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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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  • venerdì alle ore 22:29
    Mi vuoi sposare?

    Come comincia: "Mi ricordo ancora perfettamente il giorno in cui le ho chiesto di sposarmi sai? Mi ricordo perfettamente quanto penai per farla uscire di casa, per mandarla in quella spa con una amica, pur di avere campo libero. Mi ricordo l'eccitazione, le sensazioni, l'euforia per quello che stavo per fare. Quanto ero contento. Chiederle di rimanere insieme fino alla fine, non era uno scherzo, era importante, non sai quanto...
    Quando arrivò lo chef a domicilio ed iniziò a preparare il menù che avevamo concordato, che sapevo le sarebbe piaciuto, ero un fascio di nervi. Iniziai a preparare la tavola, la musica che doveva esserci in sottofondo, ancora me la ricordo la canzone della vanoni che avevo scelto con cura.
    Poi tornò, dopo un messaggio della mia amica che mi avvertiva, io che la accoglievo sulla soglia e la accompagnavo a prendere l'aperitivo servito dallo chef, lei ed il suo sguardo sorpreso.
    Poi il pranzo, le chiacchiere, ed il sospetto che leggevo sul suo volto.
    Alla fine del pranzo mi misi in ginocchio e le chiesi di sposarmi, porgendole l'anello fatto fare su misura, come piaceva a me, squadrato, con un piccolissimo diamante incastonato.
    Al suo Si, in quel momento pensai che tutta la felicità del mondo si fosse concentrata per un momento in un solo luogo."
    "Ma allora perché l'hai lasciata?"
    Dietro gli occhi velati di lacrime passarono una lunga serie di nuvole nere, prima di rispodere.
    "Ti rispondo nello stesso modo in cui ho risposto al lei il giorno che me ne sono andato, non lo so."

  • venerdì alle ore 22:01
    Follia

    Come comincia: S. ha sempre saputo di essere bravo in quello che faceva.
    Lo faceva bene, con passione, con così tanta passione che dopo un po' non ebbe più tempo per altro. Se ne accorse, non con una epifania improvvisa e sorprendente, ma poco a poco, lentamente, una idea cominciò a diffondersi nella sua testa come un virus.
    Più quell'idea si faceva strada tra gli altri pensieri votati alla sua passione più aveva l'impressione di perdere il controllo. Erano così tanti anni che coccolava ed alimentava la sua passione che sapeva gestirla, sapeva dove avrebbe trovato gratificazione, quando e come impedire che prendesse il sopravvento. Almeno così era convinto.
    In realtà la sua passione era ormai diventata la sua ossessione, era lei che decideva per lui, che decideva quando renderlo cieco, quando e cosa fargli sentire, come usare quel burattino per il prorpio piacere.

    Quando il virus e la passione cominciarono a bisticciare nella sua testa le cose cominciarono ad andare male. Da principio cercò di tenere a bada entrambi, ma capì presto di non avere alcuna arma, controllo, possibità. Lo capì per un breve istante, quando si ritrovò chiuso in casa con la testa talmente occupata a vorticare tra le due cosequalsiasi distrazione preclusa perché l'attenzione era solo per quei due litigiosi esseri.

    Nella sua testa battaglie si susseguivano, in un paesaggio di memorie, tra pensieri e costruzioni di carattere, il virus che attaccava mendando fendenti e chiedendo indietro tutto il tempo che la passione aveva rubato, la passione difendendo la propria posizione e scagliando affondi per riavere quello che il virus aveva piano piano sottratto per tornare ad avere la supremazia su quella marionetta.
    Ma anche i pensieri si stancano, pur senza demordere, fino a che i fendenti e gli affondi non colpivano più l''una l'altra, ma finivano per distruggere quello che avevano a portata, quello che avevano intorno. Andarono avanti così, a lungo, finchè non si accorsero che avevano ditrutto tutto, che non era rimasto nulla su cui ergersi vincitori.
    Quando capirono non poterono fare altro che accasciarsi sul niente che rimaneva ed abbandonarsi alla stanchezza.

    Lo trovò un martedì mattino la domestica.
    Senza alcun pensiero finalmente.

  • venerdì alle ore 20:54
    Retromarcia

    Come comincia: C. "Mi dici che hai?"
    N. "Ho preso una strada a senso unico e senza uscita, sto cercando di tornare indietro, ma è come guidare una macchina con il llunotto posteriore oscurato, di notte, in una strada stretta e senza illuminazione. Ci metterò un po', ma alla fine ne uscirò e prendererò una altra strada."
    Sul volto di C. lo sguardo interrogativo di chi non ha la più pallida idea di cosa stai parlando e sulla bocca qualcosa che potrebbe essere un "vaffanculo" o un "ma che cazzo stai dicendo". Ma dura poco, sorprendetemente, lo sguardo stranito scompare sostituito da un mezzo sorriso ed un incoraggiamento sussurrato "Hai solo bisogno di un po' di tempo".
    Un altro sorso di birra per entrambi, da quelle due bottigglie di Corona che grondano sudore freddo in quella calda serata di agosto e gli argomenti tornano ad essere quelli di sempre.
    Succede così, che anche se mascherata, una confidenza diventa un segreto condiviso e comincia a pesare di meno, e quasi ti sembra di avere qualcuno che, mentre fai manovra per tornare indietro, comincia a darti indicazioni come un parcheggiatore abusivo.

    Qualche giorno dopo, stessa Corona sudata, stesso tavolino, soliti argomenti.
    Tra un tiro e l'altro dell'ennesima Marlboro C. "Allora, come procede la retromarcia?"
    Stavolta lo sguardo stralunato è quello di N., colto alla sprovvista, ma dopo averci pensato un po' "Procede, a fatica, ma procede."
    C."Ce la fai?"
    N "E' dura, lo sai, dovrei prendere una decisione drastica."
    C. "E tra quanto la prenderai?"
    N. avrrebbe voluto avere la risposta, oppure che il mondo in quel momento si fermasse, che smettesse di girare, che il tempo gli facesse la grazia di fermarsi, almeno un po', giusto quello che basta per trovarla quella risposta a cui aveva pensato così spesso, invece rimase in silenzio per troppo tempo.
    C. "Sei messo peggio di quanto pensassi..."
    Fu come se il parcheggiatore abusivo avesse urlando "Indietro non in avanti!" mentre l'auto procedeva a scatti.

    Mesi dopo, cercando di non farsi rubare anche l'ultimo briciolo di vita dal resto del mondo, di nuovo di fronte ad una birra, con una altra sigaretta ed i soliti discorsi in bocca.
    C. "Sei di nuovo strano, ancora in retromarcia?"
    N. "No, finito"
    C. "E allora cos'è sta faccia?"
    N. "Me ne vado"
    C. "Ma dove cazzo te ne vuoi andare?"
    N. "Lontano, ma non posso dirti niente adesso"
    C. "Ma sei un bastardo! Non ci credo! Tiri il sasso e nascondi la mano! Dimmelo!"
    N "Puoi insistere quanto vuoi, ma non ti dirò niente stasera, mettiti l'animo in pace"
    C. "Almeno verrai a salutare prima di partire!"
    N. "Lo sto facendo adesso"
    C. "Ma tra quanto parti?"
    N. "Presto, molto presto"
    C. "Domani? Domenica? Lunedì?"
    N. "Presto"
    C. "E non vuoi dirmi niente?!"
    Il battibecco occupò il resto della serata, come il parcheggiatore abusivo che chiede il suo compenso e l'autista che non vuole cedere perché alla fine ha fatto comunque tutto da solo. Nonostante solitamente vinca il parcheggiatore stavolta l'autista se ne andò vincitore, ma senza soddisfazione.

    Al tavolo oggi C. è seduto da solo, anche se le bottiglie sul tavolo sono sempre due.
    C. "Il brindisi è con te bastardo, ma alla salute mia e mi berrò anche la tua."
    C. è vestito elegante, gli sta bene, anche se lo fa troppo serio per come lo conosce N., che se fosse stato presente lo avrebbe preso in giro, anche per le lunghe scarpe nere che sembravano quasi valigie.
    C. finisce tutte e due le birre, si alza, paga il conto e si avvia a casa, esattamente come tutte le altre volte.

    N. è seduto ad un tavolino di un bar da tanto tempo, con una birra ormai calda in mano.
    Ha l'impressione di avere la testa vuota, leggera, come quando sei di fronte ad uno spettacolo della natura che ti riempie gli occhi a tal punto da non poter aver nessun altro pensiero, perché l'unica cosa che riesci a fare è cercare di imprimerti in testa quell'immagine meravigliosa. I suoi occhi vedono da quando si è seduto pezzi di vita sulla banchina del treno, costantemente in movimento, brulicante ed affannante vita. Di punto in bianco solo un pensiero "E' solo una altra strada", si alza e si avvia verso il binario.

  • venerdì alle ore 9:51
    Tu sai perché

    Come comincia: Era seduta vicino a lui e guardavano attraverso la stanza, un altro tavolo.
    Lui era trasandato e selvaggio, i due anelli che indossava sul pollice e medio raccontavano la storia dei suoi avi. I suoi occhi neri nascondevano le cicatrici di una vita che non aveva scelto.
    Lei pensò che lo conosceva troppo bene per qualcuno che non conosceva quasi per niente.
    Stavano guardando il tipo carino, che era uscito con lei stasera, e che ora stava chiacchierando con la sua migliore amica.
    “Non è l’uomo giusto per te, sai.” Le disse muovendo distrattamente il plettro tra le dita. “Ha occhi inquieti. Ti farà soffrire.”
    Lei lo osservò da lontano: “Anch’io ho occhi inquieti.”
    “No, tu hai… tu hai il caos negli occhi. Come l’Universo all’inizio dei tempi. Non è la stessa cosa.”
    Il suo accento slavo misto al suo inglese imperfetto lo rendevano ancora più ombroso, ma il suo sguardo tradiva la bontà del suo cuore.
    “Tu sei una stella luminosa fissa nel cielo, lui è solo una fredda cometa alla deriva. Non sa quel che vuole. Non lasciare che i suoi detriti offuschino la tua luce. Sai che ho ragione.”
    Lei si girò a guardarlo: “Come fai a esserne così sicuro e perché sai che lo so?”
    Lui ricambiò lo sguardo e lei sentì il suo calore attraversarle le ossa.
    Mentre lo fissava negli occhi, come uno specchio impietoso essi le mostrarono tutte le bugie che si era detta per anni.
    Le disse semplicemente: “Potrei dirtelo o non potrei, non ha importanza, tu sai perchè.”
     
    Originale:
    You know why
     
    She was sitting next to him. They were looking across the room at another table.
    He was scruffy and wild, the two rings he wore on his thumb and middle finger told the tale of his ancestry. His black eyes hid the scars of a life he never chose.
    She tought that she knew him too well for someone she didn’t quite know.
    They were watching her date, the nice looking fellow, who was now chatting with her best friend.
    ‘He’s not the right man for you, you know.’ He told her moving absent-mindedly the guitar pick through his fingers. ‘He’s got troubled eyes. He will hurt you.’
    She looked at him from a distance: ‘I have troubled eyes too’.
    ‘No, you have chaos in your eyes. Like the Universe at the beginning of time. It’s not the same thing.’
    His slavic accent mixed with a slightly imperfect English made him even more shadowy, but his look betrayed the kindness in his heart.
    ‘You are a bright star fixed in the sky, he is just a cold comet going astray. He doesn’t know what he wants. Don’t let his debris dim your light. You know I’m right.’
    She turned to look at him: ‘Why are you so sure, and why do you think I know?’
    He returned her gaze and she felt the warmth of it hitting her bones.
    As she looked into his eyes, like an unforgiving mirror, they showed her all the lies she had been telling herself for years.
    He simply told her: ‘I could tell you or I could not, it doesn’t really matter, because you know why.’

  • 16 agosto alle ore 16:20
    Un dolce ritorno

    Come comincia: Dopo trent’anni Alberto stava rientrando al natio borgo selvaggio. A bordo della nave da crociera ‘Costa Magnifica’ si era imbarcato nel porto di Buenos Aires con destinazione Italia, scalo a New York. Gli veniva amaramente da ridere nel paragonare il viaggio di andata con quello attuale di ritorno. Attualmente occupava una cabina singola di prima classe con tutti i confort compresi musica in sottofondo e l’aria condizionata che mandava i suoi dolci e freschi effluvi senza alcun rumore. Scendeva la sera, orario di cena, per motivi anche per lui non ben definiti, aveva preferito avere un tavolo in perfetta solitudine mentre tutti gli altri commensali parevano divertirsi alla grande abbuffandosi e bevendo oltre il normale con la solita scusa: è tutto pagato. Alberto aveva disertato il classico pranzo col comandante molto ambìto da molti per motivi che a lui sfuggivano, insomma si stava comportando da romito (giusto aggettivo anche se inusuale) per non parlare delle avances di varie pulselle le quali evidentemente avevano apprezzato il suo stile: altezza 1,80, anni quarantacinque, abbronzato, capelli castani con striature di grigio, viso mascolino,  occhi grigi un po’ tristi, fisico atletico, vestito elegante. Il motivo del distacco dal sesso femminile era dovuto alle recenti vicende che lo avevano portare alla decisione di rientrare in Italia dopo ventisette anni di emigrazione forzata in Argentina. Correva il suo diciottesimo compleanno, festa sull’aia del terreno che coltivava in aiuto ai suoi genitori in villaggio Strada Nuova di Cingoli (Mc), erano presenti alcuni parenti siciliani che erano venuti ad accomiatarsi in quanto stavano partendo per l’Argentina, il suolo che coltivavano non dava più loro da mangiare a sufficienza e quindi l’emigrazione era l’unica via di uscita. Ispirazione immediata: “Papà e mamma ho deciso, andrò con gli zii in Argentina, il tempo di fare un po’ di soldi e poi ritornerò.”  Il gelo era sceso sui commensali, Alberto era l’unico figlio maschio della  famiglia Mugianesi, oltre a lui altre tre sorelle tutte dedite al lavoro dei campi. Classica valigia da emigrante di cartone pressato e spago, imbarco nel porto di Catania in una nave che aveva visto tempi migliori ma il basso prezzo del biglietto non permetteva altro agli emigranti. Cabina da quattro posti che ospitava otto persone, due per cuccetta, servizi igienici carenti, sala mensa per modo di dire, tutti stretti gli uni agli altri, cibo scarso e mal cucinato. I trenta giorni di imbarco un pessimo ricordo sino allo sbarco a Buenos Aires dove erano ad attenderli dei carri tirati da buoi, il loro mezzo di locomozione per arrivare alla fazenda dove erano destinati. Stanchissimi, un letto sgangherato con materasso riempito di foglie di mais anziché di lana gli era sembrato il giaciglio della ‘principessa del pisello’ di antica favola. Mattina sveglia alle cinque: mungitura delle vacche, trasporto del latte nel locale dove si producevano formaggi, pulizia delle stalle e tutto quanto riguardava l’andamento della fattoria. Il sole cocente non migliorava la fatica dei trabajadores, alcuni dei quali italiani soprattutto del profondo sud i quali, abituati a lavori duri, non si lamentavano al contrario di Alberto che stringeva i denti rimpiangendo la dolce sua casa sgangherata ma… Il lavoro con intervallo per il pranzo, finiva la sera dopo cena tutto a base di carne e poi alle 22  tutti a letto. Alberto aveva preso l’abitudine di spendere pochissimo, i soldi guadagnati li ripartiva in parti uguali fra risparmio ed invio ai suoi in Italia. Unico svago il sabato sera: in un locale della fattoria si ballava il tango, Alberto si appassionò nell’arte di Tersicore ed ebbe i complimenti da parte di qualche pulsella molto brava in quel campo ed anche in altri…   era diventato un bellissimo uomo conteso dalle signorine ed anche da alcune signore non proprio soddisfatte delle prestazioni amorose dei rispettivi compagni.  La svolta nella sua vita avvenne quando nella fattoria venne in visita la padrona,  tale Maria Dolores Catena Crocifissa che dal nome faceva presagire, come sicuramente era,una donna dai costumi rigidissimi e poco incline alle cose di questo mondo. Fisicamente da quel che si poteva intuire dai larghi e lunghi vestiti, doveva avere un corpo longilineo, alta circa un metro e settanta, occhi nerissimi, viso serio poco incline alle facili battute. La dama era accompagnata dal consorte, un signore insignificante,magro, più piccolo di lei in quanto a statura ma maggiore di età che si appoggiava ad un bastone. I padroni vollero conoscere i nuovi arrivati e quando a Maria Catena Dolores Crocifissa si presentò il bell’Alberto la stessa ebbe una reazione che lei stessa non riuscì bene a comprendere: era rimasta affascinata dal bel giovane tanto da non trovare nemmeno parole di convenienza. Questo non le impedì di farlo invitare dal suo segretario alla cena dei padroni.  “Mi raccomando si lavi bene e metta il miglior vestito che ha.” il consiglio del segretario dei signori. La dama mangiava poco ed ancor meno apprezzava le battute degli altri invitati che volevano avere la sua benevolenza, tutti conoscevano la potenza economica dei due coniugi: immensa! Madama decise di prendere il  caffè in un vicino salottino dove, sempre a mezzo del suo segretario, invitò l’Albertone in verità un po’ frastornato. Un finto baciamano da parte sua fu molto apprezzato da Maria. “Mi parli di lei, quando è arrivato in Argentina.” Alberto sinteticamente raccontò la sua vita in Italia anche quella parte in cui, oltre a lavorare nei campi, si recava a scuola ed aveva studiato il latino ed il greco. Madame era in subbuglio: educata dalle suore Carmelitane era pregna di puritanesimo e non ammetteva alcun peccato di natura sessuale, aveva sposato il marito dietro spinta dei rispettivi genitori che volevano riunire i loro patrimoni. A letto il buon Ferdinando si era dimostrato un disastro, qualche volta a malapena riusciva a fare il suo dovere di coniuge con poco piacere da parte della consorte la quale si era convinta che il sesso fosse una cosa sporca da non praticare ma dopo l’incontro con Alberto Mugianesi qualcosa scattò nel suo cervello puritano: di notte lo sognava in pose lascive con la conseguenza di pianti di pentimento. A tal proposito chi ci andava di mezzo era il povero curato della chiesa vicina il quale talvolta veniva svegliato nel pieno della notte dalla dama la quale voleva confessarsi subito per aver avuto ‘cattivi pensieri’. Don Basilio vecchio e malato non aveva alcuna voglia di aprire la chiesa per confessare Maria ma le generose elargizioni in denaro lo convincevano a dar retta a quella pazza puritana. La svolta alla vicenda avvenne in modo naturale: don Ferdinando, in seguito ad un caduta da cavallo, si ruppe l’osso del collo e così Maria Catena Dolores Crocifissa, divenuta vedova, ebbe strada libera alle sue mire di poter godere legalmente delle ‘grazie’ di quell’Alberto che l’aveva fatta innamorare.
    Ovviamente il parroco pretese tre mesi di indottrinamento prematrimoniale al quale  Maria si sottoponeva con grande entusiasmo, un po’ meno Alberto che, da buon ateo, riteneva ridicole e inutili  quelle pratiche ma il gioco valeva la candela anzi un bel candelotto!
     Il matrimonio, in forma solenne, avvenne la sera di una calda giornata estiva: tutta l’élite della zona fece da contorno festante agli sposi senza tener in alcun conto la differenza di venti anni di età fra i due, un piccolo dettaglio quando si tratta di gente benestante! Maria ecc. ecc., dopo vari anni di convivenza con Alberto, ebbe la sfortuna per lei (ma non per il consorte) di cadere sui scalini della chiesta e di rimanerci stecchita da qui il ritorno di Alberto nei luoghi di nascita. Il  marito di Maria si era nel frattempo preparato il terreno per far rientro al natio borgo selvaggio acquistando due fattorie, una a villa Strada e l’altra a Troviggiano dove erano impiegati circa cinquanta contadini,  l’Albergo ‘ Il balcone  delle Marche’ che aveva fatto ristrutturare con il disegno di un architetto di grido e poi, vendute tutte le proprietà, si era trovato in banca un gruzzolo davvero consistente. Suo corrispondente in affari era il notaio Nascinbene di Macerata che aveva ben curato tutti i suoi lucrosi affari. La nuova vita di Alberto Mugianesi, anni quarantacinque, iniziava in quel momento. Il motivo dell’uso della nave anziché dell’aereo per rientrare in patria era stato un capriccio: portare con sé la Alfa Romeo Giulietta spider color bianco che era stata la sua più fida compagna di scorribande… Sbarcato nel porto di Ancona, strada per Jesi, svincolo per Cingoli e ‘approdo’ all’albergo ‘Il Balcone delle Marche’.
    IL suo arrivo non era passato inosservato, il direttore gli era andato incontro con inchino profondo e sorriso a trentadue denti, il personale riunito, insomma una presentazione ufficiale.
    Cingoli è un paese di circa tremila abitanti, altezza 500 metri sul livello del mare, boschi a vallate alberati, numerosa fauna locale ambita preda di cacciatori venuti anche da altre contrade, inverno rigidissimo ma estate deliziosamente fresca, clima che attirava molti turisti non entusiasti del mare. Passati gli attimi iniziali, Alberto prese contatti con i notabili del paese, ritornò a visitare la vecchia casa di campagna (ormai in sfacelo) dove era nato e vissuto, i genitori erano deceduti, le sorelle emigrate in Germania. Si sentiva come un corpo estraneo  in ambiente non suo e quindi decise di prendere contatti sia con le autorità che con i comuni cittadini. Con il Sindaco ed il Parroco fu facile: ambedue erano in eterna ricerca di denaro per sistemare gli edifici pericolanti del Comune e della Chiesa,col portiere dell’albergo ancora più facile. Dario, padre di quattro figli, in eterna lotta con i debiti, ebbe un sostanzioso aumento di stipendio. “Signor Alberto come posso ricambiarla’” “Tienimi al corrente di tutti i pettegolezzi del paese, fammi sistemare la Alfa Giulietta e dammi del tu.”  Anche ‘ciccio’ aveva i suoi problemi presto risolti da Rosina, donna delle pulizie il cui marito, falegname, si interessava poco del legno e più del vetro (amava il vino) e così la consorte era costretta a straordinari per mandar avanti la famiglia e i due figli. Quando Alberto velatamente gli fece la proposta di riempire con la sua presenza le sue notti insonni fu talmente entusiasta che abbracciando il futuro amante caddero ambedue a terra con grandi risate. La signora, di schiatta contadina, si faceva apprezzare per aver tutte le sue cosine intime dure come il marmo, era disponibile a tutti i giochini di Alberto che in piena notte era capace di svegliarla per una sveltina.  Ultima cosa importante il collegamento con la cittadinanza che lo conosceva solo per le varie storie che circolavano sul suo conto.  Alberto decise di programmare una festa nel grande salone dell’albergo invitando tutti i cittadini a partecipare al banchetto. Cibarie a volontà, vivi e liquori, striscioni di benvenuto all’ex emigrante che aveva fatto fortuna all’estero, discorsi da parte delle autorità: Prete, Sindaco, farmacista, comandante stazione dei Carabinieri e di alcuni proprietari terrieri, un successo sottolineato da musica argentina,il tango naturalmente, ballo al quale Alberto era ovviamente il ballerino principale ma, alla fine della serata, l’anfitrione, stanco, decise di ritirarsi in una saletta riservata dichiarando il suo ko.
    La cosa non era passata inosservata a due damigelle in villeggiatura da Roma Aurora e Greta che si avvicinarono all’anfitrione, si sedettero al suo tavolo e: “A coso che ne dici di farci assaporare le tue doti di ballerino?” Aurora aveva dimostrato una bella faccia tosta ma non era stata ricambiata:”Ragazze sono sincero, se me la sbatteste in faccia in questo momento andrei in bianco, che ne dite di rimandare a giorni futuri quando…”
    Alberto si era disteso su un divano, occhi chiusi, percepì le labbra delle due damigelle che a turno se lo baciavano ma restò immobile e si addormentò. Si ritrovò la mattina successiva con una coperta addosso,  sicuramente Dario aveva provveduto a non fargli percepire il freddo della notte e non appena aperti gli occhi il fido portiere: “Alberto ti accompagno in camera tua, fatti una doccia e se te la senti vieni a pranzo, è l’una.” Recuperato il suo vigore, l’Albertone pensò bene di riagganciare le due pulselle che, da quello che ricordava, dovevano essere di notevole bellezza oltre che di faccia tosta. Il solito Dario fornì le notizie richieste, chi meglio di lui, aveva il registro delle presenze! Aurora Rocchegiani anni 23, Greta Bellinvia anni 24 ambedue residenti a Roma in via Merulana 123. Alberto pensò bene che fosse buona norma aggiornarsi del significato dei nomi e così venne fuori che Aurora raffigurava una rosseggiante, luminosa, splendente d’oro mentre Greta era persona preziosa e rara. Munito delle informazioni non fu difficile agganciare le due amiche nell’atrio dell’albergo mentre stavano per uscire. “Che ne dite di una passeggiata in spider in luoghi rupestri intorno a Cingoli?” Le due baby non se lo fecero dire due volte  e con un salto entrarono in macchina. “Atletiche le signorine immagino palestrate e poi dai nomi importanti.” E qui Alberto fece sfoggio del suo sapere sull’araldica lasciando un po’ stupite le damigelle. Aurora altezza 1,65, capelli corvini crespi che  incorniciavano un viso dalla pelle bianchissima, occhi sorridenti, bocca da…, seno forza quattro, gambe muscolose, un’atleta mentre Greta era all’opposto: capelli lisci, lunghi, biondi, occhi da militare ossia grigio verdi, naso all’insù, bocca dalla labbra più sottili dell’amica, seno minuto, gambe chilometriche, altezza 1,75. Quel che colpiva in lei erano gli occhi che cambiavano in continuazione espressione dalla più divertita alla burbera e a quella triste. “Dato che vedo che hai una Canon perché non ci fotografi anche con essa oltre che con gli occhi bello zozzone, tale ti ritengo ed è un complimento!”
    Così parlò Greta sfoggiando uno sguardo di sfida. Alberto aveva fermato lo spider in uno spiazzo, dinanzi un bel panorama: “Amo gli spazi aperti che mi danno sensazioni di benessere in cui lo sguardo non è imbrigliato ma è libero di allargarsi all’infinito, non ricordo dove ho letto questo pensiero ma è la sensazione che provo in questo momento.” “Greta abbiamo scoperto un filosofo, di solito sono brutti e vecchi mentre lui mi fa arrapare!” e lo prese a baciare forsennatamente in bocca, Alberto non si sottrasse dinanzi agli occhi divertiti di Greta la quale: “Vorrei che ci raccontassi qualcosa della tua vita, sei piaciuto ad ambedue la prima volta che ti abbiamo visto e mò, e mò siamo in crisi!” Alberto si mise in mezzo e le abbracciò entrambe così si  incamminarono lungo un sentiero, un quadro da dei pagani, un mortale fra due dee. Il giorno successivo fu quello delle rispettive confidenze: le due ragazze non avevano molto da raccontare, amiche sin da piccole ora frequentavano l’università in scienze moderne. Più difficile per Alberto che fu sincero sino al fatto della conoscenza della futura moglie che tralasciò, non voleva far la parte del macrò e così si inventò la storia del padrone che lo aveva preso a benvolere e lo aveva istruito nel mestiere di giocatore in borsa; era divenuto tanto bravo da superare il suo insegnante e diventare ricco.
    Anche se non era stato convincente le due baby non fecero obiezioni. I rapporti fra i tre divennero ogni giorno più stretti, licenziata con una sostanziosa buonuscita la brava Rosina i tre cominciarono la manovre di avvicinamento sessuale: prima bacini bacini poi bacioni bacioni e poi finirono tutti e tre nel lettone. Alberto divenne sempre più pretenzioso: chiese alle amiche che avessero anche rapporti fra di loro, Aurora e Greta, sempre più innamorate non si tirarono indietro e così giunse la metà di settembre quando le ragazze dovettero rientrare a Roma.
    Dilemma: lasciarsi oppure…Prima ipotesi scartata dal trio che giunse alla conclusione, poi messa in atto, che Alberto comprasse casa a Roma, magari nello stesso loro isolato e così fu.
    Questa volte le invidiose dee Venere e Giunone ebbero pietà e non interferirono nel trio, un trio formidabile nel quale erano  sorti, anche se inusuali, due sentimenti: passione e amore!

  • 16 agosto alle ore 11:27
    Issigonis (chi era costui?)

    Come comincia: Che i romani avevano ed hanno la consuetudine di dare soprannomi ai loro concittadini è cosa risaputa ma che ad Alberto Sciarra avessero appiccicato quello di ‘Issigonis’ era un mistero per tutti ma non per Nando, il portiere dello stabile in via Conegliano dove il cotale dimorava. Alberto era da circa vent’anni il proprietario di una Mini verde decisamente scalcinata e bisognevole di riparazioni ma a cui l’interessato non poteva provvedere col suo stipendio di impiegato delle poste tenuto conto delle spese di affitto, di condominio, di luce, di gas ecc. insomma quelle che tutti noi hanno e che ci  condizionano la vita finanziaria. Nando era un appassionato di auto, acquistava regolarmente la rivista ‘Quattroruote’ e quindi era venuto a conoscenza che padre delle Mini di Alberto era un certo ‘Issigonis’ingegnere britannico di origine greca progettista di quella auto che, a suo tempo, aveva un po’ rivoluzionato i gusti degli automobilisti. Alberto era spesso triste, conduceva una esistenza grama con poche soddisfazioni: niente donne se non raramente qualche prostituta e talvolta un qualcosa che assomigliava a quel monte citato nei promessi sposi, (!) un  tran tran quotidiano casa ufficio, serate dinanzi alla TV, insomma uno schifo di vita. Suo nonno aveva sentenziato: ‘ Tre sono le cose che ti rompono i coglioni: la cattiva salute, la povertà e la solitudine!’ Proprio vero, a parte la salute abbastanza buona per il resto…  solo un colpo di fortuna avrebbe potuto cambiare la sua vita e quel colpo avvenne la mattina di un sabato. Telefonata:“È lei il signor Alberto Sciarra?” Ancora intontolito dal sonno e credendo ad uno scherzo: “Ma lei che cacchio vuole a quest’ora  da me, chi è?” “Mi scusi se non mi sono presentato , sono il notaio Luigi Camberra, ho lo studio in via Cavour qui a Roma, sono il corrispondente di uno studio notarile di New York il cui titolare mi ha incaricato di farle conoscere la notizia che, in seguito alla morte di un suo parente, tale Sinesio Sciarra, lei è l’unico erede avendo l’interessato diseredato tutti i suoi figli, mi sente?” “Per favore mi dia il suo numero di telefonico, lo richiamerò fra poco.”  E così fece il prode Alberto, avuta conferma della veridicità della notizia, vestitosi alla svelta, senza nemmeno lavarsi si precipitò in quello studio. “Mi scusi la diffidenza ma in giro ci sono stante persone che non hanno nulla da fare e che …” “Comprensibile signor Sciarra, i beni di suo zio sono molti e molto sostanziosi: abitazioni, terre coltivate, ristoranti ed altro,  fra poco le leggerò l’elenco…” “Lasci stare l’elenco, per ora desidero solo una cosa che lei interessi la Banca Popolare S.Eustochia di via Taranto affinché metta a mia disposizione somme di Euro in contanti ed una carta oro con credito illimitato.” “Signor Sciarra lunedì verso mezzogiorno potrà recarsi in quell’Istituto di Credito e, mostrando un suo documento, avrà tutto quello che desidera, di nuovo complimenti.” Il perché Alberto ce l’aveva con quella banca era dovuto al fatto che il suo direttore gli aveva negato per ben due volte la concessione di un mutuo per l’acquisto di un’abitazione.  L’entrata in banca da parte di Alberto fu trionfale, non più tronfio distacco da parte del direttore ma un inchino a novanta gradi: “Signor Sciarra abbiamo ricevuto la  bella notizia da parte del notaio Gamberra, inutile dire che siamo a sua disposizione.” “Se non ricordo male…” “Signor Sciarra lasciamo stare il passato, le ho preparato una carta oro con credito illimitato e cinquantamila Euro in contanti.” Alberto volle fare il grande salutando personalmente tutti gli impiegati e, impettito, lasciò l’istituto di credito. Il nostro protagonista per organizzare la nuova vita prese un quaderno per gli appunti.  Primo: trenta giorni di aspettativa non retribuiti, acquisto,di una nuova Mini e di vestiario, una donna di servizio e qualche femminuccia, per ora poteva bastare.” “Taxi S.Giovanni? Per favore un  vostro taxi venga a prendermi in via Conegliano 8, grazie.” “Dottò dove annamo?” “Dove ci so i negozi più eleganti.” “Ho capito via del Corso.” “Preferisco venire davanti con te, ti dispiace?” “Dottò è un piacere, sa quanti maleducati trasporto!” All’arrivo in via del Corso:  lauta ricompensa e poi: “Dammi un tuo biglietto da visita, se ho bisogno ti chiamo.” “Grazie tante dottò.” Al suo ingresso nel negozio si avvicinò un giovane efebo che, guardandolo come un appestato: “Non vorrei che lei avesse sbagliato negozio…” “A coso io me compro te e tutto il negozio!” Nel frattempo si era avvicinato il direttore:”Lo scusi ma Joe è americano e non…” “Lasciamo perdere, questa è la mia carta di credito oro,  mi devi vestire dalla testa ai piedi. Dopo circa un’ora e mezza sul pavimento del negozio erano accatastati un bel numero di pacchi e pacchetti… “Vorrei portarmi via tutto con me…” “Abbiamo un furgoncino per queste occasioni.” “Dottò dove annamo?” (A Roma darti il titolo di dottò è segno di rispetto) “Dimme un po’ ma quel commesso…” “Il direttore è ambidestro, insomma gli piacciono sia le femminucce che i maschietti effeminati.” L’arrivo  a casa ovviamente non passò inosservato, ormai si era sparsa la voce chissà come dell’eredità di Issigonis o meglio del signor Alberto, nessuno più avrebbe avuto il coraggio di chiamarlo per soprannome. Altre modifiche alla vita del nostro eroe: posto fisso per l’auto nel garage sotto casa, acquisto dell’altro appartamento del suo piano dopo la morte del proprietario, contatti con l’architetto del terzo piano per un progetto di risistemazione dei due appartamenti in uno, ingaggio di una cameriera a tutto servizio, acquisto di un bilocale ad Ostia vicino alla spiaggia.  Il portiere Nando al quale si era rivolto: “Ma quale cameriera, mia moglie Rosa è bravissima, è subito a sua disposizione, Rosa!!!” La dama quarantenne era la classica figlia di contadini, robusta ma non obesa, altezza media, tette notevoli, bel sedere insomma ci poteva venire fuori qualcosa. E così fu. “Issigonis o scusa signor Alberto qualche ordine particolare per la casa e..per lei personalmente.” “Rosa lascia stare il lei, è un po’ che vado in bianco che ne diresti se ci facciamo una doccia insieme?” Il dopo doccia fu entusiasmante, per farlo contento Rosa accettò il meglio di un rapporto sessuale senza escludere nulla, Alberto fu soddisfatto e mise mano al portafoglio. Nel frattempo acquistò una Jaguar cabriolet, una passione quella sua per le macchine inglesi. In seguito sesso a go go quando non era di turno la cameriera ufficiale. “Alberto ma non pensi ad altro che alla pelosa?” “No mi piace pure il tuo culino, la tua bocca, le tue tette e quando mi lecchi tutto troiona mia!” Un giorno entrando nella portineria vide una ragazza al posto di Nando. “Scusi signorina il portiere?” “Mio padre è uscito, può dire a me.” Quel pezzo di gnocca la figlia di Nando e di Rosa? Non assomigliava a nessuno dei due! Alta, bionda con capelli a chignon, sguardo affascinante, tette piccole ma sensuali, gambe chilometriche , qui c’era qualcosa che non andava.  Alberto decise di indagare: venne fuori che Nando e Rosa in passato gestivano una locanda ma, venuto a conoscenza di quel posto di portiere, tenuto conto che gli affari non andavano nel modo migliore, lasciò la locanda per avere un alloggio gratis ed un buon stipendio. Dopo accurate indagini, Alberto pensò di aver scoperto l’arcano: un cliente di passaggio, non certo di natura mediterranea, aveva lasciato il segno dato che Rosa talvolta arrotondava gli introiti con qualche incontro occasionale, il riscontro di questa conclusione era che ogni anno, prima del compleanno di Miriam, questo il nome della figlia, perveniva dalla Svezia una raccomandata con dentro… Passato un mese, finiti i lavori dei due appartamenti riuniti, l’Albertone pensò bene di organizzare un sabato sera una festa alla quale furono stati invitati tutti gli inquilini della sua scala. Un successone: il buffet era stato affidato al bar Berni della stessa via,  il padrone aveva chiesto una cifra esorbitante, era stato accontentato, il salone di Alberto sembrava il bar della stazione Termini.  Il padrone di casa era stato invitato a ballare da Rosa: “Ti prego abbracciami e balliamo, lo desidero senza che ci sia di mezzo il sesso.”  “Mia cara caschi male, una volta mi sono rivolto ad una scuola di danza, dopo due lezioni il proprietario mi ha restituito il canone dicendo. “Non le voglio rubare i soldi, ballare non è cosa sua!” Quel che cambiò l’atmosfera della festa fu l’ingresso nell’appartamento di Miram: truccatissima, soliti capelli a chignon con striature di grigio, camicetta rosa scollata che lasciava intravedere due meravigliosi seni,  minigonna fucsia  e scarpe con tacco altissimo che la faceva sovrastare alla maggior parte dei presenti, una bomba che non lasciò indifferente il padrone di casa. “Quella è mia figlia per te off limits! Miriam esce di casa solo per andare all’università ed in palestra, non metterti idee sbagliate in testa, é sicuramente ancora vergine!” Rosa aveva assunto il ruolo di  madre ultraprotettiva ma ne aveva ben donde perché Issigonis  era rimasto completamente abbagliato, mai vista nemmeno al cinema cotal bellezza ma come avvicinarla? Non certo all’università ma in palestra? Un pomeriggio seguì la baby e dopo un po’ entrò anche lui nel locale iscrivendosi come frequentatore giornaliero, sabato compreso.  Dopo qualche giorno Miriam si accorse della presenza di Alberto, gli fece un cenno della mano ma nessun contatto diretto. L’amante di sua madre però non demordeva, voleva sapere di più sulla baby e così si accorse che la cotale era troppo in confidenza col suo palestrato istruttore americano, una volta li vide uscire dal bagno delle femminucce, altro che vergine, Miriam scopava della grossa e allora anche lo zio Alberto poteva provarci, ma come? Ricordò che durante la festa Miriam gli aveva accennato di un certo profumo giapponese molto di moda ma costosissimo. La mattina seguente visita ad una profumeria del centro certamente molto fornita. “Signore sono a sua disposizione.” una commessa brunetta niente male. “Mi hanno parlato bene di una profumo giapponese che va per la maggiore.” “ Molto probabilmente si riferisce al ’My Tsu Quo’, vado a prenderne una confezione.  Già dalla scatola esterna si capiva che doveva essere qualcosa di speciale, figura di una giapponesina col costume nazionale circondata da fiori. “Non le ho detto il prezzo.” “Non è un problema questa la mia carta di credito.”E poi sguardo della commessa dritto negli occhi del buon Alberto per come per dirgli: “Anche a me piacerebbe averlo, se tu vuoi…” Altrettanto diretto sguardo di Alberto alla commessa: “Ho già dove foraggiare il mio cavalluccio, niente da fare.” Allora sorse il problema come agganciare Miriam per regalarle il profumo. Un giorno vide portiere e consorte uscire dal portone, sicuramente Miriam li stava sostituendo. Alberto scese in portineria: “Che ti dice ‘My Tsu Quo’?”  “Da quando signor Alberto lei si interessa ai profumi?” “Lascia perdere il signore, per chi ci crede sta in cielo, e ti rispondo: da quando ha conosciuto una strafica ragazza che non lo fa più dormire la notte!” “Ho capito, tu do del tu: mi hai vista con Frank in palestra, a me piace godermi la vita, non sono puritana come mia madre, dimmi la verità hai già  comprato quel profumo, me lo vuoi regalare ma in cambio di…”  “Una gita in Jaguar sino al due vani che ho ad Ostia vicino alla spiaggia.”  “Penso che nel due vani sia compreso un bel letto matrimoniale!”  “Oddio messa così…” “Appuntamento fra due giorni alle nove di mattina a piazza Ragusa, dirò ai miei che sono impegnata all’Università, vieni in macchina, mi troverai ad aspettarti” La situazione si era favorevolmente evoluta a suo favore forse con troppa facilità ma chi se ne fregava l’importante era che..si sarebbe fatto una gnocca che più gnocca non si può.  Miriam era con camicetta trasparente e gonna ampia e non reagì quando Alberto le mise una mano fra le cosce. “Abbia pazienza, aspettiamo di essere a casina tua, mi son portata anche il costume, avremo tutto il giorno per noi.”  Alberto avrebbe preferito andare subito al dunque ma la baby  si presentò con un mini costume ispirato alla spiaggia di Paema in Brasile. “Andiamo in acqua perché vedo che il mio ciccio si sta…” Fammi vedere il micione.” E abbassò il costume ad Alberto il cui coso prese a crescere a vista d’occhio. “Chi l’avrebbe detto un super dotato, ce l’hai più grosso di quello di Frank, complimenti!” “Lascia stare i complimenti, si sta avvicinando l’ora di pranzo, andiamo nella trattoria qui vicino poi riposino…”  Riposino un par di balle, alla vista del corpo nudo di Miriam Alberto si buttò come aperitivo sul classico sessantanove e poi entrata trionfale nella vagina in verità piuttosto stretta. “Prendo la pillola e quindi…ma vacci piano…piano…piano. Miriam stava godendo alla grande, varie volte, faceva concorrenza alla genitrice. Dopo un lungo post ludio venne fuori il profumo e, come ringraziamento,  Miriam lo baciò in bocca. Al rientro Nando. “Ti vedo abbronzato.”                                                     Alberto ripensò a quanto dettogli dal nonno, ora poteva ben dire di avere scacciato due cose in passato negative per lui, viva la vita!

  • 14 agosto alle ore 12:09
    "Sleevata."

    Come comincia: "Sleevata."
     
    -"Che bella bambina!". Mi dicevano. La mamma sorrideva. Riccioli biondi, grandi occhi azzurri, la boccuccia a cuore. Soltanto: un poco cicciottella.
    In estate, sulla spiaggia, la mamma m'inseguiva con il cibo. A me piacevano i gelati e a ora di pranzo, tutti sul lido, o in pizzeria.
    Tutti, cioè il papà, un metro e ottanta per circa 160 chili, la mamma, un metro e sessanta per 95 e il fratello più grande, alto e pesante quasi come il papà. Una famiglia allegra e mangiona, dove il cibo era un argomento da "ricerca del posto dove si mangia meglio".
    Poi l'incidente.
    A dodici anni mi ritrovai ad essere la cuginetta cicciottella in una famiglia di magri. La sorella di mio padre mi prese con lei. Anche in quella casa il cibo non mancava, ma i miei due cugini, magri, mangiavano "per mangiare", mio zio Lucio era un chiodo alto un metro e ottanta e la zia olga, un chiodo e basta.
    Tuttavia io non persi le mie "buone" abitudini: colazione abbondante (facevo fuori marmellata, yogurt, miele, biscotti e quant'altro), assieme al latte. Mentre i cugini prendevano il tè con tre fette biscottate e mi osservavano, muti.
    Gli zii si lanciavano sguardi tra di loro e zia Olga sottolineava:
    -"Mio fratello e la moglie erano di buon appetito"- Come per scusarmi.
    Io sentivo la mancanza delle risate a tavola, della mamma che mi comprava il gelato, del fratellone che mi sollevava di peso come fossi una piuma. Non c'erano più.
    Nessuno mi diceva: -"Che bella bambina"- Bambina non lo ero più: dodici anni, poi tredici, poi quattordici. Dalle medie al liceo classico. Pochi amici, molto studio e tanta musica nelle orecchie. Ricevuto in regalo un iPod, collegato al computer per copiarci sopra alcuni brani musicali da Internet, camminavo con la cuffia sui ricci biondi e lo sguardo azzurro fisso in avanti.
    Ottimi voti, scarsa in palestra, sempre più alta (come papà), più affamata (come in famiglia), più sola. A questo punto zia Olga decise di intervenire e cominciarono le visite mediche, i controlli, le sgridate condite di sentimento e logica, nel vedermi immersa con la testa nel frigo. Cominciarono anche i pranzi dietetici, i cibi scomparsi da casa (niente più merendine o biscotti), le "pesate" settimanali e gli sguardi corrucciati dei cugini: io mangiavo, mi allungavo e pesavo sempre di più. Togliermi la paghetta? Inutile: insegnavo greco e latino, ma anche matematica ed italiano, a domicilio.
    Guadagnavo e mangiavo fuori. Avevo più amici (cene offerte, pizziate, gelati per tutti), ma ero sempre più alta, grassa e sola. Bella? Non so: un metro e settantacinque per circa cento chili di peso, capelli ricci a boccoli biondi, lunghi, grandi occhi azzurri e, sì: una boccuccia a cuore sotto un bel nasino.
    Mi diplomai, m'iscrissi a legge, mi laureai con il massimo e la lode. Superato l'esame di stato, lasciai Napoli e trovai lavoro in uno studio a Benevento.
    Avevo una scrivania, un angolo di balcone e con il tempo anche molto lavoro. Nulla di impegnativo, però diventavo ogni giorno più indispensabile allo Studio Legale G. Di Luna e M. Di Luna. Laddove la G. era il padre, Giuseppe e la M. Massimiliano, il figlio. Più o meno della mia età.
    Sull'altezza ce la giocavamo (era uno e ottanta), ma sul peso decisamente no: palestrato, abbronzato, occhi neri e capelli in ordine, mi dedicava sorrisi di circostanza, dialogava con me sui casi più problematici e spesso facevamo lo spacco del pranzo, assieme.
    Lui mangiava con gusto, ma in quantità moderate. Io cominciai a mangiare di meno, per non sembrare troppo affamata. Persi qualche chilo e m'innamorai.
    Aspettavo il suo passo il mattino. Lo seguivo con lo sguardo. Lo seguivo su Face book (chiesi l'amicizia sotto falso nome). Non avevo speranze.
    Poi seppi che la sua fidanzata l'aveva lasciato per un avvocato "di grido", più grande di lui e pieno di soldi. Capii che soffriva, tentai di aiutarlo e cominciammo ad uscire qualche volta assieme di sera. Passeggiate in auto, cinema, cene, ma mai con gli amici di lui.
    Una sera mi portò a casa sua per un bicchiere di vino e vi restai fino il mattino.
    Forse a causa della sofferenza subita, mi trovò attraente, o almeno, passabile, malgrado fossi decisamente cicciottella. Avevo comunque forme femminili e la pelle bianca come il latte. Bei seni e viso piacevole. La fidanzata, intanto, si era sposata.
    Fatto sta che, dopo alcuni mesi in cui ci frequentammo piuttosto assiduamente, senza fare pubblicità alla cosa, lei si fece sentire di nuovo. Da sposata, le andava bene avere un amante giovane, lui, da uomo innamorato qual era, mi fece capire a chiare lettere che intendeva riprendere la relazione con la sua Federica.
    Insomma: dovevo lasciare libera la piazza.
    Non feci una piega: che dire? Niente promesse, niente amore. Mi doveva bastare la bella esperienza e così mi feci da parte.
    Bene: da quel momento la mia fame divenne compulsiva: piangevo e mangiavo di tutto, sfogavo la mia depressione nelle pizze, nei dolci, nei gelati. Il frigo sempre pieno, la "birretta" ad ogni ora. Vino bianco, vino rosso, varie tipologie di liquori dolci. Partendo dalla mia non certo magra situazione, in breve mi ritrovai decisamente obesa. Inoltre: piangevo sempre.
    Sul posto di lavoro sembravano non farci neanche più caso. Massimiliano mi guardava, di tanto in tanto, ma era troppo preso dalla sua storia sentimentale per curarsi di me.
    Un giorno, però, mi chiamò nel suo studio, il padre. Sembrava a disagio. Andò diritto allo scopo:
    -"Avvocato De Martino, così non si può andare avanti."-
    Tacqui.
    -"Lei si accorge che gli abiti le vanno sempre più stretti? Mi sembra che la sua poltrona non la sorregga più. I clienti l'osservano a disagio. In tribunale, ho saputo, che i giudici la chiamano con un termine che vorrei evitare, ma mi tocca dirlo: "Cicciolona". Lei è chiamata "La cicciolona dello studio legale Di luna. Mi perdoni, ma le ridono dietro, anche quando difende una causa e non la prendono sul serio. Noi abbiamo, invece, bisogno di essere presi sul serio. A mio parere lei ha bisogno di cure."-
    -"Cure?"-
    -"Sì: mediche, psicologiche, non so dirle. Deve cominciare una cura dimagrante e farsi sostenere da qualcuno che la incoraggi e le dia ausilio. Personale qualificato."-
    Restai senza parole, ma lui continuò:
    -"Le darò un mese di stipendio e un mese di ferie. D'altra parte se le merita: non le ha mai prese. Mi auguro che in questo mese, lei riesca a risolvere le problematiche estetiche e di salute di cui le ho parlato. Auguri."-
    La mia tragica figura imponente si stagliava di fronte, nello specchio. Sembravo un elefante senza proboscide. Presi l'assegno che l'avvocato mi passava, raccolsi poche cose e mi diressi a casa.
    Come prima reazione mi rivolsi al frigorifero che non mancava mai di nulla. Mangiai fino alla nausea e bevvi. Mi addormentai sul divano, con la televisione accesa e mi risvegliai su di un canale americano che, chissà per quale combinazione della sorte, dedicava la sua attenzione agli obesi.
    Fu come un lampo, un'illuminazione, come San Paolo sulla strada di Damasco, fui folgorata dall'idea di dover dimagrire ad ogni costo.
    Come? Non credevo nelle diete e neanche nella ginnastica o nella palestra. Occorreva una cura drastica.
    Mi ritrovai a scrivere il termine "obeso" sulla pagina del computer che mi rimandò ad un Forum: "Eravamo obesi. Sleeve Gastrectomy, Plicatura e Gastroplastica verticale." Fui sommersa da un mare di notizie. Sensazioni simili alle mie, vissute da tanti: non ero più sola. Cominciai con il crearmi uno "spazio utente", misi come immagine l'elefantino rosa con le ali e presi ad interrogare sulle loro esperienze i "nuovi amici".
    Si mostrarono disponibilissimi. Capivano ogni mio stato d'animo, ogni problema fisico e tutti m'incitarono a provare con la chirurgia: "la sleeve gastrectomy laparoscopica."  Nomi di medici, di cliniche vicine o più lontane e spiegazioni:
    -" La Sleeve Gastrectomy Laparoscopica (SGL) è un intervento di tipo restrittivo in cui lo stomaco è tubulizzato.
    La SGL è stata originariamente sviluppata in Inghilterra e in seguito adottata negli Stati Uniti, Germania e Belgio.
    L’ intervento è realizzabile con pratica laparoscopica e presume l’asportazione di una gran parte dello stomaco mediante una resezione, conseguita con l’ausilio di suturatrici meccaniche. La parte di stomaco residuo ha un aspetto tubulariforme di volume ridotto in modo drastico, con una capacità di circa 100/150 ml. Questo procedimento non è reversibile perché una parte dello stomaco è eliminata. I nervi dello stomaco ed il piloro, la "valvola di uscita", restano intatti conservando la funzione gastrica a dispetto del volume diminuito. Durante l’alimentazione il cibo entra nello stomaco tubulizzato e lo riempie per impilamento essendo arginato dal piloro . Il riempimento del tubulo gastrico stabilisce un’importante limite meccanico all’assunzione di altro cibo, associato ad un senso di sazietà."- Quello che più mi colpì fu il fatto che avrei provato un "senso di sazietà" e che ci sarebbe stato qualcosa a limitare la quantità d'ingestione del cibo. Qualcosa di meccanico, che non mi avrebbe più permesso di mangiare di tutto ed in quantità industriali.
    Approfittai del forum per porre interrogativi, per dialogare, comprendere quale fosse la strada che stavo imboccando, cosa mi aspettava ad un mese, ad un anno e nel futuro.
    Mi convinsi. Così fu che, sempre tramite internet, trovai quello che mi sembrava (a Roma), il centro più vicino e sicuro per mettere in atto il mio piano.
    Fu questione di poco. Il denaro non mi mancava (non ne avevo praticamente speso che piccole somme, dal momento in cui avevo cominciato a lavorare ed avevo, anche, una bella cifra ereditata alla morte dei miei). Partii per Roma, permisi che mi studiassero in tutti i modi, firmai tutte le carte che dovevo e, infine, mi operai. Mi attendevo, nel tempo, una riduzione del 50-60% dell'eccesso di peso, ma mi aspettavo, sopratutto, il mantenimento del peso nel tempo. Non avevo famiglia e non volevo rivolgermi agli zii, per cui tutto il percorso, difficile, che avrei vissuto, avrei dovuto superarlo da sola, ma avevo soldi a sufficienza per farmi aiutare da qualcuno. Così, dopo essermi procurata un grazioso villino fuori Roma, avevo prenotato una specie di badante che mi aiutasse all'uscita della clinica. Si chiamava Barbara, era simpatica, grassottella e automunita: mi aveva accompagnata ad ogni visita prima dell'operazione e mi attendeva all'uscita della sala operatoria. Una sorella a pagamento, insomma. Pur essendo scettica, sapevo che gli studi dimostravano come il senso di fame sarebbe diminuito perché la porzione di stomaco che mi era stata asportata, produceva la Grelina, ossia uno degli ormoni responsabili del senso della fame.
     Dopo quattro giorni di degenza, dimessa, ebbi un decorso post operatorio sereno, senza difficoltà, anche se con qualche sofferenza. Non avrei mai immaginato, dopo la "rampogna" del mio capo, che l'operazione mi avrebbe rivoluzionato la vita.
    Certo, non da un momento all'altro: dovetti riabituare il mio nuovo stomaco al cibo, per cui la mia "badante", si trasformò in una baby setter, facendomi subire uno svezzamento durato un paio di mesi. Dalla data dell'operazione fui costretta ad ascoltare cosa voleva il mio corpo e a comprendere quello che non mi faceva bene e quando dovevo fermarmi per non stare male.
    Dovetti chieder ausilio ad una nutrizionista, che mi aiutò a scegliere la qualità di quello che avrei mangiato e raggiunsi un accordo tra la fame vera e quella di testa. Il mio frigorifero si svuotò di molti alimenti, per riempirsi di quelli che mi erano consentiti. I miei gusti erano cambiati, dimagrivo e dimenticavo il modo di vivere l’approccio con cui gestiva l’alimentazione la mia perduta famiglia. Mi sembrò di tradirli, ma il cibo, usato come una gruccia per le difficoltà, divenne inutilizzabile.
    I cambiamenti si fecero vedere nei mesi e ne occorsero nove per dimagrire oltre quaranta chili, ma ero soprattutto mutata dentro.
    Mi guardavo allo specchio: sotto il grasso, ricercavo quella nuova donna che mi avrebbe permesso di fare l'avvocato senza sentirmi chiamare con nomi divertenti e offensivi. Non m'interessava più di piacere a tutti, di essere accettata, apprezzata, aiutata. Non volevo essere amata da Massimiliano, anzi, usata da lui, per dimenticare la donna che l'aveva tradito. La Evelina conciliante e debole che aveva bisogno del cibo per sentirsi meno sola, non c'era più. L'Evelina attuale era più riflessiva e meno istintiva e mi resi conto, che avrei avuto bisogno di uno psicoterapeuta, perché mi aiutasse a trovare un giusto equilibrio tra il mio nuovo essere interiore e il mio nuovo organismo esteriore. Per apprendere ad avere una percezione reale del mio corpo. A vedere così com’era la persona che si rifletteva nello specchio, non identificavo le vere dimensioni, così differenti da un anno prima e trovavo difficile riconoscere la donna di oggi; ma dovevo anche tenere conto che, per tornare completamente alla mia vita normale, utilizzando il dimagramento, avrei avuto anche bisogno di un'addominoplastica. Difatti; lentamente, nel tempo, ero dimagrita, ma il mio addome era divenuto flaccido e pendulo. Un poco come le mie braccia e le gambe. Insomma: nessuno mi aveva preparato al fatto che perlomeno un intero anno della mia vita avrebbe dovuto essere dedicato alla mia bellezza, se volevo utilizzare il dimagramento. Altro che il mese previsto dall'avvocato del mio studio! Subii, sempre accompagnata da Barbara, l'asportazione chirurgica dell’adiposità localizzata e dell’eccesso cutaneo addominale e alla fine ebbi un addome piatto e rassodato, che, assieme ad alcuni "ritocchi" alle braccia e alle gambe, completarono il mio nuovo aspetto. Anche quegli interventi dovettero essere seguiti da un percorso post operatorio.
    Oggi, finalmente, ho cominciato a sentirmi fortunata, comprendendo di avere avuto una nuova opportunità e di essere stata capace di coglierla.
    L'alimentazione era proprio cambiata: una pizza intera? Impensabile:
    ne riuscivo a mangiare 1/4. Pasta? Una media di 50-60 grammi con condimento di verdure. Finite le laute cene: mangiando carne, riuscivo a mandare giù pochissimo contorno (un paio di forchettate di insalata o verdura o peperoni o una due fette di melanzane). La fame ritornava a breve, perché digerivo subito, mangiavo frutta, o un pacchetto di cracker.
    Il ricordo dei miei genitori e del fratellone robusto, nel tempo, si è come appiattito, ma sono diventata più forte e capace di riprendermi la mia vita e affrontare le giornate di lavoro e un uomo, se mai verrà, che si innamori di me e non mi debba usare come il momentaneo sostituto di un amore perduto.
     
     

  • 13 agosto alle ore 7:54
    Senza Linea

    Come comincia: Ci fu un tempo in cui la Telecon si chiamava Stipel, e poi Sip, ecc. ecc. Quando c'era un guasto bastava segnalarlo e dopo poche ore arrivava un omino che in un baleno ti rimetteva in contatto col mondo. Oggi viviamo nell'era delle comunicazioni. Tutto è veloce, velocissimo, le comunicazioni sono più veloci anche del nostro pensiero, efficienza, notizie in tempo reale, anzi arriva la notizia prima ancora che succeda l'evento. Che meraviglia! Ma appena c'è un guasto eccoci ritornati all'età della pietra. Io sono isolata, senza linea telefonica, quindi senza internet annessi e connessi, da martedì 5 agosto. Dove sei omino della Stipel! Così gentile, silenzioso, preciso. Che bellezza quando mi dicevi:"adesso facciamo una prova e vediamo se è tutto a posto". Oh, quanto mi manchi omino della Stipel! Tu non puoi immaginare la tortura a cui siamo sottoposti! 
    Chiamo il gestore e pazientemente digito 1-2-3-4-5-6.....a seconda di quello che mi serve,e quando finalmente riesco ad acchiappare l'operatore n. 123456789, ecco che salta la linea. Ormai sono abituata. Rifaccio il numero, ridigito, riattendo, rimastico il mio fegato, e quando finalmente qualcuno mi risponde....mi comunica che c'è un guasto sulla "mia" linea, e che entro tre giorni provvederanno. TRE GIORNI???? Certo, tre giorni, cosa c'è di strano!
    L'indomani, mercoledì pomeriggio richiamo decisa a sfogare tutto il mio disappunto, ma quella gente lì è dotata di scudo e armatura. Protesto, non potete lasciarmi tre giorni senza telefono! Risposta.....noi siamo in regola, vada a leggersi il contratto! E poi la sua pratica è in nota da stamattina. Controrisposta: E io vi denuncio! Stamattina? Ho chiamato ieri pomeriggio!!!! Io vado a leggermi il contratto e voi invece andate...non lo dico. Antipatica, arrogante, saputella, stronzetta, con quella voce metallica e insolente, maleducata e saccente! Porco diavolo, non mi sono neppure presa nota del codice operatore! Mentre il cuore mi batte nelle carotidi deciso che devo calmarmi onde non finire al pronto soccorso.
    Giovedi verso le 13, ecco che mi chiama un tecnico. Oh, miracolo! Mi rivolgo a lui con una gentilezza che cola miele da tutte le parti. Allora signora, prenda uno stuzzicadenti e guardi sul retro del router, c'è un buchino con sotto scritto "reset". Ok, fatto? visto? Sì, fatto e visto. Bene adesso infili lo stuzzicadenti nel buchino e tenga premuto finchè glielo dico io. Allora? Allora niente, non succede niente, è tutto come prima. Ok, lunedì le invio il router nuovo. LUNEDI'???? Sì' lunedì, tenga presente che anche se dovesse venire un tecnico non verrebbe prima di lunedì. Quando riceve il router lo installi e poi io mi farò sentire per capire se è tutto risolto.
    Ormai non ho più energie, la rassegnazione si è impadronita del mio essere.
    Venerdì, ecco un messaggio sul cellulare. Il gestore mi scrive che è stata creata la spedizione n.123456789... e mi chiede di collegarmi a w.w.w. ecc.ecc.ecc. per seguire la mia pratica. Mi scrive da un numero al quale non si può rispondere. Ho la schiuma alla bocca: COME MI COLLEGO A W.W.W. ECC.ECC.ECC. SE SONO SENZA LINEA?????
    Sabato 9 agosto, chiamo il gestore, pagando, dal mio cellulare....mi risponde un uomo, menomale, gli uomini sono molto più gentili di tante donne. Gli spiego la situazione e lui si mette a ridere, certo, come posso collegarmi se non ho la linea! Richiami lunedì, mi dice, perchè non ho ancora il numero di bolla del corriere. Certo, dico io, perchè il corriere non ha ancora preso in carico la spedizione. No, la spedizione è stata fatta. No, guardi la spedizione sarà stata fatta da voi al vostro magazzino spedizioni, ma il corriere non l'ha ancora altrimenti lei vedrebbe anche il numero della sua bolla. Ah sì? E lei come lo sa? Io lo so perchè ho lavorato dai corrieri tutta la vita. Ah capisco! Eh sì, non saprei dirle quando passa il corriere. Provi a richiamare lunedì. Ormai io provo un senso di nausea, ma lui è talmente gentile che sono gentile anch'io. Ok, a lunedì.
    Sabato sera: ho deciso che la dieta non fa che incattivirmi di più per cui sono andata al supermercato e mi sono comperata 6 paste con la panna, due cannoli siciliani e un trancio di crostata con marmellata di mele, guarnita con gherigli di noci. Anche una bottiglia di vino, vivace, come piace a me. Malvolentieri divido il bottino con Paolo, ricordandogli coscienziosa che lui ha il diabete, ma la verità è che vorrei mangiarmi tutto io.
    E adesso con chi condividere il dopocena? Sono isolata dal mondo, mi sento una naufraga sull'isolotto delle barzellette, tre metri per tre, ed ecco Fantozzi emergere dalle onde in cerca di aiuto. Lo acchiappo per il salvagente e lo trascino sulla terraferma. Non ti sarai mica portato dietro la nuvoletta, lo guardo minacciosa, no, mi risponde, mi ha abbandonato. Ok, meglio così. Cosa ci fa qui lui? Paolo è contrariato, non c'è posto per tre persone. Ma dai Paolo, è solo fino a lunedì. Fantozzi ha fame, e lo dice. Io però mi sono mangiata tutti i dolci e bevuta tutto il vino. Paolo si intenerisce e gli lancia una scatola di filetti di sgombro che oggi ho comperato in offerta a 0,98. Perchè fino a lunedì? Ma sì Paolo, non mi ascolti mai quando parlo! Lunedì arriva il router e torneremo nel mondo. Già e domani cosa gli diamo da mangiare, e cosa è il router? E' un pezzo del computer, taglio corto. Gli diamo...non so, sgombri, sardine, sottaceti, tuttta quella offerta a 0,98 al pezzo.
    Giro la testa sul cuscino, ma che palle! Che caldo! Ah, ti sei svegliata! Paolo mi guarda divertito, la testa un po' sollevata appoggiata alla mano. Gli lancio un'occhiata armata. Cos'hai da guardarmi così? Dov'è Fantozzi? Ahahah, Fantozzi se n'è andato a casa, aveva una gran fretta, paura di perdere il treno! Paolo ride e io mi sento irritata. Sono ancora frastornata: Ah, ok! E smettila di ridere!
    Domenica, domenica di rottura di palle. Stamane camminata veloce per tacitarmi la coscienza. Il tempo si trascina noioso fra uno scroscio di pioggia e l'altro. Non ho voglia di leggere, non ho voglia di scrivere, non ho voglia di guardare la tv, non ho voglia di giocare a carte, va be', una partita per fare contento Paolo, ma alla sua richiesta di una seconda partita è sufficiente un'occhiata per fargli dire, mah, veramente non ne ho poi così voglia. Decido di riprovare con lo stuzzicadenti e il "reset", chissà mai.....niente da fare. Le luci intermittenti impazzite mi dicono smet-ti-la-di-far-mi-il-sol-le-ti-co-tan-to-è-inu-ti-le. Rifletto che non ricordavo un'incazzatura del genere da quando ancora andavo al lavoro. Mi guardo nello specchio del bagno: idiota, volevi spendere meno? Eccoti servita, anzi disservita. Mi distraggo un attimo dalla mia indignazione per complimentarmi con me stessa, però, mi piace questo bisticcio di parole. Osservo la luce maligna del mio sguardo mentre mi immagino una vendetta esemplare...e sospiro! Solo Davide ci riuscì contro Golìa, e infatti ancora se ne parla e se ne legge.
    Lunedì mattina, ore nove circa, suonano, mi affaccio. Il furgone di Bartolini! Scendo subito, gracchio dal balconcino! Mi butto a rotta di collo giù per le scale, non vorrei che scomparisse, ma è reale, proprio reale. Una bella ragazza che mi consegna il pacco agognato contenente il router. Bene, adesso tocca a me. Non ci vorrà mica un ingegnere, penso! Mi districo fra una marea di fili utili e inutili e avanti: porta rossa cavo telefono, porta griga cavo DSL, porta ETH2 cavo blu, apparato accensione...e ok. Fatto. Aspetto tutto il tempo che c'è da aspettare, ma nessuna luce diventa fissa, anzi noto che quella del tel. proprio non si accende. Ma che router e router, manca la linea!
    La delusione è cocente! Mi attacco al telefono cellulare, solita trafila....certo, ho dato un'occhiata alla situazione, mi dice un uomo, lì non c'è un problema di router bensì un problema di linea! Ma va! Allora quel demente che mi ha fatto fare il giochino dello stuzzicadenti dove l'avete trovato? Lui, via telefono, ha fatto la diagnosi, deciso la terapia, peccato che non abbia capito niente. L'uomo al telefono mi rassicura: metto subito una nota di sollecito signora.
    E' martedì ed io sogno di vendicarmi vendicarmi e ancora vendicarmi. Ormai ho perso la lucidità. Acchiappo il cellulare e richiamo il gestore, e il disco mi avvisa ancora che mi sarà probabilmente chiesto un parere sui servizi offerti. Mi potrò esprimere con un numero.....sono verde. No, no e no, io non voglio esprimermi con un numero, io devo parlare, sfogarmi, possibilmente insultare qualcuno...non mi basta un numero. Mi risponde Filippo, gentile e con una voce molto bella. L'avranno messo lì apposta. Signora, guardi che si tratta di un problema nella centralina che copre tutta la zona, non capisco però perchè ci mettano tanto a ripararla. Se non capisce lui.....
    Martedì sera, mentre cerco di distrarmi guardando un poliziesco in tv suona il cellulare. Buonasera, le telefono per sapere se è tutto risolto e ha la linea. NO NIENTE E' RISOLTO E IO NON HO LA LINEA DA MARTEDì 5 AGOSTO.
    Ricomincio a fare tutte le mie rimostranze e lui...detto fra noi due signora, la colpa è della Telecom che non ha più un euro e così non interviene sulle linee.
    Vorrei rispondergli che non me ne frega niente delle loro questioni, che voglio solo riavere la linea telefonica, invece dico solo buonasera.
    Oggi mercoledì, la giornata si trascina come quelle precedenti, senza scosse nè novità.
    Stasera, mentre sto facendo a Paolo l'iniezione nel braccio prima di cena, lo sguardo "mi cade" sul router. Tutte le luci verdi, tutte le luci fisse, anche quella del telefono.
    "Paolo, è arrivata la linea! La linea!"
    "AHIA!!!!!"
    "Accipicchia! Ti ho fatto male? Scusa! "
    "Ma no, figurati, mi hai solo scavato un po' nella carne! Cosa vuoi che sia di fronte alla linea ritornata?"
    Il tono è ironico, ma vedo che gli scappa da ridere. :)

  • 13 agosto alle ore 0:58
    La farfalla

    Come comincia: Ho una farfalla sul cuore, un continuo svolazzare di ali che lascia scendere pulviscolo sulla mente, incessantemente sussurra: "ti prego... apri il mio cuore alla luce d'amore, che sappia ricevere tanto quanto può dare..." Poi non ascolto, metto da parte le ali e i pulviscoli e le loro farfalle. Poi le farfalle tornano. Invadenti, supponenti, testarde. Leggiadre e dolcissime. Pure schiaffeggiano il cuore che sa aprirsi nel dare chiudendosi al ricevere. -Duri sono i cuori che sanno amare- non sono preparati a ricevere. Se possiamo dare possiamo ricevere, ché fermando il circolo di amore, scordiamo il flusso della Vita. Ecco un nostro difetto che inceppa il circuito di sana energia. Noi umani siamo teste dure.

  • 12 agosto alle ore 21:56
    Un vecchio abito

    Come comincia: In una spregiudicata gioventù, quando ancora deve giungere la ragione e quando è troppo presto per qualunque cosa, decisi di farmi un abito come si deve. Lo feci fare su misura, preciso ed impeccabilmente adatto a me. Era come lo avevo sempre desiderato; di un colore classico ed intramontabile, di un tessuto fresco d’estate e caldo d’inverno, talmente fatto bene da cadermi a pennello e rendermi ineguagliabilmente affascinante. Lo indossavo ad ogni occasione, lo portavo con estrema disinvoltura ad ogni appuntamento importante. Mi ero tanto affezionato a quel capo che finii per indossarlo anche agli appuntamenti meno interessanti. Lo sfoggiavo con disinvoltura per lavoro e per piacere e, ora che ci penso, è sempre stato protagonista nei mie ricordi più belli. Scuro, ma non troppo, elegante, ma allo stesso tempo sportivo e comodo, spesso macchiato irrimediabilmente, ma capace di nascondere anche le macchie più indelebili. Posso solo ringraziare i mie genitori, che tanto si sono sacrificati perché potessi permettermi un abito del genere. Entrambi hanno messo il loro contributo affinché potessi indossarlo per lungo tempo senza che perdesse il suo valore. Questa notte ho sognato il momento in cui sarebbe stato troppo vecchio e logoro per poterlo indossare ancora; ho sognato l’istante in cui avrei dovuto separarmene e sostituirlo con uno nuovo. Abbiamo passato talmente tanto tempo insieme che quasi lo sento come un amico e doverlo abbandonare mi rattrista e spaventa. Nel sogno lo riponevo in un baule di legno, piegato e stirato come se fosse nuovo, pulito e profumato perché mostrasse il suo “lato” migliore. Da quel momento in poi, per un naturale cambiamento fisico, non sarei più potuto rientrare in quelle vesti, ma come onorare tanta devozione e tanto affetto? Quale targhetta avrei messo sul baule per ricordare il suo contenuto? Vecchio abito? Troppo banale. Il mio caro vecchio vestito? Troppo sentimentale….Così, sempre nel sogno, presi la penna, una grande targhetta adesiva e scrissi : “ Io e te, abbiamo visto il Mondo e le sue genti, ci siamo divisi lacrime e sorrisi, acqua e Sole, pensieri e azioni; abbiamo condiviso errori e fortune, fiducia e tradimenti. Come l’uno nella mano dell’altro siamo stati uniti nei desideri e negli intenti. Il tempo che ci ha visti separati è stato più missione che volontà, ma la voglia di rindossarti ancora era più forte di ogni fatalità. A volte sono stato il mandante del tuo logorio e complice nell’accelerare il tuo invecchiamento, ma hai sempre saputo esternarmi il tuo disagio con discrezione e sentimento. Semmai ti ricorderò, lo faro con affetto, se ti ricercherò sarà per diletto; ormai guardo abiti moderni e nuove vesti , di te avrò forse sogni e immagini celesti. Ti riporrò con cura e senza fretta, e intanto penso un titolo per questa tua targhetta. Ti lascio nel baule senza un graffio e scrivo a grandi lettere EPITAFFIO.”

  • 12 agosto alle ore 20:59
    Elena e Dick Tredicesimo Capitolo

    Come comincia: Gli uomini che l'avevano presa avevano l'aspetto di bovari, sporchi e grossolani giusto i tipi che Elena non temeva. In realtà non aveva mai avuto paura di nessuno, e l'unico che l'aveva spaventata adesso era lontano. Fece capire che non avrebbe gridato e la lasciarono libera. Scrollò la testa per riprendere il controllo delle facoltà :- Non ho intenzione di gridare e nemmeno di opporre  resistenza. Lasciatemi libera di respirare e sarà meglio per tutti. -
    :- La signora fa la spiritosa- disse quello che sembrava il capo e un altro rise :- Le faremo passare la voglia.- erano ancora fermi sotto un tiglio ormai spoglio e le foglie, per terra formavano un tappeto dorato. :- Avanti salga in macchina, o vuole che la butti dentro di peso.- Nonostante il tono di voce Elena capì di averlo in pugno, gli uomini, di solito ammiravano il suo coraggio. Con la grazia di una regina, sedette a fianco del guidatore. Bella e altera, i tre uomini la guardavano affascinati. Non avevano mai visto da vicino una donna così bella e raffinata. Le loro mogli erano povere contadine come loro, ed Elena apparteneva ad un mondo che non conoscevano. La portiera si chiuse, e la grossa macchina partì in direzione montagna<<< Bognanco>>>> pensò la donna, ma dovette ricredersi quando svoltarono sul ponte di Mocogna, e proseguirono per poche centinaia di metri . Svoltarono a sinistra e seguirono una strada stretta che saliva fino alla chiesetta di Snt'Andrea. Non parlò, facendo credere di non sapere dove si trovava e guardava incuriosita fuori dal finestrino :- Dove siamo ?- domandò con finta ingenuità
    :- Non la riguarda, siamo dentro un castello.- rispose ironico uno dei tre.
    ​Effettivamente, poche centinaia di metri dopo la chiesa , erano ancora evidenti le tracce di quel che un tempo era stato un vero castello la cui storia si era persa nel corso dei secoli. Ai piedi della collina esisteva ancora il borgo medioevale  dove si suppone vivessero i servi della gleba di proprietà del castellano. Nei secoli, forse per una ribellione, il castello era stato demolito e con le pietre, dopo varie vicissitudini, era sorta la chiesetta che svettava al limite della collina e visibile a chilometri di distanza, circondata dai castagni da cui spuntava il campanile  in stile moresco.
    ​Elena sapeva benissimo dove si trovava, c'era già stata centinaia di volte e aveva giocato fra quelle pietre con i suoi amichetti d'infanzia ma si comportò come se fosse un po' spaesata e il capo si sentì in dovere di tranquillizzarla :- Se continuerà a comportarsi bene non le accadrà nulla di male. Qui sarà trattata bene -
    ​:- Si, come no !. Vorrei solo sapere cosa volete da me. Se è un riscatto, avete sbagliato persona . Io non sono ricca e non credo ci sia una persona disposta a tirare fuori soldi per me. Quindi cascate male.-
    ​:- Soldi ? e chi vuole soldi !- rise il capo- Noi vogliamo Salvatore e dovranno liberarlo se vogliono lei libera e  viva-
    ​:- Madre de Dios !, e chi sarebbe questo Salvatore ?-
    :- Non sarebbe, è il nostro capo che è stato arrestato con quel traditore di Federico.-
    ​Cominciava a capire. Uno dei due capobanda, oltre a Federico, era questo Salvatore che a quanto pare era il proprietario della droga nascosta fra le armi nel container. I due compari non sarebbero usciti tanto presto dalla galera, ma gli uomini, fuori, avrebbero tentato ogni strada per liberarli. :- Siete capitati male lo stesso - insistè Elena - A me non fa caso nessuno. Non conosco persone che possano aiutarvi, sono solo una turista che va in giro a fare fotografie.-
    ​:- Balle, ieri eri a casa di Federico. Ti abbiamo vista -
    ​:- E con ciò. Mi ha vista, ha voluto conoscermi e abbiamo pranzato insieme a casa sua. Per il resto non so nemmeno chi sia.
    :- Non dire bugie, e ci sono anche i carabinieri. Scommetto che ieri ti ha raccontato i fatti nostri e tu sei andata dritto filato a spifferare tutto in caserma- Era passato dal cerimonioso lei al volgare tu
    ​:- Sei fuori strada, amico, non so di che stai parlando. Sono andata dai carabinieri perché ho perso un documento importante e speravo che chi lo avesse trovato lo riconsegnasse in caserma . Tutto qui. Quanto a Federico .....-
    :- Non importa. Se vogliono rivederla viva dovranno darci Salvatore.-
    ​< sì, come nò > pensò Elena, < ve lo daranno subito >. I due delinquenti erano in viaggio per le carceri di Milano dove sarebbero rimasti per un bel po' di tempo. Dick e il maresciallo capo, avevano deciso di trasferirli subito ed erano partiti immediatamente. Chissà se si erano già accorti della sua sparizione, se la stavano cercando e soprattutto se Dick era preoccupato. Tutti questi pensieri le si aggrovigliavano in testa.  I pensieri si facevano tormentosi, intanto l'avevano fatta entrare in una stanza arredata con una certa pretesa di ordine se non di eleganza. In un angolo, sotto ad una ampia finestra,  un divano in pelle rossa e due poltrone uguali disposte a formare un salottino completato da un tavolo basso di cristallo . A destra del divano, un mobile in legno di ciliegio e ripiani di vetro, conteneva tazze e piatti e bicchieri e sopra alcune bottiglie di alcolici facevano bella mostra di se. Le bottiglie erano sigillate, forse i liquori erano troppo raffinati per quei bovari. Bassa manovalanza, pensava, Elena. Credeva di essere in un guaio peggiore di quel che immaginava, cominciava a temere che gli uomini potessero ubriacarsi e usarle violenza. Uno solo non sarebbe stato un problema, ma tutti e tre.... In quel momento entrò una donna. Aveva un aspetto modesto. Vestita di nero, con in testa un fazzoletto annodato per raccogliere i capelli :- Buongiorno signurì,- salutò - tenete fame ? , mo ve porto a pasta co a salsiccia.-  Parlava un dialetto tra il calabrese e l'ossolano difficile da capire. Il calabrese è di per se  incomprensibile e l'ossolano ( un patois, misto di lombardo, vallesano, e piemontese, lo è ancor di più. Tuttavia Elena la capì benissimo ringraziò e tentò un approccio con la donna :- Ho davvero fame -  disse -avete cucinato voi ?-  la donna parve stupita, forse non si aspettava una reazione gentile da parte di una prigioniera :- No, ha cucinato mia sorella . Lei è brava.-
    ​:- Come ti chiami - chiese gentilmente
    :- Immacolata, e mia sorella si chiama Soccorsa-
    :- Come mai Soccorsa ? è un nome insolito-
    ​:- A lu paise mio ce stanno tante soccorse. Sono guarite dalla malattia perché la Madonna le ha soccorse- spiegò Immacolata nel suo modo strano di parlare.
    ​Entrò Soccorsa con una zuppiera fumante di pasta fatta in casa condita con ragù di salsicce . Un profumo da resuscitare i morti . Immacolata fece comparire, come per magia un tavolino e apparecchiò velocemente per tre :- Dobbiamo mangiare assieme , ha detto mio fratello. Dobbiamo fare la guardia che non scappate.-
    ​Lei rise di cuore :- Perché dovrei scappare, qui sto bene e se si mangia sempre così mi fermo e non vado più via.- Amicizia era fatta. Le tre donne pranzarono allegramente.
    ​Erano un po' grezze ma simpatiche ed Elena non era tipo da fare distinzioni, per lei esistevano solo due tipi di persone : quelle buone e quelle cattive . Immacolata e Soccorsa erano buone e tanto basta. Si fece raccontare un po' della loro vita e seppe così che tutti loro venivano da un paesino della costa jonica calabrese, uno dei posti più belli della costa italiana. I fratelli, di mestiere facevano i pastori perché non avevano una barca per andare per mare e loro due sorelle li avevano seguiti al nord per fare le cose che gli uomini non dovevano fare : lavare , stirare, pulire casa e far da mangiare. Cioè, le avevano portate al nord perché facessero loro da serve. Dentro di se si sentì ribollire il sangue << brutti stronzi, lazzaroni e maschilisti, incapaci perfino di trovarsi il naso se non c'era una donna a reggergli il fazzoletto. Tanti anni di lotte femministe non erano servite a nulla se c'erano ancora situazioni  del genere. Stai calma>>> disse a se stessa, se a loro va bene così lasciale stare. Ci penserai dopo.
    ​La stanza dove l'avevano alloggiata dava su una terrazza ampia sospesa nel vuoto ad almeno dieci metri d'altezza. Poteva uscire, tanto non c'era via di fuga e in più soffriva di vertigini . Non si sarebbe mai affacciata nemmeno alla ringhiera. Stava rasente al muro quasi appoggiandosi alla parete imbiancata a calce. Per raggiungere il bagno distante un paio di metri era una sofferenza. Le tramavano le gambe e sentiva i brividi lungo la schiena. Non diede a vedere che aveva paura, ma le due sorelle se ne accorsero subito :- Non deve avere paura, la terrazza è solida e non cade.- la tranquillizzarono. Facile a dirsi, lei aveva lo stesso la tremarella . Per fortuna tutto intorno alla casa era invaso da piante rampicanti meravigliosamente fiorite di grandi campanelle blu e rosa. Si arrampicavano sul muro fino al tetto e coprivano i due lati della terrazza lasciando libero solo la parte verso il vuoto.
    Dal suo punto di osservazione poteva vedere gran parte della valle . Alla sua destra il comune di Vagna,  e giù fino all'ospedale e oltre .
    ​ Chissà se la stavano già cercando ? e Dick era preoccupato per lei ? Forse i ragazzi erano già in cerca di tracce, come cani da tartufo, annusavano ogni angolo e avrebbero trovato le tracce. Il libro che aveva lasciato sulla panchina di piazza Chavez doveva esserci ancora. Nessuno ruba i libri. Di questo era più che certa anche se molte volte aveva lasciato libri sulle panchine del parco a beneficio di persone anziane che gradivano sempre avere da leggere gratis. E se lo avessero preso prima che lo trovassero Dick  o i carabinieri .
    ​Entrò quello che era il più autoritario, il capo :- Mi deve dare una cosa che i carabinieri riconoscono come sua . Un fazzoletto un cosa insomma.-
    ​:- Ma non ho niente con me. Quando mi avete portata via avevo solo un libro che è rimasto sulla panchina . Posso scrivere un messaggio  se volete .- Accondiscese ,
    ​:- Furba lei, così scrive dove si trova e vengono a prenderla .-
    :- Non so dove mi trovo, per quanto ne so questa potrebbe essere una fermata prima dell'inferno.-
    ​ :- Bello, mi piace quel che ha detto < una fermata prima dell'inferno> . No lei scriverà come dico io altrimenti le taglierò un dito e lo manderò giù a quelli tanto per far capire che non  scherzo.-
    ​:- No, - intervenne Immacolata con foga- tu non tagli proprio niente. Lei scrive e basta.-
    :- Grazie cara, scriverò quel che volete. -
    ​Mostrandosi disponibile era certa di poter fare come voleva lei. Sul tavolo trovò una biro e un foglio a quadretti :- Adesso scrivi ( sono prigioniera di Calogero e per liberarmi dovete fare libero Salvatore o mi ammazzano. ) . Metti la firma e non tentare di imbrogliarmi .-
    ​Lei firmò col suo nome  e vicino tracciò una ics allargata, sperava che almeno uno capisse che la ics larga così era un a croce di sant'Andrea, e l'unico Andrea dei paraggi era la chiesetta sulla sommità del colle. Calogero, probabilmente non sapeva leggere ma c'era il pericolo che uno degli uomini fuori sapesse. Non aveva scritto nemmeno una virgola di troppo e quella croce poteva passare per la sua sigla. Pregò una divinità di venire in suo soccorso. Non aveva paure ma voleva essere libera.

  • 12 agosto alle ore 13:05
    Una musica dolce

    Come comincia: Se vogliamo, sotto certi aspetti, gli era andata bene. L’ictus era stato grave e nessuno dei tre specialisti che lo ebbero in cura avrebbe scommesso un centesimo su un recupero quasi totale. Invece, appena  dopo un mese, sembrava tornato felicemente alla normalità, eccetto per l’uso della mano destra che era rimasta come morta. Ma questo particolare per il maestro Carmine de Franchi, maestro di violino al San Carlo, era una tragedia. A meno di 36 anni aveva chiuso con il suo lavoro amatissimo e con lo scopo profondo della sua vita.
    Era stato allievo brillantissimo al Conservatorio di  San Pietro a Maiella e c’era chi giurava sul suo talento e sul potenziale di affermazione, come esecutore (su questo proprio non c’erano dubbi) e come compositore. Carmine entrò col ruolo di secondo violino al San Carlo di Napoli nel maggio del '93, quando non  aveva ancora vent’anni. 
    Non si sentì maturo per dedicarsi alla composizione e profuse tutta la volontà, tutte le sue forze e tutto il suo amore per la musica, a migliorare le sue già notevoli capacità di violinista. Quando il male lo colse a tradimento,  era tra i più quotati esecutori al mondo della Ciaccona di Bach e questo giudizio era stato formulato nientemeno che da Uto Ughi. 
    Aveva avuto varie esperienze d’amore, ma nessuna particolarmente intensa o, comunque tale da indurlo a mettere su famiglia. Gli bastava la musica, dove convogliava la spiritualità e l’eros; e dove sapeva di poter esprimere il sentimento della Natura che lui sentiva come divinità misteriosa, come gioia sublime, e come forza cosmica e terribilità. La consapevolezza di essere talvolta a un passo dal capire Dio, il suo Dio non antropomorfico, gli dava anche quella fiducia in se stesso, necessaria per muoversi agevolmente nella realtà, così che, al momento giusto, sapeva fare emergere anche le sue attitudini pratiche, l’efficienza e la determinazione. Ma tutto questo suo mondo, così apparentemente forte, solido e strutturato, senza che se ne potesse scorgere una qualche prolusione del Destino, in un tempo inesorabilmente breve ed ironico, esplose e andò in frantumi, come nel finale di Zabriskie Point, il vecchio film di Michelangelo Antonioni.  
    La madre, ora che Carmine aveva perduto il lavoro, doveva tornare a fare la domestica, se volevano mettere un piatto a tavola e questo per lui era un’altra umiliazione, alla quale, tuttavia, non poteva opporre niente. se non la sua rabbia, il suo sdegno verso la sorte e sempre che potesse investire la sorte stessa di una qualche impossibile responsabilità morale.
    Carmine non aveva amici fuori dagli orchestrali del San Carlo, ma ora non li voleva nemmeno vedere e tantomeno era disposto ad ascoltare le loro esecuzioni alla radio o alla televisione; peraltro non aveva risposto alle parole di solidarietà e di affetto che gli amici più cari gli avevano fatto pervenire; naturalmente per iscritto, dal momento che lui non rispondeva al cellulare, anzi il cellulare non dava segni di vita, forse se ne era definitivamente liberato.
    Trascorreva, così, i giorni in un silenzio di morte e, perfino con la madre, evitava qualsiasi effusione e parola che non riguardassero la più spicciola e avara quotidianità. Poverina, lei piangeva in solitudine, intuendo che ogni manifestazione di dispiacere le avrebbe precluso il fruire di quelle poche e scabre parole che il figlio poteva dare e che per lei erano comunque una risorsa, dalla quale attingere qualche risicata speranza.
    Chissà per quale misteriosa alchimia dei sentimenti, a poco a poco, Carmine prese ad allontanarsi anche dal suo più grande amore: la musica, e sentì che nella sua mente le cellule, in quella zona dove germinano le più paurose dicotomie, si orientavano verso un’avversione irreversibile, una pervicace ostilità per qualsiasi forma musicale. Perfino le opere per violino di Bach e di Vivaldi, di cui era stato interprete eccellente, gli procuravano, al solo pensiero, un malessere simile alla nausea e la deriva si  mostrò in tutta la sua ineluttabilità, quando fece in mille pezzi il suo amato violino, in presenza della mamma, che, questa volta, non poté nascondere la prostrazione e il pianto. Povera donna, povera Lucia, dopo una vita di lavoro e di sacrifici lei da sola con un figlio di cui non sapeva con certezza la paternità.
    Era rimasta incinta quando faceva la serva presso l’avvocato Beniamino Sansone ed era l’oggetto del desiderio sia dell’avvocato, che, benché anziano, diceva che con Lucia poteva essere ancora orgoglioso della sua virilità, sia del primogenito, epilettico (che quando gli veniva l’attacco lei prendeva assai paura) e sia dell’amico dell’avvocato, il dottor Aldo Raiano, uno pallido, scheletrico, che non rideva mai. Questo dottor Raiano veniva a giocare a scacchi col padrone di casa ogni giovedì e poi, prima di andarsene, anche dopo mezzanotte, entrava nella stanzetta di Lucia a “levarsi il pensiero”, così diceva, come se l’abuso criminale su una ragazzina, fosse per lui una sorta di incombenza da assolvere necessariamente.
    Lucia lasciò quella casa, quando era incinta di tre mesi. Andò a fare la badante presso una vecchia  signora, che l’accolse con cordialità.
    Con vari accorgimenti aveva tenuto nascosto il suo stato per un paio di mesi, ma non voleva abortire e decise con grande coraggio di confidare tutto, proprio tutto, alla  signora, la signora Matilde. Oddio, questo era un salto nel buio, il rischio era alto, ma qualcosa in fondo al cuore le diceva che non sarebbe stata scacciata. E così fu. La storia di Lucia colpì nel profondo l’anima sensibile di Matilde, donna libera, laica, indipendente, che aveva combattuto pregiudizi moralistici tutta la vita e, ora, anche su una sedia a rotelle, aveva l’occasione, non di fare solo opera di carità, ma anche  un po’ di giustizia sacrosanta nell’aggiustare il tiro alla fortuna di questa ragazza, che  con quel suo viso minuto e delicato e con  gli occhi pieni di luce, le ricordavano le sembianze dell’unica figlia, morta, tanti anni prima, fra le lamiere di un incidente automobilistico.
    A sedici anni, Lucia fu ragazza madre. 
    Gli eredi della signora Matilde, lontani cugini, nonostante le indicazioni testamentarie, che dal Notaio furono lette, ma non in presenza della ragazza, non corrisposero alla volontà di Matilde, se non in minima parte e per Lucia le difficoltà, le rinunce, i sacrifici furono tanti. Era tornata con tutti i suoi aculei la vita agra, ma lei si era fortificata con l’amore di suo figlio e sembrava superare molti ostacoli con una imprevedibile energia.
    Poi ci fu, da parte di un maestro di pianoforte, la scoperta fortuita del talento di Carmine, la scuola, le borse di studio, i premi, il conservatorio, il San Carlo, i concerti, il successo e, finalmente, un po’ di benessere, un po’ di pace.

    Carmine si ammazzò con un colpo di pistola alla tempia il 13 marzo in una giornata fredda e ventosa. È passato quasi un anno.
    Lucia, all’angolo della strada, da un po’ di tempo, vende le castagne. Ha, ormai, tutti i capelli bianchi, ma conserva la bellezza nella luce degli occhi. È felice, racconta a tutti che Carmine ogni notte sotto la sua finestra viene col suo violino a suonare una musica dolce dolce. "Solo per lei – dice - solo per lei". 

  • 11 agosto alle ore 15:59
    Stropicciato e taciturno

    Come comincia: Stropicciato e taciturno, pelo ispido, sguardo magnetico da mulo, aria da redentor martire, ex reginetto di notti stupefacenti, artista moderno, poeta, musicante, esperto viaggiatore, amante saltuario, chef panciutamente goloso. Stampato da capo a piedi come una cartina geografica fatta di pupazzetti colorati che chissa cosa narrano del suo passato a me sconosciuto. La storia non mi è mai piaciuta, le date il mio più grande incubo, eppure di quel bell’ amante tenebroso avrei voluto saperne di più, almeno per dare un volto o una misera carta d’identità alle mie rivali in amore o sue ex, almeno per comprendere se quella sua natura di orso bruno fosse vena vera e propria del suo dna o semplicemente il riassunto di quei 40 anni di cose finite a metà. Tutta la mia curiosità finiva strangolata da quei suoi occhi gonfi come laghi color del ghiaccio, mi spalmavo con la faccia sulla facciata della sua schiena definita e dormivo nel profumo del bagnoschiuma, contenta e arresa al fatto che non avrei mai avuto il coraggio di chiedergli di più. A me bastava infondo, ero cambiata in quell’anno e mezzo, avevo avuto paura e temevo di non averci capito un bel niente di quel fottuto quadro animato…ma dietro c’era scritto più o meno tutto. Era come una ricetta, il bugiardino nascosto nelle scatole dei medicinali, il fascicolo delle istruzioni di uno di quegli arnesi tecnologici, dovevo fare tutto quanto era scritto in quel retro. Se solo, se solo avessi saputo decifrarlo, forse troppo giovane, pigra e artisticamente corrotta decisi di inventare ciò che non sapevo decifrare. Lo amavo a modo mio, in tutti quei ritagli di tempo riuscivo a infilarmi come acqua nelle crepe dei suoi ghiacciai, iniziavo ad abitargli dentro senza invadere troppo, senza chiedere né pretendere. Costruivo il mio palcoscenico su cui mettere in piedi la trama delle mie sceneggiature. Abitavo nella sua vita come Geppetto nella pancia della balena, tutto veniva sballottato di qua e di là durante le maree, ma stavo bene alla luce della sua ugola, scrivevo, disegnavo e studiavo, dormivo rannicchiata sulla base della sua lingua e mi svegliavo agli sbuffi del suo sfiatatoio, nuotavo con lui nel grande mare del tempo e dei guai, un dolore ci accomunò e piangemmo impiastricciati in piedi contro lo stipite della porta del bagno, la mia crema colorata dipinse di chiazze la sua maglietta bianca e mi sentivo in colpa per aver macchiato la sua corazza,non sapevo se fossi stata in grado di sostenere anche la sua battaglia, ero tutta rotta come le conchiglie vomitate dalle maree sulle labbra delle spiagge. Dopotutto ero lì e avrei fatto di tutto, me l’avesse chiesto. Sapevo di non sapere e questo mi faceva consapevole e seppur inesperta mi rendeva un amante niente male, lui mi meritava più di chiuque altro. Ero finalmente nel posto giusto al momento giusto, e la vita faceva meno paura di quello che temessi.

  • 11 agosto alle ore 14:19
    A funghi

    Come comincia: Si sorprendeva di come il corpo seguisse pesante i comandi rapidi del sentimento. Michele aveva lasciato il sentiero e s'imboscava nel fitto di castagni inframmezzati da pinastri, faggi, robinie. Erano passate due ore dal cippo con la croce lasciato in basso con fissa l'idea dei funghi ad attenderlo, ne era convinto, vicino alla sorgente nel posto segreto protetti dalle felci. Ricordava perfettamente la gioia della scoperta dieci anni prima e, strano, in quel momento appoggiandosi ansante al tronco di una quercia, gli balenò la visione di Ulisse nella selva verso la casa di Circe. Letteratura, si disse, avventure oziose da libri! Cerca a naso una traccia intanto spingendosi nel folto. Ed arriva, inconfondibile, il profumo dei porcini! Riporta i passi su un percorso antico, infine ritrovato. I funghi naturalmente c'erano e abbondanti, ma il racconto per ora è finito.

  • 10 agosto alle ore 18:00
    Elena e Dick Dodicesimo Capitolo

    Come comincia: Dick si staccò da lei,  bruscamente, e si girò verso l'uscita dicendo :- Non si può, non si deve, porta solo male.-
    ​La porta si chiuse dietro di lui ed Elena si ritrovò seduta sul letto attonita con un solo pensiero in testa :- Mi ama. Io lo amo e lui mi ama. Perché non vuole ? Perché dice che porta male . Credo di sapere: è perché sono tanto più vecchia di lui. Dieci anni di più sono un'enormità!-
    ​I suoi pensieri erano fissi come un mantra :- Mi ama, lo amo, mi ama, lo amo.......
    ​non seppe mai per quanto tempo era rimasta a fissare  la parete spoglia di fronte a lei, vedeva il viso di Dick, come un ologramma. La risvegliò il cicalino del telefono interno dell'albergo:- Si- rispose- dall'altra parte le rispose la voce concitata di Chris :- Elena, vieni giù subito ti aspetto alla porta sul retro. Non prendere niente, nemmeno la borsetta. Vieni giù subito ha detto il capo.- Non rispose, riattaccò la cornetta e si avviò verso la scala di servizio chiedendosi perché mai Dick la volesse fuori di lì con tanta urgenza. Il retro dell'albergo dava su una strada stretta delimitata da un alto muro a secco, oltre al quale si estendevano alcuni prati e alberi da frutta, dei meli, per la precisione. E più avanti il greto sassoso del fiume turbolento anche nei periodi di magra. Un posto dove nascondersi e vedere se c'erano tipi strani intorno . Sulla destra l'ampio parcheggio dell'hotel era deserto tranne per una piccola utilitaria anonima e comune, al volante trovò Chris :- Ti porto in una caserma militare, non aver paura. Non puoi più restare qui, il tuo amico di oggi ti ha fatta seguire ed è probabile che vogliano fare qualche brutto scherzo.-
    :- Cosa ve lo fa pensare ? Federico è convinto di aver trovato una compagna di scuola in vacanza. Una benestante che ha solo voglia di divertirsi. Almeno questo è quanto ho voluto fargli credere.-
    ​:- Non dimenticare che il nostro amico tiene testa alla mafia e a tutte le altre compagnie di gentiluomini che vivono da queste parti. Adesso stai sotto la protezione dei carabinieri, e domani andremo via. Sempre se stanotte andrà a buon fine il piano di Dick.
    ​:- Mi sembra tutto così assurdo! Non ho fatto niente e non ho visto niente tranne il portachiavi di Emiliano. Per così poco non mi pare fosse necessario tutto questo apparato di misteri.-
    ​:- Hai fatto molto più di quel che credi, intanto siamo riusciti a tirare fuori il lupo dalla tana. Stanotte spero di mettergli le manette e domani ti offro lo champagne.-
    :- Cosa avete intenzione di fare?-
    ​:- Alle due arriverà il convoglio e un carro verrà dirottato sul binario morto, facile che sia pieno di armi, droga e gioielli. Pablo è già alla scalo merci che fa divertire i ferrovieri e raccoglie informazioni. Sai quanto è bravo a fare il finto tonto e il ritardato mentale. Attira le simpatie della gente e senza parere si fa dire tutto quello che vuole.. Grazie a lui abbiamo saputo che Federico voleva farti rapire prima di notte e  il capo ha preso provvedimenti. Che gli hai fatto a quel ragazzo che non è più lo stesso da qualche giorno? AhAhAh....-
    :- Secondo te cosa dovrei avergli fatto ?-
    Chris non ebbe il tempo di rispondere perché erano entrati nel cortile della caserma dove vennero accolti cordialmente dal maresciallo capo . La caserma era abitata anche da alcune famiglie dei militi ed Elena fu ospitata nella casa di uno di loro, l'Appuntato Derossi. La signora dimostrò di avere dimestichezza con ospiti imprevisti perché le fece trovare una camera confortevole, ordinata e pulita :- Qui si troverà benissimo - le disse con un cordiale sorriso- Da questa finestra si vede tutta la valle :-
    ​:- Fantastico- rispose Elena sorpresa dalla vista panoramica- Se solo avessi un binocolo ! Le montagne da qui sono meravigliose-
    ​:- Vado a vedere se ne trovo uno, abbiamo solo oggetti appartenenti all'esercito e i binocoli sono di prim'ordine, ne uso uno anch'io molte volte per vedere su dove abita la mia mamma.-
    ​Più tardi arrivarono Pablo e Dick con le pizze calde e le birre fredde come fece notare Pablo. Mangiarono tutti insieme allegramente e i due bambini dell'appuntato non smettevano di fare domande a Elena, tanto che dovette intervenire il padre:- Adesso basta, smettetela di infastidire la signora o vi mando a letto.- Il più piccolo che stava sulle ginocchia di Elena si voltò verso di lei e l'abbracciò stretta :- Digli che non vado a dolmile .-
    ​:- Va bene, niente nanna stai qui con me. .- Rispose lei strizzando l'occhio ai due genitori
    ​E rivolta verso Dick :- Vorrei venire con voi più tardi-
    :- Scordatelo, troppo pericoloso andare in giro di notte. Passano i calabroni rasoterra e potresti restare avvelenata -
    ​:- Cosa sono i calabloni- volle sapere il piccolo
    ​:- Sono insetti che volano bassi e pungono tutto ciò che trovano.- Rispose Chris, stando al gioco-
    ​:- Devo considerarla l'ultima parola ?- insistè  Elena
    ​Dick, la guardò con un velo di tristezza negli occhi :- Si, non è il caso di esporsi .-
    ​Possibile che la lasciassero fuori gioco proprio nel momento più pericoloso? dopotutto faceva parte anche lei della squadra. Inutile insistere, ormai era  deciso. Arrivo una recluta ad avvisare che gli uomini del maresciallo erano tutti schierati nei punti strategici tra i cespugli di salice che crescevano abbondanti e avevano invaso  lo scalo merci. Gli uomini uscirono. Dick, mentre le passava vicino le strinse la mano. Non aveva bisogno d'altro, tra loro era nato un legame indissolubile. Non avevano più bisogno di parole, bastava un gesto, una semplice stretta di mano per sentirsi vicini.
    ​ Elena aiutò la signora Laura a riordinare la cucina e a mettere a letto i due bambini che vollero fosse lei a raccontare la fiaba della buonanotte. Dopo due minuti dormivano profondamente e le due donne poterono finalmente raggiungere le loro camere.
    Il binocolo che Laura le aveva procurato era un oggetto eccezionale con visibilità uno diecimila ad infrarossi. Si appoggiò al davanzale della finestra, e si rese conto di essere al quinto piano e che soffriva di vertigini. Decise che non doveva assolutamente guardare di sotto, ma solo davanti in lontananza. Mise a fuoco la stazione, e lo scalo merci. Vedeva tutto perfettamente, persino gli uomini che lavoravano sulla ferrovia, gli scaricatori del turno di notte con i loro carrelli e gli addetti alle manovre manuali. Sulla destra, quasi dentro al fiume, distinse tre figure nere che camminavano rasente al muro d'argine, fra i cespugli. Sparirono nell'ombra e non vide più nulla. Il tempo non passava mai . Le undici e mezza, e un treno passeggeri si fermo per pochi minuti, e ripartì verso il Sempione.
    ​Mezzanotte, un lungo merci, tirò dritto senza fermarsi verso la Svizzera. Poi più nulla.
    ​Pensò di aver sbagliato sera e orario . Alle due, vide alcune ombre furtive muoversi fra i vagoni fermi in attesa sui binari : vide distintamente Federico e uno dei suoi uomini, quello che l'aveva seguita nel pomeriggio. Solo poche ore fa pensò, e come sta correndo questo tempo immobile.
    ​ Finalmente, con l'elegante ritardo che caratterizza da sempre le ferrovie italiane, arrivò anche il merci che attendevano.
    ​Il convoglio si fermò davanti alla stazione e proseguì lentamente verso i binari di smistamento. Vide distintamente un operaio compiere le operazioni di sganciamento di un container dipinto di colore scuro, subito si affiancò un trattore e altri operai lo agganciarono. Il treno ripartì verso Iselle e Briga. Il trattore spinse il container verso l'ultimo binario morto lontano da tutti gli altri . Elena notò che era tutto ciò che rimaneva del vecchio scalo ferroviario portato via dall'alluvione trent'anni prima.
    ​una volta ripartito il trattore, due gruppi di uomini si avvicinarono : Venditore e Compratore. Chi vendeva e chi comprava ? Peccato non poter sentire le parole della discussione che sembrava molto animata ma c'era chi stava in ascolto molto vicino ai due gruppi e dopo pochi minuti si scatenò l'inferno . Grida, spari, rumori di ferro e fuoco. I carabinieri compirono un lavoro egregio, arrestando  tutti i componenti delle due bande presi con le mani nel sacco o come disse Pablo : con le mani nel barattolo della marmellata.
    ​Rientrarono che albeggiava, stanchi e soddisfatti di aver finalmente messo le mani sui due delinquenti più pericolosi della zona.
    Mancava solo Dick, e alle domande di Elena Chris rispose co un laconico :- Lui è un perfezionista e doveva fare ancora qualcosa- non ci fu verso di cavargli di bocca nemmeno una parola di più.
    ​ Nonostante fosse preoccupata per Dick, Elena chiese ai ragazzi se poteva uscire per fare due passi almeno fino alla vicina piazza Chavez. Sicuri che non ci fosse pericolo, Pablo e Chris, dissero che poteva andare ma di stare attenta perché non si sa mai-
    ​ Le piaceva la piccola piazza piena d'alberi, ombrosa, dove poteva sedere su una panchina all'ombra e pensare ai fatti suoi . L'assalirono i ricordi. Quante volte aveva percorso le strade d'intorno . Quanti bambini avevano giocato con lei. Il primo fidanzatino, mai più rivisto. Non è vero che il primo amore non si scorda mai, lei lo aveva dimenticato completamente. Lo aveva ricordato perché si fermava sempre sulla panchina, davanti alla grande caserma della guardia di Finanza, che all'epoca ospitava più di duemila finanzieri.<< Adesso è quasi vuota  e lui non ricordo nemmeno se era biondo o bruno>> pensò. Si fermò davanti al monumento a Geo Chavez, il pilota svizzero che fu il primo trasvolatore delle Alpi e che cadde e morì nell'impresa proprio dove ora sorge la piazza. Era assorta nei ricordi e non sentì la mano sporca e pelosa che si posò sulla sua bocca per impedirle di gridare :- Adesso, bellezza , tu vieni con noi e stai zitta .- Le mostrò un grosso coltello a serramanico credendo di impressionarla. Elena desiderò avere lei il coltello in mano. Sapeva come usare le lame. E questi cosa volevano da lei . Fece cenno che non avrebbe parlato che le togliessero la mano dalla bocca. L'energumeno capì :- Se urli ti apro-
    ​:- No non urlo, - lo rassicurò- ma perché ? se e un rapimento non ci sarà nessuno che pagherà per me.
    ​:- Ah Ah Ah, questo è tutto da vedere, vedrai, bellezza che se ti vogliono viva e intera faranno quel che diciamo noi.-

  • 10 agosto alle ore 18:00
    Elena e Dick Undicesimo Capitolo

    Come comincia: Dopo pranzo, Federico la invitò a fare una passeggiata nel bosco di castagni che circondava la villa :- E' rimasto tutto selvatico come in origine, ci sono alberi con più di duecento anni- ne parlava con orgoglio, quasi fosse merito suo se vivevano così a lungo.
    :- Posso raccogliere le castagne?- 
    :- Non sono ancora mature, le raccoglierai a fine mese e saranno al punto giusto.-
    Il sentiero saliva a zig-zag seguendo le sporgenze della montagna 
    per qualche centinaio di metri, fino ad una fonte d'acqua sorgiva . Formava un piccolo laghetto molto bello e nulla faceva supporre che fosse stato costruito ad arte. A lato, alcuni sassi disposti con precisione, formavano un sedile comodo, dove riposare al fresco e godere della pace serena del luogo. Tutto intorno macchie di gigli d'acqua, gialli e bianchi, cespugli di rosa canina bianchi e sfumati di un rosa tenue luminoso in fase di sfioritura autunnale, un soffice tappeto erboso circondava piacevolmente tutta la radura circostante fino ad un'area attrezzata a pic-nic. :- La prossima volta, se la temperatura lo permetterà verremo qui a fare merenda.- Disse lui. Elena era incantata da tanta bellezza :- Meraviglioso, assolutamente bellissimo.
    :- Sono contento che ti piaccia. Vengo spesso qui, mi piace stare tranquillo quando devo prendere delle decisioni.- cambiò repentinamente discorso- Ti è piaciuto il pranzo ?- Domanda banale e fuori luogo, alla quale la donna rispose :- Era tutto delizioso. Hai tanto personale in casa ?- Capiva che lui voleva andare a parare su discorsi banali per motivi suoi e decise di stare al gioco
    :-Ho una decina di coadiuvanti tra cuoco camerieri, governante e uomini della sicurezza.- 
    :- Della sicurezza ?- si stupì lei
    :- Si, sono quelli che stanno giocando a nascondino fra gli alberi, non dirmi che non te ne eri accorta.-
    :- No. Certo che no, come potevo pensare di essere sorvegliata. Credevo che il nostro fosse un incontro amichevole .-il suo tono era risentito, solo in apparenza perchè si era resa conto fin dal principio, quando era scesa dalla macchina, che tutto intorno nascosti fra gli alberi c'erano uomini armati. Aveva fatto finta di nulla .
    :- Che necessità hai di una scorta armata ?-
    :- Hanno già tentato più volte di farmi fuori e devo cautelarmi.-
    Scesero alla villa :- Vorrei andare in albergo, se hai voglia di accompagnarmi. Devo telefonare alle bambine e mettere un po in ordine le mie cose.- 
    :- Perchè non ti fermi qui con me, posso mandare a prendere le tue cose, staresti meglio che in albergo.-
    :- Grazie dell'offerta. Quando ho deciso di fare questa vacanza è stato principalmente perchè desideravo stare sola. Ho fatto ala turista per un giorno e poi ho incontrato te. Non è quello che desidero, credimi. Ultimamente non è stato un bel periodo.-
    :- Vorrei farti divertire e vedere cose nuove. -
    :-Grazie, davvero, sei gentile. Mi ha fatto tanto piacere vederti, e in altri momenti ti avrei detto di si con entusiasmo, ma non ora. Ho bisogno di riordinare le idee-
    :- Capisco. Ti riaccompagno in città ma ci vedremo ancora. Stanotte ho da fare ma da domani ..... non ti darò tregua.- >> spero di nò--pensò Elena-- domani forse andrò a casa e mi auguro che tu vada in galera.>> Guardandosi intorno mentre visitava la casa aveva scoperto un particolare che aveva subito collegato a Emiliano. Dentro ad uno svuota tasche di porcellana aveva visto il portachiavi che il ragazzo portava sempre con se, si trattava di una giraffa d'argento che un artigiano aveva fuso per lui e per la sorella . La macchina non era stata ritrovata, ma il portachiavi lo aveva Federico. Era inconfondibile. Doveva dirlo a Dick, doveva parlargli. Le mancava da morire. 
    :-Sei diventata silenziosa, che pensi ?, la giornata ti ha annoiata ?-
    :- No, tutt'altro, è stato tutto piacevole. Stavo pensando a come tutto torna e si ripete, pensavo a noi da piccoli. Siamo diventati adulti e problematici.-
    :- Già, soprattutto problematici. Ecco, principessa siamo arrivati. Sei sicura di voler stare da sola ? -
    :- Grazie di tutto, stare con te è stato molto piacevole- > non hai nemmeno tentato di mettermi le mani addosso- pensò- e ti sono grata per questo>
    Le aprì la portiera e l'aiutò a scendere. Si lasciarono con una cordiale stretta di mano, e lui ripartì senza fretta.
    Il portiere le porse le chiavi e un biglietto :- Hanno telefonato per lei stamattina, un signore da Vinovo, un certo Chris.-
    :- Meno male, spero gli abbiate trasmesso il messaggio.-
    :- Certo, signora
    :- Non ha lasciato messaggi per me ?-
    :- No, il biglietto lo ha portato un fioraio.-
    :- Un fioraio ?
    :- Si uno di quei ragazzi di colore che vendono fiori al cimitero-
    :- oh madre de Dios !
    Salì in camera piena di curiosità. La sorpresa l'attendeva sdraiato sul suo letto addormentato.
    Dick, stava dormendo come un angioletto e lei lo lasciò dormire finchè non si svegliò da solo :- Sei arrivata, ti aspetto da ore-
    :- Hai dormito per ore - rise lei- voglio vedere come fai ad uscire adesso. Perchè sei qui ?-
    :- Perchè volevo vederti, stanotte ho un lavoretto da fare e se mi scappano i cavalli rischio di non vederti più-
    :- Cosa vuoi dire ?-
    :- Un container carico d'armi sta per arrivare e prima di domattina dobbiamo eliminarlo. La tua informazione era esatta. -
    :- Stai attento, ti prego, vorrei venire con te-
    :- Non se ne parla, è troppo pericoloso. Tu mi servi viva, e quando sarà finita questa storia andremo a cena col primo ministro.-
    :- Che noia- alzò gli occhi al cielo- dobbiamo proprio-
    :- Mi sa di si-
    :- Ho una notizia per Marchetti, se lo senti. So dov'è il portachiavi della macchina di Emiliano, probabile che chi lo ha ucciso sia uno degli uomini di Federico se non lui medesimo.
    :- Questa sì che è una notizia. Trovate le chiavi troveremo anche la macchina. Le hai prese ?-
    :- Certo che no ! Mi avrebbe scoperta. Le ho lasciate nell'ingresso della villa su un tavolo dentro un vassoio di porcellana. Come ti muovi stanotte ?-
    :- Aspetterò che il treno arrivi e che spingano il vagone sul binario
    morto. Quando tutto sarà tornato tranquillo Pablo, Chris, e io agiremo. Se senti il botto saranno i fuochi artificiali
    :- Ti prego stai attento, sono già preoccupata abbastanza.-
    :_- Vuoi dire che ti preoccupi per me ?-
    :- Certo che mi preoccupo.... io....io... ti voglio bene. - Ecco, lo aveva detto, si aspettava che lui si mettesse a ridere (sei troppo vecchia per me ), 
    Lui la prese per le braccia costringendola a guardarlo negli occhi :- Sei sicura di quello che dici, ti rendi conto-
    :- Certo che so quel che dico, capisco che possa darti fastidio, vista l'età, ma.....-
    :- Io ti amo, sei il mio primo amore e sai cosa comporta questo ? Comporta il disprezzo dei tuoi conoscenti e forse anche dei tuoi figli, e tu ti preoccupi per qualche anno in più o in meno. Sei bianca e io sono nero, questo mi preoccupa .- Lei gli mise le braccia intorno al collo :- Chinati.-- disse-- e baciami e al diavolo il resto.- 

  • 10 agosto alle ore 17:07
    Una dama di classe

    Come comincia: “Sto venendo a casa, novità poco piacevoli.” Anna posteggiata la Twingo nel cortile vide Alberto che la osservava dal balcone piuttosto preoccupato. A casa: “Mangia un boccone e raccontami tutto.” Anna dopo due forchettate di spaghetti rinunziò al resto del pranzo e: “Mi butto in braccia a Morfeo.” La situazione in casa M. era di recente peggiorata dal punto di vista finanziario, Alberto direttore di una di quelle piccole banche che in Sicilia sorgono come funghi era rimasto disoccupato per la chiusura del suo Istituto di Credito e attualmente svolgeva le mansioni di…casalingo. Anna, risvegliatasi dopo poco tempo, passò dal letto al divano e si posizionò con la testa sulle gambe di Alberto. “È venuto a Messina il direttore generale della mia banca, da quello che son riuscita a capire è previsto il licenziamento di un cassiere (oggi siamo in quattro) per mancanza di lavoro, oggi con i computer si eseguono operazioni che in passato venivano fatte solo allo sportello e quindi…esubero di personale.” “Perché dovresti essere proprio tu?” “Per un motivo molto semplice: Mauro il direttore della filiale da una vita mi fa una corte ossessionante e questa sarebbe la volta buona per un ricatto sessuale, perso il posto con i tempi che corrono è inimmaginabile trovarne un altro, conclusione …” Questa la novità spiacevole  preannunziata da Anna. Alberto era rimasto basito: insieme alla consorte abitava a Messina in viale dei Tigli in un appartamento di loro proprietà ma …tutto il resto. Un pesante silenzio era sceso fra i due coniugi, la sera, il buio.
    La prima a riprendersi era stata Anna, era andata in cucina a preparare la cena seguito da un Alberto con la coda fra le gambe. “Maritino mio, nella vita c’è sempre una soluzione ai problemi ma… fra l’altro il direttore generale, un certo Freddy, mi ha fatto anche lui un sacco di complimenti espliciti e così mi trovo addosso due allupati, ti rendi conto della situazione?” Come dare torto ai due zozzoni?  Anna m.175, longilinea, viso sbarazzino  sempre sorridente, tettine volte in alto forza tre, vita stretta, gambe chilometriche, era un gran pezzo di gnocca che Alberto aveva conosciuto all’Università e da allora era stati sempre insieme. “Ultime novità: alla chiusura della banca siamo rimasti in tre, i due si guardavano e ridevano facendo esplicito riferimento al mio sedere, mi hanno abbracciato, abbassato le mutandine e toccato a lungo il mio popò  tirando fuori il loro uccello duro e chiedendomi di far loro un pompino. Li ho accontentati con una sega ma ho dovuto promettere di invitarli domani a cena a casa nostra anziché seguire i loro desiderata di andare nell’albergo di Freddy, mangiare lì e poi tutti e tre in camera. Mi sarei sputtanata e quindi ho scelto il male minore, molto freddamente ho fatto da sindacalista col mio sesso: rimanere al mio posto di lavoro e aumento di 500 Euro al mese, arrapati come erano hanno acconsentito, ci dobbiamo organizzare per domani sera, spero tu sia d’accordo…” Ricordo un aforisma di Omero 'A chi é nel bisogno non si addice il pudore.'" Alberto guardava nel vuoto, d’accordo che i tempi erano cambiati e non certo in meglio ma: “Se non c’è altra soluzione…” 
    Per far venire i due ospiti a casa, Anna decise di usare la sua auto anizichè fruire della Maserati di Freddy, avrebbe dato troppo all’occhio nel cortile. La mattina seguente la padrona di casa si alzò tardi, gli ultimi avvenimenti l’avevano svuotata di energie ma la sua determinazione era rimasta intatta: “Non ho alcuna intenzione di cucinare, ci faremo portare la cena pronta dal ristorante di Salvatore.” E così fu: pappardelle al sugo di pesce, sardine fritte, gamberi panati, trancio di spada, involtini di aguglia e tanta insalata. Ananas e caffè forniti dalla casa. I due compari si presentarono alle sette e trenta prima dell’orario previsto, ovviamente arrapati, il classico mazzo di rosse che Alberto avrebbe volentieri buttato nella spazzatura.  Anna elegantissima fece gli onori di casa, fece visitare ai due tutto l’appartamento indicando loro all’orecchio il bagno che avrebbero usato per…,  poi si erano affacciati dal balcone anteriore dove si godeva di una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa calabra.  Freddy a questo punto si ricordò di aver ‘posteggiato’ sua moglie Gloria all’hotel San Domenico di Taormina, col telefonino le augurò buona notte come pure fece Mauro la cui moglie Ada ben poco gli credette quando le disse che era con il suo capo. La cena ebbe un successo relativo, i due compari avevano ben altro per la testa ma nel frattempo Freddy aveva scoperto un mucchio di CD con musica sud americana e, messo il moto il giradischi, cominciò un ballo strettissimo con la padrona di casa sin quando Mauro: “Freddy guarda che foto magnifiche di Anna al mare.” In verità la baby indossava  un bikini molto ridotto. La parte superiore copriva a malapena i capezzoli, il piccolo triangolino anteriore lasciava intravedere davanti qualche capello castano per non parlare del sedere coperto solo da un filo nero. Le foto aveva dato il via alla pugna, Alberto seguì all’inizio le gesta dei due che a turno entrarono nel bagno loro assegnato per poi posizionarsi nel suo lettone  poi  gelidamente rientrò nel soggiorno e si mise una cuffia per sentire l’audio del televisore escludendo ogni altro suono. Anna nuda era stupenda e senza accorgersene si trovò subito un coso duro in fica quasi subito allagata. ”Piano ragazzi abbiamo tutta la sera.” Il primo zozzone era stato Mauro, Freddy si era poi disteso supino sul letto e abbracciando la bella padrone di casa cominciò a baciarla in tutto il corpo. Alberto voleva tenere sotto controllo la situazione, una volta vide la sua beneamata a quattro zampe che succhiava il membro di uno dei due mentre l’altro si era impossessato del buchino posteriore, la seconda volta Freddy era disteso supino con Anna sopra il suo uccello e Mauro anche lui alle prese col culino che stava facendo gli straordinari. Alberto decise di non fare più il guardone, quei tre stavano ripassando tutto il kamasutra. Si era appisolato quando Anna: “Sto riportando a casa i miei amici, vai a riposarti.” Al suo rientro solo un bacino in fronte al marito che non avrebbe di certo gradito un bacio in bocca. Freddy aveva consegnato ad Anna un suo biglietto da visita col nome della moglie e col numero del telefonino pregando Alberto di andarla a trovare a Taormina per farle da Cicerone in considerazione dei molti suoi impegni in Sicilia. Ma quali impegni, il direttore generale aveva chiesto ad Anna di seguirlo nel suo giro turistico dell’isola con la sua Maserati, Alberto non si era opposto ben sapendo che, anche col nuovo stipendio di Anna, di viaggi non se ne sarebbe proprio parlato e voleva anche dire che la sua dama aveva apprezzato quell’invito e poi prevalse la curiosità di conoscere la signora in questione che aveva intuito che doveva essere più anziana di età del marito ma molto ricca. “Signora sono Alberto M., abito a Messina, mia moglie è impiegata presso il vostro istituto, suo marito mi ha chiesto di contattarla a Taormina, se lei è d’accordo…” Perplessità dall’altro capo del telefonino…”Va bene, l’aspetto.” Alberto era tutto eccitato mentre sua moglie si era fatta e tuttora si faceva strombazzare da Freddy chissa che non ci uscisse qualcosa per lui, si vestì in fretta a di volata giunse a Taormina, stanza 223 toc toc.  Uno spiraglio della porta aperto, sguardo interrogativo di una signora in vestaglia. “Signora sono Alberto M. vedo che forse sono in anticipo, l’aspetto nella hall.” Il tempo passava ma della signora nemmeno l’ombra, Alberto controllava i vari personaggi che uscivano dall’ascensore finché si stancò e si mise a leggere il quotidiano locale. Ad un certo punto si sentì toccare su una spalla,”Scusi il ritardo, sono Gloria.” Alberto si era trovato dinanzi una signora piuttosto alta di statura, ben truccata, vestita elegantemente perfino con un cappello  cosa inusuale per quelle parti, si alzò in piedi e dopo un finto baciamano. “Dove vuole andare?” “È lei il Virgilio della situazione!” “Andiamo sul classico, il corso principale dove vi sono tanti negozi che credo le interesseranno.” “Senta sono due giorni che sono chiusa in una camera d’albergo, ho bisogno d’aria e sai che ti dico diamoci del tu.” E lo prese a braccetto ridendo “Ci prenderanno per madre e figlio, quanti anni hai?” “Trentadue.” “Quant’é bella giovinezza…” “Gloria penso che ti interesseranno i negozi di abbigliamento, non hai che l’imbarazzo della scelta, se vuoi, io starò a guardarti ed ad approvare o meno le tue scelte.” Ho fatto inviare i miei acquisti in albergo, vorrei bere qualcosa di locale, che mi consigli?” “Ovviamente una granita alla fragola, è deliziosa.” Sulla via del ritorno una gioielleria: “Vorrei acquistare qualcosa , entriamo.” Si era presentata una commessa ma il padrone del locale, visto lo stile della signora: “Teresa ci penso io, madame in cosa possiamo esserle utile?” “Mi consigli qualcosa per mio nipote, qualcosa di classe.” “Andiamo sul classico un orologio marca Rolex sono quelli più di moda, questo in vetrina è un esempio, certo è un po’ caro €.7.500.” “Mi pare che ne esistano di più belli.” “Allora le mostro un pezzo unico, favoloso, certo il prezzo sale  a €. 15.000.” Alberto girava per il locale seguito dalla commessa. “Alberto vieni a vedere se ti piace.” “Molto bello e di classe.” “Allora lo prendo, ovviamente ho la carta di credito quindi le propongo di metterlo da parte, le do un mio biglietto da visita con il numero telefonico del direttore della mia banca, lunedì potrà contattarlo e lei cortesemente me lo farà pervenire all’hotel S.Domenico.” “Madame farò per lei una cosa per me inusuale, le darò fiducia, potrà portare con sé il Rolex.” “Gloria sai che ti dico, invece si infilarci in quei ristoranti di lusso pieni di gente dove ti fanno aspettare molto tempo prima di servirti, cerchiamo una trattoria, una di quelle a conduzione familiare dove si mangia bene e si spende poco.” Scesero vari gradini sinché non incontrarono una scritta ‘Trattaria da Gino, pesce freschissimo.’ Venne loro incontro il titolare con tanto di parannanza: “Signori è ancora presto per il pranzo ma se restate avrete: risotto sai frutti di mare, triglie di scoglio, acciughe e merluzzi, ho una barca, li ho pescati stanotte.” “Bene Gino aspetteremo nel frattempo andremo a rinfrescarci, vero caro.” Il bagno, more solito in fondo a sinistra era grande e ben pulito. Non appena chiusa la porta Gloria francobollò le labbra di Alberto con le sue, sembrava invasata, abbracci prolungati, lingua in bocca, anche un seno venne fuori ed ebbe la sua parte di bacini bacioni, in un abbraccio più prolungato Alberto ebbe la sensazione che la signora aveva goduto alla grande ma ebbe il buon gusto di non fare domande oziose,  era chiaro che la dama aveva una fame arretrata in fatto di sesso, suo marito viaggiava per altri lidi. Gloria si ricompose, più sorridente, distesa e anche più bella. Il pranzo buonissimo, anche per i motivi suesposti, ebbe molto successo.  Alberto aveva portato a conoscenza di Gloria la sua posizione patrimonial finanziaria. “Apri la borsa, cento Euro dovrebbero bastare.” bastarono, i due diedero appuntamento a Gino per i prossimi giorni il che voleva dire che la presenza di Alberto a Taormina si sarebbe prolungata anche perché nel frattempo gli giungevano telefonate da parte di Anna: “Sono a Cefalù, un posto meraviglioso.” “A Trapani abbiamo visitato le saline.”Ad Agrigento nella valle dei Templi.” “A Siracusa nei siti archeologici. “A Noto…” Nella strada del ritorno in albergo Gloria si fermò in farmacia e Alberto in profumeria  per acquistare attrezzi per la barba, il prolungamento della sua visita a Taormina non era stato previsto. Gloria di chiuse in bagno, Alberto nudo come un verme, disteso sul letto ascoltava musica proveniente da un filodiffusore, si era addormentato quando…”Non si viene in posti di villeggiatura per poltrire, alza la bandiera!” e aveva preso in bocca il nobile di Alberto che ben presto rispose all’appello. Un sessantanove è il classico inizio di un rapporto prolungato, dopo le ripetute e rumorose  goderecciate da parte del clitoride di Gloria, il ‘ciccio’ cominciò a penetrare lentamente ma inesorabilmente dentro la bagnata  natura della compagna che: “Accidenti quanto ce l’hai grosso, non mi dispiace anzi, a me piace godere molte volte di seguito anche se avevo perso da tempo questa abitudine.” Un filosofo greco aveva lapalissianamente affermato che anche le cose belle finiscono, e così fu, i due si ritrovarono abbracciati immobili viso contro viso quando: “Caro sono a Catania, andremo a teatro, Freddy mi ha comprato un vestito da sera.” La ditta Freddy Gloria stava foraggiando il duo Alberto Anna i quale preferì restare a impigrirsi nella stanza facendosi portare una cena fredda con del vino bianco dell’Etna. “Amore mio (poso chiamarti così?) avrai notato che i miei peli del pube sono bianchi, nell’istituto di bellezza che frequento volevano colorarli in nero, ho preferito solo cambiare il colore dei capelli, sono di un grigio azzurro molto di moda, ti piacciono?” Ad Alberto aveva cominciato a piacere troppo la signora: il suo sorriso, la sua affabilità, la signorilità e qui cominciarono i suoi problemi psicologici che scacciò subito dal cervello, non voleva complicazioni.  I giorni seguenti visita alle località viciniore e poi scorpacciate presso la trattoria di Gino e di sesso il più frenato in albergo, due sposini in viaggio di nozze. Ultima richiesta da parte di Gloria: “Mi posiziono prona con la gambe aperte e tu approfitta del mio buchino posteriore, con delicatezza dato il calibro del tuo coso. Gloria toccandosi anche il clitoride ebbe orgasmi ripetuti sinché: “Sento che la pressione si abbassa, non vorrei…” Alberto vide i titoli sui giornali: “Signora a Taormina muore di sesso.”
    “Freddy ha deciso di rientrare a Messina domani, fatti trovare a casa.”  La telefonata di Anna ghiacciò Alberto, era un ordine:”Ce la siamo spassati ambedue è ora di tornare alla normalità.”
    “Mio caro vorrei da te un ricordo, qualcosa di fattivo come per esempio il tuo orologio Seiko, magari uno scambio col Rolex. Alberto c’era arrivato in ritardo, la visita in gioielleria era stata organizzata per lui. “Cosa dico a mia moglie?” “Quello che ti dirà lei quando dovrà mostrarti il regalo di mio marito.” Una famiglia di generosi! Un velo di tristezza calò sui due, Anna aveva ottenuto quello che desiderava (oltre che diciamolo francamente divertirsi sessualmente), Freddy aveva concluso un’altra delle sue tante relazioni extra coniugali l’era spassata alla grande, Gloria era tornata indietro di vent’anni provando sensazioni bellissime non solo dal punto di vista sessuale, capì che si era innamorata di Alberto, un bel guaio! Alberto…Alberto era confuso: aveva immaginato cose irrealizzabili: di lasciare la moglie e mettersi con Gloria, col tempo però avrebbero preso la sua compagna per sua madre e poi non era innamorato di Anna? Non seppe rispondersi, si erano conosciuti da studenti e da allora erano stati sempre insieme ma in fondo non  aveva provato quelle sensazioni che Gloria gli aveva dato, un bel pasticcio.
    Incontro piuttosto formale fra i due coniugi, la solita frase insulsa: “Tutto bene?” “Tutto bene cosa…” Ambedue compresero che qualcosa era cambiato fra di loro e non solo in fatto  di sesso.  Alberto decise di non voler seguitare a fare il casalingo sarebbe stato per lui degradante, chiamò Gloria chiedendogli un grosso favore: un posto nella loro banca. L’ottenne a Catania, a Messina l’organico era in soprappiù. Alberto ed Anna presero ognuno la propria strada, fra loro non c’era più feeling, Gloria di tanto in tanto raggiungeva in aereo Alberto a Catania ma non c’era più lo slancio iniziale non avevano più nulla da dirsi tanto che dopo pochi mesi si lasciarono, una bella storia finita tristemente, così va il mondo!

  • 08 agosto alle ore 21:12
    Del drago senza fuoco

    Come comincia: C'era una volta un drago. Babbo dragone e mamma draghetta stravedevano per il figlioletto: frutto insperato dopo tanti anni di vani fiammanti amplessi. Cresceva bene il piccino, ma per quanto soffiasse mai gli riusciva d'accendere una pur minima fiammella. Ciò che era il cruccio segreto dei genitori. Era ormai grandicello. Alla scuola draghesca aveva imparato tutto sulla storia, gli usi e costumi dei suoi simili e di come gli uomini ne temessero le fiamme. Comprese che, per avere un futuro tranquillo, doveva assolutamente riuscire a farsi rispettare. Coi risparmi delle paghette si regalò la visita del miglior luminare specializzato in "fisiologia e tecnica pirozoica". Il prof. Von Dragon de Giorgis lo esaminò a lungo accuratamente e alla fine sentenziò. Sarebbe guarito quando avesse incontrato la sua anima gemella. Non capiva, ignaro dell'amore draghesco, il giovane ingenuo. Von Dragon, in cambio di un supplemento d'onorario, gli fornì allora un corso completo di educazione sessuale in videocassette che il drago Fumino studiò con crescente interesse.Poi accadde. Alla festa dei 18 anni, regalo di mamma e papà, incontrò la draghetta Fiammetta molto carina e con lo stesso problema. E fu subito incendio.

  • 07 agosto alle ore 23:47
    Conti tra cornacchie

    Come comincia: Ho un debole per le cornacchie, tuttavia non posso che detestarle con forza, dal profondo dell’anima.
    Ammiro la loro cultura, il loro maniacale culto del sapere: pensate che non esista creatura al mondo più pettegola e ficcanaso dell’anziana signorina che abita al secondo piano? credete che i vostri cazzi siano tutti al sicuro, una volta che siete usciti dal raggio d’azione – quel radar micidiale – della signorina del secondo piano? Ovviamente vi sbagliate.
    Se pensate che la curiosità più acuta, al limite tra fervido interesse e malata ossessione per la novità, sia una prerogativa esclusiva del genere umano, allora è bene che ripetiate i vostri conti: esistono specie animate da un desiderio di sapere che è tale da far odiare loro qualsiasi brusco cambiamento imprevisto. Una specie che ama sapere tutto quello che succede, alla perfezione. Talmente bene da saper predire anche quel che succederà. Una specie che pur di sapere tutto è costretta a curiosare ovunque.
    Pensate alle cornacchie di città, quelle che aspettano con ansia il martedì pomeriggio, quando i cestini dell’immondizia sono colmi e il loro pranzo è pronto per essere servito.
    Pensate alle cornacchie di quartiere, del tutto abituate ai ritmi frenetici della città e i loro occhi, un tunnel infinito oltre i confini dell’immaginazione, verso l’inferno e oltre l’inferno.
    C’è qualcosa che non abbiano già previsto? Sareste in grado di raccontar loro qualcosa che non sappiano già? Forse sì, forse no.
    Una considerazione che mi sento di poter esprimere con certezza è che le cornacchie sono mostruosamente malvagie. Per semplificare il concetto astratto e troppo elastico della malvagità, diciamo che le cornacchie sono aggressive. Non ci trovo niente di strano in questo, perché l’aggressività è un parametro che cresce di pari passo con l’avidità di sapere che un individuo possiede.
     
    Era una mattina radiosa e magnificamente piena di sole, che, nonostante la stagione invernale, riusciva a scaldare il cuore e i pensieri che, di conseguenza, da esso scaturiscono. Un senso di sottile leggerezza mi offuscava la mente. La passeggiata mattutina volgeva al termine quando, imboccato l’ultimo vialetto fiorito che mi separava da casa, sono stato costretto ad assistere ad una scena pietosa che ha risvegliato in me la freddezza della razionalità. Ho dapprima sentito dei lamenti. Non era facile distinguere tra lamenti e grida feroci, poi ho visto in terra che, a pochi metri da me, stava un gruppetto di cornacchie.
    Era un gruppetto di circa quattro o cinque esemplari e sembravano tutti giovani e in forma. Queste quattro o cinque cornacchie stavano circondandone un’altra, un altro uccello della loro stessa infima specie.
    Tra schiamazzi e frenetici battiti d’ali, il tutto a cercar di mascherare un acuto gridolino di sottofondo, non ci è voluto molto per capire che si trattava di un litigio, un’aggressione (un “battibecco” pensavo, un istante prima che il senso dell’umorismo mi abbandonasse).
    La povera cornacchia al centro del cerchio veniva ripetutamente percossa dalle altre che le si scagliavano contro con indescrivibile ferocia.
    Mi era sconosciuto, come ovvio, il motivo di tutto ciò; tuttavia, per quanto non conoscessi la storia della cornacchia “aggredita”, consapevole che avrebbe potuto trattarsi della cornacchia più farabutta che i cieli avessero mai ospitato in volo, ho deciso di prendere le sue parti: mi sorpresi a urlare qualche stupida frase intimidatoria e, con fare bizzarro, scacciavo via le aggreditrici e, con esse, la povera vittima.
    In un attimo le cornacchie avevano preso il volo, compatte in gruppo tutte insieme. È bastato un attimo e non era più possibile distinguere la vittima dai suoi carnefici.
    Tutte le cornacchie allora cominciavano a guardarmi, dall’alto degli alti rami del pino sul quale erano salite. I loro colli inclinati da un lato. I loro occhi di carbone lasciavano trasparire chiaramente il loro stupore misto a irritazione: com’era possibile che uno stupido bipede, così arretrato da non saper neppure volare, costretto così a camminare con fare così goffo, ondeggiando di qua e di là, com’era possibile dunque, che una specie così inferiore riuscisse a sorprendere le loro brillanti menti, a fare loro scacco matto?
    Un’ombra di odio attraversò veloce i loro sguardi. Tutto ciò non aveva alcun senso per loro; che motivo avrebbe avuto mai uno stupido umano, che interesse avrebbe mai potuto ricavarne quello straniero, a interrompere un semplice e ordinario regolamento di conti tra cornacchie?
    Tutto ciò era incomprensibile per loro, degli esseri incapaci di provare compassione. E li faceva arrabbiare. Li faceva innervosire come non mai. Qualcosa era sfuggito al loro controllo e sono sicuro che anche la povera vittima che avevo salvato fosse, ora, irritata più che mai da questo inspiegabile colpo di scena.
    Io, che le sorprese le ho sempre amate, sicuramente non ho gradito quella che quegli uccellacci avevano appena progettato per me: improvvisamente quelle bestie alate si trovavano addosso a me, tartassando il mio corpo ripetutamente, a colpi di becco.
    Non riuscivo più a ragionare, stordito dalle percosse. Mentre una mi colpiva dietro, sul collo, ecco che un’altra mi attaccava sopra la caviglia destra e, subito dopo, un’altra mi prendeva all’orecchio mentre due erano riuscite a farmi sanguinare la faccia colpendomi sopra il sopracciglio sinistro. Ero nel panico più totale e il mio frenetico agitare di braccia non aveva fatto alcuna differenza.
    In una questione di secondi quelle perfide creature avevano cambiato vittima e allora ho deciso di scappare, sconfitto e incredulo.
    Ripensandoci ora, ricordo che, prima di fuggire con la vista offuscata dal sangue che colava sul mio volto, ho notato delle persone affacciate alle finestre dei palazzi intorno a me. Ho scorto delle facce dubbiose, quasi incerte, che sembravano provare compassione per me ma, allo stesso tempo, nessuna di loro sembrava volesse intervenire in mio aiuto. Sembravano spaventate, non volevano ritrovarsi al posto mio, il posto di uno sciagurato che si era messo in testa di turbare la quiete della normalità.

  • 04 agosto alle ore 10:47
    Bellissima

    Come comincia: Alberto e Marisa, titolari di un avviato bar in via Appia a Roma, decisero d’accordo con i dipendenti di prendersi come vacanza tutto il mese di agosto (avevano avuto un inverno stressante) e decisero di non andare more solito sulla riviera romagnola ma di recarsi in un agriturismo vicino Cingoli, in provincia di Macerata, magnificato da alcuni loro amici che si erano stati. A bordo della Jaguar X type dono della recentemente defunta zia Giovanna presero la strada per Ancona, poi a Jesi quella per Macerata ed infine arrivo all’agriturismo “Colucci e Uzzolini – Benvenuti”. Come inizio non era male, i padroni dovevano essere persone educate e simpatiche. Il titolare Luciano Uzzolini li accolse con molto calore, mostrò loro tutti i locali ed infine le loro rispettive camere pulite ed ordinate, buona la prima impressione. La sera si ritrovarono in un grande locale dove erano posti i tavolini, solerti camerieri andavano avanti e indietro  con i piatti delle vivande, tutti cibi prodotti dalla fattoria, molto buoni e ben cucinati, i marchigiani sono famosi per la loro cucina. Alberto scorse nel tavolo dinanzi al suo una signora che lo affascinò subito: lunghi capelli castani a coda di cavallo, fronte alta, occhi bellissimi, grandi espressivi, sorridenti, nasino all’insù, bocca favolosa con denti bianchissimi, scollatura abissale che lasciava intravedere… ”Te la sei mangiata con gli occhi, che vogliamo fare ci presentiamo così la puoi ammirare da vicino.”e senza porre tempo in mezzo Marisa si alzò trascinandosi appresso uno sconcertato consorte. “Siamo i vostri vicini di tavolo, col vostro permesso vorremmo unirci a voi, siamo di Roma.” Benchè piuttosto sorpresi : “Io sono Jean francese e questa è la mia compagna Angelica brasiliana, prego accomodatevi.” A questo punto uno strano imprevisto, un cameriere: “Mi chiamo Tranquillo ma quando mi incazzo…” Intervenne Luciano, il titolare: “Tranquillo questi sono amici, te ne puoi andare.” Tranquillo si tranquillizzò e sparì dalla circolazione. “Vi devo una spiegazione, i genitori del cameriere, miei vecchi amici, sono deceduti in un incidente stradale e da quel momento il loro figlio è partito di testa, non posso abbandonarlo, non vi darà più fastidio.”  Cena deliziosa a base di pollame: pappardelle al sugo di anatra poi piccioni, galline padovane e naturalmente anatre al sugo il tutto condito con verdure di ogni genere provenienti dal loro grande orto, frutta a volontà a gelati artigianali.  Dopo cena i quattro presero a passeggiare lungo il perimetro dell’agriturismo,  particolari insetti colpirono la loro immaginazione, le lucciole che col loro accendere e spegnere la luce della loro coda illuminavano la distesa delle piante di grano, una bella scena georgica. I quattro si diedero appuntamento al giorno successivo dopo la prima colazione. Muniti di biciclette salirono verso la montagna, di lontano scorsero un fiumiciattolo. Lasciate le bici ai margini della strada si inoltrarono nel bosco e scorsero un ruscello da fiaba, ai lati della sabbia portata in inverno quando l’acqua era più impetuosa Jean:”Sembra in piccolo la Senna dove d’estate le persone vanno a fare il bagno.” Poggiati i teli sulla sabbia i quattro si bearono a rilassarsi ad occhi chiusi, un paradiso con uccellini cinguettavano ai lati. Ti pareva che Marisa non dovesse cambiare l’atmosfera. “Mi sto annoiando, così potevano riposarci sul prato dinanzi all’agriturismo ,un po’ di movimento ragazzi, intanto che ne dite di spogliarci un po’, fa troppo caldo.” E si tolse il reggiseno facendolo roteare il alto. Fu seguita da Angelica con gran gioia di Alberto: un seno favoloso quello della brasiliana misura tre, aureola pronunziata e capezzolo ‘impertinente’. “Lo sapevo che ti saresti arrapato ma ti voglio bene e non sono gelosa, vieni sopra di me, che ne dici di una sveltina?” e si mise all’opera mentre i due brasilero-francesi aprivano gli occhi un pò sorpresi ma divertiti. Si guardarono in viso e cominciarono ad imitarli: Jean mise in mostra un bell’uccello e si girò di spalle per mostrare il popò, Angelica partì di spalle ma girandosi …sorpresa: anche lei aveva un uccello con due palline sottostanti. Non era facile sorprendere Alberto e Marisa ma in questo caso…i due si guardarono in viso: un trans, bellissimo ma pur sempre un trans. Nemmeno nelle sue fantasie più sfrenate Alberto aveva pensato a rapporti con un trans, rapporti  che dovevano essere molto particolari data la presenza in più di un certo coso che Alberto si domandava dove sarebbe andato a posizionarsi. Jean partì all’attacco, con il palmo della mano si posizionò sui testicoli e sull’uccello della compagna in verità piuttosto minuto ma che col passar del tempo aumentò di volume, Jean lo prese prima fra il pollice e l’indice e poi con tutta la mano  e quando il cotale giunse all’apice era proprio molto voluminoso e ad un certo punto schizzò molto lontano dello sperma, sembrava una fontanella. Anche per distendere l’atmosfera,  preso atto della realtà, i quattro si abbracciarono e con le biciclette rientrarono nell’agriturismo.  Ovviamente giunsero in ritardo al pranzo rimediando i rimbrotti di Luciano, “Gli orari sono orari!” Ovviamente i rapporti fra i quattro erano mutati, nessuno era un puritano ma la sorpresa c’era stata anche perché inaspettata. La sera andarono a ballare sull’aia dove Luciano aveva allestito una specie di discoteca. Quando si unì la coppia Alberto Angelica le cose si complicarono un po’: Alberto sentì qualcosa di molto duro dinanzi ai suoi pantaloni, ormai sapeva bene di cosa si trattava, di lontano Marisa e Jean, anch’essi abbracciati in un dolce tango,  si facevano delle matte risate immaginando la scena. Alberto chiuse gli occhi: non sapeva se essere geloso che la sua Marisa pomiciasse con Jean o immaginare un probabile futuro suo rapporto con Angelica ma di che genere? In ultimo si sedette e non volle più ballare, toccò a Jean accontentare le esigenze ‘danzesche’ delle due…femminucce. Ritiratisi nelle rispettive camere l’atmosfera era diversa l’una dall’altra: Jean e Angelica facevano l’amore accompagnato da grosse risate alle spalle di chi? Del povero Alberto il quale, in confusione totale, preferì girarsi dalla parte opposta di Marisa p er cercare di dormire. La mattina seguente la solita Marisa nella piscina dell’agriturismo: “Non pensiate che la cosa finisca qui, io e Jean, l’avete capito, non abbiamo problemi, ne vedo invece fra Alberto e Angelica e li risolveremo insieme, ne pas? Stasera dopo cena appuntamento in gruppo, alla grande, faremo faville.” Alberto aveva lo sguardo sperduto nel vuoto, cosa l’aspettava e soprattutto era il caso di andare avanti con Angelica? Marisa ovviamente aveva percepito i suoi pensieri: “Mio caro con l’aiuto mio e di Jean farete faville, amore mio sarà un ricordo favoloso per tutta la vita, un po’ inusuale ma favoloso!” Dopo una doccia collettiva Alberto e Angelica si abbracciarono e cominciarono a baciarsi in maniera frenetica, la damigella, sdraiata supina sul letto, stava subendo l’assalto di un Alberto privo di ogni senso di pudore. Baci sui bellissimi occhi che l’avevano fatto innamorare, sul delizioso nasino, sulla bocca calda e promettente, i seni sensibilissimi (sicuramente Angelica aveva già avuto un orgasmo) e poi, saltando il ‘pacco’ centrale sui piedi lunghi, stretti e profumati. Alberto si era scoperto anche  feticista! Poi fu la volta di Angelica che fece un percorso quasi analogo a quello effettuato da Alberto per poi posizionarsi a quattro zampe in attesa… Il ‘ciccio’ di Alberto era diventato un cipresso e, dopo che l’interessata si era ben bene lubrificata, entrò trionfalmente nel suo retro. La baby aveva una tecnica particolare nel muoversi: roteava il bacino, andava avanti e indietro col sedere per  farsi penetrare più a fondo. Alberto godette una prima ed una seconda volta poi si arrese. Entrarono allora in scena Jean e Marisa che non avevano perso nulla della sceneggiata. Marisa: “Ora facciamo noi da registi, Alberto posizionati a quattro zampe e poi chiusi gli occhi, Angelica sarai delicata col mio amore?” E così fu: Alberto dopo essere stato lubrificato nel suo didietro sentì che un coso duro dolcemente stava penetrando nel suo didietro. La paura del dolore era passata anzi provava un intenso piacere, ovviamente mai prima provato; capì che Angelica aveva goduto due o tre volte ma seguitava imperterrita, a lui seguitava a piacere sempre più e così andarono avanti un bel po’ sin quando Marisa: “Amore mio ora basta, non vorrei che il tuo culino…” Così ebbe fine l’esperienza trans di Alberto che capì che molto probabilmente era diventato bisessuale. Dopo qualche altro giorno di permanenza a Cingoli, con relativi passaggi erotici, Alberto e Marisa decisero di rientrare a Roma. Fecero i bagagli la sera e la mattina presto salutarono Luciano (Mandatemi e vostri amici) ed il duo franco brasiliano senza scambiarsi indirizzi né recapiti telefonici, presero la via del ritorno, capirono che la storia doveva finire lì. Marisa prese lei a guidare la Jaguar, Alberto stava spaparazzato nel sedile posteriore ripensando al recente passato , anche di sua moglie: “Jean mi ha detto che aveva capito subito che non ero una bionda naturale, é molto bravo col sesso, ce l’ha un po’ più grosso del tuo ed è molto delicato.” Tradotto: già dall’inizio si era fatta Marisa, scopava da dio, ce l’aveva molto più grosso di quello di suo marito e nel cunnilingus era insuperabile. Indovinando i pensieri del marito: “Sono sincera, ricordati che tu sei e sarai sempre il grande amore della mia vita, ti stimo e ti amo profondamente.” Alberto farfugliò qualcosa riguardante un cesto di lumache. Marisa: “Talvolta non ti capisco, che c’entrano nel nostro caso le lumache, boh…”

  • Come comincia: Claire is sitting there waiting for a miracle to come. She wonders whether the clairvoyant she met in the woods, the one with the white eyes and the dark soul, could possibly be right.

    “Make a list, so that Mr. Universe knows what you want!”

    Well why not giving it a try?
    So, she takes the pink pigtail and dips it into the clear pink ink that she found under the red dotted mushroom on the left, exactly where the woman told her she would. What a coincidence. She writes the first words on a leaf that looks big enough:

    What I wish for... NO, wait: What I like about you...
     "YOU: the one out there waiting for me. Out there... somewhere... Exactly.
    Well... at least Miss Vandecourt said so.
    OK... no time to linger, here's the list!"

    As she writes, the pink ink turns into black, because Mr. Universe has no romantic soul, or so they say! Words flow down quickly:

    - Your laughing eyes when they see me... happy to be with mine. There is no better thing than a walk eyes in eyes. Like the constant feeling of being there beside you even if we are far apart.
    - Your extremely funny (and stupid) jokes that make me laugh until my belly hurts. Because life goes through the belly, they say.
    - Your way of looking at other girls and, at the same time, of making me feel the most beautiful of them all. Because jealousy is like spice: food is insipid without it, but if you use too much you could choke.
    - Your fingertips, like ten small electro stimulators of my senses. Whenever you touch me, you turn me on. We never get enough of each other's bodies and souls.
    - Your respect for all living beings that reflects your respect for me. The same respect you show not only with words, but also with actions!
    - Your way of never taking yourself too seriously being serious at the same time. Because you might not be perfect for the boring beauty standards of this world, but to me, you are the closest thing to perfect indeed!
    - Your way of having fun in living every day and being thrilled about the future. Scaring off the "no-days" or simply accepting yours as well as mine, because life is everything and nothing.
    - Your particular "savoir faire" that makes children want to play hide and seek with you or just listen to your stories again and again...
    - Your way of enjoying watching sports with me, but never taking the games too seriously because they are fun and not a matter of life or death.
    - Your wonderful way of trying to avoid prejudice. Of watching, hearing, listening, paying attention at everything and everybody before making up your mind.
    - Your curiosity that has subsided maybe, but that has never worn off since you were a child! Because it is the secret of rediscovering live, reinventing dreams.
    - Your arms, steady and strong, but warm enough to melt inside your embrace. Your way of protecting me without chocking me.
    - You, being uncomplicated, because I am complicated for the both of us. 
    - You, accepting me. Loving me for what I am and falling in love with me every day for the next 1000 years.

    Because all of these things will make me want you, love you.
    ...
    Claire holds the dripping pink inked pigtail in her hand for a while. She looks at the sky above and closes her eyes slowly before whispering:
    "Well, dear Universe, now that you've got a guideline, go on: AMAZE ME!"

    TRADUZIONE

    COSA MI PIACE DI TE
    Claire, seduta lì aspettando un miracolo, si chiede se la veggente che ha incontrato nel bosco, quella dagli occhi bianchi e l'anima scura, possa avere ragione in qualche modo.

    “Fai una lista, in modo che Signor Universo sappia quello che vuoi!”

    E allora perché non provarci?
    Così prende la coda rosa del maialino e la intinge nel chiaro inchiostro rosa che ha intravisto sotto il fungo a pois rossi sulla sinistra, esattamente dove la donna le aveva detto che li avrebbe trovati. Che coincidenza.
    Scrive le prime parole su una foglia abbastanza grande:

    Cosa desidero... NO, aspetta: Cosa mi piace di te...:
    "TU: quello che è lì fuori ad aspettarmi. Lì fuori... da qualche parte... esattamente.
    Beh... almeno così ha detto la signorina Vandecourt.
    OK... non è il momento di indugiare, ecco la lista!"

    Mentre scrive, l'inchiostro rosa diventa nero, perché l'Universo non ha un animo romantico... o almeno così dicono! Le parole scorrono veloci:

    - I tuoi occhi che ridono quando mi vedono... felici di essere con i miei. Non c'è niente di meglio di una passeggiata occhi negli occhi. Come la costante sensazione di essere vicini anche quando siamo lontani.
    - I tuoi scherzi estremamente divertenti (e idioti) che mi fanno ridere finché mi fa male la pancia. Perché la vita si vive attraverso la pancia, dicono.
    - Il tuo modo di guardare le altre ragazze e, allo stesso tempo, farmi sentire la più bella di tutte. Perché la gelosia è come le spezie: senza il cibo è insipido, ma se ne usi troppe potresti soffocare.
    - I tuoi polpastrelli, come dieci piccoli elettro stimolatori dei miei sensi... Mi tocchi e mi accendi. Come se non potessimo mai avere abbastanza dei nostri corpi e delle nostre anime.
    - Il tuo rispetto per tutte le cose e le persone che riflette il rispetto che hai per me. Lo stesso che mostri agli altri e a me, non solo con le parole, ma anche con i fatti!
    - Il tuo modo di non prenderti mai sul serio, essendo serio allo stesso tempo. Perché pur non essendo perfetto per i noiosi standard di bellezza di questo mondo, tu, per me, sei la cosa più vicina alla perfezione.
    - Il tuo divertirti nel vivere ogni giorno guardando al futuro. Tenendo alla larga i "giorni no" oppure accettandoli semplicemente, sia i tuoi che i miei, perché la vita è tutto e niente.
    - Il tuo particolare "saperci fare", che fa sì che i bambini vogliano giocare a nascondino con te o ascoltare le tue storie ancora e ancora...
    - Il tuo modo di divertirti guardando lo sport con me, senza prenderlo troppo sul serio, perché è divertimento e non una questione di vita o di morte.
    - La tua bellissima arte nel cercare di evitare i pregiudizi. Provando, guardando, sentendo, ascoltano e prestando attenzione a tutto e tutti prima di crearti una tua opinione.
    - La tua curiosità che è diminuita forse, ma che non è scomparsa del tutto da quando eri un bambino! Perché questo è il segreto di riscoprire la vita, reinventare i sogni...
    - Le tue braccia, sicure e forti, ma calde abbastanza da farmi sciogliere nel tuo abbraccio. Il tuo modo di proteggermi senza soffocarmi.
    - Il tuo essere semplice, perché io sono complicata abbastanza per tutti e due.
    - Tu. Tu che mi accetti. Che ti piaccio per come sono. Tu che ti innamori di me ogni giorno per i prossimi mille anni.

    Perché tutto questo farà sì che io ti voglia, abbia bisogno di te e ti ami.

    Claire resta per un po' con la coda di maialino rosa gocciolante d'inchiostro nella mano. Guarda il cielo, chiude gli occhi e bisbiglia:
    "Bene, caro Universo, ora che hai una linea guida, vai: STUPISCIMI!"
     

  • 03 agosto alle ore 0:42
    L'incontro

    Come comincia: È l'attimo che convoglia il pensiero al flusso sfuggito tra l'anima e il cuore. Il frammento di microsecondo che tocca simultaneamente mente/psiche/pneuma; l'urlo senza suono alcuno, senza immagini se non flash spaventati da sua stessa luminiscenza. L'urlo di Munch è carezza di pensiero che non sa partorire se stesso. Asfalto sotto il passo a infliggere il percorso, a testimoniarne il movimento. Silenzi: ovattate rimbombanti eco. Cosa risponde il destino, basito, di fronte alle tue scelte? Non ha risposte. Non ha ragionamenti. Non ha parole. Davanti alla bestemmia della vita, offre la bandiera della resa: un quadrifoglio. Poi si ricrede, uno è poco, ne offre due. Non da risposta a domande che non conosce. Porge la bandiera della pace, del non confine: quadrifogli. Offerta. Domande e risposte si prostrano davanti al messaggio arcano: "per ora, sappi che ci sono, io, quadrifoglio". Messaggio di semplicità di esistenza. Tanto semplice quanto eterno, complicato. Mente/psiche/pneuma, nel passo si rilasciano. Non più domande, non più basiti destini, Tutto è.

  • 02 agosto alle ore 21:25
    Elena e Dick Decimo Capitolo

    Come comincia: Alle dieci, Elena scese nella hall. Aveva indossato un paio di jeans bianchi e una casacca di pizzo ricamata con paillettes colorate, giubbotto bianco, perchè l'aria in certi momenti era gelida a causa della neve caduta in alta montagna. Tra pochi giorni, anche qui in valle l'autunno si sarebbe fatto sentire, gelido e umido.
    Si avvicinò al portiere per lasciare la chiave e lo informò ad alta voce che aspettava una telefonata da un allevatore di cavalli :- Se chiama gli dia questo messaggio e lui capirà. E' un codice per identificare un cavallo che deve partecipare ad una gara, domenica.
    Porse un foglietto all'uomo con su scritto a grandi caratteri i numeri 
    S 2,30 b, m, 200,P . Dick avrebbe capito ?. La sera prima aveva visto uno degli uomini di Federico che parlava con un'altro ed essendo brava a leggere il movimento delle labbra, con tre figli una madre si deve difendere e le studia tutte così aveva capito quel che dicevano i due '' stanotte alle due e mezza sul binario morto a duecento metri da Preglia ( il limite estremo dei binari in disuso )
    C'era la possibilità che fosse in arrivo un carico d'armi e che lo avrebbero lasciato in deposito nella zona morta della stazione per non dare nell'occhio. Non aveva fatto in tempo a comunicare a Pablo quel che sapeva, e gli aveva messo in tasca un foglietto col numero dell'albergo e l'ora . Sperava di non aver fatto pasticci.
    Federico la stava aspettando fuori con la sua lussuosa Mercedes slk
    due posti decappottabile :- Tesoro sei splendida, dove vorresti andare ? 
    :- Sinceramente non ho idea, oggi era previsto un giro su a casa. Volevo rivedere la vecchia torre e, se c'è ancora qualcuno vivo, salu
    tare le vecchie conoscenze.
    :- Lascia stare quei vecchi ruderi. Ti porto io in un posto bellissimo.
    :- La tua casa è ancora tutta intera ?
    :- L'ho venduta , quando sono morti tutti. Non sapevo che farmene.-
    Sul suo viso passò un'ombra scura e un vago sorrisetto crudele gli aleggiò sulle labbra . Appena un accenno di un sorriso. >>> non sorride mai -- pensò Elena--- deve avere tanto diquel veleno in corpo. Tutta la cattiveria di bambino si è ingigantita<<<<<<<
    Era vero, col passare degli anni, il suo carattere malvagio era peggiorato .
    Salirono sulla due posti elegantissima e partì a velocità moderata, lasciando sorpresa la donna che si aspettava una partenza da bullo e invece era partito da signore. Il motivo di questo modo così sobrio di guidare era dovuto al fatto che faceva di tutto per non attirare l'attenzione delle forze dell'ordine. In una città con duemilacinquecento finanzieri, più di duemila carabinieri e altrettanti poliziotti sempre pronti a pattugliare i confini con la Svizzera e i treni che andavano e venivano dal Sempione e da Locarno, era decisamente opportuno comportarsi in modo da dare il meno possibile nell'occhio. Federico sapeva che per portare avanti i suoi affari doveva agire con cautela.
    Uscirono dalla città e prima del paese successivo, svoltarono a sinistra verso Caddo. La vecchia strada era ben nota ad Elena per averla percorsa decine se non centinaia di volte. Prima del paese, imboccarono una vecchia strada che saliva verso una sporgenza della roccia . Vista dal basso era come una piattaforma sospesa, ma arrivando si trovarono davanti una radura grandissima circondata da abeti e nel mezzo una villa faraonica. Il posto era di una bellezza da favola, tuttavia lo spirito dell'architetto che viveva dentro Elena trovò subito i difetti e i pericoli ai quali una simile costruzione andava incontro. :- Che te ne pare ? chiese lui con una punta di evidente orgoglio.
    :- Bella, stupenda e gran bel panorama . Da qui vedi il mondo. 
    :- Ma tu non ne sei convinta. Niente da fare non sai dire le bugie
    Eccome no << pensò lei<<< 
    :- Non voglio mentire su una cosa che per te è importante, ma penso che prima di costruire tu abbia fatto tutti i rilevamenti del caso-
    :- Si, ci sono stati architetti e ingegneri e alcuni mi hanno sconsigliato il posto.-
    :- Allora se ti dico che corri un grave pericolo, non ti suona nuovo. Vedi, la roccia si cui ci troviamo è qui per caso . Tu sei nato da queste parti e sai benissimo che quel pezzo di granito che si vede lassù in alto è ciò che rimane della vecchia frana che alcuni secoli fa si portò via Caddo . 
    :- Ma siamo fuori dalla frana, - protestò lui-
    :- Senza dubbio, siamo esattamente al margine dove una nuova frana potrebbe cadere al prossimo disgelo. Inutile ricordarti che queste montagne così belle sono friabili come biscottini, sempre pronte a franare. Inoltre lo spuntone di roccia su cui hai costruito non hai idea di quanto sia ancorato al resto della montagna .
    Se non viene giù dall'alto potrebbe cadere da sotto i tuoi piedi.-
    :- Cavolo come parli.Sembri l'ingegnere Marti . Mi aveva detto le stesse cose che mi hai detto tu. Mi hai demolito la casa e il futuro -
    :- Mi spiace veramente. La casa è bellissima e adesso voglio vedere l'interno. C'è tua moglie ?
    :-Stai scherzando? e chi la sopporta una moglie,sempre libero degg'io ecc. ecc . Mi vuoi sposare tu ?-
    :- Nemmeno morta. Mi sono appena liberata di un e non ne voglio un'altro , almeno per ora, domani si vedrà.
    Entrarono . Era in assoluto la più bella casa che Elena avesse mai visto. Tutta rifinita in marmo pregiato e arredata lussuosamente ed elegantissima.
    Pranzarono su una terrazza circondata da noccioli al riparo dal vento .Gli alberelli, oramai tutti ingialliti creavano un riparo dorato e la vista era spettacolare, si poteva vedere tutte la città fino quasi a Villadossola . In un altro momento Elena si sarebbe lasciata prendere dall'emotività, in fondo Federico in illo tempore le piaceva . Quei tempi oramai erano passati, e lei non subiva più il fascino di un 
    uomo per di più un malavitoso delinquente come lui.

  • 02 agosto alle ore 19:26
    L’effimera leggerezza dell’essere.

    Come comincia: Sospesa, priva di forza di gravità, nulla che mi leghi alla terra, occhi chiusi a quello che non oso volgere sguardo. Attraversata da pensieri ribelli, indisciplinati e pervasi da una grande passionalità, un flusso che straripa dagli argini d’immaginarie vene, un volo pindarico. Un dolce oblio nel dondolio di fremiti e sussulti. Vesto di parole un senso che mi attraversa e irrompe in una riga di un ultimo verso.

  • 31 luglio alle ore 21:50
    Elena e Dick Nono Capitolo

    Come comincia: Elena era alquanto delusa dello stato del piccolo villaggio, nato come propaggine della città, costruito con molta fatica nel tempo libero, dagli operai frontalieri,
    arrivati dal meridione, in prevalenza dalla Calabria, con un carico di figli e di tradizioni difficilmente comprensibile per i valligiani, che, tuttavia li accoglievano generosamente, se non trovavano lavoro in città andavano in Svizzera Erano gente onesta e dignitosa che si spaccava in quattro per mantenere la famiglia. Appena possibile compravano un pezzo di terreno agricolo, a poco prezzo e non c'era tanta burocrazia quindi potevano cominciare subito a costruire la casa che veniva su velocemente perchè tutti davano una mano. Quando compariva sulla sommità di un tetto appena terminato, un grande mazzo di alloro decorato con nastri colorati era il segnale che alla sera tutti gli operai avrebbero partecipato alla grande festa con grigliate di maiale e agnello, grandi bevute . C'era sempre uno che suonava l'organetto o la zampogna e cantavano le canzoni del paese piene di nostalgia.Tutto questo apparteneva oramai ad un passato lontano. Tutto il quartiere era nato intorno alla chiesa dei frati cappuccini per merito di un grande e generoso fraticello Padre Michelangelo, che molti ancora ricordano e amano.
    Federico la guardava con interesse, :- Sembri delusa, che ti aspettavi ?- chiese
    :- Nulla. Sapevo che erano cambiate molte cose, o forse il tempo ha distorto i miei ricordi. Così è la vita. Tutto cambia, ma dimmi di te che fai per vivere ? Vai a pescare le trote nel Toce?-
    :- AhAhAhah ! morirei di fame. Sono commerciante e faccio sempre buoni affari.-
    <<<< eccolo,- pensò la donna- ci siamo, se si vanta dei suoi traffici sono a posto. >>>>>
    :- Devo tornare verso l'hotel, aspetto una telefonata tra un po e voglio esserci quando chiamano-
    :- Chi ti chiama , tuo marito, il tuo amante o chi altro?- il tono di lui era secco, perentorio
    :-Non ti hanno insegnato a farti gli affari tuoi?. comunque è solo il mio ufficio . Sono lontana da tre giorni e sentono già la mancanza. Ricordati che sei un ficcanaso-
    :- Voglio sapere tutto di te devo recuperare il tempo perduto-
    :- Hai avuto tutto il tempo vent'anni fa, ma sei sparito e non ti ho più visto.-
    :- Se ben ricordi al tempo c'era la signora Olmi a comandare e non si poteva contrariarla, quando il diavolo se l'è presa era troppo tardi e ognuno aveva fatto la sua strada.- evidentemente aveva un tenero ricordo della madre. Anche Elena la ricordava bene , era una megera più larga che lunga con una lingua capace di trinciare l'acciaio.
    :- Che ti sei messo in testa ?. Non ci vediamo da vent'anni e ti comporti come se ci fossimo lasciati ieri mattina . Lasciami andare, voglio tornare in albergo fare una doccia e riposare un po prima di cena.-
    Federico non fece altri commenti, l'accompagnò per un tratto di strada fino alla via Sempione :- Ti lascio qui tanto il tuo albergo è in fondo alla via mi sono ricordato di un impegno. Domattina passo a prenderti verso le dieci e andiamo a mangiare qualcosa di buono dove vorrai tu -
    :- Va bene, a domani allora.-
    Si incamminò spedita sulla nota via che ben conosceva, passò davanti al bar Aurora e ad altri negozi che non riconosceva più. Finse di non accorgersi del tipo che la seguiva, ma si fermò davanti ad una vetrina per tenere sotto controllo la situazione. Era un tipo basso, dall'aspetto truce da bullo . Teneva le mani in tasca e una sigaretta spenta in bocca. Poco lontano Pablo, con una vistosa macchina fotografica a tracolla : <<<<< accidenti, - pensò- non ho praticamente mai usato la macchia fotografica>>>>> si fermò davanti ad un portone in ferro battuto e scattò alcuni flash .
    In albergo, fece una doccia e le sembrò di lavarsi via una patina di sudiciume . L'incontro con Federico le aveva lasciato un'impressione di sporco come se lui fosse un sacco di carbone unto e avesse rilasciato lo sporco su di lei.
    Si sdraiò sul letto dopo aver tolto il prezioso copriletto di seta verde e oro, e dopo due minuti dormiva. Fu un sonno di breve durata funestato dal suo incubo ricorrente : sognava sempre allo stesso modo lo stesso incubo. Si trovava in una casa di pietra, quasi distrutta da un'alluvione di anni e anni prima, dentro un lungo corridoio che lei doveva percorrere tutto fino in fondo e lì doveva entrare in una stanza coperta interamente di foglie secche di castagno . Si sdraiava per dormire, ma accanto a lei le foglie si muovevano scrocchiando e una figura si alzava a sedere allungava le mani verso di lei. Si alzava, terrorizzata,e fuggiva cercando l'uscita che era sparita. Continuava a correre urlando mentre dietro di lei uno zombie, spaventoso, o uno spaventapasseri coperto di foglie secche tentava di raggiungerla e lei sapeva che l'avrebbe mangiata . Si svegliò bruscamente, saltando sul letto. Come sempre si era spaventata per nulla ma il sogno era premonitore, non presagiva nulla di buono. . Si sentiva stranamente intorpidita, stanca senza aver fatto niente di particolare, si sdraiò e si rimise a dormire, stavolta l'incubo la raggiunse dopo un sonno di piombo durato mezz'ora. Riguardava Dick e lei e un grosso pitone birmano che si avvolgeva su di loro stingendoli in un abbraccio mortale. <<Ci mancava il pitone,- pensò. Non aveva paura dei serpenti, anzi li considerava dei portafortuna- ci manca solo che tra me e il fustaccione nero nasca qualcosa . Non ci devo pensare nemmeno per scherzo. Ha dieci anni meno di me, sarebbe uno scandalo. Ho paura che mi sto innamorando. No, non sia mai. Devo tenerlo lontano. In questo momento devo concentrarmi su Federico e farlo arrestare e poi addio Dick. Chiederò a Gina di non invitare più Hawa, no ma che dico, che figura ci farei. Hawa è una cara ragazza, devo stare attenta a non far trasparire i miei sentimenti . >> Si vestì con la solita cura e scese in sala da pranzo dove trovò Pablo ad attenderla. Il giovane indossava una giacca bianca da sera e venne a sedersi al suo tavolo. I camerieri la trattavano con insolita deferenza merito della scenata mattutina di Chris.Una volta sceso dal Sacro Monte, si era precipitato in albergo raccontando a chi aveva voglia di ascoltarlo che la signora era intrattabile e lo aveva cacciato come un bambino :- Mi ha intimato di starle alla larga, che lei di figli ne ha già tre. Capisci- disse al cameriere- mi ha scambiato per un ragazzino,. Ah ma gliela farò vedere io a quella, come si permette di trattarmi così.- andò avanti un bel po' con le rimostranze da bambino viziato e quando fu sicuro che avessero capito, si chiuse nella sua stanza, cambiò la camicia e indossò un camiciotto blù di jeans e scese dalla scala di servizio senza essere visto da nessuno.