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in archivio dal 13 gen 2010

Alessio Angelico

26 maggio 1985, Ragusa
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  • 12 marzo 2012 alle ore 14:57
    Dannate caramelle!

    Come comincia: Comincia sempre tutto per soldi. Sulle banconote non dovrebbero disegnarci i monumenti ma dovrebbero starci le avvertenze e i rischi che si possono avere maneggiandoli. Comincia sempre tutto per soldi. In principio si trattò di qualche centinaio di lire, perché il principio risale a quando ancora l’euro non c’era e io ero un ragazzino. In principio furono un paio di caramelle rubate troppo sbadatamente mentre accanto a me una signora assisteva al furto e mi bloccava la mano una volta infilata in tasca.
    Comincia sempre tutto per soldi e prosegue per qualche altro soldo in più.
    In seguito fu il borsellino di una compagna di classe: dieci mila lire e qualche schede telefonica che allora si faceva di tutto pur di collezionare.
    Comincia sempre tutto per soldi ma solitamente non inizia a causa tua. C’è sempre qualcuno al tuo fianco, che ti inizia. Nel mio caso si trattò del mio compagno di banco, un ragazzino sveglio e spigliato che il fatto suo lo sapeva da tempo.
    Come sempre le belle trovate vengono a qualcun altro, perché come la storia è iniziata si fa più pesante e i soldi in ballo cominciano a diventare cifre consistenti per dei ragazzini come noi.
    Qualcuno ebbe l’idea di rapinare le vecchiette. “É come rubare caramelle!” commentò, e lì capii che non sarebbe stato per nulla facile.
    Al primo scippo caddi a terra dal motorino venendo assalito dalla vecchietta. Dovetti fuggire a gambe levate per non finire nelle mani di un vigilante venutole in soccorso.
    Abbandonammo l’idea di rapinare le vecchiette e provammo ad entrare nei negozi. Il mio amico conosceva una bottega facile da ripulire. Non fu una brutta idea; era come fare la spesa a gratis, soltanto che l’appetito vien mangiando e il mio amico ebbe la voglia di rubare il distributore dei dolciumi. Ci ritrovammo così dentro una volante dei carabinieri mentre pensavo che le caramelle dovevano portarmi proprio sfiga.
    In seguito cambiarono i passeggeri ma non la storia. Ci furono i cerchioni delle auto, poi le ruote, l’autoradio, poi capimmo che era più semplice rubare direttamente l’intera auto anziché smontarla pian piano.
    Prosegue sempre tutto per soldi. Il borotalco spacciato per cocaina agli stupidi in discoteca, qualche rapina in villa e i carabinieri che ci arrestano nuovamente.
    Poi ad un tratto la storia volge al termine perché se comincia per soldi finisce sempre con una donna, troppo spesso la donna sbagliata.
    Si diventa adulti, ci si prende una cotta e si commettono delle cavolate che se ripenso alla storia delle caramelle sembra una sciocchezza in confronto.
    Così con una pistola puntata dall’altro lato del finestrino, una valigetta di denaro a pochi centimetri dalla mia mano e una donna, la donna di cui mi sono innamorato, a dieci minuti dal prossimo treno per fuggire via, credo sia arrivata la fine della mia storia.
    Nonostante sia difficile da credere il tassista che mi stava conducendo alla stazione ha provocato un incidente perché distratto dalla carta appiccicaticcia di una caramella. Così l’uomo a cui avevo rubato la valigetta si trova adesso dall’altra parte del finestrino puntandomi contro la pistola.
    Anche questa volta è tutta colpa di una caramella.

     
  • Come comincia: Ho un cancro. Che bello! Ho un cancro nell’acquario. Il mio cancro è giovane e forte. Il mio cancro sta bene nel mio acquario. Nel mio acquario oltre al mio amato cancro ho due pesci. Sono due pesci stupendi, si assomigliano parecchio, sono uguali. I miei pesci sono due pesci gemelli. Si! Ho due pesci stupendi e un meraviglioso cancro nel mio acquario. Vado fiero del mio acquario. È la cosa più preziosa della mia fattoria. Sono molto legato al mio acquario. Guardo il mio acquario… col mio meraviglioso cancro e i miei due bellissimi pesci gemelli, e mi sento bene! La mia fattoria si trova nel cuore di Roma, immersa nel centro storico…è l’ultimo pezzo “barbaro” in mezzo a millenni di civiltà, più o meno educata. Situata al centro di piazza Venezia la mia fattoria è meta di numerosi turisti che vengono ad ammirare quest’ultimo residuo barbaro del mondo occidentale. “No!” - dirette voi – “I turisti vengono per ammirare l’altare della Patria, i fori imperiali e fare acquisti in via del Corso”, questo è quello che direte… Io vi dico invece che di dicerie in giro se ne odono parecchie. I turisti vengono per ammirare la mia fattoria e i miei animali. Questa è la verità… che ci crediate o no. Mussolini si affacciava da quel balcone… quello là… per ammirare la mia fattoria. Gli piacevano un sacco i miei animali. Andava pazzo per il leone. Un tempo era forte, fiero e bello… oggi è un po’ vecchio e malandato. Sta sempre sdraiato all’ombra del pino. Gli anni passano anche per lui, poverino. Il mio caro vecchio leone… me lo ricordo fin da quando era un cucciolo… L’ho visto crescere… non vorrei però vederlo morire. Mi piangerebbe il cuore. Sono molto affezionato a lui. Da quando si è invecchiato, l’ariete gli pascola accanto con tranquillità. Gli bruca l’erba vicino ai suoi denti senza apprensione… i miei animali non hanno timore degli altri. Si amano a vicenda. Nella stalla ho anche un bellissimo toro. Non c’è molto da raccontare sul mio toro, sta sempre a farsi i fatti suoi, tranquillo. È l’animale, però, al quale voglio più bene… non so dirvi perché. È così è basta. I vostri sguardi non mi piacciono! Voi non mi credete. Voi pensate che io sia un pazzo che siede al centro di piazza Venezia, mentre i turisti e il traffico scorrono accanto. I vostri sguardi non mi piacciono! Sembra mi deridiate. Pensate che io sia un “fissato” con l’oroscopo, che sieda al centro di piazza Venezia di fronte l’altare della Patria. Io l’oroscopo c’è l’ho nella fattoria! Lì c’è il capricorno con il sagittario. Pascolano sempre affianco. Non si staccano mai l’uno dall’altro. In questa teca di vetro c’è, invece, il mio scorpioncino. Questa è la bilancia.
    - E la vergine? Dov’è la vergine? (chiede ridacchiando il pubblico in ascolto.)
    La vergine… come faccio a tenere una vergine…non sono mica un pazzo. Aspettate! Tu, bella turista tedesca, sei vergine? Eh? Questa non capisce una sola parola. Tu parli italiano? Tu? Tu parli italiano? Mi capisci quando parlo? Ahahah, qui sono tutti turisti stranieri. Non mi capisce nessuno.
    - Smettila con questa buffonata! (urla infastidito il pubblico.) Sei solo un pazzo che siede a piazza Venezia. Qui non c’è nessuna fattoria, qui un giorno costruiranno la metro!
    Già, presto distruggeranno anche la mia fattoria… L’ultimo pezzo “barbaro” del mondo occidentale. Spero solo che i miei animali sopravvivano al trauma… voglio bene ai miei animali.

     
  • Come comincia: C’era una volta un comunissimo ragazzo che, per mantenere il suo anonimato, chiamerò Alessio. Alessio viveva in un anonimo paese, una piccola cittadina dalla storia antica, di circa diecimila abitanti. Era un ragazzo tranquillo e riservato che si teneva lontano da ogni situazione che potesse sfociare in cattive acque. Aveva pochi amici, ma buoni, persone di cui fidarsi nel momento del bisogno e non solo. In una cittadina come quella in cui viveva le persone si conoscono un po’ tutte, ma Alessio non era un tipo popolare, non era uno di quei ragazzi che si mettono in mostra in chissà quale modo. A lui bastavano solo la sua famiglia e i suoi amici, niente di più, ed il paese viveva tranquillamente anche senza conoscerlo.
    La grande passione di Alessio era il cinema, amava il cinema. Da un paio d’anni sognava di diventare un grande regista. -Vorrei vincere l’Oscar e poi permettermi il lusso di mandare a fanculo l’intera Academy – diceva. Cioè uno come nessun’altro. Amava soprattutto il cinema drammatico, vuoi perché guardare persone che stavano messe peggio di lui lo faceva stare meglio con se stesso, vuoi perché la felicità narrata dai film è sempre stata così paradossale. I suoi film preferiti, non avrebbe mai potuto scegliere l’uno o l’altro, erano “L’Esorcista”, - Mi fa venire i brividi alla schiena – ripeteva ogni volta che ascoltava la colonna sonora del film; e “La sottile linea rossa”. Non ha mai spiegato il perché, ma gli piaceva.
    Ad Alessio piaceva molto, anche, il basket ma non si è mai cimentato in questo sport. Invece, per un periodo praticò atletica leggera. Qualcuno diceva fosse anche bravo ma quando arrivò il momento di diventare professionista Alessio decise di abbandonare. Qualcuno gli chiese il perché, ma non ha mai saputo rispondere neanche a questo. In effetti erano molte le domande a cui non sapeva rispondere. Comunque, quando aveva bisogno di rilassarsi, tornava nuovamente a indossare le scarpe da ginnastica e a correre un po’.
    Alessio si accontentava di piccole cose: stare spensieratamente con gli amici, magari con una birra in mano, tornare a casa e ritrovare la sua famiglia.
    Un giorno, a maggio, Alessio si alzò di buon ora e vide, sbirciando dalla sua finestra, che fuori c’era una bella giornata primaverile. Il cielo era sereno con un paio di nuvole ed un sole che cominciava a farsi sentire. Con il trascorrere delle ore la mattinata si fece ancor più bella, le pochi nubi che erano presenti sparirono all’orizzonte e il cielo acquistò un acceso color azzurro. Il sole divenne ancor più caldo, sembrava che fosse già arrivata l’estate.
    Alle diciotto in punto di quel giorno, non si sa per quale ragione, Alessio uscì da casa indossando dei pantaloncini neri, scarpe da ginnastica e maglietta bianca, pronto a correre. Si era da poco alzato un leggero venticello fresco, molto piacevole, che mitigava la calura del sole. Per Alessio correre era una liberazione, il miglior modo per scrollarsi di dosso tutti i malumori che la vita gli aveva riservato. Il tragitto che percorreva abitualmente ha un paesaggio mozzafiato, una strada sull’alto del monte che guarda tutta attorno a sé.
    Il vento, intanto, divenne più forte, il cielo si annuvolò fino a diventare coperto e grigiastro. Alessio non si preoccupò più di tanto, mancava poco, ormai, per finire il giro e tornare a casa. Proseguì, quindi, a correre ritornando a perdersi nei suoi pensieri. Lui era un sognatore.
    Ad un tratto gli squillò il telefonino. Alessio lo estrasse dalla tasca dei pantaloncini e rispose. Era un suo amico. I due si intrattennero qualche minuto a chiacchierare mentre Alessio continuava a correre a passo lento.
    Mentre continuava a parlare al telefono vide avvicinarsi una ragazza. Gli sembrava bellissima. Visse quei secondi lentamente. Pian piano i due si avvicinarono. Era bellissima. Si chiamava Roberta ma questo Alessio non lo sapeva. Lei era più piccola di qualche anno, aveva i capelli biondi, corti, gli occhi blu e un corpo dalle curve seducenti. Alessio ebbe un attimo di smarrimento, per un attimo gli si fermò il fiato mentre quella splendida ragazza gli passava accanto. Per un istante i loro sguardi si incrociarono. Ma durò poco, Roberta proseguì la sua corsa mentre Alessio, rimasto senza parole, si fermò un attimo a guardar fuggire quella bellissima giovane donna, mentre dall’altro capo del telefono il suo amico continuava a chiamarlo senza ricevere risposta.

     

    Fu un colpo di fulmine…

    Bizzarra la vita. Quella mattina, guardando il cielo nessuno avrebbe mai pensato che sarebbe mai potuto solo piovere.
    In effetti non cadde nemmeno una goccia di pioggia ma solo un colpo di fulmine. Un unico colpo di fulmine nel raggio di cento chilometri. Un unico fulmine che colpì lo sfortunatissimo Alessio.
    Ci fu un boato fortissimo. Roberta cadde a terra spaventata e frastornata. Per qualche secondo ogni abitante del paese si fermò ad ascoltare il boato di quel fulmine. Poi si guardarono tra di loro e si chiesero cosa fosse stato.
    Dopo qualche istante Roberta si rialzò, si voltò e vide del fumo alzarsi verso il cielo. Ancora impaurita si avvicinò con cautela alla fonte di fumo. Poi un urlo. Lo sentirono in tutto il paese, più forte del boato che il fulmine aveva causato. Nel paese si guardarono tra di loro e senza dire una parola si chiesero: - Ma che cazzo sta succedendo?
    Roberta scappò via, correndo più forte che poteva. Qualche minuto più tardi giunsero i soccorsi: arrivarono i pompieri, un'ambulanza e i carabinieri. Ma non c’era niente da fare, ormai di Alessio era rimasta solo una carcassa bruciata. Era uno spettacolo orrendo. Pian piano giunsero, anche, folle di curiosi che ebbero il dispiacere di assistere a quella macabra scena. Bastarono un paio di minuti perché la notizia di quella raccapricciante morte si spargesse in tutto il paese. Ma nessuno sapeva ancora chi fosse la vittima di quello sfortunato avvenimento. Dopo aver fatto il giro di tutto il paese, la notizia giunse infine ai genitori di Alessio. Ed allora si poté dare un nome a quello sfortunato ragazzo.
    Fu una scena insopportabile, per tutti. Non si poteva restare indifferenti di fronte al dolore dei genitori che piangevano il loro figlio. Il passaparola svelò silenziosamente il nome della vittima. Il nome di Alessio fu bisbigliato da una bocca all’altra. -Ma chi è questo Alessio? – si chiesero tutti. -Il figlio di… - rispondeva qualcuno, -Ah! – esclamavano allora.
    -Ma chi è questo Alessio? – continuavano a domandarsi.
    Finalmente i resti di Alessio furono raccolti e portati via. Sull’asfalto restò una macchia nera, di bruciatura. Fu a questo punto che una persona disse: -Era un ragazzo dolcissimo, non meritava di fare questa fine.
    E così che cominciò tutto.
    -Era altruista, aiutava sempre i bisognosi, non si tirava mai indietro. – oppure, -Era la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, mi mancherà tantissimo. – Ci fu addirittura chi disse: -Una volta mi salvò la vita, gliene sarò grato in eterno.
    Le ore passarono, giunse la notte, ma il paese non riusciva ad addormentarsi, nessuno avrebbe potuto dormire dopo un evento del genere, così la gente continuò a raccontarsi quanto esemplare fosse stato Alessio, quanto fosse simpatico, allegro, divertente, bello, intelligente, altruista, buono, generoso, coraggioso, umile. Mentre i suoi familiari e gli amici rimasero in silenzio chiusi nel loro dolore.
    Il giorno dopo sul luogo dell’incidente la gente cominciò a portare mazzi di fiori per esprimere il loro dolore. Piccoli mazzetti di fiori di campo. Poi ad un tratto arrivò qualcuno che pose un grosso bouquet di fiori dal diametro di un metro. -Io lo conoscevo bene, il mio dolore è più grande del vostro, e lo dimostro con questo gesto – disse la persona che portò quell’enorme cesto di fiori.
    La mattina seguente si svolsero i funerali a cui prese parte l’intera popolazione, non mancava nessuno, uomini, donne, bambini, anziani, invalidi, tutto il paese decise di fermarsi per quel giorno. Tutti i negozi rimasero chiusi per lutto, ogni attività fu sospesa per cordoglio verso la famiglia di Alessio. La chiesa non era grande abbastanza così all’esterno si formò un’immensa folla di gente che accolse il feretro con un interminabile applauso.
    La sera, verso le venti, un uomo, con la moglie i suoi due bimbi, uscì, candele in mano, iniziando una fiaccolata per ricordare Alessio. Camminando per le strade del paese si aggiunsero delle altre persone, poi degli altri ancora, e ancora. I genitori e gli amici di Alessio rimasero senza parole nel vedere l’intera popolazione che, candele in mano, si dirigeva verso il luogo dove Alessio si era spento. La folla rimase fino all’alba a pregare per quel povero ragazzo.
    La mattina, ancora stremati dal dolore per la morte di Alessio, nessuno aveva voglia di ritornare alla vita normale. Così il Sindaco dichiarò che quel giorno ci fosse lutto cittadino. In tal modo ognuno poteva rimanere ancora a piangere per Alessio.
    Un gruppo di persone decise di fondare un’associazione benefica in nome di Alessio, con lo scopo di aiutare tutti coloro che ne avessero bisogno. –Alessio era un ragazzo dal cuore d’oro. Dava una mano a chiunque gli chiedesse aiuto. Con questa associazione noi vogliamo ricordarlo per il suo altruismo, la sua virtù maggiore – disse il neopresidente ad un giornalista locale.
    Un ricco imprenditore locale decise invece di dedicare al povero Alessio un monumento commemorativo, che fu costruito sul luogo dove era ancora visibile la chiazza nera di bruciatura. I lavori furono celeri, l’opera fu realizzata in soli due mesi. Adesso dove cadde quel fulmine si erge una discutibile piramide di bronzo, alta venti metri ed una base di cinque metri per cinque, con una targa in cui è inciso “Per ricordare Alessio”.
    A questo punto il sindaco del paese sentì il dovere di indire immediatamente un lutto cittadino fino a nuovo ordine. Dopo di che iniziarono ad essere raccolte firme per cambiare il nome del paese in Alessiopoli. Quasi tutti firmarono quella richiesta, gli unici che non la firmarono furono i genitori e gli amici di Alessio.
    -L’intera cittadinanza si è mossa per offrire la giusta commemorazione ad Alessio, solo loro – disse uno indicando i genitori e gli amici di Alessio – non hanno reso il giusto ricordo. Io propongo di esiliarli dal paese. – avanzò poi.
    La proposta fu approvata dall’intera popolazione e qualche giorno più tardi i genitori e gli amici di Alessio furono allontanati a vita dalla cittadina.
    La portata del fenomeno acquistò sempre una maggiore grandezza. Giunsero i giornalisti e le televisioni. Furono scritti articoli da prima pagina, saggi, furono realizzati servizi televisivi…
    Poi, un giorno, molti anni dopo, quando ancora era in vigore il lutto cittadino, un piccola bambina di otto anni, dopo aver fatto una passeggiata in bicicletta ed aver letto la targa della piramide, chiese al suo papà: -Papà, chi è Alessio? – Ma il padre non seppe risponderle.

    Sono passati tanti anni da quella vicenda, e nessuno ha mai saputo chi fosse stato, veramente Alessio. Io lo conoscevo e devo dire che non c’era motivo di creare tutto questo trambusto per un coglione capace di farsi beccare dall’unico fulmine caduto nel raggio di cento chilometri.
    Eppure gli volevo bene.

     
  • 13 gennaio 2010
    Con i piedi tra le nuvole

    Come comincia:

    Alice è bella, Alice è bellissima. È una di quelle bellezze rare che più le guardi più capisci che sono meravigliose.
    I capelli neri lucenti le illuminano il viso dove due grossi occhi neri fanno bella vista anche grazie ad un astutissimo trucco leggero che applica sul volto. I denti sono di un bianco ammaliante, fanno da sfondo al rosso vivo delle sue labbra carnose.
    Ha le mani curate ed affusolate, sempre ben decorate da smalti spesso scuri, a volte persino neri che la rendono misteriosamente sexy. I seni! Li valorizza astutamente con i vestiti: una scollatura intrigante, una maglietta aderente; qualunque cosa indossi è difficile non far cadere lo sguardo, almeno per un istante, sui suoi seni. Le sue gambe dovrebbero essere sempre nude ma ciò non è sempre possibile, a volte le calze le coprono o i jeans prendono il posto della minigonna esaltando però il suo sedere.
    Ha un ottimo gusto per l’abbigliamento. Veste sempre bene, sempre alla moda, con jeans a vita bassa che a volte lasciano vedere provocatoriamente, mai volgarmente, i perizoma che indossa solitamente.
    I suoi piedi sono bellissimi ma erano l’unica parte del suo corpo che non le piaceva di lei e potendo preferiva coprirli. Una volta l’avevo sentita lamentarsi con una sua amica, non le piacevano. Neanche lo smalto con cui decorava le unghie dei piedi, sempre dello stesso colore di quello sulle mani, serviva a farle cambiare opinione. Neanche coperti le piacevano, faceva una gran fatica a trovare delle scarpe che non glieli facessero odiare.
    Per me erano bellissimi, ogni feticista sarebbe impazzito se avesse avuto la fortuna di vederli, nudi e smaltati.
    La prima volta che vidi Alice fu qualche anno fa, sull’autobus. Veniva dall’estate ed aveva ancora l’abbronzatura addosso. Era splendida, con tutto ciò che il suo corpo offriva in bella vista. Le gambe nude, i piedi scoperti e smaltati di nero come le mani, una maglietta aderente con ampia scollatura. Un vero incanto.
    Non sapevo ancora il suo nome, lo scoprii nei giorni seguenti perché continuai a vederla tutte le mattine sull’autobus con le sue amiche. Andava al quinto liceo.
    Ogni mattina saliva qualche fermata dopo la mia, così decisi sempre di aspettarla per sedermi dietro di lei, se era possibile, per poter ascoltare le sue parole, mai a fianco però, perché non ne avrei avuto il coraggio, ero troppo timido, allora, e non avrei saputo dirle nulla.
    Aveva una bella voce con un accento fiorentino che la rendeva ancor più intrigante di quanto non fosse già.
    Capitava spesso di sedermi vicino a lei, così potevo ascoltare quello che raccontava.
    Iniziai a scoprire tutto di lei: cosa guardava in tv quando restava a casa, dove andava quando usciva, con chi ci andava, cosa faceva, quali bevande beveva, con chi fumava, quali ragazzi le piacevano, che musica ascoltava, quando andava al cinema, quando, invece, in discoteca, dove andava quando marinava la scuola, quando si assentava perché malata, come si chiamava suo fratello, quali erano gli argomenti di litigio con i suoi genitori, in quale università si sarebbe iscritta una volta concluso il liceo, quali erano i suoi desideri, le sue paure, quali i suoi sogni, quando compiva gli anni, come si chiamavano i suoi amici.
    Ascoltavo anche loro per poter sapere cosa pensassero di lei. Era un’amica fidata, nessuna delle sue amiche aveva da ridire su di lei. Molti dei suoi amici, invece, avrebbero voluto avere con lei un altro tipo di rapporto ma lei non si concedeva se non per amore.
    Mi appuntavo tutto su di un quaderno, giorno per giorno.
    Lo rileggevo spesso, lo studiavo. Sapevo tutto di Alice.
    Vedevo i film che vedeva lei, leggevo i libri che leggeva lei, fumavo le sigarette che fumava lei, bevevo quello che beveva lei, andavo a vedere le vetrine dei negozi dove comprava i vestiti. Facevo tutto quello che faceva lei.
    Un giorno la sentì litigare col suo fidanzato. Si chiamava Marco, un tipo qualunque che sembrava non avere grandi qualità, aveva la sua stessa età, stavano assieme da qualche mese. Lei aveva l’impressione che la tradisse. Io la realtà la conoscevo, l’avevo sentita il giorno prima proprio da Marco che parlando con i suoi amici aveva raccontato che ad una festa aveva incontrato Sonia, una sua ex. Lei era leggermente brilla, così lui ne aveva approfittato perché, disse, non poteva farsi scappare l’occasione.
    La gelosia mi invase. Lui non la capiva, non sapeva nulla di lei, non la meritava. Io invece sapevo tutto, la conoscevo in ogni sua cosa, avevamo gli stessi gusti, eravamo fatti per stare assieme.
    Così mi decisi a far qualcosa.
    Nei giorni seguenti, dopo che si lasciò con Marco, provai a sedermi accanto a lei ma ci riuscii solo in un paio d’occasioni senza però rivolgerle una parola. Avevo il cuore che mi batteva all’impazzata per l’emozione, ma non avevo il coraggio di dirle nulla. Pensavo di non essere il tipo che faceva per lei. Era troppo bella ed io non lo ero abbastanza per interessarle.
    Poi una mattina, lo ricordo ancora, era l’ultimo giorno di scuola, mentre parlava con un’amica, si voltò verso di me e mi fece un sorriso.
    Le piacevo, era chiaro, adesso non potevo perdere altro tempo. Come avevo potuto immaginare che lei giudicasse solo il lato esteriore delle persone. Lei era diversa, andava oltre. Aveva intuito che in me c’erano tante altre qualità.
    Così aspettai alla fermata per prendere l’autobus col quale tornava a casa, dopo la scuola. Era strana, forse aveva capito che stavo attendendo solo il momento giusto.
    La seguii fino a casa. Arrivati davanti al cancello della palazzina dove abitava mi precipitai per entrare insieme a lei.
    Mi guardò con uno sguardo particolare. Era sorpresa di vedere che finalmente avevo deciso di agire. Non aspettava altro.
    Entrai con lei in ascensore.
    Mi guardò e mi chiese gentilmente: - Tu vai al primo, vero?
    Non riuscivo a dire una parola, avevo il cuore che mi batteva come mai, ero emozionantissimo.
    - Conosci qualcuno in questo palazzo? Mi chiese sorridendomi.
    Non riuscii a risponderle nulla in quel momento.
    La rapii e la portai a casa con me.

    Viveva con me a casa mia, mi aspettava, tutti i giorni, davanti la tv che le lasciavo accesa in camera.
    Dopo mangiato mi chiudevo in camera mia e passavo il resto della giornata con lei. Mi aiutava a fare i compiti, giocavamo insieme al computer, guardavamo la tv, facevamo delle lunghe discussioni su argomenti vari. Parlavamo dei suoi piedi. L’avevo convinta che aveva dei bellissimi piedi e che non doveva coprirli mai, così cominciò ad indossare le scarpe aperte che per lei avevo preso, di nascosto, da casa sua assieme a tutti i suoi vestiti affinché potesse essere più bella di quanto non fosse già. Parlavamo di noi, dei nostri sogni più segreti, delle nostre paure, di cosa avremmo fatto non appena fossi diventato maggiorenne. Volevamo sposarci e andare a vivere in una città dove non dovevamo nascondere il nostro amore al resto del mondo. Lei voleva avere tanti bambini, voleva che fossi il suo uomo per il resto della sua vita e io volevo esserlo.
    Eravamo felici assieme. Non le facevo mancare niente, le facevo avere tutto ciò che voleva. La trattavo come una principessa perché lei era la mia principessa.
    Ogni giorno, quando tornavo a casa, le portavo sempre un regalo. Dei fiori, le piacevano le rose blu, le più belle; dei vestiti nuovi perché potesse essere sempre alla moda, dei film da vedere, dei libri perché potesse continuare a studiare. Aveva rinunciato ad andare all’università perché voleva stare con me, ma io avevo insistito affinché continuasse a studiare. Era intelligente, era una cosa che mi piaceva molto di lei e volevo che continuasse a restarlo, altrimenti non avrei potuto continuare a fare con lei quelle discussioni che mi piaceva tanto fare. Con lei si poteva parlare di tutto, era intelligente quanto bella. Le regalavo anche dei trucchi e degli smalti affinché potesse continuare a farsi più bella di quanto non fosse già, nonostante non vedesse nessuno. Doveva essere solo mia e lei voleva essere solo mia. Faceva tutto questo perché mi amava e non voleva vedere che me.
    Quando i miei entravano in camera mia, per le pulizie o per riordinarla, lei si nascondeva sotto il letto. Non voleva che ci scoprissero, aveva paura che non accettassero il nostro amore e ci dividessero. Diceva che gli altri non avrebbero potuto capire il nostro amore e che se ci avessero separati lei si sarebbe suicidata perché non avrebbe potuto sopportare la lontananza da me. Così continuammo ad amarci di nascosto, nella nostra stanza, lontano da tutti quelli che non avrebbero potuto capire il nostro amore.
    Stavamo bene assieme, nulla sembrava intaccare il nostro amore.
    Ma ieri, tornando da scuola, l’ho vista sull’autobus. Era scappata.
    Se ne stava avvinghiata ad un ragazzo che non avevo mai visto. Calzava dei sandali ed aveva le unghie dei piedi e delle mani smaltati di nero. Aveva le gambe nude, coperte solo da una minigonna ed una magliettina aderente. Era bellissima come mai lo era stata prima per me.
    Rimasi lì a guardarla senza dire una parola mentre quello sconosciuto sembrava consolarla.
    Mi aveva abbandonato.
    Poi ad un tratto si è girata verso di me, per un istante, guardandomi malamente.
    È scesa alla sua fermata insieme a quel ragazzo che l’aiutava a portare due grosse valigie in cui aveva messo tutta la roba che aveva a casa mia. Stava ritornando a casa.

    È la seconda volta che ascolto questa storia, mio figlio l’ha confessata ieri a pranzo, tornato da scuola, lasciandomi sbalordito. Anche Francesca, mia moglie, ne è rimasta sconvolta, le si leggeva in viso la stessa paura che mi assaliva ed oggi non ha avuto la forza di accompagnarmi.
    Ma non riesco ancora a credere che mio figlio abbia immaginato tutto ciò. Avevo sempre pensato che fosse un ragazzo introverso, troppo timido e solo. Se ne stava sempre chiuso in camera sua, da solo, senza vedere nessuno, anche se io avevo più volte cercato di convincerlo ad uscire o ad invitare un amico. In tre anni di liceo non l’ho visto parlare con nessuno. Nella sua stanza si era creato il suo paese delle meraviglie ed aveva pensato di condividerlo con Alice.
    Non riesco ancora a crederci.
    Guardavo lo psicologo continuare a prendere appunti, in un compassato silenzio, mentre mio figlio se ne stava tranquillamente seduto sulla poltrona di pelle. Lui ci credeva a quello che aveva raccontato. Io invece non riesco ancora a crederci.