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in archivio dal 04 set 2001

Alessandro Manzoni

07 marzo 1785, Milano
22 maggio 1873, Milano
Segni particolari: Verdi ha composto per me la "Messa da requiem", Garibaldi volle fortemente conoscermi.
Mi descrivo così: Con il mio romanzo ho dato molto al filone storico, ma soprattutto ho istituito la lingua nazionale.

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  • 27 maggio 2011 alle ore 17:58
    Marzo 1821

    Soffermati sull'arida sponda,
    Vòlti i guardi al varcato Ticino,
    Tutti assorti nel novo destino,
    Certi in cor dell'antica virtù,
    Han giurato: Non fia che quest'onda
    Scorra più tra due rive straniere;
    Non fia loco ove sorgan barriere
    Tra l'Italia e l'Italia, mai più!

    L'han giurato: altri forti a quel giuro
    Rispondean da fraterne contrade,
    Affilando nell'ombra le spade
    Che or levate scintillano al sol.
    Già le destre hanno stretto le destre;
    Già le sacre parole son porte:
    O compagni sul letto di morte,
    O fratelli su libero suol.

    Chi potrà della gemina Dora,
    Della Bormida al Tanaro sposa,
    Del Ticino e dell'Orba selvosa
    Scerner l'onde confuse nel Po;
    Chi stornargli del rapido Mella
    E dell'Oglio le miste correnti,
    Chi ritogliergli i mille torrenti
    Che la foce dell'Adda versò,

    Quello ancora una gente risorta
    Potrà scindere in volghi spregiati,
    E a ritroso degli anni e dei fati,
    Risospingerla ai prischi dolor:
    Una gente che libera tutta,
    O fia serva tra l'Alpe ed il mare;
    Una d'arme, di lingua, d'altare,
    Di memorie, di sangue e di cor.

    Con quel volto sfidato e dimesso,
    Con quel guardo atterrato ed incerto,
    Con che stassi un mendico sofferto
    Per mercede nel suolo stranier,
    Star doveva in sua terra il Lombardo;
    L'altrui voglia era legge per lui;
    Il suo fato, un segreto d'altrui;
    La sua parte, servire e tacer.

    O stranieri, nel proprio retaggio
    Torna Italia, e il suo suolo riprende;
    O stranieri, strappate le tende
    Da una terra che madre non v'è.
    Non vedete che tutta si scote,
    Dal Cenisio alla balza di Scilla?
    Non sentite che infida vacilla
    Sotto il peso de' barbari piè?

    O stranieri! sui vostri stendardi
    Sta l'obbrobrio d'un giuro tradito;
    Un giudizio da voi proferito
    V'accompagna all'iniqua tenzon;
    Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
    Dio rigetta la forza straniera;
    Ogni gente sia libera, e pera
    Della spada l'iniqua ragion.

    Se la terra ove oppressi gemeste
    Preme i corpi de' vostri oppressori,
    Se la faccia d'estranei signori
    Tanto amara vi parve in quei dì;
    Chi v'ha detto che sterile, eterno
    Saria il lutto dell'itale genti?
    Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
    Saria sordo quel Dio che v'udì?

    Sì, quel Dio che nell'onda vermiglia
    Chiuse il rio che inseguiva Israele,
    Quel che in pugno alla maschia Giaele
    Pose il maglio, ed il colpo guidò;
    Quel che è Padre di tutte le genti,
    Che non disse al Germano giammai:
    Va’, raccogli ove arato non hai;
    Spiega l'ugne; l'Italia ti do.

    Cara Italia! dovunque il dolente
    Grido uscì del tuo lungo servaggio;
    Dove ancor dell'umano lignaggio
    Ogni speme deserta non è;
    Dove già libertade è fiorita,
    Dove ancor nel segreto matura,
    Dove ha lacrime un'alta sventura,
    Non c'è cor che non batta per te.

    Quante volte sull'Alpe spiasti
    L'apparir d'un amico stendardo!
    Quante volte intendesti lo sguardo
    Ne' deserti del duplice mar!
    Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
    Stretti intorno a' tuoi santi colori,
    Forti, armati de' propri dolori,
    I tuoi figli son sorti a pugnar.

    Oggi, o forti, sui volti baleni
    Il furor delle menti segrete:
    Per l'Italia si pugna, vincete!
    Il suo fato sui brandi vi sta.
    O risorta per voi la vedremo
    Al convito de' popoli assisa,
    O più serva, più vil, più derisa
    Sotto l'orrida verga starà.

    Oh giornate del nostro riscatto!
    Oh dolente per sempre colui
    Che da lunge, dal labbro d'altrui,
    Come un uomo straniero, le udrà!
    Che a' suoi figli narrandole un giorno,
    Dovrà dir sospirando: io non c'era;
    Che la santa vittrice bandiera
    Salutata quel dì non avrà.

     
  • 29 marzo 2006
    Il Cinque Maggio

    Ei fu. Siccome immobile,
    dato il mortal sospiro,
    stette la spoglia immemore
    orba di tanto spiro,
    così percossa, attonita
    la terra al nunzio sta,
    muta pensando all'ultima
    ora dell'uom fatale;
    né sa quando una simile
    orma di pie' mortale
    la sua cruenta polvere
    a calpestar verrà.
    Lui folgorante in solio
    vide il mio genio e tacque;
    quando, con vece assidua,
    cadde, risorse e giacque,
    di mille voci al sònito
    mista la sua non ha:
    vergin di servo encomio
    e di codardo oltraggio,
    sorge or commosso al sùbito
    sparir di tanto raggio;
    e scioglie all'urna un cantico
    che forse non morrà.
    Dall'Alpi alle Piramidi,
    dal Manzanarre al Reno,
    di quel securo il fulmine
    tenea dietro al baleno;
    scoppiò da Scilla al Tanai,
    dall'uno all'altro mar.
    Fu vera gloria? Ai posteri
    l'ardua sentenza: nui
    chiniam la fronte al Massimo
    Fattor, che volle in lui
    del creator suo spirito
    più vasta orma stampar.
    La procellosa e trepida
    gioia d'un gran disegno,
    l'ansia d'un cor che indocile
    serve, pensando al regno;
    e il giunge, e tiene un premio
    ch'era follia sperar;
    tutto ei provò: la gloria
    maggior dopo il periglio,
    la fuga e la vittoria,
    la reggia e il tristo esiglio;
    due volte nella polvere,
    due volte sull'altar.
    Ei si nomò: due secoli,
    l'un contro l'altro armato,
    sommessi a lui si volsero,
    come aspettando il fato;
    ei fe' silenzio, ed arbitro
    s'assise in mezzo a lor.
    E sparve, e i dì nell'ozio
    chiuse in sì breve sponda,
    segno d'immensa invidia
    e di pietà profonda,
    d'inestinguibil odio
    e d'indomato amor.
    Come sul capo al naufrago
    l'onda s'avvolve e pesa,
    l'onda su cui del misero,
    alta pur dianzi e tesa,
    scorrea la vista a scernere
    prode remote invan;
    tal su quell'alma il cumulo
    delle memorie scese.
    Oh quante volte ai posteri
    narrar se stesso imprese,
    e sull'eterne pagine
    cadde la stanca man!
    Oh quante volte, al tacito
    morir d'un giorno inerte,
    chinati i rai fulminei,
    le braccia al sen conserte,
    stette, e dei dì che furono
    l'assalse il sovvenir!
    E ripensò le mobili
    tende, e i percossi valli,
    e il lampo de' manipoli,
    e l'onda dei cavalli,
    e il concitato imperio
    e il celere ubbidir.
    Ahi! forse a tanto strazio
    cadde lo spirto anelo,
    e disperò; ma valida
    venne una man dal cielo,
    e in più spirabil aere
    pietosa il trasportò;
    e l'avviò, pei floridi
    sentier della speranza,
    ai campi eterni, al premio
    che i desideri avanza,
    dov'è silenzio e tenebre
    la gloria che passò.
    Bella Immortal! benefica
    Fede ai trionfi avvezza!
    Scrivi ancor questo, allegrati;
    ché più superba altezza
    al disonor del Gòlgota
    giammai non si chinò.
    Tu dalle stanche ceneri
    sperdi ogni ria parola:
    il Dio che atterra e suscita,
    che affanna e che consola,
    sulla deserta coltrice
    accanto a lui posò.

     
  • 29 marzo 2006
    Il Natale

    Qual masso che dal vertice
    Di lunga erta montana,
    Abbandonato all'impeto
    Di rumorosa frana,
    Per lo scheggiato calle
    Precipitando a valle,
    Batte sul fondo e sta;
    Là dove cadde, immobile
    Giace in sua lenta mole;
    Né, per mutar di secoli,
    Fia che riveda il sole
    Della sua cima antica,
    Se una virtude amica
    In alto nol trarrà:
    Tal si giaceva il misero
    Figliol del fallo primo,
    Dal dì che un'ineffabile
    Ira promessa all'imo
    D'ogni malor gravollo,
    Donde il superbo collo
    Più non potea levar.
    Qual mai tra i nati all'odio
    Quale era mai persona
    Che al Santo inaccessibile
    Potesse dir: perdona?
    Far novo patto eterno?
    Al vincitore inferno
    La preda sua strappar?
    Ecco ci è nato un Pargolo,
    Ci fu largito un Figlio:
    Le avverse forze tremano
    Al mover del suo ciglio:
    All'uom la mano Ei porge,
    Che si ravviva, e sorge
    Oltre l'antico onor.
    Dalle magioni eteree
    Sporga una fonte, e scende
    E nel borron de' triboli
    Vivida si distende:
    Stillano mele i tronchi;
    Dove copriano i bronchi,
    Ivi germoglia il fior.
    O Figlio, o Tu cui genera
    L'Eterno, eterno seco;
    Qual ti può dir de' secoli:
    Tu cominciasti meco?
    Tu sei: del vasto empiro
    Non ti comprende il giro:
    La tua parola il fe'.
    E Tu degnasti assumere
    Questa creata argilla?
    Qual merto suo, qual grazia
    A tanto onor sortilla?
    Se in suo consiglio ascoso
    Vince il perdon, pietoso
    Immensamente Egli è.
    Oggi Egli è nato: ad Efrata,
    Vaticinato ostello,
    Ascese un'alma Vergine,
    La gloria d'Israello,
    Grave di tal portato:
    Da cui promise è nato,
    Donde era atteso uscì.
    La mira Madre in poveri.
    Panni il Figliol compose,
    E nell'umil presepio
    Soavemente il pose;
    E l'adorò: beata!
    Innanzi al Dio prostrata
    Che il puro sen le aprì.
    L'Angel del cielo, agli uomini
    Nunzio di tanta sorte,
    Non de' potenti volgesi
    Alle vegliate porte;
    Ma tra i pastor devoti,
    Al duro mondo ignoti,
    Subito in luce appar.
    E intorno a lui per l'ampia
    Notte calati a stuolo,
    Mille celesti strinsero
    Il fiammeggiante volo;
    E accesi in dolce zelo,
    Come si canta in cielo,
    A Dio gloria cantar.
    L'allegro inno seguirono,
    Tornando al firmamento:
    Tra le varcate nuvole
    Allontanossi, e lento
    Il suon sacrato ascese,
    Fin che più nulla intese
    La compagnia fedel.
    Senza indugiar, cercarono
    L'albergo poveretto
    Que' fortunati, e videro,
    Siccome a lor fu detto,
    Videro in panni avvolto,
    In un presepe accolto,
    Vagire il Re del Ciel.
    Dormi, o Fanciul; non piangere;
    Dormi, o Fanciul celeste:
    Sovra il tuo capo stridere
    Non osin le tempeste,
    Use sull'empia terra,
    Come cavalli in guerra,
    Correr davanti a Te.
    Dormi, o Celeste: i popoli
    Chi nato sia non sanno;
    Ma il dì verrà che nobile
    Retaggio tuo saranno;
    Che in quell'umil riposo,
    Che nella polve ascoso,
    Conosceranno il Re.

     
  • 29 marzo 2006
    Il Natale del 1833

    Sì che Tu sei terribile!
    Sì che in quei lini ascoso,
    In braccio a quella Vergine,
    Sovra quel sen pietoso,
    Come da sopra i turbini
    Regni, o Fanciul severo!
    E fato il tuo pensiero,
    È legge il tuo vagir.

    Vedi le nostre lagrime,
    Intendi i nostri gridi;
    Il voler nostro interroghi,
    E a tuo voler decidi.
    Mentre a stornar la folgore
    Trepido il prego ascende
    Sorda la folgor scende
    Dove tu vuoi ferir.

    Ma tu pur nasci a piangere,
    Ma da quel cor ferito
    Sorgerà pure un gemito,
    Un prego inesaudito:
    E questa tua fra gli uomini
    Unicamente amata,
    Nel guardo tuo beata,
    Ebra del tuo respir,

    Vezzi or ti fa; ti supplica
    Suo pargolo, suo Dio,
    Ti stringe al cor, che attonito
    Va ripetendo: è mio!
    Un dì con altro palpito,
    Un dì con altra fronte,
    Ti seguirà sul monte.
    E ti vedrà morir.

    Onnipotente…

     
  • 29 marzo 2006
    La pentecoste

    Madre de' Santi; immagine
    della città superna;
    del Sangue incorruttibile
    conservatrice eterna;
    tu che, da tanti secoli,
    soffri, combatti e preghi;
    che le tue tende spieghi
    dall'uno all'altro mar;

    campo di quei che sperano;
    Chiesa del Dio vivente;
    dov'eri mai? qual angolo
    ti raccogliea nascente,
    quando il tuo Re, dai perfidi
    tratto a morir sul colle,
    imporporò le zolle
    del suo sublime altar?

    E allor che dalle tenebre
    la diva spoglia uscita,
    mise il potente anelito
    della seconda vita;
    e quando, in man recandosi
    il prezzo del perdono,
    da questa polve al trono
    del Genitor salì;

    compagna del suo gemito,
    conscia de' suoi misteri,
    tu, della sua vittoria
    figlia immortal, dov'eri?
    in tuo terror sol vigile,
    sol nell'obblio secura,
    stavi in riposte mura,
    fino a quel sacro dì,

    quando su te lo Spirito
    rinnovator discese,
    e l'inconsunta fiaccola
    nella tua destra accese;
    quando, segnal de' popoli,
    ti collocò sul monte,
    e ne' tuoi labbri il fonte
    della parola aprì.

    Come la luce rapida
    piove di cosa in cosa,
    e i color vari suscita
    dovunque si riposa;
    tal risonò molteplice
    la voce dello Spiro:
    l'Arabo, il Parto, il Siro
    in suo sermon l'udì.

    Adorator degl'idoli,
    sparso per ogni lido,
    volgi lo sguardo a Sòlima1,
    odi quel santo grido:
    stanca del vile ossequio,
    la terra a Lui ritorni:
    e voi che aprite i giorni
    di più felice età,

    spose che desta il sùbito
    balzar del pondo ascoso2;
    voi già vicine a sciogliere
    il grembo doloroso;
    alla bugiarda prònuba3
    non sollevate il canto:
    cresce serbato al Santo
    quel che nel sen vi sta.

    Perché, baciando i pargoli,
    la schiava ancor sospira?
    e il sen che nutre i liberi
    invidïando mira?
    non sa che al regno i miseri
    seco il Signor solleva?
    che a tutti i figli d'Eva
    nel suo dolor pensò?

    Nova franchigia annunziano
    i cieli, e genti nove;
    nove conquiste, e gloria
    vinta in più belle prove;
    nova, ai terrori immobile
    e alle lusinghe infide,
    pace, che il mondo irride,
    ma che rapir non può.

    O Spirto! supplichevoli
    a' tuoi solenni altari;
    soli per selve inospite;
    vaghi in deserti mari;
    dall'Ande algenti4 al Libano5,
    d'Erina6 all'irta Haiti,
    sparsi per tutti i liti,
    uni per Te di cor,

    noi T'imploriam! Placabile
    Spirto discendi ancora,
    a' tuoi cultor propizio,
    propizio a chi T'ignora;
    scendi e ricrea; rianima
    i cor nel dubbio estinti;
    e sia divina ai vinti
    mercede il vincitor.

    Discendi Amor; negli animi
    l'ire superbe attuta:
    dona i pensier che il memore
    ultimo dì non muta:
    i doni tuoi benefica
    nutra la tua virtude;
    siccome il sol che schiude
    dal pigro germe il fior;

    che lento poi sull'umili
    erbe morrà non colto,
    né sorgerà coi fulgidi
    color del lembo sciolto,
    se fuso a lui nell'etere
    non tornerà quel mite
    lume, dator di vite,
    e infaticato altór,

    Noi T'imploriam! Ne' languidi
    pensier dell'infelice
    scendi piacevol alito,
    aura consolatrice:
    scendi bufera ai tumidi
    pensier del vïolento;
    vi spira uno sgomento
    che insegni la pietà.

    Per Te sollevi il povero
    al ciel, ch'è suo, le ciglia,
    volga i lamenti in giubilo,
    pensando a Cui somiglia:
    cui fu donato in copia,
    doni con volto amico,
    con quel tacer pudico,
    che accetto il don ti fa.

    Spira de' nostri bamboli
    nell'ineffabil riso;
    spargi la casta porpora
    alle donzelle in viso;
    manda alle ascose vergini
    le pure gioie ascose;
    consacra delle spose
    il verecondo amor.

    Tempra de' baldi giovani
    il confidente ingegno;
    reggi il viril proposito
    ad infallibil segno;
    adorna la canizie
    di liete voglie sante;
    brilla nel guardo errante
    di chi sperando muor.

     
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