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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • mercoledì alle ore 20:25
    Voce umana II

    Come comincia: Non saprai ch'io parli di te come se tu fossi me.  Non sapranno mai che abbiamo lo stesso contagio di amare liberi ed equidistanti come  con la paura di toccarci e sbriciolarci per sparire e non tornare. Non sapranno che costruiamo per veder distruggere, perché vivere si può solo con lo sguardo all'oltre che a niente s'attacca. E tutto diviene perché così noi siamo, lo sguardo gentile e le magnifiche distrazioni che allontanano e avvicinano.
    Non saprai che abbiamo lo stesso dolore di madre addosso e silenzi di padre. Le stesse cadute e gli stessi voli rapaci. Non sapranno che ci si ama anche senza appartenere, si sfugge e si corre senza respirare. Non sai quanti mari ho addosso e quanto felice io sia, per il solo sapere che esisti. 
    Allora sappi, anch'io cammino su pezzi di vetro e rido forte senza sentire nulla. Costruisco e m'allontano. E non sento nulla.
    Sento te invece
    come fossi io
    a librarmi nel mondo
    come una stella
    spezzata
    o un'altalena
    impazzita

  • mercoledì alle ore 18:32
    L'anima di sabbia

    Come comincia: Dai vetri del pullman turistico è come un film, a cui sei abituato. Ci hanno volutamente abituato alla miseria, al degrado, al dolore, all’orrore. Piccole dosi quotidiane, qua e là, un telegiornale, un documentario, una discussione, tra gente in poltrona. Ora siamo quasi vaccinati, possiamo vedere membra a pezzi, mura macchiate di sangue, crateri di bombe, provando una modesta reazione. Socchiudiamo una palpebra, due sarebbero troppo, per un attimo, per cacciare un incubo: “Che non abbia mai ad accaderci”. Poi riprendiamo una commiserazione più ampia, più vigliacca. Postiamo su Face Book la nostra reazione e ci sentiamo migliori di chi non lo fa e parla dell’ultima zuppa di fagioli. E’ finito il Ramadan: oggi è festa. “Come la vostra Pasqua, per intenderci” - mi dice la guida. Siamo fermi, in una fila disordinata, su quella che dovrebbe essere un autostrada, ma è più una pista di un deserto, data la quantità di sabbia che la ricopre, spinta dal vento del Sahara. - “C’è un posto di blocco dell’esercito” - Il paesaggio è grigio, in tutte le sfumature, sino ad accennare un rosa, a tratti. Su case sgangherate (le nostre peggiori periferie, in uno sfacelo inimmaginabile), accenni di monumenti incomprensibili, minareti decadenti, recinti di ovili, intuizioni di piazze. Gente di stracci, neri e bianchi. Nessun altro colore. Devono aver spruzzato sabbia e tu vorresti un enorme aspirapolvere per vedere di scoprire la realtà che c’è sotto. Ci guardiamo e ci salutiamo attraverso i vetri delle auto. Una vecchia Mercedes: la moglie, accanto al marito, al volante, lascia libera solo una striscia bianca con due occhi, il resto è un velo nero. Ma, nei posti dietro, c’è baldoria: conto sette bambini, di cui uno mi saluta dal vetro del portabagagli. Le auto sono piene di viveri, pentole, cocomeri. Sembrano sereni, inconsapevolmente felici. Dove mai andranno, in questo grigiore? Il mare migliore è per gli europei. Su qualche casupola scorgo, ai bordi della strada, una trincea di sacchi scuri. Cela un militare che ci osserva, puntandoci la mitragliera. Ne vedrò altre, prima di giungere al controllo del posto di blocco. A proteggere il nostro pullman, ci scorta una camionetta dell’esercito con quattro mitra a vista. Alla postazione militare si giunge con un tortuoso zig-zag, tra cavalli di Frisia. L’invalicabilità è sottolineata dalla canna di un carro armato, ai lati della strada. Quando chiedo cosa temano, mi risponde: “La Libia è lì, a pochi chilometri”. Controllo la mia apatia, a ciò che vedo. Ho sabbia dappertutto, rosa la mia! Che mi abbia coperto l’anima?

  • mercoledì alle ore 17:16
    tre e trentadue

    Come comincia: Il fiato, gli mancava il fiato capisci? Si stringeva a me, quasi per aggrapparsi alla vita, ma almeno le gambe le aveva rotte, e quella lastra sul torace, oddio che brutto ricordo, probabilmente gli aveva leso i polmoni, ecco perché faticava a respirare, povero amore mio; ecco perché faticava, lui così forte, così protettivo, ed io che non potevo fare niente, niente per lui, niente per me, anche io ero bloccata.

    Ma che diavolo era successo? Ah già mamma, non puoi renderti conto se non te lo racconto, ma è brutto, è faticoso ricordare e raccontare quella maledetta notte, quella che ci ha cambiato definitivamente la vita, a me, a lui, e a tutti gli aquilani per la miseria.

    Dai, cerco di farmi forza, ormai un po’ di tempo è passato, ce la posso fare. Scusami se qualche volta… Già, qualche volta, qualche volta: “quella” volta maledizione!

    Del resto è bene ricordare.

    I

    Quell’esame di filologia romanza era stato proprio tosto. Era la terza volta che lo provavo e proprio non riuscivo a superarlo.

    Diego mi aiutava, lui era bravo in tutto, riusciva a fare mille cose senza distrarsi: studiava, giocava a pallone, andava in palestra, usciva con me, mi aiutava… quante cose era capace di fare il mio Diego. E ora…

    Quell’esame dicevo. La mattina del sabato andai a farlo con una paura fottuta, ma presi coraggio, ebbi anche un bel po’ di fortuna, e riuscii a superarlo anche se lui non c’era. Non c’era perché non ce l’avevo voluto, come per scaramanzia e io avevo preso 26. Un passo avanti, ed ero felicissima.

    Quando arrivò in Facoltà mi vide da lontano e mi chiamò forte: “Ale! Ale! Sono qui. L’hai superato? Certo che sì.”

    Mi abbracciò e via di corsa a festeggiare al nostro bar al Corso.

    L’indomani ci vedemmo in Chiesa, ché avevo promesso di andare sulla tomba di San Pier Celestino, se l’avessi passato quell’esame; e allora andammo pure a messa. Non che fosse una cosa frequente, come molti italiani siamo cattolici a rate, ma ci sembrò giusto così.

    Il giorno passò così in fretta e poi la sera c’era la festa di compleanno di Sara, un po’ fuori dal centro: avremmo passato una bella serata da Sara, con tutti gli amici, con l’esame superato, io e il mio cucciolo. E poi dopo la festa sarebbe venuto a dormire da me. Le altre erano tornate a casa dai genitori e casa, per una volta, era tutta per me!

    Maledizione, sarebbe stata l'unica e ultima.

    Andammo a casa verso le due di notte. Facemmo l’amore, poi la stanchezza ci travolse e ci addormentammo felici sul mio lettone, uno a fianco all’altra, mano nella mano.

    Poi quel tuono tremendo e quell’orologio che si ferma alle 3.32.

    II

    Dopo quel rumore infernale, tutta quella roba che ci viene addosso e ci dilania le carni. Io sento un gran dolore, ma sento Diego che urla, un urlo forte, poi fievole, fievole, lento, riesce ad allungare la mano verso la mia, le stringiamo.

    Dio, non posso di più; è tutto buio e il silenzio è ancor più assordante del rumore di prima. Mi sento un macigno addosso, come se avessi sopra una casa, non posso muovere le gambe, sono bloccate, deve esserci caduto addosso tutto il soffitto... ma cos'è stato? Un terremoto, un terremoto, se ne parlava in questi giorni, ma ci hanno detto di stare tranquilli...

    Mi devo esser fatta la pipì addosso, sono tutta bagnata, accidenti e non posso pulirmi. Ma io sto bene. Diego si lamenta e respira male. Sento che ha qualcosa addosso al petto, forse un muro, un pezzo di muro, di legno, che ne so. Accidenti alle case vecchie, accidenti al terremoto.

    “Amore amore, rispondi, come va? Tieniti sveglio”

    “Tesoro ho tanto dolore, non... non riesco a respirare, ti prego tirami su, ho qualcosa sul petto”

    “Non posso amore, non riesco, ma vedrai che verranno a tirarci fuori; siamo vivi e questo è importante. Ce la faremo, dai”

    “Sì amore, ce la faremo... Poi riprenderemo le cose come prima, poi poi... ci sposeremo, poi...”

    Poi, ma ora?

    “Perché non arrivano? Mi manca il fiato, ti prego aiutami a respirare, dammi la mano”.

    Intanto mi passa davanti tutta la vita, quella con Diego, con voi, la scuola, i capricci per i vestiti, le liti con papà... Chissà se vi rivedrò.

    E intanto passano le ore, ma non so neanche come si contano le ore accidenti, e non posso fare niente, e mi fa male tutto e mi sento debole... Che silenzio pazzesco, ce la faremo? Dio ce la faremo? Ci aiuti per favore?

    Ma se non ci hanno aiutato le previsioni, se siamo qui con le case di cartapesta! Chi vuoi che ci aiuti per la miseria!

    E cerco di vedere qualcosa dagli occhi del cuore, di ricordarmi un colore, un profumo, un attimo, una farfalla che vola, in questo buio dannato e in questo spazio dove sono immobile, senza poter fare nulla se non pregare, senza poter aiutare il mio Diego che sta peggio di me.

    Ecco, ecco ora comincio a vedere, c'è un minimo bagliore che viene da fuori, come se ci fosse uno spiraglio.

    “Che bello, se c'è uno spiraglio, anche lontano, c'è aria amore! Amore... Diego!! rispondi ti prego!”

    “Ah am...ore mio. Sì, ci sono, ti prego, ti prego aiutami, ho freddo, ho tanto freddo”

    “Tesoro resisti, ti abbraccio e ti scaldo come tu fai sempre con me”

    Dio, Dio che situazione. Non ce la fa... non riesce e io come faccio? Accidenti, altro che pipì addosso, adesso vedo meglio... mannaggia é sangue! Sono in un lago di sangue e chi ci aiuta ora?

    Non viene nessuno, nessuno.

    “Amore ricordi che ieri siamo stati in Chiesa? Ricordi l'esame di filologia? E tu che sei venuto a prendermi, e il bar e la festa da Sara, e il nostro amore? Diego, rispondi, ti prego...”

    “Sì Ale, eccomi. Ho freddo... ho tanto freddo, non ce la faccio a respirare”

    “Se almeno arrivassero i soccorsi...”

    Sento dei rumori, da lontano delle voci! Arrivano, c'è qualcuno lassù, sì...

    “Ehi, c'è qualcuno lassù? Sono io sono Ale col mio ragazzo! Aiutateci, aiutoooo...”

    Non rispondono e Diego trema come una foglia, ha le mani ghiacce, non ce la fa!

    “E come faccio senza di te amore? Come faccio? Diego, cuccioletto, ti prego, amore, rispondi...”

    Un sibilo. “Sì, amore, sto bene, sto be..”

    “Oddio Diego, amore! Amore! AMORE! No, non lasciarmi. Aiuto! Lassù, fate qualcosa! Diego sta male, maledizione! Aiuto!”

    Niente, rumori, niente. Qualcosa si muove lassù, sento voci concitate e lontane. Ma Diego, Diego non risponde più. No, non è possibile. E ora che faccio?

    “Ehi, chi c'è sotto? C'è qualcuno?”

    Mio Dio, ci sono, stanno arrivando.

    “Sì, ci sono qui io , Ale, con Diego. Ma Diego non mi risponde, è freddo. Vi prego aiutateci!”

    “Ale, Ale, attenzione, non ti muovere ché ti veniamo a prendere, non ti muovere, ci siamo. Resisti ancora un po', arriviamo, eccoci...”

    Nell'attesa devo essermi addormentata.

    III

    Si, stavano davvero arrivando, mamma. Ma Diego non ce l'aveva fatta. Era morto fra le mie braccia. Ah, mamma. Non l'avessi mai portato a casa mia, mamma. Fossimo rimasti a casa di Sara ancora un po'... chissà...

    E ora, i nostri sogni? Quelli di tanti come noi dove vanno?

    Sai, a volte mi chiedono come sto: a me?

    No mamma. Neanche io ce l'ho fatta a salvarmi.

    Ma ora qui sto bene.

    Provate a far fare le cose un po' meglio per chi è rimasto...

    Ti voglio bene.

  • mercoledì alle ore 16:43
    Corto # 11 - Inizio e fine

    Come comincia: ​La finestra dava su un cortile visto e rivisto mille volte. Ma quella sarebbe stata l'ultima.

  • lunedì alle ore 23:49
    Una serata speciale

    Come comincia: Si era appena conclusa una favolosa serata d’amore per Mattia e Sofia. Avevano camminato a lungo per giungere a vedere quel tramonto, ma, alla fine, c’erano riusciti. Il loro amore aveva superato ogni ostacolo e più camminavano, stretti l’uno nella mano dell’altra, più i loro cuori rimbombavano all’unisono ed erano legati dalla dolce melodia del loro Amore. Sofia guardò teneramente Mattia: aveva davanti ai suoi occhi il ragazzo con cui avrebbe passato il resto della sua vita. Anche Mattia ricambiò lo sguardo: Sofia lo aveva legato a sé e niente e nessuno avrebbe potuto separarli. In cielo due gabbiani volavano insieme e Mattia non pote’ fare a meno di pensare che lui e Sofia, nel loro candido amore, erano liberi proprio come due gabbiani che si davano forza l’un l’altro e riuscivano a volare anche contro il vento più forte.

    Vorrei dirti che Ti Amo immensamente – sussurro’ Mattia nell’orecchio di Sofia e lei, arrossendo, lo fissò e, abbracciandolo, gli disse: Ti Amo infinitamente.

    Ad entrambi piaceva giocare a mettere gli aggettivi e gli avverbi più assurdi a quelle magiche parole, ma alla fine l’aveva sempre vinta Mattia e Sofia, sorridendo, si arrendeva alla forza dell’Amore che quel ragazzo, giorno dopo giorno, le donava.

    Dopo una lunga passeggiata, decisero di sedersi su una panchina e, nel silenzio di una serata estiva, si scambiarono un intenso bacio. Mattia poi strinse a sé Sofia e, proprio come nei film, in cui a un certo punto parte una musica di sottofondo, i due cominciarono a danzare sulle note della loro canzone.

    Tutto era così magico e quella serata avrebbe segnato per sempre la loro tenera e immensa storia d’Amore.

  • lunedì alle ore 16:35
    Haiko

    Come comincia: Su quell'altalena ci aveva passato l'infanzia, una tavola e due corde colorate legate ad un robusto ramo di ciliegio. Su...verso i nudi rami dell' inverno Su...verso le gemme di fine febbraio Su...verso i fiori di maggio Su...verso le rosse ciliegie dell'estate. Conosceva ogni millimetro di quell'albero, ogni segreto snodo. Lo amava, sempre, mai tanto come quando si vestiva di fiori.Era un incanto, quasi indossasse un abito di seta profumata; un giorno sarebbe voluta essere bella così. Ci sei riuscita piccola Haiko. Perfetta nel tuo kimono nero e rosa ovunque cosparso da ricami di rami fioriti di ciliegio,perfetti i tuoi capelli lucidi, raccolti e fermati con arte dai tanti bastoncini, ammaliante il tuo profumo. Sei la Primavera Haiko. Sei il sinuoso snodo del tuo albero mentre ti sdrai accanto a quell' uomo. Lo farai felice Haiko, ma lui non sa. Non sapra' nella sapienza dei tuoi gesti,riconoscere la bimba sull'altalena che assorbiva fascino, mistero e bellezza dondolando, su, verso la primavera del suo ciliegio.

  • lunedì alle ore 16:31
    Margherita

    Come comincia: Margherita cara, In un tempo tanto tecnologizzato è un regalo immenso ricevere le tue lettere. Annuso la carta a cercare tracce di te, profumo di quelle tue mani affusolate, da pianista, che amavo tanto guardare, e sentire su di me.Bianche, eleganti, magiche...una Fata deve avere mani così. La tua grafia, così familiare, posso riconoscere il tuo stato d'animo ormai, vedere dalla linetta della "t" appoggiata o staccata dalla stanghetta se scrivi di fretta, sovrappensiero, dai puntini che mancano o presenziamo sopra le" i", se sei inquieta o rilassata. Sono sette anni che mi scrivi,ho uno scatolone di tue lettere qui,cerco di proteggerlo dall'umidità di questa piccola stanza, le riordino, le rileggo, le metto a gruppi, le lego con uno spago, poi le scompongo, e ricomincio da capo Vivo di te Margherita. Vivo di te cui ho fatto male. Vivo di te che volevi cancellarmi dalla tua vita e invece hai scelto di mantenere questo filo,niente telefono, mail, foto...solo la tua amata grafia. Non ho niente di più caro qui. Immagino la vita che mi descrivi, i tuoi figli, il tuo amato mare, l'uomo che hai accanto. Tutto ciò che avrei voluto con te. E l' ho sporcato, rotto, irreparabilmente. Pago la mia pena guardando i giorni scorrere oltre questa finestra a sbarre, finirà tra qualche anno,ma la pena più grande, più dolorosa e più giusta, lo so, è non averti più. Nessuno mi ha amato come te, nessuno lo farà mai più. So che in ogni tua missiva riconfermi,silenziosamente, quell' amore che io ti ho impedito di continuare ad esprimere nella vita reale, che avevamo sognato insieme. Grazie per questo regalo che mi tiene in vita. Carezza, come sempre, i tuoi bambini che non sono diventati i "nostri".Chissà come, e se, gli avrai spiegato di noi. Un bacio lieve sulle tue care mani. Perdonami Margherita. Perdonami. Tuo R.

  • lunedì alle ore 14:59
    Il carpentiere e l'ingegnere

    Come comincia: Aveva le mani screpolate e le unghie rotte: anche quel giorno, sotto la pioggia battente, si era spaccato la schiena lavorando in cantiere come sempre succedeva da più di 50 anni. Ormai sessantacinquenne, con il fisico logorato da un mestiere duro e faticoso, era ancora costretto a quella vita perché non aveva maturato la pensione e ai bei tempi aveva sperperato tutti i suoi lauti guadagni in vizi e bagordi; dopo gli ultimi calcoli sapeva che ne avrebbe avuto ancora per un paio d'anni. Sua moglie lo aveva abbandonato da tanto e i figli, pur avendo mantenuto alcuni contatti con lui, avevano le loro vite e non potevano sopperire a tutte le sue mancanze.
    Il furgoncino si fermò davanti a casa sua, era arrivato. "Buona serata e buona domenica, passo lunedì mattina alle 5.00, come sempre. Ciao Beppe"
    "Ciao Mario, buona domenica ragazzi" Disse Beppe mentre scendeva a fatica da quel mezzo che tutti i giorni li portava avanti e indietro dal cantiere. Mario e la sua squadra erano brave persone e grandi lavoratori, lavorava con loro ormai da una decina d'anni, ossia da quando le sue speranze di ritirarsi in pensione si erano infrante contro la dura realtà: per anni i suoi datori di lavoro lo avevano fatto lavorare come uno schiavo senza versare un centesimo di contributi previdenziali e, dopo 40 anni a sgobbare, Beppe si era ritrovato a dover lavorare ancora per parecchio tempo. Si maledisse mille e mille volte ancora per aver vissuto sempre oltre le sue possibilità economiche sperperando l'impossibile e adesso ringraziava il Padre eterno per aver evitato ai figli quella tragica sorte. Infatti, in tempi non sospetti, loro si erano iscritti alle scuole superiori e, ottenuto il diploma, si erano inseriti nel mondo del lavoro in un ambito distante da quello del padre: la figlia era una valida infermiera mentre il figlio era un ottimo chef.
    Mario e i suoi ragazzi avevano accettato di assumerlo nella loro piccola impresa; pur coscienti del fatto che Beppe non avrebbe più retto i ritmi imposti dalle imprese costruttrici, potevano però contare sulla sua enorme esperienza e capacità organizzativa e dopo un decennio il loro sodalizio era più solido che mai.
    Il fine settimana era diventato per lui un momento triste e deprimente, la maggior parte dei suoi amici era in pensione e durante la settimana si incontrava nei vari circoli, prestava volontariato, si occupava dei nipoti o semplicemente si vedeva al bar a giocare a carte e a scambiare due chiacchiere. Lui era fuori dal giro e faticava ad inserirsi nelle varie attività: non faceva volontariato, non partecipava ad escursioni o gite, raramente usciva con loro, anche solo per bere un caffè in compagnia e, cosa che lo rattristava di più, non aveva nipoti da accudire. Da anni suo figlio aveva confessato la sua omosessualità e conviveva con il suo compagno, mentre la figlia, per scelta, aveva deciso di non aver figli; una scelta che lui non condivideva e che era stata causa di forti discussioni tra di loro. Sua moglie se ne era andata tanto tempo prima, quando lui se la spassava con donne e amici.
    Solo, senza legami e senza prospettive, viveva la sua esistenza come un eremita. Preferiva andare a lavorare, infatti in cantiere poteva scambiar due parole con i colleghi, a mezzogiorno mangiava qualcosa di caldo in compagnia e spesso si faceva quattro risate.
    Quella sera fece un bagno bollente, il freddo e l'umidità gli avevano ghiacciato le ossa. Rischiò di addormentarsi nella vasca ma fu salvato dallo squillo del telefono; raggiunse a fatica l'apparecchio che continuava a suonare in cucina e rispose con il fiato corto.
    "Pronto?"
    "Papà?!" Era sua figlia.
    "Ciao Monica, stavo facendo il bagno, cosa c'è?"
    "Sempre gentile" Rispose lei con una punta d'ironia.
    "Senti, ho preso l'acqua tutto il giorno, sono stanco.."
    "Sto venendo da te, preparami il caffè" Monica non lasciò al padre il tempo di rispondere e chiuse la comunicazione. Beppe venne assalito da una strana agitazione, la figlia stava venendo da lui, cosa era questa novità? Il campanello lo sorprese mentre stava litigando con la moka del caffè, raramente la utilizzava, nessuno andava mai a trovarlo e lui preferiva berlo al bar. Aprì la porta e Monica lo anticipò "Stai litigando con la moka, faccio io" E senza aggiungere altro si avviò verso la cucina. Beppe richiuse la porta e sbuffando raggiunse la figlia che nel frattempo aveva già messo su il caffè. I due non parlarono e, come due attori che stanno provando la loro parte, si mossero all'unisono con movimenti studiati e composti, così da trovarsi seduti a tavola, l'uno di fronte all'altra ma ad una certa distanza. Il rumore del fornello spezzava quel silenzio e dopo pochi istanti si udì forte e chiaro il rumore del caffè che saliva nella moka. La donna anticipò il padre e si alzò per servirsi da sola, con un gesto lui fece capire di non volerne e lei si versò tutta la bevanda calda in una capiente tazza da tè. Vi aggiunse 4 cucchiaini di zucchero ed una abbondante dose di grappa, mescolò con energia e cominciò a sorseggiare piano piano. Nonostante tutto Beppe conosceva ancora abbastanza bene i suoi figli e sapeva che tutta quella manfrina era il modo di Monica per fargli capire di avere un problema ed era altrettanto chiaro che lei non avrebbe parlato per prima, venirlo a trovare era stata la sua mossa, adesso toccava a lui.
    "Hai abbondato con la grappa, di sicuro dormirai bene" Disse Beppe per rompere il silenzio. Monica sapeva di non potersi aspettare di più dal padre, ma apprezzò il suo sforzo e la sua calma, era piombata a casa sua in un momento e in un modo del tutto inusuali per lui e sapeva che stava facendo di tutto per accoglierla nel migliore dei modi; meritava di sapere la verità.
    "Sono incinta" Farfugliò nascosta dietro la tazza da tè. Lui sentì quelle parole, ma la stanchezza e l'udito che cominciava a dargli noia gli lasciarono il dubbio e la figlia, che lesse sul suo volto un certo smarrimento, si affrettò a ribadire ciò che aveva appena affermato assicurandosi che lui capisse chiaramente "Papà, ho detto che sono incinta" Disse quasi urlando e dall'espressione del padre le fu chiaro che stavolta aveva capito bene. Lui socchiuse gli occhi, il suo cervello stava eleborando quella notizia e uno spasmo involontario lo fece sogghignare, poi, quando concretizzò ciò che aveva sentito, spalancò gli occhi e fissò la figlia.
    "Sono contento, sei felice?" Era davvero contento, forse adesso avrebbe riallacciato i rapporti con la figlia.
    "No, si, cioè si e no. Insomma, non sono più tanto giovane e poi non è così semplice, il lavoro, la casa.." Sospirò abbassando lo sguardo e in quel momento lui capì "Vuoi abortire" La voce dell'uomo sembrò il rantolo di un cucciolo ferito, la figlia non disse nulla e chinò ancor di più il capo per poi cingerlo tra le mani quasi a voler sparire da quel posto, Beppe si rese conto di esser stato poco delicato e fece un gesto che lei mai si sarebbe aspettata, le posò una mano sul capo e con voce spezzata le disse "Figlia mia, io ti sarò vicino, pensaci bene prima di compiere l'irreparabile" Quel gesto e quelle parole la colpirono profondamente, scoppiò in lacrime e afferrò la mano del padre, senza dir nulla. L'uomo lasciò che lei si sfogasse e dopo alcuni istanti chiese "Perché?" La figlia alzò la testa e vide davanti a se un uomo distrutto, ma a questo punto doveva essere forte e provò a rispondere "Perché mio marito non vuole" Certo, la cosa era plausibile, suo genero aveva sempre detto di non volere figli che rovinassero la loro tranquillità di coppia; Monica tutto sommato era consapevole di questa cosa e non aveva mai obiettato. Ma adesso sorgeva un'altra domanda "Ma come è successo? Se non avete mai voluto aver figli, intendo, non avete preso le giuste precauzioni?" Infatti, ma stavolta no e lei lo sapeva, perché l'aveva fatto apposta "Qualcosa deve essere andato maledettamente storto" Rispose lei "O tremendamente dritto "Replicò solerte il padre. Monica accennò un sorriso e il padre interpretò quel gesto come un'ammissione di colpa "L'hai fatto apposta, ammettilo, l'hai incastrato" La donna tirò un lungo sorso di caffè corretto e confermò "Si, non ho fatto nulla per evitarlo, ma la reazione di mio marito è andata oltre le più nere previsioni" Il padre la guardò invitandola a continuare "Ha detto che se non abortisco la nostra storia è finita e mi caccia da casa sua" Che bastardo, pensò Beppe "E tu cosa vuoi fare? Cosa hai detto a tuo marito?" "Ho detto che voglio tenermi il figlio e lui mi ha dato una settimana per togliere il disturbo" Beppe diventò paonazzo nel sentir quelle parole, aveva sempre ritenuto quell'uomo un egoista egocentrico e megalomane, ma adesso aveva superato il segno "Domani prendi tutte le tue cose e torni a stare qui con me, la tua camera è libera, come ben saprai" "Davvero posso tornare?" "Sei mia figlia e poi questa casa gioverà della presenza di una donna" Lei abbracciò il padre come non faceva da parecchi anni "Grazie papà"
    Quel fine settimana lo passarono a sistemare la casa e a recuperare tutte le cose di lei dall'abitazione del marito che non sollevò la minima obiezione. Beppe non sentiva la stanchezza e alla domenica sera si erano già organizzati per i giorni a venire, avevano il loro lavoro e con un po' di pazienza avrebbero riallacciato i loro rapporti cercando di evitare lo scontro. Dopo cena, mentre bevevano il caffè, lui chiese alla figlia "Hai parlato con tuo fratello?" "No" "Non aspettare troppo, lui non è come me, ti è molto legato, ti vuole bene" Quella frase restò sospesa nell'aria. Lei sapeva cosa volesse dire il padre, ma come al solito sbagliava parole e rischiava di compromettere tutto; questa volta però lei decise di andargli incontro e rispose "Anche io voglio bene a Marco e voglio bene anche a te, come tu ne vuoi a me" Ecco, l'aveva detto, Beppe arrossì immediatamente e, quasi balbettando concluse "Va bene, ora è tardi, domani parto presto, buonanotte" Monica sorrise, l'aveva messo in imbarazzo ma lui riuscì a non essere sgarbato, forse le cose si sarebbero sistemate.
    L'indomani Beppe trascorse una giornata relativamente tranquilla, non pioveva e non faceva eccessivamente freddo e Mario lo aveva incaricato di riordinare la catasta del legname usato; lavorò fischiettando e alla sera, sulla via del ritorno, i ragazzi gli chiesero cosa avesse per essere così felice. Li tenne sulle spine e quando furono davanti casa sua aprì il portellone sorridendo e poi si girò di scatto verso i suoi compagni di lavoro: "Diventerò nonno!" Esclamò con gli occhi lucidi e subito richiuse il portellone per poi girarsi e filare via veloce. In casa lo accolsero un tepore accogliente e un profumo di cibo delizioso. Sul tavolo c'era un biglietto <Finisco il turno alle 22.00. Tu mangia quello che vuoi e non aspettarmi in piedi. T.V.B. Monica" Fece una doccia rigenerante e poi si mise a tavola, la figlia aveva preparato un arrosto con patate al forno e dopo averlo riscaldato Beppe se ne servì una porzione generosa. Assaporò quei gusti con calma mentre guadava il telegiornale, le solite notizie questa volta non lo disturbarono più di tanto, la sua Monica era tornata, doveva però resistere sveglio se voleva vederla, infatti in quella settimana non avrebbero avuto altra occasione di vedersi se non a quell'ora. Tolse le sue cose dal tavolo e preparò apparecchiato per la figlia, poi si mise comodo sul divano ad aspettarla.
    Monica entrò in casa che erano appena passate le 22.15 e trovò Beppe sul divano con il capo reclinato da un lato; la sua esperienza le fece trillare tutti gli allarmi nel cervello e in un balzo fu al fianco del padre. Respirava a malapena ma era chiaro che fosse in corso qualcosa di grave; immediatamente chiamò il pronto occorso. L'ambulanza giunse in pochi minuti, Monica, infermiera esperta, aveva già apportato i primi soccorsi. I volontari caricarono Beppe e corsero all'ospedale dove fu subito portato in reparto; nonostante il suo ruolo non permisero a Monica di entrare in sala operatoria. Il tempo scorreva lento, Monica era agitatissima e una sua collega, che era a conoscenza della sua gravidanza, fece in modo di metterla comoda e a suo agio sistemandola su una poltroncina "Grazie Fausta, io sto bene ma sono preoccupatissima per mio padre. Non ho ancora avuto modo di dirtelo, ma sono tornata a vivere da lui, mio marito mi ha scaricata" Monica stringeva le mani della collega che rispose a quella stretta, poi prese una sedia e si accomodò vicino all'amica abbracciandola affettuosamente "Sei un'amica Fausta" "Stai tranquilla, è in buon emani, cerca di riposare" Lo spavento e la stanchezza la fecero crollare e Monica si addormentò.
    "Dov'è mio padre? E mia sorella?" Marco sembrava una belva in gabbia e Fausta faticò non poco per tranquillizzarlo ma ormai Monica si era svegliata e si alzò dalla poltrona per andare incontro al fratello. I due si abbracciarono, Marco era alto quasi due metri con un fisico atletico e muscoloso mentre Monica, più bassa e minuta, si sentì stritolare dalla presa affettuosa del fratello "Attento!" Esclamò lei quasi urlando e il fratello, sorpreso da quell'avvertimento, si staccò fulmineo dalla sorella e subito notò qualcosa nella sua espressione; nonostante si vedessero raramente il loro legame era fortissimo e lui capì subito cosa bolliva in pentola. "Monica? Sei..? Sei..?" "Si Marco, diventerai Zio" Lui abbracciò di nuovo la sorella, un abbraccio diverso da prima, caldo e protettivo "Sono felicissimo Monica, papà lo sa?" "Si Marco, vieni a sederti che ti aggiorno sulle ultime novità"
    Monica raccontò gli ultimi avvenimenti al fratello, la sua gravidanza, la fine del suo matrimonio e il riavvicinamento con il padre che l'aveva accolta felice a casa sua e adesso, quando sembrava potesse iniziare un nuovo corso, il padre era in bilico tra la vita e la morte.
    "Si riprenderà?" Chiese speranzoso Marco.
    "Lo spero" Rispose la sorella.
    "Andiamo a farci un caffè" La invitò lui.
    "Si, il distributore automatico è  al piano inferiore in fondo al corridoio in una stanzetta laterale"
    Il ronzio del distributore di bevande era l'unico rumore percepibile, in tutto il piano regnava il silenzio e Marco si sentiva a disagio. Monica lo rassicurò "In questi reparti, particolarmente a quest'ora di notte, è normale questo silenzio" Marco non rispose e bevve il caffè in un sorso, mentre lei lo sorseggiò piano. Tornarono su, in attesa di notizie e dopo un quarto d'ora, quando le lancette del grosso orologio appeso al muro indicavano le 3.58, un paio di dottori uscirono da una stanza e si mossero nella loro direzione. Monica li conosceva e sapeva comprendere il loro linguaggio, quindi non fece giri di parole "E' vivo?" "Si Monica, è vivo" Rispose Romano, il più anziano dei due "Ma?" Chiese Monica, c'era sempre un ma. Fu Giulio a rispondere "Ma ha finito di lavorare" I due fratelli si guardarono sconcertati ma allo steso tempo tirarono un sospiro di sollievo e Monica si fece più insistente "Ok, e poi?" Adesso i figli erano tranquillizzati e avrebbero ascoltato attentamente, perciò Romano spiegò loro che il pronto intervento di Monica aveva evitato danni maggiori e Beppe tutto sommato, vista l'entità dell'infarto, aveva subito danni leggeri e non compromettenti: con una buona riabilitazione, con un regime alimentare regolare e alcuni accorgimenti sulle sue abitudini, nel giro di un mese avrebbe potuto riprendersi tornando autosufficiente. Purtroppo però non avrebbe più potuto lavorare nè sottoporsi a sforzi fisici eccessivi.
    "Finalmente, così se ne starà a casa in pensione" Esclamò Marco.
    "Grazie Romano, grazie Giulio, sapevo che avreste salvato mio padre" Monica era visibilmente commossa.
    "Grazie anche a te Monica" La rincuorò Romano e poi i due medici si congedarono.
    Erano quasi le cinque di mattina, avevano sonno ma Monica ebbe un flash.
    "Mario!" Esclamò.
    "Chi?" Chiese il fratello mentre scendevano le scale.
    "Mario, il capo di nostro padre. Alle 5.00 passerà da casa per prenderlo, devo avvisarlo"
    "Ok, chiamalo" La tranquillizzò Marco.
    "Non ho il numero, devo correre a casa immediatamente"
    "Va bene, ti accompagno"
    "No, sono con la mia macchina"
    "E allora ti seguo" Concluse amorevolmente Marco mentre stavano raggiungendo le rispettive vetture. Monica si fermò e abbracciò il fratello "Ti voglio bene, grazie" "Anche io, andiamo adesso o faremo tardi"
    Alle 5.04 giunsero davanti alla casa del padre dove un pulmino, con il motore acceso, sostava davanti al cancello. Monica scese immediatamente dall'auto e si avvicinò al finestrino del conducente che si stava accendendo una sigaretta e aveva il vetro abbassato. L'uomo la fissò con uno sguardo forte e poi, dopo aver sbuffato una nuvola di fumo, scese dal mezzo e parlò con voce rauca "Tu sei Monica" "Si, tu sei Mario?" "Già. Tuo padre?" Monica scoppiò in lacrime mentre Marco l'aveva raggiunta e cercava di tranquillizzarla. I due spiegarono sommariamente l'accaduto a Mario che nel frattempo era stato attorniato dai suoi ragazzi. Alla fine l'uomo ordinò ai suoi uomini di risalire sul pulmino, era tardi e dovevano recuperare il tempo perso e con un gesto paterno prese a braccetto i due fratelli e si spostò di qualche metro "Tranquilli ragazzi, vostro padre è una roccia, si rimetterà presto. Non preoccupatevi e tenetelo a riposo, per quanto riguarda il lavoro non c'è problema, sistemeremo tutto con calma, adesso andate a riposarvi e portategli i miei saluti e quelli dei ragazzi e se avete bisogno di qualcosa chiamatemi"
    "Grazie" Rispose Marco, mentre l'uomo stava già salendo sul pulmino.
    Beppe fu dimesso dopo quasi tre settimane di ricovero, aveva superato positivamente tutti i test e gli esami a cui era stato sottoposto. Trovò un accordo con Mario: sarebbe restato alle sue dipendenze fino al termine della malattia; Monica si era informata, le avevano assicurato che il padre, terminato quel periodo, avrebbe ottenuto la tanto sospirata pensione. Beppe fu felice di quella notizia, ma il suo pensiero era altrove.
    In quei giorni all'ospedale il tempo non passava mai, lui era abituato a non stare mai fermo e l'inattività fisica lo deprimeva. Un giorno portarono in camera sua un uomo di 72 anni, era un ingegnere colpito da un forte infarto e dalle parole dei medici capì che non aveva molte speranze di sopravvivenza. Dopo aver dormito per tutta la giornata alla sera l'anziano si svegliò e fu subito lucido e presente. Beppe lo salutò gentilmente "Buonasera ingegnere, io sono Beppe" L'altro lo fissò attentamente scrutandone a fondo ogni piega del viso e alla fine esclamò "Beppe! Beppe il carpentiere! Io sono Adriano, l'ingegnere, ti ricordi tanti anni fa in quel grosso cantiere in città?" Beppe esitò un attimo, quella voce, quell'espressione; ma certo, Adriano, l'ingegnere e disse "Ossignore! L'ingegnere, el rompi coioni!" I due uomini scoppiarono a ridere.
    Passarono tutta la notte a parlare, i ricordi di un tempo, le relative vite, condite da successi e delusioni. Il lavoro, i figli, le donne e il tempo che passa inesorabile; toccarono i più svariati argomenti passando dalle grasse risate a silenzi carichi di sconforto. All'alba furono interrotti da un'infermiera che stava facendo il giro delle camere per controllare i pazienti. Trovandoli svegli e visibilmente provati li rimproverò ricordando loro che non erano lì per trascorrere le ferie ma per rimettersi in salute. I due la lasciarono sbraitare e appena se ne fu andata scoppiarono a ridere, poi Adriano si fece nuovamente serio.
    "Vedi Beppe, io so che non uscirò vivo da questo ospedale e fino a ieri la cosa mi spaventava. La morte in se non mi preoccupa, ma come avrai capito dalla mia storia io morirò solo, nessuno si ricorderà di me, verrò tunulato sotto una splendida tomba di marmo nel cimitero del mio paese, ho i soldi per permettermelo. Ma la mia sarà una tomba spoglia, spazzata dagli elementi e il mio ricordo morirà con me" Beppe aveva ascoltato quelle parole mentre un nodo alla gola lo soffocava e non ebbe la forza di replicare. Caddero nel sonno, stravolti dopo una notte di veglia.
    Nei giorni seguenti i due strinsero un legame particolare e Beppe si rese conto della solitudine che li circondava, ma lui almeno aveva due figli e Monica, lavorando in quella struttura, si faceva viva più volte al giorno. Adriano ricevette solo una visita da parte di una donna sulla cinquantina molto bella ed elegante e Beppe pensò che fosse la sua donna perchè Adriano gli chiese di poterli lasciare soli in camera. Una sera Adriano si mise a sedere sul letto dell'amico e parlò lentamente "Beppe, amico mio. Sono giunto alla fine, stanotte la cupa mietitrice verrà a farmi visita, me lo sento" "Dai, dai smettila con le stupidate sei un galletto e poi c'è quella rossa che ti aspetta" Beppe non era pronto a simili discorsi "Già, la rossa. Una donna fantastica, non immagini quanto. Ti voglio ringraziare per essermi stato amico, qui, in questa stanza, con tutti i tubicini attaccati al corpo che azzerano ogni differenza sociale o razziale, dove la vita e la morte sono uguali per tutti. Io morirò, solo, ma tu hai ancora tanto da fare, ricordatelo" Beppe tirò su con il naso, le lacrime agli occhi gli annebbiavano la già debole vista e non riuscì a dire nulla. Adriano si infilò nel suo letto, sereno; qualcuno avrebbe versato delle lacrime sincere per lui, poi chiuse gli occhi e si addormentò.
    Fu svegliato da un certo trambusto, medici ed infermieri avevano preso possesso della loro camera e Beppe percepì chiare le parole di una dottoressa "Ora del decesso 03 e 42 minuti"
    Adriano era morto e lui, in silenzio, cominciò a piangere.
    "Sei sicuro di sapere la strada papà?" Domandò Monica preoccupata.
    "Si"
    Dopo alcuni minuti raggiunserò il cimitero e Beppe chiese alla figlia di aspettarlo in macchina. Trovò la tomba agevolmente, si era informato bene. Depose il mazzo di fiori in un vaso tristemente vuoto e vi aggiunse un po' d'acqua.
    "Hai visto, sono venuto a trovarti, non sei solo. Penserò io a te, i fiori e le preghiere non ti mancheranno, sei tu che manchi a me. Adesso vado che mia figlia mi aspetta in macchina e.. ciao, rompi coioni"
    Quel pomeriggio Beppe fu contattato ed invitato a presentarsi presso uno studio legale nel paese vicino, non sapeva cosa aspettarsi e per sicurezza chiese al figlio di poterlo accompagnare. Raggiunsero lo studio in perfetto orario e Beppe, da solo, fu fatto accomodare in uno studio su una comoda poltrona di pelle. Dopo alcuni istanti fu raggiunto da un avvocato  che si presentò a lui "Buongiorno, io sono Debora, la rossa"
    Erano arrivati a casa e Beppe, nonostante l'incalzare del figlio, non aveva detto ancora una parola.
    "Allora papà, mi vuoi spiegare cosa volevano da te?"
    "Sali in casa, c'è anche tua sorella, così parlo una volta sola"
    Beppe spiegò ai figli che Adriano gli aveva donato tutto ciò che gli era stato possibile e, tradotto in cifre, tra beni mobili e immobili si trattava di un sacco di soldi. Beppe chiarì immediatamente che avrebbe destinato solo una parte di quei soldi per le loro necessità, il resto lo avrebbe impiegato per opere di bene; aveva sprecato tutta la sua vita inseguendo il piacere personale, adesso avrebbe pensato al prossimo. I figli lo abbracciarono e in quel preciso istante tutti e tre sentirono chiaramente muoversi la pancia di Monica che disse: "E' d'accordo anche lui"
    Erano passati più di due anni da quei giorni, l'aria primaverile dava nuova linfa alla natura circostante mentre un merlo saltellava vicino alla tomba, incurante della sua presenza.
    "Ti sei fatto un nuovo amico" Disse Beppe " Il mio nipotino mi ha chiesto dove stavo andando, la prossima volta lo porto con me così lo vedi. Monica sembra essere contenta del suo nuovo compagno e io sono felice per loro. Marco si è lasciato con il suo fidanzato, è tornato a casa mia, non sta attraversando un bel periodo ma io e lui ci siamo riavvicinati. Ho donato dei nuovi mezzi alla palestra comunale e ho promosso quel corso di italiano per gli stranieri. Mi sono anche attivato per recuperare delle nuove sedie a rotelle per il centro anziani, insomma, mi sto dando da fare e poi... e poi tu le sai tutte queste cose. la vita scivola via, pregna del nostro egoismo e della nostra ambizione tanto da non accorgerci che il bello della vita è la vita stessa" Beppe sorrise "Questa non è mia, l'ho sentita da qualche parte, però mi piace. Adesso devo andare, il mio piccolo mi starà aspettando, ci vediamo alla prossima e.. ciao Adriano"

  • domenica alle ore 20:23
    Corto # 10 - Estate

    Come comincia: Un bimbo spia l'alba dai buchi della serranda, pregusta il mare e sente nel vento che tutto è possibile.

  • venerdì alle ore 17:53
    Lucy

    Come comincia: Il cappotto rosso non lo volevo mai mettere da piccola non volevo e basta, e non volevo che mia madre mi facesse le codine e nemmeno le trecce, io volevo tenere le ginocchia strette e metterci sopra il cestino del pranzo, e poi volevo essere un aquilone, me lo ricordo bene e volevo che qualcuno mi perdesse per non tornare più giù.
    Ma più di tutto, sopra ogni cosa,non volevo e basta, non volevo essere grassa e non volevo essere brutta e non volevo essere dispari. E non volevo tutte quelle dita a me ne bastavano pochissime giusto quelle che usavo per mangiare e cioè l’indice e il pollice, il resto era opzionale, il resto era uno sguardo alla finestra e alle nuvole che si muovevano veloci, c’era vento il giorno che ho iniziato a costruirmi una famiglia, c’era un vento tremendo. C’era un libro per terra e le pagine si sfogliavano da sole, ma non c’era nessuno a leggerle, il libro non mi ricordo bene quale fosse, forse era di Kafka o forse no. Mamma era sulla sua poltrona, truccata come se dovesse uscire, sono stata io, sono stata io. Si.
    Certo è buffo dopo dodici anni in manicomio l’unico lavoro che ho trovato è stato questo, inserviente di obitorio, preparare i morti, prepararli per chi ? non l’ho mai saputo, la metà di loro nessuno l’ha mai richiesta e io allora me li sono portati a casa. E li ho fatti sedere sulla poltrona dove avevo fatto sedere la mamma.
    Fruscìo di audiocassetta, rumore di schiuma da barba che esce dalla bomboletta, un sibilo di gas, quasi come un respiro di sollievo. Odore di prematuro pulito. Non ho voglia di morire, non voglio morire, non vorrò mai morire. Si sta male da morti si è pallidi, si è freddi si è in balìa di tutti, di chiunque, persino di una come me.
    La gente starebbe bene con le ali, si starebbe bene ha lo spazio adatto proprio tra le scapole, ci potrebbero stare della ali e volare, volare lontano, come gli aquiloni che i bambini si lasciano sfuggire. L’orologio, quel dannato orologio. Una volta ho fatto una bambola con le ali come la copertina di quel disco, come si chiama quel disco ?, si avete capito.
    Fruscìo di audiocassetta <<Listen and repeat>> e io ascolto e ripeto.
    Che bel ragazzo che era questo qui su questo tavolo da obitorio, sembra uomo ma potrebbe anche sembrare una donna, nella mia collezione starebbe perfetto, un dio greco mi manca, mi manca tutto, manca tutto alla mia collezione … <<the Window is open>> dice la cassetta e io gli vado dietro, è una cassetta sapiente, è una cassetta che mi dice di ascoltare e ripetere e io ascolto e ripeto si.
    Accarezzo il suo corpo freddo, e mi rendo conto di non aver mai accarezzato un corpo caldo, è formalina l’odore più familiare della mia vita. Mi mangio le unghia, guardo il suo sesso di carne morta. E mi chiedo e mi richiedo se mai ne vedrò uno di carne viva, ascolto musica spacca timpani per non pensare, pensare potrebbe farmi impazzire me lo ha detto il dottor Carver, mi ha detto : << Lucy non pensare troppo, non fissare la gente sull’autobus, socializza, e non pensare sempre ai morti>> io ho risposto di si, ma non ero troppo convinta, ho messo un ciuffo di capelli dietro l’orecchio sinistro, lui ha sorriso e ha cercato di toccarmi il seno, io sono stata più veloce di lui e mi sono alzata in piedi, dritta come mi diceva la Mamma, che bella che era la mia Mamma, ma da morta era più bella, io sono sempre stata un’artista con i trucchi, sembrava più viva da morta che da viva, da morta sembra Marylin Monroe se avesse avuto l’età della mia Mamma.
    Trasporto la lettiga nel corridoio di luci al neon, le ruote si muovono male come i carrelli della spesa, lui è li, sul lettino e ha gli occhi chiusi, devo svuotarlo prima che vada a male, tutto va a male, anche le persone, e per andare a male non devono essere necessariamente morte.
    Questo l’ho imparato nel primo anno di manicomio, quando la gente andava a male e sbavava, alcune erano bellissime, c’era una certa Emily con gli occhi blu, non l’ho più rivista, lei andava a male in maniera meno rapida degli altri, ma non parlava con nessuno.
    Metto in macchina John, si l'ho chiamato John che è un nome qualunque, un nome senza troppe aspettative, guido fino a casa, mi fermo a comprare da mangiare, il ragazzo Indiano del supermarket aperto 24 ore su 24 sembra simpatico, ma a me il suo colore non piace, non c’è niente di razzista solo non mi piace, io sono per il pallore cadaverico, per il viola occhio pesto, per il bianco labbra assenza di sangue.
    Arrivo a casa e saluto tutti.
    Saluto Jenny la mia amica del cuore appesa allo stipite della porta per il collo, ha un vestito a fiori e le guance rosee, ha un bel colorito forse le sta un po’ crepando il fondotinta, ci tornerò su. Saluto Herbert il mio amico grassone seduto al tavolo della cucina davanti al pollo che cambio ogni giorno, perché odio la puzza di roba da mangiare, mi disgusta, e mi disgusta Herbert con il suo cappellino rosso da finto camionista. E infine saluto Angie la rossa che guarda la tv e Phil che si atteggia a gambe divaricate davanti la finestra, con un palo diagonale piantato sulla nuca per tenerlo dritto, il buon Phil, che sta in piedi in mutande e canottiera, quando lo abbronzo con l’aerografo è sempre un piacere, è sempre un gusto estremo renderlo abbronzato in maniera impeccabile e del tutto innaturale.
     Adesso sistemo John, lo dipingo di grigio argento e gli sistemo i capelli come una statua greca, prima ovviamente dovrò svuotarlo, ma per fortuna ho la dispensa piena di barattoli vuoti di marmellata, a me piace solo la marmellata, ho sempre mangiato marmellata. Mia mamma mi diceva che le bambine buone mangiano la marmellata e cantano le canzoni. E io mangio marmellata ma non canto, non canto, non mi piace. Invece la marmellata si. Mi piace quella di ciliegie, ha una consistenza che mi mette serenità, che mi tranquillizza, che mi calma. È una serie di sorprese controllate la marmellata di ciliegie, di quelle che ti fanno piacere ma non ti fanno venire la tachicardia.
    Ascolto musica spacca timpani che mi incasina i pensieri, che mi frattura la calma, che mi fa male alle orecchie. Ma non devo pensare, non devo assolutamente pensare.
    Sostituisco organi con asciugamani intrisi di formalina, batuffoli di ovatta. Odore di marcio e pollo, odore di marmellata e soprattutto Formalina: l’odore più familiare della mia vita.
    Il sole a volte si porta via i colori, e non c’è tempo, non c’è tempo, non c’è mai tempo.
    Non c’è modo di riflettere sulle parole che abbiamo appena pronunciato, e non si torna indietro, i vivi sono felici dicono, i vivi non hanno nessuna eternità di cui preoccuparsi, Angie la rossa ha l’eternità per stare sul divano. E io avrò abbastanza tempo per fare della loro eternità un inferno, condannati a non marcire, ad essere di bell’aspetto per sempre.
    Mentre sento una morsa allo stomaco. Mi rendo conto che quando mi viene voglia di fare qualcosa è sempre tardi.
    Respiro forte apro i polmoni più che posso, tiro la testa indietro e metto le cuffie, mi spacco i timpani, un altro po’, fino a quando riuscirò a dormire. Il caos aiuta la mia meditazione, si, si, il caos districa tutte le mie matasse, mi tolgo la parrucca bionda, passo una mano sulla testa rasata, ho sempre odiato i miei capelli rossi da piccola, ho sempre odiato il rosso dei miei capelli, un rosso odioso e ramato, un rosso che non vuol dire un cazzo, un rosso enormemente fuori luogo.
    l'altro giorno ho letto una notizia in un giornale, ero in un bar pieno di gente, ma tutti si sfioravano come se fossero riflessi da uno specchio, non si cercavano neanche con gli sguardi. sul giornale c’era scritto che una signora ha dormito per un anno accanto a suo marito morto e mummificato, ha detto alla polizia soltanto <<  ma ieri era vivo>> io li prendo già morti e non mi importa di farli morire strada facendo, ad ogni modo immagino che il marito della signora non doveva essere un chiacchierone.
    dicono che per la maggior parte siamo fatti d'acqua, dicono anche che la gente non dimentica, io ho dimenticato come si fa ad avere pietà come ci si sente a toccare una persona viva, mi sono immersa nella freddezza della morte, nella ripetizione, nella ripetitività totale. nell'assenza totale di sensi di colpa.
    Angie la rossa guarda la Tv, a volte ci si specchia anche, come fanno gli intellettuali.
    <<listen and repeat>> e io ascolto e ripeto.
    Ci sono delle volte però in cui succede qualcosa, tipo incontrare qualcuno per caso, qualcuno vivo, qualcuno che respira esattamente come faccio io, esattamente come me, sento scorrere il sangue più forte, lo sento scorrere fortissimo sotto la pelle, come delle punture di spillo in posti che ignoravo di avere, in posti che non pensavo qualcuno potesse mai sollecitare.
    succede che in uno squallido supermarket di questa lurida città incontri qualcuno. era bellissimo, alto e piegato in due da un peso, un qualunque peso, non era necessario sapere quale si intuiva che non era importante, io mi sentivo bellissima fasciata dentro un paio di jeans incrostati di qualunque macchia possibile  l'essere umano potesse concepire, lui sorrideva. sorrideva alle fette di carne rossa e ancora sanguinolenta imprigionata sotto la pellicola, sorrideva e faceva dei cenni di intesa alle confezioni di carne, più tardi seduti al tavolino di un bar, mi aveva spiegato che una volta era carne viva e forse da qualche parte, dentro qualche fibra, dentro una piccola vena dimenticata  poteva esserci qualcosa di vivo.
    era stralunato, e caratterizzato da una marcata Eterocromia, le sue labbra incorniciavano dei denti meravigliosi, e le sue mani erano vive e per la prima volta nella mia vita avrei voluto che mi toccassero.
    Aveva un nome stupido che ho subito dimenticato, aveva tentato il suicidio molto spesso, diceva sorridendo che tentar non nuoce. ma sapeva benissimo che se ci fosse riuscito sarebbe uscito dall'apprendistato e sarebbe diventato un professionista del suicidio. una volta per tutte e a lui piaceva troppo tentare il suicidio e fallire, era una perversione che sublimava splendidamente
    la direzione alternata dei sensi di colpa.
    per un pò è stato bello mettersi dei vestiti sexy e provare a sedurlo, per un pò è stato divertente aiutarlo a riprendere le funzioni vitali dopo un avvelenamento da barbiturici e subito dopo fare l'amore, come se fosse stata un'azione casuale salvarlo. fare l'amore era bello, sentivo il sangue affluire il cuore battere e forse non era poi così sgradevole la sensazione di calore sulla pelle.
    ma non si vola lontano per troppo tempo senza voler tornare a casa, e nella mia casa c'era la mia famiglia che mi aspettava, c'era Angie la rossa, si, c'era John, c'era da sostituire il pollo di Herbert. avevo una vita, avevo da fare con i miei morti.
    lui era totalizzante, e i suoi tentativi di suicidio stavano francamente diventando scontati e ripetitivi, ficcargli due dita in gola non mi dava più lo stesso brivido, e poi, non notava neanche più i miei abitini da combattimento, e i miei tacchi da squallide perversioni, si,si, non le notava più.
    ma lo amavo, e l'unica che sapevo fare era rendere innocua la morte, bloccando la decomposizione. si.
    mi ricordo che era una mattina placida, lui mi guardava dormire, quando aprii gli occhi mi disse, << ci riprovo>> e sorrise come un bambino che ha in mano un giocattolo, solo che lui aveva una confezione di roypnol e una bottiglia di vodka scadente.
    gli sorrisi anche io, e sfoggiai il mio sorriso peggiore, mi passò una mano sulla testa rasata, si mise la mia parrucca blu e buttò giù le pillole e la vodka. poi si sdraiò accanto a me.
    non avrei mosso un muscolo stavolta, lo amavo si, ma era troppo vivo, era troppo caldo, e alla lunga le cose stancano, le parole si susseguono e perdono il senso, le azioni diventano prevedibili e tutto si ammanta di una lieve sporcizia superficiale che non riesci a togliere.
    morì d'un tratto. e all'improvviso mi venne in mente il mio cappottino rosso e quanto lo odiassi.
    aspettai un paio d'ore e feci la mia magia, restituì una vita apparente all'uomo che avevo amato di più, era splendido, bellissimo, i suoi occhi di due colori diversi splendevano più adesso che prima.
    era silenzioso, freddo, senza nome.
    lo portai a casa mia, e gli misi un bel vestito, lo misi accanto al divano, vicino a Phil che si faceva ammirare in tutto il suo morto splendore mascolino.
    ero li, si, seduta nel mio soggiorno, in silenzio, a godermi l'odore di formalina e disinfettante, a guardarmi i guanti da chirurgo ancora sulle mani, come faceva lui che non si toglieva mai il preservativo. che buffe le brutte abitudini, ti rimangono più impresse di quelle belle, lui aveva delle meravigliose abitudini solo che, adesso proprio non me le ricordo.
    avrei voluto essere un aquilone, e trovare la mia fine incastrata in qualche albero.
    passò del tempo e non era nemmeno più interessante ampliare la mia famiglia morta, gli spazi erano saturi e onestamente Jenny appesa allo stipite stava cominciando a darmi sui nervi.
    in manicomio la gente andava a male, io sto andando a male, puzzo, puzzo di carne viva, puzzo di fluidi sporchi. e di eccitazione insoddisfatta.
    mi lego uno spago alla caviglia sinistra, scosto Phil dalla finestra, sto andando a male, mi perdo negli occhi dell'uomo che ho amato di più, che non ha un nome, che non ha mai avuto un nome.
    era troppo vivo, era troppo vivo.
    ma sapeva tentare il suicidio come nessuno al mondo. gli ho scompaginato i piani, gli ho rovinato il suo sogno mortificando la sua unica abilità
    apro la finestra e per la prima volta una folata d'aria estiva entra dentro la stanza, scompigliando i capelli di Angie seduta davanti alla tv con l'avambraccio poggiato sul bracciolo del divano e le gambe accavallate, onestamente in modo piuttosto volgare, si. 
    mi butto giù con uno spago legato alla caviglia. come gli aquiloni che i bambini perdevano al parco, e penso di nuovo al cappottino rosso e alla mia fortuna sfacciata. tentare un suicidio e molto probabilmente riuscirci al primo colpo, ho voglia di marmellata, proprio adesso. si. 

  • 23 luglio alle ore 20:53
    Messaggio d'amore al vetriolo

    Come comincia: Non manca che la forma all'essere immanenti.
    E' l'oracolo del deserto che non risponde. La statua fissa nel tempo riverbera da sola e dice '' imperturbabile''. L'anima del demiurgo che innalza e fa crollare, tu sei. La cicatrice e il coltello che scava, sotto il ghigno maledetto di quel che mai si è detto. C'è un luogo dove vanno a finire i dolori, tutti, e s'arrampicano tra loro su specchi senza coscienza alcuna. C'è un luogo dove son nascosta e  il mio mondo è tutto fuori. Io non sono più io e tutto è sempre più in me
    Il mio mondo è tutto dentro 
    E non piango mai
    Non piangi mai

  • 21 luglio alle ore 16:11
    Con le orecchie sotto il pelo dell'acqua

    Come comincia: Le erano sempre piaciuti i litorali rocciosi, di quelli quasi senza sabbia, ciottolosi, dove predominano i sassi, piccoli e colorati, come se ne trovano sullo Ionio o alle Cinque terre. Pietre che sembrano preziosi minerali, opali, acque marine, zaffiri, e invece sono soltanto semplici ciottoli o fondi di bottiglia, ma levigati dalle onde per un tempo così lungo da trasformarli in oggetti  pregiati, dalle sfumature che solo la natura incontaminata sa creare.
    Da ragazza aveva trascorso intere estati a cercare le pietruzze più belle e strane e poi ne aveva riempito tutti gli angoli della sua casa, custodite in ciotole di coccio o in piatti di madreperla. E periodicamente le immergeva nell’acqua e rimaneva a lungo ad ammirarne le forme e i colori, ravvivati dall’elemento naturale a cui le aveva sottratte, portandole via dalle rive, preferibilmente all’alba, quando sul bagnasciuga solitario si mostravano in tutta la loro policroma bellezza e quasi pareva che le chiedessero di essere scelte.
    Le erano sempre piaciuti i litorali rocciosi!
    Ma si sa, quando si usano i verbi al passato, vuol dire che le cose sognate sono rimaste nei desiderata  nella realtà del quotidiano (che è l’unica a contare veramente nella vita di ciascuno). Pazienza!
    Quasi sgomitando, si fece largo tra i bagnanti che affollavano la riva sabbiosa del solito litorale … sabbioso, dove si recava perlopiù la domenica, dopo un’intera settimana di lavoro.
    Ad un certo punto bisogna adattarsi, pensò tra sé, scacciando a forza dalla mente quel  diavoletto capriccioso che le suggeriva di abbandonarsi ai rimpianti e alle recriminazioni.
    Ci sono mille e mille cose che si possono creare con la sola forza della mente, figuriamoci immaginare di essere su una spiaggia diversa, tra gente diversa, a diretto contatto con se stessi e la natura, la grande, benefica e severa madre Natura, che non smette di amarci malgrado gli scempi che noi essere umani perpetriamo quotidianamente a suo danno.
    Dieci metri, venti, trenta e l’acqua sempre al ginocchio. Quaranta e un’altra secca, a far riemergere persino le ginocchia. Cinquanta metri: superato il cartello di limite sicuro di balneazione, con poche, decise bracciate, si portò dove finalmente non c’era più piede e spingendosi a chiodo sul fondo, seppe che la meta era raggiunta.
    Dolcemente riemerse e si lasciò andare, distendendosi sul pelo dell’acqua. Rilassò ad  uno ad uno tutti i muscoli del  corpo e la pressione sottostante fece il resto.
    Produceva una sensazione straordinaria quel lasciarsi galleggiare senza più peso, le gambe e le braccia abbandonate al movimento oscillante delle piccole onde , senza che nemmeno uno schizzo si alzasse a bagnarle il viso rivolto in alto, verso il sole, gli occhi chiusi, tutto il resto del capo sommerso e le orecchie appena sotto la superficie di quel mare divenuto d’un tratto il “suo” mare.
    Non percepiva più alcun rumore esterno, solo il suo respiro, regolare, rilassato. Assaporava il silenzio o meglio quel dolce fruscio prodotto dai movimenti involontari del corpo.
    Si realizzava così la riconquista del sé, della propria entità fisica, con la percezione della vita attraverso il solo respiro: inspirare, espirare, così, piano, con regolarità.
     “Se il corpo prova disagio, la mente si agita; se la mente si agita, non è possibile il silenzio interiore. Il silenzio si fonda sulla quiete del corpo, la quiete sull'equilibrio. Il silenzio è il luogo della lucida, silenziosa, a-verbale, intro-versione della coscienza. Quando la coscienza si ripiega, in un muto domandare, su se stessa, può presentarsi l'intuizione che cambia la vita: la Grande comprensione. Si può scoprire ciò che dà alla vita un indubitabile, sacro, senso.”
    E adesso, standosene così, con le orecchie sotto il pelo dell’acqua, capiva perfettamente il senso di questi concetti bellissimi, letti una volta, chissà quando, chissà dove.
    E si sentiva perfettamente felice.
     

  • 18 luglio alle ore 7:20
    Flamme Jumelles - lettera a Chiara

    Come comincia: Carissima Chiara, sono molto felice che finalmente ci siamo conosciute. La tua sensazione di conoscermi da sempre, è stata la stessa anche per me. Mi rendo conto che ciò che ti dirò in questa mail, ti sembrerà' assurdo e fuori da ogni logica razionale, ma..se anche tu hai percepito le mie stesse sensazioni, lo comprenderai senza difficoltà, con la consapevolezza che ciò che sto per dirti, corrisponde a verità. L'amore che ti unisce a Francesco è..senza dubbio, un amore divino: le Vostre anime si sono finalmente ritrovate dopo tanta solitudine. Il velo che avvolgeva il vostro spirito sin dal principio e' caduto e vi siete finalmente riconosciuti...risvegliati da un sonno eterno che solo il vero amore puo' interrompere. Hai ritrovato la tua " flamme jumelle"..fiamma gemella, il tuo completamento, la tua perfetta metà. Ora capirai cos'è l'amore, non solo quello verso il tuo amato, bensì ne conoscerai la sua forma più elevata: l'amore incondizionato verso Dio e verso ciò che Vi circonda. Sono lieta che tu e Francesco, abbiate avuto questa immensa fortuna, e sono altrettanto lieta che tu abbia compreso il rapporto che lega me ad Edward. Noi come Voi, abbiamo ricevuto questo immortale dono, che ci unisce nell' infinito per l'eternita'. Arduo è il compito che condurrà noi tutti alla salvezza, ma siamo guidati. Ma fate molta attenzione miei cari fratelli: voi oggi siete Luce e avete dei nemici giurati. Le Forze Oscure faranno il possibile per separarvi...adotteranno i metodi più subdoli e vigliacchi per impadronirsi dei vostri ricordi e della vostra allegria. Vi getteranno nello sconforto, domineranno la vostra mente e vi tenteranno. Useranno i vizi capitali per farvi cedere e rinunciare alla missione che Dio vi ha destinato. Non abbiate paura. L'amore che vi unisce è l'arma migliore che possedete. Davanti all'amore il male non può nulla. Non dubitate. Mantenetevi integri e non sarete soli. Sarete guidati dai cori degli Angeli, gli stessi che Vi conoscono e vi accompagnano da sempre. Essi saranno uno scudo dove trovare riparo, ali calde e sicure da cui ritornare. Per questo mi sento di dirti..amatevi senza misura. Cogliete ogni attimo e fatelo Vostro. Rimanete fedeli a Cristo e nulla potrà toccarvi. Numerosi saranno i segni che incontrerete sul vostro cammino. Seguiteli, e non dubitate mai dell'amore sacro che vi unisce. Cara sorella mia, la tua dolcezza e' sempre la stessa, come il tuo amore tenero e compassionevole. Duemila anni fa, eravamo insieme, e le nostre anime si sono ritrovate ora, per portare a termine il compito divino che ci vede unite in quest' epoca e in questo tempo. Sono così felice che abbiate preso la decisione di diventare marito e moglie anche qui sulla terra, accettando il vostro compito, con onore e devozione. Non esitare mia cara, ora che sei all' inizio di questa avventura a chiedere se sei nel dubbio: meglio tu faccia una domanda in più, piuttosto che una in meno. Vi aspettano molte prove, in qualità di esseri umani e in qualità delle creature celesti che siete. Non sarà sempre semplice, coniugare la quotidianità di una coppia terrena, con lo spirito che vi rende unici, ma ricordate che Dio ha predisposto ogni cosa per voi. Non temete per me nè per Edward: la nostra vita e' un campo di battaglia, la nostra una missione che portiamo avanti per Cristo nostro Signore. Che San Michele Arcangelo possa proteggere il Vostro Amore da ogni Male. Fino alla fine del Tempo. Con infinito affetto, Sophie

  • 15 luglio alle ore 13:21
    Cristina di Svezia

    Come comincia: (Stoccolma, 18 dicembre 1626 - Roma, 19 aprile 1689)
     
    Il freddo a Roma, quando decide di fare sul serio, è insopportabile. Ma non a causa delle basse temperature, bensì per l'umidità che ti si insinua nell'epidermide, supera lo strato di grasso, trapassa i muscoli e si impianta nelle ossa provocandoti perenni brividi. Il freddo che si percepisce è di gran lunga superiore a quello indicato dal termometro, così come, in estate, la calura è maggiore di quanto stabilito dal mercurio dentro la colonnina.
    Noi romani siamo vessati dal clima umido e solo chi è avvezzo a rigidità maggiori può ridere dei nostri brividi. Proprio come il sorriso beffardo che vedo spuntare su questa creatura apparsa all'improvviso, annunciata da un lieve tintinnare di campanellini attaccati a una slitta trainata da magnifici cavalli bardati. Una slitta in piena Roma? Rabbrividisco e mi stringo nel cappotto, fissando questa figura esile, ancora giovane, un tantino bruttina, con i capelli acconciati in lunghi boccoli che fuoriescono da una cuffia ingemmata. Mio Dio, penso attonita, ma costei è la famosa regina Cristina di Svezia, la quale abdicò a favore di suo cugino per venire a stabilirsi in pianta stabile a Roma! Una regina testarda, avida di sapere, munifica; in realtà intenta a ricercare se stessa come donna, perché tale non si sentiva e per tutta la vita tentò inutilmente di apparire la donna che la natura le aveva negato di essere.
    «Tu…» balbetto e non per il freddo, «sei la figlia di Gustavo Adolfo, il re guerriero protestante che ha dominato durante la guerra dei trent'anni.»
    Sogghigna come un maschiaccio e appare ancor più bruttina di quello che è.
    «Sì, e aggiungerei che mi ha lasciato orfana all'età di sei anni pensando che era dovere di re morire su un campo di battaglia piuttosto che pensare alla figlia.» risponde con malcelato sarcasmo.
    «Ma ti ha lasciato con tua madre, una principessa Hohenzollern di Prussia.»
    Fa uno scatto con la testa, risoluta, e la slitta da dove è scesa svanisce così come era apparsa, in un tintinnare dolce di campanellini.
    «Faresti meglio a dire che mi ha lasciato nelle mani del solerte e devoto cancelliere Axel Oxenstierna. È stato lui il mio reggente fino al compimento dei miei diciotto anni. Mia madre, da ferrea prussiana, mi rinfacciava sempre di essere nata donna ed io, per non deluderla, mi comportavo da quel maschio che tutti avevano sperato che io fossi quando sono venuta alla luce.»
    Percepisco di nuovo un sottile sarcasmo nel suo tono e domando:
    «Per questo ti sei rivolta all'ambasciatore inglese dicendo che la tua damigella era la tua compagna di letto?»
    «E lo era!» ribatte alzando fieramente il mento. «Ho sempre odiato gli uomini, benché ne cercassi la compagnia, sebbene il rapporto intimo con loro mi abbia sempre disgustato. Come si può solo pensare di rotolarsi in un letto con questi esseri rozzi e privi di attrattive?»
    Rimango attonita, in silenzio, impreparata a quell'ammissione senza peli sulla lingua e deduco in un sussurro:
    «Amavi le donne.»
    «Ovvio.» risponde come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Mi si è sempre chiesto e comandato di comportarmi da uomo ed io così ho fatto, in tutto e per tutto. Ti dirò,» aggiunge insinuante, «la cosa mi allettava non poco.»
    La osservo di sottecchi e, tutto sommato, un po' mascolina lo è. Le mancano la grazia di una donna, l'eleganza, il portamento e la dizione, mentre abbondano e trasudano la sfrontatezza, l'aggressività e la risolutezza tipica degli uomini. Tutto sommato, questa giovane regina mi fa tenerezza.
    «Tu eri figlia di protestante, nata in un paese luterano e, alla fine, ti sei convertita al cattolicesimo.»
    Alza le spalle esili, non ancora pingue come lo era diventata durante la seconda metà della sua vita e con un gesto secco tira indietro un boccolo.
    «E allora? In realtà, non me ne importava nulla della religione, intenta com'ero a studiare i grandi del rinascimento italiano. Le guerre di religione non le ho mai condivise, le ritenevo e ritengo puerili, una facciata per nascondere problemi più gravi.»
    «Ma tuo padre morì sul campo di battaglia per difendere il protestantesimo!» esclamo scandalizzata.
    «La sua vita era sua, poteva farne ciò che voleva.» risponde con fredda indifferenza. «Io ho sempre di gran lunga preferito lo studio dei classici alle continue amarezze che ci propinava la religione.»
    Mi fissa con alterigia, restringendo gli occhi per sondarmi e continua sibilando:
    «Vuoi mettere la bellezza di tutto lo scibile umano dinanzi ai futili battibecchi di vecchi prelati che si credono portatori della voce di Dio e che scatenano rancori che sfociano in guerre fratricide? Io ho preferito dilapidare il mio patrimonio aprendo la mia corte a tutti gli uomini di cultura, dai filosofi ai pittori, dagli scultori ai professori e ne sono stata ben ripagata.»
    Sentirla parlare così mi fa venire i brividi e mi domando come sia sfuggita alle maglie dell'Inquisizione. Ma, probabilmente, si teneva per sé queste osservazioni. Facendo bene, aggiungo.
    «So che sei stata una grande mecenate e la Svezia, sotto il tuo regno, è diventata la più grande potenza europea, al pari dell'Inghilterra sotto la regina Elisabetta. Tutto ciò, però, è andato inevitabilmente a cozzare con la supervisione di Oxenstierna.» le rammento.
    Scoppia a ridere e si porta una mano alla fronte, scuotendo la testa.
    «Sì, è vero. Il devoto Axel si preoccupava delle casse dello stato, io mi preoccupavo delle casse intellettuali. E questo mi ha inevitabilmente indotto ad abdicare, alla veneranda età di ventotto anni. Sai,» aggiunge avvicinandosi e facendo l'occhiolino, «ho sempre odiato le convenzioni.»
    «Lungi da me simile dubbio.» ribatto e il pensiero mi vola in un'epoca remota, dove una giovane e irrequieta regina scorrazzava insieme ai gentiluomini della sua corte, in abiti maschili, cacciando come una indemoniata in mezzo alle lande ghiacciate della Svezia.
    Una cosa è certa: questa donna tutto era tranne che una donna. Per lei gli uomini erano il mezzo per imparare qualcosa e come tali li considerava. L'idea di sposarsi non le aveva mai sfiorato la mente e il pensiero di avvizzire su un trono gelido come quello svedese le faceva accapponare la pelle. La sua salute gracile e le continui bronchiti non si adattavano al rigido clima nordico e lei smaniava e scalpitava per liberarsi da quel compito al quale era stata chiamata dalla tenera età di sei anni. Il solo pensiero di dover dare un erede alla corona la faceva stare male. E a sue spese dovette capirlo anche suo cugino Carlo Gustavo, il quale vanamente le aveva ripetuto di sposarlo, ricevendo in cambio sempre secchi rifiuti. All'ennesimo tentativo, Cristina altro non fece che abdicare in suo favore, senza prestare orecchio al suo cancelliere, e voltargli le spalle per partire alla volta dell'assolata Roma.
    «Il giorno dell'abdicazione, nessuno ha avuto il coraggio di toglierti la corona dalla testa.» rammento.
    «No, infatti. Ho dovuto dare un ordine, il mio ultimo ordine come sovrana. Ma quale soddisfazione!» aggiunge esultante. «Lo stolto di mio cugino era a tal punto innamorato che mi ha rincorsa per propormi nuovamente di sposarlo e dividere il torno con lui. Povero idiota.» commenta scuotendo il capo.
    Rimango di ghiaccio, pensando che si sta rivolgendo niente di meno che a Carlo X!
    «Di Roma mi attraeva tutto, a partire dalle sue opere.» mormora con tono nostalgico, dimentica della fredda Svezia.
    Scorgo i suoi occhi prendere vita all'improvviso, come se stesse parlando di un amante e continua con voce vibrante:
    «L'Urbe era, per me, un ricettacolo di bellezza e di cultura come nessun altro luogo al mondo e il solo poter mirare le opere di Raffaello e Michelangelo mi riempiva il cuore e fortificava l'anima.»
    «Sì, posso capirlo.» convengo trattenendo l'emozione.
    «Le basiliche per me erano solo meravigliosi musei, altro che luoghi di culto!»
    Sgrano gli occhi e rabbrividisco: se solo l'avesse urlato ai quattro venti, l'avrebbero processata e condannata per eresia. E la cosa strana, è che condivido la sua visione. Tuttavia questa donna, toccata dall'arte, dalla bellezza della natura e dai classici greci e latini, sapeva essere crudele e spietata come un uomo. Così come avvenne per una rivolta in Svezia, prima della sua abdicazione: la soffocò con un massacro, non risparmiando né provando pietà per nessuno. Come non risparmiò uno dei gentiluomini della sua corte allorché le giunse all'orecchio che potesse essere un sicofante.
    «A Roma hai gettato le basi per un'accademia che, in avvenire, sarebbe diventata la famosa Arcadia.»
    «Già. Ho sempre amato circondarmi di uomini eccelsi. Sai, andavo a veder lavorare il Bernini e tutte le volte mi dispiaceva di non poterlo avere al mio servizio: le sue mani erano un dono di Dio. Così come le belle donne romane.» aggiunge ammiccante.
    Rimango immobile e provo a fare un sorriso, mentre la vedo avvicinarsi con passo misurato e quando è a pochi centimetri da me mi posa una mano sugli occhi e in quell'istante mi appare Roma in età barocca, così diversa dalla Roma imperiale e medievale. Sembra un ribollire di attività frenetiche, dedite a ridare lustro e belletto a una città che, per secoli, è stata la capitale del mondo prima e della cristianità dopo. Vedo scalpellini intorno alle fontane e alle scalinate, sommersi di polvere di marmo, felici di arricchire l'Urbe con ridondanti tocchi che sfiorano la tracotanza e il popolino che neppure li vede, avvezzo a scene simili.
    «Allora?» mi chiede ritraendo la mano. «Non era magnifica?»
    Sbatto le palpebre e rispondo:
    «Sì, come sempre. Anche in momenti di declino la nostra amata Roma ha sempre brillato come un faro. Ma tu, nonostante l'abdicazione, hai brigato per divenire regina di Napoli e dei Polacchi.»
    Reprime un gesto di stizza e fa un cenno, come a sottolineare che non voleva neppure sentirne parlare.
    «Dovevo pur fare qualcosa, no? Regina sono nata e regina mi sono sempre sentita. Sono solo nata nel posto sbagliato. Per questo sono voluta venire qui a morire. Non si potrebbe scegliere città migliore per lasciare un segno nella Storia.»
    «Ho veduto il tuo catafalco in S. Pietro.»
    La vedo fare una smorfia e commenta acida, con tono quasi isterico:
    «Il mio testamento parlava chiaro: volevo essere sepolta nel Pantheon, accanto al mio amato Raffaello.»
    Sorrido condiscendente e inarcando le sopracciglia le faccio notare:
    «Vedila così: S. Pietro non è certo un luogo comune dove venire inumati.»
    Sbuffa e porta le mani sui fianchi, mi fissa a lungo, borbotta qualcosa di inintelligibile in svedese, quindi inspira a fondo e annuisce.
    «E sia. Sono pur sempre una regina.» commenta con vana superbia.
    «Di spessore notevole.»
    La vedo chinare la testa in segno di accettazione e un attimo dopo batte le mani e di fianco a lei si materializza un cocchio trainato da quattro magnifici cavalli bianchi, un lacché a cassetta e due dietro la carrozza. Rimango incantata dalla sontuosità della scena e vedo un cardinale, probabilmente il suo fedele amico Decio Azzolino, che le porge la mano per aiutarla a salire. Lei mi manda un bacio a distanza e subito dopo svanisce insieme al codazzo ed io rimango impietrita nel freddo umido di Roma, incredula dinanzi a ciò che ho visto. Volgo lo sguardo al cupolone che svetta dinanzi a me in tutto il suo splendore e sorrido.

  • 15 luglio alle ore 12:30
    Parentesi Croniche

    Come comincia: John affrontava la vita con una lieve ignoranza e una totale noncuranza di alcuni dettagli,un fatalismo estremo e inoltre non guardava quasi mai l’orologio, non gli importava di che ora fosse, scriveva sul suo diario che spesso a contare le ore si pecca di superbia. Sapeva districarsi bene tra i problemi sonori del suo computer, aveva una pazienza infinita e sapeva stare bene con se stesso, il gorgoglìo della sua pancia era la voce che tollerava maggiormente oltre alla sua, forse non sapeva gestire  troppo bene il suo narcisismo ma questo lui non lo sapeva.
    Si era sempre sentito di passaggio, poco più di una parentesi, un videoclip, un fenomeno inspiegabile, un dolore intercostale, un malessere passeggero, un infarto improvviso ma rimediabile, era come una gran paura, alla fine come tutte le cose passava e la gente si dimenticava di lui, e spesso e volentieri ne parlava sorridendo, come quando si parla di un pericolo scampato.  
    Stare da solo era annoverabile tra le sue più grandi ambizioni, si sentiva bene a non dare degli appuntamenti e non sentiva la necessità di doverli rispettare, non  sparava luoghi comuni per fingere di andare d’accordo con qualcuno, non stringeva mani, non sorrideva in modo circostanziale, non inorridiva in pubblico, non puntava il dito, ma lui questa la chiamava libertà, e lo faceva in un modo convinto e inattaccabile, sublimava la solitudine al punto tale da confonderla con il concetto stesso di libertà, era diventato con gli anni, un tossico di se stesso, non gli serviva altro, si infastidiva se una persona camminava sul suo stesso marciapiede e odiava incrociare gli sguardi altrui.
    Si augurava il buongiorno ogni mattina e quando andava in vacanza si scriveva della cartoline, aveva cominciato a scriversi frasi motivazionali sui muri, ma la cosa alla fine gli era sembrata molto stupida, e a lungo andare aveva smesso anche con le cartoline, tanto non aveva inventiva, non aveva la minima fantasia, scriveva solo “Saluti da John” che era un po’ come guardarsi allo specchio e darsi il cinque, era sterile, era inutile, era finto e non sapeva neppure scegliersi delle cartoline decenti.
    Era la sua natura, guardava il mare ma non ci si voleva specchiare, aveva gli occhi azzurri, e i lineamenti disordinati, di uno che non dormiva, le rughe accennate ma allo stesso tempo profondissime e gli occhi slegati da ogni parvenza di logica terrena.  
    Una volta era riuscito a stare con una ragazza, si chiamava Mia, e il suo nome sottendeva infinite aspettative di possesso eterno, in realtà non era sua, era più che altro una specie di prestito.
    Mia però gli voleva bene, tra uno psicofarmaco e l’altro, faceva uso di svariate droghe, aveva perso molti denti lanciandosi in risse senza senso, aveva sempre ai piedi un paio di sandali ed era riuscita a farlo parlare per dieci minuti di fila, poi però John come sempre aveva voluto strafare, e per dimostrargli il suo amore un giorno le aveva scritto su un post-it giallo: << A volte vorrei che tu fossi un manichino di Yamamay>>. Mia se n'era andata sbattendo la porta e ingoiando ansiolitici. Lui rimase li, inebetito e in mutande metà deluso e metà sorpreso. Credeva di aver detto una cosa poetica, ma lei l’aveva presa male,  allora prese una sedia e la mise davanti alla finestra, aspettò Mia per giorni respirando piano e grattandosi la tempia destra senza riuscire a dare una direzione alternata ai sensi di colpa,  dopo un po’ decise che sarebbe stato comunque inutile capire di chi fosse la colpa  e perciò decise di partire lasciando tutto così com’era, anche il post-it attaccato alla moka e le foto sul frigo che nessuno dei due aveva mai realmente guardato con gioia.
    Aveva lasciato indietro tutti un giorno di Agosto, sapeva che non sarebbe mancato a nessuno e perciò non aveva salutato nessuno di quelli che a malapena conosceva, nemmeno la sua vicina di casa che così non avrebbe mai potuto affermare al tg: << era una brava persona,salutava sempre>>. Aveva preso il treno e si era comprato un libro di McEwan per farsi compagnia, durante tutto il viaggio aveva evitato accuratamente la categoria di persone chiamata “Quelli che parlano sui treni”, godendosi gli alberi e i palazzi che scorrevano veloci dai finestrini, aveva preso a calci un paio di bambini, per guadagnarsi il glorioso epiteto di “ quel signore stronzo” godendone ampiamente tra l'altro.
    Era arrivato in un posto lunare, una paesino lontano circa tre ore dalla città, in buona sostanza non era altro che la periferia del buco del culo del mondo, ma era da solo, l'aria era lenta e vuota, non c'erano voci in lontananza non c'erano sirene, non c'era gente che urlava. c’erano solo due vecchietti su una panchina e un paio di cani randagi più morti che vivi.
    Si raccontava storie assurde per addormentarsi, il libro lo aveva finito dopo pochi chilometri,viceversa la sua pazienza con se stesso poteva durare millenni, si perdonava tutto, le peggiori intenzioni, i brutti pensieri, tutti gli omicidi che aveva commesso con l'immaginazione, le cattive azioni, la sua condotta spregevole, il fatto che rubava i soldi alle battone e scalciava i cani e i bambini, alla fine  si perdonava qualunque cosa, perché èra l’unico giudice di se stesso, essere indulgente non gli sembrava così imperdonabile, del resto chi poteva dargli torto ?
    Si piegava su se stesso, come una parentesi. Aveva una posizione insolita come se avesse una qualche ambizione che lo faceva stare in posizione da corsa, con la testa un po’ in avanti e i pugni stretti, in un tic nervoso, eterno e irrimediabile, o come se stesse scappando da qualcosa o qualcuno, aveva l'abitudine di non attaccarsi alle cose aveva sempre abbandonato ogni cosa ,sin da piccolo, aveva suonato il pianoforte per una settimana, ma la musica lo aveva deluso molto, pensava melodie immense e gloriose ma non riusciva a schiacciare i tasti giusti, produceva solo note goffe e stonate, o quando aveva voluto un cucciolo e lo aveva dimenticato sotto casa, o quando si era deciso a fare sport ma non aveva capito il recondito senso di sudare senza alcun premio.
    a John piaceva il rumore che fa la carta sotto le dita, a quanto sia incredibilmente difficile riprodurre quel suono anche solo immaginandolo, quel fruscìo un pò statico, che ha il suo culmine estremamente vicino sia all'inizio che alla fine, a John piaceva tanto che fosse innocuo, che non avesse strascichi, che non facesse male, in quel momento gli sfuggirono una miriade di pensieri, volarono via come fanno i moscerini o le mosche, in modo disordinato e improvviso e lui non aveva fatto in tempo a scriverli, gli era rimasto in testa solo quello di una grande scatola, l'immagine violenta e netta di una gigantesca scatola di legno cubica, con pochi buchi per respirare e alla fine aveva immaginato anche che un riflettore da fotografo esplodesse, così per dare un movimento scoordinato alle cose.
    quel posto lontano e silenzioso lo placava, lo calmava, avevo poco bisogno di essere cattivo anche perchè con i cani randagi proprio non ci riusciva, li sentiva affini e troppo furbi, sapeva che l'istinto di sopravvivenza avrebbe fatto si che loro ignorassero la sua cattiveria gratuita e per ciò si limitava ad accarezzarli male, in modo superficiale, una specie di delusione voluta.
    aveva iniziato a nutrirsi solo ed esclusivamente di mele e spesso sul suo diario si condannava a descriversi, facendo una grande attenzione ai dettagli negativi, che lui vedeva come peculiarità più che positive, faceva attenzione ai suoi difetti più di quanto avrebbero mai fatto gli altri ma a lui degli altri non era mai importato, e non aveva mai capito chi fossero questi altri di cui tutti parlavano,e spesso si chiedeva ma se tutti parlano degli altri, gli altri chi diavolo sono ?  
    Dalla sua finestra guardava spesso i palazzi altissimi della città che si stagliavano in lontananza, e si sentiva sollevato quando realizzava che appena  dietro di lui in corrispondenza dell'altra finestra c'era solo una piccola stazione dei treni e quei  due uomini anziani di diecimila anni che parlavano sempre delle stesse cose e di quanto gli mancasse la guerra, di quanto fosse tremendamente difficile pisciare e di quanto fosse impossibile riuscire a completare l'arco temporale di un giorno senza devastarsi di vino rosso alla vecchia osteria.
    Anche se lui non li sentiva sapeva perfettamente cosa si stavano dicendo in quel momento e cosa si sarebbero detti di li a poco agitando quelle loro mani gigantesche e piene di macchie regalategli dalla vecchiaia.
    John verso le 16 e 15 si faceva afferrare alla spalle da una tristezza densa e violenta, da una malinconia  feroce che lo faceva stare ancora più piegato su se stesso, di nuovo, sempre di più come una parentesi, che poi era quello che lui in fondo era sempre stato per tutta la vita. solo una parentesi, di quelle che nei libri di storia alle superiori nemmeno si sottolineano con l'evidenziatore, quelle date che non è importante ricordare, John era così. nonostante tutta la cattiveria e la grinta che ci metteva alla fine passava inosservato.  
    la  grande scatola prendeva sempre più forma nella sua testa, adesso aveva anche un bel colore mogano. dei cuscini per rendere confortevole l'interno, forse una radiolina, o forse meglio un lettore mp3, sui particolari non sapeva quasi mai decidersi anche se dicevano tutti da sempre che i particolari facevano la differenza, a lui sembrava soltanto che la differenza non fosse molta, si perdeva solo meno tempo a raccontare qualcosa, e poi non aveva mai raccontato un solo aneddoto in vita sua, solo una volta a Mia, ma lei si era annoiata presto e gli aveva detto di smetterla con un gesto poco aggraziato della mano, a lui mancavano i piedi di Mia e il colore che avevano le sue gambe e le sue braccia.
    dentro una stanza anonima ricavata in un garage John sprofondava dentro un divano che puzzava di chiuso e di muffa, disegnava su un quaderno a quadretti la struttura della scatola che lo avrebbe ospitato, e vicino scriveva in modo ordinato maledizioni varie e malinconiche e subito di fianco  la lista precisa di tutto il tempo che gli avevano rubato, di tutti i minuti, di tutte le ore che aveva sprecato dietro a qualcosa che si era rivelata priva di qualsivoglia importanza, era la sua lista degli sprechi, del tempo che non sarebbe più tornato e di cui qualcuno era colpevole, qualcuno, ma non lui. che si era sempre perdonato tutto.
    La scatola sarebbe stata grande poco più di tre metri e larga poco meno di cinque, avrebbe pagato qualcuno per inchiodare il coperchio e sarebbe rimasto li, solo, al riparo da tutto, contro nessuno, dimenticato in qualche angolo a farsi dimenticare in santa pace dentro la sua scatola.
    aveva fatto una playlist per le ore che ci sarebbero volute ad abituarsi. abituarsi al buio, alle ossa che avrebbero fatto male, alla testa che avrebbe cominciato a partorire pensieri dolorosi e stridenti, al pentimento che sarebbe sopraggiunto, abituarsi al panico, alla fine di tutto, al buio e abituarsi a darsi torto. perché anche John sapeva che quella era un'idea del cazzo.
    ma il giorno arrivò.
    la playlist era pronta, l'unico che John aveva trovato era il vecchietto numero 2 quello con pochi capelli bianchi e la voce arrochita dalle sigarette che ininterrottamente fumava una dietro l'altra quasi sperando di poter morire da un momento all'altro e dare ragione al pacchetto che lo avvertiva ogni giorno.
    John salutò il vecchio e gli strinse la mano, il vecchio fece una faccia che voleva dire "ripensaci è una cazzata" ma John non lo guardava già più, era rannicchiato e aspettava il coperchio e i primi colpi di martello per schiacciare play, ed era prontissimo a pensare a tutte le cose più tristi che gli era capitato di vedere come quella volta in cui non era stato poi così cattivo ma non era servito ad un cazzo lo stesso.
    i primi tre colpi di martello e una canzone strumentale dei "God is an Astronaut" invase le sue orecchie e la sua testa, e John in un momento di delirio pensò che forse Dio era veramente un astronauta e di li a poco lo avrebbe incontrato, almeno sperava e sperava che l'inferno o il paradiso non fossero anche loro una grande scatola, e che anche li non si sarebbe costretto a chiudersi solo in una scatola più piccola, si era odiato immediatamente perché aveva partorito un pensiero troppo scontato. questa volta non si era perdonato, era poco ma le cose dentro la scatola erano già diverse, il vecchio martellava e dal coperchio cadeva giù un pò di segatura.
    una canzone degli "Editors".
    e tutto il cielo che John poteva permettersi era una fila ordinata di assi di legno, il vecchio era andato via, senza voltarsi, era tornato a parlare delle sue guerre e dei suoi ricordi che potevano già essere benissimo i ricordi di qualunque altro vecchio in qualunque altra parte del mondo.
    L'unico desiderio di John era uscire, e l'unica cosa di cui era capace era sperare di durare un minuto in meno della batteria del lettore mp3, le chitarre gli accarezzavano le vene come due mani gentili e lisce. l'aria era una cappa pesante. era dentro la sua scatola e li sarebbe rimasto per un tempo indefinito, ma sarebbe stato per sempre, era una condizione costante, una certezza, il suo per sempre finalmente lontano da tutti, dentro la scatola non aveva bisogno di essere cattivo, di essere freddo.
    Gli facevano male le gambe, e la testa ma lo aveva previsto, gli lacrimavano gli occhi, forse la scatola era troppo piccola o forse lui si stava ingrandendo, era confuso, forse era anche un pò in preda al panico  ma in un angolo sperduto della sua testa era felice, pensò a Mia e a quando le disse << Dici che è così tanto un ossimoro voler essere felice con te, dirtelo e nel frattempo ascoltare gli Smiths ?>> Mia come sempre non aveva risposto ma aveva perso un secondo di più ad ingoiare il suo ansiolitico delle 17:00. mentre lui adesso dentro la sua scatola stava di nuovo ascoltando gli Smiths.
    John rimase li, piegato su stesso come una parentesi cronica. rimase dentro quel magazzino per un tempo indefinito, per una vita, per un'era geologica. a contare le ore si fa peccato si ripeteva sempre, la sua pancia faceva rumore e i suoi pensieri erano un ronzìo costante e instancabile. e John metteva sempre meno distanza dall'inizio della parentesi e la fine fino a diventare un cerchio piccolissimo raggomitolandosi come un gatto, un cerchio dentro una scatola, dentro un magazzino, dentro un paese infinitamente piccolo ed esageratamente deserto.
    la sua voce era un sussurro quando gridò aiuto e "Pink Maggit" esauriva la sua corsa in giro per la sua testa. ma il suo per sempre era già finito. e i buchi per l'aria erano troppo pochi, un piccolo errore di progettazione.
    una scatola dentro un magazzino, un cerchio dentro una scatola, una parentesi cronica, un per sempre relativo, a volte si può durare meno della batteria di un lettore mp3. 

  • 13 luglio alle ore 7:31
    Vecchia Sanità

    Come comincia: Mi è sempre capitato, entrando in una casa, che non mi appartenesse, di essere attratto, per prima, da ciò che contenevano le pareti. In realtà non c’è modo migliore per conoscere la sensibilità, la storia, la cultura di chi abita quella casa. E devo dire che ho subito delusioni durissime, in ambienti altolocati, dove, alle pareti, erano affisse croste impudiche, che mal si confacevano con il tono elevato, dichiarato. Mentre, in alcuni angusti bassi, ho trovato, alle pareti, stupori inaspettati. Luigi Coppola, a Vico S.Vincenzo, l’ho conosciuto quando la vecchiaia lo aveva avvolto nel suo basso. Nelle giornate di sole poneva la sedia sul limite dell’angusta strada e sedeva con un libro aperto sulle ginocchia. Leggeva, in un raggio di sole, con lenti spesse. Mi concedeva un tenue sorriso che nascondeva l’indisponibilità a farsi visitare, come lo richiedeva sua moglie. Nel ricordo, trovo solo quella sua posizione di lettura, che mi sorprendeva e affascinava, dato il luogo. Le pareti dell’abitazione erano libri, pile di libri, piramidi in precario equilibrio, polverosi ed emananti quel sentore di carta vecchia. Il più delle volte lo trovavo con un libro che avevo imparato a riconoscere, un testo di Benedetto Croce, il suo amico preferito di gioventù, perso da tempo. Luigi Coppola era uno della vecchia Sanità, un autodidatta famelico, un topo di biblioteca. La storia della sua città lo affascinava. Salvatore di Giacomo, direttore della Biblioteca Nazionale, gli dava carta bianca, quando lo vedeva. Luigi Coppola aveva quel gusto innato per il sapere, una luce che affiorava ancora, in vecchiaia, nel suo sguardo, quando raccontava dei suoi amici, di un tempo, della Sanità. Mastriani, a Penninata S.Gennaro, autore del feullitton italiano, con il voluminoso, “I misteri di Napoli”, era il primo della compagnia, a cui si aggiungeva il poeta Ferdinando Russo, che possedeva una villa, in Via Cagnazzi. Ricordo un quadruccio con la poesia autografa di quest’ultimo, “Comme è bello stu’ poco”. E.A. Mario e L. Bovio chiudevano il gruppo letterario, in cui Luigi Coppola veniva accettato per la sua vasta cultura e per l’amabilità del suo carattere. Di loro, conservava scritti, a lui indirizzati. Nel buio basso, vedo ancora la foto di Luigi Coppola, al funerale di Croce, mentre da il braccio alla figlia, tra tante autorità, venute da tutta Europa. Sopra la testata del letto di ottone, troneggiava il pezzo forte: un documento, a firma Gioacchino Murat. Quel geroglifico mi rubava lo sguardo, a ogni visita. Di Luigi Coppola possiedo una vecchia lumia, che ho lasciato incrostata di fumo e di cera. Me la regalò la figlia, anni fa, alla sua morte. “Papà lo ricordo così, - mi confessò - mentre leggeva di notte, al lume di questa tenue fiammella”.

  • 13 luglio alle ore 7:24
    Una sera

    Come comincia: Note lente al piano, alle mie spalle. Mi è sfuggito l'autore. Ma non giova che le note abbiano un autore. Esistono in questo tramonto e mi stanno bene. L'estremità della canna fumaria della casa di fronte, ruota al vento e mi rimanda gli ultimi raggi. Il Vesuvio è celato da frammenti di nuvole incerte. I passeri si contendono, con breve canto, il cavo telefonico, che costeggia la strada. Il mistral spolvera la calura e fa suonare la selva. Ogni tanto, ho rospi disgustosi dentro di me. Questa calma non cura.

     

  • 13 luglio alle ore 7:22
    Qualcuno che mi ascolti...

    Come comincia: ...” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù” … da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas 
     E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. – “Avevo sì e no, sei anni…” - Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava come in una chiesa. Un rispetto dovuto.  “Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti.” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo tv tecnologico. Non si accorgono neppure di me.

  • 11 luglio alle ore 9:51
    Felice, viaggio in Sud America

    Come comincia: Prima di partire avevano fatto un giuramento; per nessun motivo, qualsiasi cosa avessero trovato, avrebbero compromesso la loro amicizia. Franco faticò ad accettare la storia del suo amico, ma proprio il forte legame che li univa gli aveva permesso di digerire quella teoria strampalata.
    "Gli alieni, sei stato rapito dagli alieni. Certo Felice che ne inventi sempre una nuova"
    "No Franco, non mi sono inventato niente, perché dovrei farlo?"
    Perché da tempo sei fissato con il Sud America e adesso hai inventato tutta questa storia per convincermi a seguirti, lo sai che sono più curioso di te"
    "Non sei obbligato a seguirmi e comunque è me che vogliono"
    "Certo, vai pure, io starò qui ad aspettarti mentre tu ti diverti; quando si parte?"
    La settimana seguente giunsero a destinazione, si erano presi un periodo di ferie perché Felice non voleva trascurare nessuna possibilità, si era documentato e la scelta sulla destinazione era caduta in una zona interna del Brasile nel pieno della foresta Amazzonica.
    Avevano ingaggiato delle guide e si erano equipaggiati a dovere, ma Franco stava vivendo quell'esperienza come l'ennesimo colpo di testa del suo amico e si stava comportando di conseguenza prendendo tutto alla leggera e cercando di trarre il meglio da quell'avventura. Dopo tre giorni passati a vagare senza meta in mezzo alla foresta, quella sera trovarono una specie di villaggio abbandonato e decisero di accamparsi lì per la notte. Un paio di capanne costruite con legno e fogliame gli permisero di allestire una sorta di alloggiamento riparato da insetti e umidità. Le guide, cinque in tutto, cercarono legna per accendere un fuoco da campo e poi prepararono le cena mentre Franco e Felice discutevano sul da farsi.
    "Senti Felice, l'avventura nella foresta, il mistero degli alieni, comportarsi come esploratori alla ricerca di chissà quale tesoro, sono tutte belle cose, eccitanti, ma adesso comincio ad essere stufo. Che ne dici di darci un taglio e trasferirci sulle coste dell'Atlantico dove si fa baldoria tutto il giorno e le spiagge brulicano di belle donne?" Felice aveva sentito ma non aveva ascoltato, nella sua mente si sviluppava uno scenario fantasioso fatto di alieni e paesaggi incontaminati. Franco si rese conto del suo stato d'animo e cercò di riportarlo alla realtà.
    "Felice? Felice ascoltami per piacere" L'amico si girò e lo fissò con quegli occhi scuri e profondi che tanto piacevano alla gente "Adesso ho capito, mi è tutto chiaro. Non dobbiamo cercare niente, saranno loro a trovare noi, è ovvio" Felice aveva parlato senza curarsi dei presenti, completamente preso dai suoi pensieri. Franco non insisté oltre, era evidente che l'amico non l'avrebbe ascoltato e dopo aver preparato il campo per la notte si coricarono a dormire, le guide avrebbero fatto i turni di guardia.
    Un odore, un buon profumo per la precisione, lo destò delicatamente strappandolo dal sonno profondo di chi è veramente stanco. Franco sollevò il capo e stropicciò gli occhi, il bagliore del fuoco esterno rischiarava leggermente l'ambiente e gli permise di intravedere alcune ombre senza però riuscire a mettere a fuoco la scena. Poi, appena gli occhi si furono abituati a quella flebile luce, riconobbe distintamente quattro figure alte e slanciate,sembravano due maschi e due femmine. Osservando attentamente quelle presenze, si rese conto di avere di fronte degli esseri simili agli uomini ma non umani, probabilmente stava sognando, ma il profumo sempre più penetrante e una fitta allo stomaco lo convinsero di essere cosciente; cominciò  a tremare. Una delle figure, una femmina presumibilmente, lo sfiorò con la mano; aveva cinque dita con le unghie chiare ed emanava un forte calore che trasmetteva belle sensazioni. Franco allungò la sua mano nel tentativo di afferrare quella dell'altra che però la ritrasse fulmineamente e si spostò vicino ai suoi compagni. Franco non voleva in nessun modo allarmare quegli individui e, benché la parte razionale del suo cervello continuasse a ripetere come fosse necessario dare l'allarme, la parte emotiva lo costrinse a restare zitto e fermo ad ammirare quegli esseri. Uno dei maschi , alto all'incirca due metri, lo invitò con dei gesti a seguirlo e Franco si mosse con delicatezza ed in silenzio; temeva di rompere quell'incantesimo. Appena fuori dal capanno i quattro individui lo indirizzarono lungo un sentiero che si snodava dietro le capanne e in pochi istanti furono davanti ad una specie di cabina telefonica gigante e le due femmine vi entrarono. Uno dei due maschi invitò Franco a fare la stessa cosa: se stava sognando, si disse, non avrebbe corso alcun pericolo, in caso contrario era curioso di vedere cosa sarebbe accaduto. Varcò la soglia di quella cabina senza esitazioni e venne investito da una luce abbagliante che lo costrinse a ripararsi gli occhi con le mani. Dopo alcuni istanti percepì degli odori gradevoli e dei rumori tenui e rilassanti, aprì gli occhi con cautela trovandosi davanti uno spettacolo indescrivibile: era immerso nella natura, una natura diversa e incontaminata ricca di piante e fiori e acqua dai colori cristallini piena di pesci. Vedeva un sacco di animali delle più svariate razze, tante delle quali apparentemente sconosciute. Franco restò immobile a bocca aperta e si convinse di essere in un sogno mentre una delle creature che lo avevano accompagnato in quel posto si avvicinò a lui e parlò:
    "Non stai sognando Franco" disse la femmina con voce melodiosa "Questo è ciò che era, ciò che desideri, quello che non sarà più" Adesso Franco cambiò espressione: loro lo conoscevano, parlavano la sua lingua ed erano reali e uno di loro, quello che sembrava essere la guida, si avvicinò a lui posando una mano sulla sua spalla "Franco, vuoi vedere? Vuoi capire? O vuoi semplicemente tornare al tuo mondo e alla tua vita?" Quelle parole, pronunciate con calma e chiarezza, tranquillizzarono Franco che stava ancora cercando di capire cosa stesse accadendo e l'altro, vedendolo esitare, proseguì dicendo "Tornerai comunque alla tua vita, ti chiediamo solo se prima tu non voglia conoscere, sapere e vedere" Si, voleva vedere e con un cenno della testa annuì. Fu avvicinato da una delle femmine che cominciò a parlare e a camminare lungo una strada di terra battuta "Ti stai chiedendo ancora se tutto questo sia un sogno, vero?" Franco la fissò estasiato, era difficile tenere alta la concentrazione in quell'angolo di paradiso e la femmina proseguì "Io esisto, sono reale, puoi sentirmi e toccarmi" contemporaneamente afferrò una mano di Franco "Senti la mia mano, è reale. Perché hai paura di esprimere le tue emozioni?" Già, perché era bloccato e diffidente? Le parole fluirono dalla sua bocca chiare e forti "Ho paura di spezzare l'incantesimo. Sono in un posto bellissimo ma irreale e sapendo di dover tornare presto alla realtà non voglio farmi coinvolgere da emozioni che poi faticherei a trattenere" "Ma così rinunci alla vita!" Esclamò uno dei maschi dietro di lui "Non dire così amico" disse l'altro "Franco è confuso e come qualsiasi essere della sua razza teme tutto ciò che non capisce, anche se come in questo caso è una cosa bellissima, vero Franco?" Era vero, ma lui non voleva essere l'oggettto della discussione, voleva capire oltre che vedere "Sì, è vero e a proposito, io sono Franco, l'umano; voi chi siete? Cosa volete?" La femmina che ancora lo teneva per mano rispose con calma "Noi siamo quello che era, siamo quello che è e che mai più sarà" "Basta parlare per enigmi!" Tuonò Franco "Come vi chiamate? Da dove venite? Perché mi avete portato qui?" Fu nuovamente il maschio a rispondere "Tu ci hai seguito, noi ti abbiamo invitato non ti abbiamo obbligato a venire, inoltre non abbiamo nome, asegnare nomi e numeri è una prerogativa della tua razza, a noi non interessa. Viviamo godendo dei fruttti della natura cercando di mantenere un equilibrio fra le nostre esigenze e quelle del paesaggio che ci circonda" Franco corrucciò la fronte e staccò la sua mano da quella della femmina fermandosi vicino ad un grande albero, era confuso e spaventato, chi erano questi esseri che sembravano saperla tanto lunga? Cercando di mantenere la calma, per non far trasparire la sua ansia, disse deciso "Voi siete alieni, extraterrestri, non fate parte di questo mondo eppure parlate la mia lingua, mi assomigliate fisicamente e anche se mi volete far credere di vivere in armonia con la natura possedete una tecnologia avanzata, tipo quella specie di cabina telefonica gigante che non ho capito cosa fosse" I quattro individui si guardarono compiaciuti, Franco notò chiaramente le loro espressioni soddisfatte qualcosa in lui li aveva colpiti e infatti il maschio confermò:
    "Sei in gamba Franco, avevamo studiato il tuo comportamento e non potevamo aspettarci di meglio" Franco non ebbe il tempo di ribattere perché l'altro proseguì spedito "Tu e Felice siete sotto osservazione da molto tempo e quando lui ti ha detto di essere stato rapito dagli alieni si riferiva ad un'esperienza del genere, ma la sua diffidenza lo porta a distorcere ciò che apprende durante queste visite. Il tuo amico è una persona aperta di mente e di cuore, noi lo definiamo uno dei prescelti e la fiducia che riponiamo in lui è molta. In questo momento, sparse per il mondo, migliaia di persone stanno vivendo esperienze simili, purtroppo solo una piccola parte di loro ha le doti necessarie per comprendere tutto ciò. Tu ci hai definito alieni, extraterrestri; hai ragione. La nostra razza giunse sulla terra migliaia di anni fa, quando alcune razze di ominidi viveva ancora nelle caverne, con l'intento di preservare lo splendido ecosistema esistente. Sappiamo per esperienza diretta che in mondi simili a questo, dopo che alcune razze si sono sviluppate hanno ridotto i propri pianeti a distese brulle e inospitali. Cerchiamo quindi di entrare in contatto con chi è in grado di comprendere il nostro messaggio nella speranza di preservare i pianeti come il vostro dalla distruzione" Franco era confuso, stava sognando o era tutto reale? Decise comunque di stare al gioco.
    "Perciò siete dei benefattori che girano distribuendo consigli gratuiti per il bene degli altri, un po' stiracchiata come storia" La femmina che fino a quel momento non aveva partecipato alla discussione si avvicinò a lui e tolse il velo che la ricopriva, lasciandola completamente nuda. Il suo corpo era perfetto, Franco fu assalito dall'eccitazione e lei guidò le mani dell'uomo sul suo corpo "Cosa provi Franco? Cosa senti in questo momento? Tu mi desideri, vuoi possedermi e questo che vuoi Franco? Sei disposto a condividere il tuo corpo con il mio anche se ci consideri delle fantasie, il desiderio ti acceca a tal punto?" Franco non rispose, adesso un senso di vergogna lo stava stritolando e con un gesto malfermo ritrasse le sue mani dal corpo della donna "Vedi Franco" proseguì lei "Noi non siamo esseri perfetti, anche la nostra razza ha dovuto subire delle fasi di trasformazione, noi siamo il risultato di secoli di evoluzione. Tuttavia una parte di noi non ha seguito questo percorso e tutt'ora vaga per l'universo facendo strage di civiltà evolute. Il nostro compito è quello di evitare che ciò avvenga, ma in alcuni casi sono le stesse razze che noi cerchiamo di proteggere che ci respingono e abbracciano il loro credo causando la propria rovina" La donna si rese conto che Franco faticava a seguire il discorso e cercò di fare chiarezza "Voi umani siete in una fase delicata, state prendendo consapevolezza di alcune realtà, state capendo che siete voi i fautori del vostro destino, ma siete troppo ottusi per far volgere gli avvenimenti a vostro favore e i nostri nemici stanno raccogliendo proseliti a ritmo serrato" Adesso Franco era nella più totale confusione, la testa cominciò a vorticare velocemente e le immagini davanti a lui si trasformarono in un turbine accecante e poi, come colpito alla testa, cadde nell'oblio.
    "Svegliati lazzarone, abbiamo già preparato gli zaini e fatto colazione e se non ti dai una mossa riprenderai la marcia a stomaco vuoto" Felice stava scuotendo energicamente l'amico per le spalle. Franco faticò a riprendersi e dopo aver mangiato qualcosa si caricò lo zaino a spalle e prese a camminare senza proferir parola e nessuno osò chiedergli nulla. Dopo aver marciato per alcune ore le guide trovarono un posto ideale per fermarsi ad accendere un fuoco da bivacco e preparare qualcosa da mettere sotto i denti. Franco si sistemò ai margini del fuoco e cominciò a  preparare il caffè. Felice si avvicinò a lui, ed osservandolo attentamente capì cosa era successo. "Tu li hai visti! Stanotte sono stati da te, vero?" Franco non rispose e Felice lo prese per un braccio "Cosa hai visto? Cosa ti hanno detto?" Franco ritrasse il braccio lentamente e senza guardare l'amico in faccia rispose a bassa voce "Io ho dormito male stanotte e ho fatto dei brutti incubi, non mi va di parlarne" Il tono di Franco non ammetteva repliche, Felice lo sapeva, decise quindi di assecondarlo "Come prefersisci amico, ma sappi che io ti sono vicino"
    Quella sera trovarono rifugio presso un villaggio di indios, gente alla buona abituata ad avere a che fare con gli stranieri, infatti una delle guide li conosceva abbastanza bene da trovare un accordo economico che consentisse loro di usufrutire del villaggio e dei suoi servizi.
    "Ma una volta non bastava offrire loro qualche pietruzza in cambio dl necessario?" Chiese Franco "Bentornato!" Rispose Felice "Credevo avessi perso la lingua" Franco non cascò nel tranello dell'amico e rispose con un sorriso sarcastico "Ho capito" Continuò Felice "Comunque la storia delle pietruzze e degli specchietti è solo una trovata cinematografica. Queste persone sono al pari di noi e sono sicuro che in qualche capanna, ben nascosti, ci sono apparecchi video, collegamenti a internet e via discorrendo. Con i soldi si procurano il necessario da commercianti che riforniscono queste zone. Ripeto, non si fanno mancare nulla ma hanno deciso di vivere lontani da quella che noi definiamo civiltà progredita. Se li osservi bene ti accorgerai che sono tutti sereni, hanno il sorriso stampato sulla faccia e probabilmente vivono meglio di noi" "Hai finito?" Lo riprese Franco "Conosco le tue idee e capisco quanto tu ti senta vicino a questi spiriti liberi, ma noi siamo qui per altro" Felice interpretò quelle parole come un'ammissione e chiese fiducioso "Quindi è vero, li hai visti" "Sì, e ho bisogno del tuo aiuto o rischio di impazzire"
    Quella sera mangiarono in compagnia del capo del villaggio che volle rendere omaggio agli ospiti offrendo un banchetto a base di carni, pesce e verdura. La cena superò le più rosee aspettative, le carni ben cotte, il pesce accompagnato da verdure saporite e frutta a volontà "Che ti dicevo?" Disse Felice rivolto all'amico "Non si fanno mancar nulla e in più vivono lontani dallo stress. Se ti abitui a questo clima e alle punture degli insetti potresti fermarti qui con loro" Felice stava ridendo sapendo come la pensava l'amico, che rispose "Tutto sommato è meno peggio di come pensassi, ma adesso ho bisogno di parlarti, ieri notte è stata dura, veramente" I due amici finirono di mangiare e con garbo si congedarono dal resto del gruppo affermando di essere molto stanchi. Il capo villaggio intuì le loro esigenze e si mostrò comprensivo chiedendo al resto dei presenti di non disturbare ulteriormente i due ospiti. Non conoscendo la zona i due restarono nei pressi del villaggio appartandosi però in modo tale da avere la giusta riservatezza, ciò di cui avrebbero parlato non doveva essere ascoltato da nessun altro.
    "Ho visitato un altro mondo" esordì Franco spiazzando Felice che invece si aspettava dei tentennamenti da parte dell'amico "Ora capisco cosa hai provato e perché sia così difficile condividere una simile esperienza per paura di essere preso per matto, ma io e te non siamo matti, vero?" Aveva bisogno di conferme e l'amico provò a tranquillizzarlo "No, non siamo matti, siamo stati scelti. Io è da molto tempo che vivo queste esperienze, ma ora dimmi, cosa hai visto? Cosa ti hanno detto?" Senza esitare Franco raccontò all'amico tutto ciò che ricordava fin nei minimi dettagli e alla fine Felice sbuffò preoccupato "Merda! Non va bene, ti hanno esposto troppo. Io ancora oggi fatico a capire quando si tratta di incontri reali o di sogni o visioni indotte. Loro pretendono che ci si adoperi per risolvere un sacco di questioni, ma non è così semplice. Spesso mi rifiuto di credere a quello che vedo e sento, ma a volte devo ammettere che seguendo le loro indicazioni mi ritrovo di fronte a situazioni fuori dal comune. Ti hanno detto che se loro sono i buoni, ci sono altrettanti cattivi?" Franco fece cenno con la testa di essersi perso, troppe rivelazioni in quelle ore "Vedi Franco, a oggi anche io fatico a comprendere quello che sta accadendo, ma una cosa mi è chiara: ci sono i buoni, quelli che hai visto tu stanotte, ma ci sono anche tanti cattivi, orribili, tremendi! Li ho incontrati in una sola occasione, di striscio, mentre seguivo un'intuizione: loro sono il male, quello vero e se prenderanno il sopravvento anche il nostro mondo così come lo conosciamo finirà!" Felice, preso dall'enfasi, aveva alzato la voce e un gruppetto di persone si era avvicinato per vedere cosa stesse accadendo. Capendo che l'amico era in difficoltà ci pensò Franco a risolvere la situazione nel migliore dei modi e con ampi gesti fece credere ai curiosi che si trattava di un gioco, una sorta di passatempo. Agli indios poco importava cosa stessero facendo e non capendo una parola di quei due presero a ridacchiare convinti che i due uomini fossero alterati dall'alcol o dalla droga. Quando il gruppetto si fu allontanato Franco si rivolse a Felice "Stai bene?" "Si Franco, ma questa notte dormiremo in gruppo e le nostre guide dovranno vegliare su di noi" Franco non capì il motivo di quelle precauzioni, ma era stanco e non obiettò, andava bene così.
    Si addormentarono alla svelta, travolti dalla stanchezza e Franco iniziò subito a sognare. Una ragazza del villaggio, che quella sera aveva cenato con loro, si stava avvicinando a lui senza che la guida posta di guardia se ne accorgesse. Felice dormiva alla grande e Franco si alzò ad accogliere la giovane mentre lei, con un gesto inequivocabile, lo invitò a seguirla nel bosco. Senza essere notati da nessuno si ritrovarono in una radura e lei si denudò davanti all'eccitatissimo Franco, stava prendendo una bella piega quel sogno. Lui si avvicinò con cautela alla giovane donna e con precisi movimenti fece in modo da ritrovarsi disteso sopra di lei che lo stava assecondando in tutto e per tutto. Franco sentiva il calore della donna e l'eccitazione salire, sempre più forte, in un turbine di sensazioni meravigliose, ma in fondo al suo cervello una vocina stava disperatamente cercando di metterlo in allarme. Lui era però deciso a godersi quel sogno fino in fondo e quando sentì arrivare il momento di massima eccitazione fu completamente colto di sorpresa da un forte dolore alla nuca e poi il buio. Si risvegliò con un fortissimo mal di testa e capì immediatamente di essere sveglio e cosciente. Adesso si trattava di capire, fino a che punto aveva sognato? Gli vennero in mente le parole della donna che lo aveva accompagnato la sera prima in giro per quei boschi da favola. Il bene e il male, gli alieni buoni e quelli cattivi, la storia si ripeteva e lui ora temeva di essere capitato nel girone infernale. La porta della stanzetta in cui si trovava si aprì e una debole luce filtrò all'interno, Franco si stropicciò gli occhi infastidito. Quando la sua vista si adattò alla luce riconobbe immediatamente le donna del suo sogno affiancata da un grande e robusto essere di forma umanoide e dall'aspetto mascolino, chiaramente non aveva sognato ed era caduto in una trappola. Lei lo fissò, il suo sguardo trasmetteva compassione, sembrava voler comunicare all'uomo il suo dispiacere, forse aveva accettato volentieri il ruolo di esca, ma adesso doveva rientrare nei ranghi e dopo un ultimo sguardo si girò ed uscì dalla stanzetta lascindo Franco solo con il gigante. L'essere non aspettò oltre e chiese con autorità: "Tu hai visto i boschi del benessere, ti hanno portato con loro. Dimmi dov'è il portale d'accesso! Dimmi dove si trova ed avrai salva la vita" Franco non amava quel tipo di atteggiamneto e rispose sorridendo "cercatelo da solo il tuo cazzo di portale!" Un colpo violento lo investì in pieno volto e lo fece cadere nuovamente in stato di incoscienza.
    Felice si era svegliato in preda agli incubi e quando si rese conto dell'assenza dell'amico andò nel panico. Chiese immediatamente alla guida di guardia se avesse visto Franco allontanarsi dal campo, ma l'uomo non aveva visto nulla. Sempre più agitato prese ad aggirarsi e a correre per il villaggio immerso nel silenzio della notte, dormivano tutti o perlomeno erano tutti rintanati nei propri alloggi. Stava per urlare dalla disperazione quando urtò contro una ragazza che aveva incrociato la sua strada. L'impatto fu violento e la donna cadde a terra, Felice si avvicinò subito a lei per prestarle soccorso quando vide che lei stava piangendo "Scusa" disse lui "Non ti ho vista, ti ho fatto male? Vediamo se riesci ad alzarti" La giovane si alzò da sola e Felice capì che non era stato lui a causare quel pianto, la giovane stava già piangendo e un'ipotesi si fece largo nella sua mente "Cosa c'è ragazza, cosa è successo? Dov'è Franco?" Lei capiva solo qualche parola dell'uomo, ma quelle, assieme al tono di voce le fecero prendere una decisione immediata. Prese Felice per una mano e veloce come il vento si diresse verso la foresta giungendo in breve in un punto dove la vegetazione era meno fitta. I due si fermarono e dopo aver ripreso fiato Felice chiese "E' qui che l'hai portato? E qui che hanno preso Franco? Parla ragazza, fatti capire, è importante, il mio amico è in grave pericolo" La donna stava cercando di riorganizzare le idee, sapeva che quel tradimento l'avrebbe messa in grave pericolo, ma gli occhi di Franco le avevano rapito il cuore e decise che era giusto cercare di aiutarlo. Stava per indicare qualcosa a Felice quando in mezzo alla piccola radura si materializzò una sorta di grande cabina telefonica nera e fumante, un portale del male. La grande porta si aprì e davanti ai loro occhi si materializzò la scena che lo avrebbe perseguitato per il resto della sua vita; Franco cercava di divincolarsi dai due giganti che lo trattenevano ma era impossibile liberarsi dalla loro presa. Uno dei due con uno scatto fulmineo prese la ragazza e la trascinò dentro il portale, Felice era come paralizzato e l'ultima cosa che sentì furono le urla di Franco che chiedeva disperatamente aiuto e poi tutto si fece scuro.
    Felice aprì gli occhi, risvegliato da un leggero suono che conosceva bene "Bentornato Felice" Disse sorridente la dottoressa "Come è andata questa volta, stai meglio?" Lui andava pazzo per quel sorriso. "L'ho visto ancora là, nella foresta e adesso sono convinto che lui sia ancora vivo. Devo andare in Sud America e vedere di riportarlo a casa" La donna attese un attimo prima di controbattere, sapeva che dopo simili esperienze i pazienti erano convinti di ciò che avevano visto e una parola detta nel modo sbagliato poteva spezzare il legame di fiducia che lei creava con loro. Servì del tè in due tazze e mentre l'uomo sorseggiava la bevanda calda provò a dire "Vedi Felice, sei ancora molto coinvolto da questa tragedia, la perdita di un amico in simili circostanze può provocare in chi sopravvive una sorta di senso di colpa che trasfigura la realtà, non sarebbe una buona idea tornare in quei posti adesso. Prima devi rielaborare tutti gli avvenimenti in maniera tale che tu sia pronto a gestire le tue emozioni. Allora, forse, potrai tornare in quei luoghi e ritrovare la serenità" Lui ammirava quella donna e decise di assecondarla "Hai ragione, è inutile tormentarmi il cervello. Grazie per il tè, ma adesso è ora che vada. Ci sentiamo per la prossima seduta, ok?" "Va bene Felice, cerca di stare tranquillo"
    Il suono del telefono non la sorprese, se l'aspettava "Come è andata?" Chiese la voce all'apparecchio "Partirà, ne sono sicura" "E tu lo seguirai" "Ma? Non è meglio trattenerlo?" No, i tempi sono maturi. Preparati, incontrerete un sacco di insidie"

  • 10 luglio alle ore 10:45
    Drago di Fuoco

    Come comincia: Così il Drago s'assise sulla grande roccia
    al centro dell'Antico Lago di Fuoco
    e si rimise a guardare.
    Osservava il lupo ferito
    leccarsi nuove cicatrici
    e lottare per non lasciarsi avvelenare,
    vegliato dalla grande Aquila
    che si librava nel cielo sopra di lui
    senza mai abbandonarlo.
    "Non è il Tempo" gli disse
    e la sua voce risalì la Terra
    facendola tremare.
    La Donna l'udì
    e la brocca cadde sui ciottoli
    dove riversò la sua Acqua.
    Tremò fin nell'Anima.
    Si chinò a raccogliere i cocci
    che ne feriron la candida pelle,
    riversando quel Sangue Rosso
    nell'arido terreno che avido lo fece suo.
    La Terra fiorì d'incanto,
    partorì succosi frutti:
    di nuovo avrebbe sfamato gli Uomini.
    Il Drago parlò ancora
    "Verrà il Tempo"
    e la sua Saggezza scosse appena il suolo:
    un Sussurro che la Donna fece proprio.
    Comprese allora.
    Si alzò,
    lasciando quei pezzi d'una brocca ormai in frantumi;
    la Terra stessa li avrebbe coperti e resi parte di sé:
    un ricordo
    che un giorno altri Uomini avrebbero trovato
    riscoprendo la loro storia.
    Nuovi Uomini e Nuovi Tempi
    attendeva il Drago nelle sue Forme.
    Nuovi Uomini e Nuovi Tempi
    attende
    in quell'Antico Lago di Fuoco,
    mentre quegli occhi d'oro e di stelle
    tornano ad osservar silenti.

  • 09 luglio alle ore 12:07
    Prima classe, polvere, fango

    Come comincia: Aveva le mani così curate che mi vergognai subito delle mie ma poco importava perchè lui era uno di quelli che se ti degnano di uno sguardo nemmeno te ne accorgi. Ripresi a leggere:

    ''i muratori cantano,
    cantando sembra più facile.
    Ma tirar su un edificio
    non è cantare una canzone,
    è una faccenda molto più seria.''

    Non fa certo il muratore con quelle mani da signore mentre legge il suo libro e prende a sorsi eleganti il suo caffè corto. Ha scelto di sedersi al mio tavolo:  una ragazza non abbastanza carina da attirare troppe attenzioni, che legge con tono anonimo, il classico tipo silenzioso che non disturba e non fa domande.

    ''il cuore dei muratori
    è come una piazza in festa;
    c'è un vocio,
    canzoni e risa.
    Ma un cantiere non è una piazza in festa
    c'è polvere e terra,
    fango e neve.''

    Avranno mai visto il fango i suoi figli? I figli di un uomo che al bar della stazione poggia sul tavolo un biglietto di prima classe. Freccia bianca a Milano, a Milano non c'è fango. C'è tanta polvere, di quelle che non si vede, di quelle che si insinuano nei corpi delle persone, di quelle che si trasformano in tumori.

    ''Spesso le mani sanguinano,
    il pane non è sempre fresco,
    al posto del tè c'è acqua,
    qualche volta manca lo zucchero''

    Glielo vorrei chiedere, gli vorrei chiedere se ha mai fatto assaggiare il pane secco ai suoi figli, bisognerebbe intingerlo nell'acqua finché non diventa morbido e poi bisognerebbe cospargerlo di zucchero. ''Délicatesse'' lo  chiamavamo noi, con i piedi sporchi di fango, le mani lavate e con il nostro pane tra le mani mentre ci ricorrevamo a cercare le lucertole nascoste dietro ai muri e dietro a noi ci rincorrevano le voci urlanti delle nonne. ''Sedetevi a mangiare!'' gridavano e noi ci sedevamo dove capitava, tanto non c'erano macchine che potevano calpestarci, soltanto cavalli che se passavano, mangiavano il nostro pezzo di pane così che gli altri potessero burlarsi di noi. A qualche vecchietta faceva pena chi rimaneva senza merenda e allora tornava a casa e copriva una fetta di pane fresco con del burro sopra il quale ci metteva del miele e così, lo sfortunato, diventava il Re della merenda.

    ''Posso sedermi?'' chiese un barbone, puzzava ma non troppo e aveva un vassoio di resti con se. ''Certo'' risposi, guardai il signore dalle unghie pulite che mi ricambiò con sguardo critico, si alzò dalla sedia ma lasciò il libro sul tavolo, leggeva Hikmet, leggeva Hikmet anche lui. Tornò al tavolo qualche minuto dopo con una bottiglietta d'acqua e una focaccia calda tra le mani che appoggiò in fronte al barbone ''oggi offro io'' disse e l'altro, con le unghie sporche e lunghe e con un sorriso gentile, disse ''grazie'' e prese a mangiare

  • 08 luglio alle ore 13:47
    Lucrezia Borgia

    Come comincia: (Subiaco, 18 aprile 1480 - Ferrara, 24 giugno 1519) 
     
    Mi aggiro in silenzio nelle stanze dei Musei Vaticani, mirando incantata le opere d'arte in esse contenute. Mi scopro instancabile e insaziabile dinanzi ai dipinti di Raffaello, insignificante sotto la volta della Sistina, stupefatta nel fissare le mummie egizie, fin quando entro nella Torre Borgia, fatta costruire da papa Alessandro VI e mi addentro nelle sale affrescate da Bernardino Betti, il Pinturicchio. Qui mi soffermo sui volti dove il pittore ha ritratto i componenti della famiglia Borgia. I dipinti sono così belli che rapiscono lo sguardo e quasi mi pare impossibile che quelle figure così candidamente ritratte possano essere i crudeli personaggi che la Storia ci ha tramandato. O, almeno, una parte della Storia. Chiudo gli occhi e un attimo dopo vedo la santa Caterina che, quasi per magia, si stacca dall'affresco e rimane sospesa a mezz'aria, fluttuando lieve, simile a un sogno. Ci risiamo, penso sgranando gli occhi e fissando la figura davanti a me che, sorridendo affabile, esordisce:
    «Lo vuoi proprio sapere?»
    Rimango mio malgrado incantata e mi accorgo che la gente che affolla la sala non si rende conto di noi, non ci guarda neppure, come se fossimo due creature invisibili. Lei, Lucrezia adolescente, presa a modello dal Pinturicchio per interpretare la santa, mi sorride e alza il braccio per mostrarmi i suoi familiari.
    «Mio padre, Rodrigo Borgia, eletto papa con il nome di Alessandro VI, era un uomo buono, parco, gaudente, sostenuto dalla ferrea Fede che aveva nel Cristo, a dispetto di tutti coloro che lo hanno soprannominato l'Anticristo.»
    «In effetti, si concedeva talmente tanta licenza che quando era ancora un giovane vescovo si è beccato un rimprovero dall'allora papa Pio II Piccolomini.»
    Lei annuisce e ribatte:
    «Era moralità del tempo. Non esisteva uomo di Fede che non fornicasse.»
    «Alla stregua di tuo fratello?» domando insinuante.
    La vedo scurirsi in volto per una frazione di secondo, quindi recuperare la regalità conseguita per ricoprire il ruolo primario di principessa del Vaticano.
    «Mio fratello Cesare era un cardinale allegro, modesto, pieno di vita e i contemporanei possono sottoscrivere.»
    «Era il fratello maggiore, vero?»
    «Maggiore se parli dei figli che mio padre ha avuto da Vannozza Cattanei: ne ha avuti altri in precedenza da altre donne. Ma sì, Cesare era il maggiore, poi venivamo Juan, io e infine Jofre. Quattro, e mio padre ci ha amato tutti, in particolare Juan, destinato alla carriera militare.»
    Vedo i suoi occhi brillare mentre parla della sua famiglia e comprendo che il loro sangue valenzano li ha legati indissolubilmente.
    «So che ti sei sposata a tredici anni.» rammento, provando a toccare un visitatore per assicurarmi di essere vista, ma costui non mi sente neppure.
    «Sì, con Giovanni Sforza, conte di Pesaro e nipote del Moro. Purtroppo era un matrimonio destinato a naufragare per correre dietro ai venti politici.» commenta scuotendo la bellissima testa dai lunghi capelli biondi. «Puoi immaginare cosa significa essere costretta a sciogliere un matrimonio in quell'epoca? Mio padre e mio fratello erano così sicuri del fatto loro che non si sono mai curati dell'infamia che mi gettavano addosso.»
    «Come un marchio a fuoco.»
    «Proprio così. Quando Giovanni non è stato più utile, mio padre e Cesare si sono guardati intorno per cercarmi un altro degno marito che a loro potesse aprire le porte di altre proficue alleanze. A me non era concesso ribellarmi. Come non mi è stato concesso piangere la morte di mio fratello Juan.»
    Sento la sua voce incrinarsi al penoso ricordo e posso solo immaginare il dolore da lei provato.
    «Se non rammento male,» mormoro facendo un gesto con la mano, «fu ritrovato accoltellato nel Tevere, nello stesso periodo in cui eri costretta a divorziare.»
    Lei china appena la bionda testa e sospira mestamente.
    «Fu un momento terribile per me e per tutto il mondo cristiano. Il fatto poi di non aver mai saputo chi avesse osato uccidere il figlio prediletto del papa, lasciò tutti con l'amaro in bocca.»
    «Si sussurrò che fosse stato Jofre, tuo fratello più piccolo, perché Juan era l'amante di sua moglie.»
    «Sciocchezze.» taglia corto con decisione, alzando il mento come una regina. «Noi Borgia siamo stati a lungo infamati da parole che hanno scavalcato i secoli, proferite da persone che ci hanno sempre odiato. Era vero che Juan fosse l'amante di sua moglie, ma Jofre non ha mai ucciso nessuno. Si disse pure che fosse stato Cesare, ma neppure lui avrebbe mai alzato la mano su un congiunto.»
    «E chi fu a ucciderlo?» domando incuriosita. «La Storia non ha mai svelato l'arcano.»
    «Fai la domanda alla persona sbagliata: io ero chiusa in convento in quel periodo, in attesa del divorzio e pronta a impalmare il secondo marito, il duca di Bisceglie.»
    «Indubbio, qualcuno che conosceva bene le sue abitudini lo ha colpito e poi si è ritirato nel buio.» indago pensierosa.
    «Sì, e quello che so per certo è che mio padre incolpò gli Orsini, senza, per altro, averne mai le prove.»
    «La scomparsa di tuo fratello fu la causa dello spogliamento di Cesare.»
    «Ovvio. La nostra famiglia aveva bisogno di un uomo d'arme più che di un uomo di Chiesa e Cesare scese in campo.»
    «Una morte quanto mai provvidenziale per l'ambizione del Valentino.» faccio notare.
    Lei mi fissa dall'alto in basso, con il distacco dell'essere superiore e ribatte:
    «Cosa ne sai tu? La gente dice che uccise il fratello per diventare condottiero; io sostengo che fu costretto a divenire condottiero perché gli avevano ucciso il fratello.»
    Con un cenno della testa le concedo il beneficio del dubbio e insinuo:
    «Si dice pure che tu abbia avvelenato i tuoi mariti.»
    Si mette a ridere di cuore, portando una mano alla bocca ed io rimango incantata dinanzi alla sua bellezza e ai suoi modi gentili, da sempre decantati dai poeti e dalle persone a lei vicine.
    «Io non ho mai avvelenato nessuno. Amavo talmente tanto il mio secondo marito che quando Cesare me lo ha ucciso per potermi rendere vedova e donarmi agli Este, sono quasi impazzita dal dolore.»
    «Vuoi dire che, nonostante il matrimonio politico, eri innamorata di Alfonso d'Aragona?»
    Lei socchiude i magnetici occhi a mandorla e sospira.
    «Chi non l'avrebbe amato? Era giovane, bello e gentile e ho pregato per avere una lunga vita insieme a lui. A quanto pare,» aggiunge con tono struggente, «ho pregato la persona sbagliata.»
    Vedo una piccola goccia di rugiada bagnare le sue ciglia e commento:
    «Allora ricusi l'accusa di avvelenatrice.»
    «Così come ricuso tante altre calunnie gettate sul nostro nome.»
    «Eppure la gente ci crede.» faccio notare inarcando le sopracciglia.
    Lei abbozza un sorriso e volge il chiaro sguardo oltre la finestra, perdendosi in ricordi lontani. Io ne approfitto per provare a toccarla, per vedere se è reale o se è il frutto della mia fantasia e lei mi lascia fare, condiscendente e intimamente divertita. Con timidezza le sfioro la manica a sbuffo e sento sotto i polpastrelli la vellutata morbidezza del broccato e le coste in rilievo ricamate con fili d'oro. L'emozione quasi mi stronca e alzo lo sguardo per guardarla, bellissima e delicata, eterea ed evanescente.
    «Mio padre fu troppo buono nel concedere che il popolo, e chi lo sobillava, sparlasse di lui e lo rendesse ridicolo; Cesare, al contrario, puniva persino i pensieri.» mormora.
    Esito dinanzi alla sua espressione assorta, come rapita da un vago senso di voluttà e solo dopo un po' le rammento:
    «Si dice che tuo fratello fosse un mostro.»
    Lei mi fissa e un attimo dopo allunga la mano per scansare una ciocca di capelli che mi era caduta sugli occhi ed io arrossisco come una scolaretta.
    «No, non lo era. Era determinato e ispirato da un alto ideale: quello di unire un'Italia lacerata da guerre intestine; e per portare a termine i suoi progetti non si è fermato dinanzi a nulla. Basti dire che mi ha fatto sposare Alfonso d'Este, recalcitrante e inviperito contro la mia persona perché credeva a tutte le malelingue che correvano sulla mia famiglia.»
    «Ma poi ha finito con l'amarti.»
    China appena la testa e annuisce.
    «Sì, si è ricreduto, come tutti, del resto. Ha pianto moltissimo la mia dipartita.»
    Colgo quel commento per mormorare insinuante:
    «Si dice che alla morte del Valentino, il tuo pianto straziante somigliasse a quello di una donna innamorata.»
    Lei si gira a guardarmi, raddrizza le spalle e i suoi occhi grigi brillano come diamanti.
    «Cesare era l'uomo più seducente e bello del suo tempo. Nessuno poteva avvicinarlo senza cadere nel magnetismo del suo fascino. Persino i suoi condottieri, quando hanno provato a ribellarsi al suo straripante potere, gli sono caduti tra le mani appena li ha richiamati. Era impossibile resistergli. Tutti, prima o poi, si scornavano contro i suoi modi affabili, il suo timbro di voce dolce e sommesso, la sua forza fisica che amava mettere in mostra; prova a chiedere al suo fido Michelotto: si è lasciato torturare pur di non rivelare i suoi segreti. Cesare era una forza della natura e nessuno poteva o riusciva a resistergli.»
    «Eppure ti ha ammazzato il marito.» le ricordo.
    Lei esita, si tocca la fronte con la mano e sospira, come riportata indietro di secoli, a un periodo buio della sua vita, il periodo indimenticabile di Roma.
    «Per un po' l'ho odiato, è vero.» ammette riluttante. «Ma era impossibile odiare a lungo il Valentino: era il mio fratello preferito.» aggiunge con insinuante dolcezza e con sguardo che non ha bisogno di altre parole.
    Questa volta chino io la testa, accettando la sua mezza risposta e m'informo:
    «Come sei stata lontana da Roma?»
    Sospira malinconica e chiude un attimo gli occhi, quindi risponde:
    «Roma era tutto per me: era il bene e il male, era la felicità e il dolore, era la gioventù e l'irresponsabilità. Io ho amato oltremodo Roma e quando l'ho lasciata, costretta a trasferirmi a Ferrara, ho pianto a lungo. Tu hai mai lasciato l'Urbe?» indaga fissandomi dritto negli occhi.
    «Solo il tempo strettamente necessario per andare in vacanza.» ammetto sorridendo.
    «Io l'ho lasciata per sempre e quel vuoto non si è mai colmato.»
    «Eppure a Ferrara,» ribatto, «alla fine ti sei trovata bene; tuo marito, da prima riluttante, alla fine ti ha amato e ha pianto la tua morte, così come i ferraresi. Sei rimasta nei loro cuori.»
    «Sì, è vero, nondimeno ho dovuto faticare non poco per sopire i malanimi. Ero vista come una strega, come una donna dissoluta e dai facili costumi. Nulla di tutto ciò, anche se a tutt’oggi lo si crede. Pensa un po',» aggiunge con aria birichina, «quando sono morta, di parto, hanno finalmente scoperto che portavo il cilicio. No,» conclude con un sorriso dolce, «non sono mai stata il mostro che mi si dipinge, tanto meno lo è stato Cesare. La nostra unica colpa, semmai, è stata quella di essere una famiglia di umili origini che vantava due papi e che ha travolto nomi altisonanti come gli Orsini, i Colonna, i Savelli, gli Aragona, gli Sforza, i Malatesta, i Baglioni e tanti altri. Di nemici ne abbiamo avuti molti, a partire dal re di Francia ai reali Cattolici di Spagna, ma abbiamo avuto anche tanti ammiratori, quali il Machiavelli, Leonardo da Vinci, il Bramante, il Bembo, il Sangallo, i Medici e, soprattutto, il popolo.»
    «Non è poco.»
    «No, non è poco.»
    Ci guardiamo per un lungo attimo, con la connivenza di due donne che si conoscono da una intera esistenza e la vedo sorridere un attimo prima di sfiorarmi la fronte con un bacio materno. Rimango esterrefatta, rapita dal suo fascino malinconico e un nodo mi chiude la gola quando riprende il suo posto nel dipinto, immobile dinanzi alla figura di suo fratello Cesare.

  • 08 luglio alle ore 11:32
    Xelenia

    Come comincia: Xelenia attendi, sempre.
    La luna, entrata dalla finestra, riscalda la sua pelle fredda sul tuo cuore che brucia.
    Xelenia duole la cicatrice del giorno vuoto che con la sua luce di solitudine segue le orme dei tuoi baci. Baci rimasti muti sulle labbra di quel rosso giacinto che mani di pietra ti portarono al calare della sera.
    E venne così la notte cieca simile ad un deserto gemente dove la tua tristezza, ancora oggi, vaga alla ricerca dell'acqua - gioia dell'arsura e specchio dell'amore -.
    La notte, quella notte, aveva un nome sulle labbra: Aifam. - un grido soffocato dietro muraglie di debolezze e di paure -. Aifam. Tu lo gridasti quel nome ma lo gridasti al contrario e come interrogativo alla terra sordomuta.
    E' la terra, la terra stessa che definisce il rapporto tra uomo e cultura. E' terra dura quella che tu hai scelto d'amare per amore. Terra dura che lacrime silenziose hanno reso fango nel quale la vita affonda i piedi e non riesce più ad alzarli. E tu, Xelenia vieni da oltre il mare e non hai capito che qui l'amore è silenzio.
    E non puoi volare con le penne di metallo per cercare la verità che si legge nei libri.
    Non t'interessa! Vuoi scagliare la tua lingua come pietre contro palazzi di cemento armato. “Avranno almeno un fragile vetro che si frantumerà”. Dici.
    Vuoi sapere e far sapere, conoscere e far conoscere.
    “Amicizia non è stringere la mano”. Dici.
    Ormai sei arido ulivo, pietra bruciata.
    “Uccidermi non possono perché sono già morta”. Dici. Sei morta con il tuo Xavier (Saverio).
    I tuoi sospiri d'amore sono brividi di vento freddo che spirano nell'inverno del tuo cuore. La tua primavera è finita, per sempre. Eppure sei ancora giovane e bella.
    “E' relativo”. Dici.
    E attendi. Attendi di veder cadere chi scala il pizzo dell'ambizione al denaro facile, della violenza e del crimine.
    La violenza è violenza, il crimine è crimine e non possono trovare giustificazioni sociologiche e psicologiche quali: diversità di cultura, diversità di valori, disagi, emarginazioni, fragilità, sradicamento, povertà … ecc. !
    Arrogarsi il diritto della vita altrui è follia e crudeltà all'infinito.
    “La ferita che lascia tale morte è palese e inguaribile”. Dici.
    Dici bene, Xelenia.

     

  • 06 luglio alle ore 18:41
    La sostanza della forma

    Come comincia: "Bisogna dare forma alla sostanza" è un'affermazione, quasi un sermone parenetico, assai ricorrente nelle "impegnate" conversazioni medio borghesi. 
    Ma c'è da chiedersi: qual è la sostanza della mera forma? Esiste e qualcuno la conosce? Voglio dire, piuttosto che presupporre l'esistenza di forme preconfezionate alla sostanza, non sarebbe forse meglio preoccuparsi - all'inverso - di ricercare il modo di dare volta a volta alla sostanza una forma utile, concreta e facilmente riconoscibile?

  • 06 luglio alle ore 14:15
    Soli prescelti tra mille che non sanno

    Come comincia: Dividevano un sogno, ma parlavano d'altro, sperando in segreto che un giorno accadesse un evento, un prodigio, un nonnulla capace di farli trovare. E accadde un mattino che i loro sentieri si unissero, come d'incanto in un unico fiume, trascinandoli insieme per ampie vallate, tra prati e foreste creati soltanto per loro. - È uno spreco - diceva - non dirsi l'amore. È come ammirare una stella lontana, che non ci appartiene. Se tu prenderai la mia mano, potremo toccarla. - E lui l'ascoltava, rapito da ignoto sgomento. - Nel cuore si libera immensa la gioia – le disse e ridevano gli occhi di mare, scacciata in un angolo buio l'antica tristezza, cancellati da un bacio i rimpianti, gli amari ricordi, l'inquietudine greve, che solo l'assenza d'amore e null'altro produce.

    Si aprirono limpidi i cieli e senza stagioni, il tempo, ormai fermo al presente, senza prima né poi, docilmente seguiva gli amanti.

    ...E ancora li segue, benché molti inverni si siano ormai succeduti dal giorno in cui lui, con voce angosciata, ma ferma, le disse che un bivio richiede una scelta.

    Nessuno sa dire se scelse o se fu la corrente del fiume a portarli lontano. Nessuno può dire che cosa gridassero i cuori, serrate all'esterno le porte.

    Non fu un tradimento, non fu una rinuncia, fu solo paura di vivere soli che spinse alla scelta, ma niente in futuro poté compensare quell’ unico amore, perfetto e mai più ripetibile.

    - Tu sola sapevi vedermi com'ero-

    - Come sei - gli risponde.

    - Tu sola hai saputo ascoltare la musica dolce e i versi mai scritti che io componevo per te. Tu sola sapevi capire i silenzi -

    - Ascoltavo il tuo amore. Il miracolo atteso da sempre che si era compiuto quel coraggioso mattino e ancora si compie -