Racconti su Aphorism.it

username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

Prima Precedente 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22  ... Successiva Ultima 
  • sabato alle ore 6:08
    Il tempo dei ricordi
    Come comincia: Nel mio ampio tempo di vita, ho preso per la coda l’ottocento, nei suoi costumi, nel modo di vivere. La considerazione dell’oggetto comune in se, non è stata, nella mia prima infanzia, quella dei nostri tempi attuali. La sporificazione degli oggetti, il suo moltiplicarsi in maniera esponenziale, è iniziata, lentamente, nel dopoguerra, con l’introduzione di nuovi materiali industriali. La plastica ha proliferato l’oggetto singolo, tanto da far rispondere, pochi anni fa, ad un antropologo, alla domanda: -” Come identificherebbe questa nostra civiltà?” - con una definizione quanto mai pertinente: - “La civiltà degli oggetti” -. Ma è indubbio che la quantità abbia inflazionato il valore del singolo oggetto, che si da all’acquirente, in una vasta ed ampia gamma di modelli e di prezzi. Perché vi parlavo di ottocento, perché ho visto, nella mia infanzia, oggetti singoli, attesi nelle famiglie, ereditati, conservati con estrema e devota cura. Non dico che si attendesse la morte di un famigliare per catturarne il suo orologio, ma alla morte, quell’orologio diveniva terreno di dispute feroci. Le forbici da sarto di nonno Angelo, che fra l’altro era avvocato, non ho mai saputo da chi arrivassero. Furono oggetto di culto. Conservate da lui, al piano superiore di villa Adela, scendevano sul tavolo di marmo della cucina per l’annunciata operazione di “taglio” della stoffa, da parte di nonna Amina. Aperto l’astuccio di pelle nera, in un abbaglio di velluto azzurro, le forbici comparivano, a me bambino, nella loro sfavillante magnificenza. Più grandi delle normali forbici, avevano una forma allungata, quasi a somigliare a due lame di spada congiunte. Ma ciò che mi affascinava era quel suono, una nota sottile, quasi di violino, quando, nonna iniziava a tagliare la stoffa. Quel procedere scivolando delle lame, senza intoppi, per la magia del taglio netto, emettendo come un soffio, un ansimo di piacere. Il momento lo vedo nei suoi particolari. E’ una piccola sequenza indelebile, dopo decine di anni di vita. Nonna esce dal quadro, forse dalla camera. Non ne avverto la presenza. E’ il momento atteso, l’opportunità di trasgressione offerta. Prendo le grandi forbici con due mani, le passo sul lembo della stoffa e l’addento tra le due lame. Ora volo, zigzagando per il tavolo. Riecco quel suono, quel soffio di cui, ora regolo le modalità. Un piacere immenso, indelebile, tanto che le botte, che sopraggiunsero, non le ho memorizzate, che con un’assenza, un buio nella memoria. Ma so che arrivarono, senza cancellare il piacere di quell’attimo.

  • sabato alle ore 0:55
    Fiori Cromati
    Come comincia: DATA: SCONOSCIUTA
    UBICAZIONE: SCO fffffzzzz.
    STATO NAVICELLA: DANNEGGIATA, RICHIEDE PESANTI MISURE DI MANUTENZIO fzzz....
     
    L'atterraggio sul pianeta si rivela più difficile del previsto. I retrorazzi, lo stabilizzatore, i sensori geotermici, i sensori climatici non rispondono. Eseguo le manovre alla cieca, affidandomi agli schemi di pilotaggio registrati nella mia memoria. Riesco a mantenere integra l'astronave, ma dubito possa avere energia a sufficienza per ripartire nello spazio.
    I land-voyager con sensori automatizzati escono per esaminare lo spettro atmosferico. Mi rimandano il loro referto in  pochi minuti. Ossigeno per la gran parte, anidride carbonica molto al di sotto dei limiti, azoto, ed altri gas innocui.
     
    Decido di uscire personalmente. 
     
    Il suolo è compatto, non presenta dislivelli elevati, la visibilità è ottima. Riesco chiaramente a vedere una distesa montuosa in lontananza.
    La distesa è illuminata da un grande sole, simile al nostro. Registro la temperatura con l'attrezzatura della mia tuta; 25 gradi. Sembra ci sia una regolare attività magnetica, riesco a determinare il Nord, il Sud, L'Est e l'Ovest. Dal mio atterraggio ad ora ho notato che la rotazione è la medesima terrestre come lo sono le dimensioni del pianeta stesso.
    Questo mi garantisce altre otto ore di luce naturale, poi dovrò utilizzare quelle artificiali, considerando che consumerò un maggior quantitativo di energia.
    Mi dirigo in direzione Sud-Est, verso quella che sembra in lontananza una macchia acquea.
    Con un pò di fortuna potrò ricavarne dell'idrogeno, per ricaricare il mio mezzo e le mie riserve, sempre non sia una sorgente di mercurio, inutilizzabile per me.
     
    Sono già due ore che cammino in direzione della distesa. Nonostante il cielo limpido posso sentire una forte folata d'aria. Ne registro la velocità con la tuta. Oscilla tra i 17 e i 20 nodi.
    Salgo sopra una collina per determinare meglio la distanza con la macchia acquea. Vedo che invece di una distesa marina, si rivela essere una fitta distesa di fiori. 
    I petali sono cromati e per questo ho avuto l'abbaglio fosse un mare. I fiori si muovono all'unisono imitando le onde e riflettono la luce del sole, creando fantastici giochi.
    Questo tuttavia non mi rassicura. Ho sprecato tempo prezioso alla ricerca di una fonte d'energia, mi ritrovo con dei fiori.
    Ormai decido di addentrarmi della flora del pianeta.
    Sono dentro alla macchia, ondeggiante, e raccolgo un esemplare. Provo a decifrarne il dna. Il casco non riconosce il 42% del fiore.
    Eppure dovrei provare qualcosa. Nei lunghi anni nello spazio sono stato chiuso nell'astronave, stretto e protetto tra le mie solide cognizioni. Il mio viaggio, scelto per un bene ultimo superiore.
    Sacrificato nel corpo, decisi di sottopormi ad una operazione di total building.
    Mi hanno trasformato in un cyborg, aggiunto sensori sosfisticati e precisissimi, mantenendo il mio libero arbitrio, caricando memorie di enciclopedie, schemi tattici e i ricordi della mia vita da umano. Pochi terabyte della mia vita a dire il vero, molti per il dolore della lontananza li ho cancellati dopo anni di viaggi interstellari.
     
    Ora mi ritrovo a stringere un fiore cromato, e nonostante i sensori non riesco a coglierne la delicatezza. Non riesco a coglierne il senso. Perchè questa distesa di fiori su un pianeta senza esseri viventi? Nemmeno un insetto. Per chi sono stati creati questi fiori dalla bellezza unica se non possono essere ammirati da alcuno?
     
    Forse per adornare all'infinito la tomba di un robot.

  • sabato alle ore 0:24
    IL GIARDINO ZEN
    Come comincia: Si sedeva in un angolo ed iniziava a rastrellare. Lentamente, minuziosamente, con quel piccolo pettine affondato nella sabbia bianca ed incontaminata che per lui sapeva di casa. Le pietre tutte al loro posto, tutte pettinate seguendo lo stesso verso. Al centro, la piccola fontanella dall’acqua limpida non variava il suo ritmo, frutto di un effetto ottico. Giorno dopo giorno, ripetere gli stessi gesti metteva tranquillità. Così lo aspettava, seduto sulla sua sedia di paglia, all’ombra del giardino, nel punto in cui il glicine creava una chioma viola e profumata che sapeva di fresco. Lui gli aveva insegnato a non avere fretta. Gli aveva promesso che sarebbe tornato presto, e gli aveva dato quella piccola, preziosissima scatola di pelle nera. - E’ un giardino Zen tascabile, papà - gli aveva detto. Il vecchio non aveva mai visto nulla del genere prima, e forse i suoi occhi si erano riempiti di stupore, quando aveva aperto quel dono. - Vedi papà, serve a rilassarti – aveva detto suo figlio – puoi rastrellarlo ogni giorno, puoi tenerlo in ordine. Il segreto è andare con calma, piano, piano. Bisogna avere pazienza -. E la sua mano aveva preso quel rastrello in miniatura, e aveva iniziato a tracciare delle linee tutte uguali in mezzo alle pietruzze. - Così, vedi ? -. Il vecchio lo aveva guardato ed aveva annuito. Pensò che sarebbe servito ad ingannare il silenzio dell’attesa. Partì quel suo figlio, per l’importante missione in Medio Oriente alla quale era stato destinato, per una città lontana dove c’era ancora la guerra, il cui nome il vecchio non riusciva nemmeno a pronunciare. - Io torno presto, papà- gli aveva detto – tu aspettami e cura il mio giardino-. Non aveva fatto altro, il vecchio, da quel giorno aveva stretto a sé quella piccola scatola, come contenesse il più importante dei segreti. E quando chiudeva gli occhi, poteva vedere la mano forte del figlio che si serrava sulla sua, e tutte e due insieme, su quel piccolo rastrello – Si fa così, papà-. Era come un’eco. E il vecchio aveva imparato. Il giardino era impeccabile, e lui rilassato, ogni giorno sempre di più. Sapeva che il figlio sarebbe tornato, glielo aveva promesso. Abbaiarono i cani, in una giornata fredda, quando era ormai inverno. Il vecchio sedeva vicino al focolare, e comprese. Si alzò dalla sua sedia di paglia, lentamente. Lasciò cadere dalla mano il piccolo rastrello. Le pietruzze si sparsero sul pavimento ruvido, di assi. La fontanella si ruppe in due tronconi, mentre la scatola cadde sotto al tavolino. Con pazienza andò alla porta, quando sentì avvicinarsi un’automobile in giardino. Non attese neppure che suonassero, ed aprì. Doveva avere una faccia rilassata, seppur di pietra, anche quando vide i due uomini in uniforme che gli si presentarono davanti. Guardò il cielo, grigio ed uniforme, e pensò che c’era aria da neve. Secco e striminzito, il glicine aveva reclinato i suoi rami, mentre il vecchio realizzava che ormai non c’era più fretta alcuna.

  • venerdì alle ore 14:16
    Camera a Specchi.
    Come comincia: Camera a specchi, e i giganti tristi perché non riusciranno mai a trovare la fidanzata.
    Forse era un incubo, ma c’erano quattro giudici a guardarci senza parlare, erano li che ci guardavano e bevevano acqua minerale, ci osservavano da fuori, su dei monitor in bianco a nero.
    Ci era sembrata una bella idea chiudersi in questa stanza chissà poi perché. c’èra un materasso per terra, poche riviste, vecchie musicassette uno stereo annoiato e un pavimento brutto ma essenziale.
    Fuori era estate ma a me non importava a noi non importava, noi stavamo qui su questo materasso. Avevamo deciso di morire, li in quella stanza che avevamo chiuso a chiave, li quell’estate  proprio quella estate calda e disperata. Quando decidere era facile, bastava soltanto fare quello che non avrebbero fatto gli altri. Ma poi gli altri chi ?. abbiamo vissuto tutta la vita non imitando gli altri senza neanche conoscerli.
    Siamo arrivati alla conclusione che Dio ci odiava lo abbiamo fatto bevendo Birra da una bottiglia marrone.
    La birra che a forza di parlare si è scaldata così tanto da diventare imbevibile e i nostri discorsi si facevano sempre più impastati e meno chiari. Finivamo la birra a piccolissimi Sorsi come se fosse indispensabile non buttarla via, come se da quella birra dipendesse tutto. Come se avessimo deciso di non sprecare neanche una goccia sebbene fosse imbevibile e fastidiosa. Avevamo deciso che Dio ci odiava e avevamo deciso di fare di tutto per andarglielo a dire in faccia.
    Quest’estate che non arrivava più.
    Sadismi. Incongruenza, fatti discutibili e discutibili forme. Amnesie volontarie.
    Gli specchi li abbiamo messi affinché sembri più spaziosa, per non sentirci oppressi da quattro mura, abbiamo deciso di farci opprimere da quattro specchi. C’è un lucernario sul soffitto da li entra la luce la luce che ci permette di vedere la polvere ballarci attorno quando ci muoviamo in maniera goffa e pesante. La polvere non perdona, le basta un sussulto per creare il caos.
    Noi e gli specchi, noi stesi su un lercio materasso ad aspettare, a guardare il sole che sorge e tramonta, noi a guardarci dentro gli specchi a leggere riviste vecchie e poco interessanti, a commentare sarcasticamente la batteria cartonate delle canzoni anni 80 mentre tu con una certa noncuranza mi dicevi che non avevo mai avuto amici per una mia inconscia scelta. Avevo te, ma non era la stessa cosa, tu stavi con me per necessità, perché non sapevi fare altro. Ci guardavamo negli occhi mentre lo dicevi, si guardavano negli occhi anche i nostri riflessi allo specchio.
    Sembravamo degli origami posati li per sbaglio con le gambe troppo lunghe e i pensieri troppo intorcinati per poterli esprimere veramente senza capirsi male, senza fraintendersi, senza litigare generando una rissa gigantesca e furiosa. spesso non capivo con chi stavo parlando, spesso non capivo se ero io o il me stesso dello specchio a parlare.
    Ingurgitavo zuppa fredda, perché va bene lasciarsi morire, ma perché farlo così velocemente ?
    Tu stavi li ad agitare il piede scalzo e sudicio, tu stavi li noncurante del sole che ti bruciava la fronte, eri li sdoppiata infinite volte, infinite per me, che ho sempre fatto fatica a parlare con più di una persona alla volta.
    Avevamo deciso di lasciarci morire e tanto bastava a noi due per sentirci con la coscienza a posto.
    Assorbendo noia, in quella stanza senza angoli. In quella stanza dove le parole sembrano gigantesche solo quando le pensi e le situazioni sembrano senza scampo quando ti capita di sognarle soltanto. A volte manca l’applicazione Pratica. se si vivesse di Teoria saremmo tutti perfetti.
    Vivendo attimo dopo attimo questa storia che non ha senso. Passivismo volontario. non avevamo bisogno di morire, solo che abbiamo deciso di farlo. Ci stiamo sforzando, ci esercitiamo tre ore per notte, poi facciamo ginnastica, poi torniamo a provare a morire. Lo facciamo per sentirci liberi. E poi ci abbracciamo fino a che il sole non fa capolino dal lucernario.
    “Ogni tanto ti sento piangere, vorrei darti la chiave, ma so che non la accetteresti. Da me non accetteresti nemmeno una caramella però hai accettato di farmi compagnia qui dentro, sei sempre stata una persona violentemente anarchica, questo mi  è sempre piaciuto di te, forse è l’unica cosa che mi è sempre realmente piaciuta. Per il resto ti ho sempre un po’ odiato ma sei sempre stata qui. Sei sempre stata la mia famiglia, non ho mai avuto altro che te, non ho mai conosciuto nessuno. Sei sempre stato un impegno troppo grande. Un giorno prima ti pettinavo i capelli e adesso siamo qui. Con un legame indissolubile  terrificante e dannoso.”
    c'è una Violenza singolare in certe parole, in certe azioni in certe note. c'è una violenza particolare che non lascia lividi ma solchi.
    Le notti cominciavano a non voler finire mai, dentro questa camera a specchi, spicchi di vita che ci raccontiamo per mantenerci sani di mente, per mantenerci vigili, mentre le forze mancano e le parole si fanno sempre più confuse e poco chiare. C’è solo voglia di arrivare al punto. di finirla li. di avverare questo sogno senza senso.
    A volte la fine è più vicina di quanto sembra, che poi se ci pensi bene  la Fine la vedi una volta sola nella vita per cui anche se dovessi vederla prima comunque non la riconosceresti mai.
    Di che umore sei oggi ? <<come ieri stupido>>
    Quanti giorni sono passati ? ho contato dodici tramonti, ho contato dodici tramonti ma forse non ricordo bene.  Ma la fine non arriva ed entrambi siamo stanchi di aspettarla, ci specchiamo involontariamente e ci sentiamo ridicoli.
    Abbiamo fatto un patto resisteremo venti tramonti ancora e poi andremo via.
    Di che umore sei oggi ? stavolta nessuna risposta.
    Diciassette tramonti e siamo ancora Vivi, certo malandati ma vivi. Chissà cosa è successo la fuori. che domanda curiosa che mi sono posto quando potevo vederlo non mi importava e adesso voglio assolutamente sapere cosa è successo.
    Diciannove Tramonti e siamo sepolti dall’immondizia il piano era diverso, dovevamo essere già morti.
    Venti tramonti e decidiamo di uscire fuori, a malapena stiamo in piedi. Abbiamo provato a morire ma abbiamo fallito. Ci abbracciamo forte e forse non vorremmo più vederci. Il mondo qui fuori è come è sempre stato. Caotico, confuso, rumoroso.
    Restiamo abbracciati ancora un po’ dimagriti dentro le nostre felpe, la gente passa ma non ci guarda, nessuno sa del nostro tentativo fallito. Per il mondo eravamo già morti. O forse nemmeno mai esistiti veramente. Sei così bella, così smunta e pallida. Non sorridi non ci pensi nemmeno. Ti calzi il cappuccio sulla testa e vai via. Non ci rivedremo mai più. Di noi resteranno solo i riflessi nello specchio. Di noi resterà questa folle idea che nessun altro a parte noi due conosceva.
    Volevamo morire e siamo stati condannati a vivere. Avevamo deciso di morire ma ci eravamo dimenticati di studiarci un piano. Ci siamo limitati ad aspettare.
    Ci riproverò la prossima volta, chissà cosa è successo in questi trenta giorni in cui non sono morto.

  • venerdì alle ore 8:29
    L'intervista
    Intro: Intervista quasi immaginaria di uno dei tanti lavoratori che per difendere il posto di lavoro si inventa di salire sui tetti, sulle torri, sulle gru, sulle ciminiere.
    Come comincia: Come dice? Sì, sì. Siamo saliti in tre sulla torre nottetempo portandoci negli zaini tutto quello che poteva esserci utile per i primi giorni: acqua, cibo, un po’ di farmaci essenziali, tenda, i materassini, i sacchi a pelo, la mazzetta e i lunghi chiodi di acciaio per fissare la tenda al terreno in cemento, teli di plastica.
    Sì, non l'abbiamo detto a nessuno, a scanso di equivoci, perché non volevamo che questa nostra iniziativa potesse essere bloccata. Non c'era più spazio per le manfrine.
    Ora questa forma di lotta è stata riconosciuta come propria e appoggiata dalle rappresentanze sindacali e qui sotto c'è il presidio quotidiano degli altri lavoratori.
    Chi siamo? Io mi chiamo Mauro, sono il più anziano, ho 59 anni. Ne ho fatte di lotte, sa? Ne ho di chilometri nelle gambe, se penso a tutte le manifestazioni a cui ho partecipato. Me ne sono perse poche.
    C’è poi Alfredo, il più giovane, ha 33 anni. E’ il più incazzato e il più libero di noi. Potrebbe andarsene, non ha obblighi, ma ha deciso che starà qui fino alla fine. Quindi, c’è Sergio che ha 48 anni, è il più inguaiato di tutti, ha moglie e figli e non sa che pesci pigliare. Certe volte lo vedo piangere e sbattere la testa contro il cemento della torre. È il candidato giusto per fare harakiri.
    L'acqua e il cibo adesso li tiriamo su con la corda  e così facciamo scendere i nostri “scarti”. Beh, sì. Intendo i rifiuti in genere, anche quelli nostri. Beh, non è piacevole soddisfare quel tipo di bisogni, la roba grossa la facciamo dentro la carta di giornale che stendiamo per terra e poi raccogliamo dentro sacchetti di plastica. La pipì, invece, la facciamo dentro le bottiglie. Sembra di essere in guerra. E, in effetti, siamo in guerra.
    Di notte fa freddo ma cerchiamo di scaldarci stando uno a ridosso dell'altro. Abbiamo tirato su delle nuove coperte ma si dorme per stanchezza, più che altro. Stanchezza fisica e di testa.
    Cosa ci pesa di più? Difficile fare una scelta. Molte cose, dovrei mettermi a farle un elenco. Ci pesa essere costretti a vivere come bestie. Ad esempio, per nostra dignità, abbiamo deciso che ci saremmo lavati. Non dico ogni giorno ma abbastanza spesso da non urtarci l'un l'altro. Per rispetto l’uno dell’altro. Abbiamo costruito una rudimentale doccia, con pezzi di legno, dei teli di plastica e una pentola coi buchi come quelle per fare le caldarroste. Per il freddo, stringiamo i denti e ci laviamo alla svelta ma dopo stiamo bene, ci sentiamo a posto, come persone civili. Io no perché ho la barba ma Alfredo e Sergio si radono quasi ogni giorno.
    Abbiamo anche un posto per accendere il fuoco e quindi c’è se si vuole  l’acqua calda o tiepida perlomeno. Il fuoco serve per scaldarci quando ci mettiamo lì a contarcela su o per gioco alziamo gli occhi al cielo e cerchiamo di riconoscere le stelle. Sapesse in certe sere quante ce ne sono, sembra di essere in montagna.
    Con i mattoni che abbiamo tirato su con la corda abbiamo costruito una rudimentale turca, sotto tre teli che ci danno una parvenza d’idea di stare al cesso di casa nostra.
    Chi ci appoggia, mi chiede? Le istituzioni, i partiti, le organizzazioni sindacali… Lei qua mi tira per i capelli ma io non me li lascio tirare, a questo punto la diplomazia sa dove me la infilo? E poi, oggi, è come sparare sulla Croce Rossa, ché è molto difficile difendere queste realtà oggigiorno, diciamolo. Le istituzioni? Ci sono quelli che non si fanno nemmeno vedere, sono contro la nostra lotta per principio: noi siamo solo dei rompicoglioni. Altri invece si fanno vedere, rilasciano una bella dichiarazione, si fanno fotografare e poi chi li vede più.
    I partiti? Dio mio… i lavoratori sono stati cancellati da anni nella rappresentanza politica, non contano più nulla… Lo sa quanti operai ci sono oggi in Parlamento? Uno, sì uno. Messo lì perché non è bruciato vivo come i suoi sette compagni. Lo sa quanti operai c’erano nel parlamento italiano-sabaudo all’inizio del Novecento? No? Beh, glielo dico io: Uno! Servono commenti?
    Ne abbiamo fatto di strada, eh? Veniamo da lontano e andiamo lontano… Ci ho creduto tutta la vita, che cosa ci ho guadagnato?
    I sindacati? Esistono perché si occupano d’altro, sono diventati delle agenzie di servizio: la compilazione del 740, le pratiche legali con l’Inps, gli sfratti, l’assicurazione, i viaggi. Fra l’altro, spesso con poca professionalità e molta presupponenza. Fanno tutto fuorché quello per cui sono nati: tutelare i lavoratori, difendere il lavoro, lottare, contrattare.
    Uno dei tre firma tutto quello che gli propongono così dimostra che è lui che ottiene i risultati. Il secondo cerca di differenziarsi e poi si accoda come sempre. Il terzo si astiene, si ritrae, non firma. Ma le idee? Possibile che a inventare queste forme disperate di lotta debbano essere gli operai con le spalle al muro e il plotone di esecuzione davanti?
    Cosa dobbiamo fare? Suicidarci? Buttarci giù dalla torre?
    Nel 2012 sono morti 1180 lavoratori, sicuramente una cifra in difetto. 3 morti al giorno, uno ogni 8 ore, uno ogni giorno di lavoro. In questa misura, sono “omicidi sul lavoro”, non "morti sul lavoro". È un incessante tributo di sangue che non accenna a diminuire.
    Ci dovremmo accordare fra di noi e invece di ammazzarci in estrema solitudine - uno a uno, operai e piccoli imprenditori – trasformare  questa cosa in un fatto collettivo: in “suicidi di massa per assenza di lavoro”, alla maniera delle sette religiose. Questa sì che sarebbe una notizia, ma forse faremmo un bel favore a molti, non le pare?
    Se siamo qui sopra significa che le abbiamo provate tutte ma senza risultato. Salire qui era l’unico modo per ottenere un po’ di visibilità per fare cassa di risonanza alle nostre rivendicazioni. Ma anche questa forma di lotta estrema si sta usurando. Quante torri come questa sono cresciute, qua e là in tutta Italia, in questo lungo inverno sociale? L’unico modo per finire sulle pagine dei giornali, nei notiziari televisivi ma poi non è nemmeno vero che finisca così perché fra i tanti funghi cresciuti sono sempre gli altri a scegliere. Tanti funghi non fanno una primavera e nemmeno una notizia.
    Come stiamo in salute? Finora reggiamo, abbiamo un medico di fiducia che ci viene a visitare e perfino una psicologa. Ma non creda che sia tutto così semplice, è dura e nella testa ci vengono certi brutti pensieri.
    Come trascorriamo le giornate? Beh, c’è molto da fare. Parlare con i giornalisti come sto facendo adesso con lei. Tirare su le vettovaglie. Eseguire le corvèe. Fare qualche esercizio ginnico. Qualche volta giochiamo a carte, ma solo se siamo all’ultima spiaggia. Leggere.
    Cosa leggiamo? Sergio legge dei romanzi gialli e ama l’enigmistica. Alfredo amava i fumetti, una vera esaltazione, ma ora si è affinato: Per impulso della sua ragazza che è una disegnatrice si è appassionato ai romanzi grafici o fumetti d’autore. Sono molto belli, sa? Piacciono anche a me.
    Io invece mi sono preso il tempo necessario per leggere i classici, quelli veri. L’Odissea e I promessi sposi. Del Manzoni conoscevo già delle sue poesie e La storia della Colonna infame. Il suo romanzo me l’avevano fatto odiare alle industriali. Non l’avevo più ripreso in mano ma devo dire che a parte il suo messaggio cattolico e romantico è un gran bel libro. Ora ho capito cosa voleva dire con “aver sciacquato i panni in Arno”, lui ha aggiornato la lingua italiana passando dalla lingua rococò del Settecento alla lingua che tuttora adoperiamo.
    Di Omero cosa debbo dire? Quanti migliaia di anni sono che lo stiamo  leggendo e non ci stanca mai? E poi, la nostra lotta, non è in fondo una piccola Odissea?

  • giovedì alle ore 10:21
    Mulini a vento
    Come comincia: Notai che la pelle s’accapponava, mentre raccoglievo un’infiorescenza gialla dall’erba rorida d’un mattino di primavera.
    Affondavo nella terra molle, pregustando il calore di quel sole, promesso dalle fioche luci dell’alba. Il cielo di cera si scioglieva in suggestivi rivoli, formando impensabili arabeschi tra le nubi di madreperla.

    La spelonca dei raggiri grondava sangue incolore dalle pareti, incrostate di menzogna, e annerite dalla notte buia dell’ottusità. Miasmi mefitici si levavano tra gli esseri mostruosi, che la popolavano, mentre urla disumane echeggiavano in quel luogo senza tempo.

    La fine e l’inizio della mia esistenza erano lì, confuse ed irriconoscibili, dileggiate ed impotenti, in balia d’un destino irriverente e beffardo.

    Una luna nera ruzzolava verso un mare d’assurdità, melmoso ed agitato, pronto ad inghiottirla nei suoi abissi ripugnanti.

    La determinazione a farcela, nonostante tutto, l’impegno a superare se stesso ed i propri limiti, non avevano più ragion d’essere. La speranza era sprofondata insieme alla tenebrosa lanterna sferica, che abitualmente rischiarava il cielo notturno.

    Mi resi conto, allora, di vestire i goffi panni d’un anacronistico “Don Chisciotte”, d’aver lottato invano contro mulini a vento che, anziché grano, avevano sempre macinato illusioni.

  • mercoledì alle ore 10:27
    Poveri di cuore...
    Come comincia: Ho imparato nella mia vita ad avere sempre umiltà in tutto, non cedere mai in nessun compromesso, e perseverò sempre su questo, ma c'è gente che si attribusice meritocrazie, perchè ha più potenziale, perchè ricchi ma non di valori e ne di pensieri, ma ricchi di marciume, poveri di cuore, poveri di espressione e calore dell'anima. Io sarò povera di marciume e ringrazio Dio di questo e povera di grana in tasca, ma ho delle ricchezze che non si possono ne vendere e ne comprare: sono ricca di umiltà, di calore, colore ed espressione della mia anima...

  • martedì alle ore 2:55
    Musashi il ronin
    Intro: Un ronin è un samurai senza padrone.
    Edo è il nome antico della odierna città di Tokyo.
    Come comincia: Era una tiepida mattinata e nel villaggio a poca distanza da Edo si viveva in tranquillità.
    Un giovane ronin arrivò e affisse al centro della piazza un enorme pergamena. Tra i tanti presenti scattò subito una frenetica curiosità.
    Nel cartello era incisa una sfida "Io giovane Musashi, sfido i tre migliori combattenti di questa regione, per l'onore delle spade, per seguire il destino della Via. Per compiere questa grande impresa vi aspetto all'alba al colle con l'albero solitario. Ci saremo solo noi sfidanti, nessun testimone e il più forte tornerà da solo con le teste dei perdenti". 
    I contadini cominciarono a far passare la notizia di bocca in bocca, i pescatori mollarono le reti ed avvisarono i commercianti. La sfida giunse alle orecchie dello Shogun di Edo in persona, a quelle del capitano della sua guardia reale e al temuto samurai della cittadina.
    Ci fu un gran preparare nel restante della giornata, vennero lustrati i cavalli, sistemate le armature e le spade e si fecero preghiere propiziatorie per la vittoria.
    Intanto il giovane ronin si sistemò in una locanda dove cominciò a bere fino a notte tarda.
    Prima dell'alba un servo del locale si avvicinò al ronin per ricordargli la sfida. Musashi invece di preparasi chiese del tè. Pretese che venisse fatta tutta la cerimonia, molto lentamente e senza lasciar perdere nessun dettaglio. Finì che ormai era mattino. Allora il servo del locale lo avvisò che i tre sfidanti che avevano accettato la sua proposta erano già da tempo sul colle. Musashi incurante di ciò, chiese del riso che fosse cotto nel modo che voleva lui. Il cuoco della locanda provo quattro tipi di cottura diversi prima di riuscire ad accontentarlo. Nuovamente il servo tornò per ricordargli della sfida, ormai a mezzogiorno, i contendenti erano nervosi e alzavano la voce l'un l'altro. Ma questo non disturbò minimamente Musashi che nel frattempo volle ascoltare dei musicanti, chiedendo addirittura la stessa canzone tre volte. Era sera e nessuno osava pensare a quello che attendeva Musashi al colle, dove l'aspettavano gli sfidanti, ormai inferociti.
    Musashi in tutta tranquillità invece chiese del ramen e visto che era in serata, decise di accompagnarsi ad una donna, per poi sfinirsi col sakè. Ormai notte fonda il servo aveva rinunciato ad avvisare il giovane ronin.
    All'alba seguente, all'oscuro di tutti, Musashi era già in piedi. Si avvicinava ancora barcollante alla collina dell'incontro e ai suoi occhi si prospettò una scena indicibile. Il samurai del villaggio era morto finito dai colpi di lancia. Il capitano delle guardie era mutilato di una gamba e morto quindi dissanguato. L'unico ancora in vita, malconcio, era lo Shogun.
    Aveva la katana spezzata e perdeva molto sangue. Musashi a debita distanza estrasse la sua arma. Lo shogun allora sputò per terra sangue e urlò contro Musashi "Vigliacco! Ti abbiamo aspettato all'alba e non sei venuto, allora siamo rimasti qua tutto il tempo! Più aspettavamo il tuo arrivo e più ci vantavamo di essere i più forti! Dalle parole siamo passati alle offese e dalle offese alle armi. Io stesso ho ucciso il capitano delle mie guardie, ed esso ha eliminato il samurai! Ora tu arrivi ubriaco e addirittura il giorno dopo!" Ma Musashi rispose tranquillamente "E' vero ho detto all'alba. Ma non l'alba di ieri, ma quella di oggi!" e rapidamente si avvicinò allo Shogun e lo finì.
    Musashi torno al villaggio con tre teste e venne dichiarato il più forte guerriero.

  • lunedì alle ore 15:36
    Urban Peace
    Come comincia: M'incammino sulla strada , non ho fretta .
    Arrivo dove devo e la folla investe . Il vento si ferma e allora capisco . 
    Lascio la libertà ai passanti di sfiorarmi , lascio che guardino . Anch'io guardo con serafico distacco . Nessuna resistenza , né taciuti rimproveri .
    Il rumore delle macchine , la preoccupazione dipinta sui volti di quelli che incontro , i sorrisi . Il tempo non esiste , credo che gli alberi si sentano esattamente così : al loro posto , fermi nella giustizia dell'attimo presente .
    Il suono di bracciali delle donne avanti a me , come spose di Bali e il libro che stringo con una mano . Per un improvviso cambio di prospettiva ontologica , è il libro che legge me . Ogni parola , virgola , ritmo fanno da specchio . E la goccia del fiume fluisce così come deve essere .
    Ed è quindi una credenza autentica , superiore  quella della resa . Di riporre le armi , senza più toccarle .
    E' la bellezza di arrendersi ad una realtà denudata e leggera . Non resisto e non mi oppongo . Come esser seduti su un palloncino rosso che vibra dalle nuvole . 

  • Come comincia: "Ne ho trovato un altro, guarda mamma!" Il ragazzino era felice. Quella mattina presto era la sua prima uscita dal villaggio e si stava rivelando un successo. La madre si avvicinò a lui e con fare amorevole accarezzò il volto del figlio.
    "Bravo Raghandi. Se continui così tuo padre sarà fiero di te" In realtà in quel periodo era semplicissimo trovare quel tipo di frutti, ma la donna non voleva smorzare l'entusiasmo del bambino. A sei anni era pronto per diventare un raccoglitore. "Adesso è tardi, dobbiamo tornare al villaggio. Tuo padre e gli altri uomini saranno rientrati dalla pesca" il bambino non protestò e a passo veloce si avviarono sul sentiero che conduceva al villaggio, ma il fumo alto nel cielo e l'odore diverso dal solito, allarmarono la donna.
    "Raghandi, resta nascosto nel bosco. Vado avanti io" Il bambino si nascose, era abituato all'obbedienza. Il tempo passava, il sole si era alzato in cielo e adesso stava scendendo dietro gli alberi. La mamma non tornava e lui cominciava ad avere fame, tanta fame. In pochi attimi fu buio e il bimbo venne assalito dalla paura. Senza pensarci due volte, prese a correre verso casa.
    Trovò il villaggio che era un cumulo di macerie fumanti. Raghandi tese le orecchie ma non udì nessun rumore strano, solo lo sciabordio delle onde e lo scricchiolare del legno bruciato. I suoi occhi si erano abituati al chiarore della luna e adesso vedeva distintamente dei corpi appesi a dei pali sulla spiaggia.Si avvicinò per controllare meglio. Erano tutti mutilati in modo orrendo e puzzavano di carne bruciata; lui osservò con attenzione, per nulla intimorito da quello scempio. Tra i vari cadaveri riconobbe alcuni anziani e alcune donne, ma ne i suoi genitori ne i suoi fratelli erano tra le vittime. Aveva sentito parlare i grandi di brutti racconti che adesso erano davanti ai suoi occhi. Dal grande mare arrivavano delle barche gigantesche con a bordo persone cattive: bruciavano tutto e caricavano la gente su quelle barche come facevano i pescatori del suo villaggio con i pesci; nessuno faceva ritorno. La mamma gli aveva detto che il loro era un piccolo villaggio e nessun uomo cattivo sarebbe venuto a prenderli. "Forse la mamma si è sbagliata" fu il suo pensiero.
    Frugando tra le macerie trovò una cesta ancora integra con all'interno del pesce secco. Ne mangiò tanto da scoppiare, nessuno lo avrebbe sgridato. Adesso aveva sete e si incamminò verso il bosco, sapeva dove trovare l'acqua. Stava bevendo con gusto quando alle sue spalle sentì un rumore di passi, si diresse verso quel rumore con la speranza di incontrare qualcuno del suo villaggio.
    "E questo cos'è?" Ringhiò l'uomo verso il suo compagno.
    "E' un bambino, idiota" rispose l'altro.
    "Ammazziamolo"
    "No. Lo portiamo sulla nave, con gli altri." Il bambino era terrorizzato. Le due persone stavano parlando in una lingua incomprensibile. Avevano la pelle chiara, erano pelosi e puzzavano in modo orribile, dovevano essere gli uomini cattivi dei racconti. Lui non voleva andare su una grande barca e cercò di fuggire, ma fu tutto inutile, un colpo in testa e cadde svenuto.
    Tremava dal freddo e dalla paura. Non vedeva nulla, ma sentiva lamenti di vario tipo intorno a sé, la puzza di marcio ed escrementi era nauseabonda e preso dal terrore cominciò a piangere, in silenzio; si addormentò singhiozzando. Fu svegliato da urla feroci, il buio era meno intenso, filtrava della luce dalle fessure delle assi della stanza.
    "Hai paura?" Un uomo grande e grosso era sdraiato vicino a lui. Non parlava la lingua del suo villaggio, ma riusciva a capirlo e ancora tremante fece cenno di si con la testa. "Anche io, vedremo di sopravvivere, sarà un lungo viaggio."
    Infatti il viaggio durò parecchi giorni. Raghandi aveva stretto amicizia con quel gigante che lo proteggeva e lo aiutava in tutti i modi. "Hanno ucciso tutta la mia famiglia" gli raccontò un giorno "avevo un figlio piccolo come te, se vuoi posso essere il tuo nuovo papà" E così fu; Dwaigo divenne il suo nuovo papà. Durante la traversata del grande mare morirono parecchi compagni di viaggio, chi per gli stenti o chi ucciso brutalmente dai carcerieri.
    Quel giorno maledetto meno della metà dei prigionieri sbarcò sulla spiaggia, accolti da uomini armati che erano venuti a prelevarli per portarli nei campi di smistamento. Durante il viaggio Raghandi aveva appreso perecchie cose da Dwaigo, quelle persone li avrebbero venduti come schiavi nei mercati delle città.
    Il campo di smistamento consisteva in un recinto di legno su uno spiazzo di terra battuta. Lui, insieme ad altri bambini, venne diviso dal resto dei prigionieri e caricato su un carro coperto. Salutò Dwaigo con uno sguardo e l'uomo ricambiò con un sorriso; non si sarebbero più rivisti.
    Tutti i bambini urlavano e piangevano, ma lui no, Dwaigo lo aveva preparato. "Sarai preso con gli altri bambini e portato in un posto speciale, se sarai forte e resistente potrai sperare di cavartela." Lui era forte, avrebbe resistito e poi sarebbe scappato.
    Il destino decise diversamente; fu inserito in una comunità gestita da schiave nere che dovevano insegnare loro a vivere con i bianchi, in tal modo avrebbero potuto servire nelle tenute dei signorotti locali. I bambini credevano di essere fortunati perchè cosi evitavano il massacrante lavoro nei campi, in realtà il loro destino sarebbe stato peggiore di quello dei braccianti, soprattutto quello dellle bambine.
    Raghandi aveva delle doti particolari e la sua educatrice prese in considerazione l'idea di farne un vero servo da casa, non un semplice schiavo. Il tempo diede ragione alla donna, a quattordici anni Raghandi era un ragazzo forte ed istruito. Aveva già maturato delle esperienze in alcune case dei bianchi benestanti e adesso era pronto al passo finale; entrare ufficialmente al servizio di una famiglia di ricchi possidenti.
    "Signora, sarò all'altezza della situazione?" Grazie a lei aveva imparato anche la lingua dei bianchi.
    "Certo Raghandi, devi fare ciò che ti ho insegnato. Ricordati che sei uno schiavo e non devi mai, dico mai, controbattere un ordine dei tuoi padroni. Comportati bene e vivrai a lungo al riparo e con la pancia piena"
    "Non tornerò più al mio villaggio?"
    "Ragazzo, ti ho già spiegato come vanno le cose, nessuno di noi tornerà più indietro e moriremo tutti qui, da schiavi. Tu hai l'opportunità di vivere in maniera dignitosa, non sprecarla e ricordati di parlare la lingua dei bianchi in loro presenza, altrimenti penseranno male e saranno guai"
    Il ragazzo annuì, come sempre; ma non voleva credere che sarebbe morto lì, lontano dalla sua terra.
    La signora era riuscita a farlo entrare al servizio di una potente famiglia locale ma i primi tempi furono orribili. Non lavorava nei campi ma veniva trattato da schiavo ed umiliato tutti i giorni. Il padrone era un uomo duro che manteneva l'ordine e la disciplina a furia di frustate. Chi si ribellava veniva giustiziato senza pietà e i morti venivano rimpiazzati da nuovi schiavi. I tre figli erano peggio del padre e mantenevano uno stato di terrore in tutta la piantagione. Per tre anni subì angherie di tutti i tipi e più di una volta pensò di farla finita. Poi gli venivano in mente le parole della sua educatrice: "Ricorda che avrai sempre qualcosa da mangiare e potrai dormire al coperto. Se ti comporti bene avrai anche dei momenti di riposo, quindi sopporta e fai silenzio, sempre." E così faceva, anche se era difficile.
    Quella sera sentì delle urla atroci, urla di donna e contro ogni logica del buon senso uscì dal suo tugurio e si diresse verso la fonte di quelle grida che provenivano dal fienile ai margini delle stalle. Sapeva di rischiare la pelle, ma quelle urla lo avevano traumatizzato. Si affacciò da una porta laterale, facendo attenzione a non farsi scorgere e restò paralizzato dal terrore.
    I tre figli del padrone stavano seviziando in modo inumano una giovane donna di colore che poteva avere si e no dodici, tredici anni. Abusarono di lei in maniera indescrivibile, torturandola ed umiliandola in modo selvaggio e poi presero a picchiarla tanto violentemente che lei cessò di urlare. A quel punto uno dei fratelli fece cenno di fermarsi, la ragazza giaceva immobile. Adesso tutti e tre si erano calmati e stavano osservando quel corpo martoriato e udì chiara la voce del più vecchio dei tre "E' morta. Maledetta baldracca, è morta senza farci divertire fino in fondo" "Cosa ne facciamo del corpo?" Domandò uno dei fratelli "Buttatelo in mezzo al cortile, sarà di monito per tutti gli altri. Adesso andiamo a riposare, domani ci attende un'altra dura giornata"
    Raghandi era ancora immobile. Non aveva fatto nulla per evitare quel massacro e se anche avesse voluto sarebbe morto. Tornò al suo dormitorio con quella certezza, non avrebbe potuto far niente e si maledisse per essere uscito ad andare a controllare.
    Passò un altro anno. La scena di quella sera era indelebile nel suo cervello e aveva imparato ad assecondare i suoi padroni tanto bene che alcune volte si rivolgevano a lui senza insultarlo o malmenarlo.
    Poi avvenne il fatto che avrebbe cambiato la sua vita. Da alcuni giorni si era accorto che i padroni erano più eccitati del solito e facendo leva sulla sua posizione riuscì a raccogliere alcune notizie tra gli altri schiavi: Stavano per arrivare la moglie e la figlia del padrone e la fidanzata del fratello maggiore. La casa doveva essere preparata in modo impeccabile per l'evento e pur di evitare la frusta lavorarono tutti senza tregua, riuscendo a far apparire quella fattoria al pari di una reggia. Il padrone era soddisfatto e come premio decise di dare qualche chilo di pane fresco agli schiavi.
    "Non lo meritano papà, sono degli schiavi." Grugnì uno dei figli.
    "Certo, ma almeno domani quando arriveranno le nostre donne non voglio che abbiano l'impressione di essere capitate all'inferno. Poi, appena saranno chiare le cose, torneremo ai nostri metodi"
    "Sei un bastardo papà"
    "Lo so, grazie del complimento"
    Il carro con a bordo le tre donne arrivò di prima mattina. Per l'occasione si erano mossi i due figli minori accompagnati da un paio di uomini di fiducia, il padre e il fratello maggiore erano restati a casa per accoglire le nuove arrivate.
    Raghandi aveva il compito di scaricare i bagagli e quindi era in prima fila, così avrebbe visto da vicino la sorella dei suoi padroni che si diceva fosse bellissima.
    Estasi, ecco cosa provò. La ragazza non era bellissima, era stupenda. Gli anni passati in mezzo ai bianchi gli facevano apprezzare degli aspetti incomprensibili per la sua gente. Aveva la pelle chiara, di chi non si è mai esposto al sole, i lunghi capelli ramati e leggermente ondeggianti riflettevano sul candore del suo viso. Era magra ma già sviluppata e i suoi diciassette anni risplendevano al sole dei Caraibi in tutta la loro bellezza. Raghandi sentiva il cuore pulsare e le gambe cominciarono a tremargli.
    "Ehi tu, scarto di animale, scarica i bagagli, svelto!" Uno dei fratelli stava inveendo verso di lui, ma diversamente dal solito non fu amareggiato da quelle parole. Si affrettò ad eseguire l'ordine con la speranza di potersi avvicinare ulteriormente alla ragazza. L'altro fratello notò il suo atteggiamento e rapido come il fulmine lo colpì sulla schiena con un bastone. Raghandi accusò il colpo e barcollante cadde in ginocchio. Era grande e robusto, ma il lavoro massacrante e la cattiva alimentazione troncavano anche i più forti. Per la prima volta nella sua vita ebbe l'istinto di reagire in modo violento, ma ciò avrebbe significato non poter più vedere quella splendida creatura. "Perdono padrone, perdono" Ristabilito l'ordine il padrone ordinò di darsi una mossa. Servi e schiavi esaurirono i loro compiti ed immediatamente tornarono alle loro mansioni.
    A pranzo la famiglia dei padroni era riunita nella sala grande. Per l'occasione tutti i maschi avevano sospeso le loro attività e in onore delle ospiti indossavano gli abiti da cerimonia. Le donne stavano raccontando il loro viaggio, senza però riuscire ad attirare l'attenzione dei propri uomini, fino a che la figlia chiese a bruciapelo:
    "Fernando, perchè hai bastonato quel servo?" La domanda fece ammutolire tutti i presenti. La madre stava per intervenire quando suo marito la bloccò. "Su Fernando, spiega a tua sorella perchè" Incoraggiato dal padre il ragazzo non perse l'occasione per infierire.
    "Perchè quello scarafaggio ti stava guardando. Lui è uno sporco negro schiavo e non deve permettersi di guardarti, chiaro?" La ragazza non si fece impressionare dal tono del fratello. Lei, che aveva studiato con dei grandi maestri, aveva una visione del mondo molto più aperta degli altri.
    "Era a pochi passi da me, per non vedermi avrebbe dovuto essere cieco o bendato e visto che doveva scaricare le nostre cose doveva ben vederci" Il fratello la prese male.
    "Isabella sei la solita. Qui non sei a casa dove tutti ti adorano e rispettano, qui sei nelle piantagioni, in mezzo ai selvaggi pronti a sbranarti al primo segno di debolezza"
    "Ora basta! Siamo qui per mangiare e goderci alcuni momenti di riposo. Non voglio che le vostre stupide liti mi rovinino la digestione" Il padrone aveva un debole per la figlia e lei lo sapeva, quindi restò al suo posto in silenzio; avrebbe avuto la sua rivincita in un altro momento.
    Nei mesi successivi Isabella ebbe modo di capire la situazione infernale in cui erano tenuti gli schiavi. Le bestie nelle stalle erano trattate meglio, solo alcuni dei servi addetti alla casa erano trattati leggermente meglio, Raghandi era uno di loro. Forte della copertura paterna, la ragazza si prendeva delle libertà altrimenti impensabili e con il tempo riuscì a conquistare la fiducia del ragazzo che era chiaramente cotto di lei. All'inizio cominciò a studiarlo quasi come fosse un animale raro: uno dei suoi insegnanti, che più volte aveva rischiato la forca, le aveva insegnato ad apprezzare tutto ciò da cui siamo circondati, indistintamente dalla specie o dalla razza, persino le cose inanimate andavano rispettate; nelle sue vene scorreva l'antico sangue dei druidi Celti. Con il passare del tempo imparò ad apprezzare le doti di quel ragazzo e in un certo senso cominciò a provare per lui una sorta di simpatia, ma la cosa doveva restare tra loro due.
    Era certa che se i suoi fratelli avessero capito cosa andava facendo con quello schiavo, lo avrebbero ucciso.
    Un pomeriggio i due ragazzi erano al limitare della fattoria e la passione li travolse. Stavano godendo la loro gioventù quando delle urla disgustate sconvolsero i loro timpani: erano Gamedo e Baraban, i fratelli di isabella. I due presero a forza Raghandi, spingendolo a terra. Gamedo, il maggiore, si rivolse alla sorella: "lurida sgualdrina, pagherai per questo" e poi verso il servo "E tu, schiavo, soffrirai le pene del'inferno!"
    L'indomani Raghandi si svegliò legato ad un palo,il padrone e tutta la famiglia erano riuniti sotto il porticato della casa. Alcuni schiavi erano presenti, dovevano assistere all'avvenimento per riferire agli altri cosa succedeva a chi osava toccare un membro della famiglia. Gamedo e i suoi fratelli si avvicinarono al prigioniero e Fernando lo colpì violentemente all'addome "Prendi questo, lurida bestia" Baraban estrasse un coltello e cominciò a pungolare una gamba di Raghandi. Il ragazzo sopportava stoicamente il dolore, sapeva che il suo destino era segnato, ma non voleva dare la soddisfazione a quei macellai di implorare pietà. Baraban ritrasse il coltello e con un colpo secco gli mozzò un orecchio. "Basta Baraban, non voglio che muoia così presto. Perchè tu morirai, lo sai? Mi senti dall'orecchio sano?" Gamedo stava fissando lo schiavo con odio viscerale. "Si, mi hai sentito: adesso voglio sentire te" Fernando prese una torcia appositamente accesa e la avvicinò al volto dello schiavo. "Lo senti, lo senti il fuoco che brucia? Questo è niente in confronto al fuoco dell'inferno dove ti sto per spedire!" Senza mai toccarlo con le fiamme, Fernando riuscì ad ustionare gran parte del corpo di Raghandi che continuò a restar muto. Il calore aveva reso la sua faccia simile ad una maschera. Gamedo guardò Baraban e gli ordinò di finire l'opera, il fratello prese una grossa tenaglia e stava per castrare il disgraziato quando Gamedo urlò "Fermo! Aspetta un momento" si girò verso la sorella "Questo e l'animale con cui ti stavi trastullando, forse stiamo sbagliando noi, forse provi qualcosa per questo escremento sputato dalla terra, forse potresti salvargli la vita. Dipende da te sorellina, vuoi salva la sua vita, o vuoi che muoia come è giusto che sia visto la violenza che ti a arrecato? Parla Isabella, vita o morte?"
    La ragazza era con le spalle al muro, Gamedo l'aveva incastrata, avrebbe ucciso comunque Raghandi ma voleva che fosse lei a decretarne la morte pubblicamente, oppure, chiedendo salva la vita, lei avrebbe ammesso la sua colpa e sarebbe stata punita severamente.  Restò in silenzio a lungo, le lacrime che scendevano copiose sulle sue guance pallide, combattuta da mille contrasti e paure. Stava per parlare quando il padre intervenì a sbloccare la situazione
    "Fatela finita ragazzi. Le nostre donne hanno lo stomaco debole"
    Gamedo ghignò satanicamente, e disse "Baraban!"
    Lasciarono Raghandi morente sullo spiazzo, nessuno doveva avvicinarsi a lui, pena la morte. Il ragazzo sentiva avvicinarsi la nera mietitrice. Gli apparve sua madre, che gli ricordò quanto fossero crudeli quelle persone bianche e risentì i racconti attorno ai fuochi, gli uomini bianchi erano peggio delle bestie feroci. Rammnetò gli ammonimenti di Dwaigo che aveva descritto cose orribili avvisandolo di stare alla larga da quei mostri e rimbombarono nella sua testa gli avvertimenti della sua educatrice "piega sempre la testa e non osare avvicinarti a loro" Eppure, nonostante tutte quelle persone a lui care lo avesserò avvertito della malvagita dei bianchi, lui stava per morire con impresso nella mente lo sguardo di Isabella, bianca come il latte e tutt'altro che essere mostruoso.
    Amava quella ragazza, intensamente. Infine il gelido soffio della morte lo prese con sé.
    "E poi maestro?"
    "E poi basta, finisce qua"
    "Ma cosa centra con le altre storie?"
    "Assolutamente nulla. Oppure si?"
    "Ma allora cosa vuol dire? E Isabella non amava Raghandi?"
    "Troppe domande. Vi basti sapere che la ragazza, con la morte nel cuore, ha indugiato fino all'ultimo perchè un'ombra nella notte le aveva detto di non preoccuparsi di ciò che sarebbe successo, di fidarsi di lui che tutto si sarebbe risolto, infatti la sua storia non è finita qui"
    "Resta il fatto che non centra nulla con le altre storie"
    "Esatto. Ma il mio scopo era quello di scuotervi dal torpore: missione compiuta!"
    "E adesso?
    "Adesso facciamo merenda e poi vado a riposarmi"

  • domenica alle ore 22:25
    Dedicata a Lei
    Come comincia: Non ricordo il giorno che la vidi per la prima volta, non ricordo cosa mi disse o cosa fece, ma sapevo che di Lei potevo fidarmi. L’istinto mi diceva che potevo stare tranquillo, che qualunque cosa sarebbe successo tra noi, sarebbe rimasta li a tenermi compagnia e proteggermi. Avrebbe messo da parte le incomprensioni, i litigi, avrebbe sopportato ogni mio capriccio e perdonato ogni mio errore. Non ho mai trovato una persona innamorata di me a tal punto da sopportare tutti i miei difetti. Abbiamo discusso spesso in tanti periodi della nostra vita, alcune volte ammetto di essere stato insopportabile, pretenzioso e sempre a chiedere e chiedere, dando il minimo che potevo, ritenendo tutto questo Amore quasi scontato e ovvio. L’ho vista fare sacrifici enormi per me, superare la noia, la stanchezza, dimenticare ogni sua esigenza pur di accontentarmi. Qualche volta ammetto che l’ho tradita nei sentimenti, nelle ambizioni e nei suoi piccoli desideri, ma quella stupenda porta del cuore non si è mai chiusa, è sempre rimasta spalancata e pronta ad accogliermi. Insieme abbiamo vissuto e condiviso esperienze, emozioni, passioni e segreti, abbiamo riso e pianto del mondo e delle sue vicende, abbiamo imparato a comprenderci e stimarci, ma non è mai stato indispensabile farlo. Le storie importanti sono quelle che ti fanno crescere, che nel bene o nel male ti consegnano un patrimonio di esperienze, di emozioni e di tradizioni che rimarranno indelebili per tutta la tua esistenza; sono quelle fatte di Amore incondizionato, reciproco, istintivo e privo di ogni minimo interesse. Piccoli mattoni che giorno dopo giorno si sovrappongono costruendo la dimora del proprio essere, colorando questa casa con un gesto, con una parola rubata da una frase sentita, da un bacio non dato o da un perdono non chiesto. Troppe volte ho dato per scontato che conoscesse il mio affetto, che comprendesse la mia riconoscenza; non ho dato importanza alle scuse, ad un abbraccio in più o un regalo che potevo fare o una carezza che potevo dare. Nonostante io oggi riconosca tutto ciò, mi ritrovo nuovamente davanti a quella porta spalancata del cuore. Potrei uscirne, rimanerne fuori, riconoscere per una volta che posso cambiare strada, dimenticarti e farmi una nuova esistenza, ma poi mi guardo allo specchio vedo il mio sorriso troppo simile al tuo, mi accorgo che ho la tua stessa incapacità di dire di no, il tuo modo di arrabbiarmi di innervosirmi e di farmi passare tutto in pochi minuti. Mi accorgo di soffrire le disgrazie del mondo, di avere un innato rispetto per tutte le forme di vita e una costante dose di ottimismo proprio come te. Sono Ensitiv, è vero, ma non sono altro che il risultato di quella lunga storia che abbiamo passato insieme. Grazie Mamma. Auguri a tutte le mamme del Mondo

  • 12 maggio alle ore 3:23
    Il bar "Last Dock"
    Intro: Chi bazzica il bar del porto? Avvolto nel fumo di sigari e sigarette, nauseabondo per il suo odore di alcool e anime andate a male? Dentro al "Last Dock" vi perderete in un bicchiere di whisky o chiederete un favore all'Oscuro?
    Come comincia: Emanava un puzzo inconfondibile il famigerato bar "Last Dock", di marinai, ubriaconi e tagliagole. Un bar così malfamato che nemmeno gli scarafaggi volevano entrarci.
    Un tempo era il bar dei viaggiatori delle navi da crociera, ma si parlava degli anni '30, e dopo la guerra il porto divenne solo commerciale, si scaricavano container su container come anime di fuggitivi su altre anime di disperati.
    Non si veniva volentieri, ma se volevi rimediare un lavoretto extra o un bicchiere di whisky non annacquato era il posto giusto.
    Marley riempiva le budella ai suoi clienti e li randellava se superavano il limite. Col suo occhio buono ti faceva il conto, tenendo sotto controllo il locale e con quello bendato ti versava da bere. Inutile dire che aveva un suo personale sistema per vedere se ti dava il giusto. Infilava il dito nel bicchiere alto e stretto e versava finché non lo bagnava. Aveva dita dannatamente lunghe il taccagno. 
    Ziggy era il pianista. Pianista era una parola grossa. Il suo incarico era quello di rimettere in sesto il piano verticale che puntualmente veniva fracassato in una rissa, più o meno una volta al mese e tentare di strimpellarci qualcosa. Gli pagavano da bere pur di non sentirlo suonare, lui si offendeva e scattava la rissa. Questo quando andava bene.
    Altrimenti beveva finché non ci crollava lui stesso sopra al piano. Si risvegliava solo con le pedate di Marley e anche se non ci vedeva bene aveva buona mira.
    In un tavolino all'angolo vicino al bagno, o a quello che ne rimaneva, sedeva Libeccio.
    Libeccio era un ex-marinaio, aveva girato i sette mari, parecchi laghi, qualche fiume, due pozzanghere e scolato lo stesso quantitativo d'acqua in alcool. Non si capiva mai se dormiva o no, perché parlava nel sonno dei suoi viaggi e da sveglio faceva lo stesso.
    Non mancavano i marinai russi, che si scolavano vodka e cantavano canzoni della madre Russia.
    I portoricani, abili col coltello e nel rimediare qualsiasi cosa dalle navi, smerciavano di tutto e solo di contrabbando, si riunivano per bere esclusivamente rhum scuro, possibilmente contrabbandato.
    I cinesi giocavano a mahjong e bevevano baijiu forte come un petardo nello stomaco, non di rado qualcuno di loro finiva per esplodere in violente vomitate.
    Olandesi e tedeschi invece si scolavano litri e litri di birra, prima la bionda e terminata questa passavano alla rossa doppio maltata. Finivano a scornarsi come vichinghi per poi riappacificarsi davanti ad un boccale fresco e pieno.
    I turchi erano gli addetti all'aerazione del locale. Ci pensavano loro ad ammorbare l'ambiente con le loro sigarette e i sigari, consumavano tè nero e caffè bollenti. Fumavano per tutti e facevano fumare passivamente anche gli altri.
    L'unico che veniva evitato e lasciato in disparte era l'Oscuro.
    Lo avevano soprannominato così perché nessuno sapeva il suo vero nome ne da dove venisse. Qualcuno diceva che fosse italiano per il suo modo di vestire, altri lo credevano inglese perchè beveva cherry, altri francese perché aveva un'accento strano quando parlava. Tutti sapevano quello che faceva e che lo sapeva fare molto bene. Era un killer su commissione.
    Era così preciso che qualcuno pensava fosse svizzero. Potevi andare da lui per risolvere qualche questione in modo definitiva. Lui operava indisturbato, colpiva l'obiettivo e tutto sembrava un incidente marittimo.
    Il comandante della petroliera Callysto era stato schiacciato da una scialuppa. Il motorista della nave Mercury era finito dentro le caldaie dei motori. Il marinaio Flynn si era beccato una carrucola in piena faccia. Il povero Joseph invece era diventato una frittata dopo che gli era caduto in testa un container.
    Tutti incidenti, tutti ad opera dell'Oscuro. 
    Un bugigattolo malsano e pericoloso. Erano deprimenti persino le foto ingiallite delle navi da crociera, vecchie glorie dei mari, parecchie affondate e molte trasformate in ospedali galleggianti durante la guerra, tanto che si narrava la leggenda di un pianista nato, vissuto e morto sopra una di esse; ma questa è un'altra storia.

  • 09 maggio alle ore 21:37
    Sogno a occhi aperti
    Intro: Inciampai nel passato, sono caduto nel presente ed ora mi alzo in piedi per affrontare il futuro, sostenuto da un angelo incarnato che mi ama davvero. A volte la nostra anima gemella si trova al nostro fianco durante tutto il nostro cammino, ma la vita passa così in fretta senza che siamo riusciti a sentirla una sola volta.
    Come comincia: Amore mio, oggi ho sognato ad occhi aperti. Sognavo che ero tornato a casa dal lavoro e te ne eri andato via per sempre. Così ho cercato di chiudere gli occhi e svegliarmi da quel sogno privo di sonno... un terribile incubo che volevo cancellare dalla mia mente, subito e per sempre... un brutto sogno che pian piano si stemperava e annacquava in un mare immaginario dell'universo fantasy creato da me. Chiudo gli occhi e li riapro... mi guardo allo specchio e ti vedo felice nel letto vicino a me. L'incubo è finito, ma la paura resta... una paura immensa di perderti, anche se solo in un sogno ad occhi aperti.

  • 09 maggio alle ore 14:52
    Nuda
    Intro: Il passato insegna . Il futuro edifica 
    Come comincia: Ha dieci anni e il coraggio di un leone  . Piccola e magra come una silfide , forte come il vento sul pontile .
    Guardava il mondo in faccia , amazzone di pace .
    Ricordo il momento , l'attimo in cui salì i gradini del palcoscenico senza tremare . Il sogno era più grande d'ogni paura .
    Inconsapevole danzava , come i gabbiani fanno , senza fatica . Planare .
    Il misterioso declino la prese e le vesti si colorarono di nero .
    Si fece risucchiare dal tutto cadendo all'indietro , funambola nell'inferno .
    La vedevo sparire sotto le mie mani , inerme e senza più scudo .
    La morte dell'anima si consumava poco a poco . Dal nero fondo leccava le ferite .
    Cure senza amore torturano più di assenze  .
    Ma impermeabile orchidea , si scrollò dalla croce  .  Tutto era deciso  .
    Una seconda nascita , creatura messa al mondo per la seconda volta .
    I due mondi si completano
    e lei
    è più nuda di prima
    Evanescente goccia
    Incorruttibile roccia 

  • 08 maggio alle ore 17:33
    MANOnellaMANO
    Come comincia: Non ascoltò altro che quei flutti ondeggiare nella mente come pezzi di blu, come sguardo che apprende significati anche distante dall’occhio, accogliendo un pensiero dall’universo. Quale migliore eco, semplice comunque e pieno di freni, di briglie, di paure, ma vibrante e sincero, carico come una vecchia carovana atavica, eccola arrivare, sovrastare suoni, ingoiare gesti lontani, di terre e lune lontane di gente che a un passo dall’abbandonare un sogno viene raccolta come conchiglia, germoglio, seme, speranza. Anche una sola simile circostanza può far tornare il sorriso. Anche solo un momento per sentirsi di nuovo bene e ritrovarsi. Un saluto a ciò che eravamo, a ciò che non si è mai osato, un volo inimitabile di energie che culminano dove si stavano dirigendo e che il passato ha corrotto, interrotto.
    E allora in un pensiero così immenso non dobbiamo far altro che guardarci in faccia fino a sentire i giganti, gli eroi nella pancia e ritrovare quel passo mancato, quell’istante eterno di poesia.

Prima Precedente 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22  ... Successiva Ultima