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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 14 ore fa e 41 minuti fa
    Suor Teresa

    Come comincia: “ Forza ragazzi, andiamo”. Era la frase che Teresa ripeteva alla sua comitiva quando veniva organizzato un evento che accomunava tutti. Teresa era l’anima del suo gruppo di amici, sempre disponibile con tutti nei momenti di necessità.  Era descritta da coloro che la conoscevano come una persona dolcissima e sempre con il sorriso stampato sulle labbra. Teresa apparteneva ad una famiglia napoletana benestante; suo padre era titolare di un’azienda alimentare che da molti anni contribuiva a sfamare l’intero nucleo familiare. Teresa lavorava al suo interno e, a detta del genitore, svolgeva la sua attività con estrema professionalità e dedizione.
    La giovane aveva trovato anche il tempo per innamorarsi. Era fidanzata con Fabio: un giovane, anche lui di buona famiglia, che non le faceva mai mancare le sue piccole attenzioni quotidiane. Quasi ogni mattina Teresa riceveva da parte di Fabio mazzi di fiori e regalini di ogni genere: piccole dimostrazioni d’amore che per lei significavano molto.
    Anche il volontariato faceva parte della vita della ragazza. Quando il suo lavoro glielo permetteva, prestava servizio presso alcune organizzazioni umanitarie grazie alle quali aiutava le persone bisognose.
    Tutto sembrava girare per il verso giusto per la giovane Teresa e glielo si leggeva nel profondo dei suoi occhi azzurri come il mare che trasmettevano tutta la sua felicità.
    Nonostante la sua giovane età, le prime delusioni per la ragazza non tardarono ad arrivare. Fabio, il ragazzo che amava tanto e in cui aveva riposto molte delle sue aspettative  perse improvvisamente la vita in un brutto incidente stradale.
    Questo evento portò un’enorme tristezza nel cuore di Teresa, aveva perso da un giorno all’altro la persona che amava e con cui aveva deciso di costruirsi una famiglia tutta sua. Ben presto la personalità della ragazza mutò in maniera repentina; l’incidente del suo fidanzato modificò notevolmente il suo modo di essere. Trascorreva ore intere fuori di casa spesso tralasciando anche il suo lavoro nell’azienda di famiglia. Quasi ogni giorno usciva a tarda sera per poi rincasare a notte inoltrata provocando l’ira dei genitori. “Teresa” le dicevano “E’ mai possibile che tu sia cambiata di punto in bianco"? "Dov’è nostra figlia, la ragazza dolce e disponibile di un tempo e sempre dedita al lavoro e al volontariato”? Era un ritornello che si ripeteva spesso e puntualmente Teresa rispondeva fra le lacrime: ” Basta, della mia vita ne faccio ciò che voglio”.
    Ormai Teresa era una persona diversa, quel brutto evento l’aveva portata ad una vera e propria morte interiore e, al suo posto, aveva fatto nascere una ragazza ribelle e a volte anche molto superficiale.
    I suoi genitori, che nonostante tutto continuavano ad amarla di un sentimento incondizionato, facevano anche l’impossibile per riportarla sulla retta via.  Avevano consultato i migliori psicoterapeuti ma nessuno era riuscito a curare il malessere che Teresa si portava dentro dal giorno di quel maledetto incidente.
    Sembrava ormai che quel brutto male interiore si fosse divorato la giovane vita di questa ragazza, ogni giorno era sempre più scostante, era diventato quasi impossibile parlarle e farla ragionare, come se vivesse in un mondo parallelo tutto suo.
    Anche ai suoi amici mancava Teresa, quella di un tempo e nemmeno loro riuscivano a riportarla in sé.
    Un giorno, l’organizzazione per la quale faceva volontariato, le propose un viaggio di beneficenza in Africa per offrire aiuto alle popolazioni in difficoltà del luogo.
    A questa richiesta la giovane, seppur ancora scossa dalla terribile perdita, accettò e dopo pochi giorni volò in Congo.
    Giunta sul posto, Teresa dovette scontrarsi con una realtà molto diversa dalla sua. Era abituata alla ricchezza, al suo lavoro e, nonostante la grande esperienza maturata nel volontariato, mai avrebbe immaginato che potessero esistere persone con quegli enormi problemi. Ogni giorno i suoi occhi erano costretti a vedere famiglie che per procurarsi da vivere erano costrette ad ammazzare animali o andarsi a procurare l’acqua al pozzo più vicino. C’erano addirittura bambini, anche molto piccoli, che presentavano sui loro corpicini segni evidenti di malnutrizione.
    Lo spettacolo che si presentava agli occhi di Teresa era dei più allucinati; ogni sera si addormentava pensando a ciò che aveva visto durante il giorno e ciò le provocava un’enorme tristezza nel cuore. Capì ben presto che voleva fare qualcosa per aiutare quelle persone e questa convinzione maturò ancora di più in lei quando conobbe suor Angela: una suora missionaria che da anni viveva in Africa. Spesso Suor Angela raccontava a Teresa delle sue esperienze e la ragazza era molto interessata ai racconti della religiosa.  I giorni passavano e Teresa si legava sempre di più a Suor Angela e ai bimbi che aiutava tanto che stava valutando un’importante idea per il suo futuro. Durante quel soggiorno in Africa le venne in sogno un angelo che le disse che il suo destino era di aiutare quella gente e che il Signore voleva che lei entrasse nell’ordine di Suor Angela per affiancarla in questa bellissima missione.
    Al ritorno dal viaggio comunicò la notizia ai suoi genitori che la accolsero con un sentimento misto tra felicità e perplessità. Non riuscivano a immaginare la loro figliola con l’abito da suora.
    “Sei sicura cara che questa è la tua strada”? Le chiesero i genitori “tu hai un lavoro importante nella nostra azienda, sei sicura di volerlo lasciare”?  “ Si certo” rispose Teresa con voce tremante: “questa è la strada che il Signore ha scelto per me e devo seguirla. Quelle persone hanno bisogno del mio aiuto ed io so che posso fare qualcosa per loro.” Le parole della ragazza provocarono un sussulto al cuore di entrambi i genitori che le dissero: “Figliola cara, se questo è il tuo desiderio noi, ti appoggeremo come abbiamo sempre fatto e che Dio ti benedica.”
    Qualche giorno dopo Teresa rincontrò Suor Angela che nel frattempo era tornata in Italia, per un breve periodo e insieme si recarono in convento, dove Teresa venne presentata alla madre superiora e alla sua maestra di noviziato. In convento quasi tutto il giorno era dedicato alla preghiera e alla meditazione e la ragazza sembrava essersi ben adattata a quel tipo di vita, del resto si trattava di ciò che ultimamente aveva tanto desiderato. Anche la Madre Superiora era molto contenta della nuova arrivata; lei e Teresa avevano avuto modo di parlare molto e di conoscersi e anche qui la giovane era apprezzata per la sua dolcezza e la sua semplicità. Sarebbe diventata certamente un’ottima suora. Gli anni del noviziato passarono in un batter d’occhio e arrivò il tanto atteso giorno dei voti. La cerimonia si svolse all’interno del duomo di Napoli alla presenza del vescovo e delle più alte cariche della Chiesa. Teresa era emozionatissima, proprio come una sposina nel giorno delle nozze e lei infatti stava per sposare il Signore.  A quell’evento accorsero tutti i parenti e gli amici più cari di Teresa per ammirare la novella sposa di Cristo. La cerimonia si concluse con un lunghissimo applauso e quella ragazza, che era stata a un passo dal baratro, era finalmente diventata Suor Teresa. Da religiosa Teresa si recò in moltissime altre occasioni in Africa ma, a differenza della prima volta, aveva una maggiore consapevolezza di poter aiutare tutte quelle persone grazie anche al suo cuore  sempre colmo d’amore verso il prossimo.

  • Ieri alle 22:46
    LETTERA

    Come comincia: «Antonella, o Nella come amava farsi chiamare, non sopportava il rumore della sveglia.
    Il suono stridulo, il più forte ed insopportabile che avesse mai ascoltato, sopraggiungeva all’improvviso ad interromperle la storia di un sogno, una qualsiasi storia della quale non avrebbe mai saputo il finale. Anche questo la infastidiva.
    Avrebbe voluto alzarsi e romperla una volta per tutte. Ma si girava semplicemente per cercarla e pigiare quell’odioso tasto di stop. «Ne comprerò una nuova un giorno e tu sai bene la fine che ti aspetta…» diceva a se stessa mentre infilava le pantofole ai piedi. Poi accendeva il computer prima ancora di andare a preparare il caffè. Era ansiosa di vedere se il suo amato Idag le avesse risposto. Intendiamoci bene, amato in senso metaforico, considerato che Nella non aveva nessuna intenzione di metter su una relazione seria, almeno per il momento.
    Il suo amore per Idag era lo stesso che aveva per i gatti, colmo di identica tenerezza per qualcuno che, a suo dire, aveva bisogno di un sostegno, qualcuno che fosse capace di dimostrare di esserci, veramente.
    Era un’idealista Nella, altro se lo era. Ma questa parte di se era nascosta al resto del mondo, alla maggior parte del mondo, quello che avrebbe incrociato di li a poco, fatto di visi anonimi, di gesti ripetitivi, di sguardi stupidi ed interessati.
    Idag stava li, dentro ad un pc, ed era il suo tramite verso ambizioni perdute, sogni infranti, amori impossibili.
    Quante volte era ricaduta e si era ripresa? Non lo ricordava nemmeno più. Quante volte si era detta «Basta. Da domani si ricomincia?»
    Eppure sentiva dentro di se l’energia inesauribile di chi vuole credere che un sogno possa trasformarsi in realtà.
    Spesso le veniva in mente una vignetta in cui Charlie Brown assiste ad un incontro di baseball. Nel corso della partita viene battuto un fuori campo e, incredibile, la palla gli si avvicina a velocità inaudita. Charlie, il buon vecchio Charlie, alza il braccio e blocca la palla con una sicurezza che certamente non è mai stata sua. Mentre si stupisce della sua presa, dal campo si sente la voce dell’allenatore che urla «Ingaggiate quel ragazzo».
    Ecco com’era Nella, ma lei non lo sapeva.
    Mentre il caffè iniziava ad uscire con il noto ribollio, la posta elettronica mostrava la presenza di un nuovo messaggio: era Idag.
    Corse a versarsi il caffè e a prendere le sigarette. Non avrebbe mai interrotto la lettura di una risposta tanto attesa.
    La mail così diceva:
    «Cara Antonella,
    certo non avrei pensato che alla mia età ancora qualcuno, o qualcuna, potesse raggiungermi per girovagare, o giocare, con quella parte di me così nascosta, da essere a volte sconosciuta a me stesso.
    È vero quello che ti ho scritto, che uno stimolo non può venire da dentro se il pensiero ti dice che tutto è compiuto, che quindi nulla di originale potrà mai nascere in tutto l’umano futuro. Ma questa notte, mentre meditavo sulle tue parole e su di me, mi sono reso conto di aver sbagliato a dire ciò che ho detto, a scrivere così ciò che realmente pensavo allora.
    Ma vedi Antonella, non dico questo perché tra le persone che mi hanno letto ci sei anche tu, che dall’alto della tua sensibilità hai vissuto, ed interpretato, e rielaborato il mio pensiero. Dico questo perché il pensiero cambia, come le trame dei libri. Oggi è una storia domani un’altra. Ognuno di noi è ciò che è, nel momento in cui manifesta se stesso. Dopo un secondo, un’ora, un anno, è una persona diversa, che pensa diversamente, che elabora diversamente perché tutto si modifica ed ogni cosa si evolve.
    Tu hai ventisei anni e non puoi far tue mie idee, che strisciano lentamente sotto il peso di ciò che è stata la mia vita, la mia personalissima storia.
    Devi scrivere la tua storia. E alla tua età non sempre fa bene ascoltare parole come quelle che ho scritto.
    Io non sono poi tanto speciale come tu mi descrivi. Faccio una vita come la possono fare tutti e, probabilmente se mi vedessi rimarresti delusa. Si, delusa. Ma non parlo del mio aspetto fisico o della sovente mancata corrispondenza con il suono che dona una voce. Rimarresti delusa perché infrangeresti la bolla in cui galleggia il tuo sogno. Parlo dell’immaginario che è in noi, di quelle sensazioni che ci esaltano, e ci sostengono, aiutandoci a vivere.
    Questo io oggi sono per te e te lo dico in nome della tenerezza con cui le tue parole mi hanno segnato, affinché le prospettive di una donna, all’alba della vita, varchino la soglia del bar dove ti rechi ogni mattina, per ridiscendere in un mondo reale, in cui si concretizzi ciò in cui credi.
    Ed io, in questo senso, forse, non ti ho aiutata. Scusami.
    Con grande e tenero affetto.
    Idag.»
     
     
     

  • mercoledì alle ore 22:11
    Tu ci credi nel destino?

    Come comincia: «Annie si guardava il palmo della mano sinistra. Lo chiudeva. Lo riapriva e guardava le linee più o meno profonde. Le avevano contemplato in molti quel palmo. E qualcuno di eccessivamente speciale ci aveva visto dentro un intero mondo, di avventure e grandi vittorie.
    Quel qualcuno le aveva realizzato tanti sogni. Tutti in una riga indelebile. Le aveva vinto le guerre dopo avergliele predette. Le aveva regalato una lunga vita e così tanti sorrisi da rendergliela perlomeno serena, quanto accettabile.

    Lei guardava il palmo ogni giorno e proseguiva la sua vita a puntate.
    Si incrociava con i dispiaceri. Si buttava a terra. Poi ripensava a quel destino e piano piano riusciva a tirarsi su. Infondo era stato predetto quindi non poteva che rialzarsi.
    Incrociava le pene nei vicoli e guardandole fiera negli occhi le affrontava senza alcun timore.
    Poteva tramutare il cielo in un tappeto di stelle accese. Poteva riempire i bicchieri mezzi vuoti con i colori della gioia. Riusciva a fare tutto, semplicemente osservandosi la piccola mano incancellabile.
    Annie, ragazza fragile, nessuno le aveva predetto il futuro. Quella persona dal cuore amico le aveva solo ridato fiducia. Le aveva avvolto l’insicurezza del suo respiro con un fazzoletto di linee trionfanti. Il resto lo stava compiendo semplicemente da sola.»

  • mercoledì alle ore 22:09
    Bambina utopica

    Come comincia: «Ciao. Sono la bambina seduta sul muretto di pietre piene di sguardi e sto osservando le stelle. Sono la bambina utopica dei tuoi pensieri nel buio. Loro si sono uniti alle danze tenendosi per mano. Hanno labbra uguali appoggiate agli stessi bordi sottili, di calici pieni di vino vermiglio. Si sono uniti alle danze a colpi di tamburo borioso anche stanotte, per la loro festa senza stanchezza. Ti hanno già parlato di prolificazione infinita. Vogliono tenere in piedi un mondo che sta già cadendo a pezzi da troppo tempo. Lo vogliono rendere immortale. Un’ invulnerabilità rabbiosa direi.
    Parlano di aborti e peccati. Di salvezza per vite innocenti. Di votazioni da dare in base a riferimenti del tutto instabili. Soggettivi di ogni male misantropo. Ma sanno quale sia l’aborto più colpevole? È proprio la vita. La vita di chi viene messo al mondo e poi lasciato lì a non comprendere. Pieno di colpe cicliche che si rigenerano in un misero non agire.
    Sono la bambina della bambina.
    Partoriscimi solo se saprai parlarmi di ciò che ti chiederò. Raccontarmi favole di cui conosci il vero lieto fine. Vestirmi di sogno che colora i miei capelli. Se puoi. Oppure non crearmi. Lasciami qui. In un utopico pensiero di vita, dentro al tuo ventre. Scaccialo. 
    Devi pensare prima a te stessa bambina dai lunghi capelli pieni di perché.
    Non sei pronta per un altro corpo che ha freddo. Non hai spazio a sufficienza per asciugare altre lacrime. Non potrai tapparmi la bocca quando griderò forte.
    Non ho sonno stanotte. Non ne avrò domani. Cancellami se non sai dirmi quale sia la strada. Se sai già di non poter riempire di zucchero le mie domande. Agrodolce dei pensieri malsani.
    Lasciami e vivi la tua vita fino alla fine, meglio che puoi. Te lo chiedo mentre dormi rannicchiata fra le tue braccia. Da questo mio muretto. Così che al tuo risveglio io non ci sia già più. Ti voglio bene mamma e ricorda che lo sto facendo per entrambe. Questa è la salvezza. La più sincera di tutte. In mezzo a verità raccontate vigliaccamente. Non permettere che altri occhi vedano. Che altri cuori si intorpidiscano. Altre menti impazziscono. Altra pelle venga auto lacerata. E così sia.»

  • mercoledì alle ore 22:07
    Ricomincio dalla Bellydance

    Come comincia: Leda guardava le pagine bianche del suo quaderno in cerca di un'ispirazione.
    In alto aveva scritto il tema del concorso: «L'inizio», ma più ci pensava più le si presentava davanti sempre e solo la fine.
    La fine di ogni sua scelta. La fine della scuola, quando aveva deciso di abbandonare gli studi, la fine del lavoro che aveva appena perso, la fine della sua amicizia storica con Patty e soprattutto la fine recente del suo matrimonio.
    Appena chiudeva gli occhi, rivedeva quelli di Ringo, con le venature rosse e la rabbia di un forsennato.
    Rivedeva le botte, le mani bellissime che diventavano enormi e violente contro la sua faccia.
    Rivedeva quell'ultimo giorno orrendo, dove lui aveva tentato di ucciderla, preso da un ennesimo estremo raptus di gelosia.
    Ringo era stato, il primo, l'ultimo e anche l'unico uomo che avesse amato e poi sposato.
    L'aveva conosciuto d'estate ad una festa in riva al mare qualche anno addietro, una serata di quelle alle quali di solito non partecipava, fatte di ragazzi, musica, alcol e molta euforia.
    Non ricordava nemmeno perché avesse deciso quella sera di uscire.
    Aveva indossato un vestito carino, bianco e blu a righe, un pò stile marinaretta, arruffato i capelli per renderli più gonfi e sentirsi più interessante e un paio di sandali con il tacco, decisamente scomodi per una festa in spiaggia.
    Era single da troppo poco tempo per volersi impegnare nuovamente con qualcuno e non era certo uscita per rimorchiare ma si sa che quando meno te lo aspetti le cose accadono e soprattutto quando ti prefissi di non farle assolutamente accadere.
    Si era messa in disparte, col suo bicchiere di Mojito in mano che le faceva girare appena la testa e si rilassava.
    Ringo era arrivato proprio in quel suo momento di assenza. Le si era seduto accanto e, in un batter d'occhio, aveva attaccato bottone e non l'aveva più lasciata andar via.
    L'amore è così, un colpo di fulmine in una serata apparentemente uguale a tante altre, che ti rapisce senza avere il tempo di accorgertene ma Leda aveva dimenticato tutto questo: il batticuore, la bellezza di quel sentimento rosa ed il fruscio delle onde che cullavano quel momento e custodivano quel ricordo.
    Lei ormai era solamente un contenitore di paure e delusione.
    Se ne stava lì, sul marciapiede di cemento, con lo sguardo fisso a centrare il vuoto.
    I passanti la osservavano con una certa pena, così minuta e dagli occhi infossati e stanchi ma lei nemmeno se ne accorgeva.
    Poi ad un tratto una mano le arrivava contro, a distrarla, insieme ad uno di quei sorrisi che non ricordava più.
    «Hey, posso lasciarti questo? Se vuoi, stasera puoi venire da noi per provare, la prima lezione è sempre gratuita. Ciao, ciao.»
    Leda non rispose, forse sorrise, mentre afferrava distrattamente il volantino.
    Quella ragazza le aveva interrotto i ricordi tristi e avvizziti con quel suo look tutt'altro che femminile e non capiva se dispiacersene o meno.
    Aveva i capelli corti, scuri, un pò spettinati e un piercing piccolissimo spostato a destra sopra il labbro superiore, come a simulare un piccolo neo d'argento.
    I jeans larghi a vita bassa ed una maglietta nera con su scritto «Peace & Love» come una beffa della sorte che le si presentava per deriderla.
    «Si, proprio pace e amore, che grande utopia!» pensò e rapidamente, mossa da una certa irritazione, accartocciò il volantino e fece per tirarglielo dietro, poi si fermò.
    Infondo non c'entrava niente quella ragazzina brillante col suo umore nero e la sua devastazione e fare qualcosa di nuovo, invece di crogiolarsi con gli inganni del passato, non sarebbe stato affatto un errore.
    Riaprì il pezzo di carta ormai tutto spiegazzato e ci appiccicò il chewing-gum, che teneva in bocca da più di mezz'ora, proprio nel mezzo.
    Fu in quel momento che notò la pancia nuda della ragazza in foto, nemmeno a farlo apposta le aveva centravo con la gomma l'ombelico.
    Spostò lo sguardo sulla scritta :
    «Balla che ti passa. La danza del ventre ti allunga la vita !»
    Una seconda beffa.
    La vita le sembrava già insopportabile così, figuriamoci volerla allungare eppure, una strana inconfessabile curiosità, le si era mossa dentro.
    Piegò il foglietto e lo chiuse nel quaderno poi si tirò su avvertendo un leggero mancamento.
    Era piccolissima, i capelli sbiaditi a coprirle quasi tutta la faccia e un'aria davvero triste.
    Sospirò un attimo poi si avviò lentamente verso casa.
    L'aria era fresca ed iniziava a scendere la sera.
    Una volta a casa si rese conto di quanto fosse sola ed annoiata.
    Non aveva voglia di mangiare, di scrivere, né tanto meno di dormire.
    Afferrò «Vanity Fair» , la sua rivista preferita, ed inizio a leggere articoli qua e là.
    «Se gli uomini mentono», si soffermò proprio su quella recensione di un libro, inevitabilmente attratta dal titolo, che narrava di uomini in cerca di sesso nei siti d'incontri.
    Uomini che in chat barano sull'età, sulla posizione sociale, sulla loro fisicità. Maschi che cercano di abbordare nella maniera più semplice: mentendo.
    Ringo l'aveva abbordata allo stesso modo, ma non da dietro uno schermo, bensì su una spiaggia. L'aveva sedotta con il suo fascino e non le aveva nascosto né l'età, né la posizione sociale bensì una relazione parallela.
    Chiuse il giornale, riprese il volantino e guardò la via della scuola. Era a pochi metri da casa sua e farci un salto le avrebbe magari regalato  un po' di sonno e allontanato i ricordi persistenti sulla fine della sua relazione.
    Quando entrò e vide la sua immagine riflessa nell'enorme parete di specchi, ebbe un improvviso senso di sconforto, come un irreparabile ripensamento.
    Stava per fare dietro front quando riconobbe la ragazzina col piercing.
    Era seduta a terra, sopra un tappetino azzurro con le gambe divaricate che sembrava dovesse spaccarsi a metà e a tratti tendeva il corpo verso la gamba destra, a tratti verso la sinistra e alla fine in avanti con la schiena completamente tesa ed il mento quasi a toccare per terra.
    Tutto questo riusciva a farlo con una naturalezza impressionante, flessibile come un elastico da bungee-jumping e un pò di invidia la faceva.
    Quando la vide impalata lì a pochi metri dalla porta, che la scrutava stupita, subito le sorrise e le fece cenno di avvicinarsi.
    «Ciao, scusami… è che… sei così brava.»
    «Grazie. Anni di allenamento e passione. Da piccola impazzivo per la ginnastica artistica e come vedi, qualcosa mi è rimasto.»
    Leda sorrise e non disse nulla.
    «Comunque piacere, io sono Maya.»
    Maya le tese la mano e in contemporanea si tirò su per presentarsi a modo.
    «Piacere mio, Leda.»
    «Bel nome. Mi piace e ancor più mi piace che tu sia venuta. Il mio lavoro di volantinaggio non è andato del tutto perso.»
    Maya fece una buffa risata poi rimise a posto il tappetino.
    Non aveva più voglia di fare stretching e poi la lezione stava per cominciare.
    «E' la prima volta che danzi?»
    «Si, beh diciamo che sono qui solo per guardare, in realtà non danzerò.»
    «Ma dai ! Qua non si guarda, si balla e tu non farai eccezione!»
    Leda ebbe uno dei suoi soliti attacchi di ansia e se lo sentì tutto salire nello stomaco, ma cercò di far finta di niente.
    «Scusa ma sei tu l'insegnante?»
    «Io? Eh magari, mi piacerebbe, ma no, non sono io, la nostra super danzatrice sta per arrivare, vedrai ti piacerà.»
    Non fece in tempo a finire la frase che dal retro sbucò una ragazza che sembrava un angelo vestito di strass.
    «Allora ragazze iniziamo?»
    Entrò sorridente poi si girò verso di lei compiaciuta.
    «Ciao, sei venuta per la prova?»
    «Beh si , vorrei solo guardare.»
    «Guardare non è consentito, sei qui ormai devi provare, ti divertirai, non preoccuparti.»
    «Ma io veramente…non ho nemmeno i vestiti adatti», farfugliò titubante.
    Leda, in effetti, era uscita di casa senza preoccuparsi dell'abbigliamento ma aveva un pantacollant ed una gonna corta di jeans, con sopra una maglietta viola aderente e sarebbe andato benissimo.
    L'insegnante infatti la guardò un attimo e la incitò nuovamente a non tirarsi indietro.
    «Togli la gonna e le scarpe e sei pronta.»
    Ormai non aveva scampo e poi sarebbe stato più imbarazzante restarsene lì imbambolata e con tanti occhi puntati contro, così si sfilò gonna e scarpe e si mise dietro a Maya.
    La lezione iniziava e con essa anche la sua nuova vita, perché, anche se ancora non lo capiva, la danza le avrebbe ridato ben presto la carica per ricominciare, nonché un buon tema per il suo concorso.

    Nadia Nunzi ©

  • martedì alle ore 8:44
    Occhi di cielo e stelle

    Come comincia: (...) «I giorni stavano scorrendo col solito ritmo sempre uguale.
    Erano mesi. Forse anni che era così. Così tutto senza novità.
    La biografia era rimasta nei fogli fermi senza variare. Assopita.
    Nives non si era dimenticata di lei. No. Aveva solo spostato la testa su qualcosa di più vivo. Di più urgente di se stessa, che non voleva soffiasse via.
     
    Le note di quella mattina sostituivano la loro dolcezza con l’antipatia per chi non ha voglia di alzarsi.
    Aveva fatto tardi spesso e per di più si sentiva parecchio spaesata. Un po’ giù di morale. Non sarebbe andata a lavoro se avesse potuto. Ma lei non ne era il tipo. Non sgarrava mai quando aveva un impegno.
    Si era tirata fuori da sotto le coperte. A passi svelti era corsa in bagno con i vestiti raccolti da terra e si era preparata con la schiena attaccata al radiatore. Soffriva molto il freddo e uscire d’inverno, se non per andare a guardare il mare, non le piaceva particolarmente.
     
    Con gli occhi pieni di sonno era uscita e si era diretta a lavoro.
    Aveva portato con sé anche le parole del suo amato notturno. Aveva acceso il computer senza resistere. L’aveva cercato di nuovo timida. Con un occhio aperto e uno chiuso ed il viso di traverso di chi vuole vedere e non vedere e l’aveva trovato lì. Il suo piccolo desiderio si era avverato e aveva trascorso la notte con lui. Davanti allo schermo luminoso e alla sua voce cupa.
    Il cuore le dava un palpito distinto ogni volta che incrociava quel nomignolo. Per un attimo. Poi il ritmo tornava alla normalità. Lo aveva osservato e ascoltato tanto. Lentamente. Cercando di capire. Capire lui e allo stesso tempo capire se stessa. Di nuovo.
    Non era molto eloquente, spesso sfuggevole e lei, aveva conservato tutto il suo dire, non solo nella mente, ma su carta, salvando i file dal computer. Li aveva stampati e lo rileggeva come una terapia forse malsana, ripercorrendone le scene.
     
    «Ciao Cielo. Disturbo?»
    «No, ti aspettavo piccola. »
    «Speravo di trovarti. Ho voglia di sapere di te. Ancora. Mi dicevi che sei uno scrittore e poi...?»
    «Sì, uno scrittore. Uno che ha fatto soldi con i suoi testi quando altra gente moriva di fame. Uno che ha detto tanto e che non ha intenzione ora di scrivere il nulla.»
    «Sono giorni che penso a questa strana coincidenza di noi. Del nostro scrivere.»
    «Non è poi così strana. Una brava scrittrice è sicuramente anche molto attenta agli altri. Più sensibile. Disposta ad ascoltare. A riconoscere.»
    «Sto scrivendo proprio in questi giorni una specie di biografia. Magari te la mando così mi dici cosa ne pensi.»
    «Volentieri. Appena l’avrai finita sarò qui a leggerla con piacere.»
     
    Nives era stata curiosa quella notte. Avrebbe voluto sapere e chiedere molto ma allo stesso tempo non voleva essere indiscreta. La affascinavano quelle parole e non se lo spiegava.
    Aveva sempre dato ascolto al suo istinto un po’ stregato. Viveva di quello. Trascinata dal filo delle sensazioni buone. Quell’uomo le trasmetteva tanto e lei non voleva perdersi nemmeno le briciole. Andava a caccia di vissuto. Alla continua ricerca di un qualcosa di vero da condividere.
    L’incontro dei nomi. La casualità della loro stessa passione che era divenuta parte indispensabile di vita. Uno scrittore famoso. La curiosità cresceva.
    Quel nick poteva essere la maschera scura di chiunque eppure lei sapeva che non le stava mentendo.
    «Cielo. Cosa fai nelle tue giornate ora?»
    «Oh beh, ora che ho un mare di tempo libero posso fare molto. Come ad esempio tenere compagnia alla mia solitudine. Sai, è diversa da come ne parlano. Quando si è giovani, si ha un estremo bisogno di farsi capire, anche solo per uno sfogo del proprio ego. Poi ci si rende conto che gli altri sono, quasi sempre, solo un bagaglio inutile da portarsi dietro e si rallenta. Si riflette. Come faccio io, senza più accanimento. Ora vivo di rendita e non ho bisogno di cercare nessun editore per pubblicare. Eppure il vuoto mi sovrasta. Arrivati alla fine ci si rende conto che nulla è servito a riempire quel vuoto che la vita ti offre. Che la felicità che si cerca all’esterno in ogni cosa, non si può trovare in quelle cose stesse.»
     
     
    Nives aveva i lineamenti fermi. Rileggeva quelle tracce e una silenziosa lacrima le percorreva la guancia.
    Non riusciva a non farsi colpire da quella mestizia infinita d’animo.
    Non aveva mai incrociato gli occhi di quella persona né ne aveva mai fatto specchio del suo sorriso eppure era riuscita involontariamente a prenderne la dolcezza e la malinconia. Quasi magicamente.
    Sarebbe stata la sua amica speciale. Questo era certo e avrebbe provato a regalargli ancora qualcosa di bello anche se per pochi momenti.
     
    «Sei una persona molto dolce. Si nota sai, la tua sofferenza di vita, di cui trascini appresso le cicatrici stanche. Forse potrò capire molte cose solo nel tempo. Con l’avanzare della mia età. Eppure adesso non posso fare a meno di vivere anche con gli occhi degli altri. È nel mio carattere. Sembra un pregio ma questa sensibilità riesce a rendermi ancora più triste e complicata di quanto non lo sia già. Proprio come la felicità di cui parli. Forse non si può raggiungere nemmeno in mezzo a tutti i desideri esauditi dalle stelle cadenti. Forse perché la felicità è continua ricerca e continua insoddisfazione. Forse perché la felicità è arrivare senza la consapevolezza che all'arrivo non è cambiato nulla o semplicemente la ragione sta nei pensieri di certi sciamani che illustrano libri, dicendo di non desiderare. Che il segreto sta in quello e noi invece non ne siamo capaci. Forse perché la solitudine dà spazi e tempo ma toglie sicuramente dell'altro.»
    «Piccola. Il tempo scorre, lo fa sempre, alla fine sostituisce il dolore con la rassegnazione. Non è poi così drammatico. Non rifletterci.
    Ora ti lascio. I miei occhi stanchi chiedono riposo. Non sono più abituato a stare in piedi a lungo. E pensare che all’inizio era proprio la notte la mia compagna. Quando avevo pagine e pagine da riempire. Quando anche il dialogo degli uccelli mi sembrava cosa da dover fermare sui miei blocchi bianchi come un bisogno irrefrenabile.
    Buonanotte a presto.»
    «Non andare...»
     
    Cielo&Stelle si era sconnesso.
     
    Non era stato facile prendere sonno dopo quelle frasi.
    Aveva provato tenerezza per quella persona fragile da proteggere quasi quanto se stessa ma la distanza abissale di anni che li separava e che aveva avvertito le lasciava il lato più brutto.
    I suoi sogni erano gli arrivi di lui, le sue delusioni in un certo senso e questo non poteva che farle male.
     
    Ci aveva messo una vita Nives per accettarsi.
    Una vita a trasformare l’odio verso un mondo che non poteva cambiare, in pensiero positivo.
    Lei era stata la ragazza ribelle vista in tanti film. Dai tatuaggi facili. Era stata la bambina che aveva perso Dio nella sua crescita come si può perdere la bambola più cara in un pozzo buio e profondo, poi il treno della sua irrequieta rabbia mista a voglia di distruggere tutto compresa se stessa, ad un certo punto aveva rallentato. Senza un preciso motivo. Solo per uno scorrere di vita. E si era ripresa fra le braccia. A fatica ma con dolcezza. Forse perché aveva capito che doveva cercare prima dentro sé, quella libertà tanto desiderata. Prima che in ogni altro luogo. Aveva accettato i colori oltre al nero assoluto. Era riuscita ad amare anche il sole col suo calore a scaldarle la pelle oltre che alle tenebre
    ed ora aveva nuovamente il pedale dell’acceleratore premuto. Si stava trovando pericolosamente davanti ad un pensiero instabile.
    Di nuovo si trovava ad aggiungere domande al questionario già avviato della sua vita. Perché quel fantasma era apparso e le stava spifferando tutto in questo modo da sotto le lenzuola bianche? Perché? Non capiva. Non avrebbe voluto ascoltarlo più, perché la tristezza è un contagio appiccicoso come miele acerbo, eppure non riusciva a non farci caso. A non cercarlo negli armadi di notte.
     
     
    Sono un’anima dispersa tra i fili di una maglia tessuta con l’infelicità. Questo le aveva detto tra una frase rassicurante ed un’altra e lei si era commossa. Perché si sentiva uguale, nonostante tutto. Così in lotta con se stesso. Così vinto eppure ugualmente rasserenante e Nieves aveva tirato fuori la sua parte sensibile. L’essere debole in un ritratto di una diversa fragilità eppure così alla pari.
    Aveva sempre avuto lacrime semplici. Ogni parola detta in tono severo era un’offesa per lei. Ogni parola scritta invece con dolcezza era motivo di emozione.
    Era per questo che finiva sempre col farsi male.
    In quell’uomo aveva scoperto una doppia lama.
    Si affliggeva con lui ma voleva stargli accanto. Voleva essere la sua compagna speciale. La sua piccola dal cuore immenso che poteva fargli nascere nuovi sorrisi stanchi, nonostante temesse di ricadere.
     
     
    Così si era immersa nel suo essere. Era entrata di nascosto nell’abitazione e lo osservava da dietro.
    Ne percorreva i contorni con le dita. Sfiorava le sue spalle un po’ curve senza farsi accorgere. Leggera. Era un respiro infiltrato. Poteva vederla quella maglia, addosso, pesante. Intrisa di pene. Di gente venuta a mancare all’improvviso. Magari nell’ingiustizia di una guerra piena di sangue che non lascia il tempo di agire.
    Se si fosse voltato lento, con i movimenti faticosi degli anni e degli acciacchi, sarebbe riuscita a leggergli gli occhi scuri, piccoli, piccolissimi, con tutti i tormenti della sua esistenza.
    Avrebbe visto le macchie sulla pelle. Le rughe profonde. Ma allo stesso tempo delicate come lui.
    Ne prendeva solo un’angolazione. Quella di spalle. Senza disturbarlo. Lui intento a scrivere e leggere ancora. Proprio come lei. Su una grande poltrona.
    Era una penombra quella figura gracile. Illuminata soltanto da una piccola lampada antica sulla scrivania.
    Libri sugli scaffali. Libri a terra. Polvere muta. Eppure odore di borotalco. Di profumo buono come quello di un bambino indifeso.
    Così era. Stava tornando indietro in un conto alla rovescia. Stava quasi immobile a contemplare la clessidra che scorre nella sua sabbia senza aspettare.
    Gli avrebbe voluto prendere la mano per fargli sapere che lei era lì. Che lo avrebbe ascoltato. Che gli avrebbe regalato ancora qualcosa o forse solo qualche sorriso timido nell’attesa, ma non poteva. Non poteva raggiungerlo. Non poteva guardarlo negli occhi persi nel viso magro. Solo restare lì a seguirne il contorno e le increspature per chissà quanto ancora.
     
    Poi rinveniva.
    Era scorso un round di pochi attimi. Come un’Alice che si perde nel suo paese delle meraviglie ma in mezzo ad una strada. Con i fogli in mano e le ciglia lucide. A proteggerle gli sguardi. Con le auto davanti improvvisamente chiassose. Con l’aria fredda del mattino e la mente persa in un sogno. Osservava tutto farsi sempre più vivo. Più forte. Fastidioso. Poi raccoglieva se stessa. Piegava in quattro quelle copie e riprendeva rapida il suo passo interrotto, per avviarsi verso lo stabile.»(...)
     
     
     
     
     
     

  • lunedì alle ore 20:59
    Domenica d'aprile

    Come comincia: Stamane pensavo: ancora una volta torna a sorgere il sole . Torna la luce sul mondo rimasto in bianco e nero durante la notte. Gli uccelli impazziscono nel dedalo dei loro voli, atterriti dal cielo primaverile, grondante di pioggia. Aleggia nell’aria il timore d’aver smarrito il significato della vita.
     
    Lacrime di rabbia, di dolore, di sconfitta hanno iniziato, allora, a bagnare le tue gote, scavandoti il viso sofferente. L'amore a lungo vagheggiato è svanito come in un incubo: non intendevi ascoltare le mie parole e il tonfo preoccupato del mio cuore.
     
    Non lacrime, ma dolci sorrisi, non pianto, ma languidi baci, dovranno sfiorare il tuo viso, nella consapevolezza d’avere al tuo fianco la persona che hai sempre sognato, che t’ha amato e t'ama da quella misteriosa domenica d’aprile.
     
    Ho supplicato: “chiare onde marine trasportate la certezza dei sentimenti nel cielo di madreperla, ricamate nel fuoco delle stelle le nostre iniziali, affidate ai voli di bianchi gabbiani l’incredibile storia d’amore che non so raccontare. Sarà sospinta nel vento oltre la riva scogliosa, urlata nel mare in tempesta su spiagge deserte dove si ascoltano, perduti nel sole, i battiti folli del cuore.”

  • lunedì alle ore 19:07
    Calzanti Scarpate

    Come comincia: Logora, vecchia e sudicia, stava lì, sotto l’incerto sole d’aprile in quell’ora del pomeriggio, che le nonne fanno la maglia accanto alla finestra per racimolare quel che resta della luce del giorno.

    Se ne stava immobil...e sotto il gradino che dava sul cortile, mentre la compagna, un poco più in la, era riversa su un fianco. Sembravano urlare la loro rassegnata condizione di vita destinata alla polvere e al fango. Ogni volta che sentivano metter loro, i piedi in testa, sapevano che c’era una ragione per accettare quel supplizio.

    Il loro sacrificio assecondava una chiara necessità. In fondo era il loro lavoro, quale altro compito avrebbe potuto svolgere una scarpa, un paio di scarpe, se non quello di consumare l’esistenza calpestando il suolo nella speranza di non dover mai strisciare.

  • sabato alle ore 9:50
    La Nuvola Capricciosa

    Come comincia: Dopo una notte invecchiata, sull’ uscio della porta della mia casa di campagna volevo salutare la prima luce, ma una nuvola randagia e dispettosa, si è permessa di velare il giovane sole, il quale cresciuto un pochetto l’ha dissolta con il suo calore.
    E così in questo giorno di calma estate mi sono goduto il tepore del fanciullo giorno.
    A sera avanzata ha fatto la stessa cosa con la luna, che indispettita ha chiesto aiuto ad Eolo il quale rabbiosamente l’ha spazzata via e, per lungo periodo mi ha fatto gioire fra la pace di tante aurore e molti tramonti.
     

  • sabato alle ore 2:11
    Egoista per amore

    Come comincia: Un anziano signore ogni giorno, come d’abitudine, faceva la sua passeggiata pomeridiana lungo il viale che costeggiava il bosco. Un giorno vide cadere da un nido, situato su di un albero da lui poco distante, un piccolo uccellino. Lo raccolse, aveva giusto qualche piuma e non potendolo rimettere nel nido, poiché troppo in alto, decise di prenderlo con sé per evitargli una sicura morte. Pensò subito che avrebbe potuto allietare le sue giornate grigie e solitarie, con il suo canto. 
    L’uccellino aveva ricevuto tutte le cure di cui necessitava e in poco tempo, dopo che l’anziano signore lo aveva messo in una bellissima gabbia, l’uccellino cantando, ringraziava il suo benefattore. Aveva l’abitudine di cantare da quando il sole nasceva fino al tramonto, solo per allietare i giorni di chi gli aveva dimostrato amore, dandogli a mangiare, evitandogli il freddo durante l'inverno, aiutandolo ad apprendere a volare nell'esigua stanzetta del soggiorno, diventando così a sua volta, confidente delle malinconie dell'anziano signore, quando, preso dalla solitudine parlava con lui. Intanto, l'uccellino era cresciuto ed era diventato un bellissimo usignolo, era come un figlio per l’anziano, egli riversava su di lui tutto il suo affetto ed amore, non avendo nessun’altra persona d’amare.
    Il tempo scorreva e l’inverno volgeva alla fine, i giorni iniziarono a vestirsi di luce e nell'aria c’era  profumo di primavera. Fiorirono i mandorli, i ciliegi e tutta la natura si vestì a festa, la vita s’era risvegliata dal lungo sonno invernale, lasciando la tristezza dei giorni freddi e grigi alle spalle.
    L'uccellino continuava a cantare per il suo benefattore, ma in cuor suo, aveva voglia di volare e non sapeva come farlo capire a lui che, era così buono ed aveva bisogno del suo canto, per sopportare la sua solitudine.
    Passarono alcuni giorni, e l'usignolo cantava, sì, ma non metteva più tanta armonia nel suo gorgheggio, l'allegria era latitante e c'era una nota di tristezza nel suo canto. L’anziano che lo conosceva bene, si domandò perché quella nota fosse così malinconica, tanto da toccargli il cuore.
    Si accostò alla gabbia e vide che l'uccellino non mangiava più ed il suo occhio piccolo e vispo era chiuso a metà, allora domandò lui che cosa l’angosciasse. Non ebbe risposta. L’usignolo continuava a deperire.
    Pensò: “Forse non è contento, chissà, il cibo non gli piace più?” Cambiò mangime, ma l’uccellino continuava a deperire e la sua tristezza era palpabile.
    Una mattina, l’anziano signore si affacciò alla finestra, poggiò vicino a lui la gabbia sperando che il suo piccolo amico si riprendesse, ma l’uccellino ormai era debole e triste e non si mosse dal suo giaciglio situato nell’angolo della bellissima gabbia, l’anziano, alzò gli occhi verso il cielo e vide che gli uccelli riempivano gli spazi azzurri dei loro voli e con i loro canti colmavano l'aria d’allegria. Si girò e guardò il piccolo uccellino triste, che aveva accennato un volo che terminò tenendosi appena aggrappato alla sua altalena, l’anziano avvicinò la sua mano alla gabbia, e con il dispiacere che gli serrava il cuore, aprì la porticina, dicendogli:
    "Vai sei cresciuto e la tua vita è là, fra il cielo e la terra negli spazi che ti sono stati riservati per allietare tutti con il tuo canto e non solo me, povero egoista che sono.Vola e vivi la tua vita, quando vuoi vienimi a trovare, qui ci sarà per te sempre da magiare e dormire."
    L'uccellino volò sulla sua spalla, e aprì l’occhietto che subito diventò vispo, guardò il suo benefattore fino a trasmettergli la sua contentezza e farlo sentire felice per il suo gesto pieno d’amore, poi spiccò il volo lasciando dietro di sé l’anziano che lo salutava con la mano sorridendo, anche se in cuor suo soffriva tanto.
    Da quel giorno, l'usignolo riprese a cantare regalando a tutti la sua gioia, ogni giorno, non essendosi dimenticato del suo amico anziano, andava a trovarlo facendolo felice, sostava sul davanzale della sua finestra e cantava solo per lui, vivendo comunque la sua vita, come tutti gli uccelli di questa terra fanno dopo che hanno appreso a volare.
    L’anziano, nonostante la sua età, aveva capito ancora qualcosa della vita, si avvide che il suo amore per l’uccellino era paragonabile a quello di un buon genitore che sa mettersi da parte al momento giusto. I figli, come gli uccelli quando imparano a volare devono lasciare il nido per costruire a loro volta il proprio.

     

  • venerdì alle ore 23:37
    Donna Sofia

    Come comincia: Ore cinque del mattino: il mercato rionale della domenica si svegliava puntualmente. Si udivano già le grida dei primi venditori ambulanti intenti a catturare i clienti più mattinieri. Era un mondo suggestivo con un folklore decisamente fuori dal comune.
    Tra fruttivendoli agguerriti e venditori di abbigliamento usato, spiccava Donna Sofia, una signora sulla ottantina particolarmente amata dai bambini per la sua bancarella piena di dolciumi e caramelle di ogni genere. La sua voce squillante aveva il potere di farsi sentire più delle altre in quel mercato da molti definito magico e i bambini si accalcavano festanti sperando di accaparrarsi il dolce più buono e la caramella più gustosa.
    Donna Sofia era conosciuta da tutti gli abitanti del quartiere che la descrivevano come una donna piena di vitalità nonostante l’età avanzata e i numerosi dispiaceri che la vita le aveva riservato.
    L’anziana donna aveva perso i genitori quando era molto giovane e aveva dedicato tutta la sua vita al lavoro nei campi. Aveva sposato un uomo che l’aveva lasciata quando aspettava il suo primo ed unico figlio con cui da tempo aveva tagliato ogni rapporto. Tutto ciò che possedeva era un piccolo appartamento situato al piano terra di un palazzo che era riuscita ad acquistare con i risparmi di una vita. Nonostante il suo volto segnato da episodi spiacevoli aveva sempre il sorriso sulle labbra. Erano infatti i bambini, che lei considerava come dei nipotini, a mantenerla allegra. La loro spensieratezza e le loro allegre risate erano capaci di cancellare tutto ciò che di negativo c’era stato nella sua esistenza.
    Tra i tanti fanciulli che quotidianamente popolavano la bancarella di Donna Sofia, c’era Elena, una dolcissima bambina, figlia di una famiglia benestante del quartiere. Ogni mattina, prima di andare a scuola, si recava puntualmente da Donna Sofia a comprare le solite caramelle all’arancia di cui era ghiottissima. La sua allegria era davvero contagiosa e Donna Sofia non poteva che sorridere nel vederla arrivare.
    “Per favore Donna Sofia, sarebbe così gentile da darmi le solite caramelle all’arancia? Ne vado matta e piacciono tanto anche alla mamma”. Chiedeva Elena con voce allegra. “Eccole qui piccolina, ma attenta a non farne un’indigestione” rispondeva  Donna Sofia con tono altrettanto gioioso.  L’incontro tra Donna Sofia e la piccola Elena aveva portato gioia nel cuore di entrambe; Elena non aveva mai conosciuto i suoi nonni e quindi vedeva in Donna Sofia quella nonna che non aveva mai avuto.
    Nemmeno Donna Sofia aveva mai avuto dei nipoti e quella bimba, incontrata per caso, sembrava davvero averle cambiato la vita. Anche la famiglia di Elena era contentissima della nuova conoscenza fatta dalla loro figlioletta e spesso non si sottraevano dall’invitare a pranzo Donna Sofia evitando così che l’anziana donna potesse cadere sempre più nel baratro della solitudine. Durante il pomeriggio Elena si recava spesso in visita a casa di Donna Sofia e quest’ultima la intratteneva raccontandole favole o storie della sua giovinezza trascorsa nei campi. Tra le due si era instaurato un rapporto che aveva un sapore speciale, dove entrambe non riuscivano a fare a meno dell’altra.
    Arrivò però un bruttissimo giorno, uno di quelli che si fa fatica a dimenticare. Mentre era intenta a vendere le sue caramelle, Donna Sofia avvertì dei forti dolori ad un braccio e al petto e di lì a poco si accasciò sull’asfalto. La donna era stata colta da infarto e i tentativi per rianimarla non andarono a buon fine. Fu ricoverata nel vicino ospedale ma ogni giorno che passava, sembrava portare via la speranza di rivederla di nuovo nel suo ruolo di simpatica venditrice di dolciumi. La piccola Elena trascorreva ore intere al suo capezzale sperando che quella dolce vecchietta, che aveva imparato ad amare come una vera nonna, si risvegliasse. Anche gli altri bambini del quartiere andavano a trovarla spesso e, senza di lei, il mercatino rionale aveva perso quel tocco di dolcezza che solo Donna Sofia sapeva dare.
    La dolce e tenera Elena parlava a Donna Sofia e sperava che, ascoltando la sua voce, l’anziana donna si risvegliasse dal coma. “Ti prego Donna Sofia riapri gli occhi, come faremo noi bambini senza le tue caramelle ed io come farò senza la mia nonnina”? Erano le parole che Elena, tra le lacrime, ripeteva alla donna mentre si trovava in quella buia camera d’ospedale. La bimba non aveva perso la speranza, sentiva che prima o poi avrebbe riabbracciato la sua nonnina adottiva. Ogni sera, prima di andare a letto si ricordava di recitare una piccola preghiera per Donna Sofia, raccomandando al Signore la sua guarigione.
    La bella notizia non tardò ad arrivare. Una mattina infatti, mentre Elena era intenta, come ogni giorno, a sorvegliare Donna Sofia nel suo letto, si accorse che la vecchietta  aveva cominciato a muovere una mano.  La afferrò e vide che Donna Sofia aveva ormai aperto gli occhi. La donna, con voce flebile, si rivolse alla bambina e le disse: “Mia dolce Elena, devi scusarmi se ti ho spaventata, non volevo. Il Signore non ha voluto che andassi da lui ma ha deciso di farmi rimanere qui, accanto a te. Tu non hai conosciuto i tuoi nonni ma ci sono io adesso e non ti farò mancare l’affetto di una vera nonna”. Con il passare dei giorni le condizioni di salute di Donna Sofia miglioravano a vista d’occhio e poté finalmente lasciare l’ospedale e tornare dai bambini del mercato rionale. Ci fu un’ulteriore novità nella vita di quella tenera vecchina. I genitori della piccola Elena infatti le proposero di andare a vivere a casa loro. “Sei stata importante per la nostra piccola” le dissero “ e non vorremmo che tu  soffra di solitudine”.  A queste parole Donna Sofia scoppiò in un pianto di felicità. La vita le stava restituendo, seppur con notevole ritardo, tutto quello che in passato le aveva tolto dandole una nipotina e il calore di una vera famiglia che aveva scelto di prendersi cura di lei, facendo sparire dalla sua memoria le pene sofferte in giovane età.

  • 09 aprile alle ore 20:38
    L'Entomologo

    Come comincia: Mi vide proprio di fronte a una Madonna del Parmigianino, mentre senza ritegno mi ingozzavo di patatine fritte.
    La grande sala dedicata al Parmigianino si era svuotata di visitatori. Lo sgradevole rumore dei miei denti che trituravano le patate fritte croccanti in busta, riempiva la stanza. Guardavo con  occhio ormai  assente, con il capo leggermente reclinato a sinistra, il manto della Madonna, restaurato di fresco. Mi sembrava, in quella penombra artificiale, che lungo le pieghe morbide di un azzurro acceso, avanzasse una colonna di grandi formiche nere che si dileguavano infine sotto il piede sinistro, tenue nudità al di sotto del  manto. Cominciai a battere con intensità le palpebre per focalizzare meglio l’immagine, allungai il collo oltre la spessa transenna di passamaneria rossa, trattenni il fiato: le formiche erano là. Istintivamente distesi il braccio sinistro in avanti,come a voler rimuovere le dolci bestioline da quel capolavoro, ma subito la ritrassi; non volevo essere sorpresa a commettere gesti inconsulti.
    Percepii una presenza dietro di me. I miei occhi incontrarono i suoi, e lui accennò un sorriso.
    Ha visto ?- Gli chiesi eccitata indicando il quadro.
    Si. È una vera  meraviglia – 
    Intendo. Le formiche sul manto della Madonna, le vede ? –
    Certo. A quest’ora escono sempre allo scoperto. Succede anche al Tondo Doni e alla Venere del Botticelli,  ma solo d’estate, quando fuori è molto caldo. -Era serissimo, non traspariva alcuna ironia da quella conversazione.
    - Lei come fa a sapere queste cose ? –
    -Sono un entomologo.-
    - Già, ovviamente – Dissi io, ormai del tutto smarrita.
    Avrei voluto svenire, per poi risvegliarmi in un altro posto.
    Mi venne invece una forte nausea che mi indusse a riporre la busta di patatine in borsa. Con il fiato a  metà osservai velocemente la figura di quell’uomo, partendo dai piedi: elegante, alto e con gli zigomi un po’ pronunciati e una macchina fotografica al collo, con uno potente teleobiettivo.
    Mi scusi, dovrei fare qualche fotografia – Mi disse invitandomi a lasciargli il campo. Scattò con perizia alcune foto, puntando sempre l’obiettivo proprio lì, dove viaggiavano le sue creature.
    Sono una specie rarissima, in via d’estinzione –Tacqui, poiché non avevo nulla di sensato da dire.
     Appena terminato il suo reportage, inaspettatamente mi invitò con garbo a prendere un caffè in piazza della Signoria. A causa del suo potente fascino non potei rifiutare, e ci ritrovammo così in gioiosa conversazione seduti ai tavolini del Cavallino Bianco, come due turisti autentici. Parlammo di tutto, fuorché di arte e di formiche. Seppi che amava il cinema di Kubrick e di Antonioni, Odiava  le fettuccine al ragù , mentre era un forte sostenitore della zucca al radicchio. Un autentico snob: Amabile, divertente, sensuale. Distante dalle caratteristiche di  un entomologo , di quelli che io potevo conoscere o immaginare.
    Improvvisamente si alzò di scatto dalla sedia, guardando l’orologio.
    _ Tra quindici minuti esatti devo essere in piazza del Duomo. Se non ha nulla da fare gradirei molto che venisse con me.
    Quasi ipnotizzata, senza alcuna possibilità di replica, lo seguii, e in un lampo, camminando a passo svelto, fummo alla base della Torre di Giotto. Mi prese  la mano, e mi guidò in silenzio, a passi lentissimi, lungo il perimetro della torre. Notai che fissava una linea del muro, a circa un metro e mezzo d’altezzaTra pochissimi minuti dovrebbero comparire – Disse a voce bassissima. – Eccole, sono straordinarie, non mancano mai all’appuntamento del sabato.Formiche. Anche in Piazza del Duomo. Queste avevano  scelto un giorno della settimana, il sabato, appunto, e un posto fisso dove fare la loro bella processione a un ora stabilita, per poi scomparire di nuovo in un buco del muro.
    L’entomologo estrasse dalla tasca della giacca un taccuino e cominciò a scrivere appunti indecifrabili, mimando con la bocca frasi incomprensibili. Lo scrutavo in silenzio. L’occhio finì sulle scarpe eleganti, lucidissime, con piccoli disegni traforati sulla punta. Ebbi un sussulto quando notai  minuscole formiche che entravano e uscivano da quei buchi e che finivano presumibilmente anche nei suoi calzini. Avrei voluto parlarne, ma il fiato mi rimase in gola. Restai immobile : forse a lui, in fondo, piaceva così.
    Trascorremmo il resto del pomeriggio  nei punti strategici della città dove l’entomologo avrebbe dovuto incontrare i suoi insetti ; in ogni posto una specie diversa, rara, e a rischio di estinzione. Le formiche che viaggiavano nelle crepe del Davide avevano il dorso giallognolo e si nutrivano principalmente di polvere di marmo.
    Quelle che trovammo sulla lapide di Foscolo, a Santa Croce, si muovevano solo a scacchiera, in una forma sorprendentemente perfetta.
    All’uscita della basilica ero esausta. Avvertii un leggero prurito sulla schiena. Forse era la mia immaginazione.
    Attraversammo la bella piazza, che si stava tingendo di  sole al tramonto.
    Avevo un gran dolore ai piedi, ma non riuscivo a staccarmi da lui. Amavo quella compagnia inconsueta, attratta com’ero soprattutto dalla forte avvenenza, incuriosita dai suoi interessi, e rapita dalla sua voce calda, che mi riempiva i sensi.
    L’entomologo mi cinse la vita, come un amico affettuoso, ma sempre con tatto. Quella delicatezza di modi m’intrigava fortemente.  Si fermò all’improvviso, in una strada attigua, mi fissò a lungo negli occhi. Ero inerme. Mi prese le mani, le baciò, senza smettere di guardarmi. Avvicinò piano le sue labbra alle mie e mi baciò con passione, a lungo.
    Dopo minuti interminabili fu lui a sciogliere l’abbraccio, e sorridendo si allontanò, mormorando qualcosa che io non compresi.
    Lo seguii con lo sguardo fino a che non scomparve dietro l’angolo di un palazzo. Mi appoggiai ad una vetrina, completamente senza forze, consumata da quella breve e intensa passione, come una tempesta di sabbia nel deserto, sorprendente e dolorosa
    Potevo ancora sentire il suo sapore,dolcissimo.Non solo. Sentivo qualcosa di impalpabile, ma solido. Cominciai a cercare con la lingua tra i denti e le gengive. Sputacchiando e rimuovendo guardai gli incresciosi ospiti sulle punta della dita :  piccole, numerose, e nerissime formiche.
     
    fine
     - Tra pochissimi minuti dovrebbero comparire – Disse a voce bassissima. – Eccole, sono straordinarie, non mancano mai all’appuntamento del sabato.
    Formiche. Anche in Piazza del Duomo. Queste avevano  scelto un giorno della settimana, il sabato, appunto, e un posto fisso dove fare la loro bella processione a un ora stabilita, per poi scomparire di nuovo in un buco del muro.
    L’entomologo estrasse dalla tasca della giacca un taccuino e cominciò a scrivere appunti indecifrabili, mimando con la bocca frasi incomprensibili. Lo scrutavo in silenzio. L’occhio finì sulle scarpe eleganti, lucidissime, con piccoli disegni traforati sulla punta. Ebbi un sussulto quando notai  minuscole formiche che entravano e uscivano da quei buchi e che finivano presumibilmente anche nei suoi calzini. Avrei voluto parlarne, ma il fiato mi rimase in gola. Restai immobile : forse a lui, in fondo, piaceva così.
    Trascorremmo il resto del pomeriggio  nei punti strategici della città dove l’entomologo avrebbe dovuto incontrare i suoi insetti ; in ogni posto una specie diversa, rara, e a rischio di estinzione. Le formiche che viaggiavano nelle crepe del Davide avevano il dorso giallognolo e si nutrivano principalmente di polvere di marmo.
    Quelle che trovammo sulla lapide di Foscolo, a Santa Croce, si muovevano solo a scacchiera, in una forma sorprendentemente perfetta.
    All’uscita della basilica ero esausta. Avvertii un leggero prurito sulla schiena. Forse era la mia immaginazione.
    Attraversammo la bella piazza, che si stava tingendo di  sole al tramonto.
    Avevo un gran dolore ai piedi, ma non riuscivo a staccarmi da lui. Amavo quella compagnia inconsueta, attratta com’ero soprattutto dalla forte avvenenza, incuriosita dai suoi interessi, e rapita dalla sua voce calda, che mi riempiva i sensi.
    L’entomologo mi cinse la vita, come un amico affettuoso, ma sempre con tatto. Quella delicatezza di modi m’intrigava fortemente.  Si fermò all’improvviso, in una strada attigua, mi fissò a lungo negli occhi. Ero inerme. Mi prese le mani, le baciò, senza smettere di guardarmi. Avvicinò piano le sue labbra alle mie e mi baciò con passione, a lungo.
    Dopo minuti interminabili fu lui a sciogliere l’abbraccio, e sorridendo si allontanò, mormorando qualcosa che io non compresi.
    Lo seguii con lo sguardo fino a che non scomparve dietro l’angolo di un palazzo. Mi appoggiai ad una vetrina, completamente senza forze, consumata da quella breve e intensa passione, come una tempesta di sabbia nel deserto, sorprendente e dolorosa
    Potevo ancora sentire il suo sapore,dolcissimo.Non solo. Sentivo qualcosa di impalpabile, ma solido. Cominciai a cercare con la lingua tra i denti e le gengive. Sputacchiando e rimuovendo guardai gli incresciosi ospiti sulle punta della dita :  piccole, numerose, e nerissime formiche.
     
    fine
     
     
     
     
     

  • 09 aprile alle ore 14:58
    Un figlio venuto da lontano

    Come comincia: Una passeggiata al chiaro di luna in riva al mare in una sera d’estate o una cenetta romantica a lume di candela in una fredda serata d’inverno; la vita di Elena e Massimo si svolgeva come quella di tante altre giovani coppie, cose semplici ma che servivano senz’altro a riempire il cuore di entrambi. Erano sposati da pochissimo tempo ma la loro unione sembrava durasse da molti anni. Occupavano anche una posizione sociale alquanto elevata, infatti, entrambi erano degli stimati avvocati ma senza dubbio ciò che prevaleva era il loro valore umano. Massimo era pieno di attenzioni per la sua Elena;  ogni occasione era buona per farle un regalo e inoltre era molto attento nel ricordarsi ogni ricorrenza che faceva parte della loro storia. Anche Elena non era da meno in fatto di premure e spesso si inventava per lui qualche bizzarra sorpresa.
    C’era soltanto una cosa che mancava e che sarebbe servita non poco a rendere questa giovane coppia di sposi ancora più felice: la nascita di un bambino. Elena, infatti, aveva un fortissimo senso di maternità e non faceva altro che sognare di mettere alla luce un bambino per poterlo stringere fra le braccia strapazzarlo di coccole. Più volte i due ragazzi avevano pregato il Signore affinché desse loro la gioia di essere genitori ma tutte le volte si erano visti negare questo privilegio; persino quando Elena rimase incinta ma un brutto incidente non le consentì di portare a termine la sua gravidanza. Nonostante un periodo trascorso in totale tristezza per quel figlio mai venuto al mondo, Elena non aveva mai smesso di accarezzare il sogno di avere un bambino tutto per sé. Spesso confidava il suo desiderio al suo dolce consorte e questi la rassicurava dicendole che il bimbo che entrambi desideravano sarebbe arrivato presto a costo di qualsiasi cosa.
    Gli effetti dell’incidente per la dolce Elena si rivelarono più gravi del previsto; dopo vari accertamenti medici arrivò per lei una notizia che non avrebbe mai desiderato apprendere: non poteva avere più figli.  Il responso datole dai medici fu come una pugnalata al cuore per la ragazza la quale cadde nella tristezza più profonda e, nonostante fosse circondata da tante persone che le volevano un gran bene i tentativi per tirarla su erano vani. Trascorreva le sue giornate seduta su una sedia accanto alla finestra della sua stanza e stava per ore a guardare nel vuoto. C’era sempre Massimo al suo fianco ma anche lui si dimostrò impotente di fronte allo stato d’animo di Elena. Massimo non ne poteva più di vedere la donna che aveva sposato in quello stato così pietoso; soprattutto se pensava che fino a poco tempo prima era allegra e molto solare. Voleva assolutamente fare qualcosa per la sua Elena e dopo qualche giorno le propose di adottare un bambino. La proposta sembrò ravvivare un po’ la giovane donna dallo stato di depressione in cui era piombata anche se lei avrebbe preferito un figlio tutto suo. La coppia dialogava spesso su questo argomento e Massimo non disdegnava di ripetere ad Elena tutti i giorni le stesse parole: “Vedrai tesoro adotteremo un bambino e lo ameremo come se fosse nostro. Il Signore ci assisterà in ciò che facciamo e sono sicuro che quel bambino sarà felice di avere una famiglia”. Elena, che aveva sempre avuto un grandissimo cuore,  sembrava galvanizzata dalle parole di suo marito; l’idea di avere un bimbo tutto da coccolare, anche se non partorito da lei,  cominciò a farsi strada nella vita della ragazza. Ogni giorno pensava al modo in cui doveva educarlo e coccolarlo per farlo crescere con gli stessi valori che i suoi genitori le avevano insegnato quando era bambina. Come ogni giovane donna che si appresta a compiere questo grande passo, la dolce Elena era solita chiedersi se sarebbe stata davvero una buona madre per il bimbo che stava per arrivare; spesso si confidava con sua madre la quale la rassicurava dicendole: “Figlia mia, anch’io mi ponevo le stesse domande quando aspettavo la tua nascita ma poi man mano che ti vedevo crescere ero sempre più orgogliosa di me stessa e di te perché ero consapevole di aver messo al mondo una creatura meravigliosa”. Elena rispose: “Le tue parole mi rincuorano mamma e posso solo ringraziarti per tutto ciò che hai fatto per me e per i valori che mi hai insegnato. Ti prometto che cercherò di trasferire tutto questo al bambino che adotterò”. I giorni passarono e arrivò finalmente il momento in cui il pargolo fece il suo ingresso nella vita di Elena e Massimo. Dall’orfanotrofio che si trovava poco distante dal loro paese arrivò il piccolo Ximen, un dolcissimo bambino cinese di circa tre anni e con il sorriso sempre stampato sulle labbra nonostante non avesse mai conosciuto i suoi genitori naturali. Massimo ed Elena erano felicissimi di averlo in casa anche perché per la prima volta potevano provare l’immensa gioia di essere chiamati mamma e papà. Ogni volta che la coppia aveva un po’ di tempo libero era una buona occasione per accompagnare Ximen al parco e farlo socializzare con gli altri bambini i quali sembravano contentissimi di accogliere il nuovo arrivato.
    Elena e Massimo erano praticamente invidiati da tutto il paese; chiunque li vedesse passare per strada in compagnia di Ximen vedeva in loro il ritratto di una famigliola felice.
    Purtroppo una nuova tegola era pronta ad abbattersi su quei due ragazzi che tanto avevano lottato per adottare quel bimbo. Un giorno, infatti, Massimo ed Elena si videro recapitata nella loro abitazione una lettera del tribunale che comunicava loro alcune irregolarità burocratiche circa l’adozione di Ximen  e che di conseguenza il bambino sarebbe dovuto ritornare in orfanotrofio. Questa notizia fu un colpo al cuore per la coppia e in particolare per Elena che tanto aveva desiderato il bambino. L’indomani, con la morte nel cuore riaccompagnarono Ximen nel luogo dal quale lo avevano prelevato promettendogli che sarebbero presto tornati a riprenderlo. I due giovani sposi si recavano ogni giorno a trovare il piccolo Ximen e quest’ultimo non disdegnava di gettare le braccia al collo dei due ragazzi non appena li vedeva; sebbene ancora in tenerissima età sapeva esprimere la sua gratitudine per coloro che lo avevano accolto e coccolato con amore. Spesso il piccolo chiedeva ai suoi genitori adottivi quando lo avrebbero riportato a casa e Elena tra le lacrime lo rassicurava dicendo che ciò sarebbe accaduto di lì a poco. In realtà l’inconveniente era dovuto al fatto che la madre naturale del piccolo Ximen aveva saputo tutta la verità sul bambino e voleva riaverlo con sé.  Nei mesi successivi Elena e Massimo, data la loro professione di avvocati, tentarono ogni possibile scappatoia legale allo scopo di riportare il bimbo a casa ma tutti i loro esperimenti si rivelarono ben presto vani. La madre naturale di Ximen  era davvero agguerrita e voleva a tutti i costi riprendersi il bambino. 
    Ximen aveva soltanto pochi mesi quando fu tolto alla madre; poiché la donna soffriva di disturbi psichici e venne giudicata non in grado di accudire un figlio. I giorni trascorrevano inesorabili e per Massimo ed Elena le speranze di rivedere nuovamente Ximen  sgambettare nella loro casa si attenuavano sempre di più. Elena era sempre più triste, sempre più annientata dal dolore e il suo viso era costantemente bagnato di lacrime. Anche i suoi sogni erano molto spesso all’insegna del ricordo del piccolo Ximen; si girava costantemente nel letto ripetendo tra sé: “Bimbo mio torna dalla tua mamma” Massimo le stava vicino e, da marito premuroso qual era, non le faceva mancare il suo appoggio nemmeno per un attimo. Tutti i giorni, quando si recava a trovare il bambino in orfanotrofio, Elena trascorreva tantissimo tempo con il piccolo Ximen e ogni volta che doveva separarsene, era per lei un duro colpo al cuore; era il suo bambino e l’amore che provava per lui non aveva confini.
    Fortunatamente le gioie per Elena e Massimo e anche per il piccolo Ximen non tardarono più ad arrivare. Venne finalmente il giorno dell’ultima udienza del processo che avrebbe dovuto decidere chi tra Elena e Massimo e la donna che aveva partorito Ximen, avrebbe dovuto prendersi cura del piccolo. Ci fu il colpo di scena che i due giovani sposi attendevano da ormai troppo tempo: il giudice diede loro ragione e il bambino poté finalmente fare ritorno dai suoi genitori adottivi.
    L’indomani, giorno del ritorno a casa di Ximen venne organizzata una grande festa in suo onore; c’era praticamente tutto il paese perché tutti vollero partecipare alla rinnovata felicità della coppia e brindare alla nuova vita del bambino. Elena tenne stretto a sé Ximen per tutta la durata della festa dicendogli: “ Bimbo mio ora resterai per sempre con noi, nessuno potrà mai più separarmi da te”. Il sorriso tornò a splendere sul volto di Elena e Massimo perché ora potevano finalmente svolgere i rispettivi ruoli di papà e mamma di quel bimbo che, seppur non avessero aspettato per i canonici nove mesi, lo avevano comunque atteso con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo di due genitori naturali.

  • 09 aprile alle ore 14:34
    William viaggiatore solitario

    Come comincia: Il suo volto era quello di un uomo non ancora troppo anziano ma che sentiva già su di sé il peso dei suoi anni. Nella sua vita il dolore aveva più volte prevalso sulla gioia, nei suoi occhi si leggeva la voglia di tornare indietro che non di rado lo assaliva. Uno dei suoi vizi principali era l'alcool che aveva decretato tra l'altro la fine del suo matrimonio. Anche i suoi pochi amici lo avevano abbandonato perché lo giudicavano una persona pericolosa dati i suoi frequenti scatti d'ira. 
    Era questo William, un italo-americano di circa sessanta anni ma che ne dimostrava molti di più poichè fino ad ora aveva dedicato la sua intensa esistenza a quelli che lui amava definire i piaceri della vita, quegli stessi piaceri che lo avevano condannato alla sua perenne solitudine.
    Ritrovatosi da solo ad abitare un modesto appartamento situato nella periferia di New York, dove la sua unica compagnia era un cucciolo di pastore tedesco chiamato Dick, decise un giorno di dare una svolta decisiva alla sua vita che fino a quel momento gli aveva fatto conoscere soltanto amarezza e senso di smarrimento.
    Da sempre, la più grande passione di William, era quella dei viaggi e già da un po' progettava nella sua mente di raggiungere il tetto del mondo a bordo della sua auto sebbene essa non fosse in ottime condizioni. I viaggi lo avevano in più di un'occasione distolto da quel mondo in cui era abituato a vivere fatto di distrazioni non sempre lecite ed è proprio partendo da questa sua grande passione che William intendeva ricominciare a vivere.
    Preparato qualche bagaglio con soltanto il minimo indispensabile, salì a bordo della sua auto in compagnia del suo fedele amico a quattro zampe e cominciò la sua avanzata verso Capo-Nord. Tappa dopo tappa William si rendeva sempre più conto che da qui in poi era quello il tipo di vita che preferiva ossia essere un viaggiatore solitario e stare a contatto perenne con la natura e con le persone che incontrava nei luoghi in cui di tanto in tanto si fermava. I giorni di viaggio erano sempre più numerosi e sul volto di William erano visibili i primi segni di stanchezza a causa del lungo tempo trascorso alla guida. In lui però non si era di certo spento l'entusiasmo di raggiungere quella meta da molto tempo sognata e da sempre così lontana, sebbene la sua passione per i viaggi lo avesse portato a girare quasi tutto il mondo.
    Dopo lunghi ed estenuanti giorni di viaggio ecco arrivare William ed il suo cane Dick, a Capo-Nord; William si rese subito conto di trovarsi ben lontano dalla sua New York e dal caos da cui le strade della Grande Mela sono da sempre caratterizzate. Ad attirare l'attenzione dell'uomo era proprio l'enorme panorama montuoso di quel piccolo angolo di mondo situato a nord della Norvegia e sembrava quasi aver completamente dimenticato gli Stati Uniti.
    Man mano che i giorni passavano William si adeguava sempre di più a quelle che erano le abitudini del luogo e a tutto ciò che lo circondava. Con il trascorrere del tempo l'anziano William entrava in contatto con un numero considerevole di persone tra cui Sara; una donna della sua stessa età, anch'ella di origini italiane, che da anni si era stabilita in Norvegia e con una storia alle spalle molto simile a quella di William. Nemmeno a Sara infatti la vita aveva riservato sorprese non sempre positive. Era la più grande di cinque figli e, rimasta orfana in età giovanissima di entrambi i genitori, era costretta a fare da padre e da madre ai suoi quattro fratelli; inoltre spesso non sapeva come fare per tirare avanti poiché non aveva mai avuto un posto di lavoro fisso ed era costretta a svolgere professioni molto umili. Tra i due nasce subito una certa simpatia tanto che cominciano a raccontarsi le loro rispettive storie così diverse e così uguali allo stesso tempo.
    I mesi trascorrevano inesorabili e nonostante William avesse deciso di diventare un viaggiatore solitario avvertiva una certa simpatia per Sara; decise quindi di fermarsi ancora per un po' a Capo-Nord per conoscere meglio quella donna che fin dal giorno che la aveva incontrata lo aveva reso felice. Ogni giorno trascorso insieme a Sara era sempre ricco di sorprese per William. Infatti nonostante il suo passato non proprio felice, Sara era una donna molto simpatica e piena di vita. Spesso coinvolgeva il suo uomo nell'organizzazione di serate da trascorrere in allegria con gli amici e in tutto ciò in cui il divertimento la faceva da padrone. La donna era inoltre un'ottima cuoca; spesso e volentieri infatti si divertiva a prendere William per la gola preparandogli dei gustosi piatti italiani. Così facendo, Sara sperava di tirar fuori per sempre William dal ricordo del suo doloroso passato e poterlo finalmente trasformare in una persona nuova.
    Il legame tra William e Sara si faceva sempre più solido e il nostro viaggiatore solitario continuava a rimandare la sua partenza per un altro luogo. Sara gli aveva ormai preso il cuore e non sapeva davvero più come fare per distaccarsi da lei per poter riprendere il suo viaggio. Anche Sara contraccambiava l'amore di William e spesso era anche lei a trattenerlo in Norvegia e ad alimentare in lui la voglia di non ripartire.
    Spesso gli diceva:
    - "Resta con me per sempre, insieme potremo ricominciare a vivere una vita serena".
    A queste dolci parole di Sara, William non sapeva proprio dire di no e non riusciva proprio più a resistere alle amorevoli attenzioni della donna. 
    Era ormai trascorso un anno dall'arrivo di William in Norvegia e l'amore di Sara sembrava aver affievolito in lui la voglia di viaggiare perennemente.
    Un giorno però, mentre Sara si accingeva come sempre a preparare la colazione al suo uomo, scorse William in un'altra stanza preparare la sua modesta valigia che per un anno intero era stata riposta nel fondo di un armadio. Vedendo ciò Sara rimase perplessa e cominciò a farsi mille domande e a chiedersi soprattutto che cosa avesse sbagliato. Quello stesso giorno Sara decise di affrontare l'argomento con William e con la voce rotta dal pianto gli chiese:
    - "Perché hai deciso improvvisamente di partire? Ho forse sbagliato qualcosa? Dimmi tutto in modo che io possa riparare alle mie colpe".
    William, con voce altrettanto disperata le rispose:
    - " Mia dolce Sara, un anno fa, quando ho lasciato New York, ho promesso a me stesso di diventare un viaggiatore solitario e solo le tue attenzioni mi hanno spinto a fermarmi qui così a lungo; ma ora per me è giunto il momento di ripartire ed esplorare nuove mete e nuovi mondi anche se mi costa moltissimo farlo".
    A queste parole di William, Sara non potè fare altro che accettare, seppure a malincuore, la sua decisione di allontanarsi da lei. L'indomani, giorno della partenza di William, Sara riuscì a strappargli la promessa di rimanere sempre in contatto con lei. Gli disse:
    - "Mi raccomando scrivimi e se per caso dovessi ripensarci torna qui da me; casa mia è sempre aperta".
    Dopo quest'ultimo saluto William partì, lasciò quel luogo che per un anno era stato la sua casa e nel quale aveva trovato l'amore. Visitò l'Asia, l'Africa, i panorami mozzafiato dell'Australia ma con il cuore sempre in Norvegia perché era consapevole che lì c'era sempre la sua Sara che prima o poi lo avrebbe riaccolto presso di lei con un affetto ancora maggiore della prima volta.

  • 09 aprile alle ore 14:31
    Dottor Francesco Esposito

    Come comincia: La storia di Francesco è apparentemente uguale a quella di molti ragazzi della sua età; anche lui, come qualsiasi altro suo coetaneo, andava a scuola e amava coltivare quella che lui definiva la sua più grande passione: il calcio. Ogni settimana infatti si recava presso un campetto vicino casa per una partitella tra amici. Purtroppo però a Francesco mancava qualcosa di molto importante di cui davvero non se ne può fare a meno: la stabilità affettiva che solo una vera famiglia poteva offrirgli.
    Francesco Esposito, un adolescente di circa quindici anni, viveva  in un misero appartamento della periferia di Napoli con i suoi fratelli più grandi Vincenzo e Gaetano i quali facevano enormi sacrifici per potergli consentire di studiare. Suo padre, si trovava in carcere per scontare una lunga pena a causa del suo coinvolgimento in un omicidio dopo che già in precedenza aveva scontato altre pene per reati minori. Sua madre invece era stata coinvolta in un giro di prostituzione dal quale non era più riuscita ad uscire e da ormai tre mesi non si avevano sue notizie. Questi episodi spiacevoli avevano portato il giovane Francesco ad essere un ragazzo dal carattere estremamente irascibile e per di più facilmente influenzabile dalle cattive compagnie. Nemmeno il rendimento scolastico di Francesco era dei migliori, spesso infatti i suoi fratelli maggiori, che facevano le veci dei genitori, venivano convocati a scuola dai professori per essere messi al corrente dei problemi di profitto riscontrati dal loro fratello minore.
    - “Potrebbe sicuramente fare molto di più ma non vuole applicarsi”. Era questa la frase che si sentivano dire i fratelli di Francesco ogni qual volta che si presentavano al cospetto degli insegnanti del ragazzo. Francesco infatti non voleva assolutamente saperne di impegnarsi nello studio; i brutti voti si presentavano con una frequenza sempre maggiore ma il giovane non si preoccupava per niente e continuava a trascorrere la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio con gli amici e a girovagare in motorino. Vincenzo e Gaetano molto spesso rimproveravano Francesco a causa di questo suo atteggiamento da menefreghista ma il giovane non voleva assolutamente ascoltare i consigli di chi, più grande di lui di qualche anno, aveva sicuramente un po’ di esperienza in più circa le difficoltà da affrontare nella vita. Ogni giorno Vincenzo e Gaetano raccontavano al loro fratello minore di aver vissuto molto da vicino il difficile periodo in cui il loro papà venne arrestato per la prima volta e che per mandare avanti la baracca avevano dovuto cominciare a lavorare nell’età in cui i loro interessi dovevano essere ben altri. Gli raccontavano inoltre di quando la loro mamma cominciò ad avviarsi verso la prostituzione e tornava spesso a casa ubriaca. Malgrado queste tristi rivelazioni, Francesco non sembrava per nulla intenzionato a rimboccarsi le maniche anzi, più i fratelli lo incitavano ad abbandonare il suo stile di vita, più il ragazzo era motivato a non seguire i loro consigli.
    Ogni sabato, un altro adolescente di nome Gennaro, era solito aspettare Francesco sotto il portone di casa per invitarlo ad andare a giocare l’ennesima partita di calcio e trascurare ancora una volta i suoi doveri di studente. Gennaro aveva una storia alle spalle molto simile a quella di Francesco; anche lui infatti mostrava una certa avversione nei confronti dello studio. I suoi genitori si trovavano entrambi in carcere e il ragazzo era costretto a vivere con i nonni materni. Saltuariamente, proprio per volontà di questi ultimi, si recava a lavorare presso un’impresa di pulizie perché, in questa maniera, speravano di fargli comprendere quanto fosse importante avere un lavoro per poi costruirsi un futuro. I due spesso rincasavano tardi perché dopo la partita si recavano nel centro di Napoli a divertirsi. A dire il vero i loro non potevano essere definiti divertimenti; non di rado infatti, i due ragazzi si rendevano protagonisti di episodi a dir poco spiacevoli come scippi e furti di vario genere. Per questa ragione i fratelli di Francesco venivano frequentemente convocati dalla polizia e ogni volta dovevano subire l’umiliazione da parte degli agenti che raccontavano ai due, nei minimi particolari, tutte le malefatte del loro giovane fratello.
    Al contrario di Francesco, i suoi fratelli erano degli onesti lavoratori e di certo non potevano più umiliarsi in quel modo a causa di quel ragazzino che ormai sembrava definitivamente avviato verso una cattiva strada.
    Un giorno, malgrado l’affetto che nutrivano per Francesco, Vincenzo e Gaetano decisero che era il caso di iscrivere il loro terribile fratello in un collegio e dare così una svolta definitiva alla sua vita; le loro intenzioni non erano assolutamente cattive bensì intendevano far capire a Francesco l’importanza dello studio e acuire in lui il senso di responsabilità che fino a quel momento gli era quasi del tutto mancato. L’indomani i due ragazzi comunicarono a Francesco la loro decisione e la reazione di quest’ultimo fu esattamente come essi si aspettavano.
    -“Ma siete pazzi!” esclamò Francesco con un marcato accento napoletano “io non voglio essere chiuso in una gabbia”.
    - “Lo facciamo soltanto per il tuo bene” rispose uno dei fratelli, “per noi è un enorme sacrificio mantenerti in collegio con il nostro misero stipendio ma è molto importante che tu decida di diventare responsabile una volta per tutte”.
    Dopo queste severe parole di suo fratello, Francesco tacque e sembrava quasi essersi rassegnato a questa decisione.
    L’indomani, dopo aver preparato i bagagli, Francesco, accompagnato da Vincenzo e Gaetano raggiunse il collegio che si trovava in un piccolo paesino del Molise. Visto dall’esterno questo luogo sembrava un piccolo angolo di paradiso ma all’interno di esso era tutt’altra musica. Era la severità che spadroneggiava e sembrava che il giovane Francesco avesse davvero trovato pane per i suoi denti. Dopo alcune settimane di permanenza all’interno dell’istituto, Francesco sembrava non aver modificato per nulla il suo carattere e il suo modo di comportarsi. Il ragazzo amava fare scherzi di cattivo gusto ai suoi compagni di stanza i quali puntualmente si vendicavano senza pietà; sembrava perfino che volesse affrontare la severità dei suoi educatori ma ogni volta che lo faceva questi ultimi gli infliggevano severissime punizioni.
    Il tempo trascorreva e Francesco sembrava sempre più incorreggibile e i suoi educatori in collegio riuscivano a stento a tenergli testa. 
    Una notte però accadde qualcosa di molto particolare, un episodio che si rivelò fondamentale per la vita del giovane Francesco. Quella notte infatti, il ragazzo sognò la sua nonna paterna che poco tempo prima era venuta a mancare a causa di un male incurabile. L’anziana donna parlò al ragazzo con un tono molto dolce, quel tono che aveva sempre usato anche quando era in vita.
    -“Ma perché ti comporti così?” chiese la donna rivolgendosi a Francesco “non pensi ai tuoi fratelli che ogni giorno si sacrificano per te?” 
    - “Io non sono cattivo nonna” rispose Francesco “ho solo bisogno dell’affetto di una vera famiglia”
    - “Hai ragione piccolino” rispose la nonna “comunque sappi che ogni volta che ti senti solo pensa a me e inoltre promettimi che d’ora in poi ti impegnerai seriamente nello studio”.
    - “Te lo prometto nonna ci puoi contare” replicò Francesco.
    L’indomani il ragazzo si risvegliò con il cuore gonfio di tristezza; il sogno di sua nonna lo aveva fortemente turbato.
    Da quella notte Francesco sembrava totalmente cambiato; non era più il ragazzo terribile che faceva disperare persino i suoi severi educatori del collegio. Ogni giorno diventava più triste e sembrava sentirsi sempre più solo e nostalgico nonostante, all’interno dell’istituto, ci fossero tanti altri ragazzi. Spesso lo si vedeva piangere e ci si accorgeva di quanta voglia avesse di tornare a casa.
    Ritrovatosi da solo nella camerata del collegio, Francesco decise che era ora di dare un calcio al passato e guardare avanti. Decise di impegnarsi davvero nello studio e, tornato definitivamente a casa, in breve tempo recuperò tutto ciò che aveva perso fino ad arrivare al diploma.
    Durante questo periodo il ragazzo si era molto appassionato alle discipline scientifiche e decise quindi di iscriversi alla facoltà di medicina. Erano passati alcuni anni e Francesco era ormai vicino alla laurea. La sua tesi fu un vero trionfo, molto apprezzata da tutti i componenti della commissione giudicatrice. Francesco era così avviato verso una brillante carriera di primario in un importante ospedale e, ormai per tutti, era diventato il Dottor Francesco Esposito ma soprattutto aveva mantenuto la promessa fatta a sua nonna quella notte ed era sicuro che se quest’ultima fosse stata ancora in vita sarebbe stata davvero felice per lui. Francesco assaporò così il gusto della vittoria, la vittoria contro un passato fatto di sofferenza e di continua infelicità.

  • 09 aprile alle ore 14:25
    Gli sposi di Auschwitz

    Come comincia: La guerra imperversava inesorabile, per le strade non si udiva altro che il rumore dei fucili e delle bombe che frequentemente venivano lanciate. La gente era costretta a barricarsi in casa per evitare di incappare in qualche colpo d’arma da fuoco. Quasi nessuno però riusciva a sottrarsi alle persecuzioni delle S.S. e ogni giorno erano sempre di più le persone che raggiungevano il campo di sterminio di Auschwitz. C’erano proprio tutti: uomini, donne e persino bambini i quali venivano completamente strappati alla loro identità e improvvisamente catapultati in un mondo fatto di crudeltà e di orrore. Lo spettro della morte viveva quotidianamente con loro poiché temevano di essere uccisi da un momento all’altro.
    Un giorno, a bordo del convoglio che trasportava l’ennesimo carico di prigionieri, vi era Carlo; un giovane di circa vent’anni di origine calabrese strappato alla sua terra e alla sua famiglia e destinato a diventare un’altra delle numerosissime vittime prodotte dal secondo conflitto mondiale.
    Nonostante la giovane età, Carlo era un grande lavoratore; già da piccolo infatti aiutava spesso suo padre nel suo lavoro di falegname e, molto presto anche lui avrebbe imparato a svolgere brillantemente questa professione. Quella di Carlo era una famiglia piuttosto povera e non poteva permettersi di mantenere agli studi il giovane.
    Il ragazzo ancora non immaginava il destino che lo attendeva una volta entrato all’interno del campo di sterminio; egli credeva infatti di essere stato condotto lì per continuare a svolgere il suo lavoro ma fu immediatamente smentito quando uno dei capi delle S.S. si presentò nel piazzale del campo per controllare quanti fossero i nuovi arrivati. Erano davvero tanti, tutti allineati come un grande esercito e nei loro occhi si leggeva la paura di chi stava per prepararsi ad un destino sicuramente tragico.
    Carlo sembrava essersi reso conto di tutto ciò che stava accadendo e le sue sensazioni vennero confermate non appena alcuni militari delle S.S. lo condussero, insieme ad altri prigionieri, in una modesta stanza con soltanto un misero letto in cui tutti erano costretti a dormire come dei veri e propri ammassi di carne umana.
    Anche il cibo che ottenevano lasciava molto a desiderare; ogni giorno infatti Carlo e i suoi compagni di sventura mangiavano soltanto un pezzetto di pane stantio e un po’ di brodo dal sapore molto sgradevole. La sveglia per Carlo e per tutti gli altri prigionieri suonava alle cinque del mattino e immediatamente cominciava per loro una nuova giornata di duro lavoro. Il giovane Carlo sembrava essere stato preso di mira dai militari delle S.S. i quali lo sottoponevano ai lavori più faticosi ma lui non osava mai ribellarsi alla loro volontà perché sapeva che sarebbe andato incontro a torture molto dolorose. La vita all’interno del campo di concentramento diventava ogni giorno più dura ed era sempre più frequente udire colpi di fucile indirizzati a coloro che venivano ammazzati come altrettanto frequenti erano le urla di disperazione dei prigionieri vittime di torture. Da quel luogo inoltre era impossibile qualsiasi tentativo di fuga, infatti, chi in passato aveva provato a fuggire, si era immediatamente trovato di fronte due guardie con i fucili pronti a sparare in qualsiasi momento.
    Erano ormai trascorsi alcuni mesi dall’arrivo di Carlo ad Auschwitz e per lui le speranze di sopravvivenza diventavano sempre più tenui; un giorno però fece il suo ingresso all’interno del campo di sterminio una persona che riuscì parzialmente a distogliere l’attenzione del giovane falegname dall’orrore a cui quotidianamente era costretto ad assistere. La persona in questione era Maria, una ragazza poco più che ventenne anch’ella come Carlo di origine calabrese e figlia di agricoltori. In un primo momento nemmeno la giovane donna sapeva che cosa il destino le riservasse una volta arrivata lì ma guardando i severi volti dei militari delle S.S. avvertiva che quello era un luogo tutt’altro che tranquillo. Appena lo sguardo di Maria incrociò quello di Carlo, il giovane rimase letteralmente rapito dalla lunga chioma bionda della ragazza e dai suoi splendidi occhi azzurri. Fu così che tra i due nacque immediatamente un sentimento di tenera amicizia e man mano che il tempo passava, sembrava che i due non potessero più fare a meno di stare insieme anche se erano costretti a vedersi di nascosto e per pochissimi minuti. Durante il brevissimo tempo che trascorrevano insieme i due ragazzi chiacchieravano del più e del meno raccontandosi le loro rispettive storie; entrambi provenivano dalla Calabria e man mano che la loro conversazione andava avanti Carlo e Maria scoprivano di avere tantissime cose in comune. Talvolta Carlo, quando si sentiva lontano dagli occhi indiscreti dei militari delle S.S., riusciva persino a rubare a Maria un affettuoso bacio sulle sue labbra. Carlo stava imparando a conoscere Maria sempre di più e la sua permanenza all’interno del campo di sterminio sembrava in parte alleggerita da quella ragazza che fin dal suo arrivo aveva conquistato il suo cuore.
    Nonostante tutto però la barbarie ad Auschwitz era senza sosta; ogni mattina i prigionieri si alzavano prestissimo per svolgere lavori molto umili e duri e chi osava ribellarsi alla volontà delle S.S. pagava a caro prezzo il suo rifiuto; spesso infatti i prigionieri ribelli, dopo essere stati barbaramente uccisi, venivano bruciati nei forni crematori in modo che di loro non restasse altro che cenere.
    Oltre che con la bella e dolce Maria, Carlo aveva stretto amicizia con Pasquale, un suo coetaneo napoletano ma purtroppo questo legame durò davvero molto poco. Pasquale infatti aveva infatti sfidato un militare delle S.S. ribellandosi ad un suo ordine e questi non esitò nemmeno per un momento a fucilarlo. La perdita di questo carissimo amico gettò Carlo nello sconforto più profondo anche perché egli temeva che prima o poi sarebbe capitata anche a lui la medesima sorte. Fortunatamente Maria era al suo fianco e in qualche modo cercava di rendergli la vita meno difficile in quel luogo dove la sopravvivenza era quasi impossibile.
    Il destino però si dimostrò tutt’altro che benevolo nei confronti dei due giovani amanti. Una mattina infatti Carlo si sentì male, il suo peso si era notevolmente ridotto a causa della scarsa alimentazione e quando i militari delle S.S. lo esortarono ad alzarsi dal letto il giovane riuscì a stento a muovere entrambe le braccia.
    - “Non riesco ad alzarmi, sto male!” disse Carlo in preda alla disperazione; a queste parole di Carlo uno dei militari replicò con tono molto severo:
    - “Ti aspetti che io ci creda? Alzati e raggiungi gli altri”.
    Carlo stava davvero molto male quel giorno e non sapeva proprio cosa fare per convincere quel militare della veridicità di ciò che diceva.
    I giorni passavano e Carlo peggiorava a vista d’occhio; questa volta nemmeno le premure di Maria erano sufficienti a tirarlo su. Sembrava che il terribile spettro della morte stesse ormai per divorare la vita del giovane falegname calabrese. Nonostante tutto però l’amore per Maria riusciva in qualche modo a tenerlo in vita e fu così che Carlo, resosi conto che ormai non poteva fare più a meno di quella dolce fanciulla dagli occhi azzurri, le fece un’importantissima richiesta destinata a cambiare la vita di entrambi.
    - “Mia dolcissima Maria” sussurrò Carlo “tu mi hai aiutato a sopravvivere in questo maledettissimo luogo e ogni giorno che passa mi accorgo di quanto tu sia indispensabile per me; per questo prima che la morte mi separi da te vorrei che tu diventassi mia moglie”.
    Nel sentir pronunciare queste parole, la ragazza non potè fare altro che accettare questa importante proposta e, con il cuore gonfio di commozione rispose:
    - “Come posso dirti di no mio amato Carlo, anche tu sei stato fondamentale per me e sono disposta a sposarti anche subito”.
    L’indomani la cerimonia nuziale si svolse in una chiesetta non lontana dal campo di sterminio. Non era la cerimonia che Maria aveva sempre sognato per il suo matrimonio; tutto infatti era piuttosto triste e gli unici invitati erano alcuni militari delle S.S. arrivati per sorvegliare i due prigionieri. Le forze di Carlo erano ormai arrivate al limite e sull’altare il giovane riuscì a stento a pronunciare il “sì” che lo avrebbe legato per sempre alla sua amata.
    Alcuni giorni dopo il matrimonio uno dei militari delle S.S. accortosi delle precarie condizioni del giovane Carlo, compì un gesto che nessuno si sarebbe mai aspettato: liberò i due giovani sposi indirizzando Carlo in uno dei più importanti ospedali della Germania affinché potesse guarire al più presto dalla sua malattia affidandosi alle cure dei migliori medici tedeschi.
    Dopo alcuni giorni di degenza Carlo e Maria poterono finalmente fare ritorno in Calabria e riabbracciare i rispettivi parenti. I due giovani, ormai conosciuti al loro paese come gli sposi di Auschwitz, andarono ad abitare in una splendida tenuta situata nelle campagne calabresi e poterono così iniziare una vita serena dimenticando man mano ogni singolo attimo di terrore vissuto all’interno del campo di sterminio. Il ritorno a casa della giovane coppia coincise anche con la definitiva fine delle ostilità e Carlo e Maria poterono tirare un ulteriore sospiro di sollievo consapevoli che la paura di morire la quale per molto tempo li aveva assaliti, questa volta li aveva abbandonati per sempre.

  • 09 aprile alle ore 14:19
    L' Agnello nero

    Come comincia: L’alba era appena spuntata e una nuova giornata di lavoro stava per cominciare. I giorni erano sempre molto lunghi per quella piccola comunità nigeriana insediatasi nella periferia di Roma e per di più molte volte sembrava che il tempo addirittura si fermasse. Era il duro lavoro nei campi a regnare sovrano e molto spesso anche la severità di un padrone quasi sempre insoddisfatto di ciò che veniva prodotto. I tentativi di ribellione a quello stile di vita così duro erano svariati, ma a questi ultimi corrispondeva sempre una durissima repressione da parte del padrone.
    C’era una persona che spiccava in quella ristretta comunità; egli sapeva infatti distinguersi dagli altri per la sua spontaneità e la sua simpatia. Si chiamava Mohammed; era un giovane nigeriano emigrato in Italia come tanti suoi connazionali alla ricerca di una stabilità lavorativa poiché il suo principale obiettivo era quello di garantire un futuro migliore ai suoi due figli.
    Sebbene avesse soltanto venticinque anni, Mohammed si sentiva già molto vecchio dentro; la vita fino ad allora non gli aveva sorriso per nulla; infatti, dopo la morte dei genitori, avvenuta quando lui aveva solo quindici anni, aveva dovuto fare da madre e da padre ai suoi quattro fratelli più piccoli lavorando duramente per loro.
    Nonostante tutto, il giovane nascondeva bene il suo passato e spesso si divertiva a rallegrare i suoi compagni di lavoro con barzellette e storielle divertenti e, durante qualche rara pausa della sua intensa attività, era solito improvvisare dei veri e propri spettacoli comici per la felicità di tutti i suoi colleghi.
    Anche dal suo aspetto fisico si poteva notare quanto egli fosse abile a nascondere qualsiasi tipo di sofferenza sia passata che presente.
    Era forte, muscoloso e forse proprio per questa ragione il severo datore di lavoro gli affidava spesso i compiti più duri da svolgere, cui Mohammed non si tirava mai indietro. Così facendo si guadagnava sempre di più la stima e l’amicizia dei suoi colleghi i quali ogni giorno lo ringraziavano per la sua enorme generosità e proprio questi ultimi lo avevano soprannominato l’”agnello nero” dato il suo grande cuore.
    In uno dei tanti giorni di duro lavoro, il giovane Mohammed era impegnato nella raccolta del grano appena maturato con la solita dedizione quando all’improvviso sentì una voce che lo chiamava da lontano. Altri non poteva essere che il suo perfido datore di lavoro come sempre non convinto dell’operato di Mohammed e dei suoi colleghi.
    Sembrava quasi come se il giovane fosse stato preso letteralmente di mira dal suo padrone; i rimproveri si facevano ogni giorno più frequenti e, sebbene il ragazzo cercasse in tutti i modi di mostrare i risultati del suo duro lavoro, quell’uomo dal carattere burbero tirava fuori la sua ira in maniera sempre più consistente.
    Questa volta l’elemento del contendere era un quantitativo di grano che, secondo il padrone, non era abbastanza maturo per essere raccolto e Mohammed veniva così inevitabilmente accusato di superficialità.
    - “Come ti sei permesso sporco negro?” chiese irritato il padrone, “Non vedi che questo grano è ancora acerbo? Ti meriteresti proprio un bel po’ di frustate!”.
    - “ Lo guardi bene padrone” ribatté Mohammed con tono altrettanto adirato, “Questo grano è già abbastanza maturo e servirà senz’altro a sfamare le nostre bocche e quelle di tutti coloro che ne hanno bisogno. Non possiamo soltanto lavorare, abbiamo anche il diritto di prenderci ciò che ci spetta!”.
     Queste parole, che per il padrone avevano il sapore di ribellione, costarono al giovane agricoltore l’ennesima dose di frustate che il padrone riservava a tutti i suoi operai che osavano ribellarsi alla sua volontà. Data la sua severità, considerata da tutti eccessiva, era stato soprannominato “Attila”. In realtà egli aveva un nome che non rispecchiava per nulla il suo modo di agire: Angelo. Era un ricco imprenditore romano di circa sessanta anni; possedeva aziende agricole in tutto il Lazio e oltre ma, gran parte della sua ricchezza, l’aveva ottenuta mediante degli affari non propri così leciti. Egli si occupava, infatti, anche di traffico di armi, prostituzione, racket e tutto ciò che aveva a che fare con il mondo della criminalità.
    Per un breve periodo aveva anche conosciuto il carcere ma, grazie alla scaltrezza dei suoi avvocati era riuscito a sfuggire alla macchina della giustizia e a continuare i suoi loschi affari in totale libertà.
    La sua vita era fatta solo di lusso, i suoi affari gli avevano permesso l’acquisto di ville megagalattiche e di mettere su attività commerciali come alberghi e ristoranti.
    Dopo la lunga serie di frustate, che per il povero Mohammed sembrava non terminare mai, il giovane agricoltore ritornò al suo lavoro come se nulla fosse accaduto anche perché non aveva il diritto di lamentarsi perché, se lo avesse fatto, una nuova e ancora più severa punizione sarebbe stata inevitabile.
    Anche in quell’occasione “l’agnello nero” ricevette la solidarietà di tutti i suoi colleghi di lavoro che in maniera sempre più frequente lo incoraggiavano a non arrendersi mai e a liberarsi definitivamente dall’orrore cui veniva quotidianamente sottoposto.
    Erano ormai trascorsi dei mesi dal giorno in cui Mohammed aveva cominciato a lavorare per conto di quel padrone dall’assurda malvagità e sembrava che il giovane si fosse addirittura abituato ai continui soprusi di quell’uomo; ogni giorno Mohammed era costretto a lavorare sempre il doppio rispetto al giorno precedente. Il suo compito consisteva nel caricare su di un camion degli enormi quantitativi di grano che doveva essere successivamente trasportato e venduto.
    Alcuni giorni era costretto persino a svegliarsi prima di tutti i suoi colleghi perché spesso era la gran fatica ad avere la meglio su di lui e il lavoro inevitabilmente doveva essere rimandato al giorno seguente; era stanco Mohammed ma si mostrava sempre allegro e con il sorriso sulle labbra.
    Venne però un giorno in cui la stanchezza e la fatica ebbero la meglio sulla gran voglia di lavorare del giovane agricoltore nigeriano il quale decise di attuare stavolta un vero tentativo di ribellione; pensò quindi, insieme a tutti i membri della sua comunità, di denunciare alle autorità competenti il perfido padrone e porre fine per sempre a quella tortura sia fisica che psicologica che era costretto a subire quotidianamente. Dopo una lunghissima conversazione con la sua giovanissima moglie, sempre prodiga di buoni consigli per Mohammed, il giovane immigrato decise che la denuncia andava fatta sia per il suo bene che per quello di tutti i suoi connazionali che condividevano la sua sventura.
    Fu così che l’indomani convocò tutti i suoi amici a casa sua per comunicare loro la sua decisione e, improvvisando un vero e proprio comizio sindacale disse:
    - “Miei cari amici, anche se siamo solo degli immigrati e il nostro padrone ci considera solo degli sporchi negri, anche noi abbiamo la nostra dignità come tutti gli uomini della Terra e non possiamo assolutamente essere costretti a lavorare in maniera così dura e precaria!”. Dopo queste decise parole di Mohammed partì un grosso urlo di approvazione da parte dei suoi colleghi i quali, ancora una volta appoggiarono Mohammed in questa sua ennesima iniziativa. Alcuni giorni dopo la denuncia presentata dai giovani agricoltori nigeriani diede finalmente i frutti sperati; fecero, infatti, irruzione gli agenti del locale commissariato di polizia i quali disposero il sequestro dell’intera tenuta del signor Angelo detto “Attila” per la parziale contentezza di Mohammed. Il giovane, infatti, era felice a metà perché era consapevole che se la tenuta fosse rimasta a lungo sotto sequestro lui e tutti i suoi colleghi sarebbero rimasti altrettanto a lungo senza lavoro.
    Fu così che Mohammed decise di presentarsi al suo padrone proponendogli la vendita dell’intera tenuta anche se ad una cifra abbastanza modesta. Il giovane promise inoltre al suo ormai ex datore di lavoro che se i guadagni fossero stati consistenti una buona parte di essi sarebbe andata proprio a lui. Dopo qualche iniziale esitazione il burbero “Attila si convinse e cedette davvero quell’immenso possedimento a Mohammed.
    Il giovane era così passato da umile lavoratore ad imprenditore; decise quindi di dare una vera e propria svolta alla sua vita e a quella dei suoi connazionali. Dopo aver espletato alcune pratiche burocratiche per il dissequestro, assunse tutti i suoi compagni di lavoro con un regolare contratto garantendo loro uno stipendio più che dignitoso. L’ “agnello nero” poteva così festeggiare la sua vittoria; era riuscito ad accaparrarsi in modo onesto quell’immensa tenuta, la stessa che fino a quel momento gli aveva causato soltanto tanta sofferenza.

  • 09 aprile alle ore 12:56
    Nonno Franz

    Come comincia: La seconda guerra mondiale era terminata già da alcuni anni e Franz, ormai quasi ottuagenario, si era ritirato nella sua tenuta di campagna situata a Nord del Canada. Lì sperava di trovare un sicuro rifugio visto che le forze dell’ordine di alcuni stati del mondo lo cercavano con insistenza per avere chiarimenti circa la sua precedente attività. Franz era un ex capo delle S.S. e, durante gli anni della guerra, aveva commesso delitti atroci; proprio quei delitti di cui oggi spesso si fa fatica a raccontare. La nuova vita dell’anziano Franz era del tutto diversa da quella precedente; nella sua tenuta non vedeva nessuno, non usciva mai e sebbene avesse vissuto da vicino le brutture del secondo conflitto mondiale il suo carattere burbero era rimasto invariato. In più di un’occasione i suoi vicini di casa avevano provato ad avvicinarlo e a fare amicizia con lui ma ogni volta Franz li cacciava in malo modo intimando loro di non farsi rivedere mai più in casa sua.
    Dietro il suo cattivo carattere si nascondeva un uomo che, malgrado il tempo trascorso, assaporava ancora il gusto della sconfitta soprattutto dal punto di vista personale.
    Ogni giorno si sentiva sempre più solo e la sua solitudine sembrava distruggerlo; la sua unica compagnia erano i ricordi di quella guerra che aveva combattuto in prima persona nonché i volti di quelle persone di cui lui stesso aveva ordinato l’uccisione nei campi di sterminio. Sembrava davvero impossibile riportarlo ad una vita normale e fargli dimenticare tutto; le poche persone che lo conoscevano bene pensavano ci volesse addirittura un miracolo per far sì che ciò accadesse.
    Un giorno però, nella vita dell’ottantenne Franz fece il suo ingresso una persona destinata sul serio a cambiarlo completamente. Quel giorno infatti passò presso la fattoria di Franz, Antonio; un bambino di circa dieci anni figlio di italiani emigrati in Canada. Il bambino apparentemente sembrava felice ma il passato della sua famiglia annoverava alcuni eventi non proprio così rosei. Il nonno del piccolo Antonio infatti era stato deportato e successivamente barbaramente ucciso in uno dei tanti campi di sterminio nazisti costruiti durante la guerra. Il piccolo quindi non aveva mai conosciuto suo nonno e non aveva la più pallida idea di quanto fosse importante questa figura soprattutto per un bambino della sua età.
    L’accoglienza di Franz nei confronti di questo misterioso pargoletto non fu delle migliori. Il vecchio infatti, appena lo vide aggirarsi intorno alla sua proprietà, lo respinse esattamente come faceva con tutti coloro che tentavano di avvicinarlo minacciando addirittura di picchiarlo se si fosse fatto vedere di nuovo. Le intenzioni del bimbo ovviamente non erano cattive; egli voleva soltanto fare amicizia con quell’anziano uomo che, per uno strano caso aveva identificato come suo nonno; Antonio era inoltre attratto dall’enorme giardino che circondava la tenuta di Franz e sognava sempre di possedere una casa come quella tutta per sé visto che l’abitazione in cui viveva con i suoi genitori era assai più modesta. Quella stessa sera il piccolo raccontò l’accaduto a sua madre la quale, in maniera molto premurosa, raccomandò al figlioletto di non avvicinarsi mai più alla casa di quell’uomo considerato da tutti molto pericoloso.
    Il bambino però non diede ascolto alle parole della madre e il giorno seguente si ripresentò davanti la casa del burbero Franz tentando di nuovo di avvicinarlo e scambiare quanto meno qualche parola con lui. Questa volta il comportamento di Franz fu totalmente diverso. L’uomo, malgrado il suo carattere, comprese che il bambino non aveva nessuna cattiva intenzione e i due cominciarono a chiacchierare piacevolmente.
    - “Chi sei bambino?” chiese Franz con tono sorpreso. 
    - “Mi chiamo Antonio, sono italiano e vivo qui con i miei genitori”.
    Antonio non era affatto a conoscenza del passato di Franz e cominciò a vederlo con una certa adorazione, quasi come se quell’uomo fosse davvero suo nonno.
    L’anziano e il bambino intrapresero un percorso di vita che si presentava lunghissimo ma che li avrebbe portati ad instaurare una grande amicizia e a rispettarsi reciprocamente.
    Il piccolo Antonio, col passare del tempo, vedeva il vecchio Franz come il suo vero nonno senza poter immaginare che, colui che lo aveva accolto così amorevolmente in casa sua, era il responsabile di numerosissimi crimini di guerra. 
    Il tempo trascorreva e Franz si affezionava sempre di più a quella dolce creatura anche se in un primo momento aveva rifiutato di vedere il suo sorriso e di percepire la sua gioia; proprio per questo decise che non era il caso di rivelargli che proprio lui era stato ad ordinare la barbara uccisione di suo nonno. Franz e Antonio erano ormai legati da enorme affetto e il bambino non riusciva più a staccarsi da quell’anziano uomo che considerava ormai la persona più buona del mondo.
    Tutte le mattine Antonio si recava a casa di Franz e guardava attentamente come il vecchio mungeva il latte dalle sue mucche e come quello stesso latte, diventava del buonissimo formaggio. Ogni giorno il bambino riempiva sempre più la vita dell’ottantenne Franz e l’uomo era solito regalargli un pezzo del suo formaggio e talvolta anche dell’ottima frutta di stagione prodotta dai suoi meravigliosi alberi. Molto spesso Franz ed il piccolo Antonio amavano fare delle lunghe passeggiate per le minuscole strade che caratterizzavano quel grazioso paesino della campagna canadese e ogni volta l’anziano uomo raccontava al bambino qualche aneddoto legato a quel piccolo angolo di mondo in cui l’ex capo delle S.S. aveva deciso di stabilirsi dopo la fine della guerra.
    Erano ormai trascorsi due anni dal primo incontro tra Franz ed Antonio e mentre sul corpo del primo, i segni dell’età erano sempre più evidenti, il piccolo Antonio si apprestava a diventare un ragazzo; nel corso di questi anni Antonio aveva sviluppato una forte personalità e una gran saggezza che persino un uomo anziano come Franz ne rimase sorpreso. Il rapporto fra i due era ormai da tempo consolidato e malgrado il vecchio fosse considerato da tutti ancora come un uomo cattivo per Antonio era diventato davvero quel nonno che non aveva mai conosciuto.
    Un brutto giorno però il destino si intromise tra loro tentando di separarli per sempre e annullando quanto di buono avevano costruito durante quei due anni. Franz infatti venne arrestato e, dopo un lungo interrogatorio venne condotto nel carcere di un paese vicino in attesa di essere processato. Il piccolo Antonio, ignaro di quanto accaduto, anche quella mattina si recò presso la tenuta di Franz ma, con sua grande sorpresa non trovò anima viva; una signora che abitava lì vicino lo informò dell’arresto del vecchio e che avrebbe potuto trovarlo nel vicino carcere. A questa notizia Antonio scoppiò in un pianto dirotto; non riusciva infatti a capire di quale crimine fosse accusato quell’uomo che era stato tanto buono con lui.
    Il giorno seguente Antonio si recò a trovare Franz nella sua cella; il vecchio agli occhi di Antonio era irriconoscibile ma, dopo l’iniziale sgomento, il bambino gli chiese:
    - “Cosa hai fatto di tanto grave per essere rinchiuso in questa orribile cella?”
    - “Ragazzo mio” rispose commosso Franz, “durante la guerra ho commesso dei crimini orrendi, io facevo parte delle S.S. e ho fatto uccidere migliaia di persone  e per questo merito di essere qui”.
    Le parole dell’anziano Franz lasciarono perplesso il piccolo Antonio che rimase senza parlare per un po’ di tempo. Nonostante questa triste rivelazione, il fanciullo decise di rimanere ugualmente accanto a Franz perché in fondo gli era riconoscente per ciò che aveva fatto per lui.
    Un giorno però Antonio trovò Franz nell’infermeria del carcere disteso su un lettino; il vecchio era stato colto da un infarto e stavolta sembrava davvero che per lui non ci fosse più nulla da fare. In punto di morte Franz trovò il fiato per fare un’ultima ma molto significativa confessione:
    -“Ragazzo mio, durante il periodo della guerra sono stato io a portarti  via tuo nonno ed è solo colpa mia se non hai mai potuto conoscerlo; se adesso mi odi non ti biasimo”.
    - “Odiarti? Io posso solo perdonarti nonno Franz” replicò Antonio “tu mi hai accolto presso di te e mi hai reso felice; io sono orgoglioso di te”.
    - “Mi hai chiamato nonno”, rispose affaticato Franz “non avevo mai provato la gioia di essere chiamato così; ti ringrazio e ora posso davvero riposare in pace”.
    Poco dopo il vecchio chinò il capo e chiuse per sempre i suoi stanchi occhi; Antonio scoppiò in lacrime ma sapeva che da quel giorno in poi ci sarebbe stato il suo amato nonno Franz che da lassù avrebbe vegliato sulla sua giovane vita.

  • 09 aprile alle ore 12:50
    Una mamma molto speciale

    Come comincia: Si sentiva sola Monica in quel minuscolo appartamento situato al quarto piano di un enorme palazzo nella periferia a nord di Napoli. A farle compagnia era solo qualche sbiadito ricordo dei suoi genitori prematuramente scomparsi in un tragico incidente stradale e qualche amica che sporadicamente si recava a farle compagnia. Monica aveva soltanto 25 anni ma era già vecchia nel cuore; i problemi che aveva dovuto affrontare nel suo recente passato sembravano davvero insormontabili per la sua giovanissima età. Se ne stava lì seduta sul suo modesto divano stringendo fra le mani l’orsetto di peluche  che sua madre le aveva regalato da bambina: l’unico vero ricordo che aveva dei genitori.
    Fin da ragazzina aveva più volte espresso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia ma purtroppo anche l’amore le aveva sinora riservato delle amarissime sorprese. Spesso infatti si confidava con le amiche dicendo loro di non credere più nel vero amore e ogni giorno che passava se ne convinceva sempre di più.
    La ragazza, per potersi guadagnare da vivere, lavorava come commessa presso un negozio di abbigliamento ma nonostante questa professione le permettesse di vivere in maniera abbastanza dignitosa, nel cuore della giovane Monica persisteva quel senso di smarrimento e di insoddisfazione che aveva contraddistinto la sua persona fin dalla scomparsa dei suoi amati genitori. Sembrava quasi che avesse paura di tutto e di tutti infatti, ogni volta che qualcuno provava a fare amicizia con lei, Monica si comportava sempre in maniera distaccata e fredda come se volesse allontanare chi invece voleva starle accanto. Anna, la sua migliore amica, era disperata nel vedere Monica sempre più triste e chiusa in sé stessa e frequentemente cercava di coinvolgerla nelle sue iniziative. Al contrario di Monica, Anna era una ragazza molto solare e amava tanto divertirsi in compagnia dei suoi coetanei; erano frequenti le feste da lei organizzate a casa di amici che duravano fino a notte inoltrata con tanto di musica ad alto volume e che si concludevano sempre allo stesso modo: tutti infatti divoravano gustosi cornetti caldi alla marmellata.
    Dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, Anna riuscì finalmente a coinvolgere Monica in una delle sue trovate. Una sera infatti Monica si unì alla comitiva di Anna e andarono tutti in un noto discopub napoletano dove a farla da padroni incontrastati erano il divertimento e la spensieratezza. Anche se inizialmente provò un po’ di comprensibile imbarazzo, Monica iniziò man mano a fare conoscenza con tutti i membri della comitiva parlando di sé e della sua vita fino a quel momento non proprio felice. Tutti sembravano ascoltare con attenzione le parole di Monica e dai loro volti era facile intuire che erano tutti disposti ad aiutare la ragazza a superare quel difficile momento.
    Proprio all’interno di quella comitiva, Monica fece amicizia con Giovanni, un ragazzo con una solida posizione sociale e dal carattere a prima vista molto socievole. Quella conoscenza sembrava destinata a stravolgere l’esistenza della dolce Monica; per la prima volta dopo molto tempo la giovane riusciva nuovamente a provare emozioni forti. Il suo cuore aveva finalmente ripreso a battere per un uomo. Giovanni infatti si dimostrò fin da subito un vero gentiluomo e più tempo trascorrevano insieme più i due ragazzi si convincevano di essere fatti l’uno per l’altra. Il giovane corteggiava Monica in maniera spietata; quasi ogni giorno amava regalarle una rosa rossa ed era solito riempirla di quelle semplici e piccole attenzioni che a una ragazza come Monica non potevano fare altro che piacere. Era trascorso pochissimo tempo da quando Monica e Giovanni si erano conosciuti eppure  quella solitudine e quel senso di smarrimento che per anni avevano caratterizzato la giovane vita di quella dolce fanciulla, sembravano un ricordo ormai lontano anni luce. Il tempo trascorreva e con esso cresceva l’amore tra Monica e Giovanni che si preparavano a vivere la loro vita da coniugi felici.
    Arrivò finalmente l’attesissimo giorno delle nozze ed entrambi i ragazzi non stavano più nella pelle per l’emozione. Il banchetto nuziale si svolse in una sontuosissima villa settecentesca proprio come la dolce Monica aveva sempre sognato.
    Monica era davvero felice, la vita matrimoniale procedeva a gonfie vele ma una nuova tegola era pronta ad abbattersi sulla felicità della ragazza. Un giorno infatti Monica cominciò a sentire delle strane nausee e dopo una approfondita visita medica scoprì di essere in dolce attesa. Presa dall’euforia immediatamente corse a casa per comunicare la bellissima notizia a suo marito Giovanni che però non si mostrò felice quanto lei.
    - “Un figlio?” esclamò ad alta voce Giovanni – “Ma sei matta? Non ho alcuna intenzione di crescere un bambino, sono ancora troppo giovane e non voglio assolutamente sentire i suoi continui pianti notturni”.
    A queste durissime parole di Giovanni, Monica non rispose ma si vedeva che il gelo era piombato nel suo cuore. Per un attimo provò la sensazione di essere tornata alla solitudine che aveva contraddistinto la sua adolescenza. Stentava a credere al fatto che colui il quale era riuscito a renderla la donna più felice del mondo le avesse voltato le spalle in quel modo.
    Da quel brutto giorno le lacrime di Monica non si contavano più; non faceva altro che piangere tutto il giorno e, come se non bastasse, si rifiutava di toccare cibo e man mano che il tempo passava appariva sempre più deperita e il suo stato non poteva altro che far male al nascituro; ormai era di nuovo sola e per di più con un bimbo in arrivo. Spesso cercava di rintracciare Giovanni chiamandolo ripetutamente sul cellulare per cercare di convincerlo a ritornare sui suoi passi ma i suoi tentativi si dimostrarono ben presto vani. 
    Con il passare dei mesi il pancione di Monica cresceva ma la tristezza non l’aveva ancora abbandonata fin quando una notte, una delle poche in cui la ragazza era riuscita ad addormentarsi, fece un bellissimo sogno. Monica sognò infatti sua madre ormai da tempo defunta.
    - “Figlia mia” disse la donna stringendo le mani di Monica “il bimbo che porti in grembo è un dono che il Signore ha voluto farti e non sarai sola a tirarlo su. Papà ed io ti aiuteremo da quassù a prenderti cura di lui”. 
    Queste parole rappresentarono una scossa per la giovane donna la quale l’indomani si svegliò di umore decisamente diverso. Raccontò l’accaduto anche alla sua migliore amica che la incoraggiò a intraprendere questo nuovo ruolo: la mamma. Anche gli amici di Anna, che Monica aveva conosciuto durante quella festa, invitarono Monica a scrollarsi di dosso il passato e di godersi questo momento magico.
    Arrivò finalmente il fatidico giorno del parto; Monica venne accompagnata in ospedale da una vicina di casa e dalla sua migliore amica Anna e, dopo un  po’ di iniziale fatica, venne alla luce quel dono che quella giovane e tenera ragazza aveva sempre sperato di ricevere. Era una femminuccia ed aveva i suoi stessi occhi. Da quel giorno, nell’abitazione di  Monica, si registrava un continuo via vai di amici che si apprestavano a rendere omaggio alla piccola appena nata e fu proprio in questo periodo che Monica si rese conto di essere una mamma davvero speciale perché capì di poter allevare quella dolce creatura con il solo aiuto spirituale di sua madre e quello materiale dei suoi amici dimenticando per sempre la tristezza provocatale dall’uomo che tanto aveva amato ma che l’aveva lasciata sola nel momento in cui avrebbe maggiormente avuto bisogno di lui.

  • 09 aprile alle ore 12:43
    Un giorno meraviglioso

    Come comincia: Era quasi arrivata la primavera, sulle piante di quel paesino situato sulle prime pendici delle Alpi facevano capolino i primi fiori quando Paola si accingeva a preparasi a quello che sarebbe stato il giorno più bello della sua vita. Era una ragazza dolce e molto sensibile e amava a tal punto il suo Alessandro che si diceva pronta a commettere per lui qualsiasi tipo di follia e, da ormai molto tempo, progettava un matrimonio fuori dai canoni abituali. La sensibilità di Paola si notava soprattutto dai piccoli ma significativi gesti che quotidianamente amava compiere. La ragazza infatti era spesso occupata in attività di volontariato perché aveva sempre avuto un occhio di riguardo verso chi, diversamente da lei, soffriva e aveva bisogno d’aiuto. Aveva molti sogni da realizzare questa giovane donna; infatti, dopo essersi brillantemente laureata in giurisprudenza, sognava di diventare un affermato avvocato ed essere continuamente dalla parte di coloro che sono nel giusto.
    In casa della dolce Paola, durante il periodo che precedeva le nozze, erano tutti in costante fibrillazione a causa dei preparativi; la giovane era solita farsi aiutare dai suoi genitori i quali le erano sempre vicini quando si trattava di prendere una decisione importante ma soprattutto in quei piccoli momenti di difficoltà che tutte le ragazze della sua età normalmente si trovano qualche volta ad affrontare. In quella casa, dove tutto aveva un dolce profumo di fiori d’arancio, regnavano sentimenti fortemente in contrasto tra loro. Se da un lato c’era la felicità per quel giorno da sempre atteso da Paola, dall’altro la ragazza si interrogava continuamente circa le sue capacità di essere una buona moglie per il suo Alessandro ma soprattutto una buona madre per i suoi futuri bambini. Paola aveva soltanto ventisei anni e l’idea di essere moglie e madre la entusiasmava ma, allo stesso tempo la spaventava anche un po’.
    Altrettanto contrastanti erano i sentimenti che si leggevano negli occhi dei suoi genitori soprattutto in quelli di suo padre; da un lato la felicità per il matrimonio della sua primogenita dall’altro la consapevolezza che di lì a poco avrebbe dovuto distaccarsi da quella figlia per la quale nutriva un’adorazione senza limiti.
    Nella famiglia di Paola, da sempre molto unita, Alessandro era stato accolto in maniera a dir poco splendida; i genitori della ragazza avevano immediatamente compreso quanto il giovane fosse importante per la loro figlia e, praticamente da subito, avevano cominciato a trattarlo come se fosse anch’egli loro figlio.
    Alessandro, terminata la specializzazione in odontoiatria, era avviato verso una più che promettente carriera di dentista e sperava di affermarsi almeno quanto suo padre che già da molti anni svolgeva con successo questa professione. I sentimenti di Alessandro nei confronti di Paola erano altrettanto intensi ed anche il giovane, come la sua ragazza, si diceva pronto ad affrontare qualsiasi situazione anche la più complicata pur di rendere felice l’amata Paola.
    Nonostante fosse più grande di Paola di qualche anno, anche Alessandro trascorreva gran parte del suo tempo ad interrogarsi circa la buon riuscita del matrimonio e sulle sue capacità di essere un buon marito e un buon padre anche se spesso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia prevaleva sui dubbi del giovane.
    Intanto i mesi trascorrevano inesorabili e la data delle nozze si faceva sempre più vicina e Paola e sua madre erano sempre più indaffarate nei preparativi; c’erano ancora tantissime cose da decidere: le bomboniere da dare a parenti e amici, l’organizzazione del ricevimento nuziale e la chiesa. Paola desiderava una cerimonia religiosa da sogno come, altrettanto da sogno, doveva essere tutta quella giornata che doveva rappresentare una svolta decisiva per la vita di questa giovane donna. Paola diceva sempre che ci si sposa una sola volta nella vita e voleva quindi che tutto andasse liscio secondo i suoi piani. Anche in casa di Alessandro ci si preparava con grande fervore a questo evento; il giovane era impegnato a scegliere il vestito da indossare il giorno delle nozze ma la scelta si presentava molto difficile poiché il ragazzo aveva gusti molto sofisticati per quanto riguarda l’abbigliamento.
    Purtroppo, un brutto giorno, una cattiva notizia finì per offuscare la felicità di questa giovane ed innamoratissima coppia. Già da un po’ di tempo Paola soffriva di forti dolori allo stomaco e dopo aver sottovalutato a lungo il problema, la giovane decise di recarsi da uno specialista che dopo averla sottoposta ad esami più approfonditi le diagnosticò un cancro. Questa triste rivelazione gettò nello sconforto più profondo Paola e la sua famiglia poiché non avevano la più pallida idea di come si potesse sconfiggere quel bruttissimo male. In un primo momento la ragazza decise di non dire nulla al suo promesso sposo per evitargli stress e preoccupazioni; la coppia s’incontrava tutti i giorni e Paola non faceva trapelare nulla della sua malattia mostrandosi continuamente con il sorriso sulle labbra.
    Intanto i genitori della giovane erano sempre più disperati per le sorti della loro figliola anche perché non si riusciva a trovare una cura adeguata a sconfiggere in maniera definitiva la malattia dato che i metodi tradizionali non erano riusciti nell’intento.
    Una sera, mentre le due famiglie al completo si trovavano a casa dello sposo per definire alcuni dettagli del matrimonio, Paola svenne improvvisamente; poco dopo il ricovero nel vicino ospedale ricevette la visita del suo promesso sposo e decise quindi di rivelargli tutto.
    - “Amore mio” sussurrò Paola con voce rotta dal pianto, “mi è stato diagnosticato un bruttissimo male e credo che non potremo mai più coronare il nostro sogno”. Alessandro, con voce altrettanto singhiozzante le rispose:
    - “Ma che dici mio dolce tesoro, presto guarirai, ci sposeremo e andrà tutto come avevamo progettato. La nostra vita insieme ci aspetta e non possiamo assolutamente mancare”. A queste parole di Alessandro, Paola scoppiò in lacrime perché il desiderio del suo sposo era anche il suo desiderio e voleva realizzarlo a tutti i costi.
    Con il trascorrere del tempo il viso di Paola diventava ogni giorno più pallido e più spento affievolendo sempre di più le residue speranze di una guarigione completa della ragazza.
    Dopo molti tentativi falliti, fortunatamente per Paola si aprì un piccolo spiraglio; il padre di Alessandro, affermato dentista, la indirizzò presso un famosissimo oncologo italiano che operava in un importante ospedale di Parigi. Lì Paola sarebbe stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico che avrebbe dovuto restituirle la vita. Fu così che la ragazza decise di partire ed affrontare quella difficile operazione; insieme a lei c’era anche l’amato Alessandro che in questi momenti così critici non l’aveva mai abbandonata. Il giorno dell’operazione era arrivato e mentre Paola si trovava in sala operatoria, i membri della sua famiglia e quelli della famiglia di Alessandro attendevano con trepidazione l’esito dell’intervento. Fu una totale esplosione di gioia, quando uno dei medici dell’équipe uscì dalla sala operatoria e comunicò alle due famiglie che l’intervento era perfettamente riuscito e che la ragazza era fuori pericolo.
    Dopo un lungo periodo di convalescenza la ragazza tornò a casa con il cuore colmo di gioia; ormai aveva sconfitto il suo male e poteva così coronare il suo sogno d’amore con il fidanzato Alessandro. Questa brutta esperienza aveva di certo aiutato Paola a crescere e a capire ancora di più quanto fosse importante avere accanto una persona come Alessandro ma soprattutto una vera famiglia.
    Arrivò il tanto atteso giorno delle nozze; i due ragazzi decisero che la cornice del loro matrimonio doveva essere Parigi: la città che aveva fatto rinascere Paola. Fu così che la tragica esperienza di Paola ebbe il suo epilogo con un giorno davvero meraviglioso, un giorno che avviava Paola ed Alessandro verso una nuova vita da sposi e futuri genitori felici.

  • 08 aprile alle ore 15:12
    Un angelo chiamato Rashida

    Come comincia: Il suo sorriso sembrava quello di una bimba felice, ma dentro di sé aveva la tristezza di chi ha perso tutto. I suoi occhi verdi rapivano chiunque li guardasse, ma il suo sguardo triste non smetteva mai di chiedere affetto.
    Si chiamava Rashida, una dolce creatura di appena otto anni che viveva in un modesto villaggio situato nella periferia di Nairobi. Dei suoi genitori naturali non conservava altro che qualche sbiadito ricordo; essi, infatti, avevano perso la vita durante una guerriglia fra tribù quando lei era poco più che una neonata.  Benché trascorresse le sue giornate in compagnia degli altri bambini del villaggio, sul suo volto si leggeva l’insoddisfazione di chi doveva lottare contro il mondo per avere scampoli di felicità
    Viveva con l’anziano nonno in una modesta abitazione dove le moderne comodità rappresentavano un sogno irrealizzabile. Il nonno, un uomo dal carattere burbero, l’aveva presa con sé dopo la morte dei genitori, ma la vita di Rashida con lui non era per nulla tranquilla.  Ogni giorno infatti, la piccola era costretta a subire le sue cotinue vessazioni e le sue continue percosse che lasciavano segni indelebili nel suo cuore oltre che sul suo corpo. I suoi pianti facevano ormai parte della normalità prevalendo sui sorrisi: sempre più sporadici. “Ti prego nonnino non picchiarmi di nuovo” era la frase che la piccola Rashida urlava al nonno quando questi era in procinto di mettere le mani sul suo giovane corpicino.
    In quel piccolo villaggio del Kenya, almeno una volta l’anno era solito arrivare un gruppo di giovani volontari italiani tra cui spiccava Carla: una donna dolcissima di Napoli che conservava dentro di sé una gran voglia di aiutare il prossimo. Anche lei come Rashida aveva avuto un’infanzia travagliata ma col tempo era riuscita ad ottenere tutto ciò che voleva: un lavoro redditizio, un compagno di vita meraviglioso e dei figli stupendi che l’adoravano. Carla e la piccola Rashida iniziarono a conoscersi e ben presto tra loro nacque un rapporto di tenera amicizia; trascorrevano molto tempo insieme e la bambina sembrava rinascere. Grazie a Carla, Rashida aveva imparato le prime parole in lingua italiana e a contare fino a dieci. La piccola sembrava divertirsi molto dimenticando le angherie quotidiane di suo nonno. Ogni giorno era pieno di sorprese, ogni volta un nuovo gioco e per Rashida, le giornate in compagnia di Carla sembravano davvero interminabili.
    I mesi trascorrevano e il rapporto tra la piccola Rashida e la volontaria italiana Carla si rafforzavano sempre di più. Dormivano in camere separate ma Carla non disdegnava di mettere personalmente a letto Rashida e di rimboccarle le coperte. Il tempo le rese sempre più come una vera madre e una vera figlia. Molto spesso Carla raccontava alla piccola storie di maghi e supereroi che Rashida ascoltava con molta attenzione. Ogni giorno inventavano sempre nuovo giochi e per Rashida sembrava tutto un sogno; le vessazioni e le percosse subite dall’anziano nonno le sembravano lontane anni luce.
    Arrivò però un triste giorno per entrambe. La permanenza di Carla in Kenya non poteva durare per sempre e giunse così per Carla e la piccola Rashida, il momento della separazione. Quella mattina Carla si era alzata molto presto per sistemare  le ultime cose in valigia, aprì piano la porta della camera di Rashida e la vide che dormiva raggomitolata nel suo lettino. Voleva avvicinarla per darle un bacio sulla guancia ma aveva paura di svegliarla quindi uscì, con gli occhi gonfi di lacrime, richiudendo piano la porta. Carla non aveva ancora trovato il modo per dare alla piccola la notizia della sua imminente partenza e solo il pensiero la faceva star male.
    Poco dopo Rashida si svegliò, andò da Carla e come ogni mattina le tese le braccia al collo ma quell’abbraccio aveva un sapore diverso: quello dell’addio.
    “Ascolta piccolina” disse Carla con voce rotta dal pianto “io oggi putroppo devo partire, devo ritornare in italia. Ho i mei due bimbi che mi aspettano e non posso far mancare loro il mio affetto per troppo tempo. Rashida non capiva ancora benissimo l’Italiano ma comprese che doveva allontanarsi da colei che per mesi era stata come una vera mamma; scoppiò quindi in un pianto dirotto.
    “Perché te ne vai, non voglio che mi lasci” singhiozzava la piccola in un italiano ancora stentanto “ ti voglio troppo bene per lasciarti andare via”.
    Carla era spiazzata dalle parole della piccola, aveva il desiderio di portarla con sé in Italia ma le autorità Keniote glielo impedivano.
    Dicevano che la bambina doveva restare in Kenya con suo nonno, era quella la sua famiglia.
    Carla era disperata, voleva a tutti i costi Rashida con sé e il pensiero di non rivederla le provocava un’enorme stretta al cuore. Carla rientrò in Italia e l’abbraccio dei suoi due bambini le fecero dimenticare, almeno per un po’, il dolce volto bisognoso d’affetto di Rashida ma il suo pensiero volava costantemente in Kenya. La piccola Rashida scriveva a Carla tutti i giorni che tra le lacrime leggeva le sue lettere; dentro di sé sperava sempre di portare in Italia Rashida e di adottarla legalmente. La felicità per Carla non tardò ad arrivare; un giorno infatti ricevette una lunga lettera dall’ambasciata italiana in Kenya in cui si diceva che il nonno di Rashida era venuto a mancare e la bimba aveva bisogno di una vera famiglia. Queste parole provocarono un sussulto di gioia nel cuore di Carla che diede subito la bella notizia ai suoi due figlioletti. I piccoli erano felicissimi della nuova sorellina africana e dopo qualche giorno, Carla, con famiglia a seguito partì di nuovo per il Kenya. All’arrivo in aeroporto trovò l’ambasciatore italiano con la piccola che non esitò ad abbracciare forte Carla non appena la vide. “Piccola” le disse Carla, “domani ripartiremo per l’Italia e resterai con noi per sempre. Sono io la tua mamma. Ecco, questi sono i tuoi due fratellini”. L’indomani ripartirono tutti per l’Italia insieme a quell’angelo chiamato Rashida che con il suo sorriso, aveva dato a quella famiglia, una nuova ventata di felicità.

  • Come comincia:
    Dal libro “Voci dal passato”, di Bianca Fasano (1994), la storia di Alessandrina Samonà, la bimba che visse due volte e divenne studiosa di fenomeni spiritici e medianici e autrice dei libri I misteri della psiche (Fiamma Serafica, Cappuccini, 1966) e Bagliori nelle tenebre (1979). [1]
     
    Resta comunque incombente sulla nostra esistenza "odierna", ossia sulla nostra "unica" personalità , il sospetto o la speranza, come dir si voglia, che questa possa essere il frutto di una serie breve o lunga di successive reincarnazioni. I casi di persone che asseriscono di essere loro stessi dei reincarnati o di riconoscere la caratteristica in altri individui non sono pochi e mi sembra interessante citarne alcuni. Ecco una storia vera,[2] apparsa in un articolo - lettera, sulla rivista "Filosofia della Scienza", Rivista Mensile di psicologia sperimentale, Spiritismo e scienze occulte - Direttore Avv. Dr. Innocenzo Calderone il 15 gennaio 1911. (Tip. Sicula Giannone, 1909-1914). La lettera inizia così:-
     
     "Palermo, Villa Ranchibile. - Carissimo Calderone, nonostante il carattere intimo dei fatti che precedettero la nascita delle mie due bambine, pure io nell'interesse  della scienza, non ho difficoltà alcuna a che siano resi di pubblica  ragione per mezzo della tua accreditata e pregevole rivista senza tacere i nomi di alcune persone che li seppero mano a mano che essi si venne ro svolgendo..."
     
    Effettuando qualche ricerca (anche perché incuriosita dal fatto che, avendo vinto un secondo premio a settembre 2011, per una mia poesia, sono stata proprio a Villa Ranchibile, al cui interno vi è un piccolo teatro in cui si è svolta la cerimonia di premiazione), ho potuto appurare che, a fine Ottocento, a seguito del matrimonio fra Don Carmelo Samonà[3] e la Principessa Adele Monroy di Pandolfina e di Formosa, la coppia visse a Villa Ranchibile, residenza di villeggiatura della poi ceduta dalla stessa Principessa Adele ai Salesiani, che vi fondarono l’Istituto Don Bosco, tuttora esistente. Dal matrimonio fra Don Carmelo e la Principessa Adele nacquero quattro figli maschi ma anche due figlie femmine, Maria Pace e Alessandrina Samonà: quest’ultima fu studiosa di fenomeni spiritici e medianici e autrice dei libri I misteri della psiche (Fiamma Serafica, Cappuccini, 1966) e Bagliori nelle tenebre (1979).
    La missiva, scritta alla rivista proprio dal medico palermitano Carmelo Samonà, è perfettamente confacente alla storia di famiglia da me ricostruita e racconta come, nel marzo del 1910, egli e la moglie vennero colpiti dal dramma di veder morire a causa di una meningite, la loro piccola Alessandra. 
    Tale dolore si fuse a speranza e inquietudine quando, tre giorni dopo, Alessandrina apparve in sogno alla madre assicurando:-
    "Non piangere, mamma! Ritornerò presto e anche con una sorellina."
     Il fatto non parve impossibile al medico, attento studioso delle scienze occulte, che vide finalmente il realizzarsi del messaggio, quando la moglie, incinta, mise al  mondo  due gemelline. Una delle due, sin dalla più tenera età, cominciò ad agire come la loro Alessandrina di cui portava anche il nome, (e viene da chiedersi in  che modo i genitori scelsero, tra le gemelle, colei che avrebbe dovuto portare il nome della sorellina scomparsa), inoltre, crescendo, sembrò assomigliare sempre di  più alla sorellina defunta, mentre non era affatto simile alla gemella, Maria Pace. Il padre, con l'ausilio di alcuni colleghi, l'osservò crescere con grande amore e interesse, scoprendole particolari fisici che aveva già riscontrato nella prima bambina, e inoltre un vero terrore per i mal  di  testa, unito all'abitudine di portare spesso la mano al capo, come aveva fatto Alessandrina prima di morire. La "seconda Alessandra" aveva inoltre memoria della sua prima esistenza, anche su fatti di cui neanche i genitori ricordavano più l'esatto svolgimento. Non stupisce che si sia, più tardi, dedicata allo studio dei fenomeni occulti.
    Come avrebbe giudicato un caso simile uno studioso di psichiatria  infantile? Come l'avrebbero inteso uomini come Freud e Jung? Forse avrebbero ipotizzato che, senza neanche rendersene conto, fossero stati gli stessi genitori a "spingere" la bimba verso la via di ricordi che non le appartenevano. Potremmo persino avanzare l'ipotesi che la madre, nello stesso momento del concepimento, avesse passato alla nuova bimba nozioni di un altro essere, ossia una sorta di "banca dati" preformata, carica di tensioni e sensazioni. Le supposizioni possono essere tante, ma per i genitori non apparve che una verità: 
    Alessandrina era ritornata, come promesso, da un'altra dimensione.
    Occorre precisare che esiste una lettera scritta dall’avv. Calderone su carta intestata de Filosofia della scienza. Rivista mensile di psicologia sperimentale, spiritismo e scienze occulte,di cui era all’epoca direttore, che accompagna un suo volume allo Psichiatra Sante de Sanctis[4], famoso tra l’altro per aver pubblicato nel 1929-1930, il suo fondamentale trattato dedicato alla Psicologia sperimentale, affinché potesse dargli un giudizio critico in merito. Questo a dimostrazione anche del fatto che, agli albori delle ricerche parapsicologiche, vi fosse un’intima e stretta correlazione tra lo studio della psicologia e quello della parapsicologia.

    [1] Voci dal passato. 1994. Rivisitato nel 2011/12 per la pubblicazione Web con la Keitai Bookstore. Per il libro scaricare dall’App Store l’Applicazione Keitai Bookstore (https://itunes.apple.com/it/app/keitai-bookstore/id436108714?mt=8) dove al suo interno si troveranno i libri di Bianca Fasano.
    [2] Bianca Fasano D’Aiuto. Voci dal passato, vol. IV. Pag. 69 e segg.Riemma Editore. Napoli.
    [3] (fra l’altro, autore del libro Psiche Misteriosa (Libreria Internazionale Alberto Reber, 1910), ripubblicato decenni dopo con il titolo I fenomeni spiritici (Reprint, 1988).
    [4] http://www.archiviodistoria.psicologia1.uniroma1.it/opere%20in%20pdf/MgP/SDS/Cicciola,%20E.(a%20cura)%20(2008),%20Fondo%20Sante%20De%20Sanctis%20Inventario..pdf

     

  • 07 aprile alle ore 13:34
    Un'estate troppo... arida

    Come comincia: I bagagli erano pronti, la meta da raggiungere sconosciuta. La fuga da una scomoda realtà iniziava e la speranza in un domani migliore appariva all’orizzonte. Sarei riuscito a viverla, avrei avuto il coraggio o la presunzione necessari a bagnarmi nella folla dei normodotati? Sapevo di pretendere troppo: avrei dovuto prima confrontarmi con la diversità.
     
    Ricordo l’azzurro intenso del mare di giugno che si riverberava sui pini, cresciuti ai bordi del sentiero che portava alla spiaggia. Il sole del mattino proiettava le nostre ombre allungate sull’inconsistente battigia, avvicinandole in un abbraccio privo di naturalezza, cancellato dalle onde, castigato dal vento. Eri consapevole di non amarmi, mentre il sale d’una lacrima ti bruciava le labbra, mescolandosi alla salsedine ed al sapore indefinito del fallimento dei sogni adolescenziali.
    Un dolce risveglio fu quello che rese la vita degna d’essere vissuta. Un sorriso triste, lacrime di fiele, imperversarono sulla maschera del mio volto, rendendolo irriconoscibile, unico, allucinato, insolente. Su quel volto gli occhi faticavano a dischiudersi, consapevoli che avrebbero incontrato il buio costante d’una notte perenne.
    La sensazione d’aver perduto qualcuno o qualcosa assumeva sfumature grottesche. Mi resi conto d’essere stato vittima d’impietose allucinazioni: la mente vagava nel passato, ritrovando brandelli d’una vita, immolata sull’altare della sconfitta, esaltata dalla perversa presunzione d’essere nel giusto. Nettare ed ambrosia, allora, furono rifiutati dagli Dei, mentre ad essi si sostituì il sapore discutibile della delusione. In quel mentre, la vera storia inventata venne risucchiata dall’incubo della realtà, lasciando poco spazio alle menzogne.
    Il sole era sorto solo da poche ore e già riuscivo ad avvertirne la forza. La vegetazione bruciava, impotente, vittima della siccità. Le acque ristagnavano nei loro alvei, attendendo una pioggia che tardava ad arrivare. Il pensiero correva al futuro, a quando l’afa avrebbe reso l’esistenza ancora più problematica, a quando tu, fingendo insofferenza per la calura estiva, mi avresti allontanato, voltandomi le spalle nude e la schiena abbronzata. Non sarei rimasto a sperare di guardarti negli occhi, né avrei aspettato il giungere della sera a rinfrescare l’aria. In quel momento avvertivo un buio opprimente nel profondo dell’anima .
    Il mare si riproponeva alla memoria, mentre rabbrividivo al gelo dei miei monti. Non riuscivo a dimenticare l’atmosfera coinvolgente ed irreale creata dal sole sui nostri cuori. Al loro battito le pulsioni nascoste vennero a riva travolgendoci. Il rifugio sicuro della banalità non sarebbestato violato, come non avrei potuto impedire al mio essere proiezioni sublimi verso la felicità.
    Con un ghigno perverso la vita sorrideva malignamente ai tiri mancini del destino. Intanto, la risacca degli affetti corrodeval’arenile degli errori, lasciando in gola l’amaro gusto del rimpianto. Nulla era finito. Tutto doveva ancora iniziare, suggerendo agli eventi un’effimera sequenza e alle lacrime il valore dell’inutilità.
     
    Trascorsi la notte a rincorrere le illusioni celate dalla luna, mentre sorgeva dal mare infuocato dal tramonto. Sentii qualcosa spegnersi dentro di me e pensai che sarebbe stato più dignitososparire nel buio d’un cielo stellato.
     
     

  • 06 aprile alle ore 21:47
    Lasciare andare

    Come comincia: Hai presente quella sensazione che ti pervade il corpo quando fai mille bracciate a mare e poi approdi alla riva, col fiatone?
    disse Zahira volteggiando le mani nell'aria per dipingere con i gesti il suo racconto davanti agli occhi del suo interlocutore. 
    Io mi sento così , proseguì . 
    Come se per tutta la vita avessi dovuto guerreggiare col mare, spingerlo via dalla mia gola per non annegare, andando a picco come un sasso talvolta, sbrinare il mio odore per non farmi ammazzare dai pescicani e poi galleggiare a pelo d'acqua per riposare un po'. Ma la riva era sempre lontana, il mare, il nemico era sempre lì a portare via parti di me ad ogni singola bracciata, ad ogni singola onda.
    Ora qualcosa in me è per sempre mutato. Sono sulla riva, stremata, ma altro ancora deve accadere.
    Qualcosa di me è andato via ed io non sento più il bisogno di guardarlo andare via. Niente più spalle da rimpiangere, niente desideri di onde più grandi da farmi male per ricordarmi di essere viva. 
    Prendo il mio corpo, come un fiore sgualcito, ripulisco i petali, mi sollevo .
    Ma altro ancora dovrà accadere.
    E sarà impercettibile, sarà una nuova vita a espandermi nell'universo.
    Sarà il mio primo volo da aquila e lascerò il corpo passato a quel mare mio nemico.

  • 05 aprile alle ore 21:59
    Viaggiare nell'Universo

    Come comincia: C’è sempre bisogno di Spazio per allargare la nostra mente, quando cominci il lungo viaggio per scoprire le meraviglie create da Dio, cerchi sempre di uscire fuori dai confini e di pensare all’Universo, cercando di capire dove finisce, e ti accorgi che non riesci mai a trovare l’orizzonte, rimanendo talmente affascinato da incominciare a pensare, che la meraviglia più grande creata da Dio si trova dentro la nostra testa, perché è riuscita a immaginare questo viaggio! Fabius Meneghella