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Autore

Bianca Fasano

in archivio dal 04 dic 2011

01 agosto 1949, Napoli - Italia

segni particolari:
profondamente innamorata dell'arte in ogni sua espressione, fortunatamente abile in alcune delle sue possibilità: pittura, poesia, scrittura sotto forma giornalistica, romanzata ed altro. Un passato remoto di danzatrice classica. Ceramista. Ho creato tre splendidi esemplari di esseri umani.

mi descrivo così:
Concretamente piantata a terra come un ulivo secolare del Cilento, ma capace di lanciare i rami verso il cielo, con le foglie da un lato di un bel verde tenebroso e dall'altro argentee.

05 dicembre 2011 alle ore 15:16

Adda passà a nuttata.

Il racconto

C’è un allievo nuovo in quinta “X”. Dovrei dire “ci sarà”, visto che in questi giorni pre natalizi i nostri allievi stanno facendo tutto tranne che studiare (almeno la massa di loro), noi professori delle più svariate materie, così come ha scritto il nostro preside in una “circolare”, siamo presenti e a disposizione per quanti volessero fare lezione. Facciamo l’appello al mattino, se c’è assemblea di istituto, seguiamo qualcuno di loro, a richiesta, per un parere ed un consiglio, ma il mondo ci appare oggi, 5 dicembre 2011, con le ultime novità date dal Governo tecnico, più complesso del solito, incomprensibile, almeno in parte. Un po’ come la tastiera per il computer, che il nostro gentile assistente tecnico ha sostituito alla precedente (non segnava gli spazi), che mi ha lasciata perplessa quando “ad orecchio”, cercavo la V e ci ho messo qualche momento di smarrimento per rendermi conto che, semplicemente, assurdamente, “non c’era”. Non c’è, perché, evidente mente per necessità, l’assistente tecnico ha sostituito un tasto rotto o mancante, (quello della V, appunto), con un tasto “M”.
Così, “ad orecchio”, ho cominciato a considerare la M di sinistra come V ed ho continuato a scrivere.
E’ appunto questa la situazione attuale: trovare situazioni, fatti, persone, al posto sbagliato e continuare ad “usarle”, giacché, semplicemente, non c’è alternativa.
Il collega di matematica, intanto, alle mie spalle, parla, discute…
Ha ragione: è un ottimo insegnante, si sgola nelle ore di lezione, recupera allievi in difficoltà, rispiega, "trispiega", finanche. Ma non riesce a sopportare l’idea che le sue già insufficienti ore di lezione, gli siano proibite a causa di agitazioni studentesche “senza ragione”.
Guardando verso l’uscita notiamo che, a gruppetti (sono le 12,25), alcuni nostri allievi si avviano fuori. Hanno con loro chitarre ed altri strumenti musicali che, evidentemente, sono occorse come sottofondo musicale alle loro discussioni filosofiche sui cinque, quattro o tre ritardi permessi dall’istituzione scolastica, o sulle tapparelle rotte o su qualche insegnante che non sembra troppo o abbastanza (per loro), disponibile al dialogo.
Questa mattina, facendo l’appello in classe alla mia quinta, prima che sciamasse giù per l’assemblea, ho fatto come quei sacerdoti che in chiesa, appena possono, riempiono i loro fedeli di raccomandazioni e indicazioni, ottenendo il solo scopo di annoiarli. Ho detto loro le solite cose che dico sempre, con l’aggiunta di una punta di panico dovuta al momento difficile che sta attraversando l’Italia (l’Europa? Il mondo?). Che il loro futuro è, appunto, il loro, che non debbono studiare per accontentare i genitori e gli insegnanti, ma per loro stessi…
Il preside ha una convocazione presso un Istituto di Napoli per le 15 per discutere, assieme ad altri colleghi, sulle agitazioni studentesche di questi giorni.
Intanto la collaboratrice scolastica, instancabile, gira per raccogliere le firme per presa visione di una circolare.
Noi, qui in sala professori, perché siamo in orario scolastico, attendiamo che i ragazzi decidano per il futuro e vadano via tutti ed intanto parliamo tra noi degli allievi,  delle tasse, delle pensioni, dell’ICI sulla prima casa.
“…loro sono convinti che alle 8.10 sia l’ora per entrare nella scuola”.
Dice il prof di matematica. Ha ragione: l’ingresso è sì, alle 8, ma è concesso un ritardo di dieci minuti, che poi diviene un quarto d’ora per cui la prima ora è punteggiata di arrivi in ritardo. Ed ogni volta si riprende daccapo.
In realtà ci sembra assurdo che, in una situazione così difficile che ingloba nella disoccupazione studenti efficientissimi, non si renano conto che…
Ma forse è proprio così: si rendono conto.
Se, studiando, laureandoci, addottorandoci, specializzandoci, facciamo la fame, tanto vale non studiare.
Dico loro: “ragazzi, la scuola non è soltanto un dovere, è un diritto, a cui siamo giunti con decenni di crescita sociale. C’è stato un tempo, neanche molto lontano, in cui il concetto di infanzia neanche esisteva. In cui i bambini lavoravano in fabbrica coi genitori per 12/14 ore al giorno. Nelle miniere, anche.
Oggi, ancora, in tante parti del mondo i bambini soffrono la fame, la sete, la violenza. Lavorano o, addirittura, vivono nelle discariche alla ricerca di qualcosa con cui cibarsi e vestirsi. Voi siete fortunati!” Mi osservano perplessi, poi “Maria” dice: -ma vi sembra giusto che le tapparelle non funzion(i)ano?-
Già. Non funzionano. Che importa il resto quando c’è una validissima ragione per fare un sacrosanto “casino”?
E, intanto, attendiamo. “l’idea che questo sfascio si aggiusti con la riforma delle pensioni…”
“Il lavoro dove sta?”. Parliamo. Parlano.
“La questione è che dagli anni ’90 l’Italia ha iniziato un processo di deindustrializzazione…”
“manca il tessuto produttivo. Noi non possiamo permetterci le pensioni perché non abbiamo più un’Italia che lavora…” (e’ il collega che “comprende” di economia, a parlare).
Già. “a Napoli non fatica più nessuno”… “in nero, la camorra…” “la ceramica di Capodimonte”… “non ne parliamo del turismo… una città turistica piena di spazzatura…”.
Un collega viene a chiedermi se l’auto lasciata fuori senza antifurto è al sicuro. Gli dico di no. Mi guarda stranito, ma, in verità, l’unica volta che ho lasciato “fuori” l’auto l’ho ritrovata sì, però con uno sfregio lungo la fiancata che significava: “questo posto non è per te”.
Che fanno i ragazzi? Pare siano saliti ai piani superiori perché non riuscivano a “sentirsi” bene nel luogo dove tenevano l’assemblea. Pare che qualcuno di loro abbia detto:”Non possiamo farla finita così, altrimenti abbiamo perso inutilmente due settimane”.
Che significa? Che debbono perderne tre?
Sono le 12.45. In verità è, in assoluto, la prima volta che un’assemblea dura tanto, anche se, a restare in assemblea, sono soltanto i rappresentanti di classe e di istituto. Gli altri hanno già tagliato la corda.
“Si deve rendere lo Stato più snello, più controllabile… ”.
Ho trovato su internet la proiezione ortogonale della sezione conica che debbo spiegare alle quarte, quando me lo permetteranno. L’ho stampata:stranamente la stampante funziona, ci sono i fogli e non manca il toner.
Ho girato tante scuole. Da quattro anni ad oggi, se dovessi disegnare un grafico della negatività rispetto alla scuola, sarebbe crescente. “Mettere in campo un’idea della riforma fiscale…”. “…con le banche dati”… “Io ho fatto una pratica statale…”.
Noi, insegnanti, attendiamo le decisioni dei ragazzi. Di quelli che sono restati a decidere per tutti, insomma, proprio come i nostri politici a cui, senza neanche averli votato, abbiamo messo tra le mani la nostra vita e quella dei nostri figli e nipoti. Senza averli votato.
Mi viene fatto di pensare ad una persona che conosco, un operaio, diciamo così. Rosso in viso mi ha confessato che la figlia, diciassettenne, ha un bimbo di sei mesi. L’ha chiamato come lui. Mi ha detto che “il ragazzo non ne ha voluto sapere”. Poi, quasi come per scusarsi: “Che potevo fare, io? Cacciarla di casa?”. Certamente no. Quindi adesso cresce anche il nipotino. “Pensavo di stare un po’ meglio, che, coi figli grandi, avrei avuto respiro… ma, invece”.
Già. Invece tutto accapo. Brava persona.
Adesso intorno c’è agitazione. Forse si sta pensando a dove conservare i registri di classe per l’ipotesi di una forma di cogestione o di autogestione. Su Facebook si legge, testualmente: “Ci vogliono ignoranti, ma ci avranno ribbelli”. Con due b, dal che si desume che li avremo sia ribelli che ignoranti.
Dal Web apprendiamo: “Finestre rotte, muri imbrattati, estintori ovunque. E' stato ridotto così dai vandali l'edificio centrale della scuola "Madre Claudia Russo" a Napoli. Eppure solo 48 ore fa qui si festeggiava la nascita della prima classe 2.0 nel capoluogo campano, vincitrice del bando ministeriale per portare la tecnologia nelle scuole. Le apparecchiature tecnologiche erano custodite e sono salve, ma per il resto i danni sono gravi e l'istituto è stato costretto a chiudere. Dobbiamo andare avanti, ha commentato il dirigente scolastico Rosa Seccia. Nella scuola per ora non può rimanere neanche il personale per sistemare lo scempio, a causa delle polveri di estintore spruzzate ovunque che, pur non essendo tossiche, creano difficoltà respiratorie.”
L’ho scritto anche nel mio blog e lo confermo: “Confesso: Non sono facile all'emozione: non piango neanche di fronte a questioni personali. Ma mi viene da piangere quando vedo vandalismo che vorrei chiamare "inutile", ma inutile non è: ha il chiaro senso di non permettere crescita culturale e morale a Napoli. Non è inutile per chi lo effettua e per chi lo programma. E' indirizzato.”
"Allo Striani hanno distrutto tutto". Sospira una collega.
Già: la cultura è potere, l’ignorante è più gestibile. E’ per questo che, specialmente a Napoli, è più difficile fare cultura.
Noi insegnanti, alle 13.05, siamo ancora qui, in attesa. Alcuni di noi, per le 15, hanno da fare i Consigli di classe e non si muoveranno affatto.
Noi tutti, noi italiani, un po’ tutti, tranne quelli che difendono, e possono farlo, i loro diritti economici. Attendiamo,
Da professori, le decisioni dei nostri allievi, da lavoratori, le decisioni “dei grandi” che ci hanno tra le mani, e non li abbiamo neanche votato.
“Adda passà a nuttata”, direbbe De Filippo.

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