni degli anti-abortisti: forse questi ultimi avevano veramente ragione, forse noi eravamo solo degli assassini. Avevamo interrotto una vita umana, c'eravamo sostituiti a Dio per decidere cos'era giusto o sbagliato!... Quel bambino avrebbe potuto diventare qualcuno, avrebbe potuto avere una vita eccezionale... Noi invece, solo per egoismo, gli abbiamo tarpato le ali, abbiamo tolto a questa creatura il suo futuro... E ora quella piccola creatura era solo un feto, un piccolo feto morto, che non si sarebbe più potuto alzare, non avrebbe più potuto vivere la propria vita…
    Non avrebbe più potuto amare, sognare, cantare e ballare!
    Fu proprio a quel punto che il feto morto accasciato sul pavimento di colpo si svegliò, saltò in piedi… e cominciò a ballare scatenato, cantando a squarciagola la celeberrima canzone nazional-popolare
     ‘Con 24 000 baci’!
    Egli era bravo, ma non era quello che stavamo cercando.
    Così pigiai il bottone rosso e gli dissi: "Per me è no!"
    Il feto morto sorrise e ci disse, continuando a ballare e a cantare:
     "I'm the dancing feto morto, dancing feto morto!...”
    “Sono il Feto Morto Ballerino!... E prima o poi ce la farò a farcela, e avrò successo nel mondo dello show business!"” – spremendo i suoi piccoli occhi deformati.
    "Ti facciamo i nostri migliori auguri, piccolo feto morto!" - disse mia moglie.
    Tre giorni dopo il feto morto ballerino venne avvistato all'aeroporto di Malpensa: stava prendendo un aereo per l'Ucraina.
    Pare che egli si sia definitivamente trasferito lì, che abbia avviato una attività imprenditoriale di successo e pare che al contempo sia diventato  una grande star dei teatri, dei circhi e dei burlesque di Kiev.
    Ora lavora per la tv di Stato ucraina in coppia con un bambino deformato di Chernobyl, facendo ridere sia i grandi che i piccini.
    Inoltre, il nostro piccolo Feto Morto Ballerino ha aperto una catena di ristoranti e ha lanciato la moda degli spaghetti con i feti morti (piatto incredibilmente simile agli spaghetti con i frutti di mare).
    Una innovazione assoluta nel campo del riciclaggio e della ristorazione.
    Che vi consigliamo di consultare sul sito www.fetimortiallapescatora.com.
    Così il feto morto ballerino fra le sue performances e il ristorante di feti morti è riuscito a fare carriera e a dare un senso alla propria vita
    E gli anti-abortisti hanno avuto ancora una volta torto.
    Poiché hanno avuto la dimostrazione che anche il feto morto in realtà è vita, anche il feto morto può avere un proprio sviluppo artistico e professionale e continuare per la sua strada dopo l’espulsione.
    Soprattutto se è un feto morto di talento: 
    Magari un feto morto ballerino!

  • giovedì alle ore 20:54
    LO RITRATTO

    Come comincia: Io sono morto, ma voi siete ancora vivi, voi. Io al momento non ci sono ne sono morto. Voi .
    Vorrei morire nudo su di una poltrona di pelle marrone , con o senza ciabatte, poco importa.
    Queste voragini che sono i miei occhi hanno sudato guerre,  hanno sudato ogni vostra terrena emozione , hanno contato i granelli di sabbia dello scorrere vostro. Voi, voi siete ancora vivi o cosi pare. Io al momento m’aggiro in qualche strada scordata dalla memoria e vi guardo, vi guardo vi scruto vi analizzo vi consumo. Vorrei morire qui e adesso , nudo, con o senza ciabatte poco m’importa, su questa poltrona a mia forma ed immagine di pelle marrone.
    Voi siete vivi, voi, ma non lo sapete.
    Non vorrei morire mai, e restare nudo con o senza calzini poco m’importa su questa poltrona  a prendere polvere , nel diventare non altro che un soprammobile vivente e voi, ve lo assicuro, paghereste qualsiasi somma per avermi come pezzo di arredo o antiquariato.
    Ma voi siete vivi, io non sono ancora morto, o forse non sono mai esistito.
    Mi piacerebbe molto tornare ad essere voi, voi! Voi che siete vivi. M’alzerei soave da questa poltrona marrone di pelle e non sarei più nudo, mi vestirei, indossando le scarpe o meno mi è indifferente. Ma siete voi i vivi , io m’accingo ad esser morto, miseramente nudo adagiato su questa pelle eco marrone , in questa stanza grigio fumo e da quella finestrella vedo voi, voi! Voi che siete vivi, colorati, vestiti, con scarpe cappelli macchine fotografiche appese come collane al collo, con al guinzaglio coccodrilli  e gazzelle, v’aggirate vivi ovunque. Ma io che non sono ne vivo ne morto tremo di stupore quando vi vedo vivi, quando non vedete me. Allora non esisto o sono morto o mi sono dissolto nelle pieghe di questa poltrona di pelle marrone.

    Shiddarta-Asia Lomartire

  • 23 settembre alle ore 16:14
    Felice e l'incontro con gli scuri

    Come comincia: Le patatine piccanti lo facevano impazzire, mentre mangiava arrostendosi la bocca si chiedeva quale angolo remoto del suo cervello lo raggirasse ogni volta costringendolo a subire quella tortura. Eppure quando finiva il sacchetto e si scolava una lattina di bibita veniva avvolto da un senso di benessere che lo ripagava del sacrificio. Ripose il pattume negli appositi raccoglitori, ormai in qualsiasi luogo aperto al pubblico si faceva la raccolta differenziata e lui ci teneva a contribuire a separare tutto. Lo speaker aveva annunciato mezz'ora di ritardo, un guasto tecnico aveva costretto gli addetti ad un immediato controllo dell'apparecchio. L'aeroporto era grande ed affollato e lui sapeva come far passare il tempo, infatti dopo aver sgranocchiato le patatine si era accomodato su una poltroncina ed aveva estratto dal suo bagaglio a mano un libro tascabile di facile lettura. Non era un uomo di Neanderthal, anche lui possedeva un cellulare di ultima generazione con tutte le applicazioni possibili ed immaginabili, ma quando poteva si immergeva nella lettura in modo da alleggerire il cervello da ansie e pensieri. Aveva superato da poco la metà del libro quando dai microfoni udì l'annuncio sperato, il suo volo diretto a Madrid sarebbe partito a breve; bene, pensò, si parte. Finì il capitolo lasciando la protagonista del romanzo alle prese con una pazza omicida che ammazzava le sue vittime e poi le dava in pasto ai porci. Che fantasia pensò Felice, eppure quella poliziotta, protagonista di vari episodi, era tosta. Richiuse il tascabile e lo ripose nella tasca interna della sua borsa da viaggio, si alzò per sgranchirsi le gambe e si avviò verso l'entrata del suo imbarco. Restò paralizzato quando sentì una voce alle sue spalle chiamarlo per nome "Felice! Ehi, Felice aspettami, sono io" Riconobbe quel cinguettio ma si girò convinto di essere di nuovo colto da una delle sue visioni o peggio, rapito dagli alieni. Invece vide lei che lo stava raggiungendo di corsa, il cuore cominciò a battergli forte ed un tremolio attraversò tutto il suo corpo finché lei fu a pochi centimetri da lui "Dove credevi di andare?" Disse la ragazza con fare civettuolo. Lui non riusciva a parlare travolto dall'emozione, la bocca secca e il battito accelerato lo avevano messo alla sua mercé e lei ne approfittò immediatamente "Ho trovato un biglietto e sono riuscita a sostituirlo con chi ti stava accanto, da qui al Brasile sarò il tuo angelo custode così avremo modo di conoscerci meglio" Felice era piantato a terra e lei lo prese per mano sollecitandolo a muoversi "Su Felice, non vorrai mica perdere il volo, andiamo!" "Va bene Aurora, andiamo"
    Felice ci mise quasi mezz'ora per realizzare ciò che stava accadendo, tempo che lei utilizzò per investirlo con un fiume di parole e domande alle quali lui rispondeva automaticamente. Così, mentre il volo stava prendendo la rotta prevista, Aurora aveva già estorto a Felice le notizie salienti sulla sua vita "Sai" Continuò lei imperterrita "E' stato facile risalire a te, sono riuscita ad avere informazioni dagli addetti dell'ospedale, sono stati molto gentili e poi.." "Perché?" Chiese lui come se lei fosse appena apparsa "Cosa?" Rispose sorpresa "Perché sei qui? Non mi interessa come hai fatto a trovarmi, voglio sapere perché" Fu deciso nella sua richiesta, non voleva risposte evasive, voleva la verità e lei questo lo capì, infatti si girò verso l'oblo alla sua sinistra e rispose con aria meno baldanzosa e a bassa voce "Perché mi sono innamorata di te" Quella risposta sortì in lui l'effetto di una scarica di adrenalina e senza pensarci su afferrò dolcemente lei per un braccio e la invitò a girarsi verso di lui. I loro sguardi si incontrarono e immediatamente si abbracciarono e baciarono con passione, fu un bacio profondo che li fece sentire per un attimo estranei da tutto il resto e poi si fissarono nuovamente; nessuna parola uscì dalle loro bocche, stavano comunicando con gli sgaurdi e ciò che vedevano erano solo sensazioni d'amore. Stremati da quelle forti emozioni nel volgere di pochi minuti si addormentarono mano nella mano.
    Felice, convinto di dover viaggiare da solo, aveva trovato uno di quei voli strani con vari scali: da Roma avrebbe fatto tappa a Madrid, poi a Dakar e infine sarebbe arrivato a San Paolo. In quel momento stavano sorvolando il deserto del Sahara ed erano ancora immersi nel sonno. Lui stava sognando, era su di un pullman di quelli a due piani tipici di Londra, ma non era in Inghilterra. Il mezzo procedeva in mezzo al deserto e mentre lui ammirava quel paesaggio sterile, ma allo stesso tempo affascinante, alle sue spalle si stagliò possente l'ombra di qualcuno. Si girò di scatto trovandosi davanti uno di loro e solo in quel momento si rese conto che il pullman era vuoto, a bordo non c'era nessuno, nemmeno l'autista, solo lui e quell'altro.
    "Ma bene, quindi sono di nuovo nelle vostre mani; e io che pensavo di potermi godere un sogno tutto mio" Esordì Felice sarcasticamente "Tu stai sognando" Rispose l'altro in maniera distaccata "E stai dormendo accanto alla donna di cui ti sei innamorato. Il tuo aereo sta sorvolando il Sahara, ma non vi state dirigendo verso il Senegal, bensì nella città di Gao. Stai attento, loro sono lì " Concluse frettolosamente l'altro "Loro chi?" Chiese Felice "Gli scuri, stai attento agli scuri" E detto ciò svanì. Il sogno si fece sconclusionato e dopo un po' Felice si svegliò con impressa nella mente una frase; stai attento agli scuri. Aveva ancora nella sua mano quella di lei che dormiva beatamente e stava per servirsi da bere dell'acqua quando l'aereo sembrò virare in modo repentino verso sinistra e senza volerlo rovesciò un po' d'acqua sulle gambe di Aurora che si svegliò di scatto.
    "Cosa succede?" Chiese ancora intontita dal sonno.
    "Non lo so, ma non mi piace" Rispose lui mentre con un fazzoletto di carta cercava di asciugare un po' le gambe della compagna. Nel frattempo l'aereo si era inclinato ulteriormente e adesso i passeggeri dovevano allacciarsi la cintura e tenersi forte se non volevano essere disarcionati dai propri sedili. Una voce dal microfono stava dicendo qualcosa in inglese, poi parlò in francese ed infine in italiano <A causa di un  improvviso guasto tecnico siamo costretti ad un atterraggio d'emergenza nell'aeroporto disponibile più vicino. Vi informiamo che faremo tappa a Gao per poi ripartire al più presto. Il capitano si scusa per l'inconveniente e vi chiede di portar pazienza> I passeggeri reagirono nei modi più disparati: c'era chi inveiva contro quella compagnia da strapazzo, chi rideva per l'inconveniente, chi sembrava non dar peso a ciò che stava accaadendo e tutta una serie di reazioni emotive più o meno normali in quei casi. "Qualcosa non va?" Chiese Aurora vedendo Felice completamente estraniato "Gao!" Escalmò lui "Cosa?" "Ha detto che atterreremo a Gao, non va bene" "Perché?" Domandò lei che cominciava a capir gli atteggiamenti dell'uomo "Perché a Gao troveremo gli scuri"
    Dopo circa tre ore stavano percorrendo una strada polverosa a bordo di un pulmino sgangherato che li avrebbe condotti presso un piccolo hotel della città per passare la notte. Il problema al loro aereo era più complesso del previsto e, non essendoci voli sostitutivi, il comandante dopo mille scuse e raccomandazioni aveva convinto i passeggeri a farsi accompagnare, a spese della compagnia, in hotel a Gao nell'attesa che l'aereo fosse riparato. Nonostante i mugugni avevano accettato tutti di buon grado; una doccia e una buona dormita avrebbe permesso loro di ricaricare le pile. Dopo aver espresso le sue preoccupazioni in merito ad un atterraggio a Gao, Felice non aveva più parlato e Aurora era in difficoltà. Si era innamorata di lui a prima vista e voleva stare sempre al suo fianco, ma le era chiaro che l'uomo nascondeva qualcosa di grave e pericoloso. Dopo essere giunti presso la struttura che li avrebbe ospitati, i due vennero sistemati in una camera matrimoniale; non erano sposati ma quando uno degli addetti chiese loro se una camera per due fosse stata di loro gradimento, Aurora accettò all'istante non lasciando a Felice modo di replicare. La camera era provvista di aria condizionata e tutto sommato era pulita ed ordinata. Lei stava sistemando la sua borsa mentre Felice era sdraiato sul lettone con lo sgaurdo fisso verso l'alto "La nostra prima notte insieme" Disse lei sorridendo, ma lui non fece il minimo movimento, nessuna espressione o commento e allora lei rincarò la dose "Ho dovuto fare i salti mortali per raggiungerti e adesso che siamo qui da soli te ne stai lì impalato a fissare il soffitto!?" Per alcuni istanti sperò di aver sortito qualche effetto su di lui ma dopo alcuni minuti Felice si alzò e si diresse verso il piccolo bagno munito di doccia. Lei sentiva il rumore dell'acqua infrangersi sul corpo dell'uomo e presa dall'eccitazione lo raggiunse sotto la doccia. Lui la accolse con calore, fecero l'amore e poi si trasferirono sul letto dove bissarono il loro amore. Aurora era raggiante, il suo profumo riempiva la piccola stanza e Felice se ne stava beando.
    "Io e te dobbiamo parlare" Disse lui con calma ma con un tono che non permetteva repliche "Dopo" Rispose invece lei che lo prese per il collo e lo tirò a se e dopo aver fatto nuovamente l'amore si addormentarono.
    La luce inondava la stanza, a quelle latitudini il sole sorgeva presto. Lui si svegliò con la sensazione di aver trascurato qualcosa, ma la vista della sua compagna sdraiata vicino lo tranquillizzò all'istante. La libido era al culmine ma si costrinse a stare calmo e dopo essersi rivestito svegliò dolcemente Aurora baciandola sulla guancia "Sveglia tesoro, andiamo a fare colazione" Lei aprì gli occhi e lo fissò con quel suo sguardo ammaliatore, Felice era pazzo di lei "Che ore sono?" Chiese con la voce ancora impastata dal sonno "Non ne ho idea, ma il sole è già alto; una buona colazione e due passi all'aria aperta ci serviranno per schiarirci le idee" Lei fu presa dal panico, cosa voleva dire con quelle parole? Che la loro era stata solo una notte di sesso e niente più? L'uomo percepì quei dubbi e dopo essersi avvicinato all'orecchio di lei sussurrò "Ti amo, stai tranquilla. Adesso preparati che dobbiamo parlare" E detto ciò la baciò delicatamente sul collo. Lei trasalì, ma si trattenne e fece un cenno d'assenso con il capo.
    Un incaricato aveva appena comunicato loro che il volo non sarebbe ripreso prima di 36 ore e quindi avrebbero dovuto passare la giornata a Gao e probabilmente un'altra notte. Aurora si meravigliò della reazione di Felice o meglio della totale indifferenza per quella notizia, infatti mentre tutti gli altri passeggeri avevano sonoramente protestato più o meno civilmente, lui sembrava quasi contento di quel contrattempo. Stavano consumando la colazione quando lei, preso coraggio, chiese "Hai voglia di raccontarmi cosa sta succedendo?" Lui alzò lo sguardo verso il cielo e poi la fissò "Sì, stammi a sentire" Felice raccontò in maniera dettagliata le sue esperienze ultraterrene, la perdità dell'amico Franco, la sua vita nel quartiere e spiegò come i suoi genitori, al quale era sinceramente affezionato, lo avessero tenuto all'oscuro di quel segreto. Parlò anche delle frustrazioni, delle sue paure ed insicurezze, aggiunse di essere in cura presso una psicoanalista e accostò il loro incontro ad un possibile disegno degli alieni. Parlò ininterrottamente per più di un'ora e lei lo ascoltò con attenzione senza mai interromperlo, senza mai dubitare dlle sue parole; lui fu contento di quell'atteggiamento e alla fine concluse "Ecco, questa è la mia storia strampalata e adesso forse ti sarai pentita di avermi seguito fin qui" La ragazza non rispose, prese il bicchiere pieno d'acqua e ne bevve lentamente tutto il contenuto, si asciugò la bocca con un fazzoletto e poi sospirò. Felice stava per dire qualcosa ma lei lo anticipò "Aspetta" Disse con calma, si alzò e si mise difronte a lui che alzò il capo verso di lei, si fissarono per un attimo poi le loro labbra si incontrarono e si baciarono con passione. Quando si staccarono per riprendere fiato lei parlò con tono deciso e sincero "Ti sarò sempre vicina Felice, ti amo" Lui fu rinfrancato da quelle parole e dopo aver abbracciato energicamente la sua compagna si alzò e la prese per mano "Andiamo" Le disse e lei lo seguì.
    "Dove stiamo andando? Conosci questi posti Felice? Le guide hanno detto di non allontanarsi troppo dall'hotel, non è una zona tranquilla questa" "Infatti" Rispose lui " Ed è proprio per questo che voglio dare un'occhiata in giro" Lei non ribattè e dopo circa mezz'ora passata a camminare per le strade di Gao, lui si fermò davanti alla veranda di una casa. Alcuni bambini stavano giocando con dei palloni nuovi e lucidissimi e le loro risa riempivano l'aria di gioia, eppure Felice notò qualcosa di strano; erano tutti maschietti, una decina circa ma nessuna bambina. Si avvicinò ad uno dei piccoli che per nulla intimorito proseguì nel suo gioco, sapeva di non potersi far comprendere eppure chiese istintivamente "Dove sono le bambine? Dove sono le vostre sorelle?" Il ragazzino afferrò il suo pallone e si rivolse a lui "Ben arrivato Felice. Qui gli scuri hanno preso il sopravvento, entra in quella casa e, se vorrai, vedrai. Ma stai attento, devi essere forte o soccomberai" "E lei?" Chiese Felice preoccupato, ma adesso il ragazzino lo stava guardando con aria interrogativa e si mise a urlare nel suo idioma incomprensibile per poi unirsi agli altri bambini. Lui restò fermo un attimo, la mano di Aurora era serrata al suo braccio e quando si voltò verso di lei vide nei suoi occhi lo sgomento "Tu e quel ragazzino siete spariti per un attimo. Eravate qui e all'improvviso siete scomparsi. Ti ho chiamato a squarciagola ma dopo alcuni istanti, come eravate spariti, siete riapparsi. Cosa sta succedendo?" Lui cercò di tranquillizzarla, le aveva raccontato di strane esperienze e lei aveva detto di credere alla sua storia. Adesso sai di cosa stavo parlando, stai ancora con me?" Chiese lui accigliatò e lei rispose senza tentennamenti "Si, sono con te, ho detto che ti amo" "Anche io. Adesso devo entrare in quella casa, probabilmente correrò dei rischi, ma sono qui per questo. Tu mi aspetterai in albergo, non voglio esporti a inutili pericolii, ok?" Lei lo guardò con gli occhi umidi e dopo averlo baciato rispsoe "D'accordo, come vuoi tu" Felice sorrise e si diresse verso la casa indicatagli dal ragazzino, varcò la soglia della piccola abitazione e si trovò in una piccola stanza illuminata dalla luce esterna; non c'era nessuno, solo un tavolo con due sedie e sul lato sinistro una piccola apertura che conduceva in un'altra stanza, vi si avvicinò per entrare ma qualcosa lo bloccò. Paura? Istinto di sopravvivenza? O semplicemente la consapevolezza di essere di nuovo in balia di qualcosa fuori dalla sua portata? Assalito da tutti quei dubbi stava per tornare indietro quando una mano afferrò la sua e la strinse forte. Riconobbe immediatamente quella stretta e la voce di lei lo rassicurò "Sono con te, non ti lascio solo" Lui rispose alla sua stretta e dopo averle detto "Andiamo" Varcarono la soglia di quella stanza.
    Lei non si meravigliò troppo, aveva creduto ai racconti di Felice ed era pronta a tutto, lui invece non smetteva mai di stuipirsi di fronte a quei fatti. Si trovavano in un grande spazio chiuso ma ben illuminato, forse un capannone, tutto era in ordine e perfettamente pulito, tavoli, sedie, divani e scaffali pieni di libri e oggetti di modellismo; l'impressione era quella di trovarsi in un ambiente olografico dove tutto era perfetto. Aurora lasciò la mano di Felice e con attenzione sfiorò un tavolo, spostò una sedia e chiese a lui di fare altrettanto, quindi si accomodarono in silenzio e infine lei chiese: "Dove siamo?" Lui fece per rispondere ma una voce cupa e potente lo anticipò "Siete nel mio regno!" Un gigante scuro era apparso dal nulla e si stava dirigendo verso di loro attorniato da un nugolo di bambine e fanciulle, tutte quelle ragazzine che Felice non aveva visto giocare per strada. Lo scuro notò i loro sguardi severi e precisò "Con me stanno bene, io mi prendo cura di loro al contrario della loro gente" "Bastardo!" Inveì Aurora "E lei chi è?" Chiese lo scuro sorridendo, evidentemente conosceva già la risposta ma si stava divertendo "Lei è la mia compagna di cui sono innamoratissimo e a cui non torcerai un capello" Rispose Felice seccamente per poi proseguire "Io non so da quale inferno tu sia sbucato, ma stai tranquillo che ci tornerai presto" "Inferno?" Lo schernì l'altro "Quale inferno? Il gigante si fece minaccioso e Felice istintivamente si parò davanti ad Aurora che altrettanto istintivamente afferrò la sua schiena per proteggersi "Ma che teneri, veramente" Continuò lo scuro con aria strafottente. "Sono sicuro che vi sacrifichereste l'uno per l'altro, dico bene?" Felice ed Aurora non risposero e lo scuro proseguì "Queste bambine, queste giovani donne, sono qui perché lo voglio io e nessuno fa nulla per impedirlo. Gao é una città in guerra, dimenticata da tutto e tutti, qui vige la regola del più forte e il più forte sono io. La gente del posto è contenta di farmi dono di alcune giovani, in cambio io li proteggo dagli attacchi esterni, quindi non sono io il mostro ma siete voi essere umani creature senza pietà, egoisti ed incapaci di ribellarvi ed è per questo che alla fine saremo noi a prevalere, siete voi che ci volete" Rimarcò il gigante mentre con una risata sinistra riempì il silenzio di quell'ambiente e nonostante tutto le giovani ragazze sembravano a loro agio "Questo è il regno dell'ordine e della pulizia e non permetterò a due scarafaggi come voi di  insozzarmelo, chiaro?" Adesso lo scuro era davvero minaccioso, ma Felice non arretrò di un centimetro e rispose "Senti pagliaccio, cosa faresti se io e lei volessimo riportare queste giovani alle loro famiglie, nelle loro case? Come faresti ad impedircelo?" Lo scuro ebbe un moto di stizza ma si ricompose subito e rispose con calma "Provateci se credete di farcela" Fu Aurora ad avvicinarsi al gigante e alle ragazzine che sembravano aver capito tutto ma che non si staccavano un attimo dallo scuro. "Se volete, ragazze, potete seguirci fuori di qui, potete tornare alle vostre case, vi aiuteremo noi, non temete" Al contrario del previsto lo scuro non fece nulla per trattenerle, anzi, sembrò sfidare la donna che con tanto coraggio si era mossa in aiuto delle fanciulle. Alcune bambine fecero per seguire Aurora, ma senza che niente e nessuno le costringesse, si misero di nuovo vicino al gigante che dopo alcuni istanti scoppiò in una grassa e tenebrosa risata "Avete visto sciocchi? Stanno meglio con me, nel regno dell'ordine e dell'ombra. Gao è nostra e presto tutto il mondo sarà nostro, non dobbiamo fare altro che aspettare pazientemente, sarete voi umani, con la vostra presunzione, a consegnarci il vostro pianeta su un piatto d'argento e niente e nessuno potrà venirvi in soccorso. Farete la fine che meritate, diventerete tutti nostri schiavi, ahahah!!!!" Quella risata rimbombava forte nella testa di Felice e nel frattempo il buio totale fu squarciato da un lampo di luce che lo fece trasalire. La sua mano fece una leggera pressione corrisposta con calore, Aurora era lì con lui sdraiata sul pavimento polveroso della casa. Stava per girarsi verso di lei quando l'altra mano trasmise al suo cervello intorpidito un chiaro segnale, un'altra mano lo stringeva forte, una mano piccola e delicata. Felice si alzò, i suoi occhi si erano adattati a quella luce soffusa, il sole fuori stava tramontando; una bambina di non più di dieci anni era lì, con loro. Nel frattempo anche Aurora si era ripresa e si avvicinò a lui che stava ossevando la piccola "E' una di loro" Domandò speranzosa "Si Aurora, è una di loro. Qualcosa le ha permesso di superare il muro nero che la separava da questa realtà, lei probabilmente preferisce affrontare le difficoltà della vita e combattere piuttosto che restare nell'oblio degli scuri. Loro esistono, sono reali e anche se non li vediamo apertamente stanno portando il mondo in un abisso; vogliono cancellare la nostra razza, non fisicamente, la vogliono a loro completa disposizione, succube delle proprie paure e della propria ignoranza. Non dobbiamo permettere che ciò accada" Felice era scuro in volto, quella bambina era lì a testimoniare che anni di incubi, visioni e fatti strani non erano il frutto della sua fantasia, ma un pericolo reale. Aurora lo prese per mano, la piccola aveva aperto gli occhi e con lo sguardo di chi si sveglia da un incubo li stava fissando con aria interrogativa. La donna si avvicinò a lei e con un gesto materno le prese il capo tra le mani, la baciò in testa e per rassicurarla le sussurrò parole dolci nell'orecchio e anche se la piccola non capiva quel linguaggio fu ugualmente tranquillizzata da quel gesto e un sorriso stupendo apparve sulle sue labbra, l'incubo era finito. Aurora aiutò la piccola ad alzarsi e si rivolse a Felice "E adesso?" Lui roteò gli occhi in cerca di una risposta e disse risolutamente "E' chiaro che qualcuno ha voluto che noi fossimo qui in questo momento, questa gente ha bisogno d'aiuto e noi glielo daremo. Adesso accompagniamo la piccola a casa sua e poi penseremo al da farsi" Allora presero per mano la piccola e usciti da quella casa si avviarono canticchiando verso il centro della strada.
    Un apparecchio stava emettendo un suono impercettibile, lei lo avvicinò all'orecchio e rispose "Si?" Dall'altro capo una voce autoritaria chiese: " Come stanno andando le cose?" "Sembra che si stia rendendo conto di qualcosa, non ne sono sicura. Sta di fatto che a sua insaputa ha già portato a termine una missione" "Bene! Non perderlo mai di vista, le cose si stanno mettendo male e abbiamo bisogno di lui" "Certo" Rispose lei mentre la comunicazione si era interrotta. Felice aveva la stoffa del prescelto, loro lo avrebbero usato per i loro scopi.

  • 23 settembre alle ore 13:28
    Le tue mani

    Come comincia: Avevi grandi mani, sempre calde, anche nei più freddi giorni d'inverno, e nonostante il lavoro in ufficio, piccoli calli, che rivelavano la passione tua più grande, la falegnameria fai da te, quel creare col legno mobili preziosi, pezzi unici, che arricchivano, con la loro elegante bellezza, spazi in case di persone che amavi, cui li regalavi lieto, e pagato dagli occhi sorpresi,incantati e felici di chi li riceveva. Le avrei riconosciute ovunque quelle mani, ad occhi chiusi, fra milioni di mani, le avrei riconosciute toccandole, annusandole, le avrei riconosciute se avessero toccato me. Nessuno conosceva così ogni centimetro della mia pelle e la mia pelle aveva sempre risposto a quel tocco coi brividi delle prime volte. Mani sapienti, abili, audaci, perverse, dolci,tenerissime...erano tutto, erano magia,passione, sesso, poesia. Potevo far l'amore anche solo con le tue mani,arrivare, dove più lontano si puo' arrivare col piacere, ascoltandole, abbandonata e persa in una dimensione da cui, potendo, non sarei tornata piu'. Ti somigliavano, le tue mani, erano come il tuo carattere, dolce, passionale, forte ma rispettoso,mai invasivo. Sono loro ciò che più mi manca di te. I miei piccoli pugni raccolti lì dentro erano il simbolo di tutta la sicurezza, la complicità, la protezione e l'amore che mi davi. " Ma i sogni arrivano lentamente e spariscono così in fretta". Ora ti guardo, quasi ti spio, oltre la vetrina di quel bar, chiedendomi come abbiamo potuto perderci, lasciarci, mollare la stretta. Ti guardo mentre carezzi lieve il volto di un'altra donna e mi sembra di sentirla sul mio. Ci saranno altre mani da stringere, lo so, altre mani da conoscere, altre mani su di me. Ma le tue, Amore mio perduto, le tue...nelle notti di buio e dolore, nei giorni di vento e paura, nei giorni di inattesa felicità, le tue cercherò per sempre di ricordare, le tue.

  • 22 settembre alle ore 14:14
    Universo

    Come comincia: Il nulla. Poi il più grande boato che l'Universo ricordi. Miliardi di particelle cercano identità e ci mettono milioni di anni per capire chi sono. Nascono le prime stelle, agglomerati di gas cosi' densi da innescare reazioni termonucleari al loro interno. Gli elementi più leggeri si trasformano in elementi più pesanti. Devono nascere e morire milioni di stelle per dar vita agli atomi più complessi. Una nuvola di polvere, una stella che nasce, dei piccoli sassi roventi gli girano attorno. Altri milioni di anni per dar vita ad un pianeta. E sconvolgimenti, collisioni planetarie, meteoriti, gas mortali. Nonostante tutto, nasce la vita. E strisciando conquista la terra. Estinzione dopo estinzione un piccolo roditore trova riparo in una grotta. I mammiferi prosperano. Arriva il tempo dell'Uomo, la parola, l'ascolto, la guerra, l'amore.
    La scienza, contrastando ogni dettame religioso, ci dice che ogni nostra emozione e' una reazione chimica, una risposta determinata da stimoli esterni. Gli atomi nati miliardi di anni prima all'interno di enormi stelle, si legano con altri atomi e danno vita a molecole, enzimi, ormoni, emozioni. Un intero Universo si e' mosso per farmi apprezzare gli occhi di quella ragazza, il profumo dei suoi capelli, il liscio candore della sua pelle. Come si fa a non vedere il Divino in tutto questo?

  • 21 settembre alle ore 18:49
    Ossitocina

    Come comincia: Si chiama Ossitocina dice lei mentre mi guarda, la stanza non è familiare, ma vorrei tanto che lo fosse, si chiama Ossitocina dice lei, con quegli occhi giganteschi che in pochi al mondo possono e potranno mai permettersi, lo dice mentre si sposta i capelli da un lato e mi guarda, siamo distesi nello stesso letto tra le lenzuola di chissà chi, ma è quello il bello, che noi siamo familiari mentre il resto della stanza no, mentre tutto il resto della casa no. Siamo estrapolati dal contesto, come sempre. Come sempre da sempre, come quelli come noi. Che poi chissà chi sono, quelli come noi.
    Ma questa è la fine. Così la storia finisce. Quando è cominciata eravamo entrambi grassi di sogni, umidi di delusione ed impregnati di voglie adolescenziali. Non ci eravamo più chiamati, eravamo riusciti ad ignorarci per una vita, ci siamo rincorsi e cercati e mai più trovati, ci siamo cercati in altre persone, magari su internet, cercando altra gente, cercando altre risposte senza mai cambiare la domanda, così vanno le cose. Ci si sfugge per poi raccogliersi da terra. Violentati e in piena crisi, spesso quando è troppo tardi, e ci restano solo i ricordi e i vestiti adagiati su una poltrona che nemmeno esiste più.
    La stanza è isolata, silenziosa, c’é solo il ronzio del frigo, una bandiera dei pirati comprata anni fa e poco altro. c’è puzza di chiuso e forse di sudore, qualcuno lo direbbe, ma non c’è nessuno e quindi niente. Se nessuno lo nota difatti qualcosa non esiste, così ci fanno credere, così ci piace credere.
    “cosa ti piace ?” chiedo io, mah... niente di particolare, risponde lei. (conversazione finita, meravigliosa comodità della tecnologia, schiacci un tasto e non esisti più)
    “cosa ti piace ?” chiedo io digitando speranzoso, in alto lampeggia il suo nickname improbabile e ricco di aspettative e illusioni, un po’ come il mio, un po come tutti i nickname, mi piacciono i Nirvana e la notte fonda risponde lei, (forse questa è la conversazione giusta, penso io in un moto di superbia), incalzo e le chiedo, come ti chiami ? “O.” risponde lei. È una risposta ambigua da gran donna, deve essere una donna. O forse finge benissimo, il fatto è che non lo so, potrebbe avere un pene, potrebbe non averlo, ma ci sono esattamente le stesse possibilità, come quando devi accendere la luce in una stanza e un interruttore funziona e uno no, tu ovviamente, premi sempre e costantemente quello sbagliato, per far si che non succeda assolutamente niente. Si diventa bravi a dissimulare l’imbarazzo, si arriva a livelli di professionismo tale, che quasi quasi si riesce a ridere. 
    Tante notti a parlarci male al telefono, mentre il telegiornale ci diceva che eravamo una generazione di falliti, alcuni si gettavano dai cavalcavia, altri si impiccavano, altri leggevano poesie e si toccavano la barba da hipster, tutti ci provano,nessuno escluso, tutti hanno una dignità, alcuni però non la usano.
    E non può essere tutto un provino, non può essere un continuo bombardamento andato male.
    Ma la conversazione andava avanti, e ascoltavamo entrambi la stessa musica, forse ci influenzavamo, forse James Blake piaceva davvero ad entrambi, forse uno dei due fingeva, forse addirittura fingevamo entrambi, e in realtà James Blake non piaceva a nessuno dei due. Anche se Digital Lion è un bel pezzo.
    C’é una luce incerta in questa stanza. C’é poco rumore, giusto quello delle dita che picchiettano veloci sulla tastiera, lei mi invia una faccina sorridente, tecnicamente è come se mi avesse sorriso. io sorrido con la mia faccia vera, ma lei non può vederlo, certo, io potrei dirglielo, ma lei comunque potrebbe anche non credermi.
    Credo che fuori dalla mia finestra ci sia ancora una buona parte di mondo che non conosco, il fatto è, che non mi importa, non riesco a dormire di notte, e di giorno sono troppo rincoglionito per fare qualunque cosa. Ho visto il cielo su instagram, alienazione, dicono i miei amici, ma nessuno mi viene a trovare, mi danno dell’alienato via sms, gran cosa la tecnologia. Io immagino le loro facce, e immagino la faccia di O. e la preferisco ad ogni cosa reale e immaginata, più che altro solo immaginata, visto che non l’ho mai vista. Se penso troppo mi viene l’ansia, come quando da piccolo ho pensato che nello spazio non c’è aria, e sono andato in iperventilazione, ero stupido quando ero bambino
    Dice lei: “staresti bene con i baffi”
    Dico io: “ dici ? ma non mi hai nemmeno mai visto”
    Dice lei: “ che vuol dire ? io ti sogno ogni notte, lo so che staresti bene con i baffi”
    Dico io: “non ti credo” la verità è che le credevo eccome, e il risultato è che adesso ho un bel paio di baffi a manubrio, come un perfetto cretino ottocentesco, di quelli che nei libri di storia stanno sempre di tre quarti.
    È triste e curioso pensare a come certa gente riesca a farti fare quello che vuole, ma io la immagino, ed è un momento raro e perfetto. sogno di vederla, ed è un sogno semplice; come il pane caldo, come entrare a casa ed essere accolti, come un giorno senza preoccupazioni.
    Ogni tanto guardo una foto strappata, manca Lei, ci sono soltanto io, non so più nemmeno come è fatta. Mi stringo le mani nelle mani, soffoco qualche lacrima, non voglio che esca, mi stringo le labbra e le mordo forte. non tornerà più, il suo gruppo cerca una cantante, mi sa che non tornerà più. le casse bippano, O. mi cerca. Diciamoci qualcosa, non sta bene farsi bippare a vuoto.
    O. mi chiede: ma non esci mai ?  quasi mai le rispondo io, ho paura delle persone, ho paura di incontrare gente e  che possa dirmi qualcosa che non voglio sentirmi dire, e allora sto qui, tanto qui c’è la musica.
    Lei mi invia una faccia triste, io rispondo con una faccia triste, però anche stavolta quella vera, che lei non può vedere e un pò mi dispiace, anche se abbiamo deciso di non scambiarci le foto, abbiamo deciso di non vederci fino a quando non sarà il momento, abbiamo deciso di vederci a Parigi, ma non succederà, di leggere un libro su un prato, ma non succederà. ci daremo appuntamento ad un bar qualunque perché entrambi moriremo di paura, perché è sempre meglio stare in mezzo alla gente se devi incontrare qualcuno che non conosci. Perché in fondo non ci si conosce, anche se ci scambiamo le facce tristi e ci diciamo tutto.
    La amo ? amo O. ? me lo chiedo mentre mangio tonno dalla scatoletta, prigioniero del mio incarnato pallido e diafano, mangio e mastico lentamente, penso a come potrebbe essere O. ma immagino sempre un’altra faccia, quella faccia. Chissà dove sarà la mia faccia preferita, chissà se O. sarà un po’ come lei, mi piacerebbe che le somigliasse. il tonno sta finendo e poco sorprendentemente non sa di tonno. Penso a Lei ed al tramonto dietro di lei, a quelle cose sporche che sembravano meravigliose, e mi siedo a gambe incrociate per respirare meglio, ho gli angoli della bocca sporchi di olio, il Tonno che non sa di tonno lascia tracce ben visibili. Penso a O. e penso a Lei che non c’è, e non ci sarà più. però contemporaneamente vorrei che O. le somigliasse, è strano, sto qui a volere e rivolere, mentre dovrei soltanto vestirmi, e darmi un contegno, sto scomparendo, sto diventando di carta, sto diventando una grossa,gigantesca,inutile vena bluastra. Mi mordicchio gli angoli delle dita, strappo pelle e lascio che un po’ di sangue corra via. Mi da un certo gusto, io non so di tonno, non so benissimo di cosa so. Ma di sicuro non è tonno.
    Le notti stanno diventando mille, le parole hanno superato in altezza la dimensione della cosa più grande che riesco ad immaginare, il senso si è perso già da molto tempo. Il gruppo dove cantava Lei ha trovato una nuova  cantante, ha i capelli rossi come Florence Welch. ma non è la stessa cosa. Non è Lei.
     O. sta diventando impaziente e forse dovremmo vederci, forse, ma non ho voglia. Ho voglia di stare con la faccia sul cuscino e ricordare quando stavo meglio, due o tre pillole di Xanax e fingere una qualsiasi felicità. ubriacarmi ed essere felice, con gli occhi divergenti, ma felice. Sguardi persi, parole in libertà, siamo veramente liberi solo da ubriachi. Uomini tristi, come i canarini che cantano nella loro gabbia, con la gente che li ammira da dietro le sbarre. I  canarini lanciano le peggiori maledizioni fischiettando.
    Ma è meglio lasciar stare i canarini, non è poi cosi originale parlarne, e poi non credo che i canarini parlino di me.
    O. mi vuole vedere. E siamo alla fine della storia finta, siamo alla fine delle reciproche influenze, adesso verrà fuori se James Blake piace ad entrambi oppure no. Magari sarà grassa e brufolosa, triste, e imprigionata in un corpo che non le si confà, magari sepolta sotto innumerevoli strati di traumi infantili e mancanze d’affetto, magari ha i polsi grossi quanto le mie ginocchia, a me piacerebbe soltanto che O. fosse Lei. Ma anche il gruppo l’ha sostituita, forse dovrei cominciare a pensarci anche io. Sono diventato una vena bluastra, con un paio di baffi maniacalmente curati. ci vedremo, si, ho deciso.
    Ci vedremo non appena finirò la quarta serie di Game of Thrones. (procrastinare con una certa classe è qualcosa che in fondo mi è sempre piaciuto, e poi a lei Game of Thrones piace, forse è veramente grassa.)
    L’incontro ovviamente non avverrà  a Parigi, come avevo previsto, avverrà in un Bar, e anche questo lo avevo previsto,odio aver ragione, specialmente quando ho ragione davvero.
     [noioso realismo che molti interpretano come fatalismo e/o pessimismo]
    È una giornata bellissima, è anche prevista un’eclissi, ma non è grave, non la vedremo neanche, la vedranno bene in America, fortunati gli Americani. Sono sempre i più fortunati di tutti. sto seduto al bar, e il sole è ovunque, sembro ancora più bluastro, sembro Gesù cristo sceso temporaneamente dalla croce, non c’è verso di passare inosservato, non c’è proprio verso, ho detto a O. che mi noterà, sarò l’unico che sembra in punto di morte, lei ha mandato una faccina sorridente, io ho sorriso ancora una volta con la mia faccia, ma lei ovviamente, non l’ha vista. Il cameriere mi punta, mi guarda come a dire: “vengo li?” io lo guardo come a dire: “ forse è meglio che resti li” sembra un duello alla Sergio Leone, manca solo il carillon; ma dietro tutto questo citazionismo cinematografico c’è solo una triste verità, e cioè, che io non so cosa ordinare.
    Un bell’incendio darebbe una scossa alle cose, che sono per la verità sin troppo statiche, ci fissiamo e sorridiamo, io e il cameriere, O. non è ancora arrivata. Sono imbarazzato, sono l’unico seduto da solo, mi tocco la cravatta e mi chiedo perché l’ho messa, mi mordicchio gli angoli delle dita. Il cameriere ci ha rinunciato  e sta facendo altro, potrei alzarmi potrei andare via di soppiatto, ma darei l’impressione di aver rubato qualcosa, quando la gente pensa che hai rubato qualcosa immediatamente assumi un’espressione colpevole, o perlomeno io faccio così. O. non è arrivata,e alla fine penso sia meglio così, forse mi ha spiato da dietro qualche colonna, la piazza è enorme potrebbe averlo fatto; magari con un binocolo, magari ha inviato qualcuno a guardare, e ha deciso che non valeva la pena. Mi guardo attorno il cameriere mi da l’ok, posso andare. gli sorrido, devo avere i denti giallissimi perché lui ha riso un po’ meno di me, ciao cameriere sei stato un degno avversario, non ci rivedremo mai più.
    Passarono i  mesi ed O. scomparve dalla mia vita, il pc non si illuminò più, il telefono non squillò e la  O torno ad essere solo una lettera come le altre.
    Lei invece era sempre nei miei pensieri,negli angoli delle dita, nelle bottiglie che scolavo, nei bicchieri che bevevo, lei era ovunque,ma non era la stessa cosa. Niente era più la stessa cosa. Nemmeno i colori.
    Poi un giorno la vidi, era Lei, ed era veramente Lei, non avevo bisogno di trovare qualcuno che le somigliasse, era Lei, ed era li per me, anzi con me, è più corretto. Camminavamo insieme, il cuore mi batteva mentre Lei mi parlava di se, e di quello che aveva fatto, e sembrava tutto perfetto, un bacio perfetto, un momento perfetto, di quelli che non ti aspetti di quelli che per alcuni non esistono, io ero sempre una vena bluastra e lei era bellissima ed aveva una voce che mi faceva tremare lo stomaco. I pali della luce sembravano curvi e tutto d’un tratto era penosamente bello. Un gatto randagio cagava sullo sfondo, ma non era importante.
    e qui comincia la storia.
    Si chiama Ossitocina dice lei mentre mi guarda, la stanza non è familiare, ma vorrei tanto che lo fosse, si chiama Ossitocina dice lei, con quegli occhi giganteschi che in pochi al mondo possono e potranno mai permettersi, lo dice mentre si sposta i capelli da un lato e mi guarda, siamo distesi nello stesso letto tra le lenzuola di chissà chi, ma è quello il bello, che noi siamo familiari mentre il resto della stanza no, mentre tutto il resto della casa no. Siamo estrapolati dal contesto, come sempre. Come sempre da sempre, come quelli come noi. Che poi chissà chi sono, quelli come noi. Le chiedo io, Lei non risponde e sorride proprio con i denti, proprio come fa la gente che sorride, ed è bella. In questa stanza poco familiare. In questo momento nessun incendio cambierebbe le cose, è tutto perfetto così. Mi ricordo un sacco di cose dico io, stai zitto dice lei, ma lo dice dolcemente e poi mi bacia, dormi mi dice, che ne hai bisogno, sembri Cristo appena sceso dalla croce. Poteva notarlo solo lei, poteva dirlo solo lei penso io, mentre un crocefisso le balla in mezzo ai seni. Mi sento stanco mentre mi accarezza la testa, la O è solo una lettera dell’alfabeto le dico, lei non capisce ma sorride.
    Nessun posto è come casa, anche se non è casa tua, si chiama Ossitocina l’ormone che mi da questa sensazione, o almeno lei così dice, io sarei naturalmente e fatalisticamente portato a chiamarlo amore. Ma mi addormento, perché ne ho bisogno, sembro appena sceso dalla croce, Lei ha un bell’odore, il migliore che abbia mai sentito, mi sento a casa.
    E qui finisce la storia, lei non c’era più, quella non era casa mia  e non sapeva più di casa, ma mi sentivo bene, in fondo, mi sentivo bene. Sapevo che era successo, mi aveva sorriso di nuovo e tanto bastava, in fondo poteva andarmi peggio, sorrisi ma ero da solo, c’era solo uno specchio sporco a guardarmi, raccolsi i miei calzini e le mie cose, mi chiusi la porta dietro le spalle respirando forte, tanto forte da farmi gonfiare il petto. È andata così; Lei non ci sarà più. ma forse non mai più, non imparerò mai e continuerò ad aspettarla. Lei non è come O. lei almeno una volta c’è stata e mi ha fatto sentire a casa, anche se non era casa mia, anche se forse, era solo Ossitocina. 

  • 20 settembre alle ore 11:21
    Amori senza confini - terza parte

    Come comincia: Fefè si spogliò e si gettò sul letto.
    "Fuori le novità."
    "Una buona ed una cattiva."
    "Cominciamo con la buona."
    "Guarda questo appunto, che ne deduci?
    "Sono lettere e numeri incomprensibili,spiegati meglio."
    ""È la password di un conto in Lussemburgo, vedi la Lu iniziale, qui sono depositati 100.000 euro a nostro nome."
    "Tu non l'hai più mollata a Daniele e lui vuole riconquistarrti comprandoti. Ho dimenticato di dirti che Erik ni ha detto che hanno fatto testamento a nostro favore dei loro beni"
    "Esattamente, a questo punto ci sono due strade: ritornare a fare gli impiegati e vivere presso i nostri genitori oppure..."
    "Decideremo con calma, la notte... dimmi del secondo problema."
    "C'è stata una scenata tra Erik e Daniele, quest'ultimo forse anzi sicuramente innamorato di me non vuole avere più rapporti con lui, se non si rimetteranno insieme verrà fuori un casino tremendo, qui crollerà tutto." 
    "Domattina prenderemo una decisione o meglio sarai tu a prenderla con il tuo solito buon senso per ora mollamela in fretta ed a lungo!"
    Un sole domenicale filtrava fra le tapparelle proprio in faccia ad Eva che si alzò.
    Bacino al consorte che invece si girò dall'altra parte.
    "Svegliati, consiglio di guerra: prima decisione rinunziare a tutto vuol dire dare addio agli agi, nessuna preoccupazione per il futuro ma rinunzia alla nostra libertà poi disponibilità sessuale verso tutti, io voto per rimanere allo status quo e tu?"
    "Mi associo, vorrei vedere qualcuno che avrebbe optato per l'altra soluzione, ricucire i rapporti fra Erik e Daniele è più impegnativo, cos'hai pensato?"
    "Siccome sono io il problema mi debbo mettere in mezzo a loro due per farli riconciliare."
    "Da quello che mi hai detto non mi sembra tanto facile convincere Daniele..."
    "E qui subentro io: andiamo a letto tutti e tre e troverò il modo di farli inchiappettare fra loro, porca miseria!"
    "Ma anche tu sarai fra due fuochi, chiamali fuochi!"
    "Voglio che tu sia completamente convinto e che non ne soffra, è solo sesso che ci ha portato..."
    "Sono convinto, se possibile non farti godere in bocca, vorrei che fosse solo mia."
    "Ci proverò ma sarò sempre sincer e se non tio va bene ti dirò tante bugie, scegli."
    "Scelgo le bugie."
    "Nion ci credo, mi faresti per giorni tante domande asfissianti, solo la verità ed ora all'opera!"
    Le svizzerotte erano partite, Fefè preferì lasciare campo libero alla sua deliziosa che raggiunse Erik e Daniele in spiaggia.
    "Ragazzi niente musi, vi voglio molto bene ad entrambi, un bacino a tutti e due e poi un piano di guerra: il pomeriggio Fefè va a trovare i suoi che non vede da tempo, alle quindici in camera mia ed ora un bagno rinfrescante con costumi che volano!
    Quell'appuntamento era di gradimento sia di Erik che di Daniele che finalmente poteva appropinquarsi alla sua amata, i due sorrisero in segno di pace, finalmente!
    Dopo,pranzo Fefè sparì dalla circolazione lasciando libero spazio ai due che si presentarono in camera di Eva prima dell'orario previsto.
    "Sono in bagno per lavare le mie cosine, Eva entrò in camera nuda con l'asciugamano fra le cosce.
    "Ragazzi datevi una mossa, che siete diventati timidi?"
    I due non se lo fecero dire un'altra volta, si mostrarono già in armi.
    "Cominciamo con i bacini: da me tutti e due e poi fra di voi. Bene ora che vi  vedo inn posizione io carponi Daniele mi bacia la beneamata ed Erik il mio delizioso culino, voglio lubrificarmi un pò in attesa di grandi eventi."
    I due obbedirono all'unisono ed Eva cominciò a gemere, tutta sceneggiata a favore dei due che seguitarono imperterriti, seconda finta goderecciata seguita da una terza questa volta vera.
    "Allora cambiamo, io davanti su un fianco dietro di me Erik in fica o nel culino come preferisce e Daniele dentro Erik. Daniele non si mostrò molto soddisfatto ma obbedì.
    Erik preferì il culino, in fica ci nuotava, Daniele come stabilito.
    Il trenino partì, in volata, i due si davano da fare soprattutto Daniele che voleva sbrigarsi per raggiungere il suo scopo che era quello di penetrare davanti e dietro la sua amata. 
    Tutti a turno in bagno.
    "Ora cambiamo, io la solita posiione, Daniele dietro di me in fica o nel culino ed Erik dietro Daniele il quale preferì il fiorello,di culo ne aveva avuto abbastanza con Erik, quest'ultimo finalmente poteva penetrare il suo amico a piacere e ci rimase a lungo e con ripetuti orgsmi.
    Daniele chiese ed ottenne di penetrare il culino di Eva e quindi altro trenino.
    Erano le diciassette , Eva: 
    "Ragazzi sta per tornare Fefè, ora che ci siamo tutti riappacificati niente più musi lunghi nè gelosie, io sono a vostra disposizione, vi voglio bene ma vogliomche fra voi due ritornino i rapporti di una volta."
    "Caro resoconto: Daniele è venuto nel fiorello e nel cuilino, loro due si sono inchiappettati a turno e si sono riappacificati, ipo mi sento come una nave scuola, metto un pò di pomata nei due buchini, per stasera non ce n'è per nessuno, nemmeno per te. Non pensi che non debba essere solo io a sacrificarmi, mettici un pò del tuo!" 
    "Ho avuto un'esperienza con Erik che non voglio ripetere, fra l'altro una curiosità: quando Erik ha goduto dentro il mio sedere ho sentito come una pipì violenta dav parte di Erik invece di un normale scizzo di sperma, non ho capito."
    "Te lo spiego io: Erik ha una sessualità particolare: quando è eccitato il pene e le palline diventano dure come il legno, quando gode ha uno schizzo violento. una volta gli ho fatto un pompio, ho tolto la bocca prima che godessse e lo schizzo muiltiplo è arrivato a circa venti centimetri di altezza, ecco svelato l'arcano." 
    Un giorno dopo l'altro...
    Una mattina Daniele:
    "Dormiglione svegliati dobbiamo andare in negozio...ancora dormi dai..."
    Erik in negozio non ci tornò più, era morto nel sonno.
    Il fatto nefasto cambiò la vita di tutti.
    Una pagina di necrologio degli amici sul giornale locale, un lungo corteo di macchine dietro il feretro sino al cimitero suscitò la curiosità dei cittadini che non avevano idea di chi fosse Erik Anderson.
    Daniele fu il più colpito dall'evento luttuoso, non andava più in negozio, pssava le giornate a letto o sul divano, non leggeva i giornali che Fefè gli comprava, anche la televisione restava spenta.
    Eva cercava di smuoverlo in tutti i modi:
    "Vieni qua fammi assaggiare il tuo uccellone..."
    Niente da fare, Daniele si stava lasciando morire, cosa che avvenne dopo quattro mesi non prima di aver rivelato a Fefè il numero segreto del suo conto lussemburghese.
    "Ora non siamo benestanti, siamo ricchi anzi ultra ricchi!"
    Fefè ed Eva, che nel frattempo si erano sposati, non cambiarono il loro tenore di vita, non lasciarono il loro impiego, Eva guidava sempre la Jaguar, Fefè comprò una Fiat 500 Abarth, trovò una pista di kart dove poter sfogare le sue velleità velocistiche ma la dipartita di Erik e di Daniele aveva cambiato qualcosa nel loro intimo.
    La loro casa vuota veniva sempre tenuta in ordine cone se fossero stati vivi.
    Un diversivo piacevole era la venuta di Ursula e Ginevra con Alberto e Susanna figli di quest'ultima nel frattempo cresciuti. Questi rimanevano anche un mese occupando l'appartamento dei defunti.
    Ursula ancora si domandava perchè anche lei non era rimsta incinta.
    "Ursula ormai sei in menopausa, non persarci più, sei la zia di due magnifici ragazzi, consolati!"
    Fefè ed Eva, sempre pervasi da una tristezza infinita, non cancellabile da una vita agiata, morirono in tarda età lasciando la loro eredità ai giovani nipoti acquisiti; per loro volontà vollero che la loro dipartita fosse discreta, niente notizie funerarie sul giornale locale nè corteo di macchine, solo essere sepolti uno vicino all'altro.

     

  • 18 settembre alle ore 17:46
    Principi, Principesse e lo Stregone Nero

    Come comincia: Per una volta Gatto Silvestro non prova a mangiare Titti: mi è semblato di vedele un liblo in soffitta!
    L'avventura è interessantissima, incantati dall'atmosfera magica e degli oggetti che vi si trovano in soffitta, Gatto Silvestro e Titti scelgono nella loro esplorazione un libro magico e misterioso. A loro il compito di raccontare la storia, poiché solo loro la conoscono tutta!
    C'erano una volta, in un castello meraviglioso, due sorelle principesse, di nome Chiara e Laura,  dotate di poteri soprannaturali. Le due belle principesse sono luminose, amano la musica e la danza. Proteggono il castello e gli abitanti in cui abitano. Il loro è un mondo attivo, dinamico, ricco di suspense. Si schierano per il bene e diventano invisibili, per i loro straordinari poteri magici.
     Ogni anno, nel castello, si svolge una cerimonia in occasione del compleanno del re. Per questa importante occasione, Chiara e Laura, aumentano la sorveglianza del castello con guardie del corpo. La maggiore pericolosità per gli abitanti del castello è la presenza dello Stregone Nero, che disprezza l'amore ed è costantemente impegnato nella ricerca del dominio e del potere.
    Vuole che tutto dipenda da lui, è un malvagio bandito del regno perché vuole impossessarsi del trono per diventare il nuovo re e lo Stregone più potente del mondo.
    E’ maestro delle arti oscure e passa il tempo ad approfondire lo studio delle tecniche magiche basate sul fuoco e sull' oscurità. I suoi incantesimi sono davvero impressionanti. Infatti si sente superiore agli altri, e va all’avventura per guadagnare potere su chi considera inferiore.
    Quella sera nel castello si terrà lo spettacolo di un balletto in onore del Re. Lo stregone non lo perderebbe per nulla al mondo! Per penetrare nel castello, si traveste da monaco, approfittando della credulità delle guardie. Da quel momento, lo Stregone Nero desidera solo, come gli è ora possibile, sedersi sul trono per impossessarsi dei suoi poteri magici ed essere il più potente.
    Le principesse, Chiara e Laura, non riescono a sottrarsi alla sensazione della presenza dello stregone. In cima alla magnifica scalinata osservano lo stregone seduto sul trono, determinate e di spirito, con il loro potere magico, per scoprire qualcosa di sconosciuto o di nascosto, diventano lastre di ghiaccio invisibili.
    L’ira dello stregone è così devastante che gli consente di catturare le giovani principesse. Alla fine, però, lo stregone va incontro al suo crudo destino. Il fato interviene, con l’aiuto di due coraggiosi principi, quando tutto sembra andare per il peggio.  Lo stregone scatena un’ultima disperata battaglia per portare a compimento la sua volontà, le sue azioni, il suo destino. I Principi provano a liberare Chiara e Laura, ma lo stregone li respinge con i suoi poteri.
    I due Principi vanno dal Re, il quale promette loro che se fossero riusciti a liberare le principesse sue figlie, avrebbero potuto sposarle.
    Solo i due principi, dal cuore puro, potranno salvare le principesse e riportare il re sul trono!
    La coalizione che muove contro lo Stregone Nero, è composta dai due principi e dalle due principesse. Per proteggere Chiara e Laura dalle armi magiche, i valorosi principi portano uno scudo incantato, grazie ad un incantesimo lo stregone si distrae e si addormenta. Le principesse confezionano un incantesimo meraviglioso e lo usano per impossessarsi dei suoi poteri, lo scrigno con il Vuoto ritorna per assorbirli. Usando ancora la magia, lo scrigno scomparve nel nulla e lo stregone rinchiuso nelle carceri segrete non fu più ritrovato. Il Re ritornò sul trono, e le due Principesse si sposarono con i loro Principi e vissero tutti felici e contenti.

  • 18 settembre alle ore 16:46
    Amori senza confini - seconda parte

    Come comincia: Nulla di nuovo sul  fronte sesso, Erik e Daniele in negozio, Fefè ed Eva in ufficio senza incontrarsi per vari giorni. Il cambiamento avvenne all'arrivo di Ginevra e di Ursula.
    "Una grande e piacevole notizia, sono incinta, stò zozzone c'è riuscito!"
    "Ti credo dopo tre ore che siete stati insieme, ci mancava pure che facesse cilecca!"
    Eva era stata piuttosto acida ma nessuno, tranne Fefè, l'aveva capito.
    Le ragazze si piazzarono in casa degli amici senza mostrare volontà di andarsene con grande giooia  dei loro ospiti omo.
    Il sabato sera ballo di rito con gli amici del circolo gay, grande allegria, alcuni facevano del tutto per accaparrarsi Eva, specialmente Daniele.  Fefè si arrangiava con le due svizzerotte ma ogni tanto guardava  allarmato la consorte che gli faceva segno che tutto andava bene.
    Rientrari in casa:
    "Che aveva da dirti Daniele, parlavate fitto fitto, proposte in qualche campo minato?"
    "Ma quale campo minato. ha voluto sapere le mie preferenze in campo automobilistico, lo sai da sempre che amo le Jaguar auto che non perdono fascino nel tempo ed altre cose sulla sua famiglia che non ricordo."
    Malignamente Fefè pensò che quella domanda sulle preferenze automobilistiche di Eva avesse un sottofondo...
    Sottofondo che si realizzò una mattina di domenica quando una Jaguar ZF berlina color grigio argento metallizzato comparve nel giardino.
    Fefè,ancora assonnato, aprì la finestra e non credette ai suoi occhi, quel figlio di...
    "Vieni cara, vieni a vedere la tua preferenza automobilistica, è proprio qua sotto!"
    "Se è per me voglio rinunziare, sarebbe un'offesa per te, lo dirò a Daniele."
    "Nessuna offesa mia cara, piuttosto preparati ad un assalto sessuale ben remunarato, non mi dire che non ameresti guidarla, sii sincera!"
    Il silenzio fu la risposta sdi Eva.
    Nell'uscire dal portone c'era attaccata ad un chiodo la chiave della Jaguar, più palese di così,la chiave rimase al suo posto.
    Al mare giunsero pure gli amici ma regnava il più assoluto silenzio sino a che Erik: 
    "Dagli almeno un bacino di ringraziamento, non essere così fredda, accetta il dono,è stato fatto col cuore parola mia!"
    Più col cuore Eva pensò ad una parte del corpo neno nobile, poi improvvisamente si avventò materialmente su Daniele e lo baciò in bocca alungo, quando si staccò:
    "Grazie tante, era il mio sogno proibito, col consenso di Fefè accetto il dono."
    La cosa finì lì, tutti al bagno senza scherzi di costume.
    "Ormai avrai capito che Daniele è bisessuale, xti desidera come un pazzo e da tale si sta comportando, sai quanto vale quella vettura? Dai sessantamila euro in su, cosa intendi fare?"
    "La palla in mano a te, accetterò la tua decisione, inn caso positivo andrò a letto con lui ma solo se mi porterà un certificato medico sulla sua salute e su quella di Erik, gli omo..."
    "L'amore, scusa se uso questa parola troppo grande, dicevo l'amore che provo per te mi dice di accontentarti, vai con lui."
    Quel pomeriggio fu un pomeriggio di sesso totale, Eva concesse a Fefè anche quella cosa che a suo tempo gli aveva promesso, non fu molto dolorosa piacevolmente pareggiata dal vibratore in vagina che portò la giovin signora a piacevoli orgasmi.
    Dopo dieci giorni il giorno fatale: in posseso del chiesto certificato Eva comunicò a Fefè che domnica pomeriggio...
    Erik invitò Fefè al circolo del tennis e della vela dimcui era socio e così lasciarono campo libero ai due novelli amanti.
    Il tempo trasciorreva lento, prima i due seguirono le partite a tennis poi davanti al televisore ma Fefè non vedeva gran che dei programmi, ogni tanto guardava l'orologio.
    Erik: "Ce ne andremo alle venti."
    "Alla faccia loro che dovevano farebin sei ore" il pensiero più sconsclusionato di Fefè.
    Eva era in cucina a preparare la cena., niente parole inutili, ne avrebbero parlato a lungo in  seguito a botta fredda come si dice in gergo.
    L'occasione fu una mattina in cui decisero di nion andare inufficio.
    "Ti senti di parlare o provi fastidio?"
    "Vuoi la verità o ci metto la mia fantasia?"
    "La verità completa."
    "Intanto Daniele ha il pene più picolo del tuo. Mi sono affosdata tutta a lui: ha cominciato con un sessantanove, èmolto delicqto con la lingua, mi h fatto godere varie volte, poi ha preso a baciarmi i piedi, forse è anche un feticista, ha apprezzato la mia bellezza e mi ha fatto i complimenti per il mio corpo. Ha baciato a lungo le tete, cavolo è riuscito a farmi godere anche così, ma ne somno meragliaya io stessa, non l'avevo mai provato. Quando è entrato in vagina galleggiava un pò, abbiamo riso, finaalmente ha avuto un orgasmo pure lui, sapeva che non posso rimanere incinta.
    Durante l'intervallo mi ha preso in mano il viso e mi guardava fisso, gli sono scese le lacrime che non sapevo come interpretare. Poi la parteb omo: ha preso un vibratore e l'ha posizionato nel suo didietro, poi è voluto penetrare dove anche tu sei stato una volta, non mi ha fatto male ed ha goduto dentro, fine della storia. Sono sincera, non posso dire che è stato spiacvole."
    "Vuoi andarci ancora?"
    "Seu tu ul padrone, lo dico in senso lato, capiscimi."
    Fefè aveva capito, ci sarebbero stati altri incontri ravvicinati, in seguito cercò di inquadrare la situazione:
    Eva se la rifaceva col fidanzato e con l'amante, Daniele aveva rapporti con Erik e con Eva, Fefè con la fidanzata, Erik con Daniele. Questo era lo stato attuale della situazione che forse in futuro poeva cambiare magari con l'inserimento delle due svizzerotte oppure in altro modo boh.
    Sabato sera nuova serata danzante con numerosi invitati del circolo gay e con altri che Fefè ed Eva non conoscevano.
    Eva per  accontentare la sua vanità si era truccata e vestita da wanp,  il tubino nero faceva trasparire un bel pò di cose buone non coperte da reggiseno e slip..
    I due fidanzati stavano in disparte, preferivano guardare le varie coppie, forse c'era anche il transessuale di cui aveva parlato Daniele il quale si avvicinò ai due, prese Eva per una mano e, con un inchino le chiese di ballare.
    Sparirono fra la folla,, si poteva parlare di folla, c'era veramente tanta gente, il salone era poco illuminato per volere dei padroni di casa così ognuno poteva farsi i fatti suoi....
    Dopo un pò di tempo Daniele ritornò vicino a Fefè.
    "Ci sono due stronzi che mi hanno scippato di mano Eva, sono persone per me importanti ed ho fatto buon viso a cattivo gioco ma siccome sono bisessuali, capisci?"
    "Io capisco che ci sono corna in vista per tutti e due" celiò Fefè.
    Daniele non si dava pace, prese a bere poi si portò dall'altro capo del salone per cercare di vedere cosa facesse la non sua bella la quale ritornando vicino a Fefè::
    "Mi sto facendo un sacco di risate, c'è un cinquantenne longilineo tutto d'un pezzo, occhiali cerchiati d'oro capisci il tipo, un altro con maglietta nera piuttosto traccagnotto che m'invitano a turno, un ballo a testa, da lontano ho visto Daniele  che ci osservava, e<ra in crisi di gelosia si vedeva di lontano un migio ed io ho fatto del tutto per fargliela aumentare strofinandomi vistosamente col ballerino di turno e poi li ho baciati sul collo. Ognuno aspettava il suo turno di ballo per arraparsi di più: occhiali d'oro mi ha offerto diecimila euro, il, traccagnotto ventimila, mi sto divertendo un mondo!"
    "Non so se hai visto in televisione i cartelli dei prezzi delle vecchie case chiuse: mezzalira per la semplice,una lira per la doppia, cinque lire per il quarto d'ora, dieci lire per, mezz'ora, ormai anche tu hai un prezziario, che vuoi fare, io me ne vado a letto, ciao."
    Eva si ributtò nella mischia, dopo un'ora si ritirò in camera da letto.
    "Fefè svegliati devo raccontarti il resto: ai due si è aggregato un terzo, sai il classico tipo atletico che non deve chiedere mai. L'ho guardato in viso e l'ho baciato sul collo, effetto subitaneo, dentro i til coso è aumentato  di volume in  maniera impressionante e allora ho cominciato a strofinarmi fin quando ho visto i suoi occhi strabuzzare, se ne era venuto bellamente in piedi. A quel punto è intervenuto Daniele che mi ha preso per mano e mi ha trascinato fuori dalla folla in camera sua:
    "Dì la verità, lo fai apposta per farmi ingelosire ma io ti punisco col mio coso nel tuo fiorellino, come la metti?"
    "Mi son messa come voleva lui, non contento della beneamata è passato nel popò, son qua!"
    "Giornata faticosa, che ne dici di far riposare i tuoi gioielli?"
    La mattina di domenica, scese da un taxi, si presentarono in villa belle e baldansose le due svizzerotte sempre bene accette dai padroni di casa.
    Erik "Ieri sera gran ballo mancavate solo voi."
    A proposito di Erik, Fefè si domandò dove si fosse ficcato durante il ballo, era virtualmente sparito.
    Sotto l'ombrellone i quattro, Ginevra e Ursula erano andate a dormire.
    Fefè: "Erik hai voglia di far conoscere alla qui presente comitiva le tue avventure di ieri sera?"
    "Preferisco di no, che ne dici Daniele?"
    "Ma va, siamo ormai intimi, vai"
    "Ero con Patrizia la brasiliana, d'apprima mi ha fatto paura, ha un membro enorme, me l'ha preso in bocca, molto brava mi ha fatto un pompino poi se l'è messo nel bel culone e sono venuto un'altra volta poi...è entrata dentro, di me, all'inizio mi ha fatto male, piano piano è entrata fino in fondo, ho goduto alla, grande, fine del racconto."
    "E tu Daniele niente brasiliane?"
    "Ci sono stato ma da quando ho conosciuto Eva ho deciso di tagliare tutti i rapporti escluso Rik."
    "Siamo una bella famigliola, lo dico senza sarcasmo, alla base della nostra amicizia lealtà e sincerità, tutti d'accordo?"
    Un abbraccio siglò il loro patto.
    Che ci sarebbe stato qualcosa di inaspettato Fefè l'aveva messo in conto e così fu.
    Una domenica Fefè era rimasto solo in casa perchè Eva era andata dalla mmma ammalata.
    Fefè percepì il cigolare della porta d'ingresso in camera sua, non gliene fregò più di tanto e restrò ad occhi chiusi.
    Qualcuno si era schiarita la voce per attirare l'attenzione, all'occhio mezzo aperto di Fefè apparve la figura di Erik in box.
    "Mon ami la domenica mattina è sacra che posso fare per te?"
    "Molto se vuoi."
    "Quel molto se vuoi era parso a Fefè un segnale di pericolo anche perchè il proprietario della voce era rimasto senza i boxer.
    "Vorrei toccarti un pò, se hai sonno seguita a dormire, penso che ti farà piacere."
    Cosa rispondere a chi ti ha regalato un appartamento ed una Jaguar, risposta scontata.
    Fefè rimase ad occhi chiusi sino a quando  si sentì sfilare i pantaloni del pigiama e riprese completamente conoscenza quando:
    "Mamma mia!" Erik aveva preso visione del suo coso che a riposo gli era sembrato mostruoso.
    "Mai visto un coso del genere, mi fa paura, l'immagino in erezione!"
    Al contatto della mano di Erik, mister c. si innalzò in tutta la sua maestà. con un altro "Mamma mia" da parte dello svedese.
    "Erik questo offre la ditta e smettila di evocare tua madre!"
    Quello che immaginava Fefè avvenne, il suo 'ciccio' penetrò nella bocca di Erik sino alla gola.
    "Io sono come gola profonda che gode con la gola, una Linda Lovelace maschietto."
    Fefè si domandò come un marchingegno come il suo non provocasse il vomito, non era un suo problema. Cominciò a provare una strana sensazione mai provata, era vero quello che aveva predetto Erik, pareva proprio di sì tanto da  riuscire ad avere un orgasmo... lo doveva raccocntare ad Eva.
    Erik seguitò imperterrito con in bocca un mare in tempesta di sperma tutto gioiosamente ingoiato, buon appetito!
    Fefè a quel punto si svegliò completamente, dinanzi a sè Erik nudo, a chi poteva somigliare, aveva un pene in erezione da bambino, anche le palline piccole.
    "Mi sembri l'enfante qui pisse, è il monumento di un bambino morto perchè uscito di cada durante un temporale, è una statua che si trova in Belgio."
    A Fefè venne in mente anche un episodio accadutogli quando aveva undici anni ed era totalmente ingenuo. Un giorno vide che una sua zia si era ritirata in bagno per farsi una doccia, guardando dal buco della serratura aveva visto la zia nuda che si trastullava, quella visisone gli portò la conseguenza alora per lui sconosciuta dell'irrigimento del suo pipinello che usava per fare pipì.
    Ritornò alla realtà: Erik l'aveva piccolo ma duro, si era arrapato giocando col suo 'ciccio' ed ora che voleva fare?
    "Non so se il tuo cosone riesce ad entrare nel mio culino..."
    "Noi non ce lo mettiamo ed io riprendo a dormire." 
    "Manco per niente, non rinunzio ma tu sii delicato."
    Erik, previdente, aveva portato con sè un flacone di vasellia con cui si spalmò con generoosità il suo  buchino ce tale non sarebbe rimasto dopo l'ingresso di...
    Girato di spalle, fu luim stesso a prendere in mano 'ciccio' ed a infilarselo delicatamente...delicatamente un corno il diametro era quello che era e il povero Erik forse rimpiangeva..non rimpiangeva proprio nulla, se l'era infilato tutto dentro e si muoveva ritmicamente con mucio gusto e riuscì ad avere un orgasmo ma volle rimanere col pene dentro.
    "Non ho mai provato nulla di simile.ti prego resta un pò così..."
    Era una vera supplica e Fefè buono d'animo, da vecchio boy scout fece la sua buona azione giornaliera accontentando lo svedese il quale riprese a muoversi piano piano sin quando ebbe un altro orgasmo.
    "Per finire fuochi di artificio, ti prego mettiti in ginocchio, non ti farò male, lo sai quanto ce l''ho piccino, accontentami, io e Daniele ti faremo un regalo grosso grosso, sarete i nostri eredi di tanti tanti soldini!"
    Dinanzi a tanti soldini...
    Intanto Erik aveva iniziato a prendere le sue chiappe in mano:
    Bellisime da uomo forte!""
    Poi si dedicò a giocare con la lingua sul suo buchino posteriore che cominciava a far provare al suo padrone un piacere inaspettato. Poi la lubrificazione del buchino stesso e l'introduzione di qualcosa disimile ad una supposta, era il cosino di Erk che, penetrato dentro, aveva preso a muoversi prima piano poi sempre più velocemente.
    Fefè cominciò a provare una sensazione inedita niemte affatto spiacevole. Con una mano Erik aveva preso il mano il gingillone di Fefè fino a portarlo all'orgasmo, un orgasmo particolare perchè avvertì i testicoli muoversi dentro lo scroto ed il suo buchino provare una forte sensazione di piacere, era stato iniziato alle gioie omo. Erik aveva goduto dentro di,lui, Fefè non si staccò subito, gli piaceva stare in quella posizione anche perchè Erik aveva ripreso a muoversi avanti ed indietro dentro di lui fin quando:
    "Sono distrutto, un bacino al tuo cosone bagnato, mi ritiro.
    Fefècominciò a pensare quello che gli aveva detto Erik, essere con Eva gli eredi di un patrimonio sicuramente ingente.
     Non era sicuro di voler confidare ad Eva la sua ultima avventura, si confidavano tutto ma rivelarle quella sensazione provata col suo popò non gli andava proprio di dirglielo, riprese a dormire.
    Eva rientrò in casa in serata, chiese a Fefè eventuali novità.
    "Ho appreso una notizia sensazionale, ma te la comunicherò a letto, dopo cena.
    "Dimmi come e cosa ti sei guadagnato soprattutto con chi, con una modella, con Daniele, con Erik."
    "Lìultimo che hai nominato, s'è presentato in camera mia che ero ancora addormentato, non ricordo bene cosa sia successo.
    "Guardami negli occhi, sai bene quello che provo per te, ti amo ogni giorno di più, la sincerità è stata sempre alla base dei nostri rapporti, ti vergogni a farmi il resoconto delle sensazioni che hai provato con Erik, fra l'altro è risaputo che ce l'ha piccolino e quindi..."
    Fefè parlò liberamente degli avvenimenti senza guardare in faccia Eva, c'erano dei punti di cui parlava malvolentieri."
    "Mi vien da ridere, tu tutto anticonformista mi stai dicendo che ti vergogni di aver provato un piacere omo, io l'ho provato tante volte, anche i maschietti hanno una sensibilità posteriore, abbracciami, vengo sopra di te e ti massacro di baci."
    I giorni seguenti tutti al lavoro, la sera stanchi, la cena poi tutti a ninna, nessuno parlava  di quello che sicuramente Erik aveva confidato a Daniele.
    Il sabato oltre ad essere il più gradito giorno era il giorno del 'Raccontiamo tutto quello che è successo durante la settimana'.
    Per Daniele ed Eva nessuna novità, Erik raccontò in breve quello che era successo fra lui e Fefè sorvolando sui particolari, Fefè gli fu riconoscente con uno sguardo d'intesa.
    Daniele:"Bene ora penso che dobbiamo dedicarci alle nostre ospiti femminili. Facciamo così: quando verranno uno di noi si intratterrà con Ursula, Ginevra è incinta e gli altri a fare da guardoni, poi vi spiego come, chi si prenota... nessuno allora scelgo io: Fefè si dovrà fare Ursula che come confidato da Ginevra, non ha mai avuto rapporti con uomini. Io intratterò Eva sempre col permesso...
    "Ora vi spiego come essere spettatori senza essere visti, quello specchio in fondo al salone è trasparente nel senso che per chi sta davanti è un vero specchio ma  entrando nello sgabuzzino vicino alla cucina si vede tutta la sala ome nei film polizieschi."
    Hai capito i due mascalzoni vedevano quello che succedava nel salone senza  farsene accorgere ma dopo tutto quello che era successo fra di loro...
    La  notizia della festa in onore di Ursula venne comunicata a Ginevra con messaggino telefonico.
    Risposta: "Ursula vuol sapere il perchè della festa in suo onore."
    Risposta ancora: "Che sorpresa sarebbe, dille solo ce c'è in ballo un rolex ma Usula se lo deve guadagnare."
    Rientrate le due svizzerotte in villa, dopo pranzo, mentre Ursula era in bagno Ginevra illustrrava ai presenti la pesonalità della sua amica: "Psicologicamente è una bambinona, spesso sono io che prendo decisioni al suo posto, ora si è messo in testa l'idea di avere pure lei un figlio e sapete da chi? "
    Tuttim inncoro: "Da Fefè!"
    Fefè un pò meravigliato ma felice di potersi fare la giuggiolona guardò in viso Eva, ufficialmente nessuna emozione ma dal suo sguardo...non si è gelosi di un uomo ma di una donna soprattutto bella...
    All'orecchio di Fefè: "Furbacchione non far finta di niente,non vedi l'ora di infilarti in quei bei buchini, dammi solo un bacio piccolissimo, mi consolerà."
    "Vieni cara un bacino sulla fronte come un buon papà."
    "Stronzo!"
    Ginvra: "Ursula ed io andiamo a farci un giro, Fefè ci fai compagnia?"
    I tre uscirono dal piano terra per infilarsi nell'appartamento di Fefè e di Eva.
    "Ma è uguale a quello di Erik e di Daniele!"
    Affermazione che convinse Fefè che la diagnosidi Ginevra era esatta.
    "Oh che bello!" Ursula cominciò a saltare sul letto ridendo.
    "Uersula ti ricordi perchè siamo qui?"
    "Certo voglio dare un fratellino ad Alberto o a Susanna."
    Spiegazione di Ginevra: "Sono i nomi che daremo al mio pargolo se maschio oppure se femmmina."
    Fefè fece cenno a Ginevra di andare al dunque.
    "Ginevra vuoi che ti baci il fiorellino così quando Fefè entra nella tua cosina non ti fa tanto male?"
    "Si fammi il lecca lecca ma voglio vedere il coso di Fefè, mai visto un maschietto nudo."
    "Non ti poreoccupoare se ti sembra molto grosso, ho portato la vasellina e poi Fefè sarà delicato."
    ."Ma ce l'ha più grosso di un salame, tutti i maschietti ce l'anno così?"
    "Ursula lascia stare i paragoni, vieni che ti bacio, allarga le gambine, ecco così, vuoi che Fefè ti baci in bocca?"
    "No solo che mi metta incinta."
    "Ursula chiudi gli occhi, penseremo a tutto io e Fefè."
    L'interessata obbedì, la vergine gnocca di Ursula venne abbondantemente irrorata di vasellina e Fefè iniziò il difficile compito di introdursi nella fatta di Ursula senza farle troppo male.
    "Mi fa male!"
    "Resisti fra poco ti piacerà."
    ."Mi fa sempre male!"
    "Lo vuoi o no stò figlio, hai scelto Fefè e te lo tieni, se parli ancora ce ne andiamo via."
    L'interessata non emise più un gemito, Fefè era riuscito a toccare il fondo della vagina, cominciò a godere alla grande con spruzzi sul collo dell'utero di Ursula.
    "Ho sentito uno schizzo, mi è piaciuto, Fefè ci riprovi?"
    ""Accontentala, sta mignotta ci ha preso gusto."
    "Ho sentito di nuovo lo schizzo, Fefè ci riprovi?"
    Ginevra: "Fefè non è una macchinetta per ora bsta, resta distesa così rimarrai incinta, noi andiamo via."
    "Non rinarrà incinta perchè ha avuto da poco le mestruazioni e non è in ovulazione, hai capito che ha il cervello di una bambina, sua madre, conoscendola, me l'ha affidata, non vorrei ripetere un'altra volta l'esperimento, le dirò che non può avere figli e così finisce la storia."
    Qualcosa era cambito nel cervello di Fefè forse per essere stato usato come strumento per accontentare Ursula o forse per il rapporto omo avuto con Erik (A proposito aveva dimenticato di dire ad Eva che loro erano i futuri eredi del patrimonio dei due).
    Ne parlò con Eva:
    "Sento il bisogno di stare un pò da solo, lontano da qui, tu non c'entri nulla non ti preoccupare, è una cosa mia."
    "Dimmi quello che vuoi fare, per me va bene."
    "Vorrei andare una settimana a Milazzo, mi piace quella città."
    "Diremo ai nostri amici che devi andare fuori sede per servizio, meglio una bugia."
    Fefè mise in moto la Jaguar, un saluto da parte di tutti, un bacio particolare ad Eva e via verso l'autostrada.
    Svincolo di Villafranca, svincolo di Rometta e poi quello di Milazzo.
    Entrò nel parcheggio dell'hotel 'Continental', un addetto gli venne incontro e prese la sua valigia.
    "Preferisce una stanza con vista sul mare o all'interno?"
    "Vista sul mare."
    Alle tredici al piano terra il ristorante era semivuoto, solo in fondo una coppia.
    "Il menu signore."
    "Voglio solo un secondo e della frutta, il brodetto di pesce va bene."
    In camera sua mise al minimo il condizionatore, accese la televisione ed incappò in un canale porno, il precedente inquilino di quella stanza era uno zozzone.
    Di porno ne aveva visti abbastanza in villa, bene una corsa di moto la sua passione giovanile.
    Si erano fatte le venti, uscì a piedi, il lungomare di Milazzo era pieno di giovani festanti, rimpianse la gioventù non che fosse vecchio ma gli ultimi avvenimenti gli avevano lasciato,il segno, specie quello con Erik...
    Andando in centro notò una piccola trattoria, forse a conduzione familiare, la preferì ad un ristorante di lusso.
    C'erano due file di tavoli ai lati di un lungo corridoio,, un sessantenne gli venne incontro sorridendo.
    "È solo? Bene questo è il suo tavolo, scelga con calma."
    Fefè voleva allontanare il ricordo di tutti i precedenti avvenimenti esclusi quelli dell'amore suo grande, Eva, la sentiva dentro il suo cuore, tutto il resto era stata una ubriacatura di soldi, di lusso, non era riuscito a non farsi coinvolgere e forse non sarebbe riuscito ad uscire da quel giro senza forse, si era abituato a vivere sopra le sue possibilità.
    La cena fu servita da una deliziosa fanciulla circa vent'enne.
    "Il signore è nuovo di Milazzo, non l'ho mai visto, se vuole le faccio compagnia dopo che esco dal ristorante."
    "Ti ringrazio cara ma sono qui per riposare."
    "Uno sguardo della baby tipo :"Sei frocio!"
    Ogni sera Fefè inviava ad Eva un messaggino solo con 'ok' per rassicurarla.
    Aveva preso l'abitudine di dormire di giorno ed uscire la sera col fresco.
    Nella sala da pranzo dell'albergo aveva incrociato,lo sguardo di due signore della sua età sorridenti e forse disponibili, le ignorò.
    Verso le ventidue percorreva il lungomare, sullo sfondo la costa e la raffineria illuminata, uno spettacolo bello da vedere.
    Cambiò itinerario verso ponente, anche qui c'era un viale illuminato con ai lati le case di villeggiatura, c'era molta gente in giro vacanzieri vocianti, allegri.
    Alla fine della settimana decise di rientrare nella vita quotidiana, mise al corrente Eva con un messaggio, Il suo amore era all'ingresso, volò nelle sue braccia, qualche lacrimuccia.
    "Mi sei mancato da morire..."
    "Finalmente il figliol prodigo, festeggeremo con una cena al ristorante 'La sirena'.
    C'erano tutti, anche le svizzerotte.
    "Ho fatto l'ecografia, ho due gemelli in pancia, Li chiamerò Alberto e Susanna."
    In macchina Eva mise al corrente Fefè dei fatti accaduti durante la sua assenza.
    Daniele gli era stato appresso tutti i giorni ma era andato in bianco, i suoi rapporti con Erik si erano incrinati perchè Daniele. lo aveva allontanato. Motivo, ogni giorno più innamorato di Eva, niente rapporti omo.
    Fefè fremeva per ritornare a casa.
    "Signiori col vostro permesso Eva ed io rientriamo, sono stanco del viaggio."

     

  • 17 settembre alle ore 2:11
    Ellen e il fiore dell'amore

    Come comincia: C’era una volta, in un piccolo paese di montagna, una donna molto avida e perfida di nome Ellen. Era sempre stata molto ricca e viveva da anni nello sfarzo più totale, nel suo maestoso palazzo, situato sul punto più alto di quel monte. Non si era mai sposata a causa del suo carattere burbero, non era mai riuscita a trovare un uomo che facesse al caso suo e questa cosa, l’aveva resa sempre sfiduciata nei confronti della vita. La sua unica compagnia erano i suoi due cani, che accudiva con immenso amore e profonda dedizione. Erano i suoi compagni di vita, gli unici che le erano rimasti sempre fedeli. Hellen rimaneva spesso a pensare alla sua solitudine e per combatterla, usciva spesso dal suo palazzo per recarsi in un piccolo bosco situato a poche centinaia di metri. Lì amava ammirare la natura: si soffermava a guardare lo scorrere dell’acqua del piccolo ruscello e a raccogliere le margherite, che da sempre considerava il suo fiore preferito. Ne raccoglieva a centinaia tutti i giorni e amava ordianarle in alcuni piccoli vasi che si trovavano nelle varie camere della sua grande casa.
    Un giorno, mentre era intenta nella sua raccolta quotidiana, s’imbatté in uno stranissimo fiore dai lunghi petali rossi. Si fermò a fissarlo per qualche minuto, non ne aveva mai visto uno simile prima d’allora e voleva capire cosa ci facesse in un bosco di sole margherite. Ellen rimase a guardare quel fiore per almeno dieci minuti e mentre stava per raccoglierlo, udì una voce che diceva: “Prendimi subito, vedrai ti porterò tanta fortuna”. Ellen rimase sorpresa, non aveva idea da dove provenisse quella voce poiché a parte lei, nel bosco non vi era nessuno. La donna si guardò intorno impaurita, pensando che qualcuno volesse farle del male. Dopo appena qualche minuto, udì nuovamente quella stessa voce che diceva: “Raccoglimi subito, ti porterò fortuna”. Hellen continuò a guardarsi intorno e il suo sguardo cadde di nuovo sul fiore. “Sei stato tu a parlare”? Chiese Ellen stupita. “Si eccomi qui”. Quella voce, apparteneva proprio al fiore, quel fiore diverso dagli altri che aveva attratto la curiosità della donna.
    Ellen, dopo quella curiosa scoperta, si avvicinò ancora di più a quel fiore che continuò a parlarle dicendole: “So che ti chiami Hellen e so che soffri un po’ di solitudine, ma è anche colpa tua”. Il viso di Hellen cambiò immediatamente espressione, ciò che il fiore le aveva detto. “E tu come fai a saperlo”? Chiese la donna infastidita, “Per caso leggi nel pensiero”?  Il fiore, con voce allegra le rispose: “Sono il fiore dell’amore, a me basta guardare negli occhi una persona per comprendere il suo stato d’animo”. Ellen rimase basita, aveva incontrato un fiore parlante e per di più che riusciva a comprendere il suo stato d’animo. Dopo un iniziale stupore, la donna si sciolse in un pianto dirotto e cominciò a raccontare al suo nuovo amico, la sua vita e tutto ciò che l’aveva portata a rimanere da sola. Il fiore la ascoltava attentamente, mai prima di allora si era lasciata andare a simili confidenze, per di più a un fiore parlante.
    Il fiore, dopo aver attentamente ascoltato il racconto di Hellen, emise un sospiro, aprendo tutti i suoi petali e disse: “Se vuoi, io posso aiutarti cara Hellen, ma devi promettermi che farai tutto ciò che ti dico”. “Farò tutto ciò che vuoi” rispose Ellen. “Sono stanca di essere sola, di questo passo la tristezza mi ucciderà”. Il fiore, commosso dalle preghiere di Ellen, decise che doveva fare qualcosa per restituire a quella donna un po’ di allegria. “Ascoltami attentamente Ellen, vai a casa e prendi dal tuo guardaroba il vestito più bello che hai, indossalo e ritorna qui da me”. Ellen corse subito a casa, prese dal suo armadio un bellissimo vestito rosso e, dopo averlo indossato, ritornò subito dal fiore dell’amore. “Ecco” disse con voce decisa “Ho indossato il vestito come mi avevi chiesto, adesso cosa devo fare”? Il fiore rispose: “Vai alla sorgente del fiume qui vicino, riempi un secchio d’acqua e innaffiami, acquisirò l’energia che mi serve per aiutarti a essere una donna felice”. Ellen prese un grosso secchio e si precipitò al fiume, come il fiore le aveva consigliato. Immediatamente lo riempì d’acqua e di corsa ritornò verso il fiore, lasciando che qualche goccia cadesse in terra.
    Dopo aver fatto qualche passo veloce, Ellen arrivò nel luogo in cui di solito era situato il fiore scoprendo, con grande sorpresa che non c’era più. Al suo posto era cresciuta una stranissima pianta con delle grandi foglie piene di spine. “Oh mio Dio” esclamò Ellen con stupore. “Dov’è il fiore che aveva promesso di darmi una mano”? D’improvviso, la donna udì una voce poco lontano che disse “ Il fiore non c’è più qui, adesso è nelle mie mani e non credo che adesso potrà più aiutarti a trovare l’amore”. Ellen si girò e vide, poco distante da lei, una vecchina con il naso un po’ allungato e che aveva tutte le sembianze di una strega. Si trattava, infatti, di una vera e propria strega che abitava quei boschi da moltissimi anni. Era stata lei a prendere con sé il fiore e rinchiuderlo in una campana di vetro, affinché potesse appassire e far svanire la sua magia benefica.
    Ellen cominciò a sentirsi di nuovo persa, quel fiore le aveva restituito la speranza di poter finalmente amare un uomo come lei desiderava. La donna voleva fare qualcosa a tutti i costi per restituire al fiore la sua libertà e per dare a se stessa una nuova possibilità. Questa volta però il destino si mostrò davvero duro per Ellen, la strega si era impossessata di quel fiore che per la donna rappresentava la sua unica ancora di salvezza.
    Una mattina, mentre Ellen era intenta nella sua passeggiata quotidiana nel bosco, le comparve dinanzi una giovane ragazza vestita completamente di bianco. “E tu chi sei”? Chiese Ellen un po’ impaurita da quell’improvvisa apparizione. “Sono Verdiana” rispose la fata “Sono la fatina dei boschi e ti aiuterò a recuperare il fiore che diventerà l’uomo che amerai per tutta la tua vita”. Ellen rimase sorpresa da quella rivelazione, non aveva realmente compreso ciò che la fata Verdiana volesse dire. La fatina scomparve improvvisamente, ma lasciò a Ellen una bottiglietta di vetro con una pozione che dal colore sembrava molto simile al succo di limone, che la strega, doveva bere affinché si rendesse innocua e il fiore potesse essere liberato. Ellen prese delicatamente in mano quella bottiglietta, e s’incamminò verso il prato, dove prima si trovava il fiore dell’amore, sperando di trovarvi ancora la strega al suo posto. La donna rimase per un po’ ad aspettare, ma dopo alcuni minuti, ecco arrivare la strega con il suo fare maligno. “Che cosa vuoi ancora”? Chiese la strega. “Perché sei ritornata di nuovo qui, il fiore adesso è mio e non potrà mai più aiutarti”. Ellen non fu per nulla turbata dalle parole della strega, aveva in mano l’antidoto che l’avrebbe annientata. “Ascoltami cara strega” disse Ellen “So che ti piace molto il succo di limone e ho pensato di portartene un pochino, l’ho appena fatto con le mie mani”. La strega per un po’ tentennò a quella proposta, ma cambiò subito idea strappando quella boccetta dalle mani di Ellen. Il gesto fu talmente violento che la boccetta cadde improvvisamente in terra, facendo fuoriuscire tutto il suo contenuto.  Ellen rimase di sasso, il suo proposito di sconfiggere la strega stava svanendo nel nulla. “Hai visto cosa hai fatto maledetta”? Esplose la strega. “Adesso cosa me ne faccio di una bottiglietta rotta”? Ellen era sconvolta, il suo proposito distruggere il potere della strega e riavere il suo fiore stava svanendo e con lui anche la possibilità di innamorarsi nuovamente. La strega era molto infuriata, voleva punire Ellen per aver rotto quella boccetta che conteneva la sua bevanda preferita. Passata l’iniziale arrabbiatura, la strega si allontanò e notò che aveva le dita sporche di quello che lei credeva fosse succo di limone. Immediatamente si portò le mani alla bocca per poter succhiare quella bevanda e sentire quel sapore che tanto le piaceva. Appena poggiò le labbra sul suo dito pollice, la strega cadde tramortita. Ellen, che aveva assistito alla scena, lanciò un fortissimo urlo di gioia. La pozione aveva dato l’effetto sperato e la strega era ormai sconfitta. Ora però doveva ritrovare il suo fiore, quello che doveva aiutarla a rinnamorarsi. Hellen si recò subito nel covo in cui la strega abitava, ma non trovò il suo fiore. Ad attenderla c’era un giovane uomo, alto e bello, che le prese la mano accogliendola con il sorriso sulle labbra: “Grazie a te, cara Ellen, sono ritornato normale” esordì l’uomo.” Hellen era perplessa, ma allo stesso tempo felice. “Come ti chiami”? Gli chiese la donna. “Mi chiamo Paride” rispose il giovane. “Un incantesimo della strega mi aveva trasformato in fiore. Volevo che tu mi facessi ritornare uomo seguendo i consigli che stavo per darti quando ero un fiore, ma tu hai sconfitto la strega e senza volerlo hai scelto la via più semplice”. Il viso di Ellen trasmetteva felicità come mai prima di allora. “Adesso vieni via con me” proseguì ancora Paride. “Saremo felici per sempre l’uno accanto all’altra”. La profezia di Verdiana si era avverata e Ellen potè così tornare ad amare. Qualche giorno dopo, i due convolarono finalmente a giuste nozze che si celebrarono all’aperto, nel bosco che Hellen aveva sempre amato. Alla cerimonia partecipò l’intero paese e i canti e i balli si susseguirono fino a notte inoltrata. Gli sposi andarono a vivere nel grande palazzo in cui la donna viveva da sempre. Ormai Ellen era una persona nuova, aveva abbandonato il suo carattere scostante e si apprestava a vivere una vita serena accanto a quell’uomo che già da qualche tempo le era vicino, anche se sotto forma di fiore.
     

  • 15 settembre alle ore 11:52
    Amori senza confini.

    Come comincia: "Ti vuoi sbrigare maledetto mammalucco!"
    Al citofono Eva aveva sfogato la sua rabbia per il ritardo cronico di Raffele (Fefè per gli amici).
    La succitata stava aspettando il suo beneamato col motore della macchina acceso, entro le 8,30 dovevano essere in ufficio presso la Camera di Commercio di Messina.
    Fefè si presentò con mezzo cornetto in bocca uscendo dalla casa dei suoi genitori, sicuramente non aveva finito la colazione. Entrò in auto lato passeggero aspettando, come previsto, una sgommata della sua bella che, in tal modo, sfogava la sua rabbia.
    Ma non era finita:
    "Mentre io  vado a posteggiare al 'Cavallotti' tu entri e timbri pure per me."
    Raffaele in fondo era un filosofo, alle sfuriate di Eva cercava di farsi perdonare con un bacino non sempre ci riusciva come questa volta allontanato con una gomitata.
    "Ma almeno sai chi erano i mammalucchi?"
    "Io penso di si, erano soldati mercenari turchi ma in italiano vuol dire sciocco, stupido come sei tu, non fare il saccente solo perchè hai frequentato il classico!"
    La loro era una storia particolare: erano ambedue nati venticinque anni addietro, abitavano nello stesso,palazzo di via Ghibellina. Amici sin da piccoli (Eva già da allora era una peste) avevano frequentato le stesse scuole sino alla terza media poi Raffaele si era iscritto al clssico mentre Eva in ragioneria.
    Vincitori dello stesso concorso, alla comunicazione ufficiale della notizia Eva:
    "Ecco ci mancava solo questo, pure in ufficio ti devo sopportare!"
    In fondo era una sceneggiata da parte della dulcinea, amava profondamente il suo Fefè. Il loro primo rapporto completo a quindici anni, l'inziativa, ovviamente, da parte di Eva.
    "Che ne dici se facciamo l'amore come i grandi?"
    "Vuoi dire scopare."
    "Ci mancava pure il trivuiale, ad ogni modo te lo devi guadagnare il mio fiorellino!"
    Eva era giunta a questa decisione allorchè fequentavano la terza media in quanto si era accorta che una certa Belinda (quella aveva pure un nome da stronza) girava sempre più attorno al suo amato e, facendo un confronto fisico, lei ne usciva perdente, la cotale più alta di lei di dieci centimetri non scherzava in quanto a tette e popò e forse aveva già avuto rapporti completi con qualche suo compagno di scuola.
    Un giorno afoso d'estate i loro genitori avevano deciso di andare insieme al mare.
    "Sai che facciamo, usiamo la camera da letto dei miei, c'è pure l'aria condizionata.
    Eva ancora una volta aveva pianificato tutto, un suo lenzuolo per evitare che qualche schizzo...inoltre si era procurata una crema lubrificante e i preservativi, "Ci mancherebbe pure che restassi incinta, ne verrebbe fuori un mammalucchino!"
    "Lavati bene, l'ulrima volta il truo 'ciccio' puzzava di formaggio!" nikn era vero, mpre solito una proocazione.
    Ambedue a letto Eva:
    "Io sono per la posizione del missionario, per la prima volta è la migliore."
    "Io sono ateo e preferisco la cavalcante anteriore, come la mettiamo?"
    "Ti sei indottrinato col camasutra ma io insisto,"
    "Tiriamo a sorte, io scrivo due bigliettini con i relativi nomi, quello che esce comanda."
    Uscito iil nome di Fefè, Eva cominciò a piangere o meglio a far finta, il maschietto questa volta si dimostrò tale p meglio ci provò.
    "Ho vinto e si fà a modo mio."
    "Ti prego chiedimi qualsiasi cosa..."
    "Non tti rimangi la parola?"
    "I miei genitori sono siculi, la parola va rispettata!"
    "Bene allora dopo aver assaggiato il fiorellino vorrei girare pagina." 
    "Sei ermeneutico, non capisco."
    "Intanto non offendere, ermeneutica ci sari tu (Fefè fece il finto tonto) la richiesta è quella di una inchiappettata."
    "Finiamola una buona volta, che cavolo vuoi?"
    "Provare il tuo delizioso popò."
    "Te lo puoi dimenticare!"
    "Come la metti che la parola va rispettata?"
    "Insomma siamo qui per il gran giorno del mio passaggio da giovinetta a donna e tutto finisce in una stupida discussione, per la promessa si vedrà in furuto."
    Fefè si tenne sul classico; baci in bocca e sulle tette, cunnilingus con doppia goderecciata di Eva.
    "Ti prego mettiti il preservativo, non c'è bisogno della pomata, dentro la vagina sono un lago, maledizione mi sembra che oggi ce l'hai più grosso, tutti i difetti ce li hai tu!"
    "Non immagini quante mogli ti invidierebbero, una gentile signora, una volta, mi disse che la cosa più grande di suo marito era la cravatta!"
    "Brutto porco allora te la sei scopata!"
    "Era la madre di un mio compagno di scuola, è stata lei a provocarmi, non potevo tirarmi indietro."
    "Ne riparleremo un'altra volta, per ora ti dico solo vacci piano!"
    Fefè baciò ancora il fiorellino sacrificale, ci puntò la cappella del suo 'ciccio' senza muoversi per vedere le reazioni di Eva.
    "Che sta succedendo o megklio che non sta succedendo, vuoi sbrigarti?"
    Fefè fu molto delicato, 'ciccio' penetrava lentamente con qualche flebile lamento da parte della novella sposa, pian piano arrivò in fondo del delizioso tunnel e provò un intenso orgasmo rimanendo sul corpo dell'amata.
    "Fefè possono tornare i miei genitori, torna a casa tua, grazie per la delicatezza."
    Eva non era iltipo del ringrazio facile, l'interessato apprezzò.
    Molto era cambiato nel rapporto fra i due amanti, non appena avevano l'opportunità, la prendevano al volo ma nessuno dei due riprese l'argomento della promessa di Eva.
    Un giorno sul letto dei suoi genitori, Fefè girò la beneamata e cominciò a baciarle il buchino posteriore. 
    "Non ti fa pena, con quella mazza che ti ritrovi!"
    "Un escamotage: io compro un vibratore, lo inserisco nella tua tata e, mentre tu godi pian piano cerco di entrare, se ti fa troppo male mi fermo subito."
    "Mò ci voleva pure il vibratore, che fantasia! Mi devo convincere psicologicamente, quando sarò pronta lo vedrai nei miei occhi, purtroppo per me ti amo."
    "Ed io invece no e non ti sposerò mai!"
    "Sposaerti, sei folle, stare insieme a te ventiquattrore su ventiquattro e chi ti sopporta!"
    "Vuol dire che senza uìil vincolo del santo matrimonio (anzuìi non santo perchè ti sposerei al Comune) sarei libero di andare con le signore i cui mariti hanno il nodo della cravatta più grosso del pene?"
    "Se ci provi e me ne accorgo farai la fine di Bobbit quell'americano cui la moglie ha tagliato l'uccello e non scherzo!"
    A Fefè bastava l'intimità con Eva, ogni volta le faceva provare qualcosa di nuovo e così niente signore.
    Un evento cambiò la loro vita: in vista dell'estate decisero di acquistare dei costumi da bagno, entrarono in un negozio che già dalla vetrina dimostrava di avere buona merce.
    I padroni accolsero i fidanzati cion calore: uno biondo con occhi azzurri, corporatura media, l'altro più alto di statura, classico tipo mediterraneo.
    Cominciariono a provare i costumi: Fefè ne scelse uno classico blu con risvolti bianchi, Eva due bichini ridottissimi, uno colore azzurro mare e l'altro rosa.
    "Ma ti si vede tutto, che diranno i tuoi genitori?"
    "Lascia stare i genitori, dì piuttosto che sei geloso."
    Fefè in passato aveva dimostrato di essere immune da tale sentimento, ora..."
    "Ma lasci stare, la signorina ha un fisico fantastico, se lo può permettere!"
    Aveva parlato il biondo con un italiano con classico accento di un paese del nord Europa.
    Poi era intervenuto il mediterraneo:
    "Intanto ci presentiamo: io sono Daniele e questo è Erik svedese che in vacanza a Messina si è innamorato della città e del sottoscritto."
    Più chiaro di così!
    "Io sono Raffaele, Fefè per gli amici e questa gentile signorina mia fidamzata è Eva."
    "Fidanzata non si sa sino a quando."
    Siete due giovani simpatici, sarebbe per noi un piacere invitarvi a cena a casa nostra a Torre Faro, questo è il nostro biglietto da visita, teniamoci in contatto."
    In machina i commenti:
    "Ti sei accorto che sono omo, non so se sia il caso di frewquentarli."
    "Non essee conformista di cosa hai paura che ti si inchioppettano, per quelli di penso io."
    "Sei il solito buffone, va bene andremo a quella cena."
    L'invito arrivò dopo dieci giorni.
    "Sono Daniele quello dei costumi da bagno, l'invito a cena è per sabato alle venti. Noi abitiamo in una villetta a schiera che si trova fuori di Torre Faro, duecento metri dopo il ristorante 'La risacca dei due mari', vi guiderò col mio telefonino."
    Eva quella sera era uno spettacolo: truco alla vamp, camicietta rosa e ampia gonna turchese, quasi trasparente che faceva intravedere un bichini ridossimo, tacchi alti che Eva non amava ma per l'occasione...
    "Si caro, sono andata dal mio parrucchiere e c'era un'estetista che mi ha combinato così, che ne dici?"
    "Che sei deliziosa ma se ti sei fatta bella per quei due..."
    "Io lo faccio per me stessa ed anche per te, con me al braccio farai un figurone!"
    £Speriamo che non mi prendano per un magnaccia!"
    Daniele al telefonino:
    "Ti vedo, entra nel primo cortile che incontri, sei arrivato."
    Venne loro incontro.
    "Scusa se ti ho dato del tu."
    "Va benissimo."
    "Erik è in cucina, in Svezia era un bravo chef e qui non è da meno, si è adattato alla cucina mediterranea."
    Fefè estrasse dalla borsa frigo una confezione di lingotti di gelato ed una bottiglia di spumanre 'Ferrari'.
    "Erik vieni a vedere cosa hanno portato i nostri ospiti."
    Erk si presentò col grembiule da cuoco:
    "Che splendida signora, quasi quasi lascio Daniele e mi metto con lei!"
    Fefè: " A Erik lassa pede Eva e dicci cosa hai preparato di buono."
    "Una sorpresa, Daniele prepara gli aperitivi, io finisco di cucinare."
    Tavola ovale imbandita: classici tre bicchieri di cristallo, piatto grande di sottofondo, posate d'argento bih...
    Risotto, cozze, vongole e frutti di mare, gamberi impanati, trancio di dentice, involtini di pesce spada e poi un'insalatona mista coloratisima.
    "Aho, invece de vende costumi da bagno è mejio che apri 'n ristoramte!"
    "Non ci fate caso, Fefè è stato a Roma un mese presso parenti ed ha acquistato l'accento romanesco ma è solo ridicolo lui messinese buddacio."
    "Che vuol dire buddacio, in svedese come si dice?"
    "Sarebbe come dire sciocco, ingenuo, in svedese non lo so."
    Una cena da ricordare, i quattro uscirono nel prato antistante l'abitazione e si sparazzarono su due divani a dondolo.
    Fefè tirò fuori una pipa.
    "Il fumo da fastidio a qualcuno?"
    "Si a me!"
    "Ma chi ti ha chieste niente madame coccodè!"
    "Voi due siete un teatrino, ci fate ridere, andiamo sulla spiaggia, non c'è vento e la luna illumina il paesaggio, guardate là in  fondo la Calabria, sembra una cartolina." Erik dimostrava così il suo amore per la terra di adozione.
    "Domattina potreste venire a fare il bagno, ci sono anche due nostre amiche molto simpatiche."
    "Chiedo a Fefè il permesso di parlare, posso?
    "A li mortè!"
    "Domattina alle nove saremo qui sempre che il signore riesca asvegliarsi in tempo!"
    E così fu, alle nove posteggiata la Peugeot dulls strada, suonarono alla porta di Erik e di Daniele, già in costume da bagno e muniti di ombrelloni e sdraie si diressero verso la spiaggia.
    "Io ho mangiato da poco e quindi niente bagno per ora, la compagnia ve la potrà fare la qui presente che si sveglia con i galli."
    La replica fu uno sguardo minaccioso di tempesta da parte di Evam Fefè se ne fregò e rimase solo  sotto l'ombrellone.
    Ad un certo punto un'ombra oscurò il sole, Fefè aprì gli occhi e si trovò davanti due figone che più figone non si può.
    "Posso esservi utile ma io sono un ospite, i padroni di casa sono al mare con la mia ragazza."
    "Noi siano Ginevra e Ursula amiche di Erik e di Daniele."
    Fefè si alzò, fece un inchino con falso baciamano, una sceneggiata avrebbe detto Eva.
    La due ragazze si tolsero i vestiti e  rimasero in buchini talmente mini che al loro confronto quello di Eva poteva sembrare quello delle nonne del primo novecento.
    Fefè non sapeva dove indirizzare lo sguardo quando le due rimasero in topless, per fortuna erano lontani dagli altri bagnanti.
    Al rientro dal bagno, Erik e Daniele si proffusero in effusioni con le nuove venute," che fosseo bisessuali, boh."
    L'unica rimasta piuttosto fredda era ovviamente Eva che dinanzi a tale beltade aveva perso la parola.
    "Ginevra e Ursula sono due modelle svizzere che sono venute a Messina per presentare una collezione di vestiti presso la boutique Randazzo, ora sono alloggiate al Jolly hotel, per una settimana ci faranno compagnia" Così parlò Daniele.
    Erik nel frattempo, rientrato in casa, aveva portato delle bibite fresche ben accette a tutti.Ginevra e Ursula, per ringraziarlo, lo baciarono in bocca e poi un rapido bacio fra di loro.
    Fefè faceva l'indifferente spostando lo sguardo verso il mare, Eva aveva piantato in faccia un bel punto interrogativo, come darle torto.
    In loro aiuto venne Daniele:
    "Ginevra e Ursula sono per noi come due sorelle, si sono sposateb in Gerrmania."
    Eva: "Perchè non pèortano,l'anello al dito?"
    Frase infelice che fece sganasciare dal ridere la compagnia, Fefè compreso.
    "Io dovrei fare lo chef ma tu saresti un'ottima attrice comica. un bacione in fornte."
    "Parlateci di voi, siete fidanzati, conviventi oppure..."
    "Niente di tutto questo, ogni tanto scopiamo ma poi lo rimando a casa dai suoi genitori, stare con lui è una lagna..."
    Eva si era sbilanciata forse presa da quell'atmosfera surreale di anticonformismo che regnava.
    Ursula: "Fefè sentiamo la tua versione non mi sembri molto convinto."
    "La qui presente ha detto la verità, vengo trattato da zerbino."
    "Cosa essere zerbino."
    Daniele: "Quel tappetino che si mette dinanzi alla porta d'ingresso per pulirsi le scarpe prima di entrare in casa.". 
    "Ti vedo maluccio, vieni dalla cugina Ursula che ti coccola un pò."
    "Il pupo me lo coccolo io!"
    Risata generale, "Sei una tigre col suo cucciolo, noi non amiamo gli uomini, preferiamo le femminucce!"
    Defè: "Anch'io!"
    Altra risata generale, Eva era rimasta spiazzata, lo capì e si mise a ridere pure lei.
    "Noi vorremmo un figlio ma non da un tipo nordico, preferiampo un bel bruno ma Daniele non è adatto, Fefè sarebbe il tipo giusto e non avrebbe problemi perchè noi viviamo lontane da Messina, sempre col tuo permesso."
    Eva era rimasta senza parole, per un tipo come lei...stranamente rispose:
    ""Ci penseremo, addio a tutti."
    In macchina silenzio sino all'arrivo in casa:
    "Ti sarai meravigliato della mia risposta ma c'è un perchè che tu non conosci, sono andata dal ginecologo, dopo svariati esami il verdetto: non potrò avere figli..."
    "Parliamone francamente, anche se talvolta sei una rompiscatole  ti amo profondamente e di un pargolo non me ne frega proprio niente anzi siamo fortunati così possiamo scopare senza problemi."
    "Per me è una tragedia, avrei voluto,un ranocchio che ti assomigliasse brutto stronzo e non l'avrò mai..."pianto di Eva.
    "Cerca di ricomporti altrimenti cosa penseranno a casa tua, vieni da Fefè tuo che ti asciuga le lacrime e ti consola, magari mi puoi fare un pompino."
    Lo schiaffo fu parato da Fefè che se l'aspettava.
    "L'ho detto per sdrammatizzare!"
    "Sdrammatizzare un corno, ti conosco, sei un porco!"
    Per cinque giorni nessun contatto con Erik e con Daniele poi una telefonata:
    "Sabato sera festa danzante a casa nostra, ricchi regali e cotillons, siete invitati, inizio ore 21."
    I recenti avvenimenti sembravano aver cambiato il carattere di Eva, più nessuna battuta acida, affettuosa e accondiscendente alle richieste di Fefè, un'altra Eva con gran piacere dell'interessato.
    Alla festa oltre Ginevra e Ursula c'erano molte altri ivitati che Eva e Fefè classificarono come appartenenti al circolo gay di piazza Cairoli, tutte persone socievoli, distinte, allegre, disinibite. Alcuni si presentarono sponte loro a Eva ed a Fefè facendo loro i complimenti: "Siete una bella coppia." 
    Eva fu invitata a ballare da un certo Alfio, Fefè si accorse che i due parlavano in continuazione ed Eva spesso rideva, praticamente la giovin signora passò la serata con lui.
    A quel punto Fefè su buttò su Ginevra, la bruna, Ursula era la bionda, guardandola negli occhi scoprì una personalità complessa, non era una sciocca, Fefè non  sopportava le donne stupide.Aveva una bella voce, le chiese se era lei che voleva un figlio. Si proprio lei ed aveva davanti un futuro padre ma niente provette, tutto al naturale.
    Ginevra era stata esplicita, figurati se Fefè non era d'accordo ma forse una certa Eva avrebbe avuto delle obiezioni, giuste obiezioni...
    "Ho visto che ti divertivi con quel signore, ridevi sempre e non ti sei stancata di ballare."
    "Lo sai bene che è gyu quindi niente gelosie, l'entrata in questo ambiente ha rivoluzionato il mio modo di vedere un pò tutto cominciando dal sesso, non so cosa mia sia successo,è per me inspiegabile, forse sto vedendo, le cose dal loro punto di vista, ma ne sono meravigliata io stessa. Tu non ci hai fatto caso ma quella bella brunona brasiliana che ballava con Erik è un trans."
    "Ero troppo attento a quello che mi diceva Ginevra, anch'io sono confuso, ne riparleremo a mente serena."
    Il giorno dopo inufficio:
    "Non ti arrabbiare ma voglio dirti quello che mi ha proposto Ginevra, senza ipocrisie. È lei che vuole avere un bambino ed io sarei, tu permettendo, il futuro padre ma tutto al naturale, senza provette."  
    Eva non aveva risposto, era entrata in crisi, non potendo avere figli avrebbe voluto conoscere un marmocchio di Fefè, era una pazzia, forse no, avrebbe chiesto solamente di poterlo vedere ogni tanto senza troppe intromissioni nella sua vita, solo vederlo ogni tanto, questa era la sua condizione.
    La notizia comunicata per telefono a Daniele ebbe l'approvazione entusiasta anche di Erik oltre che di Ginevra e di Ursula ma come organizzare l'evento?
    Ci pensò l'interessata che propose un piano: letto matrimoniale di Daniele e di Erik  prestato ai due temporanei amanti, gli altri avrebbero atteso l'evolversi dell'evento dinanzi alla televisione tanto per non pensare ai due in love.
    La sera seguente alle ventuno Eva e Fefè si presentarono in villa. Grandi abbracci fra tutti e risolini per mascherare un certo imbarazzo, anche i gay si imbarazzano davanti ad un eventuale nascita di un bebè che avrebbe avuto oltre la mamma anche tanti zii.
    Ginevra prese per mano Fefè e i duer scomparvero dietro una tenda.
    In bagno Fefè entrò subito in erezione con la sua sproporzione fuori del normale e con lo sguardo atterrito di  Ginevra.
    "Non ti preoccupare, so essere molto delicato."
    "Stiamo un pò abbracciati, vorrei della tenerezza, non sono più abituata ai maschietti. Quando ero in college ho avuto varie avventure etero ma nessuno lo aveva come il tuo.
    Vorrei dirti il motivo del mio rapporto con Ursula: è cominciato quando stavo con un ragazzo molto bello desiderato da tutte, mi ha fatto molto soffrire per le sue avventure con altre ragazze.
    Io dividevo la stanza con Ursula: un giorno mi trovò chem piangevo nel mio letto per colpa del mio amico, l'avevo trovato in camera sua con un'altra, piangevo a dirotto e Uesula mi ha consolato tanto che ha cominciato a baciarmi tutta, così è iniziata la nostra relazione, ho scoperto il mio lato omo, da allora siamo sempre insieme, anche lei è modella e giriamo un pò tra la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Italia.
    Da allora non sono stata più attratta dagli uomini ma quando ho visto te...l'ho detto alla mia amica che non si è dinmostrata gelosa quando lo ho detto che avrei voluto un rapporto con te anche perchè avevamo programmato che io avessi un figlio."
    Fefè iniziò il suo,repertorio con un cunnilingus delicato, Ginevra apprezzò subito e dette segni di goduria varie volte.
    L'ingresso in vagina, anche se effettuato dolcemente, fece sobbalzare Ginevra ma pian paino si rilassò e dette vita ad una serie di orgasmi multipli tanto da far neravuigliare anche Fefè.
    "Resta dentro finchè vuoi, anche se non sarà più duro così sarò sicura per una gravidanza."
    Ma quale ammosciamento, Fefè rimase anche lui meravigliato, il suo 'ciccio' non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e così riprese a muoversi dentro Ursula che apprezzò ricominciando con le godurie"Sento la vagina un pò irritata."
    "Gli amici di là si saranno addormentati, s'è fatta l'una, tu rimani qui io vado a raggiungere Eva." 
    Nel salone, sbracati sui divani, nessuno aveva voglia di parlare, il viso di Fefè era di per sè una visione di quello che era successo.
    Giunti a casa loro, senza il bacino di rito, Fefè ed Eva si misero a letto.
    Passarono vari giorni, l'argomento sesso non venne più trattato dai due fidanzati finchè non giunse la telefonata di Daniele:
    "Ci siamo perduti, cos'è successo?"
    "Abbiamo avuto molto lavoro in ufficio, niente di particolare."
    "Sabato invito a cena da noi, c'è una grossa novità per voi, ciao."
    Erik e Daniele erano vestiti tutti di bianco dalla camicia alle scarpe.
    ""Questa è la nostra divisa quando è in vista un avvenimento imnportante, lo sveleremo a fine pasto."
    Erik: "Arriviamo al punto, se non abbiamo capito male voi abitate a casa dei rispettivi genitori, giusto?"
    "Vero, io e Fefè vorremmo una casa nostra, cerchiamo di mettere da parte qualcosa ma col nostro stipendio..."
    "Bene, soluzione trovata, abiterete nell'appartamento di sopra di nostra proprietà, non l'abbiamo voluto affittare per ovvi motivi di riservatezza nemmeno ai nostri amici ma con voi siamo giunti ad un legane di affettuosità e di stima, che ne pensate?"
    "Siamo stupiti, non preparati a quest'offerta, naturalmente vi pagheremo l'affitto."
    "Ma quale affitto, noi siamo ricchi, ve lo intesteremo, questa è la sorpresa n'est pas."
    Fefè ed Eva avevano l'espressione di Alice nel paese delle meraviglie, si guardavano negli occhi senza parlare.
    "Avete perso la voce?"
    "La vostra gentilezza e generosità pòtre che commuoverci come potete immaginare ci ha sorpreso, dire di no a tale proposta sarebbe insensato, non vorremmo essere invadenti nella vostra vita privata..."
    2Non c'è problema, l'appartamento di sopra, peraltro ammobiliato, ha un'ingresos esterno proprio ed una scala a chiocciola interna che li unisce con una porta di divisione, affare fatto allora?"
    "Vorremmo prima parlarne coni nostri genitori nonb specificando che è un regalo da parte vostra."
    In macchina:
    "Eva ragioniamo, quell'appartamento, fra l'altro pure ammobiliato, vale un patrimonio, cosa vogliono veramente da noi, niente rapporti sessuali ai quali non mi potrei abituare."
    "Ne so quanto te, siamo così simpatici da meritare un sì grande regalo, forse gli omo hanno  un diverso modo di ragionare, piace loro vederci insieme felici ed averci a portata di mano per compagnia, boh..."
    I relativi genitori non erano stati affatto contenti della notizia, vivere insieme senza essere sposati!
    "Papà ho venticinque anni, io e Fefè abbiamo bisogno di una vita privata."
    Ci vollero due giorni per il trasloco degli oggetti di ciascuno, alla fine tutti soddisfatti i novelli conviventi invitarono a cena Erik e Daniele, cena che sarebbe stata preparata da un'inedita Eva  con qualche dubbio da parte di Fefè.
    "Sei sicura di essere all'altrezza, non faremo una brutta figura?"
    Mia madre è una signora all'antica e nei ritagli di tempo ha voluto insegnarmi a cucinare, ti stupirò."
    Quel sabato Eva fece un giro nei negozi per prepararsi alla pugna culinaria col risultato di:
    risotto cozze, vongole, seppie e cannocchie in brodetto (delizioso), trancio di pesce spada arrosto,gamberi impabati e tanti contorni di verdure. Finale ananas, gelato al limone e caffè.
    Applauso da parte di tutti.
    Daniele: "Sei una sorpresa piacevole, sinceramente pensavo alla mia ulcera..." e inaspettatamente prese a baciare Eva in bocca, la cotale non osò tirarsi indietro anche se decisamente meravigliata, meravigliato pure Fefè che fece l'indifferente.
    "A parte l'ammirazione per le tua arti di cuoca ho visto Daniele troppo interessato a te, che sia bisessuale?"
    "L'ho pensato anch'io, non è un brutto uomo ma..."
    Al sopraggiungere dei padroni di casa la conversazione cessò.
    Erik; "Ieri sera ho mangiato,come un lupo ma non mi sento appesantito a parte il, fatto che questa mattina non ho fatto colazione, di nuovo complimenti, Fefè sei un uomo fortunato."
    Alla fine tutti in mare, scherzi da parte di tutti con finale di abbassare i costumi agli altri con evidenti denudazioni in bella vista, al centro dei giochi la bella Eva ch<e ad un certo punto si trovò denudata con grandi risate da parte dei due omo, un pò meno da parte di Fefè che però non fece nulla per far finire il gioco. 
    Riposino pomeridiaano poi la sera al ristorante 'Lam Sirenetta' un locale famoso per il buon cibo e molto ambito dalla Messiba bene, sicuramente era stato prenotato molto tempo prima.

    .
                                                 

     

  • 12 settembre alle ore 10:22
    L'incontro

    Come comincia: Ho donato amore a chi non ha apprezzato il dono.
    M'illudevo d'aspettative dovute alle grandi parole che mi venivano promesse e la mia anima spiccava il volo!
    Ma non ricevevo della stessa misura di quello che donavo...
    Poi tutto finiva!
    I ricordi erano come sale nelle ferite. Mi provocavano un dolore lacerante all'anima.
    Mi rimaneva un grande vuoto, dove precipitavo. Rimando sola e ferita nella caduta.
    Dovevo arrancarmi per risalire, ma era ripida, senza un appiglio per aggrapparmi.
    perdevo le forze e ricadevo.
    Il cuore ne soffriva. Una continua tempesta si abbatteva dentro, così chiuse la porta all'amore per mettersi al riparo.
    Scese il buio. Cadde nel sonnone l'AMORE cominciò a sognarlo!
    L'uomo dei miei sogni sapeva amarmi.
    Sognarlo l'aiutava a battere quando portava la morte dentro.
    Mi chiedevo, per quanto tempo ancora dovessi sognarlo e se lui esisteva veramente!     Nelle notti di solitudine confidavo i miei sogni alle stelle.
    Sperando che mi facessero da messaggeri: " portare i miei pensieri alla mente di quest'uomo". Riferirgli di cercarmi.
    Un giorno incrociai lo sguardo di un uomo.
    Mi colpì l'intensità di luce che avevano quegli occhi nel guardarmi.
    Sentii un forte impulso al cuore... che di colpo lo svegliò!
    Non mi staccava gli occhi di dosso. Si penetravano con i miei, fino a guardarci dentro.
    Non l'avevo mai visto, ma avevo la sensazione che ci fossimo conosciuti.
    Da tempo la sua anima si univa alla mia. Mi amava nei sogni.
    Aveva anche un corpo. Esisteva!
    Mi sorrise. Il suo viso era splendido. Radioso come il sole m'illuminò. Schiarì il buio che portavo dentro.
    Il cuore cominciò a scalpitare. Batteva forte contro quella porta. Voleva spalancarla per lasciarlo entrare. Il redentore era arrivato a liberarlo dalla prigionia. Era stanco di essere alimentato dai sogni. Voleva battere di suo: amare e sentirsi vivo!
    Comunicavamo con gli occhi:
    " Ti ho trovata!"
    " Ti aspettavo!"
    Si avvicinava verso me.
    " E' lui!" mi gridava il cuore, ma temevo che la ragione intervenisse. Era diventata premurosa e voleva proteggerlo.
    " Non ti fidare o ne soffrirai!" mi ripeteva con rimprovero, quando mi dichiaravano amore. Ma stavolta rimase a tacere. Acconsentì che ascoltassi il cuore.
    In un lasso di tempo, immagini del mio vissuto attraversavano la mia mente. Mi rividi sola, triste, sofferente. Lasciai morire la donna insicura e fragile che c'era in me.
    Da quel momento apparteneva al passato.
    Giunse di fronte a me. Stese la sua mano per presentarsi.
    Appena la sfiorai, nacque in me la donna forte, sicura, determinata a vincere! Non avrei più perso l'amore.
    Mi strinse la mano mentre pronunciava il suo nome. Quella stretta legò un nodo invisibile. Un legame che ci avrebbe tenuti uniti fino all'ultimo istante della nostra vita.
    Scambiammo due chiacchiere di conoscenza. Non uscì una parola di bocca che mi dichiarasse amore, ma mi spogliava con gli occhi, mi desiderava, mi faceva sentire tra le sue braccia.
    L'emozione che mi scatenava la sua presenza, il cuore sentiva tante parole, quante ne bastavano per raccontarmi tutta la nostra vita. Come se tutto già fosse scritto, ed io sfogliando le pagine, vedevo passare i giorni fino a invecchiare con lui.
    Il destino fu l'autore e noi i protagonisti. Con l'istinto accettammo l'invito di trovarci in quel posto, in quell'istante per incontrarci ed iniziare il capitolo...
    La morte è venuta a prendermi.
    seduto al mio capezzale mi tiene la mano. Sapevo fin dalla prima volta che la strinse, che non l'avrebbe più lasciata. Me lo dettava il cuore.
    Rivedo il nostro incontro e tutti gli anni trascorsi insieme.
    Guardo il suo viso solcato di rughe. Porta i segni dei suoi anni, ma l'amore che ha portato dentro è rimasto giovane come allora! Si rinnovava ogni giorno con sorprese e armonia.
    Il tempo ha reso curve le sue spalle, in quel corpo esile, ma le sue braccia sono state mura di fortezza, perché ha saputo proteggermi, facendomi sentira sicura. Non era la sua forza fisica che mi tratteneva, ma in ogni suo abbraccio trovavo conforto, calore, dolcezza. Era il suo essere speciale a tenermi legata.
    Guardo i suoi capelli stempiati divenuti color argento.
    Porta i segni di ogni sua trasformazione. Cresceva ogni giorno nello spirito e nella fede, rendendolo sempre più maturo.
    trovavamo un senso a ogni evento e situazione, apprendendo gli insegnamenti che la vita c'ha dato.
    Ci siam promessi di prenderci cura l'uno dell'altra e di renderci felici... E ci siamo riusciti.
    Ogni incontro d'amore e felicità è un incontro con Dio. Da quell'incontro, Dio è stato con noi!
    Con lui ho amato la vita in tutte le sue forme.
    Abbiamo portato dentro noi, il sole di mezzogiorno.Caldo, focoso che ci accendeva di passione.
    Passando ad un calore tenue e piacevole sulla pelle, come il sole del tramonto, tingendo il cielo di sfumature con i colori dei nostri sentimenti.
    Ho capito lo scopo di questa mia esistenza.
    Dovevo crescere, imparare, perfezionarmi. Avevo bisogno di lui per completarmi.
    La mia missione l'ho portata a termine.
    Gli anni hanno consumato i nostri corpi. Il mio è giunto ad una fine, ma la mia essenza continuerà ad esistere!
    La morte è solo un passaggio d una nuova vita, perché nulla finisce, ma tutto si trasforma.
    Guardo i suoi occhi cambiati nella forma, ma hanno la stessa luce di sempre. Ha osservato ogni cosa nella sua profondità e non nella superficie che alla sua vista appariva.
    Li vedo tristi e mi parlano ancora:
    " Come farò senza di te? Mi mancherai!"
    Gli parlo con gli occhi trasmettendogli l'ultimo mio pensiero, mentre gli stringo la mano e accesso un sorriso per salutarlo:
    " Non essere triste amore mio! Tornerà come al principio. Esistevo già nel tuo cuore e nei tuoi pensieri, rendendoti felice nei tuoi sogni, prima di conoscere questo corpo. Non lo vedrai più, ma io continuerò ad esistere nel tuo cuore e nei tuoi pensieri con i ricordi. Andrò io per prima, perché dovrò aspettarti ancora. Sarà il destino a decidere quando lasciarti andare. Mi cercherai e le nostre anime s'incontraranno ancora!"

  • Come comincia: Rivolgendo la nostra attenzione alla “condizione giovanile” il primo dato emergente  è che sia  nel linguaggio comune sia nel lessico delle scienze sociali non sussista una salda definizione in relazione al contenuto delle parole “giovani” e “gioventù” [1] e tanto meno esista una stabile demarcazione del confine anagrafico nel quale si colloca la giovinezza. La giovinezza deve essere vista come un’età di confine collocata tra l’infanzia e l’età adulta, ma è assai difficile fissare tali limiti in quanto questi cambiano nelle diverse epoche storiche, da società a società. Dunque: già problematico, parlando di scuola secondaria, inserirvi il concetto di gioventù scolastica.  Il concetto di scuola e gioventù si è fatto più problematico dal momento che lo stato sociale degli ultimi decenni ha dato luogo ad un prolungamento della fase giovanile del ciclo della vita ed è questa la caratteristica predominante che accomuna i giovani d’oggi sia italiani che europei. Nella società che definiamo contemporanea i confini dei vari cicli di vita, principalmente quello relativo ai giovani, sono molto più ambigui e non definiti cronologicamente rispetto alle società passate. Stiamo parlando chiaramente di coloro che dobbiamo considerare gli allievi la cui cultura sociale ed umana dovrebbe trovare accoglienza e realizzazione nelle nostre scuole. Ma sappiamo davvero chi sono? Giovani che vivono in ambienti della conoscenza multimediali e per questo presentano ciò che Derrick de Kerckhove[2]  definirebbe un brainframe, e quindi uno schema di produzione del pensiero, diverso da quello legittimato dalla scuola del passato (e purtroppo anche attuale): un pensiero che è principalmente immersivo, reticolare, ri-oralizzato, non-proposizionale, a-testuale e  tendente all’integrazione col non-verbale della corporeità.  Come si fa, dunque, a proporre punti di riferimento rispetto alla “nuova scuola”, così come quei dodici proposti da Renzi, se prima non ci si pone di fronte alla “materia” che vogliamo elaborare nelle nostre “fabbriche di pensiero”?
    E’ il solito discorso sbagliato: vogliamo edificare una fabbrica di marmellata mostrando interesse per la pubblicità, l’inscatolamento, la struttura architettonica, il colore dei camici e delle cuffie degli operai e l’etichetta, dimenticandoci della marmellata.
    Per modificare l’istituzione scolastica italiana occorre partire, invece, proprio da loro: da questi “giovani” , di cui non siamo neanche in grado di definire chiaramente l’età, per  pensare ad una scuola nuova adatta ai“nuovi” giovani. Insomma: vuol dire ripensare alla “forma-scuola”, fare sì che assuma una nuova identità, che si rigeneri dal di dentro, che sovverta le instabili e consumate stabilità, mettendosi al passo coi tempi dei nuovi giovani, che rinunci ad assumere come proprie verità divenute obsolete, per condurre avanti con nuova audacia la freschezza di ipotesi che non diano più per scontate verità  accettate per tali soltanto per comoda abitudine.
    Per farlo, è indispensabile precisare che cosa è divenuta oggi la scuola. Per farlo occorre viverla dal di dentro e parlare con chi la vive dal di dentro, non porre in moto meccanismi stereotipati e virtuali che con la verità della scuola italiana, ma soprattutto degli studenti che la vivono, non hanno più nulla a che vedere. Chi sono questi ragazzi? Stiamo parlando davvero di quelli che alcuni esperti definiscono "una generazione di tiranni"? O non sono, invece, il frutto della tirannia di una società che non ha più tempo da dedicare loro?  Quella stessa che li relega, perché non diano fastidio, alle sedie dei computer o delle televisioni o all’ascolto di cellulari eternamente ronzanti, oppure, anche durante le ore di scuola, nascosti nei banchi, a giocare con i mille giochi che quelli stessi cellulari propongono loro? Questa generazione di sconfitti e insoddisfatti la stiamo creando noi, in tutti i sensi. Nascono da noi, crescono con noi in quanto la società gli offre "oggetti del desiderio" assolutamente indispensabili, di cui un momento prima non conoscevano neanche l'esistenza. La società è fatta di pubblicità incontrollate ed incontrollabili., dove appare un mondo che non esiste se non nella fantasia folle di chi cerca di piazzare un prodotto. La società non dice la verità. Non la dice sui cellulari che usano e rischiano di bucargli il cervello, sui giochi a computer che li fanno diventare ossessivi e spesso li istigano alla violenza, sui telegiornale, che mostrano in continuazione un mondo di falsità, bugie, delinquenza, giustizia fallace, sui telefilm, sulle soap opera (infinite), persino nei cartoni animati, che non fanno altro se non riempirgli la testa di illusioni e falsi mondi del benessere e del malessere. Li creiamo noi, a scuola, quando non offriamo loro l'esempio da seguire di un insegnante che arriva in orario, abbia giustamente i suoi dubbi, si ponga anche un po' in discussione, ma rispetti le regole e spieghi con chiarezza le ragioni per cui vanno rispettate. Un insegnante che abbia un minimo di conoscenza della psicologia oltre della propria materia, seppure questa sia la matematica. E che possa anche contattarsi con quelle giovani teste così differenti dalle giovani teste di trent’anni fa. La scuola deve costruire innanzitutto insegnanti in grado di reggere il passo con un dialogo differente. Prima di tutto anch’essi giovani, perché venga colmato almeno in parte il gap generazionale. Insegnanti che credano nel loro lavoro e non si sentano sconfitti in partenza in quanto malpagati, incompresi, offesi nell’esercizio delle loro funzioni. Vogliamo parlare di merito? Possiamo accettare che si tratti di un merito culturale: il lifelong learning (o apprendimento permanente), inteso come un processo individuale intenzionale che abbia l’intento di acquisire ruoli e competenze e che comporti un cambiamento relativamente stabile nel tempo. Ma senza dimenticare che il nostro insegnante deve innanzitutto essere in classe, presente,  pronto al sorriso ed al rimprovero, certo delle sue certezze ma disponibile al dialogo. Deve prendere, purtroppo, un po' il posto dei genitori, assenti o deludenti, dei politici corrotti, della politica inconcludente. Insomma occorre fornire loro un insegnante che insegni, oltre la sua materia, anche ad aprire gli occhi sul mondo, giacché è in quel mondo loro, i nostri giovani, debbono vivere. Parliamo dunque degli “insegnanti”, del valore che debbono dare al contatto con individui veri, quali sono gli allievi, che non sono degli “avatar” da videogiochi, personaggi virtuali che possono “morire” e basta un “push” per far ritornare in vita. I nostri allievi sono teneri esseri umani, che si “formano” nel magma del nostro “sociale”. Il virtuale imperversa nelle loro vite, la pubblicità gli offre realtà del tutto o in gran parte distorte, fasulle; la politica viene letta in differenti chiavi di lettura, ma resta, molto spesso, ciò che è: inconoscibile. Quanto la religione. La “nuova scuola” che sia o meno quella proposta da Renzi nei suoi dodici punti, deve essere tale da fare sì che questi nostri ragazzi riescano a comprendere ed accrescere se stessi attraverso essa e trovino uno spazio non virtuale nel mondo in cui vivono. Solo così saranno loro gli artefici del mondo di domani. Bianca Fasano.

    [1] Cfr. Cavalli A. , voce “Giovani” in Enciclopedia delle Scienze Sociali, volume IV della Treccani, 1994. pp. 326-336.
    [2] (1944),linguista e antropologo belga naturalizzato canadese, allievo del sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan.
     

  • 11 settembre alle ore 11:03
    Una fredda calda sera

    Come comincia: A volte capita che negli angoli più nascosti, sperduti di un vecchio armadio, di un vecchio cassetto trovi cose che sapevi di avere, ma che da tanto, troppo tempo non vedevi e così ti trovai lì, un po’ impolverato, traboccante di fotografie che addirittura fuoriuscivano dalle tue pagine, perché a quell’epoca tutte le foto venivano stampate, tenute, tenute come se si avesse in mano la cosa più preziosa e fragile del mondo, tenute lievemente con le punta delle dita per non lasciare le proprie impronte su di esse, dando così ad ogni foto un valore immenso, un valore che ora si è un po’ perso.
     
    E così per caso, senza nessun motivo apparente, in una fredda serata invernale mi trovai seduto a terra a sfogliare quel vecchio album di foto di un passato reso immortale, con quella curiosità di riscoprire cose passate, cose lontane. Con gli occhi spalancati cominciai a sfogliarlo lentamente, rividi persone che ormai non vedo e sento da molti anni, rividi persone che purtroppo non ci sono più, momenti, posti, luoghi ormai lontani, fuori dal tempo. Su alcune foto l’occhio diventò lucido, su altre ci scappò un sorriso, su altre ancora rimasi bloccato rimanendo lì a fissarle per dei minuti e su altre mi soffermai solo pochi secondi.
     
    A volte, quando capita, è bello ricordare, è bello sapere che certe cose sono sempre lì racchiuse in un vecchio album che risveglia ricordi lontani e anche se un po’ impolverati, basta poco per farli tornare nitidi.
     
    Finii di sfogliare l’album dopo un paio d’ore, ore bellissime, intense, piene di emozioni, di sensazioni, di ricordi belli e tristi, di qualche lacrima, ore che fanno parte della vita, della mia vita.
     
    Lo rimisi in un angolo sapendo che in futuro lo avrei ritrovato per farmi rivivere le stesse emozioni, forse anche di più.
     
    A volte negli angoli più remoti ritrovi te stesso, un te stesso che non ricordavi, anche se sempre lì e da lì puoi ripartire con una marcia in più sentendoti meno solo.
     
    A volte basta una fredda sera per scaldarti il cuore.
     

  • 08 settembre alle ore 9:41
    Sedici anni

    Come comincia: Avevo sedici anni ed era estate.
    Rispetto alla precedente non vantava grandi programmi: crociere o fine settimana nelle città d’arte, o qualunque intermezzo a cui possono accedere i giovani di oggi.
    Per rinfrescarmi e godere di qualche ora di riposo, meritato dopo un anno scolastico a suo modo faticoso, accettavo l’invito di mia zia che andava al mare con i figli, i miei cugini Paola e Ivo.
    Ivo, più grande di me, aveva già conseguito la licenza di guida e sulla sua Fiat “124” ci imbarcavamo la mattina presto per raggiungere i “cancelli” di Castel Porziano. I “cancelli” erano e sono a tutt’oggi stabilimenti balneari liberi, le cui strutture, tra servizi igienici, parcheggi, chioschi alimentari e quant’altro, poggiano le loro fondamenta sul terreno, soprattutto di sabbia più che di terra, della tenuta di Castel Porziano, una delle residenze a disposizione del presidente della Repubblica. Fu proprio uno di questi che concesse una parte di quella terra affinché i cittadini di Roma e dintorni potessero usufruirne l’estate.
    Le mie vacanze e quelle delle mie amiche, come di tutti quelli che hanno la mia età che non si potevano permettere altro, trascorrevano tra quelle sabbie chiare e per me e per tutti era il mare più bello del mondo.
    Molti innamoramenti, amicizie consolidate e anche matrimoni hanno avuto l’input tra quelle sabbie roventi o in mezzo alle onde di quel mare...
    La mattina aspettavo fremendo il suono del citofono strimpellato a lungo da mia cugina Paola che mi chiamava. Se l’ascensore risultava occupato, rotolando per le scale la raggiungevo ed insieme, nuovamente di corsa e ridendo senza un perché plausibile, saltavamo sui sedili posteriori dell’auto che era rimasta in attesa...
    Nel tragitto continuavamo a ridere anche per un niente, ci raccontavamo delle inezie per divertirci perché tutto ci sembrava lieve ... Una visione della vita propria di quell’età che si perde man mano che si cresce. Anche i rimbrotti a Ivo che mia zia, seduta accanto a lui alla guida, ogni tanto gli indirizzava con voce autoritaria, erano per noi “signorine”... esilaranti.
    Sedute una accanto all’altra, amiche e complici del gioco della vita, gli occhi spalancati sui sogni e le speranze riposti in quelle giornate. Non era tanto il mare, i bagni nelle acque fresche, la carezza calda del sole sulla pelle o la partita a tamburelle a popolare i nostri sogni ma ... l’amore.
    Non tanto in Paola, di qualche anno più piccola di me, quanto vivo e impellente era in me il desiderio di avere l’innamorato, di provare quello struggimento dolce che ammolla le gambe e ti fa vacillare mentre dimentichi il mondo che ti gira intorno. L’attesa del primo bacio era per tutte noi, "signorine" di quei tempi, un anelito che sovrastava qualsiasi altro come il lavoro o il conseguimento di titoli accademici.
    Mi si prospettò finalmente un occasione quel giorno...
    Dopo il bagno lunghissimo, io e Paola, eravamo andate alla doccia, a lavare dalla nostra pelle il sale, ma anche qualcos’altro... vista la qualità scadente di quelle acque che non possono essere catalogate come “cristalline”.
    In fila sotto il sole aspettavamo il nostro turno quando una voce dietro di me mi costrinse a girarmi:
    «Con questo caldo dopo la doccia saremo di nuovo “da capo a dodici” ... ne dovremo fare un’altra e poi un’altra...»
    A parlare era stato un bel ragazzo, alto e moro con gli occhi scuri che mi fissava sfacciato ed era lo stesso sguardo che avevo sentito su di me uscendo dal mare da quel ragazzo seduto sulla battigia, che in quel momento fui sicura, era fisso su di me da parecchio.
    Non ero abituata a sostenere quel genere di sguardo... abbassai gli occhi e contemporaneamente sentì le mie guance avvampare. Dovevano essere di fuoco ed io per la vergogna mi girai, voltandogli le spalle.
    Non si scoraggiò affatto per quel gesto non proprio di simpatia... si sa le donne dicono “no” quando vorrebbero dire “sì”.
    Il ragazzo si fece avanti e mi si affiancò nella fila, poi sporgendosi un po’ in avanti, per parlarmi guardandomi nel viso, mi chiese:
    «Come ti chiami? ...” e si presentò scandendo bene ogni sillaba del suo nome.
    Mi batteva il cuore, forse pensai che fosse già amore, oggi so che era soltanto la situazione insolita che a me, ragazza timida e poco abituata all’amicizia e alla frequentazione con l’altro sesso, metteva a disagio.
    Il ragazzo comprese e ci tenne a rassicurarmi:
    «Tranquilla sono un ragazzo per bene non ti voglio “mangiare”...”
    Mi voltai verso di lui e la sensazione che ebbi fu proprio il contrario.
    Il suo sguardo era caldo e, quando scese sulla mia scollatura, gli voltai le spalle di nuovo... le paure inculcate da un’educazione rigida ci obbligava a comportamenti a volte diversi da quelli desiderati. Avrei voluto rispondere, presentarmi, parlare un po’ con quel ragazzo, sentivo una certa “simpatia”, più di una simpatia...
    «Dai Patrizia ... tocca a noi, andiamo a farci la doccia!»
    Paola mi toglieva da quell’empasse e gliene fui grata.
    Mentre stavamo sotto il getto d’acqua della doccia sbirciavo ogni tanto quel ragazzo che era rimasto a guardarmi da lontano.
    Non avevo ancora terminato la doccia, quando girandomi lo vidi allontanarsi con un altro ragazzo dall’aspetto più maturo che quasi lo tirava dietro di sé. Si girò e mi salutò da lontano:
    «Ciao, ci vediamo domani».
    Non feci altro che pensare a lui sia per il tempo che restammo in spiaggia, sia durante il ritorno, sia a casa... tanto che mamma si accorse che qualcosa di insolito mi era capitato:
    «Ma che hai? Sembra che ti abbia morso la tarantola!»
    Ed era proprio così che mi sentivo, con una frenesia dentro che mi faceva muovere, che non mi dava riposo ... ed era il desiderio di rivederlo.
    Potete, quindi, immaginare come trascorsi le ore che mi separavano dal momento in cui l’avrei rivisto.
    Naturalmente il giorno dopo non aspettai la scampanellata di mia cugina per scendere in strada, ma quando arrivarono con la Fiat 124 io già ero sul marciapiede ad aspettarli...
    Durante il tragitto il tempo sembrava avanzare più lentamente del solito.
    Ogni tanto sbuffavo:
    «Ancora stiamo qua! »
    Paola, che aveva capito il perché delle mie smanie, mi chiese:
    «Pensi che lo rincontriamo...»
    «Noi ci mettiamo dove stavamo ieri.»
    Appena scese dalla 124 corremmo in spiaggia... senza rispondere ai richiami giusti di mia zia:
    «Dove andate? Date una mano a portare le borse...»
    Ed in effetti le borse erano tante e pesanti.
    Non dovemmo cercare molto. Lui era lì e appena ci vide ci venne incontro.
    «Ciao.»
    «Ciao.»
    Ci salutammo come fossimo amici da lungo tempo. C’era tra noi un’atmosfera di complicità come di vecchi compagni di giochi.
    «Passeggiamo?»
    «Aspetta, dobbiamo chiedere il permesso a zia...»
    Zia non disse di no ma ci riempi di raccomandazioni:
    «Non vi allontanate troppo. Non uscite dalla spiaggia. Non fate il bagno... »
    Da quel giorno le passeggiate erano per me il massimo della felicità.
    Mi accorgevo che mi piaceva sempre più e che quando tornavo a casa mi mancava.
    Piaceva anche a mia zia...
    «Simpatico il vostro amico.»
    Cominciavo a sentire il desiderio del suo contatto. Passeggiando a volte il suo braccio sfiorava il mio... ed io sentivo brividi di piacere.
    Ero certa che anche lui li sentiva e provava ciò che provavo io.
    Non era passata che una settimana quando, come succede a tutte le donne, arriva quell’appuntamento mensile che quando c’è è così fastidioso a che se non c’è, almeno a quella età, diventa un problema. Le mestruazioni.
    Così quella mattina mi svegliai con il simpatico ospite un po’ in anticipo forse per il caldo...
    Il primo giorno poi è quello più temuto... perciò telefonai a mia zia comunicandogli di non passare a prendermi.
    Che giornata! Sembrava che il tempo si fosse fermato, anzi fosse tornato indietro.
    La sera mia zia mi telefonò riferendomi che il mio amico era stato molto dispiaciuto di non vedermi, soprattutto perché per lui era l’ultimo giorno di mare e poi avrebbe trascorso il resto delle vacanze al paese di sua nonna in sabina... ma non disse il nome.
    Non ci rivedemmo più.
    Quel ragazzo mi è rimasto nel cuore insieme al ricordo dei primi turbamenti d’amore... solo un ricordo, uno di quei ricordi avvolti dalla nostalgia, con il dubbio di quello che poteva essere e non è stato.

  • 07 settembre alle ore 10:23
    Dio non parla napoletano

    Come comincia: Dio non parla napoletano: è un dio troppo difficile, astruso, ascoso, senza volto, né immagine da appendere a un altarino. Non sorride, non parla, non colloquia tra loro.
    Il paganesimo è ancora una nebbia densa, pesante, che non dirada da vicoli e bassi. Virgilio, mago per  Napoli, attese per anni, in caverne di tufo, di passare lo scettro a S.Gennaro. Il bisogno del sacro ha mille rivoli, siano sembianze, avvenimenti o altre magie. A ciarlatani o santi, si chiede, si prega, si inveisce. L’immaginetta o l’adesivo creano congreghe  virtuali di appartenenza. L’importante è mostrarle comunque.  I santi gareggiano, tra loro, nella magnificenza del miracolo. Il sangue, vita liquida, è preferito sul palcoscenico del quotidiano. Il miracolo non avviene una sola volta, nella sua storia, come evento unico, fragorosamente soprannaturale, ma ha una sua ripetitività, un appuntamento popolare, atteso, dovuto. E’ un vaticinio, interpretabile da tutti.  Un miracolo semplice, facilmente verificabile. Un sì o un no, un testa o croce, dotato di sacralità. Quale aiuto avrebbe dovuto avere questo popolo, martoriato nei secoli, se non l’accorrere del miracolo, magia di pensiero, dolce e irrinunciabile lenimento.

  • 03 settembre alle ore 17:51
    Felice, tra sogno e realtà

    Come comincia: Aveva lavorato tutta la settimana a ritmi serrati per portare avanti un progettto importante. Il suo capo gli aveva dato carta bianca, conosceva Felice e sapeva di potersi fidare ed infatti fu contento dei risultati ottenuti; l'ultima fase del progetto gli avrebbe consegnato un articolo che avrebbe reso parecchi soldi. Anche Felice conosceva il suo capo e sapeva che quando era soddisfatto diventava più malleabile e disponibile.
    Adesso Felice era seduto a tavola e si stava apprestando a cenare con i suoi genitori. Sua madre aveva preparato uno sformato di verdure e formaggio che gradivano tutti e suo padre dopo la prima forchettata confermò soddisfatto:
    "Squisito cara, il tuo sformato è eccezionale, come sempre"
    "Grazie tesoro. Felice, è buono?" Chiese la donna al figlio.
    "Si mamma, veramente buono. A volte penso che  tu abbia rubato i segreti a qualche grande chef" Disse sorridendo, ma la madre non si fece distrarre da quelle lusinghe e chiese con calma:
    "Sei di nuovo strano ultimamente, qualcosa non va?" Il marito guardò la moglie con aria interrogativa, perché lui era sempre all'oscuro di tutto? Felice sospirò ma lo sguardo dei genitori lo invitava a dare una risposta. Allora prese coraggio e cominciò a spiegare ciò che ultimamente gli era capitato; il viaggio in sud America, le visioni mistiche, il contatto con esseri extraterrestri e tutta una serie di fatti che lo avevano coinvolto in varie occasioni. Parlò senza enfasi, cercando di farsi capire dai genitori, soprattutto dal padre che nonostante fosse un brav'uomo era di vedute ristrette; al contrario la mamma si era sempre rivelata disponibie ad ascoltarlo. Finì di raccontare convinto di aver combinato un bel casino, adesso le uniche persone su cui poteva fare veramente affidamento lo avrebbero preso per pazzo e addio serenità. Si aspettava dei commenti sarcastici, delle accuse addirittura, invece fu sorpreso dal silenzio; i due anziani non fiatarono e continuarono a mangiare come se non l'avessero sentito. Poi alcuni piccoli dettagli gli fecero comprendere che i genitori avevano ben capito le sue parole e con un atto di grande amore stavano in silenzio cercando di elaborare ciò che avevano appena udito per poter rispondere al figlio senza urtarne la sensibilità. Suo padre stringeva le posate in modo innaturale e il suo sguardo era fisso sulla moglie che invece tranquillamente continuava a mangiare. Dopo alcuni momenti, che ai due uomini parvero ore, lei sollevò lo sguardo verso il marito e con un'occhiata chiarì subito un particolare, lui non doveva intervenire prima di aver fatto finire lei; l'uomo abbassò lo sguardo in segno di assenso e la donna cominciò a parlare.
    "Felice, se ho ben capito stai dicendo che hai avuto dei contatti con gli alieni. Mi piacerebbe capire come sei arrivato a questa conclusione, quali fatti ti hanno convinto di essere stato veramente in situazioni fuori dal comune senza pensare che potrebbe essersi trattato di sogni o allucinazioni. Mi hai detto che ultimamente sogni spesso e fatichi a collegare i sogni con la realtà, quindi tutto quello che ci hai raccontato potrebbe essere frutto di sogni o visioni. Fai uso di droghe? Bevi roba forte? Esageri con i medicinali?" Felice non rispose e si limitò a guardare la madre che capì dal suo sguardo come fosse impossibile collegare quei fatti con l'eventuale uso di stupefacenti da parte sua, cosa che peraltro non era vera. Sua madre lo sapeva, ma voleva avere conferma di ciò per continuare il discorso "Ne ero convinta, per fortuna da quel punto di vista non ci hai mai dato problemi. Adesso, visto che hai avuto il coraggio di aprirti con noi e visto che l'argomento e piuttosto complicato, io e tuo padre dobbiamo farti una confessione" E con un cenno la signora Maria invitò il marito a parlare, trovandolo pronto.
    "Vedi Felice, quello che ci hai raccontato non ci meraviglia minimamente, anzi, conferma tutto quello che ci è successo tanti anni fa e che ci aveva fatto vivere nel terrore di essere impazziti. Con il passare del tempo ci siamo abituati a convivere con alcune situazioni che potremmo definire bizzarre, i tuoi fratelli sono all'oscuro di tutto e sarebbe meglio non raccontare nulla di quello che ci stiamo dicendo, è giusto che loro vivano la loro esistenza normalmente" L'anziano prese il bicchiere vicino a sé, lo riempì di vino e ne bevve una gran sorsata per poi riprendere a parlare "Anche io e tua madre abbiamo avuto esperienze simili. La prima volta che vennero a farci visita ancora non eri nato, furono loro ad avvisarci che tua madre era incinta e che tu saresti nato sotto una buona stella, eri uno dei prescelti ci dissero. Io e la mamma ci convincemmo di aver sognato, non potevamo e non volevamo credere a ciò che avevamo visto e sentito; ma dopo nove mesi stavi per nascere tu e loro si ripresentarono mostrandosi felici per tale evento. La felicità che riuscirono a trasmetterci ci tranquillizzò a tal punto da convincerci di essere protagonisti di un mistero atto a far nascere bambini con capacità superiori da mettere al servizio dell'umanità intera, da qui il tuo nome: Felice" L'uomo aveva parlato velocemente e adesso mostrava i segni di stanchezza tipici di chi si è tolto un grosso peso dallo stomaco; Felice aveva ascoltato a bocca aperta. Quelle rivelazioni l'avevano sconvolto quanto tutte le apparizioni e i sogni a cui era soggetto ultimamente. Fu sua madre a concludere il discorso "Negli anni si ripresentarono alcune volte, volevano assicurarsi che tu stessi bene e con il tempo ci abituammo a quelle visite, non eravamo pazzi, vivevamo tra sogno e realtà e tu facevi parte di un loro programma ben preciso. Il nostro compito era quello di proteggerti in attesa che giungesse il momento giusto" La madre disse le ultime parole senza avere il coraggio di fissare il figlio negli occhi. Felice restò lì per qualche attimo a fissare il pavimento, incapace di dire una sola parola. Adesso capiva tante cose, tanti loro atteggiamenti, a volte al limite del ridicolo e capiva anche perché, pur avendo incontrato molte donne, non aveva mai resistito a lunghi legami ma si era dedicato solo a degli incontri occasionali. Qualcosa o qualcuno facevano si che lui restasse sempre solo, accudito dai suoi genitori che in realtà erano anche i suoi tutori. Eppure sentiva il loro amore e anche lui, nonostante tutto, voleva molto bene ad entrambi, del resto non erano sempre stati al suo fianco? Cominciò a dubitare anche del suo lavoro, tutta quella libertà, la possibilità di gestirsi a suo piacimento e comunque di essere abbondantemente retribuito, che ci fosse anche lì lo zampino degli alieni? Si alzò dalla sedia senza parlare, avrebbe rischiato di dire cose in modo avventato e non gli sembrava il caso, non voleva litigare. Ma la madre non riuscì a trattenere la lingua e chiese speranzosa "E adesso che farai? Hai deciso di eliminarci dalla tua vita? Noi ti  vogliamo bene, puoi contare su di noi, come sempre" Felice si era fermato ad ascoltare le parole della madre e rispose delicatamente "Lo so, anche io ve ne voglio. Forse siamo vittime o protagonisti di qualcosa più grande di noi e non ve ne faccio una colpa. Tra qualche giorno partirò per il sud America e voi sapete perché. Ma adesso sono stanco, vado a letto. Buona notte mamma, buona notte papà" I due genitori augurarono buona notte al figlio e dopo aver sistemato la cucina si ritirarono nella loro stanza con il cuore pesante ma convinti di aver fatto la cosa giusta.
    Felice non riusciva a prender sonno, travolto da un turbine di pensieri. Molte cose avevano assunto un aspetto diverso dopo le rivelazioni dei suoi genitori e la consapevolezza di essere coinvolto in qualcosa di incredibile lo eccitava parecchio. Stava ripercorrendo mentalmente gli avvenimenti dell'ultimo periodo, gli strani sogni, gli incontri con personaggi bizzarri, era nel pieno delle sue fantasie quando la porta della camera si spalancò e si parò davanti a lui suo padre. Accese la lampada sul comodino per vederci meglio e quando mise a fuoco la scena si rese conto che l'uomo stava dormendo; un sonnambulo, pensò Felice. Sapeva che non doveva fare movimenti bruschi e in particolar modo non doveva risvegliare il padre che adesso si stava avvicinando a lui e in un attimo fu lì, seduto sul suo letto. Felice provò a sfiorarlo per vedere se reagiva in qualche maniera ma in quel momento suo padre cominciò a parlare "Perché te ne stai qui a dormire mentre in giro ci sono persone che hanno bisogno di te? Non è qui il tuo posto, va e aiuta i bisognosi" Felice avrebbe voluto rispondere che era stanco e provato quando un presentimento lo indusse a vestirsi ed uscire in fretta e furia da casa senza preoccuparsi di lasciare il padre solo in quella situazione, ma appena uscito si ritrovò immerso in un parco dove la fitta vegetazione oscurava le luci dei lampioni e il riflesso della luna piena. Non si preoccupò di capire cosa stesse accadendo, qualcosa lo stava guidando in un posto preciso di quel groviglio di piante e giardinetti e in un attimo giunse in un piccolo spiazzo dove alcune panchine fungevano da giaciglio per dei senza tetto. Uno di loro era stato preso di mira da tre individui e due di loro lo stavano picchiando selvaggiamente con dei bastoni, mentre l'altro sembrava come paralizzato. Il malcapitato era talmente terrorizzato che non riusciva ad emettere il minimo grido nonostante le botte e gli insulti che stava subendo. Felice non ci pensò su un attimo e immediatamente si scagliò come una furia contro gli aggressori. I tre furono sorpresi da quell'intervento ma si riorganizzarono subito e mentre Felice era avvinghiato a uno di loro gli altri due cominciarono a colpirlo incuranti di far male anche al proprio compagno. Quella cattiveria e quel disinteresse totale per la sorte altriui, fecero scattare in Felice delle energie che lo portarono a reagire come una belva. Insensibile ai colpi che lo investivano si scagliò contro i due aggressori e con una forza a lui sconosciuta riuscì a strappare dalle loro mani i bastoni e dopo averli colpiti ripetutamente accecato dalla rabbia, li lasciò scappare via, come due bestie ferite. Nel frattempo il senza tetto si era rialzato e con movimenti guardinghi si era avvicinato al terzo aggressore che era restato a terra, ferito dai colpi dei propri compagni. Felice notò quel movimento e senza spaventarlo ulteriormente si avvicinò all'uomo e gli chiese "Come ti chiami?" L'altro non sembrava aver capito e allora ripeté con più calma "Ho chiesto come ti chiami, non aver paura" "Mi chiamo Felice, di nome ma non di fatto" Felice restò folgorato da quelle parole, poi si accorse che il terzo aggressore sanguinava e si chinò su di lui per aiutarlo. Si girò verso l'altro Felice per chiedere aiuto ma lui era scomparso, svanito nel nulla. Ok, voleva dire che stava meglio; adesso doveva occuparsi del ferito. Come prima cosa Felice tolse il passamontagna nero che nascondeva il volto dell'aggressore e fu una gran sorpresa scoprire che si trattava di una ragazza che poteva avere si e no una ventina d'anni. Non era ferita gravemente ma chiamò lo stesso i soccorsi e una pattuglia di carabinieri. La ragazza fu trasportata al più vicino ospedale per degli accertamenti, mentre Felice fece la sua deposizione alle forze dell'ordine. Venne così a sapere che ultimamente quegli episodi di violenza stavano aumentando a dismisura e le vittime e gli aggressori erano sempre diversi: operai, borghesi, giovani, vecchi, disagiati, studenti e via discorrendo. Non c'era un filo logico che unisse quelle esplosioni di violenza ma qualcosa stava rendendo la vita sempre meno sicura. Si congedò dai carabinieri e, pur non sapendo dove si trovasse di preciso, nel volgere di un attimo si ritrovò in camera sua. Suo padre non era più nella stanza e adesso gli fu chiaro di aver sognato, come sempre più spesso accadeva, ora doveva solo coricarsi, addormentarsi e al suo risveglio avrebbe dimenticato tutto, o no?
    "Felice! Felice! Suona la sveglia, alzati o vuoi far tardi al lavoro?" La voce della madre lo strappò da un sonno profondo. Si stropicciò gli occhi e uscì dal letto stanco e provato. Avvertiva dei forti dolori in varie parti del corpo e notò dei lividi su braccia e gambe e un dubbio lo assalì, allora non era stato un sogno. Si diede una rinfrescata e si vestì per affrontare la giornata di lavoro, blue jeans e camicia con mocassini, voleva stare comodo. Dalla cucina arrivava profumo di caffè e di pane tostato, sua madre aveva preparato la colazione e dopo essersi servito si accomodò al suo posto. La donna si sedette accanto a lui e i due cominciarono a fare colazione.
    "Dov'è il papà?" Chiese lui.
    "E' uscito presto, sono venuti i carabinieri e hanno chiesto di seguirlo in caserma perchè il loro comandante aveva alcuna domande da rivolgergli" Rispose tranquilla la madre. I carabinieri? Pensò Felice.
    "Mamma, stanotte è successo qualcosa di strano? Il papà è uscito di casa?"
    "Non che io sappia. Avete ronfato come tromboni e non vi ho svegliato per lasciarvi riposare" In quel momento fece la sua comparsa in cucina il padre e la moglie chiese: "Allora? Come è andata? Cosa volevano?" L'uomo prese una sedia e si accomodò con calma, si servì un bicchiere di succo di frutta e bevve con avidità, si pulì la bocca con un tovagliolo e prese a dire:
    "Hanno arrstato due vagabondi, due bastardi che stanotte hanno aggredito un senza tetto" Si versò dell'altro succo ma stavolta non bevve "Un terzo aggressore, una ragazza, è all'ospedale" Attese un attimo per vedere le reazioni dei presenti, ma la moglie e il figlio non fiatarono e allora concluse dicendo "La ragazza si è ripresa, ha detto di essere stata soccorsa da un uomo, un uomo che aveva con se una foto, la mia foto" Un flash squarciò la mente di Felice, quella notte suo padre era entrato in camera portando con se qualcosa e ora ricordava chiaramente, era una foto dell'anziano, la foto che aveva scelto per la tomba. Suo padre lo stava fissando con aria interrogativa, voleva sapere.
    "Stanotte papà sei venuto in camera mia, eri sonnambulo e portavi con te una foto, quella che ti ritrae in giardino e che hai deciso di mettere sulla tua tomba quando verrà il momento. Istintivamente l'ho presa io, nel momento in cui mi hai invitato ad uscire per aiutare chi è in difficoltà, poi al parco è successo un gran casino e quando sono tornato a casa tu eri in camera tua a dormire, te lo ricordi?"
    "Hai detto tu che non ero sveglio e comunque non ricordo di essermi mai alzato, neanche per andare al bagno" Felice si accontentò di quella spiegazione e tralasciò di menzionare di aver contattato i carabinieri ai quali aveva fatto una deposizione, probabilmente quell'episodio non era reale. Ma adesso era veramente stufo di quella situazione sempre più spesso in bilico tra sogno e realtà, non sapeva se avrebbe retto oltre. Il padre sembrò leggergli nel pensiero e prima che la moglie intervenisse per tranquillizzare il figlio disse: " I carabinieri hanno detto che la ragazza all'ospedale ha chiesto notizie del suo soccorritore, stranamente nessuno dei presenti sul posto ricorda chi fosse ma lei ha detto di ricordarsi chiaramente di lui"
    Felice aveva chiesto informazioni nell'area apposita e dopo pochi istanti era al piano indicato da dove non provenivano rumori, segno che nessuno era presente e lui ebbe un'esitazione prima di avviarsi verso la stanza della ragazza. Quando fece per muovere il primo passo capì immediatamente di essere di nuovo fuori dalla realtà e reagì stizzito.
    "Ancora, non c'è la faccio più. Sono stanco di questa situazione, dimmi perché devo vivere così, dimmelo?" "Perché sei uno dei prescelti, lo sai" Rispose la femmina davanti a lui "Io non sono un bel niente, sono stanco, non so più quando sono sveglio e quando sto sognando. La mia vita è un inferno, voglio tornare ad essere libero di vivere, altro che prescelto" "Adesso smettila!" Disse decisa lei "Stai zitto un attimo e seguimi" Lei lo prese per mano e lo condusse lungo il corridoio dell'ospedale fino ad arrivare nei pressi di una stanza dove lo obbligò ad entrare senza far storie. Felice si trovò difronte la ragazza del parco, era bellissima. Lei non si accorse subito della sua presenza ma quando alzò il capo e lo vide un sorriso smagliante investì Felice che cominciò ad avere le palpitazioni.
    "Tu sei l'uomo del parco, quello che mi ha salvata dal pestaggio di quei due mostri, grazie, grazie di cuore" Felice ebbe un sussulto e si voltò alle spalle per vedere se ci fosse ancora la presenza femminile che lo aveva accompagnato lì, ma ovviamente era sparita. La ragazza lo invitò ad avvicinarsi "Dai, vieni a sederti qui vicino a me, non sono poi così malconcia" Felice si mise seduto in fondo al letto vicino ai suoi piedi e la ragazza allungò un braccio sfiorandogli una gamba con la mano. Lui fece per ritrarsi ma lei lo anticipò "Non sono un mostro, ti devo la vita e voglio raccontarti la mia storia, stanotte mi hai tolto da un bell'impiccio" "Non credo abbia voglia di sentire il racconto delle tue bravate notturne, andare in giro a picchiare dei poveracci è da vigliacchi oltre che da delinquenti" Lei sorrise in modo malizioso e lo riprese simpaticamente "Hai finito il tuo sermone? Hai voglia di sentire la mia storia o hai già tirato le tue conclusioni?" Quella ragazza lo stava travolgendo "Ok, sentiamo la tua storia, tanto ormai sono qua" "Sei qua perché volevi vedermi, dì la verità" Felice abbasso lo sguardo e lei riprese facendosi seria "Alcune notti vado in giro con dei compagni, amici e amiche di tutte le età e di vario ceto sociale. Non siamo idealisti e non chiediamo niente a nessuno, siamo solo spinti dalla voglia di aiutare la gente che se la passa peggio di noi. L'altro giorno eravamo nel pub dove ci ritroviamo per fare il punto della situazione e due ragazzi si sono avvicinati a noi chiedendoci di poter entrare a far parte del gruppo. Ok, gli diciamo, sono sempre bene accetti nuovi volontari. Il sabato pomeriggio io e un altro ragazzo del gruppo andiamo al centro anziani dove abbiamo organizzato un torneo di briscola per far divertire un po' gli ospiti della struttura. I due nuovi si offrono volontari per aiutarci e noi accettiamo di buon grado. Per qualche giorno i due si uniscono a noi nelle varie uscite e sembra che tutto proceda per il meglio, fino a ieri sera. Io e altre due ragazze abbiamo in programma di portare qualcosa ai senza tetto che passano la notte al parco, ma una chiamata urgente le costringe ad andare in soccorso di una donna che viene maltrattata dal marito, ma questa è un'altra storia. I due nuovi si offrono di sostituirle e dopo le dieci di sera ci rechiamo al parco. Avevano con loro delle sacche lunghe e capienti, ma eravamo d'accordo di portare vari oggetti e non ho dubitato del loro contenuto. Giunti al parco abbiamo trovato il primo disgraziato che riposava su una panchina, io mi sono avvicinata a lui per svegliarlo e per rassicurarlo sulla nostre intenzioni, ma all'improvviso i miei due compagni mi hanno spostata di lato e con furia selvaggia hanno cominciato a picchiare quell'uomo. Io sono restata pietrificata dall'orrore, stavo per fare qualcosa quando sei arrivato tu. Il resto della storia la conosci meglio di me" Lei si prese le gambe tra le braccia e assunse l'espressione di chi ha vuotato il sacco e adesso aspetta il giudizio del suo interlocutore. Felice rimase un attimo in silenzio, stava ripensando a molte cose. Poi un sorriso apparve sul suo volto e chiese:
    "Come ti chiami?" La ragazza rispose automaticamente "Aurora" "Bene Aurora, io sono Felice è ho 43 anni. Tu quanti ne hai?" "24" rispose lei "Sei giovane ma hai già le idee chiare, mi piaci. Stanotte è successo qualcosa fuori dalla logica, io non avrei dovuto trovarmi lì, ma è andata così e sono contento. Infatti ho conosciuto te ed ho scoperto che non c'entri nulla con quella vergognosa aggressione che per fortuna non ha causato danni eccessivi. Ma dimmi, perché indossavi il passamontagna?" "Perché vogliamo restare anonimi, il nostro aiuto, quando è possibile, deve giungere ai bisognosi in forma anonima" Felice si accontentò di quella risposta e concluse "Ok, adesso però devo andare, ti auguro una pronta guarigione e spero di rivederti in un'altra occasione" Quindi si alzò dal letto e si avviò verso l'uscita della camera ma Aurora lo chiamò "Felice!" Lui si voltò verso di lei "Grazie Felice, sono sicura che ci incontreremo di nuovo" Felice fece un cenno d'assenso con la testa e poi uscì dalla stanza. C'era la femmina di prima ad aspettarlo e lui sapeva già cosa avrebbe detto quindi la anticipò "Si, lo so. Sono il prescelto e lei è una di quelle che andava aiutata. E' una bella ragazza, ma troppo giovane, avete fatto in modo che la incontrassi e adesso sto male" "Cosa farai adesso Felice?" Chiese lei "Torno a casa dai miei genitori, non ho intenzione di andare a lavorare" "Non fare finta di niente, sai a cosa mi riferisco" Lui si arrestò di colpo e si girò verso di lei "Sto cercando di capire se sono sveglio o se sto sognando!" Disse a muso duro "Sei sveglio" Rispose lei "Merda!" Esclamò lui "Qualcosa non va?" "La ragazza, Aurora!" "Cos'ha che non va?" "Niente" "E allora?" Felice gonfiò il petto ma non riusci a trattenersi "Mi sono innamorato di lei!" Stava urlando. L'altra non si scompose e come un computer sillabò "Non hai risposto alla mia domanda però, cosa farai adesso?" Ora lo sguardo di Felice era deciso "Ma è ovvio, parto per il sud America"

  • 03 settembre alle ore 14:02
    Enrico Toti

    Come comincia: (Roma, 20 agosto 1882 - Monfalcone, 6 agosto 1916)
     
            Le Alpi, questo maestoso spettacolo della natura, questo baluardo che ci ripara dai freddi venti del nord e che, in teoria, ci avrebbe dovuto salvare dalle invasioni. L'abbagliante candore del Bianco è così forte che sono costretta a socchiudere gli occhi, mentre la gente intorno a me si affretta verso la funivia, imbacuccata nelle tute a vento, simili a variopinti pinguini e abbasso lo sguardo per scrutarmi: anch'io sembro un pinguino e la cosa mi fa sorridere divertita.
    Un rapace, che non riconosco a causa del riverbero provocato dalla neve, sfreccia nel cielo terso, emettendo un acuto che rimbomba nella vallata e che richiama la mia totale attenzione. È spettacolare.
    Alcuni turisti di lingua tedesca scherzano, con le gote rosse che spiccano sulla pelle candida, i capelli chiari come oro e gli occhi azzurri come il cielo e sto per unirmi a loro, quando qualcuno mi afferra saldamente per un braccio trattenendomi. Inghiottisco l'urlo di spavento che mi è salito in gola e mi giro di scatto, rimanendo a fissarlo con occhi sgranati. Una rapidissima occhiata alla sua sola gamba destra mi fa deglutire e rimango a fissarlo incantata.
    «Ora non fanno più paura, vero?» esordisce con forte accento romano.
    Ammicca ai ragazzi teutonici ed io scuoto la testa, rendendomi conto che sono emozionatissima. Il mio respiro è corto, il cuore mi galoppa indemoniato dinanzi a questo giovane minuto, dai baffoni spioventi e dal naso pronunciato.
    «Enrico Toti.» sussurro, ancora incredula.
    Accenna un impercettibile inchino e guardo la sua famosissima gruccia che lo sorregge.
    «Ma tu ti fidi di loro?» domanda.
    Capisco che si sta riferendo ai turisti e con naturalezza rispondo:
    «Sì, mi fido. Non è più come una volta, credimi.»
    Esita, poco convinto, e continua:
    «Eccellenti soldati. Veri guerrieri. È stato duro combatterli, lasciatelo dire da chi li ha visti in opera con i propri occhi: vere macchine belligeranti.»
    «Oh, ma loro non sono più…»
    «Le hai viste le loro trincee? Le loro, non le nostre o quelle francesi.» ribadisce. «Erano in grado di scavare trincee corredate di tutto, persino di brande comode, in metà del tempo che occorreva a noi o ai nostri alleati. Non ho mai visto trincee simili. Veri e propri baluardi invalicabili.»
    Annuisce mentre parla, gli occhi al cielo, persi in un ricordo lontano nel tempo che noi, sebbene vicini all'epoca, non riusciamo a percepire nella sua piena crudezza. Posso solo provare a immaginare i nuovi italiani, coloro che dal 1870 facevano parte dell'Italia unificata, questi giovani che, di punto in bianco, si sono visti crollare i confini tra una regione e l'altra, i sardi venuti a stretto contatto con i pugliesi, i toscani, i veneziani, i romani e non più pugliesi, romani o sardi, bensì italiani con tanto di patria, di inno nazionale, in tutto e per tutto uguali agli inglesi, ai francesi, agli austriaci, ai russi.
    «Mio Dio! Quale periodo di sublime abnegazione per il raggiungimento di un alto ideale.» sussurro mio malgrado stregata.
    «Puoi dirlo forte, ragazza!» esclama con gagliardo orgoglio.
    Un secondo dopo lo vedo rabbuiarsi e si china un po' in avanti, per sussurrare:
    «E pensare che oggi qualcuno vorrebbe che l'Italia si dividesse nuovamente! Ma ti rendi conto?»
    Posso capire benissimo lo sdegno di chi, come lui, ha donato la vita per l'Italia e mi domando cosa ne pensa dell'Italia attuale. Meglio sorvolare.
    «Tu sei di Roma, vero?» indago.
    «Roma, sì, l'ultima a essere annessa al regno, grazie ai valorosi bersaglieri.»
    Gli brillano gli occhi e ne approfitto per chiedere:
    «È per questo che ti sei arruolato nei bersaglieri, nonostante la menomazione?»
    «Certo! Bersaglieri in bicicletta. Be',» ammette con una certa riluttanza, «ho dovuto insistere un po'.»
    Sorrido, ripensando alla sua vita, al suo incidente sul lavoro che, nel 1908 come oggi, gli ha portato via la gamba; alla sua ferrea volontà di essere in tutto e per tutto uguale agli altri, la bicicletta che lo ha portato in giro per il mondo, fino allo scoppio della guerra, la Grande Guerra.
    [gototi] «Il mio ardore di patriota non poteva tollerare che Trento e Trieste fossero ancora in mano agli austriaci, per questo ho fatto di tutto per arruolarmi. Ho interceduto presso il duca d'Aosta, pur di partire per il fronte.»
    «E una volta lì?»
    Lo vedo esitare un attimo, si gratta la nuca e sorride, con quel suo sfavillante ottimismo che lo ha sempre contraddistinto.
    «Be', il fronte non era certo rose e fiori. Facevo la spola tra i feriti, portando conforto, posta e tutto l'aiuto possibile. Ma ero comunque un infiltrato.» confessa.
    «Un infiltrato?» ripeto sconcertata.
    «Che vuoi… La mia unica gamba non mi permetteva di venire arruolato; tuttavia io sono partito lo stesso, con una divisa senza mostrine né stellette, ma con tanta voglia di dimostrare il mio orgoglio di essere italiano.»
    «Sei stato a lungo a Cervignano, vero?»
    «Sì. Mi trovavo bene, anche se a volte incappavo nei soldati che provenivano dal fronte e non comprendevano il mio entusiasmo. Certo,» aggiunge alzando le spalle, «immaginavo gli orrori delle trincee, eppure per me partecipare alla guerra significava coronare il sogno dei nostri padri che erano riusciti a unificare l'Italia, significava legittimare Porta Pia e dimostrare che i loro sforzi non erano stati vani.»
    Tutto il suo volto, dagli occhi alla bocca, splende di luce propria mentre parla e un groppo mi chiude la gola all'improvviso. Quest'uomo era animato da ideali puri, scevri di politica e di retorica, spinto solo dall'entusiasmo e dall'orgoglio di essere italiano e domando:
    «Quanto ha contato per te essere romano?»
    «Tantissimo. Ero il figlio dell'ultima roccaforte papalina, quella che si ostinava a mantenersi indipendente e che non ci pensava minimamente a riconoscere i Savoia come sovrani legittimi. A Roma si respirava aria strana quando sono nato, appena dodici anni dopo la presa di Porta Pia: da una parte l'atavico attaccamento al papa, dall'altro il nuovo legame al re. Ma noi romani siamo gente strana, ci adattiamo a tutto. Sono fiero e orgoglioso di essere romano ed è stata questa consapevolezza a spingermi fino alle trincee: dimostrare il valore di un trasteverino.»
    «Alla fine sei riuscito a farti arruolare.»
    «Sì! Finalmente, nel 1916, mi presero nel Terzo Ciclisti Bersaglieri, la Brigata Pinerolo. Da quel momento in poi potei stare con i miei compagni in trincea e, sebbene non mi fosse stato concesso di partecipare attivamente agli scontri, rimanevo sempre con i miei commilitoni, e spesso leggevo loro il giornale, le lettere, perché… Be', coloro che studiavano all'epoca erano pochissimi, io sono stato fortunato a fare le elementari e non ero ignorante. Ho persino scritto su un giornale. E loro mi chiedevano di leggergli le lettere, di scriverle ed io facevo quanto possibile per mantenere alto il morale. Spesso mi avventuravo nella terra di nessuno e loro mi rimproveravano, dicendomi che era pericoloso, ma io non temevo la morte.»
    «Eri un po' spericolato, ammettilo.» sorrido.
    Annuisce e inspira a fondo l'aria fredda.
    Provo a immaginarlo quando, deciso l'attacco di quel 6 agosto a quota 85, si getta con i suoi compagni contro le trincee nemiche, sorretto dalla gruccia che lo accompagnava sempre, mentre incita i compagni a squarciagola. Provo a immaginarlo mentre si siede sul muretto della trincea e spara con il fucile a ridosso degli austriaci, animato dall'entusiasmo e sorretto da un ideale più grande di lui, mentre dalla sua bocca escono continuamente esortazioni ai suoi commilitoni.
    [toti1] Come per magia, sento gli spari nemici che lo colpiscono, li sento come se mi rimbombassero nelle orecchie e per un attimo il cuore mi si ferma, come colpito a morte. Sgrano gli occhi e davanti a me non c'è più la neve, non c'è più la funivia, bensì solo buche enormi, fili spinati, trincee, feriti, morti. Apro la bocca per urlare, ma il grido mi muore in gola, alla stessa maniera in cui i soldati vengono falciati dalle mitragliatrici. Non so dove questi uomini prendono il coraggio a due mani e si gettano a capofitto verso la morte sicura: io questo coraggio non l'avrò mai.
    Poi lo vedo, lui, irritato per essere stato colpito, afferrare la sua gruccia in un ultimo disperato tentativo per scagliarla contro il nemico, in un gesto che più eloquente non potrebbe essere. Lo vedo accasciarsi, sussurrare le sue famose parole: "Tanto nun moro io", baciare il piumetto del suo cappello e restituire la sua dolce anima a Dio.
    Mi rendo conto che i miei occhi sono pieni di lacrime e deglutisco più volte per non scoppiare a piangere.
    «Aho, ma che ti metti a piangere?» esclama incredulo.
    Scuoto la testa senza riuscire ancora a parlare. Mi accorgo che la neve è tornata a dominare con il suo candore, manto purificatore sulle follie umane e inspiro a fondo.
    «La medaglia d'oro te la sei più che meritata.»
    «Avrà consolato mia madre e mia sorella. A me è sufficiente sapere e sperare che gli italiani di oggi amino ancora l'Italia come l'abbiamo amata noi.»
    «Questo… Questo non lo so.» ammetto e mi vergogno come una ladra.
    Lo vedo sorridere e sposta la gruccia per posizionarla meglio.
    «Io credo… Io sono sicuro che i miei romani, quando passano davanti al mio monumento al Pincio, non possano far altro che condividere i miei stessi ideali. Se così non fosse,» aggiunge tristemente, «allora il sacrificio di tante generazioni è stato vano.»
    «Non il tuo.» mi appresto ad affermare. «Noi romani non potremmo mai dimenticare. Mai.»
    Mi fissa a lungo, quindi volge lo sguardo ai turisti austriaci, il pensiero perso in un ricordo lontano e un attimo dopo lo vedo annuire, prima di svanire confondendosi con la neve.
    Rimango immobile, infagottata come un pinguino e di getto porto la mano al cuore, mentre nella mente mi torna un ritornello che oggi non dice più nulla, ma che era caro ai nostri soldati: "Il Piave mormorò: non passa lo straniero!".