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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 14:14
    Universo

    Come comincia: Il nulla. Poi il più grande boato che l'Universo ricordi. Miliardi di particelle cercano identità e ci mettono milioni di anni per capire chi sono. Nascono le prime stelle, agglomerati di gas cosi' densi da innescare reazioni termonucleari al loro interno. Gli elementi più leggeri si trasformano in elementi più pesanti. Devono nascere e morire milioni di stelle per dar vita agli atomi più complessi. Una nuvola di polvere, una stella che nasce, dei piccoli sassi roventi gli girano attorno. Altri milioni di anni per dar vita ad un pianeta. E sconvolgimenti, collisioni planetarie, meteoriti, gas mortali. Nonostante tutto, nasce la vita. E strisciando conquista la terra. Estinzione dopo estinzione un piccolo roditore trova riparo in una grotta. I mammiferi prosperano. Arriva il tempo dell'Uomo, la parola, l'ascolto, la guerra, l'amore.
    La scienza, contrastando ogni dettame religioso, ci dice che ogni nostra emozione e' una reazione chimica, una risposta determinata da stimoli esterni. Gli atomi nati miliardi di anni prima all'interno di enormi stelle, si legano con altri atomi e danno vita a molecole, enzimi, ormoni, emozioni. Un intero Universo si e' mosso per farmi apprezzare gli occhi di quella ragazza, il profumo dei suoi capelli, il liscio candore della sua pelle. Come si fa a non vedere il Divino in tutto questo?

  • domenica alle ore 18:49
    Ossitocina

    Come comincia: Si chiama Ossitocina dice lei mentre mi guarda, la stanza non è familiare, ma vorrei tanto che lo fosse, si chiama Ossitocina dice lei, con quegli occhi giganteschi che in pochi al mondo possono e potranno mai permettersi, lo dice mentre si sposta i capelli da un lato e mi guarda, siamo distesi nello stesso letto tra le lenzuola di chissà chi, ma è quello il bello, che noi siamo familiari mentre il resto della stanza no, mentre tutto il resto della casa no. Siamo estrapolati dal contesto, come sempre. Come sempre da sempre, come quelli come noi. Che poi chissà chi sono, quelli come noi.
    Ma questa è la fine. Così la storia finisce. Quando è cominciata eravamo entrambi grassi di sogni, umidi di delusione ed impregnati di voglie adolescenziali. Non ci eravamo più chiamati, eravamo riusciti ad ignorarci per una vita, ci siamo rincorsi e cercati e mai più trovati, ci siamo cercati in altre persone, magari su internet, cercando altra gente, cercando altre risposte senza mai cambiare la domanda, così vanno le cose. Ci si sfugge per poi raccogliersi da terra. Violentati e in piena crisi, spesso quando è troppo tardi, e ci restano solo i ricordi e i vestiti adagiati su una poltrona che nemmeno esiste più.
    La stanza è isolata, silenziosa, c’é solo il ronzio del frigo, una bandiera dei pirati comprata anni fa e poco altro. c’è puzza di chiuso e forse di sudore, qualcuno lo direbbe, ma non c’è nessuno e quindi niente. Se nessuno lo nota difatti qualcosa non esiste, così ci fanno credere, così ci piace credere.
    “cosa ti piace ?” chiedo io, mah... niente di particolare, risponde lei. (conversazione finita, meravigliosa comodità della tecnologia, schiacci un tasto e non esisti più)
    “cosa ti piace ?” chiedo io digitando speranzoso, in alto lampeggia il suo nickname improbabile e ricco di aspettative e illusioni, un po’ come il mio, un po come tutti i nickname, mi piacciono i Nirvana e la notte fonda risponde lei, (forse questa è la conversazione giusta, penso io in un moto di superbia), incalzo e le chiedo, come ti chiami ? “O.” risponde lei. È una risposta ambigua da gran donna, deve essere una donna. O forse finge benissimo, il fatto è che non lo so, potrebbe avere un pene, potrebbe non averlo, ma ci sono esattamente le stesse possibilità, come quando devi accendere la luce in una stanza e un interruttore funziona e uno no, tu ovviamente, premi sempre e costantemente quello sbagliato, per far si che non succeda assolutamente niente. Si diventa bravi a dissimulare l’imbarazzo, si arriva a livelli di professionismo tale, che quasi quasi si riesce a ridere. 
    Tante notti a parlarci male al telefono, mentre il telegiornale ci diceva che eravamo una generazione di falliti, alcuni si gettavano dai cavalcavia, altri si impiccavano, altri leggevano poesie e si toccavano la barba da hipster, tutti ci provano,nessuno escluso, tutti hanno una dignità, alcuni però non la usano.
    E non può essere tutto un provino, non può essere un continuo bombardamento andato male.
    Ma la conversazione andava avanti, e ascoltavamo entrambi la stessa musica, forse ci influenzavamo, forse James Blake piaceva davvero ad entrambi, forse uno dei due fingeva, forse addirittura fingevamo entrambi, e in realtà James Blake non piaceva a nessuno dei due. Anche se Digital Lion è un bel pezzo.
    C’é una luce incerta in questa stanza. C’é poco rumore, giusto quello delle dita che picchiettano veloci sulla tastiera, lei mi invia una faccina sorridente, tecnicamente è come se mi avesse sorriso. io sorrido con la mia faccia vera, ma lei non può vederlo, certo, io potrei dirglielo, ma lei comunque potrebbe anche non credermi.
    Credo che fuori dalla mia finestra ci sia ancora una buona parte di mondo che non conosco, il fatto è, che non mi importa, non riesco a dormire di notte, e di giorno sono troppo rincoglionito per fare qualunque cosa. Ho visto il cielo su instagram, alienazione, dicono i miei amici, ma nessuno mi viene a trovare, mi danno dell’alienato via sms, gran cosa la tecnologia. Io immagino le loro facce, e immagino la faccia di O. e la preferisco ad ogni cosa reale e immaginata, più che altro solo immaginata, visto che non l’ho mai vista. Se penso troppo mi viene l’ansia, come quando da piccolo ho pensato che nello spazio non c’è aria, e sono andato in iperventilazione, ero stupido quando ero bambino
    Dice lei: “staresti bene con i baffi”
    Dico io: “ dici ? ma non mi hai nemmeno mai visto”
    Dice lei: “ che vuol dire ? io ti sogno ogni notte, lo so che staresti bene con i baffi”
    Dico io: “non ti credo” la verità è che le credevo eccome, e il risultato è che adesso ho un bel paio di baffi a manubrio, come un perfetto cretino ottocentesco, di quelli che nei libri di storia stanno sempre di tre quarti.
    È triste e curioso pensare a come certa gente riesca a farti fare quello che vuole, ma io la immagino, ed è un momento raro e perfetto. sogno di vederla, ed è un sogno semplice; come il pane caldo, come entrare a casa ed essere accolti, come un giorno senza preoccupazioni.
    Ogni tanto guardo una foto strappata, manca Lei, ci sono soltanto io, non so più nemmeno come è fatta. Mi stringo le mani nelle mani, soffoco qualche lacrima, non voglio che esca, mi stringo le labbra e le mordo forte. non tornerà più, il suo gruppo cerca una cantante, mi sa che non tornerà più. le casse bippano, O. mi cerca. Diciamoci qualcosa, non sta bene farsi bippare a vuoto.
    O. mi chiede: ma non esci mai ?  quasi mai le rispondo io, ho paura delle persone, ho paura di incontrare gente e  che possa dirmi qualcosa che non voglio sentirmi dire, e allora sto qui, tanto qui c’è la musica.
    Lei mi invia una faccia triste, io rispondo con una faccia triste, però anche stavolta quella vera, che lei non può vedere e un pò mi dispiace, anche se abbiamo deciso di non scambiarci le foto, abbiamo deciso di non vederci fino a quando non sarà il momento, abbiamo deciso di vederci a Parigi, ma non succederà, di leggere un libro su un prato, ma non succederà. ci daremo appuntamento ad un bar qualunque perché entrambi moriremo di paura, perché è sempre meglio stare in mezzo alla gente se devi incontrare qualcuno che non conosci. Perché in fondo non ci si conosce, anche se ci scambiamo le facce tristi e ci diciamo tutto.
    La amo ? amo O. ? me lo chiedo mentre mangio tonno dalla scatoletta, prigioniero del mio incarnato pallido e diafano, mangio e mastico lentamente, penso a come potrebbe essere O. ma immagino sempre un’altra faccia, quella faccia. Chissà dove sarà la mia faccia preferita, chissà se O. sarà un po’ come lei, mi piacerebbe che le somigliasse. il tonno sta finendo e poco sorprendentemente non sa di tonno. Penso a Lei ed al tramonto dietro di lei, a quelle cose sporche che sembravano meravigliose, e mi siedo a gambe incrociate per respirare meglio, ho gli angoli della bocca sporchi di olio, il Tonno che non sa di tonno lascia tracce ben visibili. Penso a O. e penso a Lei che non c’è, e non ci sarà più. però contemporaneamente vorrei che O. le somigliasse, è strano, sto qui a volere e rivolere, mentre dovrei soltanto vestirmi, e darmi un contegno, sto scomparendo, sto diventando di carta, sto diventando una grossa,gigantesca,inutile vena bluastra. Mi mordicchio gli angoli delle dita, strappo pelle e lascio che un po’ di sangue corra via. Mi da un certo gusto, io non so di tonno, non so benissimo di cosa so. Ma di sicuro non è tonno.
    Le notti stanno diventando mille, le parole hanno superato in altezza la dimensione della cosa più grande che riesco ad immaginare, il senso si è perso già da molto tempo. Il gruppo dove cantava Lei ha trovato una nuova  cantante, ha i capelli rossi come Florence Welch. ma non è la stessa cosa. Non è Lei.
     O. sta diventando impaziente e forse dovremmo vederci, forse, ma non ho voglia. Ho voglia di stare con la faccia sul cuscino e ricordare quando stavo meglio, due o tre pillole di Xanax e fingere una qualsiasi felicità. ubriacarmi ed essere felice, con gli occhi divergenti, ma felice. Sguardi persi, parole in libertà, siamo veramente liberi solo da ubriachi. Uomini tristi, come i canarini che cantano nella loro gabbia, con la gente che li ammira da dietro le sbarre. I  canarini lanciano le peggiori maledizioni fischiettando.
    Ma è meglio lasciar stare i canarini, non è poi cosi originale parlarne, e poi non credo che i canarini parlino di me.
    O. mi vuole vedere. E siamo alla fine della storia finta, siamo alla fine delle reciproche influenze, adesso verrà fuori se James Blake piace ad entrambi oppure no. Magari sarà grassa e brufolosa, triste, e imprigionata in un corpo che non le si confà, magari sepolta sotto innumerevoli strati di traumi infantili e mancanze d’affetto, magari ha i polsi grossi quanto le mie ginocchia, a me piacerebbe soltanto che O. fosse Lei. Ma anche il gruppo l’ha sostituita, forse dovrei cominciare a pensarci anche io. Sono diventato una vena bluastra, con un paio di baffi maniacalmente curati. ci vedremo, si, ho deciso.
    Ci vedremo non appena finirò la quarta serie di Game of Thrones. (procrastinare con una certa classe è qualcosa che in fondo mi è sempre piaciuto, e poi a lei Game of Thrones piace, forse è veramente grassa.)
    L’incontro ovviamente non avverrà  a Parigi, come avevo previsto, avverrà in un Bar, e anche questo lo avevo previsto,odio aver ragione, specialmente quando ho ragione davvero.
     [noioso realismo che molti interpretano come fatalismo e/o pessimismo]
    È una giornata bellissima, è anche prevista un’eclissi, ma non è grave, non la vedremo neanche, la vedranno bene in America, fortunati gli Americani. Sono sempre i più fortunati di tutti. sto seduto al bar, e il sole è ovunque, sembro ancora più bluastro, sembro Gesù cristo sceso temporaneamente dalla croce, non c’è verso di passare inosservato, non c’è proprio verso, ho detto a O. che mi noterà, sarò l’unico che sembra in punto di morte, lei ha mandato una faccina sorridente, io ho sorriso ancora una volta con la mia faccia, ma lei ovviamente, non l’ha vista. Il cameriere mi punta, mi guarda come a dire: “vengo li?” io lo guardo come a dire: “ forse è meglio che resti li” sembra un duello alla Sergio Leone, manca solo il carillon; ma dietro tutto questo citazionismo cinematografico c’è solo una triste verità, e cioè, che io non so cosa ordinare.
    Un bell’incendio darebbe una scossa alle cose, che sono per la verità sin troppo statiche, ci fissiamo e sorridiamo, io e il cameriere, O. non è ancora arrivata. Sono imbarazzato, sono l’unico seduto da solo, mi tocco la cravatta e mi chiedo perché l’ho messa, mi mordicchio gli angoli delle dita. Il cameriere ci ha rinunciato  e sta facendo altro, potrei alzarmi potrei andare via di soppiatto, ma darei l’impressione di aver rubato qualcosa, quando la gente pensa che hai rubato qualcosa immediatamente assumi un’espressione colpevole, o perlomeno io faccio così. O. non è arrivata,e alla fine penso sia meglio così, forse mi ha spiato da dietro qualche colonna, la piazza è enorme potrebbe averlo fatto; magari con un binocolo, magari ha inviato qualcuno a guardare, e ha deciso che non valeva la pena. Mi guardo attorno il cameriere mi da l’ok, posso andare. gli sorrido, devo avere i denti giallissimi perché lui ha riso un po’ meno di me, ciao cameriere sei stato un degno avversario, non ci rivedremo mai più.
    Passarono i  mesi ed O. scomparve dalla mia vita, il pc non si illuminò più, il telefono non squillò e la  O torno ad essere solo una lettera come le altre.
    Lei invece era sempre nei miei pensieri,negli angoli delle dita, nelle bottiglie che scolavo, nei bicchieri che bevevo, lei era ovunque,ma non era la stessa cosa. Niente era più la stessa cosa. Nemmeno i colori.
    Poi un giorno la vidi, era Lei, ed era veramente Lei, non avevo bisogno di trovare qualcuno che le somigliasse, era Lei, ed era li per me, anzi con me, è più corretto. Camminavamo insieme, il cuore mi batteva mentre Lei mi parlava di se, e di quello che aveva fatto, e sembrava tutto perfetto, un bacio perfetto, un momento perfetto, di quelli che non ti aspetti di quelli che per alcuni non esistono, io ero sempre una vena bluastra e lei era bellissima ed aveva una voce che mi faceva tremare lo stomaco. I pali della luce sembravano curvi e tutto d’un tratto era penosamente bello. Un gatto randagio cagava sullo sfondo, ma non era importante.
    e qui comincia la storia.
    Si chiama Ossitocina dice lei mentre mi guarda, la stanza non è familiare, ma vorrei tanto che lo fosse, si chiama Ossitocina dice lei, con quegli occhi giganteschi che in pochi al mondo possono e potranno mai permettersi, lo dice mentre si sposta i capelli da un lato e mi guarda, siamo distesi nello stesso letto tra le lenzuola di chissà chi, ma è quello il bello, che noi siamo familiari mentre il resto della stanza no, mentre tutto il resto della casa no. Siamo estrapolati dal contesto, come sempre. Come sempre da sempre, come quelli come noi. Che poi chissà chi sono, quelli come noi. Le chiedo io, Lei non risponde e sorride proprio con i denti, proprio come fa la gente che sorride, ed è bella. In questa stanza poco familiare. In questo momento nessun incendio cambierebbe le cose, è tutto perfetto così. Mi ricordo un sacco di cose dico io, stai zitto dice lei, ma lo dice dolcemente e poi mi bacia, dormi mi dice, che ne hai bisogno, sembri Cristo appena sceso dalla croce. Poteva notarlo solo lei, poteva dirlo solo lei penso io, mentre un crocefisso le balla in mezzo ai seni. Mi sento stanco mentre mi accarezza la testa, la O è solo una lettera dell’alfabeto le dico, lei non capisce ma sorride.
    Nessun posto è come casa, anche se non è casa tua, si chiama Ossitocina l’ormone che mi da questa sensazione, o almeno lei così dice, io sarei naturalmente e fatalisticamente portato a chiamarlo amore. Ma mi addormento, perché ne ho bisogno, sembro appena sceso dalla croce, Lei ha un bell’odore, il migliore che abbia mai sentito, mi sento a casa.
    E qui finisce la storia, lei non c’era più, quella non era casa mia  e non sapeva più di casa, ma mi sentivo bene, in fondo, mi sentivo bene. Sapevo che era successo, mi aveva sorriso di nuovo e tanto bastava, in fondo poteva andarmi peggio, sorrisi ma ero da solo, c’era solo uno specchio sporco a guardarmi, raccolsi i miei calzini e le mie cose, mi chiusi la porta dietro le spalle respirando forte, tanto forte da farmi gonfiare il petto. È andata così; Lei non ci sarà più. ma forse non mai più, non imparerò mai e continuerò ad aspettarla. Lei non è come O. lei almeno una volta c’è stata e mi ha fatto sentire a casa, anche se non era casa mia, anche se forse, era solo Ossitocina. 

  • sabato alle ore 11:21
    Amori senza confini - terza parte

    Come comincia: Fefè si spogliò e si gettò sul letto.
    "Fuori le novità."
    "Una buona ed una cattiva."
    "Cominciamo con la buona."
    "Guarda questo appunto, che ne deduci?
    "Sono lettere e numeri incomprensibili,spiegati meglio."
    ""È la password di un conto in Lussemburgo, vedi la Lu iniziale, qui sono depositati 100.000 euro a nostro nome."
    "Tu non l'hai più mollata a Daniele e lui vuole riconquistarrti comprandoti. Ho dimenticato di dirti che Erik ni ha detto che hanno fatto testamento a nostro favore dei loro beni"
    "Esattamente, a questo punto ci sono due strade: ritornare a fare gli impiegati e vivere presso i nostri genitori oppure..."
    "Decideremo con calma, la notte... dimmi del secondo problema."
    "C'è stata una scenata tra Erik e Daniele, quest'ultimo forse anzi sicuramente innamorato di me non vuole avere più rapporti con lui, se non si rimetteranno insieme verrà fuori un casino tremendo, qui crollerà tutto." 
    "Domattina prenderemo una decisione o meglio sarai tu a prenderla con il tuo solito buon senso per ora mollamela in fretta ed a lungo!"
    Un sole domenicale filtrava fra le tapparelle proprio in faccia ad Eva che si alzò.
    Bacino al consorte che invece si girò dall'altra parte.
    "Svegliati, consiglio di guerra: prima decisione rinunziare a tutto vuol dire dare addio agli agi, nessuna preoccupazione per il futuro ma rinunzia alla nostra libertà poi disponibilità sessuale verso tutti, io voto per rimanere allo status quo e tu?"
    "Mi associo, vorrei vedere qualcuno che avrebbe optato per l'altra soluzione, ricucire i rapporti fra Erik e Daniele è più impegnativo, cos'hai pensato?"
    "Siccome sono io il problema mi debbo mettere in mezzo a loro due per farli riconciliare."
    "Da quello che mi hai detto non mi sembra tanto facile convincere Daniele..."
    "E qui subentro io: andiamo a letto tutti e tre e troverò il modo di farli inchiappettare fra loro, porca miseria!"
    "Ma anche tu sarai fra due fuochi, chiamali fuochi!"
    "Voglio che tu sia completamente convinto e che non ne soffra, è solo sesso che ci ha portato..."
    "Sono convinto, se possibile non farti godere in bocca, vorrei che fosse solo mia."
    "Ci proverò ma sarò sempre sincer e se non tio va bene ti dirò tante bugie, scegli."
    "Scelgo le bugie."
    "Nion ci credo, mi faresti per giorni tante domande asfissianti, solo la verità ed ora all'opera!"
    Le svizzerotte erano partite, Fefè preferì lasciare campo libero alla sua deliziosa che raggiunse Erik e Daniele in spiaggia.
    "Ragazzi niente musi, vi voglio molto bene ad entrambi, un bacino a tutti e due e poi un piano di guerra: il pomeriggio Fefè va a trovare i suoi che non vede da tempo, alle quindici in camera mia ed ora un bagno rinfrescante con costumi che volano!
    Quell'appuntamento era di gradimento sia di Erik che di Daniele che finalmente poteva appropinquarsi alla sua amata, i due sorrisero in segno di pace, finalmente!
    Dopo,pranzo Fefè sparì dalla circolazione lasciando libero spazio ai due che si presentarono in camera di Eva prima dell'orario previsto.
    "Sono in bagno per lavare le mie cosine, Eva entrò in camera nuda con l'asciugamano fra le cosce.
    "Ragazzi datevi una mossa, che siete diventati timidi?"
    I due non se lo fecero dire un'altra volta, si mostrarono già in armi.
    "Cominciamo con i bacini: da me tutti e due e poi fra di voi. Bene ora che vi  vedo inn posizione io carponi Daniele mi bacia la beneamata ed Erik il mio delizioso culino, voglio lubrificarmi un pò in attesa di grandi eventi."
    I due obbedirono all'unisono ed Eva cominciò a gemere, tutta sceneggiata a favore dei due che seguitarono imperterriti, seconda finta goderecciata seguita da una terza questa volta vera.
    "Allora cambiamo, io davanti su un fianco dietro di me Erik in fica o nel culino come preferisce e Daniele dentro Erik. Daniele non si mostrò molto soddisfatto ma obbedì.
    Erik preferì il culino, in fica ci nuotava, Daniele come stabilito.
    Il trenino partì, in volata, i due si davano da fare soprattutto Daniele che voleva sbrigarsi per raggiungere il suo scopo che era quello di penetrare davanti e dietro la sua amata. 
    Tutti a turno in bagno.
    "Ora cambiamo, io la solita posiione, Daniele dietro di me in fica o nel culino ed Erik dietro Daniele il quale preferì il fiorello,di culo ne aveva avuto abbastanza con Erik, quest'ultimo finalmente poteva penetrare il suo amico a piacere e ci rimase a lungo e con ripetuti orgsmi.
    Daniele chiese ed ottenne di penetrare il culino di Eva e quindi altro trenino.
    Erano le diciassette , Eva: 
    "Ragazzi sta per tornare Fefè, ora che ci siamo tutti riappacificati niente più musi lunghi nè gelosie, io sono a vostra disposizione, vi voglio bene ma vogliomche fra voi due ritornino i rapporti di una volta."
    "Caro resoconto: Daniele è venuto nel fiorello e nel cuilino, loro due si sono inchiappettati a turno e si sono riappacificati, ipo mi sento come una nave scuola, metto un pò di pomata nei due buchini, per stasera non ce n'è per nessuno, nemmeno per te. Non pensi che non debba essere solo io a sacrificarmi, mettici un pò del tuo!" 
    "Ho avuto un'esperienza con Erik che non voglio ripetere, fra l'altro una curiosità: quando Erik ha goduto dentro il mio sedere ho sentito come una pipì violenta dav parte di Erik invece di un normale scizzo di sperma, non ho capito."
    "Te lo spiego io: Erik ha una sessualità particolare: quando è eccitato il pene e le palline diventano dure come il legno, quando gode ha uno schizzo violento. una volta gli ho fatto un pompio, ho tolto la bocca prima che godessse e lo schizzo muiltiplo è arrivato a circa venti centimetri di altezza, ecco svelato l'arcano." 
    Un giorno dopo l'altro...
    Una mattina Daniele:
    "Dormiglione svegliati dobbiamo andare in negozio...ancora dormi dai..."
    Erik in negozio non ci tornò più, era morto nel sonno.
    Il fatto nefasto cambiò la vita di tutti.
    Una pagina di necrologio degli amici sul giornale locale, un lungo corteo di macchine dietro il feretro sino al cimitero suscitò la curiosità dei cittadini che non avevano idea di chi fosse Erik Anderson.
    Daniele fu il più colpito dall'evento luttuoso, non andava più in negozio, pssava le giornate a letto o sul divano, non leggeva i giornali che Fefè gli comprava, anche la televisione restava spenta.
    Eva cercava di smuoverlo in tutti i modi:
    "Vieni qua fammi assaggiare il tuo uccellone..."
    Niente da fare, Daniele si stava lasciando morire, cosa che avvenne dopo quattro mesi non prima di aver rivelato a Fefè il numero segreto del suo conto lussemburghese.
    "Ora non siamo benestanti, siamo ricchi anzi ultra ricchi!"
    Fefè ed Eva, che nel frattempo si erano sposati, non cambiarono il loro tenore di vita, non lasciarono il loro impiego, Eva guidava sempre la Jaguar, Fefè comprò una Fiat 500 Abarth, trovò una pista di kart dove poter sfogare le sue velleità velocistiche ma la dipartita di Erik e di Daniele aveva cambiato qualcosa nel loro intimo.
    La loro casa vuota veniva sempre tenuta in ordine cone se fossero stati vivi.
    Un diversivo piacevole era la venuta di Ursula e Ginevra con Alberto e Susanna figli di quest'ultima nel frattempo cresciuti. Questi rimanevano anche un mese occupando l'appartamento dei defunti.
    Ursula ancora si domandava perchè anche lei non era rimsta incinta.
    "Ursula ormai sei in menopausa, non persarci più, sei la zia di due magnifici ragazzi, consolati!"
    Fefè ed Eva, sempre pervasi da una tristezza infinita, non cancellabile da una vita agiata, morirono in tarda età lasciando la loro eredità ai giovani nipoti acquisiti; per loro volontà vollero che la loro dipartita fosse discreta, niente notizie funerarie sul giornale locale nè corteo di macchine, solo essere sepolti uno vicino all'altro.

     

  • Come comincia: Per una volta Gatto Silvestro non prova a mangiare Titti: mi è semblato di vedele un liblo in soffitta!
    L'avventura è interessantissima, incantati dall'atmosfera magica e degli oggetti che vi si trovano in soffitta, Gatto Silvestro e Titti scelgono nella loro esplorazione un libro magico e misterioso. A loro il compito di raccontare la storia, poiché solo loro la conoscono tutta!
    C'erano una volta, in un castello meraviglioso, due sorelle principesse, di nome Chiara e Laura,  dotate di poteri soprannaturali. Le due belle principesse sono luminose, amano la musica e la danza. Proteggono il castello e gli abitanti in cui abitano. Il loro è un mondo attivo, dinamico, ricco di suspense. Si schierano per il bene e diventano invisibili, per i loro straordinari poteri magici.
     Ogni anno, nel castello, si svolge una cerimonia in occasione del compleanno del re. Per questa importante occasione, Chiara e Laura, aumentano la sorveglianza del castello con guardie del corpo. La maggiore pericolosità per gli abitanti del castello è la presenza dello Stregone Nero, che disprezza l'amore ed è costantemente impegnato nella ricerca del dominio e del potere.
    Vuole che tutto dipenda da lui, è un malvagio bandito del regno perché vuole impossessarsi del trono per diventare il nuovo re e lo Stregone più potente del mondo.
    E’ maestro delle arti oscure e passa il tempo ad approfondire lo studio delle tecniche magiche basate sul fuoco e sull' oscurità. I suoi incantesimi sono davvero impressionanti. Infatti si sente superiore agli altri, e va all’avventura per guadagnare potere su chi considera inferiore.
    Quella sera nel castello si terrà lo spettacolo di un balletto in onore del Re. Lo stregone non lo perderebbe per nulla al mondo! Per penetrare nel castello, si traveste da monaco, approfittando della credulità delle guardie. Da quel momento, lo Stregone Nero desidera solo, come gli è ora possibile, sedersi sul trono per impossessarsi dei suoi poteri magici ed essere il più potente.
    Le principesse, Chiara e Laura, non riescono a sottrarsi alla sensazione della presenza dello stregone. In cima alla magnifica scalinata osservano lo stregone seduto sul trono, determinate e di spirito, con il loro potere magico, per scoprire qualcosa di sconosciuto o di nascosto, diventano lastre di ghiaccio invisibili.
    L’ira dello stregone è così devastante che gli consente di catturare le giovani principesse. Alla fine, però, lo stregone va incontro al suo crudo destino. Il fato interviene, con l’aiuto di due coraggiosi principi, quando tutto sembra andare per il peggio.  Lo stregone scatena un’ultima disperata battaglia per portare a compimento la sua volontà, le sue azioni, il suo destino. I Principi provano a liberare Chiara e Laura, ma lo stregone li respinge con i suoi poteri.
    I due Principi vanno dal Re, il quale promette loro che se fossero riusciti a liberare le principesse sue figlie, avrebbero potuto sposarle.
    Solo i due principi, dal cuore puro, potranno salvare le principesse e riportare il re sul trono!
    La coalizione che muove contro lo Stregone Nero, è composta dai due principi e dalle due principesse. Per proteggere Chiara e Laura dalle armi magiche, i valorosi principi portano uno scudo incantato, grazie ad un incantesimo lo stregone si distrae e si addormenta. Le principesse confezionano un incantesimo meraviglioso e lo usano per impossessarsi dei suoi poteri, lo scrigno con il Vuoto ritorna per assorbirli. Usando ancora la magia, lo scrigno scomparve nel nulla e lo stregone rinchiuso nelle carceri segrete non fu più ritrovato. Il Re ritornò sul trono, e le due Principesse si sposarono con i loro Principi e vissero tutti felici e contenti.

  • giovedì alle ore 16:46
    Amori senza confini - seconda parte

    Come comincia: Nulla di nuovo sul  fronte sesso, Erik e Daniele in negozio, Fefè ed Eva in ufficio senza incontrarsi per vari giorni. Il cambiamento avvenne all'arrivo di Ginevra e di Ursula.
    "Una grande e piacevole notizia, sono incinta, stò zozzone c'è riuscito!"
    "Ti credo dopo tre ore che siete stati insieme, ci mancava pure che facesse cilecca!"
    Eva era stata piuttosto acida ma nessuno, tranne Fefè, l'aveva capito.
    Le ragazze si piazzarono in casa degli amici senza mostrare volontà di andarsene con grande giooia  dei loro ospiti omo.
    Il sabato sera ballo di rito con gli amici del circolo gay, grande allegria, alcuni facevano del tutto per accaparrarsi Eva, specialmente Daniele.  Fefè si arrangiava con le due svizzerotte ma ogni tanto guardava  allarmato la consorte che gli faceva segno che tutto andava bene.
    Rientrari in casa:
    "Che aveva da dirti Daniele, parlavate fitto fitto, proposte in qualche campo minato?"
    "Ma quale campo minato. ha voluto sapere le mie preferenze in campo automobilistico, lo sai da sempre che amo le Jaguar auto che non perdono fascino nel tempo ed altre cose sulla sua famiglia che non ricordo."
    Malignamente Fefè pensò che quella domanda sulle preferenze automobilistiche di Eva avesse un sottofondo...
    Sottofondo che si realizzò una mattina di domenica quando una Jaguar ZF berlina color grigio argento metallizzato comparve nel giardino.
    Fefè,ancora assonnato, aprì la finestra e non credette ai suoi occhi, quel figlio di...
    "Vieni cara, vieni a vedere la tua preferenza automobilistica, è proprio qua sotto!"
    "Se è per me voglio rinunziare, sarebbe un'offesa per te, lo dirò a Daniele."
    "Nessuna offesa mia cara, piuttosto preparati ad un assalto sessuale ben remunarato, non mi dire che non ameresti guidarla, sii sincera!"
    Il silenzio fu la risposta sdi Eva.
    Nell'uscire dal portone c'era attaccata ad un chiodo la chiave della Jaguar, più palese di così,la chiave rimase al suo posto.
    Al mare giunsero pure gli amici ma regnava il più assoluto silenzio sino a che Erik: 
    "Dagli almeno un bacino di ringraziamento, non essere così fredda, accetta il dono,è stato fatto col cuore parola mia!"
    Più col cuore Eva pensò ad una parte del corpo neno nobile, poi improvvisamente si avventò materialmente su Daniele e lo baciò in bocca alungo, quando si staccò:
    "Grazie tante, era il mio sogno proibito, col consenso di Fefè accetto il dono."
    La cosa finì lì, tutti al bagno senza scherzi di costume.
    "Ormai avrai capito che Daniele è bisessuale, xti desidera come un pazzo e da tale si sta comportando, sai quanto vale quella vettura? Dai sessantamila euro in su, cosa intendi fare?"
    "La palla in mano a te, accetterò la tua decisione, inn caso positivo andrò a letto con lui ma solo se mi porterà un certificato medico sulla sua salute e su quella di Erik, gli omo..."
    "L'amore, scusa se uso questa parola troppo grande, dicevo l'amore che provo per te mi dice di accontentarti, vai con lui."
    Quel pomeriggio fu un pomeriggio di sesso totale, Eva concesse a Fefè anche quella cosa che a suo tempo gli aveva promesso, non fu molto dolorosa piacevolmente pareggiata dal vibratore in vagina che portò la giovin signora a piacevoli orgasmi.
    Dopo dieci giorni il giorno fatale: in posseso del chiesto certificato Eva comunicò a Fefè che domnica pomeriggio...
    Erik invitò Fefè al circolo del tennis e della vela dimcui era socio e così lasciarono campo libero ai due novelli amanti.
    Il tempo trasciorreva lento, prima i due seguirono le partite a tennis poi davanti al televisore ma Fefè non vedeva gran che dei programmi, ogni tanto guardava l'orologio.
    Erik: "Ce ne andremo alle venti."
    "Alla faccia loro che dovevano farebin sei ore" il pensiero più sconsclusionato di Fefè.
    Eva era in cucina a preparare la cena., niente parole inutili, ne avrebbero parlato a lungo in  seguito a botta fredda come si dice in gergo.
    L'occasione fu una mattina in cui decisero di nion andare inufficio.
    "Ti senti di parlare o provi fastidio?"
    "Vuoi la verità o ci metto la mia fantasia?"
    "La verità completa."
    "Intanto Daniele ha il pene più picolo del tuo. Mi sono affosdata tutta a lui: ha cominciato con un sessantanove, èmolto delicqto con la lingua, mi h fatto godere varie volte, poi ha preso a baciarmi i piedi, forse è anche un feticista, ha apprezzato la mia bellezza e mi ha fatto i complimenti per il mio corpo. Ha baciato a lungo le tete, cavolo è riuscito a farmi godere anche così, ma ne somno meragliaya io stessa, non l'avevo mai provato. Quando è entrato in vagina galleggiava un pò, abbiamo riso, finaalmente ha avuto un orgasmo pure lui, sapeva che non posso rimanere incinta.
    Durante l'intervallo mi ha preso in mano il viso e mi guardava fisso, gli sono scese le lacrime che non sapevo come interpretare. Poi la parteb omo: ha preso un vibratore e l'ha posizionato nel suo didietro, poi è voluto penetrare dove anche tu sei stato una volta, non mi ha fatto male ed ha goduto dentro, fine della storia. Sono sincera, non posso dire che è stato spiacvole."
    "Vuoi andarci ancora?"
    "Seu tu ul padrone, lo dico in senso lato, capiscimi."
    Fefè aveva capito, ci sarebbero stati altri incontri ravvicinati, in seguito cercò di inquadrare la situazione:
    Eva se la rifaceva col fidanzato e con l'amante, Daniele aveva rapporti con Erik e con Eva, Fefè con la fidanzata, Erik con Daniele. Questo era lo stato attuale della situazione che forse in futuro poeva cambiare magari con l'inserimento delle due svizzerotte oppure in altro modo boh.
    Sabato sera nuova serata danzante con numerosi invitati del circolo gay e con altri che Fefè ed Eva non conoscevano.
    Eva per  accontentare la sua vanità si era truccata e vestita da wanp,  il tubino nero faceva trasparire un bel pò di cose buone non coperte da reggiseno e slip..
    I due fidanzati stavano in disparte, preferivano guardare le varie coppie, forse c'era anche il transessuale di cui aveva parlato Daniele il quale si avvicinò ai due, prese Eva per una mano e, con un inchino le chiese di ballare.
    Sparirono fra la folla,, si poteva parlare di folla, c'era veramente tanta gente, il salone era poco illuminato per volere dei padroni di casa così ognuno poteva farsi i fatti suoi....
    Dopo un pò di tempo Daniele ritornò vicino a Fefè.
    "Ci sono due stronzi che mi hanno scippato di mano Eva, sono persone per me importanti ed ho fatto buon viso a cattivo gioco ma siccome sono bisessuali, capisci?"
    "Io capisco che ci sono corna in vista per tutti e due" celiò Fefè.
    Daniele non si dava pace, prese a bere poi si portò dall'altro capo del salone per cercare di vedere cosa facesse la non sua bella la quale ritornando vicino a Fefè::
    "Mi sto facendo un sacco di risate, c'è un cinquantenne longilineo tutto d'un pezzo, occhiali cerchiati d'oro capisci il tipo, un altro con maglietta nera piuttosto traccagnotto che m'invitano a turno, un ballo a testa, da lontano ho visto Daniele  che ci osservava, e<ra in crisi di gelosia si vedeva di lontano un migio ed io ho fatto del tutto per fargliela aumentare strofinandomi vistosamente col ballerino di turno e poi li ho baciati sul collo. Ognuno aspettava il suo turno di ballo per arraparsi di più: occhiali d'oro mi ha offerto diecimila euro, il, traccagnotto ventimila, mi sto divertendo un mondo!"
    "Non so se hai visto in televisione i cartelli dei prezzi delle vecchie case chiuse: mezzalira per la semplice,una lira per la doppia, cinque lire per il quarto d'ora, dieci lire per, mezz'ora, ormai anche tu hai un prezziario, che vuoi fare, io me ne vado a letto, ciao."
    Eva si ributtò nella mischia, dopo un'ora si ritirò in camera da letto.
    "Fefè svegliati devo raccontarti il resto: ai due si è aggregato un terzo, sai il classico tipo atletico che non deve chiedere mai. L'ho guardato in viso e l'ho baciato sul collo, effetto subitaneo, dentro i til coso è aumentato  di volume in  maniera impressionante e allora ho cominciato a strofinarmi fin quando ho visto i suoi occhi strabuzzare, se ne era venuto bellamente in piedi. A quel punto è intervenuto Daniele che mi ha preso per mano e mi ha trascinato fuori dalla folla in camera sua:
    "Dì la verità, lo fai apposta per farmi ingelosire ma io ti punisco col mio coso nel tuo fiorellino, come la metti?"
    "Mi son messa come voleva lui, non contento della beneamata è passato nel popò, son qua!"
    "Giornata faticosa, che ne dici di far riposare i tuoi gioielli?"
    La mattina di domenica, scese da un taxi, si presentarono in villa belle e baldansose le due svizzerotte sempre bene accette dai padroni di casa.
    Erik "Ieri sera gran ballo mancavate solo voi."
    A proposito di Erik, Fefè si domandò dove si fosse ficcato durante il ballo, era virtualmente sparito.
    Sotto l'ombrellone i quattro, Ginevra e Ursula erano andate a dormire.
    Fefè: "Erik hai voglia di far conoscere alla qui presente comitiva le tue avventure di ieri sera?"
    "Preferisco di no, che ne dici Daniele?"
    "Ma va, siamo ormai intimi, vai"
    "Ero con Patrizia la brasiliana, d'apprima mi ha fatto paura, ha un membro enorme, me l'ha preso in bocca, molto brava mi ha fatto un pompino poi se l'è messo nel bel culone e sono venuto un'altra volta poi...è entrata dentro, di me, all'inizio mi ha fatto male, piano piano è entrata fino in fondo, ho goduto alla, grande, fine del racconto."
    "E tu Daniele niente brasiliane?"
    "Ci sono stato ma da quando ho conosciuto Eva ho deciso di tagliare tutti i rapporti escluso Rik."
    "Siamo una bella famigliola, lo dico senza sarcasmo, alla base della nostra amicizia lealtà e sincerità, tutti d'accordo?"
    Un abbraccio siglò il loro patto.
    Che ci sarebbe stato qualcosa di inaspettato Fefè l'aveva messo in conto e così fu.
    Una domenica Fefè era rimasto solo in casa perchè Eva era andata dalla mmma ammalata.
    Fefè percepì il cigolare della porta d'ingresso in camera sua, non gliene fregò più di tanto e restrò ad occhi chiusi.
    Qualcuno si era schiarita la voce per attirare l'attenzione, all'occhio mezzo aperto di Fefè apparve la figura di Erik in box.
    "Mon ami la domenica mattina è sacra che posso fare per te?"
    "Molto se vuoi."
    "Quel molto se vuoi era parso a Fefè un segnale di pericolo anche perchè il proprietario della voce era rimasto senza i boxer.
    "Vorrei toccarti un pò, se hai sonno seguita a dormire, penso che ti farà piacere."
    Cosa rispondere a chi ti ha regalato un appartamento ed una Jaguar, risposta scontata.
    Fefè rimase ad occhi chiusi sino a quando  si sentì sfilare i pantaloni del pigiama e riprese completamente conoscenza quando:
    "Mamma mia!" Erik aveva preso visione del suo coso che a riposo gli era sembrato mostruoso.
    "Mai visto un coso del genere, mi fa paura, l'immagino in erezione!"
    Al contatto della mano di Erik, mister c. si innalzò in tutta la sua maestà. con un altro "Mamma mia" da parte dello svedese.
    "Erik questo offre la ditta e smettila di evocare tua madre!"
    Quello che immaginava Fefè avvenne, il suo 'ciccio' penetrò nella bocca di Erik sino alla gola.
    "Io sono come gola profonda che gode con la gola, una Linda Lovelace maschietto."
    Fefè si domandò come un marchingegno come il suo non provocasse il vomito, non era un suo problema. Cominciò a provare una strana sensazione mai provata, era vero quello che aveva predetto Erik, pareva proprio di sì tanto da  riuscire ad avere un orgasmo... lo doveva raccocntare ad Eva.
    Erik seguitò imperterrito con in bocca un mare in tempesta di sperma tutto gioiosamente ingoiato, buon appetito!
    Fefè a quel punto si svegliò completamente, dinanzi a sè Erik nudo, a chi poteva somigliare, aveva un pene in erezione da bambino, anche le palline piccole.
    "Mi sembri l'enfante qui pisse, è il monumento di un bambino morto perchè uscito di cada durante un temporale, è una statua che si trova in Belgio."
    A Fefè venne in mente anche un episodio accadutogli quando aveva undici anni ed era totalmente ingenuo. Un giorno vide che una sua zia si era ritirata in bagno per farsi una doccia, guardando dal buco della serratura aveva visto la zia nuda che si trastullava, quella visisone gli portò la conseguenza alora per lui sconosciuta dell'irrigimento del suo pipinello che usava per fare pipì.
    Ritornò alla realtà: Erik l'aveva piccolo ma duro, si era arrapato giocando col suo 'ciccio' ed ora che voleva fare?
    "Non so se il tuo cosone riesce ad entrare nel mio culino..."
    "Noi non ce lo mettiamo ed io riprendo a dormire." 
    "Manco per niente, non rinunzio ma tu sii delicato."
    Erik, previdente, aveva portato con sè un flacone di vasellia con cui si spalmò con generoosità il suo  buchino ce tale non sarebbe rimasto dopo l'ingresso di...
    Girato di spalle, fu luim stesso a prendere in mano 'ciccio' ed a infilarselo delicatamente...delicatamente un corno il diametro era quello che era e il povero Erik forse rimpiangeva..non rimpiangeva proprio nulla, se l'era infilato tutto dentro e si muoveva ritmicamente con mucio gusto e riuscì ad avere un orgasmo ma volle rimanere col pene dentro.
    "Non ho mai provato nulla di simile.ti prego resta un pò così..."
    Era una vera supplica e Fefè buono d'animo, da vecchio boy scout fece la sua buona azione giornaliera accontentando lo svedese il quale riprese a muoversi piano piano sin quando ebbe un altro orgasmo.
    "Per finire fuochi di artificio, ti prego mettiti in ginocchio, non ti farò male, lo sai quanto ce l''ho piccino, accontentami, io e Daniele ti faremo un regalo grosso grosso, sarete i nostri eredi di tanti tanti soldini!"
    Dinanzi a tanti soldini...
    Intanto Erik aveva iniziato a prendere le sue chiappe in mano:
    Bellisime da uomo forte!""
    Poi si dedicò a giocare con la lingua sul suo buchino posteriore che cominciava a far provare al suo padrone un piacere inaspettato. Poi la lubrificazione del buchino stesso e l'introduzione di qualcosa disimile ad una supposta, era il cosino di Erk che, penetrato dentro, aveva preso a muoversi prima piano poi sempre più velocemente.
    Fefè cominciò a provare una sensazione inedita niemte affatto spiacevole. Con una mano Erik aveva preso il mano il gingillone di Fefè fino a portarlo all'orgasmo, un orgasmo particolare perchè avvertì i testicoli muoversi dentro lo scroto ed il suo buchino provare una forte sensazione di piacere, era stato iniziato alle gioie omo. Erik aveva goduto dentro di,lui, Fefè non si staccò subito, gli piaceva stare in quella posizione anche perchè Erik aveva ripreso a muoversi avanti ed indietro dentro di lui fin quando:
    "Sono distrutto, un bacino al tuo cosone bagnato, mi ritiro.
    Fefècominciò a pensare quello che gli aveva detto Erik, essere con Eva gli eredi di un patrimonio sicuramente ingente.
     Non era sicuro di voler confidare ad Eva la sua ultima avventura, si confidavano tutto ma rivelarle quella sensazione provata col suo popò non gli andava proprio di dirglielo, riprese a dormire.
    Eva rientrò in casa in serata, chiese a Fefè eventuali novità.
    "Ho appreso una notizia sensazionale, ma te la comunicherò a letto, dopo cena.
    "Dimmi come e cosa ti sei guadagnato soprattutto con chi, con una modella, con Daniele, con Erik."
    "Lìultimo che hai nominato, s'è presentato in camera mia che ero ancora addormentato, non ricordo bene cosa sia successo.
    "Guardami negli occhi, sai bene quello che provo per te, ti amo ogni giorno di più, la sincerità è stata sempre alla base dei nostri rapporti, ti vergogni a farmi il resoconto delle sensazioni che hai provato con Erik, fra l'altro è risaputo che ce l'ha piccolino e quindi..."
    Fefè parlò liberamente degli avvenimenti senza guardare in faccia Eva, c'erano dei punti di cui parlava malvolentieri."
    "Mi vien da ridere, tu tutto anticonformista mi stai dicendo che ti vergogni di aver provato un piacere omo, io l'ho provato tante volte, anche i maschietti hanno una sensibilità posteriore, abbracciami, vengo sopra di te e ti massacro di baci."
    I giorni seguenti tutti al lavoro, la sera stanchi, la cena poi tutti a ninna, nessuno parlava  di quello che sicuramente Erik aveva confidato a Daniele.
    Il sabato oltre ad essere il più gradito giorno era il giorno del 'Raccontiamo tutto quello che è successo durante la settimana'.
    Per Daniele ed Eva nessuna novità, Erik raccontò in breve quello che era successo fra lui e Fefè sorvolando sui particolari, Fefè gli fu riconoscente con uno sguardo d'intesa.
    Daniele:"Bene ora penso che dobbiamo dedicarci alle nostre ospiti femminili. Facciamo così: quando verranno uno di noi si intratterrà con Ursula, Ginevra è incinta e gli altri a fare da guardoni, poi vi spiego come, chi si prenota... nessuno allora scelgo io: Fefè si dovrà fare Ursula che come confidato da Ginevra, non ha mai avuto rapporti con uomini. Io intratterò Eva sempre col permesso...
    "Ora vi spiego come essere spettatori senza essere visti, quello specchio in fondo al salone è trasparente nel senso che per chi sta davanti è un vero specchio ma  entrando nello sgabuzzino vicino alla cucina si vede tutta la sala ome nei film polizieschi."
    Hai capito i due mascalzoni vedevano quello che succedava nel salone senza  farsene accorgere ma dopo tutto quello che era successo fra di loro...
    La  notizia della festa in onore di Ursula venne comunicata a Ginevra con messaggino telefonico.
    Risposta: "Ursula vuol sapere il perchè della festa in suo onore."
    Risposta ancora: "Che sorpresa sarebbe, dille solo ce c'è in ballo un rolex ma Usula se lo deve guadagnare."
    Rientrate le due svizzerotte in villa, dopo pranzo, mentre Ursula era in bagno Ginevra illustrrava ai presenti la pesonalità della sua amica: "Psicologicamente è una bambinona, spesso sono io che prendo decisioni al suo posto, ora si è messo in testa l'idea di avere pure lei un figlio e sapete da chi? "
    Tuttim inncoro: "Da Fefè!"
    Fefè un pò meravigliato ma felice di potersi fare la giuggiolona guardò in viso Eva, ufficialmente nessuna emozione ma dal suo sguardo...non si è gelosi di un uomo ma di una donna soprattutto bella...
    All'orecchio di Fefè: "Furbacchione non far finta di niente,non vedi l'ora di infilarti in quei bei buchini, dammi solo un bacio piccolissimo, mi consolerà."
    "Vieni cara un bacino sulla fronte come un buon papà."
    "Stronzo!"
    Ginvra: "Ursula ed io andiamo a farci un giro, Fefè ci fai compagnia?"
    I tre uscirono dal piano terra per infilarsi nell'appartamento di Fefè e di Eva.
    "Ma è uguale a quello di Erik e di Daniele!"
    Affermazione che convinse Fefè che la diagnosidi Ginevra era esatta.
    "Oh che bello!" Ursula cominciò a saltare sul letto ridendo.
    "Uersula ti ricordi perchè siamo qui?"
    "Certo voglio dare un fratellino ad Alberto o a Susanna."
    Spiegazione di Ginevra: "Sono i nomi che daremo al mio pargolo se maschio oppure se femmmina."
    Fefè fece cenno a Ginevra di andare al dunque.
    "Ginevra vuoi che ti baci il fiorellino così quando Fefè entra nella tua cosina non ti fa tanto male?"
    "Si fammi il lecca lecca ma voglio vedere il coso di Fefè, mai visto un maschietto nudo."
    "Non ti poreoccupoare se ti sembra molto grosso, ho portato la vasellina e poi Fefè sarà delicato."
    ."Ma ce l'ha più grosso di un salame, tutti i maschietti ce l'anno così?"
    "Ursula lascia stare i paragoni, vieni che ti bacio, allarga le gambine, ecco così, vuoi che Fefè ti baci in bocca?"
    "No solo che mi metta incinta."
    "Ursula chiudi gli occhi, penseremo a tutto io e Fefè."
    L'interessata obbedì, la vergine gnocca di Ursula venne abbondantemente irrorata di vasellina e Fefè iniziò il difficile compito di introdursi nella fatta di Ursula senza farle troppo male.
    "Mi fa male!"
    "Resisti fra poco ti piacerà."
    ."Mi fa sempre male!"
    "Lo vuoi o no stò figlio, hai scelto Fefè e te lo tieni, se parli ancora ce ne andiamo via."
    L'interessata non emise più un gemito, Fefè era riuscito a toccare il fondo della vagina, cominciò a godere alla grande con spruzzi sul collo dell'utero di Ursula.
    "Ho sentito uno schizzo, mi è piaciuto, Fefè ci riprovi?"
    ""Accontentala, sta mignotta ci ha preso gusto."
    "Ho sentito di nuovo lo schizzo, Fefè ci riprovi?"
    Ginevra: "Fefè non è una macchinetta per ora bsta, resta distesa così rimarrai incinta, noi andiamo via."
    "Non rinarrà incinta perchè ha avuto da poco le mestruazioni e non è in ovulazione, hai capito che ha il cervello di una bambina, sua madre, conoscendola, me l'ha affidata, non vorrei ripetere un'altra volta l'esperimento, le dirò che non può avere figli e così finisce la storia."
    Qualcosa era cambito nel cervello di Fefè forse per essere stato usato come strumento per accontentare Ursula o forse per il rapporto omo avuto con Erik (A proposito aveva dimenticato di dire ad Eva che loro erano i futuri eredi del patrimonio dei due).
    Ne parlò con Eva:
    "Sento il bisogno di stare un pò da solo, lontano da qui, tu non c'entri nulla non ti preoccupare, è una cosa mia."
    "Dimmi quello che vuoi fare, per me va bene."
    "Vorrei andare una settimana a Milazzo, mi piace quella città."
    "Diremo ai nostri amici che devi andare fuori sede per servizio, meglio una bugia."
    Fefè mise in moto la Jaguar, un saluto da parte di tutti, un bacio particolare ad Eva e via verso l'autostrada.
    Svincolo di Villafranca, svincolo di Rometta e poi quello di Milazzo.
    Entrò nel parcheggio dell'hotel 'Continental', un addetto gli venne incontro e prese la sua valigia.
    "Preferisce una stanza con vista sul mare o all'interno?"
    "Vista sul mare."
    Alle tredici al piano terra il ristorante era semivuoto, solo in fondo una coppia.
    "Il menu signore."
    "Voglio solo un secondo e della frutta, il brodetto di pesce va bene."
    In camera sua mise al minimo il condizionatore, accese la televisione ed incappò in un canale porno, il precedente inquilino di quella stanza era uno zozzone.
    Di porno ne aveva visti abbastanza in villa, bene una corsa di moto la sua passione giovanile.
    Si erano fatte le venti, uscì a piedi, il lungomare di Milazzo era pieno di giovani festanti, rimpianse la gioventù non che fosse vecchio ma gli ultimi avvenimenti gli avevano lasciato,il segno, specie quello con Erik...
    Andando in centro notò una piccola trattoria, forse a conduzione familiare, la preferì ad un ristorante di lusso.
    C'erano due file di tavoli ai lati di un lungo corridoio,, un sessantenne gli venne incontro sorridendo.
    "È solo? Bene questo è il suo tavolo, scelga con calma."
    Fefè voleva allontanare il ricordo di tutti i precedenti avvenimenti esclusi quelli dell'amore suo grande, Eva, la sentiva dentro il suo cuore, tutto il resto era stata una ubriacatura di soldi, di lusso, non era riuscito a non farsi coinvolgere e forse non sarebbe riuscito ad uscire da quel giro senza forse, si era abituato a vivere sopra le sue possibilità.
    La cena fu servita da una deliziosa fanciulla circa vent'enne.
    "Il signore è nuovo di Milazzo, non l'ho mai visto, se vuole le faccio compagnia dopo che esco dal ristorante."
    "Ti ringrazio cara ma sono qui per riposare."
    "Uno sguardo della baby tipo :"Sei frocio!"
    Ogni sera Fefè inviava ad Eva un messaggino solo con 'ok' per rassicurarla.
    Aveva preso l'abitudine di dormire di giorno ed uscire la sera col fresco.
    Nella sala da pranzo dell'albergo aveva incrociato,lo sguardo di due signore della sua età sorridenti e forse disponibili, le ignorò.
    Verso le ventidue percorreva il lungomare, sullo sfondo la costa e la raffineria illuminata, uno spettacolo bello da vedere.
    Cambiò itinerario verso ponente, anche qui c'era un viale illuminato con ai lati le case di villeggiatura, c'era molta gente in giro vacanzieri vocianti, allegri.
    Alla fine della settimana decise di rientrare nella vita quotidiana, mise al corrente Eva con un messaggio, Il suo amore era all'ingresso, volò nelle sue braccia, qualche lacrimuccia.
    "Mi sei mancato da morire..."
    "Finalmente il figliol prodigo, festeggeremo con una cena al ristorante 'La sirena'.
    C'erano tutti, anche le svizzerotte.
    "Ho fatto l'ecografia, ho due gemelli in pancia, Li chiamerò Alberto e Susanna."
    In macchina Eva mise al corrente Fefè dei fatti accaduti durante la sua assenza.
    Daniele gli era stato appresso tutti i giorni ma era andato in bianco, i suoi rapporti con Erik si erano incrinati perchè Daniele. lo aveva allontanato. Motivo, ogni giorno più innamorato di Eva, niente rapporti omo.
    Fefè fremeva per ritornare a casa.
    "Signiori col vostro permesso Eva ed io rientriamo, sono stanco del viaggio."

     

  • mercoledì alle ore 2:11
    Ellen e il fiore dell'amore

    Come comincia: C’era una volta, in un piccolo paese di montagna, una donna molto avida e perfida di nome Ellen. Era sempre stata molto ricca e viveva da anni nello sfarzo più totale, nel suo maestoso palazzo, situato sul punto più alto di quel monte. Non si era mai sposata a causa del suo carattere burbero, non era mai riuscita a trovare un uomo che facesse al caso suo e questa cosa, l’aveva resa sempre sfiduciata nei confronti della vita. La sua unica compagnia erano i suoi due cani, che accudiva con immenso amore e profonda dedizione. Erano i suoi compagni di vita, gli unici che le erano rimasti sempre fedeli. Hellen rimaneva spesso a pensare alla sua solitudine e per combatterla, usciva spesso dal suo palazzo per recarsi in un piccolo bosco situato a poche centinaia di metri. Lì amava ammirare la natura: si soffermava a guardare lo scorrere dell’acqua del piccolo ruscello e a raccogliere le margherite, che da sempre considerava il suo fiore preferito. Ne raccoglieva a centinaia tutti i giorni e amava ordianarle in alcuni piccoli vasi che si trovavano nelle varie camere della sua grande casa.
    Un giorno, mentre era intenta nella sua raccolta quotidiana, s’imbatté in uno stranissimo fiore dai lunghi petali rossi. Si fermò a fissarlo per qualche minuto, non ne aveva mai visto uno simile prima d’allora e voleva capire cosa ci facesse in un bosco di sole margherite. Ellen rimase a guardare quel fiore per almeno dieci minuti e mentre stava per raccoglierlo, udì una voce che diceva: “Prendimi subito, vedrai ti porterò tanta fortuna”. Ellen rimase sorpresa, non aveva idea da dove provenisse quella voce poiché a parte lei, nel bosco non vi era nessuno. La donna si guardò intorno impaurita, pensando che qualcuno volesse farle del male. Dopo appena qualche minuto, udì nuovamente quella stessa voce che diceva: “Raccoglimi subito, ti porterò fortuna”. Hellen continuò a guardarsi intorno e il suo sguardo cadde di nuovo sul fiore. “Sei stato tu a parlare”? Chiese Ellen stupita. “Si eccomi qui”. Quella voce, apparteneva proprio al fiore, quel fiore diverso dagli altri che aveva attratto la curiosità della donna.
    Ellen, dopo quella curiosa scoperta, si avvicinò ancora di più a quel fiore che continuò a parlarle dicendole: “So che ti chiami Hellen e so che soffri un po’ di solitudine, ma è anche colpa tua”. Il viso di Hellen cambiò immediatamente espressione, ciò che il fiore le aveva detto. “E tu come fai a saperlo”? Chiese la donna infastidita, “Per caso leggi nel pensiero”?  Il fiore, con voce allegra le rispose: “Sono il fiore dell’amore, a me basta guardare negli occhi una persona per comprendere il suo stato d’animo”. Ellen rimase basita, aveva incontrato un fiore parlante e per di più che riusciva a comprendere il suo stato d’animo. Dopo un iniziale stupore, la donna si sciolse in un pianto dirotto e cominciò a raccontare al suo nuovo amico, la sua vita e tutto ciò che l’aveva portata a rimanere da sola. Il fiore la ascoltava attentamente, mai prima di allora si era lasciata andare a simili confidenze, per di più a un fiore parlante.
    Il fiore, dopo aver attentamente ascoltato il racconto di Hellen, emise un sospiro, aprendo tutti i suoi petali e disse: “Se vuoi, io posso aiutarti cara Hellen, ma devi promettermi che farai tutto ciò che ti dico”. “Farò tutto ciò che vuoi” rispose Ellen. “Sono stanca di essere sola, di questo passo la tristezza mi ucciderà”. Il fiore, commosso dalle preghiere di Ellen, decise che doveva fare qualcosa per restituire a quella donna un po’ di allegria. “Ascoltami attentamente Ellen, vai a casa e prendi dal tuo guardaroba il vestito più bello che hai, indossalo e ritorna qui da me”. Ellen corse subito a casa, prese dal suo armadio un bellissimo vestito rosso e, dopo averlo indossato, ritornò subito dal fiore dell’amore. “Ecco” disse con voce decisa “Ho indossato il vestito come mi avevi chiesto, adesso cosa devo fare”? Il fiore rispose: “Vai alla sorgente del fiume qui vicino, riempi un secchio d’acqua e innaffiami, acquisirò l’energia che mi serve per aiutarti a essere una donna felice”. Ellen prese un grosso secchio e si precipitò al fiume, come il fiore le aveva consigliato. Immediatamente lo riempì d’acqua e di corsa ritornò verso il fiore, lasciando che qualche goccia cadesse in terra.
    Dopo aver fatto qualche passo veloce, Ellen arrivò nel luogo in cui di solito era situato il fiore scoprendo, con grande sorpresa che non c’era più. Al suo posto era cresciuta una stranissima pianta con delle grandi foglie piene di spine. “Oh mio Dio” esclamò Ellen con stupore. “Dov’è il fiore che aveva promesso di darmi una mano”? D’improvviso, la donna udì una voce poco lontano che disse “ Il fiore non c’è più qui, adesso è nelle mie mani e non credo che adesso potrà più aiutarti a trovare l’amore”. Ellen si girò e vide, poco distante da lei, una vecchina con il naso un po’ allungato e che aveva tutte le sembianze di una strega. Si trattava, infatti, di una vera e propria strega che abitava quei boschi da moltissimi anni. Era stata lei a prendere con sé il fiore e rinchiuderlo in una campana di vetro, affinché potesse appassire e far svanire la sua magia benefica.
    Ellen cominciò a sentirsi di nuovo persa, quel fiore le aveva restituito la speranza di poter finalmente amare un uomo come lei desiderava. La donna voleva fare qualcosa a tutti i costi per restituire al fiore la sua libertà e per dare a se stessa una nuova possibilità. Questa volta però il destino si mostrò davvero duro per Ellen, la strega si era impossessata di quel fiore che per la donna rappresentava la sua unica ancora di salvezza.
    Una mattina, mentre Ellen era intenta nella sua passeggiata quotidiana nel bosco, le comparve dinanzi una giovane ragazza vestita completamente di bianco. “E tu chi sei”? Chiese Ellen un po’ impaurita da quell’improvvisa apparizione. “Sono Verdiana” rispose la fata “Sono la fatina dei boschi e ti aiuterò a recuperare il fiore che diventerà l’uomo che amerai per tutta la tua vita”. Ellen rimase sorpresa da quella rivelazione, non aveva realmente compreso ciò che la fata Verdiana volesse dire. La fatina scomparve improvvisamente, ma lasciò a Ellen una bottiglietta di vetro con una pozione che dal colore sembrava molto simile al succo di limone, che la strega, doveva bere affinché si rendesse innocua e il fiore potesse essere liberato. Ellen prese delicatamente in mano quella bottiglietta, e s’incamminò verso il prato, dove prima si trovava il fiore dell’amore, sperando di trovarvi ancora la strega al suo posto. La donna rimase per un po’ ad aspettare, ma dopo alcuni minuti, ecco arrivare la strega con il suo fare maligno. “Che cosa vuoi ancora”? Chiese la strega. “Perché sei ritornata di nuovo qui, il fiore adesso è mio e non potrà mai più aiutarti”. Ellen non fu per nulla turbata dalle parole della strega, aveva in mano l’antidoto che l’avrebbe annientata. “Ascoltami cara strega” disse Ellen “So che ti piace molto il succo di limone e ho pensato di portartene un pochino, l’ho appena fatto con le mie mani”. La strega per un po’ tentennò a quella proposta, ma cambiò subito idea strappando quella boccetta dalle mani di Ellen. Il gesto fu talmente violento che la boccetta cadde improvvisamente in terra, facendo fuoriuscire tutto il suo contenuto.  Ellen rimase di sasso, il suo proposito di sconfiggere la strega stava svanendo nel nulla. “Hai visto cosa hai fatto maledetta”? Esplose la strega. “Adesso cosa me ne faccio di una bottiglietta rotta”? Ellen era sconvolta, il suo proposito distruggere il potere della strega e riavere il suo fiore stava svanendo e con lui anche la possibilità di innamorarsi nuovamente. La strega era molto infuriata, voleva punire Ellen per aver rotto quella boccetta che conteneva la sua bevanda preferita. Passata l’iniziale arrabbiatura, la strega si allontanò e notò che aveva le dita sporche di quello che lei credeva fosse succo di limone. Immediatamente si portò le mani alla bocca per poter succhiare quella bevanda e sentire quel sapore che tanto le piaceva. Appena poggiò le labbra sul suo dito pollice, la strega cadde tramortita. Ellen, che aveva assistito alla scena, lanciò un fortissimo urlo di gioia. La pozione aveva dato l’effetto sperato e la strega era ormai sconfitta. Ora però doveva ritrovare il suo fiore, quello che doveva aiutarla a rinnamorarsi. Hellen si recò subito nel covo in cui la strega abitava, ma non trovò il suo fiore. Ad attenderla c’era un giovane uomo, alto e bello, che le prese la mano accogliendola con il sorriso sulle labbra: “Grazie a te, cara Ellen, sono ritornato normale” esordì l’uomo.” Hellen era perplessa, ma allo stesso tempo felice. “Come ti chiami”? Gli chiese la donna. “Mi chiamo Paride” rispose il giovane. “Un incantesimo della strega mi aveva trasformato in fiore. Volevo che tu mi facessi ritornare uomo seguendo i consigli che stavo per darti quando ero un fiore, ma tu hai sconfitto la strega e senza volerlo hai scelto la via più semplice”. Il viso di Ellen trasmetteva felicità come mai prima di allora. “Adesso vieni via con me” proseguì ancora Paride. “Saremo felici per sempre l’uno accanto all’altra”. La profezia di Verdiana si era avverata e Ellen potè così tornare ad amare. Qualche giorno dopo, i due convolarono finalmente a giuste nozze che si celebrarono all’aperto, nel bosco che Hellen aveva sempre amato. Alla cerimonia partecipò l’intero paese e i canti e i balli si susseguirono fino a notte inoltrata. Gli sposi andarono a vivere nel grande palazzo in cui la donna viveva da sempre. Ormai Ellen era una persona nuova, aveva abbandonato il suo carattere scostante e si apprestava a vivere una vita serena accanto a quell’uomo che già da qualche tempo le era vicino, anche se sotto forma di fiore.
     

  • 15 settembre alle ore 11:52
    Amori senza confini.

    Come comincia: "Ti vuoi sbrigare maledetto mammalucco!"
    Al citofono Eva aveva sfogato la sua rabbia per il ritardo cronico di Raffele (Fefè per gli amici).
    La succitata stava aspettando il suo beneamato col motore della macchina acceso, entro le 8,30 dovevano essere in ufficio presso la Camera di Commercio di Messina.
    Fefè si presentò con mezzo cornetto in bocca uscendo dalla casa dei suoi genitori, sicuramente non aveva finito la colazione. Entrò in auto lato passeggero aspettando, come previsto, una sgommata della sua bella che, in tal modo, sfogava la sua rabbia.
    Ma non era finita:
    "Mentre io  vado a posteggiare al 'Cavallotti' tu entri e timbri pure per me."
    Raffaele in fondo era un filosofo, alle sfuriate di Eva cercava di farsi perdonare con un bacino non sempre ci riusciva come questa volta allontanato con una gomitata.
    "Ma almeno sai chi erano i mammalucchi?"
    "Io penso di si, erano soldati mercenari turchi ma in italiano vuol dire sciocco, stupido come sei tu, non fare il saccente solo perchè hai frequentato il classico!"
    La loro era una storia particolare: erano ambedue nati venticinque anni addietro, abitavano nello stesso,palazzo di via Ghibellina. Amici sin da piccoli (Eva già da allora era una peste) avevano frequentato le stesse scuole sino alla terza media poi Raffaele si era iscritto al clssico mentre Eva in ragioneria.
    Vincitori dello stesso concorso, alla comunicazione ufficiale della notizia Eva:
    "Ecco ci mancava solo questo, pure in ufficio ti devo sopportare!"
    In fondo era una sceneggiata da parte della dulcinea, amava profondamente il suo Fefè. Il loro primo rapporto completo a quindici anni, l'inziativa, ovviamente, da parte di Eva.
    "Che ne dici se facciamo l'amore come i grandi?"
    "Vuoi dire scopare."
    "Ci mancava pure il trivuiale, ad ogni modo te lo devi guadagnare il mio fiorellino!"
    Eva era giunta a questa decisione allorchè fequentavano la terza media in quanto si era accorta che una certa Belinda (quella aveva pure un nome da stronza) girava sempre più attorno al suo amato e, facendo un confronto fisico, lei ne usciva perdente, la cotale più alta di lei di dieci centimetri non scherzava in quanto a tette e popò e forse aveva già avuto rapporti completi con qualche suo compagno di scuola.
    Un giorno afoso d'estate i loro genitori avevano deciso di andare insieme al mare.
    "Sai che facciamo, usiamo la camera da letto dei miei, c'è pure l'aria condizionata.
    Eva ancora una volta aveva pianificato tutto, un suo lenzuolo per evitare che qualche schizzo...inoltre si era procurata una crema lubrificante e i preservativi, "Ci mancherebbe pure che restassi incinta, ne verrebbe fuori un mammalucchino!"
    "Lavati bene, l'ulrima volta il truo 'ciccio' puzzava di formaggio!" nikn era vero, mpre solito una proocazione.
    Ambedue a letto Eva:
    "Io sono per la posizione del missionario, per la prima volta è la migliore."
    "Io sono ateo e preferisco la cavalcante anteriore, come la mettiamo?"
    "Ti sei indottrinato col camasutra ma io insisto,"
    "Tiriamo a sorte, io scrivo due bigliettini con i relativi nomi, quello che esce comanda."
    Uscito iil nome di Fefè, Eva cominciò a piangere o meglio a far finta, il maschietto questa volta si dimostrò tale p meglio ci provò.
    "Ho vinto e si fà a modo mio."
    "Ti prego chiedimi qualsiasi cosa..."
    "Non tti rimangi la parola?"
    "I miei genitori sono siculi, la parola va rispettata!"
    "Bene allora dopo aver assaggiato il fiorellino vorrei girare pagina." 
    "Sei ermeneutico, non capisco."
    "Intanto non offendere, ermeneutica ci sari tu (Fefè fece il finto tonto) la richiesta è quella di una inchiappettata."
    "Finiamola una buona volta, che cavolo vuoi?"
    "Provare il tuo delizioso popò."
    "Te lo puoi dimenticare!"
    "Come la metti che la parola va rispettata?"
    "Insomma siamo qui per il gran giorno del mio passaggio da giovinetta a donna e tutto finisce in una stupida discussione, per la promessa si vedrà in furuto."
    Fefè si tenne sul classico; baci in bocca e sulle tette, cunnilingus con doppia goderecciata di Eva.
    "Ti prego mettiti il preservativo, non c'è bisogno della pomata, dentro la vagina sono un lago, maledizione mi sembra che oggi ce l'hai più grosso, tutti i difetti ce li hai tu!"
    "Non immagini quante mogli ti invidierebbero, una gentile signora, una volta, mi disse che la cosa più grande di suo marito era la cravatta!"
    "Brutto porco allora te la sei scopata!"
    "Era la madre di un mio compagno di scuola, è stata lei a provocarmi, non potevo tirarmi indietro."
    "Ne riparleremo un'altra volta, per ora ti dico solo vacci piano!"
    Fefè baciò ancora il fiorellino sacrificale, ci puntò la cappella del suo 'ciccio' senza muoversi per vedere le reazioni di Eva.
    "Che sta succedendo o megklio che non sta succedendo, vuoi sbrigarti?"
    Fefè fu molto delicato, 'ciccio' penetrava lentamente con qualche flebile lamento da parte della novella sposa, pian piano arrivò in fondo del delizioso tunnel e provò un intenso orgasmo rimanendo sul corpo dell'amata.
    "Fefè possono tornare i miei genitori, torna a casa tua, grazie per la delicatezza."
    Eva non era iltipo del ringrazio facile, l'interessato apprezzò.
    Molto era cambiato nel rapporto fra i due amanti, non appena avevano l'opportunità, la prendevano al volo ma nessuno dei due riprese l'argomento della promessa di Eva.
    Un giorno sul letto dei suoi genitori, Fefè girò la beneamata e cominciò a baciarle il buchino posteriore. 
    "Non ti fa pena, con quella mazza che ti ritrovi!"
    "Un escamotage: io compro un vibratore, lo inserisco nella tua tata e, mentre tu godi pian piano cerco di entrare, se ti fa troppo male mi fermo subito."
    "Mò ci voleva pure il vibratore, che fantasia! Mi devo convincere psicologicamente, quando sarò pronta lo vedrai nei miei occhi, purtroppo per me ti amo."
    "Ed io invece no e non ti sposerò mai!"
    "Sposaerti, sei folle, stare insieme a te ventiquattrore su ventiquattro e chi ti sopporta!"
    "Vuol dire che senza uìil vincolo del santo matrimonio (anzuìi non santo perchè ti sposerei al Comune) sarei libero di andare con le signore i cui mariti hanno il nodo della cravatta più grosso del pene?"
    "Se ci provi e me ne accorgo farai la fine di Bobbit quell'americano cui la moglie ha tagliato l'uccello e non scherzo!"
    A Fefè bastava l'intimità con Eva, ogni volta le faceva provare qualcosa di nuovo e così niente signore.
    Un evento cambiò la loro vita: in vista dell'estate decisero di acquistare dei costumi da bagno, entrarono in un negozio che già dalla vetrina dimostrava di avere buona merce.
    I padroni accolsero i fidanzati cion calore: uno biondo con occhi azzurri, corporatura media, l'altro più alto di statura, classico tipo mediterraneo.
    Cominciariono a provare i costumi: Fefè ne scelse uno classico blu con risvolti bianchi, Eva due bichini ridottissimi, uno colore azzurro mare e l'altro rosa.
    "Ma ti si vede tutto, che diranno i tuoi genitori?"
    "Lascia stare i genitori, dì piuttosto che sei geloso."
    Fefè in passato aveva dimostrato di essere immune da tale sentimento, ora..."
    "Ma lasci stare, la signorina ha un fisico fantastico, se lo può permettere!"
    Aveva parlato il biondo con un italiano con classico accento di un paese del nord Europa.
    Poi era intervenuto il mediterraneo:
    "Intanto ci presentiamo: io sono Daniele e questo è Erik svedese che in vacanza a Messina si è innamorato della città e del sottoscritto."
    Più chiaro di così!
    "Io sono Raffaele, Fefè per gli amici e questa gentile signorina mia fidamzata è Eva."
    "Fidanzata non si sa sino a quando."
    Siete due giovani simpatici, sarebbe per noi un piacere invitarvi a cena a casa nostra a Torre Faro, questo è il nostro biglietto da visita, teniamoci in contatto."
    In machina i commenti:
    "Ti sei accorto che sono omo, non so se sia il caso di frewquentarli."
    "Non essee conformista di cosa hai paura che ti si inchioppettano, per quelli di penso io."
    "Sei il solito buffone, va bene andremo a quella cena."
    L'invito arrivò dopo dieci giorni.
    "Sono Daniele quello dei costumi da bagno, l'invito a cena è per sabato alle venti. Noi abitiamo in una villetta a schiera che si trova fuori di Torre Faro, duecento metri dopo il ristorante 'La risacca dei due mari', vi guiderò col mio telefonino."
    Eva quella sera era uno spettacolo: truco alla vamp, camicietta rosa e ampia gonna turchese, quasi trasparente che faceva intravedere un bichini ridossimo, tacchi alti che Eva non amava ma per l'occasione...
    "Si caro, sono andata dal mio parrucchiere e c'era un'estetista che mi ha combinato così, che ne dici?"
    "Che sei deliziosa ma se ti sei fatta bella per quei due..."
    "Io lo faccio per me stessa ed anche per te, con me al braccio farai un figurone!"
    £Speriamo che non mi prendano per un magnaccia!"
    Daniele al telefonino:
    "Ti vedo, entra nel primo cortile che incontri, sei arrivato."
    Venne loro incontro.
    "Scusa se ti ho dato del tu."
    "Va benissimo."
    "Erik è in cucina, in Svezia era un bravo chef e qui non è da meno, si è adattato alla cucina mediterranea."
    Fefè estrasse dalla borsa frigo una confezione di lingotti di gelato ed una bottiglia di spumanre 'Ferrari'.
    "Erik vieni a vedere cosa hanno portato i nostri ospiti."
    Erk si presentò col grembiule da cuoco:
    "Che splendida signora, quasi quasi lascio Daniele e mi metto con lei!"
    Fefè: " A Erik lassa pede Eva e dicci cosa hai preparato di buono."
    "Una sorpresa, Daniele prepara gli aperitivi, io finisco di cucinare."
    Tavola ovale imbandita: classici tre bicchieri di cristallo, piatto grande di sottofondo, posate d'argento bih...
    Risotto, cozze, vongole e frutti di mare, gamberi impanati, trancio di dentice, involtini di pesce spada e poi un'insalatona mista coloratisima.
    "Aho, invece de vende costumi da bagno è mejio che apri 'n ristoramte!"
    "Non ci fate caso, Fefè è stato a Roma un mese presso parenti ed ha acquistato l'accento romanesco ma è solo ridicolo lui messinese buddacio."
    "Che vuol dire buddacio, in svedese come si dice?"
    "Sarebbe come dire sciocco, ingenuo, in svedese non lo so."
    Una cena da ricordare, i quattro uscirono nel prato antistante l'abitazione e si sparazzarono su due divani a dondolo.
    Fefè tirò fuori una pipa.
    "Il fumo da fastidio a qualcuno?"
    "Si a me!"
    "Ma chi ti ha chieste niente madame coccodè!"
    "Voi due siete un teatrino, ci fate ridere, andiamo sulla spiaggia, non c'è vento e la luna illumina il paesaggio, guardate là in  fondo la Calabria, sembra una cartolina." Erik dimostrava così il suo amore per la terra di adozione.
    "Domattina potreste venire a fare il bagno, ci sono anche due nostre amiche molto simpatiche."
    "Chiedo a Fefè il permesso di parlare, posso?
    "A li mortè!"
    "Domattina alle nove saremo qui sempre che il signore riesca asvegliarsi in tempo!"
    E così fu, alle nove posteggiata la Peugeot dulls strada, suonarono alla porta di Erik e di Daniele, già in costume da bagno e muniti di ombrelloni e sdraie si diressero verso la spiaggia.
    "Io ho mangiato da poco e quindi niente bagno per ora, la compagnia ve la potrà fare la qui presente che si sveglia con i galli."
    La replica fu uno sguardo minaccioso di tempesta da parte di Evam Fefè se ne fregò e rimase solo  sotto l'ombrellone.
    Ad un certo punto un'ombra oscurò il sole, Fefè aprì gli occhi e si trovò davanti due figone che più figone non si può.
    "Posso esservi utile ma io sono un ospite, i padroni di casa sono al mare con la mia ragazza."
    "Noi siano Ginevra e Ursula amiche di Erik e di Daniele."
    Fefè si alzò, fece un inchino con falso baciamano, una sceneggiata avrebbe detto Eva.
    La due ragazze si tolsero i vestiti e  rimasero in buchini talmente mini che al loro confronto quello di Eva poteva sembrare quello delle nonne del primo novecento.
    Fefè non sapeva dove indirizzare lo sguardo quando le due rimasero in topless, per fortuna erano lontani dagli altri bagnanti.
    Al rientro dal bagno, Erik e Daniele si proffusero in effusioni con le nuove venute," che fosseo bisessuali, boh."
    L'unica rimasta piuttosto fredda era ovviamente Eva che dinanzi a tale beltade aveva perso la parola.
    "Ginevra e Ursula sono due modelle svizzere che sono venute a Messina per presentare una collezione di vestiti presso la boutique Randazzo, ora sono alloggiate al Jolly hotel, per una settimana ci faranno compagnia" Così parlò Daniele.
    Erik nel frattempo, rientrato in casa, aveva portato delle bibite fresche ben accette a tutti.Ginevra e Ursula, per ringraziarlo, lo baciarono in bocca e poi un rapido bacio fra di loro.
    Fefè faceva l'indifferente spostando lo sguardo verso il mare, Eva aveva piantato in faccia un bel punto interrogativo, come darle torto.
    In loro aiuto venne Daniele:
    "Ginevra e Ursula sono per noi come due sorelle, si sono sposateb in Gerrmania."
    Eva: "Perchè non pèortano,l'anello al dito?"
    Frase infelice che fece sganasciare dal ridere la compagnia, Fefè compreso.
    "Io dovrei fare lo chef ma tu saresti un'ottima attrice comica. un bacione in fornte."
    "Parlateci di voi, siete fidanzati, conviventi oppure..."
    "Niente di tutto questo, ogni tanto scopiamo ma poi lo rimando a casa dai suoi genitori, stare con lui è una lagna..."
    Eva si era sbilanciata forse presa da quell'atmosfera surreale di anticonformismo che regnava.
    Ursula: "Fefè sentiamo la tua versione non mi sembri molto convinto."
    "La qui presente ha detto la verità, vengo trattato da zerbino."
    "Cosa essere zerbino."
    Daniele: "Quel tappetino che si mette dinanzi alla porta d'ingresso per pulirsi le scarpe prima di entrare in casa.". 
    "Ti vedo maluccio, vieni dalla cugina Ursula che ti coccola un pò."
    "Il pupo me lo coccolo io!"
    Risata generale, "Sei una tigre col suo cucciolo, noi non amiamo gli uomini, preferiamo le femminucce!"
    Defè: "Anch'io!"
    Altra risata generale, Eva era rimasta spiazzata, lo capì e si mise a ridere pure lei.
    "Noi vorremmo un figlio ma non da un tipo nordico, preferiampo un bel bruno ma Daniele non è adatto, Fefè sarebbe il tipo giusto e non avrebbe problemi perchè noi viviamo lontane da Messina, sempre col tuo permesso."
    Eva era rimasta senza parole, per un tipo come lei...stranamente rispose:
    ""Ci penseremo, addio a tutti."
    In macchina silenzio sino all'arrivo in casa:
    "Ti sarai meravigliato della mia risposta ma c'è un perchè che tu non conosci, sono andata dal ginecologo, dopo svariati esami il verdetto: non potrò avere figli..."
    "Parliamone francamente, anche se talvolta sei una rompiscatole  ti amo profondamente e di un pargolo non me ne frega proprio niente anzi siamo fortunati così possiamo scopare senza problemi."
    "Per me è una tragedia, avrei voluto,un ranocchio che ti assomigliasse brutto stronzo e non l'avrò mai..."pianto di Eva.
    "Cerca di ricomporti altrimenti cosa penseranno a casa tua, vieni da Fefè tuo che ti asciuga le lacrime e ti consola, magari mi puoi fare un pompino."
    Lo schiaffo fu parato da Fefè che se l'aspettava.
    "L'ho detto per sdrammatizzare!"
    "Sdrammatizzare un corno, ti conosco, sei un porco!"
    Per cinque giorni nessun contatto con Erik e con Daniele poi una telefonata:
    "Sabato sera festa danzante a casa nostra, ricchi regali e cotillons, siete invitati, inizio ore 21."
    I recenti avvenimenti sembravano aver cambiato il carattere di Eva, più nessuna battuta acida, affettuosa e accondiscendente alle richieste di Fefè, un'altra Eva con gran piacere dell'interessato.
    Alla festa oltre Ginevra e Ursula c'erano molte altri ivitati che Eva e Fefè classificarono come appartenenti al circolo gay di piazza Cairoli, tutte persone socievoli, distinte, allegre, disinibite. Alcuni si presentarono sponte loro a Eva ed a Fefè facendo loro i complimenti: "Siete una bella coppia." 
    Eva fu invitata a ballare da un certo Alfio, Fefè si accorse che i due parlavano in continuazione ed Eva spesso rideva, praticamente la giovin signora passò la serata con lui.
    A quel punto Fefè su buttò su Ginevra, la bruna, Ursula era la bionda, guardandola negli occhi scoprì una personalità complessa, non era una sciocca, Fefè non  sopportava le donne stupide.Aveva una bella voce, le chiese se era lei che voleva un figlio. Si proprio lei ed aveva davanti un futuro padre ma niente provette, tutto al naturale.
    Ginevra era stata esplicita, figurati se Fefè non era d'accordo ma forse una certa Eva avrebbe avuto delle obiezioni, giuste obiezioni...
    "Ho visto che ti divertivi con quel signore, ridevi sempre e non ti sei stancata di ballare."
    "Lo sai bene che è gyu quindi niente gelosie, l'entrata in questo ambiente ha rivoluzionato il mio modo di vedere un pò tutto cominciando dal sesso, non so cosa mia sia successo,è per me inspiegabile, forse sto vedendo, le cose dal loro punto di vista, ma ne sono meravigliata io stessa. Tu non ci hai fatto caso ma quella bella brunona brasiliana che ballava con Erik è un trans."
    "Ero troppo attento a quello che mi diceva Ginevra, anch'io sono confuso, ne riparleremo a mente serena."
    Il giorno dopo inufficio:
    "Non ti arrabbiare ma voglio dirti quello che mi ha proposto Ginevra, senza ipocrisie. È lei che vuole avere un bambino ed io sarei, tu permettendo, il futuro padre ma tutto al naturale, senza provette."  
    Eva non aveva risposto, era entrata in crisi, non potendo avere figli avrebbe voluto conoscere un marmocchio di Fefè, era una pazzia, forse no, avrebbe chiesto solamente di poterlo vedere ogni tanto senza troppe intromissioni nella sua vita, solo vederlo ogni tanto, questa era la sua condizione.
    La notizia comunicata per telefono a Daniele ebbe l'approvazione entusiasta anche di Erik oltre che di Ginevra e di Ursula ma come organizzare l'evento?
    Ci pensò l'interessata che propose un piano: letto matrimoniale di Daniele e di Erik  prestato ai due temporanei amanti, gli altri avrebbero atteso l'evolversi dell'evento dinanzi alla televisione tanto per non pensare ai due in love.
    La sera seguente alle ventuno Eva e Fefè si presentarono in villa. Grandi abbracci fra tutti e risolini per mascherare un certo imbarazzo, anche i gay si imbarazzano davanti ad un eventuale nascita di un bebè che avrebbe avuto oltre la mamma anche tanti zii.
    Ginevra prese per mano Fefè e i duer scomparvero dietro una tenda.
    In bagno Fefè entrò subito in erezione con la sua sproporzione fuori del normale e con lo sguardo atterrito di  Ginevra.
    "Non ti preoccupare, so essere molto delicato."
    "Stiamo un pò abbracciati, vorrei della tenerezza, non sono più abituata ai maschietti. Quando ero in college ho avuto varie avventure etero ma nessuno lo aveva come il tuo.
    Vorrei dirti il motivo del mio rapporto con Ursula: è cominciato quando stavo con un ragazzo molto bello desiderato da tutte, mi ha fatto molto soffrire per le sue avventure con altre ragazze.
    Io dividevo la stanza con Ursula: un giorno mi trovò chem piangevo nel mio letto per colpa del mio amico, l'avevo trovato in camera sua con un'altra, piangevo a dirotto e Uesula mi ha consolato tanto che ha cominciato a baciarmi tutta, così è iniziata la nostra relazione, ho scoperto il mio lato omo, da allora siamo sempre insieme, anche lei è modella e giriamo un pò tra la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Italia.
    Da allora non sono stata più attratta dagli uomini ma quando ho visto te...l'ho detto alla mia amica che non si è dinmostrata gelosa quando lo ho detto che avrei voluto un rapporto con te anche perchè avevamo programmato che io avessi un figlio."
    Fefè iniziò il suo,repertorio con un cunnilingus delicato, Ginevra apprezzò subito e dette segni di goduria varie volte.
    L'ingresso in vagina, anche se effettuato dolcemente, fece sobbalzare Ginevra ma pian paino si rilassò e dette vita ad una serie di orgasmi multipli tanto da far neravuigliare anche Fefè.
    "Resta dentro finchè vuoi, anche se non sarà più duro così sarò sicura per una gravidanza."
    Ma quale ammosciamento, Fefè rimase anche lui meravigliato, il suo 'ciccio' non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e così riprese a muoversi dentro Ursula che apprezzò ricominciando con le godurie"Sento la vagina un pò irritata."
    "Gli amici di là si saranno addormentati, s'è fatta l'una, tu rimani qui io vado a raggiungere Eva." 
    Nel salone, sbracati sui divani, nessuno aveva voglia di parlare, il viso di Fefè era di per sè una visione di quello che era successo.
    Giunti a casa loro, senza il bacino di rito, Fefè ed Eva si misero a letto.
    Passarono vari giorni, l'argomento sesso non venne più trattato dai due fidanzati finchè non giunse la telefonata di Daniele:
    "Ci siamo perduti, cos'è successo?"
    "Abbiamo avuto molto lavoro in ufficio, niente di particolare."
    "Sabato invito a cena da noi, c'è una grossa novità per voi, ciao."
    Erik e Daniele erano vestiti tutti di bianco dalla camicia alle scarpe.
    ""Questa è la nostra divisa quando è in vista un avvenimento imnportante, lo sveleremo a fine pasto."
    Erik: "Arriviamo al punto, se non abbiamo capito male voi abitate a casa dei rispettivi genitori, giusto?"
    "Vero, io e Fefè vorremmo una casa nostra, cerchiamo di mettere da parte qualcosa ma col nostro stipendio..."
    "Bene, soluzione trovata, abiterete nell'appartamento di sopra di nostra proprietà, non l'abbiamo voluto affittare per ovvi motivi di riservatezza nemmeno ai nostri amici ma con voi siamo giunti ad un legane di affettuosità e di stima, che ne pensate?"
    "Siamo stupiti, non preparati a quest'offerta, naturalmente vi pagheremo l'affitto."
    "Ma quale affitto, noi siamo ricchi, ve lo intesteremo, questa è la sorpresa n'est pas."
    Fefè ed Eva avevano l'espressione di Alice nel paese delle meraviglie, si guardavano negli occhi senza parlare.
    "Avete perso la voce?"
    "La vostra gentilezza e generosità pòtre che commuoverci come potete immaginare ci ha sorpreso, dire di no a tale proposta sarebbe insensato, non vorremmo essere invadenti nella vostra vita privata..."
    2Non c'è problema, l'appartamento di sopra, peraltro ammobiliato, ha un'ingresos esterno proprio ed una scala a chiocciola interna che li unisce con una porta di divisione, affare fatto allora?"
    "Vorremmo prima parlarne coni nostri genitori nonb specificando che è un regalo da parte vostra."
    In macchina:
    "Eva ragioniamo, quell'appartamento, fra l'altro pure ammobiliato, vale un patrimonio, cosa vogliono veramente da noi, niente rapporti sessuali ai quali non mi potrei abituare."
    "Ne so quanto te, siamo così simpatici da meritare un sì grande regalo, forse gli omo hanno  un diverso modo di ragionare, piace loro vederci insieme felici ed averci a portata di mano per compagnia, boh..."
    I relativi genitori non erano stati affatto contenti della notizia, vivere insieme senza essere sposati!
    "Papà ho venticinque anni, io e Fefè abbiamo bisogno di una vita privata."
    Ci vollero due giorni per il trasloco degli oggetti di ciascuno, alla fine tutti soddisfatti i novelli conviventi invitarono a cena Erik e Daniele, cena che sarebbe stata preparata da un'inedita Eva  con qualche dubbio da parte di Fefè.
    "Sei sicura di essere all'altrezza, non faremo una brutta figura?"
    Mia madre è una signora all'antica e nei ritagli di tempo ha voluto insegnarmi a cucinare, ti stupirò."
    Quel sabato Eva fece un giro nei negozi per prepararsi alla pugna culinaria col risultato di:
    risotto cozze, vongole, seppie e cannocchie in brodetto (delizioso), trancio di pesce spada arrosto,gamberi impabati e tanti contorni di verdure. Finale ananas, gelato al limone e caffè.
    Applauso da parte di tutti.
    Daniele: "Sei una sorpresa piacevole, sinceramente pensavo alla mia ulcera..." e inaspettatamente prese a baciare Eva in bocca, la cotale non osò tirarsi indietro anche se decisamente meravigliata, meravigliato pure Fefè che fece l'indifferente.
    "A parte l'ammirazione per le tua arti di cuoca ho visto Daniele troppo interessato a te, che sia bisessuale?"
    "L'ho pensato anch'io, non è un brutto uomo ma..."
    Al sopraggiungere dei padroni di casa la conversazione cessò.
    Erik; "Ieri sera ho mangiato,come un lupo ma non mi sento appesantito a parte il, fatto che questa mattina non ho fatto colazione, di nuovo complimenti, Fefè sei un uomo fortunato."
    Alla fine tutti in mare, scherzi da parte di tutti con finale di abbassare i costumi agli altri con evidenti denudazioni in bella vista, al centro dei giochi la bella Eva ch<e ad un certo punto si trovò denudata con grandi risate da parte dei due omo, un pò meno da parte di Fefè che però non fece nulla per far finire il gioco. 
    Riposino pomeridiaano poi la sera al ristorante 'Lam Sirenetta' un locale famoso per il buon cibo e molto ambito dalla Messiba bene, sicuramente era stato prenotato molto tempo prima.

    .
                                                 

     

  • 12 settembre alle ore 10:22
    L'incontro

    Come comincia: Ho donato amore a chi non ha apprezzato il dono.
    M'illudevo d'aspettative dovute alle grandi parole che mi venivano promesse e la mia anima spiccava il volo!
    Ma non ricevevo della stessa misura di quello che donavo...
    Poi tutto finiva!
    I ricordi erano come sale nelle ferite. Mi provocavano un dolore lacerante all'anima.
    Mi rimaneva un grande vuoto, dove precipitavo. Rimando sola e ferita nella caduta.
    Dovevo arrancarmi per risalire, ma era ripida, senza un appiglio per aggrapparmi.
    perdevo le forze e ricadevo.
    Il cuore ne soffriva. Una continua tempesta si abbatteva dentro, così chiuse la porta all'amore per mettersi al riparo.
    Scese il buio. Cadde nel sonnone l'AMORE cominciò a sognarlo!
    L'uomo dei miei sogni sapeva amarmi.
    Sognarlo l'aiutava a battere quando portava la morte dentro.
    Mi chiedevo, per quanto tempo ancora dovessi sognarlo e se lui esisteva veramente!     Nelle notti di solitudine confidavo i miei sogni alle stelle.
    Sperando che mi facessero da messaggeri: " portare i miei pensieri alla mente di quest'uomo". Riferirgli di cercarmi.
    Un giorno incrociai lo sguardo di un uomo.
    Mi colpì l'intensità di luce che avevano quegli occhi nel guardarmi.
    Sentii un forte impulso al cuore... che di colpo lo svegliò!
    Non mi staccava gli occhi di dosso. Si penetravano con i miei, fino a guardarci dentro.
    Non l'avevo mai visto, ma avevo la sensazione che ci fossimo conosciuti.
    Da tempo la sua anima si univa alla mia. Mi amava nei sogni.
    Aveva anche un corpo. Esisteva!
    Mi sorrise. Il suo viso era splendido. Radioso come il sole m'illuminò. Schiarì il buio che portavo dentro.
    Il cuore cominciò a scalpitare. Batteva forte contro quella porta. Voleva spalancarla per lasciarlo entrare. Il redentore era arrivato a liberarlo dalla prigionia. Era stanco di essere alimentato dai sogni. Voleva battere di suo: amare e sentirsi vivo!
    Comunicavamo con gli occhi:
    " Ti ho trovata!"
    " Ti aspettavo!"
    Si avvicinava verso me.
    " E' lui!" mi gridava il cuore, ma temevo che la ragione intervenisse. Era diventata premurosa e voleva proteggerlo.
    " Non ti fidare o ne soffrirai!" mi ripeteva con rimprovero, quando mi dichiaravano amore. Ma stavolta rimase a tacere. Acconsentì che ascoltassi il cuore.
    In un lasso di tempo, immagini del mio vissuto attraversavano la mia mente. Mi rividi sola, triste, sofferente. Lasciai morire la donna insicura e fragile che c'era in me.
    Da quel momento apparteneva al passato.
    Giunse di fronte a me. Stese la sua mano per presentarsi.
    Appena la sfiorai, nacque in me la donna forte, sicura, determinata a vincere! Non avrei più perso l'amore.
    Mi strinse la mano mentre pronunciava il suo nome. Quella stretta legò un nodo invisibile. Un legame che ci avrebbe tenuti uniti fino all'ultimo istante della nostra vita.
    Scambiammo due chiacchiere di conoscenza. Non uscì una parola di bocca che mi dichiarasse amore, ma mi spogliava con gli occhi, mi desiderava, mi faceva sentire tra le sue braccia.
    L'emozione che mi scatenava la sua presenza, il cuore sentiva tante parole, quante ne bastavano per raccontarmi tutta la nostra vita. Come se tutto già fosse scritto, ed io sfogliando le pagine, vedevo passare i giorni fino a invecchiare con lui.
    Il destino fu l'autore e noi i protagonisti. Con l'istinto accettammo l'invito di trovarci in quel posto, in quell'istante per incontrarci ed iniziare il capitolo...
    La morte è venuta a prendermi.
    seduto al mio capezzale mi tiene la mano. Sapevo fin dalla prima volta che la strinse, che non l'avrebbe più lasciata. Me lo dettava il cuore.
    Rivedo il nostro incontro e tutti gli anni trascorsi insieme.
    Guardo il suo viso solcato di rughe. Porta i segni dei suoi anni, ma l'amore che ha portato dentro è rimasto giovane come allora! Si rinnovava ogni giorno con sorprese e armonia.
    Il tempo ha reso curve le sue spalle, in quel corpo esile, ma le sue braccia sono state mura di fortezza, perché ha saputo proteggermi, facendomi sentira sicura. Non era la sua forza fisica che mi tratteneva, ma in ogni suo abbraccio trovavo conforto, calore, dolcezza. Era il suo essere speciale a tenermi legata.
    Guardo i suoi capelli stempiati divenuti color argento.
    Porta i segni di ogni sua trasformazione. Cresceva ogni giorno nello spirito e nella fede, rendendolo sempre più maturo.
    trovavamo un senso a ogni evento e situazione, apprendendo gli insegnamenti che la vita c'ha dato.
    Ci siam promessi di prenderci cura l'uno dell'altra e di renderci felici... E ci siamo riusciti.
    Ogni incontro d'amore e felicità è un incontro con Dio. Da quell'incontro, Dio è stato con noi!
    Con lui ho amato la vita in tutte le sue forme.
    Abbiamo portato dentro noi, il sole di mezzogiorno.Caldo, focoso che ci accendeva di passione.
    Passando ad un calore tenue e piacevole sulla pelle, come il sole del tramonto, tingendo il cielo di sfumature con i colori dei nostri sentimenti.
    Ho capito lo scopo di questa mia esistenza.
    Dovevo crescere, imparare, perfezionarmi. Avevo bisogno di lui per completarmi.
    La mia missione l'ho portata a termine.
    Gli anni hanno consumato i nostri corpi. Il mio è giunto ad una fine, ma la mia essenza continuerà ad esistere!
    La morte è solo un passaggio d una nuova vita, perché nulla finisce, ma tutto si trasforma.
    Guardo i suoi occhi cambiati nella forma, ma hanno la stessa luce di sempre. Ha osservato ogni cosa nella sua profondità e non nella superficie che alla sua vista appariva.
    Li vedo tristi e mi parlano ancora:
    " Come farò senza di te? Mi mancherai!"
    Gli parlo con gli occhi trasmettendogli l'ultimo mio pensiero, mentre gli stringo la mano e accesso un sorriso per salutarlo:
    " Non essere triste amore mio! Tornerà come al principio. Esistevo già nel tuo cuore e nei tuoi pensieri, rendendoti felice nei tuoi sogni, prima di conoscere questo corpo. Non lo vedrai più, ma io continuerò ad esistere nel tuo cuore e nei tuoi pensieri con i ricordi. Andrò io per prima, perché dovrò aspettarti ancora. Sarà il destino a decidere quando lasciarti andare. Mi cercherai e le nostre anime s'incontraranno ancora!"

  • Come comincia: Rivolgendo la nostra attenzione alla “condizione giovanile” il primo dato emergente  è che sia  nel linguaggio comune sia nel lessico delle scienze sociali non sussista una salda definizione in relazione al contenuto delle parole “giovani” e “gioventù” [1] e tanto meno esista una stabile demarcazione del confine anagrafico nel quale si colloca la giovinezza. La giovinezza deve essere vista come un’età di confine collocata tra l’infanzia e l’età adulta, ma è assai difficile fissare tali limiti in quanto questi cambiano nelle diverse epoche storiche, da società a società. Dunque: già problematico, parlando di scuola secondaria, inserirvi il concetto di gioventù scolastica.  Il concetto di scuola e gioventù si è fatto più problematico dal momento che lo stato sociale degli ultimi decenni ha dato luogo ad un prolungamento della fase giovanile del ciclo della vita ed è questa la caratteristica predominante che accomuna i giovani d’oggi sia italiani che europei. Nella società che definiamo contemporanea i confini dei vari cicli di vita, principalmente quello relativo ai giovani, sono molto più ambigui e non definiti cronologicamente rispetto alle società passate. Stiamo parlando chiaramente di coloro che dobbiamo considerare gli allievi la cui cultura sociale ed umana dovrebbe trovare accoglienza e realizzazione nelle nostre scuole. Ma sappiamo davvero chi sono? Giovani che vivono in ambienti della conoscenza multimediali e per questo presentano ciò che Derrick de Kerckhove[2]  definirebbe un brainframe, e quindi uno schema di produzione del pensiero, diverso da quello legittimato dalla scuola del passato (e purtroppo anche attuale): un pensiero che è principalmente immersivo, reticolare, ri-oralizzato, non-proposizionale, a-testuale e  tendente all’integrazione col non-verbale della corporeità.  Come si fa, dunque, a proporre punti di riferimento rispetto alla “nuova scuola”, così come quei dodici proposti da Renzi, se prima non ci si pone di fronte alla “materia” che vogliamo elaborare nelle nostre “fabbriche di pensiero”?
    E’ il solito discorso sbagliato: vogliamo edificare una fabbrica di marmellata mostrando interesse per la pubblicità, l’inscatolamento, la struttura architettonica, il colore dei camici e delle cuffie degli operai e l’etichetta, dimenticandoci della marmellata.
    Per modificare l’istituzione scolastica italiana occorre partire, invece, proprio da loro: da questi “giovani” , di cui non siamo neanche in grado di definire chiaramente l’età, per  pensare ad una scuola nuova adatta ai“nuovi” giovani. Insomma: vuol dire ripensare alla “forma-scuola”, fare sì che assuma una nuova identità, che si rigeneri dal di dentro, che sovverta le instabili e consumate stabilità, mettendosi al passo coi tempi dei nuovi giovani, che rinunci ad assumere come proprie verità divenute obsolete, per condurre avanti con nuova audacia la freschezza di ipotesi che non diano più per scontate verità  accettate per tali soltanto per comoda abitudine.
    Per farlo, è indispensabile precisare che cosa è divenuta oggi la scuola. Per farlo occorre viverla dal di dentro e parlare con chi la vive dal di dentro, non porre in moto meccanismi stereotipati e virtuali che con la verità della scuola italiana, ma soprattutto degli studenti che la vivono, non hanno più nulla a che vedere. Chi sono questi ragazzi? Stiamo parlando davvero di quelli che alcuni esperti definiscono "una generazione di tiranni"? O non sono, invece, il frutto della tirannia di una società che non ha più tempo da dedicare loro?  Quella stessa che li relega, perché non diano fastidio, alle sedie dei computer o delle televisioni o all’ascolto di cellulari eternamente ronzanti, oppure, anche durante le ore di scuola, nascosti nei banchi, a giocare con i mille giochi che quelli stessi cellulari propongono loro? Questa generazione di sconfitti e insoddisfatti la stiamo creando noi, in tutti i sensi. Nascono da noi, crescono con noi in quanto la società gli offre "oggetti del desiderio" assolutamente indispensabili, di cui un momento prima non conoscevano neanche l'esistenza. La società è fatta di pubblicità incontrollate ed incontrollabili., dove appare un mondo che non esiste se non nella fantasia folle di chi cerca di piazzare un prodotto. La società non dice la verità. Non la dice sui cellulari che usano e rischiano di bucargli il cervello, sui giochi a computer che li fanno diventare ossessivi e spesso li istigano alla violenza, sui telegiornale, che mostrano in continuazione un mondo di falsità, bugie, delinquenza, giustizia fallace, sui telefilm, sulle soap opera (infinite), persino nei cartoni animati, che non fanno altro se non riempirgli la testa di illusioni e falsi mondi del benessere e del malessere. Li creiamo noi, a scuola, quando non offriamo loro l'esempio da seguire di un insegnante che arriva in orario, abbia giustamente i suoi dubbi, si ponga anche un po' in discussione, ma rispetti le regole e spieghi con chiarezza le ragioni per cui vanno rispettate. Un insegnante che abbia un minimo di conoscenza della psicologia oltre della propria materia, seppure questa sia la matematica. E che possa anche contattarsi con quelle giovani teste così differenti dalle giovani teste di trent’anni fa. La scuola deve costruire innanzitutto insegnanti in grado di reggere il passo con un dialogo differente. Prima di tutto anch’essi giovani, perché venga colmato almeno in parte il gap generazionale. Insegnanti che credano nel loro lavoro e non si sentano sconfitti in partenza in quanto malpagati, incompresi, offesi nell’esercizio delle loro funzioni. Vogliamo parlare di merito? Possiamo accettare che si tratti di un merito culturale: il lifelong learning (o apprendimento permanente), inteso come un processo individuale intenzionale che abbia l’intento di acquisire ruoli e competenze e che comporti un cambiamento relativamente stabile nel tempo. Ma senza dimenticare che il nostro insegnante deve innanzitutto essere in classe, presente,  pronto al sorriso ed al rimprovero, certo delle sue certezze ma disponibile al dialogo. Deve prendere, purtroppo, un po' il posto dei genitori, assenti o deludenti, dei politici corrotti, della politica inconcludente. Insomma occorre fornire loro un insegnante che insegni, oltre la sua materia, anche ad aprire gli occhi sul mondo, giacché è in quel mondo loro, i nostri giovani, debbono vivere. Parliamo dunque degli “insegnanti”, del valore che debbono dare al contatto con individui veri, quali sono gli allievi, che non sono degli “avatar” da videogiochi, personaggi virtuali che possono “morire” e basta un “push” per far ritornare in vita. I nostri allievi sono teneri esseri umani, che si “formano” nel magma del nostro “sociale”. Il virtuale imperversa nelle loro vite, la pubblicità gli offre realtà del tutto o in gran parte distorte, fasulle; la politica viene letta in differenti chiavi di lettura, ma resta, molto spesso, ciò che è: inconoscibile. Quanto la religione. La “nuova scuola” che sia o meno quella proposta da Renzi nei suoi dodici punti, deve essere tale da fare sì che questi nostri ragazzi riescano a comprendere ed accrescere se stessi attraverso essa e trovino uno spazio non virtuale nel mondo in cui vivono. Solo così saranno loro gli artefici del mondo di domani. Bianca Fasano.

    [1] Cfr. Cavalli A. , voce “Giovani” in Enciclopedia delle Scienze Sociali, volume IV della Treccani, 1994. pp. 326-336.
    [2] (1944),linguista e antropologo belga naturalizzato canadese, allievo del sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan.
     

  • 11 settembre alle ore 11:03
    Una fredda calda sera

    Come comincia: A volte capita che negli angoli più nascosti, sperduti di un vecchio armadio, di un vecchio cassetto trovi cose che sapevi di avere, ma che da tanto, troppo tempo non vedevi e così ti trovai lì, un po’ impolverato, traboccante di fotografie che addirittura fuoriuscivano dalle tue pagine, perché a quell’epoca tutte le foto venivano stampate, tenute, tenute come se si avesse in mano la cosa più preziosa e fragile del mondo, tenute lievemente con le punta delle dita per non lasciare le proprie impronte su di esse, dando così ad ogni foto un valore immenso, un valore che ora si è un po’ perso.
     
    E così per caso, senza nessun motivo apparente, in una fredda serata invernale mi trovai seduto a terra a sfogliare quel vecchio album di foto di un passato reso immortale, con quella curiosità di riscoprire cose passate, cose lontane. Con gli occhi spalancati cominciai a sfogliarlo lentamente, rividi persone che ormai non vedo e sento da molti anni, rividi persone che purtroppo non ci sono più, momenti, posti, luoghi ormai lontani, fuori dal tempo. Su alcune foto l’occhio diventò lucido, su altre ci scappò un sorriso, su altre ancora rimasi bloccato rimanendo lì a fissarle per dei minuti e su altre mi soffermai solo pochi secondi.
     
    A volte, quando capita, è bello ricordare, è bello sapere che certe cose sono sempre lì racchiuse in un vecchio album che risveglia ricordi lontani e anche se un po’ impolverati, basta poco per farli tornare nitidi.
     
    Finii di sfogliare l’album dopo un paio d’ore, ore bellissime, intense, piene di emozioni, di sensazioni, di ricordi belli e tristi, di qualche lacrima, ore che fanno parte della vita, della mia vita.
     
    Lo rimisi in un angolo sapendo che in futuro lo avrei ritrovato per farmi rivivere le stesse emozioni, forse anche di più.
     
    A volte negli angoli più remoti ritrovi te stesso, un te stesso che non ricordavi, anche se sempre lì e da lì puoi ripartire con una marcia in più sentendoti meno solo.
     
    A volte basta una fredda sera per scaldarti il cuore.
     

  • 08 settembre alle ore 9:41
    Sedici anni

    Come comincia: Avevo sedici anni ed era estate.
    Rispetto alla precedente non vantava grandi programmi: crociere o fine settimana nelle città d’arte, o qualunque intermezzo a cui possono accedere i giovani di oggi.
    Per rinfrescarmi e godere di qualche ora di riposo, meritato dopo un anno scolastico a suo modo faticoso, accettavo l’invito di mia zia che andava al mare con i figli, i miei cugini Paola e Ivo.
    Ivo, più grande di me, aveva già conseguito la licenza di guida e sulla sua Fiat “124” ci imbarcavamo la mattina presto per raggiungere i “cancelli” di Castel Porziano. I “cancelli” erano e sono a tutt’oggi stabilimenti balneari liberi, le cui strutture, tra servizi igienici, parcheggi, chioschi alimentari e quant’altro, poggiano le loro fondamenta sul terreno, soprattutto di sabbia più che di terra, della tenuta di Castel Porziano, una delle residenze a disposizione del presidente della Repubblica. Fu proprio uno di questi che concesse una parte di quella terra affinché i cittadini di Roma e dintorni potessero usufruirne l’estate.
    Le mie vacanze e quelle delle mie amiche, come di tutti quelli che hanno la mia età che non si potevano permettere altro, trascorrevano tra quelle sabbie chiare e per me e per tutti era il mare più bello del mondo.
    Molti innamoramenti, amicizie consolidate e anche matrimoni hanno avuto l’input tra quelle sabbie roventi o in mezzo alle onde di quel mare...
    La mattina aspettavo fremendo il suono del citofono strimpellato a lungo da mia cugina Paola che mi chiamava. Se l’ascensore risultava occupato, rotolando per le scale la raggiungevo ed insieme, nuovamente di corsa e ridendo senza un perché plausibile, saltavamo sui sedili posteriori dell’auto che era rimasta in attesa...
    Nel tragitto continuavamo a ridere anche per un niente, ci raccontavamo delle inezie per divertirci perché tutto ci sembrava lieve ... Una visione della vita propria di quell’età che si perde man mano che si cresce. Anche i rimbrotti a Ivo che mia zia, seduta accanto a lui alla guida, ogni tanto gli indirizzava con voce autoritaria, erano per noi “signorine”... esilaranti.
    Sedute una accanto all’altra, amiche e complici del gioco della vita, gli occhi spalancati sui sogni e le speranze riposti in quelle giornate. Non era tanto il mare, i bagni nelle acque fresche, la carezza calda del sole sulla pelle o la partita a tamburelle a popolare i nostri sogni ma ... l’amore.
    Non tanto in Paola, di qualche anno più piccola di me, quanto vivo e impellente era in me il desiderio di avere l’innamorato, di provare quello struggimento dolce che ammolla le gambe e ti fa vacillare mentre dimentichi il mondo che ti gira intorno. L’attesa del primo bacio era per tutte noi, "signorine" di quei tempi, un anelito che sovrastava qualsiasi altro come il lavoro o il conseguimento di titoli accademici.
    Mi si prospettò finalmente un occasione quel giorno...
    Dopo il bagno lunghissimo, io e Paola, eravamo andate alla doccia, a lavare dalla nostra pelle il sale, ma anche qualcos’altro... vista la qualità scadente di quelle acque che non possono essere catalogate come “cristalline”.
    In fila sotto il sole aspettavamo il nostro turno quando una voce dietro di me mi costrinse a girarmi:
    «Con questo caldo dopo la doccia saremo di nuovo “da capo a dodici” ... ne dovremo fare un’altra e poi un’altra...»
    A parlare era stato un bel ragazzo, alto e moro con gli occhi scuri che mi fissava sfacciato ed era lo stesso sguardo che avevo sentito su di me uscendo dal mare da quel ragazzo seduto sulla battigia, che in quel momento fui sicura, era fisso su di me da parecchio.
    Non ero abituata a sostenere quel genere di sguardo... abbassai gli occhi e contemporaneamente sentì le mie guance avvampare. Dovevano essere di fuoco ed io per la vergogna mi girai, voltandogli le spalle.
    Non si scoraggiò affatto per quel gesto non proprio di simpatia... si sa le donne dicono “no” quando vorrebbero dire “sì”.
    Il ragazzo si fece avanti e mi si affiancò nella fila, poi sporgendosi un po’ in avanti, per parlarmi guardandomi nel viso, mi chiese:
    «Come ti chiami? ...” e si presentò scandendo bene ogni sillaba del suo nome.
    Mi batteva il cuore, forse pensai che fosse già amore, oggi so che era soltanto la situazione insolita che a me, ragazza timida e poco abituata all’amicizia e alla frequentazione con l’altro sesso, metteva a disagio.
    Il ragazzo comprese e ci tenne a rassicurarmi:
    «Tranquilla sono un ragazzo per bene non ti voglio “mangiare”...”
    Mi voltai verso di lui e la sensazione che ebbi fu proprio il contrario.
    Il suo sguardo era caldo e, quando scese sulla mia scollatura, gli voltai le spalle di nuovo... le paure inculcate da un’educazione rigida ci obbligava a comportamenti a volte diversi da quelli desiderati. Avrei voluto rispondere, presentarmi, parlare un po’ con quel ragazzo, sentivo una certa “simpatia”, più di una simpatia...
    «Dai Patrizia ... tocca a noi, andiamo a farci la doccia!»
    Paola mi toglieva da quell’empasse e gliene fui grata.
    Mentre stavamo sotto il getto d’acqua della doccia sbirciavo ogni tanto quel ragazzo che era rimasto a guardarmi da lontano.
    Non avevo ancora terminato la doccia, quando girandomi lo vidi allontanarsi con un altro ragazzo dall’aspetto più maturo che quasi lo tirava dietro di sé. Si girò e mi salutò da lontano:
    «Ciao, ci vediamo domani».
    Non feci altro che pensare a lui sia per il tempo che restammo in spiaggia, sia durante il ritorno, sia a casa... tanto che mamma si accorse che qualcosa di insolito mi era capitato:
    «Ma che hai? Sembra che ti abbia morso la tarantola!»
    Ed era proprio così che mi sentivo, con una frenesia dentro che mi faceva muovere, che non mi dava riposo ... ed era il desiderio di rivederlo.
    Potete, quindi, immaginare come trascorsi le ore che mi separavano dal momento in cui l’avrei rivisto.
    Naturalmente il giorno dopo non aspettai la scampanellata di mia cugina per scendere in strada, ma quando arrivarono con la Fiat 124 io già ero sul marciapiede ad aspettarli...
    Durante il tragitto il tempo sembrava avanzare più lentamente del solito.
    Ogni tanto sbuffavo:
    «Ancora stiamo qua! »
    Paola, che aveva capito il perché delle mie smanie, mi chiese:
    «Pensi che lo rincontriamo...»
    «Noi ci mettiamo dove stavamo ieri.»
    Appena scese dalla 124 corremmo in spiaggia... senza rispondere ai richiami giusti di mia zia:
    «Dove andate? Date una mano a portare le borse...»
    Ed in effetti le borse erano tante e pesanti.
    Non dovemmo cercare molto. Lui era lì e appena ci vide ci venne incontro.
    «Ciao.»
    «Ciao.»
    Ci salutammo come fossimo amici da lungo tempo. C’era tra noi un’atmosfera di complicità come di vecchi compagni di giochi.
    «Passeggiamo?»
    «Aspetta, dobbiamo chiedere il permesso a zia...»
    Zia non disse di no ma ci riempi di raccomandazioni:
    «Non vi allontanate troppo. Non uscite dalla spiaggia. Non fate il bagno... »
    Da quel giorno le passeggiate erano per me il massimo della felicità.
    Mi accorgevo che mi piaceva sempre più e che quando tornavo a casa mi mancava.
    Piaceva anche a mia zia...
    «Simpatico il vostro amico.»
    Cominciavo a sentire il desiderio del suo contatto. Passeggiando a volte il suo braccio sfiorava il mio... ed io sentivo brividi di piacere.
    Ero certa che anche lui li sentiva e provava ciò che provavo io.
    Non era passata che una settimana quando, come succede a tutte le donne, arriva quell’appuntamento mensile che quando c’è è così fastidioso a che se non c’è, almeno a quella età, diventa un problema. Le mestruazioni.
    Così quella mattina mi svegliai con il simpatico ospite un po’ in anticipo forse per il caldo...
    Il primo giorno poi è quello più temuto... perciò telefonai a mia zia comunicandogli di non passare a prendermi.
    Che giornata! Sembrava che il tempo si fosse fermato, anzi fosse tornato indietro.
    La sera mia zia mi telefonò riferendomi che il mio amico era stato molto dispiaciuto di non vedermi, soprattutto perché per lui era l’ultimo giorno di mare e poi avrebbe trascorso il resto delle vacanze al paese di sua nonna in sabina... ma non disse il nome.
    Non ci rivedemmo più.
    Quel ragazzo mi è rimasto nel cuore insieme al ricordo dei primi turbamenti d’amore... solo un ricordo, uno di quei ricordi avvolti dalla nostalgia, con il dubbio di quello che poteva essere e non è stato.

  • 07 settembre alle ore 10:23
    Dio non parla napoletano

    Come comincia: Dio non parla napoletano: è un dio troppo difficile, astruso, ascoso, senza volto, né immagine da appendere a un altarino. Non sorride, non parla, non colloquia tra loro.
    Il paganesimo è ancora una nebbia densa, pesante, che non dirada da vicoli e bassi. Virgilio, mago per  Napoli, attese per anni, in caverne di tufo, di passare lo scettro a S.Gennaro. Il bisogno del sacro ha mille rivoli, siano sembianze, avvenimenti o altre magie. A ciarlatani o santi, si chiede, si prega, si inveisce. L’immaginetta o l’adesivo creano congreghe  virtuali di appartenenza. L’importante è mostrarle comunque.  I santi gareggiano, tra loro, nella magnificenza del miracolo. Il sangue, vita liquida, è preferito sul palcoscenico del quotidiano. Il miracolo non avviene una sola volta, nella sua storia, come evento unico, fragorosamente soprannaturale, ma ha una sua ripetitività, un appuntamento popolare, atteso, dovuto. E’ un vaticinio, interpretabile da tutti.  Un miracolo semplice, facilmente verificabile. Un sì o un no, un testa o croce, dotato di sacralità. Quale aiuto avrebbe dovuto avere questo popolo, martoriato nei secoli, se non l’accorrere del miracolo, magia di pensiero, dolce e irrinunciabile lenimento.

  • 03 settembre alle ore 17:51
    Felice, tra sogno e realtà

    Come comincia: Aveva lavorato tutta la settimana a ritmi serrati per portare avanti un progettto importante. Il suo capo gli aveva dato carta bianca, conosceva Felice e sapeva di potersi fidare ed infatti fu contento dei risultati ottenuti; l'ultima fase del progetto gli avrebbe consegnato un articolo che avrebbe reso parecchi soldi. Anche Felice conosceva il suo capo e sapeva che quando era soddisfatto diventava più malleabile e disponibile.
    Adesso Felice era seduto a tavola e si stava apprestando a cenare con i suoi genitori. Sua madre aveva preparato uno sformato di verdure e formaggio che gradivano tutti e suo padre dopo la prima forchettata confermò soddisfatto:
    "Squisito cara, il tuo sformato è eccezionale, come sempre"
    "Grazie tesoro. Felice, è buono?" Chiese la donna al figlio.
    "Si mamma, veramente buono. A volte penso che  tu abbia rubato i segreti a qualche grande chef" Disse sorridendo, ma la madre non si fece distrarre da quelle lusinghe e chiese con calma:
    "Sei di nuovo strano ultimamente, qualcosa non va?" Il marito guardò la moglie con aria interrogativa, perché lui era sempre all'oscuro di tutto? Felice sospirò ma lo sguardo dei genitori lo invitava a dare una risposta. Allora prese coraggio e cominciò a spiegare ciò che ultimamente gli era capitato; il viaggio in sud America, le visioni mistiche, il contatto con esseri extraterrestri e tutta una serie di fatti che lo avevano coinvolto in varie occasioni. Parlò senza enfasi, cercando di farsi capire dai genitori, soprattutto dal padre che nonostante fosse un brav'uomo era di vedute ristrette; al contrario la mamma si era sempre rivelata disponibie ad ascoltarlo. Finì di raccontare convinto di aver combinato un bel casino, adesso le uniche persone su cui poteva fare veramente affidamento lo avrebbero preso per pazzo e addio serenità. Si aspettava dei commenti sarcastici, delle accuse addirittura, invece fu sorpreso dal silenzio; i due anziani non fiatarono e continuarono a mangiare come se non l'avessero sentito. Poi alcuni piccoli dettagli gli fecero comprendere che i genitori avevano ben capito le sue parole e con un atto di grande amore stavano in silenzio cercando di elaborare ciò che avevano appena udito per poter rispondere al figlio senza urtarne la sensibilità. Suo padre stringeva le posate in modo innaturale e il suo sguardo era fisso sulla moglie che invece tranquillamente continuava a mangiare. Dopo alcuni momenti, che ai due uomini parvero ore, lei sollevò lo sguardo verso il marito e con un'occhiata chiarì subito un particolare, lui non doveva intervenire prima di aver fatto finire lei; l'uomo abbassò lo sguardo in segno di assenso e la donna cominciò a parlare.
    "Felice, se ho ben capito stai dicendo che hai avuto dei contatti con gli alieni. Mi piacerebbe capire come sei arrivato a questa conclusione, quali fatti ti hanno convinto di essere stato veramente in situazioni fuori dal comune senza pensare che potrebbe essersi trattato di sogni o allucinazioni. Mi hai detto che ultimamente sogni spesso e fatichi a collegare i sogni con la realtà, quindi tutto quello che ci hai raccontato potrebbe essere frutto di sogni o visioni. Fai uso di droghe? Bevi roba forte? Esageri con i medicinali?" Felice non rispose e si limitò a guardare la madre che capì dal suo sguardo come fosse impossibile collegare quei fatti con l'eventuale uso di stupefacenti da parte sua, cosa che peraltro non era vera. Sua madre lo sapeva, ma voleva avere conferma di ciò per continuare il discorso "Ne ero convinta, per fortuna da quel punto di vista non ci hai mai dato problemi. Adesso, visto che hai avuto il coraggio di aprirti con noi e visto che l'argomento e piuttosto complicato, io e tuo padre dobbiamo farti una confessione" E con un cenno la signora Maria invitò il marito a parlare, trovandolo pronto.
    "Vedi Felice, quello che ci hai raccontato non ci meraviglia minimamente, anzi, conferma tutto quello che ci è successo tanti anni fa e che ci aveva fatto vivere nel terrore di essere impazziti. Con il passare del tempo ci siamo abituati a convivere con alcune situazioni che potremmo definire bizzarre, i tuoi fratelli sono all'oscuro di tutto e sarebbe meglio non raccontare nulla di quello che ci stiamo dicendo, è giusto che loro vivano la loro esistenza normalmente" L'anziano prese il bicchiere vicino a sé, lo riempì di vino e ne bevve una gran sorsata per poi riprendere a parlare "Anche io e tua madre abbiamo avuto esperienze simili. La prima volta che vennero a farci visita ancora non eri nato, furono loro ad avvisarci che tua madre era incinta e che tu saresti nato sotto una buona stella, eri uno dei prescelti ci dissero. Io e la mamma ci convincemmo di aver sognato, non potevamo e non volevamo credere a ciò che avevamo visto e sentito; ma dopo nove mesi stavi per nascere tu e loro si ripresentarono mostrandosi felici per tale evento. La felicità che riuscirono a trasmetterci ci tranquillizzò a tal punto da convincerci di essere protagonisti di un mistero atto a far nascere bambini con capacità superiori da mettere al servizio dell'umanità intera, da qui il tuo nome: Felice" L'uomo aveva parlato velocemente e adesso mostrava i segni di stanchezza tipici di chi si è tolto un grosso peso dallo stomaco; Felice aveva ascoltato a bocca aperta. Quelle rivelazioni l'avevano sconvolto quanto tutte le apparizioni e i sogni a cui era soggetto ultimamente. Fu sua madre a concludere il discorso "Negli anni si ripresentarono alcune volte, volevano assicurarsi che tu stessi bene e con il tempo ci abituammo a quelle visite, non eravamo pazzi, vivevamo tra sogno e realtà e tu facevi parte di un loro programma ben preciso. Il nostro compito era quello di proteggerti in attesa che giungesse il momento giusto" La madre disse le ultime parole senza avere il coraggio di fissare il figlio negli occhi. Felice restò lì per qualche attimo a fissare il pavimento, incapace di dire una sola parola. Adesso capiva tante cose, tanti loro atteggiamenti, a volte al limite del ridicolo e capiva anche perché, pur avendo incontrato molte donne, non aveva mai resistito a lunghi legami ma si era dedicato solo a degli incontri occasionali. Qualcosa o qualcuno facevano si che lui restasse sempre solo, accudito dai suoi genitori che in realtà erano anche i suoi tutori. Eppure sentiva il loro amore e anche lui, nonostante tutto, voleva molto bene ad entrambi, del resto non erano sempre stati al suo fianco? Cominciò a dubitare anche del suo lavoro, tutta quella libertà, la possibilità di gestirsi a suo piacimento e comunque di essere abbondantemente retribuito, che ci fosse anche lì lo zampino degli alieni? Si alzò dalla sedia senza parlare, avrebbe rischiato di dire cose in modo avventato e non gli sembrava il caso, non voleva litigare. Ma la madre non riuscì a trattenere la lingua e chiese speranzosa "E adesso che farai? Hai deciso di eliminarci dalla tua vita? Noi ti  vogliamo bene, puoi contare su di noi, come sempre" Felice si era fermato ad ascoltare le parole della madre e rispose delicatamente "Lo so, anche io ve ne voglio. Forse siamo vittime o protagonisti di qualcosa più grande di noi e non ve ne faccio una colpa. Tra qualche giorno partirò per il sud America e voi sapete perché. Ma adesso sono stanco, vado a letto. Buona notte mamma, buona notte papà" I due genitori augurarono buona notte al figlio e dopo aver sistemato la cucina si ritirarono nella loro stanza con il cuore pesante ma convinti di aver fatto la cosa giusta.
    Felice non riusciva a prender sonno, travolto da un turbine di pensieri. Molte cose avevano assunto un aspetto diverso dopo le rivelazioni dei suoi genitori e la consapevolezza di essere coinvolto in qualcosa di incredibile lo eccitava parecchio. Stava ripercorrendo mentalmente gli avvenimenti dell'ultimo periodo, gli strani sogni, gli incontri con personaggi bizzarri, era nel pieno delle sue fantasie quando la porta della camera si spalancò e si parò davanti a lui suo padre. Accese la lampada sul comodino per vederci meglio e quando mise a fuoco la scena si rese conto che l'uomo stava dormendo; un sonnambulo, pensò Felice. Sapeva che non doveva fare movimenti bruschi e in particolar modo non doveva risvegliare il padre che adesso si stava avvicinando a lui e in un attimo fu lì, seduto sul suo letto. Felice provò a sfiorarlo per vedere se reagiva in qualche maniera ma in quel momento suo padre cominciò a parlare "Perché te ne stai qui a dormire mentre in giro ci sono persone che hanno bisogno di te? Non è qui il tuo posto, va e aiuta i bisognosi" Felice avrebbe voluto rispondere che era stanco e provato quando un presentimento lo indusse a vestirsi ed uscire in fretta e furia da casa senza preoccuparsi di lasciare il padre solo in quella situazione, ma appena uscito si ritrovò immerso in un parco dove la fitta vegetazione oscurava le luci dei lampioni e il riflesso della luna piena. Non si preoccupò di capire cosa stesse accadendo, qualcosa lo stava guidando in un posto preciso di quel groviglio di piante e giardinetti e in un attimo giunse in un piccolo spiazzo dove alcune panchine fungevano da giaciglio per dei senza tetto. Uno di loro era stato preso di mira da tre individui e due di loro lo stavano picchiando selvaggiamente con dei bastoni, mentre l'altro sembrava come paralizzato. Il malcapitato era talmente terrorizzato che non riusciva ad emettere il minimo grido nonostante le botte e gli insulti che stava subendo. Felice non ci pensò su un attimo e immediatamente si scagliò come una furia contro gli aggressori. I tre furono sorpresi da quell'intervento ma si riorganizzarono subito e mentre Felice era avvinghiato a uno di loro gli altri due cominciarono a colpirlo incuranti di far male anche al proprio compagno. Quella cattiveria e quel disinteresse totale per la sorte altriui, fecero scattare in Felice delle energie che lo portarono a reagire come una belva. Insensibile ai colpi che lo investivano si scagliò contro i due aggressori e con una forza a lui sconosciuta riuscì a strappare dalle loro mani i bastoni e dopo averli colpiti ripetutamente accecato dalla rabbia, li lasciò scappare via, come due bestie ferite. Nel frattempo il senza tetto si era rialzato e con movimenti guardinghi si era avvicinato al terzo aggressore che era restato a terra, ferito dai colpi dei propri compagni. Felice notò quel movimento e senza spaventarlo ulteriormente si avvicinò all'uomo e gli chiese "Come ti chiami?" L'altro non sembrava aver capito e allora ripeté con più calma "Ho chiesto come ti chiami, non aver paura" "Mi chiamo Felice, di nome ma non di fatto" Felice restò folgorato da quelle parole, poi si accorse che il terzo aggressore sanguinava e si chinò su di lui per aiutarlo. Si girò verso l'altro Felice per chiedere aiuto ma lui era scomparso, svanito nel nulla. Ok, voleva dire che stava meglio; adesso doveva occuparsi del ferito. Come prima cosa Felice tolse il passamontagna nero che nascondeva il volto dell'aggressore e fu una gran sorpresa scoprire che si trattava di una ragazza che poteva avere si e no una ventina d'anni. Non era ferita gravemente ma chiamò lo stesso i soccorsi e una pattuglia di carabinieri. La ragazza fu trasportata al più vicino ospedale per degli accertamenti, mentre Felice fece la sua deposizione alle forze dell'ordine. Venne così a sapere che ultimamente quegli episodi di violenza stavano aumentando a dismisura e le vittime e gli aggressori erano sempre diversi: operai, borghesi, giovani, vecchi, disagiati, studenti e via discorrendo. Non c'era un filo logico che unisse quelle esplosioni di violenza ma qualcosa stava rendendo la vita sempre meno sicura. Si congedò dai carabinieri e, pur non sapendo dove si trovasse di preciso, nel volgere di un attimo si ritrovò in camera sua. Suo padre non era più nella stanza e adesso gli fu chiaro di aver sognato, come sempre più spesso accadeva, ora doveva solo coricarsi, addormentarsi e al suo risveglio avrebbe dimenticato tutto, o no?
    "Felice! Felice! Suona la sveglia, alzati o vuoi far tardi al lavoro?" La voce della madre lo strappò da un sonno profondo. Si stropicciò gli occhi e uscì dal letto stanco e provato. Avvertiva dei forti dolori in varie parti del corpo e notò dei lividi su braccia e gambe e un dubbio lo assalì, allora non era stato un sogno. Si diede una rinfrescata e si vestì per affrontare la giornata di lavoro, blue jeans e camicia con mocassini, voleva stare comodo. Dalla cucina arrivava profumo di caffè e di pane tostato, sua madre aveva preparato la colazione e dopo essersi servito si accomodò al suo posto. La donna si sedette accanto a lui e i due cominciarono a fare colazione.
    "Dov'è il papà?" Chiese lui.
    "E' uscito presto, sono venuti i carabinieri e hanno chiesto di seguirlo in caserma perchè il loro comandante aveva alcuna domande da rivolgergli" Rispose tranquilla la madre. I carabinieri? Pensò Felice.
    "Mamma, stanotte è successo qualcosa di strano? Il papà è uscito di casa?"
    "Non che io sappia. Avete ronfato come tromboni e non vi ho svegliato per lasciarvi riposare" In quel momento fece la sua comparsa in cucina il padre e la moglie chiese: "Allora? Come è andata? Cosa volevano?" L'uomo prese una sedia e si accomodò con calma, si servì un bicchiere di succo di frutta e bevve con avidità, si pulì la bocca con un tovagliolo e prese a dire:
    "Hanno arrstato due vagabondi, due bastardi che stanotte hanno aggredito un senza tetto" Si versò dell'altro succo ma stavolta non bevve "Un terzo aggressore, una ragazza, è all'ospedale" Attese un attimo per vedere le reazioni dei presenti, ma la moglie e il figlio non fiatarono e allora concluse dicendo "La ragazza si è ripresa, ha detto di essere stata soccorsa da un uomo, un uomo che aveva con se una foto, la mia foto" Un flash squarciò la mente di Felice, quella notte suo padre era entrato in camera portando con se qualcosa e ora ricordava chiaramente, era una foto dell'anziano, la foto che aveva scelto per la tomba. Suo padre lo stava fissando con aria interrogativa, voleva sapere.
    "Stanotte papà sei venuto in camera mia, eri sonnambulo e portavi con te una foto, quella che ti ritrae in giardino e che hai deciso di mettere sulla tua tomba quando verrà il momento. Istintivamente l'ho presa io, nel momento in cui mi hai invitato ad uscire per aiutare chi è in difficoltà, poi al parco è successo un gran casino e quando sono tornato a casa tu eri in camera tua a dormire, te lo ricordi?"
    "Hai detto tu che non ero sveglio e comunque non ricordo di essermi mai alzato, neanche per andare al bagno" Felice si accontentò di quella spiegazione e tralasciò di menzionare di aver contattato i carabinieri ai quali aveva fatto una deposizione, probabilmente quell'episodio non era reale. Ma adesso era veramente stufo di quella situazione sempre più spesso in bilico tra sogno e realtà, non sapeva se avrebbe retto oltre. Il padre sembrò leggergli nel pensiero e prima che la moglie intervenisse per tranquillizzare il figlio disse: " I carabinieri hanno detto che la ragazza all'ospedale ha chiesto notizie del suo soccorritore, stranamente nessuno dei presenti sul posto ricorda chi fosse ma lei ha detto di ricordarsi chiaramente di lui"
    Felice aveva chiesto informazioni nell'area apposita e dopo pochi istanti era al piano indicato da dove non provenivano rumori, segno che nessuno era presente e lui ebbe un'esitazione prima di avviarsi verso la stanza della ragazza. Quando fece per muovere il primo passo capì immediatamente di essere di nuovo fuori dalla realtà e reagì stizzito.
    "Ancora, non c'è la faccio più. Sono stanco di questa situazione, dimmi perché devo vivere così, dimmelo?" "Perché sei uno dei prescelti, lo sai" Rispose la femmina davanti a lui "Io non sono un bel niente, sono stanco, non so più quando sono sveglio e quando sto sognando. La mia vita è un inferno, voglio tornare ad essere libero di vivere, altro che prescelto" "Adesso smettila!" Disse decisa lei "Stai zitto un attimo e seguimi" Lei lo prese per mano e lo condusse lungo il corridoio dell'ospedale fino ad arrivare nei pressi di una stanza dove lo obbligò ad entrare senza far storie. Felice si trovò difronte la ragazza del parco, era bellissima. Lei non si accorse subito della sua presenza ma quando alzò il capo e lo vide un sorriso smagliante investì Felice che cominciò ad avere le palpitazioni.
    "Tu sei l'uomo del parco, quello che mi ha salvata dal pestaggio di quei due mostri, grazie, grazie di cuore" Felice ebbe un sussulto e si voltò alle spalle per vedere se ci fosse ancora la presenza femminile che lo aveva accompagnato lì, ma ovviamente era sparita. La ragazza lo invitò ad avvicinarsi "Dai, vieni a sederti qui vicino a me, non sono poi così malconcia" Felice si mise seduto in fondo al letto vicino ai suoi piedi e la ragazza allungò un braccio sfiorandogli una gamba con la mano. Lui fece per ritrarsi ma lei lo anticipò "Non sono un mostro, ti devo la vita e voglio raccontarti la mia storia, stanotte mi hai tolto da un bell'impiccio" "Non credo abbia voglia di sentire il racconto delle tue bravate notturne, andare in giro a picchiare dei poveracci è da vigliacchi oltre che da delinquenti" Lei sorrise in modo malizioso e lo riprese simpaticamente "Hai finito il tuo sermone? Hai voglia di sentire la mia storia o hai già tirato le tue conclusioni?" Quella ragazza lo stava travolgendo "Ok, sentiamo la tua storia, tanto ormai sono qua" "Sei qua perché volevi vedermi, dì la verità" Felice abbasso lo sguardo e lei riprese facendosi seria "Alcune notti vado in giro con dei compagni, amici e amiche di tutte le età e di vario ceto sociale. Non siamo idealisti e non chiediamo niente a nessuno, siamo solo spinti dalla voglia di aiutare la gente che se la passa peggio di noi. L'altro giorno eravamo nel pub dove ci ritroviamo per fare il punto della situazione e due ragazzi si sono avvicinati a noi chiedendoci di poter entrare a far parte del gruppo. Ok, gli diciamo, sono sempre bene accetti nuovi volontari. Il sabato pomeriggio io e un altro ragazzo del gruppo andiamo al centro anziani dove abbiamo organizzato un torneo di briscola per far divertire un po' gli ospiti della struttura. I due nuovi si offrono volontari per aiutarci e noi accettiamo di buon grado. Per qualche giorno i due si uniscono a noi nelle varie uscite e sembra che tutto proceda per il meglio, fino a ieri sera. Io e altre due ragazze abbiamo in programma di portare qualcosa ai senza tetto che passano la notte al parco, ma una chiamata urgente le costringe ad andare in soccorso di una donna che viene maltrattata dal marito, ma questa è un'altra storia. I due nuovi si offrono di sostituirle e dopo le dieci di sera ci rechiamo al parco. Avevano con loro delle sacche lunghe e capienti, ma eravamo d'accordo di portare vari oggetti e non ho dubitato del loro contenuto. Giunti al parco abbiamo trovato il primo disgraziato che riposava su una panchina, io mi sono avvicinata a lui per svegliarlo e per rassicurarlo sulla nostre intenzioni, ma all'improvviso i miei due compagni mi hanno spostata di lato e con furia selvaggia hanno cominciato a picchiare quell'uomo. Io sono restata pietrificata dall'orrore, stavo per fare qualcosa quando sei arrivato tu. Il resto della storia la conosci meglio di me" Lei si prese le gambe tra le braccia e assunse l'espressione di chi ha vuotato il sacco e adesso aspetta il giudizio del suo interlocutore. Felice rimase un attimo in silenzio, stava ripensando a molte cose. Poi un sorriso apparve sul suo volto e chiese:
    "Come ti chiami?" La ragazza rispose automaticamente "Aurora" "Bene Aurora, io sono Felice è ho 43 anni. Tu quanti ne hai?" "24" rispose lei "Sei giovane ma hai già le idee chiare, mi piaci. Stanotte è successo qualcosa fuori dalla logica, io non avrei dovuto trovarmi lì, ma è andata così e sono contento. Infatti ho conosciuto te ed ho scoperto che non c'entri nulla con quella vergognosa aggressione che per fortuna non ha causato danni eccessivi. Ma dimmi, perché indossavi il passamontagna?" "Perché vogliamo restare anonimi, il nostro aiuto, quando è possibile, deve giungere ai bisognosi in forma anonima" Felice si accontentò di quella risposta e concluse "Ok, adesso però devo andare, ti auguro una pronta guarigione e spero di rivederti in un'altra occasione" Quindi si alzò dal letto e si avviò verso l'uscita della camera ma Aurora lo chiamò "Felice!" Lui si voltò verso di lei "Grazie Felice, sono sicura che ci incontreremo di nuovo" Felice fece un cenno d'assenso con la testa e poi uscì dalla stanza. C'era la femmina di prima ad aspettarlo e lui sapeva già cosa avrebbe detto quindi la anticipò "Si, lo so. Sono il prescelto e lei è una di quelle che andava aiutata. E' una bella ragazza, ma troppo giovane, avete fatto in modo che la incontrassi e adesso sto male" "Cosa farai adesso Felice?" Chiese lei "Torno a casa dai miei genitori, non ho intenzione di andare a lavorare" "Non fare finta di niente, sai a cosa mi riferisco" Lui si arrestò di colpo e si girò verso di lei "Sto cercando di capire se sono sveglio o se sto sognando!" Disse a muso duro "Sei sveglio" Rispose lei "Merda!" Esclamò lui "Qualcosa non va?" "La ragazza, Aurora!" "Cos'ha che non va?" "Niente" "E allora?" Felice gonfiò il petto ma non riusci a trattenersi "Mi sono innamorato di lei!" Stava urlando. L'altra non si scompose e come un computer sillabò "Non hai risposto alla mia domanda però, cosa farai adesso?" Ora lo sguardo di Felice era deciso "Ma è ovvio, parto per il sud America"

  • 03 settembre alle ore 14:02
    Enrico Toti

    Come comincia: (Roma, 20 agosto 1882 - Monfalcone, 6 agosto 1916)
     
            Le Alpi, questo maestoso spettacolo della natura, questo baluardo che ci ripara dai freddi venti del nord e che, in teoria, ci avrebbe dovuto salvare dalle invasioni. L'abbagliante candore del Bianco è così forte che sono costretta a socchiudere gli occhi, mentre la gente intorno a me si affretta verso la funivia, imbacuccata nelle tute a vento, simili a variopinti pinguini e abbasso lo sguardo per scrutarmi: anch'io sembro un pinguino e la cosa mi fa sorridere divertita.
    Un rapace, che non riconosco a causa del riverbero provocato dalla neve, sfreccia nel cielo terso, emettendo un acuto che rimbomba nella vallata e che richiama la mia totale attenzione. È spettacolare.
    Alcuni turisti di lingua tedesca scherzano, con le gote rosse che spiccano sulla pelle candida, i capelli chiari come oro e gli occhi azzurri come il cielo e sto per unirmi a loro, quando qualcuno mi afferra saldamente per un braccio trattenendomi. Inghiottisco l'urlo di spavento che mi è salito in gola e mi giro di scatto, rimanendo a fissarlo con occhi sgranati. Una rapidissima occhiata alla sua sola gamba destra mi fa deglutire e rimango a fissarlo incantata.
    «Ora non fanno più paura, vero?» esordisce con forte accento romano.
    Ammicca ai ragazzi teutonici ed io scuoto la testa, rendendomi conto che sono emozionatissima. Il mio respiro è corto, il cuore mi galoppa indemoniato dinanzi a questo giovane minuto, dai baffoni spioventi e dal naso pronunciato.
    «Enrico Toti.» sussurro, ancora incredula.
    Accenna un impercettibile inchino e guardo la sua famosissima gruccia che lo sorregge.
    «Ma tu ti fidi di loro?» domanda.
    Capisco che si sta riferendo ai turisti e con naturalezza rispondo:
    «Sì, mi fido. Non è più come una volta, credimi.»
    Esita, poco convinto, e continua:
    «Eccellenti soldati. Veri guerrieri. È stato duro combatterli, lasciatelo dire da chi li ha visti in opera con i propri occhi: vere macchine belligeranti.»
    «Oh, ma loro non sono più…»
    «Le hai viste le loro trincee? Le loro, non le nostre o quelle francesi.» ribadisce. «Erano in grado di scavare trincee corredate di tutto, persino di brande comode, in metà del tempo che occorreva a noi o ai nostri alleati. Non ho mai visto trincee simili. Veri e propri baluardi invalicabili.»
    Annuisce mentre parla, gli occhi al cielo, persi in un ricordo lontano nel tempo che noi, sebbene vicini all'epoca, non riusciamo a percepire nella sua piena crudezza. Posso solo provare a immaginare i nuovi italiani, coloro che dal 1870 facevano parte dell'Italia unificata, questi giovani che, di punto in bianco, si sono visti crollare i confini tra una regione e l'altra, i sardi venuti a stretto contatto con i pugliesi, i toscani, i veneziani, i romani e non più pugliesi, romani o sardi, bensì italiani con tanto di patria, di inno nazionale, in tutto e per tutto uguali agli inglesi, ai francesi, agli austriaci, ai russi.
    «Mio Dio! Quale periodo di sublime abnegazione per il raggiungimento di un alto ideale.» sussurro mio malgrado stregata.
    «Puoi dirlo forte, ragazza!» esclama con gagliardo orgoglio.
    Un secondo dopo lo vedo rabbuiarsi e si china un po' in avanti, per sussurrare:
    «E pensare che oggi qualcuno vorrebbe che l'Italia si dividesse nuovamente! Ma ti rendi conto?»
    Posso capire benissimo lo sdegno di chi, come lui, ha donato la vita per l'Italia e mi domando cosa ne pensa dell'Italia attuale. Meglio sorvolare.
    «Tu sei di Roma, vero?» indago.
    «Roma, sì, l'ultima a essere annessa al regno, grazie ai valorosi bersaglieri.»
    Gli brillano gli occhi e ne approfitto per chiedere:
    «È per questo che ti sei arruolato nei bersaglieri, nonostante la menomazione?»
    «Certo! Bersaglieri in bicicletta. Be',» ammette con una certa riluttanza, «ho dovuto insistere un po'.»
    Sorrido, ripensando alla sua vita, al suo incidente sul lavoro che, nel 1908 come oggi, gli ha portato via la gamba; alla sua ferrea volontà di essere in tutto e per tutto uguale agli altri, la bicicletta che lo ha portato in giro per il mondo, fino allo scoppio della guerra, la Grande Guerra.
    [gototi] «Il mio ardore di patriota non poteva tollerare che Trento e Trieste fossero ancora in mano agli austriaci, per questo ho fatto di tutto per arruolarmi. Ho interceduto presso il duca d'Aosta, pur di partire per il fronte.»
    «E una volta lì?»
    Lo vedo esitare un attimo, si gratta la nuca e sorride, con quel suo sfavillante ottimismo che lo ha sempre contraddistinto.
    «Be', il fronte non era certo rose e fiori. Facevo la spola tra i feriti, portando conforto, posta e tutto l'aiuto possibile. Ma ero comunque un infiltrato.» confessa.
    «Un infiltrato?» ripeto sconcertata.
    «Che vuoi… La mia unica gamba non mi permetteva di venire arruolato; tuttavia io sono partito lo stesso, con una divisa senza mostrine né stellette, ma con tanta voglia di dimostrare il mio orgoglio di essere italiano.»
    «Sei stato a lungo a Cervignano, vero?»
    «Sì. Mi trovavo bene, anche se a volte incappavo nei soldati che provenivano dal fronte e non comprendevano il mio entusiasmo. Certo,» aggiunge alzando le spalle, «immaginavo gli orrori delle trincee, eppure per me partecipare alla guerra significava coronare il sogno dei nostri padri che erano riusciti a unificare l'Italia, significava legittimare Porta Pia e dimostrare che i loro sforzi non erano stati vani.»
    Tutto il suo volto, dagli occhi alla bocca, splende di luce propria mentre parla e un groppo mi chiude la gola all'improvviso. Quest'uomo era animato da ideali puri, scevri di politica e di retorica, spinto solo dall'entusiasmo e dall'orgoglio di essere italiano e domando:
    «Quanto ha contato per te essere romano?»
    «Tantissimo. Ero il figlio dell'ultima roccaforte papalina, quella che si ostinava a mantenersi indipendente e che non ci pensava minimamente a riconoscere i Savoia come sovrani legittimi. A Roma si respirava aria strana quando sono nato, appena dodici anni dopo la presa di Porta Pia: da una parte l'atavico attaccamento al papa, dall'altro il nuovo legame al re. Ma noi romani siamo gente strana, ci adattiamo a tutto. Sono fiero e orgoglioso di essere romano ed è stata questa consapevolezza a spingermi fino alle trincee: dimostrare il valore di un trasteverino.»
    «Alla fine sei riuscito a farti arruolare.»
    «Sì! Finalmente, nel 1916, mi presero nel Terzo Ciclisti Bersaglieri, la Brigata Pinerolo. Da quel momento in poi potei stare con i miei compagni in trincea e, sebbene non mi fosse stato concesso di partecipare attivamente agli scontri, rimanevo sempre con i miei commilitoni, e spesso leggevo loro il giornale, le lettere, perché… Be', coloro che studiavano all'epoca erano pochissimi, io sono stato fortunato a fare le elementari e non ero ignorante. Ho persino scritto su un giornale. E loro mi chiedevano di leggergli le lettere, di scriverle ed io facevo quanto possibile per mantenere alto il morale. Spesso mi avventuravo nella terra di nessuno e loro mi rimproveravano, dicendomi che era pericoloso, ma io non temevo la morte.»
    «Eri un po' spericolato, ammettilo.» sorrido.
    Annuisce e inspira a fondo l'aria fredda.
    Provo a immaginarlo quando, deciso l'attacco di quel 6 agosto a quota 85, si getta con i suoi compagni contro le trincee nemiche, sorretto dalla gruccia che lo accompagnava sempre, mentre incita i compagni a squarciagola. Provo a immaginarlo mentre si siede sul muretto della trincea e spara con il fucile a ridosso degli austriaci, animato dall'entusiasmo e sorretto da un ideale più grande di lui, mentre dalla sua bocca escono continuamente esortazioni ai suoi commilitoni.
    [toti1] Come per magia, sento gli spari nemici che lo colpiscono, li sento come se mi rimbombassero nelle orecchie e per un attimo il cuore mi si ferma, come colpito a morte. Sgrano gli occhi e davanti a me non c'è più la neve, non c'è più la funivia, bensì solo buche enormi, fili spinati, trincee, feriti, morti. Apro la bocca per urlare, ma il grido mi muore in gola, alla stessa maniera in cui i soldati vengono falciati dalle mitragliatrici. Non so dove questi uomini prendono il coraggio a due mani e si gettano a capofitto verso la morte sicura: io questo coraggio non l'avrò mai.
    Poi lo vedo, lui, irritato per essere stato colpito, afferrare la sua gruccia in un ultimo disperato tentativo per scagliarla contro il nemico, in un gesto che più eloquente non potrebbe essere. Lo vedo accasciarsi, sussurrare le sue famose parole: "Tanto nun moro io", baciare il piumetto del suo cappello e restituire la sua dolce anima a Dio.
    Mi rendo conto che i miei occhi sono pieni di lacrime e deglutisco più volte per non scoppiare a piangere.
    «Aho, ma che ti metti a piangere?» esclama incredulo.
    Scuoto la testa senza riuscire ancora a parlare. Mi accorgo che la neve è tornata a dominare con il suo candore, manto purificatore sulle follie umane e inspiro a fondo.
    «La medaglia d'oro te la sei più che meritata.»
    «Avrà consolato mia madre e mia sorella. A me è sufficiente sapere e sperare che gli italiani di oggi amino ancora l'Italia come l'abbiamo amata noi.»
    «Questo… Questo non lo so.» ammetto e mi vergogno come una ladra.
    Lo vedo sorridere e sposta la gruccia per posizionarla meglio.
    «Io credo… Io sono sicuro che i miei romani, quando passano davanti al mio monumento al Pincio, non possano far altro che condividere i miei stessi ideali. Se così non fosse,» aggiunge tristemente, «allora il sacrificio di tante generazioni è stato vano.»
    «Non il tuo.» mi appresto ad affermare. «Noi romani non potremmo mai dimenticare. Mai.»
    Mi fissa a lungo, quindi volge lo sguardo ai turisti austriaci, il pensiero perso in un ricordo lontano e un attimo dopo lo vedo annuire, prima di svanire confondendosi con la neve.
    Rimango immobile, infagottata come un pinguino e di getto porto la mano al cuore, mentre nella mente mi torna un ritornello che oggi non dice più nulla, ma che era caro ai nostri soldati: "Il Piave mormorò: non passa lo straniero!".

  • 03 settembre alle ore 11:48
    Pippetto

    Come comincia: Ritrovare queste due foto del ’45, fatte a Villa Adela, Serravalle Scrivia, l’ultimo anno di guerra, mi ha riportato ad un episodio, che non mi sono mai saputo spiegare interamente. Nel tardo pomeriggio, in prossimità del tramonto, ci si metteva fuori, sull’erba, sotto il grande ciliegio. Vedete mia madre, che ha terminato di allattare mia sorella Lilia, di pochi mesi, mia zia Maria, la sorella, e nonna Amina, classica figura meridionale, di Melfi, che ho conosciuto sempre vecchia, anche quando, sicuramente, vecchia non era. Date un’occhiata alla culla, un blocco di legno consistente, imprestato, per l’occasione, da contadini vicini e pietosi, dati i tempi. Il suo trasporto, da casa al prato, e viceversa, richiedeva più di una persona. Lì, dopo la poppata, Lilia si faceva il suo sonnellino. Zia Maria, reduce da Genova, sicuramente, raccontava i suoi amori a mia madre. Nonna Amina ascoltava, continuando a rammendare. Mi sembra ancora di sentire le voci, il fruscio degli alberi, il canto degli uccelli, il profumo dei fiori e della terra. D'altronde, mi potete scorgere, ci sono anch’io: sei anni e mezzo: vispo e attento. Nel mio cervello, si è conservato d’allora, un suono particolare, che si è annidato in qualche cellula, un rombo, sordo, quasi una vibrazione dell’aria, che iniziava dietro la collina, difronte, con una sola nota bassa, per poi proseguire, in crescendo. “Pippetto, Pippetto, sta arrivando!” E’ un allarme improvviso, una voce d’ansia e di timore, che esce dalla gola di una di loro e copre, per un attimo, il suono che scende dalla collina. A me, quel nome piaceva, e piace ancora adesso. Sapeva di favola. O forse, già intuivo, dai racconti dei grandi, la poesia picaresca di questo pilota, che a sera, se ne veniva, tutto solo, chissà da dove, con una sola bomba da sganciare, e un rotolo di mitraglia da scaricare, così, come si usa in guerra, a un sorteggiato dal caso. Eccolo, l’uccello nero affiorare dal sommo della collina. Vola basso. E’ una fuga precipitosa verso casa. Speriamo che non ci scorga. Si corre al riparo, misero riparo, essendo l’unica casa della vallata. Il rombo si fa più vicino, i vetri tremano, poi si attenua. “E’passato”. Si riesce e si torna sul prato. Un rituale serale, oramai atteso.      Ora subentra il ricordo scandalo, che a dir vero, solo con l’abitudine, raggiunta, alla guerra, ho potuto assolvere. Rieccolo apparire, ad uno dei tramonti, Pippetto! Frettoloso alzarsi di noi, pronti a dirigersi verso casa. Ma Lilia ha terminato la poppata e ha iniziato, solo ora, a dormire, dopo una giornata capricciosa, nella sua culla di legno.                                        “Lasciamola qui, nella culla! Dorme troppo bene, per svegliarla! Venite via, svelti!”  Una decisione improvvisa, insolita, sbrigativa di mia madre, prima di iniziare a correre. La scena l’ho negli occhi: noi, ora, verso il riparo, prossimi a casa, e la culla in mezzo al prato, in un abbandono straziante, alla mercé di Pippetto, che sta sopraggiungendo. Il bambino, che è in me, avverte un’ingiustizia inspiegabile verso un altro essere, mia sorella, e questa sensazione mi è rimasta dentro, per una vita.
     
    N.B. Pippo era il nome con cui venivano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, gli aerei da caccia notturna che compivano solitarie incursioni nel nord Italia.
    I "Pippo", a differenza dei grandi bombardieri che colpivano da alta quota, arrivavano in volo radente, per evitare la contraerea, sganciando bombe o mitragliando nel buio della notte. Le azioni erano rese possibili dalle prime installazioni di apparecchi radar su aerei che proprio con i "Pippo" compirono una sperimentazione su larga scala.
                                                       

  • 02 settembre alle ore 12:56
    Allegro andante - Intermezzi

    Come comincia: Quella sua vita era piena di segni e respiri lasciati in balìa dei venti, appesi su alberi come bambini lasciati a dondolare raccordando la terra al cielo.

    Ci sono io poi. Ma cos'è la parola io? La rivendicazione superba d'esistenza? Una partita a scacchi col destino, o forse il vessillo egoistico d'una traccia di permanenza che tutto sa e tutto vede?
    Abbandono questi lacci e riprendo l'essere. Sono quindi colei dell'aria e le stelle senza ossa e sangue e, allora, non m'accontento di arrancare, sopravvivere, non mi basta l'aria che respiro.  E in questa milizia rigorosa  di brame, mi prendo il vento e l'altrove.

    I segni, gli oracoli alchemici, la gioia senza ragione, la mente senza nuvole di pensiero. 

    Voglio la parte di me che torna, l'ala che manca al lancio nel vuoto. Te.
    Voglio tutto di te.
    Voglio tutto di me. 

  • 29 agosto alle ore 16:28
    E vissero a lungo...

    Come comincia: "Riccà guarda stò biglietto."
    Arianna era rientrata a casa, buttato il soprabito su una sedia dell'ingresso era volata nelle braccia di Riccardo che l'aspettava nel salone spaparazzato sul divano a guardare la tv e gli aveva porto un bigliettino.
    "B.P.E. 1000" che caccio vuol significare, è la marca di una moto?"
    "Se avessi studiato ragioneria al posto del tuo classico avresti capito che B.P.E.sta per 'buono per euro' e 1000 sono gli euro."
    "Io seguito a non capire, va in cucina il pranzo è pronto."
    Riccardo cinquantacinquenne, pensionato delle poste,condivideva con la moglie quarantenne senza figli un pentavani all'ultimo piano di via Cerere nella zona nord di Messina, quella più snob.
    Libero da impegni di lavoro si era scoperto casalingo e faceva trovare un pranzo pronto all'amata consorte al rientro dal lavoro di cassiera della Banca Rurale di Catenanuova.
    Arianna mangiava lentamente facendo crescere la curiosità del marito.
    Era proprio un essere delizioso la sua Ari: bruna 1,70 di altezza, sguado da sbarazzina, un tre di seno ma il lato più accattivante erano le gambe perfette, caviglie sottili, un tipo da non passare inosservato.
    "Pensi di tenermi a lungo sulla corda?"
    "Gira il bigliettino."
    "Comm.Nullo Ciavarella - gioielliere - via Alessandria 125 - Messina."
    "Inquadralo, è la più grande gioielleria di Messina, il titolare è messo male sia come nome che come cognome ma è messo bene a quattrini anche se si è dimostrato uno spilorcio 1.000 euro, un'offesa!"
    "Un pò di chiarezza non farebbe male."
    Allora sei proprio tonto, mi si vuole fare per 1.000 euro, tè capì?"
    Preso alla sprovvista Riccardo rimase a contemplare la consorte oggetto di desiderio del gioielliere. Non era geloso anzi questa categoria era stata sempre sotto la mira dei suoi strali ma dinanzi ad una realtà non prevista...
    "Secondo stò zozzone io valgo 1.000 euro, sai che faccio, ci aggiungo uno zero e vediamo la reazione, il signore con scuse varie si presenta ogni mattina al mio sportello, che ne dici?"
    "La patatina è tua, sei tu che gliela devi mollare, eventualmente..."
    "Hai detto bene eventualmente, quello è pieno di palanche, per 10.000 euro magari un lavoro orale, fra l'altro ha la pancia, la tua età ma non mi piace, vedremo."
    Quella sera FRiccardo e Arianna fecero all'amore in maniera forsennata, l'idea di un'eventuale avventura della signora aveva acceso il desidero di entrambi, boh!
    Alle quindici del giorno seguente Riccardo aspettava con ansia il ritorno della consorte, vide la sua auto entrare nel cortile e rimase sulla porta d'ingresso per conoscere le novità.
    "E allora?"
    "Il cotale ha messo un bell'.O.K. sul bigliettino con scritto 10.000, mi aspetta in galleria questo pomeriggio, accompagnami tu in macchina."
    "Allora hai deciso?"
    "Voglio vedere come prosegue stà storia, voglio divertirmi un pò a spese di quel mammalucco, se vuole assaggiarmi deve tirar fuori tanti soldi, intanto lo faccio arrapare di più..."
    Riccardo posteggiò la sua Peugeot a circa 200 metri dalla gioielleria, Arianna scese pigramente e ancheggiando si diresse verso il negozio.
    Mille fantasie nella mente di Riccardo, cosa stavano facendo, Arianna aveva detto di non volersi mollare subito, un bacio, una toccatina nelle parti basse, un pompino...
    Questi pensieri fecero uno strano effetto su Riccardo che si trovò con un'erezione gigamtesca, che strano effetto, non sapeva più che pensare di se stesso.
    Pian piano 'Ciccio' rientro nella cuccia, era passata circa una mezz'ora quando Arianna si presentò dinanzi alla vettura di Riccardo che mise in moto senza parlare.
    Dopo un bel tratto:
    "Non sei curioso di sapere com'è andata? Si che sei curioso. Siamo entrati nel suo studio, la mogliemil pomeriggio non va in negozio e Nullo ha cercato di baciarmi. cosa che non gli ho permesso, non mi andava proprio, ci siamo seduti su un divano e Nullo ha preso a pomiciarmi tutta, mani sul fiorellino, sulle tette, sul popò, sembrava impazzito, l'ho lasciato fare, era tanto patetico...Sulla scrivania avevo notato un mazzo da 500 euro, con disinvoltura mi sono alzata e l'ho riposto nella borsetta. Ritornata sul divano l'ho trovato con i pantaloni abbassati, fra le gambe sotto una ampia pancia sbucava una cosa piccolina, ma tanto piccolina che sembrava il pene d'un bambino. Ho evitato di ridere e l'ho preso in mano. C'è voluto del tempo prima che diventasse duro e mi ha chiesto di metterlo in bocca. Niente da fare il prezzo sale e quindi una sega e via."
    Riccardo guifava lentamente, nessuno dei due parlava, diversi i loro pensieri nella mente: Arianna pensava che i 10.000 euro sarebbero serviti per pagare il costoso condominio con piscina e campi da tennis oltre che l'oneroso mutuo,  Riccardo immaginana Arianna con in mano un pene non suo anche se piiccolino ma pur sempre un pene!
    L'argomento non fu oggetto di discussione per vario tempo, la vita fra i due congiugi si svolgeva come se nulla fosse successo sinchè un giorno al rientro in casa di Arianna per il pranzo: 
    "Riccardo sabato andiamo in gioielleria, ho voglia di un braccialetto particolare a forma di serpente."
    "Inutile chiederti in quale gioielleria, vero?"
    "Indovinato ma ci andremo insieme perchè sarà presente la consorte del cotale."
    Il negozio era molto ampio: vetrine dappertutto con all'interno gioielli, vasellame, ceramiche, tutti pezzi di gran lusso.
    Ai banchi due commesse ed una signora di una certa età che trattavano con i clienti.
    Nullo comparve da dietro una tenda, forse spiava il momento dell'arrivo della sua desiderata, baciò la mano ad Arianna, un strascicato 'piacere' a Riccardo e:
    "Cosa posso servirle bella signora?"
    "Un braccialetto a forma di serpente alla Cleopatra, dottore ne ha?"
    "Siamo fornitissimi, ne ho un paio che le piaceranno."
    Nel frattempo la consorte del titolare si era avvicinata al terzetto e:
    "Nullo non mi presenti ai signori?"
    "Mia moglie Clara, Claretta per gli amici."
    "Sono Riccardo Rossini e questa è mia moglie Arianna, siamo abbagliati da tante cose belle!"
    "Siamo i più forniti di Messina."
    La signora non dimostrava i suoi cinquantanni, non alta di statura sfoggiava un corpo giovanile, in viso qualche ruga ben coperta da evidenti ricorsi a saloni di bellezza.
    "Per 10.000 euro mi farei fare un bel pompino così la signora capirebbe la differenza fra un pene da bambino ed un cazzo gigante." Così pensava Riccardo sorridendo dentro di sè.
    Il prezzo fudi 3.000 euro che Arianna pagò in contanti ed ai saluti:
    "Forse potremme rivederci, siete una coppia simpatica vero Claretta?"
    Claretta non si pronunziò, salutò Riccardo e Arianna con un sorriso poco comnvinto, le donne hanno un sesto senso.
    La novità comparve all'improvviso:
    "Per oggi pomeriggio ho invitato Nullo a casa nostra, mi voleva portare in albergo o nella sua villa di Acqualadroni, non mi sono fidata, preferisco che venga qui."
    Riccardo senza parole...
    "Caro non ti preoccupare, ci sono di mezzo cento foglietti! Conti presto fatti 200 x 500 = 20.000 euro! Non essere geloso, per me sarà una passggiata!"
    Riccardo aveva i suoi buoni dubbi, per quella cifra Nullo non poteva che pretendere tanti servigi..."
    Di comune accordo i due coniugi avevano predisposto un interfono nella camera da letto ed uno nel bagno comunicanti con lo studio così che Riccardo potesse tenere la situazione sotto controllo.
    Alle sedici il campanello, Riccardo si rifugiò nello studio e Arianna aprì la porta d'ingresso:
    "Ti ha visto qualcuno?"
    "Si una signora che si è fermata al secondo piano, le ho detto che andavo al penultimo."
    "Tuo marito?"
    "Ritornerà tardi è a casa di amici."
    In bagno:
    "Cara guarda che bel regalo sono 200."
    Con indifferenza Arianna:
    "Mettili in quel cassettino, lavati io ho provveduto a sistemare le mie cosine."
    In camera da letto. Riccardo sentiva tutto perfettamente, aveva chiesto ad Arianna di parlare molto specificando quello che stava facendo:
    "Vengo di su te, sai la tua pancia..."
    "Fatti baciare, ho portato con me una cosa, un vibratore."
    "Non capisco a cosa serva, ad ogni modo niente baci in bocca, piuttosto comincia dalle tette anche con piccoli morsi ma non farmi male, ecco così, intanto tocco il tuo cosino, guarda è già duro, scendi sotto, la cosina è molto vogliosa, si così, fammi godere tanto..."
    Arianna recitava bene la parte, ad un tratto un rantolo, faceva finta di godere la puttanella!
    "Smetti un attimo, fammi riprendere...vengo su di te così potrai metterlo in fica."
    Arianna aveva usato volutamente quel termine pr creare una situazione più arrapante per il soggetto ma avevafatto male i suoi conti.
    "Cara ce l'ho piccolo e ci metto molto a godere."
    Cattive notizie sul fronte, Arianna sopra quel pancione doveva fare una bella fatica.
    Dopo un pò di silenzio, solo qualche piccolo ansimare poi:
    "Cara che ne dici di metterti alla pecorina, hai un popò delizioso, vorrei assaggiarlo."
    "Te lo puoi dimenticare. niente culo!"
    "Raddoppio l'offerta."
    Dopo un attimo di silenzio:
    "Sei convincente."
    Arianna aveva preso la palla al balzo tanto non doveva provare molto dolore con quella cosa piccola, aveva provato bel altro col 'ciccio' di Riccardo!
    "Vado in bagno a prendere la vasellina."
    "Un'altra cosa, vorrei che mettessi il vibratore in vagina mentre sto dentro le tue natiche, proverai doppio gusto!"
    Famtasioso il panzone! Dopo un bel pò si udì un rantolo di Arianna, a Riccardo sembrò vero, forse il vibratore aveva fatto il suo effetto, anche Nullo doveva essere soddisfatto.
    Un bel pò di silenzio, Riccardo pensava che fosse tutto finito quando...
    "Cara un'ultima cosa, me la devi concedere, voglio entrare nella tua deliziosa pelosa e nel frattempo infilarmi il vobratore nel mio didietro."
    Arianna non aveva protestato, dopo un bel pò di tempo un rantolo maschile, Nullo aveva goduto, doppio gusto!
    Riccardo si sentiva frastornato, aveva partecipato a tutte le evoluzioni amorose della consorte e dell'amante, si sentiva svuotato di energie.
    Dopo l'uscita da casa di Nullo:
    "Cara sbaglio o hai goduto veramente col vibratore?"
    "Te ne sei accorto, quell'aggeggio vibrava sul mio clitoride e sono venuta, tutto sommato penso che potremmo comprarlo."
    Quella notte Riccardo preferì rinunziare al sesso, forse un pò di gelosia...rivedeva nella sua mente la sua bella infilzata davanti e didietro mal consolato da 40.000 euro...
    L'episodio erotico monetario fu messo da parte, nessuno dei due coniugi ne pparlava ed era ritormsto il tran tran quotidiano: pranzo pronto alle quindici, il pomeriggio Arianna sbrigava le faccende domestiche,, lettura fi giornali, un pò di televisione, qualche puntata al cinema, il sabato o la domenica qualche puntata al ristorante o in qualche agriturismo, in campo erotico una sola novità: Arianna aveva voluto far godere Riccardo con i deliziosi piedini e c'era riuscita in pieno!
    L'imprevisto dopo circa quindici giorni, a casa Rossini giunse una telefonata, erano circa le dieci del mattino.
    "Ciao cara, cosa fai di bello?"
    "Non sono la sua cara ma Clara Ciavarella, desidero parlarle con urgenza, mi troverà nel posteggio dinanzi a casa sua tra mezz'ora." fine della telefonata.
    Stupito, imbarazzato, sorpreso Riccardo si sedette su una poltrona del salone.che fare?
    Per prima cosa telefonò ad Arianna e la mise al corrente della telefonata ricevuta, per risposta ebbe una gran risata.
    "Che haui da perdere, non ti violenterà di certo, non sei curioso?"
    Dopo mezz'ora una Volvo entrò nel cortile. Riccardo si era vestito, fece segno alla signora che sarebbe messo al suo fianco in macchina, Clara mise in moto dirigendosi verso nord.
    "Gentile signora vorrei sapere dove siamo diretti."
    "Puoi darmi del tu, chiamami Claretta, ormai siamo parenti..." più esplicita di così!
    Riccardo prese ad osservarla attentamente: capelli a caschetto di grigio medio, tinta ben fatta, viso regolare, niente naso lungo che Riccardo odiava nelle donne, labbra carnose quanto basta.
    "Completo io il suo esame: non ho la dentiera, vado in palestra tre volte alla settimana, due in un'istituto di bellezza. Stiamo andando ad Acqualadroni dove hpo una villa, telefona alla tua bella che rientrerai a casa a pomeriggio inoltrato."
    Quelli erano ordini veri e propri, Clara dimostrava di avere una personalaità atta al comando.
    Riccardo prese il telefonino e comunicò la notizia ad Arianna, la consorte sapeva con chi era in compagnia e non fece commenti.
    Giunti nella frazione, Clara posteggiò la Volvo dinanzi ad una villa di stile spagnoloa due piani, chi l'aveva progettata aveva buon gusto.
    Al piano terra si liberarono dei cappotti e salirono al secondopiano.
    "Vado ad accendere il caldo bagno nella camera da letto e in bagno, anche se non fa molto freddo quando si è senza vestiti è preferibile un ambiente riscaldato.
    Riccardo era stupefatto, era affascinato da quella donna che aveva pianificato tutto con tanta naturalezza, nessun commento uscì dalle sue labbra.
    "Nel frattempo sedimoci nel salotto, penso meriti una spiegazione. Visto il buco di 40.000 euro sul nostro bilancio ho chiesto chiarimenti a mio marito che ha confessato, siamo ricchi e ci possiamo permettere anche qualche spesa pazza ma sono curiosa di sapere cosa ha trovato Nullo in tua moglie, è una donna piacevole ma come lei..."
    "A questa domanda può rispondere solo tuo marito, io sono il diretto interessato e quindi di parte, lui cosa ti ha detto?"
    "All'inizio ha raccontato un sacco di balle su quei 40.000 euro ma gli ho fatto sputare la verità ed ha cantato che è venuto a casa tua e che ha avuto rapporti intimi con tua moglie...non dire che non lo sapevi...bene eri al corrente di tutto e quella somma ti ha fatto gola!"
    "Noi siamo una coppia aperta e non ci nascondiamo nulla, all'inizio erio perplesso, ho detto ad Arianna che, essendo l'interessata, poteva prendere qualsiasi decisione, non sono un'ipocrita!"
    "All'inizio aveva promesso a tua moglie 20.000 euro, come sono diventati 40.000 non ma l'ha voluto dire, ne sai qualcosa?"
    "Vittoria mi ha confidto che il signore ha voluto qualcosa di non programmato e il prezzo è raddoppiato."
    "Non riesco ad immaginare cosa fosse, a quel punto..."
    "Mia moglie ha un lato b particolarmente attraente e piuttosto prominente e tuo marito ha insistito per assaggiarlo."
    "Figlio di gran... 20.000 euro per una inchiappettata!"
    Clara si stava dimostrando più furba di quanto Riccardo pensasse.
    "Ti svelo il motivo per cui siamo qui: ho cinquant'anni, dopo il matrimonio sono stata una sposa fedele ma dopo cher la mia seconda figlia si è sposata dentro di me è scattato qualcosa, una ribellione a trent'anni di vita deludente, vicino ad un uomo ricco ma senza personalità, fra l'altro ha un pene piccolo...non fare quella faccia, sicuramente tua moglie ti ha messo al corrente, ora ho deciso di andare all'arrembaggio! Quando ti ho visto mi sei piaciuto, non voglio un giovane che mi possa ricattare, penso che in campo sessuale tu ci sappia fare, è quello che voglio da te, me lo devi anche per pereggiare i conti, al contrario di tua moglie non ti chiederò soldi...andiamo in bagno, ormai l'ambiente sarà caldo sempre che tu sia d'accordo..."
    Lasciarono i vestiti nell'androne e furono accolti da un bel tepore. Clara aveva un bel fisico, la palestra e i massaggi avevano sortito un bell'effetto sul suo corpo,le tette ancora sode, il ventre piatto e anche il sedere niente male.
    "Ti riempio la vasca, io sotto la doccia."
    Clara prese un bagnoschiuma molto profumato lo versò nell'acqua della vasca. Si sedettero sul bordo nient'affatto  intimiditi dalle loro nudità.
    Riccardo si sdraiò nell'acqua calda ricoperto di schiuma colorata, Claretta sotto la doccia poco distante.
    Il caldo dell'acqua fece un bell'effetto su Riccardo che vide spuntare dalla schiuma il suo coso ben turgido, Claretta si avvicinò e lo prese in mano.
    "Finalmente un cazzo degno di questo nome, come ti dicevo non ho mai tradito mio marito anche se ho avuto molte occasioni. Sono stata educata dalle Orsoline e questo mi ha condizionato. Per consolarmi del mancato piacere dovuto al pisellino di Nullo, mi son fatta comprare da lui due vibratori uno per la vagina ed uno, più piccolo, per il popò, mi vergognavo ad andare in un sexy shop, lui sa che li uso."
    Hai caèito i coniugi Ciavarella ambedue muniti di vibratori.
    Avvolto in un accappatorio Riccardo fu accompagnato da una mano ferma ma gentile sul lettone, 'ciccio' sempre duro sbucava dall'accappatoio.
    "Rik che buon odore, che buon sapore..."
    Claretta av eva iniziato a baciare Riccardo sulla fronte, poi sulla bocca dove entrò una lingua molto mabile che fece provare all'interessato sensazioni piacevoli, Pian piano la sapinte lingua scese sui capezzoli, scicolò nelle ascelle, l'ombellico, ignorò il pene di Riccardo 'ben dur', poi lungo le gambe ed infine una per una le dita dei piedi.
    Una novità piacevole  ma 'ciccio' voleva la sua parte e l'ebbe poco dopo quando la pulsella ci montò sopra. Fu un'entrata rapida perchè la vagina era talmente 'inondata' che qualche goccia cadde sul lenzuolo, un uragano!
    Ci sapeva fare la baby, riusciva a strofinare il pene sul clitoride tanto che quasi subito emise urletti di piacere ma seguitò a cavalcare il suo amante provando orgasmi a ripetizione e per fortuna che era stata educata dalle Orsoline!
    Dopo tanti orgasmi Claretta  appoggiò il suo copro su quello di Riccardo e vi rimase immobile. 'Ciccio' finalmente domo, si era ammosciato e l'interessato riteneva finita la pugna e avrebbe voluto andarsene ma... Claretta rimaneva prona su di lui, fra l'altro Riccardo si accorse di avere la spalla su cui poggiava il viso dell'amante bagnata dalle sue lacrime ahi ahi.
    Qual'era la causa di quella situazione: una rivincita di una vita sessuale poco appagante, un puro erotismo, un'arretrato da smaltire, una carica di energia psichica boh
    Claretta imprevedibilmente andò a cercare 'ciccio' e se lo mise in bocca ancora bagnato, sicuramente apprezzava il sapore dello sperma di Riccardo facendo il paragone con quello di suo marito,
     Infine senza guardare il suo amante negli occhi scese dal letto e andò a vestirsi, cosa che fece anche Riccardo.
    Presero la via del ritorno, silenzio totale, forse Claretta non voleva rompere quell'atmosfera che si era creata da quell'incontro indimenticabile, il silenzio val più di mille parole, Riccardo non ricordava chi l'aveva detto ma era della stessa opinione.
    Così fin' il primo incontro fra i due, un incontro indimenticabile.
    Al rientro a casa Arianna aveva stampato un bel punto interrogativo sul viso.
    "La signora ha recuperato parte dei soldo spesi dal marito" fu il commento di Riccardo.
    Passarono vari giorni senza novità quando, rientrando dall'ufficio, Arianna:
    "Caro, Nullo vorrebbe una mia foto significativa."
    "Specifica il termine significativa."
    "Possibilmente in bianco e nero e vestita succintamente, prezzo da stabilire."
    Riccardo non era molto d'accordo ma sim piegò alle insistenze della consorte.
    Cercando fra le foto da lui stesso stampate, ne selezionò alcune finchè ne scelse una, sicuramente la più 'significativa': Arianna appariva con un sorriso splendente, una camicietta nera trasparente che lasciava  intravedere abbondantemente il seno, un reggicalze senza mutandine, si vedeva perfettamente una nera foresta.
    "Quanto gli chiederai? A questo punto vorrei anche sapere se la gentile consorte gli ha confessato il nostro incontro ravvicinato, chiediglielo."
    Il giorno sueccessivo al rientro a casa di Arianna:
    "Prima voglio mangiare poi ti racconto." 
    "Appena ricevuta la busta Nullo si è chiuso in bagno della banca, ne è uscito dopo circa un quarto d'ora rosso in viso, scommetto che si è fatto un bel segone, va matto per me. M'ha detto di aver saputo dalla consorte del vostro incontro, nessun commento."
    Il giorno successivo.
    "Caro Riccardo l'ultima novità, Nullo ha fatto vedere la mia foto alla moglie che, nel vederla, è rimasta, come dire, molto impressionata, non so se è il termine esatto ma ha detto di volermi conoscere di persona, appuntamento domenica all'agriturismo 'la baracca' sui Nebrodi. A questo punto sono curiosa, vorrei andarci."
    Riccardo pensava: "Nullo si è scopato Arianna, io lo stesso con la moglie, siamo pari, si fa per dire perchè il pollo ha sganciato 40.000 euro ma quest'incontro a che fine?"
    "Ci vengono a prendere con la loro macchina, appuntamento alle 10 nel nostro cortile."
    Era primavera, Arianna indossava un vestito fantasia, leggero, quasi trasparente e dalla gonna ampia.
    All'arrivo della Volvo un collettivo asettico "buon giorno" poi la partenza. 
    Guidava Clarettacon a fianco il marito.
    Nessuna conversazione, forse un pò d'imbarazzo, prima dell'ingresso in autostrada Claretta ferma la macchina:
    "La conversazione langue, propongo che Riccardo sieda vicino a me e Nullo dietro, che ne dite?"
    Proposta accolta. Nullo e Arianna presero a parlare non si sa di quale argomento, il rumore della macchina impediva di sentire le loro parole. Anche Clara aveva indossato una gonna molto ampia, quando si dice la malignità!
    "Noto che guidi molto bene, sei sicura e veloce."
    Guardando nello specchietto di cortesia Riccardo notò che Nullo si era molto avvicinato a Vittoria che forse non gradiva la sua vicinanza tanto da essersi spostata all'estremo del sedile, Riccardo ne approfittò pr insinuare la mano sinistra sotto la gonna della guidatrice che si guardò bene dal protestare (che cosce morbide!)
    Al casello di uscita la mano di Riccardo fu ritirata e il viaggio proseguì fra i tornanti sinchè non giunsero a destinazione.
    "Riccardo guardi che panorama magnifico, si vede pure il mare."
    "Lasciamo stare i convenevoli ed il lei, sappiamo tutti come sono andate le cose, tutti d'accordo?"
    Verità incontrovertibile, sorrisi da parte di tutti, Riccardo si trovò sotto braccio a Clara (posso chiamarti Claretta?) e altrettanto fece Nullo con Arianna.
    Dopo aver gironzolato nel giardino sottostante, c'era pure un piccola piscina e tanti fiori, i quattro entrarono nel locale.
    Al loro arrivo un premuroso signore, sicuramente il proprietario, venne loro incontro.
    "Sono il signor Ciavarella, ho prenotato per quattro, se possibile vorremmo una saletta riservata."
    Furono accontentati o meglio Nullo fu accontentato perchè la richiesta era stata espressa da lui, per secondi fini pensò Riccardo.
    La conversazione fra Riccardo e Claretta era costante, sorrisi, battute, qualche barzelletta mentre fra Arianna e Nullo languiva. Fra l'altro Nullo mangiava poco al contrario del suo solito tanto che la consorte:
    "Caro ti senti bene, ti vedo palliduccio."
    "No cara tutto bene."
    A questo pounto un'alzata d'ingegno di Riccardo:
    "Col pollo mi sono unto le mani, vado in bagno a lavarmi."
    Clara: "Ti seguo, anch'io mi sono impiastricciata."
    Incontrarono un cameriere:
    "Io e mia moglie dovremmo lavarci, dov'è il bagno?"
    Appena all'interno, chiusa la porta, il solito polipo entrò nella bocca di Riccardo il quale ricordava bene il precedente ma per accontentare un 'ciccio' già in posizione orizzontale, mise alla pecorina Claretta e la penetrò selvaggiamente ben assecondato dall'interessata.
    Dopo circa un quarto d'ora uscirono ridendo allegramente come studemtelli in gita scolastica.
    Al tavolo Nullo: "Anch'io mi sono sporcato le mani, Arianna mi fai compagnia?"
    Malvolentieri l'interessata fece un segno d'assenso.
    "Ragazzi quando domandate dov'è il bagno dite che siete marito e moglie come abbiamo fatto noi!"
    Dopo circa venti minuti rientro dei due al tavolo, Nullo rosso in faccia, Arianna con la faccia annoiata.
    Riccardo all'orecchio di Claretta:
    "Scommetto che tuo marito voleva scopare o farsi fare un pompino ma si è dovuto accontentare di una sega!"
    Gran risata di Claretta.
    Il quartetto era affiatato ma in maniera sbilanciata:
    Riccardo, il più fortunato viaggiava alla grande, moglie e amante;
    Arianna marito e amante (malvolentieri);
    Claretta, messi da parte i vibratori, amante;
    Nullo, il più sfortunato solo briciole: nessun rapporto con la consorte, amante col contagocce e talvolta il vibratore per il poco nobile didietro.
    E così vissero...
    Come le favole di Esopo in questa storia c'è una morale:
    'La goia di ognuno è amare quello che si ha ma talvolta si regge sull'altrui infelicità".

  • 29 agosto alle ore 14:52
    Michelangelo Buonarroti

    Come comincia: (Caprese, 6 marzo 1475 - Roma, 18 febbraio 1564)
     
      Viaggiare in aereo per me è sempre un'emozione incredibile, un avvicinarsi un po' di più a Dio, così come lo era per i cristiani nel medioevo quando costruivano le cattedrali che svettavano verso il cielo. Lassù, in mezzo alle nuvole come un uccello con le ali spiegate, provi a sbirciare attraverso l'oblò e quello che si apre ai tuoi occhi è un mondo fantastico, una diversa prospettiva da quella usuale, più suggestiva e divina. Perché la Terra, il sistema solare, l'intero universo sembrano realmente usciti dalle mani magiche di un essere superiore. Un chiaro spettacolo della natura!
    Sospiro, scorgendo le dolci ondulazioni del Sahara che sembrano flutti dorati e il mio pensiero vola ai giorni mai dimenticati della guerra e scuoto la testa.
    «Se solo avessi potuto osservare il mondo da quassù.»
    Sussulto e mi giro di scatto, rimanendo a fissare quel volto bruttino, dai lineamenti duri, il naso rotto, la bocca piegata perennemente all'ingiù e sbatto le palpebre più volte, incredula e atterrita da ciò che quell'uomo rappresenta.
    «Mi… Michelangelo.» balbetto in un sussurro.
    «Sì, decisamente se avessi potuto avere questa visuale, avrei per certo fatto morire di bile quell'effeminato di Leonardo!» sbotta irato.
    Mi guardo timorosa in giro, ma i passeggeri continuano a godersi il viaggio come se nulla fosse e porto una mano al cuore, sollevata e indispettita al contempo.
    «Leonardo non era effeminato!» ribatto.
    A quelle parole mi degna infine di attenzione e socchiude gli occhi soppesandomi, alzando lentamente il mento.
    «Osi negare l'evidenza?» borbotta.
    «Lui era dolce, bello, elegante…»
    «Oddio, eccone un'altra!» esclama inorridito.
    Lo fisso attonita e lascio cadere l'argomento, consapevole che l'astio esistito tra i due maggiori uomini che il mondo abbia partorito non si è sanato neppure dopo tanti secoli.
    «È vero che a tredici anni sei andato a bottega dal Ghirlandaio?»
    «Verissimo. Mio padre avrebbe voluto che divenissi un avvocato, ma con il greco e il latino non sono mai andato d'accordo. D'accordo andavo con il disegno e fin da piccolo preferivo tratteggiare le chiese che vedevo nella città.»
    «Hai attirato l'interesse del Magnifico.»
    «Sì, si stupì nel vedermi maneggiare lo scalpello con maestria e mi tenne con sé. Era un grand'uomo messer Lorenzo.» aggiunge e la voce gli si incrina un po’, tradendo l'emozione.
    Provo a immaginarmi alla corte del Magnifico ma la testa mi gira e turbina in un ambiente frequentato dai più grandi uomini del tempo e subito torno con i piedi per terra. Se penso che Michelangelo l'ha frequentata all'età di quindici anni…
    «Sbaglio o ammiravi Savonarola?» domando.
    «I suoi sermoni erano sferzate contro tutti i potentati e contro la loro opulenza e richiamavano sempre all'amore del Cristo e alla Sua umiltà.»
    «Ma tu mangiavi al desco del Magnifico!» esclamo sbigottita.
    Lo vedo alzare le spalle larghe e possenti, come se la cosa non lo turbasse e mi domando se io sarei mai riuscita a sopravvivere in un simile periodo, dove la morale era un'utopia.
    [images3] «Dopo la morte del Magnifico ti sei trasferito a Roma, chiamato dal cardinale Riario.»
    «Quel taccagno!» e sembra che sputi le parole. «Per fortuna il Galli e poi il cardinale de Villiers mi hanno notato e ho potuto lavorare, altrimenti sarei rimasto con le mani in mano.»
    «La famosa Pietà.» mormoro incantata.
    Nota il mio sguardo sognante e commenta aspro:
    «Anche i miei contemporanei rimasero a bocca aperta.»
    Inizio a capire per quale motivo Leonardo non ci andasse d'accordo e per quale motivo in una rissa un tipo gli spaccò il naso: è arrogante, attaccabrighe e irascibile. Eppure tutti questi suoi difetti svaniscono dinanzi alle sue opere ed io non posso che inchinarmi al suo genio.
    «La fama a soli ventitré anni. Da allora sei stato richiestissimo.»
    «Me ne sono tornato a Firenze, dove il Duomo mi commissionò una statua ed io tirai fuori il David.»
    «Lo dici come se fosse la cosa più facile del mondo!»
    Emette un grugnito con quella sua voce dura come il carattere e ribatte:
    «Per me lo era. Il David era già lì, nel blocco di marmo; io ho solo tolto il superfluo per farlo venire alla luce.»
    Rimango esterrefatta e scuoto lievemente la testa, come a sottolineare la mia incredulità.
    «E per affrescare una delle pareti di Palazzo Vecchio?» domando.
    Fa un gesto stizzito con la mano, si agita sul sedile e a me incute un po' di timore.
    «Io e lui…»
    «Lui Leonardo?» specifico.
    «Sì, l'effeminato, il damerino. Ci vedi a lavorare schiena contro schiena per affrescare le due pareti? Se solo Giulio non mi avesse voluto a Roma alle sue dipendenze…»
    «Giulio II, il papa battagliero?»
    «Proprio lui.»
    Sogghigno e provo a immaginare Michelangelo e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, faccia a faccia: entrambi collerici, iracondi e insopportabili. Le scintille si sarebbero sprecate e si maltrattarono per tutto il tempo che lavorarono insieme. Cosa avrei dato per vederli!
    «Quindi niente più raffigurazione a Palazzo Vecchio.»
    [images1] «No. Il destino aveva deciso che né io né l'effeminato avremmo affrescato le pareti: io per un motivo, lui per un altro.»
    Immagino che se continua ad appellare così Leonardo tra un po' lo strozzo.
    «Papa Della Rovere voleva un mausoleo da te.»
    «Sì, enorme, degno dei tempi antichi. Hai presente il Mosè?»
    «Certo, nella basilica di S. Pietro in Vincoli.»
    «Quello. La tomba del papa. Quella che lui, dietro insistenza di Bramante che doveva progettare la cupola di S. Pietro, mi costrinse a rimandare. Ovvio che me ne tornai a Firenze.»
    «E il papa?»
    Lo vedo sogghignare prima di rispondere:
    «Mi mandava lettere ogni giorno intimandomi di rientrare nell'Urbe, ma io ho sempre fatto orecchie da mercante.»
    «Sì, però alla fine l'ha spuntata il "grande collerico".»
    «Avrebbe messo a ferro e fuoco Firenze, quel pazzo! Sono sì rientrato a Roma, ma mi sono visto incaricato non del mausoleo, bensì dell'affresco della Sistina. A te pare normale?» borbotta incrociando le braccia sul petto.
    Al solo nominare la Cappella Sistina vado in brodo di giuggiole e chiudo gli occhi sospirando.
    «Hai idea, hai una pur solo vaga idea di quanto mi sia costato quel lavoro massacrante?» sbraita irritato. «Da solo, ho dovuto fare tutto da solo, io che di affreschi non m'intendevo, mentre nelle sale affianco c'era Raffaello, che avrebbe potuto benissimo farlo al posto mio. Invece no, quel testardo di Giulio si era incaponito e alla fine l'ha spuntata. Per quattro lunghi anni ho lavorato come una bestia, con i suggerimenti del Sangallo per non rovinare l'affresco, con Giulio che ogni giorno veniva a spiare senza commentare e poi, una volta terminata e aperta al pubblico, il testardo mi lascia, muore!»
    Nel suo sfogo sento il sincero rammarico di colui che perde un padre, un protettore e la cosa mi lascia alquanto stupita. Che, tutto sommato, il misantropo Michelangelo Buonarroti avesse un cuore? Fatto sta che, una volta morto il papa, lui tornò a Firenze, fino a quando, nel 1536, papa Paolo III Farnese gli commissionò il Giudizio Universale.
    [images2] «Nel frattempo avevo portato a termine il mausoleo e le due tombe dei fratelli Medici,» racconta, «e solo Dio sa quanto non avrei voluto mettermi a dipingere di nuovo. Ciò nondimeno alla fine l'ho fatto.»
    «E quale mirabile meraviglia!»
    Lo vedo digrignare i denti, scontroso come sempre e mi passa una mano davanti agli occhi, come per svegliarmi.
    «Li hanno coperti.» commenta lapidario.
    Lo fisso attonita, quindi capisco e ripenso a quanto tutte quelle nudità avessero turbato i meno scandalizzabili uomini del tempo, con il risultato che furono disegnate foglie di fico dinanzi a ogni membro.
    «Sì, però noi progrediti le abbiamo rimosse, così il dipinto risplende in tutta la sua magnificenza.» rispondo con soddisfazione.
    «Voi progrediti?» ripete inarcando un sopracciglio.
    Devo aver fatto un'espressione simpatica perché scoppia a ridere ed io non comprendo la sua ilarità.
    «Quale assurda pretesa.» mormora scuotendo il capo.
    Rimango a guardarlo, lui, Michelangelo, un genio tra i geni del rinascimento che ci esalta, noi italiani al confronto con gli altri stati e mi chiedo come sarebbe ora Roma senza il tocco delle sue mani. La Sistina sarebbe ancora dipinta di azzurro con miriadi di stelle bianche, insulse e prive di qualsiasi significato dinanzi al capolavoro michelangiolesco, e la navata destra di S. Pietro non vanterebbe la sua Pietà, bella oltre ogni dire.
    «Hai praticamente diviso la tua vita tra due delle più grandi città del rinascimento, Roma e Firenze.»
    «A Roma ci sono pure morto, novant'enne, ma i toscani non mi hanno lasciato in pace neppure dopo trapassato: mi hanno traslato a Firenze e qui sepolto. A Roma ci sono stato bene gli ultimi anni della mia vita, ho conosciuto Vittoria Colonna e siamo diventati molto amici.»
    «Anche Tommaso Cavalieri.» insinuo dolcemente, fissandolo dritto negli occhi.
    Lo vedo agitarsi alquanto e serra le labbra in una linea dura e sottile.
    «Dai dell'effeminato a Leonardo, ma tu non eri migliore.» lo sfido alzando il mento.
    Se il suo sguardo avesse potuto incenerirmi, ora sarei solo un mucchietto di polvere sul sedile dell'aereo e dentro di me sogghigno soddisfatta: il genio di Vinci è vendicato!
    All'improvviso si sporge verso di me e indica oltre l'oblò. Mi giro e rimango esterrefatta dinanzi alla maestosità della Cappella Sistina, priva di mura che la racchiudono, bensì aperta come un foglio in mezzo all'azzurro delle nuvole e mi rendo conto che sono rimasta a bocca e occhi spalancati. La visione rimane quel tanto da farmi capire quanto l'uomo possa andare a braccetto con la natura e quando mi volto per ringraziare il genio, il suo posto è vuoto e una hostess mi fissa sorridendo affabile, offrendomi dell'acqua.
    Sospiro dispiaciuta e mi mordo le labbra.

  • 25 agosto alle ore 20:53
    operazione acqua pulita

    Come comincia: Mi presento
     
    Mi chiamo Elio e l’acqua è il mio mondo.
    Sì mi chiamo Elio, come il gas nobile che fa volare in cielo i palloncini in lattice, quelli tutti colorati e dalle forme più bizzarre, che si vedono spesso nelle fiere di paese.
    Un giorno ho chiesto a mia madre il motivo della scelta di quel particolare nome, mi ha risposto che era il nome di mio nonno materno e, come per discolparsi, ha aggiunto che non poteva immaginare che il suo unico figlio sarebbe stato appassionato di nuoto, attratto dall’acqua e non dall’aria.
    Come spesso accade ho iniziato nuoto da bambino perché ero mingherlino e avevo problemi alla colonna vertebrale, così i miei genitori mi portavano in piscina due o tre volte a settimana. Ho provato anche altri sport, quelli di squadra, ma non riuscivo a essere felice, orgoglioso dei miei risultati come quando sono da solo in acqua, solo contro il tempo, e per vincere devo basarmi soltanto sulle mie forze, senza dipendere da nessun altro.
    Per comodità, da molto tempo, tengo i capelli rasati quasi al massimo. I capelli lunghi non li ho mai sopportati, troppo tempo sotto l’asciugacapelli dopo gli allenamenti. Per non far notare troppo la differenza non mi faccio neanche crescere la barba: appena è di tre, quattro giorni e si nota la differenza con la testa mi dirigo in bagno e mi rado, con pennello e rasoio. Sì, potrei anche usare le macchinette elettriche per tagliare tutto, barba e capelli, ma mi piace sentire l’odore del sapone che monta e la sensazione di freschezza della rasatura. E poi me l’ha insegnato mio padre.
    Inoltre ho paura che, se non mi sbarbassi, la gente mi griderebbe frasi del tipo: “Hai montato la testa al contrario?”.
     
    Il centro sportivo lo frequento diversi giorni a settimana e conosco la maggior parte delle persone che vanno lì regolarmente.
    È un posto molto grande, con piscina, campi da calcetto e da tennis, sauna e palestra.
    È il luogo che considero come la mia seconda casa, o almeno lo era fino a poco tempo fa.
    Dall’arrivo di quel palestrato di Giorgio, non è più così. Giorgio, detto “Bullone” sia per i suoi modi di fare da spaccone sia per il tatuaggio sul collo.
    Lui è il capetto del reparto palestra. Se hai bisogno di qualcosa te la trova subito. Soprattutto sostanze per riuscire a recuperare in poco tempo le forze perse, durante gli allenamenti. Dice che non sono proibite, ci sto facendo un pensiero … 
    Ha una gran bella macchina che io non mi potrei mai permettere e sinceramente non capisco neanche come la possa mantenere lui.
     
    Quando entro in piscina sono in armonia con il mondo. Nella mia vita ho imparato a distinguere i problemi in due categorie: o rimanevano fuori dall’acqua o entravano lì con me. I primi non erano importanti, i secondi a fine allenamento, dopo una lunga nuotata, avevano trovato una loro soluzione, o almeno qualcosa di molto simile.
    I miei allenatori sono stati pochi e tutti importanti: mi hanno fatto crescere, maturare, sia come atleta, sia soprattutto come uomo.
    Quando sono completamente sommerso dall’acqua mi sento libero all’ennesima potenza. I gesti sembrano più lenti, ma è lì che riesco a dare il meglio di me. La virata è il mio pezzo forte, quello dove riesco ad accumulare distacco dagli avversari.
    Odio stare sopra il trampolino, invece. È un posto che non sopporto: l’unico pezzo di ferro in un mondo d’acqua! Ho sempre paura di scivolare e farmi male, non riesco a dare il meglio di me. Non mi mai è mai passato per la testa di scegliere i tuffi come specialità!
    La doccia è la degna conclusione degli allenamenti. Quando sento l’acqua calda scorrere addosso ai muscoli intorpiditi, sento un gran sollievo. È in quel momento che penso al mio domani, al mio futuro. Il rumore dell’acqua che scorre via sulle mattonelle lucide del pavimento per finire dentro lo scarico è una specie di musica.
     
    Ora sono a un punto di svolta della mia carriera di sportivo, un punto di non ritorno. È anche per questo che sto scrivendo queste pagine. Anche se non so se le farò mai leggere a qualcuno, alla mia famiglia, alla mia ragazza, al mio allenatore.  
    Devo capire se voglio diventare un professionista e quindi trasferirmi in un'altra città oppure rimanere qui in provincia, dove ho già vinto tutto e posso solo migliorarmi contro il cronometro e vedere passare il tempo e le generazioni future, invecchiando senza troppi patemi d’animo.
    Siamo in pochi ad avere questa possibilità e credo che alcuni miei compagni di squadra, abbiano iniziato a “barare”, aiutati da Bullone. Non mi piace fare la spia, ma il sospetto ce l’ho...
     
    Aprile
     
    Mi chiedo perché continuo a scrivere questo diario. Forse è un modo per non sentirmi in colpa su ciò che credo di sapere e non voglio scoprire? O forse vorrei anch’io diventare cliente di Bullone e fregarmene di tutto? 
    Non so di chi fidarmi... ho dei sospetti anche sul mio allenatore, Carlo: credo che sia d’accordo con lui, con Giorgio.
    I miei genitori? Hanno già tanti problemi, non posso aggiungere loro questo macigno, non lo sopporterebbero.
    La mia ragazza? Ci frequentiamo da troppo poco tempo. Se sapesse temo che scapperebbe via e non voglio rischiare la nostra relazione.
    Non so se andare a denunciare la cosa dai Carabinieri o alla Polizia, ma non ho prove, solo supposizioni. Magari mi chiederebbero di diventare una spia, di fare l’infiltrato, entrare in contatto con quelli di cui sospetto, cercando di farli ammettere e non so se ne sarei capace.
    Intanto i risultati in vasca iniziano a peggiorare. Il problema è che in poche settimane alcuni miei compagni mi hanno surclassato. Tengono delle capsule nei loro armadietti, mi hanno detto che sono energizzanti, integratori naturali tipo ginseng,erba mate, maca, germe di grano, guaranà, spirulina, la crema di Budwing e altre cose simili... Io personalmente conosco poco queste sostanze... ci sarà da fidarsi?
    Non so se andare dal dottore da cui vanno gli altri a farmele prescrivere: mi hanno dato il suo biglietto da visita e io non l’ho gettato via, l’ho riposto nello scompartimento più nascosto del portafoglio, senza pensarci troppo.
    Da quel giorno c’è un’immagine che ricorre spesso nella mia mente, il nome e il numero stampato sul biglietto: prendono vita e mi si avvicinano. Sta diventando un incubo...
     
    Maggio
     
    Eccomi qui, seduto nella sala d’attesa del dottore, non ci sono molte persone sedute. Ho preso appuntamento, voglio fare una visita, almeno voglio provarci.
    La segretaria mi ha fatto cenno di entrare. Il dottore non è come me lo sono immaginato, davanti a me c’è un bell’uomo, chissà perché me lo immaginavo grasso, con una vistosa pelata. Dopo essermi presentato e avergli fatto il nome del centro sportivo, come se fosse una parola magica, è diventato più gentile, ma anche più pacato nei modi, tranquillo, rilassato.
    Tra i vari discorsi, allora, ho voluto inserire anche il nome di Giorgio e del mio allenatore Carlo. Ma lui mi ha guardato in modo enigmatico, quasi di rimprovero, come se quei nomi non si dovessero mai pronunciare, come da bambino, quando dicevi una parolaccia davanti a tutta la famiglia.
    Mi ha visitato in quattro e quattr’otto e mi ha lasciato una ricetta bianca, direi quasi anonima se non fosse per il timbro e la firma, se vogliamo chiamare così questo scarabocchio. Mi ha anche raccomandato di non esagerare con le pillole... No, niente ricevuta né fattura...
    Il dottore non era nel mio quartiere, quindi ho chiesto alla segretaria dove trovare una farmacia nelle vicinanze. Me ne ha indicata una a pochi metri dallo studio. Sono entrato come se dovessi rapinarla: testa bassa, bavero della giacca rialzato, mi sono diretto al bancone cercando di non incontrare lo sguardo di nessuno. Qui non mi conoscono ma non voglio correre rischi, un conoscente può sempre sbucare all’improvviso da dietro l’angolo. La dottoressa dietro al bancone mi ha chiesto se avevo la tessera sanitaria per scaricare lo scontrino dalle tasse, ma le ho risposto di no, volevo solo sbrigarmi!
    Tornato a casa ho subito cercato su internet le sostanze contenute nelle pillole dentro al flaconcino. Non contento, ho letto anche le “istruzioni per l’uso”, quei foglietti scritti in caratteri piccolissimi, che una volta aperti ti passa la voglia di prendere la medicina e che nessuno riesce a ripiegare in modo corretto e riporre nella custodia.
    Come mi sento, ora? Non lo so. Non so se fidarmi e iniziare a prenderle oppure buttarle nel gabinetto, come accade nei film quando il tossico viene sorpreso dalla polizia in casa con la droga.
    Domani le nasconderò nell’armadietto della palestra, le metterò in fondo, dietro al beautycase uso dove tengo le cose per la doccia.
     
    Giugno
     
    Adesso che si sa che sono andato da quel medico, gli atteggiamenti da parte dei miei compagni nei miei confronti sono migliorati. Io ancora non ho provato quelle pillole, ma glielo sto facendo credere. Alcuni discorsi mi fanno paura, qualcuno ha parlato delle mie “medicine”, dicendo che anche lui aveva “iniziato così”...
    “Iniziato? Ma io non ho cominciato nulla, io le prendo solo come energizzanti, per riprendermi dalla fatica, rimettermi in forze velocemente”.
    “Sì, lo pensavo anch’io in principio! Poi mi hanno convinto a prendere qualcosa di più potente... Stai cominciando a salire su una scala mobile, ma non vedi la fine, e soprattutto, come tutte le scale mobili, non puoi fermarti né tornare indietro, e neanche scendere, puoi solo andare avanti!”.
    Anche Bullone ora mi considera suo “amico”, ma ho paura che se le mie prestazioni non migliorano capiranno che li sto ingannando. È qualche mese ormai che questa storia va avanti, ancora non ho deciso se tentare il passaggio a professionista, ma il tempo sta per scadere.
    Ieri notte ho anche dormito male, tra me e me ho dato la colpa a quello che avevo mangiato. Mi sono alzato dal letto e ho aperto la finestra per far entrare un po’ di aria fresca. Per fortuna è estate e il tempo lo permette. Davanti al panorama il tempo passava, ma io ero sempre in balia dei miei dolori. E dei miei pensieri.
    Le ferie si stanno avvicinando, ma io non ho programmi per quest’anno né voglio pensarci!
    Fare come fanno tutti? Cercare di capire cosa sta succedendo? Andare a denunciare questo giro? Non lo so, non lo so, non lo so! Comunque non oggi, forse domani.
     
    E voglio anche smettere di scrivere questo diario.
     
    Luglio
     
    Era da quasi un mese che non scrivevo più, ma ho dovuto riprendere!
    È successo! Tutti lo conoscevano nel quartiere, tutti pensavano che sarebbe capitato prima o poi… Giorgio è stato arrestato!
    I poliziotti l’hanno preso in una retata, l’altra sera, in un pub malfamato. Lui confessa dice di essere innocente, ma le accuse a suo carico pare siano molte. Sembra che la Polizia lo consideri un pesce piccolo, comunque.
    Sicuramente Bullone aveva dei capi a cui doveva dar conto, lui si occupava della nostra zona e la sua specialità era trovare “carne fresca”, atleti giovani, come me. Non si sa chi lo abbia tradito, si fanno due ipotesi: uno dei suoi collaboratori o uno che si riforniva tramite lui, come me.
    Ora lo interrogherà e probabilmente inizierà a parlare, a dire quello che sa. Ho paura! L’angoscia mi soffoca.
    Ho seguito il telegiornale regionale con molta attenzione, è stato uno dei primi servizi mandati in onda.
    Il capo della squadra mobile ha spiegato che avevano già molte prove e che hanno voluto chiudere l’operazione in fretta, prima di una prossima gara sportiva molto importante. L’hanno chiamata operazione “acqua pulita” e hanno detto che sicuramente “ci saranno altri sviluppi”.
    Ho paura che queste novità riguarderanno anche me, che magari mi vengano a prendere a casa!
     
    Sono passati un po’ di giorni, io ho scelto di non andare più in piscina, voglio che si calmino un po’ le acque.
    Che bello il silenzio: nessuno parla, nessuno può criticare, nessuno può insinuare, nessuno può accusare...
     
    Non c’erano novità sulle indagini, eppure oggi il primo servizio al telegiornale era dedicato proprio all’operazione “acqua pulita”.
    Carlo è stato trovato impiccato nel suo ufficio vicino alla piscina. Lo ha scoperto la mattina presto la donna delle pulizie, entrando nella sede della polisportiva.
    Ha lasciato un biglietto d’addio: “Non posso andare in prigione. Chiedo scusa a tutti, ma non posso continuare a vivere così. Chiedo scusa per il male che ho fatto! Non volevo. È stato qualcosa di più grande di me… Carlo”.
    La polizia stava indagando su di lui. Gli agenti hanno trovato alcuni documenti compromettenti nel suo portatile personale,  anche se prima di morire Carlo aveva provato ad eliminare tutto il contenuto dell’hard disk. I tecnici informatici della polizia però sono riusciti a recuperarli. Ci sono tabelle piene di nomi, medicinali e conti.
    La piscina rimarrà chiusa fino a quando le indagini non saranno terminate.
    Ho pianto in camera mia, da solo, come quando ero piccolo, giocavo con gli amici, cadevo e mi sbucciavo il ginocchio. Allora, però, cercavo con gli occhi mia mamma per gettarle le braccia al collo e farmi consolare.
     
    E’ arrivata, è tra le mie mani, tremo.
    Una lettera da parte della polizia. La apro con il batticuore. Mi hanno invitato a presentarmi al commissariato domani mattina, alle ore 9.00. Mi dico che non può essere una situazione così preoccupante: tra le righe leggo la frase “come persona informata sui fatti”. Ho tirato un sospiro di sollievo così forte che forse i vicini di casa l’ hanno sentito! Porterò con me il flacone delle pillole, la ricetta e questo diario, mi darà forza.
     
    Ottobre
     
    Il giudice ha deciso di non procedere contro di me! Ho trattenuto le lacrime a forza quando l’ho saputo! Ha detto che è stata importante la mia disponibilità a chiarire da subito la mia posizione. Il fatto di non aver mai preso le pillole che il medico mi aveva prescritto, poi, mi ha salvato: la vita e il futuro. Inoltre nel computer di Carlo non è stato trovato nessun indizio a mio carico. Il mio nome e cognome non comparivano, era venuto fuori solo da alcune dichiarazioni di Bullone.
    Non so chi o cosa devo ringraziare, la fortuna, forse la mia paura. O è stata la forza di volontà che non mi ha fatto cedere alla tentazione? Adesso devo rimboccarmi le maniche e dare il meglio di me.
     
    In questi giorni, in piscina campeggia questo cartello:
     
    Apertura del centro polisportivo
    Nuova gestione
     
    Corsi di:
    nuoto
    acquagym
    pallanuoto 

    campi di:
    calcio a cinque
    calcio a sette
    tennise tanto altro!!!!
     
    Accorrete tutti!!!!
    Che cosa aspettate?
     
    Per info rivolgersi in segreteria nei seguenti orari:
    Lunedì - venerdì: 10-13 17-20
    Sabato: 10-13.
     
    E in fondo all’avviso queste parole:
    Istruttore di nuoto: Elio Vitale.
     
    La nuova società mi ha contattato proponendomi questo lavoro! Quando me lo hanno detto non ci volevo credere: dopo essere stato a un passo dalla prigione … Ho detto subito di sì, senza pensarci un attimo …
    Dovrò studiare, seguire un corso e prendere un brevetto di “Docente istruttore di nuoto”.
    Ho deciso. Rinuncio ai miei sogni agonistici, alla carriera, farò l’insegnante.
    Istruttore di nuoto: ai miei allievi spiegherò che l’importante è divertirsi e dare il meglio di sé, onestamente, senza imbrogliare.
    Mi viene da piangere, ma questa volta di gioia!
                                                                                                            Elio Vitale
                                                                                              Futuro Istruttore di nuoto 

  • Come comincia: Il Parente di Famiglia nasce nell’agosto del 1940, in seconde nozze, quarto dopo tre fratelli di prime nozze. Non sappiamo come abbia trascorso i primi di anni d’infanzia caratterizzati dalla guerra. Sappiamo solo che suo fratello maggiore sfollò a Campagna (SA) e si trovò sotto le macerie dell’unico bombardamento inglese andato a  buon fine (si fa per dire) su Campagna, uscendone fortunatamente abbastanza illeso. Ma del parente di famiglia non sappiamo nulla. Le prime notizie che abbiamo su di lui risalgono al ’51, alla nascita della sua sorellina. Pare che il padre  gli abbia sottolineato il lieto evento con le parole: “E’ nata colei con cui devi dividere le proprietà di tua madre”. Non sappiamo se queste parole furono quelle determinanti per la sua psiche o vennero solo a sigillare un modo di essere già in atto.
    Ad ogni modo il ragazzo cresce, si diploma ragioniere ed entra in banca.
    Il padre ha costruito una casa di due piani per la famiglia. Vi aggiunge un’ala per ricavare due appartamentini per i figli maggiori già sposi. Il padre provvede alla struttura. I due figli provvedono da soli alle rifiniture ed ai pezzi d’opera. Il maggiore si stabilisce in quello al pian terreno. “Perché mio padre mi vuole vicino” è la versione ufficiale. “Perché doveva correre a separare il padre ed il fratello quando si afferravano” è la versione della moglie.
    Alla fine la casa viene divisa in quattro appartamenti. Per il Parente di Famiglia, il padre aveva stabilito che gli venisse acquistato un appartamento fuori di lì. "Altrimenti questo vi farà vedere i sorci verdi", dice. Invece i fratelli costruiscono un ampio appartamento sopra l’ala nuova e parte di quella vecchia. L’operazione è completamente priva di costo per il Parente di Famiglia. Non sappiamo se questo o altro sia stato l’evento che gli abbia inculcato in testa che i fratelli avessero l’obbligo di mantenergli la casa vita natural  durante.
    Anni dopo il Parente di Famiglia si lamenta d’infiltrazioni dal soffitto ed, ancora senza costi per lui, gli viene costruito un bel tetto sulla testa.
    Diventa grande amico di un ragioniere commercialista con cui divide informazioni su investimenti. Fatti suoi. Gli piace anche dare soldi in prestito. Credo anche questo fatti suoi, purché gli interessi non superino il tasso d’usura. 
    Intanto il fratello maggiore si è trasferito altrove.
    Gli anni passano. Anche la sorellina si sposa. Riceve spesso la visita del fratello che le dice: “Io devo sapere quello che è mio”. 
    Intanto la manutenzione della palazzina lascia a desiderare. La sorella che abita a pianterreno ha infiltrazioni di umido dal terreno. Occorre fare i lavori, ma non si fanno. Il Parente di Famiglia aspetta che provveda sempre il fratello maggiore.
     Anche il secondo fratello lascia la casa ed il Parente di Famiglia prende in mano la gestione spicciola della palazzina, ritirando, naturalmente, le quote dai vicini. Non si occupa del terrazzo, di cui continua ad occuparsi il fratello maggiore, che non chiede alcuna quota.
    Comiciano a staccarsi pezzi d'intonaco, ma non si fa niente.

    L’affettuoso Parente di Famiglia esterna il suo affetto, il suo rispetto e la sua gratitudine per il fratello maggiore, da cui tante attenzioni ha ricevuto, facendogli visita a Natale presentandosi con un panettone.
    Intanto la sorella esegue dei lavori nelle proprietà che ha ricevuto dalla madre. L’affettuoso Parente di Famglia le fa causa per danni spillandole dieci milioni (delle vecchie lire). Non sappiamo se fosse già sua intenzione o una levata di scudi dei fratelli l’abbia indotto a tornare almeno parzialmente sui suoi passi, fatto sta che restituisce quei soldi alla sorella facendo due buoni di cinque milioni ciascuno ai due figli della sorella. Però continua a trattare male il marito della sorella e dà in escandescenze e gli imputa la colpa ogni volta che il cancello si rompe. Cancello che si rompe spesso ed aggiustato da una ditta di fiducia del Parente di Famiglia, senza che i vicini vedano mai un documento.
    A 52 anni il Parente di Famiglia va in pensione ed ha più tempo per dedicarsi alle sue attività preferite.
    Si realizza l'impianto di messa a terra nelle scale, in contemporanea il Parente di Famiglia si ristruttura e rinnova l'impianto elettrico a casa sua. 
    Anche la sorella lascia la palazzina ed entra un nuovo proprietario. Direttore dei lavori un nipote del Parente di Famiglia, si fanno i lavori per l'umido dal terreno.
    La figlia del  fratello maggiore va a vivere nella palazzina. Il Parente di Famiglia prende in mano anche la gestione del terrazzo. Presenta un preventivo scritto con una Olivetti uguale alla propria e chiede le quote a rate ai vicini. A fine anno chiede la rata finale dicendo che la ditta (che la nipote non ha mai visto venire a lavorare) ha presentato la fattura. Ma non la mostrerà mai.  Pochi mesi dopo chi abita sotto il terrazzo, amica del Parente di Famiglia,  si lamenta di nuovo di infiltrazioni. “Ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”, chiede la nipote del Parente di Famiglia. Non riceve risposta e per un po’ non ne sente più parlare.
    Il fratello maggiore si ammala. L’affettuoso Parente di Famiglia si offre di accompagnarlo alle terapie.  Due mesi dopo il fratello maggiore è ricoverato d’urgenza. Il Parente di Famiglia arriva. Riesce a malapena a contenere l'eccitazione. Sì, l'eccitazione, non la preoccupazione. E’ stato inviato lì dalla moglie per essere il primo a sapere ( e poi divulgare) l’eventuale ferale notizia. Va tutto bene, il fratello si riprende.
    Un anno dopo è il marito della nipote del Parente di Famiglia a svolgere il ruolo di amministratore del condominio. Da inizio anno nessun vicino versa le sue quote. Quote che il nipote, in base alle spese, aveva anche diminuito. Il nipote chiede ai vicini di versare gli arretrati. Tutti mugugnando versano qualcosa, tranne l’affettuoso Parente di Famiglia, che, indignato della richiesta e sollecito per la salute del fratello, telefona al fratello maggiore protestando con veemenza.
    Il nipote deve anche occuparsi dei calcinacci che cadono da vent'anni, delle pluviali non immesse in fogna, dei danni vecchi che escono fuori, della pitturazione della scale che attende dal tempo in cui fu messo mano all'impianto elettrico, etc. etc.
    Il Parente di Famiglia che quando faceva l’amministratore-ombra non tollerava domande, altrimenti erano urla, e non mostrava mai fatture, contesta in continuazione i conti del nipote e chiede di avere (ed ottiene)  le copie di tutte le fatture e ricevute.
    Quando il nipote dà le dimissioni, il Parente di Famiglia contesta ancora i suoi conti e si rifiuta di pagare quanto dovuto: 198 euro. Riconosce solo un addebito di 33 euro. Per tacitarlo, l’assemblea accetta la sua proposta: dividere i 165 euro rimanenti in parti uguali.
    Pochi mesi dopo il nipote riceve una citazione: il Parente di Famiglia ha cambiato idea. Adesso riconosce che doveva pagare 198 euro, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali, però, attesta, ha pagato di sua iniziativa 216 euro al giardiniere quindi cita il nipote perché gli versi i 18 euro di differenza. La citazione viene da un avvocato genero dell’amico ragioniere commercialista.
    Il nipote si era già rivolto ad un avvocato. L’avvocato dice che è sua abitudine ispezionare i luoghi per rendersi conto della situazione. Quello che vede è di suo gusto.
    Il Parente di Famiglia scrive una lettera di calunnie contro il nipote accusandolo in pratica di aver rubato 80.000 euro (per tre anni gli operai che ha visto hanno evidentemente installato impalcature e lavorato gratis). Sempre sollecito nei confronti della salute del fratello invia la lettera anche al fratello maggiore.  Invia la lettera anche all’avvocato del nipote che gli fa presentare denuncia per calunnia. 
    Si sposa la figlia del Parente di Famiglia. Il Parente di Famiglia cerca di far avere un biglietto alla nipote dicendo che dovevano tornare ad essere una famiglia, etc. etc. Ma non interpreta il suo ruolo di colomba che reca il ramoscello d’ulivo con il ritiro della citazione in cui chiede 18 euro. Non si presenta con una lettera di scuse. La nipote lo ignora.
    Come previsto, il giorno dopo il matrimonio il nipote riceve la lettera raccomandata di un altro avvocato che chiede i documenti che il Parente di Famiglia ha già in copia.
    Questo nuovo avvocato ha il papà anch’egli ragioniere commercialista. Poco dopo il nipote del Parente di Famiglia riceve un’altra citazione. L’avvocato con il papà ragioniere commercialista, evidentemente ignorando che come “consolidata consuetudine” il Parente di Famiglia non versava le sue quote condominiali, chiede 460 euro di rimborso. In più vuole che il nipote restituisca i 1400 euro che l’assemblea gli aveva riconosciuto come compenso di amministratore per aver gestito per tre anni i lavori di manutenzione di una palazzina pressochè abbandonata all’incuria da vent’anni.
    In più, senza portare alcun documento, afferma che il nipote ha causato “grave danno”.
    Passano gli anni. Il Parente di Famiglia si avvicina di nuovo al nipote tentando l’approccio: lasciamo stare il passato, mettiamoci una pietra sopra. Non si sa a quale scopo o, meglio sì: si diverte di più nel lanciare le sue staffilettate quando l’altro ha abbassato la guardia e gode nel vedere il dolore causato dal tradimento oppure ogni tanto ha bisogno di rifarsi la facciata di "persona per bene" affezionato alla famiglia.
    Intanto continua a non versare le sue quote, ma a pagare di sua iniziativa le bollette del condominio chiedendo il rimborso o la compensazione ed ha fatto scappare tutti gli amministratori esterni che si sono succeduti nel tentativo di gestione del condominio. Al momento mantiene, ai minimi termini come è suo solito, il condominio con i soldi che la nipote, unica in tutto il condominio, ha versato per cinque anni sul conto corrente del condominio.
    E la storia come va avanti? 
    L’avvocato del nipote che aveva trovato la casa di suo gusto lascia andare nell’oblio la citazione in cui il Parente di Famiglia  riconosce che come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali e lascia andare avanti la seconda. Lascia cadere la richiesta di danni, tanto cara e divertente per il Parente di Famiglia. Non c’è consistenza. L’affare è altrove. Il trucco e l’affare è da imputati diventare parte lesa.  E’ lì che ci magari ci mangiamo anche l'appartamento.

  • 25 agosto alle ore 12:37
    Anamour, Edizioni Creativa 2014.

    Come comincia: capitolo 2_ Solitario
    Gli tengo in piedi la casa perché da solo si perde, questo

    mi ha detto. Fa quasi tutto, ma poi gli manca

    l’attenzione al passar dei giorni e si trova con montagne

    di roba sul tavolo, nei lavelli, e polvere che appare su

    ogni cosa ... non se lo spiega, la vede lì, cresciuta dal

    nulla, e si ferma a osservarla.

    Ha voluto che ci conoscessimo a pranzo, appena arrivati

    in terrazza – era tutto apparecchiato per bene – si è

    presentato: mi chiamo Silvio, mi ha detto.

    Ha preso a parlare come un ruscello che sgorga, fragile,

    dal terreno e te ne accorgi quando la terra si fa scura

    caricandosi d’acqua.

    Così le sue parole, subito piccole, quasi casuali, si sono

    riempite di significato dando vita a un racconto troppo

    intimo per un primo incontro.

    Ora dice che, da quando le sue donne l’hanno lasciato,

    non è più interessato alla vita come vorrebbe.

    Vive di istanti che cuce l’uno assieme all’altro, ma fa

    fatica a cogliere un filo che li unisca come in una storia.

    Si trova solo da poco ma era da tempo destinato a

    questo stato.

    Ha fatto troppi errori che, sommati l’uno all’altro, hanno

    creato una situazione che mi sembra irrimediabile.

    Lo osservo un po’ inespressiva e lui riattacca a parlare

    come se si dovesse liberare di tante piccole noie, stese

    sull’anima come la polvere compatta di tanti giorni.

    Continua spiegandomi perché sta da solo in una casa così

    grande.

    Sua moglie, distratta, ce l’ha lasciato dentro ... senza

    chiedere nulla. Una volta ancora.

    Non ha mai chiesto nulla se non certezze, l’unica cosa

    che lui non avrebbe mai saputo darle.

    Cose come un bel sorriso quieto, una mano tesa

    immobile a mezz’aria, un pensiero cortese, una

    formalità ripetuta uguale a se stessa ogni giorno.

    Giunta allo stremo, nel colmo dell’insicurezza

    economica, ha deciso di partire.

    È scappata come davanti a un uomo violento. Fuggita da

    quelle ombre che incontrava ogni giorno, ormai da troppi

    anni.

    Sagome scure irriconoscibili, disegnate coi margini netti

    e tenaci di un’incomprensione sottile, colma di silenzi

    lontani.

    È sparita mettendo in fretta in borsa quei silenzi

    trasformati in distanze incolmabili. Punti interrogativi

    atrofizzati, timidi, che non meritavano più attenzione.

    Mi racconta tutto e, a questo punto, fatico a seguirlo.

    Un po’ in ansia per l’avvicinarsi dell’appuntamento che

    ho nel pomeriggio, osservo la cura con la quale serve il

    pasto come un atto mirato a calmarmi.

    Deve essersi reso conto di quanto tempo ha passato a

    parlare o, forse, si tratta semplicemente di un’abitudine

    costruita negli anni.

    Nulla che abbia a che fare col rispetto per l’ospite né,

    tanto meno, col fascino che le mie poche, attente,

    parole possono aver avuto al suo orecchio.

    Frasi brevissime sparse qua e là nei pochi momenti di

    silenzio.

    Utili per vendersi al meglio forse, e che mi trovano

    silenziosa ed esausta un attimo dopo esserci riuscita.

    Le risento stentate, forse troppo mielose per produrre

    fascino, me ne rendo conto al cambio di piatto al suo

    ritorno.

    Ho vissuto sempre dentro di me in questi primi mesi

    dopo il mio ritorno, attaccata e centrata sui miei

    pensieri.

    Tanto da scordarmi che il mio aspetto suonava in

    perfetto accordo con la mia voce: nulla oltre pulizia e

    ordine.

    Unghie pulite, non curate, capelli pettinati non

    immaginati, abiti anche troppo stirati, ma banalmente

    comodi.

    Nessun vezzo che esprima il mio amore per il ballo o

    trasformi qualsiasi altro sentimento in un tratto della

    mia immagine.

    Volevo quel preciso aspetto e, allo stesso tempo, lo

    pativo come una punizione.

    Allo stesso modo provavo un certo piacere a confortare

    quell’uomo ma non potevo che farlo in quel modo:

    sufficientemente programmato da sembrare solo

    corretto e un po’ freddino, ad alcuni forse addirittura

    falso.

    Comunque, stanca di quella lunga confessione,

    approfitto della sua assenza in cucina per il caffè o

    chissà cos’altro, mi bastano pochi secondi di vuoto sulla

    terrazza, il vapore caldo che producono ancora i tetti

    che tremano come in un miraggio e scappo via con la

    mente.

    I ricordi sono ancora lucidi, è passato poco tempo dal

    mio ultimo viaggio.

    Parto verso la pioggia quotidiana che segue le mattine

    ventose.

    Vedo le nuvole che scendono dalla cordigliera, il verde

    impenetrabile dei parchi del fine settimana e, lontani di

    giorno e prossimi la sera, i tuguri del bàrrio sulle prime

    pendici a est.

    Ogni colore vivido come gli schizzi di tempera sul foglio

    bianco della mia Stella, ogni foglia pesante dell’ultima

    pioggia subita.

    Sento il profumo della mia terra bagnata e l’odore dei

    freni della Transmilenio sui lunghi binari in discesa.

    La puzza del quartiere con le sue lucine fioche che

    ciondolano, lente, nel buio dei cavi elettrici rubati.

    La voce della gente ... per ultima, sfumata, quasi assente

    fino al silenzio e il suo viso, quello dell’uomo che mi ha

    costretta a fuggire.

    Un viso che sfuma via in fretta su quello di Silvio che

    riappare.

    Ordinato, capelli troppo pettinati anche lui come me ma

    diverso, mi guarda e si accorge che sono partita.

    Deve aver realizzato, anche se non lo spero affatto,

    l’aspetto innaturale di quel pranzo sulla terrazza.

    I tempi troppo dilatati per un primo incontro, l’intimità

    artificiale, forse anche la mia fretta inopportuna e

    improvvisamente vivace.

    Si scusa con poche parole informali, che confermano le

    mie sensazioni, e porta via tutto accatastandolo in

    cucina malamente, con qualche rumore.

    Salutandomi, davanti al caffè della moka, mi dice che

    non è la solitudine a dettargli le mosse e, che gli creda

    per cortesia, intendeva solo mostrare il giusto rispetto.

    Appena scese le scale mi chiama al telefono e mi dice

    che allora, se per me va bene, cominciamo pure da

    domani, e si scusa ancora.

    Ho passato qualche ora, al lavoro nel pomeriggio, su

    quelle due frasi “mostrare il giusto rispetto” e “se per

    lei va bene”, senza capirle.

    Dopo qualche settimana, avendo preso un po’ di

    confidenza, davanti a un altro caffè mi ha raccontato il

    perché della sua solitudine.

    Era una situazione più naturale, ero più presente anche

    io, oltre che libera nel pomeriggio.

    Produceva il busto di papa Giovanni, mi ha detto.

    Ogni anno ne aggiornava il disegno.

    Gli umori della gente inseguono il mutare del tempo e lui

    faceva lo stesso col busto del “papa buono”.

    Un giorno arriva un commerciante che gli propone di

    produrli in Cina.

    Lui, visto troppo vicino il nemico, decide di diventarne

    socio.

    Tre anni dopo le copie perfette del suo modello invadono

    tutti i negozi del Vaticano.

    Le scopre anche sulle bancarelle di Piazza Navona, senza

    che siano transitati dal suo ufficio commerciale e capisce

    che il socio orientale ha scelto di fargli la guerra.

    Di schianto si accorge dell’errore.

    Il fatturato che, di lì a poco, diventa un terzo del mese

    prima e sempre peggio.

    La gente che deve mandare a casa dopo mesi di lotte e

    salti del cuore.

    Non riesce a parlare a nessuno di ciò che nemmeno lui

    accetta.

    Una sera, però, abbandona il suo mutismo e decide che a

    sua moglie ne deve parlare.

    Sbaglia il momento o i modi forse.

    Lei non lo capisce o comunque non gli scusa l’errore.

    Anzi, di fronte alle cifre che le svela mano a mano che le

    domande si fanno più precise e pressanti, lo lascia e di

    colpo quel mutismo si trasforma in silenzio: puro,

    equilibrato e finalmente intimo.

    Le figlie vanno con lei e, poco dopo, lascia il lavoro

    anche l’ultimo dipendente dell’azienda, anch’essa ora

    colma di quello stesso silenzio che sembra ancora più

    assoluto e desolante per quanto è stato improvviso.

    Vede spesso le figlie.

    Ora lo guardano con gli occhi della madre, è normale

    dice, ma lui aspetta con quanta più calma riesce a

    tenere: cresceranno.

    Ha mollato, d’un botto, tutto ciò che parlava di sé: il suo

    ufficio, la politica, la finanza, il partito e gli eventi.

    Da allora passeggia per i vicoli del Vaticano nel tardo

    pomeriggio e, prima o poi, tornerà a lavorare, dopo che

    il tempo avrà cambiato umore.

    Mi racconta tutto questo non riuscendo a nascondere uno

    strano piacere che, di nuovo, non capisco.

    Sottolinea gli sbagli commessi col ritmo lento della voce.

    Sembra volerli memorizzare mettendoli in fila come i

    panni ad asciugare, ben stesi che non ti facciano patire a

    stirarli.

    Riesce a piangere solo quando suona la musica.

    Si chiude nelle note tutti i giorni dalle nove del mattino

    sino a quando vado via, verso l’ora di pranzo, attraverso

    Via del Boschetto.

    Prima di uscire lo vedo che apre la porta di quella

    camera col pianoforte enorme nero e lucido.

    Noto in lui uno sguardo un po’ più leggero, non certo

    spensierato ... sollevato piuttosto.

    Mi rivedo in quegli occhi quando affamata riesco a fare

    uno spuntino, piluccato tra un lavoro e l’altro.

  • 19 agosto alle ore 23:27
    Tu, che ci sei, non essendoci.

    Come comincia: Il nostro non fu un vero incontro o meglio, sono io che ti incontrai. Ciò che vedevo di te era poco, o quasi niente, una piccola ombra proiettata sul pavimento del negozio. Io aspettavo che la mia amica mi chiamasse per chiedermi quale fosse migliore tra una maglietta viola scolorita e un giacchettino a jeans borchiato, e tu invece eri da sola che, dall’altra parte della fessura, ti cambiavi continuamente. Erano le tue caviglie, quelle che vedevo sul pavimento, un cerchietto, che sembrava fosse d’argento, toccava la tua caviglia provocando un docile suono. Ti alzavi sulle punte per provarti il pantaloncino e poi aspettavi inerme qualche minuto, per decidere se ti stesse bene o meno. La mia amica, di nome Carla, mi chiamò, e mi riportò subito sulla terra ferma. Mi chiese che stessi facendo e io risposi con qualche monosillabo sottovoce. Commentai, e chiusi la porta, ma quando mi diressi dall’altra parte per continuare a sognare, e attendere la tua uscita da quel camerino, tu non c’eri più. Al tuo posto, fissa sul pavimento, c’era una piccola sedia con qualche vestitino sopra. Vidi un camicetta di pizzo bianco, forse troppo grande per il tuo docile corpo che immaginavo nella mia mente.
    Ciò che vidi di te, furono solo le caviglie, con dei lineamenti così precisi e morbidi, che leggiadri si muovevano sul pavimento. E poi il nulla, andai via, e pensai tutta la sera a quanto sarebbe stato bello incontrarti, al nostro primo appuntamento mancato, ai nostri viaggi persi nei sogni, e a te, che di te, non sapevo nulla.

  • 18 agosto alle ore 18:30
    La passione e l'amore - seconda parte

    Come comincia: La marchesa si dilettava a parlare francese così l'Albertone poteva sfoggiare la sua lingua straniera preferita.
    Fuori dalla stazione tronegiava la Silver Cloud III. come sbagliarsi, ad un cenno di Alberto l'autista di precipitò a prendere la valigia dell'ospite e poi aprì la portiera posteriore dell'auto, Alberto la richiuse posizionandosi sul sedile al lato dell'autista.
    "Senta Alfredo, anche se lei è più anziano di me vorrei che ci dessimo del tu, i romani lo fanno non per invadenza ma per un rapporto più amichevole."
    "Come vuole lei, anzi tu."
    Il viaggio fu piacevole, pian piano l'auto percorreva strade in salita, sempre più in salita.
    "Alfredo fra poco arriveremo sulla cima dell'Etna!"
    "No signore, anzi Alberto, siamo quasi arrivati."
    Dinanzi ad un cancello Alfredo azionò un telecomando.
    "Vedi, là in fondo in quella dependence alloggiamo noi della servitù: Carmela la cameriera, Alfio il giardiniere e Cettina la cuoca."
    Al suono del clacson comparve Gea.
    "Benvenuto, mi segua, le mostrerò la sua camera, Alfredo..."
    "Alfredo ha finito il suo compito, la valigia me la porto io."
    "Colazione alle 13,30."
    "Ma io ho già fatto colazione...va bene ho capito."
    Alberto troppo tardi aveva compreso che i nobili chiamano colazione il pranzo, cominciava bene!
    Una sciacquata pantalloni beige, camicia a righe multicolori 'Armani', apeta sul davento per mostrare il pelo mascolino e via!
    Madame la marchesa giunse al braccio di Gea, molto signorile nel vestire sempre di nero ma di stoffa più leggera e senza gioielli.
    Un finto baciamano apprezzato con un cenno del capo dall'interessata ma non dalla dama di compagnia che lo immortalò con uno sguardo gelido.
    Pensiero di Alberto: "Ma guarda sta stronza!"
    "Anche se siamo lontani dal mare riesco a farmi pervenire pesce fresco: ho ordinato pappardelle cozze e vongole, aragosta olio e limone, tanti contorni e le alici marinate che non mancano mai nella mia dieta, il medico afferma che aiutano contro l'osteoporosi, faccio finta di crederci perchè mi piacciono."
    Dopo il caffè i tre 'emigrarono' in giardino.
    "Gea fà fare un giro nel parco al nostro ospite così digerirete, a me la solita sigaretta, l'unico vizio che pratico..."
    "Lei ha il senso dello humor, noi romani..."
    "Ce l'avete sin troppo!"
    "Gea non ama molto i romani, se vuole lei stessa le dirà il perchè."
    I due si incamminarono lungo un viale al centro di un prato all'inglese, lontano, dietro alberi di alto fusto, il parorama di Taormina.
    "Taormina è una città che amo, ci vado spesso perchè..."
    ""È la località preferita per le sue numerose conquiste, si vede subito da quell'aria di supponenza, questa cade ai miei piedi!"
    "Spero di no, sarebbe spiacevole che si facesse male, vorrei che diventassimo amici."
    Sino al rientro in villa silenzio totale. Gea era vestita collegiale:camicietta rosa chiusa sino al collo, ampia gonna nera, scarpe ballerine.
    "Allora com'è andata la passeggiata, le è piaciuto il mio giardino, Geab le avrà mostrato la voliera, era stata messa su da mio marito fran cacciatore..."
    Quella frase sospesa fece capire al bell'Alberto che i maschietti non erano benvoluti da quelle parti, fece buon viso a cattivo gioco:
    "Col permesso della signora marchesa vorrei visitare l'interno della magione."
    "Che bel vocabolo, oggi nessuno lo usa più, Alberto che studi ha fatto?"
    "Liceo classico ma come lingua straniera il francese, purtroppo oggi va dio moda l'inglese."
    "Io amo molto il francese, la mia insegnante era di madre lingua francese, potremo fare un pò di conversazione."
    "Io ricordo ancora delle poesie di La Martine e di De Vigny."
    "Un giorno me le reciterà, per ora col suo angelo custode giri per la mia magione."
    Al piano terra un grande salone arredato con mobili antichi, alle pareti scudi, alabarde, corazze e arazzi al centro un grande tavolo. Non erano di gusto di Alberto ma quasi sicuramente quello del defunto marchese amante della selvaggina femminile.
    Cena frugale e poi in giuardino, il clima fresco del mese di luglio allegrò la compagnia che appoggiò le proprie membra su sedie da giardino ben imbottite.
    "Gea per favore va a prendere il mio bocchinio e una sigaretta, lei Alberto non fuma?"
    "Il signore ha altri vizi." dopo la battuta Gea scomparve dietro una tenda.
    "Non faccia caso al comportamento di Gea, è stata sposata e poi abbandonata da un architetto romano che, guarda caso, anni fà ha conosciuto proprio al Bellini di Catania."
    "Ben strana coincidenza, cambiando discorso marchesa volevo dirle che sono pratico di fotografia ma sono anche un maresciallo della Guardia di Finanza, ero a teatro per fotografare un tale..."
    "Le assicuro che m'è venuto un dubbio nel conoscerla, aveva qualcosa di militare che mi ha incuriosito, e bravo il nostro maresciallo non appena Gea lo saprà..."
    "Farà salti di gioia!"
    "Importante che nkn sia un architetto!" La marchesa prese a ridire gioiosamente.
    "Gea indovina che professione esercita il qui presente Alberto, non ci azzeccherai mai!"
    Gea impallidì vistosamente.
    "No non è quello che pensi tu, il signore è un sottufficiale della Guardia di Finanza. ti piacciono le Fiamme Gialle?"
    Gea aveva incollato il suo sguardo sul viso del buon Albertone che stette a rimirarla con sguardo ironico.
    "Sono benemerite!"
    "No quelli siono i nostri cugini Carabinieri, noi non siamo nei secoli fdeli, il nostro motto è 'Nec recisa recedit."
    "In quanto a fedeltà ci credo, conosco il latino ma non capisco che c'è di tagliato che non recede."
    "A Gea, lassamo perde alla romana!"
    Alberto capì subito di aver fatto un errore, il romanesco nkon era gradito da quelle parti.
    "Ma io ho anche parenti veneti e lombardi, mia nonna..."
    "Lasci stare le parentele, non credo una parola di quello che dice."
    "Gea quando si arrabbia è più bella!"
    "Questa frase è la ciliegina sulla torta, a teatro facevo meglio a restare nel palco!"
    "Ragazzi tregua, intanto penso che siate coetanei e potete darvi del tu, Gea vorrei andare a dormire, non ho bisogno di te, accompagna Alberto nella sua stanza da letto..."
    Questa volta fu la marchesa a scoppiare a ridere.
    "Signora marchesa vedo con piacere che il qui presente le ha fatto tornare il sorriso. è da tempo che non la vedo così, spero tanto che il qui presente faccia lo stesso effetto su di me!"
    "Mi hai letto nel pensiero, Gea cerca di volermi bene, in fondo sono un povero diavolo che non ha colpa di essere nato sotto il cupolone!"
    "Buona notte povero diavolo, ti auguro sogni d'oro ma quello che tu pensi sarà solo un sogno!"
    Mah, poteva andare peggio, Gea prima o poi avrebbe mollato, forse..."
    Sveglia tipo militare:
    "Sono le dieci dormiglione, la marchesa è andata a Catania, mi ha assegnato il compito di essere al tuo servizio nel senso di servirti la prima colazione, che pensavi furbacchione..."
    "Il furbacchione vorrebbe farsi una doccia, scusa ma sento qualcosa nell'occhio sinistro, guarda un pò da vicino..."
    Quella era l'occasione buona, o la va...Alberto trascinò Gea sul letto; presa alla sprovvista la damina non reagì e forse era quello che desiderava, non si saprà mai, la conseguenza fu che i due cominciarono a baciarsi, via la gonna, via anche le mutandine, viam il reggiseno, entrata alla grande nella beneamata.
    Il 'ciccio' di Aklberto, da tempo a secco, inondò subito la vagina ma si riprese di buona lena sino ad una seconda eiaculazione, Gea rispose alla grande.
    La baby fu la prima a riprendersi:
    "Vado a lavarmi." e sparì dietro la porta del bagno.
    Al rientro in camera prese lentamente a vestirsi.
    "Adesso che ci penso non ha preso nessuna precauzione, non vorrei..."
    "Adeso che ci penso...non vorrei...sei quello che immaginavo, un incosciente ma non pensarci troppo, non posso avere figli, ci mancherebbe altro che avere un marmocchio che ti somigliasse!" Era ripresa la guerra. 
    Alberto provò il piacere della vasva di idromassaggio, si sbarbò, lentamente si vestì e si posizionò su una sedia al di fuori della villa.
    Dopo mezz'ora comparve la Rolls Royce, ne scese madame la marchesa tutta in ghingheri, niente vestito nero ma una gonna rosa pallido con una camicietta turchese, che cambiamento!
    "Madame dire che non la riconosco è la pura verità, è in gran forma!"
    "Questa mattina mi sono svegliata di buon umore, ho chiesto a Gea di cercare dei vestiti più allegri, era molto che non li indossavo, tutto merito suo!"
    "Mi fa sentira sarto Valentino, in ogni caso è un vero piacere."
    "Permetta che la prenda sotto braccio, mi accompagni dentro."
    A quella vista Gea che si trovava nel salone rimase di sasso, l'Albertone in un sol colpo aveva conquistato la vecchia e la giovane!
    "Cara non fare quella faccia, dì alla cameriera di portare in tavola, ho una fame da lupo!"
    I giorni passavano piacevolmente uguali ma senza quello che Alberto avrebbe voluto: una ripetizione di quella mattina che...Non riusciva a capire quell'astio di Gea, molto probabilmente non le era dispiciuto quell'incontro ravvicinato, anche la marchesa doveva aver intuito che il loro rapporto era cambiato ma, trascorsi cinque giorni Alberto decise di riprendere la via del ritorno.
    "Maresciallo questa magione è sempre aperta per lei, mi telefoni quando vuol ritornare e porti con sè l'atterezzatura fotografica, ho una mezza idea..."
    Accompagnao alla stazione di Catania dal fido Alfredo:
    "Ciao a presto  Alberto, penso proprio che ci rivredremo."
    Alberto aveva seri dubbi a tal proposito, a Messina riprese il solito tran tran, era sempre di cattivo umore, anche il colonnello Speciale se ne accorse:
    "Senti signor marchese piuttosto cher vederti in questo stato ti concedo venti giorni di licenza, fuori dai piedi!"
    Telefonata a casa della marchesa:
    "Sono Alberto vorrei parlare con la padrona di casa."
    "Non ti basta la dama di compagnia, vai sull'alto!"
    "Scusa Gea non ti avevo riconosciuto, ho passato brutte giornateb a Messina..."
    "Non fare la vittima, ti passo la marchesa."
    "Bel maresciallo venga subito, io e Gea sentiamo la sua mancanza!" C'era dell'ironia in quella frase.
    "Da parte sua è credibile ma da parte della persona vicino a lei..."
    "È molto cambiatam le manca moltissimo, mi chiede sempre di lei."
    Alberto smise di sentire, la marchesa aveva messo una mano sulla cornetta per non far sentireb la reazione di Gea.
    "Allora a presto!"
    Solito passaggio: stazione di Messina - stazione di Catania, Rolls Royce, arrivo in villa.
    "Per festeggiare il suio ritorno menù speciale: risotto al sugo di anatra, coniglio con peperoni, uccellagione cotta al girarrosto, porchetta di maiale, contorni alla grande, lambrusco di 'Casali' che faccio venire direttamentte da Reggio Emilia, Carmela si è fatta onore!"
    "Non poteva andarti meglio figliol prodigo, come finale che desideri?" Gea aveva detto!
    "Non mettere in imbarazzo il nostro ospite, si vede dal suo sguardo quello che vorrebbe!"
    La marchesa si era sbilancaiata con una battuta decisamente forte.
    Tutto finì con un caffè sul patio.
    "Alberto le ho fatto portare l'attrezzatura fotografica perchè vorrei che riprendesse la villa sia all'interno che all'esterno, voglio mandare le foto a dei miei parenti americani, spero mi accontenterà, ovviamente sarà ricompensato.
    "Madame la marchesa lei mi ha ampiamente ricompensato con la sua conoscenza, ho apprezzato la sua signorilità, quando lei vorrà le reciterò la poesia 'Le lac' di Lamartine, tratta di una coppia di amanti che ogni anno, lasciati a casa di rispettivi coniugi, se la spassano sul lago di Ginevra."
    "Ecco ci mancavano pure i congiugi amanti!"
    "Gea si beccò lo sguardo malevolo sia della marchesa che di Alberto, vista la mala parata la giovin signora prese la via dell'abbandono della sala.
    "Mi prenda sotto braccio, andiamo in giardino e mi reciti la poesia."
    "Ainsi. toujours poussès ver de nouveaux rivages,
    dans la nuite eternelle emportès sans retour,
    ne pourrons- nou sur l'ocean des ages
    jeter l'ancre un sel jour?"
    "È molto romantica, approfitto dellla sua compagnia per passeggiare un pò lungo i viali, non lo faccio mai con gran dispiacere del giardiniere che ci tiene a far vedere la sua opera, ah ecco Alfio che si avvicina."
    "Signora marchesa ci voleva un ospite per vederla fra i miei fiori, guardi che rose, ho fatto vari incroci, vi sono colori che non esistono sul mercato, ammiri i glicini, i salici piangenti, signora marchesa me ne vado, sono commosso!"
    "Alfio è con noi da molti anni ma raramente gli do la soddisfazione di ammirare il giardino, mi ricorda troppo le passeggiate con mio marito anche se..."
    "Ho visto la sua foto nel salone, bell'aspetto dal sorriso accattivante..."
    "Troppo accattivante, l'ho amato molto anche se mi ha fatto soffrire, o mon dieu l'ho trascinata nei miei tristi ricordi, vediamo se riusciamo a ripescare da qualche parte Gea."
    La cotale era seduto nel patio, si avvicinò e prese sotto braccio la marchesa.
    "Questi sono i miei gioielli mi pare la frase di una matrona romana che mostrava i suoi figli alle amiche piene di gioielli."
    Entrrono in casa.
    "Mi sono un pò stancata ma sono felice, lo sarei di più se vedessi un sorriso sul volto di voi due."
    "Io provvedo subito e vorrei essere imitato da quella damina che ho apprezzato sin dalla prima volta..."
    "Questa è la frase riportata nel libro in cui gli spasimanti dell'ottocento traevano ispirazione per le loro lettere d'amore: signorina sin dalla prima volta che l'ho vista sono rimasto folgorato dalla sua bellezza..."
    "Conosco quel libercolo e l'ho usato spesso per le mie conquiste solo che le interessate mi hanno riso addosso!"
    "E hanno fatto bene!"
    "Gea Alberto ti sta prendendo in giro, questi vostri battibecchi mi intristiscono, pensavo che l'arrivo di Alberto avrebbe portato un'ondata di allegria, Gea..."
    "Riconosco le mie colpe, con l'Albertone pace totale anzi lo prendo sotto braccio e gli faccio vedere la voliera del signor marchese, allons..."
    "Allora coniosci il francese piccola imbrogliona, ti mollerò tutta la poesia di De vigny 'Le cor', si tratta di un corno...attenzione quello è uno che suona!"
    "Guardami negli occhi, noi non potremo mai andare d'accordo, lo so, è colpa mia ma tu oltre ad esssere romano sei pure tifoso della Roma e gli assomigli pure... quel tale quando c'erano le partite della sua squadra si incollava sul televisore e non esisteva più nulla, non voglio più parlarne...ti faccio una proposta: vengo a letto con te ma tu il giorno dopo vai via per sempre..."
    "È un pò duro da accettare ma non vedo bia d'uscita, accetto.Ora incollati un bel sorriso sul volto, facciamo contenta la marchesa."
    "I miei ragazzi finalmente..."
    "Marchesa fotograferò la villa poi rientrerò a Messina, il mio colonnello avrà bisogno del suo fotografo preferito."
    "Sarà per noi un dispicere vero Gea?"
    L'interessata annuì.
    Il giorno seguente Alberto si alzò presto, con la fida Topcon si incamminò nella tenuta, rientrò in villa all'ora di pranzo, il pomeriggio si dedicò agli interni, la sera lavoro eseguito.
    Al termine della cena:
    "Marchesa porto con me i rullini, le spedirò le foto appena possibile, sono un pò stanco e col suo permesso vado a dormire, ciao Gea."
    "Buon riposo, domattina Alfredo lo accompagnerà alla stazione di Catania, buon viaggio se non ci rivedremo."
    L'imbrogliona rideva sotto i baffi, sapeva cosa l'aspettava!
    Dopo la doccia Alberto accese l'abat-jour sul comodino, ci mise sopra un panno azzurro, voleva creare un'atmosfera romantica all'arrivo della beneamata che non si fece attendere.
    Sul vano della porta, illuminata dalla luce del corridoio, le dea apparve in tutta la sua bellezza sotto una vestaglia lunga trasparente.
    "Ti prego un cunnilingus..."
    "Qui comando io, vada per il cunni!"
    Gea cominciò subito ad apprezzare i leggeri moris e la sapiente lingua dell'amante, gedoettequasi subito ma trattenne la testa di Alberto sul suo pube, voleva ancora...
    Dopo la terza goderecciata:
    "Ti prego vieni dentro piano piano."
    "Piano piano un corno, ci sono scivolato, sei un lago!"
    "Una cosa che a mio marito non ho mai permesso."
    Gea si girò di spalle, prese un vasetto che aveva portato con sè, si lubrificò ben bene il buchino posteriore per la gioia di Alberto che non si aspettava quel finale pirotecnico.
    Un bacino finale e poi la triste uscita di scena, Alberto rimase supino a guardare il soffitto pieno di angioletti.
    Il giovin signore si sveglò alle otto, fece colazione, stranamente in vista nè la marchesa nè Gea, solo Alfredo ad aspettarlo.
    Treno Catania - Messina.
    All'ingresso in caserma il solito paesano caciarone:
    "C'iai l'occhio stanco, quante te ne sei fatte?"
    "Fatti i cazzetti tuoi!"
    Il colonnello Speciale lo accolse con una battuta:
    "Fra nove mesi qualche sorpresa? Se è maschio..."
    "Lo chiamerò Andrea!"
    Alberto inviò le foto alla marchesa che rispose con un mese di ritardo.
    "La ringrazio per le foto, sono molto belle, recentemente non sono stata molto bene, Gea al contrario è ogni giorno più bella, è anche ingrassata un pò. Auguri."
    Alberto rilesse la lettera varie volte, cercò fra le righe un significato recondito che poteva essere:
    - le due signore erano amanti e lui era stato solo un diversivo per Gea;
    - la marchesa voleva un'erede a cui lasciare il suo patrimonio, Gea non era stata sincera, non era vero che non poteva avere figli e quindi...
    Alberto si buttò sul letto: la seconda ipotesi lo sconvolse, sapere di avere un figlio e non poterlo vedere, crescere, coccolare...era stato proprio un imbecille, un fottuto imbacille!

                                                   f   i   n   e

     

  • 18 agosto alle ore 18:16
    Buongiorno Felicità

    Come comincia: Fin dal primo giorno che mi registrai sul social
    anche se non avevo un' idea precisa sul cosa
    volessi fare, col tempo assimilai e accettai
    in modo naturale e spontaneo di usare
    la rete in modo responsabile.
    Amo scrivere da queste parti (in rete).
    Cerco e cercherò nel mio piccolo
    di trasmettervi più emozioni possibili
    con la consapevolezza di essere
    una persona come tante in un luogo come tanti
    in un contesto come tanti... ma dal punto fermo
    su idee e indoli che tengo a me rispettando
    quelle altrui. Buongiono Felicità.

  • 18 agosto alle ore 18:07
    La storia della bellezza

    Come comincia: C'era una volta, una volta che non c'era. In un posto che non c'è, c'erano due esseri vaganti nell'oltre tempo e nell'oltrespazio. Essi erano alla ricerca del nonsoché e del nonsoquando e in tale ricerca vi ponevano tutta la loro energia, tutto il loro carisma. Un dì X e Y ( li chiameremo così per convenienza d'etichetta) trovarono sul loro cammino un piccolo fiore senza nome, perché tutto ciò che è bello non ha un nome.
    X ed Y restarono colpiti da quella creatura, così fragile, ma così piena di profumi e significati lontani. 
    X però cominciava a titubare della natura del fiore: '' A me questo profumo riporta alla mente vecchi dolori di vite passate, meglio strappargli qualche petalo! ''
    Y assistette passivo a quello scempio. Pieno di malinconia e sentimenti alla '' nonsoché'' recise il fiore del tutto, aiutando alla fine X ad eliminare tutto di quel fiore '' scomodo''. 
    Ancor più vacui di prima, X ed Y incontrarono una bambina chiamata '' Anima'' che si aggirava in quel luogo senza spazio e tempo. Anima era abituata a spettacoli del genere, aveva già visto esseri indefiniti uccidere il significato. Così disse ad X ed Y : ''Miei cari, avete ucciso il motivo del vostro vagare, avete reciso l'amore con la sofferenza. Non si ha paura del buio, perché questo lo conoscete già, come condizione primordiale. Voi avete paura della luce, avete paura di splendere''.