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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 3 ore fa e 41 minuti fa
    UNA ESPLOSIONE DI AMORI

    Come comincia: Inverno anno 1955, Dogana di Ponte Chiasso. Fra i funzionari addetti alla Dogana due personaggi molto diversi fra di loro: Massimo M. romano, compagnone, vita un po’ sregolata in quanto a pasti e femminucce, Piero M. siciliano, sempre elegante,con sempre un triangolo rosa nel taschino della giacca, distaccato munito di auto Giulietta, in affitto una casa al centro città, costoso, un alto tenere di vita dovuto ai contributi paterni, Massimo stanza in affitto come molti suo colleghi, due personaggi molto diversi che abitualmente non si frequentavano fin quando un giorno: “Mi conosci, sono Piero M.  che ne diresti di assaggiare un Chivas Regal 30 anni di invecchiamento?” “Cacchio pensò Massimo, di quel whisky ne conosceva l’invecchiamento sin o a 20 anni, sapeva quanto costava.” Una proposta inaspettata,  strana tenuto conto della riservatezza di Piero che lo incuriosì. “Se vuoi sabato puoi venire a casa mia in via Roma 23, potremo anche cenare insieme.” Una mangiata non si rifiuta mai”, Massimo accettò. La casa di Piero era ben arredata con la particolarità di avere un camino in ogni stanza mentre nelle altre abitazioni ve n’era uno in quella principale, le altre… al freddo. Piero lo accolse in pigiama con sopra una costosa vestaglia. “Vieni caro, ti faccio vedere casa in attesa dell’ora di cena, ho ordinato al ristorante all’angolo, spero sarà di tuo gradimento.” “Basta che se magna” pensò Massimo un po’ volgarmente, talvolta la romanità prendeva il sopravvento in lui. Menù: pappardelle all’anatra selvaggia, composé di fritti vari, uccellagione molto ricercata dagli appassionati di quel genere, contorni vari e poi un piatto particolare: “Sai il ristoratore è un burlone, mi ha fatto questo scherzo.” Un mezzo ad una torta spiccava un wurstel grande  a forma di membro eretto molto somigliante alla realtà. “Ma questo è un cazzo!” “Chiamiamolo membro meno volgarmente.” “Ma sempre cazzo è” pensò Massimo, io non lo mangio.” “Va bene è cosa mia” Piero prima lo leccò a poi lo mise in bocca e lo mangiò. Massimo sconcertato fece finta di nulla, poi comparì il famoso Chivas Regal 30 years old ancora con la fascetta intatta. Effettivamente il sapore superava tutti gli altri whisky che Massimo aveva assaggiato, fece il bis, il ter, il,quater, cominciò a vedere il mondo in modo diverso, più piacevole, lui era stato sempre un edonista. Un televisore 30 pollici nel soggiorno trasmetteva un programma musicale con qualche ballerina meno vestita del dovuto. Anche in questa stanza un caminetto acceso mandava un calore molto forte, eccessivo , Massimo cominciò a sudare non capì la strategia di Piero. “Sono tutto sudato, mi tolgo la camicia, anche la maglietta, non ti dispiace?” Ma che dispiacere, Piero aspettava questo momento per proporre: “Senti non puoi uscire così, siamo in pieno inverno,  potresti prenderti un malanno, sai che ti dico, facciamoci una doccia.” “Cacchio la casa era dotata di mobili molto eleganti e funzionali, una doccia molto grande nel bagno. “Che ne dici se ti faccio compagnia,ci stiamo tutti e due.” Il Chivas Regal aveva spazzato via molte inibizioni di Massimo che con una risata accettò. Stettero a lungo a godersi il calore dell’acqua che veniva giù dall’altro da vari augelli, ognuno il proprio augello nel senso che…”Massimo ti rendo conto cos’hai far le gambe, mai visto un uccellone di tale portata, beato te, come vedi io ho due grossi testicoli ma un pene piccolo, da adolescente e questa è fonte di dispiacere a da parte mia.” Massimo cercò di minimizzare: “Unicuique suum” talvolta mi è capitato al casino che una signorina non ha voluto avere rapporti con me per paura di farsi male.” “Sono molto incuriosito, ti sarei grato se me lo facessi toccare un po’.” “Si ma poi ciccio si ‘incazza’ e diventa un albero.”“Correrò questo rischio…” La mani di Piero iniziarono dai testicoli, massaggiandoli a lungo il che portò a quanto predetto da Massimo, Ciccio si incazzò di brutto facendo uscire dalla gola di Piero un:ohhhhh. Abbandonati i testicoli l’attenzione del padrone di casa si rivolse all’uccellone ma Massimo uscì da sotto la doccia , si avvolse in un caldo accappatoio molto chic e andò a sedersi su una poltrona del soggiorno dinanzi alla tv. Piero lo raggiunse piazzandosi nella poltrona vicino a lui.“Vedo un grosso bozzo nel tuo accappatoio, che sia…” “È evidente che ciccio chiamato in causa risponda sempre.” Era diventato così duro che Massimo non sapeva che fare, metterlo sotto l’acqua fredda non era una buona soluzione e quindi…” Ci pensò Piero: “Vedi restare arrapati per lungo tempo fa male alla prostata, da vecchio ti potrebbe dare molti problemi, meglio farlo ritornare  nella sua casina con un bel massaggio e senza chiedere il permesso si diede alla bisogna. Ormai il ghiaccio era rotto e Massimo capì che stava entrando nel mondo gay mai da lui esplorato, Le mani sapienti di Piero, vecchio esperto del settore, fecero provare sensazioni piacevoli al padrone del membro arrapato oltre ogni dire soprattutto quando Piero lo prese in bocca e con la lingua sapiente cominciò a tintillare la punta del pisellone, un piacere mai provato con la femminucce. Anche i testicoli ebbero la loro parte e cominciarono a girarsi nello scroto, sensazione piacevole.”Qui siamo scomodi, di là ci aspetta un bel lettone, stanza riscaldata ed anche il letto con borse di acqua calda. Ormai Massimo si era lasciato andare, in fondo cosa poteva succedere un incontro omo unico a poi solo il ricordo. Non finì di  pensare che fu abbracciato con forza da Piero. “Da quando sei giunto a Ponte Chiasso ti ho adocchiato ma eri sfuggente,  ora sei qui, per me un piacere immenso, abbandonati, ti prego  e acconsenti  ai miei desideri sessuali.” Sempre abbracciato sopra Massimo, Piero iniziò a baciare il collo,il viso. poi le ascelle ed i i capezzoli per poi scendere sul pancino senza fermarsi nel gran bozzo ma finendo sulle gambe e poi sui piedi dove rimase a lungo fin quando di scatto  e cominciò  prima dai testicoli e, gran finale in bocca l’uccellone che non ne voleva di ritirarsi in buon ordine, troppo sollecitato, mandò in tripudio Piero che tenne in bocca il suo sperma poi andò in bagno sciacquarsi la bocca con un colluttorio,  segno che era solo all’inizio del gioco erotico.  Infatti volle coinvolgere il buon Massimo che era in dubbio se andare avanti sin quando: “Ho  i testicoli grossi ma il pisello lascia a desiderare, è rimasto quello di un adolescente ma, anche se piccolo funziona perfettamente, dammi una mano, fai su e giù mi piace, mi faresti felice se lo prendessi in bocca. Massimo ormai era in preda a un’eccitazione e acconsentì al desiderio di Piero, cominciò dai testicoli dell’amico per poi mettersi in bocca l’uccellino piccolo ma duro. Ebbe in quel momento un ricordo di quando quindicenne, nel collegio dei preti, si era fatto un amico pugliese e spesso studiavano insieme. Un giorno durante la ricreazione si allontanarono dagli altri studenti nel bosco per fumare una sigaretta, cosa assolutamente proibita. L’amico Carmine : “Durate la doccia ho sbirciato il tuo uccello, è molto più grosso del mio, me lo fai vedere. Vedere e toccare, anche Massimo prese in mano il pisello di Carmine e ognuno face una sega all’altro. Quindi in fondo c’era un precedente. Massimo imitò Piero nel lavorarsi il pisellino,  lo succhiava, con la lingua e lo ‘accarezzava’ tutto, Piero era innestasi. Il giochetto durò a lungo. “ Non mi godere in bocca”, fu accontentato, Piero godè dentro una salviettina e poi si recò in bagno. Al ritorno altra richiesta: “Fammi entrare nel tuo buchino, sarà piacevole e non ti farò male.” Piero prese le gambe dell’amante supino,le piegò, le tirò su e si fece penetrare facilmente, in questa posizione aveva a disposizione il viso di Massimo il quale seguitò ad entrare ed uscire nel buchino di Piero col vantaggio che, stando faccia a faccia Piero poteva baciarlo in bocca, Ci riuscì dopo vari tentativi di resistenza da parte di Massimo ed anche qui fu una  sensazione nuova, Piero usava la lingua in bocca dell’amante facendogli provare  delizie mai provate poi godette dentro il sedere di Piero. Si mise a ridere perché gli venne in mente l’episodio della contessa Scotti. Ormai tutto era compiuto pensò Massimo ma si sbagliava . Piero dopo il solito bidet si mise supino  abbracciandogli le gambe .Come aveva fatto prima con sé, finale col botto, Piero voleva essere penetrato nel suo buchino dall’uccellone anche se aveva un pò di paura. Ho messo tanta vasellina ma vai piano. Millimetro per millimetro Massimo penetrava il sedere di Piero, ci volle tempo ma arrivò in fondo. “Ora muoviti ma dolcemente.” Piero si era fatto il culo di qualche signorina in casino ma non bene come  con Piero il quale si muoveva facendo girare  tutto il bacino. Massimo durò anche stavolta a lungo con gran goduria del padrone dell’ormai bucone. E poi l’eplosione, fine della pugna. Ambedue furono presi da Morfeo. Alle sei del mattino. “Massimo grazie di tutto, devi andare via senza farti vedere, ho la sensazione che non ci rivedremo.” Ultimo bacio in bocca. Mi farò vivo senza  la mia presenza.” Frase sibillina che Massimo capì dopo vario tempo. Fuori incontrò Nando, un paesano che lavorava come elettricista in Svizzera: “Dottò bella nottata!” “Non mi posso lamentare,ciao.”Ora il problema era di Massimo, gran tombeur de  femmes al quale  restava il dubbio che l’avventura omo poteva aver lasciato il segno. La cosa più pratica: andare con una femminuccia. Il sabato successivo si recò in un casino a Chiasso dalla parte svizzera per non farsi vedere da qualche conoscente in caso di defaillance, ma tutto andò bene, anzi la signorina di turno si lamentò per la fuori misura del pene di Massimo, tutto era tornato alla normalità. I due amanti si evitavano, Piero tramite le amicizie al Ministero si fece trasferire alla Dogana di Domodossola. La tresca ebbe un seguito piacevole: un pomeriggio un fattorino gli consegnò un pacco.”È per me” domanda inutile c’era il suo nome. “Lei è il signor Massimo M.?” “Son io.” “Allora firmi qui.” All’interno un grosso astuccio con la scritta “Gioielleria Grasso” Cercando di rimanere freddo pian piano aprì il pacco come un giocatore di poker…meraviglie delle meraviglie: un orologio Omega, una catenina, un braccialetto ed infine un anello con incise le sue iniziali MM  tutto in oro 18 k, un patrimonio. Un biglietto ‘In ricordo della meravigliosa avventura.’ Poteva esser stato scritto anche da un appartenente al gentile sesso, conservò  il cartoncino. Ora il problema era sfoggiare quel po’ po’ di ben di Zeus (Massimo era ateo). Ai colleghi invidiosi riferì che era il giusto prezzo pagato da una signora non più giovane e la cosa finì lì. A proposito della contessa Scotti: la gentil nobile madama una mattina di domenica  era andata a confessarsi ed aveva riferito al prete di esser stata penetrata ‘contro natura’ . Il confessore l’aveva caricata di preghiere e l’aveva invitata a sedersi nel banco in prima fila in compagnia di donnette un po’ scalcinate cosa che la contessa contestò: “Io non vado in mezzo a tante donnucole di basso rango! “ “Gentile contessa Scotti, Scotti o non Scotti quello è il banco dei culi rotti.!” Massimo volle che quell’avventura particolare finisse con un po’ di autoironia il che non guasta mai.  Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi distrarsi al cinema, andando la domenica a vedere partite di calcio di serie A), andando con i colleghi al ristorante, sostituendoli talvolta nei turni di servizio, frequentando il locale casino dove conobbe una siciliana intelligente e con lei si intrattenne più del dovuto affezionandosi un po’ troppo, tagliò corto. Infine scoperse il ballo, il locale ‘Galletti era aperto il sabato e la domenica. Non avendo mai imparato a ballare andò in un locale dove insegnavano tale disciplina ma il padrone, dopo due lezioni gli restituì la caparra: “ Egregio signore perdiamo tempo, lei non è nato per ballare”. Andò lo stesso al ‘Galletti’ restando sempre seduto ad ammirare le bellezze indigene, una in particolare lo colpì, oltre che essere una ragazza piacevole si muoveva con disinvoltura, sorridendo pacatamente alle battute del ballerino di turno. Ballo o non ballo la invitò con la premessa: “Signorina sono una frana nel ballare”. Sguardo interrogativo della baby: “Che vieni a fare?” “Signorina non c’è altro modo per conoscerla.” “Se ci tiene tanto restiamo seduti e parliamo.” Massimo gli raccontò un po’ della sua vita della nascita a Roma sino alla vincita del concorso di dipendente della Dogana di Ponte Chiasso. La ragazza rise, “Io ogni mattina passo per il valico, lavoro in una fabbrica di orologi a Chiasso ma non l’ho mai vista.” “Evidentemente I nostri orari non coincidono, cosa che avverrà il prossimo futuro.” Dopo un lungo silenzio:”Perchè ci tiene tanto a conoscermi?” “Non sono un tipo da complimenti, mi piace.” Flora era un tipo delizioso, viso piacevole e sempre sorridente, gli occhi che esprimevano la voglia di vivere, seno forza tre, vita  stretta e due gambe chilometriche che reggevano un corpo da 1,75. “Abbiamo quasi la stessa altezza, io sono alto un metro e ottanta”. Si era fatta quasi mezzanotte, era l’ultimo dell’anno, “Egregio signora sa della consuetudine di questo locale all’apertura del nuovo anno?” “In verità no”. “Ebbene allo scoccare della mezzanotte i due ballerini si baciano.” “Ottima consuetudine!” “Non pensa di correre troppo?” “Lo sa che da mondo e mondo sono le femminucce che prendono la decisione dipende da lei.” “Non so per qual motivo ci sto…” Massimo sapeva bene il motivo, il suo metro e ottanta  era corredato da un fisico robusto ma non grasso, bel viso maschio, sempre elegante e dalla parlantina romana condita da qualche battuta quasi sempre accettata dai presenti, elegante, ‘aitante e distinto’ c’era scritto nelle sue note caratteristiche. Si abbracciarono. “Facciamo una cosa, faccio io il maschio e lei mi segue.” Tutto andò bene sino: “Signore e signori, mancano tre minuti alla mezzanotte, era il segno di mettere in atto la consuetudine locale. “Flora vuol rimanere in pista o ci sediamo?” Dopo un po’ di riflessione… restiamo in pista:” “Era fatta” pensò Massimo, era al settimo cielo, voleva a tutti i costi conoscere a fondo la ragazza. “Meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due uno “Auguri per il nuovo anno auspicò lo spiker. Fu Flora a prendere l’iniziativa, prima dolcemente sulle labbra poi, pian piano sino ad aprire la bocca con la conseguente passaggio dall’altra parte delle due lingue, Durò a lungo, a Flora il,bacio era piaciuto. “Durante il bacio ho notato qualcosa aumentare di volume nei suoi pantaloni.” Massimo diventò rosso come un ragazzino, effettivamente ciccio aveva prese parte, a modo suo, al bacio. “Non so che dirle, mi scuso.” “Non dica niente, è normale.” Massimo da quel momento si presentò in dogana agli orari di partenza e di arrivo in Dogana della baby. L’agevolava nel farle passare delle sigarette e del cioccolato, lei non fumava, era per i parenti e per gli amici. Col passar dei giorni il loro legame divenne sempre più stretto, si innamorarono follemente. Un giorno Flora: “Ti invito a casa mia, mia madre, vedova, e la mia sorella minore vanno a trovare dei parenti a Milano, la casa è tutta nostra,.” Un invito specifico ad andare a fondo fisicamente fra di loro. Infatti prima di cena. “Preferisco il letto di mia madre è a due piazze, una cosa importante, sono vergine!” La cosa stupì non poco Massimo, una ragazza vergine a ventidue anni! “Non a quella faccia, ho avuto modo di vedere il tuo coso, mi fa un po’ paura devi essere molto ma molto delicato!” Hai voglia ad essere delicato. “Flora si spalmò per benino, più volte il fiorellino e lei stessa prese in mano la situazione nel senso che piano piano, e ci volle molto tempo e qualche gridolino, ad arrivare sino in fondo spossati.  Erano diventati marito e moglie. La cena preparata da Flora era ottima, la ragazza era pure una ottima cuoca. La felicità dei due innamorati fu interrotta dal trasferimento di Massimo a Messina, eccesso di personale a Ponte Chiasso, mancanza di personale nella città dello stretto. Massimo cercò di contattare Piero a Domodossola ma non  ci riuscì. Gli dei invidiosi dell’amore di Flora e di Massimo avevano compiuto la loro vendetta, Giunone e Mercurio furono invano supplicati da Massimo che in una grigia giornata raggiunse Messina dove invece lo accolse un clima mite e tanto sole. La lontananza… tanto si è scritto su di essa ma la triste conclusione che Massimo e Flora pian piano si sentirono sempre meno finchè Flora: “Caro ho trovato un ragazzo meraviglioso, mi sposo. Faccio tanti auguri anche te.” Anche Massimo trovò un nuovo amore ma sempre nel cuore il ricordo di una ragazza speciale lombarda.

  • Come comincia: Siamo ricettacoli di saggezza, noi esseri umani. Siamo forse intrisi di polvere di eterno, e magari arriviamo da altre stelle. O siamo cloni oppure angeli in possesso di un corpo. Non abbiamo l'abitudine di meravigliarci davanti a egregie risposte che, pur senza la preparazione specifica, riusciamo a darci. Dovremmo.                      
    on sappiamo da dove ci arriva quell'intuizione geniale, non sappiamo nemmeno il perché riusciamo a rovistare nei pozzi bui di (nostri) giorni angosciosi, e ritrovarci un sorriso. Non andiamo a scuole specifiche dell'Intuizione, della Visionarietà, dell'Empatia, dell'Umiltà, dell'Amore. Nessuna Scuola, eppure in noi, cellule organicamente composte, ci indicano risposte giuste che toccano la mente dopo aver risieduto nel ventre, risalito ogni organo, albergato nel timo. E' un grande e saggio contenitore il nostro corpo, tesoriere di ben più sconosciuta composizione che non una perfetta macchina che viaggia per la durata del suo ciclo vitale. Vi è una saggezza in ogni essere umano, comparabile alla memoria del Cosmo. E' visibile a tutti da bambini, poi ci educano ed "educhiamo" ad addensare la cornea per escludere le "macchie sfuggenti e luminose" che prima ci mostravano luoghi e momenti; ad irrigidire i padiglioni ed eliminare i suoni più sottili, che prima ci ampliavano le percezioni. Tutto il nostro corpo è stato modificato a non "vedere", "sentire", ma nonostante tutto, continua ad essere ricettacolo di saggezza, ché l'intelligenza non potrà mai sconfiggere la larga conoscenza insita nel luogo del non "corpo". Quando sarà l'Intelligenza consapevole della Conoscenza del Non Corpo, il corpo sarà sostanza equilibrata e in perfetta assonanza con il Tutto, le giuste risposte, soluzioni, umori, sono naturale appartenza a se stessi; non siamo "geni" isolati, siamo saggi per naturale trasmigazione dell'Uno e del Tutto.

  • Ieri alle 14:40
    UNA ESPLOSIONE DI AMORI UNA ESPLOSIONE DI AMORI Inverno anno 1955, Dogana di Ponte Chiasso. Fra i funzionari addetti alla Dogana due personaggi molto diversi fra di loro: Massimo M. romano, compagnone, vita un po’ sregolata in quanto a pasti e femminucce, Piero M. siciliano, sempre elegante,con sempre un triangolo rosa nel taschino della giacca, distaccato munito di auto Giulietta, in affitto una casa al centro città, costoso, un alto tenere di vita dovuto ai contributi paterni, Massimo stanza in affitto come molti suo colleghi, due personaggi molto diversi che abitualmente non si frequentavano fin quando un giorno: “Mi conosci, sono Piero M. che ne diresti di assaggiare un Chivas Regal 30 anni di invecchiamento?” “Cacchio pensò Massimo, di quel whisky ne conosceva l’invecchiamento sin o a 20 anni, sapeva quanto costava.” Una proposta inaspettata, strana tenuto conto della riservatezza di Piero che lo incuriosì. “Se vuoi sabato puoi venire a casa mia in via Roma 23, potremo anche cenare insieme.” Una mangiata non si rifiuta mai”, Massimo accettò. La casa di Piero era ben arredata con la particolarità di avere un camino in ogni stanza mentre nelle altre abitazioni ve n’era uno in quella principale, le altre… al freddo. Piero lo accolse in pigiama con sopra una costosa vestaglia. “Vieni caro, ti faccio vedere casa in attesa dell’ora di cena, ho ordinato al ristorante all’angolo, spero sarà di tuo gradimento.” “Basta che se magna” pensò Massimo un po’ volgarmente, talvolta la romanità prendeva il sopravvento in lui. Menù: pappardelle all’anatra selvaggia, composé di fritti vari, uccellagione molto ricercata dagli appassionati di quel genere, contorni vari e poi un piatto particolare: “Sai il ristoratore è un burlone, mi ha fatto questo scherzo.” Un mezzo ad una torta spiccava un wurstel grande a forma di membro eretto molto somigliante alla realtà. “Ma questo è un cazzo!” “Chiamiamolo membro meno volgarmente.” “Ma sempre cazzo è” pensò Massimo, io non lo mangio.” “Va bene è cosa mia” Piero prima lo leccò a poi lo mise in bocca e lo mangiò. Massimo sconcertato fece finta di nulla, poi comparì il famoso Chivas Regal 30 years old ancora con la fascetta intatta. Effettivamente il sapore superava tutti gli altri whisky che Massimo aveva assaggiato, fece il bis, il ter, il,quater, cominciò a vedere il mondo in modo diverso, più piacevole, lui era stato sempre un edonista. Un televisore 30 pollici nel soggiorno trasmetteva un programma musicale con qualche ballerina meno vestita del dovuto. Anche in questa stanza un caminetto acceso mandava un calore molto forte, eccessivo , Massimo cominciò a sudare non capì la strategia di Piero. “Sono tutto sudato, mi tolgo la camicia, anche la maglietta, non ti dispiace?” Ma che dispiacere, Piero aspettava questo momento per proporre: “Senti non puoi uscire così, siamo in pieno inverno, potresti prenderti un malanno, sai che ti dico, facciamoci una doccia.” “Cacchio la casa era dotata di mobili molto eleganti e funzionali, una doccia molto grande nel bagno. “Che ne dici se ti faccio compagnia,ci stiamo tutti e due.” Il Chivas Regal aveva spazzato via molte inibizioni di Massimo che con una risata accettò. Stettero a lungo a godersi il calore dell’acqua che veniva giù dall’altro da vari augelli, ognuno il proprio augello nel senso che…”Massimo ti rendo conto cos’hai far le gambe, mai visto un uccellone di tale portata, beato te, come vedi io ho due grossi testicoli ma un pene piccolo, da adolescente e questa è fonte di dispiacere a da parte mia.” Massimo cercò di minimizzare: “Unicuique suum” talvolta mi è capitato al casino che una signorina non ha voluto avere rapporti con me per paura di farsi male.” “Sono molto incuriosito, ti sarei grato se me lo facessi toccare un po’.” “Si ma poi ciccio si ‘incazza’ e diventa un albero.”“Correrò questo rischio…” La mani di Piero iniziarono dai testicoli, massaggiandoli a lungo il che portò a quanto predetto da Massimo, Ciccio si incazzò di brutto facendo uscire dalla gola di Piero un:ohhhhh. Abbandonati i testicoli l’attenzione del padrone di casa si rivolse all’uccellone ma Massimo uscì da sotto la doccia , si avvolse in un caldo accappatoio molto chic e andò a sedersi su una poltrona del soggiorno dinanzi alla tv. Piero lo raggiunse piazzandosi nella poltrona vicino a lui.“Vedo un grosso bozzo nel tuo accappatoio, che sia…” “È evidente che ciccio chiamato in causa risponda sempre.” Era diventato così duro che Massimo non sapeva che fare, metterlo sotto l’acqua fredda non era una buona soluzione e quindi…” Ci pensò Piero: “Vedi restare arrapati per lungo tempo fa male alla prostata, da vecchio ti potrebbe dare molti problemi, meglio farlo ritornare nella sua casina con un bel massaggio e senza chiedere il permesso si diede alla bisogna. Ormai il ghiaccio era rotto e Massimo capì che stava entrando nel mondo gay mai da lui esplorato, Le mani sapienti di Piero, vecchio esperto del settore, fecero provare sensazioni piacevoli al padrone del membro arrapato oltre ogni dire soprattutto quando Piero lo prese in bocca e con la lingua sapiente cominciò a tintillare la punta del pisellone, un piacere mai provato con la femminucce. Anche i testicoli ebbero la loro parte e cominciarono a girarsi nello scroto, sensazione piacevole.”Qui siamo scomodi, di là ci aspetta un bel lettone, stanza riscaldata ed anche il letto con borse di acqua calda. Ormai Massimo si era lasciato andare, in fondo cosa poteva succedere un incontro omo unico a poi solo il ricordo. Non finì di pensare che fu abbracciato con forza da Piero. “Da quando sei giunto a Ponte Chiasso ti ho adocchiato ma eri sfuggente, ora sei qui, per me un piacere immenso, abbandonati, ti prego e acconsenti ai miei desideri sessuali.” Sempre abbracciato sopra Massimo, Piero iniziò a baciare il collo,il viso. poi le ascelle ed i i capezzoli per poi scendere sul pancino senza fermarsi nel gran bozzo ma finendo sulle gambe e poi sui piedi dove rimase a lungo fin quando di scatto e cominciò prima dai testicoli e, gran finale in bocca l’uccellone che non ne voleva di ritirarsi in buon ordine, troppo sollecitato, mandò in tripudio Piero che tenne in bocca il suo sperma poi andò in bagno sciacquarsi la bocca con un colluttorio, segno che era solo all’inizio del gioco erotico. Infatti volle coinvolgere il buon Massimo che era in dubbio se andare avanti sin quando: “Ho i testicoli grossi ma il pisello lascia a desiderare, è rimasto quello di un adolescente ma, anche se piccolo funziona perfettamente, dammi una mano, fai su e giù mi piace, mi faresti felice se lo prendessi in bocca. Massimo ormai era in preda a un’eccitazione e acconsentì al desiderio di Piero, cominciò dai testicoli dell’amico per poi mettersi in bocca l’uccellino piccolo ma duro. Ebbe in quel momento un ricordo di quando quindicenne, nel collegio dei preti, si era fatto un amico pugliese e spesso studiavano insieme. Un giorno durante la ricreazione si allontanarono dagli altri studenti nel bosco per fumare una sigaretta, cosa assolutamente proibita. L’amico Carmine : “Durate la doccia ho sbirciato il tuo uccello, è molto più grosso del mio, me lo fai vedere. Vedere e toccare, anche Massimo prese in mano il pisello di Carmine e ognuno face una sega all’altro. Quindi in fondo c’era un precedente. Massimo imitò Piero nel lavorarsi il pisellino, lo succhiava, con la lingua e lo ‘accarezzava’ tutto, Piero era innestasi. Il giochetto durò a lungo. “ Non mi godere in bocca”, fu accontentato, Piero godè dentro una salviettina e poi si recò in bagno. Al ritorno altra richiesta: “Fammi entrare nel tuo buchino, sarà piacevole e non ti farò male.” Piero prese le gambe dell’amante supino,le piegò, le tirò su e si fece penetrare facilmente, in questa posizione aveva a disposizione il viso di Massimo il quale seguitò ad entrare ed uscire nel buchino di Piero col vantaggio che, stando faccia a faccia Piero poteva baciarlo in bocca, Ci riuscì dopo vari tentativi di resistenza da parte di Massimo ed anche qui fu una sensazione nuova, Piero usava la lingua in bocca dell’amante facendogli provare delizie mai provate poi godette dentro il sedere di Piero. Si mise a ridere perché gli venne in mente l’episodio della contessa Scotti. Ormai tutto era compiuto pensò Massimo ma si sbagliava . Piero dopo il solito bidet si mise supino abbracciandogli le gambe .Come aveva fatto prima con sé, finale col botto, Piero voleva essere penetrato nel suo buchino dall’uccellone anche se aveva un pò di paura. Ho messo tanta vasellina ma vai piano. Millimetro per millimetro Massimo penetrava il sedere di Piero, ci volle tempo ma arrivò in fondo. “Ora muoviti ma dolcemente.” Piero si era fatto il culo di qualche signorina in casino ma non bene come con Piero il quale si muoveva facendo girare tutto il bacino. Massimo durò anche stavolta a lungo con gran goduria del padrone dell’ormai bucone. E poi l’eplosione, fine della pugna. Ambedue furono presi da Morfeo. Alle sei del mattino. “Massimo grazie di tutto, devi andare via senza farti vedere, ho la sensazione che non ci rivedremo.” Ultimo bacio in bocca. Mi farò vivo senza la mia presenza.” Frase sibillina che Massimo capì dopo vario tempo. Fuori incontrò Nando, un paesano che lavorava come elettricista in Svizzera: “Dottò bella nottata!” “Non mi posso lamentare,ciao.”Ora il problema era di Massimo, gran tombeur de femmes al quale restava il dubbio che l’avventura omo poteva aver lasciato il segno. La cosa più pratica: andare con una femminuccia. Il sabato successivo si recò in un casino a Chiasso dalla parte svizzera per non farsi vedere da qualche conoscente in caso di defaillance, ma tutto andò bene, anzi la signorina di turno si lamentò per la fuori misura del pene di Massimo, tutto era tornato alla normalità. I due amanti si evitavano, Piero tramite le amicizie al Ministero si fece trasferire alla Dogana di Domodossola. La tresca ebbe un seguito piacevole: un pomeriggio un fattorino gli consegnò un pacco.”È per me” domanda inutile c’era il suo nome. “Lei è il signor Massimo M.?” “Son io.” “Allora firmi qui.” All’interno un grosso astuccio con la scritta “Gioielleria Grasso” Cercando di rimanere freddo pian piano aprì il pacco come un giocatore di poker…meraviglie delle meraviglie: un orologio Omega, una catenina, un braccialetto ed infine un anello con incise le sue iniziali MM tutto in oro 18 k, un patrimonio. Un biglietto ‘In ricordo della meravigliosa avventura.’ Poteva esser stato scritto anche da un appartenente al gentile sesso, conservò il cartoncino. Ora il problema era sfoggiare quel po’ po’ di ben di Zeus (Massimo era ateo). Ai colleghi invidiosi riferì che era il giusto prezzo pagato da una signora non più giovane e la cosa finì lì. A proposito della contessa Scotti: la gentil nobile madama una mattina di domenica era andata a confessarsi ed aveva riferito al prete di esser stata penetrata ‘contro natura’ . Il confessore l’aveva caricata di preghiere e l’aveva invitata a sedersi nel banco in prima fila in compagnia di donnette un po’ scalcinate cosa che la contessa contestò: “Io non vado in mezzo a tante donnucole di basso rango! “ “Gentile contessa Scotti, Scotti o non Scotti quello è il banco dei culi rotti.!” Massimo volle che quell’avventura particolare finisse con un po’ di autoironia il che non guasta mai. Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi distrarsi al cinema, andando la domenica a vedere partite di calcio di serie A), andando con i colleghi al ristorante, sostituendoli talvolta nei turni di servizio, frequentando il locale casino dove conobbe una siciliana intelligente e con lei si intrattenne più del dovuto affezionandosi un po’ troppo, tagliò corto. Infine scoperse il ballo, il locale ‘Galletti era aperto il sabato e la domenica. Non avendo mai imparato a ballare andò in un locale dove insegnavano tale disciplina ma il padrone, dopo due lezioni gli restituì la caparra: “ Egregio signore perdiamo tempo, lei non è nato per ballare”. Andò lo stesso al ‘Galletti’ restando sempre seduto ad ammirare le bellezze indigene, una in particolare lo colpì, oltre che essere una ragazza piacevole si muoveva con disinvoltura, sorridendo pacatamente alle battute del ballerino di turno. Ballo o non ballo la invitò con la premessa: “Signorina sono una frana nel ballare”. Sguardo interrogativo della baby: “Che vieni a fare?” “Signorina non c’è altro modo per conoscerla.” “Se ci tiene tanto restiamo seduti e parliamo.” Massimo gli raccontò un po’ della sua vita della nascita a Roma sino alla vincita del concorso di dipendente della Dogana di Ponte Chiasso. La ragazza rise, “Io ogni mattina passo per il valico, lavoro in una fabbrica di orologi a Chiasso ma non l’ho mai vista.” “Evidentemente I nostri orari non coincidono, cosa che avverrà il prossimo futuro.” Dopo un lungo silenzio:”Perchè ci tiene tanto a conoscermi?” “Non sono un tipo da complimenti, mi piace.” Flora era un tipo delizioso, viso piacevole e sempre sorridente, gli occhi che esprimevano la voglia di vivere, seno forza tre, vita stretta e due gambe chilometriche che reggevano un corpo da 1,75. “Abbiamo quasi la stessa altezza, io sono alto un metro e ottanta”. Si era fatta quasi mezzanotte, era l’ultimo dell’anno, “Egregio signora sa della consuetudine di questo locale all’apertura del nuovo anno?” “In verità no”. “Ebbene allo scoccare della mezzanotte i due ballerini si baciano.” “Ottima consuetudine!” “Non pensa di correre troppo?” “Lo sa che da mondo e mondo sono le femminucce che prendono la decisione dipende da lei.” “Non so per qual motivo ci sto…” Massimo sapeva bene il motivo, il suo metro e ottanta era corredato da un fisico robusto ma non grasso, bel viso maschio, sempre elegante e dalla parlantina romana condita da qualche battuta quasi sempre accettata dai presenti, elegante, ‘aitante e distinto’ c’era scritto nelle sue note caratteristiche. Si abbracciarono. “Facciamo una cosa, faccio io il maschio e lei mi segue.” Tutto andò bene sino: “Signore e signori, mancano tre minuti alla mezzanotte, era il segno di mettere in atto la consuetudine locale. “Flora vuol rimanere in pista o ci sediamo?” Dopo un po’ di riflessione… restiamo in pista:” “Era fatta” pensò Massimo, era al settimo cielo, voleva a tutti i costi conoscere a fondo la ragazza. “Meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due uno “Auguri per il nuovo anno auspicò lo spiker. Fu Flora a prendere l’iniziativa, prima dolcemente sulle labbra poi, pian piano sino ad aprire la bocca con la conseguente passaggio dall’altra parte delle due lingue, Durò a lungo, a Flora il,bacio era piaciuto. “Durante il bacio ho notato qualcosa aumentare di volume nei suoi pantaloni.” Massimo diventò rosso come un ragazzino, effettivamente ciccio aveva prese parte, a modo suo, al bacio. “Non so che dirle, mi scuso.” “Non dica niente, è normale.” Massimo da quel momento si presentò in dogana agli orari di partenza e di arrivo in Dogana della baby. L’agevolava nel farle passare delle sigarette e del cioccolato, lei non fumava, era per i parenti e per gli amici. Col passar dei giorni il loro legame divenne sempre più stretto, si innamorarono follemente. Un giorno Flora: “Ti invito a casa mia, mia madre, vedova, e la mia sorella minore vanno a trovare dei parenti a Milano, la casa è tutta nostra,.” Un invito specifico ad andare a fondo fisicamente fra di loro. Infatti prima di cena. “Preferisco il letto di mia madre è a due piazze, una cosa importante, sono vergine!” La cosa stupì non poco Massimo, una ragazza vergine a ventidue anni! “Non a quella faccia, ho avuto modo di vedere il tuo coso, mi fa un po’ paura devi essere molto ma molto delicato!” Hai voglia ad essere delicato. “Flora si spalmò per benino, più volte il fiorellino e lei stessa prese in mano la situazione nel senso che piano piano, e ci volle molto tempo e qualche gridolino, ad arrivare sino in fondo spossati. Erano diventati marito e moglie. La cena preparata da Flora era ottima, la ragazza era pure una ottima cuoca. La felicità dei due innamorati fu interrotta dal trasferimento di Massimo a Messina, eccesso di personale a Ponte Chiasso, mancanza di personale nella città dello stretto. Massimo cercò di contattare Piero a Domodossola ma non ci riuscì. Gli dei invidiosi dell’amore di Flora e di Massimo avevano compiuto la loro vendetta, Giunone e Mercurio furono invano supplicati da Massimo che in una grigia giornata raggiunse Messina dove invece lo accolse un clima mite e tanto sole. La lontananza… tanto si è scritto su di essa ma la triste conclusione che Massimo e Flora pian piano si sentirono sempre meno finchè Flora: “Caro ho trovato un ragazzo meraviglioso, mi sposo. Faccio tanti auguri anche te.” Anche Massimo trovò un nuovo amore ma sempre nel cuore il ricordo di una ragazza speciale lombarda.

    Come comincia: Inverno anno 1955, Dogana di Ponte Chiasso. Fra i funzionari addetti alla Dogana due personaggi molto diversi fra di loro: Massimo M. romano, compagnone, vita un po’ sregolata in quanto a pasti e femminucce, Piero M. siciliano, sempre elegante,con sempre un triangolo rosa nel taschino della giacca, distaccato munito di auto Giulietta, in affitto una casa al centro città, costoso, un alto tenere di vita dovuto ai contributi paterni, Massimo stanza in affitto come molti suo colleghi, due personaggi molto diversi che abitualmente non si frequentavano fin quando un giorno: “Mi conosci, sono Piero M.  che ne diresti di assaggiare un Chivas Regal 30 anni di invecchiamento?” “Cacchio pensò Massimo, di quel whisky ne conosceva l’invecchiamento sin o a 20 anni, sapeva quanto costava.” Una proposta inaspettata,  strana tenuto conto della riservatezza di Piero che lo incuriosì. “Se vuoi sabato puoi venire a casa mia in via Roma 23, potremo anche cenare insieme.” Una mangiata non si rifiuta mai”, Massimo accettò. La casa di Piero era ben arredata con la particolarità di avere un camino in ogni stanza mentre nelle altre abitazioni ve n’era uno in quella principale, le altre… al freddo. Piero lo accolse in pigiama con sopra una costosa vestaglia. “Vieni caro, ti faccio vedere casa in attesa dell’ora di cena, ho ordinato al ristorante all’angolo, spero sarà di tuo gradimento.” “Basta che se magna” pensò Massimo un po’ volgarmente, talvolta la romanità prendeva il sopravvento in lui. Menù: pappardelle all’anatra selvaggia, composé di fritti vari, uccellagione molto ricercata dagli appassionati di quel genere, contorni vari e poi un piatto particolare: “Sai il ristoratore è un burlone, mi ha fatto questo scherzo.” Un mezzo ad una torta spiccava un wurstel grande  a forma di membro eretto molto somigliante alla realtà. “Ma questo è un cazzo!” “Chiamiamolo membro meno volgarmente.” “Ma sempre cazzo è” pensò Massimo, io non lo mangio.” “Va bene è cosa mia” Piero prima lo leccò a poi lo mise in bocca e lo mangiò. Massimo sconcertato fece finta di nulla, poi comparì il famoso Chivas Regal 30 years old ancora con la fascetta intatta. Effettivamente il sapore superava tutti gli altri whisky che Massimo aveva assaggiato, fece il bis, il ter, il,quater, cominciò a vedere il mondo in modo diverso, più piacevole, lui era stato sempre un edonista. Un televisore 30 pollici nel soggiorno trasmetteva un programma musicale con qualche ballerina meno vestita del dovuto. Anche in questa stanza un caminetto acceso mandava un calore molto forte, eccessivo , Massimo cominciò a sudare non capì la strategia di Piero. “Sono tutto sudato, mi tolgo la camicia, anche la maglietta, non ti dispiace?” Ma che dispiacere, Piero aspettava questo momento per proporre: “Senti non puoi uscire così, siamo in pieno inverno,  potresti prenderti un malanno, sai che ti dico, facciamoci una doccia.” “Cacchio la casa era dotata di mobili molto eleganti e funzionali, una doccia molto grande nel bagno. “Che ne dici se ti faccio compagnia,ci stiamo tutti e due.” Il Chivas Regal aveva spazzato via molte inibizioni di Massimo che con una risata accettò. Stettero a lungo a godersi il calore dell’acqua che veniva giù dall’altro da vari augelli, ognuno il proprio augello nel senso che…”Massimo ti rendo conto cos’hai far le gambe, mai visto un uccellone di tale portata, beato te, come vedi io ho due grossi testicoli ma un pene piccolo, da adolescente e questa è fonte di dispiacere a da parte mia.” Massimo cercò di minimizzare: “Unicuique suum” talvolta mi è capitato al casino che una signorina non ha voluto avere rapporti con me per paura di farsi male.” “Sono molto incuriosito, ti sarei grato se me lo facessi toccare un po’.” “Si ma poi ciccio si ‘incazza’ e diventa un albero.”“Correrò questo rischio…” La mani di Piero iniziarono dai testicoli, massaggiandoli a lungo il che portò a quanto predetto da Massimo, Ciccio si incazzò di brutto facendo uscire dalla gola di Piero un:ohhhhh. Abbandonati i testicoli l’attenzione del padrone di casa si rivolse all’uccellone ma Massimo uscì da sotto la doccia , si avvolse in un caldo accappatoio molto chic e andò a sedersi su una poltrona del soggiorno dinanzi alla tv. Piero lo raggiunse piazzandosi nella poltrona vicino a lui.“Vedo un grosso bozzo nel tuo accappatoio, che sia…” “È evidente che ciccio chiamato in causa risponda sempre.” Era diventato così duro che Massimo non sapeva che fare, metterlo sotto l’acqua fredda non era una buona soluzione e quindi…” Ci pensò Piero: “Vedi restare arrapati per lungo tempo fa male alla prostata, da vecchio ti potrebbe dare molti problemi, meglio farlo ritornare  nella sua casina con un bel massaggio e senza chiedere il permesso si diede alla bisogna. Ormai il ghiaccio era rotto e Massimo capì che stava entrando nel mondo gay mai da lui esplorato, Le mani sapienti di Piero, vecchio esperto del settore, fecero provare sensazioni piacevoli al padrone del membro arrapato oltre ogni dire soprattutto quando Piero lo prese in bocca e con la lingua sapiente cominciò a tintillare la punta del pisellone, un piacere mai provato con la femminucce. Anche i testicoli ebbero la loro parte e cominciarono a girarsi nello scroto, sensazione piacevole.”Qui siamo scomodi, di là ci aspetta un bel lettone, stanza riscaldata ed anche il letto con borse di acqua calda. Ormai Massimo si era lasciato andare, in fondo cosa poteva succedere un incontro omo unico a poi solo il ricordo. Non finì di  pensare che fu abbracciato con forza da Piero. “Da quando sei giunto a Ponte Chiasso ti ho adocchiato ma eri sfuggente,  ora sei qui, per me un piacere immenso, abbandonati, ti prego  e acconsenti  ai miei desideri sessuali.” Sempre abbracciato sopra Massimo, Piero iniziò a baciare il collo,il viso. poi le ascelle ed i i capezzoli per poi scendere sul pancino senza fermarsi nel gran bozzo ma finendo sulle gambe e poi sui piedi dove rimase a lungo fin quando di scatto  e cominciò  prima dai testicoli e, gran finale in bocca l’uccellone che non ne voleva di ritirarsi in buon ordine, troppo sollecitato, mandò in tripudio Piero che tenne in bocca il suo sperma poi andò in bagno sciacquarsi la bocca con un colluttorio,  segno che era solo all’inizio del gioco erotico.  Infatti volle coinvolgere il buon Massimo che era in dubbio se andare avanti sin quando: “Ho  i testicoli grossi ma il pisello lascia a desiderare, è rimasto quello di un adolescente ma, anche se piccolo funziona perfettamente, dammi una mano, fai su e giù mi piace, mi faresti felice se lo prendessi in bocca. Massimo ormai era in preda a un’eccitazione e acconsentì al desiderio di Piero, cominciò dai testicoli dell’amico per poi mettersi in bocca l’uccellino piccolo ma duro. Ebbe in quel momento un ricordo di quando quindicenne, nel collegio dei preti, si era fatto un amico pugliese e spesso studiavano insieme. Un giorno durante la ricreazione si allontanarono dagli altri studenti nel bosco per fumare una sigaretta, cosa assolutamente proibita. L’amico Carmine : “Durate la doccia ho sbirciato il tuo uccello, è molto più grosso del mio, me lo fai vedere. Vedere e toccare, anche Massimo prese in mano il pisello di Carmine e ognuno face una sega all’altro. Quindi in fondo c’era un precedente. Massimo imitò Piero nel lavorarsi il pisellino,  lo succhiava, con la lingua e lo ‘accarezzava’ tutto, Piero era innestasi. Il giochetto durò a lungo. “ Non mi godere in bocca”, fu accontentato, Piero godè dentro una salviettina e poi si recò in bagno. Al ritorno altra richiesta: “Fammi entrare nel tuo buchino, sarà piacevole e non ti farò male.” Piero prese le gambe dell’amante supino,le piegò, le tirò su e si fece penetrare facilmente, in questa posizione aveva a disposizione il viso di Massimo il quale seguitò ad entrare ed uscire nel buchino di Piero col vantaggio che, stando faccia a faccia Piero poteva baciarlo in bocca, Ci riuscì dopo vari tentativi di resistenza da parte di Massimo ed anche qui fu una  sensazione nuova, Piero usava la lingua in bocca dell’amante facendogli provare  delizie mai provate poi godette dentro il sedere di Piero. Si mise a ridere perché gli venne in mente l’episodio della contessa Scotti. Ormai tutto era compiuto pensò Massimo ma si sbagliava . Piero dopo il solito bidet si mise supino  abbracciandogli le gambe .Come aveva fatto prima con sé, finale col botto, Piero voleva essere penetrato nel suo buchino dall’uccellone anche se aveva un pò di paura. Ho messo tanta vasellina ma vai piano. Millimetro per millimetro Massimo penetrava il sedere di Piero, ci volle tempo ma arrivò in fondo. “Ora muoviti ma dolcemente.” Piero si era fatto il culo di qualche signorina in casino ma non bene come  con Piero il quale si muoveva facendo girare  tutto il bacino. Massimo durò anche stavolta a lungo con gran goduria del padrone dell’ormai bucone. E poi l’eplosione, fine della pugna. Ambedue furono presi da Morfeo. Alle sei del mattino. “Massimo grazie di tutto, devi andare via senza farti vedere, ho la sensazione che non ci rivedremo.” Ultimo bacio in bocca. Mi farò vivo senza  la mia presenza.” Frase sibillina che Massimo capì dopo vario tempo. Fuori incontrò Nando, un paesano che lavorava come elettricista in Svizzera: “Dottò bella nottata!” “Non mi posso lamentare,ciao.”Ora il problema era di Massimo, gran tombeur de  femmes al quale  restava il dubbio che l’avventura omo poteva aver lasciato il segno. La cosa più pratica: andare con una femminuccia. Il sabato successivo si recò in un casino a Chiasso dalla parte svizzera per non farsi vedere da qualche conoscente in caso di defaillance, ma tutto andò bene, anzi la signorina di turno si lamentò per la fuori misura del pene di Massimo, tutto era tornato alla normalità. I due amanti si evitavano, Piero tramite le amicizie al Ministero si fece trasferire alla Dogana di Domodossola. La tresca ebbe un seguito piacevole: un pomeriggio un fattorino gli consegnò un pacco.”È per me” domanda inutile c’era il suo nome. “Lei è il signor Massimo M.?” “Son io.” “Allora firmi qui.” All’interno un grosso astuccio con la scritta “Gioielleria Grasso” Cercando di rimanere freddo pian piano aprì il pacco come un giocatore di poker…meraviglie delle meraviglie: un orologio Omega, una catenina, un braccialetto ed infine un anello con incise le sue iniziali MM  tutto in oro 18 k, un patrimonio. Un biglietto ‘In ricordo della meravigliosa avventura.’ Poteva esser stato scritto anche da un appartenente al gentile sesso, conservò  il cartoncino. Ora il problema era sfoggiare quel po’ po’ di ben di Zeus (Massimo era ateo). Ai colleghi invidiosi riferì che era il giusto prezzo pagato da una signora non più giovane e la cosa finì lì. A proposito della contessa Scotti: la gentil nobile madama una mattina di domenica  era andata a confessarsi ed aveva riferito al prete di esser stata penetrata ‘contro natura’ . Il confessore l’aveva caricata di preghiere e l’aveva invitata a sedersi nel banco in prima fila in compagnia di donnette un po’ scalcinate cosa che la contessa contestò: “Io non vado in mezzo a tante donnucole di basso rango! “ “Gentile contessa Scotti, Scotti o non Scotti quello è il banco dei culi rotti.!” Massimo volle che quell’avventura particolare finisse con un po’ di autoironia il che non guasta mai.  Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi distrarsi al cinema, andando la domenica a vedere partite di calcio di serie A), andando con i colleghi al ristorante, sostituendoli talvolta nei turni di servizio, frequentando il locale casino dove conobbe una siciliana intelligente e con lei si intrattenne più del dovuto affezionandosi un po’ troppo, tagliò corto. Infine scoperse il ballo, il locale ‘Galletti era aperto il sabato e la domenica. Non avendo mai imparato a ballare andò in un locale dove insegnavano tale disciplina ma il padrone, dopo due lezioni gli restituì la caparra: “ Egregio signore perdiamo tempo, lei non è nato per ballare”. Andò lo stesso al ‘Galletti’ restando sempre seduto ad ammirare le bellezze indigene, una in particolare lo colpì, oltre che essere una ragazza piacevole si muoveva con disinvoltura, sorridendo pacatamente alle battute del ballerino di turno. Ballo o non ballo la invitò con la premessa: “Signorina sono una frana nel ballare”. Sguardo interrogativo della baby: “Che vieni a fare?” “Signorina non c’è altro modo per conoscerla.” “Se ci tiene tanto restiamo seduti e parliamo.” Massimo gli raccontò un po’ della sua vita della nascita a Roma sino alla vincita del concorso di dipendente della Dogana di Ponte Chiasso. La ragazza rise, “Io ogni mattina passo per il valico, lavoro in una fabbrica di orologi a Chiasso ma non l’ho mai vista.” “Evidentemente I nostri orari non coincidono, cosa che avverrà il prossimo futuro.” Dopo un lungo silenzio:”Perchè ci tiene tanto a conoscermi?” “Non sono un tipo da complimenti, mi piace.” Flora era un tipo delizioso, viso piacevole e sempre sorridente, gli occhi che esprimevano la voglia di vivere, seno forza tre, vita  stretta e due gambe chilometriche che reggevano un corpo da 1,75. “Abbiamo quasi la stessa altezza, io sono alto un metro e ottanta”. Si era fatta quasi mezzanotte, era l’ultimo dell’anno, “Egregio signora sa della consuetudine di questo locale all’apertura del nuovo anno?” “In verità no”. “Ebbene allo scoccare della mezzanotte i due ballerini si baciano.” “Ottima consuetudine!” “Non pensa di correre troppo?” “Lo sa che da mondo e mondo sono le femminucce che prendono la decisione dipende da lei.” “Non so per qual motivo ci sto…” Massimo sapeva bene il motivo, il suo metro e ottanta  era corredato da un fisico robusto ma non grasso, bel viso maschio, sempre elegante e dalla parlantina romana condita da qualche battuta quasi sempre accettata dai presenti, elegante, ‘aitante e distinto’ c’era scritto nelle sue note caratteristiche. Si abbracciarono. “Facciamo una cosa, faccio io il maschio e lei mi segue.” Tutto andò bene sino: “Signore e signori, mancano tre minuti alla mezzanotte, era il segno di mettere in atto la consuetudine locale. “Flora vuol rimanere in pista o ci sediamo?” Dopo un po’ di riflessione… restiamo in pista:” “Era fatta” pensò Massimo, era al settimo cielo, voleva a tutti i costi conoscere a fondo la ragazza. “Meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due uno “Auguri per il nuovo anno auspicò lo spiker. Fu Flora a prendere l’iniziativa, prima dolcemente sulle labbra poi, pian piano sino ad aprire la bocca con la conseguente passaggio dall’altra parte delle due lingue, Durò a lungo, a Flora il,bacio era piaciuto. “Durante il bacio ho notato qualcosa aumentare di volume nei suoi pantaloni.” Massimo diventò rosso come un ragazzino, effettivamente ciccio aveva prese parte, a modo suo, al bacio. “Non so che dirle, mi scuso.” “Non dica niente, è normale.” Massimo da quel momento si presentò in dogana agli orari di partenza e di arrivo in Dogana della baby. L’agevolava nel farle passare delle sigarette e del cioccolato, lei non fumava, era per i parenti e per gli amici. Col passar dei giorni il loro legame divenne sempre più stretto, si innamorarono follemente. Un giorno Flora: “Ti invito a casa mia, mia madre, vedova, e la mia sorella minore vanno a trovare dei parenti a Milano, la casa è tutta nostra,.” Un invito specifico ad andare a fondo fisicamente fra di loro. Infatti prima di cena. “Preferisco il letto di mia madre è a due piazze, una cosa importante, sono vergine!” La cosa stupì non poco Massimo, una ragazza vergine a ventidue anni! “Non a quella faccia, ho avuto modo di vedere il tuo coso, mi fa un po’ paura devi essere molto ma molto delicato!” Hai voglia ad essere delicato. “Flora si spalmò per benino, più volte il fiorellino e lei stessa prese in mano la situazione nel senso che piano piano, e ci volle molto tempo e qualche gridolino, ad arrivare sino in fondo spossati.  Erano diventati marito e moglie. La cena preparata da Flora era ottima, la ragazza era pure una ottima cuoca. La felicità dei due innamorati fu interrotta dal trasferimento di Massimo a Messina, eccesso di personale a Ponte Chiasso, mancanza di personale nella città dello stretto. Massimo cercò di contattare Piero a Domodossola ma non  ci riuscì. Gli dei invidiosi dell’amore di Flora e di Massimo avevano compiuto la loro vendetta, Giunone e Mercurio furono invano supplicati da Massimo che in una grigia giornata raggiunse Messina dove invece lo accolse un clima mite e tanto sole. La lontananza… tanto si è scritto su di essa ma la triste conclusione che Massimo e Flora pian piano si sentirono sempre meno finchè Flora: “Caro ho trovato un ragazzo meraviglioso, mi sposo. Faccio tanti auguri anche te.” Anche Massimo trovò un nuovo amore ma sempre nel cuore il ricordo di una ragazza speciale lombarda.

  • sabato alle ore 0:43

    Come comincia: Finirà l'urlo di battaglia di puniche genti, cesserà la sofferenza di Pericle, cadranno i cieli pesanti sull'empireo, si arrotoleranno i mari tornando pace nel tridente. Troverà respiro Eolo e Giove cancellerà ogni dissenso, sol quando il trasparente nucleo del macroscopico Io, allineera' suo fascio di luce, al Sé. E sarà riconoscimento, consapevolezza e accoglimento. Sarà benevolenza di sé e d'ogni altro accanto. Sarà pace e bellezza. Sarà verità e giustizia, e amore.

  • venerdì alle ore 9:05
    Andare al lavoro

    Come comincia: Traffico. Come sempre alla solita ora solito semaforo forse anche le solite persone che attraversano. Sembra incredibile tutte queste macchine e non c'è mai nessuno in giro se esci. Abbasso gli occhi per guardare la radio che trasmette questa canzone come minimo dieci volte al girono. Forse dovevo veramente cambiare le casse...guardo il sedile e la borsa è lì come al solito: l'ho gettata come di consueto in fretta e furia perchè il mercoledì devo mangiare veloce visto che tengo il corso alle 14.00; mezz'ora di strada sì, se non avessimo tutti deciso di metterci al volante alla stessa ora. Certo che Avicii ha solamente qualche anno più di me e tanti meno sbattimenti... facessi io la sua vita. Menziona sempre questa California anche se è svedese,ma dico io, compratela sta maledetta casa in California e smettila di cantare l'amore e balle simili che da quando ti sei dato al country ogni tuo singolo è uguale al precedente. E' verde e parto ovviamente in seconda tanto la frizione di Carolina, la mia bimba una Fiat Punto celeste del 2006, è già in dirittura di arrivo. Guardo sulla sinistra e noto con piacere che il Famila non si è spostato di un millimetro. Adoro i Supermercati: al loro interno sembra tutto in ordine caldo e perfetto proprio come piace a me. Ho la mania di sistemare gli oggetti perchè la mia vita è un disastro, cerco l'ordine che per me è diventato essenziale per avere tutto sottocontrollo e vedo che nei supermercati anche la musica è al volume giusto, ne troppo alta ne troppo bassa e mai come nella mia macchina in cui le interferenze della radio sembrano storpiare ogni canzone anche orecchiabile. Sorrido. Vedo il bar dove lavora Martina ma non rido perchè ci lavora lei, troppo schizzignosa troppo magra e poi si crede così bella che nemmeno un filo di fondo tinta si mette in viso, forse crede di essere Penelope Cruz dei poveri... Cerco se per caso c'è parcheggiata la tua macchina. Sono le 13.20 e tu lavori solamente mezza giornata e non arrivi mai a casa senza "cicche e ape"...ogni volta spero di trovare la tua auto solo per vederti uscire dal bar e non salutarti, tirare dritto per la mia strada come se la tua presenza mi scivolasse addosso...Ahah, pazzesco come io possa cedere a tali piccolezze. Studio giurisprudenza, faccio l'istruttrice per arrodondare i conti eppure nonostante tutte le mie letture iperintelligenti complicati affascinanti faccio sempre queste cadute di stile. Già...infondo sono del "Paese" anche io.

  • giovedì alle ore 23:25
    The Japanese monkey

    Come comincia: The Japanese monkey
    (fuscata macaco)

    *
    Nella cucina la colazione era pronta.

    «Sandro! Sandro!» udì chiamare a gran voce.

    La piccola scimmia osservò l’uomo dal basso. Preoccupata, tentò di avvinghiarlo alla gamba. 

    L’uomo, in pigiama a strisce, si alzò dalla sedia.

    Cogliendone l’inquietudine piegò il busto per abbracciarla.

    Diede un ultimo fugace sguardo al tavolo bianco che lo separava dalla luce; scorgendo nella cornice di legno scuro alla parete il verde del prato.

    Oltre la finestra, alcuni conigli selvatici giocavano a rincorrersi.

    « Sandro! Sandro! » Tornò a udire e le grida giungevano da fuori.

    «Li avrebbe abbandonati?» si domandò la scimmia.

    Cogliendo il pensiero l’anello robotizzato avanzò spaventato in direzione della camera da letto andando a nascondersi nello zainetto lasciato in terra accanto allo stipite.

    Il giocattolo preferito dall’uomo, un trenino elettrico, si collocò tremante sotto il giaciglio.

    I cerchi metallici presenti nel corridoio, ruzzolarono velocemente, finendo a trovare rifugio sotto il tappeto del salone.

    «Sandro! Sandro!». Tornò a reclamare la voce.

    Di là della soglia, ora spalancata, i suoi occhi incontrarono quelli grandi e grigi di una donna in lacrime.

    «Sandro, Sandro!». Continuava a esclamare la voce.

    Guardandole il volto che gli parve ingigantito e distorto si ricordò di lei.
    Era Stefania; sua moglie!

     Disperata la donna incalzava, quasi non restasse tempo: “Sandro, Sandro, rispondimi.”

     Poi il volto si impietosì e parlò dolcemente: « Amore mio… che cosa accade?»

    L’uomo sorrise per un istante al volto di colei aveva amato, mentre in camice bianco i dottori le cingevano delicatamente le spalle allontanandola dalla stanza con le pareti foderate in cui si trovava rinchiuso.

    La porta imbottita si serrò dietro a loro, emettendo un suono metallico.

    Tornò il silenzio.

    La lampada al soffitto continuò a illuminare l’interno di luce fredda.

    - Avevo le braccia legate al letto… quel mondo non mi apparteneva! Tornai in fretta dalla piccola scimmia che mi attendeva assieme agli anelli e al trenino elettrico. Non li avrei più abbandonati pensai, poi venne la nebbia e mi acquetai. :)
     

  • Come comincia:  
    Riflettere" verbo transitivo, significa: rimandare/ specchiare/ manifestare; intransitivo: rivolgere la mente/ considerare con attenzione/ meditare/ pensare/ ragionare. Per chi non ama sfogliare il vocabolario, ne trova ampie espressioni in internet; lì ho trovato questa: "rimandare indietro, da parte di una superficie riflettente, un flusso di energia". Antica e amante della mia lingua come sono, e anomala come sono, sento pulsare l'unione delle due fonti in un unico e solo significato: riflettere l'onda che confluisce e unisce il pensiero all'intimo/cosmico sentire, e come fosse uno specchio che riflette l'Animo, lo amalgama al Pensiero. Quindi: da una parte il Sentire, Percepire, Intuire; dall'altra Constatare, Pensare, Ragionare; e dedurre.
    I giorni di Silenzio spadellano Riflessioni, inconfutabili verità nate dal discernimento scevro da ogni umano convulso pensiero; spadellano realtà senza desiderio di ghirigori, altrimenti detti pettegolezzi o leziosi gracchiare da stagno mentale. I giorni di Silenzio sono l'"Occhio di bue" sulla scena: evidenziano anche il più piccolo dettaglio.
    Così guardo, assimilo, discerno. E sono pronta a dirlo, a me stessa.
    Sempre in Silenzio seguo il mondo che mi circonda, fuori e dentro web. E discerno, come foss'io il chirurgo che osserva sul tavolo di laboratorio, ogni forma a cui dare un nome.
    E' l'Epoca del cambiamento: ogni Elemento ha debordato dal vaso di Pandora, il Tutto vaga nell'Etere, ogni bene e ogni male, i giusti sapranno recuperare ciò che è bene e i malvagi s'inebrieranno d'ogni male. E ne siamo coscienti, lo constatiamo sbalordendoci di quanto accade su tutto il globo terrestre, ma lo riteniamo "sempre" un male altrui, un bene altrui, noi non ci sporchiamo le mani, il Mostro o l'Angelo, è aldilà dalla nostra porta. Certo siamo compassionevoli: ci addoloriamo o gioiamo. Ma non siamo colui che è il Male e colui che è il Bene. Goliardici novelli cavalieri, brandiamo spade a difesa o a giudizio di costui o colui, inconsapevoli e malamente armati, senza volerlo, alimentiamo le brutture, ci aiutiamo ad essere falsi, a indossare armature. E ci perdiamo nel vortice. Non abbiamo alcuna consapevolezza se non quella che "dobbiamo lottare" ma, ahimè, abbiamo perso il Fine. E' forse iniziare ad estirpare dal Proprio giardino la gramigna, la saggia soluzione? Penso di sì. Iniziamo per favore. Iniziamo a smetterla, nel reale e nel web, di aver timore di appartenere a questa o quella fazione: si è se stessi proprio quando non si è di quello o di quell'altro; non nascondiamoci a Tale perché non vuole essere uguale a tal'Altro perché vuol essere Superiore, più Popolare, non è quanto sta distruggendo in verità, il Nostro Mondo? Vero che siamo Noi i primi complici dello scoperchiamento del vaso di Pandora? Siamo noi quel che fugge dal vaso. Qui, nel web, è lo specchio della Realtà, quella che aborriamo a parola, pure siamo i primi fautori, i protagonisti indiscussi, ché la realtà è questa: maschere colorate di parole, di lance pronte, di spade sguainate, di giochi di Potere. La realtà siamo Noi, qui, in casa, in piazza, nelle stragi (di parole e di azioni), nelle insoddisfazioni che si fingono saggezze: nel perpetrare l'Ego contro l'Io. Non so chi avrà voglia di riflettere, conosco i chiaroscuri della Realtà: popolare è colui che meglio è in grado di fare marketing, alla politichese per intenderci. Riflettere è roba silenziosa, roba per l'interiore, le piazze seguono le voci più popolari, più altisonanti. Il silenzio non fa rumore, parla all'anima e con essa si misura.
     

  • lunedì alle ore 18:09
    Veloci treni

    Come comincia: II Mi mancano quei lunghi viaggi in treno. Distanze che squarciavano tempi e culture. Tempi lenti che concedevano gli spazi per vivere, viaggiando. Cose e movimenti delle cose, istanti protratti. Sorrisi, oh santi sorrisi, chi li dona è angelo. I viaggi ora sono corti, troppo corti, il mondo si è rimpicciolito, e pure il tempo. Non mi concede di ammirare e lasciarmi rapire: perdermi nella vita. E allora guardo finestrini e volti riflessi, li fotografo. Tempi che scorrono con violenza, volti schiaffeggiati dalla corsa. Poco tempo. Troppo poco tempo per camminare insieme alle proprie vite, ci si cammina accanto, discretamente accanto, mai insieme. Mai. Eh sì, mi mancano i lunghi viaggi. Vorrei ancora perdermi sui tavolini di un treno e avere  momenti per svolgermi come bobina di un vecchio film, nel vagone che mi ospita. Disperdere ogni mio intimo sentire sulle pareti e poi in esse ritrovarmi. Riprendere i frantumi ed essere sempre io, io nei frammenti degli altri. Io nel viaggio di tanti, un uno-tanti in perfetta assonanza: stesso viaggio differenti destinazioni. Pure stesso viaggio di stesso valore. Ma oggi, i treni viaggiano veloci, non lasciano il tempo di scandagliare ogni momento, di suggere l’emozione dal tempo che passando lascia onda profonda, di quelle che restano addosso anche quando sei giunta alla tua stazione. Peccato viaggiare così velocemente, si perdono intere esistenze, restano incastrate in un nodo, mentre urlano di essere sciolte da lunghi binari. È buono viaggiare velocemente: i confini sono squarciati, annullati; ma quanti nodi sono rimasti abbracciati ai finestrini, quanti racconti nel vapore sui vetri, e quante anime bloccate fra i sedili che non hanno potuto parlare, sussurrare, dire di sé quanto avrebbero lasciato fluire in un durevole viaggio. Mi piace il treno che mi porta presto alla mia destinazione, pure mi ha tolto i momenti lunghi che di me facevano l’essere vivente, di prepotente vita, assieme ai miei compagni di viaggio.

  • Come comincia: La prodigalità della gente semplice è purtroppo, limitata a strati sociali di piccoli gruppi cittadini. Fino all'avvento della "grande modernità" attorno agli anni 70, e ancor di più, 80, era uso comune darsi disponibile all'altro, era un "dovere morale" inculcatoci dai nostri genitori, ci era naturale, faceva parte del nostro tessuto, scorreva nel nostro sangue. Avevamo quel bisogno bellissimo di aprire le braccia all'altro che vedevamo come fratello. Poi appunto, "la grande modernità" ci ha riproposto una nuova educazione attraverso la mondanità televisiva, ci ha insegnato che "l'accanto" è pericoloso, l'altro è pericoloso, e abbiamo iniziato ad aver paura del fratello, a chiudere le braccia e tenerle conserte, perfino la voce si è abbassata e il saluto è divenuto sussurro, fino a sparire. Lo sguardo, anch'esso, da diretto è divenuto a mezza palpebra: non vediamo nemmeno più chi abbiamo davanti. Il progresso ha camminato a passo da gigante e noi intanto stavamo chiudendo il cancello del cuore, per paura, per insicurezza; ci ha trovati impreparati e ancor più spaventati dal "buio" che avanzava, abbiamo serrato tutti i battenti. E ci siamo chiusi dentro. Dentro noi stessi, ma per paura, inizialmente solo per paura. Cosicché, l'umano spaventato ha imparato a cancellare la paura crogiolandosi nel suo piccolo orto; poi ha visto che il suo orto, senza condividerne il prodotto con gli altri, rendeva maggiori conserve, e si è convinto che doveva costruire una fortezza in cui conservare tanto ben di Dio. La fortezza l'ha costruita attorno al suo orto con sé dentro all'orto. L'egoismo. L'uomo si è educato alla solitudine, ha cancellato la sua memoria atavica di cittadino del mondo perdendo l'abitudine a "incontrare" un suo simile, quindi il suo cuore pompa a ritmo lento, niente capriole o strizze per emozioni: non ne vive più! E ora non sa più nemmeno cosa sia una emozione, una condivisione, una parola; le sue braccia sono ormai anchilosate attorno al suo petto, e non può, proprio non può più aprirle... E' un brutto panorama, pure ci sono tanti tantissimi orti senza recinzione, ci sono tante persone e popoli con le braccia pronte, il cuore che batte forte, gli occhi che sanno vedere e orecchie pronte all'ascolto. C'è vita oltre braccia conserte.
     

  • Come comincia: Per una ragazza come Sara, poco più che ventenne e precaria, essere nominata scrutatore in un seggio elettorale è l'occasione per un piccolo guadagno in più.
    Domenica si mette in viaggio per raggiungere La Nuova Fiera di Roma sede ove è stato istituito il seggio degli italiani all'estero votanti per corrispondenza.
    Abita un po' lontano quindi deve prendere un trenino e 2 mezzi e poi mettersi in cammino sotto un cocente sole d'aprile.
    L'enorme struttura sembra vicina ma c'è ancora molto da camminare. Non è sola, man mano che si avvicina alla meta aumentano coloro - tanti, la maggior parte giovani come lei - che vanno nella stessa direzione fino a diventare un mare di corpi addossati ai piedi di una scalinata.
    Sara dovrà attendere là il suo turno per ore sotto il sole.....E dovrà aspettare ancor più degli altri perchè è uno scrutatore supplente.Arriverà in ritardo alla sezione dove, prima di lei si è presentato un altro scrutatore sostituto.
    Le sezioni in quel padiglione sconfinato sono circa 1800; sono suddivise in file interminabili di tavoli che si fa fatica a ritrovare se ci si allontana solo per andare alla toilette...
    La sezione di Sara è così completa: il Presidente, un Segretario e ben quattro scrutatori mentre la maggior parte delle altre non è stata ancora raggiunta neanche da un solo scrutatore! (E così sarà per molte ore ancora.....alcuni scrutatori non si presenteranno affatto...)
    E' allora che Sara si chiede come mai il personale comunale incaricato non interviene per rendere il servizio più funzionale?!?!!!
    Al conteggio delle schede Sara è sorpresa perchè delle migliaia di elettori scritti in elenco solamente qualche centinaio ha espresso il voto..... Pensa che essendo italiani all'estero forse sono poco sensibili al tema del referendum.......
    Apprende però che anche nelle restanti sezioni di tutta Italia l'affluenza è minima.....E' allora che la sua mente si illumina perchè ha capito di avere la risposta : "....Ho capito perchè l'affluenza è così bassa: GLI ITALIANI SONO UN POPOLO DAVVERO UBBIDIENTE! HANNO DATO RETTA AI POLITICI MA SOPRATTUTTO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PIU' VOLTE IN TELEVISIONE LI HA INVITATI A NON RECARSI A VOTARE PER QUESTO REFERENDUM..... Sono stata molto attenta....Egli NON ha detto di andare a votare per esprimere un "NO" piuttosto che un "SI"....... HA INVITATO PROPRIO A NON RECARSI ALLE URNE.........!"
    Sara è stata una studentessa molto brava e ricorda che a scuola le hanno insegnato che l'espressione di voto è un DIRITTO / DOVERE per ogni cittadino.......ma questo stride con le parole udite in televisione.......
    Le hanno insegnato anche l'aritmetica e Sara ha realizzato che i costi di questo referendum si aggireranno attorno ai 300 milioni di euro!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    COME SPIEGARE ALLA GIOVANE SARA I PERCHE' DI QUESTA VERGOGNA ITALIANA???????????

  • 16 aprile alle ore 17:59
    Lettera della Vita alla Morte

    Come comincia: Lettera della Vita alla Morte
    Dimmi solo perché non dovrei odiarti? Tu arrivi ed io svanisco. Porti via i sogni più belli, le speranze i desideri e lasci intorno a te tanto dolore e tristezza.  Non hai rispetto per nessuno, arrivi implacabile e distruggi tutto ciò che io ho creato e che stavo creando. Dimmi a cosa ti serve interrompermi nell’essenza di un bambino o fermarmi sull’asfalto di una strada nel fiore della mia bellezza? A cosa ti serve annunciarti con giorni e giorni di estenuante malattia o spezzarmi per mano indegna? Come mai fai tanto male agli esseri umani e alle creature di questo Pianeta?  A volte ti presenti addirittura durante il mio primo respiro o compari in lontananza con privazioni e dolori che nessuno mai dovrebbe provare.  Non distruggi soltanto l’anima che colpisci, ma devasti l’esistenza di chi la circonda, degli amori e degli affetti che la sostenevano e che da quel momento in poi cessano di vedermi come un dono e un sorriso. Hai portato il dolore in tante case, l’inferno in tante storie.  Ti sei resa complice di mani infami e di menti perverse e non hai risparmiato al Mondo la tua brutalità. Ti sei nascosta dietro scuse, emblemi, caste, partiti, religioni o disgrazie senza mai prenderti la tua reale colpa. Ha fatto alleanze con la Natura, con il Fuoco, con l’Acqua e di tanto in tanto hai armato le mani dell’innocenza. Sei vile, vigliacca, perfida e nefasta. Vorrei maledirti con tutta me stessa e farti sentire tutto l’odio che provo per te. Tu sei un male talmente grande che non trovo cosa peggiore di te da augurarti. Io non ti comprendo, ti disprezzo e basta.

    La risposta della Morte

    Tu mi odi perché non vuoi comprendermi. Io ti libero dalla schiavitù della materia, esalto la tua energia e apro la tua Conoscenza. A me hanno dato le colpe del dolore, i disagi dell’umanità, ma non sono altro che la vittima degli errori umani. Per ignobili interessi mi hanno fatto giudice di esistenze e punizione di colpe giudicate da altri. Tu sprechi il tuo tempo e faciliti il mio arrivo, non sei educata al mantenimento della tua esistenza, ma propizi i presupposti del mio dominio convinta, invece, di allontanarmi. Tu sei la mia complice inconsapevole e, senza la tua scellerata condotta, sarei sicuramente meno presente. Per questa strana razza umana hai sempre meno valore. Ti scambiano per denaro, ti cedono per potere, ti distruggono per orgoglio, ti avvelenano, t’illudono, ti debilitano per propinarti rimedi impagabili e ti costringono ad un giogo infinito perché tu desideri ciò che non hai e paghi ciò che è già tuo. I Demoni incarnati ti nascondono la mia reale natura, ti vietano di comprendermi, di accettarmi e di tollerarmi. Sono io che arrivo in modo inaspettato o sei tu a chiamarmi perché dia valore al tuo lavoro? Mi prendo cura della tua essenza e ti preparo ad una nuova esperienza sperando che tu abbia compreso la prima. Accudisco il trauma del tuo abbandono dandoti il tempo che ti occorre per capirlo e guidandoti verso una nuova luce. Se solo la tua stirpe dedicasse qualche attimo in più al mio Mondo, alla mia Dimensione, nulla apparirebbe così insuperabile. Non sono altro che il tuo gemello in un diverso spazio, non sono altro che te stessa con un’altra veste. Mi scorgi come un nemico perché non guardi lontano, mi maledici perché non sai chi sono; io arrivo solo a coronare il tuo operato. I Culti mi usano, ma non sanno, alcuni mi bramano a tuo danno, altri mi trovano con l’inganno. Tu servi chi mi ha reso l’Orco delle Fiabe, tu alimenti chi ti costringe a desiderarmi come liberazione dal tuo calvario. Hai creduto alle maschere che mi hanno dipinto perché tu mi temessi, hai ceduto alle caste il tuo innato rapporto con me e, con ciò, hai cessato di parlarmi. Io sono solo la porta di un’altra stanza; sono il naturale scorrere degli eventi. Se tu ti guardassi dentro, scopriresti che non esisto, non sono altro che la tinta che cambia colore al tuo vestito. Quando arrivo tu, non scompari, ma scendi solo dal tuo mezzo per cavalcarne uno nuovo. Chi rimane non ha voluto imparare a guidare il tuo nuovo mezzo, non vede il colore del tuo rinnovato vestito, ti cerca tra le colpe del passato e cede alle lusinghe di chi t’imbriglia nelle file dei cancelli o nel fuoco delle tuo turbamento. Tu non mi comprendi perché non sai chi sei, né da dove vieni. Se vuoi disprezzami, ma ricordati che abbiamo nomi diversi, solo per indicare due punti di una corda che non si spezza mai.

  • 11 aprile alle ore 12:24
    Momenti di dentro

    Come comincia: Scorrono momenti, dentro, che sono intere vite alla moviola. Non si collegano con il pragmatico passare dei minuti, non sono "evidenti". Sono variazioni di colore nel volteggiare di immagini sbiadite, l'essenza è al di sopra e simultaneamente nel centro, nello sterno e nell'aria. La parola tenta di perimetrare e nel farlo si perde e disperde l'Essenza. Sono fluidi del Silenzio, i momenti dentro, amorevoli, rigeneranti. Compagna di Giasone, argonauta del "me di Cosmo" viaggio nella Vita.

  • 05 aprile alle ore 19:21
    Enri Monroe part 1

    Come comincia: Che quanto una persona lasci trasparire sia la parte normale è una considerazione abbastanza riconosciuta, giacché viviamo in compagnia di mostri e bestie feroci che albergano in noi  e teniamo a freno sin dall’adolescenza.
    In merito a quanto sia realmente apprezzato il punto e alla capacità di calmare queste fiere ho però dei dubbi, perché la maggior parte delle persone che conosco sceglie di indagare quasi mai e crede unicamente a ciò  che fa comodo.
    In ultimo, sono convinto che se avesse a osservare  troverebbe malvagità e strani esseri che per natura sono licantropi e pure che se in questo mondo tanto serve il bene, molte più risorse abbia al proprio servizio il male…
     
     
    Erni Monroe
    Lupo mannaro seriale
    *
     
    Erni Monroe si avvertiva strano in quel freddo pomeriggio di fine inverno.
    Mancava qualche minuto a segnare sull’orologio da polso, le sei meno quindici.
    La testa gli doleva.
    Attribuii l’emicrania a un raffreddore.
    Tuttavia non poteva esser quello a cagionare lo strano stato di sofferenza che subiva, perché in concomitanza dei picchi più lancinanti si formavano pensieri violenti di cui abitualmente era privo.
    Neppure si è mai sentito affermare in giro che una malattia da raffreddamento possa far tanto.
    Per sfuggire a quelle ridondanze, al termine del lavoro, aveva deciso di non rientrare in abitazione e  fare un giro per il quartiere, fidando di incontrare volti nuovi.
    C’era stato un tempo, in età giovanile, per gli amanti dei particolari,  in cui per sfuggire ai pensieri cupi che di tanto in tanto lo attanagliavano, si recava in centro città.
    In quelle vie riservate dal traffico trascorreva le ore a osservare, di vetrina in vetrina, le nuove tendenze e le persone.
    Questo per un poco di tempo l’aveva distratto.
    Poi era nato il desiderio di andare oltre  e di conoscere.
    Di sapere di più su quei volti in strada.
    Così, quando camminando finiva a incrociare lo sguardo di qualche passante gli si metteva cautamente attorno e attesa l’occasione scambiava qualche parola.
    A volte la cosa diveniva emozionante.
    Capitava di finire a casa di sconosciuti, o di rimanere coinvolto in feste a sorpresa o altre cose che non si attendeva.
    Per lo più finiva a letto.
    Alcune volte erano stati amplessi amorosi, in altri casi rapporti di gruppo, cose feticiste, altre con qualche punta di sadismo e anche maso quando desiderava raggiungere il piacere tramite il dolore.
    Bade nulla di sconvolgente se vuole, o meglio nulla che non accada ogni giorno migliaia di volte tra persone consenzienti e di storie Erni Monroe avrebbe potuto  raccontarne tante.
    Male che andasse l’incontro si concludeva con una chiacchierata e un caffè.
    Un fatto del genere, oggi, lo avrebbe aiutato a superare il momento.
    Neppure di questo, invero, Erni Monroe aveva esattamente bisogno.
    Quanto si proponeva nel pomeriggio, non era davvero cosa normale.
    C’è da affermare che non fosse totalmente conscio.
    Poteva dirsi di Erni Monroe che fosse un uomo comune.
    Almeno a giudicare da alcuni aspetti esteriori, giacché del privato si conoscesse unicamente che mai si era sposato.
    Quanti non lo sono però, e in ogni caso rimangono delle bravissime persone?
    Il matrimonio è questione legata alla fortuna.
    Alla capacità di rinnovare l’amore.
    Al tempo che si può dedicare alla famiglia.
    Per cui la cosa non avrebbe destato in nessuno il benché minimo allarme.
    Così, Erni Monroe svolgeva con regolarità un lavoro da impiegato e per quest’attività riceveva un puntuale ed equo stipendio.
    Il che gli aveva permesso di avere una casa tutta sua.
    Una buona auto e di concedersi qualche normalissimo svago di tanto in tanto.
    Oltre a tutto, a parte per quelle emicranie che lo afferravano all’improvviso, era provvisto di ottima salute e un fisico che manteneva sufficientemente in forma.
    A dire il vero, i capelli canuti lo invecchiavano.
    Nulla da eccepire se non perché riducevano in maniera considerevole le possibilità d’incontro con persone giovani e per questo, quell’emozione che Erni Monroe istintivamente andava cercando era difficile da soddisfare.  
    Diciamo che era plausibile pensare, di doverla ricercare almeno con attenzione.
    Si aggiunga che Erni Monroe aveva scelto in modo pessimo il quartiere, il quale, essendo non distante dal proprio e del tipo residenziale, rimaneva alquanto privo di passerelle e individui che le riempissero.
    Attorno a lui,  palazzine da un paio di portoni al massimo si alternavano ai lati della via protette da cancelli ferrati.
    Larghi marciapiedi e cani signorili accompagnati a spasso dai proprietari costituivano il panorama prossimo.
    Piuttosto bassa la presenza femminile; indubbiamente: un guaio!
    Senza riflettere voltò in direzione di una zona più popolare.
    Là i caseggiati erano continui e gli accessi continui.  
    Imboccò il sentiero in ghiaia che conduceva al centro del comprensorio quando scorse una figura femminile sul terrazzo di una di queste abitazioni.
    Era impegnata a stendere dei panni.
    Immaginò potesse trattarsi di pantaloni aderenti, magliettine e persino sensuali mutandine ordinatamente poste sul retino fermo alla balaustra.
    Oltre a questo, la donna gli sembrava abbastanza attraente. 
    “Perché no?” disse, ritenendo che potesse essere anche lei in cerca di emozioni.
    Si avvicino e quando giunse nei pressi di quel terrazzo, badò a farsi notare dalla strada camminando avanti e indietro come stesse attendendo qualcuno ma puntando nelle sua direzione.
    Confidava di incuriosirla con una punta di mistero.
    Un modo di fare comprendere a cosa fosse interessato.
    “Chi è quello?”
    “Perché mi osserva con interesse?”.
    Avrebbe detto la donna non appena si fosse accorta di lui.
    Poi avrebbe riflettuto sull’opportunità di condurlo in casa e non far sfuggire l’occasione di svagarsi,  facendogli comprendere, magari con un gesto, un sorriso, l’effettiva disponibilità o la presenza di un marito.
    In questo caso avrebbe atteso il momento, tornando nei gironi.
    Era là, sotto a quella casa a pendere da quelle labbra.
    “Non stupiamoci più di tanto.”, affermava con i colleghi e gli amici al bar Erni Monroe:
    “Perché piace tanto a noi, quanto loro… “.
    E la frase era sufficientemente eloquente…
     
    Se vogliamo, potremmo affermare che quella che Erni Monroe metteva in scena sotto a quella finestra  era una forma di comunicazione base, posturale, intesa ad avviare stimoli istintivi, compreso la paura, presente in tutti noi, al fine di eccitare.
    Null’altro che un gioco inteso a rapporti fuggevoli.
    Qualcosa che non lasciasse strascichi e memoria.
    Erni Monroe non era mai andato oltre a qualche falso inseguimento.
    È vero pure che una volta a suo agio si rivelava un amante dolce e attento al contempo al piacere dell’altro e che il rapporto sessuale spiccio che si augurava di avere, grazie alle endorfine liberate, gli avrebbe attenuato il dolore alle tempie.
    Se si vuole, entro certi limiti: una cura naturale.
    Per questo evitò di osservare il vecchio che gli veniva incontro lungo il viottolo, voltando, al passaggio, la testa sul lato opposto.
    Del resto nessuna donna desidera far conoscere ai vicini di avere ricevuto visita da uno sconosciuto e meno che mai che il marito, un figlio, apprenda la storia.
    Quando fu vicino all’ottuagenario, passò la mano sul volto, così da coprire persino lo zigomo e udì dire:
    “Buona sera” a mezzo tono.
    Bofonchiò qualcosa di conveniente, sicuro che quel rincitrullito non avrebbe saputo riconoscerlo un quarto d’ora più tardi.
    Erni Monroe quel giorno indossava panni scuri e comuni.
    Jeans e giubbotto urbano come tanti.
    Un paio di dozzinali scarponi da città.
    E tanta preoccupazione, ad ogni modo non aveva senso, pensò  Erni Monroe, perché non stava facendo nulla di male.
    La donna tardò a far caso al lui.
    Alla fine però se ne  accorse e il volto si scurì.
    Portò con fare incerto i capelli biondastri dietro le orecchie, poi prese la decisone di rientrare in casa  e calare le serrande.
    “Ci stava…” disse Erni Monroe rammaricato.
    “Era prevedibile. Non tutte hanno voglia di divertirsi!”.
    Sbuffò
    Poi considerò che:
    -La donna non fosse sola in casa.
    - Qualche impedimento biologico.
    Pure ipotizzò di essere assai meno attraente di un tempo.
    La considerazione non gli piacque, ma della circostanza doveva farsene una ragione.
    La sessualità, la comunicazione sono elementi che cambiano con la società.
    Un tempo basta provare con le tante ragazze e se non era il caso, rimaneva cosa evidente.
    Oggi, dove si barattano effusioni per una ricarica di telefonino, dovresti cercare di comprendere anche in gusti prima di avviare una relazione.
    Non tutto è scontato e Erni Monroe si avvertiva inadeguato.
    Il suo mondo e il fare, era medesimo di allora.
    Si diede da fare per dissimulare.
    Stiracchiò la schiena per affermare che era in quella corte, unicamente con l’intenzione di svolgere quattro passi e che la donna aveva confuso l’interesse.
    Perciò tornò a osservare il cielo con l’occasione di un gruppo di rondoni protesi a volteggiare sugli ultimi raggi di sole ma in realtà attento a scrutare l’intorno per comprendere se altri si fossero accorti di lui.
    Sai mai che ci fosse stato qualche bastardo in finestra pronto ad accusarlo di essere un molestatore?
    Poi se ne andò.
    Qualcosa tuttavia era saltato nella testa e provocava un corto circuito.
    Erni Monroe  in quei momenti aveva chiaro solamente un fatto e cioè che desiderava in tutti i modi  fare sesso con una sconosciuta.
    Le orecchie tornarono a far male all'interno.
    Le narici si allargarono per espellere aria
    Sotto i passi veloci, il brecciolino scricchiolava schizzando al lato.
    Se ne rese conto e rallentò l’andatura.
    Cercò di rilassarsi.
    Era abbastanza lontano dal punto in cui, qualche minuto prima, aveva avvistato la donna.
    Non aveva mai faticato tanto a procacciarsi un’occasione e nemmeno era giunto in questa zona del quartiere in cui le palazzine erano moderne e di colore grigio.
    Qui dovevano avere costruito da poco.
    “Non più di dieci anni. “, disse. E “Doveva essere un luogo  silenzioso!” a giudicare dagli ampi giardini con pini e salici piangenti.
    Nascose nuovamente la faccia, quando ebbe l’impressione di avvicinarsi a una telecamera di forma circolare posta in prossimità delle entrate principali.
    Voltò per andare sul retro del palazzo con tale scioltezza che chiunque avesse osservato in quella direzione, avrebbe pensato che fosse uno del posto pure che non lo era.
    Imboccò la prima rampa di scale di marmo peperino che trovò con l’uscio stradale aperto.
     
    Erni Monroe aveva svolto per anni un’attività di vendita a porta a porta e imparato a eludere la guardiania e come fare per accedere alle palazzine.
    Sapeva riconoscere gli occupanti e la situazione economica dai rumori che provenivano dall’interno dell’appartamento oltre che dagli odori del pranzo.
    Persino la quantità di aroma al caffè l’aiutava ad azzeccare quanti abitavano la casa.
    Poi c’erano quegli strani scarabocchi ai lati del campanello o della porta:
    il quadrato indicava che l’abitazione era disabitata.
    Una “X” l’avrebbe definita un buon obbiettivo, ma ciò non lo era per le sue intenzioni.
    Una famiglia tipo, dove vendere di tutto, senz’altro è piena di marmocchi.
    Non sarebbe andata bene.
    Erni Monroe era giunto al secondo piano.
    Suonò il campanello di un appartamento senza note o segni strani.
    Lo scelse apposta chiamando in aiuto la dea bendata.
    La melodia che scaturì ebbe l’effetto di risvegliarlo.
    La porta si aprì qualche istante più tardi senza rumore sui cardini preceduta dal timbro ovattato di un paletto ritirato.
    Nella luce fioca delle scale, faticò a mettere a fuoco il volto di un uomo dalla testa pelata.
    Era più basso di lui di una ventina di centimetri e notevolmente panciuto.
    Ebbe un fremito di paura.
    Una donna non lo avrebbe spaventato.
    Ce ne sono tante di donne in casa. Perché a quella porta si presentava un uomo?
     

  • 05 aprile alle ore 19:16
    Enri Monroe part 2

    Come comincia: Perché a quella porta si presentava un uomo?
    Pensò che la fortuna non fosse dalla sua.
    “ La famiglia Frangipani forse?” domandò in maniera da escludere l’errore mentre stagliava un cordiale sorriso.
    Ci fu un istante un cui ebbe l’impressione che la finzione non avesse retto.Il proprietario dell’appartamento lo scrutò di tutto punto. 
    Allora ripeté:“ Frangipani?”, ma adesso non rideva.
    Desiderava andare via.
    Erni Monroe pensò che avrebbe potuto mettere da parte quell’inquietudine che l’assaliva.
    Tirare le redini al cervello e ricondurlo alla ragione.
    Prendere un calmante e mettersi a sfebbrare nel letto.
    “No. No! Non sono io! “ esclamò l’altro, “ Frangipani abita sotto di noi!”.
    Quindi osservò:
    “Lei è  salito un piano di troppo”.
    “Ops! Scusi tanto!”, rispose Erni.
    Ovviamente era un trucco.Badare ai nomi impressi sui campanelli a partire dal piano più basso l’aiutava nella conversazione.
    A chi avesse aperto e si fosse dimostrato poco furbo a farlo, avrebbe asserito che in qualche modo questo o quel condomino lo aveva inviato da lui perché era un uomo di cultura o donna molto intelligente.
    Davanti a un tavole e un caffè avrebbe stretto un bell’ordine per un’enciclopedia.
    Poco contava che il giorno seguente si accorgesse della bufala.
    Sarebbe apparso chiaro che il complimento fosse offerto per accaparrarsi un minimo di amicizia da parte di chi gira il mondo e sbarca il lunario vendendo a porta a porta.Insomma, unicamente: una bugia a fin di bene!
    Ora utilizzava quell’esperienza per togliersi dall’impaccio.
    “Aspetti l’accompagno. Sono amici!”. Aggiunse il tale.
    Erni Monroe ritenne avere esagerato con il sorriso.
    Era in un guaio.
    Quell’uomo panciuto e in apparenza burbero lo avrebbe accompagnato dai Frangipani e cosa avrebbe inventato una volta che avessero aperto?
    “No. No. Non si disturbi.  È una sorpresa! “ disse allontanandosi.
    Era già a mezza scala quando udì il soffio della porta che si richiudeva e s’innestava nuovamente il fermo metallico.Il pericolo però non era scampato.
    Tra un’oretta l’inquilino sopra ai Frangipani sarebbe sceso a informarli della visita e vedere come stavano realmente le cose.
    Caso mai fosse un parente, avrebbero riso sulla circostanza e bevuto un liquore assieme a loro.
    Tuttavia, nel caso che Erni Monroe  si fosse allontanato, probabilmente non sarebbe seguito nulla.In città si è abituati ai ladri, ai venditori e, a parte qualche interrogativo, ci sarebbero passati sopra pensando anche loro come a un pericolo acquisto scampato.
    Ed era nel sottoscala al compimento della considerazione.
    Perché si fosse infilato là, lo sa il Diavolo e il Signore.
    Possibile volesse far perdere le tracce passando dal garage coperto.
    Pure che fosse talmente confuso da non riconoscere dove si trovasse.
    Fatto è che quanto di più ambiva lo scoprì  davanti agli occhi:
    Nemmeno trent’anni.
    Mora con tacchi.
    Una ragazza magra, carina e avvenente.
    Nessuna fede al dito.
    Fu a quello che badò, principalmente.
    Escludere che un uomo l’attendesse con impazienza, era importante.
    Quella donna doveva essere la figlia di qualcuno nello stabile.
    Si augurò non fosse della famiglia Frangipani, ma neppure questo caso lo preoccupò.
    Non doveva nulla a costoro e aveva stimato in un’ora circa,  l'arco temporale in cui avrebbe cominciato a circolare la voce di un estraneo nel palazzo.
    Per avere soddisfazione non occorreva che qualche minuto.
    Lei lo osservò cercando di riconoscerlo.
    Quell’uomo la scrutava in maniera strana.In qualche maniera s’intuì la domanda:
    “Che cosa fa questo nella zona riservata sotto lo stabile?”.
    Nemmeno fu scaltra da comprenderlo velocemente e scappare.
    Voltò la testa in direzione dell’ascensore che non era al piano.
    Fosse stato presente, si sarebbe infilata dentro e diretta in casa.
    Mai che una cosa funzioni come deve, quando serve al bene. 
    Il dolore nella testa di Erni Monroe divenne furibondo.
    Osservò anche lui in direzione della cabina mancante.
    Ebbe il tempo di leggere accanto a quell’uscio metallico la parola “Stanzino”.
    Una cosa in grassetto su un foglio di carta mantenuto sulla superficie da un nastro trasparente  ingiallito.
    Chissà perché creano alcove nei punti più strani.
    Quanto la gente normale considera meno, è il funzionamento di  in un cervello starato, cosicché quanto per loro appare un luogo da evitare perché sudicio o maltenuto, risalta per l’altro confortevole antro per dare accoglienza agli istinti.
    E quel ripostiglio fu l’ultima cosa dal quale fu attratto prima di farsi accanto alla ragazza tagliandogli la strada.
    Poi fece pressione sulla leva per aprirla.
    Là per là, nemmeno lui credette che fosse possibile.
    La maniglia si era abbassata dolcemente e la cosa più impensabile di tutte, era che la porta si era spalancata.
    -Il male conta su certe casualità, ma lo dico da prima.
    Erni Monroe agì lesto stringendole con forza la mano sulla bocca.La ragazza ebbe l’impressione che le rompesse la mandibola.
    Inciampò sul tacco.Lui avvertì sotto il palmo, la pelle morbida e fiato caldo.
    Si eccitò il quel momento.
    Percepì il pene scoppiare nei pantaloni.
    La trascinò dentro quella stanza buia e sporca richiudendo l’uscio con il retro della scarpa:“ Stai zitta o ti ammazzo!”, sibilò subito nell’orecchio.Il rumore delle borse con la spesa che andavano in terra e dei barattoli di passata che rotolavano aggobbendosi, accompagnò la cattura e gli diedero forza.
    Oramai le cose prendevano ordine compiendosi secondo una tabella mai studiata ma di fatto: logica.
    Conseguenziale.Erni Monroe doveva indurla a fare ciò che voleva nel minor tempo possibile.Doveva convincerla e fiaccare ogni resistenza.
    Per ciò adoperò  i mezzi fisici che possedeva e senza un minimo di sensibilità torse da un lato il collo della ragazza e le piegò bruscamente la schiena in maniera di indirizzarla sul pavimento.
    Finirono per scivolare sopra in due.
    Lei batté la nuca su qualcosa di ovattato.
    Una serie di vecchi cartoni abbandonati.Erni Monroe cominciò a baciarla.Lei non riusciva a respirare e provava repulsione per quell’alito fetido e malato sopra di lei.
    Erni Monroe, messosi accanto,  passò a leccare il collo magro che aveva solo intravisto ma che ricordava perfettamente.
    Il sapore dolciastro del profumo indossato gli s’impastò con la saliva.
    Voleva essere dolce.
    Finì a dare dolore succhiando profondamente la pelle all’altezza della giugulare e morderla forte.
    La ragazza sembrava svenuta.
    Una reazione di salvaguardia che il genere umano condivide con qualche specie animale: fingere di esserlo per allontanare il nemico.
    Se così capita in natura, non con altrettanta facilità accade tra noi.
    Erni Monroe, infatti, concluse che provasse piacere anche a lei.Le strappò il corpetto che indossava.
    Negli istanti successivi udì il suo fiato minaccioso, mischiarsi a quello flebile e corto di lei.Si adoperò d’impegno per toglierle la maglia, il reggiseno.
    Pareva avere ottime cognizioni delle chiusure, degli agganci anche se in realtà tentativi non erano altro che parvenze di  buone maniere, perché finiva a lacerare ogni cosa.Smise di interessarsi ad altro che non fossero i seni torniti che sia alzavano e abbassavano regolari.
    Ascoltò eccitato quel cuore, andato oltre il limite.
    Era buio quel posto ma la luce gialla filtrava dal fondo della porta, rendendo in parte visibile la scena.Lei lo osservò in ginocchio sul fianco.
    Sembrava un lupo nell’atto di sbranare la carne.Le sembrò addirittura di vederlo leccare le dita.Erni Monroe le mollò un gancio sul volto prima di chiedere
    :“ Stai ferma?”.
    Era certo di non avere messo troppa forza, ma a sufficienza che comprendesse il quesito.
    Se Erni Monroe avesse potuto distinguere l’ematoma che si andava formando, avrebbe compreso l’atrocità della botta.
    “Come ti chiami?” domandò cercando di tranquillizzarla e faticare meno.
    “Lasciami andare. Non dirò nulla. Sei ancora in tempo. “, supplicò la ragazza.
    Erni Monroe non aveva fatto tutto questo baccano per piantarla ora.Rispose: ”Forse!” con ironia.
    Tornò a umettarle i seni e passare sopra le dita.I seni parvero inturgidirsi.
    Semplice reazione meccanica in un corpo giovane e perfetto.
    Retaggio animale, pensò Erni Monroe.
    “Porco lasciami andare. I miei fratelli ti uccideranno!”, intimò lei.Erni Monroe provò timore.
    Non è facile battersi contro più persone anche quando si è abbastanza prestanti.
    Tuttavia, aveva messo in conto anche di poter essere linciato.
    Rise spavaldo bando a farsi udire solo da lei.Lei gli sputò in faccia.
    Lui asciugò il volto passandolo sul braccio.
    "Comportati bene e ne uscirai viva!” promise, prima di baciarle il ventre e scendere con la testa nel pube.
    Erni Monroe faticò ad azzeccare la lingua sul clitoride.La ragazza si contorceva.
    Dovette metterle una mano sulla gola.Una maggiore pressione l’avrebbe accoppata.
    Razzolò in quella peluria ogni fonte di umore nutrendosi avido.La ragazza tentò di allontanare la presenza spostandone la testa.
    Un colpo all’altezza del pancreas la lasciò esanime.Aveva il quel punto, un profumo che poche hanno, pensò Erni.
    Si deliziò convinto costituisse la base di una essenza che la zia indossava.
    Tornò a pensare di essere fortunato.
    Gli era capitata la donna che ogni uomo vorrebbe accanto per tutta la vita e coltivò per un momento l’idea che fosse possibile  con calma farla innamorare.
    E che l’aveva presa in prestito prima di altri.Si era quello che desiderava.
    Appropriarsene.
    Gestire la persona come fosse cosa personale.Altro che ricercare soddisfazione nel lavoro.
    “Tanto la carriera ti è negata.”, disse a un certo momento.
    Neppure essere generoso con gli amici lo appagava.Quali poi?
    “Gente disposta a venderti al migliore offerente.”,
    Erni Monroe in questi brevi luccichi di insensato ragionamento, assolveva  la propria condotta e la lussuria.
    Affondò oltre la lingua e gli parve che tutto fosse morbido e desideroso.
    Agguanto la pelvi e si beo per questo.
    “Brava!”, disse nel portarsi sopra al corpo di lei con la patta sbottonata.
    Lei strinse le cosce per respingerlo.
    Erni Monroe perse subito la pazienza.Le vibrò un manrovescio.
    Le calò più in basso i pantaloni  lacerandoli.
    “Maledetti!” impreco insoddisfatto per lo sforzo.
    Afferrò una gamba sotto un braccio.
    Con l’altro fece altrettanto.
    Entrò profondamente.
    La donna decise di non provare altro dolore.
    Quando fu dentro, le passò le mani al collo e comandò:
    “ Come ti chiami? Vuoi dirlo o no?”
    Rispose piano: “Manuela”.
    Cominciò a cavalcarla affermando:“ Manuela fammi venire!”.
    Manuela piangeva.
    Non poteva credere a quanto capitava.
    Aveva partecipato a qualche discussione sul tema.
    “Sì, certo. “ aveva asserito.“Uomini che ti palpano stanno ovunque! Sono maiali, salvando quelle povere bestie…”
    Senza convincersi che potesse capitare anche a lei.
    Almeno a quella maniera.
    Per anni aveva fatto avanti e dietro da quelle scale senza che capitasse niente.
    Ora era rinchiusa a due passi dai genitori.
    Che cosa aveva fatto di male per meritarselo?
    In cosa aveva sbagliato?
    Era meglio assecondare quella furia con la speranza che una volta finito i comodi, andasse via, oppure resistere e farsi accoppare?
    Non lo sapeva.
    Nessuno te lo insegna.
    Se ne parla ma poi?
    C’è un metodo?
    Una maniera?
    Tremava e piangeva che altro poteva?
    Avere risposto con forza le era costato un pugno in pieno volto.
    L’avere rifiutato i luridi baci, un altro colpo al fianco.
    Ora aveva perduto la sensibilità della parte.
    Una sberla le aveva chiarito altri argomenti.
    Nessuno l’avrebbe più guardata e nessun uomo l’avrebbe più voluta.
    Avvertì il bisogno di vomitare e tossì di lato.
    Erni Monroe sembrò non dar peso ma tornò a porre  la mano sulla bocca, infilando eccitato il dito medio al suo interno.
    Manuela quasi soffocò.
    Non ebbe coraggio a fare altro.
    Erni Monroe venne.
    Cessò tutto in quel momento.
    Calma al termine della tempesta o era nell’occhio del ciclone?
    Il mostro le giaceva sopra esanime.
    Probabilmente, dopo l’amplesso era in contatto con Dio o meglio, il suo opposto.
    Erni Monroe la udì ripetere
    :“Bastardo! Bastardo!”.
    Pareva una nenia, di una bambina.
    Il male al capo era cessato.
    Avrebbe voluto dormire.
    Non ce ne era il tempo.
    Era passata mezz’ora da quando aveva domandato dei Frangipani, ma il tempo con la ragazza si era dilatato quanto una giornata intera.
    Senza staccarsi dal corpo delicato della ragazza, ritrovò tra le dita il capo di un cordino elettrico abbandonato.In verità conosceva benissimo, dove trovarlo.
    Lo avvoltolò come per misurarlo.
    Saranno stati sessanta centimetri di lunghezza.
    Sufficiente e abbastanza resistente.
    Non ebbe pietà.Alzò le spalle e sui gomiti.
    Attorcigliò il legaccio al suo collo.
    Manuela parve non accorgersene.In ultimo per difendersi dalla brutalità aveva separato la mente dalle membra.
    Quanto accadeva era distante.
    Non la riguardava.
    Altra reazione completamente umana a differenza di Erik Monroe che non ne ebbe.
    Parte di quei capelli scuri impastata di sangue finì dentro il legamento.
    Manuela prima di morire tornò in se e ferì profondamente con le unghie curate la carne attorno alle braccia di Erni Monroe.
    Tuttavia nulla che un uomo anestetizzato dall’adrenalina del coito non possa sopportare.
    Manuela tentò pure di ferirlo al volto:
    “Porta questi segni davanti a tua figlia!”, disse roca.
    In tutta risposta Erni Monroe le morse la mano troncandole un dito e non mollò la presa.
    Aggiunse un nuovo morso sulla guancia, quasi un ultimo bacio.
    I segni delle arcate rimasero impressi.
    Poi venne nuovamente.
    Non comprese come.
    Accadde nel momento esatto che ebbe il sentore che il cuore di Manuela fosse fermo.
    Lo avvertì dal calore del corpo e dal pulsare della vagina.Le urine calde di lei gli bagnarono lo scroto.
    Ebbe timore a rimanerle dentro.
    Si sfilò.
    Arrivò all’interruttore che si era frettolosamente ricomposto.
    Diete una rapida occhiata alla stanza rettangolare.
    Il corpo della ragazza giaceva molle perpendicolare alla parete su un pavimento fatto di cartoni da consegnare al macero.
    Il volto riverso verso la parete e i bei capelli corvini che aveva, coprivano le orecchie e la bocca lasciando scoperto il bernoccolo rigonfio di sangue blu.
    Ancora ammirò la cute liscia e il corpo flessuoso.
    Per un attimo parve disgustato.
    Quella donna non appariva così bella e desiderabile come l’aveva conosciuta.
    Già.
    L’aveva massacrata.
    Tolto il futuro.
    Mostrato l’orrore.
    Infame, sminuiva l’aspetto.
    Richiuse la luce e scostò la porta.
    Da sopra si avvertiva vociare e suonare ai campanelli.
    Gli sembrò di udire:” Signora Lucia, è passato da lei un uomo alto un metro e ottanta, sui quaranta, quarantacinque anni?”.
    Pochi minuti e sarebbero scesi a controllare nell’interrato.
    Abbandonò la posizione lasciando accostata la porta.
    Convinto di riuscire perché il ritrovamento del corpo avrebbe disorientato e rallentato gli inseguitori.
     
    Erni Monroe, un vero predatore, raggiunse il viottolo senza incontrare chicchessia.
    Tagliò per i vialetti, spostandosi rapidamente tra i caseggiati.
    Badò a non farsi riprendere dalle telecamere e a passare troppo vicino ai balconi.
    Per tutto il percorso portò varie volte la mano sulla fronte come avvertisse male alla tempia, anche sapendo che per diversi giorni sarebbe stato bene, benissimo.
    Non avrebbero fatto nulla con suo DNA.
    Mai fatto un esame.
    Mai dato a nessuno,
    Nei pressi di casa accese il telefono.
    Squillò poco dopo.
    All’altro capo, una voce femminile domandò allegramente: “Amore andiamo al cinema stasera?”
     
     
     

  • 03 aprile alle ore 12:14
    La Felicità Esiste

    Come comincia: Spesso mi è capitato di andare verso una meta non definita, e anche se all'inizio vedevo man mano che camminavo dei cartelli con scritto "Infelicità" o anche "Divieto di Allegria" ho sempre letto diversamente quei cartelli... non perchè mi andava di leggerli a modo mio bensì perchè quei cartelli erano stati messi apposta da qualcuno.

  • 31 marzo alle ore 10:36
    Diktat

    Come comincia: Come ogni sera dopo cena, lavati quei tre piatti... tre, mi  siedo in sala da pranzo davanti al mio portatile.
    ─ Perché mai, ho comprato un portatile se lo lascio sempre nello stesso posto? ─ mi chiedo puntualmente, poi alzo le spalle, sospiro e dimentico di trovare una risposta.
    Questo già la dice lunga su di me e di come vadano le cose a  casa mia... e come tutte le sere, in questa stessa stanza, mia madre sta seduta davanti al televisore, nella poltroncina spostata qui dalla mia camera da letto, proprio per lei che è venuta a stare con noi dopo la morte di mio padre. Noi? Chi siamo noi? Io e mio marito.
    Tra noi il dialogo stenta a dispiegarsi nei modi e nei tempi stabiliti dalle regole della comunicazione. In sostanza ci limitiamo ad annuire o a scuotere la testa in segno di diniego, più spesso utilizziamo un "Sì" o un "No" e a volte anche un "Forse". Lo so è un po' poco ma è per quieto vivere ... se rispondo con dovizia di particolari, se la prendo un po' alla larga, insomma se mi lascio trasportare dalla mia loquacità e non vado subito al sodo ecco che alza la voce.
    ─ Su dimmi, non iniziare da Adamo ed Eva ─ ripete sempre per indurmi a comunicare l’essenziale, cioè solo ciò che gli interessa.
    Eh, sì! A casa mia bisogna essere veloci: rispondere in fretta, trovare un oggetto o fare una qualunque altra cosa, qualsiasi cosa, bisogna che io lo faccia in fretta, nel minor tempo possibile. Ed è vero che il tempo è denaro ma io vorrei avere la possibilità di spenderne un po’ di più.
    Penso spesso di vivere in uno di quei giochi moderni dove vince chi è più veloce. Invece no, non è un gioco è per evitare di questionare su ogni "che" evito... e, se necessario, evito anche di respirare.
    Dov'è ora mio marito? Naturalmente a letto e sono le 21:30 ma si è infilato tra le lenzuola appena ha finito di cenare... così, non ci diamo neanche la buonanotte.
    Per una come me che non ama la televisione il dopo cena è una gran noia!
    Per fortuna che mi piace scrivere o navigare online ... ma ogni tanto mi stacco da questo ipnotizzatore che è il pc, e vado a bere. o mangiare un pezzetto di pane... tanto per ammazzare il tempo.
    ─ A mangiare... o a bere? ─ mi raggiunge la voce di mia madre con una nota di disapprovazione perché non condivide tale comportamento.
    ─ Che noia! ─ rispondo al suo velato rimprovero, sbadigliando e cercando un motivo plausibile di giustificazione.
    Proprio cinque minuti fa, sbuffando e stiracchiando le membra intorpidite dalla immobilità, mi sono alzata e mi sono diretta in cucina.
    Appena aperta la porta...il finimondo!
    Immediatamente ho creduto che la nube di ceneri del vulcano Eyjafjallajokull dall’Islanda fosse arrivata in massa in Italia  e fosse penetrata nelle case.  Pensai anche che si fosse aperta una bocca lavica proprio nel terreno in corrispondenza della mia cucina!  La vista si è offuscata e contemporaneamente un bruciore insopportabile agli occhi mi ha costretto a lacrimare! Un odore acre di bruciato mi chiudeva la gola e un denso fumo nero che, non più costretto in quello spazio limitato, a onde  si riversava fuori in tutte le direzioni, mi travolgeva e mi soffocava...
    Chiuse con due dita le narici, serrate le labbra e proteggendomi gli occhi con l’altra mano, mi sono diretta velocemente alla finestra e l’ho  spalancata. Poi sono fuggita da quell’inferno e ne ho richiuso la porta per non rischiare un’intossicazione.
    Stavo urlando... ma né mio marito, beatamente già tra le braccia di Morfeo, né mia madre che è un po’ sorda, sono accorsi in mio aiuto. Che fare? Vedevo già bruciare la mia casa e poi il palazzo intero! Panico! Dovevo scuotermi.
    Dopo pochi secondi, perciò, facendo appello a tutte le mie forze, ho aperto nuovamente quella porta e sono rientrata all’inferno! Non avevo alternative, non potevo aspettare che mio marito si svegliasse o che mia madre mi venisse in soccorso, eventualità rare.
    Dovevo assolutamente spegnere il forno, che continuava a eruttare fumo come lava da un vulcano, e aprirne lo sportello…
    L’azione, però, che mi spaventava più di tutto, era prendere in qualche modo la teglia e buttarla con tutto il suo contenuto carbonizzato sul balcone.
    Il contenuto? Pane raffermo che, come mia abitudine, quando se ne accumula una quantità consistente, metto a tostare per la colazione del mattino.
    Avevo dimenticato di aver acceso nel forno,  oltre alle due resistenze superiore e inferiore, anche il grill che di solito si aziona a fine cottura per dorare i cibi…  tutto per ottemperare al categorico diktat  “essere veloce”.
     

  • Come comincia: La professoressa aveva assegnato alla classe una ricerca un po' particolare dal titolo: "Mescolarsi e comunicare nelle diversità". Carlo, mentre la madre era in cucina ai fornelli, era davanti al portatile in cerca di una idea per trovare il giusto approccio così da poter svolgere il compito. Fece una ricerca di fatti inerenti alla comunicazione. Non soddisfatto rilesse il titolo e non aveva ancora capito come sviluppare il tema del "mescolarsi". Così si concentrò sul verbo iniziale e si soffermò sulla madre intenta a cucinare. Solo allora capì che "mescolarsi" poteva essere collegato al mondo culinario. Decise di svolgere il tema sotto forma di racconto fantastico, raffigurando i personaggi con gli ingredienti di paesi diversi così da poter "comunicare nelle diversità".
    Prese una matita e iniziò a scrivere. Pensò subito al cioccolato come simbolo africano perché è il continente con la maggior produzione mondiale di semi di cacao.
    Fece una ricerca su internet e scoprì che le spezie dello Sri Lanka potevano essere collegate al continente asiatico.
    Il continente africano ed asiatico erano ben rappresentati, ma mancavano gli altri continenti e scoprì che la suddivisione in continenti non era semplice. Si andava da un modello con un massimo di sette a un minimo di quattro denominazioni. Prese per buono quello da cinque perché ricollegabile al cerchio delle Olimpiadi: l'Africa è il cerchio nero, l'America il rosso, l'Asia il giallo, l'Europa il verde, l'Oceania l'azzurro. Adesso aveva bisogno di altri “personaggi”. Per l’America scelse immediatamente il cheeseburger, per l’Europa non voleva scegliere la pizza perché era troppo ovvio. Per l’Oceania non sapeva nulla, ma gli venne in aiuto una ricerca con la parola chiave: “Australia”. Scelse un pinot nero essendo il Continente Nuovissimo uno dei più grandi esportatori di vino.
    Si decise a iniziare a scrivere avendo quattro personaggi su cinque.
    Ogni racconto - si disse - inizia con “c’era una volta” e così iniziò anche lui.
    “C’era una volta,
    un paese magico dove tutte le cose avevano il dono della parola. In una piccola cucina era in corso un dibattito su chi fosse l’elemento più importante.
    “Io vengo da una terra lontana” – prese la parola il Cacao – “sono prodotto da paesi africani: Ghana, Camerun, Nigeria, Costa d'Avorio e Madagascar e la mia qualità è molto pregiata!”
    “Allora io cosa dovrei dire? Sono la più nota spezia del mio Paese” – disse il barattolo di vetro color terra.
    “Cara la mia Cannella, tu non sei altro che la corteccia di vari alberi della famiglia del Cinnamomo, che viene estratta, essiccata, rotolata e compressa.”
    “Sì però vengo impiegata in tantissimi modi: dall’utilizzo come aroma nelle pietanze salate e in dolci tradizionali deliziosi, fino all’impiego nella medicina ayurvedica!”
    “Lo so, ma tu sai chi sono io?” – continuò il barattolo di vetro color verde scuro – “Sono la terza spezia più cara al mondo e mi presento come una capsula contenete tanti piccoli semi; in genere vengo venduta con tutta l’involucro dato che una volta aperta perdo velocemente il mio aroma. Io sono preziosa”.
    “Sì, ma le tue origini sono da ricercare nel sottobosco, appartieni alla famiglia dello Zenzero! Caro il mio Cardamomo” – rispose seccata la Cannella.
    “Va bene, allora che cosa dite di me? – intervenì un barattolo con tanti piccoli chiodi scuri al suo interno.
    “Tu? Ma tu sei solo fiori secchi, non sbocciati, di una pianta sempreverde appartenente alla famiglia dei Guaiva, cari i miei Fiori Di Garofano. – disse Cardamomo.
    “Si però siamo utilizzati anche in moltissimi piatti!” – risposero tutti in coro.
    “Chi è che parla qui? – si intromise un barattolo con delle piccole noci – Io sono il seme del frutto dell’albero di noce moscata”. Non riuscì a concludere il discorso che venne interrotto da un altro barattolo stretto e lungo con all’interno dei baccelli.
    “Sono io la spezia più cara di tutte! Vengo ricavata dal baccello di un’orchidea rampicante, che cresce nel sottobosco delle foreste tropicali dato che è una pianta che ha bisogno di poca luce. Vengo utilizzata in differenti settori che vanno dalla produzione di cosmetici ed essenze, fino all’impiego nella preparazione di molti dolci”.
    Alle parole di Vaniglia tutte le altre spezie dello Sri Lanka si zittirono.
    “Scusate se intervengo, ma forse non sapete che io sono molto pregiata”.
    Il barattolo stretto e lungo guardò in basso e si accorse di una bottiglia di Pinot.
    “E tu chi sei? Non sei di queste parti!” “Assolutamente no, io vengo dall’ Australia”.
    – in quel momento Carlo ebbe l’idea per il personaggio europeo, e proseguì a scrivere.
    “Tutta questa discussione non credo sia rilevante, se vi parlate addosso tra di voi dello stesso paese. Nel mondo c’è molto di più”.
    “Come te per esempio?” – chiesero adirate in coro Cannella, Cardamomo, Fiori di Garofano, Noci moscata e Vaniglia.
    “Esatto!” – disse Pinot quasi ridendo.
    In quel momento si sentì un rumore e il frigorifero si aprì. Si fece avanti un cheeseburger e disse: “E scusate l’America dove la mettete? Guardate me, sono un semplice panino ai semi di sesamo che contiene sostanzialmente uno o più hamburger con aggiunta di formaggio.
    Io e i miei simili siamo diventati popolari tra gli anni venti e gli anni trenta del secolo scorso negli Stati Uniti e ci sono diverse rivendicazioni su chi sia stato il primo uomo a creare un Cheeseburger. Oggi veniamo consumati in tutto il mondo”.
    “Grazie per la lezione, ma tu sei e rimani un cibo spazzatura.” – disse Pinot.
    Dal tavolo della cucina si sentì uno sbadiglio. “Mi state annoiando con tutti i vostri discorsi!” – disse Croissant – “ma voi non avete nulla di storico! Io invece sono nato tra il 1838 e il 1839 a Parigi. Fui battezzato Croissant a causa della mia forma a mezzaluna”. – Carlo aveva scelto il cornetto per l’Europa per sottolineare la sua vicinanza al popolo francese dopo i fatti del 13 novembre 2015 a Parigi. Continuò a scrivere, era quasi arrivato alla conclusione.
    “Quanto mi fate divertire, cari i miei giovani amici – disse la saggia Credenza. – Al di sopra di me venivano sistemati in bella vista tutti i cibi nei loro piatti di portata durante i pranzi offerti dalle famiglie nobili ai loro convitati di particolare rango e importanza. – tutti rimasero in silenzio. Quando l’anziana saggia Credenza parlava nessuno trovava il coraggio di interromperla.
    “Assomigliate agli uomini che non capiscono che per avere un futuro migliore bisogna mescolarsi e comunicare tra le diverse realtà. Non bisogna chiudersi e soffocare le diversità. Occorre aprire, sorridere, salutare, rispondere e dialogare tra varie comunità. Esisteranno sempre differenze di natura, di arte, di culture, di popoli. Una varietà che rende ricchezza e interesse ma anche complessità e in certi casi problematicità. Si devono convincere ancora di più che la diversità, se accettata e amata è ricchezza e stimolo reciproco, fonte di scambio e di collaborazione. La differenza deve essere vissuta nel rispetto della vita, altrimenti genera estraneità, isolamento, insofferenza o odio. Come voi ingredienti per fare una ricetta avete bisogno di mischiarvi, perdendo sì un po’ la vostra identità, ma riacquistando nuove realtà, così anche gli uomini per avere un'armonia devono mescolarsi”.
    Carlo si sentiva soddisfatto di quello che aveva scritto, ma non del tutto. Nello stesso momento la mamma alzò il volume della radio da cui proveniva la canzone "Penso Positivo” di Jovanotti, che diede a Carlo l’idea di scrivere:
    “Gli uomini dovrebbero pensare più positivo, vero cara mia amica Radio?”
    E Radio rispose: “Certo!” mentre il brano proseguiva: “Quest'onda che viene e che va/Io credo che a questo mondo/esista solo una grande chiesa/che passa da Che Guevara/e arriva fino a Madre Teresa/passando da Malcolm X attraverso/Gandhi e San Patrignano/arriva da un prete in periferia/che va avanti nonostante il Vaticano/Io penso positivo perché son vivo”.
    A questo punto Carlo capì di poter ripassare a penna il tema.

  • 25 marzo alle ore 13:20
    Quella Parola

    Come comincia: Alcuni tempi dell'anima, sono recettivi solo al silenzio: i suoni delle parole sono troppo forti e vibrano in cacofonie; i suoni dei pensieri, hanno il volume di barattoli rotolanti sul selciato; perfino il pulsare del cuore pare far rumore. E così si E'; si è presenti, si vede e si ascolta, ci si lascia penetrare dalle emozioni, le si assaporano, le si vivono. Pure c'è un silenzio che ripara dai suoni forti.
    Siamo al Venerdì Santo, per chi crede, un ciclico messaggio a morire a se stessi e a se stessi rinascere; a conoscere i bui delle profondità, percorrerli, superarli. Decidere di lasciarli ed elevarsi, ascendere alla Luce.
    Ogni Maestro di ogni Credo, indistintamente, ci inizia allo stesso percorso: conoscere il Sé e le sue Ombre, consciamente riconoscerle e dissolverle, perdonarsi per l'ignoranza della Vita e Voler imparare a Vivere. Essere sicuri di intravedere la propria Luce e volerla espandere ed ampliare.
    Perdonarsi e perdonare. Illuminarsi e illuminare. Amarsi e amare.
    Sia ogni occasione, motivo di Passaggio dall'Ombra alla Luce.

  • 21 marzo alle ore 20:34
    Pauline

    Come comincia: “Forse, se ti avessi accanto, tutto quello che ho fatto non farei,
    se decidessi di tornare ad essere un uno invece che un io o tu,
    il mondo sarebbe terribilmente più onesto ma non sarebbe realtà;
    se per grazia divina degl’astri dovessimo spingerci nuovamente uno nel cuore dell’altro,
    saprebbe di amaro il resto che ci circonda;
    se il mio dito fosse legato al tuo in eterno,
    non vi sarebbero più vite da mettere al mondo;
    se tornassi ad amarti come quando, increduli e curiosi di tanta bellezza eravamo stati un tempo,
    io non sarei io e tu non saresti tu.
    Saremmo un essere perfetto, quasi vicino al divino e insieme saremmo disposti ad annullarci come il bianco nel bianco e il nero nel nero.
    Potrebbero le mie mani desiderarti ancora,
    come le labbra che bruciano se rimembrano il fuoco della saetta della tua lingua,
    e s’annoda il grembo e s’inonda il petto per quel così delizioso peccato da cui nasce il nostro amore;
    amore, amore mio.
    Forse, se ti avessi accanto non sarebbe più tutto questo
    ma semplici granelli di un intera sabbia desertica in cui non v’è più acqua né vita.”
     
    Così mi lasciò Pauline; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.
    Credere nel non più esistente darebbe un senso più profondo al perché certe cose finiscono e io l’avevo capita quando, guardandola negl’occhi vitrei di un mare in piena, aveva smesso di amarmi.
    Ricordo perfettamente con quanta delicatezza le coloravo con la pittura i capezzoli duri, posti all’angolo della stanza nelle lunghe sere d’estate.
    Dopotutto, nessuno ci aveva mai visto insieme, nessuno ci aveva sentito chiamarci amorevolmente nelle vie della strada o ai tavolini di un bar; nessuno aveva visto il nostro amore.
    Arrivai ad un punto che, forse, nemmeno io l’avevo veramente visto; come fosse stato tutto frutto di un immaginazione furtiva che amava prendersi beffe del mio cervello in pezzi.
    Pauline aveva amato qualcosa che non ero io ed io avevo amato Pauline perché era Pauline; senza domande, ne risposte, ne desideri di sapere ne senza il senno di capire.
    I nostri incontri erano solo tra quattro mura bianche e spoglie, come quelle lenzuola o come le mie tele ancora da imbrattare; ed il suo corpo bruno era una meraviglia quando veniva percorso dal colore del mio pennello.
    A disegno finito, le scattavo delle foto; giusto per conservare quei pochi quadri che riuscivo a fare ed era meraviglioso poter ammirare le mie opere più grandi su d’uno sfondo tanto bianco quanto l’essenza del colore stesso inciso su Pauline.
    Era la mia tela e come ogni opera andava accantonata, come ogni tela v’è il momento che essa abbandoni il suo pittore riposta, poi, in chissà quale stanza bianca aspettando il prossimo che poteva ammirarla.
    Avevo perso la mia opera migliore senza farmi troppe domande; ma se avevo creato potevo anche distruggere e nel momento in cui decisi di farlo, Pauline mi lasciò così; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.

  • 18 marzo alle ore 19:46
    Il professore di italiano

    Come comincia: Ho percorso per l’ultima volta il lungo corridoio al primo piano della scuola, sono scesa lungo lo scalone e mi sono fermata nell’atrio. Mi sto chiedendo se ho salutato tutti oppure magari dimenticato qualcuno. Non vorrei dimenticare nessuno. Sono stati belli i mesi che ho trascorso qui e mi è dispiaciuto molto dovermi ritirare, ma non riesco più a conciliare la mia gravidanza con la frequenza scolastica. Vorrei incontrare il professore di italiano, e mi guardo attorno nella speranza di vederlo. Lui è un anziano insegnante, molto alto di statura, robusto, e sempre vestito di grigio antracite. Quando lo vidi entrare in classe il primo giorno rimasi molto colpita. Pochi denti in bocca, capelli arruffati senza un taglio preciso, la camicia stropicciata indossata senza troppa preoccupazione di renderla presentabile, e un bottone mancante dalla giacca. Aveva una borsa sotto il braccio e la fronte aggrottata, ma sotto le folte sopracciglia brillavano due occhi scuri pungenti, quasi febbricitanti, due occhi che non avevano nulla in comune con tutto il resto, due occhi senza età. Nella scuola si vocifera che avesse perso la testa per una donna più giovane di lui che lo aveva fatto molto soffrire e lasciato sul lastrico. Quando entrava in classe io osservavo tutta la sua trasandatezza, e immaginando il suo dolore, sentivo un sincero affetto verso di lui. Ma poi, quando si immergeva nei poeti e ci spiegava il loro mondo, le loro opere, diventava gigantesco, emanava tutto il fascino delle sue emozioni, ed io mi lasciavo trascinare, lo ascoltavo, e sentivo tutta la sua passione, che è la mia passione: entrambi siamo divorati dalla passione e questo ci univa in una complicità che aleggiava al di sopra di tutto, in quel limbo in cui ci fondevamo, pur sapendo che le nostre passioni vanno in direzioni diverse. Io sono tornata sui banchi di scuola che avevo abbandonato da adolescente, e adesso, a ventitré anni mi porto dietro un vissuto già pesante, una storia d’amore difficile, complicata, fatta di estasi e sofferenza che si combattono, si alternano, ma riescono anche a convivere. Gocce di audacia distillate da fiumi di ansia e incertezza. Nessuno con cui condividere il mio tormento, solo il professore di italiano, in una muta condivisione, nel nutrirmi delle sue lezioni quasi fossero sempre e solo rivolte a me. Mi guardava spesso mentre parlava, quando spiegava la grandezza di ciò che i poeti volevano trasmettere, il suo viso si trasfigurava tanto da sembrare perfino bello e tanto da far dimenticare la sua bocca semi sdentata. Ma era anche capace di ire improvvise, come quel mattino in cui aveva chiesto ad una studentessa che gli parlasse di Pirandello. Lei aveva subito intonato la tiritera a memoria: nacque il....nacque a... Il pugno del professore si era abbattuto violento sulla cattedra. Era furioso: non così, non così! Pirandello è una cosa grossa! Non così signorina! Certo, io avevo capito, ma lei poverina aveva quindici anni, forse sedici, ed era rimasta malissimo. Lui voleva sentire l’essenza, il pensiero, e io lo sapevo. Era il tormento dei sentimenti che ci univa così tanto? Lo pensavo, a casa da solo, in mezzo ai suoi libri, mi perseguitava l’idea di quel bottone mancante alla giacca, possibile che non ci fosse nessuno che glielo cucisse? Avrei voluto farlo io, però come potevo permettermi!
    Ma è stato mercoledì scorso che si è svelato. Si è rivolto a me: vorrei che mi commentasse una poesia “Alla stazione in una mattina d’autunno” Santo Cielo, professore! Come fai a saperlo, come fai a sapere che da anni la stazione è la mia casa, che il mostro d’acciaio mi raccoglie al mattino e mi porta lontano dal mio amore, come fai a sapere che l’autunno e l’addio sono fatti l’uno per l’altro, a tal punto che per un addio, l’autunno si presta anche alle altre stagioni. Mi guardi negli occhi professore! Possibile che io mi sia rivelata così tanto?
    Non ho aperto neppure il libro. Ho cominciato a parlare, parlare, parlare. I compagni sono diventati fantasmi sbiaditi. Solo noi due, professore, solo noi due.
    Non so per quanto tempo ho parlato. Quando ho finito, per una manciata di secondi tutta la classe è rimasta in silenzio, e poi tu hai posato un attimo la mano sulla mia spalla.
    -Lei ha superato se stessa.
    Avrei voluto poterti rispondere che lo so, professore, lo so che ho superato me stessa, ho superato me stessa al punto che non ricordo niente di tutto ciò che ho detto, l’unica consapevolezza sono state le lacrime lente che non sono riuscita a trattenere.
    L’atrio della scuola si è quasi completamente svuotato, e finalmente ecco il professore di italiano. Gli vado incontro per salutarlo. Ci stringiamo la mano.
    -E’ un peccato che lei interrompa gli studi, signora.
    -Lo so, dispiace anche a me, magari più avanti....
    -Tanti auguri, anche per il lieto evento.
    -Anche a Lei professore. Buona fortuna.
    Ma le mani non si lasciano, stanno dicendo: mi mancherai.

  • 18 marzo alle ore 18:01
    L'incanto

    Come comincia: Ma quanta bellezza c'è nella vita? La testa vuota e gli occhi pieni di magia: il sole e l'azzurro ad avvolgere, il verde sotto il passo e accanto; treni e auto non hanno più la potenza dei rumori propri, vagano in suoni ovattati, filtrati dal pensiero muto che galleggia nella mente e recinge ogni disturbo. E fra le volute dei suoni ovattati, l'eco dissolta di voci di bimbi, dell'abbaiare di un cane. Lontano, tutto lontano. Nel qui e ora più forti sono i colori e i profumi: legna che arde, il suo odore vellutato portato dalle ali dei passeri armoniosamente chiassosi. Foglie d'alloro, foglie verdi, foglie secche nel fruscio che palesa il passo e la distanza. Farfalle giocano, fra un germoglio e sputi di rami morti. Suoni sotto i passi, colori nell'iride. Sono nel qui e nell'ora, e mi par di essere nell'ieri e nel domani, nel Sempre. Guardo la me che viaggia nella vita, leggera, eterea, la riconosco, l'accompagno. Bimba incantata.

  • 14 marzo alle ore 14:32
    Perdersi per poi ritrovarsi

    Come comincia: Non riesco a fare pace con me stesso. Non riesco a sorridere ai capelli bianchi che spuntano come funghi nella chioma di china. Non riesco a rinunciare alle panchine d’inverno, al silenzio del cielo stellato che mi consuma la vista. Poi scivolano lacrime di pioggia da questi neri di seppia e solcano il bordo delle narici, attraversano la barba fitta, il fumo della sigaretta e muoiono nel sapore di ruggine tra le labbra, dove riciclo i silenzi in parole. Mi misuro con il cambiamento, con questi confini che sembrano non appartenermi e non so neppure chi sono io, se mi conviene il tempo. Mi sono perso nel mondo, sul risciò che trasporta le vite diverse dal comune. Mi sono perso nei profumi della gente, nella tua voce, in tutti i colori caldi che caratterizzano lo spettro delle emozioni. Non riesco ad immaginarmi senza maschera, senza quella corazza che mi fa sorridere, arrabbiare e arrossire all’occorrenza. Sono nomade, come ogni anima in fondo è. Sono altrove, come tutte le volte che mi avreste voluto qui. Sono la dialettica da bar, quel senso di orrido e volgare che asciuga la voglia di sapori dolci. Sono il ricordo di ieri e la voglia d’amare di domani. E si sa come questo gioco di lembi contrapposti che s’allontanano reciprocamente si riassuma ad una trama che li tesse insieme, inseparabili. Come nel gioco dell’amore in cui a volte calpestiamo e a volte veniamo calpestati. Come nel gioco della vita, in cui amiamo perderci per poi ritrovarci.

  • 14 marzo alle ore 11:05
    Ludovica

    Come comincia: Ancora incredula, accanto al letto, fisso il mio corpo esanime abbandonato fra le lenzuola. Seduto sul letto ci sei anche tu, la faccia tra le mani che tremano, tu, piccolo insignificante uomo, stupido assassino, povero misero essere mediocre, insicuro e criminale. Sì, sono ancora incredula: oggi è stata una giornata stupenda, una giornata di passione come sempre, come tutte, ore trascorse troppo veloci, mai sazie, mai abbastanza vissute. E poi come sempre l’addio, un arrivederci, ma da noi due sempre vissuto come un addio. La porta di casa mia chiusa dietro di te, e quel senso di vuoto che non ho mai voglia di riempire, che niente può riempire, tranne il restare a letto, al buio, a ripensare a tutto, ad aspettare il prossimo incontro. Ma in quel buio, stasera, è successo qualcosa. La chiave ha girato nella serratura, tu sei rientrato agitato, un’espressione del tuo viso a me sconosciuta, lo sguardo cattivo, allucinato. Non ho avuto nemmeno il tempo di alzarmi. In un attimo mi sei stato sopra e mi hai messo le mani intorno al collo. Non sono riuscita neppure a parlare, il cuore mi batteva nel petto, in gola, nelle tempie. Non hai acceso la luce,e, in un silenzio innaturale, in una penombra che da complice è diventata terrificante, mi hai guardata, senza affetto, con antipatia, rabbia. I miei occhi hanno chiesto pietà e tu mi hai detto solo che mentre andavi a piedi verso l’auto, ti sei imbattuto in due uomini che parlavano fra loro, e uno ha detto: ecco adesso puoi andare. Da me, tu hai creduto che l’uomo volesse venire da me. Tutto il mio essere ha gridato no, non è vero, stai sbagliando. Tu hai aggiunto, farneticando, che se il campanello di casa avesse suonato, mi avresti strozzata. Non potevo crederci. I secondi si sono inesorabilmente allungati, le tue mani non hanno lasciato la presa e la morsa non si è allentata.
    Il campanello di casa continua a suonare, insistentemente, poi ininterrottamente fino a smettere. Adesso qualcuno prende a pugni la porta e la voce di mia sorella grida stridula: Ludovica, Ludovica, perché non apri, apri la porta. Certo, lei sa che sono in casa, ha visto l’auto posteggiata. Io continuo a guardare il mio corpo fra le lenzuola, e tu, adesso alzi la faccia sorpreso, annichilito, la nebbia sta lasciando il tuo cervello. Io vorrei soltanto una cosa: che mia sorella non sapesse mai che se non fosse venuta stasera da me, sarei ancora viva. E tu, piccolo assassino mediocre e stupido continui a ripetere: cosa faccio, adesso cosa faccio.
    Adesso cosa fai? Apri quella cazzo di porta.

  • 11 marzo alle ore 19:22
    La vetrinetta di zio Enrico

    Come comincia: Dovremmo rispettare di più lo sguardo dei bambini. Quando un bambino guarda, sta guardando il mondo, per la prima volta. E' un intimo contatto con un fenomeno magico, incompreso interamente dai grandi: è la creazione del suo universo, che gli si propone per la prima volta. Oggetti, fisionomie, colori, suoni, travalicano il suo stupore, per annidarsi, per sempre, nel suo animo. Quante volte, da bambino, mi si diceva “non è per te, non puoi capire”, facendo in modo che io capissi in anticipo ciò che poteva andar ignorato, ancora per qualche tempo. Quella assurda nascita dei bimbi, tra le foglie di un cavolo, di chi sarà mai stata? Quella immonda favoletta ha tappato la bocca ad un'intera generazione. Altro non si poteva chiedere, se non attendendo alla pietosa cameriera di casa, a volte troppo cruda. Sono consapevole della capacità percettiva e di giudizio di un bimbo di cinque, sei anni: i miei giudizi, dati allora, sulla cerchia dei miei parenti, sono rimasti incorrotti per una vita. Zio Enrico, nella mia famiglia di impiegati, laureati, gente bene, era guardato male. Era il fratello di mia nonna paterna, Olga, famiglia romana. Zio è l'unica persona che si è salvata nella mia mente, avvolta da un mantello fantasioso, lasciando gli altri in una tenue nuvola di banalità. Aveva navigato una vita sui “vapori” dell'epoca, facendo il cameriere di prima classe. Conosceva e parlava dei porti più impensati del mondo. Ma il suo pezzo forte era il racconto del siluramento, durante la prima guerra mondiale, del suo bastimento. Era un film, che mi facevo replicare, ogni volta che lo si invitava a casa, per qualche lavoretto, di cui lui era maestro. Di quel racconto, due quadri, li ho ancora vivi: le ascelle piagate di chi si buttava a mare, per salvarsi, dall'alto del ponte, a braccia aperte; il casuale incontro, tra i flutti, col comandante, in procinto di annegare e il suo salvataggio. Gli conferirono una medaglia di bronzo, di cui era fiero. Andavamo raramente a trovarlo, il percorso in tram era lungo, Pegli, periferia di Genova. Ci veniva ad aprire in canottiera, coperto di truccioli di legno, scusandosi di aver dimenticato il preavviso della nostra visita. Aveva un laboratorio di falegnameria in casa. Mi aveva costruito i primi giocattoli. Ci attendeva un polveroso divano, tra gatti miagolanti e arruffati. Scompariva per poco, per rientrare con il suo capolavoro, zia Elvira. Un pathè di ciccia indolente, avvolta in una vestaglia cinese dai mille draghi. Un'aura di profumi accompagnava una voce languida, sonnacchiosa. Capelli bianchi, dimenticati sparsi sulla schiena. Nonna Olga faceva strane smorfie, quando si riferiva a lei, in famiglia: “presa chissà, in quale porto, losco lavoro, problemi all'utero....” Era meglio non addentrarsi troppo. “Frou-frou” e rosolio ambrato ci attendevano, offerti da una mano ingioiellata, le cui dita affusolate terminavano in unghie lunghissime e luccicanti di smalto. Io raggiungevo subito il mio posto preferito, la vetrinetta. Ancora adesso, dopo una vita, vedo quel vetro, che mi separava da un mondo di favola. Quegli oggetti da “guardare e non toccare” furono le tracce dei miei primi viaggi, sia pur di fantasia. Venivano da mondi lontani: bamboline, dai strani vestiti, uova esotiche, piume variopinte, maschere, strumenti musicali, quadrucci dai colori sgargianti, rifiniti con ali di farfalle, armi, ed altri piccoli utensili, di cui non chiedevo l'uso. Restavo così, per tutto il tempo della visita, in un incanto di sensi, rubando i profumi, che sembravano voler uscire dalle fessure della vetrinetta. Le parole degli altri erano eco lontane. Ho avuto sempre il dubbio che il mio perenne bisogno di viaggiare fosse derivato non tanto dal desiderio di conoscere il mondo, ma dal ricrearmi la vetrinetta di Zio Enrico. Come in realtà è avvenuto.

  • 10 marzo alle ore 20:58
    Liliaceae

    Come comincia: E' paradossale pensare che ci si annoia più da vivi che da morti, sfuggire alla morte è roba da giovani, poi col tempo si impara a fuggire dai desideri. Quando si basta a se stessi niente è più abbastanza, miliardi di secondi per ricreare quel punto privo di difetti e di bellezza. Un futuro privo di significato vale solo per il bambino che gioca, un cuore morto di fame ambisce a sfamarsi di sonno, si può vivere di mancanza e la mancanza può aiutare a farti sentire vivo, l'isola destinata a non divenire arcipelago ha sempre un punto di attracco protetto e protettivo. Nessuno ti ha mai detto che l'anno finisce ad Agosto, che il solstizio è una rendita ad usufrutto, che siamo il sogno di chi dorme ad occhi aperti, che piuttosto di ammettere una verità scriviamo una poesia. Incespicare in una persona buona, ecco cosa ci frega, che di persone giuste è vuoto il mondo e la giustizia non sempre è verità. Come può meravigliarti, ora, che per capire chi sei devi sfuggirti e per capire gli altri devi fuggire da loro ? Forse siamo solo l'ombra di una aspidistra.