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Bruno Magnolfi

18 giugno 1955, Follonica
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  • 25 gennaio 2016 alle ore 20:43
    Un altro che non sono.

    Come comincia:          
    Non ho fatto nulla, sono assolutamente innocente, dice Antonio quasi tra sé, praticamente sottovoce, anche se lo fa con un tono che verrà dichiarato sulla carta stampata del giorno seguente deciso e convinto, quasi quello di un individuo che non fa che mostrarsi verso gli altri come un soggetto umile e sottomesso, pur conservando una sua personalità molto ferma, propria di un individuo che non è soltanto il povero ragazzo praticamente preda di una forza insospettabile a lui superiore, ma anche tutt’altro. Intorno in molti lo guardano con grande attenzione, ma nessuno dei presenti, almeno all’apparenza, concede davvero troppa importanza a quelle parole. Con ogni evidenza tutto ciò che l’inquisito esprime anche in questa fase, è subito registrato e soprattutto analizzato in ogni sua parte, esattamente come se quelle espressioni che adopera fossero costituite da sillabe, frasi e parole estremamente più complesse di ciò che realmente sono, forse mostrandosi addirittura frutto di una mente contorta, indubbiamente da interpretare, e alla quale senz’altro è doveroso concedere lo stesso ordinario beneficio di un qualsiasi assunto filosofico a cui, nelle pagine della cronaca dei quotidiani locali, sembrano praticamente riferite.
    La vittima indagata, detto ciò, resta subito dopo in silenzio, con gli occhi bassi, l’espressione di chi non si aspetta proprio niente di buono da tutta quella faccenda. Qualcuno senza alcuna professionalità da difendere, mormora di alcuni elementi evidenti che non avrebbero neppure alcuna necessità di essere dimostrati. Poi, mentre si continua ad interrogarsi praticamente su tutto, si dichiara ufficialmente una breve sospensione tecnica di quei lavori. Si levano subito in coro commenti e polemiche varie contro qualsiasi cosa sia stata trattata fino a questo momento, qualcuno alza addirittura la voce, però girandosi subito di spalle al momento in cui si ritiene troppo osservato. Altri abbandonano il luogo, sollevando le braccia quasi in segno di resa della civiltà.
                  Antonio alza lo sguardo, si osserva attorno, perde per un attimo la sua espressione dimessa e forma nell' aria densa un grido rovente di rabbia e disprezzo per la speculazione giornalistica in atto sul proprio caso. Si instaura immediatamente appena un attimo di silenzio profondo, in cui tutti si voltano verso di lui, anche se Antonio adesso è tornato immediatamente a sedersi e ad abbassare lo sguardo. Gli avvocati lo raggiungono subito, qualcuno vicino torna ad accendere il proprio registratore, altri prendono nota delle parole e del tono usato per essere espresse. Infine una donna, non troppo avanti con gli anni, si avvicina ad Antonio, e con la punta delle dita gli accarezza una mano mentre lui resta immobile, quasi ripiegato sopra di sé. Io ti credo, gli dice sporgendosi, e poi più nulla. Intorno qualcuno osserva la scena, due o tre fanno cenno di si con la testa, forse una piccola breccia si sta aprendo tra le file dei colpevolisti per forza. Alcuni trovano immediatamente lo spunto per una storia che nasce proprio in quel preciso momento, insospettabile, che addirittura getta chiara luce su nuovi e imprevedibili scenari.
                   Infine si riprendono i dibattimenti, ma Antonio a questo punto ha un lieve malore, si accascia, viene portato subito fuori dal personale addetto alla sua salvaguardia. Tutto, nella confusione generale, perde immediatamente di qualsiasi interesse, e in molti si accalcano già per andarsene, il presidente quindi grida silenzio più volte, ma oramai ogni cosa sembra sgonfiarsi, forse bisognerà attendere la prossima udienza per riattivare la curiosità di chiunque. La sala ormai è quasi vuota, i tassisti lungo il viale si precipitano a portar via i professionisti e gli addetti ai lavori che già stanno dietro a qualche altra cosa, ma all’improvviso si dice tra i corridoi che Antonio sia rientrato nell’aula che adesso evidenzia soltanto pochi rumori soffusi, e che sia tornato al suo posto, piazzandosi in piedi, a guardare i pochi rimasti negli occhi per poi infine arringarli: mi dispiace farvi perdere tempo, dice asciutto; ma non sono certo io la persona che state cercando.
     
                  Bruno Magnolfi

     
  • 03 marzo 2015 alle ore 21:44
    Prime donne

    Come comincia: L’uomo pare quasi non abbia alcuna fretta mentre attraversa la strada; forse, con il suo sguardo apparentemente indifferente, sembra quasi riconoscersi in un passante qualsiasi, ma questo avviene soltanto per un attimo, perché immediatamente dopo lui riprende la sua normale consapevolezza, quella di essere, come è quasi sempre stato, un personaggio principale. Si accosta ad un portone, cerca il nome giusto sopra le targhette, sta forse per suonare un campanello, ma da dietro lo raggiunge una donna, elegante, sorridente, ed ecco che insieme salgono subito dopo sopra ad un taxi che si è appena accostato al marciapiede.
    Non preoccuparti, dice lei, ogni cosa si aggiusterà; sarà sufficiente spiegare a tutti con chiarezza i nostri veri intenti, i nostri comportamenti, e giurare che siamo soltanto dei buoni amici, e nient'altro. L'uomo annuisce mentre detta l'indirizzo all'autista del mezzo pubblico. Quindi partono, e la scena si offusca. Un’ora prima l’uomo le aveva telefonato. Mi stanno ricattando, le aveva detto, e lei aveva fissato immediatamente quell’incontro allo scopo di prendere delle importanti decisioni.
    Il giorno precedente qualcuno, tramite un messaggio, aveva fatto sapere all’uomo che non avrebbe dovuto mai accettare la parte che gli avevano proposto in quella commedia. Altrimenti ne sarebbe andata di mezzo la sua tranquillità attuale, e addirittura il suo futuro. Lei non era stata citata, ma era abbastanza evidente quel riferimento. Recarsi negli uffici della polizia era probabilmente l’unica cosa giusta da fare, aveva pensato lui, ma tutto questo avrebbe gettato comunque un’ombra inquietante sul suo nome e quindi sulla sua carriera.
    Per quanto avesse trascorso l’intera serata a domandarsi chi poteva mai esserci dietro quella vicenda, non era riuscito a trovare un solo elemento di chiarezza. Soprattutto gli pareva quasi impossibile che potesse essere davvero l'invidia il vero movente di quell'operazione, considerato soprattutto che gli era sembrato del tutto naturale scartare ogni altra possibilità.
    Il regista al telefono si era mostrato poco comprensivo e assolutamente recalcitrante nei confronti di una sua eventuale sostituzione, ed a lui in quell’attimo erano tornati a mente i suoi inizi di carriera, quando per una qualsiasi particina in un lavoro minore, sarebbe stato disposto a fare praticamente qualsiasi cosa. Si era preso del tempo, certo, come si fa in questi casi, ma in capo a due giorni avrebbe comunque dovuto dare una risposta definitiva riguardante la sua partecipazione o meno a quell’importante lavoro teatrale.
    Al tassista aveva detto a un certo punto di fermarsi, aveva pagato frettolosamente la corsa, ed era sceso dall’auto insieme alla donna. Si erano rifugiati dentro un caffè lì vicino, ma l’uomo, tornato da solo fuori dal bar, aveva telefonato nervosamente dal marciapiede alla propria moglie. Le aveva detto che qualcuno presumeva una sua relazione con una donna, ma non c’era niente di vero. Lei, dopo una pausa, aveva risposto che gli credeva, e che non sarebbe stato certo uno squilibrato con una sospetta intraprendenza di stupida rivalità ad influire sulla loro vita coniugale.
    Così lui era tornato dentro al locale, aveva preso un caffè frettoloso con la donna rimasta al tavolino ad attenderlo, poi era uscito di nuovo con lei. Avevano camminato a piedi per tutto quel tratto di strada, quasi in silenzio. Poi lui di colpo aveva detto soltanto che ormai si era deciso, avrebbe confermato la sua partecipazione a quella commedia come attore principale, affrontando con fermezza ciò che ne sarebbe potuto conseguire. Ti amo, aveva risposto lei quasi d'istinto, anche se tutto ciò suonava adesso quasi come una sciocca ironia.
     
    Bruno Magnolfi

     
  • 10 dicembre 2014 alle ore 21:36
    Viaggio della rinuncia

    Come comincia:        
    Ho quasi paura, fa lui sottovoce proseguendo a guidare. L'altro finge di non averlo sentito. La donna, al fianco del posto di guida, dice che secondo lei devono in ogni caso spingersi in avanti. Fuori dall'abitacolo la notte appare impenetrabile, i fari della macchina rischiarano di fronte a loro una porzione ridicola di asfalto. Perché accade tutto in questo momento, riprende a chiedersi la donna a voce alta; perché mai proprio in questo momento. Nessuno risponde, tanto appare retorica quella domanda.
    Alla fine di questo viaggio sicuramente molte cose saranno diverse, dice l'altro. Lui prosegue a guidare, ma dopo pochi minuti dice che forse sarebbe meglio se si fermassero, almeno per qualche minuto. L'altro non perde neppure tempo a chiedere il motivo della sosta, si limita a sbuffare e lascia che poco dopo la loro auto si immetta nella piazzola di un distributore di benzina ormai chiuso. Accanto all’area, sottolineato da un’insegna luminosa, c'è un piccolo autogrill ancora in funzione; la donna fa cenno che potrebbero andare lì e prendersi almeno qualcosa da bere.
    Scendono in silenzio, entrano ordinatamente nel piccolo locale e si siedono ad un tavolo. Bene, dice l'altro con ironia, non ci resta che fare una bella chiacchierata come dei buoni amici. Lui non risponde, si limita a guardare da qualche parte con l'aria di chi vorrebbe essere altrove. La donna ordina al cameriere del caffè per tutti, poi spiega che secondo lei non c’è motivo per farsi prendere dai nervi. L’uomo del bar porta quanto ordinato, osserva tutti con aria quasi di sospetto, ma serve le tazze ed il resto senza dire niente. Lui gli chiede quanta strada ci sia ancora prima di giungere in città, e l’uomo dice semplicemente: non molto, senza aggiungere altro.
    Quando tornano a salire sull’auto lo fanno un po’ svogliatamente, quasi provando sofferenza. L’altro dice senza mezzi termini che non ha più molta voglia di spingersi ancora in avanti, ma l’autista riprende a guidare quasi non avesse sentito niente. La donna si sistema sopra al sedile come meglio può, e dopo poco chiude gli occhi, proprio mentre una fila di lampioni a bordo strada mostra le facciate delle case di una piccola frazione.
    Proseguono ancora in silenzio per circa mezz’ora o poco meno, infine delle forti illuminazioni mostrano già da lontano che stanno per giungere nella città. La donna si scuote, tira fuori dalla borsa alcune cose insieme ad un piccolo foglio con su scritto l’indirizzo dove devono recarsi; l’altro, sui sedili posteriori, appoggia le braccia agli schienali davanti a sé, quasi per essere maggiormente partecipe di quella fase.
    Lui rallenta la guida, le strade cittadine si aprono agli inizi nell’interno di una periferia sostanzialmente anonima, ma poi alcuni viali sfociano invece in larghe piazze, alcune anche alberate. Alla fine la strada che cercano si staglia improvvisamente di fronte a loro, quasi in modo magico, così la macchina rallenta, si accosta, e poi va a fermarsi in un parcheggio libero.
    Sono arrivati, adesso devono soltanto scendere, suonare il campanello come pattuito, salire le scale e riunirsi con gli altri che probabilmente sono già tutti arrivati: ma un brivido di fatto sembra attraversarli. Il motore e i fari spenti mostrano un vuoto terribile, il silenzio che si forma sembra quasi parlare per loro. Che facciamo, chiede la donna. L’altro la guarda restando in silenzio. Lui alla fine dice soltanto: andiamocene via, riavviando il motore.
     

     

     
  • 30 ottobre 2013 alle ore 22:30
    Ritratto mio

    Come comincia:  
    Ero entrato quasi di corsa dentro la stanza, e avevo cercato velocemente di osservare tutto quell'ambiente per capire grosso modo in quale zona dell'edificio fossi capitato. Da quanto riuscivo a vedere però, intorno a me praticamente niente sembrava avere la possibilita di aiutarmi: almeno ad una prima occhiata l'arredamento di quel luogo appariva ordinario, come quello di una qualsiasi casa benestante, e gli elementi in giro, pur di una certa raffinatezza, parevano del tutto abituali, sennonché sulla parete principale sembrava come mancasse un quadro: un quadro importante, un grande dipinto, una tela che fino a poco prima sicuramente doveva aver troneggiato al centro di quella vasta sala, un lavoro pittorico rimasto talmente a lungo là appeso per farsi ammirare a fianco del monumentale caminetto, da aver lasciato sul muro bianco, solo un po' ingrigito dal tempo, la sua esatta forma pulita sopra l'intonaco.
    Mi parve strana la scelta di togliere qualcosa da un luogo dove al contrario tutto il resto era stato lasciato perfettamente al proprio posto, così immaginavo un furto da parte di qualcuno che introducendosi là dentro, forse proprio come me, con grande perizia avesse staccato il dipinto dal sostegno per poi portarselo infine chissà dove, magari, per non dare troppo nell’occhio, fingendosi un fattorino oppure un operatore dei traslochi. Più mi guardavo in giro in quell’ambiente quasi familiare e più mi pareva mancasse profondamente quel quadro, quasi come se tutta la stanza fosse stata arredata soltanto in funzione di quello, e cosi ne immaginavo una cornice dorata, assolutamente importante, ed in mezzo il ritratto di qualcuno di cui restare senz’altro impressionati: una figura della quale doversi ricordare quasi per forza, una persona famosa, certamente, un insigne, un vero personaggio di cui conservare esatta memoria sia del volto che dei lineamenti.
    Riuscivo quasi ad immaginare una gran faccia seria, un'espressione magari leggermente appesantita dalle preoccupazioni, forse una persona raffigurata quasi anziana, che in mezzo al suo daffare di vita attiva si era lasciata immortalare da un pittore probabilmente molto noto, un ritrattista famoso, sicuramente tra i più in auge in quel momento. Se ci pensavo bene pareva mi osservasse quel signore, posasse quel suo sguardo inquietante dal centro vuoto del muro proprio su di me, io che ero lì quasi per sbaglio, come se fosse una colpa precisa essere arrivati in quel luogo proprio mentre lui non c'era. Ne sentivo la presenza grave, il silenzioso rimprovero per quella mia sgarbata intromissione, quasi un giudizio senza appello, ma nonostante il quadro non esistesse neanche più in quel suo posto dove aveva troneggiato chissà per quanti anni, non riuscivo a sentirmi a mio agio in nessun modo.
    Indietreggiavo lentamente, come cercando di non dare mai le spalle a quel ritratto o al suo fantasma, e sfiorando la parete di fronte, andavo infine ad appoggiare la mano sulla maniglia della porta. La sentivo debole, arrendevole, e in un attimo mi appariva la
    porta spalancata, senza che ne fossi stato io l’autore. Due facchini allargavano le ante quanto più potevano e lasciavano introdurre un quadro ben coperto. Naturalmente chiedevano scusa per la loro operazione, e infine innalzavano una tela incorniciata e andavano a riappenderla esattamente dove questa era mancante, in quel vuoto che mi aveva quasi fatto venire i brividi, lasciandomi osservare con nettezza che si trattava semplicemente di un paesaggio.

     
  • 12 ottobre 2012 alle ore 21:24
    Dialogo n. 5. Punti di vista.

    Come comincia:  
    E’ già in ritardo, dico con convinzione alla signora accanto a me mentre ambedue continuiamo a stazionare sulla panchina presso la fermata del bus cittadino. Lei annuisce, io osservo la strada nell’attesa di veder arrivare quel mezzo pubblico. Sto fermo, impassibile: devo restare in silenzio, mi dico, non posso sempre lasciarmi sfuggire i pensieri con chiunque sia nelle mie vicinanze. La signora, subito dopo, dice come tra sé che lei non ha fretta, e che la giornata peraltro le sembra deliziosa, degna di essere goduta all’aria aperta. Spende un’occhiata verso di me, presumibilmente per vedere come reagisco: io avrei molte cose da dire a riguardo, ma resto in silenzio, mi costringo a non formulare nessuna parola, zitto, quasi senza pensare.
    Il bus non arriva, mi spazientisco, non ho alcuna fretta particolare, ma attendere mi pare un’attività tra le più odiose possibili, anche se cerco di resistere, e così continuo a rimanere immobile, nascondendo in quel modo il mio vero stato d’animo. Però non si può ridurre tutto ai propri gusti e comportamenti, dico alla signora, lasciandole intendere che il ritardo del bus è un fatto oggettivo, oltre la bella giornata e la voglia di starsene su quella panchina. Passa un attimo di silenzio completo, in cui mi pento profondamente di avere di nuovo parlato. Poi la signora insiste: si possono prendere in molte maniere, le piccole avversità di ogni giorno.
    Guardo il mio orologio da polso, mi muovo, sbuffo, ormai sono in aperta conflittualità con la signora, che sicuramente mi giudica un impaziente, una persona che non sa dominare gli istinti. Ho un appuntamento, le dico; ogni minuto perso per me risulta importante. Questo non cambierà assolutamente le cose, fa lei. Certo, fo io, ma almeno potrò lamentarmi di qualcosa che non funziona in questa città. Mi rendo conto improvvisamente che le ultime parole le ho pronunciate con voce leggermente alterata, appena più del necessario, così adesso mi sento dispiaciuto di aver mostrato il peggio di me a quella signora.
    Mi muovo ancora con nervosismo, vorrei tanto che giungesse qualcuno ad attendere il bus insieme a noi, ma anche questo è un elemento da cui proprio non sono confortato. Con le belle giornate, si va a passeggiare ai giardini, dico con calma, così si dimentica il passare del tempo ed il resto. Lei non ribatte, gioca sul silenzio perfetto, sulla sua indubbia capacità di sopportare ogni cosa, perfino la mia presenza. Va bene, dico alla fine, lei ha ragione, fa male addirittura all’organismo prendersela troppo per cose del genere. Però vorrà ammettere che tutto questo ritardo non è assolutamente ammissibile?
    La signora resta in silenzio; io vorrei scomparire di colpo dal tratto di strada, anzi, penso per un attimo che addirittura potrei avviarmi a piedi nella direzione verso cui devo andare, ma subito rinuncio, sarebbe un darsi dello stupido e basta. La signora neppure mi guarda, finge che io non ci sia, che non abbia detto un bel niente. Mi sento sull’orlo dell’odio verso questa persona, vorrei strangolarla, stringerle la gola fino al punto di farle confessare che è una vera inciviltà un ritardo del genere. Poi arriva il bus, esprimo espressioni vistose di apprezzamento, mi alzo e mi preparo a salire ancora prima che il mezzo sia giunto alla fermata, scalpito quasi per evitare di far perdere tempo all’autista. Poi salgo, timbro il biglietto, mi siedo, e immediatamente mi accorgo che la signora di prima non si è neppure spostata dalla fermata. Il mezzo riparte: mi sento assolutamente confuso, e la mia giornata ormai appare irrevocabilmente già compromessa.

     
  • 19 febbraio 2012 alle ore 18:14
    Senza respiro (ripresa cinematografica n. 10).

    Come comincia:  
              Lei sale sulla corriera con modi quasi consunti, guardandosi attorno in modo sommario; prende posto sul sedile che le piace di più, accanto ad un finestrino, e si sistema con calma proprio mentre il mezzo riparte. Ci sono molte persone a viaggiare con lei, ma c’è qualcuno che prosegue ad osservarla con attenzione da dietro, ne studia i dettagli, i piccoli gesti, probabilmente pronto a seguirla appena scenderà da quella vettura. Lei, quasi per abitudine, estrae dalla borsa un libro tascabile, ne cerca la pagina giusta, inizia a leggere, forse per sentirsi lontano da lì. Scorrono i minuti e anche i chilometri della campagna, intervallati da borghi di case: tutto scivola fuori dai finestrini, come la pellicola di un film anche troppo realistico. Qualcuno sale ancora sul mezzo pubblico, ma la maggior parte dei passeggeri, ad ogni fermata, sa che ormai è arrivata a destinazione, considerata l’ora serale, e poco per volta la vettura si svuota. Alle spalle di tutti, il tramonto segna di arancio quel panorama ordinario.
              La donna lascia che tutto prosegua, quasi indifferente alle abitudini che giornate pressoché identiche hanno reso ormai priva di sensibilità; poi però ripone il suo libro, osserva fuori, per un momento, gli ultimi sprazzi di luce prima che la sera, tra pochi minuti, renda buio tutto quanto, e infine, con gesto femminile, si sistema la gonna, chiude i bottoni del suo soprabito, sa che la prossima fermata è la sua, si sente pronta per scendere. La corriera rallenta, lei si alza, altri due o tre passeggeri si sollevano quasi contemporaneamente dietro di lei. Tutti scendono il gradino di quel mezzo pubblico, uno dietro l’altro, qualcuno saluta il conducente, il pendolarismo compie ormai l’ultimo atto della giornata. La donna cammina sul marciapiede con passo svelto sopra i suoi tacchi, qualcuno continua ad andarle dietro, sono poche le centinaia di metri che la separano dalla sua abitazione, ma sufficienti per essere raggiunta da una persona che continua a seguirla. Lei non si volta, prosegue imperterrita a camminare, anche se avverte una presenza inquietante dietro di sé. Poi, alle sue spalle, qualcuno dice netto e a voce bassa il suo nome.
              Allora si ferma, si gira di scatto, come ormai consapevole quasi di quel suo destino, forse ha riconosciuto la voce, probabilmente la sua immaginazione ha già formato una figura nella sua mente, e soltanto i suoi occhi adesso possono darne conferma. I due si guardano, si osservano per qualche secondo, fermi, a distanza di quattro o cinque metri; la luce di un lampione rischiara la scena. Non c’è niente da dire, a lei spunta inarrestabile una lacrima, lui trattiene con sacrificio tutte le parole che avrebbe da dirle; poi arretra di un passo, di due; infine si volta, superando la sua volontà, lei non fa niente per cercare di fermarlo. La nostalgia di un tempo passato è fortissima, ma non c’è alcun significato nel cercare qualcosa che dia una variazione pur minima a quello stato di cose.
              Nessun saluto, neppure un gesto, soltanto il vedersi per uno sparuto momento da soli, alla fine di un giorno qualsiasi, come qualcosa che resti sospeso, un non detto, forse neppure pensato, il coraggio della fantasia che si spinge più avanti, oltre la concretezza di qualsiasi altra cosa, il senso di ciò che sarebbe potuto avvenire, forse anche avvenuto davvero, ma in una dimensione diversa. Infine il distacco, che resta la cosa più dolce e più dolorosa di tutte: inarrestabile, eppure così forte da fermare il respiro.

     
  • 16 dicembre 2011 alle ore 22:24
    Un albero vicino a cui piangere.

    Come comincia:  
    Presto, sali, aveva detto Rino alla ragazza nello stesso momento in cui le aveva aperto lo sportello della sua auto, senza neppure che fosse particolarmente chiaro il motivo di tutta la fretta. Lei aveva eseguito, si era seduta e lo aveva osservato per un attimo come cercando nel profilo del viso una spiegazione sul luogo dove stessero andando. Lui, con gesti precisi, aveva fatto riprendere velocità all’automobile, poi aveva svoltato ad alcuni incroci, e con il suo modo di comportarsi, aveva dimostrato subito, con grande evidenza, di sapere perfettamente dove stesse recandosi.
    Erano rimasti in silenzio per alcuni minuti, Rino pareva concentrato nella sua guida, la ragazza guardava la strada davanti alla macchina, come cercando di decifrare ciò che passava davanti ai suoi occhi. Il pomeriggio di quella giornata continuava ad essere uggioso nella stessa maniera come lo era stata tutta la mattina, e il tergicristallo esibiva con metodo un piccolo rumore a ogni giro, quasi un lamento. Credo di non essere mai stata da queste parti, aveva detto lei come tra sé, e lui aveva annuito conservando l’espressione del viso quasi imbronciato. Infine aveva risposto qualcosa che non significava un bel niente: andiamo da un amico, aveva spiegato, prendendo per una strada ormai fuori città, costeggiando un canale e una fila di alberi vecchi e mezzi rinsecchiti.
    La ragazza aveva iniziato a provare un certo disagio, forse dato dalla paura che qualcosa le stesse sfuggendo di mano, e in fondo non aveva alcuna volontà di fare cose particolari, neppure di conoscere quell’amico di Rino. Già, Rino: se ci pensava un po’ meglio, le veniva a mente che non era neanche troppo tempo che lo frequentava; le era sembrato da subito un ragazzo come gli altri, per questo aveva accettato varie volte di uscire con lui, anche se in fondo, della sua personalità, che ne sapeva? Avevano anche parlato poco tra loro da quando avevano iniziato a vedersi, e non c’era ancora stato il tempo necessario per chiarire perfettamente i loro punti di vista, di questo era certa.
    A lei adesso sembrava addirittura di non avergli detto niente di sé, di non avergli spiegato per nulla cosa pensava davvero, il limite oltre il quale non avrebbe voluto mai andare, per esempio, e altre cose del genere. Forse lui aveva addirittura travisato qualche discorso che lei si era lasciata sfuggire, soltanto per sentirsi più grande, per darsi maggiore importanza. Adesso però le pareva il momento: avrebbe voluto dirgli qualcosa, interrompere quella corsa in auto assolutamente insensata, avrebbe desiderato con tutta se stessa che Rino voltasse la macchina, che la riportasse indietro, nel suo quartiere, dove poteva magari recarsi al solito bar, in un posto dove lei provava il senso di sicurezza, in mezzo alla gente che conosceva, dove nessuna preoccupazione le avrebbe mai sfiorato la mente, ma adesso si sentiva quasi paralizzata, non riusciva più neppure a parlare.
    Rino infine aveva accostato la macchina al bordo stradale, dopo avere rallentato gradualmente l’andatura, e si era andato a fermare proprio in prossimità di una vasta piazzola in terra battuta, accanto ad un campo scuro probabilmente arato da poco. Aveva spento il motore, si era voltato lentamente verso la ragazza, ma soltanto per dire : ecco, ti presento il mio amico, il più grosso albero di quercia che io abbia mai conosciuto. La ragazza allora aveva osservato con occhi increduli la pianta enorme vicino alla strada, ne aveva osservato il tronco larghissimo e la miriade di rami e di foglie che ne formavano la chioma, poi era tornata a volgere il suo sguardo su Rino, e le era venuto da piangere, anche se ormai non sapeva neppure spiegarsi il perché.

    Bruno Magnolfi

     
  • 01 novembre 2011 alle ore 21:27
    Amarezza contemporanea

    Come comincia:  
    Su quello spiazzo costituito da rocce grigie irregolari, come una specie di piccola altura, l’uomo primitivo osserva la fitta vegetazione del bosco poco sotto di lui. Sa che da li a poco deve affrontare il suo nemico temibile che adesso forse si nasconde là dentro, ciò nonostante sembra essere preso da una strana e insolita calma, come se tutto questo lo riguardasse soltanto in minima parte. Ha già provato altre volte a restare da solo, unico dominatore del luogo, e nella proiezione che in quei casi se ne è dato, ha assaporato il gusto profondo di quella dimostrazione di forza, come di qualcosa di meraviglioso. Ma adesso, chissà perché, tutto questo non gli pare più tanto importante, o meglio, pensa alla sfida nei confronti dell’altro, e prova soltanto il timore che una volta abbattuto il suo simile, molto nei suoi giorni quasi si privi di qualsiasi significato.
    Gli sembra forse inutile adesso seguire i suoi istinti profondi, come sempre peraltro ha fatto nella sua vita: sente che i suoi pensieri di oggi lo trascinano da tutt’altra parte, anzi, gli pare urgente e importante che lui assuma come fondamentale quel diverso punto di vista, quasi che le sue idee, la sua maniera di essere, il suo comportarsi, abbiano improvvisamente necessità di un confronto più costruttivo, di una diversa opinione con cui misurarsi, magari addirittura di un aspetto critico differente da quello che ha sempre avuto.
    Questo, riflette l’uomo primitivo sopra l’altura, mentre continua a starsene eretto su quel luogo così giusto per tenere sotto controllo la zona, anche se in fondo a lui non interessa quasi più rimanersene lì, come se la sua mente in quegli ultimi giorni avesse maturato un diverso convincimento su tutto, un modo di vedere le cose distante da quella che è stata la sua opinione di sempre. Sa che il nemico è là attorno, rintanato nel fitto della vegetazione, da qualche parte, eppure gli pare quasi di non temerlo neanche: gli sembra sciocco il loro contrapporsi come animali, quel farsi guerra per una sciocca supremazia, tanto da immaginare al contrario un possibile sodalizio e un’alleanza fruttuosa fra loro, un patto da stringere, forse, qualcosa di diverso da sempre, ma che possa servire maggiormente ai loro simili scopi.
    Poi accade qualcosa, un ramo d’albero cade a terra spezzato, una pietra vortica dentro l’aria, lui si china timoroso ad osservare quanto sta per succedere. Quasi non importa chi sarà tra di noi a cadere a terra ammazzato, pensa; in quel caso avremo perso ambedue, non avremo maturato nessuna possibilità di tentare un’esistenza diversa, una differente maniera di vedere le cose. Infine si alza, tiene tra le mani una pietra di discrete dimensioni, sa che ha un vantaggio notevole sull’altro restando sopra l’altura, e infine lo vede, è lì, poco sotto di lui, sta brandendo qualcosa, lo minaccia, così, quasi d’istinto, scaglia la sua arma dall’alto colpendolo in pieno, proprio sopra la testa. 
    L’uomo primitivo scende velocemente ad osservare da vicino quel corpo, l’altro a terra esala oramai gli ultimi suoi respiri, lui lo guarda, forse prova un senso di dispiacere dentro di sé. Infine torna ad osservare la vegetazione indifferente attorno alle rocce: adesso lui è più solo, ne ha quasi certezza, sente che il suo punto di vista egoistico forse è profondamente sbagliato, ne è quasi cosciente, eppure non rinuncia a quell’ultimo sprezzo, e sputa, come ha fatto altre volte in casi del genere, sopra a quel cadavere immobile.

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 22:24
    Il male minore (ripresa cinematografica n. 6)

    Come comincia:           Non so neppure per quale motivo fossi entrato in quel capannone industriale dismesso, forse soltanto per curiosità, tanto che quando ero caduto malamente da una scaletta metallica arrugginita, avevo subito pensato che era quasi giusto che mi fossi fatto del male, e che era quella la perfetta punizione per essermi andato ad impicciare di cose che non mi riguardavano affatto. Avevo provato quasi immediatamente a rimettermi in piedi, nonostante i forti dolori dappertutto, ma mi ero velocemente reso conto che non ne ero capace. Così ero rimasto immobile il più a lungo possibile, e quando avevo notato che oramai iniziava a far buio, una paura sottile aveva iniziato a farsi strada velocemente dentro di me.
              Sentivo un piede come incastrato in qualcosa sul pavimento, ed una gamba così dolorante da non permettermi alcun movimento. Sotto alle mani sentivo la polvere e la sporcizia di anni, e tutta quella situazione mi appariva così assurda che continuavo a immaginare una soluzione immediata, casuale, qualcosa come aprire gli occhi all’improvviso e ritrovarmi fuori da lì, tranquillo, sul marciapiede della strada di casa. Invece, al contrario della mia assurda fiducia, la realtà pareva delinearsi molto più seria e concreta di ogni mia supposizione, mentre inesorabilmente continuava a scorrere il tempo, e i rumori delle rare auto in transito lungo la strada, sembravano giungere da un luogo talmente lontano da farmi apparire assurdo cercare di richiamare l’attenzione di qualcuno con qualche stupido grido di aiuto. Continuavo tenacemente a pensare che tutto in qualche maniera si sarebbe risolto, anche se la mia fiducia sentivo che poco per volta iniziava a incrinarsi.
              Poi avevo cominciato a cercare di muovermi, pensando ad ogni minuta azione da compiere come al raggiungimento di un grande traguardo. Mi ero reso conto velocemente che c’era del sangue sulla mia gamba, ma questo non mi aveva creato nessun particolare problema aggiuntivo, e anche se con certezza sentivo il mio corpo fortemente indebolito da quella caduta, cercavo ugualmente di portare a compimento tutti quei gesti che ritenevo assolutamente fondamentali alla risoluzione dei miei problemi. Con grande fatica ed impegno ero riuscito alla fine ad appoggiare un ginocchio per terra, e a sollevare leggermente il busto sugli avambracci, ma fu proprio allora che mi ero reso conto che quella gamba ferita non mi avrebbe sorretto in nessuna maniera, e che non ce l’avrei probabilmente mai fatta a rimettermi in piedi.
              Così, con la poca energia che mi era rimasta, mi ero trascinato, fermandomi a riprendere fiato ogni due o tre movimenti, sopra la polvere di quel pavimento, riuscendo ad arrivare vicino ad una parete, cosa questa che mi parve già un grande successo, mentre sentivo tutto il mio corpo, per quello sforzo estenuante, ormai quasi esausto. Ero tornato allora a puntare il ginocchio per terra cercando con le mani un appiglio sulla superficie del muro, riuscendo con grande sforzo a tirarmi su in piedi, giusto per rendermi conto che non ricordavo neppure verso dove avrei dovuto dirigermi per ritrovare l’uscita da quel capannone. Ero perduto, pensavo, era evidente; mi avrebbero ritrovato ormai cadavere chissà quanto tempo più tardi, forse tra un mese, forse anche di più.
              Fu allora che mi lasciai andare, ricadendo di fianco sul pavimento, ma fu quasi nello stesso momento che qualcuno vicino, con una torcia accesa di cui già iniziavo a vedere le lame di luce, chiese a voce alta dove mi fossi nascosto. Il resto, avvocato, lei lo conosce meglio di me: la denuncia che è stata spiccata nei miei confronti, probabilmente era il minimo che potesse essere fatto; del resto io mi reputo già fortunato nel poter raccontare ciò che è accaduto, il resto, in fondo, se devo essere del tutto sincero, non mi interessa neppure.

     
  • 19 settembre 2011 alle ore 21:01
    Scena n. 20. Il riscatto.

    Come comincia: Il faro impietoso illumina il palco dall’alto, rendendo visibile un leggero velo di polvere che sembra aleggiare, come sospeso, nell’aria calda e densa di tutto il proscenio. In platea c’è silenzio, tutti attendono l’ingresso del primo attore, lui, dietro le quinte, ha ripassato fino ad adesso tutte le parti del pezzo che dovrà recitare, è sicuro di riuscire a ricordarsi ogni battuta, ogni espressione da assumere, tutte le sfumature di voce di quella commedia così complicata e sentita.
    Entra, senza neanche attendere il gesto concordato che in genere gli rivolge il regista, sente la luce sul corpo, sul viso, osserva per un attimo il buio della sala, poi si schiarisce la voce, come se dovesse affrontare un discorso politico, a braccio, quasi che la sua parte fosse la definizione del suo pensiero, come una scelta di vita. Il primo brano gira su un cruccio che lui sente vivo, ma ancor prima di aprire la bocca cerca di assumere l’espressione più seria che conosce, quasi uno sguardo sofferente, persino doloroso.
    Ecco, dice guardandosi una mano in quella luce potente; sono io che sono riuscito a compiere questo misfatto, io che ho lasciato che tutto avvenisse quasi senza occuparmene, come se fosse deciso una volta per tutte che dovesse andare così, senza nessuna differente possibilità. Avevo distolto lo sguardo, forse, avevo lasciato che le cose si proiettassero in avanti per proprio conto, ed adesso non riesco più neppure ad intendere come arrestare quanto è dipeso da questa mia sciagurata indifferenza iniziale.
    Silenzio; nessuno, in platea, sui palchi, e in tutto il teatro, si permette il minimo movimento. La pausa dopo queste parole si fa carica di aspettativa, l’attore si muove leggermente sopra al palcoscenico come in preda ad un forte malessere, stritolato dal dolore di una condanna calata su tutti. Lascia una pausa, attende che le parole tornino a fluire alla sua bocca come un pensiero dettato dalla coscienza, dal bisogno di rendere chiaro il più possibile tutto il rovello che lo ha portato là sopra. E’ tardi, dice; qualsiasi ripensamento è impossibile, il danno che ho procurato a tutti è superiore a qualsiasi progetto negativo si fosse intrapreso.
    Poi volge lo sguardo in un punto definito dietro le quinte, osserva l’ingresso di una donna, una persona che entra apparentemente contrita in un dolore addirittura più forte di lei, raggiunge lentamente la zona di palco più illuminata, si ferma, ha soltanto il coraggio di alzare per un attimo lo sguardo da quelle assi di legno, e subito si richiude nel suo dolore. Tu sei la più colpita e denigrata, dice l’attore senza togliere lo sguardo da sopra il suo volto. Ci vorrà tanto tempo per riuscire a ridarti la dignità che adesso pare definitivamente perduta. Non so neppure da che parte iniziare ad aiutarti, non so come io possa evidenziare a tutti ciò che realmente è avvenuto.
    La donna allora lo guarda, sente come un moto di orgoglio dentro di sé, volge lo sguardo sulla platea, sa che tutti stanno aspettando la prima parola che lei porgerà, la prima espressione con la quale può chiarire il suo punto di vista. Ti sbagli, dice lei alla fine; sta a me, come donna, riuscire a riprendere la dignità che mi è stata tolta. Mi impegnerò, d’ora in avanti, cercherò di farlo con tutte le forze che ho, renderò assurdo e disumano questo comportamento di alcune persone che forse mi ha denigrato agli occhi di tutti. Tocca a me, e a nessun altro, rendere chiaro che sono persona, prima ancora che donna.

    Bruno Magnolfi

     
  • 19 luglio 2010
    L'attesa

    Come comincia: Sul mare, in quella giornata di sole, tutto appariva più bello, anche i pensieri tristi, anche gli elementi spiacevoli degli ultimi tempi. Le avevano fatto una bella festa i colleghi per il suo ultimo giorno di lavoro all’ufficio postale, ormai quasi un anno fa, spesso le tornava a mente, ma ritrovarsi in pensione con tutto quel tempo libero da riempire in qualche modo per lei era stato più difficile di quel che aveva previsto. Si era seduta su di una barca capovolta ad osservare l’orizzonte fermo, ad ascoltare quel ritmo sonnacchioso delle piccole onde di risacca, e i suoi pensieri fluivano via leggeri, come sempre. In fondo vivere da sola aveva i suoi vantaggi, pensava. Passeggiare, riflettere, tutte cose attorno alle quali sviluppava spesso le sue giornate, attività che ormai conosceva anche troppo bene. Se n’era andata anche Ernesta, la sua amica di sempre. Suo marito era rientrato in casa e l’aveva trovata così, seduta sulla sua poltrona dove le piaceva leggere il giornale, con ancora il sorriso sulle labbra, aveva detto. Ma a quello non doveva pensarci, altrimenti le veniva la malinconia.
    Il mare era bellissimo in primavera a quell’ora del mattino, quando la sabbia umida dell’arenile pareva lisciata dalla notte, e l’acqua trasparente un elemento quasi immobile, rimasto così da sempre. Lei camminava ed osservava. Abitava da sola, non aveva mai avuto un marito; e adesso quella solitudine era prepotente, le dettava tempi e modi, la faceva sentire trascinata via dalle giornate, senza che potesse farci niente. Certe volte aveva trovato qualche oggetto interessante sopra al bagnasciuga, piccole cose arrivate lì chissà da dove, portate dal vento e dalle correnti: sugheri sagomati usciti dalle reti dei pescatori, statuette di legno intagliato sciupate dall’acqua e dal sale, bottiglie di vetro vuote, senza alcun messaggio. Le piaceva trovare quegli oggetti, era come immaginare la presenza di qualcosa di vivo, un piccolo contatto con qualcuno che aveva adoperato quelle cose, e poi le aveva perse, come spesso succede nella vita.
    Si sentiva importante quando lavorava all’ufficio postale, tutti la conoscevano e la salutavano, e poi c’erano quegli anziani silenziosi in fila a ritirare la pensione: non avrebbe immaginato che tutto finiva un giorno, stupidamente, con la festa dei colleghi. C’era una scatola insieme a un ciuffo d’alghe, lì sulla riva, una piccola scatola di legno forse per tenerci le matite, come si usava tanto tempo fa. Pareva un quadro surrealista, una natura morta fatta di conchiglie, sassolini colorati, fili d’alga e quel bordo bianco di spuma di mare che arrivava a tratti, lì vicino. Era bella quella scatola, ma adesso le dispiaceva sciupare quel quadro ben composto, quell’immagine così ben fatta. Pareva come la sua vita, dove ogni elemento era scorso via bene, nella maniera giusta, se non ci fosse stata quella maledetta solitudine di adesso.
    Infine prese la scatola: era bella, di legno scuro, l’aprì. Non c’era niente dentro, solo un po’ d’acqua e dei granelli di sabbia, ma sotto al coperchio c’era scritto un nome, il suo. Certe volte la vita fa dei giri strani, pensò. Certe volte va a rinchiudersi in luoghi scuri, da dove sembra impossibile possa ancora avere un senso, però bisogna aprirli quei contenitori, scoprire ciò che è rimasto dentro nell’attesa. Con la mano tolse la sabbia appiccicata sopra al legno e mise via la scatola dentro la sua borsa. Guardò il mare e pensò che ormai lo conosceva bene, lo aveva osservato a lungo persino troppe volte. Doveva fare altre cose, forse dipingere, forse aiutare gli altri, trovare un senso a quel vuoto che adesso la martellava prepotentemente; questo le indicava la realtà, questo le dicevano gli oggetti attorno a sé: l’attesa era finita, ora stava a lei reagire.

     
  • 15 giugno 2010
    Dietro al semaforo

    Come comincia: Un uomo attraversa la strada ad un passaggio pedonale. Lo fa come ogni giorno, perché deve attraversare quella strada per recarsi al suo posto di lavoro. Esce da casa, costeggia lungo un marciapiede alcune abitazioni grigie tutte uguali, arriva vicino a un giardinetto di fronte al quale c’è il suo bel passaggio pedonale. In quel giardino ci ha portato i suoi figli la domenica tante volte quando erano più piccoli. Ancora li ricorda quei momenti, il profumo di sugo che usciva da qualche abitazione, il sole della primavera, i bambini che giocavano a rincorrersi. Adesso si sono fatti grandi i suoi figli, ma ancora abitano in famiglia, nella sua casa, anche se escono da soli e se ne vanno in giro, con gli amici; ma spesso lui gli ripete le solite raccomandazioni, lo fa con spirito di padre: dice di non fare tardi, di non bere, di essere retti, di stare attenti a quel passaggio pedonale, quello davanti al giardinetto, perché è pericoloso, lo sanno tutti nel quartiere. La vita sembra scorrere via senza inciampi, lì davanti casa, lungo quella strada polverosa sempre uguale, con il suo traffico intenso nelle ore di punta, però c’è sempre qualche auto che passa via veloce a sera tardi, per far sentire a tutti la potenza del motore. Lui certe volte arriva fino ad un caffè poco lontano, alla sera: attraversa la strada sul passaggio pedonale ed è subito arrivato, lo fa giusto per trascorrere un’ora o due a parlare con gli amici. Ogni giorno sembra diverso in quello scorrere inevitabile del tempo: lui continua ad uscire di casa al mattino, cammina lungo il marciapiede e poi attraversa la strada sopra al passaggio pedonale. Davanti alla fermata poco distante aspetta la corriera e poi via in fabbrica, insieme ad alcuni colleghi che abitano vicino. Prima, tanti anni fa, c’erano soltanto delle strisce bianche a terra, ad indicarlo in modo semplice quel passaggio. Poi arrivarono un gruppo di operai e misero il semaforo, perché ci si era resi conto che attraversare la strada in quel punto era un po’ pericoloso. In tutto il quartiere si tirò un sospiro di sollievo, parve una fuga in avanti di modernità quella scelta, poi si fece l’abitudine. Adesso lui cammina fino lì, attende che il semaforo segnali il suo via libera, ed ecco che si può attraversare quella strada, in perfetta sicurezza. Sua moglie a volte lo guarda arrivare dalla finestra, quando torna dalla fabbrica. Certe volte lui si sente stanco, il suo lavoro è pesante, ma qualche giorno si lava e si cambia i vestiti velocemente, e poi esce con lei, a fare due passi, e magari attraversano la strada all’altezza del passaggio pedonale e costeggiano la via principale di quel quartiere periferico, dove ci sono dei negozi, si possono osservare le vetrine. Non c’è niente di male nel sentirsi bene in quelle sere: salutare qualche conoscenza, sapere di aver fatto fino in fondo il proprio dovere, trattenere qualche spicciolo dentro alle tasche anche per acquisti non previsti, per qualcosa non estremamente necessario. Sua moglie è ancora una bella donna nonostante l’età, lui ne è orgoglioso, cammina volentieri con lei tenendola a braccetto. Poi attraversano di nuovo la strada sul passaggio pedonale e rientrano a casa, che si è fatto già tardi. E poi quel giorno grigio, quando lui rientra dal lavoro con la testa pesante, piena di pensieri. Attende il segnale del semaforo, poi attraversa la strada, come sempre. Ma una moto arriva forte, a tutta birra, e lo sfiora. Non è successo niente, nessuno si è fatto male, ma per lui, per l’uomo che attraversa la strada tutti i giorni, è peggio di uno schiaffo. Non ha parole da dire, raggiunge la sua casa, velocemente, bofonchia qualcosa tra di sé, non sa spiegarsi neppure con sua moglie, ma si mette a letto, distrutto di fatica, ammalato. Sarebbero bastati pochi centimetri per scatenare una tragedia, lui lo sa, lo sente, e avverte come un tradimento di tutta quella sua vita condotta fino lì, fino a quel passaggio pedonale, e non riesce ad accettare che proprio la sua vita sia così rapida a volgergli le spalle.

     
  • 02 aprile 2010
    La cosa migliore

    Come comincia: Fuori dalla finestra non c’era niente, solo una strada grigia con qualche alberello tisico dalle radici affondate sul ciglio sassoso. Certe volte lui spalancava la finestra e si affacciava dal davanzale nella speranza segreta di trovare qualcosa di nuovo là fuori, come se potesse fermarsi qualcuno ad aspettarlo sotto alla casa dove lui abitava, giusto per dirgli: “Andiamo, non è il caso di tardare dell’altro, adesso è il momento…”. Invece ogni volta, ogni mattina, lui si svegliava in quella sua stanza con già il sapore del niente dentro alla bocca; apriva quelle persiane con un moto ripetitivo e automatico, quelle cigolavano sui cardini in un triste lamento spalancandosi sulla medesima strada, e nessuna novità era mai lì ad aspettare la sua nuova giornata. Certe volte si chiedeva come fosse possibile che il tempo procedesse sempre in quella maniera monotona, con quei modi definiti una volta per tutte, e lui, che non ci credeva all’immobilità delle cose, continuava ad immaginare un futuro diverso, uno spiraglio di vita migliore. Dietro la casa c’era il laboratorio, il caseificio, come dicevano tutti al paese, e lì tutti i giorni lui e suo padre producevano mozzarelle, ricotta, formaggi freschi. Erano sempre le medesime operazioni, i fornitori portavano il latte ed il caglio, e loro filtravano, impastavano, bollivano, ogni giorno nel medesimo modo. “Giuseppe”, diceva suo padre. “Controlla la temperatura della pasta…”, e lui controllava, osservava la macchina che filava le mozzarelle e sapeva che tutto era a posto, proprio come doveva. Venivano con i furgoni a ritirare i prodotti finiti ogni due giorni, e una volta firmata la bolla tutto era fatto e concluso. Ogni tanto lui si fermava a fare due chiacchiere con quegli autisti che portavano il formaggio ai grossisti. Nessuno di loro aveva mai di che lamentarsi: tutti erano contenti di quella vita, avrebbero voluto guadagnare di più, questo si, ma si accontentavano di quanto riuscivano a mettere assieme. Per Giuseppe invece non era questione di soldi. Lui si sentiva come costretto a fare quella vita, come se non avesse potuto mai scegliere e il suo destino avesse scelto per lui, fin da quando era piccolo, forse da quando suo padre aveva cominciato a produrre il formaggio, e aveva bisogno di aiuto nel laboratorio, e diceva: “Appena ti farai un po’ più grande imparerai tutto quanto, e da qui usciranno quintali di mozzarella e ricotta…”. Poi gli anni erano passati e tutto era scivolato via proprio come aveva pensato suo padre, non c’era stata alcuna possibilità di mandare avanti le cose in maniera diversa. Così Giuseppe adesso guardava la strada e sognava che da lì arrivasse qualcosa o qualcuno a dirgli che la sua vita doveva cambiare, osservava di nuovo quegli alberi stenti e immaginava la strada che un giorno qualsiasi lo portasse con sé. Poi si ammalò gravemente e fu allora che smise del tutto di pensarci, e infine, dopo quasi sei mesi, quando riuscì finalmente a tornare guarito nel laboratorio e a riprendere il lavoro insieme a suo padre, si guardò attorno e gli parve tutto diverso e migliore: forse in quel periodo era passato dalla strada qualcuno a dirgli di andar via, di andare con lui, ma Giuseppe non l’aveva ascoltato, e forse era stata quella la cosa migliore.

     
  • 08 marzo 2010
    Pannocchie umide

    Come comincia:

    Lo so che cos’è che accomuna le nostre piccole menti.
    Conosco perfettamente quel piccolo tarlo che lavora finemente dentro di noi e non ci lascia mai in pace: ci stuzzica, fa la sua galleria poco per volta, segue percorsi per noi sconosciuti.
    Ho sempre saputo di non essere solo con i miei pensieri, di avere con me tutti voi che meditate le stesse cose che anch’io medito, e siete irritati col mondo nella stessa maniera come sono irritato io adesso.
    So cosa abbiamo in comune, senza che neppure stiamo a spiegarci.
    Ogni volta che siamo perdenti, un senso di affanno, una necessità stringente di stare da soli, ci porta talvolta a scappare per strade tortuose, con la voglia impellente di ritrovare quei piccoli pensieri confortevoli di sempre, quei percorsi mentali senza novità, utili solo a riscoprire qualche certezza per un momentaneo benessere.
    Progetti fantasiosi di gesti utili agli altri, di attività impellenti da intraprendere, parabole iperboliche da sfruttare subito per non perdere per sempre quell’unica possibilità che ci è data, ci guardano dall’alto. E poi niente, resta solo il silenzio e la tristezza di rimanere da soli e di non avere fatto proprio niente.
    Questo è ogni volta ciò che rimane quando cogliamo alla fine il senso di uno sforzo che ci ha un’altra volta lasciato fiaccati, coscienti di non aver combinato nulla di buono.
    Eppure l’intenzione c’è stata, anche l’impegno, siamo sicuri di aver fatto tutto quanto ci era possibile, e forse questo in qualche maniera ci basta, o in ogni caso siamo sicuri che ce lo faremo bastare. Già da adesso sappiamo che tutto quanto quel tempo che andremo a gettare via nel nostro prossimo sogno non ce lo restituirà mai nessuno, eppure siamo disposti a puntarlo come in un gioco d’azzardo, per poi sorridere di fronte ad un risultato diverso da quello sperato.
    Ieri sono uscito di casa per una passeggiata, un qualsiasi giro a piedi. C’era il sole, ma anche delle nuvole grandi che ogni tanto ne ostruivano i raggi. Camminavo, le mani sprofondate dentro alle tasche, la testa che girava attorno ai soliti percorsi.
    Per strada le persone correvano verso importanti destinazioni, erano assorte nei loro tragitti, impossibile distogliere quelle loro concentrazioni. Quando sono rientrato le nuvole erano a terra, sul pianerottolo della mia casa, sotto ai miei piedi, ed il cielo era lì, su quel pavimento, quasi inerte.
    Ho assaporato quelle nuvole, proprio come avrebbe fatto ciascuno di voi: erano umide, grandi pannocchie vaporose cariche d’umido, senza sapore.