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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Mi chiamo Marco, ho quasi quarant’anni e questa è la mia storia: sono il più coraggioso dei vigliacchi.
    Molti ci chiamano “vigliacchi”, molti altri “ingabbiati salariali”, io la penso diversamente! Siamo piccoli eroi sconosciuti, vittime sacrificali del profitto cieco e cattivo.
    Il primo giorno in fabbrica lo ricordo ancora come fosse oggi. La sveglia alle cinque, il primo bus direzione zona industriale, l’arrivo in portineria.
    Il primo caffè operaio non lo scorderò mai!
    Marcando il mio tesserino nuovo di zecca entrai in stabilimento. Ero dentro, ed era strano per me perché lo avevo sempre visto solo da fuori lo stabilimento, di passaggio in superstrada; quelle gru gialle, quelle ciminiere, quei fumi maleodoranti, quel color rosso tutto intorno.
    Ora ero dentro.
    Ricordo il disorientamento. Pensavo fosse molto più facile invece non lo era, l’entrare in fabbrica era solo l’inizio.
    Sembrava una vera città con tanto di fermate dei bus. Ognuno con destinazioni diverse, quelli che andavano in zona altiforni, quelli giù al porto, quelli alle cokerie e così via: non potevo permettermi di sbagliare! Mi sarei perso il primo giorno in quella città d’acciaio.
    E secondo voi cosa feci?
    Sbagliai autobus. Ecco cosa.
    Mi ritrovai sotto a un reparto che non era il mio, e spaesato come un italiano il primo giorno ad Amsterdam iniziai a vagare alla ricerca del mio reparto.
    Lo trovai due ore dopo.
    Mi presentai in ufficio e da lì mi accompagnarono in uno spogliatoio fatiscente. Mi cambiai con calma, lo spogliatoio distava solo un paio di decine di metri dal mio reparto.
    Quando fui sotto la scala che portava sul reparto mi fermai a riflettere. Mi guardavo intorno pensando solo a quante volte nella mia vita avrei usato quelle scale per salire e scendere dal reparto.
    Respirai forte e iniziai a salire. Quando fui sopra percorsi un piccolo corridoio con muri di cemento armato e alla fine mi affacciai su Marte, ragazzi!
     Sì, il paesaggio era spettrale, spaventoso, inquietante. Ricordo tanto fumo e due fiumiciattoli in cui scorreva un magma rosso abbagliante: Era ghisa. Ero sul campo di colata di uno dei cinque altiforni dello stabilimento siderurgico più grande e inquinante d’Europa.
    Restai impietrito. Venivo da una vita sregolata, fatta d’alcool e divertimento, di locali e bevute, di poesie, scritture e libri, ed ora invece stavo su di un altoforno spaventoso.
    Avrei lavorato lì? E per quanto tempo?
    Avrei resistito a quel tipo di vita totalmente nuovo?
    Mi risposi di no e respirai profondamente quell’aria malsana continuando a ripetere a me stesso che non avrei resistito più di qualche mese lì dentro. Non di più! Assolutamente non di più.
    Mentre rientravo in ufficio per farmi spiegare dal capo reparto cosa avrei dovuto fare, passai  di fianco ad un gruppetto di operai che mi guardavano mentre ridevano di gusto, e nel mezzo di quel rumore assordante riuscii a captare solo una frase che mi rimase impressa nella testa
     «Ah opera’, benvenuto all’inferno!»
    Quella frase mi fece gelare il sangue nelle vene. Pensai che la mia assunzione sarebbe stata anche la mia ossessione. Il mio incubo. La mia condanna.
    Erano invece passati dieci anni da quel giorno.
    Ero ancora lì. Ero un operaio ormai anziano. Molto era cambiato in quel tempo, tanto altro invece no. Dieci anni di stabilimento, forse due o tre morti all’anno, per non parlare della gente che si ammalava di cancro o di quanti parenti di miei colleghi erano morti di tumore in tutto quel tempo. Mi ero assuefatto a tutto ormai!
    Mi ero sposato, avevo una figlia, uscivo raramente: La metamorfosi era completa! Mi ero trasformato completamente. Avevo per un lungo periodo abbandonato anche la scrittura, i sogni, le speranze: la mia vita.
    Avevo sigillato quel cassetto pieno di sogni, per far spazio ad una vita senza più stimoli, fino ad una notte ben precisa. Fino alla notte del otto gennaio del duemiladieci , la notte più drammatica e assurda della mia vita operaia.
    Fu la notte in cui tutto mutò completamente. Fu la notte in cui si suicidò un mio caro collega. Fu la notte in cui presi la decisione di riprendermi la mia vita, la mia dignità, la mia penna, il mio futuro. Fu la notte in cui decisi di diventare il più coraggioso dei vigliacchi.
    Avrei usato la mia penna affinché tutti sapessero cosa succedeva lì dentro, come si lavorava lì, in che condizioni e come si moriva in quella fabbrica e in quella città.
    Salvo si era lanciato dal quarto piano del reparto, era atterrato fisicamente sull’asfalto scuro e la sua anima invece si era levata in cielo per sempre.
    Il suo gesto estremo mi sconvolse e mi spinse a rivedere totalmente la mia vita.
    Non si poteva morire cosi, non ci si poteva annientare per il vile profitto. Eravamo infetti dentro! Dovevamo tutti cambiare lo stato delle cose. Non potevamo più rimanere fermi, inermi, a guardarci morire l’un l’altro senza che nessuno potesse invertire quella rotta avvelenata.
    La decisione era presa, da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata: per me, per mia figlia, per Salvo e per tutti i colleghi volati via troppo presto.
     
    Quella sera, lo ricordo ancora, ero steso sul divano ad ascoltare musica e a non far nulla. Erano da poco passate le feste natalizie e il paese aveva ripreso tutto d'un tratto la sua solita routine invernale; poca gente in giro e noia mortale.
    Continuavo a chiedermi se andare o no a lavoro di notte. Ero in ferie, ma non avendo nulla da fare e sapendo di averne ben poche di ferie, l'idea di poter risparmiare anche un solo giorno del mio diritto a riposare, o di qualche spicciolo in più in un eventuale liquidazione, beh, di certo mi allettava parecchio. Inoltre sapevo di essere in esubero lì dentro. Ero un o dei tanti. Una formica tra migliaia di formiche. Non altro che un numero. Un niente!
    Sì, mi attraeva davvero quel pensiero, ma sentivo uno strano sapore in bocca, quel sapore che non riesci a decifrare.
    Mi sentivo strano, apatico.
    Comunque decisi di andare a lavoro. Mi vestii in fretta e presi il bus al volo.
    Il solito tragitto, la solita musica negli auricolari, la solita portineria e il solito spogliatoio freddo d'inverno e caldo d'estate. E  Lì dentro le solite grida di colleghi patiti del calcio, altri che cantavano chissà cosa, chi parlava ancora di quanto avesse mangiato durante le feste, e io seduto, lentamente mi cambiavo.
    «Cazzo ci facevo lì?» pensai.
    Sarei potuto restare sul divano a non far nulla, invece mi ritrovavo lì, annoiato e ancora con quella strana sensazione amara in bocca e nell'anima.
    Comunque ero in cabina, dopo il classico caffè moka operaia, dato che ero in più, decisi di fare un giro di controllo con un paio di colleghi.
    Quella notte era fredda, buia, ricordo che nel cielo non si vedeva una stella, e i fumi e i vapori dello stabilimento rendevano il cielo a strisce nere e macchie rosse.
    Lo spettacolo non era dei migliori, ma d'altronde, quando mai lì dentro lo era? Quando mai lì dentro ci poteva essere qualcosa di veramente bello?
    Mai!
    Eravamo in una cabina elettrica a riscaldarci un pochino e a fumare una sigaretta in relax, quando ad un tratto l'interfono sul muro iniziò a chiamare noi, in modo assillante.
    Il collega che rispose, subito dopo qualche istante di conversazione sbiancò in viso. Diventò grigio fumo. Il suo volto si tramutò e la sua voce diventò sempre più fioca e balbettante.
    Riagganciò, e senza proferir parola si sedette su una tanica di olio.  Noi lo guardavamo, lui era muto, pallido; alzò lo sguardo lentamente e con un filo di voce ci consigliò di sederci.
    Lo facemmo.
    «Salvo è morto» disse.
    Diventammo pallidi come il volto di un morto.
    Non sapevamo che dire. Non ci sta mai niente da dire in certe situazioni. Si può solamente restare immobili, sentendo denso fumo nella testa, e un tremendo senso di torpore che paralizza le gambe.
    «Salvo è morto» riprese, fissandoci come se stesse guardando il volto della morte  «Dicono che non si sa come. Si dice sia caduto. Dicono si sia lanciato nel vuoto. Non si capisce! Non si capisce. Dio, non si capisce!
    Nessuno parlava. Non poteva essere. Era un errore, pensai. Forse era un incubo. Sì, forse non avevo neanche mai messo piede in quel posto.
    Ma ero proprio io a trovarmi lì!
    E Salvo?
    Non poteva essere che un errore di persona. Assolutamente! Lui non era di turno, cazzo! Non era lui. Non poteva essere lui.
    Poi razionalizzai. Feci mente locale; mi sbagliavo! Lui era di turno, ero io che sarei dovuto restare a casa. Ero io che avevo il giorno di ferie, non lui.
    Mi alzai di scatto e mettendo l'elmetto al volo in testa, con gli occhi pieni di pianto mi catapultai in pochissimo tempo in cabina comando.
    Fu una corsa veloce, di quelle che ti tolgono il respiro, di quelle che quando ti fermi devi chinarti, poggiare le mani sulle gambe e respirare profondamente per qualche minuto.
    La cabina era piena di gente, ma era come vuota, muta. Nessuno riusciva a parlare. Vedevo solo abbracci fraterni e lacrime rosse color minerale. Vedevo solo la tragedia sui nostri volti. Vedevo solamente tragedia!
    Salvo era morto, ci aveva lasciato sul suo odiato posto di lavoro.
    Aveva chiesto d'esser spostato. Non riusciva a digerire quella mansione. Ma niente di niente capace di dargli una speranza! Una sola speranza di lasciare quella gabbia, quell’inferno: quel suo inferno.
    Non aveva ricevuto che risposte negative e i soliti “poi si vedrà”.
    Ed adesso, cosa?
    Adesso niente! Non avremmo mai più rivisto Salvo. Non avremmo mai più rivisto quell'omone grande e grosso. Quell'omone sempre felice e sorridente aveva deciso di togliere il disturbo. Aveva deciso di non sorridere più.
    Forse non riusciva proprio più a sorridere!
    Salvo, che anche nei peggiori momenti sapeva con una battuta strapparti un sorriso, si era davvero tolto la vita.
    Salvo era venuto a lavoro, normalmente, come tutte le sere, però a differenza delle altre volte era strano, silenzioso. Nel bus che dallo spogliatoio ci portava ai vari reparti non aveva parlato, se non per rispondere con educazione a qualche saluto. Poi era andato alla sua postazione, aveva svuotato accuratamente il suo armadietto, aveva scritto minuziosamente le consegne.
    Era preciso, Salvo aveva chiamato il collega smontante per farlo rientrare e aveva avvisato sul reparto di chiamare l'ambulanza perché non si sentiva bene, ed invece uscendo dalla sua postazione solitaria fece quattro rampe di scale e sotto gli occhi di alcuni colleghi prese la rincorsa e...
    …e il buio fu su di lui, su di noi, Salvo ci aveva lasciato, era volato in cielo schiacciato dalla pesantezza di una fabbrica frantuma-sogni, distruttrice di realtà, di vite, di famiglie.
    Il mostro aveva fatto l'ennesima vittima. Salvo era l'ennesima vittima!
    Non era forse infortunio sul lavoro? Non era una morte bianca?
    Sì, per me lo era. Per me non cambiava poi molto: c'è chi muore per impianti mal funzionanti e c'è chi muore per gestioni del personale senza cuore, senza un minimo segno di umanità e di rispetto reciproco.
    In quella fabbrica c'era chi comandava e chi doveva essere comandato. La gente moriva, e la gente continuava a morire così, per un posto di lavoro amato e odiato.
    Salvo in quella notte di acciaio e sangue ci aveva lasciato, ma in realtà ci aveva spronato, avvisato, messi in guardia. Perché lui era così: buono e premuroso.
    In quella notte d'acciaio e sangue il mio modo di vedere le cose mutò radicalmente. Continuavamo a perdere colleghi e amici. Lì dentro si era come fratelli dopo qualche anno, e sentire una mancanza così non era normale. Era come perdere un fratello. Come se mi avessero amputato una parte del corpo.
    E quale parte del mio corpo era Salvo? Forse il cuore?
    «Basta, basta! Basta!» esclamai. Incazzato. Sofferente. Distrutto. Annientato.
    Come non si poteva odiare gente che non si rattristava, non si fermava neanche vedendo un telo bianco con sotto un nostro fratello?
    Maledetto fatturato! Maledetti soldi color del sangue. Maledette le nostre matricole! La nostra sola identità in quel dannato inferno di metallo.
    Poi tornai a casa, almeno credo: una parte di me era rimasta lì. Una parte di me era morta assieme a Salvo.
    Sì, ero tornato a casa, ero a letto e piangevo. Dopo una notte di pianti continuavo a piangere per il mio amico e collega e per tutti gli altri morti lì dentro; per i malati lì fuori, per quelli che sarebbero ancora morti e per coloro che si sarebbero ammalati per colpa di quella fabbrica assassina. Quella dannata fabbrica che ci stava succhiando via la vita, e solamente in cambio di briciole di pane che ci permettevano di sopravvivere.
    A chi sarebbe toccato ora? Chi sarebbe stato il prossimo?
    Salvo aveva sì chiesto aiuto: il loro aiuto! E quelli non lo avevano ascoltato. Quelli non avevano voluto ascoltarlo! Quelli non lo vedevano neanche a Salvo, come non vedevano me. No, erano colpevoli. Sì, erano solo dei boia legalizzati, questo erano, sono e saranno sempre.
    Ma io avevo deciso! Ci avrei messo la faccia, mi sarei esposto a favore della città, degli operai e della gente che continuava ad ammalarsi e morire. A favore degli operai che entravano in fabbrica per lavorare e che non ne uscivano più.
    Lo avrei fatto con l’unica arma a mia disposizione, la penna. Il mio cuore, la mia anima, la mia vita.
    Mi addormentai, credo.
    Dopo Salvo, erano morti tanti altri giovani dentro e fuori quella fabbrica che io definivo “Mostro”.
    Erano passati altri sei anni da quella notte e avevo visto tanta altra gente morire. Molti ci chiamavano “ingabbiati salariali” o ancora “vigliacchi”, io invece mi sentivo il più coraggioso dei vigliacchi e mai nessuno avrebbe fermato la mia personalissima lotta contro il mostro; solamente la morte lo avrebbe potuto fare. Solo la morte!
    Continuai a girare l’Italia e l’Europa cercando di far capire cosa subivano gli operai di quella fabbrica e i cittadini della città affacciata su di essa.
    Morte, malattie, infortuni, inquinamento e zero diritti, zero dignità.
    Eravamo presi a schiaffi ogni giorno tutti, e questo non andava bene, no, non andava affatto bene!
    Era il momento in cui i vigliacchi avrebbero dovuto far sentire ancor più forte la loro voce, il loro grido di dolore. Il momento in cui i condannati a morte sarebbero usciti finalmente fuori da quel dannato cumulo di macerie.

  • 3 ore fa e 5 minuti fa
    Io sono Tamer

    Come comincia: Il buio che ci circonda è quasi meno spaventoso del freddo.
      Questo freddo è insopportabile, e con la maglia e i pantaloni bagnati da acqua e gasolio lo è ancora di più. Ti entra nelle ossa, lo senti addosso come senti addosso tutto il peso di un lungo e brutto viaggio.
      Il barcone è affollato ma il silenzio che mi spaventa mi fa sentire solo. Sono solo in questa notte interminabile, in un barcone pieno di gente.
      Io sono Tamer Nasser e ho vent’anni. Sono siriano palestinese sì, ho solo vent’anni e sono in viaggio verso la salvezza.
      Credo, così mi hanno riferito in Libia, che sbarcheremo a Lampedusa.
    Sono seduto su una trave di legno che funge da sedile, più o meno a metà dell’imbarcazione.
      Riavvolgo nella mente tutta la mia giovane vita, mentre il rumore del motore è lì a ricordarmi che sono ancora vivo.
    Sono nato a Betlemme, in Palestina, sono il secondo di quattro figli. Mio padre si chiama Ibrahim ed è un falegname. Mia madre Maryam è la regina della casa, poi ci sono mio fratello più grande Khaled e i miei fratelli più piccoli, Saled e Zahra.
    No, loro non sono con me su questo barcone freddo che puzza di gasolio e crea terrore. Loro non ci sono, sono solo, loro non ci sono più, loro non ci sono più già da parecchio. Sono solo, e da solo cerco di portare in salvo l’ultimo Nasser di Betlemme in vita.
      Mentre il silenzio aumenta e la notte è ancor più buia, io riavvolgo il mio passato e lo lascio cadere in acqua come fosse un testamento.
    Ricordo quando abitavo a Betlemme. Ero piccolo, piccolissimo, però rammento bene quel periodo, in particolare quando io e Khaled giocavamo seduti subito fuori la falegnameria di papà. Ricordo che la mamma era in attesa di Saled. Ricordo che era bello giocare lì seduti guardando papà lavorare il legno, trasformarlo. Facevamo finta di essere i suoi assistenti, ogni tanto lo eravamo davvero. Lui ci chiamava e, tenendo la sua mano sulla nostra, ci faceva tagliare il legno con la sega, uno alla volta. Poi ci abbracciava e ci diceva – Bravi, vedete è facile, ma dovete fare attenzione, la lama è pericolosa e in un niente si rischia di perdere una mano.
    E poi sorrideva, di un sorriso bello, bellissimo. Lo ricordo bene, ero piccolo ma ho ancora bene impresso nella memoria il sorriso di mio padre Ibrahim, come se mi sorridesse ora.
      Mi giro come a cercarlo ma non c’è. Non c’è lui né Khaled. Sono solo io, il mare e la notte.
      Rammento però che quel periodo felice non durò poi molto. Ricordo le sirene cha annunciavano un raid aereo, mio padre che urlava di entrare. Ricordo le bombe.
     Un giorno papà con le lacrime agli occhi ci disse che da lì a poco saremmo dovuti andar via da Betlemme. Ci saremmo trasferiti a Damasco, in Siria. Lì sarebbe stato tutto più facile, meno pericoloso per noi.
     
    Mi addormentai.
      Quando mi svegliai il silenzio era stato sostituito da un vociare forte, ed in mezzo a tutto quello schiamazzo si distinguevano due lamenti.  Uno era il pianto di un neonato, si riconosceva bene, l’altro era quello di una donna, presumibilmente la madre.
      Non riuscivo a vedere, c’era troppa gente tra me e il punto da cui provenivano i lamenti. Cercai d’alzarmi, il mio cono visivo era oscurato dalla ressa, ma le mie gambe erano addormentate e ricascai come un sacco sulla trave di legno. Mentre mi tiravo pugni sugli arti inferiori cominciai a sentire il formicolio del sangue e dopo qualche minuto riprovai a mettermi in piedi. Facendomi largo tra la folla riuscii ad avvicinarmi e vidi quel fagotto tra le braccia della madre.
      Era nato un bambino, era nato nel mediterraneo, su di una lurida barca piena di disperati, era nato tra le onde di un mare buio, senza stelle né luna, era nato al freddo e tutti si abbracciavano e piangevano di felicità. Rimasi colpito da quella immagine e iniziai a pensare a quando vidi nascere Zahra a Damasco. La mia sorellina, la principessa di casa Nasser.
      Piansi anche io.
    Tornai al mio posto, lo scafista ci urlava di stare seduti, di non muoverci, che ci avrebbe buttato in acqua e lasciati affogare lì se non ci fossimo seduti immediatamente. Saremmo diventati mangime per pesci, diceva.
    Me ne stavo seduto e continuavo a pensare a Zahra e a Saled, i miei fratelli, all’ultima volta che li vidi, che li salutai, inconsapevole che non li avrei mai più rivisti.
    Zahra era più piccola di Saled di undici mesi: dopo il parto mia madre Maryam rimase quasi subito incinta. I miei genitori si amavano tanto. In quell’orrore fatto di bombe e attentati il loro amore non aveva perso di intensità, anzi, si era rafforzato ancor di più.
    Quel giorno mia madre rattoppava la giacca a Zahra. Mio fratello più piccolo mi si avvicinò salutandomi come facevamo sempre: mi porse il suo pugno chiuso e io feci altrettanto.
    -  A dopo fratello! - esclamammo all’unisono, pugno contro pugno.
    Poi baciai la principessa e subito dopo mia madre annunciò risoluta – Vai a chiamare subito Khaled e correte a scuola. Ci vediamo dopo per il pranzo.
    Mentre mi incamminavo verso la camera di mio fratello disse ancora – Tamer vi voglio bene. Accompagno i bambini a scuola e, se ce la faccio, vado a comprare gli aquiloni per tutti e quattro.
    Sorrisi, lei sorrise, e andò via chiudendosi la porta di casa dietro le spalle.
    Non li rividi più.
    Qualche ora dopo ero in classe, raccontavo al mio compagno di banco che mia madre avrebbe comprato quattro aquiloni e che nel pomeriggio, se avesse voluto, sarebbe potuto venire a farli volare con noi. Ci avrebbe trovati nella via non asfaltata alle spalle della falegnameria. Mentre parlavo mi sentii chiamare. Era il bidello.
    -  Tamer , Tamer! Tamer seguimi per favore – esclamò.
    - perché?- gli domandai.
    - Tamer, seguimi. C’è tuo padre, ha già preso tuo fratello Khaled, dovete andare a casa.
    - Ma perché? Perché devo andare via da scuola, sono appena arrivato – lamentai. Mi piaceva andare a scuola.
    -Tamer , seguimi - ribadì il bidello con le lacrime agli occhi.
    Quando arrivai nel corridoio vidi mio padre Ibrahim abbracciato a Khaled. Piangevano entrambi. Corsi da loro, mio padre si piegò sulle ginocchia, aprì le braccia e mi accolse al suo petto.
    Non capivo.
    - Tamer - disse, - Tamer sei grande ormai, devi essere forte.
    - Che succede? - domandai.
    - Tamer,  figlio mio, Tamer… la mamma, la mamma…
    - Cosa ha la mamma papà? Cosa?
    - La mamma non c’è più, e neanche Zahra e Saled.
      Restai impietrito, ogni muscolo del mio corpo si irrigidì. Restai fermo, immobile. Avevo capito, non era poi così difficile capire. Eravamo abituati alla morte noi siriano palestinesi, ma mai, fino a quel momento, mi aveva toccato così da vicino.
      Ci abbracciammo forte, io papà e Kaled. Non so per quanto, tanto, troppo tempo. Ricordo solo che iniziai a riconnettermi con l’esterno dopo parecchie ore, nel silenzio della mia camera, seduto su una sedia a guardare il muro celeste che si vedeva oltre la mia finestra.
      Mia madre, mia sorella e mio fratello erano morti sul cancello della scuola. Erano appena arrivati, mi dissero in seguito. Mi raccontarono anche che c’era stato un raid aereo, e che insieme a loro erano morte altre centoventuno persone tra bambini, genitori e insegnanti. La scuola era andata distrutta.
    Quel giorno per me fu come un terremoto, un terremoto emotivo, che cambiò irrimediabilmente il mio modo di vedere la vita, di affrontarla.
    Il giorno del funerale di mamma, di Saled e Zahra, comprammo tre aquiloni e li lasciammo volare nel cielo limpido di una Damasco ferita a morte.
     
    Ero su quel barcone già da due giorni e due notti; alcuni non erano riusciti a resistere al freddo e alla fame ed erano morti. Anche io ero allo stremo delle forze ma volevo resistere. Avevo solo vent’anni, pensavo, dovevo arrivare in Italia, dovevo farlo per i miei parenti, per la mia terra. Il mio sogno di diventare pediatra, studiare medicina, far nascere il futuro in Siria doveva avverarsi.
      In quei due giorni e due notti avevo visto nascere e morire un bambino. Gli scafisti avevano buttato in acqua madre e figlio. Avrebbero creato problemi, dicevano, e la stessa sorte era toccata ai più deboli.
      In quei due giorni avevo assistito, come se non lo avessi già fatto negli anni precedenti, a tutta la malvagità e la cattiveria che si può celare nell’animo umano.
      Ero arrivato su quel barcone dopo un lungo viaggio a piedi che mi aveva portato da Aleppo fino in Libia, da dove ero partito subito dopo la morte di mio padre e di Khaled. Non avevo retto all’ennesimo lutto. Non potevo restare più in Siria, dovevo riuscire a salvare l’ultimo della famiglia Nasser, diventare medico e tornare nella mia terra liberata.
    Mio fratello Khaled era cresciuto e la sua fidanzata doveva partorire, sarebbe dovuto nascere un altro Nasser, il mio primo nipote. Mio padre accompagnò Khaled e la compagna nell’ultimo ospedale ancora in piedi in Siria, ad Aleppo. Ma lì quel giorno il destino aveva deciso altro: non sarebbe nato nessun altro Nasser. Un raid aereo mise fine alla vita di mio padre, mio fratello, mia cognata e mio nipote, ed insieme a loro l’ultimo pediatra d’Aleppo e altre trecento persone.
      Lo venni a sapere dai Tg. Nemmeno una chiamata, nulla, niente. Lo seppi dal telegiornale delle tredici mentre preparavo il pranzo in attesa della telefonata che mi avrebbe annunciato la nascita del primo nipote.
      Dopo i funerali fuggii. Scappai via dalla Siria a piedi, veloce, piangendo i miei cari, senza sentire fatica. La fatica era nulla rispetto alla tragedia che mi lasciavo alle spalle.
    Mi asciugai le lacrime con la maglia bagnata. La notte su quella barca si era fatta ancora più fredda ed io ormai ero allo stremo delle forze. Mi alzai, e appoggiato al bordo della barca iniziai a guardare lontano. Vidi delle luci piccole piccole.
    – Terra, terraaaa – gridai, e tutti cominciarono ad alzarsi in piedi.
    - L’Italia, l’Italiaaa, Lampedusaaa – urlavano in coro.
     La barca però, sospinta dalle onde perché il carburante era finito, diventò sempre più instabile e, a causa del peso della gente e del movimento del mare mosso, cominciò a ondeggiare sempre più.
    - Fermi, sedutii- berciavano gli scafisti – fermiii!
     Poi ci fu appena il tempo di capire che ci stavamo capovolgendo, che fummo tutti in acqua, al buio, al freddo, stremati. Le luci erano troppo lontane per essere raggiunte. Troppo, troppo lontane.
    Solo il rumore e la luce degli elicotteri che volavano da qualche minuto sopra di noi riuscirono a non farmi cedere. Mi mantenevo a stento ad un remo, sperando e aspettando che qualcuno ci tirasse fuori.
      Ma ero debole, le forze iniziavano ad abbandonarmi. Non sentivo più le gambe e le braccia, erano come tronchi.
    - State calmi, state calmi, arriva la marina - gridava l’altoparlante – State calmi, state calmi, arriva la marina.
    Lo capivo perché avevo imparato l’italiano per poter studiare, un giorno, medicina in Italia e far nascere bambini in Siria.
    - Sarò il dottor Nasser- pensavo mentre ero in acqua – sarò il dottor Nasser.
      Ma le forze di colpo mi abbandonarono E il remo si allontanò da me. Provai a riprenderlo ma nulla, era ormai troppo lontano.
    - Sto morendo, sto morendooo - gridai forte
    - Sto morendo, sto morendo - pensai piangendo.
      Poi mi calmai. Stranamente ero sereno, e con gli occhi che entravano e uscivano dall’acqua vedevo le luci sempre più lontane, sempre più piccole, e il rumore dell’elicottero sempre più debole, sempre più basso.
      Andavo alla deriva e intorno a me vinceva il buio.
    - Lampedusa, Lampedusa – mormorai, e iniziai a scendere giù in un mare nero petrolio.
     Ero sereno mentre annegavo. Pensavo che finalmente avrei rivisto mio padre, mia madre, i miei tre fratelli e mia cognata, che mi avrebbe fatto conoscere il mio primo nipote, il più piccolo dei Nasser.
      Ero felice mentre affogavo in quel mediterraneo buio e freddo, a poca distanza da Lampedusa.
    Gli aquiloni, pensai mentre scendevo sempre più giù, li avremmo fatti volare insieme. Tutti insieme.
    Nella via non asfaltata dietro la falegnameria, a Damasco. Tutti insieme, liberi, liberi e felici! D’un tratto, li vidi venirmi incontro. Mia madre, mio padre e i miei fratelli!
    - Gli aquiloni, gli aquiloni – esclamai. E diventai mare.
    Sono Tamer Nasser, ho vent’anni e sono morto nel mediterraneo.

  • venerdì alle ore 14:59
    L'ULTIMO NATALE (Seconda parte)

    Come comincia: Laura, appena in autostrada, si fermò per telefonare a sua madre.
    "Ciao mamma. Sto andando alla casa di riposo dalla zia. Trascorrerò il pomeriggio con lei e poi rientrerò. Non vado più in montagna."
    Sua madre le disse che loro sarebbero tornati in tempo per pranzare tutti insieme a capodanno.
    Riprese il viaggio e si mise a pensare quanto fosse stata bene insieme a Gloria. Si rese conto che sentiva desiderio di famiglia. E se fosse tornata a vivere insieme ai genitori? La casa era abbastanza grande per tutti, e lei non aveva più quella frenesia di libertà e indipendenza per cui era andata a vivere da sola. Non era neppure più fidanzata, e comunque doveva ammettere che si sentiva sola quando rientrava alla sera. Magari avrebbe tenuto il suo appartamento, e, quando avesse sentito necessità di solitudine, avrebbe potuto rifugiarsi lì.
    Nei giorni che seguirono Laura rimase sotto l'effetto benefico del Natale appena trascorso. Era calma, allegra, ben disposta verso tutti e anche verso se stessa. Decise di impiegare il tempo libero anche per comperarsi un abito elegante che da tempo aveva notato esposto in una vetrina, anche se non sapeva ancora come avrebbe trascorso la notte di fine anno. Pensava molto a Gloria: non avrebbe lasciato trascorrere troppo tempo prima di tornare a trovarla.
    Fu la mattina del 31 dicembre che il suo telefono cellulare suonò: erano le dieci.
    "Buongiorno, la signora Laura?"
    "Sì, sono io. Lei chi è?"
    "Sono Annamaria, l'amica di Gloria. Stavo mettendo in ordine e ho visto il suo numero. Gloria non aveva contatti con nessuno, perciò mi è sembrato strano e ho pensato di chiamare."
    "Aveva?" Laura sentì che il cuore le pulsava in gola.
    "Sono tornata la mattina del 27. Gloria era ancora a letto. Ho cercato di svegliarla. Sembrava che dormisse."
    "Vengo lì, vengo lì subito."
    Partì immediatamente. Non riusciva a credere che Gloria non ci fosse più. Quanti avvenimenti in pochi giorni! Il dolore le toglieva il respiro. Ripensava ai momenti che avevano diviso, momenti bellissimi, sereni, in cui lei aveva assorbito tutto ciò che solo una persona molto speciale è in grado di trasmettere. Pensava anche che avrebbero dovuto essere insieme, e invece era partita, e Gloria era morta da sola. Non si perdonava nulla, ma in realtà non aveva alcuna colpa.
    Quando finalmente arrivò pregò Annamaria che la accompagnasse al cimitero  prima ancora di entrare in casa. Lei si prestò subito, con molta gentilezza e cercando di raccontare come erano andate le cose, ma Laura non riusciva ad ascoltarla.
    "Venga a casa signorina, ha viaggiato, deve riposarsi un po'."
    "Sì, se non le spiace, mi fermo volentieri un paio d'ore."
    Annamaria la accompagnò a casa.
    "Ci vediamo più tardi, devo ancora sbrigare delle formalità."
    Laura si sedette in poltrona nel salotto fissando il vuoto. Come era tutto diverso senza Gloria. Come avrebbe voluto vederla seduta di fronte a lei come la notte di Natale quando le luci intermittenti dell'albero illuminavano a tratti il suo viso. Più ci pensava, e più si convinceva che il luccichio che aveva visto negli occhi di lei erano lacrime. Si guardò attorno cercando di memorizzare il più possibile un ambiente che non avrebbe rivisto mai più. L'orologio a parete continuava a diffondere il suo tic tac ignaro di scandire un tempo che per Gloria ormai era finito. In un angolo del salotto c'era uno scrittoio. Laura notò che era aperto e col piano abbassato. Si avvicinò e vide un quaderno spesso con la copertina di pelle, lo prese in mano e il quaderno subito si aprì all'ultima pagina scritta. La penna era ancora appoggiata lì, fra un foglio e l'altro. Era una pagina di diario e Gloria l'aveva scritta il giorno di Santo Stefano, dopo la partenza di Laura.
    "Finalmente la vita mi ha regalato un vero Natale. Non l'avrei mai immaginato. Ho trascorso il Natale con mia nipote Laura e ho potuto fare gli auguri, anche se solo per telefono, a mia figlia. Almeno ho risentito la sua voce. Sono piena di felicità. In questi giorni con Laura ci sono stati momenti di grande intimità in cui mi è stato difficile resistere alla tentazione di rivelarle chi sono io per lei, ma il buon Dio mi ha tenuto la mano sulla testa ed anche questa volta sono riuscita a far prevalere il buon senso. Spero che avrò sempre la forza di tacere. La cosa più importante è sempre stata la loro serenità e lo sarà sempre."
    Subito Laura non capì, ebbe solo la consapevolezza che quella pagina le stava svelando una verità sconvolgente. Rilesse soffermandosi su ogni parola. Gloria era la madre di sua madre? Quindi lei aveva trascorso il Natale con sua nonna? Lasciò che il quaderno le cadesse in grembo e cercò di dominare il tremore delle mani, ma era impossibile. Provò a pensare. Sua madre non aveva mai nascosto a nessuno di essere stata adottata, anzi da ragazza aveva anche tentato di sapere qualcosa  della sua vera mamma, ma non era riuscita a scoprire nulla e si era rassegnata. Se Gloria era abituata a scrivere il diario sicuramente ce n'erano  altri. Laura si alzò, andò a cercare nella libreria e li vide: quattro quaderni identici a quello che aveva in mano, spessi e con la copertina di pelle scura. Allora capì che la vita di Gloria era tutta lì, in quelle pagine scritte con una calligrafia piccola e minuziosa, quasi impersonale, tanto in contrasto con le incredibili vicende che descriveva.
    Così Laura lesse di una giovanissima Gloria innamorata di un ragazzo che si chiamava Edoardo, morto all'improvviso. Lesse dell'emozione di Gloria nell'accorgersi di essere in attesa di un bambino, ma anche della vergogna dei genitori di lei che l'avevano obbligata a vivere la gravidanza in solitudine, lontano da casa e dal paese, e poi a rinunciare alla piccola che era nata. Lesse anche che  tempo dopo, quando Gloria era diventata più adulta e si era finalmente sottratta al giogo della madre, era andata a cercare la sua bambina scoprendo che era già stata adottata. Gloria si era disperata e tramite conoscenze era riuscita a sapere dove viveva e chi l'aveva adottata. Quando finalmente l'aveva vista, felice con i suoi genitori che l'amavano, lei aveva deciso di rimanere nell'ombra per non rovinare la serenità di quella famiglia. Si era dedicata all'insegnamento trasformando il suo enorme dolore in un grande amore che esprimeva facendo di ogni bambino che le veniva affidato, il suo bambino. Non si era più sposata nè innamorata.
    Laura divorava le parole di quei diari. Tutte le tappe più importanti della sua vita, della vita di sua madre, erano ricordate e descritte in quelle pagine. C'era anche una fotografia di Gloria ed Edoardo: il viso di lui appoggiato a quello di lei, e dietro la fotografia una dedica: "Per sempre. Edoardo e Gloria". C'era una fotografia dei suoi genitori e una di sua madre piccola, e poi una sua, scattata durante una recita scolastica.
    Laura non riusciva a controllare i suoi sentimenti. Non sapeva se essere arrabbiata oppure commossa. Ma perchè Gloria non aveva parlato! Ormai lei era una ragazza e sua madre una donna più che adulta. Non avrebbe sconvolto nessuna di loro due sapere la verità. O forse sì? E quando era stata la sua maestra? Tutte le volte in quei cinque anni di elementari che aveva incontrato sua madre senza poterle dire "Tu sei mia figlia"? Quanto sacrificio e quanta sofferenza da sopportare in solitudine. Doversi ridurre a spiare, quasi, la loro vita, tenendo tutto dentro di sè. Sentì che le lacrime le scendevano lungo il viso, le salavano le labbra per poi andare a posarsi su quelle pagine di diario. Cominciò a chiedersi se tutti i fatti degli ultimi giorni non fossero stati parte di un disegno a lei incomprensibile: l'errore in autostrada e poi l'idea improvvisa di quella visita dopo vent'anni, e il desiderio così impellente di fermarsi in quella casa a Natale, e poi purtroppo tutto il resto.
    Quando Annamaria rientrò Laura le chiese se poteva portare con sè i diari di Gloria. Presero il tè insieme.
    "Non resterò qui da sola in questa grande casa. Andrò a vivere accanto ai miei figli."
    Laura ascoltò lo sfogo di Annamaria rendendosi conto che anche lei stava soffrendo e non aveva ricevuto attenzione. Cercò di consolarla, e quando fu il momento di partire, si promisero di tenersi in contatto.
    Durante il viaggio di ritorno si rese conto quasi all'improvviso che non aveva ancora pensato a sua madre. Avrebbe dovuto raccontarle la verità tenendo conto della grande emozione che avrebbe suscitato in lei. Pensava quale potesse essere il modo migliore. Ma c'era un modo migliore? 
    Era l'ultimo giorno dell'anno e la segreteria del suo telefono cellulare aveva registrato diversi messaggi da parte delle amiche per trascorrere insieme la notte di San Silvestro. Non rispose a nessuno. Quando arrivò si chiuse in casa e continuò a leggere i diari di Gloria. Trascorse la notte così, leggendo e riflettendo, lasciandosi libera di dare sfogo ad ogni sua emozione, piangendo ai passaggi più drammatici, e ridendo degli aneddoti riguardanti la vita scolastica. Pensò che Gloria era arguta e simpatica, dotata di un grande senso dell'umorismo e di una capacità di scrittura incisiva e affascinante. Rimpianse di non avere potuto condividere la vita con una persona così speciale, e si sentì pronta a parlare con sua madre.
    Racchiuse i diari in un foglio di carta colorata e sopra  applicò un fiocco rosso: quello sarebbe stato il regalo per lei.
    Quando arrivò a casa dei genitori per il pranzo di capodanno, sua madre era già sulla soglia ad attenderla.
    Fu come se Laura la vedesse per la prima volta: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Gli occhi scuri penetranti. La somiglianza con Gloria era straordinaria.  Si fermò un attimo e si appoggiò all'auto perchè le mancava il respiro e le tremavano le gambe. Poi vide le pantofole che indossava, di panno marrone, e sorrise.
    "Allora? Cosa fai lì ferma sulla strada?"
    "Vengo subito, devo prendere un pacco nel portabagagli."
    Sua madre aveva tante cose da raccontarle. Durante il pranzo le descrisse tutto il viaggio appena concluso, mentre suo padre taceva sapendo che quando la moglie si metteva a parlare era inutile cercare di interromperla. Laura ascoltava distrattamente, attenta com'era a guardarla e constatare quanto fosse simile a Gloria anche nei modi di muoversi e di sorridere.
    "Non guardarmi così! Sembra che tu non mi abbia mai vista prima!"
    Aveva ragione: non l'aveva mai vista prima.
    Appena pranzato, suo padre se ne andò in camera per il sonnellino pomeridiano. Era un'abitudine a cui era difficile farlo rinunciare. Ma a lei non dispiacque. Preferiva  parlare prima con sua madre da sola.
    "Mamma, non pensiamo ai piatti adesso. Siediti qui sul divano vicino a me. Ti ho portato qualcosa. Guarda"
    Così dicendo  depose il pacco regalo sul tavolino del salotto.
    La madre l'abbracciò e fece per aprirlo, ma Laura posò una mano sopra le sue e le parlò con dolcezza.
    "Non adesso, mamma. Aspetta. Prima devo raccontarti una storia."
    "Una storia?"
    "Sì, una storia di grande amore, una storia vera che sembra una favola."
    Poi raccolse tutto il fiato che potè perchè l'emozione le strozzava le parole in gola:
    "La storia di tua madre...e di mia nonna."
    E allora vide negli occhi di sua madre lo stesso luccichio che la notte di Natale aveva visto negli occhi di Gloria, e seppe che sì, erano lacrime.

  • venerdì alle ore 14:56
    L'ULTIMO NATALE (Prima parte)

    Come comincia: Dopo avere sistemato la valigia nel portabagagli dell'auto Laura si sedette al volante e passò mentalmente in rassegna tutto ciò che stava portando con sè. Dimenticava qualcosa? Può darsi, si dimentica sempre qualcosa quando si parte. Pensò che in fin dei conti non stava andando nel deserto: se aveva dimenticato qualcosa avrebbe potuto acquistarlo al suo arrivo. Diede un'ultima occhiata alla casa, mise in moto e partì. Quello era il primo anno che non avrebbe trascorso il Natale in famiglia. I suoi genitori erano in viaggio, il suo fidanzamento era finito. Un lungo fidanzamento che aveva fortemente condizionato la sua libertà, al punto che lei, per assecondare un uomo possessivo e molto geloso, aveva finito per perdere tutte le amicizie, rimanendo isolata. Ora finalmente aveva recuperato libertà e allegria e così, per festeggiare se stessa, aveva deciso di andare qualche giorno in montagna. Era eccitata ed entusiasta, e la sua mente non si stancava di elaborare progetti per il futuro. Era padrona di decidere ogni cosa, di andare dove voleva, di sbagliare, anche, senza sentirsi dare della cretina; inoltre non aveva fretta perchè nessuno l'aspettava, nessuno le avrebbe mostrato adirato l'orologio se fosse stata in ritardo, nessuno le avrebbe detto che era inaffidabile, superficiale, confusionaria.
    Pensava tutte queste cose mentre viaggiava in autostrada e si ripeteva che doveva smettere di pensare al passato. Il passato era sepolto e lontano, adesso era il momento del riscatto. Laura era distratta dai suoi pensieri al punto che superò lo svincolo per la località di destinazione. Uffa, pensò, adesso chissà dove andrò  a finire prima di poter tornare indietro! Sembrava che l'uscita successiva non dovesse arrivare mai, ma finalmente, dopo quasi cinquanta km, ecco lo svincolo. Quale località? Quando lesse il nome del paese si ricordò che lì vent'anni prima abitava la sua maestra. Chissà se abitava ancora lì. Velocemente fece i conti e concluse che adesso doveva avere circa settantacinque anni. Laura aveva un bel ricordo di lei, le aveva voluto bene. Nonostante fosse stata una maestra molto severa, aveva  dimostrato sempre un sincero interesse per il futuro di ognuno dei suoi alunni cercando di costruire degli individui con dei princìpi saldi e grandi aspirazioni; si comportava con i bambini come se fossero figli suoi, e i ragazzi tutto questo lo sentivano e accettavano senza protestare anche le sgridate, consapevoli di essersele meritate.  A decidere di andarla a trovare, Laura ci mise solo un attimo. Non conosceva l'indirizzo ma il paese non era grande, infatti la prima persona che interpellò seppe indicarle dove andare.
    "Ah sì, la maestra. Vada sempre diritta fino al secondo semaforo, lì giri a sinistra nel viale alberato, la terza casa a destra è la sua."
    Posteggiò l'auto di fronte ad una bella casa a due piani, elegante e solida; recintata da un muro oltre il quale si intravedevano i rami spogli delle piante da frutta. Di fianco al cancello d'entrata c'era il citofono. Quando premette il pulsante si rese conto di essere emozionata e per un attimo pensò anche che forse non era buona educazione presentarsi a casa di qualcuno senza avvisare, ma ormai era lì.
    "Chi è?"
    "Buongiorno, sono Laura, Laura Gavelli. Lei è la maestra? Sono stata sua alunna."
    "Ti apro."
    Il cancello si aprì e Laura si sentì rassicurata dal fatto che la maestra le aveva subito dato del tu. Attraversò il giardino: un grande bel giardino che sicuramente era stato, in passato, molto curato. Lei era già sulla soglia e le sorrideva. Non era cambiata tanto, e portava ancora la stessa pettinatura dei tempi della scuola: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Solo che adesso erano bianchi. Il fisico asciutto come allora, e, come allora, una camicetta beige sotto un pullover marrone scuro scollato a vu, una gonna lunga marrone e le immancabili pantofole di panno. Laura sentì  forte il desiderio di abbracciarla e lo fece. La maestra le rivolse uno sguardo divertito e penetrante. I suoi occhi scuri brillavano dietro agli occhiali:
    "Non crederai davvero che mi ricordi di te!"
    Laura si mise a ridere.
    "No infatti, però posso dirle che faccio parte dell'ultima classe di bambini che lei portò fino in quinta elementare. So, perchè mi fu raccontato, che avrebbe dovuto andare in pensione quando noi eravamo in quarta, ma rimandò di un anno perchè potessimo completare i cinque anni senza dover cambiare insegnante. E' vero?"
    "Sì cara, è vero, non ho mai lasciato nulla a metà, e comunque il tuo visetto non è cambiato molto da allora. Vieni, entra. Sono contenta che tu sia venuta a trovarmi, è bello essere ricordati."
    Laura si sentiva completamente a suo agio. La vecchia maestra la guidò in un salotto molto accogliente e entrambe si sedettero in poltrona di fronte al caminetto acceso.
    "Come sta maestra?"
    "Prima di tutto non siamo più a scuola. Mi chiamo Gloria, chiamami per nome, e se mi dai del tu sono ancora più contenta."
    "Proverò, ma sa non è facile, per me lei è sempre la maestra."
    "Bene, io a quest'ora di solito mi faccio il tè. Lo beviamo insieme?"
    Laura la seguì in cucina con naturalezza, come se avesse sempre abitato lì, e si sedette mentre Gloria preparava il tè.
    "Allora Laura, dove stai andando di bello?"
    "Veramente non ho una meta precisa. Volevo solo evadere un po' dalla routine. Ma qui sto bene. E lei, anzi tu, Gloria, vivi qui da sola?"
    "No, vive con me la mia amica Annamaria, ma è andata a trascorrere il Natale con i suoi figli. Voleva che andassi con lei, ma io sto bene in casa mia. Mi sono impigrita un po' con l'età, e poi, cosa c'è di meglio della mia casa!"
    Laura si sentiva talmente a suo agio da pensare che le sarebbe piaciuto rimanere lì per Natale. Così osò:
    "E' bella questa casa, così intima e accogliente. Viene voglia di restare."
    "Puoi restare se vuoi. Io non ho nessun programma speciale per Natale, ma abbiamo ancora un po' di tempo per organizzarci.".
    "Sarà il più bel Natale degli ultimi cinquant'anni" scherzò Laura "Davvero non ti disturbo se rimango qui con te?"
    "Non mi disturbi, anzi mi rendi felice."
    Bevvero il tè in cucina chiaccherando fittamente dei tempi della scuola. Laura ricordava ancora quando Gloria la sgridava dopo l'intervallo di mezza mattina per quanto si era scalmanata, e poi la portava nel bagno, le lavava il viso e la pettinava. "Fammi vedere i denti" le diceva "Te li lavi sempre? Mi raccomando, che se no rimani senza e poi come fai a mangiare?" In classe la maestra camminava fra i banchi, ogni tanto si fermava dietro a un bambino, gli appoggiava una mano sulla spalla e gli accarezzava la testa. Era sempre molto dolce, ma anche tanto esigente. "La buona educazione, l'ordine e la bella calligrafia saranno il vostro biglietto da visita. E poi, con la buona volontà si impara tutto il resto."  E quando vedeva compiti scritti male e trasandati perdeva la pazienza "Queste sono zampe di gallina!". Ma quello che Laura ricordava, anche con un po' di rabbia, era l' annotazione che la maestra scriveva sempre sotto i suoi componimenti d'italiano: "Non è farina del tuo sacco".
    "Perchè Gloria lo scrivevi? Io non ho mai copiato neppure una riga."
    "Lo so, lo so, eri bravina, ma io volevo molto di più perchè avevi le potenzialità, e siccome eri un po' lazzarona, ti tenevo sulla corda. Ma adesso pensiamo al Natale."
    Un'oretta più tardi le due donne a braccetto passeggiavano per le vie del paese guardando le vetrine illuminate, sotto le ghirlande luminose appese per aria da un lato all'altro delle vie. La gente era allegra e frettolosa, intenta agli ultimi acquisti natalizi. I bar e le pasticcerie erano stipati di persone che acquistavano dolci o bevevano l'aperitivo. Famiglie intere che si godevano l'antivigilia di Natale dedicandosi a tante piccole gioiose attività tipiche del periodo. Laura non si sentiva così appagata da anni. Si sentiva bene, libera, e partecipe dell'entusiasmo generale. Non ricordava neppure più quando fosse stata l'ultima volta che aveva passeggiato con sua madre per le strade della città, scherzando e acquistando regali per il Natale. Stava riscoprendo antiche emozioni che le erano state sottratte da quel fidanzamento così esclusivo che l'aveva intrappolata per troppo tempo.
    Strinse più forte il braccio di Gloria fin quasi ad appoggiarle la testa sulla spalla.
    "Io suggerirei un bel bollito per la vigilia. Come si faceva un tempo. Sono giovane ma certe cose le so. Cosa ne dici Gloria? La messa di mezzanotte e al ritorno la classica scodella di brodo."
    "Perchè no! E' da molti anni ormai che non assisto alla messa di mezzanotte. Ci vado volentieri con te. C'è anche il presepe vivente, se vuoi possiamo andare a vederlo."
    Quando rientrarono con le borse della spesa, le posarono sul tavolo della cucina.
    "Che bel calduccio!" Esclamò Laura! Proprio come da bambina.
    D'inverno, quando entrava in classe, Laura diceva così alla maestra. Gloria si soffermò a guardarla mentre si toglieva il giaccone pesante. Era vero, quel visetto sotto il berretto di lana era sempre lo stesso di allora, e anche l'entusiasmo e l'eccitazione per quel Natale imprevisto, erano gli stessi di quando era bambina. Gloria non potè fare a meno di prenderle un attimo il viso fra le mani con tenerezza.
    "Vieni, ti mostro la tua camera."
    Partecipare alla messa di mezzanotte per Laura fu come ritornare indietro di vent'anni. Da molto tempo lei non frequentava chiese, giusto da quando era bambina. Trovarsi in chiesa insieme alla sua maestra poi, rendeva il tutto ancora più irreale. C'era tantissima gente e la cerimonia era molto suggestiva. Quando alla fine della messa il coro e tutti i fedeli intonarono "Tu scendi dalle stelle" lei si commosse e non potè trattenere le lacrime. 
    Tornando a casa a piedi fu tutto un susseguirsi di strette di mano e scambi di auguri. In tanti si rivolgevano a Gloria dandole del tu e facendole notare quanto fosse eccezionale vederla alla messa di mezzanotte. Lei sorrideva  ed aveva una parola gentile per tutti. Laura pensò che la vecchia maestra doveva essere molto amata dai suoi compaesani, e si sentì privilegiata ad essere in sua compagnia.
    A casa, ranicchiata in poltrona davanti al caminetto, sorseggiò insieme a Gloria la scodella di brodo bollente.
    "Abbiamo fatto davvero un bell'alberello, non ti pare?"
    "Sì, è proprio carino."
    Le luci intermittenti illuminavano a momenti il viso di Gloria e il luccichio dei suoi occhi, e Laura si chiese se a luccicare fossero lacrime. Non disse nulla e lasciò che il silenzio di quei momenti riempisse la stanza. Posò la scodella e appoggiò la testa allo schienale della poltrona. Chiuse gli occhi. Mai il silenzio le era sembrato così bello. L'unico rumore era il tic tac dell'orologio a parete. Era completamente serena, in pace con se stessa e col mondo, perfino con quel piccolo individuo del suo ex fidanzato. Si accorse di sorridere di sollievo al ricordo di lui che ormai faceva parte del passato.  La voce di Gloria la distolse dai suoi pensieri.
    "Buon Natale Laura"
    "Buon Natale maestra"
    La mattina di Natale, quando aprì la finestra della sua camera, Laura pensò che quel giardino, innevato sarebbe stato molto romantico. Ma a oriente il cielo era rosa e non si vedevano nuvole, perciò si preannunciava una bella giornata soleggiata, anche se fredda.
    Gloria le aveva preparato la colazione: tè con una fetta di torta che aveva cucinato lei.
    "Speriamo che sia buona, non facevo una torta da anni."
    "Santo cielo, ma a che ora ti sei alzata?"
    "Presto cara, ma mi alzo sempre presto."
    "E' fantastica questa torta."
    Lavorarono insieme in cucina: Laura preparò il sugo e Gloria l'arrosto.
    A mezzogiorno tutto era pronto per il pranzo di Natale, e Laura aveva raccontato a Gloria gli ultimi suoi vent'anni di vita.
    "L'amore deve dare gioia, se fa soffrire qualcosa non va."
    A Laura sarebbe piaciuto sapere qualcosa della vita di Gloria, ma era così evidente e palpabile la riservatezza di lei, che non ebbe il coraggio di chiederle nulla. Invece lei era riuscita a confidarle con estrema naturalezza cose che non aveva mai detto neppure a sua madre. Per tutto il giorno le parlò dei suoi progetti. Non voleva legarsi ad un altro uomo per parecchio tempo e quando avesse deciso di vivere un'altra storia sarebbe stata bene attenta a chi avesse scelto. Non voleva più sbagliare, anche se non voleva neppure rimanere sola tutta la vita.
    "Non siamo fatti per stare soli. Io ho scelto di non legarmi a nessuno però vivo con un'amica. Condividiamo gusti e stile di vita, perciò è una buona convivenza. Ci facciamo reciprocamente compagnia e ci assistiamo quando ci ammaliamo. Ma sola no, non mi piacerebbe vivere sola. Daltronde nella vita non si sa mai: tutto può succedere, ma spero che Annamaria viva a lungo, più di me sarebbe l'ideale. Cosa mi dici dei tuoi genitori? Vogliamo chiamarli e fare loro gli auguri?"
    Laura si sentì immediatamente in colpa, avrebbe dovuto pensarci lei, ma Gloria sembrò intuire il suo stato d'animo.
    "Ho pensato che tu non osassi chiedermi di usare il telefono."
    "No, sinceramente non ci avevo ancora pensato, oggi sono un po' distratta. Comunque ho il telefono cellulare: non ho scuse."
    "Certo, non pensavo più che esistono i telefoni cellulari. Ma chiamiamo dal mio."
    Laura era emozionata.
    "Mamma? Ciao mamma, auguri, buon Natale. Non immagineresti mai dove sono. Sono a casa della mia maestra. Quando torno ti racconto! Passami papà"
    Dopo Laura volle che Gloria parlasse con i genitori.
    "No signora, Laura non mi ha disturbata. Sono contenta che sia qui, anzi spero che tornerà ancora a trovarmi."
    Ma il viso di Laura si era un po' adombrato mentre ascoltava la madre, e poco più tardi informò Gloria che sarebbe dovuta partire l'indomani mattina.
    "Vorrei rimanere di più. Si sta così bene qui, ma mia madre mi ha ricordato una promessa che devo mantenere. Veramente la promessa l'ha fatta lei, ma devo mantenerla io."
    "Le mamme vanno sempre accontentate. Oggi è già una bellissima giornata, e spero che tornerai a trovarmi."
    Dopo quella telefonata sembrò che il tempo si fosse messo a correre. In un attimo fu sera e in altrettanto breve tempo fu l'indomani mattina, e il momento di partire. 
    Laura scrisse il suo numero di telefono su un foglio e con una piccola calamita lo appese alla porta del frigorifero: "Così ogni volta che aprirai il frigo penserai a me, e magari qualche volta mi chiamerai."
    Poi Gloria la accompagnò all'auto. Si abbracciarono e lei rimase a guardare  finche l'auto non scomparve dietro una curva.

  • venerdì alle ore 10:15
    Con il buonsenso si prende tutto

    Come comincia: Due amici in un laghetto:

    A: "Hei il tuo smartphone perchè l'hai spento?"
    B: "Non fa niente"
    A: "il mio ha quattro tacchette prende a meraviglia"
    B: "Beh.. vedi la mia canna da pesca? non ha nessuna tacchetta ma ha preso 4 pesci"

  • 29 novembre alle ore 10:39
    BRCA1

    Come comincia: Diego Norente s’infilò trafelato in un vicolo all’angolo tra via Dotto e Piazza Lobuli. Il lungo impermeabile nero rivestiva come una crisalide un corpo scarno, nervoso, dove le ossa parevano volessero forare la pelle.
    L’uomo, dalla barba incolta e dalle labbra serrate, buttò fuori l’aria dalle narici come un toro infuriato pronto alla carica, solo gli occhi scintillavano di una luce innaturale, crudele.
     Il giorno aveva già lasciato da un pezzo la costa ovest e Diego Norente non aveva più tempo. Si guardò intorno con scatti rapidi della testa alla ricerca di un posto dove nascondersi e riorganizzare le idee, ormai era braccato. Da quando il sergente Port si era messo sulle sue tracce per BRCA1, questo era il suo nome in codice, l’unico modo di portare a termine la missione era di prendere contatto con le cellule dormienti.
    Si arrampicò su una scala antincendio fiutando il potenziale pericolo come un segugio che intercetta la preda. A ogni scalino le sue labbra si contraevano in una smorfia di dolore accompagnata da un grugnito greve - «Devo farcela» ripeteva - «La missione, prima di tutto».
    S’infilò attraverso una finestrella e scivolò dentro, come un crotalo nella spaccatura di una roccia, in quella che sembrò una soffitta. Diego Norente rimase immobile come se volesse diventare tutt’uno con l’ambiente circostante, fino a quando gli occhi si abituarono all’oscurità della stanza.
    L’odore umido di muffa lo tranquillizzò, era uno spazio inutilizzato da tempo dove poteva tirare il fiato e ricomporre le idee, sparse come tante tessere di un puzzle.
    Il corridoio al quarto piano dello stabile di via Nudo si diramava come la pianta del metrò di Parigi, collegando le sezioni del “Pronto Intervento” con quella dei “Corpi Speciali Anti Invasione”, “l’Intelligence” e la squadra “Prevenzioni Attacchi Terroristici”.
    L’ambiente era spartano, nulla di superfluo oltre l’essenziale, solo alcuni quadri raffiguranti i ricercati più pericolosi e un archivio con le impronte genetiche dei delinquenti di ogni risma.
    «Dobbiamo agire in fretta adesso che abbiamo individuato BRCA1» sbotto il sergente Port.
    «Sappiamo in quale zona si nasconde e dobbiamo intervenire prima che si metta in contatto con le cellule dormienti, solo così riusciremo a bloccare la follia della sua missione».
    Le parole del Sergente Port si mischiarono all’odore dolciastro di cannella e al suono ritmato dei tacchi 12 che accompagnava Miss Adana, la più alta autorità specializzata  contro il terrorismo internazionale.
    Adana, soprannominata la Rossa per la sua chioma color rubino, era considerata alla stessa stregua di un essere mitologico la cui fama raggiungeva gli angoli più remoti del continente ma, al tempo stesso, nessuno l’aveva mai vista.
    Fasciata in un tubino vermiglio, Adana aveva un aspetto etereo e insieme glaciale. I lineamenti gentili nascondevano la tenacia e la leadership dei grandi condottieri dell’antichità.
    «Sergente Port» - esordì Adana la Rossa - «I nostri informatori ci hanno appena comunicato il luogo dove si nasconde BRCA1, andiamo a prenderlo».
    Diego Norente sentiva il cerchio stringersi attorno a lui come un nodo gordiano, ormai neppure l’oscurità della soffitta dove si era rifugiato poteva più nasconderlo. Per la prima volta provò un senso d’impotenza, lo stesso che aveva fatto provare nella sua lunga carriera, accompagnato dall’odore di morte e disperazione. Lo smarrimento e la sensazione che tutto sarebbe finito da lì a poco si fecero sempre più reali. Il terrore e lo sgomento lo assalirono paralizzando quel corpo ossuto simile a un vecchio ramo secco. Gli parve di sentire, in quell’angusto spazio ammuffito, l’odore di cannella, ma forse era la pazzia che veniva a prenderlo per mano.
    «Diego Norente, la dichiaro in arresto» risuonò una voce nell’oscurità accompagnata dal ticchettio dei tacchi 12.
    «E’ finita, finalmente è finita» - disse l’infermiera staccando la sacca di infusione - «Anche l’ultimo ciclo di chemio è terminato».
    «E’ stata veramente brava signora Carmen, la “Rossa”, come la chiamiamo noi, non è una passeggiata».

    Personaggi
    DIEGO NORENTE – carciNOma lobulaRE infiltraNTE
    BRCA1 – mutazione genetica tumorale
    ADANA “LA ROSSA” – ADriAmiciNA - farmaco chemioterapico
    SERGENTE PORT – PORT - dispositivo per accesso vascolare
     

  • 29 novembre alle ore 4:58
    Alguna vez... la felicidad...

    Come comincia: Si alguna vez has sentido felicidad, ¿no te habría gustado ser capaz de apresar ese instante para siempre?
    La Felicidad pensaba que el mundo se había creado exactamente para ella, quizás alguien había mezclado sus preferencias con sus mejores deseos para hacer de la suya una realidad perfecta, acertada hasta el más mínimo detalle llegando a convertirse casi en una proyección de lo mejor de sí misma. Cierta noche la Curiosidad llamó inesperadamente a su puerta para contarle que había descubierto un claro por el que podía adivinarse un pequeño camino, demasiado tentador para que la Felicidad no quisiera saber hasta dónde podría llevarle.
    Consultaron a la Intuición que sin dudar dio su aprobación y animada por los sabios consejos del Valor, La Felicidad decidió probar suerte y comenzar su aventura. No muy lejos de allí, habitaba la Tristeza, en un lugar ensombrecido en el que cada día dejaba de brillar el sol y las noches se hacían tan largas como un mal sueño. Difícil encontrar un lugar donde poder descansar en aquel paraje tan inhóspito. Al caer la tarde, la Tristeza recibió la visita de las Sombras alertándola de que habían sido alcanzadas por una lejana luz que se colaba por un hueco entre los arbustos. El Misterio, que ya sabía de la existencia de esta extraña senda, lanzó una fría mirada a la Tristeza con la que casi la obligaba a marchar. Fue entonces cuando la Impotencia le hizo pensar que tal vez fuera buena salida.
    La Felicidad avanzaba decidida y sonriente, disfrutando del color de cada piedra del camino, del olor de cada flor, del brillo de cada hoja, de la magia de cada rayo de luna que jugaba entre las ramas de los árboles. La Tristeza deambulaba asustada y estremecida, con pasos cobardes que intentaban adivinar la superficie antes de tocarla, mirando constantemente hacia atrás, arrepintiéndose de cada pisada e imaginándose al acecho de terribles sombras monstruosas. Siguiendo cada una su camino, casualmente ambas llegaron hasta un pequeño claro que se abría en el bosque.
    La Felicidad pensó que quizás ése era el lugar más bonito en el que jamás había estado. Se sentía reconfortada por la robustez de los fornidos árboles, adulada por la belleza de las flores que se entregaban a ella en una especie de bello ritual y agradecida a la música que le ofrecía el agua del pequeño arroyo a su paso entre las piedras. La Tristeza se sintió sobrecogida ante aquel claro tan trémulo, rodeada por gigantescos árboles sentía que intentaban apresarla, despreciada por aquellos privilegiados brotes de vivos colores que la miraban con desaire y sobrecogida por el imprevisible estrépito del arroyo que rompía el silencio. La Felicidad fue la primera en darse cuenta de que no estaba sola, la curiosidad se fundió con la alegría y sus ojos sonrieron.
    La tristeza, en cambio, se refugió agazapada tras unos arbustos asomando su máscara de hierro envejecido con la que ocultaba su triste rostro, bajo la que podían intuirse sus labios retorcidos por el miedo. La Felicidad preguntó con voz alegre: ¿Quién eres? Sólo se oía el sonido del agua y el tímido temblor de las ramas del matorral tras el que se ocultaba la Tristeza. Tras preguntar varias veces sin obtener ninguna respuesta, solamente al cesante temblor de las ramas, la Felicidad dijo: "Sólo quiero ser tu amiga". La Tristeza al fin salió de su escondite, cabizbaja, casi avergonzada ante tantas muestras de felicidad que ella no alcanzaba entender. La Felicidad no encontraba motivos para la Tristeza, que no se atrevía a levantar su mirada del suelo, y le preguntó con su voz alegre: "¿No tienes amigos?". Sin dejar responder, comenzó a hablar la Felicidad: "Yo tengo muchos amigos. Mi amiga es la Alegría, que siempre me inunda de gratitud; la Risa, que me hace cosquillas en el estómago; la Inquietud, que me descubre cosas preciosas; la Sonrisa, que abre mis ojos al mundo; la Amabilidad, que me regala su afecto; la Locura, que embriaga mi espíritu; la Templanza, que me mantiene unida a la razón; la Sabiduría, que me conduce al más alto grado del conocimiento; el Entusiasmo, que todas las mañanas viene a despertarme; la Generosidad, a la que siempre agradezco su grandeza; la Sorpresa, que me maravilla con algo imprevisible; la Comprensión, que no necesita explicaciones; la Fortaleza, que me ayuda a encontrar lo que busco; la Sinceridad, que me muestra el lado más bello de las cosas.... También tengo otro gran amigo, el Amor, a quien quiero sin saber por qué".
    La Tristeza había permanecido inmóvil escuchando cómo la Felicidad describía entusiasmada a sus amigos. "Háblame ahora de tus amigos", dijo la Felicidad. La Tristeza comenzó a hablar con su voz apagada: "Yo también tengo amigos. Mi amigo es el Dolor, cuya presencia ya pasa desapercibida; la Angustia, que me oprime sin motivos; el Temor, que me enseña todos los peligros; la Pena, que me desgarra las entrañas; el Desaliento, que merma mis fuerzas; la Compasión, que siempre me recuerda lo triste que soy; la Mentira, que engaña a mi alma; la Esperanza, que me aleja de la realidad; las Lágrimas, que riegan mi jardín de rosas secas y tallos de espinas; los Recuerdos, que alimentan mi pesar sin dejarme mirar hacia delante; la Soledad, que siempre me acompaña; la Decepción, que oscurece mis días; la Traición, que ensucia mi lealtad; la Envidia, que se regocija en mi desconsuelo".
    La Felicidad escuchó atentamente sin borrar la sonrisa de sus labios y el misterio de sus ojos. Tras un corto silencio, roto por la inquietud y curiosidad de la Felicidad, dijo: "Antes de irte, quiero pedirte un favor". La Tristeza, sin levantar la vista del suelo, esbozó un sí no muy convencido. "Quiero ver tu rostro", dijo con voz pausada la Felicidad, en un intento de mostrar confianza en su tímida amiga. Tras dudarlo unos instantes, la Tristeza se acercó la mano hasta la cabeza y deslizó su máscara hacia atrás dejando al descubierto su rostro. Lentamente fue levantando la vista hasta encontrarse con al mirada exacta de la Felicidad. Los ojos de la Felicidad dejaron escapar algunas lágrimas mientras su boca dibujaba una amplia sonrisa. Los ojos de la Tristeza brillaron mientras su boca esbozaba un llanto comprimido. La Felicidad rápidamente reconoció el rostro de la Tristeza, tan igual al que veía todas las mañanas reflejado en el lago mientras se arreglaba dispuesta a pasar un día feliz, tan igual y, a la vez, tan distinto. La tristeza no alcanzaba a creer que la imagen que tenía delante guardaba una extraña y agradable similitud con aquella que tímidamente se asomaba a su charca antes de colocarse su máscara de hierro envejecido.
    La Felicidad y la Tristeza dependen de la suerte y de la casualidad. La misma suerte que un día la Felicidad y la Tristeza decidieron tentar y la misma casualidad que hizo que ambas se cruzaran en el camino. La Felicidad y la Tristeza dependen, sobre todo, de los amigos que tengas.

  • 27 novembre alle ore 20:23
    L'OSPITE (Seconda parte)

    Come comincia: Il giorno seguente la prima cosa che stupì Giuliana fu l'accoglienza festosa che i cani riservarono a  Mauro. Lei dava molto credito all'istinto degli animali e  subito ne trasse la conclusione che lui fosse una brava persona. Da parte sua Mauro li accarezzò subito, senza nessun timore, nè preoccupazione di sporcarsi gli indumenti, cosa che a lei piacque subito: chi possiede animali e li ama presta attenzione a certi atteggiamenti, perciò sentì che cominciava a nutrire simpatia per lui.
    "Davvero una bella casa. Complimenti. E intorno un vero paradiso."
    I complimenti da sempre la mettevano a disagio.  Lo invitò ad entrare accompagnandolo subito a vedere la camera; così scoprì che lui amava moltissimo i mobili solidi "di una volta", come li aveva definiti, perchè creano intimità nell'ambiente e sensazione di sicurezza. La camera gli piacque moltissimo, l'entusiasmo era autentico, e lei si rese conto di avere già deciso, in cuor suo, di ospitare Mauro. 
    Una energica stretta di mano suggellò il contratto e Mauro si trasferì da Giuliana.
    Bastò pochissimo tempo perchè lei cominciasse a trattarlo come un famigliare, e lui faceva di tutto per risultare gradito. Era un uomo gentile e quando si trovava in casa non permetteva a Giuliana di eseguire dei lavori troppo pesanti, anche se lei era abituata da sempre a cavarsela in tutte le situazioni. Ci pensava lui con pazienza e precisione, e lei per sdebitarsi lo invitava a cena.
    Il mese di giugno si avviava alla fine. Giuliana sentiva che la presenza di Mauro la rendeva più allegra, anche se lui stava fuori quasi tutto il giorno. Però alla sera quando rientrava prendeva i cani e li portava a giocare e a correre. Lei li guardava da lontano e si chiedeva perchè lui fosse sempre così solo. Possibile che non avesse una fidanzata, un amore. Naturalmente non si sentiva autorizzata a fargli domande sulla sua vita privata, però le sarebbe piaciuto che lui le avesse fatto qualche confidenza. Ormai cenavano insieme quasi ogni sera e lei si divertiva a rielaborare vecchie ricette che non aveva più cucinato da tanto tempo. Dopo cena gustavano il caffè nel giardino e chiacchieravano. Mauro era un buon conversatore, ma sapeva anche ascoltare. Giuliana cominciava a pensare con tristezza che un giorno o l'altro se ne sarebbe andato, e si dava della stupida per avere accettato di ospitarlo: la solitudine che si era imposta per tanti anni l'aveva protetta e preservata da situazioni del genere. Ma ormai le cose stavano così; si era affezionata a lui e si rendeva conto di attendere ogni giorno con impazienza il suo ritorno a casa. Un sabato sera Mauro l'aveva perfino convinta ad andare al locale di Toni a bere qualcosa. Avevano ordinato una caraffa di sangria e altri paesani si erano uniti a loro scherzando con Mauro sul come fosse riuscito a trascinare Giuliana fuori casa. Lei non se l'era presa, anzi aveva riso volentieri con tutti e trascorso una serata piacevole. Tornando a casa lui aveva commentato:
    "Mi avevano descritto il suo brutto carattere, ma io penso che tutti si siano sempre sbagliati."
    Giuliana non aveva risposto perchè sapeva di avere un pessimo carattere che però negli ultimi tempi era migliorato proprio per merito di Mauro. A casa, dopo averci pensato molto, prima di andare a dormire gli aveva posato una mano sul braccio:
    "Penso che potresti cominciare a darmi del tu."
    Le orecchie di Mauro erano diventate color porpora.
    "Proverò. Grazie."
    Il mese di luglio fu, come sempre, molto afoso, ma nella casa di Giuliana il fresco era assicurato. I muri spessi e l'eterna penombra mantenevano una temperatura gradevole che molti in paese avrebbero desiderato, ma non riuscivano ad ottenere poichè lì c'era più cemento che verde, e il giardino pubblico posto proprio al centro della piazza non bastava a garantire un po' di fresco. Nel dehors de "La Pergola" si stava meglio, perciò intere famiglie trascorrevano il pomeriggio, e spesso anche la serata, sotto la vecchia vite. Non era gente che consumava molto, ma Toni era contento di avere intorno i suoi compaesani con alcuni dei quali si impegnava sovente in partite a carte interminabili. Nei lunghi pomeriggi assolati, mentre i genitori chiacchieravano fra loro seduti ai tavolini, i bambini giocavano a pallone nella piazza, oppure si rincorrevano nei giardini. Le ragazzine preadolescenti si radunavano su una panchina e parlottavano ridendo sottovoce mentre si scambiavano improbabili segreti sui loro primi batticuore, e si mettevano in mostra al passaggio dei ragazzi più grandi. Alcuni anziani sistemavano le sedie sulla strada davanti a casa e improvvisavano discussioni su ogni argomento, infervorandosi e cercando ognuno di sovrastare la voce degli altri per farsi sentire, col risultato che tutti gridavano, ma senza capirsi. A metà pomeriggio Toni offriva un ghiacciolo a tutti i bambini, e, se qualche genitore voleva pagare, brontolava timido "offre la casa".
     Anche il mese di luglio volgeva al termine. Giuliana aveva molto da fare nel frutteto e Mauro spesso la aiutava.
    A fine giornata erano stanchissimi. Lei preparava la cena e lui portava Socrate e Platone a giocare nel prato. Luciana aveva telefonato più del solito nell'ultimo periodo e aveva annunciato alla madre il suo arrivo per i primi di agosto.
    "Non ti dispiace vero mamma se trascorro qualche giorno lì?"
    "No che non mi dispiace. Quando arrivi?"
    "Non lo so ancora di preciso, ma penso il giorno tre. Te lo confermerò."  
    Quando sua figlia le aveva confermato il suo arrivo il giorno tre agosto, Giuliana aveva cominciato a pensare di cucinare qualcosa di particolare. Desiderava che fosse veramente una serata speciale da trascorrere insieme in allegria. Quando Luciana arrivò era già sera tardi.
    "Lucetta, eccoti qui finalmente!"
    Erano almeno vent'anni che sua madre non la chiamava Lucetta. Si abbracciarono.
    "Mamma, ma mi avete aspettato per cenare, non dovevate!"
    "Non perdiamo tempo. Lui è Mauro, presentatevi, e poi vieni subito in cucina così mi aiuti a portare i piatti. Sistemeremo più tardi la tua roba."
    "Mamma, ma quanta luce in sala da pranzo! Cosa è cambiato?"
    "Ci ha pensato Mauro. Era troppo buio. Ha creato un gioco di luci per cui dove mangiamo c'è molta luce; invece nell'angolo salotto l'illuminazione è più intima. Bello, vero? Dovrebbe fare l'arredatore."
    La cena fu piacevole e Giuliana si sentiva leggera come non era più accaduto da moltissimi anni.
    Certo non poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto dopo pochi minuti.
    "Mamma, devo dirti una cosa importante: sono innamorata."
    "Che bella notizia Lucetta. E' una cosa seria?"
    "Sì mamma, molto seria."
    "Bene, allora suppongo che presto mi farai conoscere il fortunato."
    Seguì un silenzio che indusse Giuliana a guardare interrogativamente la figlia. Luciana sapeva di non poter più rimandare. Doveva parlare subito. Rivolse un'occhiata a Mauro e lui le sorrise incoraggiante.
    "Lo conosci già mamma.....E' Mauro."
    Fu come se tutti i cristalli della casa fossero andati in frantumi contemporaneamente e il frastuono rimbombasse nella testa di Giuliana, che inevitabilmente reagì.
    "Cosa?"  si alzò con tale veemenza dalla sedia, che la rovesciò.
    Si prese il viso fra le mani e rimase qualche secondo immobile, senza riuscire a guardare la figlia nè Mauro. Poi sollevò il viso con orgoglio e il suo sguardo esprimeva durezza, ma anche smarrimento.
    "Perciò tu....voi...eravate d'accordo! Un inganno!  Perchè!"
    Dopo aver pronunciato quelle poche parole con voce tremante si avviò fuori dalla sala da pranzo. Si sentiva umiliata e anche stupida. Sì, si sentiva soprattutto stupida.
    "Mamma ti prego, lasciami spiegare."
    Ma Giuliana stava già salendo per le scale:
    "Non voglio sentire niente. Voglio rimanere sola."
    "Mamma scusa, mamma ti prego!"
    Giuliana si chiuse nella sua camera e si sedette sul letto. Lacrime di indignazione e di delusione le rigavano il viso. Lacrime che diventarono sussulti e poi singhiozzi. Tutto il dolore, antico e nuovo, si sciolse in un pianto disperato che lei non fu più in grado di controllare. Battè i pugni sul cuscino con forza maledicendo se stessa per la sua debolezza. Poi tutto finì, e lei, stremata,  rimase sdraiata a faccia in giù sul letto, completamente priva di forze e di emozioni.
    Molto più tardi Luciana bussò alla porta della camera:
    "Mamma mi fai entrare? Sono pronta a ripartire domani mattina, ma adesso per favore ascoltami."
    "La porta è aperta". 
    Luciana entrò, si sedette sul letto e provò ad accarezzarle i capelli.
    "Non mi toccare!"
    "Va bene, non ti tocco. Mauro non voleva, ho faticato molto a convincerlo. Sai perchè si è convinto? Perchè ha capito che  stavo solo cercando un modo di arrivare fino a te. Se fossi venuta qui e te l'avessi presentato, tu l'avresti guardato, avresti subito cercato i suoi difetti e avresti detto: "Se va bene a te..." Poi con indifferenza l'avresti collocato insieme a me dietro la porta che hai chiuso  quando me ne sono andata. Ma io non volevo questo. Io volevo raggiungerti, e tu eri così lontana, volevo superare le tue difese e il muro che ti sei costruita intorno, volevo conoscerti come una donna conosce un'altra donna. Perchè io adesso sono una donna, mamma. Quando papà se ne andò, vent'anni fa, non facesti nulla per fermarlo; tu chiudesti la porta dietro di lui e lo cancellasti non solo dalla tua vita, ma anche dalla mia. Non mi hai mai permesso di parlarne. Ho trent'anni e non so ancora perchè mio padre ci lasciò. Gli addii che hai dovuto subìre, da papà, da me, hanno scavato un baratro fra te e il resto dell'umanità, un dolore che non volevi confessare neppure a te stessa, al punto di convincerti di essere felice così. Ho trascorso anni pensandoti ogni sera sola in questa casa, ma sapevo che tu non avresti mai ammesso di sentirti sola. E' vero, ho architettato un inganno e forse non mi perdonerai, ma so che è servito, e sono certa che lo sai anche tu. Da quando Mauro è arrivato in questa casa, durante le nostre telefonate, sentivo la tua serenità, l'allegria; la tua voce era cambiata e avevi perfino imparato a ridere. Oggi mi hai chiamata Lucetta, come quando ero bambina. A tavola stasera ho visto una donna che non conoscevo, ma che avrei voluto conoscere tanti anni fa, e, anche se sapevo che ti avrei procurato sofferenza, dovevo assolutamente aprire questo varco. Tanto mamma, cosa rischiavo di più? Io non ti ho mai avuta."
     Quest'ultima frase della figlia penetrò come una lama nel petto di Giuliana. Mentre Luciana parlava lei l'aveva guardata a lungo come se la vedesse per la prima volta. La voce pacata, gli occhi scuri pieni di malinconia, le mani posate in grembo che non avevano più osato sfiorarla. Sentì che l'ira stava lasciando il posto alla tenerezza. Istintivamente le spostò un ricciolo dalla fronte.
    "Quanto assomigli a tuo padre!"
    Poi le accarezzò il viso pensando che sì, era vero: Lucetta ormai era una donna ed era diventata donna da sola. Luciana non disse nulla. Non voleva rovinare quel momento così unico, il momento in cui sua madre finalmente la vedeva e tentava di parlarle:
    "Non è vero che non mi hai mai avuta. Forse non te l'ho saputo dimostrare, ma tu sei importante, molto importante per me. Quanto a tuo padre, era innamorato di un'altra donna al punto di lasciare una figlia di dieci anni. Se non bastò la tua presenza a trattenerlo, come avrei potuto riuscirci io?"
     Poi tese le braccia verso la figlia:
    "Lucetta, vieni qua." e lei non esitò un attimo. Si lasciò abbracciare, e madre e figlia rimasero così a lungo, in silenzio. Poi Giuliana accarezzò ancora il viso della figlia:
    "Non è facile per me Lucetta."
    "Lo so mamma, ma ci sono io, ed io non aspetto altro che di essere la tua famiglia. Noi siamo una famiglia, mamma, e adesso c'è anche Mauro che è un uomo buono e gentile. Un uomo che si è tanto affezionato a te e che in tutto questo periodo si è sentito profondamente a disagio perchè sapeva che ti stava ingannando."
    "Oh, Mauro!" Giuliana sembrò ricordarsene all'improvviso.
    "Non preoccuparti mamma. Si è addormentato sul divano del salotto. Lo vedrai domani mattina."
    Tutti i sentimenti negativi si erano stemperati adagio nella penombra della camera. Di nuovo Giuliana fu presa da quella meravigliosa sensazione di leggerezza che la rivelazione della figlia di poche ore prima aveva  troncato violentemente. Sì, ora era tutto chiaro: perchè Mauro le era sembrato sfuggente; perchè Socrate e Platone l'avevano festeggiato; perchè lui cercava sempre di non entrare in confidenze che non sarebbe riuscito a gestire. Concluse che i due mesi appena trascorsi non dovevano essere stati facili per lui. Poi pensò a se stessa e a quanto avesse da recuperare e da costruire. Sospirò e chiuse gli occhi.
    Poche ore dopo si svegliò all'improvviso. La luce del mattino inondava la stanza e lei si rese subito conto  che era tardi. Corse  al piano di sotto, doveva dar da mangiare a cani e gatti, ma quando fu in cucina vide che era già stato fatto ed era anche stata cambiata l'acqua nelle ciotole. Tornò allora in camera e spalancò la finestra. Nel prato c'erano Luciana e Mauro che facevano giocare Socrate e Platone con un pallone mezzo sgonfio e tutto masticato. Tutti e quattro si stavano divertendo moltissimo.
     E lei si sentiva bene come mai prima. Li salutò con un gesto.
    "Mamma, ho telefonato a Toni e gli ho detto che oggi andiamo a pranzo là."
    Giuliana non ritenne di dover parlare con Mauro di quanto era successo la sera prima. Bastò un sorriso fra loro per chiudere la vicenda.
     A mezzogiorno nel dehors de "La Pergola" una lunghissima fila di tavolini era apparecchiata sotto la vecchia vite e quando Giuliana, Lucetta e Mauro arrivarono, molti paesani avevano già preso posto a tavola. Ci fu un lungo applauso di cui lei non capi' il motivo. Capì solo che loro tre non erano lì per caso, ma che tutto era già stato organizzato prima. Poi Mino invitò tutti a un brindisi.
    "Brindiamo a Luciana e Mauro che si sono fidanzati. Sapevo che esiste il colpo di fulmine, ma uno così non l'avevo mai visto: Lucetta è arrivata ieri sera e oggi è già fidanzata."
    Tutti alzarono il bicchiere gridando "bravi" e "auguri", e Mino strizzò l'occhio a Giuliana che lo trafisse con un'occhiata che diceva: "Con te farò i conti".
    Quando ci fu di nuovo silenzio il vecchio Toni si alzò:
    "Devo dire qualcosa anch'io. Era da tempo che desideravo ritirarmi perchè sono vecchio e vorrei riposarmi. Ho avuto una proposta molto interessante, persone giovani con un progetto di rinnovamento del locale che potrà attirare gente anche da fuori. Sono molto contento di affidare il mio lavoro di tutta la vita a due persone come Lucetta e Mauro che sicuramente non mi faranno rimpiangere la mia decisione. Perciò alziamo i bicchieri e brindiamo a questi due ragazzi coraggiosi che hanno deciso di investire il loro denaro nel nostro piccolo paese. Auguri!"
    "Allora vivranno qui" pensò Giuliana. Era incredula e felice. "Vivranno qui."
    Lucetta era accanto a Toni in quel momento, lontana da sua madre che potè raggiungerla soltanto con lo sguardo, proprio nello stesso istante in cui la figlia cercava il suo. Si guardarono a lungo negli occhi, e Giuliana non ebbe  più coscienza di nulla al di fuori del loro intimo muto dialogo.
     Allora sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e infilò la mano nel taschino della camicia per prendere gli occhiali da sole, ma li aveva dimenticati a casa.

  • 27 novembre alle ore 20:21
    L'OSPITE (Prima Parte)

    Come comincia: Giuliana non abitava in paese. Per raggiungere casa sua bisognava percorrere la strada sterrata che si snodava solitaria in mezzo alla campagna, e dal paese portava alla frazione più vicina. Non c'era nulla che indicasse dove fosse l'abitazione, ma tutti conoscevano Giuliana, e tutti abbozzavano un sorrisetto  malizioso quando venivano interpellati su di lei: ciò soltanto perchè era considerata una persona un po' strana. In realtà non c'è nulla di strano in una persona che ha scelto di vivere sola e  di dare poca confidenza agli altri, ma si sa che la gente fa presto a etichettare qualcuno di cui non  capisce granchè. Il marito di Giuliana se n'era andato da tanti anni e anche sua figlia Luciana era partita appena raggiunta l'età adulta. Al contrario del marito che non si era più fatto vivo, la figlia spesso le telefonava vincendo l'imbarazzo di lunghi silenzi in cerca di qualcosa da dire, che non trovava. Dopo aver pronunciato le solite parole di rito "Ciao come stai?" ed avere ricevuto la risposta "Bene grazie" lei non sapeva più cosa dire e il silenzio di sua madre certamente non l'aiutava. Daltronde c'erano periodi in cui quest'ultima sembrava indifferente a tutto, chiusa in un suo mondo personale che escludeva chiunque. Da quando poi la figlia era partita Giuliana non aveva più interferito nella sua vita, rispettando la sua riservatezza. Luciana però le voleva molto bene e spesso si domandava come fosse veramente, sua madre, sentendo un grande desiderio di conoscerla al di là dei loro rispettivi ruoli. Giuliana, da parte sua, aveva accettato senza discutere la partenza del marito ed anche quella della figlia. Riempiva le sue giornate al massimo in modo da non avere alcuna residua energia per pensare troppo, specialmente prima di dormire. Era una persona diretta, per certi versi austera, che andava diritta all'essenziale, molto intransigente con se stessa, ma sempre pronta a giustificare gli altri, anche se preferiva di gran lunga tacere, a meno che non venisse incalzata con insistenza. Chi la conosceva la provocava di proposito, ben sapendo che correva il rischio di sentirsi dire cose indesiderate, ma sicuro che niente e nessuno avrebbe potuto condizionare ciò che lei avesse avuto da dire. In casa sua non c'era uno specchio che la ritraesse intera, ma anche se ci fosse stato lei avrebbe sicuramente continuato a vestirsi davanti alla finestra con gli indumenti più comodi che avesse avuto a portata di mano: un paio di pantaloni di velluto in inverno, e jeans in estate; una maglia o camicia assolutamente grande con le maniche corte, e scarpe adatte alla campagna. Lo specchio nel bagno le serviva giusto per una ravviata veloce ai capelli corti e bianchi. Se l'espressione perennemente accigliata del suo sguardo non avesse scoraggiato chiunque da qualunque tipo di approccio, e qualcuno si fosse soffermato a guardare nei suoi occhi chiari, si sarebbe potuto rendere conto che in realtà essi erano pieni di dolcezza. Forse proprio per questo lei li nascondeva dietro  grandi occhiali da sole. La sua giornata era ricca di attività: il giardino la occupava moltissimo e poi la terra coltivata a verdura. Giuliana camminava fra le file di piantine, chinandosi ogni tanto a nettarne qualcuna, attenta a non sciupare nulla. La sua vita era lì, nel silenzio umido della serra dove lei poteva respirare profondamente la natura spiando la crescita di quei virgulti di un tenero verde che si irrobustivano ogni giorno di più. Fuori i suoi due cani rimanevano in attesa per correrle incontro scodinzolanti appena  usciva dalla serra, pronti a ricevere le carezze a cui erano abituati e che lei certamente non faceva mancare a nessuno dei due. Li aveva presi al canile. Non li aveva scelti: non venivano adottati perchè di grossa taglia e bisognosi di spazio. Lei non ci aveva pensato un attimo e se li era portati a casa. Li aveva chiamati Socrate e Platone in nome del suo antico desiderio di dedicarsi agli studi di filosofia che tanto l'avevano affascinata quando aveva iniziato le scuole superiori, ma che era stata costretta ad interrompere. Socrate era un pastore tedesco di otto anni, solido e intelligente. Platone era un bellissimo pastore maremmano bianco, astuto, un po' ribelle e giocherellone. Anche lui aveva otto anni. I due cani erano cresciuti insieme e si facevano molta compagnia. Tutto il giorno vivevano all'aperto, ma alla sera entravano in casa ed ognuno di loro aveva il suo posto preferito. Socrate si sdraiava sotto il tavolo della cucina e, facendo finta di sonnecchiare, spiava ogni movimento di Giuliana ed anche dei due gatti che se ne stavano raggomitolati sulle sedie. Platone invece si sdraiava davanti alla porta d'ingresso della casa, sopra una stuoia che ormai gli apparteneva. Cani e gatti vivevano tranquillamente insieme e spesso si rincorrevano giocando, con grande preoccupazione di Giuliana che vedeva in pericolo mobili e suppellettili varie, così quando non ne poteva più, cercava di cacciare tutti fuori casa. I gatti saettavano velocissimi verso l'uscita: fra i due Chicco era il più timido e con poche falcate si proiettava sopra un armadio da dove teneva sotto controllo la situazione; Tigre invece era permaloso: si fermava di fronte alla porta d'ingresso e gonfiava la coda rivolgendo a Giuliana un miagolio indispettito prima di andarsene con fare sussiegoso. Lei amava tutti i suoi animali, il giardino, la serra, e quella casa che la faceva sentire protetta. In casa le piaceva la penombra, specialmente in certi pomeriggi d'estate quando si accomodava sulla poltrona preferita e scrutava segmenti di raggi di sole che filtravano attraverso le gelosie accostate rendendo sonnolenta l'atmosfera della sala. Giuliana socchiudeva gli occhi e si abbandonava ad un breve riposo nel silenzio  interrotto soltanto dal tic-tac dell'orologio a pendolo. A volte si addormentava, ma non era un sonno profondo, era solo una specie di dormiveglia in cui realtà e fantasia si mischiavano, e dal quale si destava all'improvviso  con uno spiacevole senso di disagio. Allora si alzava in fretta e correva in bagno a lavarsi il viso, come a scacciare ombre indesiderate. Poi si preparava il caffè e andava a sorseggiarlo in giardino. Appena si sedeva sulla panca accanto al roseto, Socrate e Platone si sdraiavano col muso appoggiato ai suoi piedi e rimanevano immobili, ma con i sensi attenti a captare la più piccola vibrazione, il più impercettibile movimento di lei.
    In un pomeriggio d'estate, mentre beveva il suo caffè in giardino, i cani drizzarono le orecchie all'improvviso e si misero ad abbaiare. Poco dopo Giuliana sentì il cigolio dei freni di una bicicletta.
    "Buoni...buoni" Fece tacere i cani e andò verso il cancello.
    "Ah, sei tu. Ciao. Cosa succede?"
    Era Gelsomino detto Mino. Tutte le volte che Giuliana pensava a lui si chiedeva come avessero potuto i genitori appioppargli un nome del genere. In paese tutti conoscevano il suo nome per intero, ma soltanto i bambini si permettevano di deriderlo. Mino ormai era abituato e non se la prendeva più.
    "Ciao Giuliana, come va? Non ti si vede quasi mai."
    "Sto bene, grazie. Non sarai venuto fin qui per chiedermi come sto!"
    "No no, certo. Stammi a sentire. C'è un giovanotto in paese, un bravo ragazzo che avrebbe bisogno di una sistemazione per un certo periodo, solo per qualche mese.  Abbiamo pensato che tu hai una casa tanto grande e che magari potresti......"
    "Non se ne parla. Non voglio estranei in casa." Giuliana era irritata. "Come può venirvi in mente una cosa del genere? Io sono una donna sola...."
    Mino rise.
    "Donna sola! Tu sei un ariete, una testa di cuoio, un Rambo!"
    "Va bene, pensa ciò che vuoi. Non se ne parla."
    Mino la conosceva da tutta la vita e capì che come primo raund era sufficiente. Doveva lasciarle il tempo di pensarci, e poi tornare alla carica. Ma mentre se ne andava le gridò:
    "Guarda che è disposto a pagare bene!"
    "Vatteneeeeeee" L'urlo di Giuliana lo investì mentre già pedalava a tutta velocità verso il paese chiedendosi perchè mandavano sempre lui nelle missioni più pericolose.
    Lei rientrò in casa.  "Rambo" rise fra sè, scuotendo la testa.
    Ma cominciò a pensare alla proposta. Era contrariata che la sua tranquillità fosse stata disturbata, ma non poteva fare a meno di pensarci. Così la sera stessa decise che aveva bisogno di un consiglio e telefonò a sua figlia Luciana.
    "Pronto..mamma???" Luciana si chiese se fosse andata a fuoco la casa, o addirittura il paese intero, o fosse imminente la fine del mondo. Non aveva memoria che sua madre l'avesse mai chiamata da quando era partita.
    "Mamma! Stai bene? Cosa è successo?"
    "Ma sì, sto bene."
    Giuliana raccontò i fatti alla figlia e lei espresse la sua opinione.
    "Mamma, almeno accetta di conoscerlo. Magari è una brava persona, la casa è grande, e la presenza di un uomo in casa può sempre convenire."
    "Ho i miei cani!"
    "Certo certo mamma, ma i cani sono pur sempre cani" Luciana si rendeva conto di muoversi su un terreno minato e decise di andare all'attacco.
    "Mi hai telefonato per avere un consiglio. Io te l'ho dato. Adesso vedi tu."
    "Questa è una risposta. Grazie." 
    Più tardi Giuliana decise che in fondo non c'era nulla di impegnativo nell'incontrare il ragazzo, e al tempo stesso lei avrebbe potuto farsi un'idea più precisa. Va bene che tanto le persone non si conoscono mai, rifletteva fra sè, perciò il rischio c'era sempre, però sì, conoscerlo era una buona idea. Così se ne andò a dormire pensando che l'indomani sarebbe andata in paese e avrebbe risolto la questione.Quando si svegliò l'orologio segnava le cinque e un quarto. Era davvero presto e avrebbe dormito volentieri ancora un po', ma quando il cervello si mette in azione, come fermarlo? Così decise di alzarsi, immediatamente seguita dai suoi quattro animali. Preparò le ciotole col cibo per Chicco e Tigre e poi per Socrate e Platone. Li accarezzò con tenerezza mentre cominciavano a mangiare e cambiò l'acqua nei recipienti come faceva ogni mattina affinchè l'avessero sempre fresca. Mentre preparava il primo caffè della giornata, il più gradito, si domandò se avere una persona in casa l'avrebbe costretta a modificare le sue abitudini, e si chiese anche come avrebbe potuto conciliare la presenza di un ospite con quella di due cani e due gatti che da sempre vivevano la casa senza alcuna restrizione. C'era però una stanza in cui gli animali non erano mai entrati perchè era chiusa da molti anni, ed era proprio la camera destinata ad eventuali ospiti. Per gli animali non sarebbe cambiato nulla. Ricordando la camera per gli ospiti, subito le venne la curiosità di andare a darle un'occhiata per capire come si  potesse presentare agli occhi di un estraneo. Salì al piano di sopra e si fermò esitante davanti alla porta chiusa: quella era stata la camera di suo padre. Quando si decise ad aprire, appena accesa la luce, subito lo immaginò seduto sulla poltrona con un libro o un giornale in mano come era solito stare. Corse ad aprire la porta finestra ed uscì sul balconcino proprio mentre l'alba irradiava la sua prima luce. Aveva bisogno di respirare profondamente per controllare l'emozione. Sotto di lei la serra e di fianco il frutteto. Suo padre aveva creato e amato tutto questo, e anche quando si era ammalato e non aveva più potuto dedicarsi alla sua campagna, si sedeva in sedia a sdraio sul balconcino e si interessava ad ogni problema pretendendo di risolvere ancora lui ogni cosa; era convinto che nessuno fosse alla sua altezza. Un autentico combattente, a volte insopportabile, che aveva lottato contro il male con determinazione fino a che, purtroppo, le forze avevano cominciato ad abbandonarlo. Giuliana ripensò agli ultimi tempi in cui lui ormai era quasi del tutto consumato dalla malattia e i suoi occhi diventavano sempre più grandi e smarriti in un viso sempre più scarno. La commozione le riempì gli occhi di lacrime che lei lasciò scendere liberamente per pochi istanti; poi sospirò e rientrò per dare un'occhiata all'insieme. La camera era spaziosa e attrezzata di tutto: letto, armadio, comodino, e una scrivania proprio accanto alla poltrona; certo i mobili erano vecchi, anche se belli e solidi, e daltronde tutta la casa era stata arredata parecchi anni prima. Decise che in fin dei conti l'ambiente era discretamente accogliente. Lo squillo del telefono interruppe i suoi pensieri.
    "Pronto"
    "Ciao mamma, sono io. Allora cosa hai deciso?"
    "Oggi vado a conoscerlo."
    "Bene, sono contenta. Ti chiamo stasera. Ciao"
    Era mattino inoltrato quando il telefono squillò anche a casa di Mino che certamente non si aspettava di sentire la voce di Giuliana.
    "Ciao Mino, sono Giuliana. Ho deciso di conoscerlo, il giovanotto, ma solo di conoscerlo, senza nessun impegno, giusto per farmi un'idea. Chiaro?"
    L'appuntamento fu deciso per le ore 17 di fronte all'unico bar-trattoria-bazar, e chi più ne ha più ne metta- nell'unica piazza del paese.
    Anche se Giuliana cercava di non dare troppa importanza al fatto, quella non poteva essere una giornata come le altre, e non lo fu. Si impegnò a fondo nella pulizia della casa, e poi nella serra e nel giardino. A mezzogiorno era stanca e non aveva voglia di cucinare perciò si preparò un'insalata. Prima di sedersi a tavola andò nella stanza da bagno per mettersi un po' in ordine. Lì, davanti allo specchio posto sopra il lavandino, si soffermò a lungo, come da tempo non succedeva, e si specchiò avvicinandosi quasi a sfiorare lo specchio, passandosi la mano sul viso e indugiando sulle rughe più profonde. Constatò quanto si fosse assottigliata la sua pelle, anche se ancora liscia e vellutata, decidendo che, in conclusione, non stava invecchiando poi così male.
    Quando ebbe finito di mangiare l'insalata e la frutta se ne andò in giardino a bere il caffè, scherzando con Socrate e Platone che le scodinzolavano intorno col rischio di farla inciampare.
    "Allora, cosa ne dite? Mi dovrò vestire elegante oggi? O come al solito!"
    I due cani la guardavano come se volessero risponderle mentre lei li accarezzava e scompigliava loro il pelo affettuosamente. Poco distante, Chicco e Tigre se ne stavano sdraiati al sole e, sornioni, osservavano la scena, apparentemente indifferenti, ma lei che li conosceva bene sapeva che quel certo modo nervoso di leccarsi a intervalli la zampetta denotava una mal dissimulata gelosia. Così si alzò e andò a coccolarli un po'.
    Alle 17 in punto la vecchia bicicletta nera di Giuliana, con lei sopra in jeans, camicia e occhialoni scuri, frenò cigolando di fronte a "La Pergola".
    Ecco, quello che aveva di bello il bar-trattoria ecc.ecc., era la pergola antistante il locale: una vecchia vite che faceva da tetto a sedie e tavolini, e in quel periodo già ricca di grappoli d'uva in via di maturazione. Neanche a dirlo, il cartello "La Pergola" campeggiava a destra dell'entrata del bar, in una scritta multicolore, chissà perchè, verticale. A sinistra invece un cuoco di cartone dal viso tondo e rubicondo invitava la gente ad entrare. Tovagliette a quadretti bianchi e rossi ed altre a quadretti bianchi e blu ornavano i tavolini, e cuscini delle medesime fantasie rendevano più allegre ed anche più comode le semplici sedie di formica e metallo. Il dehors era delimitato da grossi vasi di fiori variopinti in piena fioritura: da sempre una grande passione del proprietario.
    Giuliana riteneva tutto ciò una inutile mania di grandezza, prerogativa del vecchio Toni che pareva non essersi ancora reso conto di vivere in un paese in cui nessuno poteva capitare per caso, ed era altresì molto improbabile che qualcuno avesse un qualsiasi motivo per recarvisi. Eppure non avrebbe saputo immaginare la piazza senza il locale di Toni con i suoi colori e la sua allegria. Chissà cosa ne sarebbe stato del locale, quando lui non ci fosse stato più! Giuliana sospirò e si guardò attorno. In un angolo del dehors vide subito Mino seduto ad un tavolino insieme al giovanotto. Chiaccheravano sottovoce davanti a due bicchieri di vino, anzi di sangrìa. Lei lo capì guardando la caraffa nella quale erano ben visibili pezzi di frutta nonostante il vetro appannato. "Vecchia volpe!" pensò. Mino sapeva molto bene che a lei piaceva la sangrìa, e giocava le sue carte. Lui la vide e le fece un cenno. Lei si tolse gli occhiali per educazione, li infilò nel taschino della camicia e si avviò verso di loro.
    Il "giovanotto" si chiamava Mauro e la prima cosa di cui si rese conto Giuliana fu che lui non era così giovane come lei aveva immaginato. Era un uomo di almeno trentacinque anni, cordiale, dall'aspetto piacevole. Le piacquero di lui anche l'abbigliamento semplice e comodo e il modo di interloquire diretto ma educato.
    "Io non ho niente contro gli animali" le stava dicendo "non mi dànno alcun fastidio, anzi mi piacciono."
    La risposta di Giuliana arrivò immediata e secca.
    "Non mi sono posta questo problema. Semmai mi sono posta il problema che i mei animali potrebbero non gradire la sua presenza."
    Le orecchie di Mauro diventarono di fuoco e lei capì che era timido, ma anche permaloso. Nella sua vita aveva visto arrossire tante persone, ma mai nessuno di cui arrossissero soltanto le orecchie. Questo la divertì e pensò che se davvero Mauro avesse vissuto in casa con lei, le sue orecchie sarebbero andate a fuoco molto frequentemente. Così abbozzò un mezzo sorriso che non sfuggì a Mino che non aveva capito niente, ma subito le riempì il bicchiere, ligio al vecchio detto "il ferro va battuto finchè è caldo".
    Si lasciarono cordialmente e con la promessa che il giorno seguente Mauro sarebbe andato a farle visita. Mentre tornava a casa in bicicletta lei si sentiva bene. Il suo sguardo avvolgeva i campi e gli alberi mentre le sue narici assorbivano il profumo della campagna. Il vento le andava incontro accarezzandole il viso e lei socchiudeva gli occhi felice. Sorrise quando sentì l'abbaiare festoso dei suoi cani che già da lontano l'avevano sentita arrivare. Cosa mai avrebbe potuto desiderare di più? A casa dovette frenare il loro entusiasmo per non essere buttata per terra.
    "Buoni, buoni" rideva, mentre si sottraeva agli assalti affettuosi di Socrate e Platone. "Buoni, mi fate cadere!"
    Quando finalmente riuscì ad entrare in casa, si lasciò cadere nella poltrona preferita e rimase lì a pensare. Mentre accarezzava i suoi cani che le avevano appoggiato la testa in grembo, rivide il viso di Mauro:un viso dai lineamenti marcati sotto una capigliatura castana un po' riccia e certamente non facile da dominare. Leggere ombre azzurrine  sotto agli occhi chiari conferivano al suo sguardo un'espressione malinconica e, unite alle mascelle angolose e il naso sottile, costituivano un insieme vagamente ascetico. Ma  le labbra morbide e ben disegnate ispiravano sensualità e scoprivano nel sorriso una bellissima dentatura. Un uomo curato, attento a se stesso, sicuramente dotato di fascino, ma con qualcosa di sfuggente che Giuliana istintivamente avvertiva.
    "Eccomi già qui a elaborare congetture" pensò alzandosi di scatto.
    "Avanti ragazzi, andiamo!" E corse fuori inseguita da cani e gatti: sapevano che era giunta l'ora più bella della giornata: l'ora del gioco.

  • Come comincia: La mattina di Santa Lucia, "Santa Lösséa” in bergamasco, accanto all'urna di vetro della Maria Bambina Nascente (dono di nozze ricevuto da mia mamma Elisa, come tutte le spose del tempo) accanto alla quale la sera prima erano stati deposti una ciotola d'acqua e una manciata di fieno e "miscèla" - la farina data alle mucche- per l'asinello, noi bambini scoprivamo i doni: quaderni, matite, oppure i “basì”, caramelline zuccherate che venivano trovate anche sparse sulle scale, come fossero state davvero dimenticate dalla Santa.
    La sua notte "l'è la piö lónga che ghe séa" è la più lunga che ci sia,  perché fino al XIV° secolo e prima della Riforma del calendario attuata nel 1562 da Papa Gregorio, il 13 dicembre coincideva con il solstizio d'inverno, quindi una notte lunga, come la trepida attesa che tiene svegli fino a tardi i bambini di ogni generazione, nella sofferenza di resistere al sonno e alla tentazione di spiare la Santa che giunge con "l'asnì", l'asinello.
    L'ultima Santa Lucia è arrivata quando ero in quarta elementare e consisteva nel mio primo camioncino di plastica gialla, bellissimo. Non potevo credere ai miei occhi. Lo rimiravo e lo rimiravo estasiato senza parole, a lungo incredulo che davvero la Santa si fosse ricordata anche di me, piccolo bambino di montagna, abituato solo ad andare su e giù lungo le mulattiere, tra la casa, la stalla e i campi.
    Mia sorella invece ricevette una bacchetta di legno dipinta d'argento: per lei fu un enorme dolore scoprire che probabilmente non si era comportata correttamente. Ma anche quello strano dono era meraviglioso, brillante, luccicante. Alla fine, invece di rimanerci male, mia sorella lo usava come spada, come scettro, come bandiera, e ne era orgogliosa.
    Più tardi però, durante una delle solite sere in cui si recitava il rosario, ed io per non cadere addormentato inseguivo le ombre con gli occhi  o le faville nel camino, notai che l'argento della bacchetta era lo stesso usato per ridipingere ad ogni primavera le canne della stufa in cucina. Solo che il colore della bacchetta di mia sorella era più nuovo, non scurito dal fumo.
    Anche per il giocattolo trovai una spiegazione: le mie sorelle cominciavano a lavorare agli Honegger di Albino e probabilmente l'avevano osservato in una vetrina del "Risöl" già da alcuni mesi. Avevo scoperto il mistero.
    L'anno successivo mi alzai impaziente e ciabattai fino alla camera Bella tra il "barbèlà de frècc", il tremare di freddo, ma vicino all'urna non c'era nulla: avevano capito che io sapevo.
    Scesi da basso e ritto nel mio corto pigiama di flanella, soffocando il groppo in gola che rischiava di sommergermi, esclamai alle donne indaffarate in cucina: "Me adès 'ndò a servì mèsa. (Io adesso vado a servire messa) Quando torno voglio trovare i miei doni".
    Ancora oggi rivedo gli occhi azzurri pieni di dispiacere di mia madre, muta davanti a me, le sue mani screpolate che serravano tremanti la "bigaröla", il grembiule. Al ritorno dalla chiesa trovai alcuni mandarini, due arance, qualche noce, ma per me l'infanzia era finita.
     
    (Sulla base di una testimonianza vera, ricordi di un bambino degli Anni Cinquanta sulle montagne bergamasche, Altopiano di Selvino Aviatico, borgata di Amora Bassa))
     

  • 26 novembre alle ore 1:09
    Crash di sistema

    Come comincia: <> Crash di sistema. 

    Sperduto tra la veglia e il sonno. Brandelli di codice inutile, senza più alcun senso, mi vorticavano intorno.
    Ed io al centro di tutto, in un vuoto che andava acquistando fisicità di giorno in giorno.
    Lampi di ricordi improvvisi. Una vita intera all’improvviso.
    E poi più niente.
    «Svegliati.»
    Una voce confusa raggiunge la mia mente. Reagisco ancora con molta lentezza. Rimetto a fatica insieme i pezzi. Pezzi che giungono non so da dove. Sono miei?
    «Coraggio, è passata. Te la sei vista brutta ma è passata!»
    Apro gli occhi e una luce bianca mi acceca.
    Poi una eclisse: la testa calva di un anziano si pone tra me e la luce.
    Mi sorride: «Ricordi cosa ti è successo?»
    Ignoro la domanda, mentre una molto più importante rapisce la mia attenzione: chi sono io? Sto per aprire la bocca e chiederlo a quell’individuo quando mi torna tutto in mente.
    Una vita intera in una frazione di secondo. Ricordo tutto… quasi tutto.
    Mi concentro di nuovo sulla sua domanda.
    «Veramente no; ero al lavoro allo stabilimento quando ho perso i sensi e mi sono ritrovato qui. A proposito, dove mi trovo?»
    «Sei al pronto soccorso, hai subìto un trauma cranico. Un braccio meccanico ti è venuto addosso. Proprio un brutto incidente.»
    Per un attimo perdo la sicurezza appena riconquistata: non ero più sicuro dell’anno e del luogo in cui mi trovavo. Come se all’improvviso l’immagine che avevo nella memoria fosse andata fuori fuoco.
    Lo chiedo, esitante.
    Il medico sorride di nuovo e mi risponde prontamente: «Sei a Varsavia, è l’11 ottobre del 1939. Non devi preoccuparti, è normale: lo stato confusionale ti abbandonerà fra un po’. Nel frattempo riposati.»
    «Sì, credo di averne bisogno.»
    Chiudo gli occhi e il torpore mi avvolge nelle sue spire, fino a ché i suoni scompaiono e mi riaddormento prima di poter pensare altro.
     
     
    «Muoviti, cazzo!»
    Apro gli occhi e senza riflettere mi metto a correre. L’allarme suonava da diversi secondi, una nuova ondata era in arrivo. Corro nel lungo corridoio scuro che separa il reparto di vestizione dai nostri velivoli. Nella fretta ho lasciato l’armadietto aperto ma Bob mi aveva trascinato via con uno strattone, d’altro canto eravamo gli ultimi.
    «Cazzo, non puoi lasciare che capiti in queste occasioni!» Bob mi urla dietro con il suo solito tono agitato. Aveva sempre quel tono, anche nelle occasioni più calme.
    «E cosa credi che possa fare? Sai che non lo controllo.» rispondo con lo stesso identico tono.
    «Beh, le pillole che prendi? Prendine di più, no?»
    «Non mi stanno facendo niente, gli svenimenti e le allucinazioni continuano.» Finisco la frase e trovo un istante per pensare a quell’ultima visione: devo aver letto troppi libri di fantascienza, mi dico, per arrivare ad immaginare posti così assurdi e irreali.
    «Fortuna che a guidare sono io… Merda!»
    Il corridoio terminò, cedendo il passo al ponte di collegamento mobile: le pareti trasparenti mostravano uno spettacolo terrificante. Le navi venivano colpite prima ancora di armarsi; migliaia di esplosioni fino all’orbita più bassa.
    «Mio Dio, no!» la frase mi scaturisce da sola, dal profondo, quando mi volto a sinistra e vedo un frammento di un velivolo distrutto, che ci piomba addosso.
    «Bob, via di qui! Subito…»
     
     
    Un solo istante di buio e poi riapro gli occhi.
    I suoni sono cambiati: c’è calma  e tranquillità intorno a me.
    Non mi sento confuso, sono stordito ma mi considero lucido a sufficienza.
    «Sei fortunato, ti abbiamo preso appena in tempo.» disse una voce, con il tono di chi ripete ogni giorno sempre le stesse cose.
    «Devo essere svenuto, mi sembrava solo un momento fa di essere…»
    «Lo so, è normale in questi casi. Sei svenuto senza un apparente motivo, subito dopo aver urlato strane parole. I tuoi compagni si sono preoccupati…»
    «Ricordo bene cosa è successo, non serve che me lo ripetiate. Ma vi prego, ditemi del mio compagno.»
    «Il tuo compagno?»
    «Sì, Bob. Il sottotenente Robert Taylor, matricola numero 183643.»
    Capisco all’improvviso di non essere sdraiato, sono all’interno di una sorta di loculo trasparente pervaso da una tenue luce verdognola, sono quasi in piedi. L’inserviente che davanti a me teneva con la mano la lastra ermetica di sicurezza mi guarda come se fossi un alieno. Si avvicina e mi parla in un orecchio: «Credevo di averti già detto di smettere con quella roba: non ti potrò coprire per sempre, e comunque il tuo superiore si renderà conto prima o poi di ciò che sta accadendo. Adesso vai, coraggio: torna al lavoro. Ti è passata.»
    Mi aiuta ad uscire dall’incubatore, improvvisamente la memoria di una vita intera fatta di avventure e scorribande se ne va e un’altra prende il suo posto. Lo shock è forte, inizio a tremare. Ricordo tutto: ero un semplice meccanico di trivelle su una colonia del settore C3, ma sognavo spesso e volentieri di andarmene.
    Quando il pessimismo mi schiaffeggiava ricordandomi che avrei finito lì i miei giorni, allora trovavo altri modi per andarmene comunque…
    … droghe.
    Droghe che mi creavano una realtà parallela, che mi facevano rivivere gli antichi tempi della guerra. Droghe così evolute da crearmi un vero e proprio passato di ricordi, quasi tali da simulare anni di vita alle spalle.
    Eppure qualcosa non quadrava.
    Avevo ancora un vago ricordo di una civiltà aliena… un mondo lontano nel tempo e nello spazio, in cui ero stato un meccanico… ricordo la parola Varsavia, ma non la associo a nulla di concreto.
    Strana come sensazione, mi ripeto mentre mi rivesto: non era una allucinazione come le altre. Sembrava più profonda, familiare… pericolosa.
    «Non capisci più niente vero?»
    Una voce roca e sporca mi coglie alla sprovvista mentre sto per riprendere il turno.
    Mi volto, e faccio a mala pena in tempo a distinguere un essere dall’aspetto repellente e sudicio che mi fissa negli occhi.
    Me lo trovo a pochi centimetri dal mio naso, e questo mi impedisce di vedere la lama che tiene nascosta dietro il fianco.
    Con un movimento fulmineo agita l’arma fendendo l’aria, e con lei anche la mia gola: faccio in tempo a sentire la sua ultima frase: «Devi muoverti, capisci? La macchina controlla tutto, devi trovarla se vuoi fermarti.»
    La vita mi passa davanti. Rivedo il matrimonio e i miei figli, mentre continuo a tentare di capire perché stia accadendo. Tentare di trovare un movente.
    Ma ero ancora stordito dalla droga per rendermi conto fino in fondo che ero stato assassinato.
    Chiudo gli occhi ancora una volta.
     
     
    «Biglietti, prego!»
    La voce aveva un tono insistente e scocciato: forse non era il primo tentativo che faceva di svegliarmi.
    Il suono sordo e ripetitivo di un treno in corsa si fece largo nella mia mente.
    Apro gli occhi e cerco si stirarmi senza invadere gli altri posti a sedere.
    La luce del mattino illuminava tutto il vagone con il suo timbro dorato: all’esterno, subito oltre la ferrovia, un dirupo scendeva per diverse decine di metri, fino al mare.
    Il treno stava costeggiando il golfo di Trieste.
    Alzo lo sguardo e metto a fuoco il controllore: era rimasto in silenzio per alcuni istanti, aspettando che mi svegliassi per bene. Era alla ricerca affannosa del mio sguardo, e appena lo trovo ripeté: 
    «Biglietti, prego!»
    Ogni giorno dovevo fare i conti con il ritardo di quel maledetto treno: la coincidenza era soli sette minuti dopo e ne impiegavo circa tre per raggiungere la fermata dell’autobus.
    E quel treno faceva ritardo un giorno sì e uno anche.
    Gli consegno il biglietto senza neppure guardarlo in faccia: mi volto verso il mare, a guardare tutti quei triangoli colorati che si muovevano lentamente su di esso.
    Fra poco sarei stato a bordo di uno di quelli, e le onde, che da quassù apparivano congelate e immobili, mi avrebbero dato diverse noie, oggi.
    «… La macchina!»
    La frase del controllore era stata probabilmente più lunga, ma distratto dai miei pensieri avevo registrato solo quella parola.
    … la macchina…
    «Quale macchina?» faccio io, perplesso.
    «Non ha usato la macchinetta per obliterare il biglietto?»
    Ignoro la domanda inquisitoria di quell’individuo e un improvviso panico mi assale quando mi rendo conto di avere la mente totalmente vuota e sgombra di ricordi di ogni genere. A parte quelle poche informazioni sul fatto di essere pendolare e di dover salire su una barca a vela ogni giorno, mi rendo conto di non possederne altre. Attorno a quei ricordi c’è il vuoto, il buio completo.
    Ignoro perfino il mio nome.
    Ma la cosa più insensata è il fatto che concentrandomi su quei pochi elementi ancora in mio possesso vengo pervaso da una strana sicurezza, una certezza in una vita e un passato che, non so come, ignoro del tutto. Arrivo perfino a provare un forte senso di noia di vivere, tipico di chi ripete lo stesso “tram tram” per anni e anni, ma tuttavia non ne ho alcuna memoria.
    La voce insistente del controllore continua ad aumentare di volume, richiamando l’attenzione degli altri pendolari del mattino, mentre io continuo a navigare alla cieca nel buio della mia mente.
    In un istante mi raggiungono dei ricordi sconnessi: sono tre esperienze, tre momenti di vita che credo mi appartengano ma troppo assurdi per essere reali.
    Sono lontani tra loro. Estremamente lontani; eppure ho la strana sensazione di averli provati di recente, di averli vissuti in sequenza.
    Come dei sogni dentro ai sogni.
    A quell’ultima consapevolezza segue immediato un forte senso di nausea, un giramento di testa mi costringe a chiudere gli occhi. Se fossi stato in piedi probabilmente sarei caduto.
    Il paesaggio continua a girarmi intorno.
    Quei ricordi confusi e inconciliabili iniziano a prendere fisicità, acquistano realismo e concretezza.
    Ne distinguo sempre più i particolari.
    Decido di lasciarmi andare e non curarmi più della soluzione di tutto ciò: mi rivolgo al controllore.
    «Lei non dovrebbe darmi l’ennesima spiegazione che giustifica i miei ricordi precedenti?»
    «Come ha detto prego?»
    Il tentativo aveva fallito miseramente: mi resi conto della stupidaggine che avevo detto, o per lo meno di quanto potesse apparire idiota quella domanda, vista dall’esterno.
    «Niente, mi scusi.»
    La speranza di uscire da quel caos si dileguò in un secondo, così come era arrivata.
    Tornai a fissare il mare, in una inquietudine crescente.
    Se fosse stato realmente un sogno sarebbe stato un incubo, ma purtroppo era la realtà.
    «Se vuole può risolvere questa situazione.»
    La frase del controllore richiamò la mia attenzione e tornai a fissarlo con rinnovata curiosità e speranza.
    Forse non ero solo.
    «Può timbrarlo all’arrivo.»
    «Posso… cosa?» quell’individuo era di nuovo passato dall’essere la mia guida e salvezza all’essere la creatura più inutile dell’Universo.
    «C’è una nuova legge, in questi casi può timbrarlo all’arrivo: ecco. C’è una macchina apposta per i casi come questi.»
    Mi consegna una specie di ricevuta, non so cosa sia, non la leggo nemmeno. Non mi interessa, così come non mi importa nulla della legge di cui aveva parlato quell’individuo, che ora stava già controllando gli altri passeggeri.
    Tento in tutti i modi di ricordare qualcosa di quella nuova vita in cui mi ero ritrovato ma non c’è verso, paradossalmente ho più immagini provenienti da quelle allucinazioni o sogni che dalla realtà che mi circonda.
    Resto in silenzio a lungo.
    Il treno raggiunge il terminal e i pendolari escono con la solita fretta dagli scompartimenti.
    Io invece mi attardo, evitando la ressa: oggi non credo che prenderò l’autobus, mi dico.
    Non ho voglia. Non ne ho più.
    Scendo dal treno e una gelida folata di bora mi ricorda di essere in inverno inoltrato.
    Arriva alla spicciolata qualche remota immagine della mia vita triestina, ma sono ricordi sconnessi ancora una volta.
    Non li comprendo fino in fondo: mi appaiono come vissuti in prima persona ma non sembrano sposarsi affatto con la vita di un pendolare.
    Rifiuto quelle immagini, le allontano: voglio credere che ci sia una spiegazione logica a tutto questo. Sento di aver passato il punto di non ritorno, il limite massimo di sopportazione: se dovesse anche tornarmi tutto alla mente non credo che lo accetterei. Non mi andrebbe più bene, ormai. Non potrei andare al lavoro come se nulla fosse, anche perché non so quanto potrebbe durare la cosa, prima che qualcun altro mi svegli dicendomi che erano tutte allucinazioni.
    Non sono in grado di credere a nulla di ciò che faccio, a questo punto.
    Nella rassegnazione e passività più totali cammino lentamente, prendendomi tutto il tempo necessario per raggiungere la fine del binario.
    Prendo dalla tasca il foglio consegnatomi dal conducente: c’è una intestazione.
    Parla di questa nuova macchina: contiene un database con tutti i clienti delle ferrovie dello stato.
    Mi chiedo come possano conoscere i miei dati.
    L’inconscio mi suggerisce la risposta: i biglietti, mi dico. I biglietti sono cambiati adesso. Ogni persona possiede un biglietto personale che la identifica e che memorizza i suoi viaggi.
    Tre nuove immagini mi tornano alla mente: è assurdo, ma sulla colonia C3, che fosse stata una allucinazione o chissà cosa, c’era tuttavia uno di quei biglietti. Mi spuntava dalla tasca della giubba.
    Anche nel sogno precedente ce n’era uno: era nel mio armadietto, che era rimasto aperto quando Bob mi aveva trascinato via, verso la morte.
    E perfino a Varsavia, nel ’39, avevo posseduto uno di quei biglietti.
    Uno strano disegno prende forma, il numero di tasselli aumenta ma non riescono ancora ad incastrarsi nel modo giusto e non fanno altro, così, che aumentare la mia confusione.
    Acquisto la consapevolezza che il biglietto era sempre stato lo stesso, uno solo: l’unica cosa, forse, che accomunava quelle tre visioni e questa ultima realtà.
    Entro in stazione, mi guardo intorno e individuo la macchina in questione.
    Sembra una normale obliteratrice, ma possiede un piccolo display nella parte superiore.
    Metto una mano nella tasca sinistra e trovo il biglietto: sembra un normale biglietto ferroviario, ma manca il nome sopra.
    So che dovrebbe esserci perché il biglietto è identificativo del proprietario, ma sul mio non c’è.
    Mi avvicino alla macchina.
    Alcune persone ogni tanto arrivano, la usano e poi se ne vanno. Proprio come una normale obliteratrice.
    Aspetto che non ci sia nessuno, poi provo io: sul display compare la scritta

    <> Digitare una domanda…

    Provo a scrivere
    <Cosa sei?>.
    Attendo un po’, poi compare la scritta di errore, accompagnata dal messaggio laconico:

    <> Non è stata trovata una risposta alla domanda.

    Provo in un altro modo:
    <Qual è il tuo scopo?>
    La risposta questa volta non si fa attendere:

    <> Il mio scopo è il controllo di tutto il traffico ferroviario.
    <> Il mio database contiene tutti i clienti delle ferrovie dello stato.
    <> Gestisco e aggiorno tutti i biglietti emessi.

    Prendo il mio biglietto, lo guardo ancora una volta e lo infilo nella fessura.
    Compare immediatamente la scritta:

    <> Errore grave. Biglietto privo di codice. Arresto del sistema in corso!

    Aspetto un paio di secondi, poi il buio.
    All’improvviso scompare tutto, la stazione, la voce dall’altoparlante, i rumori, la luce.
    Il mio corpo non riceve più informazioni dall’esterno.
    I miei ricordi scompaiono, la mia mente si svuota di quel poco che aveva e si pulisce.
    Rimane solo quel display davanti a me, debolmente luminoso.
    Un cursore continua a lampeggiare.
    Dopo diversi secondi compare un ultima scritta:

    <> Kernel non trovato. Impossibile riavviare.
    <> Specificare un percorso per il Kernel di sistema.

    Non riesco più a pensare: non tanto per il disorientamento o la paura, ma semplicemente perché non ho più elementi su cui impostare un pensiero.
    L’unica cosa che mi echeggia nella mente e una sola domanda.
    “Chi sono io?”
    Vorrei guardare intorno, ma non riesco a voltarmi: non mi sento più il corpo ma considero la possibilità che non esista più.
    Ad ogni modo, anche voltandomi non credo che avrei visto gran ché: ero circondato dall’oscurità più totale.
    Aspetto ancora un po’, indeciso; poi decido di ignorare le scritte senza senso che compaiono su quel display e faccio la mia domanda. Non posso digitarla, ma pensarla è sufficiente per vederla comparire d’innanzi a me:
    <Chi sono io?>
     
    <> Sistema ripristinato.

    FINE

  • 18 novembre alle ore 12:47
    AMORI PARTICOLARI - TERZA PARTE.

    Come comincia: "Tu non l' hai più mollata a Daniele e lui vuole riconquistarti comprandoti."
    "Esattamente, a questo punto ci sono due strade: ritornare a vivere presso i nostri genitori o..." "Decideremo con calma, la notte...dimmi del secondo problema." "Cè stata una scenata fra Erik e Daniele, quest'ultimo innamorato di me non vuole più avere rapporti con lui, se non si rimettono insieme verrà fuori un casino tremendo e qui crollerà tutto.""Domattina prenderemo una decisione o meglio sarai tu a prenderla con il tuo solito buon senso, per ora mollagliela in fretta e a lungo!" Un sole domenicale filtrava fra le tapparelle, proprio in faccia ad Eva che si alzò. Bacino a! consorte che invece si rigirò dall'altra parte."Svegliati, consiglio di guerra: prima decisione rinunziare a tutto vuol dire dare addio agli agi, nessuna preoccupazione per il futuro, amicizie importanti ma rinunzia alla nostra libertà ma anche disponibilità sessuale verso tutti. Votazione: io voto per rimanere allo status quo e tu?" "Mi associo, vorrei vedere qualcuno che avrebbe optato per l'altra soluzione, l'altro problema è più impegnativo, cosa hai pensato?" "Siccome sono io il problema sono io che mi debbo mettere in mezzo a loro due per farli riconciliare." "Da quello che mi hai detto non mi sembra tanto facile convincere Daniele..." "E qui subentro io: andiamo a letto tutti e tre e troverò il modo di farli inchiappettare fra loro porca miseria!" "Ma anche tu starai fra due fuochi, chiamali fuochi!" "Voglio che tu sia completamente convinto e che non ne soffra, è solo il sesso che ci ha portato..." "Sono convinto, se possibile non farti godere in bocca, vorrei che fosse solo mia." "Ci proverò ma sarò sempre sincera o se non ti va bene ti dirò tante bugie, scegli." "Scelgo le bugie." "Bugiardo mi faresti per giorni tante domande asfissianti, solo la verità ed ora all'opera" 'Le svizzerotte erano partite, dovevano sfilare, Fefè preferì lasciare il campo libero alla sua deliziosa che raggiunse Daniele ed Erik sulla spiaggia."Ragazzi niente musi, vi voglio molto bene ad entrambi, un bacino a tutti e due e poi un piano di guerra: il pomeriggio Fefè va a trovare i suoi che non vede da tempo, alle quindici tutti in camera mia, ed ora un bel bagno rinfrescante. Daniele finalmente poteva appropinquarsi alla sua amata, i due si sorrisero, un segno di pace finalmente! Dopo pranzo effettivamente Fefè sparì dalla circolazione lasciando libero il suo posto ai due che si presentarono insieme prima dell’orario."Sono in bagno a lavare le cosine mie, Èva entrò in camera con l'asciugamano far le cosce, ragazzi datevi una mossa, che siete diventati timidi!" I due non se lo fecero dire due volte e, spariti i vestiti, si mostrarono già in armi... "Cominciamo con i bacini: da me uno a tutti e due e poi voi fra di voi. Bene ora che vi vedo in posizione io, carponi, Daniele mi bacia la beneamata e Erik il mio delizioso culino, voglio godere un po' per lubrificarmi in attesa di grandi eventi!"
    I due obbedirono all'unisono ed Èva cominciò a gemere, tutta sceneggiata a loro favore che seguitarono imperterriti, seconda finta goderecciata seguita da una terza questa volta vera."Allora cambiamo, io davanti sul fianco dietro di me Erik nel culino o in fica come preferisce e Daniele dentro Erik. Daniele non si mostrò molto contento ma ubbidì. Erik preferì il culino di Eva nella fica ci nuotava, Daniele come stabilito. Il
    trenino partì in volata, i due si davano da fare soprattutto Daniele che voleva sbrigarsi per raggiungere il suo scopo che era quello di penetrare davanti e di dietro la sua amata. Tutti a turno in bagno." Ora cambiamo io la solita posizione, Daniele dietro di me in fica o nel culino ed Erik dietro Daniele. Quest'ultimo preferì il fiorello, di culo ne aveva avuto abbastanza con Erik, quest'ultimo finalmente poteva penetrare il suo amico a piacere e ci rimase a lungo con ripetuti orgasmi tutti veri.Daniele chiese ed ottenne di penetrare il culino di Eva e quindi altro trenino.Erano le diciassette, la signora: "Ragazzi sta per tornare Fefè, ora che siamo tutti riappacificati niente musi lunghi né gelosie, io sono a vostra disposizione, vi voglio bene ma voglio che fra voi due ritornino i rapporti di una volta.”"Caro, resoconto: Daniele è venuto nel fiorello e nel culino, loro due si sono inchiappetati a turno e si sono riappacificati, io mi sento come una nave scuola, metto un po' di pomata nel due buchini, per stasera non ce n'è per nessuno, nemmeno per te. Non pensi che non debba essere solo io a sacrificarmi, mettici un pò del tuo." "Ho avuto un'esperienza con Erik che non voglio ripetere, fra l'altro una curiosità: quando Erik ha goduto dentro il mio sedere ho sentito come una pipì violenta da parte di Erik invece di uno schizzo di sperma, non capisco." "Te lo spiego io: Erik ha una sessualità particolare: quando è eccitato il pene e le palline diventano dure da sembrare legno, quando gode ha uno schizzo violento, una volta che gli ho fatto un pompino, ho tolto la bocca prima che godesse e lo schizzo multiplo è arrivato a circa trenta centimetri, ecco svelato l'arcano." Un giorno dopo l'altro...Una mattina Daniele :"Dormiglione svegliati dobbiamo andare in negozio... Ancora dormi dai.." Erik in negozio non ci tornò mai, era morto nel sonno. Il fatto nefasto cambiò un po' la vita di tutti.Una pagina di necrologio degli amici nel giornale locale; un lungo corteo di macchine dietro al feretro sino al cimitero suscitò la curiosità dei cittadini che non avevano idea chi fosse Erik Anderson. Daniele fu il più colpito dall’evento luttuoso, non andava più in negozio, passava le giornate a letto o sul divano, non leggeva i giornali che Fefè gli comprava, anche la televisione restava spenta.Eva cercava di smuoverlo in tutti i modi:"Vieni qua fammi assaggiare il tuo uccellone..."Niente da fare, Daniele si stava lasciando morire, cosa che avvenne dopo quattro mesi non prima di aver fatto testamento a loro favore ed aver rivelato il numero segreto del suo conto lussemburghese. Ora non siamo benestanti siamo ricchi anzi ultra ricchi!”
    Fefè ed Eva, che nel frattempo si erano sposati, non cambiarono il loro tenore di vita, non lasciarono il loro impiego, Eva guidava sempre la Jaguar, Fefè si comprò una Fiat 500 Abarth, trovò una pista di kart dove poter sfogare le sue velleità velocistiche ma la dipartita di Erik e di Daniele aveva cambiato qualcosa nel loro intimo. La loro casa vuota veniva sempre tenuta in ordine come se fossero stati vivi.Un diversivo piacevole era la venuta di Ursula e Ginevra con Alberto e Susanna i figli di quest'ultima nel frattempo cresciuti: Alberto molto simile al padre e Susanna spiccicata alla madre. Rimanevano anche un mese occupando l'appartamento dei defunti. Ursula si domandava ancora perché non era rimasta anche lei incinta. "Ursula ormai sei in menopausa, non ci pensare più, sei la zia di due magnifici ragazzi, consolati!"
    Fefè ed Evasempre pervasi da una tristezza infinita, non cancellabile da una vita agiata, morirono in tarda età lasciando la loro eredità ai giovani nipoti acquisiti, per loro volontà vollero che la loro dipartita fosse discreta, niente notizie funerarie sul giornale locale né corteo di macchine solo essere sepolti uno vicino all'altro.

  • 18 novembre alle ore 12:28
    AMORI PARTICOLARI - SECONDA PARTE

    Come comincia: "Ti credo dopo tre ore che siete stati insieme ci mancava pure che facessi cilecca!" Eva era stata piuttosto acida ma nessuno, tranne Fefè, l'aveva capito.Le ragazze si piazzarono in casa degli amici senza mostrare volontà di volersene andare con grande gioia dei loro ospiti.Il sabato sera ballo di rito con gli amici del circolo gay,grande allegria, alcuni facevano di tutto per accaparrarsi Eva, specialmente Daniele. Fefè si arrangiava con le due svizzerotte ma ogni tanto guardava allarmato la consorte che gli faceva segno che tutto andava bene. Rientrati in casa:"Che aveva da dirti Daniele, parlavate fitto fitto, proposte in qualche campo minato?" "Ma quale campo minato, ha voluto sapere le mie preferenze in campo automobilistico, lo sai che da sempre amo le Jaguar macchine che non perdono fascino nel tempo ed altre cose sulla sua famiglia,
    ora non ricordo." Malignamente Fefè pensò che quella domanda sulle preferenze
    automobilistiche di Eva avesse un sottofondo...Sottofondo che si realizzò una mattina di domenica quando una Jaguar ZF berlina color grigio argento metallizzato comparve nel giardino.Fefè ancora assonnato aprì la finestra e non credette ai suoi occhi, quel figlio di... "Vieni cara, viene a vedere la tua preferenza automobilistica, è proprio qua sotto." Eva guardò la macchina e poi il viso di Fefè, la cosa era esplicita:"Se è per me voglio rinunziare, sarebbe un'offesa per te, lo dirò a Daniele." "Nessuna offesa mia cara, piuttosto preparati ad un assalto sessuale peraltro ben remunerato, non mi dire che non ameresti guidarla, sii sincera." Il silenzio fu la risposta di Eva.Nell'uscire sul portone c'era attaccata ad un chiodo la chiave della Jaguar, più palese di così, la chiave rimase al suo posto.Al mare giunsero pure i due amici ma regnava il più assoluto silenzio sino a quando Erik: "Dagli almeno un bacino di ringraziamento,
    non esser così fredda, accetta il dono, è stato fatto col cuore parola mia."Più del cuore Eva pensò ad altra parte del corpo di Daniele meno nobile. Improvvisamente Eva si avventò materialmente su Daniele e lo baciò in bocca a lungo, quando si staccò: "Grazie tante era il mio sogno proibito, col consenso di Fefè accetto il dono."
    La cosa finì lì, tutti al bagno senza scherzi di costume."Ormai avrai capito che Daniele è bisessuale, ti desidera come un pazzo e da tale si sta comportando, sai quanto vale quella vettura? Da sessantamila euro in su, cosa intendi fare?" "La palla in mano a te, accetterò la tua decisione, in caso positivo andrò a letto con lui ma solo se mi porterà un certificato medico sulla sua salute e di quella di Erik, gli omo..." "L'amore, scusa se
    uso questa parola troppo grande che non uso mai, dicevo l'amore che provo per te mi dice di accontentarti, vai pure con lui..."Quel pomeriggio fu un pomeriggio di sesso totale, concesse anche quella cosa che a suo tempo Eva aveva promesso, non fu molto dolorosa piacevolmente pareggiata dal vibratore in vagina che portò la giovin signora a piacevoli orgasmi. Dopo dieci giorni il dì fatale; in possesso del chiesto certificato, Eva comunicò a Fefè che domenica pomeriggio...Erik invitò Fefè al circolo del tennis e della vela di cui era socio e così lasciarono campo libero ai due novelli amanti.Il tempo trascorreva lento, prima i due seguirono delle partite di tennis poi
    davanti al televisore ma Fefè non vedeva gran che dei programmi, ogni tanto
    guardava l'orologio.Erik:"Ce ne andremo alle venti." "Alla faccia loro sei ore che cavolo dovevano fare" il pensiero un pò sconclusionato di Fefè. Eva era in cucina a preparare la cena, niente parole inutili, ne avrebberoparlato a lungo in seguito a botta fredda..
    L'occasione fu una mattina in cui avevano deciso di non andare in ufficio. "'Te
    la senti di parlare o provi fastidio?" "Vuoi la verità o ci metto solo la mia fantasia?"
    "La verità completa." Intanto Daniele ha il pene ben più piccolo del tuo. Mi sono affidata tutta a lui: ha cominciato con un sessantanove, è molto delicato con la lingua, mi ha fatto godere varie volte, poi ha preso a baciarmi i piedi forse e anche feticista,ha apprezzato la loro bellezza e mi ha fatto tanti complimenti anche per il mio corpo. Ha baciato a lungo le tette, cavolo è riuscito a farmi godere anche così, ma ne sono meravigliata io stessa, non l'avevo mai provato. Quando è entrato in vagina ero tutta bagnata e ci galleggiava un po', abbiamo riso, finalmente ha goduto pure lui, sapeva che non posso rimanere incinta.Durante l'intervallo mi ha preso in mano il viso e mi guardava fisso, gli sono scese delle lacrime che non sapevo come interpretare. Poi la parte omo: ha preso un vibratore e l'ha posizionato nel suo didietro poi è voluto penetrare dove anche tu sei stato una volta, non mi ha fatto male e mi ha goduto dentro, fine della storia. Sono sincera, non posso dire che non è stato spiacevole."
    "Vuoi anadarci ancora?" "Sei tu il mio padrone, lo dico in senso lato capiscimi."
    Fefè aveva capito, ci sarebbero state altri incontri ravvicinati. Cercò di inquadrare la situazione:Eva se la rifaceva col fidanzato e con l'amante, Daniele aveva rapporti con Erik e con Eva, Fefè con la fidanzata, Eric con Daniele. Questo era il quadro allo
    stato attuale che forse in futuro poteva cambiare magari con l’inserimento delle due svizzerotte oppure un altro modo, boh. Sabato sera nuova serata danzante con numerosi invitati del circolo gay e con altriche Eva e Fefè sconoscevano.I due fidanzati stavano in disparte, preferivano guardare le varie coppie, forse c'era anche il
    transessuale di cui aveva parlato Daniele il quale si avvicinò ai due, prese Eva per mano e, con un inchino, le chiese di ballare.Sparirono fra la folla, si poteva parlare di folla, c'era veramente tanta gente. Il salone era poco illuminato per volere del padrone di casa così ognuno poteva farsi i fatti suoi...Dopo un po' di tempo Daniele ritornò vicino a Fefè."Ci sono due stronzi che mi hanno scippato di mano Eva, sono persone per me importanti e ho fatto buon viso a cattivo gioco ma siccome sono
    bisessuali, capisci?" "lo capisco che ci sono corna in vista per tutti edue" cercò di celiare Fefè.Daniele non si dava pace, prese a bere poi si portò dall'altro lato del salone per cercare di vedere cosa faceva la sua bella laquale ritornando vicino a Fefè:
    "Mi sto facendo un sacco di risate, c'è un cinquantenne longilineo tutto d'un pezzo con occhiali d'oro capisci il tipo ed un'altro con maglietta nera piuttosto traccagnotto che m'invitano a turno, un ballo a testa,da lontano ho visto Daniele che ci osservava, era in crisi di gelosia si vedeva lontano un miglio ed io ho fatto del tutto per fargliela aumentare. Ho ballato a turno con i due strofinandomi vistosamente e poi li ho baciati sul collo.Ognuno aspettava il suo turno di ballo per arraparsi di più: il primo mi ha
    offerto diecimila euro per stare con me il secondo ventimila, mi sto divertendo
    un mondo." "Non so se hai visto in televisione i cartelli dei prezzi nelle vecchie case chiuse:mezza lira la semplice, una lira la doppia, cinque lire il quarto d'ora, dieci lire la mezz'ora, ormai anche tu hai un prezziario, io ho sonno, me ne vado a letto, ciao." Eva si ributtò nella mischia e dopo due ore si ritirò incamera da letto."Fefè svegliati voglio raccontarti tutto il resto: ai due se ne aggregato un terzo, sai il classico sportivo atletico che non deve chiedere mai, l'ho guardato in viso e l'ho baciato , effetto subitaneo, dentro i pantaloni è aumentato di volume in maniera impressionante e allora ho cominciato a strofinarmi fin quando ho visto i suoi occhi strabuzzare, se ne
    era bellamente venuto in piedi. A quel punto è intervenuto Daniele che mi ha preso per mano e mi ha trascinato fuori dalla mischia in camera sua: "Dì la verità lo fai apposta per farmi ingelosire ma io ti punisco con il mio coso nel tuo fiorellino, come ti metti?" "Mi sono messa come voleva lui che, non contento della bemeamata, è passato nel mio didietro dove goduto, son qua!” "Giornata faticosa che ne dici di far riposare i tuoi gioielli?" La mattina di domenica, scese da un taxi, si presentarono in villa belle e baldanzose le due svizzerotte sempre ben accette dai padroni di casa. Eric:"leri sera grande ballo, mancavate solo voi." A proposito di Erik, Fefè si domandò dove si fosse ficcato durante il ballo, era virtualmente sparito.Sottol'ombrellone i quattro, Ginevra e Ursula erano andate a dormire.Fefè:"Erik hai voglia di far conoscere alla qui presente comitiva le tue avventure di ieri sera?""Preferiscodi no, che ne dici Daniele?" "Ma va, ormai siamo intimi, vai facile." "Ero con la brasiliana." "Abbiamo
    capito che eri con la brasiliana, niente vergogna, vai."
    "All'inizio mi ha fatto paura, ha un membro enorme quand'è duro ma me l'ha preso in bocca e mi ha fatto un bel pompino, proprio brava poi se l'è messo nel bel culone e
    sono venuto un'altra volta poi...è entrata dentro di me, all'inizio mi ha fatto male poi piano piano è entrata fino in fondo, ho goduto alia grande la terza volta, fine del
    racconto." Fefè:"E tu Daniele niente brasiliana?" "In
    passato ci sono stato ma da quando ho conosciuto Eva ho deciso di tagliare tutti i rapporti escluso Erik."
    "Siamo una bella famigliola, lo dico senza sarcasmo, alla base della nostra amicizia
    lealtà e sincerità, tutti d'accordo?" Un abbraccio siglò il loro patto.I pasti venivano preparati a piano terra da una signora di Torre Faro che era stata licenziata da un ristorante."Carmelaci farai ingrassare tutti quanti, bravissima!" Che ci sarebbe stato qualcosa di inaspettato Fefè l'aveva messo in conto e così fu.Una domenica Fefè era restato solo in casa perché Eva era dalla madre ammalata.
    Fefè sentì cigolare la porta d'ingresso della sua camera da letto, non gliene
    fregò più di tanto e restò a occhi chiusi.Qualcuno si era schiarita la voce per attrarre l'attenzione, all'occhio mezzo aperto di Fefè apparve la figura in boxer di Erik."Mon
    ami la domenica mattina è sacra che posso fare per te?" "Molto se vuoi."Quel
    molto se vuoi era apparso a Fefè un segnale di pericolo anche perché il proprietario della voce era rimasto senza boxer."Posso toccarti un po' se hai sonno seguita a dormire, penso ti farà piacere."Cosa dire a chi ti ha regalato un appartamento ed una Jaguar... risposta scontata.Fefè rimase a occhi chiusi quando Erik gli sfilò i pantaloni del pigiama ma ripreseconoscenza a quasi un grido: "Mamma mia!"Erik aveva preso visione del suo fallo che, benché a riposo gli era parso mostruoso."Mai visto una cosa del genere, mi fa paura lo immagino in erezione!"Al contatto con la mano di Erik mister C. innalzò la criniera con un'altra"Mamma mia"da parte di Erik."
    Erik questo offre la ditta...".Fefè posizione carponi, cosa stava preparando il biondo svedese? l'ingresso del suo 'ciccio' nella sua bocca sino alla gola, "lo sono come gola profonda che gode con la gola, una Linda Lovelace maschietto." Fefè si domandava
    come fosse possibile che un marcingegno come il suo non provocasse conati di
    vomito se spinto in gola, sensazione strana mai provata se l'avesse chiesto a
    Eva sai quanti vaffa avrebbe rimediato. Erik continuava indefesso fin quando si
    trovò bocca e gola un mare in tempesta di sperma e cominciò a ingoiarlo, buon
    appetito! Fefè a quel punto si svegliò completamente, dinanzi a sé Erik nudo, a chi poteva somigliare: aveva un pene in erezione da bambino, anche le palline piccole."Mi
    sembri l'enfante qui pisse è un monumento ad un bambino morto perché uscito di
    casa durante un temporale, è una statua che si trova in Belgio."A  Fefè venne in mente un episodio accadutogli quando aveva undici anni ed era totalmente ingenuo. Un giorno vide che una sua zia si era ritirata in bagno perfarsi una doccia,guardando dal buco della serratura vide la zia nuda che si trastullava...quella visione gli portò la conseguenza sino allora sconosciuta,irrigidimento de! suo pisellino con cui faceva la pipì.Ritorno alla realtà: Erik l'aveva piccolo ma duro, si era arrapato giocando col suo'ciccio' e ora che voleva fare?"Non so se il tuo cosone riesce ad entrare ne | mio culino..." "Noi non ce lo mettiamo ed io riprendo a dormire." "Manco per niente non rinuncio ma tu sii delicato."Erik previdente ed accorto aveva portato con sé un flacone di vaselina con cui si spalmò con generosità il suo buchino che tale non sarebbe rimasto dopol'ingresso di...Giratosidi spalle, fu lui stesso a prendere in mano 'ciccio' ed a infilarselo delicatamente... delicatamente un corno il diametro era quello che era e il
    povero Erik forse rimpiangeva... non rimpiangeva nulla se l'era infilato tutto
    dentro e si muoveva ritmicamente con mucio gusto e riuscì ad avere un orgasmo
    ma volle rimanere col pene dentro."Non ho mai provato nulla di simile, ti prego resta ancora un po' così..."Era una vera supplica e Fefè,buono d’animo da vecchio boy scout fece la sua buona azione giornaliera accontentando lo svedese il quale riporese a muoversi pian pianosin quando ebbe un altro orgasmo."Per finire fuochi d'artifìcio, mettiti in ginocchio, non ti farò male, lo sai quanto ce l'ho piccinino, accontentami ti farò un regalo grosso grosso..." Fefè pensò ad un Rolex d'oro che però non avrebbe potuto sfoggiare in ufficio, un regalo che valeva un anno e mezzo del suo stipendio, avrebbe dato nell'occhio meglio...boh Intanto Erik avevo iniziato a prendere le sue chiappe in mano,"bellissime da uomo forte" poi si dedicò con la lingua dentro il suo
    buchino che cominciava a far provare al padrone un piacere inaspettato. Sentì
    qualcosa di oleoso penetrare nel buchino e di seguito una cosa simile ad una
    supposta, era il cosino di Erik che penetrato dentro cominciava a muoversi prima piano poi sempre più veloce...Fefè:"Cavolo è piacevole non me lo sarei mai aspettato."Erik
    con la destra prese in mano 'ciccio' e cominciò a masturbarlo sino a portarlo all'orgasmo, un orgasmo doppio perché anche culino aveva contribuito notevolmente al piacere.Eriksicuramente aveva goduto dentro di lui, Fefè non si staccò, non gli dispiaceva stare in quella posizione, sentiva ancora la voglia di provare altre
    sensazioni, fece capire a Erik di muoversi di nuovo dentro di lui. Fu accontentato per circa un quarto d'ora sin quando Erik stesso, sfinito, mise fine alla pugna.Un bacio a 'ciccio' e poi rientro al suo alloggio.Per prima cosa tolse di mezzo un asciugamano sporco del suo sperma, non era sicuro di voler confidare a Èva la sua mattinata brava, si confidavano tutto della loro vita ma quella sensazione provata col sedere non andava di dirglielo, ci avrebbe penato, riprese a dormire notevolmente rilassato!Eva rientrò a casa in tarda serata, chiese a Fefè eventuali novità."Mi sono guadagnato un bel regalo, dovrò sceglierlo io, dammi un consiglio, ho scartato un Rolex per non dare troppo all'occhio, che mi dici?" "Dimmi in sintesi come ti sei guadagnato questo bel regalo soprattutto con chi con:con una modella, con Daniele o con Erik perché sicuramente c'è di mezzo il sesso." "L'ultimo che hai nominato, s'è presentato in camera che ero ancora addormentato e non ricordo bene cos'è successo.""Guardami
    negli occhi, quel che provo per te lo sai, ti amo ogni giorno di più ma la sincerità è stata sempre alla base dei nostri rapporti, pensi di vergognarti a farmi il resoconto sulle le tue reazione al contatto con Erik, fra l'altro è risaputo che ce l'ha piccolissimo e quindi..."Fefè fece un racconto preciso di tutto senza guardare in faccia Eva la quale gli girò il viso verso di lei, c'erano dei punti di cui parlava mal volentieri."Mi vien da ridere, tu tutto anticonformista mi stai dicendo che ti vergogni di aver provato piacere anche col sedere, per me è una cosa normale, l'ho provato tante volte, non è che i maschietti hanno minore sensibilità al piacere e quindi... Abbracciami, vengo sopra di te e ti massacro di baci."I giorni seguenti tutti al lavoro, la sera stanchi,la cena e poi a ninna, nessuno parlava ma sicuramente pensò Fefè fra Daniele ed Erik ci sarebbero state delle confidenze su quello che era successo.II sabato oltre ad essere quello dei sette il più gradito giorno era il giorno dei "Raccontami tutto della settimana"
    da parte di ognuno. Per Daniele e per Evanessuna novità, Erik raccontò in
    breve quello che era successo con Fefè senza entrare nei particolari, Fefè gli fu riconoscente con uno sguardo d'intesa.Daniele:"Bene ora penso che dobbiamo dedicarci anche alle nostre ospiti femminili,facciamo così, uno di noi si intrattiene con Ginevra o con Ursula e gli altri a fare i guardoni senza partecipare, poi vi spiego come, chi si prenota?"
    "Nessuno? Allora scelgo io: Fefè si dovrà fare Ursula che da quello che mi ha detto
    Ginevra non ha mai avuto rapporti con maschietti, io mi tiro fuori, preferisco stare con Eva." Tutti d'accordo. Fefè forse non lo era tanto in quanto prestatore della sua metà al padrone di casa,la gelosia è un tarlo..."Ora vi spiego come essere spettatori senza essere visti, quello specchio in fondo al salone è trasparente nel senso che per chi sta davanti è un vero specchio ma entrando nello sgabuzzino della cucina si vede tutto in sala, un po' come neifilm polizieschi.Hai capito i due mascalzoni vedevano quel che succedeva nel salone senza farsene accorgere ma dopo tutto quello che era successo fra di loro ...La notizia della grande festa in favore di Ursula venne comunicata a Ginevra a mezzo messaggino telefonico.Risposta:"Ursula vuol sapere il perché della festa in suo onore."Risposta"Che sorpresa sarebbe c'è in palio un Rolex d'oro ma Ursula se lo deve guadagnare.*"Mentre Ursula era in bagno, Ginevra illustrava ai presenti la personalità della sua amica: "Psicologicamente è una bambinona, spesso
    sono io che prendo le decisioni al suo posto ma ora s'è messa in testa un'idea
    strana, vuol avere un figlio un figlio e sai da chi?"Tutti in coro: "Da Fefè!"Fefè
    un po' meravigliato ma contento di potersi fare la svizzerotta guardò il viso di Eva, ufficialmente nessuna emozione ma dal suo sguardo... non si è gelosi di un uomo ma di una donna, soprattutto bella...All'orecchio di Fefè: "Furbacchione non far finta di niente, non vedi l'ora di infilarti dentro i buchini di Ursula, dammi solo un bacio piccolissimo, mi consolerà." "Vieni cara un bacino sulla fronte come una buona mamma.""Stronzo!" Ginevra:"Ursula ed io andiamo a farci un giro, Fefè ci fai compagnia?" I tre uscirono dal piano terra per infilarsi neH'appartamento di Fefè e di Eva. Ursula:"Ma è uguale a quello di Erik e di Daniele!"Affermazione che convinse Fefè che la diagnosi di Ginevrasulla personalità di Ursula fosse esatta.
    "Oh che bello..." Ursula cominciò a saltare sul letto ridendo.
    "Ursula ti ricordi perché siamo qua?"Certo voglio dare un fratellino ad Alberto o a Susanna."Interpretazione da parte di Ginevra: "Sono i nomi che daremo al mio pargolo se maschio o femmina."Fefè con le mani fece segno a Ginevra di andare al dunque."Ursula vuoi che ti baci il fiorellino così quando Fefè ti entra nella tua cosina non ti farà tanto male." "Si fammi un lecca lecca ma prima voglio vedere il coso di
    Fefè, mai visto un maschietto nudo." "Non ti spaventare se è molto grosso, ho portato lavasellina e poi Fefè sarà delicato." "Ma ce l'ha più grosso di un salame, tutti i maschietti sono così?" "Ursula lascia stare i paragoni, vieni che ti bacio un po',
    allarga le gambine, ecco così, vuoi che Fefè ti baci in bocca?" "No solo che mi metta incinta." "Ursula chudi gli occhi, penseremo a tutto io e Fefè.”L'interessata obbedì, la vergine gnocca di Ursula fu abbondantemente irrorata di vasellina e Fefè cominciò il difficile compito di introdursi nella gatta di Ursula senza farla urlare."Mi fa male!" "Resisti, tra poco di piacerà.""Mi fa sempre male!" "Lo vuoi o no sto figlio, hai scelto Fefè e te lo tieni, se parli ancora ce ne andiamo via." L'interessata non emise più un gemito, Fefè era riuscito atoccare il fondo della vagina, cominciò a godere alla grande con spruzzi di sperma sul collo dell'utero di Ursula."Ho sentito lo schizzo, mi è piaciuto, Fefè ci riprovi?" "Ginevra all'orecchio di Fefè:"Accontentala, sta mignotta ci ha preso gusto."Fefè dette il meglio di sé finché:"Ho sentito di nuovo lo schizzo, Fefè ci riprovi?"Ginevra: "Fefè non è una macchinetta per ora basta, resta distesa così rimarrai incinta, noi andiamo via."" Non rimarrà incinta in quanto ha avuto da poco le
    mestruazioni e non è in ovulazione, hai capito che ha il cervello di una bambina, sua madre, conoscendola, me l'ha affidata, non vorrei ripetere l'esperimento un'altra volta, le dirò che non può avere figli e così la finisce." Qualcosa però era cambiato nel cervello di Fefè,forse essere stato usato come strumento per accontentare Ursula e forse per il rapporto omo avuto con Erik lo avevano messo a disagio con se stesso. Ne parlò con Eva:"Sento il bisogno di stare solo, lontano da qui, tu non c'entri nulla non ti preoccupare, è una cosa mia." "Dimmi cosa vuoi fare, per me va bene." "Vorrei andare un settimana a Milazzo, mi piace quella città...""Diremo ai nostri amici che devi andare fuori sede per servizio, meglio una bugia." Fefè mise in moto la Jaguar, un saluto da parte di tutti, un bacio particolare di Eva e via verso l'autostrada.Svincolo
    di Villafranca, di Rometta ed infine quello per Milazzo.Entrò nel parcheggio del 'Continental', un addetto gli venne incontro e prese la sua valigia."Preferisce una stanza con vista sul mare o all'interno.” "Vista sul mare." Alle tredici scese al piano terra, il ristorante era semivuoto, solo in fondo due coppie "Ilmenu signore.""Voglio
    solo un secondo e della frutta, il brodetto di pesce va bene,"In camera mise ai minimo il condizionatore, accese la televisione e incappò in uncanale porno, il precedente inquilino di quella stanza era una zozzone.Diporno ne aveva visto abbastanza in villa, bene un corsa di moto, la sua passione giovanile.Si erano fatte le venti, uscì a piedi, il lungomare di Milazzo era pieno di giovani festanti, rimpianse la gioventù non che lui fosse vecchio ma gli ultimi avvenimenti gli avevano lasciato il segno.Andando al centro notò una piccola trattoria, forse familiare, la preferì ad un ristorante di lusso.C'erano due file di tavoli ai lato di un lungo corridoio, il padrone, un sessantenne,gli venne incontro sorridendo."È solo? Bene questo è il suo tavolo, scelga con calma."Fefè
    voleva allontanare i ricordi dei precedenti avvenimenti esclusi quelli del suo amore suo grande, Eva, la sentiva dentro il suo cuore, tutto il resto era stata una ubriacatura di soldi, di lusso, non era riuscito a non farsi coinvolgere e forse non sarebbe nemmeno riuscito ad uscire da quel giro, senza forse, si era abituato a vivere sopra le sue possibilità ,La cena fu servita da una deliziosa fanciulla circa ventenne."Il signore è nuovo di Milazzo, non l'ho mai visto, se vuole le faccio compagnia dopo che esco dal locale." "Ti ringrazio cara ma sono qui per riposare." Uno sguardo tipo "sei frocio" da parte della baby. Ogni sera Fefè inviavaad Eva per rassicurarla un messaggio solo 'ok''Aveva preso l'abitudine di dormire di giorno e uscire la sera col fresco. Nella sala
    da pranzo dell'albergo aveva incrociato lo sguardo di due signore della sua età
    piuttosto sorridenti e forse disponibili, le ignorò.Verso le ventidue percorreva il lungomare di Milazzo, sullo sfondo la costa e laraffineria illuminati, un bello spettacolo. Cambiò itinerario verso ponente,anche qui c'era un viale illuminato con ai lati case di villeggiatura, c'era molta gente in giro, tutti vacanzieri vocianti,alla fine della settimana decise di rientrare,mise ai corrente Eva con un messaggio.Il suo amore era all'ingresso, volò nelle sue braccia, qualche lacrimuccia:"Mi sei mancato da morire!" "Finalmente il figlio! prodigo",festeggiamo con una cena al Ristorante 'La Sirena'. C'erano tutti anche le due svizzerotte. Ginevra: "Ho fatto un ecografia, ho in grembo due gemelli Alberto e Susanna.In macchina Eva mise al corrente Fefè dei fatti accaduti durante la sua assenza a.Daniele gli era stato appresso tutti i giorni ma era andato in bianco, irapporti fra lui e Erik si erano incrinati perché Daniele lo aveva allontanato,
    motivo? Ogni giorno è più innamorato di me, niente rapporti omo."Signori
    co! vostro permesso Eva ed io rientriamo, sono stanco del viaggio."Fefè si spogliò e si gettò ne! letto."Fuori stè novità." "Una buona ed una meno buona." "Cominciamo
    con la buona."
    "Guarda questo appunto, che ne deduci?" "È
    la password di un conto in Lussemburgo vedi il LU iniziale, qui sono depositati
    100.000 € a nostro nome."

     

  • 16 novembre alle ore 11:35
    AMORI PARTICOLARI - PRIMA PARTE

    Come comincia: "Ti vuoi sbrigare maledetto mamalucco!"
    Al citofono  Eva aveva sfogato la sua rabbia per il ritardo cronico di Raffaele (Fefè per gli amici).La succitata stava aspettando il suo benamato col motore della macchina acceso,entro le 8,30 dovevano essere in ufficio presso la Camera di Commercio di
    Messina. Fefè si presentò con mezzo cornetto in bocca uscendo dalla casa dei
    suoi genitori, sicuramente non aveva finito la colazione. Entrò in auto lato
    passeggero aspettando, come previsto, una sgommata della sua bella che, in tal
    modo, sfogava la sua rabbia. Ma non era finita:
    "Mentreio vado a posteggiare al 'Cavallotti' tu entri e timbri pure per me."
    Raffaelein fondo era un filosofo, alle sfuriate di Eva cercava di farsi perdonare con
    un bacino ma non sempre ci riusciva come questa volta fu allontanato con una
    gomitata.
    "Maalmeno sai chi erano i mammalucchi, penso proprio di no."
    "lopenso di si, erano soldati mercenari turchi ma in italiano vuol dire sciocco
    stupido come sei tu, non fare il saccente solo perché hai frequentato il
    classico"Laloro era una storia particolare: erano ambedue nati venticinque anni addietro,abitavano nello stesso palazzo di via Ghibellina. Amici sin da piccoli (Eva già
    da allora era una peste) avevano frequentato le stesse scuole sino alla terza
    media poi Raffaele si era iscritto al liceo classico mentre Eva in ragioneria.
    Vincitoridello stesso concorso alla comunicazione ufficiale della notizia Eva:
    "Eccoci mancava solo questo, pure in ufficio ti devo sopportare!"
    Ma in fondo era tutta una sceneggiata da parte della dulcinea, amava profondamente
    il suo Fefè. Il loro primo rapporto completo a quindici anni l'iniziativa, ovviamente,
    da parte di Eva."Che ne dici se facciamo l'amore come i grandi?"
    "Vuoi scopare."Ci mancava pure il triviale, ad ogni modo te lo devi guadagnare il mio
    fiorellino!" Eva era giunta a questa decisione allorché frequentavano la
    terza media in quanto si era accorta che una certa Belinda (quella aveva pure
    un nome da stronza) girava sempre più attorno al suo amato e, facendo un
    confronto fisico, lei ne usciva perdente, la cotale più alta di lei di dieci
    centimetri non scherzava in quanto a tette e popò e forse aveva già avuto
    rapporti completi con qualche compagno di scuola.Unafoso d'estate i loro genitori avevano deciso di andare insieme al mare."Sai che facciamo, usiamo la camera da letto dei miei, c'è pure l'ariacondizionata. Eva ancora una volta aveva pianificato tutto, un suo lenzuolo suquello dei genitori per evitare che qualche schizzo...inoltre si era procuratauna crema lubrificante e i preservativi , ci mancherebbe pure che restassi
    incinta, ne verrebbe fuori, povera stella, un mammalucchino! w
    "Lavati bene l'ultima volta il tuo 'ciccio' puzzava di formaggio!"
    non era vero, una provocazione more solito.Ambedueletto Eva:
    "lo sono per la posizione del missionario, per la prima volta è la migliore."
    "lo sono ateo preferisco la cavalcante anteriore, come la mettiamo?
    "Ti sei indottrinato col Kamasutra ma io insisto.""Tiriamo a sorte, io scrivo due bigliettini con i relativi nomi, quello che esce comanda.".Uscito il nome di Fefè, Eva cominciò a piangere o meglio a far finta, il maschietto questa volta si dimostrò tale o meglio ci provò.""Ho vinto e si fa a modo mio!""Tiprego chiedimi qualsiasi cosa..."
    "No ti rimangi la parola?" "Imiei genitori sono siculi, la parola va rispettata!" "Bene
    dopo aver assaggiato il fiorellino vorrei girare pagina.""Seiermeneutico, non capisco."
    "Intanto non offendere, ermeneutica ci sarai tu, (Fefè fece il finto tonto), la
    richiesta è quella di una inchiappettata.""Finiamola una buona volta, che cavolo vuoi?"
    Provare il tuo delizioso popò!" " Te lo puoi dimenticare!" "Comela metti  che la parola va rispettata?" "Insomma siamo qui per il gran giorno del mio passaggio da giovinetta a donna e tutto finisce in una stupida discussione, per la promessa si vedrà in futuro."
    Fefè  si tenne sul classico: baci in bocca e sulle tette, cunnilingus con doppia goderecciata di Eva."Ti prego mettiti il preservativo, non c'è bisogno della pomata, dentro la vagina sono un lago, maledizione mi sembra che oggi ce l'hai più grosso, tutti i difetti ce li hai tu." "Non immagini quante mogli ti invidierebbero,una gentile signora una volta mi disse che la cosa più grande di suo marito era la cravatta!" "Brutto porco allora te la sei scopata !" "Era la madre di un nostrocompagno di scuola, è stata lei a provocarmi,  non potevo tirarmi indietro!" "Ne riparleremo in un altro momento, per ora ti dico solo vacci piano!"Fefè baciò di nuovo il fiorellino sacrificale, ci puntò  la cappella del suo riccio senza muoversi per vedere la reazione di Eva."Che sta succedendo o
    meglio che non sta succedendo, vuoi sbrigarti?"Fefè fu molto delicato, Ciccio penetrava lentamente con qualche flebile lamento da parte della novella sposa, pian piano arrivò in fondo al delizioso tunnel e provò un intenso orgasmo rimanendo sul corpo dell'amata."Fefè possono tornare i miei genitori, torna a casa tua e grazie
    per la tua delicatezza."Eva non era il tipo dal ringrazio facile, l'interessato l’apprezzò.
    Molto era cambiato nei rapporti fra i due amanti, non appena ne avevano l'opportunità
    la prendevano al volo ma nessuno dei due riprese l'argomento della promessa di
    Eva.Un giorno sul letto dei suoi genitori, Fefè girò la beneamata e cominciò a
    baciarle il buchino posteriore."Non ti fa pena, con quella mazza che ti ritrovi!"
    "Un escamotage: io compro un vibratore, lo inserisco nella tua Tata e mentre tu
    godi io pian piano cerco di entrare, se ti fa troppo male mi fermo subito.""Mò
    ci voleva pure il vibratore, che fantasia! Mi devo convincere psicologicamente,
    quando sarò pronta lo vedrai nei miei occhi, purtroppo per me ti amo.""Ed
    io invece no e non ti sposerò mai!" "Sposarti,sarei folle stare insieme a te ventiquattro ore su ventiquattro e chi tisopporta!" "Vuol dire che senza il vincolo del santo matrimonio (anzi non santo perché ti sposerei al Comune) sarei libero di andare con le signore i cui mariti hanno il nodo della cravatta più grosso del pene." "Se ci provi e me ne accorgo fai la fine di Bobbit quell'americano la cui moglie ha tagliato l'uccello e non scherzo!" A Fefè bastava l'intimità con Eva, ogni volta le faceva provare qualcosa di nuovo e così niente signore.Un evento cambiò la loro vita: in vista dell'estate decisero di comprare dei costumi da bagno, entrarono in un negozio che già dalla vetrina dimostrava di avere buona merce.I padroni accolsero i due fidanzati con calore, uno era biondo,  occhi azzurri,  corporatura media,  Daniele più alto di statura classico tipo mediterraneo.Cominciarono a provare i costumi: Fefè ne scelse uno classico blu con risvolti bianchi, Eva due bichini ridottissimi, uno di colore azzurro mare e l'altro rosa."Ma ti si vede tutto chediranno i tuoi genitori." "Lascia stare i genitori, dì piuttosto che sei geloso!" Fefé in passato aveva dimostrato di essere immune da tale sentimento, ora... "Ma lasci stare, la signorina ha un fìsico fantastico, Aveva parlato il biondo in italiano con classico accento di un paese nord europeo.Poi era intervenuto il tipo mediterraneo:"Intanto ci presentiamo: io sono Daniele e questo è Erik svedese che in vacanza a Messina si è innamorato della città e del sottoscritto."Più chiaro di così."lo sono Raffaele, Fefè per gli amici e questa gentile signorina mia fidanzata Eva.""Fidanzata non si sa sino a quando." "Sietedue giovani simpatici, sarebbe per noi un piacere invitarvi a cena a casa nostra a Torre Faro, questo è il nostro biglietto da visita, teniamoci in contatto." In macchina i commenti:"Ti sei accorto che sono omo, non so se sia il caso di frequentarli." "Non essere conformista di cosa hai paura che ti si inchiappettino, per quello ci penso io." "Sei il solito buffone,va bene andremo a quella cena." L'invito arrivò dopo dieci giorni:"Sono Daniele quello dei costumi da bagno, l'invito a cena è per sabato alle venti. Noi abitiamo in una villetta a schiera che si trova fuori Torre Faro, duecento metri dopo il ristorante ' La Risacca dei due Mari', vi guiderò col mio telefonino.Eva quella sera era uno spettacolo: trucco alla vamp, camicetta rosa e ampia gonna turchese quasi trasparente che faceva intravedere un bichini ridottissimo, tacchi alti che Eva non amava ma per l'occasione..."Si caro sono andata dal mio parrucchiere e c'era un'estetista che mi ha combinato così, che ne
    dici?" "Che sei deliziosa ma se ti sei fatta bella per quei due...""lo lo faccio per me stessa ed anche per te, con me al braccio farai un figurone!" "Speriamo che non mi prendano per un magnaccia.” Daniele al telefonino: 'Ti vedo, entra nel primo cortile che incontri, sei arrivato." Poi venne  loro incontro."Scusa se le ho dato del tu." "Va benissimo." Erik è in cucina, in Svezia era un bravo chef e qui non è da meno, si è adeguato alla cucina mediterranea."Fefè estrasse dalla borsa frigo una confezione di lingotti di gelato ed una bottiglia di spumante Ferrari" "Erik vieni a vedere cosa hanno portato i nostri ospiti."Erik si presentò col grembiule da cuoco:"Che splendida signora, quasi quasi cambio gusto, lascio Daniele e mi metto con lei." Fefè: lassa perde Eva e dicci cosa hai preparato di buono.”  "Una sorpresa, Daniele prepara gli aperitivi, io finisco di cucinare."Tavola ovale imbandita:classici tre bicchieri di cristallo, piatto da sottofondo, posate d'argento! Mih. Risotto cozze, vongole e frutti di mare, gamberi impanati, trancio di dentice,involtini di pesce spada e poi un'insalatona mista coloratissima.” "Aho, invece de vende costumi da bagno è mejio che apri 'n ristorante."
    "Non ci fate caso, Fefè è stato un mese a Roma presso parenti e ha acquisito
    l'accento romanesco,  è solo ridicolo lui messinese buddacio.""Che vuol dire buddacio
    in svedese come si dice?"La domanda era diretta a Daniele:"Sarebbe dire come sciocco, ingenuo, in svedese non lo so."Una cena da ricordare, i quattro uscirono sul prato antistante la casa e si spaparazzarono su poltrone e su divani a dondolo.Fefè tirò fuori la pipa:"Il fumo dà fastidio a qualcuno?" "Si a me!" "Ma chi t'ha chiesto gnente madame coccodè!" "Voi due siete un teatrino, ci fate ridere, andiamo sulla spiaggia, non c'è vento e la luna illumina il paesaggio, guardate li in fondo la Calabria." Erik dimostrava  così il suo amore per la terra di adozione."Domattina potreste venire a fare il bagno, ci saranno due nostre amiche molto simpatiche." "Chiedo a Fefè il permesso di parlare, posso?" "A li morté..." "Domattina alle nove saremo qui sempre che il signore riesca a svegliarsi in tempo!"E così fu, alle nove in punto, posteggiata la Peugeot sulla strada suonarono alla porta di Erik e di Daniele che in costume da bagno e muniti di ombrelloni e sdraie si avviarono sulla spiaggia."lo ho mangiato da poco e quindi niente bagno per ora, la compagnia ve la potrà fare la qui presente che si sveglia coi galli." La replica fu uno sguardo minaccioso di tempesta da parte di Eva, Fefè se ne fregò e rimase solo sotto l'ombrellone.Ad un certo punto un'ombra oscurò il sole, Fefè aprì gli occhi e si trovò dinanzi due figone che più figone non si può."Posso esservi utile ma io sono un'ospite, i padroni sono in mare con la mia ragazza.""Noi siamo Ginevra e Ursula amiche dei padroni di casa."Fefè si alzò, fece un inchino con falso baciamano, una sceneggiata avrebbe detto Eva. Le due ragazze si tolsero i vestiti e rimasero in un  bichini che al loro confronto quello di Eva poteva sembrare quello delle nonne del primo novecento. Fefè non sapeva dove indirizzare lo sguardo quando le due rimasero in topless, per fortuna erano lontano dagli altri bagnanti. Al rientro dal bagno Erik e Daniele si,profusero in effusioni con le nuove venute, che fossero bisessuali, boh. L'unica rimasta piuttosto fredda era ovviamente Eva che dinanzi a tale beltade aveva perso la parola."Ginevra e Ursula sono due modelle svizzere che sono venute a Messina per presentare una collezione di vestiti presso la boutique Randazzo,ora sono alloggiate al Jolly hotel, per una settimana ci faranno
    compagnia." Così parlò Daniele. Erik nel frattempo, rientrato in casa,aveva portato  bibite fresche ben accette a tutti. Ginevra e Ursula per ringraziare lo baciarono in bocca e poi un rapido bacio fra di loro. Fefè faceva l'indifferente spostando lo sguardo verso il mare ma Eva aveva piantato un faccia un bel punto interrogativo, come darle torto! In loro aiuto venne Daniele:"Ginevra e Ursula sono per noi come due sorelle, si sono sposate in Germania." Eva: "Perché non portano l'anello al dito?" Frase infelice che fece sganasciare dal ridere tutti, Fefè compreso.. lo dovrei fare lo chef ma tu saresti un'ottima attrice comica, un bacione in fronte." "Parlateci di voi, siete fidanzati,
    conviventi oppure..." "Niente di tutto questo, ogni tanto scopiamo ma poi lo rimando a casa dei suoi genitori, stare con lui è una lagna continua."Eva si era sbilanciata forse presa dall'atmosfera surreale di anticonformismo che regnava. Ginevra: "Fefè sentiamo la tua versione non mi sembri molto convinto." "La qui presente ha detto la verità, vengo trattato da zerbino." "Cosa essere zerbino."Daniele: "Quel tappetino che si mette dinanzi la porta dì ingresso per pulirsi le scarpe prima di entrare in casa." "Ti vedo maluccio, vieni dalla cugina Ursula che ti coccola un po'." "Il pupo me lo coccolo io..."Risata generale, "Sei una tigre col suo cucciolo, noi non amiamo gli uomini,
    preferiamo le femminucce!": Fefè.”Anch'io!"Altra risata generale,  Eva era rimasta spiazzata, lo capì e si mise a ridere anche lei. "Noi vorremmo un figlio ma non da un tipo nordico,preferiamo un bel bruno ma Daniele non è adatto, Fefè sarebbe il tipo giusto e non avrebbe problemi perché noi viviamo lontano da Messina, sempre col tuo
    permesso.” Eva era rimasta senza parole, per un tipo come lei...stranamente rispose:"Ci penseremo, addio a tutti."In macchina silenzio sino all'arrivo
    sotto casa:”Ti sarai meravigliato della mia risposta ma c'è un perché che tu non conosci, sono andata dal ginecologo, dopo svariati esami il verdetto: non potrò avere figli..." "Parliamo francamente, anche se talvolta sei una rompiballe ti amo profondamente e di un pargolo non me ne frega niente anzi siamo fortunati così possiamo scopare senza problemi." "Per me è una tragedia, avrei voluto un ranocchio che assomigliasse e te brutto stronzo ma non l'avrò mai..." pianto di Eva."Cerca di ricomporti sennò a casa cosa penseranno, vieni da Fefè tuo che ti asciuga le lacrime e ti consola, magari mi puoi fare un pompino.Lo schiaffo fu parato da Fefè che se l'aspettava. "L'ho detto per sdrammatizzare." "Sdrammatizzare un corno, ti conosco sei un porco!"Per cinque giorni nessun contatto con Erik e Daniele poi una telefonata:"Sabato festa danzante a casa nostra, ricchi regali e cotillons, siete invitati, inizio ore ventuno .”Gli avvenimenti parevano aver cambiato il caratteredi Eva, più nessuna battuta acida, affettuosa e accondiscendente alle richieste  di Fefè, un'altra Eva con gran piacere dell'interessato. Alla festa oltre a Ginevra ed a Ursula c'erano molti altri invitati che Eva e Fefè classificarono appartenenti al circolo gay di piazza
    Cairoli, tutte persone socievoli, distinte, allegre, disinibite. Si.presentarono sponte loro ad Eva ed a Fefè facendo loro i complimenti:"Siete una bella coppia.", Eva fu invitata a ballare da un certo Alfio, Fefè si accorse che i due parlavano in continuazione ed Eva spesso rideva, praticamente la giovin signora passò la serata con lui.A quelpunto Fefè su buttò su Ginevra quella bruna, Ursula era bionda, guardandola negli occhi scoprì una personalità complessa, non era una sciocca, Fefè non sopportava le donne stupide, aveva una bella voce, le chiese se era lei che voleva un figlio. Si proprio lei ed aveva dinanzi un eventuale futuro padre ma niente provette, tutto al naturale...Ginevra era stata esplicita, figurati se Fefè non era d'accordo ma forse una certa Eva avrebbe avuto delle obiezioni, giuste obiezioni..."Ho visto che ti divertivi col quel signore, ridevi sempre e non ti sei stancata di ballare."ballare."  "Lo sai bene che è gay quindi niente gelosie, l'entrata in questo ambiente ha rivoluzionato il mio modo di vedere un po’ tutto cominciando dal sesso, non so cosa mi sia successo, è per me inspiegabile, forse sto vedendo le cose anche dal loro punto di vista, me ne sono meravigliata io stessa. Tu non ci hai fatto caso ma quella brunona brasiliana che ballava con Erik era un trans.""Ero troppo attento a quello che mi diceva Ginevra, anch'io sono confuso, ne
    riparleremo a mente serena."Il giorno dopo in ufficio:"Non ti arrabbiare ma voglio dirti quello che mi ha proposto Ginevra, senza ipocrisie. È lei che vuole un bambino ed io sarei, tu permettendo, il futuro padre ma tutto al naturale senza provette."Eva non aveva risposto, era entrata in crisi, non potendo avere figli avrebbe voluto conoscere un marmocchio di Fefè, era una pazzia, forse no, avrebbe chiesto solamente di poterlo vedere ogni tanto senza troppe intromissioni nella sua vita, solo vederlo ogni tanto, questo era la sua condizione.La notizia comunicata per telefono a Daniele ebbe l’approvazione  entusiasta anche di Erik oltre che di Ginevra e di Ursula ma come organizzare l’evento? Ci pensò l'interessata che propose un piano: letto matrimoniale prestato ai due temporanei amanti, gli altri avrebbero aspettato l'evolversi dell'evento davanti alla tv tanto per non pensare ai due in love.La sera seguente alle ventuno Eva e Fefè si presentarono in villa.. Grandi abbracci fra tutti e risolini per mascherare un certo imbarazzo, anche i gay si imbarazzano davanti all'eventuale nascita di un bebé che avrebbe avuto oltre la mamma tanti zii. Ginevra prese per mano Fefè e i due scomparvero dietro una tenda. In bagno Fefè  entrò subito in erezione con la sua proporzione fuori del normale e con sguardo un po' atterrito di Ginevra. "Non ti preoccupare so essere molto delicato." "Stiamo un po' abbracciati, vorrei della tenerezza,non sono più abituata ai maschietti. Quando ero in college ho avuto varie avventure etero ma nessuno lo aveva come il tuo. Vorrei dirti il motivo del mio rapporto con Ursula, è cominciato quando stavo con un giovane  molto bello e desiderato da tutte, mi ha fatto molto soffrire per le sue avventure con altre ragazze. lo dividevo una stanza con lei: un giorno mi trovò che piangevo  per colpa del mio amico, l'avevo trovato in camera sua con un'altra, piangevo a dirotto e Ursula mi ha consolato tanto che ha cominciato a baciarmi tutta e così è iniziata la nostra relazione, ho scoperto il mio lato omo, da allora siamo sempre insieme, anche lei è modella e giriamo un po' tra la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Italia. Da allora non sono stata più attratta dagli uomini ma appena ho visto te...l'ho detto alla mia amica che non si è dimostrata gelosa quando le ho manifestato il proposito di avere  un rapporto con te anche perché avevamo programmato che io avessi un figlio.Fefè inizio il suo repertorio con un cunnilungus delicato, Ginevra apprezzò subito e dette segni di goduria .L'ingresso in vagina, anche se effettuato dolcemente, fece sobbalzare Ginevra che pian piano si rilassò e dette vita ad una serie di orgasmi multipli tanto dameravigliare anche Fefè. "Resta dentro finché puoi anche se non sarà più duro così sarò più sicura per una gravidanza." Ma quale ammosciamento, Fefè rimase anche lui meravigliato, il suo 'ciccio' non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e così riprese a muoversi dentro Ursula che apprezzò ricominciando le godurie."Sento la vagina un po' irritata." Gli amici di là si saranno addormentati, s'è fatta l'una, tu rimani qui io vado a raggiungere Eva.",Nel salotto, sbracati sui divani, nessuno aveva voglia di parlare, il viso di Fefè era di per sé una visione di quello che era successo.Giunti a casa senza il bacino di rito, si misero a letto.Passarono vari giorni, l'argomento sesso non venne trattato dai due fidanzati, finché non giunse la telefonata di Daniele:"Ci siamo perduti, cos'è successo?" "Abbiamo avuto molto lavoro in ufficio, niente di particolare. " "Sabato invito a cena da noi, c'è una grossa novità per voi, ciao." Daniele ed Erik erano vestiti di bianco dalla camicia alle scarpe."È questa la nostra divisa quando c'è un avvenimento importante, lo sveleremo a fine pasto." Erik:"Allora arriviamo al punto, se non abbiamo capito male abitate con i vostri genitori, giusto?" "Vero,vorremmo Fefè ed io una casa nostra , cerchiamo da mettere da parte qualcosa ma col nostro stipendio..." "Bene trovata la soluzione, abiterete nell'appartamento qui sopra di nostra proprietà, non l'abbiamo voluto affittare per ovvi motivi di riservatezza nemmeno ai nostri amici ma con voi siamo giunti ad un legame di affettuosità e di stima, che ne pensate? " "Siamo stupiti, non preparati a quest'offerta, naturalmente vi pagheremo l'affitto.." "Maquale affitto, noi siamo ricchi , ve lo intesteremo questa è la proposta."Fefè ed Eva avevano l'espressione di Alice nel paese delle meraviglie, si guardavano negli occhi senza parlare.""Avete perso la voce?" "La vostra gentilezza e generosità oltre che commuoverci come potete immaginare ci ha sorpreso, dire no ad una tale proposta sarebbe insensato, non vorremmo essere invadenti nella vostra vita privata..." "Nonc'è problema, l'appartamento-di sopra, peraltro ammobiliato, ha un'ingresso proprio e una scala a chiocciola interna che li unisce con una porta di divisione, anche noi teniamo alla privacy, allora affare fatto?" "Vorremmo prima parlarne con i nostri genitori non specificando che è un regalo da parte vostra."
    In macchina:"Eva ragioniamo sopra, quell'appartamento fra l'altro pure ammobiliato vale un patrimonio...cosa vogliono veramente da noi, niente rapporti sessuali ai quali
    non mi potrei abituare.”   " Ne so quanto te, siamo così simpatici da ottenere  si grande regalo, forse gli omo hanno un diverso modo di ragionare, piace loro vederci insieme felici ed averci a portata di mano per compagnia...boh" I relativi genitori non erano affatto felici della notizia loro fornita dai rampolli " Vivere insieme senza essere sposati..." "Papà te ho venticinque anni, io e Fefè abbiamo bisogno di una vita privata."
    Ci vollero un paio di giorni per il trasloco degli oggetti di ciascuno, alla fine tutti soddisfatti i novelli conviventi invitarono a cena Erik e Daniele, cena che sarebbe stata preparata da un'inedita Eva con qualche dubbio da parte di Fefè:"Sei sicura di essere all'altezza, non faremo una brutta figura?" "Mia madre è una signora all'antica e nei ritagli di tempo ha voluto insegnarmi a cucinare, ti stupirò."Quel sabato Eva fece il giro dei negozi per prepararsi alla pugna culinaria col risultato di:risotto cozze e vongole. seppie e pannocchie in brodetto (delizioso), trancio di pesce spada arrosto, contorni di verdure. Finale ananas, gelato al limone e caffè. Applausi da parte di tutti.Daniele: "Sei una sorpresa piacevole, sinceramente pensavo alla mia ulcera..."e inaspettatamente prese a baciare Eva in bocca, la cotale non osò tirarsi indietro anche se decisamente meravigliata, meravigliato pure Fefè che fece l'indifferente.La mattina seguente alle nove al mare."A parte l'ammirazione per le tue arti di cuoca ho visto un Daniele troppo interessato a te, che sia bisessuale?" "L'ho pensato anch'io,non è un brutto uomo ma..."Al sopraggiungere dei padroni di casa la conversazione cessò. Erik:"Ieri sera ho mangiato come un lupo ma non mi sento appesantito a parte il fatto che stamattina non ho fatto colazione, di nuovo complimenti, Fefè sei un uomo fortunato."Alle undici tutti in acqua, scherzi da parte di tutti con finale di togliersi i  costumi  con evidenti denudazioni in bella vista, al centro dei giochi la bella Eva  con grandi risate da parte dei due omo, un po' meno da parte di Fefè che non fece nulla per far finire quel gioco.Riposino pomeridiano poi la sera al ristorante 'La Sirenetta' un locale famoso per il buon cibo e molto ambìto dalla Messina bene, sicuramente era stato prenotato molto tempo prima.Nulla di nuovo sul  fronte sesso. Erik e Daniele al negozio, Fefè  ed Eva in ufficio, tutti  senza incontrarsi per vari giorni. Il cambiamento avvenne all'arrivo di Ursula e di Ginevra."Una grande e piacevole novità, sono incinta, sto zozzone c'è riuscito."

  • 15 novembre alle ore 15:50
    Profumo d'Ottobre. Un autunno di ricordi

    Come comincia: Pagine e ricordi

    Claudia

    Sentivo il rumore dei passi e il mio nome ripetuto più volte, mi cercavano in tutte le stanze, ma nessuno conosceva il mio rifugio ed ero intenzionata a stare lì anche tutta la vita. Non c'era niente dall'altra parte della libreria che m'interessasse e, seduta nell'angolo buio, pregavo il Signore affinché mi facesse morire. Avrei rivisto così mio padre e conosciuto finalmente mia madre. Si dice che avere una mamma sia importante, ma io che ne sono orfana da quasi appena nata, che fine avrei fatto adesso che era morto anche papà? Per me la persona più importante era stata lui, ma quel maledetto infarto lo aveva portato via e io non volevo più vivere.

    Amanda, la domestica assunta dopo la perdita di mia madre, continuava a chiamarmi, girovagando per la casa, ma decisi di non rispondere neppure a lei e afferrai dalla tasca il mio diario, l'unica cosa che avevo portato con me. Aprendolo, cadde una foto dove mamma e papà si abbracciavano felici e con loro c'ero anch'io, avvolta in uno scialle. La mia testa era già piena di capelli, così ricci da sembrare una parrucca, le guance erano paffute e rosee.

    – Signorina Claudia, vi prego, venite fuori. – Amanda entrò nella stanza e si fermò a pochi passi da me. Piegai le ginocchia, abbracciai le gambe e guardai il soffitto. “Non mi troverà qui dietro.” mi dissi. Quando se ne andò, feci un sospiro di sollievo e ripresi a leggere.

    “Caro diario,

    oggi io e papà siamo andati al lago, abbiamo giocato molto, poi mi ha dato i pennelli e una tela. Ho fatto uno scarabocchio, ma lui mi ha detto che se mi piace dipingere, presto diventerò più brava. È vero, io me lo sento. Diventerò una pittrice, viaggerò tanto, visiterò tutto il mondo e ogni volta porterò a casa un bel quadro e tu, papà, sarai orgoglioso di me. Adesso ho tanto sonno, nuotare mi stanca.

    Buona Luna, mio caro diario Claudia”

    Dai miei occhi uscì una lacrima, ricordavo ancora tutto: il lago, le colline, la tela con lo scarabocchio e lui, alto, bello e con la testa piena di capelli come me. Mi distolse da quel ricordo un altro rumore di passi, ma questa volta più pesante e di sicuro non era Amanda. Cercai di non fare rumore, chiusi il diario, poggiai l'orecchio al retro della libreria e mi misi ad ascoltare. Poteva essere lo zio e io non volevo vederlo. Al solo pensiero mi veniva da piangere e strinsi gli occhi per fare andare via la sua immagine.

    – Hai intenzione di stare qui per molto? – sentii chiedermi. Nessuno conosceva il mio rifugio, tranne lui: Marcello. Sollevai le palpebre e alzai la testa, mio cugino mi guardava dall'alto dei suoi due metri.

    – Ci starò tutta la vita! – replicai, distogliendo lo sguardo.

    – E per fare cosa? – si sedette di fronte a me, c'entrava appena dietro la libreria.

    Non avevo una risposta alla sua domanda, io che chiacchieravo continuamente, avevo seppellito le parole nella stessa tomba di mio padre.

    – Ehi, principessa, allora? – riprese Marcello, pizzicandomi sotto al mento.

    – Ahi, lo sai che mi fai male, quando fai così! – piagnucolai, portandogli via la mano. Non volevo dirgli che odiavo suo padre, benché a nessuno fosse sconosciuta la mia avversione nei suoi confronti. Chi era Alberto De Santis? Un uomo che in quattordici anni avevo visto solo due volte e sempre perché ne aveva combinata una delle sue e papà aveva dovuto rimediare.

    – Oh finalmente, signorina! – esclamò Amanda, notando qualcuno dietro lo scaffale. Ci raggiunse e restò a osservarmi. Lei era anche più piagnucolona di me, aveva pianto spesso sapendomi senza mamma e ora singhiozzava per il secondo lutto. Allungai le braccia e mi strinsi a Marcello, poggiando la testa sul suo torace, lui portò la mano fra i miei capelli neri e lunghi: – Claudia, ti prometto che ti sarò sempre vicino. Resterò qui e veglierò su di te. – mi giurò mio cugino. Non ci fu verso, però, di restare lì, mi condussero fuori come una bambina. Giungemmo nello studio dove il notaio, Luigi Mango, era pronto per la lettura del testamento e lo zio comodamente seduto sulla poltrona grande a lisciarsi i baffi. Il nostro incontro fu come avevo immaginato: disgustoso! Con quell'aria di chi sa recitare, avvicinò le mani al mio viso ed esclamò – Claudia, mia cara, dolce nipote. – poi mi strinse a sé e affogai nella ciccia della sua pancia. Come poteva Alberto essere il padre di Marcello, mi chiedevo; mio cugino era bello, biondo e simpatico. Mio zio, invece, era brutto, antipatico e soprattutto arrogante. Quelle due uniche volte che era stato da noi, non mi aveva degnata di uno sguardo e ora non potevo pensare che non mirasse alla mia eredità. La recita finì, infatti, quando Luigi lesse il testamento. Io ereditavo la casa e il sessanta percento del patrimonio, Marcello il venti e i domestici il dieci come lo zio. Già questo lo fece infuriare, ma quando sapemmo che, per disposizione di mio padre, sarebbe stato lo stesso notaio a gestire i miei averi fino alla mia maggiore età, la situazione per Alberto divenne insostenibile. Io, invece, mi distesi sullo schienale della poltrona e risi sotto i baffi.

    – È una vergogna! – esclamò Cecilia, la moglie di mio zio, seduta accanto a lui con un gatto bianco fra le braccia: – Questo da Carlo non me lo sarei mai aspettato, per chi ci aveva presi, per dei ladri?

    A questo punto mi alzai e i miei occhi infuocarono quelli di Cecilia perché la odiavo anche più dello zio: aveva sempre criticato papà per come mi aveva cresciuta e stando alle parole della nonna, aveva malgiudicato anche mia madre. Puntai il dito indice verso quella donna dal collo di giraffa e sbottai – Tu non hai alcun diritto di parlare di mio padre e se osi ancora dire un'altra parola, ti sbatto fuori di casa a calci in quel tuo orrendo sedere da papera.

    Oh certo, Marcello avrebbe potuto offendersi, ma di sottecchi mi accorsi che rideva e così il notaio.

    – È assurdo! Come può una ragazzina perbene parlare in questo modo? – replicò Cecilia.

    Avvicinai le mani ai fianchi, sorrisi e dissi – Vuoi sentire dell'altro? Guarda che ho un repertorio molto fornito.

    Alberto si alzò, appoggiò a terra il suo bastone, lo strinse e gridò – Abbiamo sempre ricevuto solo offese in questa casa e il testamento di Carlo ne è una prova.

    Gli risposi con una smorfia. Detto ciò, afferrò la giraffa per un braccio e se ne andò. Io avevo creduto di essermene liberata, ma i guai non erano finiti perché, essendo ancora minorenne, dovevo vivere con il mio parente più prossimo. Con questa scusa lui e la moglie ebete ritornarono e s'impiantarono stabilmente in casa mia, dicendo che dovevano badare alla mia crescita.

    * * *

    Avevo le mani sul davanzale, mi ero alzata sulle punte dei piedi e guardavo il balcone di fronte dove due innamorati si sorridevano felici. Mi fecero ricordare un giovane carrettiere, venditore di vino. Ah, quante mattine ho atteso il suo arrivo dalla finestra! Ma anche lui se n'era andato, chiamato al servizio militare di leva.

    – Come sono belli! – esclamai, sospirando.

    Dal balcone alla mia sinistra sentii delle voci femminili parlare della guerra: dicevano che anche l'Italia vi avrebbe preso parte, ma non diedi peso a quelle parole, ero impegnata a vedere i due fidanzati.

    – Chissà se un giorno avrò anche io un bacio! – mi chiesi, sbuffando.

    – Ciao, Claudia. – disse l’innamorata, sorridendomi. Sollevai la mano e salutai entrambi, poi le voci delle due vicine divennero basse, ma sentii chiaramente dire – È la nipote del fascista.

    Io ero una brava ragazza, ma certe cose non le sopportavo. – E voi siete delle civette, brutte e impiccioni. Resterete zitelle! – urlai. I due fidanzati risero e rientrai in casa, incrociando le braccia sul petto. Ero già stanca di quella situazione, quando il peggio doveva ancora arrivare.

    Alberto era in piedi nell'ufficio di papà con mio cugino e anche loro parlavano della guerra: sembrava che Hitler, nonostante il Patto d'Acciaio, temesse l'entrata in scena dell'Italia al fianco dei suoi avversari e si stava attivando affinché Mussolini si alleasse con la sua potenza.

    Marcello guardava il padre e diceva – Ho promesso a Claudia che le sarò vicino. Non posso lasciarla da sola, ma se l'Italia entra in guerra, potrei essere chiamato al fronte. È già così provata dalla morte del padre, non sopporterebbe di stare sola con voi due.

    – Che cosa le abbiamo fatto per provare certi sentimenti di repulsione? – rispose Alberto.

    – Avanti, padre, non fatemi ridere! Sappiamo tutti e due perché siete qui: per l'eredità e non certo per confortare lei. E pensate che Claudia non se ne sia accorta? Non è più una bambina.

    – Ti sembra bello quello che ha fatto tuo zio?

    – Vi aspettavate che dividesse il patrimonio in due parti? O che vi cedesse di nuovo la vostra parte della casa, dopo che l'ha riscattata da un vostro errore?

    Mio zio fece una smorfia, allungò le braccia dietro la schiena ed esclamò – Meglio che te ne occupi tu di lei. Farò in modo di evitarti la chiamata alle armi.

    Marcello già sapeva a chi si sarebbe rivolto e gli dava molto fastidio, ma non vedeva cos'altro fare per restarmi accanto. Mentre portava una mano alla fronte, sentì il padre ordinare ad Amanda di farmi raggiungere lo studio e con un tono che a mio cugino sembrò troppo autoritario. Dovette ricordargli che la servitù di casa mia non era alle sue dipendenze.

    Nello stesso momento io mi guardavo allo specchio e mi allenavo con i baci, quando Amanda bussò ed entrò, fermandosi a metà stanza.

    – Signorina Claudia, gli occhiali, dove sono finiti gli occhiali? – m'interrogò, innervosita. Sorrisi e mi voltai verso di lei, dicendo – Li ho buttati.

    – Sì, certo.

    Mentre mi raccontava quello che aveva udito di sotto, aprì il cassetto del comò e afferrò gli occhiali. – Ora indossateli e venite nello studio, che vostro zio vuole parlarvi. – mi ordinò. La raggiunsi annoiata.

    – Su, che ho detto a Elena di preparare il vostro piatto preferito. – riprese la mia tata, accarezzandomi la guancia. Appoggiai, avvilita, la testa sulla sua spalla e lei mi abbracciò.

    Scesi al piano terra, portando con me il diario perché così sentivo di avere papà vicino.

    – Claudia, – disse Alberto, in piedi davanti a me – sei cresciuta in modo non adeguato per una signorina. È tempo che tu venga istruita a dovere.

    Aggrottai lo sguardo.

    – Domani stesso andrai in istituto. – tuonò come un ordine.

    – Voi siete pazzo! – sbottai.

    – Vedi, come ti esprimi?

    – Papà, non c'è bisogno di mandarla in istituto. – intervenne Marcello.

    – Non è per niente educata.

    – E non me ne importa! – urlai – Mettetevi bene in testa, zio, che voi non siete qui per comandarmi. Non sono una dipendente delle vostre fabbriche, io sono la padrona di questa casa!

    Alberto fece una risata irriverente, mi guardò, tormentandosi i baffi, e replicò – Siete sotto la mia tutela, nipote, e farete ciò che io decido. Domani andrete in istituto.

    – Non ci andrò, scordatevelo!

    – Claudia, non fatemi arrabbiare. Voi mi dovete obbedienza, sono il vostro tutore.

    – Per la legge, ma per me non siete nessuno.

    Uno schiaffo mi arrossì la guancia; il diario cadde a terra e Marcello corse ad abbracciarmi: – Siete un mostro! – gridò mio cugino al padre. Alberto s'infuriò così tanto che afferrò il diario e accennò a strapparlo; il cuore sembrò balzarmi alla gola. Portai la mano in avanti, ma troppo tardi: poco dopo vidi i fogli volare in aria. In quelle pagine c'era scritta tutta la mia vita con papà e mi sentii come se a essere strappata, fosse stata la mia stessa vita. Gridai disperata un no smorzato dal pianto; caddi sulle ginocchia e afferrai dal pavimento ciò che restava del diario. Non avrebbe potuto comportarsi diversamente per farmi infuriare e il dolore mi fece prendere una decisione. – Bene, vuole stare in casa mia? Ci stia pure! – mi dissi di sera, chiudendo in un sacco tutte le mie cose più importanti. Mi guardai allo specchio e mi giurai che a ventuno anni sarei ritornata e avrei cacciato via mio zio. Per adesso dovevo sparire e togliergli la soddisfazione di comandarmi. Controllando che più nessuno fosse sveglio, scesi al piano terra e vidi solo Elena che sbrigava le ultime faccende in cucina. Raggiunsi in punta di piedi la finestra del salone e lasciai la mia bella casa non senza versare altre lacrime. 

    (Il romanzo è disponibile su Amazon e su tutti gli store, sia digitale che cartaceo) 

  • 07 novembre alle ore 10:02
    Diario dalla Terra di Nessuno

    Come comincia: Camminare senza meta permette di non segnare luoghi, è un vivo attraversare. Lo sguardo abdica da un regno mai posseduto. Gli occhi ereditano solo preziosa curiosità e la caleidoscopica possibilità di fare tutto nuovo. Incroci uno sguardo, un sorriso di circostanza, ma l’altrove è ad un passo. Sei in mezzo ad una miriade di persone … cosa si pretende da un sabato trasteverino pieno d’astri in lontananza? Ho troppi smarrimenti da recuperare per permettere all’orientamento qualsivoglia autorità.  Ora la memoria intreccia ricordi e immaginazioni, il riconoscere vuole cedere il passo a spazi nuovi. Nel qui di mura bianche e finestre ricolme di rampicanti incede la perdita tanto ambita. Voglio far mattino dopo aver ballato di tutto, come cantava Paolo Conte. Tutto intorno cade in un misterico silenzio: le voci sfumano, l’artista di strada ora fa volteggiare stelle. Mi faccio leggere la mano da una ragazza scalza che mi ruba il cappello e mi sorride. Mi chiede il nome e con un bacio sulle labbra se lo mette in testa stringendosi al collo. Ha le gambe sottili e snelle, si copre il volto con i capelli lasciando nudo un sorriso infinito.  Alza la gonna fino alle cosce e mi gira intorno senza parlare, mi rimette il cappello in testa con un altro bacio e va via girandosi di tanto in tanto per guardarmi e incantarmi. Non le ho detto il mio nome. Non è una notte fatta per riconoscersi.  
    In questo deserto d’anime ora tutto può accadere! Un’iniziazione profana è avvenuta; una splendida vestale che strega bocche e asciuga lacrime con i suoi capelli ha aperto i cancelli della terra di nessuno.  Chiudo gli occhi per riaprirli espirando, il cuore mi tormenta con i suoi capricci: non è più un battito ma un fluttuare insano e stanco. Sento uno scrosciare di fontana, qui è altrove e ogni dove. Ora questi luoghi sono il “qui” di Banquo,  l’inevitabile lontananza da Forres per scampare ad una profezia.  Di quest’isola non segnata in nessuna mappa  Robinson non può farne occidente:  mattoni, fiumi e ponti non vogliono nomi. Non resta che camminare in questa prigione di bellezza e incanto con la speranza che la memoria non prenda presto il sopravvento. Camminare nella terra di nessuno è fuga, anche se l’inevitabile ci resta accanto. E’ deserto mai troppo ostile per chi cerca l’oblio da sé. Un labirinto che accoglie e trasmuta per desiderio di chi lo attraversa, ma non è mai sosta, né pace.  Come può avere tale vastità per recinzione l’infinito solo le solitudini lo sanno, ma le loro sorde grida nessuno può ascoltarle. Non è solo spazio, perché mai può essere un luogo, è una risonanza sottile ed estesa, un’ assenza aperta e insanabile divenuta nostro malgrado dimora.
    Un nuovo fluttuare, un’onda bassa e sorda del cuore mi spaventa e risveglia d’improvviso. Sono tornato da un incalcolabile errare al punto di partenza. Solo, in un mattino straziato da un’alba vermiglia e fredda. Più nessuno intorno a me.
    “Me lo regali il tuo cappello?”, mi sento dire in lontananza alle spalle. Anche lei non è andata via, o forse non mi sono mai allontanato io, e con le scarpe in mano si avvicina a me  puntando i piedi a terra come una gatta. I suoi passi non fanno rumore tra i sampietrini lucidi di mattino. Con un sorriso mi tolgo il cappello e glielo porgo, lei lo prende, lo mette al contrario e con il suo infinito sorriso mi chiede: “adesso mi racconti dove sei stato”? 

  • 03 novembre alle ore 15:21
    Non è sempre stato tutto così, papà

    Come comincia: Poi una mattina ti svegli e guardi delle nuvole bianche e piangi come se piovessero loro dentro te.

    Piangi le lacrime che avevi lasciato ad asciugare all’alba dell’indifferenza, sorta per anni, giorno dopo giorno dopo giorno.

    E vorresti che qualcuno la baciasse quella pioggia e, baciandola, l’asciugasse via.

    E quando ho sete e non ci sei, a volte, e mi sento troppo solo, di nascosto, bacio la pioggia per averti ancora qui.

    Non è sempre stato tutto così, papà.

    Non siamo sempre stati due muti di spalle.

    Porto il tuo sangue nelle mie vene. Mi tiene sempre caldo, anche quando fuori è freddo, e tu non ci sei, non ci sei quando vorrei due braccia forti, di uomo, vorrei un uomo che mi dica ci penso io a te.

    Non è sempre stato tutto così, papà, tutto così grigio tra noi.

    Non avrei mai immaginato di laurearmi senza sentire il battito delle tue mani enormi e callose, le mani di un uomo che ha girato il mondo.

    Non avrei mai immaginato di mettere un figlio al mondo e non vedere la tua faccia, e metterne al mondo un secondo ancora senza te. In fondo, loro due sono la memoria che il mondo conserverà di te, più a lungo di me. Anche il piccolino, che ha le mani di un uccellino, un germoglio per bocca e due gocce di mare azzurro per occhi, così fragile, così indifeso, anche lui è un numerino nella sequenza di Fibonacci legato a doppio filo a te, possibile che tu non senta il richiamo del DNA?

    Non è sempre stato tutto così.

    Te lo ricordi, quel giardino?

    L’albero che mi scelsi, il melograno, quello più spelacchiato.

    Quelle foglie che volteggiavano, con cui mi insegnasti a costruire barchette da varare in pozzanghere di fango, dopo che aveva piovuto, quelle foglie mi pare di sentirle ancora alitare il loro canto frusciante, mentre i raggi del sole, filtrandovi attraverso, disegnavano arabeschi mossi dal vento sul pavimento della nostra cameretta, affacciata sui rami.

    Te le ricordi, le giornate di pioggia, quando volevi partire, ti si leggeva dentro che volevi ripartire, non vedevi l’ora di prendere l’aereo che avrebbe solcato quel cielo che rovesciava su di noi tutta quell’acqua, larga e fragorosa, te lo ricordi, papà, te lo ricordi, come pioveva e come le gocce rimanevano appese sul dorso delle foglie, e dei rami, a punteggiarli di dune liquide che cadevano al primo soffio di vento, picchiettando la ringhiera del balconcino e zampillando giù, e tutte quelle macchie d’ombra sul porfido, te lo ricordi papà?

    Te la ricordi, quell’unica volta che mi portasti fuori, su quel fiume, appollaiati su quel ramo inclinato sul greto, ipnotizzati ore a vedere l’acqua scorrere via? Te lo ricordi, papà?

    O non sono stato niente nella tua vita?

    Quante notti ho aspettato.

    Quante notti ho pregato che un aereo partisse dall’altro capo del mondo per portarti a me.

    Quante notti ti ho cantato a me.

    E quante promesse. Quante promesse non hai mantenuto. Quante volte mi hai promesso quella maledetta macchinina a motore, e ogni volta che tornavi una scusa nuova che però, anziché smorzare, intensificava l’illusione (l’hanno finita, l’hanno venduta, l’ho ordinata ma deve arrivare, si è persa per strada, me l’hanno rubata).

    E però a chi volevi tu hai saputo regalare persino una casa, lasciando noi a pregare il nostro “padrone” un altro mese ancora, ci dia un altro mese ancora per saldare l’arretrato.

    E ci sono giorni che mi manchi, anche se non so più chi sei, se sei davvero il mio papà, se posso chiamarti ancora così, non lo so se sia giusto o no, ma mi manchi, mi manca il mio papà, mi manco io in realtà, mi guardo allo specchio mentre aggiusto l’ennesimo giocattolo alla mia principessa, che pende dai miei occhi, piena di speranza che il suo papà ancora una volta aggiusti tutto, e mi chiede “Me lo aggiusti, vero papà, che me lo aggiusti?” anche se è un’impresa impossibile, e io faccio anche l’impossibile pur di non deludere quegli occhi carichi di speranza, mi guardo e mi dico che mi manca un papà come me, ti sembrerò arrogante, ma era questo tutto quello che volevo, un papà come me.

    Sai quella casetta di legno che c’era in Africa? Te la ricordi?

    Al rientro in Italia mi promettesti che me l’avresti fabbricata.

    Stanco di aspettare per tanti anni, sai cosa?

    L’ho costruita con le mie mani.

    Una casetta bellissima, alta quanto me, con le finestre sui lati, la porta con lo spioncino, l’abbiano al piano superiore.

    Tutto proprio come me l’avevi promesso tu.

    Non le ho detto nulla alla mia bambina, l’ho costruita di notte, quando lei dormiva, e poi una mattina era lì.

    E nei suoi occhi ho visto me, e ho visto te, ho visto tutto quello che non sei stato mai.

    Ho visto tutto quello che non sei riuscito ad essere mai.

    E quando cadevo in quel giardino, e mi sbucciavo le ginocchia, rimanevo piegato a piangere, e tu mi dicevi corri, avvo, corri, vieni qui.

    E io correvo e non piangevo più, perché sapevo che avresti aggiustato tutte le cose.

    Ma mi sbagliavo.

    Mi sono sempre sbagliato.

    Ma non è troppo tardi.

    E anche se mi hai pugnalato un milione di volte, e anche se di seconde possibilità te ne ho date più di una, e ogni volta sei scomparso, temo che rimarrai sempre il mio papà.

    E se tu tornassi, tornassi a me, io non ti scaccerei, perché sei dentro di me, nella notte, in fondo in fondo, dove tengo chiusi a chiave i giorni dolorosi, ma ci sei, e se tu apri la porta, non importa quanto in fondo alla notte stai, se tu apri la porta, la luce filtrerà.

    E saremo ancora un figlio e suo papà.

  • 02 novembre alle ore 11:00
    Il Loop del Canarino

    Come comincia: Dotti lacrimali. è una bella combinazione di parole, è come se le lacrime si fossero riservate un posto ben specifico e poetico, del resto il naso non si chiama mica dotto caccolare, si chiama Naso e lascia tutto un pò nell'incertezza, nell'ambiguità, dai dotti lacrimali può uscire solo una cosa, questo in un modo o nell'altro li rende unici, come una meraviglia, come un neo in un posto specifico del viso, per esempio un pò sopra il labbro superiore, a disegnare una specie di coordinata, un'isola tra le labbra e gli occhi. un posto specifico. che sembri a portata di mano, facilmente raggiungibile, quel posto che quando hai l'impressione di averlo trovato scompare tra mille indecisioni e scelte sbagliate e in parecchie pagine di vecchi diari.
    Ricordo un giorno di Febbraio, la luce era chiara, entrava dalla finestra aperta, eravamo al quarto o quinto piano e ci stavamo rivestendo in silenzio, senza dire una parola, sotto la città scorreva, scorreva come in un film americano, senza sosta, piena di ritmo, piena di tragedie e di storie molto più avvincenti di due che si rivestivano in silenzio e respirando pesantemente per rompere quel dannato e ostinato silenzio, per rimarcare di non avere nulla da dire, mettendo tra di loro un letto a due piazze che sembrava enorme, la moquette sotto i piedi umidi di sudore, l'acqua che si riscaldava e lasciava correre le gocce sul suo corpo di bottiglia poggiata sul comodino, il telefono pieno di polvere, un libro letto a metà.
    Sostanze psicotrope, anime inquiete, solitudini talmente tanto cronicizzate da voler restare tali, non c'era tempo, non c'è mai stato tempo per amarsi sopra ogni cosa, ognuno deve avere la sua vita, ognuno ha sempre e soltanto avuto la sua vita.
    Io e lei non ci siamo mai più parlati, di lei mi è rimasto per un pò l'odore sul cuscino, ma poi per forza di cose ho dovuto cambiare le lenzuola, è rimasto solo un bel ricordo che certi giorni sembra bellissimo e certi altri completamente innocuo.
    A volte mi chiedo perché non sono capace di amare, oppure soltanto ad affezionarmi ad un animaletto, non riesco nemmeno a seguire una serie tv o un film, nemmeno ad ascoltare un disco per intero. cerco la perfezione ma tutto mi delude, cerco di essere sempre al di sopra di tutto, e per questo non capisco gli errori che faccio.
    Come un canarino incapace di morire e continua a non vivere dentro la sua gabbia a cantare vergognandosi di saper fare solo quello, un loop fissato tra un punto e l'altro di un minuto e trenta secondi che a volte vuol dire tutto e molte altre volte è solo rumore, un rumore scritto bene ma sempre solo un rumore, e gli anni passano e i ricordi sono sempre meno precisi e più dolci più lievi, molto meno dolorosi.
    C'è una simmetria che mi disturba tra i due palazzi che vedo dalla mia finestra, mentre il vino rosso tinge un pò il bicchiere dozzinale, il più totale silenzio, dovrei smettere di scrivere, dovrei smettere di fare finta che questa sia la vita giusta per me, se continui a scrivere dopo un certo periodo o sei terribilmente bravo o sei un illuso. io sto scrivendo questo film da anni, ma nel frattempo nella mia vita ha smesso di succedere qualsiasi cosa, e uno non può inventarsi tutto, e mi sento come quel canarino incastrato nel loop.
    Sono in uno stato di reclusione volontaria, e per quanto io possa sforzarmi non ho idea di come sia New York, e sinceramente non ho nemmeno voglia di inventarmela. tempo fa scrivevo in un bar con una grossa vetrata che dava sulla strada, poi ho smesso, la vita fuori dal vetro era sempre uguale, forse è questo che uno dovrebbe capire in fretta, in fondo la vita è sempre uguale, che tu sia dietro il vetro o davanti.
    Ad esempio una cinese che cammina in salita lungo una strada bagnata potrebbe essere uno spunto, è vestita all'occidentale ha un paio di stivali neri, un maglione nero, un giubbotto pesante e umido di pioggia, ha la faccia stanca, di una che non è molto in forma, di una che sta subendo la salita e che sa che non è una di quelle salite metaforiche che ci sono nei libri, ma solo una salita fisica, tangibile e faticosa, si potrebbe essere un buon inizio.
    "La cinese arrancava lungo una salita, la strada era bagnata i lampioni intermittenti, nessun destino speciale la attendeva dietro la salita, ma solo una breve pausa per riprendere fiato."
    si direi che può funzionare.
    E Nel frattempo ? nel frattempo il silenzio, la polvere che si deposita sulle cose, la solitudine, la musica sempre uguale, sempre saltando da una traccia all'altra senza soluzione di continuità i demoni, le vecchie foto, i vecchi ricordi. e nel Frattempo è tutto sempre uguale e il cursore del pc che lampeggia in attesa di qualcosa che non va oltre quello che ho già scritto, volevo fare un film per dire al mondo chi sono, ma adesso non sono sicuro che al mondo interessi, il caffè si è irrimediabilmente freddato, chissà che ore sono.
    A volte è tutto così difficile, vorrei vivere sempre al tramonto, con quella lentezza che prende tutto, con quella assoluta perfezione che crea ispirazione, che crea amore, che crea tutto quanto, vorrei vivere alle sei del pomeriggio senza occhi cisposi, con una bella birra ghiacciata e tante cose da dire, tantissime cose da dire e da leggere ad una folla che non mi ascolta ma che comunque è li a guardare, perché tutto sommato potrebbe anche andare bene così, come quella volta che ho perso una settimana della mia vita, in quella settimana non credo sia successo niente, mi sono ritrovato più vecchio di sette giorni senza averne vissuto alcuno.
    Ritorniamo alla cinese che arranca, al racconto che dovrei scrivere, alle voci che non sento più, al talento che non mi accompagna, dove sono finiti i miei sogni preferiti, da quando non respiro aria nuova ?
    il Mondo per quello che ne so potrebbe essere un grande cimitero, le case dovrebbero essere abbandonate, un paio di anni fa la Tv parlava di panico nelle piazze, di virus violenti, di morti apparenti, di cadaveri che camminavano, un paio di anni fa la Tv funzionava, le mie scorte di caffé e vino erano imponenti, adesso stanno dirigendosi inevitabilmente verso la fine. Per quello che ne so potrei essere l'ultimo uomo sulla terra, per quello che ne so potrei essere rimasto l'ultimo canarino sulla faccia della terra.  
    Ma se io fossi quel canarino e mi aprissero la gabbia uscirei ? abbandonerei il confortante Loop, smetterei di cantare ? smetterei di riempire pagine e pagine con le stesse identiche frasi sempre uguali, è Lecito credere che la cinese che arrancava in salita sia solo un ricordo o un sogno, dalla finestre non si vede niente da anni, c'è troppa nebbia, troppo fumo, troppa morte, eppure la porta della mia gabbia è li, li a pochi passi, posso sempre tornare a casa se voglio, se posso, se ci riesco. La cinese aspetterà, è già impressa su foglio elettronico è impressa mille volte su foglio elettronico, quella salita sta durando un'eternità, e dopo quella salita c'è un'altra salita, è dura essere la protagonista di un racconto che non finisce mai.
    Il mondo fuori.
    La scala è lercia e cade a pezzi, l'ascensore è bloccato al piano di sopra, non sapevo nemmeno ci fosse un piano di sopra non lo ricordavo più, la scala è piena di scritte, scritte stupide, una recita " I Just want something i can never Have" sembra adolescenziale, sembra anche troppo disperata per essere adolescenziale, ma sta li sul muro di fronte a me, vergata in rosso a lettere rotondeggianti, se fossi in un fumetto sarebbe una bel disegno, continuo a scendere le scale e ad ogni piano che scendo l'abbandono è più palese, non ho incontrato nessuno, suppongo non incontrerò nessuno.
    nel mio appartamento il cursore lampeggia pronto a scrivere la prossima parola, la cinese del racconto continua a salire e salire, in un enorme paradosso di salite senza fine, come un loop, come un canarino che canta perché non sa fare altro, come me che scendo le scale in continuazione e di piano in piano mi accorgo della distruzione, attorno a me, della solitudine e della nebbia che inizia a farsi strada tra le scritte e i neon fulminati. il pavimento in alcune parti è frantumato, gli alberi sono entrati al secondo piano sfondando le finestre e le porte degli appartamenti.
    Mancano pochi passi, sono pallido come un cadavere, il sole non entra più dalle finestre, c'è troppa nebbia, sono passati anni dall'ultima volta, l'ultima volta il mondo esisteva ed era fastidioso.
    Pochi passi, bastano pochi passi e le prime automobili distrutte contro le facciate dei vecchi palazzi, bastano pochi passi per rendersi conto che non esiste il giorno dopo da almeno un centinaio di anni, siamo cristallizzati, imprigionati dentro un Martedì la natura si sta riprendendo tutto, le librerie non esistono più, niente esiste più alcuni incendi bruciano ancora, l'aria è satura di fiamme, l'aria è satura di nulla.
    Quando sono rimasto solo ? come ho fatto a non accorgermene, quanto si deve essere stupidi e distratti per non rendersi conto che il mondo è finito. quanto bisogna fingersi presi da altro per non rendersi conto che dal cielo sono piovuti giù i satelliti ?
    Non ci sono cadaveri, non c'è più niente, si è realizzato quello che i malati di noia profetizzavano da decenni. i Morti hanno camminato sulla terra, qualcuno lo ha scritto su uno scuolabus giallo, qualcuno ha trovato il tempo di avvertire tutti di qualcosa di cui tutti immagino si erano accorti.
    Piangerei se qualcuno mi mancasse ma non conosco nessuno, non ricordo nessuno da piangere, potrei dispiacermi per qualche scrittore, ma suppongo che se i morti abbiano camminato sulla terra anche chi era degno di stima sia tornato a distruggere quello che lui stesso aveva creato.
    Il mondo ha distrutto se stesso, e non c'è più modo di fuggire, il mondo ha inghiottito il suo loop e si è digerito, il cane si è morso la coda, e finalmente tutto è finito.
    La nebbia, il fumo, il sole che non spunta dalle pesanti nuvole, sembra che abbia appena smesso di piovere.
    E io sono l'ultimo rimasto sulla terra, e le mie scorte di caffè sono le ultime scorte di caffè ero talmente impegnato ad essere solo che non mi sono reso conto della distruzione e del panico, nessun vicino mi ha avvertito, non ho lottato per sopravvivere e questo è quello che mi rende più triste, che il panico più assoluto non si sia accorto di me, nemmeno di sponda, nemmeno un proiettile rimbalzato male, un colpo vagante, un morto che abbia avuto voglia di sfondare la mia porta.
    i Manichini dei negozi di abbigliamento hanno resistito, alcuni sembrano sorridere, il mondo adesso è loro. Si può dire che abbiano vinto senza muovere un muscolo. Lo stesso si potrebbe dire di me ma io non ho vinto. io sono rimasto l'ultimo perché nessuno si è preso la briga di scegliermi nemmeno come vittima.
    Il niente che ho visto mi è sembrato abbastanza per oggi, magari tornerò a guardare tra dieci anni, tornerò a vedere quello che resta come chi alle feste arriva sempre in ritardo.
    Il caffè sulla scrivania è più freddo di quanto possa essere consentito di essere freddo ad un caffè il cursore lampeggia e la cinese arranca in salita per il centesimo rigo, con allineamento giustificato e interlinea a 1,5, nemmeno per un secondo mi chiederò se ne vale la pena, la risposta sarebbe no. e preferisco rintanarmi nella ripetizione metodica delle cose, preferisco cantare in continuazione che rendermi conto di essere l'ultimo uomo sulla terra e non essermi accorto dell'apocalisse.
    Preferisco fare la parte del canarino e lasciare il mondo ai manichini. 

  • 02 novembre alle ore 9:35
    LA MIA INFINITA MALINCONIA

    Come comincia: Ieri ho trascorso un po' di tempo con mia figlia che adesso ha 45 anni. Mi sono stupita di quante cose ci siano ancora sempre da dire, nonostante noi due abbiamo parlato tutta la vita. Lei si è tolta qualche sassolino dalla scarpa, rispetto a fatti relativi
    alla sua infanzia, alla scuola, alle incomprensioni e ingiustizie subìte certe volte, visto che io credevo sempre agli insegnanti e mai a lei. E' stato un confronto come tanti altri, leggero e senza recriminazioni, perfino allegro in qualche passaggio. Poi lei se n'è andata. Io però mi sono trovata messa di fronte ai miei limiti di allora, come madre, come educatrice, come "ascoltatrice" di mia figlia. Ero proprio un bel disastro. Sono rimasta per tutta la sera impigliata nel percorrere a ritroso il cammino fino all'inizio, fino alla sua nascita. Nel letto prima di addormentarmi mi sono accorta che mi scendevano le lacrime e così mi sono detta: abbi il coraggio, abbi il coraggio di pensarci, di tuffarti in quel periodo, il terribile periodo della sua nascita. Abbi il coraggio di ricordare chi eri tu: una giovanissima selvaggia, irresponsabile e recalcitrante a qualunque tipo di regola,
    ad ogni imposizione, una persona che viveva "secondo natura". Tutto ciò che accadeva, accadeva e basta. Era giusto che fosse così. La nascita? La nascita era un fatto che seguiva le leggi di natura quindi perché preoccuparsi, perché informarsi, perché andare dal ginecologo? Forse il ginecologo mi vide due volte in tutto il periodo. Attendevo tranquillamente che la mia bambola (o bambolotto) venisse al mondo, quella bambola che avrei coccolato, pettinato, vestito e spogliato, proprio come facevo quando
    giocavo da piccola. Quando tornai a casa dall'ospedale mi resi conto che il mio sogno si era concretizzato all'improvviso nelle sembianze di un esserino urlante del quale io non capivo assolutamente nulla. Io non sapevo cosa fare, sapevo solo che la sua voce
    potente mi penetrava il cervello come una lama e mi sembrava di impazzire: lei piangeva sempre, non dormiva mai, e io piangevo sempre e crollavo con lei in braccio. Non sapevo niente, come tenerla in braccio, come cambiarla, ma soprattutto come capire ciò che voleva e come farla stare zitta. La mia tristezza era così profonda, la mia malinconia così infinita, il senso di solitudine così devastante! Suo padre non c'era mai e quando c'era, invece di aiutarmi, se la prendeva con me che "non ero all'altezza". Come se io non me ne rendessi conto! Io e lei, lei e io. In quella casa in collina, lontana dal paese, lontana dalla gente, dove non si poteva nemmeno uscire a fare la spesa perché intorno non c'era niente. Cosa c'era in me che non andava! Perché vedevo soltanto mamme contente con il loro bambino in braccio, ed io invece ero così infelice? La mia bambina, così tanto desiderata, era finalmente una realtà eppure io pregavo soltanto che si addormentasse per potermi riposare il cervello.
    Dove erano le gioie della maternità? Dov'era la mia bambola? E io chi ero? Ero una madre indegna?
    Ieri sera mi sono detta: però poi ne sei uscita, come hai fatto? Non lo so, non ricordo come ne uscii, forse ero più forte di quanto io stessa immaginassi. 
    So soltanto che quando mi sono addormentata le lacrime scendevano ancora a suggellare l'unico ricordo che mi è rimasto di quel periodo: la mia infinita malinconia.

  • 29 ottobre alle ore 22:52
    La paura del “Profondo Preziosissimo”.

    Come comincia: Un istante, un prezioso accadere e l’assenza.  L’incommensurabile tragitto di una Perseide si raccoglie e declina nelle notti d’agosto. Dolorosa allegoria …  si esprimono desideri  in un istante di inesorabile dissoluzione.  Per strada la notte inizia a farsi pace e l’odore della pelle prende il posto di quello del giorno.  E’ un odore che non sentiamo più. Un’altra assenza. Un nuovo esilio da qualcosa che ci è stato donato. Percorrersi in un volo radente di labbra è un’evoluzione ardita di notte. Eppure gli amanti lo fanno ad occhi chiusi. Saltimbanchi nudi ai piedi delle stelle si stringono i capelli e i fianchi con la disperazione di chi annuncia l’ultimo degli ultimi spettacoli. Soli, impauriti e tremanti davanti a una platea d’infinito.  La notte li accoglie come una madre,  lei nutrice stringe il suo seno verso l’alto per offrire un’esplosione di luce a quelle pelli di luna, a quell’incanto di vita in silenzioso tormento.  
    Lì danzano, si fanno spazio gli uni negli altri nelle loro anime. Lì delizie, tormenti, delusioni, stanchezze, paure prendono istantanee forme e si dissolvono tra mani che si intrecciano, visi che si accarezzano.  Tutti fantasmi in fila che tamburellano nei cuori impazziti nell’attesa di una redenzione, di una arresa salvezza.
    Al di là delle tende brune l’alabastro di un mattino lontano ricorda ancora troppo la maledizione del giorno … quella che chiamano vita. Ogni paura è pronta ad emergere agli angoli estremi della notte, eppure basterebbe dare ad ogni mattino il nome dell’altro per dissipare ogni minaccia. Ora ogni fremito è spezzato da un domani già incarnato come quotidiano nell’anima. La condanna dell’indifferenza è vicina e senza appello.  
    Ormai la notte non è più madre ma … attesa. Ha perso la sua maestosa pace, abdicata, umiliata da troppi silenzi.  Non basta stringere al seno un viso segnato da lacrime mai versate, né accogliere tra le mani spalle raggelate dal timore di perdere ogni cosa, persino se stessi. Le mancate promesse restano sempre mantenute. Restano  vive sino a soffocarsi nel tempo sospese in un lacrima d’ambra, in una bolla iridescente d’opportunità mancate e parole non dette.
    Ora si aspetta l’odiato giorno come una salvezza feriale, un desiderato accomiatarsi, come lo spezzarsi di un incantesimo che intreccia cuori abitati dalla consolatoria illusione di essere liberi solo in solitudine. Va bene così. Il prezzo è troppo alto e l’esito … incerto. Ma resta nelle anime come una tenera maledizione il sapore della notte. il risplendere di fianchi e sorrisi. Resta il marchio di una celata fattura, di un incanto di baci e istanti che lega all’ignoto il mai stato, il passato alla ottenuta assenza per una libertà amara.
    Forse due anime, un giorno, riusciranno, con infinita grazia, a saper attendere il mattino, trasformando le loro parole in gioielli, declinando insieme versi amati e condivisi. Quanta faticosa semplicità per allontanare via dall’anima ogni paura:
    “Perdonami se ti cerco
    Così dentro di te.
    Perdonami il dolore.
    E che da te
    Voglio estirpare
    Il tuo migliore tu.

  • 28 ottobre alle ore 12:42
    Incongruenze... congruenti.

    Come comincia: Quanti ne devi compiere ad agosto? Sessantasette!? Vorrai scherzare! E tu saresti un'attempata signora che si avvicina ai settanta? Ma guardati allo specchio, anzi, meglio se non lo fai, altrimenti davvero impazzisci nel vedere quanto scompenso c'è tra la tua venerabile età anagrafica e la tua infantile, pazza, incorreggibile, incontenibile e, in fondo, commovente anima bambina. 

    Dai, fai come ti dico io: mettiti seduta, magari proprio davanti ad un grande specchio, composta e concentrata, e ripeti con calma all'immagine che ti osservaun po' imbronciata "Tu sei una donna alla soglia dei settanta, il tuo corpo combatte bene contro l'assalto degli anni, ma non sempre riesce ad eseguire perfettamente i tuoi comandi. Hai dovuto aumentare di una taglia i pantaloni, perché il vitino di vespa era ormai irrecuperabile. L'aspirapolvere è un incubo ogni volta: il tratto lombo- sacrale del tuo rachide protesta già dopo cinque minuti di smanettamento sul parquet. La sera stenti a prendere sonno, se tuo marito russa: ora è più difficile cadere dolcemente e velocemente nelle braccia di Morfeo (la tua anzianità ti dissuade dal cedere facilmente agli abbracci appassionati, seppure del dio del sonno).

    Va bene: ora mi siedo davanti allo specchio e faccio esattamente quello che tu mi suggerisci, o Ragione che non erra!

    Alzo gli occhi e vedo la mia anima bambina che ride e mi fa l'occhiolino.

    E dove pensi di nascondermi? - mi chiede - Copri con un telo questo specchio, alzati e vieni con me. Ho appena intravisto un tramonto dai colori straordinari sui monti. Prendi l'iphone e scatta una foto, che non vada perduto. Se il tempo permetterà, qualche mattina prenderemo la canna da pesca e tutta l'attrezzatura necessaria, e ce ne andremo al lago, come non facciamo da tanto. Anzi, sai che ti dico? Decideremo se andare a pesca o al mare, a camminare a piedi nudi nell'acqua, sul bagnasciuga. Dimenticavo: c'è da leggere quel libro, l'ultimo che hai comprato e che hai messo da parte per dare spazio a lavori di casa che potevi tranquillamente rimandare. 

    Ci sono mille cose da fare: essere felice perché tuo figlio sta per laurearsi, preparare il viaggio per raggiungere l'altro, che ti aspetta, dopo quattro lunghi mesi di lontananza, e non vede l'ora di riabbracciarti; sarà l'occasione per godersi il paesaggio bellissimo dell'Umbria, col cuore straripante d'amore per tutto, per lui, per la famiglia meravigliosa che hai, per la natura, per la vita. 

    E quella poesia che ti solletica il cuore da giorni, come onde del mare quei versi che si accavallano e chiedono di fermarsi finalmente sulla pagina bianca? La luna rossa di ieri sera era uno spettacolo: hai fatto bene a fotografarla, così sarà tua per sempre. La rosa appena invasata, quella color arancio, aspetta di essere innaffiata: dille che ne sei innamorata e ti aspetti grandi cose da lei, mi raccomando.

    Ora, però, alzati e vai a stendere la biancheria: il ciclo di lavaggio è finito da un pezzo. Ma non ti avvilire: di sicuro, mentre sarai lì, sul terrazzo, a stendere, nel cielo passerà qualche nuvola speciale, dalla forma strana, e potrai decidere a cosa somiglia.

    Non dimenticare che ci sono i nibbi, che planano a due a due nel tuo pezzo di cielo. Potrai seguirli con lo sguardo e sorridere, come ti capita ogni volta che li vedi volteggiare nell'azzurro, mentre si avvicinano e poi si allontanano, giocando a rincorrersi e poi a separarsi, per tornare subito dopo vicini, proprio come fanno gli innamorati.

    E continua a sognare, mi raccomando! Se poi non bastasse, senza remore, ti prego, scrivi tutto ciò che ti frulla nella testa e nel cuore. 

    Ricordati sempre che sei incorreggibile, sei una ragazza del quarantanove!

  • 28 ottobre alle ore 12:34
    Per mantenere una promessa

    Come comincia: Cara mamma,
    che ti avrei scritto ancora l'avresti mai pensato? Sei morta ormai già da oltre un mese, morta per gli altri, e per me molto molto più viva e presente di quando mi chiamavi in continuazione, per confessarmi, poi, rammaricata che avevi dimenticato cosa dirmi. E io, forte della certezza della tua presenza, avrò, magari, anche protestato dolcemente con te, pregandoti di tenere a mente le cose, prima di interrompere una mia qualche sciocca attività domestica.

    E cosa darei ora per essere interrotta! Ma tu non mi chiami più. Mi hai lasciato tutta intera la mia libertà e l'onere di utilizzarla, adesso che ho l'impressione di non sapere cosa farne.

    Ti scrivo da quella che, negli ultimi quattro anni, era diventata la tua stanza. Adesso ha riassunto l'aspetto originario, lo studio ricco di libri e di oggetti, collezionati in un'intera vita di lettrice accanita, docente appassionata, sentimentale scrittrice di emozioni.

    L'ho ritinteggiata e, dove prima era il tuo letto ortopedico, troneggia uno splendido divano color pietra, sormontato da un altrettanto splendido Chagall (sai? quello del "Volo", che piaceva tanto anche a te).

    Mi giro di tanto in tanto, dalla mia postazione web, e guardo, se per caso tu mi stia sorridendo con affettuosa ironia, gelosa come eri persino del computer, che mi distoglieva da te per troppo tempo, quasi fosse "un innamorato". E' che quando ti metti a scrivere, ti dimentichi di tutto - dicevi - anche di me!

    Ma tu non ci sei. Ora c'è il divano e c'è Chagall. Ora posso scrivere, senza rischiare di trascurarti.

    Cerco di non immaginarti nella tomba, perdonami. Lo sai cosa penso io del corpo che si corrompe, conosci i miei progetti per me stessa: nulla deve rimanere, se non la cenere che siamo. Ma tu e papà avete voluto diversamente e così sia. Dovremmo essere meno egoisti quando siamo vivi e pensare che, quando non ci saremo più, quelli che restano continueranno a pensare, a immaginare, a vedere con gli occhi della mente, se coloro che sono andati via rimangono nel loro cuore. Ma non voglio che tu pensi ad un rimprovero, anche se in realtà lo è.

    La lettera che ti scrisse Gra e che non arrivò in tempo perché tu la leggessi, l'ho fatta mettere tra la bara e la lapide, come lui ha voluto, perché tu potessi tenere, nel tuo ultimo giaciglio, anche un segno tangibile del suo amore, come i bigliettini degli altri nipoti, gli occhiali, il pacchetto di sigarette, i due euro per il viaggio, i tuoi immancabili fazzoletti da naso e la fotografia di papà, che baciavi ogni sera prima di addormentarti, chiedendogli quando volesse venire a riprenderti con sé.

    In quella lettera tuo nipote ti confessa il suo timore di non rivederti più, ti dice cose bellissime del presente e del passato, di tutti i giorni di festa trascorsi insieme a te e al nonno, della sua infanzia ricca della vostra amorosa presenza. Ti ricorda le epifanie trascorse a casa vostra, quando il nonno saliva in mansarda e batteva i piedi sul pavimento, per convincere lui e gli altri nipotini che Babbo Natale stava arrivando: bisognava allora rimanere chiusi in cucina, per dargli agio (a Babbo Natale!) di sistemare i doni vicino al caminetto, in sala da pranzo, sotto l'albero. E quanto erano ricchi di ansiosa felicità quei momenti di attesa!

    Scusami ora. Devo lasciarti. Continuerò domani.

  • 28 ottobre alle ore 10:55
    Innesto

    Come comincia: Lo sai come si fanno, gli innesti? Il contadino incide un taglio su un ramo, poniamo di un arancio, asportandone un pezzo di corteccia. Solitamente in primavera, sul finire del gelo. Poi prende il ramo di un albero diverso, poniamo un mandarino, e lo taglia. Quindi innesta il ramo reciso dal mandarino sul taglio inciso nell'arancio. Se i due tagli sono perfetti, se combaciano perfettamente, se le piogge sono abbondanti e il sole brilla come si deve, dopo un poco nasce un nuovo ramo che non è più un arancio, non è più un mandarino. Ma una perfetta fusione di due dolori, da cui nascono frutti che nessun'altra pianta del mondo potrà mai donare, una specie che non esiste in natura. Tu non mi sei entrata dentro, a ben pensarci. Io non ti sono entrato dentro. Abbiamo solo fatto, sul limitare di questo gelido inverno, un semplice innesto.

  • 27 ottobre alle ore 12:43
    Essere esordiente

    Come comincia: L’essere esordiente è uno strano essere.
    Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di clacson, però.

    La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

    La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e organi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

    Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

    Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non tanto come un singolo calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

    I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte e te la ripropongono già sapendo la risposta e pregustando il loro nuovo sollievo nel dirti che loro, su internet, non comprano niente, altrimenti avrebbero speso fantastiliardi di dollari per te. In realtà, comincio a sospettare che i parenti si aspettino tu prenda in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendole piovere stile aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

    Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano nei pantaloni, eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

    E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

    Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno: andare in giro a piazzare Tupperware e libri insieme.

  • 26 ottobre alle ore 13:21
    Grazie

    Come comincia: Grazie ai medici radiologi e medici specialisti che mi hanno diagnosticato prima una piosalpinge poi corretta in sactosalpinge.

    La conclusione comunque era la stessa: intervento in laparoscopia.

    Grazie al medico specialista, luminare della provincia di Salerno, che ha aggiunto: “C’è anche una ciste all’ovaio destro”.

    Grazie al mio medico curante che quando procrastinavo l’intervento mi ha avvertito, favorendo la mia successiva ipocondria: “Se non ti operi muori di peritonite”.

    Grazie a mio fratello, persona molto in gamba e capace, circondato da donne ancora più in gamba e capaci che, informato, invece di interessarsi e capire di cosa si trattasse, si limita ad ironizzare col mio medico curante sulla mia paura di operarmi.

    Grazie a mio marito, meno in gamba e meno capace, anche se 7 anni prima aveva evitato che mio padre venisse squartato da due chirurghi che volevano levargli il duodeno (fu poi operato in laparoscopia per eliminare un grosso calcolo della colecisti), e comunque stanco dei miei tira e molla, che quando gli dico che il chirurgo non mi sembra sia tanto convinto e sono sicura che non mi leverà niente, non mi appoggia nel firmare ed andarmene.

    Grazie al professore ed alla sua assistente che si presentano a me dopo l’intervento, ancora con le mascherine, e con gli occhi che ridono dicono che non hanno trovato niente.

    E meno male che chi mi aveva mandato da lui ne aveva parlato come di una persona molto umana!

    Grazie al mio medico curante che mi prescrive un’ecografia addominale un mese dopo l’intervento da cui risulta due polipi alla coleciste. “Ecco!” comincio a pensare io “mi hanno operata per niente ed ora devo rioperarmi per la colecisti”.

    Grazie a tutti i medici che, un mese dopo, non mi dicono che la mia irritazione alla gola, il senso di peso sulle spalle, i miei capogiri nel piegarmi e nel sollevare le braccia o pesi ed infine il mio svenimento che sembrava un attacco di cuore fossero dovuti a ernia iatale e reflusso.

    Grazie al medico radiologo che un anno dopo mi dice: “Signora, lei ha detto che si è operata ma non hanno trovato niente. Qui c’è una neoformazione”. Grazie alla nuova specialista ed al nuovo tecnico radiologo che concludono la stessa diagnosi dell’anno prima: sactosalpinge.

    Informati dell’intervento dicono: una, potrebbe essere di origine intestinale; l’altro, il professore ha sbagliato l’intervento. E dicono che devo rioperarmi in laparoscopia. “Sentite”, faccio io, con quel poco di cervello che mi era rimasto, “questa cosa ce l’ho almeno da un anno e non mi dà problemi. La tengo sotto osservazione e se cresce ne riparliamo”.

    Grazie alla compagna di mio fratello, persona sempre molto in gamba e capace, con cui avrei voluto parlare di quello che mi era accaduto, ma io per lei non sono nessuno, anzi sono una nemica, e poi lei era venuta per fare pasquetta alla casa al mare dei miei genitori, non per essere seccata con i miei problemi.

    Grazie allo specialista di Pisa al quale il mio nuovo medico curante inviava i casi dubbi che mi conferma: Sactoslpinge. E come gli altri dice che devo risottopormi a laparoscopia.

    Grazie al medico ecografista che un anno dopo fa: “Signora, ma che tiene qua! Io non riesco nemmeno a vedere l’ovaio, ma che dice il suo specialista?”
    Grazie allo specialista che vede un palloncino nel mio addome e conclude che siccome il professore non aveva visto niente deve avere altra origine e che mi consiglia di rivolgermi ad un altro luminare.

    Grazie a mio fratello, sempre molto in gamba e capace, interessato solo che io vada a firmare dal notaio per acquisire l’eredità paterna che, quando gli dico che devo scegliere dove ricoverarmi per accertamenti, mi dice: “Io ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere”. Caro fratello, ma se io ero incapace di intendere e di volere, non avresti dovuto interessarti della situazione invece di preoccuparti solo che andassi a firmare dal notaio? 

    Grazie allo staff che mi induce all’intervento mostrandomi la formazione che si appoggia alla vescica, al colon e sposta l’ovaio verso l’alto scrivendo “potrebbe essere di origine peritoneale, al momento non ci sono processi infiltrativi” ed aggiungono può crescere ancora, diventare inoperabile, può degenerare.

    Grazie a mio marito che non mi dà ascolto quando gli dico: “Questi hanno deciso di operarmi prima di vedere i risultati delle analisi”. Non sapevo che l’avevano terrorizzato dicendo: “Non sappiamo cosa troveremo, potremo dover levare l’utero”.

    Risultato? Mi sottometto ad un intervento “massivo” per levare quello che risulta poi essere un tumore benigno, passato in due anni dalle dimensioni di cm10xcm3 a 12cmx8cm, che, a mio parere, non dava fastidio a nessuno, tranne potermi causare urgenza urinaria quando si poggiava sulla vescica o stitichezza poggiandosi sul colon.

    Grazie al professore che quando gli sottopongo i risultati del suo intervento e di quello del suo collega per prima cosa dice: “Se mi fa causa, la perde”.

    Poi aggiunge: “Io ho levato in laparoscopia tumori anche più grandi del suo. E’ uscito pure sul giornale. Perchè non avrei dovuto levare anche il suo?”

    Già perchè? Perchè quel giorno aveva troppi interventi in programma e non ha avuto il tempo di guardare bene?

    Grazie al professore che mi conferma che quel tumore si individua con semplice palpazione. Sì, sono sicura che Giuseppe Moscati senza ecografia e senza risonanza magnetica all’inizio del ‘900 sarebbe stato in grado di individuarlo e rassicurarmi. 

    Ed infine soprattutto grazie alla mia depressione e scarsa autostima, che proprio all’inizio di questa storia, causate dalla decisione più sbagliata e vigliacca della mia vita, che andava contro tutti i miei principi, hanno fatto capolino facendomi diventare facile preda dell’ipocondria e diventare sottomessa alla volontà altrui.

    Aggiungo grazie ai parenti e vicini che con la loro gioia nel vedermi in difficoltà hanno aumentato la mia depressione ed ipocondria.