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in archivio dal 19 gen 2009

Azzurra Mangani

02 aprile 1986, Empoli
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  • 19 gennaio 2009
    Death Proof

    Come comincia: Chiara e Michele avevano molti amici, ma non era lo stesso. Erano solo loro, Chiara e Michele, gli indissolubilmente legati. Non c’era niente al di fuori di questo. Non era cambiato niente da quel giorno, al liceo, quando Matteo li aveva avvolti in molteplici giri di nastro adesivo.
    "Perché voi vi volete davvero bene" aveva detto.
    Chiara parcheggiò l’auto nel cortile con una frenata brusca e trovò a tentoni il pulsante dell’ascensore; non accese le luci condominiali, entrò subito nel suo appartamento e richiuse la porta con una lentezza disarmante. Si gettò sul letto, spossata ed inerme, ma non desiderava dormire.
    Ripensò alle conseguenze di quello che aveva fatto poche ore prima. All’inizio un forte senso di nausea; si era rimessa in piedi traballando, sentendo braccia e gambe che formicolavano impazzite. Tremava, e questo le impediva di restare immobile in una certa posizione.
    Aveva avvertito una fitta allo stomaco, subito accompagnata dall’ansia di rimettere la cena e forse anche la merenda. Si era trattenuta a stento.
    In quella camera sconosciuta aveva trovato un letto matrimoniale dirimpetto alla grande libreria di mensole bianche; si era seduta socchiudendo gli occhi. La stanza girava! Ogni oggetto si era animato: la scrivania volevano venirle incontro, il letto ballava sotto il suo peso, il pavimento ondeggiava come una barca nella tempesta.
    "Calma" - aveva detto a se stessa - "riprendi il controllo".
    Aveva acceso la televisione, ma non ricordava trasmissioni e canali; era rimasta in posizione semi sdraiata ad osservare quella scatola magica per minuti interminabili, col collo contorto verso il parquet. Il cervello ordinava di compiere una serie di movimenti necessari a cui lei non poteva dar seguito. Nessuna fuga. Nessun proseguimento nel piano.
    Quello sfortunato stallo l’aveva resa nervosa; e poi c’era il freddo, una fortissima sensazione di gelo nella mani. Sudava gocce di ghiaccio, come un cubetto che si decide a scomparire. Una bolla fredda era esplosa nella sua guancia sinistra e aveva attecchito nella pelle; si era bloccata sul collo, sulla nuca e proprio all’attaccatura delle spalle. Sudava ancora sulla fronte, e sopra le labbra screpolate.
    L’ampiezza del letto era una tentazione per stendersi, ma Chiara non aveva ceduto: pensava che mettendosi supina e chiudendo le palpebre a notte, non si sarebbe più svegliata. Aveva resistito, contratto e stretto i muscoli della faccia, sentendo il dolore del piercing fresco al sopracciglio. Quello l’aveva riscossa. Aveva cominciato a nascondere le tracce.
    In quel preciso istante, sul proprio letto, con le braccia incrociate sotto la testa, finì di ripercorrere i suoi gesti, scavando fino al più piccolo dettaglio. S’alzò in piedi, quasi soddisfatta, e si diresse al bagno. Seduta sul water non riuscì a svuotare la vescica per un po’, anche se sentiva che ne aveva voglia. Osservò bene i suoi slip per vedere se l’aveva fatta addosso quando aveva cominciato a tremare e sudare. Per Michele lei doveva essere perfetta.
    Guardò la sua espressione allo specchio, con un misto di serena compostezza e cieco compiacimento. La prima conversazione si era svolta in questa maniera.
    "Io ti amo" gli aveva detto Chiara.
    "Provamelo" aveva risposto Michele.
    Poi lui si era allontanato in fretta, lasciandola pietrificata sulle scale, incapace di aprir bocca. La seconda volta sarebbe stato diverso.
    "Io ti amo" avrebbe detto Chiara.
    "Provamelo" avrebbe risposto Michele, per la seconda volta.
    Allora lei gli avrebbe stretto  la mano fra le sue e, in silenzio, l’avrebbe accompagnato alla macchina, mostrandogli quel corpo in bauliera.
    "Ci credi adesso?" gli avrebbe chiesto. Michele, commosso fino alle lacrime, l’avrebbe abbracciata forte, accarezzandole i capelli, mimando un dolcissimo sì con la testa, a un centimetro dalle sue labbra.

     
  • 19 gennaio 2009
    Nera Notte Bianca

    Come comincia: È mattina nella mia casa al mare: riconosco chiaramente il terrazzo spoglio di acciaio, mattonelle rosse a copertura, pareti di una strana pasta color crema stantia e forata. Da lì si vede il lungo fiume, con tanto di argini, scorrere di acqua non molto putrida, pescatori e cespugli di macchia mediterranea. Dall’altra parte c’è il paese, di cui si intravedono il ponte e le prime casupole in calde tinte pastello.
    Poi un’ombra.
    Ma cosa…
    Per un attimo sono sicura di aver visto un’ombra, proprio una macchia di colore più scuro che aveva una forma quasi perfettamente sferica. Era qualcosa di tondeggiante ed enorme: l’ho vista riflessa sulla vegetazione, sull’acqua, sull’asfalto della statale.
    Un’ombra enorme grigia. Voi l’avete vista?
    Sto per chiederlo a quelli che sono nel soggiorno insieme a me, intorno al tavolo quadrato e seduti sul divano con motivo floreale. Ci sono mia madre, mio padre e la nonna.
    No, nonna è morta.
    Nonna se ne sta placida sulla sua sedia di legno molto pesante, attenta a non scucire il cuscino verde a pois bianchi; ha la solita vestaglia da lavoro rossa, di stoffa leggera e legata sui fianchi. E, come sempre, ha le due tasche piene di fazzoletti, aghi e filo per cucire o altre cianfrusaglie che ha trovato in giro e che devono tassativamente sostare un po’ lì prima che si decida a buttarle nell’immondizia. Io non le chiedo niente e lei mi risponde niente.
    Aspetta, anche mamma è morta.
    Mamma se ne sta seduta accanto a mio padre ed entrambi sono incollati al teleschermo.
    Non le dico nulla tanto non mi crede.
    Mi trovo immobile in mezzo alla stanza. Vorrei parlare, vorrei spiegarmi, ma comincio a pensare di essere invisibile a tutti loro quanto loro potrebbero essere fittizi per me.
    È come quando dico che ho visto un Ufo… nessuno ci crede.

     

    Passano le ore. La pareti sono identiche, ci siamo ancora tutti quanti noi. Il grande lampadario della stanza è acceso sulla cerata verde del tavolo che ne accoglie il riflesso. I miei occhi vanno costantemente verso il paesaggio fuori dal terrazzo, dove sono sicura di aver visto e non di essermi ingannata. Poi succede. Torna quell’ombra, solo che adesso possiede un corpo, un corpo gigantesco, una massa e un peso, e non è più possibile che qualcuno possa razionalmente dire che non è vero, che sto sognando.
    È enorme.
    Mi volto verso il cielo stellato: siamo all’ultimo piano, oltre il soffitto c’è solo il tetto piatto e praticabile.
    Cristo!
    La sua rotondità è eccellente e buia: ne lascia intuire le dimensioni, ma è notturna, cupa, mi sta facendo gelare il sangue. L’unica estremità luminosa, però, è accecante.
    È come un tulipano.
    Non è difficile da riconoscere: c’è uno breve stelo incandescente, giallo e arancione; dopo si sviluppano l’asse fiorale, l’ovario, lo stilo e lo stimma. È in fiamme. Questo fiore maschio non è maturo, non ha petali, ma ha lo stesso colore della lava che erutta da un vulcano. È spaventosamente grande e bello, ed è sopra la mia testa.
    E si muove.
    Non tutto però, solo ovario, stilo e stimma. Sta partorendo. Si gonfia e si ingrossa e poi sputa fuori qualcosa. Non riesco a pensare niente che abbia un senso o sia di una qualche utilità in questa situazione. Il fiore vomita fuori dei globi luminosi, anch’essi giallognoli e incandescenti, che non registrano alcuna particolare mutazione chimica o fisica a contatto con l’aria e l’atmosfera terrestre. Semplicemente, ognuno di essi compie un certo percorso, come se possedesse un’autonomia limitata, e poi scompare nel nulla. Ne vedo uno mangiato dal fiume senza alcuna pretesa, senza nemmeno il sibilo e il fumo che farebbe una meteora se cadesse in mare. Tutto questo non mi preoccupa finché non mi accorgo che i globi caldi stanno provando ad entrare in casa mia.
    Cazzo.
    Non hanno trovato resistenza con i vetri aperti. Uno l’ho perso di vista vicino al divano. Qua dentro sono ancora tutti immobili. Alla nonna e ai miei questi problemi esistenziali e di sopravvivenza non interessano proprio.
    Forse perché sono morti? No! Papà è vivo. Almeno lui dovrebbe provare a scappare.
    È troppo spaventoso, io non resisto. Ho già fatto la spettatrice troppo a lungo.
    Le chiavi della macchina! Prendi le chiavi della macchina e scappa.
    Non ricordo bene se le ho prese, se ho trovato il moschettone e la maledetta chiave a scatto della mia auto. So che mi hanno fatto spazientire, e quindi me ne sono andata via rumorosamente sbattendo la porta e poi giù sul pianerottolo attraverso le scale. Non ho acceso la luce. I globi che riempiono l’aria sono in numero maggiore, ci pensano loro a far luce. Magari sono innocui. Eppure io sono in preda al terrore, ci tengo alla mia stupida inutile vita, e quindi scappo. Loro possono anche rimanere, io vado. A questo punto è una questione di principio.

     
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