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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 21:03
    28-05-2015

    Come comincia: Senza commettere errori non avremmo mai imparato a dare il meglio di noi. Sbagliare è un'opportunità per migliorare: alcune persone della nostra vita che ritenevamo fossero perfette e giuste, degne di starci accanto, col tempo, si sono rivelate per quello che sono realmente e, ormai, fanno parte del passato. Ma questo ci è servito e, a nostre spese, abbiamo capito l'importanza di certi sbagli di cui facciamo tesoro nel presente, se vogliamo che un rapporto funzioni.E' importante, dunque, passare attraverso situazioni "sbagliate" della vita, per raggiungere quelle giuste, quelle più belle che meritiamo.

  • martedì alle ore 8:28
    L'ESTATE DEI MORTI

    Come comincia: Solo il cielo prelude all’inverno, neanche il vento agita le foglie morte; c’è il dolce tepore di un clima da blusa e scarpe da tennis.
    E’ la temperatura ideale per aggredire il foglio bianco, o forse, per tentare di farlo. Si è sempre troppo pieni di cose da fare e ogni cosa da fare pare sia li, puntualmente li, a ricordarci di essere fatta, conclusa, archiviata. Come in una vita che ingrana per tappe, per piccoli e grandi doveri, quasi a consolidare un metodo per scavalcarli tutti, tutti quanti periodicamente riproposti ogni volta.
    Oggi no, non è così, o meglio, è pur sempre così, ma oggi sono fermo sotto questo tiepido cielo di piombo ad assaporare i minuti, senza orari e tutte le piccole e grandi cose da fare possono e devono attendere, lontane da me quanto basta perché possa tornare, dopo la pausa, a cavalcarle come uno ski-lift che risale la china bianca appena discesa.
    Sono in clinica, appoggiato alle bianche pareti di una clinica, metà privata e metà sovvenzionata dalla A.U.S.L. locale; e io vi albergo metà perché vorrei conoscere lo stato del mio testicolo destro un po’ ballerino e metà perché desidero provare il rischio d’annoiarmi pensando, posto che pensare, seppur oziando, non è mai un esercizio improduttivo.
    Ero li intento a snocciolare i minuti e gustare i pensieri quando bussa alla porta della mia camera bianca una signora dall’età indefinibile, certo non più giovane, vestita e acconciata con estremo decoro. Entra e mi dice di essere della “Missione”, poi, resasi conto del mio gentile silenzio ma anche della mia curiosità rimasta totalmente inappagata, inizia un discorso in un italiano poco probabile non privo di inflessioni dialettali del sud.
    Le parole e soprattutto una domanda sortivano l’effetto da lei sperato:
    - Tu bestemmi? –
    Io, punto nella coscienza e un po’ imbarazzato:
    - Si, purtroppo qualche volta mi è successo –
    E lei, perso l’imbarazzo iniziale, ritrovava dopo la mia confessione una certa loquacità ora più argomentata:
    -  Non devi bestemmiare! Padre Pio mi ha ridato la vista e io ora vado in giro a carpire voti per il Signore, per il bene, perché oggi il mondo è del male, del diavolo! Non si deve bestemmiare! Ogni bestemmia è uno schiaffo al Signore! –
    Bene, pensavo, ogni rispetto per questa signora è dovuto, tanto più che conduce “porta a porta” una campagna elettorale per il bene, per il Signore, e, forse lei lo ignora, proprio mentre il mondo intero è in spasmodica attesa di sapere se George W. Bush, il texano dal bicchiere facile, vedrà riconfermato il dovere di guidare la più grande potenza mondiale verso la conquista di nuovi paesi, da ricondurre, a suon di bombe, entro gli argine della democrazia. Paesi tutti rigorosamente arabi e grandi produttori di petrolio nonché, proprio per questo e chissà mai per quale alchimia ancora allo studio del Pentagono, luoghi di ricovero e nascondigli per i più grandi dittatori e terroristi internazionali.
    Per Diana! La vecchina arzilla, linda e tirata a lucido, era piombata nella mia stanza bianca della clinica bianca semi privata per pagare un debito al Signore, assicurando un voto al Signore! Il concetto era questo e quando faccio per offrirle almeno un caffè, memore di quanto certe “invasioni” nei letti di degenza siano mosse più da raccolte di denaro che da nobili propositi, lei candidamente fa per congedarsi dicendo che non ha davvero bisogno di nulla. Poi, con una certa energia, mi fa promettere di non bestemmiare più dinanzi all’immancabile foto del Santo di Pietrelcina.
    In effetti, pensandoci sopra, si bestemmia, almeno per quanto ho avuto modo di vedere e di sentire, per una sorta di abitudine maldestra che nasconde una grave impotenza. Troppo spesso e in ambienti privi di cultura, la bestemmia compone la frase, ne fa parte, è il fulcro della stessa, a volte non è neanche più un rafforzativo. Costituisce una specie di slang, diviene così foneticamente indispensabile per la costruzione di un periodo da esporre, per rappresentare una forte emozione, ma mai un concetto. Credo ciò nasconda un’intima avversione contro tutto e contro tutti, una protesta invereconda ed ignobile adusa ad una certa parte del popolo (ammesso che la parola “popolo” significhi ancora qualcosa). La bestemmia è come un percing da esposizione orale per i più abbietti di spirito. Essa, oltre ad offendere, sempre più senza motivo, Dio, il nostro o qualunque fosse, non è neanche più l’estrema ricerca di Dio, non rappresenta più neppure l’umana ira per un torto, per una sofferenza, per un peso piombatoci addosso che non sentiamo di meritare. Un po’ come se a certi rozzi d’animo avessero dato, oltre al “Grande Fratello”, la licenza di bestemmia libera e senza confini, tanto per far si che continuino a parlarsi tra loro, senza dirsi una parola, uno sull’altro, come cani che abbaiano, senza possibilità ne’ voglia alcuna d’uscita.
    La vecchina pulita e ordinata ha un suo credo che compie con un vocabolario limitato e austerità di concetti, ma non senza purezza d’animo e granitica riconoscenza verso il Santo che le ha ridato la vista. Lei continua a parlarmi ed io ogni tanto annuisco, riemergendo dai miei pensieri. Lei non sa quanti idioti pascolano il mondo e forse non immagina quanto più pericolosi e più vicini alla sua idea di “diavolo” e di “male” siano proprio quelli che con mezzi mediatici ipertecnologici oggi si ergono a condottieri di guerre contro gli “eserciti del male”. Sono poveri cretini dalla genetica improvvisata, quasi sempre disadattati sociali reintegrati per il rotto della cuffia grazie a laute iniezioni di perbenismo curiale e a valanghe di dollari. Senza ombra di dubbio incapaci di abbozzare qualsiasi ipotesi di ragionamento o pianificazione di un problema, poveri, anzi  totalmente privi di idee quando non di sinapsi cerebrali, se non per le strette necessità biologico-meccaniche. Essi sono portati al guinzaglio dalle immense lobby dell’economia energetica e continuano a traghettare il globo da una guerra all’altra, affiancati da mezze calzette di europei con i tacchi nelle scarpe e con in testa null’altro che bandane da tossicodipendenti ipotricotipi celanti bulbi miliardari e lifting di bronzo.
    La vecchina ordinata e compita mi augura una pronta guarigione, io ringrazio mentre lei socchiude la porta; poi penso (forse a voce alta):
    -  Viva Dio! Ma per quale motivo il mondo è governato e trascinato da grandi pezzi di idioti!?!?
    I capelli bianco-azzurrognoli della vecchina adesso un po’ meno compita si riaffacciano attraverso l’uscio semiaperto e introducono il suo sguardo allibito e incredulo…
    - Viva Dio! Signora cara, W Dio! Siamo o no in campagna elettorale?!?!

    02/11/2004

    Stefano Diotallevi
     

  • martedì alle ore 8:26
    UN EPISODIO DI ROUTINE

    Come comincia: Alle ore otto di un lunedì di gennaio l’ufficio dell’agente Steno Levi non poteva che essere semivuoto, come si confà ai locali pubblici di una pregevole, quanto sonnecchiante cittadina di provincia.
    Comandato in servizio ad un’insolita ora dal Tenente Augusto Contentini, salutò Gabriele con la cordialità di chi si propone, stanco e disilluso, al nuovo dì.
    - E’ arrivato Pippo?
    - No, come sempre sono il primo.
    Si scambiarono i soliti complimenti in gergo, non escluse le chiacchiere d’ufficio, ed ispirarono il primo fumo alla pasta dentifricia del mattino.
    Presero ad arrivare pian piano tutti gli impiegati e timbrarono di dovere il cartellino, incombenza dalla quale erano dispensate le guardie della Contea che operavano sul territorio.
    A quell’ora i colleghi di Steno prestavano da tempo servizio, ma, come sovente capitava a lui e al collega Pippo, erano costretti ad accompagnare il Tenente Contentini in misteriosi sopralluoghi quasi mai bisognosi di alcun particolare supporto tecnico; e non si vede come i due potessero, al cospetto del loro Capo, rappresentarlo in qualche maniera.
    Contentini, in definitiva, aveva bisogno di compagnia e di soggetti sui quali esercitare la sua presunta autorità.
    Costui era un tipo ossuto, sui cinquanta, dalle mani enormi e sudate; il suo fisico massiccio avrebbe potuto evocare la fierezza dell’anziano guerriero se dagli occhi non fosse trasparita, a tratti, l’equivoca sapienza di un abile intrallazzatore di provincia.
    Il suo modo d’incedere, a piedi divaricati, gli faceva meritare il soprannome di “Piastrò”, nomignolo che convertiva l’egoismo e l’arroganza della sua personalità in qualcosa di ilare e vagamente simpatico.
    Sopraggiunse, verso le otto e quindici, anche Pippo, assiduo frequentatore di settimane bianche; in giacca e cravatta, era munito, come sempre per certe occasioni, del copricapo sotto il quale nascondeva l’incipiente calvizie.
    All’arrivo di Contentini, l’agente Steno scattò istintivamente sull’attenti, vistoselo parar di fronte con tanto di alta uniforme illuminata da due stellette, cucite ad elevarlo Capo di uno sparuto gruppo di padri di famiglia.
    Con ironia Steno:
    - Buongiorno Capo!
    La risposta, bassa nel tono e frettolosa, fu accompagnata dal ritmico sfregare delle ormai note manone.
    Steno, longilineo, sui trent’anni, non proprio evidenti nel volto e nei gesti, con esperienze masicali ed una lunga adolescenza vissuta a collezionare amori, ragazze, serate in piazza e lavori di diversa e breve durata, era approdato del giro dei dipendenti parastatali dopo un difficile, sospirato concorso; l’ufficio godeva con lui di undici giovani agenti.
    Tutti bravi ragazzi, intervenuti con l’irruenza propria dell’età a sorprendere i giuochi ed i taciti patti che governavano da sempre l’ufficio, acquisivano, ciò malgrado, preparazione professionale e dimostravano limpidezza d’animo nel tentativo di rimuovere stantii meccanismi di inefficienza e consolidate lungaggini burocratiche.
    Levi, forte di un discreto lessico e dotato di eclettismo mentale, spaventava un po’ tutti per l’acume dei ragionamenti e per la velocità con la quale spesso anticipava il da farsi.
    Ne sapeva qualcosa Mimmo Maria Cavoletti, quarantenne dirigente dell’ufficio, come tutti i suoi predecessori in aperta e perenne lotta con Contentini, rivale sottoposto ed aspirante.
    Cavoletti, scapolo dalle vaghe discendenze nobili testimoniate dalla gentilezza dei modi, aveva tentato di migliorare i ritmi biologici dell’ufficio, malgrado fosse preoccupato di accattivarsi l’alleanza di qualche politicante locale.
    “Di sicuro un bel soggetto!”, pensò Steno i primi tempi, ed invero i due sembravano intendersi. Non trascorse, tuttavia, molto tempo che il giovane agente acclarò il perbenismo curiale che aleggiava su Mimmo Maria, incapace, nonostante gli intenti cristallini, di “mostrare i denti”.
    Cavoletti in gioventù risultava militante di sinistra, non per convinzione politica, piuttosto per dissimulare l’esasperata sensibilità al cospetto del quadro sociale piccolo borghese del tempo.
    Tutto ciò aveva intuito Steno e non lesinava colpi ad incalzarlo e a spronarlo, quando questi confessava alla truppa, ed a lui in particolare, i bassi colpi tiratigli da Contentini.
    Non era un paladino coraggioso, nè tanto meno, un dirigente esperto, ma gli voleva bene, non foss’altro per la trasparenza d’animo che dimostrava, un po’ come nei confronti di quei professori di liceo dagli evidenti limiti caratteriali che, tra una burla ed una confessione, tu copri di umana solidarietà.
    L’agente Pippo rimestava le carte di cui era piena la borsa in finta pelle nera, mentre Steno passeggiava lungo il corridoio, irrequieto e frenetico.
    Ormai non più fanciullo, appariva sulle spine il giovanotto, per il desiderio recondito di dar senso e colori alle ore che fuggivano via inutili e perse.
    - Dove si va Contentini?- esordì Pippo.
    - Ve lo dirò più tardi!-
    - Scusi Contentini- intervenne Steno.
    - Ci chiami qui a quest’ora, senza dirci nulla; ti usiamo la cortesia di assecondare gli ordini impartiti per telefono e, per giunta, ci presentiamo puntuali; almeno abbi la compiacenza di dire dove dobbiamo accompagnarti!-
    Augusto rizzò la schiena facendo leva sul deretano depositato sull’enorme poltrona, distese le palpebre apparentemente stupito, poi tuonò:
    - Qui gli ordini li do io!!-
    Intramezzò al suo cianciare incomprensibile qualche parola in dialetto come rafforzativo, quindi attese la replica.
    Mero spreco di energie il rispondere; i due agenti lo sapevano bene; così, incrociati gli sguardi ed aperto un largo sorriso, si ritirarono dall’uscio dell’ufficio e commentarono complici, sghignazzango lungo il corridoio.
    Qualche tempo dopo il Capo eruttò ancora:
    - Agente Pippo, prendi le chiavi ed accendi la “Uno”!-
    Quel mattino di gennaio era particolare.
    Il cielo azzurro intenso, ininterrotto nella tonalità, pareva esser stato rubato da un lungometraggio della National Geographic e montato dagli Dei nottetempo, all’insaputa di tutti.
    Per prendere la via ci inoltrammo nel traffico, verso il centro della città, Steno sedeva dietro incardinato tra le valigie da lavoro; da quella posizione sembrava che il Vettore, color carta da zucchero, gli venisse incontro, ghiacciato, ad ogni metro più grande.
    Un suono gutturale e pieno d’ira gli scosse i nervi; il Tenente, rivolto a Pippo, riprendeva ad urlare:
    - Quest’auto è mia! E se qualcuno la usa a mia insaputa lo concio per le feste!-
    Pippo sembrava non riuscire, questa volta, ad assecondarlo e tentava con argomenti inconfutabili di persuadere il Capo:
    - Che eresia! Le auto sono della Contea e sono a disposizione di tutti i dipendenti!-
    Steno a quel punto non riuscì proprio a trattenersi ed esplose in una fragorosa risata. La cosa riportò Pippo in una dimensione reale, sorrise e si limitò a scuotere la testa in segno di diniego quando Contentini, allertatosi, ordinò:
    - Gira a destra, qui all’ufficio A.C.I.; devo pagare i bolli per l’uto mia e per quella di mia moglie!-
    Augusto fece per scendere e, quando fu a circa dieci metri dall’auto, Pippo, azionato l’alzavetro, gli urlò:
    - Contentini! Già che ci sei vedi di pagare il bollo anche per quest’auto, visto che è di tua esclusiva proprietà!!!-
    La “Uno” prese a sobbalzare ritmicamente, mentre il Tenente, per nulla acomposto, proseguiva dinoccolando il passo.
    Tra i singhiozzi e le risate Steno concluse che, alla nascita di Augusto, la madre avendone ammirato il viso e di seguito il sederino, fu convinta du aver dato alla luce due gemelli.

    Gennaio 1994
     

  • sabato alle ore 20:29
    Ancora corre...

    Come comincia:  Era il 1958, l’anno in cui nacque mio fratello.
    Nel periodo breve in cui mia madre, per il parto, rimase al reparto maternità del Policlinico Umberto I, mio padre si preoccupò di trovare una persona che la sostituisse in tutto, tranne naturalmente nella funzione di moglie...
    Era una ragazza del piccolo paese in sabina da dove proveniveno i miei genitori  e che avevano lasciato dopo il matrimonio.
    Non sposata, aveva lavorato “a servizio”(come si diceva allora) presso una famiglia benestante di  Roma che aveva fatto di tutto e di più per trattenerla per la professionalità e l’affidabilità che la distinguevano, era la migliore sostituta che potessi desiderare. Sapeva quando e come gestire le faccende di casa cominciando dalla preparazione della colazione, del pranzo e della cena e continuando con tutte le attività connesse, fare la spesa e, soprattutto, il controllo delle scorte alimentari che, a casa nostra, è sempre stato effettuato con regolarità e competenza. Sarebbe stato un dramma rimanere senza pane o altro! La ragazza, Silvia, oltre ad essere una brava cuoca, referenza indispensabile per poter coprire il posto e soprattutto il livello di competenza di mia madre, doveva occuparsi anche delle pulizie, del bucato e di tutto ciò di cui si sarebbe occupata lei se ci fosse stata. Nel “tutto ciò” rientravano naturalmente anche gli imprevisti come quello che capitò proprio in quei giorni...
    Era quasi l’ora di pranzo, io ero a scuola perchè frequentavo il turno pomeridiano quello che si aggiunse all’antimeridiano per mancanza di locali.
    Papà sarebbe arrivato di lì a poco, dopo il servizio nella caserma della “Benemerita” in Piazza del Popolo dove svolgeva il servizio con il grado di “appuntato”.
    La ragazza dunque era sola nella cucina del piccolo bicamere a piano terra, in uno di quei villini edificati nelle zone periferche della nostra bella Roma.
    La cucina non aveva finestre e la porta di accesso dall’esterno, che vi si apriva direttamente, era quasi sempre aperta per fare entrare aria e luce.
    Proprio per la porta aperta Luisa vide un uomo che, bofonchiando un “Buon giorno” a mezza bocca, si accingeva senza attenderne il permesso ad entrare in casa nostra, dopo aver superato i due scalini di travertino che ne permettevano l’accesso.
    Quel che avvenne dopo ha bisogno di un breve preambolo...
    Il 27 agosto del 1924 era nata a Roma, dalla fusione delle società Sirac e Radiofono, l’ Unione Radiofonica Italiana, l’URI che sarebbe diventata la RAI e che il 6 ottobre di quell’anno aveva trasmesso il primo annuncio radiofonico dalla voce di Ines Viviani :
    <<L’URI, Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto…>>
    Un decreto legge del 1938 aveva, poi, stabilito per chi possedeva “uno o più apparecchi atti  od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni” l’obbligo di pagare un canone di abbonamento. Tale decreto non definì solo l’importo e le modalità di pagamento, ma anche le persone, gli organi preposti al controllo e le sanzioni per gli evasori di quella tassa.
    Dunque, tornando al racconto, “Chi è lei? Cosa vuole” gli aveva chiesto Silvia con voce alterata.
    “Sono un agente della Rai e devo riscuotere il canone di abbonamento perché risulta che Chini Vincenzo possiede un apparecchio radio.”
    La cosa in sé era plausibile visto che il famoso decreto del ’38 all’articolo 17  istituiva un registro per aggiornare l’elenco di ogni apparecchio radio- venduto, riparato o regalato- con il nome e cognome del possessore e la cui consultazione era permessa, anzi dovuta, agli agenti delle imposte e della Rai.
    L’audacia dell’agente spaventò Silvia che cercò di convincerlo:
    “Non abito qui, sono ospite per qualche giorno... ma vi posso assicurare che in giro non ci sono apparecchi radio...”
    “E io invece vi assicuro che risulta...”
    Silvia alzò la voce:
    “Qui non c’è nulla! Esca subito da questa casa!”
    Quasi contemporaneamente si aggiunse la voce alta e autoritaria di mio padre che, arrivando, aveva colto le ultime battute di quella diatriba:
    “Con quale permesso lei è entrato a casa mia?” tuonò.
    “Sono un agente ...”
    Mio padre non gli fece finire la frase:
    “Fuori!” Ripeto “Fuori da casa mia!” Non vede la mia divisa?”
    “Mi risulta che lei possieda una radio...” cercò di concludere l’agente.
    “Ma allora non ha capito? Ho detto fuori!! Esca fuori” ” e questa volta il tono della sua voce fu veramente convincente anche perché non aveva solo la voce potente ma anche un fisico imponente...
    Non ci fu bisogno di ripeterglielo. Gli occhi di Silvia si rasserenarono e brillarono di ammirazione per mio padre.
    L’agente si allontanò velocemente brontolando e minacciando denunce.
    Papà raccontava spesso questo episodio a mamma, confessando che un apparecchio radio, regalatoci da non so chi, era chiuso nell’armadio e non lo usavamo proprio per non pagare il canone.
    Io ascoltavo il racconto sempre volentieri e più di tutto mi piaceva risentire la frase, riferita all’agente, con cui mio padre lo concludeva sempre:
    “Ancora corre!”

  • 23 maggio alle ore 19:42
    La sala d'aspetto

    Come comincia: Quando varchi la soglia di una sala d'aspetto  sai che non sai.  Lasci fuori tutto ciò che sei per accogliere tutto quello che non sai , prendere quello che non sei.

    E' un girone atemporale di facce come la tua : facce preoccupate, facce stizzite e strappate all'ordine per ballare nel caos dell'attesa. Facce che ridono per celare a sconosciuti sentimenti che non si possono mostrare. Uno sconosciuto non ha diritto sin da subito  alla bella mostra di una fragilità . Bisogna aspettare che parli per primo, aspettare che crolli prima lui e allora, e solo allora, puoi permetterti di toglierti la maschera e cadere .  Sconosciuti conoscenti, per condivisione di stasi, di stato, condizione. 
    La sala d'aspetto del corridoio prima di conseguire un esame.  Ripetere nozioni come libretti illustrativi e posologie.  Omettere ad alta voce informazioni che altri non sanno, per essere brillanti davanti all'esaminatore, che provvederà a premiare l'avidità di sapere con un voto spaccainvidia. 
    La sala d'aspetto del dottore bravo per i più, antipatico per te, perché è la prima volta che sei lì. Ed odi tutti i dottori, questi santoni asettici e cinici che trattano il prossimo come manzi al macello. La sala operatoria piena di adrenalina e vascolarizzazioni risate  e l'essere forte, quando sapevi di non esserlo affatto. 
    La sala d'aspetto prima di un colloquio di lavoro. La preparazione ad una faccia che non è la tua, tirata, stretta nell'abito formale per fingere di essere ciò che non sei per far colpo. Prendere il lavoro, guardare di sottecchi gli altri che competono con te alla corsa. Il posto è mio. Fatevi indietro. 
    Ma tu non sei così. 
    E mentre non sei così ti ricordi dell'umanità. Ti ricordi che sono quasi 720 giorni che attendi. Che ti appallottoli come un cane che deve disimparare impazienze e tappe bruciate, per apprendere l'arte di   farti cadere addosso secondi , minuti, ore. Ah, le ore.
    Le ore che scorrono e tu credi che il mondo intanto ti  stia defraudando.  Ma come mondo? vai avanti senza di me? 
    Il mondo si compone anche senza di te .. Il mondo va avanti e tu devi aspettare.
    Devi attendere rimesciandoti nel caos. Perché così deve essere.
    Devi essere caos prima di incastrarti nell'ordine della vita. 
    E  ritornare a respirare, a riprenderti le ore, i minuti , i secondi.
    A riprenderti ciò che eri, prima di aspettare. 

  • 21 maggio alle ore 11:20
    Maledicta Senectus

    Come comincia: Da giovane non credevo che sarei mai invecchiato, gli anziani erano una categoria alla quale non avrei mai voluto appartenere, odiavo i loro 'fiori della vecchiaia', si quelle macchie color bruno che invadono tutto il corpo, un segno tangibile e inoppugnabile del'avanzare degli anni.
    Altri inconvenienti della vetustas? Tanti, tanti: assumere un numero incredibile di medicine al giorno. Io, da parte mia, ne conto quattordici, si quattordici. Il mio medico di base è una dottoressa preparata, sempre allegra, disponibile, dalla memoria formidabile. Ha stampata in mente tutta la mia cartella clinica: malattie e relativi medicinali al contrario di me che son costretto a ricorrere al computer per ricordare gli orari dei 'medicamenti' da assumere dalle ore 5,30 del mattino. Si 5,30 orario in cui inizio i miei esercizi fisici indispensabili per mantenermi in forma per ridurre gli inconvenienti di quattro operazioni chirurgiche ortopediche, Pinocchio rispetto a me...
    Ovviamente poi prima di andare dal medico di base occorre eseguire tutta una serie di esami: del sangue innanzi tutto e poi radiografie, risonanze magnetiche, ecografie, gastroscopie, colonscopie, ecocardiogrammi, color doppler, flussimetrie ed altri che al momento mi sfuggono. Poi le visite specialistiche presso: ottici (due cataratte), urologi (tumore alla vescica), gastroenterologi, cardiologi, internisti, diabetologi, dentisti, neurologi, dermatologi, psicologi, endocrinologi...fra parentesi la maggior parte dei medici ha in odio le fatture e si fanno pagare le loro prestazioni un occhio della testa: "Se vuole la fattura tanto altrimenti occorre aggiungere l'IVA" facendo finta di  ignorare che la legge non prevedere da parte loro questo balsello. Spulciando le loro dichiarazione dei redditi si evince che guadagnano meno di uno spazzino! Glisson: ho dimenticato 'l'atterraggio' in farmacia: dolori per la mia cara carta di credito, un vero e proprio salasso!
    Avrete capito perchè odio la vecchiaia, da giovane spendevo i miei soldini in modo decisamente più piacevole e più proficuo.
    Veniamo alla mia prima moglie, oltre ad essere più anziana di me era...lasciamo perdere, l'ho cancellata dalla mia mente, non ricordo nemmeno il volto, sempre corrucciato, liticato col mondo.
    Un episodio: la mia ex era un'insegnante elementare, nulla di male direte voi e qui vi sbagliate! Una volta andai a trovarla a scuola, durante l'intervallo vidi che parlava con altre tre sue colleghe, parlavano tanto animatamente che gli alunni erano spariti dalle vicinanze. Io mi appropinquai pian piano dietro di loro e, braccio in avanti, feci cenno di contare il loro numero. Fui assalito dalla mia ex: "Che cavolo vieni a fare a scuola, pure qui rompi i ...non basta a casa e poi che hai da contare!"
    "Ho notato che siete in quattro ma parlate per cinque ah, ah, ah..."
    Male me ne incolse, fui inseguito dalla furia selvaggia di quattro erinni (ma era come se fossero cinque come da me osservato!)
    Una maestra infiltrata nella categoria, mia amica, amica, amica....insomma avete capito, giorni appresso mi riferì che l'episodio era stato riportato al direttore il quale, osservato un insieme di maestre parlanti fra di loro: "Quante siete, vi debbo contare?" suscitando gli sguardi fulminanti delle interessate.
    Ogni tanto veniva fuori un casino combinato dalla mia ex.
    "Alberto debbo dirti una cosa importante, non per telefono, vediamoci a casa mia, mio marito è in missione, mancherà tre giorni.
    Quanto amo i mariti in missione!
    Federica, quella mia amica, abitava in una villetta isolata alla fine della via Palermo qui a Messina, villetta arredata con gusto e, perchè era inverno, riscaldata al massimo il che ci faceva certamente piacere e ben presto ci eravano ritrovati, privi dei vestimenti, sotto la doccia.
    Dopo un lungo e piacevole contatto sessuale ed un meritato post ludio, premesso che Federica era un funzionartio della Banca di Credito Popolare:
    "Tua moglie ha un conto separato presso la mia banca, ogni mese ci versa somme varie, in parole povere ti frega i soldi, regolati!"
    Questa ed altre non favorevoli situazioni della consorte mi furono di aiuto dinanzi al giudice che doveva sancire la nostra separazione legale, fra l'altro quel giudice aveva dimostrato di avere un buon senso dello humor:
    "Signori belli oltre a quanto raccontatomi non avete figli, avete ognuno un  buon reddito, non andate d'accordo che c...o volete, vendetevi la casa e ognuno per i fatti propri!" 
    Riuscìi ad acquistare la metà della magione, intestata ad entrambi, anche per preservare i mobili ereditati da miei parenti. Per pagare 150.000 euro accesi un mutuo bancario aggiungendo i risparmi miei a quelli della dolce Anna. Cosa strana anche la futura suocera contribuì all'acquisto della casa, suocera arrivata a più miti consigli visto l'amore sviscerato della figlia per quel...insomma per me che in fondo gli ero diventato pure simpatico.
    A che punto è giunta la travagliata storia fra Anna e me?  Sposati, varcata la soglia degli ottanta anni con acciacchi vari propri della mia età, Annina, sempre innamorata, coccola 'il suo bel vecchietto' che più bello non è più: fiori della vecchiaia spuntati un pò dovunque, spina dorsale diventata una esse che mi porta a camminare di traverso cone un'auto incidentata, assunzione di medicinali oppiacei per far diventare i dolori più sopportabili, insomma, mio malgrado, ero diventato pure un drogato. Dieta? Ferrea per non aumentare di peso e causare danni alle varie protesi ortopediche e 'ciccio'? con l'aiuto di Anna si 'arrangiava'.
    Tutto sommato una vita sopportabile; per consolarsi il classico detto 'c'è chi sta peggio di me'. Se siete ottantenni capirete quello che ho detto. L'importante,? L'importante è avere vicino una 'damina' innamorata che ti coccola.
    Conclusione: la vecchiaia è di per sè una malattia, ci potete credere, ' senectus morbus est' lo dicevano anche i latini!

  • 20 maggio alle ore 18:23
    Il Rituale del Letto

    Come comincia: Con il passare degli anni ho dovuto elaborare delle strategie per riuscire a dormire in modo tranquillo senza sdoppiarmi. Ho notato che la posizione del corpo, la disposizione dei cuscini e lo stato mentale che precede il sonno influenzano notevolmente le mie esperienze notturne e un bel giorno mi sono messo ad analizzare il “ rituale del letto “. Se vi entro con l’idea di dormire e mi distendo supino con un solo cuscino sotto la testa nel 90% dei casi mi sdoppio ed esco dal corpo, mentre se inizio la fase di sonno disposto su un fianco riesco a rilassarmi senza dovermi preoccupare di “ vibrazioni “ o OBE. La posizione che in modo spontaneo assumo è sempre la solita e non varia di un centimetro. In un primo momento credevo che fosse una semplice posizione comoda che il mio corpo e la mia mente avevano memorizzato nel corso degli anni, ma ogni minima variazione influenzava troppo il mio stato, quindi decisi di analizzarla scoprendo delle particolarità curiose. La prima posa che assumo è troppo insolita per essere casuale, a nessuno verrebbe mai naturale disporsi in tale modo. Tracciai un disegno in base alle linee che il mio corpo creava disteso sul letto e notai che era un genere di simbolo che avevo visto più volte. Le braccia in alto si intrecciavano componendo una specie di croce, mentre le gambe si disponevano formando un’acca. Dove avevo visto quel simbolo? Anche la posizione dei piedi non lasciava dubbi, se non per il fatto che tendo sempre ad oscillare un piede in modo costante e ripetitivo, come se stessi scandendo un tempo. Disteso sul fianco sinistro tengo la gamba sinistra distesa e la destra ricurva come la lettera acca, con il piede inarcuato a tal punto da creare un’ulteriore significativo dettagli. Ancora più stravagante era però questo intreccio delle braccia con i gomiti esterni e le mani appoggiate sotto il collo. La posizione non è certo comoda, e difatti non sono mai riuscito a capire come facessi a dormire in quel modo, ma sistematicamente ripetevo questo rituale ogni sera prima di addormentarmi. Le linee guida che avevo tracciato mi mostrano evidenziavano questi due elementi, la lettera acca e la croce sopra di essa. Dove avevo visto questo simbolo? Non feci altro che fotografarlo e fare una ricerca su internet e, senza ombra di dubbio google continuava a mostrarmi il simbolo del Pianeta Saturno. Bene, avevo trovato un elemento importante o, se non altro, una curiosità divertente. Ogni sera, sotto le coperte del mio letto, riproducevo con il corpo il simbolo di Saturno, ma quale significato aveva? Avevo smesso di credere alle coincidenze, ma questa aveva tutto l’aspetto di esserlo e, essendo per natura scettico, cercai di trovare le differenze tra le linee che avevo tracciato e le varie rappresentazioni che avevo trovato sul web. Più cercavo differenze e più trovavo somiglianze, ma lo stupore maggiore lo ebbi quando andai a ricercare il significato “ esoterico “ di questo simbolo. Ve lo riporto così come l’ho trovato:
    “Il simbolo di Saturno è composto da due elementi, la croce superiore che è il simbolo della materia concentrata o materializzata, con la caducità e i cicli di nascita-vita-morte ad essa collegata, e la mezza luna, un elemento che indica ricettività. La porzione inferiore della mezza luna del simbolo di Saturno indica anche la falce, simbolo di saturno o per lo meno della deità collegata al pianeta nella mitologia antica romana avente l'omonimo nome, Saturno Dio della morte e dell'oltre tomba, dio per antonomasia della caducità della vita che ingoiava i suoi stessi figli per indicare che tutto ciò che nasceva nella materia ad essa tornava morendo. Saturno è collegato all'idea che nulla venga perso, ma riutilizzato quando la morte o la fine dell'esistenza arriva allora ciò che non è più, diventa altro, per tornare nel ciclo dell'esistenza. Saturno detronizzò suo Padre Urano, cosa che simboleggia l'evoluzione dal vecchio regime (la morte) ad uno nuovo (rinascita) il tutto in linea con il simbolismo di Saturno. Nel simbolismo cinese, il simbolo di Saturno incarna il concetto di sovranità, il controllo imperiale nel regolamento. Nel simbolismo animale, Saturno storicamente governa serpenti, topi, volpi, draghi e rapaci notturni come il gufo, è interessante notare che il gufo è comunemente frainteso riconosciuto, ad esempio, come un simbolo di morte. Questo errore potrebbe aver avuto origine dalla sua antica associazione con Saturno. In alchimia simbolico, il simbolo di Saturno raddoppia divenendo un simbolo che indica il piombo: l'Alchimia filosofica descrive il piombo come un componente della trasformazione causata dall'indurimento, il rafforzamento e la forza di volontà incrollabile, uno stato di cambiamento che precede gli altri cambiamenti nella interiorità del ricercatore.”
    Questa, come altre spiegazioni, evidenziavano un passaggio importante : Vita- Morte , Materia – Spirito. Mi rispecchiava decisamente, ma non ne vedevo una grande utilità. Trovai attinenza anche con quel lento oscillare del piede che scandiva un ritmo pacato e rilassante. Nei passaggi successivi delle mie posture notai che riproducevo anche il simbolo con cui viene rappresentato Plutone; dunque nel mio letto c’era il sistema solare? Rimango dell’idea che sia una semplice coincidenza e sposo invece in pieno la “ teoria “ che con una battuta tutta in stile toscano, mi espose un amico quando gli accennai dell’insolita scoperta. Dissi : “ Sai che ho scoperto che durante il sonno riproduco il simbolo di Saturno ? “ Per forza, con tutti quegli anelli. “ Rispose lui guardando le mie mani. Da queste posizioni, da questi cuscini spostati e da queste notti insonni iniziano i miei Viaggi e le mie scoperte; una passeggiata tra le Dimensioni o tra le nuvole, tra i pensieri o tra le anime, una passeggiata tra la Vita e la Morte.

  • 18 maggio alle ore 17:41
    2014

    Come comincia: Una donna è intelligente quando sa distinguere la differenza che c'è tra un uomo che la lusinga e un uomo che le fa i complimenti, un uomo che spende soldi per lei e un uomo che investe in lei, un uomo che la vede come una ricchezza e un uomo che la vede correttamente, un uomo che sbava per lei e un uomo che la ama, un uomo che crede di essere un dono per le donne e un uomo che ricorda sempre che una donna è un dono di Dio. Riconosci sempre il tuo valore perchè tu sei un gioiello per Dio.

  • 18 maggio alle ore 17:01
    2010

    Come comincia: Amami non per il mio aspetto fisico, ma per il mio carattere. Amami non per gli occhi belli che ho, ma per quello che ti trasmettono. Amami non per le mie labbra rosse, ma per un bacio che riuscirei a darti. Amami con i miei difetti così come io amerò i tuoi, amami quando rido e quando piango, quando mi sento sola e quando sono in compagnia, quando mi chiudo in me stessa e non ho voglia di parlare, amami anche quando vorrei sfogarmi. Amami quando sono me stessa, non quando cerco di assomigliare a chi non potrò mai essere. 

  • 18 maggio alle ore 16:25
    2015

    Come comincia: Siamo portati a pensare che i soldi e i beni materiali donano felicità. Io credo fermamente che la felicità è dentro di noi. Quando sono felice, posso facilmente far felice un'altra persona, è il mio stato d'animo ad influire sulle persone che mi circondano, sui luoghi e sugli eventi della mia vita. Allo stesso modo la mia felicità, i miei pensieri e le mie parole influenzano le mie esperienze, io non ho tutto quello che desidero, ma posso fare di meglio per ottenere le cose a cui aspiro.

  • 17 maggio alle ore 16:44
    NOSTALGICHE TRISTEZZE

    Come comincia: Jesi (Ancona), aprile 1981.Sotto la luce di una lampada da tavolo papà Armando dipingeva su una tavoletta di compensato. L’ultimo suo ‘capolavoro’ un paesaggio georgico: cielo imbronciato, in lontananza casetta di contadini con aia, due pagliai, un deposito attrezzi, un pantano con oche e anatre, e poi, in primo piano, un contadino intento al  duro lavoro di zappatore.Il monocolore beige dava un senso di pace e di tranquillità.Uno sguardo verso il figlio Alberto senza parlare, voleva un suo giudizio che non poteva non essere che di ammirazione; cosa si poteva pretendere di più da un ex funzionario di banca che, abbandonata la partita doppia, si era incamminato nel difficile lavoro di pittore, si ormai per suo padre la pittura era diventato un lavoro, aveva imparato anche a fare da sé le cornici, si era comprata tutta l’attrezzatura.“A’ papà sei er mejo!”“Ti ringrazio, nella pittura ci metto tutto me stesso, da vecchio impiegato mi sono trasformato in artista della domenica…”“Papà sei un artista di tutti i giorni della settimana!” Mentre parlava Alberto sentiva il suo cuore stringersi, quanto aveva ancora da vivere suo padre? Un tumore alla vescica lo stava distruggendo fisicamente e moralmente infatti poco dopo Armando abbandonò i pennelli e riversò il capo sul tavolino, un pianto dirotto, i dolori si facevano sentire.“Mamma chiama il dottor Tinelli e telefona a Vasco a Pesaro, che venga subito qui.” Suo fratello Vasco era Tenente Colonnello Comandante del Gruppo della Guardia di Finanza.Nel frattempo Armando faticosamente si era messo a letto, occhi chiusi, non si lamentava più per orgoglio.“Dottore ormai siamo alla fine, vorrei almeno che mio padre soffrisse meno, gli prescriva della morfina.”“Le leggi attuali me lo proibiscono, la morfina è prescrivibile solo se il malato è prossimo alla morte suo padre…”“Secondo lei mio padre…”Alberto uscì dalla stanza, non  voleva farsi vedere piangere, uscì nel terrazzo, dominio della madre Mecuccia, tanti alberelli e piante in quel momento fioriti in contrasto con la morte che incombeva su quella casa.Nel frattempo era giunto Vasco in compagnia dell’autista e del capitano Comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Pesaro.“Vasco il dottor Tinelli non vuol prescrivere a papà la morfina…”“Dottore provveda immediatamente a stilare la ricetta, le dico immediatamente!”“Lo sa le disposizioni di legge…”“Capitano provveda a mettere le manette al dottore per ‘omissioni di atti d’ufficio’, le dico immediatamente!” “Va bene provvedo a scrivere la ricetta.”Il farmacista alla vista di tre appartenenti alla Guardia di Finanza di cui uno di sua conoscenza, non fece obiezioni, sei iniezioni di morfina.Dopo cinque minuti il medicinale fece il suo effetto, Armando si era addormentato, i quattro, anche per rilassarsi, andarono a mangiare al ristorante ‘Galeazzi’ lasciando a casa solo mamma Mecuccia con Mariola.Il padrone del ‘Galeazzi’ vecchio amico di famiglia, era a conoscenza delle condizioni di salute del signor Armando, non fece domande, capiva il silenzio dei suoi avventori. Il vecchio Armando era benvoluto dagli jesini, era una figura storica che aveva fatto del bene a tutti, durante la guerra, rimasto a casa per la sua gamba di legno, aveva provveduto ad aiutare con donazioni (era proprietario di vari terreni agricoli) tanti indigenti.Al rientro a casa c’era voluta un’altra iniezione di morfina praticata da Alberto con le mani tremanti, il dolore era ripreso più violento che mai. Così si era andati avanti sino alle ventidue quando finalmente un dio, al quale Armando vecchio ateo non aveva mai creduto,  lo prese con le sue mani misericordiose. Tutta la via Giani venne a conoscenza dell’accaduto, tutti gli apparecchi televisivi furono spenti in segno di lutto, Rik Rotondo, vecchio trombettista, iniziò i suoi suoni lamentosi e tristi.Il giorno seguente i funerali ai quali parteciparono anche i vari comandanti di reparti della Guardia di Finanza dipendenti da Vasco, in tutto erano circa venti persone in divisa che. dopo il funerale,  sciamarono per le vie di Jesi creando del panico fra i vari esercenti alcuni dei quali abbassarono le saracinesche. Vasco rientrò a Pesaro portando con sé mamma Mecuccia, Alberto rimase solo nell’attico di via Giani, Mariola, la portiera di palazzo, seguitò a sbrigare le faccende di casa come in passato.Alberto nei giorni seguenti visse girando per i posti nei quali era vissuto da giovane, erano in gran parte cambiati: nuovi immancabili supermercati, costruzioni rifatte, rioni nati dove prima c’era la campagna e piacevole novità, notò che vicino a casa dei suoi c’era l’abitazione di Nella sua antica fiamma.“Mariola m’è parso di vedere in quella casa di color rosso una mia amica da studente, si chiama Nella Pergolizzi, non conosco il nome da sposata.”“Gatti il cognome del marito, è geometra a lavora ad Ancona, non hanno figli.”Mariola di antica schiatta contadina, di furbizia nata, condì le notizie fornite con un sorrisetto, capì che Alberto voleva rinfocolare un’antica fiamma giovanile.Erano le nove del mattino: “Gentile signora Nella non immaginerà mai chi parla al telefono…”“Caro signor Alberto, avete scombussolato mezzo paese e pensi che non ti riconosca, la tua voce è rimasta quella di una volta, se vuoi puoi raggiungermi a casa mia, sono sola.”Passando in giardino Alberto notò Mariola, con la scopa in mano, girata di spalle, faceva finta di scopare.“Buongiorno Mariola.”“Buon giorno signor Alberto io sto per andare a casa sua a preparare il pranzo e lei dove va di bello?”L’interpellato preferì evitare una facile battuta, Mariola sapeva perfettamente le direzione di marcia del buon Alberto.“A zonzo cara Mariola, a zonzo!”Alberto fece un giro largo prima di suonare alla villetta di Nella che si presentò in vestaglia trasparente e con sotto poco o niente, buon inizio.  Baci e abbracci, occhi negli occhi, nessuna conversazione, Nella seduta nel divano, Alberto disteso, la testa sul suo pube. La posizione durò poco perché l’Albertone, annusato il buon profumo di gatta, si mise di buona lena a baciarla intensamente, insomma finì come i due vecchi compagni di scuola avevano immaginato e desiderato.“Signor Alberto la vedo particolarmente allegro, ha fatto qualche buon incontro, qualche vecchio amico…”“Mariola amica, amica non  amico, a me piacciono i fiorellini e non i piselli!”“Facevo così per dire, lei anche da giovane, se non ricordo male…”“Ricordi bene Mariola, ricordi bene!”Alberto restò a Jesi una quarantina di giorni, Nella alcune volte lo veniva a trovare a casa sua, nell’attico paterno a rimirare a quadri di papà Armando e…“Nella domani parto, ho finito i giorni di licenza, lo sai che sono maresciallo della Guardia di Finanza che reclama la mia presenza a Messina, purtroppo le cose belle …”Nella aveva preso a piangere silenziosamente, era stata da sempre innamorata di Alberto,a suo tempo avrebbe voluto sposarlo. Alberto salutata e ringraziata Mariola con lauta mancia, alle sei di mattina caricò la sue valige sulla Y10 e prese la via dell’aeroporto di Jesi per poi immettersi ad Ancona nord sulla Bologna – Taranto e poi sulla Salerno – Reggio Calabria, autostrada orribile, con uscita a Villa S.Giovanni, traghettamento ed arrivo a Messina, erano le diciotto quando mise piede a casa sua in viale dei Tigli 23.La gentile, si fa per dire, consorte Maria era fuori casa, non l’aveva avvisata del suo arrivo, i loro rapporti non erano gran che.Al rientro della consorte inizio della solita diatriba:“Potevi almeno telefonare…”“Se possibile evitiamo, cerchiamo di vivere in pace, mi sono fatto il letto nel salone, se ti va prepara la cena.”Due giorni dopo ritorno in caserma, oltre ad essere capo sezione, Alberto era capo laboratorio fotografico: fotografava di tutto, dagli arrestati alle cerimonie, si imbarcava sulle motovedette, sugli elicotteri per rilievi fotografici, alcune volte aveva fotografato dei luoghi dove veniva coltivata la cannabis, altre volte navi sospette, una carica di armi poi sequestrata, altre volte dei fabbricati sconosciuti al fisco, insomma la sua vecchia passione era diventata per lui un lavoro che lo portava a dimenticare i problemi domestici, si rifugiava per ore in camera oscura ed era diventato molto bravo nelle foto in bianco e nero.Famosa era diventata quella storia di cui si parlava in caserma: in visita d’ispezione a Messina, un generale di Palermo si era portato appresso la figlia notoriamente di una bruttezza, di una bruttezza… insomma brutta. Il comandante della Legione di Messina colonnello Andrea Speciale: ad Alberto:"Mon ami, scatta delle foto a tutti i partecipanti al pranzo ed in particolare alla figlia del generale." "Comandante mi dica che è uno scherzo, Genoeffa la racchia rispetto a lei è miss mondo!" "Ecco vedi mi ha fatto ricordare che devo trasferire qualcuno a Marina di Ragusa, posto isolato soprattutto d'inverno, ti troveresti bene." "Maledetto, mi si è inchiappetato porcaccia miseria! " "Signorina sono il maresciallo fotografo della Legione, il colonnello comandante mi ha ordinato di scattarle delle foto, le sarei grato se..."  "Della sua gratitudine non so che farmene, il colonnello può comandare lei ma non me, lasci perdere." Oltre che brutta la dama era pure antipatica e poi il nome, disastrato pure quello: Cunegonda! "Scusi la mia insistenza ma la situazione è questa: se non riesco a fotografarla c'è pronto il mio trasferimento a Marina di Ragusa, posto incantevole per un anacoreta ..." "Ma lei anacoreta non è anzi penso che ci sarebbe una moltitudine di femminucce flerentes insomma piangenti qualora..." "Signorina, le ripeto sono nelle sue mani." "In fondo mi è simpatico ma non è simpatico quello promessole dal colonnello Speciale, mi farò fotografare ma veda di fare presto."  Capelli sciolti per nascondere le orecchie a sventola, luci diffuse di lato e davanti al viso per ammorbidire i duri tratti somatici, riprese dal basso per..., insomma tutti gli accorgimenti per migliorare un pò la situazione anche col ritocco dei negativi e dei positivi. Alla fine della stampa l'Alberto stesso rimase basito, quella non era certo,la figlia del generale, non era la stessa, evviva stavolta a Marina di Ragusa il colonnello ci doveva mandare qualcun altro. Alberto era riuscito a trasformare un  obbrobrio in una ragazza dalla meravigliosa beltade, assolutamente irriconoscibile tanto che suo padre generale, nel ringraziare’ il bravo maresciallo fotografo’, aveva scritto in un bigliettino: ‘Il fidanzato di mia figlia non l’ha riconosciuta nelle fotografie.” A parte il fatto che una cotale bruttura potesse avere un fidanzato  aveva fatto molto piacere all’ Albertone il complimento anche se era diventato il bersaglio  degli strali del comandante della Legione. “Appena trovo nà brutta te la manno così me la fai diventà miss mondo!” La romanità del Colonnello era evidente.Un fatto venne a cambiare la vita del ‘bravo maresciallo fotografo’, l’invito ad una festa danzante al circolo ufficiali di presidio. Era stata sua moglie Maria, maestra elementare, ad ottenere l’invito da parte di una collega il cui marito era ufficiale dell’esercito.Un fiammante smoking, comprato per l’occasione,  aveva fatto diventare Alberto in un belloccio anzichenò ed aveva attirato l’attenzione di varie signore, perlopiù attempate, che non avevano disdegnato un ballo col nuovo arrivato anche  l’interessato aveva premesso che, in quanto alla danza, aveva delle strette parentele con gli orsi, ma alle signore poco importava se ogni tanto si trovavano un piedino sotto quello del ballerino.Rottosi le balle con le tardone,  la moglie Maria finita chissà dove, Alberto si rifugiò in una saletta laterale dove si allungò in un accogliente divano, occhi chiusi ad assaporare il suono ovattato dei pezzi jazz provenienti dalla sala.“Sto andando al bar, posso portarle qualcosa da bere?”Chi era che. ..era una dolce fanciulla, circa vent’enne, degna di essere guardata.Alberto, in piedi cercò di inquadrarla: brunetta, 1,65, capelli lunghi, camicetta rosa non proprio piena (insomma scarsa di seno) , pantaloni neri e scarpe senza tacco.“Sono Annamaria Milafi, l’ho disturbata?”“L’unica cosa che mi disturba è la seconda metà del suo nome, di Marie me ne basta e avanza una: mia moglie.“Come presentazione familiare c’è male, insomma la vuole stà bibita?”“Non sto a dirle quello che vorrei (ammesso che le interessi), andiamo in sala, con la scusa del ballo me la vorrei stringere tipo pomicio, ci sta?”“Mi piacciono le facce toste ma lei esagera, potrei essere sua figlia!”“Senti figlia mia, quello che potrebbe accaderti in sala è il fatto di poter essere fulminata da sguardi infuocati da parte di una signora di tre anni più attempata di me (ti piace attempata?) insomma mia moglie, ci stai?”“Correrò il rischio anche se altra signora, altrettanto attempata, potrebbe non essere d’accordo col nostro incontro troppo ravvicinato, mia madre che potrebbe essere sua moglie, posso darle del tu come si conviene tra padre e figlia?”“Piccola Anna, andiamo in  sala e vediamo quello che succederà.”I due si misero a ballare ostentatamente prima vicino alla moglie di Alberto poi vicino alla madre di Anna col risultato previsto: sguardi infuocati, fiammanti, scintillanti, fiammeggianti, sfavillanti si incrociarono  col sorriso sfottente della strana coppia per nulla impressionata.“Gentile signorina, finiamola cò stà pantomima altrimenti prende a fuoco la sala, au revoir mon petit chou.”“Grazie per il piccolo cavolo, un giorno mi farò recitare da te una poesia di un autore romantico francese, sempre che nel frattempo non accada un patatrac!, ciao bel signore!”In sala, al contrario della previsione di Anna, non accadde nulla ma a casa…“Non ti sei visto, avevi l’espressione ebete di vainqueur de femmes, non hai capito che sono le femminucce  che si fanno avanti, tu sei solo un qualcosa da usare, imbecille!”L’unica cosa che avevano in comune i rimbrotti delle due signore erano l’aggettivo imbecille che sembra valere sia per i maschietti che per le dame.Mara la mamma di Anna: “Mò ti metti con qualcuno che potrebbe essere tuo padre, che figura mi hai fatto fare con due mie colleghe presenti (Mara era impiegata alla Sip), non hanno fatto altro che ridire alle mie spalle, ti proibisco di rivederlo imbecille!”Primo round. Inutile dire che cosa proibita cosa desiderata e così Anna, geometra, impiegata presso uno studio vicino alla caserma di Alberto, appena poteva si rifugiava nella Y 10 del nel maresciallo per qualche casto bacio e, alle insistenze di lui per ‘migliorare’ il rapporto, netta era la risposta di Anna che:“Scusa ma non me la sento di andare oltre, vengo fuori da una storia con un mio coetaneo, devi avere pazienza.”L’Albertone pazienza ne aveva tanta in quanto era in relazione intima con una signora il cui marito, ahi lui,  era spesso lontano da casa. Il problema era sorto perché Anna, con intuito femminile, si accorgeva quando Alberto era di ritorno da un incontro ravvicinato con la cotale signora.“Ti sento addosso un odore di profumo di basso prezzo.”“Il profumo non è di basso prezzo, la cherì mi ha detto che si tratta dello ‘Chanel n.5’, io non me ne intendo ma non stento a credere a madame (così era chiamata da lui la cotale).La storia durava da circa sei mesi sin quando, una sera,  Anna con le lacrime agli occhi:“Imbecille, non capisci che mi sono innamorata di te, non voglio più che ti incontri con la tua amica!”“L’aggettivo imbecille me lo trovo appiccicato addosso un po’ troppo spesso, mi verrà un complesso, inutile che ti dica che c’è solo un modo…ho un’amica direttrice di un albergo vicino alla stazione, non ho che farle una telefonata.”“Vada per la telefonata alla tua amica ma voglio stare con te dalla mattina alla sera, una domenica, porta il vettovagliamento.”Il vettovagliamento era il complesso di viveri per il sostentamento di una comunità di persone. Alberto aveva preso alla lettera il vocabolo e, in pratica, aveva svaligiato la bottega di una vecchio amico:“A Giovà devo fare un gita con tanti conoscenti, vedi tu …”“Ti conosco mascherina, i conoscenti si ridurranno ad una sola unità con tanto di fiorellino, possibilmente giovane e disponibile, hai bisogno di energie, ed energie avrai:prosciutto San Daniele, formaggi molli e duri, sottaceti e sott’oli, insalata russa, culatello, mortadella, bresaola, ciauscolo,  lonza, pancetta, salame di Modena, pane all’olio,ti basta?“Giovà se m’abbuffo poi come finisce niente balayer, va bene fai tu.”“Tutto gratis col patto che mi racconti nei particolari l’incontro ravvicinato, d’accordo?”Alberto all’ingresso dell’albergo stava conversando con Marie Claire direttrice dell’hotel la quale:“Vede l’ingiustizia umana: lei è considerato un mandrillo, tombeur de femmes, io cinquantenne se mi intrattenessi (diciamo intrattenessi) con un giovane ventenne sarei…”“Madame vuol dire mignotta? Lei se ne freghi e si faccia il suo bel toy boy, sempre che riesca a rimorchiare un bel o meno bello giovane, magari con un compenso…ciao Marie Claire è arrivata Anna, ti piace?" "Uh,uh,uh"…”Non aveva fatto in tempo a chiudere la porta della stanza che Alberto si trovò avvinghiato da una furia selvaggia.“Ho desiderato da tanto tempo questo momento, non mi sembra reale essere qui con te con le due vecchie signore gabbate.”“Ma dove li trovi i termini, gabbate, è un vocabolo inusitato…”“Via i vestiti, doccia ensemble  e poi…voglio che sia una cosa speciale, è passato molto tempo da quando ho avuto l’ultimo rapporto, è come se fossi vergine.”“Citando Stecchetti: vergin dai candidi manti ma rotta di dietro e peggio davanti!”Dire che Alberto era stato inopportuno era il minimo, Anna era diventata seria, avvolta nell’accappatoio si era rifugiata nel letto, tutta coperta, capo compreso.Parlare o stare zitto, come riprendere in mano la situazione, la seconda ipotesi la migliore.C’era voluta circa un mezz’ora prima che Anna decidesse di girarsi e guardare in faccia un Alberto dallo sguardo: ‘non volevo offenderti, era solo una battuta anche se inopportuna, perdonami.’Un bacio profondo, a tratti violento,  e poi baci a scendere sino a ‘ciccio’ già in posizione il quale inopportunamente, dopo essere stato preso in bocca, decise di goderecciare…L’atmosfera creatasi non era delle migliori, restarono abbracciati a lungo sin quando Anna girò Alberto supino, prese ‘ciccio’ in mano e, delicatamente, lo introdusse in una gatta tutta bagnata.Stavolta ‘ciccio’ si comportò bene, resistette a lungo, Anna muoveva il bacino in modo da strofinare il clitoride sul pene e provando vari lunghi orgasmi, la baby non aveva dimenticato il suo passato sessuale, era molto brava cosa che fece ingelosire Alberto il quale immaginò la sua amante fra le braccia di un altro…Finito il certamen Anna prese con le mani il volto di Alberto e:“Ti leggo in faccia quello che pensi, si ho avuto un fidanzato col quale facevo sesso, non ne ero innamorata ma, per dirla alla volgare, sapeva scopare alla grande ed io…io sono come immagini. Era un violento, mi ha picchiato e è stata l’ultima volta che ci siamo visti. Per fortuna si è imbarcato su una nave mercantile e non risiede più a Messina, fine della storia, spero!”L’apertura dei pacchi dei viveri riuscì a cambiare l’atmosfera, Anna era sconvolta:“Mai vista tanta salumeria tutta insieme, ti sei portato appresso tutto il negozio, possiamo invitare a mangiare la direttrice, come si chiama, ah  Marie Claire, ti piacerebbe un trio? Pensandoci bene dì la verità ti farebbe piacere? Non voglio saperlo, voglio solo che tu sappia che mi sono innamorata di te, profondamente, pazzamente, ti sogno giorno e notte e non ho intenzione di dividerti con nessuna, sono diventata gelosa,  inquieta, furibonda, furiosa, cieca, assillante, tormentosa, ti basta?”
    Erano passati degli anni, Alberto divorziato da Maria, si era prontamente risposato con Anna, mammina di lei felice e contenta "L'ha voluto lei, solo l'età..."
    A ottanta anni Alberto aveva subito vari interventi chirurgici sempre affettuosamente curato da una sempre più innamorata Anna.
    "Talvolta mi domando quanto ancora vivrò, me lo domando."
    "Pensa a campare e...non rompere!"                      

  • 17 maggio alle ore 0:19
    2010

    Come comincia: La vita è simile ad un libro da scrivere. non importa se sbaglierai, nella vita si può sempre migliorare. Potrebbe capitare di vedere una persona con una vita migliore della nostra e di volerla imitare, ma la miglior vita da vivere e’ quella che ci costruiamo noi da soli, senza copiare dagli altri. Molte persone dicono di avere tanti problemi nella loro vita e che sembrano irrisolvibili, ma non sanno che proprio così si rovinano l’esistenza. I poeti sanno come riparare una storia, sanno che alla fine della corsa ci sara’ un lieto fine e che il protagonista vincerà la gara che la vita gli ha posto davanti. La vita è una sfida, se riesci a vincere avrai anche tu quel lieto fine. Vivi con il sorriso stampato sulle labbra, vivi la tua vita al meglio!

     

  • 17 maggio alle ore 0:16
    2011

    Come comincia: Io credo in me, nel mio cuore ...
    credo in ciò che sono e in ciò che non sarò mai, credo nella mia lealtà, al mio essere generosa/o, credo nel mio coraggio che non trema davanti alla paura, credo nella mia coerenza, nel mio donarmi agli altri. Amo i mie pregi, e accetto i miei difetti, non rinnego nulla del mio essere, nemmeno ciò che di me non amo. Io credo in me, una donna come tante, nulla di eccezionale, una donna più che normale. Amo questa vita, che comunque vada, è mia e solo mia e di chi vorrà essere al mio fianco, nel mio cuore. E se non riuscirò mai a migliorare ciò che sono almeno vivrò camminando sempre a testa alta, guardando tutti dritto negli occhi fiera/o di essere semplicemente me stessa/o, avendo ascoltato sempre il mio maestro di vita : il " CUORE "!

  • 17 maggio alle ore 0:07
    2011

    Come comincia: E ci si stanca di cercare il buono nelle persone. Ci si illude che una possa cambiare con il passare de tempo, poi ti accorgi che non è così, perchè non lo faranno mai. Spesso le persone sono false e egoiste, sono abituate ad usare le persone a loro piacimento e quando si stancano o non le servono più se ne vanno come se niente fosse. Chi se ne frega degli ipocriti e degli opportunisti, io vado avanti per la mia strada con la consapevolezza che la sicerità è un dono di pochi.

  • 16 maggio alle ore 11:00
    .

    Come comincia: Molte donne con il passare del tempo si fidano sempre meno degli uomini. Il motivo? Ve lo spiego subito! Ci sono donne che si buttano a capofitto in un rapporto come se niente fosse e altre che prima di darti un bacio devono passare settimane, mesi o addirittura anni. La donna facile vince sempre, perchè è inutile prenderci per i fondelli dicendo il contrario, ma una che agisce in quel modo è abituata a giocare con i propri sentimenti e anche con quelli degli altri, invece quella seria ha quasi paura a perdersi in un abbraccio anche quando è sicura di aver trovato quello giusto, anche quando le vengono date vere dimostrazioni. A volte quando una vera donna è stata delusa e trova la persona che è disposta veramente a darle tutto, a fare tutto per lei, quando trova l'uomo che non vuole giocare con i suoi sentimenti, non si fida lo stesso, non si fida neanche se quella persona le sta dando quello che ha sempre sognato. Fino a quando ci saranno uomini che preferiranno andare da quelle facili, quelle sensibili, romantiche e sentimentali, continueranno a rimanere sole.

  • 16 maggio alle ore 10:57
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    Come comincia: Ormai i ragazzi pensano solo a divertirsi e non a fidanzarsi, preferiscono farsi l'avventura piuttosto che innamorarsi. Se ne fregano se sei troia o se sei santa, ma intanto si perdono la bellezza del brivido che si prova in una carezza, nel dirsi ti amo, nel guardarsi negli occhi e sorridersi. Alla prima delusione si arrendono e dicono che l'amore è una fregatura e che non esiste, sanno apprezzare solo un corpo nella volgarità e non nelle sensazioni della poesia che esso rivela.

  • 16 maggio alle ore 10:52
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    Come comincia: Io non voglio un uomo stronzo che mi faccia star male, uno di quelli montati che si faccia desiderare o addirittura freddo e distaccato, nè voglio uno che si preoccupi se io debba prendere l'iniziativa, ma che lo faccia anche lui di sua spontanea volontà, perchè se due persone vogliono stare insieme lo fanno con entusiasmo. Voglio un uomo che rida fino allo sfinimento insieme a me, che resti a parlare con me intere giornate, una persona che apprezzi le mie abitudini e che mi faccia amare le sue. Voglio un uomo con una bella personalità, non un burattino. Voglio una persona che si occupi delle mie aspettative e al tempo stesso possa mettermi nella condizione di farmi carico io delle sue.

  • 16 maggio alle ore 10:49
    2012

    Come comincia: La felicità e il dolore che proviamo sono scritti nel libro della nostra vita, insieme agli sbagli che facciamo e alle esperienze che viviamo. Si, perchè nessuno di noi è perfetto/a, tutti commettiamo degli sbagli e da essi impariamo. La vita è un viaggio un pò strano, pieno di ostacoli da affrontare e di imprevisti che non conosciamo. Tutto quello che dobbiamo fare è prendere le cose così come vengono e affrontarle nel miglior modo possibile, senza dimenticarci di lottare per i nostri sogni.

  • 16 maggio alle ore 10:44
    2014

    Come comincia: E' stato davvero amore il nostro, come potrei chiamarlo diversamente? Non fingevamo dolcezza del cazzo, eravamo innamorati, eravamo bellissimi insieme. Non avevo grandi esigenze di sentirti ogni minuto, mi bastava leggere un tuo messaggio e sapere che stavi bene. Quando stavamo insieme, le ore volavano sembrava come se il tempo scorresse velocemente, non vedevo l'ora di vederti e quando venivi a prendermi ti saltavo addosso. Tu mi abbracciavi stringendomi forte a te, volevi stare solo con me, ma riflettendo adesso, mi rendo conto di quanto le cose siano cambiate, non posso credere come la nostra felicità, le nostre risate, le nostre pazzie siano rimaste solo un ricordo. E' incredibile vedere che adesso tutto ciò che riguarda noi sia racchiuso nelle foto, nei messaggi che conserviamo nel cellulare, come siamo finiti è incredibile, chi l'avrebbe mai detto? Siamo così lontani l'uno dall'altra, ho ancora tutti nostri ricordi impressi nella mente, le date, i momenti vissuti con te. Era amore il nostro, cazzo, non era un gioco, non lo è mai stato. Le nostre parole non sono state pronunciate così alla cazzo, tanto per, adesso tutto quell'amore è racchiuso nella parola distanza. I ricordi che abbiamo sono racchiusi dentro il nostro cuore, ci sono troppe cose che ci legano ancora, io non potrei non amarti, non potrei non esserci se avessi bisogno di me, non potrei andarmene se tu mi desiderassi ancora accanto a te. Vorrei ancora regalarti i miei sorrisi, i battiti del mio cuore, ogni mio gesto o parola, il mondo ti regalerei se tu mi cercassi. Guarda bene intorno a te io ci sono, allunga la tua mano vedrai la mia che aspetta di stringere la tua, urla e io correrò da te.

  • 16 maggio alle ore 10:39
    2012

    Come comincia:  chi gode delle mie cadute, a chi incolpandomi e calunniandomi dice che valgo zero. Alla faccia di chi approfitta della mia sensibilità, della mia dolcezza, della mia disponibilità e della mia pazienza sapendo che posso dare molto e troppe volte ho dato a chi non lo meritava. Si alla faccia vostra dico: " Sto bene, non mi vedrete mai strisciare ai vostri piedi, a differenza vostra, io cammino a testa alta perchè sono una persona onesta. Non mi vedrete mai a pezzi, nè elemosinare amicizie di convenienza, non sono come voi che leccate il culo a tutti pur di ricevere il vostro tornaconto. Sono felice e riderò sempre della vostra stupidità, ignoranza e falsità. Mi dispiace per voi infami di merda, ma io sto divinamente bene, sono sempre circondata da persone che mi stimano, mi amano e io ricambio con il cuore, non ho mai pensato di valere zero perchè so quanto valgo, frequenterò sempre persone vere che, come me apprezzano la verità, a voi falliti resta il bruciore di culo perchè vi ho esclusi dalla mia vita mettendovi alla porta. Sono fiera di me e delle scelte che faccio! Voi e tutta la vostra infamia non sarete mai come me neanche sforzandovi e imitandomi... Rosicate"!

  • 16 maggio alle ore 10:38
    2010

    Come comincia: Congratulazioni a me e alle mie risate nonostante gli immancabili problemi, ai miei vaffanculo e al mio essere diretta. 
    Si, oggi voglio congratularmi per tutte le volte che ho pianto per amore, per essere stata sincera con gli ipocriti, per aver difeso i miei amici e le persone che amo, non mi pento di averlo fatto, bensì mi congratulo con me stessa perchè non seguirò mai la strada facile della convenienza. Congratulazioni alla mia voglia di rimanere me stessa e di non seguire la moda dei finti perbenisti o della massa dove non si finisce mai di incontrare gente falsa e opportunista, dove lo scopo principale è creare alleanze per ferire e distruggere le persone buone, io preferisco starmene con poche amiche e farmi due risate, semplicemente. Congratulazioni a me perchè ho scelto di non essere mai come la massa, non amo le vie facili quelle fatte di opportunismo e di interessi personali o quella dove il voler apparire va di moda e secondo alcune persone è la migliore, io stimo gli animi umili e altruisti. Io mi amo così come sono, una persona semplice e soprattutto onesta, leale e sincera.

  • 16 maggio alle ore 10:25
    2014

    Come comincia: Io non lo so come ho fatto a superare tutto questo dolore che ho subito e che mi stava mangiando viva. Mi ero davvero illusa che saremmo rimasti insieme per tutta la vita e che il mio vero amore fossi tu. Non riesco a capire da dove prendo prendo la forza, dopo tutte le volte che hai spezzato il mio cuore, che mi hai riempita di false speranze, per poi rivelarsi ennesime stronzate uscite dalla tua bocca. Vorrei rinfacciarti di tutte le volte che mi sono rinchiusa nella mia stanza a piangere, credevo che la mia vita non avesse senso, che l'amore fosse una grandissima cazzata, perchè tu non mi amavi come meritavo. Vorrei dirti che adesso mi sento invincibile e che non mi vieni più in mente come prima. Vorrei raccontarti di quell'uomo che mi ha portata a cena, che mi ha abbracciata, anche se non piaceva molto era comunque gentile con me e io ero triste, perchè quelli non erano i tuoi abbracci, non erano i tuoi sguardi e mi facevano sentire fuori luogo, quasi scomoda e quando sono tornata a casa ho pianto tutta la notte. Vorrei dirti che per me non esiste nient'altro di meglio al mondo che vada oltre questo amore anche se è doloroso, dove nessuno ormai crede più nella nostra storia, ma solo noi sappiamo che per essere felici, dobbiamo stare insieme. 

  • 16 maggio alle ore 10:22
    2014

    Come comincia: Io ce l'ho fatta, puoi leggerlo nei miei occhi, mi sento più bella adesso. Dopo aver versato troppe lacrime per lui, per la sofferenza che mi ha recato, ora mi ritrovo uno sguardo più vero e più limido. Questi stessi occhi hanno visto l'amore frantumarsi e hanno visto lui andar via con un'altra. Questi occhi appartengono a chi ha tanto amato e perso. Le mie mani non tremano più, le uso solo per spostarmi i capelli dagli occhi, per sfogliare le pagine di un libro. I miei piedi non sono più indecisi nel proseguire il cammino, ma sono pronti per avviarsi a seguire un nuovo amore, per mettersi in discussione, sono pronti ad inciampare un'altra volta nel grande labirinto dell'amore, sono pronti ad ascoltare nuove bugie. I miei piedi hanno saputo rialzarsi e oggi sanno dove dirigersi, hanno la forza di rincorrere i sogni a cui aspiro, adesso cammino senza paura. Le mie notti sono dolci, non più insonni come prima, ora vivo di speranza, sorrido, abbraccio le persone a cui voglio un mondo di bene. La mia vita è nelle mie mani, decido con la mia testa, tutto questo l'ho imparato dopo essermi persa e, credetemi, se vi dico che non è stato facile superare. Un amore che si perde non è mai facile. Decidere di ricominciare una nuova vita, non è mai facile. Oggi posso dire che ce l'ho fatta. Mi sento bellissima, mi sono vestita dei miei tanti sbagli, con la mia nuova forza e anche se ho perso l'amore, non ho perso la voglia di amare.

  • 16 maggio alle ore 10:16
    2010

    Come comincia: E' inutile calunniare o inventare balle per arricchire voi stessi e impoverire chi vi sta sulle palle. Pensate che coloro che vi stanno ad ascoltare siano stupidi? Vi sbagliate, siete solo dei presuntuosi nel sentirvi superiori agli altri e arroganti perchè giudicate. Quando aprite la bocca per diffamare, tutto quello che ottenete è rendervi piccoli, ridicoli e codardi. E' l'invidia che vi fa parlare, cazzo è il sedere che vi brucia a farvi rosicare, ogni tanto alzatelo dalla sedia e fate qualcosa di utile per la società, ma soprattutto andate a fanculo!

  • 16 maggio alle ore 10:11
    2014

    Come comincia: Sono sola in questa spiaggia, dove sto camminando lentamente. Le onde toccano i miei piedi, il vento mi scompiglia i capelli, il colore tenue del sole che sta tramontando, ombreggia il mio copro. Mi piace stare qui, vorrei rimanere per il resto della mia vita. Mi sono seduta sulla sabbia bagnata e ho scritto il tuo nome, il brusio del mare mi riporta indietro nel tempo e rievoca in me momenti vissuti insieme a te, forse i più belli della mia vita, proprio come questa passeggiata. Le onde cancellano il tuo nome, lo vedo scomparire onda dopo onda. A poco a poco è cancellato per sempre, proprio come hai fatto tu, lasciandomi in balia di un cuore spezzato, senza amore, abbandonato. Mi sento come la sabbia secca, senza valore, senza felicità. Intanto continuo a camminare e scrivo il tuo nome ovunque, ma si cancella sempre, come se provasse fastidio. Forse è la vita che mi sta dicendo che devo lasciarti andare, che non mi appartieni più ormai. Il mio cuore adesso è vuoto perchè ha riempito il tuo, perchè ti amo e non lo meriti. Io resto qui, come se stessi ad aspettarti, nonostante i miei lividi, le mie ferite profonde, sappi che ci sarò sempre.