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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • domenica alle ore 17:35
    UNA DELIZIOSA SALOPE DI CLASSE

    Come comincia:  
    ‘Spondilodiscite’ non è solo una brutta parola e purtroppo, per me e per tutti noi, è una malattia fastidiosissima e di lunga durata. Ma non voglio tediarvi con i miei problemi personali che a me rompono i coglioni ed a voi non vi fregano un c.. Vorrei piuttosto mettervi al corrente delle conseguenze diciamo erotiche del mio soggiorno in una stanza di un ospedale della mia città dove, ricoverato per errore marchiano di quattro medici ‘guru’, mi sono trovato dinanzi ad una situazione sessuale piacevole che, per un po’ di tempo, mi hanno fatto dimenticare le mie traversie.
    Mio compagno di stanza un giovane di circa trenta anni, ricoverato per una colonscopia per evitare di pagare un medico privato. A fargli visita la sera una giovin signora estremamente piacevole che dava subito all’occhio per la sua semplicita’, un controsenso direte voi ma non nel suo caso: ‘semplicitas prima virtus’. 1,75 circa di statura , corpo statuario, (un giunco si sarebbe detto nell’ottocento), caschetto castano, viso stranamente triste, nasino all’insù (odio nelle ragazze i nasi lunghi, sembrano dei travestiti) occhi espressivi color nocciola, il resto a più tardi quando…
    Data la estrema schifezza del cibo fornito dall’ospedale, io Alberto Bonaventura (nome preso in prestito da un personaggio dal ‘Corriere dei Piccoli’ quando ero giovanissimo) telefonavo ad un ristorante di Ganzirri per ordinare una cena degna di questo nome (sono agiato e me lo posso permettere). Ovviamente il mio compagno di stanza Salvatore stava a guardare ed io, sempre generoso, pensavo anche a lui. Una sera la consorte, venuta a fargli visita, fu anche lei invitata al desco serotino.
    Dopo le solite chiacchiere inconcludenti e anonime Carmen, (questo il suo nome) prese in mano la situazione:
    “Salvo vai nella saletta del televisore, vai sul canale locale, deve essere riportato l’episodio di quel tuo cugino gioielliere rapinato di recente.”
    Sparito il consorte Carmen: “Non so da dove cominciare…intanto mio marito non ha un fratello gioielliere anzi non ha proprio fratelli e quindi Salvatore…”
    “Provi dall’inizio.”
    Storia piuttosto triste e piuttosto comune di questi tempi: il marito, titolare di una concessionaria di auto tedesche, era stato licenziato per poche vendite di auto,  i due coniugi avevano dovuto lasciare la casa in affitto in città e ‘rifugiarsi’ in una frazione ospite dei parenti di lei, ex contadini con piccola abitazione e piccola pensione. La bimba di due anni, con la sue esigenze, era altro motivo di preoccupazione. Carmen, brillante a scuola, si era iscritta in psicologia all’università, aveva dovuto abbandonare gli studi. Questo il racconto, Alberto ne trasse la logica conclusione...
    Il silenzio era sceso fra i due, Alberto doveva fare una scelta ben precisa che avrebbe comportato cosa?
    “Di natura sono piuttosto timida ma…”
    “Si fa di necessità virtù, sono sull’ovvio ma…”
    Carmen aveva preso a piangere silenziosamente, lacrime di vergogna? di rabbia? di tristezza… Stava per andarsene quando Alberto:
    “Sono a disposizione per quello che posso, ho capito bene?”
    “Si signor Alberto, ha proprio capito…”
    “Senti buttiamola sull’umorismo, mi chiamano tutti ‘zio Alberto’ per la mia non più giovane età, fallo anche tu, per empatia…Un’idea: domani sera cena speciale a base di brodetto di pesce come si usa in Adriatico pietanza non comune da queste parti, vedrai una sciccheria, darò disposizione al ristorante…vorrei vederti sorridere…”
    “Vorresti anche altro?
    Preso in contropiede lo zio Alberto rimase imbambolato senza parole.
    “Ho capito… la merce, prima di fare acquisti è buona norma…” ed aveva provveduto a sbottonarsi la camicetta, tolto il reggiseno erano spuntate due tette forza tre con aureola pronunziata e piccolo capezzolo in piena sintonia con i gusti dello ‘zio Alberto’. Il passaggio successivo gli slip che rivelarono un pube molto folto di peli, quasi sino all’ombelico per non parlare del popò anzi parliamone data la sua scultorea bellezza oltre a caviglie sottili, uno splendore.
     Affascinato, il cervello dell’Albertone divenne un vulcano: immaginò situazioni decisamente ‘arrapanti” sin quando rientrò Salvatore.
    “Caro il mio compagno di stanza, che ne diresti di una cena domani sera ho in testa un menù innaffiato da un premiato Verdicchio dei Castelli di  Jesi sarebbe l’ideale…”
     “L’ideale per scopare mia moglie” pensò bene Salvatore ma si guardò bene dall’esprimersi in merito.
    Alò telefono: “Salvatore per domani sera dì allo chef di preparare quel brodetto che ti ho insegnato, ho in testa…”
    “Cavaliere immagino quello che ha in testa…”
    “Sei  maligno, nulla di quello che pensi…”
    “Si ricorda le parole di quel suo paesano politico?”
    “Mi raccomando il vino in contenitori freddi…tre bottiglie.”
    Quella fu la giornata più lunga dello ‘zio Alberto’, la mattina piena di aghi sulle sue braccia per trasfusioni varie, pranzo quello che rimaneva della sera precedente, lungo pomeriggio ed infine un cameriere che, allettato dalla solita mancia generosa, si era presentato sorridente con un vassoio pieno di prelibatezze.
    Un pò imbarazzati fra i tre la conversazione languiva nè non era migliorata con la musica del televisore in sottofondo.
    “Quando ero giovanissimo ero costretto a sorbirmi le barzellette, secondo loro spiritose, di ex colleghi di mio nonno ex commissario di P.S.
    Alcune era letali come quella del bambino che dice al papà:
    Papà il tuo amico Massimo ti frega tutte le lampadine.”
    “Cha vai dicendo, il mio amico non  lo farebbe mai e poi che ci farebbe?”
    “Questo non lo so ma l’altra sera quando tu eri al bar con gli amici la mamma era in camera da letto con lui e sentivo che gli diceva: gira la lampadina e dammela!!! Lo so non fa ridere ma peggiore era quella si Perseo: campo di battaglia di Canne fra Cartaginesi e Romani, una strage, corpi di morti e feriti tutto intorno, il centurione Caio Duilio va in cerca del suo amico Perseo, cerca fra quelli con la sua divisa ma erano quasi tutti irriconoscibili in viso:  gira il corpo di un soldato ma era già morto, altro centurione …orrore ed infine uno con gli occhi aperti, sembrava proprio Perseo ma non  ne era sicuro. Sei Perseo? Il tale emise un gemito e chiuse gli occhi. Maledizione, Caio Duilio lo scosse: sei Perso? Sei Perso? e quello con un vocione  inaspettato.  ‘T R E N T A S E O’! “
    Un gelo era sceso fra i tre…
     “Signor Alberto, non vedo mia figlia Teresa da vari giorni, non la fanno entrare in ospedale per l’età, in macchina c’è mia moglie con la piccola, vado a vederla, le farà  compagnia  Carmen.”
    La frase detta con semplicità aveva colpito lo ‘zio Alberto’, quella rassegnazione da parte di Salvatore lo aveva messo in crisi, stava per richiamarlo indietro ma Salvatore era sparito dalla stanza.
     Alberto guardando dalla finestra vide il suo compagno di stanza entrare un una Volkswagen, Carmen  ne uscì e dopo qualche minuto entrò nella sua stanza.
    Infermiera di notte era una certa Maria Rosa la quale,ampiamente foraggiata, non avrebbe creato problemi, fin qui tutto bene poi…
    “Carmen io sono un fantasioso, ho scritto un romanzo e tanti racconti tutti inventati ma quello che ho in mente rispecchia la realtà. Durante la notte ho immaginato noi due abitare da soli in un piccolo appartamento, io sempre in panciolle a leggere il giornale o a poltrire a letto, tu girare per casa a sbrigare le faccende domestiche, un classico quadro di una coppia felice; pomeriggio riposino e la sera, dopo cena, passeggiata in centro in mezzo alla gente con la peculiarità di non udire alcun suono del circondario tutto preso dalla tua persona vicino a me, nuda, nuda ma solo per me non per il comune volgo: tette rimbalzanti ad ogni passo, sedere in sincronia ed i piedi deliziosi o meglio le estremità (fa più fine) che, senza scarpe, battevano i marciapiede a lunghe falcate. Rientro a casa con conseguenze…Ti vedo perplessa, è solo una fantasia…”
    “Che vorresti diventare realtà…È risaputo che le femminucce hanno più il senso del pratico più sviluppato dei signori maschietti: ti spiego il finale:
    la ‘zio Alberto’ e Carmen innamoratissimi (mi sei piaciuto dal primo istante) convivono: tu lasci la gentile consorte con conseguenze…io mio marito ma…ricorda che le dee dell’Olimpo, sempre in lotta fra di loro, riescono sempre a far naufragare i piani dei mortali: Venere, Minerva e Giunone non erano delle santarelle e tuttora ci sovrastano, arrivaci da solo sul punto debole della nostra eventuale storia: non ti offendere ma ti vedo piuttosto egoista…non accetteresti mia figlia e per una madre…”
    Carmen aveva colto nel segno.
    “Che ne diresti di goderci questa nottata  come dolce ricordo,  non sarò una prostituta profumatamente pagata ma una dolcissima amante…” E così fu, goderecciate a ripetizione da parte di entrambi e verso le sei del mattino:
    “Cavaliere l’iniezione…” era Rosa Maria piuttosto allarmata.
    Fine della storia o meglio:
    “Mio caro accetto per una volta il tuo denaro (apprezzate il termine al posto della parola soldi) ma sarà l’ultima volta, mi puoi aiutare trovandomi un impiego presso un tuo amico…
    E così fu: la ‘zio Alberto’ ogni tanto andava a trovare quel ‘suo amico’ dell’impiego e attraverso i vetri  rimirava con tristezza le fattezze della dolce e mai dimenticata Carmen.
     
     

  • 22 giugno alle ore 20:10
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: Cap. V
    Riemerge dal sonno.
    Nel calderone in cui mi sento immersa, fluttuo lentamente, fumi pallidi mi avvolgono, quasi mi pare di non avere peso. Mi arrotola e sospinge ogni lieve cambiamento d'aria, sto riemergendo dal sonno, è così ogni mio risveglio di ogni mattino di tutta la mia esistenza, non ricordo di essermi mai svegliata prontamente lucida come quelle fortunate persone che svettano dalle lenzuola con la stessa velocità di un falco che ha appena sequestrato la preda dal suolo. Quelli lì, le persone fortunate, sembrano schizzare energie da ogni poro, perfino nelle striature dei capelli par di vedere appese linee e curve e numeri e appunti, un planning aggiornato al millesimo di secondo con ogni cosa da fare nell'arco delle ventiquattro ore a disposizione, e automaticamente depennato per le cose già eseguite, e non crollano mai, dico mai che crollino di stanchezza a sera! Proprio mai, così come totalmente lucidi si svegliano, totalmente lucidi vanno a letto seguendo il progetto preciso, e chiaramente convinti, di dover dormire dopo aver ripassato il copione della giornata che deve venire. Quelli lì sì che sono da invidiare, ammirare, emulare! Ed io che non ho nemmeno l'eleganza di non crollare dopo otto ore di lavoro, le mie spalle scivolano pian pianino sempre più giù man mano che passa la mattinata, il collo lentamente si ricurva sotto il peso della testa che sembra aumentare di massa con il giro delle lancette, la capigliatura bella vaporosa del mattino vergognosamente si disfa e appiattisce col passar delle ore, e infine le gambe subiscono la trasmutazione aliena e da liscia pelle avvolta in calze di seta si ritrovano monconi arrotolati di cemento, solo gli abiti mantengono un certo che di inalterato e austero nel tentativo di contenere un minimo di dignità. Altro che svettare dalle lenzuola e poi nei riti della preparazione al giorno, e poi sorvolarla tutta, la giornata, pimpante e lucida! Io sono un girasole, all'inizio bello raggiante attorno alla luce e poi sempre più smorto fino a che la corolla non rasenta miseramente il terreno quando è sera. La prossima volta che nasco voglio essere un ibrido tra girasole e Anteo, così quando la me girasole a sera è lì a rasentare il terreno, la mia parte Anteo rinnoverà la sua potenza al contatto con la terra.
    Sono ancora qui, avvolta dalle nebbioline del non giorno e della non più notte, evaporo fino a tornare elemento solido, solo allorquando avrò ricevuto il giusto input che trascinerà i miei piedi fuori dal letto, e li poggerò su quel qualcosa di duro che quotidianamente mi rinfaccia che sono una persona sulla terra, che poco dopo camminerà e si confonderà nell'orda di esseri umani che colmeranno strade intasandole, e negozi e uffici e scuole e mercati, e strombazzeranno i loro clacson ai semafori e correranno su gambe veloci verso ascensori che dispettosi chiuderanno le porte proprio mentre stai arrivando tu.
    Mi manca questo input stamani, continuo a sentirmi come champagne straripante di bollicine in un flute, vado su, mi disperdo, mi riunisco e mi separo e poi torno su disordinatamente, evaporo, resto sospesa, né liquido né gas.
    Eppure sono cosciente, il mio pensiero è lucido, i miei ricordi sono netti fotogrammi senza inceppi, e questo dolore lancinante che avvolge il capo, le spalle e il petto, è lampante dimostrazione che non sono nel mellifluo mondo dei sogni, tuttavia non sento peso, constato che so che il dolore è lancinante, ma non soffro. In quale mio disordinato e fanciullesco mondo sono? Non sto sognando e non sono nemmeno nel mio momento del non giorno e della non notte, sono emersa dal calderone e conduco me stessa, fluttuando, sulla roccia coperta di neve, la sento fresca, amichevole così tenera sotto il mio passo che mi sfugge un sorriso. Sembra volermi dimostrare la sua amicizia accarezzando il mio passo, e gliene sono grata sfiorandola appena col mio corpo in movimento, mi sento leggera, mi sento nebbia nella nebbia che questa notte ha avvolto tutta la montagna. Cammino lentamente e tutto scorre come in una moviola conficcata nella mente che si srotola nella memoria, tutto si delinea nell' attenzione, il mio sguardo affonda nella folta nebbia allagata dal manto bianco che ne esaspera le sembianze. Guardo i miei scarponcini, ah che dolce la calura di questo pelo che avviluppa il piede mentre sprofonda nell'emblema del freddo! Mi trasporta nel calduccio delle mie pantofoline rosa shocking coi baffi sulla punta e due orecchiette carinissime ai lati, che allegria quando le provai in quel negozio alla periferia di Milano: con il tubino rosso e il coprispalle di pelo autenticamente sintetico, nero, come le chanel tacco dieci, entrai e mi diressi spedita verso la poltroncina di similpelle leopardata, poggiai la borsetta e la ventiquattr'ore con la stessa enfasi di chi dopo aver portato per chilometri un pesante cesto di mattoni sulle spalle, se ne libera con esasperato sospiro di sollievo, o forse come avrebbe fatto Eracle qualora avesse dismesso gli abiti di semidio, sospirai anch'io con la stessa irruenza liberatoria che sicuramente avrebbe avuto lui se avesse potuto scegliere di delegare a quelle piastrelle lucide il compito di sostenere le sue dodici fatiche sotto Euristeo. Rimugino: lui solo dodici fatiche in dodici anni per purificarsi, ma che bellini questi dei greci con tutte le loro impossibili battaglie, e noi umanissimi umani? Che forse non ne sosteniamo dodici e più in un solo giorno, e invece che purificarci ci incattiviamo sempre più per stanchezza, per sfinimento?
    Mi guardò il commesso, quasi con fare cerimonioso mi si avvicinò chiedendomi in quel suo modo affettato di falso gay che fa tanto glamour negli atelier, in cosa potesse essermi utile, mi studiò con lo stesso interesse con cui si studia una personalità dello spettacolo, lessi nella sua espressione tutta la fatica di chi tenta di raccattare nella memoria un nome da accostare ad un soggetto, quasi fosse di vitale importanza appiccicarmi un'etichetta e su questa scriverci sopra il nome ed il cognome di una tale o tal'altra attrice o mannequin. In effetti ho molto della Penelope Cruz e qualche volta mi glorio della mia stessa avvenenza, mi diverto quando seguo gli sguardi dapprima distratti e poi stupiti con gli occhi sgranati e i sorrisoni che si allargano sulle facce di uomini omini e ometti, e le loro espressioni  compiaciute di chi può dire: -” io ho visto la Penelope Cruz!”- e quanto si danno da fare per aprirmi una porta di un bar o di chicchessia luogo ci si incontra! Ma come mi diverto! Sono sfacciata, rispondo con un sorriso luminoso come foss'io davvero la Cruz, e lo sconosciuto si pavoneggia tronfio e felice, e me la rido sotto i baffi.
    Il falso gay, sono certa, pensa che io sia la famosa attrice, ora mi guarda non più perplesso, ma convinto, ossequioso, è così esaltato che se gli chiedessi di trasformare il camerino di prova in cameretta da letto, correrebbe con le ali ai piedi per spostare qualsivoglia oggetto del negozio per accontentarmi e per poter dire di averlo fatto, di aver contribuito al riposo di una Penelope Cruz sfinita dalla stanchezza nel suo negozio. Ma non mi sento così perfida oggi, ho solo voglia di infilare i miei piedi doloranti costretti in punizione in queste costosissime scarpine dal tacco sexy ed eleganti quanto si vuole, ma che non reggono più il mio corpo pesante di fatica, nelle più invitanti pantofoline che abbia visto finora: le pink panter di infantile peluche che mi sorridono dallo scaffale.
    Son caldi i miei scarponcini da montagna, al pari delle pink panter più ridenti del Trentino e della stessa regione di provenienza, la nebbia lombarda è stata sferzata dalla fantasia di quel calzolaio che le ha pensate ed è rimasto un sorriso appiccicato nel suo cielo.
    La neve rende il colore dei miei scarponi cangiante, una nuvoletta bianca si raccoglie sulla punta fino alla tomaia, poi si spande con la calma del miele sul pane, e infine si infiltra nel pelo per scomparire lisciandolo, nel buio diventano translucidi, biondo rame, sì, i miei scarponcini sono di un più discreto biondo rame, niente a che vedere con la dissacrante tonalità delle mie pantofoline rosa shocking.

  • 21 giugno alle ore 20:13

    Come comincia:

  • 21 giugno alle ore 18:22
    Uno stralcio di "Le parole che scrivo"

    Come comincia: Un forte senso di consapevole complicità li univa, una forma vitale di attrazione mentale, un bisogno reciproco che mai abbandonava, nemmeno per un attimo, la sede dove risiedono gli impulsi più profondi; era difficile lasciarli andare e ancora più difficile scolpirli nella mente solo con l’immaginazione. Gli attimi immaginati non sono vita vera e il tempo non vissuto potrebbe cancellarli per sempre. Ci si abitua a tutto e sfumano memorie.

  • 21 giugno alle ore 8:14
    La danza dell'amore: Rione Sanità

    Come comincia: Proprio in questi quartieri maledetti, la vita ha ancora la sua irruenza biologica. Maledetti, pensavo stasera, al tramonto, ma possessori della residua sacralità della vita, fatta di gioia, amore, odio, vita, morte. Lo struscio dei giovani in moto, da vedersi, al tramonto. Ragazzine dai dieci anni ai diciotto, in motorino, senza casco, a due, a tre sull'unico precario sellino. Truccate, capelli lisciati sulle spalle, camicette colorate, pantaloni a guanto, o mini sovversive, laccetti di tanga, sulla carne candida, in vista. Ragazzini raybanati, imbrillantinati, magliette griffate, jeans cinesi. Loro, maschi, hanno moto più vistose, poderose, falliche. Il volto è quello dell'ultima serie tv, serio, duro come il ferro. L'accelerazione della moto deve essere uno sballo visivo e sonoro. Il miagolio della frenata, nell'accostata, ha la delicatezza del bisturi del chirurgo. La ruota sa fermarsi a pochi millimetri dalla coscia della fanciulla. Evvia! Tutti in un caos tremendo, un intrecciarsi ritmato, quasi una danza atavica. Quando l'avranno inventata? Il sangue sa pensare e creare. Sguardi che sono lame, ammiccamenti, grida, risa, poche parole, che non si udrebbero. Avanti e indietro incessantemente in una pura tensione di danza orgiastica. Uno sfiorarsi di millimetri. Un richiedersi e un fuggire in una forma nuova di movimento meccanico. L'eros lo si respira, non lo s'indovina. Poi tutto si spegnerà col sole. Beata, tremenda, fascinosa, indistruttibile, inarrivabile gioventù!

  • 21 giugno alle ore 7:43
    Confondere Aradia.

    Come comincia: E' pomeriggio da ieri mattina. 
    Dopo che hai vissuto qualcosa di memorabile, il tempo si sente inutile e comincia a non passare proprio. La schiena sta prendendo la forma del divano, le mani non hanno voglia di fare le mani.
    Ho ricevuto una nuova proposta di sfruttamento.
    E' poggiata sul comodino e ogni tanto rileggo quelle due-tre righe scritte a mano su un foglio profumato. O almeno, si sente che originariamente sapeva di violetta, poi è stato dimenticato per un po'.

    Annette si sta alzando proprio adesso, nella casa dove sono stato anche io.
    Sono strane le cose che ti vengono in mente quando non hai di meglio da fare.
    L'ho conosciuta qualche tempo fa e la prima volta che l'ho incontrata mi ha detto così:
    -Piacere, Annette. Tre mesi è il periodo di incubazione, quindi io e te staremo insieme esattamente tre mesi da stanotte, non un giorno di più. Prima di andare via ti farò un test per vedere se tutto è andato per il verso giusto, poi me ne andrò e non mi rivedrai più. Ci stai?-
    Quello che mi aveva detto era terribile, ma l'effetto che fa in me la parola “terribile” è lo stesso effetto che fa in voi la parola “tappo”, la parola “armadio”. Nessuno. Così mi ha portato a casa sua. Lungo il tragitto ho provato a stringerle la mano, ma lei mi ha dato solo un dito e io mi ci sono aggrappato con tutte le mie forze.
    Quella sera c'era un vento forte e la sua montagna di capelli castani mi finiva in faccia.
    Più andavamo avanti, più accelerava il passo, facendomi rimanere indietro, staccando ad uno ad uno le mie dita dal suo indice.
    Pochissime cose le ho detto in quei mesi ed una è stata quella sera, guardandole la schiena.
    -Lo sai in psicologia cosa vuol dire quando qualcuno cammina davanti a te?-
    -Cosa?-
    -Che si sente superiore, che vuole creare una distanza-.
    Allora lei è tornata indietro e mi ha ridato la mano, stavolta tutta intera, ma benché fosse più di prima, era comunque troppo forzato. Qualsiasi cosa fosse, di carnale non c'era niente, era più simile ad un guinzaglio.
    Arrivati a casa, fu subito chiaro dalle sue movenze il tipo di rispetto che mi avrebbe riservato. Mi guardava con aria severa, come se fossi un compito in classe, un ispettore, e invece non mi ero nemmeno mosso dall'ingresso. 
    Buttò il soprabito sul divano e io chiusi gli occhi istintivamente.
    Un momento non è mai un momento e basta; e anche se lo sarà, forse sbadatamente tra tanti anni ti ritroverai a pensarci. E allora dev'essere quantomeno carino, quantomeno bello abbastanza da essere vivido. Sei qui, in questa stanza, con lei, mentre potresti essere altrove. Questo è un pezzo della tua vita; fai almeno finta di non starlo buttando nel cesso.
    Io mi sono allenato, ci ho messo parecchio, ma ce l'ho fatta. E' però in momenti come questo che mi chiedo se tutto il mio sforzo sia stato un bene o un male.
    Penso alle cose che avrebbe pensato lo stesso me di solo cinque anni fa. Cinque, una mano sola. Una mano che si è sempre chiusa così tanto a pugno da far rompere la molla e spalancarsi, di colpo, facendo scivolare via tutto quanto, non riuscendo neanche a stringerne bene una uguale.

    Apro gli occhi.
    Annette ha un lunghissimo vestito blu a fiori. E' smanicato, ma ha talmente tanti monili addosso che di nudo ha solo le mani, le spalle e la faccia. Non sorride, sta solo davanti a me, immobile.
    Presto finirò in trance e quello che succederà vicino a lei lo ricorderò fugacemente, ad alta velocità.

    Lei comincia, come cominciano tutti, cercando di abbassare la luce della stanza a livello “sarà per sempre”.
    Su tutto si abbassa una luce calda, arancione, come se d'improvviso fosse la notte di natale.
    Comincio piano a sbottonarmi i polsini e presto mi ritrovo le mani di Annette a scansare le mie, a sbottonarmi più in fretta, sbuffando.
    Ha le unghie con lo smalto bianco perla. Muovendosi frettolosamente sulla mia camicia dello stesso colore, quasi scompaiono, rendendo più facile immaginare di essere in un film surreale. Dita che scompaiono, per quello non riuscivo ad afferrarvi.
    Non che mi sforzi più di tanto ormai. Basta un movimento, un colore, per dare spiegazione ad eventi molto più grandi.

    Alcuni ricordano il loro passato sotto forma di flash. Io invece ci vivo il presente.

    Flash.
    Annette seduta di fianco a me sul letto che fuma una sigaretta e con lo stesso accendino disinfetta l'ago.

    Flash.
    Mille spade che si infilzano tutte in un unico punto del mio braccio. 

    Flash.
    Turtles - Happy together

    Flash.
    Visuale distante e sfocata del soffitto in legno. Sulla destra, con la coda dell'occhio, schiena di Annette. Scapole che si muovono, braccia che armeggiano.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Rumore di braccialetti e mani che battono vicino al mio orecchio.

    Vorrei che l'unità di tempo mese durasse come l'unità di tempo giorno, così tutto scorrerebbe più in fretta. Eviterei i silenzi imbarazzanti, gli sbadigli, gli sguardi distratti, l'allontanamento dalla stanza senza preavviso, le sue pupille che si fanno più vitree. 
    Il fatto che solo io noti queste cose.
    Da un paio d'anni mi guadagno da vivere così, con la mia epatite, lasciando che la gente con la sindrome di Samo se la inietti dietro compenso.
    C'è un mondo organizzatissimo dietro, ci sono siti d'incontri dove puoi scegliere la malattia che vuoi come su un menù. E' tutto molto professionale, ma ancora non riesco a distinguere un rapporto di lavoro da un rapporto e basta. Un appuntamento rimane un appuntamento, nel senso più adolescenziale del termine.
    Ho collocato male i pezzi del puzzle e per le mie clienti continuo ad avere piccolissime e inespresse esigenze sconsiderate da innamorato, che risolvo da solo. 
    Devo iniziare a pensarla in un'altra maniera.
    Le lettere delle persone che mi cercano sono indirizzate al mio virus, non a me, io non c'entro niente. Io sono il mezzo di trasporto che porterà loro quello che vogliono, sono lo spacciatore che li farà stendere sul lettino e risolverà i loro problemi d'infanzia.

    Annette si è iniettata il mio sangue in vena, facendosi strada tra metalli che vengono dall'India e pietre thailandesi, facendosi ambasciatrice di una nuova cultura orientale circoscritta al suo braccio.
    Colonizza le regioni corrompendo la popolazione dei suoi globuli con prodotti velenosi che vengono da me.
    Ora che la navicella è diventata lei e io sono ritornato nel ruolo di essere umano, posso permettermi di farle alcune domande.

    La luce nella stanza è ancora soffusa, ma il per sempre è magicamente diventato per ora.
    Annette ha acceso dell'incenso e si mette a ballare una personale danza del ventre. Tutto il suo corpo fa l'hoola-hop con i gioielli che lo ricoprono.
    Dico -Ho risolto i conflitti con tuo padre?-
    Lei rotea verso di me, unisce le mani sopra la testa e muovendo i fianchi si inginocchia piano sul tappeto grigio a pelo lungo, che si appiattisce sotto il suo peso. 
    Dice -Ballando e stendendosi, si dice che il virus si propaghi più velocemente. Questa è una danza thailandese, si chiama Khon-.
    Chiedo -Si è attenuata la tua sindrome da abbandono?-
    Si distende lentamente allargando le braccia. La luce si riflette su ogni minimo specchietto di cui è cosparsa e Annette diventa la più luminosa della stanza.
    Annette la stellina. Annette la reginetta della sua tribù.
    Non mi guarda, e non so se quello che dice lo dica a me o a qualche recondito meccanismo di circolazione sanguigna.
    -L'amata del Re Rama fu rapita da un demone a dieci teste. Questa danza rappresenta la solita noiosa lotta tra bene e male-.
    A questo punto mi alzo dal divano, la scavalco per raggiungere la porta della cucina.
    Contraendo e ritraendo la pancia, facendola ondulare più velocemente possibile, aggiunge -Non vorrei rovinarti la sorpresa, ma statisticamente dieci teste sono meglio di una-.
    Dall'altra stanza, versandomi dell'acqua, dico -Sono contento che tu abbia trovato un modo per riappacificare più velocemente il tuo super io all'Es-.

    Nei giorni successivi, mentre non parlavo con Annette, ho avuto tempo di osservare ogni angolo della sua casa che ancora non avevo visto. 
    Non era grande, ma per digerirla ci voleva molto. Era tutto un casino, ogni stanza un bazar di cose.
    In cucina, almeno una decina di forni, di fattura e provenienza diversa; uno fungeva da forno e tutti gli altri da mensole. Un frigo piccolo poggiava sbilenco e aperto ad un altro più grande, pieno di scatole di verdure fresche, impilate l'una all'altra talmente strette da essere inamovibili, rendendo impossibile afferrare uno qualsiasi di quegli infiniti tipi di ortaggi.
    Il bagno era verde e senza porta, chiunque poteva guardarci dentro. Proprio di fronte c'era la doccia, un bouquet di almeno trecento colorati tubi di pompe che spuntavano dal soffitto e dai lati della stanza. Forse voleva essere un arcobaleno, in realtà sembrava il vomito di un unicorno. Il water non si vedeva, si intuiva.
    Il salotto, dove mi aveva ricevuto la prima sera e dove dormivo, era così scarno che scompariva letteralmente di fronte alla pienezza degli altri locali. Era una scelta del tutto illogica, ed altrettanto illogicamente a me non veniva mai voglia di andarci. Non so come spiegare: era troppo facile stare lì. In tutte le altre stanze potevi soddisfare i tuoi bisogni primari solo con fatica.
    Passavo il mio tempo appoggiato alla finestra vicino all'ingresso della camera di Annette, sempre chiusa a chiave. Non potevo uscire perché Annette non voleva che contaminassi altra gente mentre ero sotto contratto con lei; allora stavo lì.
    Non c'era molto di bello da guardare, a parte i tetti delle case e le antenne. Sembrava tutto talmente fitto da ritenere impossibile uno spazio, una stradina, che dividesse una casa e l'altra. Era tutto appiccicato. E se la vista è un bisogno primario, allora era tagliata a metà anche quella, di fronte ad un paesaggio-non-paesaggio. Adoravo quella finestra.
    La porta della camera che rinchiudeva Annette per tutto il giorno era ad un passo, sempre chiusa, sempre chiusa ad un passo. Il che me la faceva sentire un po' aperta.
    Cominciai ad affezionarmici come ci si affeziona ai grossi portoni di un castello reale. Se li trovi chiusi per giorni e giorni, inizi a pensare che non ci sia nulla dentro.

    Invece un giorno si aprì. 
    Un giorno Annette mi rivolse di nuovo la parola, disse che quella notte avremmo dormito insieme. Allora la porta si aprì.
    Era uno stanzone lungo e stretto con le pareti blu scuro, contornato da librerie realizzate con rami di betulla, che spuntavano dal muro fino al centro, dove creavano un complesso intreccio di biforcazioni. Sembrava la sezione di un bosco. I libri stavano appollaiati dove potevano, in un equilibrio decisamente precario.
    Sotto quella trama di legno c'era il letto matrimoniale, cuscini bianchi e piumone con le costellazioni disegnate, perfettamente rifatto. 
    Nonostante quel caos, trovavi sempre un punto ordinato dove lo sguardo poteva fermarsi a riprendere fiato.
    Io e Annette dormiremo insieme ed io penso che un po' si sia affezionata a me, di aver vinto quella lotta di gelosia tra me ed il mio virus.
    Mi preparo di tutto punto per quella sera. Non c'era un appuntamento vero e proprio, prima. Non c'era una cena, non c'era un cinema, non c'erano passeggiate al chiar di luna. Iniziava tutto con noi che saremmo andati a dormire, quindi avevo scelto il mio miglior pigiama rosso di velluto.
    La aspettavo sdraiato sul letto, guardando l'intreccio di rami sopra di me e cercando di leggere tra le loro righe disordinate qualche messaggio, qualche accenno di racconto in più che mi aiutasse a capire Annette. La storia di Annette sopra il letto.
    Dopo un'ora arriva ed io balzo in piedi immediatamente.
    Trascina un grosso sacchetto di plastica nera con entrambe le mani. E' vestita da indianina, con bandana verde e penna di cornacchia stretta in piedi sulla nuca.
    Mi fa un cenno con la testa senza sorridere, si mette in un angolo ed apre la busta.
    Mentre inizia ad addobbare i rami degli alberi con teschi di plastica di vari animali, dice -Quella che faremo stasera si chiama Wàwek-. Acchiappasogni ornati di penne colorate lunghissime, perse da qualche pappagallo in un negozio di animali e gentilmente regalate dal titolare; sono appesi e fatti suonare con un soffio da Annette, che continua a parlare:
    -E' un termine sciamanico del popolo Shuar, indica l'estrazione dei mali dal corpo del malato mediante oggetti del potere. Ad esempio si fa rotolare un coltello sacro, un uovo, o una pietra sul corpo dello sciagurato, in modo che il male venga intrappolato dentro di essi-.
    Si mette al collo dieci collane, con appesi medaglioni e amuleti con tappi di bottiglia di altrettanti tipi di birre e coca cole.
    -Io non ho né coltelli sacri, né uova, né pietre- dice incollandosi alla fronte lo strass caduto da un vestito.
    -Ho un piercing all'ombelico. Andrà bene lo stesso-.
    Annette, la frega divinità.

    Quella è stata una nottata strana. Nemmeno il mio volermi innamorare a tutti i costi ha potuto molto.
    Annette mi stringeva da dietro, stando attenta a far combaciare bene il suo freddissimo piercing alla mia schiena, stringendomi ancora di più. Di quell'abbraccio così intenso io però ho sentito solo il freddo. A volte hai la chiara idea di quanto sia lontano qualcuno solo quando ti è vicinissimo.
    Non ho chiuso occhio. Le sue labbra mi sussurravano all'orecchio millenarie formule magiche indiane inventate al momento, e a me sembravano mille bugie.
    Volevo andarmene, svegliarla, dirle che ormai il virus l'aveva preso iniettandosi il sangue, che non c'era bisogno di tutti quei rituali.
    Mi sentivo in trappola, i rami della libreria erano una gabbia e i libri dei gufi pesanti che la rendevano sempre più piccola. Aspettavo che l'alba entrasse dalla finestra.

    Quando si svegliò, io ero già vestito e con la valigia in mano, come nelle migliori commedie romantiche.
    Lei si tirò su, in ginocchio sul letto, con il vestito da indianina spiegazzato e i capelli arruffati, come nelle migliori commedie rock. Si stropicciò gli occhi, li schiuse e mi guardò sbadigliando, aspettando che iniziassi a parlare.
    -Me ne vado-, dissi.
    Lei rise.
    -Finalmente!-, ribatté con un sorriso a mille denti, incorniciato da labbra più lucenti del solito.
    Colpito dalla sua euforia, cercai tracce di quell'illusione che abitava in me fino alla notte prima. Se ne avessi trovata almeno una, io e Annette avremmo potuto parlare. Un'illusione si può sempre riparare.
    Annette iniziò il suo discorso.
    -Nel 1741 la sindrome di Samo venne ascritta ufficialmente come forma parafilica nei libri di psicologia. Successe dopo che un'epidemia di lebbra colpì il paese, creando una marea di nuove, fresche, giovani coppie. Le donne, mentre mangiavano con il cucchiaio del marito, dicevano che non erano malate, che era solo amore, amore, amore. Si stavano ammazzando con mille accortezze.
    La cosa strana è che si è scoperto che morivano molto più velocemente dei partner, come se l'amore fosse un acceleratore.
    Ma in realtà la sindrome esiste da moltissimo tempo, in realtà è sempre esistita.
    Hai mai notato che tutte le tribù hanno sempre avuto rituali e magie? Ti sei mai chiesto perché, con tutte le cose che ci sarebbero da risolvere nel mondo, ci sono libri e libri solo per formule di guarigione?-
    In nessun atrio, in nessun ventricolo, nemmeno dietro le ossa trovai nulla.
    -La verità è che alcune delle prime sciamane e streghe erano pazze scatenate foriere della sindrome. Si erano accorte che, allo stesso modo in cui loro venivano infettate dai loro compagni, essi venivano affascinati dalla sindrome di Samo. Cominciavano a voler avere quelle donne in maniera sempre più pazza, disperata. 
    In maniera sempre più desiderabile.
    Nei loro occhi, quel dissennamento era appetibile quanto la malattia venerea che già avevano contratto.
    Queste fautrici della magia nera hanno trovato il modo per sbagliare le formule. Una sola, piccola scorrettezza al posto giusto e i rituali di guarigione funzionavano al contrario. Invece di guarire, di cacciarlo via, il male entrava dentro il loro corpo. E loro se lo tenevano stretto. 
    Assorbivano l'amore degli uomini come un nuovo malanno, trasformandolo in energia, sentendosi sempre meglio ed evitando la morte accelerata a cui erano condannate. 
    Quei poveri cristi rimanevano senza niente. Dei fantocci. Ridotti al loro virus di base e ad una mancanza, che i più tentavano di colmare infettando altre donne e innamorandosene, finendo ogni volta per essere la possibilità di una doppia contaminazione perfetta-.
    Mi incamminai verso la porta d'entrata, Annette mi seguiva continuando a parlare. Come Orfeo ed Euridice, solo che a suonare era lei, ed io non mi stavo esattamente allontanando dalle tenebre.
    -Tu hai voluto tenermi la mano appena mi hai visto. Non avrei nemmeno dovuto sforzarmi con te, ho iniziato i rituali da subito.
    La verità è che io ho voluto prendere solo il tuo di virus e tutte le conseguenze. Ma solo tue. Tu invece ti stavi innamorando di me e di mille altre come me ti innamorerai. Sei recidivo, sarai recidivo per sempre-.
    Arrivato da dove tutto era iniziato, misi una mano sulla maniglia.
    -Verrebbe da chiedersi chi di noi due abbia davvero la sindrome di Samo.
    E l'altra mano sul cuore.

  • 19 giugno alle ore 20:16
    Nello specchio

    Come comincia: Quando il sonno non si lascia prendere perché rapito e allontanato dalla carica emotiva, lo scrigno del pensiero si apre e, ogni parola che possa evocarlo, sfugge al controllo. Sono infinite le vie che percorre il pensiero e tutte simultaneamente. Lo sguardi della mente corre più veloce di un giga sulle antenne, più potente della luce e di luce s’illumina. E vede. A volo d’uccello fotografa. S’alza sovrano e austero, un silenzio sulle pecche umane, diviene sorriso materno sui figli: emuli per diventare grandi. E sorride il pensiero (simultaneo ai suoi fratelli), sorride. Quel che partorisce il propri mondo interiore, può essere amato e condiviso da altri mondi, ma non potrà mai avere stessi colori e profumate sostanze. Così come un figlio, emulo per crescere, diviene portatore dell’esempio genitoriale, non potrà mai essere “il” genitore, se non se stesso dopo aver partorito se stesso: genitore e figlio. Così “l’altro” non potrà mai essere chi non è. Il sonno che non arriva è un armonico spazio in cui danzano le idee, i profondi sentire. Uno specchio in cui si riflette il sé e quanto il sé circonda: tutto si vede e a tutto, maternamente, si sorride. Il centro, il nucleo sa, che non esiste emulo a confondere l’immagine: chi è parto di se stesso, in ogni specchio trova solo se stesso, la propria immagine.
     

  • 13 giugno alle ore 18:10
    Il prezzo da pagare

    Come comincia: Il prezzo da pagare
    In un grande prato verde, un grillo si confondeva col suo colore. Le sue zampette uncinate, s’aggrappavano agli esili fili d’erba che fungevano da liane. Poco distante, c’era una margherita che aveva appena aperto la sua corolla bianca, ai raggi del sole che la riscaldava. Il grillo stava per spiccare un salto per raggiungerla, quando frenò il suo slancio poiché fu preceduto da una stupenda farfalla che gli prese il posto, coprendo con le sue ali fragili e variopinte, tutto il fiore.
    Il grillo soggiogato dalla sua eleganza e bellezza, rimase ad ammirare la sua livrea che, nel suo insieme, sembrava un bouquet multicolore che irrompeva nella quasi monocromia del verde prato.
    Le sue ali come leggeri ventagli, s’agitavano permettendole di fare di tanto in tanto surplace, le sue zampine fragili sottolineavano ancor di più l’eleganza della sua bellezza. 
    Dopo un breve riposo, sul cuore giallo della margherita, la farfalla spiegò le sue belle ali e si levò in volo. Il grillo che era rimasto nascosto ad ammirarla, si specchiò in una goccia di rugiada e, amaramente, si rese conto del suo aspetto che differiva molto da quello della bellissima farfalla. Poi, fra sé e sé disse:
    “ La natura però è ingiusta, io così brutto, con un naso che prende tutta la faccia, e due occhi sbozzolati dalle orbite e ricoperti da due piccole persiane, con un corpo grosso e goffo su due zampe lunghe e mingherline come trampoli pieghevoli, e come se non bastasse,  le ali, sì perché ci sono le ali che sono nascoste, talmente sono brutte, sotto due code obsolete di un vecchio frac. Senza dimenticare questo colore è quasi sempre verde o marrone, tanto da farmi confondere con i campi, così nessuno mai si accorgerà che esisto!”
    Intanto, la farfalla volava, col sole che le illuminava le ali, quando un signore che camminava sul bordo del campo, munito di un retino, attirò l’attenzione del grillo che smise di borbottare per guardare l’uomo che, a lunghi passi, aveva già raggiunto la farfalla.
    Spensierata la povera sprovveduta, volteggiava nell'aria. Il grillo rimase nascosto mimetizzandosi fra l’erba e impotente, assistette alla cattura della bella farfalla che, finita prima nel retino e poi nelle mani dell’uomo, subì un orribile destino. Il suo gracile corpo fu trafitto da un abominevole spillo e con cura, fu deposto, ancora agonizzante,  in una scatola. Il povero grillo atterrito da tanta crudeltà, suo malgrado, si sentì pervaso da un senso di contentezza per essere stato creato così come era da madre natura, e pensò che infondo, non essere troppo belli per lui non era stato uno svantaggio. Quel che era accaduto alla farfalla gli aveva fatto capire che per tutto c’era un prezzo da pagare, anche quello della bellezza che a volte, trasforma in oggetto del desiderio chi la possiede e suscita gelosia ed invidia in coloro, che come il grillo, non si accettano per come sono.
    Anna Giordano 08/03/2015
     
     
     
     

  • 12 giugno alle ore 16:19
    Se Bruciasse la Città

    Come comincia: Pensavo, mentre facevo il caffè, che nella vita si cambia davvero tanto. Mi è venuta in mente quella canzone "Se bruciasse la città". In quel periodo lì, se fosse bruciata la città, me ne sarei fatta un baffo. Sulla soglia di casa avrei atteso tranquilla e fiduciosa "lui", il mio amore, il supereroe onnipotente e certamente ignifugo, che in un baleno sarebbe accorso, mi avrebbe raccolta con le sue forti braccia rassicuranti, avvolta nel suo mantello anch'esso rigorosamente ignifugo, e mi avrebbe messa in salvo gettandosi impavido fra le fiamme che, intimidite e soggiogate dal nostro amore così immenso, tremolanti e crepitanti, si sarebbero ritirate come le acque del mar Rosso innanzi a Mosè, aprendo un varco per la nostra fuga.
    In quel periodo lì.
    Oggi, se bruciasse la città, chiamerei i pompieri. 

  • 12 giugno alle ore 0:41
    " Cielo "

    Come comincia: Lei si rese conto che il raccontarsi,
    l' essere sincera,
    denudare la sua anima ,
    era offrire al suo ascoltatore proiettili mirati su di lei.
    Il suo modo di essere, la penalizzava in partenza.
    La dolcezza, il suo bisogno d'amore,
    la rendevano tremendamente vulnerabile.
    Non si è stronzi,ci si diventa, il dolore che lacera l'anima è devastante.
    Dei momenti si chiedeva perché...il comportarsi bene attirava immancabilmente le persone meschine, era una calamita.
    Aveva promesso a se stessa che non avrebbe più sofferto,
    che non avrebbe dato più fiducia a nessuno.
    Il così detto "Non accettare le caramelle dagli sconosciuti".
    Ma era sempre lei ad armare chi l'avvicinava.
    Non riusciva ad essere stronza, era più forte di lei dare fiducia.
    Le parole hanno un potere atroce, il credere è micidiale.
    Lei era un libro aperto,
    era giunto il momento di chiudere il libro per sempre.
    Non avrebbe più armato il suo assassino.
    Si, era l'unica soluzione possibile, chiudersi in lei.
    Aveva così tanto amore da dare,
    ed era veramente un delitto rinunciare a darlo.
    Ma l'amore è una cosa rara, preziosa, speciale,
    e non si dà a chiunque.
    Ed oggi ci sono troppi " chiunque" che non lo meritano.
    Così prese l'amore, tutto quello che aveva dentro e fuori di lei,
    lo accarezzò, come si accarezza una cosa fragile,
    delicata, magica, unica e lo chiuse per sempre.
    Poi alzò lo sguardo al cielo, contemplò il blu e sorrise,
    a testa alta avanzò per la sua vita.
    @quil@blu59

  • 10 giugno alle ore 18:18
    La carezza

    Come comincia: “Mi piace”, pochi bytes, un ciao, un assenso, un consenso, solo un dito su di un tasto, da chi, in realtà, non conosciamo, in questo marchingegno, falso distributore di illusioni, di interazione, amicizia e affetto. Ci siamo ridotti a questo, nella nostra disperata solitudine. L'interazione vera, ad personam, è estremamente più difficile. Implica un'aurea particolare, che non sempre ci coinvolge. I sensi, giudici tremendi, ci fanno accettare o scartare l'altro, a volte nella nostra inconsapevolezza. Il reale vuole questo, è un filtro severissimo. Un odore, un colore, un vezzo ci possono attirare o far fuggire. Nel web, i giochi mutano; riversiamo la nostra fantasia, modelliamo fantasmi, costruiamo giocattolini che vorremmo esser sicuri di aver trovato. Ci accontentiamo anche di una trappola, un quadratino di fotografia di vent'anni fa ci appaga, tanto da non premunirci ad una delusione. Perchè la delusione non va da essere! Ma in milioni d'anni l'uomo può essere giunto a questo baratto mediatico: io non ti do una carezza, ma ti dico “mi piace”, qualsiasi cosa tu posti. Il contatto di una mano è pura magia interattiva. Ve lo dice un medico. L'ammalato non vuole la tac, lo scanner, la telecamera nello stomaco. Vuole una mano che lo tocchi. Gli sciamani lo avevano già capito. Anche il bimbo nella bua della pancina vuole la mano della madre, unico vero rimedio salutare. L'alba doveva ancora sorgere, quella mattina sul vulcano Bromo, nell'isola di Giava. Freddo, altitudine, buio senza luna. “Dottore, c'è una turista francese che sta molto male, venga”. Solo un'ombra stesa, un respiro affannoso, il lampo di uno sguardo. Le accarezzai il volto teneramente. “Respira con me, più lentamente, ti prego.” Due esseri, nel buio, sconosciuti erano uniti da un contatto, di cui ignoravamo entrambi l'effetto. Ricordo che nella polverosa discesa, mi raggiunse. Mi è rimasto ancora il suo sorriso.

  • 10 giugno alle ore 18:16
    Femminicidio

    Come comincia: FEMMINICIDI …

    “Mobilitiamo il paese!” Beh! Detto da una presidente della Camera, può essere rassicurante. Ma non si tratta di arginare alluvioni, tempeste, terremoti, ne d'invasione di cinghiali, di lupi, di blatte, di zanzare tigre. Sono in oggetto, strani individui, pseudo conosciuti, detti uomini. Può essere mai? E' pur vero che questi animaletti, perchè da questo regno provengono, hanno dato vita ad un Leonardo, a un Michelangelo, ma è da tener conto che, da quando si sono fregiati del titolo razza umana, se le sono date di santa ragione, con mazze chiodate e bombe atomiche. E continuano a darne esempio giornaliero, uccidendo bambini, donne e vecchi, a migliaia con l'incuranza di tutti. Il femminicidio avviene in casa nostra, o meglio potrebbe sempre avvenire, e questo massimamente ci disturba. Ci reca angoscia. Da qui il falso nostro scandalo altruistico. Abbiamo da proteggere il nostro clan da pericoli prossimi. La guerra? Le guerre sono lontane. Ne siamo temporaneamente al sicuro. Ignoriamo un germe, o meglio una frazione del nostro seme, un pezzetto d'elica del DNA, per essere alla page, che si trascina dietro, dall'alba dell'esistenza della vita, il feticcio dell'aggressività. A lei dobbiamo, l'evoluzione delle specie, la selezione, il progresso da animale unicellulare ad aggregazione, massimamente intelligente, l'uomo. Ora, a ben pensarci, forse non ci potrebbe più interessare, i giochi sono fatti, anzi ci distruba, in certe sue evidenziazioni. Manca la medicina, e ce la dobbiamo tenere, questa dea cattiva del nostro animo. Theodor Adorno asseriva che il nucleo fondamentale dell'aggressività umana nasceva nella famiglia. Qui, con il gioco della “patata bollente”, buttata centrifugatamente fuori, per liberarsene, passava alle relazioni interfamigliari, poi ai clan di lavoro, di studio, di sport. Sempre avanti in partiti, in ideologie sino alla....GUERRA. Lì, aveva modo di scatenarsi in ogni sua maniera. Sì, la guerra era generata dalla cacciata dell'aggressività dal seno della FAMIGLIA, per la sua temporanea salvezza. Ed è la famiglia il soggetto da curare, aiutare, andare in soccorso. Qui deve intervenire la politica sociale, con saggezza, studio, impegni di capitali. Eviteremmo quante guerre? Quindi Presidente Boldrini, mobilitiamo il paese a favore della famiglia.

  • 10 giugno alle ore 15:57
    Una Donna da Autostrada

    Come comincia: Sono le tre del mattino quando suona la sveglia. Lì per lì lei si sveglia controvoglia, raggiunge la sveglia per farla tacere e si gira dall’altra parte. Ma è solo per pochi attimi; quando la coscienza la raggiunge, salta fuori dal letto, corre in cucina e mette al fuoco la caffettiera che ha già preparato la sera prima. Apre lo sportello della credenza e prende il thermos. Intanto corre nel bagno e si lava in fretta, già la sera precedente si è occupata del suo corpo, del viso, dei capelli, vuole essere perfetta. Torna in cucina al brontolio della moka e respira l’aroma del caffè. Riempie il thermos e aggiunge la grappa, quella che ci sta. Torna nel bagno a truccarsi con attenzione e a pettinarsi i voluminosi capelli. Si guarda nello specchio, si piace, è contenta e non vede l’ora di uscire. E’ buio fuori, ascolta i suoi passi che si avviano verso l’automobile. Sale in auto e va all’appuntamento. Guida a lungo, si dirige fuori città, imbocca l’autostrada e percorre circa 80 chilometri. A quell’ora ci sono in circolazione solo automezzi pesanti, lei raggiunge la solita area di sosta dove alcuni autotreni sono fermi presumibilmente in pausa di sonno per gli autisti. Anche lei posteggia la sua piccola auto, e aspetta. E’ un po’ inquieta, è sempre inquieta nel buio della notte ferma nella piazzola, ma cerca di non pensare agli eventuali pericoli. Guarda continuamente nello specchietto retrovisore, lui non dovrebbe tardare. Ormai riconosce il camion anche solo dai fari. Lo vede arrivare e mettere la freccia a destra, ecco adesso si sente più sicura. Il cuore le batte in gola ,mentre lui posteggia a pochi metri dalla sua auto. Poi lui scende dal camion, lentamente, lei ama la sua flemma, la sigaretta in bocca, il sorriso appena abbozzato, l’andatura felina, lei è pazza di lui. Lui raggiunge l’auto e le si siede accanto. Lei gli porge le labbra, il thermos con il caffè bollente e la grappa.  Si guardano e il rito si ripete. “Andiamo sul camion”. E lì si amano, come capita ormai da tempo, quasi tutte le mattine. Le tendine intorno alla cuccetta sono tirate, i vetri appannati, il loro è un piccolissimo mondo intimo, fumoso, esclusivo. Passione o amore? Difficile dirlo. Ma stamattina ecco un fuori programma. Ad un tratto forti colpi contro le portiere del camion. Un’auto della Polizia Stradale è lì ferma e la coppia cerca di rendersi presentabile in pochi secondi. I poliziotti chiedono di scendere, hanno le rivoltelle in mano. Lui è preoccupato, a lei scappa da ridere e nota che un poliziotto è giovane e l’altro è anziano e assomiglia in modo impressionante a Vittorio De Sica. Chiedono i documenti, ma all’anziano è subito chiaro di essere di fronte soltanto ad una coppia di amanti clandestini, e non a criminali trafficanti di chissà cosa. Il giovane è più grintoso, prende i documenti e va in auto a telefonare, ma torna sconfitto. Nel frattempo lo pseudo De Sica si rivolge e lei: allora signorina, come la mettiamo? Ma sorride sornione. E lei, rassicurata, trova il coraggio di scherzare...”abbia pazienza, sono una donna da autostrada”.

  • 06 giugno alle ore 7:43
    all'alba

    Come comincia: al silenzio del maestrale Antia si era portata con tutte le sue forze.
    Davanti al liquido blu un solo brivido freddo . L’alba abitava inaspettata.
    -Allora madre posso andare?- le disse Maurizio nel sussurro leggero.
    Antia alzò lo sguardo, ma solo per intrecciare gli occhi di un figlio.
    Una linea d’acqua li separava. Un sogno. L’incognita fisica che sbiadiva durante l’immagine. La scomparsa.
    Era un cerchio d’arco.
    Il tremore di Antia verso l’infinito. L’infinito nella consapevolezza di un’assenza assonnata all’infinito.
    Cadevano occhi gonfi e contabili limate amare.
    Tristemente in simbiosi con gli aironi che strappavano
    una vescica dentro viscere imperfette.
    -Chi vivrebbe mai nel frangente di un rammendo?- si chiese inghiottendo la passione svuotata mentre Maurizio esondava energia tra lembi sbroccati di sole.
    Antia sentii la sua voce dolcissima.
    -Madre ecco come volano gli uccelli.-
    E poi un’ombra. Il mistero. Un dolore assordante.
    Lei rimase ai groppi del vetro fino all’ultimo. Completamente in solitudine.

  • 05 giugno alle ore 22:41
    Mare d'inverno

    Come comincia: Mare d'inverno. Quando il vento sferza il viso e si impigliano i capelli sulla bocca in un miscuglio di salsedine e lacrime. Era arrivata lì alla spiaggia guidando mezza ubriaca dopo una notte insonne. Giusi amava quel posto di secchielli nascosti nel tempo di estati scintillanti con i bambini che urlavano e le radioline accese. Le sembrava di sentire l'unto della crema dall'odore di cocco sulle mani mentre si spalmava le gambe ed i fiocchi sfilacciati del costume a righe. Ad un tratto vide la sagoma arenata più in là e si avvicinò pian piano. Era un grande uccello con un'ala spezzata che giaceva inerme portato da quel mare d'inverno. Non se ne era accorta, così immersa nei pensieri o forse era stato buttato a riva improvvisamente in pochi attimi. Si chinò e ne colse la tristezza del becco, si specchio' in quelle piume fradice e snervate. La mente vagava. Il telefono con i messaggi. Il tonfo al cuore. Una vita in bilico. Bianco e nero confusi tra un velo misterioso di apparenti incongruenze. Vuoto. Era vuoto il dolore delle cose andate, portate dalla marea che col suo ondeggiante ritorno fa invecchiare. Torno' a guardarlo ma non era più lui, era una medusa rosa squartata nella sua gelatina, i tentacoli velenosi  galleggiavano sulla schiuma del mare. Penso' a sua madre, alla sua bellezza arrabbiata e avvinghiata ad un amore inutile e le sembrò che affondasse inghiottita dalla sabbia. L'orizzonte sembrava spegnersi e Giusi penso' che si stava facendo tardi, non c'era altro tempo per dare respiro ai pensieri . Per fortuna siamo mercé delle giornate che finiscono, sarebbe insostenibile un tempo eterno terreno, così infarcito di turbamenti. Ora li a riva era comparso uno strano groviglio di reti e alghe, l'invito ad un ultimo sguardo. Giusi si inginocchiò e vide brillare una luce splendente come una pietra rara. Accanto uno strano animale verde ed attorcigliato si muoveva. Penso' di impazzire ma il presagio divento' certezza: lei stava dentro ad un sogno, intrappolata nelle sue ansie. Fu il pianto di suo figlio a svegliarla, lascio' a malincuore l'immagine del grande uccello che si librava dal mare impetuoso verso il vento. La vita si trasforma, muore l'amore, si fa veleno, risorge. Eterna danza mescola buio e luce, estate ed inverno. Uno contiene l'altro, un dilemma conoscere la via verso il cielo. 
     

  • 04 giugno alle ore 23:37
    La strage la notte e la follia

    Come comincia: 4 giugno 1944

    Il cielo era grigio, come la fossa scavata dalle bombe.
    Respirai la polvere bruciata dei bossoli sparpagliati, li, sulla terra bagnata, erano ancora caldi.
    Un colpo di pistola, uno solo, uno per ciascuno, l’indice sul grilletto, uno scoppio sordo, confuso tra la pioggia battente e l’ira dei tuoni.
    Avevo sentito distintamente due spari, poi tornarono di nuovo nel capanno e presero Giacomo, lo trascinarono fuori ma lui si divincolò dalla presa e scappò via verso qualche direzione.
    L’ululato di una mitragliatrice lo raggiunse e se lo portò via insieme a tutti i giorni, ai mesi e agli anni che gli restavano ancora da vivere .
    Ritornarono ancora e fu la volta del quarto, il quinto e ancora un altro. I corpi giacevano ammucchiati uno sull’altro nella fossa scura.
    All’improvviso le urla laceranti di un ragazzino di tredici anni si levarono dal capanno.
    Le grida disperate di Giuseppe trapanarono il cervello di uno dei soldati e per un attimo il bagliore di un’umanità perduta incrinò la ferocia assassina del boia; ma fu solo un attimo.
    Lo presero strappandolo da una selva di braccia che non volevano lasciarlo andar via. Suo zio, Antonio lo strinse a se fino alla fine.
    I predatori avevano fretta di soffocare nel silenzio quelle urla insopportabili che si aggrappavano alle loro coscienze. Era solo un agnellino; in un altro luogo e in un altro tempo avrebbe respirato le stagioni e il fluire circolare del tempo.
    Si sarebbe avventurato per quei crinali lievi e avrebbe sentito gli odori della salvia e del ginepro e avrebbe corso sotto la pioggia e avrebbe segnato sentieri tra la neve e poi si sarebbe sdraiato sull’erba fresca e avrebbe guardato il suo gregge al pascolo.
    Ma nulla di tutto questo sarebbe mai accaduto. Quel giorno, Giuseppe era solo il prossimo, un altro ancora e poi ancora, e ancora, fino all’ultimo; poi presero me.
    Due soldati mi trascinarono fino al bordo estremo della fossa, ancora pochi respiri e tutto sarebbe finito. Guardavo i corpi dei compagni che mi avevano preceduto e mi sembravano cose, oggetti bagnati, inutili bagattelle ammucchiate sotto un temporale estivo.
    Sentii il ferro gelido della pistola dietro la nuca. Quanto dura l’istante che ti separa dalla morte? Quanto conta il tempo che ancora respiri un istante prima della fine? Che sapore ha l’aria che ti attraversa i polmoni prima che questi si fermino di pulsare? E quanto brucia il sangue che scorre nelle vene prima che il cuore esaurisca l’ultimo battito?
    Sentii distintamente lo scoppio del colpo assestato sul proiettile che mi aprì uno squarcio alla base del cranio. Il calore intenso di un fuoco incandescente inondò i miei sensi
    Emisi una specie di grido soffocato come se la vita che mi stava abbandonando non volesse portarsi via l’antico dolore della mia gente. Un dolore che ci tramandavamo di generazione in generazione abituati come eravamo a soffrire. Era il dolore di esistere che avevo ereditato da mio padre ed era lo stesso dolore che avrei lasciato a chi mi avrebbe trovato in fondo a quella fossa.
    Alla pioggia fredda che mi bagnava i capelli si mescolò il sangue caldo e l’odore acre della polvere da sparo, poi le lacrime e il sudore e brandelli di pensieri che danzavano attorno al mondo che si disfaceva davanti a me. Poi fu il buio.
    Crollai sui corpi dei miei compagni, ero immobile, muto, abbandonato come una cosa inutile ma non ero ancora morto. Sentivo il gelo e un’infinita stanchezza. Stavo morendo ma non serbavo odio. Aspettavo la fine. Pensai a mia madre, ai miei fratelli, a Elena; ci dovevamo sposare a ottobre; guardai il cielo grigio sopra di me, poi, l’anima scivolò via.
    Il crepitio degli spari che avevano risuonato sinistri per i pendii dei poggi era terminato mentre un silenzio cupo si era impadronito della radura circostante. La stazione ferroviaria era deserta e davanti alla rimessa il gruppetto di soldati restò immobile, come in attesa.

  • 04 giugno alle ore 20:39
    Stralci di pensieri

    Come comincia: Stralci di pensieri
    La fantasia, sovente, irrompeva nel tumulto della sua anima, come pellicola rivestiva la realtà. Aveva il potere di trasformare le brutture, i pesi schiaccianti, in voli che, se pur illusori, si libravano nella verginità di ogni singolo pensiero. La vita prostrava, con il suo logorante altalenare, gli eventi rotolavano nella sua vita come enormi sassi smottanti su un territorio a continuo rischio sismico; bisognava attingere continuamente dalla riserva di forza interiore, costantemente messa a dura prova, trovare un appiglio per dare senso a tutto quello che un senso non lo aveva. Sara accettava passivamente solo in apparenza, dentro di lei c’era un subbuglio di consapevolezze che, ogni giorno di più, diventavano certezze. 

  • Come comincia: Siamo qui, distesi pelle contro pelle, in un incastro d’anima, divorati avidamente in ogni fibra, avvolti dalle molteplici sfumature del nostro essere, immersi nella magia della notte. Tra le mani il libro intinto d’inchiostro rosso, dove le parole disegnano lo spazio occupato dal mio tempo nel tuo tempo, ermetici suoni sul pentagramma di privilegiate note solo per il tuo udito. Tu che leggi per me variando il timbro vocale a ogni cambio d’intensità, scivolandomi dentro in un susseguirsi di vibrati, colorando ogni sillaba di gesti; la somma delle mie parole, fluttuante, racchiusa in quegli attimi infiniti, mischiata al sangue preme impetuosa nelle vene, complice dei sensi. Una sensazione indescrivibile, una sorta di vuoto pieno di emozioni che pulsano dall'interno fino ai confini esterni della pelle, un solletico di un avido bacio sul ventre.
     

  • 01 giugno alle ore 23:32

    Come comincia: Ho visto: girandole di parole frodare l'anima più fragile, più semplice, più sensibile. Ho visto: girare ombre su ogni chiara bellezza e renderla timida, timorosa, fragile. Ho visto: tremenda speculazione infrangere ogni certezza, tradire ogni sogno, ogni delicata offerta. Ho visto anime naufragare sotto colpi di remi di speculatori arditi: anime inchiostrate di malefici colori, di odore di soldi nei pori. Ho visto donne sparire sotto l'ombra di perfidi/precari disegni dei loro uomini. Ho visto crollare uomini e donne sotto subdoli giochi di potere. Ho visto crollare il cielo su gabbiani innocenti, e su mari puri e ardimentosi. Ho visto il dubbio farsi strada e il timore riempire l'aria. Ho visto lo scuro dare vita al chiaro, e il chiaro dare risposte alla Vita. La Vita vince, sempre e comunque. Così ho visto.

  • 01 giugno alle ore 17:50
    ME NE ANDRO' SERENO

    Come comincia: ME NE ANDRO’ SERENO
    Un po’ a malincuore devo riconoscere che l’unica materia di cui sono veramente esperto è la Morte. Ne conosco caratteristiche e dettagli poiché i Viaggi Astrali non sono altro che piccole anticipazioni di ciò che andremo a trovare/creare nell’Aldilà e, ad oggi, credo di aver superato le 1000 esperienze extracorporee. Con questa premessa è ovvio che una delle domande che mi viene rivolta con più frequenza è quella relativa all’atteggiamento da avere per un passaggio più sereno possibile ed in pace con tutte le Dimensioni. Come ho provato a spiegare più volte e, come ho scritto nel Manuale per Sopravvivere dopo la Morte, l’ingresso nell’Aldilà dipende da diversi fattori : prima di tutto dalla Consapevolezza raggiunta dall’individuo, poi da tipo di morte subita, dalle aspettative e dalle esperienze realizzate in vita, e ovviamente dalla capacità di perdonarsi eventuali sensi di colpa o “ peccati “. In questa sorta di “ limbo “ un po’ trovato un po’ creato è ovvio che non siamo soli e che tante energie e sentimenti confluiscono e contribuiscono alla comprensione di questo delicato passaggio. E’ anche vero però che, spesso, il rifiuto dell’evento o la repentinità della morte portano l’ Energia Anima dell’individuo a creare uno scenario tutto suo, in stretta relazione con la Dimensione Reale, ed egli rifiuta qualsiasi suggerimento ed “aiuto “. In pratica come se il soggetto si rinchiudesse in una stanza e sfuggisse ad ogni tentativo di contatto da parte di chi vorrebbe accelerare la comprensione del nuovo stato. Con queste considerazioni non credo che ci sia la ricetta magica per morire serenamente, ma di sicuro possono esserci consigli e suggerimenti per far si che la percentuale di probabile serenità sia più alta rispetto ad una condizione più passiva nei confronti del passaggio dimensionale. Odio,Rancori, Frustrazioni, Invidie, Sensi di Colpa, Gelosie, Desiderio di Vendetta, e Insoddisfazioni varie sono nemici giurati di una morte serena, ma anche le Prevaricazioni, i Soprusi, le Violenze e tutte le azioni scaturite dai sentimenti sopraelencati, dalla rabbia, dal desiderio di profitto o dall’intolleranza sono fardelli indescrivibilmente pesanti per chi desidera “spiccare in volo” in santa pace. Gesù, alcuni Santi e altri grandi illuminati non predicavano la bontà e la generosità per un ideale religioso nei confronti di un Dio buono, ma perché consapevoli delle difficoltà che avrebbe creato un comportamento diverso nel momento del trapasso e nei “ periodi “ seguenti. Il Sacramento dell’ Estrema Unzione nel desiderio intrinseco di “ far pentire “ il moribondo, tra i suoi tanti significati e scopi ha anche quello di alleggerire la Coscienza del “ peccatore “ in modo tale da renderlo più sereno al giungere della Morte, convinto di aver espiato i suoi peccati con un rapido pentimento. Non voglio addentrarmi troppo in ambito religioso, ma dar modo ad una persona morente di “ scusarsi “ di fronte ad un’autorità riconosciuta in campo spirituale è un valido sistema per creare una sorta di effetto “ placebo “ che rasserena e tranquillizza il moribondo nei suoi eventuali sensi di colpa e conseguentemente gli facilità il passaggio dimensionale.
    Giungere all’Estrema Unzione vuol dire comunque arrivare a comprendere che da li a breve, ci sarà l’evento Morte e, valido o no, abbiamo ancora qualche minuti o secondo per ritagliarci una morte serena, analizzando i propri stati d’animo e pentendosi di eventuali colpe che ci sentiamo addosso. Purtroppo però, tante morti avvengono in modo repentino ed inaspettato, senza concederci il tempo necessario per abbandonare i sentimenti negativi e tentare di avere una morte serena. Qual è dunque il segreto per “ andarsene in pace “ ? Semplice, basta non attendere gli ultimi istanti per liberarsi delle nostre colpe, ma sfruttare, per farlo,  tutta la nostra vita. Un’esistenza il più possibile priva di odio, rancore, invidia, sensi di colpa, frustrazioni ecc.. E’ il Segreto per una morte serena è l’inizio di una nuova esperienza energetica fatta emozioni , informazioni , sentimenti, pensieri e tanti piacevoli ricordi.
     

  • 01 giugno alle ore 0:23
    Amcron

    Come comincia: Amcron
     
     
     
    Paul era convinto di essere sveglio.
    Il sole era alto nel cielo e il vento da mare spazzava il nettare di piante selvatiche amalgamandole al sale di cui era pregno.
    Paul inalò in fretta percependo una sensazione di sollievo come se un grosso peso si fosse improvvisamente dissolto.
    A una ventina di passi, sorretto da rami, un telo in canapa indicava il ricovero della notte.
    Ai bordi della radura in cui si trovava, alti e robusti tronchi si univano a rampicanti tracciando sentieri estranei.
    Riassettò il panciotto e la camicia nel pantalone colore cachi.
    Allisciò l’esile cravattino, portandolo al centro.
    Ai piedi non aveva calze né scarpe.
    Una voce di donna interruppe le cure.
    Si voltò ad accoglierla.
    Fu subito attratto dal viso tondo e da occhi luminosi che gli venivano incontro.
    <Penseremo a lui! >, disse appena fu vicina.
    Paul portò le mani nelle tasche e la ragazza, accompagnò con affetto la mano alla sua spalla a dare calore, forza.
    Paul avvertì un senso di pace dal contatto.
    Poi lei si fece al fianco incrociando l’avambraccio con il suo.
    Un camice bianco e lungo, il suo vestito
    Sbarazzina tirò da un lato i capelli dorati come il sole e lo condusse verso la tenda.
    Paul assecondò, i modi della giovane lo incuriosivano.
    Cercò più volte di sbirciare i tratti e vedere i suoi riflessi in quelli azzurri.
    Alla ragazza venne da ridere:< Che cosa fai?>, disse.
    Dovettero schivare una serie di oggetti indefiniti sul percorso, composti di valige smembrate e cocci.
    <Rimetteremo a posto ciò che è buono!>, propose la donna chinandosi a raccogliere delle vesti.
    Paul annuì.
    Non aveva idea del posto e la memoria non lo aiutava.
    Perfino i colori erano eccessivamente vividi perché fossero reali.
    Se ne rendeva conto e importava, meno.
    <Dov’è?>, domandò osservando l’interno deprimente del riparo.
    < Lassù! > rispose lei prontamente; andando a individuare con la punta del dito la cima di un albero assai cresciuta.
    Paul dovette guardare a lungo, fino a distinguere nel fogliame il volto tenero di un bambino dai capelli castani e fragili.
    <Ecco dove si era cacciato!>, esclamò allora, contemplando la capacità del giovane a mimetizzarsi.
    < Sai di chi e cosa è figlio, ma è un bambino buono!>.
    Paul annuì nuovamente.
    < Questo è latte! Bevine ti farà bene!>, propose la ragazza.
    Ore dopo, calò la notte recando il freddo.
    Chiusi all’interno del fragile riparo c’era Paul, la donna bionda che aveva incontrato al mattino e un bambino di pochi anni.
    Paul ritenne di avere la febbre.
    I brividi scuotevano le membra.
    Avvertì una mano delicata tastare la fronte.
    Poi l’oscurità e gli incubi presero il sopravvento anche sulla mente.
    La luce si riaccese all’improvviso
    Non era energica come il mattino ma fioca, da forza elettrica.
    Paul si trovava tra pareti metalliche rivettate.
    Oltre un oblò, il panorama cambiava velocemente.
    Considerò di essere seduto a un bancone circolare.
    In quella sala dai tavoli metallici, era solo.
    Sotto i piedi, il pulsare sordo di un motore.
    Ricche quantità d’acqua si riversavano dalla sopraccoperta disperdendosi nei livelli sottostanti.
    Una penetrò nella sala inzuppando le scarpe.
    Non vi badò più di tanto.
    Era attratto da un delicato accendino in oro massiccio che recava in mano.
    L’oggetto aveva un pendente al quale era fissata un’ovale anch’essa d’oro.
    Strinse il palmo pensando fosse una cosa esclusiva, il genere di oggetto posseduto da una persona importante.
    Individuò sull’ellittico un comando centrale che spinse e quanto accadde lo stupì.
    Al tocco l’oggetto si trasformava in una croce uncinata.
    Continuò a premere innumerevoli volte il bottone e a ogni occasione, la svastica si chiudeva o riapriva perfettamente e senza l’apparenza di farlo grazie a un marchingegno che indubbiamente doveva possedere.
    Passò più volte le dita sopra di essa perfettamente smussata.
    Ebbe l’impressione che un uomo passasse per il corridoio.
    Lo rincorse.
    Di certo era una figura alta e prestante più di lui.
    Noto del sangue gocciare dalla camicia all’altezza della scapola sinistra.
    Il rivolo lordava fino al fianco.
    L’uomo sembrava non curarsene.
    Urlò: < Mein Führer>, ma questi non si voltò.
    La figura scomparve alla prima svolta del corridoio.
    Fu allora che udì una musica che non ricordava.
    Ottoni e tamburi incalzavano crescendo in sottofondo e di numero, e a essi si aggiungevano parole pronunciate in una lingua straniera, che comprendeva perfettamente.
    Erano odi per una donna abbandonata a casa, unite alla sete di conquista di una razza che ritiene, essere assoluta.
    Lo tradusse come canto di orrore e annuncio di morte…
    Gettò l’accendino sul tavolo, affrettandosi alle mura e osservare l’oceano.
    Era mosso e schiumoso come mai visto.
    Flotte di fantasmi somiglianti a soldati sorgevano dalle acque sotto la nave, stipati in barconi di legno diretti verso terra.
    Navigavano un’infinità scura quanto la notte.
    Così, il Führer in fuga dava corso al progetto più soprannaturale e malato che avesse mai ordito, quello di rianimare le anime dei morti tramite una macchina costruita negli ultimi giorni della guerra e con cui sperare di cambiare la sorte.
    Paul salì fino al comando per ordinare agli uomini di dare forza ai motori al bastimento capace di solcare il mare alla velocità degli aliscafi.
    <Mio Dio, svegliati!> implorò la voce.
    <Quanti erano i sosia?> disse pensando che era toccato a lui condurre in salvo quello vero.
    < Pensiamo a suo figlio ora. E’ solo un bambino…>.
    Le sequenze del bastimento che penetra nel porto a gran velocità e la gente che fugge dal molo per salvare la vita sono le ultime che lascia per domandare:
    < Lizbeth, il congegno che fa rivivere i soldati dov’è?>.
    <E’ distrutto e in fondo al mare. Nessuno potrà ricostruirlo…>:
    <Dio sia lodato! >
    Paul Hartmann morì al sorgere del sole.
    Lizbeth crebbe il ragazzo.
     

  • 28 maggio alle ore 16:37
    Il più sfigato

    Come comincia: La nostra vita è un lungo srotolarsi di eventi, i più vari… senza che ce ne sia uno che si sia svolto in modo preciso, uguale a come l’abbiamo pensato o programmato. Eventi positivi che ci hanno regalato attimi sereni o felici ma anche eventi negativi con il loro corollario di sofferenze e dolori. E, il più delle volte, noi lì a guardare, spettatori inermi mentre intorno il mondo girava a velocità astrali e uomini belli, forti e imbattibili vivevano una vita da star nel luminoso palcoscenico dei vip.
    Uomini super o supereroi. Personaggi che di solito vivono nella fantasia degli scrittori,  animano intere pagine di fumetti più o meno famosi e sono ammirati per le loro gesta al di sopra delle umane forze... gesta da superman, appunto.
    Nella vita reale difficile incontrarne uno. Eroi che vantano salvataggi di intere flotte di naufraghi, di città che bruciano sotto incendi dolosi. L’eroe che possiamo incontrare noi comuni mortali al massimo ha evitato uno scippo o si è tuffato vestito in un fiume per trarre in salvo un uomo che voleva annegare.
    I grandi eroi a noi non è dato conoscere o almeno se non in molto ma molto sporadico. Per questo credo che non siano così amati come forse meriterebbero. La distanza che li divide da noi, esseri umili e per nulla potenti, è tale che difficilmente permette di approfondirne la conoscenza, di entrare in un empatia emotiva con loro che li renda amabili o inneschi la gestazione che dia vita all’amicizia o altro nobile sentimento. Tutt’al più vengono idealizzati, identificati con una divinità che rimane comunque lontana dal mondo materiale.
    Quindi la nostra simpatia più facilmente nasce per chi come noi, lotta quotidianamente con gli eventi del mondo, che cerca di superare le difficoltà con i deboli mezzi che ogni uomo ha a disposizione.
    E più è sfigato e più tutto gli va male, più ci sentiamo vicini a lui e ci sembra che le corde della simpatia e della condivisione vibrino decisamente. I nostri sensi di contro, o forse è solo una distorsione generata dal nostro schierarsi a sfavore,  ci rimandano un’immagine arrogante, superba e distaccata del superman di turno. Ci sembra privo di sensibilità e emozioni umane, mentre troviamo che la sua persona esondi narcisistiche pose da copertina di riviste patinate.
    A chi veste lo scomodo abito dell’antieroe attribuiamo bontà e umiltà e per lui nutriamo trasporto e simpatia... e, a guardarlo bene, troviamo nei suoi occhi lo sguardo umido e dolcissimo del bastardino che a volte ci segue e non chiede altro che un pezzo di pane che ripagherà mille volte con il suo affetto.
     

  • 28 maggio alle ore 11:45
    " Serial love"

    Come comincia: Ascoltava il mare e rivedeva il suo sorriso,
    quando le diceva" ecco, questo sono io".
    E lei gli aveva creduto semplicemente.
    Oggi a distanza di anni, quel ricordo tornava.
    La semplicità di quei momenti,
    quando tutto in loro sembrava così naturale.
    Avrebbe scoperto nel tempo,
    che era stato un piano premeditato da lui.
    Aveva studiato attentamente , il suo essere donna,
    le sue fragilità, i suoi sogni, i suoi desideri.
    Aveva fatto di lei un boccone, per lui era stato così facile.
    Un serial love,uno di quelli che non hanno nessuno scrupolo,
    che hanno un tasso di cinismo così elevato, quanto il loro ego.
    Un uomo così comune, da non far pensare mai ciò che veramente era.
    Era stata un giocattolo nelle sue mani,
    era riuscito a denudarle l'anima,
    lei che era sempre stata una persona responsabile,
    si era persa in lui naturalmente, come acqua che scorre.
    Così si perdeva in quei ricordi intensi e dolorosi.
    Già,ma tutto ha una fine,ed ora era lì con quei ricordi nelle sue mani.
    Li prese accarezzandoli, li guardò per l'ultima volta e li fece volare nel cielo.
    Come piccole ali di farfalle variopinte, volaro via.
    E lei sorrise di ciò che era stato, o, non era stato.
    @quil@blu59

     

  • 26 maggio alle ore 11:11
    Lettera ad un sogno prezioso

    Come comincia: Caro sogno prezioso, 
    vorrei portarti con me su ogni strada per lasciarti un po' sporcare con la polvere di tutta quella vita respirata dall'asfalto, dai prati, dai palazzi e da tutta quella gente che percorre un cammino nell'assordante imbrunire delle stagioni che passano... 
    Vorrei vederti crescere con quella giusta dose di sacrificio, rinascita e coraggio che servono per tramutarti in realtà. Vorrei vederti accogliere i miei sorrisi e nutrirti con la stessa essenza materna che concede, al mondo intero, la possibilità e la forza di credere ancora in una miriade di altri sogni.

  • 18 maggio alle ore 10:14
    UNA FIGONA COSI'

    Come comincia: Uffa che noia, che noia, che noia…così recitava una attrice i tv ed era quello che provava Alberto al mare. In pieno agosto, spiaggia affollatissima, gran casino  intorno a lui. Solita lettura del quotidiano , solite notizie spiacevoli: maschietti che per motivi più eterogenei fanno fuori mogli e conviventi, litigiosità di partiti che non interessa più nessun lettore ed altre notizie che facevano in modo che l’Albertone nella spiaggia di Lido di Camaiore antistante l’albergo dove alloggiava con moglie e cognata nubile. Messo da parte il giornale stava per farsi accarezzare dalle onde quando una visione celestiale…si non c’era altro aggettivo dinanzi alla visione di una  fi..na che più fi..na non si può: giudicate voi: castana con  mèches bionde, altezza circa 1,75, fronte intelligente, occhi verdissimi, naso all’insù (Alberto non  amava nelle donne i nasi lunghi, sembravano dei travestiti)  labbra carnose non a canotto , seni  forza tre-quattro, vita strettissima tipo quelle americane che si fanno togliere due costole, (si così aveva letto sul New York Time) gambe chilometriche e piedi lunghi e stretti, bellissimi (Alberto un po’ feticista lo era). La visione aveva fatto cadere dalle mani del succitato il chinotto Neri, quel famoso chinotto che non è chinotto se non c’è l’8. Una risata argentina dell’interessata seguita da quella delle due sorelle poco distanti, su di lui con  i segni della colata della bevanda. Dopo quella figura da Emilio Fede (si proprio quella) al povero quarantenne 1,80 gran bella figura maschile (in quel momento figura di c…zo) non restò altro che buttarsi fra le onde …Prima o poi dovette riprendere terra e avviarsi dentro la fida Jaguar in attesa di moglie e cognata.
    Sdraiato sul sedile posteriore, aria condizionata in funzione attese pazientemente i rinforzi per ritornare in albergo. Nessun commento, i due coniugi si capivano bene anche senza parlare, Anna era abituato alle scappatelle del consorte, ormai le conosceva bene, le tollerava, la fine delle stesse era un regalo di pregio in gioielleria (il consorte era molto agiato di famiglia).  Anna non aveva voluto lasciare il lavoro in uno studio di avvocato, voleva soldi suoi.
    Ritorno sulla spiaggia per ora non se parlava proprio e allora come passare il tempo? Alberto vide un cartellone che reclamizzava un circolo del golf; detto fatto, iscrizione allo stesso ed acquisto del materiale interessato. Grandi ossequi da parte del direttore, consegna di una auto elettrica e via nel green. Un caddy a lui assegnato lo consigliava con aria di sufficienza ed Albertone lo cambiò con altro, di colore, meno spocchioso. Aveva trovato il modo di passare la mattinata, pomeriggio pisolino d’uopo e poi andata al circolo del Golf  da spettatore ai giocatori del bridge (gioco da lui mai amato) con cui aveva stretto amicizia,tra ricconi ci si intende subito! Dopo cena passeggiata con gelato e poi tra le lenzuola e, piuttosto spesso, code sessuali nelle quali era piuttosto bravo con moderata gioia della consorte. Quest’ultima lo mise al corrente delle cose personali della fi…na. Padre siciliano, madre svedese, classico nome, Ingrid, due figlie gemelle sedicenni,  nessun amante ufficiale.
    Finalmente ritorno sulla spiaggia un po’ imbarazzato lui, allegra e sorridente la siculo-svedese che nel frattempo aveva fatto amicizia con consorte e cognata la quale non dimostrava molta gioia di quella villeggiatura il perché lo aveva confessato a sua sorella: era diventata l’amante della sua compagna di stanza al college e se ne era innamorata (una lesbica in famiglia!) Parlando, parlando Ingrid aveva confidato ad Anna di avere come amante il toy-boy ventitreenne suo istruttore di palestra, ragazzo fine ed educato a detta dell’amica. Anna aveva i suoi dubbi quando Ingrid propose di passare una serata in cinque, toy boy compreso, non ebbe il coraggio di rifiutare e comunicò la cosa ad Alberto il quale non rispose ne si ne no, non gliene importava gran che dell’amante di Ingrid.
    L’incontro avvenne una sera al momento della cena: Alberto, sempre grandioso in tutto, aveva convinto lo chef di preparargli oltre ai soliti antipasti e contorni una ‘cofana’ di brodetto di pesce su un letto di pane abbrustolito consistente in: seppie, crostacei, pesciolini dislicati cucinati con erbe aromatiche e con peperoncini calabresi aperti ma non tagliati per non dare troppo di piccante al piatto. Un ovazione: “Ma tu hai un mestiere in mano, sei fantasioso” Ingrid era entusiasta. Alberto, dietro lauta mancia, aveva chiesto al direttore di sala di preparare un tavolo in fondo alla piscina lontano da tutti, duecento euro erano bastati e così il quintetto poteva far la caciara che voleva senza disturbare i vicini. Di particolare l’incontro tra Anna e Adamo l’amante di Ingrid. Il cotale non era il grezzo che Anna credeva anzi: biondo, occhi azzurri (gli svedesi avevano lasciato i segni in Sicilia) sorriso accattivante, stretta di mano robusta, altezza superava di un palmo Anna. Dietro richiesta della moglie di Alberto aveva messo al corrente i presenti di essere di S.Giuseppe Jato paesino in provincia di Palermo, di essere di famiglia modesta ma che con sacrifici era riuscita a farlo inscrivere alla facoltà di ingegneria a Palermo. Inoltre aveva raccontato delle cose proprie del suo paese: due famiglie mafiose che, intelligentemente, alla guerra avevano preferito un armistizio coronato dalla scambio delle relative femminucce di cui una sedicenne che non aveva apprezzato il marito di vent’anni più anziano e subito, il mese dopo era rimasta incinta con grandi festeggiamenti oscurati dal fatto che invece l’altra ancora aspettava di far contenti i parenti ansiosi di diventare padre, zii e nonni.. Per un mafioso le donne sono solo un mezzo per proseguire la specie, tranne rari casi in cui, maschietti in galera, le consorti avevano preso il loro posto. L’eloquio brillante e trascinatore aveva molto colpito Anna; mai aveva provato delle sensazioni per altri uomini oltre che per Alberto, era un po’ frastornata, non se ne rendeva conto che il bell’Adamo la stava conquistando. A metà serata sua sorella Elvira si era ritirata in camera sua, Alberto diceva che era stata punta dalla mosca tse tse portatrice di sonno. Il direttore di sala, vista la ‘compattezza’ della compagnia, da vecchio sun of de bitch, portò un gira-dischi per allietare i quattro. Ingrid senza chiedere nessuna ‘posso?’ si appropriò di Alberto mentre più educatamente Adamo chiese il lasciapassare ad Anna che di buon grado, anche se sorpresa di se stessa, disse di si con entusiasmo. Ingrid ed Alberto si erano allontanati, Adamo prese a fissare in viso Anna per vedere le sue reazioni, quando la vide ad occhi chiusi capì che la cotale era pronta alla ‘pugna’. Iniziò col baciarle il collo facendole provare un immenso piacere in quella regione del collo chiamata 'nucleo acumbens' che lei non sapeva di avere ed anche questa volta Anna si abbracciò a lui e si ritrovò baciata anche  in bocca a lungo. La storia durò sino al ritorno di Ingrid e di Alberto che decisero che era troppo tardi e quindi di restar in quell’albergo.
    “La nostra stanza ha un letto matrimoniale ed un lettino, qualcuno starà un po’ stretto” sentenziò Alberto riuscendo a capire troppo tardi di aver sfornato una fesseria, nel loro caso…
    L’iniziativa, more solito, fu presa da Ingrid: “Anna ti dispiace se…” non finì la frase che si era accaparrata per mano Alberto trascinandolo nel lettino e buttandosi sopra di lui.
    “La tua amica è stata generosa a lasciarci il matrimoniale, che ne dici di un riposino…” Il riposino cominciò per Anna con un bacio sul collo, poi sulle labbra e dopo un rapido passaggio sulle tettine sul fiorellino che era subito entrato in carburazione come mai le era successo, era turbata e nello stesso tempo…ma quello che più la meravigliò fu il coso di Adamo che non assomigliava affatto a quello del legittimo consorte: era di calibro inferiore ma molto più lungo, mostruosamente più lungo. Non finiva mai di entrare sin quando sentì la punta contattare il collo del suo utero, una sensazione sconvolgente soprattutto quando il ‘lungo’ decise si schizzarle dentro tutto il suo potenziale sperma con getto violento…tutto il suo corpo cominciò a vibrare a lungo fino alla spossatezza. Rimase francabollata sul suo amante fin quando due risate argentine. “Questa sta volta ci resta!” Ingrid faceva la spiritosa ma qualcosa di vero c’era. “No, mi sono addormentata’ cercò di rimediare Anna ma nessuno le credette infatti i giorni seguenti…Anna prese a frequentare la palestra in cui Adamo era istruttore, Alberto cominciò a preoccuparsi, lui di scappatelle se ne intendeva ma qui le cose avevano preso una piega di serietà: Adamo non scopava più con Ingrid ma in compenso… Consiglio di guerra fra Alberto e Ingrid: “Dobbiamo fare in modo che Anna ritorni su questa terra, Ingrid capiva cosa provava  l’amica ma non intendeva comunicarlo ad Alberto e così decisero una misura drastica: dovevano far vedere Adamo spassarsela a lungo con Ingrid, anche Adamo era d’accordo e così un pomeriggio in camera: “Esibizione mia con Adamo, voi spettatori darete un voto: cominciamo col sessantanove, certo solo la punta altrimenti mi fa una gastroscopia.” ”Ora un lecca lecca dai piedi alla fronte…adesso il più affascinante spettacolo: due maschietti ed una sola donna io, Alberto sotto in fica ed Adamo sopra nel culino, maschietti all’opera!” Anna non resistette a quello spettacolo, scappò dalla stanza, era quello che i tre avevano voluto e previsto.
     Due giorni dopo fine della villeggiatura per Alberto, per Elvira e per Anna…difficile mettere in parole quello che quest’ultima aveva provato ed i sentimenti del momento, era in crisi ma con l’aiuto dell’affettuoso marito…col tempo…
    Amici lettori, vi sarete domandati cosa sia il 'nucleo acumbens'? Andatevelo a cercare, certo a cultura non siete messi bene!