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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 15:35
    GERARDO E IL DON

    Come comincia: Gerardo sonnecchiava. Aveva sistemato un divano accanto alla scrivania nel suo ufficio per potersi riposare nei rari momenti in cui il telefono non suonava. Lui viveva in un paese come ce ne sono tanti, nè grande nè piccolo, nè bello nè brutto. Ci sono paesi arroccati in cima alle colline, in montagna, al mare; quello in cui abitava lui faceva parte della categoria di quelli in pianura, ma proprio pianura che di più non ce n'è. C'era il centro con i portici, la chiesa con l'oratorio annesso, la scuola elementare, la fontana con le panchine, e poi c'era lo stabilimento, l'enorme stabilimento siderurgico in cui lavoravano quasi tutti i paesani. Dico "quasi" tutti perchè chi non era gradito al parroco, a lavorare lì proprio non c'entrava. Lo so che è un'ingiustizia, ma in quel periodo le cose andavano così e bisognava adeguarsi. Di conseguenza quando venivano celebrate le messe, la chiesa era affollatissima, e tutti i fedeli, più o meno credenti, cercavano di sedersi nei primi banchi di fronte all'altare in modo che il prete "da lassù" potesse vederli molto bene. Ma c'erano anche gli irriducibili, cioè quelle persone che non avevano voglia di andare a confidare i propri problemi e le proprie debolezze al don, e sopportavano anche di non avere un posto sicuro dentro lo stabilimento, se in ballo c'era la loro libertà. Erano soprattutto uomini e trascorrevano i loro pomeriggi fra una osteria e l'altra bevendo vino e gassosa e mangiando pane e salame. Fra una partita a scopa e una a briscola, si scambiavano opinioni e lamentele, e poi ognuno tornava a casa sua. Le famiglie allora erano numerose, non solo perchè nascevano tanti bambini, ma anche perchè spesso il nucleo familiare comprendeva oltre a genitori e figli anche nonni, zii, cugini ecc. Nessuno era lasciato solo; salvo che l'aiuto venisse rifiutato con decisione, tutti erano aiutati e dove non arrivavano i parenti perchè magari non esistevano, arrivavano i compaesani, i vicini di casa, e il piatto di minestra era sempre assicurato.
    Ma dicevo di Gerardo che sonnecchiava sul divano.
    Lui era un brav'uomo, una persona sensibile e generosa che aveva capito la solitudine di quanti non facevano parte della "corte" del parroco. Così aveva ideato una specie di rudimentale "telefono amico" a cui tutti potevano rivolgersi, anche in completo anonimato, per sfogarsi, piangere, protestare, raccontare la propria esperienza, o anche per condividere momenti di gioia. Sì perchè può capitare anche di non sapere con chi condividere un momento di gioia. Per la sua attività aveva adibito una stanzetta di casa  a ufficio. Gerardo non era certamente uno psicologo. Aveva frequentato la scuola media inferiore, ed era già molto, vista la poca importanza che i genitori  avevano dato alla sua istruzione. Tutto quello che sapeva "in più" l'aveva imparato leggendo ogni libro che gli capitava fra le mani, e interessandosi con curiosità a qualunque argomento potesse arricchire il suo bagaglio di informazioni. "In più" aveva anche il dono di infondere fiducia nelle persone, e di prendere a cuore i problemi di tutti, cercando di risolverli, a volte, in modi anche piuttosto sanguigni Tutti i pomeriggi passava a trovarlo Rita, più che a trovarlo, passava a portargli il caffè, nel bicchiere come piaceva a lui. Lei in passato aveva anche provato a fargli la corte, ma a lui non interessava. Rita era sciatta, sempre con le ciabatte ai piedi, i capelli raccolti alla benemeglio e fermati in testa con due pinzoni colorati. Aveva un gran bel sorriso però, di quei sorrisi aperti, senza riserve, che hanno sovente le persone un po' ottuse che sono sempre contente, anche solo per il  fatto di essersi svegliate al mattino. E poi era grassa. Non che fosse un problema il fatto che fosse grassa, se però lo fosse stato anche lui, ma Gerardo era secco come una stecca da biliardo. Non avrebbe funzionato.
    Si sentì scuotere con forza.
    "Svegliati che c'è il caffè."
    "Sempre delicata eh, Rita?"
    "Devi berlo subito, se no si fredda."
    "Se si fredda lo berrò freddo. Non muore nessuno."
    "Ma cos'hai oggi! Ti ha morso la tarantola?"
    Rita si sedette in un angolo mortificata, e Gerardo capiì che aveva esagerato.
    "Ma dai, scusami. E' che dormivo e mi sono spaventato."
    Lei sembrò rasserenata.
    "Come va oggi col telefono? Tante chiamate?"
    "Stamattina sì, nel pomeriggio mica tanto. Ma Natale è vicino e la gente non è in casa."
    "Cosa fai a Natale, mica starai qui al telefono."
    "Certo che starò qui. A Natale la gente sente ancora di più la solitudine."
    "Ti sei messo in testa di salvare il mondo? Non sarà mica tanto facile con un telefono solo!"
    E Rita si lasciò andare ad una sonora risata. Ecco un altro motivo per cui non avrebbe funzionato, pensò Gerardo.
    "Beh, se non ti serve niente vado a casa."
    "Non mi serve niente. Grazie. Ciao"
    "Comunque sappi che se vuoi, a Natale puoi venire a casa mia."
    "Grazie, grazie."
    Pensò con terrore a come sarebbe stato il Natale a casa di Rita. Immaginò se stesso, secco come una stecca da biliardo, compresso fra i nerboruti fratelli e cugini di lei, e rabbrividì. Una volta era andato a pranzo da loro ed era rimasto colpito dalla voracità di tutte quelle persone che usavano molto le mani e poco le posate, in un silenzio innaturale in cui si sentivano solo i rumori prodotti dal mangiare e dal bere. Ovunque, pensò, ma mai più a casa di Rita. Oh, ecco il telefono.
    "Pronto"
    Dall'altra parte del filo la voce contraffatta di un uomo che cercava di parlare come un bambino.
    "Non muove foglia che il don non voglia. Non muove foglia che il don non voglia. Non muove foglia......"
    "Ma che ca....ma chi parla!"
    Ma la comunicazione era stata già interrotta.
    Non gli piaceva, non gli piaceva affatto. Ci dovevano essere di mezzo gli irriducibili. Il Natale era vicino e non si sapeva cosa aspettarsi da gente senza lavoro e senza soldi. Lui era dalla loro parte, ma non voleva che si mettessero nei pasticci. Se qualche testa calda avesse fatto una stupidaggine, tanti figli piccoli sarebbero rimasti anche senza quel poco che i genitori riuscivano a procurare con lavori saltuari. Decise di fare un giro di ricognizione in paese. Si mise le scarpe, si pettinò passandosi le mani fra i capelli, e uscì. Prima tappa l'osteria dello Sport. Appena entrato lì, fu investito dal frastuono; chissà perchè la gente deve gridare così tanto. Il fumo lo fece tossire, maledette sigarette. Come aveva immaginato lì trovò i quattro più irriducibili fra gli irriducibili: Mario, Antonio, Enrico e Sandro.
    "Ehi Gerardo, ciao. Dove hai mollato il telefono? Guarda che qualcuno magari si ammazza se non ti trova."
    "Piantala Enrico. Almeno io mi do da fare, non sto tutto il giorno qui a giocare a carte."
    "Ma dai, non prendertela. Siediti a bere un bicchiere con noi."
    Mario si alzò e andò a prendere un'altra sedia e la portò al tavolo.
    "Hai sentito Gerardo? In parrocchia stanno preparando pacchi natalizi per le famiglie bisognose. Pasta, scatolame, caffè, zucchero e altro. Un bell'aiuto."
    "Mi sembra una iniziativa generosa."
    "Sì certo, ma mica per tutti. Solo per quelli che vanno in chiesa. Ma scusa, Natale non è Natale per tutti? E i poveri non sono tutti uguali? Non mi ricordo granchè di catechismo, ma mi pare che Cristo non facesse preferenze e aiutasse tutti. Pensa alla Maddalena. Più di così, non so."
    Sandro aveva sintetizzato il vangelo un po' a modo suo, però aveva ragione.
    "Non crederete mica a tutti i pettegolezzi che sentite."
    "Tanto noi abbiamo già un'idea."
    "Antonio, stai zitto."
    Perciò qualcosa bolliva in pentola. Gerardo pensò che non si era sbagliato.
    "Non fate stupidaggini. Vi prometto che mi informo. Se è vero si vedrà."
    Lasciata l'osteria pensò a chi poteva rivolgersi per avere informazioni. L'unica persona era Rita. Lei non frequentava la parrocchia, ma certamente le sue cugine sì, anzi, conoscendole, probabilmente facevano parte del gruppo che preparava i pacchi di alimentari. Gli sembrava impossibile che il parroco potesse perpetrare un'ingiustizia così eclatante.
    Parli del diavolo e spuntano le corna, pensò vedendo in lontananza  proprio il don che camminava nella sua direzione. Il prete era alto e corpulento. Le guance e il naso sempre vermigli facevano pensare che il vino non lo bevesse soltanto durante la messa. La voce tonante, allenata dalle lunghissime prediche che sbraitava dal pulpito, echeggiava amplificata dai portici. La lunga tonaca nera lo faceva sembrare ancora più alto. Camminava lentamente, continuamente fermato da uomini e donne che lo salutavano chinando la testa. Una vecchia beghina si mise addirittura un velo in testa. Roba da matti!

    Quando furono quasi di fronte l'uno all'altro, il don gli lanciò un'occhiata bieca. Era evidente che lo considerava una specie di rivale. Chissà perchè, visto che le persone che  si rivolgevano a Gerardo, il parroco non le considerava. Lui invece ascoltava tutti, anche chi frequentava la chiesa se gli telefonava, senza fare distinzioni. Ed era anche beneducato perciò salutò, facendo bene attenzione che il movimento della sua testa non potesse essere scambiato per un inchino. Il prete fu costretto a rispondere al saluto, senza però rinunciare ad una frecciatina.
    "Le persone dovrebbero venire in chiesa, a confessarsi, non usare il telefono."
    "Io non confesso nessuno. Do solo dei consigli. Può telefonarmi anche lei se vuole. Già, ma lei i consigli li chiede solo al capo in testa, oppure è lei che dà consigli a lui?"
    Gerardo rise e anche il don rise a denti stretti, e siccome la sua mania di onnipotenza era  risaputa da tutti, anche qualche passante sorrise. Solo la vecchia beghina si strinse ancor più il velo sotto il mento.
    "Che scandalo, rivolgersi in questo modo ad un ministro di Dio!"
    Ma era un'occasione da non perdere.
    "Ho saputo che la parrocchia aiuterà le famiglie bisognose, con dei pacchi di alimentari."
    Il parroco si inorgoglì tutto.
    "Sì, è vero. La curia ci ha messo a disposizione qualche risorsa per questa opera di bene. Sa, i tempi sono duri."
    "Perciò tutte le famiglie saranno aiutate." insistè Gerardo.
    "Mah, come le ho detto le risorse sono limitate, non credo proprio tutti, comunque faremo il possibile."
    "E come pensa di fare? Non si può aiutare qualcuno e altri no. Si possono accontentare tutti dando un po' di meno a ciascuno. Le pare?"
    Il prete era imbarazzato.
    "Noi conosciamo bene quelli che frequentano la parrocchia, degli altri non sappiamo granchè. Ma adesso devo andare, ho un appuntamento."
    Il don, messo alle strette, si stava dando alla fuga e anche senza tanta eleganza. In men che non si dica sparì oltre una curva, senza neppure più stare ad ascoltare la gente che tentava di fermarlo.
    Se voleva la guerra. Gerardo era pronto a combattere. Tornò a casa che il telefono stava suonando.
    "Pronto."
    "Pronto, sono Adriana, la moglie di Enrico."
    "Cosa è successo?"
    "Niente per adesso. Ho saputo che hai incontrato il prete e hai parlato dei pacchi."
    "Caspita, le voci corrono."
    "Sì. Ma non sai cosa ha studiato per escluderci. Mi ha detto Silvana, che glielo ha detto Anna, che i pacchi saranno distribuiti in chiesa il pomeriggio del 24 dicembre. Hai capito? E' logico che chi non frequenta la chiesa non si presenterà per prendere la roba. Non vogliamo mica farci vedere morti di fame, e la dignità dove andrebbe a finire? Così lui salverà la faccia, come se niente fosse."
    "Senti, tieni tranquillo tuo marito e io provvedo a risolvere questa faccenda."
    Ancora il telefono!
    "Non muove foglia che il don non voglia, non muove foglia che il don non voglia."
    Di nuovo quella voce contraffatta. Qualcuno voleva qualcosa da lui? E allora che si facesse vedere, che lo guardasse in faccia. Cosa erano quei modi da squallido racconto giallo! Lui la gente la affrontava, la guardava diritto negli occhi, non imitava la voce dei bambini al telefono. Ma prima o poi avrebbe scoperto chi gli telefonava e allora sì che si sarebbe fatto sentire.
    Decise di uscire di nuovo. Aveva un piano, ed anche la persona giusta che lo avrebbe aiutato ad attuarlo.
    Dieci minuti più tardi Gerardo suonava il campanello a casa di Virginia. Virginia era l'ostetrica. Donna arguta e intelligente era amata e stimata da tutte le donne del paese. Intanto perchè aveva fatto nascere praticamente tutti, e poi perchè era sempre pronta a curare, ascoltare e consolare. Non ci sarebbe stata donna che non le avrebbe dato retta. E una volta convinte le donne, poi ci avrebbero pensato loro a convincere gli uomini.
    "Ciao Gerardo, è da un po' che non ci si vede."
    "Ciao Virginia, posso entrare?"
    "Certo, sto mangiando un po' di pane e formaggio, ne vuoi?"
    "No, no grazie. Non ho fame."
    "Qualche volta dovrai pur sederti a mangiare. Quando mangi? Mai. Guardati, sei secco.."
    "Sì, lo so. Sono secco come una stecca da biliardo."
    Accettò pane e formaggio.
    "Bene, adesso dimmi cosa vuoi. Tu non sei tipo da visite."
    "Sai dei pacchi di Natale? Quelli che distribuisce la chiesa?"
    "Certo, non si parla d'altro in paese. E' una grossa ingiustizia che non siano dati a tutte le famiglie."
    "Infatti. Ho un piano e ho bisogno del tuo aiuto."
    "Se posso..."
    "Tu sei stimata, ascoltata. Dovresti convincere le donne a disertare la messa di mezzanotte."
    "Cosa? Ma sei matto? Non ci riuscirò mai."
    "No, ascolta. Si farà così. Al pomeriggio le famiglie andranno a ritirare i pacchi natalizi e li porteranno nel salone del cinema. Lì saranno aperti  e la roba divisa fra tutti compresi gli esclusi dal parroco. Lui non conosce la nostra gente come la conosco io. La solidarietà non è mai mancata in paese. Nessuno accetterebbe qualcosa sapendo che altre persone nella stessa sua situazione non  avranno nulla."
    "Ma la messa di mezzanotte è un simbolo...io non so."
    "Devi provare Virginia. Altrimenti ho già respirato venti di guerra. Mi capisci?"
    "E il prete?"
    "E il prete avrà la lezione che merita. Se vorrà i suoi fedeli dovrà andarli a cercare"
    "Va bene. Proverò."
    Finalmente Gerardo potè tornare a casa discretamente tranquillo. Da parte sua Virginia non riusciva a prendere sonno. Si sentiva una rivoluzionaria, si sentiva giovane come quella volta, quando giovane lo era davvero, che aveva affrontato a muso duro e pubblicamente, un politico corrotto, in municipio. Non bastò una scodella di camomilla a farle trascorrere una notte tranquilla.
    Il piano di Gerardo cominciò a passare di bocca in bocca, strisciante e bisbigliato, dietro ad una parvenza di indifferenza generale. La ribellione covava in sordina e si allargò a macchia d'olio. I titubanti finirono per lasciarsi convincere dalla maggioranza. Nessuno parlò con la vecchia beghina.
    La notte di Natale, quando il parroco fece il suo ingresso per la messa, rimase di stucco. Nessuno. Chierichetti assenti, organista latitante, fedeli neanche l'ombra. Nei primi banchi sotto l'altare c'erano le suore e la vecchia beghina. La voce tonante del don trafisse il silenzio della grande chiesa vuota.
    "Qualcuno mi può spiegare cosa sta succedendo?"
    La suora più anziana raccontò al parroco tutto quello che anche lei aveva saputo soltanto da poco.
    "Allora i paesani sarebbero tutti nel salone del cinema?"
    "Sì padre, hanno detto che loro sono una comunità, un'unica comunità, e non accettano diseguaglianze. L'hanno detto loro." Si affrettò a precisare la suora intimorita.
    Nel salone del cinema intanto, tutte le famiglie del paese si erano radunate, avevano diviso le provviste in parti uguali e le avevano consegnate alle famiglie bisognose. Tutti erano soddisfatti del loro operato e si stavano apprestando al brindisi di mezzanotte. Due giovani sposi, genitori da poco, avevano improvvisato un piccolo presepe deponendo il loro bimbo su una coperta e inginocchiandosi accanto a lui. La gente era commossa e si teneva per mano. Gerardo pensò che quello era il Natale più bello della sua vita e forse anche della vita di tutti i presenti. Gli si avvicinò Enrico e gli strinse la mano.
    "Ehi,Gerardo! Sei stato grande, davvero grande. Grazie."
    "No guarda, ti sbagli. Grande, grandissima è questa gente, la nostra gente."
    Il don non andò a cercare i suoi fedeli. Si chiuse in canonica e lì rimase.
    Il giorno seguente in tutta la provincia non si parlava d'altro, e in seguito ne scrissero perfino i giornali.
    La curia, travolta dallo scandalo, ritirò il prete dalla parrocchia e lo collocò dietro una scrivania ad eseguire lavori d'ufficio.
    Beh, il mio racconto a questo punto sarebbe anche finito. Ma aspettate un momento, c'è una persona che mi vuole parlare.
    "Cosa mi devi dire?"
    "Che non ci credo."
    "Che non ci credi? A cosa?"
    "Non credo che la gente abbia fatto fronte comune, non credo che abbia diviso la sua roba con gli altri, non credo che si sia commossa e tenuta per mano, e non credo neppure che il prete sia stato confinato in ufficio."
    "Hai ragione. Infatti questa non è una storia vera, è solo un racconto di Natale."

     

  • Ieri alle 15:28
    2014

    Come comincia: L'amore è costante presenza che ti sconvolge la vita. L'amore è dare senza prendere nulla in cambio. L'amore è un semplice sorriso che ti cambia l'umore. L'amore è fare pazzie insieme. L'amore è quando senti il suo nome e senti qualcosa che ti sobbalza nello stomaco, che ti fa vivere e sognare. L'amore è quando nulla conta, ma solo chi ami. L'amore non da peso a ciò che dicono gli altri e si va oltre agli stupidi giudizi. L'amore è avere i pensieri intasati solo da chi ami e questo non può che farti star bene. L'amore è dirsi "Ti amo" , una parola dolce che esprime in sè tutto il bene del mondo che c'è nel cuore di due persone. L'amore è quando ogni singola cosa, anche la più banale, ti riporta alla persona che ami!

  • Ieri alle 15:26
    UNA LUCE NELLA NOTTE

    Come comincia: Marina chiuse il libro e lo appoggiò sul divano accanto a sè. Abbandonò la testa sullo schienale e si mise a fissare il soffitto. Il soffitto verde sembrava di velluto, era caldo e rendeva intimo quel salottino che lei e suo marito avevano prima immaginato, e poi realizzato con tanto entusiasmo, scegliendo l'arredamento con cura: divano e poltrone anch'essi di un morbido verde scuro rallegrato da cuscini fiorati, una solida libreria di legno scuro, il pianoforte.  Ma ciò che lei aveva desiderato di più era il caminetto angolare, e poi quel tavolino ovale di madreperla con le gambe di ferro battuto che riportavano il disegno del lampadarietto a lanterna. Il pavimento di legno scuro completava l'intimità dell'ambiente. Lì tutto parlava d'amore, di avvolgente dolcezza, di ore felici, di grande unione. Marina distolse lo sguardo dal soffitto e sospirò silenziosamente. Per quasi nove anni in quella stanza lei e suo marito si erano raccontati le loro giornate; semisdraiati sul divano l'uno di fronte all'altra con le gambe intrecciate, avevano letto e commentato decine di libri, oppure avevano suonato insieme il pianoforte ascoltandosi a vicenda. Avevano affrontato i problemi man mano che si erano presentati, senza tacersi mai nulla e nella massima sincerità. Nel momento in cui avevano deciso di sposarsi, avevano anche concordato il modo del loro vivere insieme: lui non desiderava avere figli e lei era daccordo; per tutto il resto trasparenza assoluta, amicizia, complicità. Avevano acquistato l'appartamento, l'avevano arredato e, visto che lui non aveva necessità di uno studio, avevano trasformato quella che di solito diventa la camera dei bambini, nel luogo dove aggregarsi l'uno all'altra in perfetto relax. Tutti e due erano molto impegnati professionalmente e a volte capitava che Marina dovesse rimanere lontana da casa anche per un mese. Il marito Giorgio attendeva impaziente il ritorno di lei; gli mancava moltissimo la sua presenza, magari la raggiungeva per mezzo del computer, ma senza esagerare perchè non voleva essere soffocante. Quando lei tornava dai suoi viaggi di lavoro, lui le faceva trovare una cenetta fredda già pronta, da consumare direttamente in salotto dove tutti e due facevano a gara per raccontarsi tutto del periodo in cui erano stati lontani.
    "Quasi la perfezione" pensò Marina mentre il suo sguardo andava a posarsi sul profilo del marito concentrato nella lettura. Seduto a quel modo sulla poltrona, con le gambe penzolanti da un bracciolo e i piedi nudi, sembrava ancora un ragazzo, un bel ragazzo. L'espressione leggermente corrucciata, qualche ruga sulla fronte e ai lati degli occhi scuri e umidi, e quelle ciglia così lunghe, femminili, per cui lei lo derideva un po'. Marina sentì che si stava commovendo e guardò altrove proprio nel momento in cui Giorgio si era voltato verso di lei.
    "Parto domani mattina" gli disse subito "non so ancora di preciso quando tornerò. Te lo farò sapere. Al mio ritorno deciderò dove andare a vivere."
    "Forse dovremmo parlarne ancora" provò lui.
    "No, non c'è più nulla da dire. Hai ragione tu. Si era detto niente figli. E proprio perchè hai ragione tu, sarò io ad andarmene. Io sono cambiata e non mi basta più questo matrimonio a due. Desidero una famiglia: ho voglia di prendermi cura di un bambino, speravo nostro, voglio non dormire la notte per correre a consolare mio figlio quando metterà i dentini o avrà mal di pancia o sentirà la mia mancanza. Insomma, lo sai. Ne abbiamo già parlato tanto. Mi ero illusa che col passare degli anni anche tu avresti cambiato idea, ma visto che non è così, è meglio troncare."
    Marina si alzò dal divano.
    "Vado a dormire. Domani devo alzarmi presto. Buonanotte."
    Il tono della voce di lei scoraggiava ogni tentativo di confronto, e daltronde uscì così velocemente che Giorgio non ebbe modo di darle a sua volta la buonanotte. Rimase lì, lui, sulla poltrona, indeciso se raggiungerla o trascorrere la notte in salotto. Provava imbarazzo al pensiero di ritrovarsi nel letto accanto a lei, senza potersi addormentare rassicurato dall'abbraccio della moglie e da quella "buonanotte" che lei gli sussurrava accarezzandogli i capelli, ranicchiandosi poi vicino a lui. Giorgio non aveva mai pensato di poter perdere l'amore di Marina per cui questa nuova situazione gli era piombata addosso come un macigno, imprevista e imprevedibile, visto che era stato deciso prima del matrimonio da tutti e due di non avere figli. Come aveva potuto lei accettare e condividere la sua decisione se non ne era convinta? Si sentì irritato ripetendosi per l'ennesima volta di avere ragione, di essere sempre stato sincero, semmai era Marina che aveva "tradito". Certo, pensò, ma a cosa serviva avere ragione se adesso lei se ne andava? Decise di rimanere in salotto e si distese sul divano. La sua sofferenza diventò fisica e si sciolse in lacrime silenziose. "Solo" pensò "di nuovo solo, come sempre." Pianse fino a quando si addormentò.
    Quando si svegliò si rese conto immediatamente che era già mattina. Corse in camera da letto sperando che Marina fosse ancora lì per poterla salutare, ma lei era già  partita. Si sedette sul letto lasciando che il vuoto e il silenzio della casa lo investissero con violenza. Lo specchio sul cassettone gli rimandava l'immagine del suo viso disfatto, degli occhi ancora gonfi,e si rese conto di avere mal di testa. Non era in condizioni di affrontare la giornata di lavoro perciò decise di rimanere a casa. Pensò che forse più tardi, dopo un caffè e una compressa di antidolorifico, sarebbe riuscito a riflettere. Il telefono cellulare gli segnalò un messaggio e lui si precipitò a leggerlo:
    "Ciao, non ho voluto svegliarti. Sono in aeroporto e sto per partire. Mi faccio viva io."
    "Ciao, avrei voluto salutarti. Buon viaggio. A presto." Giorgio le rispose subito. Istintivamente avrebbe voluto aggiungere "ti amo", ma non lo fece. Bastò quel breve messaggio di lei però a farlo sentire meglio e a dargli l'illusione per un attimo che tutto fosse come sempre e che il baratro che si era creato fra loro due fosse solo una fantasia. Più tardi, quel mattino, sdraiato sul letto con le braccia sotto la testa, cominciò a prendere atto di quello che stava capitando: c'era tutta la sua vita in gioco, e l'amore che le aveva dato un senso, il futuro che aveva sognato. Donna molto particolare, Marina. Non aveva voluto sapere nulla del passato. Lui era riuscito a dirle soltanto di non avere parenti, ma quando aveva tentato di confidarsi lei glielo aveva impedito. Non le interessava, e pensava che il passato di una persona è solo suo e di nessun altro. Per lei lui era nato nel momento stesso in cui era cominciata la loro storia, e solo da quel momento ambedue avevano il diritto reciproco di sapere tutto l'uno dell'altra. Un modo di pensare che l'aveva stupito, ma che aveva condiviso volentieri trovando in esso una certa coerenza. Spesso capita che proprio dal passato nascano motivi di litigio e incomprensioni che poi sono difficili da gestire  perchè i fatti sono già avvenuti e non si può fare più nulla per rimediare ad essi o addirittura evitarli. Ora però non si sentiva più tanto sicuro che fosse stata la scelta giusta perchè forse se Marina avesse saputo la sua storia avrebbe potuto capirlo meglio.
    Ad occhi chiusi ripensò a quello che gli avevano raccontato:  raccolto da un'infermiera sulla scalinata d'ingresso di un orfanatrofio, dove era stato abbandonato. Di solito allontanava il pensiero, ma questa volta  non fuggì e volle affrontare le sue emozioni. In orfanatrofio era rimasto fino ai diciotto anni. Lì gli avevano fornito un nome e un cognome, una data di nascita e un luogo di nascita presunti; avevano provveduto al suo sostentamento e l'avevano fatto studiare. Di quel vecchio solido edificio rivide le camerate con tutti i lettini in fila, il refettorio, il parlatorio dove i parenti incontravano i bambini. Stanzoni enormi mai abbastanza riscaldati che a lui da piccolo erano sembrati ancora più grandi. Nessuno l'aveva mai maltrattato, ma due braccia che l'avessero stretto al petto lui non le aveva mai conosciute fino all'incontro con Marina. Quante volte si era chiesto angosciato:"Chi sono?" Per anni si era sentito un fantasma, un essere respinto già appena nato da chi avrebbe dovuto amarlo al di sopra di tutto, un nessuno a cui era stata data in prestito un'identità affinchè potesse far parte della società. Si aspettava che un giorno o l'altro qualcuno gli avrebbe chiesto in restituzione nome cognome e tutto il resto. Ma poi Marina si era accorta di lui, gli aveva dato il suo amore, gli aveva consegnato il suo futuro, fiduciosa, rendendolo consapevole di esistere, di essere qualcuno. Giorgio pensò a lungo e, dopo aver trascorso la mattinata a riflettere, arrivò alla conclusione che era arrivato il momento di tornare là dove aveva trascorso tutta l'infanzia e l'adolescenza. Sentiva che era qualcosa che doveva fare, doveva rivedere quel posto adesso, da adulto e vivere fino in fondo ogni sensazione, anche il dolore. Si alzò dal letto spinto da una nuova energia e poco dopo la sua automobile usciva dal vialetto del giardino per andare là: doveva smettere di pensare "là", doveva pronunciare la parola "orfanatrofio". Si sforzò fino a che finalmente riuscì a dire ad alta voce "Sto tornando all'orfanatrofio dove ho vissuto." Lo ripetè più volte durante il viaggio, fino a prendere coscienza del significato di quello che diceva.
    Quando arrivò riconobbe subito il grande cancello, e quando una voce metallica gli chiese chi fosse attraverso il videocitofono, rispose senza esitazione:
    "Sono venuto a rivedere quella che è stata la mia casa per diciotto anni."
    Il cancello si aprì e Giorgio percorse il viale alberato fino al grande piazzale.  Parcheggiò l'auto e salì verso l'ingresso pensando che quella era la scalinata dove trentotto anni prima qualcuno l'aveva abbandonato. Era emozionato ma anche intimidito, quasi fosse tornato bambino. Subito si avvicinò un addetto alla portineria e all'improvviso Giorgio si rese conto che dopo vent'anni sarebbe stato improbabile incontrare qualcuno che conosceva. Allora chiese al portinaio se ci fosse ancora qualcuno in servizio lì da più di vent'anni, ad esempio Antonio oppure Carla. Il portinaio sorrise e gli spiegò che erano cambiate molte cose in vent'anni e comunque il personale era stato tutto sostituito. Giorgio era imbarazzato e d'un tratto si sentì ridicolo, quindi salutò, deciso ad andarsene subito.
    Proprio mentre stava per uscire però il portinaio lo fermò:
    "Se le può interessare uno dei medici che era  in servizio nell'istituto molto tempo fa, abita non molto lontano da qui. Posso darle l'indirizzo."
    "Certo, grazie mille, lo vedrei davvero volentieri."
    Il portinaio gli spiegò come trovare la casa del dottore e poi si salutarono con una stretta di mano.
    La casa del dottore in effetti era in una via laterale non lontana dall'orfanatrofio. Una casetta di paese con il giardino recintato, modesta ma molto carina. Un vialetto centrale divideva il giardino in due parti e conduceva ad un piccolo patio dove c'era la porta d'ingresso e di lato un dondolo, un tavolino e due sedie in ferro battuto.
    Giorgio riconobbe subito il medico nella persona seduta sul dondolo con un libro in mano. Certo era invecchiato un bel po', ma il viso rotondo e la bocca carnosa erano molto particolari. Non c'era il campanello per cui  spinse educatamente il cancello che cigolò attirando l'attenzione del dottore che si alzò subito aggrottando le sopracciglia.
    "Buongiorno, posso entrare?"
    "Lei chi è?"
    "Sono stato un suo paziente dottore, anni fa, all'orfanatrofio."
    "Ah, venga, venga avanti."
    Giorgio arrivò fino al patio e porse la mano al medico che quasi l'abbracciò scrutandolo con i suoi occhi azzurri ancora molto vivaci.
    "Aspetti, non dica niente, non dica niente" Il dottore lo esaminò qualche secondo, e poi gli puntò il dito sul petto:
    "Lei è Giorgio, Giorgio La Rosa. Ricordo bene?"
    "Sì dottore, ricorda benissimo, sono proprio io." In considerazione di quante centinaia di bambini e ragazzi erano passati dall'istituto, Giorgio rimase impressionato dal fatto che il medico l'avesse riconosciuto.
    "Si sieda ragazzo mio, si sieda. Mi fa molto piacere che sia venuto a trovarmi, anche se confesso che mi chiedo perchè dopo tutti questi anni lei sia qui. Di solito quando i ragazzi lasciano l'istituto, non tornano più."
    "Avevo bisogno di tornare qui, ma forse è inutile. Il fatto è che non sono libero, non mi sento libero, la mia vita è complicata....ma non vorrei approfittare della sua pazienza. Mi scusi."
    "Niente scuse, ha fatto bene a venire, anzi voglio darti del tu, come quando ti curavo. Forse tu non ti ricordi però quando eri piccolo trascorresti qualche festa di Natale a casa mia."
    "No, infatti non mi ricordavo però adesso che lei ne parla, mi sembra di sì. Lei aveva un'altalena nell'orto?"
    "Sì, e c'è ancora. Vieni con me."
    Giorgio seguì il dottore dietro la casa e, guardando la vecchia altalena, ricordò quei momenti lontani in cui si era sentito felice giocando sull'altalena e correndo nel giardino per poi recarsi a tavola in famiglia per il pranzo. Era la famiglia del dottore! I ricordi emergevano dal nulla, prima nebulosi e poi sempre più chiari; come diapositive scorrevano nella sua mente: i giochi, il cibo a tavola in compagnia, le corse in giardino.
    Non potè trattenere le lacrime mentre fissava gli occhi azzurri del medico.
    "E' stato qui, nella sua casa, che sono stato felice. Quando tornavo in orfanatrofio aspettavo impaziente che lei mi portasse di nuovo qui. Ora ricordo tutto. C'era una signora che mi preparava sempre una torta, oppure il budino, mi pettinava e mi aiutava a lavarmi il viso e le mani."
    "Quella signora era mia moglie che ora purtroppo non c'è più."
    Rimasero tutti e due in silenzio per qualche minuto, poi Giorgio domandò:
    "Perchè io, dottore?"
    "Ci fu un periodo in cui tu eri l'unico bambino che rimaneva in istituto a Natale. In un modo o nell'altro tutti avevano qualcuno con cui passare le feste, ma tu eri proprio solo, non avevi parenti, perciò io ti portavo a casa mia affinchè anche tu avessi il calore di una famiglia e non rimanessi solo quando gli altri bambini erano altrove. Ma spesso, quando mi era permesso, ti portavo a casa anche in altri periodi. Solo che c'erano regole molto severe ed esse valevano anche per me"
    "Dottore, lei sa anche come fui trovato?"
    "Certo. Allora ero entrato in servizio presso l'orfanatrofio da pochi mesi. Una sera verso le venti Carla venne all'istituto perchè doveva lavorare di notte. Sugli scalini vide qualcosa che la insospettì: eri tu, avvolto in una coperta. Ti agitavi, ma non piangevi. Lei ti prese fra le braccia e ti portò subito da me in infermeria. Io ti visitai e così potei constatare che eri sanissimo e vispo. Fui io a scegliere il nome Giorgio: era il nome di mio padre che avevo perso da poco. Eri un gran bel bambino. Si capiva da come eri vestito che eri stato curato, lavato, insomma tenuto bene. Speravamo tutti che qualcuno venisse a prenderti. A volte capita che qualche mamma disperata lasci il bimbo però poi torni a prenderlo. Ma non venne nessuno. Per te però ho una sorpresa. Vieni, entriamo in casa."
    Giorgio era sopraffatto dall'emozione, tanto che non riusciva neppure a parlare. Seguì il dottore in casa e si sedette.
    "Aspettami qui. Torno subito." Il dottore sparì al piano di sopra e Giorgio sentì rumore di cose spostate.
    Quando tornò aveva in mano un grosso pacco chiuso con la carta marrone. Lo aprì sul tavolo e tirò fuori un vecchio plaid scozzese con le frange, un golfino e un paio di ghettine da neonato azzurri, oltre ad una cuffietta di lana anch'essa azzurra.
    "Ecco Giorgio. Sono gli indumenti che avevi indosso, e questa è la coperta in cui eri avvolto. E' roba tua. L'ho sempre tenuta, non so neppure io perchè, ma sono contento oggi di potertela consegnare."
    lo sguardo di Giorgio si spostava senza sosta dal plaid alle ghettine al golfino alla cuffietta, senza avere la forza di parlare nè di toccare ciò che rappresentava tutto il suo mondo, la sua famiglia, il suo passato, le sue radici. Riuscì solo ad abbracciare il dottore con forza, e in quell'abbraccio c'era tutta la sua commozione, la riconoscenza per l'affetto ricevuto. Il dottore capì che quello era l'abbraccio di un uomo che stava nascendo per la prima volta libero dall'angoscia. Un uomo che stava lasciando dietro di sè il buio del dubbio e si avviava verso la luce della speranza. E all'improvviso Giorgio ritrovò la voce e l'energia e, come un fiume in piena, raccontò al dottore che stava perdendo sua moglie perchè lui era incapace di affrontare la paternità, del tormento che era stata la sua vita fino a quel momento, della disperazione che alla fine l'aveva portato fino lì, all'orfanatrofio.
    Il vecchio medico lo ascoltò con attenzione:
    "Hai bisogno di un po' di tempo, ma il cambiamento è già in atto. Sarai un ottimo padre."
    Più tardi Giorgio ebbe finalmente il coraggio di prendere in mano quei piccoli indumenti di se stesso neonato portandoseli vicino al viso, come se essi potessero raccontargli la sua storia. Anche il dottore li prese in mano e gli fece notare che erano stati lavorati con la lana e i ferri, ben rifiniti, con amore. Una donna che aveva fatto quello non poteva non avere amato il suo piccolo. Se il suo bimbo una sera era stato lasciato su quegli scalini, senza dubbio il motivo doveva essere stato grave. Giorgio capì. Ripiegò con cura la coperta e i piccoli indumenti, li richiuse nella carta marrone e depositò il pacco nell'automobile.
    Gli dispiacque congedarsi dal dottore e gli promise che sarebbe tornato a fargli visita. Si abbracciarono come fossero padre e figlio. Un attimo prima che partisse il medico gli fece scivolare in mano una vecchia fotografia dove erano tutti insieme a tavola, poi rimase fermo davanti al cancello fino a quando l'auto di Giorgio sparì oltre una curva. Tornò in casa contento perchè quella giornata era stata la più bella e importante della sua vita di medico, e anche di uomo: aveva dato a un giovane uomo delle certezze a cui aggrapparsi. Aveva riacceso in lui vecchi ricordi di felicità che erano rimasti sepolti sotto diciotto lunghi anni segnati dal grigiore della vita in orfanatrofio.
    Intanto che il dottore pensava queste cose, Giorgio era in viaggio sull'autostrada e guidando rifletteva su quante fossero state le emozioni vissute in una sola giornata. Per la prima volta si sentiva contento di chiamarsi Giorgio. Non gli era stato dato per caso quel nome: gli era stato dato con affetto e aveva un significato profondo. I ricordi dei periodi trascorsi in casa del dottore gli tornavano alla mente con sempre più chiarezza e dovizia di particolari. La giornata era trascorsa velocemente ed ormai era buio. Giorgio si sentiva stanco e non vedeva l'ora di arrivare a casa.
    Come sognando ad un tratto si accorse dei fari che lo abbagliavano e gli venivano incontro. Fu un attimo, una violenta sterzata e un'automobile andò a capovolgersi nel prato che costeggiava l'autostrada. Giorgio, seduto al volante della sua auto ferma, tremava per lo spavento, ma si fece coraggio e scese per andare a prestare soccorso. Nonostante il buio si rese conto che c'erano due corpi intrappolati fra le lamiere dell'auto. Mentre telefonava per chiedere l'intervento della polizia e dell'ambulanza, sentì un lamento e vide qualcosa muoversi nel prato. Si precipitò a guardare e quando si abbassò verso l'ombra, due braccine lo afferrarono convulsamente mentre una voce di bimbo terrorizzata singhiozzava chiamando "papà". Istintivamente  strinse la creatura fra le braccia e sentì che era molto piccola: un bimbo o una bimba di due o tre anni. Giorgio pensò che sicuramente il piccolo aveva freddo, e non sapeva come fare, ma poi si ricordò del vecchio plaid. Con quella creatura abbandonata fra le braccia andò verso l'automobile, prese il plaid e l'avvolse. Intanto sul luogo era arrivata gente e giungevano anche i primi soccorsi. In attesa della polizia Giorgio si sedette nell'auto col bimbo in braccio. Le sue mani  accarezzavano la testolina del piccolo che, stretto fra le sue braccia, si era calmato, tranquillizzato dal calore e dalla tenerezza: un calore e una tenerezza che l'uomo non sapeva di possedere. Mentre accarezzava e cullava il piccolo, analizzava le sensazioni forti che stava provando, sopraffatto e anche un po' spaventato dal tumulto di emozioni che si scatenava dentro di lui.
    All'improvviso, oltre il parabrezza dell'auto, vide con chiarezza la scalinata dell'orfanatrofio: un giovane uomo che gli assomigliava molto stava depositando su uno scalino un bambino avvolto in un plaid identico a quello che Giorgio stringeva in quel momento.L'uomo era rimasto solo perchè la moglie era morta dopo il parto. Senza parenti, e lui stesso condannato da una malattia incurabile, era stato preso dalla disperazione e, non sapendo come prendersi cura del piccolo, con molto dolore, lo stava lasciando lì sapendo che entro breve qualcuno l'avrebbe trovato. Dopo aver abbracciato un' ultima volta il bimbo, l'uomo si voltò verso Giorgio, gli sorrise e se ne andò. 
    "Papà, no, non te ne andare! Papà!" Giorgio si rese conto di avere urlato. Era frastornato e incredulo. Aveva il cuore in gola e le lacrime agli occhi. Ancora confuso si rese conto che qualcuno bussava al finestrino dell'auto. Era un poliziotto. Bisognava sbrigare tutte le formalità. Arrivarono anche i parenti del bambino e lo presero in custodia. Giorgio consegnò il piccolo ed appena non l'ebbe più fra le braccia si sentì infinitamente solo.
     Fu una serata lunghissima e quando arrivò finalmente a casa era notte fonda. Si distese sul letto: nonostante la stanchezza avrebbe voluto pensare ancora, ma un sonno profondo e senza sogni lo colse all'improvviso.
    Lo svegliò il telefono. Istintivamente guardò l'orologio: erano le otto e mezza. Si precipitò a rispondere:
    "Marina...ciao" Era stupito: di solito lei gli inviava messaggi.
    "Giorgio, volevo solo dirti che tornerò sabato prossimo. Lì è tutto a posto?"
    "Sì, certo"
    "Allora va bene, non so se riuscirò a chiamarti ancora. Ciao"
    "No Marina, Marina, aspetta, non interrompere!"
    "Cosa c'è?"
    Giorgio raccolse tutto il coraggio di cui era capace:"Pensavo che....sarà un po' strana una camera dei bambini col caminetto! Ne hai mai vista una?"
    Seguì un lungo silenzio, ma lui, col fiato sospeso, poteva sentire il respiro di lei  e riusciva a percepire la sua emozione. Quando Marina parlò la sua voce era tremante:
    "Sarà una camera bellissima."
    "Marina, al tuo ritorno mi dovrai ascoltare."
    "Sì, lo so."
    Più tardi Giorgio aprì tutte le finestre lasciando entrare l'aria fresca del mattino. Il tendone del salotto ondeggiava leggermente, sospinto dalla brezza delicata. Sopra il pianoforte, accanto alla scultura del busto di Beethoven, una vecchia fotografia appena incorniciata raccoglieva su di sè i primi tiepidi raggi di sole.

  • Ieri alle 13:30
    LA SCONOSCIUTA

    Come comincia: Mentre ritornavo a casa con quattro borse di plastica piene di tutto, appese alle braccia, non potevo evitare di darmi dell'idiota. Che idea andare a piedi a fare la spesa! Potevo almeno prendere la bicicletta, o, meglio ancora, l'auto. "Il fatto è" pensavo "che si esce convinte di comperare due cosette e poi invece... Pazienza!  E poi: per fare due passi. Come se non conoscessi il mio paese. C'ero nata, cresciuta, sposata, ma sicuramente non ci sarei morta. Possibile che solo io non riuscissi ad andarmene? Adriana e Sandra mi avevano telefonato da poco, entusiaste di essersi trasferite a Milano, ed anche Lorenza viveva da tre anni a Torino ed era felicissima; anzi, le rare volte che tornava al paese diceva ridendo:"Chissà come ho fatto a vivere per tanto tempo in questo mortorio."
    Sospirai mentre posavo un attimo le borse a terra per riposarmi un po'. Mi guardai intorno: ero all'angolo della mia via: sempre lo stesso quadro: i pini marittimi, le aiuole, l'asfalto pieno di crepe e mai aggiustato, e, in fondo alla via, dietro la casa, prati collinette e cespugli a non finire. Eppure mio marito viveva bene in questo nostro paese e non era stato certo facile convincerlo a chiedere il trasferimento in città. Però c'ero riuscita ed ora si trattava soltanto di attendere la risposta che non avrebbe tardato ad arrivare. Sorrisi pensando a lui. Era così dolce ed io ottenevo sempre quello che volevo.
    "Oggi a pranzo gli preparo qualcosa di speciale" pensai.
    Ripresi le mie borse e percorsi gli altri pochi metri che mi separavano da casa mia, affrettandomi per avere più tempo per cucinare. Nel frattempo avevo deciso: penne al sugo di tonno e frittata alle erbette che a lui piaceva tanto.
    Fu mentre in casa ero intenta a riporre la spesa che, dando un'occhiata verso l'orto dalla finestra della cucina, la vidi. Nel prato, proprio sotto l'enorme ciliegio selvatico che troneggiava al centro dell'orto, c'era una donna. Era lì ferma e dava le spalle alla casa. Quando mi riebbi dalla sorpresa il mio primo impulso fu quello di precipitarmi fuori e ricordarle che era in casa d'altri, ma poi la curiosità fu più forte di tutto il resto, e così rimasi dietro le tendine a guardare. La sconosciuta si era inginocchiata nell'erba e accarezzava lentamente le violette che spontaneamente erano nate sotto il ciliegio.
    Per un attimo rabbrividii "Una squilibrata nel mio giardino!" pensai. Ma non feci nulla. Continuai a guardare lei che intanto si era rialzata e stava lì, abbracciata al tronco del ciliegio quasi ne volesse misurare la circonferenza. Poi si mise a camminare adagio ed andò ad accarezzare il vecchio pino che era nell'angolo più lontano dell'orto e ritornò verso la casa percorrendo il vialetto laterale: teneva gli occhi bassi. Adesso potevo vederla abastanza bene. Era di mezza età, robusta e ben vestita, ma non riuscivo a scorgere il viso. Camminava e poi tornava sui suoi passi pensierosa. Quando fu di nuovo sotto il pino decisi di intervenire. Uscii determinata dalla porta posteriore; questa situazione andava affrontata. A voce alta la apostrofai:
    "Scusi, sono la padrona di casa e questo è il mio orto. Cerca qualcosa?" E intanto mi avvicinavo.
    La sconosciuta si voltò verso di me e, per nulla turbata nè intimorita dalla mia presenza
    "Sì" disse "il passato."
    Il tono della  sua voce era caldo e pacato, l'espressione del viso dolce ed emozionata e gli occhi lucidi di pianto.
    Rimasi ferma davanti a lei, colpita da quelle poche parole così piccole e inaspettate, ma tanto dense di significato.
    Allora anch'io sorrisi e gentilmente incalzai:
    "Cerca il passato a casa mia?"
    "Oh, questa casa è anche mia, o almeno, lo è stata per molti anni; mia e della mia famiglia. Ci ho vissuto fino all'età di tredici anni".
    La voce della sconosciuta era rotta dall'emozione e capivo che a stento riusciva a trattenere le lacrime. Non sapevo cosa fare, ma provavo tanta tenerezza:
    "Vuole entrare un attimo in casa? Le faccio il caffè?"
    "Non credo di averne il coraggio"
    "Suvvia, ormai è qui. E poi non si deve preoccupare di me. Si lasci pure andare. Certe volte piangere fa bene e non bisogna vergognarsene." E, in uno slancio di simpatia, la presi sottobraccio accompagnandola verso la casa.
    Sulla porta trovai una scusa:
    "Raccolgo un po' di prezzemolo per la frittata. Entri pure e mi aspetti in cucina...tanto sa dov'è. Scusi il disordine. Arrivo subito."
    Avevo fatto bene a lasciarla sola, infatti finalmente pianse liberamente, poi si soffiò il naso, ed infine, con le mani tremanti, aprì la porta ed entrò in casa, quasi in punta di piedi.
    Poco dopo entrai anch'io e cominciai a preparare la frittata. Lei si era seduta su una sedia a lato del tavolo come una vecchia amica e mi osservava cucinare. Si abbandonò ai ricordi.
    "Sa, quando ero piccola riuscivo a malapena ad abbracciare il tronco del ciliegio,ed anche adesso non riesco ad abbracciarlo. E' diventato così grande. E tutte quelle violette! Era il fiore preferito di mia madre. Lei si sedeva sempre in poltrona proprio in questo angolo, dove sono io adesso. Era seduta qui anche la sera che si sentì male. Emorragia cerebrale. Nella stessa notte morì in ospedale: aveva cinquant'anni."
    "Poverina! E lei quanti anni aveva?"
    "Io ne avevo tredici. E lei, la mamma ce l'ha ancora?"
    "Oh sì! Abita in paese, nella parte nuova."
    "Ah sì, la parte nuova. Ci sono passata oggi venendo qua. Questa però è la parte più bella. Non crede?"
    Riflettei un attimo che tutto mi era sembrato il paese in quegli anni, fuorchè bello, però non volli deluderla.
    "Certo, è la zona più bella, con tutta questa campagna intorno, tranquilla....forse anche troppo. Lei come si chiama? Io mi chiamo Silvia."
    "Oh come ha ragione! Non mi sono neppure presentata. Il mio nome è Maria. Anzi deve scusarmi. Quando sono arrivata ed ho visto il cancelletto aperto, non ho resistito alla tentazione di entrare. So che non avrei dovuto."
    "Non si preoccupi. Niente di male: ho capito la situazione."
    Maria cambiò discorso.
    "Quante uova ha messo nella frittata?"
    "Sei, perchè?"
    "Anche mia madre metteva tante uova nella frittata e mia nonna,non potendo muoversi agevolmente, dalla sua poltrona le contava ascoltando il rumore  man mano che mia madre le rompeva, e la sgridava, così la mamma, per evitare discussioni, le rompeva a due per volta. La nonna ne contava solo metà e stava zitta."
    Scoppiammo tutte e due a ridere. Poi all'improvviso Maria si fece seria:
    "Posso rivedere il resto della casa?"
    "Ma certo! Chissà quanto lo desidera!"
    Non mi preoccupavo più per il disordine poichè pensavo che gli occhi di Maria avrebbero visto ben altro fra quelle pareti. Scene di vita familiare di tanti anni prima, la camera dei genitori, la sua o dei fratelli. Quei vecchi muri le avrebbero sussurrato frasi antiche eppure mai dimenticate, emozioni care, malinconia e dolcezza di ciò che non c'è più.
    Sospirai ed apparecchiai la tavola. Quando Maria tornò in cucina, mio marito Riccardo era rientrato ed io gli avevo spiegato tutto. Avevo preparato per tre, e lei, con naturalezza, si sedette a tavola con noi come fosse una persona di famiglia.
    "E' sempre meravigliosa questa casa. Quanta nostalgia."
    "Lei dove vive, Maria?"
    "A Torino, da trent'anni."
    "A Torino? Che cosa fantastica! Io ho un'amica a Torino. Oh, vivere in città, e poi in una grande città! E' il mio sogno."
    Non riuscivo a trattenere la mia eccitazione e insistevo per sapere tutto, il più possibile.Maria parlava volentieri:
    "Capisco, capisco il suo entusiasmo. Anch'io non vedevo l'ora di andarmene trent'anni fa, ma forse non è sempre il passo giusto quello che si fa da giovani. Io ho sofferto molto per avere tranciato le mie radici. La città indubbiamente offre tante comodità, ma non si lascia amare. E' grande, anonima, la gente è frettolosa e poco disposta alla confidenza. Non sono riuscita ad ambientarmi.".
    Mentre Maria continuava a parlare, Riccardo mi guardava con dolcezza, forse immaginando il mio stato d'animo.
    "E' vero. Il paese è pettegolo, certe volte la lentezza della gente è esasperante, però esiste tanta solidarietà, ci si conosce tutti e gli incontri sono più facili, più appaganti. Ci sono gli amici d'infanzia e quelli dell'adolescenza, ci sono i nostri cari. Io vivo in appartamento e mi sento carne in scatola. I miei vicini li conosco solo perchè bisogna dibattere le questioni condominiali e nessuno è mai d'accordo con gli altri."
    Maria si interruppe e sospirò. Lasciò vagare lo sguardo lontano, oltre l'orto, verso i parti e i cespugli.
    "Quando ero piccola ero sempre in campagna a giocare. Conoscevo tutti gli insetti, avevo un gatto, e in primavera coglievo le viole per mia madre. Mi graffiavo le gambe nei cespugli di biancospino, raccoglievo le more e quando i contadini tagliavano il grano andavo a spigolare con gli altri bambini. Andavo in bicicletta, sui pattini a rotelle. Sempre all'aperto, sempre gioiosi, bambini veramente gioiosi."
    Gli occhi di Maria si riempirono di lacrime:"Mia figlia tutto questo non l'ha avuto, e tanti altri figli non l'anno avuto e non ce l'hanno. Quando era piccola la portavo ai giardinetti del rione: un'oretta o due per illudersi di essere in campagna. L'ora d'aria del carcerato."
    Mi accorsi all'improvviso che l'ascoltavo con interesse, anche se lei sembrava parlare più a se stessa che a noi.
    "Sì, all'inizio ero esaltata dalla città, dal movimento. Anche il traffico congestionato mi divertiva, ma poi mi sono accorta di non avere più le ali, se non per sognare di tornare qui. Poi il mio paese ha cominciato a mancarmi. Le facce conosciute, i pini marittimi della mia via, le aiuole, la gente in bicicletta, il gelato di sera sulle panchine alla fontana, le chiacchiere sotto i portici del centro, la festa patronale con la lotteria. Qui le persone non muoiono mai: vivono sulla bocca della gente che ne parla e che è sempre la stessa. A Torino nessuno sa chi fossero mio padre e mia madre, ma qui tutti li conoscevano; se fossi rimasta qui mi sarebbero mancati di meno. Ne sono certa."
    Ora Maria non parlava più. Giocherellava con uno stuzzicadenti fissando un punto qualunque della tovaglia.
    Riccardo si accese una sigaretta ed io mi alzai per preparare il caffè.
    "Ma forse un giorno potrà tornare" le dissi.
    Maria sorrise.
    "Mia figlia è nata a Torino e la sua vita è là. Lei ha solo me e io ho solo lei..... Vi sono grata per avermi accolta con tanta simpatia, ma adesso è ora che me ne vada."
    "Certo" dissi sorridendo "ma non prima del caffè."
    "Grazie Silvia per i momenti bellissimi che mi avete dato oggi. Momenti indimenticabili. Vi ringrazio infinitamente"
    Poco più tardi Maria se ne andò, a piedi. Aveva lasciato l'auto lontano per provare l'emozione di camminare per le strade della sua giovinezza. La seguii con lo sguardo fino a quando sparì alla mia vista, e poi rientrai in casa.
    Sparecchiai la tavola, mi misi a lavare i piatti e dalla finestra del cucinino potevo vedere quasi tutto l'orto. Mi parve di rivedere Maria lì che accarezzava le viole e abbracciava il ciliegio. Era bello quel ciliegio, non mi ero mai accorta di quanto fosse bello. Mi tolsi il grembiule e mi asciugai le mani, uscii per andare a guardarlo da vicino. Le gemme stavano per schiudersi e a breve una immensa nuvola di fiori bianchi avrebbe illuminato l'orto con la sua bellezza. Dal prato saliva un tenue  profumo di viole. Oltre l'orto l'erba era verde, le piante e i cespugli in pieno rigoglio. Fiori  di ogni genere rallegravano i prati, e i pini emanavano un penetrante piacevole profumo di resina.
    Mi voltai verso la casa: bella, grande, solida, accogliente. La vista mi si stava annebbiando. Le lacrime cominciarono a scendere silenziose. Pensai alle parole di Maria, e, subito dopo, ai miei figli, quelli che io e Riccardo avremmo avuto: una grande emozione mi invadeva il petto e il cuore batteva all'impazzata. E all'improvviso tutto mi fu chiaro.
    Corsi in casa.
    "Riccardo...Riccardo!"
    "Cosa succede? Mi hai spaventato"
    Mi rifugiai fra le sue braccia che subito mi strinsero forte. Il pianto mi impediva di parlare mentre lui mi accarezzava i capelli con tenerezza. Finalmente mi calmai.
    "La lettera! L'hai già spedita?"
    "Non l'ho spedita: è sulla scrivania del direttore in attesa di essere esaminata."
    "Allora distruggila, amore mio, distruggila. La nostra vita è qui, nella nostra casa, e qui sarà il nostro futuro e il futuro dei nostri figli."
    Avvolta dall'abbraccio di mio marito, col viso abbandonato contro la sua spalla, pensavo a Maria che ora era in viaggio verso Torino. Che sciocca ero stata, non le avevo chiesto neppure il numero di telefono, l'indirizzo. Lei non poteva immaginare ciò che aveva fatto per me ed io non avrei mai potuto ringraziarla.
    "La rivedrò"  mi consolai  "Maria tornerà. Ne sono certa."

  • Ieri alle 9:30
    DANILO E ROSAURA (FAVOLA)

    Come comincia: ​Buonasera a tutti. Mi presento: mi chiamo Danilo e sono un carrello per la spesa. Ora sono vecchio ma voglio raccontarvi la mia storia. Ero un piccolo carrello: rosso e civettuolo, con le ruotine bianche, solo due, non ero uno di quei carrelli privilegiati che hanno quattro ruotine, ma ero felice lo stesso. Chi mi costruì fu molto soddisfatto del suo operato e subito mi propose ad un negozio: il negoziante mi guardò a lungo, poi saggiò con le mani la mia robustezza, ed io feci di tutto per gonfiare la mia tela e rendermi gradevole, riuscendo anche a nascondere benissimo la voglia di ridere a causa del solletico che le sue mani mi procuravano rovistandomi dappertutto. Mi avrebbe messo in vetrina sperando che qualcuno mi vedesse e mi acquistasse. Non mi attraeva tanto la vita in vetrina per due semplici motivi: la mancanza di privacy e, peggio ancora, il fatto che spesso e volentieri i negozianti si dimenticano di abbassare la tenda esterna lasciando che i poveri esseri esposti si abbrustoliscano al sole. Tanto non potevo fare niente, soltanto sperare che questo negoziante fosse un po' più attento. Lui intanto continuava a fissarmi, con gli occhiali abbassati sulla punta del naso, e si accarezzava il mento con due dita. Chissà poi perchè  si metteva gli occhiali, se poi, per vedere, doveva abbassarli sul naso. Mah, i misteri degli esseri umani! Quanto riflettere per un carrello della spesa! Che avesse cambiato idea? Non mi voleva più? Ma mi aveva guardato bene? Io ero bellissimo e avevo anche tutte le rifiniture bianche che col rosso stanno benissimo. Forse avrebbe preferito un carrello con quattro ruotine? Ero molto in ansia, ma poi il negoziante sciolse ogni riserva e decise di acquistarmi.  Vidi, con un po' di malinconia, l'artigiano che mi aveva creato, andarsene dopo avermi dato un'ultima occhiata: però ero contento perchè sapevo che aveva bisogno di soldi e per merito mio avrebbe avuto un paio di giorni di tranquillità. Mentre salutava avevo sentito che il negoziante si chiamava Celestino. Che nome strano, Celestino! Comunque Celestino mi sollevò con delicatezza e mi sistemò in vetrina, anzi in un angolo della vetrina che io peraltro arredavo ottimamente. Ero l'unico carrello per la spesa e ciò mi fece sentire molto importante. Cominciai subito a guardarmi intorno, salutando per prima cosa i miei vicini: una bicicletta, quattro rotoli di carta da parati, uno stendibiancheria, due nani da giardino e un bel soprammobile di ceramica che rappresentava una sirena. Mi salutarono con gentilezza, anche se la bicicletta rimase perplessa quando vide le mie ruotine:
    "Ma non sono troppo piccole le tue ruote? Come fai a muoverti?" E fece una risatina maliziosa.
    "Io non devo muovermi da solo e poi non sono una bicicletta! Non vedi? Sono un carrello per la spesa! Mica posso avere le ruote grandi come le tue!"
    "Ah, perciò per muoverti tu hai bisogno che qualcuno ti trascini! Che disgrazia poverino!" La bicicletta rise di nuovo divertita.
    "Guarda che anche tu per muoverti hai bisogno di qualcuno che azioni i pedali! Cosa c'è di diverso?"
    Come potevo far capire a quella presuntuosa che il mio compito era molto importante? Non dissi più niente e cominciai a guardare la gente che passava sul marciapiedi davanti al negozio. Notai che molti si fermavano a guardarmi e sperai di essere venduto in fretta. Non intendevo sopportare a lungo quella bicicletta arrogante che mi guardava dall'alto in basso.
    Fui fortunato perchè quel pomeriggio una signora si fermò davanti alla vetrina: mi guardò ed io capii che le ero piaciuto.
    Lei entrò nel negozio e poco dopo Celestino venne a prelevarmi dalla vetrina. Ebbi appena il tempo per salutare tutti e per far notare alla bicicletta così antipatica quanto fossi utile, visto che mi avevano acquistato subito.
    Ma quale fu la mia sorpresa!! Celestino tornò verso la vetrina e prelevò anche la bicicletta. Non ci potevo credere: la signora in questione stava comprando anche quella stupidina, che naturalmente mi guardò altezzosa:
    "Come vedi sono utile anch'io."
    Insomma avrei dovuto convivere con la "signorina tu mi stufi"? 
    La guardavo mentre metteva in mostra il luccichìo dei suoi raggi, e si pavoneggiava nel suo bel colore azzurro metallizzato. Beh, dovevo ammettere che era davvero carina: se solo fosse stata un po' più simpatica!
    Celestino intanto decantava alla signora tutti i pregi della bicicletta: si chiamava Rosaura, era comoda moderna e pieghevole. Ero un po' geloso, ma in fondo di me cosa c'era da dire! Ero tutto lì, robusto e in bella vista, non avevo virtù nascoste, io. Il mio nome era scritto in bianco sulla tela rossa e fui molto grato a Celestino quando disse:
    "Anche il carrello ha un nome. Vede? Si chiama Danilo."
    La signora rise: "Caspita, che nome altisonante! A me interessa che sia bello resistente, anche perchè non credo che lo chiamerò per nome" E rise di nuovo.
    Mi fu simpatica: effettivamente forse sarebbe stato difficile che lei chiacchierasse con un carrello per la spesa. Stava dicendo a Celestino che con gli anni le braccia avevano cominciato a farle un po' male e così non riusciva più a portare le borse della spesa e pensava che il carrello fosse la soluzione, anche perchè lei si spostava quasi sempre a piedi.
    "Oggi sono venuta in automobile così posso portare a casa anche la bicicletta....anzi Rosaura."
    Guardai Rosaura. Dal suo sguardo se n'era andata tutta la spavalderia, sembrava diventata triste all'improvviso.
    "Beh, cos'hai? Non sei soddisfatta?"
    Lei mi guardò:
    "Sono terrorizzata. Non sono mai stata piegata e ho tanta paura. E poi sarò chiusa dentro il baule dell'auto. Ti sembra che possa essere allegra?"
    Mi fece tenerezza e in un attimo dimenticai tutta la sua prosopopea.
    "Non ti preoccupare ci sarò anch'io con te, ti farò coraggio."
    "Oh no, tu sarai sui sedili dell'auto e potrai guardare dal finestrino, mentre io sarò al buio e mi mancherà l'aria. Con ogni probabilità mi faranno anche male tutte le giunture. Ho visto piegare altre biciclette, e prima che le persone imparino come si fa, è sempre una tortura."
    Pensai che aveva ragione, ma non sapevo proprio come aiutarla.
    "Vedrai che Celestino non ti farà male, lui è un esperto. Piuttosto sarà la signora che dovrà imparare, ma non credo che tu sia destinata a viaggiare in auto: hai sentito? Lei si sposta a piedi perciò semmai sarai tu a portarla a fare passeggiate all'aria aperta. Stai tranquilla. Il tuo destino è migliore del mio: io sono destinato a portare pesi e a essere riempito oltre le mie possibilità, ma sono nato per questo."
    "Grazie Danilo, sei molto dolce e sono contenta di sapere che vivremo nella stessa casa."
    Come succede spesso, da un'antipatia iniziale stava nascendo una bella amicizia.
    Rosaura fu sistemata nel baule ed io sui sedili posteriori dell'auto, proprio come aveva previsto lei, ma per fortuna il tragitto fu breve. 
    La casa mi piacque subito. Era una piccola costruzione a due piani con un bel cortile dove c'erano una tettoia e un garage. Rosaura su depositata sotto la tettoia, ed anch'io. Poi la signora sistemò l'auto in garage e lo chiuse soddisfatta, come se si fosse liberata da un peso. Capii che non aveva tanta simpatia per i motori. Entrò in casa, e noi ci guardammo.
    "Hai visto che non è successo nulla di così brutto? E com'è bello questo posto?"
    Era proprio bello: dietro la casetta si intravedeva la campagna, e di fronte, un po' spostato sulla sinistra, un lungo viale asfaltato ombreggiato da grandi alberi di tiglio. C'era qualche altra casetta come quella in cui avremmo abitato noi, e c'erano anche un paio di ville eleganti a poca distanza. Sì, era proprio bello.
    "Sì Danilo, penso proprio che qui mi divertirò."
    Ormai stava scendendo la sera e io ero stanco. Era stata una giornata faticosa e densa di avvenimenti. Anche Rosaura cominciava a sbadigliare. La signora non si era più vista. Dissi:
    "Dormiamo?"

    "Sì, buonanotte Danilo."

    "Buonanotte Rosaura."

    "Il buio mi fa un po' paura."

    Con una piccola spinta avvicinai la mia ruotina al suo pedale, lei si sentì rassicurata e si addormentò.

    L'indomani fu per noi l'inizio di una vita di lavoro. Tutte le mattine alle dieci, puntuale come un orologio svizzero, la signora mi prelevava dalla tettoia e mi portava a piedi al supermercato dove venivo riempito all'inverosimile. Certe mattine pensavo che non ce l'avrei fatta da quanto ero pesante, e ogni dislivello della strada mi dava un contraccolpo pericoloso. Temevo per l'incolumità delle mie ruotine e mi chiedevo quanto tempo avrebbero resistito, e poi, per dirla proprio tutta, così grasso non mi piacevo per niente. Avevo bozzi da tutti i lati: o per una scatola che premeva da una parte, o una bottiglia da un'altra parte, insomma assumevo le forme più strane. Quando Rosaura mi vedeva arrivare, già da lontano cominciava a ridere e a prendermi in giro.

    "Come sei grasso grasso grasso" Cantilenava  e rideva "grasso grasso grasso"

    Ma io non mi arrabbiavo perchè sapevo che era uno scherzo. In effetti lei mi voleva molto bene ed anche la sua vita era difficile perchè riposava molto meno di me. Lei era sempre a disposizione per chiunque arrivasse. Tutti la prendevano per andare dappertutto, spesso la facevano cadere e non  usavano nessuna delicatezza. Era già ammaccata in vari punti ed io sapevo che ne soffriva molto. Non era più così luccicante, anche perchè raramente qualcuno la lavava. Alla sera finalmente restavamo soli, l'uno accanto all'altra, ed allora io le raccontavo le storie che avevo sentito narrare dall'artigiano al suo nipotino mentre mi costruiva. Erano belle favole e così Rosaura sognava principi e regni incantati, e si addormentava. Ma il tempo passava e i disagi aumentavano.

    Io spesso non  riuscivo a dormire perchè cominciavo ad avere problemi alle cuciture, inoltre una ruotina si era già staccata e il fabbro me l'aveva dovuta saldare. In quell'occasione la signora aveva deciso di farmi saldare anche l'altra così non si sarebbe più verificato nessun problema. Avevo sofferto molto per quell intervento ed oltretutto ora le mie ruotine erano molto più rigide e sentivo molto di più i dislivelli del terreno. E allora, se non potevo dormire vegliavo il sonno di Rosaura e la consolavo se si svegliava piangendo. Mi faceva tanta tenerezza. Al contrario di me che conoscevo già in partenza quale sarebbe stato il mio destino, lei aveva sperato in una vita allegra e spensierata, e adesso era delusa e triste.

    Erano trascorsi due anni quando, una mattina, la signora mi rivolse la parola:

    "Caro Danilo, hai fatto il tuo tempo. E' ora di sostituirti. ormai sei tutto consumato. Mi costerebbe di più farti riparare che comprare un carrello nuovo."

    Detto fatto mi trovai depositato accanto ai bidoni della spazzatura.

    Rosaura, che aveva assistito a tutta la scena, piangeva disperata.

    "Non puoi lasciarmi, non andartene. Cosa farò io!" Ma sapeva anche lei che non c'era niente da fare Ci guardavamo da lontano, lei sotto la tettoia ed io vicino ai bidoni, tutti e due consapevoli del nostro limite invalicabile: avevamo le ruote ma non potevamo raggiungerci.

    Per la prima volta nella mia vita piansi disperatamente e mentre piangevo mi accorsi che mi stavo muovendo: un uomo mi stava trascinando via, lontano dai bidoni. Era malvestito e trasandato. Ebbi paura, ma poi pensai che tutto sarebbe stato meno doloroso della discarica.

    Mi ricordai di avere già visto l'uomo quando andavo al supermercato: frugava nei bidoni e raccoglieva cose di vario tipo. Così io gli sarei servito per riempirmi di cose raccolte nella spazzatura. Pazienza. Daltronde ero vecchio e malandato, cosa avrei potuto pretendere? Mentre lui mi trascinava da un  bidone all altro

    io pensavo a Rosaura. Chi l'avrebbe consolata quando avesse avuto paura del buio, chi le avrebbe raccontato le favole per farla addormentare serena?

    Non riposavo mai, ero sempre per la strada, ma una mattina accanto a un bidone  in una scatola semiaperta vidi il soprammobile di ceramica che rappresentava la sirena. Era bellissimo e intatto. Chissà perchè l'avevano buttato via!

    "Questo sì che è un colpo di fortuna" disse l'uomo "Questo me lo pagheranno bene."

    La scatola era grande ed io non potevo contenere altro, così l'uomo si diresse subito in paese.

    "Ciao Danilo, ti ricordi di me?"

    "Certo che mi ricordo Sirena! Cosa ti è successo?"

    "Non piacevo più, mi hanno buttata via"

    Mi dispiaceva davvero. Era così dolce e gentile, ma era anche civettuola.

    "Speriamo che non mi si rompa la coda, con tutti questi saltelli!"

    "Non ti preoccupare, sei ben sistemata, non ti romperai."

    Intanto eravamo arrivati in paese e l'uomo si diresse proprio verso il negozio di Celestino.

    Ero felice, mi sembrava di tornare a casa. Celestino! Come ero contento di rivederlo!

    Celestino lo fece entrare e subito rimase stupito a guardare: cercò il punto della mia tela dove era stato scritto il mio nome che non si vedeva quasi più.

    "Danilo! Ma guarda un po' come ti sei ridotto! Sei sporco, scucìto, proprio malmesso."

    Poi si rivolse all'uomo:

    "Ti compro tutto, anche il carrello!"

    "Ma il carrello mi serve"

    "Te lo pago bene"

    Scoppiavo di felicità, sarei rimasto lì, avrei smesso di girovagare sotto il sole o le intemperie, all'aperto, sempre in pericolo. Celestino mi avrebbe tenuto con sè. Sarebbe stato tutto perfetto se il pensiero di Rosaura non mi avesse continuato ad angosciare.

    Quando l'uomo se ne fu andato, Celestino prese la sirena e la pulì bene e la rimise in vetrina.

    Poi mi guardò:

    "Con te sarà un po' più laborioso! Cominciamo da una bella lavata!"

    Un bel bagno era proprio quello di cui avevo bisogno. Tornai a vedere il rosso della mia tela, anche se un po' sbiadito, e il bianco delle rifiniture. Le ruotine, lucidate, sembravano quasi nuove. Dopo avermi lavato si mise alla macchina per cucire e mi aggiustò bene. Poi mi guardò soddisfatto:

    "Caro mio sei come nuovo. Ma non ti venderò più. Ti terrò con me, puoi essermi utile."

    Pensai che la mia vecchiaia sarebbe stata serena con Celestino, ma non sapevo come dimostrargli la mia gratitudine.

    La mia vita era tranquilla con lui. Ogni tanto mi portava con sè al supermercato, ma mi trattava con molta delicatezza e soprattutto mi teneva in casa, in cucina vicino a lui. Non mi sentivo mai solo e non pativo più caldo o freddo e i pericoli della strada, ma nella mia mente c'era il pensiero fisso di Rosaura. Oh, se avessi potuto farmi sentire da Celestino, se avessi potuto parlargli! Si avvicinava anche Natale ed io pensavo a quanto si sarebbe sentita sola Rosaura sotto la tettoia, al freddo e magari con la neve a due passi.

    Ed un giorno accadde una cosa davvero speciale. Celestino decise di attuare una promozione di biciclette pensando che la gente a Natale è più disposta a fare spese, così espose un bel cartello con scritto: "Promozione biciclette, si ritira l'usato. Grossi sconti."

    Aspettai e aspettai e aspettai ancora finchè, pochi giorni dopo, l'auto della signora si fermò davanti al negozio. Lei entrò e si rivolse a Celestino:

    "Mi viene ad aiutare? Vorrei comperare una bicicletta nuova e ho portato quella vecchia."

    Il miracolo era avvenuto. La mia felicità era alle stelle. Rosaura fu portata nel retro del negozio e quando mi vide scoppiò in lacrime. Anch'io piangevo e non riuscivo a dire nulla. Ci bastava essere lì, l'uno vicino all'altra, dopo tanta lontananza e tanta sofferenza. Riuscii solo a dire:

    "Non ti ho mai dimenticata. Ti ho sempre aspettata."

    "Ne ero certa e non ho mai smesso di sperare."

    Stasera è la vigilia di Natale. Celestino è un uomo anziano e vive da solo. Si è preparato una cenetta e un piccolo albero di Natale, però sotto l'albero ha sistemato la capanna della natività perchè, dice lui, è una tradizione. Nella sua cucina il camino è acceso e lui ha alzato il bicchiere per brindare:

    "Amici miei, Danilo, Rosaura, Buon Natale"

    "Buon Natale Celestino! e...grazie."

     

  • sabato alle ore 17:29
    MADAME TATA

    Come comincia: Vista la prima volta: una signora raffinata, gli abiti scelti con cura, indossati con eleganza, abbinamenti particolari: una femmina di lusso. Tato la rincontrò l'ultimo giorno di un anno in un raffinato locale alla moda seduta ad un tavolo, circondata da amici. Un coup de foudre! La esaminò a lungo con compiacenza, non sentiva più le voci dei presenti nè il suono dell'orchestra. Ne osservò la bocca mossa con maestria, quando sorrideva scopriva denti perfetti, sulle labbra un rossetto un pò appariscente ma non volgare, adatto al suo stile con un contorno di matita più scuro che ne evidenziava ancor più la finezza e l'unicità. Sorrideva con distacco signorile che creava una barriera con gli interlocutori sciocchi o vanesi. Tato seguitò ad osservarla e notò altri particolari: zigomi alti, occhi grandi ed espressivi, il trucco magistrale ne sottolineava la luminosità, orecchie piccole, la scollatura profonda metteva generosamente in mostra seni perfetti: emergeva fra le signore presenti.Tato con la fida Canon le si avvicinò e, con falsa indifferenza ma col cuore in subbuglio le propose un servizio fotografico in ricordo della serata. Zeus adiumentum inaspettatamente raggiunse lo scopo. Si rifugiarono in un angolo appartato della sala in mezzo a rocce e piante un pò distante degli sguardi curiosi ed invidiosi delle signore. La musica giungeva da lontano un pò ovattata. La magia delle luci soffuse ed il caldo ambiente lavorarono in favore di Tato. Una signora diversa, cordiale, curiosa e disponibile: una sorpresa. Tato assunse le vesti di regista: "Pensi a situazioni piacevoli: un viaggio in compagnia di una persona briosa, una serata in un locale accogliente, un incontro ravvicinato..." Le pose della signora erano mutevoli ed espressive, seguiva i consigli alla lettera. L'emozione creò qualche problema a Tato, talvolta il calore del viso faceva appannare il mirino della macchina fotografica con conseguente sfocatura delle immagini; fu costretto a ripetere alcune inquadrature ma il risultato finale fu inappuntabile. Esaminò le foto nel monitor dell'apparecchio, espressioni delle singole foto: - leggermente ironica; - misteriosa; - sorridente; - soddisfatta; - furbetta; - pensierosa; - carinissima; - ti piacerebbe... - forse, spera; - allegrissima; - curiosa; - sospettosa; - non mi manca nulla; - un pò triste; - sono una vera donna; - ho i miei problemi.. - aperta; - ti entro nel cuore; - simpatica; - non c'è niente da fare! Quest'uiltima espressione fece rattristare Tato, non cxhe ci sperasse molto, era un sogno che lo tormentava da sempre ma la speme è l'ultima a morire. Tato si rivolse a lei, dea della speranza: "Accogli Elpis, dea della speranza, la mia istanza un pò lasciva ma giustificata da cotanta bellezza, fa che mi guardi con benevolenza, lo sai, sono un vecchio pagano amico di Hermes, se riuscirò nel mio intento ti sacrificherò il montone più grasso, anzi un vitello, meglio ancora un bue. Elpis ti offrirò tutto quello che possiedo ma ti prego aiutami, dammi una mano sì che possa sperare alterimenti non solo non ti sacrifico nulla ma ti mando a f....!

  • sabato alle ore 17:16
    I DESIDERI DI TATO.

    Come comincia: Vorrei essere: - vento per accarezzare la tua 'gatta'; - Zeus per farmi una dea; - Hermes per imbrogliare gli imbroglioni; - acqua per bere vino; - bambino per credere alle favole; - nudista per rifarmi gli occhi; - Tampax per non chiamarmi Carlo (d'Inghilterrqa); - fuoco per non fumare; - rogo per incenerire le droghe; - stella per posarmi sulla tua fronte; - sogno per averti sopra di me; - morte per starti lontano; - ricco per averti ai miei piedi; - cane per leccarti tutta; - meno fregnone per non correrti più appresso sapendo che non me la darai mai!

  • sabato alle ore 16:59
    EPITAFFIO DI TATO.

    Come comincia: Hermes, dio dei ladri e degli imbroglioni, fa che il mio sonno eterno sia consolato da ciò che più ho amato nella vita: da immagini di fanciulle leggiadre e disponibili, di deschi imbanditi di cibi succulenti e di squisiti vini da gustare in compagnia di conviviali spensierati e festanti e fa sì che non sia perseguitato da immagini funeree di predicatori, di piagnoni o, quel che è peggio, di imbecilli. Fammi ricordare i vecchi amori: la dolce Raffaella dalle mani sapienti; la sorridente Adriana dalle tette proronpenti; la piccola Tiziana, piccola si ma dalla bocca infuocata; la dolcissima Miriam sempre pronta a girarsi di spalle; l'appassionata Violetta dalla natura sempre umida. Infine fammi dimenticare la mia bellissima consorte Anna: elegante, di classe, altera, profumata, incantevole ma tanto algida e scostante. 'Ciccio' non ha un buon ricordo di lei ma, in compenso, si è consolato con la sue amiche. Infine, Hermes, ti prego, fa che nell'aldilà, io che non sono stato mai malizioso nè imbroglione, lo diventi per non farmi fregare da santi, da madonne piangenti, da diavoli e da preti furbacchioni padroni dell'aldilà come lo sono dell'aldiqua!

  • sabato alle ore 16:46
    A TATA LA MAGICA

    Come comincia: O magica Tata regina di goduria, meravigliosa dolce compagna delle mie notti insonni appari a me timida, riservata seminascosta in un morbido cespuglio. Ondeggi deliziosamente quando la tua padrona passeggia, invisibile in quel momento, sicura del tuo fascino erotico. Ti immagino, ti vedo, ti sento. Il tuo silenzio è assordante, sei dispensatrice di felicità che travolge i miei sensi. Parla alla tua signora, dille dei miei fremiti, del tremore che mi assale al pensiero della tua esistenza, dille di essere generosa, sarò il tuo eterno schiavo. Mi basterebbero anche dei baci, dei piccoli morsi per inebriarmi della tua intensa fragranza, ti terrei fra le mie labbra succhiandoti dolcemente, lungamente sinchè un interminabile fremito non verrà a svegliarti dal sonno con dolci sussulti riverando nella mia bocca un fiume morbido, inerrastabile, profumato. Così ti sogno, ma il sogno diverrà mai realtà? Tutto il mio essere te lo chiede, al solo tuo pensiero sento la mie viscere stringersi, il cuore battere velocemente, il respiro diventare affannoso. Ti prego dai un segno positivo al tuo eterno, sconsolato e fiducioso innamorato, abbi pietà ed anche un pò di comprensione, cazzo!

  • venerdì alle ore 13:00
    2015

    Come comincia: Pensa sempre positivo, le cose accadono sempre per un motivo. Qualsiasi cosa affronterai devi essere abbastanza forte per non abbatterti e per non ricadere. Devi avere il coraggio che hai tenuto fino ad oggi senza preoccuparti di chi ti vuole male. Sii grato/a al Signore per la vita che ti ha donato. Perdona chi ti ha ferito nei sentimenti e prosegui con forza, a prescindere da quanto sarà difficile. Dio non ti abbandonerà mai, devi aver fede e pregare, Egli vede tutto e ascolta ogni voce, se lo farai, saprà come ripagarti con il Suo Amore infinito di Padre.

  • venerdì alle ore 12:54
    2015

    Come comincia: Mi dispiace ammettere che il mio cuore è rotto in questo periodo, ma più in la starò bene. Adesso devo solo raccogliere i pezzi di puzzle rotti e rimetterli di nuovo ognuno al posto giusto. Non avevo mai pensato che la mia vita, a volte, potesse essere così dolorosa e rendermi conto che ogni giorno che passa sento dentro di me come se stessi perdendo una parte. Curerò le mie ferite per cambiare questa situazione e per guarire fin dentro la mia anima. L'ho sempre fatto e in tutto questo Dio mi ha sempre dato la forza, ogni volta che ne ho avuto bisogno.

  • venerdì alle ore 12:52
    2015

    Come comincia: Segui le cose più vere e più importanti della vita. Guarda sempre avanti e fai del tuo meglio, dando il massimo di te. Mantieni sempre alti gli obiettivi che ti prefiggi. Sii responsabile di te stesso/a e non perdere mai la stima che hai di te. Non rinunciare mai alle cose veramente importanti e significative nella tua vita. Tu sei forte più di quanto possa credere e tutto quello che vedi in alto non è detto che sia irraggiungibile. Perciò non smettere mai di sognare e di crederci, chi aspira al meglio lotta molto per ottenerlo.

  • mercoledì alle ore 14:14
    Pasqua 2015

    Come comincia: Pensiero del venerdì santo.
    Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi.

    Già, ma alzi la mano chi trascorre la Pasqua lontano dalla famiglia.

    Per me il Natale, così come la Pasqua è lontano dalla famiglia. Dalla famiglia allargata intendo.
    Genitori, fratelli, cugini.

    Perchè io non ho una famiglia allargata.
    In tempi non sospetti, aprile 2007, a seguito di un resoconto di un mio collega su una esequie a cui aveva presenziato, dissi: “Alle mie esequie voglio solo le persone che mi vogliono bene: mio padre, mia madre, mio marito e, se lo ritiene opportuno, mio fratello Alfredo”.

    Tre anni prima avevo definitavemente realizzato che mio fratello maggiore non mi volesse bene.

    Avrei dovuto mettermi l’animo in pace.
    E invece no.
    Così, quando il suo cugino preferito si unì allo zietto pieno di bile nell’agire contro mio marito e me, feci presente a mio fratello che se avesse continuato a frequentare quelle persone come se niente fosse e senza chiedere spiegazioni, quelle persone avrebbero fatto sempre peggio.
    Solo il silenzio complice rispose.
    Ma che mi aspettavo? Come mi aveva già detto una quindicina di anni prima, lui con i nostri problemi non voleva essere scocciato.
    Quattro anni dopo la sua indifferenza o meglio la sua indifferenza trionfa nel sedersi al mio capezzale in ospedale manifestano il suo essere un estraneo, se non addirittura un nemico, per me
    Ancora, ma che mi aspettavo?
    Vent’anni prima ero stata in ospedale un mese in attesa di un intervento chirurgico e nè lui nè mio fratello minore, persone entrambe abili, avevano mai sentito l’esigenza di venirmi a trovare.

    Che senso ha sedermi a tavola con persone per le quali che io sia viva o morta (meglio morta) è totalmente indifferente?

    E passiamo agli zii e cugini. Cugini con cui sei cresciuta a contatto di gomito e che consideri fratelli.
    Gli unici zii e cugini che ho degni del nome ‘parenti’ e non ‘parenti serpenti’ vivono lontani.
    Chi in Trention, chi in Argentina.
    Oppure sono i cugini di mia madre.
    Mio zio in Trentino non mi farebbe mai deliberatamente del male.
    Ed i miei zii in Argentina si sarebbero fatti in quattro per me.

    Dei due fratelli ‘bancari’ di mio padre fin da bambina sapevo una cosa: che volentieri lasciavano mettere mano al portafogli a mio padre in vece loro.
    In particolare del clan di mio zio Giulio e sua moglie Radaele sapevo anche che non si accontentavano di essere in gamba. Dovevano e devono sentirsi ‘i migliori’ e per essere sicuri ricorrono all’abitudine di ‘tagliare i vestiti’ (si dice così?) addosso al prossimo. Da questa abitudine mia madre salva solo mio cugino Carmelo.
    Comunque su questo loro ‘vezzo’ e su altro male ricevuto c’ero sempre passata sopra.
    Preciso che quando anni fa mi trovai con l’auto in panne nel parcheggio dell’ospedale dove avevo accompagnato mio padre per una visita, falliti i tentativi di recuperare il numero di un taxi, telefonai a casa di zia Radaele. Fui fortunata, la trovai in casa appena in tempo. Era in procinto di uscire. Illustrata la situazione, venne subito con la sua auto, sapevo di poterci contare, ed accompagnò mio padre a casa.
    L’alternativa sarebbe stata telefonare al sig.Furio, altro fratello bancario di mio padre, di cui avevo il numero di cellulare. Sarebbe venuto subito, ma preferivo mille volte non ricorrere all’aiuto di quella persona che ritenevo viscida.

    Ero passata sopra anche al fatto che mio zio Furio era passato dal far mettere mano al portafogli in vece sua da mio padre a me.
    Ad un certo punto ho detto: ‘non voglio più pagare per voi’. E’ questa è la mia colpa più grave.
    Ingenua. Chi sono io per oppormi ad una tradizione ultracinquantennale?
    E, l’ho scoperto in seguito, chi sono io per rintuzzare un odio di uguale durata?
    Il mio zietto non vede l’ora di spolparmi viva (anche morta). E prendersi la rivincita sul fratello laureato da cui tanto bene ha ricevuto (tra l’altro anche la casa in cui vive).

    Buona Pasqua a tutti.

  • 24 giugno alle ore 1:19
    2012

    Come comincia: Ci sono persone brave a coprirsi di ridicolo e ne vanno anche fiere. L'intelligenza ce l'abbiamo tutti, ma a quanto pare a fare buon uso del cervello di cui siamo dotati sono in pochi a saperlo fare. La gente si riempie la bocca parlando di principi sani e di veri valori, è brava a predicare il rispetto, l'onestà e la correttezza, ma poi nei fatti dimostra di aver solo recitato una grandissima farsa impregnata di stupidità, solo per il gusto di apparire grandiosa e speciale, ma il risultato alla fine è sempre lo stesso, quello di ridicolizzarsi e di far scaturire la sua vera essenza fatta di basso livello.Gli ignoranti quanto più si sforzano di apparire a tutti i costi grandiosi, tanto più risultano palesemente piccoli, ignoranti e ridicoli.

  • 24 giugno alle ore 0:47
    2012

    Come comincia:  A volte devi essere forte per te stesso. Tu sai di essere una brava persona e di avere un grande cuore per i tuoi amici. Alcune cose sono destinate a finire. Per l'amore vale la pena lottare, ma è più giusto farlo in due. Tutti desideriamo una persona che combatta per noi. Spesso ci ritroviamo a dare molto e a ricevere poco, non riceviamo neanche una minima parte di quello che eravamo disposti a dare noi. Le persone rimpiangono una persona dopo averla persa. Combatti sempre, ma fallo solo per te stesso.

  • 23 giugno alle ore 20:11
    2013

    Come comincia: La consapevolezza che l'amicizia sia più grande dell'amore non l'abbiamo quando, intorno a noi, ci sono amici veri e onesti, ma ce ne rendiamo conto quando, qualcuno che abbiamo sempre pensato fosse amico, ci ha pugnalato alle spalle. Quando un amico rompe la fiducia, fa più male di un amante che ci ha tradito, ed è lì che comprendiamo che, l'amicizia, è più importante dell'amore. Mentre cerchiamo di capire la profondità del nostro legame emotivo, quelli che dicevano che sarebbero rimasti, se ne sono già andati. Un amore infedele mette in pausa il cuore, ma un amico indegno procura lividi alla tua anima.

  • 23 giugno alle ore 14:13
    A Night In Rome

    Come comincia: Blondie passeggiava per le vie di Roma in compagnia di Marì; ebbre d’alcool e voglia di far festa, le loro risate riecheggiano tra i viottoli ed il Tevere col suo scorrere quiete e silenzioso.
    Si fermano in un bar del posto (né troppo vicino né troppo lontano); si accomodano, cinguettano tra loro e miagolano di calore alla ricerca di prede da spolpare in una notte stellata dal titolo “Divertimento”. Accanto a loro, due tre tavolini più in là, Martine con quattro amici a birrecchiare.
    Tra una chiacchiera di Blondie, un occhiatina del bello Martine, gli sguardi si scontrano ed ecco l’approccio. Lui si alza va da lei, lei sorride e si presenta; vino, schiamazzi e mezze parole alimentano una passione che inizia a nascere. Dopo qualche oretta di pura conversazione, Martine invita Blondie a passar per una serata in un locale della zona.
    Pensieri, indecisioni, Martine lascia il proprio nome alla ragazza con annesso l’indirizzo del locale presso il quale recarsi nel caso, nel pensier di lei, volesse, poi, raggiunger lui.
    Occhiate, sorrisi maliziosi e imbarazzo sul viso, i due si salutano con la promessa di ribeccarsi l’ora dopo.
    Martine svanisce nel buio della notte con al seguito gli amici da tavolo; Blondie convince Marì ad accompagnarla alla serata proposta dal giovane amico.
    Partono alla ricerca del posto; camminano, sghignazzano, battute a luci rosse volano tra gl’alberi della strada arrivando al locale e scoprire, poco dopo, che di serate non v’è n’erano e che aveva anche chiuso da poco.
    Con sgomento per la sorpresa, le ragazze decidono di avviarsi verso casa e, alla fermata dell’autobus (che sembra non passare già da ore), chiedono informazioni ad un ragazzo lì accanto.
    Nel chiedere delucidazioni in merito a quale strada percorrere per arrivare all’abitazione, Blondie scopre che la zona in cui erano sbarcate era il covo di gigolò per bene; lungo i marciapiedi quattro o cinque giovani ragazzi gironzolavano lungo e in largo alla ricerca di prede. Con la tristezza sul viso di entrambe le ragazze nell’aver scoperto che la zona deserta in cui erano finite ospitava solo giovani ragazzi che davano piacere per soldi, tracciano una linea di pensiero nella mente riguardante il giovane Martine conosciuto al bar ore prima; la domanda posta era la seguente “Probabile che Martine fosse anche lui un giovane gigolò alla ricerca di compratori del suo sesso?”
    Probabilmente nel loro divertimento in cui l’obiettivo era carne fresca per una sera, il gioco aveva invertito i ruoli; da cacciatrici eran diventate prede.
    Che beffarda la vita.

  • 21 giugno alle ore 17:45
    2012

    Come comincia: Questa la dedico a te che non hai mai perso la speranza, a te che speri in un domani migliore. La dedico a te che hai sempre avuto la forza di rialzarti dopo una caduta. A te che nonostante le delusioni non hai mai smesso di amare e di lottare per i tuoi sogni, anche quando hanno fatto di tutto per sbarrarti la strada. La dedico a te che hai tanta forza e grinta di proseguire il tuo cammino con dignità e non ti abbatti mai, a te che non rimpiangi nulla delle cose che hai perso perchè sai che un giorno tutto potrai recuperare. A te che ti stimi per come sei e non ti cambieresti mai per nessuna ragione al mondo e nonostante le delusioni e le amarezze che ti ha procurato la cattiva gente, ti piaci così come sei!

  • 21 giugno alle ore 17:44
    2012

    Come comincia:  Rassegnatevi, la gente di merda non smetterà mai di nascere a questo mondo, purtroppo. Bisogna ignorare e fregarsene altamente delle cazzate che dicono e delle stronzate che fanno, perchè questi poveri frustrati vogliono ottenere la tua attenzione . Niente potrà farli sentire più stupidi e inutili di quanto lo sono già, nel sentirsi ignorati mentre gli passi davanti sfoggiando la tua indifferenza e il tuo sorriso smagliante.

  • 21 giugno alle ore 17:43
    2011

    Come comincia: Se oggi sono diventata una persona coraggiosa e determinata, è grazie alle delusioni ricevute ieri. Devo dire grazie agli infami che con le loro cattiverie mi hanno fatto aprire gli occhi e crescere, agli ipocriti che con le loro bugie e calunnie, mi hanno resa più diffidente, ai leccaculo che per ottenere un tornaconto, mi facevano la bella faccia davanti per poi divertirsi a parlare alle mie spalle. Un grande grazie va anche agli stronzi che disgraziatamente ho incrociato in questo tratto di strada della mia vita, a cui avevo aperto il cuore e donato la mia fiducia, ma in cambio hanno solo saputo regalarmi dispiaceri e lacrime che mi hanno fatto versare ingiustamente quando mi hanno delusa. Sono fiera di me, per come ho affrontato le difficoltà e non mi sono mai arresa, in tanti aspettavano di vedere una mia eventuale caduta e vedermi implorare aiuto, ma invano attendono ancora tutt’oggi. Sono fiera di me, perchè ho lottato sempre per le cose che ritenevo giuste per me e non ho mai permesso a nessuno di rubarmi i sogni.

  • 21 giugno alle ore 17:41
    2011

    Come comincia:  Di tutto quello che la gente dice di me non me ne può fregare una beata mazza, sono sorda nell'ascoltare loro giudizi subdoli su di me, si sa, è tutta invidia. La classe sta nell'ignorare alcuni atteggiamenti e alcune persone di poco valore. Sono giudizi che escono da bocche rozze e piene di cattiveria pronunciati da chi di certo non se lo può permettere e non sono migliori di me. Prima di parlare aggiornassero soprattutto la grammatica italiana, che di ignoranza se ne legge davvero troppa, nelle loro chiacchiere non si scorge di certo un linguaggio aulico,illustre e cardinale.

  • 21 giugno alle ore 16:22
    2013

    Come comincia: Le parole più sincere non sono solo quelle pronunciate da due persone che si amano. Non servono le parole per dimostrare un affetto sincero, ma sono quelle dettate dai gesti quotidiani, dagli sguardi, dalle emozioni, dai sorrisi. Sono queste le verità più sincere perchè provengono dal cuore di una persona, sono verità dichiarate che danno un senso ai momenti e alla vita, perchè danno la certezza che l'amore tutto può, ma soprattutto da sicurezza che il vero amore esiste.

  • 21 giugno alle ore 14:50
    2013

    Come comincia: La mia libertà comincia quando me ne frego di alcune persone e dei loro atteggiamenti. La gente invidiosa spesso pretende di rovinare la mia mia vita e la mia tranquillità, ma con il tempo ho capito che non vale la pena sprecare energia, rabbia e tempo per persone inutili e ignoranti e che il mio star bene è più importante. La mia tranquillità dipende da me stessa so come conquistarla, essa deriva anche dalle persone che amo, che stimo e da coloro che ho scelto di far restare nella mia vita, il resto continuasse a ciarlare.

  • 21 giugno alle ore 14:02
    2014

    Come comincia: Ehy stronzo, la vedi questa ragazza? Lo senti il suo cuore pulsare? Le vedi le sue lacrime amare? Sono state causate da te, assassino. Lei non ti odia, perchè ti ha amato troppo. Tu la osservi quasi sorridendo e con distacco, coglione. Mentre la guardi non riesci a comprenderla, perchè sei uno stronzo, lei è ripiegata su sè stessa, nel suo dolore, uccisa da te, che tutto fai tranne che amarla come merita. Un giorno ti pentirai amaramente, oh si, la rimpiangerai, perchè ti renderai conto che nessun'altra ti amerà così tanto. piangerai il doppio delle sue lacrime e soffrirai dello stesso dolore. Ti lascerà il suo marchio nel cuore e li ti renderai conto di amarla. Toccherà a te cercarla, amarla, seguirla. In bocca al lupo stronzo.

  • 18 giugno alle ore 13:10
    Confession

    Come comincia: Era il massimo; il massimo che ci si potesse aspettare dal vuoto e dall’orrore di quella cosa che si chiama speranza (maledetta mietitrice di illusioni e ipotetici stati benefici).
    Iniziavo ad odiare tutto, qualsiasi cosa; oggetto, persona, paesaggio, animale.
    Com’è possibile arrivare a sfiorare livelli di follia così frequenti?
    In qualsiasi luogo andassi, era uguale; sempre tutto maledettamente uguale.
    Le paranoie, le ansie, l’umore ballerino, gli istinti suicidi, le belle parole buttate nel cesso di un epoca che fa cagare amaramente.
    Quante cose siamo costretti ad inventare per un bene comune? Quante fandonie, bugie, strategie effimere e beffarde saremo ancora costretti a edificare, indurire, produrre, per non essere giudicati, mal visti, non considerati, maledetti od oggetto di inquisizioni?
    Il mostro che aleggia dentro di noi, ormai, è a portata di mano; in pugno, sempre pronto agguerrito, a insorgere, evadere, aggredire o aggredirsi da solo.
    Culturalmente parlando, potrei fare del mio vissuto interiore un lavoro a tutti gli effetti; ma non si campa di questo, non ti pagano per professare il giusto o non giusto, quello che è stato e non sarà.
     
    Inizio ad odiare tutto, tutto quello che di bene o male possa esistere (quindi il tutto può tranquillamente includere il mondo).
    Possono l’odio ed il rancore spingere una persona ai limiti della sopportazione esistenziale propria e quella del resto? Certamente.
    C’è qualcosa nella testa che non funziona più, che non ha mai funzionato o mai esistito.
    La quiete manca da parecchio, amico mio, troppo tempo!
    E ogni volta è sempre tutto uguale, uguale a ieri, come oggi, sarà anche domani.
    Meritocrazia per il bene fatto? Nessuna.
    Non esistono né Dio, né la bontà, misericordia, fede, speranza.
    Invenzioni dell’uomo per fingere a se stesso che qualcosa di superiore c’è; si, sicuramente, noi stessi.