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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 18:31
    Terra mia.

    Come comincia: Sono italiana, amo la mia terra, amo la gente, con le sue imperfezioni, me le sento dentro. Ho girato il mondo, ma nessun posto mi da emozioni intense come quelle che ho qua.

  • giovedì alle ore 13:17
    Corto # 12 - Favola breve

    Come comincia: Lui era un lampione, lei una strada buia. Unendosi fecero la notte, la più poetica e malinconica di tutte.

  • giovedì alle ore 7:47
    Amore incompreso.

    Come comincia: Ho amato un uomo più della mia vita, a lui ho dato tutto di me per anni; per me era l'universo, era l'immenso dentro di me. I continui dispiaceri che mi ha dato hanno spendo l'amore. Ovvio da parte mia, da parte sua è rimasta una dipendenza. 

  • mercoledì alle ore 23:46
    La donna.

    Come comincia: La donna ti darà l'illusione che tu sia il capo, ti dirà si, ma sarà un no, ti farà credere che senza te non potrà vivere. Ma sappi che lei sa vivere senza di te, sa organizzare la sua vita, decide sempre lei cosa vuole fare. La donna comanda il mondo nella realtà quotidiana. Ricordalo. Il mondo è delle donne, non degli uomini e lo dimostrano tutti i giorni nel loro piccolo. 

  • mercoledì alle ore 23:31
    Conquistare il cuore di una donna.

    Come comincia: Gli uomini pensano che con un mazzo di rose, con una vacanza, con un anello, con una cena conquistano il cuore di una donna... non è affatto così. Una donna la conquisti giorno dopo giorno, con le attenzioni, conoscendola profondamente nella sua profondità, dedicandole tempo, attenzioni, dimostrandole il tuo totale interesse, dimostrandole la tua fedeltà, il tuo costante desiderio del suo corpo e molto altro. Solo allora conquisterai il suo cuore e il per sempre dipende dalla tua costanza.

  • mercoledì alle ore 23:22
    La fine di un amore.

    Come comincia: Quando ami pensi voglio lui. Quando non ami pensi voglio star sola. L'uomo si sente forte, indispensabile, non si rende conto quando ferisce una donna, e non si rende conto che lei quando si stancherà ,chiuderà per sempre quella porta, dove lui entrava ed usciva. Quando sarà fuori dalla porta, chiederà in ginocchio di rientrare, ma sarà troppo tardi. 

  • mercoledì alle ore 9:11
    Vorrei essere.

    Come comincia: Per te che amo, voglio essere: la luce della luna che illumina le tue notti tristi, il sole di agosto che scalda le tue giornate solitarie, la stella cometa che guida il tuo cammino quando perdi la strada e lo specchio dove ti guarderai per vedere il tuo amore splendere.

  • martedì alle ore 16:28
    Vorrei un pianeta così.

    Come comincia: Ho un sogno da tanti anni dentro, che vorrei realizzare. Vorrei un pianeta  dove non esistano i soldi, dove ognuno possa costruirsi una casa a misura sua, dove le malattie non esistono, dove ognuno ha il cibo a sufficienza, dove si lavora scambiandoci i favori per 4 ore al giorno, dove l'istruzione è rinnovata insegnando l'uso dell'energie, visto che tutto è energia e la scuola sia un piacere che inizia da 5 anni ai 25, e che sia accessibile fino agli 80 anni, dove non esistano leggi perchè ognuno sa esattamente ciò che è bene e ciò che è male, dove le persone si amino, si aiutino, si sostengano, dove non esistano governi. Ecco questo vorrei.

  • Come comincia: Dover fare un riepilogo degli avvenimenti della propria vita all'età di ottanta anni è triste e patetico, guardare indietro con rimpianti su vicende che avrebbro potuto avere altre soluzioni è del tutto inutile, è preferibile guardarsi intorno sull'attuale per non avere inutili nostalgie e per valorizzare quello che si ha, questa è la ricetta vincente.
    Inventario:
    la casa di proprietà al quinto piano di un edificio con distensiva veduta sul porto di Messina e sulla costa calabra, soprattutto di notte, abitazione di sei stanze più servizi arredata con gusto,
    la adorata e deliziosa consorte Susanna di circa ...sei anni più giovane ed anche giovanile perchè, dimostrando la baby meno anni della sua età, invecchiava inesorabilmente il povero Tato Colonna, romano di nascita, suo marito fortunato, fortunato si ma sino ad un certo punto: una cosa impauriva il consorte, tutti i sabato mattina gli occhi della beneamata da marrone cambiavano colore in verde, semaforo di via libera a spese più o meno elevate.
    Al ritorno a casa della baby con sorriso smaliante.
    Domanda solita di Tato: "Hai usato la carta di redito o i contanti?" Domanda non oziosa in quanto il contanti era sintomo di spesa minima , la carta di credito? Immaginate voi.
    Le fusa erano maggiori con la carta di credito. Abbracci prolungati, più prolungati se... "Lo sai che sei il mio grande amore, sei la mia unica fiamma perenne."
    "La fiamma perenne mi porta a pensare al loculo di un cimitero...va bene mangiamoci sopra, il cibo attenuerà la mia ansietà, è come assumere un'aspirina a stomaco pieno."
    Dopo pranzo Tato dallo studio: "Cazzo!"
    Dalla cucina Susanna: "Adesso ti dai al turpiloquio?"
    "Ce n'è ben donde, mille e duecento euro!"
    "Giovanna mi ha fatto lo sconto."
    "E senza sconto...lasciamo perdere."
    "Gli acquisti con la carta di credito vengono addebitati il mese successivo, lo sai?"
    "So tutto, in ogni caso ti faccio presente che sul conto corrente ci sono solo cento euro."
    "Ci guadagni sempre tu, stasera penso a qualcosa di piacevole."
    "Quanto mi costa stà scopata!"
    "Non accetto volgarità, non mi fare arrabbiare, potrei ritirare la proposta!"
    "Mmmmmmmm..."
    Per Tato e Susanna quel dialogo era routine e tutto finiva in...gloria.
    Quel che preoccupava Tato era ben altro: gli ottanta anni che avevano portato con sè gli acciacchi propri della senilità soprattutto in campo ortopedico, ben quattro interventi ed un futuro incerto per altre patologie per non parlare dei ' fiori della vecchiaiia' quelle antiestetiche macchie brune che comparivano in pò sul tutto il corpo!
    "Pensi troppo alle malattie, te ne fai una malattia, t'è piaciuto il sillogismo? Vieni qua, un massaggio alla francese cambierà tutto."
    Susanna cambiava sempre l'aggettivo del massaggio, talvolta alla brasiliana, alla turca, alla spagnola, in pratica Tato ci guadagnava, quando ci si metteva Susanna era deloziosa e soprattutto brava.
    "Consolati con i tuoi colleghi che stanno peggio di te, domattina vai in caserma, ti svagherai."
    Tato era stato un maresciallo della Guardia di Finanza, in caserma c'era una stanza a disposizione degli ex che si riunivano per giocare a carte, progettare visite a siti archeologici (che Tato non amava) e cose del genere. C'era anche la possibilità di sedersi sul divano della barbieria col titolare che scodellava le ultime novità.
    "Lo sa maresciallo che un suo collega, si quello...è ai domiciliari, quell'altro suo collega, quello con i capelli rossi ha trovato sua moglie a letto con un suo parigrado..,. e poi...sa quello..."
    "Pietro sono tutt'orecchi anche perchè da pensionato non ho un c..o da fare e devo passare il tempo, vai avanti."
    Il barbiere in caserma era come i portieri degli edifici: sapeva tutto di tutti come poi faceva era un mistero.
    Tornando a casa Tato riferiva alla moglie le avventure e le disavventure degli ex colleghi che Susanna conosceva.
    "Chi l'avrebbe detto, Francesca che fa le corna al marito, tu non le avrai mai!"
    "Ci mancherebbe che l'Andronico di turno appendesse un paio di corna di cervo sulla mia porta di casa!"
    "Non ho capito, di che si tratta?"
    Tato spiegava che Andronico, imperatore di Bisanzio, soleva appendere delle corna di cervo sul portone di casa dove alloggiavano la sua amante di turno ed il relativo marito.
    "Ma quanto sei istruito, e non solo istruito, quando tu ho conosciuto facevi sballare le femminucce, io per prima."
    "Adesso,lo sballato sono io o meglio il mio conto corrente."
    "È volgare parlare di soldi!"
    Sarà pure volgare ma Tato era lui che faceva i conti che non quadravano mai, in compenso Susanna, oltre che a letto, ci sapeva farepure in cucina e guidava con perizia sia la sua Fiat 500 che la Jaguar che suo marito aveva acquistato con un lascito della defunta zia Giovanna con commenti pieni di acredine da parte dei colleghi di ufficio di Susanna.
    La baby aveva ragione, Tato da giovane era aitante e distinto, sempre vestito impeccabilmente sia casual che elegante, un metro e ottanta di statura, sempre sorridente ad amabile soprattutto con le femminucce.
    La prima sua esperienza sessuale era stata perlomeno inusitata, la madre di un suo compagno di classe.
    Tato spesso studiava a casa di un suo collega, Settimio Furnari che aveva una madre, Francesca, quarant'anni, giovanile e che, separata dal marito, non disdegnava qualche compagnia maschile.
    Tato a sedici anni andava avanti a 'zaganelle' come i suoi coetanei, allora c'erano ancora le case chiuse, i casini a cui si poteva accedere solo a diciotto anni compiuti e quindi case a lui precluse.
    Accadde che Settimio andasse a vivere temporaneamente a casa di un suo zio, fratello della madre, senza figli ma Tato non aveva perso l'abitudine, di tanto in tanto, di frequentare l'abitazione della signora Furnari.
    "In mancanza di Settimio tu sei come un  secondo figlio." Così celiava la dama ma dagli atteggiamenti molto affettuosi verso di lui dimostrava qualcosa di diverso.
    Una volta: "Vieni in camera da letto, parliamo e nel frattempo faccio un pò di pulizia."
    Ad un certo punto la signora Francesca nel rifare il, letto scivolò e scoprì metà del suo corpo nudo senza riuscire ad alzarsi.
    "Ti prego aiutami."
    Tato era rimasto paralizzato dalla visione delle nudità, si mose goffamente e cadde anche lui sul letto.
    "Non mi sei molto d'aiuto." Nel frattempo Francesca si era girata rimanendo praticamente nuda, sotto la vestaglia niente!
    La  dama si ricompose alzandosi dal letto.
    "Vedo che qualcosa è aumentata di volume."
    In verità 'Ciccio', abituato alle seghe, aveva provato una sensazione nuova.
    "Vieni in bagno, schiocchino, è una cosa naturale, ti lavo il cosino anzi, da quello che vedo, un cosone!"
    Tato non  ricordò quello che successe in seguito, dapprima Francesca glielo prese in bocca e poco dopo 'ciccio' ci sputazzò dentro ma la signora non si contentò e se lo mise in fica da sola.
    Questa volta 'ciccio' durò molto più a lungo con gran piacere anche della madama.
    "Complimenti funzioni proprio bene e ce l'hai molto grosso per la tua età, quando vuoi puoi venire a trovarmi."
    Tato prese l'invito sul serio ed ogni giorno si recava a..
    La cosa non passò inosservata a papà Alfredo il quale, senza alcuna spiegazione comunicò laconicamente a Tato:
    "Domani andrai a Roma da tua zia Armida, ti iscriverà lei a scuola, ti accompagnerà tua madre."
    A Tato il seguito sembrò irreale, prendere il treno, arrivare alla stazione Termini, prendere il tram e giungere in via Conegliano n.8, in un breve lasso di tempo la sua vita era cambiata.
    La casa della zia Armida e della nonna Maria era di quattro stanze, lui avrebbe dormito nel salone con televisione, almeno...
    Sicuramente la zia e la nonna erano state messe al corrente della avventura di Tato, nessun commento da parte delle due signore anzi il fanciullo era il cocco della zia Armida perchè portava il nome ed assomigliava moltissimo al suo defunto marito.
    Il giorno seguente sua madre riprese il treno e ritornò a casa sua.
    "Comportati bene." le ultime seu parole.
    Dire che Tato era in confusione era dire poco. La nuova scuola in via deli Annibaldi, vicino al Colosseo, i nuovi compagni di scuola, tutti maschi. Avvicinare le femminucce era un problema, avevano un'altra entrata.
    Tato aveva provato la 'suprema' e gli mancava, 'le zaganelle' non gli bastavano più, come risolvere il problema?
    Il giovane si guardò intorno. Portiere dello stabile era un paesano inurbato a Roma, era di una frazione di Genzano ma, non amando fare il contadino, era riuscito con la raccomandazione di un politico suo paesano a farsi assegnare la portineria dello stabile dove abitava Tato il quale, occhio lungo, si accorse della differenza di età tra Filottrano (che cazzo di nome) e la consorte Menicuccia (diminutivo di Domenica) molto più giovane, bella e decisamente sfrenata.
    Come attirare nella rete la decisamente bella?
    La zia Armida era insegnante in una scuola di un paese vicino Roma, partiva alle sei e mezza del mattino per ritornare a casa alle diciotto. La nonna Maria usciva di casa solo per andare in chiesa per conquistarsi il Paradiso alle diciassette per rientrarev alle diciotto, orario giusto diciassette - diciotto.
    Menicuccia veniva a casa Sciarra per fare le pulizie, Alessio la convinse a cambiare orario in quello a lui più favorevole e la sciagurata obbedì (citazione del Manzoni riguardante la monaca di Monza).
    Mammelle dure, cosina stretta, cosce di marmo, una goduria massima, l'unico accorgimento stare attento a non metterla incinta col conseguente acquisto di tanti preservativi nella vicina farmacia, Francesca era un lontano ricordo.
    Tato si era ben integrato, al ritorno dalla scuola, pranzo, studio veloce e poi vai...
    Aveva preso a fumare, i soldi? Saltare il cinema la domenica (duecento lire) e comprare le 'Sport' dieci lire a sigaretta.
    Come finisce la storia, siete curiosi? Potete acquistare il romanzo scritto da Alberto Mazzoni 'Tato il libertino e il sapore di Venere' che dal titolo potete già immaginare una goduria infinita, prenotatelo in libreria che potrà richiederlo direttamente alla casa editrice Albtros, buona lettura e ...fatemi sapere!

     

  • martedì alle ore 11:31
    Cambia il mondo dando l'esempio.

    Come comincia: Il mondo d'oggi non ti piace, non ti piace la gente come si comporta. Ok sono d'accordo. La prima cosa da fare non piangersi addosso, non serve. Occorre  la volontà di cambiare. Tu dirai e come faccio ? Cambia tu come prima persona e sarà una catena. Ricordo sempre che nella città dove vivo, nessuno diceva buona giornata trentacinque anni fa. Io nel mio piccolo iniziai a dirlo a tutti e sempre, adesso dopo anni e anni lo dicono tutti. Sono stata la prima e ne sono felice. E' una catena come vedi. 

  • martedì alle ore 7:05
    Dalla vita ho imparato.

    Come comincia: Dalla vita ho imparato che: ogni persona ha qualche cosa di bello dentro, che nella vita è meglio osservare anziché  guardare, che l'esperienza mi da forza, che il voler far troppo non giova mai, che vale sempre la pena tentare,
    che l'amore è il sentimento più forte nell'universo, che un errore non è importante come il chiedere scusa, che dare è più importante che ricevere, che ogni cosa arriva a suo tempo, che pensare troppo nuoce, che agire è fondamentale per cambiare le cose che i figli sono il regalo della vita, che la malattia ti fa scoprire parti di te nascoste,
    che la riflessione serve a comprendere dove si sbaglia, che la vita ha qualche cosa di magico,
    che il pianeta va rispettato insieme alle forme di vita, che posso amare solo un uomo,
    che dentro di me ci sono lati da scoprire continuamente,  che esistono energie sottili non visibili a tutti, che la chiusura mentale e i condizionamenti mentali mi rendono prigioniera, pur non volendo esserlo, che sono solo io la padrona della mia vita, che nessuno sa cosa c'è dentro di me, se non chi sa leggermi dentro, che dentro di me c'è una melodia.

  • lunedì alle ore 21:22
    L'incontro con un angelo.

    Come comincia: Avvolte pensi: che brutto mondo è questo... pieno di ingiustizie, la gente che non sa più aver compassione, ne amore per gli altri. Poi all'improvviso appare un angelo, dallo sguardo dolcissimo, dall'anima nobile e gentile piena d'amore. Un sorriso si accenna sul tuo viso ed il cuore che era triste si apre nella sua totale bellezza per accogliere quell'angelo venuto per te. 

  • lunedì alle ore 17:03
    Inno alla madre terra.

    Come comincia: O Madre terra, prima femmina sacra, m'inchino davanti alla tua magnifica bellezza, ti ringrazio degli infiniti doni che ci dai, con grande generosità elargisci cibo, energia per vivere sani.) I nostri occhi sono assuefatti alle brutture che l'uomo ingrato e inconsapevole fa contro di te. Chiedo all'universo intero di rendere l'uomo consapevole di tutto ciò, affinché si ponga fine alla tua distruzione e ti si ami con rispetto, prendendo coscienza che tutto quello che ci dai lo dai con amore gratuitamente.

  • sabato alle ore 8:49
    La differenza tra uomini e donne.

    Come comincia: Gli uomini troppo spesso si limitano a guardare la donna dal punto di vista fisico, togliendosi il vero piacere della scoperta di lei nella sua profondità dell'animo. Le donne guardano contemporaneamente la fisicità e l'interiorità dell'uomo che le colpisce. Questo è uno dei motivi per il quale gli uomini e le donne sono in disaccordo.

  • 24 ottobre alle ore 21:56
    Sentirsi nel pianeta sbagliato.

    Come comincia: Mi chiedo spesso cosa ci faccio in questo mondo che non sento appartenermi. Mi guardo in torno avvolte camminando e mi sento estranea a tutto. Chi è come me non vive bene tra la gente falsa. Ma come si fa a prendersi gioco dei sentimenti altrui ? Ma come si fa ad approfittarsi della bontà degli altri ? Ma come si fa a tradire la fiducia che hanno di te ? Ma come fanno a vivere così ? Spiegamelo se lo sai ! 

  • 24 ottobre alle ore 21:38
    Esperienze

    Come comincia: Ogni volta che hai una delusione, qualche cosa dentro di te muore e non tornerà mai come prima, e una corda che prima era spessa diventa sempre più sottile. Il cuore da forte diventa colmo di ferite, man mano la fiducia negli altri passa e capisci che puoi far conto solo tu te stessa. Ci provi e ci riprovi ad aver fiducia, ma non ce la fai più. 

  • 23 ottobre alle ore 22:35
    Piatto caldo

    Come comincia: Quando la vita ti mette su uno dei suoi piatti caldi e te lo serve…

    Scorre via una tiepida serata d’agosto gallipolina, sotto un’immensa luna che tutto tace e tutto osserva, mentre io (quasi scrittore), Andrea (prof. di lingue e letterature straniere) e Gianpaolo (quasi medico), ce ne stiamo su una panchina nel bel mezzo della città vecchia, spalle al porto e occhi persi tra l’eccentrica torma dei vacanzieri sulla passeggiata.

    “Ne’ André, ma quando arriva questa?”… mica mi risponde quell’altro!

    No, non fece un gran spreco di parole, il prof., nel descriverci la sua amica d’adolescenza; davvero poche parole, anche se a noi bastarono a farci capire che a breve qualcosa di speciale, di friccicoso, avrebbe di colpo scosso la nostra quiete serale. Sicché anche il quasi medico, anche lui, che sin lì se n’era stato seduto su quella panchina fantasmatica presenza, spettro immoto tutto il tempo, ce lo ritrovammo d’improvviso tutto scosso, che fremeva e fremeva, di soli palpiti per l’attesa, con l’occhio che tosto rifacevasi agile e svelto – il tutto per il vivacizzante potere che ha l’umana immaginazione nel riaccenderti un certo tipo di sentimenti… nel riaccenderti tutto!… Era di nuovo fra noi il nostro amico, di nuovo al mondo.

    Ebbene, una leggera brezza, il lucore della luna, e una donna vestita di gran mistero da aspettare… cos’altro chiedere per una serata solo da sognare?… Ora, però, da dove sarebbe sbucata, la meraviglia, dalle parti della rotonda o da quelle del bar Canneto?… voglio dire, eran quei due gli sbocchi a quella piazza… e mica sbucava da qualche parte quella!…

    Ah, le donne! sempre lì che le aspetti, ore su ore, che si fan desiderare… che son mai pronte!… Insomma, se quella col suo gran tardare era mossa dal proposito di tenerci sulle spine… be’, stava meravigliosamente riuscendo nel suo intento… meravigliosamente!… Nemmen più si parlava fra noi, s’aspettava soltanto lei a quel punto della serata, una curiosità che ci faceva seri e sordomuti a tutto il resto…

     “Ah, eccola lì!”…
    Sì, eccola lì, la nostra stella nella notte, nei pressi della rotonda. È il prof. che l’ha avvistata, anche se è con tono alquanto secco che ci rende partecipi della sua presenza, quasi privo di colore. Dunque, dopo tanto attendere ci saremmo trovati davanti una persona come un’altra? dalle nulle attrattive?… la delusione delle delusioni?!… Com’è o come non è, io sulle prime non mi volto, mi faccio bastare l’espressione sul volto del mio caro amico ‘quasi un dottore’… la faccia che gli resta!… E dunque resisto, resisto, resisto alla tentazione… poi però mi lascio andare, mi volto anch’io. 

    Ah, ora capisco!… voglio dire, sculetta che è un morire nei suoi short di jeans, con la bionda coda di cavallo che ad ogni passo ribadisce l’onduloso portamento delle natiche a passeggio, con la fascia leopardata attorno al petto che le strizza quei due cocomeri di seni… Insomma, tutto ciò lo si distingue benissimo, anche da lontano. Ohi ohi, però, che spalle!… belle grosse, le spalle!…

    Ebbene, ancora un po’ di scodinzolio, ancora qualche tacchettata… poi ci si avvicina, ci si ferma dinnanzi…

    È poco sotto i 40, Maria. Solo che adesso, a dispetto di tutta la procacità delle sue forme e del suo stile, come dire, un po’ aggressivo,  se ne resta lì, davanti a noi, come impalata… E allora, che fa, s’imbarazza? ma come, una come lei? con quel portamento? con quella presenza?… Siam forse io e il quasi medico? è per via di noi due, gli sconosciuti?… Suvvia, che si rilassi, che si rilassi e sciolga ogni riserbo; e, soprattutto, che si sieda, che si sieda e mi si spieghi meglio tutto quanto, voglio sapere ogni cosa, il minimo particolare, su ’st’altr’angolo d’universo.

    Niente da fare, se ne resta lì, innanzi a noi, vieppiù impalata, a sguardo basso, bassissimo… Sembra premerle qualcosa, tanto ch’a malapena ci si presenta. Soltanto col prof., solo col suo amico d’adolescenza fa ogni tanto per alzare lo sguardo da terra, solo con lui fa per parlare.

    Comunque sia, le dura davvero poco l’imbarazzo, tal ch’io poi, dal modo in cui comincia a provocare i passanti, capisco subito di che pasta è fatta, l’amica!… No, non la fa buona proprio a nessuno, per cui, prima li prende di mira, poi… gli sfodera certi epiteti!… destra/sinistra! tutta la passeggiata!… Ma un cert’occhio ‘di riguardo’ lo ha per gay e fidanzate… gli vien su un cert’odio con quelli! gli applica di quelle etichette!… Ci resto, io, a chiedermi una lunga serie di perché, ma soprattutto rispetto a quel suo improvviso e repentino cambio d’umore… davvero inspiegabile!… Resto solo coi miei dubbi.

    Una cosa invece la posso sicuramente dar per certa, ossia che i maschi eterosessuali son tutta la luce dei suoi occhi, tutta la passione sua – per quelli nessun’infamia, alcun’ignominia… Assolutamente! sicché poi di quelli se ne passa e passa in rassegna, e quanti, tutta la piazza! uno a uno, muscolo per muscolo!…

    “Guarda questo, gua’! guardalo come butta l’occhietto!… li conosco io quegli sporcaccioni lì!”…

    … i mascoli coi muscoli, è chiaro che li predilige, più muscoli hanno e meglio è!… Va da sé che noialtri, per lei, su quella panchina spalle al porto… noi non ci siam nemmeno!… il nulla cosmico!… il vuoto primordiale!…

    E vabbè che in quel senso non le facciam né sangue né specie, ma che si sieda almeno, ché noi lì è da un buon quarto d’ora che ci siam scomodati per farle posto. Forse è che vuole lasciarsi ancora ammirare per intero?… le dà un certo piacere eleggersi tuttora a reginetta della piazza?… Davvero difficile star lì a comprendere le sue ragioni!…

    Finalmente prende posto, Maria, accanto al suo amico di sempre, mentre il ‘quasi medico’ sembra affanni non poco a tenermi lei e la sua rinnovata esuberanza a un sol corpo di distanza. C’è poco da dire, ormai ha sciolto ogni riserbo… E oplà! accavalla le cosce e prende a dondolarne una… a bella mostra tutto il carnaio!… Ormai è a briglie scioltissime, tant’è che prende a schernire ’n’altra dozzina di passanti, senza esclusione di sesso, razza e religione, con tali provocazioni che alle tipe poi le si raggela il sangue in vena e ai maschietti gli diventa paonazza la faccia… Io, nel frattempo, prendo a fissarle le gambe, il moto perpetuo che fanno… cerco di capire tutto da lì…

    E Sant’Iddio quelle gambe, du’ cosce che non han pari al mondo!… Oddio, forse un po’ troppo grosse. Resto a fissarle… Ma c’è che l’è presa ’na fame ladra, dal che di lì a poco salta su dalla panchina e punta dritto al bar Canneto; ci chiede di farle compagnia. Ma non se ne fa niente, nemmeno più un’unghia in quella squallida cloaca di bar!… Ah no! almeno per quanto mi riguarda, che non insista, ché noi testé lì dentro già ci siam stati, e per farci servire del Petrus da due baristi che, nel servircelo, ci han mostrato la stessa grazia che potrebbero avere due scaricatori di porto a cui è andata storta la giornata!… che amarezza!…

    “Allora OK, vado da sola, miei cari!”… e così dicendo gira sui tacchi e se ne va sculettando che è un gran piacere fino al Canneto, per un nuovo festival d’occhi sbarrati, per un nuovo morire di folle in piazza!… Di lì a poco se ne ritorna con un cornetto al cioccolato tra le mani. Fa per riprendere il suo posto, la bella, e una volta comoda… Ahum!… e cazzarola, che imboccata!… se lo sbafa in un niente quel cornetto, due morsi, due! netti, incisivi, decisi, decisivi!… la fame di sei facchini!… Ma c’è che almeno dopo essersi riempita il buzzo sembra realmente avvedersi della presenza dei due sconosciuti che le siedon di fianco…

    “Mhmm, ma che carini!… tu, lì dietro! tu che te ne stai così sulle tue, ma lo sai che sei proprio un bel bambolotto!?”…

    “… ah sì?”…

    A ’sto punto il quasi medico si sente ormai di troppo, si alza…

    “sembra una questione fra voi due!”… e così dicendo fa per cedermi il suo posto.

    Prende subito a farmi gli occhi dolci, cerbiattosi, la mastangona!, facendo altresì gran sfoggio delle sue labbra, due canotti rossi che lei si mordicchia spesso, e in maniera, come dire, piuttosto eloquente!… E poi, quel suo nasino alla francese… mhmm, tutto un gran ritocco!… Mi chiedo soltanto cosa le passi per la testa… Oh, che le stian salendo su delle gran voglie?… e, soprattutto, che sia proprio io l’essere chiamato a soddisfarle?… dagli occhi, dalle labbra, da tutta se stessa, sembra proprio che sia così!… Intanto è ancora lì che se ne sta, che mi dondola e ridondola le gambe, che mi sdolcina gli occhi finché quasi non le lacrimano… Su dai, chiaro, è lì che aspetta, aspetta soltanto che io, rispondendole in qualche modo, mi getti fra le braccia delle sue infinite provocazioni. Sembra proprio una di quelle che sa il fatto suo, la bella, che ne sa, e quante, quando si tratta di ottener ciò che vuole. Ma me ne resto lì, io, immobile, piuttosto perplesso, interdetto, e non tanto per le continue effusioni che mi regala – ché quelle già eran più che scontate, vista la personalità –, né tampoco per tutto il gran tiraggio delle carni… è la sua voce!… profonda! roboante!… mi confonde!… C’è da dire che lei si sforza, e tanto, per farla uscire sottile dalla bocca, ed io lo apprezzo, il suo sforzo… ma non basta!… mio Dio, quei listelli di legno della panchina! li sento vibrare e vibrare sotto i tuoni della sua voce!… li sento, sì, ovunque, dappertutto! da sotto al culo, da dietro le reni, le spalle… li sento, come no! che quasi si flettono! che quasi si spaccano!… la sua voce, la panchina… mi ci tiene inchiodato, la sua voce, alla panchina!…

    E poi con quella sua intonazione cantilenata, quei suoi intercalari: inusitati accenti tonici, bizzarre cadenze, improvvise modulazioni, una mistura di dialetto salentino e romanesco che… non si capivano due parole messe una in fila all’altra!… Discorso a parte meritano le massicce dosi di profumo che dal suo gran corpo si spandevano tutt’in giro… a impestarti le narici! estratto di vecchia!… profumo che inoltre, frammischiato alla puzza di pesce esalante dalle botteghe che ci stavan d’innanzi e dai pescherecci alle nostre spalle… mentre la buona sorte m’aveva anche posto sotto vento, maledetta la mia buona sorte!… Sto per lasciarmi andare… soffocato! la mia prima morte per asfissia… ’n altro paio di respiri e poi sarò roba dell’asfalto e basta!…

    … ’sto fatto mi spinse a parlare…

    “Toglimi una curiosità, fata, la bottiglina di profumo… che per caso t’è scappata di mano?”…

    “Perché? che c’è? non ti piace, tesoro?”…

    “Certo che sì!… solo forse… un po’ troppo? che dici?”…

    Ebbene, continuai a profondermi in matte proteste… certi piagnistei!… Infine mi fu concesso di sistemarmi sul lato opposto, al posto del prof., che da lì quantomeno mi sarei ritrovato sopravvento!… Solo allora fui pronto per darle udienza…

    “Dai tesoro, adesso lascia un attimo perdere i passanti, raccontaci qualcosa di te piuttosto!”…

    Mi pongo in ascolto, anima e corpo. È il momento di aprire i sensi, di respirare profondamente, all’unisono con l’altro… ma, soprattutto, è il momento di dar la stura a tutti gli orecchi che ho, ché, ripeto, quando parla quella ci vuole un interprete e basta!… Ci racconta proprio tutto, la bella, tiene nulla per sé. E così, tra svariate storie, ci parla del suo impiego, e quindi di come oggi, a 38 anni, faccia la parrucchiera presso un rinomato coiffeur capitolino al centro di Roma, ch’è un buon lavoro e che le torna una buona paga – sebbene non disdegni di arrotondarla con qualche marchetta qua e là…

    “… gli uomini sono tutti miei, tesoro, capito?!”…

    Tra un racconto e l’altro, poi, l’intervento di vaginoplastica!… Prende dunque a riferirci di un taglio grosso così, dal perineo al glande, quindi del seguente rivoltamento che si fa dello scroto per la costruzione delle piccole e grandi labbra… E ancora, dell’estrazione di biglie e corpi cavernosi (ché quelli mica servon più!) e della conseguente costruzione del canale vaginale. Per finire ci racconta della bella sfoltita che si suol dare al glande in vista di ricavarne il clitoride… zac! zac!… un bel clitoride! un bel clitoridino nuovo di zecca!… zac!… Poco da dire, quei chirurghi lì, loro sì che son dei veri artisti!…

    Ma mica si ferma, ce ne racconta e racconta: laser, la rimozione di due costole per l’affinamento del punto vita, l’intervento di addominoplastica… tutte le ventitré operazioni di ricostruzione! tutt’ i trentamila euro e passa di correzione!…

    Finito?… macché! cambia solo registro: inizia a raccontarcene su ortolani, operai, meccanici (lascio immaginare il registro), prefetti, diplomatici, alti e bassi prelati – risparmiandoci almeno le mirabili gesta pre-operazione.

    “Senti un po’, toglimi una curiosità, mi dici perché ce l’hai così su coi gay? in fondo lo sei stata anche tu, no?”…

    “Ah, te lo spiego subito!… è ch’è tutta concorrenza! gay e fidanzate, amore mio, i miei peggiori nemici! sempre lì pronti a soffiarmi il potenziale cliente, capisci?!”…

    “Bah, a parer mio esageri!… e invece, colle lesbo? non mi dire che ce l’hai pure con loro?”…

    “È certo tesoro!… lasciamo perdere va’, ché quelle hanno avuto la fortuna di esserci nate… con la figa!, e non la usano! che spreco, amore mio, che spreco!”…

    “Dai che a modo loro…”…

    “Sì, hai detto bene, a modo loro!… la figa è fatta per essere penetrata, tesoro, punto!… A proposito, ma lo sai che la mia fighetta è bella assaje, ne’, napulità?! un’opera d’arte!”…

    “… ah sì?”…

    “Vuoi dare un’occhiata? dai, assaggiane una fettina ché c’hai proprio gli occhi che mi dicono di sì!”…

    “… mhmm… magari dopo!”…
    “E vabbè, allora te ne racconto un’altra, ma per questa tieniti forte!”…

    “Vai, t’ascolto!”…

    “… allora, metto un annuncio su internet con numero di telefono e tutto… Ebbè, un giorno mi contatta uno, prendiamo un appuntamento dopo l’orario d’ufficio, da me, nel mio appartamento sulla Tiburtina. E così alle otto e mezza di sera ’sto tizio si presenta alla porta con uno zaino a tracolla; lo faccio entrare… Il fatto, però, è che più lo guardo, più mi dà l’impressione di essere un po’… un po’… amore mio, come dire?… un po’ represso!… sai, di quelli con dei gran disturbi per la testa!”…

    “… mhmm??… vai avanti!”…

    “Ma poi, brutto da morire, basso, grasso e con la pelata!… e in più è un avvocato! – sì, quelli, tesoro mio, proprio non li sopporto!… così come i borghesi, i politici, gli industriali… i medici!… preferisco i muratori, io, gli idraulici… meglio se rumeni!”…

    “… mhmm, capisco”…

    “Amo quelli del popolo, son più maschi, capisci?!”…

    “Sì, ovvio, ma ti prego, vai avanti”…

    “OK OK, curiosone mio!… Dicevo, questo è un avvocato, e in più fa grande uso di coca – certe sacche di “bianca” che si portava dietro!… I miei occhi intanto sono soltanto per il suo zaino – ero troppo curiosa di sapere cosa ci portava dentro!… e quindi subito glielo chiedo, cosa ci porta dentro… Be’, a un certo punto prende e tira fuori… ci tira fuori un paio di piccole zucchine e un cetriolo… ma un bel cetriolone eh!”…

    “… sicura che non stai a confonderlo con l’ortolano?”…

    “… mhmm?… certo, era un avvocato!… ma fammi dire, amore mio… mi passa subito una di quelle zucchine, l’altra invece è per lui…”…

    “Ah!”…

    “… vuole che facciamo un po’ di sesso con quelle… da dietro!”…

    “Ahé!”…

    “… come prima cosa caccia una bottiglina da lì dentro… è olio di oliva!”…

    “be’, mi sembra il minimo!”…

    “… poi però si prepara la sua bella striscia di coca sul tavolo in cucina e… fuuu! una tirata!… Poi, dalla cucina si porta in salone. Io lo seguo. Una volta lì, spengo la luce centrale e accendo quella della lampada. Comincia a spogliarsi, poi prende a spalmarsi l’olio di sotto, poi lo cede a me… Ci mettiamo comodi sulle due poltrone che sono una di fronte all’altra… ebbè, mi chiede di aprire le gambe… lo faccio, e così fa lui dall’altra parte… Poi inizia, si passa la zucchina attorno alla situazione… Io devo solo stare lì a ripetere le sue mosse, vuole questo da me, e quindi prendo a giocarci anch’io… Insomma, amore mio, sai com’è? gioca e gioca attorno alla situazione, dopo un po’…”…

    “Aaah!!…”…

    “Per me era tranquillo, io ero abituata… e a ben vedere anche lui!… lui che subito dopo prende a masturbarsi… amore mio, che schifo! che brutto coso c’aveva in mezzo alle gambe! ’na roba mai vista!… tipo un fungo! quelli a orecchia d’elefante! piccolo piccolo giù e grosso grosso su!… e ti parla una che ne ha visti e visti…”

    “immagino!”…

    “Insomma, prende a godere da fare schifo, comincia a cacciare strani versi dalla bocca… mio Dio, come un porco!… non l’avrei mai fatto con uno così, giuro, amore mio, ma quello pagava davvero bene!”…

    “… ti devi mica stare a giustificare con me!”…

    “… ebbè, passa poco e se ne viene, il porco!, mi sbrodola tutto sul tappeto, capisci?, sul tappeto!”…

    “Eh, come un porco!”…

    “Ma senti qua, mica è finita!… vado a fare una doccia, e quando torno di là – ancora non ci credo –… me lo ritrovo con una melanzana tra le mani!… ma bella grossa, tipo ’na zucca!”…

    “Ci avrei giurato!”…

    “Mi fa uno sguardo da malato mentale… ma gli dico subito che stavolta non faccio niente, che è troppo, anche per me!”…

    “Non oso immaginare come l’ha presa!?”…

    “… e invece no, tesoro, perché lui, prima mi fa segno di ‘no’ con la mano, poi mi dice di sedermi e di starmene buona, ché stavolta ho solo da starlo a guardare…”…

    “AH!”…

    “Sì!”…

    “Però una cosa gliela si deve all’avvocato… ci vuol del fegato!”…

    “… ma prima un’altra striscia di coca sul tavolinetto e… fuuu! altro colpo secco, questo da rompersi il naso!… poi, altra lubrificata con l’olio d’oliva… Poi comincia, comincia a giocare con quella specie di zucca… Be’… tac! tac! e tac!… ci mette davvero niente!”…

    “Ahja!!… nave in porto??”…

    “Sìssì!… poi si riprende pure quel coso brutto tra le mani e se lo tira fino a… mortacci sua, mi riviene tutto sul tappeto! ”…

    Bene, adesso però che ci dia un taglio con quel po’ po’ di suo bagaglio esperienziale ché, butta giù butta giù, tieni e tieni, a una certa lo stomaco ributta, rivolta!… ma ce l’ho voluta io. Comunque sia, meglio alzarsi e cambiare aria – ma mica ce la faccio con le gambe che mi van giù dalla nausea… Infine verso la banchina riesco a portarmi lo stesso e una volta lì, lascio che sia lo iodio a risvegliarmi a una realtà più naturale, così come lascio quella a raccontar altre e altre mirabili gesta agli altri due.

    Di lì a breve ci congediamo, noi tre da una parte, lei dall’altra. Un incontro gradevole, tutto sommato.

    Di ritorno verso casa vengo ragguagliato su tutto il resto, nei minimi particolari, e cioè sul come, per sbaragliare la concorrenza, la nostra reginetta del popolo ormai batta varie strade, tutti i fronti: Gay Village, circoli sportivi, riunioni di sindacati, riunioni di condominio… mi vien detto addirittura ch’arrivi a camuffarsi madre di non so chi nelle riunioni studentesche genitori/figli! (i sedicenni, la sua vera fissa)… ma anche stadi, cinema, caserme, bocciodromi!… Ma è in discoteca che la nostra stella farebbe bella mostra dei suoi pezzi forti, sul cubo, per tutta una gran ressa di lingue sbavanti di sotto, per tutto un grand’ondeggiare di telefoni cellulari a immortalarle il mirabile gioiello… sicché poi da lì a breve le basterebbe individuare due o tre ragazzoni giù di sotto che… “Tu! tu!… e tu!”, sarebbe prima solita dire a quelli puntandogli contro l’indice della manona destra… poi via però! li prenderebbe per il collo e… dal cubo in pineta! spupazzata e ritorno!…

    Ormai s’è fatta una certa nomea, la nostra amica, Roma e dintorni, ma che dico, tutto lo stivale, tanto ben conosciuta che alcuni padri ci portano a svezzare i propri figlioli; altri, invece, dai propri figlioli (già svezzati), si fan soltanto accompagnare, chi per sfuggire la noia, chi per semplice depravazione – magari portandosi dietro qualche buon grammo di coca.

    Dopo quella sera il nostro tour estivo proseguì piuttosto tranquillo, senza più troppi giri di testa; avevamo soltanto da smaltire un anno d’invivibile città e di duro lavoro, smaltirlo a massicce dosi di riposo. Anche lei, Maria, anche lei diceva d’aver lavorato duro durante l’arco dell’anno, lavorato sodo! – anche se a me, quel fatto che in soli due giorni avesse tirato su più di mille euro a marchette, mi fece ben capire che, per lei, a dispetto di noialtri, era ancora lontano il tempo del riposo, che lei ne aveva e ne aveva ancora di forze in corpo, e che, inoltre, è proprio vero che la figa non va mai in vacanza, che tira e tira, stagioni su stagioni! – tanto più se si parla di fighe da quindicimila euro e rotti… eh, ché in quei casi lì c’è pur sempre da ammortizzarne i costi!… Ma problemi, quelli d’ammortamento, che non sfioran nemmeno la nostra cara amica ché, per quanto le riguarda, c’è mica bisogno d’esser ’sti gran geni in matematica per comprendere che di quel gran passo marchettaro… a quest’ora n’è rientrata e rientrata dell’investimento iniziale, la Maria!

    Poffare il cielo, quasi ci faccio un pensiero!…

  • 23 ottobre alle ore 22:29
    Anche questo è amore.

    Come comincia: Ci troviamo in un borgo della val di Vara, nell’entroterra ligure alle spalle del Golfo dei poeti.
    E’ l’alba, troppi pensieri ribelli frantumano il sonno: meglio alzarsi.
    In silenzio, per non disturbare mia moglie che ancora dorme, esco all’aperto; c’è odore di radici e l’aria è ancora umida.
    Nell’orto vedo Mario, il proprietario della casa in cui alloggeremo per alcuni giorni; sta preparando il terreno per i giorni della semina che presto verranno.
    Non sembra sorpreso di vedermi in quest’ora insolita, si rammarica solo di non avere ancora preparato il caffè.  Lo tranquillizzo dicendogli che faremo colazione più tardi, intanto butto lì alcune domande per sapere qualcosa in più di lui e del territorio; risponde senza problemi e ne approfitta per raccontarmi un po’ della sua vita.
    Mario ora è pensionato, ma prima, per oltre quaranta anni, ha gestito un negozio di frutta e verdura a La Spezia.
    Un lavoro pesante, tutte le mattine all’alba, prima di aprire, doveva passare ai mercati generali per fare acquisti all’ingrosso e poi via di corsa al negozio, dove rimaneva fino a sera tardi.
    Nella sue mani è passata tanta di quella verdura e frutta che oggi il solo vederla dovrebbe provocargli nausea; invece lui è ancora qui che lavora la terra: non solo l’orto, ma anche un grande campo di patate.
    La cosa che più lo inorgoglisce è però il vecchio castagneto, che lui ha ripulito e curato; dall’essicazione e macinatura delle castagne ottiene un’ottima farina che vende alla sagra del paese.
    Mario, a dispetto di un’età in cui la realtà, fatta di aspettative agli sgoccioli, lascia pochi spazi all’immaginazione e alla fantasia, conserva ancora un sogno, e me lo rivela con l’emozione e l’entusiasmo di un ragazzo.
    Ne ha parlato con chi di dovere ottenendo, per ora, solo vaghi cenni di consenso; ma lui non demorde e continuerà, finché ne avrà la forza, a portare avanti il suo progetto.
    Un sogno che non ha a che fare con il suo lavoro, ma con il territorio: recuperare, almeno in parte, la vecchia miniera di manganese che sta lì vicino e che da diversi anni è in abbandono. 
    Vorrebbe realizzare un museo didattico rivolto soprattutto ai giovani, per far rivivere una storia lunga centosessant’anni, per ricordare i pericoli, la fatica del lavoro in miniera, e i tanti uomini e ragazzi (spesso bambini) che   hanno buttato sangue per tirare fuori da quel budello nella roccia la ricchezza che stava dentro.
    Mi affascina Mario, potrebbe lasciare questa frontiera e in pochi minuti scendere al mare, e starsene lì tranquillo tutto il giorno, anche solo ad annusare i sentori di salmastro, o a guardare le onde infrangersi sugli speroni di pietra, oppure, una volta stanco di quell’orizzonte d’acqua, andare al circolo per una partita a carte.
    Invece sta qui, su queste alture, in questo paesaggio che sembra lo sfondo di un quadro antico, a seminare e aspettar raccolti; sta qui a cercare di togliere dall’oblio una storia di lavoro e fatica.
    Mi vengono in mente le parole di una canzone: “Forse non lo sai ma pure questo è amore “.
     

  • 23 ottobre alle ore 10:44
    Elena

    Come comincia: Se n'è andato,Elena,resti lì, ferma ad ascoltarti, ad ascoltarti cuore e il corpo. Il suo odore sulla tua pelle ,mescolato al tuo, il suo seme dentro di te. Immobile, non ti alzi, non ti lavi nemmeno. Impregnata di lui, ancora un poco...ancora un poco... Ripercorri il percorso dei baci delle carezze,senti le sue mani spregiudicate che ti hanno esplorata ovunque,la sua bocca sulla tua...la tenerezza prima, la passione, quasi violenta, poi. Lo ami, con ogni centimetro del tuo corpo,con ogni battito del tuo cuore, con ogni respiro. Faresti qualsiasi cosa per averlo con te, una vita, o dieci minuti, non importa . Se n'è andato. Lo sai che non ti ama, lo sai che torna dalla moglie, che tradisce, ma non lascerà mai. Lui ama il tuo corpo dolce,la tua adorazione,la tua pelle sottile,il tuo perderti in lui quando fate l'amore, arresa a lui...sua. Ti alzerai, ti laverai e lo sai che lui fa solo sesso con te,ma aspetterai che ritorni, quando vorrà, per arrenderti ancora...ancora...ancora; resa schiava dall 'amore per lui e dal non amore per te stessa. Buona giornata, Elena.

  • 22 ottobre alle ore 12:55
    Ciceruacchio (Angelo Brunetti)

    Come comincia: (Roma, settembre 1800 - Porto Tolle, 10 agosto 1849) 
     
    A Roma non piove molto, ma quando il cielo decide che è ora di piangere, manda giù tanta di quell’acqua che noi romani diventiamo scemi. No, non scherzo. Noi siamo avvezzi al sole, ci crogioliamo sotto la sua luce e non conosciamo nebbia, neve, bora né nubifragi. Siamo un po' come le lucertole, usciamo solo con il bel tempo e, visto che c'è sempre il sole, usciamo sempre. Ma quando piove… Quando piove e siamo costretti a mettere il muso fuori di casa causa lavoro, noi romani impazziamo. Se con il sole siamo soliti usare gli autobus e la metro, con la pioggia montiamo tutti in macchina, terrorizzati all'idea che una singola goccia d'acqua possa bagnarci. E allora vedi l'Urbe divenire un'immensa pozzanghera, straripare di autovetture in fila per ore per giungere a destinazione, con gli automobilisti che smadonnano e si insultano reciprocamente, dando la colpa al tempo se fanno tardi. È follia, ma è sempre così. Quando piove, Roma va in tilt. Figuriamoci se dovessero scendere due fiocchi di neve!
    Osservo in silenzio le macchine incolonnate, imbottigliate nel caos cittadino, mentre me ne sto sotto l'ombrello in attesa che arrivi l'autobus che mi conduca al lavoro, stando bene attenta a non farmi schizzare dalle automobili che passano sulle buche piene d'acqua piovana. Alcuni vigili provano a sfidare l'ira degli automobilisti, ricevendo in cambio insulti e minacce sussurrati a fior di labbra. Solo un singolo essere sorride divertito, un uomo che mi sta vicino, senza alcun riparo e che guarda con sommo disprezzo la follia che scivola dinanzi ai suoi occhi. Lo sbircio e mi accorgo che, a dispetto della pioggia, è asciutto e veste un po' dimesso. Lo osservo meglio e subito dopo sgrano gli occhi, esclamando:
    «Ciceruacchio!»
    Lui si volta a guardarmi e sorride, illuminandosi in quel volto rotondo che ispira fiducia e tranquillità
    «Ma tu guarda 'sti romani di oggi!» esclama con il suo forte accento romanesco.
    «Ai tuoi tempi era diverso.»
    «Lo puoi dire forte, ragazza mia! E non c'era neppure questo rumore assordante al quale voi vi siete assuefatti. Tutt'al più si potevano udire gli strilloni in Campo Marzio, o a piazza Navona, o lo stridio delle ruote delle carrozze sul selciato oppure il calpestio degli zoccoli dei cavalli. Tutto questo…» e fa un gesto con la mano, «roboante rumore non c'era.»
    «Si viveva meglio, eh?» commento divertita dalla sua aria disgustata.
    «Eccome!»
    Esito un attimo, quindi abbasso il mio ombrello e mi accorgo che la pioggia devia, non mi tocca, come se fossi coperta da una invisibile campana di vetro. Come al solito la gente non ci vede neppure e torno a guardare lui, con quei suoi baffoni scuri e quel pizzetto che quasi fanno sparire la bocca.
    «Perché il soprannome Ciceruacchio?» domando curiosa.
    «È una corruzione di ciruacchiotto, ossia cicciottello. Ed io lo sono sempre stato, fin da piccolo.»
    «Tu sei nato e vissuto a Roma in un periodo un po' turbolento.» ricordo.
    Scuote la testa annuendo e si accarezza il ventre prominente.
    «In effetti, dopo la rivoluzione francese, si annusava in giro aria di ribellione ovunque.»
    «E tu ti sei dato da fare.»
    Lo vedo corrucciarsi e scurirsi in volto, quel volto rubicondo che i romani avevano imparato ad amare e rispettare, nonostante fosse solo un semplice oste.
    «Con il mondo che cambia, che riscatta la sua libertà, secondo te cosa avrei dovuto fare? Starmene con le mani in mano?»
    Non rispondo, consapevole che ha ragione. È destino che alcuni uomini sentano maggiormente il richiamo della Storia, seppur inconsapevolmente, e lui è uno di questi. Non a caso, durante la Repubblica Romana, si diede da fare per far passare armi e vettovaglie ai combattenti e al popolo di Roma.
    «So che i romani hanno sempre guardato a te come il portavoce dei loro sentimenti.»
    «Ero il loro specchio, il riflesso di loro stessi!» esclama soddisfatto. «Essendo un oste, conoscevo più che bene il malumore dei miei concittadini, che si riunivano nel mio locale per parlare male o bene di taluna persona o di tale nobile o porporato. La gente si confidava con me ed io ascoltavo. Ed essendo sempre stato socievole e bontempone, ho preso le redini in mano quando si è trattato di eleggere il nuovo papa.»
    Sgrano gli occhi e chino la testa di lato, incredula.
    «Tu hai eletto il nuovo papa?» esclamo.
    «Ma no! Certo che no!» risponde quasi offeso. «Con l'avvento di Pio IX Mastai Ferretti, mi feci portavoce del malcontento popolare e riportai con la mia dialettica diretta, priva di retorica, tutta l'ansia dei romani che da tempo attendevano riforme.»
    Espiro, inconsapevole di aver trattenuto l'aria e subito dopo sorrido. Be', capita di fraintendere.
    «Addirittura,» riprende con il suo vocione, «ho ringraziato pubblicamente il nuovo papa per aver concesso la libertà ad alcuni prigionieri politici e ho offerto da bere nella mia osteria. Ah, sì.» sospira e un velo di malinconia ricopre i suoi occhi attenti. «Che festa abbiamo fatto! Fino a sera tardi, al lume delle torce e delle fiaccole, tutti a bere e cantare e mangiare: sembravano tornati i bei tempi andati.»
    Rimango in silenzio, domandandomi a quali bei tempi si riferisse e, a dispetto della mia ricerca nella memoria, non trovo nulla che possa definirsi tale. Forse è solo un suo sentimento personale. Di certo l'Italia non percorreva un buon periodo, vista la dominazione francese e austriaca.
    «A Porta del Popolo, poi,» continua con aria estasiata, «abbiamo acceso un fuoco enorme, richiamando tanti di quei romani che tu non puoi immaginare.»
    Sogghigno sotto i baffi, immaginando un concerto dei Queen, o dei Led Zeppelin, o dei Pink Floyd e neppure rispondo, lasciandolo crogiolare nel suo ricordo. E in quel lasso di tempo mi rendo conto di quanto possano essere cambiati i tempi nel volgere di un solo secolo, stravolgendo le abitudini e lo stesso pensiero.
    «Ma poi qualcosa è cambiato.» noto.
    China mestamente la testa al ricordo bruciante e si morde le labbra.
    «Avevo riposto grande fiducia nel nuovo papa, tanto da sperare fino all'ultimo che avrebbe veramente cambiato le cose. Ma quando è fuggito, facendo crollare anche la Repubblica Romana, ho aperto gli occhi.»
    «Non poteva essere il successore di Pietro il riformatore, vero?»
    «No.» ammette controvoglia. «E l'ho capito a mie spese. È fuggito abbandonando Roma nelle mani dei francesi. Ti lascio immaginare gli avventori della mia osteria: indignati, offesi e furiosi era a dir poco. Io con loro.»
    Annuisco, eppure non so se riesco a capire appieno il suo stato d'animo. Di certo non deve essere stato facile vivere in quel periodo di stravolgimenti emotivi. Da una parte la Francia che insegnava con la sua rivoluzione e con l'avvento di Napoleone, dall'altra l'Austria e la Prussia con le loro ancor solide radici nel medioevo, impermeabili a qualsiasi capovolgimento, insofferenti a ogni riforma. E ognuna di loro con basi stabili, o semistabili, in Italia. In effetti, noi giovani di oggi, cosa possiamo saperne dell'occupazione, delle restrizioni, dell'impossibilità di esprimere le proprie opinioni, della morte che si annida dietro ogni angolo che si può svoltare? Salvatore Quasimodo ne sapeva qualcosa e la sua meravigliosa "Alle fronde dei salici" è lì a testimoniarlo.
    «Anche tu sei fuggito.» commento.
    «Be', a dir la verità, visto come si mettevano le cose, ho preferito seguire Garibaldi. Hai presente Garibaldi?» domanda con aria da inquisitore.
    «Eh, sì.» sospiro annuendo.
    Mi fissa a lungo, come se la mia espressione non gli piacesse e provo a piegare le labbra in un sorriso amichevole.
    «Aho, regazzì,» mi riprende alzando l'indice come un maestro e agitandomelo sotto il naso, «guai se ti vedo deridere il nostro Garibaldi. Non te lo permetto.»
    «Non lo permetterei a me stessa.» ribatto. «So bene chi fosse Garibaldi e ne ho profondo rispetto, nonché stima.»
    «Ah, be'.» commenta compiaciuto.
    Lo vedo rilassarsi in volto e porta le mani dentro le tasche del panciotto, con aria soddisfatta.
    Rimango a osservarlo, in attesa che continui il racconto e, quando si rende conto del mio prolungato silenzio, mi fissa e chiede brusco:
    «Be'? Che hai da guardare?»
    Esito, non sapendo bene cosa dire, quindi rispondo:
    «Guardo un eroe romano.»
    Quella risposta lo compiace e sorride beota.
    «Be', forse hai ragione.» risponde. «In finale, ho dato la mia vita per Roma, per la sua libertà. E con me l'hanno data i miei due figli, il più grande e il più piccolo, poco più di un bambino.»
    «Sì, ricordo. Gli austriaci non hanno avuto pietà di un ragazzino.»
    «Già.» ringhia con espressione furiosa. «Ci vuole coraggio a fucilare un tredicenne mingherlino.»
    Avverto il sarcasmo e convengo con lui. Non deve essere facile affrontare la morte a viso aperto, figuriamoci poi se al fianco ti ritrovi con due figli che debbono fare la tua stessa fine. Me lo immagino, Ciceruacchio, provare a coprire con il suo corpo massiccio il figlio minore, nella speranza di salvarlo dal plotone di esecuzione.
    «Sei morto lontano dalla tua Roma.» commento.
    «E pensare che quando ero partito, speravo di contribuire alla sua liberazione. Sai,» mormora sconsolato, «con Garibaldi volevo dare una mano a Venezia che resisteva agli austriaci, ma ci siamo dovuti fermare al Delta del Po, per sfuggire alle vedette nemiche. Abbiamo chiesto rifugio ai connazionali, ma quei bastardi di italiani, anziché aiutarci, ci hanno denunciato agli austriaci, i quali hanno provveduto a fucilarci senza perdere tempo. Comprendi? Noi, italiani che volevamo scacciare gli oppressori, denunciati dai nostri stessi concittadini! Roba da non credere.»
    Scuoto la testa come lui, pensando che fosse normale per gli italiani dell'epoca, divisi per secoli, non provare un sentimento di unità nazionale. Troppo diversi. Troppi dialetti diversi. Troppe frontiere. Ma, chissà perché, questo solo pensiero non mi consola dinanzi alla vista di italiani che tradiscono gli stessi italiani. Quello che mi colpisce e mi ferisce, è che oggi, tutto sommato, la pensiamo ancora come quei contadini del Delta del Po.
    «Oggi, però, riposi al Gianicolo.» lo consolo.
    Sorride e in un gesto affettuoso mi dà un buffetto sulla guancia.
    «Aho, regazzì, e mica è da tutti!»
    Rido della sua romanità e in quel momento sento la pioggia inumidire la tesa. Alzo lo sguardo e mi bagno il volto, ricordando che avevo chiuso l'ombrello perché riparata dalla presenza di Ciceruacchio. Quando mi giro per salutarlo, non c'è più e la pioggia sul mio viso mi sembra all'improvviso come un pianto silenzioso per tutte quelle vite donate per un ideale che oggi nessuno sente più.

  • 14 ottobre alle ore 19:04
    Sogno di una notte di ventuno marzo.

    Come comincia: Ho sempre avuto una vita sentimentale fallimentare. Si affestellavano nel mio letto diverse donne, facevo provviste di impressioni, di corpi, di umori, di orgasmi, di baci, di schiene, di nuche. Senza soffermarmi sull'unica cosa fondamentale: volevo davvero tutto questo? La mia giovane vita non conosceva pause. Nè di riflessione nè di decompressione degli eventi. Vivevo le giornate a ritmo di speed dating. Avevo incrociato tanti occhi, dormito in tanti letti e da molti ero fuggita via, appena la presa diventava più stretta. Non facevo niente di speciale. Non c'era niente di speciale nell'allontanare le persone. La vera cosa speciale era sapersele tenere.Tutto fino a quell'ordinario 21 marzo di un faticoso 2010. Il giorno del grande magari, il giorno in cui si sono posati su di me occhi che sembravano dita che giocassero. Combaciavamo. Eravamo due navigatrici a vista, che adattavano le loro rette in base alla direzione dei venti, all'ispirazione. Con un bisogno di muoversi troppo forte per riuscire mai a stare ferme. Avevamo un amore con mille traiettorie, un semplice corposo amore che si spostava in ogni dove. Che mi faceva sentire ovunque. Entrambe con una mente troppo curiosa per accettare mai di annoiarsi. Le tue mani con le mie scandivano il ritmo delle nostre voglie. Una memoria del tatto che sfuggirà sempre alle parole che tenteranno di circoscriverlo. Partecipi del qui e ora. Sospese in un sorriso che non finisce, nella dolcezza morbida dell'adesso. E' sempre stata una pulsante avidità sensoriale, elettricità inesauribile del contatto: veloci e rallentate come due sconosciute che si riconoscono. E i nostri silenzi, come prova di fiducia reciproca. 
    Libere - indipendenti - mobili - intuitive - istintive - non costruite - non atteggiate - senza sforzo e fatica. Spogliate da ogni forma, ci concentravamo sui contenuti, scartando ogni definizione e amandoci nelle conseguenze. 
    R: “ Mi piace che qualcosa in te resista, rifiuti di familiarizzarsi, rimanga invincibilmente estraneo. Forse il segreto sta nel preservare qualcosa di straniero in noi. Tu complice con cui parlare e fare l'amore, ridere. Senza bisogno di filtri o atteggiamenti o divisioni implacabili di ruoli. Senza mai chiederti di essere diversa da te stessa.”
    T: “Non c'è modo di farti rientrare in un tipo; attraversi tanti modi di essere, senza caderci dentro. Sei semplice e complicata, hai una natura selvatica, un animo romantico, uno spirito coraggioso, ti spaventi, sei allegra, sei curiosa, ti stufi, cerchi cure e attenzioni, un amante che ti ami alla follia ma indifferente, non hai bisogno di nessuno."
    R: "Se me lo chiedessi, ti darei i miei occhi.”
    T: "Il tuo modo di guardare, sorridere, girare la testa, camminare o fermarsi in un punto."
    R: "La tua figura flessibile, i tuoi pensieri rapidi e precisi. I colori nei tuoi occhi, la luce che c'è dentro, la forma delle tue labbra, orecchie, naso."
    T: "La vibrazione della tua voce ascoltata da molto vicino."
    Una combinazione di caratteristiche contraddittorie. Ed erano baci confusi, affamati, imprecisi; corpo contro corpo, respiro contro respiro, annaspanti, strapazzate da ansia, imbarazzo, desiderio, riluttanza, incoscienza, fretta, curiosità, voglia. Tutte le nostre parti in gioco.
    E ad ogni tuo viaggio io arrossirò e tu mi guarderai. E io penserò "dannazione con me la spunterai sempre tu". E tu non dirai nulla ma mi terrai la testa tra le mani e mi stringerai. E’ la padronanza delle regole del gioco che ci permette di  continuare a entrare e uscire. Di chiuderci fuori e poi cercare di rientrare. "Non mi piacciono gli addii. Sono sempre troppo lunghi."
    E ricorderò a me stessa che la grande vita d'amore, in fondo, non ha nulla a che fare col possesso e col desiderio "sii mia". E che queste cose appartengono alla sfera del risparmio, dell'appropriazione, della voracità. Mentre noi vivevamo in una relazione più forte, fondata su abbondanze da espandere e non su mancanze da colmare.
    E piangerò di incredulità per la mia capacità e sfrontatezza di aderire completamente a qualcosa, qualcuno; del nostro coraggio di lasciare attecchiere radici profonde, di una certa ostinazione indomita nel crederci comunque. Viene da sé. Senza fatica. Senza uno scopo. L'amore viene da sé. Conquista la forma lentamente.
    E torneremo sempre a guardarci da vicino, in quella fresca e umida sensazione dell'amore appena alzato.

  • 12 ottobre alle ore 23:35
    Sorriso di neve

    Come comincia: Sorriso di neve

    Erano labbra di donna dipinte sul viso, erano occhi di cristallo che brillavano, tra sorrisi e lacrime, ricordi e passioni mai dimenticate, erano desideri profondi, sulla pelle morbida di un guanto di seta, sensuale movenza ottocentesca tra le ombre della sera, gelide, polari,

    era un inverno infinito quello che alloggiava nel suo cuore paralizzando i battiti emotivi in una monotona sintassi priva di sussulti, di brividi, stimoli, percezioni...

    Il vento spingeva le carte abbandonate in un gioco di spiragli tra le finestre chiuse, i vetri frantumati, riflessi di un mondo degradato che non poteva più reggere i fasti di un impero tramontato, decaduto, terre contaminate da radiazioni incontrollate ora lasciavano spazio al disadorno vivere di chi non rinunciava al magico potere di guardare le nuvole, contare le rondini, sedersi nel prato...

    Foglie, come scheletri vegetali accartocciati dal tempo, accumulate negli angoli, alla base di ogni radice e lungo i marciapiedi, strade deserte che portano al deserto, anime deserte, in attesa di pioggia benefica, purificante dono per la terra assetata, malata, sporca...

    Ceneri di un antico monumento alla gloria mortale, polveri di un amianto modulato tra intercapedini, pareti, strutture... pietre, mattoni, calcinacci, schegge di vetro, riflessi ovunque, come microspecchi di un sole estinto, testimoni taglienti dell’ultima era prima della Grande Distruzione...

    Toccava, accarezzava l’asfalto ferito, le fondamenta piegate, le torri sgretolate... non c’erano auto e neppure negozi, non c’era spazio purtroppo neppure per un respiro, uno sguardo, una presenza... camminava, sfiorava, baciava le impronte di un passero assetato, nel fumo pungente c’era, doveva avere, esserci, esistere, sopravvivere, camminava per avere una direzione, cercando un destino che nessuno poteva più scrivere, perché non c’erano pagine, non c’erano storie, racconti, poesie, caratteri, pensieri... e neppure parole...

    Restava quello spazio vuoto...

    vuoto...

    vuoto...

    In cui il silenzio rimbalzava nelle stanze della città, nelle vie del tormento, nei vicoli della solitudine, nelle piazze dello smarrimento, nei viali alberati di lampioni fossili e macerie ardenti, mura sgretolate, fogne prosciugate, tegole sbriciolate, tubazioni, pareti, vetrate, poster e pensiline carbonizzate, aria di plastica fusa, disciolta, fumo grigio, fumo nero, eterna notte priva di stelle, senza luna né comete, eterna sensazione di un inizio che non avrà fine, non ci saranno epiloghi, non ci sarà un seguito perché tutto quello che doveva essere, ormai, era già stato...

    Vivere senza la speranza di un arcobaleno, proseguire la marcia in un mondo spento, né luce né colori, onde piatte di un mare pietrificato, pozzanghere di olio melmoso e alberi bruciati, rivestiti di catrame nero e cenere, ceneri ovunque, residuo di una combustione distruttiva che ha massacrato l’ultima terra, la piccola spiaggia che noi chiamiamo “speranza”.

    A cos’è servito correre per tanto tempo, inseguirsi, rincorrersi, sovrastarsi, combattere, prevaricarsi, giudicare, condannare, reprimere, osannare, predicare, adorare, idolatrare, discutere, cercare, creare, edificare, bonificare, insegnare, tramandare...? A lasciare questo strato di bolle radioattive su cui non è più possibile seminare un filo di erba non sintetica?

    Forse il progetto era proprio questo: disperdere le tracce di una umanità priva dei requisiti fondamentali per stare al mondo: la logica, il buon senso non le appartenevano e ora... era tutto da rifare da zero, ricominciare sì... ma da cosa, da dove?

    Lei era il primo step, il primo gradino, futuristica Eva di un progetto postatomico del giorno dopo... immune a tutto, al caldo, al gelo, ai raggi e alle radiazioni: aveva completezza nella sua purezza e saggezza nella sua verginità spirituale. Non c’erano dei, non c’erano poteri, potenti, non c’era nessuno... Il cimitero mondiale era il nuovo giardino su cui ricrescere germogliando nuovi frutti, nuove spore di amore perché la vita torni a partorire e risvegliare le anime sepolte...

    Anni, secoli, millenni... la foresta tanto ferita e sfruttata nelle ere precedenti ha ripreso il proprio posto ricoprendo le aree disboscate, gli abusi e i complessi urbani edificati sulle sue ceneri ora sono polvere di cemento, sommersa sotto strati di fertile terreno carico di energia...

    gli iceberg governano le grandi correnti gelide del nord e le calotte polari hanno ricostruito la propria morfologia, sono tornate le nevi laddove stavano i ghiacciai perenni e le acque decantate ora riflettono un sole raggiante specchiando il cielo nei medesimi colori: azzurro di giorno, arcobaleno al crepuscolo, argento la notte.

    Terre, terre vive e fertili di vita ora rivestono province, regioni, stati... e l’unica bandiera è il sole che splende tra le stelle... il vento collega i continenti e la pioggia benevola disseta fiori tropicali e farfalle di montagna, frutti esotici e funghi del sottobosco, c’è spazio, sì, spazio per tutti e per tutto ora che l’uomo è stato ricollocato nel suo ruolo secondario di essenza primitiva alla ricerca di un perché...

    Mentre le lucciole si rincorrono intermittenti nel calore della notte, le tribù umane stanno ancora cercando la prima scintilla con cui accendere la prima fiamma della nuova storia... un giorno troveranno i loro stessi fossili e cominceranno a fantasticare, esporli nei musei, raccontare favole di mammuth e dinosauri, li trasformeranno in pupazzi animati e torneranno a speculare per possedere più pietrine, più polverine, più dischetti di metallo a cui torneranno a dare il significato primario di un dio chiamato denaro che servirà solamente a riportarli nello stesso tour di contaminazione e tutto ricomincerà...

    Ma forse Lei, Lei è diversa... non ci sono serpenti avvelenati, paradisi da difendere, eden da conquistare: non ci sono promesse né vere né false... soprattutto non ci sono divieti, minacce, ricatti di origine, sì... era questo l’inganno che impediva la nascita della vera coscienza, questo!

    All’origine di tutto non c’era il peccato, ma l’inganno!

    E intere generazioni per millenni hanno edificato culture e templi per tramandare un inganno che li ha portati ogni volta alla fossilizzazione spirituale, al conflitto, allo sconforto, al tormento, alla guerra, all’odio e alla vendetta... era questo l’errore su cui erano stati costruiti i precedenti valori ma ora è diverso, Lei è la purezza e le sue mani possono donare il calore del sole a chiunque desidera amore... finalmente nasce, ora, una nuova razza, una stirpe umana che non ha le radici nel peccato originale ma nell’amore originale e solo questo potrà essere, rapporto e interazione con le forme di vita, uomo e farfalle, bambini e delfini, ragazzi e gazzelle, donne e orchidee... una fusione interiore ed esteriore affinché tutte le forme di vita siano partecipi e autori della vita stessa... non ci sarà più l’ecologia come scienza, ma un sistema ecologicamente perfetto basato sull’amore, era così semplice! eppure ci sono volute decine di generazioni umane per capire che tutto era già scritto ovunque, ovunque!

    Lo dicevano le nuvole che portavano acqua e cristalli di neve. Lo diceva il sole che colorava il cielo di amore al principio e alla fine di ogni giorno e lo diceva la luna argentando l’anima di chi sapeva sognare oltre la propria sfera cinetelevisiva. Ora nascono programmi, musiche vere, il canto dei gabbiani che volano sul mare, il fruscio del vento che trasporta la coscienza dei semi e dei germogli...

    Lei alza lo sguardo al cielo e intorno a sé corrono felici bambini sulla spiaggia dorata: le onde accarezzano la pelle senza tempo e dalle stelle scendono i primi fiocchi di neve.

    E’ un nuovo inverno, una nuova stagione, Eva sorride e le sue labbra restano dischiuse come in un lungo bacio universale... la neve scivola sulle sue guance e si scioglie sul suo sorriso...

    :-)

  • 12 ottobre alle ore 23:29
    Tremolo

    Come comincia: TREMOLO

     

    Tremolo era uno che passava il tempo a contare i suoi peli, anche se non ne aveva…

    Per questo, tra un pelo e l’altro, giocava a scacchi.

    - O.K. Tremolo, facciamo una partita! -

    - Scacco di qui - - Scacco di là -

    - Scacco a me - - Scacco al re -

    - Mangia questo - - Mangia quello -

    E via dicendo, finché puntualmente io perdevo, dal che conclusi che non vincevo.

    Tremolo era sì, quello che per molti è un duro: era capace di sollevare una bottiglia di taleggio sin sopra di essa. E pian piano ci prese gusto, tanto che riuscì a sollevarne due.

    Egli viveva a casa sua; la solita casa arredata alla buona, con ragnatele e cicogne e d’inverno ospitava, tra l’altro, un grosso talpone che svernava con lui.

    Tremolo, dicevamo, era un duro: uno capace di piegare uno spaghetto sino al punto di rottura; i suoi occhioli color biancoenero erano proprio impenetrabili, il suo sguardo severo non ti concedeva di guardarlo storto nemmeno dal diritto. Capelli non ne aveva, ma al loro posto aveva due grossi baffi nel pieno della volta cranica che, formando due strisce pelose, giungevano quasi alle orecchie (3, per l’appunto). Sul naso poneva gli occhiali per annusare meglio, ma non sembra funzionassero molto bene tanto che non mangiava perché non sentiva l’odore del cibo.

    Insomma, il nostro Tremolo sapeva come si sta a questo mondo: vivendo, per l’appunto.

    Eppoi era tanto consumato nel giuoiuoco degli scacchi che promise, una volta, la sua mano alla donna che lo avesse sconfitto in una partita. E in effetti, com’è logico, venne il giorno in cui capitolò…

    Sempre logicamente, la donna che lo sconfisse era brutta come due donne brutte messe insieme: il classico ritratto di giovane consumata dal lavoro e da qualcos/altro…

    Ella sconfisse il Tremolo in una locomotivante partita che durò poche ore ma tanti minuti.

    Al termine di questa partita stava già per saltare addosso al futuro sposo senonché questi la schivò e fuggì!

    Sì, ma dove fuggire …?

    Tremolo prese sottomano i suoi scacchi senza i quali non poteva vivere, una valigia di crostacei già pronta per l’uso e scappò…

    Sì, ma dove scappare …?

    Non era mai uscito di casa anzi, di tana, e si aspettava che il mondo fosse popolato di re, regine, alfieri, torri, cavalli, pedoni, ma così non era. D’altra parte la donnoide che lo aveva sconfitto lo stava già abbordando, per cui andò dove gli capitò…

    Vaga e rivaga, giunse a Ramengo, paese noto per i viaggi turistici e, poiché la pretendentiera alle sue mani non era in vista, pensò di fermarsi a riposare un poco; chiese quindi ad un cane di passaggio:

    - Scusi, bau bau ? -

    E questi rispose che era in fondo a destra. Ma Tremolo era tanto stupido da non accorgersi che il fondo non c’era così, in cerca del fondo, marciò a lungo finanché si convinse di aver ricevuto un’informazione sbagliata o quantomeno approssimativa. Così sui tre piedi non sapeva da che parte andare e pensò di sedersi lì dov’era ma la cosa non gli riuscì, dato che era in mezzo ad un fiume. La corrente, inoltre, lo spingeva sino ad una cascata… il resto lo avrebbe fatto lei!

    Ivi giunto, infatti, Tremolo dovette metterci tutta la sua forza per sopravvivere all’incredibile salto; per sua fortuna notò un pesce di passaggio e lo afferrò per la coda, attutendo il colpo.

    La donna, intanto (si chiamava Tartina), aveva noleggiato un Finferlazzo, che è un segugio del Madagascar: lo fabbricano là…

    E’ una bestia veramente intelligente, ma non lo dimostra; se gli danno un osso da rosicchiare lo finferlazza, e Dio solo sa come si fa. Ha il pelo lungo, dal naso alla coda, ma ne ha solo uno (di peli), il resto è nudo come un finferlazzo nudo. La sua miglior dote è, naturalmente, il fiuto (eccezionale) che gli consente di annusare una pulce a 5 cm di distanza dalle proprie nari. Le sue prestazioni fisiche vanno ancora al di là dei comuni orizzonti: avendo le unghie rotanti può spostarsi velocemente da un posto all’altro e viceversa. L’udito, poi, non ha confini: se parla con l’orecchio di destra riceve benissimo quello che ha detto tramite l’orecchio di sinistra.

    Si dice sabbia abbaiare in greco, latino e tunisino oltre naturalmente al madagascarese, lingua della madrepatria, e che sappia pure cantare come un rosignuolo.

    Ordunque la Tartina, con il suo micidiale finferlazzo, era sulle tracce di Tremolo ma, giacchè nel fiume le orme non rimangono, era in panne.

    Fortunatamente per lei l’odore della marmellata di merluzzo che Tremolo recava sempre con sé in tasca (sfusa) era annusabile sin da lontano e Tartina, guidata dal segugio, riprese la caccia…

    Tremolo, uscito dal fiume, strizzò le orecchie e prese a muovere qualche passo verso l’entroterra; Tartina, pochi Km a monte, incalzava col segugio di razza.

    Là dove Tremolo si trovava, c’era una cartello anzi: ce n’erano molti che vietavano l’ingresso ad un recinto internamente al quale si trovavano le abitazione dei Cigoliformi, esseri molto suscettibili che passano il tempo a dormire perché quanto si muovono cigolano in tutte le giunture e questo li innervosisce assai.

    Inutile dire che Tremolo, furbo come non era, senza pensarci un istante, entrò nel recinto sicuro di essere ormai al sicuro. In effetti Tartina, quando giunse al recinto, si fermò ormai abbattuta ma il finferlazzo, spinto dalla foga del segugio puro proseguì il suo cammino ignaro di tutto e in breve, avvistato Tremolo, gli balzò addosso gridando:

    - Finferlì finferlò, al segugio scappar non si può!!! -

    In men che non si dica tutti i Cigoliformi si destarono dal loro sonno plurisecolare dando addosso ai due, riempiendo l’aria di cigolii d’ogni sorta.

    E più correvano, più cigolavano e più cigolavano più si innervosivano.

    Tremolo correva a squarciagola, il finferlazzo invece saltando come un canguro; poco più indietro una infinità di cigoliformi avanzava cigolando.

    Tremolo, come d’uopo, preso dalla immane fifa che poteva suscitare la situazione, cominciò a tremolare; i Cigoliformi, spaventati da tale manifestazione di tremolità indietreggiarono tosto e Tremolo, al salvo dalle loro cigolità, doveva vedersela solo con il finferlazzo.

    Questi si rivelò tuttavia un osso più duro del previsto ma il nostro protagonista riuscì finferlazzarlo con una azione non ben definibile… sta il fatto che, grazie a ciò, riuscì a mettersi al sicuro in luogo riparato vuoi dalle grinfie del finferlazzo e dei Cigoliformi, vuoi da quelle, ben più temibili, di Tartina…

  • 12 ottobre alle ore 23:28
    Menisco

    Come comincia: MENISCO

    Vi sembrerà strano, ma anche Menisco era un uomo; magari non ci rassomigliava molto, ma noi siamo sicuri che lo fosse. 

    Alcuni lo chiamavano Mentino, ma a noi piace di più il nome che gli abbiamo inventato per cui lo chiameremo Menisco per tutta la durata della racconta. 

    Giudicate Voi se non abbiamo ragione a ritenere che esso fosse un uomo: tre gambe (quattro coi due bastoni), occhi trasparenti (che liquefano a 15°), testa di dimensioni più che normali presso al poco grande come una gatta pelosa, naso aquilino con tre punte triangolari ciascuna delle quali è in grado di secernere 10 chili di capperi all’ora. I capelli, particolare curioso, spuntavano sì dal cranio, ma si rituffavano all’altezza del mento per formare tutt’uno con la barbabarba. Il resto del corpo ricadeva perlochiù nella fisionomia comune: statura ottanta centimetri, articolazioni mobilissime tanto che riusciva ad annodarle con un nodo quadro complicato e doppio.

     

    Il nostro Menisco viveva ai bordi della sua città, di cui naturalmente non possiamo riferire dato che non esiste a meno che non vi inventiamo noi un nome (Granitopoli, per esempio).

     

    Povero come un cane barboncino allevato da uno scozzese, si procacciava da vivere evitando di procacciarsi da morire…

     

    Ogni venerdì mattina si recava tutte le domeniche al Granitodromo, un piccolo stadio dove si svolgevano le corse delle granite. Prendevano il via alla competizione tutte le granite immaginabili a ‘sto mundo: granite al limone, al pistacchio, al caffò, al cocomero, al lampo, alla menta, allo zucchero, al tamma-rindo, alla Schweppe, alla Coca Cola con whisky, alla camomilla, alla pizza, al carciofo, al ragù, al tonno, al cocco, ai funghi e via dicendo fino a che se ne abbia voglia …

     

    La gara si articolava in cinque fasi: partenza ed arrivo e la prima che arrivava vinceva. Al colpo di cannoncino (alla crema) che annunciava il via, le granite venivano rovesciate dal bicchiere che le conteneva sulla pista leggermente in salita, per cui esse, scivolando verso il fondo, si muovevano; restando ciascuna nella propria corsia viaggiavano con brio verso l’arrivo, qui venivano riraccolte e premiate.

     

    La perfezione della tecnica locale aveva portato alla costruzione di vere e proprie granite da competizione per la cui progettazione i migliori artigiani di Granitopoli si erano affaccendati entusiasticamente, pur di risultare artefici di una granita campione.

    Il vecchio Menisco era uno di questi costruttori: grazie alla sua melizia o perizia che sia, aveva portato a termine la granita al caciocavallo che si era rivelata una vera e propria bolidessa ma era stata squalificata dalle gare perché provvista di più di cinque caciocavalli-vapore di potenza, che era il limite massimo consentito. Aveva pure rapportato un certo successo la sua granita al burro velocissima, sì, ma dopo tre corse si era già sciolta… Anche la granita al sapone aveva fatto la sua epoca, ma gli fu divorata da un cammello del luogo.

     

    … E da molti tempi, ormai, Menisco non riusciva più a riportare al Granitodromo una granita purosangue che fosse in grado di condurlo al successo definitivo per coronare la sua carriera e toglierlo una volta per tutte dalla miseria in cui brancolava.

     

    Quel dì Menisco si era recato al Granitodromo con l’ultima sua granita: quella alla lattugo-cipolla, miscela che secondo i suoi approsprofondati calcolici, doceva risultare senz’altro vincente grazie e prego alla duplice azione propellente dei due concentro-ati.

    A pochi istanti dalla partenza Menisco cominciò a raffreddare i muscoli della sua fuoriserie (bada bene: a riscaldarli avrebbe corso il rischio di scioglierli), a ritritarla accuratamente al fine di renderla più granitolosa.

    C’è parecchia suspans prima del via della competizione: in prima fila con il numero primo è in partenza la granita alla grandine, in seconda corsia con il numero 1+1 notiamo la granita al brodo di vacca svizzera, in terza corsia con il numero perfetto c’è la granita alla trielina, in quarta la nostra granita alla lattugo-cipolla, in quinta la granita allo yogurt, in sesta quella alla salvia, quindi quelle alla carlona, alla vaselina, alla trota e infine in diecima corsia la granita all’inchiostro…

    Attenzione:

    - Tre, quattro, due, sette, via… pronti!!!! -

    Al "pronti" le granite cominciano a scendere lungo la pista in salita, accelerando sempre più.

    Quand’ecco l’imprevisto per tutti tranne che per che, siccome che la storia me la invento io lo sapevo già: dovete sapere che queste gare si svolgevano nel Granitodromo, un gigantesco stadio all’aperto, e per questo motivo venivano effettuate di notte, verso le 23, per evitare che il calore del sole potesse sciogliere le granite da corsa; quella notte, però, verso la mezzanotte, proprio mentre stava sfogliandosi la competizione, il sole rispuntò ancora sciogliendo tutte le granite con prevedibile pioggia di imprecaccidentazioni; il sole sbadigliò ma, guardandosi in tondo si avvide che il sole non era ancora sorto, concluse che era ancora notte, e ritornò a dormire…

    Purtroppo la gara era ormai ineffettuabile, essendo tutti i concorrenti ridotti ad un bicchiere di liquido.

     

    Con il venerdì successivo sarebbero riprese tutte le domeniche le gare ma per Menisco, che aveva affidato tutte le sue sorti a quella gara, le speranze di successo erano ormai ridotte ad un accendino.

     

    Per fare una granita da competizione occorrono molti attrezzi artigianali nonché molte apparecchiature costose e, normalmente, l’esperienza e l’ingegno di validi artigiotetti; il nostro costruttore possedeva solamentino il terzo requiemsito. Rimasto senza soldi e incapace di fare una nuova granita in quanto non poteva noleggiare nuovamente le sopraccitate apparecchiature, Menisco si affidò alla più completa disperazione.

     

    Pensate che per fare una granita da competizione occorre un trattore per coltivare il ghiaccio, un frantugrattatritatoio per sminuzzarlo accuratamente, un distilloscopio per selezionarlo, un comecavolosichiamaopio per comecavolosidicearlo, un corrodinsalatore per raffinarlo e un’infinità di altre demonerie. Figuratevi se un poveraccio come il nostro Menisco era in grado di fabbricare senza denaro una nuova granita.

     

    Purtroppo, lui sapeva fare solo quello e non aveva la minima scintilla di dove e come andare.

     

     

    Pensò innanzitutto di vendere tutto quello che possedeva: una casa a tetto in giù, un’auto a benzina nel senso che mettendocela dentro la beveva ma poi, vigliacco che si muovesse, qualche sputata di calabrone che usava per gargarismi e qualche cerotto ottenuto in carità dai lebbrosi che, lungo la strada che passava per casa sua e conduceva all’obitorio, si recavano in pellegrinaggio colà giustappunto per abitarVi.

    Dalla vendita realizzò il ricavo di sette giuditte, ch’erano appunto delle frittelle di cipresso usate come moneta locale.

    Presto, pelò, spinto dalla fame, si mangiò anche quelle e restò al verde.

     

    La storiella finirebbe qui, se Menisco se n’andasse all’altra terra grazie alla possibilità di morirsela per fame….invece essa prosegue, grazie il fatto ch’egli vegeta ancora, e di conseguenza può ancora meritare di essere storiellato.

    Infatti, come ogni storia che si rispetti, anche in questa c’è la fatina: essa apparve a Menisco, ormai scheletrico come uno scheletro che non mangia da trent’anni e che ha digiunato per i precedenti cinquanta, e gli disse:

    - Ciao Menisco, io sono la tua fatina ! -

    - Sii tu la benvenuta in questa storiella… Accomodati pure! –

    - Okay, mi metto in questa riga qui, se non ti acciacca… -

    - Fai, fa con comodo! Basta che risolvi la mia situazione! –

    - Bene, dimmi pure qual è la situazione ! –

    - … Ma da che film sei uscita …. !!!???? Non sai quello che mi è successo e pretendi di essere la mia fatina … ??? –

    - Ma che vuoi … da méééé ???? –

    - Ma che vuoi tééé…… da méééé ?!?!?! –

    - Vedi, io sono una fatina capitata per caso in questa storiella, e mi devo adeguare alla sua livella intellettuale !!! –

    - E va bene … ti spiegherò tutto !!!! –

    Menisco raccontò per filo e per disegno le sue avvendisature e la fata, dopo aver ascoltato, gli propinò la soluzione alle sue problematiche …

    - Ascolta bene: se riuscirai a raccogliere del ghiaccio dalle alle cime del monta Pendolino e farai con esso una granita, per rozza che essa sia, sarà sempre vincitrice !!! –

    In men che non lo si avesse detto, Menisco si buttò alla ricerca di questa benedetta catena montuosa: venne alfine a sapere che si trovava nella Maccheronia occidentale.

     

    Affrontò il viaggio a piedi, vivendo di stenti e stentando a vivere, ma poté un bel dì arrivare ai piedi del monte prescelto: il monte Pendolino !!!! 

    Alto circa 50 metri, si ergeva svettante dalla montuosa pianura…

    Menisco, guardando la parete alla cui sommità si trovava il ghiaccio miracoloso, cominciò a studiare un valido metodo di ascesa.

    Per quanto la parete non fosse certo alta, era senz’altro ben ardua da salire. Il Monte Pendolino, inoltre, è detto così perché, dalle quattro alle quattro del pomeriggio prende a pendolinare.

    Menisco, senza saperlo, cominciò ad arrampicarsi proprio alle tre e tre terzi, inerpicandosi gagliardamente sulla nuda roccia. La parete, liscia come uno specchio, era invalicabile da chiunque, e poiché il nostro eroe si chiamava Menisco e non Chiunque, poté agevolmente salire sfruttando e sverdurando gli appigli che non c’erano.

    Giunto in cima alla parete Menisco si trovò in vetta anche al Monte Pendolino, in quanto era uniparetale, e deducendo di essere arrivato alla sommità, concluse di aver terminato l’ascesa.

    Vide il ghiaccio delle sue brame, ne raccolse un pezzettino e se lo mise in tasca (il ghiaccio del Monte Pendolino non si scioglie mai) ma, quando si accinse a scendere, il Monte cominciò a pendolinare …. !!!!!!

    Ignorando ciò che gli accadeva Menisco ruzzolò malamente giù dal monte … il ghiaccio però era salvo e, con la vittoria in tasca, se ne ritornò al suo paese ritornando al suo paese.

     

    Granitopoli era ancora là come l’aveva lasciata; al granitodromo le corse di granite si erano svolte incessantemente per tutto il tempo dalla sua assenza e, grazie al progresso, le granite attuali erano potentissime, veri gioielli della tecnica del settore.

     

    Menisco giunto al granitodromo iscrisse la sua granita alla prima corsa in programma, la chiamò granita Pendolina ed ottenne il numero A.

     

    In attesa della gara del suo riscatto, Menisco triturò pazientemente la sua granita, masticandola miniziantemente.

    Ed eccoci, ancora una volta, al via … Alla gara prendono parte, come è prassi, dieci concorrenti, rispettivamente con i numeri 78,Y!,%,?L3,55,M@,#,(),9/3,ì.

    Sono allineate sulla griglia di parteria la granita al Gianduia e quelle al Rosmarino, al Pan Grattato, alla Muffa, alla Marmellata di Libellule, la granita Pendolina, e quelle all’estratto di estratto di Cotechino nonché quelle alla Candeggina, ai Tartufi e ai Savoiardi.

     

    Attenzione …. Meno tre, più due, fratto nove … BUM !!!!!! Indietro!!! STOP !!!!

    Allo stop le granite cominciano a saettare sulla pista; è superfluo segnalare che quella di Menisco è in ultima soluzione. In testa la granita alla Candeggina, ma incalza da vocino anche quella al Pan Grattato.

    Melò, e stavolta non è più un imprevisto dato che era già successo, ecco che il sole, svegliato ancora una volta in piena notte, prende a salire nel cielo.

    Fra l’imprecaggine generale e colonnello le granite da competizione cominciano a sciogliersi anche stavolta !!!
    Si prospetta un rinvio, ma abbiamo dimenticato che la granita Pendolina non si scioglie dalla sera alla mattina … ?

    Pian pian pian piano, ma così pian pian pian pino che è difficile accorgersi di come vada piano, la granita Pendolina scende lungo la salita e si avvia sola al traguardo.

    Per Menisco è un trionfo !!!!

    Finalmente può coronare i suoi sogni di gloria con una frangettiforme vittoria, così pulita da poterci lavare un’intera partita di topi sporchi !!!!

    Tutto tronfio si avvia a ritirare il premio che sottolinea la sua vittoria: un paio di paia nuove di zecca !

  • 12 ottobre alle ore 23:26
    Stantuffo, il martellatore pazzo

    Come comincia: Stantuffo, il martellatore pazzo

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    Martella tu che martello anch’io; con questo slogan, in Martellonia, si riassumeva tutto il codice legale dello stato suddetto. In quel paese chi più martellava, meno non martellava; si viveva di martellate: a passare per le strade di quel paese v’è da guardarsi bene in giro, ogni persona che incontrate prima vi dà il buongiorno e poi una martellata; se vi becca in testa 5 punti, il resto, invece, 5 punti

    A cosa servivano questi punti, ci si chiederà o meglio, se lo chiederanno i più curiosi? Logicamente servivano a fare un totale di punti; questo totale, invece, serviva a distinguere le classi della nazione (che nazione, fra l’altro!), in quanto chi aveva tanti punti era ricco, chi ne aveva pochi era ricco, e chi non ne aveva invece, era ricchissimo

    Ormai tutti eran9o specializzati in martellate: ce le si davano ad occhi chiusi, a testa in giù, a piedi in bocca, a braccia conserte, con la bocca, con le orecchie, sull’ombelico, sui calli, eccetera; particolarmente e particolartesta il colpo preferito era la martellata sul ditone, altresì detto alluce, ma là chiamato allucione

    Col passare del tempo, il progresso aveva donato anche il martello pneumatico, ma era stato messo al bando dallo stato, la macchina per martellarsi da soli (in tal caso però i punti non si ottengono), il martello ricurvo per martellare anche negli angoli, nonché nei mozambichi, il martello con due pestoni, per martellare contemporaneamente zucca, testa e piedi. 

    Inutile dire che in quel paese tutto era martellato, tutto in cocci, tutto frantumato dalle martellate locali. 

    Lo stato, un bel dì, così bello, ma così bello, ma così un bel sì che, decise di invitare i popolani a una bella gara di martellate, da svolgersi, possibilmente al di fuori del territorio nazionale. 

    Venne finalmente il giorno di questa gara, ma noi ce ne freghiamo di questo giorno, perché non sappiamo ancora in cosa consiste, a che cosa serve e come si svolge. 

    Or dunque, o meglio, dunque ora, dovete sapere che essa si girava perché a furia di martellare non c’era più nulla da martellare, per cui il comune ben pensò di organizzare tale competizione, al fine di offrire un quid martellandum ai popolani del comune in cui, non essendoci più nulla da martellare, il comune ben pensò di organizzare tale disputa per dare qualcosa da martellare e giovare ai suoi popolani. 

    Nel martello che veniva distribuito ai concorrenti, era inserito un martellometro, cioè un coso per misurare le martellate, la loro intensità, potenza, ecc…

     

    Inutile dire che tale martellometro aveva pure un contatore che registrava i punti via vai accumulati. 

    Ora che sappiamo in che cosa consisteva tale gara, possiamo anche dare il via ad essa, ma se glielo diamo così, che gusto c’è se non abbiamo ancora deciso per chi fare il tifo. Lo faremmo per uno che abbiamo già adocchiato da tempo, ma poiché costui o costei il tifo l’ ha già fatto, punterelleremo la nostra azione tifica su un altro uomo. 

    Logicamente sceglieremo il più chiù. Ecco, forse costui è il nostro tipo: due punti, tre metri di larghezza per mezzo di altezza, capelli biondi, baffi neri, peli rossi, occhi da lince orba, orecchie bicornute, coda a cavapappa, e altri requisiti che ci inducono a puntar su di lui gli obiettivi del nostro racco-on. 

    Appena poi siamo venuti a sapere di Stantuffo, non abbiamo avuto più dubbi, ed ecco che ora siamo impegnati a seguire le sue peripezie. 

    Sfrom! I concorrenti sono partiti, chi a nord, chi a sud, e chi invece a nord o a sud. In ogni direzione la marea umana si allontana dalla partenza, ognuno alla ricerca di qualcosa da martellare al di fuori dal confine nazionale. 

    Stantuffo, procedendo a larghi passi è l’ultimo ad uscire dai confini, e guardandosi intorno cerca qualcosa da martellare ma, ohi-bò, è già stato tutto martellato. 

    Che si può martellare, dirà fra sé e sé, se tutto è già stato martellato? 

    Cammina e rincammina, ma di martellare neanche l’ombra; il martellometro, nel frattempo era sempre a zero

    Giunto all’oceano del Maroc decise di provare a farvi un tuffino per vedere se qualche pesce era per caso disposto a farsi martellare… 

    Spogliatosi delle sue vesti ed indossato un bellissimo cappotto da bagno, Stantuffo splascia l’oceano e, navigando sott’acqua a mò di sottomarino o maglia, di sotto-oceanino, guardandosi in giro si guarda all’ingiro. Vede ad un tal punto una coda pesciosa spuntar dal retro d’una roccia, e si dirige colì per vedere se il pesce che la possiede è disposto a farsi martellar

    Accostatovisi, Stantuffo è già per martellare, quando ecco che il pesce, in quanto pesce-martello; vibra una martellata pesciosa su Stantuffo e lo stende. Andò per martellare e fu martellato. 

    Sconfitto e afflitto Stantuffo esce dall’oceano e continua a cercare qualcosa da martellare; ormai gli altri concorrenti saranno già stati a buona virgola, e gli occorreva un colpo di genio. 

    Più che un colpo di genio gli venne un colpo di sveglione, ma il gatto è ugualmente notevole: c’era infatti un posto dove nessuno si sarebbe mai incubato di andar a martellar, ossia il territorio privato dei Porcoli, animali fungiformi che, incameratisi nel territorio ore assunto come proprio, sono internamente dediti alla coltivazione dei funghi. Passando lungo il loro confine è infatti possibile vedere sterminiate draiate  di funghi, chilometri quadrati, cubici e piatti di funghi di ogni genere. Guai a chi, mal gliene colga, gli venisse in cranio di toccare un fungo anche solo con lo sguardo, col pensiero l’udito: in men che non lo si possa dire gli si ritroverebbe con Stantuffo però era ardito nonché armano ed arpiede, per cui, decise, per male che potesse andare, di andare a martellare i funghi dei Porcoli. (Porcino-ovoli)

    I porcoli rassomigliavano sì ai funghi, ma erano animali; alti dai due ai tre decagrammi presentavano, sotto i peli che stavano sopra alle piume, delle penne, che stavano sotto le piume. 

    I peli raffreddavano le piume, che tenevano al fresco le penne, che riscaldavano vuoi i peli che le piume. Possedevano inoltre una lingua collosa e a dei poco chilometrica, ricoperta di villi prensili che, avvinghiati i nemici per il collo, gli entravano in bocca, e da qui nello stomaco, agitando tutto e incollando tutto l’interno dell’apparato digerente, per impedire a questi di funzionare; tale procedimento portava al decesso l’individuo colpito per insufficienza dell’apparato suddetto; tutte complicazioni inutili in quanto la vittima, comunque, dopo essere stata presa dai linguoni, trapassava ugualmente per lo schifo. 

    Stantuffo non ignorava ciò, ma contava su fatto che brutto com’era poteva difficilmente essere slinguato e comunque, la lingua prensile e vischiosa, non gli mancava di certo neanche a lui; al limite la tensione avrebbe potuto risolversi con una lotta tra lingue. 

    Messosi in cammino, Stantuffo giunge verso il tramonto, di quella mattina, al territorio dei Porcoli, e cominciò ad ammirare tutti quei bei funghi che non aspettavano altro che essere martellati

    Quatto cinquo entrò nei funghi di soppiatto, ossia quatto quatto, e non visto, vibrò la prima martellata. 

    Il fungo colpito andò in mille pezzettini, mentre il martellometro registrò un bel po’ di punti. 

    Seconda martellata, e il secondo fungo, andando in quattrocentocinque pezzettini diede al martellometro uno scatto di circa pressappoco settanta giri di contino, e Stantuffo, compatto e sicuro di egli, ci prese gusto e olfatto e vibrò come un forsennato, mandando all’aria tutto quanto era funghiforme e no; il martellometro come dopo esse, contava punti su punti. Cumuli cumuliformi di funghi sfarfallati e spaparallati si vanno via via via accumulando, ma i Porcoli, assidui difensori del loro patrimonio, non lasceranno certo impunito tale scempio. Mentre in effetti il nostro Stantuffo vibrava ovunque le sue martellate micidiali, ecco che, Porcolo dopo porcolo, il popolo porcolano si fa in avanti all’incontro del martellatore in quesito

    Giunto un primo Porcolo ai piedi dello Stantuffo, eccolo slurpargli tutta la faccia con una linguata prensile, che avvischiando occhi e naso in tutt’unica sbavatura scende nella bocca incollando tutto quanto. Stantuffo, pur continuando a martellare, si difende egregiamente rislurpando a sua volta il Porcolo con una linguata di rovescio incrociata, a mò di formichiere. Il Porcolo se la batte con la coda fra le code e, mentre il Nostro continua a martellare, non passa molto tempo che una nuova linguata attraversa il muso Stantuffesco da cima a fondo, ossia da fronte ad ombelico; anche stavolta, pur continuando a martellare, il martello di Martellonia può reagire mettendo in riga l’avversario (Intervallo in cui parliamo di qualcosa che non c’entra per niente con Stantuffo, nato per sminuire la tensione del letterato leggente, e dargli modo di prosciugar il sudore secreto durante l ’appassionante avventura. Sentite, tanto per non annoiarvi, questa barzelletta: ci sono due matti che, camminando a testa in giù coi piedi, passano davanti ad una macelleria; uno dice all’altro: - prova un po’ per caso a chiedere se lì dentro non hanno qualcosa per raddrizzare un povero uomo con la testa al posto della zucca; - entra e rivoltosi al macellaio, gira la domanda rivoltagli poco prima dall’amico. Il macellaio, sulle prime sembra non sapere che risposta dargli, ma poi illuminato da una lampadina ideiforme, si rivolge al matto e gli dice: - fine dello vallo. 

    Circondato da una marea di Porcoli, Stantuffo si effonde nella gara di spreco di saliva più colloidale mai vista prima d’ore, ma purtroppo, come è destinato, capita col capitolare e capitola. Prigioniero dei Porcoli Stantuffo vede ora compromesse le sue possibilità di affermarsi vitto-alloggioriosamente nella gara di martellate. 

    Quand’ecco pure lui si accorge di essere intelligente e, impugnato il martello si prodiga nel martellamento di tutti i Porcoli che gli capitavano a tiro, manco a dirlo, il martellometro incassò tutti i colpi e segnò infatti molti punti. Evidentemente i Porcoli sono martellabili egregiamente se è vero che, alla fine della loro martellata, il martello di Stantuffo cominciò a scampanellare come una mucca sbronza, segnala quello, chi diceva che s’aveva raggiunto il punteggio max. Sicuro di avere ormai in calza (poiché le sue tasche erano là) la vittoria, il nostro eroe ritorna al suo paese, giusto in tempo stabilito per potere presentare anche il suo martello alla rilevazione (positivo) final, da cui, secondo il conteggio, si sarebbe assegnata la vittoria finale e il premio. 

    Il premio non era, come qualcuno penserà, un pacchetto di chewing-gum, bensì era qualcosa di molto più pesante: una poderosa martellata sulle ossa craniche con un martello interamente d’oro. 

    A questo punto saremo tutti ansiosi di sapere come diavolo finirà la competizione; ebbene, non mi sembra il caso di risollevarsi, perché è molto semplice sapere come essa finirà: la competizione, infatti, finirà così:

     - zione - 

       

    FINE