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Poesie di Antonio Sammaritano

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  • 06 novembre 2006
    Notti di luglio

    Notti di luglio: echi e silenzi per chi li sa ascoltare;
    e il mare, come quei due, visioni dietro una duna,
    silhouettes di sovrani di un lontano regno,
    con me inutilmente attende .
    Mal vestita, con le labbra serrate
    senza gli occhiali ho sentito la tua voce
    chiusa come la noce nel suo mallo.
    “Questa non è la vita tua! Tu vali di più o forse sei un’inezia:
    ma quella gente non può portarla via!”
    … E piangevi e ti soffiavi il naso…
    “In un vaso non può vivere un castagno.
    un vero lupo in una protesi di bosco,
    o il giunco fuori dal suo stagno.”
    Per questo solo io non ci perdòno .
    Ora lecchiamo un cono dal colore strano
    come le ferite che ci portiamo addosso.
    Le puttane non vanno lapidate,
    le fate sognate, le streghe solo amate .
    Solo elfi con le tue sembianze,
    mi vengono a tenere compagnia.
    Non passeggio più per quella via,
    ove facevi il guitto con il tuo panino
    e un condiviso cono d’identico destino.
    So che non soffi il naso come prima
    su quella panchina che hanno sradicato;
    dove l’odore di piscio e fiori marci
    e il selciato dove sono scivolato
    ho amato tanto come di te ogni cosa.

  • 24 ottobre 2006
    Tre lettere

    Cosa mi manca se non lo ricordo….

    Rimangono chiare le tre ultime lettere

    d’una parola che odora di limoni,

    che odora di  fiabe che mi narra Giulia*.

     

    Tre lettere potrebbero esser tanto

    se, attorno a me pascolano armenti,

    trottano avidi redi per la fonte

    e alti gli aironi per mete ben tracciate.

     

    Potrebbero finire la parola denti:

    quelli che strapperei per la follia

    perversa e tinta più d’ogni giudizio…

     

    O forse l’ultime di dadi a facce bianche

    Che lancio con l’incanto di leoni….

    Alti gli aironi del tutto indifferenti.

     

    * La mia figlia minore (N.d.A.)

  • 17 ottobre 2006
    Ad una cagna

    Una cagna, nel freddo della bruma


    dai rognosi peli e capezzoli piagati


    da cinque bastardi voraci ed innocenti,


    mi dà fastidio come dei petardi


    spezzanti i segreti stretti della gente.


    Lei non capisce, con i suoi latrati,


    che nulla posso: non posso farci niente.


    Non è da me buttare giù campane,


    fare un tutt’uno del giorno e della notte,


    del giovane pimpante e del vegliardo.


    Non posso fonderli e fare una bilancia


    con i suoi piatti in una dimensione;


    donarle un bastone insieme a tutti i sassi


    che tanto ha gustato dopo l’abbandono.


    Che altro ci rimane mia pulciosa….


    Metterci sotto un albero e montare


    la giostra che ci porta sempre indietro,


    o coi tuoi morsi farla deragliare?

  • 15 settembre 2006
    Notte d'inverno

    D’inverno il mio cognac e la mia gatta ,

     

    una sul davanzale e l’altro a punto giusto

     

    intarsiano ,per costernazione,

     

    un pezzo di legno del posto dove vivo.

    Scuote i lampioni la tormenta fredda

     

    a stregua di fantasmi

     

    con mostruose braccia;

     

    ma sono  soltanto ombre 

     

    non c’è d’aver paura,

     

    chè ben diverse

     

    quelle di lunghe primavere:

     

    streghe danzanti in un girotondo

     

    con canti e burle e me dentro un paiolo.

     

    Domani dirò a qualcuno

     

    di domarmi un frutto:

     

    anche un’umile e sola mela cotogna

     

    che non disegni sul foglio dei ricordi

     

    dove nei bordi

     

    non è rimasto spazio…

     

    Questa notte, senza che ne ho voglia,

     

    guardo di fuori e aggiungo un altro più.

  • 05 settembre 2006
    Anime

    Secca e arrugginita,


    una lingua di serpente che ti lecca.


    Seni in un freezer ormai scaduti,


    profumo di sandalo ed incenso


    denso del niente che divora secoli


    investiti in borsa con pazienza


    e persi tutti in una sola notte.


    Io lo so che significa soffrire:


    volare come tre tortore nere,


    sbattere sui vetri controvento


    e morire come cento corvi bianchi.


    Mani recise cambiate con mattoni,


    con cardini di porte sempre chiuse…


    Anime stanche ridotte a colabrodo.

  • 05 settembre 2006
    La mela marcia

    Tra vergini garantite e impenetrabili

    dal più ardito e indigente bruco,

    scansa quel DOC da un misero buco

    una mano strana che prende quella marcia.

    Da screanzata la povera pazza

    la diede a galeotti e a maiali

    senza parcelle,senza costolette

    per una carezza che buca la mano

    e l’ebbrezza di nome comune.

    In una duna un branco di cammelli

    saltano di qua e di là dentro una cruna

    sopra le altre mele sepolte e immacolate

    con guaine di pistole che sparano rum.

    Con nomi lunghi diecimila miglia,

    con libri di scuole molto dure

    che quelle nere non hanno frequentato.

  • 05 settembre 2006
    Moby Dick

    Perché non puoi morire, Moby Dick?


    Mostruosa e candida puttana


    Con quella collana fatta d’ardiglioni,


    dove coglioni penzolanti attacchi


    a tristi trofei e moniti inquietanti:


    Dalle gelide acque a quelle tropicali


    Ti basta solo un colpo di coda,


    sentire frottole e berci su una soda


    in compagnia di quel tuo figlio monco.


    Lascialo ora in pace, Moby Dick..


    Tra onde e flutti, tra la tua condanna


    Lui non ha colpa se ha capito il trucco;


    risparmiagli almeno di vedere


    dentro un perfetto altare la colonna


    che s’allunga con la nota di richieste,


    di illusioni di poterti macellare.

  • 06 giugno 2006
    Il prezzo dell'incanto

    Sinuose vie o vie diritte e lisce,

    mantici di scelte che non tutti fanno;

    stimano frutti che, seppure marci,

    non danno posto a nessun germoglio.

     

    I lacchè dei demodé veggenti

    salvano un futuro privo di passato

    nel loro piatto patinato e spento.

     

    Un tuorlo d’uovo si deve mangiar crudo

    se vuoi vivere un nudo giorno, coprendolo la sera…

    Uno pungente e dolce

    come il  cullarsi nel delta di una donna.

    che, per l’oltraggio alla vita senza scorza,

    ti compensa col prezzo dell’incanto.

  • 23 maggio 2006
    Alle mie figlie

    Quel limone venne via dal tronco

    sganciato al ramo che non aveva senso.

    Manine ingenue ambivano curarmi,

    Con la vinilica dei loro collage.

    Ora più o meno gli manco tre stagioni.

     

    Piove come le sbornie e vive quel limone;

    Immani spazi nella mia memoria,

    ora alla soglia d’esser donne

    i collage non significano niente.

     

    Giardini pensili strillanti per un fuoco:

    per loro sarò rogo purché Cristo non veda.

    Aquile magnifiche staccheranno il volo

    Dall’alto vedranno viole che curiose

    Da cuccioli portavano alla bocca,

    Nei prati stessi dove cifre e armenti

    crearsi in fila verso i comuni palchi.

     

    Pagàno, il vento pregherò per due manine,

    ali che mai scopriranno barriere

    a patto che Cristo non mi  veda.

  • 28 aprile 2006
    I miei pamphlet

    I giorni qui erano i miei pamphlet:

    pensavo a eretiche sottane su marrane,

    a ricchezze a centomila libri, a mille quadri.

    A ladri d’anime che attanagli in pugno

    Per farli schiavi in un consommè…

    E con piacere rido di me stesso

    Fino alla sera fino a che è già ieri.

    Fino a che i pensieri, stanchi fringuelli,

    Si appollaino su rami senza vita…

    Allora ritornano due dita

    vincolati da due cerchietti d’oro;

    ma sono già stanco per dire se è successo

    in un cesso, in una chiesa, o in un deserto.

  • 05 aprile 2006
    Memorie

    Fantasmi  sulla neve andate con inverni

    Con altri che vi copriranno;

    stalattiti e sbarre di memorie,

    storie che avrei voluto completare.

     

    Si assopisce il tempo, riposano i miei quadri

    Che ladri di anime hanno gettato via

    sostituiti da una stampa di Lautrec.

    Quella in cui “il nano” sa di cosa parlo.

     

    Questa poesia fa l’alba con una prostituta

    fottuta dai clienti e da un racconto.

    Lo stesso di un uccello in fin di vita

    che la rotta perduta ha ritrovato tardi.

     

    Al modo di chi adotta un bimbo

    offende il suo pianto e quello della madre.

    Fantasmi  sulla neve andate con inverni

    Con altri che vi copriranno.

     

    Con storie andate come sono andate

    che insieme a quelle, quelle di pochi altri

    saranno soltanto fiori e ceri

    posti su tombe di memorie senza data.

  • 30 marzo 2006
    Nonna

    Tu non ci credevi nonna, ma sapevi
    fosse andata come è andata…
    “ma va bene”, dicevi: ognuno ha le sue pene:
    riflessi di rimpianti
    commedianti di epoche lontane.
    Una giovinezza sciolta e cenere
    come in quel pagliericcio
    dove hai capito che è meglio non capire
    chiudersi come un riccio e dispensare latte.
    Darti a un marito, che rende sempre più ampio
    un nido a stento digerito.
    Ricordi dei tuoi effimeri giochi
    Delle zuppe cotte in umili fuochi
    che dipingi con lo stile dei naif .
    Ma sei stata dignitosa, hai sofferto
    e ti rallegri nel modo più triste
    per un peccato che non hai commesso.
    E adesso che il tuo fanale è come le stelle all’aurora
    Mi parli ancora, in modo diverso, come tu stessa lo sarai
    Quando mi racconterai di te, senza il grembiule che ti stringe,
    In una vita dove nulla ti costringe.

  • 24 marzo 2006
    La nostra storia

    Dalle nostre ferite talmente profonde

    Scivoleranno i grovigli della prigionia

    Per te raccoglierò boccioli nella neve

    soltanto quelli che non sono nati.

     

    Li staccherò dal ventre della terra,

    mi metterò nudo e chiuderò le fosse

    con l’odio che il tuo ardente fiato

    mi ha insegnato che alimenta i vermi.

     

    Tu sei l’amore che mai ho conosciuto,

    quello che faremo nel corso più affollato

    sconcertando prelati e fide pecorelle,

    perché per lui è colato il nostro sangue;

     “dèmoni” barcollanti di saggezza

    sanno che il lezzo ha due diversi volti. 

     

    Da  pendii opposti alla discese

    sorprenderemo Hermes e Afrodite;

    tu sei sia luna e sole, uguale cosa:

    quella che ha rischiarato la mia misera via.

    Gli dei andranno per noi morire soli,

    ma la nostra storia siederà con loro.

  • 06 marzo 2006
    Il castello

    Maria incrocia l’estate:
    Vi contempla i miei occhi e s’allontana.

    Il mio racconto è un duro pianoforte

    che si suona intorno un Etna rovente.

     

    Ha scelto l’ombra di un albero fittizio

    la nuotata nel cloro del laghetto

    che incanala patetici lamenti.

     

    Al  castello, se la moglie dorme,

    il servo ti conduce a quel concerto:

    andrete via venti minuti prima:

    per capire che hai perso più del trucco.

     

    Ma non puoi restare abbottonata:

    una nerbata in meno più divieni vecchia,

    al contrario del pesce che sta al bivio

    che pure casto non può morire mai.

     

    Nella tazzina sola due lacrime nere.

    La frutta nel vimini è andata a male.

    Un vecchio giornale, con diritto,

    si chiede impaziente se lo bruceranno.

    Il mio gatto mi guarda persuasivo:

    “Questo tetto cadente si deve abbandonare.”

  • 06 marzo 2006
    Se esiste

    Pulpiti rovesciati.

    Sedie, per devozione, monche tre volte;

    è semplice stare lì a far lezione

    su differenze tra entità ed equazione…

     

    Se, leccando piaghe, dirò una bugia

    Sono parole, proiettili di gomma,

    vecchie serpi sdentate stese al sole

    inutili sterpi che il contadino ignora.

     

    Nel tempio e nel quartiere generale,

    Se esistono mani sbarazzine

    che scrivono e cancellano lavagne,

    esistono madri che fanno voci grosse.

     

    … E la radice è questa, dolce amica:

    appaiata e frigida su un asse cartesiano.

    Sarà solo un articolo di spalla

    o doppiata come un film a luci rosse.

     

    Su argini solidi langue la fiumana;

    vedo morire la sua linfa e sono inerme.

     

    E’ quasi la stagione di castagne:

    alla “roccia del corvo”  stringo un riccio

    finché non si colora col mio sangue.

     

    Se una prigione esiste, esiste anche una chiave

    se esiste una canzone anche una voce esiste.

  • 01 febbraio 2006
    Il treno delle 20

    Il treno delle 20 sopporta nel ventre
    gli ultimi effluvi di chi è appena sceso:
    gli ultimi di chi non scende mai.
    Un mezzano finestrino aperto

    schiude due labbra, impronte di rossetto, 

    a uno vestito bene e trasandato dentro.

    Parla di nitide catene, pizzica la brochure

    del libro geloso d’un capello nero.

    Come si può dire di no a quelle mani

    al cracker dorato che non pretende nulla?

    La sua calda poesia striscia via su fasce

    di alberi veloci e di macerie antiche:

    eccentriche orme d’un valzer della terra.*

    “Cosa m’importa se m’ha ascoltata o meno

    però l’ho fatto, ho tirato le mie rughe;

    perché questo rottame non si spezza

    facendoci sgorgare nella colpa?”

    Balliamo come la terra senza una ragione

    lambiti astri lontani, rovine senza tempo.


    *riferimento al sisma che colpì gravemente la Sicilia occidentale alla fine degli anni '60

  • 01 febbraio 2006
    Senza

    Sono crollato con le notti compagne

     

    Nel caldo bagliore dell’arcano manto:

     

    una noce saldata dentro il mallo.
     

    Senza il ripiego di soffici illusioni.

     

    fottuto dall’impulso che t’acceca.

     

    Senza monti di Venere ritmati o veri.

     

    senza il tepore d’un perenne nido

     

    intessuto di corallo acuminato.

     

    Vivo su rive di oceani genuflesso;

     

    cormorani, paci agognate e ninfe senza veli,

     

    movenze del vagito di me stesso:

     

    bimbo deforme nato più distante.

     

    Mi danno scacco e sogghignano spietate

     

    diafane gambe, vanghe indolenti

     

    si schiantano nel  granito vigoroso.

     

    Magico  soffio di un flauto senza fori: m’incanto;

     

    mi conduce questo suono cupo

     

    dietro una lumaca dalla scia maestra.

     

    con le notti nemiche, nel nitido buio.

  • 05 gennaio 2006
    La rom

    Anonimi jeans e  un maglione senza lana:

    cover di un  rotocalco senza data

    che con distacco si riapririrà domani.

    Tastata da una vecchia con tre lingue

    col nodoso bastone rigido e inclemente:

    archetipo di legno delle private verghe.

    Quante lacrime ambrate versò la Rom

    col suo alleato zingaro e stanziale:

    due spaghetti, un sogno, i versi di Eminescu

    serrano i rasoi e danno alle labbra i polsi.

    La vecchia la ingabbiò ancor più in fondo

    vomitando sabbia da una natura morta,

    rosa  dal modo estremo di provare orgasmi.

    Prima dell’agonia la Rom venne lasciata:

    in Romania non va con quel maglione

    ricucito alla meglio da scampoli d’amore.

    Un clown di pezza  per il suo alleato

    può dire molto più di questa storia;

    “Te iu besc dalla terra al cielo..”

    “Non si dice cosi , si dice t’amo..”

    Nascono e vivono di lacrime le stelle

    che dall’ombre dell’est, al nero d’occidente,

    ogni calar del sole vengono a nutrirsi.

  • 07 dicembre 2005
    Settembre

    Settembre rimette in ordine ogni cosa:

    il vestito della solita che si sposa a giugno

    il mugugno dell’emigrato sullo Stretto.

    Prelude  sopore ai gechi  sui muretti,

    Anneriti dalla caligine dei tanti barbecue.

    Scende in silenzio, soffia sulle fiaccole

    di amori e Frutti e profilattici umilianti:

    Settembre li  raccatta mentre gusta

    una frazione iniqua d’anime fuggevoli.


    Di più, bagnate mani dalle onde,

    divine se a coppe, eremo dei nostri umori,

    maschere di follia che settembre stacca.

    Perché non saprai mai quanto è predatore:

    mercante di fumo e apostata di ghiaccio.

    guardo le mie  mani che il suo aratro solca

    e i miei meati e le mie bambine,

    randagie stelle, conforto senza fine,

    fuggite vie da un firmamento d’ombre,

    in un settembre che ordina ogni cosa.

  • 07 dicembre 2005
    Il primo sole di Claretta

    Dalla casa dove sono nato e morto

    scorgevo la gente che, a fine giugno,

    a poco a poco vestiva più leggera;

    quello smaltire degli abiti pesanti

    ridava solarità finanche ai più musoni.

    Capii da loro che altresì per i travagli

    sussiste una stagione gelida e turpe,

    fecondata dal seme misterioso

    che le consente senza fine di tornare.

    Un contorno di rombi e di vociare,

    prelude vacanze meritate o meno

    e di quel piccolo essere scalciante

    lasciare un sole che non ha tramonto

    per godersi quello della sua prima estate.

    Ma anche tu dovrai vestir pesante

    e ti riabbronzerai baciata da Nettuno.

    Io a nessuno concederei a vedere

    porre in un sacco tutti i tuoi cappotti,

    affagottarli, cospargerli di stelle,

    tramutarle in belle ed effimere farfalle.

    Che mai ti sia permesso solo un sogno,

    frutto intangibile di quell’empia pianta ,

    compiuto riflesso del  bisogno umano.

    Ché la tua mano possa toccar sostanze

    da provocare invidia anche agli dei.

    Presso un cantuccio il mio essere felice

    taglierà a lembi il mio cuore per cucirli,

    farne uno scialle di un altro colore

    e mentre dormi, ti coprirei le spalle.

  • 07 dicembre 2005
    Sogno di te

    Sogno di te che forse non esisti,

    Come tanti cristi: vite logorate da progetti.

    Semafori rossi in desolati incroci,

    verde smeraldo al centro di New York.

    Non so più in là che mi onora o insulta;

    un saturo catino allo scoperto

    ove ogni meschino butta quel che crede.

    Piove sul guanciale del mio letto monco

    e colgo sull’altro te, araba fenice;

    privata del dolore di una doglia,

    per l’intonare di un usignolo muto.

    Ma devo dormire anch’io anche quel poco.

    Con il tuo fuoco che fallace brucia

    anche una casa che disegno senza posa;

    chi smercia i sogni è chi non sa sognare

    e chi li compra lo fa anche sin troppo.

    La concretezza, lo sai, è solo il dubbio:

    l’anelito di questa tua esistenza,

    fragile embrione nel suo viaggio incerto.

  • 07 dicembre 2005
    Dalla foglia del mio ulivo

    Dall’unica foglia del mio ulivo,
    Colano lacrime su uno spazio deturpato

    È uguale, in fondo, ad un dolore o ad un sorriso,

    poiché si è viventi per la stessa arma

    che ci è permessa per ambedue le cose.

    Ma il verro trapassato da una palla,

    Morente sereno per la femmina indifesa

    svela ch’è nell’essenza di un micidiale colpo

    Troverai il coraggio che mai può far godere

    Lo  sventurato  nel suo centellinare.

    L’amore non abbiglia grettezza né eccedenza

    Non salvaguarda menzogne o verità:

    qui è come l’andana che ogni sera scorro,

    decorata di fanali che filano a dovere

    anche per gli altri che lesinano luce,

    stivandola per lo specchiarsi a vuoto

    nell’acqua di un intorbidato fontanile.