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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 19:18
    Questo è Amore

    Come comincia: per me l'amore è salvare delle vite
    per me l'amore è abbracciare chi si ama
    per me l'amore è accettare i limiti dell'altro/a
    per me l'amore è condividere momenti di felicità insieme
    per me l'amore è quando il cuore fa boom boom
    per me l'amore è quando si accetta l'altro/a
    per me l'amore è tutti i pregi di chi si ha di fronte...
    per me l'amore è questo.

  • mercoledì alle ore 20:30
    IL PIU' BELLO DEL PAESE

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    IL PIU' BELLO DEL PAESE

    Piccolo paese di provincia dove il tempo non sembra passare mai...
    Primi giorni di un’estate calda e afosa; per le strade non vedi un’anima viva.
    Le scuole e gli esami finiti da poco, i figli al campo scuola, il marito via all’estero per lavoro.
    Una professoressa annoiata non sa come trascorrere il tempo, si sente ancora viva per i suoi quarant’anni non dimostrati, bella donna sinuosa, con un fisico invidiabile.
    Quel pomeriggio non ha voglia di incontrarsi con le solite amiche in casa per spettegolare o giocare a carte. Oggi vuole vivere un pomeriggio diverso, che dia un po’ di vita a quei giorni spenti e sempre tutti uguali. Lasciando così la sua mente fantasticare, decide di uscire e andare al bar del paese, per comprarsi un gelato e bere un caffè.
    Come vi entra, nota solo due persone: il barista che gioca con un videogioco e un giovane ragazzo ventenne, che conosce poiché fratello di un amico di suo marito, che se ne sta leggendo il giornale.
    Un bel ragazzo, oggetto del desiderio di molte donne del paese, per la sua bellezza.
    Anche lei come tante altre ne è attratta.
    Facendosi coraggio gli chiede se gli sia possibile andare ad aiutarla a spostare dei mobili in casa, visto che da sola non riesce.
    Entrambi prendono la propria bicicletta e si dirigono a casa di lei.
    Appare un'abitazione di nuova costruzione, signorile, nel mezzo di un bel giardino verde e fiorito.
    L’interno è molto accogliente.
    Invita il ragazzo ad accomodarsi e gli chiede se desidera qualcosa, proponendogli varie opzioni di bevande. Mettendolo così davanti ad un'imbarazzante scelta, tanto da rispondere: va bene la prima cosa che le viene sotto mano.
    Lei, continuamente, parla con l’oggetto dei suoi desideri.
    Quel bel ragazzo lì con lei, soli, la sua mente diventa un turbinio di fantasie e desideri che vorrebbe concretizzare, riflettendo quando mai un’occasione così ghiotta le si ripresenterà.
    Fattolo accomodare davanti al tavolino del salotto, va in cucina a prendergli una bibita, che gli porta porgendogliela da dietro, intanto che gli si appoggia maliziosamente con il seno contro la testa.
    Essendo quella una giornata molto calda, indossa una canotta bianca, senza reggiseno, che mostra il seno traboccare dai lati.
    Il giovane rimane esterrefatto, ma la situazione che gli si sta presentando è particolarmente eccitante, per cui resta al gioco.
    Percependo la sua disponibilità, lei si sente più sicura, pertanto decide di dar vita ai suoi eccitanti sogni. Prendendolo per mano, lo porta ad accomodarsi su di un comodissimo divano, ponendosi di fronte a lui, si toglie la canotta, mostrando il suo abbondante seno ben sostenuto, campeggiato da due neri capezzoli, che sembrano due olive mature pronte per essere spremute.
    Lo invita, accompagnandogli le mani, ad accarezzarli e poi a prenderli in bocca per succhiarli, fino al punto da lanciare piccoli gridolini di piacere.
    Guidandolo ancora, lo porta a sfilarle i pantaloncini corti e le mutandine.
    Tutta nuda dinanzi a lui, corpo di bella donna, il quale avidamente la tocca, accarezzandola nelle sue intime sinuosità.
    Anche lei ora intende scoprire il corpo di questa sua giovane conquista, il ragazzo dal fisico atletico e ben costruito.
    Gli toglie la maglietta e accarezza quella giovane e fresca pelle tanto desiderata, gli toglie i pantaloni e gli slip, concentrandosi sull’oggetto delle sue brame.
    Con frenesia vi si appresta a giocarci, osservandolo così turgido e sentendolo caldo, nelle sue mani; inizia a baciarlo.
    Estasiato da tale maestria di questa dolce e bella signora, che lo sta conducendo nel paradiso dell’amore, si lascia andare, volendo godere appieno di quelle mani e quella bocca che gioca con lui, fino a fargli godere un amplesso tra le sue morbide labbra.
    Lei ci si pone sopra, ora vuole quel contatto di pelle, del suo tenero amante, strusciandoglisi sopra, tenendo l’eccitazione sempre alle stelle, dei due corpi frementi che si desiderano e si vogliono unire.
    Ora baci e carezze, che corrono per tutto il corpo di entrambi, rendendo più frenetica quella passione, portando lei a quella deliziosa e orgasmica emozione tramite una lingua che ha giocato.
    Manca solo la totale fusione.
    Lo vuole dentro di sé, l'ultimo atto per sublimare l'incontro, in un orgasmo viscerale di entrambi. Giovane amor di un noioso pomeriggio, tu mi hai fatto vivere un attimo di paradiso.

  • mercoledì alle ore 20:25
    TIEPIDO POMERIGGIO

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    TIEPIDO POMERIGGIO

    Tiepido pomeriggio di primavera, poco prima che scenda la sera,
    camminando per le vie del centro,
    in te mi imbatto ed il mio sguardo, col tuo, si scontra.
    ...E' magnetico e mi prende il cuore. Ci unisce una magica follia.
    Quanto sei bella, ti voglio mia.
    Scambio di sguardi che ci incatenano e al desiderio d'amore, ci avvicinano.
    Dolce fantasia dei miei sogni, mai come adesso, diventi poesia.
    Le mie mani si stringono alle tue e sento arrivare come un sussultante fermento. Percepisco il calore che emani ed il battito del tuo cuore, tra i seni.
    Mi pare così strano, ero solo e non ci volevo pensare,
    quando ti ho incontrata per caso,
    sei tu la donna che attendevo e che mi ritrovo ad amare.
    La mia casa è poco distante, se tu vuoi il mio invito accettare,
    per un aperitivo o anche solo per gradire la mia compagnia,
    per cui ci incamminiamo per la via, come vecchi amici, cominciamo a raccontarci. Nella mia casa il divano ci aspetta.
    Mettiti comoda, ti preparo da bere, poi ti allungo il bicchiere.
    Sfiorandoti la mano, ne sento il calore,
    come quello dell'acqua d'estate, sotto il sole.
    Anch'io mi siedo e ti vengo vicino, ti guardo negli occhi,
    mentre le labbra avvicino per un dolce bacio, che si fa appassionato,
    intanto che, tra respiri ansimanti,
    le mani accarezzanti fanno sparire, piano piano, da te il mistero,
    facendosi sempre più pressanti, fino a scovare tesori nascosti.
    Ed il mio corpo con il tuo si fonde, divenendo un tutt'uno, fino in fondo,
    quando l'attimo d'estasi ci pervade, all'unisono.
    Divieni mia linfa vitale, mio nettare e alimento divino,
    per te e con te mi sublimo, quasi a sentirmi sovrannaturale,
    mio sconosciuto amore carnale.
    Dopodiché, sul letto, nudi, dove il gioco diventa un diletto.
    Immobile, guardo le tue forme perfette,
    sei mia regina e schiava d'amore, con te voglio regnare, nel gioco dell'amare.
    La tua pelle, morbida e profumata, accarezzo,
    bramando come la preda più desiderata.
    Intreccio di corpi.
    Sui tuoi seni, mi perdo, sono la perfezione del creato,
    li bacio come a volermi, al capezzolo, dissetare.
    Di te, tutto voglio toccare e lambire, non posso fermarmi, l'eccitazione impera. Dentro di te, scivolando, ancora una volta mi voglio immolare.
     

  • mercoledì alle ore 20:21
    SONNOLENTA E MALINCONICA SERA

    Come comincia: HORION ENKY - IRIS VIGNOLA

    SONNOLENTA E MALINCONICA SERA

    Sonnolenta e malinconica sera d'estate, dove l'afa veniva mitigata da una leggera brezza, che arrivava dal mare, rinfrescando l'aria nella terrazza che mi ospitava.
    Frastornato, ero uscito dalla sala, stanco di ascoltare la musica che un'orchestrina suonava per gli ospiti, rimasti a ballare.
    Mi sedetti sul dondolo seminascosto, per gustare la quiete di quella serena serata. Immerso nei miei pensieri e nei miei sogni ascoltavo il rumore delle onde del mare, quando all'improvviso, alle mie spalle, udii una dolce voce femminile: "Che fai qui, tutto solo?" Mi voltai verso la sconosciuta che, nel frattempo, si era avvicinata, pertanto mi alzai per presentarmi e invitarla a farmi compagnia.
    Cullati dal dondolo, iniziammo a raccontarci, intanto che non le toglievo gli occhi di dosso.
    Era molto bella, non molto alta, ma ben proporzionata; l'abbronzatura era color ambra dorata ed i suoi occhi nerissimi spiccavano, come due perle rare, sul viso, completando lo splendore della sua bellezza, uniti ai capelli lunghi corvini e setosi.
    Mi sentii chiederle se fosse una fata ed ella mi fece un sorriso, forse gratificata.
    Il magnetismo che mi trasmetteva, lo percepiva, per il desiderio di lei che traspariva ed il mio controllo, piano piano, mi stava sfuggendo di mano.
    Con sapiente maestria e malizia, si avvicinò, fino ad alitare le proprie parole quasi sulla mia bocca.
    Ci perdemmo in un lungo bacio, dopodiché salimmo nella sua stanza, decisi a vivere una notte d'amore. Quando arrivammo, fece scivolare dal suo corpo la leggera veste color turchese.
    Pareva la dea dell'amore, nuda, con solamente addosso il sottile perizoma bianco.
    I miei occhi, frastornati per quello che la vita mi stava donando, si stavano riempiendo di lei che si avvicinò come una gattina maliziosa, il suo turgido seno mi sfiorava, mentre mi sussurrava: "Lascia fare a me, ti voglio spogliare".
    Iniziò a sbottonarmi la camicia, mentre, immobile, la lasciavo fare, percepivo le sue agili dita correre per la mia pelle, quasi a volermi graffiare.
    L'eccitazione saliva, come una tempesta in mare.
    In sua balia, iniziò a giocare con me, mostrando di saper usare tutte le arti amatorie. Ci lasciammo cadere sul letto, con crescente passione e, tra carezze e voluttuosi baci, cominciammo a dimenarci.
    La baciai sulle labbra e sul collo, mordicchiandole i lobi delle orecchie, per poi scendere giù, accarezzando la sua morbida pelle, fino ai suoi seni, dove iniziai a bramarne i capezzoli, intanto mi invitava a non fermarmi. Sempre di più volevo esplorare il suo corpo, arrivando così al regno dell'amore.
    Il suo corpo eccitato rivelava il fervore e si lasciava andare in gemiti, mentre continuavo a giocare con la lingua, per portarla all'apice del godere. Mi chiese: "Entra in me, non resisto, mi sembra d'impazzire, ti voglio da morire.
    Ti voglio cavalcare", intanto che, sopra di me, andò a porsi, per dettare meglio i tempi del piacere, che ci condussero, stremati, fino al mattino.
    Da quella notte, non l'ho più rivista, ma ciò che è rimasto in me è la consapevolezza di aver amato una dea o una fata.

  • martedì alle ore 16:06
    Il doppione

    Come comincia: Carla ha quarantadue anni e fa l’infermiera. Tutte le mattine dopo aver preso il caffè leggermente zuccherato si guarda allo specchio e sorride fermando gli occhi sull'angolo sinistro della bocca, che tende verso l’alto più di quello destro. Ha sempre visto bellezza e furbizia in quest’impercettibile dissimmetria estetica. Ha sempre trovato bellezza nell’aspetto non canonico della realtà.
    Quando si osserva le capita di ripercorre a ritroso il sentiero della vita, ricordando minuziosamente tutto quello che l’ha resa una persona migliore. Non si sente speciale ma fortunata. È stato il tempo a regalarle le consapevolezze che adesso stringe tra le mani come un rossetto. Rosso, il colore preferito dalle sue due donne.
    Dà un’ultima sistemata ai capelli, prende lo zaino Invicta viola e azzurro macchiato da citazioni anni 90, controlla che ci siano tutti i libri al suo interno e in punta di piedi raggiunge la porta. La chiude pianissimo, quasi fosse in cristallo, attenta a non spargere rumori in casa e svegliare chi dorme.
    Concitata sale sul 18 per raggiungere i pazienti. La sua esistenza conta molteplici inversioni, forse questa è la più importante: prestare cura alle ferite degli altri dopo aver imbellettato i tagli sul suo cuore. 
     
    Da piccola Carla era una bambina esile e introversa. Durante i pochi minuti di ricreazione non avvicinava mai nessun compagno. Preferiva, piuttosto, osservare i suoi amici da lontano mentre giocavano e cantavano a squarciagola canzoni sbagliate.
    Eppure aveva una grande voglia di entrare a voce alta nella mischia, e sbattere piedi per terra, colorare, sorridere e correre attorno ai banchi verdi. Ma sceglieva di fare tutto questo in silenzio. Avvertiva un senso di tranquillità nell’immaginare e basta. Le permetteva di essere serena quello spazio di sicurezza che segnava la distanza tra la sua vita e le domande a cui non aveva intenzione di rispondere.
    - Carla, vieni con tuo padre al cinema a vedere “Wally”?
    - Giulio, lei non ha un papà. Non è come noi.
    In questi casi scappava in bagno quasi perdendo il controllo dei suoi piedi, delle sue Superga bianche vissute e soprattutto di se stessa. Chiusa la porta iniziava a toccarsi le mani con le mani, poi premeva il palmo sugli occhi sino a vedere macchie simili all’eredità lasciata dal sole dopo averlo guardato troppo in faccia. Sfiorava i capelli, strofinava il naso, spingeva le unghie nelle braccia, tratteneva il respiro, accarezzava le gambe dritte e veloci. Faceva tutto questo per sentirsi: era uguale, uguale a tutti. Non le mancava niente.
    La sua grande passione erano gli album di figurine. Le piaceva vivere per immagini. Portare a termine le cose era fonte di soddisfazione, compiacimento che diventava visibile in quel sorriso asimmetrico.  
    Parlava con contentezza nel tono solo al momento dello scambio dei doppioni. Li conservava in ordine, legati con un elastico giallo limone, nella cerniera esterna dello zaino Invicta. Una volta tirati fuori, li disponeva con cura sul banco. Accadeva, a volte, quando la posta in gioco era particolarmente alta e il traguardo della completezza sempre più vicino, che ne scambiasse dieci per una. Considerando quelle dieci di poco valore rispetto a quell’uno.
     
    Non le mancava nulla ma aveva qualcosa in più: due madri. Una Serena, l’altra Chiara. La serenità era spesso di Chiara, a Serena mancava a volte la chiarezza. Una era più tenera, l’altra più autoritaria. Una era fatalista, l’altra ribelle. Una amava il rosso, l’altra pure. Una preferiva la gonna, l’altra la gonna pantalone. Una amava il rock, l’altra l’elettronica. Una stirava, l’altra cucinava. Una cucinava, l’altra andava a prendere Carla da scuola. La spesa si recavano a farla in tre. Una amava il calcio, l’altra la letteratura ma per amore una Domenica al mese la passava allo stadio. Una adorava uscire in bici, l’altra preferiva la sua Kawasaki Z 750. Una faceva da mamma, l’altra anche. Una  faceva da padre, l’altra anche.  Carla, invece, realizzava quattro lavoretti l’anno: due per la festa della mamma, due per la festa del papà.
    Non c’era nulla di strano in tutto questo se non i pregiudizi sociali che additavano con scherno i baci tra due pedine uguali.
    Una famiglia composta da tre donne. Una bambina felice, abbracciata da un amore doppiamente sensibile. Felice sì, in casa però. Gran parte della sua tristezza e della sua infelicità le veniva trasmessa dall’esterno. Da quella parte di persone che definiva “altri”. Per colpa degli “altri” quando alzava la testa al cielo non coglieva la grandezza di quel lenzuolo azzurro terso, scovava sempre tra le pieghe di quello splendore una nuvola grigia in cui si affastellavano moltissime paure:
    - Cosa penseranno gli altri?
    - Per gli altri non è normale.
    - Cos’è normale per me e cosa lo è per gli altri?
    - Gli altri dicono che da  grande amerò una donna.
    - Gli altri definiscono le mie mamme egoiste.
    - Per quale motivo per gli altri non ho una famiglia solo perché non ho un padre?
    E così fino al punto in cui le domande si ripiegavano su altre senza risposta.
     
    Crescendo imparò a rispondere, prima a se stessa poi al resto del mondo, senza pensare a ciò che avrebbero voluto sentirsi dire gli “altri”. Rompeva piatti, bicchieri e pregiudizi. Non senza avvertire il colpo delle parole pungenti, trattava con cura le ferite. Era diventata abilissima nel farlo.
    Sul numero 25, Carla, s’innamorò di Alessandro. Lo incrociava ogni mattina sull’autobus che era solita prendere per raggiungere l’aula studio. Era diverso dagli altri ragazzi nell’espressione, negli occhi cerulei, nel modo in cui teneva “La critica della ragion pura” tra le mani. Studiava filosofia e trasmetteva malinconia quando sorrideva. Apparentemente aveva tutto, ad uno sguardo più profondo gli mancava molto. Figlio di genitori separati, era cresciuto solo con sua mamma che gli faceva anche da padre. Cercava di riempire di senso e corposità il vuoto lasciato da un uomo assente ed aggressivo. Da un uomo estraneo e snaturato.
    Tra Carla e Alessandro andò esattamente come doveva andare, ad una birra ne seguì un’altra fino al giorno in cui i loro spazzolini si ritrovarono nello stesso posto.
    E la sera, ogni volta che lo guardava addormentarsi, rifletteva sulle mancanze di lui e sulla pienezza di lei. Le sue due donne. Non avrebbe scambiato quel doppione con niente e nessuno. Non avrebbe modificato una sola virgola nel testo  della sua vita. Si sarebbe messa volentieri solo tra parentesi, almeno un paio di volte al mese, durante la fase premestruale delle sue due madri. Gestire la propria le veniva difficile, gestirne tre richiedeva una sforzo sovraumano.
    Abbassando le palpebre, investita dalla stanchezza, si lasciava andare al sonno, lanciando l’ultimo pensiero a quel meraviglioso album di famiglia.
     

  • Come comincia: Ogni qualvolta sia mia intenzione raffinare un criterio di classificazione fondandolo su proprietà oggettive, intendo effettuare una operazione di utilità teorica e pratica.
    La strutturazione di informazioni non distorte aumenta l’efficienza nell’utilizzo dei dati disponibili e fa risparmiare tempo, in special modo quando è in grado di facilitare un confronto tra quantità numeriche o tra qualità inequivocabilmente ordinate. È probabile che la costruzione di indicatori di sintesi sia di aiuto in quest’ottica.
    Ad esempio, in ambito musicale, può risultare di interesse stimare la lunghezza di una canzone sulla base del numero di note utilizzate o analizzare la variabilità dei suoni misurando la frequenza delle singole note presenti (do, re mi fa, sol, la si) allo scopo di costruire degli indicatori in grado di sintetizzare la “mutabilità musicale”. Possono essere introdotte delle regole di bilateralità di un brano musicale, basate sulla simmetria delle note presenti, rispetto alla nota centrale, ecc..
    In questo caso un ritornello come “do, re mi fa - fa mi re do” è in grado di esemplificare il valore massimo raggiungibile da una forma musicalmente speculare. Questo modo di procedere può apparire poco artistico ma comporta anche vantaggi non facili da negare.
    Una classificazione scientifica presuppone l’esistenza di indicatori in grado di discriminare tra più alternative con precisione numericamente determinabile. Pare dunque ragionevole sostenere che le classificazioni, pur non esenti da componenti soggettive, sono condizionate dalla disponibilità di qualificati studi informativi relativi alle caratteristiche di interesse.
    La precisione strutturale degli indicatori di sintesi numerica è garanzia di minor soggettività nel processo di classificazione.
    L’uso di sigarette, sigari, ecc. è nocivo. Quanto??? “Molto”. Ciò nonostante molte persone fumano, persino vivendo in luoghi dove l’aria è già inquinata in modo rilevante.
    Trovo interessante analizzare e proporre indicatori epidemiologici che siano scientificamente in grado di quantificare l’aumento del fattore di rischio di una malattia (ad esempio polmonare): nemmeno ciò è un deterrente sufficiente per evidenziare in modo sintetico e chiaro una causa di dolore e di morte.
    Resta comunque difficile negare che la possibilità di misurare con precisione la correlazione tra la frequenza di diffusione di singole malattie e il numero di sigarette fumate sia un probabile deterrente.
    L’idea di correttezza e precisione informativa (basata su parametri numerici) è auspicabile e risulta essere altresì una premessa a processi di classificazione di utilità generale.
    Il matematico, pur potendo raggiungere una precisione elevatissima nello scrivere il numero pigreco (si può riprodurlo con un numero di decimali inenarrabile), preferisce chiarire che, in ogni caso, qualunque frazione è inidonea a rappresentarlo esattamente in quanto non abbastanza precisa allo scopo.
    Lo statistico, prudente di professione, calcola errori, probabilità di accadimento degli eventi, verosimiglianze dei fenomeni indagati, intervalli di confidenza nelle verifiche di ipotesi e si sente maggiormente a suo agio al cospetto di rassicuranti probabilità che con illusorie certezze. Capita anche a me.
    Purtroppo non tutti comprendono ed apprezzano questi approcci di pignoleria investigativa, caparbiamente raffinati nel tentativo di addivenire ad una ottimale sintesi della realtà.
    Agli antipodi vi sono individui che quotidianamente ci illustrano, (senza disporre di affidabili dati) le presunte qualità gustative di bibite che sono ai confini della tossicità consentita per legge, l’armonia estetica di quadri che riassumono l’essenza di evidenti allucinazioni visive dell’autore, l’efficacia di impalpabili prodotti cosmetici in grado di mascherare, per alcune ore, qualche piccolo difetto cutaneo salvo poi essere la causa dell’insorgere di allergie, rughe supplementari, quelle si, di lunga durata.
    In campo musicale vi è chi, per lavoro, produce un fastidioso inquinamento acustico tramite la diffusione di insiemi semi-casuali di rumori dove, al confronto, un ammasso di onde quadre sembra un suono puro e privo di armoniche.
    In ambiti culinari, vengono talora mitizzati i bouquet di “prelibati menù” il cui odore (di calzini non lavati con scrupolo accettabile) è percepibile anche a lunga distanza, alla stregua di un’onda elettromagnetica.
    Tuttavia, se viene sapientemente illustrato il motivo del dubbio olfattivo, "gli esperti" finiscono col sostituire le preziose informazioni fornite dal naso con una specie di ipnotismo cerebrale, in grado di generare, in breve tempo, un alto numero di seguaci, altrettanto ipnotizzati. La moda (che in statistica è proprio la modalità con frequenza più elevata) funziona benissimo così... tramite una distorsione della sintesi che produce disinormazione di massa, in pochi "passi".
     

  • 26 agosto alle ore 20:46
    la Tristezza di Benja

    Come comincia: La tristezza era l'unica  cosa che Benja si poteva permettere, non era bello, non era intelligente, aveva un lavoro triste e senza sbocchi, la sua vita era una vita normale, di quelle che nelle commedie americane risultano tragicomiche con tanto di routine diurna e serale, gesti misurati e piccoli e vezzosi tic. Nessuna ciotola nessun cane a fargli compagnia, Benja aveva imparato sin da piccolo che non ci si doveva affezionare a niente e nessuno, perché tutti alla fine vanno via e si portano via tutto quanto, tutto quello che resta e sarebbe rimasto se chi è andato via non ci fosse mai stato.
    un bel giorno di maggio gli diedero un diploma, lui avrebbe volentieri continuato ad andare a scuola per un altro paio di anni, non si sentiva pronto, lui non era mai stato pronto per niente, era onesto con se stesso e con brutale onesta sapeva che lui alla domanda << sei pronto ?>> non avrebbe mai risposto << sono nato pronto>> come per esempio avrebbe fatto Bruce Willis, lui non avrebbe risposto nemmeno pronunciando un semplice  "si", avrebbe glissato, perso tempo, chiesto altro tempo, e alla fine avrebbe tentato di cambiare discorso. e sarebbe stato triste di questo, e avrebbe pensato che in fondo era una condizione ammissibile e inevitabile.
    un giorno un lavoro trovò lui, e per circa trentacinque secondi si era sentito fortunato.
    Da anni ormai lavorava all'archivio diaristico nazionale, una cosa di cui molti sconoscono persino l'esistenza, per le sue mani passavano milioni di storie, diari personali di persone decedute, diari che la famiglia non aveva avuto il coraggio di buttare via.
    Benja aveva imparato con gli anni che spesso chi trova un diario non sa che farsene e viene colto da un discreto quanto enorme imbarazzo a reggere tra le mani alcuni dei ricordi più cari ed intimi di un familiare, spesso il secondo gesto è affidarlo proprio alle mani di Benja, sperando di fare un gesto intelligente e al contempo facendo anche una cosa che in un certo senso avvicinasse all'immortalità il caro estinto. Quando decidevano di andare a consegnare il manoscritto si vestivano tutti bene quasi come se fosse una cosa estremamente importante,  una volta superata la porta d'ingresso di legno cartonato e compensato compiuta con sufficiente educazione la breve attesa seduti su delle  sedie blu scomode con l'imbottitura esausta, si arrivava alla porta numero 11 l'ufficio di Benja. Che aveva il viso giovane, i capelli tirati all'indietro e coperti di gel, un orologio molto vecchio con un cinturino in pelle di coccodrillo, dei denti dritti e affilati, come quelli di uno squalo, solo un pò più disordinati, la sua scrivania era una distesa infinita di carpette, plichi e quaderni delle elementari, non aveva nessuna foto incorniciata, era solo e con gli anni aveva imparato a dare l'impressione di non darci troppo peso,  il suo hobby era contare i gatti neri che gli passavano davanti quando era in giro a passeggiare o a mangiare un gelato, si contava le monete in tasca, e contava i gatti neri, 1,2,3,4. e ogni volta il senso di solitudine si acuiva un pò, appena un pò senza eccessiva violenza, talvolta si concentrava sul Ticchettio del suo orologio da polso, lo scorrere del tempo lo rendeva immensamente soddisfatto era come se tutto fosse al proprio posto, come se tutto avesse un ordine.
    alle  undici di sera di quel giorno come gli altri Benja trovò un diario datato 1997. quel giorno aveva visto 34 gatti neri e le monete nella sua tasca tintinnavano un pò poco rispetto al solito ma non ci badava, Benja conosceva la tristezza e sapeva gestirla e quando la sua non era sufficiente ricorreva a quella degli altri.
    Benja non amava il suo lavoro, ma gli era utile ad essere triste, e quella era la sua più grande ambizione si sublimava attraverso grandi pianti e grandi scorpacciate di anelli di cipolla ma sorprendentemente in quel Diario non c'era alcuna traccia di tristezza, le pagine erano piene di inchiostro colorato, speranze, testi musicali e foto di gente bella e con lo sguardo truce e pieno di bellezza interiore e serenità, Quella contenuta in quel diario non era una vita di lamenti, e pene amorose, di rapporti squilibrati o assenti, di cose perdute e mai date. Aveva imparato tutti i diari erano uguali, tutti gli sfoghi erano simili, tutte le persone in fin dei conti soffrivano alla stessa maniera  e lui si nutriva di questo, la mattina si sarebbe alzato e si sarebbe pettinato i capelli all'indietro, come facevano i toreri, come faceva Garcia Lorca, si sarebbe ripetuto quelle quattro nozioni che gli servivano per arrivare vivo in ufficio, si sarebbe tirato giù i polsini della camicia, quel tanto che bastava per farli fuoriuscire dalla giacca, e da li a poco avrebbe incontrato il primo gatto nero,era poco ma era sicuro e a lui la sicurezza piaceva e piaceva tanto.
    La sua era una vita semplice, fatta di infinite tristezze, di scontate delusioni altrui, di malesseri passeggeri, amori adolescenziali infiniti, ma cosa più importante, non erano i suoi, si teneva a debita distanza dal dolore, usando quello degli altri, una tristezza a salve, una specie di disonesta  tossicodipendenza, senza conseguenze gravi.
    Benja sapeva che di tristezza non sarebbe morto, non assorbendo quella degli altri, facendo così lui restava pulito, come guardare un'esecuzione da dietro un plexiglass e con un casco integrale, ascoltando una qualche canzone invadente dentro le cuffie.
    Ma quel diario pieno di speranza lo aveva fatto vacillare, gli aveva ricordato i pomeriggi d'estate e il gelato mangiato con sua nonna, gli aveva tolto il terreno sotto i piedi, gli aveva ricordato la felicità e il sole che filtrava dalle foglie degli alberi da frutto che c'erano nel suo giardino quando tutto brillava in modo diverso e sembrava colorato con più attenzione, quando il mondo sembrava non avere niente di sbagliato. i neon dell'archivio ronzavano, la polvere si accumulava sugli scaffali e lo faceva senza sosta, senza educazione, la polvere invadeva tutto. tra gli scaffali c'era lui, isolato, infinitamente piccolo con un diario rosa nella mano sinistra e tutta l'incertezza che gli era piovuta addosso sulle spalline della sua vecchia giacca. quella notte decise di tornare a casa a piedi sfidando la paura che aveva della città immaginando di sorvolarla, teneva il diario felice nella tasca interna, come se fosse la cosa più preziosa che avesse trovato in vita sua.
    un mondo inesplorato, parole usate in modo diverso, era come se quel diario fosse vivo e contenesse risposte a domande che Benja non aveva mai avuto nemmeno il coraggio di porsi.
    la scala del caseggiato dove viveva sembrava incerta e pericolante, i muri erano scrostati e dipinti di quel giallo che si trova solo nelle torte alla crema e nelle case popolari, l'ascensore aveva smesso di funzionare tanto di quel tempo fa che ormai era solo una leggenda, alcuni giuravano di non averlo mai visto funzionare, altri dicevano che il piccolo Howard fosse ancora li, Howard aveva i capelli rossi e giocava spesso con Benja, poi un giorno non se ne è saputo più nulla. i bambini del palazzo dicevano che l'aveva preso l'ascensore, altri che era volato giù dal tetto, altri ancora che era partito con suo padre e altri ancora che forse Howard non era nemmeno mai esistito.
    Benja tolse il lenzuolo bianco che copriva la vecchia poltrona di velluto rosso, si alzò una innocua nuvoletta di polvere che danzò un pò per la stanza prima di andare via chissà dove, scomponendosi in atomi sempre più piccoli fino a diventare impercettibile, Benja conosceva la natura delle cose, ma aveva capito che spesso era meglio mentirsi, perché di suo la natura delle cose non era proprio simpatica. era meglio immaginare la polvere scomparire chissà dove, forse in un altro universo piuttosto che accettare serenamente l'idea che semplicemente non sarebbe più riuscito a vederla, oggi era così, oggi Benja non accettava la realtà, qualcosa forse era cambiato, oppure lui si era sempre e soltanto accontentato di accumulare tristezza, perché era quello che semplicemente sapeva fare meglio, si era distratto, e non si ricordava più quando era successo.
    la poltrona rossa era li da sempre, l'aveva trovata già dentro l'appartamento, probabilmente il vecchio proprietario ci era morto sopra, a lui sembrava un trono, un trono di tremende bugie, che avrebbe potuto raccontarsi guardando la tv, o la finestra, o ascoltando un disco di musica sinfonica, o leggendo qui e la parole sottratte dai diari della gente triste, era il suo trono e il fatto che realmente fosse di qualcun altro in qualche modo lo consolava e lo deresponsabilizzava, immaginava di essere Johnny Cash, immaginava di essere più importante.
    respirando profondamente aprì il diario, non c'erano date, c'erano solo parole, pensieri, concetti liberi e colorati, alcune pagine sapevano di arancia, altre profumavano di fine estate quando è ancora settembre e si sta per tornare a scuola.
    la ragazza del diario si chiamava Daisy, aveva un vita piena ed ogni giorno comprava un braccialetto o scopriva qualcosa che gli piaceva. man mano che Benja leggeva vedeva la nebbia diradarsi, e sotto cumuli e cumuli di tristezza scorgeva una specie di somiglianza,  e si ricordava che forse lui non era sempre stato così. ma non era così sicuro, forse era solo una bugia, o una speranza, ma in fondo gli sembravano più o meno la stessa cosa.
    aveva mal di pancia, non si ricordava più quanti gatti aveva visto quel giorno, il giorno dopo e per le settimane a seguire non andò al lavoro, c'era soltanto la vita di Daisy, c'era solo quello, per settimane restò seduto su quel trono di bugie, restò li a bere acqua imbevibile e ad allentarsi progressivamente sempre di più la cravatta.
    "caro Diario sono Daisy, sono sempre io mi senti ?.  mio padre non vuole mandarmi al falò in spiaggia, io vorrei andarci, al falò ci sarà anche lui. io credo di Amarlo, anche se, non so bene cosa sia l'amore".
    Benja non viveva  più da settimane, ma questo in linea di massima non faceva differenza, si rendeva conto di essersi perso una vita intera cercando tristezza in quelle degli altri, si era reso conto che il tempo che aveva perso non aveva diritto di recesso, gli era scaduta la garanzia e per paura di vivere non aveva vissuto neppure un giorno.
    Il diario stava finendo, mancavano poche pagine, c'erano tante foto ma nessuna ritraeva Daisy, c'erano foto del suo ragazzo e delle sue amiche, alcune pagine erano piene della stessa parole, altre erano vuote o tutte piene d'inchiostro nero. era il racconto di un'estate normale.
    l'ultima pagina del diario era semplice, c'era scritto soltanto "ciao". Benja sorrise e gli venne voglia di rispondere, ma poi si rese conto che quella che aveva letto era una vita passata, c'era solo un motivo per cui i diari finivano da lui.
    erano le tre di notte quando Benja si rese conto che tutta la tristezza del mondo era troppo anche per lui, che questa volta la dose sarebbe stata eccessiva, alle tre di notte seduto da due settimane su un trono di velluto rosso Benja si rese conto che Daisy non era più li, che tutte le speranza erano finite come finiscono tutti i film e tutti i libri che lui amava leggere, erano scomparse, si erano ridotte piano piano in atomi sempre più piccoli ed erano scomparse. e con loro era scomparsa Daisy.
    il silenzio era insopportabile se avesse avuto il coraggio si sarebbe ubriacato. ma Benja non aveva mai bevuto alcool.
    dopo vari tentennamenti decise di andare all'archivio e trovare chi aveva lasciato il diario di Daisy, indossò un cappotto decisamente fuori moda, e corse giù per le scale pensando al piccolo Howard.  non era vero che non era mai esistito, forse era semplicemente andato via.
    il palazzo che ospitava l'archivio era dentro un recinto insieme ad altri cinque palazzi tutti uguali, ad ogni piano di ogni palazzo c'era un custode, in divisa blu. i custodi erano tutti uguali. sembravano tutti cloni, o tutti fratelli oppure erano tutti la stessa persona che si divertiva a sembrare altre dieci persone che somigliavano a lui.
    la luce dell'archivio era debole e fioca, la lampadina aveva visto giorni migliori. il pavimento era tutto bianco e in fondo all'archivio seduto alla scrivania c'era un vecchio magro e canuto, con un vestito grigio e una camicia bianca e una cravatta color senape, un volto inespressivo e i capelli bianchi e sfibrati e i dei peli lunghissimi che gli uscivano dalle orecchie, non aveva l'aria di essere un genio ma era li da chissà quanto tempo, e questo a Benja sarebbe stato sicuramente utile.
    Benja spiegò il suo problema con un insolito entusiasmo, il vecchio tossì, Benja ci mise ancora più entusiasmo il vecchio archivista scosse il capo, Benja urlò, il vecchio imprecò e si alzò in piedi. rimasero così a guardarsi per dieci minuti senza sapere esattamente cosa fare, non erano uomini d'azione, era una situazione assurda, quel posto puzzava di chiuso.
    Alla fine il vecchio archivista trovò l'indirizzo dei parenti di Daisy, vivevano in un posto freddo, lontano parecchi chilometri da li, Benja teneva stretto il diario tra le mani, alla fine della nottata lesse un passo al vecchio, era come quando da bambino sei contento di qualcosa e vuoi farlo sapere a tutti, il vecchio archivista tirò un pò su con il naso e si asciugò gli occhi, alla fine chiese a Benja se poteva accompagnarlo, Benja disse si,senza pensarci, come se fosse stata la cosa più normale del mondo, le cose erano cambiate. Benja provava un pò di amarezza avrebbe voluto che fosse accaduto prima, che le cose si fossero svegliate un pò prima, forse non era troppo tardi, sicuramente non era presto, ma le cose hanno un tempismo tutto loro e spesso sono anche parecchio stronze. 
    scendendo i vari piani verso il parcheggio interno salutarono uno per uno tutti i custodi che si somigliavano, e partirono verso la città dove viveva Daisy, quel posto freddo in cui nessuno dei due era mai stato, l'auto del vecchio era esattamente come lui, vecchia malandata e color senape, e anche se non avevano nulla di eroico quei due si sentivano esattamente come in un romanzo, il trench beige di Benja era perfettamente intonato all'automobile, loro due erano due coraggiosi puntini color senape in un mondo tutto Blu e grigio.
    i chilometri scorrevano lenti sotto l'automobile malandata, il vecchio archivista con i peli nelle orecchie dormiva e russava, lo stereo non funzionava, a Benja sembrava comunque il posto migliore del mondo, le strisce gialle si susseguivano, non dormiva da settimane ma stava bene, tutto sommato si, stava bene.
    tra un pò forse avrebbe visto il mare, l'ultima volta era bambino e si era convinto di non averne affatto bisogno, è incredibile come riusciamo a convincerci di poter fare a meno di tutto, è incredibile di quanta violenza siamo capaci di perpetrarci senza reagire, il cielo era azzurro, loro erano sempre tenacemente fuori dal tempo, il vecchio russava fortissimo ma a Benja non dispiaceva, non sapeva perché stava andando da Daisy, sapeva solo che ne aveva bisogno.
    dopo circa cinque ore di macchina, il mare era li a sinistra, viaggiavano in silenzio, ogni tanto tossivano, o tiravano su con il naso, non si erano scambiati una parola ma erano felici si vedeva, i peli delle orecchie del vecchio archivista si muovevano al vento che entrava dai finestrini, aveva le mani grandi e bianche, c'erano un paio di macchie sui dorsi, puzzava un pò di chiuso, ma era felice aveva gli occhi giovani e belli come quelli dei bambini felici che bevono latte e menta infischiandosene.
    il Paese di Daisy era diviso in due da una grande strada nera, era silenzioso, costeggiato dal mare e dai prati verdi, l'indirizzo portava ad una vecchia casa bianca, seduto sul portico c'era un vecchio uomo con un cappotto blu a doppiopetto.
    Benja e il vecchio scesero dall'auto, salutarono e chiesero se per caso li abitasse o avesse abitato Daisy, il vecchio rispose che Daisy era andata via dieci anni fa, era andata via per fare la cantante, e che poi dopo circa un'altra decina d'anni tornò indietro con un vestito a fiori e una custodia di chitarra vuota, non era più bella come prima e aveva gli occhi spenti, restò un altro paio di mesi a guardare fuori dalla finestra e poi scomparì, l'uomo aggiunse che erano passati moltissimi anni da quando era andata di nuovo via e ormai non sarebbe più tornata, forse era morta, o almeno così aveva detto la polizia.
    Benja sorrise, forse Daisy non era morta, forse era riuscita a fare la cantante, forse era stato solo un brutto momento, forse era una storia finita bene. non sempre le storie devono finire male, adesso lo sapeva.
    L'uomo li accompagnò alla tomba di Daisy, una tomba vuota che serviva più che altro a ricordarla, si trovava su una collina che dava sul mare, la lapide portava il suo nome, ma nessuna foto, Daisy non aveva un volto, c'era vento e le cravatte del vecchio con i peli nelle orecchie e di Benja svolazzavano disordinate, c'era un freddo incredibile ,tutti e tre rimasero in silenzio.
    Benja posò un fiore sull'erba. e andò verso la macchina, il vecchio con i peli nelle orecchie rimase un altro pò a guardare il mare e disse a Benja che sarebbe tornato in estate.
    Benja tornò a casa, e mise sul fuoco il bollitore per farsi un thè, rimise il lenzuolo sulla sedia rossa e la portò giù, la lasciò sul marciapiede accanto ad una vecchia macchina arrugginita e abbandonata.
    In quei giorni non aveva visto alcun gatto nero e in tasca non aveva più nemmeno una monetina. ma andava bene così. 

  • 25 agosto alle ore 20:17
    A CASA TUA

    Come comincia: Quando quella sera mi chiese se volessi dormire a casa sua gli dissi di sì, che non avevo niente in contrario. Ne fu contento e ci avviammo a piedi lungo un viale alberato, di quei bei viali di Torino, larghi e col controviale. Avevamo trascorso la serata divertendoci a sostare in ogni bar, e in ognuno avevamo bevuto qualcosa, di tutto, alcolici e non alcolici, insomma un bel miscuglio. Inutile dire che eravamo molto allegri, ed io mi chiedevo dove fosse la sua casa, non vedendo l'ora di arrivarci, perché cominciavo ad essere stanca. Non c'era quasi nessuno per strada, ma bastavamo noi due a fare un bel po' di rumore. Ma questa tua casa dove diavolo è, gli dissi ridendo, dobbiamo camminare ancora molto? Ma no, siamo quasi arrivati, anzi guarda, siamo proprio arrivati. Tirò fuori le chiavi di un'auto dalla tasca e si avviò deciso verso una 127 gialla posteggiata sotto gli alberi. Ah, ma hai l'auto, menomale così non andiamo a piedi. Lui mi guardò con un sorriso disarmante: no no siamo arrivati, è questa la mia casa. Con un mezzo inchino mi aprì la portiera del passeggero: prego, accomodati. Sto sognando, pensai, ma salii in auto. Scusa, ma tu vivi qui? Sì, io vivo qui, come vedi ho tutto quello che mi serve. Così dicendo mi indicò la parte posteriore dove non c'erano i sedili, ma un'accozzaglia di qualunque tipo di mercanzia: dalle masserizie agli abiti, perfino una coperta di lana, indumenti alla rinfusa e chissà cos'altro. Ah, bello! Veramente non sapevo cosa dire né cosa fare, ma lui, rovistando con le mani nel mucchio di roba, tirò fuori una bottiglia e due bicchieri. Bene, disse, brindiamo al nostro incontro. Forse stasera abbiamo brindato già un po' troppo, ma questo brindisi mi sembra appropriato. Mi ascoltai pronunciare quelle parole come se le avesse dette qualcun altro. Quando mi svegliai, al mattino, la gente si affrettava sul marciapiedi. Immediatamente mi resi conto della situazione: santo cielo, stavo dormendo in un'auto posteggiata. E nell'auto c'ero solo io. Mi guardai intorno smarrita e anche spaventata, non rendendomi ben conto di quanto stava accadendo. Subito verificai se fossi vestita, sì, menomale. Qualcuno lanciava un'occhiata di disappunto dentro la 127 e proseguiva per la sua strada. Ero lì a pensare cosa fosse meglio fare. Me ne vado? Gli lascio un biglietto? D'altronde anch'io dovevo andare al lavoro. Ma poi lui arrivò e aveva in mano un vassoio con i caffè e le brioches. Salì in auto e io gli dissi che mi sentivo osservata, non ero abituata a dormire per strada dentro una macchina, ero a disagio. E poi, incredibilmente, cominciai a ridere e a parlare a ruota libera: dovevi vedere come mi guardavano quelli che passavano, santo cielo, con un tale disprezzo! Non sanno neppure chi sono e già mi disprezzano! E continuavo a ridere e a parlare. Ma dov'eri andato! Mi sono spaventata! Perché? non hai mica pensato che ti avessi regalato la casa! E giù risate! Poi mi accompagnò al lavoro e io pensai che quella era una conoscenza che andava assolutamente approfondita.

  • 23 agosto alle ore 8:46
    MISTER DENTINO (Favola)

    Come comincia: Il mio bambino si chiama Enrico ed è un vero tornado. Incontenibile nella sua vivacità, sempre allegro, ma ubbidiente e riflessivo quando è necessario. Oggi è entrato in casa come un razzo, ha posato la cartella su una sedia e si è precipitato in cucina da me.
    "Ciao mamma, ho fame. Cosa si mangia?"
    "Polpette e patatine fritte. Sei contento?"
    "Accipicchia, come no!"
    Intanto mi stampava un bel bacio sulla guancia.
    Dopo mangiato ci siamo seduti sul divano e io gli ho chiesto come fosse andata la mattinata a scuola, se avesse preso dei voti, ecc. Le solite cose.
    "Mamma, chi è Mister Dentino? Ho sentito delle signore che parlavano e...io non l'ho mai sentito nominare."
    "Beh, Mister Dentino è un signore che è vissuto parecchio tempo fa, a cui è stato affibbiato questo nomignolo per certe cose che ha fatto."
    "Mi racconti mamma? Mi racconti?"
    "Va bene, però poi fai i compiti."
    "Allora, vediamo un po'. L'anno era il 2012 e una grossa crisi economica aveva colpito buona parte del mondo, ed anche l'Italia. La situazione generale era grave e, in breve tempo, molta gente si era trovata a fare i conti con la povertà. Persone che avevano sempre avuto di che vivere non ce la facevano più a mandare avanti la propria famiglia perchè erano rimaste all'improvviso senza lavoro. Nessuno trovava un'occupazione e perciò non poteva portare a casa i soldi per dare da mangiare ai propri bambini. Molti rimasero senza casa perchè non più in grado di pagare il mutuo..
    "Mamma, cos'è il mutuo?"
    "Già, certo, il mutuo sono le rate della casa. La gente si era fatta prestare i soldi dalle banche per comperare la casa e li restituiva a rate,cioè un po' per volta, però senza lavoro, come faceva a pagare le rate? E così le banche si prendevano le case. Ma forse è un po' difficile per te da capire. Ad ogni modo la situazione era disperata per parecchia gente. Il nostro, dove viviamo adesso, allora era un piccolo paese abitato da trecento anime.  Fra gli abitanti c'era un giovane che si chiamava Stefano. Stefano era sposato con Annarosa ed avevano una bambina di nome Aurora. Anche questa famigliola fu colpita dalla crisi e da una povertà così grande che erano costretti a mangiare solo una volta al giorno. Potevano disporre  delle  patate che avevano coltivato l'anno precedente, e per avere qualcosa d'altro si rivolgevano agli enti di beneficienza, associazioni che aiutavano i poveri distribuendo del cibo e vestiti, cappotti ecc. La loro casa non era una vera casa. Era una baracca di legno col tetto in lamiera che loro avevano cercato di rendere il più possibile accogliente, ma non c'era riscaldamento nè altre cose essenziali come l'elettricità...
    "Insomma erano proprio poverissimi, mamma!"
    "Sì, erano proprio poverissimi. Tutte le mattine Stefano abbracciava sua moglie e la piccola, e poi usciva e si recava nella vicina città a cercare lavoro, qualsiasi lavoro, per portare a casa qualche soldo, ma trovava solo qualcosa ogni tanto, e gli altri giorni tornava a casa la sera triste e senza un euro.
    Annarosa metteva sulla tavola le patate bollite, e cercava di consolarlo. Accadde che una di queste sere in cui lui non aveva guadagnato nulla, la piccola Aurora aveva perso un dentino da latte e l'aveva messo sotto il bicchiere.
    "Papà, papà, guarda. Stanotte passerà il topolino!" E intanto gli faceva vedere la bocca con il buco al posto del dentino. Stefano la strinse fra le braccia con le lacrime agli occhi e non disse nulla. Più tardi, quando la bimba si fu addormentata, lui guardò sua moglie e le disse:
    "Non posso permettere che domattina Aurora non trovi le monete sotto il bicchiere. Non ce la faccio. Qualunque rinuncia va bene, ma lei non può avere una delusione così grande. Devo trovare una soluzione. Esco."
    "Ma capirà, le spiegheremo che il topolino aveva l'influenza, le diremo qualcosa. Dove vuoi andare a quest'ora?" Annarosa cercava di trattenerlo, ma Stefano si vestì ed uscì nella notte.
    Prima di ogni altra cosa si recò a bussare a casa di suo fratello Gianni, che non lo fece neppure entrare. Gli disse che non poteva aiutarlo, che non aveva abbastanza nemmeno per sè e per i suoi figli. Stefano lo pregò, si trattava solo di un paio di euro, non di più, ma Gianni fu irremovibile.
    Allora andò nel bar, l'unico bar del paese, dove alla sera si radunavano gli uomini e anche qualche moglie. Lì era ancora più difficile perchè comunque era sempre "uno che viveva in una baracca" per cui non era tanto ben visto. Si guardò attorno per vedere se ci fosse stato qualcuno che lo conoscesse. Effettivamente  seduto in un angolo c'era un suo ex collega di lavoro. Non era facile, ma si avvicinò e gli spiegò quale fosse il suo problema. Quello gli rise in faccia:
    "Gli ultimi due euro che avevo li ho spesi qua stasera."
    Con un "grazie lo stesso" Stefano se ne andò dal bar e cominciò a camminare per le vie deserte fino alla piazza. Lì si sedette su una panchina con la testa fra le mani e pianse. Piangendo con la testa fra le mani non si era accorto che vicino a lui si era seduto uno sconosciuto. Aprendo gli occhi ne vide i piedi, anzi le scarpe: scarpe da persona benestante, non certo da poveraccio. Stefano alzò lo sguardo fino ad incontrare quello dello sconosciuto. Aveva il viso quasi totalmente coperto da una grande sciarpa: si intravedevano soltanto gli occhi, scuri e penetranti, ridenti e vivaci. In testa aveva un cappello tipo colbacco e lo vestiva un cappotto molto lungo. Un personaggio originale, tutto sommato. Stefano pensò che quell'individuo sembrava uscito da un dipinto del primo novecento:
    "Perchè piangete giovanotto?"
    Gli dava del "voi". Era sicuramente un tipo curioso, però Stefano aveva tanto bisogno di sfogarsi e così gli raccontò tutto.
    "Non preoccupatevi più amico mio, fra poco scenderà così tanta neve che fra poche ore ci sarà bisogno delle braccia di tutti gli uomini del paese, anche delle vostre"
    Dopo un attimo cominciò a nevicare con tanta violenza che in pochi minuti la panchina fu completamente coperta dalla neve.
    "Mai vista una nevicata del genere!" disse Stefano voltandosi verso lo sconosciuto: ma lui non c'era più.
    Dopo un'ora e mezza la neve gli arrivava alle ginocchia. Si cominciarono a vedere gli uomini che si avviavano verso il municipio perchè si sapeva che quando c'era l'emergenza neve tutti erano tenuti a presentarsi, anche in piena notte.
    Il sindaco fu il primo ad arrivare e quando gli uomini furono tutti riuniti, li invitò a munirsi di pale, sale, e tutto quanto servisse a liberare le strade.
    "Nemmeno per sogno" gridò un uomo "Solo se saremo pagati subito, non ci fidiamo"
    "Giusto" fecero eco gli altri "Non ci fidiamo"
    Il sindaco diede la sua parola: li avrebbe pagati all'alba.
    Stefano ringraziò il cielo e si dette da fare insieme agli altri uomini. All'alba le strade erano pulite e gli uomini furono pagati. Non erano molti trenta euro per tutta la fatica, ma lui era contento. Si precipitò a casa e corse a mettere cinque euro sotto il bicchiere e poi si sedette in attesa. Era talmente eccitato che non riusciva nemmeno a pensare di andare a dormire. Così due ore dopo, quando Annarosa si svegliò lo trovò seduto su una sedia. La prese fra le braccia e tutti e due insieme si godettero la gioia della loro piccola quando vide i cinque euro sotto il bicchiere."
    "Mamma, ma per questo fu chiamato Mister Dentino?"
    "No tesoro, per quello che fece dopo, perchè lui era un uomo molto in gamba e così, quando poco tempo dopo trovò un lavoro fisso, fece anche una bella carriera, al punto che potè permettersi una villetta dove abitare. Ma non dimenticò mai la sofferenza di quella notte. Sotto il patio della sua villetta fece costruire una  nicchia di marmo e si fece forgiare apposta un grosso calice di cristallo che non sarebbe servito per bere. Poi, una domenica mattina, approfittando del fatto che molta gente del paese era in chiesa, salì sul pulpito e comunicò il suo progetto a tutti. Ogni bimbo del paese, quando avesse perso un dentino da latte sarebbe andato a depositarlo nella nicchia di marmo, e sopra sarebbe stato posto il calice di cristallo, e tutti i compaesani che ne avessero avuto la possibilità avrebbero fatto la parte dei "topolini" e avrebbero depositato le monetine sotto il calice. Così non sarebbe mai più capitato che un bimbo rimanesse deluso. L'iniziativa piacque così tanto a tutti, che nessuno si tirò mai indietro. Anche chi aveva poco offriva poco, ma qualcosa offriva sempre, perchè tutti avevano bambini o nipotini e capivano quanto fosse importante la loro serenità.
    Ah, dimenticavo! Ci fu una grande festa per inaugurare l'iniziativa di Stefano. Tutto il paese era invitato, naturalmente. Quando lui alzò il bicchiere per brindare di fronte a tutti si sentì di dire poche parole in più:
    "Devo anche ringraziare con tutto il cuore l'uomo che ebbe fiducia in me, mi prese a lavorare e mi insegnò tutte le cose che so adesso. Mi insegnò il lavoro ma, ancora più importante, mi insegnò a vivere, e a lottare per il mio futuro".
    Poi si rivolse direttamente a lui, l'uomo in questione, che lo guardava da pochi metri di distanza:
    "Tu sei stato e sei per me come un padre. Non sarai mai solo, io per te ci sarò sempre."
    L'uomo, commosso, lo guardò con quei suoi occhi scuri e penetranti, ridenti e vivaci, e alzò il bicchiere per brindare.
    Ecco Enrico questa è la storia di Mister Dentino, ti è piaciuta?"
    "Mamma, possiamo andare a vedere la nicchia e il calice di cristallo?"
    "No tesoro, non esistono più. Quando Stefano morì, nessuno continuò ciò che lui aveva iniziato. E poi, se di lui tutti si erano fidati, dopo di lui nessuno avrebbe più lasciato i soldi sotto il calice di cristallo alla mercè di chiunque."
    "Che peccato mamma!"
    "Sì figliolo, un vero peccato."

     

  • 22 agosto alle ore 19:56
    OLTRE LA VECCHIA PORTA

    Come comincia: Era una mattina fredda, ma subito non me ne accorsi. Uscendo avevo portato con me il tepore della casa, che ancora mi avvolgeva, tanto da darmi la sensazione che il clima fosse mite. Abituata alla sveglia mattutina alle sei da tutta la vita, da quando ero andata in pensione raramente avevo la necessità di uscire così presto al mattino e diventava per me un avvenimento non gradito anche perchè era dovuto  ad appuntamenti legati a questioni di salute, tipo analisi del sangue ecc.ecc. Era proprio quello che andavo a fare quella mattina: analisi del sangue. Camminavo in fretta, col disagio di chi non ha potuto addolcirsi la bocca con un caffè o qualcosa d'altro. Proprio niente: avevo potuto bere solo un po' d'acqua. Per la strada il freddo cominciava a farsi sentire e sembrava tutto concentrato sulla punta del naso. Nel mio guardaroba cappelli e sciarpe non sono mai esistiti e anche qualche paio di guanti invernali, per lo più regalati da qualcuno, viaggiavano da un cassetto all'altro fino a che non li trovavo più. "Imbacuccata" non resisto neppure dieci minuti, ma penso che tutto faccia parte dello stesso problema per cui non ho mai sopportato un paio d'orecchini (a clips) per più di cinque minuti, nè un bracciale o anelli o girocollo che, nel migliore dei casi non ricordo di portare, e nel peggiore dei casi..non so neppure dove siano. Ho provato, in qualche periodo della vita, a portare orologi da polso, ma mi erano proprio insopportabili. A volte penso che tutto ciò non sia altro che l'esasperazione del  mio infinito desiderio di libertà che non riesco mai a realizzare del tutto. E' come se indossassi un abito lungo e ogni volta che vedessi la mia libertà all'orizzonte e volessi correre verso di lei, qualcuno dietro di me posasse malignamente il piede sull'orlo del mio abito impedendomi di muovermi.
    Ad ogni modo quella mattina camminavo in fretta verso il laboratorio di analisi ed era ancora buio. La mia maggiore preoccupazione era quella di stare attenta a non pestare escrementi di cani, disseminati un po' dappertutto sul marciapiedi. Nulla contro i cani naturalmente, ma molto contro i padroni dei cani che sono, nella quasi totalità, degli incivili. Il rumore dei miei passi era la mia unica compagnia.  Solo quando giunsi in prossimità del laboratorio di analisi cominciai a vedere movimento di persone che si affrettavano: lì c'era già gente in coda nonostante che la struttura fosse ancora chiusa. Qualche "buongiorno" sussurrato a mezza voce, ma soprattutto massima attenzione a che nessuno cercasse di "forzare" la coda. I furbetti ci sono sempre dappertutto, ma lì, si capiva chiaramente dagli sguardi, avrebbero rischiato grosso. Dopo aver pronunciato la frase di rito "chi è l'ultimo?" mi posizionai tranquilla al mio posto, in attesa.
    Ero lì da pochi minuti quando improvvisamente una nebbia fittissima cancellò tutto ciò che avevo intorno. Era una nebbia bianca, luminosa, sembrava artificiale. Mentre pensavo quanto fosse strana quella nebbia, vidi la sagoma di un uomo che si avvicinava. Quando fu di fronte a me rimasi impietrita prima, e poi commossa.
    "Come è possibile! Come puoi essere qui!" Non potevo trattenere le lacrime mentre mio fratello Rinaldo mi abbracciava.
    "E' possibile Lora, come vedi è possibile. Andiamo, vieni con me."
    Muta, ancora incredula, mi lasciai prendere per mano e mi avviai con lui.
    "Non mi chiedi dove andiamo?"
    "Ma sì, dove andiamo?" Sorridevo e piangevo, stupita della sensazione di benessere che mi pervadeva, e col cuore pieno di gioia.
    "A casa. Dici sempre che il Natale per te non ha alcun significato e che quello di quest anno sarà ancora peggio degli altri, così abbiamo pensato che se tu lo potessi trascorrere con noi forse finalmente ti piacerebbe."
    "Con noi?"
    "Certo, con noi. Papà, mamma, Rodolfo, Sergio...."
    "Papà mamma Rodolfo Sergio..." Ripetei, pensando che non poteva essere vero, poteva essere solo un sogno, ma Rinaldo era lì, ci eravamo abbracciati, era reale!
    "Potrò vedere tutti loro? Potrò abbracciarli?"
    "Certamente. Guarda, siamo arrivati a casa."
    "Ma no, non è possibile. Qui adesso abita altra gente, non è più la nostra casa." Eravamo davanti alla nostra casa della mia infanzia. Nulla era cambiato: i pini marittimi odorosi di resina, la strada con l'asfalto rotto, il prato, e la campagna tutta intorno, a perdita d'occhio. Ero confusa:
    "Ma qui non è più così, lì  accanto alla nostra casa  hanno costruito un condominio e la campagna non c'è più, ci sono costruzioni dappertutto. Solo il prato di fronte alle abitazioni è rimasto." Mi guardavo attorno smarrita e incredula, ma lui sembrava non dare importanza alle mie parole.
    "Entriamo in casa, vieni, e vedrai che non è cambiato niente."
    Rinaldo spinse il cancelletto e salimmo insieme i pochi gradini. Mi ricordai di alcuni versi che avevo scritto in passato immaginando un mio ritorno e glielo dissi. A lui piaceva quello che scrivevo.
    "Abbiamo tempo, fammeli sentire."
    La voce mi tremava ma li recitai sottovoce per fargli piacere:
    " Nostalgia che mi premi la gola
    sull'uscio della vecchia casa d'infanzia.
    Nodo che stringi e ti sciogli nel pianto
    innanzi alla vecchia porta marrone.
    Inconsapevole gioia non vissuta
    lenisce il rimpianto di sempre.
    Assordante il fragore dell' anima
    nel sacro silenzio di fuori
    mentre irrompe con passi esitanti
    nell' immensa dolcezza di allora."
    Adesso la vecchia porta marrone era proprio lì, davanti a me, ed era tale l'emozione che non pensai più alla incredibile situazione che stavo vivendo.Entrammo in casa.
    Oltre la porta la vita non si era mai interrotta. Mia madre in cucina stava impastando i gnocchi e brontolava perchè non riuscivano come voleva, mentre mio padre leggeva il Corriere Della Sera. Appena mi videro, mia mamma si spolverò le mani piene di farina e allargò le braccia per accogliermi, mentre mio padre mi porgeva il Corriere dei Piccoli.
    "Hai visto che mi sono ricordato?"
    Li vedevo a malapena attraverso le lacrime mentre mi abbandonavo al loro abbraccio e riflettevo su quanto, in tutta la mia vita, mi fosse mancato poter pronunciare le parole "papà" "mamma".
    Dalla sala arrivava il suono del pianoforte. Certo, Rodolfo poteva essere solo lì, al pianoforte.
    Mi precipitai in sala. Mio fratello, seduto al piano, era bellissimo e sorridente.
    "Vieni Lora, vieni a sentire: c'è un pezzo che voglio farti ascoltare"
    "Subito, ma prima un abbraccio"
    Era sempre stato un uomo molto timido, ma "sopportò" pazientemente il mio abbraccio.
    Seduta accanto al pianoforte lo guardavo suonare, commossa.
    "Ma è la ninna-nanna di Brahms! Io avevo trovato il carillon, ma......"
    "Lo so, lo so, non hai fatto in tempo a regalarmelo. Guarda, è qui, sul pianoforte."
    Era proprio il carillon che avevo visto in vetrina quel giorno che il negozio era chiuso "per influenza". Avevo dovuto rinunciare e poi.....non c'era stato più tempo. Il mio sguardo si spostò dal pianoforte a tutti i vecchi mobili: buffet e contro-buffet, specchi, sedie a riempire gli angoli della stanza, come si usava allora. Provai un tuffo al cuore vedendo, su una sedia, accanto alla finestra, Elisabetta, la mia bambola. Mi guardava da sotto il cappellino a larghe falde annodato sotto il mento con due nastri azzurri di raso, e il suo bellissimo vestito di organza azzurro a fiori le faceva da corona tutto intorno. Corsi a prenderla in braccio e tornai ad ascoltare mio fratello che suonava.
    "Sei diventato davvero bravo!"
    "Sì, ho tanto tempo per suonare. Sono sereno, tranquillo."
    " Ti voglio così bene Rodolfo!"
    Beh, se volevo farlo arrossire, ci ero riuscita.
    Seguì un attimo di silenzio e di commozione che interruppi.                
    "Ma dov'è Sergio? Non l'ho ancora visto"
    "Dove vuoi che sia? Starà trafficando attorno alla millequattro."
    La millequattro! La nostra vecchia cara automobile. Corsi fuori e infatti Sergio stava lavando l'auto.
    Mi venne incontro con il suo solito sorriso, quel mezzo sorriso un po' ironico e un po' incerto, ma sempre "in difesa", tipico dei timidi, e mi abbracciò.
    "Che sorpresa! Come mai qui?"
    "E' venuto a prendermi Rinaldo."
    "Sono contento di vederti. Non sono mai riuscito a dirti quanto ti voglio bene."
    "Nemmeno io: in effetti è difficile esternare i sentimenti, almeno per noi."
    "E' vero, ma non è sempre indispensabile parlare. Perciò anche tu oggi parteciprai al rito."
    "Quale rito?"
    "Come, quale rito! Oggi prepariamo l'albero di Natale"
    "Io non lo faccio da tantissimi anni. Non ricordo neppure più da quando."
    "Male! Perchè? Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci!"
    E tornò a lustrare l'automobile, canticchiando. Non lo avevo sentito cantare in tutta la vita e rimasi colpita.
    Tornai in casa:
    " Mamma, come stai?"
    poche parole quasi banali, ma dense di sentimento, di attesa, di rimpianto, di nostalgia.
    "Sto bene, ma starei meglio se questi gnocchi volessero riuscire, invece la pasta sembra allungarsi all'infinito." Era scherzosa mia madre.
    "L'ho detto io che non ti venivano" Mio padre non era cambiato affatto, però mi strizzò l'occhio da dietro al giornale: ma il senso dell'umorismo di mia madre, in tali frangenti, era assolutamente assente.
    "Sai cosa ti dico, mamma? Butta via tutto e mangiamo qualcosa d'altro. Ti aiuto io." Un tempo non si sarebbe rassegnata, invece mi guardò un attimo e
    "Sì, hai ragione. perchè devo ammattirmi dietro a questi gnocchi? Piuttosto vieni qui. Dimmi di te."
    "Non voglio parlare mamma: siediti vicino a me e tienimi per mano, come quando ero piccola."
    Mia madre si sedette accanto a me ed io sentii la forza del calore della sua mano che stringeva la mia. In quel momento ebbi la consapevolezza di quanto fosse profondo il mio amore per lei. E mio padre? Lui mi accarezzava con lo sguardo.
    "Papà, ti ricordi quando tu e la mamma vi sedevate sulle poltrone accanto alla stufa di sera ad ascoltare la radio? Ti ricordi? Io mi sedevo su una sedia col gatto in braccio e facevo abbrustolire le bucce d'arancia  ed anche le croste del formaggio grana."
    "Certo che mi ricordo, mi ricordo anche la puzza delle croste...però erano buone."
    "Papà, mamma, le mie lettere, i miei auguri, li avete ricevuti?"
    Fu mio padre a rispondermi:
    "Certo, sempre. Anche le canzoni, ma soprattutto i tuoi pensieri, le "lacrime mai piante" come le chiami tu, e anche le altre, quelle che non sei riuscita a trattenere e a ricacciare indietro; quelle che sono giunte fino qui e che hanno inondato l'orto. Te lo ricordi l'orto che nessuno coltivava? "
    "Certo che me lo ricordo, papà."
    "Allora vieni con me, vieni a vedere l'orto."
    Mio padre mi prese per mano e mia madre mi accarezzò la fronte: "Io vi aspetto qui"
    Lui aprì la porta sul retro della casa ed io rimasi senza parole. L'orto era diventato una giungla di lunghi steli che si attorcigliavano fra loro ed in cima ad ognuno di essi un grande fiore con quattro o cinque petali vellutati si piegava leggermente verso di me. Ogni fiore era di un colore diverso, ma sempre tenue e delicato, ed erano tanti, a perdita d'occhio. Lo spettacolo era di una bellezza che faceva mancare il fiato. Così meraviglioso, che finii per dire una banalità.
    "Ma l'orto non era così grande!"
    "Figliola, le tue lacrime erano così tante, che l'orto non ebbe più confini. Vorrei che tu non piangessi più per noi. Noi adesso stiamo bene."
    "Ve ne siete andati....."
    "No, noi siamo stati sempre qui, oltre la vecchia porta marrone, tu dovevi solo aprirla."
    Mentre parlava, mio padre si era seduto su uno scalino ed io mi sedetti vicino a lui. Davvero non avevo voluto mai aprire la vecchia porta? Ero silenziosa, ed anche lui sembrava assorto nei suoi pensieri. Mi chiedevo se sapesse tutto della mia vita, ma non osavo chiederglielo perchè ero consapevole di non avere vissuto, forse, come lui avrebbe desiderato. Sentii il suo braccio attorno alla mia spalla:
    "Sai, ognuno deve vivere la sua vita, non la vita che qualcun altro si aspetta, anche se questo qualcun altro è il padre o la madre. Non ci hai delusi, se è questo che temi; non più di quanto possiamo avervi deluso noi genitori. E' impossibile non sbagliare ed è inevitabile deludere qualcuno: per tutti."
    Un uomo tutto d'un pezzo come era stato mio padre, severo e determinato, che faceva autocritica! "Oh sì" pensai "quanto bisogno ho di conoscerti! Non posso perdere questa occasione!" Avevo tanto da domandare, e mi sentivo pronta per ricevere risposte, ma anche per darne, con sincerità e umiltà.
    Istintivamente mi protesi verso di lui, desiderosa di ascoltare e di parlare, ma mi resi subito conto che per lui non c'era altro da dire. C'era dolcezza nel suo sguardo, ma anche distacco: il distacco di qualcuno che ama al di là di ogni coinvolgimento emotivo.  Allora compresi che era troppo tardi per confrontarci, perchè, pur essendo noi due l'uno di fronte all'altra, i nostri mondi erano profondamente lontani fra loro: il suo era perfetto e a me inaccessibile.
    Gli risposi, ma quasi come se stessi parlando a me stessa:
    "Sì è vero: credo di non avere mai aperto la vecchia porta per paura di essere giudicata, ma ora capisco di avere solo perso tanto tempo e di non avere capito niente."
    "Niente della vita o niente della morte?"
    "Vuoi dire che la morte non esiste?" Guardavo mio padre negli occhi.
    "Guardami, ti sembra che esista la morte? La morte è il buio, il nulla. Qui c'è la vita. Vedi, è come se qualcuno fosse in viaggio e qualcun altro fosse già arrivato a destinazione. Tu, tua sorella Maria, tuo fratello Mario, siete ancora in viaggio. Noi invece siamo già arrivati: io e tua madre da tanto tempo, i tuoi fratelli Rinaldo, Rodolfo e Sergio da meno tempo. Chi è in viaggio può non vedere le persone che sono già arrivate a destinazione anche per molto tempo, ma sa che al termine del viaggio le vedrà. E voi ci troverete qui. Ma nel frattempo, tu potrai aprire la vecchia porta tutte le volte che vorrai. Ci troverai sempre."
    Appoggiai la testa sulla spalla di mio padre. Chiusi gli occhi per assaporare meglio la sensazione di pace e di benessere che mi avvolgeva. Rimanemmo così, l'uno accanto all'altra, non saprei dire per quanto tempo, fino a che un po' di trambusto attrasse la nostra attenzione: così andammo a vedere cosa succedeva.
    I miei fratelli stavano portando in casa l'albero per Natale. Il solito pino, alto fino al soffitto come da sempre si usava in famiglia. Sul tavolo della sala c'erano già gli scatoloni aperti con gli ornamenti natalizi luccicanti e colorati. La bambina che ero stata in un tempo ormai lontano prese il sopravvento. Ero piena d'entusiasmo e tutti insieme cominciammo ad addobbare l'albero. Anche mio padre. Invece mia madre si sedette al pianoforte e la sua voce stupenda intonò "Ciliegi rosa" mentre le sue mani si muovevano sicure sui tasti, lasciandomi, come sempre, sbalordita: perchè lei non aveva mai studiato musica.  Dopo un po' mi sentii stanca e così mi sedetti. Guardavo i miei fratelli che scherzavano fra loro e con mio padre, ascoltavo mia madre che cantava, e cominciai a rendermi conto che erano felici. Allora fui presa da una sottile malinconia, una tristezza che non riuscivo a spiegare: erano i miei famigliari, li amavo tantissimo, però mi sentivo sola, incredibilmente sola.
    Ad un tratto mio fratello Rinaldo mi si avvicinò e, prima che potesse parlare io provai a chiedergli ciò che da tempo desideravo sapere:
    "Ti devo chiedere...vorrei sapere ..."
    Non sapevo come porre la domanda.
    "Ho avuto la sensazione che tu volessi dirmi qualcosa prima di..."
    "Vuoi dire prima di morire?"
    Mio fratello, per nulla turbato, pronunciò la parola "morire" come se quasi non ne conoscesse il significato.
    "Non posso risponderti. Non ricordo niente, neppure di essere morto. Nessuno di noi lo ricorda. L'unico ricordo che ho è piuttosto una consapevolezza, una profonda sensazione d'amore, di tanto amore intorno a me, e poi di essermi trovato davanti alla porta di questa casa, di averla aperta e di nuovo avere sentito amore, tanto amore."
    Riflettei che non avrei più dovuto tormentarmi per cercare la risposta ad una domanda che per lui non esisteva, e provai sollievo.
    Poi mi parlò sottovoce:
    "Sappi che se vuoi puoi rimanere."
    "Cosa intendi?"  Ma avevo capito, e sapevo già la sua risposta.
    "Intendo che puoi rimanere.. per sempre."
    Fissai smarrita l'azzurro intenso dei suoi occhi.
    Lui tornò a decorare l'albero e in me si scatenò la tempesta. Ero costretta a scegliere? Strinsi fra le braccia la mia bambola. Se avessi deciso di rimanere insieme a loro, avrei dovuto lasciare mia figlia, il mio compagno, mio fratello Mario, mia sorella Maria. Rividi il mio piccolo appartamento dove Paolo mi stava aspettando. Cosa avrebbe fatto senza di me? E gli altri? E io, cosa avrei fatto senza di loro? Mi sarebbero mancati, tutti. Ripensai alle parole di mio padre: era solo questione di tempo.Capii che dovevo continuare il mio viaggio insieme alle persone che amavo, anche se mi straziava dover lasciare i miei genitori e i miei fratelli. Mi consolò il pensiero che il cammino adesso sarebbe stato più sereno perchè ormai sapevo cosa avrei trovato a destinazione: amore. Li guardai uno per uno: mio padre che scherzava, mio fratello Rinaldo che avrebbe voluto un albero di Natale simmetrico e decorato tutto di blu, mio fratello Rodolfo che in cima alla scala sistemava la stella cometa sulla punta dell'albero, mio fratello Sergio che si mangiava le monete di cioccolata anzichè appenderle, e mia madre che, persa nel suo mondo, suonava il piano e cantava. Il mio cuore era pieno di tenerezza e di malinconia. E venne il momento magico: mio fratello Rinaldo infilò la spina nella presa della corrente e l'albero di Natale si illuminò. Era bellissimo e tutti rimanemmo incantati a guardarlo. Poi, con gli occhi pieni di lacrime, sistemai la mia bambola sulla sedia vicino alla finestra e l'accarezzai. Guardai i miei cari, i loro visi sereni rischiarati dalle luci dell'albero, e vidi nei loro occhi, puro e incontaminato, lo stupore infantile intatto, e riconquistato dopo una vita piena di avversità.  E poi guardai i vecchi mobili, ne respirai il profumo col cuore gonfio di commozione. Sapevo che dovevo andare, dovevo tornare a casa, a casa mia.
    Avevo bisogno di coraggio. Cercai con lo sguardo mio fratello Rinaldo e lui, come sempre, mi venne in soccorso.
    "E' giusto così Lora, e questo è il momento."
    Il suo abbraccio pieno di tenerezza mi avvolse ed io pensai che mi sarei portata dietro quell'abbraccio per tutto il viaggio, fino a quando non ci fossimo ritrovati.

    "Signora...signora..  il numero, deve prendere il numero."
    L'addetta del laboratorio analisi mi fissava impaziente.
    "Il numero?"  
    "Sì, cosa deve fare? Analisi del sangue numero rosso; per altri esami deve dirmi se privatamente o con la mutua e se è prenotata."
     "Numero rosso, grazie." Sospirai e sorrisi "Rieccomi a casa" pensai.
    Andai a sedermi in sala d'attesa, pensierosa e agitata per quanto mi era successo. Guardavo le altre persone per scoprire se e in che modo loro guardassero me, ma nessuno sembrava interessato nè incuriosito. Soltanto un bambino mi guardava, e i suoi occhi di un intenso azzurro mi sorrisero prima ancora delle sue labbra. Ebbi la sensazione di averlo conosciuto da sempre mentre gli sorridevo, ma non sapevo chi fosse. Poi la madre lo prese per mano e si avviarono lungo il corridoio. Prima di uscire si voltò ancora a guardarmi e mi fece ciao con la mano. Anch'io lo salutai con un cenno chiedendomi perchè mi sentivo così turbata.
    Due signore si sedettero accanto a me chiacchierando:
    "Ma hai visto che nebbia stamattina? E poi così all'improvviso!"
    "Davvero! Uno strano fenomeno. Siamo vicini a Natale. Sarà una magìa?"
    "Ma va, dai, non farmi ridere!" Ma risero tutte e due.
    E sorrisi anch'io. Cominciai a sentirmi bene. Mi tornarono in mente le parole di mio fratello Sergio:
    "Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci."
    Aveva ragione. Capii che mi era stato riservato qualcosa di speciale, un avvenimento eccezionale: mi era stato concesso di oltrepassare la vecchia porta ogni volta che l'avessi desiderato.
    Ero impaziente di tornare a casa, alle mie certezze, ai miei affetti. Ma c'era "qualcosa" a cui dovevo tanta parte dell'emozione legata alll'incredibile esperienza appena vissuta.
    Decisi così che quest anno, il più terribile, il più infausto, l'anno in cui la sofferenza mi aveva offuscato la mente al punto di non vedere più i motivi per vivere, sebbene così reali e importanti, l'anno in cui così tanto dolore mi aveva annientata, sì, proprio quest anno, avrei fatto ciò che ormai da tanto tempo non avevo più fatto: qualcosa che per me aveva sempre significato solo festa, ma che ora avevo compreso essere fonte di grande consolazione: l'Albero di Natale.
    E poi.........
    "NON SONO TANTE LE COSE CHE RIEMPIONO IL CUORE DI GIOIA. PENSACI!"

  • 19 agosto alle ore 10:49
    TI PORTEREI VIA

    Come comincia: Sono un tormento questi pranzi a casa di mio padre. Lui è sempre stato un uomo dominante, un protagonista, qualcuno di fronte al quale gli altri tacevano e ascoltavano, per la sua intelligenza, il carisma, il fascino. Un uomo dalla grandissima umanità, ma di principi rigidissimi. Non avrebbe mai compiuto un'azione disonesta anche se le possibilità furono moltissime vista la sua professione; non avrebbe sopportato di arrivare alla pensione senza poter dire ai suoi figli: posso guardarmi indietro a testa alta. Si è sposato una seconda volta mio padre, era rimasto vedovo, e si è sposato di nuovo. Ora è un pensionato ed io quasi una volta alla settimana vado a pranzo a casa sua. Io sono adolescente, ribelle, antipatica, testarda e incosciente. Vado a pranzo a casa sua: lì comanda sua moglie. Lui appare insicuro, docile, troppo docile, appare sottomesso, e mangia in silenzio. Non so niente della sua vita coniugale, non si usa parlarne, ma anche se si usasse, lui non lo farebbe mai con l'ultima, la più giovane dei suoi sei figli. Anch'io mangio in silenzio e non vedo l'ora di andarmene, sono troppo adolescente, troppo presa da me stessa, e lontano da questa casa mi aspetta qualcuno. Sono impaziente, ma so che dovrò lavare i piatti prima di potermene andare. Lei si alza, è nervosa, non riesce a star seduta a tavola, comincia a sparecchiare quando ancora si sta mangiando. Si sposta velocemente dalla tavola al lavandino e viceversa. In uno dei brevi attimi in cui ci volta le spalle, mio padre mi fa segno col dito indice davanti al naso di tacere: prende velocemente il bottiglione, si versa un sorso di vino, e lo beve in fretta, di nascosto, e in tempo prima che lei si giri verso di noi. Quasi mi sento divertita da questo gesto sbarazzino, un dispettuccio verso una persona che in fondo mi è antipatica. Sono davvero una stupida adolescente che non riesce a vedere il dramma che c'è dietro. Papà, vorrei che tutto accadesse oggi perchè ti porterei via da lì, e ti vuoterei io il vino nel bicchiere, e poi ne riempirei uno anche per me e berremmo insieme

  • Come comincia: Dover fare un riepilogo degli avvenimenti della propria vita all'età di ottanta anni è triste e patetico, guardare indietro con rimpianti su vicende che avrebbero potuto avere altre soluzioni è del tutto inutile, è preferibile guardarsi intorno sull'attuale per non avere inutili nostalgie e per valorizzare quello che si ha, questa è la ricetta vincente.
    Inventario:
    la casa di proprietà al quinto piano di un edificio con distensiva veduta sul porto di Messina e sulla costa calabra, soprattutto di notte, abitazione di sei stanze più servizi arredata con gusto,
    la adorata e deliziosa consorte Anna di circa ...sei anni più giovane ed anche giovanile perché, dimostrando la baby meno anni della sua età, invecchiava inesorabilmente il povero Alberto Mazzoni, pesarese di nascita,  suo marito fortunato, fortunato si ma sino ad un certo punto: una cosa impaurisce il consorte: tutti i sabato mattina gli occhi della beneamata da marrone cambiano colore in verde, semaforo di via libera a spese più o meno elevate.
    Ritorno a casa della deliziosa con sorriso smagliante.
    Consueta domanda di Alberto: "Hai usato la carta di credito o i contanti?" Domanda non oziosa in quanto il contanti era sintomo di spesa minima , la carta di credito? Immaginate voi!
    Le fusa gattesche erano ovviamente maggiori con la carta di credito. Abbracci prolungati, più prolungati: "Lo sai che sei il mio grande amore, sei la mia unica fiamma perenne."
    "La fiamma perenne mi porta a pensare al loculo di un cimitero...va bene mangiamoci sopra, il cibo attenuerà la mia ansietà, è come assumere un'aspirina a stomaco pieno."
    Dopo pranzo Alberto dallo studio: "Cazzo!"
    Dalla cucina Anna: "Adesso ti dai al turpiloquio?"
    "Ce n'è ben donde, mille e duecento euro!"
    "Giovanna mi ha fatto lo sconto."
    "E senza sconto...lasciamo perdere."
    "Gli acquisti con la carta di credito vengono addebitati il mese successivo, lo sai?"
    "So tutto, in ogni caso ti faccio presente che sul conto corrente ci sono solo cento euro."
    "Ci guadagni sempre tu, stasera penso a qualcosa di piacevole."
    "Quanto mi costa stà scopata!"
    "Non accetto volgarità, non mi fare arrabbiare, potrei ritirare la proposta!"
    "Mmmmmmmm..."
    Per Alberto e Anna quel dialogo era routine e tutto finiva in...gloria.
    Quel che preoccupa Alberto era ben altro: gli ottanta anni che avevano portato con sé gli acciacchi propri della senilità soprattutto in campo ortopedico, ben quattro interventi ed un futuro incerto per altre patologie per non parlare dei ' fiori della vecchiaia' quelle antiestetiche e antipatiche macchie brune che comparivano in pò su tutto il corpo!
    "Pensi troppo alle malattie, te ne fai una malattia, t'è piaciuto il sillogismo? Vieni qua, un massaggio alla francese cambierà tutto."
    Anna cambiava sempre l'aggettivo del massaggio, talvolta alla brasiliana, alla turca, alla spagnola, in pratica Alberto sessualmente ci guadagnava, quando ci si metteva Anna era deliziosa e soprattutto brava.
    "Consolati con i tuoi colleghi che stanno peggio di te, domattina vai in caserma, ti svagherai."
    Alberto era stato un maresciallo della Guardia di Finanza, in caserma c'era una stanza a disposizione degli ex che si riunivano per giocare a carte, progettare visite a siti archeologici e alle chiese monumentali (tutte cose che ad Alberto non fregavano un c…o). C'era anche la possibilità di sedersi sul divano della barbieria il cui titolare scodellava le ultime novità.
    "Lo sa maresciallo che un suo collega, si quello...è ai domiciliari, quell'altro suo collega, quello con i capelli rossi ha trovato sua moglie a letto con un suo parigrado..,. e poi sa quello..."
    "Pietro sono tutt'orecchi anche perché da pensionato non ho un c…o da fare e devo passare il tempo, vai avanti."
    Il barbiere in caserma era come i portieri degli edifici: sapeva tutto di tutti come poi faceva era un mistero.
    Tornando a casa Alberto riferiva alla moglie le avventure e le disavventure degli ex colleghi che Anna conosceva.
    "Chi l'avrebbe detto, Francesca che fa le corna al marito, tu non le avrai mai!"
    "Ci mancherebbe che l'Andronico di turno appendesse un paio di corna di cervo sulla mia porta di casa!"
    "Non ho capito, di che si tratta? Alberto spiegava che Andronico, imperatore di Bisanzio, soleva appendere delle corna di cervo sul portone di casa dove alloggiavano la sua amante di turno ed il relativo marito.
    "Ma quanto sei istruito, e non solo istruito, quando tu ho conosciuto eri un fusto, facevi sballare le femminucce, io per prima."
    "Adesso lo sballato sono io o meglio il mio conto corrente."
    "È volgare parlare di soldi!"
    Sarà pure volgare ma Alberto era lui che faceva i conti che non quadravano mai, in compenso Anna, oltre che a letto, ci sapeva fare pure in cucina e guidava con perizia sia la sua Fiat 500 che la Jaguar X Type che suo marito aveva acquistato con un lascito della defunta zia Giovanna con commenti pieni di acredine da parte dei colleghi di ufficio di Anna.
    La baby aveva ragione, Alberto da giovane era aitante e distinto, sempre vestito impeccabilmente sia casual che elegante, un metro e ottanta di statura, sempre sorridente ad amabile soprattutto con le femminucce.
    La prima sua esperienza sessuale era stata perlomeno inusitata, la madre di un suo compagno di classe.
    Alberto spesso studiava a casa di un suo collega, Settimio Furnari che aveva una madre, Francesca, quarant'anni, giovanile e che, separata dal marito, non disdegnava qualche compagnia maschile.
    Alberto a sedici anni andava avanti a 'zaganelle' come i suoi coetanei, allora c'erano ancora le case chiuse, i casini, a cui si poteva accedere solo a diciotto anni compiuti e quindi case a lui precluse.
    Accadde che Settimio andasse a vivere temporaneamente a casa di un suo zio, fratello della madre, senza figli ma Alberto non aveva perso l'abitudine, di tanto in tanto, di frequentare l'abitazione della signora Furnari.
    "In mancanza di Settimio tu sei come un  secondo figlio." Così celiava la dama ma dagli atteggiamenti molto affettuosi verso di lui dimostrava qualcosa di diverso.
    Una volta: "Vieni in camera da letto, parliamo e nel frattempo faccio un pò di pulizia."
    Ad un certo punto la signora Francesca nel rifare il letto scivolò e scoprì metà del suo corpo nudo senza riuscire ad alzarsi.
    "Ti prego aiutami."
    Alberto era rimasto paralizzato dalla visione delle nudità, si mosse goffamente e cadde anche lui sul letto.
    "Non mi sei molto d'aiuto." Nel frattempo Francesca si era girata rimanendo praticamente nuda, sotto la vestaglia niente!
    La  dama si ricompose alzandosi dal letto.
    "Vedo che qualcosa è aumentata di volume."
    In verità 'Ciccio', abituato alle seghe, aveva provato una sensazione nuova.
    "Vieni in bagno, schiocchino, è una cosa naturale, ti lavo il cosino anzi, da quello che vedo, un cosone!"
    Alberto non  ricordò bene quello che successe in seguito, dapprima Francesca glielo prese in bocca e poco dopo 'ciccio' ci sputazzò dentro ma la signora non si contentò e se lo mise in fica da sola.
    Questa volta 'ciccio' durò molto più a lungo con gran piacere anche della dama.
    "Complimenti funzioni proprio bene e ce l'hai molto grosso per la tua età, quando vuoi puoi venire a trovarmi."
    Alberto prese l'invito sul serio ed ogni giorno si recava a..
    La cosa non passò inosservata a papà Armando il quale, senza alcuna spiegazione comunicò laconicamente a Alberto:
    "Domani ti trasferirai a Roma da tua zia Armida, ti iscriverà lei a scuola, ti accompagnerà tua madre."
    Ad Alberto il seguito sembrò irreale, prendere il treno, arrivare alla stazione Termini, prendere il tram e giungere in via Conegliano n.8, in un breve lasso di tempo la sua vita era cambiata.
    La casa della zia Armida e della nonna Maria Sciarra era di quattro stanze, lui avrebbe dormito nel salone con televisione, almeno...
    Sicuramente la zia e la nonna erano state messe al corrente delle avventure amorose di Alberto, nessun commento da parte delle due signore anzi il fanciullo era il cocco della zia Armida perché portava il nome ed assomigliava moltissimo al suo defunto marito.
    Il giorno seguente sua madre riprese il treno e ritornò a casa sua a Pesaro.
    "Comportati bene." le ultime sue parole.
    Dire che Alberto era in confusione era dire poco. La nuova scuola in via degli Anniballi, vicino al Colosseo, i nuovi compagni di scuola, tutti maschi. Avvicinare le femminucce era un problema, avevano un'altra entrata.
    Alberto aveva provato la 'suprema' e gli mancava, 'le zaganelle' non gli bastavano più, come risolvere il problema?
    Il giovane si guardò intorno. Portiere dello stabile era un paesano inurbato a Roma, era di una frazione, di Genzano ma, non amando il faticoso mestiere di contadino, era riuscito con la raccomandazione di un politico suo paesano a farsi assegnare la portineria dello stabile dove abitava Alberto il quale, occhio lungo, si accorse della differenza di età tra Filottrano (che cazzo di nome) e la consorte Menicuccia (diminutivo di Domenica) molto più giovane, bella e decisamente sfrenata.
    Come attirare nella rete la decisamente bella?
    La zia Armida era insegnante in una scuola di un paese vicino Roma, partiva alle sei e mezza del mattino per ritornare a casa alle diciotto. La nonna Maria usciva di casa solo per andare in chiesa per conquistarsi il Paradiso alle diciassette per rientrare alle diciotto, orario giusto diciassette - diciotto.
    Menicuccia veniva a casa Sciarra per fare le pulizie, Alberto la convinse a cambiare orario in quello a lui più favorevole e ‘la sciagurata rispose’ (paragone con Gertrude la monaca di Monza).
    Mammelle dure, cosina stretta, cosce di marmo, una goduria massima, l'unico accorgimento stare attento a non metterla incinta col conseguente acquisto di tanti preservativi nella vicina farmacia, Francesca era un lontano ricordo.
    Alberto si era ben integrato, al ritorno dalla scuola, pranzo, studio veloce e poi vai...
    Aveva preso a fumare, i soldi? Saltare il cinema la domenica (duecento lire) e comprare le 'Sport' dieci lire a sigaretta.
    Come finisce la storia, siete curiosi? Potete acquistare il romanzo scritto da Alberto Mazzoni 'Tato il libertino e il sapore di Venere' che dal titolo potete già immaginare una goduria infinita, prenotatelo in libreria che potrà richiederlo direttamente alla casa editrice Albatros, buona lettura e ...fatemi sapere!

     

  • 10 agosto alle ore 22:45
    2015

    Come comincia: Sono reticente a chiamare amicizia alcune amicizie. Perchè alcune persone sono false, non sono capaci neanche di amare se stesse e non sanno vivere. Alcune persone sanno quanto bene vuoi loro, ma sono indegne, sanno solo approfittare delle tue debolezze, del tuo affetto, della tua disponibilità, non sono capaci di reggere nemmeno un confronto. I veri amici ti dicono quando sbagli e ti fanno notare dove stai sbagliando. Ti fanno capire che stai facendo a pezzi il cuore di una persona che non lo merita. Ti dicono che la tua vita è incasinata e ti tirano fuori dalle situazioni negative. Ti fanno notare qual'è la tua anima gemella, questa è la vera amicizia fatta di rispetto e amore.

  • 10 agosto alle ore 22:33
    2015

    Come comincia: Io credo che tutto quello che diamo ci venga restituito. Credo che non si possa apprezzare quanto sia vero l'amore fino a quando ci scottiamo. Credo che la parte più verde dell'erba si trovi nella parte interna. Credo che non sapremo mai quello che abbiamo perso fino a quando sentiremo l'assenza. Credo le difficoltà e le lotte che affrontiamo ci fortificano, i cambiamenti ci rendono più saggi e la felicità a suo tempo arriva dolcemente quando meno ce l'aspettiamo. La vita non è una favola, non è tutta rose e fiori, ma è una bella attraversata tutta da vivere lottando.

  • Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paternò alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    “Che bella l’aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre.”Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore in viso dopo…era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All’imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paternò che un po’ forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    “Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo.”
    Era un tre stelle.
    “Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella.”
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    “Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?” Tradotto dati da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    “Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto.” E cominciò dai piedi sino al viso.
    “Mi hai preso per un lecca lecca?”
    “No, mi piace il tuo sapore, mio marito puzzava.!”
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    “Bene cara, ora mi giro dall’altra parte, ho sonno, buona notte.”
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l’uccello.
    “Giuliana non t’è bastato, ancora?”
    “La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    “E tu che vi fai qui?” Domanda di una intelligenza…
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro…mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D’Arrigo,  Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    “Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?”
    “Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme.”
    “Non vi liquido, parlate.”
    “Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po’ con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare” e giù a piangere di nuovo.
    “Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto.
    “Va bene ma solo per una volta.”
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, ‘ciccio’ dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo ‘ciccio’ si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a  turno dalle due sorelle.
    “Grazie e…a presto!”
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d’ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     
     

  • 10 agosto alle ore 12:31
    UN MANIACO DI NOME GIUSEPPE

    Come comincia: E' un sabato pomeriggio di tanti anni fa e sono semi sdraiata sul letto a leggere. Suona il telefono, è sul comodino perciò mi basta allungare una mano.
    "Pronto"
    Dall'altra parte del filo sento ansimare. Non mi impressiono, anche perché sono cose che capitano spesso. Ascolto un po' e poi parlo
    "Ciao"
    L'ansimare continua più rumoroso di prima. Va bene, riproviamo.
    "Ciao, se ti va possiamo chiacchierare un po' "
    L'ansimare si interrompe. Silenzio, ma la comunicazione non viene tolta.
    Aspetto ancora un po' e poi:
    "Allora, se vuoi parlare bene, altrimenti metto giù"
    "Ciao" E' la voce di un ragazzo e mi stupisce, certe cose me le aspetto di più dagli adulti. "Perché vuoi parlare con me?"
    "Così, per passare il tempo. Tu, dove sei, immagino sarai solo, io qui dove sono, sono sola, possiamo parlare."
    Sto bene attenta a ciò che dico perché non capita tutti i giorni di conversare con un maniaco, dopo che ha messo in atto la sua performance telefonica.
    "Intanto puoi dirmi come ti chiami"
    "Giuseppe"
    Giuseppe! Ma no, un maniaco non può chiamarsi Giuseppe. Giuseppe è il nome più innocente, più trasparente che esista. Un maniaco deve avere un nome misterioso, ambiguo, vagamente minaccioso, non so, potrebbe chiamarsi Rantol, ma non Giuseppe. Tutto di me ride, ma mi controllo.
    "Hai una bella voce Giuseppe, sei molto più piacevole quando parli che quando ansimi."
    "Ma guarda che io sono una persona normalissima" si difende lui.
    Beh, insomma, proprio normale normale, non saprei. Ma lo penso soltanto.
    "Dai Giuseppe, allora dimmi qualcosa di te"
    "Ho 25 anni e lavoro alla Fiat. Sono fidanzato e mi sposerò fra qualche mese."
    Caspita, che sposa fortunata! Sarei curiosa di sapere se con sua moglie ci farà l'amore o le telefonerà dalla cabina sotto casa.
    "Immagino che lei, la tua fidanzata, non sappia di questo tuo passatempo. Ma tu perché fai certe telefonate?"
    "Certo che non lo sa. Non posso farci niente, è più forte di me. Tutte le volte che mi trovo da solo in casa mi viene questo pensiero e non mi controllo. E' la prima volta però che parlo con qualcuno e sono sorpreso."
    "Forse senza saperlo cominci a cercare aiuto, ma lo devi cercare da un professionista, non dalle tue vittime."
    Continuiamo a parlare ancora, come una vecchia mamma gli ricordo che le sue telefonate potrebbero spaventare qualcuno, che dall'altra parte del filo potrebbe esserci una bambina, un'adolescente.  Lui tace e ascolta, non se la prende,e dopo un po' ci salutiamo come vecchi amici.
    M i sono imbattuta in un maniaco in erba, alle prime armi, che ancora deve trovare la sua strada. Un maniaco più navigato non avrebbe mai detto di chiamarsi Giuseppe.

  • 10 agosto alle ore 12:04
    UN ESTRANEO NELLA MIA VITA

    Come comincia: La sua vita sembrava trascinarsi, come per inerzia, verso gli anni in cui la

    saggezza dovrebbe essere la virtù predominante, avendo oltrepassato da un

    tempo quasi dimenticato, i primi anta.

    Il tempo, per lei, possedeva l'aspetto di un cavallo alato, tanto volava in fretta,

    diretto ad un traguardo finale che, in questo modo, non sarebbe stato più così

    lontano.

    Purtroppo questo suo vivere insensato non procedeva di pari passo con la sua

    essenza vitale, sia interiore che apparente, con il suo “io” ancora prorompente,

    ancora adolescente, avido d'amore e di passione ma, nel contempo, rassegnato,

    da anni, alla solitudine di un rapporto coniugale privo di consistenza, che la

    costringeva ad una prigionia le cui catene risultavano invisibili ad occhio umano,

    ma non per questo inesistenti e facili da spezzare.

    Non aveva scampo.

    Non era felice, forse non lo era mai stata veramente, forse non era mai stata

    davvero amata, se amare è volere il bene dell'altro, in qualsiasi modo, al di sopra

    di ogni altra cosa.

    Inaspettatamente è apparso.

    E' giunto con dolcezza, in una sera di primavera in cui nell'aria frizzante, al pari di

    quella mattutina, aleggia la fragranza dei fiori appena sbocciati che penetra nelle

    narici, appagando l'olfatto.

    Gli si è avvicinato, in quel terrazzo affollato dell'hotel.

    Non lo avrebbe guardato, se le fosse passato accanto per strada, certamente un

    bell'uomo, ma niente di eclatante.

    Le ha domandato la sua provenienza, rivolgendosi a lei con una cadenza del nord

    Italia, probabilmente lombarda e l'ha invitata a ballare un liscio, un invito che si è

    vista costretta a rifiutare, come del resto aveva sempre fatto, a causa del divieto

    di suo marito di ballare con altri, seppure egli stesso non sapesse muovere un

    passo.

    Costretta a malincuore, troppo, per lei che non si era mai sentita a disagio nel

    negarsi a pretendenti ballerini.

    Si è gettata nella mischia, ai ritmi frenetici da discoteca, ballando per tutta la sera

    e parte della notte, con movimenti sensuali, conscia di essere ancora una donna

    affascinante e piuttosto appariscente.

    Non perdendolo di vista un solo momento.

    Un incontro inaspettato, un uomo più giovane, una boccata d'aria fresca, una

    sferzata di vita che sta incidendo un marchio indelebile nel suo cuore.

    Un estraneo entrato a passi felpati nella sua vita, che ha scalfito l'impenetrabilità

    della sua anima inerme e indifesa, succube di un perenne appiattimento.

    Teneramente è riuscito a farsi strada, fino a sconquassare prepotentemente il suo

    essere, arrivando ad annullare la razionalità del buonsenso.

    Traditrice! Una sensazione terribile, inconsueta, della parvenza di un amore

    malato, egoista, possessivo, violento, di cui, da troppo tempo, esiste solo l'ombra,

    impalpabile, incorporea, ciononostante sempre presente.

    Una sensazione atroce contro la quale combattere per non soccombere, per non

    vivere di rimpianto.

    Lasciarsi andare sembra impossibile, la felicità del momento appare

    irraggiungibile.

    Irreprensibilità e dignità avevano sempre fatto parte della sua natura di donna,

    erano poste all'apice nell'elenco delle sue virtù.

    Non è semplice sconfiggerle.

    Una morsa persistente allo stomaco è il sintomo inequivocabile della lotta

    interiore che, un giorno dopo l'altro, l'affligge, togliendole persino il respiro.

    Ma se non le è facile cedere, le è impossibile rinunciare.

    La consapevolezza di un amore, che mai avrebbe pensato di poter provare

    nuovamente, si fa strada, giorno dopo giorno, nella sua mente in balia di pensieri

    che cozzano continuamente l'uno contro l'altro.

    Il timore di vivere in eterno rimorso le è sempre a fianco, convive con lei.

    Quale strada scegliere?

    Ah, se qualcuno potesse decidere per noi quello che è giusto!

    Giusto, sbagliato... Basta!

    Basta vivere ponendo sempre il proprio dovere al di sopra di tutto, basta

    continuare a regalare anni di vita ad un uomo che la tua l'ha rovinata da sempre,

    che è arrivato a maltrattarti, ad umiliarti con ogni mezzo, mancando, per primo, di

    rispettare la tua dignità di donna e pensando invece di averti dato tutto, non

    capendo di non averti dato niente di tutto ciò a cui aspiravi, unendoti in

    matrimonio con lui, davanti a Dio e giurandogli eterna fedeltà.

    <Solo Tu, Signore, che sei nell'alto dei Cieli e mi guardi, conosci il mio dolore e la

    mia solitudine.

    Perdonami se la mia vita imboccherà un'altra strada, bensì solamente precaria.

    Ho patito anni in silenzio, ma la mia anima gridava la sua sofferenza e so che Tu

    l'hai sentita>.

    Scegliere definitivamente, decidere, lasciarsi andare, iniziando ballando un liscio

    e sentendosi già colpevole. Come si può essere così stupidi?

    Probabilmente stupida due volte.

    Se si trattasse solamente di una sua illusione, di una sua sensazione errata

    dettata dal desiderio di sentirsi ancora desiderata, ancora viva...?

    Se quell'attenzione maschile che la sua mente sta ingigantendo e sulla quale sta

    ricamando trame, di lì a poco, svanisse, annullando ogni sua percezione,

    disintegrando la dimensione immaginaria nella quale sta navigando, per

    ricondurla a quella crudele della realtà...?

    Se lui presto si accorgesse di un'altra, magari più giovane, la invitasse a ballare

    e...tutto finisse lì, in una bolla di sapone?

    ... Lascerebbe sicuramente un sapore amaro in bocca.

    Dopodiché...

    Un altro giorno, un altro mattino, un'altra serata danzante.

    <Balliamo?>

    La sua voce...sensuale, le piace da morire.

    C'è qualcosa in lui, un certo non so che, che l'attrae inspiegabilmente.

    Non è facile opporre resistenza a quell'invito.

    Ha la sensazione che questo sia solo il preludio di ciò che deve avvenire e quello

    sia l'unico istante per fermarsi.

    Un ballo, poi un altro, per tutta la sera, fino a notte, fino a quando la sala si è

    svuotata e sono rimasti solo loro e gli amici. E la musica. Non è abituata ai lisci,

    non ricorda di averli ballati, ma ha sempre avuto il ritmo nel sangue ed è stato

    facile imparare, tra le braccia di quel maestro inatteso che stringono sempre di

    più, avvicinandola a lui gradatamente, fino a premere il corpo caldo contro il suo,

    mentre si lasciano trasportare dalle note della voce suadente del “molleggiato”, in

    una simbiosi che li fa apparire due partner abituali.

    Il suo viso vicino; il respiro di lui si è fatto più affannoso, non certo per la fatica.

    Una boccata d'aria fresca per spegnere un fuoco che sta divampando.

    <Mi dai un bacio?>

    ...Un bacio...

    Un bacio a un uomo, pensando di non esserne più capace, dopo...quanto?

    Dieci anni, forse quindici... Una sensazione sublime, unica, meravigliosa.

    Peccato non averlo fatto prima.

    Peccato che non sia arrivato prima.

    Quanti anni buttati via inutilmente.

    E' opinione comune che la notte porti consiglio.

    Il sonno tarda a venire, è il momento buono per riflettere; ma il suo equilibrio tra

    cuore e mente è divenuto instabile, il primo sta sopraffacendo la seconda,

    impedendole la concentrazione e il ricorso al proprio senno e, non pago,

    sottomette quel corpo femminile ad ondate di sensazioni travolgenti, scordate da

    un tempo immemorabile.

    Bramosia di essere amata, nello spirito e nella carne.

    Le pulsazioni veloci del nuovo condottiero, che si è proclamato tale nel conflitto

    interno, si attenuano, donandole poche ore di tregua, tra le braccia di Morfeo.

    Si desta presto. Non sente mai la stanchezza, con tutta l'adrenalina che ha in

    corpo. E già si guarda in giro ...cercandolo.

    E' stupita di possedere il solito comportamento di quando aveva quindici anni,

    tale e quale, come se il tempo fosse retrocesso all'improvviso e l'avesse riportata

    alla sua adolescenza.

    Rivederlo al mattino le provoca una fortissima emozione.

    Adesso è qui e la guarda.

    Avverte su di sé il loro sguardo, profondo, tenero, indagatore, che fruga dentro le

    porte che conducono alla sua anima inerme che si nasconde, dove esso si perde,

    cercandola, nei meandri della sua essenza combattuta, angosciata, trafugata di

    quella pace non certamente agognata, comunque raggiunta e imprigionata a

    forza dentro di sé, costretta a smorzare la sofferenza che la dilaniava.

    Il loro sguardo l'ha sopraffatta all'istante...eppure aveva fatto affidamento su di lei.

    Misera pace...vile... fuggevole guerriera, difensora del nulla, che lasci risvegliare i

    sensi assopiti da un tempo indefinito, infinito, memori di ciò che non aveva più

    ragione di esistere!

    Fino ad ora...

    Costringersi a non pensare, a non ragionare, a vivere quell'occasione di felicità

    che il fato le offre, soli, in un'anonima stanza d'albergo.

    <Siediti qui, vicino a me>

    le sussurra, accompagnando le parole con un gesto.

    Baci appassionati e le sue mani che armeggiano con le spalline della sua tuta

    bianca, leggera. Inutilmente.

    <Che cos'è, una cintura di castità?>

    <Sì>...Risponde sorridendo, rimettendosi a posto la spallina.

    Impossibile arrendersi, sebbene il cuore sia in tumulto e la carne frema.

    L'ansia prevale, il respiro corto, l'aria viene a mancare.

    A nulla valgono le dolci carezze, lungamente elargite dalle sue mani affusolate e

    virili, sulla fronte e sui capelli.

    Calde lacrime incontenibili le scendono ai lati del viso.

    Scappare via è l'unica soluzione plausibile.

    Poi...

    Un giro in macchina in una sera calda e serena, una passeggiata in un paese

    vicino, mano per mano.

    Dopodiché il mare, sotto di noi, profondo, calmo, nero, come specchio che ruba

    l'identità al cielo.

    Le sue onde lente accarezzano la battigia ancora calda, come grembo di donna,

    in un armonico e ritmato andirivieni.

    Coronate di sottili creste spumose, si infrangono delicatamente sugli scogli,

    sparpagliando nell'aria miriadi di particelle di salsedine.

    Respiriamo il suo profumo intenso, mentre il nostro sguardo sorvola la sua

    immensità.

    La luna, eterea ed eterna complice degli innamorati, irradia la natura sottostante

    con la sua luce argentea.

    Unica testimone dell'incontro d'amore.

    Una leggera brezza tra le fronde degli alberi.

    E poi, ancora... loro...

    Il loro sguardo si è fatto bruciante e i sensi si incendiano, travolgendomi,

    dominandomi, scegliendo al posto mio, soggiogando la mia mente in un dolce

    turbamento che mi sconvolge...

    Mi lascio sottomettere, finalmente sconfitta.

    Il mio sguardo si fa di fuoco e arde, perdendosi nel loro...

    In quello penetrante e misterioso dei tuoi occhi.

    Tutto Il resto è poesia.

    <Ti ho donato me stessa,

    il mio corpo,

    la mia essenza,

    la mia sofferenza

    e non avrò rimorsi.

    Tu, un Estraneo nella mia vita,

    dolce e irresistibilmente sensibile.

    Resterai un ricordo

    relegato in un angolo della mia mente,

    che non sbiadirà

    e a cui mi appellerò

    nei momenti di tristezza.

    Voglia, chiunque abbia scritto il nostro destino,

    che possa rincontrarti,

    in questa vita o in un'altra>.

  • Come comincia: Massimiliano Romani maresciallo della Guardia di Finanza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l’autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina.
    Stava andando via o forse meglio dire scappando da Domodossola che per lui era diventato luogo di dolore.
    La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l’aveva assistita sino all’ultimo anche quando era in preda a dolori atroci che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.
    Dopo quell’evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.
    Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagno di camerata alla Scuola Sottufficiali di Ostia, anche lui colpito da un grave lutto per il decesso in un incidente stradale dell’unico figlio.
    A mezzo di conoscenze comuni al Comando Generale del Corpo, rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d’origine e dove possedeva un’abitazione e Massimiliano al suo posto a Messina all’Ufficio Operazioni.
    Max ,come tutti lo chiamavano, si era fermato vicino Firenze per sgranchirsi le gambe, fare e colazione ed il pieno di benzina.
    Nel frattempo si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava in via Cavour in pieno centro a Roma.
    “Silvà (non aveva perso l’accento romanesco essendo nato nella capitale) fra un par d’ore sò da te.” (Gli piaceva, quando poteva, sfoggiare il suo dialetto tipo ‘civis romanus sum’ un po’ , come dire, sono superiore a voi.)
    “Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia.”
    Silvana era per Max più che cugina la sorella che non aveva avuto.
    Grandi baci e abbracci: “Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, ora che stai qui ci resterai almeno quindici giorni.”
    “Silvana lo sai quando mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina.”
    “Va bene, se non puoi, non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante ‘Urbano’ che sta qui sotto.
    Silvana era in confidenza col padrone Romolo, ti presento Max mio cugino, attento che è un maresciallo della Finanza, stasera mi devi fare la ricevuta fiscale.”
    “Io te l’ho sempre rilasciata…”
    “Ah Romolè lassa perde e facce magnà da re.”
    I due nella conversazione tralasciarono l’argomento Flora, era troppo doloroso.
    “Com’è che hai scelto Messina, se venivi a Roma saremmo stati insieme, avresti abitato a casa mia.”
    “È stata una combinazione particolare, un mio collega ed amico è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto.”
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, S:Giovanni, via Appia infine l’autostrada. Fino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi di carreggiata, di rallentamenti, di file di auto (era luglio).
    Giunto sfinito a Villa S.Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.
    “Ignazio sono a Messina all’uscita del serpentone che debbo fare?”
    “Non ti muovere vengo io.”
    Ignazio abitava in un casa a cinque elevazioni in una stradina interna della  ‘Panoramica dello Stretto’ con piscina e campo da tennis, al quinto piano abitava Ignazio.
    “Stasera andremo a mangiare alla ‘Sirena’, un ristorante di un caro amico, si mangia bene e per noi si paga poco, ti ho preparato un letto nel salone.
    Dopo la presentazione al padrone, Ignazio e Max si sedettero in un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago, uno spettacolo.
    Nessuno dei due amici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.
    A casa: “Max io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me s’è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato a salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì dove abbiamo una grande casa, io la raggiungerò non appena ti avrò passato le consegne. Intano ti porto in garage raggiungile in ascensore. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un foglio in bianco firmato, andrai dal notaio Nascimbene, è un amico penserà lui al passaggio di proprietà.
    “Ignazio ho visto di sfuggita che ci sono una piscina ed un campo da tennis, come la mettiamo col condominio e poi devi dirmi quanto tu paghi per l’affitto.”
    “Per l’affitto e per il condominio niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perché.” Molto perplesso Max.
    Il pomeriggio successivo:
    “Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli cognome Costa: lui Salvatore lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Di Stefano Vittorio e Francesca, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro sono le padrone dell’isolato ed hanno tante proprietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda di accertamenti tributari, hanno voluto che io controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D’Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle sedicenni Grazia e Graziella, due pesti.”
    Primo piano: “Questo è Massimiliano Romani mio collega subentrerà nella mia abitazione, loro sono…”
    La scena si ripetè per quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti…
    Ignazio partì il giorno dopo:
    “Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli.”
    “Fammeli pagare almeno in parte…”
    “No ho deciso così, voglimi bene.”
    Il giorno dopo si recarono in caserma.  Presentazione al Comandante Colonnello Andrea Speciale ed al suo Aiutante Maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta, poi nel suo ufficio brigadiere Angelo Sferrazza e l’appuntato Franco Iannello. Ignazio partì il giorno stesso.
    Max si mise all’opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, i due bagni e lo sgabuzzino su un terreno laterale tutto alberato, lo studio, il soggiorno e la cucina sul retro; dovevano essere circa centoventi metri quadrati.
    Amante della pulizia e dell’ordine Max si mise all’opera,  finita quest’incombenza aprì il baule e la valigia e sistemò lo sue cose negli armadi, in camera da letto e nel bagno.
    Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.
    Max andò in centro, per comprare un computer e relativa stampante, per fortuna in casa c’era un telefono fisso funzionante, Ignazio era stato molto generoso con lui.
    Il giorno successivo due tecnici vennero a casa sua e sistemarono i due apparati.
    Altra incombenza:  il  conto corrente, a Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che per sua fortuna aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell’istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.
    “Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con questa banca vorrei passarlo a Messina.”
     L’interessato si mise a disposizione poi:
    “Venga a casa mia di pomeriggio, la farò firmare del carteggio e le fornirò la password per entrare nel suo conto corrente e fare le operazioni che desidera.”
    Max aveva ancora dieci giorni di licenza di trasferimento da usufruire e, se anche frastornato dagli ultimi avvenimenti,  sentì che qualcosa di buono era mutato in lui forse dovuto al  cambiamento sia della città che delle persone che aveva conosciuto.  Il pomeriggio verso le diciassette suonò il campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    “Venga nel salone ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.
    ”Noi eravamo molto amici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevano il bagno in piscina, la morte del povero Paolo  ha distrutto Ignazio, aveva vent’anni. Io vado un bagno un attimo, le farà compagnia mia moglie.”
    Max nel frattempo si studiava la signora: altezza 1,65 circa, seno misura tre piuttosto ben esposto da una camicetta rosa scollata, vita stretta, minigonna, gambe muscolose.
    “Lei sarebbe un’ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione e la vedrei pure come ballerina.”
    “Ho studiato danza fino a quindici anni, poi mi sono rotta una caviglia ed ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico e se vuole…domani mattina…”
    Un’invito esplicito, più di così, certo non voleva fare un passo falso, magari aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi…
    Alle nove Max suonò alla porta dei signori Costa, la signora Maria venne ad aprire in bichini nero con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.
    “Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi.”
    “Io sono Massimiliano Max per gli amici.”
    “Vorrei io proporre io qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, c’è una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte fatta dal Canova.”
    A Max cominciò ad aumentare la pressione sanguigna, Memi, sul divano, imitò la posizione della statua.
    “Ve bene così?”
    Max si fece più audace: “C’è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno.”
    “Non c’è problema, Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma di pera come piacevano a Max.”
    Max scattò le foto da tutte le posizioni poi.
    “Io vedrei una posa sul letto: seduta, la gamba destra piegata, le mani sul ginocchio.
    Anche qui nessun problema.
    “Va bene così, io a letto sono abituata a stare nuda.” Memi mise in atto la posa come suo desiderio.
    Max riprese la signora in costume adamitico da varie posizioni, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino e abbracciò Memi, prese a baciarla come un forsennato ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto, connilungus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.
    “Non ti preoccupare, vai facile non posso avere figli.”
    Spossato, Max si mise a gambe aperte sul posto del letto che doveva essere del legittimo consorte con ‘ciccio’ ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per una ‘smorciacandela’.  La candela di Max era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.
    Quell’abbuffata di sesso ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Max ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più sfumati, lontani…
    La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Max prese ad usarla quando c’era bel tempo per andare in caserma. Qui una novità: saputo che il Colonnello Comandante cercava uno pratico di fotografia per metter su un laboratorio per fotografare gli arrestati, prendere le impronte digitali ed in generale riprendere risultati di servizio e cerimonie varie, si presentò ed ebbe l’incarico.
    La ditta Randazzo era la più fornita a Messina, si presentò in divisa, conobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall’Ufficio Amministrazione. Il laboratorio fotografico era in gioiello: un marmo lungo un muro conteneva le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggio, un ingranditore Durst ed una smaltatrice rotativa, dall’altro lato un lavandino, una rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armadio dove mettere i materiali ed un essiccatore per le pellicole. Ben presto divenne pratico ed ebbe dei complimenti anche da parte di fotografici professionisti che riconobbero la sua bravura nello stampare il bianco e nero.
    Ora quello che interessava Max era presentarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua situazione finanziaria. Al citofono concordò con una delle due di cui non riconobbe la voce, appuntamento a casa loro alle diciassette.
    Seguendo i suggerimenti datigli dal suo collega, si presentò in divisa e vide che aveva fatto l’effetto desiderato: le due sorelle furono molto cerimoniose: si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo dei dolcetti fatti con le nostra mani e del vino delle nostre terre…
    Al rifiuto di Max andarono al dunque:
    “Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario,  noi lo ricompensavamo con non farli pagare l’affitto ed il condominio, se lei fosse così gentile…”
    Max fu gentile ma nello stesso  tempo rimase colpito da ‘le nostre terre’ quelle erano davvero ricche.
    Giuliana, la vedova circa quarantenne, non era una longilinea a nemmeno una chiattona, una via di mezzo, quel che colpiva era il suo viso triste, non brutto ma triste.
    “Signora siamo coetanei un po’ di allegria, anch’io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi.”
    “Anche mio marito aveva un tumore, è deceduto sei mesi fa. Era catanese e mi ha lasciato degli agrumeti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se ci potesse dare una mano.”
    “Signora se mi lascia il carteggio ci darò uno sguardo ma voleva dirvi un’altra cosa, non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte due in costume da bagno alle nove, by by.”
    Cosa strana i suoi ‘ordini’ vennero eseguiti: le due sorelle,  alle nove erano in piscina ancora non c’era nessuno, era domenica.
    Quel che colpì Max era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma di corpo sembrava una modella anche se tutte e due avevano un costume intero.
    “Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!”
    “Noi abbiamo solo questi…”
    “E Max vi accompagna domani pomeriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figurone, ed ora tutti in vasca.”
    Il pomeriggio alle sedici Max stava aspettando in garage l’arrivo delle due madame che si presentarono puntuali.
    “Possiamo andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito.”
    Alla faccia degli ottantamila euro!
    “Vede madame, al centro è difficile trovare posteggio, meglio la mia Ypsilon.”
    In viale S.Martino era proibito posteggiare, Max se ne fregò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.
    Dapprima le signore provarono dei bichini castigati ma poi spinti da Max sempre più si infervorarono soprattutto dietro i suoi complimenti:
    “Volete coprire un si bel corpo, coraggio bichini mini.”
    Con sorpresa di Max acquistarono qualcosa di brasiliano, per intenderci costumi che lasciavano scoperta un pel pò di merce nient’affatto male, Max era riuscito nel suo scopo! “
    “Domattina li proveremo in piscina!”
    “Ma domani lei non va a lavorare?”
    “Sono in licenza.” Mentì Max e si diede malato.
    Il mattino seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da uno accappatoio lungo sino ai piedi.
    “Ed ora lo spogliarello!” celiò Max.
    La sorelle ci misero un po’ di tempo ma obbedirono.
    “Evviva due sirene, sapete nuotare, no? Non fa niente andremo dove si tocca.”
    Max intendeva dove l’acqua era bassa ma anche toccare qualcosa di morbido. Nuotando sott’acqua  mise le mani fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, poi passò al popò,  quindi fu il turno della sorella, un bel movimento!
    Chissà che passava per le teste di Giuliana e di Assunta, Max sperava non una sgridata e così fu, con lo sguardo basso le due sorelle si misero l’accappatoio e si accomodarono sulle sdraie.
    “Lei è un monello, non si fanno certe cose!”
    La frase era stata detta ridendo, questo confortò Max che pensò ad un piano.
    “Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?”
    Un cenno di assenso.
    Max si aspettava di vedere le due sorelle invece si presentò solo Giuliana che non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.
    “Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione, gliele metto sul tavolo e rientro a casa.”
    “No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni.”
    Max constatò che Giuliana era entrata in possesso di circa venti ettari di agrumeti più altrettanti di uliveti, più vari appartamenti, alla faccia!
    Giuliana venga più vicino, vede qui…le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, quella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, destinazione finale il letto.
    Max si dedicò al fiorellino, era lavato di fresco e profumato, l’interessata aveva messo in conto quello che stava accadendo, prima di entrarci dentro le procurò un paio di orgasmi anche per non farle troppo male, il suo era un ‘ciccio’ piuttosto grosso e Giuliana forse anzi sicuramente era stata a stecchetto per molto tempo.
    L’entrata fu lenta ma ben accetta, la baby dimostrò di gradire molto quello che stava accadendo muovendosi in continuazione sotto Max che ce la mise tutta finchè Giuliana gli fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.
    L’uscita della signora fu silenziosa, forse si era meravigliata di se stessa, prese le carte e dopo un rapido bacio sulla bocca di Max scomparse nell’ascensore.
    Max si congratulò con se stesso, in mezzo al letto a gambe larghe si godette il  post ludio, aveva preso in mano la situazione e che situazione!
    Il bel maresciallo non era facile a meravigliarsi di qualcosa ma il bigliettino che trovò nella cassetta della posta era davvero singolare: “Max mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte che ha visto, se lei è d’accordo verrà a casa sua alle diciassette di oggi.”
    Assunta si presentò in punto ma senza carte e in vestaglia.
    Pareva proprio che si vergognasse:
    “È stata mia sorella io non volevo…”
    Max l’abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più piccola della sua età.
    “Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l’hanno fatto lasciare, non sono più vergine.”
    La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Max iniziò con la solita tattica, prima lungo bacio il fiorellino e poi penetrata lenta e soggoriono prolungato, aveva usato un preservativo che si era dimenticato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell’argomento.
    Le due sorelle erano sistemate ma Max riflettendo pensò che forse si era messo nei guai, tre amanti!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano:
    “Perché non ci viene a trovare, noi siamo sempre soli.”
    “Va bene a casa vostra oggi alle diciassette.”
    Li non c’era pericolo di avere avventure di sesso, un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Alle diciassette suonò alla porta dei due anziani, venne ad aprire la signora che l’abbracciò, era commossa.
    “Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, a sua moglie, non so perché, non siamo simpatici…”
    Max si domandò il perché di quell’astio, sembravano due persone simpatiche , affabili, mah…”
    “Ci racconti un po’ di lei.”
    Max cominciò dal suo arruolamento in Finanza sino all’arrivo a Messina.
    “Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe piacere se ogni tanto ci facesse compagnia.”
    Max aveva preso ad ingranare in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante di Legione lo stimava, tutto bene. Talvolta mangiava in caserma e si riposava nel primo letto che trovava libero per rientrare a casa la sera.
    Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.
    “Io cucino per due, un terzo non mi pesa.” Il marito era d’accordo ma talvolta era assente e quindi finiva con una sveltina con Memi e questo,lo schiavizzava un po’.
    Un giorno dopo pranzo Memi non si accontentò di una sveltina, voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi!”
    Max si domandò perché glielo doveva ma non fece storie.
    Quello che lo meravigliò era che Memi parlava in continuazione:
    “Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto, mi metto alla pecorina, vieni dentro tanto tanto, anche culino vuole la sua parte, fai piano perché lo uso poco con mio marito, sbrodami in faccia.”
    Al bacino di rito sulla porta la confessione: “Mio marito ha visto tutto, è un guardone!”
    Ecco ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.
    All’ingresso un giorno incontrò la signora D’Arrigo, era arrabbiata nera.
    “Una bella signora come lei tutta triste, che le è successo?”
    “Dovrebbe vedere la pagella di quelle due, quattro in francese ed in latino!”
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:
    “A scuola ero bravo in queste due materie, potrei dar loro qualche lezione.”
    “Mi farebbe un favore grande grande, parliamoci chiaro, con lo stipendio di mio marito non posso pagare un insegnante di sostegno, gliele mando a casa sua oggi pomeriggio alle diciassette.”
    Max pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, pensava male, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a far qualcosa.
    Grazia e Graziella si presentarono all’ora prevista, cominciarono subito a ridere.
    “Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete.”
    “Lei non ci fa la battuta su Grazia e Graziella?”
    Max la conosceva bene, finiva grazie al cazzo, ma fece finta di nulla.
    La mise sul serio, prima il latino e poi il francese circa un’ora, le sorelline parevano interessate, meno male fino a che un piede fu insinuato fra le due gambe toccandogli il suo coso, all’iniziò pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda.
    “Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola.”
    “Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo vero?”
    “Fuori immediatamente se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un’altra volta.”
    Non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni alla madre.
    Un invito delle sorelle: “dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c’è una festa sull’aia, facci compagnia, andremo con la nostra Jaguar.”
     

  • 09 agosto alle ore 13:09
    VIANDANTI

    Come comincia: Domenica d'agosto come non ne vedevo da qualche anno. Il deserto sotto casa mia. E' probabile che effettivamente ci sia quest'anno un incremento delle persone che sono andate e andranno in ferie. Speriamo che sia un vero segno di ripresa. La pasticceria è aperta, ma sta sempre aperta fino a ferragosto perchè ferragosto è una occasione per vendere. Come al solito chiuderà dopo. La farmacia quest'anno non chiude, e si sa che alla mia età, questa è una buona notizia. Guardo i margini della strada sotto casa: quanti posteggi vuoti! Se penso alle maledizioni degli automobilisti durante l'anno che di solito devono fare il giro dell'isolato per mezz'ora prima di poter sistemare l'auto! Sì, devo convenire che quest'anno tanta gente è partita per le ferie. Poi, nel silenzio innaturale di questa domenica d'agosto, mi colpisce un cigolio di trolley. Sono stranieri, trolley in una mano e borsone nell'altra mano, zainetti sulle spalle: sono stranieri che stanno arrivando e camminano svelti con la fretta di raggiungere una meta, con la sicurezza di chi sa dove andare, dove forse qualcuno attende proprio loro. Non camminano uno accanto all'altro, ma uno dietro l'altro, quasi ad inseguirsi, non si guardano attorno, lo sguardo fisso di fronte a loro, e magari un'occhiata indietro verso gli altri. Sono uomini, donne, ragazzini. Mi colpisce il contrasto fra chi ha lasciato la sua casa sicura, il suo lavoro retribuito, i suoi agi abituali per andare a trascorrere qualche giorno di relax e divertimento, e questi "viandanti" che arrivano con la speranza di trovare una casa sicura, un lavoro retribuito, un futuro che un giorno permetterà loro di trascorrere qualche giorno di relax e divertimento. Ecco, il passaggio sotto casa mia di queste persone, riempie tanto bene il vuoto di questa domenica d'agosto, e spinge la mia fantasia verso un sogno di buona convivenza che probabilmente è e rimarrà solo un'utopia, ma che fa tanto bene al cuore.

  • 07 agosto alle ore 23:08
    Sii Felice

    Come comincia: Quando quintali di rugiada ti sono addosso tu fai finta che sia vento, ed ecco che allora la pioggia prende il sopravvento e solo allora capisci che era giusto nell'attimo precedente apprezzare e sentire dentro di se quella rugiada di felicità che sempre ci chiama se.

  • 05 agosto alle ore 22:39
    Maledetta vecchiaia

    Come comincia: Ci ritroviamo oramai, con puntualità, ogni settimana, quasi ad un appuntamento, noi, tre vecchiarelli, in tre ruoli ben distinti. Io medico, lui malato e la moglie. Don Vito, forse un mio coetaneo, è diventato mio paziente da alcuni mesi. Sta conciato maluccio col fisico, ma non con la mente. Varie malattie si sono date appuntamento ed ora il suo corpo, prostrato, risponde con incertezza alle medicine. Forse ci lega un lampo di fiducia reciproca, uno spolverio di battute e sorrisi, che in medicina hanno valori terapeutici inaspettati. Lo trovo o seduto in poltrona, o steso sul letto. Pallido, a volte, ansimante, mi manda occhiate fulminanti, a cui segue spesso, in un soffio di arrabbiatura, una battuta: -“Maledetta vecchiaia!”- Quando ha attimi di pausa, qualche parola brillante sul suo passato, qualche allusione, da uomo vissuto, ad una vita migliore trascorsa. Il panorama di Napoli, immenso, superbo, che si apre dalla sua finestra non sembra attirarlo più. Donna Romita, la moglie, forse di qualche anno in meno, devastata dall’artrite, tra un po’ di gobba e un femore incerto, si aggira, brontolando per la casa. Occhi guizzanti, in una maschera rugosa, parla con un tono fermo, calcando le finali. Dicevo tre vecchiarelli, perché non penso di avere un’età molto diversa da loro, anche se l’involucro visibile sembra apparire meglio. Per cui, nelle lamentele patologiche tra loro due, a volte, tra un tè ed u n biscotto, unisco le mie, e mi accodo a quella litania ricorrente: “maledetta vecchiaia!” Il tono della casa è lussuoso e il salottino, che attraverso ogni volta per raggiungere, in camera da letto, don Vito, ha quadri alle pareti che so interpretare di valore. Il mio occhio cade, ogni volta, su di un quadro molto grande, alto quasi tutta la parete. Una figura di donna dal volto di una bellezza inconsueta, fine ottocento, mi rapisce per attimi. Ha carni vellutate, dai colori pastellati, lineamenti di un fascino romantico. Longilinea, avvolta in un manto vaporoso, che la luce trafora da dietro. Da giorni era mio desiderio soffermarmi, per un attimo, a guardarlo. Oggi l’ho fatto, in uscita, mentre donna Romita mi accompagnava alla porta.  -“Stupenda!” – mi è sfuggito.                                                                             - “Vi piace? Ero io da ragazza. Questo è un Vincenzo Irolli. Sono stata per anni, la sua modella.” - Maledetta vecchiaia!

  • Come comincia: Siamo davvero strani, noi uomini. Fissiamo una giornata e decidiamo che, in quelle 24 ore, abbiamo la possibilità di festeggiare e ricordarci di chi amiamo, anzi, meglio, di gridare ai quattro venti quanto quella persona sia importante nella nostra vita. Dobbiamo farlo, perché è nello spirito della festa e perché, subito dopo, saremmo così riassorbiti dal flusso incalzante del tempo, che sembrerà inopportuno farlo o dirlo di nuovo, in un giorno ordinario. Ne volete una prova? Ripercorrete i post e le foto dei vostri amici facebook: quasi nessuno, ieri, avrà dimenticato di celebrare la propria madre, di mostrare ai suoi contatti una di quelle deliziose foto scattate durante la propria infanzia, di ribadire, a suon di proverbi e di citazioni famose, quanto amore possa sfoderare una mamma.
    Se tornate quest'oggi sul luogo del delitto, troverete un nuovo, impressionante silenzio: la festa è finita, si ricomincia l'inevitabile giungla di impegni quotidiani, si aggiorna il proprio profilo, con la volontà, stavolta, di condividere le solite foto o qualche altra frase ironica, detta con gli amici. I riflettori si sono spenti e , per tornare ad assaporare quell'ondata di affetto, che, per alcuni, potrebbe persino risultare prossima all'insorgenza del diabete, dovremo aspettare l'anno prossimo: stesso giorno, stessa ora, il circo mediatico di ricordi, riflessioni e dichiarazioni zuccherose ricomincerà ancora, nell'alveo delle migliori tradizioni e del più classico dei conformismi. Ma negli altri giorni, mi chiedo io? In tutti gli altri 364 giorni che compongono un anno, che cosa se ne fa di quell'amore, di quella gratitudine tanto sbandierata nella rete? Sembrerebbe quasi che abbiamo bisogno di appuntamenti ben fissati, di feste ricorrenti per fermarci un attimo, alzare per un momento lo sguardo dal nostro piccolo mondo quotidiano e realizzare quanto quell'amore materno, umile, dolce ed incondizionato, ci abbia permesso di diventare le persone che siamo. Eppure, quell'amore viscerale ci accompagna sempre, ogni giorno: non ha bisogno di occorrenze da calendario per uscire alla ribalta ed, anzi, anche a costo di farsi quasi invisibile ed accantonarsi in un angolino, ci assiste sempre, ci guarda da lontano e continua a proteggerci, vegliando su di noi, quasi come un angelo custode. E noi, invece di fermarci un istante e farne tesoro, riconoscendone tutta la bellezza, aspettiamo con impazienza una giornata incipiente di maggio: quello è il momento, quella è l'occasione per farlo, ci ripetiamo. E se quella festa della mamma, quella celebrazione di un affetto straordinario e di una dedizione incondizionata, fosse dentro di noi, ogni giorno? A volte, basterebbe così poco per sentirla: dire un grazie dal profondo del cuore, dare un abbraccio al termine di una chiacchierata sofferta, sentire il calore di una carezza sulle guance inumidite di pianto, dimenticarsi i fascicoli sulla scrivania e rimanere al telefono, raccontandosi tutto, come quando si è bambini. Sono gesti semplici, innocui, ma capaci di mettere al riparo il nostro animo da quello che, credo, sia davvero il male maggiore: il vuoto interiore, l'aridità, l'apatia. Si deve esprimere l'amore, si deve trovare del tempo per ringraziare chi si ha vicino e renderlo partecipe della gioia di averlo nella propria vita. Altrimenti, si rischia di rimanere imprigionati solo su di sé, sul proprio mondo, pensando che nulla, all'esterno, possa essere così importante da farci alzare la testa e sollevare lo sguardo che tenevamo a lungo abbassato.
    Non aspettate il calendario, la festa rituale, i giorni prestabiliti: non c'è cosa più bella che accantonare, per un attimo, i propri impegni e celebrare, dentro di sé, nell'intimità del proprio cuore, la bellezza di un amore, la forza dell'amicizia, la gratitudine verso chi ci ha voluto e sostenuto fin dal principio. Regalate un sorriso, aprite il vostro animo, fate una chiamata che state rimandando da tempo o vi dimenticate sempre di fare. Perché sono questi, in fondo, i regali più belli che si possa ricevere: quelli inaspettati, quelli che rischiarano una piovosa giornata ordinaria e, non si sa come mai, fanno spuntare sul nostro volto un sorriso più potente della bufera e del temporale.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/05/celebrate-now.html

  • Come comincia: Siamo quotidianamente in balia di messaggi inquietanti, preoccupanti e caotici: sembra quasi che interpretare il mondo circostante diventi sempre più difficile, sempre più complesso. Dalla nostra, abbiamo una sola consapevolezza, quella di vivere in un'epoca di crisi, in un lungo, interminabile tramonto di grandi ideali e sogni, dove un inestinguibile grigio si è impossessato di tutto e ci impedisce di vedere i colori con la stessa lucentezza di qualche generazione fa. La parola crisi (segue)
    rimbomba spesso nelle nostre teste, riecheggia spesso nei nostri discorsi e, lentamente, diventa l'alibi per non andare oltre, per giustificare stancamente ciò che di storto ci capita, quasi come una patente di accettazione e rassegnazione con cui proteggerci, con cui falsamente rassicurarci. Nessuno, però, spende un po' del suo tempo a spiegare come sia questo rumore di fondo pessimista e martellante, questo ritornello ormai irrinunciabile per tutti noi a cominciare la crisi, ad avallarne lo sviluppo e a rinforzarne la cupa presenza nelle nostre menti, nei nostri cuori. La crisi comincia soprattutto quando la si percepisce dentro di sé, quando si sente, nella "pancia", che ormai la battaglia è persa e che il mondo è troppo corrotto e contaminato per essere ancora quel bel giardino fiorito che ci immaginavamo da bambini. La crisi siamo noi, con i nostri dubbi e i nostri sconforti, con quel velo che annerisce tutto e non solleviamo mai per vedere da vicino ciò che ci circonda e che pensiamo, a torto, di conoscere bene. Crediamo ci sia sempre tempo per controllare statistiche poco rassicuranti, per alzare la voce e prendercela contro lo stesso sistema che ci ha reso quali siamo tuttora, ma mai per dare un po' di speranza, mai per dar voce alla bellezza di un tramonto, di una canzone o di un incontro fortunato. Sembra che non ci sia spazio per tutto questo e, lentamente, cominciamo a farne a meno e a pensare che davvero non ci sia più nulla di cui rallegrarsi, che i bombardamenti mediatici hanno ragione e la nostra vita scorrerà implacabilmente rinchiusa nei binari della crisi e della recessione. Cosa succederebbe, invece, se ognuno di noi perdesse qualche minuto prezioso per raccontare qualcosa di bello, qualcosa che lo ha appassionato, qualcosa che lo ha emozionato? Continuiamo a dire che nulla, nella decadenza contemporanea, può stupirci più, ma, in realtà, l'uomo è nato per meravigliarsi, per guardare l'ambiente circostante, senza smettere di farsi domande e scoprire, spesso, come ci sia più gusto nel porsi interrogativi, che non nel rispondersi. Perché, allora, non prendersi qualche minuto, in treno, per appoggiare la schiena allo schienale ed osservare un sole nascondersi nelle montagne o le onde infrangersi contro una spiaggia ancora deserta? Certo, all'apparenza sembra meno interessante, perché ormai ci siamo abituati a  ricordare gli innumerevoli ritardi di Trentitalia, a lamentarci per la scortesia degli altri passeggeri e a sbuffare frequentemente pensando a quante ore ancora ci aspettino. Eppure, è proprio un gesto così semplice, così puro nella sua ingenuità, a poterci ridare, anche se per pochi minuti, quel sorriso che, magari, latitava da tanto sulle nostre labbra, una gioia inebriante ed appagante di cui siamo sempre alla disperata ricerca. Mentre ci angustiamo, mentre siamo chini a curarci di noi e guardare solo alle nostre quotidiane disavventure, il mondo, là fuori, continua: il sole continuerà sempre a tramontare con la sua bellissima luce arancione, le montagne innevate continueranno a stagliarsi in lontananza, il mare continuerà ad abbracciare il cielo azzurro in un nodo inscindibile. E se questi spettacoli, invece di scomparire, sono ancora vicini a noi, davanti ai nostri occhi un po' disattenti, perché non ne siamo grati? Perché continuiamo a parlare di crisi, invece di parlare di luci, colori, emozioni?

    Tutti hanno paura della recessione, della disoccupazione e della precarietà, con dei motivi troppo validi per essere respinti, ma c'è un altro bene, assai più grande, che nessuno di noi sembra abbia timore di perdere o sembra ricordare nei suoi pensieri: la passione. La passione è la forza che continua a spingere ancora questo mondo, pur con le sue storture e i suoi stanchi ingranaggi: è la passione del falegname che intaglia nel suo legno e lo sente vivo al suo tocco, è quella dell'insegnante che, nonostante lo abbia ripetuto milioni di volte, continua ad emozionarsi leggendo per i suoi alunni la storia dell'Innominato, è quella del ballerino  a cui bastano poche note per sentirsi bene e lanciarsi nella pista, incurante dei giudici pronti a misurarne minutamente ogni movimento. Siamo noi a non darle mai spazio, a trascurarla sempre nei nostri discorsi, a fingere che non esista e che, nella vita, sia il guadagno o l'avidità a spingerci. Eppure, la crisi vera sarebbe questa: non incontrare persone dallo sguardo sognante, con gli occhi vivaci ed il sorriso evidente, perché certe di aver trovato uno scopo, una intima ragione per alzarsi ogni mattina ed affrontare continue sfide e prove. E mentre tutti controllano strani indici numerici ed urlano alla perdita di valori, io sento la speranza, sento la gioia di essere viva e di sapere che, ancora oggi, ognuno di noi può fare la differenza ed accendere il mondo di bellezza e luce. Perché la passione non è morta, ma, anzi, scorre veloce nelle nostre vene e, finché ci saranno scrittori ispirati, medici devoti alla loro causa o maestre contente dei progressi dei loro bambini, nessuna crisi potrà davvero fermarci o farci desistere dall'amare questa vita.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/04/e-tempo-di-passione.html

  • Come comincia: Quest'oggi, un bellissimo sole si staglia su un cielo senza nuvole: è difficile dover radunare le proprie cose, preparare i  bagagli e correre in stazione per prender il treno. A volte, basterebbe davvero così poco per essere felici: già appoggiarsi sul davanzale della propria finestra e vedere la città attraversata da questa luce calda e avvolgente riempiono il proprio cuore di gioia più di quanto si possa dire. Sembra, per un momento, che tutto il mondo si sia magicamente arrestato, che nulla di brutto possa davvero accadere per interrompere questo piccolo, meraviglioso spettacolo. Ma, soprattutto, si sente
    quel calore, quel tepore diffuso dai raggi del sole che accarezza la pelle e pare darle una luce nuova, con il suo tocco tenero, ma deciso. Mi ricordo che, da bambina, dopo ore trascorse in spiaggia, fra giochi e bagni in mare, senza fermarsi un attimo, mi avvicinavo il braccio al naso e sentivo un profumo diverso, inebriante:  con quell'odore, ad occhi socchiusi, ripercorrevo la mia giornata e riuscivo a percepire, anche di sera, la fragranza della salsedine, unita al calore della pelle esposta così a lungo alla luce del sole, formando un connubio meraviglioso e , per una bambina come me, irresistibile.
    Crescendo, ho imparato a ripetere questo gesto meccanicamente, quasi per rispolverare una cara abitudine della mia infanzia, di quell'età per tutti dorata e persa in ricordi puri ed immacolati, proprio come un cielo terso in Aprile. Ora, però, se anche lo stupore non è più lo stesso di fronte a gesti come questo, è nata una nuova, più grande consapevolezza: abbiamo ancora bisogno di calore e non solo quello di una bella mattinata di primavera. Ciò di cui abbiamo bisogno, davvero, è del calore delle persone, dei nostri simili, di chi ci circonda. Pensiamo sempre che il nostro tempo sia prezioso e che, nella tortuosa gincana della giungla metropolitana, poco tempo sia rimasto per fare una sana chiacchierata, per rivedere il compagno di banco del liceo o per  concedersi un buon caffè con un amico caro. Amiamo circondarci di SmartPhone, Tablet, WhatsApp e Social Network, pur di sentirci parte di un grande flusso globale, quando in realtà, prima di andare a dormire, fissando per lunghi minuti il soffitto, sentiamo che, nonostante tutto, siamo soli, vuoti e, forse, anche nudi davanti a noi stessi. Crediamo di avere qualcosa di ben più importante da fare o che, forse, le gratificazioni del lavoro possano supplire alla mancanza di avere persone disposte ad ascoltarci. Ci diciamo che va bene così, che in fondo siamo tutti venuti al mondo da soli, con le nostre forze e che, con le nostre stesse forze, dobbiamo lottare, ogni giorno. 
    Quanto mentiamo a noi stessi, quanto andiamo contro ad una delle più grandi verità di questa terra: l'uomo è fatto per parlare, per condividere il suo viaggio e la sua vita con i propri simili. Come faccio ad esserne così sicura, a pretendere di aver capito, poco più che ventenne, come funzioni la vita? 
    Da due eventi, semplici nella loro essenza, ma entrambi importanti per capire, sentire come sia solo questa la strada giusta. Ieri, ho ascoltato un amico: l'ho ascoltato mentre, casualmente, la nostra conversazione toccava tematiche importanti e , senza nessun preavviso, si soffermasse su di lui, su un evento del suo passato che ancora lo lasciava stupito, se non amareggiato. Vedevo la sua timidezza nel mettermi a conoscenza del suo profondo rammarico, ma allo stesso tempo, il sollievo nel dare sfogo, nel nominare, anche se per pochi minuti, quel piccolo dolore accantonato in nome della quotidianità, della routine, dell'andare avanti ad ogni costo. Mi sono intrufolata in punta di piedi nella sua vita, cercando di dimenticare la mia storia ed abbracciare la sua visuale, di far mia la sua delusione. Eppure, non ho permesso che tutto ciò scemasse in un repertorio di brutti ricordi: ho cercato di confortarlo, di rincuorarlo non con parole di circostanza o con frasi stereotipe, ma mostrandogli qualcosa di me, regalandogli qualcosa di mio in cambio. Decisi di raccontargli una mia esperienza, molto simile alla sua, e quanto io ne avessi tratto per essere migliore, per non farmene fermare: ho semplicemente condiviso con lui qualcosa del mio profondo, qualcosa del mio io e ho cercato di infondere in lui la stessa speranza, lo stesso entusiasmo con cui ho superato il mio impasse, pur con le stesse paure ed incertezze. Bastavano i suoi occhi per capire che la mia mossa avesse colto nel segno: ora erano accesi, ridenti, non più velati della stessa malinconia di prima ed il viso aveva anche il suo solito sorriso spuntato nelle labbra. Certo, una bella chiacchierata a cuore aperto non modificherà quanto è successo, non toglierà a lui il suo dolore, come non annullerà le mie cattive esperienze: eppure, è bastato ascoltarsi un po' e condividere la propria vita per sentirsi meno soli, più vicini, più sereni. E come si può barattare questo, cosa può sostituire il calore umano di un abbraccio sentito o di una stretta di mano decisa? In quel momento, una mia parola ha potuto fare la differenza, un gesto così piccolo come un sorriso ha dato qualcosa di prezioso a qualcuno che ne aveva bisogno, pur senza averlo specificamente chiesto. Questo è il potere della condivisione, dello stare in mezzo agli altri ed irradiare la gioia e la speranza, anche quando sembra che non possa esserci più nulla da fare, anche quando tutto sembra perduto. Ma, ci si potrebbe chiedere, perché dovremmo disperdere nostre energie nel farlo? Che senso avrebbe aiutare altre persone, se ciascuno di noi è così diverso e ha compiuto esperienze totalmente differenti? 
    Professor Lamberto MaffeiA questa domanda, risponderò grazie alle parole di qualcun altro, che mi ha fatto indirettamente capire come questa sia la strada giusta. Questo tale non è una persona qualsiasi: sto alludendo al professor Maffei, presidente dell'Accademia dei Lincei, nonché neuroscienziato di fama mondiale, con un curriculum troppo lungo per essere anche solo ripercorso in breve. Ebbene, questo uomo, così famoso eppure così umile e pronto ad ascoltarci, ha concluso il suo intervento, quest'oggi a Trento, con una bellissima frase: il cervello umano ha bisogno di stimoli, ha bisogno di un ambiente recettivo in cui svilupparsi, altrimenti muore. Di primo acchito, sembra un'affermazione perfino ovvia e scontata, ma, in verità, mentre la annotavo  velocemente fra i miei appunti, ne ho percepito davvero la portata e l'effettivo significato : ognuno di noi può stimolare, incuriosire ed affascinare gli altri molto più di quanto si crede. Ognuno di noi può fare qualcosa di speciale e divenire un esempio per tutti gli altri. Ognuno di noi può venire in questo mondo ed inciderlo profondamente, perché ne abbiamo tutti gli strumenti e la forza. Siete ancora scettici? Le ricerche del professor Maffei lo comprovano: alcuni anziani, con i tipici segni iniziali della demenza senile, se opportunamente coinvolti in una terapia comprendente attività mirate e coinvolgenti, hanno presentato un ritardo significative nell'insorgere dei sintomi più gravi. E sapete quale è stata una delle attività offerte al suo interno?? Proprio l'ascolto, il confronto con l'altro, il comunicare insieme. Non credo ci sia nulla di casuale in tutto ciò, ma anzi la conferma di quanto sospettavo da tempo: la parola è un motore grande, immenso, le cui potenzialità sono spesso taciute, perché non sempre è facile buon uso e non sempre i contenuti da affidare all'altro sono facili, semplici o piacevoli.  E se tenessimo più a mente che anche una macchina potente come il nostro cervello ha bisogno di stimoli, di aprirsi all'esterno e alle sue molteplici possibilità, perché la solitudine e l'isolamento non fanno altro che minarne lo stesso funzionamento, forse davvero carpiremmo l'elisir di lunga vita. Perché la vita è questo: una lunga, sorprendente serie di suoni, immagini, parole che si incrociano inestricabilmente con altre combinazioni, per creare qualcosa di diverso, ma pur sempre meraviglioso.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/04/parole-che-si-incrociano-di-cecilia.html

  • Come comincia: In questo mondo, poche meraviglie possono davvero eguagliare l'entusiasmo, la passione, quel fuoco interiore per cui, la mattina, nonostante il suono stridulo della sveglia ed il caldo accogliente delle coperte, si aprono gli occhi e ci si mette comunque in moto, determinati e consapevoli. Realizziamo subito che dovremo correre, districarci in un tortuoso slalom fra impegni e appuntamenti, cercando a fatica di non essere fagocitati da incombenze che sembrano solo aumentare, ma, in fondo, tutto questo non può limitarci, non può impedire al nostro sorriso di spuntare, di illuminare il nostro viso o gli occhi stanchi per le poche ore di sonno. Ecco, senza che ce ne rendiamo davvero conto, il nostro piccolo miracolo, la chiave di volta per la felicità: sapere ciò che più amiamo e dedicarvi tutte le nostre forze, ogni nostro più minuto pensiero. Cosa potrebbe, in fondo, eguagliare una spinta, un desiderio così intenso, per cui si è disposti a varcare ogni sera la soglia di casa a passi lenti, ma con un segreto compiacimento, una remota sensazione di essere nella giusta direzione?

    Sembra una domanda retorica, ma in fondo molti di noi saprebbero avanzare una risposta: la giovinezza. Quei vent'anni di nottate in bianco, di avventure indicibili con gli amici, che scolorano presto nei ricordi, quell'energia che gli "adulti impoltroniti" rimpiangono, quasi fosse un perduto elisir, sembrava già agli antichi quanto di più vicino ci fosse al segreto dell'immortalità. E, forse, essi non erano così lontani dal vero: ci chiediamo spesso cosa potremmo ancora fare, se avessimo di nuovo quegli occhi vispi e mai sazi di esplorare, quel corpo in continuo movimento, quelle occhiaie appena visibili, che tradiscono le maratone di studio delle notti precedenti, quella sconsideratezza e temerarietà che, talvolta, può consegnarci i nostri più grandi successi. Ora, pensate ad unire questi due portenti: l'entusiasmo per ciò che più amate fare, abbinata alla selvaggia bellezza dei vostri vent'anni, tutti ancora da vivere. Crederete di aver scoperto una miscela potente, inarrestabile e avrete ragione: con il rosso Ferrari della nostra passione ed un pilota assetato di vittorie come il nostro impeto giovanile, come arrestarsi?  Il gran premio è cominciato e  i giri di pista, seppur faticosi e sempre a rischio di sorpassi, si susseguono vorticosi e ci spingono ad arrivare al traguardo, pregustandone il trionfo. Eppure, anche in una corsa come questa, dove il motore non sembra mai esaurirsi, fino a che la nostra volontà di andare avanti e di pensare in grande ci spingono a premere energicamente quell'acceleratore, ci sono diversi pit-stop, interruzioni, che abbiamo imparato a chiamare, con l'esperienza, intoppi. 
    Il guaio è che, proprio ai box, non troveremo sempre il sorriso gentile di chi ha preparato la Ferrari, lo sguardo convinto di chi crede nella nostra vittoria e già vede la bandiera sventolare per noi: la vita, grande maestra, ci ha dimostrato più volte che, sotto il casco o la tuta del compagno di corse, potrebbe nascondersi proprio il seminatore del dubbio, il polemico cronico, l'invidioso attento a non essere scavalcato e a non farsi sorpassare. Certo, con un casco così stretto e dalla visiera così rigida, sembra difficile poter spaziare, poter assaporare il gusto di traguardi inaspettati e di vittorie incerte fino all'ultimo: eppure, vedere poco non è mai stato un valido pretesto per non chiudere gli occhi e sognare di più. Ed il non saperlo fare, il non capire quanto l'immaginazione sia più efficace di gomme adatte al bagnato, o motori di ultima generazione, non deve essere nemmeno un buon motivo per trattenere il pilota e distoglierlo dalla sua corsa. Figurarsi, poi, nel caso di un pilota un po' ribelle, curioso ed impaziente di stringere quel trofeo, come il nostro ventenne: fatica sprecata, visto che la sua benzina scorre nelle sue vene, nell'adrenalina che lo invade ogni volta che sente di essere nel posto giusto, al momento giusto. 
    Ora, abbandonate gli esotici circuiti di formula uno, sparsi fra mete da sogno e deserti afosi, per tornare alle nostre vie, ai centri storici illuminati dal timido sole primaverile, alle strade dal traffico congestionato: scorgerete quel pilota nel volto di tanti ragazzi, magari con lo zaino in spalla, con un libro sotto il braccio o con un biglietto aereo verso un paese remoto nella mano. Sono quei ventenni fortunati che incidono la loro vita e stanno cominciando il loro gran premio, alla ricerca di una vittoria tanto agognata fra curve strettissime e prove interminabili. Sono quei giovani che sapete di temere, perché non avete mai visto nessuno con quel fuoco interiore, con quella caparbietà, con la testardaggine di andare oltre la stanchezza, il sonno, la fatica per cercare "di più". Sono quei ragazzi che sfiorano il segreto dell'invincibilità, che si sentono quasi dei titani e tengono il mondo a portata di mano, perché sentono, nel profondo del loro cuore, che nulla sia poi davvero "lontano". 

    Perciò, la prossima volta che vedete uno di loro, che lo accogliete nei vostri box per una sosta tecnica, per una riparazione o per una revisione, ricordatevi del dolce miracolo davanti a cui vi trovate. Ricordatevi dell'importanza di ciò che state facendo e di averne cura, come se maneggiaste un oggetto prezioso e delicato, invece di sminuire quel giovane pilota per rinforzare la vostra consapevolezza un po' ingrigita dalle difficoltà della vita. Ma, soprattutto, ricordatevi che aggiungere curve tortuose o sabotare le gomme non porrà mai fine al gran premio, ma, anzi, renderà quella corsa ancora più emozionante. E che quel pilota, su cui avete visto riflesso i vostri rimpianti e le vostre frustrazioni, guarderà proprio voi, dal podio, mentre stringerà il suo trofeo, dedicandovi la sua vittoria.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/03/non-calpestateci-i-sogni-di-cecilia.html