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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • mercoledì alle ore 11:03
    Saper vivere

    Come comincia: “Deve uscire?” chiedo a Furio Aristide Landri che sembrava voler sostare l’auto all’inizio della rampa del garage, ostacolandomi nella solita manovra che facevo per uscire.
    “Tu devi imparare a guidare, come devi imparare a vivere” risponde il gentiluomo, risalendo in auto e spostandola, permettendomi così di recarmi al lavoro.
    Però il sig. Furio Aristide Landri aveva ragione.
    Io non so vivere.
    Come Salemme in “Cose da Pazzi” si dichara invalido a vivere in un mondo dove è finito l’ideale (badate bene:l’ideale, non la dura realtà) del comunismo e l’unico modo di vivere è la sopraffazione dell’altro, io non so vivere in un mondo di lestofanti, furfanti, ladri ed assassini.
    E, lo ammetto, non so neanche guidare. O meglio, non ho la pazienza di fare manovre e per me il parcheggio ideale è sempre quello a spina di pesce.
    Peccato però che il sig. Furio Aristide Landri abbia aspettato che io avessi 47 anni per dirmelo.
    Il sig. Furio Aristide Landri è germano di mio padre e credo sarebbe stato suo dovere di zio aiutarmi a crescere e migliorare per tempo. Magari senza danneggiarmi.
    Comunque ritengo che quando diventai vicina di casa del sig. Furio Aristide Landri, un po’ sapevo ancora comportarmi. O forse no, perchè ho permesso ad un sopruso di diventare un diritto.
    Così quando il sig. Furio Aristide Landri sosteneva con vigore che per pitturare due rampe di scale ci volevano 16 milioni (di lire) e l’ingegnere, mentre un altro vicino conosceva uno che avrebbe fatto il lavoro per un milione e mezzo, non profferii verbo. (Poi m’informai ed una ditta che avrebbe rilasciato regolare fattura allora chiedeva 3 milioni. Per la cronaca poi le scale furono pitturate 4 anni più tardi per 3000 euro sotto il controllo di mio marito.)
    Così non profferii verbo quando il sig. Furio Aristide Landri spiegò a mio beneficio che fino ad allora la rata condominiale era uguale per tutti e pari a 80000 lire. Con il passaggio all’euro il sig. Furio Aristide Landri proponeva di passare la quota a 50 euro. Intervenne il condomino che fungeva da amministratore: aveva calcolato che con 80000 lire al mese a fine anno rimaneva circa un milione, quindi 40 euro al mese dovevano bastare. Tutti assentirono, ma io, neo-arrivata, non dissi niente.
    Ancora non profferii verbo quando il sig. Furio Aristide Landri, ancora a mio beneficio, spiegò che la quota era uguale per tutti per comodità, ma a fine anno si faceva il conguaglio, dicendo ad uno ed all’altro quanto dovevano avere. Intervenne la moglie del vicino di prima, dicendo a mezza voce e con ironia: “Qui mi si dice sempre che devo avere, ma io non vedo mai niente”.
    Così non dissi niente quando il sig. Furio Aristide Landri c’informò che la vicina, separatasi dal marito, aveva problemi d’infiltrazione d’acqua dal terrazzo e ci presentò un preventivo scritto con una Olivetti, molto comune negli anni '70 e '80, simile a quella che possedeva lui stesso.
    Senza profferire verbo, pagai le prime mie due rate di 200 euro e quando il vicino facente funzione di amministratore c’informò che la ditta aveva presentato la fattura (che non ho mai visto) pagai la mia ultima rata, senza sapere quando la ditta fosse venuta e cosa avesse fatto.
    Però quando tre mesi dopo la vicina si lamentò di nuovo d’infiltrazioni dal terrazzo, mi permisi di chiedere: “Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”. Non ebbi risposta e per quell’anno non ne sentii più parlare.
    Comunque ammetto che due anni dopo, quando il sig. Furio Aristide Landri cominciò a disturbare con i suoi conticini mio marito che si era preso l’onere della gestione del condominio, commisi l’errore di iniziare ad innervorsirmi.
    C’erano problemi di salute in famiglia e mio marito ed io avevamo i nostri impegni. Uscivo di casa alle 7 per essere al lavoro alle 8, uscirne alle 14 per correre a Napoli dove frequentavo un corso universitario per rientrare in casa alle 20 ed il giorno dopo ricominciare.
    Poi mio marito cominciò anche lui a frequentare l’università a Napoli, così la sua vita divenne: mattina a scuola, correre a Salerno per accompagnare la madre bloccata dall’artrite in un centro di fisioterapia e scappare ai corsi a Napoli, rientrare, recuperare la madre e finalmente tornare a casa. Per ricominciare il giorno dopo.
    In tutto questo il sig. Furio Aristide Landri, pensionato dagli anni ’90 quando era sui 50 anni, ritenne bene di darci una mano iniziando a contestare i conti di mio marito, sempre dopo che l’assemblea all’unanimità, lui compreso, li avesse approvati. E così vedevo mio marito, cortese come sempre, fare le nottate anche per controllare i conti del sig. Furio Aristide Landri.
    Il sig. Furio Aristide Landri ritenne bene anche di disturbare mio padre per protestare che mio marito aveva ricordato ai vicini di pagare le loro rate mensili, rate che tra l’altro mio marito aveva anche diminuito rispetto alla precedente amministrazione.
    O di disturbare mio padre chiedendogli la sua opinione sui suoi conticini. Il risultato fu che, quando il sig. Furio Aristide Landri ricevette l’opinione di mio padre, mio padre mi telefonò agitato e preoccupato per la mia incolumità ingiungendomi di chiudermi in casa.
    Una vicina fatta accomodare nel soggiorno di casa mia, se ne uscì, senza provocazione alcuna: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qui sopra [il tavolo, n.d.r.] la prendo e la butto per terra!”. 
    Lo ammetto, cominciai a non sapermi più comportare. Nell’ultima riunione tenuta in casa mia, non seppi trattenermi dal mostrare ai signori che erano ospiti poco graditi.
    Ed i signori se la sono presa a male.
    Quando la vicina si prese l’onere della gestione del condominio (a mio parere diventando il braccio esecutivo del sig. Furio Aristide Landri), ritenni che potevo agire come loro avevano agito con mio marito.
    E così, dimenticandomi che per la mia mentalità se qualcuno, magari un miliardario pezzente (prendo in prestito l’espressione dal romanzo “Non avevo capito niente” di Diego Da Silva), è felice nel derubarmi è un problema suo, non mio, smetto di saper vivere e commetto una grande corbelleria ed ingenuità: quando m’informano che hanno fatto eseguire dei lavori sul terrazzo, chiedo di vedere la fattura.
    E chi sa vivere [se vasano, s’abbracciano e se magnano a’ città, qualcuno di voi ne sa niente?] si scatena.
    Mai dare l’impressione ad un cane, e soprattutto ad un cane idrofobo, di volergli levare l’osso.
    a) Ricevo un decreto ingiuntivo per 240 euro, basato su:

    Bollettino di ricevuta compilato dalla vicina amministratore;
    Verbale di assemblea successivo ai detti lavori;
    Riparto spese compilato da mio marito 2 anni prima per lavori eseguiti a quell’epoca.

    Pago e tre mesi dopo trovo un foglio dell’ufficiale giudiziario che mi avverte che sfonderà la mia porta di casa se la prossima volta non mi trova. Cos’era accaduto? Avevo pagato con vaglia quanto gentilmente richiesto alla gentile vicina amministratore. E la gentile vicina aveva creduto bene di trattenere l’intera somma senza informare il proprio avvocato.

    b) Tutti i vicini (siamo 5 in tutto) sposano l’abitudine del sig. Furio Aristide Landri di rivedere i bilanci dopo che li hanno approvati e mi sottraggono 139,90 euro di credito che mi spettavano a conguaglio, ripristinando l’abitudine rivelata dalla vicina anni prima: “Qui mi si dice sempre che devo avere, ma io non vedo mai niente”;

    c) Il sig. Furio Aristide Landri, nella sua abitudine di rivedere i conti da lui stessi approvati, cita mio marito perchè vuole qualcosa sui 58 euro. Noi vorremmo non farci coinvolgere da bassezze e meschinità, ma chiamato in causa, mio marito deve mettere l’avvocato e così entriamo nel sistema giudiziario che, per quanto visto finora, non fa altro che alimentare se stesso;

    d) Il sig. Furio Aristide Landri invia a mio padre ed altri parenti un foglio e lettera in cui s’insinua che mio marito abbia gestito 80000 euro senza averne mai dato conto;

    e) Un vicino mi dice:”Signora state attenta. Siete sul filo del rasoio”. L’avvocato di mio marito gli scrive una lettera dicendo che certi atteggiamenti ed espressioni non sono accettati.Risultato: un pomeriggio di agosto, quando il mio unico pensiero era di andare a mare dopo il lavoro, trovo la mia auto sporcata da una secchiata di acqua e fango. Mentre siamo intenti a pulirla, mio marito ed io veniamo aggrediti;

    f) Il sig. Furio Aristide Landri ci ripensa ancora e fa citare mio marito perchè vuole 461 euro, dimenticandosi che come consuetudine non pagava le rate condominiali e che mio marito accettava, per quieto vivere, di compensargliele per spese effettuate.
    La signora che funge da amministratore, a nome del condominio (e quando glielo hanno chiesto?), nella stessa citazione vuole indietro da mio marito circa 1400 euro che in parte erano la spettanza di mio marito quale amministratore per aver gestito lavori straordinari per l’importo di 80000 euro ed in parte l’ultima quota che mio marito ha già versato al commercialista che ha gestito le pratiche;

    g) arriva un amministratore professionista, conoscente di mio zio Giulio e di mio cugino Poldo. Per un po’ ricevo lettere con richieste che sembrano fotocopie delle richieste del sig. Furio Aristide Landri, tipo documenti che provino la proprietà del mio box nello scantinato (c'è ne uno per ogni appartamento);

    h) poi, guarda caso, ci sono ancora problemi d’infiltrazione dal terrazzo (e quando mi hanno chiesto così gentilmente 240 euro che hanno fatto?). Invece di farmi avere la relazione di un tecnico che comprovi lo stato dei luoghi e le soluzioni tecniche, ricevo la richiesta di versare 200 euro al mese in un fondo cassa in attesa che si stabilisca cosa fare e quando farlo;

    i) l’amministratore professionista dà le dimissioni. Ai primi di giugno del 2011 mi ritrovo nella stazione dei carabinieri con l’ing.Ferruccio Soldini ed un’altra vicina: il sig. Furio Aristide Landri ha citato l’amministratore professionista e siamo chiamati come testimoni. Entra prima l’ing.Soldini. Rimango nella sala d’attesa, seduta su una sedia appoggiata alla parete. La vicina si pone di fronte a me e comincia a dirmi che i soldi sul conto corrente condominiale (nel quale solo io avevo versato le mie quote mensili) sono i suoi. La seguo appena, poi ad un certo punto apro gli occhi: mi rendo conto di essere stata per non so quanto tempo con la testa reclinata all’indietro, gli occhi chiusi, a respirare con la bocca e con la mano destra sul cuore. Mi guardo intorno: la vicina non è più di fronte a me, ma seduta su un divanetto più in la, all’apparenza intenta a sfogliare una rivista, in realtà a guardarmi di sott’occhi a seguire speranzosa l’evoluzione del mio malore. Mi alzo ed esco dalla stanza. Con notevole ritardo rassicuro la vicina che con tanta solerzia mi ha soccorso o chiamato soccorso: pare che il mio malore sia stato dovuto a ernia iatale.

    Ed il terrazzo?
    Quando i signori mi hanno così gentilmente estorto 240 euro, nessuna ditta era venuta a levare i fogli di asfalto danneggiati e rimpiazzarli con nuovi. Qualcuno, non so chi, ha semplicemente spalmato un po’ di bitume sul terrazzo.
    Solo 5 anni dopo, a fine 2013, dopo che l'ultimo amministratore professionista ha dato le dimissioni, è venuta una ditta che ha levato i fogli di asfalto eventualmente danneggiati e li ha sostituiti con nuovi. L’ho saputo perchè ho sentito il rumore del cannello della fiamma ossidrica che saldava i nuovi fogli, ho visto le bombole di gas in cortile ed i fogli rimossi stazionare in cortile per lungo tempo, oltre che le macchie nere lasciate vicino alle pareti delle scale nel trasportare gli stessi fogli.

    E la situazione contabile?
    Dal 2009 si è ripristinata la situazione esistente prima che mio marito si assumesse l’onere di fare l’amministratore: nessuna trasparenza, a parte il fatto che io sono l’unica ad aver versato dal 2008 al 2012 tutte le proprie quote sul conto corrente condominiale. E gli altri? mistero assoluto. Conto condominiale che i nuovi amministratori non hanno praticamente toccato perchè inspiegabilmente non riuscivano a farsi passare la titolarità dal precedente amministratore. . 

    A fine 2013 l’ultimo amministratore professionista ha gettato la spugna ed ha dato le dimissioni.
    Così il grande condominio è tornato pienamente nelle mani del sig. Furio Aristide Landri e dei suoi amici che hanno finalmente potuto mettere le mani sul gruzzoleto accumulato sul conto corrente condominiale (dove avevo versato solo io). 

    Ed il terrazzo?
    Quando i signori mi hanno così gentilmente estorto 240 euro, nessuna ditta era venuta a levare i fogli di asfalto danneggiati e rimpiazzarli con nuovi. Qualcuno, non so chi, ha semplicemente spalmato un po’ di bitume sul terrazzo.
    Solo 5 anni dopo, a fine 2013, è venuta una ditta che ha levato i fogli di asfalto eventualmente danneggiati e li ha sostituiti con nuovi. L’ho saputo perchè ho sentito il rumore del cannello della fiamma ossidrica che saldava i nuovi fogli, ho visto le bombole di gas in cortile ed i fogli rimossi stazionare in cortile per lungo tempo, oltre che le macchie nere lasciate vicino alle pareti delle scale nel trasportare gli stessi fogli.

     

  • martedì alle ore 21:44
    Prime donne

    Come comincia: L’uomo pare quasi non abbia alcuna fretta mentre attraversa la strada; forse, con il suo sguardo apparentemente indifferente, sembra quasi riconoscersi in un passante qualsiasi, ma questo avviene soltanto per un attimo, perché immediatamente dopo lui riprende la sua normale consapevolezza, quella di essere, come è quasi sempre stato, un personaggio principale. Si accosta ad un portone, cerca il nome giusto sopra le targhette, sta forse per suonare un campanello, ma da dietro lo raggiunge una donna, elegante, sorridente, ed ecco che insieme salgono subito dopo sopra ad un taxi che si è appena accostato al marciapiede.
    Non preoccuparti, dice lei, ogni cosa si aggiusterà; sarà sufficiente spiegare a tutti con chiarezza i nostri veri intenti, i nostri comportamenti, e giurare che siamo soltanto dei buoni amici, e nient'altro. L'uomo annuisce mentre detta l'indirizzo all'autista del mezzo pubblico. Quindi partono, e la scena si offusca. Un’ora prima l’uomo le aveva telefonato. Mi stanno ricattando, le aveva detto, e lei aveva fissato immediatamente quell’incontro allo scopo di prendere delle importanti decisioni.
    Il giorno precedente qualcuno, tramite un messaggio, aveva fatto sapere all’uomo che non avrebbe dovuto mai accettare la parte che gli avevano proposto in quella commedia. Altrimenti ne sarebbe andata di mezzo la sua tranquillità attuale, e addirittura il suo futuro. Lei non era stata citata, ma era abbastanza evidente quel riferimento. Recarsi negli uffici della polizia era probabilmente l’unica cosa giusta da fare, aveva pensato lui, ma tutto questo avrebbe gettato comunque un’ombra inquietante sul suo nome e quindi sulla sua carriera.
    Per quanto avesse trascorso l’intera serata a domandarsi chi poteva mai esserci dietro quella vicenda, non era riuscito a trovare un solo elemento di chiarezza. Soprattutto gli pareva quasi impossibile che potesse essere davvero l'invidia il vero movente di quell'operazione, considerato soprattutto che gli era sembrato del tutto naturale scartare ogni altra possibilità.
    Il regista al telefono si era mostrato poco comprensivo e assolutamente recalcitrante nei confronti di una sua eventuale sostituzione, ed a lui in quell’attimo erano tornati a mente i suoi inizi di carriera, quando per una qualsiasi particina in un lavoro minore, sarebbe stato disposto a fare praticamente qualsiasi cosa. Si era preso del tempo, certo, come si fa in questi casi, ma in capo a due giorni avrebbe comunque dovuto dare una risposta definitiva riguardante la sua partecipazione o meno a quell’importante lavoro teatrale.
    Al tassista aveva detto a un certo punto di fermarsi, aveva pagato frettolosamente la corsa, ed era sceso dall’auto insieme alla donna. Si erano rifugiati dentro un caffè lì vicino, ma l’uomo, tornato da solo fuori dal bar, aveva telefonato nervosamente dal marciapiede alla propria moglie. Le aveva detto che qualcuno presumeva una sua relazione con una donna, ma non c’era niente di vero. Lei, dopo una pausa, aveva risposto che gli credeva, e che non sarebbe stato certo uno squilibrato con una sospetta intraprendenza di stupida rivalità ad influire sulla loro vita coniugale.
    Così lui era tornato dentro al locale, aveva preso un caffè frettoloso con la donna rimasta al tavolino ad attenderlo, poi era uscito di nuovo con lei. Avevano camminato a piedi per tutto quel tratto di strada, quasi in silenzio. Poi lui di colpo aveva detto soltanto che ormai si era deciso, avrebbe confermato la sua partecipazione a quella commedia come attore principale, affrontando con fermezza ciò che ne sarebbe potuto conseguire. Ti amo, aveva risposto lei quasi d'istinto, anche se tutto ciò suonava adesso quasi come una sciocca ironia.
     
    Bruno Magnolfi

  • martedì alle ore 18:44
    Acqua & Anima

    Come comincia: Se ci chiedessimo di paragonare l’Anima ad un elemento conosciuto affinché fosse comprensibile il suo ruolo sulla Terra e nella Vita, potremmo azzardarne la similitudine con l’Acqua. Questa è praticamente ovunque, in ogni essere vivente, ma anche quando le creature terminano il loro ciclo vitale l’acqua non scompare, si trasforma, si combina con altri elementi, magari si colora diversamente o muta stato fisico, ma non scompare. E, l’acqua, dotata di grande memoria, porta con sé il ricordo delle vite passate, dei recipienti che l’hanno contenuta, porta con sé la capacità di riconoscere gli atomi con cui legarsi; in ogni piccola goccia di questo straordinario liquido ci sono milioni di informazioni che le consentono di modificarsi. Ma ogni singola goccia di liquido tende comunque a ritornare alla propria origine, ad un bacino più grande. Così i fiumi confluiscono in mare o nei laghi o, se evapora, costituisce le nuvole, fino a ricadere a terra in un eterno ciclo. Anche quando è stata parte di un essere vivente, alla morte di questi trova comunque la strada per tornare al proprio mare. L’acqua compone in buona parte il nostro sangue e il nostro corpo, ha imparato a convivere in viventi delle più disparate nature, è presente e fondamentale in un’infinità di processi chimici. ma oltre qualunque trasformazione è in grado di ricomporsi, di tornare all’origine, quasi subisse un richiamo ed un’attrazione dal luogo in cui infinite gocce partono per poi tornarvi. Qualunque sia stato il percorso individuale che le porterà di nuovo all’Oceano, lì giunte possono dimenticarsi di tutto, purificarsi totalmente. Hanno fatto la loro strada, sono state frutta, fiumi, sangue, orina, hanno nutrito fiori e piante, ed ogni goccia ha assunto tante forme e ha vissuto tante storie, ma alla fine quello che ha fatto in tutta la sua esistenza non è stato altro che ricercare l’ Oceano, e solo lì si renderà conto di essere tornata a casa. Così è l’Anima o Essenza Divina, abita ogni creatura in gocce diverse, attraversa numerose vite, cambia forma a seconda del “recipiente” che la contiene, porta dentro di sé il bagaglio delle sue esperienze, nutre i corpi e le menti. Ma quando la materia muore questa energia non scompare, ma semplicemente si trasforma pronta ad adattarsi ad altre dimensioni, entrando in circolo in un altro contesto, o purificandosi dall’inquinamento dei peccati, dei sensi di colpa, delle frustrazioni. A volte è costretta a rientrare nel ciclo terrestre perché il passaggio successivo sia più puro del precedente. Spesso resta contigua all’abito materiale, tanto forti sono i suoi legami nei confronti di quel vissuto. A volte ristagna lunghi periodi in squallide pozze morali perché convinta che quello sia il suo posto. Altre volte, invece, scorre velocemente alla ricerca del suo mare sperando che l’accolga tra le sue acque in modo da terminare questa corsa. Quando abbandona la dimensione reale, spesso, è spaesata e disorientata, ma istintivamente sa che qualunque cosa succeda, il suo ultimo scopo è quello di tornare all’Energia Madre che l’ha prodotta e sa, inoltre, che questo mare di energia l’accoglierà solo quando sarà pura e libera da ogni contaminazione materiale. Temporaneamente Corpi, Eternamente Anime, la morte non esiste ... [ ... ] - Ensitiv

  • martedì alle ore 14:57
    Incipit

    Come comincia: Perché lui è il classico adolescente ribelle, o comunque al di fuori degli schemi: non gli importa come appare agli altri. I vestiti trasandati gli conferiscono forza, addirittura. E poi si sa, i ribelli sono tali perché scoprono prima di ogni altro la realtà, la interrogano e, rompendo le convenzioni, trovano risposte più adeguate ai propri "perché?".

  • martedì alle ore 1:29
    Il mio teatrino

    Come comincia: Certamente il mio ambulatorio non ha niente a che vedere con uno del nord. Napoli e rione Sanità sono due cofattori da non sottovalutare. E teatrino è stato, negli anni o forse reale teatro di vita, fatta di allegria e dolore. Già la folla eterogenea del mezzogiorno, quando Napoli dà il meglio di se, lontana dal torpore dell'alba e dall'afflusso di prossime iniziative, ha una sua caratteristica precisa: le donne prevalgono, alcune di ritorno dalla spesa, con sporte traboccanti di ortaggi, altre frettolose, perché, a momenti, uscirà il figlio da prendere a scuola e poi si deve ultimare il pranzo. Parlano ad alta voce e nessuna segretaria riesce ad azzittirle, tranne, per alcuni minuti, la mia comparsa sulla porta: "A vulite finì!". Qualche appiccico è pur capitato nei tempi. Io, da dentro, monitoravo le urla crescenti. Doverosamente intervenivo quando ci si avvicinava agli ultrasuoni gutturali, indice delle prossime mazzate. L'ondata mattutina è già passata. Di solito ti aspettano, per prendere il numero, dalle 6,30, ma questa tipologia di pazienti ha idee chiare, una visita, un certificato, un rinnovo. Quelli del mezzodì sono di passaggio e come avviene per strada, che, se non hanno niente da dirti, ti chiedono che ora sia, sono capaci del nulla assoluto, pur di essere presenti a quell'appuntamento. Più di trent'anni fa quella era l'ora della Citrosodina, della soluzione Shoum o del Tantum Rosa, vere scorte, che finirono per mandare a gambe all'aria la Sanità campana.                                                I veri attori compaiono improvvisamente, non con la frequenza che si potrebbe supporre. I più sono comparse, sfiziose, come si dice qui, ma non attori.                      Peppinella Ambrosio, che entra in sottoveste di seta, capelli sparsi sulle spalle: "Duvite scinnere mo' mo'. 'O commissario vo arrestá mio marito e vuie duvite fa nu certificato". Troncone Giruzzo, 'o cantante di giacca, si fa corrompere da un torroncino e inizia a gorgheggiare. Quelli di fuori mi aprono la porta di autorità e me li trovo tutti dentro, attorno alla scrivania. "Bis, bis, 'nata vota!"
    Marina 'a 'ballerina", facile facile, inizia il suo ballo afro cubano. Si è tolta la giacchetta, lasciandola cadere per terra. Ha movenze di un certo interesse. Qui, do un giro di chiave, solo per prudenza...
    Le sorelle Zito, in eterno lutto, sembrano un coro da tragedia greca. Magre, nere in volto e nei vestiti. Non parlano con nessuno. Hanno ucciso, negli anni, tre fratelli, a brevi, calcolati intervalli.
    Urla dabbasso, nel vecchio cortile. Qualcuno sale frettolosamente le scale per ripararsi da noi. "Se stanne battend, Gigino 'o sciaffer e Tonino 'o pazzo!"
    I sottotitoli di ogni storia sono opera della mia apriporta. Conosce tutti e sa di tutto, ogni intimità inimmaginabile.
    Certo non è facile fare medicina con la serietà che le compete. Io ho sempre avvertito i vari giovani medici, che hanno fatto pratica nel mio ambulatorio, di fare attenzione alle "mine vaganti", il vero pericolo per il medico, che opera in questo ambiente: il non saper individuare in questa atmosfera a volte gioiosa o meno, per puro coinvolgimento, la serietà che il caso richiede, in quel momento preciso. Una minima distrazione ed è la fine della professione.  Loro, possiedono un tam-tam tribale, che in pochi minuti cancella un medico.
     

     

  • lunedì alle ore 16:19
    La collina dei lunghi fucili

    Come comincia: La collina dei lunghi fucili
    La collina dei lunghi fucili era lì davanti a lui, come sempre immobile nei giorni della storia; storia di un giorno che non ricordo, ma ben visibile nelle mie memorie. Quella di un giovane che, come tanti, all'alba era già sveglio per un nuovo giorno, cuore di giovane, immerso nei suoi sogni, nel ricordo di un amore lasciato a casa per un ideale di libertà. Pronto con l’orgoglio in mano a combattere per ideali altrui, ma nella sua mente in quel momento c’erano le dolcezze del suo amore per lei che amava. Non pensava alla battaglia che l'aspettava, non sapeva se quel giorno sarebbe stato un giorno di gloria! Lui, non pensava ciò! Lui non sapeva che chi doveva affrontare sarebbe stato un altro ragazzo come lui e che probabilmente aveva i suoi stessi pensieri e pensava al suo amore lontano. Memorie confuse ora turbavano i  pensieri di una vita non ancora vissuta, i suoi ricordi non erano molti, solo quelli di un giovane inesperto, un ragazzo che non sapeva nulla della vita e fiducioso di quello in cui  gli avevano insegnato a  credere. Nella cronaca della storia può essere un giorno come tanti, che non ricorderà nessuno, ma non per lui! Quel giorno era speciale, anche se non poteva festeggiarlo: era il compleanno di lei, i suoi 18 anni, poteva viverlo solo in sogno, di essere con lei, per dirle quanto era grande il suo amore, un amore così grande da donargli la sua vita.
    Quanti ragazzi stavano  crescendo in fretta, perché li aspetta un vero campo di battaglia, non più come quando erano bambini che si affrontavano per gioco e morire era cadere per terra per poi rialzarsi e partire a correre più veloce di prima. Sarebbe stato tutto vero e avrebbero messo il loro destino in mano alla sorte che gli attendeva, dove l’odore della polvere da sparo e quello del sangue si sarebbero mescolati in un unico  acre odore di morte. Ma come poteva un giovane pensare alla guerra quando il suo cuore palpitava solo d’amore, un ragazzo pieno d’ardore, con tanta voglia di vivere. Nella sua mente solo un grido echeggiava ”amore, amore” e più pensava al suo amore e più si sentiva scoppiare il cuore. Gli occhi non vedevano più niente e le sue orecchie non udivano più, sembrava che tutto quello che vedeva e sentiva svanisse nel nulla e che quello che stava per vivere fosse solo un sogno, un brutto sogno. Gli sembrava di essere nella sua fattoria, a poche miglia fuori dal paese, di sentire la mamma che lo chiamava al mattino, mentre per tutta la casa si espandeva quel profumo di colazione. Con un balzo e in tutta fretta giù dal letto, la colazione e con il padre a lavorare tutta la giornata nella fattoria, lavori che scandivano la sua giovane vita. Poi c’era la sera e gli amici, il sabato sera la festa in paese, dove si ballava e là con Ann s’incontrava, bella come i fiori che risplendevano al sole della prateria. Mille corse fatte insieme a lei, rincorrersi tra i prati e sfiniti cadere a terra, tenendosi mano nella mano rimanendo a guardare le stelle nel cielo. Ricordare quel primo bacio così intenso e mai dimenticato: ”dolce e bella Ann , diceva, per me sei nata e questa è la nostra storia, la nostra vita e non ci sarà mai nulla che la possa cambiare, perché il nostro amore è infinito come il cielo”.
    Ma gli squilli di tromba ridestarono la sua attenzione e si accorse che stava solo sognando e tutto era solo una sua illusione. Trovandosi catapultato nella dura realtà, tutto intorno a lui si muoveva e c’era un gran baccano, si partiva in marcia con un fucile in mano, il campo di battaglia non era poi così lontano. I due schieramenti si trovavano uno di fronte all’altro, soldato grigio e soldato blu, ma di fronte si trovava solo della gioventù. Urla e grida, la battaglia era cominciata. Sparò senza mirare, perché non volle dare la morte, ma una pallottola lo andò a centrare portando via con sé il suo cuore e, mentre la sua vita se ne andava, un foglio che teneva tra le mani volava via con la sua anima. Quel foglietto io ho trovato e vi ho raccontato,  questa storia, quella  di un ragazzo che una poesia aveva dedicato al suo giovane amore:
     
    Ciao mio piccolo amore
    come eri bella quel giorno che ti ho conosciuta.
    Scusami ancora se quel giorno per nascondere la mia timidezza sorridevo
    e restavo lì fermo ad ammirare la tua bellezza,
    perdendomi nei tuoi occhi colore del mare.
    Mentre parlavi, gesticolavi con le mani facendo si che
    s’incontrassero con le mie, allontanando quella distanza che c’era tra noi .
    Mentre i tuoi lunghi capelli biondi ondeggiavano come il grano mosso dal vento prima di essere mietuto.
    E una lieve brezza disperdeva il tuo profumo di freschezza d’acerba ragazzina.
    Si mio giovane primo amore.
    Tu sei entrata nella mia vita strappandomi il cuore dalle radici, facendomi innamorare follemente di te.
    L’aria oggi profuma di te nei mie ricordi e la mia mente ti sta pensando mio giovane innocente amore, un amore fatto dai sogni di due ragazzini che pensavano di vivere insieme per l’eternità.
    Solo questo ora è rimasto di te, giovane eroe, solo un sogno e un breve attimo di vita volato via, che la storia non racconterà mai, la storia della collina dei lunghi fucili.
     
     
     

  • Come comincia: Quando la vita andrà oltre se stessa la realtà sorpasserà il sogno! Se sei nato sei già un vincente, nell’Universo  grembo della tua preziosa madre hai battuto milioni di candidati alla vita, sei tu il prescelto, hai già volato una volta. Ora Dio ti chiede di compiere il tuo ultimo volo, conquista la mente dei tuoi fratelli, conquista il Paradiso Sinaptico e conquisterai l’eternità, e il vero Paradiso ai tuoi occhi si aprirà!
    Un cuore di donna accompagnerà il trascorrere senza tempo, simbolo della tua rinascita sarà. Per salvare il Mondo non serve un eroe ma un buon genitore!
    Sei un ricordo, sei rinato, la Terra… avrà Te!
    Sei nella mia mente, volerai tra le menti dei tuoi fratelli, come il Verbo di Dio tra sinapsi, questo sarà il tuo Paradiso, volerai, perché Volare Significa Credere!
    Fabio Meneghella

  • domenica alle ore 9:29
    La Favola Del Cuore

    Come comincia: Vi voglio raccontare una storia
    Una storiella fatta di attimi
    Con le parole della notte
    E la ragione dell'anima.
     
    Passeggiando nel tempo
    Sotto la cupola del silenzio
    Lungo i sentieri delle stelle
    E con la Signora della notte.
     
    Sono entrato nella casa antica
    Quella della mia adolescenza
    Immutata, fatiscente più d'allora
    Dove ho consumato le mie estati.
     
    Essa giace sulla riva del silenzio
    Ed il Sole antico del quartiere
    In quei luoghi, un tempo della vita
    Ha smesso di riscaldare le case.
     
    Questa è una storia vera e vissuta
    E' il luogo del mio confine dall'ora
    Ed ora il gelso dei giochi non c'è più
    Rose e gerani della gioia sono appassiti.
     
    Scrutando dalla porta divelta dal tempo
    Alla ricerca di utili certezze, ormai svanite
    E nemmeno quel raggio di sole ti permette
    Di scrutare e carpire i segreti nascosti.
     
    Niente più luce e nemmeno il tempo vive
    Nemmeno luce e buio scandiscono le ore
    Manca la vita di sempre e del quartiere
    In quel luogo scoccano solo lacrime di cera.

  • giovedì alle ore 17:39
    Le vite degli altri

    Come comincia: Il mio mondo era chiuso entro quattro pareti sbiadite. Rubavo attimi di vita spiando le finestre di fronte, dove i balconi si congiungevano a tal punto da consentire un caffè e una chiacchierata.

    La finestra, il nostro sguardo sul mondo, il nostro telefono, il nostro computer.

    Allora c'erano i sassolini, buttati sui vetri per chiamare l'amico e poi si correva via, a giocare per strada o al mare, dove sbuffi di vento alzavano deboli vortici di sabbia, inzaccherando i miseri vestiti. Vestiti che qualche ora dopo avrebbero svettato sulle nostre teste, in cerca di un raggio di sole.

    Quanti vetri rotti! Ma mai il mio. Il mio è stato l'unico sempre intatto. Io c'ero, esistevo, ma gli altri non lo sapevano. Nato senza l'utilizzo delle gambe, ero costretto a restare nella mia stanza, solo, mentre i miei genitori si arrabattavano per guadagnare qualche lira. Non avevo fratelli perché ero un fardello già troppo grande.

    Spiavo il mondo come dal buco di una serratura, ma era la notte che mi parlava, quando mi fermavo ad osservare le ombre dei panni stesi. Spettri che si contorcevano sulle mura, rischiarati da un lampioncino, una luce colore arancio, che serpeggiava fra i miseri tessuti, fluttuanti da un balcone all'altro... Le ombre, più degli stessi abiti, mi raccontavano le vite degli altri... Era di una ballerina, quella veste che danzava sinuosamente fra i mattoni ingialliti e la mia fantasia ballava con lei, sulle tavole di un palco, sulle punte dei piedi, adorni di scarpette di seta.

    L'ombra di un paio di pantaloni mi parlava di un ragazzino, forse un monello, notando che le gambe si muovevano convulsamente. La mia mente lo immaginò correre per la via in discesa e fermarsi urtando contro un passante.

    Ecco quella di un bimbo, sapevo della sua nascita per gli auguri uditi dalla finestra. Ipotizzai la tenera figura dall'ombra dei suoi abiti, braccine e gambine piegate dal vento e mai avrei alzato lo sguardo per vederli, perché le ombre non mi mostravano le toppe e preferivo crederlo un principino.

    Una sera c'era quella di un grembiule, immaginai che fosse di una donna, una mamma che restava a casa per badare ai figli, che preparava torte squisite e regalava carezze alle teste scompigliate. Poco distante penzolavano due vestitini uguali dall'ampia gonna, uniti da un unico nastrino, che li faceva dondolare insieme, così pensai che quelle teste scompigliate fossero di due sorelle gemelle.

    La mia vita correva entro le quattro mura della mia stanza, ma spesso scappava nelle pagine dei libri, che mi hanno aiutato a immaginare le vite degli agli.

    … nessuno buttò mai un sassolino alla mia finestra, ma in fondo, sono esistito anche io.

  • 25 febbraio alle ore 20:22
    Il Teatro Degli Amori

    Come comincia: In un paese della Valle della Loira ci vivevan due mucchietti di gentil persone che si cibavano di lavoro e d’illusione.
    Nell’occhio del ciclone, Teseo e Giunone, giovani fanciulli dal nobile cuore che sfociano, nel buio, in una clandestina relazione che di mal inganno, di certo, non duole ma che sulle bocche inviperite dei corrispettivi contendenti alle loro grazie, tiravan su di essi lingue aguzze e peggior affanni.
    In un dei castelli che sorgevan sul pio fiume, le loro voci si udivan squittire e le leggiadri carni ardenti schiudersi in secreti amanti.
    Nel loro viver di beatitudini e magie, il filo della felicità si spezza in un vortice di bugie portando la leggiadra Giunone a decidere di attraversare infinite lande desolate per allontanarsi da quel suo gentil amore.
    Ma un giorno un coraggioso condottiero giunto nelle terre lì vicine, scorge la bellezza di Giunone che, controcorrente, vien rapita dall’impavido dormiente ed il povero Teseo, con la tristezza nel cuore, cede all’inganno del malsano amore.
    Lucilla, figlia del panettiere, rinchiude il cuore dell’amato Teseo che, con la scomparsa di Giunone, tende la mano a quel cattivo affare.
    Ma quando Giunone, scappata dalle grinfie dell’ignoto vigore, viaggia lungo e in largo fino a ritrovare le braccia del suo perduto amante, sente affine il tradimento dell’amato compagno e con il rammarico sulle guance scappa, corre, verso le nuove france.
    Bella e vispa la Lucilla che, battendo a ridosso sul chiodo ben saldo, accattiva il suo miglior pupillo. Non fu, poi, brava fino a tanto ma, con la ferita ancora aperto nel petto, il povero Teseo donò parole di conforto all’amata fuggita in chissà quale posto; colpita da così tanto prospetto, la disperata e piccola Giunone, abbracciò quel segno come se l’invito fosse aperto.
    Ma quando, innamorata concezione, decide di raccogliere le parole del vento, il suo Teseo respinse le foglie per dispetto.
    Morta di dolore, allora, derise il suo angelico cuore accontentandosi dei gentil sussurri di quei teneri amanti che nel lungo viaggio furono, per essa, pur presenti.
    La storia muore con il povero Teseo che diviene vittima di Lucilla, l’infida lucciola di libidine spiglia e della bella Giunone che dà in pasto ai cani il suo cuore, vendendo il corpo in cambio di calore.
    Così Teseo perduto nella scelta presa gettando la sua resa, domina con insensato sgomento il mostro che si è scelto e la bella Giunone, perduta nel suo amore, accetta con inesorabile rassegnazione un giovinotto di buona intenzione.

  • 24 febbraio alle ore 14:00
    Isabella, Tempo e Follia

    Come comincia: Avevo intenzione di scrivere parole, di dare sfogo al cuore nel suo momento più delicato, la notte.
    Ma non tutto mi uscì o, se proprio vogliamo, dovevo tenere conto che quello che frenava non era di certo la mente ma la mano stessa.
    Dovevo aspettarmi di pensare che andando contromano qualcosa mi poteva ferire.
    Mi sono fatto prendere dalla frenesia del cuore (oh, menzognero cuore!) e dalla follia e dal tempo:
    Oh, no, dannata follia! Tu che accechi le nostre anime dandole in pasto alla reale virtù del tempo; tu che con la tua cotanta bellezza risplendi nera e furtiva nelle menti di noi giovani mortali, tu!
    Oh, sì, tu, follia! Tu che hai mosso le brutalità e l'ingegno di cui la terra si macchia giorno per giorno, oh, sì, ti prego! Risparmiaci il tedioso momento in cui tu, sublime, esplodi nella mente e pervadi le membra arrivando alla mia mano che commette inganni, prosa e dolore per chi, a quel tempo, di follia mi cibava.
    Tempo, maledetto tempo. Tu che togli piaceri e malori, oh, tempo!
    Se t'ingannassero, tu, troveresti comunque il tempo di capirlo! E fingere che non esisti è come ripudiare che il mio stesso corpo abbia fine! E se pure credessi che tu fossi nullo, ci sarebbe comunque qualcosa che di preciso a te ci ricondurrebbe.
    Oh tempo, maledetto tempo! Vittima e carnefice di te siamo e se ci fosse una terra senza tempo, uguale, noi lo inventeremmo! Perchè senza di te, amico tempo, tutto può sembrare più bello ma noi sappiamo quanto brutto può essere il non averti accanto e se le lunghe distese di erbe e di fiori, e il vivere e morire sarebbe nullo e nullo fosse tutto questo, allora noi non esisteremo.
    Oh tempo, maledetto tempo, con l'aprire e il chiuder delle ciglia è come se rintoccassimo il primo e l'ultimo tocco di te stesso, in balia delle onde nere che contro l’anima si scagliano punendo la parte più pura per sino nel cuore dell’oceano!

    Isabella, di certo non son qui a chiedere perdono; né a te ne ad altri, ma solo a me stesso. La volontà è infida e la realtà ancor di più; e tu sottratta al canto mio giovane, non m’appari che più bella e maestosa ti mostri con mera finzione.
    E in alto si eleva il canto, il grido sordo del disperato chiarore del cielo, che con la mano dico addio a quei sogni di agonie e di puro impero.
     

  • 23 febbraio alle ore 10:23
    Cantastorie

    Come comincia: Ernèst era figlio del mondo; aveva sui trenta e passa anni e aveva viaggiato molto con in spalla la sua chitarra per mari, monti, campagne, montagne, e oceani burrascosi.
    Figlio dell’arte, si era trovato per caso nei luoghi più svariati delle Americhe e dell’Europa, cantando e suonando senza sosta. Si era insidiato in tribù, accampamenti, tra persone conosciute e sconosciute che gli avevano regalato emozioni, sensazioni e molte storie da raccontare.
    Nel corso del suo viaggio, Ernèst aveva potuto ben vedere quanto bello e sporco fosse il mondo cantandone le lodi e tessendo i suoi ricordi.
    Era un tipo chiacchierone, amava le cose belle e le donne; nelle sue mani era passato di tutto (tra droghe e puttanelle, era diventato quasi un Dio in terre lontane).
    Quando il viaggio lungo vent’anni lo aveva portato a rincasare nelle terre natie, aveva avuto come il bisogno di narrare quelle storie vissute quasi a non dimenticarle mai.
    Chiunque incrociava la sua strada, s’imbatteva in quei racconti fantastici e mistici rimanendo quasi incantato.
    La storia dell’uomo dalla gamba di legno in Messico, il vissuto nelle terre arabe nei campi di coltivazione della marijuana, i teatri in Colorado, il mare della California, le band di musicisti neri a San Francisco, le strade di Granada, le bevute a Berlino, gli amici di Porto, il deserto in Kenya, le oasi di Tenerife, i problemi con la legge negli USA, le passioni in Perù, il caos di Londra, i funghi allucinogeni in Olanda e via discorrendo.  
    Lui parlava, raccontava e pendeva di bocca in bocca fino ad incrociare la mia.
    Un cantastorie vomitato dal mondo, un perenne amante della vita che gli aveva dato tanto più di quanto immaginava e, fermandomi a pensare, posso dire che era stato abbastanza fortunato e coraggioso ad abbracciare così pienamente tutto ciò che la vita gli aveva dato fino a quel momento.
    Impavido e pieno di se, credeva che poteva arrivare molto oltre quel limite ed è così ch’è divenuto piccolo cantastorie della città. L’esperienza ti fa bello sicuramente ma se non sai dosare quel bello che ti è stato regalato, puoi quasi cadere, poi, nel ridicolo a parer mio.
    Ti si crea un personaggio e poi difficilmente puoi abbatterlo od eliminarlo; ed Ernèst era un po’ così. Dal canto mio, di personaggi, ne ho veduti (non tantissimi ma, per la mia classificazione, abbastanza da non volerne vedere o, magari, frequentare altri).
    La sua età avanzata (e che avanza) come per ogni uomo, lo porta a voler ora sicurezza, un cantuccio bello e confortevole dove poter mettere radici e finire la sua vita, si, ma non di certo per me.
    Con lo spirito giovane che si trovava, sapeva che in realtà lo poteva abbandonare in qualsiasi momento e così Ernèst aveva deciso, inconsapevolmente, di attorniarsi di tutto ciò che era bello e giovane e quale meglio di fanciulle delicate e piene di vita a cui poter raccontare storie così affascinanti tanto da indurle a pensare “Oh, sì, bel cantastorie (anche se di bello estetico aveva ben poco) fammi tua e dedicami canzoni d’amore!”?
    Ma non tutti stanno al suo gioco, o almeno, non io sicuramente; poteva anche affascinare Ernèst ma non era di certo ciò che io volevo o cercavo o addirittura che mi servisse in quel momento.
    Il piccolo cantastorie era un ottimo passatempo, dolce e carino per i suoi modi da burlone e cantautore, ma, come si dice, a me non fregava una vera sega! Poteva fare, dire tutto quello che voleva, non ero di certo caduta tra le sue mani come un fagiano o, meglio ancora, come un pesce di mari esotici al suo gentil amo.
    Allora avevo capito che da quell’elemento bisognava prendere il “bello”, farlo mio, e trascrivere il tutto senza mai espormi o dare modo di fargli continuare il giochetto delle storie per farmi abboccare.
    Ovviamente Ernèst n’era totalmente inconsapevole del perché lui facesse e dicesse, racconta e ama, ride e suona; sembra quasi che a volte passi da persona a persona solo per il bello di elogiare le sue gesta.
    Allora posso ben raccontare io una storia, a questo punto; la storia è che un figlio del mondo viaggia, viaggia e viaggia poi ritorna e tra tante persone, imbrocca me.
    Si vive passione, dolcezza e persuasione e la storia finisce che lui muore schiacciato da se stesso con solo i ricordi di quel viaggio nelle mani sue vuote.

    Bel finale direi.

  • 22 febbraio alle ore 12:15
    il mercatino degli organi usati

    Come comincia: Il mercatino degli organi usati.
     
     
    Era il sabato mattina di una ridente e bla bla. Non vi annoio con la solita tiritera in salsa prosastico-
    poetichese, in quanto so benissimo che darete una rapida occhiata all’intro, vi soffermerete al centro, come se questo contenesse il sugo del racconto, per poi svogliatamente leggere il finale con l’occhio “appannacchiato” del critico provetto.
    Quel sabato, Eulalia, - solo per averle dato il nome, la madre della ragazza, avrebbe dovuto scontare due anni ai domiciliari- prese la meditata decisione di rifarsi: sia la carrozzeria che qualche partuccia interna. Desiderava altresì sostituire qualche tubicino logoro che con gli anni si era reso rigido ostacolandole il flusso del sangue, e anche qualche neurone menefreghista che si rifiutava di ricevere un impulso nervoso.
     Sui banchetti bianco panna acida si trovava ogni genere di ricambio umano, certo contenuto in pozzetti frigo che attraverso pareti di vetro si mostravano vivaci e pulsanti al pubblico.
    Cuori: (con e senza freccia) che ticchettando allegramente instillavano l’ancestrale e primogenito istinto alla vita.
    Fegati: operati una sola volta e ancora in grado di contribuire alla digestione di mezzo chilo di patatine fritte.
    Polmoni: con alveoli appena intaccati dal fumo passivo, con tanto di specificazione del volume d’aria che potevano ancora contenere.
    Poi, ghiandole e ghiandoline, tubicini e grovigli di intestini e frattaglie.
    Eulalia si soffermò davanti a quella che gli sembrò essere un lembo di pelle. Una targa in bella mostra specificava nella sua arzigogolata scritta “isole di Langerhans;” e lei che aveva sempre creduto che fossero un atollo delle Antille!
    Distolse lo sguardo dall’atollo, proseguendo decisa verso il banchetto delle vene usate.
    “Che vene, signorina!” – disse il commerciante allargando le braccia- “sembrano quelle di un ragazzino!.” Vedendo Eulalia interessata, questo, sparò il suo alto prezzo.
    “Non posso permettermele” _-disse la ragazza- “anche se mi piacciono un casino.”
    “Signorina con queste vene, lei, butterà alle ortiche quel gonnone che le nasconde le gambe dalla vita ai piedi! Il prezzo comunque e quello che le ho chiesto; anzi, visto che lei mi sta antipatica, e che è risaputo che godo la fama di essere un poco stronzo, non le le do nemmanco per mille euri! E mica stiamo a vende broccoletti!”
    La ragazza non diede voce al suo risentimento e si limitò ad alzare il dito medio della mano destra, come aveva visto fare nei film americani.
    Girò per ore tra i banchi e avendo trovato e acquistato quello che a lei era d’uopo, compreso un thermos elettronico per mantenere il tutto alla rigorosa temperatura di un grado sotto lo zero, si incamminò verso la vicina clinica “mater corpus usati” dove, dopo avere preso precedenti accordi era attesa da: un chirurgo laureato, una infermiera laureata, e da una matrona normale.
    Un mese dopo, dalla ridente struttura immersa nel solito ridente sabato mattina, gli occhi increduli dei passanti,  poterono ammirare il corpo modellato di una immensa figa. Era la nuova Eulalia. Nei suoi confronti Lady Gaga diventava la “maestrina dalla penna rossa.”
    Giorni dopo la ragazza morì. L’autopsia rilevò l’uso di organi di ricambio di scadente qualità. Eh! Glie lo diceva sempre la mamma! “Figlia mia: chi sparambia, spreca!”
     
     

  • 20 febbraio alle ore 15:48
    Carcere Rosso

    Come comincia: Ad un certo punto le cose accadono e s’incastrano, l’una con l’altra dentro quell’altro e così via.
    Come tante celle costruite una dentro o accanto all’altra collegate tra loro da un invisibile filo del destino che tesse ogni singola emozione o situazione; una vedova nera che intrappola le sue vittime in tranelli abietti e poco costruttivi che però, per magia, alla fine sembra avere un senso se vogliamo.
    La situazione mi appariva come un carcere rosso; ed io ero l’imputato, il giudice e l’aguzzino. Che triste realtà contorta.
    Nel mio cervello c’erano troppe informazioni, situazioni sulle quali affacciarmi ed affrettarmi a risolvere e poi quelle che nulla c’entrano ma che, per via della vedova nera, s’intrecciano alle cose reali ed esistenti senza nemmeno chiedere il permesso.
    Viktoria e Buba erano i miei compagni di cella (quelli a cui non badavo ne ascoltavo ma, in quanto uniche persone reali con cui condividevo quel carcere, dovevo rendere almeno qualcosa che fosse stato un gesto, una parola, una compagnia o semplice falsità quotidiana).
    Poi c’era Melissa, l’unica amica che ho sempre avuto e che desideravo ardentemente rimanesse con me fino al calar della vita; quella mano dolce e confortevole di bella leonessa amante della vita dedita a sol se stessa ed al suo irrequieto cane bianco e nero; e poi c’era lui.
    Ernèst. Ernèst era quel tassello più improbabile che alla mia vita non serviva minimamente eppure era entrato nella mia linea; anche lui aveva un posto nel carcere rosso che mi ero creato nella mente ma aveva un posto riservato, quasi nascosto al mondo. Non che me ne vergognassi, ma essendo lui l’improbabile, mi piaceva fosse quella carta nascosta da scoprire in reale caso di bisogno.
    Artista fin nel midollo, Ernèst cantava e suonava di amore, passione, la vita ed il mondo, di viaggi e di donne, di canne e di fronde.
    L’amico fragile dell’improbabile caso umano qual’ero, messo in un angolo a rimuginare su vita, morte e miracoli passati presenti e futuri senza capirci un emerito cazzo. Sapevo che dovevo campare e cercavo di farlo nel modo più normale possibile (anche se, a dire il vero, sono un tipo abbastanza plateale). Fuggire nuovamente era quello che volevo, ma per farlo dovevo organizzare bene i miei passi e non potevano esserci margini di errori; assolutamente no.
    Jenny sarebbe stata la persona perfetta; ragazza semplice e carina, giovane e innocentemente maledetta (sono sicuro sia così).
    Ma no, no! L’improbabilità non deve aleggiare perpetua nella mia mente; sto mischiando fantasie e realtà, che confusione! Avevo impostato la vita reale in un carcere e quella irreale nel mondo attuale.
    Ernèst era un uomo o una donna ai miei occhi? E Jenny? Era la barista del bar dove andavo di solito a sbronzarmi, o era l’amante uomo del momento?
    E io? Chi sono ora a parlare? Il me prigioniero? La vedova nera? L’amante delusa da Pablo o il dannato Mr X che deve risolvere dei problemi?

    Mi sento un po’ confuso.

  • 19 febbraio alle ore 10:13
    Lacrime e sorrisi senza confini

    Come comincia: Roma.
    Rideva come una matta, piccola creatura senza denti con due ciuffi in testa e tutti restavano incantati a guardarla ed ascoltarla, perché si, pur se piccola il suo sorriso era forte e contagioso e al cospetto di quella gioia incontenibile diventavano tutti più allegri e comprensivi. Ma quella notte pianse a lungo, stavano crescendo i dentini e il dolore era insopportabile, mamma e papà erano stremati, ma ripensando alla loro creatura sorridente la notte passò in un baleno.
    Milano.
    Si sbellicava davanti alla tivù, non comprendeva ancora a pieno il senso di quelle immagini e di quelle parole, ma lui era un bambino così, sempre allegro e sorridente. Da dietro una porta la mamma lo stava osservando senza riuscire a trattenere delle lacrime di gioia, come non esser contenti di fronte al proprio figlio che ride?
    Napoli.
    I bambini ridevano perché un piccione era entrato nell'aula e si era messo a scacazzare a destra e a sinistra; la maestra cercò di riportare l'ordine e il silenzio, ma nel volgere di pochi istanti si lasciò coinvolgere dalle risate sincere dei suoi alunni.
    Torino.
    Il professore di matematica aveva raccontato una barzelletta e tutta la classe scoppiò a ridere in maniera incontrollata tanto che gli schiamazzi giunsero fino all'ufficio del preside il quale, dopo aver individuato da dove giungesse quel trambusto, si diresse in quella direzione. Terza D, in fondo al corridoio, c'era da aspettarselo. Aprì la porta e trovò la classe intenta ad ascoltare la lezione di matematica, ma il suo occhio attento notò le espressioni dei ragazzi: trattenevano a stento le risa e allora si girò verso il professore che, con fare modesto, menzionò la sua barzelletta al preside. Dopo pochi secondi anche il preside scoppiò in una sonora risata e tutta la classe sfogò le risa represse; tutto sonmmato, si disse il preside, ridere fa bene alla salute e distende i nervi, per stavolta niente punizione.
    Palermo.
    A cena l'atmosfera era di quelle pesanti: papà aveva perso il lavoro, suo fratello era stato bocciato, la mamma aveva l'influenza e lei era stata lasciata dal fidanzato. Il minimo errore, una parola sbagliata, un rumore molesto, qualsiasi cosa e sarebbe scoppiata la bomba. E invece suonò il campanello della porta, la mamma si avviò a vedere chi fosse e si trovò davanti l'anziana vicina di casa che era venuta a chiedere di prestarle tre uova. La donna fece accomodare l'ospite e si diresse in cucina per recuperare le uova, mentre la signora, resasi conto dell'atmosfera pesante, provò a sdrammatizzare quella situazione raccontando cosa le era successo. Stava preparando la frittata mentre alla televisione trasmettevano uno spettacolo circense, ad un certo punto uno dei pagliacci si era messo a far volteggiare tra le mani delle palline colorate e lei, presa dallo spettacolo, aveva cercato di imitarlo lanciando in aria le uova con il risultato di fare la frittata sul pavimento. Al sentir quella buffa storiella il papà scoppio a ridere e anche suo fratello rise fino alle lacrime mentre lei, immaginandosi la scena della vecchia che spiaccicava le uova a terra nel tentativo di farle volteggiare in aria, restò per un attimo sconcertata, poi il suo cervello focalizzò la scena e anche lei si mise a ridere. La mamma, che nel frattempo li aveva raggiunti in sala, pur non avendo ben capito tutta la storia fu lieta di vedere i suoi che ridevano beatamente; quelle risa trasmisero in lei gioia e serenità e nel breve volgere di alcuni secondi cominciò a ridere fragorosamente. La vecchia ospite si unì spontaneamente a quella manifestazione di allegria e il frastuono era tale che il ragazzo dovette suonare alla porta ripetutamente prima che qualcuno sentisse. Fu lei ad accorgersi che il campanello trillava e, ancora con la faccia sorridente, aprì la porta e si trovò davanti lui che con in mano un mazzo di fiori la implorò di perdonarlo e di potersi rimettere insieme. Nonostante tutto lei continuò a ridere e in segno di pace lo fece accomodare in sala. Ora tutti avevano smesso di ridera, ma l'atmosfera era più distesa e appena la vicina di casa  li ebbe ringraziati e salutati, squillò il telefono. La mamma rispose immediatamente e disse al marito che era per lui, l'uomo prese l'apparecchio dalle mani della moglie e dopo poche parole un sorriso si stampò sul suo viso; l'avevano ricollocato in un altro reparto e a partire dal giorno successivo avrebbe ripreso a lavorare. Nel frattempo anche il cellulare di suo fratello ricevette dei messaggi; era la scuola che si scusava per un macroscopico errore, le sue schede valutative erano state confuse con delle altre e quindi non era stato bocciato bensì promosso senza nessuna materia da riparare a settembre. Tutte quelle notizie positive ricevute in così pochi istanti riportarono il sorriso a tutta la famiglia e anche la mamma, travolta dall'euforia, riuscì a sopportare meglio la sua condizione febbrile.
    Un paesello in provincia di Brescia.
    Stava leggendo un libro seduta sulla panchina del parco mentre dei bambini schiamazzavano nel prato vicino. Da qualche giorno aveva notato quel ragazzo dai lineamenti orientali che arrivava in sella alla sua scassatissima bici, la appoggiava ad un muretto e poi cominciava a parlare al cellulare. La cosa in se non aveva nulla di strano, ma lei, giorno dopo giorno, si era accorta di come il sorriso di quel ragazzo crescesse fino a diventare gioia allo stato puro; doveva essersi innamorato. Si disse che non avrebbe fatto nulla di male provando a parlare con lui, in fondo era in un parco con tanta gente che li circondava e il ragazzo poteva aver 13 o 14 anni. Quando si accorse che lui aveva finito con il telefono provò a chiamarlo senza metterlo in soggezione, il ragazzo si guardò in giro titubante ma piano piano si avvicinò a lei e quando fu ad un paio di metri di distanza lei si presentò.
    "Buongiorno, io sono Carla, tu come ti chiami?" Il ragazzo non capiva cosa volesse da lui quella donna, ma la sua educazione lo portò a rispondere con garbo "Io sono Akram" Carla intuì il disagio del ragazzo e cercò di conquistare la sua fiducia "Scusa Akram, io facevo la professoressa alle scuole medie e ho sempre vissuto in mezzo ai ragazzi della tua età ed era parecchio tempo che non vedevo più un sorriso come il tuo, solare e spontaneo" Il ragazzo fu tentato di scappare, sapeva che circolavano strani personaggi sempre pronti ad adescare giovani di tutte le età, ma qualcosa nello sguardo della signora lo rassicurò, non sembrava pericolosa "Ho 13 anni ma a scuola non l'ho mai vista" "Infatti, come ti stavo dicendo facevo la professoressa. Poi alcuni anni fa ho avuto dei gravi problemi di salute e ho dovuto abbandonare la mia professione ed ora eccomi qua, seduta su una panchina ad osservare mio marito che gioca con mia nipote ed il cane" Disse facendo cenno con la mano verso il prato. Akram si girò istintivamente e in mezzo a quel mucchio di gente intravide un anziano signore che si intratteneva con una bambina ed un bell'esemplare di Labrador.
    "Hai da fare Akram o puoi dedicare un po' del tuo tempo ad un'anziana signora che adora i bei sorrisi?" Il ragazzo voleva sganciarsi da quella situazione, ma qualcosa lo tratteneva, forse l'educazione, o la compassione per quella stramba vecchietta. Decise allora di sedersi sulla panchina, non aveva nulla di urgente da fare "Ha detto che lei adora i bei sorrisi, come mai?" Quella domanda così diretta, fatta senza malizia, mise la donna in difficoltà, le persone da tempo evitavano di porre domande dirette e ancor meno di rispondere sinceramente. Decise però di aprire il suo cuore a quel ragazzo "Mi piace la gente che ride in modo sincero, senza secondi fini. Il sorriso rende qualsiasi volto disteso e sereno e il suono delle risa mette allegria. Tante persone hanno dimenticato la bellezza delle risate e forse anche io mi sono persa in questo mondo freddo e distaccato. Tu hai un bel sorriso Akram, non smettere mai di ridere, giosci della tua vita, sempre. Sii spensierato e realizza i mille sogni che hai nel cassetto. Adesso se vuoi puoi condividerne alcuni con me" Il ragazzo trovò quella richiesta un po' strana, ma quella signora ispirava fiducia e in un certo senso tenerezza, così cominciò a  raccontarle alcune esperienze e i suoi sogni e il pomeriggio trascorse tra chiacchere e risa di gusto. Poi Akram annunciò che era tardi e che doveva rincasare e lei con un gesto materno lo accarezzò sulla testa e disse "Se vuoi torna a trovarmi, mi troverai qui, tutti i pomeriggi. La tua presenza e il tuo sorriso sono un toccasana per il mio corpo acciaccato"
    Nei giorni seguenti una perturbazione rovesciò pioggia a catinelle su tutta la zona e Akram evitò di recarsi al parco. Dopo quattro giorni di pioggia ininterrotta il quinto giorno il cielo era azzurro e il sole caldo e il ragazzo si recò al parco, in cuor suo desiderava rivedere la vecchia professoressa, ma giunto sul posto non la trovò. Girovagò per circa mezz'ora nella speranza di incontrarla e quando fu sul punto di andarsene riconobbe una signora che aveva salutato la signora Carla e allora, con garbo, chiese informazioni sul suo conto "La signora Carla?" Chiese la donna sbalordita "E' morta ragazzo, è morta!" Akram si irrigidì, alla sua età aveva già elaborato la morte, ma era la prima volta che si trovava di fronte alla perdita improvvisa di una persona con cui era bastato passare un pomeriggio al parco per affezionarsi. La signora comprese lo stato d'animo del ragazzo e gentilmente cercò di consolarlo "Senti ragazzo, se ci tieni tanto vai a farle visita, è morta ieri ed è ancora a casa" Akramm si fece spiegare dove andare e raggiunse l'abitazione della professoressa. Era pomeriggio e a parte i parenti stretti c'erano pochi visitatori, tra cui alcuni giovani, probabilmente ex alunni della signora Carla. La sua religione non contemplava quel rito funebre, ma in quel momento lui vedeva solo un'anziana rinsecchita stesa in una bara di legno e la sua mente da ragazzo spensierato notò un accenno di sorriso in quel viso scarnito. Ripensò a quegli attimi di gioia che avevano trascorso insieme e trasportato da quei pensieri cominciò a sorridere, sempre più forte, fino a scoppiare a ridere. Uno dei presenti lo redarguì severamente, che stava facendo? Era in presenza di una morta, un po' di rispetto. In quel momento il marito della signora Carla si alzò dalla sedia e si rivolse con calma al signore "Lo lasci ridere, non si preoccupi. Mia moglie ha vissuto gli anni migliori della sua vita in mezzo ai ragazzi della scuola e mi ripeteva sempre che le loro risate erano una vera benedizione" Poi appoggiò una mano sulla spalla di Akram e lo invitò a continuare "Ridi ragazzo, ridi. La tua gioia è la mia, il tuo sorriso è il miglior gesto d'affetto nei suoi confronti" Akram sorrise ma poi scoppiò in un pianto sincero e abbracciò l'uomo con forza "Bravo ragazzo, piangi e poi ridi. La gente ha dimenticato cosa vuol dire, non sa più esternare le proprie emozioni e vive in un acampana di vetro"
    Akram uscì da quella casa e si mise a camminare a testa bassa con il cuore gonfio di mille sensazioni, e preso da un turbine di pensieri, con gli occhi ancora gonfi di lacrime, non si avvide di lei che le andava incontro "Sei cieco?" Disse la ragazza con il sorriso sulle labbra. Lui alzò il capo e un sorriso illuminò il suo volto e senza pensarci due volte le chiese "Ti va di venire al parco con me?" "Volentieri" Rispose lei immediatamente. I due ragazzi si fissarono per un attimo, i loro sguardi trasmettevano gioia alllo stato puro. Akram sentiva le farfalle nello stomaco, quindi afferrò delicatamente la mano di lei che strinse leggermente la sua in segno di approvazione; con il sorriso stampato in faccia si avviarono verso il parco, il mondo era loro.

  • 16 febbraio alle ore 14:33
    Bello Ma Sporco

    Come comincia: “Ti smarrirai nelle orbite oculari dell'angelo caduto e, gridando sotto voce, dire al vento del sud che l’amore è amore se, a darlo, sei tu.”
    Bella la poesia. Riesce sempre a dare quel tocco magico e confortevole di chi, sfrenato sognatore, crede che le cose siano ancora belle; che il mare sia profondo e i gabbiani al meriggio siano l’apice del romanticismo.
    E poi t’imbatti in cose del tipo “Si, come un angelo scopava divinamente, oh sì, se scopava da Dio (o con Dio), non lo so, ma in tutti i casi sapeva fin troppo bene il fatto suo.”
    La poesia può tradursi nelle realtà rude, come un atto sessuale che raggiunge anch’esso l’apice del paradiso sfiorando il “bello ma sporco”, come prendere l’assassinio di una fanciulla lasciata agonizzate sul marciapiede.
    Continuare dicendo “Come se fosse stata la regina delle puttane e meritava molti soldi, oh sì, se li meritava. Una scopata con quella donna e avresti dimenticato ogni cosa, qualsiasi essa sia fosse.
    La sua bocca carnosa così affine ai miei genitali, era l’apoteosi del sesso; il sublime stato di assuefazione frenetica psicofisica dell’uomo! Un solo dito in quella bocca e sarei stato capace di venire dall’unghia se fosse stato anch’esso un organo genitale.
    Aveva lo sguardo di chi sembra farti un piacere, più per te che per lei stessa. Quella sua vagina candida e calda sembrava il morso della morte (e se morte fosse stata, mi sarei lasciato prendere senza pensarci troppo).
    Sapeva metterti il desiderio e sapeva anche come togliertelo. A due passi dal paradiso che si costruiva, era capace di togliertelo come se fosse stata lei ad ingravidare me e non il contrario.
    Oh, mia bella! Scoparti equivale a tutto l’oro del mondo; a tutti gl’occhi che ho potuto vedere in passato e tutte le bocche che avrei baciato in futuro.”
    Non è anch’esso altrettanta bella poesia corporea? Se magari a parlarne fossero le membra stesse potremmo leggere dei suoni che emette ad ogni singolo sussulto per accostarlo a fatti irreali tipo “perché candida giacevi sul cumulo di stracci avidi di piacere, dove dita frenetiche penetravano dolci sulle fosse del viso morente d’ardore”.
    Mostruosamente sublime!

  • 13 febbraio alle ore 15:30
    Manifestazione Onirica Del Demone

    Come comincia: E’ come se avessi un demone dentro, un demone dalle mille personalità con un solo volto che ha, nel pugno, la mia anima.
    Gli piace giocarci senza mai fermarsi ed io sono in balia di quel suo gioco, senza potergli opporre resistenza; come se la sua mano confortasse più di mille mani reali.

    Nei miei incubi notturni sogno sempre di sfuggirgli o di farlo mio; persuaderlo a lasciarmi andare o lasciarsi andare a me, ma senza ottenere nulla. Due sono le cose che tento di fare: o lo amo o lo odio ed entrambi sono portati all’estremo essere.
    Questi incubi mi folgorano le membra del cervello; cerco di svincolarmi strappandomi al sonno ma invano, la sua perfidia sa sempre come ammaliare il mio tormento mettendomi a tacere, costringendomi a guardare ciò che accade, inerme, spaventato, con quel poco di coraggio che ancora ho dentro.

    Come una Sindrome di Stoccolma amando il mio carnefice allo sfinimento ma tutto attorniato dalla speranza che, un giorno, tutto questo possa finire.
    Nei suoi vari travestimenti, porta un solo volto; ed io conosco bene quel volto.
    Mi rendo partecipe di quella perversa denudazione, come se mi preparassi e agghindassi per il momento in cui mi potrà torcere il collo, sprofondandomi i pollici negl’occhi scabrosamente.

    Mi annoda il ventre ed i polsi, come carne posta sul fuoco ardente; semina dolore e desiderio senza muovere un passo, come se fossi spaventato dalla sua sola ombra offrendo me stesso all’inferno impetuoso e potrei implorarlo dall'oggi al domani; non credo otterrei molto. Alla fine è tutto qui, nella mia testa e fin quando io vorrò che esista, lui non sparirà ma continuerà a farsi spazio disintegrando tutto ciò che di bello resta.
    Com’è possibile che tanta ombrosità sia nata e radicata dal petto alle viscere? Quando è avvenuta la sua nascita, la sua crescita e la mia agonia?

    La sensazione più irreale e veritiera è: seduto nel vuoto una mano trafora il mio metto, abbraccia il mio cuore e quando gli va di giocare, lo stringe avidamente facendolo sanguinare ma costringendolo a restare in vita. Due ferri agl’occhi per tenermeli sbarrati ad assistere alle immagini che mi proietta nel cervello puntellato da un sottile ago infetto che entra ed esce dal mio cranio bagnando le budella che fuoriescono dal mio ventre spappolato.
    Non so se ho reso l’idea.
     

  • 13 febbraio alle ore 12:56
    Il Signor Johnson e le Mosche

    Come comincia: Strana espressione "letto di morte" in fondo sul letto ci hai sempre fatto tutt'altro, sarebbe una bella idea per un business fabbricare letti di morte, giacigli usa e getta per trapassi coerenti e comodi.
    Non sono mai stato ad un concerto. Non sono mai stato ad una mostra. I miei occhi non hanno mai incontrato la bellezza, e allora mi chiedo come faccio a conoscere la bellezza se non l’ho mai vista ? mi affido alla mia immaginazione ? chiedo in giro ?.
    Forse la bellezza è una cosa che sai. Che in fondo conosci. Come i bambini che sanno chi è la loro madre pur non avendola mai vista, come chi si trova tra la folla, come chi sa con chi parlare dentro un aeroporto.  Forse c’è una chimica speciale tra me e la bellezza. Forse voglio convincermi che sia così intanto dalla mia finestra entrano solo i clacson delle auto in coda. E io resto a  letto a sussurrami parole confortanti che nessun’altro mi ha mai detto, che nessun’altro si è mai realmente preoccupato di pensare di dirmi.
    Io sono un cane randagio, io non ho arte e non ho parte. Solo le mosche mi girano attorno, da quando avevo un anno, ogni anno una mosca in più, le foto delle elementari con sei, sette,otto,nove,dieci mosche che mi giravano intorno, i bambini mi davano del mostro, le maestre non mi capivano e spesso non mi chiedevano proprio nulla per paura di non sentire la risposta o forse per paura che la risposta fosse giusta e io ormai ero quello con le mosche non potevo cambiare ruolo. Non mi era consentito.
    Nella foto dei miei dodici anni c’è una bottiglia di fanta marrone, una torta, due genitori e dodici mosche che mi nascondono la faccia.
    Le Tac, gli esami, gli esorcisti, le preghiere. I rimedi naturali. Anche se nessuno aveva mai visto una cosa del genere, un errore simile, uno scherzo della natura, un grossolano sbaglio di Dio.
    Gli anni andarono veloci come le parole dette con odio, gli anni andarono via veloci e con loro le mosche ed insieme alle mosche c’era sempre meno mondo e più sorrisi di scherno e più prese in giro, provavo a suonare la chitarra per distrarmi ma con tutte quelle mosche intorno era un casino concentrarsi il cielo era pieno di puntini, la mia vita era piena di ronzii, non ho mai sentito una parola che non contenesse un bzz che la disturbasse.
    Adesso ho trent’anni e trenta mosche. E mi chiedo da dove vengano, da quale inferno siano uscite, e del perché non riesco a scacciarle via, ho inalato più DDT che ossigeno  eppure io sono ancora vivo e loro sono ancora qui attorno.
    A qualcuna sono anche affezionato in mancanza di meglio, chissà chi è di loro la prima. Praticamente mi ha visto crescere, magari potessi parlarle invece lei ronza e io ormai ci ho fatto l’abitudine è proprio vero ci si abitua a tutto nella vita. Anche alle mosche che ti ronzano in faccia e di fatto una vita non te la fanno avere.
    Regna sul tempo.
    Le voci dei gabbiani non si fanno coprire dal ronzio, è una notizia curiosa, forse saranno frequenze diverse, o forse tutto quello che crea disturbo non entra in conflitto, una sorta di rispetto tra cose fastidiose.
    Una volta ho provato ad innamorarmi, sono andato ad uno speed date, e stavo li seduto bevendo birra annacquata e facendo finta di niente, ma al mio tavolino di plastica scadente nessuno. Avevo un cartellino attaccato alla camicia, c’era scritto “Mr. Johnson”. Rimasi tutta la sera li a cercare di decidere cosa fosse più triste se il cartellino o il tavolino di plastica, rimasi li un numero infinito di birre, mentre la tv mandava videoclip improbabili, e la gente andava via stringendosi per i fianchi con i visi che promettevano guerre amorose iper violente e io ancora li ad annacquarmi il sangue di birra scadente fino a quando un ragazzino brufoloso e timido non mi chiese anche troppo gentilmente di andare via. Sorrisi, ma lui non ci fece caso, c’erano ancora una volta troppe mosche.
    Fossi nato prima avrei fatto il fenomeno da baraccone, fossi nato a Londra avrei girato un video con Cunningham, ma da qui non posso fare niente, mi sento come su una Gru, e non riesco comunque ad attirare l’attenzione, praticamente è come essere in una stanza vuota, anche se la sensazione della solitudine non la conosco poi cosi bene poiché ho sempre avuto le mie mosche.
    Camminando verso casa lungo la strada ricolma di niente, lungo il marciapiede anonimo e grigio, lungo la mia vita. Incrociai un tizio e per sbaglio gli urtai la spalla facendolo cadere rovinosamente a terra. Preso dai miei pensieri non mi accorsi nemmeno di averlo fatto ma una mosca volò via.
    Trent’anni. Ventinove mosche.
    Seduto sulla mia poltrona reclinabile in simil-pelle mi interrogavo bevendo l’ennesima birra, avevo senza dubbio fatto una cattiva azione, e allora perché una mosca era andata via ?.
    Prima non avevo mai fatto una cosa del genere, avevo sempre chiesto scusa, avevo sempre ringraziato, avevo sempre provato vergogna per ciò che ero.
    Stavo lì seduto con una bottiglia in mano, ventinove mosche, e la spasmodica voglia di fare del male a qualcuno, per confermare quella che ormai era più che un’idea, più che una fissazione, quasi una certezza, adesso non mi viene in mente nessuna analogia per spiegarmi meglio. Tant’è, dovevo fare qualcosa di male e non c'era tempo da perdere.
    Aspettavo la mattina seduto sulla poltrona. Glorificavo quell’errore, glorificavo la mia casuale cattiva condotta forse lo facevo a voce troppo alta, perché la signora Smith del terzo piano mi urlò di chiudere il becco ed io a mia volta le urlai “chiudi il becco tu brutta vecchiaccia di merda” e di colpo le mosche divennero ventotto. Adesso sapevo cosa provò Newton quando qualche stronzo gli tirò una mela in testa.
    Non stavo nella pelle, non stavo nelle mosche, cattiva azione, equivaleva ad una mosca in meno. A saperlo prima avrei fatto lo stronzo tanti anni fa e chissà magari adesso avrei avuto una vita normale.
    E io che già mi vedevo a girare con il carrozzone di qualche circo di provincia come se fossi un qualsiasi Zampanò.
    L’indicibile e volgare soddisfazione di sapere di aver svoltato la vita, sprecare la vita, in mancanza di ulteriori malinconie.
    L’educazione ad esempio, quella si che è un grosso limite ad esempio entrate dentro un ascensore non è necessario che sia affollato, entrate salutate garbatamente e lanciate la più grossa scoreggia di cui siete capaci, tirate al limite l’acceleratore se è necessario sforzatevi, non abbiate paura di smerdarvi le mutande, tirate la più grossa scoreggia inebriate la stanza di gas e poi sorridete, dando così a tutti la certezza di avere un colpevole. E qui entra in gioco l’educazione; delle persone educate si limiteranno a redarguirvi con lo sguardo a non salutarvi quando arriveranno al tanto agognato piano, forse un giorno rideranno e racconteranno l’aneddoto agli amici.
    Ma intanto voi avrete una mosca in meno, dando per scontato ovviamente che la mia situazione sia quantomeno usuale. se non avessi trovato gente educata avrei preso al massimo un paio di pugni, perché le scoregge le fanno tutti, è una cosa democratica, che unisce i popoli, più delle olimpiadi, più delle scene commoventi che contengono bambini e animali. E adesso le mosche sono ventisette, mi sento già più leggero, mi sento già meno fuori luogo il ronzìo si è fatto quasi sopportabile, forse sto solo convincendomi che sia così.
    Riflettevo su quanto poco morale sia far del male al prossimo per scacciare via le mie mosche, riflettevo e mi ripetevo che “Chiunque altro lo farebbe al mio posto”. Ma c’è qualcosa che non mi convince.
    Intanto stava diventando necessario, come giocare con un giocattolo nuovo, come ingrassare in inverno, come lasciarsi andare una volta fidanzati seriamente, stava diventando necessario. Ad esempio un modo veloce per fare una cattiva azione era nascondere dei bigliettini nelle valigie di quelli che stanno per partire, bigliettini demotivanti tipo “ Anche a Londra i prati saranno pieni di merda”.  Non mi fa sentire bene, ok si forse solo un po’, però le mosche se ne vanno e siamo già a quota ventitre, mangiare  un panino senza ingoiarne nessuna, sono piccole vittorie. Che poi comunque sarà vero che anche a Londra c’è la merda nei prati.
    Ero diventato una brutta persona senza nemmeno accorgermene del tutto, facevo discorsi da bar, demagogici e populisti, commentavo in modo sprezzante e cattivissimo le foto  di estranei su internet. Ma le mosche restavano li dopo un po’ restavano li, avevo dato una bella sistemata adesso erano solo venti, ma evidentemente non accettavano ripetizioni, Dopo un po’ le cattive azioni scontate non sono più cattive azioni, sono soltanto un modo come un altro per vivere, un modo come un altro per riconoscersi in qualche discorso vuoto, un modo come un altro per dire qualcosa di stupido e più stupido è quel qualcosa più gente ti darà ragione. Forse è così che si sentivano i Dittatori, dopo un po’ perdevano il contatto con la realtà e qualsiasi cosa dicevano andava bene. Ma adesso non funziona più perché c’è libertà di pensiero e paradossalmente tutti tutti possono dire e fare tutto, tutti possono gettare merda su tutti e non è più una cattiva azione è solo normalità. E le mosche sono sempre li.
    Ed è chiaro che abbiano la pretesa di qualcosa di più per lasciarmi in pace. Dannati insetti pretenziosi.
    la solitudine è uno scherzo, una dichiarazione d'intenti, la solitudine è chiaramente sopravvalutata a volte, non c'è molto da fare a parte pensare,scrivere, prendere appunti, ascoltare musica, ma poi ? e poi a chi comunichi i pensieri ? grandiose architetture che restano vuote. 
    sto qui ad imbastire cattive azioni per cacciare via le mosche e nel frattempo sono rimasto più solo di quanto fossi mai stato, non ha funzionato lanciare un secchio d'acqua su quei bambini che giocavano sotto casa mia, non è servito a nulla. forse non è una cattiva azione è solo una cosa inevitabile dopo una certa età.
    la cattiveria si mitiga con gli anni ? quando una cosa diventa accettabile ? quando diventa tollerabile essere razzisti ? quando diventa tollerabile essere pro pena di morte ? quando ? in quale preciso momento dire le peggiori cattiverie su un essere umano uguale a te diventa plausibile ? quando smette di diventare una cattiveria prevaricare gli altri ?, il tempo passa e più adulti si diventa più cattive azioni diventano rare, come se fosse scontato diventare delle pessime persone dei cattivi esempi mentre si accusano sempre gli altri di essere dei cattivi esempi.
    per essere cattivi sul serio bisogna per forza fare qualcosa che non abbia alcuna giustificazione ? è così facile trovare delle attenuanti alla malvagità, è così semplice giustificarsi e farsi giustificare dopo un pò ? cosa mi resta da fare per cacciare le mosche ?, io sono un tipo da scherzetti, da bigliettini cattivi, da cose che passano con un'alzata di spalle, al massimo posso dare le indicazioni errate ad un automobilista e se dico di essere una cattiva persona tutt'al più strappo una risata con queste mosche che mi girano attorno.
    Nel frattempo la notte diventa giorno, e sto sempre qui con il ronzìo delle mosche a cercare di non impazzire, e forse anche quella sarebbe una piega degli eventi parzialmente giustificata nella mia situazione.
    siamo schiavi della soggettività. e anche entrare dentro un asilo e sparare ad un tizio vestito da babbo natale non è servito a molto, anzi qualche genitore mi ha pure ringraziato di avergli tolto questa preoccupazione perchè non sapeva assolutamente come spiegare al figlio che babbo natale non esisteva.
     sempre ventitre mosche e forse è finita qui, tra un aperitivo mancato e un elogio della cattiveria. anche se non serve a far andare via le mosche, e non serve nemmeno sentirsi in colpa.
    intanto continuo a scoreggiare dentro gli ascensori pieni di gente, ma quello lo faccio solo perchè è troppo divertente, continuo a dare indicazioni sbagliate agli automobilisti, continuo a mettere bigliettini demotivanti nelle valigie di chi parte ed ha quell'aria tronfia di chi si sente sprecato, ma le mosche sono sempre ventitre e mi ripeto che nella vita ci si abitua a tutto anche al ronzìo, anche alle risate, ai disagi, alla rovina, al disagio, alla totale mancanza di senso di alcune giornate in cui vorresti vedere un bel tramonto ma hai ventitre mosche davanti e la vista sul mondo parzialmente oscurata. anche se a volte tutto ti sembra molto più chiaro. 

  • Come comincia: Jessie Carter spense la tv, quella sera d’inverno.
    Non valeva la pena di combattere contro le palpebre che sembravano di piombo e il cervello annebbiato dall’età e dal sonno. Così, si aggrappò ai braccioli della poltrona e poco alla volta, nonostante le braccia che tremavano per lo sforzo e le ginocchia instabili, si issò in piedi e si avviò verso la camera da letto.
    Cercò di scivolare a più riprese sotto le coperte, e pensò che gli inverni si erano fatti sempre più rigidi, o forse era semplicemente colpa della cattiva circolazione se il freddo pungente gli assaliva le ossa come tanti, piccoli insetti carnivori.
    Cercò di concentrarsi sul ticchettio regolare della pioggia battente contro il vetro della finestra quando venne rapito da un suono inconsueto come se un gatto stesse raschiando gli artigli contro una porta. Stava per convincersi di averlo immaginato, cedendo con arrendevolezza crescente al sonno, la mente si faceva sempre più evanescente, la vista sfocata, ma neppure quel surrogato di benessere, seppur per una notte, gli fu concesso, non quella sera.
    Rapida la sua figura scomparve nell’oscurità della camera e poi nella pioggia, mentre ciò che rimaneva del suo corpo, una volta prestante ma già consumato dal tempo, veniva prosciugato dei suoi liquidi vitali, come un asciugamano strizzato con forza. Così Faerhglen si arrese nella sua immutabile inconsapevolezza di aver perso un figlio, il primo di quell’inverno.
     
     
    Veronica Monroe quella mattina si era svegliata molto presto. Si sentiva in agitazione ma non sapeva spiegarsene la ragione. Magari è solo lo stress residuo di un periodo intenso, si disse mentre si infilava uno dei suoi maglioni preferiti.
    Aveva un appuntamento, che inciampava nel definire stimolante, con Helen. In occasione del suo ultimo, faticoso esame, aveva chiesto all’amica di vecchia data di accompagnarla nel luogo considerato da sempre il più affascinante in città: il vecchio castello gotico, che un guardiano solerte provvedeva a mantenere in buone condizioni e ad affittare occasionalmente a scorribande di giovani per i loro bagordi trasgressivi dalle sfumature horror. Veronica era giunta a un punto dei suoi studi in cui ogni gesto di supporto, ogni piccolo aiuto proveniente dall’esterno, aveva in sé un grande valore dal punto di vista della motivazione, che era andata pian piano scemando sempre più dall’inizio della sua avventura alla facoltà di architettura.
    Bevve il thè bollente con latte e zucchero, preparato in silenzio per non svegliare sua madre, mentre guardava oziosamente dalla finestra della cucina. Il fluido scivolava giù per la gola come nettare riscaldato. Non sapeva dirsi con certezza se fosse quello, in realtà, il suo stato naturale, l’impostazione di base della sua esistenza, guardare dalla finestra con disincanto un mondo o troppo ozioso, silente, oppure nevrotico e affannato; una modalità d’uso della sua persona che si estendeva e si protraeva con strascichi di sonnolenza per tutto l’arco della giornata, per poi vedere una nuova notte e così via, in un’apatia che avrebbe quasi potuto definire genetica. Scacciò quel pensiero troppo fine da farsi di mattina presto e lo annacquò con il thè riflettendo che forse avrebbe dovuto frequentare di meno gli amici intellettuali dell’università.
    Si chiuse la porta di casa alle spalle e abbottonandosi il cappotto, con tanto di sciarpa ben avvolta attorno al collo, si avviò all’appuntamento con l’amica.
    La cittadina sorgeva su un fazzoletto di roccia vulcanica, frastagliato, ruvido, picco sull’oceano, proprio sul pronunciamento più esposto ai venti del mare della costa e vantava spiagge selvagge e dure come il suo clima, il mare pulito e gelido come i suoi abitanti, uniti alla zona da un legame quasi viscerale, simbiotico.
    Faerhglen in definitiva non era che una piccola e tranquilla cittadina scozzese di provincia, tradizionale, architettura antica mista a tentativi di architettura contemporanea, senza sfarzi. I pub storici, le chiese medievali, per lo più gotiche, e il castello che sovrastava tutto.
    Veronica arrivò a passo svelto davanti allo Starbucks, e trovò Helen già lì ad aspettarla, che spostava il peso del proprio corpo da un piede all’altro per sentire meno il freddo, ma con scarsi risultati, visto come appariva infreddolita. Per Veronica era una sfida avere a che fare con una persona dalle sfaccettature spigolose ed ermetiche, tanto da farle temere, talvolta, che la loro amicizia si basasse su una ricerca perpetua e circolare volta a gratificare il suo ego nel tentativo di espugnare la fortezza di Helen, di risolvere la sua inquietudine, e allo stesso tempo una costante fuga dell’altra, per poi gettare in faccia all’amica il suo senso di incomprensione del mondo, il suo sentirsi perennemente fuori posto.
    Gli anni dell’università le stavano scivolando via dalle mani e il significato di quel correre scalmanata da una lezione all’altra, di quella vita senza sale, si faceva sempre più impalpabile e lontano. Veronica cominciava a perdere di vista il suo obiettivo e si scopriva sempre più spesso annichilita, pensando a se stessa come a un motore ingolfato dalla polvere di un’esistenza frenetica ma non piena, un futuro promettente ma non illuminato dalla passione. Forse ho solo bisogno di un po’ d’avventura, di correre dei rischi, amava ripetersi nei pomeriggi noiosi passati davanti al computer o vagando persa oltre il vetro di una finestra.
    «Non c’è verso che tu possa arrivare prima di me a un appuntamento, vero?» sbottò Helen con un sorrisetto di scherno. Veronica si limitò a rispondere con il sorriso più dolce e innocente che potesse sfoderare, compatibilmente con la sua aria assonnata di chi aveva solo voglia di rimettersi sotto le coperte e girarsi, già con le palpebre appesantite, dando le spalle al mondo reale.
    «Dai, perdonami! Ci sono cose che non cambiano mai, soprattutto i piccoli vizi… Quelli sono i più difficili da sradicare. Ehi, ho proprio voglia di cappuccino!» squillò infine, varcando la soglia del locale.
    «Sì, cambia pure discorso. Non so ancora come mi sono fatta convincere ad accompagnarti in questa uscita!».
    «È perché non avresti saputo che altro fare di interessante nella tua pausa invernale, ammettilo! Io ti offro una stupenda e oltretutto, gratuita occasione di svago e conoscenza, di che ti lamenti?»
    «Ma dai che è solo per il tuo egoistico bisogno di avere un supporto morale per il sopralluogo, perché cominci a non avere più voglia di studiare. Ammettilo tu!»
    Chiacchiere in confidenza, qualche scambio di battute, risate. Questi momenti Veronica li assaporava come aria fresca di montagna, con tutta la purezza che riuscivano infondere.
    La esaltava, stare in sua compagnia la rendeva euforica, ma allo stesso tempo le incuteva un timore appena sussurrato, mai concesso completamente a se stessa, senza sapervi trovare un motivo realmente convincente.
    «Dai, muoviti, finisci quel cappuccino. Il medioevo ci aspetta.»
    «Hai ragione, meglio non tergiversare. Questa cosa la devo fare oggi e togliermi il pensiero.»
    Le due ragazze uscirono quindi dal locale già affollato dai lavoratori del primo mattino, facendosi largo fra ingombranti cappotti gelidi e umidi appena sopravvissuti al rigore dell’esterno e confezioni extra-large di ogni sorta di bevanda a base di caffè, brandite in aria come strumenti di salvezza contro il tedio e la fatica di quella nuova giornata ancora acerba.
    Si incamminarono con andatura veloce, i passi scanditi da ammiccamenti e risate, verso la parte alta del centro cittadino e da lì presero un viottolo che portava dritto al luogo più affascinante della piccola città costiera: l’antico castello. Veronica, ogni volta che posava gli occhi su quella costruzione, non poteva trattenere un brivido, e la sua fronte si corrugava automaticamente, gli occhi diventavano come fessure. Strana sensazione, dal momento che il castello rappresentava quanto di più vicino, in città, alla sua idea di opera architettonica. Sicuramente il senso di inquietudine provato era favorito dal fatto che si ergeva su una collinetta vicino ad un fiordo più elevato, ma forse anche per la sua storia tormentata. Quelle mura possenti trasudavano, in realtà, gocce di drammaticità e un sentore di fragilità, per chi sapeva osservare con attenzione, e questa duplice sensazione al suo cospetto la attraeva in modo irresistibile per questo motivo lo aveva scelto come luogo ideale per l’ultimo di una lunga serie di esami di ristrutturazione.
    Il castello, nel suo attuale aspetto, risaliva al tardo Seicento, ma alcune fonti storiografiche locali ritenevano che fosse stato utilizzato la prima volta, come residenza reale, già nell’undicesimo secolo.
    Le finestre erano piccole e dall’esterno attiravano l’attenzione dell’osservatore meno delle pietre che, ad una ad una, formavano le umide pareti. I pavimenti erano fatti di freddo lastricato, lisci e ampi e le mura portanti interne, che costituivano le grandi e spaziose sale, venivano mantenute raramente e per poco tempo al caldo; l’acqua doveva essere raccolta presso i pozzi che si trovavano nei cortili esterni e trasportata attraverso la fortificazione dai servitori. Le mura apparivano possenti e venivano costruite alte per fornire maggiore protezione nei confronti degli eserciti in avanzata e anche per fornire buone posizioni di avvistamento e panoramica da un’angolazione posta in alto, attraverso le fessure d’osservazione.
    La costruzione della struttura, semplice, fatta di pietra e mortaio rendeva relativamente semplice applicare delle riparazioni qualora fossero stati aperti squarci nella costruzione, ad opera dei nemici in fase d’assedio.
    Il pesante portone di legno massiccio  si aprì solo nel momento in cui Helen rispose alla richiesta di identificazione da parte del burbero guardiano Alex.
    Si ergeva come una imponente figura d’altri tempi, fiero e compassato, quando le due amiche lo incontrarono subito dopo essere entrate. Varcato l’ingresso si arrivava all’imbocco di un lungo corridoio; il castello era costituito da tre ali fondamentali e le due laterali disponevano di una torre ciascuna, il corpo centrale, rettangolare e possente, era una fortificazione che ispirava sicurezza anche solo scrutandola da lontano. Alex si sentiva a suo agio nelle vesti di anfitrione. Veronica ebbe la grande opportunità di ammirare dal vivo gli enormi saloni d’onore ad ampio respiro dove si usavano prendere decisioni di importanza vitale dal punto di vista militare, politico e sociale; i vari torrioni costruiti con una particolare tecnica architettonica atta a conferire la caratteristica morfologia cilindrica, svettante, che toglie il fiato se si guarda in alto durante l’arrampicata per la stretta scala a chiocciola ben aderente alla parete fatta di grandi pietre; sulle pareti campeggiavano i meravigliosi arazzi raffiguranti scene di vita quotidiana all’interno del castellare e scene di battaglie vittoriose. Helen stava vivendo con devozione quell’improvviso e affascinante tuffo nel passato. Ma lo spettacolo più appagante per lei era costituito dalla possibilità di ammirare il rinnovato bagliore negli occhi di Veronica, la pura felicità dipinta sul suo viso ogni volta in cui si immergeva in qualcosa che amava profondamente; e si scopriva ad insistere con lo sguardo su di lei per un tempo maggiore rispetto a quello che riservava ad un arazzo, o al soffitto affrescato di un salone; il tempo si dilatava, tingendosi d’infinito, ma non si concedeva ancora di indulgere per un tempo sufficiente a lasciarsene accorgere, soprattutto da Veronica.
    Alla fine del tour, Veronica aveva riempito pagine di appunti sul suo block-notes, fra nozioni di storia e tecnica di progettazione e veri e propri schizzi, che avrebbero costituito il trampolino da cui il suo guizzo creativo avrebbe preso il volo per nuove idee sul riammodernamento e la ristrutturazione della struttura originale. Se avesse avuto l’idea giusta l’amministrazione avrebbe potuto prenderla seriamente in considerazione e con i giusti appoggi a livello universitario, quel castello avrebbe finito per essere anche un notevole trampolino per la sua carriera. Veronica voleva arrivare, ottenere il successo, aveva una vera e propria ossessione perché il suo tempo su questo mondo non andasse sprecato, aveva la smania di fare, per poter lasciare segni tangibili del suo operato e si affannava per questo nella ricerca di certezze che non fossero qualcosa di evanescente; in questo si sentiva appartenente alla stirpe filogenetica del padre. Eppure questa ricerca di una risposta che fosse qualcosa di più, un interruttore che avrebbe illuminato, squarciato il velo della normalità, strideva con la sua ambizione, con la sua sete di risultati oggettivi.
    Alla fine si ritrovarono nella biblioteca. Alex voleva fare bella figura e il suo orgoglio annebbiava la sua abituale prudenza. Per permettere alle giovani studentesse di riposare le gambe e la testa, aveva proposto, da vero ospite all’inglese elegante e disponibile, di prendere un thè aromatizzato con un’erba dal valore energetico, nella sala adibita a biblioteca, appositamente attrezzata con tavolo del Settecento e poltrone coordinate, rivestite in velluto rosso. Le tre librerie di legno, risalenti all’epoca rinascimentale, occupavano ciascuna una delle pareti libere dall’ingombro della porta e ad una prima occhiata della stanza, apparivano sterminate. Sul pavimento giacevano pesanti tappeti, per coprire la cruda semplicità della scura pietra, già coperta di assi di legno, come a voler a tutti i costi mascherare un’origine ancestrale e grezza di quell’ambiente così complesso, carico di parole, di strutture, di simbologia e pensiero. Nell’insieme, in realtà, infondeva un senso di oppressione e soggezione, ma non se ne poteva negare la maestosità.
    Fu Helen a trovare il libro, o fu lui a trovare lei. Di sicuro spiccava, in mezzo a titoli altisonanti e caratteri araldici fantasiosi e portatori di echi lontani, provenienti da epoche in cui la società era organizzata diversamente, dove gli uomini morivano per le infezioni causate dalle ferite di guerra e le donne morivano di parto. Raramente si moriva di vecchiaia.
     

  • 11 febbraio alle ore 15:40
    Sessantatré Ore

    Come comincia: Sessantatré ore.
    Sessantatré ore senza mettere un piede fuori.
    Odio il tempo; così linearmente detestabile.
    In dodici ore si possono fare molte cose; in ventiquattro il doppio, ma in sessantatré, beh, il triplo.

    Si potrebbe dire “aprile, dolce dormire” ma cavolo siamo in inverno ed è possibile che in sessantatré ore, non si riesce a fare niente?
    Avevo perso la bussola e non ero molto in me. Steve mi ripeteva che non dovevo demordere, che le cose sarebbe cambiate; piangersi addosso era inutile e che dovevo prendere il mio tempo, organizzarlo, fare, dire, uscire, ecce cc. Che caro amico era quello Steve; anche a distanza sapeva come farmi rinsavire.

    Non vedevo nessuno, non sentivo nessuno, l’unica cosa con la quale parlavo sempre erano quelle maledette sigarette che, però, nel loro far male mi tenevano compagnia. Tra le quattro mura della mia stanza informe, pensavo alle vite che conducevano le persone al di fuori di essa; il panettiere, la signora di sotto, gli uccelli, i ragazzi di ritorno da scuola.

    Scuola. Che bella parola. Quando ero ragazzo mi piaceva molto andarci. Stare con la gente era la cosa che mi faceva sentire bene, una sensazione di sazietà, interezza, benessere fisico e mentale. Ma forse non ero mai riuscito nell’intento di unire utile e dilettevole; o mi dedicavo all’utile passando il tempo libero nell’inutile o mi dedicavo al dilettevole scadendo, poi, anch’esso nell’inutile.

    Eppure c’era qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che era lì, tra le dita delle mie mani irrequiete. Pensieri, parole, immagini, sensazioni e l’unica cosa a cui la mia mente mi riportava era il passato, passato, passato.
    Abbastanza estenuante, direi. Eppure il sole era alto nel cielo, avrei potuto fare qualsiasi cosa. Si, ma cosa?

    Non era la mia aspirazione restare chiuso tra quattro mura e non uscire per sessantatré ore, ma anche se avessi rotto quello scorrere del tempo, non sarei comunque giunto a qualche soluzione. Eppure sapevo che le risposte erano tra le mie mani, tra un dito ed una sigaretta.

    Il caffè, che gran benedizione. Il mattino era troppo bello per passarlo a non viverlo, ma ero troppo rinchiuso in me stesso per far sì che il sole portasse qualcosa di buono. Ero fatto per la notte, per il divertimento, per le illusioni e per l’amore che da un bel po’ non mi faceva visita.

    Del resto, ho sempre fatto così. Nei momenti di inadeguatezza, l’unica cose che mettevo a proprio agio, era il mio corpo e non di certo la mia anima.
    Sessantatré ore; eppure questa parola mi intrappolava e il ticchettio dell’orologio che scandiva ogni secondo, Dio cristiano, era l’apoteosi filmica che faceva vacillare la mia mente.
    Siamo giunti quasi a sessantaquattro.

    Che Dio mi perdoni per tutto questo tempo sprecato a sprecarlo ma se solo mi volesse un po’ più di bene, se realmente vedesse me come uno dei suoi legittimi figli, allora mi darebbe una mano. Una qualsiasi. Magari potrebbe iniziare col darmi l’ispirazione giusta per affrontare diversamente ogni mattino quando, per il troppo sonno, i miei occhi si aprono con un solo pensiero nella mente “sessantatrè ore”; se magari mi facesse svegliare con un pensiero diverso, sarebbe già un inizio. E forse se già mi svegliassi con la frase “sono vivo anche oggi”, forse non sprecherei tutto il tempo a pensare a quante ore sono rinchiuso in casa circondato dalla mia solitudine.

    Oh, Steve! Non sai quanto piacere mi hanno fatto le tue parole; del resto tra amici ci si comprende e ci si rafforza. Spero tu abbia tutte le fortune, più di quelle che hai già e non mi dispiace pensare che, a differenza tua, io sia dannato nell’inferno senza nessuna fortuna alcuna. I disgraziati muoiono soli, non te l’hanno mai detto?
    Se mai verrai a farmi visita, ricordami di non sporcarti troppo con il fluido fetido della mia pazza filosofia.
     
    Sessantatrè ore e mezzo dì appena passato.

  • 11 febbraio alle ore 3:12
    Occhi Nel Buio

    Come comincia: “Attenta! Non lasciarti ingannare dal triste paesaggio. Ridici su! Non sono che una massa di imbecilli che attendono queste feste per dar sfogo al loro ego! Non farti male”-!
    Non capii le parole di Mia ma la musica distolse la mia attenzione ed a malapena riuscii ad accorgermi che qualcuno mi stava fissando. Per un malore improvviso, fui costretta a dirigermi verso l’immenso terrazzo lungo tutta una facciata del palazzo che collegava la sala principale alle altre venti sale per gli ospiti presso le quali molti gruppi di persone si stavano dilettando con personali giochi erotici e sfrenate orge. L’aria fredda della notte non mi fu mai così piacevole come quella sera. Mi sentii libera e più tranquilla e mi adagiai accanto alla forte ringhiera ammirando la luna che non guardavo da tanto tempo. Dopo un po’, preoccupata per Mia, rientrai nella mischia fetida. Iniziai a insediarmi tra la gente che ballava e rideva; vagavo, toccavo, sentivo, non riuscivo a respirare né a carpire un minimo di dove fosse finita Mia. Ricevetti spintoni, schiamazzi in faccia, chi mi palpava, chi mi invitava a ballare tra un vomito e l’altro e, l’unica cosa che mi ripetevo, era quella di trovare Mia al più presto e scappare via da quel posto, il più lontano possibile. D’improvviso, scorsi una nera maschera dalle sfumature blu acceso con due occhi vitrei dai riflessi aurei incrociare il mio sguardo. Mi fermai e, per un istante, rabbrividii; mi voltai intorno per vedere se mai la vecchia Contessa fosse nei paraggi ma non la scorsi e il mio sguardo si riposò sulla figura nera di quell’uomo inutilmente. Sparito.
    “E’ sparito? Dov’è”-? Mi chiesi mentre lo cercavo con lo sguardo. Ripresi la mia ricerca ma non più di Mia ma di quell’uomo che aveva attirato la mia attenzione. Non lo trovavo da nessuna parte e finii per impazzire quando, ormai stanca del troppo girovagare, del bere e del calore, mi fermai d’improvviso e mi lasciai travolgere dalla massa senza più lottare. Dal nulla sbucò la sua mano che afferrò il mio braccio facendomi rinsavire. Aprii d’improvviso gli occhi e incrociai i suoi.
    “Alzati”-! Mi disse con aria severa.
    “Chi sei… tu”-? Gli chiesi sfinita.
    “Chi sono io, non ha importanza. Alzati e va fuori”-! Mi ordinò.
    Non so perché ma di soppiatto mi alzai e raggiunsi la terrazza con le poche forze che mi rimanevano seguita dall’uomo indiscretamente.
    “Chi siete”-? Chiesi spaventata voltandomi verso di lui.
    “Come vi sentite”-? Chiese impassibile.
    “Meglio, la ringrazio”-! Dissi abbassando lo sguardo quando d’improvviso mi prese il braccio, mi girò il volto col mento e mi guardò negli occhi profondamente. Conoscevo quegli occhi; non li avevo mai dimenticati. Non proferì parola alcuna né si preoccupò del dolore che iniziai ad avvertire al braccio ed al mento. Senza che potessi dire o fare niente, mi baciò perdutamente, avvinghiandosi prepotentemente alla mia vita. Non m’infastidì il suo gesto e non osai chiedere nulla nemmeno quando mi portò nelle mie stanze come se sapesse dove pernottavo. Con violenza mi strappò i vestiti, si tolse i suoi, con passione mi sfilò la biancheria senza mai distogliere ne lo sguardo né la bocca dalla mia. Mi entrò dentro senza batter ciglio, senza chiedermi il permesso, senza togliersi la maschera magari in segno di rispetto e non osò togliersela per tutto il tempo. Mi toccava bramoso, mi stringeva a se, mi palpava come se fossi stata la prima e l’ultima; mi accarezzò il collo, i seni, mi baciava violento penetrando molte e molte volte. Non m’importava di nulla, anch’io con lui mi sentivo persa in quella bramosia dannata; cercavo il suo sesso come una forsennata, accarezzavo i suoi pettorali, lo baciavo sulla bocca e sulla maschera che non volevo si togliesse; i minuti che passavano inesorabili tra le dita delle mani e dei piedi, tra le lingue che si toccavano, incastravano e mordevano, mi avevo fatto capire chi era quell’uomo.
    Piansi ed il mio corpo con me. Consumammo tutta la notte come due animali impauriti lontani dal ballo, lontano da quella vergognosa miscela, lontani dal mondo stesso.
    Al mattino, al mio risveglio, fui sola, lui… non c’era più.

  • 10 febbraio alle ore 14:33
    [S]fortuna

    Come comincia: La fortuna arriva una volta; poi se la ritenti, scordatelo pure.
    Ma poi davvero si parla di fortuna? Sembra quasi un paradosso. Non è che forse si ha fortuna solo quando i pianeti, le stelle, le persone, la mente e l’anima si allineano? Potrebbe trattarsi di un fatto astrofisico quello della fortuna e potrebbe essere un ipotesi molto romantica del tema in questione ma, se proprio devo dirlo, sembra un po’ tutta una presa per il culo. Quando sembra che la vita prende una piega diversa e positiva, quel periodo dura ben poco e quando dici alle persone che incontri “No vabbè ma io sono felice, sto bene”, cazzo (penso) non dovevo dirlo. Ecco che ti svanisce tutto magicamente e, a volte, anche drasticamente.
    Che strana cosa questa della fortuna; non so mai se crederci fino in fondo o no, se fermarmi a pensare all’essenza vera del concetto di fortuna o meno, vivermela così come va come tutte le cose. Però, quando mi fermo, penso “Che gran rottura di palle”, ed è quello che dico tutt’ora.
    Non ci sono molte domande che uno si può porre per avere altrettante risposte in merito e quindi arrivare ad un punto in cui il filo e la logica si uniscono all’unisono; non ci sono dati certi ne studi abbastanza veritieri che ci portano a capire perché, su questa terra, molte cose vanno così e basta. Ma almeno una cosa risaputa da anni ce l’abbiamo e, come disse un vecchio saggio una volta “La felicità è un attimo”; se fosse realmente così, allora, non posso che pensare “Il mio attimo è arrivato e già passato, aspetteremo il prossimo”. Si, ma se deve essere in eterno, Dio mi aiuti se nel corso delle cose posso rischiare di perdermi.
    Adelaide era stata un punto saliente per la mia andata fortuna, nonostante fosse una persona innamorata della sua malattia (un caso clinico per eccellenza, mi verrebbe da dire). Eppure era stata decisiva ed importante al fine che la mia fortuna si compiesse (magia che ha, poi, abilmente storpiato e rotto data la sua mente malata). Dal bene del pensiero era passata a quello cattivo che si è maturato nel corso del tempo nell’altro emisfero della mia anima.
    Perché le persone devono sempre ingannarci con la “finta falsità” del cuore senza veli ne accortezza? Dio, che rabbia! E non tanto per le cose che ho vissuto in quanto, per l’amor del cielo, era anche normale che andasse tutto male data la brevità del tempo felice, ma proprio dall’inguaribile romantico che sono nel dedicare così tanto tempo, pazienza ecce cc a qualcuno che, inconsciamente, già so che ferirò o che mi ferirà senza pensarci due volte.
    Ho pietà di me stesso ma, almeno, non mi biasimo né mi giudico.
    Se scontrandomi con realtà cattive posso fare cinque passi in più dentro me stesso, allora accetto tutto e vado avanti; almeno posso vivere il restante dei miei giorni con consapevolezze in più su come la gente vive nel mondo.

    Sono incantato. 

  • 08 febbraio alle ore 16:08
    Fragilità

    Come comincia: Ferma nel campo di granoturco, aveva un soprabito blu e delle scarpine da signorina bianche con piccoli girasoli. Camminava leggera toccando le spighe una ad una aspirandone il profumo secco. Si ricordò del suo sogno; era davvero quello il momento di andarsene? ... si. Rosa era sicura che avrebbe abbandonato per sempre quel posto e tentò di catturare con lo sguardo, con l’olfatto, con le mani e con l’udito tutto ciò che apparteneva a quella terra che avrebbe amato per l’eternità. Dopo di che andò via. Partì distaccandosi da quel mondo che amava più di se stessa, portando via con se solo il ricordo di un infanzia felice. Isidoro non seppe, se non al pomeriggio inoltrato, che Rosa era partita. S’era allontanata dal suo cuore e dalla sua bramosia. L’aveva abbandonato come fece sua madre molto tempo prima. Scomparve così la figura di Rosa tra quel grano, tra le stanze del casolare, tra la stradina tortuosa accanto alla sua casa, la sua risata cristallina che la si udiva al di là del campo. Non avrebbe più sentito le sue dolci ed esili mani sui suoi vestiti, le sue dita affusolate slacciargli le scarpe, il solletico provocato dai suoi capelli sul suo petto nudo, le sue labbra scarlatte col sapore di ciliegia; non avrebbe mai più incontrato i suoi occhi dal graffio felino, non l’avrebbe sentita più parlare, sbraitare irritata contro gl’insetti, non avrebbe più fatto l’amore con lei, ne litigarci, ne parlarci spensierato del lavoro, dei progetti insieme, delle sue erezioni ad un solo sguardo malizioso. I suoi giochi infantili insieme a Rosa erano finiti in un soffio di vento, in un giorno indescrivibile e mai immaginato. Si sentì lacerare le viscere, una tristezza ammorbante e dolorosa pervase il suo corpo. Si sentì mancare delle sue forze, delle sue lacrime, del suo stesso dolore. Rimase immobile in piedi a guardare la lettera che Rosa aveva lasciato. Incurvò i sopraccigli scrutando la busta che conteneva la lettera, come se fosse trasparente e vi si poteva scorgere le parole come “perdonami” oppure “dovevo farlo”. Ma nella lettera c’erano tutt’altre parole che non corrispondevano a quelle che lui pensava avesse scritto. Voleva abbracciarla ancora, respirare l’odore dei suoi capelli strambi, sentire la sua corporatura esile vicino alla sua, vedere le sue labbra tinte di rosso ed il sapore di crema e di finto, voleva passeggiare ancora tra il grano e sentirla dire per un ennesima volta che l’amava. Tutto svanì disperatamente. Il sogno infantile in cui s’era rifugiato con lei s’era spezzato e lui s’era destato nella vita cruda ed amara che l’attendeva da molto. Ma il tempo gli aveva insegnato che piangere era inutile e soprattutto stupido. Era il cuore che stava piangendo e si feriva con le sue stesse mani. Guardò dappertutto, in ogni angolo, spigolo, punto della casa. Notò un tavolino basso messo da parte e sedie altrettanto basse con una lettera posta sopra che attendeva d’esser letta. Alla vista del tavolino s’intristì. Si ricordò di quando le chiese di comprare un tavolo con delle sedie e che lei si era rifiutata perché quella casa troppo bella già in quel modo. Sorrise tristemente, come se avesse sorriso a lei. Prese l’altra, quella datagli dal padre, ed iniziò a leggerla. La fluidità delle parole scritte prese corpo ed il discorso fu così incalzante che sembrava fosse stata lì a parlargli di persona. Cerano scritte frasi tipo che “Il tempo passato insieme è un tempo che non finirà mai. L’amore che mi lega a te è immenso. Odiami, maledicimi quanto vuoi, io non posso biasimarti. L’età infantile che s’è bruciata in un soffio di vento, non terminerà mai, Isidoro. Il tempo c’ha insegnato ad accettare le cose, c’ha forgiato, c’ha accolto. Adesso dobbiamo andare ognuno per la propria strada, quella strada che ci siamo creati entrambi nel nostro piccolo.” E poi “Io sono cresciuta lontano da tutto e da tutti. Sei stata una presenza nuova e confortevole, sei stato un maestro di vita per me, un amante, un amico, un fratello. Ho imparato molte cose standoti accanto, adesso è tempo che impari altre cose andando via perché questa è la mia strada. Tu... troverai la tua” -. Isidoro tacque; rileggeva sempre le solite parole per vedere se mai qualcuna gli dava speranza nel credere che sarebbe, un giorno, ritornata. Ma nessuna lo incitava ad amarla ancora, tutte stroncavano l’età dell’amore ormai passato. Poi s’alzò, girò la pagina; c’era scritta solo una frase. Breve ma molto significativa;   “Aspetto un figlio.”   Non dimenticò mai Rosa e non accantonò mai il suo amore per lei. Si perse nei ricordi, come suo padre. Continuò la sua vita ribelle, ad avere i periodi “si” e quelli “no”, aveva sempre i capelli ribelli schiariti per il sole e arruffati, continuò a dirigere il suo bar nel centro della città, si occupò del casolare, del padre e della casupola.   Rosa sembrava fosse svanita; come una bolla in mezzo al vento, trasportata chissà dove in un giorno di primavera.

  • 07 febbraio alle ore 19:52
    Cielo e Terra

    Come comincia: Il Cielo e la Terra sono due amanti separati dall'orgoglio. Il primo vanta l'eterea essenza dello spirito, la seconda la vita della materia. Entrambi vogliono il privilegio dell'importanza, ma se pur divisi non riescono a fare a meno l'uno dell'altra. Il Cielo piange la sua pioggia e dalle lacrime la Terra colora la sua esistenza e affida al vento i messaggi da portare al suo amante. Spesso il Cielo si infuria e le invia tutte le peggiori ingiurie. Lei è paziente, ma sa affrontarlo mettendo un muro di nuvole e grigiore. Lui non sa rimanere per lungo tempo in collera con lei e nei giorni più sereni coglie un fiore di tela, ci appende un cuore intrepido e lo lancia a lei come un messaggio d'Amore. Chi vive tra tra Terra e Cielo conosce la Simpatia che c'è tra i due e nel momento in cui discende o sale scorda il messaggio, ma porta un sorriso. ;)

  • Come comincia: Nel Mondo di Luce nessun suono è percepito, se non quella che l'anima emana. Non esistono occhi, orecchie o qualsiasi altro tipo di comunicazione sensoriale, se non i colori del pensiero, i suoi profumi, le sue volute. Le anime riescono a scambiarsi esperienze, insegnamenti, doni e sfumature attraverso gli intrecci ed i colori che propagano. La magia del suono e dei sentimenti che incontrano è percepibile o meglio immaginabile, ad un livello più profondo dell’animo umano. È come l’ammirare un quadro, accarezzare melodie o scrivere poesie, è la grandezza e l’inspiegabilità che tentiamo di chiarire, ma che non riusciamo ad esprimere del tutto, è una parola senza voce, che vibra nell’ etere. E' unione, è poesia. E, poggiata su questi suoni colori parole, che arriva il melodico sussurro della notte.