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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 17:53
    Lucy

    Come comincia: Il cappotto rosso non lo volevo mai mettere da piccola non volevo e basta, e non volevo che mia madre mi facesse le codine e nemmeno le trecce, io volevo tenere le ginocchia strette e metterci sopra il cestino del pranzo, e poi volevo essere un aquilone, me lo ricordo bene e volevo che qualcuno mi perdesse per non tornare più giù.
    Ma più di tutto, sopra ogni cosa,non volevo e basta, non volevo essere grassa e non volevo essere brutta e non volevo essere dispari. E non volevo tutte quelle dita a me ne bastavano pochissime giusto quelle che usavo per mangiare e cioè l’indice e il pollice, il resto era opzionale, il resto era uno sguardo alla finestra e alle nuvole che si muovevano veloci, c’era vento il giorno che ho iniziato a costruirmi una famiglia, c’era un vento tremendo. C’era un libro per terra e le pagine si sfogliavano da sole, ma non c’era nessuno a leggerle, il libro non mi ricordo bene quale fosse, forse era di Kafka o forse no. Mamma era sulla sua poltrona, truccata come se dovesse uscire, sono stata io, sono stata io. Si.
    Certo è buffo dopo dodici anni in manicomio l’unico lavoro che ho trovato è stato questo, inserviente di obitorio, preparare i morti, prepararli per chi ? non l’ho mai saputo, la metà di loro nessuno l’ha mai richiesta e io allora me li sono portati a casa. E li ho fatti sedere sulla poltrona dove avevo fatto sedere la mamma.
    Fruscìo di audiocassetta, rumore di schiuma da barba che esce dalla bomboletta, un sibilo di gas, quasi come un respiro di sollievo. Odore di prematuro pulito. Non ho voglia di morire, non voglio morire, non vorrò mai morire. Si sta male da morti si è pallidi, si è freddi si è in balìa di tutti, di chiunque, persino di una come me.
    La gente starebbe bene con le ali, si starebbe bene ha lo spazio adatto proprio tra le scapole, ci potrebbero stare della ali e volare, volare lontano, come gli aquiloni che i bambini si lasciano sfuggire. L’orologio, quel dannato orologio. Una volta ho fatto una bambola con le ali come la copertina di quel disco, come si chiama quel disco ?, si avete capito.
    Fruscìo di audiocassetta <<Listen and repeat>> e io ascolto e ripeto.
    Che bel ragazzo che era questo qui su questo tavolo da obitorio, sembra uomo ma potrebbe anche sembrare una donna, nella mia collezione starebbe perfetto, un dio greco mi manca, mi manca tutto, manca tutto alla mia collezione … <<the Window is open>> dice la cassetta e io gli vado dietro, è una cassetta sapiente, è una cassetta che mi dice di ascoltare e ripetere e io ascolto e ripeto si.
    Accarezzo il suo corpo freddo, e mi rendo conto di non aver mai accarezzato un corpo caldo, è formalina l’odore più familiare della mia vita. Mi mangio le unghia, guardo il suo sesso di carne morta. E mi chiedo e mi richiedo se mai ne vedrò uno di carne viva, ascolto musica spacca timpani per non pensare, pensare potrebbe farmi impazzire me lo ha detto il dottor Carver, mi ha detto : << Lucy non pensare troppo, non fissare la gente sull’autobus, socializza, e non pensare sempre ai morti>> io ho risposto di si, ma non ero troppo convinta, ho messo un ciuffo di capelli dietro l’orecchio sinistro, lui ha sorriso e ha cercato di toccarmi il seno, io sono stata più veloce di lui e mi sono alzata in piedi, dritta come mi diceva la Mamma, che bella che era la mia Mamma, ma da morta era più bella, io sono sempre stata un’artista con i trucchi, sembrava più viva da morta che da viva, da morta sembra Marylin Monroe se avesse avuto l’età della mia Mamma.
    Trasporto la lettiga nel corridoio di luci al neon, le ruote si muovono male come i carrelli della spesa, lui è li, sul lettino e ha gli occhi chiusi, devo svuotarlo prima che vada a male, tutto va a male, anche le persone, e per andare a male non devono essere necessariamente morte.
    Questo l’ho imparato nel primo anno di manicomio, quando la gente andava a male e sbavava, alcune erano bellissime, c’era una certa Emily con gli occhi blu, non l’ho più rivista, lei andava a male in maniera meno rapida degli altri, ma non parlava con nessuno.
    Metto in macchina John, si l'ho chiamato John che è un nome qualunque, un nome senza troppe aspettative, guido fino a casa, mi fermo a comprare da mangiare, il ragazzo Indiano del supermarket aperto 24 ore su 24 sembra simpatico, ma a me il suo colore non piace, non c’è niente di razzista solo non mi piace, io sono per il pallore cadaverico, per il viola occhio pesto, per il bianco labbra assenza di sangue.
    Arrivo a casa e saluto tutti.
    Saluto Jenny la mia amica del cuore appesa allo stipite della porta per il collo, ha un vestito a fiori e le guance rosee, ha un bel colorito forse le sta un po’ crepando il fondotinta, ci tornerò su. Saluto Herbert il mio amico grassone seduto al tavolo della cucina davanti al pollo che cambio ogni giorno, perché odio la puzza di roba da mangiare, mi disgusta, e mi disgusta Herbert con il suo cappellino rosso da finto camionista. E infine saluto Angie la rossa che guarda la tv e Phil che si atteggia a gambe divaricate davanti la finestra, con un palo diagonale piantato sulla nuca per tenerlo dritto, il buon Phil, che sta in piedi in mutande e canottiera, quando lo abbronzo con l’aerografo è sempre un piacere, è sempre un gusto estremo renderlo abbronzato in maniera impeccabile e del tutto innaturale.
     Adesso sistemo John, lo dipingo di grigio argento e gli sistemo i capelli come una statua greca, prima ovviamente dovrò svuotarlo, ma per fortuna ho la dispensa piena di barattoli vuoti di marmellata, a me piace solo la marmellata, ho sempre mangiato marmellata. Mia mamma mi diceva che le bambine buone mangiano la marmellata e cantano le canzoni. E io mangio marmellata ma non canto, non canto, non mi piace. Invece la marmellata si. Mi piace quella di ciliegie, ha una consistenza che mi mette serenità, che mi tranquillizza, che mi calma. È una serie di sorprese controllate la marmellata di ciliegie, di quelle che ti fanno piacere ma non ti fanno venire la tachicardia.
    Ascolto musica spacca timpani che mi incasina i pensieri, che mi frattura la calma, che mi fa male alle orecchie. Ma non devo pensare, non devo assolutamente pensare.
    Sostituisco organi con asciugamani intrisi di formalina, batuffoli di ovatta. Odore di marcio e pollo, odore di marmellata e soprattutto Formalina: l’odore più familiare della mia vita.
    Il sole a volte si porta via i colori, e non c’è tempo, non c’è tempo, non c’è mai tempo.
    Non c’è modo di riflettere sulle parole che abbiamo appena pronunciato, e non si torna indietro, i vivi sono felici dicono, i vivi non hanno nessuna eternità di cui preoccuparsi, Angie la rossa ha l’eternità per stare sul divano. E io avrò abbastanza tempo per fare della loro eternità un inferno, condannati a non marcire, ad essere di bell’aspetto per sempre.
    Mentre sento una morsa allo stomaco. Mi rendo conto che quando mi viene voglia di fare qualcosa è sempre tardi.
    Respiro forte apro i polmoni più che posso, tiro la testa indietro e metto le cuffie, mi spacco i timpani, un altro po’, fino a quando riuscirò a dormire. Il caos aiuta la mia meditazione, si, si, il caos districa tutte le mie matasse, mi tolgo la parrucca bionda, passo una mano sulla testa rasata, ho sempre odiato i miei capelli rossi da piccola, ho sempre odiato il rosso dei miei capelli, un rosso odioso e ramato, un rosso che non vuol dire un cazzo, un rosso enormemente fuori luogo.
    l'altro giorno ho letto una notizia in un giornale, ero in un bar pieno di gente, ma tutti si sfioravano come se fossero riflessi da uno specchio, non si cercavano neanche con gli sguardi. sul giornale c’era scritto che una signora ha dormito per un anno accanto a suo marito morto e mummificato, ha detto alla polizia soltanto <<  ma ieri era vivo>> io li prendo già morti e non mi importa di farli morire strada facendo, ad ogni modo immagino che il marito della signora non doveva essere un chiacchierone.
    dicono che per la maggior parte siamo fatti d'acqua, dicono anche che la gente non dimentica, io ho dimenticato come si fa ad avere pietà come ci si sente a toccare una persona viva, mi sono immersa nella freddezza della morte, nella ripetizione, nella ripetitività totale. nell'assenza totale di sensi di colpa.
    Angie la rossa guarda la Tv, a volte ci si specchia anche, come fanno gli intellettuali.
    <<listen and repeat>> e io ascolto e ripeto.
    Ci sono delle volte però in cui succede qualcosa, tipo incontrare qualcuno per caso, qualcuno vivo, qualcuno che respira esattamente come faccio io, esattamente come me, sento scorrere il sangue più forte, lo sento scorrere fortissimo sotto la pelle, come delle punture di spillo in posti che ignoravo di avere, in posti che non pensavo qualcuno potesse mai sollecitare.
    succede che in uno squallido supermarket di questa lurida città incontri qualcuno. era bellissimo, alto e piegato in due da un peso, un qualunque peso, non era necessario sapere quale si intuiva che non era importante, io mi sentivo bellissima fasciata dentro un paio di jeans incrostati di qualunque macchia possibile  l'essere umano potesse concepire, lui sorrideva. sorrideva alle fette di carne rossa e ancora sanguinolenta imprigionata sotto la pellicola, sorrideva e faceva dei cenni di intesa alle confezioni di carne, più tardi seduti al tavolino di un bar, mi aveva spiegato che una volta era carne viva e forse da qualche parte, dentro qualche fibra, dentro una piccola vena dimenticata  poteva esserci qualcosa di vivo.
    era stralunato, e caratterizzato da una marcata Eterocromia, le sue labbra incorniciavano dei denti meravigliosi, e le sue mani erano vive e per la prima volta nella mia vita avrei voluto che mi toccassero.
    Aveva un nome stupido che ho subito dimenticato, aveva tentato il suicidio molto spesso, diceva sorridendo che tentar non nuoce. ma sapeva benissimo che se ci fosse riuscito sarebbe uscito dall'apprendistato e sarebbe diventato un professionista del suicidio. una volta per tutte e a lui piaceva troppo tentare il suicidio e fallire, era una perversione che sublimava splendidamente
    la direzione alternata dei sensi di colpa.
    per un pò è stato bello mettersi dei vestiti sexy e provare a sedurlo, per un pò è stato divertente aiutarlo a riprendere le funzioni vitali dopo un avvelenamento da barbiturici e subito dopo fare l'amore, come se fosse stata un'azione casuale salvarlo. fare l'amore era bello, sentivo il sangue affluire il cuore battere e forse non era poi così sgradevole la sensazione di calore sulla pelle.
    ma non si vola lontano per troppo tempo senza voler tornare a casa, e nella mia casa c'era la mia famiglia che mi aspettava, c'era Angie la rossa, si, c'era John, c'era da sostituire il pollo di Herbert. avevo una vita, avevo da fare con i miei morti.
    lui era totalizzante, e i suoi tentativi di suicidio stavano francamente diventando scontati e ripetitivi, ficcargli due dita in gola non mi dava più lo stesso brivido, e poi, non notava neanche più i miei abitini da combattimento, e i miei tacchi da squallide perversioni, si,si, non le notava più.
    ma lo amavo, e l'unica che sapevo fare era rendere innocua la morte, bloccando la decomposizione. si.
    mi ricordo che era una mattina placida, lui mi guardava dormire, quando aprii gli occhi mi disse, << ci riprovo>> e sorrise come un bambino che ha in mano un giocattolo, solo che lui aveva una confezione di roypnol e una bottiglia di vodka scadente.
    gli sorrisi anche io, e sfoggiai il mio sorriso peggiore, mi passò una mano sulla testa rasata, si mise la mia parrucca blu e buttò giù le pillole e la vodka. poi si sdraiò accanto a me.
    non avrei mosso un muscolo stavolta, lo amavo si, ma era troppo vivo, era troppo caldo, e alla lunga le cose stancano, le parole si susseguono e perdono il senso, le azioni diventano prevedibili e tutto si ammanta di una lieve sporcizia superficiale che non riesci a togliere.
    morì d'un tratto. e all'improvviso mi venne in mente il mio cappottino rosso e quanto lo odiassi.
    aspettai un paio d'ore e feci la mia magia, restituì una vita apparente all'uomo che avevo amato di più, era splendido, bellissimo, i suoi occhi di due colori diversi splendevano più adesso che prima.
    era silenzioso, freddo, senza nome.
    lo portai a casa mia, e gli misi un bel vestito, lo misi accanto al divano, vicino a Phil che si faceva ammirare in tutto il suo morto splendore mascolino.
    ero li, si, seduta nel mio soggiorno, in silenzio, a godermi l'odore di formalina e disinfettante, a guardarmi i guanti da chirurgo ancora sulle mani, come faceva lui che non si toglieva mai il preservativo. che buffe le brutte abitudini, ti rimangono più impresse di quelle belle, lui aveva delle meravigliose abitudini solo che, adesso proprio non me le ricordo.
    avrei voluto essere un aquilone, e trovare la mia fine incastrata in qualche albero.
    passò del tempo e non era nemmeno più interessante ampliare la mia famiglia morta, gli spazi erano saturi e onestamente Jenny appesa allo stipite stava cominciando a darmi sui nervi.
    in manicomio la gente andava a male, io sto andando a male, puzzo, puzzo di carne viva, puzzo di fluidi sporchi. e di eccitazione insoddisfatta.
    mi lego uno spago alla caviglia sinistra, scosto Phil dalla finestra, sto andando a male, mi perdo negli occhi dell'uomo che ho amato di più, che non ha un nome, che non ha mai avuto un nome.
    era troppo vivo, era troppo vivo.
    ma sapeva tentare il suicidio come nessuno al mondo. gli ho scompaginato i piani, gli ho rovinato il suo sogno mortificando la sua unica abilità
    apro la finestra e per la prima volta una folata d'aria estiva entra dentro la stanza, scompigliando i capelli di Angie seduta davanti alla tv con l'avambraccio poggiato sul bracciolo del divano e le gambe accavallate, onestamente in modo piuttosto volgare, si. 
    mi butto giù con uno spago legato alla caviglia. come gli aquiloni che i bambini perdevano al parco, e penso di nuovo al cappottino rosso e alla mia fortuna sfacciata. tentare un suicidio e molto probabilmente riuscirci al primo colpo, ho voglia di marmellata, proprio adesso. si. 

  • mercoledì alle ore 20:53
    Messaggio d'amore al vetriolo

    Come comincia: Non manca che la forma all'essere immanenti.
    E' l'oracolo del deserto che non risponde. La statua fissa nel tempo riverbera da sola e dice '' imperturbabile''. L'anima del demiurgo che innalza e fa crollare, tu sei. La cicatrice e il coltello che scava, sotto il ghigno maledetto di quel che mai si è detto. C'è un luogo dove vanno a finire i dolori, tutti, e s'arrampicano tra loro su specchi senza coscienza alcuna. C'è un luogo dove son nascosta e  il mio mondo è tutto fuori. Io non sono più io e tutto è sempre più in me
    Il mio mondo è tutto dentro 
    E non piango mai
    Non piangi mai

  • Come comincia:  
    Le erano sempre piaciuti i litorali rocciosi, di quelli quasi senza sabbia, ciottolosi, dove predominano i sassi, piccoli e colorati, come se ne trovano sullo Ionio o alle Cinque terre. Pietre che sembrano preziosi minerali, opali, acque marine, zaffiri, e invece sono soltanto semplici ciottoli o fondi di bottiglia, ma levigati dalle onde per un tempo così lungo da trasformarli in oggetti  pregiati, dalle sfumature che solo la natura incontaminata sa creare.
    Da ragazza aveva trascorso intere estati a cercare le pietruzze più belle e strane e poi ne aveva riempito tutti gli angoli della sua casa, custodite in ciotole di coccio o in piatti di madreperla. E periodicamente le immergeva nell’acqua e rimaneva a lungo ad ammirarne le forme e i colori, ravvivati dall’elemento naturale a cui le aveva sottratte, portandole via dalle rive, preferibilmente all’alba, quando sul bagnasciuga solitario si mostravano in tutta la loro policroma bellezza e quasi pareva che le chiedessero di essere scelte.
    Le erano sempre piaciuti i litorali rocciosi!
    Ma si sa, quando si usano i verbi al passato, vuol dire che le cose sognate sono rimaste nei desiderata  nella realtà del quotidiano (che è l’unica a contare veramente nella vita di ciascuno). Pazienza!
    Quasi sgomitando, si fece largo tra i bagnanti che affollavano la riva sabbiosa del solito litorale … sabbioso, dove si recava perlopiù la domenica, dopo un’intera settimana di lavoro.
    Ad un certo punto bisogna adattarsi, pensò tra sé, scacciando a forza dalla mente quel  diavoletto capriccioso che le suggeriva di abbandonarsi ai rimpianti e alle recriminazioni.
    Ci sono mille e mille cose che si possono creare con la sola forza della mente, figuriamoci immaginare di essere su una spiaggia diversa, tra gente diversa, a diretto contatto con se stessi e la natura, la grande, benefica e severa madre Natura, che non smette di amarci malgrado gli scempi che noi essere umani perpetriamo quotidianamente a suo danno.
    Dieci metri, venti, trenta e l’acqua sempre al ginocchio. Quaranta e un’altra secca, a far riemergere persino le ginocchia. Cinquanta metri: superato il cartello di limite sicuro di balneazione, con poche, decise bracciate, si portò dove finalmente non c’era più piede e spingendosi a chiodo sul fondo, seppe che la meta era raggiunta.
    Dolcemente riemerse e si lasciò andare, distendendosi sul pelo dell’acqua. Rilassò ad  uno ad uno tutti i muscoli del  corpo e la pressione sottostante fece il resto.
    Produceva una sensazione straordinaria quel lasciarsi galleggiare senza più peso, le gambe e le braccia abbandonate al movimento oscillante delle piccole onde , senza che nemmeno uno schizzo si alzasse a bagnarle il viso rivolto in alto, verso il sole, gli occhi chiusi, tutto il resto del capo sommerso e le orecchie appena sotto la superficie di quel mare divenuto d’un tratto il “suo” mare.
    Non percepiva più alcun rumore esterno, solo il suo respiro, regolare, rilassato. Assaporava il silenzio o meglio quel dolce fruscio prodotto dai movimenti involontari del corpo.
    Si realizzava così la riconquista del sé, della propria entità fisica, con la percezione della vita attraverso il solo respiro: inspirare, espirare, così, piano, con regolarità.
     “Se il corpo prova disagio, la mente si agita; se la mente si agita, non è possibile il silenzio interiore. Il silenzio si fonda sulla quiete del corpo, la quiete sull'equilibrio. Il silenzio è il luogo della lucida, silenziosa, a-verbale, intro-versione della coscienza. Quando la coscienza si ripiega, in un muto domandare, su se stessa, può presentarsi l'intuizione che cambia la vita: la Grande comprensione. Si può scoprire ciò che dà alla vita un indubitabile, sacro, senso.”
    E adesso, standosene così, con le orecchie sotto il pelo dell’acqua, capiva perfettamente il senso di questi concetti bellissimi, letti una volta, chissà quando, chissà dove.
    E si sentiva perfettamente felice.
     

  • 18 luglio alle ore 7:20
    Flamme Jumelles - lettera a Chiara

    Come comincia: Carissima Chiara, sono molto felice che finalmente ci siamo conosciute. La tua sensazione di conoscermi da sempre, è stata la stessa anche per me. Mi rendo conto che ciò che ti dirò in questa mail, ti sembrerà' assurdo e fuori da ogni logica razionale, ma..se anche tu hai percepito le mie stesse sensazioni, lo comprenderai senza difficoltà, con la consapevolezza che ciò che sto per dirti, corrisponde a verità. L'amore che ti unisce a Francesco è..senza dubbio, un amore divino: le Vostre anime si sono finalmente ritrovate dopo tanta solitudine. Il velo che avvolgeva il vostro spirito sin dal principio e' caduto e vi siete finalmente riconosciuti...risvegliati da un sonno eterno che solo il vero amore puo' interrompere. Hai ritrovato la tua " flamme jumelle"..fiamma gemella, il tuo completamento, la tua perfetta metà. Ora capirai cos'è l'amore, non solo quello verso il tuo amato, bensì ne conoscerai la sua forma più elevata: l'amore incondizionato verso Dio e verso ciò che Vi circonda. Sono lieta che tu e Francesco, abbiate avuto questa immensa fortuna, e sono altrettanto lieta che tu abbia compreso il rapporto che lega me ad Edward. Noi come Voi, abbiamo ricevuto questo immortale dono, che ci unisce nell' infinito per l'eternita'. Arduo è il compito che condurrà noi tutti alla salvezza, ma siamo guidati. Ma fate molta attenzione miei cari fratelli: voi oggi siete Luce e avete dei nemici giurati. Le Forze Oscure faranno il possibile per separarvi...adotteranno i metodi più subdoli e vigliacchi per impadronirsi dei vostri ricordi e della vostra allegria. Vi getteranno nello sconforto, domineranno la vostra mente e vi tenteranno. Useranno i vizi capitali per farvi cedere e rinunciare alla missione che Dio vi ha destinato. Non abbiate paura. L'amore che vi unisce è l'arma migliore che possedete. Davanti all'amore il male non può nulla. Non dubitate. Mantenetevi integri e non sarete soli. Sarete guidati dai cori degli Angeli, gli stessi che Vi conoscono e vi accompagnano da sempre. Essi saranno uno scudo dove trovare riparo, ali calde e sicure da cui ritornare. Per questo mi sento di dirti..amatevi senza misura. Cogliete ogni attimo e fatelo Vostro. Rimanete fedeli a Cristo e nulla potrà toccarvi. Numerosi saranno i segni che incontrerete sul vostro cammino. Seguiteli, e non dubitate mai dell'amore sacro che vi unisce. Cara sorella mia, la tua dolcezza e' sempre la stessa, come il tuo amore tenero e compassionevole. Duemila anni fa, eravamo insieme, e le nostre anime si sono ritrovate ora, per portare a termine il compito divino che ci vede unite in quest' epoca e in questo tempo. Sono così felice che abbiate preso la decisione di diventare marito e moglie anche qui sulla terra, accettando il vostro compito, con onore e devozione. Non esitare mia cara, ora che sei all' inizio di questa avventura a chiedere se sei nel dubbio: meglio tu faccia una domanda in più, piuttosto che una in meno. Vi aspettano molte prove, in qualità di esseri umani e in qualità delle creature celesti che siete. Non sarà sempre semplice, coniugare la quotidianità di una coppia terrena, con lo spirito che vi rende unici, ma ricordate che Dio ha predisposto ogni cosa per voi. Non temete per me nè per Edward: la nostra vita e' un campo di battaglia, la nostra una missione che portiamo avanti per Cristo nostro Signore. Che San Michele Arcangelo possa proteggere il Vostro Amore da ogni Male. Fino alla fine del Tempo. Con infinito affetto, Sophie

  • 15 luglio alle ore 13:21
    Cristina di Svezia

    Come comincia: (Stoccolma, 18 dicembre 1626 - Roma, 19 aprile 1689)
     
    Il freddo a Roma, quando decide di fare sul serio, è insopportabile. Ma non a causa delle basse temperature, bensì per l'umidità che ti si insinua nell'epidermide, supera lo strato di grasso, trapassa i muscoli e si impianta nelle ossa provocandoti perenni brividi. Il freddo che si percepisce è di gran lunga superiore a quello indicato dal termometro, così come, in estate, la calura è maggiore di quanto stabilito dal mercurio dentro la colonnina.
    Noi romani siamo vessati dal clima umido e solo chi è avvezzo a rigidità maggiori può ridere dei nostri brividi. Proprio come il sorriso beffardo che vedo spuntare su questa creatura apparsa all'improvviso, annunciata da un lieve tintinnare di campanellini attaccati a una slitta trainata da magnifici cavalli bardati. Una slitta in piena Roma? Rabbrividisco e mi stringo nel cappotto, fissando questa figura esile, ancora giovane, un tantino bruttina, con i capelli acconciati in lunghi boccoli che fuoriescono da una cuffia ingemmata. Mio Dio, penso attonita, ma costei è la famosa regina Cristina di Svezia, la quale abdicò a favore di suo cugino per venire a stabilirsi in pianta stabile a Roma! Una regina testarda, avida di sapere, munifica; in realtà intenta a ricercare se stessa come donna, perché tale non si sentiva e per tutta la vita tentò inutilmente di apparire la donna che la natura le aveva negato di essere.
    «Tu…» balbetto e non per il freddo, «sei la figlia di Gustavo Adolfo, il re guerriero protestante che ha dominato durante la guerra dei trent'anni.»
    Sogghigna come un maschiaccio e appare ancor più bruttina di quello che è.
    «Sì, e aggiungerei che mi ha lasciato orfana all'età di sei anni pensando che era dovere di re morire su un campo di battaglia piuttosto che pensare alla figlia.» risponde con malcelato sarcasmo.
    «Ma ti ha lasciato con tua madre, una principessa Hohenzollern di Prussia.»
    Fa uno scatto con la testa, risoluta, e la slitta da dove è scesa svanisce così come era apparsa, in un tintinnare dolce di campanellini.
    «Faresti meglio a dire che mi ha lasciato nelle mani del solerte e devoto cancelliere Axel Oxenstierna. È stato lui il mio reggente fino al compimento dei miei diciotto anni. Mia madre, da ferrea prussiana, mi rinfacciava sempre di essere nata donna ed io, per non deluderla, mi comportavo da quel maschio che tutti avevano sperato che io fossi quando sono venuta alla luce.»
    Percepisco di nuovo un sottile sarcasmo nel suo tono e domando:
    «Per questo ti sei rivolta all'ambasciatore inglese dicendo che la tua damigella era la tua compagna di letto?»
    «E lo era!» ribatte alzando fieramente il mento. «Ho sempre odiato gli uomini, benché ne cercassi la compagnia, sebbene il rapporto intimo con loro mi abbia sempre disgustato. Come si può solo pensare di rotolarsi in un letto con questi esseri rozzi e privi di attrattive?»
    Rimango attonita, in silenzio, impreparata a quell'ammissione senza peli sulla lingua e deduco in un sussurro:
    «Amavi le donne.»
    «Ovvio.» risponde come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Mi si è sempre chiesto e comandato di comportarmi da uomo ed io così ho fatto, in tutto e per tutto. Ti dirò,» aggiunge insinuante, «la cosa mi allettava non poco.»
    La osservo di sottecchi e, tutto sommato, un po' mascolina lo è. Le mancano la grazia di una donna, l'eleganza, il portamento e la dizione, mentre abbondano e trasudano la sfrontatezza, l'aggressività e la risolutezza tipica degli uomini. Tutto sommato, questa giovane regina mi fa tenerezza.
    «Tu eri figlia di protestante, nata in un paese luterano e, alla fine, ti sei convertita al cattolicesimo.»
    Alza le spalle esili, non ancora pingue come lo era diventata durante la seconda metà della sua vita e con un gesto secco tira indietro un boccolo.
    «E allora? In realtà, non me ne importava nulla della religione, intenta com'ero a studiare i grandi del rinascimento italiano. Le guerre di religione non le ho mai condivise, le ritenevo e ritengo puerili, una facciata per nascondere problemi più gravi.»
    «Ma tuo padre morì sul campo di battaglia per difendere il protestantesimo!» esclamo scandalizzata.
    «La sua vita era sua, poteva farne ciò che voleva.» risponde con fredda indifferenza. «Io ho sempre di gran lunga preferito lo studio dei classici alle continue amarezze che ci propinava la religione.»
    Mi fissa con alterigia, restringendo gli occhi per sondarmi e continua sibilando:
    «Vuoi mettere la bellezza di tutto lo scibile umano dinanzi ai futili battibecchi di vecchi prelati che si credono portatori della voce di Dio e che scatenano rancori che sfociano in guerre fratricide? Io ho preferito dilapidare il mio patrimonio aprendo la mia corte a tutti gli uomini di cultura, dai filosofi ai pittori, dagli scultori ai professori e ne sono stata ben ripagata.»
    Sentirla parlare così mi fa venire i brividi e mi domando come sia sfuggita alle maglie dell'Inquisizione. Ma, probabilmente, si teneva per sé queste osservazioni. Facendo bene, aggiungo.
    «So che sei stata una grande mecenate e la Svezia, sotto il tuo regno, è diventata la più grande potenza europea, al pari dell'Inghilterra sotto la regina Elisabetta. Tutto ciò, però, è andato inevitabilmente a cozzare con la supervisione di Oxenstierna.» le rammento.
    Scoppia a ridere e si porta una mano alla fronte, scuotendo la testa.
    «Sì, è vero. Il devoto Axel si preoccupava delle casse dello stato, io mi preoccupavo delle casse intellettuali. E questo mi ha inevitabilmente indotto ad abdicare, alla veneranda età di ventotto anni. Sai,» aggiunge avvicinandosi e facendo l'occhiolino, «ho sempre odiato le convenzioni.»
    «Lungi da me simile dubbio.» ribatto e il pensiero mi vola in un'epoca remota, dove una giovane e irrequieta regina scorrazzava insieme ai gentiluomini della sua corte, in abiti maschili, cacciando come una indemoniata in mezzo alle lande ghiacciate della Svezia.
    Una cosa è certa: questa donna tutto era tranne che una donna. Per lei gli uomini erano il mezzo per imparare qualcosa e come tali li considerava. L'idea di sposarsi non le aveva mai sfiorato la mente e il pensiero di avvizzire su un trono gelido come quello svedese le faceva accapponare la pelle. La sua salute gracile e le continui bronchiti non si adattavano al rigido clima nordico e lei smaniava e scalpitava per liberarsi da quel compito al quale era stata chiamata dalla tenera età di sei anni. Il solo pensiero di dover dare un erede alla corona la faceva stare male. E a sue spese dovette capirlo anche suo cugino Carlo Gustavo, il quale vanamente le aveva ripetuto di sposarlo, ricevendo in cambio sempre secchi rifiuti. All'ennesimo tentativo, Cristina altro non fece che abdicare in suo favore, senza prestare orecchio al suo cancelliere, e voltargli le spalle per partire alla volta dell'assolata Roma.
    «Il giorno dell'abdicazione, nessuno ha avuto il coraggio di toglierti la corona dalla testa.» rammento.
    «No, infatti. Ho dovuto dare un ordine, il mio ultimo ordine come sovrana. Ma quale soddisfazione!» aggiunge esultante. «Lo stolto di mio cugino era a tal punto innamorato che mi ha rincorsa per propormi nuovamente di sposarlo e dividere il torno con lui. Povero idiota.» commenta scuotendo il capo.
    Rimango di ghiaccio, pensando che si sta rivolgendo niente di meno che a Carlo X!
    «Di Roma mi attraeva tutto, a partire dalle sue opere.» mormora con tono nostalgico, dimentica della fredda Svezia.
    Scorgo i suoi occhi prendere vita all'improvviso, come se stesse parlando di un amante e continua con voce vibrante:
    «L'Urbe era, per me, un ricettacolo di bellezza e di cultura come nessun altro luogo al mondo e il solo poter mirare le opere di Raffaello e Michelangelo mi riempiva il cuore e fortificava l'anima.»
    «Sì, posso capirlo.» convengo trattenendo l'emozione.
    «Le basiliche per me erano solo meravigliosi musei, altro che luoghi di culto!»
    Sgrano gli occhi e rabbrividisco: se solo l'avesse urlato ai quattro venti, l'avrebbero processata e condannata per eresia. E la cosa strana, è che condivido la sua visione. Tuttavia questa donna, toccata dall'arte, dalla bellezza della natura e dai classici greci e latini, sapeva essere crudele e spietata come un uomo. Così come avvenne per una rivolta in Svezia, prima della sua abdicazione: la soffocò con un massacro, non risparmiando né provando pietà per nessuno. Come non risparmiò uno dei gentiluomini della sua corte allorché le giunse all'orecchio che potesse essere un sicofante.
    «A Roma hai gettato le basi per un'accademia che, in avvenire, sarebbe diventata la famosa Arcadia.»
    «Già. Ho sempre amato circondarmi di uomini eccelsi. Sai, andavo a veder lavorare il Bernini e tutte le volte mi dispiaceva di non poterlo avere al mio servizio: le sue mani erano un dono di Dio. Così come le belle donne romane.» aggiunge ammiccante.
    Rimango immobile e provo a fare un sorriso, mentre la vedo avvicinarsi con passo misurato e quando è a pochi centimetri da me mi posa una mano sugli occhi e in quell'istante mi appare Roma in età barocca, così diversa dalla Roma imperiale e medievale. Sembra un ribollire di attività frenetiche, dedite a ridare lustro e belletto a una città che, per secoli, è stata la capitale del mondo prima e della cristianità dopo. Vedo scalpellini intorno alle fontane e alle scalinate, sommersi di polvere di marmo, felici di arricchire l'Urbe con ridondanti tocchi che sfiorano la tracotanza e il popolino che neppure li vede, avvezzo a scene simili.
    «Allora?» mi chiede ritraendo la mano. «Non era magnifica?»
    Sbatto le palpebre e rispondo:
    «Sì, come sempre. Anche in momenti di declino la nostra amata Roma ha sempre brillato come un faro. Ma tu, nonostante l'abdicazione, hai brigato per divenire regina di Napoli e dei Polacchi.»
    Reprime un gesto di stizza e fa un cenno, come a sottolineare che non voleva neppure sentirne parlare.
    «Dovevo pur fare qualcosa, no? Regina sono nata e regina mi sono sempre sentita. Sono solo nata nel posto sbagliato. Per questo sono voluta venire qui a morire. Non si potrebbe scegliere città migliore per lasciare un segno nella Storia.»
    «Ho veduto il tuo catafalco in S. Pietro.»
    La vedo fare una smorfia e commenta acida, con tono quasi isterico:
    «Il mio testamento parlava chiaro: volevo essere sepolta nel Pantheon, accanto al mio amato Raffaello.»
    Sorrido condiscendente e inarcando le sopracciglia le faccio notare:
    «Vedila così: S. Pietro non è certo un luogo comune dove venire inumati.»
    Sbuffa e porta le mani sui fianchi, mi fissa a lungo, borbotta qualcosa di inintelligibile in svedese, quindi inspira a fondo e annuisce.
    «E sia. Sono pur sempre una regina.» commenta con vana superbia.
    «Di spessore notevole.»
    La vedo chinare la testa in segno di accettazione e un attimo dopo batte le mani e di fianco a lei si materializza un cocchio trainato da quattro magnifici cavalli bianchi, un lacché a cassetta e due dietro la carrozza. Rimango incantata dalla sontuosità della scena e vedo un cardinale, probabilmente il suo fedele amico Decio Azzolino, che le porge la mano per aiutarla a salire. Lei mi manda un bacio a distanza e subito dopo svanisce insieme al codazzo ed io rimango impietrita nel freddo umido di Roma, incredula dinanzi a ciò che ho visto. Volgo lo sguardo al cupolone che svetta dinanzi a me in tutto il suo splendore e sorrido.

  • 15 luglio alle ore 12:30
    Parentesi Croniche

    Come comincia: John affrontava la vita con una lieve ignoranza e una totale noncuranza di alcuni dettagli,un fatalismo estremo e inoltre non guardava quasi mai l’orologio, non gli importava di che ora fosse, scriveva sul suo diario che spesso a contare le ore si pecca di superbia. Sapeva districarsi bene tra i problemi sonori del suo computer, aveva una pazienza infinita e sapeva stare bene con se stesso, il gorgoglìo della sua pancia era la voce che tollerava maggiormente oltre alla sua, forse non sapeva gestire  troppo bene il suo narcisismo ma questo lui non lo sapeva.
    Si era sempre sentito di passaggio, poco più di una parentesi, un videoclip, un fenomeno inspiegabile, un dolore intercostale, un malessere passeggero, un infarto improvviso ma rimediabile, era come una gran paura, alla fine come tutte le cose passava e la gente si dimenticava di lui, e spesso e volentieri ne parlava sorridendo, come quando si parla di un pericolo scampato.  
    Stare da solo era annoverabile tra le sue più grandi ambizioni, si sentiva bene a non dare degli appuntamenti e non sentiva la necessità di doverli rispettare, non  sparava luoghi comuni per fingere di andare d’accordo con qualcuno, non stringeva mani, non sorrideva in modo circostanziale, non inorridiva in pubblico, non puntava il dito, ma lui questa la chiamava libertà, e lo faceva in un modo convinto e inattaccabile, sublimava la solitudine al punto tale da confonderla con il concetto stesso di libertà, era diventato con gli anni, un tossico di se stesso, non gli serviva altro, si infastidiva se una persona camminava sul suo stesso marciapiede e odiava incrociare gli sguardi altrui.
    Si augurava il buongiorno ogni mattina e quando andava in vacanza si scriveva della cartoline, aveva cominciato a scriversi frasi motivazionali sui muri, ma la cosa alla fine gli era sembrata molto stupida, e a lungo andare aveva smesso anche con le cartoline, tanto non aveva inventiva, non aveva la minima fantasia, scriveva solo “Saluti da John” che era un po’ come guardarsi allo specchio e darsi il cinque, era sterile, era inutile, era finto e non sapeva neppure scegliersi delle cartoline decenti.
    Era la sua natura, guardava il mare ma non ci si voleva specchiare, aveva gli occhi azzurri, e i lineamenti disordinati, di uno che non dormiva, le rughe accennate ma allo stesso tempo profondissime e gli occhi slegati da ogni parvenza di logica terrena.  
    Una volta era riuscito a stare con una ragazza, si chiamava Mia, e il suo nome sottendeva infinite aspettative di possesso eterno, in realtà non era sua, era più che altro una specie di prestito.
    Mia però gli voleva bene, tra uno psicofarmaco e l’altro, faceva uso di svariate droghe, aveva perso molti denti lanciandosi in risse senza senso, aveva sempre ai piedi un paio di sandali ed era riuscita a farlo parlare per dieci minuti di fila, poi però John come sempre aveva voluto strafare, e per dimostrargli il suo amore un giorno le aveva scritto su un post-it giallo: << A volte vorrei che tu fossi un manichino di Yamamay>>. Mia se n'era andata sbattendo la porta e ingoiando ansiolitici. Lui rimase li, inebetito e in mutande metà deluso e metà sorpreso. Credeva di aver detto una cosa poetica, ma lei l’aveva presa male,  allora prese una sedia e la mise davanti alla finestra, aspettò Mia per giorni respirando piano e grattandosi la tempia destra senza riuscire a dare una direzione alternata ai sensi di colpa,  dopo un po’ decise che sarebbe stato comunque inutile capire di chi fosse la colpa  e perciò decise di partire lasciando tutto così com’era, anche il post-it attaccato alla moka e le foto sul frigo che nessuno dei due aveva mai realmente guardato con gioia.
    Aveva lasciato indietro tutti un giorno di Agosto, sapeva che non sarebbe mancato a nessuno e perciò non aveva salutato nessuno di quelli che a malapena conosceva, nemmeno la sua vicina di casa che così non avrebbe mai potuto affermare al tg: << era una brava persona,salutava sempre>>. Aveva preso il treno e si era comprato un libro di McEwan per farsi compagnia, durante tutto il viaggio aveva evitato accuratamente la categoria di persone chiamata “Quelli che parlano sui treni”, godendosi gli alberi e i palazzi che scorrevano veloci dai finestrini, aveva preso a calci un paio di bambini, per guadagnarsi il glorioso epiteto di “ quel signore stronzo” godendone ampiamente tra l'altro.
    Era arrivato in un posto lunare, una paesino lontano circa tre ore dalla città, in buona sostanza non era altro che la periferia del buco del culo del mondo, ma era da solo, l'aria era lenta e vuota, non c'erano voci in lontananza non c'erano sirene, non c'era gente che urlava. c’erano solo due vecchietti su una panchina e un paio di cani randagi più morti che vivi.
    Si raccontava storie assurde per addormentarsi, il libro lo aveva finito dopo pochi chilometri,viceversa la sua pazienza con se stesso poteva durare millenni, si perdonava tutto, le peggiori intenzioni, i brutti pensieri, tutti gli omicidi che aveva commesso con l'immaginazione, le cattive azioni, la sua condotta spregevole, il fatto che rubava i soldi alle battone e scalciava i cani e i bambini, alla fine  si perdonava qualunque cosa, perché èra l’unico giudice di se stesso, essere indulgente non gli sembrava così imperdonabile, del resto chi poteva dargli torto ?
    Si piegava su se stesso, come una parentesi. Aveva una posizione insolita come se avesse una qualche ambizione che lo faceva stare in posizione da corsa, con la testa un po’ in avanti e i pugni stretti, in un tic nervoso, eterno e irrimediabile, o come se stesse scappando da qualcosa o qualcuno, aveva l'abitudine di non attaccarsi alle cose aveva sempre abbandonato ogni cosa ,sin da piccolo, aveva suonato il pianoforte per una settimana, ma la musica lo aveva deluso molto, pensava melodie immense e gloriose ma non riusciva a schiacciare i tasti giusti, produceva solo note goffe e stonate, o quando aveva voluto un cucciolo e lo aveva dimenticato sotto casa, o quando si era deciso a fare sport ma non aveva capito il recondito senso di sudare senza alcun premio.
    a John piaceva il rumore che fa la carta sotto le dita, a quanto sia incredibilmente difficile riprodurre quel suono anche solo immaginandolo, quel fruscìo un pò statico, che ha il suo culmine estremamente vicino sia all'inizio che alla fine, a John piaceva tanto che fosse innocuo, che non avesse strascichi, che non facesse male, in quel momento gli sfuggirono una miriade di pensieri, volarono via come fanno i moscerini o le mosche, in modo disordinato e improvviso e lui non aveva fatto in tempo a scriverli, gli era rimasto in testa solo quello di una grande scatola, l'immagine violenta e netta di una gigantesca scatola di legno cubica, con pochi buchi per respirare e alla fine aveva immaginato anche che un riflettore da fotografo esplodesse, così per dare un movimento scoordinato alle cose.
    quel posto lontano e silenzioso lo placava, lo calmava, avevo poco bisogno di essere cattivo anche perchè con i cani randagi proprio non ci riusciva, li sentiva affini e troppo furbi, sapeva che l'istinto di sopravvivenza avrebbe fatto si che loro ignorassero la sua cattiveria gratuita e per ciò si limitava ad accarezzarli male, in modo superficiale, una specie di delusione voluta.
    aveva iniziato a nutrirsi solo ed esclusivamente di mele e spesso sul suo diario si condannava a descriversi, facendo una grande attenzione ai dettagli negativi, che lui vedeva come peculiarità più che positive, faceva attenzione ai suoi difetti più di quanto avrebbero mai fatto gli altri ma a lui degli altri non era mai importato, e non aveva mai capito chi fossero questi altri di cui tutti parlavano,e spesso si chiedeva ma se tutti parlano degli altri, gli altri chi diavolo sono ?  
    Dalla sua finestra guardava spesso i palazzi altissimi della città che si stagliavano in lontananza, e si sentiva sollevato quando realizzava che appena  dietro di lui in corrispondenza dell'altra finestra c'era solo una piccola stazione dei treni e quei  due uomini anziani di diecimila anni che parlavano sempre delle stesse cose e di quanto gli mancasse la guerra, di quanto fosse tremendamente difficile pisciare e di quanto fosse impossibile riuscire a completare l'arco temporale di un giorno senza devastarsi di vino rosso alla vecchia osteria.
    Anche se lui non li sentiva sapeva perfettamente cosa si stavano dicendo in quel momento e cosa si sarebbero detti di li a poco agitando quelle loro mani gigantesche e piene di macchie regalategli dalla vecchiaia.
    John verso le 16 e 15 si faceva afferrare alla spalle da una tristezza densa e violenta, da una malinconia  feroce che lo faceva stare ancora più piegato su se stesso, di nuovo, sempre di più come una parentesi, che poi era quello che lui in fondo era sempre stato per tutta la vita. solo una parentesi, di quelle che nei libri di storia alle superiori nemmeno si sottolineano con l'evidenziatore, quelle date che non è importante ricordare, John era così. nonostante tutta la cattiveria e la grinta che ci metteva alla fine passava inosservato.  
    la  grande scatola prendeva sempre più forma nella sua testa, adesso aveva anche un bel colore mogano. dei cuscini per rendere confortevole l'interno, forse una radiolina, o forse meglio un lettore mp3, sui particolari non sapeva quasi mai decidersi anche se dicevano tutti da sempre che i particolari facevano la differenza, a lui sembrava soltanto che la differenza non fosse molta, si perdeva solo meno tempo a raccontare qualcosa, e poi non aveva mai raccontato un solo aneddoto in vita sua, solo una volta a Mia, ma lei si era annoiata presto e gli aveva detto di smetterla con un gesto poco aggraziato della mano, a lui mancavano i piedi di Mia e il colore che avevano le sue gambe e le sue braccia.
    dentro una stanza anonima ricavata in un garage John sprofondava dentro un divano che puzzava di chiuso e di muffa, disegnava su un quaderno a quadretti la struttura della scatola che lo avrebbe ospitato, e vicino scriveva in modo ordinato maledizioni varie e malinconiche e subito di fianco  la lista precisa di tutto il tempo che gli avevano rubato, di tutti i minuti, di tutte le ore che aveva sprecato dietro a qualcosa che si era rivelata priva di qualsivoglia importanza, era la sua lista degli sprechi, del tempo che non sarebbe più tornato e di cui qualcuno era colpevole, qualcuno, ma non lui. che si era sempre perdonato tutto.
    La scatola sarebbe stata grande poco più di tre metri e larga poco meno di cinque, avrebbe pagato qualcuno per inchiodare il coperchio e sarebbe rimasto li, solo, al riparo da tutto, contro nessuno, dimenticato in qualche angolo a farsi dimenticare in santa pace dentro la sua scatola.
    aveva fatto una playlist per le ore che ci sarebbero volute ad abituarsi. abituarsi al buio, alle ossa che avrebbero fatto male, alla testa che avrebbe cominciato a partorire pensieri dolorosi e stridenti, al pentimento che sarebbe sopraggiunto, abituarsi al panico, alla fine di tutto, al buio e abituarsi a darsi torto. perché anche John sapeva che quella era un'idea del cazzo.
    ma il giorno arrivò.
    la playlist era pronta, l'unico che John aveva trovato era il vecchietto numero 2 quello con pochi capelli bianchi e la voce arrochita dalle sigarette che ininterrottamente fumava una dietro l'altra quasi sperando di poter morire da un momento all'altro e dare ragione al pacchetto che lo avvertiva ogni giorno.
    John salutò il vecchio e gli strinse la mano, il vecchio fece una faccia che voleva dire "ripensaci è una cazzata" ma John non lo guardava già più, era rannicchiato e aspettava il coperchio e i primi colpi di martello per schiacciare play, ed era prontissimo a pensare a tutte le cose più tristi che gli era capitato di vedere come quella volta in cui non era stato poi così cattivo ma non era servito ad un cazzo lo stesso.
    i primi tre colpi di martello e una canzone strumentale dei "God is an Astronaut" invase le sue orecchie e la sua testa, e John in un momento di delirio pensò che forse Dio era veramente un astronauta e di li a poco lo avrebbe incontrato, almeno sperava e sperava che l'inferno o il paradiso non fossero anche loro una grande scatola, e che anche li non si sarebbe costretto a chiudersi solo in una scatola più piccola, si era odiato immediatamente perché aveva partorito un pensiero troppo scontato. questa volta non si era perdonato, era poco ma le cose dentro la scatola erano già diverse, il vecchio martellava e dal coperchio cadeva giù un pò di segatura.
    una canzone degli "Editors".
    e tutto il cielo che John poteva permettersi era una fila ordinata di assi di legno, il vecchio era andato via, senza voltarsi, era tornato a parlare delle sue guerre e dei suoi ricordi che potevano già essere benissimo i ricordi di qualunque altro vecchio in qualunque altra parte del mondo.
    L'unico desiderio di John era uscire, e l'unica cosa di cui era capace era sperare di durare un minuto in meno della batteria del lettore mp3, le chitarre gli accarezzavano le vene come due mani gentili e lisce. l'aria era una cappa pesante. era dentro la sua scatola e li sarebbe rimasto per un tempo indefinito, ma sarebbe stato per sempre, era una condizione costante, una certezza, il suo per sempre finalmente lontano da tutti, dentro la scatola non aveva bisogno di essere cattivo, di essere freddo.
    Gli facevano male le gambe, e la testa ma lo aveva previsto, gli lacrimavano gli occhi, forse la scatola era troppo piccola o forse lui si stava ingrandendo, era confuso, forse era anche un pò in preda al panico  ma in un angolo sperduto della sua testa era felice, pensò a Mia e a quando le disse << Dici che è così tanto un ossimoro voler essere felice con te, dirtelo e nel frattempo ascoltare gli Smiths ?>> Mia come sempre non aveva risposto ma aveva perso un secondo di più ad ingoiare il suo ansiolitico delle 17:00. mentre lui adesso dentro la sua scatola stava di nuovo ascoltando gli Smiths.
    John rimase li, piegato su stesso come una parentesi cronica. rimase dentro quel magazzino per un tempo indefinito, per una vita, per un'era geologica. a contare le ore si fa peccato si ripeteva sempre, la sua pancia faceva rumore e i suoi pensieri erano un ronzìo costante e instancabile. e John metteva sempre meno distanza dall'inizio della parentesi e la fine fino a diventare un cerchio piccolissimo raggomitolandosi come un gatto, un cerchio dentro una scatola, dentro un magazzino, dentro un paese infinitamente piccolo ed esageratamente deserto.
    la sua voce era un sussurro quando gridò aiuto e "Pink Maggit" esauriva la sua corsa in giro per la sua testa. ma il suo per sempre era già finito. e i buchi per l'aria erano troppo pochi, un piccolo errore di progettazione.
    una scatola dentro un magazzino, un cerchio dentro una scatola, una parentesi cronica, un per sempre relativo, a volte si può durare meno della batteria di un lettore mp3. 

  • 13 luglio alle ore 7:31
    Vecchia Sanità

    Come comincia: Mi è sempre capitato, entrando in una casa, che non mi appartenesse, di essere attratto, per prima, da ciò che contenevano le pareti. In realtà non c’è modo migliore per conoscere la sensibilità, la storia, la cultura di chi abita quella casa. E devo dire che ho subito delusioni durissime, in ambienti altolocati, dove, alle pareti, erano affisse croste impudiche, che mal si confacevano con il tono elevato, dichiarato. Mentre, in alcuni angusti bassi, ho trovato, alle pareti, stupori inaspettati. Luigi Coppola, a Vico S.Vincenzo, l’ho conosciuto quando la vecchiaia lo aveva avvolto nel suo basso. Nelle giornate di sole poneva la sedia sul limite dell’angusta strada e sedeva con un libro aperto sulle ginocchia. Leggeva, in un raggio di sole, con lenti spesse. Mi concedeva un tenue sorriso che nascondeva l’indisponibilità a farsi visitare, come lo richiedeva sua moglie. Nel ricordo, trovo solo quella sua posizione di lettura, che mi sorprendeva e affascinava, dato il luogo. Le pareti dell’abitazione erano libri, pile di libri, piramidi in precario equilibrio, polverosi ed emananti quel sentore di carta vecchia. Il più delle volte lo trovavo con un libro che avevo imparato a riconoscere, un testo di Benedetto Croce, il suo amico preferito di gioventù, perso da tempo. Luigi Coppola era uno della vecchia Sanità, un autodidatta famelico, un topo di biblioteca. La storia della sua città lo affascinava. Salvatore di Giacomo, direttore della Biblioteca Nazionale, gli dava carta bianca, quando lo vedeva. Luigi Coppola aveva quel gusto innato per il sapere, una luce che affiorava ancora, in vecchiaia, nel suo sguardo, quando raccontava dei suoi amici, di un tempo, della Sanità. Mastriani, a Penninata S.Gennaro, autore del feullitton italiano, con il voluminoso, “I misteri di Napoli”, era il primo della compagnia, a cui si aggiungeva il poeta Ferdinando Russo, che possedeva una villa, in Via Cagnazzi. Ricordo un quadruccio con la poesia autografa di quest’ultimo, “Comme è bello stu’ poco”. E.A. Mario e L. Bovio chiudevano il gruppo letterario, in cui Luigi Coppola veniva accettato per la sua vasta cultura e per l’amabilità del suo carattere. Di loro, conservava scritti, a lui indirizzati. Nel buio basso, vedo ancora la foto di Luigi Coppola, al funerale di Croce, mentre da il braccio alla figlia, tra tante autorità, venute da tutta Europa. Sopra la testata del letto di ottone, troneggiava il pezzo forte: un documento, a firma Gioacchino Murat. Quel geroglifico mi rubava lo sguardo, a ogni visita. Di Luigi Coppola possiedo una vecchia lumia, che ho lasciato incrostata di fumo e di cera. Me la regalò la figlia, anni fa, alla sua morte. “Papà lo ricordo così, - mi confessò - mentre leggeva di notte, al lume di questa tenue fiammella”.

  • 13 luglio alle ore 7:24
    Una sera

    Come comincia: Note lente al piano, alle mie spalle. Mi è sfuggito l'autore. Ma non giova che le note abbiano un autore. Esistono in questo tramonto e mi stanno bene. L'estremità della canna fumaria della casa di fronte, ruota al vento e mi rimanda gli ultimi raggi. Il Vesuvio è celato da frammenti di nuvole incerte. I passeri si contendono, con breve canto, il cavo telefonico, che costeggia la strada. Il mistral spolvera la calura e fa suonare la selva. Ogni tanto, ho rospi disgustosi dentro di me. Questa calma non cura.

     

  • 13 luglio alle ore 7:22
    Qualcuno che mi ascolti...

    Come comincia: ...” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù” … da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas 
     E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. – “Avevo sì e no, sei anni…” - Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava come in una chiesa. Un rispetto dovuto.  “Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti.” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo tv tecnologico. Non si accorgono neppure di me.

  • 11 luglio alle ore 9:51
    Felice, viaggio in Sud America

    Come comincia: Prima di partire avevano fatto un giuramento; per nessun motivo, qualsiasi cosa avessero trovato, avrebbero compromesso la loro amicizia. Franco faticò ad accettare la storia del suo amico, ma proprio il forte legame che li univa gli aveva permesso di digerire quella teoria strampalata.
    "Gli alieni, sei stato rapito dagli alieni. Certo Felice che ne inventi sempre una nuova"
    "No Franco, non mi sono inventato niente, perché dovrei farlo?"
    Perché da tempo sei fissato con il Sud America e adesso hai inventato tutta questa storia per convincermi a seguirti, lo sai che sono più curioso di te"
    "Non sei obbligato a seguirmi e comunque è me che vogliono"
    "Certo, vai pure, io starò qui ad aspettarti mentre tu ti diverti; quando si parte?"
    La settimana seguente giunsero a destinazione, si erano presi un periodo di ferie perché Felice non voleva trascurare nessuna possibilità, si era documentato e la scelta sulla destinazione era caduta in una zona interna del Brasile nel pieno della foresta Amazzonica.
    Avevano ingaggiato delle guide e si erano equipaggiati a dovere, ma Franco stava vivendo quell'esperienza come l'ennesimo colpo di testa del suo amico e si stava comportando di conseguenza prendendo tutto alla leggera e cercando di trarre il meglio da quell'avventura. Dopo tre giorni passati a vagare senza meta in mezzo alla foresta, quella sera trovarono una specie di villaggio abbandonato e decisero di accamparsi lì per la notte. Un paio di capanne costruite con legno e fogliame gli permisero di allestire una sorta di alloggiamento riparato da insetti e umidità. Le guide, cinque in tutto, cercarono legna per accendere un fuoco da campo e poi prepararono le cena mentre Franco e Felice discutevano sul da farsi.
    "Senti Felice, l'avventura nella foresta, il mistero degli alieni, comportarsi come esploratori alla ricerca di chissà quale tesoro, sono tutte belle cose, eccitanti, ma adesso comincio ad essere stufo. Che ne dici di darci un taglio e trasferirci sulle coste dell'Atlantico dove si fa baldoria tutto il giorno e le spiagge brulicano di belle donne?" Felice aveva sentito ma non aveva ascoltato, nella sua mente si sviluppava uno scenario fantasioso fatto di alieni e paesaggi incontaminati. Franco si rese conto del suo stato d'animo e cercò di riportarlo alla realtà.
    "Felice? Felice ascoltami per piacere" L'amico si girò e lo fissò con quegli occhi scuri e profondi che tanto piacevano alla gente "Adesso ho capito, mi è tutto chiaro. Non dobbiamo cercare niente, saranno loro a trovare noi, è ovvio" Felice aveva parlato senza curarsi dei presenti, completamente preso dai suoi pensieri. Franco non insisté oltre, era evidente che l'amico non l'avrebbe ascoltato e dopo aver preparato il campo per la notte si coricarono a dormire, le guide avrebbero fatto i turni di guardia.
    Un odore, un buon profumo per la precisione, lo destò delicatamente strappandolo dal sonno profondo di chi è veramente stanco. Franco sollevò il capo e stropicciò gli occhi, il bagliore del fuoco esterno rischiarava leggermente l'ambiente e gli permise di intravedere alcune ombre senza però riuscire a mettere a fuoco la scena. Poi, appena gli occhi si furono abituati a quella flebile luce, riconobbe distintamente quattro figure alte e slanciate,sembravano due maschi e due femmine. Osservando attentamente quelle presenze, si rese conto di avere di fronte degli esseri simili agli uomini ma non umani, probabilmente stava sognando, ma il profumo sempre più penetrante e una fitta allo stomaco lo convinsero di essere cosciente; cominciò  a tremare. Una delle figure, una femmina presumibilmente, lo sfiorò con la mano; aveva cinque dita con le unghie chiare ed emanava un forte calore che trasmetteva belle sensazioni. Franco allungò la sua mano nel tentativo di afferrare quella dell'altra che però la ritrasse fulmineamente e si spostò vicino ai suoi compagni. Franco non voleva in nessun modo allarmare quegli individui e, benché la parte razionale del suo cervello continuasse a ripetere come fosse necessario dare l'allarme, la parte emotiva lo costrinse a restare zitto e fermo ad ammirare quegli esseri. Uno dei maschi , alto all'incirca due metri, lo invitò con dei gesti a seguirlo e Franco si mosse con delicatezza ed in silenzio; temeva di rompere quell'incantesimo. Appena fuori dal capanno i quattro individui lo indirizzarono lungo un sentiero che si snodava dietro le capanne e in pochi istanti furono davanti ad una specie di cabina telefonica gigante e le due femmine vi entrarono. Uno dei due maschi invitò Franco a fare la stessa cosa: se stava sognando, si disse, non avrebbe corso alcun pericolo, in caso contrario era curioso di vedere cosa sarebbe accaduto. Varcò la soglia di quella cabina senza esitazioni e venne investito da una luce abbagliante che lo costrinse a ripararsi gli occhi con le mani. Dopo alcuni istanti percepì degli odori gradevoli e dei rumori tenui e rilassanti, aprì gli occhi con cautela trovandosi davanti uno spettacolo indescrivibile: era immerso nella natura, una natura diversa e incontaminata ricca di piante e fiori e acqua dai colori cristallini piena di pesci. Vedeva un sacco di animali delle più svariate razze, tante delle quali apparentemente sconosciute. Franco restò immobile a bocca aperta e si convinse di essere in un sogno mentre una delle creature che lo avevano accompagnato in quel posto si avvicinò a lui e parlò:
    "Non stai sognando Franco" disse la femmina con voce melodiosa "Questo è ciò che era, ciò che desideri, quello che non sarà più" Adesso Franco cambiò espressione: loro lo conoscevano, parlavano la sua lingua ed erano reali e uno di loro, quello che sembrava essere la guida, si avvicinò a lui posando una mano sulla sua spalla "Franco, vuoi vedere? Vuoi capire? O vuoi semplicemente tornare al tuo mondo e alla tua vita?" Quelle parole, pronunciate con calma e chiarezza, tranquillizzarono Franco che stava ancora cercando di capire cosa stesse accadendo e l'altro, vedendolo esitare, proseguì dicendo "Tornerai comunque alla tua vita, ti chiediamo solo se prima tu non voglia conoscere, sapere e vedere" Si, voleva vedere e con un cenno della testa annuì. Fu avvicinato da una delle femmine che cominciò a parlare e a camminare lungo una strada di terra battuta "Ti stai chiedendo ancora se tutto questo sia un sogno, vero?" Franco la fissò estasiato, era difficile tenere alta la concentrazione in quell'angolo di paradiso e la femmina proseguì "Io esisto, sono reale, puoi sentirmi e toccarmi" contemporaneamente afferrò una mano di Franco "Senti la mia mano, è reale. Perché hai paura di esprimere le tue emozioni?" Già, perché era bloccato e diffidente? Le parole fluirono dalla sua bocca chiare e forti "Ho paura di spezzare l'incantesimo. Sono in un posto bellissimo ma irreale e sapendo di dover tornare presto alla realtà non voglio farmi coinvolgere da emozioni che poi faticherei a trattenere" "Ma così rinunci alla vita!" Esclamò uno dei maschi dietro di lui "Non dire così amico" disse l'altro "Franco è confuso e come qualsiasi essere della sua razza teme tutto ciò che non capisce, anche se come in questo caso è una cosa bellissima, vero Franco?" Era vero, ma lui non voleva essere l'oggettto della discussione, voleva capire oltre che vedere "Sì, è vero e a proposito, io sono Franco, l'umano; voi chi siete? Cosa volete?" La femmina che ancora lo teneva per mano rispose con calma "Noi siamo quello che era, siamo quello che è e che mai più sarà" "Basta parlare per enigmi!" Tuonò Franco "Come vi chiamate? Da dove venite? Perché mi avete portato qui?" Fu nuovamente il maschio a rispondere "Tu ci hai seguito, noi ti abbiamo invitato non ti abbiamo obbligato a venire, inoltre non abbiamo nome, asegnare nomi e numeri è una prerogativa della tua razza, a noi non interessa. Viviamo godendo dei fruttti della natura cercando di mantenere un equilibrio fra le nostre esigenze e quelle del paesaggio che ci circonda" Franco corrucciò la fronte e staccò la sua mano da quella della femmina fermandosi vicino ad un grande albero, era confuso e spaventato, chi erano questi esseri che sembravano saperla tanto lunga? Cercando di mantenere la calma, per non far trasparire la sua ansia, disse deciso "Voi siete alieni, extraterrestri, non fate parte di questo mondo eppure parlate la mia lingua, mi assomigliate fisicamente e anche se mi volete far credere di vivere in armonia con la natura possedete una tecnologia avanzata, tipo quella specie di cabina telefonica gigante che non ho capito cosa fosse" I quattro individui si guardarono compiaciuti, Franco notò chiaramente le loro espressioni soddisfatte qualcosa in lui li aveva colpiti e infatti il maschio confermò:
    "Sei in gamba Franco, avevamo studiato il tuo comportamento e non potevamo aspettarci di meglio" Franco non ebbe il tempo di ribattere perché l'altro proseguì spedito "Tu e Felice siete sotto osservazione da molto tempo e quando lui ti ha detto di essere stato rapito dagli alieni si riferiva ad un'esperienza del genere, ma la sua diffidenza lo porta a distorcere ciò che apprende durante queste visite. Il tuo amico è una persona aperta di mente e di cuore, noi lo definiamo uno dei prescelti e la fiducia che riponiamo in lui è molta. In questo momento, sparse per il mondo, migliaia di persone stanno vivendo esperienze simili, purtroppo solo una piccola parte di loro ha le doti necessarie per comprendere tutto ciò. Tu ci hai definito alieni, extraterrestri; hai ragione. La nostra razza giunse sulla terra migliaia di anni fa, quando alcune razze di ominidi viveva ancora nelle caverne, con l'intento di preservare lo splendido ecosistema esistente. Sappiamo per esperienza diretta che in mondi simili a questo, dopo che alcune razze si sono sviluppate hanno ridotto i propri pianeti a distese brulle e inospitali. Cerchiamo quindi di entrare in contatto con chi è in grado di comprendere il nostro messaggio nella speranza di preservare i pianeti come il vostro dalla distruzione" Franco era confuso, stava sognando o era tutto reale? Decise comunque di stare al gioco.
    "Perciò siete dei benefattori che girano distribuendo consigli gratuiti per il bene degli altri, un po' stiracchiata come storia" La femmina che fino a quel momento non aveva partecipato alla discussione si avvicinò a lui e tolse il velo che la ricopriva, lasciandola completamente nuda. Il suo corpo era perfetto, Franco fu assalito dall'eccitazione e lei guidò le mani dell'uomo sul suo corpo "Cosa provi Franco? Cosa senti in questo momento? Tu mi desideri, vuoi possedermi e questo che vuoi Franco? Sei disposto a condividere il tuo corpo con il mio anche se ci consideri delle fantasie, il desiderio ti acceca a tal punto?" Franco non rispose, adesso un senso di vergogna lo stava stritolando e con un gesto malfermo ritrasse le sue mani dal corpo della donna "Vedi Franco" proseguì lei "Noi non siamo esseri perfetti, anche la nostra razza ha dovuto subire delle fasi di trasformazione, noi siamo il risultato di secoli di evoluzione. Tuttavia una parte di noi non ha seguito questo percorso e tutt'ora vaga per l'universo facendo strage di civiltà evolute. Il nostro compito è quello di evitare che ciò avvenga, ma in alcuni casi sono le stesse razze che noi cerchiamo di proteggere che ci respingono e abbracciano il loro credo causando la propria rovina" La donna si rese conto che Franco faticava a seguire il discorso e cercò di fare chiarezza "Voi umani siete in una fase delicata, state prendendo consapevolezza di alcune realtà, state capendo che siete voi i fautori del vostro destino, ma siete troppo ottusi per far volgere gli avvenimenti a vostro favore e i nostri nemici stanno raccogliendo proseliti a ritmo serrato" Adesso Franco era nella più totale confusione, la testa cominciò a vorticare velocemente e le immagini davanti a lui si trasformarono in un turbine accecante e poi, come colpito alla testa, cadde nell'oblio.
    "Svegliati lazzarone, abbiamo già preparato gli zaini e fatto colazione e se non ti dai una mossa riprenderai la marcia a stomaco vuoto" Felice stava scuotendo energicamente l'amico per le spalle. Franco faticò a riprendersi e dopo aver mangiato qualcosa si caricò lo zaino a spalle e prese a camminare senza proferir parola e nessuno osò chiedergli nulla. Dopo aver marciato per alcune ore le guide trovarono un posto ideale per fermarsi ad accendere un fuoco da bivacco e preparare qualcosa da mettere sotto i denti. Franco si sistemò ai margini del fuoco e cominciò a  preparare il caffè. Felice si avvicinò a lui, ed osservandolo attentamente capì cosa era successo. "Tu li hai visti! Stanotte sono stati da te, vero?" Franco non rispose e Felice lo prese per un braccio "Cosa hai visto? Cosa ti hanno detto?" Franco ritrasse il braccio lentamente e senza guardare l'amico in faccia rispose a bassa voce "Io ho dormito male stanotte e ho fatto dei brutti incubi, non mi va di parlarne" Il tono di Franco non ammetteva repliche, Felice lo sapeva, decise quindi di assecondarlo "Come prefersisci amico, ma sappi che io ti sono vicino"
    Quella sera trovarono rifugio presso un villaggio di indios, gente alla buona abituata ad avere a che fare con gli stranieri, infatti una delle guide li conosceva abbastanza bene da trovare un accordo economico che consentisse loro di usufrutire del villaggio e dei suoi servizi.
    "Ma una volta non bastava offrire loro qualche pietruzza in cambio dl necessario?" Chiese Franco "Bentornato!" Rispose Felice "Credevo avessi perso la lingua" Franco non cascò nel tranello dell'amico e rispose con un sorriso sarcastico "Ho capito" Continuò Felice "Comunque la storia delle pietruzze e degli specchietti è solo una trovata cinematografica. Queste persone sono al pari di noi e sono sicuro che in qualche capanna, ben nascosti, ci sono apparecchi video, collegamenti a internet e via discorrendo. Con i soldi si procurano il necessario da commercianti che riforniscono queste zone. Ripeto, non si fanno mancare nulla ma hanno deciso di vivere lontani da quella che noi definiamo civiltà progredita. Se li osservi bene ti accorgerai che sono tutti sereni, hanno il sorriso stampato sulla faccia e probabilmente vivono meglio di noi" "Hai finito?" Lo riprese Franco "Conosco le tue idee e capisco quanto tu ti senta vicino a questi spiriti liberi, ma noi siamo qui per altro" Felice interpretò quelle parole come un'ammissione e chiese fiducioso "Quindi è vero, li hai visti" "Sì, e ho bisogno del tuo aiuto o rischio di impazzire"
    Quella sera mangiarono in compagnia del capo del villaggio che volle rendere omaggio agli ospiti offrendo un banchetto a base di carni, pesce e verdura. La cena superò le più rosee aspettative, le carni ben cotte, il pesce accompagnato da verdure saporite e frutta a volontà "Che ti dicevo?" Disse Felice rivolto all'amico "Non si fanno mancar nulla e in più vivono lontani dallo stress. Se ti abitui a questo clima e alle punture degli insetti potresti fermarti qui con loro" Felice stava ridendo sapendo come la pensava l'amico, che rispose "Tutto sommato è meno peggio di come pensassi, ma adesso ho bisogno di parlarti, ieri notte è stata dura, veramente" I due amici finirono di mangiare e con garbo si congedarono dal resto del gruppo affermando di essere molto stanchi. Il capo villaggio intuì le loro esigenze e si mostrò comprensivo chiedendo al resto dei presenti di non disturbare ulteriormente i due ospiti. Non conoscendo la zona i due restarono nei pressi del villaggio appartandosi però in modo tale da avere la giusta riservatezza, ciò di cui avrebbero parlato non doveva essere ascoltato da nessun altro.
    "Ho visitato un altro mondo" esordì Franco spiazzando Felice che invece si aspettava dei tentennamenti da parte dell'amico "Ora capisco cosa hai provato e perché sia così difficile condividere una simile esperienza per paura di essere preso per matto, ma io e te non siamo matti, vero?" Aveva bisogno di conferme e l'amico provò a tranquillizzarlo "No, non siamo matti, siamo stati scelti. Io è da molto tempo che vivo queste esperienze, ma ora dimmi, cosa hai visto? Cosa ti hanno detto?" Senza esitare Franco raccontò all'amico tutto ciò che ricordava fin nei minimi dettagli e alla fine Felice sbuffò preoccupato "Merda! Non va bene, ti hanno esposto troppo. Io ancora oggi fatico a capire quando si tratta di incontri reali o di sogni o visioni indotte. Loro pretendono che ci si adoperi per risolvere un sacco di questioni, ma non è così semplice. Spesso mi rifiuto di credere a quello che vedo e sento, ma a volte devo ammettere che seguendo le loro indicazioni mi ritrovo di fronte a situazioni fuori dal comune. Ti hanno detto che se loro sono i buoni, ci sono altrettanti cattivi?" Franco fece cenno con la testa di essersi perso, troppe rivelazioni in quelle ore "Vedi Franco, a oggi anche io fatico a comprendere quello che sta accadendo, ma una cosa mi è chiara: ci sono i buoni, quelli che hai visto tu stanotte, ma ci sono anche tanti cattivi, orribili, tremendi! Li ho incontrati in una sola occasione, di striscio, mentre seguivo un'intuizione: loro sono il male, quello vero e se prenderanno il sopravvento anche il nostro mondo così come lo conosciamo finirà!" Felice, preso dall'enfasi, aveva alzato la voce e un gruppetto di persone si era avvicinato per vedere cosa stesse accadendo. Capendo che l'amico era in difficoltà ci pensò Franco a risolvere la situazione nel migliore dei modi e con ampi gesti fece credere ai curiosi che si trattava di un gioco, una sorta di passatempo. Agli indios poco importava cosa stessero facendo e non capendo una parola di quei due presero a ridacchiare convinti che i due uomini fossero alterati dall'alcol o dalla droga. Quando il gruppetto si fu allontanato Franco si rivolse a Felice "Stai bene?" "Si Franco, ma questa notte dormiremo in gruppo e le nostre guide dovranno vegliare su di noi" Franco non capì il motivo di quelle precauzioni, ma era stanco e non obiettò, andava bene così.
    Si addormentarono alla svelta, travolti dalla stanchezza e Franco iniziò subito a sognare. Una ragazza del villaggio, che quella sera aveva cenato con loro, si stava avvicinando a lui senza che la guida posta di guardia se ne accorgesse. Felice dormiva alla grande e Franco si alzò ad accogliere la giovane mentre lei, con un gesto inequivocabile, lo invitò a seguirla nel bosco. Senza essere notati da nessuno si ritrovarono in una radura e lei si denudò davanti all'eccitatissimo Franco, stava prendendo una bella piega quel sogno. Lui si avvicinò con cautela alla giovane donna e con precisi movimenti fece in modo da ritrovarsi disteso sopra di lei che lo stava assecondando in tutto e per tutto. Franco sentiva il calore della donna e l'eccitazione salire, sempre più forte, in un turbine di sensazioni meravigliose, ma in fondo al suo cervello una vocina stava disperatamente cercando di metterlo in allarme. Lui era però deciso a godersi quel sogno fino in fondo e quando sentì arrivare il momento di massima eccitazione fu completamente colto di sorpresa da un forte dolore alla nuca e poi il buio. Si risvegliò con un fortissimo mal di testa e capì immediatamente di essere sveglio e cosciente. Adesso si trattava di capire, fino a che punto aveva sognato? Gli vennero in mente le parole della donna che lo aveva accompagnato la sera prima in giro per quei boschi da favola. Il bene e il male, gli alieni buoni e quelli cattivi, la storia si ripeteva e lui ora temeva di essere capitato nel girone infernale. La porta della stanzetta in cui si trovava si aprì e una debole luce filtrò all'interno, Franco si stropicciò gli occhi infastidito. Quando la sua vista si adattò alla luce riconobbe immediatamente le donna del suo sogno affiancata da un grande e robusto essere di forma umanoide e dall'aspetto mascolino, chiaramente non aveva sognato ed era caduto in una trappola. Lei lo fissò, il suo sguardo trasmetteva compassione, sembrava voler comunicare all'uomo il suo dispiacere, forse aveva accettato volentieri il ruolo di esca, ma adesso doveva rientrare nei ranghi e dopo un ultimo sguardo si girò ed uscì dalla stanzetta lascindo Franco solo con il gigante. L'essere non aspettò oltre e chiese con autorità: "Tu hai visto i boschi del benessere, ti hanno portato con loro. Dimmi dov'è il portale d'accesso! Dimmi dove si trova ed avrai salva la vita" Franco non amava quel tipo di atteggiamneto e rispose sorridendo "cercatelo da solo il tuo cazzo di portale!" Un colpo violento lo investì in pieno volto e lo fece cadere nuovamente in stato di incoscienza.
    Felice si era svegliato in preda agli incubi e quando si rese conto dell'assenza dell'amico andò nel panico. Chiese immediatamente alla guida di guardia se avesse visto Franco allontanarsi dal campo, ma l'uomo non aveva visto nulla. Sempre più agitato prese ad aggirarsi e a correre per il villaggio immerso nel silenzio della notte, dormivano tutti o perlomeno erano tutti rintanati nei propri alloggi. Stava per urlare dalla disperazione quando urtò contro una ragazza che aveva incrociato la sua strada. L'impatto fu violento e la donna cadde a terra, Felice si avvicinò subito a lei per prestarle soccorso quando vide che lei stava piangendo "Scusa" disse lui "Non ti ho vista, ti ho fatto male? Vediamo se riesci ad alzarti" La giovane si alzò da sola e Felice capì che non era stato lui a causare quel pianto, la giovane stava già piangendo e un'ipotesi si fece largo nella sua mente "Cosa c'è ragazza, cosa è successo? Dov'è Franco?" Lei capiva solo qualche parola dell'uomo, ma quelle, assieme al tono di voce le fecero prendere una decisione immediata. Prese Felice per una mano e veloce come il vento si diresse verso la foresta giungendo in breve in un punto dove la vegetazione era meno fitta. I due si fermarono e dopo aver ripreso fiato Felice chiese "E' qui che l'hai portato? E qui che hanno preso Franco? Parla ragazza, fatti capire, è importante, il mio amico è in grave pericolo" La donna stava cercando di riorganizzare le idee, sapeva che quel tradimento l'avrebbe messa in grave pericolo, ma gli occhi di Franco le avevano rapito il cuore e decise che era giusto cercare di aiutarlo. Stava per indicare qualcosa a Felice quando in mezzo alla piccola radura si materializzò una sorta di grande cabina telefonica nera e fumante, un portale del male. La grande porta si aprì e davanti ai loro occhi si materializzò la scena che lo avrebbe perseguitato per il resto della sua vita; Franco cercava di divincolarsi dai due giganti che lo trattenevano ma era impossibile liberarsi dalla loro presa. Uno dei due con uno scatto fulmineo prese la ragazza e la trascinò dentro il portale, Felice era come paralizzato e l'ultima cosa che sentì furono le urla di Franco che chiedeva disperatamente aiuto e poi tutto si fece scuro.
    Felice aprì gli occhi, risvegliato da un leggero suono che conosceva bene "Bentornato Felice" Disse sorridente la dottoressa "Come è andata questa volta, stai meglio?" Lui andava pazzo per quel sorriso. "L'ho visto ancora là, nella foresta e adesso sono convinto che lui sia ancora vivo. Devo andare in Sud America e vedere di riportarlo a casa" La donna attese un attimo prima di controbattere, sapeva che dopo simili esperienze i pazienti erano convinti di ciò che avevano visto e una parola detta nel modo sbagliato poteva spezzare il legame di fiducia che lei creava con loro. Servì del tè in due tazze e mentre l'uomo sorseggiava la bevanda calda provò a dire "Vedi Felice, sei ancora molto coinvolto da questa tragedia, la perdita di un amico in simili circostanze può provocare in chi sopravvive una sorta di senso di colpa che trasfigura la realtà, non sarebbe una buona idea tornare in quei posti adesso. Prima devi rielaborare tutti gli avvenimenti in maniera tale che tu sia pronto a gestire le tue emozioni. Allora, forse, potrai tornare in quei luoghi e ritrovare la serenità" Lui ammirava quella donna e decise di assecondarla "Hai ragione, è inutile tormentarmi il cervello. Grazie per il tè, ma adesso è ora che vada. Ci sentiamo per la prossima seduta, ok?" "Va bene Felice, cerca di stare tranquillo"
    Il suono del telefono non la sorprese, se l'aspettava "Come è andata?" Chiese la voce all'apparecchio "Partirà, ne sono sicura" "E tu lo seguirai" "Ma? Non è meglio trattenerlo?" No, i tempi sono maturi. Preparati, incontrerete un sacco di insidie"

  • 10 luglio alle ore 10:45
    Drago di Fuoco

    Come comincia: Così il Drago s'assise sulla grande roccia
    al centro dell'Antico Lago di Fuoco
    e si rimise a guardare.
    Osservava il lupo ferito
    leccarsi nuove cicatrici
    e lottare per non lasciarsi avvelenare,
    vegliato dalla grande Aquila
    che si librava nel cielo sopra di lui
    senza mai abbandonarlo.
    "Non è il Tempo" gli disse
    e la sua voce risalì la Terra
    facendola tremare.
    La Donna l'udì
    e la brocca cadde sui ciottoli
    dove riversò la sua Acqua.
    Tremò fin nell'Anima.
    Si chinò a raccogliere i cocci
    che ne feriron la candida pelle,
    riversando quel Sangue Rosso
    nell'arido terreno che avido lo fece suo.
    La Terra fiorì d'incanto,
    partorì succosi frutti:
    di nuovo avrebbe sfamato gli Uomini.
    Il Drago parlò ancora
    "Verrà il Tempo"
    e la sua Saggezza scosse appena il suolo:
    un Sussurro che la Donna fece proprio.
    Comprese allora.
    Si alzò,
    lasciando quei pezzi d'una brocca ormai in frantumi;
    la Terra stessa li avrebbe coperti e resi parte di sé:
    un ricordo
    che un giorno altri Uomini avrebbero trovato
    riscoprendo la loro storia.
    Nuovi Uomini e Nuovi Tempi
    attendeva il Drago nelle sue Forme.
    Nuovi Uomini e Nuovi Tempi
    attende
    in quell'Antico Lago di Fuoco,
    mentre quegli occhi d'oro e di stelle
    tornano ad osservar silenti.

  • 09 luglio alle ore 12:07
    Prima classe, polvere, fango

    Come comincia: Aveva le mani così curate che mi vergognai subito delle mie ma poco importava perchè lui era uno di quelli che se ti degnano di uno sguardo nemmeno te ne accorgi. Ripresi a leggere:

    ''i muratori cantano,
    cantando sembra più facile.
    Ma tirar su un edificio
    non è cantare una canzone,
    è una faccenda molto più seria.''

    Non fa certo il muratore con quelle mani da signore mentre legge il suo libro e prende a sorsi eleganti il suo caffè corto. Ha scelto di sedersi al mio tavolo:  una ragazza non abbastanza carina da attirare troppe attenzioni, che legge con tono anonimo, il classico tipo silenzioso che non disturba e non fa domande.

    ''il cuore dei muratori
    è come una piazza in festa;
    c'è un vocio,
    canzoni e risa.
    Ma un cantiere non è una piazza in festa
    c'è polvere e terra,
    fango e neve.''

    Avranno mai visto il fango i suoi figli? I figli di un uomo che al bar della stazione poggia sul tavolo un biglietto di prima classe. Freccia bianca a Milano, a Milano non c'è fango. C'è tanta polvere, di quelle che non si vede, di quelle che si insinuano nei corpi delle persone, di quelle che si trasformano in tumori.

    ''Spesso le mani sanguinano,
    il pane non è sempre fresco,
    al posto del tè c'è acqua,
    qualche volta manca lo zucchero''

    Glielo vorrei chiedere, gli vorrei chiedere se ha mai fatto assaggiare il pane secco ai suoi figli, bisognerebbe intingerlo nell'acqua finché non diventa morbido e poi bisognerebbe cospargerlo di zucchero. ''Délicatesse'' lo  chiamavamo noi, con i piedi sporchi di fango, le mani lavate e con il nostro pane tra le mani mentre ci ricorrevamo a cercare le lucertole nascoste dietro ai muri e dietro a noi ci rincorrevano le voci urlanti delle nonne. ''Sedetevi a mangiare!'' gridavano e noi ci sedevamo dove capitava, tanto non c'erano macchine che potevano calpestarci, soltanto cavalli che se passavano, mangiavano il nostro pezzo di pane così che gli altri potessero burlarsi di noi. A qualche vecchietta faceva pena chi rimaneva senza merenda e allora tornava a casa e copriva una fetta di pane fresco con del burro sopra il quale ci metteva del miele e così, lo sfortunato, diventava il Re della merenda.

    ''Posso sedermi?'' chiese un barbone, puzzava ma non troppo e aveva un vassoio di resti con se. ''Certo'' risposi, guardai il signore dalle unghie pulite che mi ricambiò con sguardo critico, si alzò dalla sedia ma lasciò il libro sul tavolo, leggeva Hikmet, leggeva Hikmet anche lui. Tornò al tavolo qualche minuto dopo con una bottiglietta d'acqua e una focaccia calda tra le mani che appoggiò in fronte al barbone ''oggi offro io'' disse e l'altro, con le unghie sporche e lunghe e con un sorriso gentile, disse ''grazie'' e prese a mangiare

  • 08 luglio alle ore 13:47
    Lucrezia Borgia

    Come comincia: (Subiaco, 18 aprile 1480 - Ferrara, 24 giugno 1519) 
     
    Mi aggiro in silenzio nelle stanze dei Musei Vaticani, mirando incantata le opere d'arte in esse contenute. Mi scopro instancabile e insaziabile dinanzi ai dipinti di Raffaello, insignificante sotto la volta della Sistina, stupefatta nel fissare le mummie egizie, fin quando entro nella Torre Borgia, fatta costruire da papa Alessandro VI e mi addentro nelle sale affrescate da Bernardino Betti, il Pinturicchio. Qui mi soffermo sui volti dove il pittore ha ritratto i componenti della famiglia Borgia. I dipinti sono così belli che rapiscono lo sguardo e quasi mi pare impossibile che quelle figure così candidamente ritratte possano essere i crudeli personaggi che la Storia ci ha tramandato. O, almeno, una parte della Storia. Chiudo gli occhi e un attimo dopo vedo la santa Caterina che, quasi per magia, si stacca dall'affresco e rimane sospesa a mezz'aria, fluttuando lieve, simile a un sogno. Ci risiamo, penso sgranando gli occhi e fissando la figura davanti a me che, sorridendo affabile, esordisce:
    «Lo vuoi proprio sapere?»
    Rimango mio malgrado incantata e mi accorgo che la gente che affolla la sala non si rende conto di noi, non ci guarda neppure, come se fossimo due creature invisibili. Lei, Lucrezia adolescente, presa a modello dal Pinturicchio per interpretare la santa, mi sorride e alza il braccio per mostrarmi i suoi familiari.
    «Mio padre, Rodrigo Borgia, eletto papa con il nome di Alessandro VI, era un uomo buono, parco, gaudente, sostenuto dalla ferrea Fede che aveva nel Cristo, a dispetto di tutti coloro che lo hanno soprannominato l'Anticristo.»
    «In effetti, si concedeva talmente tanta licenza che quando era ancora un giovane vescovo si è beccato un rimprovero dall'allora papa Pio II Piccolomini.»
    Lei annuisce e ribatte:
    «Era moralità del tempo. Non esisteva uomo di Fede che non fornicasse.»
    «Alla stregua di tuo fratello?» domando insinuante.
    La vedo scurirsi in volto per una frazione di secondo, quindi recuperare la regalità conseguita per ricoprire il ruolo primario di principessa del Vaticano.
    «Mio fratello Cesare era un cardinale allegro, modesto, pieno di vita e i contemporanei possono sottoscrivere.»
    «Era il fratello maggiore, vero?»
    «Maggiore se parli dei figli che mio padre ha avuto da Vannozza Cattanei: ne ha avuti altri in precedenza da altre donne. Ma sì, Cesare era il maggiore, poi venivamo Juan, io e infine Jofre. Quattro, e mio padre ci ha amato tutti, in particolare Juan, destinato alla carriera militare.»
    Vedo i suoi occhi brillare mentre parla della sua famiglia e comprendo che il loro sangue valenzano li ha legati indissolubilmente.
    «So che ti sei sposata a tredici anni.» rammento, provando a toccare un visitatore per assicurarmi di essere vista, ma costui non mi sente neppure.
    «Sì, con Giovanni Sforza, conte di Pesaro e nipote del Moro. Purtroppo era un matrimonio destinato a naufragare per correre dietro ai venti politici.» commenta scuotendo la bellissima testa dai lunghi capelli biondi. «Puoi immaginare cosa significa essere costretta a sciogliere un matrimonio in quell'epoca? Mio padre e mio fratello erano così sicuri del fatto loro che non si sono mai curati dell'infamia che mi gettavano addosso.»
    «Come un marchio a fuoco.»
    «Proprio così. Quando Giovanni non è stato più utile, mio padre e Cesare si sono guardati intorno per cercarmi un altro degno marito che a loro potesse aprire le porte di altre proficue alleanze. A me non era concesso ribellarmi. Come non mi è stato concesso piangere la morte di mio fratello Juan.»
    Sento la sua voce incrinarsi al penoso ricordo e posso solo immaginare il dolore da lei provato.
    «Se non rammento male,» mormoro facendo un gesto con la mano, «fu ritrovato accoltellato nel Tevere, nello stesso periodo in cui eri costretta a divorziare.»
    Lei china appena la bionda testa e sospira mestamente.
    «Fu un momento terribile per me e per tutto il mondo cristiano. Il fatto poi di non aver mai saputo chi avesse osato uccidere il figlio prediletto del papa, lasciò tutti con l'amaro in bocca.»
    «Si sussurrò che fosse stato Jofre, tuo fratello più piccolo, perché Juan era l'amante di sua moglie.»
    «Sciocchezze.» taglia corto con decisione, alzando il mento come una regina. «Noi Borgia siamo stati a lungo infamati da parole che hanno scavalcato i secoli, proferite da persone che ci hanno sempre odiato. Era vero che Juan fosse l'amante di sua moglie, ma Jofre non ha mai ucciso nessuno. Si disse pure che fosse stato Cesare, ma neppure lui avrebbe mai alzato la mano su un congiunto.»
    «E chi fu a ucciderlo?» domando incuriosita. «La Storia non ha mai svelato l'arcano.»
    «Fai la domanda alla persona sbagliata: io ero chiusa in convento in quel periodo, in attesa del divorzio e pronta a impalmare il secondo marito, il duca di Bisceglie.»
    «Indubbio, qualcuno che conosceva bene le sue abitudini lo ha colpito e poi si è ritirato nel buio.» indago pensierosa.
    «Sì, e quello che so per certo è che mio padre incolpò gli Orsini, senza, per altro, averne mai le prove.»
    «La scomparsa di tuo fratello fu la causa dello spogliamento di Cesare.»
    «Ovvio. La nostra famiglia aveva bisogno di un uomo d'arme più che di un uomo di Chiesa e Cesare scese in campo.»
    «Una morte quanto mai provvidenziale per l'ambizione del Valentino.» faccio notare.
    Lei mi fissa dall'alto in basso, con il distacco dell'essere superiore e ribatte:
    «Cosa ne sai tu? La gente dice che uccise il fratello per diventare condottiero; io sostengo che fu costretto a divenire condottiero perché gli avevano ucciso il fratello.»
    Con un cenno della testa le concedo il beneficio del dubbio e insinuo:
    «Si dice pure che tu abbia avvelenato i tuoi mariti.»
    Si mette a ridere di cuore, portando una mano alla bocca ed io rimango incantata dinanzi alla sua bellezza e ai suoi modi gentili, da sempre decantati dai poeti e dalle persone a lei vicine.
    «Io non ho mai avvelenato nessuno. Amavo talmente tanto il mio secondo marito che quando Cesare me lo ha ucciso per potermi rendere vedova e donarmi agli Este, sono quasi impazzita dal dolore.»
    «Vuoi dire che, nonostante il matrimonio politico, eri innamorata di Alfonso d'Aragona?»
    Lei socchiude i magnetici occhi a mandorla e sospira.
    «Chi non l'avrebbe amato? Era giovane, bello e gentile e ho pregato per avere una lunga vita insieme a lui. A quanto pare,» aggiunge con tono struggente, «ho pregato la persona sbagliata.»
    Vedo una piccola goccia di rugiada bagnare le sue ciglia e commento:
    «Allora ricusi l'accusa di avvelenatrice.»
    «Così come ricuso tante altre calunnie gettate sul nostro nome.»
    «Eppure la gente ci crede.» faccio notare inarcando le sopracciglia.
    Lei abbozza un sorriso e volge il chiaro sguardo oltre la finestra, perdendosi in ricordi lontani. Io ne approfitto per provare a toccarla, per vedere se è reale o se è il frutto della mia fantasia e lei mi lascia fare, condiscendente e intimamente divertita. Con timidezza le sfioro la manica a sbuffo e sento sotto i polpastrelli la vellutata morbidezza del broccato e le coste in rilievo ricamate con fili d'oro. L'emozione quasi mi stronca e alzo lo sguardo per guardarla, bellissima e delicata, eterea ed evanescente.
    «Mio padre fu troppo buono nel concedere che il popolo, e chi lo sobillava, sparlasse di lui e lo rendesse ridicolo; Cesare, al contrario, puniva persino i pensieri.» mormora.
    Esito dinanzi alla sua espressione assorta, come rapita da un vago senso di voluttà e solo dopo un po' le rammento:
    «Si dice che tuo fratello fosse un mostro.»
    Lei mi fissa e un attimo dopo allunga la mano per scansare una ciocca di capelli che mi era caduta sugli occhi ed io arrossisco come una scolaretta.
    «No, non lo era. Era determinato e ispirato da un alto ideale: quello di unire un'Italia lacerata da guerre intestine; e per portare a termine i suoi progetti non si è fermato dinanzi a nulla. Basti dire che mi ha fatto sposare Alfonso d'Este, recalcitrante e inviperito contro la mia persona perché credeva a tutte le malelingue che correvano sulla mia famiglia.»
    «Ma poi ha finito con l'amarti.»
    China appena la testa e annuisce.
    «Sì, si è ricreduto, come tutti, del resto. Ha pianto moltissimo la mia dipartita.»
    Colgo quel commento per mormorare insinuante:
    «Si dice che alla morte del Valentino, il tuo pianto straziante somigliasse a quello di una donna innamorata.»
    Lei si gira a guardarmi, raddrizza le spalle e i suoi occhi grigi brillano come diamanti.
    «Cesare era l'uomo più seducente e bello del suo tempo. Nessuno poteva avvicinarlo senza cadere nel magnetismo del suo fascino. Persino i suoi condottieri, quando hanno provato a ribellarsi al suo straripante potere, gli sono caduti tra le mani appena li ha richiamati. Era impossibile resistergli. Tutti, prima o poi, si scornavano contro i suoi modi affabili, il suo timbro di voce dolce e sommesso, la sua forza fisica che amava mettere in mostra; prova a chiedere al suo fido Michelotto: si è lasciato torturare pur di non rivelare i suoi segreti. Cesare era una forza della natura e nessuno poteva o riusciva a resistergli.»
    «Eppure ti ha ammazzato il marito.» le ricordo.
    Lei esita, si tocca la fronte con la mano e sospira, come riportata indietro di secoli, a un periodo buio della sua vita, il periodo indimenticabile di Roma.
    «Per un po' l'ho odiato, è vero.» ammette riluttante. «Ma era impossibile odiare a lungo il Valentino: era il mio fratello preferito.» aggiunge con insinuante dolcezza e con sguardo che non ha bisogno di altre parole.
    Questa volta chino io la testa, accettando la sua mezza risposta e m'informo:
    «Come sei stata lontana da Roma?»
    Sospira malinconica e chiude un attimo gli occhi, quindi risponde:
    «Roma era tutto per me: era il bene e il male, era la felicità e il dolore, era la gioventù e l'irresponsabilità. Io ho amato oltremodo Roma e quando l'ho lasciata, costretta a trasferirmi a Ferrara, ho pianto a lungo. Tu hai mai lasciato l'Urbe?» indaga fissandomi dritto negli occhi.
    «Solo il tempo strettamente necessario per andare in vacanza.» ammetto sorridendo.
    «Io l'ho lasciata per sempre e quel vuoto non si è mai colmato.»
    «Eppure a Ferrara,» ribatto, «alla fine ti sei trovata bene; tuo marito, da prima riluttante, alla fine ti ha amato e ha pianto la tua morte, così come i ferraresi. Sei rimasta nei loro cuori.»
    «Sì, è vero, nondimeno ho dovuto faticare non poco per sopire i malanimi. Ero vista come una strega, come una donna dissoluta e dai facili costumi. Nulla di tutto ciò, anche se a tutt’oggi lo si crede. Pensa un po',» aggiunge con aria birichina, «quando sono morta, di parto, hanno finalmente scoperto che portavo il cilicio. No,» conclude con un sorriso dolce, «non sono mai stata il mostro che mi si dipinge, tanto meno lo è stato Cesare. La nostra unica colpa, semmai, è stata quella di essere una famiglia di umili origini che vantava due papi e che ha travolto nomi altisonanti come gli Orsini, i Colonna, i Savelli, gli Aragona, gli Sforza, i Malatesta, i Baglioni e tanti altri. Di nemici ne abbiamo avuti molti, a partire dal re di Francia ai reali Cattolici di Spagna, ma abbiamo avuto anche tanti ammiratori, quali il Machiavelli, Leonardo da Vinci, il Bramante, il Bembo, il Sangallo, i Medici e, soprattutto, il popolo.»
    «Non è poco.»
    «No, non è poco.»
    Ci guardiamo per un lungo attimo, con la connivenza di due donne che si conoscono da una intera esistenza e la vedo sorridere un attimo prima di sfiorarmi la fronte con un bacio materno. Rimango esterrefatta, rapita dal suo fascino malinconico e un nodo mi chiude la gola quando riprende il suo posto nel dipinto, immobile dinanzi alla figura di suo fratello Cesare.

  • 08 luglio alle ore 11:32
    Xelenia

    Come comincia: Xelenia attendi, sempre.
    La luna, entrata dalla finestra, riscalda la sua pelle fredda sul tuo cuore che brucia.
    Xelenia duole la cicatrice del giorno vuoto che con la sua luce di solitudine segue le orme dei tuoi baci. Baci rimasti muti sulle labbra di quel rosso giacinto che mani di pietra ti portarono al calare della sera.
    E venne così la notte cieca simile ad un deserto gemente dove la tua tristezza, ancora oggi, vaga alla ricerca dell'acqua - gioia dell'arsura e specchio dell'amore -.
    La notte, quella notte, aveva un nome sulle labbra: Aifam. - un grido soffocato dietro muraglie di debolezze e di paure -. Aifam. Tu lo gridasti quel nome ma lo gridasti al contrario e come interrogativo alla terra sordomuta.
    E' la terra, la terra stessa che definisce il rapporto tra uomo e cultura. E' terra dura quella che tu hai scelto d'amare per amore. Terra dura che lacrime silenziose hanno reso fango nel quale la vita affonda i piedi e non riesce più ad alzarli. E tu, Xelenia vieni da oltre il mare e non hai capito che qui l'amore è silenzio.
    E non puoi volare con le penne di metallo per cercare la verità che si legge nei libri.
    Non t'interessa! Vuoi scagliare la tua lingua come pietre contro palazzi di cemento armato. “Avranno almeno un fragile vetro che si frantumerà”. Dici.
    Vuoi sapere e far sapere, conoscere e far conoscere.
    “Amicizia non è stringere la mano”. Dici.
    Ormai sei arido ulivo, pietra bruciata.
    “Uccidermi non possono perché sono già morta”. Dici. Sei morta con il tuo Xavier (Saverio).
    I tuoi sospiri d'amore sono brividi di vento freddo che spirano nell'inverno del tuo cuore. La tua primavera è finita, per sempre. Eppure sei ancora giovane e bella.
    “E' relativo”. Dici.
    E attendi. Attendi di veder cadere chi scala il pizzo dell'ambizione al denaro facile, della violenza e del crimine.
    La violenza è violenza, il crimine è crimine e non possono trovare giustificazioni sociologiche e psicologiche quali: diversità di cultura, diversità di valori, disagi, emarginazioni, fragilità, sradicamento, povertà … ecc. !
    Arrogarsi il diritto della vita altrui è follia e crudeltà all'infinito.
    “La ferita che lascia tale morte è palese e inguaribile”. Dici.
    Dici bene, Xelenia.

     

  • 06 luglio alle ore 18:41
    La sostanza della forma

    Come comincia: "Bisogna dare forma alla sostanza" è un'affermazione, quasi un sermone parenetico, assai ricorrente nelle "impegnate" conversazioni medio borghesi. 
    Ma c'è da chiedersi: qual è la sostanza della mera forma? Esiste e qualcuno la conosce? Voglio dire, piuttosto che presupporre l'esistenza di forme preconfezionate alla sostanza, non sarebbe forse meglio preoccuparsi - all'inverso - di ricercare il modo di dare volta a volta alla sostanza una forma utile, concreta e facilmente riconoscibile?

  • 06 luglio alle ore 14:15
    Soli prescelti tra mille che non sanno

    Come comincia: Dividevano un sogno, ma parlavano d'altro, sperando in segreto che un giorno accadesse un evento, un prodigio, un nonnulla capace di farli trovare. E accadde un mattino che i loro sentieri si unissero, come d'incanto in un unico fiume, trascinandoli insieme per ampie vallate, tra prati e foreste creati soltanto per loro. - È uno spreco - diceva - non dirsi l'amore. È come ammirare una stella lontana, che non ci appartiene. Se tu prenderai la mia mano, potremo toccarla. - E lui l'ascoltava, rapito da ignoto sgomento. - Nel cuore si libera immensa la gioia – le disse e ridevano gli occhi di mare, scacciata in un angolo buio l'antica tristezza, cancellati da un bacio i rimpianti, gli amari ricordi, l'inquietudine greve, che solo l'assenza d'amore e null'altro produce.

    Si aprirono limpidi i cieli e senza stagioni, il tempo, ormai fermo al presente, senza prima né poi, docilmente seguiva gli amanti.

    ...E ancora li segue, benché molti inverni si siano ormai succeduti dal giorno in cui lui, con voce angosciata, ma ferma, le disse che un bivio richiede una scelta.

    Nessuno sa dire se scelse o se fu la corrente del fiume a portarli lontano. Nessuno può dire che cosa gridassero i cuori, serrate all'esterno le porte.

    Non fu un tradimento, non fu una rinuncia, fu solo paura di vivere soli che spinse alla scelta, ma niente in futuro poté compensare quell’ unico amore, perfetto e mai più ripetibile.

    - Tu sola sapevi vedermi com'ero-

    - Come sei - gli risponde.

    - Tu sola hai saputo ascoltare la musica dolce e i versi mai scritti che io componevo per te. Tu sola sapevi capire i silenzi -

    - Ascoltavo il tuo amore. Il miracolo atteso da sempre che si era compiuto quel coraggioso mattino e ancora si compie -

  • 05 luglio alle ore 0:27
    Un nuovo amore per Dorina

    Come comincia: Quell’affollatissimo piazzale della città di Bucarest nell’immediato post rivoluzione da cui partivano ogni giorno centinaia di persone in cerca di fortuna. Un autobus affollato, diretto in Italia, che per molti significava intraprendere un viaggio della speranza, verso quel benessere economico che non avevano mai conosciuto. Erano tutti figli di quella Romania in cui apparivano evidenti gli strascichi del regime comunista di Nicolae Ceausescu, che aveva ridotto quel paese in una povertà raccapricciante. In quella piazza, gli abbracci e le lacrime di commozione si sprecavano e tutto aveva il sapore di un amaro addio.
    Proprio tra queste persone, costrette a emigrare in Italia, vi era Dorina, una giovane donna di circa trent’anni che fin da piccola aveva conosciuto la povertà estrema. Era l’ultima di cinque figli e la sua famiglia aveva dovuto sempre affrontare degli enormi sacrifici per poterli sfamare. Era sposata già da alcuni anni e dal suo matrimonio, erano nati due splendidi bambini: Florentin e Dumitru che considerava il suo orgoglio. Nonostante le modeste condizioni economiche, la famigliola riusciva a vivere serenamente, accontentandosi delle poche cose che la vita offriva loro. Molte volte la coppia amava portare i bambini al parco per una salutare passeggiata nel verde; Florentin e Dumitru adoravano giocare con i loro amichetti e stare all’aria aperta.
    Un giorno, proprio durante uno di quegli allegri pomeriggi di svago e di gioco dei bimbi accadde l’impensabile: Dorina era impegnata nel sorvegliare i piccoli mentre andavano sullo scivolo quando improvvisamente si udirono dei fragorosi colpi di pistola.
    Dorina si voltò immediatamente e vide suo marito che giaceva per terra esanime a pochi metri dallo scivolo con cui i bambini stavano giocando. Le urla di aiuto di della giovane fecero rapidamente il giro di tutto il parco, mentre alcuni passanti cercavano di proteggere i bambini dalla vista di quell’orribile spettacolo.
    Il marito della giovane Dorina era caduto sotto i colpi di fucile sparati da alcuni sostenitori dell’ex dittatore Ceausescu, avevano riconosciuto l’uomo tra i manifestanti della rivoluzione avvenuta l’anno precedente.
    Per la ragazza si prospettava quindi una vita tutta nuova, irta di problemi e difficoltà. Non era per nulla semplice vivere in un paese che, seppur stesse tentando una disperata rinascita, era distrutto dalla povertà. Per un primo periodo, la giovane dovette adattarsi a fare qualche sporadico lavoretto, che spesso non riusciva a portare a termine viste le sue condizioni emotive. Una parte di lei era andata via insieme a suo marito e ogni giorno, si recava a lavoro con la morte nel cuore. La paga che riusciva ad ottenere era irrisoria e, in maniera molto stentata, riusciva a sfamare le bocche dei suoi due bambini. Dorina quindi stava meditando una decisione drastica, era molto combattuta, ma il suo primo pensiero era il benessere dei suoi figli. Decise quindi di mettersi in contatto con una sua amica di vecchia data che da qualche tempo lavorava in Italia come collaboratrice domestica. Tramite lei, Dorina venne a sapere che in Italia c’erano diverse persone che avrebbero potuto darle un lavoro e contribuire quindi alla crescita dei suoi amati figlioletti. Per alcuni giorni la giovane ebbe modo di riflettere sul da farsi, sarebbe stata felice di partire e lavorare in Italia, ma pensava anche che il suo allontanamento sarebbe stato traumatico per i suoi bambini e per lei stessa. Prima di allora non era mai stata lontana da Florentin e Dumitru e quell’eventualità le provocava un’enorme tristezza nel cuore.
    Dopo essere stata per quasi una settimana in profonda riflessione, Dorina decise di partire alla volta di Roma dove ad attenderla c’era una famiglia disposta a farla lavorare come badante e collaboratrice domestica. Preparò in fretta le sue valigie mentre i bimbi dormivano, in modo che non sospettassero di nulla. L’indomani, giorno della partenza, Dorina comunicò la triste notizia ai suoi bambini: “Cuccioli miei, la mamma deve partire” disse Dorina con voce rotta dal pianto. “Deve lavorare per darvi un futuro migliore, ma non preoccupatevi, tornerò presto e non ci lasceremo mai più”. A quelle parole i piccoli rimasero increduli,  per un attimo avevano creduto che la loro mamma li stesse abbandonando per sempre. Dopo un lungo e commosso saluto ai suoi genitori e ai suoi bambini, presso il piazzale di partenza degli autobus, la giovane Dorina partì finalmente per Roma. Durante il viaggio, ebbe modo di riflettere sulla scelta che aveva appena fatto ponendosi mille domande. La sua principale preoccupazione erano proprio i suoi bambini e  temeva di non aver optato per la scelta giusta. Dopo quasi due giorni di viaggio Dorina arrivò finalmente a Roma. Ad attenderla c’era Guido, un uomo di circa trentacinque anni che altri non era che colui che le aveva procurato il nuovo lavoro. Dorina ebbe subito un’ottima impressione di quell’uomo si mostrò subito gentile e distinto e sembrava aver preso subito a ben volere la giovane. Dorina doveva badare a Giuseppina, l’anziana madre di Guido, una donna di circa settantacinque anni, malata di Alzheimer. L’anziana donna era quasi totalmente sopraffatta dalla sua malattia e l’unico modo che aveva per comunicare era il sorriso e qualche piccolo gesto. Viveva con loro anche Davide, fratello di Guido di qualche anno più giovane, anche lui come suo fratello si mostrò subito gentile con Dorina. Erano trascorse alcune settimane dall’arrivo di Dorina in quella casa; l’anziana Giuseppina sembrava aver legato con la sua nuova badante ed erano continui i suoi cenni d’intesa con gli occhi o con il sorriso. Dorina era diventata ormai una persona di famiglia, oltre a badare all’anziana mamma di Guido e Davide, spesso cucinava per tutti preparando degli squisiti pranzetti secondo alcune ricette del suo paese. Malgrado si fosse ben adattata all’interno di questa nuova realtà, la nostalgia di Dorina per i suoi figli era tanta. La giovane scriveva loro molte lettere e ogni volta, aveva gli occhi pieni di lacrime nel pensare a loro.
    Purtroppo quell’idillio era destinato a spezzarsi. Una notte, mentre Dorina dormiva nella camera a lei riservata, venne svegliata dal rumore della porta che si aprì improvvisamente. La giovane non riusciva a capire chi fosse, avvertì soltanto dei passi, che lentamente la avvicinarono e una mano che si posò sulla sua schiena. Dorina, visibilmente scioccata da quel contatto fisico accese immediatamente la luce del suo comodino per vedere di chi fosse la mano che la toccava. Non appena il lume fu acceso, Dorina fece una tristissima scoperta: la mano che l’aveva toccata, era quella di Guido. L’uomo che l’aveva accolta per primo in quella casa, era in realtà un perverso, un violento. Non appena si vide scoperto Guido diede due schiaffi sul volto di Dorina dicendole: “ Se domani parli ti ammazzo e non ti azzardare a chiedere auto”. Quelle parole fecero piombare Dorina nello spavento più totale, non sapeva come liberarsi da quella morsa. I giorni a seguire furono per Dorina un vero incubo, cercava di stare lontana il più possibile da quell’uomo che aveva tentato di violentarla la notte precedente. Quell’episodio si ripeté purtroppo anche le notti successive, fin quando Guido non riuscì sul serio ad abusare di lei. L’uomo provava per Dorina un’attrazione morbosa e l’avrebbe voluta tutta per sé. “Mettiti in testa che sarai mia per sempre”. Questa era la frase che la giovane si sentiva ripetere spesso da Guido, durante le sue violenze fisiche e psicologiche. Il sorriso di Dorina aveva lasciato il posto alle lacrime, quelle violenze l’avevano ferita nella sua dignità di donna. La sua vita in quella casa era diventata un tormento vero e proprio e questo suo comportamento aveva attirato l’attenzione di Davide che non capiva perché la ragazza fosse sempre triste e impaurita. Il giovane Davide provò più volte a parlarle finché una sera Dorina non si decise a confidargli tutto. “Guido mi ha violentato” disse Dorina tra le lacrime. “L’ha fatto più volte e ora ho tanta paura”. Nel sentire quelle parole, Davide, che nel frattempo si era invaghito di Dorina, provò un fortissimo senso di rabbia. “Stai tranquilla Dorina” rispose guido abbracciando la ragazza. “Non permetterò che ciò avvenga ancora, stasera ti prometto che lo fermerò”. Quella notte Guido cercò di entrare nuovamente nella stanza di Dorina ma questa volta trovò Davide che gli si parò davanti bloccandogli entrambe le mani. “Fermati immediatamente”. Urlò Davide al fratello maggiore. Iniziò tra i due un’accesa colluttazione con Dorina che implorava a entrambi di fermarsi. Guido cadde in terra e Davide riuscì finalmente a strappare la giovane dalle grinfie del fratello. La condusse giù in strada per permetterle di riprendersi da quel brutto spavento. “Grazie Davide per avermi salvato” disse Dorina con voce ancora impaurita. “Te ne sarò grata per sempre”. Anche Dorina nel frattempo si era innamorata del suo salvatore e non esitò a confessargli i suoi sentimenti. “Mi sei entrato nel cuore dal primo momento che ti ho visto e adesso non posso fare ameno di te”. Le parole di Dorina provocarono un sussulto al cuore del giovane Davide che a sua volta rispose: “Anch’io non posso fare a meno di te, sento di appartenerti in tutti i sensi”. Trascorsero alcuni giorni e mentre Guido era stato denunciato per le sue violenze e portato in carcere, l’amore tra Davide e Dorina cresceva ogni giorno di più. Camminavano mano nella mano e sembravano davvero la più felice delle coppie.
    La giovane rumena aveva però un ultimo desiderio: quello di portare con sé in Italia i suoi figli e stabilirsi a Roma con loro e il suo nuovo compagno. Davide volle a tutti i costi accontentare la richiesta della sua compagna, fu così che, quella stessa sera Dorina chiamò Florentin e Dumitru in Romania,  per comunicare loro la lieta notizia. “Cuccioli miei” esordì la giovane. “Tra qualche giorno verrò a prendervi e partiremo insieme per l’Italia, dove ci attende una vita tutta nuova”. I due bimbi scoppiarono di felicità, potevano riabbracciare la loro mamma dopo tanto tempo e partire con lei per Roma. Qualche giorno dopo Dorina tornò in Romania accompagnata da Davide, ebbe appena  il tempo di salutare i suoi genitori e alcuni parenti che l’indomani ripartì per Roma insieme al suo compagno e i suoi bimbi. Quell’aereo stava conducendi tutti verso un nuovo avvenire fatto di tanto amore e tantissima serenità familiare. Dorina era finalmente felice, quel nuovo amore le aveva restituito il sorriso e la voglia di vivere che l’avevano sempre contraddistinta, ma soprattutto le aveva fatto dimenticare quel bruttissimo spavento e la vita di stenti che conduceva in Romania,  specie dopo la morte di suo marito.

  • 04 luglio alle ore 12:17
    Nel mondo fatato

    Come comincia: Nel giardino di casa una dolce bambina di nome Nancy, piccola e graziosa giocava in piena solitudine, graziate erano le sua manine, simulavano immaginarie figure, costruiva il suo immaginario arco per entrar in un mondo fatato. Una porta iniziò ad ingrandirsi per divenire reale, la bambina sussultò dallo spavento occhi lucidi piene di lacrime, si alzò da quel suo tappeto di fiori e indietreggiò, il suo piccolo cuore batteva forte, le sue manine cominciarono a sudare per la paura, ma la sua mente elaborava quel desiderio che il suo cuor voleva trovar, un luogo dolce e amorevole pieno di allegria, iniziò a incamminarsi verso quella enorme porta ornamentale da mille tratteggi di fiori e ibisco che inneggiavano mille sorrisi al suo cospetto cuore. Nancy cominciò ad aprire quella porta possente ma inebriante di profumi primaverili varcò  quella porta ed iniziò a incamminarsi tra frutti e fiori che le solleticavano i suoi passi, apparse al suo fianco una figura le sussurrò benvenuta Nancy nel mondo fatato, lei si fermo nel domandarsi come questa figura a lei irriconoscibile sapesse il suo nome. Spaventata giaceva li nelle lacrime che incominciarono a scivolare verso le sue guancette rosate, iniziò a tremare, dentro di se si rammaricava di aver aperto quella porta, rompendo la fiducia e i consigli della adorata madre. Quella invisibile figura si materializzò in sorriso che inneggio in un dolce girasole. Le foglie erano diventate mani, volteggiava nei capelli di Nancy accarezzandola per confortarla e rassicurarla, era lei la padrona di casa e loro i loro amici, che non era più finalmente sola, nel giardino dei fiori, Nancy si asciugò le lacrime e in lei spunto un sorriso lieto e gioioso, tese la sua manina per stringere il girasole ed insieme iniziarono nel cammino verso prati in fiore e frutti. Saltellando di fiore in fiore nei petali giganteschi si faceva scivolare, incontrava in questo mondo fatato mille animali che sbucavano per renderle omaggio affiancandosi a lei; ora Nancy non si sentiva più sola, si sentiva amata per la prima volta, senza inibizioni di concetti, lei poteva finalmente volare tra pensieri e corse, ogni suo desiderio era espresso, il suo cuore pulsava di felicità ma ad un certo punto scosse il suo cuore; cosa poteva interrompere quella felicità, un cacciatore urlava per trovar le sue prede, profanatore di animali, fiori e frutti, apparve a lei, alto slanciato con occhi spiritati le lanciavano ringhiate al suo cospetto corpicino, piccola e graziosa, Nancy sussulto e si lanciò per proteggere i suoi nuovi amici, si senti forte e incoraggiata da quell’affetto che stava per la prima volta ricevere; non volle più ripiegare la testa nel silenzio dell’impossibilità, si eresse per dire no, combattendo contro quel cacciatore profanatore di sogni, che era arrivato ad strappargli il suo mondo fatato. Nancy urlo ai suoi nuovi amici di scappare e riuscì a mettere in salvo tutti con un grido di ululato, non credeva la piccola di essere in grado di reagire e urlare al tal punto di mettere soggezione al cacciatore, iniziò a sentire dentro di se crescere una forza spaventosa, un turbine di fuoco e di energia emanava nel suo corpicino. Spalanco gli occhi increduli davanti a quella nuova voglia di difendere e di trovarsi una forza invincibile, iniziò a indietreggiare per capire bene quale strategia adottare contro questo profanatore dei suoi sogni, in un lampo apparve un angelo ali spiegate scese accanto a lei, una figura bella armoniosa lucente con spada di angelo nella cinta, capelli dorati e occhi azzurri, brillava al suo cospetto cuore, si senti intrisa di polvere di stelle, al suo fianco un Arcangelo venuto ad aiutarla nella difficile compito di difendere il suo mondo fatato. Ora non era sola a combattere ad armi pari con quel cacciatore, l’Arcangelo le sorrise e le sussurrò con un dolce suono melodioso della sua voce, mi hai chiamato dolce Nancy, lei le sorrise e si meraviglio di quella dolce carezza, inebriandosi dei suoi capelli dorati, Nancy gli rispose che si era il momento di aiutare i suoi nuovi amici di allontanare una volta per tutte quel cacciatore da quel mondo bello e armonioso. L’Arcangelo le sorrise e le porse la mano in un abbraccio, la colse le sue braccia e Nancy volò insieme a lui, tra cieli stemperati di mille arcobaleni, colori che profumavano di frutti, sorvolavano in cielo tra i loro sguardi, Nancy si sentiva cullata tra le sue braccia che non aveva paura di essere a 2000 metri di altezza, era serena e iniziò ad intraprendere una lunga conversazione con il suo Arcangelo, erano sguardi parlati, non emettevano nessuna sillaba ma nella loro anima c’era un costante chiacchierare su come dovevano agire per mandare via il cacciatore. Nancy non si rendeva conto era come se fosse su una nuvola soffice e morbida lucente allo stesso tempo, arrivarono in un punto tra un precipizio e il mare, si appoggiarono su uno scoglio abbracciati ancora erano, stretti nel serrato sguardo, giaceva felice e serena, la piccola Nancy inarco le sue dita per toccar le ali bianche vellutate del suo Arcangelo, lui le sorrise e le disse un giorno lontano anche tu le avrai dolce Nancy. Lei sussulto per un attimo perché non voleva credere a quel che stava vivendo, ma nel suo cuore era oramai accaduto un qualcosa di splendido e angelico. Nel frattempo non poco lontano il cacciatore stava sparando all’impazzata contro fiori, frutti e animali che fuggivano da ogni parte, spari che reso Nancy ancor più determinata e forte, si mise in piedi davanti al suo Arcangelo e gli disse ora voglio affrontarlo,
    prese la mano dell’Arcangelo per guidarlo ad affrontare insieme quel cacciatore, una forza mai vista e sconosciuta inneggiò nel suo cuore; raggiunsero il cacciatore in due punti diversi nel accerchiarlo come lui avrebbe fatto con le sue prede, Nancy era piccola e minuta davanti al cacciatore, ma una forza sconosciuta si impadronì delle mani, volteggiavano creando vortici di colori, disegnando steli,
    il cacciatore sparava di nuovo, pallottole vaganti erano sospese in aria tra quei disegni creati da Nancy, lei non credeva ai suoi occhi, non si immaginava una cosa simile, non credeva di saper usare le sua manine per fermare oggetti vaganti nell’aria. L’Arcangelo era nell’altro lato che manteneva una luce soffusa in attesa che potesse colpire con un lampo il cacciatore, al momento giusto per renderlo inoffensivo, facendolo desistere da catturare gli animali, i fiori, i frutti. Nancy guardava l’Arcangelo che le donava serenità e tranquillità, erano lontani ma lo sentiva al suo fianco, sussurrandogli parole dolci e rasserenandola che lui era lì appena lei sarebbe stata attaccata, che non doveva avere paura, che le sue ali l’avrebbero protetta, Nancy iniziò di nuovo a sentire quel calore invadere il suo corpicino e non esausta iniziò a colpire con lampi il fucile del cacciatore, non voleva ferire l’uomo, voleva solo farlo andare via e farlo desistere dalla sua profanazione, l’Arcangelo le sussurrò ora dolce Nancy e in lei si scatenò un vortice di aurora boreale, colori che sorvolavano il cielo davanti a loro si univano si formavano in tante figure, per diventare un arco con un portale, l’Arcangelo si avvicinò al cacciatore che nel frattempo era costernato da questa visione, con un battito di ali l’Arcangelo fece soffiare un vento che indirizzò verso il cacciatore nella direzione del portale che si era aperto, un mondo lo aspettava dove poteva finalmente trovare pace,  nel tentativo di desistere il cacciatore prese Nancy tra le su braccia, l’Arcangelo si involò verso di loro cercando di fermare e chiedere il portale in tempo che Nancy non venisse risucchiata, riuscì a pararsi davanti al cacciatore ma il risucchiamento verso il portale era forte, facendo strappare piume dalle ali dell’Arcangelo, guardò Nancy e le sussurrò tieniti forte, da un balzo riuscì a strattonare la presa del cacciatore, con un piede si appoggio alla porta dell’arco per non entrare dentro al portale era ancora aperto ma ormai si stava pian piano chiudendo e Nancy oramai era senza più forze e vita, tra le braccia del suo Arcangelo, con un battito spezzato di ali l’Arcangelo si alzò in volo spingendosi in avanti verso il cacciatore facendolo finire con una morsa dentro al portale, proprio in mentre il portale era quasi chiuso; l’Arcangelo ferito e senza più piumaggio per volare in alto, scese in picchiata verso quel mare, gli attendeva acqua fredda in un abisso profondo, con tremanti mani Nancy cerco di tirar fuori di nuovo un lampo ma le sue forze erano esaurite, si guardarono stretti per non trovar più risposte a tutto ciò, le accarezzo i capelli e le diede un bacio sulla piccola fronte, si incrociarono gli occhi nel denso blu, del suo Arcangelo, di un lampo si fece strada e il sorriso si illuminò sul viso dell’Arcangelo, le ali ritornarono bianche e folte, riprese ad un passo dall’abisso a volare, in alto sempre più in alto, ove giaceva ancora uno sprazzo di aurora boreale che inneggiava i loro cuori. L’Arcangelo portò Nancy davanti alla porta gigantesca e la posò a terrà, le sfiorò i capelli e le sussurrò un giorno tutto questo sarà reale, tu viene dal nostro mondo angelo,Nancy frastornata ed incredula aspettò di varcare quella porta per ritornar nel suo mondo reale, voleva abbracciare i suoi amici e ringraziarli per averli fatto conoscere la felicità. Arrivarono tutti ad raccolta per omaggiare il suo coraggio, e donargli un ibisco, strinse il fiore tra le sue manine ancora tremanti, inebrianti di tanto amore, profuso da un Angelo, tutti erano con le lacrime agli occhi in un instante si alleggiò una tristezza su quei volti, ma Nancy tirò fuori un tulipano e indicò che era amore eterno verso i suoi amici. L’Arcangelo le sussurrò ora vai che a casa ti aspettano e si felice e ricordati di essere speciale, noi Angeli siamo in ogni anima, saremo sempre in contatto. Va e si serena un giorno riapparirò e sarai tu a volare. Nancy con il suo ibisco in mano varco di nuovo quella porta e giurò che quella felicità e quel mondo resteranno sempre accanto a lei. Con amore il suo angelo le donò ali per ritrovar gioia in un mondo triste e di solitudine. Nancy un piccolo angelo atterrato sulla terrà. 

  • Come comincia: Non fu solo mare….
    di PensieriCompressi
     

    Il mare un tempo era per me una speranza, un desiderio di viaggiare nell’ignoto, la fame di avventura, eppure.. il coraggio di salire su una barca mi mancava, e allora stavo lì, sul molo, ad osservare i pescatori che partivano il mattino presto sui loro destrieri di legno .. e stavo delle ore a contare le onde, a guardare la linea che divideva l’acqua dal cielo, sino a quando le barche non tornavano a riva con i loro carichi di argento guizzante, e fino a quando uomini con volti stanchi e pieni di rughe bruciate dal sole non le trascinavano sulla spiaggia. Il tempo per me non aveva molta importanza, aveva importanza il sapore del sale, che il vento raccoglieva con forza dalla superficie delle onde e mi spingeva dentro le narici, sui capelli, tra le pieghe della mia anima, a ricordarmi di quanto vuoto ci fosse da riempire…
    E stavo, senza parlare, con i sensi che mi bruciavano dentro, combattuti tra il partire e il rammarico di non averne il coraggio, come un atleta pronto a scattare a cui avevano legato le gambe con delle catene..
    A volte mi avvicinavo alle barche, e raccoglievo con le dita quell’umidità salata che le copriva, facevo mio l’odore del pesce che trasudava da quel legno… e poi tornavo sul molo, in attesa di un altro mattino, di un’altra partenza..
    Guardavo il mare, e mi immaginavo quello che da fuori non si poteva vedere, immaginavo le profondità piene di vita, piene di esseri che si muovevano in silenzio in un buio appena illuminato dalla luce del sole che penetrava dall’alto, e un sottile brivido misto di paura ed eccitazione mi smuoveva il cuore e la mente.
    Sentirsi parte di un qualcosa, era il mio desiderio, e il mare era qualcosa, anzi era il tutto, era ogni cosa… ma quella paura veniva dal mio intimo, dal mio io più profondo, come se la coscienza di una vita precedente mi frenasse, fosse in contrasto con la volontà di mettermi finalmente a correre su quell’acqua dai colori ora del cielo ora della notte… una vita precedente.. era come se il mio karma urlasse e fosse combattuto tra due forze, tra due esistenze, in lotta tra loro, e così… rimanevo immobile, ad attendere a osservare, a respirare forte il profumo di un’avventura che non potevo, non volevo… o chissà cosa… affrontare.
    … e un giorno, mentre ero in attesa del ritorno delle barche lo sentii… lo vidi con gli occhi della mia immaginazione, la forza che esprimeva era impressionante, assomigliava con quella enorme spada sul muso a una creatura mitologica… fantastica.. un guerriero sempre pronto a combattere.. lo sentivo, e la sua presenza attorno al molo mi eccitava, e giorno dopo giorno incominciai a conoscerlo, e lui a conoscere me.. lui sentiva la mia paura.. ma anche la mia voglia di partire, di cercarlo..
    Spesso mi sembrava di vedere tra le onde la sua ombra, di vedere le sue pinne uscire dall’acqua e tagliare l’aria, sfidare il mio desiderio di salire su una barca e seguirlo, sembrava prendersi in giro della mia incapacità di farlo…
    E i pescatori partivano… e poi tornavano… e io ero sempre lì ad aspettare, sempre a inebriarmi di quel profumo di sale, a osservare le loro facce rugose, i loro muscoli abbronzati nello sforzo di tirare su le barche con i loro carichi guizzanti di vita che si stava spegnendo… e Lui era sempre lì..
    La sua presenza riempiva i miei pensieri e la mia anima, era come una luce senza respiro, senza sosta, senza fine, sembrava venisse da… dal passato, da un sogno… no, non da un sogno, veniva da dentro di me, dal profondo della mia vita stessa, dal mio essere prima che io fossi.. non credo che altri lo sentissero, era lì per me, solo per me, solo nella mai mente, solo nella mia anima, era parte di me… parte del mio passato.. e io ero parte di lui… perché appartenevo alla sua vita, anzi lui era la mia vita precedente e io ero la sua reincarnazione..
    Il profumo del sale ora era più forte, il rumore del mare riempiva i miei occhi, ero dentro quell’acqua, con lui, dentro di lui, e vedevo la mia immagine attraverso i suoi occhi, l’immagine di un ragazzo che troppo aveva aspettato, che troppo aveva sognato e che ora doveva smettere di avere paura, perché quella paura era la sua paura, il suo desiderio di lottare, il mio desiderio di cacciare, la mia paura di lottare, il suo desiderio di cacciare…
     
    E a un certo punto…. Mi ritrovai sopra una barca, con profumo di sale sulla mia pelle rugosa, con il sole che mi bruciava i pensieri, con l’acqua che accompagnava il mio desiderio verso il suo.. sapevo che prima o poi l’avrei incontrato, avrei lottato, forse avrei vinto, ma avrei anche perso, perché sarebbe stato il mio destino, il suo destino, la sua morte, ma anche la mia morte, la sua vita, ma anche la mia vita…

  • 23 giugno alle ore 22:59
    Attenzioni

    Come comincia: Non sapevo ancora né leggere né scrivere quando cercavo di attirare la sua attenzione, non voleva smetterla di compilare sequenze infinite di fogli. Sapevo bene, però, che quando aveva la penna in mano, il mio compito era quello di fare silenzio. Certo, per me, non era facile tenere a freno la lingua, cercavo di occupare l'attesa immergendomi nei romanzi dell'imponente libreria che occupava l'entrata del salotto e lo facevo sperando, con tutta me stessa, di trovare qualche immagine ogni volta che prendevo un libro tra le mani. Grandissima ingiustizia, pensavo, fosse il fatto che gli adulti si potessero accontentare delle lettere, sapevo benissimo che le lettere creano parole e mi avevano spiegato molto bene che le parole stesse possono far comparire delle immagini nella nostra testa ma tutto questo rimaneva un colossale schiaffo nel bel viso di noi bambini che dovevamo ancora imparare a decifrare l'inchiostro nero, ordinato e rinchiuso nelle rilegature più attraenti delle librerie. Un giorno, quest'offesa mi fece arrabbiare oltre ogni sopportazione  e decisi di non pensarci, cercando, piuttosto, di escogitare un piano per attirare l'attenzione del nonno senza farlo arrabbiare. Era un piano, a dir poco, impossibile che mi portò molto presto alla rassegnazione ma questa lasciò il posto ad un'altra idea che mi sembrò molto più interessante.

    Presi una sedia, la coprii di due, tre, quattro cuscini, quanti bastavano per arrivare all'altezza della scrivania con i gomiti, presi dei fogli dal blocco dedicato a me, una penna di quelle che potevo usare ed imitai gli adulti in quello che fanno quando vogliono scrivere: riempii decine di fogli bianchi con onde nere sottostanti ordinatamente una all'altra, non smisi fino a quando non fu lui il primo a farlo. Dopo aver appoggiato la penna da lavoro al suo posto, mi guardò negli occhi ed io, come poche altre volte, riuscii a sostenere il suo sguardo, orgogliosa di aver seguito le regole, di non aver proferito parola per tutto il tempo pur restando accanto a lui. Mi sorrise con quel sorriso che riservava solo alle persone a cui voleva bene e riusciva ogni volta a farmi arrossire quanto il più maturo pomodoro del giardino. Io, con la mia solita timidezza, abbassai il viso imbarazzato, presi tutti i fogli scarabocchiati e glieli porsi eccitata chiedendogli, per favore, di leggermi quello che avevo scritto dato che non ne ero capace. Lui li prese facendo una sonora risata, non una di quelle con cui mi prendeva in giro ma di quelle con cui voleva dire di essere fiero di me, riprese i suoi occhiali da vista e cominciò a fingere di leggere trasformando improbabili segni in una storia pazzesca in cui un principe coraggioso riuscì a salvare la sua amata principessa da un drago crudele che sputava fuoco ovunque. Sbalordita spalancai occhi ed orecchie ascoltando il racconto e pensavo ''cavolo, come sono brava a scrivere storie''. 

  • 23 giugno alle ore 15:44
    Il guardaroba e tutto il resto

    Come comincia: "Basta!" Era stanco di quelle scene "Mettetevi quello che ha detto la mamma e smettetela di urlare"
    I due ragazzi si azzittirono e, in ordine, si ritirarono nelle proprie camere a prepararsi. Sua moglie si avvicinò a lui e posò delicatamente il palmo di una mano sul suo viso.
    "Stai tranquillo tesoro, sono ragazzi, siamo stati giovani anche noi" Quel gesto e quelle parole bastarono per tranquillizzarlo "Si Giulia, forse hai ragione, però" "Niente però Andrea. Adesso ci prepariamo e andiamo alla festa tranquilli e rilassati, troverai i tuoi amici e dopo un paio di bicchieri starai ridendo e scherzando dimenticandoti di tutto il resto" Lui la guardò e fece una smorfia con la bocca, lei aveva vinto ma a lui non stava bene. Poi però sorrise e con un braccio la trasse a sé "Sei la solita" E i due si baciarono appassionatamente.
    In macchina, durante il tragitto, i due figli non aprirono bocca. Lucilla, 18 anni, era praticamente una donna, mentre suo fratello Dario, 16, era nel pieno del rimbambimento adolescenziale e riusciva sempre a far perdere le staffe alla sorella. Alcune volte il padre non sopportava i loro bisticci ed esplodeva urlando a squarciagola, toccava allora alla moglie riportare calma e serenità, come in quel caso. Giunti a destinazione parcheggiarono la macchina in un ampio cortile dove un addetto indicava come sistemare le vetture. Appena scesi dalla macchina Dario sbuffò sonoramente attirando a sé uno sguardo mortifero da parte del padre, mentre la sorella approfittò di quel diversivo per rincarare la dose "Che palle mamma, dovevamo venire per forza?" "Tranquilli ragazzi" Si affrettò a rispondere lei prima che il marito desse in escandescenza "Ci saranno anche dei giovani come voi, tavoli pieni di ogni ben di dio e, come avrete notato, l'ambiente è grande con ampi spazi all'aperto, con un po' d'iniziativa potreste divertirvi parecchio" "Ma papà doveva per forza" "Basta Dario, state zitti. Per vostro padre è importante questa cosa, non rovinategli la serata per piacere" I due ragazzi si guardarono negli occhi e fissarono un tacito accordo, una sorta di armistizio, quella era la serata di papà, dovevano rispettarla.
    La location scelta per l'evento era davvero maestosa, si trattava di una reggia privata circondata da un parco enorme. I proprietari, facoltosi industriali operanti nel settore dell'elettronica, erano amici dei titolari di Andrea, impegnati nel settore dei finanziamenti. Andrea era un procacciatore di clienti e grazie alla sua bravura e spigliatezza aveva un ruolo importante in seno all'organizzazione. Quell'evento, a cui partecipavano tutti i dipendenti con le rispettive famiglie, festeggiava i 35 anni di attività del gruppo ed era una sorta di riconoscimento per tutti i dipendenti e collaboratori; in tutto c'erano circa 500 persone. Giulia sapeva quanto fosse importante per il marito quella serata e anche se non era particolarmente entusiasta della cosa dissimulò la sua noia dispensando sorrisi e battute a chiunque incontrasse mentre Andrea, che non era stupido e aveva percepito il disagio della moglie, cercò di starle il più vicino possibile, ma il problema era un altro, i ragazzi.
    "Che palle sta festa, mi sembra un ritrovo di manichini e poi papà in mezzo a loro sembra il più idiota di tutti, non abbiamo scampo" La voce annoiata di Dario sembrava il rantolo di un moribondo.
    "Lasciami pensare testa vuota. Il posto è interessante, c'é un sacco da bere e tanta roba da mangiare e in mezzo a tutto questo puttanaio ho intravisto alcuni giovani che potremmo agganciare, basta scegliere con cautela e vedrai che qualcosa di buono salterà fuori" Lucilla stava già pensando a qualcosa di eclatante, ma il fratello non era dello stesso avviso "Sarà, ma sembra che i figli di questi pinguini siano più deficienti degli adulti che li hanno messi al mondo" Lucilla fulminò il fratello con lo sguardo, si sarebbe fatto come diceva lei. Dario abbassò il capo in segno di sottomissione, in fondo a lui interessava che quella serata passasse alla svelta. Si aggirarono per i tavoli assaggiando di tutto avvicinando nel frattempo tutti i vari giovani presenti, ragazzi e ragazze ben vestiti incollati ai loro cellulari di ultima generazione, indifferenti a tutto ciò che li circondava e alle mille possibilità di svago che offriva un luogo del genere a degli adolescenti. Mentre in Lucilla cresceva l'ansia nel rendersi conto che anche quella sera, in quel posto, ai suoi coetanei interessava solo il loro maledetto cellulare, Dario si era allineato agli altri e, incurante dei mugugni della sorella, smanettava con il suo di apparecchio.
    "Ma insomma Dario, anche tu?" "Datti una calmata sorellona, mi sto rompendo e visto che il tuo piano alternativo è fallito miseramente ripiego sul classico, come sempre" Rispose lui.
    "Già, come sempre. Prendiamo qualcosa da bere e mangiare e poi troviamo un posto tranquillo dove trascorrere sto schifo di serata" Il fratello annuì con la testa senza staccare lo sguardo dal piccolo schermo. Visto che avrebbero cercato un posto lontano dal casino, riempirono un capiente vassoio di cibarie di vario tipo, presero un po' di bottiglie di birra da bere a canna e si avviarono con l'ingombrante fardello lungo un vialetto che si inoltrava tra le piante del parco. Appena si furono allontanati di un centinaio di metri si resero conto di essere immersi nel silenzio, il clamore della festa era un frastuono lontano che adesso non impediva di sentire i rumori della natura; piccoli animali, il ronzio degli insetti e il frusciare delle piante. Lucilla era affascinata da quel posto e l'unico rumore che la collegava alla solita routine era quello del cellulare di suo fratello.
    "E spegni quel coso, non ti pare uno splendido posto?" Dario si guardò in giro per un attimo "Come preferisci, troviamo un posto per sederci che ho fame" "Sei il solito" Lei lasciò la frase a metà, inutile discutere. Nel frattempo raggiunsero uno spiazzo sotto ad un grande abete dove vi erano sistemate delle panchine ed un tavolo di pietra e decisero di accomodarsi in quel posto illuminato da uno dei lampioni del parco. Lei sistemò le vivande sul tavolo e lui si servì subito una birra "Non esagerare con il bere o mi toccherà portarti a casa a spalle" Lo ammonì lei che però prese a sua volta una bottiglietta, la stappò e cominciò a bere "E tu?" Chiese il fratello "Io ho sete, ma non ho intenzione di esagerare; anzi, sai che ti dico? Mi sono già stufata, torniamo indietro" "Eh no cara, adesso ho fame e c'è ne stiamo qui tranquilli a mangiare e bere, dopo mi faccio una fumata e poi vedremo" "Una fumata?" "Si, non farla tanto lunga, sai cosa intendo, non lo faccio spesso ma stasera mi sembrano il momento e il posto adatto per farsi una canna" Lucilla non replicò, in fondo anche lei aveva provato a fumare, cosa poteva dire al fratello? Dopo aver mangiato e bevuto Dario si preparò da fumare, una cosa piccola tutta per lui e la sorella si aprì un'altra birra "Vuoi fare un tiro?" Domandò lui "No grazie. Tu fuma, io bevo e poi torniamo alla festa sperando che sia ora di andare" Dario non disse nulla e si concentrò nel suo rito.
    All'improvviso, mentre erano intenti a bere e fumare, si ritrovarono di fronte due ragazzi, un maschio e una femmina che più o meno avevano la loro età. Dario non si scompose minimamente mentre Lucilla sobbalzò dalla panchina e si parò davanti a loro con fare aggressivo "Chi siete?" Domandò con la voce impastata dall'alcol "Chi siete voi?" Rispose la ragazza senza batter ciglio "Siamo i figli di uno degli invitati alla festa" Si affrettò a dire Lucilla come se ciò permettesse loro di star lì a bere e fumare impunemente "E' evidente e scommetto che vi state stufando della festa e siete venuti qui a fare i vostri porci comodi" Replicò il ragazzo. Lucilla finì di tracannare la birra e dopo essersi asciugata la bocca con la manica della camicetta precisò: "Siamo fratelli, niente porcherie, solo un po' di sballo per allietare la serata" Adesso era nella fase dell'euforia, l'alcol ingerito la rendeva loquace e disinibita "Ma prego, accomodatevi, c'è ne anche per voi. Io sono Lucilla e il cannaiolo è mio fratello Dario" "Io sono Adele e mi servo volentieri" Il ragazzo fece per trattenerla da un braccio ma la ragazza si divincolò "Dai Mariano, non fare il solito musone. Lui è Mariano, mio fratello" Lucilla e Adele si accomodarono su una panchina e si servirono birra e panini, Dario invece era sbracato contro il grande albero, mentre Mariano osservava quella scena cercando di comprenderla, poi disse: "Adele, ma che fai? Non sappiamo neppure chi siano questi due; e se ci mettono nei guai?" "Ma è sempre così tuo fratello?" Chiese Lucilla rivolta alla nuova compagna "E dai, smollati un po', vieni che c'è da bere anche per te" "Dai Mariano, vieni qui" Aggiunse Adele. Suo malgrado il ragazzo si accomodò vicino alle ragazze e si servì da mangiare e bere. Dopo circa un quarto d'ora si erano ben rifocillati, Lucilla e Adele ridevano e scherzavano come due vecchie amiche, Dario pisolava appoggiato alla pianta e Mariano, che non aveva ecceduto con l'alcol, si accese una sigaretta. Per un'altra mezz'ora le due ragazze continuarono a urlare e ridere poi tutto d'un tratto si ammutolirono e cominciarono a piagnucolare "Mi vien da star male" Disse Lucilla "Anche a" Adele non riuscì a finire la frase e vomitò in mezzo al vialetto, Lucilla riuscì invece ad accostarsi ad una siepe e rigurgitò anche le budella. Tutto quel trambusto ridestò Dario dal suo torpore, il ragazzo si diresse verso il tavolo e si servì quel poco che era rimasto. Mariano lo osservò ingozzarsi di pasticcini senza battere ciglio, poi Dario chiese "Hanno esagerato con l'alcol?" "Sì, anche con quello poi si sono strafogate di ogni schifezza e adesso vomitano" "Bha! Mia sorella è grande abbastanza per arrangiarsi, la tua quanti anni ha?" "Adele ha 15 anni anche se fisicamente ne dimostra 20, a volte però penso che il suo cervello si sia fermato all'infanzia" Dario sorseggiò una birra già aperta e dopo aver sbuffato rispose "E tu, grande saccente, quanti anni hai?" Mariano considerò il fatto che Dario fosse sballato e rispose cordialmente "Io ho 19 anni, ma al contrario di voi mi devo già arrangiare, non sono un figlio di papà" Dario si era ripreso e colse il tono sarcastico dell'altro "Quindi? Cosa vorresti dire? Che nostro padre ha i soldi e il tuo no? E allora, dobbiamo rinunciare a quello che voi non potete avere?" "Sei drogato e hai bevuto, non sai quello che dici" "Una canna e un po' di birra non mi fanno sragionare, ho capito benissimo che tipo sei; ti dà fastidio che altra gente se la passi meglio di te, ma tu cosa fai per migliorare la tua situazione?" Nel frattempo le due ragazze si erano leggermente riprese e avvicinatesi ai fratelli stavano ascoltando quella discussione ancora frastornate dall'alcol ma in grado di seguire il discorso. Mariano aveva socchiuso gli occhi e stava fissando Dario, sembrava lo stese sondando con il pensiero, e rispose "Io faccio quello che posso per migliorare la mia situazione mentre tu che parli tanto ti accontenti di fare il parassita alle spalle dei tuoi" Una smorfia trasfigurò il volto di Dario che come un felino balzò addosso all'altro e nel volgere di un istante i due si stavano azzuffando. Le due ragazze si ripresero immediatamente sferzate dall'adrenalina causata da quella scena e subito cercarono di dividere i due litiganti "Ma che state facendo, siete impazziti?" Adele sapeva che il fratello avrebbe potuto far male veramente all'esile Dario e ruggì come una tigre "Basta Mariano, smettila!" Il ragazzo si calmò all'istante e nel frattempo Lucilla stava trattenendo Dario che sbuffava e ansimava "Ma che ti è preso idiota, è grosso il doppio di te, se vuole ti stacca la testa" "Ha detto che siamo  figli di papà, maledetto stronzo" Lucilla prese il volto del fratello tra le sue mani, lui stava piangendo "Ha ragione, siamo figli di papà, lo sappiamo e non facciamo nulla per non esserlo" Per un attimo regnò il silenzio e si tornarono ad udire in sottofondo i rumori tipici del bosco, allora Dario si avvicinò a Mariano tendendogli la mano "Scusa" Mariano strinse la mano dell'altro e disse "Sì, scusa anche me" "Bene, visto che vi siete calmati, che ne dite di conoscerci meglio?" Proclamò Lucilla che, appena si furono tutti accomodati attorno al tavolo proseguì "E' vero Mariano, i soldi non ci mancano, mamma e papà guadagnano bene e noi frequentiamo la migliore scuola della città, siamo viziati e un po' snob, e voi invece? Cosa fate? Come mai siete qua?" I due fratelli si guardarono, Mariano abbassò il capo e Adele rispose "I nostri genitori sono i guardiani della reggia, in questo momento sono impegnati a verificare che tutto vada bene, i nostri padroni tengono molto a far bella figura e tutto deve filare liscio. Io e mio fratello avevamo l'incarico di tenere sotto controllo il parco ed avvisare in caso di problemi tenendoci lontani dalla festa e soprattutto dagi invitati, noi non siamo ricchi e colti come voi"
    Dopo l'euforia iniziale che li aveva avvicinati, adesso un solco divideva le due coppie di fratelli. Dario non era interessato a quei due, dopo quella sera non li avrebbe più rivisti; Adele aveva messo in chiaro le cose e adesso era intenzionata a rientrare nei ranghi, come sempre; Mariano era il più timido dei quattro e non aveva più levato il capo vergognandosi di guardare in faccia gli altri e infine Lucilla, lei aveva una mente aperta e un cuore sensibile, infatti disse: "Ok ragazzi, ci siamo chiariti. Noi siamo ricchi, voi no. Noi siamo mantenuti, voi lavorate. Noi siamo colti, voi un po' meno; e allora?" Gli altri la guardarono poco convinti e suo fratello le rispose "Sei ancora ubriaca" "Stai zitto. Sono stufa di queste situazioni di merda, quelli che Mariano e Adele considerano fortunati e colti sono là, in mezzo alla bolgia, attaccati ai loro dannati cellulari" dopo una breve pausa riprese a parlare con tono più conciliante "E' presto, abbiamo ancora tempo, che ne dite di raccontarci i nostri affari senza che nessuno ci disturbi?" "Sì! Sì!" Esclamò raggiante Adele, mentre Dario sbuffò come al solito, ma Lucilla non tenne conto del suo atteggiamento, avrebbe fatto di testa sua, si rivolse invece a Mariano che tutto sommato era anche un bel ragazzo "E tu, che ne pensi Mariano?" Il ragazzo era visibilmente in imbarazzo e cercò di evitare quella situazione" Ecco, mi piacerebbe, ma se i nostri genitori ci beccano sono guai" " Dai, non fare il guastafeste" lo riprese la sorella" "Non aver timore" lo tranquillizzò Lucilla avvicinandosi a lui "Saremo solo noi, i tuoi genitori avranno altro a cui pensare" Concluse la ragazza mentre afferrava la mano del ragazzo.
    "E adesso?" Chiese Dario spazientito. Lucilla prese a dire "Era parecchio tempo che non passavo una serata all'aperto in compagnia di nuovi amici e non dei soliti fighetti. Tu e tua sorella non uscite mai con gli amici, non vi trovate mai?" "Mio fratello si vergogna, noi siamo poveri e non possiamo permetterci cellulari e vestiti alla moda. Abbiamo cominciato presto a lavorare qui, con i nostri genitori, la reggia è enorme e c'è sempre da fare. Non ci manca nulla ma i soldi sono pochi e mamma e papà vivono nel terrore; non sono sicuri che in futuro i padroni continueranno ad usufruire dei nostri servigi e temono che noi non troveremo mai un lavoro"
    Lucilla stava fissando la ragazza sempre tenendo per mano Mariano che era immobile come uno stoccafisso, il loro abbigliamento era effettivamente di scarsa qualità e anche l'acconciatura di Adele rasentava il ridicolo, mentre Mariano era rasato e le sue scarpe da lavoro erano da buttare. Adele indossava un abito poco femminile e almeno due misure più grandi della sua taglia. Cercò di convincersi di credere che quelli fossero abiti da lavoro, per quella serata in cui dovevano sorvegliare il parco,ma il suo cuore diceva che la realtà era un'altra. "Adele" Lucilla si rivolse alla ragazza cercando di misurare le parole" "Quanti vestiti hai nell'armadio?" Hai delle scarpe diverse da quelle che indossi ora che non hanno nulla di femminile?" Mariano strinse forte la sua mano, non aveva gradito quella domanda ma non voleva perdere il contatto con Lucilla che gli dava una bella sensazione, lei capì il suo stato d'animo e quando il ragazzo allentò la presa rispose con una stretta affettuosa e lui si tranquillizzò all'istante. Adele titubava, voleva rispondere sinceramente ma si rese conto di essere in forte imbarazzo e Dario ruppe quel silenzio con il suo solito modo di fare "Ma non vedi che è vestita di stracci? Cosa pensi possa avere nell'armadio? Toppe e altri stracci" Lucilla stava per rispondere a tono ma fu anticipata da Adele che colpì con uno schiaffo l'incredulo Dario "Te lo sei meritato" Sentenziò Lucilla "Sei il solito cafone senza un briciolo di cervello. Chiedi scusa ad Adele e siediti. Se vuoi aprir bocca cerca di non sparar cazzate o ti prendo a calci in culo, chiaro? Dario strinse forte i pugni e trasse un profondo respiro, chiese scusa ad Adele e si mise seduto, da solo "Nell'armadio ho pochi vestiti e nessun paio di scarpe. Quando andavo a scuola la mamma mi comprava qualche capo nuovo ogni tanto, ma da quando lavoro qui ho solo lo stretto necessario. la stessa cosa vale per mio fratello" "Siete prigionieri qui a lavorare con i vostri genitori?" Chiese Lucilla "No!" Rispose Mariano senza mollare la presa "I nostri genitori sono buoni e noi non siamo prigionieri, possiamo uscire da qui quando vogliamo" "Ma non lo fate perché vi vergognate" Concluse Dario che questa volta evitò di fare lo sbruffone e si limitò a dire ciò che era evidente, infatti Mariano si ammutolì. Dopo qualche istante Adele, parlando con voce strozzata, riuscì a dire "Per noi è imbarazzante, ma non siamo gli unici" Lucilla fece una smorfia mentre Mariano le tastava la mano, Adele prese fiato e proseguì con più calma "Tantissimi ragazzi hanno lo stesso problema, i genitori non lavorano o se lo fanno fanno fatica perché i soldi, i maledetti soldi, non bastano mai, si vive nel terrore di non riuscire ad arrivare a fine mese e anche quando servirebbe davvero qualche abito nuovo o un paio di scarpe si fa finta di niente e si va avanti alla giornata" Mariano ascoltava la sorella che con coraggio e dignità parlava della loro condizione sociale senza vergogna e un moto d'orgoglio lo fece riavere dalla sua apatia "Mia sorella dice il vero, noi e tanti nostri amici viviamo in famiglie di onesti lavoratori strozzate dalla crisi e dall'incertezza. Mamma vorrebbe comprarci qualcosa ma siamo noi a rifiutare, sappiamo che i soldi sono pochi e ci sono cose più importanti del cellulare o dei vestiti all'ultima moda e quando alla domenica andiamo in chiesa indossiamo l'abito bello, come facevano i nostri avi una volta. Quando dobbiamo telefonare usiamo il telefono della mamma, ci spostiamo in bici o a piedi e i nostri amici fanno lo stesso, ma se venite a casa nostra sarete i benvenuti e aggiungeremo due piatti in tavola, per gli ospiti" Adele aveva le lacrime agli occhi, suo fratello evitava sempre quegli argomenti. Si avvicinò a lui e lo abbracciò forte, il ragazzo lasciò la mano di Lucilla e ricambiò la stretta della sorella poi Adele si asciugò le lacrime e si rimise a sedere mentre Mariano allungò di nuovo la mano verso Lucilla che immediatamente la prese tra la sua. Dario si alzò di scatto, pareva infastidito, si servì una birra e dopo averne sorseggiata un po' si schiarì la voce "Anche noi abbiamo le nostre preoccupazioni e i nostri problemi. I soldi aiutano a superare molte difficoltà e a rendere la vita più semplice, ma tante cose belle non dipendono dal denaro. Io sono un fanatico dei bei vestiti, delle belle cose e dei cellulari di ultima generazione. Ho centinaia di contatti e numeri telefonici di ragazzi e ragazze ma purtroppo sono sicuro che nessuno di loro, se mai avessi un problema serio, si presterebbe ad aiutarmi o ad ascoltarmi. Fino ad oggi potevo fare affidamento solo su una persona per questo, mia sorella, ma spero che dopo questa serata possa aggiungere anche voi due a questa preziosa lista" Adesso era Lucilla con le lacrime agli occhi e Mariano con un gesto la invitò ad andare dal fratello. Lei si avvicinò a Dario e lui disse "Scusa sorellona, ho sempre fatto il cafone ma ti voglio bene" "Anche io Dario, tantissimo" Quel momento idilliaco fu interrotto dalla potente voce maschile di Andrea "Eccovi qua maledizione, non sapevamo più dove cercarvi" I genitori dei quattro ragazzi erano apparsi dal nulla e li stavano fissando con aria severa ed interrogativa allo stesso tempo. Lucilla fu la prima a parlare "E' colpa mia, mi stavo annoiando ed ho costretto Dario a stare qui con me, poi quando Mariano e Adele ci hanno trovato li abbiamo obbligati a farci compagnia, loro conoscono il posto" "Vedo che ci avete dato dentro con il bere" Disse Giulia tentando di sdrammatizzare "Solo io e Lucilla, loro sono praticamente astemi" Provò a dire Dario. Suo padre stava per rispondere a tono mentre i genitori di Mariano e Adele non sapevano se essere arrabbiati, indignati o semplicemente umiliati. Come spesso accadeva fu Giulia a togliere tutti dall'imbarazzo anticipando la sfuriata del marito "Ok ragazzi, vi siete almeno divertiti?" I due fratelli avevano gli sguardi a terra in attesa della punizione che i loro genitori gli avrebbero impartito, loro non potevano avere contatti con gli ospiti della reggia. Ma Andrea stupì tutti, se stesso per primo, dicendo
    "D'accordo ragazzi, siete qui tranquilli e a quanto pare vi siete divertiti più di noi adulti, ma adesso è tardi e dobbiamo rincasare e i signori qui presenti saranno contenti di riavere con loro i propri figli" Così dicendo voleva evitare ai ragazzi una punizione esemplare. Mariano e Adele si avvicinarono ai genitori e chiesero scusa, mentre loro madre li abbracciò affettuosamente "Bene" Disse Giulia "E' stata una serata movimentata, adesso si torna a casa" "Mamma" "Dimmi Dario" Possiamo invitare Mariano e Adele a passare la giornata di domani a casa nostra?" Si guardarono tutti meravigliati, Giulia cercò lo sguardo del marito che con un sorriso malizioso diede il suo consenso "Certo ragazzi, se a loro va bene. Cosa ne pensano i vostri genitori?"
    I due adulti fissarono i figli che con sguardo supplichevole chiedevano il permesso ad accettare quell'invito. Sapevano che erano in imbarazzo ma desideravano tanto poter stare ancora con i nuovi amici e probabilmente loro padre percepì quel forte desiderio e rispose "Ok, ma dovrete comportarvi bene"
    L'indomani i quattro ragazzi passarono una splendida giornata che fu alla base di un rapporto che con il tempo andò consolidandosi. Impararono ad apprezzare le reciproche virtù cercando di correggere i propri difetti e le proprie mancanze, allargarono il proprio giro di amicizie senza vincoli sociali ed economici. Dario cominciò a fare attività sportiva dedicando al cellulare solo il tempo necessario e smise anche di fumare. Adele imparò, grazie anche ai consigli di Lucilla, a curare meglio il suo aspetto esaltando la sua giovane e fresca bellezza naturale e sull'onda dell'entusiasmo, appoggiata dai genitori, si iscrisse alle scuole serali per conseguire il diploma da maestra, il suo sogno nel cassetto,mentre Mariano, investito da tutte quelle novità, all'inizio soffrì parecchio. Grazie al padre di Lucilla, che fece da intermediario con i padroni della reggia, riuscì, insieme ai suoi genitori, ad avere un colloquio con i titolari che garantirono il lavoro e anzi, visto che uno dei figli dei ricchi possidenti aveva idee innovative, Mariano fu iscritto, a spese loro, alla scuola di agraria; sarebbe diventato il responsabile di tutti i parchi delle loro tenute. Il ragazzo era al settimo cielo. Lucilla, ricambiata, era innamoratissima di lui, i due avevano superato tutte le barriere che all'inizio li divideva e adesso stavano costruendo con tenacia, un legame che qualche tempo prima sarebbe stato assurdo solo pensare.
    Quella sera lei aprì il guardaroba e dopo aver scelto con cura si preparò per uscire a cena con Mariano, dovevano festeggiare il loro primo anno da fidanzati. Lui arrivò puntuale e lei le andò incontro "Sei bellissima. E quegli indumenti, quelle scarpe" Esatto, sono le stesse cose che indossavo quella sera al parco, come vedi anche io conservo i miei abiti nel guardaroba" I due si abbracciarono sotto gli sguardi di Andrea e Giulia e poi, mano nella mano, si avviarono verso la loro serata d'amore.

  • 23 giugno alle ore 12:14
    Come luna nel ventre

    Come comincia: “Eccoti qui piccolino! Vieni, fatti stringere dalla mamma”.
    Un istante, uno solo, e quel cucciolo dagli occhi di pece, si precipitò fra le gambe di Sara, braccandola con una forza inattesa. Ne abbracciò la pelle, avida di sole e di cielo, spense i brividi di un’eternità sottesa al tempo, e la guardò con lo sguardo innocente di chi ha il mondo tra le ciglia.
    Non sbagliava.
    Lei, minuta e gracile, da quel momento sarebbe stata davvero il suo mondo, il solco di speranza dal quale rinascere. Lo sarebbe stata per sempre. E sulla tela di un giorno piovoso, che non so non amare, una vita si abbandonava al suo destino, forse già deciso, o forse frutto della scelta di un istante.
    Così, seduta sul bordo di quel vialetto anonimo, rugiada fra i capelli, scattavo l’istantanea di quell’attimo, ecografia di un parto, miracolo adottivo che mi aveva visto battermi per anni.
    Professione meravigliosa la mia, perché tra colloqui, documenti
    e udienze, mentre chiudevo una pratica, una madre nasceva, e rinascevo anch’io, ogni volta.
    La scena, sempre la stessa. La donna che avanza, che trema, che piange, che ride. Il bimbo che corre felice, la osserva, la scruta, la annusa, si affida. Protagonisti di un film ben studiato, si muovono davanti ai miei occhi immobili. Io, muta, incastrata nel vento, sfioro quel frame, assassino di sensi e polmoni. Una mamma veniva al mondo, e io ero lì, come una ladra di emozioni, inginocchiata a derubare briciole di una gioia che non mi sarebbe mai appartenuta.
    L’esistenza lo aveva deciso per me, aveva scritto il mio poi, senza chiedermi nulla sul mio oggi. Ero una manciata di lettere, sparsa tra le pagine di un copione irrisolto, di una sceneggiatura fin troppo scontata, scritta a quattro mani dai miei dubbi, intrappolati fra nuvole e illusioni. Una sola possibilità, una sola, e avrei anch’io respirato l’amore, protetto un seme, tessuto una seta di sogni e di carezze, affidato al mio uomo un cuore vestito di bianco da cingere e crescere.
    Ma la mia vita una rotta non l’aveva, credo non l’avesse mai avuta. Era sempre troppo tardi per leggere la cartina delle mie ore, per riflettere su di me, per provare ad immaginare come sarebbe stato custodire una luna nel ventre. E allora decisi che curare le adozioni, come avvocato, sarebbe stato il mio mestiere. Certo, non avrei dato alla luce un figlio, ma avrei partorito dei genitori, accarezzandone le speranze. Speranze incatenate tra le loro ginocchia esauste, piegate sulla stoffa rossa del divano che li accoglieva nel mio studio, ad elemosinare prospettive sfocate di un futuro sospeso. E raccogliendo dettagli sul passato e sulle famiglie di quelle due anime, ne raccoglievo le amarezze, soffocate, via via, dalla violenza degli smarrimenti. Assistere le coppie che non riuscivano a procreare, quella era la professione che avevo scelto, e che mi completava. Si, perché grazie al mio lavoro, alla mia penna e alla passione che mi scorreva nelle vene, non ero più soltanto un legale, immerso tra carte e documenti, ma ero anche una donna che poteva, a volte, svegliarsi madre.
    Una madre di riflesso, ma pur sempre una madre.
    Infinita, davvero infinita, era la gioia che mi spaccava i sensi, quando quella moglie e quel marito, che avevo difeso e supportato nel fragile e denso viaggio dell’adozione, riuscivano finalmente a stringere tra le braccia la loro creatura. E ogni volta che la loro attesa terminava, la mia carne sottile, straziata dalle lame affilate di un ventre ancora vuoto, si ricuciva piano, curata da mani guidate da aghi di lana e fili di morbide stelle. Amavo scaldarmi di quei miracoli che inaspettati si accendevano così, d’improvviso, quando in un’alba qualsiasi, una delle “mie” coppie, sfinita dalla quiete di una casa troppo grande, e murata nel silenzio viola della notte, mi chiamava, sorpresa, per annunciarmi l’evento. Uno squillo del telefono, un passo, uno solo, e sarebbe arrivato il loro bambino.
    Oggi era accaduto ancora.
    E ancora non mi restava che odorare il profumo della maternità, posare i sensi sull’istantanea di quel mattino, quello dell’incontro tra Sara, Lucio, e il tenero Karel.
    Vivevo di emozioni riflesse. Vivevo dell’amore e del calore di altri amori e di altri calori. Amori universali, eterni. Questi sono gli amori che, codice alla mano, vedevo plasmarsi ora dopo ora tra aridi carteggi. Amori che legano a doppio filo, due cuori e il loro angelo. Amori come quello che sognavo, sera dopo sera, nel mio letto, quando braccia tese al soffitto bianco, abbandonavo lacrime sul collo, e mi aggrappavo al tessuto lucido del buio, incapace di asciugare idee.
    L’amore intenso, pensai, quello che fonde un genitore a suo figlio, in realtà, è tutto nell’equazione di Dirac: (∂ + m) ψ = 0.
    Un’equazione che, fin dai tempi in cui studiavo fisica al liceo, mi aveva affascinato. Ricordo perfettamente il pomeriggio in cui ne lessi per la prima volta il principio, scritto su un libro rigido, dalla copertina verde. Restai per non so quanti minuti, con le mani nascoste nelle vene, a fissare quelle parole. Consonanti e vocali si rincorrevano, fino a formare una frase che per me, gambe incrociate sul letto, segnò una rivoluzione.
    Secondo la formula, “se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema”. Così, quello “che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.
    Magia. E allora, se la fisica non mente, potevo immaginare i miei clienti e il loro piccolo, come un unico ed inseparabile sistema: il sole. E io? Io, distante e distinta, appartenevo ad un altro sistema: la luna. Ecco, probabilmente non ci saremmo più rivisti dopo quel giorno in cui i servizi sociali programmarono l’incontro, ma ero certa che quell’incrocio di sguardi e aliti, quei tre corpi confusi in un abbraccio d’anima, quella foto scattata dalla mia mente, avrebbero continuato “ad influenzare” i miei giorni “anche se distanti chilometri o anni luce”.
    In quel frammento di luce, io ero loro. Ero madre fra le braccia dell’amore. Io ero amore. Dirac mi aveva insegnato l’amore, e le mie dita che si muovevano sul giorno, mi chiedevano di solcare un’altra via, mi chiedevano di vivere.
    Ci provai. Spensi l’obiettivo su quella scena, e decisi di tornare a studio. Di pratiche, ne avevo diverse da esaminare. Le ore chiusa in quella stanza, mi avrebbero intorpidita, probabilmente nauseata. Ma annegare tra quei documenti, sarebbe stato un balsamo prezioso, un nettare spalmato sulla schiena dei miei domani, a nutrire ferite di pensieri screpolati dalle mie lente assenze. Assenze che si diluivano nei sogni, e che mi osservavano vivere, anche quando mi allontanavo da me stessa. Ritrovarmi, in fondo, non era più essenziale.
    Il mio percorso era già stato tracciato, segnato, deciso. Ma da chi? Forse, da chi non aveva compreso di quanto amore fossi capace, lasciando scivolar via la mia innocenza, come sabbia stretta tra mani che non conoscono rispetto. O forse, da chi non comprende il valore di un vita pronta a donarsi, ed a donare il futuro, senza contropartita, senza riserve. Mille interrogativi senza risposta, e mille attimi rubati a chi mi avrebbe amato. Forse, ma avevo troppi adempimenti da sbrigare.
    Presi l’auto e mi avviai in centro. Avrei posteggiato qualche isolato prima della mia palazzina. Adoravo camminare. I miei passi, calcati con ansia sui ciottoli medievali della città, quasi a soffocare inquietudini, sanno parlarmi di polvere e di cemento, di malinconie, di profumi, di attese, di percorsi senza meta e di finte partenze. Di quelle partenze che sanno nascondere arrivi. Come oggi. Come ogni giorno. Come quando parto, quando vado via, quando mi allontano da me stessa, lasciando i miei sogni ben custoditi nelle abitudini, tra una pausa caffè e un adagio di Albinoni.
    Ma quel giorno non era un giorno qualsiasi. No. La mia partenza,
    inconsapevolmente, portava in grembo il mio ritorno. Mi allontanavo dalla me più stanca, e mi avvicinavo alla me più vera, a quella donna forte e consapevole che, seduta su una foglia, non attendeva altro che il mio arrivo.
    Fu allora che compresi. Tutto ha un senso. Ogni nostro battito conosce la sua dimensione. Ogni movimento del corpo conosce la sua meta. Basta chiudere gli occhi ed ascoltarli. Basta credere che tutto sia possibile, e tutto lo sarà. Tutto lo è.
    “Eccoti qui piccolina! Vieni, fatti stringere dalla mamma”.
    Mi volto un istante, uno solo, e vedo una cucciolina immersa fra i suoi riccioli, precipitarsi fra le mie gambe, e braccarmi con forza. Poi… poi abbasso lentamente lo sguardo, mi stendo su un fianco, e resto incantata a riflettere l’armonia della luce che filtra timida dalle persiane verdi della mia camera. Spengo la luce, mi addormento serena. Fra i colori del sonno, focalizzo ogni particolare di quella scena, la scena che sembra quella di sempre. Una madre ed un figlio, incastrati in un solo sospiro. Ma qualcosa mi sfugge.
    Un tuono mi sveglia, respiro, sorrido.
    Avevo ragione, tutto è possibile. Tutto lo è.
    È già quasi un anno che non fuggo da me.
    E’ già quasi un anno che qui ci sei tu. Tu che adagi soave la mano sul mio ventre, posandoti sull’attesa della nostra luna.
    La scena, la stessa? No, non lo è.
    È alchimia di un impasto, di amore e infinito, e noi, attori nel frame di una vita che pulsa e chiede respiro.
    Due professioni, da oggi, le mie. Di avvocato che plasma e che crea genitori, di madre e di donna che si dona a suo figlio, ed al
    suo papà.

  • 21 giugno alle ore 5:19
    Via Portocastro 12 (Continuo I)

    Come comincia: Riesco a sentire solo il rumore che fanno le onde che fanno il nido sugli scogli. E' un posto dove non sono mai stato. Mi ritrovo a camminare in quella che sembra una chiesa, di più, una cattedrale; cammino in un luogo sacro che non ha un dio se non il mare blu, potente, paziente, silenzioso e vecchio come i suoi fondali. Le ombre delle colonne e degli archi maestosi si alternano ad una luce affilata ma un poò sbiadita, il sole sembra non sentirsi bene però non è malato, è malinconico. Mentre allineo i miei passi decisamente dubbiosi, il sale delle acque conquista il mio olfatto, non so dove andare ma il mio corpo procede come caduto in un'ipnosi mistica. Sono nell'unico posto dove vorrei essere, tra il mio venerato mare ed un posto che mi piange le sue lacrime d'arte addosso, mi sento come in un purgatorio meraviglioso, l'anticamera del paradiso. Il vento mi abbraccia con la sua freschezza  e una rugiada di salsedine invade la mia pelle violentata dai raggi del sole. Procedo, cammino. Mi sento leggero come una montagna libera dalla gravità, i colori si rincorrono come dei bambini in un cortile.Dopo aver calpestato con rispetto l'ultimo mosaico tatuato in terra, un pavimento a scacchi mi accoglie con un ghigno e mi porta ad una scalinata che conduce in basso, verso il mare.E' fatta di pietra, vecchia come i ricordi di un uomo e conquistata dall'edera accasciata su ogni singolo gradino, mentre qui e lì ci sono dei ciclamini nati di loro spontanea volontà, sembrano vecchi pescatori solitari, gli amatissimi di Portocastro. Me ne innamoro e scivolo sulla sua pietra rugosa, percependone ogni anno, ogni secondo che ha condiviso con il Vecchio Blu. Mi blocco dolcemente sul terzultimo scalino per raccogliere le forze e gettare i miei occhi nelle acque, sfiorare la punte delle dita del mare. Sospiro.
    Dalla stanza della mia anima fino al letto della mia mente inizia a spandersi con una calma poetica un profumo vaniglia che eccita il mio cuore fino a farlo sciogliere in una risata di sollievo misto ad ansia. Dopo aver disceso gli ultimi scalini, dinnanzi a me si staglia una spiaggia di pietra, un intarsio di lastre che sembrano aver piantato le proprie radici fra le sabbie, una penisola di formidabile bellezza e malinconia che termina con un muretto di mattoni che, non sembra vero, un tempo erano rossi. Un lampione ottocentesco si aggrappa al margine di quella specie di piazzetta e dopo di lui gli scogli e dopo ancora l'immensità. Guardando a sinistra verso il continuo della costa, un vecchio palazzo dell'inizio del Novecento se ne sta accovacciato a fissare l'orizzonte, è immobile ma così voglioso di gettarsi e dare vita ad una nuova famiglia di scogli.
    C'è un filo di nebbia. Non so se sia mattina o pomeriggio ma voglio che sia il secondo.
    La mia vista si fa strada tra le tinte chiare e sbiadite del sole e della schiuma marina, poi si stupisce di quelle scure delle pietre laviche che mi tengono a galla: un miraggio, poi qualcosa in più.
    Mi avvicino con un'inutile cautela mentre quella sagoma rientra pian piano nell'ordine della logica, arranco verso di lei e i contorni appaiono come una visione. 
    E' un ragazza seduta con le ginocchia al petto sul muretto. Ha strappato letteralmente il colore ai tronchi degli alberi dell'Eden e ne ha fatto una livrea maestosa per i suoi capelli mossi dall'anima dei sogni. Non guarda il mare, quindi posso scivolare sul suo profilo come una goccia di pioggia sul vetro ed è in quel momento che ho espresso il desiderio di un temporale infinito. Ha dei lineamenti duri come il cioccolato e dolci come il marmo. E' interminabile.
    L'occhio sinistro che fissa tutto il niente che ha davanti ha la forma di un gatto accovacciato, sonnacchioso ma vigile come un leopardo; le sue labbra sono la culla di un bambino venuto alla luce tanto tempo fa, un bacio di quella ragazza distratta non potrebbe che essere nuova vita, vita eterna.
    In quella ninna nanna dei sensi riesco a sentire il suo profumo. 
    Io sono morto in quel preciso momento. Non perchè uno schiaffo d'acqua sugli scogli ha attirato il suo sguardo sulla distesa marina e nemmeno per il suono che fa il sole quando ansima: io avevo già fatto l'amore con quella splendida madre natura sul cumulo ordinato di mattoni. E non mi è venuto in mente come quando ci si ricorda di aver un appuntamento importante, ma come quando ci casca addosso la pioggia scrosciante dell'amore, accompagnata dai tuoni della sofferenza e dai lampi di una felicità fugace come un arcobaleno di notte. L'avevo amata. 
    Si gira.
    Mi guarda.
    T'amerei ancora dolce ragazza del mare.

    Una martellata all'anima:" Dottore, sta aprendo gli occhi."
     

  • 20 giugno alle ore 4:19
    Due gemellini davvero speciali

    Come comincia: “Driiiiiiiiiiiin” il suono della campanella decretava la fine di un’altra giornata di scuola. I bimbi correvano festanti verso l’uscita e si fermavano senza varcare la soglia cercando di intravedere in lontananza i loro genitori. C’era come sempre chi andava a scuola con piacere e chi invece aveva bisogno di essere maggiormente invogliato al fine di ottenere risultati migliori. Tra i mille e più bambini che popolavano quella scuola, vi erano Elisa e Davide, due bimbi disabili, costretti a stare su una sedia a rotelle, a causa di alcune complicazioni avute alla nascita. La loro condizione li aveva portati a emarginarsi dal resto della loro classe e non di rado dovevano sopportare i loro compagni che continuamente li deridevano. Fortunatamente questi due gemellini speciali, avevano alle loro spalle una famiglia molto unita che quotidianamente soffriva con loro ogni singolo disagio e con grande dedizione, si occupava di quei figli con l’amore incondizionato di ogni genitore. Era, però una famiglia abbastanza modesta, vivevano infatti al decimo piano di un grande palazzo popolare, abitato da persone poco raccomandabili dove non vi era un ascensore che potesse facilitare ai due bimbi l’accesso al loro appartamento. Ogni giorno gli sforzi per condurli a scuola erano molteplici, i loro genitori dovevano prenderli in braccio per aiutarli a scendere le scale e farli avvicinare al pullmino che veniva a prenderli. Elisa e Davide erano iscritti al terzo anno delle elementari con enorme profitto e ciò ripagava i loro genitori delle fatiche quotidiane alle quali erano costretti. Anche le loro maestre erano felici del loro andamento scolastico e spesso li indicavano come modello da seguire per gli altri bambini. Questa cosa dava un po’ fastidio agli altri alunni, l’idea della competizione non piaceva a nessuno, quindi Elisa e Davide erano puntualmente bersagliati dai loro compagni meno bravi che li definivano secchioni. Erano principalmente i bambini più grandi della scuola a deriderli continuamente appena li vedevano passare sulla loro sedia a rotelle.
    Un giorno, mentre un collaboratore scolastico li accompagnava in bagno, durante la ricreazione, si presentarono due ragazzini dell’ultimo anno dalla cui espressione sembrava che volessero aggredirli. Il loro accompagnatore si era per un attimo allontanato, fu così che quel bulletto, di qualche anno più grande Davide, ne approfittò per colpirlo con un pugno in pieno volto, abbastanza forte da procurargli alcune ferite sul viso. L’episodio fece immediatamente il giro di tutta la scuola e scatenò un vero putiferio tra le famiglie di tutti gli allievi. L’indomani una delegazione di genitori si recò dal dirigente scolastico per chiedere spiegazioni su quanto accaduto il giorno precedente. Tra questi vi erano anche i genitori di Elisa e Davide che, al termine di un’animata discussione con il preside, decisero di ritirare i loro figli da quella scuola. Non potevano sopportare che i loro bambini fossero trattati con tanta crudeltà a causa della loro disabilità. “Non possiamo più tollerare che questa situazione vada avanti” Tuonò il padre dei gemellini rivolgendosi al dirigente. “I nostri figli non possono continuare a subire simili vessazioni, non è giusto che i nostri figli vedano la scuola come un incubo”. Il dirigente in un primo momento non rispose, sapeva benissimo di trovarsi davanti a dei genitori con una grande ferita nel cuore e per di più molto preoccupati per i loro figli. In seguito cercò di convincerli dicendo loro che la scuola era un’importante tappa per la crescita di ogni bambino in particolare per Elisa e Davide che erano considerati “speciali”.
    Nonostante le parole di convincimento del preside, i genitori di Elisa e Davide apparvero irremovibili, vollero a tutti i costi ritirare i loro bambini da quella scuola e affidarli a un istituto privato in cui erano sicuri che non accadessero episodi spiacevoli di violenza e discriminazione. Per qualche giorno i due bambini rimasero a casa, in attesa che i genitori trovassero per loro una degna sistemazione. Durante quei giorni di assenza obbligata da scuola, i due gemellini mostrarono tutto il loro disagio, la loro abitudine quotidiana era quella di stare in classe e seguire le lezioni con impegno e quella permanenza forzata a casa li disorientava non poco.
    Alcuni giorni dopo, arrivò finalmente per Elisa e Davide, il momento di ritornare fra i banchi. I due piccoli non stavano più nella pelle, amavano la scuola e la voglia di apprendere non li aveva di certo abbandonati. Furono così condotti dai loro genitori, presso un istituto privato, dove ad accoglierli, arrivò un uomo con una lunga barba e dall’aria molto severa. Quell’uomo era il sig. Giovanni, da molti anni direttore di quella struttura e del quale si diceva che fosse un bravissimo educatore. I due gemellini rimasero spaventati dall’aspetto fisico di quell’uomo e stettero per un bel po’ rannicchiati sulla loro sedia a rotelle. Arrivò subito un collaboratore che li condusse nella loro classe.  In quella struttura regnava un silenzio quasi spaventoso, era molto diversa dalla scuola che Elisa e Davide avevano da poco smesso di frequentare. Per i corridoi non si sentivano voci e tutto sembrava spettrale in quell’istituto. I due bimbi entrarono nella loro classe e, dopo una breve presentazione, rimasero ad ascoltare la loro insegnante spiegare la lezione del giorno. Era ormai trascorsa una settimana dall’ingresso di Elisa e Davide in quella nuova scuola e, nonostante quello strano silenzio tutto sembrava procedere per il meglio. I bambini sembravano aver superato le difficoltà legate alla loro disabilità e seguivano le lezioni con la loro solita serietà.
    I problemi erano però dietro l’angolo per i due gemellini; una mattina, mentre  con la loro classe, si stavano recando a mensa, si imbatterono in quel collaboratore scolastico che li aveva accompagnati in aula il primo giorno. Li avvicinò per dare loro delle caramelle chiedendo di seguirlo. I due bambini cominciarono a camminare, spingendosi con le loro carrozzine, lungo un immenso corridoio. Arrivarono fuori la porta di una stanza, il collaboratore la aprì e improvvisamente si materializzò dinanzi ai bambini il signor Giovanni che iniziò a schiaffeggiarli senza un valido motivo. Gli schiaffi andarono avanti per alcuni minuti, la stanza era lontana dalle aule e nessuno poteva udire i lamenti di Elisa e Davide. Il signor Giovanni continuava a inveire contro quei poveri bambini: “Brutti piccoli handicappati, ne ho abbastanza di voi, siete ridicoli su quella carrozzina”. Questa era la frase che i due gemellini si sentivano ripetere continuamente dall’uomo dalla lunga barba che, dietro quell’aria da severo educatore, nascondeva una personalità malvagia che sconfinava nell’odio profondo per i bambini con difficoltà motorie. Le vessazioni e le percosse contro quei due innocenti fanciulli andarono avanti per giorni, ogni volta tornavano a casa con i chiarissimi segni di ciò che subivano ed erano costretti a raccontare ai loro genitori la solita bugia: erano caduti durante l’ora di educazione fisica e i lividi erano dovuti al colpo subìto. I genitori dapprima credettero alla versione dei loro bambini, ma quei lividi erano presenti da troppo tempo sui loro volti e decisero quindi di indagare e andare fino in fondo a quella faccenda. Il papà di Elisa e Davide decise di fare tutto da solo appostandosi per ore intere in un parco pubblico situato di fronte l’istituto e dopo alcune ore di attesa, vide ciò che gli occhi di un genitore non vorrebbero mai vedere. Il signor Giovanni entrò nella sua stanza seguìto dal suo collaboratore e dai bambini. Elisa fu alzata dalla sua sedia a rotelle e messa in un angolo in modo che non poteva muoversi, mentre Davide era schiaffeggiato dal signor Giovanni. Un forte senso di rabbia penetrò nel cuore di quel papà nel vedere quelle scene e decise subito di intervenire con l’aiuto della polizia. L’indomani si presentò nell’istituto con due poliziotti che immediatamente condussero in carcere il signor Giovanni e il suo collaboratore cogliendoli in flagranza di reato. I gemellini tirarono così un sospiro di sollievo abbracciando forte il loro papà. “Scusaci papà se non ti abbiamo detto nulla” esclamò Davide piangendo. “Quel signore ci ricattava e avevamo paura”. “Tranquilli piccoli miei” rispose il papà. “Adesso è tutto finito e ritornerete nella vecchia scuola, dove adesso vi attendono a braccia aperte”. Qualche giorno dopo, Elisa e Davide fecero ritorno nella loro vecchia scuola e ad accoglierli ci furono proprio tutti: dagli allievi a tutto il corpo docenti. C’era anche quel ragazzo che alcuni mesi prima, aveva colpito Davide con un pugno, il quale immediatamente si scusò con lui giurandogli di non farlo mai più. I due gemellini speciali avevano finalmente ritrovato il sorriso e potevano proseguire con serenità il loro percorso di studi, circondati dall’affetto dei loro compagni e delle maestre che in breve tempo, fecero loro dimenticare lo spavento patito con le violenze del signor Giovanni, facendoli questa volta sentire accettati da tutti.
     

  • 18 giugno alle ore 10:55
    L'incrocio del tempo

    Come comincia: «Notte amore, ti bacio e ti stringo forte».

    «Si amore, lo sento. Ti sento. A domattina».

    Guardo per qualche istante il tasto rosso del mio cellulare, ma non lo spengo. Resto così, immobile, con gli occhi incollati allo schermo, in attesa. Ma di cosa? Forse di un semplice «ti amo» incastrato in un messaggio. O forse, spero che la luce del display lampeggi un’ultima volta, per fondermi ancora, e ancora, nella sua voce.

    Questione di attimi, interminabili come stagioni, mi giro nel letto, rifletto, e finalmente digito quel pulsante. È bastato un click, un solo un click, per chiudere il sipario sul giorno, sulle mie sciocche fantasie, e su quel gelo che a volte mi scorre nelle vene. Affido al cuscino il mio collo teso, affondo le braccia nel vuoto, per far scivolare via nel buio ogni incertezza, e serro le palpebre al mondo.

    «Sarà una notte di velluto» sussurro fra me e me «e sarà come averti qui, in questa parentesi di ore che divide i sogni dalla realtà». Mi addormento, accartocciata nel mio piumone beige, mani incastrate nei pensieri.

    Il tempo scorre, un riflesso d’ambra filtra tra le persiane, e si posa sulle mie guance. Stendo le gambe al mattino, sbadiglio nel mio solito modo strano… un suono più felino che umano, un po’ come la mia espressione assonnata.

    «Amore, ma già sei sveglia? Quel tuo dolce miagolio lo riconosco, lo sai. Aspettami, però, non alzarti. Possiamo fare colazione con calma, oggi ci siamo regalati una giornata tutta per noi, ricordi? ».

    Ad essere sincera, non ricordo nulla. Ma non importa, questa giornata già la adoro.

    «Eccomi! Tutto pronto. Caffè caldo e brioche, o, se preferisci, un bel cappuccino chiaro, proprio come piace a te. Che ne dici? Me la cavo come cameriere?»

    «Che sciocco che sei… se te la cavi? Ma scherzi? Sei uno spettacolo. Sei il mio spettacolo! Mi chiedo come abbia fatto finora a svegliarmi senza di te. Recuperiamo, dai, vieni qui e stringimi forte, poi mangiamo».

    Ecco. Se potessi fermare la giostra della mia vita, lo farei ora. Ora che ho tutto.

    Ora che lui, l’uomo che amo, è con me, nella mia camera, a proteggermi da questo soffitto di cielo che per troppi anni ho odiato con tutta me stessa.

    L’ho odiato nelle mie notti sole, assassine delle favole che mi raccontavo per colorarmi le lacrime. L’ho odiato quando nelle ore insonni tendevo le braccia ai suoi chiodi, che senza esitazione si divertivano a trafiggere ogni fantasia. L’ho odiato quando ero sempre io a darmi il buongiorno, a coccolarmi con una tisana calda, a raccontarmi una storia, ad amarmi.

    Ma la vita è strana, ti sorprende quando meno te lo aspetti, e ti ritrovi così, come in film, a osservarti finalmente sorridere. Quel mio attendere ed attendere, che qualcosa mutasse, non mi consuma più. Ora, questo soffitto, lo stesso soffitto bianco di sempre, non può trafiggermi con i suoi chiodi, e regala al mio sguardo una miriade di riflessi. Nel soffitto mi nutro del viola, dell’indaco, del rosa e del verde, dipinti sui miei sogni realizzati.

    E poi? E poi ci siamo noi, io e lui, per prima volta insieme, con le ossa intrecciate, distesi ad osservarlo.

    «Ma non hai fame? Guarda che il cornetto si raffredda».

    Si amore, si che ho fame, vorrei dirgli, ma ho fame di vita, di ore, delle ore che ci aspettano.

    Una lacrima si posa sulle mie labbra, mordo l’impasto caldo del croissant, con il suo ripieno caldo di miele d’acacia, fermo la corsa di quel cristallo di pianto salato, e sorseggio il caffè denso, lasciandomi tatuare la gola da quel mescolio di gusti che è l’amore. Sono felice.

    «Che ne dici di iniziare con una passeggiata soli io o te? » mi sussurra piano all’orecchio.

    «Sono mesi che me lo chiedi, e te lo avevo anche promesso, ma non riesco mai ad organizzarmi con il lavoro, e finisco sempre per rimandare. Se sono ancora in tempo, e se ti va…».

    «Effettivamente, avevo perso le speranze, però… se sarai così bravo da farti perdonare, potrei anche accettare”. «Sarà indimenticabile, tesoro, vedrai. Fidati».

    «Mi sono sempre fidata di te, lo sai. Corro a vestirmi, sarò velocissima».

    È vero, di lui mi ero sempre fidata. Ricordo benissimo il giorno in cui uno strano gioco del destino ci fece incontrare. Era inverno, la temperatura gelida mi costringeva a girare per la mia città sequestrata in un caldissimo cappotto rosso, che si intonava perfettamente con il mio naso e le mie guance che puntualmente si tingono d’aurora, ad ogni precipitare della colonnina di mercurio. Credo sia uno dei miei peggior difetti, che quel sedici gennaio, però, segnò la mia vita. Posteggiai l’auto nei pressi della clinica dove era ricoverata una mia amica. Aveva appena partorito e non vedevo l’ora di correre da lei, per abbracciarla e scaldarmi dell’amore che solo la nascita di una mamma sa regalare. Entrai, chiesi di lei, salii al terzo piano, ed era lì.

    Erano li, una madre ed un figlio, pelle a pelle, odore ad odore, disegnati da un pennello d’autore, su una tela d’eterno. Respirai magia. La magia di un miracolo.

    Restai ad osservarli non so davvero per quanto tempo prima di entrare, quando una vocina dolcissima mi catapultò fuori da quella bolla di pensieri e riflessioni in cui stavo nuotando.

    «Perché hai le guance rosse come noi bambini? ».

    Mi voltai, e vidi una piccolina vestita di verde che mi guardava innocente.

    «Perché anche noi grandi siamo un po’ bambini, e crediamo anche nelle favole sai? Vedi, per esempio, quella donna con il suo bebè? Si chiama favola della vita, ed esiste, giuro!».

    La bimba mi sorrise, tenera. Io le sorrisi, e vidi un uomo che la teneva per mano. Era suo padre.

    Lo riconobbi subito. Era il lui delle attese, il lui che già viveva in me.

    Si, perché mi piace pensare che nel nostro cuore esistano più stanze.

    Stanze che arrediamo con le persone che ci sono vicine, con le delusioni, le speranze, le aspettative e gli amori interrotti. Stanze intrise di sapori, ricordi, briciole di esistenza sparse sul pavimento, confuse tra petali di sole, e gelide nevi.

    Stanze impolverate. Tutte, tranne una, quella che le persiane del tempo proteggono da luci invadenti.

    E in quella stanza esiste da sempre un’unica persona, che sa comprenderci, leggerci nei silenzi, amarci per quello che siamo, per gli errori, per le debolezze. Quella cui non dobbiamo spiegazioni, quella che conosce e riconosce la nostra essenza più pura, perché vive della nostra stessa essenza.

    Ecco. Quella stanza, ora, non era più vuota.

    L’abitava la luna, riflessa sul soffitto, a sorridermi, ed il suo corpo, steso di fianco, ad amarmi.

    «Sono pronta. Andiamo!»

    Scendiamo le scale di casa senza sfiorarci. Alle nostre anime non importa, loro sono legate, incastrate. Le mie guance arrossiscono, ancora una volta, come allora, come nel giorno in cui le solitarie attese terminarono l’una nell’altra. La giornata non promette bene, forse pioverà, ma ho il suo tempo, ed è il regalo più bello che potesse donarmi. Il tempo è qualcosa di indelebile, di unico, perché gli attimi non tornano indietro, e non puoi barattarli con altri respiri. E lui, quel giorno, di tempo me ne avrebbe dedicato tanto. Ore e ore insieme, ore ed ore di noi. Mi aveva promesso una sorpresa indimenticabile.

    Bè, ci era riuscito. Qualche chilometro e la sua macchina si ferma.«Giunti a destinazione», esclama guardandomi, senza parlare.

    «Ma dove siamo? Non capisco».

    Scendiamo e la sua mano si poggia sulla mia spalla. Amo quel gesto, mi veste di sogni.

    «Ci siamo quasi, ora capirai».Qualche passo ancora, e la via selciata ci mostra una porta. Una porta di quelle antiche, di un rosso antico, di un legno antico e solido. La sua mano la apre, i battiti accelerano, davanti a me… un piccolo salone dove ora si aggirano due corpi muti.

    «E’ la nostra casa, piccola ma nostra. Non dici nulla?».

    No che non dico nulla.

    Un giorno tutto per noi, e poi… e poi un posto tutto nostro. Non posso crederci. Non me ne aveva mai parlato.

    E ora? Ora siamo qui, e nel mio stomaco, danzano vortici di sensazioni. Le mie mani tremano. Sono felice.

    Sono di nuovo felice, come quando stamane, svegliandomi, l’ho sentito gironzolare in cucina. O forse lo sono ancora di più. Si, credo di si. È la seconda volta che in un solo giorno sento la mia anima vibrare tanto intensamente. Vibrazioni che colano lente, percorrono ogni pensiero, e si posano leggere a terra.

    Sono viva.

    Non parlo, abbasso le ciglia, cerco la sua mano.

    «Stringimi forte».

    Due parole in un abbraccio di anime che fonde e confonde i nostri corpi, scivolati l’uno nell’altro, ormai indefiniti, come lacci nel cielo, come sogni nel vento. Mi perdo. Ci perdiamo così, per ore. Ore ed ore trascorse a sfiorarci, a respirarci, a pettinare gocce di umori, che si ricamano in noi, attimo dopo attimo. Ore di silenzi, di aliti ansiosi, di schiene inarcate su un domani che ci chiedeva di esistere. Ore tatuate tra le nostre dita tese e i fianchi curvi dell’amore, che si presenta a noi come non aveva mai osato fare. Un amore che portavamo dentro, muto e fermo, in attesa, anche lui come noi, di essere scovato, riflesso nel tempo. Ore che scioglievano la mia brina nel sangue, lasciando germogliare i semi del poi.

    Ore d’amore e di verità che addormentarono sensi e membra, raggomitolati e indifesi, come angeli stanchi per le eterne attese, sul parquet di quella stanza solo nostra.

    «Amore», sussurro al lento ritmo delle prime ore dell’alba che bussano timide sul viso, leggere come piume di luce.

    Cerco il suo respiro, non l’ho mai sentito accanto al mio risveglio. Voglio bere ogni istante di questo primo giorno nella nostra casa.

    Ma un brivido mi scorre sulle gambe gelide. Attorno a me solo silenzio.

    «Amore, ci sei?».

    Lui non c’è. La nostra casa non c’è.

    Sono sola. Sola come sempre, nel mio letto di sempre.

    Ma allora? La nostra giornata? La nostra stanza? E noi? Noi dove siamo?

    Mille domande si rincorrono, mi muovo tra coperte di lame affilate, che lacerano i sensi.

    Un suono metallico, come vetro su fuoco, mi strappa da quel reale, solo immaginato. È il cellulare che suona. Un messaggio, il suo.

    «Buongiorno amore, hai fatto dei bei sogni? Ti bacio».

    Scrivo di getto un «Si amore, ho sognato di noi, del nostro futuro, che non arriverà mai”, ma non lo invio, non ne ho il coraggio, e partorisco un semplice «Tutto bene, amore. Buon lavoro”.

    Resto immobile, ancora una volta con gli occhi incollati allo schermo, in attesa. Nella stessa identica attesa di ieri sera. Era solo un sogno, uno stupido sogno. Ed io, la solita bambina che crede ancora nelle favole.

    Meglio alzarsi.

    «Dimenticavo, oggi niente lavoro. Sarà una giornata speciale. Solo noi due, e una sorpresa che non immagineresti mai. Passo a prenderti fra un’ora».

    Un’emozione esplode densa. Quella sorpresa, io, la conoscevo fin troppo bene. Stavo per vivere il mio sogno. Questa, era la mia realtà, ed il nostro futuro.

    Sorrido, e metto nel borsone un plaid… ci avrebbe riscaldati, distesi sul parquet della nostra casa.